In punta di piedi, protesi verso la grande salute

Le hai viste più di una volta. “Figure ambigue”, vengono chiamate. A lezione di psicologia della percezione sono proposte come la prova lampante che gli stimoli percettivi non si presentano ai nostri occhi in maniera caotica, ma sono preselezionati in figure definite, chiamate Gestalt, cioè “forma”, con il termine tecnico tedesco. La più classica delle organizzazioni percettive è la differenziazione tra figura e sfondo. Se degli stimoli si presentano come figura, gli altri recedono sullo sfondo; inversamente, quando lo sfondo diventa figura, ciò che prima costituiva la figura si dissolve, assumendo la funzione di sfondo.

 

Per un po’ queste figure ti hanno divertito; soprattutto per la loro capacità di sottrarsi al controllo volontario: figura e sfondo – a cominciare dalla più inflazionata delle figure ambigue: il vaso e/o i doppi profili contrapposti – si alternano ritmicamente. Non li si può vedere contemporaneamente, ma una forma si sostituisce all’altra, in funzione di figura, affidando alla figura precedente la funzione di sfondo. Diverte anche in alcune di queste figure l’incapacità di qualcuno, malgrado un’applicazione determinata, di riuscire a percepire la figura nascosta. Segno di una certa rigidità psicologica? Lasciamo l’interpretazione agli esperti… Finché il salto tra figura e sfondo inaspettatamente si realizza, accompagnato da un’esclamazione di sorpresa. Non a caso queste esperienze nel linguaggio tecnico della psicologia della Gestalt vengono chiamate, con terminologia tedesca, “Aha Erlebnisse”, ovvero vissuti che provocano un improvviso riconoscimento di forme e connessioni, analogamente all’intuizione che ci fa apparire, inaspettatamente, la soluzione di un problema e strappa un Ah di sorpresa.

Ma forse a questo punto sotto il divertimento ha fatto capolino una certa inquietudine. Perché ci rendiamo conto che la realtà davanti ai nostri occhi, nonché l’architettura delle nostre esperienze e la nostra esistenza stessa, vengono strutturati a priori in forme che condizionano ciò che percepiamo. Affiora la consapevolezza che vediamo il mondo in un certo modo predeterminato: ciò che percepiamo, ciò che si presenta sul palcoscenico delle nostre emozioni obbedisce a un raffinato – e per lo più inconsapevole – gioco di rapporti tra figura e sfondo. È questo gioco che guida le nostre percezioni.

Ci sentiamo indotti ad applicare questa intuizione al nostro rapporto con la salute. In questo ambito la strutturazione figura/sfondo è inevitabilmente veicolata dalla contrapposizione salute/malattia. Quando la salute è la figura, la malattia diventa l’invisibile sfondo. Non a caso, la salute è stata anche definita come “silenzio degli organi”: quando siamo sani, gli organi tacciono; neppure avvertiamo la loro presenza. Inversamente, quando la patologia si impone come figura, la salute recede. È presente come ricordo, o come aspirazione a “tornare come prima” (che gli antichi chiamavano restitutio ad integrum).

Questo schematismo non è a qualificazione univoca, nel senso che la salute come figura sia positiva e il ruolo di figura attribuito alla malattia sia negativo. Talvolta la salute/figura può diventare ossessiva; l’accrescimento della salute e del benessere psicofisico diventa allora l’obiettivo stesso della vita e monopolizza tutta l’attenzione. Quando poi la preoccupazione dominante diventa quella di eliminare – con la chirurgia estetica ed altri trattamenti – i segni dell’età che avanza, la fissazione sulla salute, come ideale fuori del tempo, assume tratti caricaturali. Anche la malattia può assumere il ruolo fisso di figura, relegando la salute a fare da sfondo. In questo quadro dominano la scena le persone ipocondriache e quelle che rimangono prigioniere dello sconvolgimento provocato dalla malattia. Anche in condizioni di salute si può essere orientati verso la malattia: basta pensare al ruolo che hanno la medicina preventiva e le diagnosi precoci. Questo per dire che il campionario dei comportamenti in questo ambito è molto vario. Ma rimane fondamentale il ruolo che attribuiamo al modello binario salute/malattia nel loro reciproco rapporto di figura/sfondo. Si condizionano reciprocamente e possono diventare la struttura primaria che dà forma alla vita, senza che ne diventiamo consapevoli.

La consapevolezza invece ci induce a domandarci: è possibile evadere da questa gabbia percettiva binaria? È una sfida difficile, ma il guadagno è molto promettente. Il primo passo consiste nell’uscire dalla griglia dualistica che articola salute e malattia, rispettivamente, come figura e come sfondo che si escludono reciprocamente. Manteniamo pure il riferimento alla salute, ma osiamo distaccarci da essa come opposta alla malattia. Ci viene incontro Friedrich Nietzsche suggerendoci di prendere come stella polare di riferimento la Grande Salute. Questa include – nelle parole del filosofo – “l’energia spumeggiante e l’allegria dello spirito”; ma sa anche prendere su di sé, superare e trasformare in salute quanto di malato ci viene incontro nel percorso vitale. Include il vitalismo, ma lo trascende. La Grande Salute è, in definitiva, la nostra vita stessa in quanto processo di autorealizzazione e trascendimento. Coincide con la dimensione trans-personale dell’esistenza, direbbero i cultori della psicologia umanistica. Altri la chiamano spiritualità. L’orientamento verso la Grande Salute ci induce a cercare la salute al di fuori dell’ambito che si oppone alla malattia: nel nostro modo stesso di stare sulla terra, di dare struttura e senso alla nostra vita, nel delineare i confini e tendere a superarli.

Questo tendere verso l’alto abbraccia la nostra vita nella sua interezza. E non esclude la sua conclusione: sì, paradossalmente ci sono modi di morire che sono in armonia con la Grande Salute. Ciò non vuol dire che rinunciamo a curarci quando la malattia o la decadenza fisica ci colpiscono. Né ignoriamo le grandi scelte di natura etica che incombono sullo scenario della cura: optare per la quantità o per la qualità della vita; decidere quanto sia il peso della cura che possiamo caricare sulle spalle di familiari e caregiver; desistere da un’ostinazione terapeutica irragionevole e aprirsi a una cura in modalità palliativa. Tutta la riflessione che si è accumulata sulla cura, sulle sue dimensioni antropologiche ed etiche che sono cambiate con la modernità, deve restare in evidenza. Solo la prospettiva di fondo si sottrae allo schema salute vs. malattia, abbracciando tutt’e due con uno sguardo unico. La Grande salute tiene insieme l’intero progetto della nostra vita. È quella che alla fine ci fa dire che, sebbene “creature d’un giorno” (Pindaro), abbiamo dato corpo a un’esistenza umana pienamente realizzata, alzandoci sulla terra sulla punta dei piedi.

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