Sandro Spinsanti

 

La salute come professione

Editoriale

 

in L'Arco di Giano, n. 10, 1996, pp. 5-8

 

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Rassegna

 

Mi sarebbe piaciuta la professione medica: in sostanza non differisce, nello spirito, da quello che ho cercato di infondere al mio mestiere d’imperatore. Mi appassionai a questa scienza, troppo vicina a noi per non essere incerta, esposta a entusiasmi e a errori, ma modificata senza posa dal contatto con l’immediato e con la nuda realtà (Yourcenar, 1988, p. 35).

 

Il medico mancato che si esprime in termini così elogiativi dell’arte medica è nientemeno che l’imperatore Adriano, nel celebre romanzo storico che gli ha dedicato Marguerite Yourcenar. Nelle parole attribuite al saggio imperatore si sente qualcosa di più del fascino che emana dal sapere proprio della scienza medica, per essere perennemente confrontata con la dura ed essenziale verità che presenta il corpo del malato. Ciò che rende sublime la professione del medico è il governo della malattia. Il medico esercita nell’ambito del patologico un potere analogo a quello che è proprio dell’imperatore nel governo del “corpo” dello stato. In questa prospettiva l’imperatore Adriano più che medico mancato ci appare come un medico particolarmente riuscito, per aver portato al massimo della realizzazione le potenzialità insite nell’esercizio della medicina.

Ci piace porre a epigrafe di un dossier dedicato a «La salute come professione» un richiamo alla perenne seduzione che il compito della cura esercita sui grandi spiriti. Come poche altre attività, la cura dà forma alla vita. In principio era la cura: è il titolo suggestivo di un libro curato da P. Donghi e L. Preta (1995), che traccia i percorsi vecchi e nuovi che è necessario seguire per offrire sostegno all’essere vivente. Anche Warren Reich nell’articolo proposto nel «Focus» riporta la cura alle origini, riproponendo la centralità della cura nell’esistenza umana con il linguaggio del mito.

Il richiamo al posto che il curare e il prendersi cura hanno nella professione infermieristica ha valore paradigmatico. Secondo l’antico

 

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mito riportato dallo scrittore romano Igino, il gesto di Cura che modella l’uomo dal fango è essenziale se si vuol dar conto dell’esistenza dell’uomo nel corpo. Cura ci appare come la divinità tutelare che presiede alle azioni di chiunque operi in sanità, a qualsiasi titolo. È pur vero, però, che nel lavoro dell’infermiere si manifestano in modo particolarmente chiaro la tensione interna, l’ispirazione ideale, impregnata di elementi filantropici, e l’orizzonte concreto di una professione. Il progressivo passaggio da una concezione “vocazionale” del lavoro infermieristico a una visione più connotata in senso “professionale” è registrata da una ricerca recentissima, condotta dal Censis, sull’evoluzione del ruolo dell’infermiere nel sistema sanitario italiano (Censis, 1996, pp. 8-9 e il capitolo sulle motivazioni, pp. 13-34). Senza rinunciare agli aspetti umanitari che definiscono la professione, gli infermieri di oggi tendono tuttavia a far pendere la bilancia sul lato delle capacità tecnico-professionali e di quei fattori di competenza che solitamente vengono inclusi nell’appello alla “professionalità”. È quanto emerge anche dall’articolo del dossier che tratteggia la professione dell'infermiere come una professione emergente (E. Carli).

Un’evoluzione di questo genere pone l’interrogativo se la professionalizzazione delle attività di cura non comporti il rischio di smarrire la loro carica ideale. Soprattutto dobbiamo chiedercelo nella fase attuale di aziendalizzazione (cfr. L’Arco di Giano, 7, 1995: «Lo stile azienda in sanità»). L’aziendalismo, mal interpretato e ancor peggio tradotto in pratica, non rischia di far smarrire la cura, che è la linfa segreta delle professioni sanitarie? La messa in guardia è valida soprattutto per quelle realizzazioni del riordino del sistema sanitario che, tralasciando tutte le complesse componenti culturali che hanno ispirato la riforma della riforma ― centralità del paziente nel sistema delle cure, ridisegno del servizio pubblico in tutte le sue articolazioni, priorità data alla quantità piuttosto che alla qualità, ricerca della appropriatezza sia scientifica che sociale delle prestazioni ― riducono tutto il vasto progetto unicamente all’obiettivo del pareggio di bilancio.

L’efficienza economica non va certo demonizzata; anzi, è un salutare correttivo rispetto all’epoca degli irresponsabili scialacquamenti delle risorse pubbliche che hanno avuto luogo in sanità. Tuttavia deve pur avere un qualche significato transtemporale se nella mitologia greca Asclepio, l’eroe primordiale della medicina, maestro nel “guarire i morbi dolorosi degli uomini” ― come lo celebra Pindaro nell’ode Pitica terza ― finisce fulminato da Giove per aver accettato di lasciarsi guidare dal guadagno, infrangendo le regole etiche che sovrintendono all’esercizio dell’arte medica. “Lega il lucro saggezza talora”, commenta amaramente l’antico poeta lirico.

 

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Il far prevalere la dimensione economica sui valori della cura e della terapia costituisce, oggi come ieri, il peccato originale della medicina. La possibile vittoria del capitalismo sanitario a danno di quello stato sociale che siamo andati faticosamente costruendo, risulterebbe una sconfitta per tutti. Nell’introduzione a un saggio di R. Bucci su Etica e mercato nella sanità, Berlinguer suggerisce di andare a studiare il percorso che ha portato alla formulazione dell’art. 32 della nostra Costituzione, che tutela il diritto alla salute: «Da questa ricostruzione storico-filosofica emergerà probabilmente l’influenza congiunta delle due culture solidaristiche che si sono incontrate e scontrate in Italia in questo secolo: quella cristiano-cattolica e quella comunista e socialista. Ambedue le culture hanno avuto meriti e torti, pregi e difetti. La loro “unità nella diversità” può costituire tuttavia un argine all’introduzione in Italia di provvedimenti che calpestino la dignità umana, e una base sulla quale costruire valide alternative» (Berlinguer, in Bucci, 1996, p. 14).

Il richiamo costante, ripetuto a ogni generazione di medici, ai valori umanistici permanenti che ineriscono al “darsi alla medicina” è appropriato anche in epoca di aziendalizzazione della sanità: ce lo ricordano S. Nordio ed E. Longo, avendo in mente rispettivamente la formazione degli studenti di medicina e la professionalità che è propria del medico di medicina generale. In linea con la preoccupazione di fornire una risposta positiva alla crisi che nasce dalla scarsità delle risorse, troviamo anche la forte accentuazione della responsabilità medica a identificare le risposte più solide alla patologia ― attingendo, come propone A. Liberati, al sapere proprio dell’epidemiologia clinica ― e a interiorizzare la prospettiva che è propria degli igienisti, nella loro funzione di promozione della salute pubblica (A. Panà e A. Muzzi). Rinunciando alla collusione di medici e pazienti ― folie à deux... ― che consiste nell'attribuire alla medicina un’onnipotenza che non ha, G. Domenighetti ci fa intravvedere un ridisegno dei rapporti che distribuisce equamente potere (empowerment, soprattutto la più primordiale forma di potere che è la conoscenza) e responsabilità.

L’attuale organizzazione delle cure sanitarie costringe le più antiche e consolidate professioni della salute a riscoprire i loro valori ispiratori. Ma non è questo l’unico elemento di scenario che spinge verso l’innovazione. Tra gli elementi dinamici della situazione attuale bisogna annoverare anche il fatto che altre professioni, oltre a quelle tradizionali del medico, dell’infermiere e dell’igienista, vanno profilandosi in senso sanitario. La giustificazione del movimento delle medical humanities sta proprio nella consapevolezza che nessuna disciplina o professione ha il monopolio del modo “corretto” di intendere la salute

 

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e la malattia. Ognuna fornisce una prospettiva che può essere complementare, o in conflitto, con altre.

Se continuiamo a rimanere attenti a tutto il concerto di voci che costituiscono le medical humanities, dei salutari correttivi potranno essere introdotti nelle nostre concezioni e nelle pratiche sanitarie correnti. Il lettore non si stupirà, a questo proposito, se nel dossier, accanto a professioni della salute relativamente prevedibili, come quella dello psicologo (M. Veronese) e del fisioterapista (L. Barbanti), troverà anche l’economista sanitario (o piuttosto degli economisti per la sanità: F. Spadonaro). Ma l’economia che è sinergica alle altre medical humanities non è quella che mira unicamente alla massimizzazione dei profitti. Quando ci riferiamo alla salute, anche l’economia dovrà porsi al servizio delle scelte giuste, che sono quelle che si misurano con i valori che vogliamo prioritariamente perseguire, come individui e come società.

 

 

Riferimenti bibliografici

Bucci R., Etica e mercato nella sanità, Ediesse, Roma 1996.

Censis, Una professione allo specchio. L’evoluzione della professione infermieristica nel sistema sanitario, Franco Angeli, Milano 1996.

Yourcenar M., Memorie di Adriano, Einaudi, Torino 1988.

Donghi P., Preta L., In principio era la cura, Laterza, Roma-Bari, 1995.