Il volontariato, patrimonio dell’umanità

Tutti conoscono quei beni che hanno acquisito la qualifica di Patrimonio dell’Umanità e sono tutelati dall’Unesco: i trulli di Alberobello – per dire – e l’area archeologica di Pompei in Italia, così come le piramidi di Giza in Egitto e la grande muraglia in Cina. Meno noto è che l’Unesco i è assunto anche la tutela di un patrimonio culturale immateriale che si trasmette tra le generazioni. Si tratta di quei beni che conferiscono a una comunità un senso di identità e di continuità. Patrimonio culturale non sono, quindi, solo monumenti e oggetti, ma anche le tradizioni vive trasmesse dalle generazioni passate. In questo elenco troviamo, ad esempio, il canto a tenore sardo e la dieta mediterranea.

È interessante registrare una vivace campagna che mira a candidare il volontariato per far parte del patrimonio immateriale. Parallelamente è nata la proposta che il 2022 sia proclamato in Italia come l’anno del volontariato. Prendendo in mano il libro curato da Tiziano Vecchiato: L’azione volontaria. Dono fraternità bellezza sociale (Il Mulino, Bologna 2021) è bene tener presente questo scenario globale che colloca il volontariato, più che sull’orlo di una strada dove il Buon Samaritano soccorre lo sventurato vittima dei briganti, nel cuore pulsante delle migliori tradizioni umane; considerando al tempo stesso questa preziosa risorsa come la leva robusta per uno sviluppo equo e sostenibile. L’orchestrazione delle numerose voci che contribuiscono alla riflessione è saldamente in mano a Tiziano Vecchiato, presidente della fondazione Zancan di Padova, che da anni ha nella sua agenda la lotta alle inequità dovute alla disparità sociale e la promozione del terzo settore nella vita del nostro paese.

La prospettiva dei saggi raccolti nel volume è duplice: guardare retrospettivamente a quanto è stato fatto tramite il volontariato nell’ambito del welfare e riprogettare il futuro. Anche tenendo conto delle carenze che la pandemia di Covid-19 ha fatto emergere. Basterebbe in questa prospettiva considerare le sacche di povertà che sono emerse nella nostra società. Oltre che i nuovi poveri, bisognerà affrontare la radicale revisione di vita che ci viene richiesta nelle nostre città, rimodulando il rapporto tra giustizia sociale, lavoro e scuola. Quanto dire che la pandemia attuale costituirà un enorme campo di lavoro per il futuro volontariato. Soprattutto questo è destinato a essere la spina dorsale del difficile passaggio dall’io al noi, ovvero da pratiche conflittuali e demolitive a pratiche solidali.

Adottando la strategia di prendere la rincorsa per saltare meglio, il libro rilegge il pensiero e le proposte   di chi nel recente passato si è fatto promotore dell’azione volontaria. Chi ha memoria di pionieri e profeti di questo settore ritrova con piacere testimonianze sia di personalità provenienti dal mondo religioso – come mons. Tonino Bello e don Giovanni Nervo – sia dalla compagine laica – come Luciano Tavazza, di cui rileggiamo che fare gratis è bello e che tramite il volontariato il cittadino è messo in grado di intervenire là dove lo Stato si arrende -.

L’ideale centro di gravità del libro è costituito dalla Carta dei valori, nata da un percorso di riflessione durato diversi mesi. Al suo inizio possiamo collocare il discorso con cui il presidente Mattarella nel 2020 a Padova definiva il volontariato “un’energia irrinunciabile della società”, di cui proprio la pandemia ci aveva fatto prendere consapevolezza. Nei mesi seguenti un variegato gruppo di persone, tra le quali molti giovani, ha riflettuto sulle pratiche di solidarietà sociale come condizione necessaria per vivificare i sentieri della democrazia, immaginando il futuro del volontariato. Di questa riflessione partecipata è frutto la Carta dei valori dell’azione volontaria.

Questo documento merita una particolare attenzione non solo per i contenuti, ma anche per la forma originale. È stato immaginato come un dialogo in cui i valori sono stati confrontati con le fonti: la giustizia con la Costituzione, la carità con l’insegnamento di san Paolo, la fraternità con il magistero di papa Francesco. A concludere, un dialogo tra le generazioni, sullo sfondo di un futuro sociale da costruire insieme, sulla base della lezione di Janusz Korczak ai bambini del ghetto di Varsavia. Nell’incubo della persecuzione nazista, il grande pedagogista polacco seguì i “suoi” bambini, raccolti nell’orfanotrofio, fino al loro sterminio avvenuto a Treblinka, dove egli stesso fu vittima della shoah. Anche in quello scenario Korczak non cessa di progettare un nuovo ordine del mondo. Niente di analogo ai nostri giorni, per quanto possa essere dipinto in nero il periodo che stiamo attraversando. Tuttavia il cardine di ogni disegno del futuro resta lo stesso: puntare sulle nuove generazioni. E sul legame che tra gli esseri umani prende forma nell’azione volontaria. “Vogliamo superare i diritti senza i doveri e costruire una società dove tutti possano contribuire al bene di tutti”: è il progetto che la Carta mette in bocca ai giovani, proiettati verso quel futuro che prende forma dalla solidarietà vissuta. Si tratta di “speranza e futuro per tutti”, come conclude Tiziano Vecchiato, additando in modo convincente il ruolo che l’azione volontaria è destinato a svolgere nella società che sogniamo.

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