Il suicidio assistito valutato dal comitato etico

“Avevo paura di infilarmi nella mente di una persona che voleva morire”. È l’atteggiamento che Luigi Zoja attribuisce a uno psicanalista nel racconto “Perché vivere?” (Zoja: Dialoghi sul male, Einaudi 2022). Prima di tentare il suicidio, la sua giovane paziente aveva appunto lasciato un biglietto con quella domanda. Per lo specialista della psiche, addentrandosi nei meandri di ciò che giustifica il vivere o il morire il timore è lo stato d’animo appropriato. Il contrario è l’arroganza di chi considera la domanda già annullata in partenza dalle risposte che presume di possedere. Di questa sicurezza si nutre il fondamentalismo, sia religioso che politico. Invece che in punta di piedi, si avvicina a chi invoca la morte con il passo pesante dei propri scarponi ideologici.

È un ammonimento che riteniamo appropriato anche nell’ambito delle richieste di coloro che bussano alla porta della medicina per chiedere un aiuto non per continuare a vivere, ma per concludere la vita. Richieste di questo genere sono inevitabilmente divisive. Un eloquente resoconto letterario è offerto dalla scrittrice francese Emmanuelle Bernheim: È andato tutto bene (Einaudi 2015): un racconto nato dalla sua esperienza autobiografica. Il padre, colpito da un grave ictus e determinato a non convivere con la corporeità devastata che gli resta (“Non sono più io”), vuol andare in Svizzera per ottenere quel suicidio assistito che le leggi francesi proibiscono. Le due figlie sono perplesse: una è orientata a aiutarlo, l’altra considera la richiesta irricevibile. Quando, dopo perplessità e ripensamenti, il viaggio è organizzato, il progetto sembra precipitare: gli ambulanzieri che trasportano il malato, saputa la ragione del viaggio, si rifiutano di continuare a prestare la loro collaborazione; sono musulmani e la loro religione proibisce il suicidio. Narrativamente, un’efficace rappresentazione dei nodi a cui una richiesta di questo genere ci confronta. Per non parlare di quelli giuridici, medico-legali e relativi alla deontologia dei professionisti della cura. Come società italiana abbiamo iniziato il confronto che ci porterà a prendere decisioni appropriate in questi ambiti; per ora, sballottati da onde contrapposte, denunciamo per lo più un forte mal di mare.

Su questo scenario di fondo si inserisce un malessere supplementare per il ruolo non chiaro che in questo contesto viene attribuito a un organismo che la stampa denomina “comitato etico”. Forse è il caso di puntualizzare che nessuna istituzione, né religiosa né laica, può rivendicare il monopolio dell’etica. Ci sono diverse strutture che si presentano sotto questo nome: Comitato nazionale, Consulta, Commissioni regionali. Naturalmente neanche a loro compete di potersi appropriare dell’etica. La Corte Costituzionale ha lodevolmente stabilito, oltre a dei limiti, anche regole e procedure che legittimano il ricorso al suicidio medicalmente assistito. Siamo nell’ambito della legalità. Temiamo che, nella semplificazione dell’opinione pubblica, passi il messaggio che l’eticità di una procedura di questo genere nasca dalla legittimazione della procedura stessa, in quanto proveniente da un “comitato”. Semplificando:  “È etica, perché l’ha autorizzata un comitato”. In casi molto enfatizzati si è polemizzato sui ritardi del comitato nel dare il proprio responso a chi sollecitava il percorso verso il suicidio assistito. Si è attribuito al comitato il giudizio sull’appropriatezza della richiesta, sul farmaco da somministrare e sulla compatibilità con un “contesto operativo decoroso”. I resoconti di stampa hanno lasciato trasparire un ruolo del comitato nel decidere ciò che è etico e ciò che non lo è.

In questo contesto è il caso di ricordare che il movimento della bioetica ha dato origine a due tipologie distinte di comitati, che si sono autodenominati “etici” (sarebbe più corretto dire “per l’etica”): quelli costituiti per dare sostegno e consulenza nelle situazioni cliniche perplesse, dove incombono decisioni conflittuali e il punto di vista del clinico ha bisogno di confrontarsi, dialogando, con prospettive alimentate dalle medical humanities;  e comitati che sovrintendono la pratica delle sperimentazioni e della ricerca biomedica. Non solo l’ambito di intervento è diverso: anche la metodologia e il peso decisionale si differenziano. Mentre i comitati etici per la ricerca hanno anche funzione amministrativa – e quindi possono bloccare il percorso di una sperimentazione che contrasti con i valori e le regole a cui la ricerca scientifica è sottoposta – niente di tutto ciò è attribuibile a un organismo che si prospetta come luogo di dialogo. I comitati etici per la pratica clinica infatti sono stati pensati come luoghi di confronto e di consulenza, non come organismi che distribuiscano patenti di eticità. La consulenza che possono offrire è utile, spesso preziosa; ma senza sostituirsi al giudizio etico e alla coscienza dei cittadini e dei professionisti che si trovano sul crinale di drammatiche decisioni. Non suppliscono la decisione del professionista, né si sostituiscono alla sua valutazione di che cosa è appropriato fare (in modo semplificato: si può fare perché lo ha deciso il comitato etico…). I comitati invocati per prendere decisioni nell’ambito della richiesta di suicidio assistito non sembrano rispondere né all’uno, né all’altro profilo. I resoconti della stampa tendono ad attribuire loro un ruolo decisionale che non stentiamo a qualificare come arbitrario, come se fossero dotati di un monopolio dell’etica e fossero chiamati a far cadere giudizi su ciò che è conforme o difforme all’etica stessa.

Accondiscendere alla richiesta di un suicidio medicalmente assistito è e rimarrà una situazione densa di acuminati conflitti. Non cerchiamo indebite scorciatoie inventando comitati che, in nome dell’etica, si assumano il peso delle decisioni. Proprio perché abbiamo un’alta concezione dell’etica vogliamo evitare di ridurla all’adesione a una misura giuridico-amministrativa, gestita da un organismo cui attribuiamo la qualifica di “etico”.

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