Sandro Spinsanti

 

CANCRO E PERSONA UMANA: CONSIDERAZIONI ETICHE

 

in Incontro Lega contro i Tumori Informa

anno X, n. 1, giugno-agosto 1992, pp. 8-10

 

 

8

 

Molte situazioni nuove, create dal progresso della biologia e della medicina, creano perplessità profonde. La difficoltà a valutarle sulla base dei tradizionali criteri morali che ci hanno guidato finora ha fatto sorgere una nuova disciplina: la bioetica.

Per alcuni studiosi di bioetica la categoria di "persona" è sembrata una risorsa concettuale molto promettente. Di fatto, almeno in alcuni ambiti sembra che il riferimento alla persona umana — quale soggetto di diritti, dotato di una dignità inalienabile — possa fornire utilmente dei criteri per distinguere il lecito dall'illecito. Appare come un'affermazione ragionevole, per esempio, dire che la dignità della persona umana proibisce il commercio degli organi; oppure che la qualità di persona non è limitata all'utilità sociale dell'individuo o alla sua capacità di pagare le prestazioni sanitarie, per cui il malato ha diritto ad essere curato indipendentemente dalle sue possibilità economiche.

In particolare, la categoria di persona si rivela molto utile per definire i limiti etici di pratiche sanitarie intriganti legate ai segmenti iniziali e finali della vita umana, quali creazione di embrioni per la riproduzione medicalmente assistita, trattamento di malati in coma vegetativo, interventi eroici per salvare la vita a neonati affetti da gravi deformazioni ecc. In questi casi la nozione di persona e il criterio operativo del suo rispetto — l'essere umano deve essere tutelato dal primo istante della sua esistenza fino alla sua morte — si rivelano utili. Si potrà discutere dal punto di vista antropologico sulla estensione della qualità di persona, ma si troverà facilmente il consenso sul fatto che, là dove si ha una persona umana, la libertà di azione dell'uomo è soggetta a vincoli particolari. La persona va trattata come persona; essa non può essere considerata come un mezzo per favorire il progresso della scienza medica, ma è piuttosto un criterio per valutare la moralità degli interventi

 

9

sull'uomo. Si può dire la stessa cosa per i problemi etici che nascono nel trattamento di malati affetti da neoplasie? Qui lo scenario è diverso da quello offerto dai casi limite che hanno reso popolare la riflessione bioetica. Non si tratta di violenti conflitti di diritti, ma di spostamenti più sottili avvenuti nell'ambito degli orientamenti profondi che reggono le decisioni mediche (tanto profondi da essere, per lo più inconsapevoli o quanto meno non verbalizzati: il medico di solito non ha bisogno di fermarsi a riflettere, ma "sa" quello che deve fare con il paziente, avverte di intuito qual è la decisione clinica giusta e quella sbagliata, in una commistione inestricabile tra aspetti sanitari ed aspetti etici).

Tradizionalmente il medico ha orientato la sua azione al beno o miglior interesse del paziente: guarigione e ristabilimento della salute, sollievo delle sofferenze, mantenimento delle capacità residue, palli azione dei sintomi. Tutto ciò è incluso nel concetto che l'intervento medico si ispira al criterio della "beneficità" (la bioetica di lingua inglese parla a questo proposito di "beneficence"),

In questa prospettiva non si prendono in considerazione i valori del paziente, né si ipotizza la loro possibile dissonanza rispetto a quelli del medico: l'orientamento sotteso all'azione del sanitario e la motivazione che spinge il paziente a ricercare l'aiuto medico tendono a coincidere.

Questo paradigma era valido fino a un passato recente, mentre non rispecchia più lo stato dell'assistenza sanitaria nei Paesi ad alto sviluppo tecnologico, così come si sta evidenziando sotto i nostri occhi: nella medicina più avanzata i valori del paziente e le potenzialità di intervento possono divergere in modo clamoroso.

La coincidenza tra gli obiettivi soggettivi del paziente e le capacità della medicina si è realizzata armoniosamente durante lo sviluppo che la sanità ha conosciuto nei Paesi industrializzati negli anni '40 e '50 del nostro secolo. Le malattie paradigmatiche di quel periodo erano le affezioni infettive. Se i pazienti avevano, per esempio, la polmonite ed esisteva un farmaco efficace come la penicillina per curare la malattia potenzialmente fatale del paziente, l'azione medica si trovava circoscritta entro tre parametri ben definiti: le conoscenze cliniche del medico, la volontà del paziente di ricevere il trattamento e l'intervento appropriato.

Lo scenario dei nostri anni vede invece come predominanti le malattie cardiovascolari, il cancro, le affezioni degenerative e croniche. Rispetto a queste malattie, i parametri tradizionali sono rimessi in discussione e la precaria armonia raggiunta nella generazione precedente è compromessa. Diventa sempre più difficile trovare un consenso sugli interventi medici migliori.

 

Se tradizionalmente l'azione del medico e le aspettative del paziente coincidevano, oggi, i valori del paziente e le potenzialità di intervento possono divergere in modo clamoroso.

 

Non è più evidente che il paziente voglia ricevere ogni trattamento possibile, e forse neppure il trattamento standard, in quanto il suo punto di vista soggettivo, i suoi valori e le sue preferenze potrebbero essere in stridente contrasto con quanto gli viene proposto dalla prassi medica.

In questo spazio aperto alla soggettività, emergono le differenze non appianabili tra gli individui.

Le scelte, modulate sulla gerarchia personale dei valori, possono divergere sensibilmente.

Qualcuno potrà rivolgere, ad esempio, la sua preferenza ai trattamenti che gli assicurano un massimo di lunghezza di vita, non importa in quali condizioni; qualcun altro, invece, darà la priorità al controllo del dolore, anche a scapito di una quantità maggiore di vita; altri infine potranno mettere in primo piano nella propria scala dei valori la dignità, la libertà personale, la capacità di tenere sotto controllo la situazione.

In pratica, la decisione clinica riferita a questo insieme di malattie ― di cui il cancro può essere assunto come caso paradigmatico ― diventa molto più complessa, perché

 

10

deve prendere in considerazione un numero maggiore di variabili. Se nel trattamen-to di un caso di cancro bisogna procedere con un intervento chirurgico, o ir-radiante, o con l'esposizione del paziente a una chemioterapia tossica, oppure è preferibile rinunciare a qualsiasi intervento perché il beneficio del paziente è irrile-vante rispetto ai costi umani o economici; quale trattamento, o astensione dal trattamento, sia più consono alle scelte di vita del paziente e favorisca maggiormente la sua autorealizzazione esistenziale: tutte queste considerazioni necessarie per far oggi della "buona medicina", sviluppano un clima di incertezza che non concede sicurezze a priori. Il ricorso all'evidenza scientifica e tecnica non basta; la clinica delle malattie più tipiche del nostro tempo richiede un coinvolgimento profondo nelle aspettative personali e nei valori soggettivi che le sostengono.

 

Poiché le persone sono uniche e le opzioni del trattamento sono molteplici la "buona medicina" richiede scelte che favoriscano l'autonomia individuale.

 

Un'espressione di questo diverso clima che circonda le decisioni cliniche sono le dichiarazioni sempre più frequenti dei medici che, rinunciando all'aura di onniscienza e onnipotenza, invitano i pazienti a elaborare insieme al medico la scelta terapeutica che sia più in sintonia con i loro valori e preferenze. Ciò vale in modo paradigmatico per il trattamento del cancro del seno; ma esprime anche, da un punto di vista più generale, l'orientamento che sentiamo più conforme allo spirito che anima la medicina del nostro tempo.

Nel linguaggio della bioetica, ciò equivale a un passaggio dal predominio dell'orientamento al principio della beneficità a quello della autonomia del paziente, ovvero alla promozione della sua autodeterminazione. A questo punto ritroviamo il concetto di "persona" in quanto portatrice di soggettività. Poiché le persone sono uniche, non vanno trattate tutte in modo uniforme; e poiché le opzioni del trattamento medico sono molteplici, la "buona medicina" richiede che le scelte vengano fatte in modo da favorire l'autonomia individuale.

Promuovere l'etica nel contesto della nostra medicina, a profilo prevalentemente paternalista, equivale a far emergere le esigenze del rispetto della persona in tutte le fasi del processo terapeutico: dall'accoglienza del paziente alle procedure diagnostiche; dalla comunicazione della diagnosi e della prognosi alla ricerca comune della strategia terapeutica; dalla debita tensione a ottenere risultati nella lotta alla malattia, impiegando tutte le risorsi; utili e appropriate, alla necessaria modulazione dell'azione sulla ragionevole accettazione dell'inevitabile.

L'etica di oggi, in quanto centrata sulla persona umana, ci impedisce di attribuire a ogni essere, anche se malato — anche se malato di una malattia mortale — quella che Kant chiamava "una minorità non dovuta".

Senza dimenticare, però, che promuovere la persona umana non è sinonimo di scelte di carattere radicalmente individualista. La persona si costruisce, si sviluppa e si sostiene nella relazione. Ognuno, specialmente se malato, ha bisogno di sostegno. Per questo la relazione medico-paziente, anche se corretta da una necessaria iniezione di orientamento al rispetto dell'autonomia delle persone, non potrà mai assomigliare a quella che un cliente stabilisce con chi offre merci o servizi. Il nostro ideale rimane l'alleanza terapeutica. Non, quindi, un freddo rapporto burocratico che si limita a raccogliere desideri e preferenze del cliente, lasciandolo però solo con l'angoscia che accompagna scelte di vita e di morte, ovvero di qualità della vita e di qualità della morte; ma un rapporto che della persona umana sappia riconoscere ed accogliere il bisogno di creare dei legami. In particolare quando la vita è minacciata e c'è qualcuno — un sanitario, con la necessaria competenza tecnica e relazionale — che per professione può e deve offrire il suo aiuto.