Madre senza tempo

Book Cover: Madre senza tempo

Sandro Spinsanti

MADRE SENZA TEMPO

Presentazione di Padmah Galantin

 

Una parola a te, lettore, che stai per intraprendere un viaggio di esplorazione al limite estremo del territorio conosciuto. Scoprire il proprio “passaggio a Sud-Ovest”: è la metafora proposta da John Donne, poeta inglese del XVII secolo. Si tratta di raggiungere l’Oriente viaggiando verso Occidente, la travagliata ricerca che ha affaticato i navigatori fino a Magellano:

 

Mentre i miei medici, per loro amore,

son diventati cosmografi, ed io

loro mappa, stesa su questo letto

perché da loro sia mostrato come

io scopra qui il mio passaggio a Sud-Ovest –

per fretum febris, per

questi stretti morire – (1).

 

Il libro che hai appena preso in mano è una guida. Ne hai bisogno se sei un professionista delle cure di fine vita o devi accompagnare, in qualità di caregiver, qualche tuo familiare o intimo in questo percorso. Sarà utile in ogni caso a chi appartiene al genere umano, che ha la morte nel suo prevedibile futuro. Ogni essere umano è iscritto, che gli piaccia o no, a un reggimento destinato a partire all’alba: parola di Dino Buzzati (2). Ecco, dunque, i lettori designati del libro: professionisti sanitari e familiari che assistono i morenti; esseri umani destinati – in un futuro vicino o lontano – a morire. Tutti gli altri possono astenersi dalla lettura…

Che cosa ti aspetta, lettore? Te lo posso confidare, perché ho avuto il privilegio di avere accesso al libro prima di te. Colei che ti farà da guida, una psicologa che lavora in un hospice – una struttura sanitaria dedicata alle cure di fine vita – ti verrà incontro anzitutto con racconti: narrazioni coinvolgenti e appassionate di vita vissuta al capezzale di morenti. L’Autrice fa parte di quella schiera di professionisti della salute che ritengono che quando non si possono più fornire cure che arrestino l’avanzare della malattia – quella situazione che si sente brutalmente descrivere con la sentenza lapidaria: “Non c’è più niente da fare” – ci si possa invece prendere cura della persona che sta percorrendo l’ultimo tratto di strada, accompagnandola con le cure appropriate. Cure palliative, vengono dette: con la consapevolezza che l’aggettivo rischia di portarci fuori strada. Perché la qualifica di palliativo in italiano spetta al contrario di un intervento di provata efficacia. Si ricorre a un palliativo tanto per dar l’impressione di far qualcosa, ma con la sensazione di sollevare una nube per nascondere il vuoto. Quando invece la morte incombe è giunto il momento di fare, di fare molto, anche se non nella direzione dei trattamenti curativi. Sono le cure appropriate alla fase finale della malattia.

Le somministrano equipe formate da diversi professionisti, ognuno con la propria specificità e competenza: ci sono medici e infermieri, attenti a lenire il dolore e a contrastare i sintomi; persone che accudiscono e si occupano dei bisogni fisici più elementari; professionisti che considerano le dimensioni sociali, psicologiche e spirituali dell’accompagnamento. Padmah Galantin nei suoi racconti di cura dà forma concreta a ciò che può fare chi si colloca sul versante della risposta ai bisogni psicologici, intesi in senso ampio. Con un avvertimento importante: sulla soglia finale della vita i confini tendono a confondersi. Stiamo parlando di quelle suddivisioni settoriali per cui i professionisti sanitari si occupano del corpo malato, quando non ancor più riduttivamente delle malattie da combattere, mentre altri professionisti si dedicano ad altre dimensioni del complesso vissuto umano. Non si tratta di creare una specializzazione professionale ulteriore, che si aggiunga a tutte quelle che, per necessità, hanno parcellizzato il percorso di cura. Man mano che la corrente del fiume procede verso la foce, i bisogni perdoni quei confini artificiali con cui li cataloghiamo: del corpo e della psiche, dell’appartenenza sociale e dello spirito.

E soprattutto lo scenario dell’imminenza della morte sovverte l’ordine gerarchico. Ricorrendo al gioco percettivo di figura/sfondo, ci rendiamo conto che priorità che prima erano sullo sfondo – quando, ad esempio, tutto lo sforzo era finalizzato a guadagnare anni, o mesi, o anche solo giorni di vita – nell’imminenza della fine possono recedere sullo sfondo e lasciare il posto ad altri bisogni. I racconti che hanno come oggetto il favorimento del prendere congedo illustrano in modo convincente questo cambio di prospettiva.

Più che il ruolo di una specifica professionalità, emerge dai racconti una funzione: quella che ha come finalità l’accompagnare il processo del morire. E’ quella competenza che Tiziano Terzani invocava come necessaria alla nostra società: come le levatrici ci aiutano a nascere, abbiamo bisogno di chi ci aiuti nel morire (3). E’ questa appunto la competenza delle equipe che accompagnano nel fine vita. L’analogia tra l’assistere al processo naturale del nascere come a quello del morire è presente anche nella testimonianza di una dottoressa che svolge una lavoro analogo a quello di Padmah Galantin: Kathryn Mannix, responsabile di un hospice in Inghilterra. Prendendo lo spunto dall’osservazione di un paziente in fin di vita che sta accompagnando, che sottolineava un’analogia con quanto gli era capitato di vivere in un reparto di maternità dell’ospedale e la situazione che stava affrontando come morente, la dottoressa Mannix conclude:

 

Alla nascita e alla morte abbiamo il privilegio di accompagnare i nostri pazienti e i loro cari in momenti di enorme significato e potenza; momenti che verranno ricordati e raccontati come leggende familiari e, se faremo bene il nostro lavoro, che potranno rassicurare e incoraggiare le generazioni future quando affronteranno da sole questi eventi fondamentali (4).

 

Un’altra inversione del rapporto figura/sfondo che le narrazioni di Padmah fanno emergere è quella tra la persona morente e il suo contesto familiare. Nella prassi medica il malato è considerato indipendentemente dai legami che costituiscono la sua vita. Il modello di cura ospedaliera è costruito su una specie di porta girevole: il malato dentro, i parenti fuori (salvo nei tempi contingentati delle visite). Nel fine vita questo schema è messo in crisi. Non solo – ovviamente – quando lo scenario è il domicilio; anche nelle strutture sanitarie, come appunto l’hospice, il morente torna ad essere un componente di nuclei umani vivi. E non di rado conflittuali. Il malato fa entrare chi si dispone ad accompagnarlo nei suoi territori più nascosti. Il rapporto diventa ben più intimo di quello che permette al medico e all’infermiere di accedere all’intimità del corpo. Basti pensare alle informazioni che circolano tra il malato e i suoi cari: parole o silenzi? Parole oneste o informazioni falsamente rassicuranti? C’è un’alternativa tra la brutalità della cruda informazione e la menzogna, anche se pensata a fin di bene? Nei suoi racconti Padmah ci permette di apprezzare quanto le regole formali – pur espresse da leggi e regole deontologiche – si debbono modellare su una pratica ricca di sfumature. La “conversazione” su questo fronte non è un’applicazione automatica di regole, ma una vera e propria arte.

Che cosa dire e come dirlo; che fare ancora e quando desistere (sfuggendo alla trappola insidiosa del “Si è fatto tutto il possibile”, quando si riduce ad aggiungere sofferenza a sofferenza). Favorire la consapevolezza e guidare a trovare la misura giusta, quella che si colloca tra l’abbandono e l’intensivismo irragionevole. In questi territori, difficili da tracciare, siamo introdotti dalle narrazioni di chi pratica l’arte di accompagnare i morenti. Assisteremo a distanza, mentre Padmah conversa sulle estrema linea del fronte con i morenti e i loro cari, con le parole e i silenzi, con i gesti appropriati, con tutto ciò che sa inventare la cura. La distanza non ci impedirà un profondo coinvolgimento.

Non è tutto. Due altre dimensioni vengono aggiunte alla narrazione. Una è il rimando al back ground teorico, che costituisce la seconda parte di ogni capitolo. Esplicitamente viene fatto riferimento alla psicologia della Gestalt, in cui Padmah Galantin ha personalmente ricevuto la sua formazione e sui cui fondamenti si appoggia. Non aver fretta, lettore: ti verrà spiegato tutto a tempo debito. Per ora basta evocare il contesto, ampio, fornito dalle correnti che amano denominarsi di psicologia “transpersonale”. Sono studiosi della psiche che, invece di demarcarsi sdegnosamente dalle riflessioni sull’uomo e i suoi bisogni che attingono da fonti spirituali, le considerano come un orizzonte da tenere in considerazione. Senza confondersi con la religione e senza avanzare pretese di conoscenze trascendenti alle quali aderire in modo fideistico, mirano tuttavia a esplorare anche un “inconscio superiore”, che si aggiunge a quello su cui si muovono gli psicanalisti di diverse scuole. Tra i bisogni umani che si collocano oltre la sfera della persona, il movimento transpersonale si dichiara disponibile anche a quelli di una vita che si realizza oltre a ciò che si può cogliere ripiegandosi sulla propria persona. La psicologia trans personale si ripropone di studiare la coscienza umana in tutta la portata del suo spettro, dagli stati inconsci a quelli di suprema illuminazione e unione mistica.

Nessun tentativo di attirarci nei territori dell’esoterismo. La dimensione transpersonale è un ambito di ricerca; si rivolge all’esplorazione delle esperienze di trascendimento quotidiano (o peak experiences) e non teme di chiedersi che cosa si vive nei momenti finali della vita. E anche che cosa succede nell’essere umano nel momento supremo che chiamiamo agonia. Invece di rifuggire dall’affrontare la condizione finale del morente, lo psicologo aperto alla dimensione transpersonale considera “la malattia mortale come situazione di crescita”, secondo il sottotitolo proposto dalla traduzione italiana del libro fondamentale di Ken Wilber: Grazia e grinta (5). Basandosi sul racconto della vicenda personale del cammino consapevole verso la morte della giovane moglie Treya, Wilber illustra come la morte possa essere assunta nella coscienza, diventando l’occasione per una suprema dilatazione della coscienza stessa: un processo, appunto, trans-personale.

Qualunque siano le convinzioni e le conclusioni personali, l’accompagnamento fornito da coloro che assumono il ruolo di “levatrici del buon morire” è lo stesso: rispettoso e attento a non far violenza al processo che si compie nel momento del transito. Gli esercizi proposti nella terza parte di ciascun capitolo, attinti dall’arsenale di tecniche psicoterapeutiche, sono finalizzati a farci affacciare al mondo della consapevolezza aumentata, che ci sarà preziosa sia nel ruolo di accompagnatori di morenti, sia come protagonisti personali della transizione dalla vita alla morte.

Ciò significa che, seguendo un certo addestramento psicologico, saremo meglio attrezzati quando verrà la nostra ora? In passato, nel contesto religioso, questa convinzione era diffusa. Si erano create pratiche apposite, come “L’apparecchio alla buona morte” proposto nel XVIII secolo da S. Alfonso Maria de Liguori. L’esercizio di predisposizione mentale alla morte era abitualmente suggerito alle persone devote nel contesto degli esercizi spirituali. Senza però fornire una garanzia assoluta di una morte migliore.

Uno scrittore cattolico ha immaginato una ruvida pagina per sovvertire l’idea ingenua che morire bene sia frutto di un apprendimento. E’ la vicenda che riguarda la morte della superiora nel dramma teatrale Dialoghi delle carmelitane. Per la superiora del convento la morte, come momento di passaggio dalla vita nel mondo alla vita eterna, era l’obiettivo della sua vita stessa. Tutta la sua esistenza era finalizzata a quel momento, che coronava la sua attesa esistenziale e al quale si era costantemente preparata. Eppure, quando la morte si annuncia, la carmelitana si ribella: si aggrappa alla vita con tutte le forze, non vuol morire. La novizia Blanche, che ha visto la scena, è scandalizzata. Una consorella commenta:

 

Chi avrebbe potuto credere che avrebbe penato tanto a morire, che sarebbe morta così male! Si direbbe che al momento di dargliela il buon Dio si è sbagliato di morte, come in guardaroba vi si dà un vestito per un altro. Sì, quella doveva essere la morte di un’altra, una morte non sulla misura della nostra Priora, una morte troppo piccola per lei, e lei non riusciva a infilarne neanche le maniche (6).

 

E’ lecito sospettare che, là dove la religione non riesce a garantire un esito di una morte serena, non ci riescano neppure le pratiche di consapevolezza fornite dalla psicologia. Non  sono disponibili ricette. Morire bene è una sfida: nessuno sa con certezza di poterla vincere. Ma vale la pena mettere in campo tutte le nostre risorse per affrontarla. Per i lettori volenterosi la terza parte di ogni capitolo costituisce una palestra in cui esercitarsi.

Ho ascoltato Padmah nel racconto della sua esperienza professionale e ne sono stato profondamente colpito. Ho maturato due convinzioni. La prima è che la buona morte è favorita da una presenza discreta, da un accompagnamento rispettoso, come quello che lei e gli altri operatori dell’hospice sanno fornire. Sono i professionisti che hanno imparato che la medicina si pratica con due modalità: facendo e astenendosi dal fare ciò che non è appropriato; e sapendo quando è il momento di cambiare passo. Morire nell’abbraccio di professionisti di questo genere è una benedizione impagabile, quello che auguro a me stesso.

La seconda convinzione è che per morire bene bisogna essere sazi di vita. Vita e morte, così contrapposte, sono lo stesso tessuto. Come cercare l’Oriente andando verso Occidente, secondo la metafore di John Donne. Per tornare alla sua poesia:

 

io giubilo, ché in tali stretti vedo

il mio Occidente; ché seppur le loro

correnti non concedono ritorno,

come mi ferirebbe il mio Occidente?

Come Oriente e Occidente in ogni piatta

mappa (e lo sono io) sono una cosa,

la morte tocca la risurrezione.

 

Solo riempiendoci di vita ci prepariamo alla morte. La sazietà è una condizione non sovrapponibile alla quantità cronologica di vita: si può essere vecchissimi e insaziabili; o inversamente: giovani eppure pronti al distacco, avendo la sensazione di aver raggiunto il proprio Oriente. Lo stato d’animo mirabilmente espresso da J. S. Bach nella cantata BWV 82: Ich habe genug (“Ho abbastanza”) non rapporta la sazietà al numero dei giorni vissuti, ma al completamento di un progetto, a un porto raggiunto. Non è la vita in sé che sazia, ma la vita di qualità. Solo questa ci può portare  a poter proclamare, come nella cantata bachiana:

 

Se il mio addio fosse ora

direi con gioia a te mondo:

è quanto mi basta.

Il mio addio si è compiuto

mondo, buonanotte.

 

Il progetto è assolutamente individuale. Perché noi esseri umani siamo “diversi come due gocce d’acqua”, direbbe la poetessa Wislaw Szymborska.

Adesso tocca a te, lettore. Buon viaggio, seguendo il percorso tracciato con mano sicura da Padmah.

 

 

Riferimenti bibliografici

  1. John Donne: “Inno a Dio, il mio Dio, nella mia infermità, in Poesie amorose, Poesie teologiche, Einaudi, Torino 1971, p. 91.
  2. Dino Buzzati: Il reggimento parte all’alba, Ed. Henry Beyle, Milano 2018.
  3. Tiziano Terzani: Un altro giro di giostra, Longanesi, Milano 2004, p. 287.
  4. Kathryn Mannix: La notte non fa paura. Riflessioni sulla morte come parte della vita, Corbaccio, Milano 2018, p. 210.
  5. Ken Wilber: Grazia e grinta. La malattia mortale come situazione di crescita, ed. Cittadella, Assisi 1995.
  6. George Bernanos: Dialoghi delle carmelitane, Morcelliana, Brescia 1952, p.76.