Sandro Spinsanti

 

Le trame del corpo

Editoriale

 

in L'Arco di Giano, n. 15, 1997, pp. 5-9

 

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Editoriale

 

Il ricorso continuo a metafore per illustrare ciò che avviene in medicina dimostra che, malgrado l’apparente carattere intuitivo del lavoro terapeutico, la realtà eccede la comprensione razionale e discorsiva. La metafora, quella figura retorica con cui cerchiamo di dar conto di un’esperienza facendo ricorso a un’altra, è necessaria per capire il senso dell’impresa medica. Di recente George J. Annas, noto filosofo della medicina americano, in un articolo apparso nel New England Journal of Medicine proponeva che, per affrontare i problemi della politica sanitaria, sarebbe più utile dirigere la nostra attenzione sulle metafore che guidano il discorso, piuttosto che sui singoli aspetti analitici del dibattito (Annas, 1995). Le metafore più usate, infatti, restringono inconsapevolmente la nostra visuale e possono guidarci verso mete non desiderate. È questo il caso sia della tradizionale metafora militare (la medicina come guerra a oltranza contro la malattia e la decadenza dell’organismo), sia di quella più recente del “mercato” (parliamo ormai correntemente di aziende sanitarie, di malati da considerare come clienti, di budget e di strategie per superare la concorrenza tra strutture erogatrici di servizi).

Accogliendo il monito di William S. Burroughs di considerare il linguaggio come un virus, Annas propone di difenderci dalle metafore della guerra e del mercato, dando invece la preferenza a una nuova visione delle cure sanitarie, veicolata dalla metafora ecologica. Nel vocabolario degli ecologisti ricorrono costantemente termini quali “integrità”, “naturale”, “bilanciamento”, “risorse limitate”, “qualità della vita”, “diversità”, “rinnovabilità”, “responsabilità per le generazioni future”, “comunità”, “conservazione”. Applicati alla sanità, i concetti sottesi dai termini propri del movimento ecologico potrebbero aiutarci a confrontarci con i limiti e ad accettarli (sia in riferimento alle attese relative alla durata della vita, sia rispetto alle risorse da impiegare ragionevolmente

 

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per estendere la longevità), ad attribuire valore alla natura e a mettere l’accento sulla qualità della vita.

La dimensione ecologica era sicuramente presente a una parte almeno degli studiosi che, nella transizione degli anni sessanta agli anni settanta, hanno dato vita negli Stati uniti al movimento della bioetica. Van Ransselaer Potter, il ricercatore oncologo che ha coniato il termine, proponeva il superamento dell’etica medica e auspicava esplicitamente l’inclusione nella bioetica tanto di conoscenze biologiche quanto di valori umani, con particolare riguardo ai valori ambientali. «Oggi ― affermava nell’opera che è considerata un manifesto programmatico della bioetica ― abbiamo bisogno di biologi che rispettino il fragile tessuto della vita e che sappiano ampliare le loro conoscenze fino a includere la natura dell’uomo e il suo rapporto con il mondo biologico e con quello fisico» (Potter, 1971). Tracciando il bilancio di cinque lustri di bioetica, Potter dichiarava in un’intervista a L’Arco di Giano che, a suo avviso, il movimento sviluppatosi negli anni settanta e ottanta aveva adottato il neologismo proposto, ma non la concezione che lo aveva ispirato: «La bioetica che proponevo doveva essere la scienza nuova che combina valori umani e conoscenze biologiche, in particolare quelle della fisiologia, della genetica e dell’ecologia. Ciò che è avvenuto, invece, nella bioetica dominante, è stata una riscossa della filosofia della scienza, nella pretesa di avere in proprio la strumentazione concettuale necessaria per dettare le regole a cui il progresso scientifico si deve conformare. La bioetica, nel suo fine pratico di assicurare la sopravvivenza del mondo vivente, deve cercare di riferire la nostra natura biologica e la conoscenza realistica del mondo biologico alla formulazione di politiche finalizzate a promuovere il bene sociale» (Spinsanti, 1994, p. 238 s.).

Una immagine inclusa nella citazione di Potter tratta dal libro in cui tracciava il programma della futura disciplina ― “rispettare il fragile tessuto della vita” ― ci incoraggia ad assumere metafora della trama come guida per esplorare il vissuto del corpo in medicina. La trama è un termine polisemico. Il primo significato evocato dal corpo, che in quanto malato chiede le cure mediche, è quello di oscura macchinazione. La malattia come un intrigo, un’azione copertamente rivolta a un fine nocivo: è così che per lo più viene vissuto il corpo quando si risveglia dal suo apparente sonno e parla con il linguaggio degli organi doloranti 1.

 

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L’iter della diagnosi, spesso avventuroso, si presenta come un percorso che equivale a sventare una trama oscura. I medici più consapevoli sono attenti a che il processo diagnostico sia organizzato in modo razionale, senza perdersi nel “labirinto della diagnosi” (Eliseo Longo). Ma non esiste solo il pericolo dei percorsi inutili, delle duplicazioni e delle inefficienze organizzative. Non meno dannoso è un incanalamento della diagnosi che porti a escludere il soggetto, in quanto essere strutturante e responsabile morale, dalla sua patologia. Dal punto vista antropologico anche la diagnosi più indovinata può tramutarsi in un Holzweg, secondo la terminologia di M. Heidegger, cioè in un sentiero nel bosco che non conduce da nessuna parte.

Il secondo significato di trama si riferisce a quell’insieme dei fatti più importanti che costituiscono l’argomento di un’opera narrativa, l’intreccio di un dramma, il plot del racconto. Il corpo malato è un intreccio di trame, nel senso della narrazione. È l’esperienza dominante nella relazione d’aiuto di tipo psicoterapeutico: i professionisti sono chiamati a “riparare una storia” che si è rotta (Maria Cristina Koch); ma il paradigma si può generalizzare anche alle professioni sanitarie nel loro insieme. L’approccio narrativo, che un saggio di Hilde Lindeman Nelson, pubblicato nel numero precedente de L’Arco di Giano (Lindeman Nelson, 1997) presentava come una innovazione significativa nella filosofia morale anglosassone ― con particolare ripercussione sulla bioetica ― ci induce a riscoprire una dimensione sottostante a tutta la pratica medica (Carlo Peruselli). Grazie a una ricerca di antropologia culturale veniamo a scoprire che la risposta medica alla malattia ― nel caso specifico: una diagnosi di cancro ― si sviluppa in un contesto culturale che interpreta il fatto fisico inserendolo in una trama narrativa e prescrive dei comportamenti, che divergono a seconda della “narrazione” di riferimento. Dalla ricerca di Deborah Gordon ed Eugenio Paci emerge che anche in un contesto culturale omogeneo esistono modi discordanti di rispondere alla domanda di aiuto: con uguale buona fede e volontà di fare il bene del paziente, si può optare per la comunicazione della diagnosi o per il silenzio; si può decidere di stringere ancor di più, in senso protettivo, i legami del gruppo familiare, sottraendo l’informazione alla persona interessata, oppure favorire la partecipazione consapevole dell’individuo nelle decisioni cliniche che lo riguardano, lasciandogli il ruolo di protagonista.

La metafora della trama si presta, infine, ad essere impiegata in una terza accezione: quella che nasce dall’arte del tessere. Nel repertorio dei simboli il mestiere della tessitura simbolizza la struttura e il movimento dell’universo. Il lavoro del tessere ha affinità profonde con ogni lavoro di creazione e con la stessa procreazione. Nell’Africa del nord quando il tessuto è terminato, la tessitrice taglia i fili che lo legano al telaio, formulando

 

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contemporaneamente la benedizione che pronuncia la levatrice quando taglia il cordone ombelicale. Tutto avviene come se il tessere traducesse in linguaggio semplice un’anatomia misteriosa dell’uomo (cfr. Chevalier, Gheerbrant, 1982, p. 950). Il simbolismo della trama di un tessuto si attaglia perfettamente al corpo. La cultura e le norme ― abitudinarie, giuridiche e morali ― modellano il corpo tanto quanto le cellule e gli organi (Marco Ventura). Ancor più calzante diventa la metafora quando consideriamo il rapporto longitudinale tra le generazioni. Perché la cura possa portare a compimento la sua funzione ― così come la esprime felicemente il mito di Cura: «Tu Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito. Tu Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive lo possieda Cura» (cfr. Reich, 1996, p. 14) -, occorre che molto filo sia stato tessuto nella storia dei rapporti tra le generazioni, in particolare tra i genitori e i figli.

La cura come tessitura di relazioni significative porta a valorizzare la rete di rapporti ― professionali e volontaristici, familiari e sociali ― necessari per far fronte all’azione devastante di alcune situazione patologiche, come quando ad ammalarsi sono i bambini (Momcilo Jankovic e Agrippino Reciputo) e gli anziani (Silvano Corli ed Ermellino Zanetti): «Il rapporto tra giusto e ingiusto, tra la speranza e la disperazione costituiscono i nodi del passaggio familiare così come si attua allorché un membro anziano è gravemente malato. Essi possono essere sciolti oppure possono costituire un indistricabile groviglio» (Cigoli, 1995, p. 74). Ma soprattutto la rete deve stringersi quando la vita declina verso la sua inevitabile conclusione (Franco Henriquet). Tuttavia neppure con la morte si chiudono le trame del corpo, se accettiamo la suggestiva immagine con cui la poetessa Emily Dickinson in una sua lettera ha espresso il ruolo che il corpo gioca nell’esprimere la trascendenza: «Ognuno di noi offre o riceve il paradiso sotto forma corporea, perché ognuno di noi conosce il mestiere di vivere» (Dickinson, 1990). A pieno titolo, dunque, anche la teologia (Armido Rizzi) viene convocata nel concerto delle Medical Humanities per illustrare la metafora delle molteplici trame che investono il corpo malato.

 

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Riferimenti bibliografici

Annas G.J., «Reframing thE debate on health care reform by replacing our metaphors», The New England Journal of Medicine, 16, 1995.

Beck D., La malattia come guarigione, Cittadella, Assisi 1985.

Chevalier J., Gheerbrant A., Dictionnaire des symboles, Laffont, Paris 1982.

Cigoli V., Il corpo familiare, Franco Angeli, Milano, 1992, 3a ed. 1995.

Dickinson E., Lettere, Einaudi, Torino 1990.

Lindeman Nelson H., «L’etica alla riscoperta della narrazione», L’Arco di Giano, 13, 1997.

Potter V.R., Bioethics: bridge to the future, Prentice-Hall, Englewood Cliff 1971.

Reich W., «Curare e prendersi cura. Nuovi orizzonti dell’etica infermieristica», L’Arco di Giano, 10, 1996.

Spinsanti S., «Incontro con Van R. Potter», L’Arco di Giano, 4, 1994.

 

 

Note

1 In un saggio dedicato a rivendicare l’ambiguità fondamentale di ogni processo patologico, Dieter Beck cita l’intuizione di Kafka che vede un rapporto tra la sua emottisi e la rottura di un fidanzamento impossibile: «Talvolta ho l’impressione che cervello e polmone si siano messi d’accordo a mia insaputa. ‘Così non può continuare’, ha detto il cervello, e dopo cinque anni il polmone si è detto disposto a dare una mano» (Beck, 1985, p. 20).