Convivere tra stranieri morali

È una formula a effetto, che ha garantito una comprensione intuitiva della bioetica presso il grande pubblico. L’ha coniata il bioeticista americano Tristam Engelhardt, per descrivere l’impatto dirompente della nuova disciplina. Di fronte alle valutazioni morali e alle scelte a cui siamo confrontati dalle innovazioni in ambito medico e biologico, rischiamo di scoprirci “stranieri morali”. Ci orientiamo in modi completamente diversi rispetto alla fecondazione artificiale o alla richiesta di suicidio assistito, agli organismi geneticamente modificati o al rifiuto di trasfusioni sanguigne. Per essere stranieri morali – precisava Engelhardt – non è necessario parlare lingue straniere o essere figli di cultura diverse; si può essere stranieri morali anche abitando sotto lo stesso tetto e condividendo la stessa mensa. Anche dormendo nello stesso letto. Osservava in modo tagliente lo studioso che in queste situazioni di intimità può capitare di essere nemici morali, ancor più che stranieri: “Possono essere stranieri morali anche due amici legati l’uno all’altro e perfino marito e moglie; questi anzi possono essere anche veri e propri nemici morali. Essere stranieri morali significa abitare in mondi morali diversi” (Tristam Engelhardt: Manuale di bioetica, Il Saggiatore 1999).

Per scoprire l’estraneità morale nelle tematiche bioetiche era necessario avviare una conversazione esplicita su questi temi, per far emergere come uno la pensasse.  La situazione attuale della pandemia ci porta invece in modo quasi obbligato in un contesto in cui il pluralismo etico, che permea culture peraltro omogenee, si traduce in estraneità morale. Questa, oltre che molto evidente – si manifesta anche senza aprir bocca: parlano i volti, coperti o no dalla mascherina – si è rivelata molto pervasiva. Persone con le quali avevamo condiviso orientamenti politici e preferenze estetiche, persone che non avremmo esitato a chiamare amici di lunga data, di fronte alle questioni di spiegazione della pandemia, della necessità di vaccinarsi, di indossare la mascherina e di adottare misure precauzionale per non infettare e non essere infettati, hanno fatto affiorare un’estraneità insanabile. Peggio ancora: ci siamo scoperti stranieri morali, sull’orlo di considerarci reciprocamente nemici morali. In Germania una serie televisiva si è inoltrata nell’intimità di una famiglia, per descrivere l’azione disgregante di convinzioni e atteggiamenti polarmente distanti. Già il titolo stesso è eloquente: Schlafschafe, ovvero “Pecore dormienti”. È l’appellativo per designare chi segue passivamente il percorso prescritto da altri (inevitabilmente sullo sfondo echeggia l’ “immunità di gregge”…). Nella storia in questione una giovane famiglia, peraltro funzionale, si sfascia per l’inconciliabilità delle posizioni relative al Covid-19 della coppia genitoriale.

Per quanto dolorosa possa esser l’evoluzione dei rapporti personali, chiamati a far fronte all’estraneità morale, non è confrontabile con la drammatica pressione che questa esercita sui medici e sul personale sanitario. Lo zoccolo duro dei no-covid e no-vax è restio ai trattamenti, anche quando, secondo il punto di vista del curante, sono appropriati e necessari. Raccogliendo il malessere di molti professionisti che confluiscono nell’ambito della SIAARTI – anestesisti, rianimatori, medici di terapia intensiva – il comitato etico della società scientifica ha prodotto un documento per dare sostegno al comportamento da tenere nei confronti di pazienti che, pur affetti da Covid severo, rifiutano il ricovero in terapia intensiva o di sottoporsi a trattamenti di supporto vitale. Le raccomandazioni sono in linea con l’etica medica tradizionale: il medico deve mantenere un atteggiamento non giudicante; anche se per gli anestesisti salvaguardare il consenso informato costa emotivamente, di fronte a un rifiuto di un intervento salvavita devono tirarsi indietro; e anche in questi casi il paziente non deve esser abbandonato. Molto opportuno, a questo proposito, il richiamo a una “rimodulazione in chiave palliativa” delle cure da offrire anche a coloro che, ostinatamente, rifiutano sia l’ossigeno che la vita.

È una posizione rassicurante, perché cerca di conciliare due punti di vista che non erano convergenti. L’etica medica del passato affidava al medico, in esclusiva, il giudizio sul trattamento che si riteneva portasse un beneficio al paziente. Era il medico a decidere, in scienza e coscienza, che cosa andava fatto per il malato. In caso di scontri di opinioni, poteva capitare che il curante si appellasse a un giuramento di fare di tutto per salvare la vita del paziente, impegno concepito come la pietra di volta che regge la professione. Superfluo rievocare quanti comportamenti fraudolenti fossero messi in atto, con l’intento di procurare a tutti i costi un beneficio al paziente. La bioetica ha indotto una transizione epocale, richiedendo l’informazione al malato e il suo consenso esplicito ai trattamenti. Una particolarità che spesso non viene debitamente evidenziata in questo cambio di paradigma è il ruolo dei familiari. Nel passato per lo più erano loro i veri interlocutori del medico. Il malato era spesso tenuto all’oscuro di diagnosi e prognosi, comunicate invece ai congiunti; non era quindi in grado di prendere decisioni modellate sui suoi valori. Con il cambiamento in atto il potere decisionale è stato sottratto ai familiari, anche se motivati a procurare ciò che ritengono il massimo beneficio per la persona cha amano. È invece attribuito alla persona stessa del malato. Fino a riconoscergli il diritto di orientare l’azione del medico – che cosa fare e che cosa omettere – mediante le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), riferite a situazioni cliniche in cui non fosse più in grado di formulare le sue esplicite richieste.

Questo quadro in cui si svolge ai nostri giorni la relazione medico-malato costituisce non solo una somma di diritti, ma anche un insieme di doveri. Per il medico quello di rispettare anche le decisioni del malato che divergono da quelle per lui auspicabili. Dall’altro lato, è necessario che chi ha maturato delle convinzioni relative alle cure che divergono dalla pratica sociale accreditata le manifesti tempestivamente, magari anche con documentazioni sul modello delle DAT. E i familiari non interferiscano indebitamente: per esempio – come riferiscono le cronache sanitarie dei nostri giorni – chiedendo trattamenti da terapia intensiva per un proprio caro affetto da Covid, che questi ha sistematicamente rifiutato finché ha avuto capacità decisionale.

La buona medicina modellata come sintesi di etica medica e di bioetica, quale emerge dal documento elaborato da medici che si trovano sulla linea estrema delle cure, è rassicurante. Con tutta la distanza da visioni che divergono dalla scienza e l’estraneità morale rispetto alle scelte di certi pazienti, i professionisti della cura rimangono tali. Mentre personalmente possiamo girare le spalle a persone delle quali abbiamo costatato un’insormontabile condizione di stranieri morali, chi ha assunto l’impegno di curare non deve farlo. Rimane un curante, anche se si sente estraneo al mondo mentale e morale del malato. È quanto gli chiede la deontologia professionale. È consolante sentir riaffermare questi principi, che contrastano con la disgregazione che la pandemia sta provocando nel tessuto dei rapporti sociali.  

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