Il professionista della cura: un lavoro come altri?

Il dibattito sull’impegno degli specializzandi evidenzia l’evoluzione della professione medica. Oltre la retorica della “vocazione” o della sofferenza iniziatica, emerge la necessità di una professionalità nuova. Questa deve integrare competenze scientifiche e Medical Humanities, essere supportata da tutele giuridiche e organizzative e fondarsi su una relazione terapeutica basata sulla fiducia e sulla collaborazione tra colleghi.

Introduzione

Un fatto di cronaca giornalistica locale offre lo spunto per considerazioni di interesse più generale, che rimandano allo scenario in cui si sta sviluppando la medicina dal punto di vista professionale. Dopo le festività natalizie è uscito sul Corriere della Sera di Bologna, a firma di Gabriele Bronzetti – un medico cardiologo, noto per le sue appassionate prese di posizione a favore di una medicina di taglio umanistico, un articolo polemico sul fatto che nei turni ospedalieri del periodo festivo le guardie notturne sono state per lo più assicurate dai professionisti “anziani”; i giovani specializzandi tendono infatti a disertarle1. Così come turni di servizio nei giorni festivi. Tanto che il dott. Bronzetti avanza la proposta di chiedere agli specializzandi, in un ipotetico esame per valutare la loro professionalità: “Tu che fai la domenica?”. Tra le reazioni all’intervento spicca il rifiuto risentito di qualche specializzando, fondato sul sospetto che dietro quella critica si nasconda un atteggiamento di tipo doloristico: ovvero che soffrire – per turni snervanti, guardie frequenti, stress – faccia parte del percorso di formazione a cui un professionista della cura si deve sottoporre nella fase iniziale del suo percorso formativo, quasi come la naia nella vita militare.

Oltre la retorica della “vocazione” e della sofferenza

Nella tradizione letteraria troviamo il tema dell’enfatizzazione di ruvidi rituali di iniziazione alla professione medica. Il più classico è certamente “La Casa di Dio”, di Samuel Shem2, dove i medici in formazione imparano come evitare i carichi di lavoro, riversandoli su altri (John Upkike ha affermato che “La Casa di Dio” sta alla medicina come “Comma 22”3 sta alla vita militare). Più di recente ha fatto parlare di sé la narrazione autobiografica dell’ostetrico Adam Kay: il resoconto di un percorso tribolato, che l’ha indotto ad abbandonare la medicina per dedicarsi alla letteratura4. Anche le serie televisive hanno abbondantemente esplorato il tema dell’iniziazione alla professione medica: basta pensare al successo del recente The Pitt. Gli specializzandi che hanno recepito negativamente l’intervento di Gabriele Bronzetti rifiutano di lasciarsi rifilare una “pedagogia della sofferenza”, antitetica a evitare le guardie nei giorni di festa. Il valore professionale – sostengono – non va misurato sulla sofferenza, ma sulla competenza costruita.

Ben più importante delle polemiche che hanno fatto seguito all’articolo è la questione che emerge sullo sfondo: la professione del curante – medico e altri professionisti sanitari – si sta modificando? Qual è l’atteggiamento di fondo dei giovani che si candidano a praticarla? Diventerà una professione come le altre, così che chi vi si accosta non avrà che da considerare benefici, vantaggi personali, comodità? La riflessione su questa tematica può prendere avvio da un’esortazione diventata il filo rosso che cuce insieme i diversi episodi di una serie televisiva francese: “Ippocrate. Specializzandi in corsia”. Il primario che deve gestire una situazione clinica molto critica – una quarantina di persone sono state intossicate da monossido di carbonio e per sopravvivere devono passare per una camera iperbarica; la quale può riceverne solo tre alla volta – si accorge che una giovane specializzanda nel selezionare i pazienti segue le regole del cuore piuttosto che quelle professionali: si è impietosita di un giovane che proclama a gran voce di non voler morire e

cerca di farlo passare avanti ad altri malati. Il primario le ricorda che come medico deve seguire determinati protocolli che regolano il triage, senza lasciarsi guidare da preferenze personali, e conclude la sua ammonizione sentenziando: “Professionisti non si nasce: si diventa”. La frase è così importante che nell’originale francese della serie appare non solo nell’episodio descritto, ma come sottotitolo della serie intera.

Dunque: professionisti si diventa. Siamo consapevoli che non basta la laurea per diventare professionista della cura. Qual è il percorso che deve seguire chi aspira a diventarlo? Prima ancora delle regole deontologiche da acquisire – senza ovviamente dimenticare la collocazione nel contesto appropriato dell’etica, che prevede il superamento dell’etica medica tradizionale e il passaggio ai valori promossi dalla bioetica – è fondamentale la spinta motivazionale. È vero che in passato si è fin troppo enfatizzato questo aspetto, esaltato fino a parlare di “vocazione” di dedicarsi alla cura. Anche l’appello all’“umanizzazione” della medicina può veicolare un riferimento implicito a una specie di santificazione della professione del curante, di natura vagamente religiosa. Prese le distanze dalla retorica di questo tipo – anche l’esaltazione dei curanti come angeli ed eroi al tempo del covid è definitivamente archiviata con la pandemia –, resta tuttavia che la spinta motivazionale di un curante deve avere una marcia in più rispetto a qualsiasi altra professione. Non l’hanno avuta tutti i professionisti sanitari del passato, così come può mancare a molti nei nostri giorni. Gli orientamenti possono essere molto differenziati: qualcuno sceglierà la terapia intensiva e altri la medicina estetica; alcuni di lavorare nel privato – magari come gettonisti – e altri nel servizio sanitario pubblico. La carica idealistica si estende su un ventaglio di varie posizioni. Senza per questo massificare tutti i giovani del nostro tempo come opportunisti. Da questo punto di vista le offese rivolte in pubblico dalla ministra dell’Università ai giovani che manifestavano le loro difficoltà di fronte ai test selettivi di ammissione alla facoltà segnano un degrado di livello civile: segno di una svalutazione generalizzata delle nuove generazioni che bussano alla porta della professionalità sanitaria.

L’integrazione delle Medical Humanities

Un secondo elemento che qualifica chi si orienta a diventare professionista sanitario è la dotazione epistemica. In termini colloquiali: quali conoscenze metterà nella sua cassetta degli attrezzi. Le scienze esatte – biologia, fisica, chimica, genetica – in primo luogo? Certo. Ma non basta. Per esercitare la professione di cura così come auspicata dalla cultura della modernità le Medical Humanities sono una componente essenziale. Nel suo libro “Il cuore degli altri”5, Gabriele Bronzetti si spinge fino a esplicitare, nel sottotitolo del libro, che anche “arte, musica, letteratura, cinema” aiutano a raccontare la cura; non solo a narrarla, ma anche a strutturarla, dando diritto di cittadinanza alle componenti dell’umano che vanno oltre la sola dimensione biologica. Di tutto questo ha bisogno la relazione terapeutica per poter essere vissuta in pienezza. José de Letamendi, cattedratico di patologia generale all’università di Madrid e umanista celebre della seconda metà dell’Ottocento, ha sintetizzato la necessità di integrare il sapere medico-scientifico con quello umanistico con una formula tagliente: “Quien solo medicina sabe, ni aún medicina sabe”, ovvero: chi conosce solo la medicina, non conosce la medicina. In modo più stringato, il clinico Claudio Rugarli ha definito i clinici che si appoggiano solo sul sapere delle scienze esatte “medici a metà”6. Non possiamo fare a meno di chiederci quale spazio venga dato alle Medical Humanities nel percorso che affrontano i professionisti dei nostri giorni. Se ne vengono tenuti lontani durante la formazione, la responsabilità non è loro, ma di chi organizza l’iter accademico.

La costruzione di una nuova fiducia: dimensione architettonica e artigianale

Sicuramente la professionalità del curante del futuro non può essere un ricalco di quella del passato. Basta evocare il ruolo sociale diverso che ha il medico dei nostri giorni. La fiducia, basata da una parte su un giuramento e dall’altra su un abbandono fiducioso (“Doc, nelle tue mani”, per evocare il titolo di una serie medica italiana) è venuta meno. Bisognerà reinventarla. È senz’altro questo il percorso più difficile che dovrà affrontare la nuova professionalità della cura. Avrà bisogno di svilupparsi su due versanti, che possiamo chiamare rispettivamente dimensione architettonica e aspetto artigianale. Per strutturare architettonicamente la professione del curante sarà necessario predisporre misure giuridiche che garantiscano una relativa sicurezza. Se i professionisti vivono quotidianamente l’incubo di precipitare nell’abisso di procedimenti giudiziari e richieste di risarcimenti, con processi che possono stringere al collo un cappio angoscioso per una quantità indeterminata di anni, non possono che assumere posizioni difensive nei confronti delle persone che richiedono le cure. L’intangibilità che circondava il professionista del passato non è più proponibile; ma l’alternativa non può essere una vulnerabilità estrema. Alle misure architettoniche che deve affrontare la politica sono riconducibili anche tutte le condizioni – economiche e di programmazione, di stabilità e di carriera – che rendono la vita professionale in medicina appetibile. Altrimenti continueremo ad assistere all’esodo di giovani professionisti all’estero.

Nella dimensione artigianale della nuova fiducia – quella che è in mano ai professionisti stessi – confidiamo che acquisti spazio la cultura organizzativa. Bisogna imparare a lavorare insieme, professionisti di diverso profilo e specialità: ascoltarsi, rispettarsi, collaborare. Da questo punto di vista il carico professionale non può essere un “optional” da affidare alla generosità personale (del tipo, appunto: “Tu che fai la domenica?”). Il peso della cura va distribuito equamente. Ma soprattutto sta nelle mani dei clinici la capacità di creare un rapporto terapeutico nuovo, che sappia investire di potere e di responsabilità non solo chi le cure le eroga, ma anche chi le riceve. La professionalità del curante, così delineata, è una novità culturale: il professionista della cura del futuro dovrà avere un profilo diverso. Ci auguriamo che gli specializzandi sappiano accogliere e valorizzare il ruolo innovatore che riposa su di loro: senza polemica, dovranno essere professionisti diversi rispetto a quelli delle generazioni precedenti.


Bibliografia

  1. Bronzetti G. Bologna, il racconto del medico in ospedale a Natale senza i giovani specializzandi. Ai test di Medicina chiedete: «Cosa fate la domenica?». Corriere della Sera 2025.
  2. Shem S [1978]. La Casa di Dio. Milano: Feltrinelli, 2001.
  3. Heller J [1961]. Comma 22 (Catch-22). Milano: Bompiani, 2019.
  4. Kay A. Le farò un po’ male. Diario tragicomico di un medico alle prime armi. Roma: Lastaria, 2018.
  5. Bronzetti G. Nel cuore degli altri. Quando arte, musica, letteratura e cinema aiutano a raccontare la medicina. Sansepolcro, Arezzo: Aboca Edizioni, 2024.
  6. Rugarli C. Medici a metà. Quel che manca nella relazione di cura. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2017.

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