I non autosufficienti: la trama delle cure

Book Cover: I non autosufficienti: la trama delle cure

Sandro Spinsanti

I non autosufficienti: la trama delle cure

Editoriale

in L'Arco di Giano, n. 20, 1999, pp. 3-8

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EDITORIALE

Peri vecchi le generazioni nuove avevano un totale disprezzo. Un risentimento cupo eccitava i nipoti verso i nonni, i figli verso i padri. Di più: si erano formate delle specie di club, di compagnie, di sette, dominate da un odio selvaggio verso gli anziani, come se questi fossero responsabili delle loro scontentezze, malinconie, delusioni, infelicità, così èpiche, da che mondo e mondo, della giovinezza. E di notte queste masnade si scatenavano, soprattutto in periferia, alla caccia di vecchi. Se riuscivano ad agguantarne uno, lo tempestavano di botte, lo denudavano, lo frustavano, lo imbrattavano di vernici, per poi lasciarlo legato a un albero o a un lampione. In certi casi nella frenesia del brutale rito, andavano più in là. E, all’alba, sconvolti e deturpati cadaveri venivano trovati in mezzo alla strada (Suzzati, 1996).

La livida scena di cuccia urbana al vecchio, evocata da Dino Buzzati ― il racconto: “Cacciatori di vecchi” è contenuto nella raccolta Il colombre, pubblicata nel 1966 ― non ha un riferimento realistico alla condizione dei vecchi nella nostra società. Eppure... La sensazione sgradevole che la barbarie sia sempre possibile, in agguato dietro l’angolo, non si nutre solo di racconti surreali. Non meno inquietante nell’evocare scenari futuri di accanimento contro chi è messo fuorigioco dall’età e dall’avanzare della patologia può essere l’articolo apparso di recente nel prestigioso New England Journal of Medicine, dal titolo eloquente: «Quali potenziali risparmi possono derivare dalla legalizzazione del suicidio assistito?». La ricerca prende come punto di partenza l’osservazione empirica che «le spese crescono esponenzialmente con l'avvicinarsi della morte, così che l’ultimo mese di vita impiega dal 30 al 40% delle spese di assistenza medica dell’ultimo anno di vita».

Il buon senso comune induce a osservare che una morte precoce ridurrebbe le spese ― the earlier a patient dies, the less costly is his or her care ― su questa base è costruita la ricerca, rivolta a valutare in che misura la legalizzazione del suicidio assistito potrebbe abbattetegli alti costi legati all’assistenza ai morenti. Le conclusioni potrebbero suonare rassicuranti: «La stima più ragionevole è di un risparmio di 627 milioni di dollari, meno dello 0,07 per cento delle spese sanitarie totali. Ciò che è vero su scala nazionale si riflette probabilmente sui risparmi potenziali a livello di piani di spesa individuali.

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Perciò il suicidio medicalmente assistito non sembra indurre un risparmio di quantità notevoli di denaro in termini assoluti o relativi, né per particolari istituzioni, né per particolari istruzioni, né per il paese nel suo insieme (Emanuel, Battin, 1998, p. 171). Quando una società spinge le valutazioni di costi/benefici fino a esplorare la possibilità di spianare la strada al suicidio medicalmente assistito, al fine di salvare l’economia, una vittima c'è già stata: l’etica.

Sotto il livello dei minima moralia ― per usare l’espressione di Th. W. Adorno ― la nostra civiltà è già clamorosamente caduta. In clima di bilanci per il secolo che si chiude, non possiamo tralasciare di rievocare i programmi eutanasia per eliminare “le vite non degne di essere vissute”, messi in atto nella Germania nazista. Il ricordo brucia ancora, anche perché sono ancora vivi i testimoni diretti di quell’epoca buia, che cadde sul paese nel 1940, quando scattò l’operazione T4 (Tiergartenstrasse n. 4), che fece in breve tempo 70.000 vittime. Il programma di eutanasia mirava a sopprimere i cosiddetti “pesi motti” della nazione ― schizofrenici, epilettici, alcolizzati, malati in fase terminale e neonati con malformazioni genetiche ― per far posto negli ospedali e nelle istituzioni sanitarie ai soldati feriti del fronte. Il popolo tedesco veniva così grossolanamente diviso in soggetti “utili” e “non utili” ai fini del nazionalsocialismo.

Attraverso il rivestimento leggero di una storia romanzata, il libro di Helga Schneider: Il piccolo Adolf non aveva le ciglia ― nato da un'intervista raccolta dall’autrice in Germania nell’autunno 1996 ― rievoca lo strazio di una madre che si è visto togliere ― e “pietosamente uccidere” ― dal regime il proprio bambino, nato con sindrome down. Non meno inquietante della ricostruzione del clima dell’epoca, con lager camuffati da cliniche, è la rievocazione delle granitiche convinzioni ideologiche trasmesse dal regime, che fanno esclamare al padre del bambino destinato all’eliminazione, un fanatico nazista: «Sono lieto di vivere in una nazione che si assume il carico morale, politico e pratico, di sollevare i propri cittadini da certi impegni gravosi che condizionerebbero negativamente il resto della loro vita» (Schneider, 1998, p. 43).

Nel Focus di questo numero abbiamo deciso di dare ampio rilievo alla vicenda storica dei programmi eutanasia. Anticipiamo un capitolo da un’opera di Alice Ricciardi von Platen ― della quale è in preparazione

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la traduzione italiana ― che ricostruisce i fatti sulla base dei documenti raccolti dalla Commissione medica tedesca presso li tribunale di guerra americano che ha giudicato i crimini nazisti al processo di Norimberga.

Assistente del medico-filosofo Viktor von Weiszäcker, Alice von Platen ha dedicato una particolare cura alla ricostruzione delle radici ideologiche del programma che ha portato all’uccisione di migliaia di malati mentali. Non può non colpire come in primo piano emergano non le motivazioni più spregevoli, ma quelle apparentemente nobili colorate di idealismo, di sentimenti umanitari e di preoccupazione per il bene della società. A considerazioni non meno deprimenti ci induce la constatazione che l'etica medica, alzata come una bandiera dalle professioni sanitarie, non abbia opposto alcuna resistenza alla collaborazione dei medici a quei programmi.

Già nel 1948 Viktor von Weizsäcker, in un saggio dedicato all’eutanasia e alla sperimentazione sugli esseri umani, osservava che i medici che hanno prestato la loro opera hanno calpestato l'idea stessa di umanesimo. Il fondatore della “medicina antropologica ”non si limitava, tuttavia, a vedere in tale collaborazione un fallimento etico, ma denunciava le responsabilità della medicina in quanto scienza: è lo stesso orientamento natural-scientitico della medicina che educa i medici a vedere nell'uomo solo un oggetto. Questa circostanza non discolpa moralmente gli accusati, ma induce a vedere il loro comportamento da un’altra angolatura. Si risolve, in definitiva, in un’imputazione contro quella medicina che tratta la biologia come una scienza della natura (Weizsäcker, 1948).

La ricostruzione storica delle opinioni che hanno spianato la via ai programmi di eutanasia psichiatrica in Germania è accompagnata da tre commenti: Angelo Barba articola le ragioni di attualità della vicenda, confrontandole con quelle che occupano attualmente il dibattito relativo all’eutanasia per neonati malformati, in particolare nell’area linguistica tedesca; Francesco D'Agostino solleva la questione di un uso improprio del termine eutanasia, se applicato univocamente alle pratiche naziste e all’assistenza al suicidio su richiesta; Cosimo Marco Mazzoni contestualizza opportunamente il dibattito attuale sulla legalizzazione dell’eutanasia.

L'eutanasia coatta, in nome dello stato, per coloro che sono giudicati

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inadatti: l'eutanasia come libera scelta di un'uscita di servizio da una vita giudicata invivibile: non sono queste le sole espressioni dell'eutanasia. Ne esiste almeno un’altra, forma, meno clamorosa e per questo più insidiosa, alla quale è stato dato il nome di “eutanasia da abbandono”. In una vibrante “lettera aperta ai sindacalisti e alla coscienza delle donne e degli uomini in Italia” Andrea Bartoli della Columbia University; denuncia la fragilità in cui vengono a trovarsi molti anziani: «Per l’anziano ammalarsi oggi in molti luoghi d’Italia è una condanna a morte. Le attività di prevenzione vengono tagliate, quelle curative negate, quelle riabilitative sono inesistenti. L’orientamento sembra proseguire forte, anche perché finora i sindacati non hanno assunto posizioni a difesa dei diritti degli anziani cronici non autosufficienti». All’analisi della condizione dell’anziano fa seguito un appello alla coscienza di ognuno: «Spero che parlando a quella coscienza tu possa accogliere il grido di chi non è più ascoltato, il lamento di chi muore solo, male, senza cure, senza assistenza, condannato da un sortilegio che sembra dire ai sani: “Non t’ammalare, perché altrimenti ti abbandono”. Spero che nella coscienza di qualcuno quel grido risuoni e rompa la complicità di chi vede un cronico, non autosufficiente, un demente, un allettato e dichiara: “Non è malato, non me ne curo”» (Bartoli, 1998).

È in riferimento a questo scenario che è costruito il dossier dedicato a I non autosufficienti: la trama delle cure. Dopo l’esplorazione ― affidata a Marco Trabucchi e Ermellina Zanetti ― delle dimensioni epidemiologiche e cliniche che ci offrono la descrizione dell’entità del problema che la nostra società è chiamata ad affrontare, le considerazioni della sociologa Paola Di Nicola individuano la categoria essenziale per l’organizzazione delle risposte: la rete delle cure. Sempre più spesso i sociologi parlano di rete per descrivere di che cosa abbiamo bisogno quando eventi catastrofici ― malattia invalidante, disabilità, vecchiaia, perdita dell’autosufficienza ― ci minacciano. Mentre le società tradizionali erano raffigurate come organismi complessi animati da un cervello centrale che tutto ordinava e coordinava, la società post-moderna rappresenta se stessa come una rete, più che come un corpo. Sempre meno ci sarà un'istituzione unica ― la famiglia, lo stato ― capace di rispondere a tutti i nostri bisogni. Bisogna piuttosto imparare a destreggiarsi, chiamando a raccolta tutte le risorse che le diverse reti ci mettono a disposizione.

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Dal punto di vista dell'organizzazione dei servizi, l'impegno prioritario deve essere l'integrazione tra le due reti, costituite rispettivamente dal servizio sanitario e da quello sociale. Troppo spesso la gestione degli anziani non autosufficienti viene scaricata sulla famiglia, senza fornirle te risorse per portare i grandi pesi che ne derivano, dopo che i responsabili della sanità e quelli dell'assistenza sociale hanno attribuito gli uni agli altri la competenza del caso. Anche altri sistemi sanitari nazionali stanno riorganizzando le loro politiche per l’assistenza agli anziani non autosufficienti cronici: citiamo, per il valore esemplare, la nuova assicurazione sociale introdotta in Germania per l’assistenza continuativa ai non autosufficienti: la Pflegeversicherung (cfr. Evers, 1998). Nel disegno normativo italiano, ricostruito dettagliatamente da Fosco Foglietta, l’integrazione è prevista con tutta la chiarezza auspicabile. Il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998- 2000 é esplicito nell’individuare ― nell’ambito dell’obiettivo IV: “Rafforzare la tutela dei soggetti deboli” ― che cosa va fatto nei confronti degli anziani e delle loro famiglie:

● promuovere il mantenimento e il recupero dell’autosufficienza nell’anziano;

● adottare politiche di supporto alle famiglie con anziani bisognosi di assistenza a domicilio (anche a tutela della salute della donna, sulla quale ricade nella maggior parte dei casi l’onere dell’assistenza);

● promuovere l’assistenza continuativa e integrata (intra ed extraospedaliera) a favore degli anziani;

● favorire l’integrazione interna al sistema sanitario e fra questo el’assistenza sociale.

Non sono solo le disposizioni normative riferite alla politica sanitaria che tutelano l’anziano non autosufficiente. I contributi di due giuristi ― Ferrando Mantovani per il diritto penale e Pietro Rescigno per il diritto civile ― illustrano il disegno di civiltà che differenzia la nostra società da quelle che mirano a “scaricare i pesi morti della nazione”. Le leggi tuttavia non bastano per tradurre in pratica quella trama delle cure necessaria per impedire che lo stato di bisogno generato dalla non autosufficienza si tramuti in una catastrofe. Senza pavidità, il dossier addita, attraverso l’articolo di Carlo Molari, l’orizzonte spirituale che si apre per chi vuol cercare un senso anche allo spegnersi delle energie, fisiche e intellettuali, che si accompagna per lo più al cumulo degli anni.

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Può sembrare troppo audace correlare questa stagione della vita con una possibilità di sviluppo spirituale: ma è quanto emerge da una rilettura del messaggio cristiano in chiave evolutiva. Una frase del Vangelo sembra contenere, in nuce, la promessa di un'autorealizzazione anche attraverso ciò che Teilhard de Chardin chiamava “le passività di crescita”. «Quando eri più giovane ― dice Gesù a Pietro nel Vangelo di Giovanni ― ti cingevi e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio stenderai le braccia e un altro ti cingerà e vi condurrà dove tu non vorrai» (Giov 21,8). La frase misteriosa viene spiegata dal Vangelo stesso come una velata profezia del martirio che sarebbe spettato all'apostolo. Forse non è del tutto illegittimo estendere il valore della predizione oltre il martirio per testimoniare la fede: c’è una specie di “martirio naturale” connesso con la vita in quanto tale, che si esprime in un destino di dipendenza anche perle necessità fondamentali dell’esistenza (vestirsi, lavarsi, mangiare...). Per la nostra cultura, disabituata alla dipendenza, la non autosufficienza è uno scandalo. Possiamo ipotizzare che non sia soltanto durezza di cuore ed egoismo che inducono a trascurare i bisogni dei non autosufficienti: la nostra cultura sta perdendo la capacità stessa di attribuire uno statuto antropologico a chi “stende le braccia” per essere cinto. Far sì che la non autosufficienza si traduca in gesti di cura e non in un martirio è tutta la differenza tra la trama delle cure e l’eutanasia da abbandono.

Riferimenti bibliografici

Battoli A., «D’abbandono si muore», in Sanitas Domi, 9, 1998, n. 2, pp. 1-5.

SuzzatiD., Il colombre, Mondadori, Milano 1966.

Emanuel EJ., Battin M.P., «What are the potential cost savings from legalizing physician assisted suicide?», in New England Journal of Medicine, vol 339, 1998, n. 3, pp. 167-172.

Evers A., «La nuova assicurazione sociale tedesca per l’assistenza continuativa ai non autosufficienti», in Prospettive Sociali e Sanitarie, XXVIII, 1998, n. 21, pp. 1-8.

Schneider H., Il piccolo Adolf non aveva le ciglia, Rizzoli, Milano 1998.

Weizsäcker V.v., «Euthanasie und Menscheaversuche», in Psyche, I, 1948.

Xenotrapianti surrealismo in arte, realismo in medicina

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Sandro Spinsanti

Xenotrapianti surrealismo in arte, realismo in medicina

Editoriale

in L'Arco di Giano, n. 21, 1999, pp. 3-10

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EDITORIALE

Il cambiamento quasi simultaneo del codice deontologico delle principali professioni sanitarie ― i medici, gli infermieri, gli assistenti sociali, gli psicologi hanno elaborato, nel giro d’un paio d’anni, una nuova autoregolamentazione dei comportamenti professionali ― è un fenomeno di rilevante portata sociale. Dà visibilità alla trasformazione che la nostra società sta introducendo nelle regole che sovrintendono ai rapporti tra coloro che erogano prestazioni socio-sanitarie e i cittadini che le ricevono. Come illustrano gli articoli di Antonio Panti relativamente al codice deontologico dei medici, di Laura D’Addio per quello degli infermieri e di Lorenza Anfossi per gli assistenti sociali ― per quanto riguarda gli psicologi, L’Arco di Giano ha già ospitato un articolo di Salvatore Amato: «Gli psicologi italiani alla ricerca di un codice deontologico», Amato, 1996 ― i principali cambiamenti registrati dai nuovi codici deontologici sono riconducibili a una fondamentale trasformazione del modello di interazione.

Per ricorrere alla teorizzazione di Paul Watzlawick sulla pragmatica della comunicazione, possiamo affermare che si registra un deciso spostamento dal modello di interazione complementare (basata sulla differenza: i partner tendono a porsi reciprocamente in posizione one up e one down; il comportamento del partner, anche in una situazione terapeutica, completa il comportamento dell’altro e costituisce un diverso tipo di “Gestalt” comportamentale) alla interazione simmetrica, che minimizza le differenze e induce i partner a rispecchiare il comportamento dell’altro (Watzlawick, 1971, p. 61). Soprattutto per quanto riguarda la professione medica, si tratta di un cambiamento che sconvolge un modello secolare di interazione, interiorizzato sia dai medici stessi che dai cittadini. La riflessione sui nuovi codici deontologici merita, quindi, il risalto conferito dalla rivista nella sezione “Attualità”.

Ma un vero e proprio sconvolgimento è quello introdotto dai trapianti di organi e tessuti animali all’uomo (xenotrapianti), ai quali viene dedicato il dossier. Non si tratta solo di modificare il rapporto tra soggetti umani; questa pratica rimette in discussione la relazione tra uomo e animali, rendendo così problematico il ruolo che l’uomo occupa nel mondo.

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È quanto dire che si va a toccare un tema di rilevanza antropologica determinante.

La pratica dei trapianti d’organo si presta come poche altre a mettere in evidenza il duplice volto che possiamo attribuire alla medicina contemporanea, quale fonte di enormi attese e altrettanto profonde preoccupazioni. Gli xenotrapianti e le pratiche di ingegneria genetica connesse, per ‘‘umanizzare” gli organismi destinati al trapianto ed evitare il rigetto, costituiscono un giro di vite, sia dal punto di vista degli allarmi connessi che da quello della riflessione necessaria per comprenderne le implicazioni.

Il carattere di assoluta novità con cui queste procedure biomediche si presentano non deve trarci in inganno: i problemi connessi sono familiari all’umanità da molto tempo. Per rintracciarli dobbiamo seguire percorsi che si addentrano in ambiti diversi dalla biologia e dalla medicina: è questo il contributo specifico delle medical humanities. In un saggio intitolato “Perché i programmi di trapianto di organi non hanno successo”, l’eminente critico letterario americano Leslie Fiedler invita ad analizzare il fenomeno del “rigetto” non solo quale reazione somatica, che richiede una risposta di laboratorio, ma come un atteggiamento sociale radicato in timori e fantasie non del tutto consapevoli. Questo rigetto, che è di natura propriamente culturale, domanda una trasformazione non solo nel soma ma nella psiche:

L’unico sistema di miti che ci unisce tutti lo si trova nella cultura popolare, che costituisce una specie di bibbia laica e insospettata. Siamo certamente molto più esposti agli archetipi che essa proietta sulla stampa e sull’era ipermediatica di quanto non lo siano a sermoni e discorsi politici. Inoltre, poiché non siamo coscienti di essere indottrinati mentre guardiamo, ascoltiamo o leggiamo, alla ricerca di svaghi e di distrazioni, ci è meno facile resistere ai loro messaggi impliciti (Fiedler, 1998, pp. 125).

Oltre alla letteratura fantascientifica, Fiedler è in grado di citare almeno quattro romanzi popolari del XIX secolo che, continuando a dominare le nostre coscienze oltre che i

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nostri sogni, modellano l’immaginario quotidiano nei centranti dei trapianti: Frankenstein di Mary Shelley, Dracula di Bram Stoker, Il dottor Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson e L'isola del Dottor Moreau di H.G, Welles. Questi racconti, apparentati dall’appartenenza al genere letterario dell’orrore — un genere che continua a mietere successi, come dimostrano le tirature ineguagliate dei libri di Stephen King ― hanno in comune un nucleo mitologico, nel quale spicca l’archetipo del Dottore:

È rappresentato come un nemico (ancora più pericoloso perché benintenzionato) di quelle credenze tradizionali che per tanto tempo ci hanno permesso di vivere in pace con i nostri fragili corpi e il nostro senso della loro inevitabile mortalità. In un contesto solitario che simbolizza la sua alienazione dal resto dell’umanità, quel Dottore crea un essere con lo scopo di farlo migliore di se stesso e delle proprie imperfezioni, forse addirittura immortale. Inevitabilmente però quella creatura si rivela mostruosa e tanto più mostruoso risulta il suo creatore, per aver osato usurpare le prerogative di un Creatore sovrumano. Questo scenario archetipico continuerà naturalmente a essere immaginato e reimmaginato fino a quando l’umanità continuerà ad aver paura della morte, a rivolgersi alla scienza perché la posponga, e a risentirsi perché ci prova (Fiedler, 1998, p. 130s.).

Le scorribande nell’immaginario depositato nelle creazioni letterarie, alla ricerca di spiegazioni convincenti delle nostre speranze e paure, potrebbero portarci una messe abbondante di riferimenti. Ci limitiamo solo a quella segnalata da Bernard Baertschi proprio in uno studio dedicato agli aspetti etici e filosofici degli xenotrapianti: il Boscaiolo di Latta contenuto nel celebre libro per l’infanzia Il mago di Oz (Baum, 1998; ed. orig. 1900). Quando il singolare personaggio racconta la sua storia, veniamo a sapere che, per un influsso malefico, si è poco a poco amputato tutte le parti del corpo con colpi d’ascia maldestri, ma un lattoniere gli ha sostituito tutte le parti e gli organi sezionati con protesi metalliche. Malgrado ciò, è restato un essere umano ed è tutto

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intenzionato a farsi dare dal mago di Oz il cuore che gli manca. Tuttavia la condizione metallica io rende soggetto alla ruggine, per cui deve avere un oliatore sempre a portata di mano, se non vuol rischiare di rimanere immobilizzato: i problemi di un multi-xenotrapiantato ― insinua Baertschi ― non sono molto diversi, compresa la necessità di avere sempre sottomano l’oliatore sotto forma di un efficace sistema antirigetto (Baertschi, 1998) 1.

Gli xenotrapianti si inseriscono in un immaginario che si attende dalla medicina riparazioni sempre più spettacolari della macchina-corpo. La parabola storica che ha portato all’utilizzazione di organi animali per sostituire quelli umani, così come è ricostruita nel dossier dai contributi di Gilberto Corbellini e Roberto Malacrida, ci appare molto lineare, quasi animata da una logica di sviluppo coerente; eppure proprio il passaggio di specie ha svolto il ruolo di soglia critica. Anche sotto la forma più blanda della xenoassistenza ― documentano Franco Mosca e Franco Filipponi ― lo xenotrapianto suscita allarme: benché una terapia di questo genere si giustifichi come procedura salvavita, siamo obbligati alla prudenza, perché non conosciamo i rischi e gli effetti collaterali. Anche di recente sono state trasmesse da alcuni animali all’uomo malattie particolarmente virulente; la vigilanza nei confronti di passi sconsiderati è molto alta.

L’incertezza ha ridotto il Consiglio d’Europa a rendere pubblica la Raccomandazione 1399 (discussa dall’Assemblea parlamentare il 29 gennaio 1999), che chiede una moratoria da parte degli stati membri su tutte le sperimentazioni cliniche dello xenotrapianto. La motivazione è prudenziale: precisa, infatti, la Raccomandazione che

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«i retrovirus e i prioni di origine animale trasmessi dagli xenotrapianti possono provocare malattie che, se si propagano ad altri individui, rischiano di provocare pandemie di grandi dimensioni. È opportuno perciò valutare il rischio sanitario che si corre in rapporto ai vantaggi presunti dagli xenotrapianti e trovare soluzioni per prevenire ogni rischio che potrebbe minacciare ia salute pubblica». Sono misure che riflettono le preoccupazioni di coloro che militano in ambito "naturalista", come documenta nel nostro dossier il contributo di Fabrizia de Ferrariis Pratesi, animatrice del Comitato Scientifico Antivivisezionista e vicina alle posizioni del WF.

La scienza, la sicurezza, l’utilità pubblica: questi punti di riferimento pragmatici totalizzano gli interessi normativi degli operatori del settore. Una recente direttiva dell’istituto Superiore di Sanità ― Considerazioni tecnico-scientifiche sulla clonazione animale ― riferita alla produzione di animali transgenici, sintetizza il bisogno di punti di riferimento in termini sostanzialmente autoreferenziali: «È necessario attivare norme che riconducono esplicitamente le tecniche di manipolazione genetica degli animali, con particolare riferimento a transgenesi e clonazione, entro canoni valutativi di profondo e prioritario aspetto scientifico e che le finalizzano nell’applicazione ai comuni interessi sanitari e produttivi».

Rispetto a quanto tracciato, la via scelta dal dossier nell'affrontare il tema degli xenotrapianti può sembrare dispersiva. Il bisogno di regole ― non solo di regolamentazioni operative, ma di vere e proprie norme etiche ― è presente nella coscienza dei ricercatori più consapevoli: il contributo di Augusto Vitale documenta questa sensibilità anche presso i ricercatori che utilizzano gli animali. Ma il dossier prospetta un percorso più ampio: per capire i problemi che suscita la medicina d’avanguardia, invita a risalire al passato, confrontandosi sia con l’eredità filosofica, sia con quella culturale in senso ampio, che include la valenza simbolica dei costrutti mentali e operativi, Il saggio di Franco Voltaggio, attualizzando il libro dei moralia di Plutarco dedicato alla giustificazione del consumo

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di carni animali, ci permette di riallacciarci al dibattito sullo statuto ontologico dei viventi svoltosi nelle scuole ellenistiche dalla fine del IV sec. al II sec. a.C. e ancor vivo nei primi secoli dell’età imperiale.

Tutte le principali scuole filosofiche dell’antichità ― ci ricorda M. Isnardi Parente: 1988 ― sono state attraversate dal problema di un superamento dell’antropocentrismo. Il dibattito sullo statuto ontologico dei viventi, sui rapporti giuridici tra uomini e animali e sulle pratiche alimentari (vegetarismo) ha coinvolto accademici, stoici, epicurei. Possiamo documentare l’esistenza di una tradizione ― razionalistica, non religiosa ― che sosteneva la teoria di una sostanziale continuità fra mondo animale e mondo umano, differenziati in realtà solo per grado.

Quei problemi sono quanto mai vivi oggi non solo tra i filosofi di professione ― come riportano ampiamente gli articoli di Alberto Bondolfi e Luisella Battaglia, dedicati alla dimensione etica degli xenotrapianti ― ma anche nell’ambito dei ricercatori stessi. Il “paradosso bioetico” (F. Voltaggio) investe direttamente coloro che fanno scienza utilizzando gli animali: più la ricerca li porta a riconoscere la continuità della scala dei viventi, meno riescono a giustificare l’esclusione dall’universo morale per alcune categorie di viventi.

Una testimonianza tra le più convincenti è stata offerta di recente da Roger Fouts, uno studioso del linguaggio dei primati, reso famoso dagli studi di comunicazione con gli scimpanzè utilizzando la lingua dei segni dei sordomuti. La scuola delle scimmie (Fouts, 1999) fa il punto sulle perplessità etiche che assalgono chi supera la barriera ― allo stesso tempo mentale ed emotiva ― che abbiamo creato per separare l’essere umano da quello non umano. Con lo sviluppo della sperimentazione medica moderna, la scienza è stato il mezzo per giustificare l’esclusione di alcuni gruppi dall’ordine morale, mentre potevano essere sfruttati nei laboratori. Il codice morale che regolava la ricerca si fondava su una distinzione arbitraria tra quelli che sono “dentro” il nostro universo morale e quelli che sono “fuori”.

Senza perifrasi, Roger Fouts ricorda che, fino ad anni

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molto recenti, gli afroamericani, gli ebrei e i bambini con handicap mentali sono stati trattati alla stregua i "animali da laboratorio". Ora guardiamo con orrore a esperimenti che pur risalgono solo a pochi decenni fa, come gli studi sulla sifilide condotti sui neri dell'Alabama (Tuskegee study) o sull'epatite sui bambini ritardati della Willowbrook School di New York: abbiamo ampliato i nostri confini morali includendovi tutti gli esseri umani, senza riguardo alle loro differenze culturali, razziali e intellettive. Gli animali tuttavia restano esclusi dal nostro universo morale:

Ora che i medici ricercatori non possono più fare esperimenti sugli afroamericani, sugli ebrei e sui bambini disabili, hanno ripiegato sugli scimpanzè, gli esseri a noi più vicini che rimangono al di fuori del nostro universo morale; non lo hanno fatto con intento malvagio, semplicemente credevano nell’esistenza di barriere mentali ed emotive che separavano l’essere umano da quello non umano. Queste barriere, pur essendosi rivelate illusorie, continuano a influenzare le nostre azioni. Di conseguenza, continuiamo ad applicare due pesi e due misure, gettando così discredito sulla scienza: è illecito fare esperimenti su un essere umano in condizioni di morte cerebrale, che non può pensare né sentire, mentre è perfettamente legale ― anzi, è un diritto morale ― eseguire gli stessi esperimenti su uno scimpanzè consapevole, pensante e ricco di sentimenti. In base alla nostra scala di valori, se un esperimento serve a prolungare la vita anche di un solo essere umano, allora ci sentiamo in diritto di infliggere sofferenze a un’infinità di scimpanzè che sono esclusi dal nostro universo morale (Fouts, 1999, p. 444).

Oltre alle voci ragionevoli che mettono in guardia dal percorrere la via degli xenotrapianti in nome della sicurezza, sarà opportuno ascoltare anche quelle che si interrogano a partire dalle perplessità etiche e anche dalle remore simboliche che questa pratica suscita. Sullo sfondo vediamo emergere anche le grandi questioni che hanno da sempre occupato la mente degli umanisti e sulle quali non abbiamo ancora finito di riflettere: qual è il posto che spetta agli esseri umani

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nel mondo? Quali sono i confini del nostro universo morale? Qual' è il comportamento più saggio che ci conviene adottare nei confronti della mortalità e dell’inevitabilità della sofferenza? La medicina stessa deve essere a servizio di tutti i nostri desideri o deve imparare a “mettere dei limiti” (Hastings Center: Gli scopi della medicina: nuove priorità, 1997).

Gli interrogativi non sono nuovi. Quello che è nuovo è l’orizzonte pluralista in cui vengono posti, con una polarizzazione estrema tra posizioni diverse, che rende ancor più necessario il dialogo, se non vogliamo che le decisioni diventino prevaricazioni. Ed è nuovo il senso di urgenza: una “moratoria” diventa una figura retorica, se non è accompagnata dalla capacità di guidare politicamente ― che vuol dire anche eticamente ― il progresso biomedico.

Riferimenti bibliografici

Amato S., «Gli psicologi italiani alla ricerca di un codice deontologico», in L’Arco di Giano, n. 12,1996, pp. 148-154.

Baertschi B., «Les xénotransplantations: aspects éthiques et philosophiques», in Malacrida R., Mattinoli S., Wullschleger R., Donazioni e trapianti di organo. Gli xenotrapianti, ed. Alice, Cornano, 1998.

Baum L.F., Il mago di Oz, tr. it. De Agostini, Novara, 1998.

Fiedler L., La tirannia del normale. Bioetica, teologia e mito, Donzelli, Roma, 1998.

Fouts R., La scuola delle scimmie, tr. it. Mondadori, Milano, 1999.

Hastings Center, Gli scopi della medicina: nuove priotità, in Politeia, 13,1997, n.45.

Isnardi Parente M., Le radici greche di una filosofia non antropocentrica, in «Biblioteca della Libertà», XXIII, 1988 e in Etica dell’ambiente, Napoli, 1988, pp. 85-99.

Watzlawick P., Pragmatica della comunicazione umana, tr.it. Astrolabio, Roma, 1971.

Note

1 Qualche considerazione malevola sui fini della medicina può essere giustificata dalla scoperta, fatta tardivamente dai protagonisti della fiaba, che il mago di Oz ― che si presenta come il Grande e il Terribile ― è in realtà un impostore. «Ma come posso evitare di comportarmi da imbroglione ― si lamenta il mago ― quando tutta questa gente mi obbliga a fare cose che tutti sanno bene che non si possono fare?» (Baum, 1998, p. 89). La collusione tra curanti e curati, quando riposa su una consapevolezza condivisa, benché non esplicita, di tendere a cose impossibili da realizzare, si qualifica come un rapporto patologico, che in psichiatria si chiama folie à deux.

Sanità amica in una società multietnica

Book Cover: Sanità amica in una società multietnica

Sandro Spinsanti

Sanità amica in una società multietnica

Editoriale

in L'Arco di Giano, n. 22, 1999, pp. 3-11

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EDITORIALE

L’immagine architettonica che abbiamo scelto come simbolo per la nostra rivista ― L’Arco di Giano ― ci suggerisce che nel luogo d’incontro e di dialogo tra le medical humanities: si può accedere da diverse parti. L’invito che rivolgiamo ai nostri lettori è di entrare nell’architettura di questo fascicolo non attraverso il dossier, dedicato al tema: “Sanità amica in una società multietnica”, bensì attraverso una sua rubrica, quella dedicata a “L’attualità dei maestri”. Alla nostra attenzione viene proposto, quale maestro nelle medical humanities, il compianto epidemiologo Jonathan Mann (1947-1998).

Il titolo di maestro in questo caso non è un esercizio di retorica: per molte persone, soprattutto operatori nell’ambito della sanità pubblica, Jonathan Mann è stato un punto di riferimento dotato di quell’autorevolezza che non discende dalla carica ricoperta, ma dalla capacità di dar forma, con le parole e con la vita, a verità morali che si impongono alla nostra coscienza. Come avviene per i maestri, appunto. Il tributo che L'Arco di Giano gli dedica, tramite l’articolo di Vittorio Agnoletto, non vuol confondersi con una “beatificazione”, a cui la sua morte precoce e tragica (la sua vita, e quella della moglie Mary Lou Clements Mann, è stata stroncata nell’incidente aereo avvenuto il 2 settembre 1998, mentre da New York si recava a Ginevra per una riunione sull’Aids presso la sede dell’Oms) sembrerebbe destinarlo.

J. Mann ha effettivamente esercitato un’influenza profonda su medici, operatori sociali, epidemiologi e legislatori che sono stati investiti dal ciclone Aids. Dalle parole di V. Agnoletto, riferite in particolare all’impegno dell’associazione Lila in Italia, risulta in modo convincente la fascinazione intellettuale e morale che Mann ha esercitato su quanti si sono trovati schierati sul fronte della difesa dei diritti umani nei tempi dell’Aids.

Il molo di maestro non è legato solo alla volontà determinata di J. Mann di combattere l’epidemia senza deflettere dalle esigenze dell’etica, sia a livello individuale che sociale. Come ogni vero maestro, ha esercitato la sua influenza non solo con ciò che ha affermato, ma ancor più per come ha operato. Tra le scelte che rendono esemplare la sua esistenza merita un rilievo singolare quella di porre fine alla carriera di

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direttore del programma mondiale dell’Aids dell’Oms. Chiamato a tale incarico nel 1986, in breve tempo era riuscito a progettare e a realizzare una strategia di mobilitazione mondiale. Ma nel 1988 è avvenuto un cambio alla direzione generale dell’Oms e ben presto Jonathan Mann si è trovato in rotta di collisione con la gestione burocratica del nuovo direttore, Hiroshi Nakajiama, che di J. Mann voleva ridurre peso e immagine. Rassegnate le dimissioni, nel 1990 Mann tornava negli Stati Uniti, come docente di epidemiologia alla Harvard School of public health di Boston. Anche per questa libertà interiore nei confronti delle cariche e la non disponibilità ai compromessi che avvengono a scapito della dedizione a una causa, è stato maestro.

Particolarmente appropriata ci appare la collocazione del tributo a Jonathan Mann nel quaderno de L Arco di Giano dedicato tematicamente alla salute degli immigrati. Un tema conduttore del suo pensiero e della sua politica è stata la tenace convinzione che il principale problema che poneva l’Aids fosse quello della marginalità e che la terapia più efficace passasse attraverso l’allargamento dell’area dei diritti umani. Il suo slogan incisivo “Siamo tutti sieropositivi” riassumeva l’invito all’umanità dei più perché non isolasse una minoranza debole e colpita, pena una sconfitta per tutti.

Ci piace riportare un brano della relazione tenuta da J. Mann in occasione della XII conferenza mondiale sull’Aids:

Per anni le persone omosessuali, le persone affette da Aids, gli emarginati per qualunque motivo, soggetti i cui diritti umani sono sistematicamente violati, hanno provato a dirci, a farci capire chiaramente che l’isolamento ― la separazione tra le persone ― è la fonte più profonda di sofferenza e di disperazione. Che l’antica tendenza umana a vedere il mondo in termini di “NOI” e “LORO” sia stata parte di questa epidemia non ci sorprende. Malgrado tutto, abbiamo resistito (...) Così, attraverso il nostro impegno contro una pandemia, siamo diventati pionieri nel mondo della solidarietà umana. La nostra responsabilità è storica. Poiché, quando la storia dell’Aids e la risposta globale saranno scritte, il massimo contributo può ben essere

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considerato il tatto che. al tempo della pestilenza, noi non siamo fuggiti, né ci siamo nascosti, né ci siamo separati gli uni dagli altri 1.

Dobbiamo riconoscere che la proposta articolata da J. Mann di considerare le grandi sfide alla salute come un invito a riscoprire lo stretto legame tra la salute e i diritti dell’uomo e la politica sanitaria come parte integrante della strategia di sviluppo dei popoli rappresenta piuttosto l’eccezione che la regola. Il riflesso condizionato che scatta più spesso è quello di una chiusura nei confronti di chi rappresenta una minaccia che incombe dall’esterno.

Una esemplificazione ci è offerta da una lettera di un medico, pubblicata dalla rivista Medici Oggi, che si presenta come “mensile di formazione continua”. Il lettore riferisce di una sua visita al museo dell’isoletta di Ellis Island. nei pressi di New York, dove gli immigrati venivano sottoposti a vari controlli, inclusi quelli sanitari. La visita oculistica prevedeva che l’immigrato con segni di tracoma venisse rispedito al suo paese. Riferita la notizia, il medico aggiunge: “Le nostre autorità non hanno imparato nulla dall’esperienza americana, che coinvolse migliaia e migliaia di emigranti italiani. Eppure si sa che molti extracomunitari sono portatori di malattie infettive come la tubercolosi”. L’assenza di ogni commento lascia presumere che la direzione della rivista condivida tale atteggiamento. Ebbene, i lettori della nostra rivista sappiano che le voci raccolte dal nostro dossier sono più in sintonia con la linea rappresentata da Jonathan Mann che con quella che auspicherebbe controlli alla frontiera per difendere “noi” da “loro”, filtrando coloro che potrebbero compromettere la nostra buona salute.

La struttura portante del dossier è costituita dal quadro normativo italiano, ricostruito e presentato organicamente da Maurizio Marceca. Lo stato italiano ha fatto la scelta di estendere le cure ambulatoriali e ospedaliere a tutti gli stranieri

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presenti sul territorio nazionale, indipendentemente dal loro status giuridico. Nessuna prestazione sanitaria deve comportare una segnalazione all’autorità giudiziaria. La legge che disciplina l'immigrazione e la condizione dello straniero (L. 40/1998) riconosce il diritto alla salute come diritto di tutti, anche se irregolari e clandestini, non solo come accesso straordinario, ma anche come cure ordinarie e continuative. Senza pregiudicare i meriti acquisiti in questo ambito dal volontariato e dall’associazionismo, sia di matrice religiosa che laica, va sottolineata la forte accentuazione dell’assistenza concepita come un diritto, non come un gesto riconducibile alla carità o alla filantropia. Un diritto, per di più, non legato alla cittadinanza, ma alla comune condizione umana, e quindi agli antipodi rispetto al meccanismo di esclusione che tende a privilegiare il gruppo in cui ci si riconosce ― il “noi” ― e a escludere gli estranei ― “loro”

L’atteggiamento di esclusione è stato variamente contrastato nella lunga storia educativa dell'umanità. La spinta più forte ad ampliare la capacità di inclusione viene dai modelli comunitari prodotti dalle religioni. Solo per accennare al filone ebraico-cristiano, pensiamo all’insegnamento contenuto nel Deuteronomio: «Amate il forestiero perché siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Deut. 10,18). Nella tradizione cristiana la spinta messianica si è tradotta in atteggiamenti universalistici. Un omaggio indiretto all’apertura della comunità cristiana è offerto dall’imperatore Giuliano, paladino di un ritorno al paganesimo, quando osserva che il cristianesimo esercita una forte attrazione proprio per l’abolizione dei confini tra “noi” e “loro”: «Ciò che fa forti [i cristiani] è la loro filantropia nei confronti degli estranei e dei poveri... È vergognoso per noi che i galilei non esercitino la misericordia solo con quelli che condividono la loro fede, ma anche con quelli che venerano gli idoli».

Non è solo la morale religiosa che spinge verso un allargamento dei confini del “noi”, ovvero della inclusività. Basti pensare al ruolo che ha tradizionalmente svolto V ethos medico. Alla domanda: “Verso chi è obbligato il medico?”, è stata data una risposta universalistica, fondata sul

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bisogno: il medico è tenuto a prestare la sua opera professionale verso chiunque abbia la vita o l’integrità fisica minacciata da un evento morboso. La risposta medica alla malattia è trasversale alle divisioni etniche, culturali, ideologiche.

Concretamente, una prospettiva mirante a estendere i benefici dell’assistenza sanitaria a strati sempre più ampi della popolazione in nome non della carità ― o della filantropia ― ma della giustizia si è realizzata con l’affermarsi del welfare state. È stato necessario superare le resistenze avanzate del pensiero liberale. La pars destruens della posizione liberale consiste nella critica dell’assistenzialismo e alla beneficenza, quali meccanismi per la redistribuzione delle risorse. Il liberalismo tende a valorizzare l’individuo e le sue risorse, piuttosto che lo stato; più che delle provvidenze pubbliche, si fida del mercato (questa è la pars construens del pensiero liberale).

Il liberalismo non è stato sconfitto dal prevalere dei modelli organizzativi sociali, come dimostra il forte vento neo-liberale che spira nei nostri sistemi, senza risparmiare la sanità. È importante tener presenti i valori del liberalismo riferito all’assistenza sanitaria. Un frutto della rivoluzione liberale è l’introduzione del concetto dei “diritti”. La prospettiva cambia radicalmente se concepiamo l’assistenza sanitaria come prodotto di intenzioni caritatevoli o come diritto rivendicabile.

Anche il rispetto delle individualità ― personali e culturali ― è un portato del liberalismo. Tuttavia bisogna riconoscere che il modello liberale non sa offrire una protezione sufficiente agli “ultimi della fila”. Argomenta in modo efficace Norberto Bobbio nella sua Lettera al volontariato: «Il mercato regola i rapporti di scambio tra chi soffre e chi domanda, tra chi dà e chi riceve. Ma per chi non ha nulla da offrire o da dare? Che cosa hanno da offrire o da dare i vecchi non autosufficienti, gli handicappati, i malati cronici, i malati di mente e, allargando i confini del nostro Paese, i poveri di tutto il mondo, coloro che costituiscono il pianeta dei naufraghi?». È in questo

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vasto disegno di protezione da offrire ai fragili che si collocano le misure che estendono a tutti i cittadini i servizi sanitari ― così come sono state formulate dal Servizio sanitario nazionale introdotto m Italia nel 1978 e riaffermato in tutti i successivi disegni di riordino ― e la legislazione relativa agli immigrati che estende l’assistenza a tutti coloro che sono presenti nel nostro territorio.

La normativa che abbiamo considerato risponde alla domanda se dobbiamo offrire assistenza sanitaria agli immigrati; non ci dice invece come. Il “come” è fondamentalmente riassumibile nelle modalità riconducibili all’intercultura. La presenza simultanea di diverse culture è una novità per la nostra società. Soprattutto nell’ambito sanitario. Il preteso universalismo dell’etica medica ― che per l’occidente è stata formulata dalla medicina ippocratica e non ha sostanzialmente mutato la sua struttura per 25 secoli ― ha fatto ritenere irrilevanti le differenze riconducibili alla cultura. La convivenza di culture diverse, tanto da fare del pluralismo culturale un’opportunità, comincia appena a essere affrontata nel nostro paese. Tra le iniziative pionieristiche in questo ambito si segnala l’attivazione di un corso di laurea in “Scienze e tecniche dell’interculturalità” presso la facoltà di lettere e filosofia dell'università di Trieste, con il conferimento di un “dottorato in interculturalità”.

Anche per la sanità italiana si è aperta l’era dell’interculturalita. Il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000 menziona esplicitamente, tra le “azioni” per la tutela dei soggetti deboli, «la formazione degli operatori sanitari finalizzata ad approcci interculturali nella tutela della salute». Il dossier si è proposto in via prioritaria di mettere a confronto le esperienze più rilevanti in questo ambito, come materiale di confronto e di riflessione. Ampio rilievo è dato ai resoconti di organizzazione di servizi sanitari per immigrati e nomadi (Salvatore Geraci, Nicoletta Diasio, Bianca Maisano) e alla riflessione antropologica relativa all’identità culturale e alle trasformazioni cui è sottoposta dall’immigrazione (Annamaria Rivera e Marco

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Mazzetti). Tanto più quando il cambiamento culturale si traduce in disagio psichico e in malattia mentale (Natale Losi). L’approccio interculturale deve ora essere assimilato da tutti gli operatori del settore sanitario pubblico e tradursi in progetti di formazione (Anna Coluccia e M. Luisa Mangia).

Dall’insieme dei contributi ricaviamo la convinzione che non si tratta di introdurre la medicina delle migrazioni come una nuova branca della medicina, e tanto meno come una nuova specializzazione. La medicina che si sviluppa prendendo sul serio l’interculturalità è fondamentalmente la medicina delle relazioni: reagendo alla tendenza a spostare sempre di più il piano diagnostico verso l’oggettivazione strumentale, come predilige il riduttivismo organicista, la medicina deve imparare a integrare gli scenari e i contesti socio-culturali, nonché le risorse individuali e collettive del paziente. Il gruppo di appartenenza, con la sua cultura, diventa la principale risorsa per il processo terapeutico.ù

Una seconda porta di accesso alla struttura di questo numero de L’Arco di Giano può essere individuata nell’“Attualità dei classici”, che questa volta propone ai lettori Il Golem dGustav Meyrink. Se il valore letterario dell’opera è tutt’altro che eccelso, merita tuttavia l’attenzione dei cultori delle medical humanities per il tema, tratto dalla tradizione popolare ebraica, e per la reinterpretazione che ne fornisce Meyrink. La leggenda del “Golem fatto d’argilla” è stata trasmessa come un episodio della vita del misterioso Maharal, rabbi Yehuda Loew, capo della comunità ebraica della Praga del sedicesimo secolo.

Alcune versioni di questa leggenda ― che di recente è stata riraccontata anche da Elie Wiesel (1986) ― dipingono il Golem come un simpatico e goffo individuo, creato dal rabbi con funzioni di servo; altre lo presentano come un mostro, un Frankenstein che si ribellò al suo creatore. Angelo Maria Ripellino ne tratta ampiamente nella sua indimenticabile Praga magica, sottolineando la tradizione che lo presenta come «una

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sorta di Faust giudeo» (Ripellino, 1973, p.160). A suo avviso nel romanzo di Meyrink il Golem sembra identificarsi con l'Ebreo Errante, quasi un emblema del giudaismo con supplementi di cristologia 2.

Luis Montiel ci guida a una lettura diversa del Golem di Meyrink. La tradizione esoterica e mistica recede sullo sfondo, per lasciar emergere un profilo che si iscrive dentro il perimetro di quel cammino di autorealizzazione che C.G. Jung chiama “processo di individuazione”. In altre parole, Meyrink ci ripropone la vicenda immaginaria del Golem come un cammino personale verso la maturità, in quanto autorealizzazione che si completa solo nella dimensione transpersonale. Con o senza esoterismo, è indubbiamente anche questo un punto focale delle medical humamties.

Alla domanda essenziale relativa al processo di autorealizzazione possiamo ricondurre diversi contributi ospitati in questo fascicolo della rivista: la consapevolezza del parto come momento di massima significatività affettiva e simbolica nella vita della donna (Silvia Vegetti Pinzi); le questioni relative alla responsabilità morale e allo sviluppo del senso civico, come elementi costitutivi di una psicoterapia che non rifugga dall’interezza del suo compito (Marino Romeo); il superamento dell’ideologia individualistica nel disegno di strategie comunitarie di prevenzione (Eugenio Paci; cade opportuna, a questo proposito, una proposta utopica di Jonathan Mann: «Così come i movimenti ambientalisti hanno creato i partiti verdi per portare avanti la battaglia per la salvaguardia del pianeta, allo stesso modo dovrebbero nascere i partiti della salute che portino avanti il principio che la salute è un diritto dell’uomo e non un privilegio»); la

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crescita di un’attenzione nelle politiche sanitarie per i bisogni dei malati che non vanno verso la guarigione, per assicurare i benefici della medicina e il valore della solidarietà anche nella fase terminale della vita (Jean-Michel Lassaunière)

Per queste e per tante altre vie passa il cammino della medicina per l’uomo che auspichiamo. Ma forse, tra le tante urgenze, nessuna è così incombente come l’umanizzazione del morire. Sia lecito, a questo proposito, rievocare la morte del Golem “Yossel il muto”, così come viene raccontata con profonda pietIas da Elie Wiesel (lo scrittore deportato ad Auschwitz e Buchenwald, testimone di morti atroci, senza ombra di umanità, consacrato premio Nobel per la pace nel 1986):

Dieci anni dopo essere stato creato, il Golem tornò in polvere (...). Il Maharal salì in soffitta e il Golem lo seguì, con i suoi due discepoli alle spalle.

Per un attimo i quattro rimasero completamente immobili, come incollati alle loro ombre. Poi la voce del Maharal ruppe il silenzio: “Sdraiati, mio piccolo Yossel”. Il Golem esitò impercettibilmente prima di ubbidire. “Adesso distendi le braccia” disse il Maharal. E il Golem distese le braccia. “E le gambe” disse il Maharal. E il Golem distese le gambe. “Chiudi gli occhi” disse il Maharal. E il Golem chiuse gii occhi. “Respira lentamente, molto lentamente, sempre più lentamente” disse il Maharal. Il Golem ubbidì. “Ti senti invadere dal sonno? ” gli domandò il Maharal. Il Golem voleva abbassare il capo per dire di sì, ma le forze lo avevano abbandonato. “Hai compiuto il tuo destino” disse il Maharal “Puoi essere orgoglioso. Pochi uomini hanno salvato tante vite quante ne hai salvate tu. Che il tuo sonno sia dolce, mio caro Yossel; non preoccuparti, nessuno ti disturberà, te lo prometto” (Wiesel, 1986, p. 94 s.).

Riferimenti bibliografici

Ripellino A.M., Praga magica, Einaudi, Torino, 1973.

Wiesel E., Il Golem. Storia di una leggenda, Giuntina, Firenze, 1986.

Note

1 Il testo integrale della conferenza di J. Mann è disponibile, insieme ad altri suoi articoli, nella brochure curata da Leopoldo Grosso, Jonathan Mann. Aids e diritti umani, edito da Gruppo Abele & Lila, 1999.

2 «Per la sostanza larvale e notturna, per gli sgargianti ceroni dei personaggi, figure da gabinetto di cere, per il brulichio di alterego, per la stregheria e la scrittura-delirio, il romanzo di Meyrink partecipa dell’espressionismo. Vari elementi cospirano a dilatarne l’arcanità: influssi delle teorie voga e in genere del pensiero indiano, riferimenti al Talmud, dottrine occultistiche, bizzarrie della cabala e ogni sorta di negri prestigi. Si noti però che Meyrink, studioso di teosofia e di fenomeni metapsichici, ascrive impropriamente alla Cabala tutto ciò che ha sapore esoterico: ad esempio l’origine magica dei tarocchi e il libro Ibbuz, inesistente come il Necronomicon di cui discorre Lovecraft, benché il suo titolo riprenda un vocabolo con cui la mistica ebraica denota la “fecondazione dell’anima” (Seelenschwängtrun), ovvero l’aggiunta di una seconda anima» (Ripellino, 1973, p. 176).

I conflitti di interesse in medicina

Book Cover: I conflitti di interesse in medicina

Sandro Spinsanti

I conflitti di interesse in medicina

Editoriale

in L'Arco di Giano, n. 23, 2000, pp. 3-7

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EDITORIALE

Il primo numero dell’anno 2000 non può evitare di pagare un tributo al dibattutissimo tema che ha accompagnato la transizione cronologica dal 1999 al 2000: si tratta o no di un passaggio di millennio? Sarebbe ozioso riprendere gli argomenti pro e contro. Più significativo ci sembra rilevare l’analogia con la situazione in cui si è trovato il poeta Ovidio nel redigere i suoi Fasti, che intendeva sviluppare come un commento ai riti e alle tradizioni così come si susseguono nel calendario. Nel segnare un inizio, ha attraversato un momento di perplessità. Oltre all’incertezza tra il calendario repubblicano e quello augusteo, aveva di fronte un’obiezione di senso comune: perché l'anno comincia in inverno, piuttosto che ― come è logico ― in primavera?

Ricorrendo a una figura retorica, Ovidio fa comparire il dio Giano, che dà risposte autorevoli al poeta e dissipa i suoi dubbi. È un espediente che ci piace ricalcare, fidando nella familiarità con questo simbolo religioso-culturale, che fin dall’inizio presiede al nostro progetto di una rivista di medical humanities. Quando si tratta di valicare un confine ― cronologico o spaziale ― non possiamo impedirci di avvertire che la nostra sicurezza, a fatica costruita, è minacciata. Riprendiamo contatto con “madre paura” (la paura è, secondo Friedrich Nietzsche, «il sentimento primordiale, retaggio dell’uomo; con la paura si spiega ogni cosa»: Così parlò Zarathustra) e mettiamo in atto strategie di difesa.

Lasciandoci guidare dai significati simbolici insiti nelle due divinità latine di Giano e Termino, possiamo individuare due modalità opposte di controllare l’irruzione del nuovo e la paura connessa: cacciarlo “fuori”, oltre i confini, o integrarlo in un processo di trasformazione che consacri il “passaggio”. In una riflessione dedicata al volto doppio della paura, Roberto Escobar ci ricorda che il dio latino dei confini era Termino, piuttosto che Giano. Quest’ultimo era il dio dinamico dei passaggi e del divenire, il dio doppio degli inizi che, con le sue ritualità, dava sempre una nuova forma e misura alla paura, garantendone la metamorfosi ininterrotta in ordine e sicurezza. Termino era invece un dio chiuso, bloccato, in stretto rapporto con Iuppiter lapis, Giove pietra. Affidarsi a Giano o a Termino costituisce tutta la differenza tra due atteggiamenti di fondo nel gestire la paura.

Probabilmente questo ci manca, mentre finisce il millennio: la saggezza di Giano, il dio antico e tutto latino

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(come afferma Ovidio, con orgoglio) che induce a ritualizzare e a governare quei che sta foris per consentirgli di “entrare” trasformandosi e metamorfosizzandosi, in tal modo sorreggendo e rimuovendo quel che sta domi. Al suo volto doppio preferiamo quello “impietrito” di Termino: per noi, così, un confine non è più anche una soglia ma solo un limite (Escobar, 1998, p. 36).

Nel periodo di transizione che la medicina sta attraversando affiorano temi inconsueti. Tra questi spicca quel nodo di rapporti conflittuali riconducibili alla parola-chiave “conflitto di interessi”. Nel modello ideale di buona medicina che ci è stato lasciato in eredità dalla tradizione gli interessi del medico e quelli del paziente erano allineati e confluenti. La coscienza del medico ― chiamato, secondo la formula standardizzata, a prendere le decisioni “in scienza e coscienza” ― era la migliore garante che il corso delle cose fosse rivolto a garantire il migliore interesse del paziente, che al medico si affidava. Soprattutto la tradizione della medicina liberale ha sostenuto questa strutturazione dei rapporti, coprendo con il manto della deontologia professionale ogni scenario di conflitto e tendendo a escludere, come un’ingerenza indebita, ogni intervento di terze parti nel rapporto medico-paziente, compresa la presenza stessa dello stato.

L’ostilità degli ordini professionali dei medici alle forme socializzate di assistenza sanitaria, in nome del modello liberale, si è espressa ovunque. Quando le assicurazioni obbligatorie di malattia sono diventate la quasi totalità dell’assistenza sanitaria, i medici si sono opposti a quello che veniva definito “pagamento da parte di terzi”, così come l’American Medicai Association negli anni ’30 del novecento era contraria all’assicurazione sanitaria nazionale: sosteneva che l’interferenza pubblica attraverso i sistemi assicurativi era chiaramente contraria agli interessi del paziente, difesi dall’etica medica tradizionale.

Lo scenario è completamente cambiato ai nostri giorni. Il conflitto di interessi non è più un’ipotesi impronunciabile per descrivere ciò che avviene nell’ambito della medicina. La presenza del tema nel dibattito dei nostri giorni è documentata da copiosi riferimenti bibliografici, soprattutto in inglese:

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Medline fornisce più di 200 voci riferite al conflitto di interessi soltanto negli anni 1997 e 1998. L’inventario delle situazioni studiate è molto ampio: il conflitto può riguardare il rapporto tra ricerca e pratica clinica (gli obblighi dei ricercatori nei confronti del progetto di ricerca possono configgere con i loro obblighi nei confronti dei singoli pazienti), tra didattica e terapia (l’uso dei pazienti per l’apprendimento degli studenti di medicina contrasta con il diritto del paziente di essere informato sull’abilità di chi interviene su di lui), tra sanità pubblica e medicina privata, tra gli interessi delle aziende farmaceutiche e quelli di una medicina che si propone di evitare i pericolosi abusi consumistici dei farmaci. Tuttavia la stragrande maggioranza delle riflessioni converge sul tema che è quasi diventato sinonimo del conflitto di interessi in quanto tale: l’incidenza del sistema di compensazione dell’attività del medico o di finanziamento degli ospedali (Rodwin, 1993).

Sotto accusa è il sistema dei Drg o modelli analoghi che compensano le prestazioni sanitarie secondo una modalità prospettica. Soprattutto suscita perplessità il sistema della managed care che si sta diffondendo negli Stati Uniti, che prevede accordi tra le organizzazioni e gli erogatori dei servizi ― ospedali, specialisti, singoli medici ― sulla base di un compenso globale e forfettario a quota capitaria (capitation), ovvero di una quantità di denaro determinata per ogni paziente, indipendentemente dall’effettiva erogazione di prestazioni. La preoccupazione che emerge è che venga erosa alla base la fiducia stessa nei confronti del medico, se il suo vantaggio economico è inversamente proporzionale a quanto fa per il paziente. Tutti i sistemi di pagamento prospettico invertono la direzione dell’ago della bilancia: quando il medico è pagato all’atto, ha interesse a erogare il maggior numero di prestazioni al paziente, mentre con questa formula meno fa, più guadagna.

L’allarme suscitato dal conflitto di interessi che nasce dai nuovi sistemi di finanziamento è giustificato, anche se tende a eccedere nella misura. Soprattutto viene enfatizzata la novità del conflitto, mettendo in ombra il fatto che un possibile conflitto di interessi esiste in ogni sistema di retribuzione delle prestazioni sanitarie, anche se di segno contrario. Un’accurata analisi del problema delle compensazioni in base alla

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quota capitaria, pubblicata nel New England Journal of Medicine, giunge alla conclusione che «ridurre a zero i conflitti di interesse economici non è né possibile né auspicabile». Gli autori dell'articolo formulano tuttavia alcune opportune linee-guida etiche per minimizzare i potenziali conflitti di interesse legati al sistema di compensazione prospettico, senza compromettere l’integrità etica delle decisioni mediche relative alle cure che spettano ai singoli pazienti: gli incentivi economici devono rispettare rigorose caratteristiche circa la quantità del compenso, il numero di medici e pazienti da coinvolgere; bisogna accuratamente definire il target ― non compensare direttamente la diminuzione di specifici servizi ―; è necessario mantenere l'equilibrio tra incentivo economico a breve termine, legato alla diminuzione dei servizi, e l’incentivo ai medici affinché affrontino quanto è necessario per promuovere la prevenzione, la soddisfazione dei pazienti e il miglioramento degli outcome clinici (Pearson et al., 1998).

Il nostro dossier dirige l’attenzione dei lettori sull’intero ventaglio degli interessi che possono entrare in conflitto nell’ambito dell’erogazione delle cure. Senza ignorare quelli più propriamente economici, legati ai sistemi di finanziamento (Alberto Donzelli), l’esplorazione si estende agli stessi presupposti epistemologici del sapere medico (Mauro Ceruti; prendendo a prestito il titolo della rivista da lui diretta, dobbiamo rimodellare il nostro sapere trasponendolo da un universo a un Pluriverso) e alla collocazione della medicina nel contesto delle attese che suscita nella nostra società (Gianfranco Domenighetti). Il marketing farmaceutico è una delle agenzie più apertamente indiziate di promuovere propri interessi, sotto la copertura del bene superiore costituito dal progresso del sapere scientifico (Marco Bobbio). La ricerca, poi, è presentata spesso come insensibile al miglior interesse del singolo paziente, mentre diventa sempre più difficile tracciare una demarcazione netta tra sperimentazione e assistenza (Gianni Tognoni). La stessa epidemiologia clinica è costretta a tener conto dei molteplici attori e dei rispettivi interessi: l’industria del farmaco, gli amministratori che promuovono politiche sanitarie e i media e la domanda che sorge dalla popolazione (Eugenio Paci). Anche il diritto assume un ruolo

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attivo nella bestione dei conflitti, soprattutto da quando la nuova cultura dei diritti riferiti al corpo e alla salute ha reso i cittadini più rivendicativi (Amedeo Santosuosso). Tuttavia è soprattutto in prima linea che bisogna sviluppare nuove modaiita di gestione dei conflitti, sia tra diverse professionalità (Ada Masucci), sia tra sanitari e pazienti, sviluppando l’arte dell’ascolto (Francesco Benincasa e Giovanni Cataldi).

L’esplorazione a tutto campo del tema ci autorizza a sottoscrivere la conclusione a cui giunge E. Haavi Morreim nell’articolo dell’Enciclopedia of Bioethics dedicato al conflitto di interessi. Mentre una volta il dovere che nasceva dalla fiducia che il paziente riponeva nel professionista consisteva soprattutto nell’astenersi dallo sfruttamento volgare, oggi l’obbligo di porre gli interessi del paziente prima dei propri non può più essere per il professionista un obbligo senza limiti: «Una delle più importanti e difficili sfide della nuova economia che regola la medicina consiste nel considerare non solo ciò che i sanitari sono obbligati a dare ai loro pazienti, ma anche i limiti di questi obblighi» (Morrein, 1995, p. 464). In altre parole, i conflitti di interesse obbligano a riscrivere le regole del gioco tra tutti coloro che sono coinvolti nel sistema di erogazione delle cure: ricercatori, professionisti sanitari, amministratori pubblici, divulgatori scientifici, cittadini. Se è impossibile eliminare i conflitti di interesse presenti pervasivamente nell’ambito della medicina, molto si può fare per aumentare la trasparenza, favorendo l'empowerment dei consumatori.

Riferimenti bibliografici

Escobar R., «Nel Maelstrom. Il volto doppio della paura», in Adultità n. 8, 1998, pp. 28-37.

Morrein E.H., «Conflict of interest», in Enciclopedia of Bioethics, Macmillan-Free Press, New York, 1995.

Pearson S.D., Sabin J.E., Emanuel E.J., «Ethical guidelines for physician compensation based on capitation», in NEJM, vol. 339, 1998, 3, pp. 689-693.

Rodwin M.A., Medicine, money, and morals: phjsicians’ conflicts of interest, Oxford UP, New York 1993.

La ricerca della salute

Book Cover: La ricerca della salute

Sandro Spinsanti

La ricerca della salute

Editoriale

in L'Arco di Giano, n. 24, 2000, pp. 3-8

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EDITORIALE

Lo psichiatra I.D. Yalom ha scritto un racconto romanzato ― Quando Nietsche pianse (Yalom, 1993) ― in cui immagina che il medico viennese Joseph Breuer, noto come uno dei maestri di Sigmund Freud, abbia in trattamento Friedrich Nietzsche, diventato suicidale a causa di una delusione amorosa. Nietzsche rifiuta ogni trattamento. Per lui le gravi depressioni e gli attacchi di emicrania erano in primo luogo un problema che dipendeva dalla spaventosa profondità e dal peso dell’esistenza, e solo secondariamente un problema che richiedeva una terapia. La medicina gli appariva come una via d’uscita solo per coloro che non vogliono portare il peso dell’esistenza. Il medico veniva così a trovarsi di fronte a un essere umano che era malato e non aveva (non poteva) continuare a vivere così; tuttavia considerava questa situazione non come un problema medico, ma esistenziale. Lo psichiatra entrava in una situazione di stallo, oltre la quale non era possibile procedere.

La svolta subentrò quando Nietzsche prese in trattamento il dottor Breuer, entrato in crisi esistenziale a seguito del rapporto frustrato con la sua attraente paziente Anna O. e dal sentirsi preso in un processo di inarrestabile invecchiamento. H guaritore era diventato impotente e aveva perso il suo slancio medico. Il filosofo dovette venire in aiuto e lo fece insegnando al medico a vedere il “significato”, e non solo il puro fatto, delle sue crisi. Nella ricostruzione romanzesca Breuer arriva così a capire che solo quando si conosce il “per che cosa” di una malattia si può uscire da essa.

Con questa incursione nella fiction ci lasciamo introdurre al tema del dossier dal filosofo che forse più di ogni altro ha posto la questione della salute al centro della sua riflessione. Nella prefazione a La gaia scienta Nietzsche ha tematizzato il rapporto tra salute e filosofia suggerendo che, nel suo insieme, la filosofia sia da considerare una spiegazione del corpo e un malinteso sul corpo. Ancor più, prospetta un programma globale di filosofia finalizzata a confrontarsi non con le questioni metafisiche, ma con quelle vitali:

Io continuo ad aspettarmi un medico filosofico nel senso non comune del termine ― ovvero che si dedichi alla

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salute globale di popolo, tempo, razza, umanità ― abbia finalmente il coraggio di portare alle sue estreme conseguenze il mio dubbio e di osare questa affermazione: fino ad oggi, tutto il filosofare non è stato “verità”, ma qualcos’altro, diciamo salute, futuro, crescita, potenza, vita...

Il cammino dalla malattia alla “grande salute” costituisce per lo storico della medicina tedesco Heinrich Schipperges la sintesi più lineare del tormentato pensiero del filosofo (Schipperges, 1985). L'ampio saggio di R. Miranda de Almeida, che pubblichiamo in questo fascicolo, documenta l’intreccio fecondo tra esperienza di malattia, creatività filosofico-letteraria e “più alta salute” nella vita di Nietzsche. Ma sono solo queste le domande di salute che vengono rivolte alla medicina? Corrisponde più adeguatamente alla realtà identificare tre diversi scenari o contesti, con relative attese e richieste implicite, nei quali avviene la cura.

Il primo modello della cura ― il più semplice, il più desiderabile ― è quello in cui l’intervento del professionista ci riporta alla situazione precedente, chiudendo la parentesi aperta della malattia. È il modello di guarigione tradizionalmente designato come restitutio ad integrum. Il secondo modello di cura è quello che i classici dell’antichità, sia medici che filosofi, chiamavano la “guarigione sufficiente”. Si tratta della misura di guarigione necessaria per continuare a vivere. Quello che per gli antichi poteva essere un’evenienza rara, quasi eccezionale, ai nostri giorni è diventato l’esito più frequente del processo di cura.

Il primo modello di cura si realizza ormai solo nel 20% delle nostre malattie, cioè in una minoranza delle situazioni. Nell’altro 80% di casi patologici avviene che la medicina non riesce a dare la guarigione, intesa come restituzione all’integrità e alla salute piena, ma dà la guarigione che consiste nella capacità di continuare a vivere malgrado la malattia e con la malattia. La stragrande maggioranza delle malattie che ci portano a bussare alla porta del medico sono di questo tipo. Andando dal medico dobbiamo abbandonare il sogno ingenuo che usciremo prima o poi, con un percorso lungo o contorto, dal tunnel della malattia per tornare alla salute.

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La ricerca internazionale promossa dallo Hasting Center: Gli scopi della medicina: nuove priorità (1997) ha descritto il fenomeno del cambiamento dello scenario di cura e le ripercussioni nell’attività del medico: «Nei confronti dei malati cronici, che devono imparare ad adattarsi a un sé nuovo e alterato, il lavoro del personale medico dovrà concentrarsi non già sulla terapia, ma sulla gestione della malattia, dove per gestione si intende l’assistenza psicologica empatica e continua a una persona che in un modo o nell’altro deve accettare la realtà della malattia e conviverci. Qualcuno ha osservato che la medicina, a volte, deve aiutare il malato cronico a forgiarsi una nuova identità» (Hastings Center, 1997).

In questo contesto il significato di cura è, dunque, diverso. Ciò implica che per un numero crescente di persone la medicina non dà risposte risolutive: offre solo, se si riesce a coglierla, la capacità di continuare a vivere con il nostro diabete, con il nostro asma, con la nostra insufficienza cardiaca, con le due (o tre, quattro, cinque) malattie croniche che si avvolgono le une sulle altre dopo una certa età.

A questo scenario dobbiamo aggiungere una terza e più ampia categoria di salute, che dà luogo a un altro modello di cura: quella ricerca che, appoggiandoci all’espressione di Nietzsche, possiamo chiamare “la grande salute”. Questo concetto di salute non presuppone né l’assenza di malattie, né la convivenza con esse, bensì la realizzazione del nostro progetto di uomini e donne che, attraverso le vicende del corpo, danno forma a un destino che dipende da loro e che trascende il piano corporeo (evidentemente non chiediamo a Nietzsche di sottoscrivere questa visione della salute: ci limitiamo ad appoggiarla sulla sua formula così efficace).

Possiamo descrivere la nostra storia di uomini e donne dicendo che attraverso la nostra “patografia” ― cioè il pathos che noi viviamo ― scriviamo la nostra autobiografia; o ancora che la nostra autobiografia non è altro che la nostra “patografia”, cioè una serie di sofferenze, dolori, prove legate alla nostra esistenza corporea. Elementi centrali di questa “patografia” sono le malattie, ma non solo queste. La salute non è soltanto quello che risulta nel libretto sanitario, ma è l’equivalente della nostra vita. La “grande salute” non è altro che la storia del nostro corpo

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attraverso momenti patologici o fisiologici che noi possiamo registrare come la storia della nostra realizzazione.

A seconda che parliamo della cura intesa come restituzione della salute nella sua integrità, della cura come aiuto per vivere con le nostre malattie, oppure della cura intesa come l’appoggio di cui abbiamo bisogno per diventare uomini e donne realizzati attraverso quello che la vita, dalla nascita alla morte, ci fornisce, cambia il ruolo dei curanti. Quando ci orientiamo alla restitutio ad integrum richiediamo che da parte del sanitario ci sia la competenza, la scienza e anche il rispetto delle regole, secondo lo stile del rapporto che nella nostra società esprime la nuova cultura dei diritti. Per ritornare in salute questo ci basta.

Se invece lo scenario è il secondo, la situazione diventa più complessa. Il rapporto che si instaura quando lo scenario è quello della salute sufficiente, o necessaria a convivere con una patologia inalienabile, è diverso da quello che predomina nelle malattie acute. È diverso anche il ruolo terapeutico: mentre nella medicina acuta il medico si occupa dell’emergenza e il paziente è passivo, nella medicina cronica il medico ha l’obiettivo di portare il paziente a contare su se stesso; nella medicina acuta il rapporto è spesso genitore-figlio: il medico prende un ruolo di genitore e guida con autorevolezza; invece nella medicina cronica la relazione si modella piuttosto sul rapporto adulto-adulto.

In generale, la medicina per i malati che non vanno verso la guarigione ma si trovano in una situazione di stabile cronicità domanda un numero maggiore di aspetti educativi. L’educazione non sta per indottrinamento. Spesso si intende l’educazione sanitaria come insegnare al paziente ad assumere determinati comportamenti (non fumare, non assumere sostanze dannose, non mangiare dolci se si è diabetici...). L’educazione di cui parliamo non si limita a insegnare determinate le regole. Come avviene nell’educazione degli adulti, vuol dire sostanzialmente cercare insieme obiettivi, negoziarli, verificarli, per poi ridefinirli da capo. È un rapporto adulto-adulto, fondato sul rispetto e la stima; il ruolo decisivo lo gioca non un’autorità che il terapeuta può esercitare dall’alto, ma il rapporto che si stabilisce nel tempo.

La modalità della cura che risponde alla ricerca della “grande salute” non è esclusiva dei professionisti sanitari. Per

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essere curati in questo più ampio significato ― in maniera tale che attraverso le vicende del nostro corpo: quelle felici e quelle tristi, la generazione di altri viventi che perpetuano la catena dell’essere, la crescita, la decadenza e la morie, noi possiamo realizzarci ― più che un sapere tecnico è necessaria la capacità di essere presenti e di esercitare un ascolto attivo: “l’ascolto che guarisce”, come è stato chiamato (Aa. Vv., 1989). Possiamo chiamare questo rapporto counseling, intendendolo ― in senso molto inclusivo ― come una capacità di presenza all’altra persona.

La misura della consapevolezza necessaria per entrare nel processo della “grande salute” è massima: nessuno ci può far crescere, se non lo vogliamo. Non è detto che le vicende del corpo ― nascita, crescita, resistenza alle aggressioni patologiche, decadenza, morte ― producano di per sé degli esseri consapevoli, cioè quegli “uomini” che sarebbero dovuti diventare, mettendo completamente a frutto le proprie potenzialità. La fine della nostra vita come pienezza non è scontata; è un processo molto aleatorio. L’esperienza quotidiana ce lo conferma: ci sono delle persone che attraverso le dure vicende del corpo diventano migliori, maturano verso una maggiore umanità; ce ne sono altre che attraverso vicende analoghe si chiudono, diventando ostili a tutto e a tutti, ancora meno apprezzabili dal punto di vista dell’autorealizzazione umana.

Questo complesso scenario della ricerca della salute costituisce la tela di fondo su cui prendono rilievo i contributi del dossier. La dimensione della restitutio ad integrum viene esplorata da diversi punti di vista: clinico (Giovanni Creton esamina il divario crescente tra le capacità diagnostiche e le risposte terapeutiche, con il rischio che la razionalità diagnostica si tramuti in accanimento diagnostico); organizzativo (interrogandoci con Nicola D’Andrea se della riforma del sistema sanitario nazionale, messa in atto per tappe nel decennio che abbiamo alle spalle, sia stato colto lo spirito oppure realizzata una caricatura, a detrimento della salute dei cittadini), comunicativo (non tutta l’informazione, abbondantemente diffusa dai media, contribuisce all’empowerment del consumatore: Gianna Milano).

Lo scenario che abbiamo chiamato della “guarigione sufficiente”, che socialmente è in continua crescita, richiede competenze nuove da parte dei sanitari, riassunte nella capacità

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di negoziare la terapia con il paziente (Dagmar Rinnenburger) e nella valorizzazione positiva del compromesso (Franz-Joseph Illhardt). La dimensione della “grande salute”, in terzo luogo, ha suscitato una rigorosa riflessione teologica di Marinella Perroni sul valore che ha il limite, intrinseco all’esistenza umana, nella tradizione sapienziale biblica e un’acuta analisi dell’uso di alcuni luoghi retorici nel discorso sulla morte e il morire promosso dalle cure palliative (Franco Toscani). Il saggio, infine, di M. Grazia Soldati e Rosanna Cima dedicato al lavoro con le storie di vita illustra in modo paradigmatico l’atteggiamento dell’ascolto terapeutico, necessario per promuovere il cammino personale verso la “grande salute”.

Nel labirintico percorso della ricerca della salute ci si può smarrire: ogni guida è perciò preziosa. Due altri accompagnatori eccellenti completano la cordata degli studiosi che hanno contribuito al dossier: il filosofo Soren Kierkegaard, di cui Ettore Rocca ci presenta una rilettura di La malattia per la morte, e lo storico della medicina Mirko Grmek, recentemente scomparso, a cui Franco Voltaggio dedica, da discepolo, con tributo di gratitudine per gli arricchimenti concettuali portati a chi si occupa di storia del pensiero medico.

Tre formule possono sintetizzare il laborioso viaggio intellettuale che questo fascicolo de L’Arco di Giano ci invita a fare: si può cercare la salute con la medicina (quando le opportunità diagnostiche e terapeutiche sono usate in modo appropriato), nonostante la medicina (difendendosi dalla spinta a creare pseudomalattie e falsi pazienti), oltre la medicina (stabilendo il giusto equilibrio tra la vita e la medicina: la medicina è per la vita, non viceversa).

Riferimenti bibliografici

Av. Vv., L’ascolto che guarisce, Cittadella, Assisi 1989.

Hastings Center, «Gli scopi della medicina: nuove priorità», Notizie di Politeia, 45, 1997.

Schipperges H., Homo patiens. Zur Geschichte des kranken Menschen, Piper, München 1985, pp. 210-238.

Yalom I.D., When Nietzsche wept, Harper Collins, Londra 1993.

La formazione del personale sanitario

Book Cover: La formazione del personale sanitario

Sandro Spinsanti

La formazione del personale sanitario

Editoriale

in L'Arco di Giano, n. 25, 2000, pp. 3-9

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EDITORIALE

Nel 1991 chiudeva le pubblicazioni, dopo quasi vent’anni di attività, il Giornale italiano per la formazione del medico, fondato e diretto da Costantino Iandolo. Nel tracciare il ritratto del grande clinico, Dario Manfellotto sottolinea l’amarezza che accompagnò quella decisione: malgrado gli sforzi ripetuti per introdurre in Italia la formazione continua, con la sua specifica metodologia, i pionieri si erano scontrati con un’invincibile sordità tanto dei corpi professionali, quanto delle istituzioni. Chi si occupava di pedagogia medica e di formazione continua aveva continuato a essere una vox clamantis in deserto (Manfellotto, 1998, p. 220).

A un decennio dalla chiusura della rivista sembra che lo scenario generale nella società italiana abbia mutato di segno. I contributi raccolti nel dossier confermano l’acquisizione di una consapevolezza diffusa che una buona medicina non sarà possibile senza un investimento massiccio nella formazione permanente del personale sanitario. Il D.lvo 229/99 (o “riforma ter”) ha anche delineato un percorso formativo strutturato e ha individuato le strutture che, a livello nazionale, regionale e aziendale, devono farsi carico della formazione.

Sulla teoria e sulla pratica della formazione continua esiste ormai un sapere consolidato (Renzo Gallini, Giacomo Delvecchio e Luisella Barberis), che si è confrontato con i problemi di metodologia (Giulio Corgatelli), con il sistema di crediti formativi e con i criteri di valutazione (Antonio Panti). Chi esercita la medicina trova nella clinica lo stimolo a un apprendimento come processo continuo, che utilizza anche gli errori stessi (Vito Cagli).

La spinta verso la formalizzazione della formazione permanente viene soprattutto dall’esterno, ovvero dall’azione di trascinamento che esercita la “casa comune” europea. La conferenza internazionale: La formazione del medico in Europa (Roma, 28-29 settembre 1997) ha focalizzato il contesto di “mercato unico” che agisce come fattore universalizzante. Il presidente del collegio di professori di medicina interna, Mario Condorelli, formulava in quel contesto il progetto formativo nei termini seguenti: «Promuovere

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con il concorso di tutti gli stati membri dell’Unione europea la volontà di costruire una scienza medica europea che sia opera della ricchezza intellettuale e morale di tutti i medici europei e della collaborazione di tutte le istituzioni universitarie e sanitarie delle nazioni europee».

A progetti così altosonanti si contrappone la presa d’atto dei ritardi su alcuni punti critici del percorso formativo, in particolare sull’educazione permanente. In Italia ― come anche in altri paesi dell'Unione europea, del resto ― si registra l’assenza di un sistema di educazione continua del medico per tutta la durata della sua vita professionale organizzato dalle istituzioni sanitarie pubbliche: «In Italia ― faceva notare il documento introduttivo della conferenza internazionale ― l’educazione continua del medico non è obbligatoria, né disciplinata da apposite normative. La formazione permanente del medico è invece indispensabile e urgente per le benefiche ricadute che essa ha sulla tutela della salute dei cittadini e anche sul comportamento prescrittivo dei medici».

Il movimento per la formazione continua ha promosso una cultura del cambiamento, che richiede il coraggio di “disimparare” schemi di pensiero indotti dall’esperienza e dall’istruzione precedenti, ormai inadeguati alla formazione professionale dei sanitari dei nostri giorni. In un saggio dedicato all’analisi comparativa della formazione continua del medico negli Stati Uniti e in Canada G. Escovitz e D. Davis propongono un’analogia tra i problemi che deve affrontare oggi la formazione continua e quelli incontrati in passato dal sapere medico (Escovitz, Davis, 1990). Prima del famoso rapporto Flexner, del 1910, la formazione del medico era poco più che un sistema di apprendistato: la conoscenza medica veniva trasmessa allo studente attraverso il contatto con un tutore sperimentato e con casi clinici. Ciò che si conosceva della medicina era la somma di testimonianze e di ricordi di medici e di una relativamente piccola collezione di testi medici. Il Rapporto Flexner segnò una transizione nella medicina e nella formazione medica. Oltre a condannare le scuole dove si insegnava la ciarlataneria

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medica del tempo, promosse una formazione medica e una pratica della medicina basate sulla scienza. Con gli anni '30 transizione si era realizzata: si riconosceva il valore della ricerca e le decisioni mediche cominciavano sempre più a fondarsi nella scienza.

Possiamo stabilire un parallelismo con l’evoluzione che si è realizzata nella formazione continua. Fino a poco tempo fa, la formazione permanente del medico si è basata sull’accumulazione di esperienze, abitualmente relative a problemi pratici, trasmesse oralmente da chi aveva più esperienza a chi ne aveva meno. Sapere che cosa si doveva fare in una determinata situazione era basato sull'esperienza personale e su ciò che era stato fatto dai colleghi in situazioni simili.

Come per la medicina precedente alla svolta scientifica, i risultati di pratiche apprese in questo modo hanno alternato successi e fallimenti. Solo negli anni più recenti il movimento per la formazione continua del medico ha cominciato a cercare quelle conoscenze che servissero da fondamento ai programmi e alle pratiche, facendo appello a esperti negli ambiti della pedagogia degli adulti e di altre scienze umane. Hanno cominciato così a delinearsi dei veri e propri professionisti della formazione continua, in attesa di un’epoca in cui queste conoscenze informeranno la pratica.

Per ora continuiamo ad accumulare conoscenze empiriche su ciò che funziona e ciò che non funziona nella formazione dei professionisti sanitari, sull’accertamento dei bisogni, sulla valutazione dei programmi. La formazione permanente, che si presenta come un obbligo morale e un vincolo deontologico, ha bisogno a questo punto di un’accelerazione da parte della volontà politica di chi, provvedendo a fornire strutture e mezzi finanziari, si decida a tradurla in atto.

Su questa tela di fondo della formazione permanente di cui ha bisogno il personale sanitario si distacca l’ambito particolare costituito dalla formazione etica. L’attenzione crescente agli aspetti più problematici, dal punto di vista morale, dei progressi della medicina e della biologia ha incanalato il dibattito pubblico sotto l’etichetta della

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“bioetica”. Oltre a determinati contenuti, questa denominazione evoca anche un modo abbastanza stereotipato di trattarli. In genere all’origine di una discussione di bioetica c’è “il caso”: un fatto concreto, che i mass media provvedono a enfatizzare adeguatamente. Può essere una nascita che segna un nuovo traguardo nell’ambito della procreazione artificiale, un intervento spettacolare di terapia genica, un sofisticato trapianto di organi, un caso di eutanasia o di suicidio assistito, il dibattito su aborto o non aborto per le donne violentate in Bosnia. Praticamente, quasi ogni giorno possiamo aspettarci che la stampa ci fornisca, a grandi titoli, “il caso”.

A questo punto subentrano gli esperti. Opportunamente sollecitati, esprimono il loro parere. “Il caso” lo conoscono solo nella veste in cui è stato confezionato per l’informazione. Le esigenze mediologiche, inoltre, richiedono che il loro parere sia espresso in forma sintetica, efficace, con preferenza per gli schieramenti netti: sì o no, permesso o proibito, lecito o illecito. Gli adattamenti redazionali provvedono a fare gli opportuni raffronti tra le opinioni degli esperti, in modo da mettere in evidenza le contrapposizioni. Gli americani hanno un’espressione molto evocativa per questo tipo di interventi. Lo chiamano to shoot from the hips. È il gesto del pistolero, che spara velocemente senza estrarre l’arma dalla fondina. I “casi” che arrivano all’attenzione del pubblico sembrano bersagli ideali per queste raffiche di giudizi etici, da parte di un gruppo ristretto e ben definito di esperti che si vanno qualificando come “bioeticisti”.

Non possiamo che rallegrarci per la popolarità che sta assumendo il dibattito sulle scelte connesse con i trattamenti sanitari e la ricerca bioetica. Vediamo crescere una sensibilità per i dilemmi posti del trattamento responsabile della vita. E tuttavia il diffondersi del modello di bioetica qui evocato ― con tratti ironici, ma spero non caricaturali ― suscita parecchie perplessità. Possiamo riassumere le principali sotto tre termini: “rilevanza”, “competenza” e “metodo”.

Per “rilevanza” intendiamo la scelta di che cosa è ritenuto importante o degno di attenzione, e che cosa invece no. Ebbene, nella bioetica da mass media la riflessione etica

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viene messa in correlazione solo con i casi clamorosi ed estremi, quasi che quelli ordinari fossero irrilevanti. Semmai è vero il contrario: è soprattutto la pratica quotidiana della cura della salute e dell’assistenza agli infermieri che è carica di perplessità e obbliga a scelte in cui si giocano importanti valori morali. Non è solo il dilemma se staccare o no la spina del respiratore in un malato in coma irreversibile che presenta un problema etico, ma le mille piccole scelte connesse con il trattamento di una malattia grave o a prognosi infausta. Se e come dare l’informazione, il consenso del paziente ai trattamenti che lo riguardano, la ripercussione delle scelte terapeutiche non solo sulle possibilità di guarigione ma anche sulla qualità della vita: sono solo alcuni degli aspetti che fanno della cura quotidiana della salute un fatto non solo tecnico ma relazionale. Di rilevante importanza per l’etica, quindi, anche quando non si presenta sotto l’aspetto di un caso clamoroso.

Parlando di “competenza”, ci riferiamo invece ai soggetti autorizzati a svolgere tale riflessione etica. Ben vengano gli esperti di bioetica: purché, però, ciò non porti all’espropriazione dei veri titolari dell’etica. Vale a dire, di tutte le persone ragionevoli e responsabili. Una delle ragioni di non minor peso a favore del ricorso al termine bioetica, a preferenza del più tradizionale “etica medica”, è proprio il fatto che esso sposta l’accento dalla pretesa competenza esclusiva di un gruppo di professionisti ― etica “medica”, intesa come etica propria “dei medici”, determinata dal loro sapere specifico ― al coinvolgimento di tutti nelle decisioni che riguardano la vita e la sua cura. Sarebbe una beffa se la bioetica, invece di promuovere il dialogo e la partecipazione attiva di tutti nelle scelte di natura terapeutica e nell’applicazione del sapere biomedico, favorisse l’emergere di nuovi mandarini del sapere etico.

Il terzo motivo di perplessità nei confronti della bioetica quale viene messa in atto nei dibattiti pubblici è riferibile al metodo. Si ha l’impressione che il confronto sui principi e gli schieramenti ideologici abbia la precedenza. I diversi “casi” clamorosi, dei quali ama occuparsi la stampa e la televisione,

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vengono utilizzati in quanto portano materiale argomentativo per consolidare tesi precostituite.

Il disagio maggiore verso una bioetica di questo tipo lo esprimono quei sanitari che sono più sensibili e più impegnati sul fronte dell’etica clinica. Sentono una certa estraneità di quel procedere argomentativo che è proprio della bioetica ― interessato ai principi più che ai fatti clinici nella loro concretezza e singolarità, e teso a produrre una sorta di sapere normativo, che pretende di guidare in modo del tutto esterno e per così dire “automatico” l’azione di chi opera nel contesto sanitario ― rispetto al punto di partenza di ogni processo decisionale che è proprio del medico: la diagnosi, la prognosi e la considerazione comparativa dei rischi e benefici.

I clinici hanno sempre saputo che le decisioni che si prendono al letto del malato non sono illustrazioni astratte di teoremi morali, ma vere e proprie “creazioni” che nascono nell’orizzonte di incertezza che è proprio della medicina. Così è sempre avvenuto fin dal tempo della saggezza ippocratica e della filosofia aristotelica, la quale collocava le decisioni pratiche che devono essere prese in medicina nell’ambito dell’“arte” (techne), piuttosto che in quelle del sapere scientifico {episteme).

Qualunque sia il ruolo specifico che sono chiamati a svolgere ― come medici, come pazienti o come familiari ― coloro che devono prendere delle decisioni difficili in cui sono implicati fatti obiettivi e valori personali, benefici e danni, preferenze e scelte che fanno corpo con l’unicità irripetibile di una vita individuale, tendono a diffidare di filosofi e teologi. Questi propongono magari soluzioni ineccepibili, ma che spesso hanno il difetto di non adattarsi alle situazioni.

L’etica clinica, senza essere sinonimo di pressapochismo, è un esercizio particolare della razionalità umana: quella che deve essere esercitata nel contesto di un sapere incerto e deve tener conto contemporaneamente della norma e delle eccezioni, dei principi e delle circostanze, di ciò che è formalmente “corretto” e di ciò che in una situazione concreta risulta “bene” o “male minore”. Questo ragionamento pratico ha il suo coronamento non nella deduzione astratta, ma in

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quel giudizio prudenziale che Aristotele chiama phrónesis e che i latini hanno tradotto con il termine prudentia?

Il medico che si è esercitato nel giudizio “prudente” sa che non è stato mai possibile praticare una buona medicina che non fosse anche intrinsecamente etica, ovverosia penetrata di quella razionalità comune alle decisioni cliniche e alle scelte morali. Oggi cambia semmai il ruolo del paziente, al quale si richiede maggiore disponibilità a lasciarsi coinvolgere nei diversi scenari terapeutici e nelle scelte conseguenti, rinunciando ad affidarsi a quel paternalismo medico che ama nascondersi dietro il generico appello alla “scienza e coscienza”. Ma la struttura dell’etica clinica resta la stessa e il giudizio prudenziale continua a essere la sua pietra angolare.

Se i medici sentono la bioetica come estranea al sapere che è loro proprio, i “bioeticisti” (come si comincia a chiamarli, con un brutto neologismo di stampo americano) farebbero bene a farne l’occasione per un ripensamento della loro disciplina. E magari a domandarsi come integrare nel dibattito pubblico sulle scelte a cui la medicina ci obbliga quel sapere morale allo stesso tempo universale e concreto, cieco come la giustizia ma anche parziale come l’amore, che caratterizza le buone scelte etiche che si fanno al capezzale del malato.

Riferimenti bibliografici

Manfellotto D., «L’insegnamento di Costantino Iandolo», L’Arco di Giano, 18, 1998, pp. 215-225.

Escovitz G.H., Davis D., «A bi-national perspective on continuing medical education», Academic Medicine, 65, 9, 1990, pp. 545-555.

Hospitalitas: pro memoria per l’ospedale del futuro

Book Cover: Hospitalitas: pro memoria per l'ospedale del futuro

Sandro Spinsanti

Hospitalitas: Pro-memoria per l’ospedale del futuro

Editoriale

in L'Arco di Giano, n. 26, 2000, pp. 3-10

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EDITORIALE

Nel corso della sua storia plurisecolare l'ospedale ha cambiato volto più e più volte. Uno dei cambiamenti più radicali implicava anche una modifica del nome. È quanto aveva progettato la rivoluzione francese, che voleva accentuare il passaggio all’epoca moderna in tutte le strutture della società. L’ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui il bambino si poteva trovare accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la puerpera accanto al morente. Era destinato infatti a raccogliere la “fragilità” in tutte le sue forme.

Non solo la realtà dell’ospedale non rispondeva alle più elementari condizioni igieniche, ma spesso era in contrasto con il rispetto dovuto alle persone. Un rapporto redatto a Parigi dall’Accademia delle scienze nel 1787 descrive la situazione insostenibile in cui versavano gli ospedali di Parigi. Le condizioni peggiori erano quelle dell’Hôtel-Dieu, il celebre ospedale situato accanto alla cattedrale di Notre-Dame, nel quale ben un paziente su quattro decedeva in ospedale. Affermava la relazione: «Non esistono ospedali altrettanto mal situati, altrettanto chiusi, altrettanto irragionevolmente sovraffollati, altrettanto pericolosi, che riuniscono altrettante cause di insalubrità e di morte dell’Hôtel-Dieu: non esiste, no, non esiste nell’universo un rifugio per malati che, altrettanto importante per il suo fine, sia tuttavia con i suoi risultati altrettanto funesto per la società».

La critica della modernità all’ospedale dell'ancien regime fu così radicale che il Direttorio cambiò persino il nome: invece di “hôpital”, propose di chiamarlo “hospice”. Nel corso del XIX secolo è avvenuta, in realtà, un’evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'hospice è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti ― vecchi, trovatelli, malati inguaribili e affetti da malattie contagiose ― mentre l’ôpital ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione. La stessa evoluzione semantica è avvenuta anche in Italia.

Sia l’ospedale che l’ospizio contengono, tuttavia, nella loro etimologia, l’“ospitalità”, ovvero la caratteristica di luogo ospitale offerto a chi è sofferente, o a chi è andato a finire sotto le ruote del carro della vita. In tutte le trasformazioni l’ospedale non si è mai staccato dall’ideale di hospitium, pensato per la

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protezione dei più vulnerabili, istituzione dove si esercita la pietas verso le persone diseredate. Anche gli aspetti dell'ospedale più disturbanti per l’immaginazione, come le sue caratteristiche di luogo chiuso e quasi concentrazionario, possono in realtà svolgere una funzione benefica di protezione. Ne ha data una rappresentazione molto positiva lo scrittore americano William Styron nel libro autobiografico in cui descrive la grave crisi depressiva, con serie minacce di suicidio, che lo ha colpito a un certo punto della sua esistenza:

In realtà l’ospedale fu la mia salvezza e, per paradossale che sia, proprio in questo luogo austero, dalle porte esterne ermeticamente serrate e dai lunghi, desolati corridoi verdi, con le sirene delle ambulanze che echeggiavano giorno e notte dieci piani sotto di me, trovai finalmente quella pace, quel sollievo alla tempesta del mio cervello che non ero riuscito a trovare nella quiete della mia casa di campagna.

In parte si deve proprio al fatto di essere segregati, al sicuro, trasferiti in un mondo nel quale l’impulso di prendere un coltello e piantarselo nel petto si vanifica allorché il depresso, per quanto ottenebrato, si accorge che il coltello con cui sta tagliando il suo orrendo hamburger è di plastica. Ma l’ospedale offre anche il trauma, mite e stranamente gratificante, di un’improvvisa stabilità, del trasferimento dall’ambiente troppo familiare di casa, dove tutto è angoscia e conflitto, a una sorta di carcere ordinato e benigno dove il tuo solo dovere è cercare di star bene (Styron, 1999, p. 80).

L’ospedale non suscita sempre associazioni mentali positive e l’ospedalizzazione non è considerata come benefica e auspicabile. Dobbiamo registrare anche forme di diffidenza tradizionale, riscontrabile in particolare nella cultura popolare. La convinzione che l’ospedale sia un luogo pericoloso per la salute e che sia meglio starne lontani il più possibile è stata espressa in modo indimenticabile in un sonetto del Belli: “Ma nun sai ch’a lo spedale ce se more?”, risponde un popolano a chi, vedendolo in cattive condizioni di salute, gli consigliava di andare all’ospedale. Si è a lungo conservata l’idea che andare

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all’ospedale significa essere avviato su un binario morto.

Accanto alla cultura popolare, che ha sempre cercato di evitare l’ospedale perché lo associa alla morte, c’è anche una tradizione più colta, rappresentata da studiosi e intellettuali che si sono opposti alla medicalizzazione (e all’ospedalizzazione) delle pratiche sanitarie, in nome della salute stessa. Il più celebre è il sociologo Ivan Illich, che con Nemesi medica. L'espropriazione della salute, del 1977, ha lanciato l’attacco più polemico alla credenza ingenua che più medicina significhi più salute. Nel capitolo dedicato alla “iatrogenesi culturale” descrive così la situazione: «L’inutilità di cure, per altro innocue, è solo il minore dei mali che l’impresa medica proliferante infligge alla società contemporanea. La sofferenza, le disfunzioni, l’invalidità e l’angoscia, conseguente all’intervento della tecnica medica, rivaleggiano ormai con la morbosità provocata dal traffico, dagli infortuni sul lavoro e dalle stesse operazioni collegate alla guerra e fanno dell’impatto della medicina una delle epidemie più dilaganti del nostro tempo. Fra i crimini che si commettono per via istituzionale, solo l’odierna malnutrizione fa più vittime della malattia iatrogena e delle sue varie manifestazioni» (Illich, 1977, pp. 33 s.).

Questa denuncia, con il suo evidente estremismo, pecca di unilateralità e si condanna all’isolamento. Affermare che i danni che provoca la medicina sono una vera e propria epidemia ha provocato un rifiuto totale da parte del mondo medico. Anche tra la diffidenza popolare, rappresentata dal popolano del Belli, e le critiche degli studiosi della medicina non si è saldata alcuna alleanza. Oggi solo qualche eccentrico ― soprattutto anziani, dei quali si può mettere in dubbio la completa lucidità nelle scelte ― continua a rifiutare di ricorrere all’aiuto che offre la medicina organizzata. In genere, invece, la popolazione fa ricorso fin troppo volentieri all’ospedale.

Anche tra gli intellettuali è rapidamente tramontata quella stagione di serrata critica della medicina, che è stata particolarmente intensa verso la fine degli anni ’70 (sembra quasi una coincidenza: nel giro di due o tre anni si sono concentrate opere di grande rilievo come Nemesi medica di Ivan Illich, L’ordine cannibale. Mita e morte della medicina di Jacques Attali (1979), La

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medicina: mito, miraggio o nemesi? di Thomas McKeown (1978) e nel 1979 L’inflazione medica di Archibald Cochrane). Quella messa sotto accusa della medicina è stata poi, a partire dagli anni ’80, metabolizzata e digerita: oggi si sentono per lo più voci come quella di Daniel Callahan, che richiamano la medicina alla dimensione del limite, ma non rimesse in discussione così radicali come quelle di una trentina di anni fa (Callahan, 2000). Anzi, la diffidenza nei confronti dell’ospedale che lo considera un luogo pericoloso oggi sembra quasi scomparsa dai costumi, tanto da indurre qualcuno a suggerire che ai nostri giorni dovremmo piuttosto inserire nell’elenco delle priorità proprio la diffusione di questo cattivo pensiero tra la popolazione.

A detta di Richard Smith, direttore del British Medical Journal, dobbiamo controbilanciare quello che stiamo facendo per migliorare i servizi sanitari — quindi sul versante dell’offerta — con un’azione mirante a modificare ciò che la popolazione si aspetta dalla medicina, quindi sul versante delle attese. Tra le opinioni che, remando controcorrente, bisogna diffondere, Smith elenca le seguenti:

― la morte è inevitabile

― la maggior parte delle malattie gravi non può essere guarita

― gli antibiotici non servono per curare l’influenza

― le protesi artificiali ogni tanto si rompono

― gli ospedali sono luoghi pericolosi

― ogni farmaco ha anche effetti collaterali

― la maggioranza degli interventi medici danno benefici solo marginali e molti non funzionano affatto

― gli screening producono anche risultati falsi-negativi e falsi-positivi

― ci sono modi migliori di spendere i soldi che destinarli ad acquistare tecnologia medico-sanitaria (Smith, 1999).

Il richiamo agli ospedali come luoghi pericolosi riecheggia un’annotazione di Florence Nightingale, la fondatrice del nursing contemporaneo che come pochi ha contribuito a dare agli ospedali la caratteristica dell’efficacia e della sicurezza. Nelle sue Notes on hospitals, del 1859, la Nightingale osserva: «Può sembrare uno strano principio da enunciare, ma ciò che dobbiamo in primo luogo richiedere a un ospedale è che non deve danneggiare il malato».

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Mentre non sembra che sia aumentata la soglia della diffidenza nei confronti degli ospedali, in quanto luoghi pericolosi, è sicuramente diminuita la fiducia nell’attendibilità dei sanitari quando presentano l’ospedale come un luogo sicuro. Per esprimere in modo semplificato il “cattivo pensiero” che circola tra la popolazione: per conoscere i pericoli che si incontrano in ospedale, o in genere in qualsiasi prestazione sanitaria che si possa ricevere dentro e fuori l’ospedale, non ci si può fidare dei sanitari, perché questi tendono a nascondere gli errori. Il sospetto che i professionisti della sanità tendano a non far conoscere gli insuccessi che dipendono da loro è suffragato da molte strategie di nascondimento degli errori. Il più grossolano è l’occultamento dei fatti (dalla manipolazione delle cartelle cliniche, dove a posteriori possono essere inseriti dati che nascondono le proprie omissioni, al tacere i danni ai pazienti ecc.).

Le nostre apprensioni, in quanto cittadini-utenti, non sono tanto nutrite dagli interventi più grossolani di nascondimento degli errori, quanto da quelli più sofisticati. Per esempio, una buona strategia è mettere in atto dei meccanismi di solidarietà corporativa, che può arrivare alla vera e propria complicità tra professionisti. L’appartenenza allo stesso corpo professionale, rafforzata dalle regole deontologiche che dissuadono dal rivelare ai “profani” le carenze dei colleghi, si traduce in una resistenza dei professionisti a rivelare un errore commesso da qualcuno di loro.

Una strategia per nascondere gli errori ancora più raffinata consiste nel mettere in grande evidenza la fallibilità. “Errare è umano”, si proclama come una constatazione evidente e indiscutibile, che dà diritto di cittadinanza all’errore in qualsiasi ambito dell’esperienza umana, compresa la medicina. Un progetto molto importante maturato negli Stati Uniti dall’Institute of medicine si presenta proprio con questo slogan: “To err is human” (Institute of medicine, 2000). Ma proprio il riconoscimento della fallibilità ― dire che siamo esseri umani e quindi sbagliamo, presentarsi non immuni dagli errori ma quasi disarmati di fronte ad essi ― si rivela come una strategia sofisticata per nascondere i peccati di omissione nei confronti degli errori.

La visione un po’ fatalista che esisteva nel passato, tradotta nel detto: “Gli errori dei medici li copre la terra” (nel senso che

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non ci si può fidare che si possa venire a conoscenza degli errori dei medici, perché con strategie o grossolane o sofisticate in ogni caso li nascondono), sta cambiando rapidamente. Nella nostra società si diffonde piuttosto la cultura del sospetto. A fronte dell’atteggiamento fatalista e rinunciatario del passato, oggi vediamo invece il proliferare di rivendicazioni di segno opposto, che consistono nell’insinuare errori dei sanitari anche quando non ci sono stati. È sufficiente che la situazione clinica evolva in un senso contrario rispetto a quello che il soggetto auspica, affinché si presupponga che ci sia stato errore.

Per questa strada l’aumento della litigiosità sta diventando un fenomeno sociale anche nella nostra società. Non lo conosciamo ancora nella misura americana, ma ci stiamo avviando verso quei traguardi (cause giudiziarie, richieste di risarcimento, aumenti di premi assicurativi per professionisti e per istituzioni), che costituiscono un grande problema sia sociale che professionale. Abbiamo bisogno di trasparenza; ma ancor più sentiamo la necessità di un patto sociale diverso, che superi il modello culturale, ormai non più proponibile, dell’intangibilità della professione medico- infermieristica, protetta da un credito senza verifiche, e sviluppi un modello alternativo, fondato sulla trasparenza.

Tra gli aspetti cruciali della transizione dell’ospedale che il dossier di questo fascicolo de L'Arco di Giano vuol documentare va attribuita grande evidenza al superamento del modello organizzativo dell’ospedale come luogo della lungodegenza. Per motivi economici e di politica sanitaria (Andrea Cambieri) e per il cambiamento di fondo del rapporto tra l’ospedale e la città (Marco Geddes da Filicaia), siamo costretti a trovare varianti moderne dell’ospedale nella sua accezione originaria, quale luogo accogliente per l’uomo fragile.

Una direzione di sviluppo è la ricomparsa, in modo del tutto inaspettato, del bisogno di “ospizio”, inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. L’hospice ― nel significato che ha assunto all’interno del movimento per le cure palliative ― sta diventando un punto forte nella politica sanitaria italiana, decisa finalmente a far entrare anche l’assistenza durante il segmento finale della vita nell’ambito dei servizi alla salute da offrire alla popolazione. L’hospice è il luogo dove si

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cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan adottato nell’Associazione italiana per le cure palliative: “Curare anche quando non si può guarire”.

Una direzione di sviluppo diversa, ma derivante dalla stessa esigenza di superare la concezione di ospedale come struttura totalizzante nell’ambito dei servizi sanitari, è quella della promozione delle cure domiciliari. Il modello di un servizio di ospedalizzazione a domicilio per malati oncologici (Adriana Turriziani) è solo una delle numerose soluzioni alternative all’ospedale che abbiamo bisogno di creare. Sullo sfondo possiamo collocare un’intuizione anticipatrice della stessa Florence Nightingale. Scrivendo nel Times del 14 aprile 1876, affermava: «Gli ospedali sono solo uno stadio intermedio della civiltà: l’obiettivo finale è quello di assistere [in inglese: to nurse] tutti i malati a casa loro».

Sullo sfondo utopico delle sfide che incombono sull’ospedale in trasformazione ci piace collocare anche l’arte (né poteva essere altrimenti in una rivista che ha fatto delle medical humanities il suo centro di gravitazione). Una testimonianza sul ruolo storico che ha avuto la musica nelle istituzioni ospedaliere della repubblica di Venezia (Marinella Laini) si accompagna a una forte perorazione per non concepire l’ospedale unicamente come cittadella della scienza, ma anche come luogo dove ha diritto di cittadinanza ciò che passa per i sensi e si traduce in ispirazione artistica (Walter Paris). Sono indicazioni che poniamo “a futura memoria” per i politici e gli amministratori che si propongono di rendere il livello dei nostri ospedali meno stridente rispetto al livello di civiltà che abbiamo raggiunto.

Con questo numero de L’Arco di Giano Sandro Spinsanti lascia la direzione della rivista. Nel rimettere l’incarico, esprime un ringraziamento allo IASS, editore de L’Arco di Giano, per la fiducia accordatagli durante gli otto anni di direzione e per il sostegno offerto nel lanciare in Italia una rivista pionieristica nelle medical humanities.

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Riferimenti bibliografici

Attali J., L'ordine cannibale. Vita e morte della medicina, Feltrinelli, Milano 1980.

Callahan D., La medicina impossibile, tr. it. Baldini & Castoldi, Milano 2000.

Cochrane A., L'inflazione medica, tr. it. Feltrinelli, Milano 1978.

Illich I., Nemesi medica. L'espropriazione della salute, tr. it. Mondadori, 1977.

Institute of medicineTo err is human. Building a safer Health system, National Academy Press, Washington 2000.

Smith R., "The NHS: possibilities for the endgame", Britih Med. Journal, 318, 1999, pp. 202-210.

Styron W., Un'oscurità trasparente, tr. it. Mondadori, Milano 1999.

The future of science and ethics

Book Cover: The future of science and ethics

Sandro Spinsanti

IN BRACCIO ALLE GRAZIE, ALLA FINE DELLA VITA

Affiliazione Università degli Studi di Trento

 

Abstract

È possibile morire in braccio alle Grazie? Ripercorrendo il passo di Foscolo, l'autore riflette sulle criticità etiche legate al fine vita, e propone un percorso per interpretare il momento della morte da una prospettiva diversa. Un percorso che è anche un compito spirituale e un impegno etico, se vogliamo allinearci con la moderna cultura del vivere e del morire; ovvero di quel vivere che comprende anche il morire.

No, non si tratta di una mossa strategica per deviare il discorso, pilotando l’attenzione su Eros per distoglierla da Thanatos… La proposta di una morte in braccio alle Grazie – questa la formulazione più appropriata, piuttosto che una morte “graziosa” – vuol indicare un percorso. Andare incontro alla morte muovendosi nel territorio che Ugo Foscolo, a suo tempo, aveva indicato come quello dove si possono incontrare le Grazie. In questa prima fase della nostra riflessione consideriamo le tre divinità come un’unità; in un secondo momento le chiameremo per nome e indicheremo la specificità di ognuna, a beneficio del percorso che ci fa approdare nel loro abbraccio, alla fine della vita.

Il riferimento è alle divinità che la mitologia greca ha posto a tutela della bellezza. Quelle che ci vengono incontro nella rappresentazione scultorea che ne ha fatto Canova; o che danzano leggere nella Primavera di Botticelli. Ci domandiamo, dunque: è possibile morire in braccio alle Grazie? Ugo Foscolo, che ha riflettuto a lungo sulle Grazie, dedicando loro un poema incompiuto, ha osservato che le Grazie rimandano a stati d’animo che si collocano tra «la smodata gaiezza e il profondo dolore» (Foscolo 1966). Mutuiamo dal poeta i due pilastri che delimitano il territorio nel quale aspiriamo a incontrare le Grazie quali numi tutelari della “bella morte”, intesa come ideale etico dei nostri giorni.

A un estremo collochiamo il “profondo dolore”. Parliamo proprio del dolore fisico. Non si può morire in braccio alle Grazie se non viene fatto quanto è possibile per tenere sotto controllo
il dolore. Senza trionfalismi inappropriati – i clinici affermano che rimane pur sempre circa un 5% di forme cliniche di dolore resistente rispetto alle quali anche la migliore medicina antalgica risulta impotente – siamo tuttavia consapevoli che mai la nostra capacità di controllare il dolore è stata così sviluppata come ai nostri giorni. Purtroppo, essere in grado di controllare il dolore non sempre si traduce in un’azione concreta. Un documento del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), “La terapia del dolore: orientamenti bioetici” (CNB 2001) introduceva la necessità di dare uno spazio prioritario nella nostra agenda etica e sanitaria alla lotta al dolore non necessario con un rilievo che suona come una accusa di omissione da parte della medicina: «Tra quanto è possibile e giusto fare per eliminare e controllare il dolore fisico e quanto in pratica viene fatto riscontriamo una vistosa differenza» (Mann 1992). Una differenza non solo vistosa: la possiamo anche francamente qualificare come scandalosa.

Non si può morire bene se dolore e sintomi devastanti sconvolgono la fase terminale della vita. Il percorso culturale che identifica nella terapia del dolore un aspetto prioritario della sanità pubblica ha prodotto anche una legge: “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”(1). L’obiettivo finale è che nasca nei cittadini la consapevolezza che avere accesso alle misure mediche per tenere sotto controllo il dolore è un loro diritto; e per i professionisti sanitari un dovere inderogabile fornirle.

La lotta al dolore è prioritaria in tutto l’ambito delle cure mediche. Ma diventa assolutamente indispensabile se si vuol propiziare la conclusione della vita nell’abbraccio delle Grazie.
Non è solo l’insensibilità di qualche professionista che distoglie dall’impegno nel contrastare il dolore. Paradossalmente, anche l’etica medica tradizionale può congiurare per demotivare i professionisti da questo impegno.

C’è una celebre pagina letteraria, tratta dal romanzo "I Buddenbrook"- di Thomas Mann, che ci permette di dare concretezza all’affermazione che anche l’etica può contribuire a relegare in secondo piano la lotta contro il dolore. In una scena culminante, l’anziana madre del console Thomas Buddenbrook giace sul letto di morte. L’agonia si protrae dolorosamente. La morente, in grandi difficoltà respiratorie, chiede ai due medici che l’assistono un calmante per dormire. Supplica: «… Qualcosa per dormire … Dottori, per pietà! Qualcosa per dormire!» (Mann 1992). Ma i medici ritengono che l’azione di un sedativo abbrevierebbe la vita; per cui respingono la richiesta, rifacendosi a dei vaghi motivi etici che non sanno articolare, ma che nondimeno sentono come vincolanti.
Annota Thomas Mann:

«Ma i medici conoscevano il loro dovere. Bisognava in ogni caso conservare ai parenti il più a lungo possibile quella vita, mentre un calmante avrebbe subito provocato la resa dello spirito senza più opposizione. I medici non sono al mondo per facilitare la morte, ma per conservare la vita a qualunque prezzo. In favore di ciò spingono anche certi principi religiosi e morali, dei quali avevano sentito parlare all’università, anche se in quel momento non se li ricordavano bene» (Mann 1992).

Questo tipo di sensibilità morale fa sì che la madre del console Buddenbrook muoia al termine di un’agonia terribile, per la quale i medici hanno ritenuto loro dovere non fare niente, per quanto la morente abbia cercato di indurli a lenire il dolore appellandosi alla loro compassione. Consideravano, infatti, il dolore della morente come un dolore necessario. La nostra sensibilità morale si ribella. Eppure dobbiamo riconoscere che la tendenza che Thomas Mann rileva nella medicina del XIX secolo (ispirata a un’etica che imponeva al medico l’obbligo di far vivere l’ammalato il più a lungo possibile, senza individuare anche nel lenimento del dolore un dovere etico stringente) non è estranea alla medicina del nostro tempo. Se identifichiamo come obiettivo della medicina esclusivamente la guarigione, rischiamo di entrare nel vicolo cieco che coinvolge la medicina medesima: si sente mobilitata a fare tutto il possibile per guarire, ma non fa niente – o quanto meno non agisce con un impegno analogo – per sedare il dolore.

All’altro estremo per delimitare il territorio delle Grazie, Foscolo colloca “la smodata gaiezza” (Foscolo 1966). Non credo che il poeta correlasse questo stato d’animo con la morte. Neppure pensando al suo Jacopo Ortis, che si compiace morbosamente nel percorso che lo porterà al suicidio. Ai nostri giorni, purtroppo, dobbiamo farlo. Il pensiero corre ai cosiddetti “martiri”, che concludono la propria vita in una morte cercata. E selvaggiamente procurata, a quante più persone possibile. Distanziandoci dall’ambito del terrorismo jihadista e del sadismo autodistruttivo, possiamo trovare altri esempi in cui il morire avviene in uno stato d’animo di “smodata gaiezza”. Un esempio indimenticabile è la morte del “Malato di cuore” cantato da Fabrizio de Andrè, rivisitando alcuni epitaffi dell’"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters. La morte coglie il giovane nell’estasi amorosa, nella quale si era gettato infrangendo le limitazioni che gli imponeva la sua patologia.

Concludere la vita in un raptus erotico: anche questo per qualcuno può essere qualificato come “chiudere in bellezza”. Ma non è quello che intendiamo quando, adottando il magistero foscoliano, parliamo di “morire in braccio alle Grazie” nello spazio emotivo che si apre tra la smodata gaiezza e il profondo dolore. Teniamo fuori dalla nostra considerazione anche chiva incontro alla morte per decisione suicidaria, sia che il suicidio avvenga per mano propria o con l’assistenza altrui. Isoliamo la questione della fine volontaria della vita affinché emerga
con più chiarezza il percorso che ci porta, al termine dell’esistenza, attraverso le scelte nostre e di coloro che ci accompagnano, nelle braccia delle Grazie.

A questo punto sentiamo la necessità di chiamar le tre Grazie per nome. Hanno nomi che, seguendo la loro etimologia, contengono un programma. Talia evoca accrescimento, abbondanza;
Eufrosine equivale a felice equilibrio; Aglaia contiene in sé la serenità. E dunque: la morte può essere crescita? Si può morire in uno stato d’animo equilibrato, avvolti in un manto di serenità? È questa, in concreto, la sfida.

La prima Grazia a cui ci affidiamo è Eufrosine. La mente saggia (phronesis) tiene sotto controllo le emozioni e guida le scelte. Soprattutto, riguarda la scelta fondamentale: il giusto equilibrio (eu) tra interventi curativi e cure palliative. Ciò richiede il saper cambiare marcia quando la morte è inevitabile. Dal c.d. accanimento terapeutico possiamo aspettarci solo una morte peggiore. In un convincente capitolo del libro di Atul Gawande: "Con cura. Diario di un medico deciso a fare meglio" troviamo una descrizione operativa della desistenza terapeutica. Afferma il noto medico-scrittore: «Un tempo pensavo che la cosa più ardua del mestiere di medico sia acquisire le necessarie competenze... mi sono reso conto che la cosa più difficile è capire dove comincia e dove finisce il nostro potere... Oggi disponiamo delle sofisticate risorse della medicina moderna. Imparare a usarle è piuttosto difficile. Ma la cosa in assoluto più difficile è comprenderne i limiti... La regola in apparenza più semplice e sensata da seguire, per un medico, è ‘lottare sempre’, cercare sempre qualcosa di più da fare. È il modo migliore per evitare l’errore peggiore, quello di arrendermi con qualcuno che avremmo potuto aiutare... È vero che il nostro compito è ‘lottare sempre’. Ma lottare non significa necessariamente fare di più. Significa fare la cosa giusta per il paziente, anche se non è sempre chiaro che cosa sia giusto» (Gawande 2007).

Un secondo elemento costituisce il felice equilibrio per il quale dobbiamo mobilitare tutta la saggezza di cui siamo capaci: quello tra ciò che siamo capaci di sopportare e ciò che eccede le nostre forze. A cominciare dall’esposizione alla realtà dei fatti. Alcuni preferiscono sapere quando la morte è imminente; altri preferiscono andarle incontro a occhi chiusi, o guardando da un’altra parte. Senza dimenticare la possibilità di un’ambivalenza tra ciò che si dichiara di voler sapere e la volontà inconscia di ignorarlo.

Anche la misura della tollerabilità del dolore è soggettiva. Per alcune persone la soglia è più alta, per altre più bassa. In ogni caso, nessuna esaltazione spiritualistica del valore del dolore autorizza a infliggerlo ad altri. A questo proposito, è utile riportare una testimonianza commovente comunicata da un professionista del settore. Una suora affetta da un carcinoma e prostrata da un dolore che i sanitari non avevano degnato di considerazione, si rivolge a un medico palliativista. Questi imposta, con successo, una terapia antalgica. Dopo un po’ di tempo la suora ritorna dal curante per ringraziarlo e per chiedergli di proseguire nel trattamento: «Prima non riuscivo neppure più a pregare! Lo combatta, dottore; ma non elimini il dolore del tutto. Me ne lasci un pochino: mi ricorda la mia vocazione…». Ecco: la giusta misura può essere trovata solo dalla persona coinvolta, capace di stabilire il felice equilibrio.

Su questo orizzonte troviamo, alla fine del percorso, la possibilità di una sedazione profonda, che tolga la coscienza. Quando i sintomi sono refrattari – basti pensare alle difficoltà respiratorie connesse con un’apnea incontrollabile – il malato può trovare sollievo in un intervento farmacologico che lo deconnetta in modo irreversibile. Anche il Comitato Nazionale per la Bioetica è giunto ad accettare questa possibilità, senza che nessuno sia autorizzato a evocare lo spettro dell’eutanasia (CNB 2016).

La serenità, che è il dono di Aglaia, per molte persone è collegata con la convinzione di avere il controllo del processo del morire. «Sapere che ho la medicina in tasca mi dà serenità»: è stata la dichiarazione, molto reclamizzata dai media, di Brittany Maynard, la giovane donna americana affetta da un carcinoma inarrestabile al cervello che ha deciso di accelerare la parabola della fine prima che la malattia producesse tutta la sua opera di devastazione. Non tutti si spingono fino a questi limiti del controllo del processo di morte, richiedendo un intervento attivo per abbreviare il processo di degradazione fisica. Ma in tutto lo spettro delle posizioni etiche si registra un consenso crescente sul diritto all’autodeterminazione che comporta il rispetto della volontà di porre dei limiti ai trattamenti, espressa prima di perdere la facoltà di esternarla.

Anche il Codice di deontologia dei medici italiani, nella versione del 2006, riconosce esplicitamente tale diritto all’articolo 38: «Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, deve tener conto nelle proprie scelte di quanto precedentemente manifestato dallo stesso in modo certo e documentato»(2). Siamo nell’ambito delle direttive anticipate. Sapere che le decisioni conflittuali che spesso sorgono sull’ultima soglia terranno conto in modo determinante di ciò che abbiamo avuto cura di indicare come auspicabile per noi può costituire una grande fonte di serenità. Così pure la certezza che la nostra volontà può essere autorevolmente rappresentata da un fiduciario da noi designato o da un amministratore di sostegno. Negli ultimi decenni del XX secolo il movimento della bioetica ha dato scacco matto al paternalismo del passato, rivendicando il diritto all’autodeterminazione. È come se l’auspicio di Kant relativo all’uscita da una minorità non dovuta si fosse realizzato in medicina con due secoli di ritardo. Solo con l’informazione appropriata possiamo essere protagonisti delle decisioni che ci riguardano, comprese quelle di fine vita. L’abbraccio più difficile è quello di Talia: la morte come compimento di un percorso che conduce alla pienezza della propria umanità. Il nome rimanda, etimologicamente, alla fioritura e alla maturazione. Abbiamo tutti un doppio lavoro nella vita: costruire il proprio Io e poi quello di superarlo, confluendo in quella dimensione che
possiamo chiamare “transpersonale”. È una prospettiva pensabile sia in un orizzonte religioso che in uno immanente. Non solo i credenti possono guardare oltre la fine della propria vita, considerandola come un compimento. Eufrosine, Agalia, Talia: una morte “graziosa”, in braccio a voi, è il supremo dono che la vita ci può offrire. Ma anche un compito spirituale e un impegno etico, se vogliamo allinearci con la moderna cultura del vivere e del morire; ovvero di quel vivere che comprende anche il morire.

NOTE
1. Legge 15 marzo 2010, n. 38, “Disposizioni per garantire l'accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, cfr. http://www.parlamento.it/parlam/leggi/10038l.htm
2. Codice di Deontologia Medica (2006), art. 38, cfr. https://goo.gl/S1Zm3m.
*Per un approfondimento, si veda il volume Sandro Spinsanti (2017), Morire in braccio alle Grazie. La cura giusta nell’ultimo tratto di strada, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma (N.d.R.).

BIBLIOGRAFIA
• Comitato Nazionale per la Bioetica (2001), La terapia del dolore: orientamenti bioetici. Cfr. https://goo.gl/ovycXU.
• Comitato Nazionale per la Bioetica (2016), Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte, cfr.
• http://bioetica.governo.it/media/170736/p122_2016_sedazione_profonda_it.pdf
• Foscolo U. (1966) Le Grazie, in Opere (collana I Classici italiani), Mursia, Milano
• Gawande A. (2007), Con cura. Diario di un medico deciso a fare meglio, Einaudi, Milano.
• Mann T. (1992,) I Buddenbrook, tr. it. Il Corbaccio, Milano.
• Masters E.L. (2017), III edizione, Antologia di Spoon River, traduzione a cura di Fernanda Pivano, Giulio Einaudi Editore, Torino.

Parole oneste per l’ultimo tratto di strada

Book Cover: Parole oneste per l'ultimo tratto di strada

Sandro Spinsanti

PAROLE ONESTE PER L'ULTIMO TRATTO DI STRADA

Rivista italiana di cure palliative 2019

Istituto Giano per le Medical Humanities, Roma

Una premessa necessaria: l’onestà di cui vorremmo ornate le parole che accompagnano il percorso di fine vita non è quella contrapposta alla disonestà, bensì alla non onestà. La differenza non è di poco conto.
La disonestà, infatti, è correlata alla malevolenza ed è finalizzata a procurare un danno alla persona che ne è vittima. La non onestà che ci preoccupa è invece quella che ha a cuore il malinteso interesse di qualcuno, usa inganni e reticenze, non escluse vere e proprie menzogne; ma – appunto – “a fin di bene”!
La disonestà, nella prima accezione, può essere riscontrata nella pratica della medicina, così come in qualsiasi altro ambito della coesistenza umana. Si tratta però di eventi molto rari, clamorosi proprio perché eccezionali. Per limitarci a un solo esempio letterario, evochiamo Il dottor Glas dello scrittore svedese Hjalmar Soederberg(1). Il protagonista è insofferente delle regole etiche, nonché della stessa ricerca della verità (la sua filosofia è riconducibile al principio che non dobbiamo avvicinarci troppo ad essa, né allontanarcene in modo eccessivo; come la terra rispetto al sole: “Noi benediciamo il sole, proprio perché viviamo alla distanza da esso che ci è vantaggiosa.
Qualche milione di miglia più vicino o più lontano, e bruceremmo o geleremmo”). Il dilemma del dottor Glas si affaccia il giorno in cui una giovane signora, sposata a un anziano e odioso ministro del culto, confida al medico di non poter più sopportare l’intimità coniugale a cui il marito la costringe. Per liberarla dal peso, il medico non esiterà a ingannare il pastore: grazie
a una visita medica descritta come un capolavoro di manipolazione – parole, silenzi, manovre diagnostiche ingannevoli… – convince il paziente di essere gravemente malato di cuore e lo induce a rinunciare ai rapporti con la moglie. E quando queste manovre si dimostreranno insufficienti, non esiterà a ricorrere a inganni più radicali, con esito fatale per lo sventurato
paziente.
Fuori dall’ambito della letteratura, venendo ai nostri giorni, menzionare la disonestà di qualche medico ci rimanda a processi clamorosi e a pesanti condanne penali inflitte per avere ingannato pazienti, con interventi truffaldini, fino a procurare la morte.
La molla della disonestà non è per lo più un coinvolgimento affettivo, come per il cinico dottor Glas, ma pura ricerca di guadagno. Si tratta comunque di fatti criminali molto rari e marginali. Non è a questi che stiamo facendo riferimento. Abbiamo in mente non i professionisti disonesti – dai quali ci aspettiamo parole disoneste e ingannevoli – bensì quelli onesti. È sulla loro bocca che ci sorprendono le “parole non oneste”. Sono gli espedienti verbali con i quali si nasconde al malato la realtà della sua diagnosi e il percorso che la malattia gli riserva. È qui che si colloca la menzogna a fin di bene. Non solo ritenuta legittima, ma addirittura doverosa. Addirittura, richiesta dall’etica.
Ci aiuta a dar forma a questo atteggiamento la secca risposta del medico al figlio del paziente che incontriamo in una scena clou nel film La gatta sul tetto che scotta (1958). Quando il medico gli riferisce che al padre è stata data una diagnosi benevola e rassicurante, nascondendogli che è affetto da un carcinoma maligno e inoperabile, a propria giustificazione dichiara: “A lui ho mentito. Etica professionale”. Non solo, dunque, i professionisti della cura si ritenevano autorizzati a mentire al paziente, ma ritenevano che questo comportamento riflettesse i valori più alti di umanità e filantropia; proprio quelli promossi dall’etica.
L’atteggiamento reticente, o francamente ingannevole, ha una lunga storia nella pratica della medicina. Troviamo una sorprendente conferma là dove mai l’andremmo a cercare: un episodio riportato nelle Memorie di Giacomo Casanova(2). La vicenda riguarda le ultime fasi della vita del principe Federico e della comunicazione che ha con l’illustre paziente il dottor Algardi, medico di corte.

Il dottor Algardi era il medico che si era preso cura di lui durante la sua malattia. Il giorno precedente quello della morte di quel bello e coraggioso principe ero a cena da Veraci, poeta dell’Elettore, quando Algardi arrivò.
“Come sta il principe?” gli chiesi.
“Al povero principe restano tutt’al più ventiquattr’ore da vivere”.
“Lo sa?”.
“No, spera ancora. Ha appena causato al mio cuore un dolore atroce. Poco fa m’intimò di dirgli la verità senza la minima falsificazione e mi costrinse a dargli la mia parola d’onore che gliel’avrei detta. Mi chiese se era in assoluto pericolo di morte”.
“E voi gli avete detto la verità”.
“Nient’affatto. Non sono stato così stupido. Gli ho risposto che era verissimo che la sua malattia era mortale, ma che la natura e l’arte potevano fare ciò che volgarmente si chiama un prodigio”.
“Dunque l’avete ingannato? Avete mentito”.
“Non l’ho ingannato, perché la sua guarigione rientra tra le cose possibili. Non ho voluto togliergli la speranza. Il dovere di un medico saggio è di non ridurre mai alla disperazione il malato, poiché la disperazione non può che accelerarne la morte”.
“Eppure ammettete di aver mentito, malgrado la parola d’onore sotto la quale vi ha intimato di dirgli la verità”.
“Non ho nemmeno mentito, perché so che può guarire”.
“Allora mentite adesso?”.
“Neanche, perché morrà domani”.
“Perdio! Non c’è niente di più gesuita di tutto questo”.
“Ma quale gesuitismo? Mio primo dovere è quello di prolungare la vita al malato, per questo ho dovuto risparmiargli una notizia che non poteva che abbreviargliela, quand’anche potesse essere anche solo di poche ore; e senza menzogna gli ho detto che in fin dei conti non era impossibile. Dunque, non ho mentito, e non mento adesso, perché in forza dell’esperienza vi do il pronostico di ciò che secondo la mia previsione deve succedere. Così non mento, perché effettivamente scommetterei un milione che non se la caverà, ma non scommetterei la mia vita”.
“Avete ragione”.

Questa sofisticata apologia della menzogna che accompagna la tappa finale del percorso vitale ci colpisce perché dà per scontato che il medico possa, o addirittura debba, nascondere al malato che sta percorrendo l’ultimo tratto di strada. Emerge in un contesto non medico: nasce nell’ambito della vita di corte. La cultura del tempo giustificava questo atteggiamento
riferendosi implicitamente alla filosofia illuminista, in antitesi con le richieste religiose di un accompagnamento del morente con appropriate ritualità, che implicavano il passaggio dalla competenza del medico a quella del pastore d’anime. Nello sviluppo culturale successivo la professione medica avrebbe fatto proprio l’imperativo di protezione del morente mediante
la bugia pietosa. Relegando sullo sfondo le esigenze di consapevolezza rivendicate dalla religione, il comportamento dei sanitari si sarebbe modellato sull’imperativo di nascondere al malato le cattive notizie, in particolare quelle relative alla morte incombente. Un atteggiamento destinato a durare a lungo. Come documenta il sociologo Marzio Barbagli: Alla fine della vita.
Morire in Italia(3), il silenzio dei medici è ancora tenace. Benché si disquisisse differenziando la menzogna utile da quella dannosa, il modello paternalistico di protezione del malato è arrivato fino ai nostri giorni.
La data che simbolicamente delimita la legittimità del modello è il 1995. La nuova versione del Codice deontologico, proposta in quell’anno, stabiliva per la prima volta una regola esplicita: ogni trattamento diagnostico o terapeutico richiede un consenso, preceduto da un’informazione, del paziente stesso. La regola non escludeva i trattamenti di fine vita, anche se evidentemente in questo ambito impattava i comportamenti più restii al cambiamento. Ed è proprio in questo tratto di strada che invochiamo le parole oneste, come condizione per poter dar forma al valore dell’autodeterminazione.

Le parole oneste nell’ambito delle relazioni familiari

Lo scenario è più ampio di quello clinico in senso stretto. Una comunicazione trasparente comincia nell’ambito delle relazioni familiari. Non possiamo dimenticare che il passato prossimo delle regole deontologiche prevedeva esplicitamente la possibilità di una duplice comunicazione: una al malato e un’altra alla famiglia.
Il codice deontologico del 1978 ipotizzava che una prognosi grave o infausta potesse essere tenuta nascosta al malato, ma non alla famiglia. Lievemente diverse, ma sempre in linea, erano le norme comportamentali previste dal codice del 1989: “Il medico può valutare l’opportunità di tener nascosta al malato o di attenuare una prognosi grave o infausta, la quale dovrà essere
comunque comunicata ai congiunti”.
Ciò fino al cambio di rotta del 1995, con un’inversione di 180 gradi. Dalla famiglia come interlocutore privilegiato del medico si è passati ai familiari completamente delegittimati a gestire le informazioni a beneficio del proprio caro. Diagnosi e prognosi, nonché scelta dell’iter terapeutico ed eventuale desistenza, sono di competenza della persona malata. Le informazioni possono essere date solo ai familiari preventivamente autorizzati dal malato stesso. Queste le regole. Ma la prassi quotidiana si è allineata ad esse? Il cambiamento culturale è molto più lento di quello delle norme, deontologiche o giuridiche che siano. Avviene che la doppia informazione sia richiesta dalla famiglia stessa, che si sente in dovere di proteggere il proprio caro da ciò che ritiene sia per lui troppo traumatizzante. I familiari possono essere intimamente convinti che il comportamento più umano da tenere nei confronti del proprio caro che sta morendo sia proprio di nascondergli la fine.
Nel regime di intimità aleggia il fantasma della bugia pietosa. Questa espropria il malato incamminato verso la morte della consapevolezza e del legittimo protagonismo nelle scelte. Una pagina molto eloquente che dà forma al sospetto che affligge il malato è quella contenuta nel racconto realistico di Mattia Torre: La linea verticale(4). Il protagonista, che deve essere sottoposto a un intervento demolitivo per un carcinoma, è stato debitamente informato dai clinici. Ma sa che la moglie ha parlato con il primario, non in sua presenza. Teme che le notizie che ha ricevuto lei siano diverse da ciò che è stato comunicato a lui, secondo la prassi della doppia verità. Avranno coinvolto la moglie per mettere in scena una congiura del silenzio? Il sospetto rischia di incrinare il legame di fiducia reciproca. Alla vigilia dell’intervento ha luogo tra la coppia il seguente scambio.

Luigi apre gli occhi e vede Elena. È seduta, al suo fianco, e gli tiene la mano. I due si guardano un po’ senza dire nulla. Luigi tocca la mano e guarda la pancia della moglie [che è incinta], si fa forza e arriva al punto. “C’è qualcosa che tu sai e io non so?”.
“Perché me lo chiedi?”.
“Me lo diresti se sapessi qualcosa che non so?”.
“Tu vuoi sapere tutto? Me lo devi dire se vuoi sapere”.
Elena è serena ma è un momento cruciale che aspettava da tempo, perché non è detto che un paziente voglia sapere tutto, e non è detto che non voglia; per questo, su questo, il paziente sigla un patto con chi gli sta vicino.
“Sì, credo di sì”, dice Luigi, senza guardarla.
“Io penso che sia giusto, penso che sia importante, d’ora
in poi, sapere contro cosa combatti”, dice d’un tratto Elena. E gli sorride.
Luigi si fa coraggio: “Sai qualcosa che non so?”.
“Non c’è niente che non sai”, dice d’un fiato Elena. E gli sorride.
“Davvero?”.
“Sì”.
Luigi respira. Guarda fuori dalla finestra. Elena gli prende la mano e gli fa una carezza.

La conversazione mette a fuoco perfettamente il bisogno di parole oneste nell’ambito dell’intimità. L’onda lunga dei comportamenti di protezione inquina ancora i rapporti con l’ombra del sospetto. Non sempre si arriva alla situazione paradossale del film Good bye Lenin (2003), in cui a una signora di Berlino est, fervente comunista, viene tenuto nascosto dai figli che nel periodo in cui lei era in coma è caduto il muro di Berlino. Le strategie di nascondimento, animate dalle migliori intenzioni, sono tuttavia ancora frequenti. Ce lo ricorda il recentissimo film di Valeria Golino: Euforia (2018), nel quale il protagonista fa di tutto per nascondere al fratello, affetto da una malattia mortale, che la sua vita sta correndo verso la fine. Non mancano familiari che riferiscono, come motivo di vanto, che il proprio caro non ha saputo fino alla fine che la sua vita si stava spegnendo. Nei racconti dei medici che assistono i morenti ricorre in modo persistente l’aneddoto di situazioni da commedia degli equivoci: i familiari raccomandano al medico di non dare al malato la diagnosi corretta, perché lui è convinto di avere una patologia curabile e sotto controllo, mentre il malato stesso, consapevole che sta andando verso la fine, chiede al medico di nascondere la cosa ai propri familiari, che a suo avviso sono convinti che la prognosi sia benevola… L’esito non è una commedia, ma un dramma, che ha nome solitudine. Per dirlo con le parole di Kathryn Mannix, tanto il morente quanto i familiari rimangono prigionieri nella “Gabbia dei Segreti Solitori”. Per non parlare dei pesanti strascichi nell’elaborazione del lutto da parte dei congiunti, per le parole non dette e il congedo non celebrato.

L’ambito clinico: il “perché” e il “come” dell’informazione

Un secondo scenario in cui sono necessarie parole oneste è quello clinico. Le parole oneste che invochiamo sono quelle che circolano tra i professionisti che erogano le cure e la persona che le riceve; nel caso specifico, il malato che viene accompagnato nell’ultimo tratto di strada. L’informazione si deve misurare con una duplice pietra di paragone: il “perché” e il “come” viene erogata. È vero che, per lo più, la menzogna paternalistica è sempre di più un raro comportamento residuale. Oggi diagnosi e prognosi vengono routinariamente comunicate; ma a che scopo? Ecco, dunque, la questione del “perché”. L’informazione ha una differente fisionomia se è fornita per permettere al malato di accedere alla consapevolezza e co-decidere il percorso
curativo/palliativo con il terapeuta (in una parola: al fine di favorire il suo empowerment), oppure per garantire al medico una posizione di sicurezza, nel caso di un eventuale contenzioso, nello spirito della medicina difensiva (ovvero: paziente informato, medico salvato).
La finalità dell’informazione incide sul “come”. Una comunicazione burocratica (per posta, al telefono, di passaggio in un corridoio dell’ospedale, ecc.), senza attenzione alle emozioni della persona malata, può costituire una vera e propria violenza. È questa la misura dell’onestà delle parole che circolano nelle cure di fine vita. Anche informazioni accurate dal punto di vista della scienza medica – soprattutto se ridotte a statistiche di sopravvivenza, percentuali di effetti indesiderati, ecc. – possono essere vistosamente carenti dal punto di vista dell’onestà auspicata. Se ne allontana tanto la benevola pacca sulle spalle, assicurando che andrà tutto bene, quanto una malintesa informazione esauriente, che ha la connotazione della brutalità. Sia l’una che l’altra si collocano in antitesi alle parole oneste in ambito clinico.
In primo luogo, l’informazione deve essere commisurata alla domanda della persona malata e alla sua capacità di metabolizzarla. È quanto dire che le parole oneste sono quelle che presuppongono un ascolto, prima di un’informazione, e nascono nel contesto di una conversazione. Il modello di “medicina narrativa” fatto proprio dalla conferenza di consenso promossa dall’Istituto Superiore di Sanità – “La narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. Il fine è la costruzione di un percorso di cura personalizzato”(6) – si applica a ogni aspetto della cura, ma soprattutto alle cure di fine vita. Senza parole oneste, è utopistico poter morire in braccio alle Grazie!

L’ambito del rapporto tra cittadini e servizi sanitari

C’è un terzo ambito in cui abbiamo bisogno di parole oneste per accompagnare le cure di fine vita: quello del rapporto tra i cittadini e i gestori dei servizi sanitari. La mancanza di onestà qui si nasconde dietro le parole che millantano servizi che di fatto latitano. Sono le promesse contenute implicitamente nell’organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Anche se la rassicurazione con cui è stato reclamizzato alle origini il National Health Service inglese, antesignano del nostro, “Dalla culla alla tomba ci pensa lo Stato”, non è stata presa alla lettera in casa nostra, la sostanza è la stessa. Siamo invitati ad affidarci aiservizi sanitari pubblici nelle nostre necessità di cura e assistenza, perché la solidarietà organizzata è l’espressione di un diritto riconosciuto. La recente celebrazione di 40 anni del SSN ha enfatizzato primati ed eccellenze; ma è realmente così? Davvero chi deve affrontare un percorso di cura, specialmente quello gravosissimo collegato con la perdita di autonomia e il carico ingente che viene riversato sulle spalle delle famiglie, può contare su risorse messe a disposizione dallo Stato mediante i suoi servizi, in base al bisogno e non al reddito?
Qualche provocazione arriva, di tanto in tanto, a rimettere in discussione certezze illusorie. A Napoli è andata in scena in piazza una dimostrazione organizzata da disabili che si sentono abbandonati dai servizi pubblici. Proclamando: “la politica ci condanna a morte”, hanno esibito spettacolari esecuzioni con una simbolica ghigliottina. La provocazione più estrema è di natura letteraria. L’ha immaginata lo scrittore Petros Markaris nel romanzo: L’esattore(7). È ambientato al tempo della crisi finanziaria greca, che si è abbattuta pesantemente sulla parte più povera e meno tutelata del paese. Immagina che l’ispettore di polizia protagonista sia chiamato a risolvere un caso singolare: quattro donne anziane si sono uccise in unappartamento, lasciando il seguente biglietto:

Siamo quattro pensionate, sole. Non abbiamo figli, né cani. Prima ci hanno ridotto le pensioni, la nostra unica entrata. Poi avevamo bisogno di un dottore per farci prescrivere le medicine, ma i dottori erano in sciopero. Quando, finalmente, siamo riuscite ad avere la prescrizione, in farmacia ci hanno detto che non danno le medicine perché la mutua è in debito e quindi avremmo dovuto pagarcele con le nostre pensioni ridotte. Allora abbiamo capito che siamo di peso allo Stato, ai medici, ai farmacisti e a tutta la società. Quindi ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. Risparmierete sulle nostre quattro pensioni e vivrete meglio.

Senza giungere agli estremi di queste provocazioni, sentiamo però aleggiare sui servizi teoreticamente garantiti dall’organizzazione pubblica le parole false di un’assistenza universale senza fondamento. Lo stato di salute del nostro welfare state in epoca di “spending review” è molto precario, tanto da farci dubitare che esista ancora un SSN unico e universalistico. Il sistema pubblico è di fatto affiancato da una rete di servizi sanitari privati, che si pagano “out of pocket”: quindi disponibili solo a chi ha un reddito più elevato.
La conoscenza attendibile e onesta delle risorse realmente disponibili è indispensabile per permettere alle persone di fare scelte responsabili, decidendo il proprio percorso di fine vita. Pensiamo – per essere concreti – alle scelte che si trova ad affrontare una persona con una patologia neurodegenerativa, per esempio una SLA. Ha davanti un cammino problematico:
può sopravvivere, anche a lungo, con interventi appropriati, come la tracheotomia e la ventilazione meccanica, quando il progredire della patologia compromette le facoltà respiratorie. Ma una decisione consapevole e ponderata ha bisogno di fondarsi non solo su un bilanciamento tra quantità e qualità della vita (sappiamo che ci sono persone non disposte a una sopravvivenza in condizioni che ritengono inconciliabili con la propria considerazione di una vita accettabile), ma anche su una valutazione dell’impatto che il percorso di cura avrà sul proprio sistema familiare.
È un fatto: le risorse a disposizione – servizi domiciliari, intesi in numero di accessi di operatori e di ore di servizio, presidi tecnologici garantiti, ecc. – non sono omogenee nel territorio nazionale: variano da regione e regione, e non di rado da un’azienda sanitaria all’altra. Il rischio concreto è che il peso dell’assistenza ricada sulla famiglia, sconvolgendo equilibri e monopolizzando risorse, sia economiche che di energie vitali. Non è inconcepibile che qualche persona rinunci a misure che pur prolungherebbero la propria vita, quando questo avvenisse drenando risorse, non solo economiche ma di vita stessa, dalla propria famiglia. Per prendere le nostre decisioni abbiamo bisogno di sapere, in modo trasparente e affidabile, se le cure palliative – che la legge 38/2010 ci assicura essere un nostro diritto – ci verranno effettivamente assicurate dal SSN. Sono un diritto solo proclamato o concretamente rivendicabile?

Le parole oneste che invochiamo sono quelle che mettono in grado le persone di decidere il percorso di fine vita in modo responsabile. I tre ambiti che abbiamo evocato non sono separati: si sovrappongono e si condizionano reciprocamente. È necessaria una conversazione aperta nell’ambito dell’intimità affettiva e dei rapporti familiari: che cosa è compatibile con il progetto di vita personale e che cosa non lo è, quante e quali energie sono disponibili nell’accompagnamento, a chi ci affidiamo in caso di incapacità di decidere, affinché scelga per noi. È ugualmente richiesta una conversazione onesta in ambito clinico: con professionisti sanitari che si sintonizzino con la biografia della persona malata, che raccolgano le preferenze che illustrino vantaggi e rischi delle terapie proponibili, che garantiscano l’accompagnamento che nasce dal progetto di cure palliative. Senza dimenticare un’informazione esplicita e attendibile riguardo
alle risorse che provengono dalla solidarietà organizzata e dei percorsi di fine vita che ci garantiscono. Per essere protagonisti consapevoli e responsabili del profilo che assumerà la nostra vita nella sua fase conclusiva la principale risorsa di cui abbiamo bisogno sono parole oneste da parte di tutti coloro che avranno il compito di accompagnarci.

Conflitto di interessi: l’autore dichiara l’assenza di conflitto di interessi.

Bibliografia
1. Soederberg H. Il dottor Glas. tr. it. Milano: Giano ed., 2004.
2. Casanova G. Storia della mia vita. Roma: Newton Compton,
1999.
3. Barbagli M. Alla fine della vita. Morire in Italia. Bologna:
Il Mulino, 2018.
4. Torre M. La linea verticale. Milano: Baldini Castoldi, 2017.
5. Mannix K. La notte non fa paura. Riflessioni sulla morte
come parte della vita. Milano: Corbaccio, 2018.
6. ISS. Linee di indirizzo per l’utilizzo della Medicina Narrativa
in ambito clinico-assistenziale, 2014.
7. Markaris P. L’esattore. tr. it. Milano: Bompiani, 2011.

Relazioni di cura

Book Cover: Relazioni di cura

Sandro Spinsanti

PASSEGGIANDO PER I TERRITORI DI CURA

Introduzione: Tutti, per sempre, figli di Cura

 

Senza cura non c’è vita. Lo affermava con forza, con il linguaggio del mito, lo scrittore latino Igino, presentando nelle sue Fabulae la figura della dea Cura. A lei viene attribuito il ruolo di sovraintendere all’intero arco della vita dell’uomo. La morte scioglierà il composto di materia e forma, ma “finché l’uomo vive lo possieda Cura”: è la sentenza di Urano, chiamato a risolvere una disputa tra Giove, che ha dato il soffio vitale, e la Terra, che ha offerto la materia, su a chi appartenga quell’essere che Cura ha plasmato dal fango. Dall’inizio alla fine, l’uomo è affidato a Cura. Siamo figli di Cura: dal pannolino al pannolone.

Ma, soprattutto, senza cura la vita non ha qualità umana. I racconti leggendari su bambini allevati da lupi, sopravvissuti ma diventati inabili a essere inseriti nel consorzio umano (per tutti l’indimenticabile film di François Truffaut: Il fanciullo selvaggio), illustrano la necessità della relazione come elemento costitutivo della cura. Non diversamente dalle scimmie sottoposte ai discussi esperimenti dello psicologo Harry  Harlow sull’attaccamento, costrette a scegliere tra strutture materne che nutrono e altre che forniscono calore e conforto, gli esseri umani optano per la protezione. La sola soddisfazione dei bisogni corporei non è sufficiente. La cura fornisce un contesto di relazioni. Senza appartenenza e senza un tessuto di rapporti non c’è salute, nel senso più ampio e inclusivo. La cura si duplica con il prendersi cura, che è un atteggiamento di fondo, ancor prima che un insieme di competenze che si traducono in abilità professionali.

Nel nostro immaginario un simbolo indelebile della cura è quello di Enea che fugge da Troia in fiamme portando sulle spalle il padre Anchise e il figlioletto Ascanio per mano. È la famiglia la culla del prendersi cura reciproco, attraverso le generazioni, offrendo sostegno ai fragili. La pietas che stringe i legami è il nutrimento abituale della salute. Ma inevitabilmente, prima o poi, la cura e il prendersi cura che nascono in famiglia non bastano più. La salute si incrina; le cure informali devono cedere il posto a quelle fornite dai professionisti della salute. Comincia così il nostro viaggio in territori sconosciuti.

A questa svolta nella vita la cura ci viene incontro vestita di camici bianchi: sono i curanti che curano e si prendono cura per professione. Che cosa ci aspettiamo da loro? Quante e quali forme prende la guarigione? Come devono essere i rapporti tra chi offre le cure e chi le riceve, perché funzionino bene? Saranno queste le direzioni in cui si estenderà la nostra esplorazione.

 

 

  1. QUANDO IL SOGNO È TORNARE COME PRIMA

 

 

 

Un viaggio in paese straniero

 

Arriva il giorno in cui – malvolentieri – bisogna intraprendere quel viaggio. La malattia ha bussato alla nostra porta. La cura si presenta come un terreno nel quale si entra attraverso la patologia. È un vissuto analogo all’attraversamento di un confine, approdando a un paese straniero. Una formulazione molto efficace di questo vissuto l’ha fornita la scrittrice Susan Sontag, raccontando la sua esperienza di dover affrontare le cure necessarie per un cancro al seno nel saggio: La malattia come metafora:

 

La malattia è il lato oscuro della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese.

 

Per Susan Sontag non solo la malattia in sé è una metafora: lo è anche il passaggio dalla salute alla malattia. La metafora è, appunto, quella dell’attraversamento di un confine. Anche Christopher Hitchens è ricorso alla stessa immagine nello scritto autobiografico Mortalità, dedicato alla sua lotta con la malattia che l’avrebbe portato alla morte: “Mi trovai deportato dal paese dei sani oltre il desolato confine della terra della malattia”. La malattia, dunque, segna il passaggio in un territorio nel quale abbiamo bisogno di cura, ovvero di quelle competenze di altissima professionalità che sappiano predisporre la terapia appropriata. Le cure familiari sono inadeguate: abbiamo bisogno di affidarci a mani estranee. Non è il territorio nel quale abitiamo da sani. Per noi è un paese straniero.

Ciò che divide i due territori è un limite o una soglia? La domanda non è retorica. Per capire la differenza ci può essere d’aiuto tener presente che gli antichi romani avevano due diverse divinità tutelari che presidiavano i confini: Ianus e Terminus. Giano era considerato il dio dei passaggi (la porta, in latino, è appunto ianua), del divenire e degli inizi (a Giano era consacrato il primo mese dell’anno: ianuarius; non a caso Ovidio nel poema I fasti, dedicato alle ricorrenze festive dell’anno intero, inizia il libro con la celebrazione di Ianus e del mese a lui dedicato). Giano era il dio della continuità: nel tempo e nello spazio; si passava attraverso di lui, come una soglia, per procedere oltre.

Terminus, invece, aveva altre competenze. Era la divinità protettrice delle proprietà terriere e dei confini dello Stato. Terminus era il vendicatore delle usurpazioni territoriali. A lui erano consacrate le pietre – chiamate, per l’appunto, termini – che segnavano i confini tra le proprietà. E grave crimine era spostare quei confini. Terminus era quindi un dio chiuso, bloccato, il cui compito è di “tenere fuori” il nuovo e l’estraneo e la paura che ne deriva.

Possiamo facilmente immaginare come cambi di significato quell’attraversamento di un confine, che equivale metaforicamente all’esperienza di essere colpiti da una malattia e di aver bisogno di cure adeguate, se lo si vive nello spirito di Ianus o di Terminus. Come in ogni religione, dobbiamo considerare che i comportamenti dei “credenti” sono determinati da un insieme organico di teologie (ciò che si crede), di liturgie e di scelte etiche correlate. Come vivono la malattia e la cura i devoti di Terminus? La convinzione di fondo è che salute e malattia siano condizioni contrapposte, che si escludono a vicenda: quando c’è l’una non c’è l’altra. La salute si può bensì aumentare con un impegno adeguato, assumendo stili di vita appropriati; e questa è una responsabilità personale. Ma quando sopravviene la malattia, bisogna affidarsi ai professionisti, che sono i sacerdoti officianti della cura. Sono loro che indicano con autorevolezza che cosa deve essere fatto contro la malattia. La loro parola ha un valore assoluto: non si mette in discussione!

Il trattamento ideale è quello che mira al ristabilimento dello stato di salute che è andato perso quando si è transitati nel regno della malattia (gli antichi la chiamavano, in latino, “restitutio ad integrum”. Ovvero, tornare come prima). La medicina è intesa come una guerra senza quartiere contro tutte le forme di patologia. La vittoria equivale al recupero della salute, abbandonando lo stato di malattia: prima eravamo sani e poi siamo caduti malati; ora da malati ritorniamo sani.

Parlare dell’atteggiamento di fondo che predomina nelle cure mediche in termini religiosi non è fuori luogo. Il rapporto di cura evoca qualcosa di sacro: quanto di più alto e nobile possiamo attribuire all’umanità. Perché esprime la fiducia che, una volta usciti dal territorio sicuro della salute, saremo accolti da chi ha le competenze per erogarci le cure appropriate. L’umanità, che una volta era costituita da tribù ostili le une alle altre, ha creato con la civiltà un territorio neutro, dove ha luogo la cura. Al di là dei legami familiari e di appartenenza sociale, al di là delle simpatie e alleanze: immaginiamo i professionisti della cura come dei “sacerdoti” di una religione umanitaria. Esprimono la solidarietà umana al più alto livello.

Quando la cura è esercitata con modalità professionale, usciamo dalle cure familiari non solo per le competenze richieste, ma anche per lo spirito che la anima. In questo contesto vigono regole quasi controintuitive, perché vengono sospese le categorie che normalmente applichiamo nella vita sociale. A cominciare dalle diadi amico/nemico, familiare/estraneo, noi/loro. L’etica professionale dei medici, condensata nel loro codice deontologico, è esplicita al riguardo: le cure vanno rivolte a chi ne ha bisogno, indipendentemente dal grado di affinità e indipendentemente dalle preferenze personali del curante.

Un episodio storico può illustrare l’assunto. Riguarda un momento cruciale nella vita del dott. Pasquale Marconi, che nel dopoguerra fu eletto deputato al Parlamento (l’abitudine di calzare sempre sobriamente dei sandali l’aveva fatto denominare “il medico scalzo”). Durante il periodo della guerra civile fu portato davanti a un tribunale per favoreggiamento dei partigiani, avendo prestato delle cure ad alcuni di essi feriti in combattimento. Al giudice che gli contestava il reato rispose: “Signor giudice, lei sa che io sono un medico; nella persona che viene a chiedere la mia assistenza io vedo solo il malato e non mi curo di sapere se è un fascista, un tedesco, un partigiano. Sappia che agirò sempre così, perché questo mi impone la mia coscienza”. L’abbraccio con cui il giudice dichiarò assolto l’imputato sanciva in quel caso il riconoscimento sociale di un’etica “altra” rispetto alle regole abitualmente in vigore.

Sulla stessa linea possiamo collocare la vicenda che riguarda la presa di posizione dei medici italiani rispetto al Decreto Sicurezza (2009), in cui si intendeva inserire un emendamento che avrebbe indotto i medici a denunciare gli immigrati irregolari che si fossero rivolti alle strutture sanitarie pubbliche. Oltre a una vasta mobilitazione dei medici (con l’iniziativa “Noi non segnaliamo day”), la Federazione nazionale degli ordini prese ufficialmente posizione per bocca del Presidente in un’audizione presso le commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera dei Deputati. La misura è stata dichiarata contraria alla “mission” del medico, che è chiamato ad accogliere e curare tutti indistintamente, senza discriminazioni di sorta. L’emendamento è stato ritirato.

Questo è il profilo alto di ciò che ci attendiamo quando attraversiamo il confine della salute ed entriamo nel territorio delle cure sanitarie. In pratica, non possiamo però ignorare che là dove esistono confini, incombe il pericolo della sconfinamento. I confini territoriali – segnati dai termini – vanno ben evidenziati per evitare i conflitti. È istruttivo in questo senso il mito della fondazione di Roma: Romolo, secondo il racconto di Plutarco, uccide il fratello Remo per aver spregiato e oltraggiato i “termini” della neocostituita città, saltando oltre il confine stabilito (Vita di Romolo 10, 1-2). Non diversamente ci rappresentiamo i conflitti che possono accendersi sul luogo della cura. Rispetto allo scenario ideale che abbiamo descritto, il passaggio da un territorio all’altro può essere tutt’altro che pacifico. Ai nostri giorni un contenzioso senza precedenti contrappone professionisti sanitari e cittadini malati. Su quel confine scoppiano continue contese, sotto forma di accuse di “malasanità”, procedimenti giudiziari, richieste di risarcimenti, pratiche di medicina difensiva.

Non è senza significato che l’associazione Cittadinanzattiva – Tribunale diritti del malato si sia proposta di contrastare questa guerriglia di confine lanciando un progetto per curare i rapporti tra i professionisti della cura e i cittadini (31 ottobre 2017). Cambiando metafora, il progetto è stato denominato “Cura di coppia”, sul modello degli interventi che cercano di riportare la pace nelle coppie in crisi. L’intento è sempre quello: evitare conflitti e contenziosi che danneggiano la relazione e compromettono il successo nelle cure.

 

 

Tendere alla guarigione: con tutte le forze

 

La guarigione: è facile immaginarla. Siamo afflitti da una malattia e vogliamo a tutti i costi liberarcene. Quando questo evento si realizza, possiamo festeggiare la guarigione. Siamo in grado di visualizzarla pensando al giorno felice in cui proclamiamo: “Dottore, mi sento bene, adesso!”; o alla scena in cui è il dottore a venire al nostro letto di malato per comunicarci: “Lei è guarito, da domani si può alzare”. Pensiamo che finalmente la cura ha raggiunto il suo obiettivo: siamo stai curati e siamo giunti alla guarigione. Si chiude così la parentesi aperta dalla malattia; dal territorio straniero torniamo a casa nostra, dove ci riaccoglie la salute.

Quando siamo malati tutto il nostro essere è proiettato verso la guarigione. Una molla interiore, allo stesso tempo fisica e spirituale, ci spinge verso il recupero della salute. E quando questo ha luogo, la festa interiore è incontenibile. Michel de Montaigne (1533-1592), vissuto in un tempo in cui la medicina riusciva a fronteggiare con successo ben poche patologie, ha cantato il benessere che lo invadeva quando riusciva a espellere i calcoli urinari che lo tormentavano:

 

C’è forse qualcosa di più dolce di questo improvviso mutamento, quando da un dolore estremo io arrivo, per l’espulsione della mia pietra, a recuperare come in un lampo la bella pietra della salute, così libera e così piena, come accade nelle nostre improvvise e più acute coliche? C’è nulla in questo dolore patito che si possa contrapporre al piacere di un così subitaneo miglioramento? Come la salute mi sembra più bella della malattia, tanto vicina e contigua che posso vederle l’una di fronte all’altra nella loro maggior pompa, mentre si mettono a gara quasi per tenersi testa e contrapporsi.

 

Salute contro malattia: l’una scaccia l’altra. E la guarigione nella cerniera del passaggio. Una delle descrizioni più coinvolgenti del benessere totale – fisico e psichico – che si sviluppa dalla percezione soggettiva della guarigione ci è stata fornita da Anton Cechov nel racconto intitolato Tifo (1887). Il protagonista è un soldato, il giovane tenente Klimov. Mentre sta tornando in treno da Pietroburgo a Mosca, si sente male. Un attacco di tifo lo porta sul limitare della morte; ma viene curato in casa e si salva. Dopo giorni di delirio e torpore, torna alla vita:

 

Quando Klimov si riebbe dal suo torpore, nella camera non c’era nessuno. Il sole mattutino entrava dalla finestra attraverso la tenda abbassata e un raggio tremante, tenue e sottile come una lama, giocava sulla caraffa. Si udiva uno strepito di ruote, dunque non c’era più neve nella strada. Il tenente guardò il raggio di sole, i mobili a lui familiari, la porta, e per prima cosa scoppiò a ridere. Il petto e il ventre gli tremavano tutti per quella risata dolce, felice e solleticante. Tutto il suo essere, dalla testa ai piedi, fu invaso da una sensazione di infinita felicità e di gioia raggiante, come quella che probabilmente aveva provato il primo uomo quando fu creato e per la prima volta vide l’universo. Klimov provò un desiderio ardente di movimento, di uomini, di voci. Il suo corpo giaceva immobile, si muovevano solo le mani, ma lui se ne accorgeva appena e concentrava tutta la sua attenzione sugli oggetti. Gioiva del suo respiro, del suo riso, si rallegrava dell’esistenza della caraffa, del soffitto, del raggio di sole, del cordoncino della tenda. Il mondo di Dio, anche in un cantuccio piccolo come la camera da letto, gli sembrava bellissimo, variato, vasto. Quando comparve il dottore, il tenente pensò che la medicina è proprio una gran cosa, che il dottore era caro e simpatico e che, in generale, tutti gli uomini erano buoni e interessanti.

 

Ma questo è solo il primo atto della guarigione di Klimov. Quando, ancora convalescente, cerca la cara cugina Katja, la zia deve confessargli che la giovane che l’ha curato ha contratto il tifo da lui ed è morta.

 

Klimov prese coscienza di questa terribile, inattesa notizia, ma, per quanto forte e terribile, essa non poté vincere la gioia animale di cui era colmo il tenente convalescente.

 

Con la gioia animale Cechov coglie l’aspetto vitalistico del nostro tendere verso la guarigione. Non c’è svalutazione o disprezzo in questa espressione: solo una sottolineatura di quanto il tendere verso la salute faccia parte della nostra natura.

 

 

In cura dal dottor House?

 

Quando siamo orientati alla guarigione intesa come risoluzione definitiva del problema di salute, siamo anche disponibili ad affidarci a curanti non proprio ideali dal punto di vista della gradevolezza umana. Il prototipo di questo professionista della salute è il Dottor House, della serie televisiva da lui denominata. È scontroso, fondamentalmente ostile a rapporti amichevoli con i pazienti. Il suo programma è iscritto nelle parole: “Sono diventato medico per curare le malattie, non i malati”. Bisogna riconoscergli che, nel risolvere i problemi clinici, ha una marcia in più rispetto ai colleghi: riconosce malattie che altri non vedono, prescrive terapie risolutive. A un malato pone il dilemma: “Preferiresti un medico compassionevole che ti tiene la mano ma ti lascia morire, o uno che ti tratta male ma ti salva la vita?”.

Se lo incontrassimo – zoppicante, appoggiato al bastone, sempre di pessimo umore – per i corridoi dell’ospedale (evento improbabile, perché sappiamo che cambia strada quando intravede un malato: a lui interessano solo le malattie!), non avremmo difficoltà a contestargli che il suo è un falso dilemma. Si possono avere professionisti competenti, che sono allo stesso tempo accoglienti e capaci di comunicare. Questa è la nostra aspirazione, quando percorriamo la strada della guarigione. Ma se, per ipotesi, fossimo costretti a scegliere tra il medico capace di traghettarci indietro nel paese della salute, che abbiamo dovuto abbandonare, e il professionista gentile ma incompetente, non esiteremmo un istante. Il medico che è in grado di guarirci ha un valore incalcolabile, anche se è carente dal punto di vista delle relazioni.

Così era in passato e così è anche oggi. Su un punto, però, la cultura e i comportamenti sono cambiati: l’obbligo di fornire informazioni. Nel modello del passato – che per brevità chiamiamo paternalistico, perché autorizzava il medico a comportarsi con i malati come un padre o una madre con i loro figli piccoli, prendendo decisioni al posto loro, purché per il loro bene – il professionista non era tenuto a informare il malato della diagnosi, della prognosi, del percorso terapeutico, dei rischi, delle alternative. Poteva anche fornire informazioni fuorvianti e rassicuranti al malato, trasmettendo invece quelle veritiere ai suoi familiari. Queste erano le regole esplicite scritte nel Codice deontologico dei medici. Almeno fino al cambio intervenuto, alla nostra latitudine, a metà degli anni ’90 del secolo scorso.

Oggi comportamenti di questo genere sono considerati scorretti (oltre che pericolosi dal punto di vista medico-legale). Ecco come, secondo la più recente formulazione del Codice di deontologia medica (2014), ci aspettiamo che si comporti il medico al quale ci rivolgiamo per un problema di salute:

 

Art. 33: Informazione e comunicazione con la persona assistita

Il medico garantisce alla persona assistita o al suo rappresentante legale un’informazione comprensibile ed esaustiva sulla prevenzione, sul percorso diagnostico, sulla diagnosi, sulla prognosi, sulla terapia e sulle eventuali alternative diagnostico-terapeutiche, sui prevedibili rischi e complicanze, nonché sui comportamenti che il paziente dovrà osservare nel processo di cura.

Il medico adegua la comunicazione alla capacità di comprensione della persona assistita o del suo rappresentante legale, corrispondendo a ogni richiesta di chiarimento, tenendo conto della sensibilità e reattività emotiva dei medesimi, in particolare in caso di prognosi gravi o infauste, senza escludere elementi di speranza.

Il medico rispetta la necessaria riservatezza dell’informazione e la volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione, riportandola nella documentazione sanitaria.

 

Viene fatta menzione esplicita della possibilità di affidarsi alle cure di un medico nel quale si ripone la propria fiducia, rinunciando all’informazione alla quale si avrebbe diritto; un atteggiamento del tipo: “Dottore, mi rimetto nelle sue mani. Decida lei che cosa va fatto: non voglio sapere niente. Purché mi faccia guarire!”. Un modello possibile, ma francamente sempre più raro. Ai nostri giorni prevale la volontà di sapere e di partecipare alle scelte.

Ancor più: fornire le informazioni disponibili è un dovere professionale del medico, ma richiederle è non solo un diritto, bensì anche un dovere morale del malato. Il primo dei doveri esplicitati dal progetto promosso da Cittadinanzattiva per contrastare il degrado dei rapporti che sta devastando l’ambito sanitario riguarda proprio lo scambio di informazioni. Come esplicita il vademecum #Cura di coppia, la formulazione dei diritti-doveri suona per il paziente:

 

Mi aspetto di ricevere informazioni chiare, personalizzate e veritiere sul mio stato di salute, sui vantaggi, rischi e possibili complicanze di terapie o modifiche di esse, su interventi o procedure diagnostiche, per poter esprimere con i giusti tempi e consapevolezza il mio consenso o dissenso (consenso informato).

 

A queste esigenze fa riscontro il diritto del medico di essere informato dal cittadino “nel rispetto del segreto professionale e della riservatezza dei dati”.

In ogni caso, una cosa va detta a tutti i professionisti sanitari che preferirebbero fare il loro lavoro di cura senza dedicarsi all’informazione: o per scontrosità, come il dottor House, o per non infliggere dolore ai pazienti, quando hanno cattive notizie. Va loro ricordato che – secondo la regola fondamentale della psicologia della comunicazione – non si può non comunicare. Verbalmente, e ancor più spesso in modo non verbale, l’informazione trapela. Spesso il paziente sa, prima che qualsiasi parola venga scambiata.

L’inizio folgorante del romanzo di Kent Haruf: Benedizione, fotografa questa istantanea presa di coscienza:

 

Appena gli esiti dell’esame furono pronti, l’infermiere li chiamò nell’ambulatorio, e quando il medico entrò nella stanza diede loro un’occhiata e li invitò a sedersi. Capirono come stavano le cose guardandolo in faccia.

– Avanti – disse Dad Lewis –, dica pure.

– Temo di non avere buone notizie per lei –, disse il dottore.

 

L’informazione circola, anche se la bocca rimane chiusa. Parlano gli occhi, il silenzio stesso parla; le pause sono molto eloquenti. Per non dire di quanto può raccontare un sorriso, o la sua assenza.

 

 

Tendere alla salute, ma non alla consapevolezza

 

Le cure mediche efficaci sono promettenti, ma non senza controindicazioni. I pericoli maggiori sono due: di mirare a un obiettivo di basso profilo e di sbagliare di misura nell’intensità delle cure. Il primo scenario si realizza quando la guarigione è intesa solo come una riparazione, invece che come un’opportunità; compresa l’opportunità di introdurre nella propria vita dei cambiamenti significativi. Quando si ascolta il proposito esplicito di qualche malato di “tornare quello di prima”, può sorgere spontaneamente l’auspicio che si verifichi, invece, la transizione verso uno stato di maggiore consapevolezza. Non sempre tornare come prima è l’augurio che ci sentiamo di fare a una persona colpita da malattia, che potrebbe approfittare della situazione per introdurre un cambiamento auspicabile nella propria vita…

Questo orientamento minimalista può essere fatto proprio anche dai professionisti della cura. “Il nostro lavoro consiste nel tener viva la gente, non nell’insegnargli come vivere”, proclama il dottor Gillespie, nella serie televisiva Il dottor Kildare. Proposito encomiabile, se intende dissipare gli equivoci sul ruolo da attribuire al medico: non può e non deve essere confuso con uno psicoterapeuta, né con una guida spirituale. Ma potrebbe depotenziare il processo della guarigione, collocandolo esclusivamente nell’ambito somatico.

Talvolta la rinuncia alla consapevolezza non è una scelta personale del malato, ma una condizione in cui questi è confinato dalle strategie dei familiari. È quello che succede quando, con le migliori intenzioni, si crea un mondo artificiale intorno al proprio caro malato, impedendogli di rimanere in contatto con la realtà. Una metafora di questo genere di situazioni è quella proposta dal film di Wolfgang Becker Good bye Lenin (2003). Protagonista è una signora che vive a Berlino Est. Caduta in coma per un attacco cardiaco, dopo un lungo periodo in rianimazione viene dimessa. È guarita; ma ai figli viene raccomandato dal medico di evitarle ogni trauma, perché potrebbe esserle fatale. Dal momento che lei è una comunista convinta e totalmente identificata con gli ideali sociali della DDR, la preoccupazione di coloro che l’accolgono tra i sani sarà quella di nasconderle che durante il suo coma è caduto il muro di Berlino. Impresa ardua, che i figli conducono in modo inventivo. Ma la commedia cambia segno se ne facciamo un simbolo di quanto avviene nella vita dei malati quando la congiura benevola è tutta tesa a nascondere loro… la “caduta del muro di Berlino”, ovvero che la loro vita non può più essere quella di prima! In questi casi il ritorno alla normalità è fittizio. La guarigione è in realtà una regressione, invece che un cammino verso un’esistenza diversa.

La consapevolezza si estende al secondo grande problema che incontriamo sul fronte delle cure messe in atto per tornare in salute: quello della giusta misura. Quando è necessario insistere e quando è opportuno arrestarsi? Qual è il limite tra il troppo e il troppo poco? Quando è consigliabile cambiar passo e dagli interventi curativi passare a quelli palliativi? Anche riguardo a questo aspetto la consapevolezza è richiesta sia a coloro che erogano le cure, sia a quelli che ne beneficiano.

Per dare la parola ai medici, ascoltiamo la testimonianza del chirurgo americano Atul Gawande in Cura. Il libro si presenta esplicitamente nel sottotitolo come “Diario di un medico deciso a fare meglio”.

 

Un tempo pensavo che la cosa più ardua del mestiere di medico sia acquisire le necessarie competenze... Mi sono reso conto che la cosa più difficile è capire dove comincia e dove finisce il nostro potere... Oggi disponiamo delle sofisticate risorse della medicina moderna. Imparare a usarle è piuttosto difficile. Ma la cosa in assoluto più difficile è comprenderne i limiti... La regola in apparenza più semplice e sensata da seguire, per un medico, è “lottare sempre”, cercare sempre qualcosa di più da fare. È il modo migliore per evitare l’errore peggiore, quello di arrendermi con qualcuno che avremmo potuto aiutare... È vero che il nostro compito è “lottare sempre”. Ma lottare non significa necessariamente fare di più. Significa fare la cosa giusta per il paziente, anche se non è sempre chiaro che cosa sia giusto.

 

Non di rado si sente l’accusa rivolta ai medici di cedere all’“accanimento terapeutico”. L’espressione è infelice: insinua che nei terapeuti, quando insistono nelle cure, ci sia malanimo, quasi una cieca ostinazione a moltiplicare gli interventi, contro i migliori interessi del malato. Molto opportunamente la legge approvata il 22 dicembre 2017 – Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento – abbandona questa dizione a favore di “ostinazione irragionevole nelle cure”. Il vantaggio di questo cambio è di non far gravare l’irragionevolezza solo sul medico, come se, accanendosi contro la malattia, finisse per nuocere al malato. L’irragionevolezza può venire anche dal paziente e dai suoi familiari. Anche loro sono chiamati a decisioni sagge e ponderate. La ragionevolezza si coniuga, anzitutto, con la ricerca della via giusta da seguire nella ricerca della guarigione. Irragionevole può essere scegliere percorsi non scientificamente provati. Credere nella scienza non è obbligatorio; ma non è ragionevole affidarsi a ciarlatani e seguire i metodi di cura da loro proposti.

La ragionevolezza implica inoltre l’accettazione del limite, nella prospettiva della mortalità. Lo scenario dove il cambio di passo è più rilevante è quello in cui gli interventi curativi devono retrocedere, a favore di quelli palliativi. Ciò richiede una “pianificazione condivisa delle cure”, afferma la legge sul fine vita: “Il paziente e, con il suo consenso, i suoi familiari, o la parte dell’unione civile, o il convivente, ovvero una persona di sua fiducia, sono adeguatamente informati sul possibile evolversi della patologia in atto, su quanto il paziente può realisticamente attendersi in termini di qualità della vita, sulle possibilità cliniche di intervenire e sulle cure palliative”.

L’ostinazione irragionevole può sorgere anche dal paziente e dai suoi familiari. È molto istruttiva, a questo proposito, una storia clinica riportata da un oncologo, il dottor Siddartha Mukherjee, che vede contrapposti un medico ragionevole e la figlia di una paziente, che ragionevole non è:

 

“Di più significa di più” ribatté bruscamente la figlia di una paziente (le avevo suggerito, con delicatezza, che per certi pazienti malati di cancro “di meno poteva significare di più”). La paziente era un’anziana donna italiana con un tumore al fegato e numerose metastasi in tutto l’addome. Era venuta al Massachusetts General Hospital in cerca di chemioterapia, chirurgia o radiazioni – o, se possibile, di tutt’e tre…

La figlia era un medico e mi rivolse uno sguardo intenso come quello di un falco mentre terminavo la visita. Era completamente dedita alla madre, con quell’istinto materno capovolto – e due volte più forte – che segna il momento della vita in cui madre e figlia cominciano a scambiarsi i ruoli. La figlia voleva le migliori cure possibili per la madre – i migliori medici, la migliore stanza con la migliore vista su Beacon Hill, e il farmaco migliore, più forte e più duro che il privilegio e i soldi fossero in grado di comprare.

La madre, nel frattempo, tollerava appena il farmaco più blando. Suggerii di tentare con un farmaco palliativo, forse un unico agente chemioterapico che alleviasse i sintomi, piuttosto che spingere per un regime più duro che tentasse di guarire una malattia incurabile.

La figlia mi guardò come se fossi matto: “Sono venuta qui perché tratti mia madre, non perché mi consoli parlandomi di malattie terminali e palliativi”, disse in cagnesco.

Promisi che avrei riconsiderata la mia scelta, chiedendo un parere a medici più esperti. Forse ero stato troppo frettoloso nella mia cautela. Alcune settimane dopo, tuttavia, seppi che lei e sua figlia avevano trovato un altro medico, presumibilmente qualcuno disposto a soddisfare prontamente le loro richieste. Non so se la donna anziana sia morta di cancro o per le cure che ha ricevuto.

 

Less is more aveva proposto l’oncologo alla figlia, che prendeva le decisioni al posto e per conto della madre. Il modo di dire inglese è diventato, nel progetto del movimento di Slow Medicine – quello che ha nel programma di promuovere una medicina sobria, rispettosa e giusta – “fare di più non significa fare meglio”. L’ostinazione irragionevole, da qualunque parte provenga, è una pessima ricetta: invece della guarigione, assicura una qualità di vita catastrofica. E spesso anche una morte indegna.

 

  1. LA SALUTE SUFFICIENTE PER IL LUNGO VIAGGIO NELLA CRONICITÀ

 

 

 

Se le malattie croniche dominano la scena

 

Sul finire del secolo scorso un prestigioso centro di ricerca di bioetica americano, lo Hastings Center di New York, ha promosso uno studio per cercare di immaginare quale sarebbe stata la condizione della medicina al volgere del millennio. Nello scenario prospettato il centro di gravità si spostava dai successi della medicina nello sconfiggere sempre più patologie, alle malattie che non guariscono: nel XXI secolo – la nostra era – si prevedeva che queste avrebbero preso il sopravvento. La proporzione tra le malattie acute e quelle croniche, sarebbe stata sbilanciata a favore delle seconde:

 

Nelle società sempre più vecchie del nostro tempo, dove le malattie croniche sono la causa più comune di dolore, di sofferenza e di morte – dove, in altre parole, le infermità sono destinate a continuare indipendentemente da quello che fanno i medici – l’assistenza alla persona, il prendersi cura di lei, diventa ancora più importante, riacquistando un primato dopo un’epoca in cui è sempre apparsa una seconda scelta. Nei casi di infermità cronica, i pazienti devono essere aiutati a dare un senso personale alla propria condizione, ad affrontarla e a conviverci, magari in permanenza. A sessant’anni per lo più hanno una malattia cronica, e a ottanta ne hanno tre o più. Dopo gli ottanta, almeno nella metà dei casi, hanno bisogno di un aiuto significativo per far fronte alle comuni attività della vita quotidiana. Nei confronti dei malati cronici, che devono imparare ad adattarsi ad un sé nuovo ed alterato, il lavoro del personale medico dovrà concentrarsi non già sulla terapia, ma sulla gestione della malattia – dove per “gestione” si intende l’assistenza psicologica empatetica e continua a una persona che, in un modo o nell’altro, deve accettare la realtà della malattia e conviverci. Qualcuno ha osservato che la medicina a volte deve aiutare il malato cronico a forgiarsi di una nuova identità.

 

Siamo destinati, dunque, a vivere più a lungo e a diventare collezionisti di malattie croniche. Più progrediamo in età, più l’intervento sistematico in numerosi organi, che smettono di funzionare nella norma, sarà la nostra realtà quotidiana. Vediamo qui profilarsi un modello di cura diverso da quello che tende a riportarci in salute, intesa come lo stato che precedeva la malattia. È la cura che i classici dell’antichità, sia medici che filosofi, chiamavano la "guarigione sufficiente". Si tratta della misura di guarigione necessaria per continuare a vivere. Quello che per gli antichi poteva essere un’evenienza rara, quasi eccezionale, ai nostri giorni è diventato l’esito più frequente del processo di cura.

Il primo modello di cura, quello che ci riporta allo stato di salute antecedente alla malattia, si realizza ormai solo nel 20% delle patologie che ci affliggono, cioè in una minoranza delle situazioni. Nell’altro 80% di casi patologici avviene che la medicina non riesce a dare la guarigione, intesa come restituzione all’integrità e alla salute piena, ma offre la guarigione sufficiente: permette di continuare a progettare e a vivere la nostra vita malgrado la malattia. Sempre più spesso, quindi, quando andiamo dal medico dobbiamo abbandonare il sogno ingenuo che usciremo, prima o poi, con un percorso lungo o contorto, dal tunnel della malattia per tornare alla salute, intesa come lo stato precedente all’ammalarci.

Parlare di cronicità è un concetto molto sfaccettato. I percorsi nella malattia che non guarisce sono differenziati. Gli esperti descrivono diverse traiettorie di malattia: diverse per durata e, soprattutto, per le modifiche che introducono nella vita di coloro che ne sono affetti. Riconosciamo la traiettoria della malattia oncologica. In passato era vissuta come sinonimo di morte annunciata; oggi, per fortuna, non è più così. Il cancro si apre su scenari di lunga sopravvivenza, con cure più o meno aggressive. Ci sono poi percorsi tracciati da insufficienza cronica d’organo. A dare forfait può essere il cuore, o i polmoni, o i reni… Il percorso si presenta lungo e accidentato, con riacutizzazioni e trattamenti efficaci che rimettono in pista. Spesso per lunghi anni. Ma con la prospettiva di una nuova emergenza sullo sfondo. Diverso è lo scenario della fragilità che dipende dal declino per età: si perdono progressivamente le forze, il peso, il tono muscolare, l’autonomia nella gestione della vita quotidiana.

Le diverse parabole della cronicità non si assomigliano, salvo su un punto: il significato della cura. In tutti questi scenari la medicina non dà risposte risolutive: offre solo, se riusciamo a coglierla, la capacità di continuare a vivere con il nostro diabete, con il nostro asma, con la nostra insufficienza cardiaca, con le due (o tre, quattro, cinque) malattie croniche che si avvolgono le une sulle altre dopo una certa età. Lo scenario prevalente ai nostri giorni è, dunque, per lo più caratterizzato da cure che non sono rivolte alla restituzione della salute, ma sono finalizzate a darci la capacità necessaria per proseguire il nostro processo vitale: non senza la malattia, ma con essa. Malgrado le patologie dalle quali non possiamo liberarci, le cure sanitarie possono garantirci una vita pienamente umana.

 

 

- Quale rapporto con chi eroga le cure?

 

Il cambio di scenario, quando passiamo dalla cura intesa come restituzione della salute nella sua integrità agli interventi medici nello stato di cronicità, modifica la relazione che si instaura tra i professionisti che offrono le cure e i malati che le ricevono. Ognuno dei diversi modelli richiede dei curanti diversi, così come diversi siamo noi in quanto persone che beneficiano della cura. Cambiano, rispettivamente, sia il ruolo del terapeuta, sia la partecipazione consapevole del paziente.

Nel primo modello dobbiamo registrare un cambiamento abbastanza notevole che sta avvenendo, in questi anni, sotto i nostri occhi. Il fatto è tanto più notevole in quanto questo modello si è mantenuto inalterato nel tempo durante molti secoli. Questo schema di comportamento regolava i rapporti in modo molto lineare: per restituire la salute, là dove è possibile, fa intervenire un professionista che conosce l’arte del curare, sa cosa va fatto quando c’è una frattura, un infarto, una ferita, un carcinoma. È lui che, in scienza e coscienza, decide per il paziente. La partecipazione del paziente a questo processo, era tradizionalmente sintetizzata nella richiesta di docilità alle prescrizioni mediche. Un medico spagnolo, che ha riflettuto su questi temi, Gregorio Marañon, affermava, fotografando quella che era la tradizione medica, che “il paziente comincia a guarire quando obbedisce al medico”.

Nel modello tradizionale della cura il paziente doveva esercitare esclusivamente la virtù dell’obbedienza. Un modo di dire colloquiale: “Mica me l’ha prescritto il medico!”, per indicare un ambito di scelte opzionali, indicava efficacemente l’obbligo morale di seguire ciò che veniva indicato dal medico. Sulla cura, intesa in questa accezione, si sarebbe potuto mettere il cartello: "Non parlate al conducente". Qualche medico l’interpretava anche in maniera letterale, proibendo al malato di fare domande sul proprio stato di salute. Negli ambienti sanitari circola il racconto di un primario che era solito interrompere i pazienti che chiedevano informazioni sul loro stato di salute dicendo loro bruscamente: “Lei è in ospedale per guarire, non per far domande!”. Il medico interpreta il suo ruolo come quello del capitano della nave o dell’aereo; lui conosce la rotta e lavora tanto meglio quanto meno viene disturbato. La consapevolezza richiesta al paziente era minima.

Nel nostro tempo anche questo modello sta cambiando. Oggi, sempre di più, la partecipazione consapevole è opportuna, auspicabile. Tra chi propone la cura efficace, con tutta la competenza professionale richiesta – “scienza e coscienza” sono sempre necessarie! –, e chi la riceve si richiede una maggiore simmetria, che esclude l’affidamento passivo nelle mani del medico. Nella nostra società sono sempre meno numerosi i cittadini che preferiscono chiudere occhi e orecchi, affidandosi alla decisione del medico. Tuttavia, finché ci muoviamo all’interno di questo modello di cura, in fondo i ruoli sono abbastanza ben definiti.

La formazione necessaria per il curante può essere definita dalle attese del paziente: dal medico il malato si aspetta in primo luogo la competenza. La competenza che fa di lui un medico oggi si riassume sotto l’etichetta di “evidence based medicine”, cioè una medicina basata non sulle opinioni o le credenze, ma sulle prove di efficacia stabilite con rigide regole di ricerca biomedica. È necessario che sappia quale trattamento è meglio rispetto a un altro, ai fini della restituzione della salute; deve regolarsi secondo linee guida scientificamente valide e non secondo tradizioni di scuola che hanno fissato certi comportamenti. Oggi il cittadino non è più disposto ad accettare delle disparità di trattamento, per cui la stessa patologia viene curata diversamente a seconda dell’ospedale a cui ci si rivolge (qualche volta, nello stesso ospedale, il trattamento cambia a seconda dell’unità operativa o del medico, all’interno di uno stesso servizio).

Questo non basta ancora: la competenza professionale richiede oggi che il medico – il luminare – non solo sappia come va trattata una patologia, ma che lo comunichi al paziente, coinvolgendolo nelle scelte che lo riguardano. Il documento prodotto dalla conferenza di consenso indetta dall’Istituto Superiore di Sanità (giugno 2014) – Linee di indirizzo per l’utilizzo della Medicina narrativa in ambito clinico-assistenziale –, richiede “una specifica competenza comunicativa” come condizione per praticare la cura così come è richiesta dal nostro tempo. È quello che oggi si chiama "consenso informato", in senso proprio (diverso dalla pratica burocratica con finalità difensiva, che troppo spesso ha preso attualmente il posto dell’aspirazione a far partecipare il malato alle scelte in modo consapevole). La formazione scientifica seria oggi si completa con la disposizione a rispettare i diritti civili delle persone. Il malato non va trattato come un povero cristo: non è un "paziente", nel senso anche morale della parola, cioè qualcuno a cui è chiesto solo di sopportare con pazienza dolori e disagi.

Quando ci orientiamo alla salute intesa come ritorno allo stato che ha preceduto la malattia richiediamo che da parte del sanitario ci sia la competenza, la scienza e anche il rispetto delle regole, secondo lo stile del rapporto che nella nostra società esprime la nuova cultura dei diritti. Per ritornare in salute questo ci basta. Se invece lo scenario è quello della “guarigione sufficiente”, che si accompagna alla condizione di cronicità, la situazione diventa più complessa. Il rapporto che si instaura quando lo scenario è quello della salute necessaria a convivere con una patologia ineliminabile, è diverso da quello che predomina nelle malattie acute.

Mentre nella medicina acuta il medico si occupa dell’emergenza e il paziente è passivo, nella medicina cronica il medico ha l’obiettivo di portare il paziente a contare su se stesso; nella medicina acuta il rapporto è spesso genitore-figlio: il medico prende un ruolo di genitore e guida con autorevolezza; invece nella medicina cronica la relazione si modella piuttosto sul rapporto adulto-adulto. Nella medicina acuta, quella che si risolve nella guarigione, intesa come ritorno allo stato precedente, il rapporto con il medico è caratterizzato da gratitudine e ammirazione: il medico che mi risolve il mio caso è un grande medico. Nel rapporto con la malattia cronica, invece, c’è spesso scarsa gratitudine: ogni volta il medico mi dice le stesse cose; lui si annoia – me ne rendo conto – e anch’io mi annoio, perché il mio problema di salute è sempre lì. Il rapporto è pervaso da un risentimento profondo, da una parte e dall’altra. Il medico è frustrato, perché si trova a combattere sempre con la stessa situazione, e anche il paziente ce l’ha con il medico, che non risponde alle sue attese. Tuttavia lo scenario oggi prevalente della cronicità favorisce anche il superamento di questo schema angusto e frustrante. All’orizzonte del malato appaiono, oltre ai professionisti, altri personaggi: la grande comunità dei malati.

 

 

- Notizie dal paese della cronicità

 

C’è stata un’epoca in cui chi riceveva una diagnosi di malattia tendeva a chiudersi nel silenzio e a nascondersi. Specialmente per alcune malattie vigeva socialmente una specie di tabù: non se ne parlava. Non è più così. Ai nostri giorni queste remore sono scomparse. Si direbbe, al contrario, che siamo invasi da resoconti di ogni genere. Non solo si parla della propria malattia, ma la si mette per iscritto. Scritti cartacei e soprattutto scritti informatici, libri e blog. Sono racconti del dolore: resoconti di ciò che si patisce quando si è costretti ad attraversare il buio territorio della malattia.

Lo si può verificare in libreria, per esempio. Il bancone che presenta questo tipo di pubblicazioni è affollatissimo. Scegliere di indicarne qualcuno – allo scopo di caratterizzare concretamente il genere letterario di cui stiamo parlando – è imbarazzante: sarebbe come affidare a qualche albero il compito di rappresentare una foresta. Non c’è, infatti, patologia o situazione clinica che non sia stata narrata per bocca di chi vi si è trovato immerso. Così Cesarina Vighy in L’ultima estate, ha descritto la propria condizione di malata di sclerosi amiotrofica laterale che ha perso l’autonomia e il controllo del corpo; Michela Marzano con Volevo essere una farfalla, ci fa partecipare alla condizione psicologica di una giovane donna anoressica; Gianluca Nicoletti: Una notte ho sognato che parlavi, dà voce a un padre che si dedica al proprio figlio autistico; Laura Grimaldi: Faccia un bel respiro, riferisce in dettaglio, e non senza annotazioni ironiche, che cosa vive un paziente durante un ricovero ospedaliero per insufficienza respiratoria. Il cancro ha dato spunto a una selva di narrazioni, tra le quali spiccano quelle che cercano di sdrammatizzare, come fa Cristina Piga: Ho il cancro e non ho l’abito adatto e Corrado Sannucci: A parte il cancro tutto bene.

La parte del leone la fanno ovviamente le malattie croniche. C’è chi racconta come si vive con la distrofia muscolare (Piergiorgio Cattani: Guarigione. Un disabile in codice rosso), chi con il blefarospasmo (Paola Emilia Cicerone: Cecità clandestina), chi con gravissimo intervento demolitivo (Rosanna Fiorino: La mia vita senza stomaco. 12 anni da gastroectomizzata) e chi con il diabete giovanile (Roberto Mazzanti: I miei primi 55 anni di diabete).

Accanto a queste pubblicazioni italiane non possiamo non menzionare alcuni libri di successo a livello internazionale, come Lo scafandro e la farfalla di Jean-Dominique Bauby: un libro dettato, lettera dopo lettera, con il battito di una palpebra da parte di un paziente totalmente paralizzato, con sindrome di “locked in”. O L’anno del pensiero magico di Joan Didion, dedicato all’elaborazione del lutto dopo la morte improvvisa del marito. I libri sul lutto sono precisamente un altro sottogruppo foltissimo del genere letterario, che abbiamo chiamato racconti del dolore.

Chi traduce la propria sofferenza in narrazione non lo fa per ottenere riconoscimenti letterari. Né il criterio estetico – ovvero la ricerca del piacere che ci offre la lettura delle grandi creazioni della narrativa – può essere la pietra di paragone su cui misurare questo genere di produzioni. I bisogni che prendono la via della scrittura sono i più diversi. Il più fondamentale è quello di sentirsi esistere. La nostra vita diventa vera solo quando la raccontiamo: “Chi non può raccontare la sua vita non esiste” (Salman Rushdie). Le malattie e i drammi della salute non fanno eccezione: sono davvero nostri quando troviamo un orecchio disposto ad ascoltare il nostro racconto.

La narrazione del dolore ha, spesso, la funzione di valvola di sfogo: serve a dare libero corso alle emozioni. Soprattutto quelle collegate al “punto di svolta” che la perdita della salute, o di una persona cara, introducono nella vita. Non si narra la routine; invece, il cambiamento che, spesso, divide l’esistenza in un prima e un dopo si presta bene a diventare oggetto del racconto che ne facciamo.

Grazie alla narrazione si risanano ferite profonde. È quanto dire che il racconto del dolore ha un valore terapeutico. Anche traumi esistenziali come prigionia, tortura e persecuzione, che hanno profondamente scosso i confini dell’identità personale, possono essere in parte risanati quando sono raccontati. Pensiamo a quanto beneficio hanno ricavato dalle narrazioni autobiografiche i superstiti dei campi di sterminio.

In prima battuta la narrazione è destinata a rafforzare il confine dell’ego personale, traumatizzato dagli eventi della patologia: aiuta, quindi, a sopravvivere (psicologicamente). Ognuna di queste storie di sofferenza potrebbe essere introdotta con la frase che Montaigne ha posto in epigrafe ai suoi Saggi: “Sono io la materia del mio libro”. Un eloquente esempio della funzione positiva che può svolgere la narrazione nel percorso di malattia è il libro curato dal chirurgo oncologo Lorenzo Spaggiari: Io… dopo. È una raccolta di scritti redatti da giovani che si trovano a lottare contro il cancro e a vivere con esso. Il curatore del volume ha chiesto ai suoi pazienti di scrivere un testo, che fosse un ipotetico tema scolastico dal titolo: “Come il cancro ti ha cambiato la vita (se te l’ha cambiata!)”. Per scoprire che quasi tutti avevano già scritto qualcosa del genere e lo tenevano nel cassetto. I racconti del dolore nascono spontaneamente, senza bisogno di sollecitarli, e hanno un’importante funzione da svolgere: dare una forma diversa all’“io” di chi deve integrare la malattia nel proprio percorso di vita.

I racconti del dolore costituiscono parte integrante di ciò che ha preso il nome di Medicina narrativa: un genere letterario dai confini davvero sterminati, soprattutto da quando la carta stampata ha ceduto il passo a internet e ai blog. Ormai, anche chi non ha mai sognato di essere uno scrittore difficilmente resiste alla tentazione di mettersi in rete e di raccontare la sua storia di malattia. Può essere sicuro che, a prescindere dalla qualità letteraria del racconto, la sua narrazione troverà un’immensa schiera di interlocutori.

Possiamo dire che la frequentazione della medicina narrativa fornisce una quantità di compagni di viaggio per chi si deve inoltrare nel paese della cronicità. Possiamo scegliere a chi affidarci, possiamo selezionare. Ed è certo: tra questi compagni di viaggio si possono trovare delle persone che costituiscono delle eccellenze assolute, dei veri e propri eroi della cronicità. Una figura tra tutte: Stephen Hawking. È vissuto ben 55 anni (1942-2018) con una malattia gravemente invalidante, continuando senza interruzione a cercare come supplire ai deficit di comunicazione. Una sua testimonianza:

 

Mi capita spesso di sentirmi domandare: come ci si sente ad avere la sclerosi laterale amiotrofica? La risposta è: non molto bene. Io cerco di condurre una vita il più possibile normale e di non pensare alla mia condizione, o di non rimpiangere le cose che essa non mi permette di fare, che non sono poi così tante.

Fu una fortuna che avessi scelto di lavorare in fisica teorica, perché questa era una delle poche aree in cui la mia condizione non mi avrebbe gravemente danneggiato. E fu una fortuna che la mia reputazione scientifica crescesse al peggiorare della mia invalidità.

 

Ancora una perla dalla saggezza di Stephen Hawking:

 

Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare. Guardate le stelle, invece dei vostri piedi.

 

Il viaggio nella cronicità non lo affrontiamo da soli. Oltre alla presenza imprescindibile di medici, infermieri, fisioterapisti e numerosi altri professionisti della cura, possiamo beneficiare delle diverse esperienze e competenze di tante altre persone, che condividono lo stesso percorso e sono disposte a socializzare la loro biografia.

 

 

- L’educazione come terapia

 

I malati vanno dal medico per essere guariti, non per essere educati. Ogni programma di educazione terapeutica deve tener conto di questa fondamentale asimmetria di attese, dalla quale possono scaturire dolorosi malintesi. Eppure niente è più tradizionale, in medicina, dell’intento educativo, parallelo a quello terapeutico. Pensiamo alla dietetica promossa dalla medicina dell’antichità (in greco diaita, da cui dieta), che regolamentava sei ambiti: aria e luce, mangiare e bere, movimento e riposo, sonno e veglia, secrezioni e affetti. L’ipotesi di fondo era che esistesse uno stato “neutro”, intermediario tra la salute e la malattia. Coloro che, né sani né malati, si trovano in questo stato intermedio, sono soggetti alle cure mediche, sotto forma di “dieta”, molto più ampia del solo regime alimentare.

Secoli più tardi, all’alba delle trasformazioni culturali che condurranno alla medicina dei nostri giorni, Jules Romains nella commedia Il dott. Knock o il trionfo della medicina (1924), mette in bocca al protagonista una dura requisitoria contro la “neutralità”. Perché si possa celebrare il “trionfo della medicina” – sostiene il dottor Knock, partigiano della teoria che “ogni sano è un malato che si ignora” – è necessario condurre la popolazione ignara all’“esistenza medica”. Al medico suo predecessore nella condotta rurale, spiega la propria strategia di “promozione della salute”:

 

Voi mi date un cantone popolato da qualche migliaio di individui neutri, indeterminati. Il mio ruolo è quello di determinarli, di condurli all’esistenza medica. Io li metto a letto e guardo ciò che ne potrà venir fuori: un tubercolotico, un neuropatico, un arteriosclerotico, ciò che si vorrà, ma qualcuno, buon Dio!, qualcuno! Niente mi irrita come quell’essere né carne né pesce che voi chiamate essere sano.

 

È passato quasi un secolo da quando Jules Romains lanciava i suoi strali satirici contro la colonizzazione della società da parte della medicina. È sempre più difficile allontanare il sospetto che dietro i programmi educativi alla salute, come quelli lanciati dall’intraprendente dottor Knock in collaborazione con il maestro del villaggio, ci sia un’abile strategia di “medicalizzazione” della vita. Per quanto l’educazione si presenti altruisticamente orientata al bene del paziente, si sviluppa sotto il segno del potere medico: un potere nei confronti del quale, ai nostri giorni, sta crescendo la diffidenza.

Con la crescita esponenziale delle malattie croniche l’educazione come terapia, tuttavia, non è più un optional. Oltre alla gestione dei farmaci, bisogna tener conto dei cambiamenti che è necessario introdurre nel proprio regime di vita. Si tratta proprio della “dieta”, nel senso ampio che aveva nella medicina degli antichi. Con le modifiche sostanziali che la rendono possibile ai nostri giorni. I malati non accettano più di essere trattati in modo autoritario o paternalistico. Sarà necessario un dialogo, che permetta anzitutto al medico di registrare le condizioni di vita del malato e di arrivare eventualmente a dei compromessi: non sempre il regime ideale è traducibile in pratica.

In generale, la medicina per i malati che non vanno verso la guarigione ma si trovano in una situazione di stabile cronicità, domanda un numero maggiore di aspetti educativi. Educazione non sta per indottrinamento. Spesso si intende l’educazione sanitaria come insegnare al paziente ad assumere determinati comportamenti (non fumare, non assumere sostanze dannose, non mangiare dolci se si è diabetici...). L’educazione di cui parliamo, non si limita a insegnare determinate regole. Come avviene nell’educazione degli adulti, vuol dire sostanzialmente cercare insieme obiettivi, negoziarli, verificarli, per poi ridefinirli da capo. È un rapporto adulto-adulto, fondato sul rispetto e la stima; quello che è importante non è un’autorità che uno può giocare dall’alto, ma il rapporto che si stabilisce col tempo.

La personalità del paziente cronico si modifica progressivamente: si può gradualmente arrivare a delle decisioni che, forse, qualche tempo prima non erano condivise o condivisibili. In questo contesto, nell’attività di cura l’accento va a cadere sull’attenzione da prestare alla persona malata, per capire cosa sta vivendo, per ascoltarlo e accompagnarlo nelle sue decisioni.

In questo scenario vanno considerati due altri elementi, che modificano l’impostazione educativa tradizionale, basata su un educatore – nell’ambito sanitario il medico – e un educando inesperto, che deve semplicemente mettere in pratica ciò che gli viene insegnato. Un malato cronico, che vive talvolta un lunghissimo periodo della sua vita con la malattia che l’affligge, acquisisce una competenza unica. Il sapere scientifico del professionista della cura non può supplire l’esperienza, anzi può trarre profitto ad acquisirla.

Il secondo elemento proprio del nostro tempo riguarda la rete di conoscenze nella quale è inserito il malato. Condivide esperienze con altri malati, fa tesoro dei loro vissuti. La vasta comunità dei social fa dei temi della salute un oggetto privilegiato di scambio. L’educazione terapeutica amplia, così, il proprio orizzonte.

 

  1. LA GRANDE SALUTE

 

 

 

- Un orizzonte più grande

 

Ancora una volta, partiamo dalla domanda fondamentale: che cosa significa essere in salute? Dopo il “tornare come prima” e la conquista della salute sufficiente, il nostro percorso nella guarigione si affaccia, a questo punto, su una terra che sta raramente nelle nostre carte geografiche. Siamo incerti sul nome da darle. Ne prendiamo uno in prestito da Friedrich Nietzsche. Anche senza far nostra in blocco la sua filosofia, possiamo mutuare una sua intuizione: che, oltre la salute, esista la Grande Salute. Nel suo scritto visionario Così parlò Zarathustra, ne parla in questi termini:

 

Salute e malattia: si usi prudenza. La misura rimane il rigoglio del corpo e l’audacia, l’energia spumeggiante, l’allegria dello spirito, ma naturalmente anche quanto di malato questo sappia prendere su di sé e superare – trasformare in salute.

Ciò di cui le creature più fragili morirebbero è tra i fattori di stimolazione della Grande Salute.

 

Nietzsche non è solo il cantore equivoco del superuomo, quello che celebra la salute che si esprime in energia e benessere: conosceva per esperienza diretta numerose malattie, compresa la demenza di origine luetica nella quale sarebbe sprofondato alla fine della vita. Eppure aveva l’audacia di evocare la Grande Salute come una creazione particolare, che conviveva con la fragilità e la superava. Ci sentiamo autorizzati a mettere, in piena libertà, sotto questa etichetta alcuni percorsi ideali che, attraverso la malattia, conducono a terre inesplorate.

Possiamo descrivere la nostra storia di uomini e donne dicendo che attraverso la nostra "patografia" – cioè le varie forme di pathos che ci affliggono: dalle malattie ai lutti, dal decadimento fisico all’inevitabile distacco dalla vita – noi scriviamo la nostra autobiografia; o, ancora, che la nostra autobiografia non è altro che una serie di sofferenze, dolori, prove, legati alla nostra esistenza corporea.

Su questo orizzonte la salute non è soltanto quello che risulta nel libretto sanitario, ma è l’equivalente della nostra vita. Anche l’invecchiare è un momento della salute. Basta pensare a coloro che rifiutano l’invecchiamento come fenomeno naturale, per avere un’immagine molto chiara di come accettare o non accettare la decadenza del corpo sia un elemento critico della salute. Ancora un esempio: la menopausa non è solo un evento di tipo clinico ma biografico, in senso più ampio, che richiede l’accettazione della fine della fase feconda della propria vita. Un discorso analogo possiamo fare per l’andropausa.

In sintesi, potremmo affermare che la Grande Salute non è altro che la storia del nostro corpo attraverso momenti patologici o fisiologici che noi possiamo registrare come la storia della nostra realizzazione. In quanto esseri umani corporei, la nostra storia, con il suo significato immanente e anche trascendente, la scriviamo con il nostro corpo: con il nascere, crescere, ammalarsi, guarire, ammalarsi e non poter guarire e, perciò, dover convivere con la malattia; con il nostro invecchiare, con il nostro decadere, con il nostro morire.

Da questo punto di vista la Grande Salute non è il contrario della morte. Anche la morte la possiamo definire come un momento della Grande Salute. Per quanto ci appaia paradossale e lontano dal linguaggio comune, il saper morire – secondo la formulazione di Gian Domenico Borasio, Saper morire. Cosa possiamo fare, come possiamo prepararci – non è in contraddizione con la salute. Anzi, lo possiamo definire come il più alto coronamento di una vita sana.

Una storia clinica, da lui riportata, ci aiuta a dare concretezza a questo inaudito percorso dentro la Grande Salute che si può conciliare anche con la morte.

 

Il signor R., un paziente cinquantacinquenne affetto da SLA, aveva già discusso per due ore insieme a noi e alla moglie a proposito del suo testamento biologico. La malattia era in stadio avanzato: ormai parlava a stento, e la respirazione si era visibilmente ridotta. Aveva rifiutato la tracheotomia e desiderava che nella fase terminale, che sentiva essere vicina, gli fosse somministrata della morfina. Alla fine del colloquio gli chiesi se avesse qualche altra domanda. Lui allora, prendendomi un po’ in contropiede, disse: “Dottore, quand’è che ritornerò a essere sano?”. Dovette passare un attimo prima che fossi in grado di rispondergli: “La medicina di oggi non è in grado di sconfiggere o arrestare la sua malattia. Se però lei riesce a sentire che le sue più importanti facoltà come individuo, la sua personalità, i suoi sentimenti, il suo intelletto, la sua memoria e la sua capacità di amare e di essere amato non sono limitate da questa malattia, né lo saranno mai, allora lei avrà compiuto un passo importante nel cammino verso la guarigione”. Il signor R. sorrise soddisfatto e disse: “Allora sono già guarito, dottore”. Morì serenamente qualche giorno dopo, a casa, nel sonno.

 

 

- Quando guarire è cambiare vita

 

La Grande Salute si apre su diversi scenari. Per descrivere il primo ci lasciamo guidare da un racconto di Anton Cechov, Un caso di pratica medica (1898). Facciamo la conoscenza del dottor Korolëv, un medico di Mosca che viene chiamato da una famiglia a visitare la figlia malata. Si tratta di proprietari di una fabbrica, che abitano in provincia. Treno, carrozza, troika: un viaggio disagiato, che permette però al medico di vedere con i propri occhi le condizioni di vita degli operai della fabbrica. Poveri al limite della sopravvivenza, ammassati in abitazioni preistoriche, abbrutiti dall’alcolismo. Nella villa dei proprietari, il dottor Korolëv visita la giovane malata, ma non trova niente di significativo dal punto di vista clinico. Data la distanza dalla città, è invitato a cena e a pernottare nella casa padronale. Nel cuore della notte, vede la luce nella camera della malata e si reca a visitarla. Tra il medico e la paziente ha luogo una conversazione irregolare, che i genitori non avrebbero mai approvato – annota Cechov – perché lontana da ciò che si aspettavano quando hanno chiamato un medico per curare la figlia.

Lisa dichiara di aver sentito della compassione nella voce del dottore, e si sente incoraggiata a parlare di tutto con lui:

 

Voglio dirvi una cosa. Credo di non essere malata; ma mi tormento, e ho paura, perché deve essere così e non può essere altrimenti. Una persona qualunque, anche la più sana, non può non inquietarsi se sotto la sua finestra vive un brigante. Sono continuamente curata, non contesto l’utilità della medicina, però vorrei parlare non con un medico, ma con qualcuno che fosse vicino al mio spirito: un amico che mi comprendesse mi saprebbe dire se ho ragione o torto.

 

Sbalzato fuori dal terreno sicuro della medicina, il dottor Korolëv si avventura a ipotizzare una correlazione tra la condizione di ingiustizia sociale strutturale in cui vive Lisa e i suoi malesseri:

 

Egli sapeva che cosa avrebbe potuto dirle. Era chiaro che bisognava ch’ella abbandonasse al più presto quei cinque fabbricati e il milione, se lo possedeva, e che lasciasse là il diavolo che di notte l’agguantava. Era ugualmente chiaro, per Korolëv, che ella pensasse lo stesso, e che aspettasse che qualcuno, di cui avesse fiducia, glielo dicesse.

Disse ciò che voleva, non con un discorso filato, ma in maniera tortuosa.

– Siete scontenta della vostra situazione di proprietaria di una fabbrica e di ricca ereditiera, non credete ai vostri diritti e non dormite. Questo è sicuramente meglio che se voi foste soddisfatta, e dormiste pensando che tutto va bene. La vostra insonnia è rispettabile e, checché ne sia, è un buon segno. In verità, per i vostri genitori una conversazione come questa che stiamo facendo ora sarebbe stata inconcepibile. La notte essi non conversavano, dormivano sodo, mentre noi, della nostra generazione, dormiamo male, ci angustiamo, discorriamo molto, e ci domandiamo se abbiamo o non abbiamo ragione.

 

Lo star male di Lisa è una sfida, un’opportunità di crescita. Ancor più: il dottor Korolëv arriva a formulare una tesi eretica in medicina: che i sintomi, quelli per cui si va dal dottore – in questo caso l’insonnia –, possono essere i benvenuti, perché il non averne ci rimanda a una malattia annidata nel più profondo dell’esistenza. La cura, in questo caso? Abbandonare i privilegi e affrontare la vita da un’altra posizione.

Quando la mattina seguente il dott. Korolëv prende la carrozza per tornare a Mosca, non sa quali saranno le decisioni di Lisa e se seguirà la strada che le ha indicato, e che lei in cuor suo sapeva essere quella giusta: quella della Grande Salute. Il colloquio clandestino ci ha anche indicato che qui ci muoviamo al di fuori dell’ambito della medicina. Siamo oltre i suoi confini, là dove si prendono le decisioni che fanno la nostra grandezza o miseria morale.

 

 

- Quando guarire è scoprire il sé profondo

 

Guarire non si coniuga solo con il sopravvivere, ma anche con il “super-vivere”. Parliamo di quella dimensione dell’autorealizzazione in cui diventiamo non solo ciò che siamo, ma anche quella persona che avremmo potuto essere, e a cui le circostanze della vita ci hanno costretto a rinunciare. Per dare concretezza a questa affermazione, ci viene incontro la vicenda personale di Tiziano Terzani. Egli stesso l’ha riassunta nel libro Un altro giro di giostra, a cui ha arriso uno straordinario successo editoriale. Narrando il proprio percorso attraverso la malattia, i cambiamenti introdotti nella sua vita e la consapevolezza gradualmente raggiunta di piani più alti anche rispetto a quelli di una eccellente riuscita professionale, Terzani ha tracciato il percorso ideale che la sofferenza può aprirci nella vita. Fino a condurci a scoprire che, come egli afferma, “esistono due tipi di salute: la salute bassa, che è l’essere in forma come gli atleti, e la salute alta, che è l’integrazione della malattia”. Passare dall’una all’altra è un percorso umano molto impegnativo; secondo Terzani, si tratta di “un cammino senza scorciatoie”.

Nel suo primo livello il resoconto autobiografico riferisce la sgradevole sensazione di essere considerato dai medici-aggiustatori come una macchina da riparare. All’annuncio della malattia, il giornalista si era rivolto a uno dei centri mondiali di eccellenza per l’oncologia: il Memorial Sloan Center di New York. Aveva ricevuto tutte le cure appropriate per il suo caso: chemio, radio, chirurgia. Niente da eccepire riguardo alla qualità delle cure. La reazione negativa di Terzani era legata al modo in cui veniva trattato: assolutamente impersonale. Non perché i curanti praticassero una cattiva medicina: lo trattavano semplicemente come procede la medicina riduzionistica, che si concentra sulla malattia da curare, non sul malato come persona:

 

L’approccio scientifico, razionale che avevo scelto faceva sì che il mio problema di salute fosse più o meno quello di un’automobile guasta che, assolutamente indifferente alla prospettiva di essere rottamata o riparata, viene affidata a un meccanico, e non il problema di una persona che, coscientemente, con tutta la sua volontà, intende essere riparata e rimessa in marcia. A me come persona, infatti, i bravi medici-aggiustatori chiedevano poco o nulla. Bastava che il mio corpo fosse presente agli appuntamenti che loro gli fissavano per sottoporlo ai vari trattamenti.

 

Il recupero della dimensione personale comportava una sfida: capire il messaggio della malattia e operare nella propria vita i cambiamenti che questo esigeva:

 

Cominciai a prendere quel malanno come un ostacolo messomi sul cammino perché imparassi a saltare. La questione era se ero capace di saltare in su, verso l’alto, o solo di lato o, peggio ancora, in giù. Forse c’era un messaggio segreto in questa malattia: m’era venuta perché capissi qualcosa! Da anni avevo cercato di uscire dalla routine, di rallentare il ritmo delle mie giornate, di scoprire un altro modo di guardare le cose: di fare un’altra vita. Ora tutto quadrava. Anche fisicamente ero diventato un altro.

 

Infine, il grande balzo in avanti – o piuttosto in alto –, che giustifica la narrazione dettagliata del percorso per trovare se stesso attraverso la malattia:

 

Ho deciso di raccontare la storia, innanzitutto perché so quanto è incoraggiante l’esperienza di qualcuno che ha già fatto un pezzo della strada per chi si trovasse ora ad affrontarla; e poi perché, a pensarci bene, dopo un po’ il viaggio non era più in cerca di una cura per il mio cancro, ma per quella malattia che è di tutti: la mortalità. Arrivare a questo è forse la sola vera meta del viaggio che tutti intraprendiamo nascendo: un viaggio di cui io stesso non so un granché, tranne che la sua direzione – ora ne sono convinto – è dal fuori verso il dentro e dal piccolo sempre più verso il grande.

 

Siamo tutti candidati a fare, in un modo o nell’altro, un percorso nella vita che si sviluppa non solo sotto il segno dell’eros, ma anche del pathos, ovvero di ciò che il corpo fragile e il tessuto facilmente lacerabile delle relazioni umane ci costringono a subire. Il racconto di ciò che altri fratelli umani hanno saputo fare in circostanze analoghe, e che ci restituiscono con i loro “racconti del dolore”, ci può essere di grande conforto e ammaestramento. Benché nessuno possa fare questo cammino della scoperta del sé più profondo al posto nostro.

 

 

- Quando guarire è arrivare alla pienezza

 

A questo punto del nostro percorso ci può essere utile tornare all’alternativa che abbiamo messo sotto la tutela di due divinità latine: Terminus, che protegge i confine, e Giano, che favorisce i passaggi. A differenza dell’alternativa sano/malato, in cui i due stati sono contrapposti l’uno all’altro, come due territori separati, quando ci collochiamo sotto il segni di Giano lo scenario cambia. Salute e malattia sono considerati stati interconnessi, confluenti l’uno nell’altro. Non solo la malattia può essere più o meno grave, ma la stessa guarigione può realizzarsi attraverso diversi modi e gradi; e la salute si estende dal ristabilimento dell’equilibrio precedente alla malattia fino a quel vertiginoso nuovo stato della Grande Salute. “Eros” (desiderio e potere sulla vita) e “pathos” (ciò che la vita ci costringe a subire) sono parti integranti dell’esistenza umana. Ancor più: la “pazienza” (anche etimologicamente correlata al “pathos”) ci può far arrivare là dove l’azione non è in grado di portarci. Il grande studioso gesuita Pierre Teilhard de Chardin parlava, a questo proposito, di “passività di crescita”: cresciamo non solo con ciò che facciamo (in primo luogo la resistenza a oltranza contro tutte le forze distruttrici della vita), ma anche con tutto ciò che siamo costretti a subire. Con una felice immagine di natura religiosa, Teilhard de Chardin afferma che Dio attira e sé l’uomo con due braccia: attraverso ciò che l’uomo, dedito alle forze positive dell’universo, fa per combattere il male, e attraverso ciò che deve patire.

La crescita non equivale a un processo lineare-cronologico: si può essere vecchi senza essere mai cresciuti, così come è possibile che dei minori – e anche dei bambini! – abbiano già realizzato una grande crescita personale. Per descrivere la maturità, possiamo far ricorso alla metafora dei piani superiori di una casa proposta da Kierkegaard:

 

Pensiamo a una casa, composta di scantinato, pianterreno e primo piano, abitata o adibita in modo tale che ci sia una differenza di ceto tra gli inquilini di ciascun piano; e confrontiamo l’essere umano con una simile casa: è tanto doloroso e ridicolo il caso della maggior parte degli uomini che, nella loro casa, preferiscono vivere nel sottosuolo… E non solo preferisce vivere nel sottosuolo, no, ma lo ama a tal punto che si adira se qualcuno gli propone di occupare il piano buono che sta lì vuoto a sua disposizione perché è pur sempre a casa sua che vive.

 

In questa prospettiva i limiti che la malattia e la stessa decadenza fisica connessa alla corporeità ci costringono a percorrere, ci appaiono come soglie che si aprono su nuovi territori. In quanto esseri umani siamo attrezzati per i passaggi. Basti pensare che la vita di ognuno di noi si inaugura con il passaggio dal ventre della madre alla vita extrauterina. Le limitazioni nella vita – e la sofferenza che le accompagna – sono opportunità di maturazione della persona. Ovvero l’opportunità, che si può cogliere o no, di diventare l’essere pieno che potenzialmente siamo.

In questo territorio non si può essere introdotti a forza (così come non si può far crescere una pianta tirandola su dal terreno…). La domanda, a questo punto, è: ci sono persone disposte a fare delle vicende della salute – malattia, cura, cronicità, decadenza, morte – un’occasione di maturazione personale? A questa è legata l’altra domanda: ci sono professionisti sanitari disposti ad accompagnare rispettosamente le persone in questa crescita, facendo del lavoro di cura anche una preziosa occasione per la propria autorealizzazione?

Questo rapporto tra chi cura e chi è curato è diverso da quello che ci aspettiamo nello scenario della guarigione come riparazione, e anche quello della conquista di una guarigione sufficiente. Da parte del professionista si richiede non tanto la competenza tecnica, quanto la capacità di essere presenti e di esercitare un ascolto attivo: l’ascolto che guarisce. Una guarigione più alta, che qualcuno non esita a chiamare “salvezza”. È la testimonianza che lo scrittore Maurizio Maggiani depone a favore del dott. Rocchi, il medico della sua famiglia: “Il dottor Rocchi ha salvato molta gente, ne ha guarita anche di più, perché c’è chi guarisce ma poi non si salva”.

La cosa di cui noi abbiamo più bisogno per raggiungere la Grande Salute non è tanto qualcuno che faccia qualcosa per noi o che ci dia consigli, ma fondamentalmente che ci stia accanto. La misura della consapevolezza necessaria per entrare in questo processo è massima: nessuno ci può far crescere, se noi non lo vogliamo.

Non è detto che questi processi di nascita, crescita, decadenza, vita, morte producano automaticamente degli esseri consapevoli. Non è per niente scontato che noi moriamo come quegli esseri umani che saremmo dovuti diventare. La fine della nostra vita come pienezza non è un porto sicuro, ma un processo molto aleatorio. L’esperienza quotidiana ce lo conferma: ci sono delle persone che attraverso le dure vicende del corpo diventano migliori, maturano nel senso che acquisiscono maggiore umanità; ce ne sono altre che attraverso vicende analoghe si chiudono, diventano più ostili, più egoiste, ancora meno apprezzabili dal punto di vista dell’autorealizzazione umana.

Nessuno ci può condurre per mano alla Grande Salute: essa è la nostra autorealizzazione. Neppure la persona che mi ama di più può darmi la possibilità di realizzarmi come essere umano. Soltanto io posso farlo; ma per questo ho bisogno dell’aiuto di persone che mi amano, mi rispettano e mi ascoltano. Se queste persone hanno anche il camice bianco, benissimo; ma sono benvenuti tutti coloro che possono garantire una vera presenza.

Come congedo per il nostro lungo percorso vogliamo lasciare la parola a Luigi. Personaggio di finzione, ma più vero del vero. L’ha modellato Mattia Torre, basandosi sulla propria esperienza di malattia. Così convincente e coinvolgente, che dal libro è stata tratta una serie televisiva di successo: La linea verticale, appunto, con Valerio Mastrandrea come attore protagonista. Come Luigi, Mattia si è trovato, dall’oggi all’indomani, su un letto d’ospedale, con la diagnosi di un tumore al rene da operare d’urgenza. Un viaggio nella terra sconosciuta della malattia, che ha assunto come una sfida per salire più in alto, per assumere nella vita la linea verticale:

 

Io sono contento di stare qui. Prima di ammalarmi, mi ritenevo indistruttibile, ma se devo essere onesto la mia vita non girava bene, e se mi fossi ascoltato di più forse avrei sentito che qualcosa non andava. La malattia è arrivata in maniera esplosiva e deflagrante, ha cambiato tutto, e anche se è difficile dirlo, ha cambiato tutto in meglio. Mi ha aperto gli occhi, la testa e il cuore. Ora ho nuovi desideri: voglio essere centrato, voglio stare in piedi, voglio vivere in asse su una linea verticale. Non voglio avere paura, perché la paura ti mangia e non serve a niente. Voglio pagare le tasse con gioia, perché un ospedale pubblico mi ha salvato la vita senza chiedermi nulla in cambio. Voglio guardarmi intorno e voglio vivere tutto quello che è possibile, con generosità e vitalità. Questo tumore mi ha salvato la vita. Senza questo tumore, sarei senz’altro morto.

 

 

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