Morire in braccio alle grazie

Book Cover: Morire in braccio alle grazie

Sandro Spinsanti

Morire in braccio alle grazie

Una morte “graziosa”? Fra le tante quali cazioni con cui si suole indicare una morte auspicabile – indolore, dignitosa, umana ... – non appare l’aggettivo “graziosa”. Eppure un legame tra questi termini appare fondato se il riferimento è alle divinità che la mitologia greca ha posto a tutela della bellezza. Per quanto insolito e sorprendente, il percorso che accosta il senso della buona morte alle Grazie si rivela fecondo se ci si lascia guidare dai nomi delle tre Grazie e dai loro significati.

Eufrosine, Aglaia, Talia: saggezza, serenità, pienezza. E dunque: la morte può essere crescita? Si può morire in uno stato d’animo equilibrato, avvolti in un manto di serenità? Cosa può fare, o omettere di fare, la medicina per assicurarci una morte buona/degna/umana? È questa in concreto la sfida. Forte di una lunga pratica di ascolto dei bisogni espressi  dagli operatori delle cure palliative e facendosi accompagnare da

alcuni scrittori che hanno illuminato il tema, Sandro Spinsanti porta i lettori a riflettere sulle scelte relative alla morte invitandoli a riappropriarsene, rinunciando alle deleghe e alle complicità con chi si candida a decidere per noi. Una morte “graziosa”, in braccio alle Grazie, è possibile ed è il

supremo dono che la vita ci può offrire. Ma anche un compito spirituale e un impegno etico, se vogliamo promuovere una moderna cultura del vivere e del morire.

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La medicina vestita di narrazione

Book Cover: La medicina vestita di narrazione

Sandro Spinsanti

La medicina vestita di narrazione

Potendo scegliere tra un vestito prodotto in serie e uno su misura, così come lo può confezionare un bravo sarto, non avremmo dubbi.

La stessa preferenza possiamo trasporla alle cure mediche “sartoriali”, ovvero a quelle cure che rispettano il nostro profilo personale e non sono semplicemente uguali per tutti

Il diritto riconosce l'autonomia nella scelta delle cure; la bioetica promuove l'informazione e il consenso. Ma la chiave che apre la serratura di una medicina personalizzata si chiama narrazione.

Perché attraverso la narrazione si comprendono le vicende del corpo, dalla nascita alla morte e i tortuosi sentieri della cura acquistano il loro completo spessore solo quando sono illuminati dalle arti narrative.

Perché attraverso la narrazione si guarisce: chi si trova delocalizzato nella terra ignota della malattia trova nel racconto e nella condivisione del suo vissuto una risorsa per accedere alla Grande Salute.

Perché attraverso la narrazione ci si cura: la "medicina che conta” - quella di precisione - non è l'antagonista di quella che si serve dell'ascolto e della comunicazione.

Sono le due facce di un'unica medicina: la sola che la cultura del nostro tempo riconosce come “buona medicina”.

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Le norme morali delle religioni nell’orizzonte della bioetica

Book Cover: Le norme morali delle religioni nell'orizzonte della bioetica
Part of the Religioni e bioetica series:
  • Le norme morali delle religioni nell'orizzonte della bioetica

Sandro Spinsanti

LE NORME MORALI DELLE RELIGIONI NELL'ORIZZONTE DELLA BIOETICA

in Cuamm notizie

anno IX, n. 2, maggio-agosto 1994, pp. 7-11

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La complessità dei problemi connessi con la medicina tecnologica ha costretto l’etica a uscire dal suo astratto accademico e a occuparsi di problemi concreti. In altre parole, l'orizzonte della bioetica ha restituito all'etica la serietà e la rilevanza sociale che sembrara aver perduto. Qualcosa di analogo possiamo affermare circa le religioni. La stretta in cui si trova la vita sulla terra sembra fornire alle religioni un’opportunità insperata di essere presenti sulla scena del mondo. Il loro patrimonio di saggezza è ascoltato con una serietà che era data per scomparsa per sempre dopo il trionfo dell'Illuminismo. Il magistero morale delle religioni nell'ambito delle questioni collegate con l'etica della vita ha una risonanza che eccede ampiamente la cerchia dei fedeli. La Conferenza del Cairo è lì a dimostrarlo.

Ma si pone un quesito di fondo: meritano le religioni l’apertura di credito nei loro confronti che il mondo contemporaneo va loro facendo nelle problematiche della bioetica?

Questo articolo di Sandro Spinsanti, docente di Bioetica, ruota attorno a due temi principali: la definizione di bioetica e il rapporto della religione con l’etica “civile”.

La bioetica si occupa dei comportamenti nei confronti della vita, non più soltanto dei problemi medici; rientrano perciò nel suo campo anche i temi dello sviluppo demografico, discussi nella recente Conferenza del Cairo.

Partendo da questo evento, Spinsanti pone la questione della ricerca del consenso sui comportamenti (che ha luogo all’interno della bioetica) e perciò del rapporto della fede religiosa con l'etica civile, quest’ultima intesa come “minimo etico” che lo stato de ve esigere da tutti, ma proprio perciò definito con procedimenti partecipativi e democratici.

Dunque non “la verità” della fede, che nessuno può imporre alla coscienza umana, libera e capace di riconoscere la legge divina. Ma piuttosto la ricerca di livelli di consenso, da superare progressivamente attraverso il dibattito e l’educazione, senza costrizione.

Le riflessioni su tolleranza e fondamentalismo e la lettura “politica” della recente Enciclica “Veritatis Splendor” propongono spunti discutibili.

Ma sono importanti anche i contributi che non possiamo condividere del tutto, in quanto utili per approfondire e continuare il discorso.

P.C.

La conferenza dell’ONU su Popolazione e sviluppo, svoltasi al Cairo nel settembre scorso, ha agitato gli animi e sollevato forti passioni. L’immaginario collettivo è stato segnato da rappresentazioni sommarie degli eventi, modulate sullo schema di scontro tra sistemi ideologici: il papa contro Clinton, il Vaticano alleato all’Islam per dare scacco all'ONU, le religioni che si schierano contro la ragione, gli imperativi della morale difesi a prezzo delle sofferenze delle donne... È rimasto in tutti un retrogusto amaro per il dibattito che ha preceduto e accompagnato la conferenza, a causa di un uso disinvolto dell'informazione, che non ha permesso di elaborare delle opinioni in modo consono alla serietà della posta in gioco, che è la sopravvivenza stessa dell'umanità. È molto probabile che della conferenza stessa rimangano nella memoria solo le tracce del confronto/scontro tra le supreme istituzioni religiose e i vertici dell’organismo internazionale dell’ONU, invece che i risultati conseguiti nella volontà di tenere sotto contratto la crescita demografica, in modo che non pregiudichi lo sviluppo. In particolare, una connotazione negativa rischia di accompagnare la bioetica, come se questa fosse la versione moderna dell’intransigenza religiosa, in lotta perpetua contro il mondo vissuto nella prospettiva secolare. Ma è giusto questo ritratto della bioetica?

Gli orizzonti della bioetica

Utilizzando il vantaggio che offre la relativa lontananza cronologica della conferenza del Cairo, cerchiamo di elaborare qualche riflessione

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pacata sul ruolo che svolgono le religioni, con le loro prescrizioni morali volte a guidare il comportamento dei credenti, nella nuova ricerca di norme e regole rappresentata dalla bioetica. È diventato un uso linguistico accettato riferirsi all’insieme delle problematiche morali connesse con la cura e la promozione della vita servendosi del termine bioetica.

All’inizio degli anni Settanta, quando il termine fu coniato e furono delineati i primi contorni della disciplina, il centro di gravitazione era ancora costituito dalla tradizionale etica medica. Si trattava di delimitare consensualmente le procedure lecite da quelle illecite, in un contesto in cui l’impatto dirompente della tecnologia aveva modificato i contorni tradizionali dell’atto medico e la società pluralista non permetteva piú un allineamento su un sistema di valori morali omogeneo. Oggi, dopo cinque lustri, la bioetica ha esteso i suoi interessi molto al di là dei problemi strettamente medici. Si occupa in misura sempre crescente della cura della vita in senso estensivo, riflettendo sui comportamenti responsabili nei confronti della vita nel suo insieme. L’ampliamento di orizzonte emerge con chiarezza se si confronta la prima con la seconda edizione dell’Encyclopedia of Bioethics.

Ambedue le opere, curate da Warren Reich, costituiscono un riferimento standard per la disciplina. La prima, in quattro volumi, è apparsa nel 1978 e praticamente ha accompagnato la nascita della bioetica stessa. La seconda edizione, in cinque volumi, è attesa per la fine del 1994. Se la voce Aborto è compresa in ambedue le edizioni ― un problema eterno e probabilmente destinato ad accompagnare con la sua ombra tutta la storia dell'umanità ― e così pure quella dedicata alle Tecnologie riproduttive, in quanto segno di quella modernità di problemi che legittima la creazione stessa della bioetica ― uno sviluppo del tutto nuovo rispetto all’edizione di quindici anni fa è riservato all’Etica ambientale e all’Etica demografica. I problemi che nascono nel contesto del rapporto che intercorre tra la dinamica demografica e la salute umana hanno assunto una crescente centralità nel dibattito degli studiosi, fino ad apparire nella conferenza del Cairo come “il” problema bioetico per eccellenza. Nella nuova edizione dell’Enciclopedia la voce Etica demografica analizza molto in dettaglio le strategie per il controllo della fertilità (cambiamenti nei comportamenti, forme di incentivazione e disincentivazione, persuasione, costrizione), il rapporto tra il controllo della fertilità e gli standards di salute, i problemi creati dalle migrazioni e dai rifugiati. Nel complesso di articoli dedicati all’etica demografica sono comprese trattazioni dedicate alle diverse tradizioni religiose. Vengono analizzate, successivamente, le prospettive dell’islamismo, del protestantesimo, della chiesa cattolica romana, dell’ebraismo, dell’induismo e del buddismo, nonché della tradizione ortodossa orientale.

L'etica della vita e il magistero morale delle religioni

Possiamo affermare che proprio l'attualità dirompente dei problemi connessi con la vita e il suo mantenimento ha dato alle religioni una visibilità insperata. Secondo la formula a effetto di Stephen Toulmin, la svolta avvenuta una ventina d’anni fa in medicina “ha salvato la vita all’etica”. Lo storico della filosofia intendeva dire che la complessità dei problemi connessi con la medicina tecnologica ha costretto l’etica a uscire dal suo astratto accademismo e a occuparsi di problemi concreti. In altre parole, l’orizzonte della bioetica ha restituito all’etica la serietà e la rilevanza sociale che sembrava aver perduto. Qualcosa di analogo possiamo affermare circa le religioni. La stretta in cui si trova la vita sulla terra sembra fornire alle religioni una opportunità insperata di essere presenti sulla scena del mondo. Il loro patrimonio di saggezza è ascoltato con una serietà che era data per scomparsa per sempre dopo il trionfo dell'Illuminismo. Il magistero morale delle religioni nell’ambito delle questioni collegate con l’etica della vita ha una risonanza che eccede ampiamente la cerchia dei fedeli. La conferenza del Cairo è lì a dimostrarlo.

Meritano le religioni l’apertura di credito nei loro confronti che il mondo contemporaneo va loro facendo nelle problematiche della bioetica? La domanda non vuol essere una insolenza, né una gratuita provocazione. Nasce piuttosto dalla dolorosa consapevolezza ― tanto più dolorosa proprio per i credenti ― che le religioni hanno alle spalle un lungo passato di intolleranza. Restringendo la visuale ai nostri paesi latini, sviluppatisi con l’eredità del cristianesimo, dobbiamo riconoscere che nella nostra tradizione la tolleranza non era compresa nella lista delle virtú. Anzi, era sospettata come un vizio, mentre la vera virtú era l'intolleranza, identificata con la difesa a oltranza della verità. Di qui la lunga sequela di guerre di religione e l’oppressione delle coscienze, di cui l’Inquisizione è solo il simbolo piú noto. La tolleranza come virtú è stata scoperta dagli anglosassoni nel XVII secolo. Ad essa dobbiamo il rispetto della diversità morale e la scelta del pluralismo come alternativa al fanatismo. Il fanatismo afferma che i valori sono completamente assoluti e oggettivi, e devono essere imposti agli altri con la forza; la tolleranza, invece, sottolinea l’autonomia morale e la libertà di tutti gli esseri umani e la ricerca di un accordo morale mediante il consenso.

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Il Concilio Vaticano II: la virtú della tolleranza

Coloro che hanno partecipato con più intensità al processo di cambiamento che ha attraversato la Chiesa Cattolica nella seconda metà del nostro secolo ricorderanno l’appassionato dibattito intorno alla libertà religiosa nato nel Concilio Vaticano II. Alla fine, dopo molti contrasti, la dichiarazione “Dignitatis humanae” ha potuto essere approvata il 7 dicembre 1965. Per molte persone religiose, cresciute alla scuola della intolleranza, è stato un trauma. Il Concilio ha proclamato, tra l’altro, che “l’uomo coglie e riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza”. A questo riconoscimento teorico deve seguire un cambiamento nella prassi secolare dell’intolleranza, se le religioni vogliono sintonizzarsi con quella ricerca di consenso sui comportamenti che ha luogo all’interno della bioetica.

Questo richiamo alla virtú della tolleranza e alla necessità che le religioni se ne facciano paladine nel dibattito bioetico diventa tanto più urgente, quanto piú ci sembra di constatare un cambiamento in corso nel rapporto stabilitosi tra le religioni e la bioetica. Tracciando a grandi linee uno schema evolutivo, possiamo dire che il pensiero religioso, dopo una fase di presenza discreta e animazione dall’interno della riflessione bioetica, sta cercando una collocazione piú vistosa nel dibattito, accentuando lo specifico religioso.

Le grandi religioni storiche hanno tradizionalmente portato un vivo interesse ai problemi connessi con l’arte del guarire e si sono intensamente impegnate a elevare in senso etico e spirituale la motivazione dei sanitari. Erano perciò spontaneamente orientate a sintonizzarsi sulle tematiche proposte dal nuovo movimento della bioetica. Questa, da parte sua, non ha soltanto un legame storico con l’etica medica promossa dalle religioni della tradizione culturale dell’Occidente. Anche nel più recente passato e nel presente esistono delle interconnessioni profonde tra la riflessione filosofica nata all’interno delle scienze della vita e l’impegno umanistico condotto in nome della fede religiosa. Basti pensare al ruolo svolto negli Stati Uniti dalla Society for health and human values, particolarmente sostenuta dalla chiesa presbiteriana, per riportare i valori umani all’interno della pratica della medicina e delle scienze della vita. Alla sua azione va riconosciuto uno degli impulsi piú decisivi per lo sviluppo del movimento della bioetica. Tuttavia, quando la bioetica si è elevata alla condizione di dimora intellettuale per un gruppo ben individuato di pubblici esperti nei problemi posti dalla biologia e dalla medicina, il ruolo svolto dagli studiosi esplicitamente radicati nella teologia è diventato sempre più marginale.

La bioetica si è sviluppata come un discorso secolare, condotto dai filosofi, volgendo deliberatamente le spalle all’ispirazione religiosa. Parallelamente all’emergere delle voci dei “bioeticisti”, sempre più accreditati a prendere la parola in pubblico per articolare la riflessione sulle questioni connesse con il progresso biomedico, i teologi si ritiravano nei loro territori. Questa, almeno, è la ricostruzione storica della vicenda americana che si ricava dal libro Theological voices in medical ethics, recentemente edito a cura di A. Verhey e S. Lammers. Si tratta di una serie di saggi su teologi della prima generazione di studiosi che si sono occupati di bioetica. Vediamo sfilare, tra i cattolici, Bernard Häring, German Grisez e Richard McCormick; tra i protestanti, figure della statura di Paul Ramsey, James Gustafson, Stanley Hauerwas e James Childress. Non manca neppure un rappresentante dell’ebraismo, nella persona del rabbino Immannel Jakobovits. Dalla presentazione e analisi critica del loro pensiero emerge in modo incontrovertibile il contrasto tra il posto significativo che la teologia ha occupato agli inizi del movimento della bioetica e la sua marginalità attuale. La disciplina è andata sempre piú sviluppandosi all’insegna della filosofia morale, mentre l’articolazione religiosa del discorso è stata relegata nell’ambito privato dell’esperienza morale.

I pericoli attuali del "fondamentalismo"

L’impressione che si è avuta dallo schieramento di posizioni definite che si è avuto alla conferenza del Cairo è che questo corso delle cose non sia gradito a quelle istituzioni religiose che sono piú determinate a far prevalere la propria visione dell’uomo e la morale che ne consegue. Questo discorso vale in modo particolare per la Chiesa cattolica. Il suo irrigidimento ― che confina talvolta con l’intransigenza ― nelle questioni di bioetica è congruente con l’evoluzione della teoria morale avvenuta nel magistero pontificio nel corso dell’ultimo pontificato. Essa è culminata, come è noto, nell’enciclica Veritatis splendor, del 1993. Il comportamento del Vaticano, in quanto articolazione politica del vertice magistrale della Chiesa cattolica, nella conferenza del Cairo è una chiara esemplificazione di che cosa comporta, in concreto, quel modo di rapportare l’etica alla fede e alla cultura.

L’enciclica in sé è un discorso molto tecnico, che ha per oggetto i problemi di cui si occupano filosofi e teologi che

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riflettono sui fondamenti e le condizioni della moralità. Una meta-etica, in sostanza, che non si riferisce al discorso etico così come lo incontriamo nella vita quotidiana, dove siamo chiamati a fare le nostre scelte districandoci in un insieme di doveri talvolta contrastanti e dove la buona decisione è piú spesso legata ad atteggiamenti interiori virtuosi, più che alla capacità di ragionare in modo ineccepibile (“video meliora proboque, deteriora sequor”...).

Le informazioni assolutamente indispensabili che bisogna avere previamente per comprendere la portata dell’enciclica riguardano il movimento teologico che in parte ha preceduto e soprattutto ha fatto seguito al Concilio Vaticano II. Una corrente di moralisti ha proposto di identificare lo specifico della morale cristiana non in “contenuti” concreti (che, di fatto, non sono sostanzialmente diversi da quelli delle altre religioni o da quelli elaborati da molte etiche basate sulla pura ragione naturale), bensì nella “opzione fondamentale”, che proviene da quella libertà fondamentale mediante la quale una persona decide globalmente di se stessa. È quella che Joseph Fuchs chiama la dimensione “trascendentale” della morale, ed altri la “forma” morale. A questa corrente hanno aderito, con accentuazioni diverse, i principali moralisti del mondo cattolico degli ultimi venti anni. Oltre al già menzionato Fuchs, vanno fatti almeno i nomi di Franz Böckle e di Bernhard Häring, il quale con le sue due grandi somme La legge di Cristo (1953) e Liberi e fedeli in Cristo (1988) ha segnato la grande transizione verso la nuova teologia morale cattolica.

L’obiettivo dell’enciclica sembra essere quello di delegittimare questa corrente. La tesi di fondo è che lo specifico della morale cristiana non ha solo carattere formale o trascendentale, bensì si estende anche ai contenuti concreti. Esiste un ethos cristiano assolutamente specifico, identificato dalla legge veterotestamentaria, dalle prescrizioni neotestamentarie e dalla tradizione della Chiesa, sotto la guida del magistero. Questa morale è, in ultima analisi, rivelata, e per questo è inseparabile dalla fede. Di fatto, la ragione naturale da sola non è capace di stabilire un sistema morale coerente e completo, come conseguenza del peccato originale. Per questo ha senso che esista una rivelazione morale specifica, e che la Chiesa sia la sua unica interprete. Su questo terreno, perciò, non c’è spazio per la libertà di opzioni, né è possibile un pluralismo teologico. Le istruzioni che l’enciclica impartisce ai vescovi si concludono con la richiesta di allontanare dall’insegnamento i teologi moralisti che appartengono alla corrente non autorizzata e di ritirare l’appellativo di “cattolico” a istituzioni che non si allineino con questo orientamento: scuole, università, cliniche e servizi socio-sanitari.

A questo punto anche le persone piú orientate a voler ignorare una diatriba interna alla Chiesa cattolica non possono non considerare il significato politico del documento. Esso tende a presentare la Chiesa come un gruppo sociale e ideologico, con una dottrina morale ben identificata. Chi vede la Chiesa cattolica dal di fuori deve sapere quale è la sua morale e deve negoziare con la Chiesa come una istituzione che ha un suo codice morale unico e inconfondibile. E coloro che vedono la Chiesa dal di dentro, devono accettare questo codice, sotto pena di cessare di appartenervi. In questo modo i cattolici sapranno esattamente quali sono i loro obblighi morali e nei paesi nei quali sono in maggioranza potranno imporre i loro punti di vista morali nella vita civile.

Si profila uno scenario in cui nell’arena della vita sociale i diversi gruppi ideologici domandano considerazione e rispetto, senza che si entri a discutere i loro argomenti. È così, in fondo, che diamo spazio ai Testimoni di Geova: accettiamo che non vogliano ricevere il sangue, senza discutere i loro argomenti. Questo è lo statuto civile che, secondo l’enciclica, sembra rivendicare anche la Chiesa cattolica. Una situazione che in inglese potrebbe essere descritta con il termine “parochialism” (con tutte le connotazioni negative della parola). Fatte le debite proporzioni, la Chiesa cattolica verrebbe trattata come la Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni o come la setta dei Mormoni (e la Veritatis Splendor avrebbe la stessa rilevanza di un documento con cui, a Salt Lake City, si esautorasse come non ortodossa una scuola di pensiero morale).

È una situazione che rischia di trovare il consenso di due gruppi molto distanti tra di loro: i cattolici fondamentalisti, arroccati in una posizione di difesa, e i rappresentanti del pensiero laico che desiderano un avversario ben identificato e ricondotto a posizioni standardizzate (“Così pensano i cattolici sull’aborto e l’eutanasia, così invece il pensiero laico”...). Siamo invece molto lontani dalla bioetica come ricerca di un’etica civile, che si articola con la morale individuale in una dialettica di etica del “minimo morale” ed etica dei “massimi morali”. Una eccellente proposta in questo senso è quella che viene da Diego Gracia, proposta nei libro Fondamenti di bioetica, Ed. San Paolo, 1993.

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Delegittimati o meno, molti cattolici, per i quali la Chiesa è Chiesa, e non “parrocchia”, stanno pensando e agendo in quella direzione. Insieme a molti altri uomini di fedi e orientamenti ideologici diversi. Questo orizzonte fa la differenza tra la bioetica e l’etica confessionale.

La belligeranza delle religioni contro la modernità ― che include la contestazione della possibilità di elaborare un progetto secolare veramente morale ― suscita come reazione la belligeranza delle etiche laiche contro le religioni, mettendo in discussione la loro pretesa di determinare le condotte umane come buone per una via diversa da quella puramente razionale. Il confronto fondamentalista non è una soluzione accettabile, così come non lo è il compromesso. La via di soluzione passa per lo scrupoloso rispetto della libertà religiosa di tutte le persone, da una parte, e per l’accettazione, dall’altra, da parte delle religioni dei minimi etici che lo Stato deve esigere coercitivamente da tutti, cioè l’etica civile. Questa deve essere stabilita mediante procedimenti partecipativi e democratici, e pertanto deve rispettare il parere di tutti, secondo i meccanismi che portano alla formazione della maggioranza.

È vero che le opinioni morali ― anche quelle della maggioranza ― possono essere sbagliate, o può sembrare ad alcuni che lo siano. Ma questa convinzione legittima solo a iniziare un dibattito o un processo di educazione morale della società, nel quale esercitare la propria capacità di convincere gli altri, con argomenti razionali, a far proprie le ragioni addotte. Ogni altro procedimento, che invece di proporre ed educare cerchi di imporre, deve considerarsi, in linea di principio, inaccettabile nella nostra epoca.

I malati in mezzo a noi

Sandro Spinsanti

I MALATI IN MEZZO A NOI

in RPL

inserto n. 2, 1979, pp. 5-24

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1. SALUTE E CULTURA, OGGI

Quando si dice che la salute è uno dei nodi cruciali della cultura contemporanea, si fa un’affermazione che ci porta oltre i dibattiti sulla riforma sanitaria. Le polemiche scatenate dal varo della riforma e la sua attuazione hanno indubbiamente contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica. Ancor più importante è la convinzione, di cui registriamo il lento maturare, che al di sotto delle questioni di politica sanitaria vi sia il problema della salute dell’uomo, e che questo è essenzialmente un problema di civiltà. In un documento recente dei vescovi francesi sul mondo della sanità, si suggerisce che si stia insensibilmente operando uno slittamento tra due tipi di civiltà; mentre il diciannovesimo secolo metteva in risalto soprattutto il diritto al lavoro, il nostro tempo insiste sul diritto alla felicità. È uno spostamento di visuale che incide non solo sui problemi della salute, ma sulla concezione stessa dell’uomo.

Il problema della salute, al centro dell’opinione pubblica e delle preoccupazioni personali, sta divenendo una discriminante culturale e politica. Su di esso si manifestano le differenti concezioni antropologiche.

Il cambiamento non avviene senza tensione, che fanno del mondo sanitario un luogo di vivaci conflitti. Ne osserviamo anzitutto in sede di programmazione economica. Le spese per la salute pongono all’economia politica di quasi tutti i paesi ad alto sviluppo industriale problemi ardui. Aumentano ovunque in modo esponenziale, secondo una progressione geometrica, qualunque sia il sistema di distribuzione dei servizi adottato. I responsabili della politica economica si trovano di fronte al dilemma di conciliare la qualità del servizio con la sua efficacia ed economicità. La difficoltà del problema è costituita dal fatto che l’economia politica applicata alla salute deve tener conto di numerose variabili che trascendono l’ambito tecnico di questa disciplina. La salute e la malattia sono infatti delle realtà sociali che riflettono ogni minima variazione culturale, ivi compresi i cambiamenti che avvengono nella scala dei valori. Una politica della salute conduce inevitabilmente a delle scelte, a seconda degli orientamenti

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prioritari verso certe classi di età, verso determinate patologie o finalità sociali.

Mai, in ogni caso, una tale politica potrà lasciarsi guidare esclusivamente da considerazioni del tipo costi/benefici, perché la vita umana non è un bene omogeneo agli altri beni. Anche l’economia politica, quando deve decidere degli investimenti da fare, non può sottrarsi ad interrogativi di tipo etico. Questo è il motivo per cui in campo sanitario si scontrano così violentemente le ideologie. Il dibattito diventa più acceso quando si toccano temi come l’aborto o la pianificazione delle nascite o la cura dei tossicodipendenti, ma praticamente sottende qualsiasi decisione nel campo della salute. Qui vengono infatti a collisione i diversi progetti che si hanno sull’uomo, sul suo divenire e la sua felicità, nonché le diverse concezioni della società. I partiti politici sono aggressivamente presenti in questo settore: non possono infatti dimenticare che nella sanità pubblica l’aspetto organizzativo ha una importanza capitale. Spesso coesistono interessi contrari: il liberalismo, sostenuto dal corpo medico, si scontra col centralismo tecnocratico, rappresentato dall’amministrazione, e con i progetti decentrati e partecipativi, promossi dai movimenti ad ispirazione socialista. Da quest’ultima area vengono anche le spinte più decisive verso il rifiuto della condizione di «assistito», tradizionalmente riservato al malato.

Si sta passando da un modo di «subire la malattia» affidandosi alle cure mediche, a quello di «fare la salute» impegnandosi a vivere meglio per sé e per gli altri.

Coadiuvata dal processo psicologico di repressione che accompagna spesso l’installarsi della malattia, la condizione del malato è quella di colui che riceve. La dipendenza totale da chi gli presta le cure lo espone a molti arbitrii. Per difendere il malato e conferirgli un ruolo attivo, si parla ora dei suoi diritti; si cerca di diffondere informazione, affinché il malato non si rassegni, delegando in tutto il medico. La convinzione che la salute sia un prodotto industriale come un altro, il cui aumento dipende dal volume degli stanziamenti che si fanno nel settore, porta con sé anche l’attesa che il gruppo professionale che si occupa della salute gestisca in toto il settore. Un’educazione sanitaria accurata dovrebbe permettere all’individuo di affrontare da protagonista tutto quello che gli capita nel campo della salute. Essa è non solo un diritto da rivendicare alla società, ma anche un «dovere» che domanda un impegno positivo; una «virtù», come la chiama I. Illich. La salute non si può ricevere, bisogna «farla».

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I conflitti cui abbiamo accennato sono i più macroscopici. Al di sotto, uno sguardo accurato scopre che le questioni della salute confrontano l’uomo non solo con scelte sociali, politiche e ideologiche diverse, ma con il problema maggiore dell’umanesimo nella sua totalità: il rapporto che l’uomo ha con il suo corpo. I vescovi francesi nel documento «Il mondo della sanità e la chiesa» esprimono il problema di fondo in questi termini: «Se gli ‘utenti’ e i ‘professionisti’ vogliono veramente fare opera durevole, devono porsi contempora-neamente di fronte ai poli importanti dell’esistenza umana: le profondità psicologiche della sessualità e la precarietà di cui la morte è il momento essenziale. Nonostante siano sempre vissuti in una dimensione politica ed economica, questi due poli non si lasciano rinchiudere in queste dimensioni. In questo caso non si può barare, si è obbligati a prendere posizione di fronte a se stessi. Si è portati ad accettare la propria condizione umana o fuggire in mille modi. Il processo interiore è identico, anche se ognuno lo vive secondo il proprio livello intellettuale. Ciò si spiega perché nel medesimo slancio curanti e utenti sono portati a porsi di fronte a un aspetto fondamentale del mistero dell’uomo: la precarietà dell’uomo e della società. Il mondo della sanità nasce forse da questa tensione tra una organizzazione che tende a soddisfare i bisogni dell’uomo, così come altre funzioni collettive, e un’aspirazione fondamentale a vivere, sopravvivere o vivere meglio. È forse questo il luogo dell’esperienza umana fondamentale, e tutto ciò che in esso si vive ne è immediatamente impegnato o la rimette direttamente in causa. E ciò, ben lungi dal chiudersi su un piccolo mondo, apre su un universo e crea una nuova mentalità».

Si sta ritrovando l’unità dell’uomo reale, dopo una lunga epoca culturale dominata dal dualismo corpo-anima, di derivazione non biblica. I cristiani sapranno operare una «riappropriazione del corpo» nella fede pasquale?

Lo stadio attuale di civiltà industriale avanzata in cui ci troviamo ci pone di fronte al corpo, come luogo della esperienza esistenziale più pregnante, in modo diverso che in passato. Abbiamo superato, forse definitivamente, il dualismo tradizionale che contrapponeva l’anima al corpo. In polemica con lo spiritualismo dualista — il corpo come pura materialità e l’anima come principio spirituale — il pensiero moderno ha ritrovato l’unità dell’uomo reale. La corporeità, vista come momento essenziale del soggetto, è la mediazione che rende il soggetto spirituale presente al mondo oggettivo e alla soggettività delle altre persone umane. Tuttavia oggi la nostra

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presenza nel mondo tramite il corpo è legata a varie forme di disagio. Si diffonde la convinzione che a un rapporto sbagliato con la natura, oggetto del vivace dibattito ecologico, si accompagni la perversione del rapporto con la concreta struttura biologica del nostro corpo.

La perdita dell’armonia corporea è una delle malattie più gravi della civiltà. Abbiamo disimparato il linguaggio delle funzioni vegetative. Il corpo sembra aver perso la sua trasparenza: ci è diventato estraneo, quasi nemico. L’alienazione ha assunto un aspetto biologico ben definito, che passa attraverso il rapporto che abbiamo col nostro corpo. «Riappropriazione del corpo» è diventato lo slogan di diversi movimenti culturali, che propugnano un salto nella qualità della vita. Riappropriarsi del corpo è il presupposto per vivere da protagonisti l’avventura della salute.

Come si situano i cristiani in questa questione cruciale per la nostra civiltà? Talvolta tradiscono un senso di spaesamento. Tanto nel consumismo dilagante, quanto nei movimenti di controcultura, predomina un’accentuazione del corpo — con valenze opposte — che sembra estranea alla tradizione cristiana. All’ascetica che promuoveva la mortificazione del corpo tende a sostituirsi una pagana celebrazione di esso. Eppure esiste un terreno di incontro con le istanze più valide della cultura moderna. Se si esplicita l’intenzione profonda che anima i vari movimenti di riappropriazione del corpo, si proverà in esse scintille dell’unico fuoco dell’umanesimo. Dall’altra parte i cristiani di oggi, accogliendo una considerazione positiva della corporeità, possono riscoprire la verità dell’effato patristico: caro cardo salutis (la carne è fondamento della salvezza), con cui si è espressa tradizionalmente la fede nel mistero della incarnazione.

Un’efficace rinnovamento della pastorale deve essere fondato su un recupero del valore biblico del corpo. Alla concezione materialistica dell’uomo che si diffonde nel mondo della sanità i cristiani non hanno da opporre uno spiritualismo esasperato, bensì la visione dell’uomo «totale» che deriva dalla storia della salvezza. L’attività terapeutica di Gesù resta il luogo privilegiato di questa riflessione.

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2 LA FEDE CHE GUARISCE

Gli apparati scientifici e le istituzioni sanitarie non riescono a soddisfare un bisogno di guarigione e di salute che si sta rivolgendo a forme ritenute sorpassate.

La medicina ufficiale, quella che si insegna nelle università, ha sempre saputo che esisteva anche una medicina popolare, irriducibile ai principi della scienza. Non la combatteva: si limitava a tollerarla. Un giorno — si dicevano i medici in camice bianco — il progresso raggiungerà anche quelle sacche di ignoranza e di superstizione, i guaritori di vario genere non avranno più credito. Vane speranze: le campagne sono spopolate e la cultura contadina disgregata, ma i guaritori si sono trasferiti nelle città. Non reclutano i loro clienti solo tra i diseredati. Persone di ogni ceto e livello culturale, deluse dalla medicina scientifica, sollecitano i loro servizi. L’esistenza di una medicina parallela a quella scientifica è un dato di fatto ormai innegabile.

Anche l’«Organizzazione Mondale della Sanità» si è pronunciata, in un documento diramato di recente, in favore di un ritorno all’impiego di piante medicinali e di rimedi tradizionali, nonché all’attività dei guaritori, in particolare nei paesi del Terzo mondo. La parola d’ordine è ora di valorizzare tutto il «potenziale» esistente, senza disdegnare la ricca eredità dell’esperienza ancestrale, che si esprime nella medicina tradizionale.

Questa autorevole rimessa in questione della medicina moderna e del suo funzionamento nei paesi in cui l’ordine simbolico e il sacro continuano a giocare un ruolo importante ci sollecita a riflettere criticamente sulla nostra situazione in Occidente. Se guaritori, veggenti, maghi e praticoni suscitano oggi un risveglio di interesse non è solo per i limiti tecnologici del nostro modello medico, per le disfunzioni del servizio sanitario o per il caos che regna negli ospedali. La medicina parallela risponde a bisogni che la medicina scientifica neppure avverte. I suoi cliènti aumentano perché essa non si interessa di malattie, ma di malati. Chi va dal guaritore non cerca solo la guarigione, ma anche la possibilità di comunicare, di confidarsi. La medicina popolare implica un altro modo di considerare il corpo e la guarigione; è più globalizzante, rimanda il malato a se stesso, nei suoi rapporti con la malattia. Si occupa del dolore, del non misurabile, dell’indicibile,

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di quelle vicissitudini esistenziali del corpo che la medicina scientifica esclude scrupolosamente dal rapporto medico-malato. I sistemi di guarigione non ufficiali favoriscono la ricerca, condotta più o meno confusamente, di un senso alla propria esistenza, il prendersi a carico globalmente, anima e corpo, dentro e fuori. Di qui la loro parentela stretta con il sacro e la religiosità.

Nonostante deviazioni sempre possibili, e di cui si hanno anche oggi clamorose manifestazioni, si guarda con minore sospetto ai segni religiosi connessi con il bisogno di salute.

Per secoli, in tutte le società, il potere sul corpo era di pertinenza del sacro e la medicina era esercitata dai sacerdoti, nei luoghi sacri. Anche l’Occidente cristiano non ha reciso bruscamente questo legame. La guarigione del corpo è stata lungamente associata a quella delle anime. I monaci e i sacerdoti hanno svolto funzioni mediche. Un modello di medicina naturale e semplice, esercitata dal clero, è rimasto vivo nelle campagne fino all’inizio del XIX secolo. Anche oggi non pochi guaritori di fama sono reclutati tra i religiosi. La religiosità popolare, che è concreta e centrata sul corpo, ha mantenuto un rapporto privilegiato con questo tipo di guarigioni. Luoghi di pellegrinaggio, reliquie, santi guaritori, statue, acque di fonti benedette, medaglie, ceri: il cristianesimo popolare ha continuato nel tempo a celebrare le sue liturgie del corpo dolorante, del fragile essere umano alla ricerca della guarigione.

L’atteggiamento della chiesa gerarchica verso la religiosità popolare è stato più illuminato di quello assunto dalla medicina scientifica rispetto alla sua antagonista non ufficiale. La condanna è caduta solo sui casi più macroscopici di superstizione. Altrimenti la strategia della Chiesa cattolica è stata quella di assumere, purificare, incanalare le espressioni della religiosità popolare. Le ha riconosciuto il diritto di esprimersi col gesto — il pellegrinaggio individuale e collettivo, il bacio alla statua, il segnarsi con la reliquia —, ma vi ha aggiunto la gestualità sacramentale: confessione, comunione, sacramenti degli infermi. Anche l’eredità del paganesimo è stata accettata e ribattezzata: gli ex voto, che già ornavano i tempi di Esculapio, sono diventati il segno del legame personale stabilito col Medico divino; i ceri, già lampade funerarie con cui i romani coprivano le tombe durante la settimana del culto degli antenati, concretizzano la preghiera, rinviano simbolicamente al corpo di colui che domanda. Solo i teologi della secolarizzazione auspicavano la fine di questa commistione della fede col sacro e annunciavano l’avvento di

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un «cristianesimo areligioso». Ma anche loro, come i sacerdoti della scienza medica, sono costretti a rivedere certe analisi culturali troppo impregnate di trionfalismo razionalista.

I guaritori hanno piantato la tenda accanto al policlinico universitario; i movimenti carismatici sfidano un cristianesimo «tutto di testa» con la guarigione attraverso la preghiera. L’uso terapeutico della religione ha assunto fisionomie diverse nelle varie tradizioni confessionali. Alcune sette protestanti si sono fatte promotrici di spettacolari riunioni di preghiera per la guarigione di ogni genere di infermità, spirituali, psichiche e fisiche. In genere queste sette non godono buona stampa presso le chiese istituzionali. Valga per tutte il richiamo alla Christian Science, fondata da Mary Baker verso la fine del secolo scorso. La dottrina scientista, di tendenza panteistica, insegna che l’unica realtà è lo spirito di Dio. Il peccato, la materia, la morte non sono cose reali, ma illusioni; cade in loro potere solo l’uomo che dimentica Dio. Le malattie si devono curare togliendo queste illusioni dalla mente dell’uomo. Si guarisce sprofondandosi in Dio con la preghiera. Nella pratica delle sette il ricorso alla preghiera per guarire è sconfinato spesso nell’abuso. Il superamento del razionalismo medico è diventato sfida alla ragione, disprezzo dei fattori corporei. Si è fatto uso di violente suggestioni primitive, unite spesso a grossolani esorcismi. Le riunioni di preghiera sono diventate il palcoscenico per guaritori di ogni specie, tra i quali è difficile discerne i carismatici dai ciarlatani.

Il rapporto tra fede e malattia non è solo nella richiesta di guarigione miracolosa — come sembra testimoniare la credenza popolare e una certa apologetica ecclesiastica — bensì comprende il «benessere» del malato, accolto nella comunità cristiana.

Nella tradizione cattolica sono state privilegiate quelle guarigioni che potevano essere qualificate come «miracoli». L’apologetica ha cercato di contrapporre al razionalismo la prova inconfutabile dell’esistenza di un ordine soprannaturale, l’ordine della rivelazione divina. Ricorreva al miracolo per dimostrare «scientificamente» che in esso le leggi della natura erano state infrante ad opera di una causa non naturale. Come risultato di questa impostazione, l’interesse si restringeva ad alcune poche guarigioni straordinarie incontestabili (per l’argomentazione apologetica era sufficiente, al limite, dimostrare l’esistenza di un solo miracolo indubitabile). Si prendeva cura di escludere tutto ciò che cadeva sotto il sospetto di isteria o di suggestione, eliminando in tal modo tutto il settore, così

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importante dal punto di vista del vissuto umano, delle affezioni psicosomatiche. Tra le guarigioni miracolose si ritenevano solo quelle che si riferivano a malattie organiche certe, evidenti, giudicate inguaribili da numerosi medici; la guarigione stessa doveva essere caratterizzata da istantaneità o da stupefacente rapidità. L’ufficio medico di Lourdes è noto per la rigidità con cui seleziona le guarigioni che aspirano a farsi riconoscere come miracoli. Solo poche pretese guarigioni miracolose resistono al vaglio degli eminenti medici preposti a quel comitato; e tra queste molte vengono poi scartate successivamente dai vescovi responsabili del giudizio canonico.

Nella vita della chiesa il miracolo apologetico non esauriva certo l’interesse per la fede che guarisce. I credenti dei pellegrinaggi ai santuari e degli ex-voto per grazia ricevuta gridavano al miracolo anche quando medici e teologi scuotevano la testa. Nel cristianesimo popolare è sempre rimasta viva la fede nella guarigione in risposta alla preghiera, come fatto normale nella vita del credente (secondo le promesse di Cristo in Mc 16,17-18 e Gv 14,12). Di recente un grande impulso a riscoprire la componente terapeutica della fede è venuto dal movimento carismatico. Esso ha le sue radici nel pentecostalismo. Non tanto quello originario sorto in America all’inizio del secolo, con una forte componente settaria, incline alle manifestazioni spettacolari, bensì quello più moderato degli ultimi decenni, disposto a restare nelle chiese storiche e ad animarle dall’interno. In un decennio il rinnovamento pentecostale è diventato un fatto ecclesiale considerevole, che coinvolge tanto la base quanto le gerarchie cattoliche.

Una delle pratiche più singolari riproposta dal movimento di «Rinnovamento dello spirito» è appunto quella della guarigione mediante l’imposizione delle mani e la preghiera. Punto di riferimento è la comunità cristiana primitiva, delle cui pratiche terapeutiche carismatiche siamo abbondantemente informati dagli Atti degli Apostoli. I primi cristiani, a loro volta, si rifacevano alla prassi di Gesù stesso, nel cui ministero profetico le guarigioni sono state uno dei principali «segni dei tempi» messianici (cfr. Lc 4,16-22). Il ministero della guarigione fa parte del mandato missionario di cui è investita la chiesa (Lc 9,1-2; 10,8-9).

L’ambito terapeutico della fede si estende oltre quello della medicina o del miracolo apologetico. Il termine di riferimento negativo, la malattia, va piuttosto sostituito con «mal-essere», come fenomeno globale che investe il corpo, la psiche e lo spirito dell’uomo. La guarigione è un processo che comincia dall’interno per riflettersi sul corpo malato. Ha inizio con l’intimo risanamento spirituale, vale a dire con l’esperienza di essere stati afferrati da Gesù e posti nella vita stessa della famiglia di Dio. Questa

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conversione è come una nuova nascita: il battesimo nello Spirito Santo. Dalla certezza della presenza della salvezza nella propria esistenza scaturisce una forza nuova per affrontare i mali della vita, presente e passata. Qualsiasi esperienza di rifiuto, oppressione, non-amore può essere guarita, comprese le ferite provocate dalle esperienze passate (la «guarigione della memoria»). I carismatici amano parlare della potenza terapeutica della pace di Gesù. Quando la coscienza è piena d’amore, di gioia, di pace, di pazienza, di bontà, di benevolenza, di fede, di dolcezza, di padronanza di sé (cioè di quelli che Paolo in Gal 5,22 chiama «frutti dello spirito»), possiede una forza di guarigione contro ogni male, compresi quelli fisici.

In questo tipo di guarigioni un ruolo decisivo gioca la comunità. Essa assicura un ambiente di amore e di sollecitudine in vista del sostegno del singolo. Allora la guarigione arriva al suo pieno sviluppo, fino ad essere cioè guarigione delle relazioni. Credendo in sé e negli altri, accettandosi e sentendosi accettato, il credente è motivato a sperare non solo in un semplice ristabilimento della salute, ma in una vita qualitativamente diversa. L’imposizione delle mani, che ha luogo durante la preghiera, esprime simbolicamente la comunione cristiana attorno a chi soffre e aiuta a visualizzare la forza terapeutica che circola nella comunità. La pratica della guarigione attraverso la preghiera apparirà meno strana qualora si consideri l’uomo nella reale unità psicofisica-sociale della sua esistenza. Se già, come qualcuno ha osservato, il cinquanta per cento di ogni psicoterapia consiste in un rapporto diretto e caloroso col paziente, come si può sottovalutare l’effetto psico-somatico di un’esperienza come quella che assicura il gruppo di preghiera?

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PREGHIERA

di un uomo che non vuole rassegnarsi

Signore, tu vuoi la mia felicità!

Sono lieto di non accettare

la sofferenza come valore supremo.

Non sarei neppure capace di sopportarla.

Sono lieto di poter superare

quella presunta «spiritualità del malato»

sviluppata tradizionalmente,

incentrata su una croce senza risurrezione.

Sono stati scritti tanti libri

per convincere il malato a rassegnarsi,

ad amare la malattia.

Molti hanno detto

che il patire è il più grande dei beni.

Sinceramente, non capisco,

come non capisco

la vocazione alla sofferenza,

e perché mi debba considerare

un privilegiato in quanto malato.

Ti ringrazio, Signore,

per avermi aiutato a comprendere

che devo lottare

e non rassegnarmi al male,

a tutti i livelli,

al mio male personale

come al male sociale.

Non credo tuttavia sia sufficiente

contrapporre la lotta alla rassegnazione

Ho bisogno di approfondire

il senso del mio lottare.

Mi aiuti, Signore?

Bernardino Mauri

in Breviario per il tempo della malattia

Queriniana 1978

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3 MALATTIA, EMARGINAZIONE, COMUNITÀ

La malattia emargina dalla società delle persone efficienti, ma più dolorosa è stata la credenza di una esclusione del malato dalla comunità religiosa come segno di una riprovazione di Dio.

Tra i poteri che ha la malattia, uno dei più temibili è quello di separare l’individuo colpito dalla comunità di appartenenza. Nei contesti culturali religioso-sociali l’esclusione è collegata con la rappresentazione della malattia come punizione di una colpa. Il mondo greco ha espresso questa convinzione con un mito legato alla figura di Filottete, protagonista di uno dei drammi più umani di Sofocle.

Il grande arciere era stato morso durante la guerra dal serpente che stava a guardia del sacrario della dea, nell’isola di Crise. La ferita si rivelò inguaribile. Il poveretto, in preda ad atroci dolori gridava in maniera tanto angosciosa che i suoi lamenti demoralizzavano l’esercito greco. Ma il ferito Filottete era più che un elemento di disgregazione dell’efficienza bellica: era un segnato dagli dei. Con la sua presenza di malato contaminava la spedizione. Se era respinto dall’Olimpo, bisognava respingerlo anche dalla comunità degli uomini. Mettersi dalla parte di colui che gli dei avevano colpito avrebbe significato sfidare la divinità. Perciò, su consiglio di Ulisse, Filottete fu abbandonato nell’isola di Lemno.

Non solo nella cultura greca la malattia e la disgrazia erano punizioni per l’offesa recata da forze sacre e terribili; anche nel mondo biblico la malattia viene interpretata come segno di una rottura nei rapporti tra Dio e l’uomo. L’Antico Testamento considera la malattia quasi esclusivamente come giudizio punitivo di Dio per i peccati. Ricordiamo solo alcuni testi più semplici: I Sam 16,14: a proposito della malattia di Saul: 2 Re 5,27: punizione dell’avido servo di Eliseo colpito da lebbra; 2 Re 20,1-11: punizione e guarigione del re Ezechia; I Macc. 9,54-56 malattia e morte di Alcino, che aveva preteso di abbattere il muro di separazione fra l’atrio degli Israeliti e quello dei pagani; Dan 4,28-30: malattia mentale del re Nabucodonosor.

La malattia e la disgrazia pongono colui che è colpito al di fuori della comunità dell’alleanza. Giobbe, seduto sul letamaio, ne esprime simbolicamente la condizione all’interno del popolo di Dio. Finché non sarà

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guarito, non potrà essere reintegrato.

I lebbrosi non erano cacciati via dal consorzio civile per motivi igienici. Quel che premeva era esprimere in modo netto che la comunità dei santi prendeva le distanze da chi portava nella carne il segno del giudizio di Dio.

La tendenza alla segregazione si acutizza in alcuni movimenti religiosi al tempo di Gesù. Già i farisei tendevano a escludere dalla comunità escatologica tutti coloro che non osservassero alla perfezione la Torah. Gli Esseni portavano alle estreme conseguenze i principi della loro matrice farisaica. Escludevano dalla loro comunità indegni e imperfetti; né tolleravano nelle assemblee liturgiche coloro che fossero affetti da imperfezioni fisiche. Diceva testualmente la regola della comunità: «Tutti coloro che sono colpiti nella carne, storpiati ai piedi o alle mani, zoppi o ciechi o sordi o muti o visibilmente imperfetti nel fisico; ovvero un vecchio decrepito che non sa reggersi in piedi nella comunità riunita, costoro non possono venire a porsi in mezzo all’assemblea degli uomini del Nome, perché i santi angeli sono nella comunità».

Gesù rifiuta questa concezione emarginante ed edifica la comunità messianica dei figli di Dio sulla aggregazione di tutti quanti manifestano la fede, anche dei malati e invalidi.

In contrasto marcato con queste concezioni risalta l’opera di Gesù. Egli ha rifiutato di realizzare la comunità messianica del «resto di Israele» basandosi sul principio della emarginazione. Fu scandaloso, provocatorio e perturbatore lo spettacolo di Gesù che rifiutava le tipiche pretese farisaiche ed esseniche di realizzare il «santo resto» per esclusione e si rivolgeva di preferenza proprio a coloro che venivano messi ai margini delle comunità dei perfetti. Il suo annuncio era di una grazia senza limiti e senza condizioni; predicava Dio come padre dei deboli e dei perduti, benevolo verso i peccatori (cfr. Lc 15,7.10). E guariva tutti (cfr. Mt 4,23-24; Mt 14,34-35). Quel «tutti», più che in senso quantitativo e statistico, va preso nel senso che Gesù guariva malati di ogni sorta, di tutti gli ambienti, senza discriminazioni preliminari. Proprio questo era scandaloso per i suoi avversari, e doveva passare per una specie di empietà. Lasciarsi toccare da quelle folle innumerevoli era un’abominazione dal punto di vista dei farisei e degli esseni. Gesù esprimeva, in tal modo, che esercitava il suo ministero presso il popolo intero, e non a beneficio di alcuni privilegiati o specialisti della vita religiosa. La prassi messianica di Gesù era basata sull’integrazione, e non sulla segregazione. Nei sistemi

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sacrali in cui vige la distinzione puro impuro, la comunità si difende dalle tendenze disgregatrici escludendo chi non corrisponde alle esigenze legali di purezza. Ha bisogno, in un certo senso, di impuri ai suoi margini, per mantenere compatto l’organismo comunitario. È un principio che sopravvive alla caduta della mentalità sacrale: anche nelle società basate sull'efficienza avviene un’emarginazione o eliminazione di coloro che sono sotto lo standard competitivo.

L’opera messianica di Gesù avviene nella comunità ed è diretta alla comunità. È la base su cui si costruisce il popolo di Dio dei tempi escatologici. «Nella missione e nel messaggio di Gesù Cristo la sua opera di guarigione non era una conseguenza secondaria, ma il vero e proprio mezzo per proclamare, istituire e ampliare la nuova èra, sotto la signoria di Dio. L’attività terapeutica del Cristo non era in primo luogo un’azione privata tra l’uomo e Dio, una prova spirituale individuale e una ricompensa per il malato, bensì un «segno efficace». Le guarigioni non erano unicamente segni efficaci in cui Cristo e il guarito fossero i soli attori, bensì segni a cui tutti i presenti prendevano parte, non ultimi quelli che deridevano. Erano segni efficaci pubblici» (R.A. Lambourne: Community, Church and Healing).

I miracoli di guarigioni non avvengono solo «di fronte» al pubblico. «Tra di voi» ha un carattere più pregnante: essi, il pubblico, sono il malato che è curato. Il malato rappresenta la loro malattia, l’esclusione è il sintomo. Le guarigioni operate da Gesù sono giudizio e risanamento della comunità in cui avvengono. La malattia di un individuo è una forma di crisi, espressa dall’emarginazione, che offre a tutto il gruppo una possibilità di bene o di male. È un’opportunità di grazia che termina in un nuovo equilibrio, vale a dire un legame comunitario rinsaldato. Gesù che guarisce è quello stesso che, risorto, ai discepoli di Emmaus e agli apostoli in riva al lago dopo la pesca si rivelerà come Maestro nella condivisione.

La comunità cristiana continua la missione di Cristo, suo Signore, trattando i malati non come segregati ed esclusi bensì integrandoli nella sua vita.

Facendo memoria dell’attività terapeutica di Gesù, la comunità cristiana si interroga sulla propria funzione nel campo della sanità. Il punto di partenza della sua azione è la constatazione che anche oggi, sotto nuove forme, la malattia opera come elemento disgregante dei legami sociali.

Gli sviluppi del servizio sanitario hanno portato a privilegiare le strutture pubbliche, in primo luogo l’ospedale. Quando pensiamo al malato,

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l’immagine che ci viene spontanea evocare è quella del degente all’ospedale, separato dalla famiglia e dalla società, inserito in una struttura di assistenza che si occupa di lui finché non può essere restituito alla sua vita normale. Parallelamente al progresso dell’intervento pubblico, si son venute atrofizzando le strutture terapeutiche tradizionali, vale a dire la famiglia e i vicini. Anche se ricoverato in un ospedale attrezzato ed efficiente, perfettamente accudito, il malato si sente un isolato, penosamente rigettato ai margini della collettività. Ciò soprattutto quando la malattia si stabilizza e non ci sono più speranze di remissione. Oggi ci si rende conto che la soluzione ai problemi più gravi della sanità esige una risposta comunitaria e il potenziamento dell’interdipendenza. Così per il problema degli anziani, della malattia mentale (per la prevenzione e la guarigione di queste malattie le relazioni personali sono indubbiamente il fattore più importante), degli handicappati.

In campo ecclesiale il principio che segretamente ispira il rinnovamento della pastorale in questo settore è proprio il recupero di quell’aspetto delle guarigioni di Gesù che faceva di essa una parabola della famiglia di Dio dei tempi messianici, in cui gli emarginati sono integrati.

Il rinnovamento del rito dell’unzione degli infermi, voluto dal Concilio (L.G. 11 - S.C. 73) e realizzato dalla Congregazione per il culto divino (1972), va in questo senso. Le norme teologico-pastorali che precedono il rito lo inseriscono in un ampio contesto di gesti e iniziative pastorali che tendono al pieno reinserimento del malato nella comunità, in netto contrasto col processo di emarginazione. La comunità si stringe solidarmente attorno al malato che difende la vita per poter continuare a donarla. Questo è il significato antropologico ed ecclesiale del sacramento degli infermi.

Non «estrema unzione», rito del passaggio cruciale attraverso la morte, come era diventato in pratica; bensì evento che attualizza la dimensione comunitaria del piano di Dio per la vita. La comunità cristiana abbraccia il fratello per trasmettergli la forza di Colui che ha vinto le potenze distruttive che disgregano la persona umana e la spingono ai margini della società. Tale gesto fraterno è destinato a servire la vita. Forse alla vita del corpo; certamente serve alla vita nello Spirito d’amore. Questo sacramento chiede pertanto d’essere celebrato quando il malato si trova nel pieno della lotta per la vita — non però nell’agonia, che di questa lotta è l’ineluttabile conclusione —; esso rivela inoltre tutto il suo senso quando è celebrato in forma comunitaria, così come in più parti si va sperimentando.

Il servizio che la comunità dei credenti in Gesù può rendere a coloro che la malattia emargina, al fine di integrarli con gesti religiosi, non si

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esaurisce nella celebrazione del sacramento dei malati. Anche la visita e la comunione frequente contribuiscono a rinsaldare i legami umani con la comunità. Le istruzioni contenute nel «Rituale per il sacramento dell’unzione e per la cura pastorale degli infermi» raccomandano: «Tutti i cristiani devono far propria la sollecitudine di Cristo e della Chiesa verso gli infermi. Cerchino quindi, ognuno secondo le possibilità del proprio stato, di prendersi cura premurosa dei malati, visitandoli e confortandoli nel Signore e aiutandoli fraternamente nelle loro necessità». Nella comunità cristiana la preghiera comune resta il modo fondamentale per esprimere la solidarietà e per stringere i legami. Nella preghiera dei fedeli durante la liturgia domenicale una vera comunità, oltre, al ricordo dei malati in generale, saprà indicare alla sollecitudine dei fratelli quelli in particolare che la malattia ha messo in grave stato di necessità.

CONSIGLI A CHI VISITA I MALATI

1. Quando vai a trovare un malato o un handicappato non lasciarti prendere dalla sua infermità. Piuttosto prescindi da essa.

2. L'handicappato ha lottato molto per uscire dalla morsa in cui l’aveva gettato il suo handicap. Per carità, non ricordargli la sua malattia, lo farai regredire al punto di partenza.

3. C’è bisogno di semplicità e di una grande delicatezza. Non dimenticare che il dolore affina la sensibilità.

4. Quando se ne presenterà l’occasione — come certo avverrà, se vuoi bene ai malati — essi ti racconteranno «la loro storia». Non intervenire mai con domande, ma limitati ad ascoltare.

5. Non compiangerli mai. Non manifestate mai sentimenti di pietismo. È possibile che siano essi a lamentarsi e sfogarsi con te. Limitati a provare che appartieni loro senza riserve.

6. Il miglior aiuto che si può portare ad un malato è di aiutarlo a ritrovare se stesso. Cerca di fare appello alla tua carità, ma su una base reale non fittizia. Improntare dei rapporti su basi menzognere e false è costruire sulla sabbia. Non bisogna assolutamente cadere in questo errore: le conseguenze sarebbero disastrose. Anche se il malato ha

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perso molto, gli resta sempre qualcosa. Su questo ‘qualcosa’ si tratta di costruire con la fede e l’esperienza.

7. Talvolta sarà necessario venire incontro a necessità materiali o fare qualche donò, ma ciò che è sempre necessario è donare se stessi.

8. Può essere che il dolore unisca a Dio più che la gioia. Limitati a suggerirlo, non con le parole, con immagini o sentimenti, ma col tuo esempio.

9. Per capire i malati bisogna mettersi a! loro posto, cosa molto difficile. Se però non ti sforzerai di farlo, sarà inutile comunicare con essi.

10. Dire che Dio ama i malati è una cosa molto graziosa ed anche vera. Ma in tali circostanze non è l’amore di Dio che devi provare al malato, ma il tuo, e questo non si fa con le sole parole.

11. Dio non è una persona che va o viene; Egli è fedele e resta. Egli sarà percepito più o meno a seconda delle circostanze in cui versa il malato; la conseguenza è: ― sforzati di aiutare il malato su un piano umano in modo umano

― Dio si manifesterà a suo tempo.

12. Ama fino a quanto puoi i malati, ma non lo fare soltanto in riferimento a Dio; amali in se stessi. Le persone che si occupano dei malati soltanto per Dio e con una certa quale freddezza nel loro comportamento, fanno pensare che i malati per loro non sono che degli strumenti e dei modi per perseguire la loro santificazione.

13. Riempitevi di Dio; ma poi andate dai malati come se esistessero solo essi. Così senza che ve ne facciate scopo, potrete spandere e riversare l’influsso di Dio su di essi.

14. Siate sempre ottimisti. Sempre allegri. Anche nei momenti di dolore più acuto, ci sarà uno spiraglio per poter lasciar passare la speranza e un solco per seminare la gioia.

15. Qualcuno mi domandava «cosa posso dire loro?»; ma è così semplice! Sorridete! Non esiste un ponte più sicuro di una bocca sorridente.

16. Quando i malati vi prenderanno per confidenti dei loro affari, interessatevi ai loro problemi; cercate di comprenderli e di farli vostri. I malati con la loro percezione sensibilissima sentiranno che voi vi siete fatti loro eco. Forse sarete impotenti a rimuovere il fardello dalle loro spalle, ma vi assicuro che certo nel loro cuore lo avrete alleggerito in modo non indifferente.

(un prete francese sordo-muto)

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4. EVANGELIZZARE IL CRISTIANO MALATO

Il comando di Gesù, che alla missione di evangelizzazione associa quello di prendersi cura dei malati, e il suo esempio costituiscono per la Chiesa un impegno ineludibile, da rinnovare sempre nei modi e nelle forme.

Gesù ha associato apostoli e discepoli, sin dalla loro prima missione (Lc 10,9), al suo potere di guarire le malattie (Mt 10,1; Mc 6,13; Lc 9,1-6). Al momento della missione definitiva ha trasmesso loro in permanenza il potere per cui «imporranno le mani ai malati e questi saranno guariti» (Mc 16,17 s). Su questa partecipazione al potere divino per il benessere dell’uomo e la ricostruzione dell’umanità si fondano le pratiche della Chiesa delle origini: l’ammonimento di Giac 5,14, che è il luogo biblico classico su cui si fonda l’unzione degli infermi; il riconoscimento da parte di Paolo del carisma delle guarigioni (1 Cor 12,28-30); l’esempio degli apostoli che spesso guariscono i malati (cfr. Atti 3,1-11; 9,32 ss; 14,8 ss; 19,11 ss).

Ai nostri giorni la Chiesa è provocata a riscoprire la sua missione dai grandi rivolgimenti che stanno avvenendo nel mondo della salute. Valorizza la preghiera fraterna, che sostiene e guarisce; stringe con la carità e i sacramenti i legami comunitari, in contrasto con vecchi e nuovi processi di emarginazione. Ma il compito essenziale della Chiesa resta, oggi come ieri, quello di evangelizzare il malato, annunciandogli il mistero pasquale del Cristo.

Il modo in cui Gesù ha vissuto personalmente l’incontro con il male fisico e l’ha integrato nella propria avventura spirituale costituisce una parte essenziale della «buona novella» che la comunità cristiana ha da annunciare al mondo. Lo Spirito, il dono di Dio per gli ultimi tempi, rende possibile la trasformazione del nostro comportamento morale sul modello di quello stesso di Gesù. Di fronte alla malattia e altri attacchi del male fisico abbandoniamo la posizione di acquiescenza passiva — anche quella che si traveste con motivazioni religiose — e la lotta a oltranza condotta con rabbia impotente, per entrare, con la fede e la speranza, nell’atteggiamento della «costanza» (patientia, nella traduzione della Vulgata), proprio di Gesù. Non si tratta di riprodurre gesti, sentimenti e situazioni

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del Gesù storico. L’«imitazione di Cristo» nella morale cristiana non è lo sforzo per copiare le azioni esemplari del Cristo, ma lo sviluppo, nella nostra storia, dell’assimilazione a Cristo avvenuta con la conversione e col battesimo. L’iniziazione comporta un impegno morale perseverante, affinché tutta la vita sia vissuta «in Cristo». Le varie situazioni vitali che l’uomo affronta cadono tutte sotto la legge del mistero pasquale. Nella vita morale del cristiano sono presenti dunque i due momenti dialettici della pasqua del Cristo: la croce e la risurrezione.

Trasformare ogni vicenda, anche dolorosa, della nostra vita nel senso deH’amore che si dona: questo il senso cristiano della «croce» che la Chiesa deve annunciare anche ai malati.

Questa comprensione più profonda della struttura della vita morale cristiana ci fa evitare quell’uso linguistico molto diffuso che chiama «croce» ogni malattia o handicap fisico, ogni disgrazia o dolore morale, semplicemente in ragione del loro carattere afflittivo (la «croce» da portare con rassegnazione è uno stereotipo tipico del linguaggio devozionale). Non ogni tribolazione è automaticamente «croce», ma solo quella che è vissuta nel dinamismo pasquale della fede e della speranza, in vista della carità. Il teologo evangelico D. Bonhoeffer ha difeso il senso cristiano della croce con parole accalorate: «La croce non è disagio e duro destino, ma il dolore che ci colpisce a causa della nostra appartenenza al Cristo solo. La croce non è sofferenza accidentale, ma sofferenza necessaria. La croce non è sofferenza legata all’esistenza naturale, ma sofferenza legata alla nostra esistenza cristiana... Una cristianità che non prendeva più sul serio l’impegno di seguire Gesù, che aveva fatto del Vangelo solo una consolazione a buon mercato, e per la quale, del resto, l’esistenza naturale e quella cristiana coincidevano senza alcuna differenza, non poteva fare altrimenti che considerare la croce come disagio quotidiano, come la difficoltà e l’angoscia della nostra vita naturale... Croce significa «com-patire» con il Cristo, con la croce del Cristo. Solo chi è legato a Cristo, come accade per chi lo segue, si trova sul serio sotto la croce» (D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana).

Il cristiano che partecipa della stessa carità pasquale di Cristo e la vive «nel malvagio mondo presente» (Gal 1,4), ha un’esigenza interiore e una capacità di affrontare le sofferenze inerenti a questo genere di vita. La «tribolazione» incontrata nel vivere fedelmente e apostolicamente la adesione a Cristo entra nel dinamismo pasquale, in quanto radicalizza e approfondisce la donazione di carità.

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Tutti i cristiani sono così chiamati a partecipare alla croce del Signore. Ma per partecipare non basta semplicemente soffrire: bisogna — con il Cristo e nel Cristo — rovesciare il significato della sofferenza, facendola diventare espressione di amore pasquale. Superiamo così quell’accostamento semplicistico che vede nel malato, per il solo fatto che è malato, uno che partecipa in modo privilegiato alla passione di Cristo. Per partecipare della croce il dolore umano deve cambiare di segno. Questa sorprendente alchimia, che fa di un meno un più, avviene nel contesto globale dell’esistenza cristiana, cioè quella che comincia con il sì della fede e continua con l’impegno della sequela.

Nella tentazione del malato a regredire, sul piano psichico-morale-spirituale, l’evangelo è invito a crescere nella maturazione di una esistenza che si purifica e si libera dall’egoismo sino a divenire offerta.

Ma come si inserisce concretamente la malattia nell’insieme della vita richiesta dalla morale pasquale? E quale atteggiamento di fronte alla malattia deve prendere colui che vive in Cristo? Il cristiano che vuol vivere secondo il dinamismo della sequela del Maestro trova nello stato di malattia dei condizionamenti particolari. Lo stato di malattia, infatti, specie se prolungato, porta dei sovvertimenti profondi in tutta la vita dell’uomo. Dal punto di vista psicologico, possiamo ricordare la tendenza a regredire verso un certo grado di infantilismo. Per quanto riguarda la vita religiosa, bisogna denunciare il pericolo di un decadimento della fede in «religiosità». La malattia può essere occasione di un’esplosione del senso elementare del sacro, che si manifesta sotto forma di presentimento di forze che ci superano e che ci sottraggono il dominio della nostra vita. Di qui il rischio della magia — come tentativo di catturare quella potenza ― e della credulità.

Nemmeno la vita morale si salva da questo sovvertimento. È un luogo comune ripetere che il malato diventa egoista. Una generalizzazione di questo tipo denota una mentalità priva di finezza; forse è più vicino alla realtà dire che la malattia svela ed esaspera un egoismo già in atto nella vita da sano, ma reso meno evidente dalla vita quotidiana. Certo, la malattia non è il campo in cui necessariamente attecchisce l’egoismo che chiude: può nascervi anche la generosità che dilata. Ma anche questa non sorge necessariamente e spontaneamente. Perciò non possiamo condividere certi entusiasmi dei «doloristi» per la sofferenza come mezzo per capire quella degli altri. Dobbiamo

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anzi ammettere che in realtà la vita morale è fortemente condizionata dalla malattia. La sofferenza fisica, infatti, di per sé tende a concentrare tutta l’attenzione e tutta l’energia del malato verso il corpo, cioè verso il polo più esterno della persona. Essa sovverte quell’equilibrio psico-fisico, fatto dall’armoniosa collaborazione del corpo e dello spirito, che è il presupposto indispensabile per ogni vita «umana». Non è mai il corpo da solo ad essere malato, perché il corpo non esiste come entità separata: è tutto l’uomo, che soffre di un disordine, ad essere malato.

La sofferenza fisica diventa «croce» ― e quindi momento della salvezza ― solo quando entra nel dinamismo dell’amore oblativo e se ne rende espressione. Ma qual è l’atteggiamento che rende possibile questo capovolgimento del significato della sofferenza? Evidentemente la passività e la rassegnazione — quell’accettazione dell’inevitabile che potrebbe anche essere talvolta calo o perdita della speranza — non costituiscono un atteggiamento adeguato. Ci vuole un movimento positivo per fare della malattia e delle sue conseguenze un’espressione più profonda della vita morale. Volendo dare una regola fondamentale per indicare un comportamento coerente con l’impostazione generale della morale pasquale, diremo che il cristiano malato deve continuare sempre a riferirsi al dono di sé, da continuare anche nello stato di malattia, nonostante i condizionamenti negativi che esso tende a introdurre nella sua vita morale.

L’atteggiamento del cristiano si presenta, in questa prospettiva come una lotta a fondo contro ogni handicap che lo stato di malattia pone alla sua sequela di Cristo, caratterizzata dal dono oblativo di sé al Padre nel servizio dei fratelli. Si tratta di uno sforzo per continuare ad essere cristiano, fatto in una condizione che, di per sé, rende più difficile l’orientamento oblativo della vita. La evangelizzazione della Chièsa consiste precisamente nell’annuncio che per il credente la malattia può diventare «croce», cioè situazione in cui la donazione è provocata, purificata, approfondita.

L’équipe pastorale nel consultorio matrimoniale

Sandro Spinsanti

L’équipe pastorale nel consultorio matrimoniale

in Medicina e Morale

Fasc. 2-3, anno 1975, pp 225-238

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L’ÉQUIPE PASTORALE NEL CONSULTORIO MATRIMONIALE

La nuova legislazione italiana sulla famiglia prevede l’istituzione dei consultori matrimoniali, al fine di offrire alle famiglie in difficoltà l’aiuto specialistico opportuno, secondo le diverse difficoltà. La centralità del nucleo familiare nel tessuto sociale faceva prevedere che le forze ideologiche e politiche a base si sarebbero affrontate in una vera e propria corsa al consultorio. Così infatti sta avvenendo. Il mondo cattolico è mobilitato per organizzare consultori cristiani o assicurare una presenza cristiana nei consultori dipendenti dall’organizzazione sanitaria nazionale. Si tratta di una strategia opportunistica, oppure di un’autentica opportunità, che provoca il servizio pastorale della Chiesa a trovare una risposta adeguata alle necessità dei tempi?

Non è superfluo ricordare che la preoccupazione per la famiglia, anzi la centralità della famiglia nelle sue preoccupazioni, è una costante della pastorale cattolica. Anche il Concilio se ne è occupato con un’attenzione speciale. Nella seconda parte della Gaudium et spes, che considera alcuni problemi contemporanei particolarmente urgenti che toccano in modo specialissimo il genere umano, alla famiglia è dedicato il primo capitolo. Questo poi si chiude con un solenne appello in cui i cristiani, gli esperti nelle scienze, i sacerdoti e i coniugi stessi vengono mobilitati per difendere e promuovere i valori cristiani del matrimonio (G.S., 52 . Nell’impegno per i consultori si esprime dunque un’urgenza proclamata già a chiare lettere dalla Chiesa, nel suo più alto ufficio magisteriale.

Tuttavia è necessario che l’impegno pratico sia sostenuto da una visione teologica il più possibile illuminata. Non si tratta

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di giocare bene le proprie carte per non perdere il treno dei consultori. L’importante non è di arrivare primi nella corsa. I consultori non devono diventare l’occasione per una forma aggiornata di costantinismo. Piuttosto devono essere un’occasione per riprendere in esame l’intera pastorale del matrimonio. Ad essa si presenta il compito di assimilare la maturazione ecclesiale avvenuta e sancita dal Concilio. Deve essere rivista in modo da costituire un servizio non solo alla comunità cristiana, ma all’intera società civile, secondo lo spirito di dialogo e diaconia che informa i rapporti della Chiesa col mondo d’oggi.

Le riflessioni seguenti vogliono essere un contributo per mettere a punto il senso e le modalità d’intervento di un’équipe pastorale in un consultorio. Cercheremo dapprima d’inquadrare questo specifico servizio nel contesto più ampio della pastorale cristiana della famiglia e di evidenziare i principi teologici cui deve obbedire ogni progetto pastorale che voglia armonizzarsi con le direttive conciliari.

Le articolazioni del servizio della Chiesa alla famiglia

La forma più diffusa di pastorale della famiglia è quella che avviene nelle parrocchie in occasione dei matrimoni. Nella nostra situazione culturale italiana la secolarizzazione non è ancora avanzata fino al punto da togliere ogni riferimento religioso a questo evento. Magari come tipico «rito di passaggio», il matrimonio continua ad essere pensato in chiave religiosa. Di fatto, la preparazione dei nubendi e la celebrazione del rito nuziale costituiscono una delle principali attività pastorali di qualsiasi parrocchia.

Anche coloro che contestano la validità di tale impegno pastorale ne richiedono oggi la revisione. In Italia esso si è strutturato infatti sulla base del matrimonio concordatario. La dimensione religiosa è stata caricata in tal modo anche dell’aspetto giuridico. Questa integrazione dell’elemento sacramentale con quello canonico è avvenuta in un orizzonte di Chiesa concepita come «societas perfecta», corpo sociale autonomo, che ha in sé tutti i mezzi

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della salvezza e si occupa del bene integrale dei suoi fedeli. La prassi pastorale tradizionale ha considerato primariamente l’aspetto istituzionale del matrimonio. I nubendi venivano esaminati per verificare la presenza o assenza degli «impedimenti»; la celebrazione liturgica del sacramento acquistava valore civile (rimarcato dalla lettura degli articoli del Codice civile); la pastorale familiare concentrava i suoi sforzi nel sistemare le situazioni «irregolari». E questo non perché si identificasse moralità con legalità (è possibile un simile travisamento del Vangelo da parte dei discepoli di colui che è stato l’avversario irriducible dei farisei? ). Era piuttosto l’ecclesiologia di tipo societario che portava a privilegiare il momento giuridico, a cui veniva attribuita anche una rilevanza sacramentale.

Questa struttura teologico-pastorale è, ad ogni modo, in fase di superamento. Il Vaticano II ha ristrutturato l’ecclesiologia cattolica, provocando uno spostamento irreversibile dalle categorie giuridiche a quelle bibliche, dall’elemento societario a quello misterico. Dall’esterno la legislazione divorzista ha provocato una situazione nuova: legalità ecclesiastica e legalità civile non coincidono più. Ciò non significa la fine delle possibilità operative della pastorale coniugale a livello parrocchiale. Emergono piuttosto dei compiti nuovi, forse più consoni, tutto sommato, alla missione salvifica della Chiesa 1.

La Chiesa non dovrà più limitarsi a curare il «bene» indubbio del vincolo matrimoniale di tipo giuridico. Essa ritrova il suo compito più impegnativo, quello cioè di curare questo stesso vincolo nel suo aspetto sostanziale. È questa prospettiva ottimistica che faceva dire al Concilio che «il valore e la solidità dell’istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell’odierna società, nonostante le difficoltà che con violenza ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura dell’istituto stesso» (G. S., 47).

La pastorale parrocchiale del matrimonio può rinnovarsi, dietro la provocazione della situazione attuale, in modo insperato

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I parroci che hanno rifiutato di limitarsi al burocratismo impersonale degli incartamenti e hanno fatto leva sul rapporto umano che può crearsi con le giovani coppie in occasione del matrimonio sanno quanto questa attività sia pagante ai fini dell’annuncio evangelico.

Un servizio cristiano ai coniugi del tutto indipendente dalle strutture parrocchiali è quello costituito dai «gruppi di spiritualità familiare» 2. Introdotti in Italia sul finire degli anni ’40, ad opera di Don Carlo Colombo, assistente nazionale dei laureati cattolici, si sono diffusi in numerose altre città. Il periodo di maggiore slancio espansivo è stato il decennio «50-60». Hanno dovuto superare dapprima la diffidenza del clero, che non vedeva di buon occhio lo spirito di autonomia che spingeva i gruppi a rifiutare ogni forma di organizzazione centralizzata. Il Concilio però, raccomandando le associazioni familiari, ha cambiato l’atmosfera. L’accusa che veniva loro rivolta era quella di chiusura, di preziosismo da élite. Anche se la denigrazione del metodo in quanto tale è ingiustificata, non si può negare che i gruppi rivelano dei limiti notevoli. Non sono riusciti affatto a penetrare e a diffondersi nell’ambiente operaio e popolare, restando confinati negli ambienti intellettuali e borghesi. I gruppi sono sorti nell’ambito del movimento dei laureati cattolici. Questa matrice di origine ha dato loro un’importanza che ha impedito di adottare il metodo ad altri ambienti.

Oltre al retroterra sociale, anche quello teologico ha costituito un handicap per l’affermarsi della spiritualità matrimoniale dei gruppi. Le fonti cui potevano attingere i gruppi di spiritualità familiare erano povere sotto il profilo teologico e viziate di intimismo sotto il profilo spirituale. La teologia del matrimonio, fatta per lo più dai monaci e «chierici», era insufficiente per la valorizzazione adeguata dello stato matrimoniale.

I gruppi a loro volta, per quello stato di minorità che ha caratterizzato i laici di fronte ai chierici, non sono stati in grado

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di offrire un contributo originale che facesse progredire la teologia del matrimonio. Anche gli spunti di rinnovamento derivanti dalla teologia sacramentale-misterica non hanno portato i frutti sperati.

«A prescindere dalla piega non necessariamente intimistica che il discorso avrebbe potuto prendere, sta il fatto che il discorso si sviluppa strutturalmente dal presupposto che il valore più grande, in riferimento alla situazione concreta, è il matrimonio, inteso come incontro nella grazia fra due persone; e conseguentemente che il senso del matrimonio non può essere che quello del massimo sviluppo nella grazia delle due persone: una struttura che l’ovvia considerazione dei figli, lungi dal modificare, non può che rinsaldare. Riteniamo che più o meno questa sia stata l’«ideologia» soggiacente ed espressa dai gruppi di spiritualità. Essa orientava obiettivamente i Gruppi verso la «privatizzazione», come conferma, d’altra parte, la manifesta «chiusura» dei Gruppi al problema politico» 3.

La teologia e la spiritualità dei gruppi sono indubbiamente datate. Questa potrebbe essere una causa dei sintomi di stanchezza che si vanno diffondendo nel loro ambito. Tuttavia i gruppi possono svolgere ancora un’attività preziosa, a condizione di aprirsi alle istanze ecclesiali del momento. Nel fiorire delle attività pastorali in favore della famiglia i gruppi di spiritualità familiare hanno un loro ruolo insostituibile. Devono richiamare i cristiani ai valori propriamente sacramentali della vita matrimoniale e stimolare a costruire, a favore di tutta la Chiesa, una comprensione del matrimonio cristiano non aridamente deduttiva, ma creativamente induttiva, cioè a partire dall’esperienza vissuta.

Le carenze della teologia e della spiritualità del matrimonio diventano chiaramente evidenti nell’ambito della catechesi. Intendiamo con ciò propriamente il servizio della Parola che porta la Chiesa ad annunciare il mistero della salvezza in Cristo a coloro che vivono la situazione matrimoniale. Secondo il documento fondamentale sulla catechesi promulgato dalla conferenza episcopale

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italiana, un’attenzione particolare deve essere rivolta alla famiglia quando si vuole calare il messaggio di Cristo nella situazione storica dei fedeli: «Attenta alle parole della fede, e insieme sensibile alle indagini antropologiche e sociologiche del nostro tempo, la catechesi deve presentare la famiglia nei suoi valori di unità e di stabilità, nei suoi impegni di amore e fecondità, nella sua vocazione di comunità aperta al mondo e alla Chiesa. Si tratta di una catechesi che, gradualmente e adeguatamente, deve accompagnare sempre lo sviluppo umano dei fedeli» 4.

A questa lucida dichiarazione programmatica non corrisponde però una realizzazione adeguata. I documenti ufficiali circa il matrimonio e la famiglia continuano a privilegiare le «parole della fede» trascurando le indagini socio-antropologiche; riaffermano i valori, piuttosto che analizzare la situazione.

Un esame critico dei recenti documenti pastorali e catechistici della Chiesa italiana rileva il perdurare di un approccio di tipo deduttivo: «Giustamente i documenti riguardanti l’evangelizzazione e la catechesi attribuiscono alla famiglia un ruolo primario nell’educazione alla fede. Poco realisticamente però la ritengono pronta ad assumere tale ruolo, appunto perché tengono presente la famiglia nella sua essenza, nei suoi valori tipici e non la situazione in cui versa la famiglia italiana. Di conseguenza le linee operative che essi pongono agli operatori di pastorale risultano unidirezionali. Sono indicative infatti per coloro che operano presso famiglie che vivono un autentico cammino di fede o che sono disposte a iniziarlo. Ma per chi opera presso famiglie indifferenti al problema religioso o oberate da una situazione economica che non lascia spazio ai problemi di fede, presso famiglie insomma che sono più da evangelizzare che da catechizzare, non esistono piste di catechesi ufficiali» 5.

La catechesi è l’attività centrale tra quelle che la Chiesa svolge a favore della famiglia cristiana. È centrale nel senso che si situa tra la prassi giuridico-canonica del matrimonio concordatario

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e la ricerca della perfezione dei gruppi di spiritualità familiare È centrale soprattutto nel senso che proprio alla catechesi spetta il compito delicato di cogliere la realtà umana del matrimonio nella fisionomia precisa che esso assume entro le coordinate culturali del nostro tempo e rivelare la parola di salvezza per esso contenuta nella rivelazione cristiana. Anche la catechesi, come le altre forme del servizio ecclesiale al matrimonio cristiano, è provocata dall’ora attuale a un rinnovamento, a una crescita, a una ristrutturazione. Ogni forma di servizio ha una finalità specifica e una funzione insostituibile. C’è posto tuttavia per un ulteriore servizio: quello dei consultori matrimoniali.

Famiglia ed evangelizzazione

Prima di prendere in esame il servizio specifico che può essere reso alla famiglia cristiana tramite il consultorio è utile richiamare i compiti che una riflessione teologica più avvertita attribuisce alla pastorale della famiglia.

L’impulso decisivo è venuto dal magistero conciliare. Esso ha attribuito alla famiglia tutta la densità ecclesiale desiderabile. Ha evitato — e con buona ragione — l’espressione «famiglia piccola Chiesa». Questa categoria è esposta infatti al pericolo di una riduzione della Chiesa alla coppia e alla famiglia; invece di aprire la famiglia ad orizzonti più vasti, potrebbe portare a limitare i compiti ecclesiali ai compiti della propria famiglia.

Il Concilio usa invece, e con certa circospezione, l’espressione «Chiesa domestica» 6. La Chiesa universale, che si attualizza nella Chiesa locale, si manifesta anche, a modo suo, nella famiglia cristiana. Questa famiglia «si potrebbe chiamare Chiesa domestica». La restrizione è dovuta al fatto che nel caso della famiglia non abbiamo la coincidenza tra Chiesa universale e Chiesa

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locale che si ha invece nel caso di una comunità dotata della sua struttura ministeriale per la celebrazione dell’eucarestia 7.

La famiglia è infatti sede legittima, ma non propria, della celebrazione eucaristica. Diversa era invece la situazione nella Chiesa primitiva: «Dal punto di vista istituzionale tra i primi cristiani la Chiesa si presentava soprattutto sotto l’aspetto familiare. La Chiesa familiare, la comunità domestica è il fondamento biblico del nostro apostolato di quartiere, delle missioni familiari e della pastorale familiare. Il primo centro della vita cristiana è stato costituito dalle case» 8. La casa era luogo di riunione e di preghiera; di qui l’espressione singolare che ricorre frequentemente nell’epistolario paolino: «la Chiesa di casa tua».

Ai fini della pastorale notiamo che il recupero dell’ecclesialità della famiglia ha sensibilizzato alle potenzialità missionarie insite nella famiglia stessa. Se la Chiesa intera è una comunità missionaria, la famiglia cristiana partecipa di questa vocazione. Così la coppia e la famiglia, da semplice oggetto della pastorale, sono diventate oggetto attivo di annuncio cristiano 9. La tendenza si è esplicitata nei documenti più recenti dell’episcopato italiano. Il documento su «Matrimonio e famiglia oggi in Italia» (del 15 nov. 1969) afferma: «È necessario che la famiglia divenga il centro unificatore dell’azione pastorale, superando la fase generosa, ma sporadica ed episodica, per giungere a una fase organica e sistematica. Un certo criterio settoriale o individualistico ha guidato finora l’azione pastorale. Dovremmo passare ad un criterio che abbia per oggetto la famiglia come comunità. La famiglia deve inoltre divenire soggetto di pastorale, essendo i coniugi dotati di grazie, di carismi e di esperienze particolari» (n. 16).

Il documento più recente dedicato a «L‘evangelizzazione del mondo contemporaneo» (28 febbraio 1974) è ancor più formale: «In ordine ad un’opera profonda di evangelizzazione e di catechesi si impone la necessità di avere delle "comunità evangelizzanti"

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(famiglie — gruppi — comunità parrocchiali): non si può infatti separare l’atto dell’evangelizzazione della comunità che evangelizza. Di qui la necessità di una promozione della famiglia come unità ecclesiale, costituita dal sacramento del matrimonio e che, per ministero e carisma proprio, è destinataria e al tempo stesso protagonista di evangelizzazione nella Chiesa e nel mondo» (n. 89) 10.

Abbiamo in precedenza ascoltato una voce critica che faceva osservare che in questi documenti a una coraggiosa programmazione pastorale non corrisponde un’analisi accurata delle reali condizioni socio-antropologiche della famiglia. Ciò non toglie che la valorizzazione della famiglia come soggetto di pastorale costituisca un principio nuovo e ricco di promesse. Tanto più se queste indicazioni vengono lette nel contesto delle prospettive ecclesiologiche e pastorali aperte dalla Gaudium et Spes 11.

Questo documento si muove nell’area ecclesiologica che è tipica del Vaticano II: evitare l’immagine di una Chiesa costituita e animata soltanto dal clero, e riscoprirne la fisionomia di popolo di Dio dotato di carismi differenziati. Su tale sfondo acquista rilevanza l’affermazione che, per sviluppare i valori del matrimonio e della famiglia, «sono di grande aiuto il senso cristiano dei fedeli, la retta coscienza morale degli uomini, come pure la saggezza e la competenza di chi è versato nelle discipline sacre» (G.S., 25). Al sensus fidei dei cristiani viene data la precedenza rispetto alle conoscenze della teologia scientifica. I cristiani impegnati nella vita matrimoniale appaiono come i veri protagonisti della promozione dei valori della famiglia. Ciò comporta il superamento del monopolio pastorale dei chierici.

Ai fini della nostra riflessione sui consultori matrimoniali riteniamo di dover dare rilievo anche a un’altra affermazione della costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. A proposito

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del valore fondamentale del matrimonio, l’amore coniugale, così minacciato in una cultura che rinuncia a strutture per proteggerlo, vien detto: «L’autentico amore coniugale godrà più alta stima e si formerà al riguardo una sana opinione pubblica se i coniugi cristiani danno testimonianza della fedeltà e dell’armonia nell’amore, oltre che nella sollecitudine per l’educazione dei figli, e se fanno la loro parte nel necessario rinnovamento culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della famiglia» (G.S., 49). Questo accento sulla testimonianza è in assoluta armonia con l’esigenza fondamentale del dialogo dei cristiani con il mondo, che è il loro proprio esempio.

Anche questo aspetto mette il laicato in condizione di superiorità rispetto al clero nelle questioni matrimoniali. Di tutte queste indicazioni dobbiamo tenere conto nella progettazione di un servizio pastorale alla famiglia cristiana che utilizzi le possibilità nuove offerte dai consultori matrimoniali.

Pastorale familiare mediante il consultorio matrimoniale

Abbiamo presentato i principali strumenti con cui la Chiesa svolge il ministero della salvezza a favore della famiglia: la pastorale parrocchiale, che si preoccupa principalmente di salvaguardare la validità dell’istituto matrimoniale; i gruppi di spiritualità familiare, che indirizzano i coniugi verso le mete della santità; la catechesi che illumina con le parole della fede la realtà socio-antropologica del matrimonio. Accanto a questi strumenti è oggi particolarmente urgente una forma ulteriore d’intervento, precisamente quella dei consultori matrimoniali.

Si sa quale sia la finalità di tali consultori: curare e prevenire i mali della famiglia. La malattia del nucleo familiare può dipendere da diversi fattori: psicologici o psichiatrici, sociologici, o propriamente medici. Può essere competenza dello psicologo, dell’assistente sociale, del sessuologo o ginecologo. I coniugi devono essere aiutati a ritrovare un dialogo reciproco, o a superare traumi originati dalla convivenza, o a regolare le nascite in un

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modo che siano rispettate le esigenze dell’umanità e dell’etica, o a stabilire con i figli un legame pedagogico valido. È giustificabile una presenza esplicitamente cristiana in un consultorio così concepito? La risposta a questa domanda è collegata ad una questione previa: che cosa si propone la presenza cristiana in un consultorio? La finalità più ovvia sembra essere la difesa dei principi e delle soluzioni etiche cristiane relativamente a problemi capitali come quelli della procreazione, della difesa della vita e dell’educazione dei figli. È certamente un’esigenza da non disattendere. Se la nostra società si fonda veramente sui principi del pluralismo, della tolleranza e della libertà religiosa, deve essere permesso a gruppi di diverse tendenze ideologiche e fedi religiose di organizzare consultori programmaticamente orientati, sempre nel rispetto delle norme fondamentali della convivenza civica sancite dalla legislazione vigente.

Per una presenza cristiana nei consultori c’è anche un’altra ragione da far valere: l’incidenza della problematica religiosa e morale sulla vita coniugale. Il fatto che la quasi totalità degli italiani abbia avuto un’acculturazione religiosa di tipo cristiano e sia stata educata nei principi della morale cattolica non può essere irrilevante per la terapia di molte situazioni coniugali. E ciò in duplice senso. Negativamente, false concezioni religiose o pregiudizi moralistici possono pregiudicare un’unione. È necessario perciò intervenire per rimuovere dall’interno, chiarendo equivoci o deviazioni, i nodi del comportamento religioso. Positivamente, l’universo religioso e i principi morali possono costituire motivazioni fortissime là dove la situazione debba essere sbloccata con interventi che facciano appello alla volontà. È dunque la situazione sociologica italiana che giustificherebbe, di per sé, una presenza cristiana qualificata nei casi non infrequenti in cui la crisi matrimoniale ha una componente etico-religiosa.

Tuttavia l’ideale non è certamente quello di costituire consultori confessionali in alternativa a quelli laici. Non è nella prospettiva della concorrenza che il Concilio ha espresso il rapporto Chiesa-mondo. La Chiesa vede la sua missione nel continuare l’opera stessa di Cristo mettendosi a servizio del mondo (cfr. G.S., 3).

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Svolge questo suo compito difendendo a promuovendo i valori del matrimonio che essa, con secolare ermeneutica, ha imparato a derivare dal messaggio di Gesù. Ma il suo specifico evangelico non si inserisce su un vuoto. Ciò che la cultura umana produce è destinato a entrare, non senza purificazioni e superamenti, nel progetto concreto della salvezza che Dio costruisce per gli uomini. Per questo la Chiesa non può limitarsi a riproporre con fedeltà il Vangelo, ma è suo "dovere permanente di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo" (G.S., 4) Questa prospettiva richiede il dialogo della Chiesa con l’uomo secolare che vede la chiave della sua esistenza nella umanizzazione del mondo. Dialogo vuol dire incontro e collaborazione nella sfera in cui l’uomo gestisce il proprio futuro, si sente responsabile per la trasformazione delle strutture e delle istituzioni, lavora per l'umanizzazione della terra. Il fondamento dell’incontro conciliare della Chiesa con il mondo è la convinzione che l’umanità dell’uomo non è irrilevante per la salvezza cristiana 12. Ciò non vuol dire ridurre il cristianesimo a un umanesimo, bensì affermare che il cristianesimo ha in sé una forza umanizzante, la quale rende possibile il dialogo e la collaborazione con forme autentiche di umanesimo promosse da ideologie e fedi diverse da quella cristiana.

Per il Concilio «la famiglia è una scuola di umanità più completa e più ricca» (G.S., 52). Questa umanità il cristiano la sente implicata dal messaggio che ha da annunciare. La sede propria dell’annuncio e della catechesi cristiana non è evidentemente il consultorio. Coloro che vi partecipano, anche gli eventuali presenti a titolo pastorale, sanno di essere impegnati per l’umanità del matrimonio. Ma di un’umanità tale che non escluda qualsiasi apertura sul mistero della salvezza cristiana, bensì lo contenga germinalmente ed esigitivamente.

La presenza cristiana in un consultorio deve essere differenziata

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secondo i diversi carismi. Per questo preferiamo parlare di équipe pastorale. I primi dell'équipe sono, di diritto, i laici cristiani coniugati. A questa conclusione si conduce l’esame delle indicazioni conciliari circa il ruolo dei coniugi stessi nella promozione dei valori cristiani del matrimonio. Anche se finora le attese di una comprensione teologico-sapienziale del matrimonio da parte dei cristiani stessi che lo vivono non sono state sufficientemente compensate, è proprio dal «sensus fidei» dei credenti che verrà la parola giusta per esprimere il mistero di salvezza che si vive nello stato matrimoniale.

Il sacerdote non è escluso dall’équipe: tutt’altro. Da lui non si domanderà però se non ciò a cui lo accredita il suo carisma. Come annunciatore del Vangelo e pedagogo della fede sarà competente per le difficoltà originate da una comprensione distorta della dottrina cristiana; come animatore di una comunità aprirà al piccolo nucleo familiare le prospettive liberatrici di un impegno più vasto; in quanto presidente dell’assemblea eucaristica offrirà alla coppia cristiana un momento forte d’integrazione e di confronto con il resto della comunità; in quanto testimone del carisma del celibato aiuterà i coniugi cristiani a capire che ogni unione coniugale anche la più felice, è finalizzata all’apertura totale del singolo alle esigenze dell’amore infinito di Dio.

Nell’équipe pastorale una modalità peculiare di intervento può essere quella del diacono coniugato. Partecipando sia della condizione matrimoniale che della missione gerarchica della Chiesa, ha possibilità di azione uniche, finora inesplorate.

Questa la composizione dell’équipe pastorale. Se vogliamo ora progettare le articolazioni del suo intervento, dobbiamo sottolineare anzitutto il carattere di testimonianza e di riferimento all’esperienza che lo specifica. La Chiesa ha certamente una dottrina sul matrimonio, la quale, per di più, non cessa di perfezionarsi. Tuttavia la funzione dell’équipe non è quella di farsi mediatrice di tale dottrina. In quanto cristiani, i coniugi e pastori che compongono l’équipe tengono presente l’orizzonte dottrinale, sia a livello personale che come riferimento che specifica il senso del loro intervento. Ma ciò a cui si riferiscono direttamente, ciò che

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costituisce il punto d’incontro e di confronto con coloro che ricorrono ai consultori è piuttosto il dato di esperienza. Perché questo carattere rifulga meglio è auspicabile che i membri dell’équipe prestino la loro opera sotto forma di volontariato. Testimonianza, gratuità, incontro interpersonale: queste modalità di presenza dell’équipe pastorale possono incidere beneficamente su tutto il complesso organico degli interventi che avvengono nell’ambito del consultorio. La qualità del rapporto umano che si instaura può efficacemente controbilanciare la inevitabile tecnicità degli altri interventi specialistici. L'équipe pastorale può dare così un contributo ineguagliabile per favorire la dimensione umana in un consultorio matrimoniale.

L’interesse attivo che i cristiani dimostrano per i consultori autorizza ad esprimere una speranza: sarà proprio attraverso i consultori matrimoniali che la Chiesa ritroverà l’entusiasmo di proseguire l’opera di Colui che si è detto inviato non ai sani, che non hanno bisogno del medico, bensì ai malati: ai corpi malati, alle psiche malate, ai rapporti umani malati?

NOTE

1 T. Goffi (1975), L’amore coniugale nell’attuale società consumista e divorzista, in «Via, Verità e Vita» 24, n. 52, pp. 26-36.

2 Vedi il bilancio dell’attività dei gruppi tracciato da G. Colombo - A. Corti - G. Moioli, Per una «spiritualità» coniugale. Analisi di un’esperienza: i «Gruppi di spiritualità familiare», in Communio, n. 16, luglio-agosto 1974, pp. 70-84.

3 Ibidem.

4 C.E.I. (1970), Il rinnovamento della catechesi, (n. 98), Roma, p. 36.

5 D. Zagara, (1975), La famiglia nei recenti documenti pastorali e catechistici della Chiesa italiana, in Via, Verità e Vita 24, n. 52, pp. 17-26.

6 «In hac velut Ecclesia domestica» (L.G. 11). Non possiamo esaminare qui per esteso la dottrina conciliare sulla famiglia. Rimandiamo solamente ai testi più significativi: Apost. actuos., 11; Gaudium et Spes, 48; Graviss. educat., 3.

7 F. Klostermann - N. Greinacher, (1971), La Chiesa locale, Brescia.

8 V. Schurr, (1962), Pastorale costruttiva, Roma, p. 36.

9 D. Tettamanzi, (1975), Matrimonio cristiano oggi, Milano; specialmente il cap. su «Il cammino della pastorale coniugale-familiare».

10 Altri passi dello stesso documento presentano la famiglia come il «primo luogo del messaggio cristiano» e luogo di «educazione permanente alla fede»: n. 35; 78. Cfr. anche i documenti «Evangelizzazione e sacramenti», nn. 95-96; «Vivere la fede oggi», n. 21.

11 V.L. Heylen, (1966), La promozione della dignità del matrimonio e della famiglia, in La Chiesa nel mondo di oggi, Firenze, pp. 351-371.

12 Non è possibile dare su questo enorme capitolo della svolta nei rapporti Chiesa-mondo una bibliografia completa. Si tenga almeno presente il filone tematico dei segni dei tempi», che è stato il luogo privilegiato del ripensamento. Vedi la rassegna I segni dei tempi, in Concilium 3 (1976/5), pp. 161-171 e P. Valadier, Signes des temps, signes de Dieu?, in Etudes 1971, pp. 261-277.

Fede e malattia

Matteo Salvadori

Fede e malattia

Una riflessione sulla sofferenza umana

Presentazione del Prof. Sandro Spinsanti

Edizioni Carroccio, Terraglione di Vigodarzere 1986

pp. 5-9

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PRESENTAZIONE

Ancor prima che si affermasse il deprecato sviluppo verso le specializzazioni mediche, responsabile della frammentazione a cui è sottoposto l’uomo malato, un’altra scissione era già avvenuta. Parallelamente al processo che portava l’assistenza sanitaria dall’ambito religioso dell’attività caritativa verso quello degli obblighi e delle responsabilità civili, la dimensione religiosa veniva esclusa dal trattamento. Senza che fosse negata per principio ― salvo nei casi di flagrante anticlericalismo ― l’assistenza fornita dal ministro della religione veniva scorporata dal complesso di servizi che va sotto il nome di “sanità”.

Assistenza sanitaria e servizio pastorale corrono paralleli, senza agganci o interferenze reciproche. Cappellano da una parte, medici e personale infermieristico dall’altra, svolgono, per lo più ignorandosi rispettivamente, un’attività in cui senso e finalità non sembrano riconducibili a nessun comune denominatore. Già la loro figura professionale appare sintonizzata su obiettivi divergenti: i sanitari mirano a restituire la salute o, quanto meno, a prolungare il più possibile la vita; i ministri della religione sono per lo più chiamati quando non c’è più niente da fare” ed è giunto il momento di pensare alla salvezza dell’anima. Può

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avvenire anche che la differenziazione si approfondisca ulteriormente, fino a sfiorare la concezione caricaturale dell’antagonismo tra i due tipi di presenza e di servizio all’uomo malato: come se il personale sanitario si mobilitasse per restituire il malato alla vita, mentre l’intento del cappellano sarebbe quello di boicottare quest’opera a vantaggio dell’altra vita”. In questo caso può darsi che la presenza del ministro della religione sia più o meno apertamente osteggiata, oppure tollerata con sufficienza, salvo l’impegno per neutralizzare gli effetti demoralizzanti del passaggio della tonaca tra i letti della corsia...

L'assistenza spirituale dei malati non è in crisi solo per questa mancata saldatura con la struttura funzionale dell’ospedale. C’è anche un motivo intrinseco alla pastorale stessa, che potremmo ricondurre all’incertezza che coglie i pastori su che cosa dire e che cosa fare. I modelli di prassi pastorale del passato si rivelano sempre più rapidamente inadeguati. All’inflazione di parole devozionali rivolte al cristiano malato è succeduto un silenzio imbarazzante: non il silenzio denso di presenza, nel comune ascolto del messaggio esistenziale e soprannaturale insito nel grumo del dolore umano, bensì l'ammutolimento di chi sente che le parole perdono il loro significato e scorrono via su una superficie impermeabile. Il modello presupposto da un certo pietismo cristiano (secondo cui il credente malato deve rassegnarsi alla volontà di Dio, anzi addirittura amare la sofferenza e utilizzarla spiritualmente in un intervento di partecipazione mistica ai dolori stessi di Cristo) sembra non avere più corso. Sono gli stessi cristiani più consapevoli che lo rifiutano.

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L’ha detto pubblicamente una malata allo stesso pontefice Giovanni Paolo II in occasione del suo pellegrinaggio a Lourdes: «Noi persone malate, più che essere aiutate dalle parole cristiane, vi troviamo spesso ragioni di inasprirci, di rivoltarci. Noi ripetiamo volentieri con Giobbe: “Cessa di tormentarmi, di schiacciarmi con i tuoi discorsi”». La riduzione semplicistica del messaggio cristiano sulla sofferenza alla “cristiana rassegnazione” è stata eliminata dal bagaglio dei luoghi comuni dei predicatori; ma, contemporaneamente, coloro il cui compito è di annunciare il Vangelo vengono a trovarsi a corto di parole.

Anche i riti sacramentali si rarefanno. Una vera e propria crisi d’identità ha investito il sacramento tradizionalmente associato alla fine della vita con il nome di “Estrema Unzione”. Il Concilio Vaticano II l’ha rivalutato teologicamente, correlandolo con l’aiuto fisico-spirituale che il credente riceve nella situazione di grave malattia. Malgrado alcuni sporadici tentativi di rinnovare la fisionomia liturgica di questo sacramento (per esempio, amministrandolo comunitariamente), la più profonda comprensione spirituale di quel gesto sacramentale è lungi dall’essersi tradotta in atto. L’Unzione degli infermi continua, per lo più, ad essere sentita come l’atto che consacra il morire. Nella nostra cultura, in cui la morte è diventata il principale tabù, si tende perciò a procrastinare il più possibile il rito. Con conseguente disaffezione da parte dei sacerdoti, che da annunciatori del Vangelo si trovano così degradati al compito routinario di “untori di cadaveri”... La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: il malato, specialmente nella fase terminale della malattia,

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è sempre più solo. Anche i pastori, presi nel vortice della crisi del loro ruolo tradizionale, in assenza di modelli alternativi tendono a ritirarsi. Gli osservatori della realtà religiosa hanno gettato un grido di allarme e in alcune diocesi (come Torino) ci si è disposti seriamente a invertire la rotta del movimento di diserzione degli ospedali da parte dei pastori.

Nel vasto programma dell’umanizzazione della medicina trova un posto significativo anche chi si occupa dello spirito, come dimensione dell’essere umano totale. Mentre cresce in generale la coscienza che non si può trascurare lo spirito ― nella sua vasta accezione di luogo in cui si elaborano i valori e i significati, oltre che di fonte dell’atteggiamento religioso ― se si vuole una medicina a misura di uomo, nasce parallelamente nel mondo ecclesiale l’esigenza di rimettere i malati al centro della propria prassi. «L’evangelizzazione e l’umanizzazione dei luoghi del dolore ― afferma Padre Matteo Salvadori a conclusione del suo lavoro ― sono inderogabili doveri della Chiesa cattolica, se non vuole tradire Gesù Cristo». E nel suo intervento al Sinodo dei vescovi del 1983 il Priore generale dell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli dichiarava: «È sempre edificante portare i malati nei santuari: oggi è soprattutto necessario che la Chiesa intraprenda un pellegrinaggio in ospedale, dove, in molti Paesi, vanno più persone che nelle nostre parrocchie e dove è viva la presenza di Cristo che vuole la riconciliazione».

Questo servizio dei malati (i “signori malati”, come venivano chiamati dalla cristianità nel medioevo) non può essere solo opera di braccia e di cuore, ma anche

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di testa. La fede che va annunciata non può prescindere dalla riflessione su di essa, quella riflessione che si chiama teologia. «La teologia ― è la ferma convinzione di Padre Matteo Salvadori ― non è nemica della pastorale sanitaria, ma è al suo servizio». Questo suo diligente e profondo lavoro di teologia, in cui il sapere cristiano sulla malattia viene rapportato alle fonti bibliche e ai modelli antropologici, è quindi un’opera pastorale nel senso più alto. È un valido aiuto a trovare parole misurate per dire la fede, proprio nella situazione in cui abitualmente o le parole muoiono in bocca, raggelate dall’angoscia, o cedono il posto a luoghi comuni, a fervorini devozionali. Sempre tenendo presente, tuttavia, che la bocca è autorizzata a dire le parole della fede solo se le mani operano contemporaneamente la sotería, cioè la guarigione-salvezza.

Antropologia cristiana per un’etica della salute

Sandro Spinsanti

Antropologia cristiana per un’etica della salute

in Medicina e Morale

fasc. 3, 1976, pp. 213-228

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ANTROPOLOGIA CRISTIANA PER UN’ETICA DELLA SALUTE

Diogene, il «Cinico», andava in giro con la lanterna in pieno giorno dicendo di cercar l’uomo. Non era un filosofo in senso classico, ma piuttosto un contestatore dei filosofi di professione. «Socrate impazzito», lo chiamava Platone. I bravi filosofi di cittadinanza greca erano convinti di aver già trovato l’uomo; su di lui, «misura di tutte le cose», costruivano il loro sapere. Appunto con parola greca, l’esposizione sistematica delle conoscenze che si hanno attorno all’uomo continua a chiamarsi «antropologia».

I cristiani hanno una concezione dell’uomo coerente con la loro fede e la loro speranza. L’antropologia cristiana ha tuttavia uno statuto particolare, che non la rende omologa alle altre antropologie filosofiche, passate o contemporanee. Essa non ha infatti il carattere di un sapere ottenuto con la riflessione: è una rivelazione connessa con l'«universale concreto» costituito dall’esistenza storica di Gesù di Nazareth. È di carattere simbolico, se per simbolo intendiamo una mediazione tra la parola logos e la prassi. L’antropologia cristiana non è un sapere occulto, da iniziati, né la struttura dottrinale di un sistema ideologico. Cristo è il «poema», detto — o piuttosto «fatto»: la poesia affonda le sue radici etimologiche nel poiein greco, che è il «fare» — una volta per tutte. L’antropologia cristiana è l’esegesi di quel poema. Il poema stesso resta però più ricco di qualsiasi commento, mai totalmente riducibile alla saggezza di qualsivoglia chiosatore. Ogni sistematizzazione di antropologia cristiana ha perciò una funzione contingente rispetto a Cristo, «uomo nuovo», e su di lui dovrà misurarsi.

La comunità che segue le orme del Cristo continua ad annunciare

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con parole e gesti di salvezza, il progetto di Dio sull’uomo. Oggi il logos della chiesa sull’uomo ha maturato accentuazioni diverse che nel passato. Riferita ai problemi della salute, la visione cristiana dell’uomo si rivela portatrice di fermenti e di intuizioni ricche di promesse.

Rinnovamento dell’antropologia cristiana

La fede cristiana predica un Dio il cui segreto è costituito da un «progetto-uomo». Dalla sua rivelazione deriva un’«antropologia» e una «sociologia», vale a dire un’idea di uomo e di società conformi al progetto. Dimmi chi è il tuo Dio — si potrebbe dire ai credenti — e ti dirò qual è la società che costruisci, e per quale uomo.

Fino a un passato molto recente la chiesa cattolica ha elaborato il suo sapere sull’uomo in dipendenza dal Vangelo, ma in antitesi alle moderne antropologie 1. Sciolto l’abbraccio stretto in epoca di cristianità, la chiesa e il mondo moderno hanno cominciato ad esistere da estranei l’uno all’altra. Hanno brandito come un’arma la reciproca autonomia, tanto sul piano pratico che su quello dottrinale, utilizzandola a scopi polemici. Nei trattati tradizionali di teologia il pensiero dei fondatori delle moderne concezioni antropologiche — da Marx a Sartre, da Feuerbach a Freud — viene citato sotto la voce «Adversarii»; lo si riporta solo per confutarlo e sottolineare la distanza incolmabile che lo separa dall’antropologia cristiana.

Il distanziamento dalle antropologie della nostra epoca era funzionale alla prassi dei rapporti chiesa-mondo. Finché la chiesa continuò a vagheggiare come ideale di questo rapporto la situazione di cristianità e a nutrire nostalgie restaurative, era impensabile qualsiasi incontro con concezioni dell’uomo diverse da quelle che avevano preso forma nella teologia scolastica. E le differenze ideologiche, a loro volta, servivano a giustificare e a rafforzare la prassi della reciproca estraneità.

Il grande rinnovamento del Concilio Vaticano II ha il suo

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baricentro non in un aggiornamento dottrinale, bensì nel diverso modo scelto dalla chiesa di rapportarsi al mondo 2. I cristiani hanno riscoperto che la vita e l’insegnamento di Gesù li sfida a uscire dal salotto buono che si erano scelti a dimora, per muovere in direzione del mondo, accettato come "altro" rispetto alla chiesa. Si sentono chiamati a rinunziare alle sicurezze del sistema ideologico-dottrinale in cui si erano chiusi, per riacquistare così un tratto dello spirito d’infanzia: la temerarietà del bambino che non è mai così sicuro come nel pericolo.

La trasformazione dei rapporti della chiesa col mondo contemporaneo — tematizzata dalla costituzione pastorale Gaudium et Spes — ha un’incidenza decisiva sul rinnovamento dell’antropologia cristiana. Questa non appare più come un sistema chiuso da contrapporre ad altri. Se il suo punto di riferimento costitutivo resta il Cristo, primo uomo della nuova creazione, quale lo testimonia la Sacra Scrittura e lo trasmette la tradizione vivente della comunità cristiana, l’antropologia cristiana non ignora tuttavia la crisi spirituale dell’uomo, diventato enigma a se stesso. I credenti non vivono nell’isola dei beati, al riparo dalle tempeste; sono anch’essi investiti dalla crisi di un ordine metafisico assoluto, che è caratteristica dell’autocomprensione dell’uomo moderno.

Il Concilio non ha indotto la chiesa, in nome di un malinteso dialogo, a indossare il manto del filosofo e a parlare come maestra di una saggezza umana. La chiesa conciliare si è presentata nel mondo come chiesa, nella consapevolezza che ciò che la costituisce tale non è né un’ideologia unica, né una prassi omogenea di tutti i suoi membri, bensì la fede comune in Gesù Cristo. Da questa fede la chiesa attinge ciò che può illuminare il mistero dell’uomo («Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione»: G.S., 22).

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Avendo scelto come suo terreno di competenza quello della salvezza escatologica, la chiesa può condividere sinceramente la fatica di autocomprensione dell’uomo contemporaneo, senza rinunciare alle proprie certezze di fede e al gioioso annuncio di esse. Questa svolta nell’atteggiamento di fondo nei confronti del mondo moderno e dei suoi tentativi di capire l’uomo è chiaramente leggibile nel paragrafo della Gaudium et Spes che introduce la parte del documento che può essere considerata un sunto di antropologia cristiana:

«Credenti e non credenti sono pressoché concordi nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra debba essere riferito all’uomo come a suo centro e a suo vertice.

Ma che cos’è l’uomo? Molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul suo conto, opinioni varie ed anche contrarie, perché spesso o si esalta così da fare di sè una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell’angoscia. Queste difficoltà la chiesa le sente profondamente e ad esse può dare una risposta che le viene dall’insegnamento della divina rivelazione, risposta che descrive la vera condizione dell’uomo, dà una ragione delle sue miserie, e insieme aiuta a riconoscere giustamente la sua dignità e vocazione» (G.S., 12).

L’antropologia cristiana non è dunque un letto di contenzione in cui debba essere legato quel pazzo furente che è l’uomo moderno. Certo, essa è critica nei confronti di ogni progetto antropologico e sociale riduttivo. Tutte le ideologie, infatti, usano in qualche maniera i famigerati metodi di Procuste. Il mitico "antropologo" aveva una sua ideale misura d’uomo e pretendeva che tutti quelli in cui s’imbatteva vi corrispondessero; perciò segava i più lunghi e stirava i più corti. Un’ideologia taglia via all’uomo la dimensione spirituale, un’altra assolutizza la sua storicità. La fede cristiana, indirizzando verso il Cristo, protesta contro tutte le mutilazioni e deformazioni antropologiche.

Tuttavia l’atteggiamento fondamentale del credente in Cristo nei confronti dei vari tentativi di comprendere e di modificare la situazione

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dell’uomo nel mondo non è la diffidenza o la polemica. L’antropologia cristiana può, senza tradire se stessa, assimilare gli elementi essenziali che strutturano la moderna autocomprensione dell’uomo. Li ritroviamo infatti nell’insegnamento antropologico del Vaticano II, in particolare nel già citato documento sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Ci limitiamo qui a evocare in maniera schematica, quasi per tratti stenografici, le coordinate essenziali di tale disegno antropologico.

La chiave di volta della concezione cristiana dell’uomo è la categoria di persona. In quanto persona, l’uomo è un essere conscio di sé, che dispone di se stesso e si costruisce progressivamente, prendendo posizione con opzioni libere. Secondo l’antropologia cristiana l’uomo si costituisce persona quando si apre all’altro essere umano, ma soprattutto grazie al dialogo con Dio. La nozione di persona libera e dialogante nasce nel cristianesimo in dipendenza dall’esperienza della storia della salvezza. Questa non è una serie di eventi che l’umanità subisca come un soggetto inerte, bensì lo sviluppo dell’impegno con cui l’uomo risponde all’appello di Dio; essa implica perciò l’accettazione o il rifiuto di un ruolo, l’aprirsi o il chiudersi alla comunione.

In secondo luogo, l’uomo nella visione cristiana si realizza come tale sviluppando la dimensione sociale-comunitaria. La storia della salvezza tende verso una meta di unità di tutti gli uomini. Il compito fondamentale delle comunità cristiane nel mondo si qualifica come creazione di luoghi di incontro e di reciprocità, così da essere per tutti gli uomini un’indicazione di esistenza.

Infine, come terza dimensione dell’antropologia cristiana, accenniamo alla storicità. Anche la teologia partecipa all’orientamento attuale comune a tutte le antropologie di riflettere sull’uomo sotto il profilo del divenire. A ciò che le altre conoscenze antropologiche sanno sul divenire umano la fede cristiana aggiunge il senso ultimo di questo divenire: la salvezza. Più che qualsiasi altra antropologia quella cristiana può puntare sul futuro, dal momento che la storia ha preso un’accelerazione escatologica. La nostra identità sta davanti a noi, nel nostro futuro, non alle nostre spalle, perché Gesù Cristo è l’uomo del futuro assoluto: «Fin d’ora siamo figli di Dio; e ciò che noi saremo

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non è stato ancora manifestato. Ma sappiamo che quando fciò sarà manifestato saremo simili a lui, perché lb vedremo come egli è» (I Giov. 3,2).

Il cristiano e la vita corporale

L’antropologia cristiana proposta dal Concilio Vaticano II non si pone in rottura con la comprensione dell’uomo tradizionalmente propria del cristianesimo. Essa è piuttosto un tentativo di ricomprensione del messaggio di Gesù in dialogo cori le concezioni antropologiche moderne, in un interscambio che comporta una reciproca fecondazione. La visione cristiana dell’uomo ha una sua incidenza ovunque sia in gioco l’umanità dell’uomo. Limitiamo qui il nostro interesse all’impatto dell’antropologia cristiana sui problemi della salute.

Un primo nodo è costituito dal significato e valore del corpo per il cristiano. La sensibilità generale attribuisce oggi una singolare importanza alla vita corporale. Questa concezione implica il rifiuto di quel dualismo tradizionale che contrappone la vita del corpo a quella dell’anima. Nell’opinione comune tale rappresentazione delPuomb è considerata tipica del cristianesimo, tanto che anche i più informati saranno sorpresi scorrendo gli studi degli esegeti dai quali risulta che questo dualismo è in realtà estraneo alla Bibbia 3

La mentalità ebraica fa ricorso alla coppia di concetti dialettici «Carne» e «spirito», senza tuttavia contrapporli come due principi autonomi. Come il termine «carne» può indicare l’uomo intero, così anche «spirito» può significare il vivente concreto. «Carne» mette in risalto l’aspetto della caducità e della precarietà dell’uomo, mentre lo «spirito» ne sottolinea l’elemento vitale. Ovvero, in termini morali, la situazione dell’uomo abbandonato al proprio egoismo e al peccato, e quella dell’uomo sotto la mozione dello Spirito di Dio.

Il dualismo che vede nel corpo la pura materialità e nell’anima il

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principio spirituale eterno è in realtà di origine platonica. Grazie agli asceti — più che ai teologi, ispirati dall’ilemorfismo aristotelico-tomista —, tale dualismo è passato in tutta una tradizione cristiana, tanto da essere volgarmente identificato col cristianesimo stesso. In polemica con lo spiritualismo dualista il pensiero moderno ha voluto ritrovare l’unità dell’uomo reale. Di qui l’importanza attribuita oggi alla fenomenologia del corpo. Il soggetto umano — la persona — si apre al mondo per il tramite del corpo. La corporeità, come momento essenziale del soggetto, è la mediazione che rende il soggetto spirituale presente al mondo oggettivo e alla soggettività delle altre persone umane 4.

La svolta antropologica che ha attribuito al corpo il posto i centrale nella concezione dell’uomo ha avuto degli esiti negativi, se considerati con sensibilità cristiana. Il più sovente essa ha condotto a un crasso materialismo, che si è espresso nella priorità data alla vita vegetativa e sensitiva, nel consumismo, nell’idolatria del corpo. Un seguito ancor più fatale è stato l’imprigionamento dell’uomo in un orizzonte immanentistico. L’incapacità di considerare altre forme di esistenza oltre a quella corporea porta ad aggrapparsi in modo ansioso alla vita. Possiamo ancora sorridere di fronte alle misure cautelative dei ricchi americani che fanno congelare il proprio corpo in attesa di essere riportati in vita da futuri miracoli della medicina; dobbiamo invece seriamente preoccuparci quando consideriamo i danni psicologici causati dalla rimozione delle immagini della morte. Secondo alcuni psicologi questa rimozione sarebbe all’origine di diffusi comportamenti nevrotici 5.

La rivalutazione del corpo da parte delle antropologie moderne non ha mancato di suscitare una certa ostilità da parte cristiana,

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specialmente in considerazione delle riduzioni antropologiche cui ha; dato luogo. È possibile tuttavia considerare questo dato antropologico come un elemento legittimo della visione cristiana dell’uomo, consono all’antropologia biblica. La sua prima funzione può essere quella di correggere deformazioni occasionalmente infiltratesi nella dottrina e nella prassi cristiane.

Il cristianesimo ha amato sottolineare la relatività nel tempo dell’esistenza umana in quanto esistenza terrena, caduca e precaria come il corpo dell’uomo. Di conseguenza la vita del corpo ha subito una certa svalutazione. Un pessimismo di tipo ascetico si è risolto! anch’esso in un sospetto pregiudiziale nei confronti del corpo. In alcune correnti spirituali questa svalutazione è degenerata in un vero e proprio disprezzo del corpo e delle sue attività, in particolare della sessualità. La dottrina ufficiale ha sempre condannato gli estremismi (come l’automutilazione di Origene); in pratica però la diffidenza nei confronti del corpo è stato l’atteggiamento prevalente nel cristianesimo.

Oggi lo sbilanciamento spiritualista può essere riequilibrato grazie alle categorie personaliste. La considerazione di cui ha sempre goduto lo spirito umano si riflette sul corpo, che non è la prigione dell’anima, bensì la persona nella sua condizione mondana. Il corpo partecipa quindi della sacralità riconosciuta alla persona umana, che per il cristiano è «immagine di Dio».

Il frutto più vistoso di questa rivalutazione dell’uomo nella sua condizione corporea è la crescita del rispetto per la vita 6. Troppo spesso in passato, anche in regime di cristianità e in culture informate da principi cristiani, la vita fisica è stata vilipesa. Basti pensare alla tortura giudiziaria, alle mutilazioni inflitte come castigo, alla stessa pena di morte. Nel campo dell’ascetica cristiana è stata favorita una spiritualità della malattia di tipo dolorista. Si è parlato della malattia come di uno stato particolare che favorisce la purificazione dell’anima, l’espiazione delle colpe, l’acquisizione dei meriti. In alcuni casi estremi si è giunti a parlare di una «vocazione alla malattia», o addirittura del «privilegio» di essere malati.

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Un’antropologia più equilibrata insegna oggi al cristiano a navigare tra i due scogli del disprezzo della vita corporea e della sua assolutizzazione materialista. La vita terrena non è solo una tappa contingente nel cammino verso l’aldilà; essa è un dono di Dio di cui l’uomo ha la gestione.

È tradizionale nel comune linguaggio religioso parlare della vita come dono di Dio. L’espressione è impiegata per lo più in modo restrittivo. Qualificando la vita come dono si intende affermare che Dio ne è padrone e solo lui può riprendersela: l’uomo non può disporre arbitrariamente della propria vita. All’espressione può essere attribuito un senso molto più ampio. Il dono della vita acquista tutto il suo valore quando lo consideriamo nel contesto di quella che K. Barth chiama «l’etica dell’obbedienza» 7. Nell’esistenza umana come tale è implicito il comandamento di vivere. Dio creatore ordina all’uomo di onorare la vita — la propria come quella degli altri uomini — come un bene che viene da lui. Approvando la vita, volendola, l’uomo obbedisce a Dio.

Volere la vita equivale alla volontà di essere in salute. La salute di cui qui è questione non si riduce a quell’equilibrio organico e al connesso senso di pienezza e benessere che sono talvolta oggetto di un culto quasi idolatrico. L’igienismo è una caricatura della salute in senso antropologico. Se la salute coincide con la forza di essere uomo, il malato, anche gravemente colpito, può voler essere in salute, senza per questo farsi illusione sul proprio stato. Voler la salute significa voler essere uomo sino alla fine (appare qui la possibilità di fondare su questo diritto della persona la limitazione delle terapie di rianimazione, quando queste si risolvessero in un accanimento terapeutico che espropria l’uomo della dignità nel morire).

Su questa concezione della salute si fonda quella che K. Barth chiama «la regola fondamentale dell’etica della malattia»: «esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che l’accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla». In una società che ha perduto il senso del sacro, questo principio etico ci sembra difendere la densità religiosa del fatto stesso

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di vivere, meglio che un richiamo formale al «carattere sacro» della vita.

L’opzione cristiana per la vita, intesa come volontà e forza di essere uomo, ha anche una dimensione sociale. Al vecchio principio: «Mens sana in corpore sano» bisogna aggiungere: «in societate sana». Abbiamo preso coscienza infatti che bisogna promuovere non solo tutto l’uomo, ma anche tutti gli uomini, se non vogliamo cadere in uria raffinata barbarie. Tutta la medicina sociale e preventiva trova perciò la più ampia approvazione da parte dell’antropologia cristiana.

I cristiani possono con tranquilla coscienza far proprio il partito preso per la salute e la vita. Esso non è una filiazione dello spirito pagano, bensì la comprensione più adeguata, con il contributo della moderna antropologia, di che cosa comporta la sequela di Colui che «passò facendo del bene e guarendo» (cfr. Atti 10,38).

Comunità cristiana e socializzazione del malato

Le attività assistenziali sono di casa nella chiesa, sembrano addirittura nate con la comunità cristiana stessa. Nella comprensione teologica che la chiesa ha di se stessi, i gesti di amore e di servizio verso infermi, poveri ed emarginati («diakonia») hanno un significato che trascende quello della filantropia in senso umanistico: fanno parte essi stessi della «leiturgia», vale a dire del servizio divino, ed hanno quindi un significato sacramentale. Un teologo anglicano ha potuto stabilire un felice parallelo tra la «comunione» mediante il bicchiere d’acqua fresca offerto all’assetato e la comunione eucaristica mediante la coppa di benedizione: «Si tratta di due sacramenti intimamente connessi e in ultima analisi inseparabili, perché derivano dallo stesso Signore incarnato. La comunione con Dio nella mano che tocca il lebbroso costituisce una sola cosa con la comunione con Dio nella mano che spezza il pane nel cenacolo» 8.

Soltanto i credenti, evidentemente, possono riconoscere nell’attività caritativa una dimensione salvifico-sacramentale. Tuttavia la chiesa nel suo aspetto sociale ha una rilevanza per tutti coloro che,

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prescindendo da una fede religiosa, considerano i legami comunitari come parte integrante di un trattamento terapeutico globale.

Dal punto di vista sociologico, le comunità a carattere religioso offrono tutti i vantaggi dei piccoli gruppi. Le relazioni interpersonali diventano desiderabili e possibili; il singolo si sente conosciuto, accettato e valorizzato; il sostegno reciproco porta ad assumere i pesi gli uni degli altri, senza che nessuno se ne senta umiliato. Questo tipo di rapporto umano costituisce l’auspicabile premessa per soluzioni creative ai problemi crescenti originati dal progresso della medicina e da una politica sanitaria più efficace. Le tante vite fragili che la medicina riesce a strappare alla morte, senza tuttavia poter garantire loro quanto è necessario per una completa autonomia; l’aumento della durata media della vita, con una popolazione anziana sempre più longeva; la specializzazione dei servizi sanitari, sempre più efficaci ma sempre più impersonali: altrettanti problemi gravi ai quali ci troviamo improvvisamente affrontati. Le capacità umane non valorizzate e i bisogni non soddisfatti costituiscono una fonte di squilibrio e degradano la qualità umana della vita. La società intera è sfidata a trovare soluzioni che non sappiano di mattatoio.

Anche agli occhi dell’agnostico la chiesa può giocare qui un ruolo prezioso. Essa si propone come scopo intramondano la creazione della «comunità locale» 9. In essa la profondità dei rapporti interpersonali fa aumentare il livello di responsabilità comunitaria nei confronti dei malati, invalidi, disadattati. Non è necessario condividere la fede religiosa che fonda la comunità cristiana per avvertire gli effetti benefici dei legami comunitari. Con la sua capacità di integrazione la comunità credente è dotata di una singolare forza terapeutica.

La situazione contemporanea è matura per una ristrutturazione del rapporto tra la medicina e la chiesa. Fino a un passato molto recènte l’atteggiamento dominante negli ambienti medici era quello dell’agnosticismo e della diffidenza. Non bisogna dimenticare infatti che il diritto-dovere dello stato moderno di provvedere alla salute dei cittadini è stato conquistato contro l’opposizione spesso esplicita della

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chiesa. Per un seguito di vicende storiche, alla chiesa era stata affidata la supplenza nei compiti assistenziali. La laicizzazione degli ospedali ha costituito il momento saliente del processo che ha portato gli stati moderni a prendere direttamente a carico la salute dei cittadini. Gli ospedali da istituzioni di assistenza sono diventati gli strumenti essenziali di una politica della salute a beneficio della popolazione nel suo insieme. Questo movimento di laicizzazione non è avvenuto senza traumi. Per altro verso, assistiamo oggi a una maggiore attenzione da parte della medicina all’uomo come entità psico-fisico-sociale. Questo approccio olistico porta a valorizzare dal punto di vista terapeutico anche gli aspetti non propriamente medici, ma dai quali la medicina non può prescindere se vuol veramente pomuovere lo «stato di completo benessere fisico e morale» dei cittadini, secondo la definizione di «salute» adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La vita spirituale dell’uomo, specialmente se inserita in un contesto comunitario, è un elemento importantissimo di questa terapia globale.

Una mentalità meno settaria considera oggi con più benevolenza l’azione che può svolgere la chiesa. Ciò non significa che si auspichi il ritorno ad atteggiamenti e situazioni del passato. In particolare, è acquisito in maniera ormai definitiva che l’attività assistenziale è fondata sul diritto dell’individuo in quanto persona umana, più che sulla benevolenza di alcuni, magari ispirati da motivi di carità cristiana. Al tempo della rivoluzione francese questa nuova concezione dell’assistenza era stata tradotta in testi legislativi. La costituzione del 1793 diceva in merito: «I soccorsi pubblici sono un debito sacro. La società deve la sussistenza ai cittadini sventurati sia procurando loro il lavoro, sia assicurando i mezzi di esistenza a coloro che non sono in grado di lavorare». La legislazione rivoluzionaria ha incontrato l’opposizione dichiarata degli ambienti religiosi. Essi temevano che in tale modo venisse proscritta la carità, secondo lo spirito di Voltaire che bollava questa parola come «infame».

Le istituzioni di previdenza sociale del nostro tempo sono il prodotto più del liberalismo e della rivoluzione industriale che dello spirito dei filosofi illuminati. La rivendicazione dell’assistenza pubblica da parte dello stato non si fonda più su un’ideologia anticristiana.

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Ciò permette alla chiesa di accettare la secolarizzazione dell’assistenza senza vedervi un attentato alla propria esistenza. Si tratta, in fondo, della coerente applicazione del principio della legittima autonomia delle realtà terrene stabilito dalla Gaudium et Spes (n. 36).

Quando la chiesa accetta cordialmente e illuminatamente di ridefinire il rapporto delle sue iniziative caritative con l’attività sanitaria dello stato, scopre che le si offrono altri compiti. Essa non è chiamata a creare istituzioni parallele e competitive con quelle dello stato, bensì a incrementare la dimensione comunitaria che costituisce la sua specificità.

L’ideologia soggiacente al diritto all’assistenza di stampo illuminista era quella del Contratto sociale di Rousseau: la società, a vantaggio della quale l’individuo ha alienato una parte della sua libertà, deve in cambio farlo beneficiare di un’organizzazione senza difetti. La comunità cristiana attinge invece dalla sua antropologia l’ispirazione per un’attività il cui perno sia costituito dalla promozione della persona umana, in quanto voluta da Dio nella sua irripetibile unicità e scelta dal Cristo a rappresentarlo («Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo...»). Perché questa persona possa realizzarsi ha bisogno del sostegno della comunità: della grande comunità sociale che le assicuri quanto è necessario per sopperire ai bisogni, e della piccola comunità fraterna in cui l’individuo viva la propria unicità nella reciprocità, sentendosi conosciuto e riconosciuto. Soprattutto in questo settore l’azione della comunità cristiana ha possibilità d’intervento peculiari.

La socializzazione delle risorse e dei bisogni è promossa oggi con vigore dalle correnti politiche di ispirazione socialista. I cristiani riconoscono nella socializzazione un valore che specifica la loro concezione antropologica. Il gruppo dei credenti della prima ora, secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli, viveva la koinonia, un rapporto cioè che includeva la comunione dei beni, senza ridursi ad essa: «La moltitudine dei credenti non aveva che un cuore solo e un’anima sola. Nessuno diceva suo ciò che gli apparteneva, ma tra loro tutto era in comune» (Atti 4,32). Avere tutte le cose in comune, compresa la malattia, l’handicap, le carenze psico fisiche: ecco il principio costitutivo della comunità cristiana.

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Il riferimento allo spirito che l’animò alle origini deve indurre la comunità cristiana a esercitare un’autocritica e a ristrutturare ciò che, allo stato attuale della coscienza sociale, si rivela inadeguato. In questo senso devono essere sottoposte ad un serio ripensamento le opere sorte al fine di accogliere coloro che la società rifiutava come inutili. Evidentemente non si tratta di screditare opere coraggiose, come il Cottolengo o gli istituti di Don Guanella; né tanto meno di mettere in dubbio l’eroica abnegazione delle persone che le hanno create e le mantengono in vita. Tuttavia non si può negare che per lo più tali istituzioni si rivelano carenti quando le si consideri dal punto di vista della socializzazione di coloro che esse ospitano. Questo tipo di istituzioni ha costituito un’attività che può essere brutalmente qualificata come «raccolta dei rifiuti». Mediante ospizi e asili gestiti da personale religioso la società si toglieva da davanti agli occhi la presenza fastidiosa dei superflui e degli abnormi. Questi ospizi obbedivano alla stessa logica che ha creato i manicomi e gli istituti-lager. Le opere della chiesa hanno raccolto con amore i rifiuti umani della società, la quale distoglie lo sguardo da ciò che butta via. Il motivo religioso che spingeva a questo gesto era la volontà di valorizzare ogni forma di sofferenza, considerata come continuazione mistica della passione redentrice del Cristo. È questa spiritualità che ha suggerito di mettere in ogni sala del Cottolengo un altare, su cui è idealmente offerto come vittima innocente l’handicappato.

Questa spiritualità della malattia lascia perplessi. Ma soprattutto ci fa problema l’isolamento sociale dell’ospite di tali asili. Questi tendono a diventare ghetti, ermeticamente chiusi all’esterno. La situazione è rispecchiata dal film «Matti da slegare», un documentario che vuol illustrare le alternative che l’amministrazione provinciale di Parma si sforza di creare all’emarginazione sociale 10. Gli intervistatori bussano alla porta di vari ospizi e istituti della città gestiti da religiose, ma si trovano ripetutamente di fronte ad un muro impenetrabile di diffidenza: non vengono neppure lasciati entrare. Con scoperta intenzione polemica vengono contrapposti due atteggiamenti

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che sottendono concezioni diverse dell’assistenza: da una parte, quello dell’amministrazione civica, che cerca di reinserire i reclusi nel tessuto sociale, rendendo tutta la popolazione cosciente e responsabile 11; dall’altra, quello delle istituzioni religiose, che concepiscono il servizio ai più sfortunati come un momento privilegiato della carità cristiana, ma fatto in un aristocratico isolamento spirituale e con soluzioni assistenziali di isolamento dal resto della comunità civile. Bisogna avere il coraggio di aprire gli occhi su queste disfunzioni. Riconoscere l’inadeguatezza di certe impostazioni dell’assistenza rispetto alle esigenze di socializzazione non significa indulgere all’autodenigrazione. Vuol dire piuttosto accettare la possibilità di una crescita qualitativa nel servizio che la comunità cristiana rende a coloro la cui pienezza vitale è minacciata. Il rifiuto dell’emarginazione non è solo un’esigenza mutuata dalla cultura contemporanea. Esso corrisponde alla più profonda ispirazione dell’antropologia cristiana, che vede l’uomo realizzato solo in seno a una comunità che garantisca a ognuno la propria dignità umana. Dalle emarginazioni di ogni tipo — da quelle cui sono costretti gli handicappati fisici o mentali a quelle che colpiscono gli anziani — la comunità cristiana è sfidata a trovare una risposta originale, che non rafforzi le esclusioni già esistenti. Mentre il rigetto sociale dei «diversi» e degli «inutili» rimane ancora patente nel comportamento collettivo e privato, la comunità cristiana può costituire un’istanza di integrazione effettiva delle esistenze umane più precarie. A tal fine dovrà evitare però quella forma più raffinata di emarginazione che consiste nel mettere qualcuno sull’altare. Sull’altare della croce ci si è messo Gesù Cristo, per tutti e una volta per sempre, affinché i suoi discepoli diventassero una comunità capace di accogliere ognuno sulla base dell’uguaglianza fraterna. Quando la

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socializzazione sarà effettiva le affermazioni di principio — spesso ripetute e sempre meno ascoltate — che «la vita è sacra», saranno accompagnate dalla dimostrazione che la vita può essere «santificata», vale a dire resa partecipe di quella potenza di liberazione che i cristiani hanno imparato a riconoscere nella novità che ha accompagnato i passi terreni di Gesù di Nazareth.

1 Tra i manuali teologici recenti la visione d’insieme più esauriente dell’antropologia cristiana è fornita da M. Flick - Z. Alszeghy (1970); Fondamenti di una antropologia teologica, Firenze. Degli stessi autori, in tono più divulgativo, L’uomo nella teologia, Modena 1971.

2 Il punto di riferimento obbligato è la costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo. Tra i numerosi saggi di commento contenuti nella raccolta curata da G. Baraúna (1966); La chiesa nel mondo di oggi, Firenze, cfr. G. AlberigoLa costituzione in rapporto al magistero globale del concilio, pp. 172-195 e J.M.R. Tillard, Il sottosuolo teologico della costituzione: la Chiesa e i valori terrestri, pp. 213-250.

3 Per l’antropologia biblica cfr W. Mork (1971); Linee di antropologia biblica, Fossano; L. Scheffczyk (1970); L’uomo moderno di fronte alla concezione antropologica della Bibbia, Torino. Fondamentale resta la monografia di J. A. Robinson (1967); Il corpo, Torino.

4 «Il corpo è sempre apparizione dell’uomo completo: è quell’espressione nella quale l’uomo si manifesta in se stesso, è Tesserci, la “presenza” (F. J. Buytendijk), l’“azione prima” (G. Siewerth), la “parola” (H.E. Hengstenberg), il “simbolo” (K. Rahner), il “mediatore dell’essere” (B. Welte), la “excarnazione” (H. Conrad-Martinus), l’“interiorità che si apre” (R. Guardini) dell’uomo. Nel corpo si incontra non soltanto un aggregato materiale, bensì l’apparizione dell’unico uomo completo»: J.B. MetzCorporeità, in Dizionario teologico, Brescia 1966, vol. I, p. 336.

5 Per una discussione più ampia sulle trasformazioni socio-psicologiche dell’atteggiamento nei confronti della morte, cf. S. Spinsanti (1976), I compagni scomodi dell’uomo-massa, Alba.

6 Cfr. J.M. Aubert (1976), Il rispetto per la vita corporale, in Problemi e prospettive di teologia morale, Brescia, pp. 333-362.

7 K. BarthDogmatique, vol. III/4 (ediz. franc. vol. 16°), Ginevra 1965.

8 R.A. Lambourne (1963), Community, Church and Healing, London, p. 75.

9 Il tema della chiesa locale è una delle dimensioni portanti del rinnovamento ecclesiastico operato dal Concilio. Per una visione d’insieme, cfr. F. Klostermann - N. Greinacher (1971), La Chiesa locale, Brescia.

10 La sceneggiatura del film è stata trascritta e pubblicata con lo stesso titolo, Matti da slegare, Torino 1976.

11 Nel film ricorrono testimonianze impressionanti delle trasformazioni di mentalità cui può dar luogo un’integrazione reale degli handicappati. Così la dichiarazione di un operaio in una fabbrica in cui lavorano dei giovani mongoloidi: «Noi abbiamo scoperto quel senso di umanità che prima forse l’avevamo un po’ perso, si era un po’ disperso. Questi ragazzi, che fra loro sono amici veramente, si vogliono bene: vedere loro a volersi così bene, anche in noi questo sentimento è rispuntato. Anche loro hanno insegnato qualcosa a noi». Un altro operaio propone anche l’inserimento nelle scuole: «Se inseriti in scuole normali, con altri ragazzi, intanto anche gli altri ragazzi imparano a conoscerli e, quando crescono, non hanno più quella lontananza che abbiamo avuto noi da loro»: Matti da slegare, p. 75.

Una medicina etica per un malato moderno

Sandro Spinsanti

UNA MEDICINA ‘‘ETICA” PER UN MALATO ‘‘MODERNO”

in «Signore, colui che tu ami è malato» Gv 11, 3

Giornata del malato. Riflessioni, proposte, celebrazioni, a cura di Luigi Della Torre

Editrice Queriniana, Brescia 1993

pp. 15-21

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“Sto male”! Una frase che ci sentiamo ripetere ogni giorno, da amici, conoscenti, collaboratori, persone incontrate per caso. Una frase che diciamo a noi stessi infinite volte: per un mal di testa, un raffreddore, un po’ di dolori sparsi qua e là. Nulla di grave, sappiamo che passerà, ma intanto viviamo il disagio del disarmonico rapporto col corpo. Sono in fondo le vicende del corpo l’unico universale concreto che accomuna tutti gli uomini e li riduce all’essenziale: cultura e potere, ruolo sociale e ricchezza recedono sullo sfondo, mentre ci troviamo come Giobbe sul letamaio a questionare con Dio.

Questo soprattutto quando “star male” vuol dire veramente avere una malattia che ci cambia la vita o che addirittura minaccia la vita.

Ed è a questi malati che è rivolta l’attenzione della Giornata mondiale del malato. A loro che patiscono improvvisamente o da un tempo ormai troppo lungo la perdita più o meno definitiva di una parte di se stessi e sono perciò costretti a ripensare anche radicalmente la loro vita; agli operatori sanitari che li curano, cercando di restituirli a una vita il più integra possibile o almeno di alleviarne le sofferenze; ai ministri della pastorale sanitaria impegnati a guidare i pazienti credenti ad un impatto cristiano con la novità della malattia, a offrire ai malati che non credono tutto il conforto della solidarietà personale, a umanizzare in ogni caso, l’asettica impietosità della struttura sanitaria.

Perché, anche se la malattia e l’angoscia che l’accompagna fanno emergere quella categoria umana fondamentale che Merleau-Ponty chiamava “la carne comune”, è pur vero che proprio nella malattia appare anche l’irriducibile diversità degli uomini. La qualità spirituale di ognuno diventa manifesta e cambia il modo in cui l’evento morboso è concretamente vissuto.

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Lo stile cristiano — e possiamo trovare un esempio clamoroso e autorevole per la cattolicità nel modo con cui il Papa stesso ha vissuto e vive la sua malattia per cancro — ha superato oggi quell’approccio e quel linguaggio devozionale che tanto spesso, nel passato, veniva associato all’atteggiamento verso la malattia: Cristo ha sofferto, unisco la mia sofferenza alla sua, in una sorta di identificazione “mistica”.

Oggi è stata confermata e rafforzata una cordiale intesa tra medicina e religione. Il cristiano non guarda il progresso medico con diffidenza, quasi fosse segretamente attratto dalla rassegnazione e preferisse il dolore e le forze distruttive a quelle che mantengono la vita. La “cristiana rassegnazione” non è legittima, se viene prima che sia stato esperito e tentato tutto quello che è in nostro potere per difendere e promuovere la vita.

Questo atteggiamento non svuota la spiritualità cristiana della sua sostanza, ma la mobilita sul fronte dell’etica. Prendere le giuste decisioni per la nostra vita, di cui siamo responsabili: questa è, in sintesi, la sfida che la medicina efficace di cui oggi disponiamo ci pone.

Si tratta di trovare la giusta misura: non rassegnarsi troppo presto, smettendo di lottare; ma anche non ostinarsi irrazionalmente, come se l’esistenza corporea fosse l’idolo supremo e il suo prolungamento, a qualsiasi condizione, l’imperativo assoluto. Questa delicata via intermedia, tra l’abdicazione precoce e l’accanimento terapeutico, è un altro universale che oggi ci accomuna tutti. Abbiamo una medicina che in tanti casi guarisce: siamo ben felici di utilizzarla e sentiamo il dovere di metterla a disposizione di tutti, non solo dei privilegiati. E sarebbe inutile astrazione celebrare la “Giornata del malato” se questo obiettivo concreto di estensione a tutti e a ciascuno dei possibili benefici della medicina restasse in ombra. Anche questa accessibilità della medicina moderna è eticità, come è un fatto etico essenziale la competenza e la dedizione che domandiamo ai sanitari e la nostra stessa disponibilità ad assumerci le decisioni responsabili che ci competono.

L’operatore pastorale in ambiente sanitario non può evitare di trovarsi al centro di questo snodo così importante e delicato tra responsabilità personale del malato, eticità della medicina, religione, per rifugiarsi ancora una volta nella pura sfera del religioso, sia pure nella “pratica” sacramentale.

Al contrario, egli non può ormai evitare di rendersi partecipe, da

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protagonista, del passaggio dalla medicina della nostra disperazione quotidiana — la medicina degli scandali, della voragine finanziaria e degli sprechi — alla medicina della speranza che pur esiste e che vorremmo fosse disponibile anche per l’ultimo degli emarginati.

È il caso di ricordare qui e in questo giorno quella specie di autoaccusa che il cardinale Veuillot aveva pronunciato dal suo letto di ospedale: «Sappiamo dire delle belle frasi sulla malattia. Io stesso ne ho parlato con calore. Dite ai preti di non dirne più niente, noi ignoriamo quello che è». E anche quanto ebbe il coraggio di dire a Lourdes una donna incaricata di parlare ufficialmente al Papa a nome di alcuni cristiani malati: «Noi persone malate, più che essere aiutate dalle parole cristiane, vi troviamo spesso ragione di inasprirci, di rivoltarci. Quando si dice che “Dio prova coloro che ama”, noi sappiamo che è falso. Ripetiamo volentieri con Giobbe: “Cessa di tormentarmi, di schiacciarmi con i tuoi discorsi”».

Non pronunciamo più, quindi, parole di dolorismo — come il Papa stesso non ne ha pronunciate in occasione della sua malattia che egli stesso ha voluto rendere pubblica e desacralizzare —, non inviti alla rassegnazione e all’accettazione passiva. Ma una mobilitazione intelligente di tutte le forze per lottare contro il male, per respingere ciò che minaccia di diminuire la vita, così come Teilhard de Chardin vedeva il cristiano in sintonia con la spiritualità del mondo.

In questo è la concretezza del profilo etico del paziente moderno: essere protagonista delle vicende che riguardano la sua malattia e la cura di essa, senza più affidarsi ciecamente al sanitario, senza dargli una delega in bianco di provvedere al proprio bene.

Sul proprio bene, il malato di oggi ha una parola da dire e la vuole dire.

Per questo, il paziente vuole e deve essere informato ed avere così gli strumenti necessari ad esprimere il suo consenso razionale, di persona umana, ai trattamenti di diagnosi e cura. Informazione e consenso che non possono non coinvolgere fino in fondo l’operatore pastorale, non certo sul piano scientifico, ma su quello profondamente umano e coscienziale che più viene ferito dal sapere e affaticato dal dover decidere. Una nuova etica impone di passare dalla menzogna paternalistica e “pietosa” all’informazione rispettosa, ma questo significa anche una nuova sapienza nell’accompagnare il malato lungo il tunnel della sofferenza.

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Una “nuova etica”, abbiamo detto, o meglio, una nuova diversa considerazione e attribuzione di valore a quei principi ormai condivisi dalla maggioranza dei cittadini nelle moderne società pluraliste e che cementano e regolano la nostra vita civile. Indipendentemente, quindi, dalla deontologica professionale dei diversi operatori sanitari e dalle stesse leggi dello Stato, si ritiene che sia maturata nella nostra società una diffusa consapevolezza, una coscienza del diritto personale, per la quale il cittadino malato richiede un comportamento dei medici ispirato al dialogo, finalizzato alla comunicazione, mirato a ottenere una partecipazione attiva del paziente alle decisioni cliniche che lo riguardano.

Un comportamento, in breve, che si discosta di molto dal paternalismo tradizionale, in cui il medico riteneva di sapere, insindacabilmente, qual era il “bene” del paziente, senza bisogno di instaurare con lui alcun rapporto comunicativo.

In questo contesto, ci sembra che l’operatore pastorale cristiano abbia un ruolo nuovo e fondamentale nel favorire e mediare questa comunicabilità tra sanitari e pazienti, che obbliga in coscienza il medico a scendere sul terreno del confronto e del giudizio diretto col malato, diventato improvvisamente persona e non più numero o “caso”, e che pone il paziente stesso di fronte alla possibilità/necessità di conoscere il proprio destino e decidere responsabilmente di se stesso e perciò, indirettamente, della propria famiglia, dei propri affetti.

Già alcuni anni fa i vescovi francesi, in un loro documento sul mondo della sanità, osservavano che si stava progressivamente slittando verso un nuovo tipo di civiltà: mentre il diciannovesimo secolo metteva in risalto soprattutto il diritto al lavoro, il nostro tempo insiste sul diritto alla felicità. E difatti, il problema della salute — che acquista nuova emergenza proprio per l’allungamento progressivo e rapido della vita media nelle regioni a tecnologia avanzata e per il consequenziale invecchiamento delle società opulente — sta diventando addirittura una discriminante culturale e politica che mette a confronto le differenti concezioni antropologiche: cosa è l’uomo e in cosa sta la sua felicità, di cui la salute è parte integrante e strumento apparentemente indispensabile?

L’operatore pastorale non può non tener conto che in campo sanitario si scontrano violentemente le ideologie e non solo quando si toccano temi scottanti come l’aborto, la pianificazione delle nascite,

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o la cura dei tossicodipendenti, temi per i quali l’approccio cristiano dovrà spesso contemperarsi con una lineare e comprensiva solidarietà umanista, ma praticamente in ogni decisione che attiene la salute dell’uomo. Ognuna di quelle decisioni, infatti, dagli stanziamenti finanziari all’incremento tecnologico, dal regolamento della struttura ospedaliera allo stile di assistenza riservato al malato, risente del differente progetto che si ha sull’uomo, sul suo divenire, sulla sua felicità, sull’assetto della società nella quale è destinato a vivere, ad agire, ad ammalarsi, a guarire o a morire.

La Chiesa oggi è convinta della necessità di una educazione sanitaria — una “cultura della salute” — che permetta all’individuo, cristiano e non, di affrontare da protagonista tutto quello che gli capita nel campo della salute. La salute non solo come diritto da rivendicare alla società, ma anche come dovere che domanda un impegno positivo non solo da parte delle istituzioni, ma di ogni singolo individuo. La salute come “virtù”, scriveva Ivan Illich. Oggi sappiamo tutti che la salute non si può riceverla, bisogna “farla”.

La salute, quindi, e il suo contrario, la malattia, confrontano l’uomo con il problema maggiore dell’umanesimo nella sua totalità: il rapporto che l’uomo ha con il proprio corpo. Il pensiero moderno sta ritrovando l’unità essenziale dell’uomo reale, dopo una lunga epoca culturale dominata dal dualismo corpo-anima, di derivazione non biblica.

Per il cristiano, allora, tanto l’educazione alla salute quanto l’occasione della malattia diventeranno cammino verso la “riappropriazione del corpo” nella fede pasquale. La corporeità, vista come momento essenziale del soggetto, deve essere riscoperta come la mediazione che rende il soggetto spirituale presente al mondo oggettivo e alla soggettività delle altre persone.

La perdita dell'armonia corporea è una delle malattie più gravi della civiltà a tecnologia avanzata. Abbiamo disimparato il linguaggio delle funzioni vegetative. Il corpo sembra aver perso la sua trasparenza: ci è diventato estraneo, quasi nemico. Riappropriarsi del corpo è il presupposto per vivere da protagonisti l’avventura della salute.

I cristiani di oggi, accogliendo questa considerazione positiva della corporeità, possono riscoprire la verità del detto patristico: caro cardo salutis, la carne è il fondamento della salvezza, con cui si è espressa tradizionalmente la fede nel mistero della incarnazione.

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Un efficace rilancio della pastorale sanitaria non può non essere fondato sul recupero del valore biblico del corpo. Alla concezione materialistica dell’uomo che si diffonde nel mondo della sanità i cristiani non hanno da opporre uno spiritualismo esasperato, bensì la visione dell’uomo totale, che deriva dalla storia della salvezza.

Il terreno privilegiato di questa riflessione resta l’attività terapeutica di Gesù. Ed è su questo “segno” distintivo dell’annuncio del Signore che si fonda il rapporto tra fede e malattia: un rapporto che oggi non si esaurisce più nella richiesta di guarigione miracolosa, ma comprende il benessere globale del malato, accolto nella comunità cristiana.

Attualmente è grande nella comunità ecclesiale l’impulso a riscoprire la componente terapeutica della fede, nella convinzione teologicamente fondata che il ministero della guarigione fa parte del mandato missionario di cui la Chiesa è investita (Lc 9,1-2; 10,8-9). La guarigione è un processo che comincia dall’interno per riflettersi sul corpo malato. Essa ha inizio con l’intimo risanamento spirituale, vale a dire con l’esperienza di essere stati afferrati da Gesù e posti nella vita stessa della famiglia di Dio. Questa conversione è come una nuova nascita: il battesimo nello Spirito Santo. Dalla certezza della presenza della salvezza nella propria esistenza scaturisce una forza nuova per affrontare i mali della vita, presente e passata.

Ma soprattutto, la «Giornata mondiale del malato» si propone di rimettere il malato al centro della comunità. È la risposta più autenticamente cristiana alla quotidiana emarginazione dei sofferenti dalla società delle persone efficienti, fisicamente integri. Ma è anche il superamento definitivo del concetto di malattia come punizione per una qualche colpa. Una nozione diffusa nei contesti religiosi più antichi, anche cristiani, e che si è andata riaffacciando in questi anni di AIDS e di tossicodipendenze: la immunodeficienza come segno di rottura con Dio o “castigo” della natura stessa per il proprio disordine personale nell’uso del sesso o nel delicato rapporto con se stessi.

I lebbrosi non venivano cacciati via per motivi igienici; ma per prendere le distanze da chi portava nella carne il segno del giudizio di Dio. Fu perciò scandaloso, provocatorio e perturbatore lo spettacolo di Gesù che si rivolgeva di preferenza proprio a coloro che venivano messi ai margini della comunità dei perfetti. Gesù guariva tutti (cf. Mt 4,23-24; Mt 14,34-35). La prassi messianica era basata sulla integrazione e non sulla segregazione. La comunità cristiana, dunque, intende

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oggi restituire la sua centralità al malato, a qualunque malato, quali che siano le cause — involontarie o diretta conseguenza delle sue scelte disordinate di vita — della sua malattia.

«Nella missione e nel messaggio di Gesù Cristo — scriveva R.A. Lambourne in Community, Church and Healing — la sua opera di guarigione non era una conseguenza secondaria, ma il vero e proprio mezzo per proclamare, istituire e ampliare la nuova era, sotto la signoria di Dio. L’attività terapeutica del Cristo non era in primo luogo un’azione privata tra l’uomo e Dio, una prova spirituale individuale e una ricompensa per il malato, bensì un segno efficace. Ma un segno efficace a cui tutti i presenti, non solo Cristo e il guarito, prendevano parte, non ultimi quelli che lo deridevano. Erano segni efficaci pubblici».

In questo atto pubblico, di esplicito rigore messianico, che restituisce al malato l’efficacia inestimabile della funzione terapeutica della comunità cristiana, così intimamente intrecciata all’annuncio di salvezza di Gesù, e al tempo stesso recupera alla comunità il malato come momento alto della sua risposta alla “buona notizia” del Signore, ci sembra di cogliere il significato più profondo e più moderno della prossima «Giornata mondiale del malato».

Umanizzare la malattia e la morte

Umanizzare la malattia e la morte

Documenti pastorali dei vescovi francesi e tedeschi

commento di Sandro Spinsanti

Edizioni Paoline, Roma 1982

pp. 5-36

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INTRODUZIONE

Attorno al moribondo: la congiura del silenzio

Una volta si sapeva morire. Lo si imparava così come si apprendeva qualsiasi altro comportamento, guardando cioè come facevano gli altri. Le morti erano più frequenti, prima che i progressi della medicina e le migliori condizioni igieniche prolungassero la vita media in modo così spettacolare solo in pochi decenni. E per di più erano pubbliche. A meno che non si trattasse di morte violenta o d’incidente, si moriva nel proprio letto, circondati dai familiari. I bambini non erano tenuti lontano dal capezzale dei morenti; anzi, sarebbe parsa una crudeltà privarli di quell'ultimo contatto.

La «buona morte» era uno spettacolo edificante. C’era quasi un obbligo morale di avvertire colui che stava per morire, nel caso in cui non avesse già sentito l’approssimarsi della fine, perché non mancasse il grande momento. Morire senza rendersene conto era la sciagura

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più paventata dai devoti («a subitanea et improvisa morte: libera nos, Domine», si pregava nelle litanie dei santi). La preparazione alla morte ha costituito, fino a un’epoca molto recente, un cardine della predicazione e della devozione privata. Si viveva per morire, e si moriva per la vita eterna. «Morire bene» era un’arte: aveva i suoi maestri (i morenti che avevano fatto del loro trapasso una specie di solenne liturgia e che venivano citati ad esempio dai predicatori), i suoi testi (le «artes moriendi», appunto), i suoi cultori (potenzialmente, tutte le persone timorate di Dio).

Ieri come oggi la morte faceva paura. Ma la ragione dell'angoscia era diversa: in passato il credente aveva paura di ciò che faceva seguito alla morte, del giudizio di Dio e della sorte eterna che gli era destinata; oggi teme di più i tormenti dell’agonia. La paura che abita molti di noi è soprattutto di finire in quella terra di nessuno che si estende tra il mondo dei vivi e quello dei morti, di diventare uno di quei corpi vegetanti che non finiscono mai di morire. Il rischio maggiore di morire in modo disumano è connesso con le malattie degenerative, come il cancro. Per questo il cancro è diventato il tabù principale del nostro tempo.

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Attorno ad esso si è formata una specie di mitologia popolare, fatta di immagini raccapriccianti, di sensi di colpa, di paure irrazionali di contagio 1. Simbolo della malattia mortale per eccellenza, nessuno osa nominarlo. Eppure in Italia muoiono di cancro 110.000 persone ogni anno. Quante probabilità hanno di sapere che cosa sta loro capitando, di programmare la propria vita residua, di essere fino alla fine responsabili delle decisioni che li riguardano? Pochissime. Attorno a loro si estende la congiura del silenzio. L’uno o l’altro familiare si vanterà poi di avere saputo celare al morente la natura del suo male fino all’ultimo. Alcuni non sanno, perché non vogliono sapere: anche questo è un loro diritto. Ma quanti malati terminali soffrono nell’anima dolori più atroci di quelli del corpo perché non possono parlare con nessuno delle loro emozioni di fronte alla fine che sentono imminente?

Il compito di dare l’annuncio della morte in passato era riservato al sacerdote. Finché la morte era un atto religioso, ossia il passaggio da questo mondo a Dio, era compito dei ministri della Chiesa assistere il morente nella

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liturgia della sua morte. I sacramenti offrivano il sigillo della presenza divina; i familiari facevano corona, come «ecclesia domestica», al mistero del trapasso dal tempo all’eternità. In epoca di secolarizzazione, allorché si muore non per destino o per chiamata di Dio all’altra vita, ma per il fallimento della scienza medica che non riesce a prolungare la vita oltre un certo limite, la posizione del sacerdote è diventata precaria. «Chiamare il prete» vuol dire, nel linguaggio popolare, che il medico ammette di essere arrivato al termine delle sue possibilità terapeutiche, che bisogna abbandonare ogni speranza di guarigione e «pensare all’anima». Equivale praticamente a una sentenza di morte. Per non spaventare il morente, che si è continuato a illudere con «pie» menzogne, si rimanda il più possibile. Quando il ministro giunge al capezzale, si trova per lo più di fronte a un essere senza coscienza. Tutto quello che ci si aspetta da lui è che amministri i sacramenti. Come possono i sacramenti, in tali condizioni, essere dei «segni della fede»? La fede del morente può essere solo supposta; né è pensabile che tali gesti gli diano, ex opere operato, quel «conforto» che pretendono gli annunci mortuari. La vaga religiosità residua nell’ambiente familiare, che

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domanda, per proprio sgravio di coscienza, che il sacerdote «faccia tutto quello che deve fare» sul morente, è per lo più lontanissima dalla partecipazione che domanderebbe la celebrazione di un sacramento. Non ci stupisce allora il disagio dei sacerdoti quando si vedono ridotti, da annunciatori del Vangelo, a stregoni che praticano riti incomprensibili intorno agli agonizzanti. La disaffezione dei sacerdoti dai riti tradizionali e l’impossibilità pratica di parlare al morente della sua fine, quando tutti attorno a lui hanno scelto il partito del silenzio, aumentano la solitudine totale di chi è arrivato al termine dei suoi giorni.

Perché abbiamo emarginato la morte?

Non possiamo accontentarci di costatare come muore l’uomo d’oggi nella società che abbiamo costruito. Vogliamo anche capire perché si è arrivati a prescrivere un tale comportamento al morente. L’ordine sociale, che non può sussistere senza una certa uniformità, è garantito mediante una sottile, spesso informale, regolazione dei comportamenti. Tra quelli devianti, alcuni vengono tollerati, altri puniti. Anche se non c’è un’autorità ufficiale che

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sancisca a quali regole ci si debba attenere, tutti sappiamo che ci sono alcune cose che «non si fanno» ed altre che «si fanno».

Anche il modo di morire è determinato dalla cultura in cui viviamo: c’è un morire ammesso, corretto, decente, e uno che cade sotto il biasimo sociale. Inconsciamente ci sforziamo di morire come ci si attende da noi, anche se questa morte in sordina è sempre più angosciosa, sempre meno degna dell’uomo. In altre culture si muore — e naturalmente si vive — diversamente. Non è facile convincersene, perché abbiamo la tendenza ad assolutizzare la nostra esperienza. È necessaria un’opera di educazione che ci indirizzi lo sguardo oltre i confini geografici e quelli del tempo. La prima è opera dell’antropologo, la seconda dello storico.

Una folta pubblicistica ci ha fornito in questi ultimi anni una quantità di informazioni sulla morte e i costumi sociali legati ad essa. Un esempio del lavoro antropologico è fornito dall’opera di L.V. Thomas 2. Il procedimento scelto dall’antropologo è quello comparativo; confrontando tra loro le diverse risposte culturali al problema della morte, si mette in

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evidenza tanto la differenza quanto l’unità della natura umana. Thomas ha istituito un confronto tra una società arcaica attuale, cioè il mondo tradizionale negro-africano, e la società industriale, meccanizzata, produttivistica, che è la nostra. Nel mondo africano il gruppo si fa carico dell’individuo dalla nascita alla morte: lo integra ai differenti ambienti sociali, moltiplica i riti di passaggio, lo assiste e rassicura in caso di malattia, insegna come morire, organizza funerali e lutto. Nel nostro ambiente culturale, al contrario, l’individuo si trova isolato di fronte ai suoi problemi (insicurezza, angoscia, traumi): muore solo, non è più circondato da simboli e riti che tranquillizzano, niente è previsto per aiutarlo a fare il lutto per la perdita della vita propria e altrui.

La conclusione che l’antropologo tira dal confronto è tagliente: «C’è una società che rispetta l’uomo e accetta la morte: l’africana; ce n’è un’altra, mortifera, tanatocratica, ossessionata e terrificata dalla morte: quella occidentale». La posizione che la morte occupa nel nostro pensiero è ambigua. Le si accorda troppo, dal momento che le si attribuisce il potere di annullare completamente l’essere; non le si dà abbastanza, perché la si riduce a un avvenimento puntuale, privo di spessore simbolico,

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senza radici nell’immaginario. Il riferimento al caso africano ha un valore illustrativo, più che normativo. Altri studi antropologici — con riferimento, per esempio, a culture dell’area geografica del Brasile 3 — portano alla stessa conclusione: esistono società che hanno fatto circa la morte scelte più sagge delle nostre. In esse i problemi legati alla morte sono risolti in modo da salvaguardare gli interessi sia dell’individuo che del gruppo.

Un altro modo per sottrarci all’azione ipnotica che esercita su di noi l’esperienza culturale che viviamo è quello di confrontarla con il passato. Per correggere la nostra miopia storica possiamo ricorrere al lavoro di ricerca di Philippe Ariès. Con numerosi saggi e opere sistematiche 4, ha ricostruito gli sviluppi del sentimento della morte in Occidente nell’ultimo millennio. La sua ipotesi è che esista una correlazione tra l’atteggiamento davanti alla morte e le variazioni della coscienza di sé e dell’altro, il senso del destino individuale e del grande destino collettivo. Una forte incidenza esercita anche la credenza nella sopravvivenza individuale

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e nell’esistenza del male. Cambiando questi elementi, nel periodo che va dal Medioevo all’epoca contemporanea si trasforma anche l'atteggiamento verso la morte. Lo storico delle mentalità riesce a coglierlo nei mille dettagli della vita quotidiana: fonti letterarie e iconografiche, liturgie ufficiali e devozioni private dei fedeli, sepolture e cimiteri, testamenti e atti notarili. Affondando lo sguardo nel passato dell'Occidente, ci rendiamo conto che non esiste un unico atteggiamento verso la morte — il nostro! —, come ingenuamente siamo portati a credere. Abbiamo piuttosto diversi modelli, irriducibili l’uno all’altro. Seguendo la sistemazione di Ariès, si sono avuti successivamente: la «morte addomesticata» (l’atteggiamento patriarcale in cui la morte è insieme prossima, familiare e insensibile, accettata come cosa ovvia — «tutti moriamo» —, elemento dello scenario familiare); la «morte di sé» (quando il senso del destino si è spostato dalla comunità all’individuo, e la morte è stata vista come la distruzione della propria identità, staccata ormai dal destino collettivo); la «morte romantica» (che Ariès chiama anche «morte di te», per evidenziare che l’affettività, prima diffusa, si è ormai concentrata su alcuni rari esseri, dai quali non si sopporta più di separarsi):

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è l’epoca delle «belle morti», impregnate di patetico, e del culto dei morti; la «morte rovesciata», infine, il modello del nostro tempo. Rispetto alle idee e ai sentimenti tradizionali è avvenuto un rivoluzionamento totale: la morte si cancella fino a sparire, è nascosta allo stesso morente. La morte diventa qualcosa di sporco, da sottrarre anche agli sguardi dei congiunti. La medicalizzazione della morte, iniziata con i primi successi terapeutici della medicina scientifica, celebrerà i suoi trionfi nell’ospedale concepito come istituzione totalitaria. La morte scompare così definitivamente dall’universo domestico. A rendere totale l’esclusione della morte basterà un ultimo tratto: la soppressione del lutto. I sopravvissuti che mostrino in pubblico il dolore per la perdita del congiunto sentono il gelo attorno, la rarefazione dei rapporti sociali. Il lutto è diventato uno dei comportamenti sociali devianti che la nostra società, basata sulla salute-giovinezza-felicità, non tollera più.

Lo storico si limita a registrare la rivoluzione nei sentimenti e nei costumi relativi alla morte; i critici della cultura si domandano il perché. Come mai siamo arrivati a tacere sistematicamente della morte, a negarne in maniera organizzata l’evento, a rimuovere dal

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campo della nostra coscienza tutto ciò che si riferisce ad essa? Il fenomeno della diffusione del tabù della morte in Occidente può essere interpretato in modi diversi. Qualcuno pensa che l’evacuazione della morte sia da attribuire al predominio dello spirito capitalistico che cementa il nostro ordine sociale. In casa del capitale è proibito parlare di morte! Quando i rapporti esistenti sono solo quelli utilitaristici, secondo la logica della mercificazione, l’individuo che cessa di produrre e di consumare è escluso dal patto sociale. Altri individuano la radice più profonda del processo nell’ascesa della classe borghese, che ha scalzato dalle radici la concezione fino allora prevalentemente clericale della vita, nella quale il pensiero della morte aveva un ruolo importante ed era fortemente accentuata la relatività della vita su questa terra 5. Nel corso del processo di emancipazione la borghesia non è riuscita a trovare nella nuova concezione della vita una soluzione al problema della morte. Di fronte alla morte non si sapeva fare altro che tacere o negarla: «Il borghese è un figlio di questa terra. La sua vita gli basta. Così egli combatte il primato della morte».

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Altri critici della cultura attribuiscono al pensiero scientifico la responsabilità della progressiva scomparsa della morte dal quadro di vita quotidiano della nostra civiltà. Le scienze naturali hanno oscurato la visione dell’aldilà; il pensiero scientifico ha introdotto anche la morte in una prospettiva di secolarizzazione. Così la morte, dopo essere stata per secoli una realtà religiosa inviolabile, è potuta diventare oggetto di ricerca scientifica 6. Anzi, ha preso un posto di primo piano nel sapere scientifico moderno relativo alle scienze umane: è la tesi dell’epistemologo M. Foucault. Nell’opera Nascita della clinica moderna ha applicato allo sguardo medico il suo metodo «archeologico», che intende ricostruire ciò che in profondità rende conto di una cultura. Ha analizzato lo sviluppo della medicina tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo: appena mezzo secolo, ma decisivo per l’instaurarsi di un nuovo rapporto tra la percezione del corpo e il linguaggio sul corpo 7.

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Nasce in questo periodo quel modo singolare di considerazione del corpo e della malattia che sarà chiamato «occhio clinico», La disciplina che lo costituisce è l’anatomia patologica, cioè quel processo di verifica delle «cause» del decesso a cui si procede dopo la morte; il docente è il cadavere: il cadavere aperto ed esteriorizzato è l’intima verità della malattia. La morte, fissata nei suoi meccanismi, non più confusa con la malattia, diventa la grande analista. La malattia, vista dal cadavere, perde il suo aspetto enigmatico; con l’autopsia l'invisibile diventa visibile. La vita rimane oscura finché non è vista a partire dal cadavere: allora la vita stessa diventa limpida come il cadavere. L’anatomia patologica ha dissipato in medicina la paura della morte. Per tendenza immemorabile gli occhi del medico si volgevano verso l’eliminazione della malattia, verso la salute da ripristinare; la morte restava alle

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sue spalle come la minaccia del suo sapere e del suo potere. Ora lo sguardo medico chiede conto alla morte della malattia e della vita stessa. La medicina ha integrato la morte «in un insieme tecnico e concettuale in cui essa assume i suoi caratteri specifici e il suo valore fondamentale di esperienza».

Morire umanamente: un diritto

Non è solo per curiosità intellettuale che ci interroghiamo su che cosa determina i nostri comportamenti nei confronti della morte. Vogliamo capire, perché vogliamo cambiare; e vogliamo cambiare, perché ci rendiamo conto che oggi si muore in un modo che non è degno dell’uomo. La denuncia del carattere sempre più disumano che assume il morire nella nostra cultura è venuta dai cultori delle scienze dell’uomo, sociologi e psicologi in primo luogo 8. Mettendosi ad esaminare come muore l’uomo oggi, hanno infranto il tabù e avviato una tacita ribellione all’evacuazione della morte dalla nostra civilizzazione. Studi dettagliati

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hanno preso in considerazione, per esempio, la coscienza del morire. Analizzando il modo in cui l'équipe medica comunica col malato senza speranza, ci si è resi conto che tale coscienza è completamente sbilanciata da una sola parte, quella del medico, che detiene tutto il sapere e il potere. La dissimulazione è la regola generale di comportamento; la conoscenza completa e condivisa della propria sorte da parte del malato grave è un caso eccezionale. I segni della morte sfuggono al malato; i medici e le infermiere, che sono in grado di interpretarli, preferiscono nasconderglieli.

Anche il «tempo di morire» è stato sottoposto a indagine. Ne è risultato che l’atteggiamento davanti alla morte è cambiato non solo per l’alienazione del morente, ma anche per la variabilità della durata della morte. I progressi della medicina continuano ad allungare il processo del morire. Al limite, esso tende a dipendere dalla volontà del medico, che deve decidere se mettere in atto, tenere in funzione o arrestare le complesse apparecchiature della rianimazione artificiale. Il morente non è più che un povero oggetto privo di volontà, e spesso di coscienza. Se il personale ospedaliero può prevedere l’ora della morte, non la

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comunica. Medici e infermieri ne parlano tra loro a mezze parole, per allusione. Il morente non ha più uno status sociale. L’assistenza tecnica prolunga l’esistenza dei malati, ma non li aiuta a morire.

Un posto di particolare rilievo in questa produzione spetta all’opera della dott.ssa E. Kübler-Ross. Il volume con cui ha divulgato il suo lavoro 9 è apparso in America nel 1969: da allora è diventato un punto di riferimento obbligato per tutti coloro che si occupano dell’assistenza ai morenti. Attualmente è tradotto e conosciuto anche in Europa. Vedremo più avanti quanta parte occupi nel documento dell’episcopato tedesco. Nello studio del morire la Kübler-Ross ha introdotto un’innovazione che ha l’audace semplicità delle cose che, non appena proposte, appaiono le più ovvie. Invece di osservare i morenti come oggetti, la Kübler-Ross li ha trattati come persone umane, capaci in quanto tali di relazione. Ha instaurato con i pazienti allo stato terminale dei colloqui semi-strutturati, vertenti sulla loro condizione, i loro bisogni emotivi, la comunicazione con l’ambiente. Di tali colloqui ha fatto poi materiale di studio per tutti coloro che

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avevano il compito di assisterli: medici, personale infermieristico, cappellani. Per capire che cosa vive un paziente inguaribile, ha creato una situazione in cui questi potesse esprimersi; e ha cercato di convincere il personale ospedaliero che è necessario anzitutto mettersi alla scuola del malato, ascoltarlo per comprendere in modo psicodinamico quanto vuole comunicare (con le parole, i silenzi, i gesti, con tutto il comportamento).

Uno dei risultati più divulgati dell’opera della Kübler-Ross è la nozione di «fasi del morire». Dal momento in cui viene annunciata la probabilità di una morte prossima, si possono identificare nel malato cinque fasi, ognuna con i suoi comportamenti tipici: il rifiuto, accompagnato dall’isolamento e dall’incredulità; la rivolta, che proietta i sentimenti rabbiosi in tutte le direzioni, da Dio alla famiglia, al personale curante; il patteggiamento, che è una specie di compromesso in cui il malato che si sa condannato cerca di strappare una dilazione; la depressione, creata da problemi esistenziali che il malato si sente incapace di risolvere o da uno stato d’animo orientato al distacco; l'accettazione, in cui, in un vuoto di sentimenti, si abbandona la lotta e ci si lascia scivolare nel riposo finale prima

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del lungo viaggio. La Kübler-Ross non pretende che tutti i morenti attraversino i cinque stadi, e nell’ordine da lei stabilito. È piuttosto probabile che il morente si arresti all’uno o all’altro stadio, specialmente a quello del rifiuto della propria morte, se tutti attorno a lui congiurano per mantenerlo nell’ignoranza o nell’illusione. La conoscenza dei diversi stadi assume un’importanza determinante per chi assiste il morente, sia egli un familiare, un’infermiera o il cappellano. Il suo compito comincia col rendersi conto che cosa sta vivendo il morente: perché i suoi bisogni sono diversi a seconda del momento che attraversa. Se colui che assiste il morente non sa distinguere, per esempio, il momento del trapasso dalla resistenza all’accettazione, può fargli più male che bene: sarà frustrato nei suoi sforzi e renderà la morte un’ultima dolorosa esperienza.

Gli studiosi di psicologia sociale, gli psico-terapeuti e gli esperti della comunicazione interpersonale che si sono dedicati ai morenti hanno dovuto sperimentare personalmente le odiosità che si riversano su chi osa infrangere un tabù. Contro le loro ricerche si sono levate resistenze fortissime, specialmente nell’ambiente ospedaliero. Si è stentato ad ammettere

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che voler conoscere gli atteggiamenti umani all’avvicinarsi della morte non è malsano sadismo, ma il presupposto indispensabile per umanizzare la morte.

Si continua a ripetere che nessuno vuole guardare in faccia la propria morte, e che quindi mentire al morente è un gesto di compassione, perché lo protegge dall’ansia. Ma coloro che si sono avvicinati al morente con lo stato d’animo giusto — senza brutalità, certo, ma allo stesso tempo aperti alla comunicazione — si sono resi conto che la paura di parlare della morte è un atteggiamento socialmente imposto. Una volta avviata la conversazione, i morenti ne ricavano un vero beneficio. La loro ansia, invece di aumentare, si scarica.

Mentre le scienze dell’uomo mantengono vivo il dibattito sulla necessità di riconoscere un ruolo sociale al morente, e quindi di assisterlo secondo i suoi bisogni, un’altra istanza a umanizzare la morte viene dall’etica. Più precisamente dalla «bioetica», cioè da quella riflessione critica che verte sulle accresciute capacità dell’uomo di influire sulla vita e sulla morte.

I medici sono tradizionalmente portati a porsi interrogativi etici sulla liceità o meno di certi loro interventi. Rispondendo a simili

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quesiti Pio XII ha svolto un magistero autorevolissimo. Le norme di comportamento che ha indicato ai medici, per esempio in materia di rianimazione e di terapia antalgiche, sono considerate con rispetto anche da chi non condivide la fede cristiana. Con la bioetica si fa strada, invece, un atteggiamento nuovo: non sono tanto i medici che si interrogano sulle norme deontologiche o etiche a cui attenersi nella professione, ma piuttosto persone preoccupate del destino dell’umanità che pongono interrogativi alla scienza. Quella medico-biologica fa sorgere problemi di una gravità particolare. Le possibilità attuali di manipolare la materia e di intervenire nei processi vitali sono tanto grandi che è necessario porvi un limite. Il diritto dell’uomo alla salute può entrare in conflitto con altri diritti umani, a cominciare da quello della libertà. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sentito il bisogno di pubblicare una dichiarazione su «La salute e i diritti dell’uomo. Con particolare riferimento ai progressi in biologia e in medicina», per proteggere la persona umana e. la sua integrità fisica e intellettuale dalle violenze che può subire in nome del progresso scientifico. Nel documento è fatto esplicito riferimento

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al «diritto di morire» 10. Ciò che si domanda ai medici, in nome del diritto di ogni uomo ad avere una morte umana, è che rinuncino all'«accanimento terapeutico»: non tutte le risorse per prolungare la vita di cui la medicina dispone si risolvono a vantaggio del morente. Spesso producono solo uno sterile prolungamento di sofferenza, e allontanano definitivamente dal morente la possibilità di vivere la propria morte da protagonista. Il «diritto di morire» di cui si parla in questo contesto fa parte della «riappropriazione della salute» proposta da I. Illich 11.

D’altra parte, è pur necessario ribadire il principio deontologico che chiede al medico di prestare la sua opera fino all’agonia. Troppo spesso la morte rimane esclusa dal programma. Quando si dissolvono le possibilità di guarire, il medico tende a passare la mano: dirada

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le visite, o addirittura si defila. Anche quando «non c’è più nulla da fare», c’è ancora molto da fare. C’è anzitutto da alleviare il più possibile il dolore; ma c’è anche un’opera di assistenza, sostegno, conforto. È un diritto del malato di avere l’aiuto del medico nel morire. Per dovere professionale il medico si impegna implicitamente a rendere il tempo finale del paziente il più confortevole possibile. Essere di aiuto al morente per rendergli possibile un trapasso umano è un compito che, oltre che il medico, investe chi opera nel campo dell’assistenza. In maniera particolare coinvolge la comunità cristiana. È la logica stessa del Vangelo che porta i discepoli di Gesù a mettere al centro coloro che nella società la logica del potere spinge ai margini. Coloro che stanno perdendo la vita sono i più poveri tra i poveri. Ad essi la Chiesa è debitrice di un servizio di speranza. Gesti e parole tradizionali — liturgie, rituali, iniziative pastorali —, che la cultura cristiana ha sviluppato nei secoli, sono diventati inadeguati di fronte alla forma che ha assunto oggi il morire. I problemi nuovi domandano risposte creatrici. Ma non è il deserto: qualcosa si sta muovendo in questo settore.

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Due episcopati si interrogano sulla morte

Due importanti conferenze episcopali europee, quella francese e quella tedesca, hanno reso pubblico, in rapida successione di tempo, due documenti relativi alla morte e ai problemi etico-pastorali che essa pone. Se non è un «segno dei tempi», è certamente un segno della presenza della Chiesa ai problemi del tempo. Una comunità ecclesiale sensibile non può sottrarsi all’interpellazione che le deriva dalle sofferenze connesse con la gestione solo tecnica della vita che finisce.

I due documenti sono diversi per stile e contenuto. L’intervento dei vescovi della Germania federale è più recente. Porta la data del 20 novembre 1978. Nella primavera dello stesso anno nell’autorevole settimanale tedesco Der Spiegel era apparsa un’inchiesta sulla situazione sanitaria nella Repubblica federale. Si trattava di una dura requisitoria contro le carenze e le distorsioni, in un paese che pure è all’avanguardia in Europa per la politica sanitaria. In Germania infatti gli stanziamenti statali in favore della sanità pubblica sono massicci; si investe nel settore una quota notevole del reddito nazionale, si costruiscono nuovi,

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giganteschi ospedali. «Cari e moderni, ma senz’anima», commentava l’inchiesta. Il dito accusatore si appuntava proprio sul lato umano dell’assistenza medica. La propaganda presenta gli ospedali «confortevoli come un hotel a tre stelle», l’equipaggiamento tecnologico è impressionante: monitorscomputers, bombe al cobalto, impiego di ultrasuoni e di quanto di più moderno produca la tecnica. L’ospedale si erge maestoso nel cuore della metropoli, prendendo dal punto di vista architettonico il posto centrale che prima spettava alla cattedrale. Ma per l’uomo malato non è l’arca della salvezza, ma piuttosto la torre di Babele in cui si sente perduto. Invece del benessere, vi aumenta la paura. Il paziente, come essere umano di carne e sangue, e anche di emozioni e sentimenti, è stato ingoiato dal mostro tecnologico. La struttura ospedaliera è un’officina di riparazione meccanica; il «soggetto» è un elemento che disturba l’efficienza. I parenti sono tagliati fuori, proprio nel momento in cui aumenta il bisogno di attenzione, di vicinanza e di calore. Se è disumano il modo in cui si vive la malattia da cui si guarisce, la disumanità cresce all’ennesima potenza quando ci si avvicina all’area della morte. Secondo l’inchiesta, due su tre di quanti muoiono in ospedale

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incontrano la morte nel reparto di terapia intensiva, in completo isolamento, o addirittura in una specie di ripostiglio adibito a «moritoio».

Il documento dei vescovi sembra essere una risposta a questa invocazione di un supplemento di umanità nel trattamento dei malati e dei morenti. Uno stesso tema viene ripreso tanto nell’inchiesta dello Spiegel come nel documento ecclesiastico: la nostalgia dell’ospedale come «Hôtel-Dieu», cioè come luogo di un’assistenza animata da alti motivi ideali e dalla pietà verso il mistero della sofferenza umana. Secondo la dichiarazione dei vescovi tedeschi questo recupero di umanità è particolarmente urgente nei confronti della morte, di ciò che la precede e la circonda. Il processo del morire è preso in considerazione da tutti i punti di vista. La prima e seconda parte del documento lo esaminano dal punto di vista rispettivamente antropologico e sociologico. La medicina è solo uno dei fattori che hanno portato a modificare il morire; nel documento sono esaminati anche quei fattori di trasformazione che sono il nostro modo di pensare la vita e di organizzarla socialmente. La terza parte ha un taglio psicologico. Sono citati esplicitamente e tenuti in massima considerazione i lavori

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della Kübler-Ross. Anche chi si dispone ad assistere un morente animato dalla carità cristiana non può trascurare quanto le scienze umane insegnano sul vissuto psicologico della fase terminale. Secondo i diversi bisogni propri di ogni stadio, vengono impartiti opportuni suggerimenti a chi svolge quest’opera assistenziale. La quarta parte ha un carattere teologico-pastorale. Le novità non vanno cercate sul versante di una prassi sacramentale rivoluzionaria (non si va oltre l’assimilazione della lezione conciliare circa l’unzione degli infermi come sacramento dei malati, e non dei morenti: quindi da amministrare prima che subentri lo stato terminale vero e proprio). Profondamente innovata è invece la spiritualità della malattia che sottende la pastorale. Partendo dal binomio biblico «guarigione e salvezza», e puntando sul mistero pasquale, si valorizza tanto l’aspetto della fede che porta ad aggrapparsi a Dio per fare opposizione al male partecipando alla potenza divina, quanto il movimento con cui ci si abbandona a lui in un atteggiamento che non è rassegnazione, bensì comunione nello Spirito.

Esulano completamente dal documento tedesco i problemi etici che sorgono al capezzale del morente. Solo una nota rimanda ad interventi precedenti degli episcopati tedesco e austriaco

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in merito all’eutanasia. Il documento dell’episcopato francese è invece centrato sui problemi etici: è esplicito già nel titolo. Affronta direttamente gli interrogativi inquietanti che il morire suscita ora sia presso i medici sensibili ai problemi morali che presso i pastori. Il documento assume i due punti di vista: deontologico e pastorale. Un’opportuna chiarificazione terminologica riordina il dibattito che si svolge nell’ambito della deontologia medica. Talvolta tale dibattito è confuso per il fatto che si usa il termine «eutanasia» per designare situazioni e comportamenti diversi. Il documento la limita invece all’intervento inteso direttamente a porre fine a una vita, distinguendola dagli altri problemi che pone oggi l’assistenza medica che ricorre alla tecnologia avanzata. Sulla base di tale chiarificazione dei termini e dei problemi vengono esaminate dettagliatamente le varie situazioni umane che rientrano nell’ambito degli interessi della deontologia medica. La prospettiva tradizionale — centrata sui problemi dell’eutanasia e della «verità al malato» — è rinnovata dai nuovi problemi della bioetica, preoccupata di difendere la qualità della vita umana contro l’appiattimento minacciato dai progressi della scienza.

Un’osservazione ancora va fatta circa il «genere

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letterario» del documento francese. Pur essendo pubblicato in nome dell’episcopato, che vi investe quindi la propria autorità dottrinale e morale, il testo conserva il carattere personale di chi lo ha redatto. La presentazione fa esplicitamente il nome dei pp. Verspieren e Roy, rispettivamente direttore del Centre Laennec e consigliere ecclesiastico del Centro Cattolico dei Medici Francesi. Viene così indicata la matrice culturale in cui è maturata la riflessione etica e pastorale di cui il documento si fa veicolo. Da anni in Francia teologi e pastori si sono lasciati interrogare dalla sfida che la situazione attuale pone all’annuncio cristiano per il tempo di malattia e per la morte. La riflessione si è espressa in pubblicazioni di notevole qualità, come le riviste Présences (che ha purtroppo cessato la pubblicazione), Médecine de l’homme e i fascicoli monografici dei Cahiers Laennec 12. Molto di quanto è maturato in un decennio di dibattiti è confluito nel documento fatto proprio e autorevolmente

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presentato dai vescovi francesi.

Nell’insieme, i due documenti, così differenti, si completano reciprocamente. Per questo l’edizione italiana li sottopone al lettore l’uno dopo l’altro. Se il documento francese troverà più risonanza presso chi si interroga sull’agonia e la morte a partire dal diritto di ognuno ad avere una morte umana, la dichiarazione dei vescovi tedeschi attira l’attenzione soprattutto dei responsabili della pastorale sanitaria. Oggi sentiamo tutta l’urgenza di essere presenti come Chiesa presso chi soffre gli estremi dolori in un contesto che lo umilia come persona umana e come figlio di Dio. I vescovi tedeschi ci danno l’esempio di una riflessione che non si limita alle dichiarazioni di principio, ma cerca di rispondere alle nuove situazioni in modo creativo e concreto. Il documento è preciso e dettagliato in merito agli aspetti sociali e organizzativi dell’assistenza ai morenti. Nel documento francese troviamo invece un breve accenno a una iniziativa tipica dei paesi anglosassoni: gli hospices per la cura dei malati terminali. Quando si tratta di cancerosi, la maggiore attenzione va al sollievo del dolore. L’hospice offre un tipo di assistenza continua che non può essere fornito dall’ospedale. Si tratta di piccole residenze ospedaliere

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aperte dove i pazienti, congiunti e amici possono soggiornare insieme, sotto la guida di personale medico e paramedico specializzato. Un ambiente tranquillo, con gente che non ha fretta, disposta a prendersi cura del gruppo che si trova a fare fronte alla morte. L’unità elementare di assistenza per gli hospices non è infatti il malato terminale singolo, ma il paziente con la sua famiglia; e l’assistenza si estende oltre il momento della morte, finché i familiari non avranno trovato il modo di fare fronte al trauma. Non tutto quanto è attuato all’estero può essere trasportato di sana pianta in Italia. La riforma sanitaria, del resto, ci permetterà di dare delle risposte più in sintonia con il nostro tessuto sociale e con la nostra tradizione assistenziale 13. Ma come non sentirci coinvolti dal richiamo alla necessità di pensare alla formazione di chi si occupa di compiti così delicati? Nella riforma sanitaria è previsto uno spazio per il volontariato. È più che opportuno, anche per bilanciare la spinta verso la burocratizzazione dell’assistenza sanitaria.

Alcuni compiti inoltre, come appunto l’assistenza ai morenti, domandano una sensibilità

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e una partecipazione profonda a cui non tutti possono riconoscersi disponibili. Al volontariato possono essere affidate mansioni di elevata densità umana. Ma proprio la delicatezza del compito richiede una formazione più accurata. La buona volontà è all’origine del volontariato, ma da sola non basta a fare un volontario, quando essa non sia unita alla competenza. Anche in Italia qualcosa si muove in tal senso. Va segnalata, per esempio, la iniziativa dell’OARI di istituire un corso di formazione per «animatori socio-sanitari». Uno dei confronti di questa nuova figura, resasi necessaria per il radicalizzarsi dei problemi dell’assistenza sanitaria, potrebbe essere precisamente quello dell’umanizzazione della fase terminale della vita.

La prima risposta che possono dare i cristiani ai problemi di chi si trova a morire nel contesto della nostra civilizzazione è di ordine pratico: una calda presenza comunicante a chi sta morendo. Senza tuttavia dispensarsi dal cercare un altro modo di parlare della realtà umana della morte. Il primo mattone del discorso nuovo sulla morte è già là, ed è costituito dall’amore umano, che è sacramento dell’amore di Dio.

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Note

1 Sulla mitologia del cancro, cf. S. Sontag, Malattia come metafora, Torino 1979.

2 L. V. Thomas, Antropologia della morte, Milano 1976.

3 Cf. J. Ziegler, I vivi e la morte, Milano 1978.

4 Segnaliamo le principali, tradotte in italiano: Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente, Milano 1978; L’uomo davanti alla morte, Bari 1979.

5 Così B. Groethuysen, Le origini dello spirito borghese in Francia. La Chiesa e la borghesia, Torino 1964.

6 Cf. A. Toynbee, Man’s concern with death, London 1960.

7 «Si tratta di uno di quei periodi che delineano un’incancellabile soglia cronologica: il momento nel quale il male, la contronatura, la morte, in breve tutto il fondo nero della malattia, vengono alla luce; tutto cioè si rischiara e si sopprime a un tempo come la notte, nello spazio profondo, visibile e solido del corpo umano. Quel che era fondamentalmente invisibile s’offre d’improvviso alla chiarezza dello sguardo, in un movimento dall’apparenza così semplice, così immediata che pare la naturale ricompensa d’un’esperienza meglio eseguita. Si ha l’impressione che, per la prima volta dopo millenni, i medici, liberi finalmente da teorie e chimere, abbiano acconsentito ad affrontare l’oggetto della loro esperienza di per se stesso e nella purezza di uno sguardo non prevenuto»: M. Foucault, Nascita della clinica moderna, Torino 1969, p. 221.

8 Per una rassegna delle pubblicazioni più importanti, cf. S. Spinsanti, Psicologi incontro ai morenti, in Medicina e Morale, 26 (1976), n. 1-2, pp. 79-96.

9 E. Kübler-Ross, La morte e il morire, Assisi 1976.

10 «È opinione diffusa che il medico, per quanto non possa deliberatamente disporre in alcun caso della vita di un’altra persona, abbia il dovere di fare il possibile per assicurare al suo paziente una morte dignitosa e senza dolore, anche quando sa che le misure adottate possono lievemente accelerare la fine»: O.M.S., La salute e i diritti dell’uomo..., Roma 1978, p. 52.

11 «L’uomo occidentale ha perso il diritto di presiedere all’atto del morire. La salute, cioè il potere di reagire autonomamente, è stata espropriata fino all’ultimo respiro. La morte tecnica ha prevalso sul morire. La morte meccanica ha vinto e distrutto tutte le altre morti»: I. Illich, Nemesi medica, Milano 1977, p. 223.

12 Segnaliamo, relativamente al problema della fase terminale della malattia e della morte, i fascicoli: Respect de la vie, respect de la mort (Réflexions d’éthique sur la réanimation), 1974; Rencontre avec les mourants, 1974; Thérapeutiques des souffrances terminales, 1975. Buona parte delle argomentazioni che vengono sviluppate nel documento si trovano in queste pubblicazioni.

13 Cf. Aa.Vv., Riforma sanitaria e comunità cristiana, Varese 1979.

Malattia e morte nel popolo delle beatitudini

Sandro Spinsanti

MALATTIA E MORTE NEL POPOLO DELLE BEATITUDINI

Edizioni Salcom, Brezzo di Bedero 1976

pp. 104

INDICE

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  1   INTRODUZIONE

  5   Capitolo I: AL DI LÀ DELLE PAROLE DI CONSOLAZIONE

  7        1. La malattia: occasione per parlare o per tacere?

13        2. Inflazione delle parole per il malato

19        3. Esiste una "spiritualità" del malato?

25        4. La rassegnazione è l'atteggiamento tipicamente cristiano?

31        5. La nozione cristiana di "pazienza"

35   Capitolo II: PAROLE PER VIVERE

37        1. La malattia e il comandamento di vivere

41        2. La malattia è segno di una colpa?

47        3. Benedizioni e maledizioni per il popolo dell’alleanza

53        4. "Passò facendo del bene e guarendo"

61        5. Il male fisico in Gesù, l’uomo nuovo del Regno

65        6. Anche per il cristiano malato è pasqua

71        7. La Chiesa, nuova famiglia per gli emarginati

77   Capitolo III: NELLA MORTE E OLTRE LA MORTE

79       1. Sociologia del comportamento di fronte alla morte

83       2. Il senso della morte per l'uomo in dialogo con Dio

85       3. La vita e la morte per il credente dell'antica alleanza

91       4. "Battezzati nella morte di Cristo"

95       5. Valore pedagogico della celebrazione liturgica della morte

99   CONCLUSIONE

I

PRESENTAZIONE

Nella vita di ciascuno ci sono interrogativi cruciali che invocano una risposta, pena lo sconcerto o addirittura la disperazione. Primo fra tutti il perché della morte, la cui ombra si stende anche sulla vita più. luminosa, perché più ricca di salute, di intelligenza, di benessere. E poi l’interrogativo di quei sintomi di morte che sono le sofferenze, a cominciare dalla malattia.

Anche per la malattia e la morte il cristiano riceve risposta nell'ascoltare e nel guardare Gesù Cristo, nell’accogliere cioè la sua Parola e nel contemplare e condividere la sua Vita.

E tra le parole di Gesù Cristo questa risuona come Vangelo, come annuncio di novità e di gioia, come beatitudine: «Beati voi, che ora piangete, perché riderete» (Lc. 6,21). E la sua Vita trova il suo punto culminante nel mistero pasquale della sofferenza della morte in croce e della gioia della risurrezione. Gesù Cristo è stato provocato dal male fisico e ad esso ha dato una risposta originale, singolarissima: come profeta-terapeuta ha guarito per annunciare e instaurare la

II

nuova Alleanza, come Servo di Jahvé ha trasformato la sofferenza facendone un momento di salvezza. Vita, sofferenza e morte in Gesù Cristo rivelano e attuano il loro radicale valore e la loro stringente vocazione: sono il «luogo» dell’amore fedele al Padre e agli uomini. All'amore del Figlio, radicato in una fiducia senza limiti e divenuto preghiera nelle parole: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito» (Lc. 23,46), risponde l’amore del Padre che costituisce Cristo quale Signore dei vivi e dei morti (cfr. Atti 2,36) e quale sorgente inesauribile di Spirito e di vita nuova per tutti (cfr. 1Cor. 15,45).

Di qui una salvezza che raggiunge e trasforma tutta l'esistenza dell'uomo, malattia e morte comprese.

Lo Spirito è donato al credente e diviene in lui legge nuova di vita: il cristiano riceve così la grazia e la responsabilità di "vivere" come Gesù Cristo — non solo nella contemplazione di un modello ma anche nella condivisione di una vita — la malattia e la morte.

Non a caso diciamo "vivere" la malattia, o addirittura "vivere" la morte, al di là di ogni apparente contrasto. In realtà, l’atteggiamento cristiano non è quello di un’accettazione intesa come rassegnazione nel senso di una acquiescenza passiva e rinunciataria alla lotta. È piuttosto un atteggiamento complesso che coinvolge inscindibilmente l’impegno a lottare e l’impegno ad accettare quando e nella misura in cui la lotta accusa la sua impotenza.

III

È l’atteggiamento della "pazienza cristiana", cioè il saper e il voler "tener duro" in una situazione difficile grazie alla fiducia in Dio e nel suo amore: «Il cristiano "paziente" ― scrive l’Autore — non è un dimissionario di fronte alle potenze di diminuzione che aggrediscono l’uomo; egli può e deve resistere al male. D’altra parte, la sua non è una lotta di tono prometeico: è una lotta nella speranza, cioè nella situazione spirituale di chi, nella fede, si è arreso a Dio e ha accettato che egli dica l’ultima parola sulla storia dell’uomo... Nel mistero pasquale ha senso la lotta, perché è condotta nella fede; ed ha senso l’accettazione, perché è espressione della speranza».

Tutto ciò è possibile nella comunità cristiana. La Chiesa continua nella storia di tutti e di ciascuno la missione di Gesù Cristo, ne prolunga la vita nel mondo. Per questo è chiamata a far riecheggiare senza sosta la parola di Cristo, la Parola che è Cristo a quanti si trovano nell'esperienza ardua e stimolante della malattia e della morte. Come già per il Signore Gesù, così per la sua Chiesa la parola annunciata è segno efficace, dono di grazia: è quanto si ha nei gesti sacramentali della Chiesa, in particolare in quel gesto tipico per il cristiano ammalato che è l’Unzione degli infermi. Di più la parola segno efficace attua tutte le sue virtualità nel generare e alimentare una testimonianza di vita nello Spirito, che fa della Chiesa una "comunione nell’amore", una fraternità di grazia nella quale sani e ammalati, viventi e morenti appartengono al medesimo "corpo" e sano reciprocamente salvati e salvatori,

IV

perché tutti nella diversità dei ministeri e dei doni portano il loro contributo nell'edificazione della Chiesa.

Il momento supremo dell’esistenza umana è dato dalla morte. Entro il "dialogo" di salvezza tra Dio e l’uomo, la morte costituisce la "parola" più forte ed espressiva: è l’ultima nel chiudere la vita presente e la prima nell’aprire la vita che non conosce tramonto. E come ogni parola del dialogo salvifico, anche e soprattutto quest’ultima e prima parola proclama la consumazione dell’amore di Dio che chiama il credente a condividere anche fisicamente la morte di Cristo, e la consumazione dell’amore dell’uomo per Dio, perché in Gesù Cristo può sperimentare, non solo nella realtà iniziale della fede ma in quella completa della gloria, la vita eterna e gloriosa del Signore risorto.

Si possono allora comprendere ed esperimentare — ed è questo lo scopo altamente encomiabile del volume che presentiamo, con l’augurio che ne diventi un mezzo convincente ed efficace — nella originalità e profondità del loro significato le parole che Gesù ha detto a proposito di Lazzaro gravemente ammalato: «Questa malattia non è per la morte; essa è per la gloria di Dio» (Giov. 11,4).

Dionigi Tettamanzi

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capitolo primo

AL DI LA’ DELLE PAROLE DI CONSOLAZIONE

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1. La malattia: occasione per parlare o per tacere?

Ci sono situazioni in cui la parola è assolutamente fuori posto. Anche la parola buona, la parola che intende portare conforto. Ce ne siamo resi conto talvolta in presenza di persone che, in visita a qualcuno malato o colpito da lutto, moltiplicavano parole per cercar di consolare. Sul volto di coloro che erano nel dolore non abbiamo visto però la consolazione, bensì il fastidio. E ciò anche quando si trattava di parole devote, ruotanti intorno alla "volontà di Dio", alla "rassegnazione cristiana" o all’"offerta della sofferenza".

Il dolore non è oggetto di conversazione, neppure di conversazione religiosa. Quando il dolore è espressione dell’irruzione del mostruoso che lacera il senso e l'ordine di una esistenza, allora l'ammutolimento è l'unico comportamento degno dell’uomo. La sua grandezza non è affatto diminuita se accetta di perdere la parola. In quelle circostanze il silenzio è il grido più alto. L’ammutolimento raggiunge il suo senso più drammatico quando veniamo confrontati con la morte. La morte infatti non offre, in

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sé, assolutamente nulla da dire. Noi abbiamo esperienza solo della vita e delle manifestazioni che l'accompagnano, non della morte stessa.

Anche la disgrazia può togliere la parola di bocca. È l’esperienza che fanno i tre amici di Giobbe quando vedono quell’uomo, una volta splendido per benessere e solidità familiare, ridotto sul letamaio:

«La notizia di tutti i mali che avevano colpito Giobbe giunse ai suoi tre amici. Partirono ciascuno dal proprio paese; insieme decisero di andare a compiangerlo e a consolarlo. Di lontano, fissando gli occhi su di lui, non lo riconobbero. Allora scoppiarono in singhiozzi. Ognuno strappò il suo vestito e gettò polvere sulla propria testa. Poi si sedettero a terra e restarono così per sette giorni e sette notti. Nessuno, allo spettacolo di un così grande dolore, gli rivolse la parola» (Giob. 2,11-13).

È vero che poi aprirono la bocca e parlarono molto, e anche a sproposito, pretendendo di applicare a Giobbe una teologia della sofferenza già preconfezionata. Ma il loro comportamento iniziale era giusto. Di fronte a colui che soffre bisogna accettare anzitutto di perdere la parola, perseverando solidarmente uniti nella inconsolabilità. Solo quando il flutto di dolore è salito alla gola e si rischia a propria volta di annegare, può sgorgare la parola appropriata, il gesto opportuno che suonano come liberazione.

Il silenzio non può essere però una soluzione definitiva per il cristiano. Egli può inizialmente

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comportarsi così perché crede che una parola proveniente da Dio stesso ha rotto il silenzio. Questa parola la riconosce nella predicazione e nell'agire di Gesù. La comunità cristiana giunge fino a chiamare Gesù "la parola di Dio" (cioè il "Logos", il Verbo) nell'inno che inizia il Vangelo di S. Giovanni. Questa stessa comunità, la Chiesa, in quanto depositaria della parola di Dio, è cosciente di esserne debitrice al mondo. Deve farla risuonare con parole e gesti, con la predicazione e i sacramenti. Essa è il luogo in cui le beatitudini che Gesù ha annunciato sulla montagna devono essere ripetute, per nutrire la speranza degli uomini.

Le beatitudini stabiliscono un legame privilegiato tra la Chiesa e coloro che soffrono. In realtà specialmente a costoro, nel corso dei secoli, si è rivolta la parola della Chiesa. Ma questo dato certo non ci dispensa dal fare un esame critico del modo in cui la buona notizia del Vangelo è stata annunciata. Ci rendiamo conto allora che spesso l’annuncio ha dato luogo al malinteso che la parola di Gesù fosse unicamente una promessa di felicità per la vita eterna. È stata interpretata come una buona parola di consolazione che si dice per aiutare chi è tribolato a trovar forza e a continuare a portare il peso della vita terrena.

I critici del cristianesimo hanno contribuito a farci avvedere del pericolo insito in un annuncio di questo tipo. Esso può diventare un aiuto offerto all'immobilismo, alla conservazione; può fare della religione una speranza alienante. Se la consolazione della ricompensa nell'al-di-là inducesse l’uomo a piegare

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ancora più la schiena sotto ciò che l’opprime — sia esso frutto dei meccanismi ciechi della natura o della malvagità di altri uomini — le parole delle beatitudini creerebbero un popolo di servi. Esse intendono invece suscitare un popolo di uomini liberi, di "figli di Dio".

Sulla bocca di Gesù l’annuncio delle beatitudini è legato al presente non meno che al futuro. Il "Vangelo" (buona notizia) è che Dio sta per prendere la difesa degli oppressi. Ma la loro beatitudine è legata a quanto sta per accadere a loro favore:

«Beati voi, poveri,

perché il Regno di Dio è per voi.

Beati voi, che ora avete fame,

perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete,

perché riderete» (Lc. 6,20 s.).

Ai diseredati — poveri, afflitti, affamati — è promessa la felicità del Regno. Il Regno non è del tutto venuto, ma gli infelici possono sin d’ora stimarsi felici. Non possiedono ancora il Regno, ma il Regno possiede loro: esso è già, fin d’ora, per essi. La felicità delle beatitudini non è dunque un'ipotetica consolazione riservata al futuro. Essa cambia il presente. Il giorno della salvezza è così vicino che coloro che soffrono possono già accogliere la felicità del Regno nel cuore. Lo possono fare se credono alla parola del messaggero del Regno, Gesù, al cui sguardo l’ultima ora del mondo è già svelata. Dal momento che guardano la realtà con gli occhi di lui, la fede permette loro di vedere la situazione presente diversamente che gli altri uomini.

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La trasformazione radicale del presente alla luce del futuro è l'intenzione che lievita le parole di Gesù. Con questa intenzione dobbiamo misurare le parole che la Chiesa è solita rivolgere a coloro che si trovano in situazioni di afflizione, come quelle che suppongono le beatitudini. In particolare, è necessario confrontare con la logica delle beatitudini ciò che viene detto di solito ai malati. Al confronto non potrà mancare la nota di un severo esame critico. Non si tratterà solo di un richiamo alla sobrietà, particolarmente raccomandabile quando si usano parole di consolazione. Bisognerà domandarsi se ciò che tradizionalmente si dice ai malati è in sintonia con il messaggio evangelico delle beatitudini.

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2. Inflazione delle parole per il malato

La condizione del malato è solita attirare fiumi di parole religiose. Oltre quelle dette, anche quelle scritte. Esiste una foltissima letteratura di tipo consolatorio rivolta ai malati stessi e una quantità di opere pastorali per i sacerdoti incaricati della cura spirituale dei malati. Al di sopra di questi interventi di varia natura fluttua una concezione comune, che si è ormai consolidata in ciò che è comunemente ritenuto essere la "spiritualità cristiana" della malattia. Sembra ovvio che il cristiano debba vivere la malattia "da cristiano". A questa espressione viene associato, in modo più o meno riflesso, un modello di comportamento precostituito. Val la pena cercare di esplicitarlo.

Il punto di partenza, quasi un postulato mai rimesso in discussione, è costituito dalla convinzione che l’atteggiamento che risponde alla qualifica di cristiano sia quello dell’accettazione della malattia. La parola, che è rivolta al malato, intende aiutarlo ad assumere tale atteggiamento, in quanto gli presenta i motivi naturali e soprannaturali che rendono plausibile l’accettazione. Cerca di

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persuaderlo che la malattia è utile e che egli può trarne numerosi vantaggi spirituali.

I libri scritti per i sacerdoti in cura d’anime o per le suore infermiere forniscono un arsenale di argomentazioni per convincere il malato ad accettare la sua malattia, a rassegnarsi. I temi che ricorrono costantemente sono: la malattia come mezzo pedagogico per distaccare l’uomo dalla terra e svezzarlo dalle gioie sensibili; l'identificazione tra malattia e croce, e quindi il valore redentivo della malattia accettata come croce; la malattia come occasione per acquistare meriti per sé e per gli altri.

In questa concezione l’accettazione rassegnata della sofferenza è solo il primo passo verso l’utilizzazione completa della malattia possibile a un cristiano. Il cristiano, a differenza dello stoico che si irrigidisce sotto i colpi del destino, giunge fino all’amore per la sofferenza. Non si limita quindi ad accettare la malattia come un ineluttabile cui rassegnarsi, ma l'abbraccia con amore.

Gli scrittori spirituali ripetono con insistenza esempi e massime di alcuni santi circa l’amore per la malattia e la sofferenza. Riportiamo una pagina da uno tra i tanti scritti di questo genere. Il suo valore rappresentativo consiste nel fatto che esplicita il modello cui implicitamente ci si riferisce quando si parla di vivere la malattia "da cristiano":

«Dice San Vincenzo De Paoli che se noi conoscessimo qual prezioso tesoro sono le infermità, le riceveremmo con quel medesimo giubilo con cui riceviamo i maggiori benefici,

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e le sopporteremmo senza lamenti e senza mai mostrarcene annoiati. Comparve il Signore alla beata Battista Verrani e le disse: "Sappi che non peccare è un gran bene, maggiore il fare opere buone, ma il massimo di tutti è patire".

La beata Angela da Foligno, richiesta come potesse ricevere e soffrire con tanta allegrezza i patimenti, rispose: "Credetemi, che la nobiltà e il valore dei patimenti non è da noi conosciuto, perché se lo conoscessimo bene, ci si renderebbero oggetto di rapina, e ognuno vorrebbe procacciarsi sempre nuove occasioni di patire".

Un santo vecchio, solito di stare per lo più ammalato, in un anno che si vide libero da ogni male, se ne afflisse molto, e diceva che Dio lo doveva avere abbandonato perché non lo visitava più. Così pure pensavano san Francesco e sant’Andrea Avellino, che in quel giorno nel quale non avevano patito qualcosa per amore di Dio, stimavano che Egli si fosse dimenticato di loro e li avesse abbandonati. Così anche noi dovremmo avere in conto di vere misericordie del Signore le nostre infermità con tutte le altre tribolazioni che le accompagnano» 1.

Contrariamente a quanto potremmo supporre, questo modo di considerare la sofferenza non è stato sempre in vigore nella cristianità; anzi, si è affermato solo in tempi relativamente recenti.

Possiamo distinguere infatti nella storia della spiritualità cristiana della croce tre periodi

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con fisionomie nettamente differenziate. Il primo è quello medievale, fortemente influenzato da san Bernardo e san Francesco d’Assisi; in esso si insiste sul "compatire" con il Cristo crocifisso.

Nell'epoca moderna si distingue un secondo periodo, originato dalla spiritualità di santa Margherita M. Alacoque. È il periodo della devozione al Sacro Cuore; le anime generose sono invitate a "compensare" le ingratitudini che feriscono il Cristo. Ulteriormente si può distinguere un terzo periodo, il cui motto è quello di "completare", mediante l’apostolato della sofferenza, ciò che manca ai patimenti di Cristo.

L’opera che per prima ha messo l’accento su questa terza finalità del soffrire cristiano è stato il libro di P. Lyonnard: L’apostolato della sofferenza. Questo libro, scritto un secolo fa, è rimasto un classico in questo campo. È la prima opera che usi il termine "apostolato della sofferenza", e sembra avere nell’enciclica di Pio XII "Mystici Corporis" una conferma dottrinale ufficiale.

Ecco la sua idea-chiave: «È attraverso le sue sofferenze e la sua morte che Gesù ha salvato il mondo, e quando voi soffrite pazientemente con lui e gli offrite i vostri dolori per la salvezza delle anime, è Gesù che soffre in voi e che continua a salvare il mondo attraverso voi» 2.

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La vocazione di ogni cristiano malato è dunque di mettere a frutto le sue sofferenze per un fine apostolico. Nell’insieme del Corpo Mistico egli è il membro sofferente e crocifisso; unendo le sue sofferenze a quelle di Cristo, egli espia per gli altri, specialmente per i peccatori.

Lo sviluppo estremo di questa concezione è l’affermazione che esistano alcune "vittime speciali", che Dio «si sceglie in tutti i ranghi della società cristiana e comunica loro, per la salvezza dei fratelli, una più larga partecipazione alle sofferenze del suo divin Figlio, e per conseguenza al suo titolo e alla sua funzione di vittima». Questa idea portò il Padre Lyonnard a patrocinare la fondazione di un’associazione di cristiani che accettassero questo ideale e lo vivessero. La chiamò "Società delle vittime volontarie", concepita come collaborazione e come completamento dell’Apostolato della preghiera, perché coloro che vi aderivano si impegnavano a portare il loro contributo alla redenzione del mondo mediante l’apostolato della sofferenza.

Per il P. Lyonnard è evidente che il semplice fatto di trovarsi ammalato sia per il cristiano un segno della sua chiamata ad essere "vittima volontaria". Basta che il cristiano accetti la malattia con rassegnazione — o meglio, l’abbracci con amore —: la malattia farà di lui un apostolo:

«Altri sono chiamati a predicare, a insegnare, a dedicarsi negli ospedali alla cura dei malati, cioè a perpetuare Gesù che predica, che insegna, che guarisce gli infermi.

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Per voi la vostra parte, la vostra missione è di soffrire, cioè di fare ciò che Gesù, vostro divin corpo, ha fatto durante tutta la sua vita, dalla culla fino alla tomba. Soffrite dunque in unione con lui, con le sue disposizioni, con le sue intenzioni e per gli stessi fini; mescolate le vostre sofferenze alle sue sofferenze. Voi sarete apostoli per mezzo della sofferenza nella malattia e nella morte» 3.

L’attenzione dedicata a un autore spirituale così lontano da noi nel tempo non sembri esagerata. In realtà la sua concezione della malattia si è diffusa ampiamente ed ha condizionato il linguaggio di generazioni di cristiani. Ci si è abituati a parlare del cristiano che accetta o offre la sua sofferenza; del malato che partecipa in modo privilegiato alla redenzione, essendo inchiodato sul suo letto come il Cristo in croce; delle anime generose che si offrono volontariamente al mistero della sofferenza corredentrice.

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3. Esiste una "spiritualità del malato"?

La bella sicurezza che esisteva sino ad un passato recente circa l’atteggiamento genuinamente cristiano nella malattia e le parole da dire al malato, ora non esiste più. Non è stata distrutta solo dalla critica esterna al mondo spirituale cristiano, la critica cioè di quanti accusano il cristianesimo in quanto tale di intorbidare la gioia di vivere (più alta di tutti si leva la voce del filosofo Nietzsche). La sicurezza si è sfaldata soprattutto in seguito agli interrogativi radicali che si sono posti i cristiani stessi, in primo luogo i cristiani malati.

Trasformazioni profonde sono avvenute nella nostra società in tutto il settore sanitario. La cura dei malati non avviene più a domicilio, basandosi sul servizio capillare assicurato dalla famiglia e dai vicini. Le cure mediche hanno luogo in ambienti specializzati, ospedali e cliniche. Se il nuovo sistema garantisce una tutela più efficiente della salute, rende però sempre più difficile la percezione del malato come soggetto. Esso tende inoltre a sradicarlo dal contesto familiare e comunitario.

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Sul versante opposto bisogna registrare una presa di coscienza crescente dei diritti del malato. Malati e handicappati vogliono agire in prima persona, senza deleghe ai sani perché gestiscano in modo paternalistico i propri diritti. Esiste un mondo di malati che non si contenta più dell'aiuto che viene dal di fuori, ma agisce esso stesso, collaborando alla propria liberazione e alla costruzione della società. Lo scopo cui mirano questi movimenti è la reinserzione sociale e spirituale dei malati tra i sani, o addirittura una integrazione completa dei due mondi che tendono a escludersi reciprocamente.

La trasformazione delle strutture, le prese di coscienza che avvengono nel mondo dei malati e il risveglio sul piano delle attività organizzative non sono stati senza conseguenze per ciò che concerne la spiritualità. Il maggiore senso critico dei malati rigetta l’atteggiamento di accettazione passiva o di sola offerta spirituale tradizionalmente richiesto al malato cristiano. Molte concezioni teologico-spirituali, che in precedenza apparivano quasi ovvie, venivano così rimesse in discussione.

Il primo nodo di problemi si incentra sulla questione se esista una "spiritualità del malato" specifica, distinta dalla spiritualità cristiana comune a tutti i discepoli di Gesù. Il caposaldo di questa spiritualità particolare è l’accentuazione del valore della sofferenza: la "buona sofferenza". La sofferenza è buona — si dice — perché Dio la invia come punizione o come prova: «Dio fa soffrire quelli che ama» oppure: «Quelli che ama

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Dio li castiga». Alcuni valorizzano talmente la sofferenza nella vita spirituale che arrivano a considerare il malato come un privilegiato. Qui siamo di fronte ad estremismi che vanno rifiutati senza esitazione, perché provocano fraintendimenti funesti della concezione cristiana della sofferenza.

Esiste il serio pericolo di spacciare per sofferenza cristiana forme deviate e confinanti con il morboso. Le possiamo catalogare con il nome generico di "dolorismo". Questa concezione non è frutto esclusivo del cristianesimo, in seno al quale può essere espressione di una polarizzazione esasperata sulla croce. La ritroviamo anche in altre antropologie, che per motivi diversi attribuiscono al dolore una funzione centrale nella vita dell’uomo. Per Heinrich Heine, ad esempio, l'esaltazione del dolore è giustificata da motivi estetici e morali («Gli uomini malati sono veramente sempre migliori di quelli sani; solo l’uomo malato infatti è un uomo; le sue membra hanno una storia di dolore, sono spiritualizzate»).

Non sorprende il fatto che talvolta il malato stesso si trovi a suo agio in posizioni intellettuali e spirituali di tipo doloristico. Uno dei rischi della malattia è infatti proprio quello di erigere la sofferenza a valore supremo. Le scienze dell’uomo inoltre ci mettono in guardia contro la regressione psicologica che il fatto drammatico della malattia provoca in certe persone. In quelle situazioni regressive la malattia diventa il valore cui ci si aggrappa in funzione di compensazione. Meccanismo psicologico comprensibile, ma

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da non favorire perché si rivolge a danno dello sviluppo della personalità.

La denuncia del dolorismo di tipo compensatorio induce a guardarsi da motti altisonanti, come «la mia gioia è soffrire — soffrire o morire — nel soffrire è la mia felicità...», e simili. Non bisogna pronunciare alla leggera parole che sembrano ammirevoli, ma che forse non sono che imprudenti o vuote. Diffidiamo di una accettazione troppo gioiosa entusiasta della malattia, che può nascondere un atteggiamento psicologico auto-punitivo. Ci può essere un amore della sofferenza che rischia di non essere altro che corruzione delle sorgenti della vita o pigrizia di fronte allo sforzo necessario per vivere. L'accettazione cristiana della croce non va assolutamente confusa con il disgusto per la vita.

Il vizio di fondo di queste prospettive consiste nell’isolare nella spiritualità cristiana un particolare comportamento, cui si affibbia l’etichetta di "spiritualità del malato". È proprio quest’ottica troppo ristretta che provoca le deformazioni sotto denuncia. È ovvio che, se nel malato non si considera altro che la sua malattia, lo si imprigiona in essa. Allora anche la spiritualità particolare che gli si attribuisce sarà costruita sulla parte negativa della sua esistenza, e non su quella positiva e vivente.

Molti malati sono insofferenti quando si parla loro di una "spiritualità del malato". Anche quando questo discorso non raggiunge i toni ambigui del dolorismo, lo sentono come un vestito troppo stretto. È significativa

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in tal caso la presa di posizione di alcuni malati francesi, che auspicano un superamento delle prospettive anguste della «spiritualità del malato»:

«Non abbiamo bisogno di una farmacia spirituale, ma di un buon nutrimento comune. Ciò che i malati domandano non è una cappella d'infermeria, ma la Chiesa. Abbiamo bisogno semplicemente di una spiritualità ecclesiale. Non domandiamo che si apra per noi una scuola di spiritualità dove tutto sia visto attraverso un'ottica di malati e in odore di ospedale. Che non ci si parli continuamente "in quanto malati", come se non si volesse sapere altro da noi; prima di essere malati siamo uomini e figli di Dio» 4.

Una spiritualità tagliata su misura per il malato è troppo incompleta e resta esposta alle unilateralità deformanti del dolorismo. Ciò vale anche nei confronti di una spiritualità che chiede al malato di accettare la sua sofferenza e di offrirla con un fine apostolico, in continuazione alla passione del Signore. Una spiritualità del malato più autentica dovrà invece partire da una spiritualità "cristiana" comune a tutti, per arrivare poi al modo speciale in cui il malato deve viverla a causa dei condizionamenti ai quali la malattia lo sottopone.

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4. La rassegnazione è l’atteggiamento tipicamente cristiano?

L’atteggiamento pratico di molti cristiani di fronte alla malattia è cambiato fino al punto da mettere in discussione anche quello che sembrava il pilastro portante della dottrina tradizionale: che cioè al cristiano malato è domandato anzitutto di accettare e di rassegnarsi.

Questa contestazione non deriva dal rifiuto dei valori cristiani, ma piuttosto dal superamento di quella unilateralità che porta a vedere alcuni valori e a trascurarne completamente altri. Talvolta si tratta esplicitamente del recupero di qualche aspetto che in passato è stato valido e comunemente ammesso. Gli studi di liturgia, ad esempio, hanno fatto rilevare, esaminando gli antichi formulari di preghiere, una concezione della malattia diversa da quella che nei tempi recenti era diventata comune, e in sintonia con i fermenti che cercano oggi di emergere. Un autorevole studioso, dopo aver ben valutato il posto che la malattia occupa nella tradizione liturgica, giunge alla conclusione che «la nostra concezione moderna del santo malato

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inchiodato sulla croce con Cristo a meritare con la sua sofferenza per tutto il corpo della Chiesa, completa, senza opporvisi, la nozione scritturistica, patristica e liturgica della malattia; tuttavia essa le è, a prima vista, completamente estranea» 5. È indubbiamente difficile conciliare la pietà moderna, che considera il malato un privilegiato e la malattia un dono, con le preghiere dell'antica liturgia volte esclusivamente a domandare la guarigione. Molti cristiani scoprono quelle antiche preghiere più vicine al proprio mondo spirituale che lo spirito di accettazione veicolato dall’ascetica precedente.

Altre volte la denuncia dei limiti e delle ambiguità dell’atteggiamento di rassegnazione è fatta a nome di un modo di vivere il cristianesimo che non ha riscontro nell’antichità, ma che vuol essere ugualmente una risposta fedele al messaggio di Gesù nel nostro tempo. Pensiamo, in particolare, a quella "spiritualità dell’azione" così tipicamente moderna. Essa è espressione di un uomo che ha ormai definitivamente acquisito quanto sia serio l’obbligo di sottomettere la terra, combattendo contro tutto ciò che diminuisce l’uomo nella sua umanità.

Come profeta di questo nuovo atteggiamento Teilhard de Chardin, sacerdote e scienziato, ha conquistato un uditorio di ampiezza mondiale.

Nel suo libro L'ambiente divino — dedicato "a coloro che amano il mondo" — ha inteso tracciare le linee fondamentali della spiritualità

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di coloro che vivono, come egli stesso è vissuto, "votati alle forze positive del mondo". Teilhard prende posizione contro ciò che viene abitualmente designato come "accettazione cristiana", nozione soggetta a terribili equivoci, che costano molto caro al cristianesimo:

«Una falsa interpretazione della rassegnazione cristiana è, insieme a una falsa idea del distacco cristiano, la principale fonte delle antipatie che fanno così lealmente odiare il vangelo da parte di un gran numero di Gentili... la rassegnazione cristiana è sinceramente considerata e biasimata da molte persone oneste come uno degli elementi dell’"oppio religioso" che provocano il sopore più pericoloso. Dopo il disgusto della terra, non c’è atteggiamento che si rimprovera con maggior rancore al Vangelo che quello di aver diffuso la passività davanti al Male, una passività che può arrivare sino a coltivare perversamente la diminuzione e la sofferenza» 6.

Teilhard pensa che una spiritualità autenticamente cristiana non può non integrare anche gli insuccessi dell’uomo, le sue "passività di diminuzione", e che quindi comprende anche la rassegnazione.

Ma la rassegnazione cristiana non è identica all’acquiescenza passiva di una certa ascetica, e soprattutto non è disgiunta dalla lotta contro le diminuzioni. Il cristiano per praticare integralmente la perfezione del suo cristianesimo

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non deve disertare il fronte della resistenza al male. Al contrario, afferma Teilhard, «in un primo tempo deve lottare sinceramente con tutte le forze, in unione con la potenza creatrice del mondo, perché ogni male retroceda, perché niente diminuisca, né in lui né attorno a lui (...). Finché la resistenza resta possibile, egli si irrigidirà dunque, lui, figlio del Cielo, quanto i più terrestri dei figli del Mondo, contro tutto ciò che merita d'essere scartato o distrutto (...). Al primo approssimarsi delle diminuzioni, noi non sapremo trovare Dio altrimenti che detestando ciò che precipita su di noi, facendo il nostro possibile per schivarlo. Più respingiamo la sofferenza, in quel momento, con tutto il nostro cuore, con tutte le nostre braccia, più noi aderiamo, allora, al cuore e all’azione di Dio» 7.

Per Teilhard questo primo momento della lotta a oltranza contro il male deve essere integrato da un secondo momento di genuina accettazione. Egli vede l'atteggiamento cristiano completo composto di due tempi: il primo di lotta contro il male, il secondo di sconfitta, che sa però trasfigurare il male stesso. Si introduce così la distinzione tra un dolore da combattere e un dolore da subire. Riferendosi alla malattia, si invita in tal modo a combatterla finché se ne ha la possibilità, e ad accettarla, come una specie di prova o di bene misterioso, quando non si può vincere.

Questa posizione non è esclusiva di Teilhard de Chardin. La si trova anche in molti di coloro

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che accettano l’istanza fondamentale della spiritualità dell'azione, che però integrano con il richiamo all’accettazione la finalità di salvezza.

In questa direzione si è orientato il Catechismo Olandese:

«Dobbiamo prima di tutto combattere la sofferenza fino all’estremo limite possibile. Ma, in secondo luogo, quando non è più possibile, sappiamo che la sofferenza è redentrice. La resa tale Cristo subendola» 8.

Questa è anche la posizione di Truhlar nell’opera che sintetizza il suo lungo insegnamento di teologia spirituale:

«In un primo tempo, l'uomo deve, di fronte al male della malattia, resistere, lottare contro l’infermità; il cristiano, poi, ha davanti l’esempio di quel Gesù Cristo che, "predicando il Vangelo del Regno", curava "ogni malattia ed infermità nel popolo" (Mt. 4,23)... Quello che nella malattia non può essere curato e che forse, come un peso da sopportare, si sottrae alla libertà dell’uomo, deve essere accettato come qualcosa di imposto da quell’altro che, sotto le forme diversissime della malattia, dispone in silenzio di tutto e che, nell'intimo della volontà fondamentale, può essere anche esperienzialmente trovato» 9.

La spiritualità dell'azione non intende semplicemente contrapporre la lotta contro il potere

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distruttivo della malattia all’accettazione raccomandata dall’ascetica. Accentua lo sforzo per superare il male come dovere primario del cristiano malato, pur prevedendo uno spazio per l’accettazione dell’ineluttabile. Ma questa posizione non è ancora soddisfacente. Occorre superare il dualismo e fare della lotta e dell’accettazione non due atteggiamenti successivi nel tempo o diretti verso settori diversi di dolore, ma due dimensioni coesistenti nell’unico atteggiamento cristiano di fronte alla malattia.

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5. La nozione cristiana di pazienza

L’invito alla pazienza che si fa in nome del cristianesimo è spesso fonte di ambiguità. È vero che noi troviamo questa parola nel Nuovo Testamento, ma ad essa erano associate concezioni diverse da quelle che noi connettiamo col termine "pazienza". Questa parola suscita in noi l’idea di passività, di disponibilità al dolore; talvolta evoca addirittura il fantasma del fatalismo. Ma non era questo l'atteggiamento morale cui si riferiva la parola greca hypomoné, che noi siamo soliti tradurre con "pazienza". Con questo termine si intendeva indicare il fatto di "tener duro" contro un nemico più forte, la tensione morale che permette di restar saldo sotto l’avversità. L'hypomoné era l’ideale etico degli stoici: grazie a una forza d’animo che nessuna congiuntura esterna può piegare, il saggio resta saldo sotto i colpi del destino. In forza di questa costanza egli accede alla vera libertà. Proprio così andrebbe tradotto il termine hypomoné: costanza.

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I primi cristiani hanno assunto dalla cultura etica del loro tempo la parola hypomoné, che indicava uno dei valori più alti cui era giunto il mondo pagano. Ma nel loro orizzonte spirituale essa ha assunto una valenza diversa. È passata a caratterizzare l'uomo che tiene duro in una situazione difficile grazie alla fiducia con cui aspetta il soccorso da Dio. Mentre lo stoico deve la propria costanza solo a se stesso, per il cristiano la costanza è la forma tipica della speranza.

Nelle esortazioni che san Paolo rivolge ai fedeli delle sue comunità la costanza è legata strettamente alla speranza. «Noi sappiamo ― dice in un passo tipico — che tutta la creazione sino ad oggi geme nel travaglio del parto. E non essa sola: noi stessi, che possediamo le primizie dello spirito, gemiamo anche noi interiormente nell’attesa della redenzione del nostro corpo. Perché la nostra salvezza è oggetto di speranza; e vedere ciò che si spera non è più sperarlo: ciò che si vede, come lo si potrebbe ancora sperare? Ma sperare ciò che non vediamo è attenderlo con costanza» (Rom. 8,22-25); vedi anche (Rom. 5,3-5; 1Cor. 13,7; 2Cor. 1,6-7 ecc.).

Il cristiano "paziente" (uguale: costante) non è dunque un dimissionario di fronte alle potenze di diminuzione che aggrediscono l’uomo; egli può e deve resistere al male. D’altra parte, la sua non è una lotta di tono prometeico: è una lotta nella speranza, cioè nella situazione spirituale di chi, nella fede, si è arreso a Dio e ha accettato che egli dica l’ultima parola sulla storia dell'uomo. Diversamente che nella concezione greca, il peso

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della speranza non gravita sull’uomo ma su Dio e sul suo futuro. La fede, quella che nasce dall’incontro con l’azione di Dio in Gesù, specifica la vita morale del cristiano. È la fede che introduce il cristiano nel mistero pasquale e fa sì che tutto il suo agire morale porti l’impronta del crocifisso e del risorto.

Nel mistero pasquale ha senso la lotta, perché è condotta nella fede; ed ha senso l’accettazione, perché è espressione della speranza.

Seguendo la pista che ci traccia la nozione neo-testamentaria di costanza, possiamo cominciare a intuire qual è l’atteggiamento genuinamente cristiano di fronte alla malattia. La morale cristiana non mira né a inculcare la rassegnazione, né ad animare la lotta a oltranza. Evita così tanto le secche del dolorismo, quanto le insidie del titanismo. L’avventura morale cristiana comincia quando il malato è "evangelizzato", quando cioè nella sua situazione umana si proietta la luce dell’evento pasquale del Cristo nella sua integralità. Il cristiano malato scoprirà allora che il suo atteggiamento morale deve essere una creazione nuova, ma che partecipa di quella morte e di quella resurrezione.

La "spiritualità" cristiana della malattia dovrà tener conto che si rivolge all’uomo malato, ma il cui dovere è di tendere alla salute; che si trova nello stato di malattia che lo condiziona, ma da cui cerca di uscire. La vita spirituale del cristiano malato è inevitabilmente condizionata dalla malattia, ma

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senza cessare per questo di essere fondamentalmente simile a quella di tutti coloro che vivono "in Cristo". Per ogni cristiano malato può diventare vera la parola che Gesù disse a proposito di Lazzaro, gravemente ammalato: «Questa malattia non è per la morte; essa è per la gloria di Dio» (Giov. 11, 4). Le parole che la Chiesa ha da dire al cristiano malato sono parole per la vita, per una vita come quella di Gesù, dove si manifesta gloriosamente l’amore di Dio.

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capitolo secondo

PAROLE PER VIVERE

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1. La malattia e il comandamento di vivere

Il fatto stesso di essere creato apre per l’uomo una condizione ricca di benedizione. La vita è un bene, un privilegio e un valore, perché costituisce la grande occasione di incontrare Dio e di mettersi a servizio dei fratelli. Con il dono della vita Dio dà anche il comandamento di vivere. L'esigenza di vita implicata dal comandamento di Dio domanda all’uomo di approvare la vita, di "volerla", perché c’è una obbedienza a Dio insita nell’esistenza umana come tale.

Volere la vita diventa allora la "salute", cioè la forza che ci permette di essere uomini nel corpo e nello spirito.

In questa prospettiva la malattia ci appare come qualcosa che viene a contraddire, diminuire, intralciare o paralizzare il voler vivere. Essa provoca l’indebolimento e il bloccaggio della forza di essere uomo. Per obbedire al comandamento di Dio, bisogna che l’uomo voglia fare tutto ciò che è necessario per assicurare la continuità della propria vita psichica e fisica, contrastando ciò che rischia di paralizzarla.

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Tale atteggiamento si può riassumere in quella che K. Barth chiama la "regola fondamentale dell’etica della malattia": «Esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che l'accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla» 10.

Sul piano pratico, il malato non dovrà essere incoraggiato ad esagerare la sua impotenza e a coltivare l'inattività come dovere di stato. Si eviterà di dire perciò che «ai malati non si domanda di agire, ma di accettare», ovvero che tutto ciò che è chiesto loro è di "offrire la propria sofferenza".

«Salvare dall’annientamento o dalla diminuzione ciò che è salvabile delle nostre capacità, creare delle supplenze, perseguire adattamenti nuovi, in una parola requisire in noi tutto ciò che ci conserva in azione, in qualsiasi maniera, dovrebbe essere una delle nostre preoccupazioni dominanti» 11: così esprime una grande malata, a nome di altri malati, la "costanza" necessaria al cristiano che vuol obbedire al comandamento di vivere.

L’utilizzazione delle proprie energie, finalizzate a uno scopo costruttivo, si chiama lavoro. Perciò il malato — in particolar modo l’affetto da handicap — dovrebbe lavorare. Lavorare e non "ammazzare il tempo"! Anche nel caso che un malato non possa più

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continuare la sua attività abituale, non diventa con ciò "buono a niente".

Rimane in ogni caso la possibilità di un irraggiamento spirituale, proporzionato all’opera di "spiritualizzazione" che ogni essere umano deve perseguire. La volontà di qualcuno che continua con tenacia, nonostante le limitazioni della malattia, a cercare la vita per farne dono agli altri, attira lo sguardo verso il vero tesoro dell'umanità, cioè verso l’insieme dei valori morali e spirituali di vita e di energia, accanto ai quali non si può più passare senza sentirsi vitalizzati.

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2. La malattia è segno di una colpa?

Chi ha familiarità con la S. Scrittura non tarderà, a questo punto, a dichiarare che il comandamento di vivere non esaurisce tutto quanto la parola di Dio ha da dire al malato. Questa prospettiva, pur essendo valida, è parziale. La malattia nel mondo biblico non è solo un fatto contingente che viene a interrompere in modo accidentale il progetto vitale dell'uomo. È piuttosto una realtà carica di mistero, che indica la situazione spirituale di un uomo o d'un popolo davanti a Dio. La malattia è un segno; essa parla un linguaggio che si può capire solo se lo si riferisce al dialogo tra l’uomo e Dio.

Per gli Ebrei questa estensione della realtà della malattia, fino ad attribuire ad essa un senso e una funzione soprannaturali, era resa facile dall’ambiente culturale in cui si muovevano.

I popoli che li circondavano — gli Egiziani a Sud e i Babilonesi a Nord — credevano comunemente che la malattia, come ogni altra disgrazia, fosse opera della divinità. In essa ravvisavano l’intervento di una potenza superiore all’uomo, per lo più malvagia. La

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fede monoteistica impediva agli Ebrei di concepire un dio del male, antagonista di quello del bene. Tutto viene rapportato all’azione di Yahvè. Ciò non impedisce tuttavia che anche nella Bibbia ciò che si riferisce alla malattia abbia talvolta i tratti del demoniaco.

È una concezione che riscontriamo ancora presente nell’ambiente dei Vangeli, in particolare in alcune guarigioni di malattie accompagnate da esorcismi. I problemi che ciò pone alla nostra mentalità moderna vengono notevolmente diminuiti se teniamo presente che questo era il modo abituale di vedere e di narrare i fatti di malattia in diversi ambiti culturali, in quello orientale ma anche in quello greco-romano, del mondo antico. Pur adottando questo linguaggio — dal momento che non ne conosceva un altro — la Bibbia non intende vincolare esplicitamente quelle concezioni all'autorità della parola di Dio per la salvezza degli uomini.

La questione diventa invece scottante quando consideriamo le affermazioni bibliche circa il legame tra malattia e peccato. Nell’orizzonte soprannaturale della malattia come segno della condizione dell’uomo di fronte a Dio, il Vecchio Testamento giunge ad affermare un rapporto causale tra malattia e peccato personale. La malattia non colpisce a caso: essa si attacca al peccatore e lo denuncia come tale.

Accenniamo solamente ad alcuni passi biblici, che dovrebbero essere esaminati dettagliatamente nel loro contesto: 1Sam. 16,14 a proposito della malattia di Saul; 2Re 5,27: punizione del servo cupido di Eliseo, colpito

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da lebbra; 2Re 20,1-11: malattia e guarigione del re Ezechia; 2Cron. 21,11-19: a proposito del re Yoram; 1Macc. 9,54-56: malattia e morte di Alcimo, che aveva preteso di abbattere il muro di separazione tra l’atrio degli Israeliti e quello dei pagani; 2Macc. 9,11-12: malattia e morte dell’empio Antioco IV Epifane; Dan. 4,28-30: malattia mortale del re Nabuccodonosor. Oltre che nelle precedenti narrazioni, il rapporto tra malattia e peccato personale è stato affermato anche da testi poetici. Tra gli altri: Salmo 32,3-5; 38,4; Eccles. 38,15; Giob. 22,5-14, che esprime la tesi degli amici di Giobbe, difensori della dottrina ufficiale del giudaismo.

Le affermazioni sulla malattia come punizione del peccato, già sufficientemente categoriche nella Bibbia, sono state successivamente raccolte ed elaborate fino all'esasperazione negli ambienti religiosi giudaici. Se già gli amici di Giobbe interpretavano un caso di malattia secondo le regole: «Nessuna punizione senza colpa», e: «Dove c'è il patire c'è stato prima il peccato», in seguito il giudaismo portò agli estremi questa concezione. I giudei devoti affermavano che Dio vigila affinché peccato e punizione corrispondano alla regola: "misura per misura". Così la gravità della punizione cresce con la gravità del peccato: le più grosse catastrofi, che possono capitare ai singoli o alla comunità, hanno per presupposto i più gravi peccati. Così non solo si poteva sapere quale disgrazia faceva seguito a determinati peccati, ma si poteva anche risalire dalla sventura di un uomo al suo peccato! La malattia diventava un segno per riconoscere la colpa.

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Gli Ebrei al tempo di Gesù erano impregnati di queste concezioni. Nella guarigione del cieco nato ritroviamo in modo evidentissimo le tracce delle teorie dei rabbini. «Maestro ― domandano i discepoli di Gesù — chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?» (Giov. 9,2). Gesù recide alla radice questa problematica, tipicamente di scuola: «Non ha peccato, né lui, né i suoi genitori». Ugualmente rifiuta di credere che le vittime di Pilato e gli uomini schiacciati dal crollo della torre di Siloe siano stati puniti dalla disgrazia per loro particolari peccati (Lc. 13,1-9).

L’insegnamento di Gesù è categorico: se la malattia è un segno, non lo è necessariamente di una colpa personale, e perciò non è lecito inferire dalla malattia o disgrazia a un peccato antecedente. Questa decisa presa di posizione di Gesù non è senza conseguenze per ciò che concerne l’atteggiamento morale del cristiano di fronte alla malattia. In molti malati si può notare infatti la tendenza spontanea ad autoaccusarsi, e quindi a sentirsi colpevoli, a considerarsi puniti. Anche quando ci si ribella a tale connessione tra malattia o disgrazia e peccato («Che cosa ho fatto perché Dio mi punisca così?») si rimane in quest’ottica.

Ora è bene tener presente che il terreno psicologico su cui spunta la tendenza alla colpevolizzazione è quello regressivo, cui abbiamo già fatto cenno. La psicologia descrive la regressione del malato mediante tre elementi: il restringimento del proprio mondo, l’egocentrismo e un atteggiamento fatto allo

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stesso tempo di tirannia e di dipendenza 12. La passività e la dipendenza spiegano a sufficienza la facilità con cui il malato tende a piegarsi sotto l’ipotetica accusa significata dalla malattia. L’atteggiamento religioso di docile autoaccusa è un espediente per cercare sicurezza.

Con queste premesse, è facile che il rapporto malattia-peccato personale sia accettato — se non addirittura inconsciamente ricercato per uscire da uno stato d’ansia — quando viene proposto da certa ascetica "e da certa pastorale.

Ecco perché assume la massima importanza la netta dissociazione fatta da Gesù tra malattia e punizione di un peccato personale. Questa prospettiva aiuta a evadere da uno stato di morboso senso di colpa. Il quale, del resto, non offre un’opportunità per la vita religiosa. Ogni incontro di fede tra Dio e l’uomo — anche l’uomo malato! — deve essere un incontro personale e responsabile, non uno stato di soggezione malsano e infantile. L’incontro personale della fede avviene tra Dio e l’uomo vivente, padrone di sé stesso, perché Dio non vuole incontrare gli istinti ma la libertà.

Compito del sacerdote e di tutti coloro che assistono il malato con una motivazione religiosa è quello di cercare un rapporto che abbia una funzione pedagogica rispetto alla

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fede del malato. Respingano perciò la tentazione di "sfruttare la situazione", approfittando della fragilità psicologica del malato per proporgli un rapporto con Dio fatto di passività, infantilismo e colpevolezza morbosa. Cerchino piuttosto di favorire il passaggio da una "coscienza infelice" a una "coscienza responsabile", aiutando il malato a liberarsi della tendenza a rifugiarsi nel senso di colpa.

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3. Benedizioni e maledizioni per il popolo dell’alleanza

Gesù rifiuta con ogni decisione la teoria della malattia come conseguenza di un peccato personale. Ma non rifiuta con la stessa radicalità la prospettiva religiosa che vede nella malattia un segno della situazione dell’uomo davanti a Dio. È tipico, a questo proposito, il racconto della guarigione del paralitico (cfr. Mt. 9,1-8). Perdono dei peccati e guarigione del corpo sono associati, senza per questo avallare le idee relative alla malattia come punizione. Resta dunque una certa relazione tra la sofferenza fisica e il peccato, anche quando si rinuncia a legarli come causa ed effetto.

La teologia ha cercato di far luce su questo punto oscuro introducendo la nozione di peccato originale. Il dolore sarebbe la conseguenza non del peccato personale, bensì del peccato che tutta l’umanità ha compiuto mediante i progenitori. Nel linguaggio religioso popolare ricorre abitualmente questo tipo di "spiegazione".

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Non è opportuno affrontare qui la questione del rapporto tra malattia e peccato originale, che appartiene alle nozioni più radicalmente rimesse in questione dai teologi e dagli esegeti. Un approccio del problema più consono alla terminologia biblica e più accessibile alla mentalità moderna consiste nel considerare la malattia nella prospettiva dell’alleanza tra Dio e il suo popolo 13.

La prima osservazione che ci avviene di fare è che Israele ha, sì, accettato le categorie culturali che vedevano nei mali un intervento della divinità, ma le ha integrate nella sua idea della vita di fede come un rapporto di vassallaggio che obbliga reciprocamente un signore — in questo caso Dio, Jahvé — e un suddito — il popolo d’Israele —. Alleanze di questo tipo venivano stipulate mediante formulari fissi, dei quali faceva parte una minuta elaborazione di benedizioni e maledizioni condizionali. Vale a dire, di benedizioni e maledizioni che seguiranno se il partner si atterrà o, al contrario, non si atterrà alle clausole stipulate. Valga come esempio particolarmente eloquente il cap. 28 del Deuteronomio. Nei testi biblici in cui si parla di malattia come punizione, la malattia non è isolata, ma ricorre insieme ad altre calamità, Quali la carestia, le cavallette, i nemici ecc.. E anche là dove la malattia ricorre da sola, è sempre la prospettiva di fondo dell’alleanza che bisogna presupporre.

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Per entrare nella prospettiva biblica è importante rendersi conto che benedizioni e maledizioni non vanno considerate come premi e castighi estrinseci, usati pedagogicamente per tenere il partner umano all'alleanza, ma sono parte integrante dell’alleanza stessa. L’alleanza infatti è finalizzata alla "salvezza" dell’uomo, e questa, in quanto salvezza per l’"uomo", non è disincarnata, ma lo investe nella sua dimensione terrena, corporea, concreta. Per questo la terra, la sicurezza dai nemici, la salute del corpo, il cibo e il vestito fanno parte della salvezza, sono la salvezza accordata da Jahvé al suo popolo. Finché Israele resta fedele al suo Dio non può che partecipare della salvezza, e quindi della terra promessa, della salute, della longevità, del benessere.

Evidentemente questa prospettiva non risolve tutti i problemi, anzi ne pone di particolarmente acuti. La sofferenza del giusto resta un enigma che non trova spiegazione adeguata in uno schema di natura giuridica, fosse pure quello dell’alleanza. Se le benedizioni sono intrinseche all’alleanza, lo scriba e il rabbino non vedevano come potessero venir meno, qualora non si sia peccato contro Dio infrangendo così l’alleanza. Apparterrà agli scrittori sapienziali e ai salmisti di inquadrare il problema posto dalla sofferenza del giusto e di risolverlo, non rinunciando ai principi generali dell’alleanza, bensì approfondendoli. Il vertice di questa riflessione sarà raggiunto dal libro di Giobbe.

L’importante è che il problema della sofferenza del giusto, che emotivamente tende ad

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accaparrare tutta l’attenzione, non offuschi il disegno di fondo dell'alleanza. Salute e malattia acquistano un senso religioso in quanto Israele è in relazione di alleanza con Dio. Esse entrano a far parte integrante del disegno di salvezza, come ne fanno parte la vita e la morte. Malattia, morte e peccato appaiono come realtà comunicanti e congiuranti contro l'uomo, dalle quali Dio lo libererà mediante la storia della salvezza che ha messo in atto. È appunto la prospettiva della storia della salvezza che permette alla malattia di svolgere la funzione di segno della condizione dell’uomo in alleanza con Dio.

La malattia dice relazione non solo all’uomo e al suo bisogno di salvezza, ma anche al piano di Dio che offre la salvezza. Come l'esilio e la schiavitù, essa appare come la realtà provvisoria, la cui sparizione sarà il segno dei tempi nuovi. Il significato religioso della malattia è legato non solo a un passato di peccato, ma anche a un avvenire di salvezza. Numerosi testi biblici ci parlano della malattia precisamente come della realtà che dovrà essere abolita all'apparizione dei tempi escatologici, che saranno anche tempi di guarigione.

Nel mondo nuovo, inaugurato dalla nuova alleanza (cfr. Ger. 31,31-34), la malattia sarà soppressa: non ci saranno più né ciechi, né sordi, né muti, né zoppi («lo zoppo salterà come un cervo»: Is. 35,5-6), né lacrime di angoscia (Is. 25,8; 65,19). In questi passi profetici la guarigione è messa in rapporto con la liberazione, l'abbondanza, la pace; anzi, la guarigione è adoperata come metafora per indicare la salvezza completa e perfetta.

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Se la parola di Dio è una parola per la vita, nella prospettiva della storia della salvezza bisogna considerare in modo privilegiato il momento in cui l’alleanza tra Dio e l'uomo ha stretto il suo nodo definitivo. Nell'esistenza umana e nella parola di Gesù si è reso manifesto qual è la vita che Dio intende per l'uomo. Solo una riflessione sul mistero della salvezza nella sua maggiore densità, vale a dire nella pasqua del Cristo, ci mostrerà come la sofferenza fisica possa cambiare di segno ed esprimere anch'essa, paradossalmente, la grande benedizione con cui Dio ha benedetto l’umanità.

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4. "Passò facendo del bene e guarendo"

Che la morale cristiana si costruisca a partire dalla vita e dall’insegnamento di Gesù sembra ovvio. Ogni insegnamento morale che si voglia cristiano cerca di agganciarsi a quella dottrina e a quella prassi. Il problema sorge quando confrontiamo le diverse accentuazioni, o addirittura le differenti interpretazioni di ciò che è essenziale nel cristianesimo. Troviamo così che nel mistero del Cristo alcuni accentuano prevalentemente la passione e la morte, vista come l’agire definitivo in ordine alla salvezza: con le sue sofferenze, col sangue e con la croce, Gesù ha redento gli uomini dal peccato. Altri invece sottolineano la prassi liberatrice di Gesù, che ha condotto una lotta contro il male in tutte le sue espressioni, nelle sue conseguenze come nelle sue cause.

La differenza di prospettiva è particolarmente evidente quando si parla del malato in riferimento a Cristo. Alcuni privilegiano la prospettiva che converge sulla croce, ritenendo che la sofferenza fisica collochi il malato in una situazione di particolare partecipazione alla passione di Cristo. Di qui l’identificazione

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abituale della malattia con la croce. Di qui, anche, le esortazioni ad accettare la malattia come modo di continuare a soffrire con Cristo e di cooperare alla salvezza del mondo.

Ma dopo le prospettive aperte per la liturgia e la teologia dalla riconsiderazione del valore di salvezza proprio della risurrezione, anche la teologia morale non può più esimersi dal considerare il mistero del Cristo nella sua integralità. Il Cristo ci ha salvato compiendo la sua pasqua.

La rifondazione della morale a partire dalla pasqua è stata proposta da un autorevole moralista: «È preferibile parlare di pasqua e non di redenzione. Redenzione evoca una situazione intellettuale, allorché pasqua è innanzitutto una realtà biblica, radicata nella storia della salvezza... La redenzione, configuratasi giuridicamente nel riscatto, fa pensare che la sola passione di Cristo sia veramente soddisfattoria, solo essa sacrificale, solo essa meritoria; mentre la risurrezione del Cristo non sarebbe né meritoria, né soddisfattoria. Non essendo sacrificale, la risurrezione sarebbe esteriore al fatto redentivo, il quale si racchiuderebbe entro il venerdì santo. Mentre la pasqua, in un identico movimento, si svela quale mistero di passione che si completa essenzialmente nella stessa risurrezione» 14.

Se consideriamo la salvezza come un evento connesso con l’intera vicenda personale del Cristo che compie la sua pasqua nella condizione

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umana, il raggio degli avvenimenti che portano e significano la salvezza si estende prima e dopo la croce. Gesù ha operato la salvezza dell'uomo non solo perdonandolo, ma dandogli vita in modo sovrabbondante; egli doveva non solo riparare una colpa, ma dare una nuova vitalità all'uomo. E la trasformazione dell’uomo non avviene senza l’azione dello Spirito nel cuore, quello Spirito che è dato da Gesù risorto. È tutta la vita di Gesù, culminante nella risurrezione, che è salvezza, comunicazione di vita nuova.

In particolare, l’attività terapeutica di Gesù non appare più marginale, o destinata soltanto a fornire carte di credito per l’annuncio della parola: essa fa parte integrante dell’opera della salvezza. Questa è, del resto, la conclusione cui ci conduce la considerazione dei dati biblici. Essi documentano a sufficienza che le guarigioni hanno costituito una parte importante del ministero di Gesù. L’evangelista Matteo così riassume l’attività di Gesù in Galilea:

«Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del Regno e sanando ogni malattia e infermità del popolo. E giunse la sua fama in tutta la Siria, e gli portarono tutti i malati oppressi da varie malattie e tormentati, indemoniati, lunatici e paralitici, ed egli li guarì» (Mt. 4,23-24).

Anche se qui si tratta di un sommario di un redattore, non viene infirmato il carattere storico della testimonianza secondo la quale Gesù svolse un’attività terapeutica

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a favore di tutti, guarendo da ogni specie di infermità. La sottolineatura evangelica che tutti venivano guariti non va intesa in senso quantitativo, ma piuttosto che Gesù guariva malati di tutti gli ambienti e affetti da ogni sorta di malattie. Questa osservazione non mancava di una punta polemica: lasciarsi toccare dalle folle innumerevoli ed eterogenee era un’abominazione, dal punto di vista dei farisei e dei monaci esseni; Gesù sottolineava con questa prassi che aveva ricevuto la missione di esercitare il suo ministero presso il popolo intero, e non a beneficio di alcuni privilegiati o specialisti della vita religiosa.

Non solo l’universalità, ma anche l'abbondanza delle guarigioni è l’ambiente indispensabile per capire il Gesù dei Vangeli. Ci colpisce la sproporzione numerica tra le pochissime guarigioni riferite dall’Antico Testamento e le tante riportate dal Nuovo. Perché questa profusione improvvisa di miracoli? Il motivo è il momento particolare della storia della salvezza (il "kairòs") rappresentato dalla venuta di Gesù Cristo.

Per capire il senso delle guarigioni miracolose di Gesù è illuminante il quadro costruito da Luca per dare solennità all’inaugurazione del ministero di Gesù. Il giovane rabbi prende la parola nella sinagoga di Nazaret. Legge dal profeta Isaia, cap. 61, quanto si riferisce all’attività del Messia nell’anno della salvezza universale: «Lo Spirito è sopra di me; per questo mi ha consacrato, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella, ad annunziare ai prigionieri la liberazione,

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ai ciechi il recupero della vista, a mettere in libertà gli oppressi, a promulgare un anno di grazia del Signore». Gesù commenta la citazione profetica dicendo semplicemente: «Oggi si è adempiuta questa scrittura nelle vostre orecchie» (Lc. 4,21).

L’anno giubilare ebraico (Lev. 25,8-18.23-55), con cui è raffigurata la salvezza escatologica, è iniziato; il grande Sabato della fine dei tempi è arrivato. Le guarigioni di Gesù in giorno di sabato, così scandalose per i legalisti, volevano appunto alludere a questo grande anno sabbatico.

Le guarigioni, con il loro numero e la loro prodigiosità, hanno precisamente il compito di essere segno dei tempi nuovi che sono arrivati. In quanto segno sono un avvenimento indicativo di qualche cosa; l’elemento straordinario attira l'attenzione e la dirige sulla realtà nascosta — il Regno di Dio, appunto, che sta venendo —. Le guarigioni taumaturgiche di Gesù sono l’annuncio e l’inserzione nel tempo d’un ordine nuovo, quello escatologico e definitivo, inaugurato dai tempi messianici.

Quando i profeti annunciavano il Regno futuro, ne descrivevano la venuta attraverso una serie di segni: la consolazione, l’abbondanza, la pace, la guarigione (Is. 61,1-3; Mich. 4,1-4; Ger. 33,6; Is. 35,5-6). Come l’esilio e la schiavitù, la malattia appare come la realtà provvisoria, la cui sparizione indicherà la venuta dei tempi nuovi. Con la guarigione sarà benedetto il popolo che entra nell’area dell’alleanza definitiva.

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Le malattie hanno, in generale, quella funzione di segno che Gesù attribuisce in particolare alla cecità del cieco nato: «Né lui, né i suoi genitori hanno peccato, ma è così perché si manifestino in lui le opere di Dio» (Giov. 9,3). La cecità ci appare qui come l'occasione nella quale Dio manifesta la realtà e la potenza della grazia nel quadro della missione di Gesù. La malattia non è spiegata: essa è là per essere vinta dall’intervento travolgente del Dio fedele all uomo.

Questa è l’interpretazione che Gesù dà esplicitamente della fioritura di guarigioni attorno alla sua persona. Rispondendo alla domanda perentoria della delegazione del Battista: «Sei tu quello che deve venire?», Gesù rimanda ai segni messianici ben conosciuti dai lettori della Bibbia: «Andate e riferite a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è annunciata la buona novella» (Mt. 11,2-6). Per amore di chiarezza Luca, riportando lo stesso episodio, aggiunge: «In quel momento egli guarì molte persone da malattie, da infermità e da spiriti maligni e restituì la vista a molti ciechi» (Lc. 7,21). L'elemento più caratteristico in queste guarigioni è che esse non vogliono essere un semplice ristabilimento della salute come equilibrio organico, ma espressione della venuta d’un ordine nuovo, in cui il male non ci sarà più. Per questo le guarigioni sono così spesso collegate con il perdono dei peccati. È un segno che Dio, attraverso il suo Spirito, riprende possesso di tutta la creazione che gli si è alienata.

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Il perdono dei peccati ha dunque lo stesso significato della guarigione. Questa concretizza il perdono (cfr. soprattutto Mc. 2,1-12); ma l’uno e l’altro insieme attestano la venuta dei tempi nuovi in cui gli uomini sono guariti e perdonati, liberati e saziati. Le guarigioni di Gesù sono un vero atto di salvezza, la conseguenza necessaria della nuova alleanza: dopo aver dato all’uomo un cuore nuovo, ecco che Dio "fa nuove tutte le cose" (Apoc. 21,5). Anche questi segni della salvezza partecipano della tensione tra "già" e "non ancora" che è propria del momento attuale della storia sacra. Se, da un lato, Cristo ha vinto la morte (e la malattia...) nella sua propria risurrezione, dall’altro è chiaro che non l'annienterà definitivamente che alla sua parusia (cfr. 1Cor. 15,26).

Vangeli stessi ci aiutano a non interpretare in modo trionfalistico i segni del Regno. Sottolineano che tali segni si realizzano in un contesto così sprovvisto di potenza, che possono diventare tanto di scandalo, quanto occasione di fede (Mt. 11,6). Le guarigioni operate da Gesù non sono destinate a inaugurare in modo glorioso un’era di felicità sulla terra, sul tipo dei miti millenaristici, ma solo a porre dei segni della presenza del Figlio dell’uomo e della prossimità del Regno.

Figlio dell’uomo non realizza la sua missione terrena trionfalmente. Si comporta precisamente in quel modo umile e inglorioso con cui Isaia aveva tracciato il destino del «Servo sofferente di Jahvé» (Is. 42,1-7; 49,1-6; 50,4-9; 52,13; 53,12). La missione di Gesù è stata un’attività salvatrice condotta

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nella debolezza umana pienamente abbracciata. Gesù guarisce, ma lo fa caricandosi della miseria umana. A tal punto, che il "segno" decisivo non saranno le guarigioni delle malattie, ma il "segno di Giona" (cfr. Mt. 12,38-40), cioè la croce e la risurrezione.

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5. Il male fisico in Gesù, l’uomo nuovo del regno

Nella vita di Gesù possiamo individuare due risposte alla provocazione del male fisico: quella del profeta-terapeuta che guarisce per annunciare e instaurare l'ordine nuovo, e quella del Servo di Jahvé che trasforma il dolore facendone un momento della salvezza. Tra i due atteggiamenti è possibile una sintesi superiore, dialettica, alla luce del mistero pasquale nella sua interezza.

Se consideriamo l’opera di Gesù dal punto di vista del mistero pasquale, dobbiamo tener presenti gli elementi che costituiscono la categoria biblica della pasqua. Li possiamo sintetizzare in questa espressione: da una situazione di morte (schiavitù, peccato, alienazione), per opera di Dio, scaturisce una vita nuova. Questo è il significato della prima pasqua: un passaggio dalla schiavitù in Egitto e dalla condizione di "non-popolo" alla condizione di "popolo di Dio", grazie all'intervento travolgente e gratuito di Jahvé (cfr. Deut. 7,7-8).

Gli stessi elementi ritroviamo nella pasqua di Gesù, quella che darà origine all’alleanza nuova e definitiva. Solidarizzatosi con gli uomini,

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egli ha voluto operare, per sé e per tutti, un passaggio dallo stato di lontananza da Dio — che il linguaggio biblico descrive come "secolo presente", sotto il potere di satana — alla condizione di perfetta alleanza con Dio, cioè di "figli di Dio", sempre secondo il linguaggio della Bibbia. Ma la pasqua di Gesù non è stata opera di potenza folgorante: egli ha accettato la condizione umana di impotenza di fronte al male e l'ha vissuta senza deflettere minimamente dal dono di sé al Padre e ai fratelli. Il valore di salvezza umana di Gesù — che raggiunge l'apice nella passione e nella morte — consiste nel fatto che diventa espressione ddl'amore fedele al Padre e agli altri uomini: un amore tanto più radicale, quanto è più totale la debolezza in cui si esprime, fino a quel vertice unico di fedeltà e di debolezza proclamato dal grido di Gesù morente: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito» (Lc. 23,46). In risposta a questa fedeltà «Dio ha costituito Signore ("Kyrios") e Messia» questo Gesù crocifisso dai suoi (cfr. Atti 2,36) e lo ha reso sorgente di Spirito e di vita nuova per tutti (cfr. 1Cor. 15,45). In questo senso preciso le sofferenze di Gesù e la croce sono state redentrici.

Il dinamismo pasquale della vita del Cristo rende ragione di ambedue gli atteggiamenti di fronte al male fisico: la lotta a oltranza di Gesù terapeuta e l’accettazione di Gesù quale Servo di Jahvé. Gesù ha voluto lottare contro il male, perché la salute è una delle "benedizioni" della nuova alleanza e il suo recupero è uno dei segni della vicinanza del Regno, anzi del fatto che il Regno è già presente

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nel mondo come lievito nella pasta (Mt. 13,33). Ma ha lottato senza adottare un atteggiamento di titanismo, bensì nella debolezza umana. Ha impedito però che il male lo allontanasse dal Padre; ne ha fatto anzi il mezzo per dimostrare un amore fedele a oltranza, assumendo il dolore nella sua vicenda pasquale.

Con ciò Gesù ha vinto realmente il male fisico nel suo aspetto più pericoloso, cioè quello di bloccare il progetto esistenziale umano nella sua maturazione in senso personale e sociale. Per questo il credente può lanciare, con S. Paolo, la sfida: «Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor. 15,55). Il male fisico non deve esistere e un giorno, nel Regno — anticipato ora nel corpo glorioso di Gesù —, non esisterà più. Se esiste ancora — in quanto la "consumazione" non è ancora venuta — esso è vinto, perché può diventare espressione di amore fedele in colui che non si lascia sviare dal suo atteggiamento di dedizione di sé stesso sul modello di quella di Gesù.

Non è facile sintetizzare l'atteggiamento di Gesù di fronte al male fisico in una sola espressione. Dopo la considerazione della dialettica pasquale, non possiamo parlare semplicemente di lotta contro il male o semplicemente di accettazione: rischieremmo di deformare il messaggio biblico, mutilandolo. Quel che è certo è che nella vita di Gesù trova espressione concreta e visibile quella "costanza" ("hypomonè") nella quale i primi cristiani hanno individuato, a livello morale, la novità cristiana nel mondo.

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6. Anche per il cristiano malato è pasqua

Il modo in cui Gesù ha vissuto personalmente l’incontro con il male fisico e l'ha integrato nella propria avventura spirituale costituisce una parte essenziale della "buona novella’'che la comunità cristiana ha da annunciare al mondo. Lo Spirito, il dono di Dio per i tempi ultimi, rende possibile la trasformazione del nostro comportamento morale. Di fronte alla malattia e agli altri attacchi del male fisico abbandoniamo la posizione di acquiescenza passiva — anche quella che si traveste con motivazioni religiose — e la lotta a oltranza condotta con rabbia impotente, per entrare, con la fede e con la speranza, nell’atteggiamento della "costanza" proprio di Gesù.

Non si tratta di riprodurre gesti, sentimenti e situazioni del Gesù storico. L'"imitazione di Cristo" nella morale cristiana non è lo sforzo per copiare le azioni esemplari del Cristo, ma lo sviluppo, nella nostra storia, dell’assimilazione a Cristo avvenuta con la conversione e col battesimo. L’iniziazione comporta un impegno morale perseverante, affinché tutta la vita sia vissuta "in Cristo".

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Le varie situazioni vitali che l’uomo affronta cadono tutte sotto la legge del mistero pasquale.

Nella vita morale del cristiano sono presenti, dunque, i due momenti dialettici della pasqua del Cristo: la croce e la risurrezione.

Questa comprensione più profonda della struttura della vita morale cristiana ci fa evitare quell’uso linguistico molto diffuso che chiama "croce" ogni malattia o handicap fisico, ogni disgrazia o dolore morale, semplicemente in ragione del loro carattere afflittivo (quante volte sentiamo parlare di una "croce" da portare con rassegnazione!). Non ogni tribolazione è automaticamente "croce", ma solo quella che è vissuta nel dinamismo pasquale della fede e della speranza, in vista della carità. Con queste accalorate parole il teologo evangelico D. Bonhoeffer difende il senso cristiano della croce: «La croce non è disagio e duro destino, ma il dolore che ci colpisce a causa della nostra appartenenza al Cristo solo. La croce non è sofferenza accidentale, ma è sofferenza necessaria. La croce non è sofferenza legata all’esistenza naturale, ma sofferenza legata alla nostra esistenza cristiana... Una cristianità che non prendeva più sul serio l’impegno di seguire Gesù, che aveva fatto del Vangelo solo una consolazione a buon mercato, e per la quale, del resto, l’esistenza naturale e quella cristiana coincidevano senza alcuna differenza, non poteva fare altrimenti che considerare la croce come disagio quotidiano, come la difficoltà e l’angoscia della nostra vita naturale... Croce significa "com-patire" con il Cristo, con la passione del Cristo. Solo chi è legato a Cristo,

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come accade per chi lo segue, si trova sul serio sotto la croce» 15.

Il cristiano che partecipa della stessa carità pasquale del Cristo e la vive nel «malvagio mondo presente» (Gal. 1,4), ha un'esigenza interiore e una capacità di affrontare le sofferenze inerenti a questo genere di vita. La "tribolazione" incontrata nel vivere fedelmente e apostolicamente l'adesione a Cristo entra nel dinamismo pasquale, in quanto radicalizza e approfondisce la donazione di carità.

Tutti i cristiani sono così chiamati a partecipare alla croce del Signore. Ma per parteciparvi non basta semplicemente soffrire: bisogna — con il Cristo e nel Cristo — rovesciare il significato della sofferenza, facendola diventare espressione di amore pasquale. Superiamo così quell’accostamento semplicistico tra malattia e croce che vede nel malato, per il solo fatto che è malato, uno che partecipa in modo privilegiato alla passione di Cristo. Per partecipare della croce il dolore umano deve cambiare di segno; questa sorprendente alchimia, che fa di un meno un più, avviene nel contesto globale dell’esistenza cristiana, quella cioè che comincia con il sì della fede e continua con l'impegno della sequela.

Ma come si inserisce concretamente la malattia nell’insieme della vita richiesta dalla morale pasquale? E quale atteggiamento di fronte alla malattia deve prendere colui che vive in Cristo?

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Il cristiano che vuol vivere secondo il dinamismo della sequela del Maestro trova nello stato di malattia dei condizionamenti particolari. Lo stato di malattia, infatti, specie se prolungato, porta dei sovvertimenti profondi in tutta la vita dell'uomo. Dal punto di vista psicologico, possiamo ricordare la tendenza a regredire verso un certo grado di infantilismo.

Per quanto riguarda la vita religiosa, bisogna denunciare il pericolo di un decadimento della fede in "religiosità". La malattia può essere occasione di un’esplosione del senso elementare del sacro, che si manifesta sotto forma di presentimento di forze che ci superano e che ci sottraggono il dominio della nostra vita. Di qui il rischio della magia — come tentativo di catturare questa potenza — e della credulità.

Nemmeno la vita morale si salva da questo sovvertimento. È un luogo comune ripetere che il malato diventa egoista. Una generalizzazione di questo tipo denota una mentalità priva di finezza; forse è più vicino alla realtà dire che la malattia svela ed esaspera un egoismo già in atto nella vita da sano.

Certo, la malattia non è il campo in cui necessariamente attecchisce l'egoismo che chiude: può nascervi anche la generosità che dilata. Ma anche questa non sorge necessariamente e spontaneamente. Perciò non possiamo condividere certi entusiasmi dei "doloristi" per la sofferenza, come mezzo per capire quella degli altri.

Dobbiamo anzi ammettere che in realtà la vita morale è fortemente condizionata dalla

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malattia. La sofferenza fisica, infatti, di per sé tende a concretare tutta l’attenzione e tutta l’energia del malato verso il corpo, cioè verso il polo più esterno della persona. Essa sovverte quell’equilibrio psico-fisico, fatto dall’armoniosa collaborazione del corpo e dello spirito, che è presupposto indispensabile di ogni vita "umana". Non è mai il corpo da solo ad essere malato, perché il corpo non esiste come entità separata: è tutto l’uomo, che soffre di un disordine, ad essere malato.

Allora «la sofferenza assume il significato di un limite, come il corpo: cioè essa trae il suo valore dal superamento di sé stessa. Se per sé stessa tende ad aggravare materialmente, essa è, di contro, mediazione privilegiata verso la spiritualizzazione più intensa del momento in cui la si considera nel suo vero senso: ostacolo da travalicare nell’ascensione verso lo spirito. Allora essa diventa pretesto e occasione d’un amore più grande» 16.

Nella nostra prospettiva pasquale, diremo che la sofferenza fisica diventa "croce" — e quindi momento costitutivo della salvezza — solo quando entra nel dinamismo dell’amore oblativo e se ne rende espressione.

Ma qual è l’atteggiamento che rende possibile questo capovolgimento del significato della sofferenza? Evidentemente la passività e la rassegnazione — quell’accettazione dell’inevitabile che potrebbe anche essere talvolta

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calo o perdita della speranza — non costituiscono l'atteggiamento adatto. Ci vuole un movimento positivo per fare della malattia e delle sue conseguenze un’espressione più profonda della vita morale.

Volendo dare una regola fondamentale per indicare un comportamento morale della malattia conseguente con l'impostazione pasquale, diremmo di riferirsi sempre al dono di sé, da continuare anche nello stato di malattia; nonostante i condizionamenti negativi che questa tende a porre a tale vita morale.

L’atteggiamento del cristiano si presenta, in questa prospettiva, come una lotta a fondo contro ogni handicap che lo stato di malattia pone alla sua sequela di Cristo; caratterizzata dal dono oblativo di sé al Padre nel servizio dei fratelli. Si tratta di uno sforzo per continuare ad essere cristiano, fatto in una condizione che, di per sé, rende più difficile l’orientamento oblativo della vita. Ma, d’altra parte, la malattia può diventare "croce", cioè situazione in cui la donazione è provata, purificata, approfondita.

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7. La Chiesa, nuova famiglia per gli emarginati

Le riflessioni precedenti ci hanno fatto apparire la Chiesa, in quanto depositaria del Vangelo, come l’annunciatrice di una parola per vivere. La parola che essa proclama è quella di Dio, che domanda all’uomo di consentire alla vita come a un dono, di gestirla responsabilmente, di usarla come Gesù stesso a servizio dei fratelli, in un dialogo d'amore col Padre. Questo buon annuncio la Chiesa non lo fa solo verbalmente, ma anche concretamente.

La Chiesa non potrebbe limitarsi a dire la parola per la vita senza mostrare, al tempo stesso, che questa parola è efficace. Il potere della parola che inaugura il futuro assoluto si esprime nel cambiamento delle strutture di oppressione e di emarginazione. La comunità cristiana è il luogo in cui la parola di Dio, sovversiva nei confronti del disordine costituito, diventa profezia concreta dell'ordine voluto da Dio.

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L’urgenza che la Chiesa sviluppi tutte le sue potenzialità integrative è ampiamente avvertita. L’integrazione degli handicappati nella vita della Chiesa è una delle risoluzioni finali dell’assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese tenuta a Nairobi nel 1975. Si è avvertito, infatti, che la Chiesa non può realizzare l’unità nella diversità «se continua a tollerare l’isolamento sociale degli handicappati e a rifiutare loro la partecipazione piena e intera alla sua vita».

Come al tempo di Gesù, anche oggi il male conserva, sia pure sotto forme mutate, il suo potere di emarginazione. Ma coloro che sono stati raggiunti dalla buona novella e l’hanno accettata non possono fare scelte diverse da quelle sovversive fatte da Gesù. Su questa pietra di fondazione si costruisce la nuova comunità.

Agli occhi di Dio la comunità umana è ordinata diversamente da come la vedono gli uomini. Il centro della comunità dei tempi nuovi è costituito da Gesù, condannato a morte come bestemmiatore e peccatore, ucciso fuori della porta della città come rifiuto inutile. La comunità si costruisce attorno a quel centro: gli ultimi diventano primi e i primi ultimi. La Chiesa, sulle orme di Gesù, cammina per cercare ciò che gli uomini hanno buttato via. La comunità cristiana annuncia l’integrazione nell’ordine nuovo a coloro che il male, in tutte le sue forme, spinge ai margini della vecchia società.

Per questo annuncio la Chiesa dispone, oltre che della parola delle Beatitudini, anche di gesti, i sacramenti. L’integrazione degli oppressi

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dal peccato nella comunità cristiana costituisce la festa della riconciliazione, che ha la sua celebrazione più densa nel sacramento della penitenza. Anche l’integrazione degli oppressi dal male fisico ha una sua festa. Gesù, dopo aver mangiato in abbondanza con la folla i pani che egli stesso aveva moltiplicato, comandò ai discepoli di raccogliere i pezzi avanzati: per lui anche le briciole sono preziose. Soprattutto le briciole di vita. Anche là dove la vita non è più utile per la produzione, là dove a stento è ancora riconoscibile come vita umana, essa deve essere difesa. Anche nel suo estremo bagliore essa è luogo d’incontro con Dio, e può e deve essere vissuta per i fratelli. E quando è abitata da questo doppio amore, perfino nella morte e al-di-là della morte la vita acquista senso, è salvata.

La comunità si stringe solidarmente attorno a colui che difende la vita per poter continuare a donarla. Egli sarà alla fine inevitabilmente sconfitto dalla morte, ma solo apparentemente: perché ormai partecipa della risurrezione di Cristo e della vita nuova donata dallo Spirito. Anche questa festa della comunità è un gesto caldo di umanità, un sacramento: il sacramento degli infermi.

Purtroppo una lunga pratica ha offuscato il senso di questo sacramento. Ne ha fatto ciò che nel linguaggio corrente veniva chiamato "estrema unzione", cioè il rito che accompagna il singolo cristiano nel passaggio cruciale attraverso la morte. In tal maniera il suo significato è impoverito. Viene ridotto ad essere un annuncio di morte, mentre invece questo rito parla di un Signore amante del

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la vita, anche e soprattutto di quella che gli uomini non degnano della loro attenzione. L’unzione sacra del malato veniva considerata come fatto privato, come incontro individuale del cristiano col suo Signore e Giudice. Il sacramento dei malati è invece, di natura sua, un evento comunitario. La comunità cristiana, di fronte al mistero del dolore, abbraccia il fratello per trasmettergli la forza di Colui che ha vinto le potenze distruttive che disgregano la persona umana e la spingono ai margini della società. Tale gesto fraterno è destinato a servire alla vita. Forse alla vita del corpo; certamente serve alla vita nello Spirito d'amore.

Questo sacramento chiede pertanto d’essere celebrato abitualmente quando il malato si trova nel pieno della lotta per la vita — non però nell'agonia, che di questa lotta è la tragica conclusione —; esso rivela inoltre tutto il suo senso quando è celebrato in forma comunitaria 17.

Il servizio che la comunità dei credenti in Gesù può rendere a coloro che la malattia emargina, al fine di integrarli in modo religioso, non si esaurisce nella celebrazione del sacramento dei malati. Anche la visita e la comunione frequente contribuiscono a rinsaldare i legami umani con la comunità 18. Le istruzioni contenute nel rituale per il sacramento

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dell’unzione e per la cura pastorale degli infermi raccomandano: «Tutti i cristiani devono far propria la sollecitudine e la carità di Cristo e della Chiesa verso gli infermi. Cerchino, quindi, ognuno secondo le possibilità del proprio stato, di prendersi cura premurosa dei malati, visitandoli e confortandoli nel Signore e aiutandoli fraternamente nelle loro necessità». «La forza di guarigione della Chiesa consisterà nell’accrescere la responsabilità comunitaria e nello sviluppare nella comunità locale (a livello di casa e di strada, di rione e di quartiere) la disponibilità e la capacità di "portare i pesi gli uni degli altri". La presenza della Chiesa che apporta un sollievo ai malati sotto forme di cure domestiche e corporali è già testimonianza e segno dell’autentica opera di guarigione di Cristo» 19.

Se la comunità cristiana è radunata veramente dal messaggio di Gesù, costituisce uno spettacolo insolito, perfino scandaloso per i benpensanti. Assomiglia alle assemblee dell’alba del cristianesimo, alle quali san Paolo poteva dire: «Guardate la vostra assemblea. Tra di voi non ci sono molti saggi, dal punto di vista puramente umano, né molti potenti, né molta gente di alto lignaggio. Ma ciò che ce di pazzo nel mondo, ecco ciò che Dio ha scelto per confondere i saggi; e ciò che c’è di debole nel mondo, ecco ciò che Dio ha scelto per confondere la forza; ciò che nel mondo è senza nobili natali e ciò che si disprezza,

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ecco ciò che Dio ha scelto» (1Cor. 1,26-28).

Quando la Chiesa si riconosce in questo quadro e i tribolati nel corpo e nello spirito riconoscono di essere integrati nella comunità cristiana, allora il Vangelo è di fatto annunziato ai poveri. E allora il Regno di Dio è veramente tra noi.

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capitolo terzo

NELLA MORTE E OLTRE LA MORTE

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1. Sociologia del comportamento di fronte alla morte

Il Vangelo è per la vita, non per la morte. La conversione e la vita nuova hanno come riferimento negativo una situazione che è appunto chiamata "morte". Il credente si ritiene «destato dai morti per essere illuminato dalla luce di Cristo» (cfr. Ef. 5,14). Eppure la morte come conclusione inevitabile della parabola vitale è il passaggio obbligatorio per ogni essere umano. Ogni malattia, anche se si conclude con un recupero della salute, è profezia di morte.

C’è una parola di Dio per l’uomo che deve affrontare la morte? La cerchiamo nel Gesù che ci è annunciato dalla fede della Chiesa, dal momento che, come dice Pascal, «non solo non conosciamo Dio che per mezzo di Gesù Cristo, ma noi non conosciamo noi stessi che per mezzo di Gesù Cristo. Noi non conosciamo la vita, la morte, se non per Gesù Cristo. Fuori di Gesù Cristo noi non sappiamo che cos’è la vita, né la nostra morte, né Dio, né noi stessi».

Il discorso della fede deve confrontarsi però con l’esperienza della morte che fa l'uomo contemporaneo. Letteratura, filosofia e teologia

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non hanno mai cessato di parlare della morte, fino al punto di meritare l’accusa di eccessiva loquacità e talvolta anche di "tanatolatria". Non altrettanto invece si può dire delle varie scienze dell’uomo: storia, psicologia, antropologia culturale, sociologia. Esse si trovano alleate in una specie di congiura del silenzio nei confronti della morte, corrispondente a quella stabilitasi nei costumi delle società occidentali nel corso del nostro secolo.

Solo da pochi anni si può notare un’inversione di tendenza: il tabù relativo al discorso sulla morte è stato infranto. Comincia una bibliografia scientifica sulla morte, che ci permette di far luce sul silenzio dei costumi e di renderci conto degli atteggiamenti assunti di fronte alla morte dall’uomo contemporaneo 20.

Il fenomeno unanimemente rilevato da una quantità di studi sociologici è quello della scomparsa della morte dall’orizzonte dell’uomo moderno. All’uomo è stata tolta la sua morte, ai sopravvissuti la facoltà di esprimere il loro lutto. Le interdizioni e i tabù che avvolgono ora la morte nelle società tecnologicamente avanzate sono analoghi solo a quelli che in passato accompagnavano la sessualità.

Il morente stesso, anzitutto, è privato della sua morte. Prima che iniziasse il rivolgimento di costume a cui stiamo assistendo, l’uomo era il protagonista della propria morte.

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La "bella morte" era un suo diritto-dovere, tanto che, se egli stesso non si accorgeva dell’approssimarsi dell’ora fatale, spettava ad altri avvertirlo (il "nuncius mortis" delle "artes moriendi" tardo-medievali). Si nasceva e si moriva in pubblico; quello stile di morte assomigliava a una specie di cerimonia rituale, in cui il primo ruolo spettava al morente stesso.

Oggi la morte viene a chiudere una vita nella clandestinità. L'uso nuovo esige che il malato ignori la sua morte. Compito di coloro che attorniano il morente, dal medico ai familiari, è di nascondere al malato il suo stato. Ciò è sentito come una specie di regola morale da coloro che si occupano del malato; la loro ambizione è che la morte sia sopraggiunta «senza che egli si sia sentito morire» (come non ricordare lo struggente racconto della fine di Gérard Philipe fatto dalla moglie Anne: Le temps d’un soupir?). A questo fine il malato deve essere trattato come un minorenne, che il coniuge o i parenti prendono a carico, separandolo dal resto del mondo. Il morente perde così irrimediabilmente il suo ruolo di protagonista.

In armonia con questa atmosfera di clandestinità che avvolge il trapasso è lo "stile di morte" richiesto dall’uomo tecnologico. La nota dominante è la discrezione, che appare come la forma moderna di dignità: la morte non deve mettere in imbarazzo coloro che sopravvivono! L'ideale è di scomparire in un "pianissimo", quasi sulla punta dei piedi... La dolce morte dell’"uomo-massa", come è stata chiamata.

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Il costume moderno, mentre chiede ai morenti di non turbare i viventi con la loro morte (e perciò ne toglie loro la coscienza), rifiuta ai viventi di apparire commossi dalla morte degli altri, non permette loro di piangere i defunti. Alla necessità millenaria del lutto, più o meno spontanea o imposta secondo le epoche, è succeduta oggi la sua interdizione. La società esige dai parenti del morto un controllo di sé che corrisponde alla decenza o dignità che chiede ai moribondi e rigetta gli afflitti impenitenti dalla parte degli asociali.

Al limite estremo del travestimento della morte troviamo l’invenzione di nuovi riti funebri negli Stati Uniti, la cosiddetta "American way of death".

L’evacuazione della morte fuori della vita quotidiana sembra essere una caratteristica strutturale della civiltà contemporanea. Il fatto che la morte sia cancellata dai discorsi e dai mezzi familiari di comunicazione appartiene al modello delle società industriali, così come la priorità del benessere e del consumo. Riscontriamo perciò il fenomeno nella vasta zona che corrisponde al Nord dell'Europa e dell’America, mentre si rilevano resistenze là dove sussistono forme arcaiche di mentalità, o forti tradizioni religiose, e ancora tra le masse popolari dei paesi tecnicizzati. Ma se il rifiuto della morte appartiene al modello della civiltà industriale, è destinato a espandersi allo stesso ritmo di questa.

La depauperazione massificatrice del senso della vita dell'uomo porta con spietata conseguenzialità a privarlo anche della sua morte.

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2. Il senso della morte per l’uomo in dialogo con Dio

Dobbiamo tener presente il posto che la morte occupa nella comprensione che l’uomo contemporaneo ha di sé stesso, come pure gli atteggiamenti concreti — di angoscia, di sublimazione, di desacralizzazione — che egli prende di fronte ad essa. Ma se la morte ci interessa in quanto uomini coinvolti in una esperienza religiosa che vuol essere risposta a una parola detta da Dio agli uomini nella storia, è a quegli eventi salvifici che ci rivolgeremo per capire come la morte può costituire un elemento strutturale del dialogo con Dio. Ogni discorso cristiano sull'uomo, sia sulla vita che sulla morte, è intimamente legato alla storia della salvezza che culmina nel Cristo.

Compito della riflessione credente non è quello di ricercare le "cause" della morte: né, evidentemente, quelle biologiche, né quelle filosofiche. La parola di Dio attestata nella Scrittura non è infatti una risposta al problema filosofico del "perché" della morte. Essa ci illumina sul significato della morte all'interno del dialogo di salvezza tra Dio e l'uomo.

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La priorità spetta al dialogo con Dio, che l’uomo è chiamato a intrattenere, qualunque sia la situazione esistenziale in cui si trova.

La Bibbia non è libro che offra la risposta rassicurante all’uomo angosciato in cerca di una soluzione all’enigma del morire umano. Tutto ciò che vi è detto sulla morte e l’al-di-là appare piuttosto in funzione del rapporto di alleanza, che permane e si approfondisce con il progressivo realizzarsi della storia della salvezza. L’uomo in alleanza con Dio attraversa situazioni diverse e si pone problemi nuovi; varieranno in conseguenza le rappresentazioni della morte, le concezioni antropologiche, l’interesse esistenziale per il problema stesso. Gli sforzi dell’uomo di interrogarsi e di rispondere sulla morte e tutto ciò che l’accompagna e la segue sono funzionali al suo rapporto con Dio nel dialogo della salvezza. Domande e risposte possono e debbono variare proprio perché l’essenziale possa continuare ad essere vissuto e annunciato; che Dio è diventato il Dio dell’uomo, affinché l’uomo possa essere l’uomo di Dio.

Non è possibile ricostruire qui tutta l’evoluzione del discorso sulla vita e la morte fatto dall’uomo biblico davanti al suo Dio. Terremo presenti solo gli atteggiamenti più rilevanti e più significativi per.l’uomo che, ogpi come ieri, è impegnato nel dialogo della salvezza.

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3. La vita e la morte per il credente dell’Antica Alleanza

Nell'ambito dell’A.T. la morte e l’atteggiamento dell'uomo di fronte ad essa appaiono sotto luci diverse, a seconda dell’orizzonte antropologico in cui la morte è situata. Per molti secoli lo sguardo d’Israele si è rivolto alle sole possibilità umane durante questa vita, senza provare interesse per ciò che spetta all’uomo nell’al-di-là. Anche un'esistenza puramente terrena è stata vista come un’autentica possibilità religiosa.

In quest'orizzonte intraterreno sono possibili atteggiamenti diversi. Troviamo, sottosta con enfasi, la serenità dei giusti che muoiono, colmi di giorni in mezzo alla loro numerosa posterità, accettando, senza una parola di rivolta, di essere "riuniti ai loro padri".

La morte è vista in questi casi come un evento "naturale", che non turba il dialogo con Dio e non getta ombre sulla convinzione che il Dio dell'alleanza è un "Dio vivente". Proprio l’alleanza stabilita con «Abramo e la sua discendenza» (Gen. 12,1 ss.) garantisce la fedeltà di Dio verso il popolo, nonostante il

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carattere effimero dei singoli membri del popolo. Abramo si preoccupa della sua morte finché non ha discendenza (cfr. Gen. 15,2-6); ma, ottenuta la certezza di durare nella sua posterità, muore «in una bella vecchiaia, pieno di anni e sazio di giorni» (Gen. 25,8). La morte dell’uomo inserito nell’alleanza con Dio avviene senza strepito e lamenti (cfr. Gen. 49,33); è la cosa più semplice e naturale dell’universo: «Tutti dobbiamo morire. Siamo come l’acqua che, sparsa sulla terra, non si può più raccogliere» (2Sam. 14,14).

Questo è l’atteggiamento che troviamo anche nell’antica sapienza popolare d’Israele, che si è data una voce nelle raccolte di proverbi. La "vita" assicurata all’uomo saggio, che segue la legge di Dio, consiste in lunghezza di giorni, ricchezza, onore, pace, fortuna, non in qualcosa d’altro, nell’al-di-là. Tuttavia non si tratta di crasso materialismo, bensì di una prospettiva religiosa, perché la vita è legata all’alleanza con Dio: «Vedi, oggi ti ho proposto la vita e il bene, la morte e il male... La vita e la morte ti ho proposto, la benedizione e la maledizione. Orsù, scegli la vita, affinché abbia vita tu e la tua discendenza» (Deut. 30,15-19; cfr. Deut. 28,16-68). La morte che viene qui considerata non è tanto la morte vera, biologica, quanto l’esistenza lontana da Dio, minacciata per chi è infedele al patto. Questa minaccia incomincia con miserie e sconvolgimenti sofferti durante l’esistenza e tocca il culmine con l’annientamento fisico (morte precoce dell'empio). Tali concetti sapienziali di vita e di morte sono molto vicini a quelli che troviamo nel racconto genesiaco del paradiso.

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Ma come può resistere la fiduciosa autodedizione dell’uomo a Dio quando egli si ferma a considerare la morte nella sua cruda realtà di evento che viene a troncare la dolcezza della vita? Come reagire di fronte al fatto che sia per lo "stolto" che per il "saggio", cioè per il peccatore e per il pio, la morte si spalanca davanti inesorabile?

Per Qohelet, giunto a tale meditazione, l'atteggiamento da prendere sembra sia solo l’odio alla vita e la disperazione. Così però sarebbe preclusa ogni possibilità di vedere nella vita il luogo del dialogo con il Dio vivente che offre la salvezza. La sua risposta esistenziale sarà piuttosto quella di concentrarsi sull’ora presente, accettando la felicità del singolo momento come un dono che viene dalla mano di Dio: «Riconobbi che non vi è altro bene per l’uomo che rallegrarsi e procurarsi gioia nella vita. E il motivo è questo: per ogni uomo che mangia, beve e gode il frutto delle sue fatiche, questo è un dono di Dio» (Eccle. 3,12-13). Non si tratta di edonismo epicureo, ma di un atteggiamento religioso: è il "timore di Dio" che induce l’uomo a sottomettersi a ciò che il momento gli offre da parte di Dio.

Tali riflessioni sulla morte come situazione limite che illumina il senso della vita e l’atteggiamento esistenziale che ne viene dedotto richiamano da vicino il pensiero filosofico contemporaneo. La coscienza moderna è radicalmente intramondana, e ciò rende impossibile ogni riferimento all’al-di-là. È perciò pieno di significato l’incontro dell’uomo moderno con la fede biblica veterotestamentaria,

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che è stata vissuta ed espressa in un orizzonte terreno.

L’esegeta N. Lohfink ha ricavato dall'accostamento delle stimolanti suggestioni ermeneutiche e pastorali: «Se consideriamo l’A.T. dobbiamo riconoscere che è veramente possibile credere, sperare e amare senza avere dinanzi allo sguardo l’al-di-là. Infatti noi siamo dell’opinione che Abramo e gli altri giusti dell’A.T. si trovavano veramente nella fede, ma sappiamo anche che il vedere nell’al-di-là, oltre la morte, era loro precluso. Fede, speranza e carità possono quindi essere possibili nella loro sostanza, anche quando si filosofeggia come fa il libro dei Proverbi o l’Ecclesiaste. Certo, oggi non è più possibile che la Chiesa universale, nella sua funzione di insegnamento magisteriale, accetti una filosofia che comporti il rifiuto teorico della dottrina del libro della Sapienza (cioè della sopravvivenza e della rimunerazione nell'al-di-là). Tuttavia all'interno della Chiesa possono esserci singoli uomini, o forse anche gruppi o generazioni, che si sentono più vicini, per ciò che effettivamente determina la loro coscienza, all'Ecclesiaste che non alla Sapienza. Allora bisogna ricordare che non si è i primi ad aver percorso un simile cammino e bisogna sapere dove si trovano nella Bibbia i modelli di un tal genere di fede» 21.

Il credente dell’antica alleanza non conosce solo l'orizzonte intramondano. Si trovano nella Bibbia altre risposte sul significato della

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morte nel dialogo dell’uomo con Dio, che tengono presente un’apertura sull'al-di-là del mondo e della storia. La morte viene così affrontata in chiave escatologica, volgendosi cioè all’atto futuro di Dio che costituirà il compimento finale delle sue promesse.

La speranza di un trionfo definitivo di Dio sulla morte nasce dall’escatologia profetica.

profeti riportano alla "fine dei tempi" il compimento della promessa fatta ai padri e rinnovata nell’alleanza del Sinai. Per sostenere la speranza del popolo nell’ora della prova, descrivono in anticipo l’avvenire verso il quale è in cammino. L’Israele infedele, distrutto nella sua potenza terrena e calpestato dai nemici, si sente ridotto a una valle piena di ossa. Ma la potenza dello Spirito di Dio può far rivivere quelle ossa, può vincere la morte rimettendo in piedi una grande armata (Ez. 37,1-14). Le promesse escatologiche, al di là della restaurazione temporale d’Israele, fanno balenare la prospettiva di un universo trasfigurato, una creazione nuova descritta con immagini mitiche del paradiso primitivo (cfr. Is. 65,17-25).

Al tempo della persecuzione di Antioco Epifane le immagini apocalittiche elaborate dall’escatologia profetica servirono a risolvere il problema della sorte di giusti. I Giudei fedeli, morti a causa del loro amore alla Legge, saranno risuscitati da Dio per prender parte alla gioia escatologica: «Molti di quelli che dormono nella terra polverosa si risveglieranno: questi, per la vita eterna; quelli, per il disprezzo, per l’orrore eterno» (Dan. 12,2). Così la risurrezione dei morti supera

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la portata di una semplice metafora per designare l'entrata in quell’universo trasfigurato, dove non ci sarà più la morte, descritto dalla escatologia dei profeti tardivi. La "vita" promessa all'uomo trascende le condizioni attuali della vita terrestre.

La stessa apertura sull’al-di-là della morte sostiene l’atteggiamento presente nel libro della Sapienza. La morte è solo apparentemente la fine: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento li può toccare» (Sap. 3,1). Solo per l'empio la morte è la fine di tutto; per l'uomo che ha fede essa è la porta che si apre sulla vera realtà. La prospettiva dell'al-di-là e il bagno dell'escatologia giudaica nella mentalità greca sortiscono, in fondo, l'identico effetto delle altre concezioni: esortano il credente a rimanere nell'alleanza con Dio, a percorrere la via della sapienza, della giustizia e della pietà. L'immortalità che spetta a colui che ha tenuto fermo mette in grado di assumere la vita con responsabilità, rimanendo fedeli al Dio fedele, anche se ciò richiedesse di affrontare la morte.

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4. "Battezzati nella morte di Cristo"

Il grande messaggio della buona novella circa Gesù ha per oggetto anche la morte. Alla luce dell’Evangelo la morte è diventata un atto della grazia di Dio che salva: «La grazia è stata ora manifestata mediante l’apparizione del nostro Salvatore, il Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo dell’Evangelo» (2Tim. 1,10).

L’affermazione che la morte di Cristo costituisce l’ora suprema della salvezza è parte essenziale dell’annuncio missionario («Vi ho trasmesso anzitutto ciò che io stesso ho ricevuto, cioè che il Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture»: 1Cor. 15,3). Ma già all’interno del N.T. stesso troviamo tentativi differenti di comprendere il significato salvifico di quella morte.

Anche la teologia della redenzione è caratterizzata da una pluralità di approcci: ha utilizzato concetti giuridici (pena, espiazione, soddisfazione, sostituzione) e rituali (sacrificio,

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vittima). Cadute oggi le categorie giuridiche e rituali, c’è chi tenta di accostarsi al senso di quella morte mediante categorie politiche 22.

Il punto di partenza per capire il significato della morte di Gesù rimane quello della contingenza storica: fu una morte inflitta, risultato di una lunga opposizione con i poteri religiosi e civili. A questo livello, si tratta della morte di un profeta libero, il cui linguaggio disturba.

Ma è anche una morte assunta in modo tale da cambiarne il significato. È morte del Messia, che ha deciso di farsi "servitore" e non "capo" (cfr. il racconto delle tentazioni), che realizza l’atto di fede perfetto, appoggiandosi incondizionatamente sul Padre, che con la disponibilità a dare la vita porta al culmine il dono di sé per amore (cfr. Giov. 15,13; Giov. 3,16).

Questa valorizzazione del "morire per" non significa una falsa eroizzazione della morte. Morire rimane primariamente un patire, non un agire. Ma Dio ha dato al Cristo la possibilità di accettare e di vivere la sua morte, rovesciandone il significato. Gesù è "ucciso": la sua morte è conseguenza dell’odio, frutto del peccato, segno della lontananza dell’uomo da Dio. Ma nessun atto dì potenza può invertire il movimento che va dall’odio alla morte; può riuscirci solo l’atteggiamento che rovescia il senso della morte: l’accettarla per libertà e amore.

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Come per il Cristo la morte illumina la vita e prende senso da essa, così per il cristiano l’annuncio evangelico della morte salvifica dì Cristo è un invito a convertirsi, invertendo la rotta della sua vita. Quando il Cristo afferra l’uomo attraverso il Vangelo, allora l’uomo muore alla vita legata al peccato, alla disobbedienza a Dio, all’odio per l’altro uomo: «Voi siete morti, e la vostra vita è ormai nascosta col Cristo in Dio» (Col. 3,3). Il rito del battesimo simbolizza efficacemente sul piano sensibile l’evento esistenziale del morire e risorgere col Cristo: «Se noi siamo morti al peccato, come continuare a vivere in esso? O ignorate che, battezzati nel Cristo Gesù, è nella sua morte che tutti siamo stati battezzati? Noi siamo stati dunque sepolti con lui mediante il battesimo della morte, affinché, come il Cristo è risuscitato dai morti per la gloria del Padre, viviamo anche noi una vita nuova» (Rom. 6,2-5).

Il messaggio cristiano, pur affermando fortemente la vittoria della vita, non fornisce informazioni sull’al-di-là del decesso. Anzi, è stato notato che in Paolo stesso si trovano due rappresentazioni dell’"essere con Cristo" dopo la morte: una, più tributaria della corrente apocalittica giudaica, parla dell’"essere con Cristo" come partecipazione ai beni del Regno inaugurato con l’avvento glorioso del Signore (cfr. 1Tess., 1Cor. 15); un’altra, ispirata all’ellenismo, trasporta nel tempo che segue immediatamente la morte le aspirazioni che tendono verso la fine dei tempi e fa desiderare la morte per andare presso Cristo (cfr. 2Cor. 5,8; Fil. 1,23).

Quello che importa è che la nostra unione a

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Cristo è già la risurrezione che ci pone al di là della morte. La "vita eterna" non è da cercare in un futuro lontano, ma è già qui, allorché ci si appoggia alla fedeltà di Dio e al futuro di Cristo. L’eternità comincia qui, con una vita nuova che è da Dio e che Dio porterà a compimento. Esistenzialmente l'accento va sul "già", piuttosto che sul "non ancora".

La speranza dei cristiani è un elemento della fede e si fonda nel coraggio della fede che accetta l’eterno anche quando le è contro tutto ciò che è finito. Chi ha questo coraggio, sperimenta già qui e ora l'eterno: «Chi crede ha la vita eterna» (Giov. 6,47); «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Giov. 3,14).

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5. Valore pedagogico della celebrazione liturgica della morte

A partire dalla riforma protestante, i riti e le preghiere connesse con la morte dei fedeli hanno offerto occasione alla polemica confessionale tra cristiani. Le Chiese della Riforma, infatti, hanno avanzato riserve più o meno radicali nei confronti della preghiera per i morti, fino ad arrivare alle punte estreme del rifiuto di ogni gesto di culto negli usi calvinisti.

Non essendo conforme al Vangelo pregare per i morti, i viventi in lutto dovevano solo pregare per sé stessi. Queste posizioni sono facilmente comprensibili come reazione contro la dottrina del purgatorio e il culto dei santi, considerati dai riformatori come abusi intollerabili.

Attualmente le posizioni sono più addolcite. Ci si rende conto che la preghiera per i morti dipende dalla rappresentazione che ci si fa della morte e di ciò che la segue. Ora, nella Bibbia stessa, come abbiamo visto, ci sono diversi modi di considerare la morte, non riducibili ad unità. Nella cristianità perciò ci saranno sempre di quelli che rimettono i

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loro cari a Dio, abbandonandosi alla sua volontà, e di quelli che pregano per i loro morti con la fiducia di poter influenzare la decisione divina sulla salvezza eterna.

Il nuovo rituale romano dei funerali, pur conservando tutta la sua importanza alla preghiera per il defunto, ha ecumenicamente integrato l’eredità liturgica della riforma che invita a considerare la celebrazione liturgica della morte come rivolta ai viventi.

I riti religiosi che avvolgono la morte dei cristiani possono infatti esercitare sui vivi un influsso decisivo a diversi livelli. Anzitutto dal punto di vista psicologico 23. La cerimonia funebre di tipo ecclesiastico ha un grande valore catartico, in quanto la "morte rituale" aiuta ad assumere la morte reale e perciò sostiene il "lavoro del lutto", come l’ha chiamato Freud. In questo, la psicologia dinamica ci aiuta a renderci conto in termini scientifici di quel valore di "consolazione" (nel N.T. "paraclesi") che è una delle funzioni permanenti del ministero della parola di Dio (cfr. 1Tess. 4,18: «Consolatevi a vicenda con queste parole»).

La parola di Dio letta e meditata durante il rito funebre ha inoltre un insostituibile valore catechetico. Il credente, condotto a considerare il mistero pasquale di Cristo come origine della visione cristiana della morte, è invitato ad aprirsi alla speranza e a lasciarsi

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invadere dallo Spirito d’amore che ha risuscitato Gesù dai morti, in modo che la sua vita sia già fin d’ora "vita eterna".

La celebrazione cristiana della morte può avere infine un autentico valore missionario. Paolo raccomandava ai Tessalonicesi di non abbandonarsi ad esasperate espressioni di lutto «come gli altri, che non hanno speranza» (1Tess. 4,13). La speranza dovrebbe trapelare dalla comunità cristiana riunita per salutare con l’ultimo addio uno dei suoi membri, prima che il corpo di questi sia portato alla sepoltura (è, nella nuova liturgia, il rito della valedictio). Già al profeta Ezechiele fu chiesto che il suo lutto personale fungesse da simbolo per il popolo allontanatosi dalla via dell'alleanza (cfr. Ez. 24,15-24); come non potrebbe un comportamento deviante dalla norma sociale nella celebrazione della morte svolgere il ruolo di segno e permettere ai cristiani di "rendere ragione della speranza che è in loro" (cfr. 1Pietr. 3,15)?

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CONCLUSIONE

La malattia e la morte costituiscono una lacerazione nel tessuto dell’esistenza umana. Chi è sfiorato dall’ala di queste sorelle tenebrose della vita non può eludere gli interrogativi esistenziali più inquietanti. Neppure il cristiano ne è risparmiato, in quanto la fede non gli fornisce risposte rassicuranti, che spengano l'inquietudine. La fede gli addita piuttosto obiettivi transumani, posti da Dio stesso, verso i quali il discepolo di Gesù si mette in cammino portando con sé i suoi problemi.

Non possiamo presentarci al cristiano malato con la presunzione di portargli una valida teoria filosofica del dolore o una teologia della malattia, pretendendo di spiegargli il corde e il perché della sua sofferenza. Sono impressionanti le parole che il card. Veuillot diceva sul suo letto d’ospedale, durante la sua ultima malattia: «Sappiamo fare delle belle frasi sulla malattia. Io stesso ne ho parlato con calore. Dite ai preti di non dire niente: noi ignoriamo quello che è. Ne ho pianto». Bisogna che il senso di questo evento umano sia trovato dal di dentro, vivendo la malattia nella dimensione creaturale e pasquale della propria vita morale: e ciò nessun altro può farlo, se non il malato stesso. Si può solo stargli accanto nel servizio fraterno

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e nella testimonianza di una fede e di una speranza che suscitano in noi la fiducia che niente può separarci dall'amore di Dio che ha preso possesso di noi nel Cristo (cfr. Rom. 8,31-39); niente, neppure la malattia («siamo ritenuti moribondi e invece, ecco, viviamo!»: 2Cor. 6,9). Niente, neppure la morte. Questa è la sfida suprema lanciata alla nostra fiducia ed è l’opportunità definitiva per la nostra "costanza".

Entriamo nel mondo carichi solo di speranza; ne usciamo con le braccia colme d’amore. Questo, più che qualsiasi corazza ideologica, è l’equipaggiamento adatto per affrontare la incognita per eccellenza. Ce lo lasciamo ridire da un poeta:

«Non mi accorsi del momento in cui varcai, la prima volta, la soglia di questa vita. Qual fu la potenza che mi schiuse questo vasto mistero come sboccia un fiore a mezzanotte in una foresta!

Quando al mattino guardai la luce, subito sentii che non ero straniero in questo mondo, e che l’inscrutabile senza nome e forma mi aveva preso tra le braccia sotto l'aspetto di mia madre.

E così pure nella morte, lo stesso ignoto mi apparirà come noto da sempre. E poiché amo questa vita, so che amerò anche la morte.

Il bimbo piange quando la madre lo stacca dal seno destro, ma trova subito conforto in quello sinistro» 24.

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NOTE

1 E. Guerra, Gesù al cuore dell’ammalato. Riflessioni divote, Bologna, s.d., pp. 159-161.

2 J. Lyonnard, L’apostolat de la souffrance, Paris, 1865, p. 141. Dell’opera esiste una traduzione italiana stampata per la prima volta a Torino nel 1887 e poi più volte ristampata.

3 Ib.f p. 266 s.

4 L. Lochet, Ou service des malades: L'Union Catholique des Malades, in La Vie Spirituelle, 83 (1950), 55-72.

5 H.R. Philippeau, La maladie dans la tradition liturgique et pastorale, in La Maison-Dieu, 15, (1948), p. 54.

6 P. Teilhard de Chardin, Le Milieu divin, Paris, 1957, pp. 85; 97.

7 7 Ib., pp. 97-98; p. 87

8 Nuovo Catechismo olandese, tr. it., Torino, 1969, p. 341.

9 V. Truhlar, Lessico di spiritualità, Brescia, 1973, pp. 359 s.

10 K. BarthDogmatique, tr. franc., vol. 16°, Genève, 1965, p. 39.

11 F. Pastorelli, Servitude et grandeur de la maladie, Paris 1967, p. 173.

12 Cfr. J. Delay-P. Pichot, Compendio di psicologia, tr. ital., Firenze, 1965, p. 437.

13 Per questa parte vedi lo studio esegetico di J. L’Hour, La morale de l'Alliance, Paris, 1966; in particolare il cap. III, dedicato alle "benedizioni e maledizioni".

14 T. Goffi, Morale pasquale, Brescia, 1963, pp. 51-52.

15 D. Bonhoeffer, Sequela, tr. ital., Brescia, 1971, p. 690.

16 G. Gilleman, Il primato della carità in teologia morale, tr. it., Brescia, 1959, p. 311.

17 Cfr. i numerosi contributi raccolti nei quaderno di Rivista liturgica sotto il titolo: Il sacramento dei malati. Aspetti antropologici e teologici della malattia. Liturgia e Pastorale, Torino, 1975.

18 Cfr. U. Cirelli, Il servizio della visita e della comunione frequente, in Il sacramento dei malati, cit., pp. 171-190.

19 R. Zigligli, Il malato nella società odierna, in Il sacramento dei malati, cit., p. 24.

20 Cfr. P. Ariès, La mort inversée. Le changement des attitudes devant la mort dans les sociétés occidentales, in La Maison-Dieu, 101, (1970), pp. 57-89.

21 N. Lohfink, Attualità dell'Antico Testamento, tr. it., Brescia, 1968, p. 241 s.

22 Cfr. G. Crespy, Recherche sur la signifìcation politique de la mort du Christ, in Lumière et Vie, 20, (1971), pp. 89-109.

23 J.V. Hameling, Quelques incidences psychologiques de la scéne rituelle des funérailles, in La Maison-Dieu, 101, (1970), pp. 90-96.

24 R. Tagore, Le opere, tr. it., Milano, 1966, p. 49 s.

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