Professionisti della cura si diventa

La questione della giusta distanza dal dolore delle persone che curano è il centro di gravità della corretta relazione terapeutica che tutti i professionisti devono porsi. È un apprendimento che non finisce mai, ma che ha una rilevanza strategica soprattutto all’inizio della pratica professionale, conclusi gli studi di natura cognitiva.

Il percorso di professionalizzazione nella cura

“E il modo ancor mi offende”: siamo in molti a far nostra la reazione di Francesca da Rimini, riferendola al modo in cui sono stati trattati alcuni studenti di medicina da parte di Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca. In risposta al loro tentativo di mettere in discussione il percorso che seleziona gli aspiranti ad accedere alla formazione in medicina, sono stati derisi e insultati come “inutili”. Non mancano docce gelate su coloro che si orientano verso le professioni di cura: per rimanere nella cronaca dei nostri giorni, pensiamo alla destinazione dell’Albania per un gruppo di studenti di medicina di Tor Vergata, con l’incubo di tasse universitarie accessibili solo ai privilegiati. Certo, circola anche la buona notizia che il governo intende mettere mano a una ristrutturazione del sistema sanitario (“Misure per la revisione del modello organizzativo del SSN”, proposte dal ministro Squillaci). Ma è l’insieme del percorso di formazione che sembra sfuggire alla nostra attenzione.

La discussione si è focalizzata sul test destinato alla prima scrematura degli aspiranti futuri medici, centrato su conoscenze delle più hard delle scienze esatte: fisica, chimica e biologia. A prescindere dal giudizio che possiamo dare sul fissare in questi termini il punto di partenza, è il percorso di formazione nella sua globalità che sembra sfuggire alla considerazione. Questo non è solo il frutto di conoscenze acquisite con studi universitari, tanto più se limitati solo alle scienze naturali e indifferenti alle Medical Humanities. Richiede un impegno lungo e articolato, centrato sul nuovo profilo che deve avere il professionista della cura nel contesto sociale dei nostri giorni.

Una illustrazione convincente di quanta strada deve fare chi si orienta verso una professione di cura è fornita dalla serie televisiva francese: Ippocrate. Specializzandi in corsia. La sentenza di un primario: “Professionisti non si nasce: si diventa”, rivolta a una giovane dottoressa che deve apprendere che il triage non si fa seguendo le emozioni del cuore, ma le regole deontologiche, sintetizza efficacemente il processo di professionalizzazione. Per renderci conto di che cosa significa diventare professionisti della cura, immaginiamo di rendere loro visita nella situazione di maggiore complessità dove possono trovarsi a operare: quando le cure vengono erogate in Pronto soccorso.

Quando la cura assedia i curanti 

I cittadini conoscono ciò che accade negli ambienti di cura. Specialmente nei Pronto soccorso, che dell’ospedale è per lo più la porta di ingresso. I Pronto soccorso sono anche troppo familiari, perché sono frequentati molto più del necessario, a causa delle disfunzioni della medicina del territorio. Se qualcuno, tuttavia, desiderasse averne una conoscenza più approfondita, senza sperimentarla sulla propria pelle, non ha che da prendere in mano il libro di Giorgia Protti: La giusta distanza dal male (1). Si presenta come romanzo, ma non abbiamo difficoltà a catalogarlo come appartenente alla vasta schiera dei “misery report”, ovvero di quei racconti del dolore dove si riversa il vissuto di chi è costretto ad attraversare lo spinoso territorio della cura. Il questo caso la narrazione non è quella di un malato, bensì del curante.

L’autrice dichiara di aver lavorato per molti anni in un Pronto soccorso come medico e condivide con il lettore il suo vissuto. Descrive con precisione la quantità dei più disparati casi clinici che si affollano in quelle stanze e corridoi angusti e sintetizza la situazione del Pronto soccorso come “una valanga di odio, morte, dolore, rabbia, maleducazione, aggressività”. E la fatica che incombe sul curante: la spossatezza di turni massacranti per la scarsità endemica di personale; la difficoltà di comunicare diagnosi a prognosi infausta a malati che si presentano in Pronto soccorso con piccoli disturbi e si scoprono portatori di gravi patologie che spaccano la loro vita in un prima e in un dopo; soprattutto la lacerante informazione da dare ai parenti in attesa comunicando loro la morte del proprio caro, con parole oneste e vicinanza emotiva. Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sulla sua vita privata, minando le relazioni e creandole il vuoto attorno.

Come reagiscono i curanti alla sfida di praticare la medicina, giorno dopo giorno, in uno scenario così devastante? Non c’è un modo unico: ogni professionista assume un atteggiamento che col tempo diventa una postura. La scrittrice ne fornisce, con ironia, un ampio campionario: c’è chi si irrigidisce in modo difensivo (“un ectoplasma seduto dietro la scrivania, con le sembianze di un medico”); chi assume una flemma granitica (“siede al computer dritto come un fuso, imperturbabile, sordo e cieco al pandemonio che imperversa intorno a lui”); chi non ce la fa più (“la carica vitale ha lasciato il posto alla delusione, che l’ha ceduto alla rassegnazione, che si è evoluta in spersonalizzazione”).

Sopravvivere al lavoro professionale di cura è la grande scommessa: qualcuno sopravvive meglio, altri peggio, qualcuno non sopravvive. La disumanizzazione è dietro l’angolo e si concretizza nel trattar male chi sta male.

Il nucleo radioattivo del rapporto che si crea tra chi eroga professionalmente le cure e chi le riceve è quello costituito dal dolore di cui è impastata la patologia. In uno dei momenti di svolta del romanzo di Giorgia Protti la dottoressa protagonista, di fronte all’ennesimo caso angosciante – una giovane donna colpita da necrolisi epidermica tossica, che le devasta il volto in maniera irreversibile – formula la domanda: “Perché il male. Perché tutto questo male. Perché a lei”. È lo spunto che induce alla riflessione programmatica espressa dal titolo del libro: trovare la giusta distanza dal male. Più che una riflessione metafisico-religiosa, che si chiede da dove venga il male che sconvolge il modo e quale sia la responsabilità personale, qui si tratta soprattutto di stabilire la giusta distanza da quella lava incandescente di dolore che erutta dalle gravi patologie e soprattutto alla fine di tutto dalla morte. La distanza può essere troppa o troppo poca. La distanza dalla sofferenza di chi è colpito dalla malattia non può essere la stessa per chi la cura la esercita all’interno del legame di familiarità o intimità e per il professionista sanitario. Questi può essere così lontano da apparire indifferente – come il medico ectoplasma – o così vicino da lasciarsi bruciare.

La protagonista del romanzo fa più di una volta riferimento all’empatia. Dice che gliela hanno raccomandata nel percorso di formazione, ma senza darle indicazioni come tradurla in pratica (“Empatia: una dote necessaria per il buon medico, così ci insegnavano all’università. Peccato che poi nessuno mi abbia insegnato come maneggiarla”). Sente un confine sottile tra empatia e immedesimazione e l’istinto le dice di fare dietrofront, prima che sia troppo tardi. Dovrà chiudersi al dolore degli altri per salvarsi? Dichiara che, prima di imparare a proteggersi, ha dovuto strisciare nel fango della sofferenza, propria e altrui. La questione della giusta distanza dal dolore delle persone che curano è il centro di gravità della corretta relazione terapeutica che tutti i professionisti devono porsi. È un apprendimento che non finisce mai, ma che ha una rilevanza strategica soprattutto all’inizio della pratica professionale, conclusi gli studi di natura cognitiva.

Valorizzare la deontologia professionale

Più in generale, ci chiediamo: che cosa tiene insieme coloro che esercitano una professione di cura e le persone che fanno ricorso ai loro servizi? Possiamo pensare al diritto di essere curati; oppure alla bontà d’animo e alla disposizione filantropica dei curanti. La legge e l’etica hanno certo il loro ruolo. Ma tra di loro c’è una terza realtà, a cui di solito si presta poca attenzione. Ha nome deontologia professionale. La sua rilevanza appare minima, se confrontata con gli altri due sistemi di regole che predominano nel dibattito pubblico; eppure il suo ruolo è fondamentale nello scenario della cura. Può essere illuminante un riferimento che mutuiamo da un altro contesto. Nel poema Il portico della seconda virtù (2) Charles Péguy, parlando delle tre virtù teologali, rileva che la “piccola” speranza viene messa in ombra dalle due grandi sorelle: la fede e la carità. Invece è lei, che procede tra di loro, a portarle per mano. Qualcosa di analogo possiamo affermare per la deontologia, rispetto alle due grandi: la Legge e l’Etica. Quelle sono le sorelle maggiori, da scrivere in maiuscolo, rispetto all’insignificante deontologia, alla quale si affida tutt’al più un ruolo di second’ordine. Eppure, quando emergono questioni come quella della giusta distanza non rispetto alla patologia, ma alla sofferenza e alle emozioni che la patologia scatena nelle persone, ci rendiamo conto della sua centralità. La deontologia è tutt’altro che una serie di algide regole di stampo burocratico: ha a che fare con lo stile che deve assumere l’esercizio di una professione di cura per essere in sintonia con le esigenze culturali del nostro tempo.

Sicuramente la professionalità del curante del futuro non può essere un ricalco di quella del passato. Basta evocare il ruolo sociale diverso che ha il medico dei nostri giorni. La fiducia, basata da una parte su un giuramento e dall’altra su un abbandono fiducioso (“Doc, nelle tue mani”, per evocare il titolo di una serie medica italiana) è venuta meno. Bisognerà reinventarla. È senz’altro questo il percorso più difficile che dovrà affrontare la nuova professionalità della cura. Avrà bisogno di svilupparsi su due versanti, che possiamo chiamare rispettivamente dimensione architettonica e aspetto artigianale. Per strutturare architettonicamente la professione del curante sarà necessario predisporre misure giuridiche che garantiscano una relativa sicurezza. Se i professionisti vivono quotidianamente l’incubo di precipitare nell’abisso di procedimenti giudiziari e richieste di risarcimenti, con processi che possono stringere al collo un cappio angoscioso per una quantità indeterminata di anni, non possono che assumere posizioni difensive nei confronti delle persone che richiedono le cure. L’intangibilità che circondava il professionista del passato non è più proponibile; ma l’alternativa non può essere una vulnerabilità estrema. Alle misure architettoniche che deve affrontare la politica sono riconducibili anche tutte le condizioni – economiche e di programmazione, di stabilità e di carriera – che rendono la vita professionale in medicina appetibile. Altrimenti continueremo ad assistere all’esodo di giovani professionisti all’estero.

Nella dimensione artigianale della nuova fiducia – quella che è in mano ai professionisti stessi – confidiamo che acquisti spazio la cultura organizzativa. Bisogna imparare a lavorare insieme, professionisti di diverso profilo e specialità: ascoltarsi, rispettarsi, collaborare. Il peso della cura va distribuito equamente. Ma soprattutto sta nelle mani dei clinici la capacità di creare un rapporto terapeutico nuovo, che sappia investire di potere e di responsabilità non solo chi le cure le eroga, ma anche chi le riceve.

La professionalità del curante, così delineata, è una novità culturale: il professionista della cura del futuro dovrà avere un profilo diverso. Ci auguriamo che i professionisti in formazione sappiano accogliere e valorizzare il ruolo innovatore che riposa su di loro: senza polemica, dovranno essere professionisti diversi rispetto a quelli delle generazioni precedenti, anche di quelli eccellenti. Invece di svalutare i giovani che continuano, con felice ostinazione, a bussare alle porte delle professioni di cura, dovremmo dare loro fiducia e sostenerli nell’impegnativo percorso di formazione.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1. Giorgia Protti: La giusta distanza dal male, Einaudi, Torino 2025.
  2. Charles Péguy: Le porche du mystère de la deuxième vertu, in Œuvres poétiques complètes, Bibliothèque de la Pléiade, Paris 1957.

Articolo su Associazione Salute Internazionale

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