Il medico di fiducia nascituro: speriamo che sia femmina

Se, superati dubbi e resistenze, sei orientato a riporre la tua fiducia in un professionista della cura, un’avvertenza: guardati attorno e cerca di capire di quale epoca è figlio colui verso il quale rivolgi il tuo interesse. Perché potrebbe succedere che, pur incontrandovi, siate asincronici: come se incrociassero il loro cammino persone che vivono in tempi diversi. Nessun ricorso alla fantascienza: basta una commedia. Chiunque abbia visto Massimo Troisi e Roberto Benigni nel film: Non ci resta che piangere (1984) avrà presente la comicità dell’ipotesi su cui si basa la vicenda di due toscani del nostro tempo che si ritrovano risucchiati nel passato, a vivere nel 1942. L’asincronicità dà loro dei vantaggi: possono stupire Leonardo insegnandogli a costruire il treno. Ma è anche fonte di disagi e non solo di gag esilaranti.

Proviamo a immaginare una asincronicità in ambito medico, che permetta di incontrare terapeuti che vivono in epoche non allineate sul presente temporale. Non nel senso delle conoscenze che costituiscono la pratica clinica, come avverrebbe se il medico che ha in dotazione solo clisteri e salassi fosse contemporaneo di quello che usa l’endoscopio. Ma se spostiamo la nostra attenzione dal piano clinico a quello delle regole che tengono insieme chi eroga le cure e chi le riceve, l’ipotesi è attendibile. La convivenza asincronica dei modelli diversi di medicina è più che un “divertissement”: è sotto i nostri occhi e ci induce a fare delle scelte.

Quello che incontri, modernissimo nel vestire e dotato di tecnologia di avanguardia, potrebbe essere figlio dell’epoca in cui in medicina ci si ispirava al modello del potere assoluto. Insomma, senza esserne consapevole, si presenta con una vistosa parrucca in capo… Si appoggia alle convinzioni di Rodrigo de Castro, medico del XVII secolo, per il quale “il medico governa il corpo come il sovrano governa lo stato e Dio governa il mondo” (Medicus politicus). Nella più idealistica delle ipotesi, questo medico è animato da un’alta ispirazione: è tutto dedito al bene del paziente, così come il suo sapere scientifico gli permette di formularlo; e segue ciò che gli detta la sua coscienza, costi quel che costi. Per lui il malato si trova, qualunque sia la sua età, in una condizione psicologica che richiede di essere guidato. Inutile rimproverargli di essere paternalista: essere nei confronti del paziente come un padre o una madre per un bambino piccolo, fragile e bisognoso di protezione e di guida, è per lui l’orientamento ideale. Per fare di lui il tuo medico di fiducia, devi trovarti a tuo agio nel ruolo di chi si affida e si lascia condurre là dove il medico ritiene che risieda il tuo miglior interesse.

Oppure il medico al quale ti rivolgi si trova perfettamente identificato col modello di una professionalità regolamentata. È corretto: non infrange le regole deontologiche. Queste – formulate in un’epoca successiva a quella del paternalismo fondato sul potere assoluto del medico – hanno stabilito che il malato debba essere informato e dare il consenso a qualsiasi trattamento; e lui ti informa. Ha un modulo con le informazioni più dettagliate e te lo sottopone per la firma. Se gli chiedi come intende regolare il rapporto con te, ha la formula pronta: la sua è un’alleanza terapeutica. Lui te la concede; a te di accettarla, attenendoti a ciò che ti prescriverà. Paternalismo? Sì, forse; ma mitigato. È pur sempre lui che sa qual è il tuo bene. Per questo ha tanto studiato, continua a informarsi, si nutre di evidence-based medicine e si attiene alle linee guida. Hai in lui quella particolare fiducia che nasce dalla consapevolezza di un’insanabile asimmetria di conoscenza e di potere.

Il medico al quale rivolgi la tua attenzione potrebbe invece aver fatto proprio qual cambiamento che Kant dichiarava proprio dello spirito dell’Illuminismo, coincidente con l’uscita da una “minorità non dovuta” (anche se in medicina ha avuto luogo un paio di secoli dopo rispetto ad altre forme di vita sociale). Non solo questo medico ti ascolta; verifica con te come hai recepito le informazioni che ti ha dato sul tuo stato di salute; ancor più: ritiene che la buona medicina si faccia in due, mettendo insieme la sua competenza e la tua narrazione. E se l’accordo non è spontaneo, è disposto a negoziare.

È questo il modello di medico di cui ti vuoi fidare? Impossibile avere le statistiche di quanti professionisti abbiano fatto proprio questo quadro di valori, che la cultura contemporanea ha proposto sotto la spinta della bioetica. È tuttavia un rapporto pienamente legittimato, che non ha sostituito altri rapporti e convive con essi. Il campionario è ben più vasto di quello schematizzato nella nostra ipotesi. E pone a ognuno la sfida di indovinare quale modello abbia fatto proprio il medico in cui si imbatte. Non potendogli rivolgere domande dirette (“Scusi se mi permetto: dal punto di vista dell’etica medica, lei è tolemaico o copernicano?”), bisognerà ricorrere all’interpretazione di singoli tratti caratteristici. Come gestisce l’informazione, per esempio; o che spazio riserva alla narrazione che il malato fa del proprio vissuto di malattia. Per quanto variegate possano essere le modalità di rapporto che traggono linfa dal passato, non è ancora tutto. Abbiamo davanti a noi il futuro, con novità in gestazione; all’orizzonte si affaccia qualcosa che nutre una speranza più grande.

Per identificare il medico in cui riporre la nostra fiducia, possiamo anche qui aggrapparci al titolo di un film memorabile: Speriamo che sia femmina. Nel film di Mario Monicelli (1986), esprime un augurio per la creatura in gestazione e una speranza per le donne, fatte incontrare dal destino in quella casa colonica toscana fuori mano, di liberarsi da quei maschi, pasticcioni, inaffidabili e ingombranti, con i quali avevano intrecciato le loro vite. Se la nostra attenzione si sposta sul Servizio sanitario nazionale, siamo di fronte non a un auspicio, ma a una certezza statistica: in tempi prevedibili la sanità sarà in mano alle donne. Lo dicono i numeri. Per limitarci al solo personale medico, il loro numero in Italia aumenta di anno in anno. Nella fascia di età 40-44 anni, le donne sono il 60% della categoria. Certo, l’ascesa verso i ruoli apicali è per lo più bloccata: un fenomeno che si riscontra anche negli ostacoli alla carriera universitaria. In Italia i direttori di Struttura Complessa sono per l’83,5 % maschi e solo il 16,5 % donne; nella sanità pubblica meno del 18 % di donne siedono nei tavoli decisionali di vertice riservati ai Direttori Generali. Ma, ancora una volta, i numeri guardano dalla parte delle donne: nei prossimi 3-4 anni avrà luogo il pensionamento in massa dei baby boomers e nel ricambio generazionale si apre la possibilità di sostituzione da parte delle donne.

Anagraficamente, dunque, la sanità sarà femmina; ma sarebbe un fallimento se le donne si limitassero a vestire i panni dei maschi, sedotte da un abito a taglia unica che apparentemente non fa discriminazioni. Dovranno indossare panni nuovi, non quelli che la cultura maschilista ha loro confezionato. In sanità come in altri ambiti. Non si tratta di un puro e semplice cambio di genere, con lo spostamento da quello maschile al femminile. L’esperienza ci dice che ci sono donne che hanno interiorizzato il modello maschile, per non parlare delle “yes women”. È molto di più: il cambio è radicato nel modello stesso di cura. È il modo di pensare la sanità implicato nel cambio di genere.

Siamo diventati dolorosamente consapevoli della necessità di questo cambiamento durante la pandemia di Covid-19. Le insufficienze del sistema non sono state casuali: sono l’onda lunga dell’aziendalizzazione che ha sancito il primato dell’economia, della politicizzazione della “governance”, della regionalizzazione del SSN, dell’ospedalocentrismo ai danni dei servizi territoriali. In questo contesto, un gruppo di donne, consapevoli che per esperienza e cultura sono portatrici di una concezione innovativa della cura, che si distacca da quella che abbiamo praticato durante la “normalità” e che è frutto della concezione della cura propria della mentalità maschile che l’ha partorita, si è assunto il compito di immaginare una diversa sanità. Animate dalla battagliera Sandra Marano (che chiama sé stessa non dottoressa ma “medica”; nel neologismo è già iscritto un programma di innovazione), delle professioniste sanitarie afferenti al sindacato ANAAO, insieme a insegnanti, architette e altre collaborazioni femminili, si sono riproposte di immaginare una diversa cura, nella pluralità dei suoi aspetti. Il risultato è sintetizzato nel libro: La sanità che vogliamo. Le cure orientate dalle donne, a cura di Sandra Morano (ed. Moretti & Vitali, 2021).

Con un lavoro metodico, sottogruppi di donne impegnate nella riflessione hanno preso in considerazione diversi aspetti in cui si articola il progetto: il passaggio dal governo clinico al governo delle donne; il ruolo del bilancio di genere; la sanità pubblica nei suoi rapporti con il privato; le cure territoriali orientate dalla sapienza femminile; il legame inscindibile tra sanità e scuola; il ridisegno delle RSA; il bisogno di ripensare l’architettura dei luoghi di cura. Quello che si propongono non è un salto in alto, magari abbinato al sogno di sfondare il soffitto di vetro, ma un salto in avanti. La progettazione è guidata da una rigorosa riflessione sul concetto di cura. Per evitare equivoci, nel libro si fa spesso ricorso al termine inglese “care”, che è più inclusivo di cura in italiano. In estrema sintesi, possiamo dire che la cura non va ridotta a terapia; e la terapia a sua volta non va ridotta a prestazione. Su questo orizzonte vediamo prender forma una sanità diversa, figlia di una pratica della cura di genere femminile.

Due punti fondamentali meritano una sottolineatura nell’ambizioso ripensamento del sistema delle cure. Anzitutto una rigorosa riflessione sul potere è trasversale a tutto il progetto. Lo raccogliamo dalla voce di una giovane ricercatrice, sulla base della propria esperienza:

In Medicina il potere era ben presente a definire una rigida gerarchia interna fatta di file e consuetudini e un approccio paternalistico con il paziente. In Università il potere aveva solitamente i capelli bianchi e il tono di chi non sbaglia mai, a volte aveva forma di donna e metteva i tacchi, ma non era meno tagliente. Mi stupiva che non si parlasse mai di modificare il modello dominante che rimaneva sempre esclusivo ed escludente, da subire, magari in disaccordo, se brave – meritevoli – da conquistare, oppure in alternativa da rifuggire ritirandosi dai luoghi delle decisioni.

Decidere di stare né dentro al modello dominante, marziale e maschile, né fuori o ai margini, ma di lottare per immaginarlo nuovo, può essere difficile, ma è l’unico passo possibile per una vera rivoluzione sociale.

È da questo cambio radicale nei rapporti di potere che ci aspettiamo un abbandono della gerarchia piramidale che ha tradizionalmente imperato in sanità – chiedere agli infermieri per documentazione… – e una modalità diversa di collaborazione tra professionisti delle cure. Anche il collegamento della salute come erogazione di servizi sanitari con la scuola e l’educazione, con la residenzialità per chi non è più autosufficiente, con le tematiche del Welfare dà concretezza al progetto. È il passaggio dal “Io curo” al “Noi curiamo”.

Una seconda considerazione è riservata alla terapia che le “mediche” immaginano per la sanità malata. Ben più che attuare sostituzioni di genere e aggiustamenti organizzativi, si tratta di intervenire nella formazione stessa dei professionisti, introducendo fin dall’inizio del percorso il respiro delle Humanities. Perché la cura come la conoscono le donne è un’attività a valenza umanistica. È un intento confortante per chi è costretto a constatare che la formazione continua rivolta ai sanitari ha per lo più il profilo di un rimedio da contrapporre a una de-formazione che ha avuto luogo fin dall’inizio. Per prevenire che il professionista acquisisca la fisionomia dell’erogatore di terapie – o, ancor peggio, del prescrittore – il gruppo delle donne che si sono assunte il compito di ripensare la pratica medica in modalità femminile auspicano che fin dall’inizio non si prenda la strada sbagliata. Pensiamo in questo senso all’importanza che la competenza comunicativa faccia parte del percorso formativo, invece di essere affidata alla buona volontà dei singoli professionisti. I quali escono dall’università sapendo tutto sulle cure mediche proprie della loro specialità, ma del tutto analfabeti riguardo all’ascolto, alle modalità di informazione e di comunicazione con il malato.

Si racconta che in Francia, durante un’assemblea del Parlamento, un deputato che intendeva prendere la difesa delle donne avesse affermato che, in fondo, tra uomini e donne c’è solo una piccola differenza. A questo punto l’assemblea sarebbe scattata in piedi gridando “Vive la différence!”. È il caso di applaudire alla differenza tra la sanità pensata e praticata dagli uomini e quella progettata dalle donne: una differenza non piccola, ma vistosissima. Una differenza sulla quale riversiamo le nostre più vive aspettative. Una differenza che merita l’investimento della nostra fiducia.

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