Ritratti: Il ritratto di Sandro Spinsanti

Lavoro e formazione professionale

– Nella formazione di un medico, contano i “Maestri”?

Non solo nella formazione del medico: è importante per tutti, qualunque sia il cammino professionale che si intraprende. Purché poi ci si impegni a superare il Maestro…: il parricidio (simbolico, eh!) rimane il segreto dell’avanzamento della conoscenza.

– Nella sua formazione, può dire di avere avuto un Maestro?

Io mi sono incamminato per una strada nuova, che si chiamava bioetica. In Italia non ho trovato maestri. Me li sono andati a cercare, soprattutto negli Stati Uniti. Dopo un’approfondita ricognizione sulla base di incontri personali, ho pubblicato un libro con 25 ritratti: “Bioetica. Biografie per una disciplina”. Ho scoperto che ognuno di loro si era inventato un percorso: era l’epoca dei pionieri. Considero quei pionieri i miei maestri.

– Qual è la maggiore soddisfazione da lei avuta nella vita professionale?

Il consenso informato: credo che con il mio impegno – unito a quelli di altri appassionati di etica – sia riuscito a far passare il messaggio, estraneo all’etica medica tradizionale, che il medico è tenuto a chiedere il consenso al malato, anche se è convinto che gli stia fornendo la terapia giusta.

– E la più grande delusione?

Il consenso informato, ovvero la sua traduzione in pratica tramite la modulistica che estorce il consenso, senza vera informazione. Quello che oggi è qualificato come consenso informato è una caricatura di ciò che intendevamo proporre sottolineando il valore dell’autonomia della persona malata nella pratica della medicina.

– Qual è la parte del suo lavoro più gratificante?

Proporre nella formazione il modello della buona medicina nei termini della bioetica e sentire il commento del professionista che esclama: “Sono 20 anni che praticavo la bioetica e non lo sapevo!”.

– E la più noiosa?

Fare formazione a chi ha già fatto proprio il modello. È come predicare ai convertiti.


Lettura o scrittura

– Come trova il tempo di scrivere?

Scrivere per me non è un di più: è parte essenziale del mio lavoro. La sfida è trovare il tempo per leggere. Soprattutto da quando la medicina narrativa è diventata di moda, sono sopraffatto da richieste di leggere resoconti di percorsi di malattia e di cura.  È piacevole e istruttivo. Ma rischia di diventare un compito immane seguire, oltre alla Evidence Based Medicine anche la crescita della Narrative Based Medicine.

– Quale libro ha sul comodino?

Le poesie di Wislawa Szymborska.

– Qual è l’ultimo libro che ha regalato?

Il titolo non lo posso dire. L’avevano regalato a me e non mi piaceva. L’ho rifilato a un amico per il compleanno (mi vergogno!).

– Il libro che vorrebbe portate su un’isola deserta?

“La ricerca del tempo perduto” di Proust. Forse, non avendo altro, mi deciderei di affrontalo: un impegno che rimando da decenni.

– I suoi scrittori preferiti?

Ne cito uno solo: Romain Gary. Chi non lo conosce si affretti a procurarsi uno dei suoi libri: uno qualsiasi. Ognuno è una provocazione e una scoperta.


Ricordi, passioni e…

– Qual è stato il suo primo “esame”?

Voglio ricordare quello per la cattedra di bioetica. Rigorosamente bocciato (neppure ammesso all’orale). Il pacco delle mie pubblicazioni ritirato successivamente intatto dai magazzini del ministero: i commissari devono aver preso la decisione senza esaminarle. Felice chiusura di un flirt con l’università. È incominciata così la stagione degli amori veri: la formazione e la divulgazione.

– Il più bel ricordo?

Il giorno del mio matrimonio. A Cleveland (Ohio), dove ero per un soggiorno di studio alla Cleveland Clinic: uno dei centri di eccellenza della medicina a livello mondiale, che aveva inserito la consulenza bioetica nella pratica clinica (da noi a malapena si conosceva il nome della bioetica,,,). Ero là per imparare, e credo di aver appreso molto. Ho colto l’occasione anche per sposarmi. Ricordo mia moglie e io, soli, davanti a un giudice, a scambiarci una promessa che dura da trent’anni. Poi a pranzo nel ristorante del museo. La libertà dalle convenzioni come stile di vita…

– Il compleanno più bello?

Il prossimo (purché ci sia!).

– Si mangia per sopravvivere o per godere?

Per goderci la sopravvivenza.

– Veg o carne?

Da diversi anni vegetariano. E mai pentito.

– Birra o vino?

E perché non l’una (d’estate) e l’altro (tutto l’anno)?


Curiosità

– I giornali li legge sulla carta o online?

Online. Ma alla domenica mi concedo gli insuperabili giornali di carta!

– Qual è la prima pagina che guarda sul giornale?

Gli spettacoli e i film.

– La televisione serve a guardare…

Le serie, una dopo l’altra.

– Chi le telefona più spesso?

Un call center per offrirmi un nuovo, favoloso, contratto telefonico.


Tempo libero

– Quale musica ascolta e dove?

Musica classica. A letto, come rito di accompagnamento al sonno. Ma che nostalgia dei concerti all’Auditorium di Roma e soprattutto del festival annuale di musica da camera a Mantova! Con la fine della pandemia anche la musica tornerà ad attraversare le nostre vite.

– Il suo film preferito?

“Blade runner” (o “C’era una volta in America”? Sono incerto…).

– Treno, auto o aereo?

Scherziamo?! Rigorosamente in lock down!

– Mare o montagna?

Campagna.

– La città italiana che più ama?

Matera.

– La città europea più bella?

Parigi (non c’è gara).

Aggiungi Commento