Janus 05 – Oltre il naturale, oltre l’artificiale

Book Cover: Janus 05 - Oltre il naturale, oltre l'artificiale

Sandro Spinsanti

Oltre il naturale, oltre l'artificiale

Editoriale Janus 5 - Primavera 2012

 

LA FATICA DI GUARDARE AVANTI

Le nuove tecnologie hanno già profondamente cambiato le nostre vite e continuano a farlo quotidianamente. La contrapposizione tra naturale e artificiale ha perso di senso, nei fatti, ancora prima che nelle categorie concettuali. Ma il dibattito spesso è ancora fermo al passato.
-Eva Benelli

 

Una dichiarazione recente del ministro per l'ambiente Corrado Clini, che apriva alla possibilità della ricerca sugli Ogm ha immediatamente riacceso il dibattito che, altrettanto rapidamente, si è polarizzato sulle classiche posizioni a favore o contro (in nome della natura).

Più o meno negli stessi giorni, una sentenza della Corte di cassazione ha stabilito anche per le coppie omosessuali il diritto al trattamento riservato alle unioni tra uomini e donne. Tra i commenti successivi immancabile è arrivato il richiamo alla famiglia formata da un uomo e una donna come la sola "naturale".

La strada presa da Janus con il dossier di questo numero è una strada diversa: non pretende di stabilire che cosa sia naturale e che cosa artificiale. Al contrario si interroga proprio sul progressivo svanire di questo confine, sul venire meno, nei fatti della vita quotidiana, della contrapposizione tra natura e cultura.

QUALCOSA È CAMBIATO

Quanto ha modificato le abitudini sessuali il diffondersi della pillola blu da quando è stata scoperta per caso alla fine degli anni Novanta?

Il suo arrivo sul mercato ha provocato molte meno discussioni di un'altra pillola celeberrima, quella anticoncezionale, ma a sua volta sta generando una rivoluzione non trascurabile dei comportamenti. In Italia i farmaci contro la disfunzione erettile sono ormai al terzo posto per volume di spesa (i contraccettivi orali vendono ancora di più) e la geografia dei comportamenti cambia.

L’epidemiologia delle malattie sessualmente trasmissibili per esempio ci dice che la loro incidenza tra gli uomini nella fascia d'età 45-65 anni si è sensibilmente trasformata, arrivando a un incremento di quasi il 10%. Certo forse la pillola blu c'entra fino a un certo punto, e la sessualità maschile è sempre stata più vivace tra gli uomini che tra le donne oltre una certa età, ma l'aumento di diffusione delle malattie veneree, in controtendenza tra i più anziani che tra i più giovani, è lì a testimoniare che qualcosa è cambiato.

LIBERO DI GIOCARE

Bambini e giovani privi di un arto possono prendere parte alle competizioni sportive? Questa domanda non avrebbe avuto senso anche solo pochi anni fa, perché le protesi o comunque i dispositivi per consentire il recupero di una certa attività motoria non avrebbero mai permesso il confronto con un impegno agonistico.

Ma oggi non è più così e se Oscar Pistorius prende parte agli internazionali di atletica, anche sui campetti di calcio di tutti i giorni qualche bambino può pensare e pretendere di giocare lo stesso. Con una protesi.

Pistorius non è stato accolto senza polemiche e per far giocare il tredicenne italiano Missori c'è voluta una modifica del regolamento. Ma sono segni di normalità: se ne discute perché è possibile. Perché le moderne protesi sono così perfezionate da superare il confine tra naturale e artificiale e, tutto sommato, anche tra salute e malattia.

NASCERE IN ACQUA E MANGIARE BIOLOGICO?

Confine sfumato tra naturale e non naturale (se non propriamente artificiale) anche sul fronte del cibo biologico. La disponibilità di noi abitanti delle società più ricche a spendere fino al doppio pur di avere sulla tavola un cibo cui attribuiamo un valore intrinseco maggiore perché lo consideriamo non solo più sano, ma anche più vicino alla natura, si scontra purtroppo con la realtà dei fatti. La sostenibilità ambientale di alcune produzioni è tutta da dimostrare se per arrivare fino a casa nostra devono percorrere migliaia di chilometri e, forse, non è davvero necessaria l'epidemia di Eschehrichia coli del cetriolo tedesco per scoprire che non tutte le procedure naturali mettono al sicuro da rischi.

E che dire del paradosso italiano dell'esperienza del parto: da un lato regioni come la Campania hanno reso da tempo "naturale" il cesareo praticandolo in un caso su due con evidente non appropriatezza. Ma l'Italia è anche un Paese dove comunque le donne si battono per demedicalizzare l'esperienza della nascita e, magari, cercano anche di organizzarsi per partorire in casa o, addirittura, in acqua. Che cosa è più artificiale, allora: battere il record europeo di nascite in sala operatoria o fuggire così lontano dalla medicalizzazione da partorire da sole in casa, magari in acqua?

SULL'ORLO DEL FUTURO

Ma sono i biomateriali a spostare il confine ancora più in là, sia che si ragioni di strutture come l'esoscheletro che permettono di muoversi alle persone con gravi deficit, ma anche di trasformarsi in potenziali supercombattenti. Sia che si lavori, come fa la biologia sintetica, alla produzione di nuovi microrganismi da utilizzare come fonti di energia a minimo impatto ambientale. In questo settore, che è già realtà, la contrapposizione tra naturale e artificiale perde definitivamente di senso, tanto che le discussioni riguardano piuttosto le logiche dei brevetti o i limiti non della ricerca, ma dei criteri d’utilizzo delle nuove scoperte. Ed è qui che il dibattito si fa, davvero, interessante.

Janus 04 – Tra scienza e diritto: caccia al colpevole?

Book Cover: Janus 04 - Tra scienza e diritto: caccia al colpevole?

Sandro Spinsanti

Tra scienza e diritto: caccia al colpevole?

Editoriale Janus 4 - Inverno 2011

 

PROVE TECNICHE DI DIALOGO

Logiche forti e non abituate al confronto erigono facilmente steccati invalicabili. Così quando la scienza incontra il diritto non è improbabile finire con la ricerca di un colpevole. Gli esempi, anche recenti, non mancano di certo. Per fortuna ci sono anche segnali nella direzione opposta.
-Eva Benelli 

 

Nelle trentasei ore scarse prima che l'infelice comandante Schettino si palesasse agli occhi della comunità nazionale e internazionale come la figura scellerata, l'icona del colpevole perfetto, la macchina mediatica aveva fatto in tempo a parlare di "ritardo nei soccorsi". È un classico: potremmo dire, anzi, che in Italia i soccorsi sono in ritardo fino a prova contraria. Nella drammatica vicenda del naufragio dell'isola del Giglio, con una giravolta di 180 gradi, le accuse di ritardo si sono poi velocemente trasformate negli elogi alla capacità e all'efficienza di chi ha condotto le operazioni da terra. Trovato il colpevole, trovati gli eroi, la narrazione del naufragio scivola quindi negli schemi più consolidati delle cronache delle emergenze.

Non è diverso il clima narrativo di un'altra emergenza raccontata su questo numero di Janus: il terremoto de L’Aquila. In questo caso i "colpevoli" sono stati Indagati. La notizia del processo ai geologi italiani ha fatto il giro del mondo (la rivista Nature ci ha dedicato la copertina) e la vicenda, assai complessa, è tuttora aperta. Ma quello che ci interessa qui è l'inestricabile intreccio tra il portato scientifico, gli aspetti della comunicazione e l'ingresso a gamba tesa delle autorità giudiziarie non per ricostruire le responsabilità di chi ha costruito tanti edifici non antisismici in una delle aree più a rischio d'Italia, ma per censurare una condotta che dovrebbe avere alle spalle solo motivazioni tecniche. «l terremoti non si possono prevedere, come si possono accusare i tecnici di omicidio colposo?» si chiede la comunità degli esperti. Dall'altra parte l'accusa si fonda non tanto (o non solo) sulla mancata capacità di previsione, ma sul non avere considerato fino in fondo i rischi e, soprattutto, sul non aver saputo gestire la comunicazione verso la popolazione de L’Aquila.

LE MALE PIANTE DELLA DIFFIDENZA E AMBIGUITÀ

Ecco, sono questi due aspetti della modernità quelli che Janus ha voluto indagare con il dossier di questo numero: la facilità con cui oggi chiunque può disporre di informazioni, comprese le informazioni più tecniche e specialistiche, e l'enorme difficoltà di dialogo tra la comunità scientifica e le altre comunità. Nel terreno di questo dialogo difficile, a volte inesistente, prosperano le piante della diffidenza e dell'ambiguità.

Un esempio clamoroso e recentissimo è la polemica intorno alla presentazione delle nuove linee guida dell'Istituto superiore di sanità sul trattamento dell'autismo. In anticipo di una giornata sull'evento scientifico, un gruppo di parlamentari, in una sede istituzionale, ha organizzato una conferenza stampa per criticare il documento (non ancora disponibile a tutti). La critica, paradossalmente per chiunque pratichi la scienza, risiede proprio nel fatto che il lavoro (rigoroso e serio come hanno riconosciuto gli stessi promotori dell'iniziativa) non ha tenuto conto di altri approcci e iniziative che ancora non dispongono di dimostrazione di efficacia.

L'ambiguità, ci sembra, sta nel fatto che questa iniziativa che mette in discussione lo strumento più forte e l'unico criterio indiscutibile di scelta, quello della dimostrazione di efficacia di un trattamento, sia sostenuta in nome dei pazienti e dei loro familiari.

IMPARARE A CONFRONTARSI

Ma se il potere politico e quello giudiziario sembrano procedere (talvolta?) ignorando i presupposti del metodo scientifico, anche sul piano del confronto tra i diritti le cose non vanno proprio benissimo. Del tutto fuori luogo d sembra, infatti, la contrapposizione tra il diritto alla privacy e il diritto alla salute, che vede da una parte il complesso di disposizioni che tutelano la riservatezza dei dati personali, e dall'altra la necessità di disporre delle informazioni indispensabili per seguire i pazienti di oggi e per fare ricerca a beneficio dei pazienti di domani. Il diritto alla privacy oggi sembra prevalere nella maggior parte dei casi, mettendo in crisi anche attività consolidate come i registri tumori o la continuità dell'assistenza. Salvo poi scoprire che queste norme stringenti non valgono ai fini amministrativi dove gli stessi dati vengono invece utilizzati.

Un altro paradosso, che però crediamo debba far riflettere: se le ragioni amministrative pesano di più di quelle scientifiche forse è anche perché queste rimangono più oscure e difficili da comprendere. Il mondo scientifico continua a far fatica a rappresentarsi agli altri.

Per questo ci sembrano interessanti e promettenti per il futuro alcune esperienze come il dibattito, affrontato anche dai mass media, sull'opportunità di intervenire su uno degli aspetti fondanti del metodo scientifico: la trasparenza dei risultati. Le ricerche sulle mutazioni del potenzialmente pericolosissimo virus H5N1, sono al centro di questa discussione, tuttora aperta. Ma anche episodi numericamente più limitati possono avere la forza di innescare il cambiamento, come quella che ha visto allo stesso tavolo discutere genetisti, filosofi, magistrati e avvocati.

 

Janus 03 – Egualmente diseguali

Book Cover: Janus 03 - Egualmente diseguali

Sandro Spinsanti

Egualmente diseguali

Editoriale Janus 3 - Autunno 2011

 

L'UGUAGLIANZA CHE FA DISUGUALI

Applicare lo stesso criterio a persone diverse non è un principio di uguaglianza, ma il suo contrario. La strada dell'equità nella salute passa per il riconoscimento e la presa in carico delle differenze. Una strada difficile in un mondo sempre più complesso e che l'attuale approccio alla crisi rischia di far saltare del tutto.
-Eva Benelli 

«Esistono almeno due "uguaglianze". Una che tratta gli uomini "come se fossero uguali" e una che li tratta con equità a partire dalle loro effettive differenze». Ce lo ricorda il filosofo del diritto Ronald Dworkin nel suo saggio Virtù sovrana. Teoria dell'eguaglianza (pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2002).

L'uguaglianza - ci ricorda ancora Dworkin- è strettamente connessa alla distribuzione equa di risorse: una distribuzione i cui criteri di equità sono tali solo se sono in grado di prendere in considerazione i desideri e le diverse aspettative delle persone, legittimamente protetti e garantiti dalle istituzioni.

Nulla di più lontano dal dibattito e dalle prassi di questi mesi, in cui la crisi infuriante ha stravolto ogni criterio di rispetto e di solidarietà e in cui l'approccio nell'affrontare le scelte, sicuramente difficili, per conseguire l'abbattimento del debito non ha tenuto conto nemmeno lontanamente della cultura dell'equità. Così la filosofia dei "tagli lineari" ha esacerbato le diseguaglianze, portando peraltro all'esplosione delle difese corporativistiche del tutti contro tutti. Un esempio facile e immediato è quello dei ticket: i 10 euro sulle prestazioni specialistiche e le visite mediche, approvati con la manovra della scorsa estate, teoricamente uguali per tutti, si sono immediatamente trasformati in un patchwork di diversità da nord a sud e da est ad ovest. C'è chi non paga, chi paga in parte e chi paga del tutto.

VALUTARE L'APPROPRIATEZZA

Ma al di là della crisi e delle sue conseguenze, interrogarsi sulle diseguaglianze nell'accesso alle cure è sempre stato parte integrante di un sistema sanitario universalistico come il nostro. In un processo continuo di tensione verso il miglioramento e di analisi dei presupposti che devono garantire le cure migliori per tutti. I processi di autoanalisi e autovalutazione non sono semplici e spesso non sono nemmeno graditi, partire dai risultati di valutazione e trasferirli in interventi di miglioramento del sistema è un'operazione complessa.

Uno dei cardini è la valutazione dell'appropriatezza e dell'efficacia degli interventi erogati, sappiamo infatti che tra le diseguaglianze che maggiormente colpiscono i cittadini del nostro Paese, la difficoltà di accesso a cure efficaci e appropriate è forse la più frequente. Solo il 34% degli atti clinici effettuati negli ospedali sarebbero da considerare davvero efficaci, mentre del 51% non sono disponibili conoscenze scientifiche di efficacia. Ancora peggio: questa distanza si allarga per effetto della velocità con cui si produce nuova conoscenza in medicina e, parallelamente, della lentezza con cui i sistemi delle cure rispondono dal punto di vista organizzativo.

QUANDO SAPERE NON BASTA

Portare i cittadini a conoscenza delle diverse performance di ospedali e medici è un principio di equità e trasparenza da cui si attende un impatto positivo sulla riduzione delle diseguaglianze. Probabilmente vero, teoricamente vero. La letteratura infatti dimostra che accanto alla crescente domanda di maggiore trasparenza dell'universo sanitario, i cittadini spesso non traggono le opportune conclusioni, o almeno non lo fanno solo sulla base di scelte di pura razionalità.

Altri fattori sociali ed economici entrano in scena nell'orienta re i comportamenti. Per esempio l'offerta di servizi, che oggi sempre di più passa anche attraverso Internet. I gruppi di acquisto on line promuovono un marketing sanitario sempre più esplicito e centrato sul costo più basso, a prescindere dal fatto che ci sia o meno bisogno di quella certa cura. Molto prima, quindi, di qualsiasi considerazione di appropriatezza. All'estremo opposto si collocano gli stranieri in terra straniera, gli immigrati (in regola o meno con il permesso di soggiorno) per cui l'accesso alle cure spesso è in salita per le difficoltà non solo di sapere, ma di comprendere le logiche e le modalità della nostra assistenza sanitaria. In questo scenario il pacchetto sicurezza del 2009 che prevedeva di imporre l'obbligo di segnalazione da parte dei sanitari degli immigrati clandestini ha rischiato di far saltare uno dei presupposti fondamentali della tutela della salute collettiva. Un esempio, totalmente in negativo, di particolarismo.

Allora la reazione del mondo sanitario è stata immediata ed efficace e ha ottenuto lo stralcio della norma dal pacchetto sicurezza. Ma le diseguaglianze non sono finite: l'attenzione prestata a livello locale alla salute delle popolazioni immigrate è spesso un miscuglio di indifferenza e ambiguità.

Infatti è la vera presa in carico delle persone e delle loro esigenze di salute una (forse la sola) strada per il contrasto alle diseguaglianze: ce lo dimostra il successo del programma screening mammografico a Firenze, che in dieci anni è stato in grado di modificare la sopravvivenza delle donne colpite dal tumore al seno. Anche di quelle dei gruppi più disagiati.

Janus 02 – Governo clinico: sudditi o protagonisti?

Book Cover: Janus 02 - Governo clinico: sudditi o protagonisti?

Sandro Spinsanti

Governo clinico: sudditi o protagonisti?

Editoriale Janus 2 - Estate 2011

 

ALLA BASE C'È UN CONSENSO (DAVVERO) INFORMATO

Il malato: suddito o cittadino? la contrapposizione è chiara; evoca intuitivamente scenari opposti, che generano relazioni molto diverse tra professionisti sanitari e coloro che ricorrono ai loro servizi. Non altrettanto chiara, in ambito sanitario, è la differenza tra governo (clinico) e governance.
-Sandro Spinsanti

 

Governo clinico e governance: una traduzione approssimativa li considera come sinonimi. Si tratta invece di due modalità irriducibili l'una all'altra di prendere delle decisioni.

Il concetto di governance indica l'interconnessione tra gruppi di interesse e altri soggetti informali, da una parte, e autorità pubbliche, dall'altra.

Presuppone una nuova idea di cittadinanza, come risposta alla complessità globale. Il perseguimento degli obiettivi che ci si propone richiede una forma di partnership tra la pubblica amministrazione e la società civile. Ciò vale per tutte le politiche sociali, quelle sanitarie in particolare.

PAZIENTI, CONSUMATORI, CLIENTI

La governance promuove relazioni alternative al tradizionale governo, così come lo ha teorizzato Max Weber, basandolo sulla legittimazione di tipo legale-razionale e come in ambito medico è stato praticato dalle professioni sanitarie. Allo stesso tempo la governance è diversa dall'approccio consumista ai servizi sanitari. Questo intende il ruolo dei pazienti come consumatori e clienti del sistema sanitario: il compito di decidere è affidato al paziente-cliente, che con le sue scelte legittima i consumi (anche per la sanità si affaccia il modello supermercato, retto dallo slogan: più potere ai consumatori).

La governance si colloca tra i due estremi di una sanità governata dall'alto in modo autoritario o governata dal mercato.

Nell'ambito specifico della sanità, la governance richiede nuove forme di partnership tra la pubblica amministrazione e i soggetti sociali per produrre insieme le politiche sanitarie.

Seguendo la metafora del supermercato, possiamo dire che il cittadino non può essere ridotto al ruolo di cliente che sceglie tra le merci disposte sugli scaffali. Il cittadino ha qualcosa da dire su che cosa esporre negli scaffali; su chi ha diritto di accedere al consumo secondo il principio dell'equità; sul modo in cui viene presentato il prodotto.

Per appoggiarci a una definizione più formale, possiamo riferirei a quella offerta da Grilli e Tarmi (Il governo clinico, il pensiero scientifico, Milano 2004), che definiscono il governo clinico, nel senso della governance, come il «tentativo di trovare un approccio integrato al problema della qualità dell'assistenza, riconoscendo che non si tratta solo d'intervenire sulle singole decisioni cliniche per orientarle verso una migliore appropriatezza, ma anche di fare in modo che i sistemi assistenziali nel loro insieme siano orientati verso questo obiettivo».

LA QUESTIONE DEL CONSENSO

In questo ampio contesto possiamo collocare la questione del consenso informato. Esso è subalterno alla definizione del potere in medicina, esercitato secondo la modalità contrapposta del governo o della governance.

L'esercizio della medicina presuppone il riconoscimento al medico del potere di curare; nel tempo, tuttavia, questo potere ha cambiato forma ed espressioni.

Mutuando dalla genetica un termine che, mentre connota il potere come patrimonio ereditario dell'arte medica, rimanda a possibili espressioni fenotipiche molto diverse le une dalle altre, si potrebbe dire che questo potere ha subito traslocazioni, nel senso di ricollocazioni in punti diversi.

Nel modello tradizionale, che a ragione è chiamato ippocratico, il medico esercita sul malato un potere esplicito, senza complessi di colpa e senza bisogno di giustificazioni. Il potere si regge intrinsecamente sulla finalità che lo ispira: è esercitato per il bene del malato.

Il MODELLO IPPOCRATICO

Rodrigo De Castro, medico del diciassettesimo secolo, nel suo trattato Medicus politicus arriva ad affermare che, come il sovrano governa lo Stato e Dio governa il mondo, il medico governa il corpo umano. Si tratta di un potere assoluto, in cui chi sta in posizione dominante (one up) determina in modo autoreferenziale che cosa è autorizzato a fare a beneficio di chi sta in posizione dominata (onedown).

Nel caso specifico della medicina, il medico stabilisce la diagnosi, indica l'opportuna terapia e la esegue senza bisogno di informare il malato e senza necessità di ottenere un serio consenso, se non quello implicito nell'affidamento fiduciale. Nessun dovere esplicito gli richiede di dar conto al malato né della diagnosi, né della terapia prescritta. Obblighi di informazione e di coinvolgimento nelle scelte sussistono invece nel confronti dei familiari del paziente, che sono i veri interlocutori del medico e sottoscrivono con lui l'alleanza terapeutica.

Questo modello, che costituiva la spina dorsale dell'etica medica, è stato in vigore in Occidente ininterrottamente per venticinque secoli.

LA MEDICINA MODERNA

La buona medicina poteva e doveva interrogarsi se le decisioni prese in scienza e coscienza fossero giustificate dalle conoscenze mediche e se fossero davvero orientate al miglior interesse del malato, ma non richiedeva al medico di includere (e preferenze del paziente tra gli elementi che determinavano le decisioni. La volontà stessa del paziente era, al limite, irrilevante, qualora il medico fosse in grado di far valere il suo punto di vista, cui veniva riconosciuto il peso della competenza professionale. La modernizzazione della medicina, avvenuta nell'arco temporale di pochi decenni del ventesimo secolo, ha messo in crisi il modello tradizionale del potere medico. Le radici del cambiamento di paradigma affondano nella rivendicazione di un potere di autodeterminazione da parte dell'individuo sulle decisioni che riguardano il suo corpo. In medicina il cambiamento è stato registrato due secoli dopo la sua teorizzazione e con molto ritardo rispetto ad altri ambiti della vita; ma alla fine ha avuto luogo.

LA FINE DELLA DOMINANZA MEDICA

Utilizzando categorie sociologiche, possiamo parlare della fine della dominanza medica, traduzione italiana dell'espressione coniata e diffusa dal sociologo delle professioni sanitarie Eliot Freidson nel 1970 e che presupponeva l'interazione tra soggetti di livello culturale diverso resa possibile dalla partecipazione allo stesso processo sociale.

In concreto, i medici si rapportano ai pazienti all'interno dei vincoli posti dal sistema finanziario e organizzativo in cui svolgono la loro attività professionale, mentre le persone che cercano aiuto lo fanno sulla base delle loro conoscenze e della loro percezione del problema.

Nell'analisi di Freidson, tutte le variabili del rapporto medico paziente vanno collocate entro il contesto di interazione sociale garantito dal professionismo. La professione controlla, direttamente o indirettamente, le sue istituzioni formative e le certificazioni dei suoi membri, garantendo loro, con il sostegno dello Stato, il monopolio nello svolgimento di un insieme specifico di compiti e funzioni. Dal momento che i professionisti controllano il proprio lavoro, le professioni creano interazioni sociali diverse da quelle che sostengono il libero mercato, in cui sono i consumatori a esercitare il controllo, o da un sistema burocratico, dove il lavoro viene controllato dai manager.

Ora è proprio questa dominanza professionale che si è andata progressivamente sfaldando nell'ambito della medicina. Ciò ha portato alla crisi del modello di rapporto medico paziente che avevamo ereditato dal passato.

IL CONFLITTO SI DELINEA

Il passato e il presente sono in rotta di collisione. Infatti il modello forte di responsabilità non si può più coniugare con la cultura moderna.

Il conflitto che si delinea sta scuotendo equilibri secolari nell'ambito dell'etica che re gola la medicina: i valori etici che sono stati veicolati dalla concezione sacra le e da quella libero professionale devono confrontarsi oggi con una società in cui non c'è più, da una parte, una persona che in forza della sua dedizione è vincolata da obblighi quasi unilaterali, come l'impegno a orientarsi a fare il bene del malato anche contro il proprio interesse, e, dall'altra, un malato, visto unicamente sotto l'angolatura del suo stato fragile e di bisogno.

Il sanitario ha di fronte un altro individuo, con il quale entra in un rapporto di responsabilità condivisa, che assomiglia sempre di più alla responsabilità debole, cioè a quella giuridica.

LONTANI DA UNA GOVERNANCE

Un documento ufficiale del Comitato nazionale per la bioetica (Informazione e consenso all'atto medico, 1992) descrive questa transizione con parole molto appropriate e pertinenti al tema della responsabilità: «Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società. Si ritiene tramontata la stagione del paternalismo medico, in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato a esplicare nell'esercizio della professione, legittimato ad ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente e a trasgredirle quando fossero in contrasto con le indicazioni cliniche in senso stretto». Il consenso informato è il luogo critico dove si traduce in questa nuova modalità di fare medicina pratica.

In che misura e attraverso quali modalità il modello moderno è entrato nella cultura sanitaria di oggi?

Dobbiamo riconoscere che la porta d'ingresso non è stata l'adesione al modello di rapporto sotteso alla modernità, ma piuttosto una reazione difensiva al contenzioso giudiziario e all'aggressione da parte dei pazienti, diventati esigenti. L'equazione implicita in tanta pratica quotidiana di ciò che viene chiamato consenso informato è riconducibile alla convinzione: paziente informato, medico salvato. Finché sarà questo il presupposto, saremo ancora in un regime di governo (autoritario) del paziente, culturalmente lontani dal modello della governance.

Janus 01 – Le trame della cura

Book Cover: Janus 01 - Le trame della cura

Sandro Spinsanti

Le trame della cura

Editoriale Janus 1 - Primavera 2011

 

LAICITÀ E INTERDISCIPLINARITÀ

Quale orizzonte possibile è in grado di garantire un paradigma narrativo piuttosto che un paradigma come dogma? Un buon punto di partenza consiste nel riconoscere la legittimità della coesistenza di teorie differenti. Nessun modello teorico può considerarsi in sé esaustivo, né ci sono prospettive da respingere integralmente.
- Stefania Aprile

 

I recenti dibattiti in tema di etica ci hanno offerto scenari segnati da dispute improduttive destinate a rivendicare visioni dell'esistenza contrapposte, unilaterali e apparentemente irriducibili. Questa contesa tra ideologie ha sottratto uno spazio importante all'argomentazione morale, dispensando i diversi schieramenti da un'importante funzione di responsabilità, quella di fornire un'opportunità per chiarire dei dubbi e potersi confrontare in modo consapevole e informato con una realtà complessa, intima e che al contempo comprende la libertà dell'altro.

Il riconoscimento di questa inosservanza e la coerente necessità di aderire a una posizione etica connotata da un atteggiamento non dogmatico, disponibile al dialogo e al confronto si raffigura come un compito di visibile rilevanza etica. Occorre pertanto, prima di tentare di definire un modello di appartenenza in termini di una concezione oggettivante, cominciare a delineare una tessitura immaginaria la cui trama viene composta sull'impegno morale alla disposizione dialogica ed ermeneutica.

Il PARADIGMA ETICO NARRATIVO

Certo non si può ragionevolmente sostenere di poter assumere una posizione super partes. Ognuno di noi è inevitabilmente coinvolto nella ricerca di una corrispondenza significativa all'interno un'angolazione paradigmatica.

Si tratta allora di delineare un punto di vista prospettico dove le posizioni e le opinioni vengono argomentate per poterne comprendere la validità e i limiti. Vanno individuati i parametri di un paradigma etico narrativo e dialogico piuttosto che dogmatico, in grado di tradursi in termini di bene comune e di offrire strumenti per un approfondimento etico che possano facilitare l'orientamento su una scelta.

E si tratta altresì di approfondire una riflessione che riguarda anche la politica sanitaria, che ci spinge a capire la relazione tra queste tematiche e la salute pubblica.

Quale orizzonte possibile è in grado di garantire un paradigma narrativo piuttosto che un paradigma come dogma?

Nessun modello teorico può considerarsi in sé esaustivo, né ci sono prospettive da respingere integralmente.

Dell'utilitarismo può venire riconosciuta la validità in determinati contesti, dalla carenza di risorse in politica sanitaria alla formulazione di giudizi morali che riguardano la qualità della vita.

Allo stesso modo possiamo sentirci distanti dalle concezioni dei deontologisti, ma c'è chi tra questi sancisce l'importanza dell'argomentazione morale.

Spingendoci oltre potremmo dire che formulazioni di qualità della vita o di sacralità della vita sulla quale si contestano schieramenti opposti, non sono in grado di riflettere alcuna valenza assoluta rispetto al vissuto esistenziale che intendono evocare.

Dovrebbero essere considerate dei fuzzy sets le cui code di significato non possono venire svincolate dalle moltitudini di elementi che le collegano alla realtà.

COESISTERE NELLA DIFFERENZA

Occorrono più prospettive teoriche per poter approssimare un'immagine del reale. Che non vuol dire adottare un atteggiamento di passiva indulgenza, quanto valutare il connotato etico relativo al riconoscimento del carattere strettamente personale di ogni scelta.

Si tratta di considerare adeguatamente le differenze, di genere, culturali, o anche religiose poiché in questo risiede il carattere autenticamente laico di un atteggiamento antidogmatico. Questa complessità del mondo si riflette nella varietà e nella pluralità dei modelli etici.

Sostenere che esistono diverse forme di spiritualità anche tra i credenti e che ognuno segue in coscienza la cifra con la quale crede e opera concretamente disegnandosi la modalità di uscita dalla vita che gli sembra più carica di senso, anche religioso, mostra maggiore laicità di chi invece respinge ogni argomentazione che riguardi questo aspetto.

C'è un aspetto importante della bioetica: la sua natura interdisciplinare, che richiede che nei suoi dibattiti vengano coinvolte le varie competenze.

 

SCIENZA SENZA DOGMI

Sui termini laico, laicità, laicismo nel nostro paese si produce da tempo un dibattito e una battaglia culturale aspra di cui forse è bene tenere conto. Va forse adottato un punto di vista laico anche sulla definizione di laicità? Un dialogo schietto, per discutere insieme le linee guida della rivista.
- Caterina Botti e Giuseppe Traversa

 

Traversa: L'economista Von Mises ha affermato: «science never tells a man how he should act, it merely tells how a man must act if he wants to attain definite ends».

Non è immediato riportare in italiano la frase, in modo da rendere al meglio il senso della contrapposizione fra il generico suggerimento comportamentale e l'azione che deve essere intrapresa per raggiungere un determinato scopo.

Forse oggi, passati oltre quarant'anni da quando Mises faceva questo genere di asserzioni, sarebbe necessario aggiungere una precisazione.

Nell'indicare le azioni indispensabili a raggiungere un determinato scopo bisognerebbe aggiungere i margini di errore noti, i possibili errori sistematici, l'incertezza delle stime.

Mi trovo a disagio, oggi, quando sento dire che ci troviamo in un'epoca in cui prevale l'atteggiamento dogmatico, non solo in chi si schiera in dispute religiose, filosofiche e politiche, ma anche in chi si appella all'autorità della scienza per risolvere gli stessi problemi. Non mi è chiaro a quali questioni si faccia riferimento.

Botti: C'è il rischio di banalizzare tutto il confronto politico, filosofico e religioso, trattandolo alla stessa stregua di una discussione meramente ideologica e improduttiva.

Se, come sembra dalle parole di Satolli, vogliamo sostenere l'importanza delle ragioni e degli argomenti per i punti di vista che si vogliono proporre, forse allora filosofia e teologia hanno qualcosa da dire.

O si tratta piuttosto di partire dalla sola esperienza narrata, dal basso, come vorrebbero alcuni bioeticisti?

T: In che modo la scienza può essere dogmatica? La libertà individuale sta sempre al primo posto. Sono le scelte di ciascuno a mettere in atto determinate azioni. Non è compito della scienza dire se si debba o meno mangiare una tavoletta di burro al giorno, aggiungere sale al sugo senza fare economia, assumere un antiipertensivo o sottoporsi a una colonscopia.

Compito della scienza è quello di spiegare quali siano gli effetti attesi sulla salute, in termini di effetti desiderati ed effetti avversi di alcune azioni, insieme agli inevitabili margini di incertezza delle stime a disposizione.

B: Ci sono scelte che, alla fine, restano diverse, personali. L'inizio e il fine vita, la cura della propria salute, sono opzioni morali che vanno tutelate come elementi importanti in un atteggiamento laico.

Altrimenti si perde una dimensione importante della laicità, almeno per come io la intendo, e cioè la garanzia alla convivenza di punti di vista, teorie, paradigmi diversi, la tutela delle scelte di ciascuno.

La ricerca di risposte negoziate valide per tutti è solo un modo di intendere la laicità. Richiamare il dialogo, la comprensione e la negoziazione non significa che sempre si debbano trovare soluzioni o risposte che vanno bene per tutti. Piuttosto significa richiamarsi a uno sforzo di consapevolezza nel confronto tra cittadini prima che di ricerca di risposte comuni.

T: Non dimentichiamo che per rendere operativa una libertà di scelta servono anche altre condizioni di contorno.

Ad esempio la possibilità di effettuare o meno un trattamento medico è subordinata all'equità di accesso alle cure.

Il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a garantire trattamenti di dimostrata efficacia, e quindi la libertà di scegliere anche fra tipologie di trattamento non riconosciute diventa operativa solo se si dispone delle risorse necessarie. Di nuovo, anche in questi casi il contributo della scienza è quello di aiutare a chiarire in cosa consistano i diversi livelli di efficacia di un intervento. La scienza al più analizza gli effetti attesi sulla salute nel sistema di accesso (disuguale) ai servizi sanitari.

Fra i suoi compiti non rientra certamente quello di definire dove porre l'asticella del livello di efficacia da rimborsare o dei servizi da garantire in modo universale.

B: Sui termini laico, laicità, laicismo nel nostro paese si produce da tempo un dibattito e una battaglia culturale aspra di cui forse è bene tenere conto. Va forse adottato un punto di vista laico anche sulla definizione di laicità?

La cura con parole oneste

Book Cover: La cura con parole oneste

Sandro Spinsanti

La cura con parole oneste

Oneste o menzognere, dirette o restie, rispettose o brutali le parole sono parte essenziale della cura: possono potenziarla o comprometterla. Le parole della cura sono comunque parole difficili da pronunciare, e per questo richiedono delicatezza, equilibrio e soprattutto onestà.

Utilizzando proprio il criterio dell’onestà, Sandro Spinsanti esamina le “conversazioni” che si svolgono nei diversi scenari del percorso di cura: l’ambito familiare, che precede e accompagna la cura affidata ai professionisti; il contesto clinico in cui hanno luogo gli scambi verbali; quello sociale del sistema pubblico dei servizi sanitari.

Da questa analisi, condotta con lo stile ironico e colto a cui Spinsanti ci ha abituati, emerge con chiarezza il concetto che le parole oneste sono quelle che presuppongono un ascolto e che possono nascere solo in una conversazione che coinvolga tutti coloro che partecipano al processo di cura (professionisti sanitari e reti sociali, familiari e intimi dei pazienti), gestendo le differenze e facendo parlare tra loro mondi morali diversi.

Se a incontrarsi sono cittadini informati e consapevoli e medici competenti tanto nelle scienze biomediche quanto nelle medical humanities, è possibile praticare una medicina diversa, con una qualità etica positiva, che sia anche un prezioso punto di partenza per contrastare l’uso sempre più diffuso di parole malate. Perché se c’è un luogo in cui le parole devono rinunciare a essere armi contundenti e diventare veicolo di civiltà è proprio là dove la corporeità mostra la nostra fragilità.

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Janus 35 – Violenza e salute

Book Cover: Janus 35 - Violenza e salute

Sandro Spinsanti

Violenza e salute

Editoriale Janus 35 - Autunno 2009 - Inverno 2010

 

La violenza non ha risparmiato, nel corso del tempo, nessuna delle istituzioni umane, neppure quelle a più alto profilo ideale. Alla violenza hanno fatto ricorso le religioni. E anche la medicina. Nel caso di quest’ultima, sono stati commessi dei veri e propri crimini contro l’umanità: per servire a obiettivi stabiliti da un potere assoluto, o a fini di ricerca. Fin troppo note sono le sperimentazioni su esseri umani prigionieri perpetrate nei lager nazisti. Pochi conoscono, invece, le ricerche bio-mediche condotte dai giapponesi in Manciuria, tra il 1932 e il 1945. Per dotare l’esercito imperiale giapponese di armi chimiche, centinaia di medici, infermieri, scienziati infettarono prigionieri cinesi, e successivamente prigionieri di guerra americani, con antrace, colera e virus di una forma di polmonite letale. Sotto la guida del generale Ishii Shiro – denominato il dott. Mengele giapponese – fu costituito un gruppo di élite, la famigerata unità 731, per condurre ricerche batteriologiche. Si calcola che più di 200.000 persone furono infettate e molti di loro morirono. A differenza di ciò che avvenne a Norimberga, dove i medici che collaborarono alle sperimentazioni furono processati e condannati, pochissimi membri dell’unità 731 pagarono le loro colpe. Gli altri tornarono alla vita civile, spesso mettendo a frutto la professionalità ottenuta collaborando con aziende farmaceutiche (sembra che le forze di occupazione alleate, sotto il comando del generale Mc Arthur, abbiano stretto un patto di immunità, acquisendo in cambio conoscenze nell’ambito della ricerca su armi chimiche e batteriologiche, che permisero agli Stati Uniti di recuperare il ritardo nelle loro ricerche in questo ambito, cominciate solo nel 1943...).

Releghiamo volentieri queste aberrazioni estreme nelle pieghe della storia: la medicina abitualmente non è utilizzata per vessare le persone e a fini di distruzione; solo eccezionalmente si è smarrita per le strade di comportamenti lesivi dei diritti umani. Naturalmente non vogliamo esercitare nei confronti di ciò che è stato chiamato “la perdita dell’innocenza” della ricerca medica un processo di rimozione. Anche nel dossier di questo numero di Janus e nello spazio dedicato alle recensioni “l’ombra del nazismo” è debitamente presente. Ma siamo consapevoli che non sono queste le forme di violenza che ci inquietano nella medicina di oggi. Proprio l’assenza delle forme brutali di prevaricazione ci rende più sensibili nei confronti di altre espressioni della violenza. Per esempio, quella psicologica. E’ inquietante, a questo proposito, la denuncia contenuta in un articolo recente di Jama sulle cattive abitudini degli studenti di medicina americani nei confronti dei pazienti (cfr. Chretien Kathrin: Online Posting of Unprofessional Content by Medical Student, Jama 2009: 302 (12) 1309-15). Vengono riferite situazioni nelle quali i pazienti vengono derisi, di casi clinici mostrati con scherno e disprezzo, persino di immagini a sfondo sessuale. La ricerca si basa sui messaggi postati sui social network all’interno delle strutture mediche universitarie. È come se nel mondo del web 2.0 i giovani medici, specialmente studenti e specializzandi, si sentissero in un luogo estraneo e disgiunto dal mondo reale, nel quale il medico si ritiene autorizzato a infrangere la privacy e il rispetto per il paziente.

La violenza in medicina che più ci preoccupa non è quella, davvero marginale, che riesce a scavalcare le barriere costituite dalle leggi, dal rispetto dei diritti umani e dalle norme deontologiche. Si tratta di chiare deviazioni, di maggiore o minore gravità, dal fine proprio della medicina. In questi casi non ci troviamo più di fronte alla medicina, bensì a un suo uso strumentale e caricaturale. Ma che dire della violenza che si giustifica in nome proprio del progetto stesso della medicina, ovvero di provvedere alla salute delle persone? E della violenza che si esterna non nelle costrizioni fisiche, ma nelle gabbie delle parole? E quando violenti non sono i singoli professionisti, ma lo è la struttura stessa dell’organizzazione sanitaria? Attraverso queste piste di ricerca, il nostro dossier si avventura verso collegamenti inusuali tra violenza e salute. Perché, se la malattia può essere considerata come una violenza fatta ai corpi, le istituzioni sanitarie e i dispositivi di presa in carico possono essere all’origine di violenze corporali (violenze fisiche, terapeutiche), di violenze psichiche, di violenze istituzionali. Quando la medicina smarrisce la strada in modi che si pongono in flagrante contraddizione con la sua finalità, l’etica ha il compito della denuncia.

Un modo più morbido, rispetto alla denuncia, ma non meno efficace di porre all’attenzione dei professionisti sanitari il pericolo di scivolare nella violenza, è costituito dai racconti a fini didattici. Particolarmente convincenti sono quelli che vengono da medici-scrittori. È diventato abituale nelle facoltà di medicina americana sensibilizzare gli studenti proponendo loro il racconto di Carlos Williams “L’uso della forza”, che mette di fronte un medico deciso a visitare una bambina che, con tutti i mezzi a sua disposizione, gli oppone resistenza (si veda il commento al racconto di Paola Iandolo Cabibbo, nella raccolta antologica Medicina e letteratura, ed. Zadig 2009, pp. 49-56). In questo stesso numero di Janus Paola Iandolo Cabibbo traduce e annota il racconto di un altro medico-scrittore, Richard Selzer: “Bruto”. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una violenza apparentemente giustificata: “a fin di bene”. Ma l’abilità dei due scrittori consiste nell’insinuarci dubbi. La pratica della medicina può essere accompagnata da un’area grigia di violenza, che giustifica se stessa”.

Ancora maggiori perplessità sorgono se ci poniamo su quella frontiera culturale che nasce dal riconoscimento del diritto delle persone ad autodeterminare il proprio percorso nella vita; e, come corollario, a ricevere o rifiutare trattamenti medici. Nell’alto profilo morale della medicina del passato il paternalismo attribuiva al medico una libertà di azione quasi indeterminata. Si poteva applicare al medico l’esortazione del poeta Saint-John Perse: «Et si un homme auprès de vous vient à manquer à son visage de vivant, qu’on lui tienne de force la face dans le vent». Ecco : quanta « santa violenza » si può fare alle persone che lasciano cadere la spinta vitale e si arrendono? Con quanta violenza – de force! – si può tenere loro la faccia alzata, a sfidare il vento?

Lo scenario che ci viene da evocare collegandolo a queste nuove forme di costrizione non è quello dei lager tedeschi o giapponesi, ma quello di cure proseguite a oltranza, contro la volontà delle persone che chiedono di porre dei limiti. Situazioni come quelle di Piergiorgio Welby; o di Giovanni Nuvoli, che non potendo ottenere il distacco dal respiratore è dovuto ricorrere alla morte volontaria per inedia per riuscire a mettere fine a sofferenze per lui insopportabili. A fronte di due casi molto pubblicizzati, una quantità anonima di persone soffre per una medicina che non sa dove e quando fermarsi, rischiando di prevaricare le volontà personali con l’eccesso di trattamenti. Il medico americano Atul Gawande nel suo libro più recente: Con cura. Diario di un medico deciso a fare meglio (Einaudi, 2008) mette sotto accusa, nel capitolo intitolato “Saper lottare, sapersi arrendere”, la rinuncia a discutere il concetto stesso di giusta misura: “La regola in apparenza più semplice e sensata da seguire, per un medico, è “Lottare sempre”, cercare sempre qualcosa di più da fare. È il modo migliore di evitare l’errore peggiore, quello di arrenderci con qualcuno che avremmo potuto aiutare (...). Tuttavia non ci vuole molto a capire che non è una regola praticabile né umana (...). Non c’è linea guida in grado di dirci dove e quando finisce il nostro potere. Nell’incertezza, peccare di accanimento può essere saggio. Ma bisogna essere pronti a riconoscere quando accanirsi è puro egoismo, debolezza; essere pronti a riconoscere che l’accanimento può recare danno. In un certo senso, è vero che il nostro compito è “Lottare sempre”. Ma lottare non significa necessariamente fare di più. Significa fare la cosa giusta per il paziente, anche se non sempre è chiaro che cosa sia giusto.

Questa perorazione di un comportamento ispirato alla saggezza e alla moderazione ci conduce direttamente al centro della sfida che attende la medicina contemporanea: imparare a elaborare scelte condivise, riconoscendo nell’autonomia delle persone non un limite al potere medico, ma un’opportunità per una medicina che si tenga lontana dal rischio di ogni eccesso. Compreso quello di procurare, con violenza, un beneficio non vissuto come tale dalle persone.

Janus 34 – Una medicina che abbraccia la terra

Book Cover: Janus 34 - Una medicina che abbraccia la terra

Sandro Spinsanti

Una medicina che abbraccia la terra

Editoriale Janus 34 - Estate 2009

 

La Terra è malata. Un urlo senza fine attraversa la natura: è da questa immagine, affacciatasi alla coscienza di Edvard Munch in una notte di incubo, che è nato il celebre quadro, diventato un’icona del XX secolo. Il grido ha preso ben presto forma di appello all’azione: da questa matrice è sorta la bioetica. Mentre il concetto di biosfera ci rendeva consapevoli che la vita sulla terra, nelle sue varie forme, costituisce un’unità, e che questa vita è in pericolo per i comportamenti degli esseri umani, l’imperativo della sopravvivenza si traduceva nell’urgenza di modificare i nostri rapporti con i viventi, animali e piante compresi. Quando parliamo di biosfera ci riferiamo a quella sottile pellicola che copre il pianeta, nella quale si trovano, ognuno nella propria nicchia, i sistemi viventi: gli animali – dal batterio ai cetacei giganti – e le piante. È una pellicola sottile (pesa solo un miliardesimo di tutto il pianeta), ma ad essa dobbiamo tutta la preziosa differenza che rende la Terra abitabile. L’uomo è inserito in essa, con un ruolo decisivo: con i suoi comportamenti è la peggiore minaccia per la sopravvivenza della biosfera.

La nascita culturale della bioetica – nonché la coniazione stessa del neologismo, ad opera di Van Renselaer Potter, all’inizio degli anni ’70 – è tributaria della consapevolezza che il volto del pianeta Terra non sarebbe più lo stesso se il “bios” su di essa si dovesse estinguere. Ciò che Potter intendeva come bioetica era un cambiamento culturale inteso come una mossa efficace per contrastare il flusso fatale verso lo sconvolgimento degli equilibri vitali così come noi li conosciamo. Garantire la sopravvivenza della vita non è solo questione di scienza e di tecnologia. Per assicurare l’inversione di tendenza – proponeva Potter quarant’anni fa – è necessaria una “bioetica”: l’uomo deve regolare i propri rapporti con gli animali e le piante, modificando gli atteggiamenti tradizionali nei confronti della natura. L’estensione dell’etica a questo ambito è l’unica possibilità evolutiva. La bioetica nella sua ispirazione originaria è, dunque, un intreccio di elementi diversi: presa di coscienza del pericolo che minaccia la biosfera, cambiamento della nostra filosofia della natura, sviluppo di comportamenti responsabili, vincoli e restrizioni posti dalla società agli interventi nell’ambito della biosfera.

La posta in gioco non era solo la dismissione di comportamenti umani che avvelenano la natura e la rendono inabitabile. Far entrare la Terra come organismo vivente nella nostra coscienza è un avvenimento di grande importanza: non costituisce solo la premessa per la sopravvivenza della vita, ma è anche un momento determinante di crescita spirituale dell’umanità. È un gradino che segna un salto di qualità.

La presenza della natura nella coscienza va intesa nel duplice significato di coscienza: psicologico e morale. La vita è una realtà di cui ci si accorge (come quando si “prende coscienza” di qualcosa che pur era presente, ma si trovava fuori del nostro raggio di attenzione) e allo stesso tempo è una realtà che crea un obbligo morale. Non che l’umanità solo oggi si renda conto di essere circondata dalla natura: questa coscienza è antica quanto l’umanità stessa. La natura, tuttavia, era concepita come l’ “oggetto” che si contrapponeva al soggetto umano, un serbatoio da cui attingere le risorse necessarie per la sopravvivenza, mentre per alcuni era occasione di contemplazione, di ispirazione poetica, di elevazioni religiose; ma non una fonte di interpellazione etica. Nelle tradizioni dell’Occidente la natura non si rivolgeva alla coscienza morale dell’uomo. L’elaborazione di una dottrina dei doveri – cioè la riflessione etica – è avvenuta sempre intorno all’uomo come persona. Il “dialogo con la natura”, a meno che non sia concepito come momento di poesia o come figura retorica, è lasciato come esperienza alle culture più arcaiche, che non si sono ancora sottratte al fascino del sacro percepito negli avvenimenti naturali. Nella nostra tradizione l’uomo amava considerarsi “signore e padrone della natura” (secondo la formula di Descartes); la regola fondamentale dell’etica razionalista stabilita da Kant (trattare l’ “altro” come fine, non solo come mezzo) si applicava solo all’ “altro” a cui veniva riconosciuto carattere umano, non ai viventi in genere.

Nell’agenda originaria del movimento della bioetica era previsto un programma dai vasti orizzonti: prendere coscienza della biosfera che è caratteristica della Terra; introdurre gli animali nel mondo dell’uomo, riconoscendoli come degni di rispetto e portatori di diritti e non solo utili oggetti di rapina; vedere nella natura non una riserva di risorse da sfruttare, ma un ambiente da conservare (secondo l’alto invito dell’americano Aldo Leopold a sviluppare una “Land Ethics”, cioè un’etica che riconosca il valore del paesaggio naturale). Per acquisire questi nuovi atteggiamenti era necessaria più che una generica iniezione di buoni sentimenti nel modo di comportarsi tradizionale: era richiesta una revisione profonda dei nostri comportamenti nei confronti della natura vivente.

Il modello razionalista dell’uomo che siamo abituati a coltivare presuppone implicitamente che la maturità emotiva comporti l’indifferenza verso il mondo animale e la natura: come se si diventasse uomini allontanandosi il più possibile dall’ animalità (la bestia continua a essere usata come simbolo oscuro del male, del demoniano, dell’antiumano...). Rovesciando questo modello, la bioetica ci invitava a riscoprire un canale di comunicazione profonda con la natura, la capacità di percepire e di rispondere agli stati interiori di animali di altre specie, il respiro divino di tutto ciò che è vivente, nonché l’intreccio profondo tra la creatura vivente e quella non vivente. Si trattava di collocarsi in compagnia di poeti, di scienziati – almeno quelli tipo Konrad Lorenz – e di bambini.

Questo cambiamento di scenario culturale, proposto dal movimento della bioetica, è riuscito a contagiare anche la medicina? Certo, alcuni incontri fatali sono avvenuti. La sperimentazione sugli animali, ad esempio, non potrà più essere la stessa del passato, quando si cominciano a guardare gli animali diversamente che come materia biologica a disposizione dell’uomo. Ma, in generale, si ha l’impressione che la bioetica che ha preso stanza nella medicina abbia lasciato cadere molte delle aspirazioni che hanno animato la bioetica agli inizi, affidandole al movimento ecologico. La bioetica medica è diventata un tema culturale di grande successo, ma a prezzo di un vistoso impoverimento. Per questo il più ampio orizzonte delle medical humanities si rivela un fecondo correttivo per una bioetica settoriale e troppo incline a lasciarsi ridurre a biodiritto in ambito medico.

Guardando retrospettivamente al cammino percorso da Janus, ci sembra di riconoscere che questo è stato il respiro che ha animato le nostre proposte. Quando abbiamo parlato di nascita e di morte, di sperimentazione e di miglioramento della salute, di politiche sanitarie e risorse terapeutiche, la figura che fungeva da sfondo alla nostra riflessione era costantemente quella di un rapporto con la Terra che rinuncia alla violenza. Una medicina che abbraccia consapevolmente la Terra da questo abbraccio si lascia anche curare. La dismisura – i greci la chiamavano hybris – è il pericolo che incombe costantemente sulle più alte realizzazioni dell’uomo. E non c’è dubbio che la medicina scientifica e tecnologica alla quale ci affidiamo sia uno dei prodotti più alti, del quale possiamo essere giustamente fieri. Ma è anche quello che ha più bisogno di vigilare che non si travalichi la giusta misura.

I temi che tocca il nostro dossier sono lungi dall’essere esaustivi. Nel rapporto con gli animali e con il cibo, nell’articolazione costituzionale dei diritti e nelle modalità di organizzazione della nascita si evidenziano solo alcuni degli approcci metodologicamente corretti che ci aspettiamo da una medicina che non fa violenza alla natura. In un momento culturale in cui l’etica in medicina si sente necessitata di valorizzare la categoria di “alleanza terapeutica” per qualificare il rapporto auspicabile tra coloro che curano e coloro che ricevono le cure, non è fuori luogo ricordare che tale categoria nel “Grande codice” dell’Occidente, che è la Bibbia, riposa su un patto che è più fondamentale di quello che possono stringere tra loro gli esseri umani. Il modello alla base di ogni alleanza è quello che nella Genesi è collocato dopo il diluvio universale: l’alleanza con Noè, i suoi figli e i loro discendenti abbraccia anche la vita sulla Terra, in tutte le sue forme (Gen. 9, 8-13). A tutta l’umanità, ancor prima che nello scenario biblico appaia Abramo e l’alleanza che fonda il monoteismo, l’alleanza noaica promette un vivere sulla Terra in un ordine universale che non deve più essere sconvolto. Proprio questa dimensione cosmica, che implica il giusto rapporto con la natura, costituisce il centro di gravità.

Janus 24 – Formare e ri-formare

Book Cover: Janus 24 - Formare e ri-formare

Sandro Spinsanti

Formare e ri-formare

Editoriale Janus 24 - Inverno 2006

 

Sanitas semper reformanda: un programma ambizioso, modellato su quello che Lutero proponeva per la "Ecclesia". E, non meno del progetto rivolto a modificare una realtà religiosa fonte di perplessità e di resistenze. Almeno quando la ricerca di una nuova "forma" è intesa in senso radicale. Nessuna obiezione, infatti, è sollevata in linea di principio nei confronti di una sanitas semper formanda. La formazione, intesa come preparazione dei professionisti sanitari per essere all'altezza di ciò che la società dei nostri giorni richiede da loro, nessuno la mette in discussione. La formazione è richiesta non solo prima dell'accesso alla professione, ma anche dopo, secondo le esigenze della formazione continua. È pacifico oggi che neppure la migliore delle preparazioni universitarie può dare al medico l'attrezzatura concettuale e tecnica che gli basterà per tutto il corso della sua vita professionale. È stato ripetuto fino alla noia il bon mot attribuito ai professori delle facoltà di medicina americane, i quali sarebbero soliti dire agli studenti: "Tra sette anni metà di quello che vi insegniamo oggi risulterà falso. Purtroppo non sappiamo dirvi quale metà...". La necessità di continuare la formazione parallelamente all'esercizio della professione sembra ormai acquisita: «formare e ri-formare, equivale, in questa ottica, a ribadire che la formazione non può dirsi mai conclusa. Bisognerà riprenderla e intensificarla senza pause. Sarà necessario proporla e riproporla, senza interruzioni, se non vogliamo avere medici e infermieri che, invece di essere una risorsa, costituiscono un pericolo per la salute.

Così sta avvenendo nella sanità italiana: da quando il programma ministeriale di Educazione continua in medicina (Ecm) è diventato realtà, gli eventi formativi si sono moltiplicati. Da parte dei professionisti sanitari la formazione continua obbligatoria è stata recepita senza resistenze (verrebbe piuttosto da osservare che l'adesione, trasformatasi in una corsa a raccogliere crediti, sia stata anche troppo entusiasta: non avrebbe guastato un po' di senso critico e di discernimento tra eventi formativi di diversa qualità). Si sono moltiplicate
le modalità delle proposte formative: di aula e sul campo, con l'uso di metodiche tradizionali o a distanza, valorizzando l'e-learning, rivolte a gruppi professionali omogenei o a sanitari di diversa professionalità. La formazione, dunque, c'è, e in grande quantità. La diffusione e la varietà delle proposte formative sono documentate su vasta scala sul nostro dossier. Ma a che cosa è finalizzata questa mobilitazione formativa? Facciamo nostra la formulazione del problema proposta nella primavera scorsa dal Gruppo sanità dell'Associazione italiana formatori, che raccoglie quanti operano nella formazione e nelle attività educative degli adulti, per il suo convegno nazionale: «Formazione e cambiamento in sanità». Evocando il, Deserto dei Tartari di Buzzati, i formatori si chiedevano, in senso autocritico: «Stiamo tenendo in movimento mentale i professionisti. Ma per cosa?».

Non riusciamo a sottrarci all'impressione che, malgrado tanta formazione, il corso degli eventi in sanità abbia preso una brutta piega. Benché medici, infermieri e altri professionisti sanitari siano competenti e aggiornati, malgrado la loro preparazione di base e la formazione continua, cresce la dissonanza tra professionisti sanitari e cittadini. Mentre la formazione tiene in movimento i professionisti, mobilitando le loro energie e competenze contro il nemico (identificato con ciò che minaccia la vita e la salute), trascura di occuparsi di ciò che avviene all'interno della fortezza, posta a guardia del deserto dei tartari. Proprio in casa propria invece, sta avvenendo una vistosa trasformazione, che assomiglia al tracollo dello stesso sistema difensivo. È come se professionisti e cittadini (cioè erogatori e beneficiari dei servizi della salute) stessero diventando sempre più estranei gli uni agli altri. Non riconosciamo più la fisionomia di quel rapporto che possiamo identificare, senza esitazione, come opera di Cura, la dea che, secondo il mitografo latino Igino, tiene insieme l'uomo dalla nascita alla morte.

La formazione che abbiamo ritenuto necessaria si è presa a cuore tanti cambiamenti. Quelli scientifici, prima di tutto: le nuove metodiche diagnostiche, le prove di efficacia (evidence based medicine), fino alle nuove frontiere della genetica. E poi i cambiamenti organizzativi dal sistema mutualistico al Servizio sanitario nazionale, a sua volta a più riprese ri-formato con l'aziendalizzazione e la regionalizzazione del sistema. Tutte queste dimensioni sono state fatte oggetto di formazione specifica. È stato invece disatteso il cambiamento culturale generale, che ha modificato il profilo stesso della medicina come pratica sociale.
Da questo punto di vista, l'attività di "formare e ri-formare" equivale alla ricerca di una nuova "forma", nel significato diffuso dalla "psicologia della forma" o "gestaltismo". La forma (Gestalt, in tedesco) di cui parliamo è una configurazione globale, diversa dalla somma delle parti o dalla combinazione dei singoli elementi. È la forma totale, il punto di partenza di fenomeni percettivi; e alla coscienza si impongono forme, o configurazioni, o campi, colti nella loro struttura totale. Quando un insieme si."sforma", non lo riconosciamo più come tale. Allora deve avvenire una "ri-forma", in senso radicale: è questa la sanitas reformanda. Per appoggiarci all'analogia della riforma protestante, dobbiamo considerare che ciò che Lutero rimproverava alla Chiesa di Roma non era di non essere aggiornata o al passo con i tempi rinascimentali ma di aver sfigurato il profilo della Chiesa fondata da Cristo; non proponeva, perciò, di cambiare qualche tratto della comunità ecclesiale, ma di conferirle una vera e propria nuova "forma" , come di fatto è avvenuto con la riforma protestante.
Spero non sia considerato un esercizio retorico improprio affermare che il "ri-formare" di cui ha bisogno la nostra sanità è un processo di questo genere. Si tratta di una riforma nella discontinuità, piuttosto che nella continuità. Proprio perché una lenta deriva sta portando i professionisti sanitari e i cittadini lontano gli uni dagli altri, nutrendo il sospetto reciproco là dove in passato c'era fiduciosa confidenzialità, è necessario puntare sulla "forma", più che sugli elementi di contorno: quell'insieme che può essere riconosciuto
anche da singoli tratti, ma che ci riconduce ogni volta a un insight illuminante: «Qui c'è
Cura in azione!».

Non è difficile individuare i temi più caldi di questa sanitas ri-formata. Bisognerà che i professionisti
sanitari e i cittadini reagiscano alle spinte che li stanno portando su due versanti contrapposti, dove assumono posizioni difensive: la medicina esiste solo se medici e malati si sentono dalla stessa parte. Tuttavia le persone vogliono ricevere i servizi medici in quanto soggetti, non come oggetto di cure. Per questo l'informazione ha un ruolo centrale nella medicina del nostro tempo («il tempo dell'informazione è tempo di cura», proclama
la carta di Firenze). Sarà necessario che uno sforzo almeno comparabile con quello che è dedicato alla formazione dei nuovi professionisti sanitari sia rivolto alla formazione dei cittadini: perché si crei una cultura comune, sarà necessario immaginare qualcosa come un"'educazione continua" rivolta a loro. Chi ha spiegato ai cittadini il senso del "consenso informato" o delle direttive anticipate? Senza un impegno adeguato, le dissonanze sono destinate a crescere. E ancora: non si può continuare a tacere dei conflitti d'interesse. Senza
una politica di trasparenza, predominerà il sospetto sistematico, a cominciare da quello che circonda il finanziamento della formazione continua dei medici. Non si può fingere di ignorare che, proprio mentre i programmi di Ecm assumevano la dimensione capillare necessaria per coinvolgere tutti gli operatori sanitari, si chiedeva implicitamente all'industria farmaceutica di farsene carico, esigendo però dai soggetti sponsorizzanti un disinteresse che non possono avere.
Mentre alcuni (pochissimi) professionisti prendevano le distanze dall'industria considerandola un agente di contagio etico (cfr. «No, grazie. Da oggi pago io» in Janus 15, autunno 2004), la gran parte dei medici si è appoggiata volentieri alla disponibilità delle industrie farmaceutiche a farsi carico della formazione, senza molta trasparenza. La riforma di cui abbiamo bisogno richiede, invece, regole chiare e condivise: gli interessi dei diversi soggetti coinvolti possono essere riconosciuti e governati, rinunciando a moralismi e reticenze.
Altrimenti predominano il sospetto sistematico e la diffidenza. E nessuno riconosce più il profilo di Cura.

Janus 23 – Le professioni non mediche: figlie di un dio minore?

Book Cover: Janus 23 - Le professioni non mediche: figlie di un dio minore?

Sandro Spinsanti

Le professioni non mediche: figlie di un dio minore?

Editoriale Janus 23 - Autunno 2006

 

Psicologi contro filosofi: è l’ultima novità nell’ambito dei conflitti tra le professioni. Motivo del contendere è chi sia legittimato a occuparsi della salute psichica delle persone. Di recente tra i filosofi va di moda proporre l’offerta di “counselling” filosofico; non gratuito, s’intende, ma come prestazione professionale. È avvenuto che degli psicologi abbiano denunciato i filosofi che hanno messo la loro saggezza in vendita, per esercizio abusivo della professione di psicoterapeuta. Non si può far a meno di ricordare eventi analoghi, con altri protagonisti: prima che, appena un decennio fa, fosse costituito l’ordine degli psicologi e regolamentata la loro professione, ci sono stati psicologi che sono stati denunciati per esercizio abusivo dell’arte medica. Il sillogismo sotteso era semplice: se qualcuno pretende di guarire, entra illegittimamente in un territorio – quello del medico – per il quale è richiesta un’autorizzazione specifica, dal momento che i medici detengono in regime di monopolio la facoltà di somministrare cure.

Gli psicologi, vittime di ieri, hanno assunto, a loro volta, il ruolo di persecutori? C’è spazio per una interpretazione meno schematica della vicenda. Vi possiamo leggere anzitutto la complessità dell’atto terapeutico. La religione prima e poi la scienza – o piuttosto le scienze: naturali  umane –, le scienze della natura e le scienze umane hanno messo a fuoco, isolatamente, degli aspetti che fanno parte di un tutto inscindibile. L’unità della terapia è stata suddivisa in ambiti specifici e in competenze; le professioni hanno strutturato percorsi che abilitano all’esercizio; l’organizzazione sociale ha creato meccanismi di legittimazione e assegnato competenze esclusive. La “Donna Mimma” della novella di Pirandello, evocata in questo fascicolo di Janus da una rivisitazione letteraria, ha dovuto sperimentarlo a proprie spese: per essere una professionista che aiuta a venire al mondo i bambini la buona volontà e il cuore grande non bastano, così come è insufficiente il saper fare tramandato; è necessario un percorso formale, sanzionato da un diploma di scuola, che comporta permessi e autorizzazioni. Il denso nucleo di ogni processo terapeutico, che comprende il curare e il prendersi cura, richiede competenze specifiche, affidate a un duplice controllo: da parte della società e a opera dei professionisti stessi. L’aspirazione attuale delle professioni sanitarie, che fino a ieri erano ausiliarie dei medici e stavano chiuse nelle gabbie dei loro mansionari, a costituirsi come ordini, va letta in questa chiave. I professionisti intendono assumere un ruolo attivo di garanzia presso i cittadini mediante la valutazione delle competenze e assicurando il rispetto della deontologia professionale: lo annunciavano, con grande rilievo, mediante una inserzione a pagamento nei principali quotidiani, nell’agosto scorso, le professioni sanitarie che non si vedono ancora riconosciuto questo diritto.

La contesa tra psicologi e filosofi sulla competenza di una cura che non usa farmaci, ma parole e significati, porta alla luce anche un altro aspetto: la complessità genera conflittualità. Non è un fatto nuovo. Man mano che le professioni si rendono autonome e rimettono in discussione il paradigma della subordinazione – quello rappresentato, in modo emblematico, dagli infermieri qualificati come “paramedici” – le tensioni aumentano. L’irritazione di Donna Mimma nei confronti della Piemontesa è ben poca cosa rispetto alle tensioni che attraversano oggi i corpi professionali in crescita. La “dominanza medica” è rimessa in discussione; ma anche i rapporti tra le professioni “non mediche” diventano difficili. Riaffiora insistentemente l’inclinazione a declinare i rapporti in modo gerarchico, così che chi era “sotto”, man mano che sale nella scala del potere, trova qualcun altro da mettere in posizione subordinata. Più insidiosi degli scontri aperti sono le strategie di chiusura reciproca in territori autonomi, che cercano di ignorarsi reciprocamente. Questi comportamenti finiscono col produrre un isolamento del malato nei meandri di un’organizzazione sanitaria che sente estranea ai suoi bisogni, funzionale solo ai professionisti.

La vera innovazione in sanità non consiste nell’accesso delle nuove professioni a ruoli di maggiore visibilità, con gli aggiustamenti conseguenti tra coloro che devono cedere un po’ del potere tradizionalmente loro riconosciuto e coloro che al potere accedono. La vera partita è quella che ha luogo tra il corpo professionale e i cittadini che ricorrono ai loro servizi. Con termine molto sintetico ed evocativo, si tratta dell’“empowerment” del paziente, del suo diritto all’informazione e alla partecipazione ai processi decisionali, dell’uscita dalla “minorità” dovuta solo a uno stato psicologico di soggezione. Questo nuovo scenario è quello più consono alle malattie del nostro tempo, con prevalenza di patologie croniche e degenerative. Nei percorsi che sempre più spesso attraversano lunghi segmenti temporali della vita dei malati, nonché delle loro famiglie, la medicina per lo più non risolve le patologie, assicurando la “restitutio ad integrum”. Deve misurarsi con i valori e le preferenze che variano da persona a persona (e possono anche cambiare, per la stessa persona, con l’evoluzione dello stato morboso). È un cammino che va inventato insieme, perché non esiste un percorso standard, stabilito unilateralmente dal terapeuta, che vada bene per tutti.

Questo cambiamento culturale di fondo del contesto clinico rende anacronistica ogni disputa tra professioni sanitarie maggiori o minori, dominanti o dominate. È del tutto inadeguata anche la distinzione tra professioni mediche e non mediche, quasi che queste ultime potessero essere definite per negazione, invece che per la positiva affermazione dei loro contenuti. Se ci si confronta con il bisogno del malato di partecipare attivamente al processo di cura, le gerarchie che il mondo sanitario conosce e pratica vengono scompaginate. È la cura e la relativa vicinanza con il malato che determina il profilo di una professione e la sua funzionalità nel processo globale. Nella Carta di Firenze (http://www.istitutotumori.mi.it/int/carta_di_firenze.pdf), redatta da un gruppo di professionisti preoccupati di disegnare la fisionomia della medicina per i nostri tempi, ciò si traduce nella centralità dell’informazione, che determina l’effettivo potere da condividere: “La corretta informazione contribuisce a garantire la relazione, ad assicurarne la continuità ed è elemento indispensabile per l’autonomia delle scelte del paziente”; “Il tempo dedicato alla relazione è tempo di cura”; “La comunicazione multi-disciplinare tra tutti i professionisti della Sanità è efficace quando fornisce un’informazione coerente e univoca. I dati clinici e l’informazione relativa alla diagnosi, alla prognosi e alla fase della malattia del paziente devono circolare tra tutti i curanti”. Questi punti programmatici sono altrettante indicazioni di un rapporto nuovo che dobbiamo inventare tra i professionisti sanitari, se vogliamo che gli appelli alla centralità del paziente non diventino frasi trasudanti retorica e destinate a provocare un rifiuto per allergia.

Figlie di un dio minore, le professioni sanitarie non mediche? Se è Cura a indicare il percorso – e non la guarigione e neppure la terapia – dobbiamo con coerenza rifiutare subordinazioni gerarchiche, favorendo una salutare anarchia che dia corpo all’integrazione tra i processi di cura. La scelta migliore resta la ricetta che Arundhati Roy attribuisce ai personaggi positivi del suo non dimenticato romanzo: quello di aggrapparsi alle Piccole Cose; perché “Le Grandi Cose stavano acquattate dentro” (A. Roy: Il dio delle piccole cose, Guanda 1997, p. 355). Vale anche per la medicina e per le relazioni di cura, così come per la vita tout court: le Grandi Cose ci vengono come dono, quando tutta la nostra tensione morale è rivolta a non disdegnare quelle piccole.