Sandro Spinsanti

 

Città e salute

Editoriale

 

in L'Arco di Giano, n. 8, 1995, pp. 5-10

 

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Editoriale

 

Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per i pollini di fiori d’altre terre (Calvino, 1993, p. 3).

 

Bene, è dunque qui che la gente viene per vivere, ma io penso che si muoia, qui, invece (Rilke, 1992, p. 9).

 

Due incipit di libri tagliati da stoffe letterarie di diversa consistenza, per introdurre due personaggi che la forza di gravità attira verso polarità opposte della vita: l’aereo Marcovaldo di Italo Calvino e il tragico Malte Laurids Brigge di Rilke. Diversi, ma uniti da uno stesso viscerale rapporto con la città. Città, malattia e salute; città, artefatto, natura; città, vita e morte. Lasciamo a questi due personaggi letterari il compito di farci entrare, con leggerezza e gravità ― perché tutt’e due gli atteggiamenti sono appropriati ― nel tema di questo quaderno de L’Arco di Giano: città e salute.

L’onere di progettare il dossier è stato assunto da Corrado Poli, che tra i membri del comitato editoriale della rivista ha il compito di coordinare il settore dell’ecologia. Rimandando al suo ampio saggio di apertura per un’introduzione dettagliata alle diverse articolazioni del tema e agli apporti dei saggi contenuti nel dossier, ci limitiamo qui a qualche accenno ai principali collegamenti che l’orizzonte delle medical humanities introduce nella riflessione che rapporta la salute alla città.

Il tema ha assunto una evidenza culturale di primo piano grazie all’autorevolezza dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il movimento “Città (o Comunità) sane” è andato rapidamente crescendo da quando è stato proposto, circa un decennio fa. Oltre alle 35 città formalmente associate nel progetto Oms-Europa, ci sono ora 18 reti nazionali e centinaia di città attivamente coinvolte in Europa, nel Nord America e in misura crescente nei paesi in via di sviluppo (Hancok, 1993).

 

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L’attenzione dell’impatto che la città ha sulla salute dei cittadini ha una storia ben più lunga. Basti pensare ai dieci libri De Architectura di Vitruvio, che ci riportano una testimonianza che risale a duemila anni fa. In essi si trovano le regole relative alla scelta di una ubicazione sana nella fondazione delle città, all’attenzione alla salute nel tracciato delle strade, in considerazione dei venti; anche nella progettazione delle abitazioni private è raccomandata l’attenzione ai rapporti climatici, compresa la disposizione delle singole stanze, che deve accordare le esigenze della salute con l’orientamento.

Il dialogo tra architettura, urbanistica e medicina non si è mai interrotto, anche se non in tutte le epoche ha occupato la centralità strategica che ha acquistato di recente. Per venire ai movimenti più prossimi in termini cronologici, possiamo ricordare la Carta di Atene del 1933 relativa all’edilizia urbana, contenente indicazioni esplicite riassunte dallo slogan generico “più luce, aria e sole”. Nel dopoguerra, con i progetti di risanamento dei centri urbani distrutti nel corso del conflitto mondiale e la costruzione di grandi insediamenti periferici, il dibattito allertò alle conseguenze psicologiche negative della nuova urbanistica e al degrado generale della salute imputabile alla struttura stessa della città. Alexander Mitscherlich coniò il termine Unwirtlichkeit (inospitalità) delle città, che descriveva in modo efficace il nodo centrale dei problemi (Mitscherlich, 1965). Dal momento che le città, sotto forma di grandi concentrazioni urbane, sono nel futuro di un numero crescente di abitanti del pianeta, dovremo riflettere con rigore sull’intreccio tra urbanizzazione e salute.

Uno degli aspetti più spettacolari dell’urbanizzazione è lo sviluppo delle megalopoli. Nel 1980, una decina di metropoli superava i dieci milioni di abitanti e una dozzina ne comprendeva tra cinque e dieci milioni. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno calcolato le possibili proiezioni dello sviluppo dell’urbanizzazione nel mondo fino all’anno 2000 o 2020. Previsioni molto diverse possono essere formulate per i paesi avanzati e per quelli in via di sviluppo. In Europa occidentale e in America del Nord si assiste al fenomeno della deconcentrazione delle metropoli e di decongestionamento di centri storici. Molto diversa è la situazione nel Terzo Mondo di oggi, che non segue i modelli di sviluppo urbano, economico e demografico degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale di ieri. Conosce una demografia galoppante, malgrado un debole processo di industrializzazione. Secondo gli esperti dell’Onu, si prevede che nell’anno 2000 quarantacinque metropoli dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia del Sud e del Sud-Est supereranno la soglia di cinque milioni di abitanti. E un fenomeno più che prevedibile, quasi inevitabile, mentre i demografi e gli urbanisti

 

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hanno l'impressione di predicare nel deserto. Così come alzano la voce invano coloro che sono preoccupati per la ripercussione che tali concentrazioni urbane avranno sulla salute delle popolazioni.

Il contesto delle medical humanities è un monito permanente a non cadere in ingenuità o in semplificazioni indebite nel correlare città e salute. Se è vero, da un lato, che l’urbanizzazione modifica gli stili di vita e assicura un più alto livello di salute rispetto a quello delle popolazioni rurali (Phillips, 1993), va anche considerato che l’urbanizzazione non si ripercuote sulla salute di tutti i residenti in modo uguale. Nei paesi in via di sviluppo le differenze maggiori riguardo alla salute passano attraverso la linea che divide i ricchi dai poveri; nelle città dell’area dello sviluppo, invece, la transizione epidemiologica indica che l’aspettativa di vita è più alta nei paesi urbanizzati, ma gli abitanti possono soffrire di forme diverse di cattiva salute (con la prevalenza delle malattie croniche e degenerative su quelle infettive).

La situazione ambientale della città contemporanea contribuisce a creare nuove fragilità, che vanno a sommarsi a quelle conclamate dei malati, degli anziani, dei piccoli. Nel dossier dedicato a «La casa per l’uomo fragile» (L’Arco di Giano, n. 3), Guido Nardi faceva notare che l’uomo può essere ritenuto oggi più “fragile” in generale, nei confronti dell’habitat in cui vive. «Dal punto di vista dello spazio costruito per l’abitazione, per l’assistenza, per il lavoro, per il tempo libero, dobbiamo riscontrare oggi una inadeguatezza di tecnologie e di progettualità che ha ormai prodotto un disagio generalizzato. Ciò ha indotto alcuni a parlare di una “cultura del disagio”, come marchio caratterizzante la nostra vita nelle grandi città» (Nardi, 1993, p. 40).

Le linee di ricerca nel coniugare città e salute possono andare in direzioni diverse. Anche in quelle di una nostalgia di rapporti che si sviluppino sotto il segno della naturalezza e di una incoercibile spontaneità (in questo senso non si può passare indifferenti accanto alla proposta, raccolta da Mario Bertini e dal suo progetto di educazione alla salute, di considerare il bambino come un indicatore ambientale: «Se nella città si incontrano bambini che giocano, che passeggiano, da soli, significa che la città è sana; se nella città non si incontrano bambini, significa che la città è malata»). Oppure la direzione preferenziale può essere quella di una rivisitazione della tecnica, per costringerla a rispondere ai problemi di tipo politico legati al costruire in un modo che sia conciliabile con l’etica della responsabilità.

Ascoltiamo, anche a questo proposito, Guido Nardi: «L’evoluzione che ha avuto la tecnologia all'interno dei nostri sistemi culturali mi ricorda la situazione di insight descritta dalla psicologia della forma. In particolare mi richiamo a uno di quegli esperimenti percettivi in cui

 

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viene presentato un disegno dal quale è possibile rintracciare contemporaneamente la raffigurazione del volto di una giovane donna e la caricatura di una vecchia. Questo mutamento improvviso della visione, che implica una riorganizzazione radicale dell’oggetto percepito, ben esemplifica quanto è avvenuto nella nostra visione della tecnologia: aH’improvviso ci si è accorti che dietro un’immagine bella e rassicurante se ne nascondeva una seconda del tutto inconciliabile con la prima. (...) La psicologia della forma ci avverte che ci è impossibile recepire insieme la figura della giovane donna e quella caricaturale della vecchia. C’è un momento di passaggio in cui si riorganizza la visione secondo una delle due letture. Le nostre facoltà percettive non ci permettono di cogliere contemporaneamente le due immagini. Lo stesso mi pare sia avvenuto di fronte alla scoperta “dell’altro volto” della tecnica che ha spesso generato un dibattito manicheo, laddove invece ciò che è impossibile nei processi percettivi non solo doveva diventare possibile, ma era anche l’unica premessa possibile per impostare una riflessione corretta e produttiva» (Nardi, 1992, p. 54s).

 

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La tecnica, compresa quella che si applica al costruire, non è un prodotto autonomo dotato di proprie dinamiche evolutive. L’agire tecnico può ancora essere un atto di responsabilità dell’uomo verso il cosmo, e quindi tenere insieme cultura e natura. E la salute, come armonico equilibrio tra l’una e l’altra. Per cui, anche per la figura gestaltica “città sana” può valere l’alternanza della figura ambigua che rappresenta il ruolo della tecnica nella nostra civiltà. Se i problemi dell’inquinamento, dell’affollamento e del degrado ambientale fanno apparire la figura allarmante della vecchia megera, è possibile anche riorganizzare gli stessi dati in chiave di giovane speranza.

La riflessione sul rapporto tra la città, quale tipico prodotto della tecnologia umana, e la salute, quale espressione della natura dell’uomo, nel contesto delle medical humanities fa emergere sullo sfondo le differenze esistenti tra “sanità” e “salute”, e tra “medicina” e “sanità”. Sappiamo di percorrere una via più volte tracciata dal corpus delle opere che Giorgio Cosmacini ha dedicato alla storia della medicina e della sanità in Italia (più di recente Cosmacini ha offerto una sintesi delle sue riflessioni sulla filosofia della medicina in un intenso libretto: La qualità del tuo medico, 1995). Pensare la salute sullo sfondo della città ci obbliga a riferirci a una medicina intesa in senso estensivo e intensivo, una medicina che abbia saputo integrare nel proprio patrimonio concettuale una tetrade di categorie fondamentali: la categoria filosofica della “totalità”, quella ecologica di ambiente, quella politica di salute pubblica e quella antropologica della malattia come morte nella vita (cfr. Cosmacini, 1995, p. 25).

Confrontandosi con la città quale forma di vita che offre alla salute umana sia pericoli che opportunità, la medicina ritrova la sua originaria vocazione “politica” (in quanto orientata al vivere nella polis, la città). La cura e soprattutto la prevenzione dei danni alla salute dei cittadini presuppongono politiche pubbliche di intervento, con gli investimenti necessari. In particolare, il problema dell’efficienza della spesa va valutato con i diversi parametri a disposizione, quali la tutela dei cittadini più esposti, di quelli più deboli, oppure la massimizzazione del benessere collettivo o altri criteri che vanno comunque esplicitati in relazione alle diverse opzioni politiche.

Senza perdere quanto è andata acquistando dalle sue frequentazioni sistematiche del sapere scientifico e delle sue metodologie, la medicina di oggi per essere efficace deve rivolgersi all’uomo quale animale urbano. La città è la nostra natura (anche sotto forma delle febbri da fieno e delle allergie di Marcovaldo). La città è il luogo dove ci siamo convocati per vivere, e per morire: come la Parigi dell’inizio del secolo scoperta da Malte. Nella città la medicina deve farsi nostra alleata

 

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per aiutarci a promuovere quel quantum di salute che corrisponde alla forza di vivere la nostra vita “effimera”, da creature di un giorno. Perché, pur abitando nelle megalopoli, la sostanza della vita rimane quella che Pindaro ha celebrato nella Pitica ottava:

Creature d’un giorno,

che mai è alcuno,

che mai non è?

sogno di un’ombra l’uomo.

Ma quando piova,

dono di Giove, lo splendore,

fulgida luce si stende sugli uomini e vita soave.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

Calvino I., Marcovaldo ovvero Le stagioni in città, Mondadori, Milano, 1993 (I ed. 1963).

Cosmacini G., La qualità del tuo medico, Laterza, Roma-Bari, 1995.

Hancok T., The evolution, impact and significance of the healthy cities / healthy communities movement, in Journal of pubblic health policy, 1, 14, 1993, pp. 5-18.

Mitscherlich A., Die Unwirtlichkeit unserer Städte, Suhrkamp, Frankfurt, 1965; tr. it. Feticcio urbano, Einaudi, Torino, 1972.

Nardi G., Temi e problemi di cultura tecnologica, in Baldini M., Benvenuto E., Neufeld K. (a cura di), L’uomo, la tecnica e Dio, edizioni Dehoniane, Bologna, 1994.

Nardi G., L’habitat e i diritti dell’uomo fragile, in L’Arco di Giano, 3, 1993, pp. 39-45.

Phillips D.R., Urbanization and human health, in Parasitology, suppl. 106, 1993, pp. 93-107.

Pindaro, Odi e frammenti, traduz. di Leone Traverso, Sansoni, Firenze, 1956.

Rilke R.M., I quaderni di Malte Lourids Brigge, Adelphi, Milano, 1992.