L’ascolto che cura

Book Cover: L'ascolto che cura

Sandro Spinsanti

L'ASCOLTO CHE CURA

Presentazione Sergio Manna

 

La cura delle anime in ambito medico – o pastorale sanitaria, come altri preferiscono chiamarla – ha una lunga storia. La troviamo, accuratamente ricostruita, sul limitare del manuale approntato da Sergio Manna. Il suo saggio ci presenta una panoramica delle varie forme e delle diverse giustificazioni che ha assunto nel corso dei secoli. Non ci stupiamo che questa pratica abbia tanta rilevanza nell’ambito della tradizione cristiana: basta considerare quale spazio occupano le guarigioni nei racconti evangelici. La cura – ancora non distinta tra corpo e anima, né tra competenze professionali diverse – è intrecciata con l’annuncio della “buona notizia”; ancor più, l’ euangelion si presenta sotto forma di corpi risanati, lacrime asciugate, dolori sedati, morti restituiti alla vita. L’attività messianica che fa da sfondo ai Vangeli si può a buon diritto chiamare “riparare i viventi” – in un senso più comprensivo del libro di Maylis de Kerangal (1), dove la riparazione è limitata al trapianto di organi -. Questo è il primo e fondamentale pilastro su cui posa la cura d’anime in ambito sanitario: chi la esercita nel solco del cristianesimo è consapevole che non si colloca ai margini, ma al centro stesso del ministero a cui si sente chiamato dalla religione a cui aderisce. Ma non è tutto: questa specifica cura d’anime deve rivendicare e giustificare un suo specifico spazio nel contesto delle cure mediche. E qui sorgono problemi.

Tradizionalmente vigeva uno schema a due tempi. Dapprima i medici e altri professionisti si impegnavano con tutte le loro risorse a dar scacco alla malattia e a prolungare la vita del malato. A un certo punto, quando si rendevano conto di essere giunti al termine delle loro possibilità, cedevano il campo a chi aveva il compito di occuparsi dell’anima. La frase brutale: “Non c’è più niente da fare: chiamate il prete” (o il pastore, il rabbino ecc.) è entrata a far parte di un lessico molto familiare. Il prete e il medico (2), appunto, si sono suddivisi l’ambito di rispettiva pertinenza. Nel percorso “dai santi guaritori alla bioetica”, come recita il sottotitolo del saggio nell’originale francese, sono avvenuti diversi cambiamenti. Quello che ha comportato maggiori conseguenze per la pastorale sanitaria è una specie di invasione di campo da parte della medicina, che si è sentita investita di compiti tradizionalmente delegati alla cura d’anime.

Il cambio di scenario può essere illustrato dal dramma di Arthur Schnitzler: Il Professor Bernhardi (3). E’ andato in scena a Berlino nel 1912; in Italia il dramma è stato rappresentato per la prima volta al Piccolo Teatro di Milano nel 2005, per la regia di Luca Ronconi. La tela di fondo del dramma è  la revisione delle rispettive competenze della medicina e della religione sulla soglia della morte. La vicenda si svolge in una clinica, diretta dal Professor Bernhardi. Una giovane donna, Philomena, è ricoverata per una setticemia dopo un aborto clandestino. Sta morendo, ma non ne è consapevole. Una infermiera manda a chiamare il cappellano, affinché si occupi della sua anima e le impartisca l’estrema unzione. Il professor Bernhardi si oppone, perché vuole evitare il trauma alla giovane donna. La scena-clou è proprio la contrapposizione tra il medico e il pastore d’anime. Il medico perora l’inconsapevolezza come la migliore scelta per la donna che sta morendo:

La paziente, reverendo, è completamente inconsapevole. Si aspetta tutt’altro che questa visita. E’ invece presa dalla felice illusione che nelle prossime ore qualcuno, che è a lei vicino, si presenterà e la porterà via, per riprenderla con sé – nella vita e nella felicità. Credo, reverendo, che non sarebbe un’azione buona, oserei quasi dire un’azione gradita a Dio, se qualcuno la volesse svegliare da questo ultimo sogno.

Il cappellano, ovviamente, vede la cosa da un’altra angolatura. Si instaura un duro confronto. Mentre stanno discutendo che cosa sia giusto fare, la ragazza muore, disperata, avendo appreso della presenza e delle intenzioni del prete. Il conflitto tra il medico e il cappellano verte proprio sui compiti rispettivi. Il Professor Bernhardi  sostiene che il dovere del medico sia di “fornire una morte felice”. Un altro medico della clinica arriva ad affermare: “Mentire è la parte più difficile e più nobile della nostra professione”.

In bocca ai medici di Schnitzler prendeva forma la rivendicazione di una transizione avvenuta: la morte e il morire erano entrati a far parte del dominio della medicina. Un dominio esclusivo, che i professionisti medici non avrebbero condiviso con altri. Visto dal punto di vista delle persone oggetto di cura, si trattava di un cambiamento sotto il segno della continuità: da un paternalismo all’altro. E il paternalismo medico non aveva niente da invidiare a quello religioso. Si esprimeva con le categorie della cura (“Fare il bene del paziente, in scienza e coscienza”) e della pietas (fornire una “morte felice”). Il paziente non aveva niente da narrare; e la narrazione che i curanti facevano a lui assomigliava piuttosto a un “raccontar storie”. Diagnosi addomesticate, prognosi reticenti, piccole e grandi bugie. Con la partecipazione sollecita e volenterosa dei familiari: loro sì informati, ma coinvolti in una recita tendente a mantenere il malato in quello stato che Kant avrebbe chiamato “una minorità non dovuta”.

Nel cap. VIII Sergio Manna dà conto della trasformazione culturale che ha esiliato la morte e il morire dal discorso pubblico; e quindi ha esautorato la figura dell’uomo di religione che fungeva da guardiano della cerniera tra la vita del corpo e quella dell’anima, tra la salute e la salvezza, tra l’immanenza e la trascendenza. Parallelamente, la medicalizzazione della morte portava il medico al capezzale del morente, sostituendo il prete. Come ha affermato l’autorevole storico Michel Vovelle, nella transizione dal XIX al XX secolo, “i medici, divenuti rappresentanti di un nuovo ‘clero laico’, investiti di una responsabilità maggiore” (4), hanno iniziato a presidiare in esclusiva la fine della vita.

Con l’affermarsi di una medicina “etica”, rivolta a rivendicare la competenza per tutto l’arco della vita umana, è stato eroso il terreno tradizionalmente riservato alla cura dell’anima. Una spinta ulteriore all’emarginazione della pastorale è venuta da quella trasformazione culturale che Zymunt Bauman ha chiamato “il teatro dell’immortalità” (5). Due “decostruzioni” contemponaree – la mortalità diventata morte procurata da cause sempre contrastabili e l’immortalità diventata un presente fatto di momenti – hanno trasformato l’atteggiamento nei confronti di quel segmento della vita riservato a un trattamento da parte della religione. Il cambimento culturale diventa visibile nel fatto che l’intervento delle figure pastorali è stato sempre più procrastinato. Un sacerdote cattolico descriveva così l’evoluzione vissuta personalmente nell’arco della sua attività pastorale: “Quando ero giovane i familiari mi chiamavano dicendomi: ‘Padre, venga, perché il nostro caro sta male e i medici hanno detto che non possono fare più niente per lui; venga, lo conforti, gli amministri i sacramenti’. In seguito l’appello è stato rinviato fino a quando il malato aveva perso le sue facoltà e non era più in grado di capire il passaggio di mano dal medico al sacerdote. Ora sempre più spesso mi capita di sentirmi dire: ‘Venga, è appena morto’”. E’ facile immaginare il malessere di chi, orientato alla cura delle anime, si ritrova confinato all’unzione dei cadaveri…

Né molto meglio si presentava la situazione per pastori di altre confessioni cristiana, meno centrate sui sacramenti e più sulla Parola. Alla cura d’anime era riservato uno spazio residuale, mentre per la medicina diventava quali un titolo d’onore l’accanimento terapeutico. “Abbiamo fatto tutto il possibile” aveva certo una connotazione medica; ma implicava anche la collaborazione dei familiari a un intensivismo terapeutico che sfidava la ragionevolezza e comportava l’impegno a nascondere al malato la realtà della sua condizione. Parallelamente la presenza religiosa diventava sempre più marginale, confinata in ambito solo rituale.

Non è casuale che questo quadro venga coniugato all’imperfetto. Non solo perché era tutt’altro che “perfetto” (anzi, peccava fortemente di riduzionismo biologico!): il tempo verbale imperfetto è giustificato dal superamento di quel modello. La situazione della cura d’anime e pastorale sanitaria è cambiata nel periodo a noi più prossimo: non più figlia di un dio minore, è sempre più considerata figlia legittima di Cura. Il manuale di Sergio Manna documenta il percorso, teorico e pratico, che ha portato a recuperare quanto la medicina aveva messo tra parentesi. La pastorale sanitaria ha saputo creare proficue sinergie con il movimento delle Medical Humanities e attingere alle competenze promosse dalla psicologia umanistica e transpersonale, oltre che dal counseling. Per non parlare della feconda interlocuzione con la Medicina Narrativa. Ha creato percorsi formativi specifici e ha prodotto una rispettabile letteratura. Di tutto ciò Sergio Manna da conto con competenza ed entusiasmo.

Da parte dei credenti, quale ricezione possiamo registrare? La variante più significativa non va forse cercata sul piano della ricerca religiosa o della motivazione di fede. Più importante è la concezione stessa di guarigione che il malato ha fatto propria. Per coloro che aspirano solamente a “tornare come prima” l’unico vero interlocutore è il rappresentante della scienza medica. La salute da recuperare è esclusiva competenza di chi dispone delle conoscenze e dei mezzi terapeutici. Le discipline umanistiche e la figura pastorale non fanno parte del quadro di riferimento.

L’attenzione alla pastorale sanitaria si può invece aprire quando la patologia non può essere totalmente ed efficacemente rimossa e ci si trova costretti a convivere con una perdita consistente del proprio patrimonio di salute. L’epidemiologia afferma che ai nostri giorni solo nel 20 per cento dei casi si realizza una guarigione nella prima accezione di restituito ad integrum, mentre in 80 casi su cento ci si stabilizza nella cronicità e si realizza una “guarigione sufficiente”. In questo orizzonte possono apparire domande di senso e ridefinizioni esistenziali condotte con il supporto della religione. Qui la cura delle anime è perfettamente a suo agio.

Ancor più nei casi – statisticamente certo più rari, ma umanamente molto significativi -  in cui la patologia si apre su quello stato di autorealizzazione che Friedrich Nietzsche chiamava “la Grande Salute”. Quella salute che può convivere con la malattia e con la morte stessa. Per questo percorso, che culmina in una guarigione che è sinonimo dell’essere umano che ogni uomo e ogni donna è chiamato ad essere, la cura dell’anima è lo strumento privilegiato. A servizio di questa guarigione, che è pienezza e compimento, si pone la cura spirituale. I suoi strumenti sono ampiamente illustrati da Sergio Manna, sulla base delle riflessioni disciplinari della pastorale sanitaria e della propria esperienza. Chi pratica la cura dell’anima dalla cassetta degli attrezzi deve saper trarre, volta a volta, la presenza, il tempo dedicato, l’ascolto attivo (sostenuto dalle metodologie del counseling), la diagnosi spirituale (che equivale a decodificare a quale concezione di salute/guarigione aderisce la persona malata), la narrazione, la parola. E soprattutto la Parola.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1. Maylis de Kerangal, Riparare i viventi, Feltrinelli 2015
  2. Georges Minois, Il prete e il medico, ed. Dedalo 2016.
  3. Arthur Schnitzler, Commedie dell’estraneità e della seduzione: Terra sconosciuta, Professor Bernhardi, Commedia della seduzione, Ubulibri 1985.
  4. Michel Vovelle, La morte e l’Occidente. Dal 1300 ai nostri giorni, Laterza 1986.
  5. Zygmunt Bauman, Mortalità, immortalità e altre strategie di vita, Il Mulino 2012.