Sandro Spinsanti

 

LETTERE

 

in SICP Informazione

anno ii, n. 1, gennaio-aprile 1990, pp. 4-5

 

 

4

 

Caro Giorgio,

sento il bisogno di farti partecipe di alcune considerazioni che vado facendo da quando si sono spente le luci di scena del secondo convegno nazionale della SICP. Lascio a te di valutare l’opportunità di renderle note al Presidente e agli altri membri del Consiglio Direttivo.

Sono stato sorpreso dalla straordinaria affluenza al convegno. Immagino che lo stesso sia avvenuto anche per gli altri fondatori della SICP: era difficile prevedere tre anni fa, alla fondazione della Società, che questa istituzione avrebbe coinvolto in così breve tempo un numero così alto di persone. Si aveva, certo, la convinzione interiore che il problema era reale e molto sentito; ma forse neppure i più ottimisti immaginavano che le cure palliative potessero mettere in movimento ima valanga di consensi e di adesioni.

Tutto ciò crea allo stesso tempo una maggiore responsabilità: non possiamo permetterci di sbagliare strada. È su questo sfondo che voglio comunicarti queste mie riflessioni a voce alta.

Anzitutto: il tema del convegno. Trattare le ultime settimane di vita aveva già in sé il rischio di ridurre le cure palliative a un intervento settoriale, che subentra quando si arrestano gli interventi terapeutici (le cure palliative come “francobollo da appiccicare”, come ama dire Scanni). Su questa riduzione ne è intervenuta una ulteriore: la considerazione di alcuni sintomi. La concretezza è stata pagata, a mio avviso, a un prezzo troppo alto: si è adottato, cioè, quel punto di vista medicalizzato, che peraltro noi denunciamo unanimemente come il principale responsabile dell’ “impasse” che ci fa invocare un cambiamento di rotta. Le cure palliative ― è stato opportunamente ricordato da alcuni durante il convegno ― operano un cambiamento di prospettiva: il punto di vista del paziente diventa prioritario. Si tratta di un vero e proprio cambiamento di “Gestalt”: la prospettiva del malato diventa la figura e quella medica lo sfondo. Ma questo cambiamento creativo non può avvenire, se i sintomi vengono isolati dal contesto costituito dalla malattia, anzi dalla persona, anzi dalla persona in una situazione concreta. Finché si adotterà questa prospettiva, la medicina palliativa rimarrà in posizione ancillare rispetto alla Medicina con la maiuscola. E i medici che fanno cure palliative si lasceranno intimidire da chi ha il potere di decidere che cosa è “scientifico” e che cosa non lo è.

Un corollario che illustra la differente ottica: nella prospettiva “scientifica” contano i grandi numeri (abbiamo sentito risuonare condanne di ricerche proposte in nome del numero troppo piccolo di casi...); le cure palliative tendono, invece, idealmente al numero uno. Si tratta di prendere la decisione più “vera” perché più “giusta”, in quanto più rispondente alle necessità del caso singolo. Probabilmente anche il linguaggio adatto a rendere conto di questa pratica non può essere quello delle tabelle e diagrammi dei congressi medici. Non voglio mettere in discussione la validità della medicina scientifica e del suo linguaggio. Ma se le stesse diapositive possono essere utilizzate indipendentemente in un congresso di oncologia e in uno di cure palliative, mi domando se non stiamo rinunciando a quella esigenza di creatività che ci impone la nostra convinzione di introdurre qualcosa di nuovo nella pratica sanitaria rivolta ai malati inguaribili e ai morenti.

Per rendere concreta la prospettiva olistica, che costituisce il presupposto filosofico su cui si fondano le cure palliative, non possiamo fare a meno di lasciare un ampio spazio alle scienze umane. Dobbiamo ascoltare letterati, psicanalisti, antropologi. E artisti (perché offrire ai nostri convegnisti solo immagini di prodotti farmaceutici o di posters di ricerche? Una scelta di immagini fotografiche o di riproduzioni pittoriche potrebbe essere più eloquente della migliore conferenza).

In questa prospettiva voglio anche sottolineare la necessità di tener aperta un’ampia porta sulla dimensione spirituale. Il prof. Ventafridda mi confidava durante il convegno la sua preoccupazione circa la irrilevanza che ha la dimensione spirituale nella nostra proposta di cure palliative.

Condivido completamente il suo punto di vista. La spiritualità in questa ottica di cure mediche non è un “optional”, ma un’assoluta necessità. Sarà certo opportuno non limitare la spiritualità alla dimensione religiosa (alla quale, peraltro, mi sembra non diamo un’attenzione proporzionale allo spazio che effettivamente occupa nell’accompagnamento dei malati terminali). La spiritualità è correlata alla dimensione metafisica dell’uomo, che la morte investe frontalmente. Attraverso la “psicologia transpersonale”, che studia gli stati di coscienza, la spiritualità oggi sta turbando la pigra ripetizione di schemi del positivismo scientifico. Per persone colte spiritualità non può più essere sinonimo di oscurantismo. Se togliessimo la spiritualità dalle realizzazioni storiche delle cure palliative alle quali ci ispiriamo, non ne rimarrebbero che delle caricature. O dei pallidi surrogati di medicina, con la “scientificità” in meno...

 

5

Un’ultima osservazione, infine, circa il risultato “passivizzante” presso i partecipanti prodotto da un convegno con troppe relazioni e senza spazi reali per la discussione e lo scambio.

Spero che sia chiaro che non intendo fare del disfattismo.

Propongo le riflessioni critiche che mi nascono, insieme a una grande gioia al vedere che ci sono tante intelligenze e tante volontà mobilitate per rendere più umana la fine della vita, con molta modestia: non sono sicuro di vedere giusto, e soprattutto di vedere tutto. Ci sono molti aspetti del rapporto con le istituzioni mediche che mi sfuggono. Ma mi sento autorizzato dal clima di franchezza e di amicizia che si è creato tra di noi a proporre quello che mi passa per la mente, per un confronto costruttivo.

Colgo l’occasione per augurare a te e agli amici della SICP un buon Natale. Soprattutto chi è quotidianamente e tanto rudemente confrontato con la morte ha bisogno di attingere nuove energie dal mistero della Nascita.