Fiducia – enciclopedia

I. La fiducia in medicina: passato remoto, passato prossimo, presente

La fiducia svolge un ruolo fondamentale sia nello sviluppo della personalità, sia come vincolo sociale. Un incrocio particolarmente sensibile tra le due dimensioni è quello che riguarda la sua presenza o assenza nell’ambito delle cure sanitarie. Dal punto di vista individuale è richiesto un atteggiamento positivo verso il sistema delle cure e i loro erogatori, nonché una diffidenza verso la sfiducia concepita come punto di arrivo di una crescita che fa entrare nell’età adulta. Lo schema sottostante a questa sfiducia idealizzata è che si entra nella maturità passando dall’abbandono fiducioso e credulone pregiudiziale dell’infanzia, decidendo di non fidarsi più di coloro ai quali eravamo stati indotti ad attribuire la fiducia. A questo ipotetico modello di crescita vanno contrapposte rilevazioni di ordine psicologico, nonché filosofico ed etico, come quelle di Erik H. Erickson. È molto nota la schematizzazione che, nella sua proposta di ciclo di vita, individua come prima tappa di uno sviluppo sano l’acquisizione di un atteggiamento fondamentale di fiducia, contrapposto a uno di sfiducia. Negli individui nei quali prevale la fondamentale sfiducia, si avrà in seguito un’incapacità di risolvere le situazioni di conflitto con sé stessi e con gli altri.

Erickson ha teorizzato la fiducia fondamentale come una delle pietre angolari non solo della personalità vitale, ma anche delle società ben funzionanti. È quanto ricaviamo soprattutto dal suo saggio Infanzia e società (7). Molte voci denunciano oggi i pericoli che ci sovrastano, quando la sfiducia viene posta come paradigma fondamentale dell’interazione sociale. Adottando l’analogia tra lo sviluppo individuale – che prevede la formazione di una fiducia di base nella vita – e quello sociale, dobbiamo riconoscere che qualcosa è andato storto nella formazione culturale della modernità, portando a una sfiducia generalizzata.

La fiducia che costituisce una risposta al nostro malessere sociale, nella medicina come in numerose altre istituzioni, non è figlia dell’ingenuità, quella che siamo chiamati a lasciarci dietro le spalle crescendo, ma una condizione per la convivenza, che si basa su un patto fondante. Non è antitetica alla critica, alla vigilanza e al controllo. Questa fiducia non si presenta con un’alternativa di tipo binario – tutto o niente – ma ammette crescita e regressione: può essere concessa e negata senza che il tessuto dei rapporti sociali sia strappato in modo irreversibile. La sua migliore garanzia è costituita dai sistemi di verifica, inseriti nei principali svincoli dove si accentrano il sapere e il potere che costituiscono l’arsenale terapeutico.

A tutela di questa fiducia stanno le regole che sovraintendono ai rapporti professionali con i curanti. Queste si sono trasformate nel tempo. Possiamo schematizzare l’evoluzione in modelli che si sono succeduti nel corso dei secoli. Quello più remoto è il modello ippocratico, in cui il curante idealmente giura di dedicarsi al bene del malato e prende le sue decisioni terapeutiche in modo assolutamente autoreferenziale (”in scienza e coscienza”). Il malato è invitato a fidarsi e affidarsi a questa autorità benevola, che si comporta in modo paternalistico. Il modello che troviamo nel nostro passato prossimo è invece strutturato sulla professionalità degli operatori della salute. Questa è esplicitata dalle regole deontologiche. Più di recente – il riferimento va al modello di sanità pubblica che ha preso il nome di “aziendalizzazione” – questo schema ha incluso una partecipazione diretta del cittadino, per valutare la copertura equa dei bisogni di cure e la qualità dei servizi.

 Per quanto diverse, ci muoviamo però sempre nell’ambito di norme che non scendono dall’empireo dell’etica, per consacrare valori eterni, ma sono confezionate ad arte per far funzionare in modo efficiente la pratica medica. Nel vasto mondo delle cure, che tengono insieme il tessuto familiare e sociale, quelle erogate dai professionisti sono solo una parte, ma con caratteristiche proprie. Colpisce soprattutto un loro tratto controintuitivo. Le cure professionali prescindono infatti dalla qualità morale – e più in generale dalle caratteristiche personali – della persona curata. Non è questo il criterio che regge i nostri comportamenti nella vita quotidiana. Noi siamo attenti a ciò che caratterizza le persone: familiari o estranee; meritevoli o no delle nostre attenzioni. Teniamo in considerazione anche il loro profilo morale: ce ne sono di così estranee al nostro sistema di valori che evitiamo accuratamente di frequentarle. Ebbene, ciò che ha diritto di cittadinanza nella vita normale è escluso dall’ambito delle cure professionali. Queste vanno attivate tanto verso chi riteniamo che le meriti, quanto nei confronti di chi riteniamo socialmente indegno. È uno dei tratti più nobili delle cure professionali, che chiedono al professionista di modellare il comportamento su quello della divinità che, indifferente al valore delle persone, “fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere per quelli che fanno il bene e per quelli che fanno il male” (Matteo 5,45). Anche senza cedere alla retorica che può portare a enfatizzare il ruolo del curante, non possiamo nascondere il carattere inusuale delle regole alle quali il professionista della cura si deve attenere.

Su queste regole si è basata la fiducia del passato. Al di là delle caratteristiche personali del professionista – più o meno accogliente, più o meno disposto a coinvolgersi emotivamente o a stabilire la distanza appropriata con la persona in cura – era il fatto di esercitare la cura in quanto professionista che permetteva al cittadino di affidarsi. Anche senza conoscere le norme deontologiche, il malato aveva una nozione intuitiva delle “regole del gioco” che gli permettevano di partecipare a quella singolare partita chiamata cura. Il cambiamento delle regole, dovuto soprattutto allo scenario della promozione dell’autonomia personale introdotto dal paradigma della modernità, richiede oggi un impegno di verifica. Perché non tutti i curanti hanno interiorizzato le nuove regole. Tutti i medici portano il camice, ma alcuni non facciamo fatica a immaginarli con parrucche settecentesche. Sono attaccati al modello del rapporto paternalista con il malato; ritengono che curare sia un impegno che coinvolge solo la loro scienza e la loro coscienza; e che le cure debbano essere fatte sul paziente, non con lui. Certe procedure burocratiche – vedi la modulistica del consenso informato – sono seguite da tutti i curanti; ma lo spirito con cui si rapportano alla persona in cura è diverso. È su questo terreno che è chiamata a prendere forma una diversa fiducia in medicina. La fiducia non si trova bell’e fatta: la si costruisce. Insieme, perché la fiducia richiede reciprocità.

 

II. Costruire una diversa fiducia

 

Una medicina che ascolta e parla vs. una medicina sordomuta

 Siamo debitori ai farmacisti dell’università di Padova, nel Cinquecento, del motto: “Herbis non verbis medicamina fiunt”. Vale a dire: ciò che cura sono le erbe, non le parole. Le erbe – chiamate anche i “semplici”, di cui avevano creato il primo orto botanico, annesso alla scuola di medicina – erano l’unica risorsa curativa su cui facevano affidamento; le parole venivano svalutate come chiacchiere. Trasposta ai nostri tempi, la sentenza dei farmacisti padovani suonerebbe: “Pillole, non parole”. Tutto quello che in medicina si fonda sul sapere biomedico e sulla tecnologia (dunque farmaci, vaccini, risonanze magnetiche, respiratori e quant’altro), in alternativa alla risorsa costituita dalla parola condivisa: domande, risposte, narrazioni, ascolto, conversazione. Due metà: la prima efficace, la seconda superflua; al più facoltativa e supererogatoria.

Forse nessuno oggi osa formulare una sentenza sul modello di quella dei farmacisti padovani. Ciò non implica, però, che l’altra metà della cura, quella costituita dalle parole, sia tenuta nella debita considerazione. Basta vedere il posto che le è riservato nel percorso formativo dei professionisti. La capacità di comunicare nella modalità che è richiesta dalla cultura del nostro tempo non è sistematicamente presa in considerazione.

Una delle formulazioni più convincenti di questa impreparazione è offerta dal medico americano Jerome Groopman nel libro Anatomia della speranza (Groopman 2004). La speranza di cui parla è diversa dall’ottimismo e non ha niente a che vedere con una percezione edulcorata della realtà. Equivale al mondo interiore del malato, al cammino stesso che deve percorrere nel territorio della cura. Ebbene, Groopman riconosce apertamente che i malati erano per lui e per gli altri studenti soprattutto un’affascinante sfida intellettuale. Finendo per chiudere fuori della porta tutto ciò che non coincideva con l’interpretazione degli esami di laboratorio, delle immagini diagnostiche e delle biopsie. Non esita a dichiararsi “Impreparato”: è il titolo del primo capitolo della sua autobiografia medica. Tutto ciò che esulava dai contenuti della formazione esplicita ricevuta andava imparato con l’esperienza. E di questa esperienza – fatta a spese dei malati – Groopman non teme di fare un resoconto accurato, riportando i casi nei quali ha sbagliato per difetto o per eccesso di informazione, a causa della formazione che non aveva ricevuto.

Non tutti i clinici sono così espliciti nell’ammettere l’insufficienza dell’equipaggiamento con cui la formazione li ha avviati in prima linea nella pratica della medicina. In generale però sono costretti a riconoscere che la competenza comunicativa non ha fatto parte del bagaglio di capacità che sono state oggetto del curricolo. I frutti amari di questa incompetenza, che è figlia di una sistematica trascuratezza del versante della medicina nutrito di medical humanities, li vediamo dilagare sotto i nostri occhi. Sono la benzina che accende gli scontri tra i curanti e coloro che ricevono le cure, sia pazienti che familiari.

Paradossalmente, proprio in contemporanea con la pandemia da Covid, assistiamo a un deteriorarsi dei rapporti. Medici e infermieri denunciano affronti, intimidazioni, offese e scontri verbali, che talvolta degenerano ulteriormente in aggressioni fisiche. Ci rendiamo conto che l’arte stessa della cura, nonostante disponga di risorse terapeutiche che non hanno riscontro in nessun’altra epoca storica, è affetta da una specie di sordomutismo. Ovvero di un deficit nelle due facoltà, fondamentali per la nostra convivenza sociale: l’udito e la parola. È come se nell’ambito dell’attività di cura stessimo diventando sordomuti: incapaci di sentire la voce dell’altro, privati della parola. Più esattamente, resi incapaci di “conversare”, perché la voce che si alza è quella di grida scomposte che prendono il posto della parola condivisa, di quello scambio che presuppone il rispetto dell’altro, l’accettazione dei diversi ruoli – nel contesto della cura, il riconoscimento di competenze professionali, che proprio per questo non sono patrimonio di tutti – e l’incontro nella condivisione delle decisioni. Se per lungo tempo l’evocazione di malasanità equivaleva a denunciare errori e omissioni da parte di medici, infermieri e amministrativi, ora lo spettacolo di malasanità a cui siamo esposti coinvolge anche i cittadini. Non solo nel ruolo di vittime, ma anche di artefici. Il braccio di forza che li oppone ai curanti equivale alla fine della medicina. Non solo della buona medicina, ma della medicina “tout court”.

Nei racconti evangelici è riferita la guarigione miracolosa di un sordomuto, prodotta dal profeta taumaturgo con la formula “Effatà”, cioè “Apriti” (Marco 7, 31-36). L’equivalente laico di quella terapia miracolosa è la formazione alla competenza comunicativa. Non lasciata alla buona volontà di qualche professionista con vocazione umanistica, ma inserita organicamente nel percorso formativo che deve sfornare i professionisti dei nostri giorni. Non basta l’impegno a recuperare la disattenzione verso le capacità comunicative nella formazione dei professionisti sanitari, che produce una vera e propria de-formazione nella competenza relazionale, benché conviva talvolta con eccellenti conoscenze scientifiche; anche i cittadini vanno formati a un rapporto diverso con chi li cura. Superato definitivamente il paternalismo del passato, è tempo di dar forma a un rapporto adulto-adulto. Abbandonando le reazioni adolescenziali di tanti malati e loro familiari che caratterizzano il tempo presente. La formazione auspicabile è un impegno così radicale da rivendicare un tratto profetico: la buona medicina del futuro sarà frutto della capacità, da una parte e dall’altra, di acquisire orecchie aperte e lingua sciolta, liberandoci con l’Effatà della formazione dalla sindrome di sordomutismo che affligge la medicina dei nostri giorni.

– Illuminare la salute

Un ruolo strategico per costruire una diversa fiducia è riservato al progetto Illuminiamo la salute. Sul suo solido fondamento troviamo un provvedimento legislativo: la legge 190 del 2012 “Disposizioni per la prevenzione e la repressione dell’illegalità nella pubblica amministrazione”. Un’illegalità che non risparmia la sanità pubblica e rappresenta una delle principali fonti della sfiducia. Più ampia dell’illegalità è la corruzione. Mettere mano a contenere la corruzione in particolare nell’ambito sanitario è il presupposto indispensabile per costruire una nuova fiducia.

 Il riferimento non è tanto ai comportamenti delinquenziali nei confronti delle persone e dei beni, che dovrà continuare a e perseguita dalle forze dell’ordine, ma quella che serpeggia dentro il mondo della sanità in modo più subdolo. È quella che attraversa il settore degli appalti e delle forniture, dei corsi di formazione, dell’erogazione di servizi sanitari ai quali i cittadini hanno diritto di accedere. Come si esprime in modo figurato l’associazione “Libera” – uno dei soggetti, insieme al Gruppo Abele, ad Avviso Pubblico e a CORIPE Piemonte, più attivi nel promuovere il progetto Illuminiamo la salute – si tratta di lottare contro il doversi inginocchiare per ottenere ciò che al cittadino spetta di diritto. Il progetto si sviluppa sotto l’egida della legge finalizzata a contrastare la corruzione e il malaffare in sanità, ma travalica i confini del dettato legislativo.

L’infiltrazione mafiosa delle istituzioni, che ha portato al commissariamento di numerose aziende sanitarie, è l’espressione più drammatica del fenomeno; non mancano tuttavia conflitti di interesse, opacità e corruzione di ogni genere. Le varie forme di illegalità messe in atto nel settore sanitario sottraggono risorse ai programmi di assistenza, soprattutto per i più vulnerabili, e minano la fiducia nel sistema di tutela della salute da parte delle persone.

La lotta alla corruzione si appoggia su due pilastri: la struttura ufficiale dell’ANAC (Agenzia Nazionale Anti Corruzione), creata contestualmente alla legge 190/2012, e la ribellione consapevole di professionisti e cittadini alle pressioni che si esercitano sulle scelte. A fronte della collusione codarda e del silenzio complice si collocano comportamenti di denuncia, cui spetta la denominazione inglese di whisteblowing, ovvero del cittadino che nel silenzio generale osa fischiare il comportamento scorretto come un arbitro nel terreno di gioco, assumendosene la responsabilità. In italiano l’espressione potrebbe essere efficacemente tradotta come “vedetta civica”. Il giuramento ippocratico suona, in questo contesto, come: “Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza” (7). È, letteralmente, il titolo di un saggio di Marco Bobbio, che ha fatto da apripista a queste tematiche in ambito sanitario.

È necessario produrre, dal basso, i cambiamenti necessari per contrastare la corruzione in ambito sanitario. Non si tratta solo di combattere comportamenti che infrangono la legalità e cadono sotto la qualifica della disonestà, ma di occuparsi, più ampiamente, dell’ambito dei conflitti di interesse. Nel saggio Il conflitto di interessi (  ), è esplicitato che questi non si identificano con la corruzione in quanto tale. Possono però gettare un’ombra sui comportamenti delle persone coinvolte, creando motivi di sfiducia. Il progetto “Illuminiamo la salute” si propone come obiettivo una sanità “con pareti di vetro e porte blindate”, quindi attraversata non solo dalla legalità, ma dalla trasparenza (9).

Il conflitto di interessi si determina quando le decisioni sulla salute vengono oscurate dall’ombra dell’interesse privato. Lo scenario è molto variegato: comprende il mercato delle prestazioni sanitarie così come la libera professione intramuraria, il ruolo delle società scientifiche nel pilotare la ricerca e le pressioni che in questo ambito possono esercitare le associazioni di pazienti di determinate patologie. Il patto di fiducia che lega i cittadini alle strutture sanitarie pubbliche richiede trasparenza nelle liste di attesa, nei criteri di scelta e nei benefici erogabili. Quel patto implicito è un meccanismo complesso, perché coinvolge vari soggetti: gli operatori sanitari, ovviamente, insieme ai decisori a livello politico e tecnico; i fornitori del mondo della salute e i destinatari dei servizi. Se il meccanismo si inceppa e la rete non riesce più a funzionare in modo corretto, entra in crisi il patto di fiducia; e la mancanza di fiducia è il morbo insidioso che indebolisce l’intero sistema.

“È necessario illuminare la sanità per valorizzare un bene prezioso e far luce nelle zone d’ombra che insidiano la salute della popolazione”: è l’obiettivo programmatico dell’associazione che ha assunto questo nome programmatico, che cerca di coinvolgere tutti i soggetti della rete. Illuminare la salute è anche un appello alla militanza: il cittadino può e deve fare molto per lottare contro il malaffare. Se alzare “porte blindate” è compito delle misure legislative, rendere trasparenti le “pareti di vetro” si può realizzare solo con il contributo di tutti e richiede un cambio culturale e un impegno etico.

– Confezionarsi un medico di fiducia su misura

Basta nominare il medico di fiducia e il pensiero corre verso una persona e un volto, sintesi delle nostre più alte attese. Certo: questa personalizzazione è legittima e comprensibile. Tuttavia la fiducia che vogliamo investire – o al contrario sottrarre – su un singolo professionista nuota in un mare più ampio: quello della cultura. Spostare il focus dell’attenzione sulla cultura non deve essere inteso come una strategia per far evaporare le responsabilità, ma piuttosto come l’individuazione del terreno di coltura della sfiducia.

Il lavoro dei professionisti ha bisogno di un tessuto organizzativo, che lo condiziona. Le inefficienze burocratiche e logistiche possono tradursi in incapacità di rendere la medicina fruibile efficacemente. Ne abbiamo avuto ampie dimostrazioni durante la pandemia di Covid-19. La sfiducia verso il sistema compromette la fiducia riversata nel singolo professionista, diventando diffidenza, pessimismo e disaffezione verso la medicina stessa.

La fiducia inoltre è anche un fatto personale, personalissimo. Ci chiediamo: il medico di fiducia lo passa il Ssn o ognuno se lo deve confezionare su misura, come un abito da sartoria? Il medico di cui parliamo non è semplicemente sovrapponibile al medico di medicina generale. Su questa figura è necessario un intervento di riformulazione di compiti e organizzazione. Questa almeno è l’opinione di autorevoli studiosi della sanità pubblica, che auspicano un superamento degli attuali ostacoli che ne limitano le possibilità clinico-assistenziali (21). Il dibattito era iniziato prima ancora che la crisi pandemica dimostrasse in modo clamoroso le inadeguatezze del sistema attuale. Ha preso forma anche una campagna: Primary Health Care Now or Never per le riforma delle cure primarie in Italia (22). Mentre auspichiamo che esperti di sanità pubblica e politici competenti mettano mano a una riforma dell’ormai obsoleta concezione delle cure primarie, integrando in modo efficace il medico di medicina generale all’interno della rete assistenziale, ogni cittadino è impegnato nell’arduo compito di costruirsi il medico di fiducia.

 Anche nell’accezione amministrativa che fa equivalere il medico di fiducia al professionista che garantisce le prestazioni sanitarie nell’ambito del servizio pubblico, emerge la nota della libera scelta come caratteristica che rimanda al gradimento. Esclusa la fiducia garantita, non rimane che il percorso a ostacoli per costruire un rapporto dove la fiducia sia il sicuro collante. Sono numerose le situazioni nelle quali sappiamo già a priori che la relazione non funzionerà. I pregiudizi da parte del cittadino, ampiamente diffusi soprattutto ai nostri giorni, in epoca di pandemia, chiedono di essere elaborati, una volta che se ne sia presa consapevolezza. Riconoscerli come tali è il primo passo per superarli. In caso contrario, costituiscono un ostacolo insuperabile all’instaurazione di una relazione di fiducia.

Alcune volte le difficoltà sono strutturali. Come quando medico e malato vivono, dal punto di vista culturale ed etico, in epoche diverse. Possiamo parlare di veri e propri anacronismi. È quanto avviene se il medico è saldamente piantato in una concezione paternalistica e autoritaria, aspettandosi sottomissione docile da parte del paziente. Il curante può essere attratto – magari inconsapevolmente – da una relazione idealmente modellata sulla chirurgia in anestesia totale: un atto in cui il paziente, totalmente passivo, si affida al terapeuta. Se invece colui che richiede le cure ha fatto propri i valori della modernità, e tanto più della postmodernità, le attese sono completamente diverse. Il rapporto di fiducia non può decollare. Ciò non implica che un simile medico non sia “utilizzabile”: se ha solide conoscenze scientifiche e competenze cliniche, può essere una preziosa risorsa, nel senso di una cura che si limiti a essere una riparazione; non lo sarà invece per chi cerca un appoggio nella strada della cronicità, e ancor meno per chi la cura la intenda in senso più ampio, come una crescita umana e spirituale.

Avere un medico di fiducia non significa disporne come guida e consigliere, e tanto meno affidargli un ruolo amicale. Anche il decantato ruolo del medico di famiglia di una volta, che conosceva tutti i componenti del nucleo familiare e li accompagnava per un percorso lungo quanto la vita intera, non è più realizzabile ai nostri tempi. Il ruolo professionale della modernità si iscrive dentro un patto implicito che non è neppure iscrivibile nel concetto di “alleanza terapeutica”, se si intende questa come una benevola concessione che richieda, da parte del malato, un fiducioso affidarsi. Ciò che il malato dei nostri giorni si aspetta è essenzialmente avere un terapeuta che lo prenda sul serio come persona che si deve inventare un percorso nella patologia, essere ascoltato, rispettato e valorizzato. In senso letterale: i propri valori devono entrare a far parte delle decisioni di cura. È dentro questo contesto che si iscrive la fiducia.

A rendere difficile l’intesa può succedere anche il fatto che il professionista sanitario abbia fatto propri alcuni aspetti del cambiamento richiesto dalla transizione da un modello all’altro, senza averne però interiorizzato lo spirito. Un test molto efficace in questo senso è vedere come intende la pratica del consenso informato. Se il malato la concepisce come uno strumento per acquisire il proprio empowerment e si trova invece confrontato con un medico che l’interpreta come una pratica amministrativa o l’utilizza per trasmettere un messaggio di medicina difensiva, il rapporto fiduciale non può scattare. È indicativo in tal senso l’elenco di pratiche inappropriate che, su stimolo del progetto di Slow Medicine: “Fare di più non significa fare meglio”, sono state segnalate dal Coordinamento dei medici legali delle aziende sanitarie. Oltre a suggerire, in generale, di “Non favorire il ricorso a pratiche di medicina difensiva”, come prima pratica non appropriata da evitare indicano:

Non promuovere la cultura del “consenso informato” come mero strumento burocratico e di autotutela del professionista.

Nel loro commentario evidenziano che sottoporre al paziente modulistica di consenso informato in carenza di un’adeguata preventiva informazione non è neppure utile alla difesa del professionista in caso di contestazioni; tanto meno favorirà una buona relazione tra curante e malato. Siamo agli antipodi dell’ideale medico di fiducia.

Lo scenario opposto a quello della distanza formale e delle procedure burocratiche è quello di una ricerca che vada nella direzione di una familiarità inappropriata. Ciò avviene quando la persona che ricorre al medico si aspetta che questi oltrepassi i confini che il ruolo professionale gli prescrive.

Il percorso per costruire questo tipo di relazione non è idilliaco. Soprattutto dobbiamo riconoscere che è un percorso controintuitivo. Perché nella vita noi stringiamo relazioni con persone con le quali ci sentiamo affini e le evitiamo con quelle di cui non condividiamo valori e preferenze. Non è così, invece, nella relazione professionale di cura, che deve prescindere dalla personalità gradevole o sgradevole, meritevole o no, della persona a cui le cure sono rivolte. La professionalità permette di creare un rapporto “artificialmente vero”. La definizione è dello psicanalista Irvin Yalom, che la riferisce al lavoro dello psicoterapeuta (24); in qualche modo tutti i professionisti della salute sono confinati e protetti dalla griglia costituita dalla professionalità.  La funzione della deontologia è proprio quella di garantire l’artificio.

La fiducia a cui ci riferiamo non è monopolizzabile da un sol medico e richiede di essere modulata sulle diverse funzioni della cura. In molti casi la scelta cade sul medico di medicina generale; ma può essere medico di fiducia anche lo specialista che, pur non assicurando una continuità di cura e intervenendo in modo circoscritto, garantisce un intervento competente ed efficace.

Anche dal punto di vista psicologico la fiducia può parlare diversi linguaggi. Può arrivare a chiedere al curante un intervento autorevole, del tipo: “fai/non fare…”, perché talvolta il malato ha bisogno di un appoggio per la propria autodeterminazione. Oppure di poter beneficiare di una “spinta gentile”. Per non parlare della complessa situazione che nasce da una fondamentale ambivalenza della persona malata che deve decidere. Sciogliere il nodo del “vorrei e non vorrei” può richiedere un appello particolare alla relazione di fiducia. Fino al “Che cosa farebbe lei, dottore, al mio posto?”.

Senza dimenticare, infine, che la fiducia non esclude i conflitti. Anche nella diversità di vedute e nella molteplicità degli interessi ci può essere un ascolto reciproco. La raccomandazione di Gianrico Carofiglio: Della gentilezza e del coraggio (25) a far entrare la gentilezza nel rapporto con gli altri include una modalità di gestione dei conflitti, che sono una componente inevitabile della nostra co-esistenza. Inclusa quella che si snoda su un percorso di cura. Per prevenire le aggressioni può essere un’ottima strategia, preferibile all’opzione di promuovere corsi di arti marziali per i professionisti del Pronto soccorso.

Muoversi nel terreno della fiducia richiede qualità personali e abilità non minori del pattinare sul ghiaccio. Ma un rapporto di fiducia stabilito e consolidato nell’ambito della cura è uno dei tesori più preziosi nel percorso della vita.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

Voci confluite in: Massimiliano Marinelli (a cura di) Dizionario di Medicina Narrativa. Parole e pratiche, ed. Scholé, Brescia 2022.

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