Sandro Spinsanti

 

IL GIUDIZIO MORALE È FUORI DALL'EMOTIVITÀ

 

in La famiglia oggi

anno VII, n. 12, pp. 28-31

 

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Di fronte ai progressi medici sulla «fecondazione artificiale», l’implicazione etica che interpreti lo «spirito di Cristo» è un’impresa delicata che passa attraverso indispensabili distinzioni. È necessario individuare i falsi giudizi portati dai modelli culturali a salvaguardia della scienza medesima che rischia di corrompersi senza la fondamentale «qualità umana dell’uomo».

 

Sull’onda dell’euforia che ha accompagnato le varie tappe dell’applicazione della tecnologia alla riproduzione, il pubblico è venuto familiarizzandosi con le diverse tecniche. Ormai anche il consumatore di informazione tramite i rotocalchi conosce i procedimenti fondamentali che portano a ottenere una inseminazione artificiale con lo sperma del marito o di un donatore, o la fecondazione a cielo aperto, in vitro, o il dono da una donna all’altra di un ovulo da fecondare o di un embrione (embryo-transfer).

Non sempre, però, la presa di coscienza e il dibattito etico procedono parallelamente alla divulgazione scientifica e al diffondersi di tali pratiche. Non si può certo dire che i risultati delle tecnologie riproduttive passino inosservati o che non siano accompagnati da animate prese di posizione, pro o contro. È proprio questo è il punto: la reazione emotiva non va confusa con un giudizio etico. Succede frequentemente che dietro l’apparenza di un giudizio etico, si debba riscontrare ― in realtà ― nient’altro che una presa di posizione emotiva, sorretta dalla propria visione del mondo. Ai due poli estremi possiamo trovare da una parte una fede nella scienza (considerata come la risposta efficace a tutte le miserie umane). Una fede che sconfina volentieri nell’entusiasmo acritico.

Ogni nuova realizzazione viene salutata come un «miracolo della medicina», che fa indietreggiare ulteriormente la barriera dell’impossibile. Una tale fede implicita è rintracciabile anche sotto la patina di freddezza con cui amano presentarsi gli scienziati. All’altro estremo troviamo la diffidenza astiosa verso l’intrusione degli uomini di scienza nell’ambito del “naturale”. Per rafforzare l’intoccabilità della natura e dei suoi processi, alcuni la rivestono col carattere di sacralità. Quando, per fare un esempio, un teologo francese parla della fecondazione artificiale come del «frutto di una menzogna iniziale, adulterio consumato con tecniche veterinarie», abbiamo la sensazione di trovarci di fronte a una reazione umorale sotto forma di giudizio etico.

Tanto le posizioni più violente di rifiuto, quanto quelle di accettazione incondizionata di ogni nuova tecnologia, lasciano trasparire in filigrana una ideologia implicita: la concezione della natura (e della biologia) come limite che non si può valicare, senza peccare di “hybris”. Ovvero la mistica del grande progresso illimitato, di cui parla E. Fromm.

Il diverso atteggiamento di fondo si rispecchia anche nella funzione che si attribuisce alle regole morali applicate alle tecnologie riproduttive. Da esse ci si può aspettare che fungano da diga contro

 

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l’irrompere dell’arbitrio e l’agire irresponsabile. Oppure che diano esse stesse impulsi positivi alla ricerca e alla sperimentazione, promuovendo l’opera di umanizzazione implicita nella scienza stessa. La “facies” dell’etica cambia sostanzialmente a seconda che si attribuisca alle regole morali una finalità di contenimento, oppure di promozione dell’opera dello scienziato. Nel primo caso tenderà a prevalere un’impostazione casistica che vorrà entrare nei dettagli, per porre freno con precisi dettati comportamentali ai veri o presunti straripamenti della scienza. Nel secondo, l’accento cadrà di preferenza sui valori da promuovere, lasciando all’uomo di scienza l’autonomia e la responsabilità per le sue scelte comportamentali.

Rimanendo ancora nell’ambito del «non detto» (veicolato dal discorso etico sulle nuove possibilità riproduttive), è opportuno tener presente che i termini stessi, con cui viene designato questo settore bio-medico, connotano un giudizio etico. Il termine “manipolazione” è il più carico di connotazioni negative. Anche se la manipolazione ― intesa come cambiamento pianificato della natura ― può avere un significato accettabile o anche buono, nell’uso che ne fanno alcuni; la manipolazione ― come osserva B. Häring ― è «una parola nuova per dire peccato». Se si chiamano manipolazioni questi interventi bio-medici, li si colora (a priori) di un sospetto di illiceità morale.

 

Alcune riserve da parte dei moralisti

Al contrario, la designazione di «terapie dell’infertilità» copre tali metodiche col mantello di Esculapio, facendo ricadere su di esse l’aura di accettabilità morale riservata a tutto ciò che è finalizzato

 

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alla guarigione. La formalità terapeutica permette di considerare in una luce diversa taluni aspetti pratici dei procedimenti bio-medici. Così, ad esempio, le riserve dei moralisti cattolici sulla modalità di raccolta dello sperma tendono a estinguersi quando l’atto masturbatorio è considerato all’interno di un progetto terapeutico globale.

 

La risposta medica ai desideri umani

Il beneficio della terapia non può essere, però, esteso a tutto l’insieme degli interventi presi in considerazione: in alcuni casi si tratta chiaramente della realizzazione di un desiderio, quando non addirittura di un capriccio. Anche il fatto di considerare la sterilità una malattia e il rimedio dell’infertilità un’opera terapeutica, solleva alcuni problemi dal punto di vista antropologico.

Se la medicina si proponesse di rispondere a tutti i desideri e le convenienze della popolazione, le conseguenze sarebbero di grande portata, tanto sul piano della politica sanitaria, quanto su quello della deontologia medica. Il medico, trasformato in prestatore di servizi, si troverebbe inevitabilmente preso nell’ingranaggio commerciale che regola la domanda e l’offerta.

Una terza categoria generale, usata per designare questa vasta gamma di interventi bio-medici, è quella di «tecnologie riproduttive». Anch’essa veicola implicitamente un giudizio etico, e precisa- mente quello soggiacente alla nozione stessa di tecnologia. Nell’ambito culturale dell’Occidente, profondamente compenetrato dell'umanesimo greco della

 

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techne e della spiritualità biblica del «Dominate e soggiogate la terra», le azioni riconducibili alla tecnologia godono, di per sé, di una considerazione del tutto positiva.

In seno al cristianesimo ecclesiale, da questo punto di vista, non sono mai stati coltivati atteggiamenti sospettosi verso la scienza medica, come invece troviamo in alcuni gruppi settari come i Testimoni di Geova. La nozione filosofica-teologica di “natura”, quale criterio etico (è buono ciò che è conforme alla natura o alla naturalità dell’atto), non ha escluso l’intervento correttivo sulla natura stessa.

 

Ambivalenza della tecnologia

Oggi tuttavia la valenza etica positiva di ciò che è espressione di tecnologia si è incrinata. O piuttosto: siamo diventati più consapevoli dell’ambivalenza della tecnologia, che può anche rivolgersi contro l’uomo. L'homo faber, maggiorato in un uomo tecnologico, sente più fortemente che la tentazione a «giocare a fare Dio» è carica di minacce per l’umanità. Preferiscono parlare di tecnologie riproduttive coloro che vogliono evitare designazioni condizionate da connotazioni rigide, a vantaggio di quel processo di discernimento critico che è proprio dell’etica.

Perché si possa accedere al livello dell’etica vera e propria, è necessario dapprima individuare e rendere inoperanti i falsi giudizi etici, veicolati dai modelli culturali, e semplici legittimazioni di questi ultimi. È opportuno anche diventare consapevoli della pregnanza semantica dei termini che si usano, nonché delle valutazioni morali implicite che contengono. Ai medici e agli scienziati, questo lavoro filosofico, può forse venire a noia; ma tutto lascia credere che una buona filosofia sia il sale che impedisce alla tecnica di corrompersi, perdendo il punto di riferimento costituito dalla qualità umana dell’uomo.

Questa disciplina mentale è necessaria anche ai cristiani che vogliono ispirarsi nel loro orientamento morale ai valori della fede. Portare un giudizio morale su pratiche così nuove, che non hanno nessun riscontro nel passato, è un’impresa delicata, che deve essere protetta dalle sovrapposizioni dell’emotività. Spacciare una reazione emotiva per un giudizio etico è ancora più grave, quando questo giudizio vuol essere un’interpretazione dello spirito di Cristo.

È di per sé legittimo ricondurre le tecnologie riproduttive alla lotta contro le insufficienze della natura per vincere la sterilità. Fa parte del compito affidato all’uomo di amministrare con intelligenza la natura. Quando la natura “sbaglia”, l’uomo può e deve correggerla. La sterilità non è un male necessario, da accettare con rassegnazione, specialmente oggi che la scienza può effettivamente porvi rimedio.

Vi sono tuttavia dei limiti, che la morale cristiana opportunamente richiama. Il primo è che la procreazione avvenga all’interno del matrimonio. Per questo motivo la Chiesa si è sempre opposta alla fecondazione artificiale che prevede il ricorso allo sperma di un donatore che non sia il marito.

 

L’aspetto più delicato e problematico

Un altro limite è costituito da una gestione del processo riproduttivo in cui il prodotto del concepimento sia considerato fin dall’inizio come una persona umana. Questo è l’aspetto più delicato e problematico che presentano le tecnologie riproduttive. Si sa, infatti, che ― data l’alta percentuale di insuccessi ― vengono abitualmente prelevati dalla donna e fecondati più ovuli contemporaneamente, dei quali uno solo viene impiantato nell’utero, perché prosegua il suo sviluppo. Gli altri vengono distrutti: e questo ― dal punto di vista della morale cattolica ― equivale a un aborto.

La condanna, in questo caso, cade su una prassi che di fatto accompagna la fecondazione artificiale, non su quest’ultima in se stessa. Saper distinguere è necessario per un giudizio morale maturo.