Morire da idiota

Darsi dello stupido da solo; e per di più riferendosi al proprio modo di andare incontro alla morte: non capita spesso di sentirlo. Lo ha fatto invece Thycho Brahe. “È vissuto come un saggio, è morto come un idiota”: è l’epitaffio che ha proposto per la propria tomba. Il famoso astronomo (1546-1601) si trovava sul letto di morte per una questione di buone maniere. Aveva rinunciato di allontanarsi da un banchetto in presenza del sovrano, pur avendo la necessità di soddisfare una necessità corporale; aveva così contratto un blocco urinario, che risultò fatale. Lo scherno autoironico dell’astronomo oggi tende a riversarsi sugli altri, diventando un insulto compiaciuto. La morte da idiota è quella che si sente attribuire ai no-vax e ai no-covid, che contraggono il virus e soccombono, da parte di coloro che invece alla vaccinazione hanno aderito.

Siamo ben oltre al fenomeno dell’incomunicabilità sociale tra gruppi, chiusi ognuno nella propria bolla, che hanno perso ogni speranza di intendersi con chi è di opinione diversa. Molte frequentazioni – per non dire di amicizie – si sono sgretolate sul fronte delle vaccinazioni. Stanche di condurre discorsi paralleli, che non si incontrano mai, e di portare argomentazioni che non scalfiscono convinzioni profonde, non poche persone hanno smesso di parlarsi. Il tema pandemia e misure di contenimento tra di loro è diventato tabù. E persone vaccinate hanno deciso di evitare sistematicamente di avere contatti con chi si ostina in una posizione antivaccinale: per proteggere sé stessi, certo; ma anche per l’esasperazione di un confronto che non arriva a modificare alcune delle posizioni preventivamente assunte. 

L’erosione dei rapporti è arrivata all’interno delle famiglie. La televisione tedesca ha dato vita a una serie, intitolata “Pecore dormienti” (in tedesco: Schlafschafe). Con questo appellativo gli irriducibili oppositori del pensiero dominante e dei comportamenti socialmente richiesti designano coloro che ad essi si adeguano. Li accusano di dormire in piedi, seguendo come pecore quello che i “sospettosi”, come li ha chiamati Silvia Bencivelli (1), ritengono un comportamento irresponsabile, perché indotto remotamente da forze oscure. Bisogna riconoscere che espressioni come “immunità di gregge” sembra fatta apposta per accreditare questa qualifica. Nella serie in questione una giovane famiglia – una coppia con un bambino di sei anni – è su posizioni opposte nella valutazione della pandemia e sul ricorso alla mascherina. La moglie, che frequenta siti internet cospirazionisti, si contrappone al marito, allineato con il pensiero mainstream. Dopo tentativi infruttuosi di intendersi e di arrivare a compromessi, sono costretti a lasciarsi.

Un’altra evidente spaccatura nelle famiglie è quella che si verifica quando i figli hanno opinioni divergenti da quelle dei genitori rispetto alla vaccinazione anticovid. Di recente è stato espresso un parere da parte del Comitato Nazionale per la Bioetica: Vaccini e adolescenti (30 luglio 2021). Quando i “grandi minori” (12-18 anni) hanno posizioni che non coincidono con quelle dei genitori rispetto alla vaccinazione, piuttosto che ricorrere all’obbligo si propone di cercare di raggiungere un consenso all’inoculazione in modo dialogico. Nei casi più conflittuali il CNB ritiene opportuno l’eventuale intervento del comitato etico dell’ospedale. Resta il fatto che cercare di raggiungere posizioni condivise in un argomento così polarizzante resta un auspicio utopistico. Piuttosto, gli insulti volano. Ai vivi e ai morti. Come, appunto, il commento acido che sono morti da stupidi: è la qualifica che si sente da parte di coloro che aderiscono alle vaccinazioni, riservata ai no-vax ai quali capita di rimanere vittime della pandemia.

Non è solo la fine del dialogo e la morte della “civiltà della conversazione”, per riferirci a un celebre saggio di Benedetta Craveri dedicato a un’epoca storica in Francia, antecedente al periodo in cui sarà la ghigliottina a decidere quali opinioni avessero il diritto di cittadinanza (2). Siamo arrivati agli insulti tra fazioni diverse. Ancor più: stiamo approdando, senza pudore, a quello stato d’animo che si qualifica con l’espressione tedesca Schadenfreude. È singolare il fatto che, in italiano come in altre lingue, il termine non sia stato tradotto. Lo studio più approfondito, dal punto di vista psicologico, sociale, filosofico e letterario, è stato condotto da studiosi olandesi, che come noi non hanno l’equivalente nel loro vocabolario (3). Eppure, quando ci viene spiegato il particolare stato emotivo al quale si fa riferimento, non vi è chi non lo riconosca: anche se la propria lingua e cultura non hanno isolato quella particolare categoria, il piacere (in tedesco: Freude, gioia) che può causarci un danno altrui (Schaden) è uno stato emotivo molto diffuso. Non c’è dubbio: la Schadenfreude passa per la mente di molti su tutto il globo, ogni giorno.

Moralmente lo si può anche ritenere censurabile (“Un uomo che gode della sfortuna altrui non è un uomo buono”, afferma un proverbio spagnolo). Oppure si può andare a scovare il senso di giustizia nascosto in questo stato d’animo, quando si ha la sensazione che il danno subito dall’altro abbia ripianato uno squilibrio e “giustizia sia stata fatta”. Resta il fatto che, nell’ambito delle divergenze relative alla protezione dal virus tramite la vaccinazione, la gioia maligna diventa lo stato d’animo suscitato dal danno che colpisce chi è considerato un avversario perché sostiene una posizione che non si condivide e si ritiene che il proprio male se lo sia andato a cercare. Siamo quindi alla soddisfazione per i no-vax che vanno a finire in terapia intensiva o muoiono da stupidi. Il virus dell’intolleranza trae nutrimento da quello pandemico. Il coronavirus non distrugge solo l’apparato respiratorio, ma anche il sistema di valori che ci tiene insieme nella vita sociale. 

Se c’è un territorio nel quale ci dobbiamo impegnare a non riconoscere nessun diritto di cittadinanza alla Schadenfreude è quello sanitario. Non per motivi etici, ovvero perché riteniamo quel sentimento indegno di una persona corretta. La soddisfazione per la pandemia che ha colpito chi la negava e aveva rifiutato di proteggere sé e gli altri deve essere bandita dall’ambito clinico per motivi deontologici. Se la soddisfazione maligna per la disgrazia altruisi installasse nella relazione terapeutica, andrebbe annoverata tra i danni più gravi causati dal virus. Compromettendo la deontologia, affonderebbe la professionalità di coloro che erogano le cure. Il riferimento è alle regole, più o meno esplicite, che tengono insieme curanti e malati; è il loro rispetto che mantiene viva la fiducia di coloro che si affidano ai terapeuti.

Chi esercita una professione di cura si impegna a far proprie delle regole che tengono fuori la valutazione personale dal rapporto terapeutico. Medici e infermieri implicitamente promettono che, in quanto professionisti, valuteranno solo il bisogno, non meriti o demeriti riguardo alla propria salute di coloro che ricorrono al loro aiuto. Nel rapporto terapeutico il ruolo sociale e la stessa qualità morale della persona che riceve le cure va messa sistematicamente tra parentesi: il cittadino importante come quello insignificante, la persona buona come quella spregevole, quella grata come quella egoista, hanno ugualmente diritto alle cure appropriate. Ciò vuol dire, in concreto, che coloro che il danno alla salute se lo sono procurato con il proprio comportamento non riceveranno un trattamento diverso da coloro che rispetto alla malattia sono vittime, non artefici del proprio male. La gioia maligna per ciò che è loro capitato deve essere assolutamente bandita. Anche nella forma più blanda, che si esprime nella soddisfazione di aver avuto ragione.

Psicologicamente resistere alla Schadenfreude può essere una sfida difficile. Proprio per non soccombere ad essa, ci sono professionisti sanitari che dichiarano di astenersi dal chiedere ai malati dettagli sulla loro non vaccinazione: evitano così quelle contrapposizioni dalle quali potrebbe trarre alimento la Schadenfreude. La neutralità che la corretta deontologia richiede nell’ambito della cura è uno degli aspetti di eccellenza della professione terapeutica. Dobbiamo a ogni costo difendere la medicina dall’inquinamento di ostilità crescente che sta contaminando la nostra cultura. Almeno al letto del malato sia messa al bando ogni espressione di compiacimento per le sventure altrui. Anche di chi se le è procurate con la propria imprevidenza.  

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1. Silvia Bencivelli: Sospettosi. Noi e i nostri dubbi sulla scienza, Einaudi, Torino 2019.
  2. Benedetta Craveri: La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano 2001.  
  3. Wilco W. van Dijk e Jaap W. Ouwerkerk: Schadenfreude. Il piacere per le disgrazie altrui, tr. it. Edra, Milano 2016.

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