Sandro Spinsanti

 

"Medical humanities": da dove, verso dove

Editoriale

 

in L'Arco di Giano, n. 1, 1993, pp. 13-20

 

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Editoriale

 

Perché una rivista di medical humanities

Una rivista di medical humanities dovrebbe presentarsi ai lettori giustificandosi per il suo ritardo, non per la sua presenza. Tuttavia, pur immaginando il pubblico più accogliente e benevolo possibile, non possiamo esimerci dall’esplicitare il progetto culturale di cui L’arco di Giano è espressione.

Affidandoci al linguaggio dei simboli, potremmo ritenere sufficiente affermare che il nostro lavoro si colloca sotto l’arco di Giano. Emblema tra i più noti del mondo dell’antica Roma, l’arco quadrifronte si presta a simbolizzare quell’incontro non occasionale ma sistematico tra discipline e pratiche diverse, che la rivista vuol favorire. Altre associazioni mentali possono essere stimolate dall’informazione archeologica: questo arco mutua il suo nome da janus, cioè passaggio coperto, a quattro fronti, che sorgeva nei quadrivi più importanti dei quartieri cittadini. A differenza degli archi innalzati per celebrare trionfi, appare destinato ad essere una struttura che fornisce riparo, un luogo atto a favorire gli incontri. Il bisogno di un punto di incontro, nella dispersione dei saperi che costituiscono oggi l’arte terapeutica, ci ha fatto trovare propizio l’antico emblema.

Anche se per una via indiretta, il simbolo ci mette anche in contatto con una figura mitologica ricca di significato. Janus, il passaggio coperto, e janua, la porta, sono imparentati con il dio Giano. Figura tra le più enigmatiche dal punto di vista della storia delle religioni, la divinità dalla doppia faccia è stata tradizionalmente assunta come nume tutelare degli inizi e delle transizioni. Presiede alle soglie, ai passaggi da un periodo temporale all’altro (a cominciare dal mese dell’anno che porta il suo nome, a cerniera tra l’anno trascorso e l’inizio del seguente), alle rinascite iniziatiche. Non ci stupisce che sotto la sua protezione si siano poste numerose riviste dedicate a

 

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problemi di storia delle scienze, medicina e letteratura, e con interessi genericamente riconducibili all’umanesimo medico. In diversi paesi europei una decina di pubblicazioni periodiche si fregiano del titolo di “Janus”; con il nome ispanizzato “Jano”, una rivista quindicinale di Medicina y Humanidades, rivolta ai medici, è pubblicata a Barcellona a partire dal 1952.

Guardare nelle due opposte direzioni delle scienze della natura e delle scienze dell’uomo, per abbracciare il campo totale costituito dalla cura della salute, appare come una sfida che solo la divinità bifronte è capace di raccogliere.

Il dio di ogni inizio ci sembra anche appropriato per accompagnare la trasformazione delle pratiche sanitarie, che la nuova rivista vuol riflettere e favorire. Affidiamo all’arco che porta il nome di Giano il nostro progetto di rispondere in modo costruttivo alla crisi attuale della sanità. Alla medicina malata di “obesità scientifica” proponiamo il salutare correttivo delle medical humanities.

Benché consapevoli ― per esprimerci con le parole di Edgar Wind ― che “al centro di ogni simbolo c’è un nucleo oscuro che non cederà a un’analisi razionale, anche se attorno a questo nucleo possono raggrupparsi immagini trasparenti che da esso traggono la loro forza e la loro intensità” (Wind, 1992), non possiamo affidare l’autopresentazione solo ai simboli e all’intuizione. È necessario descrivere anche in modo discorsivo il nostro progetto, ripercorrendo tutte le domande che costituiscono un’informazione completa: che cosa, perché, come, a chi.

Che cosa sono, dunque, le medical humanities? Per una comprensione storica del termine dobbiamo far riferimento agli Stati Uniti, dove, fin dalla fine degli anni ’60, si è andato sviluppando un movimento volto a compensare l’unilaterale accentuazione del ricorso alle scienze naturali in medicina. La leadership è stata assicurata dalla Society for Health and Human Values, generosamente finanziata da un fondo federale (National Endowment for the Humanities), creato appositamente per incrementare lo sviluppo della prospettiva umanistica nelle scienze. Uno dei risultati più vistosi di questa opera pionieristica è stata l’introduzione di vari corsi di humanities in quasi tutte le scuole di medicina.

Un bilancio tracciato all’inizio degli anni ’80 (Pellegrino e McElhinney, 1983) prendeva atto di un rovesciamento della situazione avvenuto nell’arco di tempo di appena un decennio: in tutto il territorio degli Stati Uniti non esisteva quasi più scuola medica e infermieristica che non facesse posto alle humanities come parte integrante

 

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del curricolo di formazione dei professionisti della sanità. Negli anni ’80 l’avanzata del movimento rivolto a riportare l’attenzione agli human values in medicina è avvenuta principalmente all'insegna della bioetica, con un primato sempre più esplicito della filosofia morale. Tuttavia l’intersezione della medicina con le humanities nel loro insieme, e non esclusivamente con l’etica, non è mai andata completamente perduta; anzi, in questi ultimi anni la fecalizzazione esclusiva sull’etica tende ad essere bilanciata da un ricorso ad altre discipline e a pratiche letterarie ed artistiche.

Il successo d’immagine della bioetica ― che si è affermata al di fuori dei confini linguistici e culturali degli Stati Uniti, imponendosi praticamente in tutto il mondo ― non è disgiunto infatti da alcuni svantaggi. Come quello di tendere ad associare la ricerca dei valori a problemi-limite (Berlinguer, 1-979), a questioni macroscopicamente legate al progresso delle scienze bio-mediche, che ci costringono a ridefinire l’inizio e la fine della vita dell’uomo e la stessa qualità umana della vita. È diventato corrente invocare la bioetica in rapporto alla definizione della morte, alle fecondazioni artificiali, ai trapianti di organo, all’eutanasia, all’ingegneria genetica, alla produzione e manipolazione degli embrioni.

La bioetica è appropriata alla discussione sui limiti di tali pratiche (ed è perciò strettamente associata alla creazione di un biodiritto). Alla sua analisi sfuggono invece le questioni quotidiane che sorgono nell’incontro tra sanitari e pazienti, la dimensione esistenziale del confronto con il pathos, la complessità delle decisioni connesse con la gestione politica e amministrativa della sanità, la tutela e cura della salute come responsabilità collettiva, che chiama in causa i sistemi politici di welfare state e di welfare market.

Della bioetica le società moderne hanno bisogno: la creazione della disciplina e delle istituzioni attraverso le quali si esprime ― come i comitati per la bioetica ― non ha certo bisogno di essere giustificata. Tuttavia la bioetica da sola non basta. In sinergia con la bioetica, e a sua integrazione, le medical humanities attirano l’attenzione sull’intero ventaglio dei problemi antropologici inerenti alla cura della salute.

Un altro aspetto del successo della bioetica è il primato di una disciplina ― la filosofia morale ― rispetto a tutti i saperi che hanno originariamente fatto convergere il loro interesse sulla pratica della sanità. L’etica ha progressivamente preso il sopravvento sulla teologia e sugli studi religiosi, sulla storia delle scienze e sull’epistemologia, sulla letteratura e sulle arti espressive. Acquistando rigore e coerenza disciplinare, la bioetica ha monopolizzato il discorso promosso dapprima coralmente da numerose altre istanze.

 

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Non si può che sottoscrivere la felice boutade di Stephen Toulmin, secondo il quale “la medicina ha salvato la vita all’etica”, sottraendola alle astrattezze della meta-etica e attirando su di essa gli sguardi e la attese dei mass media e dell’opinione pubblica, alla ricerca di un orientamento morale nelle situazioni nuove create dai progressi della biologia e della medicina (Toulmin, 1982). Tuttavia la stessa etica pratica non può che acquistare in incisività se integra i suoi sforzi di rispondere agli interrogativi che nascono in ambito bio-medico con le risorse che derivano da tutte le altre discipline che confluiscono nelle medical humanities.

L’incontro, già da tempo consolidato, della medicina con le scienze sociali e comportamentali (sociologia, psicologia, diritto, economia, storia, antropologia culturale) domanda di entrare in un costruttivo dialogo con la riflessione che sulle pratiche sanitarie sta svolgendo la filosofia morale (teologia morale e bioetica) e con gli apporti delle arti espressive (letteratura, teatro, arti figurative). Lo spettro completo delle conoscenze e abilità acquisite necessarie per una medicina che sia all’altezza delle nostre aspirazioni abbraccia sia ciò che permette di comprendere la salute e la malattie nel contesto sociale e culturale, sia ciò che favorisce da parte di coloro che sono coinvolti nel processo di cura della salute la comprensione empatica di sé, dell’altro e del processo terapeutico.

Il riferimento all’espressione medical humanities per includere questo vasto insieme di discipline e di pratiche ha buone ragioni dalla sua parte. Non si tratta di un vezzo o di un americanismo di maniera. Se vogliamo evitare circonlocuzioni o espressioni goffe, siamo costretti ad adottare questa dizione. Salvo che in spagnolo (dove è corretto e corrente parlare di humanidades médicas), in altre lingue non troviamo un termine adeguato e coinciso come medical humanities che ci permetta di denotare il progetto al quale stiamo facendo riferimento: cambiare l’immagine stessa della medicina mediante la mobilitazione di tanti e diversi saperi 1.

 

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Un altro motivo della scelta riguarda, oltre alla denotazione del termine, la sua connotazione. Parlando di medical humanities, evochiamo il movimento a cui abbiamo fatto cenno, sviluppatosi dapprima in America per reagire al malessere diffuso nei confronti di una pratica della medicina che sembrava aver smarrito qualcosa di essenziale. Le medical humanities non connotano, di per sé, dibattiti che hanno avuto origine in contesti culturali e in epoche differenti, con altre finalità. In particolare, non rimandano direttamente alla celebre distinzione epistemologica proposta da Dilthey tra scienze della natura (Naturwissenschaften) e scienze dello spirito (Geistwissenschaften), tra il metodo della “spiegazione” (erklären) adeguato alle prime e quello della “comprensione” (verstehen), appropriato per le scienze dello spirito (Dilthey, 1958). Il dibattito storicistico non è del tutto alieno alla problematica che è la nostra, ma non si identifica pienamente con essa. Questi riferimenti impliciti al contesto storico-culturale in cui è sorta la preoccupazione di riportare gli human values nella pratica della medicina andrebbero perduti qualora le medical humanities venissero semplicemente tradotte con “scienze umane” o “scienze dell’uomo”.

L’inevitabile americanismo non cessa di creare qualche disagio. Anche all'interno del gruppo di studiosi che, in qualità di comitato di redazione della rivista, condividono lo stesso progetto, qualcuno continua ad avanzar riserve sul pericolo di restrizione di orizzonte connesso con l’aggettivo “medico”. Discipline come la sociologia, la psicologia e l’antropologia culturale considerano come un risultato acquisito che la specialità subdisciplinare che si occupa della sanità non sia più qualificata con l’aggettivo “medico”, ma piuttosto “sanitario”, ovvero “della salute”. La “sociologia sanitaria”, ad esempio, appare abbracciare un ambito più ampio della “sociologia medica” (evitando inoltre di pagare un tributo a una concezione della medicina come momento integrativo di saperi che sono tutt’altro che subalterni ad essa). Andrà tenuto presente che le humanities che vogliamo coltivare non vanno riferite in esclusiva al mondo medico, in quanto professione, ma a tutti i protagonisti del processo di cura della salute: professionisti della sanità e pazienti, istituzioni e pratiche sociali, individui e società.

Un altro possibile malinteso potrebbe essere veicolato dal sostantivo humanities, qualora lo si identificasse approssimativamente con quanto si è convenuto chiamare l’“umanizzazione della medicina”. Il programma di rinnovamento della pratica sanitaria sotto l’etichetta della “umanizzazione” ha avuto un certo corso nella pubblicistica

 

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più recente. Indipendentemente dalle buone intenzioni che hanno motivato l’uso del termine, non si può negare che parlare di “umanizzazione” minaccia di sconfinare nel moralismo. Il programma delle medical humanities si dissocia da qualsiasi pretesa di rendere i professionisti della sanità “più umani”. Pur senza chiudere gli occhi sulla “disumanità” che può introdursi anche nella sanità ― così come in qualsiasi altra espressione della vita sociale ―, le humanities non vogliono assumere quel tono colpevolizzante e accusatorio che le denunce della “malasanità” ci hanno reso così familiare.

Né chiedono di essere intese in senso puramente esortatorio. È vero che la formazione completa del sanitario comprende, oltre all’aspetto tecnico-professionale e a quello cognitivo, anche una dimensione affettiva, che culmina nella capacità empatica. Tuttavia le medical humanities non sono lo strumento per tale formazione. Esse non si rivolgono in primo luogo all’affettività, ma piuttosto alle idee e ai valori. Benché ci si possa legittimamente aspettare che una riflessione che renda i sanitari più consapevoli di tutto ciò che è in gioco nella cura della salute, più circospetti nei confronti della complessità delle relazioni interpersonali in cui sono coinvolti, più avvertiti dei legami della professione con la società intera, avrà alla lunga dei benefici effetti anche sui comportamenti, l’obiettivo primario delle medical humanities non è quello di modificare i comportamenti, come intendono fare le campagne di moralizzazione. Il loro scopo è piuttosto quello di trasformare l’immagine stessa della medicina.

L’intento delle medical humanities non è né esortativo, né “esornativo”. Pur attingendo alla letteratura e alle arti, non vogliono essere ridotte a medical amenities (o alle humanités oggetto delle frecciate satiriche di Molière). Non si propongono semplicemente di abbellire la pratica della sanità, ma di ricondurla alla sua ispirazione e finalità originarie: essere una medicina per l’uomo. La dimensione umanista è un destino necessario che colui che si occupa di salute conosce per tradizione secolare. La medicina più avanzata non ha inventato le medical humanities: è stata solo costretta a riattualizzarle.

In concreto, L’Arco di Giano ha individuato una quindicina di aree tematiche che possono contribuire, con le rispettive conoscenze, a investire di senso la ricerca della salute e ad arricchire di stimoli umanistici l’esercizio della medicina, con ricadute reciproche dell'esperire medico sulle altre forme di conoscenza. La rivista si propone soprattutto di stimolare la ricerca nelle aree di confine tra le varie competenze e nell’interfaccia tra le diverse discipline, al fine

 

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di individuare possibili nuove strade nell’ambito dei comportamenti individuali e collettivi.

Ogni fascicolo della rivista ospiterà in apertura un articolo originale che contribuisce a illustrare in modo creativo le istanze di fondo delle medical humanities. In questo primo numero abbiamo chiesto al prof. Dietrich von Engelhardt di inaugurare la serie con una riflessione di vasto respiro su tutte le principali articolazioni degli interessi umanistici in medicina.

La prima delle tre sezioni che costituiscono strutturalmente la rivista avrà carattere monografico. Ogni fascicolo individuerà, infatti, un problema concreto, che costituirà argomento di riflessione congiunta. Per la sua formulazione e per l’individuazione delle risposte saranno mobilitate le diverse aree tematiche: teoricamente tutte, anche se in pratica potranno essere solo alcune a intervenire attivamente nel dibattito. Questo primo fascicolo offre, al posto del tema monografico, una presentazione delle aree tematiche che la rivista intende coprire, mediante contributi a firma dei coordinatori delle diverse aree.

La seconda sezione della rivista sarà dedicata alla rassegna di opere afferenti alle medical humanities. Grazie alla collaborazione di alcuni centri europei, che hanno accettato di associarsi al progetto della rivista, avremo la possibilità di seguire lo sviluppo della riflessione nei diversi paesi e di favorire il flusso dell’informazione sugli apporti più creativi, nei diversi ambiti disciplinari, a una pratica della medicina dotata di maggior spessore antropologico. Tramite segnalazioni, rassegne e recensioni, la rivista mira a proporsi come palestra di dibattiti aperti, all’insegna del più alto standard qualitativo.

La terza sezione, dedicata all’attualità, renderà conto di importanti eventi culturali, quali convegni, iniziative politiche e legislative, attività di istituzioni nazionali e soprannazionali (come i Comitati nazionali di bioetica, Commissioni a livello europeo e istituzioni analoghe). A questa sezione afferiscono anche i contributi dedicati alle arti e interviste con i leader più rappresentativi delle medical humanities.

Infine, la questione degli interlocutori: a chi si rivolge la rivista? Sanitari, amministratori, politici e “opinion makers” costituiscono gli interlocutori ideali, senza peraltro esaurire il numero degli attori sociali invitati a incontrarsi sotto le volte de L’Arco di Giano. Singoli, gruppi e collettività intervengono nei processi di diagnosi e cura della salute, di prevenzione, di riabilitazione e ricerca; diverse categorie professionali svolgono attività sanitaria, insieme a cittadini intenti a prestare la loro opera come attività di volontariato; accanto

 

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alle relazioni formali terapeutiche, relazioni informali dei mondi vitali cooperano all’unico obiettivo della tutela della salute.

In breve, sotto la dizione di medical humanities troviamo quello che della sanità interessa gli uomini e le donne comuni, e non solo i cultori di discipline specialistiche. Pur rivolgendosi agli studiosi, non vogliamo creare una rivista d’élite. Attraverso l’apporto dei cultori più qualificati delle diverse discipline, abbiamo l’ambizione di parlare a chiunque cerchi il lato umano dell’uomo là dove si mostra nella massima universalità e concentrazione: nella fragilità del corpo a cui l’azione terapeutica vuol portare rimedio.

 

 

 

Bibliografìa

Berlinguer G., Bioetica quotidiana e Bioetica di frontiera, in Di Meo A. e Manciana C. (a cura), Bioetica, Laterza, Bari 1989, pp. 5-18.

Dilthey W., Introduzione alle scienze dello spirito, tr. it. Torino 1958 (origin. 1883).

Pellegrino E.D. e McElhinney Th.K., Teaching Ethics, the Humanities, and Human Values in Medical Schools: A ten-Years Overview, Institute on Human Values in Medicine, Washington D.C. 1983.

Toulmin S., How Medicine saved the life of Ethics, in Perspectives in Biology and Medicine, 25, 1982, pp. 736-750.

Wind E., L’eloquenza dei simboli, Adelphi, Milano 1992.

 

 

Note

1 Va registrata anche una tradizione piuttosto denigratoria del termine corrispondente a humanities, riferito alla formazione medica. Ne troviamo traccia nel Malato immaginario di Molière, nel dialogo tra Argan e suo fratello Béralde, cui il commediografo presta le proprie concezioni sulla medicina e i medici.

Argan - Les médecins ne savent donc rien, à votre compte?

Béralde - Si fait, non frère. Ils savent la plupart des fort belles humanités, savent parler en beau latin, savent nommer en grec toutes les maladies, les définir et les diviser; mais, pour ce qui est de les guérir, c’est qu’ils ne savent point du tout. (Molière, Le malade imaginaire, atto III, sc. 3).