Sandro Spinsanti

 

Xenotrapianti surrealismo in arte, realismo in medicina

Editoriale

 

in L'Arco di Giano, n. 21, 1999, pp. 3-10

 

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editoriale

 

Il cambiamento quasi simultaneo del codice deontologico delle principali professioni sanitarie ― i medici, gli infermieri, gli assistenti sociali, gli psicologi hanno elaborato, nel giro d’un paio d’anni, una nuova autoregolamentazione dei comportamenti professionali ― è un fenomeno di rilevante portata sociale. Dà visibilità alla trasformazione che la nostra società sta introducendo nelle regole che sovrintendono ai rapporti tra coloro che erogano prestazioni socio-sanitarie e i cittadini che le ricevono. Come illustrano gli articoli di Antonio Panti relativamente al codice deontologico dei medici, di Laura D’Addio per quello degli infermieri e di Lorenza Anfossi per gli assistenti sociali ― per quanto riguarda gli psicologi, L’Arco di Giano ha già ospitato un articolo di Salvatore Amato: «Gli psicologi italiani alla ricerca di un codice deontologico», Amato, 1996 ― i principali cambiamenti registrati dai nuovi codici deontologici sono riconducibili a una fondamentale trasformazione del modello di interazione.

Per ricorrere alla teorizzazione di Paul Watzlawick sulla pragmatica della comunicazione, possiamo affermare che si registra un deciso spostamento dal modello di interazione complementare (basata sulla differenza: i partner tendono a porsi reciprocamente in posizione one up e one down; il comportamento del partner, anche in una situazione terapeutica, completa il comportamento dell’altro e costituisce un diverso tipo di “Gestalt” comportamentale) alla interazione simmetrica, che minimizza le differenze e induce i partner a rispecchiare il comportamento dell’altro (Watzlawick, 1971, p. 61). Soprattutto per quanto riguarda la professione medica, si tratta di un cambiamento che sconvolge un modello secolare di interazione, interiorizzato sia dai medici stessi che dai cittadini. La riflessione sui nuovi codici deontologici merita, quindi, il risalto conferito dalla rivista nella sezione “Attualità”.

Ma un vero e proprio sconvolgimento è quello introdotto dai trapianti di organi e tessuti animali all’uomo (xenotrapianti), ai quali viene dedicato il dossier. Non si tratta solo di modificare il rapporto tra soggetti umani; questa pratica rimette in discussione la relazione tra uomo e animali, rendendo così problematico il ruolo che l’uomo occupa nel mondo.

 

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È quanto dire che si va a toccare un tema di rilevanza antropologica determinante.

La pratica dei trapianti d’organo si presta come poche altre a mettere in evidenza il duplice volto che possiamo attribuire alla medicina contemporanea, quale fonte di enormi attese e altrettanto profonde preoccupazioni. Gli xenotrapianti e le pratiche di ingegneria genetica connesse, per ‘‘umanizzare” gli organismi destinati al trapianto ed evitare il rigetto, costituiscono un giro di vite, sia dal punto di vista degli allarmi connessi che da quello della riflessione necessaria per comprenderne le implicazioni.

Il carattere di assoluta novità con cui queste procedure biomediche si presentano non deve trarci in inganno: i problemi connessi sono familiari all’umanità da molto tempo. Per rintracciarli dobbiamo seguire percorsi che si addentrano in ambiti diversi dalla biologia e dalla medicina: è questo il contributo specifico delle medical humanities. In un saggio intitolato “Perché i programmi di trapianto di organi non hanno successo”, l’eminente critico letterario americano Leslie Fiedler invita ad analizzare il fenomeno del “rigetto” non solo quale reazione somatica, che richiede una risposta di laboratorio, ma come un atteggiamento sociale radicato in timori e fantasie non del tutto consapevoli. Questo rigetto, che è di natura propriamente culturale, domanda una trasformazione non solo nel soma ma nella psiche:

 

L’unico sistema di miti che ci unisce tutti lo si trova nella cultura popolare, che costituisce una specie di bibbia laica e insospettata. Siamo certamente molto più esposti agli archetipi che essa proietta sulla stampa e sull’era ipermediatica di quanto non lo siano a sermoni e discorsi politici. Inoltre, poiché non siamo coscienti di essere indottrinati mentre guardiamo, ascoltiamo o leggiamo, alla ricerca di svaghi e di distrazioni, ci è meno facile resistere ai loro messaggi impliciti (Fiedler, 1998, pp. 125).

 

Oltre alla letteratura fantascientifica, Fiedler è in grado di citare almeno quattro romanzi popolari del XIX secolo che, continuando a dominare le nostre coscienze oltre che i

 

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nostri sogni, modellano l’immaginario quotidiano nei centranti dei trapianti: Frankenstein di Mary Shelley, Dracula di Bram Stoker, Il dottor Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson e L'isola del Dottor Moreau di H.G, Welles. Questi racconti, apparentati dall’appartenenza al genere letterario dell’orrore — un genere che continua a mietere successi, come dimostrano le tirature ineguagliate dei libri di Stephen King ― hanno in comune un nucleo mitologico, nel quale spicca l’archetipo del Dottore:

 

È rappresentato come un nemico (ancora più pericoloso perché benintenzionato) di quelle credenze tradizionali che per tanto tempo ci hanno permesso di vivere in pace con i nostri fragili corpi e il nostro senso della loro inevitabile mortalità. In un contesto solitario che simbolizza la sua alienazione dal resto dell’umanità, quel Dottore crea un essere con lo scopo di farlo migliore di se stesso e delle proprie imperfezioni, forse addirittura immortale. Inevitabilmente però quella creatura si rivela mostruosa e tanto più mostruoso risulta il suo creatore, per aver osato usurpare le prerogative di un Creatore sovrumano. Questo scenario archetipico continuerà naturalmente a essere immaginato e reimmaginato fino a quando l’umanità continuerà ad aver paura della morte, a rivolgersi alla scienza perché la posponga, e a risentirsi perché ci prova (Fiedler, 1998, p. 130s.).

 

Le scorribande nell’immaginario depositato nelle creazioni letterarie, alla ricerca di spiegazioni convincenti delle nostre speranze e paure, potrebbero portarci una messe abbondante di riferimenti. Ci limitiamo solo a quella segnalata da Bernard Baertschi proprio in uno studio dedicato agli aspetti etici e filosofici degli xenotrapianti: il Boscaiolo di Latta contenuto nel celebre libro per l’infanzia Il mago di Oz (Baum, 1998; ed. orig. 1900). Quando il singolare personaggio racconta la sua storia, veniamo a sapere che, per un influsso malefico, si è poco a poco amputato tutte le parti del corpo con colpi d’ascia maldestri, ma un lattoniere gli ha sostituito tutte le parti e gli organi sezionati con protesi metalliche. Malgrado ciò, è restato un essere umano ed è tutto

 

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intenzionato a farsi dare dal mago di Oz il cuore che gli manca. Tuttavia la condizione metallica io rende soggetto alla ruggine, per cui deve avere un oliatore sempre a portata di mano, se non vuol rischiare di rimanere immobilizzato: i problemi di un multi-xenotrapiantato ― insinua Baertschi ― non sono molto diversi, compresa la necessità di avere sempre sottomano l’oliatore sotto forma di un efficace sistema antirigetto (Baertschi, 1998) 1.

Gli xenotrapianti si inseriscono in un immaginario che si attende dalla medicina riparazioni sempre più spettacolari della macchina-corpo. La parabola storica che ha portato all’utilizzazione di organi animali per sostituire quelli umani, così come è ricostruita nel dossier dai contributi di Gilberto Corbellini e Roberto Malacrida, ci appare molto lineare, quasi animata da una logica di sviluppo coerente; eppure proprio il passaggio di specie ha svolto il ruolo di soglia critica. Anche sotto la forma più blanda della xenoassistenza ― documentano Franco Mosca e Franco Filipponi ― lo xenotrapianto suscita allarme: benché una terapia di questo genere si giustifichi come procedura salvavita, siamo obbligati alla prudenza, perché non conosciamo i rischi e gli effetti collaterali. Anche di recente sono state trasmesse da alcuni animali all’uomo malattie particolarmente virulente; la vigilanza nei confronti di passi sconsiderati è molto alta.

L’incertezza ha ridotto il Consiglio d’Europa a rendere pubblica la Raccomandazione 1399 (discussa dall’Assemblea parlamentare il 29 gennaio 1999), che chiede una moratoria da parte degli stati membri su tutte le sperimentazioni cliniche dello xenotrapianto. La motivazione è prudenziale: precisa, infatti, la Raccomandazione che

 

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«i retrovirus e i prioni di origine animale trasmessi dagli xenotrapianti possono provocare malattie che, se si propagano ad altri individui, rischiano di provocare pandemie di grandi dimensioni. È opportuno perciò valutare il rischio sanitario che si corre in rapporto ai vantaggi presunti dagli xenotrapianti e trovare soluzioni per prevenire ogni rischio che potrebbe minacciare ia salute pubblica». Sono misure che riflettono le preoccupazioni di coloro che militano in ambito "naturalista", come documenta nel nostro dossier il contributo di Fabrizia de Ferrariis Pratesi, animatrice del Comitato Scientifico Antivivisezionista e vicina alle posizioni del WF.

La scienza, la sicurezza, l’utilità pubblica: questi punti di riferimento pragmatici totalizzano gli interessi normativi degli operatori del settore. Una recente direttiva dell’istituto Superiore di Sanità ― Considerazioni tecnico-scientifiche sulla clonazione animale ― riferita alla produzione di animali transgenici, sintetizza il bisogno di punti di riferimento in termini sostanzialmente autoreferenziali: «È necessario attivare norme che riconducono esplicitamente le tecniche di manipolazione genetica degli animali, con particolare riferimento a transgenesi e clonazione, entro canoni valutativi di profondo e prioritario aspetto scientifico e che le finalizzano nell’applicazione ai comuni interessi sanitari e produttivi».

Rispetto a quanto tracciato, la via scelta dal dossier nell'affrontare il tema degli xenotrapianti può sembrare dispersiva. Il bisogno di regole ― non solo di regolamentazioni operative, ma di vere e proprie norme etiche ― è presente nella coscienza dei ricercatori più consapevoli: il contributo di Augusto Vitale documenta questa sensibilità anche presso i ricercatori che utilizzano gli animali. Ma il dossier prospetta un percorso più ampio: per capire i problemi che suscita la medicina d’avanguardia, invita a risalire al passato, confrontandosi sia con l’eredità filosofica, sia con quella culturale in senso ampio, che include la valenza simbolica dei costrutti mentali e operativi, Il saggio di Franco Voltaggio, attualizzando il libro dei moralia di Plutarco dedicato alla giustificazione del consumo

 

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di carni animali, ci permette di riallacciarci al dibattito sullo statuto ontologico dei viventi svoltosi nelle scuole ellenistiche dalla fine del IV sec. al II sec. a.C. e ancor vivo nei primi secoli dell’età imperiale.

Tutte le principali scuole filosofiche dell’antichità ― ci ricorda M. Isnardi Parente: 1988 ― sono state attraversate dal problema di un superamento dell’antropocentrismo. Il dibattito sullo statuto ontologico dei viventi, sui rapporti giuridici tra uomini e animali e sulle pratiche alimentari (vegetarismo) ha coinvolto accademici, stoici, epicurei. Possiamo documentare l’esistenza di una tradizione ― razionalistica, non religiosa ― che sosteneva la teoria di una sostanziale continuità fra mondo animale e mondo umano, differenziati in realtà solo per grado.

Quei problemi sono quanto mai vivi oggi non solo tra i filosofi di professione ― come riportano ampiamente gli articoli di Alberto Bondolfi e Luisella Battaglia, dedicati alla dimensione etica degli xenotrapianti ― ma anche nell’ambito dei ricercatori stessi. Il “paradosso bioetico” (F. Voltaggio) investe direttamente coloro che fanno scienza utilizzando gli animali: più la ricerca li porta a riconoscere la continuità della scala dei viventi, meno riescono a giustificare l’esclusione dall’universo morale per alcune categorie di viventi.

Una testimonianza tra le più convincenti è stata offerta di recente da Roger Fouts, uno studioso del linguaggio dei primati, reso famoso dagli studi di comunicazione con gli scimpanzè utilizzando la lingua dei segni dei sordomuti. La scuola delle scimmie (Fouts, 1999) fa il punto sulle perplessità etiche che assalgono chi supera la barriera ― allo stesso tempo mentale ed emotiva ― che abbiamo creato per separare l’essere umano da quello non umano. Con lo sviluppo della sperimentazione medica moderna, la scienza è stato il mezzo per giustificare l’esclusione di alcuni gruppi dall’ordine morale, mentre potevano essere sfruttati nei laboratori. Il codice morale che regolava la ricerca si fondava su una distinzione arbitraria tra quelli che sono “dentro” il nostro universo morale e quelli che sono “fuori”.

Senza perifrasi, Roger Fouts ricorda che, fino ad anni

 

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molto recenti, gli afroamericani, gli ebrei e i bambini con handicap mentali sono stati trattati alla stregua i "animali da laboratorio". Ora guardiamo con orrore a esperimenti che pur risalgono solo a pochi decenni fa, come gli studi sulla sifilide condotti sui neri dell'Alabama (Tuskegee study) o sull'epatite sui bambini ritardati della Willowbrook School di New York: abbiamo ampliato i nostri confini morali includendovi tutti gli esseri umani, senza riguardo alle loro differenze culturali, razziali e intellettive. Gli animali tuttavia restano esclusi dal nostro universo morale:

 

Ora che i medici ricercatori non possono più fare esperimenti sugli afroamericani, sugli ebrei e sui bambini disabili, hanno ripiegato sugli scimpanzè, gli esseri a noi più vicini che rimangono al di fuori del nostro universo morale; non lo hanno fatto con intento malvagio, semplicemente credevano nell’esistenza di barriere mentali ed emotive che separavano l’essere umano da quello non umano. Queste barriere, pur essendosi rivelate illusorie, continuano a influenzare le nostre azioni. Di conseguenza, continuiamo ad applicare due pesi e due misure, gettando così discredito sulla scienza: è illecito fare esperimenti su un essere umano in condizioni di morte cerebrale, che non può pensare né sentire, mentre è perfettamente legale ― anzi, è un diritto morale ― eseguire gli stessi esperimenti su uno scimpanzè consapevole, pensante e ricco di sentimenti. In base alla nostra scala di valori, se un esperimento serve a prolungare la vita anche di un solo essere umano, allora ci sentiamo in diritto di infliggere sofferenze a un’infinità di scimpanzè che sono esclusi dal nostro universo morale (Fouts, 1999, p. 444).

 

Oltre alle voci ragionevoli che mettono in guardia dal percorrere la via degli xenotrapianti in nome della sicurezza, sarà opportuno ascoltare anche quelle che si interrogano a partire dalle perplessità etiche e anche dalle remore simboliche che questa pratica suscita. Sullo sfondo vediamo emergere anche le grandi questioni che hanno da sempre occupato la mente degli umanisti e sulle quali non abbiamo ancora finito di riflettere: qual è il posto che spetta agli esseri umani

 

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nel mondo? Quali sono i confini del nostro universo morale? Qual' è il comportamento più saggio che ci conviene adottare nei confronti della mortalità e dell’inevitabilità della sofferenza? La medicina stessa deve essere a servizio di tutti i nostri desideri o deve imparare a “mettere dei limiti” (Hastings Center: Gli scopi della medicina: nuove priorità, 1997).

Gli interrogativi non sono nuovi. Quello che è nuovo è l’orizzonte pluralista in cui vengono posti, con una polarizzazione estrema tra posizioni diverse, che rende ancor più necessario il dialogo, se non vogliamo che le decisioni diventino prevaricazioni. Ed è nuovo il senso di urgenza: una “moratoria” diventa una figura retorica, se non è accompagnata dalla capacità di guidare politicamente ― che vuol dire anche eticamente ― il progresso biomedico.

 

 

Riferimenti bibliografici

Amato S., «Gli psicologi italiani alla ricerca di un codice deontologico», in L’Arco di Giano, n. 12,1996, pp. 148-154.

Baertschi B., «Les xénotransplantations: aspects éthiques et philosophiques», in Malacrida R., Mattinoli S., Wullschleger R., Donazioni e trapianti di organo. Gli xenotrapianti, ed. Alice, Cornano, 1998.

Baum L.F., Il mago di Oz, tr. it. De Agostini, Novara, 1998.

Fiedler L., La tirannia del normale. Bioetica, teologia e mito, Donzelli, Roma, 1998.

Fouts R., La scuola delle scimmie, tr. it. Mondadori, Milano, 1999.

Hastings Center, Gli scopi della medicina: nuove priotità, in Politeia, 13,1997, n.45.

Isnardi Parente M., Le radici greche di una filosofia non antropocentrica, in «Biblioteca della Libertà», XXIII, 1988 e in Etica dell’ambiente, Napoli, 1988, pp. 85-99.

Watzlawick P., Pragmatica della comunicazione umana, tr.it. Astrolabio, Roma, 1971.

 

 

Note

1 Qualche considerazione malevola sui fini della medicina può essere giustificata dalla scoperta, fatta tardivamente dai protagonisti della fiaba, che il mago di Oz ― che si presenta come il Grande e il Terribile ― è in realtà un impostore. «Ma come posso evitare di comportarmi da imbroglione ― si lamenta il mago ― quando tutta questa gente mi obbliga a fare cose che tutti sanno bene che non si possono fare?» (Baum, 1998, p. 89). La collusione tra curanti e curati, quando riposa su una consapevolezza condivisa, benché non esplicita, di tendere a cose impossibili da realizzare, si qualifica come un rapporto patologico, che in psichiatria si chiama folie à deux.