Sandro Spinsanti

 

PROBLEMI ETICI DELLA SPERIMENTAZIONE SCIENTIFICA SU-GLI ANIMALI

 

in Fidia biomedical information

anno 8, n. 6, ottobre 1991, pp. 10-12

 

 

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Il Kennedy Institute of Ethics della Georgetown University, il più avanzato centro di studi sul rapporto tra impiego di animali per scopi scientifici e problemi etici, propone il superamento delle posizioni estremiste a favore di un uso più limitato e razionale.

 

Una regola empirica di saggezza suggerisce di tenere sempre d’occhio ciò che accade negli Stati Uniti: prima o poi, la stessa cosa è destinata a riproporsi anche da noi. Con questa avvertenza in mente, registriamo che c’è stata una presa di posizione pubblica dell’American Medical Association (AMA), in una conferenza stampa tenuta ad Atlanta, contro gli attivisti del movimento dei diritti degli animali, rappresentati soprattutto dall’associazione PETA (People for Ethical Treatment of Animals). Oggetto del contendere: l’uso degli animali per l’insegnamento delle scienze nelle scuole medie superiori.

Per il rappresentante dell’AMA, i tentativi di mettere al bando la dissezione degli animali (in prevalenza si tratta di rane) nelle lezioni di scienze naturali costituiscono una grave minaccia per il sapere delle future generazioni; secondo i rappresentanti di PETA, invece, la rinuncia a queste sperimentazioni risparmierebbe una quantità di inutili traumatismi ai giovani, oltre naturalmente a rispettare il principio di non utilizzare gli animali come oggetti. Per questo si stanno adoperando affinché nella legislazione dei vari Stati americani vengano introdotte norme restrittive circa l’uso di animali a livello di scuole secondarie e di “colleges”, attualmente esenti dall’obbligo di rispettare la legislazione federale prevista per la ricerca scientifica.

La polarizzazione delle posizioni è estrema. L’AMA è già altre volte intervenuta contro il pericolo per la scienza medica costituito dalle posizioni radicali dei difensori dei diritti degli animali; un portavoce di PETA, da parte sua, dopo la conferenza stampa di Atlanta ha dichiarato che “l’AMA deve essere trascinata a forza, anche se oppone resistenza, entro il secolo XX”.

Qualcosa di queste forme di estremismo ha già fatto la sua apparizione anche in Italia: basta ricordare certi sit-in davanti all’istituto Mario Negri di Milano e ad altri centri di ricerca scientifica, per protestare contro la sperimentazione animale, nonché sporadici atti di terrorismo da parte di militanti “animalisti”.

L’Associazione “La scienza aiuta la vita” è stata costituita l’anno scorso, precisamente con l’obiettivo di contrastare le pressioni degli antivivisezionisti, che fanno ricorso ad argomenti di forte impatto emotivo per mettere in discredito la scienza. Il suo scopo principale è quello di creare un movimento di opinione favorevole alla ricerca scientifica; soprattutto intende promuovere un’immagine della scienza che nell’uso degli animali si muove in modo ponderato e riflessivo, ricorrendo a severe regolamentazioni deontologiche. Probabilmente è la via buona. Ma c’è ancora un passo da fare: portare il dibattito ai più alti livelli del sapere accademico, coinvolgendo filosofi e cultori delle scienze umane. Ancora una volta, è agli Stati Uniti che volgiamo lo sguardo, per confrontarci con i suoi percorsi culturali. L’occasione ci è offerta dal seminario di studio “Problemi etici nella sperimentazione con gli animali” tenutosi presso il Kennedy Institute of Ethics, nella Georgetown University, a Washington. Un centinaio di partecipanti, soprattutto dagli Stati Uniti e dal Canada, e uno staff docente di prim’ordine, costituito da studiosi che hanno già preso posizione sul tema dei diritti degli animali, in senso sia favorevole che contrario.

Il seminario intendeva costituire un’arena neutra per il confronto delle posizioni. Lo scopo esplicito era il dibattito filosofico e la discussione sulle norme e sui regolamenti amministrativi relativi alla sperimentazione con gli animali (anche se, per amore della cronaca, bisogna dire che l’emotività non è mancata: in apertura di corso è stato mostrato uri film, girato di nascosto da alcuni attivisti, sulle scimmie di Silver Spring, oggetto di una discutibilissima ricerca; le immagini erano così

 

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violente che un partecipante è svenuto, precipitando da una gradinata e ferendosi!). Proporre la discussione sugli animali come un tema degno del più serio interesse filosofico: questa strategia del Kennedy Institute of Ethics merita ancora una considerazione preliminare. L’Istituto si e fatto una reputazione internazionale per essere stato, negli ultimi 20 anni, uno dei centri che ha maggiormente contribuito alla costituzione della bioetica come disciplina. Centinaia di persone sono passate attraverso i corsi intensivi di bioetica che l’istituto organizza annualmente; dell’opera standard per eccellenza, l’Encyclopedia of Bioethics, in quattro volumi, l’istituto è stato la culla; la sua biblioteca è un centro di riferimento nazionale per la disciplina. L’apertura, quindi, dell’istituto a questo nuovo polo di interesse della bioetica, dopo quelli costituiti dalla biologia e dalla medicina, segue una logica interna di sviluppo perfettamente coerente. Il vantaggio per la tematica in questione è evidente: il dibattito sul comportamento da tenere con gli animali, sottratto alle divagazioni salottiere e alle contrapposizioni regolate più dal ‘pathos’ che dalla ragione, viene portato nella sede più appropriata, che è quella della riflessione filosofica.

Il che non vuol dire, tuttavia, che le cose siano rese più facili. Il seminario del Kennedy Institute lo ha dimostrato a sufficienza: siamo ancora lontani dall’aver raggiunto un consenso sostanziale. A cominciare dalla questione fondamentale: qual è lo statuto morale degli animali? Il tema è stato affrontato in apertura di seminario da Tom Beauchamp, uno dei docenti più noti del Kennedy Institute. A un’analisi filosofica accurata, la nozione di “statuto morale” rivela due significati: uno debole, nel senso di avere rilevanza per la vita morale; e uno forte, vale a dire riconoscere che gli animali sono portatori di diritti. Nella prima accezione, l’accordo tra gli studiosi sembra più facile da raggiungere: le concezioni più estreme, che hanno razionalizzato il potere indiscriminato dell’uomo sugli animali ricorrendo allo spiritualismo (negando cioè l’anima immortale agli animali) o al razionalismo (riservando la ragione in esclusiva all’uomo), non hanno più corso. Nessuna teoria etica è disposta ad avallare un comportamento insensato o deliberatamente crudele nei confronti degli animali, per l’una o l’altra ragione. Tuttavia, a un certo punto il consenso si infrange: in caso di conflitto di interessi, alcuni sono più propensi a concedere all’uomo un ragionevole uso degli animali. “L’intero ambito dell’etica — ha interpretato Daniel Robinson, psicologo della Georgetown University — esiste solo in forza della razionalità umana, e questa stessa razionalità ha votato per la vita e gli interessi dell’uomo contro la vita e gli interessi di altre specie, quando sono in conflitto. Così, quando la vita umana può essere migliorata e la sofferenza dell’uomo diminuita mediante l’uso appropriato di creature non umane, noi votiamo per noi stessi”.

È una via che invece non sono disposti a seguire i filosofi che riconoscono agli animali uno statuto morale in senso forte e parlano, di conseguenza, di “diritti degli animali”. Al seminario di Washington erano rappresentati soprattutto da Tom Regan, professore di filosofia alla North Carolina State University, uno dei leaders, insieme all’australiano Peter Singer, del movimento dei diritti degli animali. Alcuni studiosi per promuovere la causa degli animali seguono una via cognitiva, trovando un forte alleato in Charles Darwin, il quale ha più volte asserito che non si riscontra alcuna fondamentale differenza tra l’uomo e i mammiferi superiori nelle loro facoltà mentali: non appare lecito, quindi, discriminare gli animali in quanto mancanti di ragione. La maggior parte, tuttavia, argomenta con categorie proprie della filosofia utilitarista — secondo la quale le azioni sono giuste nella misura in cui tendono a produrre la più grande felicità per il più grande numero — e fonda la protezione da accordare agli animali sulla loro capacità di sentire dolore. Secondo Regan, per stabilire i confini della comunità morale bisogna riferirsi a una base più ampia di quella costruita su misura per l’essere umano adulto, razionale, sano, pienamente funzionante. Se utilizziamo non solo la razionalità, ma facoltà come l’empatia e la compassione, dobbiamo riconoscere che la condizione sufficiente per far parte della comunità morale è quella di essere un soggetto vivente: e questa è una condizione che gli animali condividono con l’uomo. Raggiunge così la tesi centrale sostenuta da Peter Singer nel suo libro Animal liberation: è immorale concedere meno considerazione alla sofferenza di un animale di quella che diamo a una sofferenza simile di un essere umano.

Le affermazioni massimaliste dei filosofi si scontrano con un fatto: alcuni animali sono “più uguali di altri”! Lo ha affermato con humour Franklin Loew, preside della facoltà di medicina veterinaria della Turfs University, riferendosi alla distinzione che inevitabilmente facciamo tra parassiti, animali nocivi e animali da compagnia. Ha riportato anche una ricerca condotta da uno psicologo, Harold Herzog, sullo “statuto morale dei topi”. Questi ha osservato che, conformemente alla nostra tendenza ad assegnare ruoli ed etichette, nel laboratorio da lui studiato i topi venivano suddivisi secondo una triplice tipologia: quelli “buoni”, sui quali

 

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erano condotti gli esperimenti, trattati secondo le norme “umanitarie” previste dai regolamenti federali; quelli “cattivi” (per lo più topi fuggiti dalle colture, che minacciavano di inquinare, e quindi rendere inservibili per le ricerche, quelli “buoni”), destinati ad essere catturati in modo crudele, facendoli invischiare su tavole rivestite di pece; e, infine, topi “da mangime”, allevati appositamente per nutrire serpenti dello stesso stabulario. La conclusione dello studio è che la psicologia, meglio della filosofia, ci permette di capire come gli esseri umani arrivino alle decisioni morali, in quanto i giudizi etici sono inestricabilmente intrecciati in una matassa fatta di emozioni, logica e interessi. Il dibattito sull’uso degli animali nella ricerca, perciò, non potrà essere risolto in modo soddisfacente, né ricorrendo solo alla logica, né facendo appello alle emozioni.

Un richiamo realistico ai limiti di un seminario di filosofia dedicato all’etica della sperimentazione con gli animali; ma allo stesso tempo un’indicazione importante: il discorso, così controverso, sullo statuto morale degli animali e sui loro presunti “diritti” non è l’unica via per discutere i problemi morali della sperimentazione animale, ma solo una via tra le altre. Il fatto che il dibattito filosofico sia ancora così tentennante su questa nuova provincia dei suoi interessi non ci autorizza a congelare, nel frattempo, la ricerca di procedure più corrette ed esigenti nel trattamento degli animali sui quali vengono condotte sperimentazioni.

La regola delle tre R (Restriction: limitazione del numero degli animali impiegati; Refinement: miglioramento delle metodologie, con particolare riguardo a risparmiare dolore; Replacement: sostituzione con altri metodi biologici o con modelli computerizzati), seguita dai ricercatori più responsabili, va in tale senso.

Due altre indicazioni importanti sono emerse dal seminario del Kennedy Institute. Una riguarda il rapporto tra la comunità scientifica e la popolazione. La scienza non può ritirarsi nella sua torre d’avorio: ha bisogno del supporto dell’opinione pubblica, mantenuto attraverso la trasparenza.

Del resto la cultura americana è stata sempre particolarmente sensibile alla partnership tra comunità scientifica e popolazione. Questa attenzione deve diventare una preoccupazione anche della scienza europea.

La diffusione di comitati di etica, incaricati della revisione di ricerche che utilizzano animali, coincide con la preoccupazione di creare nella società democratica delle strutture che siano al di fuori della polarizzazione degli interessi.

Infine, è necessario non separare la ricerca che utilizza gli animali dall’impresa scientifica nella sua interezza. Ai progressi della scienza hanno contribuito la ricerca di base, la ricerca clinica e la ricerca sugli animali, in percentuali rispettive che sono difficili da stabilire. Cercare di isolare gli animali e sottrarli all’impresa scientifica nel suo insieme potrebbe compromettere il delicato equilibrio che caratterizza l’intero edificio della scienza. Anche da questo punto di vista dobbiamo dire che gli animali sono legati, nel bene e nel male, al destino degli esseri umani.