Lo schermo di Ippocrate

Sandro Spinsanti

LO SCHERMO DI IPPOCRATE

in Manuale di medical humanities, a cura di Roberto Bucci

Zadigroma editore, Roma 2006

pp. 267-273

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Gli incroci del cinema con la pratica della medicina sono molteplici. Una delle vie più battute è stata l’uso del film per l’insegnamento. Nel 1997 si è voluto celebrare il centenario del film medico: già nel 1897, solo un anno dopo l’invenzione del cinematografo, è cominciato l’uso del film per scopi di ricerca e di insegnamento. Non solo i chirurghi hanno organizzato riprese sempre più audaci dei loro interventi operatori (tanto che oggi negli interventi laparoscopici e di chirurgia robotica bisturi e cinepresa sembrano fusi in una spettacolare unità organica). Anche in altri ambiti della medicina l’arte di fissare e riprodurre immagini in movimento è di grande aiuto per la didattica. Le videocassette hanno progressivamente sostituito i film, e le tecniche di videoregistrazione sono state portate a un livello di facile impiego. Si può segnalare a questo proposito la diffusione crescente delle videoregistrazioni di colloqui clinici.

La medicina pervade il cinema

Talvolta il cinema riferito alla medicina è stato utilizzato come strumento di vera e propria propaganda ideologica. Una ricerca interessante ha analizzato l’influenza del cinema sull'immagine dell’infermiera durante la guerra

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civile spagnola: sia repubblicani che nazionalisti si attivarono per rappresentare nei film la donna sotto lo stereotipo dell’infermiera ideale.

La presenza del medico nella fiction (quella classica del cinema e più di recente i serial televisivi) offre piste di ricerca inesauribili. Dal dottor Kildare al dottor Greene di E.R., senza dimenticare il “medico in famiglia" della fiction televisiva nostrana, la figura del professionista che fa del curare la ragione della sua vita si evidenzia come un luogo per ripensare la società moderna nel suo insieme. La pervasività dei temi medici nei film commerciali durante tutta la lunga storia del cinema del XX secolo ne fa un luogo privilegiato, anche per l’immediatezza evocativa delle immagini visive, per chi si propone un fine educativo, oltre all’intrattenimento.

Può essere interessante ripercorrere l’elenco dei temi in cui vengono suddivisi i film a disposizione degli studenti della facoltà di medicina dell’Università di Terranova (Canada): malattia e società; cultura e sessualità; l’ospedale, luogo insolito; corpi per l’anatomia. Non è certamente l’unica facoltà a ritenere che i film possano portare un grande contributo, proprio per il loro carattere di cultura popolare, a esplicitare le credenze e gli atteggiamenti relativi alla pratica della medicina, tanto da parte di professionisti quanto da parte del pubblico. Oltre al tradizionale rapporto medico-paziente, il cinema ci aiuta a evidenziare lo spazio crescente che assume la tecnologia, con le sue promesse e le sue minacce; il ruolo del servizio pubblico e quello dell’iniziativa privata; i nuovi rapporti tra medico e paziente; il peso crescente dell’economia sulla sanità e i problemi dell’equità nell’accesso ai servizi sanitari.

Con questo elenco sommario di interrogativi siamo già entrati nell’orizzonte problematico che siamo soliti designare, per brevità, come proprio della bioetica. Il cinema ha avuto senz’altro un ruolo importante nel favorire la transizione dal paradigma dell’etica medica (in cui la medicina nel suo insieme, compresi i problemi etici, era concepita come esclusivo ambito di competenza medica) al paradigma della modernità, che riconosce al cittadino dei diritti tanto nei confronti di professionisti che erogano le cure, quanto rispetto all’organizzazione pubblica dei servizi.

Il cinema porta l’etica dall’accademia all’agorà

Nel passaggio dall’etica medica alla bioetica, anche il monopolio tradizionalmente esercitato dai medici sulle norme che regolano i loro comportamenti ha dovuto essere smantellato. La medicina è entrata nell’era dell’accountability, che non implica solo il dover rendere conto delle risorse economiche impiegate, ma anche dei criteri con cui vengono prese le decisioni

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cliniche e dei valori etici di riferimento. Al cinema spetta un ruolo non secondario nell’aver riportato l’etica dall’accademia (leggi: attività dei filosofi di professione) all'agorà, dove è apparsa originariamente sotto forma dell’interrogare socratico rivolto ai passanti.

Per l’influenza sugli stili di vita e sul ruolo stesso di pensare la società moderna, il cinema è stato anche deliberatamente utilizzato per portare all’attenzione del grande pubblico le nuove problematiche bioetiche. Valga per tutti il riferimento a Di chi è la mia vita?, di John Badham (1981). Prescindendo dal valore artistico, il film può essere considerato come un’illustrazione, quasi scolastica, del conflitto tra il principio del bene del paziente, al quale i medici sono soliti ispirare le loro decisioni (in questo caso si tratta di prolungare la vita di uno scultore che, a seguito di un incidente, è rimasto tetraplegico), e il principio dell’autonomia (il malato in questione vuol essere dimesso per rinunciare ai supporti artificiali che lo tengono in vita, perché ritiene che la sua esistenza non abbia più una qualità accettabile).

Senza essere un film a tesi (il che lo renderebbe assimilabile alla cinematografia che abbiamo chiamato di propaganda) ed elevandosi con la fiction al di sopra dello strumento didattico, questo film può essere fatto rientrare nella categoria della retorica, intesa come arte della persuasione. Molto ampio è il filone di film di questo genere, con un indubbio vantaggio al loro attivo: il fascino che emana dalle storie vissute (pura fiction o vicende biografiche romanzate) permette alla retorica di scavalcare le strettoie della ragione e di rivolgersi direttamente alla volontà, con l’apporto determinante delle emozioni.

Ma non esiste solo questa accezione (con una connotazione quasi spregiativa) di retorica. Possiamo riferirci, in termini positivi, al «ritorno della retorica» auspicato da Serge Latouche. Il suo percorso di rivalutazione della retorica parte da una domanda (retorica): «È veramente ragionevole il comportamento razionale dell’uomo moderno che, manipolando la natura, va alla ricerca del massimo profitto per la maggiore felicità di tutti e di ciascuno? E un sistema così basato sulla sfrenata competizione economica e tecnica, sotto il segno della ragione occidentale, corrisponde realmente a un modello di saggezza?». La domanda è retorica, nel senso corrente della parola (cioè di una domanda con risposta incorporata) perché in realtà non è una domanda, ma un’affermazione. L’analisi della mancanza di ragionevolezza dei nostri comportamenti copre abbondantemente l’ambito della medicina, in particolare di quella che suscita le maggiori perplessità bioetiche. Sempre secondo Latouche, «le fredde acque del calcolo razionale invadono financo gli ambiti più intimi, il corpo vivente o nelle sue parti smembrate, gli organi in vita o post mortem, il sangue, lo sperma, le ovaie, l’utero

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in affitto, il genoma umano, il patrimonio genetico di un popolo, i sentimenti, l’affetto, il talento, l’abnegazione... Tutto si compra e tutto si vende: l’imperialismo del razionale non lascia sfuggire nulla dalle sue maglie».

Il ragionevole appare come la grande vittima del trionfo del razionale, in particolare con l’avanzata del regno dell’economico. In termini mitologici, Latouche si riferisce ai due figli spirituali di Minerva, la dea greco-latina della ragione: Phrónesis, che i latini hanno tradotto con Prudentia (ovvero la saggezza o il “ragionevole") e Lógos epistemonikós, cioè la ragione geometrica o il “razionale”. L’armonia tra i due figli di Minerva è stata rotta in Occidente verso la fine del XVI secolo, con il progressivo trionfo del razionale sulle decisioni pratiche. L’economia, che è la summa della razionalità applicata, ha colonizzato anche l’etica: basterebbe far riferimento al noto sistema Qaly per valutare quali scelte fare in sanità, perché più “razionali”. Il presupposto è che sia possibile misurare quelle che gli economisti chiamano “utilità” dei vari stati di salute, attribuendo un valore numerico alle opinioni che le persone hanno della qualità di vita ai vari stati di salute.

L’arte retorica del cinema

La retorica proposta da Latouche come correttivo per lo sbilanciamento che soffoca il ragionevole sotto il razionale non si identifica con l’arte della persuasione. È piuttosto l’espressione della Phrónesis, ovvero di una riabilitazione del ragionevole. Non è l’arte di risolvere i problemi, ma quella di porli bene: «in certi casi, di porli così bene che la soluzione sembra andare da sé». Il presupposto è che l’esposizione del bene sia più persuasiva di quella del male e che la proposta saggia, misurata e adeguata alle circostanze, abbia maggiori possibilità di essere seguita di quella che non lo è. Intesa in questo senso inclusivo, la retorica è l’ambito proprio delle scienze umane. È diventato quasi un luogo comune lamentare la progressiva gravitazione della medicina sulle sole scienze naturali. La spiegazione che queste forniscono dei fatti patologici (la malattia ridotta a disease) va a discapito della comprensione degli stessi, in quanto fatti umani (la malattia come illness). Anche qui un equilibrio si è rotto, per il prevalere di una modalità sull’altra. La cura delle medical humanities, di cui ha bisogno la medicina, include a buon diritto i saperi delle scienze sociali, antropologiche e normative, ma anche il grande mondo delle arti espressive. Qui ritroviamo l’arte del cinema: la più giovane rispetto alle arti ereditate dall’antichità, ma dotata di una vitalità prorompente.

I registi hanno una naturale affinità con i romanzieri, i poeti e i commediografi nel rappresentare la realtà umana della nascita, della morte, delle

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malattie e della lotta organizzata contro di esse. «Non esiste separazione radicale né tra le differenti discipline che indagano sull'uomo e sulla società, né tra queste discipline accademiche e la letteratura. Il miglior modo di conoscere la realtà sociale non è certo quello che si insegna a scuola. I grandi romanzieri e i grandi poeti ci offrono spesso maggiori informazioni circa la società in cui viviamo dei premi Nobel di economia e dei social scientist, gli scienziati del sociale», sostiene ancora Latouche. Quanto affermato sulla realtà sociale in generale può essere legittimamente riferito all’ambito particolare della medicina, e il valore di comprensione attribuito alla letteratura spetta a pieno diritto anche al cinema.

Non chiediamo al cinema che si sostituisca all’etica, né che renda superfluo quel vasto sforzo di ripensare i problemi legati alla biologia e alla medicina che si è soliti chiamare bioetica. La retorica non è l’etica. Ma rende un prezioso servizio all’etica promuovendo il ragionevole rispetto al razionale e ponendo i problemi «così bene che la soluzione sembra andare da sé».

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RISORSE

i volumi

R. Bucci, Etica e mercato nella sanità, Ediesse, Roma 1996.

S. Latouche, La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 2000.

E. Moja, E. Vegni, La visita medica centrata sul paziente, Raffaello Cortina, Milano 2000.

gli articoli

J.K. Crellin, F. Briones, “Movies in medical education”, in Academic medicine 1995; 70; 9: 745.

M. Essex-Lopresti, “Centenary of the medical film”, In: Journal of audiovisual media in medicine 1998; 21; 1: 7-12.

J. Siles-Gonzales et al., “Nursing in the movies: its image during the Spanish civil war”, in Revista de enfermería 1998; 21; 244: 24-31.