La comunità che privilegia i suoi – e a questo proposito non possiamo non evocare i pericoli insiti nel progetto politico dell’autonomia differenziata – deve essere controbilanciata da una visione universalistica: quella che il servizio sanitario nazionale non può e non deve cessare di proporre. La comunità come soggetto della cura? Sì, certo; ma senza che venga mai meno ciò che ci aspettiamo dallo Stato
In ambito sanitario basta menzionare la comunità e ci sentiamo subito a nostro agio. La comunità è vicina, non distante come il SSN. Anche il welfare state evoca qualcosa di estraneo, non solo linguisticamente. Invece la comunità è calda e promettente. Anche il PNRR, nel capitolo dedicato alla “Missione salute”, ha individuato nella “casa di comunità” lo spiraglio di soluzione per i problemi che affliggono il servizio sanitario pubblico. La comunità tra partecipazione locale e stato sociale, di Carlo Saitto, è la più recente proposta di affidare alla comunità il ruolo di panacea per la sanità malata (1). La comunità collocata al centro, in una posizione strategica. O anche: “Prima la comunità”, per far proprio il claim programmatico dell’associazione che, in collaborazione con enti del Terzo settore, promuove una nuova concezione della salute e alimenta un laboratorio nazionale “Acceleratore dell’innovazione nelle Case della comunità”. La comunità come soluzione dei mali della nostra sanità, dunque?
Un articolo del New York Times (22 febbraio 2026) ci induce a problematizzare il ricorso alla comunità, mettendo in evidenza anche il suo lato d’ombra. Lo spunto è lontano dalla nostra latitudine. Si tratta di quello che succede in una provincia marginale del Canada. Anche questo paese, dotato di un servizio sanitario classificato come uno dei più efficienti al mondo, sta attraversando un periodo di gravi difficoltà. La prima causa è la scarsità del personale sanitario. Nella regione presa in considerazione dall’articolo un cittadino su quattro non ha un medico di famiglia. Le comunità locali si attivano per porre rimedio, cercando di attrarre i professionisti. Propongono, oltre a bonus economici allettanti, anche benefit fantasiosi: dalla macchina gratuita al “consierge service”, un dipendente a disposizione per risolvere tutti i problemi pratici. Naturalmente c’è la pesca a strascico tra tutti i paesi che possono offrire medici; nel caso del Canada privilegiata è la Nigeria.
Il risultato è che le comunità più ricche attraggono i pochi medici disponibili: provincia contro provincia, città contro città (senza neppure sfiorare il problema di etica globale consistente nel deprivare un paese africano dei professionisti sanitari che ha formato e dei quali ha bisogno!). L’articolo in questione evoca una specie di Hunger Game tra le comunità: sopravvive la più equipaggiata.
Emerge qui il lato meno auspicabile della comunità, quello che si traduce in un’aggregazione di interessi. Il suo slogan è: “Prima i nostri”. Quando questo atteggiamento si riversa nella cura, può dar luogo a una gara per l’accaparramento delle risorse e per assicurarsi priorità. È l’antitesi stessa dello spirito che deve animare la cura. L’articolato mondo della cura ha diversi aspetti. In quello che ha luogo nel mondo familiare – che si esprime soprattutto attraverso i caregiver o persone accudenti – la preferenza data ai propri intimi è strutturale. Ma diverso è lo spirito che deve animare la sanità pubblica. Questa ci induce a distanziarci da particolarismi e preferenze; considera gli esseri umani nella maniera più universale, indipendentemente da nuclei affettivi e di appartenenza.
Il “noi” a cui l’etica ci chiama a tendere è altro rispetto all’enfatizzazione dell’”io”; è quella dimensione che raggiungiamo quando ci innalziamo fino ad abbracciare i “tutti”. Per dirlo con un’espressione linguisticamente più sofisticata: il “noi” in questione dovrebbe essere inteso come una parola sovraestesa, ovvero una di quelle che comprendono inclusivamente anche categorie non menzionate (come succede – in modo problematico – quando la parola “uomo” è utilizzata per includere anche le donne…). Il “noi” al quale si riferisce la preoccupazione per la salute non può rivolgersi solo al alcuni, escludendo altri, qualunque sia il motivo per cui si è tenuti fuori dalla comunità. È per questo che identifichiamo nella medicina, che da sempre ha fatto proprio questo ideale, uno dei vertici più alti del vissuto umano.
Prima di moralizzare il motivo di esclusione di alcuni dall’abbraccio della comunità, attribuendolo a egoismo, ostilità o pregiudizio, è utile mettere a fuoco la complessità antropologica del fenomeno. Collocandolo in un contesto molto più ampio, Marco Aime e Federico Falloppa nel saggio: I morti degli altri (2) si domandano perché non proviamo la stessa empatia per i morti che in qualche modo “non ci appartengono”. Il meccanismo di esclusione identificato ha radici profonde: è quello che fonda l’appartenenza a un “noi” che riconosciamo; e nel quale ci identifichiamo. Adottando il linguaggio specialistico delle scienze sociali, la questione è sintetizzata nel concetto inglese di “otherness”, ovvero di “alterità”; to other equivale a “trattare un gruppo come fondamentalmente diverso da un’altra classe di individui, spesso sottolineandone la radicale differenza”:“Per l’antropologia, l’alterizzazione, ovvero l’attribuzione a qualcuno del ruolo di “altro” per definire e consolidare la propria identità per opposizione, sarebbe un prius antropologico, e la distinzione tra “noi” e “loro”, ciò che è noto e ciò che è sconosciuto, ciò che è familiare e ciò che non lo è, ciò che è benefico e ciò che è dannoso, in breve ciò che è buono e ciò che è cattivo, apparterrebbe a tutti i gruppi e le società in tutte le epoche”. L’alterizzazione ha bisogno di sofisticati processi mentali e sociali per affermarsi. Manipola e guida l’opinione pubblica, produce credenze culturalmente accettate e fa ricorso ad abili impianti retorici. La focalizzazione sull’impegno a produrre il bene dei “nostri” è sicuramente uno di questi. Per questo la comunità rivolta a procurare salute e benessere a coloro che le appartengono, anche se lascia in disparte gli “altri”, si presenta sotto una luce positiva.
Lo scopo delle considerazioni che stiamo sviluppando non è certamente quello di svalutare il ruolo da attribuire alla comunità nella tutela e promozione della salute. Semmai vuol essere un invito a vigilare sulle possibili distorsioni, che hanno luogo quando il “noi” oscura una parte della comunità. L’ampiezza dello spettro che vede la comunità produrre bias discriminatori include molte fattispecie: dalla programmazione sanitaria all’erogazione dei servizi. La comunità che privilegia i suoi – e a questo proposito non possiamo non evocare i pericoli insiti nel progetto politico dell’autonomia differenziata – deve essere controbilanciata da una visione universalistica: quella che il servizio sanitario nazionale non può e non deve cessare di proporre. La comunità come soggetto della cura? Sì, certo; ma senza che venga mai meno ciò che ci aspettiamo dallo Stato. Si tratta di tenere insieme l’attenzione alla vicinanza comunitaria, che evidenzia la diversità, e la difesa del carattere universale e ugualitario dei diritti: in questo caso il diritto di ricevere cura e assistenza sulla base del bisogno.
Anche il saggio di Carlo Saitto è esplicito a questo proposito: “Il territorio ‘comunità’ non può essere considerato un attributo in grado di qualificare qualsiasi struttura e qualsiasi iniziativa”. Non basta, quindi, che un intervento di cura nasca dalla comunità e sia rivolto ad essa per acquisire una connotazione positiva. Tenendo presenti solo gli interessi comunitari, il pericolo è di pervenire a ciò che viene descritto come una “balcanizzazione del welfare di comunità”. Giungendo, dopo un’analisi dettagliata delle iniziative che si presentano come una sanità comunitaria, a delle “conclusioni per incominciare”, Saitto non può che evidenziare la necessità di rendere esplicito il patto che le istituzioni siglano con i cittadini: alla logica paternalistica, che finisce per favorire le diseguaglianze, va abbinata una logica esplicita e condivisa di vantaggio collettivo. Solo così la comunità diventa una risorsa per la cura, e non un tradimento della cittadinanza universale.
Riusciremo a rovesciare il “Prima i nostri” in un programmatico “Prima loro”? È quanto si propone con questo slogan l’associazione finalizzata al superamento del ciclo dell’Io della più recente cultura occidentale. O ancora: la trascurata comunità, giustamente valorizzata, saprà tenere insieme, nel “noi sovraesteso”, i vicini e i lontani, i privilegiati e i negletti? Non si può pretendere che l’AI sappia fare questa scelta; ma l’uomo, vestito della spiritualità di tutti i giorni, sì.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
- Carlo Saitto: La comunità tra partecipazione locale e stato sociale, Il Pensiero Scientifico, Roma 2026.
- Marco Aime, Federico Faloppa: I morti degli altri, Einaudi, Torino 2025.
Articolo su Associazione Salute Internazionale: https://www.saluteinternazionale.info/2026/04/comunita-vs-stato-sociale/