La cura come lavoro di tessitura: l’ordito e la trama

“Seguire il filo del racconto”; “Avere pensieri aggrovigliati”; “Tramare un imbroglio”: che cosa hanno in comune questi modi di dire colloquiali? Il fatto di far riferimento, sottotraccia, alla metafora della tessitura. La storica della filosofia Francesca Rigotti nel saggio: Il filo del pensiero. Tessere, scrivere, pensare (Orthotes ed. 2021) ha analizzato i numerosi ambiti della nostra vita sociale nei quali questa metafora ci soccorre. Ancor più: nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2020 papa Francesco amplia ulteriormente l’orizzonte e fa della narrazione, intesa come intreccio di parole, lo strumento fondamentale per creare società e vicinanza. E bellezza. In definitiva, salvezza (Papa Francesco: La tessitura del mondo, Libreria Editrice Vaticana, 2022).

Se la metafora della tessitura può essere estesa fino all’orizzonte della salvezza, risalta ancor più vistosamente la sua assenza nell’ambito della cura della salute. In passato, quando abbiamo pensato alle relazioni cura non abbiamo bussato alla porta di questa immagine. Non per caso: tradizionalmente la cura, tanto quella professionale quanto quella dell’ambito domestico, era modellata come un rapporto di paternalismo benevolo, che muove il curante verso chi ha bisogno. Il curante eroga, la persona curata riceve le cure. Questo modello asimmetrico, che ha attraversato i secoli, è entrato in fibrillazione con l’entrata della modernità in medicina. Nel cambio di paradigma a cui stiamo assistendo tra chi eroga le cure e chi le riceve vige un rapporto diverso. La metafora della tessitura ci provoca a rimettere in discussione la nozione stessa di cura: non qualcosa che si riceve passivamente, ma una co-costruzione, all’interno di un rapporto. La cura si pratica non su qualcuno, ma con qualcuno.

Anche chi non si è mai seduto dietro un telaio sa che la tessitura richiede l’incontro di fili che si presentano contrapposti: l’ordito e la trama. L’intreccio dell’ordito e della trama è quanto mai a appropriato a rappresentare i rapporti di cura come li auspica la medicina dei nostri giorni. È il percorso della spola che si intreccia con i fili dell’ordito che produce il disegno della tela. L’ordito in questo caso è rappresentato da ciò che fornisce colui che richiede le cure stesse. Ci riferiamo alle attese, alla disposizione interiore di colui che riceve i trattamenti, alla volontà stessa di partecipare alla cura in modo attivo o passivo, consapevole o spento.

Dalla filatura di un solo filamento di pensiero la metafora della tessitura, che fa incontrare ordito e trama, ci conduce all’intreccio: l’intersecarsi del filo della trama tra quelli dell’ordito, per dare origine al disegno sulla tela. Fili, nodi, vuoti, parole, silenzi, intrecci: anche la pratica della conversazione nel contesto clinico rimanda alla tessitura. Basti pensare alla complessità insita nel condividere l’incertezza, che accompagna costantemente la pratica della cura. È la grande novità introdotta dalla medicina dei nostri giorni: la Buona Cura ha bisogno di parole. Non le buone parole del conforto, ma le parole oneste e attendibili, che mettano la persona che riceve le cure in condizione – se vuole – di essere protagonista consapevole delle sue scelte. Una conversazione che esige preliminarmente l’ascolto, che la metafora della tessitura ci aiuta a interpretare come un discernimento dell’ordito con cui la persona malata si dispone a incontrare la trama delle cure proposte dal curante.

Le narrazioni, facendo emergere gli intrecci che costituiscono il rapporto di cura, permettono di recuperare l’idea di complessità che è propria della cura stessa. È una considerazione da proporre a quei clinici che pretendono di ridurre la medicina richiesta dal nostro tempo al rapporto autoritario e unilaterale del passato, più una firma sotto un modulo di consenso informato.

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