La cura in modalità palliativa

Book Cover: La cura in modalità palliativa

Sandro Spinsanti

La cura in modalità palliativa
Le parole, le regole, le pratiche

 

Parole scorrette, norme carenti e, di conseguenza, pratiche inappropriate: di questo soffrono le cure palliative. Il pensiero dell'autore ci aiuta a superare questi limiti, accompagnandoci oltre l'idea diffusa che la palliazione debba entrare in gioco solo quando "non c'è più nulla da fare", ovvero oltre l'idea che la cura sia solo un atto di "riparazione".
La cura, permeata dai valori della palliazione, diviene un progetto sartoriale, capace di confezionare un "abito su misura" per ogni persona e che si fonda su parole e gesti che sanno realmente incontrare l'altro.

In prima di copertina: San Martino, patrono delle cure palliative, che donò metà del suo mantello a un mendicante malato. «Non posso guarirti, ma non devi soffrire il freddo», gli disse: ecco la Cura in tutta la sua essenza.

 

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Una diversa fiducia

Book Cover: Una diversa fiducia

Sandro Spinsanti

Una diversa fiducia
Per un nuovo rapporto nelle relazioni di cura

 

“La buona medicina è un tavolo tenuto in piedi da tre gambe: pillole, parole e fiducia. Se una di queste tre risorse viene a mancare, l’insieme crolla.”

Alle parole, che della fiducia sono nutrimento, Sandro Spinsanti ha dedicato il saggio La cura con parole oneste; in questo nuovo lavoro, che ne è l’ideale prosecuzione, si concentra invece sulla fiducia, perché è convinto che sia la sua perdita che funesta ai nostri giorni il complesso sistema delle cure: lo dimostrano innanzitutto lo scetticismo verso i vaccini anti-covid e il sempre il più diffuso sospetto nei confronti del sapere scientifico.

Con la grazia e l’ironia che gli sono proprie, ma senza per questo risparmiare aspre critiche a un sistema sanitario che nel tempo si è arroccato su posizioni difensive, aggravando se possibile la relazione medico-paziente, Spinsanti esamina i vari modi in cui la sfiducia si articola e si manifesta nella medicina dei nostri giorni e come sia andata crescendo ed evolvendosi nel tempo. Intravede, tuttavia, nel ricambio generazionale e di genere che potrebbe intervenire nel governo della sanità, una positiva prospettiva futura, ma avverte che non basta la fiducia costruita solo sui rapporti interpersonali con i curanti: è necessario che questa sia sostenuta da servizi alla salute efficienti e attendibili, con cittadini che siano in grado di sapere con certezza se e fino a che punto si estende l’impegno implicito a non lasciare indietro nessuno quando la condizione di salute si incrina. Anche per questo, afferma l’autore, è ora di aggiornare il Servizio sanitario nazionale, per rendere la tutela della salute un diritto non solo proclamato, ma concretamente esigibile.

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Reviews:Alberto Ceresoli su L’Eco di Bergamo ha scritto:

Un libro sulla fiducia nei rapporti di cura. Tra il medico e il paziente, tra la medicina e il medicato, tra la scienza che avanza sempre più veloce e un’opinione pubblica che, al contrario, si fa attrarre sempre meno dalle sue promesse. Fino a non molto tempo fa, a nessuno sarebbe venuto in mente di scriverlo, ma oggi, in un preoccupante clima di pandemia non solo di Covid, ma anche di sfiducia generalizzata, diventa quasi un’urgenza, per cercare di capire come invertire la rotta, come far sì che la scienza della cura – almeno quella «buona» – ricopra il ruolo che intelligenza e buon senso le devono necessariamente riconoscere.
Ne ragiona, nella sua ultima fatica letteraria, Sandro Spinsanti, laureato in Teologia e in Psicologia, già docente di Etica medica alla Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma e di Bioetica all’Università di Firenze, fondatore e direttore dell’Istituto Giano per le medical humanities. «Una diversa fiducia – Per un nuovo rapporto nelle relazioni di cura» (pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore) è il suo contributo per proporre nuovi percorsi di costruzione di una «fiducia diversa» appunto, capace di far scoppiare le «bolle informative» che avvelenano i nostri giorni e che, nel contempo, con «parole oneste», sappia guarire la sfiducia pronunciando l’«Effatà» raccontato nel Vangelo di Marco, aprendo «le orecchie e la bocca di una medicina che si occupa solo di sintomatologie organiche».

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Alfredo Zuppiroli su L'Infermiere ha scritto:

Un Maestro. Non so trovare parola più adeguata per definire Sandro Spinsanti, che con questo libro raggiunge l’apice di una vena produttiva che non solo non si esaurisce con il tempo, ma anzi si presenta sempre più ricca e feconda di spunti. Un Maestro, perché ha saputo condensare in poco più di duecento pagine un vero e proprio manuale sulla relazione di cura. Su ciò è oggi il curare, su ciò che è stato, su ciò che dovrebbe e potrebbe diventare. Con un continuo rimando tra la dimensione individuale del rapporto tra persona malata e professionista della cura e la dimensione pubblica, quella dell’intreccio tra comunità, società ed organizzazione sanitaria. Sostenuto da una immensa cultura, non quella paludata dell’accademia ma quella che scaturisce dalle frequentazioni più varie (dalla letteratura al cinema, dai documenti istituzionali agli articoli di giornale, dai lavori scientifici alle serie televisive), l’Autore ci guida con leggerezza ma altrettanta precisione nei territori di cura, regalandoci una mappa disegnata con impareggiabile precisione. A partire da una dichiarazione esplicita: la fiducia di cui il libro tratta non è quella ingenuamente acritica, figlia di quel tempo andato (davvero andato?) quando il paziente doveva affidarsi passivamente al medico perché lui (molto più spesso che lei) solo sapeva qual era il suo bene. Si tratta invece di una fiducia “non antitetica alla critica, alla vigilanza e al controllo”: una condizione adulta, dunque, che implica un rapporto tra pari, dove il legittimo dubbio e non il pregiudizio è la condizione per generare conoscenze, esperienze, competenze.

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Chiara Roverotto su Corriere Veneto ha scritto:

Sandro Spinsanti è laureato in teologia e psicologia, ha insegnato etica medica alla facoltà di medicina della Cattolica di Milano e bioetica nell'ateneo Firenze. Ha fondato e diretto molte riviste oltre ad essere stato un componente del Comitato nazionale per la bioetica. E' uscito (edito da Il pensiero scientifico, 220 pagine) il libro "Una diversa fiducia. Per un nuovo rapporto nelle relazioni di cura" che verrà presentato questa sera alle 20,30 a palazzo Festari di Valdagno con il team Guanxinet.
Scrivere di medicina e cura non è semplice. Il rapporto tra medico e paziente è sempre più sottovalutato, spesso i medici non sono in grado di rapportarsi, di spiegare.
E ancora strutture sanitarie in alcune regioni fatiscenti, mette ulteriormente in crisi il sistema del welfare.
Crea sfiducia, disaffezione. Ma il prof. Spinsanti rimane ottimista, punta sul ricambio generazionale e anche di genere ma forse, arrivati a questo punto, la fiducia -parola chiave del libro - non basta più.


Pensieri contagiosi

Book Cover: Pensieri contagiosi

Sandro Spinsanti Pensieri contagiosi

 

INDICE

  1. SULLA SCENA DELLA PANDEMIA
    • Ripensare la normalità in tempo di emergenza
    • Cronache di sanità e medicina narrativa
    • Diritti violati e discriminazioni
    • I luoghi della cura sparigliati
  2. PROFESSIONE: CURANTE
    • Il lavoro di cura pesato sulla bilancia dell’etica
    • L’etica al tempo della pandemia
    • Le scelte tragiche di questi tempi
    • La pandemia e i suoi “affetti collaterali”
  3. LE MODALITA’ DELLA CURA
    • Curare con i cinque sensi: la sfida della pandemia
    • La cura: una questione di merito?
    • La cura che passa attraverso gli occhi
    • Un progetto di salute gastro-centrata

 

INTRODUZIONE

Abbiamo contato, giorno dopo giorno: i contagiati, i ricoverati in terapia intensiva, i morti. Abbiamo avuto emozioni inedite, in uno scenario che ha superato ogni immaginazione. Non abbiamo cessato di scambiare opinioni con chi condivideva con noi lo stato di confinamento e, più ampiamente, con la comunità “social” di riferimento (per lo più dentro la nostra bolla, cercando di evitare scontri con chi si arroccava in posizioni opposte alla nostra…).

Ora, dopo il lungo stand by del confinamento, è tempo di riavviarci. Ma non vorremmo che la feconda produzione di idee e progetti svanisse come un sogno al risveglio. Perché in quanto abbiamo pensato e immaginato c’era anche l’auspicio che la pandemia non seminasse soltanto smarrimento. Ci ha costretto a modificare un modo di essere con gli altri che davamo per scontato; ha impattato dolorosamente modalità di cura consolidate, obbligandoci a domandarci, ancora una volta, che cosa sia giusto fare od omettere nello scenario della cura. Ci siamo domandati se la normalità, da cui siamo stati costretti a uscire, fosse davvero ineccepibile, o non contenesse piuttosto i presupposti del disastro. Lo stato di emergenza, facendo affiorare malesseri nascosti, ma ha anche aperto prospettive inedite. Sì, ci ha fatto immaginare di poterci sollevare sulla punta dei piedi: un modo diverso di stare sulla terra. Il tremendo virus nemico costretto a diventarci amico, trasformando il suo attacco mortale in un imprevisto slancio di spiritualità.

È questo il patrimonio che non vorremmo andasse perduto. Per questo ci ostiniamo a farlo circolare – ora in forma di libro – in una ideale conversazione, che si allarghi in circoli sempre più ampi. Le riflessioni qui raccolte hanno camminato: in siti internet, in riviste, in scambi di posta elettronica. La loro ambizione è di fare ancora più strada, in una condivisione approfondita. Alla giustificata paura di essere contagiati dal virus contrappongono l’auspicio di essere contagiose. Passando così dall’immunità di gregge (senza pensieri…) al fervore di una comunità pensierosa.

 

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La spiritualità con l’abito di tutti i giorni

Book Cover: La spiritualità con l'abito di tutti i giorni

Sandro Spinsanti

La spiritualità con l'abito di tutti i giorni

 

Se dovessimo disegnare la spiritualità, probabilmente la dipingeremmo vestita di abiti ecclesiastici e magari adornata di quell'aureola che di solito circonda la testa dei martiri. Ma se gli eroi della spiritualità cristiana non fossero coloro che scelgono il martirio solo per la propria glorificazione o per il proprio autocompiacimento?

Se la spiritualità non fosse propria esclusivamente di coloro che sono proclamati santi e non possedesse solo capi di alta sartoria ecclesiastica, ma sapesse anche vestirsi con l'abito di tutti i giorni? Saremmo in grado di riconoscerla? Ci sono donne e uomini che ne sono stati capaci, che hanno saputo indossarla nella loro quotidianità e che sono divenuti veri modelli di spiritualità vissuta. Dopo "La medicina vestita di narrazione", Sandro Spinsanti racconta una spiritualità che ci viene incontro nelle sue vesti quotidiane, tutte diverse tra loro, ma cucite da un unico Spirito. Da Charles de Foucauld a Dietrich Bonhoeffer, da Don Milani a Madeleine Delbrel fino a Martin Luther King e Teilhard de Chardin. Nel suo libro Spinsanti tesse il filo rosso che accomuna questi modelli spirituali: il tentativo di essere uno stimolo per vivere con nuova creatività il Vangelo. Oggi.

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Reviews:Antonio Greco su  MANIFESTO4OTTOBRE ha scritto:

Sandro Spinsanti, noto per gli studi, la ricerca e l’insegnamento di bioetica, nella primavera della vita di studioso si è laureato e ha praticato la teologia e la psicologia. Oltre a centinaia di editoriali, articoli e saggi, ha pubblicato più di 40 testi. Ora che “la parabola della vita declina inevitabilmente verso la fase degli “anni testamentari”[1], è tornato ai primi amori di ricercatore e ci ha regalato in questi giorni di inizio gennaio 2022...

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Questioni di vita e di morte

Book Cover: Questioni di vita e di morte

Sandro Spinsanti

Questioni di vita & di morte 
La spiritualità nell'ultimo tratto di strada

 

Nessuna esortazione filosofica.
Nessuna predica, né somministrazione di precetti morali. La spiritualità invocata per l’ultimo tratto di strada non è altro che lo stare sulla Terra senza mai smettere di alzarci sulla punta dei piedi.
Dall’inizio alla fine. In vita e in morte, intrinsecamente legate.
Equivale a cercare la vita, una vita in pienezza, anche quando giunge al termine. Una morte di questo genere non ci viene regalata: equivale al lavoro che è la vita stessa.
È questo il compito della spiritualità: dentro e fuori l’orizzonte religioso; in una morte intesa come compimento nell’aldiquà o come ingresso nell’aldilà.
Seguendo il percorso della fase finale della vita e l’intreccio delle relazioni che si creano — con i professionisti della cura, con le strutture sociali e nell’ambito dell’intimità familiare — il libro vuol favorire la consapevolezza.
E aiutare a prendere le decisioni più responsabili.

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Sulla terra in punta di piedi

Sandro Spinsanti

con la collaborazione di Dagmar Rinnenburger

Sulla terra in punta di piedi

 

INDICE

Introduzione

Parlare di spiritualità, con non poca presunzione

Parte prima. Le strade che possono portare dove non vorremmo

1. La spiritualità come professione

Una vita intera sotto il segno della religione
Chiamate il cappellano
Il volontario (sì, ma con misura!)
Bibliografia

2. Le sofferenze ingiustificate, in nome dell’etica

La cecità dell’etica medica
La spiritualità oppressiva
Bibliografia

3. La spiritualità e le sue tecniche

La spiritualità tradotta in pratiche
Dall’India, dalla Cina...
La meditazione: spiritualità e salute
Mindfulness-based stress reduction
Bibliografia

Parte seconda. Intersezioni di percorso

4. L’incontro con la religione: dove sta di casa la spiritualità?

Qualcosa difficile da definire
Spiritualità: la via dell’esperienza
Guarigione e salvezza
La laicità fa bene alla religione
Bibliografia

5. L’incontro con la psicologia: in cammino verso il Sé transpersonale

Crescere per saper abbracciare la morte
La psicologia delle altezze e dell’autorealizzazione
Il counselling (che non è l’arte di dare consigli...)
Bibliografia

6. L’incontro con l’arte:

la creatività artistica come terapia
La scienza: “tutto il resto è poesia”
Le medical humanities e l’integrazione delle “due culture”
Oltre la “bellettristica”: le arti come interlocutrici
L’arte per affacciarsi sulla vita oltre la malattia
Bibliografia

7. L’incontro con l’ecologia:

una spiritualità impastata di terra
Il grido della terra
Il cristianesimo sotto accusa
La revisione dei miti
Ascetica volontaria
Bibliografia

8. L’incontro con il nutrimento:

alimentare il corpo, nutrire lo spirito
Quando mangiare è un sintomo
Il cibo come problema spirituale
Bulimia e ascetismo
“Sazi di giorni...” e di cibo
Bibliografia

9. L’incontro con gli animali:

la grande famiglia dei viventi
Che ha a che fare la scimmia Titus con la Bibbia?
Biosfera, bioetica, etica della vita animale
La spiritualizzazione degli animali
Gli animali nel progetto di cura
Bibliografia

Parte terza. Spiritualità e medicina

10. Che cosa ci aspettiamo dalla cura?

Quando il sogno è tornare come prima: un viaggio in un paese straniero
La salute sufficiente per il lungo viaggio nella cronicità
La grande salute
Bibliografia

11. Il buon uso dei luoghi di cura

Dove vengono erogate le cure?
L’ospedale: una “macchina per guarire”?
Curarsi a casa
Residenze sanitarie od ospizi?
L’hospice: il luogo delle cure supreme
Quando la pandemia spariglia i luoghi della cura
Bibliografia

12. Che cosa può la spiritualità

contro la “dis-umanizzazione” in medicina?
Umanizzare le cure: un progetto dai molti volti
Professionisti sanitari formati alla “dis-umanità”
Relazioni di cura in modalità professionale
Bibliografia

13. Le esperienze estreme: pre-morte e peri-morte

La sindrome di Lazzaro
La medicina si affaccia sull’aldilà
Una “competenza spirituale” auspicabile
Bibliografia

14. La spiritualità nell’ultimo tratto di strada

Sotto il segno dell’estetica
Inseguendo la stella dell’etica
Parole oneste, parole giuste
Cercare la vita nella morte
Bibliografia

Conclusione

Nascere, amare, morire: le cose serie della vita, il campo da gioco della spiritualità

 

 

Introduzione

 

Parlare di spiritualità, con non poca presunzione

Sulla terra. È il primo punto fermo di un lungo percorso sotto il segno della spiritualità. L’obiezione è ovvia: ma la spiritualità non dovrebbe indirizzare lo sguardo all’orizzonte celeste, al di là della terra? Tradizionalmente la spiritualità è correlata al polo opposto sia della materialità, sia dell’interesse terreno. Anche la spiritualità non è più quella di una volta? È ben vero che il destino della terra – e quindi di tutti coloro che la abitano – è entrato prepotentemente al centro delle preoccupazioni dei più responsabili. Si tratta di un’emergenza: nel senso di una situazione che ci chiama ad agire subito; è anche un’emergenza secondo il significato etimologico della parola: ciò che era sommerso emerge, lo sfondo diventa figura, in un cambio di Gestalt. Emergenza, dunque, in senso temporale, ma anche spaziale: vediamo il profilo della vita come mai ci era apparso in passato. Se vogliamo che la nostra avventura sulla terra continui, dobbiamo prendere immediatamente delle decisioni che riguardano il nostro modo stesso di vivere. È questo il volto concretissimo della spiritualità.

Mettersi sulla punta dei piedi: è la seconda immagine per dare corpo alla spiritualità che andremo a esplorare. Licenziato il mito della terra da calcare da padroni, adottiamo un atteggiamento non solo rispettoso, ma il più leggero possibile. Stando sulla terra in punta di piedi, cerchiamo di minimizzare la nostra impronta ecologica: quella che implica consumo e violenza. La spiritualità ci appare ancora, come ci ha trasmesso la tradizione, un modo di elevarsi: solo innalzandoci verso l’alto abbiamo qualche chance di sopravvivere. Perché potremo
sopravvivere solo se sapremo sopra-vivere.

È questo il cammino della cura. Prenderci cura di noi stessi, mirando all’autorealizzazione. Gli esseri umani non sono pienamente tali fin dalla nascita, destinati, come gli animali, a essere guidati da forze istintuali. Abbiamo la potenzialità di diventare pienamente umani, una potenzialità che possiamo attuare o lasciare incompiuta. Non siamo esseri umani per natura: siamo solo programmati per diventarlo. Con sforzo. Quello di alzarsi sulla punta dei piedi ci richiama visivamente ciò che qui chiamiamo spiritualità.

La spiritualità ci chiede di prenderci cura gli uni degli altri: nei rapporti di intimità come in quelli sociali. Prenderci cura della vita, in tutte le sue forme, comprese quelle animali e vegetali. Prenderci cura dei viventi quando diventano fragili e declinano verso la fine del loro ciclo vitale. Ricorrendo alle professioni di cura e alla pietas che dà forma a un’umanità pienamente realizzata. È questo il profilo a tutto tondo della spiritualità che siamo chiamati a vivere.

La spiritualità ci appare così non come un capitolo separato dalla vita, privilegiato e aristocratico: è piuttosto sinonimo della vita stessa. Equivale all’avventurosa vicenda di diventare uomini. Corrisponde a un’intensificazione dell’esistenza: per questo non dovrebbe mai essere distaccata dalla vita nella concretezza della sua quotidianità.

Avvicinarsi alla spiritualità è delicato: i fraintendimenti possono portarci dove non vorremmo. Per questo la prima parte dell’esplorazione sarà destinata ai chiarimenti. Sia negativamente, dissociando la spiritualità chiamata a intervenire nei percorsi di cura da moralismi indebiti; sia positivamente, familiarizzandoci con le tecniche che vengono utilizzate.

In un secondo momento allargheremo lo sguardo agli orizzonti più diversi che interferiscono con la spiritualità: la religione e la psicologia, l’arte e l’ecologia, il nutrimento e il rapporto con gli animali. La spiritualità acquisterà così profili molto concreti, intrecciata com’è con la vita di tutti i giorni. Anche nel suo profilo laico, sotto il segno di una secolarità svincolata dalla religione. Anche i percorsi spirituali vestiti di laicità hanno pieno diritto di cittadinanza. La spiritualità non è riducibile a qualche pratica devozionale o a esercizi tecnici più o meno esotici,
in dissonanza con una vita scorretta. E “tutto è connesso”: è il principale insegnamento che ricaviamo dalla riflessione sulla spiritualità.

Nell’ultima parte il nostro sguardo si focalizzerà sui percorsi di cura. La riflessione ci porterà a scoprire quanti volti diversi può assumere la guarigione, quali correttivi è in grado di portare la spiritualità ai rapporti disumanizzanti in medicina e soprattutto come può dar forma al “buon morire”, quando la fine della vita incombe. Anche in questa prospettiva incontriamo la spiritualità non come qualcosa di residuale, da invocare quando il percorso di cura è costretto a confrontarsi con l’esaurirsi delle risorse terapeutiche: la spiritualità innerva tutto il percorso della cura. Spiritualità può essere, a buon diritto, un altro nome per la cura, quando questa non si lascia ridurre a una semplice riparazione.

Nel libro sono confluite idee di pensatori, scrittori, registi, dai quali ho attinto spunti di riflessione. È presente anche il contributo, in maniera anonima, delle tante persone, soprattutto professionisti della sanità, che ho incontrato e con le quali ho condiviso l’ideale della cura, sotto diverse etichette: bioetica, cure palliative, medicina narrativa, slow medicine e, la più inclusiva di tutte, medical humanities. Mi auguro che riconosceranno il frutto di un arricchimento reciproco. Ma soprattutto è presente Dagmar Rinnenburger: pneumologa, esperta di
cronicità. Anche di quella “buona cronicità” che ha preso forma nel matrimonio che ci unisce nella vita. Il libro è stato con lei immaginato e discusso; al suo contributo specifico sono dovuti i capitoli dedicati alle tecniche di meditazione, alle esperienze estreme di peri-morte e alle conseguenze della pandemia di covid-19 sull’organizzazione delle cure e sulla vita sociale.

 

Articolo di Alberto Piccioni su Cultura e Società dell'8 aprile 2022

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Reviews:Monica Virgili su Corriere Salute ha scritto:

Quando si parla di spiritualità il pensiero corre subito all’aldilà, alla contemplazione, al sacro. Ma guardando solo verso il cielo, piuttosto che verso la terra, si rischia di escludere la parte più concreta della nostra esistenza.
C’è qualcosa di più «terreno» del modo in cui veniamo al mondo, conduciamo la nostra vita fino alla sua naturale conclusione? E conosciamo forse altri ambiti in cui la spiritualità si faccia sentire, nel bene e nel male, in tutta la sua importanza? Ma è soprattutto nel prendersi cura degli altri che questa dimensione acquista valore, e allo stesso tempo innesca pericolosi equivoci.
Un rischio che corrono i professionisti dell’assistenza – sanitari, religiosi e persino i volontari che prestano la loro opera nelle corsie degli ospedali – che possono trovarsi a esprimere la vicinanza a un malato con «parole vuote oppure con silenzi pieni». Chi sceglie liberamente di occuparsi degli altri non può prescindere dalla dimensione spirituale, a meno che si voglia ridurre la terapia alla «riparazione degli organi» e un ospedale a una macchina per guarire i corpi.
La pandemia che stiamo vivendo ha ribaltato molte sicurezze, ci ha costretto a vedere come potenziali luoghi di pericolo i posti dove prima ci si sentiva più al sicuro e a tenere lontano le persone che si sentono più vicine, ma ci ha fatto anche capire che senza umanità non ci può essere buona medicina. In questo saggio Sandro Spinsanti, che è anche docente di etica medica, affronta in collaborazione con Dagmar Rinnenburger temi complessi come la malattia e il fine vita, la religione e l’ecologia. In punta di piedi, ma con lo sguardo puntato verso l’alto.

Claudio ha scritto:

Caro Sandro, mi sono procurato il libro a gran velocità e l'ho letto con piacere ed entusiasmo. Devo dirti che si legge d'un fiato, e l'ho finito in un weekend. Sono stato felice di ritrovarmi in tante osservazioni, oltre all'ammirazione per la consueta ricchezza di storie letterarie. Una visione così più ampia della spiritualità aiuterebbe tanto non solo chi lavora nella cura, ma tutti, oggi più che mai. Davvero grazie.

Ivana Carpanelli su NoiDonne ha scritto:

Sulla terra in punta di piedi, il libro di Sandro Spinsanti.
Intervista all'autore sulla sfida di mettere la spiritualità non in rapporto con l’ultraterreno, ma proprio con la terra, con la rete dei viventi su di essa.

E’ difficile presentare in poche righe il professor Sandro Spinsanti, scrittore, bioeticista, teologo, psicologo e, per me che lo leggo come guida nell’agire professionale (sono un’infermiera) e nei rapporti interpersonali di diverso tipo...

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Franco Toscani ha scritto:

Premetto che, in quanto ateo, ritengo essere falsa l’idea di un dualismo mente/corpo da un lato e spirito dall’altro. I termini “spirituale” “spiritualità”, quindi, andrebbero intesi come metafora di qualcos'altro, magari mal definibile, per il quale non esiste una definizione appropriata nella nostra lingua, che non può altro essere che un aspetto della psiche, cioè del moto delle particelle che compongono il nostro cervello, che non si può definire “mistero” ma semplicemente fenomeno che fa parte della fisica, non della metafisica.

Ciò detto, questo libro è proprio bello: ben scritto, avvincente, pieno di informazioni, e, direi, onesto. L’autore è un filosofo che molto ha scritto sulla medicina, ed è uno dei principali sostenitori della medicina narrativa e della slow-medicine.

Il testo esplora tutti i temi: dalla storia della spiritualità, alle filosofie orientali, alla tradizione medica, alla tradizione cristiana cattolica, ed infine, alla cura, o meglio, del “prendersi cura” dei sofferenti e dei malati. E un libro colto ma non didascalico, che fa largo uso di citazioni letterarie, più che scientifiche.

Ho particolarmente apprezzato il capitolo dell’Incontro con l’arte (a parte le Geistwissenschaften che io avrei definito Verstandwissenschaften, conoscenze che fanno ancora parte della natura!).

Sottoscrivo integralmente il capitolo sugli animali. Lo faccio con tutti i sensi di colpa di un animalista che non riesce ad essere vegetariano, rivendicando, però, il mio diritto ad essere contraddittorio. Mi è piaciuto il capitolo sulle esperienze di pre-morte. Ero stato coinvolto, anni fa, a San Marino in alcuni convegni su questo tema, frequentati da medici ambigui, imbonitori palesi, e fattucchieri da mettere al rogo. Non ne avevo tratto alcun fascino e consideravo il tutto come una delle tante cazzate new age. Invece questo scritto mi ha fatto capire l’importanza di considerare il trapassante come una persona nella quale ancora permane forse un po’ di capacità cognitiva anche dopo l’arresto del cuore, almeno per qualche minuto, e l’opportunità di comportarsi con lui come persona e non come corpo. Cosa che corrobora la mia considerazione (da sempre) per il valore estetico del trapasso e il ruolo che arte e bellezza rivestono (soprattutto) in tali frangenti.

Se lo leggerete, non lo dimenticherete facilmente.

Antonio Panti su Quotidianosanità.it ha scritto:

In quali condizioni opererà il medico tra pochissimi anni? La sua vita sarà ritmata da algoritmi, supportata da servizievoli robot, deciderà la diagnosi e la terapia compulsando l’I.A., la sua relazione col paziente sarà prevalentemente virtuale, raramente lo vedrà e lo toccherà, e dovrà trascorrere molto tempo a rendicontare e a redigere rapporti per l’amministrazione. E invece, come scrive Spinsanti in un suo recente libro, c'è ancora bisogno di una dimensione spirituale della cura...

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Erica Sorelli su Il Pensiero Scientifico Editore ha scritto:

La sfida di Spinsanti: mettere la spiritualità in rapporto con la terra
Nel suo ultimo libro Sulla terra in punta di piedi. La dimensione spirituale della cura, pubblicato dal Pensiero Scientifico Editore, e scritto in collaborazione con la moglie Dagmar Rinnenburger, Sandro Spinsanti – scrittore, bioeticista, teologo e psicologo – riflette sull’inevitabile urgenza di una dimensione spirituale del processo di cura. In un mondo reso malato dal comportamento irresponsabile dell’uomo e in cui epidemie e pandemie impongono di riconsiderare il rapporto con la natura, l’autore posa lo sguardo su tutto ciò che nella concretezza della vita quotidiana si intreccia con la spiritualità. La conclusione a cui Spinsanti perviene è che occorre prendersi cura di tutto ciò che ci circonda – pazienti, persone, animali, piante, ambiente – nella consapevolezza che solo dall’amore, dal rispetto, dalla pietas intesa nel suo significato più profondo, possa scaturire un modo diverso di attraversare questa vita...

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Anna Mancini ha scritto:

Sulla terra in punta di piedi: un lavoro immane. Una voce di singolare profondità nell’affrontare i vari aspetti del delicatissimo ed impegnativo tema della spiritualità. Colpisce l’equilibrio e l’onestà intellettuale con cui Sandro Spinsanti si muove nelle pieghe più spinose di certi capitoli, mantenendo sempre un alto profilo, profondo rispetto e una leggerezza che coinvolge l’attenzione. Affascina lo sguardo laico che avvolge la dimensione spirituale descritta nella esperienza quotidiana della vita, in ogni gesto della cura che diventa cura della vita propria e altrui, del mondo.

Forte l’accento sulla responsabilità, sugli orizzonti nuovi, sul tendere verso l’alto, mantenendo i piedi sulla terra, in punta di piedi come quando ci prendiamo cura dei malati nell’ultimo tratto di strada.

Non mancano pagine ricche di bellezza sull’incontro con l’arte, la natura, la Grande salute…E’ un libro che sa conquistare e stimolare le nostre riflessioni, che nutre, incoraggiandoci a sperimentare un nuovo ben-essere.

Un regalo che non possiamo perdere.

Marco Bobbio su Slow Medicine ha scritto:

Dagli anni ’80, con la conduzione delle prime ricerche cliniche condotte con rigore scientifico e trasparenza (i trial randomizzati e controllati – RCT), agli anni ’90 con la diffusione del concetto di medicina basata sulle prove scientifiche (evidence based medicine – EBM), ai decenni successivi con l’affermarsi e il consolidarsi della religione delle linee-guida, che indicano quali trattamenti scegliere tra quelli di dimostrata efficacia, la medicina ha affrontato una serie di straordinari salti concettuali che hanno imposto l’oggettività dei risultati delle ricerche cliniche come unica entità suprema a cui uniformare il modus operandi dei medici del pianeta, e nel contempo facendo perdere il senso globale della cura, come se il farmaco giusto, nella dose giusta, al paziente giusto fosse l’unico strumento per affrontare una malattia...

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Marina Vanzetta su L'Infermiere ha scritto:

Perché in punta di piedi sulla terra?
Possiamo dare della spiritualità una definizione attraverso le parole. È pienamente legittimo, ma scivoloso. Per quante persone, infatti, la spiritualità evoca unicamente contesti religiosi, pratiche devozionali…

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Maria Giulia Marini su Medicinanarrativa.eu ha scritto:

Sulla terra in punta di piedi è il libro scritto da Sandro Spinsanti che non lascia saperi indietro, e non li separa in compartimenti stagni, ma che li tesse, passando con disinvoltura dall’Etica e Bioetica, alla Spiritualità nelle diverse accezioni storico geografiche, alla Letteratura, alla Pittura, alla Musica, alla Legge, alla Scienza con il suo metodo di Medicina Basata sulle Prove (Evidence Based Medicine) e a altre scienze e discipline che non ho menzionato...

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Marina Sozzi su Si può dire morte ha scritto:

Abbiamo intervistato Sandro Spinsanti, bioeticista, fondatore e direttore dell’Istituto Giano per le Medical Humanities e il Management in sanità, sul tema del suo ultimo libro, la spiritualità e la cura...

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Laura D’Addio su L'Infermiere ha scritto:

Chissà cosa avrebbe detto Dante se, proprio in occasione di una ricorrenza così importante come quella di questo 2021, avesse avuto modo di leggere il volume di Sandro Spinsanti. Sicuramente che oltre ai suoi mondi, come quelli che ci rappresenta nella Divina Commedia, esiste anche questa nostra dimensione terrena, non meno affascinante dei cerchi dell’inferno o delle cornici del Purgatorio o dei cieli del Paradiso.

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Maurizio Portaluri su Salute Pubblica ha scritto:

Un libro sulla spiritualità e la cura, anzi, come dice il sottotitolo, sulla dimensione spirituale della cura, è l’ultimo saggio di Sandro Spinsanti, bioeticista di lungo corso, che in questo saggio affronta la relazione tra la dimensione tecnica e quella spirituale della cura medica: “Sulla terra in punta di piedi” Il Pensiero Scientifico Editore, 2021, pp 305, € 24.00. Un tema certo non nuovo alla trattazione bioetica ma neppure per il disinteresse e lo scetticismo con cui viene accolto da quanti ritengono che la medicina e la scienza debbano dedicarsi alla guarigione della malattia e basta, alla maniera del dr. House per la precisione.

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Giulio Brotti su L'Eco di Bergamo ha scritto:

Spinsanti, ripensare la cura del malato in chiave spirituale.
La modernità nasce con un grande sogno a occhi aperti, quello che Descartes espone nella sezione conclusi- va del «Discorso sul metodo» (1637): grazie agli avanzamenti delle scienze e delle tecniche, noi uomini potremo diventare «quasi signori e padroni della natura»...

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Giorgio Piccinino su Vai all'articolo ha scritto:

Sandro Spinsanti è una persona straordinaria. Ho avuto la fortuna di conoscerlo più di trent’anni fa durante un seminario al Centro Berne e nonostante lui viva a Roma sono rimasto sempre in contatto con lui mantenendo un rapporto per me sempre nutriente.
È una persona gentile e tenera e allo stesso tempo inflessibile nelle sue battaglie per umanizzare le professioni sanitarie.

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Janus 07 – Il bambino non è un piccolo adulto

Book Cover: Janus 07 - Il bambino non è un piccolo adulto

Sandro Spinsanti

Il bambino non è un piccolo adulto

Editoriale Janus 7 - Autunno 2012

 

SULL'USO COMPASSIONEVOLE DEL FARMACO

Quando un medicinale viene concesso per uso compassionevole non si autorizza alla cieca una terapia, ma si accelera il processo che porta a utilizzare un farmaco solo dopo che la sua efficacia è stata documentata. Un concetto che media e giudici pare non abbiano ben compreso.
-Sandro Spinsanti

 

Ci piacerebbe poter affermare che il dibattito intorno ai trattamenti con cellule staminali ha portato all'attenzione del grande pubblico un tema, quello dell'uso compassionevole dei farmaci, riservato finora a pochi addetti ai lavori.

È invece giustificato il timore che sia piuttosto aumentata la confusione.

I fatti sono noti: alcuni giudici hanno accolto la richiesta di procedere con alcune cure richieste dai genitori di bambini in trattamenti definiti «compassionevoli», imponendole alle legittime autorità sanitarie che non le ritenevano giustificabili.

Oltre alla confusione creata dall'intervento dei magistrati in decisioni cliniche, una situazione che ben conosciamo dall'epoca della terapia Di Bella, non poca confusione è stata alimentata dai termini impiegati. A cominciare dall'uso compassionevole.

In molti resoconti giornalistici è sembrato che chi si dichiarava contrario prendesse posizione contro la compassione doverosa nei confronti di genitori che, di fronte al fallimento di tutte le cure disponibili per il proprio bambino, e ridotti, dunque, alla disperazione, puntano su qualsiasi intervento che dia loro qualche speranza.

Sappiamo che in questi casi non si esita a percorrere ogni via, senza chiedere il sostegno della scienza e talvolta neppure della ragione.

LA CHIAREZZA NELLE PAROLE

Con tutto il rispetto per chi si confronta con prove così estreme, va precisato che non di questo si tratta quando si fa ricorso a un uso compassionevole di farmaci. Non stiamo contrapponendo compassione e chiusura del cuore alla compassione.

L’uso compassionevole avviene nel terreno della scienza medica, muovendosi entro il perimetro della ragione. Non si autorizza alla cieca il ricorso a qualsiasi terapia, ma si accelera quel processo che porta a utilizzare un farmaco solo dopo che la sua efficacia è stata rigorosamente documentata e siano stati esclusi possibili effetti dannosi.

Questo processo è lungo e complesso: la sperimentazione, dopo una fase preclinica, ne deve attraversare ben quattro, quando il farmaco si usa su persone. Siamo diventati prudenti ed esigenti, dopo vicende drammatiche: basta ricordare il dramma della talidomide, usato per anni prima di accorgersi che provocava la nascita di bambini senza arti.

Ebbene, l'uso compassionevole è previsto solo con farmaci che abbiano già iniziato il lungo percorso sperimentale e che abbiano dato prova di non nocività ed efficacia, anche se non hanno ancora concluso l'iter che li porta a essere definitivamente approvati e messi in commercio.

Inoltre il decreto del ministero della Salute dell'8 maggio 2003, che regola la prescrizione di farmaci non ancora approvati e commercializzati, prevede che il medicinale possa essere richiesto all'impresa produttrice per uso al di fuori della sperimentazione clinica solo «quando non esista valida alternativa terapeutica al trattamento di patologie gravi o di malattie rare o di condizioni di malattia che pongono il paziente in pericolo di vita».

L'ETICA DELLA VALUTAZIONE

Al di fuori di questi casi non sarebbe eticamente accettabile somministrare un farmaco che non abbia terminato lo sviluppo clinico e di cui si conoscono perciò solo dati preliminari di efficacia e si ignorino gli eventi avversi.

Per questo l'uso compassionevole non è riservato né alla richiesta del malato, né alla decisione del singolo medico curante, ma deve essere approvato da un comitato etico. Questo lo autorizza dopo aver analizzato le prove di efficacia acquisite, anche se ancora parziali, in ragione della mancanza di alternative terapeutiche e dell'urgenza.

È quanto dire che anche in questi casi ci si muove nell'ambito di una rigorosa pratica medica, all'insegna della scienza, lontano dai territori dell'irrazionalità nei quali la disperazione può spingere le persone.

Ricordiamo questa preziosa funzione dei comitati etici nel contesto del colpo di scure che incombe su di loro. Il decreto legge Balduzzi, infatti, prevede una loro drastica riduzione, così come vengono accorpate province e aboliti enti inutili.

Risparmi ipotizzabili?

Assolutamente nulli.

Diminuirebbe invece la tutela dei cittadini proprio sulla frontiera delicata in cui le regole della scienza vanno applicate capillarmente e con rigore, anche per contenere una malintesa compassione.

 

Janus 06 – Salute e malattia: una relazione

Book Cover: Janus 06 - Salute e malattia: una relazione

Sandro Spinsanti

Salute e malattia: una relazione

Editoriale Janus 6 - Estate 2012

 

SALUTE E MALATTIA TRA DEFINIZIONI E POTERE

L'idea che salute e malattia si escludano a vicenda è un'illusione. Il loro rapporto è molto più articolato e si presta a diverse interpretazioni. Nessuna di esse, però, da sola è sufficiente a sciogliere la complessità di questa relazione che non ha a che fare solo con la medicina.
-Sandro Spinsanti

 

Il trabocchetto è lì, davanti agli occhi. Ma è così affascinante, nella sua candida semplicità, che ci cadiamo frequentemente e con piacere. Consiste nel contrapporre salute e malattia, come due stati che si escludono a vicenda. Immaginandoli come due opposti, ognuno definibile tramite il proprio contrario: la salute è assenza di malattia, la malattia perdita della salute. Questo modello esplicativo ingenuo, che semplifica radicalmente il vissuto umano di salute e malattia, entra anche radicalmente nel medicai decision making, acquistando quindi valenza etica.

Legittima una pratica medica fondata sull'assunto implicito che esista un sapere (scientifico) che spiega la malattia mediante procedure standardizzate. L’apparato diagnostico decodifica poi i sintomi, neonducendoli a una precisa nosologia. Quando una costellazione di sintomi è riferita a un quadro tassonomico, acquista lo statuto di malattia. Grazie all'etichetta di malattia, l'insieme viene ristrutturato come una nuova Gestalt.

Un processo esemplare in questo senso viene descritto da Arno Geiger nel libro Il vecchio re nel suo esilio, dedicato alla malattia del padre. Dopo un lungo percorso, quando finalmente i comportamenti inspiegabili e inquietanti vengono diagnosticati come Alzheimer, i problemi non sono di certo finiti: tutt'altro. Almeno, però, il caos della vita quotidiana, attraverso la diagnosi della malattia, acquista un ordine razionale.

In questo schema lineare, che affida alla medicina la competenza sulla malattia, si presume, infine, che la relazione terapeutica riposi su un atteggiamento lineare e non ambiguo del paziente, il quale ricerca la salute e vuole evitare la malattia. A questo fine si affida alla prescrizione terapeutica del medico.

L'analisi antropologica delle concezioni della salute presenti nella nostra cultura rivela un quadro più complesso, inconciliabile con il modello dualista. Coesistono almeno tre diversi paradigmi, ognuno dei quali concettualizza la salute in modo caratteristico.

QUALE SALUTE?

Il primo vede la salute come norma di efficienza. La salute, sganciata dai vissuti soggettivi di benessere o malessere, è rapportata ai dati oggettivi di buona rispondenza alle aspettative sociali. Il malato è socialmente un deviante e ricopre un ruolo che gli permette di non rispettare gli impegni del vivere sociale. In questo paradigma la salute equivale al ristabilimento dello stato precedente di normale efficienza. Il contratto terapeutico è centrato sulla richiesta, esplicita o implicita, da parte del paziente, di tornare nella condizione precedente all’insorgere della condizione morbosa (restitutio ad integrum). La strategia terapeutica si identifica con l'eliminazione dei sintomi, intesi come un evento incidentale nella vita del soggetto.

Esiste poi un paradigma che vuole la salute come esperienza di equilibrio psicofisico. A un approccio fenomenologico, salute e malattia appaiono come v1ssuti soggettivi, nei quali eventi dotati d senso connotano il fluire dell'esperienza quotidiana. La salute equivale a un equilibrio, per lo più silenzioso e scontato, che accompagna la vita di tutti i giorni mentre l'alterazione dell'equilibrio si annuncia dolorosamente attraverso i sintomi, che parlano alla soggettività del malato e funzionano da spie dello squilibrio. Non devono essere solo spiegati (cioè ricondotti a un quadro nosografico) ma anche compresi La malattia non appare come un semplice incidente da mettere tra parentesi è un'occasione significativa per cogliere uno squilibrio da colmare. La guarigione dal canto suo, non si identifica con la pura e semplice scomparsa dei sintomi, ma con il raggiungimento di un nuovo equilibrio, attraverso un processo di crescita di consapevolezza e di responsabilità.

Un'ultima accezione di salute è quella che si inserisce nel concetto di stile di vita. La critica alla medicalizzazione della vita, condotta esemplarmente da lvan lllich in Nemesi medica, e una maggiore attenzione per le variabili sociali e ambientali della salute hanno indotto a spostare l'accento sullo stile di vita complessivo. In questo paradigma la salute si definisce in rapporto a fattori non medici, correlata con le condizioni di lavoro e di abitazione, alimentazione, igiene e habitat. La promozione della salute si identifica con il favorire comportamenti che prevengano sia l'insorgenza della patologia, sia la rottura degli equilibri psicofisici. Il progetto terapeutico di questo paradigma comprende elementi ancora più intrecciati con la dimensione etica e spirituale dell'uomo, come l'acquisizione di una migliore competenza conoscitiva da parte del soggetto e una maggiore autonomia nelle scelte.

La differenziazione dei modelli di salute ha forti ripercussioni sul modello terapeutico e sull'etica che lo regola. Man mano che si procede verso paradigmi di salute e guarigione più complessi e personalizzati, la ricerca del bene del paziente non può far a meno di richiedere il coinvolgimento attivo della persona in trattamento, la considerazione dei suoi valori e delle sue preferenze, il rispetto della sua autodeterminazione. Si impone un modello di rapporto che procede con decisione da un atteggiamento prevalentemente paternalista a una sincera promozione dell'autonomia del paziente.

DEFINIZIONI E POTERE

Sullo sfondo del bagno di complessità in cui bisogna immergere le categorie di salute e malattia si intravedono dei rapporti di potere che devono essere esplicitati. Il centro di gravità può essere collocato, rispettivamente, nella medicina, nella soggettività della persona, nella società.

Nel modello che pone il medico al centro è la medicina (più esattamente, i professionisti autorizzati) che stabilisce i confini e determina i percorsi con cui si passa da uno stato all'altro. La cultura della modernità rivendica, invece, un ruolo decisionale al cittadino: autodeterminazione, consenso ai trattamenti, empowerment, qualità della vita fanno parte strutturalmente del cambiamento che conferisce alla persona, anche quando è malata, il diritto di parola sulla propria salute e la corresponsabilità nella decisione.

Nell'organizzazione dei servizi, infine, è la società che ha il potere di determinare chi e come può essere curato mediante la rete di servizi pubblici. Fino ad arrivare al potere di qualificare come malattia un comportamento, sottraendolo dal girone dei vizi: è quanto sta accadendo, per fare un esempio di attualità, con la proposta di riconoscere la ludopatia come dipendenza patologica da curare nelle strutture di salute mentale.

Ognuno dei tre ambiti di potere ha buone ragioni per giustificare il proprio ruolo. Non si tratta di metterli in competizione, facendone prevalere uno ai danni degli altri. Quando ciò si verifica, abbiamo squilibri evidenti che assumono l'aspetto, volta a volta, di dominanza medica, di anarchia sotto la spinta di un mercato che induce al consumismo sanitario o di uno Stato balia che entra con prepotenza, con prescrizioni e sanzioni, nei comportamenti individuali. Questi diversi poteri devono invece riconoscersi reciprocamente e imparare a convivere, correggendo le rispettive propensioni a prevalere come criterio unico di salute e malattia. La cultura della complessità ci costringe a ripensare anche le categorie di salute e malattia. Anzi, soprattutto queste, che costituiscono il pentagramma su cui si iscrivono i nostri vissuti più personali.

SALUTE È CONFLITTO

L'auspicio di una convivenza pacifica e costruttiva tra le tre istanze che soprintendono alla salute si scontra, tuttavia, con una realtà di conflitto. Che, peraltro, e inegualmente distribuito: non tutto lo spettro della richiesta di salute dà origine ad analoghe tensioni. Come hanno ripetutamente messo in evidenza le ricerche del Censis, le richieste dei cittadini del nostro Paese ai terapeuti e al sistema sanitario sono differenziate. Nell'area della salute bisogna distinguere un nucleo duro, costituito dalla malattia grave e ad atto rischio di morte e di cronicità, e un vasto insieme sistemico a dimensione somatica, psichica e ambientale, centrato sulla richiesta di benessere. Nei confronti del primo aspetto permangono gli elementi più tradizionali, che possiamo osservare in azione quando sopravviene una minaccia grave: quando è in gioco la vita, il paziente tende a essere passivo, affidandosi al medico e alla struttura sanitaria, a cui consegna l'organismo-macchina per la riparazione. Prevale la concezione organicistica del corpo e ci si affida al sapere specialistico del medico.

Là dove, invece, si fa strada la nuova domanda di salute, lo scenario cambia il paziente richiede un ruolo attivo nel promuovere il proprio benessere psicofisico. Non si consegna passivamente, ma vuole autotutelarsi e gestire autonomamente la salute, entra con il medico in un rapporto che tende a essere paritario, contrattando la terapia combinando autonomamente diverse offerte, sperimentando nuovi percorsi. L’obiettivo diventa quello della qualità e si traduce nella ricerca di stili di vita che garantiscano il benessere totale.

L’intreccio dei conflitti è reso più complesso dall'interferenza della terza parte in causa: le attività regolatorie a livello sociale. La sanità pubblica interagisce sia con i professionisti, mettendo fine a quella dominanza che sottraeva i medici a un obbligo di rendicontazione del loro operato clinico, sia con l'autonomia dei cittadini-consumatori definendo quanti e quali servizi alla salute possono essere richiesti in nome del welfare sanitario. Purtroppo la logica prevalente è quella esclusiva del contenimento della spesa: si sta perdendo così l'occasione offerta dal momento culturale attuale di rimodellare in profondità i comportamenti tanto dei sanitari quanto dei cittadini. Bisognerebbe fornire un meno che sia qualitativamente di più, una qualità che si sposi all'efficienza come risposta globale alla crisi dello stato sociale. Salute e malattia non possono essere soggette a delimitazioni unilaterali, ma devono essere concordate attraverso uno sforzo congiunto di tutte le parti in causa.

Janus 05 – Oltre il naturale, oltre l’artificiale

Book Cover: Janus 05 - Oltre il naturale, oltre l'artificiale

Sandro Spinsanti

Oltre il naturale, oltre l'artificiale

Editoriale Janus 5 - Primavera 2012

 

LA FATICA DI GUARDARE AVANTI

Le nuove tecnologie hanno già profondamente cambiato le nostre vite e continuano a farlo quotidianamente. La contrapposizione tra naturale e artificiale ha perso di senso, nei fatti, ancora prima che nelle categorie concettuali. Ma il dibattito spesso è ancora fermo al passato.
-Eva Benelli

 

Una dichiarazione recente del ministro per l'ambiente Corrado Clini, che apriva alla possibilità della ricerca sugli Ogm ha immediatamente riacceso il dibattito che, altrettanto rapidamente, si è polarizzato sulle classiche posizioni a favore o contro (in nome della natura).

Più o meno negli stessi giorni, una sentenza della Corte di cassazione ha stabilito anche per le coppie omosessuali il diritto al trattamento riservato alle unioni tra uomini e donne. Tra i commenti successivi immancabile è arrivato il richiamo alla famiglia formata da un uomo e una donna come la sola "naturale".

La strada presa da Janus con il dossier di questo numero è una strada diversa: non pretende di stabilire che cosa sia naturale e che cosa artificiale. Al contrario si interroga proprio sul progressivo svanire di questo confine, sul venire meno, nei fatti della vita quotidiana, della contrapposizione tra natura e cultura.

QUALCOSA È CAMBIATO

Quanto ha modificato le abitudini sessuali il diffondersi della pillola blu da quando è stata scoperta per caso alla fine degli anni Novanta?

Il suo arrivo sul mercato ha provocato molte meno discussioni di un'altra pillola celeberrima, quella anticoncezionale, ma a sua volta sta generando una rivoluzione non trascurabile dei comportamenti. In Italia i farmaci contro la disfunzione erettile sono ormai al terzo posto per volume di spesa (i contraccettivi orali vendono ancora di più) e la geografia dei comportamenti cambia.

L’epidemiologia delle malattie sessualmente trasmissibili per esempio ci dice che la loro incidenza tra gli uomini nella fascia d'età 45-65 anni si è sensibilmente trasformata, arrivando a un incremento di quasi il 10%. Certo forse la pillola blu c'entra fino a un certo punto, e la sessualità maschile è sempre stata più vivace tra gli uomini che tra le donne oltre una certa età, ma l'aumento di diffusione delle malattie veneree, in controtendenza tra i più anziani che tra i più giovani, è lì a testimoniare che qualcosa è cambiato.

LIBERO DI GIOCARE

Bambini e giovani privi di un arto possono prendere parte alle competizioni sportive? Questa domanda non avrebbe avuto senso anche solo pochi anni fa, perché le protesi o comunque i dispositivi per consentire il recupero di una certa attività motoria non avrebbero mai permesso il confronto con un impegno agonistico.

Ma oggi non è più così e se Oscar Pistorius prende parte agli internazionali di atletica, anche sui campetti di calcio di tutti i giorni qualche bambino può pensare e pretendere di giocare lo stesso. Con una protesi.

Pistorius non è stato accolto senza polemiche e per far giocare il tredicenne italiano Missori c'è voluta una modifica del regolamento. Ma sono segni di normalità: se ne discute perché è possibile. Perché le moderne protesi sono così perfezionate da superare il confine tra naturale e artificiale e, tutto sommato, anche tra salute e malattia.

NASCERE IN ACQUA E MANGIARE BIOLOGICO?

Confine sfumato tra naturale e non naturale (se non propriamente artificiale) anche sul fronte del cibo biologico. La disponibilità di noi abitanti delle società più ricche a spendere fino al doppio pur di avere sulla tavola un cibo cui attribuiamo un valore intrinseco maggiore perché lo consideriamo non solo più sano, ma anche più vicino alla natura, si scontra purtroppo con la realtà dei fatti. La sostenibilità ambientale di alcune produzioni è tutta da dimostrare se per arrivare fino a casa nostra devono percorrere migliaia di chilometri e, forse, non è davvero necessaria l'epidemia di Eschehrichia coli del cetriolo tedesco per scoprire che non tutte le procedure naturali mettono al sicuro da rischi.

E che dire del paradosso italiano dell'esperienza del parto: da un lato regioni come la Campania hanno reso da tempo "naturale" il cesareo praticandolo in un caso su due con evidente non appropriatezza. Ma l'Italia è anche un Paese dove comunque le donne si battono per demedicalizzare l'esperienza della nascita e, magari, cercano anche di organizzarsi per partorire in casa o, addirittura, in acqua. Che cosa è più artificiale, allora: battere il record europeo di nascite in sala operatoria o fuggire così lontano dalla medicalizzazione da partorire da sole in casa, magari in acqua?

SULL'ORLO DEL FUTURO

Ma sono i biomateriali a spostare il confine ancora più in là, sia che si ragioni di strutture come l'esoscheletro che permettono di muoversi alle persone con gravi deficit, ma anche di trasformarsi in potenziali supercombattenti. Sia che si lavori, come fa la biologia sintetica, alla produzione di nuovi microrganismi da utilizzare come fonti di energia a minimo impatto ambientale. In questo settore, che è già realtà, la contrapposizione tra naturale e artificiale perde definitivamente di senso, tanto che le discussioni riguardano piuttosto le logiche dei brevetti o i limiti non della ricerca, ma dei criteri d’utilizzo delle nuove scoperte. Ed è qui che il dibattito si fa, davvero, interessante.

Janus 04 – Tra scienza e diritto: caccia al colpevole?

Book Cover: Janus 04 - Tra scienza e diritto: caccia al colpevole?

Sandro Spinsanti

Tra scienza e diritto: caccia al colpevole?

Editoriale Janus 4 - Inverno 2011

 

PROVE TECNICHE DI DIALOGO

Logiche forti e non abituate al confronto erigono facilmente steccati invalicabili. Così quando la scienza incontra il diritto non è improbabile finire con la ricerca di un colpevole. Gli esempi, anche recenti, non mancano di certo. Per fortuna ci sono anche segnali nella direzione opposta.
-Eva Benelli 

 

Nelle trentasei ore scarse prima che l'infelice comandante Schettino si palesasse agli occhi della comunità nazionale e internazionale come la figura scellerata, l'icona del colpevole perfetto, la macchina mediatica aveva fatto in tempo a parlare di "ritardo nei soccorsi". È un classico: potremmo dire, anzi, che in Italia i soccorsi sono in ritardo fino a prova contraria. Nella drammatica vicenda del naufragio dell'isola del Giglio, con una giravolta di 180 gradi, le accuse di ritardo si sono poi velocemente trasformate negli elogi alla capacità e all'efficienza di chi ha condotto le operazioni da terra. Trovato il colpevole, trovati gli eroi, la narrazione del naufragio scivola quindi negli schemi più consolidati delle cronache delle emergenze.

Non è diverso il clima narrativo di un'altra emergenza raccontata su questo numero di Janus: il terremoto de L’Aquila. In questo caso i "colpevoli" sono stati Indagati. La notizia del processo ai geologi italiani ha fatto il giro del mondo (la rivista Nature ci ha dedicato la copertina) e la vicenda, assai complessa, è tuttora aperta. Ma quello che ci interessa qui è l'inestricabile intreccio tra il portato scientifico, gli aspetti della comunicazione e l'ingresso a gamba tesa delle autorità giudiziarie non per ricostruire le responsabilità di chi ha costruito tanti edifici non antisismici in una delle aree più a rischio d'Italia, ma per censurare una condotta che dovrebbe avere alle spalle solo motivazioni tecniche. «l terremoti non si possono prevedere, come si possono accusare i tecnici di omicidio colposo?» si chiede la comunità degli esperti. Dall'altra parte l'accusa si fonda non tanto (o non solo) sulla mancata capacità di previsione, ma sul non avere considerato fino in fondo i rischi e, soprattutto, sul non aver saputo gestire la comunicazione verso la popolazione de L’Aquila.

LE MALE PIANTE DELLA DIFFIDENZA E AMBIGUITÀ

Ecco, sono questi due aspetti della modernità quelli che Janus ha voluto indagare con il dossier di questo numero: la facilità con cui oggi chiunque può disporre di informazioni, comprese le informazioni più tecniche e specialistiche, e l'enorme difficoltà di dialogo tra la comunità scientifica e le altre comunità. Nel terreno di questo dialogo difficile, a volte inesistente, prosperano le piante della diffidenza e dell'ambiguità.

Un esempio clamoroso e recentissimo è la polemica intorno alla presentazione delle nuove linee guida dell'Istituto superiore di sanità sul trattamento dell'autismo. In anticipo di una giornata sull'evento scientifico, un gruppo di parlamentari, in una sede istituzionale, ha organizzato una conferenza stampa per criticare il documento (non ancora disponibile a tutti). La critica, paradossalmente per chiunque pratichi la scienza, risiede proprio nel fatto che il lavoro (rigoroso e serio come hanno riconosciuto gli stessi promotori dell'iniziativa) non ha tenuto conto di altri approcci e iniziative che ancora non dispongono di dimostrazione di efficacia.

L'ambiguità, ci sembra, sta nel fatto che questa iniziativa che mette in discussione lo strumento più forte e l'unico criterio indiscutibile di scelta, quello della dimostrazione di efficacia di un trattamento, sia sostenuta in nome dei pazienti e dei loro familiari.

IMPARARE A CONFRONTARSI

Ma se il potere politico e quello giudiziario sembrano procedere (talvolta?) ignorando i presupposti del metodo scientifico, anche sul piano del confronto tra i diritti le cose non vanno proprio benissimo. Del tutto fuori luogo d sembra, infatti, la contrapposizione tra il diritto alla privacy e il diritto alla salute, che vede da una parte il complesso di disposizioni che tutelano la riservatezza dei dati personali, e dall'altra la necessità di disporre delle informazioni indispensabili per seguire i pazienti di oggi e per fare ricerca a beneficio dei pazienti di domani. Il diritto alla privacy oggi sembra prevalere nella maggior parte dei casi, mettendo in crisi anche attività consolidate come i registri tumori o la continuità dell'assistenza. Salvo poi scoprire che queste norme stringenti non valgono ai fini amministrativi dove gli stessi dati vengono invece utilizzati.

Un altro paradosso, che però crediamo debba far riflettere: se le ragioni amministrative pesano di più di quelle scientifiche forse è anche perché queste rimangono più oscure e difficili da comprendere. Il mondo scientifico continua a far fatica a rappresentarsi agli altri.

Per questo ci sembrano interessanti e promettenti per il futuro alcune esperienze come il dibattito, affrontato anche dai mass media, sull'opportunità di intervenire su uno degli aspetti fondanti del metodo scientifico: la trasparenza dei risultati. Le ricerche sulle mutazioni del potenzialmente pericolosissimo virus H5N1, sono al centro di questa discussione, tuttora aperta. Ma anche episodi numericamente più limitati possono avere la forza di innescare il cambiamento, come quella che ha visto allo stesso tavolo discutere genetisti, filosofi, magistrati e avvocati.