Curare i curanti feriti

I professionisti che svolgono un lavoro di cura possono ammalarsi. Non di una malattia qualsiasi, come può capitare a chiunque, ma di una patologia particolare, connessa con la loro attività. Così che il lavoro di cura potrebbe essere catalogato tra i lavori usuranti. Un passo decisivo nella presa di coscienza del peso che grava su alcuni curanti – nello specifico su coloro che assistono persone afflitte da disagi psichici e disadattamenti sociali – è stata la proposta di legge di includere tra le professioni curanti anche quelle “d’aiuto”, riconoscendo loro la qualifica di usuranti. La proposta risale alla svolta del millennio. Secondo l’espressione colorita del proponente, il senatore Athos De Luca, coloro che si occupano di tossicodipendenti e di malati mentali vanno considerati come “i metalmeccanici del 2000”, esposti a uno specifico rischio, che deve essere debitamente riconosciuto dalla società. Sullo sfondo di questo quadro diagnostico vediamo il profilo del centauro Chirone, il “guaritore ferito” che ci accompagna fin dalla remota antichità, per ricordarci il pericolo che incombe su chi esercita la nobile professione del terapeuta.

Il suo fantasma non va evocato solo nel contesto delle scelte tragiche, alla quali può trovarsi confrontato in maniera lacerante il professionista. Anche indipendentemente da questi scenari, i curanti possono soggiacere a profonde sofferenze e vivere stati di disagio. Negli Stati Uniti l’allarme per il malessere dei professionisti della cura è cresciuto parallelamente all’emergenza della dipendenza da fentanyl e oppiacei: in tutta la popolazione, ma in proporzione maggiore tra i medici. La conclusione a cui giunge Dagmar Rinnenburger, dopo un esame accurato dei danni prodotti dalla cronicità non solo sui malati, ma in particolare sui curanti, è desolante: “I medici muoiono prima, si suicidano di più, abusano più di alcool e di altre sostanze. Sono più stressati, hanno più ansia da prestazione, hanno più paura di conflitti legali, fanno meno prevenzione, si curano di meno e cercano meno aiuto perché hanno paura di essere stigmatizzati o di perdere il lavoro” (1). È una cronicità diversa quella che incombe sui curanti; ma costituisce uno scenario realistico e non infrequente.

Alcune volte sono eventi drammatici che portano a imboccare la strada scivolosa. I frequentatori delle serie televisive qualificate come medical drama sono stati familiarizzati a questi scenari. Uno per tutti: il giovane dottor John Carter di E.R. Medici in prima linea. Un paziente psicotico l’ha aggredito, pugnalandolo, e ha ucciso la dottoressa sua fidanzata. Carter si salva, ma per contenere il suo malessere comincia la discesa verso l’abuso di sostanze, che come medico ha facilmente a disposizione. Sarà salvato solo da un intervento del suo tutor, che lo manda in un centro di disintossicazione ad hoc. Abbiamo così appreso, noi spettatori di alcuni decenni fa, dell’esistenza negli Stati Uniti di iniziative terapeutiche di questo genere, destinate al recupero di curanti ingoiati dal burnout.

Questi casi estremi non dovrebbero distogliere la nostra attenzione dalle situazioni meno drammatiche, ma molto più frequenti, dove il “bruciarsi” si traduce in una lenta emorragia della spinta ideale che è necessaria ai professionisti della cura. L’esito non si traduce in eventi luttuosi, ma in una progressiva ritirata dal versante del “prendersi cura” verso un distaccato “curare”, ridotto a erogare prestazioni. L’impoverimento emerge nell’inaridimento delle parole: quelle che curano, non meno dei farmaci. Sempre; per non dire di quanto sono necessarie quando l’arsenale terapeutico rivolto alla guarigione è di fatto impotente di fronte a una patologia inarrestabile. È la denuncia che formula Fabrizio Benedetti in un saggio in cui dimostra che la relazione e le parole in cui si sostanzia sono veicolo della cura:

Una delle cause più comuni dell’assenza di speranza è la scarsa comunicazione e la poca empatia del mondo medico. C’è una correlazione paradossale fra l’esperienza acquisita dal medico e la sua empatia e compassione: maggiori sono l’esperienza e gi anni di professione, minore la sensibilità nei confronti della sofferenza. Il pericolo di questa abitudine alla sofferenza altrui è rappresentato dalla possibile sottostima del dolore dei propri pazienti, della loro depressione, del loro senso di impotenza. Sfortunatamente, il comportamento empatico e compassionevole e il suo mantenimento nel tempo, dalla laurea al pensionamento, non è sempre presente nella formazione del medico e nel suo armamentario (2).

Quanto l’autorevole studioso di neuroscienze afferma a proposito dei medici va esteso a tutti i professionisti della cura. Tanto più che, man mano che la cura assume con più determinazione il profilo della cronicità e soprattutto quando vira verso la modalità palliativa, la presenza di figure professionali non mediche diventa prevalente.

Una precisazione ulteriore merita il termine compassione, che ricorre nella citazione. Soprattutto quando la cura declina verso la palliazione è necessario evitare di farla uscire dal quadro della professionalità, con il rischio di indurla piuttosto a gravitare intorno a emozioni “compassionevoli”, al pathos e alla pietà. Un esempio a valenza didattica dalla recentissima serie televisiva francese: Ippocrate: Specializzandi in corsia. Nel terzo episodio della seconda serie (2022) il pronto soccorso dell’ospedale è intasato: quaranta persone sono state colpite da un’intossicazione da monossido di carbonio e sono in grave crisi respiratoria. Devono passare per la camera iperbarica, che però può riceverne solo tre alla volta. La giovane specializzanda Alyson è molto coinvolta da un paziente, giovane anche lui, che dichiara affannosamente che non vuol morire. Riversa su di lui le sue cure, nell’angosciosa attesa di poter favorire il suo ingresso nella camera iperbarica. Spinta dalla compassione, vorrebbe dargli la priorità su altri malati. In questa condizione emotiva viene bruscamente confrontata dal medico responsabile del servizio, che le ricorda che lei è un medico, una professionista; che non può dare la precedenza a un paziente perché le è più vicino emotivamente, ma deve attenersi ai protocolli che stabiliscono l’ordine delle priorità; che non può riversare sul malato l’emotività esasperata che si prova quando il pericolo di vita incombe su una persona intima; che proprio con l’agitazione della sua compassione rischia di danneggiare il malato. Non a caso nell’originale francese la serie è introdotta dallo slogan: “Medico non si nasce, lo si diventa”. La rude lezione impartita alla specializzanda serve a renderla avvertita del pericolo insito nella compassione intesa nel senso corrente della parola.

La compassione richiesta al professionista è altra cosa. Gli equivoci possibili possono essere prevenuti scomponendo la parola e affermando che la cura richiede di essere esercitata “con-passione”. In tutte le sue fasi, sia che prevalga l’intento terapeutico, sia che questo ceda progressivamente il campo alla finalità palliativa. La passione è necessaria al professionista della cura, come motore interiore. Ben prima che sopravvengano le catastrofi qualificate come burnout, la ferita del curante può presentarsi come un progressivo spegnersi della passione, così che il curare si appiattisce nella routine.

 Nell’imparare a fare il medico – in prospettiva più ampia, il discorso vale per qualsiasi attività di cura, che va portata dentro il contenitore della professionalità, e quindi appresa – includiamo anche la prevenzione di quella che figurativamente abbiamo chiamato “la ferita del curante”. Lo scenario delle cure palliative ci fa sorgere l’ipotesi che stare accanto a malati che progressivamente ricevono sempre meno beneficio dalla medicina curativa, fino a poter contare solo su interventi di palliazione dei sintomi, sia più stressante e produca più frequentemente fenomeni di burnout dei professionisti. Per non parlare del confronto inesorabile con l’incombere della morte. Non è così.

Sono state fatte ricerche apposite, in particolare tra gli infermieri, che professionalmente rimangono accanto al malato fino al trapasso; ancor più, si occupano anche della composizione della salma. “Compassion fatigue” è l’espressione inglese con cui si designa l’oggetto di questo tipo di ricerche (3).  Ebbene, il burnout individuato tra gli operatori delle cure palliative risulta inferiore a quello riscontrato in équipe di altri reparti (4). Così il livello di ansia, la frustrazione, lo stress. Molto dipende dal fatto che la richiesta di lavorare in tali servizi è per lo più libera e volontaria; e tanto più l’équipe non subisce continui ricicli di personale, tanto più riesce a consolidarsi, fornendo supporto all’operatore. I professionisti delle cure palliative, inoltre, passano attraverso un percorso formativo specifico, che li qualifica dal punto di vista della competenza comunicativa. E la cura che passa attraverso le parole è più gratificante, per chi la somministra come per chi la riceve, di quella che si limita alle prescrizioni farmacologiche.

Naturalmente sono appropriati consigli rivolti alla prevenzione dello stress e alla caduta nel buco nero del burnout (5). Oltre alla spinta interiore a conservare la “passione” per la cura – equivalente a saper trovare una risposta alla sconsolante “Chi me lo fa fare”, che potrebbe a un certo punto risucchiare le motivazioni iniziali – si rivela decisivo il clima di intesa e collaborazione nell’équipe curante. Più che sull’idealismo individuale, è saggio puntare sul sostegno che viene da un “noi” di appartenenza e di condivisione.

Riferimenti bibliografici

  • Dagmar Rinnenburger: La cronicità. Come prendersene cura, come viverla, Il Pensiero Scientifico, Roma 2019.
  • Fabrizio Benedetti: La speranza è un farmaco. Come le parole possono vincere la malattia, Mondadori, Milano 2018.
  • M. Abendroth, J. Flannery: “Predicting the risk of compassion fatigue », in J Hosp Pallit Nurs 2006 ; 8 (6) 346-356.
  • SM Pereira, AM Fonseca, AS Carvalho: “Burnout in palliative care: a systematic review” in Nurs Ethics 2011: 18 (3) 317-326.
  • Commissione Psicologi SICP: Gli interventi psicologici a sostegno dell’équipe di Cure Palliative, https://www sicp.it (2018/12).

Paola Zanotti: Cure per i curanti. Burnout prevention, Istituto oncologico della Svizzera Italiana – Servizio di cure palliative, 2014.

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