In cammino oltre il senso di colpa

S. Spinsanti - L. Ancona - L. Boggio Gilot - D. Mongillo - P. Scabini - G. Crocetti - M. Tejera de Meer - N. Borri Alimenti

IN CAMMINO OLTRE IL SENSO DI COLPA

a cura di Sandro Spinsanti

Cittadella Editrice, Assisi 1984

pp. 9-20

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INTRODUZIONE

Un incontro interdisciplinare...

Psicoterapeuti e pastori: non capita di frequente che categorie di persone così eterogenee per orientamento ideale e professionale si ritrovino insieme; anzi, che siano esplicitamente invitati a incontrarsi in nome della loro professionalità per confrontarsi reciprocamente.

È un avvenimento singolare: nel pur folto panorama di congressi e convegni di ogni genere figura come una rondinella che venga da altri lidi. Una rondine che annuncia un cambiamento di stagione.

Fino a un passato molto recente tra psicanalisti/psicoterapeuti e teologi/pastori la polarizzazione era estrema. Pur svolgendo, da una parte come dall’altra, un analogo servizio all’uomo, i punti d’incontro erano nulli. Non solo dal punto di vista dei rispettivi modelli antropologici di riferimento (la polemica si è a lungo nutrita di schematizzazioni deformanti: il discredito gettato sulla religione come parente stretta della nevrosi ossessiva, da una parte, l’accusa di teoria pansessualista e di magistero del sospetto, dall’altra), ma anche della prassi.

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Per quanto riguarda l’azione concreta, la conflittualità aveva anche dei risvolti quasi di concorrenza. La psicoterapia ha sostituito, infatti, la religione come agenzia di riferimento per le persone che cercano un cambiamento risolutivo del proprio malessere 1.

È un cliché troppo semplificato dire che nella società contemporanea il divano dello psicoanalista ha sostituito il confessionale; tuttavia un cambiamento nella gerarchia di valori che godono di considerazione sociale ha avuto luogo. L’esperienza religiosa aveva un aspetto globalizzante; dall’incontro con Dio ci si attendeva, oltre che la salvezza dell’anima, anche una riverberazione benefica sulla psiche e sul corpo. Il sacerdote, uomo del sacro, si poneva come mediatore di questo processo soterico globale. È comprensibile che l’emergere della figura professionale dello psicoterapeuta fosse vissuta in senso concorrenziale. È meglio il confessore o lo psicoanalista?, diceva a chiare lettere il titolo di un libro apologetico di qualche anno fa.

Il mondo della psicoterapia e quello della pratica religiosa sembravano due universi chiusi l’uno all’altro, senza varchi. Oppure avvenivano delle aperture totali, a mo’ di capitolazione, con effetti peggiori delle chiusure. Mi riferisco,

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a titolo esemplificativo, alla discussa esperienza di P. Lemercier, a Cuernavaca, di mettere un intero monastero in psicoanalisi 2.

Questi schieramenti non riflettono più la situazione attuale. Da una parte come dall’altra sono avvenute trasformazioni di notevole portata, che hanno avuto come conseguenza l’apertura della possibilità di un dialogo. Nell’ambito della pastorale la crisi ha avuto una duplice dimensione: pratica e teorica. La tenuta delle forme tradizionali di servizio pastorale, centrate sul culto e sulla pratica sacramentale, ha ceduto. I confessionali si sono svuotati. Ma la richiesta non si è dissolta: si è solo trasformata. La pastorale, da servizio di annuncio, ha assunto progressivamente le funzioni di servizio di consiglio e di aiuto, così che il rapporto sacerdote/fedele è andato sempre più rassomigliando a quello che intercorre tra terapeuta e cliente. Il cambiamento ha fatto sorgere la questione teorica dell’identità della nuova pastorale. Contemporaneamente, mentre cresceva l’insicurezza nei pastori e il senso di inadeguatezza per i nuovi compiti, nasceva l’esigenza di un confronto. Lo sguardo si è rivolto ovviamente verso le discipline psicoterapeutiche,

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alla ricerca di metodiche per gestire i rapporti umani 3.

Anche nel campo della psicoterapia si sono registrate trasformazioni significative. La preclusione aprioristica nei confronti della religione è rientrata, salvo sopravvivenze isolate di animosità più anticlericale e antiecclesiastica che antireligiosa. La dimensione spirituale dell’uomo ha cominciato ad essere considerata non come frutto morboso della sublimazione, ma come un bisogno autentico della persona integrata e realizzata. È diventato sempre più corrente riferirsi all’uomo in quanto caratterizzato dalla triplice scansione bio-psico-spirituale. Nell’ambito linguistico anglosassone si parla di «approccio distico». Dapprima la psicologia umanistica (singolare impasto di fermenti derivanti da Jung, Rogers, Maslow, dalla psicologia nella Gestalt e dall’esistenzialismo europeo reinterpretato all’americana) e più di recente la psicologia transpersonale, hanno riportato lo spirito sulla scena psicoterapeutica. L’incontro con le religioni tradizionali, tanto dell’Occidente quanto dell’Oriente, è diventato un momento indispensabile di un recupero antropologico, base per una prassi psicoterapeutica che tenga conto dell’uomo nella sua integrità 4.

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Possiamo salutare, dunque, l’inizio di un nuovo ecumenismo psico-teologico? Bisogna intendersi. La storia dell’ecumenismo tra le confessioni cristiane può essere molto istruttiva anche a proposito di questo singolare tipo di dialogo interdisciplinare. Essa ci insegna che l’irenismo, cioè la pace a buon mercato ottenuta glissando sui contrasti e minimizzando le differenze, non è mai stato produttivo, nei tempi lunghi. Il vero dialogo esige il rispetto della verità, tanto in se stesso come nell’altro. Più precisamente, il rispetto del modo, certamente imperfetto e parziale, in cui ciascuno dà corpo alla propria percezione della verità. Proprio dalla parzialità, accettata e valorizzata, può derivare l’utilità dell’uno per l’altro, come correzione e integrazione reciproca, come stimolo alla crescita.

Dalle vicende dell’ecumenismo ecclesiale si può anche imparare che il vero dialogo comincia con una rivoluzione copernicana, che cambi il centro di gravitazione del proprio universo concettuale. Nel caso del dialogo tra scienze psicologiche e teologia, il «geocentrismo» dell’autovalidazione ideologica si supera quando, da una parte come dall’altra, si mette al centro l’uomo a cui si intende rivolgere il proprio servizio: l’uomo sofferente, oppresso dal male (comunque si voglia concettualizzare questo male). Il confronto sulla natura e la modalità dei rispettivi servizi di liberazione diventa allora costruttivo e fecondo. È quello che il nostro incontro vuol verificare a proposito del senso di colpa.

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… sul senso di colpa

La scelta del senso di colpa come tema dell’incontro è avvenuta per la convergenza di indicazioni diverse. Uno stimolo è venuto dal VI sinodo dei vescovi (ottobre 1983). Il sinodo ha mobilitato un vasto dibattito intraecclesiale sulla riconciliazione e la penitenza, come nucleo essenziale dell’annuncio cristiano. Tale problematica confluisce con quella relativa al senso di colpa, da cui deriva l’impulso alla prassi della riconciliazione e della confessione. Oltre che da questo motivo occasionale, la scelta del tema è suggerita dal fatto che pastori e psicoterapeuti sono quotidianamente confrontati col senso di colpa delle persone che ricorrono al loro aiuto.

Gli interrogativi che sorgono sono numerosi e inquietanti. Anzitutto: come si rapportano reciprocamente l’azione dello psicoterapeuta e quella del pastore? Sono antergiche o sinergiche? (Detto altrimenti: lo psicoterapeuta lavora per togliere il senso di colpa, mentre il pastore lavorerebbe per crearlo?). Quali sono le responsabilità storiche del cristianesimo rispetto al senso di colpa che travaglia l’uomo moderno? Quale comprensione della natura e della funzione del senso di colpa è maturata da più di ottant’anni di clinica psicanalitica, nonché dal più recente germinare di nuovi indirizzi psicoterapeutici? Come si può esercitare una critica costruttiva degli uni verso gli altri, in clima di dialogo, al fine di migliorare la prassi?

Le questioni sono tante, e non possono certamente ricevere una risposta esaustiva nell’ambito del nostro incontro. Alcuni punti di riferimento vanno però tenuti presenti come pietre

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miliari del cammino da fare insieme. Uno di questi è la maggiore consapevolezza che l’annuncio cristiano è stato storicamente, e in parte continua ad essere, uno strumento di colpevolizzazione.

A livello storiografico un materiale documentario impressionante è stato fornito dall’opera di Jean Delumeau 5. Esplorando i diversi generi della letteratura religiosa e il materiale iconografico ― immagini e opere d’arte ― delinea il profilo storico dell’opera della chiesa postmedievale nei confronti del mondo moderno sottrattosi alla sua tutela. Per sfuggire all’impressione di cittadella assediata, la chiesa ha cercato di riconquistare la società servendosi di una pastorale della paura. L’insegnamento cristiano è venuto così a costituire un grande sistema di intimidazione e di repressione, poggiato su tre capisaldi: la paura ossessiva del peccato (soprattutto dell’impurità), della morte e dell’inferno. La paura si nutriva delle immagini terrificanti delle prediche e dei catechismi: l’abbandono del peccatore a Satana, i terribili supplizi dell’inferno e del purgatorio, il piccolo

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numero degli eletti, l’idea di un Dio vendicatore. Progressivamente la confessione si è trasformata da strumento di liberazione in tribunale del terrore 6. Il grande nemico dell’uomo è individuato in lui stesso, ed è il peccato. Il peccato personale e quello originale vengono messi al centro di un sistema integrato di cultura religiosa. La malattia degli scrupoli non fa che evidenziare un meccanismo in atto anche nei credenti «sani».

Senza questo entroterra storico-culturale non è possibile capire la repressione e le nevrosi che hanno pesato sull’Occidente fino al XX secolo, fornendo materiale così abbondante alla psicanalisi. Non c’è liberazione dal passato senza intelligenza del presente come prodotto di quel passato. La psicanalisi, a sua volta, offre alla teologia la sua comprensione del processo e dei meccanismi di colpevolizzazione.

Nell’ambito del pensiero psicologico-psicanalitico ha avuto luogo una riflessione sul senso di colpa la cui importanza trascende la dimensione propriamente pratico-operativa. La colpevolezza, grazie al lavoro teorico che le ha dedicato la psicanalisi, appare infatti come una categoria fondamentale dello spirito umano. È talmente incuneata nelle pieghe dell'inconscio, che non è bastato il rifiuto del cristianesimo per produrre una liberazione dall’universo morboso della colpa.

Il senso di colpa è onnipresente, tanto da farsi facilmente riconoscere anche sotto le più frenetiche proteste di non colpevolezza. Dopo la rivoluzione freudiana, che ha permesso di

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scoprire il senso di colpa, oltre che sotto le forme di un’autoaccusa tirannica che dà luogo ai morsi della cattiva coscienza, anche sotto i travestimenti che assume nelle nevrosi, negli atti mancanti e negli insuccessi di ogni genere, la parola è passata a sociologi e psicologi, che hanno cercato di smontare i meccanismi della colpevolezza per risalire alla sua origine 7.

Il dibattito si è polarizzato intorno a un’alternativa: la diffusione del senso morboso di colpa va imputata alla società o alla soggettività stessa? La teoria della sociogenesi del senso di colpa ha indicato nella società la responsabile della formazione del Super-Io e della morale, così come delle modalità patologiche del senso di colpa: è la società che stabilisce la legge, imputa la colpa e punisce il contravventore. Il behaviorismo ha portato all’estremo la concezione di una genesi del senso di colpa all’organismo, pretendendo addirittura di dimostrare «sperimentalmente» come il soggetto risalga dalla sanzione all’idea di colpa (dimostrazione avvenuta sui topi di laboratorio, naturalmente...). Una versione più sofisticata della teoria sociogenetica della colpevolezza è quella elaborata dal freudomarxismo di W. Reich ed H. Marcuse. Secondo le loro indicazioni, la ragione della crescente angoscia delle coscienze va cercata nella multiforme oppressione che le civilizzazioni avanzate, sia capitaliste che socialiste, fanno pesare sugli istinti. Alle interdizioni iniziali le società industriali aggiungono altre repressioni e inducono l’individuo a rivoltare

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contro se stesso, nell’angoscia e nel senso di colpa, le proprie reazioni aggressive. La concezione esogena della colpevolezza comporta che solo una trasformazione culturale potrà operare l’eliminazione del senso di colpa. L’utopia della controcultura sessantottesca non ha avuto il fiato abbastanza lungo per verificare se «l’uomo pluridimensionale» sarebbe stato esente da sensi di colpa...

L’altra ipotesi, quella della psicogenesi, sviluppa il pensiero classico di Freud, per il quale l’unico modo di comprendere le vicissitudini del senso di colpa è di partire dalla posizione originaria del desiderio inconscio rispetto all’interdizione. L’individuo è considerato come essenzialmente mosso da bisogni fisiologici che devono trovare una soddisfazione appropriata e realizzare tra di loro l’equilibrio più armonioso possibile. L’alienazione imposta dalla differenza dei sessi e dal tabù fondamentale provoca il turbamento della ripartizione della libido, da cui si alimenta il senso di colpa, e allo stesso tempo getta le fondamenta dell’intersoggettività.

La ripresa più creativa dell’impostazione freudiana del senso di colpa è quella dovuta a J. Lacan 8. Egli va al di là del rapporto strutturale che lega indissolubilmente il desiderio e la sua condanna; attribuisce alla colpevolezza un carattere non accidentale ma essenziale, in quanto derivante dalle leggi che strutturano i rapporti intersoggettivi. Si può capire la colpevolezza fondamentale solo se la si lega a un ordine universale e prestabilito, «a un simbolismo le cui forme positive si coordinano nella società, ma che si inscrive nelle strutture radicali

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che il linguaggio trasmette inconsciamente». La legge che, secondo la sentenza paolina, fa il peccato, non è dunque una necessità psicobiologica, né un ordine posto in modo contingente dalla società, e neppure un valore etico, ma è la legge che presiede all’ordine simbolico. E l’ordine simbolico è anteriore rispetto alle leggi della parentela. Le interdizioni che il bambino incontra necessariamente, e in primo luogo quella dell’incesto, definiscono quali relazioni intersoggettive sono compatibili o incompatibili con la posizione che gli è propria, e lo sottomettono così a una legge di riconoscimento reciproco tra i soggetti. Sono queste interdizioni o esclusioni logiche che rendono possibile il riconoscimento di sé e dell’altro all’interno della famiglia.

La riflessione per rendere ragione del dato clinico si apre, a questo punto, su una speculazione filosofica, che cerca di ricondurre l’onnipresenza e la pervasività del senso di colpa a una determinazione fondamentale dell’essere umano. La questione, così formulata, può essere ripresa dalla teologia. Questa può contribuire all’approfondimento del problema con il proprio sapere antropologico. A condizione, però, che non sia il sapere tributario di una prassi storica di colpevolizzazione manipolatrice, bensì quello che la sapienza della fede deriva dalla prassi messianica di Gesù.

Il carattere ineluttabile del senso di colpa, comunque la teoresi psicologico/psicanalitica e la teologia vogliano fondarlo, non giustifica, tuttavia, il suo mantenimento. Al contrario: la prassi pastorale della liberazione religiosa e quella psicoterapeutica si incontrano in un corpo a corpo col senso di colpa. È una lotta

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che richiama per alcuni versi quella di Giacobbe con l’angelo (cfr. Gn 32,23-33): una lotta da cui si può ricavare una benedizione.

Note

1 «Ci sono sempre state nel mondo persone che hanno desiderato cambiare i loro sentimenti, il loro modo di vivere e di pensare, e altre persone disposte ad aiutarle. Cambiamenti di questo tipo sono stati ottenuti, in genere, nella cultura orientale, all’interno di una esperienza religiosa; nella cultura occidentale, al contrario, i cambiamenti che un tempo avvenivano ugualmente nell’ambito della religione, vengono ricercati adesso all’interno di un diverso quadro di riferimento»: J. Haley, Le strategie della psicoterapia, Roma 1975, p. 29.

2 G. Lemercier, Psicoanalisi in monastero, Milano 1968. Nel saggio introduttivo premesso alla raccolta di scritti di G. Lemercier, Adriana Zarri analizza l’esperimento senza prevenzioni ma anche senza compiacimenti. Si distanzia, in particolare, dall’entusiasmo illuministico di Lemercier verso la nuova strada, quasi fosse una nuova ascesi, sostitutiva della vecchia (Lemercier: «La lunga ascesi della psicoanalisi mi ha condotto a una vita spirituale che non avrei potuto raggiungere in trent’anni di vita monastica»). La psicoanalisi è uno strumento non già da idoleggiare, ma da adoperare con discrezione e tranquillità.

3 Si vedano i saggi raccolti nei due volumi curati da J. Scharfenberg, Freiheit und Methode, Wien 1979 e Glaube und Gruppe, Wien 1980. La pastorale si confronta in un serrato dialogo con le scienze dell’uomo, interrogandosi sulla possibilità e sull’opportunità di mutuare metodiche dalla psicoterapia per il trattamento pastorale sia del singolo che del gruppo.

4 Cfr. K. Wilber, Oltre i confini. La dimensione transpersonale in psicologia (in preparazione presso la Cittadella Editrice di Assisi).

5 J. DelumeauLe péché et la peur. La culpabilisation en Occident (XIII-XVIII siècles), Paris 1983. Quest’opera costituisce il completamento di un lavoro di esplorazione storica cominciato con La Peur en Occident (du XIV au XVIII siècles), Paris 1978. Tutt’e due tracciano un ritratto completo del «cristianesimo della paura», qual è stato proposto dalle chiese cristiane, cattoliche e riformate, ed è stato vissuto in Occidente dalla fine del medioevo al XVIII secolo. Mentre la prima analizza la paura rivolta all’esterno, Le péché et la peur studia la «paura di sé», ottenuta mediante il lavoro di colpevolizzazione. Non è fuori luogo ricordare che Delumeau si dichiara storico e credente, e che nei suoi intenti il suo lavoro di storico è finalizzato a illuminare la vita religiosa.

6 Si veda l’opera in collaborazione Pratique de la confession. Des pères du désert au Vatican II, Paris 1983.

7 Un esauriente bilancio del dibattito si può trovare nell’art. «Culpabilité» dell’Encyclopaedia Universalis, vol. I, pp. 223-225.

8 Cfr. J. LacanÉcrits, Paris 1966.

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Bioetica per la promozione della vita

Sandro Spinsanti

BIOETICA PER LA PROMOZIONE DELLA VITA

in Testimoni nel mondo

anno 14, n. 2, pp. 21-24

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La pubblicistica recente ci ha reso familiare una parola di nuovo conio: la «bioetica». Con tale termine ci si riferisce a una disciplina di natura filosofica, il cui oggetto è la riflessione sugli impegni morali che l’uomo ha verso la vita. Il termine e la disciplina stessa non nascono, tuttavia, per una semplice giustapposizione di due realtà autonome: l’etica e la vita. Tra di esse ci sono, piuttosto, scambi profondi. La coscienza etica dei nostri giorni apre la nostra mente per cogliere della vita dimensioni che in passato ci sfuggivano; d’altra parte, la consapevolezza della vita come totalità organica e integrata, trasmessaci soprattutto dalla sensibilità ecologica, ci fa scoprire nuove province per il nostro senso di obbligo etico. Solo oggi ci rendiamo conto di quanto sia povera nella nostra tradizione occidentale l’elaborazione di una dottrina dei doveri, se non per quanto riguarda l’uomo in prima persona. È come se l’etica abbia assunto come angolatura lo sguardo ad altezza dell’uomo. Tutto ciò che deborda dal campo dei rapporti interpersonali, sia verso l’alto che verso il basso, sfugge dalla prescrittività dell’etica.

Etica restrittiva

Un esempio particolarmente illustrativo di questo restringimento di orizzonte è il posto che spetta agli animali e alle piante nei sistemi etici tradizionali. L’uomo non si sente moralmente obbligato nei loro confronti; se un obbligo esiste, è quello che l’essere umano ha verso se stesso (per esempio, non cedere a passioni come la crudeltà); dagli altri esseri naturali non proviene alcuna interpellazione. Il «dialogo con la natura» è lasciato alle religioni astoriche, che non si sono ancora sottratte al «fascinosum et tremendum» del sacro percepito negli avvenimenti naturali.

Come caso emblematico, possiamo riferirci al posto che spetta agli animali nell'Ethica di Spinoza. «La legge che proibisce di ammazzare gli animali — afferma il filosofo razionalista — è fondata piuttosto sopra una vana superstizione e una femminea compassione, anziché sulla sana ragione. Il dettame della ragione di ricercare il nostro utile prescrive, bensì, di stringere rapporti di amicizia con gli uomini, ma

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non coi bruti o con le cose la cui natura è diversa dalla natura umana... E tuttavia io non nego che i bruti sentano, ma nego che per questa ragione non sia lecito provvedere alla nostra utilità o servirci di essi a nostro piacere, e trattarli come meglio ci conviene, giacché essi non si accordano per natura con noi, e i loro affetti sono per natura diversi dagli affetti umani».

Questa prospettiva antropocentrica ha così fortemente anestetizzato la coscienza dell’uomo occidentale, educato tanto dentro quanto fuori del cristianesimo, da impedirci di avvertire anche i casi più stridenti di immoralità. Un solo esempio: le pratiche di vivisezione e l’utilizzazione indiscriminata degli animali per la ricerca. Indubbiamente il problema è serio e, se non vogliamo cadere nel massimalismo di qualsiasi segno, ogni soluzione va sfumata. Ciò che è importante per il nostro discorso è notare l'irrilevanza etica della natura non umana: piante e animali, essendo oggetti e non soggetti, esulano dall’ambito dell’etica dei fini. Mentre l’altro essere umano non può, kantianamente, essere considerato un mezzo, piante e animali, in quanto espressioni della natura sprovviste di umanità, possono esserlo.

Contro questa concezione dell’etica, che ha cessato di essere «bioetica», in quanto ha espulso la vita dalla propria autocomprensione, si erge l’aspra affermazione di Albert Schweitzer: «Un’etica che si occupa solo degli esseri umani è disumana».

La menzione di Schweitzer ci permette di assumere il concetto di bioetica in una prospettiva più ampia di quella oggi prevalente, riassumibile in un richiamo alla responsabilità morale nei confronti di tutte le forme di vita, comprese quelle non umane. Schweitzer può essere indicato, infatti, come la prima emergenza nel pensiero filosofico di un atteggiamento verso la natura vivente che oggi chiameremmo piuttosto «transpersonale».

Il suo punto di partenza è rigidamente filosofico. Nel suo progetto di fondare meta-eticamente l’etica, non si accontenta né del fondamento kantiano, né di quello cartesiano. Il dato più immediato del pensiero umano non è, a suo avviso, il «Cogito ergo sum». Ogni volta che l’uomo medita su se stesso e sul mondo che lo circonda, si concepisce come volontà di vita circondata da vita che vuol vivere. L’essenza dell’uomo e del mondo è l’aspirazione della vita a mantenersi, e inoltre a svilupparsi, a propagarsi, a espandersi. L’intuizione della volontà universale di vivere richiede però un giudizio di valore: il culto istintivo della vita conduce, da solo, alle peggiori prevaricazioni. «L’affermazione del mondo e della vita in sé non può produrre che

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una civiltà imperfetta e incompleta. Soltanto spiritualizzandosi e diventando etica produce una volontà di progresso capace di distinguere il principale dall'accessorio e di tendere verso una civiltà che non consiste solo nelle acquisizioni della scienza e della tecnica, ma si sforza anzitutto di far progredire l’individuo e l’umanità nella dimensione etica e spirituale» (A. Schweitzer).

Etica per il rispetto della vita

La fondazione dell’etica che rispetta le due ineludibili esigenze di affermare la vita e di introdurre in essa un giudizio di valore è riassumibile, secondo Schweitzer, nell’orientare il proprio comportamento secondo il «rispetto della vita». L’imperativo categorico che fonda l’etica può essere formulato come: «Agisci in modo da favorire la vita». È bene ciò che protegge e incrementa la vita; è male ciò che la distrugge e la lede. Il termine che esprime il rispetto — Ehrfurcht — nell’espressione originale tedesca ha un senso più forte di quello che ha nella nostra lingua. È impastato di timore reverenziale che nasce di fronte alla rivelazione del sacro; esprime partecipazione vissuta ed esperienza di natura mistica della vita alla quale si partecipa; implica non solo un rispetto timido e per così dire passivo della vita, ma un atteggiamento attivo che si manifesta nell’impegno attivo per promuoverla; comporta le limitazioni necessarie, che hanno il nome di abnegazione e sacrificio (da questo punto di vista, la migliore esegesi della filosofia del «rispetto della vita» è l’esistenza stessa di Albert Schweitzer).

Chiamiamo «transpersonale» questo punto di vista sulla vita perché assume e fa propria l’esigenza che oggi emerge da quella corrente di pensiero che ha assunto questo nome. Originariamente proviene da impulsi formulatisi nell’ambito della psicologia — come sviluppo ulteriore della corrente nota come «psicologia umanistica» —, ma si è affermato come un movimento che travalica la settorialità di una disciplina. Reagendo alla visione frammentaria che considera l’uomo separato dalla natura, e la natura stessa separata in parti, l’istanza transpersonale promuove una visione olistica, che riconosce l’unità, l’interconnessione delle parti, la mutua rappresentatività del tutto e delle parti. Come si esprime E. Fromm, il problema umano centrale è «come superare la separatezza, come realizzare l’unione, come trascendere la propria vita individuale e trovare l’unità».

L’accesso a questa dimensione della vita che si staglia al di là della

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«persona» — sintesi suprema, ma anche maschera; epifania, ma anche parziale eclissi dell’Essere — è quello mistico ed esperienziale. Con il suo correlato etico costituito dall’educazione della parte pulsionale dell’uomo. Questo necessario cammino era ben presente in quella specie di psicoterapia iniziatica che costituiva parte integrante della mistagogia a cui nella Chiesa delle origini erano sottoposti i credenti.

Un valore esemplare può essere attribuito agli insegnamenti di Evagrio Pontico, un Padre che ha esercitato un’influenza duratura sui sistemi dottrinali dell’antropologia spirituale cristiana. Nella sua Praktikè Evagrio traccia il cammino evolutivo dal vizio della «gastrimargia» alla virtù dell’«eucharistia». Il primo — che sarà successivamente identificato, in modo riduttivo, col vizio capitale della «gola» — equivale a un’organizzazione della vita umana intorno al consumo. In questo senso si può capire come il peccato originale sia stato interpretato da alcuni scrittori cristiani come un peccato di «gastrimargia»: il frutto, che simboleggia l’universo materiale, è stato assunto come oggetto di consumo e non come luogo di comunione con l’Essere che è alla sua origine, il Creatore. C’è un modo di «consumare» l’universo, e quindi di rapportarsi alla vita, che è lo stato di coscienza dell’uomo ordinario («psichico»); e c’è un modo di «comunicare» con la vita che è lo stato di coscienza dell’uomo spirituale («pneumatico»). L’iniziazione cristiana equivale alla progressiva liberazione dal dominio della «gastrimargia» — da questo «spirito di consumo» — per essere capace di vivere ogni cosa nello spirito di «azione di grazie» (eucharistia).

Il cristianesimo assume così un nuovo spessore, in quanto si assume come compito anche l’educazione della parte pulsionale dell’uomo che si riferisce al rapporto con la natura, animata e inanimata. Esso indica il cammino per accedere a quella «comunione» con la vita che è lo stato di coscienza dell’uomo spirituale.

Gli stati di vita: vecchie e nuove prospettive

Sandro Spinsanti

GLI STATI DI VITA: VECCHIE E NUOVE PROSPETTIVE

in Problemi e prospettive di spiritualità

a cura di Tullo Goffi - Bruno Secondin

Queriniana, Brescia 1983

pp. 327-349

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È ancora opportuno che la teologia spirituale si occupi degli «stati di vita»? A questo concetto, per quanto possa aver avuto fortuna in passato, non sembra arridere alcun futuro. La rarefazione delle pubblicazioni recenti sull’argomento è un indice del suo declino. Gli stessi dizionari di spiritualità apparsi negli ultimi anni non contemplano neppure la voce 1. Né si può considerare una negligenza biasimevole il fatto che non si parli più degli stati di vita. Al di là della sua apparente chiarezza intuitiva, il concetto è teologicamente spurio e non resiste a una disamina accurata. Più ancora che le critiche teologiche, sembra destinarlo all’oblio il clima sfavorevole alla stabilità creatosi nella cultura contemporanea, dove si attribuisce il massimo valore al cambiamento e alla mobilità sociale, compresa quella da uno stato di vita all’altro. Eppure i problemi antropologici e spirituali veicolati dalla concezione tradizionale degli stati di vita non sono di poco conto. Basti pensare ai drammi spirituali e umani che si annodano attorno alle crisi che sfociano in un cambiamento di stato (matrimoniale, religioso, sacerdotale). Simili situazioni suscitano approcci molteplici. La normativa canonica può ispirarsi alla indulgenza o alla severità, a seconda che prevalga la preoccupazione pastorale o quella «pedagogica». La pastorale stessa oscilla tra atteggiamenti ispirati alle esigenze di orientamento della comunità, dove comportamenti singolari o «deviami» non possono essere incoraggiati, e prese di posizione in cui si riflette il principio storico-salvifico dell’«oikonomia». La teologia morale può limitarsi a riproporre i principi tradizionali e a condannare quei cambiamenti di stato di vita che sono in disaccordo con impegni pubblici precedenti, oppure lasciarsi provocare dalla cultura dal cambiamento e ri-ripensare in modo dinamico la fedeltà 2. La teologia spirituale, più che

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ogni altra disciplina teologica, può dare un apporto positivo nel far luce su uno dei nodi antropologici più spinosi della situazione culturale moderna, vale a dire la giusta proporzione tra stabilità e cambiamento. È un problema che investe anche chi vuol vivere la propria esistenza in obbedienza allo Spirito. Non intendiamo qui semplicemente rivisitare un capitolo della teologia spirituale del passato. Partendo dalle posizioni tradizionali, vogliamo esplorare il nuovo territorio che si apre alla teologia spirituale quando considera l’esistenza dell’uomo come un progetto in divenire.

1. Lo «stato di vita»: un concetto da chiarire

Una sommaria ricognizione dei dizionari di teologia alla voce «stato di vita» documenta la pluralità dei punti di vista, ma anche la notevole confusione che aleggia intorno al concetto. L’accezione teologica in senso forte, quale è proposta ad es. da K. Rahner, è decisamente minoritaria. Per stati di vita egli intende «le situazioni fondamentali della storia salvifica (interiori ed esterne) dell’uomo, le quali determinano il suo rapporto con la salvezza e sono costituite dal libero agire salvifico di Dio o dalla libertà dell’uomo o da ambedue» 2bis; vale a dire: lo stato originale, lo stato della natura caduta e ripristinata, lo stato del compimento nella visione di Dio. Nella maggior parte dei dizionari prevale invece la concezione giuridica degli stati di vita, costruita intorno alla divisione tripartita — chierici, religiosi, laici — consacrata dal diritto canonico. Lo stato di vita così inteso è una condizione giuridica relativamente stabile, creata o riconosciuta dall’autorità suprema nella chiesa, e comportante certe capacità o obblighi. L’enciclica di Pio XII Provida Mater Ecclesia (1947), mentre stabiliva un nuovo stato di pratica della perfezione cristiana con la creazione degli istituti secolari, consacrava allo stesso tempo la suddivisione canonica nei tre stati di vita, presentando le tre situazioni pubbliche dei cristiani, o stato delle persone, «come il fondamento angolare sul quale si innalza l’edificio della legge ecclesiastica». Il punto di vista canonico è quello di una società religiosa, la quale non può limitarsi a considerare le ragioni interne, che si elaborano nel santuario della coscienza, relative alla scelta, permanenza o cambiamento di uno stato di vita, ma deve considerare elementi esterni e visibili. Lo statuto canonico dello stato di vita comprende inoltre, come connotazioni complementari, la

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nozione di obblighi conseguenti, di perpetuità (in quanto lo stato si fonda sul carattere sacramentale) e di solennità 3.

Passando dal diritto canonico alla morale, la nozione di stato di vita subisce delle modificazioni sostanziali. Specificante diventa qui «il dovere di stato», in quanto sinonimo degli obblighi morali connessi con la propria condizione di vita; ma la condizione di vita stessa, cioè lo «stato», non ha più una determinazione teologica, bensì sociale e storica. L’assunzione di fondo è che, qualunque sia la condizione oggettiva in cui il cristiano viene a trovarsi, può operarvi la propria salvezza 4. Lo stato risulta dall’insieme delle modalità, più o meno durevoli o passeggere e contingenti, che caratterizzano ogni esistenza. In questa prospettiva in teologia morale viene spesso ripetuto che il compimento coscienzioso dei doveri del proprio stato è, per ciascuno, il modo essenziale di fare la volontà di Dio 5. In questo senso più ampio adottato dalla morale, sono considerati stati di vita specifici, oltre che la professione, anche il celibato e il matrimonio, benché non figurino tra gli stati di vita enumerati dal codice di diritto canonico. Alcuni di questi stati, insieme ai doveri connessi, saranno reputati come essenzialmente passeggeri, altri stabili e definitivi.

La nozione di stato di vita ha svolto un ruolo rilevante anche nella considerazione sistematica della vita spirituale, dove lo stato di vita è indicato come una condizione generale non solo della moralità, ma anche della perfezione del cristiano 6. La tripartizione giuridica, assunta nella spiritualità, ha lasciato supporre che si potesse parlare di tre spiritualità diverse: quella clericale, centrata sull’azione ecclesiale in vista della salvezza; quella religiosa, espressa nell’impegno alla vita di perfezione; quella laicale, polarizzata verso l’animazione dell’ordine temporale. La teologia più recente ha fortemente accentuato l’unità della vita spirituale del popolo di Dio, sotto il segno del battesimo. L’ecclesiologia post-conciliare non offre più alcun sostegno per la concezione tradizionale degli stati di

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vita. È pur vero che nella Lumen Gentium viene praticamente sancita la triplice specificazione dell’esistenza ecclesiale nelle modalità di vita clericale, religiosa e laica. A ognuna di queste tre categorie viene dedicato un capitolo nella costituzione sulla chiesa. Tuttavia la categoria di stato di vita non ha ricevuto dal concilio una consacrazione teologica formale. L’ecclesiologia più recente ha evidenziato che la tripartizione deriva dall’intreccio di due prospettive di per sé non omogenee: dalla prospettiva dell’autorità nella chiesa (da cui nasce la distinzione tra pastori-chierici e laici) e da quella della presenza nel mondo (nella modalità del trascendimento escatologico del presente, propria della vita religiosa, e in quella dell’incarnazione nella storia, qualificante l’esistenza laica). Lo specificarsi dei tre stati di vita nasce, quindi, da due coppie di correlazioni o polarità: chierici-laici e religiosi-laici 7. Le riserve che si appuntano sulla tripartizione non prendono di mira solo la sua ambiguità; ancor più è criticata l’incapacità di esprimere il tema della varietà nella chiesa. La concezione rigida degli stati di vita è inadeguata a tradurre la dimensione carismatica acquisita dall’ecclesiologia contemporanea. La tripartizione degli stati di vita, con la sua inevitabile connotazione giuridica, sembra fornire una griglia troppo restrittiva delle modalità dell’esistenza cristiana, quasi che si tentasse di impedire allo Spirito di soffiare dove vuole. Oggi si auspica una maggiore flessibilità di forme concrete nei modi di esprimere l’apostolato e le spiritualità specifiche; e una circolazione interna di compiti e funzioni, invece che una chiusura a compartimenti stagno. La preoccupazione di amministrare i beni salvifici della chiesa non deve essere esclusiva dei pastori, ma anche dei laici e dei religiosi. Allo stesso modo, la qualifica di «spirituali» non può essere monopolizzata dai religiosi: anche sacerdoti e laici sono chiamati a vivere nello spirito pasquale del Cristo, e quindi a realizzare la dimensione escatologica della chiesa.

2. Una spiritualità per ogni «stato di vita»?

La prospettiva teologica tradizionale portava a moltiplicare le forme di spiritualità secondo i diversi stati di vita. Come esemplificazione della tendenza a elaborare spiritualità modellate su un determinato stato di vita, possiamo riferirci ai tentativi di fondare teologicamente una «spiritualità dello stato di malattia». È certamente un caso limite, ma proprio per questo ricco di insegnamenti sui rischi di ancorare la spiritualità a un determinato stato di vita. La spiritualità a cui ci riferiamo si radica in una

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corrente teologico-spirituale che considera l’amputazione dei valori umani come mezzo privilegiato per accedere a una situazione spirituale superiore. Per costoro lo stato di malattia, considerato in quanto spogliazione dei beni della salute e dell’attività umana, è uno stato particolarmente santificante, a cui è appropriata una particolare spiritualità, centrata sull’accettazione. Un’illustrazione tipica di tale posizione si può trovare nell’opera di J. Leclercq: Valeurs chrétiennes. A suo avviso, dopo l’«humiliavit semetipsum» di Gesù Cristo, non c’è stato di santificazione fuori dell’umiliazione: «Essere capo, essere ricco, non sono in sé mezzi di santificazione; essere obbediente, essere povero, lo sono. Essere sano e vigoroso non è in sé un mezzo di santificazione; essere ammalato e misero, lo è» 8. Sviluppando il parallelo ricco-povero, viene a sostenere che lo stato di malattia realizza una posizione di privilegio rispetto alla salvezza: «Come il ricco cristiano deve conservare sempre una punta di inquietudine pensando alle parole del Maestro, mentre il povero gode della pace profonda di sapersi in conformità pura e semplice col Vangelo, allo stesso modo il sano deve conservare una punta di inquietudine — deve sempre domandarsi se fa abbastanza — mentre il malato non ha che da lasciarsi fare e accettare». Allo stato di malattia andrebbero attribuiti vistosi vantaggi nei confronti della santificazione. Ecco come li formula Leclercq: «La malattia è uno stato di santificazione, perché la perfezione vi diventa semplice e, in certo modo, più facilmente accessibile che nello stato di salute. L’uomo sano ha anch’egli, è vero, il dovere di tendere alla perfezione, ma ciò è più complicato per lui. La malattia semplifica la vita; il dovere per il malato è facilmente tracciato: accettare» 9. La malattia viene così isolata dal complesso della vita umana, per farne uno stato di vita retto da una dinamica di santificazione particolare, caratterizzato da una propria spiritualità — la «spiritualità del malato», appunto — la cui nota dominante è l’accettazione.

Questa prospettiva di spiritualità ha trovato riscontro in una discussione teologica sulla malattia come «status vitae» dell’uomo. La trattazione più approfondita è quella di F. Lepargneur 10. Il teologo domenicano si chiede a quale nozione teologica si riallacci più adeguatamente la malattia, e la individua nella nozione di «stato di vita», come è stata elaborata dalla teologia soprattutto in rapporto allo stato dei religiosi. Perché la nozione di stato di vita possa essere applicata alla malattia, Lepargneur trova necessario che la si liberi anzitutto da alcune connotazioni che derivano dal fatto di venire impiegata per definire la condizione dei religiosi, che non le appartengono essenzialmente. Bisogna in primo luogo scindere

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la nozione di stato da quella di grande stabilità: «Lo stato comporta una certa attitudine al prolungamento, non di più». In secondo luogo, lo stato non è necessariamente un impegno liberamente contratto. Benché dunque la malattia non sia una condizione stabile e non vi si entri liberamente, il teologo si sente autorizzato a considerarla uno stato di vita. Qual è dunque il criterio decisivo che contrassegna gli stati di vita? Lepargneur, seguendo san Tommaso (S. Th. II-II, q. 183, a. 1), lo trova nella persona, in quanto è padrona di se stessa o dipendente: «La nozione di stato è correlativa a quella di libertà e schiavitù in qualsiasi ordine». La malattia può essere definita come una realtà che limita la libertà umana sottraendo, in misura maggiore o minore, l’equilibrio del corpo e la sua attività alla piena reggenza dello spirito libero. La servitù del malato, dunque, si estende a tutto il suo essere in ragione del suo corpo. La malattia presenterebbe tratti caratteristici della nozione teologica di stato di vita in ragione dei rapporti dell’anima e del corpo, che nella concezione aristotelico-tomista sono di «unità formale». Siccome ogni stato implica l’impiego dell’essere nella sua totalità, l’uomo malato viene a trovarsi in uno stato di vita peculiare. Dal punto di vista spirituale, il soggetto è inserito in un certo condizionamento, che crea facilità e difficoltà proprie in merito all’acquisizione della santità. Ciò sembra giustificare, secondo Lepargneur, l’attribuzione alla malattia della qualifica di stato di vita.

L’estensione di questo concetto è molto discutibile. Diversi teologi hanno avversato l’impiego dell’espressione «stato di vita» a proposito della malattia: anche se, con alcune acrobazie semantiche, può in qualche modo essere legittimata, sembra pericoloso farla passare nel linguaggio corrente. Può far pensare, infatti, a una situazione stabile, all’interno della quale ci si installa in vista di una certa perfezione 11. Percorrendo questa via si può arrivare facilmente a pervertire il senso cristiano della vita e a impantanarsi nei meandri del dolorismo. In questa sede non ci interessa approfondire la questione specifica dello stato di vita del malato 12. Ci riferiamo ad essa solo per illustrare il pericolo, dal punto di vista della spiritualità, di un uso inflazionistico del concetto stesso di stato di vita. Simili distorsioni oggi non sono più correnti. La prospettiva conciliare ha portato a privilegiare l’unica spiritualità, quella pasquale, compito comune di ogni cristiano. Ciò ha portato un utile correttivo alla tendenza a moltiplicare le «spiritualità» specifiche, riferendole non solo ai tre stati previsti dal diritto canonico, ma anche alle condizioni di vita contingenti.

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3. Il cambiamento di stato: un approccio socio-psicologico

La nozione teologica degli stati di vita deve la sua diffusione soprattutto alle applicazioni spirituali che ne sono state fatte. Attraverso la mediazione della morale, che amava semplificare l’impegno etico richiesto al cristiano riducendolo ai doveri del proprio stato, si privilegiava una prospettiva di stabilità. In rapporto alle situazioni critiche che si possono presentare nel corso dell’esistenza, nelle quali un impegno preso a vita rischia di essere rimesso in discussione, la fedeltà al proprio stato diventa così un valore strutturante della vita cristiana. In tal modo situazioni fenomenologicamente diverse — come l’abbandono del ministero sacerdotale, la rinuncia alla vita religiosa e la rottura del matrimonio — vengono ricondotte al comune denominatore dell’infedeltà alle esigenze del proprio stato di vita, che si suppone scelto sulla base di una vocazione. L’invito a rimanere fedeli equivale, in questi casi, a un appello a non operare rotture, a continuare a vivere conformemente alle scelte operate in passato. Prevale così un atteggiamento che non sentiamo conforme alle esigenze della realtà, ma piuttosto frutto di una semplificazione moralistica. È nocivo al cristianesimo in quanto tale, perché ne dà un’immagine deformante: porta a identificare il cristianesimo con la difesa incondizionata del passato, con la chiusura alla novità e alla creatività, con l’insensibilità alla storia. Nocivo soprattutto alle persone concrete, i cui drammi di coscienza individuali, che si innestano spesso su conflitti dolorosi, vengono risolti in uno schema che premia il fariseismo. La lettura moralizzante dei cambiamenti di vita può essere corretta solo adottando una prospettiva socio-psicologica. Non per risolvere i problemi della fedeltà in sociologismi e psicologismi, ma piuttosto per dar loro una base antropologica attendibile, inserendoli nel contesto concreto della nostra società. Stabilità e cambiamento non dipendono solo dall’impegno morale e dalla qualità spirituale delle persone, ma anche dai valori che hanno più credito socialmente; e questi, a loro volta, sono intrecciati con le trasformazioni strutturali e simboliche che avvengono nella società. Senza questa collocazione socio-culturale, la fedeltà diventa un valore astratto, incapace di rendere conto del pieno significato umano, e quindi anche spirituale, che hanno la scelta e il cambiamento di stato.

Lo spessore sociale che ha la trasformazione in atto circa la fedeltà agli impegni è stata ben analizzata dal sociologo Jean Rémy 13. A suo avviso l’impegno interpersonale — nel matrimonio o in altre forme che comportino un analogo impegno a vita, come l’abbracciare la vita religiosa o

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sacerdotale — deve essere inserito nella logica degli scambi che sottende tutto l’insieme dei rapporti sociali. Le società basate sul regime di aiuto scambievole assicurano un dono senza ritorno e una fedeltà incrollabile. Ai gesti vissuti sotto il registro del dono, cioè come atti disinteressati, corrisponde la serie dei contro-doni. La solidarietà di gruppo che ne risulta ha una funzione sociale di primaria importanza. I legami coesivi in questo tipo di società passano soprattutto attraverso il matrimonio e il sistema di parentela. L’indissolubilità del matrimonio acquista il suo senso forte quando la si situa nel quadro di uno scambio tra due gruppi che vogliono instaurare tra di loro una solidarietà che li sottragga dall’imprevisto. La solidarietà è espressa da una fedeltà che resiste all’insuccesso della relazione interpersonale, perché la perennità dell’alleanza non può essere rimessa in discussione. Tale simbolica dell’alleanza matrimoniale trova la sua piena valorizzazione nella sacramentalità che simbolizza l’alleanza di Jahve con il suo popolo, di Cristo con la chiesa.

Completamente differente è invece la logica sociale che si esprime in una società come la nostra, in cui è possibile stabilire un’equivalenza sul piano degli scambi interindividuali. La logica del calcolo si sostituisce a quella del dono. Qui il criterio decisivo diventa la reciprocità dello scambio interpersonale nella coppia, e l’individuo assurge a centro e unità di misura del significato dello scambio. Mentre nel quadro della logica precedente il divorzio per mutuo consenso era un’aberrazione, in questo contesto, invece, il divorzio può essere un omaggio reso alla coniugalità. La coppia, infatti non ha più senso se non è capace di creare una reciprocità interpersonale. Il sociologo mette in guardia dall’interpretare questa trasformazione, semplicemente a partire dagli effetti della coscienza, come un progresso dovuto a una morale personalista. Essa è piuttosto il risultato di fattori globali che modificano fondamentalmente il significato e le modalità del regime di scambi. La nostra cultura, inoltre, incrementa le diverse forme di mobilità che sono sfavorevoli agli impegni in cui prevale la solidarietà inglobante e valorizza il progetto individuale come condizione dell’efficacia collettiva. L’impegno irreversibile a vita, il debito inestinguibile che cementa la coesione del gruppo, sono messi in questione da un sistema di scambi la cui efficacia suppone una relativa grande mobilità delle persone e delle cose.

Come effetto di queste trasformazioni, chi abbandona un impegno a vita — nella vita matrimoniale come in quella religiosa — non incorre più in quel tipo di condanna che equivale alla morte sociale, come invece vigeva nelle società rette dalla logica del dono-controdono. Per il sociologo, tuttavia, la fedeltà nella coppia e la fedeltà a un impegno di vita religiosa non sono equivalenti per quanto riguarda il loro significato sociale. Famiglia e chiesa, infatti, non sono inserite alla stessa maniera

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nel tessuto sociale. «L’evoluzione che conosce la coppia si inscrive in quella dei micro-gruppi; il campo di possibilità lasciato agli sposi permette loro di costruirsi insieme, di crearsi come coppia e di cambiare insieme. C’è là una possibilità di storia che dipende dai due e non esplicitamente controllata dalla società, a seguito della netta riduzione del ruolo giocato dalla famiglia nel quadro produttivo dell’economia. Il problema si pone in modo differente per ciò che concerne la chiesa: si ha qui a che fare con un’organizzazione che evolve secondo tempi differenti e più lenti di quelli che reggono gli individui, specialmente quelli che, per il loro inserimento istituzionale, subiscono pressioni istituzionali divergenti. Così la fedeltà nella coppia e quella all’impegno sacerdotale o religioso si iscrivono in una dimensione strutturale differente» 14. Non possono, quindi, essere valutate alla stessa maniera, come fa appunto il moralismo incline a ricondurre tutti i fattori che spingono al cambiamento di stato a flessioni della virtù della fedeltà.

Un altro ordine di considerazioni va aggiunto a quello del sociologo. L’osservatore sociale che volesse rendere conto della spiccata tendenza della nostra cultura al cambiamento dovrebbe menzionare, dopo le condizioni socio-economiche che lo rendono possibile, gli stereotipi che svolgono psicologicamente la funzione di facilitatoti del cambiamento stesso. Prendiamo in considerazione lo stereotipo dell’ «autorealizzazione». Cambiare professione, o abitazione, o partner, o stati di vita, sono considerati come «passaggi» verso la ricerca del vero sé 15. Anzi, il passaggio a un’altra modalità di vita, attraverso lacerazioni spesso dolorose, è la condizione per uscire dall'impasse in cui ci si viene a trovare quando si vive in modo adattato, a partire da un «falso sé». La necessità di cambiare è sentita più acutamente proprio dagli individui ben inseriti ed equilibrati, da coloro che si sono piegati agli imperativi sociali, si sono sottomessi al desiderio altrui. Le donne, man mano che si emancipano dalla soggezione loro imposta culturalmente, sono le protagoniste dei cambiamenti più clamorosi.

Le trasformazioni deliberate del proprio quadro di vita sono guardate con indulgente benevolezza, spesso incoraggiate. Una diffusa suggestione si incarica di convincere le persone che il loro destino riposa nelle proprie mani: possono essere i protagonisti dei cambiamenti significativi di cui hanno bisogno.

Non è, di per sé, una cosa nuova che le persone desiderino cambiare i loro sentimenti, il loro modo di vivere e di pensare. Nuova è solo la fisionomia

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secolarizzata del fenomeno. Nelle culture tradizionali, tanto dell’oriente che dell’occidente, i cambiamenti con risonanza esistenziale erano ottenuti all’interno di un’esperienza religiosa. Il cambiamento fondamentale, da cui derivavano eventualmente gli altri, era quello del rapporto con Dio; i competenti umani del cambiamento erano i sacerdoti. Oggi è mutato il quadro di riferimento: la principale agenzia di cambiamento non è considerata la religione, bensì la psicoterapia; e gli psicoterapeuti hanno preso il posto dei confessori, dei predicatori, dei padri spirituali come guide verso la nuova nascita. La relazione di aiuto è stata professionalizzata. Nei momenti cruciali di crisi dell’esistenza, quando le traversie della vita rompono un equilibrio precedente e fanno riemergere i conflitti non risolti, è a questi specialisti del cambiamento che si fa ricorso.

Per rispondere alla domanda la psicoterapia ha esteso l’ambito del suo intervento oltre il campo della psicopatologia, proponendo un aiuto tecnico anche per facilitare i processi di crescita delle persone considerate «normali» o «sane». Promotore dell’allargamento dell’indicazione terapeutica è stato soprattutto il movimento del potenziale umano (human-potential movement), che ha raccolto le istanze emerse nell’area nota come «psicologia umanistico-esistenziale» 16. Il motivo per cui la psicoterapia è chiamata in causa non è più soltanto l’intervento autoritario con cui la società, anche contro la volontà dell’individuo, invia i soggetti dal comportamento deviante («sociopatici» in genere) nelle istituzioni adibite al loro contenimento, mediante punizione e riabilitazione; né la decisione personale dell’individuo che cerca presso lo specialista un sollievo dai sintomi della sofferenza psichica. Allo psicoterapeuta ricorre chiunque avverta una situazione di deficienza nella propria vita. Se il metro di paragone è la completa autorealizzazione, più nessuno può dichiarare superflua per sé la psicoterapia: chi potrebbe dire, infatti, di aver realizzato in pieno le proprie potenzialità, e di non poter diventare ancora più spontaneo e naturale?

Le terapie autorealizzative sono numerose e varie, tanto negli scopi quanto nelle tecniche. Solo a titolo esemplificativo, possiamo nominare i «T Groups», gli «encounter groups» (originariamente progettati da C. Rogers e successivamente adattati a Esalen, in California) 17. Si diversificano

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dalla psicoterapia in senso clinico proprio perché sono rivolti in primo luogo a persone che non hanno problemi e deficienze identificabili: sono terapie per «sani»! Coloro che vi ricorrono in genere sono integrati nella società e non hanno comportamenti etichettabili come patologici: hanno solo bisogno di esperienze intense, attraverso le quali accedere a uno stato confusamente sentito come di pienezza, autonomia, di completo significato. L’«autorealizzazione» evoca, negativamente, un Sé imprigionato, che ha bisogno di aiuto per raggiungere la sua piena libertà. L’interazione all’interno del gruppo produce di solito forti reazioni emotive, eccitazione e sentimenti positivi, da cui le persone si sentono incoraggiate a evadere dalla gabbia del quotidiano e a esplorare nuove possibilità di vita. In questo clima è ovvio che venga privilegiato il cambiamento rispetto alla fedeltà. Il potenziamento personale e l’autoespressione individuale portano a nuove decisioni, che si rivelano per lo più inconciliabili con quelle che hanno strutturato finora l’esistenza: si sfaldano legami matrimoniali, si esplora al di là degli stereotipi del comportamento legato all’identità sessuale, si rivedono impegni presi per la vita. Dalla nuova esperienza di sé il cambiamento si propaga a tutta l’esistenza, fino a trasformarne completamente la fisionomia.

Alle psicoterapie autorealizzative va riconosciuto il merito di proporre una visione antropologica agli antipodi del meccanicismo e del determinismo altrimenti dominanti in psicologia. Il punto di partenza è costituito dall’uomo come soggetto agente, dotato di un potenziale di cambiamento che non è mai totalmente paralizzato, neppure nelle circostanze più sfavorevoli. Contro ogni rassegnazione, l’individuo è condotto fino alla liberante costatazione: «Io posso cambiare!». Le ridecisioni prese in questo contesto possono avere effetti decisivi sulla ristrutturazione di tutta l’esistenza personale.

4. La cultura del cambiamento al vaglio della teologia

Chi orienta la propria vita secondo la Parola di Dio, che trascende il tempo, non può rassegnarsi a sottomettersi agli stereotipi e ai dettami culturali del presente. Soprattutto quando la loro naturale contingenza è gravata dai condizionamenti della moda. Valorizzando la forza critica della fede, alami teologi si sono levati di recente contro l’imperativo dell’autorealizzazione, denunciandolo come idolo. La cultura dell’autorealizzazione avanza una pretesa di spiritualità, in quanto il suo obiettivo è la rigenerazione della persona; in realtà i suoi risultati si riducono, secondo questi critici, a ima celebrazione dei fasti dell’individualismo. Le terapie di autorealizzazione sono passate in rassegna e criticate da R. K. Hudnut: The

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bootstraps fallacy 18. Il sottotitolo specifica polemicamente: «ciò che i libri di ‘self-help’ non vi dicono». Tiene presenti in particolare tre opere che gli sembrano emblematiche di tutta la corrente: Verso una psicologia dell’essere, di A. Maslow; Le vostre zone erronee, di W. Wyer; Io sono OK-Tu sei OK di Th. Harris. Al progetto di autorealizzazione proposto da questi autori Hudnut contrappone la propria tesi: «Non si può essere una persona che si ‘autorealizza’, che è libera da ‘zone erronee’, e ‘pensa positivamente’, con le proprie forze. Le nostre vite cambiano non solo in quanto noi cambiamo noi stessi — ciò che è possibile solo fino a un certo punto —; ma piuttosto permettendo a Dio di cambiarci — ciò che è di fatto del tutto impossibile —. Questo processo lo chiamiamo «grazia».

L’argomentazione di Hudnut ha il vantaggio, nella sua linearità, di mettere in piena evidenza ciò che sta a cuore ai teologi: salvaguardare la trascendenza di Dio e della sua opera. Perché non si instauri nessuna confusione tra ciò che è in potere dell’uomo e il risultato dell’azione di Dio, sposta l’obiettivo dell’autorealizzazione a un livello superiore (dal realizzarsi al «superrealizzarsi» -superachieving-) e afferma che, anche se giungessimo con le nostre forze alla meta che ci propongono i moderni terapeuti, non possiamo passar oltre se non dopo aver fatto l’esperienza della nostra impotenza. La religione è situata per Hudnut in questa zona di esperienze critiche, in cui il credente tocca con mano che non può muovere se stesso, ma deve essere mosso. Probabilmente più di un lettore rileverà l’impressionante somiglianza dell’immagine di Dio che viene in tal modo evocata col Dio «tappabuchi» che inquietava Bonhoeffer nei suoi ultimi giorni in carcere.

Hudnut, a sua volta, è turbato piuttosto dall’esaltazione delle potenzialità umane, in quanto vi individua la riproposta di una vecchia problematica teologica: «È il classico confronto religioso tra la fede e le opere che viene interpretato sotto la veste della psicologia. Gli psicologi moderni non sono altro che teologi delle opere dei nostri giorni. Hanno preso le realizzazioni, le opere, su cui è costruita la nostra cultura americana, e hanno applicato la stessa etica delle opere alla vita interiore. Ciò può essere fatto, fino a un certo punto. Il guaio è che il punto, che è parziale, si presenta mascherato da cerchio completo, che è l’intero. Ma non posso realizzare l’interezza. Non posso conseguire con le mie sole forze «la pace della mente», il mio «pensiero positivo»; non mi possono liberare

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da solo dalle miriadi di «zone erronee». Finché non rinuncio a pensare che posso farlo. Devo perdere la mia vita per trovarla (Mc 8,35). E potrò farlo solo in una crisi, quando sono posto di fronte al fatto che, malgrado i libri di ‘self-help’ che ho letto, non mi sono realizzato. Non sono salvato, reso ‘intero’, dalle mie opere» 19.

Se vogliamo attribuire un senso antropologico positivo a questa presa di posizione a favore della grazia, possiamo individuarlo nella difesa delle potenzialità di crescita insite nelle modalità passive di sperimentare la esistenza. Ciò che «subiamo» può portarci più lontano di ciò che facciamo; anzi, la modalità «patica» è indispensabile perché l’essere umano raggiunga la sua realizzazione ultima 20.

Dedicato esclusivamente ai problemi che suscita l’Analisi Transazionale è il saggio di A. Reuter 21. Con riferimento alla nota divulgazione dell’A.T. fatta da Harris, in cui questa terapia è presentata come un programma per rendere tutti «OK», l’autore vuol tracciare una chiara distinzione tra questo progetto e quello che è specifico della fede cristiana. La riserva fondamentale verso i risultati della terapia transazionale è quella che abbiamo già riscontrato in Hudnut: il timore che l’uomo possa rendersi degno da solo, facendo a meno del giudizio di grazia di Dio. Quando prende questa direzione, l’A.T. — afferma Reuter — diventa un «mito».

Passando a esaminare il rapporto interpersonale così come si struttura nella prassi terapeutica, Reuter avanza il sospetto che, in pratica, sia il terapeuta che viene a sostituirsi al Dio accettante. Ricorda l’affermazione di P. Tillich, secondo cui l’accettazione totale da parte di un counselor-terapeuta è l’espressione secolare contemporanea della grazia; ma mette in dubbio che un terapeuta possa mettere in atto un’accettazione così incondizionata. «L’OK che offre l’A.T. è solo una parte di quello di cui ha bisogno l’essere umano» 22. Il cristiano dovrebbe perciò richiamare l’A.T. ai propri limiti, proclamando che l’esperienza psicoterapeutica, anche la più riuscita, è solo un’astrazione parziale di un tutto, costituito dalla situazione umana davanti a Dio. Reuter evoca a questo punto una figura singolare, che chiama «il terapeuta cristiano». Questi si troverebbe in una situazione privilegiata per offrire l’alternativa della fede nell’attività di Dio in Gesù, al posto della fiducia nell’essere affermato da se stesso

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o dal terapeuta: «Il cristiano si trova nella posizione che lo mette in grado di prendere coscienza che né lui stesso, né il suo terapeuta sono Dio, e che l'OK offerto dal terapeuta o dall’A.T. è solo un «tipo», limitato al rapporto interpersonale, ovvero una rappresentazione dell’OK transpersonale, finale, che ci viene offerto quando mettiamo la nostra fiducia in Gesù». Una tale impostazione del rapporto tra autorealizzazione psicologica ed esperienza religiosa può difficilmente trovar udienza al di fuori di un orizzonte pietista.

L’ultimo saggio che intendiamo esaminare tra la produzione teologica dedicata all’autorealizzazione è quello che l’episcopaliano P.C. Vitz dedica alla «psicologia come religione» 23. Nel corso del libro l’autore fornisce alcune notizie autobiografiche che sono di aiuto nell’interpretare il suo scritto. Cultore entusiasta della psicologia umanistica, si è progressivamente raffreddato, fino a diventarne un critico accanito. Contemporaneamente avveniva la sua crisi religiosa, che lo portava dall’ostilità al cristianesimo, considerato come un ostacolo sul cammino dell’autorealizzazione personale, alla conversione. I dati biografici spiegano sia la migliore conoscenza della psicologia umanistica, rispetto alle opere analoghe scritte da teologi, sia lo zelo da apologeta che caratterizza le sue affermazioni a favore della superiorità della religione sulla psicologia.

Benché il titolo parli di psicologia in generale, è un settore circoscritto della psicologia quello che interessa Vitz. Non considera la prassi degli psicologi (riconosce che esistono psicologi che rispettano i problemi religiosi dei loro pazienti, a prescindere dall’orientamento religioso o laico che hanno personalmente nella vita), bensì le teorie psicologiche. Tra queste esclude la psicologia sperimentale, il behaviorismo con le teorie comportamentali derivate, la psicoanalisi e la recente psicologia transpersonale; tiene presenti solo i rappresentanti più autorevoli della psicologia umanistica, che individua nei quattro maggiori teorici: Fromm, Rogers, Maslow, May. Li ha scelti, afferma, in ragione della loro influenza, soprattutto grazie alla divulgazione popolare che ha avuto il loro pensiero. Senza renderli responsabili degli estremismi di alcuni interpreti, individua tuttavia nella psicologia umanistica da loro propugnata la matrice del movimento che propone l’autorealizzazione per tutti.

La tesi centrale del libro è che questa psicologia ha oltrepassato l’ambito della scienza per invadere un campo che non è il suo: «questa psicologia è diventata una religione, in particolare una forma di umanesimo secolare basato sul culto del Sé (Self)». Sinteticamente, Vitz la chiama ‘selfism’. Un primo aspetto da criticare è, a suo avviso, la destabilizzazione esistenziale promossa da questo tipo di psicologia: «La psicologia del

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Sé enfatizza la capacità umana di cambiamento, al punto da ignorare quasi del tutto che la vita ha dei limiti; e che la conoscenza di essi è la base della saggezza. Per i cultori del Sé sembra che non esistono doveri, abnegazioni, inibizioni o freni accettabili. Al loro posto, esistono solo diritti e opportunità di cambiamento. Un numero schiacciante di cultori del Sé presume che non ci sia una morale o una relazione interpersonale invariabili, né aspetti permanenti di ciò che è individuale. Tutto è scritto sulla sabbia di un Sé in continuo cambiamento. La tendenza a dare semaforo libero a ogni meta di propria scelta è indubbiamente una delle maggiori attrazioni del 'selfism’, particolarmente in una cultura in cui da molto tempo il cambiamento è considerato come intrinsecamente buono» 24.

I concetti e i valori del 'selfism’ non contribuiscono a formare e a mantenere relazioni personali permanenti, né rafforzano quei valori — quali il dovere, la pazienza, e il sacrificio — grazie ai quali si possono conservare gli impegni. Vitz sostiene che il diffondersi di questa psicologia nella società abbia contribuito in maniera determinante alla distruzione delle famiglie: «Con monotona regolarità la letteratura del culto del Sé parteggia per quei valori che incoraggiano il divorzio, le rotture, la dissoluzione dei legami coniugali e familiari. Tutto ciò è fatto in nome della crescita, dell’autonomia, e del ‘continuo fluire’» 25. Attribuisce perciò alle psicoterapie di autorealizzazione una pesante distruttività sociale, oltre che la responsabilità per la decadenza del senso di responsabilità morale.

Passando dai risultati delle teorie del Sé alle condizioni che hanno reso possibile il loro successo, l’autore analizza il processo per cui le teorie di Fromm, Rogers, Maslow e May sono diventate ideologie popolari e commercializzate. Vitz ritiene che le radici socio-economiche della psicologia dell’autorealizzazione vadano cercate nella società dei consumi. «Il ‘selfism’ è la filosofia ideale del consumatore, perfettamente appropriata a coloro che hanno soldi e tempo libero. Va bene soprattutto per coloro che consumano servizi, come viaggi e moda». L’autorealizzazione appare quindi come un elemento di uno stile di vita, funzionale all’economia industriale urbana. Appena le economie dell’Occidente hanno cominciato ad avere bisogno di consumatori, hanno sviluppato un’ideologia ostile alla disciplina, all’obbedienza e favorevole al dilazionamento della gratificazione. Patrocinando l’esperienza ‘here and now’, la psicologia del Sé offriva un aiuto insperato all’industria della propaganda commerciale.

Da ultimo — last but not least — la critica di Vitz appunta i suoi strali sulla dimensione anticristiana delle terapie autorealizzative. «Storicamente — afferma — il ‘selfism’ deriva da un umanesimo esplicitamente anticristiano e la sua ostilità al cristianesimo è l’espressione logica delle sue divergenze

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dottrinali circa la natura del Sé, la creatività, la famiglia, l’amore e la sofferenza» 26. In esso vede un surrogato secolare della religione, al quale va fatto risalire il culto del Sé che si attualizza, oggi così diffuso. Lo contrappone categoricamente al progetto spirituale cristiano: «L’inflessibile e unilaterale ricerca di una glorificazione del Sé è in diretta contraddizione con l’ingiunzione cristiana a perdere il Sé. Certamente Gesù Cristo non visse e non patrocinò una vita che coi criteri di oggi potrebbe essere qualificata come ‘autorealizzata’. Per il cristiano il Sé è il problema, non il potenziale paradiso» 27. Ancora una volta ritroviamo l’immagine del Sé come idolo, che configura un’antropologia antitetica a quella cristiana. Si acutizza però anche il disagio per la notevole confusione che avvolge il concetto del Sé. Leggendo la saggistica a cui ci siamo riferiti, si fa sempre più netta la convinzione che quando teologi e psicologi parlano di «perdere se stesso» o di «realizzare se stesso», non si riferiscono alla stessa realtà psicologica ed esistenziale. Il dialogo naufraga così miseramente su equivoci semantici.

Abbiamo passato in rassegna alcune critiche teologiche al concetto di autorealizzazione, intorno a cui ruota il tentativo più esplicito di legittimare la spinta sociale al cambiamento. È una critica che si rivolge, più che ai procedimenti psicoterapeutici in se stessi, ai presupposti ideologici e al modello antropologico promosso. Alla teologia sta a cuore affermare, in positivo, la trascendenza della salvezza cristiana, che non si identifica con l’autorealizzazione che può compiere l’uomo. Al tempo stesso, però, i teologi che combattono con intenzioni demistificatorie il progetto autorealizzativo tendono a trasmettere un’immagine parziale del cristianesimo. Riservando il vero cambiamento esclusivamente alla conversione, sottolineano lo stacco tra le traversie dell’esistenza individuale — che si struttura in rapporto a una situazione socioculturale concreta la quale prevede uno sviluppo, e in cui possono sorgere conflitti con gli impegni presi nel passato — e la vita spirituale. Perché si possa recuperare l’unità naturale — soprannaturale del progetto umano, è necessario procedere a una riformulazione della fedeltà in chiave dinamica. Di questo nuovo discorso sulla fedeltà, indispensabile per rinnovare la dottrina tradizionale degli «stati di vita», vogliamo tracciare ora le linee portanti.

5. Verso una concezione dinamica della fedeltà

È tramontata l’epoca della fedeltà? L’ideale di vita che vi si ispira non gode oggi buona stam-pa. Già la stessa restrizione semantica del termine

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― di fedeltà si parla quasi esclusivamente nell’ambito della vita di coppia, precisamente là dove i nuovi costumi la sottopongono alla maggiore conflittualità — testimonia la sua emarginazione nella costellazione dei valori che strutturano la vita contemporanea. La fedeltà ha cessato di ispirare quei progetti di vita in cui l’impegno aveva la connotazione di una disponibilità illimitata. Era un ideale di perfezione consegnarsi con «santa indifferenza» nelle mani dell’autorità, la quale poteva disporre a discrezione e contare su una fedeltà assoluta, in un rapporto gerarchico in cui l’ineguaglianza era riconosciuta e accettata. Oggi questa fedeltà, che era uno stile di vita ancor più che uno stato, non ha più corso. «Si può dire che questo ideale di fedeltà oggi non è colto. La credenza nell’avvenire e nel progresso, l’esperienza di un cambiamento incessante di cui ci si compiace di dire che è uniformemente accelerato, la necessità di rendersi malleabili, di piegarsi al profilo di un mondo fluido, la certezza che tutte le situazioni sono inedite, la dissoluzione del gruppo sociale tradizionale ― che trasmetteva valori e regole indubitabili —, l’attenzione nei confronti dell’individuo in ciò che ha di originale, alla sua soggettività incomparabile, alle sue vicissitudini e alle sue chances, tutto ciò e molte altre ragioni ancora impediscono di cercare nel passato un modello capace di guidare la vita» 28. In netto contrasto con il posto che la fedeltà aveva nella morale tradizionale, oggi essa suscita diffidenza. Si ha paura di essere ingannati dall’ideale di fedeltà, come se la fedeltà ci sottraesse il movimento della vita e l’apertura al futuro.

Eppure la fedeltà non può essere così facilmente eliminata dalla nostra immagine dell’uomo. Essa incrementa la fiducia degli uomini tra di loro, e quindi è un elemento fondante della convivenza umana; inoltre realizza anche un tratto importante di quella unità dell’uomo che è un’immagine dell’unità divina 29. Anche un’antropologia razionale non può non vedere che la fedeltà umana ha le sue radici ultime nell’oggettività del mondo. C’è sempre un mondo oggettivo che precede l’intervento della nostra libertà, ed è necessario riconoscere questa limitatezza. Senza una scelta, non ci si àncora in questo mondo. La decisione, che implica anche il coraggio di rinunciare alle molte possibilità a favore di una sola, attua questo radicamento 30. Essere fedele significa allora consacrarsi al compito proposto dalla realtà presente, inscritta come un’esigenza nella oggettività del mondo e fatta propria mediante il processo della decisione concreta. «Contro la tentazione di vivere a modo proprio — cioè secondo la passione —,

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la fedeltà restaura un’obiettività alla quale bisogna piegare il desiderio per esistere conformemente alla ragione» 31. Il valore umano della fedeltà può essere stabilito anche nel quadro di un’antropologia più centrata sull’esistenza dell'uomo. È pur vero che la filosofia esistenzialista è una delle principali responsabili del declino della fedeltà come valore. Alle grandi incertezze sul senso della storia e sul futuro del mondo, l’esistenzialismo ha aggiunto l’insicurezza sulla «identità» individuale. La radicalità con cui sembra distrutto ogni progetto di vita a portato alcuni esistenzialisti, ispirati a una concezione personalista dell’uomo, a riflettere sul posto che ha la fedeltà nell’esistenza individuale 32. La loro analisi ha gettato una luce ancora più cruda sulle contraffazioni della fedeltà; ma al tempo stesso ha fatto emergere le strutture antropologiche della vera fedeltà: l’impegno in una gerarchia di verità e di valori (secondo Mounier, una persona raggiunge la piena maturità solo quando si impegna a una fedeltà che valga più della vita); l’interpersonalità, che crea il legame tu-noi-io; le dimensioni della storicità: memoria fedele, presenza e impegno per il futuro; la creatività; le manifestazioni sociali della fedeltà; le sue condizioni etiche, che includono anche la giusta disciplina.

La sfida a rintrodurre la fedeltà nella spiritualità del cristiano è stata assunta dalla teologia morale contemporanea. Ne fa fede B. HringHäring che ha assunto come Leitmotiv della sua sintesi della morale cristiana la libertà e la fedeltà creativa 33. La teologia morale, radicandosi nel nostro

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tempo, non ne subisce semplicemente gli influssi. Anzi, può fornire a sua volta criteri per discernere, tra quanto viene proposto come liberazione dell’uomo, ciò che contribuisce davvero alla liberazione e ciò che lo asservisce agli idoli di moda. Mentre il dibattito teologico spinge a discriminare, come abbiamo visto, tra l’autorealizzazione umana e la conversione evangelica, la morale contribuisce a distinguere la fedeltà della mera stabilità. «La nostra costanza — afferma Häring — diventa vera fedeltà solo mediante un genuino discernimento che elimina le false fedeltà ed approfondisce quelle autentiche». I cristiani non sono chiamati a una fedeltà qualsiasi, ma alla fedeltà dell’alleanza. Lungi dall’identificarsi con la stabilità, questa può domandare rotture radicali col passato («Avete udito che fu detto... ma io vi dico»; «chi non abbandona il padre, la madre... »). La fedeltà a se stessi va completata, in prospettiva cristiana, con la fedeltà a Colui che chiama e agli altri. L’autorealizzazione narcisistica, così coltivata nel nostro tempo, si equilibra mediante l’impegno verso il «tu/noi», che deriva dal carattere dialogico o intersoggettivo della fedeltà. La fedeltà, infatti, non esprime solamente una costanza nella scelta degli oggetti, ma è anche una risposta al desiderio dell’altro, parola data all’altro. Più precisamente, è proprio la costanza della parola data che specifica la fedeltà, distinguendola dalla costanza dell’attaccamento.

L’etica cristiana della fedeltà deve assimilare la nozione di conflitto, con tutta la sua complessità messa in evidenza dalla psicologia 34. L’uomo è fatto tanto per la fedeltà che per il cambiamento. Le sue disposizioni naturali lo spingono ugualmente a cercare l’attaccamento e a trasgredirlo. Il carattere reciproco dell’impegno, inoltre, può costituire un fattore sia di costanza, sia di cambiamento. Possono cambiare gli interessi individuali (un fenomeno non esclusivo dell’adolescenza: anche l’adulto può modificarsi, sotto la spinta di un’evoluzione inerente alla propria storia); può cambiare l’«altro», creando così una situazione in cui il mantenimento dei legami interpersonali e degli impegni diventa conflittuale. La fedeltà in tali casi può essere vissuta come una tensione dolorosa, che si accompagna a un sentimento di impotenza. Più difficili da riconoscere sono quei quadri patologici della fedeltà in cui non esiste conflitto o sofferenza acuta, ma solo noia e stanchezza. La fedeltà in tali casi può avere un effetto sterilizzante: è una barriera che impedisce di entrare in contatto con le proprie aspirazioni profonde. La creatività, che si richiede alla fedeltà come garanzia di autenticità, modifica il modo abituale di rappresentarsi

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il compito della fedeltà nell’ambito di quadri socio-culturali statici. Anche la spiritualità ne è coinvolta. A proprio vantaggio. Perché la spiritualità cristiana è pur sempre obbedienza allo Spirito, il cui programma è di «far nuove tutte le cose».

6. Dagli «stati di vita» alle «fasi della vita»

Riferendoci ancora una volta alla crisi della concezione della vita incentrata sui valori di fedeltà, dobbiamo registrare che le critiche di maggior peso sono quelle di natura antropologica. La fedeltà umana, in quanto costume sociale e ideale spirituale, si fondava su un’immagine dell’uomo che oggi ci è diventata estranea. Essa privilegiava la ragione. Pur definendo l’uomo come animal rationale, accentuava talmente l’aggettivo da lasciare completamente in ombra il sostantivo. Vivere secondo la ragione comportava il dovere di sganciarsi dai condizionamenti pulsionali nella vita, raggiungendo già nella storia un perfetto equilibrio sopra-temporale. In questo ideale si rifletteva «una teoria dell’essenza umana che, al limite; significa che non c’è niente di imprevisto, che gli avvenimenti non sono che lo sviluppo di ciò che era già precedentemente contenuto nella essenza, che tutta la vita è, in ultima istanza, condensata in un nucleo compatto, che essa deve essere presa o lasciata in blocco e che la questione della fedeltà è chiara, perché consiste unicamente nel domandarsi se ci si accetta o ci si separa radicalmente da se stesso... Questa immagine classica dell’uomo è per noi oggetto di dubbio. Non crediamo più in quel compimento sempre anticipato che prometteva l’essenza: ciò che ci domina è la certezza dell’incompiutezza, della finitezza; prendiamo sul serio l'azione; comprendere l’uomo come soggetto pratico ci convince che rimaniamo sempre distanti da noi stessi, da quella chiara domenica in cui potremo godere di noi stessi, riposarci in una pienezza immediata» 35.

La concezione essenzialistica ha segnato profondamente la spiritualità cristiana. La spiritualità degli «stati di vita» ce ne offre una chiara testimonianza. Validi tentativi di superare questa concezione sono stati fatti da quei teologi che hanno cercato di introdurre le categorie temporali nella fondazione stessa della teologia spirituale. Citiamo, per tutti, la teologia «esperienziale» di V. Truhlar 36. La vita spirituale si situa per Truhlar fondamentalmente a livello di esperienza. Ispirandosi a quei teologi

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che hanno stabilito un fecondo confronto tra la metafisica classica e il punto di vista della filosofia trascendentale moderna — in particolare a K. Rahner — Truhlar considera l’esperienza come una situazione gnoseologica sui generis. Il sapere di cui è questione nella vita spirituale non è il «pensare» concettuale, né quella conoscenza della realtà che acquisiamo mediante la sperimentazione: è il sapere relazionato all’esperienza del proprio essere e dell’Assoluto, comune a tutti gli uomini. È indubbiamente una percezione peculiare, perché l’essere non si sente mediante determinate percezioni sensitive, immaginative, concettuali, né per il tramite della volontà o del sentimento: l’accesso all’essere è diretto, «acategoriale». Questa esperienza dell’essere accompagna ogni categoria dell’attività umana, benché come tale non possa mai essere afferrata con i concetti.

Valorizzando l’elemento esperienziale della vita umana, la teologia spirituale trova un centro unificatore. Essa non ha più bisogno di localizzarsi nel regno sopratemporale delle essenze, ma può calarsi nel contingente, nel mutevole. Un posto particolare nella sistematizzazione della vita spirituale attribuisce Truhlar alle traversie dell’esistenza, cioè a quelle vicende della vita che distruggono i valori acquisiti (amore umano, salute, beni materiali, stima, onore, vedute culturali, politiche religiose), che costringono a ristrutturare il quadro della proprio vita. «Che cosa apportano alla genesi di una vita spirituale ed esperienziale? Se l’uomo sotto i colpi non si intorpidisce o irrigidisce, viene affinato da un processo di maturazione personale che riguarda specialmente l’amore e la rinuncia. Nella separazione dal valore... l’uomo vive il fatto che il valore perduto non è la persona stessa; percepisce in sé qualcosa che, in tale separazione, perdura nel cambiamento del mondo e dei suoi oggetti; cioè percepisce se stesso. E quanto più i valori raggiungono l’intimo, tanto più intensamente l’uomo, dopo la loro distruzione, prende coscienza di sé, trova il suo nucleo personale che è pure il suo fondo esperienziale» 37.

Nella teologia spirituale di Truhlar viene efficacemente recuperato l’elemento contingente dell’esperienza umana, come occasione di un incontro autentico con l’Assoluto che per il cristiano è sempre «esperienza di Cristo». Si passa cosi da una concezione monolitica e atemporale della vita spirituale, dove l’incontro con il reale concreto è una minaccia destabilizzante, al suo contrario: ogni singolo frammento di esperienza umana può essere punto di «ignizione» dell'Assoluto. Qui va denunciato pero anche un limite. La vita umana viene segmentata, rischiando di perdere la sua forma strutturale, la sua Gestalt. In particolare, la valorizzazione unilaterale della «puntualità» dell’esperienza disattende il fenomeno, ben noto

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in antropologia medica e in psicologia, della strutturazione dell’esistenza individuale per «fasi». Ogni fase della vita ha la sua caratteristica insostituibile, e anche un suo compito specifico. Se non si assume ogni fase nella seguente, integrandovela stabilmente, si hanno sviluppi patologici a livello psichico. E anche spirituale. La pedagogia religiosa non ha ben assimilato questa lezione. Insistendo sulla totalità del corso della vita, da strutturare con una di quelle decisioni tipiche con cui si determina il proprio «stato di vita», ha distolto l’attenzione dalle fasi specifiche, e dalla dialettica che si instaura tra fase e totalità. Nelle diverse fasi della vita esistono differenze nel comprendere e valorizzare gli aspetti esistenziali della vita umana (dolore, malattia, morte, separazioni), nonché un differente rapporto esistenziale alle verità religiose, agli obiettivi morali e alle mete della spiritualità. La teologia deve elaborare una fenomenologia del corso della vita umana, come strumento di una spiritualità che si rivolga all’uomo nei suoi vissuti concreti.

L’unico tentativo degno di nota in tal senso è un breve saggio di Romano Guardini dedicato alle età della vita 38. Anche se il pensiero di Guardini non è stato in seguito ripreso e valorizzato, rimane un’indicazione valida, che la teologia spirituale potrebbe sviluppare. L’orizzonte in cui si muove Guardini è filosofico. Vuol mettere in evidenza le esperienze umane fondamentali sulle quali riposa ogni pensiero. Nello stesso tempo traccia uno schema ideale di sviluppo, con le sue crisi, pericoli e vantaggi, che assicura creatività alla vita umana. Una creatività che non si limita alla ricerca filosofica in senso intellettuale, ma che si rivolge piuttosto alla «sapienza», e quindi alla vita stessa come creazione sapienziale.

Guardini concepisce le «età della vita» come forme fondamentali della esistenza umana, modi caratteristici della vita dell’uomo in diversi periodi del suo cammino, dalla nascita alla morte. Comportano delle maniere peculiari di sentire, vedere e agire di fronte al mondo. Tra le fasi e l’insieme dell’esistenza esiste un rapporto dialettico. Ogni fase della vita esiste in funzione del tutto e di ciascuna altra parte. I fenomeni della memoria e della previsione manifestano l’unità della vita; la quale, appunto perciò, può acquistare la fisionomia etica e spirituale di un progetto. La vita non è un insieme di pezzi, ma un tutto che è presente in ogni momento dello sviluppo. Ma ogni fase, d’altra parte, costituisce un’unità ben definita, che ha il suo proprio significato. I caratteri di ogni fase sono così nettamente marcati, che l’individuo non trapassa semplicemente da una fase all’altra, ma deve staccarsene. Ogni distacco costituisce una crisi caratteristica. Se non si supera la crisi, lo sviluppo armonico di tutta la esistenza è minacciato.

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Tra l’infanzia e l’adolescenza va situata la crisi della pubertà. Le esperienze fondamentali dell’infanzia — l’affermazione incondizionata del proprio essere, l’universale parentela di tutte le cose, il dialogo incessante che unisce l’uomo a ciò che lo circonda, la voce di Dio — vengono assunte nell’esperienza che struttura la giovinezza: quella dell’assoluto. In questa fase di idealismo naturale predomina la purezza che rifiuta ogni compromesso, unita alla convinzione che le idee vere possono modificare la realtà. È il periodo che vede nascere il coraggio di prendere delle decisioni da cui dipenderà la vita intera. Le decisioni possono essere prese di fronte a Dio, a se stesso, a un altro essere umano con la nascita dell’amore; si traducono nella scelta di una professione, nell’adesione a una vocazione, in un legame affettivo. Nella giovinezza per lo più prendono forma quelle scelte che struttureranno il resto della propria esistenza — eventualmente la scelta dello «stato di vita» —. La crisi che segna il passaggio all’età adulta è quella dell’esperienza. Prendendo coscienza della realtà, l’idealista naturale deve riconoscere che l’assoluto non è tagliato nell’esistenza in modo semplice. Incombe il pericolo di capitolare di fronte alla realtà, adottando un atteggiamento positivista o di scetticismo: molte cose per le quali ci si era impegnata la vita finiscono per non avere più senso. È il grande disincanto cui non sfugge nessuna esistenza umana. Il «taedium vitae» può installarsi in modo permanente. Se invece si accettano i limiti e le insufficienze della vita, si entra nella maturità spirituale. Nella fase della vita della maturità l’esperienza fondamentale è quella della durata, ancorata sulla stabilità interiore della persona. Anche questa fase del pieno possesso delle proprie forze conosce una crisi: la crisi del distacco, che raggiunge il suo culmine con l’accettazione della morte. Solo attraverso questa porta bassa si entra nelle zone profonde dell’esistenza, si accede all’esperienza del mistero.

È troppo presto per dire se la teologia tradizionale degli «stati di vita» sarà definitivamente abbandonata, o se conoscerà un nuovo sviluppo, incentrandosi intorno ai temi che oggi più attirano l’attenzione: la valutazione positiva dell’autorealizzazione personale, la concezione dinamica della fedeltà, la spiritualità esperienziale, la riflessione antropologico-sapienziale sulle fasi di vita. Più che un ramo secco da tagliare, appare come un tronco capace di portare, dopo gli innesti appropriati, nuovi frutti.

NOTE

1 La voce «stati di vita» non è contenuta né nel Nuovo dizionario di spiritualità (a cura di S. De Fiores e T. Goffi), Roma 1979, né nel Dizionario enciclopedico di spiritualità (a cura di E. Ancilli), Roma 1975, né nel Lessico di Spiritualità di V. Truhlar, Brescia 1973.

2 Si vedano le considerazioni che svolge R. Simon nell’introdurre il volume Divorzio e indissolubilità del matrimonio, tr. it. Assisi 1973. Nel convegno di moralisti di cui vengono riprodotti gli atti per affrontare adeguatamente il tema del divorzio e dell’indissolubilità del matrimonio non si è potuto evitare di confrontarsi con il problema di fondo della fedeltà.

2bis K. Rahner, «Stati dell’uomo», in Sacramentum mundi, vol. VIII, Brescia 1977, pp. 27-31.

3 Cfr. C. Antoine, «Etats de vie», in Dictionnaire de Théologie catholique, t. 5/1, Paris 1939, pp. 905-911.

4 Cfr. C. Antoine, ivi; vedi pure M. Gaucheron, «Devoir d’état», in Catholicisme, t. 3, Paris 1952, pp. 707-8.

5 Una nozione correlata è quella di «grazia di stato», che è l’aiuto divino appropriato per compiere i doveri del proprio stato. Gli autori hanno considerato la possibilità che ci si impegni in uno stato di vita diverso da quello previsto dalla propria vocazione, o che si defletta dal proprio stato, impegnandosi in situazioni irregolari. In pratica, il discorso verteva sul passaggio ad un secondo matrimonio o sull’abbandono dello stato religioso. In questi casi, non potendo appellarsi alla grazia di stato, non restava che il ricorso all’azione della misericordia divina. Cfr. E. Jacquemet, «Grâces d’état», in Catholicisme, t. 5, Paris 1962, pp. 175-177. Connesse con le considerazioni sullo stato di vita e sulle grazie di stato, troviamo spesso la raccomandazione di ponderare saggiamente la scelta di uno stato di vita che corrisponda alla vocazione personale.

6 Cfr. R. Carpentier, «Etats de vie», in Dictionnaire de spiritualité t. IV/2, Paris 1961, pp. 1406-1428.

7 Cfr. L. Sartori, nell’introduzione generale al Dizionario di pastorale della comunità cristiana, Assisi 1980, p. 37 ss.

8 J. LeclercqValeurs chrétiennes, Tournai, Paris 1952, p. 172.

9 Ib., pp. 179-180.

10 F. Lepargneur, «L’état de maladie», in Présences 90 (1965), pp. 81-90.

11 Cfr. F.M. Robert, «Théologie de la maladie», in Présences 93 (1965), p. 33.

12 Per una trattazione più ampia del problema della malattia come «stato di vita», cfr. S. Spinsanti, Etica cristiana della malattia, Roma 1971.

13 J. Remy, «Fidelité aux engagements et structure des échanges sociaux», in Lumière et Vie 10 (1972) 6-24. Tutto questo fascicolo di L. et V., dedicato alla fedeltà, contiene materiale utile per l’argomento che stiamo sviluppando.

14 Ib., p. 22.

15 Il saggio di G. Sheehy, Passaggi, tr. it. Milano 1978, collocabile tra la divulgazione psicologica e il giornalismo, rende in modo molto efficace l’«ethos» del cambiamento che domina la cultura odierna, specie americana.

16 Cfr. S.J. Korchin, Psicologia clinica moderna, tr. it. Roma 1977, p. 616 ss. Il movimento del potenziale umano è una delle voci di quell’orientamento d’insieme che ha preso il nome di «psicologia umanistica». Cfr. C. Buehler - M. Allen, Introduzione alla psicologia umanistica, tr. it. Roma 1976; V. Voelker (a cura), Humanistiche Psychologie. Ansätze einer lebensnahen Wissenschaft von Menschen, Weinheim 1980; R. May, Psicologia esistenziale, tr. it., Roma 1970.

17 Vedi K.W. Back, «Self-realization therapies», in Encyclopedia of Bioethics, New York 1978, pp. 1547-51. La voce tratta in modo esauriente anche la problematica etica connessa con tali psicoterapie. Conclude che «è emersa a sufficienza l’evidenza di danno e di pericolo per autorizzare qualche controllo pubblico sul movimento».

18 R.K. HudnutThe Bootstras fallacy. What the Self-Help books don’t tell you, London 1978. Il titolo è assolutamente intraducibile: si riferisce a un’espressione idiomatica inglese che significa «contare unicamente sulle proprie forze». Far credere che sia possibile autorealizzarsi senza l’aiuto della grazia — è la tesi del libro — è l’inganno che le psicologie in questione tendono all’uomo moderno.

19 Ib., p. 11.

20 «La mia tesi in questo libro è che coloro che si realizzano recuperano la religione negli atti passivi dello spirito-preghiera, sogni, lettura della Bibbia, contatto con le emozioni, svuotamento di sé, che portano a fare più di quanto avremmo sognato che fosse possibile. Dio è negli atti passivi. Dio è il cuore che si fonde con la testa, l’interno che si fonde con l’esterno», p. 15. Per una valutazione antropologica positiva della dimensione «patica» dell’esistenza, cfr. V. von Weizsäacker, Pathosophie, Göttingen 1957.

21 A. ReuterWho says I’m OK, Concordia Publ. 1974.

22 Ib., p. 74.

23 P.C. VitzPsychology as religion. The cult of selfworship, Grand Rapids 1977.

24 Ib., p. 36.

25 Ib., p. 81.

26 Ib., p. 103.

27 Ib., p. 89.

28 J.Y. Jolif, «Fidelité humaine et objectivité du monde», in Lumière et Vie 10 (1972) p. 27.

29 Cfr. K. Hormann, «Treue», in Lexikon der christlichen Moral, Innsbruck-Wien 1976.

30 J.B. Metz, «Decisione», in H. Fries, Dizionario teologico, tr. it. Brescia 1968, I, p. 434.

31 Sono le considerazioni che svolge J.Y. Jolif nell’articolo sopra citato. A suo avviso, «gli antichi non avevano torto di vedere nella fedeltà una disposizione coestensiva a tutta la vita morale, allo stesso tempo che la via di accesso all’umanità. Deve essere compresa in questo modo, perché essa è, nel suo fondo stesso, riconoscimento e accettazione di quelle che si potrebbero chiamare le regole fondamentali dell’esistenza umana».

32 Cfr. G. Marcel, «Fidelité créatrice», in Du refus à l'invocation, Paris 1940, pp. 199-217; M. Nedoncelle, De la fidelité, Paris 1953; E. Mounier, Il personalismo, tr. it Roma 1966.

33 B. Haering, Liberi e fedeli in Cristo, 3 voll., Roma 1980-81. La crisi della fedeltà nella cultura contemporanea non è minimizzata, bensì presa come stimolo a ripensare cristianamente la fedeltà: «Uno dei fenomeni più preoccupanti del nostro tempo è la rottura di tanti matrimoni e l’alta percentuale di preti e religiosi che lasciano la loro vocazione originaria. In conseguenza di ciò i giovani tendono a non assumersi gli impegni di vita ben definiti. Vogliono sperimentare il matrimonio senza il vincolo dei voti matrimoniali o senza impegni pubblici di alcun genere. Sembra che molti di loro abbiano bisogno di maggior tempo per diventare capaci di impegnarsi al livello di un’opzione fondamentale. Inoltre molti di quelli che ritengono di aver avuto il necessario grado di «identità» quando si sonò impegnati nel matrimonio o nella vita religiosa, ora si chiedono se l’oggetto del loro attuale impegno corrisponda ancora al loro impegno originario. Tutto ciò è un sintomo di profondi cambiamenti culturali, di nuove concezioni del matrimonio e del celibato e anche del cambiamento intervenuto nell’autocomprensione della chiesa, Liberi e fedeli in Cristo, vol. II, Roma 1980, p. 85 s. Tra i contributi teologici più rilevanti al ripensamento della fedeltà in chiave dinamica citiamo: P. de Locht, Les risques de la fidelité, Paris 1972; H. Kramer, Unwiderrufliche Entscheidungen im Leben des Christen, München-Paderbom 1974; K. Demmer, Die Lebensentscheidung, Ihre moraltheologische Grundlage, München-Wien 1974; V. Ayel, Inventer la fidelité au temps des certitudes provisoires, Lyon 1976.

34 Osservazioni molto pertinenti sulla psicologia dinamica della fedeltà si possono trovare in D. Widloecher, Approccio psicologico del problema della fedeltà, in Aa.Vv., Divorzio e indissolubilità del matrimonio, tr. it. Assisi 1973, pp. 105-123.

35 J-Y. Jolif, «Fidelité humaine...», art. cit., p. 32.

36 Cfr. V. Truhlar, Concetti fondamentali della teologia spirituale, Brescia 1971. Nell'introduzione alla nuova edizione, Brescia 1981, si può trovare una discussione più ampia del significato della teologia «esperienziale» di Truhlar nel contesto della spiritualità moderna.

37 V. Truhlar, Lessico di spiritualità, Brescia 1973, p. 666.

38 R. Guardini, Die Lebensalter und die Philosophie, Würzburg 1955.

La chiesa anno zero: i primi tre giorni

Sandro Spinsanti

LA CHIESA ANNO ZERO: I PRIMI TRE GIORNI

Riflessioni sul Triduo Pasquale

Edizioni Paoline, Bari 1976

pp. 95

95

INDICE

pg

  5     L’attualità di tre giorni antichi

  9     I - LA PIAZZA

10         Guardare la croce dalla piazza

13         Gesù e i rivoluzionari del suo tempo

17         La strumentalizzazione ideologica del messaggio di Gesù

19         L’orizzonte politico come tentazione

22         La religione abbraccia gli opposti

23         La nuova umanità nel progetto dei poeti

27         Contemplazione e politica

29         La forza dirompente dell’amore

35     II - LA TOMBA

37         Il silenzio, terra dell’uomo

41         Pienezza che trabocca nel silenzio

43         L’ammutolimento dell’apologetica

47         Il «pianissimo» della parola di Dio nel cosmo

48         Dio è il regista della storia?

53         Il prezzo del dialogo della fede

57         Un silenzio singolare da un campo di concentramento

61         Dio rinuncia alla potenza

67    III - LA MENSA

69        A mensa con il Risorto

73        L’incontro a mensa, oggi

75        Una cultura senza convivialità

77        La mensa nella comunità cristiana delle origini

79        “Ecco un ghiottone e un beone”

84        Il rito e la profezia

87        La prassi del condividere come proposta economica

91        “Il pane di domani, dacci oggi”

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L’attualità di tre giorni antichi

Un venerdì, un sabato, una domenica: tre giorni senza confronto nella storia del mondo. I cristiani da secoli li hanno incastonati in una cornice sacra, fatta di mistero e devozione: la “settimana santa”. Tre giorni che il cristiano considera come il nodo della storia, il segno definitivo dell’amore di Dio per gli uomini, la promessa e il compimento della salvezza. Per la chiesa sono i giorni decisivi della nascita. La pietà degli scrittori e degli artisti cristiani ha amato rappresentare la chiesa come nascente dal costato di Cristo trafitto in croce,- riferendo ad essa il simbolismo di quel sangue e quell’acqua che, secondo la testimonianza dell’evangelista Giovanni, sgorgarono dal petto del crocifisso.

Nel calendario ebraico questi tre giorni, per quanto importanti, erano molto meno carichi di significato: erano semplicemente la vigilia di un giorno di festa, un sabato — un solenne sabato di Pasqua — e il giorno seguente, il primo di una nuova settimana.

Nel calendario romano, poi, questi stessi tre

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giorni scomparivano addirittura nella banalità quotidiana. Tre giorni di routine. Ernest Hemingway nel racconto Oggi è venerdì ha reso in modo suggestivo quest’atmosfera del mistero impantanato nella banalità. Lo scrittore immagina i discorsi dei soldati romani che hanno preso parte alla crocifissione. A notte inoltrata siedono nella taverna, appesantiti dal vino e abbrutiti dalla stanchezza. Non distinguono quei fatti dalle altre numerose cose spiacevoli che fanno parte della loro corvée. Solo un lieve tremito di emozione per un condannato diverso dagli altri. («Non voleva scendere dalla croce. Non era questo il suo destino... Ne ho visti tanti! Ve lo dico io: ci stava bene oggi, lassù!»). Ma anche questa impercettibile vibrazione viene soffocata nel vino. Quei soldati sono impermeabili a qualsiasi senso trascendente fatti che hanno vissuto. Questi perciò scivoleranno via senza scalfire in nulla il loro mondo interiore. L’inquietudine non riesce a far breccia («Via, torniamo all’accampamento. Sto come un cane stanotte». «Sei stato quaggiù troppo tempo. Ecco tutto») 1. Una volta tornati a Roma, anche quell’esecuzione capitale diversa dalle altre sarà dimenticata: niente più che una lieve increspatura sulla superficie del mare, presto assorbita nell’eterna cantilena di onde sempre uguali.

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Ogni anno la chiesa celebra la memoria di quei tre giorni. Per i più questa celebrazione non desta alcuna eco interiore. Cade in un deserto analogo alla distratta noncuranza dei soldati romani. Anche se vengono rispettate le convenzioni sociali che nei paesi cristiani distinguono questi giorni (il venerdì santo, per esempio, gli spettacoli pubblici sono sospesi e la radio diffonde solo solenne musica classica), la massa non è neppure sfiorata dall’appello esistenziale degli avvenimenti commemorati.

All’altro estremo troviamo i cristiani devoti. Per essi il venerdì santo, il sabato santo e la domenica di Pasqua parlano della profondità del dramma divino e umano che ha spaccato in due parti la storia dell’umanità: prima e dopo Cristo. Questa minoranza tra i cristiani solennizzerà il “sacro triduo” partecipando alle celebrazioni liturgiche della settimana santa, quel complesso di riti antichi che a tutt’oggi non ha perduto niente in suggestività.

Ma non esistono solo gli indifferenti e i cristiani fervorosi. Ci sono anche tutti coloro che hanno difficoltà a schierarsi, che non si trovano a loro agio né tra i bravi pagani, né tra i bravi cristiani. Figli dell’inquietudine, non tirano di lungo accanto alla croce di Gesù e non. si siedono sul suo sepolcro a giocare a dadi. Sono turbati dai fatti di quei tre giorni, ma non sanno

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dar voce al turbamento. Non riescono a usare né le parole pensate e misurate del dogma della chiesa, né le parole levigate dalla pietà con cui si esprime la liturgia.

Per costoro quel venerdì, quel sabato e quella domenica non sono il “triduo sacro”, già ritualizzato, quanto piuttosto i primi tre giorni dell’anno zero della chiesa. E non si voglia comprendere questo atteggiamento come disfattismo nei confronti della chiesa e della sua storia plurisecolare, quasi volessero accusarla polemicamente di non aver capito Colui che essa predica. No. Oggi molti credenti hanno veramente l’impressione di trovarsi in una situazione di inizio. Non disprezzano le parole sapienti e devote con cui la chiesa ha espresso la sua comprensione del mistero di salvezza sul quale essa è fondata. Semplicemente non riescono ad appropriarsele. Hanno bisogno di interrogarle a partire dalla propria situazione umana, magari di riscoprirle nuove e limpide, come fossero pronunciate per la prima volta.

Insieme a costoro — credenti o mal credenti, cristiani dubbiosi o turbati, soprattutto giovani in cerca di un’espressione della fede agganciata alle proprie esperienze vitali — ci lasciamo interrogare da una croce, da una tomba, da una mensa. Non tre oggetti qualsiasi, presi a caso, ma i luoghi in cui per la fede cristiana avviene l’incontro definitivo tra Dio e gli uomini.

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LA PIAZZA

Il fatto che domina il venerdì santo è la croce:

«Lo condussero fuori per crocifiggerlo...

Era l’ora terza quando lo crocifissero.

E l’iscrizione che riferiva il motivo della sua condanna era:

“Il re dei Giudei”.

Crocifissero pure con lui due ladroni, uno alla sua destra

e l’altro alla sua sinistra» (Mr 15,20-27).

Da quel giorno i discepoli di Gesù, lungo tutti i secoli, hanno guardato alla croce come al luogo in cui la “buona novella” che egli aveva proclamato con le parole e con le azioni si condensa e si rivela. Il patibolo di un giudeo come epifania: manifestazione di ciò che Dio vuol essere per l’uomo e di ciò che l’uomo può essere con Dio. Ma come bisogna guardare la croce affinché essa riveli il mistero di salvezza che contiene?

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Guardare la croce dalla piazza

Alcuni la guardano dal cielo. Come corrispettivo iconografico di questo tipo di approccio pensiamo al noto quadro di Salvator Dalì in cui la croce troneggia come vista dall’alto. Chi la guarda così la vede con l’occhio del credente, istruito dal dogma della chiesa. La croce gli appare, insieme alla risurrezione, come l’opera di Dio per la salvezza spirituale degli uomini. La fede della chiesa è solita esprimere il senso della morte di Gesù mediante le categorie giuridiche o culturali già presenti nel Nuovo Testamento: come "giudizio”, come “sacrificio", "per noi” o "per i nostri peccati”, come "rappresentanza vicaria”.

«Ecco il legno della croce

a cui fu appeso il Cristo,

Salvatore del mondo»,

canta la liturgia del venerdì santo. A questa proclamazione i fedeli rispondono unanimi:

«Venite, adoriamo».

Una seconda prospettiva che troviamo tra i cristiani è lo sguardo rivolto alla croce a partire dal proprio cuore. È la prospettiva esistenziale. Ecco come ne parla Rudolf Bultmann, il teologo evangelico che ha portato alle estreme conseguenze il progetto di liberare la fede cristiana dalle sue formulazioni dogmatiche o

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"mitologiche”: «In quanto evento di salvezza la croce di Cristo non è un evento mitico; è bensì un fatto storico, che trae origine dall’evento, storicamente accertabile, della crocifissione di Gesù Nazareno. Nella sua portata storica questo evento esprime il giudizio sul mondo, il giudizio che libera gli uomini. E in quanto esso è tale, il Cristo è crocifisso "per noi”, ma non secondo una qualche teoria della soddisfazione o del sacrificio. L’evento della croce, così come la storia ce lo tramanda, ha creato, col significato che gli è peculiare, una nuova situazione storica; a chi l’ascolta, l’annuncio della croce come evento salvifico pone questa alternativa: se intenda o no far suo il significato dell’evento, se intenda cioè farsi crocifiggere insieme al Cristo» 2.

La croce, insomma, interrogata con Bultmann a partire dal progetto esistenziale umano, rimanda all’esistenza stessa, capita come un’inaudita possibilità offerta all’uomo: «L’evento che si realizza nel Cristo consiste quindi nella rivelazione dell’amore di Dio, che libera l’uomo da se stesso perché diventi se stesso, aprendogli la via per una vita d’abbandono nella fede e nell’amore».

Oggi si rende necessario guardare la croce di Gesù anche da una terza prospettiva: quella

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dell’impegno politico. Bisogna guardare la croce dalla piazza. Questo punto di vista è meno peregrino di quanto può sembrare a prima vista. La croce di Gesù è stata di fatto un evento di piazza. La folk, spontanea o manipolata, vi ha preso parte. La politica è stato il movente esplicito del processo e della condanna La politica, d’altra parte, è per noi, uomini di quest’ultimo quarto del XX secolo, un oggetto di passione suprema; non un oggetto astratto, ma un oggetto terribile, da cui colano la sofferenza e il sangue degli uomini. Per noi fare una politica umana vuol dire risolvere il problema della sopravvivenza del genere umano. E i cristiani di oggi, infine, hanno assunto un atteggiamento diverso nei confronti della politica. Rifiutano di dissociare la croce e la piazza. Non vogliono più vivere la fede in Cristo e la lotta per la liberazione dell’uomo come due poli in conflitto. Non accettare neppure di sentirli in parallelo, l’uno accanto all’altro. Vogliono aderire ad una fede che animi la lotta, e abbracciare una lotta che non sia sconfessata dalla fede.

Troppo a lungo ha pesato sui discepoli di Cristo il sospetto che non fossero dei buoni cittadini di questo mondo. La croce ricorreva spesso sulla loro bocca, ma solo nel senso di rassegnazione. Gesù era dipinto come l’agnello di Dio che soffre senza aprir bocca, l’esatta antitesi del "leone di Giuda”. E al suo discepolo veniva raccomandata, in nome della croce, la sottomissione e la pazienza, fonti di meriti per la

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vita eterna. Chi si stupisce che questo atteggiamento abbia prestato il fianco all’accusa di alienazione? che addosso ai cristiani sia stato tagliato lo slogan: «Religione, oppio dei popoli»?

Ora però l’ago della bussola ha fatto un giro di 180 gradi. Numerosi cristiani sono calamitati oggi dalla rivoluzione, così come in passato lo erano dall’ordine. Si stabiliscono paralleli audaci tra i resistenti politici del tempo di Gesù — gli Zeloti — e quei guerriglieri cristiani che si nascondono nelle foreste dell’America Latina. Il Che Guevara assume nell’iconografia i tratti del Cristo. E non manca chi pretende di leggere attraverso le righe dei Vangeli per ricostruire un presunto ritratto originario di Gesù come ribelle politico messo a morte dai Romani al pari di tanti altri animatori di sommosse.

Gesù e i rivoluzionari del suo tempo

Gesù è morto come un rivoluzionario? La tesi è seducente. Esistono nei Vangeli accenni inequivocabili che ci obbligano a riconoscere il carattere politico della morte di Gesù. Se guardiamo la croce dalla piazza, dobbiamo denunciare in essa un assassinio politico. La condanna a molte di Gesù è stata, infatti, decretata ed eseguita dai Romani, i quali si interessavano unicamente all’atteggiamento politico dei loro sudditi.

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È avvenuta mediante la croce, lo strumento di tortura con cui i dominatori del mondo mettevano fine alla vita di chi minacciava il loro potere. Se Gesù fosse stato giustiziato secondo la legge ebraica, sarebbe finito sotto un cumulo di pietre, lapidato, non crocifisso. L’iscrizione al di sopra della croce adduceva, infine, come motivo della condanna la pretesa della regalità: «Re dei Giudei». Fu Pilato a condannare a morte Gesù, non il sinedrio. Anche se aveva consultato le autorità religiose giudaiche e aveva trovato la compiacenza, sempre opportunista, del partito del sommo sacerdote, era il procuratore il responsabile giuridico di quell’esecuzione. Benché per gli Ebrei fosse importante la scomunica religiosa del sinedrio, il fatto decisivo di tutta la vicenda era stato il processo politico tenuto dal rappresentante dell’autorità imperiale romana.

La morte di Gesù ha risvolti politici innegabili; ma sono sufficienti per fare di Gesù un esponente della resistenza giudaica? Le testimonianze storiche riportate dai Vangeli inducono piuttosto a pensare che si sia trattato di un errore giudiziario. Il tenore particolare della predicazione di Gesù non fu compreso. Dai Romani — tutt’altro che sottili in questioni religiose — Gesù fu confuso con uno dei tanti capi zeloti che periodicamente sonavano la tromba

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della riscossa nazionale, riunivano attorno a sé un pugno di esagitati e finivano regolarmente crocifissi. L’ultima sollevazione, quella del 70 d. C., portò ad un massacro di proporzioni apocalittiche e alla distruzione della città santa. Per i Romani Gesù non era altro che un sassolino caduto sotto il rullo compressore della loro macchina imperialista. Tutt’al più poteva suscitare nello scaltro Pilato un vago sentimento di compassione per il suo idealismo.

Le autorità religiose giudaiche dovettero capire invece che Gesù non era uno zelota. Ma non potevano approvare questo solista che cantava fuori del coro. Il fine strategico degli Zeloti era diverso da ciò che intendeva Gesù. Essi in fondo miravano a restaurare lo stato teocratico israelitico mediante una duplice lotta: contro le classi dirigenti collaboratrici con gli occupanti Romani e contro i Romani stessi. Da una parte volevano esautorare quei connazionali che permettevano il diffondersi di un’ingiustizia sociale sfacciata e tenevano in piedi l’organizzazione religiosa del tempio basata sulla corruzione; dall’altra, volevano ributtare in mare i Romani per ritrovare l’indipendenza nazionale. Tanto in campo religioso che sodale e politico, erano dei restauratori di un ordine antico, quello del regno teocratico di David. La disperazione li spingeva a ricorrere anche alla violenza. L’ala estrema del movimento non rifuggiva dal puro e semplice assassinio politico: erano i sicari, armati di “sica”, cioè del terribile pugnale, che usciva

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all’improvviso di sotto alle pieghe dell’abito e colpiva a tradimento — fratelli gemelli dei terroristi politici moderni...

Gesù non ebbe niente a che vedere con costoro. E non perché fosse un’anima candida che aveva orrore del sangue. Semplicemente, il loro orizzonte non era il suo. Neppure con gli Zeloti più moderati poteva sintonizzarsi. Gesù non era solo contrario alla violenza, ma alla stessa azione politica di tipo insurrezionale.

Durante la breve ma intensa stagione della sua attività di predicatore popolare in Palestina, non sono mancati tentativi di fargli prendere posizione. Si capisce: chi non aveva interesse ad aggiogare al proprio carro l’astro nascente del giovane rabbi di Nazareth? Una scena riferita dagli evangelisti ci mostra i partiti rivali in atto di disputarsi il suo appoggio. Erodiani e farisei vanno insieme a fargli un’intervista sul suo credo politico: «È lecito o no pagare il tributo all’imperatore?» (Lc 20,22). Gli erodiani erano collaborazionisti degli occupanti e i farisei simpatizzanti dei partigiani zeloti. Se la risposta sarà affermativa, i rappresentanti dell’ordine stabilito sapranno di averlo dalla loro parte. Allora lo lasceranno pure predicare dei gigli del campo e degli uccelli del cielo, della beatitudine della povertà e del perdono delle offese: tutto ciò non lo renderà pericoloso per il potere. Se

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invece dirà che non bisogna pagare il tributo che li asservisce a Roma, i ribelli — con pugnale o senza — sapranno di avere in lui un predicatore utile per animare la resistenza spirituale.

La strumentalizzazione Ideologica del messaggio di Gesù

Il tentativo di accaparrare l’appoggio di Gesù a favore del proprio programma politico non è finito con la sua morte in croce. Rimane la sua dottrina, e questa è più facilmente manipolabile della sua persona. Rimane la sua chiesa, e questa ha un potere da non sottovalutare. Si è cercato in passato e si cerca tutt’ora di dedurre una politica dal Vangelo. In fondo è irrilevante se questa sia di segno conservatore o rivoluzionario. Che la croce sia usata per fregiare i labari di Costantino, per sostenere gli europei nell'opporsi all’espansionismo turco, per rinsaldare la politica del trono e altare, per indire crociate anticomuniste o per benedire il mitra dei guerriglieri sudamericani, si tratta sempre di una strumentalizzazione della croce stessa. Questi sono i casi più macroscopici. Altre volte la manipolazione del messaggio di Gesù è più raffinata, e quindi più subdola. Così avviene quando dal Vangelo si deduce l’interclassismo. In nome della pacificazione universale attuata da Cristo si pretende di mettere insieme i lupi e gli agnelli; ma i lupi non mangiano ancora paglia...

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In senso contrario avviene ugualmente una forzatura del Vangelo di Gesù quando si riduce la sua scelta dei poveri ad una scelta di classe e si afferma che essere cristiano vuol dire lottare politicamente per una classe contro un’altra.

Torniamo alla scena evangelica di Gesù sottoposto alla domanda capziosa sul tributo. Si fa mostrare la moneta del tributo. Non la prende neppure in mano: se la fa mostrare. «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Un modo diplomatico per uscire dall'impasse? Sì, anche questo. Ma non solo questo. Gesù non prende posizione sulla questione scottante se quella particolare situazione politica sia giusta o ingiusta e sulla strategia più opportuna: collaborazione, resistenza passiva o terrorismo politico. Si situa di colpo al di là del problema politico. Si dia a Cesare il denaro — quel denaro, del resto, per il quale Gesù non ha mai nascosto il suo disprezzo ma si dia a Dio ciò che è sua proprietà; cioè tutta la persona: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» (cf Mr 12,30). La risposta di Gesù non era astuta secondo le astuzie della carne. Il suo effetto fu infatti quello di inimicargli allo stesso tempo sia l’uno che l’altro partito. I resistenti non riuscivano ad assimilarlo alla loro strategia e i collaborazionisti subodoravano terreno

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infido dietro quel radicalismo spirituale. La risposta di Gesù non era figlia dell’astuzia, ma della sapienza. Gesù lasciava parlare lo spirito di Dio che lo guidava. Egli si schierava totalmente dalla parte di Dio e del suo Regno imminente. Il suo orizzonte era quello dei profeti, non quello dei politici e neppure quello dei teologi. La speranza centrale di Gesù si concretizzava nell’attesa di un Regno futuro e si esprimeva nell’invito alla conversione. Può essere impopolare dirlo, specie oggi che i valori sociali sono al primo posto nel nostro umanesimo, ma Gesù non si preoccupava della riforma delle strutture sociali. Attribuiva la priorità alla conversione individuale e al cambiamento dei cuori; esortava a cercare in primo luogo e con tutte le forze il Regno di Dio: il resto sarebbe stato dato in sovrappiù.

L’orizzonte politico come tentazione

Per questo rifiutò di assumere un ruolo politico. Ci sono state ore nella sua vita in cui la scelta ha assunto toni drammatici. Quando, in mezzo all’entusiasmo popolare suscitato dalla moltiplicazione dei pani, alcuni galilei — probabilmente degli Zeloti — volevano fare di lui un messia politico e un liberatore nazionale, era stato costretto a salvarsi con la fuga. Il suo rifiuto di lasciarsi coinvolgere dal gioco delle parti

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politiche lo aveva opposto frontalmente a Pietro. Quando questi aveva cercato di dissuaderlo dal prendere la via che lo avrebbe portato all’impopolarità («Che ciò non ti succeda mai!»), lo aveva rinnegato come discepolo, come amico, come uomo; lo aveva trattato da oppositore demoniaco: «Via da me, Satana!» (Mt 16,21-23).

La vita pubblica di Gesù è inquadrata da due episodi, uno all’inizio e uno alla fine, che hanno un elemento comune: la tentazione. Quella del deserto, raccontata in modo fantastico e simbolico, ruota con tutta evidenza intorno al potere (cf Mt 4,1-11). La comprensione più lucida del significato di quell’episodio è forse quella che ne ha avuto Dostoievsky nella leggenda del Grande Inquisitore, inserita nei Fratelli Karamazov: la volontà di Gesù di rimanere esclusivamente nell’ordine della fede per salvaguardare la libertà dell’uomo e impedire al suo messaggio di degradarsi in assolutismo e alienazione.

L’altro episodio di tentazione, questa volta realistico, è quello che conclude la parabola della vita pubblica di Gesù. Avviene nell’orto del Getsemani. I tempi stringono. I soldati romani si stanno avvicinando per arrestarlo. Alcuni dei suoi discepoli sono armati. Non sarebbe forse l’occasione opportuna per giocare il tutto per il tutto, sottrarsi all’arresto, tentare la carta dell’insurrezione popolare? — Il popolo era dalla sua parte: glielo aveva dimostrato solo pochi

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giorni prima accogliendolo trionfalmente a Gerusalemme. — Gesù resiste a quest’ultima tentazione: «Riponi la spada al suo posto», ordina al discepolo interventista (Mt 26,52). Allora quelli che erano con lui, crollata l’ultima speranza di agganciarsi alla resistenza popolare, fuggono. Gesù rimane solo. È andato controcorrente. Forse nel suo intimo ammirava coloro che lottavano per la restaurazione religiosa, sociale e politica della sua patria. Ma non poteva schierarsi dalla loro parte senza tradire la propria missione. Aveva già intuito quale sarebbe stata la propria fine. Tra breve avrebbe bevuto il calice sino alla feccia: crocifisso fuori città, tra due ladroni.

All’apparenza il suo destino può assomigliare a quello di uno Zelota, magari più sfortunato degli altri perché giustiziato ancor prima di aver tentato di mettere mano alle armi. In realtà Gesù e i rivoluzionari del suo tempo si trovavano agli antipodi. I cosiddetti rivoluzionari — perché propriamente si può parlare di rivoluzione solo quando c’è un processo di trasformazione intensiva delle forze produttrici — miravano strategicamente a una restaurazione e utilizzavano come tattica l’insurrezione; Gesù pensava al Regno di Dio e predicava la conversione.

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La religione abbraccia gli opposti

L’orizzonte politico e quello religioso sono irriducibili l’uno all’altro. L’atteggiamento politico tende a favorire la dialettica dei rapporti di forza tra le parti: la politica, infatti, suppone concretamente l’opzione per una parte contro un’altra, per una classe contro la sua antagonista, per un progetto contro il suo contrario. L’atteggiamento religioso invece tende per natura sua alla globalità universale, vuol unire in sintesi sempre più vaste. La religione infatti è superamento delle opposizioni, sintesi dei contrari. Come Dio «fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi» (Mt 5,45), Gesù lava i piedi a Giovanni e a Giuda. Nella parabola del Regno la sala del convito deve essere piena, comprendendo tutti quelli che vengono trovati per strada, «cattivi e buoni» (Mt 22,10). Quasi a simbolo di universalismo Gesù sceglie per formare la cerchia ristretta dei suoi intimi sia Simone lo Zelota che Matteo il gabelliere collaborazionista. E Paolo, sviluppando con vigore l’implicita portata universalistica del messaggio di Gesù, parla della salvezza come abolizione del muro di divisione religiosa tra giudei e pagani per «riconciliare ambedue con Dio in un sol corpo» (Ef 2,16). La religione tende all’abbraccio universale. Benché le esperienze religiose si iscrivano nella storia e siano perciò parziali (anche nel senso di essere "di parte"), sempre però esprimono l’esigenza di superare i confini,

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di scavalcare le barriere, di annullare le particolarità che dividono. Dio libera un popolo, Israele, ma intende la liberazione di tutte le nazioni; Gesù si proclama mandato ad evangelizzare i poveri e a solidarizzare con gli emarginati, ma sa di annunciare la volontà di Dio per ogni uomo, sino alla fine del mondo. Il linguaggio più adeguato per esprimere questa salvezza religiosa totale non è quello delle analisi politiche, bensì quello delle evocazioni profetiche:

«Ecco che io creo nuovi cieli e nuova terra;

non ci si ricorderà più del passato,

né esso tornerà alla mente;

mi rallegrerò in Gerusalemme

e mi allieterò in mezzo al mio popolo;

non si udrà più in esso voce di pianto e grido.

Il lupo e l’agnello pascoleranno insieme;

il leone e il bue mangeranno il fieno

e il serpente avrà per suo pane la polvere;

non si farà del male, né si opereranno distruzioni

su tutto il mio santo Monte —

dice il Signore!» (Is 65,17-25).

La nuova umanità nel progetto dei poeti

Anche la poesia, quando è grande, porta a considerare il destino degli uomini in un orizzonte universale, al di là di ogni partigianeria.

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Un’attenta lettrice della classicità greca con animo da cristiana, la sconcertante Simone Weil, ha potuto vedere nell'Iliade un’intuizione precristiana del Vangelo. L’Iliade è, da capo a fondo, il poema della forza, ma è attraversata dall’amarezza che procede dalla tenerezza e che si stende su tutti gli umani, eguale come il chiarore del sole. «Vincitori e vinti sono ugualmente prossimi, sono i simili, del poeta e degli uditori. Se una differenza c’è, è che la sventura dei nemici viene sentita forse più dolorosamente [...]. La straordinaria equità che ispira l’Iliade ha forse esempi a noi sconosciuti, ma non ha avuto imitatori. A malapena ci si accorge che il poeta è greco e non troiano [...]. Questo poema è una cosa miracolosa. In esso l’amarezza verte sull’unica giusta causa di amarezza: la subordinazione dell’anima umana alla forza, vale a dire, in fin dei conti, alla materia. Questa subordinazione è la stessa in tutti i mortali, sebbene l’anima la porti diversamente secondo il grado di virtù. Nessuno vi si sottrae nell’Iliade, così come nessuno vi si sottrae sulla terra. E nessuno di coloro che vi soccombono è per questo considerato spregevole».

«Il Vangelo — continua Simone Weil, che, da parte sua, ebrea di origine, abbracciò il cristianesimo col cuore, ma senza lasciarsi battezzare — è l’ultima e meravigliosa espressione del genio greco, come l’Iliade è la prima; lo spirito della Grecia vi traspare non soltanto nel fatto

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che esso comanda di ricercare, ad esclusione di ogni altro bene, "il regno e la giustizia del nostro Padre celeste”, ma anche perché vi è esposta la miseria umana, e questo in un essere divino al tempo stesso che umano [...]. Colui che ignora fino a qual punto la volubile fortuna e la necessità tengono ogni anima umana alla loro mercé, non può considerare suoi simili né amare come se stesso quelli che il caso ha separato da lui con un abisso. La diversità delle costruzioni che pesano sugli uomini fa nascere l’illusione che vi siano tra di loro specie distinte cui non è dato comunicare. Non è possibile amare né essere giusti se non si conosca l’imperio della forza e non lo si sappia rispettare [...]. Tanto i Romani come gli Ebrei si credettero sottratti alla comune miseria umana, i primi quale nazione prescelta dal destino ad essere padrona del mondo, i secondi grazie al favore del loro Dio e nella misura esatta in cui gli obbedirono. I Romani disprezzavano gli stranieri, i nemici, i vinti, i loro sudditi, i loro schiavi; per questo non ebbero né epopea né tragedie. Sostituivano le tragedie con i giochi del circo. Gli Ebrei vedevano nella sventura il segno del peccato; dunque un motivo legittimo di disprezzo; guardavano i nemici vinti come se Dio stesso li avesse in orrore e li condannasse ad espiare delitti, ciò che rendeva lecita e addirittura indispensabile la crudeltà. Per questo nessun testo dell’Antico Testamento rende un suono paragonabile a quello dell’epopea greca,

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se non forse talune parti del poema di Giobbe» 3.

Simone Weil ritiene che noi ritroveremo il genio epico quando sapremo credere che nulla è al riparo dalla sorte, e quindi non d lasceremo indurre ad ammirare la forza, odiare i nemici, disprezzare gli sventurati. Non sembra una prospettiva per il nostro oggi. La sua conclusione ha l’accento pungente del realismo: «Chi aveva sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse ormai al passato, ha voluto vedere in questo poema un documento; chi sa discernere la forza, oggi come un tempo, al centro di ogni storia umana, vi trova il più bello, il più puro degli specchi». I poeti progettano un mondo abitato da uomini diversi; i profeti lo aspettano, sperando contro ogni speranza. Nella prospettiva religiosa dei profeti i cieli nuovi e la nuova terra, dove non d saranno più lacrime da asciugare, sono opera di Dio, che viene a instaurare il suo Regno. Gesù lo dichiara tanto imminente che già lo si può toccare: anzi è il Regno stesso che già tocca gli uomini con la felicità delle beatitudini. Questa fede, questa speranza, non possono camminare con scarpe confezionate dalla politica: vanno loro troppo strette.

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Contemplazione e politica

Religione e politica sono forse due rette parallele destinate a non incontrarsi mai? Ciò è impossibile già per il semplice fatto che l’uomo che crede e l’uomo che trasforma la società possono, anzi devono, essere la stessa persona. L’obbedienza della fede domanda anche l’impegno concreto dell’azione politica, perché non si può chiamare discepolo di Cristo chi si limita a dire: «Signore, Signore» (cf Mt 7,21). Ma nessuna scelta politica può reclamare l’avallo incondizionato del Vangelo. Tra l’ordine politico e l’ordine religioso c’è uno scarto. Malgrado la simpatia per il cristianesimo mostrata da alcuni movimenti di liberazione politica, coloro che hanno ricevuto il compito di annunciare il Vangelo nella sua integralità non possono rinunciare a proporre il cristianesimo quale salvezza religiosa universale.

La chiesa di Cristo annuncia che il piano di Dio mira a superare, in un abbraccio finale, la dialettica dei contrari. Ci si può riferire a questo orizzonte solo mediante la fede, l’utopia, o la poesia; sempre, comunque, andando al di là del semplice spostamento di forze tra individui, gruppi o classi dovuto all’azione politica. Riferirsi a quell’orizzonte è contemplazione. E la contemplazione del cristiano si accende quando guarda la croce, il patibolo di Gesù di Nazareth. Questo tipo di contemplazione non è solo l’attività propria dei monaci. Anche il credente più

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impegnato nella lotta politica può “contemplare”. Contemplazione per lui vuol dire lasciarsi annunciare, nel più vivo della sua azione, la buona notizia che Dio vuole realizzare l’abbraccio universale che è impossibile alla sola politica, e che questo abbraccio è già nel mondo mediante la croce di Gesù.

La contemplazione del piano di Dio nella sua universalità fa sì che la lotta politica non si assolutizzi. La politica non è l’ultima parola dell’uomo. Anche la società più giusta che si voglia costruire non si identifica col Regno di Dio. Perciò la fede, aprendo un orizzonte senza limiti, relativizza qualsiasi costruzione politica. Essa denuncia come realtà penultima anche l’utopia sociale più perfetta e stimola a un continuo superamento.

Il cristiano che è abitato dalla promessa biblica è un difficile compagno di strada per ogni gruppo politico. La sua adesione non è mai definitiva, mai senza riserve. Lo scriveva, in modo estremamente eloquente, Don Milani a Pipetta, un giovane comunista di San Miniato: «È un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. San Paolo non faceva così [...]. Hai ragione, sì, tra te e i ricchi sarai sempre te povero ad aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione. Ma come è poca parola questa che tu mi hai fatto

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dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu mi hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta, quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: “Hai ragione”. Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: "Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei cieli è loro”. Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene, Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai né fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degna d’un sacerdote di Cristo: “Beati quelli che hanno fame e sete”» 4.

La forza dirompente dell’amore

Per neutralizzare la tentazione ricorrente di ridurre il Vangelo a ideologia basta tener presenti le beatitudini. Quelle parole sono di un

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metallo speciale, che non fa lega con nessun impasto politico. L’azione rivoluzionaria, là dove sia necessaria o addirittura doverosa, non ha bisogno di giustificarsi riferendosi al messaggio di Gesù. Basta il ricorso alla dignità dell’uomo per difendere la legittimità di un intervento che voglia eliminare l’oppressione e lo sfruttamento. Chi, al contrario, persegue una strategia di ordine e conservazione non è autorizzato a servirsi delle parole di Gesù per proporre una “politica cristiana”, con tutto l’organismo connesso di “istituzioni cristiane”. Gesù e la sua dottrina hanno ima qualificazione religiosa. Hanno, è vero, un impatto nel campo politico; ma questo non è né di tipo rivoluzionario, né di tipo legalitario, ma piuttosto di tipo radicale o anarchico.

In senso etimologico “anarchia” vuol dire “negazione del potere”. Il potere si conquista con la forza: con la forza di una classe, di un’organizzazione o di un’ideologia. La conquista del potere è sempre lo spostamento della forza da una parte all’altra dell’organismo sociale. E il potere si mantiene con la forza. Esiste solo un’alternativa radicale alla logica del potere: l’amore. Per questo Gesù col suo comandamento dell’amore si situa più sul versante dell’anarchia che su quello della politica:

«Voi sapete che fu detto:

Amerai il tuo prossimo

e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico:

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Amate i vostri nemici,

pregate per coloro che vi perseguitano,

affinché siate figli del Padre vostro

che è nei cieli;

perché egli fa sorgere il suo sole

sopra i cattivi e sopra i buoni

e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

Perché, se amate quelli che vi amano,

quale premio meritate?

Non fanno altrettanto anche i pubblicani?

E se salutate solo i vostri fratelli,

che cosa fate di più?

Non fanno forse altrettanto i pagani?

Siate dunque perfetti

come è perfetto il Padre vostro celeste»

(Mt 5,43-48).

Gesù si è distanziato dai sovversivi del suo tempo non solo perché dava la priorità assoluta al cambiamento del cuore, ma soprattutto perché chiedeva la rinuncia alla violenza. Ha spinto anzi la sua esigenza fino all’impossibile possibilità dell’amore per i nemici. Anche San Paolo, sulla scia del Maestro, esortava i cristiani di Roma a privilegiare la conversione individuale: «Non modellatevi sul mondo presente, ma che il rinnovamento del vostro giudizio vi trasformi e vi faccia discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è buono, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rm 12,2).

Noi oggi siamo più avvertiti sulla reciproca

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influenza tra conversione individuale e riforma delle strutture. Sappiamo che il cambiamento delle strutture ingiuste e oppressive esige un’azione politica metodica, esigente, un impegno spinto fino all’ascetismo. Ma non dimentichiamo che la linea d’orizzonte della politica si chiama amore. Su questo orizzonte sta piantata una croce a ricordarcelo.

Roger Garaudy, tracciando il bilancio della propria vita, riconduce tutto il suo mondo interiore a una triplice realtà: la politica, l’arte, la fede:

«L’essenziale della politica marxista è di creare le condizioni economiche, sociali, politiche perché ogni uomo sia un uomo, un partecipante attivo e cosciente alla creazione continua, e questo nella lotta contro tutte le forme dell'avere (proprietà, Stato, ideologia) che sono alienazioni dell'essere.

«L’essenziale dell’estetica è di insegnarci a coincidere con l’atto creatore, a discernere, in ogni opera forte, non il riflesso di un mondo già esistente ma il progetto di un ordine possibile. L’arte non è esplorazione gratuita di forme; è ima maniera di vivere: quella che permette l’emergenza poetica dell’uomo.

«L’essenziale della fede è di giocare la vita sulla scommessa che la realtà più profonda è l’amore, cioè la scelta di uscire da sé per darsi all’altro. All’altro, chiunque sia.

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«Io mi avvicino così all'affermazione centrale della mia vita: la politica, la creazione artistica e la fede sono una sola cosa».

Il filosofo non si ferma all’analisi. Fa un passo ulteriore, riconducendo la politica, la creazione artistica e la fede all’amore. Nell’amore scorge «la legge fondamentale dell’essere». E termina la sua autobiografia spirituale con una professione di fede nell’amore, di quell’amore che ha la croce come simbolo:

«Marx mi ha insegnato a scoprire le vie della sua vittoria.

«Il socialismo e il comunismo sono stati sfigurati e screditati dall’esperienza staliniana e dai suoi postumi.

«Il socialismo e il comunismo, da Thomas Münzer a Karl Marx e da Che Guevara a Mao Tse-tung, hanno dato un volto alla speranza degli uomini.

«Il mio compito di comunista è di rendergli questo volto.

«Il volto della pienezza umana, in tutte le sue dimensioni.

«Vivere secondo la legge fondamentale dell’essere: l’amore.

«La Croce me ne ha insegnato le rinunce.

«La Risurrezione i superamenti.

«Io sono cristiano» 5.

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II

LA TOMBA

«Un uomo di nome Giuseppe,

membro del sinedrio,

persona dabbene e giusta,

che non aveva dato il suo consenso

alla loro decisione,

né ai loro atti,

nativo di Arimatea, città dei Giudei,

il quale aspettava il Regno di Dio,

se ne andò da Pilato

e chiese il corpo di Gesù.

E dopo averlo sceso dalla croce,

lo avvolse in un lenzuolo

e lo depose in un sepolcro

scavato nella pietra,

dove ancora nessuno era stato messo.

Era il giorno della Parasceve,

e il sabato cominciava ad illuminarsi.

Le donne che erano venute dalla Galilea con Gesù

accompagnarono Giuseppe,

sicché videro il sepolcro

e in qual modo

corpo di Gesù vi era stato deposto;

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poi, ritornate indietro,

prepararono gli aromi e i profumi.

Quindi il sabato osservarono il riposo,

secondo il precetto» (Lc 23,50-55).

Così racconta San Luca gli avvenimenti che seguirono la crocifissione e la morte di Gesù. All’imbrunire del venerdì sera comincia il grande riposo del sabato. Gli ebrei infatti contavano i giorni da sera a sera. Con la prima stella si placa, come per incanto, il tumulto di quella giornata drammatica. Le grida degli scalmanati in piazza, il vociare degli esecutori dell’apparato per ammazzare, il pianto degli spettatori impotenti a fermare la violenza omicida, l’urlo e- stremo dei condannati: tutto viene ricoperto dalla notte col manto pietoso del suo silenzio. Neppure la lamentazione funebre, così teatrale in Oriente — e pur così sana per l’equilibrio psicologico dei sopravvissuti! — Il cadavere viene deposto in fretta nel sepolcro, all’imboccatura vien fatta rotolare la pietra, e il sipario cala sulla tragedia. Silenzio. Tra l’ultima eco di pianto del venerdì sera e i clamori di gioia della domenica mattina si stende una lunga isola di silenzio.

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Il silenzio, terra dell'uomo

Noi ci siamo messi alla ricerca di come i fatti culminanti della vita di Gesù interpellano la chiesa di oggi. Potremmo sentirci tentati di saltare questa pausa di silenzio. Là dove non risuonano parole e non succede niente ci sentiamo presi dall’angoscia del vuoto. Il silenzio ci sembra una camicia di forza per la nostra umanità, fatta per la parola e per l’azione.

Ma non sarebbe saggia la fretta di uscire dal silenzio. È anch’esso una terra dell’uomo, anche se meno esplorata di altre. In uno studio dedicato al “mondo del silenzio” Max Picard osserva che «il silenzio non consiste solo nel fatto che l’uomo cessa di parlare. Il silenzio è più che una semplice rinuncia alla parola, è più che un semplice stato in cui l’uomo può mettersi quando gli aggrada. Dove la parola finisce comincia il silenzio. Ma non comincia perché cessa la parola. Allora diventa solo manifesto. Il silenzio è un fenomeno a sé. Appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo». Dopo aver ricordato che il silenzio forma l’uomo quanto la parola, il filosofo mette in guardia dal deprezzare per questo la parola: «L’uomo diventa uomo attraverso la parola e non attraverso il silenzio. La parola ha la supremazia sul silenzio. Ma la parola intristisce quando ha perduto il suo legame col silenzio. Perciò il mondo del silenzio, che oggi è velato, deve essere fatto di nuovo

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manifesto — non per amore del silenzio, ma per amore della parola» 6.

Il silenzio, dunque, ha valore di correttivo e di verifica della parola. Esso è indispensabile soprattutto per quelli che hanno molte parole da dire. In particolare, una riflessione sul silenzio, sulle sue dimensioni e sul suo significato, cadrà opportuna per tutti coloro che si sentono a disagio di fronte alle parole che la chiesa è solita dire sul Cristo: sul Cristo morto come sul Cristo risorto. «C’è un tempo per parlare e un tempo per tacere», sentenzia l'Ecclesiaste (3,7). Il sabato santo è un tempo per tacere, affinché la parola balzi fuori dal sepolcro del silenzio, rinnovata e rinnovatrice come la vita di Colui che fu suscitato dai morti.

Iniziando una sommaria ricognizione della terra del silenzio, osserviamo che esso nell’esperienza umana è costituzionalmente ambivalente. Il silenzio può essere segno di pienezza come di vuoto. È silenzio la contemplazione del mistico, la creazione del poeta, la comunione muta degli innamorati; ma è silenzio anche l’ammutolimento che piomba sull’uomo quando il suo universo di idee e di valori si lacera. Allora gli viene tolta la parola di bocca. È l’esperienza che fanno i

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tre amici di Giobbe. Saputo delle sue disgrazie vanno insieme a trovarlo per consolarlo. Ma la vista dell’abiezione cui è ridotto può tradursi solo in gesti («ognuno strappò il suo vestito e gettò polvere sulla propria testa») e nel mutismo attonito: «Poi si sedettero a terra e restarono così per sette giorni e sette notti. Nessuno, allo spettacolo di un così grande dolore, gli rivolse la parola (Gb 2,12-13).

La parola può morire in bocca non solo ai singoli, ma a un’intera cultura. Si è scritto molto sul malessere della civiltà occidentale contemporanea come crisi linguistica. Sembra che l’uomo, sazio di parole, abbia perduto la fiducia in esse e le ritenga incapaci di arginare il disordine che lo travolge. È una crisi che hanno avvertito soprattutto i letterati — e a ragion veduta —, dal momento che essi sono i principali artigiani della parola. All’inizio del nostro secolo, un giovane poeta della Vienna asburgica, già matura per la vendemmia della prima guerra mondiale, ha espresso, con un notevole anticipo su altri, l’ammutolimento che minaccia il letterato. Il poeta è Hugo von Hofmannstahl, il brillante librettista del Cavaliere della rosa di Richard Strauss. Nelle vesti di un immaginario lord e scrittore inglese, Lord Chandos, confessa e analizza la propria incapacità a dominare il linguaggio:

«Il mio caso — fa dire al nobile scrittore — in breve, è questo: ho perduto ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi

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argomento. In un primo tempo mi divenne gradualmente impossibile trattare temi sia elevati sia comuni e formulare quelle parole, di cui ognuno suole servirsi correntemente senza stare a pensarci. Provavo un inspiegabile disagio solo a pronunciare parole come “spirito”, “anima” o "corpo”... Le parole astratte di cui la lingua, secondo natura, si deve pur valere per esprimere un qualsiasi giudizio, mi si sfacevano in bocca come funghi ammuffiti... Questa infezione si dilatò via via, come una ruggine che si attacchi all’ingiro. Anche nelle conversazioni familiari e domestiche, ogni giudizio, di quelli che si danno per solito alla leggera e con ignara sicurezza, divenne per me a tal punto problematico, che dovetti smettere di partecipare a tali discorsi... Una per una le parole fluttuavano attorno a me; diventavano occhi che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo appuntare lo sguardo. Sono vortici, che a guardarli io sprofondo con un senso di capogiro, che turbinano senza sosta, e oltre i quali si approda nel vuoto» 7.

Malgrado la retorica un po’ decadente, propria dell’epoca, Hofmannstahl riesce a comunicare l’orrore di fronte al potere demoniaco della parola. La sua intuizione sarebbe stata anche troppo confermata dalle due guerre mondiali e dalle innumerevoli degradazioni che ha conosciuto

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il nostro secolo. In questo sabba mostruoso la parola ha rivelato un potere di manipolazione ineguagliabile. È servita a mascherare interessi ed egoismi, travestendosi da ideali; ha fomentato i conflitti, utilizzando le ideologie per la guerra fredda. Di fronte alle tragedie scatenate dalla parola il silenzio sembra essere l’unica soluzione ragionevole dettata dalla disperazione.

Pienezza che trabocca nel silenzio

Ma il silenzio ha anche un altro volto. Di contro all’ammutolimento provocato dall’irruzione del demoniaco che perverte l’uomo, esiste il silenzio come espressione dell’umano giunto al compimento perfetto. È il silenzio divino die emerge là dove l’uomo raggiunge le espressioni più autentiche di umanità. Ascoltiamo anche qui una voce. A fare da contraltare a Hofmannstahl chiamiamo Antoine de Saint-Exupéry, questo ateo sconcertante che non cessa di parlare di Dio.

Al silenzio ha dedicato una delle pagine più liriche della sua Cittadella:

«Scriverò un inno al silenzio. Tu, musicista dei frutti. Tu, abitante delle grotte, delle cantine e dei granai. Tu, vaso di miele della diligenza delle api. Tu, riposo del mare sulla sua pienezza.

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«Vigilanza di Dio sulla nostra febbre, mantello di Dio sull’agitazione degli uomini.

«Silenzio delle donne che non sono più che carne in cui matura il frutto. Silenzio in cui avviene verso il domani la sola cosa che vada da qualche parte.

«Silenzio dell’uomo che si siede e che riflette e riceve ormai senza spendere e fabbrica il succo dei pensieri. Silenzio che gli permette di conoscere e che gli permette d’ignorare, perché è bene talvolta che egli ignori.

«Silenzio del cuore. Silenzio dei sensi. Silenzio delle parole interiori, perché è bene che tu I ritrovi Dio che è silenzio nell’eterno. Tutto essendo stato detto, tutto essendo stato fatto.

«Silenzio di Dio come il sonno del pastore, perché non c’è sonno più dolce, malgrado che sembrino minacciati gli agnelli delle pecore, quando non c’è più né pastore né gregge: perché chi saprebbe distinguere l’uno dall’altro sotto le stelle quando tutto è sonno, quando tutto è .sonno di lana?

«Ah, Signore! Che un giorno, raccogliendo nel granaio la tua creazione, possa tu aprire quel gran portone alla razza chiacchierona degli uomini e allinearli nella stalla eterna, quando i tempi saranno passati, e togliere, come si guarisce dalle malattie, il loro senso alle nostre domande.

«Perché mi è stato dato di comprendere che tutto il progresso dell’uomo sta nello scoprire,

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l’una dopo l’altra, che le sue domande non hanno senso.

«Io so bene, Signore, che la saggezza non è risposta, ma guarigione dalle vicissitudini del linguaggio; lo conosco per quelli stessi che si amano e siedono, le gambe penzoloni sul muro basso davanti alla piantagione di aranci, spalla contro spalla, conoscendo bene che essi non hanno ricevuto risposta alle domande che ponevano ieri. Ma io conosco l’amore, ed è che nessuna domanda è più posta.

«E una a una, di contraddizione dominata in contraddizione dominata, m’incammino verso il silenzio delle domande e così la beatitudine.

«Raccogliendo nel granaio un giorno la tua creazione, Signore, aprici quel portone a due battenti e facci penetrare là dove non sarà più risposto perché non ci sarà più risposta, ma beatitudine, che è chiave di volta delle domande e volto che soddisfa.

«Silenzio, porto della nave. Silenzio in Dio, porto di tutte le navi» 8.

L’ammutolimento dell’apologetica

Viene spontaneo tentar di interpretare il silenzio che fascia la tomba di Gesù servendosi della duplice valenza del silenzio nella nostra

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esperienza umana. II silenzio è crisi ed è pienezza, è umanità distrutta ed è umanità realizzata. Allo stesso modo, il silenzio della tomba di Gesù parla della croce e parla della risurrezione. Esprime la rottura violenta di un progetto di vita umana centrato sull’amore e canta il trionfo, la forza sovvertitrice di questo stesso amore.

Tuttavia parlare così del silenzio sepolcrale che scende su Gesù deposto dalla croce vorrebbe dire cortocircuitare, in qualche maniera, il mistero del sabato santo. Quel silenzio non riguarda solo Gesù, in modo che la sua chiesa possa cedere senza problemi a tutte le intemperanze del verbalismo. Proprio questo ci mette a disagio: che mentre Gesù tace — in un silenzio che è ammutolimento inferto dalla violenza insensata e pace albeggiante di un’umanità nuova — i suoi discepoli parlino tanto. Parlano della chiesa, per lo più: di quanto è santa, di quanto è madre, di quanto è maestra. Nel caso migliore parlano di lui: della sua morte e della sua risurrezione, del significato della sua vita, del piano di Dio e di tante altre cose sublimi: tutte ben spiegate, e chiare, e convincenti.

«Siate pronti in ogni momento a dare una risposta, con dolcezza e rispetto, a quanti vi chiedono conto della speranza che è in voi» (1Pt 3,15), diceva San Pietro ai primi cristiani.

cristiani delle generazioni successive hanno preso questo ammaestramento tanto sul serio che hanno fatto della difesa della fede una scienza teologica: l’apologetica. Essa pretendeva di

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dimostrare con argomenti razionali la credibilità della rivelazione cristiana: che l’uomo non è uomo senza la religione; che di tutte le religioni una sola è la vera, quella di Gesù Cristo, perché egli è l’unico rivelatore accreditato da segni miracolosi inoppugnabili; che di tutti i raggruppamenti cristiani che si rifanno a Gesù Cristo solo la chiesa cattolica è la vera chiesa, l’unica depositaria della salvezza.

L’apologetica, se raramente otteneva l’effetto di convincere il non credente e il non cattolico, sembrava servire tuttavia a convincere i cattolici stessi che le parole con cui la chiesa proclamava il mistero di Dio nella storia di Gesù erano garantite dall’alto.

Ora però questa bella sicurezza sembra scossa profondamente. Le parole cristiane hanno cessato di essere ovvie, non solo per quelli che sono fuori della chiesa, ma per coloro stessi che si vogliono credenti. Per circa un millennio e mezzo la tradizione linguistica cristiana ebbe validità pubblica e condizionò la cultura generale. Le parole cristiane erano familiari come la lingua materna; il credente aveva la sensazione di essere di casa in tale tradizione. Il mondo, con la sua origine e il suo futuro, il cielo e la terra, questa vita e l’altra, il peccato e la virtù: tutto veniva spiegato con le parole della tradizione cristiana, impastata di parole della bibbia. In un universo culturale omogeneo e chiuso quel linguaggio aveva quasi il pregio dell’evidenza. C’era una risposta a tutti i perché, una confutazione

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di tutti i dubbi. E contro coloro che si situavano al di fuori di quell’organismo si metteva in funzione il macchinario dell’apologetica.

Oggi i cristiani stessi sono presi da insicurezza e imbarazzo quando fanno ricorso alle risposte collaudate dalla tradizione apologetica, Questo fatto non va sottoposto necessariamente a una lettura negativa; può essere anche indice di una maturazione. Ciò avviene quando si avverte che in rapporto a Dio è innaturale per l’uomo non il silenzio, ma la parola prefabbricata. La discrezione è il necessario correttivo delle intemperanze dell’apologetica. Allora il silenzio può diventare una scelta comprensibile, una protesta polemica contro un parlare su Dio gratuito e superficiale.

Lo scrittore tedesco Heinrich Böll, premio Nobel per la letteratura, ha fatto fare questa scelta a uno dei suoi personaggi più simpatici, il dottor Murke 9. Egli lavora alla radio come redattore e ha un hobby singolare: colleziona silenzi. Quando deve tagliare nastri in cui gli oratori hanno fatto talvolta una pausa — per prendere respiro, per sospirare o proprio per un vero, assoluto silenzio — non getta gli spezzoni nel cestino della carta, ma li raccoglie, li incolla insieme e alla sera, a casa, se li sente al registratore. La sua raccolta è ancora misera, ha

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appena tre minuti di silenzio; ma —commenta Murke — «il fatto è che non si tace molto».

A questo punto della novella il dottor Murke ha un colpo di fortuna. Si sta mettendo a punto negli studi della radio un radiodramma in cui un ateo, in una chiesa vuota, lancia al cielo per dodici volte domande sul proprio destino e sul senso della vita. Dopo ogni domanda, silenzio. Così secondo il copione. «L’aiuto-regi- sta si tolse di bocca il fiammifero masticato, ne mise in bocca uno nuovo e guardò il tecnico con aria interrogativa. “Sì”, disse il tecnico, “se proprio me lo domanda: trovo che c’è un po’ troppo silenzio”. "Così è sembrato anche a me”, disse l’aiuto-regista, “sembra perfino all’autore e mi ha autorizzato a modificarlo. Una voce deve dire semplicemente: Dio”».

Nel seguito del racconto le pause di silenzio vengono tagliate e dopo ogni domanda dell’ateo viene inserita la parola “Dio”, pronunciata fuoricampo. E il dottor Murke, raccogliendo i ritagli, acquista di colpo quasi un minuto intero di silenzio!

Il “pianissimo” della parola di Dio nel cosmo

La discrezione nel parlare di Dio si contrappone alla parola troppo facile. Questa imperversa quando ci si lascia prendere dall’eloquenza sacra e si pretende di mostrare a dito l’orma di Dio, di sorprenderlo in azione. È vero che un

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tramonto o un paesaggio alpino possono toccare corde riposte della nostra sensibilità estetica; ma non per questo siamo autorizzati a tradurre la sensazione direttamente in dimostrazione apologetica dell’esistenza e degli attributi di Dio.

La parola creatrice parla in “pianissimo”. «È un silenzio che parla; è come se altri avessero preso possesso della sua opera», afferma Newman. Dio si nasconde nella natura non meno di quanto si riveli. Non lascia vedere la sua faccia, ma solo la sua traccia. E anche questa è muta; la si può indurre a parlare d’altro che di Dio. Egli appare assente dal suo proprio mondo.

La bibbia, il libro della parola, ci sorprende quando evidenzia nella creazione il silenzio e afferma che Dio abita questo silenzio. Il creato parla di Dio, ma in modo paradossale: senza parole.

«I cieli narrano la gloria di Dio

e le opere delle sue mani

proclama il firmamento.

Il giorno racconta al giorno il messaggio,

e la notte rivela alla notte la conoscenza.

Ma tutto questo senza linguaggio, né parole,

la loro voce non si può sentire» (Sal 19,2-5).

Così il salmista. L’immensità cosmica è intessuta di silenzio. Contemplando il cielo e il movimento

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senza voce degli astri, l’uomo dovrebbe riconoscere che il silenzio cosmico non è un segno di un’assenza, ma di una presenza. «Ah, è vero — griderà Isaia — tu sei un Dio nascosto» (Is 45,15). Il credente del mondo biblico non vedeva forse nel peccato più grave che potesse immaginare, quello dell’idolatria, un tentativo di dare voce divina alla natura?

Uno dei vertici della rivelazione veterotestamentaria di Dio è la teofania al profeta Elia sull'Horeb raccontata nel primo libro dei Re:

«Ecco passare il Signore

preceduto da un forte vento

che squarciava i monti e spezzava le pietre,

ma il Signore non era nel vento.

Dopo il vento, un terremoto; ma il Signore non era nel terremoto.

Dopo il terremoto un fuoco; ma il Signore non era nel fuoco.

E dopo il fuoco

il rumore d’una brezza leggera

(letteralmente:

"la voce del mormorio tenue”).

Quando Elia lo udì, si coprì la faccia col mantello, e uscì fuori

e si fermò sull’entrata della grotta»

(1 Re 19,11-13).

Questo racconto è lievitato da un’ironia sotterranea che emerge solo quando lo leggiamo in

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connessione con l’episodio che lo precede immediatamente: la disputa di Elia sul monte Carmelo con i quattrocentocinquanta profeti di Baal. Per dare una dimostrazione inconfutabile del vero Dio, Elia organizza uno show singolare: i profeti di Baal da una parte, lui dall’altra; in mezzo un giovenco squartato, posto sopra la legna, ma senza fuoco. «Invocate il nome del vostro dio — è la sfida che Elia lancia ai suoi avversari —; io invocherò il nome del Signore: e quello che risponderà col fuoco, quello è Dio». I profeti di Baal si sgolano per tutta la giornata, senza ottenere neppure una scintilla; quando invece Elia chiama il Dio d’Israele, questi risponde con un bel fuoco. Non solo, ma anche con un grandioso temporale che pone fine alla lunga siccità. La giornata sul Carmelo termina con inni sacri, ma anche con il bagno di sangue dei quattrocentocinquanta profeti perdenti, scannati da Elia.

Trionfo della vera religione? Dimostrazione sperimentale dell’esistenza di Dio? Eppure i cuori non cambiano. Anzi, quello della regina Gezabele si indurisce ancora di più e cerca di far fare a Elia la stessa fine dei profeti di Baal. Elia fugge, si scoraggia, vuol morire: decisamente, non è migliore dei suoi padri. Dio non era nel fuoco, non era nella tempesta. La risposta del Carmelo — quella presunta risposta di Dio, incontrovertibile — è servita solo ad affilare la spada dell’intransigenza religiosa. Al trionfalismo di quella sera di euforia è seguita la depressione

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del profeta di fronte a un mondo sempre uguale. L’allusione della teofania dell’Horeb è ora più esplicita: Elia deve imparare che Dio si nasconde nel sussurro impercettibile che sfuma nel silenzio; che la parola di Dio non è disponibile automaticamente, cosicché nessuno, neppure l’uomo di religione, può pretendere di avere potere su di essa; che la presenza di Dio è mistero che interpella, non mirabolismo da baraccone.

Dio è il regista della storia?

La presenza di Dio nella natura si maschera di assenza. La sua potenza e il suo amore si nascondono dietro un velo di ferrea indifferenza, di leggi semplici e brutali. E la storia è tutt’altro che una commediola a lieto fine, con il regista ben in evidenza a tirare i fili della vicenda perché trionfi il Bene. Non sappiamo quanto ateismo di fatto derivi da un modo trionfalistico di parlare di Dio e della Provvidenza. Fa riflettere l’annotazione del concilio vaticano II che nella costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo attribuisce ai credenti stessi una certa responsabilità nel sorgere dell’ateismo. Tra le diverse cause annovera proprio una reazione critica contro le religioni e, in alcune aree culturali, anzitutto contro la religione cristiana. Non solo con i difetti della loro vita religiosa,

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morale e sociale, ma per l’appunto anche con una presentazione errata della dottrina su Dio i credenti rischiano di «nascondere, invece di manifestare, il volto autentico di Dio e della religione» (GS 19).

La visione idillica di un mondo ordinato, con Dio in cima come corona, tutto intento a condurre a buon porto la storia, è andata in pezzi. Tra i fatti più drammatici per la nostra coscienza religiosa bisogna segnalare la clamorosa bancarotta dell’Occidente cristiano: nella seconda guerra mondiale esso ha toccato abissi che sfidano l’immaginazione più perversa. Le fragili barriere della cultura sono cadute e un’orgia di violenza ha spazzato il mondo. Auschwitz ha acquistato valore di simbolo, punto di riferimento di una svolta storica della storia dello spirito. «Dopo Hegel e Auschwitz»: è una formula del filosofo tedesco Adorno. Auschwitz è il trionfo del silenzio: silenzio impotente delle vittime, separate dal mondo — simili in questo alle cavie cui gli sperimentatori recidono le corde vocali per procedere indisturbati alle vivisezioni —; silenzio vile o complice di chi sapeva; ammutolimento, sgomento di chi non trova parole per dire l'incomprensibile di quelle morti. Ma su tutto grava, come una cappa di piombo, il silenzio di Dio. «Vorrei vedere la faccia di Dio dopo Auschwitz!» diceva, con aria di sfida, un giovane ateo americano. Non sono mancati quelli che hanno interpretato questo strappo violento avvenuto nel tessuto della nostra

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umanità come la definitiva «morte di Dio». Perfino dei teologi hanno ripreso l’espressione, non so se ipnotizzati dalla formula o traumatizzati dal crollo del nostro mondo di valori; per alcuni anni in America è fiorita addirittura una «teologia della morte di Dio».

Quel che è certo è piuttosto il nostro ammutolimento su Dio. Non per una sorta di autolimitazione suggerita dalla discrezione; e neppure per la coscienza delle difficoltà cui noi andiamo incontro quando osiamo parlare di ciò che supera il nostro orizzonte di esperienza. Piuttosto ci viene strappata la parola.

Il prezzo del dialogo della fede

Un fenomeno così grave non può mancare di interpellarci. Che cosa sta succedendo? La prima alternativa radicale può essere formulata in questa maniera: la scomparsa di Dio dall’orizzonte è una perdita o un guadagno per l’umanità dell’uomo? L’uomo sta riappropriandosi di ciò di cui si era alienato a favore di Dio, oppure mutila se stesso di una dimensione essenziale dell’umanesimo? Ritroviamo qui un aspetto di quell’ambivalenza che può fare del silenzio una espressione sia di vuoto che di pienezza. Ma non si tratta tanto di risolvere un’alternativa teoretica, quanto di risolversi. La fede non è il deposito lasciato da un processo alchimistico di

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pensieri. È una scelta che ha luogo in quell’incrocio in cui confluiscono ragione, volontà, tensione morale, impegno per l’uomo, immaginazione e coraggio. La fede nasce quando la persona si sente interpellata con amore da una Persona e si apre a quell’invito nella libertà. Il modello privilegiato dell’incontro che si realizza grazie alla fede resta il dialogo interpersonale nell’amore, quello scambio in cui l'“io” e il “tu” si costruiscono e si legano indissolubilmente.

La vita di fede è il dialogo tra Dio e l’uomo. Questa proposizione suona addirittura banale. In realtà ciò che danneggia quella frase è la superficialità con cui noi siamo soliti considerare il dialogo. Finché lo immaginiamo come un soave duetto, in cui ognuno recita la sua parte prestabilita, in un gioco di corrispondenze armoniose, il dialogo tra Dio e l’uomo cadrà sotto il sospetto di essere una costruzione dell’uomo stesso. Ma il vero dialogo comporta anche una contestazione dell’altro, un’aggressione reciproca. È necessaria una rinuncia, una morte a se stesso, per creare spazi nuovi di incontro. Là parola stessa con cui si dialoga deve morire nel silenzio. Una lotta prepara all’apertura, alla comunicazione, all’incontro nell’amore. Questo è il prezzo che pagano delle libertà che mirino a fondersi in una più grande libertà e non a distruggere l’antagonista. «Tutto avviene — annota un esegeta ebraico — come se il silenzio sia stato inventato nella bibbia per metterci in guardia dalle frivolezze della parola e dalle sue

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banalizzazioni verbose, per situarci nel cuore delle dialettiche mediante le quali l’uomo è chiamato ai grandi arbitraggi dei quali è il solo a possedere le chiavi: gli arbitraggi della libertà» 10.

Per rendere possibile questo dialogo nella libertà tra l’uomo e Dio, nella bibbia il silenzio è compagno permanente della parola. È l’ombra che la segue, un’ombra nella quale la parola è sempre minacciata di ricadere. La parola di Dio non è un possesso pacifico del popolo a cui è stata rivolta. Essa può sempre sottrarsi. Il profeta Amos minaccia proprio questo castigo al popolo di Dio per indurlo a ravvedersi dei crimini contro la fraternità e la giustizia. Al termine di un'escalation di interventi punitivi sempre più gravi, annuncia quello decisivo:

«Ecco, stanno per venire giorni

— dice il Signore Dio —

in cui manderò la fame nel paese

non fame di pane, né sete di acqua,

ma d’ascoltare la parola del Signore.

Allora erreranno da un mare all’altro

e dal nord all’oriente vagheranno

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per cercare la parola del Signore

ma non la troveranno» (Am 8,11-12).

Amos suscita in noi il sospetto che l’eclisse della parola possa essere dovuta non alla morte di Dio, ma allo sviamento del suo partner umano, perdutosi per strada. Può avvenire anche che il silenzio totale, la privazione di qualsiasi parola, sia la forma d’incontro supremo. Il dialogo con Dio prende allora l’aspetto della lotta con l'Avversario: così come il lungo combattimento di Giacobbe con l’angelo della notte; solo allo spuntar dell’alba, quando le tenebre si diradano, il lottatore riceverà la benedizione (cf Gn 32,23-33). Le metamorfosi della parola di Dio nella bibbia sono così audaci da far impallidire le metamorfosi della divinità di cui parlava Ovidio a nome del mondo pagano. La parola può travestirsi da capriccio cinico, come nella richiesta ad Abramo di sacrificare il figlio; può nascondersi dietro il gioco crudele di una volontà orientata alla distruzione sadica, come nella serie di disgrazie che riducono Giobbe sul letamaio; può sottrarsi del tutto, irreversibilmente, senza alcuna possibilità di appiglio, come nell’abbandono di Gesù in braccio al potere politico: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Il dialogo della fede è tutt’altro che un idillio bucolico. Ha una dimensione tragica, che dipende dall’intreccio inestricabile del silenzio

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con la parola. Anche l’ammutolimento religioso dell’uomo contemporaneo può essere un’altra faccia di quel dialogo avventuroso iniziato con la parola divina ad Abramo: «Parti dal tuo paese, dal tuo parentado, dalla casa di tuo padre e va’ nella terra che io ti mostrerò». (Gn 12,1).

Un silenzio singolare

da un campo di concentramento

Il silenzio su Dio proprio della nostra epoca è espressione dell’impossibilità di credere o di una fede più vera? L’ambivalenza del silenzio autorizza sia l’una che l’altra lettura del fenomeno. Per tutti coloro che si occupano della cultura contemporanea l’eclissi del sacro è un capitolo d’obbligo. Ma più che le interpretazioni teoretiche ci affascinano le esperienze umane. Ci sono alcuni che, senza abbandonare la fede, hanno scelto di stabilire la propria dimora proprio in questo mondo moderno a corto di parole su Dio. Il profeta di questa nuova frontiera cristiana è il teologo evangelico Dietrich Bonhoeffer. Quel che d impressiona di più è che la sua voce ci giunga proprio da uno di quei campi di sterminio che costituiscono lo scandalo tragico per i credenti in Dio. Bonhoeffer fu arrestato infatti per aver partecipato alla congiura che aveva tentato di abbattere Hitler e porre fine al delirio nazista; dopo circa due

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anni di prigione fu giustiziato il 9 aprile 1945. In carcere cominciò a porsi interrogativi sempre più inquietanti: «Il problema che non mi lascia mai tranquillo — scriveva a un amico — è quello di sapere che cosa sia veramente per noi oggi il cristianesimo o anche chi sia Cristo... Andiamo incontro a un’epoca completamente non religiosa... Quando gli uomini diventeranno realmente non religiosi in maniera radicale, che cosa significherà questo per il “cristianesimo”?» 11.

In una lettera successiva, cercando di mettere a punto i propri pensieri, analizzava il processo attraverso il quale è sorto l’uomo areligioso moderno: «Ha raggiunto ai nostri giorni una certa compiutezza il movimento iniziatosi verso il XIII secolo, che aveva come obiettivo l’autonomia dell’uomo (intendo per autonomia la scoperta delle leggi in base alle quali il mondo vive e basta a se stesso nella scienza, nella vita sociale e politica, nell’arte, nella morale, nella religione). L’uomo ha imparato a cavarsela da solo in tutte le questioni importanti senza ricorrere alla "ipotesi di lavoro: Dio”. Il fatto è scontato ormai nelle questioni scientifiche, artistiche e anche etiche, e nessuno più osa tornarci sopra; ma da un centinaio di anni questo vale, e in misura sempre maggiore, anche per le questioni religiose; si è visto che tutto va

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avanti — esattamente come prima — anche senza “Dio”. Nell’ambito genericamente umano, come in quello scientifico, “Dio" è respinto sempre più lontano dalla vita, perde terreno. La storiografia cattolica e quella protestante sono concordi nel vedere in questa evoluzione la grande secessione da Dio, da Cristo: quanto più ci si richiama a Dio e a Cristo contro questa evoluzione, tanto più questa evoluzione interpreta se stessa come anticristiana. Il mondo, pervenuto alla consapevolezza di sé e delle proprie leggi di vita, è a tal punto sicuro di sé che ne proviamo un penoso disagio» 12.

L’audacia di Bonhoeffer consiste nell’accettare la sfida del mondo adulto e nel vedere in questa situazione culturale la fine di un equivoco e l’inizio di una riscoperta. L’equivoco che deve cessare è quello di far comparire Dio come il «tappabuchi dei nostri vuoti di conoscenza». Dio non vuol essere riconosciuto «soltanto al momento in cui siamo allo stremo delle risorse, ma nel pieno della vita». Per questa via sarà dato alla nostra epoca di vivere il dialogo della fede in modo nuovo e creativo. «Insomma — dice con forza Bonhoeffer — io pretendo che Dio non venga ficcato di contrabbando in qualche estremo e segreto ricettacolo, che si prenda molto semplicemente atto della maggiore età del mondo e dell’uomo, che non si "stronchi” l’uomo nella sua mondanità, ma lo si

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metta a confronto con Dio nelle sue posizioni più forti» 13.

Si potrebbe interpretare queste parole nel senso di un titanismo religioso, quasi che all’uomo secolare di oggi fosse chiesto di rivivere l’avventura di Prometeo che ruba il fuoco agli dèi dell’Olimpo. Non è questo però il pensiero di Bonhoeffer. Egli tiene davanti agli occhi la vicenda della croce e osa affermare che l’uomo può essere forte perché Dio ha rinunciato alla sua forza. «Dio si lascia scacciare dal mondo, sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta». Qui sta la differenza determinante rispetto a qualsiasi altra religione. Il senso religioso dell’uomo lo indirizza, nel bisogno, alla potenza di Dio nel mondo, Dio è il deus ex machina. La bibbia indirizza gli uomini all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio che soffre può venire in aiuto. Solo in questo senso si può dire che l’accennata evoluzione del mondo verso la maggiore età sgombra il terreno da una falsa visione di Dio e apre la via verso il Dio della bibbia, che acquista potenza e spazio nel mondo per mezzo della sua impotenza» 14.

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Dio rinuncia alla potenza

«Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere copie uomini che se la cavano senza Dio»: è un’altra delle frasi provocatorie di Bonhoeffer, che l’uomo religioso sente come una frustata. Ma, a veder bene, nell’esperienza religiosa giudaico-cristiana non è un fatto nuovo che il Dio biblico crea all’uomo spazi di libertà e responsabilità mondana in cui l’uomo è abbandonato a se stesso. È sorprendente che la meditazione degli scrittori spirituali del giudaismo abbia fatto e- mergere questo aspetto proprio della vicenda dell’uomo che la bibbia stessa presenta come il prototipo per eccellenza della fede: Abramo. Considerando l’insieme della sua storia, i talmudisti notavano una frattura definitiva nella vita del patriarca dopo la prova del sacrificio di Isacco (cf Gn 22). Sul monte Moria Dio rivolge la sua ultima parola ad Abramo; e Abramo, da parte sua, dopo il suo «eccomi» all’inizio della prova, non rivolgerà più una parola a Dio. È come se la linea verticale si fosse interrotta. Ormai gli ultimi episodi della vita di Abramo si svolgeranno tutti, senza eccezione, sul piano orizzontale: acquista un campo e vi seppellisce la sua sposa Sara, procura una moglie al figlio Isacco, sposa egli stesso una seconda moglie, Cetura, e, prima di morire, conferisce a Isacco l’eredità di tutti i suoi beni.

Il giudaismo ha voluto vedere in questa interruzione del dialogo verticale una decisione di

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Abramo. Pur di evitare una nuova prova, ha preferito pagare il prezzo del silenzio di Dio. Ha voluto sfuggire a quella parola che ha fatto della sua vita un seguito di prove e di sconvolgimenti. Ormai si apre solo agli altri uomini e ai doveri sociali elementari. E, dal momento che l’uomo accetta l’opera, Dio si ritira. La responsabilità dell’uomo comporta il silenzio di Dio.

Queste considerazioni, più o meno autorizzate dal testo biblico, servivano ai teologi del giudaismo per giustificare un messianismo radicato alla terra e affidato alle mani dell’uomo. Dopo la parola della bibbia l’ebreo non ha più niente da attendere da Dio; si considera lasciato a realizzare l’opera di salvezza nel silenzio e nella solitudine umana, in un orizzonte che non è aperto su alcun aldilà.

Il Dio impotente della fede cristiana, che si fa mettere in croce e rifiuta l’intervento soprannaturalistico, ci parla di qualche cosa di analogo, ma non identico. L’elemento discriminante è che la croce di Gesù illumina il motivo profondo di questa rinuncia alla potenza, che è l’amore per l’uomo. Dio tace del tutto, con la parola e con la forza, non per un freddo rispetto dell’autonomia e della libertà dell’uomo, ma perché lo ama. E per il credente la fedeltà a Dio nell’azione, quando il ponte della parola crolla, resta l’espressione più alta d’amore.

Il giudaismo, proprio perché religione della

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parola, ha avuto sempre una considerazione reverenziale del silenzio di Dio. Facendo l’esegesi delle parole della Genesi: «E Dio disse: sia la luce» (Gn 1,3), i rabbini si domandavano che cosa d fosse stato prima che Dio parlasse; e rispondevano: il silenzio di Dio. Anche prima della nuova creazione, secondo l’Apocalisse (8,1), ci sarà il silenzio: «E quando l’angelo ebbe aperto il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per lo spazio di circa mezz’ora» (Come non ricordare l’interpretazione di queste parole data da Bergman col film Il settimo sigillo?).

I primi cristiani hanno avuto la coscienza vivissima di una novità: che Dio non è più silenzioso. Egli ha fatto sentire la sua voce, ha parlato attraverso Gesù di Nazareth. Per questo hanno chiamato Gesù "Logos”, cioè "parola”. San Giovanni ha preposto al suo vangelo un inno a Gesù come Logos (Gv 1,1-18). Questa affermazione trionfale non deve fard dimenticare però che la parola non rompe il silenzio una volta per tutte, non lo annulla. La crisi delle parole religiose che oggi stiamo vivendo sembra farcelo ricordare. Forse dobbiamo annoverare anche questo ammutolimento fra i segni dei tempi che provocano la chiesa a riscoprire la propria giovinezza sotto le rughe.

Come vivere questo tempo, dopo aver preso coscienza dei problemi che si pongono oggi al

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nostro parlare su Dio? Torniamo ad ascoltare Bonhoeffer. Nel maggio 1944 veniva battezzato un suo nipotino e Dietrich, dal carcere, assumeva l’ufficio di padrino. Il compito di educare alla fede il suo figlioccio cercava di assolverlo con una lettera, destinata al domani. Gli scriveva: « Oggi tu sarai battezzato cristiano. Su di te verranno pronunciate tutte le grandi, antiche parole del messaggio cristiano e il comandamento battesimale di Gesù Cristo si compierà in te, senza che tu ne comprenda nulla. Ma anche noi siamo respinti ai margini della comprensione... Nelle parole e nei gesti della tradizione intuiamo qualcosa di totalmente nuovo e di sconvolgente, senza tuttavia riuscire ad afferrarlo e a esprimerlo. La colpa è nostra. La nostra chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, quasi essa fosse il suo proprio fine, è incapace di farsi portatrice della Parola riconciliatrice e redentrice per gli uomini e per il mondo. Ed è per questo che le parole antiche devono svigorirsi e il nostro essere cristiani si riduce oggi a due cose: pregare e operare tra gli uomini secondo giustizia» 15.

Queste parole acquistano un rilievo tutto particolare se le facciamo risuonare in noi mentre indugiamo in meditazione accanto alla tomba di Gesù. Il sabato santo non ha ancora finito a rivelare il suo mistero alla chiesa. Ciò che fa santo il giorno che segue la morte di Gesù è il

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silenzio della tomba. In noi sorge la speranza che l’ammutolimento cui la chiesa è costretta dia il suo sabato santo. E che essa lo viva non come il tempo dell’inerzia, ma come il tempo dell’amore spinto al di là dei limiti della parola. Così le sarà dato di scoprire la benedizione riposta nel « pregare e operare tra gli uomini secondo giustizia ».

I profeti e i santi di quest’epoca nuova non mancano. Avanti a tutti procede colui che ha fatto del silenzio la scelta fondamentale per poter «gridare il vangelo con tutta la vita»; che ha voluto imitare Gesù di Nazareth, in quanto figlio del carpentiere sperso nella folla; che desiderava più di ogni altra cosa di «morire martire, spogliato di tutto, disteso a terra nudo, irriconoscibile, coperto di sangue e di ferite», e ha ricevuto appunto una tale morte: il piccolo fratello universale Charles de Foucauld.

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III

LA MENSA

Nel museo di Colmar è conservata una pala d’altare di Mattias Grünewald, un pittore tedesco che ha dipinto nei primi anni del 1500. Non si tratta di un quadro unico, ma di un insieme di pannelli, che potevano essere chiusi od aperti con diverse articolazioni, così da dare al complesso pittorico che troneggiava sull’altare un volto diverso a seconda degli aspetti del mistero della salvezza che si voleva proporre in modo particolare alla meditazione dei fedeli. L’insieme dei dipinti costituisce un vertice tra i più alti di tutta la spiritualità dell’Occidente cristiano. Ciò che affascina non è solo la qualità artistica dei quadri, opera di un pittore di statura non inferiore a quella dei grandi artisti che operavano in quel periodo a sud delle Alpi. È soprattutto la felice unione di una sublime contemplazione spirituale con una tecnica pittorica da maestro che dà a quella pala d’altare un posto unico nella storia dell’arte come in quella della spiritualità. L’accesa concentrazione sul mistero di Cristo dei mistici tedeschi ha trovato nell’opera di Grünewald la sua versione pittorica.

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L’impressione più profonda l’esercitano i due quadri che rappresentano la crocifissione e la risurrezione di Gesù — e che si trovano, significativamente, uno al retto e uno al rovescio della pala d’altare —. Son due facce della stessa realtà, che l’occhio non può cogliere simultaneamente con uno stesso sguardo, mentre il cuore invece, le sente unite. La crocifissione è di un realismo agghiacciante. I bagliori aspri del cielo evidenziano i segni della violenza che si è scatenata sul corpo di Gesù. Si possono quasi contare i colpi di flagello e seguire la traccia del cammino di devastazione percorso dal sadismo bruto. La tragicità inesprimibile dell’uomo che muore dopo esser stato ridotto a carne da macello si trasmette, senza parole, a chi contempla il quadro. La vertigine fisica prodotta dalla violenza si placa soltanto quando l’occhio si posa sul volto cereo della madre svenuta. È come se il grido disumano del crocifisso potesse essere raccolto solo da un ammutolimento dell’uomo.

Dio invece accoglie quel grido in altra maniera. La sua risposta è una chiamata: il Cristo risorto viene quasi risucchiato in alto da un vortice. È la scena che troviamo nell’altro lato del pannello. Gesù emerge dalla tomba, ai cui lati cadono tramortite le guardie. Preso nel campo magnetico della forza di Dio, lascia questo mondo dell’assurdo. Il suo corpo brutalizzato è diventato luce, una fonte di luce che, sfogliandosi in piani di diversi colori, trafigge l’oscurità che

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lo avvolge. Alla contemplazione dell’artista, come a quella del mistico, è concesso di unire gli opposti. Quasi a sfidare la realtà, il mistico e l’artista scelgono proprio il sepolcro come scenario della risurrezione. Là dove tutto era irrimediabilmente finito, tutto invece ricomincia; la luce scaturisce dal buio della tomba; l’alleluia rompe il silenzio; la realtà ultima, quella definitiva, sboccia là dove sembrava esser stata detta l’ultima parola sulla speranza dell'uomo.

A mensa con il Risorto

Mistici e artisti sviluppano un’intuizione già presente germinalmente nell’evangelista Giovanni, che situa proprio accanto alla tomba la prima scena di risurrezione, l’incontro di Maria Maddalena con Gesù, scambiato poco prima per il giardiniere, riconosciuto poi dal modo inconfondibile in cui pronuncia il nome di lei (cf Gv 20,11-18).

Per gli altri evangelisti, invece, la tomba non gioca lo stesso ruolo. Il sepolcro trovato vuoto fa parte indubbiamente degli elementi primitivi con cui fu trasmessa la fede cristiana. Ma l’accento del racconto non cadeva sulla tomba, né sugli avvenimenti del mattino di pasqua. Soltanto in un secondo momento la comunità dei credenti in Gesù enfatizzò quei fatti. Fu costretta a farlo dal sospetto, messo in giro a Gerusalemme

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da chi sapeva l'arte di manipolare l'opinione pubblica, che questa decantata risurrezione di Gesù fosse una montatura dei suoi discepoli, che avevano rubato il cadavere. I racconti della scoperta del sepolcro vuoto come noi li abbiamo attualmente hanno un chiaro carattere apologetico. Lo si vede specialmente nel brano di San Matteo circa le guardie poste dalle stesse autorità giudaiche a sorvegliare di notte il sepolcro e il sigillo apposto alla tomba (cf Mt 27,62-66). Riconoscere che i racconti della tomba hanno una finalità apologetica non vuol dire denunciarli come falsi. Semplicemente, che servivano per controbattere un'accusa calunniosa diffusa da chi voleva denigrare i discepoli di Gesù. Di conseguenza alcuni aspetti del lieto annuncio pasquale, che prima erano accennati solo di sfuggita, in seguito furono deliberatamente evidenziati.

Prima che la polemica facesse calcare la mano sulla tomba, i racconti della risurrezione privilegiavano un altro luogo, vale a dire la mensa. La fede in Gesù risorto non è nata dall'annuncio che la tomba era stata trovata vuota. I discepoli squalificano piuttosto la notizia come allucinazione di donnicciole dalla fantasia troppo accesa (cf Lc 24,11). Maria Maddalena, a sua volta, nel racconto di Giovanni interpreta la tomba vuota come trafugamento del cadavere e domanda al presunto giardiniere dove lo

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abbia messo. La tomba vuota ha avuto originariamente la funzione di presupposto al racconto delle apparizioni, secondo un'inconscia tecnica narrativa a suspence.

La fede nasce appunto dall'incontro diretto cl Risorto; w questo incontro ha, in situazioni diverse, un carattere conviviale. I due discepoli di Emmaus riconoscono l'anonimo pellegrino a tavola: «Accadde che, mentre sedeva con loro a tavola, prese il pane, pronunziò la preghiera di lode, lo spezzò e lo porse loro. Allora si aprirono loro gli occhi ed essi lo riconobbero» (Lc 24,31). San Giovanni racconta ugualmente un episodio, pieno di mistero, in cui l'incontro tra il risorto e i discepoli avviene a mensa. Lo scenario è qui la riva del lago. Ad Emmaus l'incontro avveniva all'imbrunire; qui all'albeggiare. Nell'uno come nell'altro caso, in quelle ore magiche in cui il mondo trascolora. L'incontro tra le due realtà, quella nuova del Risorto e quella vecchia dei discepoli, avviene mentre prendono cibo insieme. Sulla spiaggia di Tiberiade è Gesù stesso che ha preparato il fuoco per accogliere i pescatori che tornano da una notte di fatica e ha preparato i carboni su cui arrostire i pesci. «Disse loro Gesù: Su via, mangiate. Ma nessuno dei discepoli osava domandargli: Chi sei? perché sapevano che era il Signore» (Gv 21,12).

In questi racconti i due mondi si sfiorano appena. L'incontro attraversa la realtà quotidiana come un lampo, pur senza offrire appiglio al sospetto

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di un’illusione dei discepoli. Più tardi invece anche i racconti di apparizione a mensa si caricarono di realismo esasperato, perché ad essi si affidò il compito di mostrare la realtà corporea di questo Gesù risorto. A un certo punto infatti fu necessario sottolineare, con una punta polemica, che non era un fantasma quel compagno di mensa inafferrabile di cui raccontavano. Per questo nella versione che San Luca dà dell’apparizione di Gesù nel cenacolo, il mangiare insieme non è un gesto spontaneo, ma un atto dimostrativo: «Siccome essi non credevano ancora, dalla gioia, ed erano stupiti, disse loro: Avete qui qualcosa da mangiare? Allora gli porsero un pezzo di pesce arrostito, ed egli lo prese e mangiò sotto i loro occhi» (Lc 24,41-43).

L’intenzione scopertamente didattica porta una nota stonata nel racconto. Non vi sentiamo l’esultanza traboccante che faceva dire a Pietro in uno dei suoi discorsi missionari: «Noi siamo testimoni di tutto quello che Gesù ha fatto nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi poi l’hanno ucciso, sospendendolo al legno. Ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e ha permesso che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma ai testimoni che Dio prima aveva scelto, cioè a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui, dopo che fu risuscitato dai morti» (At 10,39-41).

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L’incontro a mensa, oggi

Il nucleo originario dei discepoli, dopo che le sue aspettative erano state beffate dalla croce, si è ripreso dallo sbandamento solo raccogliendosi a mensa. Là era avvenuto un rovesciamento di situazione che poteva essere espresso solo col racconto di un incontro a tu per tu con Gesù risorto. Il primo giorno della settimana è stato per essi il primo di un’epoca nuova.

La loro avventura ci strappa una domanda: la mensa può essere anche oggi il luogo in cui degli uomini, non meno smarriti, non meno balbettanti di quei popolani che, dopo aver seguito il profeta di Nazareth, si trovavano soli, possono essere presi nelle spire della speranza? Sembra piuttosto improbabile che, per quanti si sentono nella situazione dell’anno zero della chiesa, l’incontro galvanizzante, che introduce in quel mondo in cui Dio fa nuove tutte le cose, avvenga nei pressi del sepolcro. Accanto alla tomba non avviene assolutamente niente per chi non ha il legame d’amore della Maddalena o l’intuizione di mistico e d’artista di Grünewald. Ad altri potrà essere affidato il compito apologetico di verificare che il sepolcro era davvero vuoto, o di assicurarsi che colui che si faceva incontro ai discepoli fosse dotato di un corpo vero, non fatto di nebbia. Ma chi vuol incontrarlo come i primi discepoli deve accettare di farsi invitare da lui a mensa.

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Passando dalle sottigliezze dell’esegesi a un piano più vicino a quello della nostra problematica religiosa quotidiana, notiamo che, di fatto, per coloro che gravitano nell’ambito della chiesa, la Pasqua è legata ad un fatto di mensa. Si tratta, beninteso, di quella mensa stilizzata e simbolica costituita dalla celebrazione dell’eucaristia e della comunione. “Far pasqua” o “prender pasqua”, nel linguaggio religioso di stampo popolare equivale al comunicarsi. Per molti — e coloro che misurano la religiosità con i numeri sanno dare anche la percentuale, secondo le varie regioni — questo gesto isolato costituisce l’unico tenue legame con l’istituzione ecclesiastica e il suo culto. Sono quelli che gli uomini di chiesa chiamano, con un’espressione che fluttua tra l’indulgenza e il rimprovero, “i pasqualini”. Al di là c’è solo la terra desolata della pura appartenenza sociologica al cristianesimo, quella che si riduce alla partecipazione ai cosiddetti "riti di passaggio”: battesimo, matrimonio, funerali, e solo talvolta anche prima comunione e cresima. Il precetto della chiesa cattolica di «comunicarsi almeno a Pasqua» vuol indicare appunto questo limite estremo.

Per colorò che si sentono interpellati davvero dal mistero di questo terzo giorno del triduo sacro il problema non è tanto quello di accedere o no all’eucaristia, e neppure quello di accostarvisi spontaneamente o spinti dall’obbligo ecclesiastico.

L’interrogativo radicale è piuttosto un altro:

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quali sono le condizioni perché l’eucaristia che celebra oggi la chiesa possa diventare un vero incontro di mensa col Risorto?

Una cultura senza convivialità

Riflettiamo un attimo sulla prassi conviviale della chiesa d’oggi. Essa non assomiglia affatto a un vero incontro fraterno a mensa. Anche dopo che il rinnovamento liturgico del Concilio ha recuperato in parte l’aspetto di cena — la teologia cattolica aveva talmente accentuato il valore di sacrificio proprio della messa che tutti gli altri significati erano caduti in ombra — siamo ben lontani da un rito dal volto umano.

Non bisogna troppo affrettatamente incolpare la chiesa di questo stato di cose. In parte è essa stessa vittima dell’atrofizzazione della dimensione conviviale nella nostra civiltà. Abbiamo perso la gioia della mensa. Le nostre cene davanti al televisore acceso non hanno per lo più altra funzione che quella meramente biologica di nutrire il corpo. La comunicazione umana è assente. Heinrich Böll nelle Opinioni di un clown evoca con grafitante ironia il deserto che stagna nelle famiglie la sera, all’ora della televisione: il ritorno di un congiunto «in quel momento è sentito come un fastidio, persino il ritorno del figliol prodigo sarebbe un fastidio; nessuno sgozzerebbe un vitello per lui, non metterebbe neppure un pollo sulla griglia, soltanto

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un gesto frettoloso per indicare che nel frigorifero ci sono degli avanzi di salsiccia di fegato» 16.

All’altro estremo della scala troviamo oggi l’atteggiamento verso il cibo satireggiato dal film La grande abbuffata. Un’ingordigia che diventa suicida, se non in senso fisico, almeno in senso morale. La corsa verso il consumo più sfrenato come modo per coprire l’angoscia del vuoto di valori umani. Nell’imo come nell’altro caso la convivialità, che in passato ha giocato un ruolo così grande nei rapporti sociali, sembra non essere più espressione di un modo realizzato e felice di essere uomo. La terra bruciata dietro la prassi sociale della mensa influisce necessariamente sulla pratica ecclesiastica nel senso di una spinta verso la ritualizzazione. La celebrazione della cena del Signore, oltre che schematizzata dal rito, è trasposta in un’aura sacra che la situa fuori del tempo e dello spazio del nostro mondo di uomini. È staccata dal resto della vita, costituito da un reticolo complesso di rapporti sociali, politici ed economici. A quella mensa che ha luogo in chiesa si è tutti uguali: ricchi e poveri, oppressi ed oppressori, emarginati e detentori del potere.

Questa unità così singolare è sentita da alcuni con imbarazzo. Quando non una spregevole ipocrisia, sembra essere quanto meno più un

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pietoso manto steso su un corpo dolorante per le dislocazioni. Ciò che si celebra in chiesa, nel rito sacro, appare agli antipodi dei tentativi umani di curare alla radice i mali dell’umanità connessi con le disuguaglianze economiche.

Può una tale prassi esprimere la novità assoluta che la fede proclama entrata nel mondo con la risurrezione?

La mensa nella comunità cristiana delle origini

Il disagio di fronte alla celebrazione attuale della cena del Signore ci spinge a confrontarla con quella della chiesa delle origini. Là la pratica della mensa non è appesantita dalle ipoteche che condizionano la nostra. Non è ancora un rito staccato dall’ambito del quotidiano e trasferito nell’area sacra. Ha luogo nelle case ed è unita organicamente al pasto vero e proprio, tanto che è spesso difficile negli accenni fomiti dagli Atti degli Apostoli dire con certezza se si tratta di un pasto fraterno o della ripetizione della cena del Signore: «Ogni giorno, d’un sol cuore, frequentavano assiduamente il tempio e rompevano il pane nelle loro case, prendendo il loro cibo con gioia e con semplicità di cuore» (At 2,46).

La prassi della mensa, inoltre, nella comunità di Gerusalemme aveva gettato radici talmente profonde da coinvolgere gli stessi rapporti economici dei membri della comunità. «Non vi

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era chi dicesse suo quello che possedeva, ma tutto era fra loro comune... e non v’era alcun bisognoso fra loro». Tra l'una e l’altra affermazione San Luca, lo storico della comunità primitiva, fa cadere l’osservazione che «con grande efficacia gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù» (At 4, 32-34).

La tradizione dice che S. Luca fosse anche pittore. Agli storici di oggi sembra che nel suo racconto si sia lasciato sfuggire qualche pennellata di troppo per abbellire la comunità di Gerusalemme. Probabilmente intendeva proporla alle altre comunità cristiane come modello. Essa risulta essere stata Punica, ad ogni modo, ad adottare la pratica della comunione dei beni. Ma anche là dove vigeva una diversa struttura economica, la pratica della cena del Signore portava con sé un’esigenza di sovvertimento dei normali rapporti. Conosciamo il caso della comunità di Corinto per diretta testimonianza di Paolo. Egli aveva evangelizzato quella città portandovi sia la buona novella che la pratica di celebrare la cena del Signore, col pane e col vino, così aveva fatto Gesù nell’ultima cena. I cristiani di Corinto avevano preso l’iniziativa, a loro volta, di far precedere il memoriale della cena pasquale da una cena vera e propria, consumata nella gioia di trovarsi insieme come fratelli di una stessa fede. Qui riaffioravano però le differenze che l’identica professione di fede e la partecipazione

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alla stessa cena rituale celavano. Ognuno consumava secondo le proprie possibilità economiche, sicché — per usare le parole di Paolo — «mentre uno patisce la fame, l’altro si ubriaca». Il giudizio che egli fa cadere su quella prassi è di condanna senza appello: «Quello che voi fate non è un mangiare la cena del Signore» (1 Cor 11,20).

Paolo non era scandalizzato perché i cristiani di Corinto usassero chissà quale canone della messa, magari di origine olandese... Neppure era sorpreso di quella strana mescolanza, ai nostri occhi, di sacro e di profano, nelle abitudini conviviali. Anzi, le sue riserve vanno proprio a quell’isolare la cena del Signore con un cordone sanitario di sacralità, in modo che il rito stesso si svolga autonomamente, lasciando inalterati i rapporti economici vigenti in campo profano.

Ecco un ghiottone e un beone

«Quello che voi fate non è un mangiare la cena del Signore». Queste parole scuotono la nostra coscienza religiosa, facilmente appagata dal rispetto formale delle norme poste dall’autorità. Siamo costretti a domandarci: che cosa significa “mangiare la cena del Signore”. È una domanda che può avere risposta solo se ci riferiamo alla prassi conviviale di Gesù stesso.

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Il riferimento più immediato è ovviamente quello all’ultima cena. È a quell’episodio supremo di mensa che si riallaccia direttamente il comando di Gesù: «Fate questo in memoria di me». Ma l’ultima cena non è un episodio isolato nella vita di Gesù. In tutta la sua esistenza terrena la mensa ha giocato un ruolo importante. Egli ha prediletto quei momenti, aprendo il cuore alle gioie conviviali senza ipocrisia.

suoi nemici, di stampo puritano, se ne scandalizzavano, e Gesù lo sapeva: «È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e si dice: Ecco un indemoniato [noi diremmo oggi: ecco un fanatico!]. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e si dice; Ecco un ghiottone e un beone, un amico dei pubblicani e dei peccatori» (Mt 11,18-19). I pranzi di Gesù erano una provocazione per i benpensanti.

Le sue abitudini di mensa si innestavano su una cultura che era estremamente sensibile al valore simbolico del pasto in comune. Le usanze patriarcali ebraiche sottolineavano il particolare legame che si stabiliva tra coloro che partecipavano alla stessa mensa. Un estraneo non vi era ammesso, tanto meno un nemico. Vi si ammetteva l’ospite, ma è noto quali legami sacri creasse l’ospitalità nel mondo antico. "Amici di sale” si chiamano, secondo una poetica espressione araba, coloro che hanno condiviso, in un pasto fraterno, l’elemento che dà sapore ad ogni cibo. Il capofamiglia ebraico sedeva a capotavola e divideva, all’inizio del pasto, l’unico

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grande pane, distribuendone un pezzo a ogni commensale. E tutti attingevano direttamente con le mani all’unico grande piatto di portata al centro della tavola. Erano elementi facilmente trasponibili in simbolo e atti a significare la comunanza di vita che si instaura tra coloro che siedono a tavola insieme.

Nella prassi di Gesù la mensa acquista il valore di un annuncio concreto, fatto attraverso gesti, di quella stessa buona notizia che sulla sua bocca suonava: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino, ravvedetevi e credete al vangelo» (Mr 1,15). Non ci stupisce che proprio a tavola si sigillino alcune delle conversioni più clamorose, come quella del pubblicano Zaccheo o quella di Matteo, il gabelliere.

Anche dando corposità di gesto alla parola, Gesù non si discostava essenzialmente dal linguaggio degli antichi profeti di Israele, che avevano raffigurato l’intervento finale di Dio nella storia mediante l’immagine di un convito. Così ne aveva parlato Isaia:

«Il Signore degli eserciti

farà su questo monte un banchetto,

con grasse vivande e vini prelibati

per tutti i popoli:

vivande grasse e midollose, vini raffinati.

Squarcerà su questo monte il velo

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che copre tutti i popoli

e la copertura stesa su tutte le genti;

distruggerà la morte in eterno

e tergerà il Signore Jahvè le lacrime

su ogni volto,

e la vergogna del suo popolo allontanerà

da tutta la terra» (Is 25,6-8).

A questo festino imbandito per i tempi del Messia potranno partecipare tutti, anche i poveri. Anzi, soprattutto i poveri:

«O voi tutti assetati, venite alle acque;

e voi che non avete denaro, andate,

comprate pane

e mangiate senza spendere denaro

e senza compenso

comprate vino e latte.

Perché spendere denaro per altre cose

che non pane

e i vostri guadagni senza saziarvi?

Ascoltate me

e mangerete ciò che è buono

e la vostra anima si delizierà

di pingue alimento» (Is 55,1-2).

I vaticini magniloquenti degli antichi profeti promettevano una mensa aperta a tutti: ricchi e poveri, all’interno del popolo di Dio; Ebrei e non Ebrei, in un orizzonte di salvezza universale. Superfluo dire che queste prospettive

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non potevano riscuotere l’adesione di chi sognava un giorno del Messia come riscossa nazionale che permettesse finalmente a Israele di mettere il piede sul collo dei pagani. Non piacevano ai sacerdoti del tempio, che continuavano a elencare i puri e gli impuri; e neppure ai farisei, cultori della Legge, che mettevano ogni cura nel distinguere tra giusti e peccatori.

Gesù, con la parola e con la prassi, mandava all’aria tutte queste regole. I pasti a cui prendeva parte erano un annuncio della fedeltà di Dio agli esclusi, specialmente ai peccatori rifiutati dalle istituzioni religiose. Nella critica al comportamento di Gesù sopra riportata il biasimo cade ancor più sulla compagnia che si sceglie — pubblicani e peccatori, cioè i fuorilegge rispetto all’ortodossia religiosa —, che non sul fatto di essere un mangione e un beone.

Le parabole di Gesù che presentano l’accesso nel Regno come l’invito a un festino regale contengono frecciate polemiche che possono sfuggire a noi, ma non sfuggivano certo ai suoi ascoltatori. La sala del convito sarà riempita, alla fine, di «ciechi e storpi», cioè di quegli imperfetti che erano esclusi dal servizio divino. Gesù polemizzava scopertamente con quanti concepivano la società religiosa come un "numerus clausus" di salvati.

La parola più audace, in questo senso, è quel la che riguarda i pagani. Anch’essi siederanno alla mensa nel Regno, anzi prenderanno proprio i posti che i figli del popolo eletto ritengono di

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avere in esclusiva: «Vi dico che molti verranno dall'Oriente e dall’Occidente e si assideranno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli; ma i figli del Regno saranno gettati nelle tenebre di fuori» (Mt 8,11-12). Pur restringendo la sua propria missione «alle pecore perdute della casa d’Israele», Gesù ha sempre mostrato chiaramente di non confondere Israele e il Regno. Tanto meno i perfetti secondo la legge con i chiamati da Dio. Gli invitati d’onore al banchetto della “famiglia di Dio" sono proprio i rifiuti della società civile e religiosa: peccatori pubblici, affetti da malattie inique e infamanti, aborti della vita sociale. L’agire di Dio obbedisce alla legge di sovversione cantata dal Magnificat: egli «rovescia i potenti dal trono ed esalta gli umili; sazia di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote» (Lc 1,53).

Le abitudini di mensa di Gesù si allontanavano dai modelli sanciti dall’autorità religiosa del suo tempo. Egli lo faceva perché era convinto che tali modelli interpretavano in modo riduttivo la promessa di Dio, mentre la propria prassi rivelava l’ampiezza universale che la promessa implicitamente conteneva.

Il rito e la profezia

Gesù predicava dunque il Regno di Dio con i suoi pasti, almeno tanto quanto lo faceva con i miracoli e con la parola. Il rapporto particolare

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che egli aveva con il gruppetto di uomini che aveva scelto per associarli a questo annuncio non poteva non riflettersi anche nelle abitudini di mensa. Essi erano, per eccellenza, i suoi "amici di sale”. La descrizione che fa San Giovanni dell’ultima cena d ridà, se non il tenore verbale dei discorsi, almeno l’atmosfera di intimità che regnava a mensa tra lui e i discepoli.

Ma queste cene con i suoi intimi — e specialmente l’ultima, quella con l’agnello pasquale consumata nell’imminenza della morte — non fanno decadere al livello di pasti di seconda categoria quelle con gli esclusi dalle regole sodali e religiose. Non è una cena in particolare o solo quegli incontri di mensa più intimi con i discepoli che hanno valore di annuncio del Regno di Dio, ma tutta la prassi conviviale di Gesù nel suo insieme. I diversi tipi di incontri a mensa si completano reciprocamente e formano insieme la "cena del Signore". Senza i pasti di risonanza profetica ed universale — ossia quelli che annunciano la sorpresa della strana "famiglia" che Dio si è scelto — gli incontri a tavola con i suoi discepoli potrebbero avere il carattere del gruppo chiuso, dell’élite dei perfetti. L’ultima cena, con l’ordine di ripeterla in memoria sua, non sarebbe molto più che il rito che fonda una setta. Solo se i discepoli, rifacendo l’ultima cena, si assumono il compito di rendere attuale tutta la prassi conviviale di Gesù, fanno veramente la «cena del Signore».

Il rito e la profezia non si escludono a vicenda.

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Esigono, anzi, l’uno l’apporto dell’altro. Il rito ha bisogno dell’orizzonte della profezia per conservare il senso cristiano. In concreto, la comunità che celebra ora la cena del Signore deve essere cosciente di essere stata costituita segno profetico della realtà finale. I partecipanti alla cena — quelli che possono e quelli che vogliono parteciparvi — non esauriscono il numero degli invitati. Essi sono solo la punta emergente dell'iceberg; rappresentano i tanti che non possono essere a tavola, pur essendo coinvolti in quel piano della salvezza che abbraccia gli uomini al di là delle fedeltà confessionali o delle appartenenze religiose, abbraccia gli uomini in quanto uomini.

L’autorevole esegeta Joachim Jeremias ha rilevato che le famose parole, che concludono la parabola delle nozze regali («Molti i chiamati, pochi gli eletti» Mt 22,14), dovevano avere, nell’intenzione originaria di Gesù, un significato che sottolineasse il carattere profetico dell’appartenenza al gruppo di coloro che siedono attualmente a mensa. È come se Gesù abbia voluto ricordare: «Immensamente grande è il numero di coloro che sono invitati al banchetto, ma solo pochi appartengono alla comunità di salvezza 17. L’essere a tavola, che è concesso a pochi, non è un privilegio, ma un compito. I pochi che sono attualmente commensali devono,

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con questa stessa celebrazione della cena del Signore, dar corpo all’annuncio missionario che ogni unità presente è provvisoria e tende a un’unità finale che solo Dio conosce. Di tale meta noi sappiamo solo questo: che quando è rivelata — come lo è stata dalle parole e dai gesti di Gesù — coloro che sono abituati a pensare alla religione come all’erezione di barriere tra uomo e uomo se ne scandalizzano!

La prassi dei condividere come proposta economica

L’annuncio profetico di Gesù contiene anche un altro aspetto: man mano che la mensa del Regno si allarga all’estensione del mondo intero, la vita concreta degli uomini si trasforma. Cambiano perfino le cose più materiali, cioè le strutture economiche. Guardiamoti dal ricavare dal Vangelo un’“economia cristiana”. Cadremmo nella caricatura, oppure — e questo è peggio — nella mistificazione. Anche la comunione di beni realizzata per un tempo dalla comunità dei discepoli di Gerusalemme non può essere un modello universale ed obbligante. Tuttavia una cosa è certa: la trasformazione dei rapporti economia è essenziale, affinché quello che si fa sia davvero un celebrare la cena del Signore. Paolo non voleva dire ai Corinzi solo che dovevano dividere meglio le parti del loro pic nic

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religioso; intendeva piuttosto affermare l’esigenza di innestare il rito su una vera trasformazione della società.

Il linguaggio e la prassi di Gesù stesso si sottraggono ancor di più al tentativo di essere congelati in ricette di economia politica. Dando da mangiare con cinque pani e due pesci a più di cinquemila persone egli non ha voluto insegnare che la soluzione dei problemi economici è un miracolo che supera le possibilità umane. Del resto, accentuare l’aspetto miracoloso del ben noto racconto impedisce di cogliere la sua vera portata. L’intenzione del racconto è piuttosto quella di far risuonare la buona notizia della moltitudine sfamata grazie alla condivisione delle provviste. Ai discepoli che gli fanno notare l’impossibilità di “comprare” da mangiare per tante persone, Gesù propone una prassi diversa: “date” piuttosto di ciò che voi avete, per quanto poco esso sia. Il condividere porta al risultato aspettato per i tempi del Messia: la sazietà di tutti, l’abbondanza. Gesù introduce nelle attese messianiche dei suoi contemporanei questo elemento nuovo: l’abbondanza e la soluzione del problema economico di tutti non possono essere raggiunti senza la prassi del condividere.

Forse in nessun altro settore come in quello dei problemi pratici e quotidiani dell’uomo ci appare la vera natura della Chiesa. Essa non è

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ricca di una sapienza propria, di soluzioni alternative a quelle escogitate dall’industriosità intelligente dell’uomo. È ricca solo di ciò che ha imparato da Gesù, e questo non è di ordine politico o economico, ma religioso. Ha imparato da lui qual è l’orizzonte della profezia. Celebrando la "cena del Signore” si impegna a mantenere aperte queste prospettive.

La pratica della mensa propria della chiesa non fornisce una soluzione ai problemi del pane quotidiano dell’umanità. Da questo punto di vista la chiesa è ima realtà insignificante, così come la prassi conviviale di Gesù lo era rispetto ai problemi economici del suo tempo. Ha in sé, però, una forza dirompente in rapporto a tutto ciò che tende a sacralizzare le differenze esistenti tra gli uomini. È vero che andare a messa non insegna come agire in campo economico. Ma andare solo alla messa, senza un impegno volto a trasformare le strutture che opprimono economicamente, secondo l’esigenza evangelica del condividere, non è un celebrare la certa del Signore.

Il gruppo di coloro che si riuniscono per celebrare il rito deve avere coscienza, inoltre, di rappresentare una realtà umana ben più vasta. Non bisogna confondere l’unità voluta da Dio con la solidarietà di gruppo. Questa è comprensibile; ogni raggruppamento religioso tende a porre delle condizioni di appartenenza: ciò che bisogna credere, ciò che bisogna fare per essere parte del gruppo. In tal senso la chiesa cattolica

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pone delle condizioni a coloro che vogliono accedere alla mensa fraterna. Condizioni di ortodossia nella fede — e questo apre il capitolo doloroso dell’esclusione dalla mensa di quei cristiani che non condividono il credo della chiesa cattolica su aspetti che essa ritiene irrinunciabili. Condizioni anche di vita morale — con l’obbligo di non accedere in stato di rottura della comunione con Dio e con i fratelli. La chiesa obbedisce in tal modo anche all’esigenza di assicurare l’identità del gruppo.

Ma il bisogno d’identificazione e di solidarietà di gruppo, da solo, fa la sètta, non la chiesa. Se la chiesa vuol obbedire al compito che Gesù le ha affidato, quello cioè di esprimere profeticamente l’unità del Regno di Dio, la sua prassi conviviale non può ridursi ad essere la copia sacra delle cene sociali dei club. Il messaggio di Gesù è, in sé, un appello che convoca gli uomini a un’unità al di là di ogni frontiera, e perciò al di là dei confini stessi della storia. A livello politico il compito di infrangere l’inerzia del gruppo e la tendenza a chiudersi su se stesso è affidato all’amore per i nemici. A livello economico alla prassi conviviale.

Evidentemente non si può costringere il dissidente o l’estraneo a sedere alla propria mensa. Ma quelli che siedono a tavola non sono autorizzati a chiudersi nell’autocompiacimento dei naufraghi sopravvissuti al disastro. Essi sono solo il simbolo dei "molti chiamati". E tengono accesa la fiamma della profezia per tutta l’umanità.

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Allora — ci dicono i racconti evangelici — perii gruppo dei discepoli avviene l’inatteso: a mensa incontrano il Risorto. Egli si fa loro incontro per concludere il pasto — come avviene in tutte le narrazioni circa il risorto — con l’invio missionario: manda, con la sua forza, i discepoli a portare la buona notizia del piano di Dio per tutti gli uomini.

Il pane di domani, dacci oggi”

La chiesa del nostro tempo, ridotta all’ammutolimento, è chiamata ad essere presente in mezzo agli uomini in due modi essenziali: pregando e operando per la giustizia. Ambedue questi modi sono legati alla prassi conviviale. La mensa dei cristiani, infatti, come abbiamo visto, non e un “celebrare la cena del Signore” se non unita organicamente alla trasformazione dei rapporti economici, se quindi non è radicata per una lotta per la giustizia. Ma anche la preghiera è legata alla mensa. Nell’unica preghiera insegnata da Gesù, il "Padre nostro”, dopo le richieste che riguardano il Regno di Dio, viene la domanda circa il pane: «Dacci oggi il nostro pane». Quotidiano — siamo soliti aggiungere. E lo interpretiamo nel senso della richiesta di quel minimo necessario che ci liberi dall’assillo del sostentamento, che ci dia la libertà interiore di pensare alle cose dello spirito

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e ai nostri fratelli. Questa interpretazione è legittima, ma non è l’unica possibile. La parola che noi traduciamo con “quotidiano” nel greco dei vangeli è epiusion. Siccome questa parola ricorre soltanto qui, non sappiamo con assoluta certezza come deve essere tradotta. Nell’antichità San Girolamo, che era un conoscitore eccellente delle Sacre Scritture, opinava che nell'originale aramaico, cioè in bocca a Gesù, d fosse la parola mahar, che significa “di domani”. «Il pane di domani, dacci oggi», avrebbe suonato la richiesta sulle labbra di Gesù. Il che non era evidentemente un invito all’accumulazione capitalistica... Era piuttosto una chiara richiesta rivolta al Padre a farci pregustare, nel nostro oggi tribolato e provvisorio, "il pane di domani”, cioè il pane con cui sarà imbandita la tavola del banchetto finale. Gli uditori di Gesù, la cui immaginazione religiosa si accendeva al simbolo del festino del Regno, coglievano più facilmente di noi l’invito a considerare la mensa del cibo quotidiano come un anticipo del dono ultimo.

Con il "Padre nostro” anche oggi la chiesa non domanda semplicemente il pane necessario al sostentamento della vita fisica dei suoi fedeli, ma un pane che ricordi il Regno di Dio per tutti gli uomini, che alimenti la nostalgia di un abbraccio universale che sovverta gli schieramenti attuali, compresi quelli religiosi. Domanda un pane che sappia del latte e miele di cui stilla la terra promessa all’umanità intera. Per questo

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discepoli di Gesù, ogni volta che si riuniscono per rendere grazie col pane e col vino della cena del Signore, si impegnano a soffiare sulla brace, mai del tutto spenta, dell’unità universale e a preparare la grande fiammata che riscalderà la famiglia di tutti gli uomini.

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[quarta di copertina]

I TEMPI FORTI

Ogni anno la chiesa celebra la memoria di un venerdì, di un sabato, di una domenica: tre giorni che essa chiama «santi» perché li considera decisivi per la propria esistenza (le ricordano i primi tre giorni del suo anno zero) e per la storia del mondo. I devoti s’infervorano. I pagani — quelli di oggi come quelli di ieri — non ne sono neppure sfiorati. Ma ci sono anche dei credenti che restano turbati dai fatti di quei tre giorni senza riuscire a dar voce al loro turbamento: non riescono a usare né le parole pensate e misurate del dogma della chiesa, né le parole levigate dalla pietà con cui si esprime la liturgia. Non le disprezzano: semplicemente non riesco no ad appropriarsele. Hanno bisogno di interrogarle a partire dalla propria situazione umana, magari di riscoprirle nuove e limpide, come se fossero pronunciate oggi per la prima volta.

Con questo piccolo libro il giovane teologo Sandro Spinsanti invita tutti costoro — devoti, cristiani, critici ed anche i neopagani (se lo volessero) — a lasciarsi interrogare da una croce, da una tomba, da una mensa: i luoghi in cui per la fede cristiana avviene l’incontro definitivo tra Dio e gli uomini, in Gesù.

NOTE

1 E. Hemingway, I quarantanove racconti, tr. it., Milano 1965, vol. II, pp. 133-138.

2 R. Bultmann, Nuovo Testamento e mitologia, tr. it., Brescia 1970, p. 163 s.

3 S. Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, tr. it., Torino 1967, pp. 11-41.

4 L. Milani, Lettere, Milano 1970, p. 3.

5 R. Garaudy, Parola d’uomo, tr. it., Assisi 1975, p. 176.

6 M. PicardDie Welt des Schweigens, Francoforte/s. M. 1959, p. 9.

7 H. von HofmannstahlLettera di Lord Chandos, tr. it., Milano 1974, p. 41 ss.

8 A. de Saint-ExupéryOeuvres, Parigi 1959, p. 619 s.

9 H. BöllDoktor Murkes gesammeltes Schtveigen, Köln-Berlin 1958.

10 A. Neher, L'exil de la Parole. Du silence btblique au silence d’Auschwitz, Parigi 1970, p. 60.

11 D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, tr. it., Milano 1969, p. 213.

12 Ib., p. 245.

13 Ib., p. 260.

14 Ib., p. 265.

15 Ib., p. 237.

16 H. Böll, Opinioni di un clown, tr. it., Milano 1965, p. 159 s.

17 Cf J. Jeremias, La predicazione di Gesù, tr. it., Brescia 1972, p. 154.

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I compagni scomodi dell’uomo-massa

Sandro Spinsanti

I COMPAGNI SCOMODI DELL'UOMO-MASSA

Riflessioni sui santi e sui morti

Edizioni Paoline, Alba 1976

pp. 103

INDICE

pg

  5    Un "tempo forte" del popolo cristiano

  5    Commemorazione dei defunti e dei santi: antecedenti storici

  9    Verso un futuro di qualità

15    1. Parlare della morte: c’è discorso e discorso

15       La morte libresca

19       Le scienze dell’uomo scoprono un tabù

23       Il cristiano parla della morte da "mistico"?

30       Incontro ai nuovi interrogativi con fiducia

35    2. Morire, coniugato al presente

35       Quando ai morti ci pensava la chiesa

39       I cimiteri: sentimento e retorica

42       Dalla "buona morte" alla "bella morte"

47       Morire all’americana

51    3. Una speranza per uomini senza aldilà

51      Cedenti: ma per questa terra

57      Morire da patriarchi

63      Senza primogenitura, ma non senza benedizione

68    4. Il sacramento del tener la mano

68     Dobbiamo smettere di occuparci della morte

73     I colloqui delle tre del mattino

77     Le fasi del morire

81     Dalla presenza la parola nuova

85    5. Risurrezione dei morti e critica del potere

85      L’impatto politico di una credenza

91      Dalla parte dei morti più morti degli altri

97      Come pregano quelli che hanno una speranza

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UN "TEMPO FORTE" DEL POPOLO CRISTIANO

Commemorazione dei defunti e dei santi: antecedenti storici

Tra i "tempi forti" di vita spirituale che scandiscono l’anno liturgico, uno spicca per il suo carattere popolare. Interpella la base più larga della comunità cristiana, compresi coloro per i quali la pasqua è un momento spirituale troppo aristocratico e nel natale vedono solo delle sentimentali tradizioni folkloristiche. Anche i più refrattari alle emozioni religiose raramente si sottraggono alla suggestione che circonda la duplice commemorazione di tutti i santi e di tutti i defunti, rispettivamente il primo e il secondo giorno di novembre. Questo è il "tempo forte" spontaneo del popolo cristiano.

La duplice commemorazione conserva una presa popolare anche là dove l’appartenenza alla comunità cristiana è venuta meno: è un fatto incontestabile. La sociologia e la psicologia potranno studiarlo con i questionari, le inchieste e le statistiche; ci diranno le ragioni storiche e culturali di questo costume; non

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mancheranno di darci i loro pronostici sugli sviluppi di tendenza nella società futura: tutto ciò ha una sua validità e un suo interesse. Ma per la chiesa, comunità che vive dello Spirito di Cristo e ne annuncia il messaggio al mondo, questo "tempo forte" spontaneo ha una singolare importanza missionaria. I paladini della secolarizzazione arriccino pure il naso di fronte a queste manifestazioni di dubbia religiosità: la chiesa non può disattendere l’opportunità che le viene offerta, se la sua causa è realmente quella dell’uomo in carne ed ossa, piuttosto che quella di una fede ideale. Oltretutto queste manifestazioni di religiosità popolare non sono di per sé estranee allo spirito cristiano; esse sono cresciute in casa nella chiesa.

Le due commemorazioni liturgiche sono sorte in epoche diverse e sono state accostate solo occasionalmente. Ma ambedue traggono origine dalle usanze funerarie dei primi cristiani. Queste si sono modellate sui costumi del mondo greco-romano, in cui il cristianesimo si è trapiantato dopo il suo esodo dalla Palestina. Come i pagani, i discepoli di Cristo usavano portare fiori e profumi sulle tombe dei loro morti, situate al di fuori della città, e si radunavano per il pasto funebre attorno al seggio dello scomparso, lasciato simbolicamente vuoto. I cristiani introdussero due sole innovazioni, apparentemente di poco conto: invece di cremare i cadaveri, preferivano inumarli; e al posto di

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celebrare la ricorrenza della nascita del defunto festeggiavano ogni anno il giorno della sua morte.

Queste modifiche marginali esprimevano in realtà una trasformazione radicale nel modo di concepire la vita e la morte. I cristiani preferivano deporre nella terra i loro morti così come il corpo senza vita del loro Signore era stato deposto nel sepolcro per uscirne colmo di vita nuova: esprimevano così la loro speranza nella risurrezione. Anche la seconda innovazione — festeggiare come natale del defunto il giorno della sua morte — presupponeva una fede audace da parte dei discepoli della nuova religione. Nel mondo romano l’anniversario di natale più solennizzato era il giorno dell’accesso al trono dell’imperatore. Per i cristiani ogni credente, patrizio o plebeo che fosse stato nella sua vita, diventava imperatore il giorno della sua morte: era questo il suo natale, lo spartiacque tra una vita di obbedienza di discepoli e una partecipazione alla regalità di Cristo, nascosta per ora, ma destinata alla piena manifestazione al suo ritorno glorioso ("parusia").

Oltre alle celebrazioni individuali, ogni famiglia cristiana ricordava in un giorno particolare il natale di tutti i suoi parenti defunti. A Roma nei primi secoli dell’èra cristiana questo ricordo collettivo si celebrava il 22 febbraio. Agli inizi del secolo XI a Cluny, il celebre

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monastero benedettino della Borgogna, l’abate Odilone istituì una festa di "commemorazio-ne" di tutti i fedeli defunti il 2 novembre. L’usanza e la data si affermarono per tutta la chie-sa.

Fin dalla più alta antichità cristiana tra i defunti ricordati si attribuì una considerazio-ne speciale ad alcuni che si erano distinti nella sequela di Cristo. In primo luogo venivano i "testimoni" per eccellenza, cioè i martiri. La comunità cristiana come tale rendeva a coloro che avevano versato il sangue per Cristo gli onori con cui ogni famiglia circonda i propri defunti. Nel giorno del natale del martire tutta la comunità locale si radunava presso la tomba del testimone della fede per «celebrare nella gioia e nell’allegrezza l’anniversario del suo martirio», come scrivevano i cristiani di Smirne a proposito del loro vescovo Policarpo.

Ciò avveniva durante i secoli della persecuzione. In seguito il ricordo della comunità andò ad altri testimoni eminenti della fede: monaci e asceti del deserto, vergini, vescovi e pastori insigni. Anche di loro si celebrò il natale, con una liturgia sempre meno legata ai costumi funebri del mondo romano. La festa di un santo era motivo di riflessione per la comunità; sia le pagine bibliche che venivano lette nella liturgia della parola sia le antifone composte appositamente tratteggiavano alcuni aspetti della santità cristiana proposti all’imitazione

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dei fedeli. Una festa abbracciava tutti i santi in un’unica celebrazione. Questa "memoria" si celebrava a Roma fin dal v secolo nella prima domenica dopo Pentecoste. In seguito papa Gregorio la trasportò al 1° novembre, che è rimasto a tutt’oggi la data della celebrazione della festa di tutti i santi per l’intera chiesa cattolica.

Verso un futuro di qualità

Questa è la cronaca, tutto sommato piuttosto spoglia di elementi sensazionali, dell’introduzione della duplice commemorazione di tutti i santi e di tutti i defunti all’inizio di novembre. Ma quando abbiamo raccontato il passato non abbiamo ancora reso interamente giustizia al senso di ciò che la chiesa celebra. Le sue feste liturgiche sono per l’uomo d’oggi, che nel groviglio di cammini che gli offre il presente, cerca una strada che parli di un futuro degno. La chiesa presenta il Vangelo al mondo come una forza per la gestazione dell’avvenire.

All’umanità di oggi non sembra promesso un futuro. Il formicaio umano che brulica sotto il cielo ha sposato il disordine. La degradazione dei rapporti umani ha infettato anche la natura. L’equilibrio con la "madre terra", violata da figli irresponsabili, è rotto.

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Sempre più numerosi i profeti di sventura parlano del "malpasso" in cui si è venuta a trovare l’umanità.

L'homo sapiens dà prova di aver fallito il test d’intelligenza. Per questo le soluzioni globali di modello totalitario seducono sempre più gli sfiduciati. L’autorità suprema a cui si affida può essere il capo carismatico o anche la scienza. È ben nota la soluzione di tipo cinese. Ma ne esiste anche una di tipo "americano", che domanda credito in nome della scienza. Se ne sono fatti profeti gli psicologi comportamentisti. Nella loro concezione l’uomo è ridotto a una macchina che funziona con l’energia del bisogno. Il comportamento umano è quantificato e ridotto a singole unità "stimolo-risposta"; tra lo stimolo e la risposta, un vuoto organismo. Gli psicologi dicono di averlo imparato studiando il comportamento dei ratti in laboratorio. Perché non mettere ordine nel mondo considerando l’uomo niente più che "un grande ratto bianco"? Ovvero ― arrivava a concedere lo zoologo D. Morris in un libro destinato al successo — come uno scimmione; l’uomo, la "scimmia nuda", una tra le trecento varietà di scimmie, che si distingue dalle altre per l’unità caratteristica di non essere pelosa...

La manipolazione dell’uomo sembra essere l’ultima risorsa per uscire dall’impasse e ottenere una società che funzioni. Per questo le

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opere narrative che fanno puntate utopistiche nel mondo del futuro sono così inquietanti. Che si tratti de Il migliore dei mondi di A. Huxley o di Walden due di B.F. Skinner, sentiamo il fantasma della manipolazione totale, resa ormai possibile dalla tecnica e auspicata dalla psicologia, aleggiare sul nostro futuro.

La speranza cristiana si ribella a questa prospettiva. Essa annuncia un Dio che non potrebbe entrare in alleanza con un uomo completamente vuoto di mistero. Un uomo-robot, un uomo sprovvisto di nostalgia, sarebbe perso per il dialogo con Dio; ma sarebbe perso anche per qualsiasi progetto di civiltà che non volesse assomigliare all’organizzazione funzionale del termitaio.

In un periodo di crisi di civiltà gli interrogativi sulla vita e sulla morte vanno di pari passo. «La morte è la fidanzata della vita», dice un candido proverbio malese. Il destino riservato ai morti è un indice se l’umanità conservi o no una speranza per i vivi. L’attenzione che i credenti rivolgono ai santi parla della pienezza di cui vorrebbero piena la vita. Le due commemorazioni gemelle di tutti i santi e di tutti i defunti, accostate accidentalmente nel corso dell’evoluzione della liturgia cattolica, vengono ad essere le due persiane di una finestra aperta sul futuro.

Per chi progetta per l’umanità un futuro di

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massa, i santi e i morti sono compagni scomodi. L’uomo che si ostina a riservare loro un posto significativo nel suo progetto culturale non è ancora disponibile per l'unidimensionalità. Chi piange, contesta l’appiattimento antropologico; chi conserva la speranza della risurrezione, si ribella alle sofferenze prive di senso; chi continua a cercare negli uomini che passano sulla terra modelli di vita piena dello Spirito di Cristo, alimenta un’utopia che non si rassegna a un modello totalitario di umanità e proclama la sua speranza di fronte al vuoto della morte.

Le due celebrazioni che aprono il mese di novembre ci appaiono profondamente imbricate; l’una ha bisogno dell’altra per sviluppare la pienezza del suo significato. La chiesa, proponendo il culto dei santi accanto a quello dei morti, fa capire che non vuol lasciarsi imprigionare nel ruolo di vestale della memoria degli antenati. Non è una comunità nostalgicamente ripiegata sul passato, bensì proiettata verso l’avvenire; il suo interesse va alla vita, per promuovere la qualità della vita. Perciò osa proporre, in contrasto con i modelli di comportamento imposti dalla società unidimensionale, i discepoli di Cristo la cui vita ha il rilievo della pienezza.

Questo lo sfondo, in tutte le sue dimensioni, di cui hanno bisogno le considerazioni seguenti. Esse si concentreranno sul culto dei morti

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e sulle sue implicazioni per la comunità che annuncia il vangelo. Questa scelta è suggerita dal fatto che è proprio la pietà verso i morti che dà il tono al "tempo forte" del popolo cristiano nel mese di novembre. Focalizzando la nostra attenzione sui defunti, eviteremo di considerare ingenuamente in parallelo i santi e i morti, come se si trattasse di due categorie di persone distinte. Sono solo le due forme complementari in cui portiamo con noi il nostro passato nel cammino verso un futuro di qualità.

Camminare con questi compagni può essere scomodo; ma non per i credenti che fanno la strada insieme a Gesù, il crocifisso e il Santo.

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I

PARLARE DELLA MORTE:

C’È DISCORSO E DISCORSO

La morte libresca

I discorsi sulla morte nascono male: pregiudizialmente grava su di essi il sospetto di morbosità o d’impostura. Un uomo equilibrato, in buoni rapporti con la vita, amerebbe forse occuparsi di cose lugubri? E inoltre: chi può parlare della morte con cognizione di causa? Chi l’ha conosciuta non può più parlarne.

Nei confronti della morte siamo come i vulcanologi rispetto all’oggetto del loro studio. I vulcanologi non possono calarsi nelle fauci del vulcano per esaminarlo da vicino, né riescono a piegarlo alle leggi della sperimentazione scientifica. Perciò sono obbligati a ricorrere a mezzi indiretti: misurare a distanza la temperatura del cratere, studiare le pietre scagliate lontano dal mostro sbuffante, analizzare la lava e i detriti quando si sono raffreddati. Non meno inaccessibile è la morte. Il linguaggio corrente

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sottolinea: si dice di qualcuno che è "sfuggito" alla morte, che l’ha "sfiorata", che l’ha "vista da vicino", «nessuno ne è mai tornato», osserva la saggezza popolare. Quel che si afferma sulla realtà della morte ha un carattere emozionale che irrita chi ama le idee "chiare e distinte". Per i figli della mentalità scientifica qualsiasi discorso sulla morte sarà insanabilmente viziato, perché incapace di rispondere a una verifica sperimentale.

Malgrado le difficoltà insormontabili connesse col parlare della morte, i discorsi su di essa proliferano. Da sempre i filosofi hanno fatto della morte uno dei temi privilegiati della loro riflessione sull’uomo. Questa tendenza ha celebrato i suoi fasti con la contemporanea filosofia esistenzialista. L’influenza più profonda l’ha esercitata Martin Heidegger. Sviluppando la prospettiva di K. Jaspers, che vede nella morte una "situazione-limite" (cioè, con le sue parole, una «situazione decisiva, che è collegata con la natura umana in quanto tale ed è inevitabilmente data con l’essere finito»), il filosofo ci invita a superare l’atteggiamento dell'uomo banale che, per mascherare la propria angoscia, spinge la morte al termine del corso temporale della vita, riducendola a un puro fenomeno biologico di decesso. La morte dell’uomo non è un semplice fatto fisiologico, situato senza problema e senza mistero nell’ordine delle cose naturali. Essa ha, piuttosto,

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un rapporto specifico con l’esistenza umana. La morte dell’uomo non è riducibile a un fatto oggettivo e localizzabile; ciò che esiste è invece l’uomo come "essere-per-la-morte".

Per i filosofi esistenzialisti la morte non è dunque la semplice cessazione del nostro essere: il morire è una modalità dell’esistere, presente in ogni attimo della vita quale sua possibilità limite. Il loro ragionamento va esattamente in senso contrario a quello degli antichi epicurei i quali, per sottrarsi al pensiero angoscioso della morte, suggerivano di considerarla come semplice decesso dell’essere vivente. «Quando ci siamo noi, la morte non c’è; e quando c’è la morte, non ci siamo noi», insegnava Epicuro. La morte intesa in senso esistenziale esige di essere inclusa nel vivere, come presenza che rivela il significato più profondo dell’esistenza.

Coloro che fossero intimiditi dagli austeri ragionamenti filosofici, pensino al film di Bergman, Il settimo sigillo: la presenza del glabro personaggio incappucciato che gioca a scacchi col cavaliere crociato e, visibile o invisibile, l’accompagna ad ogni passo, dando alla vita quotidiana profondità, urgenza e drammaticità, è la traduzione figurativa del pensiero dei filosofi esistenzialisti.

Assorbita nel nostro esistere umano, la morte getta una luce di unicità e irrepetibilità sulla vita presente. Accettare il proprio "essere-per-la-morte"

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vuol dire entrare nell’esistenza autentica. Quando l’uomo ha davanti agli occhi la morte come la possibilità più reale e il tessuto stesso di cui è fatta la sua esistenza, dà all’attimo presente il carattere di pienezza assoluta. La morte, recuperata da quella specie di limbo ai confini della vita in cui inconsciamente la spingiamo per difendercene, viene riconosciuta presente in ogni istante della vita dell’uomo. Questa coscienza è sgradevole ma tonificante; toglie all’esistenza il suo artificiale sapore mellifluo ma le conferisce in compenso un carattere del tutto personale. Accettando che la mia vita sia impastata di morte, ritrovo ciò che la mia esistenza ha di unico.

Il modo in cui il pensiero filosofico moderno considera la morte sarebbe forse una variante della vecchia predica sull’inevitabilità della morte, il memento mori degli autori spirituali? Nessuno è tanto ingenuo da confondere i due tipi di discorso. Il ricordo continuo della morte aveva uno scopo ascetico: era destinato. a staccare l’uomo dal glutine della vita presente per indirizzarlo alle cose eterne; la visione esistenzialista della morte mura invece l’uomo nella più completa immanenza, togliendo alla morte qualsiasi pretesto per inquietare l’uomo in senso trascendente.

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Le scienze dell’uomo scoprono un tabù

Filosofi e letterati, poeti e predicatori hanno sempre fatto della morte e del morire uno dei loro temi preferiti. Appare scontato che continuino a parlarne, pur variando le loro problematiche. Oggi però si nota un fatto nuovo. Anche le cosiddette scienze dell’uomo ― sociologia, psicologia, antropologia culturale — cominciano a mostrare interesse alla morte e al morire. Il loro approccio è evidentemente diverso. Anche queste scienze sono tenute a distanza dalla morte, abisso di lava incandescente. Non possono studiare la morte in sé, ma solo i suoi riflessi: i costumi funebri, gli atteggiamenti sociali, il comportamento delle persone che si avvicinano al trapasso e la reazione dell’ambiente.

Il principale spettroscopio che queste scienze hanno a disposizione è l’osservazione del linguaggio: quando e come si parla della morte. Proprio a questo proposito una delle osservazioni più sorprendenti è stata quella della cura che tutti mettono nell’evitare di parlare della morte. Gli studiosi hanno dovuto cominciare col costatare che, al di fuori dell'orticello filosofico-letterario-spirituale, intorno alla morte aleggiava un silenzio imbarazzato.

Gli storici del costume non hanno mancato di rilevare il carattere relativamente recente di questo fatto, i cui inizi possono essere fatti

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risalire alle prime decadi del nostro secolo. Intorno a quest’epoca è avvenuto un rivoluzionamento nel costume sociale: la morte, questa compagna familiare delle generazioni passate, è scomparsa dal linguaggio, il suo nome è diventato interdetto. Al posto delle parole e dei segni che i nostri antenati avevano moltiplicato per ricordare la morte, è dilagata un’angoscia diffusa e anonima. «La morte è diventata un tabù, una cosa innominabile, e, come una volta il sesso, non bisogna nominarla in pubblico. Nel xx secolo la morte ha rimpiazzato il sesso come principale interdizione. Una volta si diceva ai bambini che nascevano in un cavolo, ma essi assistevano alla grande scena degli addii, nella camera e al capezzale del morente. Oggi i bambini sono iniziati, fin dalla più giovane età, alla fisiologia dell’amore e della nascita, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché, in Francia si risponde loro che è partito per un viaggio in terra lontana e in Inghilterra che riposa in un bel giardino in cui spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono nei cavoli, ma i morti che scompaiono tra i fiori» 1.

Le pubblicazioni che da alcuni anni sociologi e psicologi hanno cominciato a dedicare ai comportamenti di fronte alla morte invalsi

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nella nostra società hanno dovuto preliminarmente infrangere un tabù. Era inevitabile che gli studiosi s’interrogassero sul perché di questo tabù, sul ruolo che gioca nella nostra cultura, sui motivi delle trasformazioni avvenute e di quelle in atto. In questo tipo di interrogativi si riconosce ciò che differenzia il discorso sulla morte fatto dagli studiosi del comportamento umano dal discorso filosofico-letterario. Mentre quest’ultimo — la "morte libresca", come è stato chiamato — considera l'"uomo" e la "natura umana" in generale, le scienze dell’uomo sottolineano la storicità, e quindi la mutevolezza, dei comportamenti; non mirano a una conoscenza universale, ma alla comprensione di quel che avviene qui e ora (ivi compresi i fatti del passato che spiegano il presente).

Uno dei pionieri in questo genere di studi, il sociologo Roger Caillois, ha così teorizzato il tipo di interesse che porta lo studioso dell’uomo e del suo comportamento a considerare la morte: «Una civilizzazione non è definita solamente dal quadro generale delle conoscenze teoriche e pratiche, dal codice morale e dalla giurisprudenza in vigore, dal grado di perfezione delle belle arti, delle arti minori e delle arti della vita — buone maniere, cucina, igiene —, infine dal numero, diversità e potenza delle industrie e delle tecniche. Essa dipende anche dalla maniera in cui gli uomini si rappresentano

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la morte e ciò che viene dopo, dalle ragioni che si danno per affrontarla, dalle consolazioni in uso per pacificare il dolore dei parenti del defunto, dalla sorte prevista per costui nell’aldilà» 2.

La definizione non deve trarre in inganno. Se gli studiosi dell’uomo mettono a confronto le diverse soluzioni, a livello di comportamento come nel campo dei miti e delle ideologie, date dalle differenti culture ai problemi posti dal morire umano, non è solo per accrescere il loro bagaglio di conoscenze sull’uomo. La finalità è sempre, più o meno direttamente, di ordine pratico. Si tratta di curare i disagi che derivano da comportamenti non funzionali o non più in armonia con le trasformazioni culturali sopravvenute. L’interesse che ha indotto questi studiosi a occuparsi della morte nella nostra civilizzazione era di tipo umanitario: contribuire a superare uno stato di malessere, tanto più penoso in quanto sottaciuto. L’eliminazione della morte dalla nostra esperienza quotidiana e il velo di silenzio con cui la nascondiamo sono come una benda su una piaga purulenta: non la si può guarire se prima non si ha il coraggio di strappar via l’ingenuo rimedio. Questo è il tipo di discorsi sulla morte da cui vogliamo lasciarci provocare.

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Il cristiano parla della morte da "mistico"?

Abbiamo così individuato due diversi approcci della morte. Ora ci domandiamo ulteriormente: di che tipo è il discorso cristiano sulla morte? Si situa più dalla parte della problematica filosofico-letteraria, alla ricerca della natura dell’uomo e dei suoi interrogativi eterni, o dalla parte delle scienze dell’uomo, intese a mettere a fuoco i disagi contingenti legati alla storicità e alle trasformazioni culturali?

La comprensione della specificità del discorso cristiano è bloccata da alcuni pregiudizi. Il più diffuso è quello che considera l’insegnamento cristiano sulla morte come un abile armamentario simbolico e concettuale messo in atto per svuotare la morte del suo inquietante potere di distruzione. Con la prospettiva di un aldilà e la promessa di un’altra vita, il cristianesimo annullerebbe l’ansia che afferra l’uomo di fronte alla prospettiva di dover morire. A sostegno della tesi non è difficile spigolare negli scritti neotestamentari, specialmente in S. Paolo, affermazioni trionfali che cantano la vittoria sulla morte per il credente in Gesù Cristo, fino all’appassionato «desidero andarmene ed essere con Cristo» (Fil 1,23).

È innegabile: questa dimensione esiste negli scritti di fondazione del cristianesimo. Ma non è il tutto. Soprattutto non è quanto l’esperienza

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spirituale che si richiama a Gesù Cristo possiede di peculiare. Il trionfo sulla morte il cristianesimo lo condivide con ogni religione, anzi con ogni esperienza mistica, anche quelle che si esprimono più con i moduli della poesia che con quelli della religione. Tanto per fare un esempio, la pienezza di vita spirituale che il poeta Tagore lascia trasparire nelle ultime poesie della sua raccolta Gitanjali lo libera dall’angoscia della morte altrettanto efficacemente che una speranza religiosa:

«Ho ricevuto il mio congedo. Ditemi addio, fratelli miei! M’inchino a voi tutti e me ne parto.

Ecco, io rendo le chiavi della mia porta ― e rinuncio ad ogni diritto sulla mia casa. Solo vi chiedo buone parole di commiato.

Per molto tempo siamo stati vicini, ma ho ricevuto più di quanto potessi dare.

Ora è sorto il giorno, e il lume che rischiarava il mio angolo buio è spento. Risuona l’appello: io son pronto al mio viaggio» 3.

L’anima del contemplativo, il cui tessuto è fitto di rapporti umani profondi e di comunione con la natura, non teme lo strappo della morte. È cullata da una fiducia audace, che neppure il salto nel buio fa crollare.

In un’altra poesia Tagore si esprime con l’immagine tradizionale nel linguaggio religioso

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della morte: quella della morte come nuova nascita:

«Non m’accorsi del momento in cui varcai, la prima volta, la soglia di questa vita.

Qual fu la potenza che mi schiuse questo vasto mistero come sboccia un fiore a mezzanotte in una foresta!

Quando al mattino guardai la luce, subito sentii che non ero uno straniero in questo mondo, e che l’inscrutabile senza nome e forma mi aveva preso tra le braccia sotto l’aspetto di mia madre.

E così pure nella morte, lo stesso ignoto mi apparirà come noto da sempre.

E poiché amo questa vita, so che amerò anche la morte.

Il bimbo piange quando la madre lo stacca dal seno destro, ma trova subito conforto in quello sinistro» 4.

L’apostolo Paolo, da mistico e da poeta, può cantare la vittoria sulla morte con parole che si armonizzano con quelle grandi e nobili che ci è dato ascoltare dagli spiriti umani più elevati. Ma il discorso cristiano ha anche altri accenti, che dipendono dalla vicenda singolare su cui è fondato.

All’origine del cristianesimo non troviamo, infatti, un saggio che si è staccato da questo mondo, grazie all’ascetica o alla contemplazione mistica quali antidoti contro l’angoscia della morte. Il fondatore del cristianesimo è un

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uomo sul quale la morte ha celebrato uno dei suoi trionfi più macabri: dopo averlo investito col suo corteo di non-senso, paura e ripugnanza, lo ha spazzato via con violenza brutale.

Qualcuno ha opportunamente richiamato il contrasto tra la morte di Gesù e quella di Socrate 5. Mentre il filosofo pagano conclude la sua esistenza solennemente e serenamente, in un’aura di sacra celebrazione — una "bella" morte ieratica —, Gesù muore di una morte esteticamente brutta: con tremore, e lacrime, e grida disperate di abbandono. Ambedue queste morti ci sono note grazie alla descrizione che successivamente ne hanno fatto i discepoli. Platone ha voluto idealizzare la morte di Socrate, presentandola come il suo ultimo atto di insegnamento. La vita da amico della verità ― come dice la parola stessa "filosofo" — lo aveva liberato da quella paura della morte che inquieta il comune dei mortali. Egli può salutare la morte come la grande amica che viene a liberare l’anima dalla prigione del corpo. Grazie alla morte entra nell'eternità, dove non esiste più la schiavitù del mondo visibile. Il Socrate descritto da Platone muore attorniato dai suoi discepoli, come il protagonista della più memorabile lezione accademica sull’immortalità dell’anima.

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I discepoli di Gesù, raccontando la sua morte senza abbellimenti, sapevano che avrebbero esposto il loro maestro a un confronto svantaggioso. Di fatto già nell’antichità i nemici del cristianesimo hanno rilevato il contrasto stridente tra la morte di Socrate e quella di Gesù. Eppure gli evangelisti non sono ricorsi ad alcuna preterizione. Non hanno taciuto dell’angoscia, della depressione e del bisogno struggente di conforto che hanno afferrato Gesù all’approssimarsi della morte. Hanno raccontato il modo in cui hanno visto morire Gesù: non come uno che abbia trasceso la condizione umana, ma piuttosto come un uomo che vi si aggrappi tenendola a piene mani.

Non si è staccato dalla vita come un frutto maturo; ne è stato piuttosto strappato come una ginestra che si abbarbica alla roccia. La chiesa delle origini in uno dei suoi inni più antichi ha espresso in forma poetica la sua professione di fede nell’incarnazione. La vita del Figlio di Dio è descritta come un movimento che lo porta non ad evadere dal basso verso l’alto, bensì a scendere verso il gradino più basso della condizione umana:

«Pur essendo di natura divina

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

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apparso in forma umana,

umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce» (Fil 2,6-8).

Il discorso cristiano sulla morte si stacca da tutti gli altri proprio perché prende le mosse da un fatto che è unico e irriducibile a una categoria universale: la morte storica di Gesù di Nazaret. I credenti in Gesù accettano che la loro sapienza umana sia confusa, comprese le ammirevoli espressioni di sapienza che fanno da scudo all’angoscia della morte. Cominciano il loro discorso sulla vita e sulla morte a partire dal concreto storico che scandalizza le persone religiose e disgusta gli umanisti («Predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e follia per i pagani»: 1Cor 1,23). Secondo le parole di Pascal, «non solo noi non conosciamo Dio che per mezzo di Gesù Cristo, ma noi non conosciamo noi stessi che per mezzo di Gesù Cristo. Noi non conosciamo la vita, la morte, se non per Gesù Cristo. Fuori di Gesù Cristo noi non sappiamo che cos’è la nostra vita, né la nostra morte, né Dio, né noi stessi».

Abbiamo stabilito il luogo originale da cui parte il discorso cristiano sulla morte. Vediamo ora la direzione verso cui si muove. Anche in ciò il discorso cristiano si differenzia da quello filosofico e da quello delle scienze umane.

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La riflessione credente non cerca il "perché" della morte, né si dedica prammaticamente ad alleviare i problemi che la morte suscita nell’organizzazione mutevole della vita sociale. La parola di Dio attestata nella Scrittura ci illumina sul senso della morte all’interno del dialogo di salvezza tra Dio e l’uomo. Non è volta, dunque, direttamente né a rispondere a interrogativi di ordine antropologico (chi è l’uomo, che cosa avvenga di lui dopo la morte, o domande del genere), né a risolvere i suoi problemi psicologici, come potrebbe essere la sua ansia esplicita o repressa.

La Bibbia non è un libro che offra la risposta rassicurante all’uomo in cerca di una soluzione all’enigma del morire umano. Tutto quello che vi è detto sulla morte e sull’aldilà appare piuttosto in funzione del rapporto di alleanza con Dio, rapporto che si trasforma con il progressivo realizzarsi della storia della salvezza. Gli uomini in alleanza con Dio hanno attraversato momenti storici e situazioni culturali diverse; nel corso dei secoli si sono posti problemi diversi. Di conseguenza le rappresentazioni della morte, le concezioni antropologiche, l’interesse esistenziale per il problema stesso della morte hanno subito trasformazioni, talvolta profonde.

Nella Bibbia si riflettono tutte le diverse fasi in cui si è articolato il discorso credente sulla morte: con e senza la prospettiva di un’altra

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vita, nell’orizzonte dell’immortalità dell’anima e in quello della risurrezione per il corpo, in un’escatologia comunitaria e in una individuale. Domande e risposte nel corso del tempo hanno variato, proprio perché l’essenziale nel corso del tempo potesse continuare ad essere vissuto e annunciato: che cioè Dio è diventato il Dio dell’uomo, affinché l’uomo possa essere l’uomo di Dio, nella vita e nella morte. Questo essenziale è immutabile, non invece le diverse risposte contingenti date a interrogativi di volta in volta diversi, a seconda delle mutevoli antropologie che li sollevavano.

Incontro ai nuovi interrogativi con fiducia

Le precedenti considerazioni rischiano di suonare astratte. Possiamo tuttavia verificarne subito l’importanza se le applichiamo all’ultimo importante testo che ci viene dal magistero ufficiale della chiesa. Si tratta del paragrafo che la costituzione pastorale Gaudium et Spes dedica alla morte nel capitolo che tratta della «dignità della persona umana». Il documento ripropone la dottrina cristiana sulla morte come risposta all’interrogativo angosciato dell’uomo sul proprio avvenire. Ecco in quali termini è formulato l’interrogativo stesso:

«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo. L’uomo non solo si

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affligge al pensiero dell'avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento della longevità biologica non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che sta dentro invincibile nel suo cuore» (GS 18).

La condizione mortale getta dunque l’uomo in un interrogativo che lo dispone a comprendere e ad accogliere il messaggio cristiano. È perciò del tutto agevole per il documento conciliare che si interroga in questi termini rispondere presentando la dottrina cristiana sulla morte, nella formulazione che ha ricevuto in secoli di riflessione teologica. Dopo aver parlato della «felicità oltre i confini della miseria terrena» riacquistataci dal Cristo con la sua morte redentrice, il documento conclude:

«La fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la possibilità di comunicare in Cristo con i propri cari già strappati dalla morte dando la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio» (ib.).

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Il modo in cui il testo procede può lasciare perplesso uno spirito critico: la risposta è pertinente alla domanda, tuttavia si rimane con l’impressione che non è stato l’interrogativo a suscitare la risposta, ma piuttosto la risposta a guidare la formulazione dell'interrogativo. Proprio perché si presuppone una corrispondenza esatta tra l’interrogativo umano e la risposta cristiana, tra gli interrogativi dell’uomo d’oggi sono stati scelti quelli che sono suscettibili di ricevere la risposta cristiana già collaudata da alcuni secoli di insegnamento. Il testo, in altri termini, definisce come uomo autentico quello che rifiuta che la morte sia la rovina totale, l’ultima parola pronunciata sul destino della persona. A quest’uomo la chiesa propone la fede e la speranza della comunità cristiana. Ma il problema che sta a monte è proprio quello della domanda: gli uomini della civilizzazione occidentale moderna si pongono effettivamente circa la morte gli interrogativi presi in considerazione da questo testo?.

Sia ben chiaro che non è illegittimo costruire la domanda a partire dalla risposta. Colui che crede alla verità della risposta deve anche pensare che la vera questione è quella che permette alla risposta di essere capita ed accolta; e se non è in questo modo che gli uomini formulano l’interrogativo, bisogna raddrizzare la loro problematica. È comprensibile e legittimo,

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perciò, che l’insegnamento della chiesa cerchi di rendere sensibili gli uomini della nostra generazione a questa paura della distruzione definitiva e al bisogno di perennità che devono ben essere presenti in essi, anche se non ne sono coscienti.

Questo modo di procedere è indubbiamente legittimo, ma non può essere l’unico. Se il discorso cristiano sulla morte procedesse esclusivamente sul binario di domande sincronizzate a risposte già date, verrebbe sottratto al flusso della storia. Dio non parla all’"uomo" universale, ma agli uomini concreti, inseriti in costellazioni culturali che modificano profondamente le questioni che si pongono e le rappresentazioni che si fanno della vita e della morte. Ciò vuol dire, in concreto, che la comunità credente rimane aperta a interrogativi anche molto divergenti da quelli cui si è già trovata una risposta. Essa non propone solo gli interrogativi che le sono familiari; recepisce anche quelli che provengono dall’esistenza quotidiana degli uomini, lasciandoseli dire dalle scienze dell’uomo.

Poiché ha fede nello Spirito di Pentecoste che la guida, la chiesa deve osare oggi di uscire dal circuito degli interrogativi appropriati e delle risposte corrispondenti. È il momento di presentarsi davanti ai tribunali, in cui sarà chiesto ragione ai cristiani della «speranza che è in loro» (cf 1Pt 3,15); di accedervi con la

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beata incoscienza dei discepoli che non si affidano alle risposte bell’e fatte, ma allo Spirito che suggerirà loro, sul momento, quello che dovranno dire (cf Mt 10,19).

Perciò, accanto alla preoccupazione pedagogica di educare gli uomini del nostro tempo a porsi gli interrogativi giusti circa la morte ― così come fa il concilio — c’è posto per l’ascolto sincero delle loro questioni spontanee. La storia dei costumi, la sociologia e la psicologia ci diranno quali sono le usanze, le rappresentazioni immaginarie e le angustie psicologiche di coloro che muoiono oggi e di coloro che li attorniano. Le prenderemo in considerazione nella convinzione credente che Dio propone la sua alleanza anche all’uomo d’oggi. La sua parola è più ricca di quanto siamo abituati a leggervi. La chiesa osa credere che è rivolta a lei la parola di Gesù sullo scriba istruito in quel che riguarda il regno dei cieli, il quale, come un avveduto padrone di casa «tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (cf Mt 1-3,52).

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II

MORIRE, CONIUGATO AL PRESENTE

Quando ai morti ci pensava la chiesa

Abbiamo preso l’abitudine alle manifestazioni di pietà verso i defunti cui dà luogo la commemorazione del 2 novembre: la processione ai cimiteri, le corone di fiori, la decorazione delle tombe, le preghiere di suffragio. Queste scene ci sono così familiari che siamo portati a pensare che quanto si svolge sotto i nostri occhi sia l’espressione "naturale" della sensibilità umana verso i morti. Non ci mettiamo a dubitare se sia sempre avvenuto così, o se altrove nel mondo avvenga diversamente. Questa convinzione dipende da un fenomeno di miopia. Abbiamo bisogno degli occhiali della storia per avvertire le trasformazioni avvenute, e di quelli che ci fornisce l’antropologia comparata per conoscere le soluzioni diverse che altre culture danno agli stessi problemi. Ci accorgeremmo allora che la morte indossa abiti di fogge più diverse di quella in cui siamo soliti conoscerla oggi.

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Non solo ciò che accompagna la morte, ma il morire stesso si trasforma. Cambia la scena esterna, man mano che l’asettica e impersonale stanza di ospedale sostituisce la casa e il letto propri; mutano soprattutto le rappresentazioni mentali e gli stati emotivi con cui si va incontro alla morte. Il nostro morire d’oggi non assomiglia a nessun altro. La morte è cambiata, e le scienze dell’uomo ce lo documentano. Lasciamoci condurre da esse attraverso i dati ormai numerosi che dobbiamo agli studi recenti, procedendo dall’osservazione dei fenomeni più esteriori ed evidenti all’analisi delle trasformazioni più intime della mentalità.

Uno studioso francese della storia dei costumi, Philippe Ariès, ha dedicato quindici anni delle sue ricerche e riflessioni agli atteggiamenti davanti alla morte nelle nostre culture cristiane occidentali. Dobbiamo alla sua opera la coscienza che la nostra sensibilità contemporanea verso i morti e i cimiteri, quella che noi siamo portati a credere antichissima e universale, è in. realtà di origine recente; più precisamente si è formata durante l’illuminismo e si è diffusa nel secolo scorso in clima di romanticismo. Egli ritiene che il culto moderno dei morti si sia affermato grazie alla sua semplicità senza dogma né rivoluzione, senza soprannaturale e quasi senza mistero; esso aveva perciò quanto era necessario per renderlo facilmente assimilabile da una cultura avviata

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alla secolarizzazione. «Assimilato tanto dalle chiese cristiane che dai materialisti atei, il culto dei morti è diventato oggi la sola manifestazione religiosa comune agli increduli e ai credenti di tutte le confessioni. È nato nel secolo dei lumi, si è sviluppato nel mondo delle tecniche industriali, poco favorevoli all’espressione religiosa, e tuttavia è stato così ben naturalizzato che si sono dimenticate le sue origini recenti. Senza dubbio ciò è avvenuto perché corrispondeva giustamente alla situazione dell’uomo moderno e in particolare al posto occupato nella sua sensibilità dalla famiglia e dalla società nazionale» 6.

La visita al cimitero, alla tomba di famiglia, momento centrale del culto dei morti, pur così radicata nel costume moderno, non è una pratica che si riallacci ad usi antichi. Per lungo tempo il nostro occidente ha avuto altre usanze e altre concezioni della morte. Il Medioevo non ha conosciuto i cimiteri del nostro tipo. Neppure esisteva un interesse esplicito per la sorte terrena del corpo. Questo veniva, in un certo senso, abbandonato alla chiesa. L’edificio del culto con i suoi annessi veniva ad essere una specie di grembo di mater dolorosa che custodiva il sonno dei morti, nell’attesa della risurrezione. L’unica preoccupazione

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era quella di deporre i cadaveri nei pressi del santuario: ad sanctos, cioè là dove si celebrava l’ufficio divino ed erano venerate le reliquie dei santi. Naturalmente non mancavano le discriminazioni: mentre i potenti e i ricchi erano sepolti nei posti più ambiti nell’interno della chiesa, ai poveri erano destinate sistemazioni più scadenti ai limiti del recinto sacro, in fosse comuni. Ma simili differenze non ferivano allora la sensibilità quanto oggi. Ciò che si sentiva di più era invece il valore comunitario di quest’assembramento di dormienti presso le reliquie dei santi, in attesa del risveglio finale.

Con questa pratica la cristianità aveva infranto una delle interdizioni più solenni dell’antichità greco-romana: la proibizione di seppellire i morti entro il recinto della città. Anche il cristianesimo delle origini si era per lungo tempo attenuto a tale norma. Poi la devozione aveva rotto gli argini della proibizione. Gli uomini di chiesa vedevano un interesse pastorale in questa familiarità con i morti, in quanto ritenevano che inducesse i viventi a pensare alle cose dell’anima e a fare preghiere di suffragio.

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I cimiteri: sentimento e retorica

Nei primi secoli dell’epoca moderna le rappresentazioni religiose e secolari della morte cambiarono; la situazione delle sepolture rimase invece per lungo tempo invariata: si continuò a seppellire così come si era fatto nel Medioevo. I cimiteri salirono agli onori delle cronache verso la metà del secolo XVIII. Per lo spirito illuminista le sepolture nelle chiese e nel recinto circostante divennero insopportabili. La motivazione più frequente era quella profilattica. Si inventarono le storie più orripilanti su contagi, miasmi ed epidemie; l’opinione pubblica si appassionò e si lasciò trasportare. In breve, non si tollerarono più sepolture all’interno della città. Le leggi repubblicane francesi, e poi napoleoniche, che allontanavano i cimiteri dai centri abitati, apparivano come il simbolo della modernità contro l’oscurantismo medievale.

Ugo Foscolo, che pur scriveva il suo Dei sepolcri per protestare contro la "nuova legge" che «impone oggi i sepolcri fuor de’ guardi pietosi», condivideva l’esecrazione moderna per le pratiche medievali; pensava che quando i corpi erano sepolti nelle chiese «agl’incensi avvolto de’ cadaveri il lezzo i supplicanti contaminò», e che le città furono «meste d’effigiati scheletri».

Ma già nella poesia del Foscolo avvertiamo

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una trasformazione nella sensibilità. La vicinanza dei cimiteri non inquietava più; anzi, gli abitanti delle città sentivano il bisogno di avere sotto gli occhi le tombe dei grandi uomini del passato, come genii tutelari. Mentre l’Illuminismo aveva allontanato con ribrezzo le tombe dei morti dal luogo dove abitavano i vivi, ora non si concepiva più una città senza cimitero, senza cioè il santuario del culto dei morti, di recente invenzione. Si riteneva che gli uomini del passato continuassero a parlare ai vivi dalle tombe: «a egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti», commenta ancora il Foscolo.

Altri temi rafforzeranno la nuova religione dell’epoca romantica: il patriottismo per esempio. Ben presto si comincerà a venerare in modo speciale la tomba dei caduti per la patria. Dopo la grande guerra (1914-1918) non ci sarà cittadina senza il suo monumento ai caduti; alla fine della seconda guerra mondiale (1939-1945) basterà solo allungare la lista degli "eroi" e aggiornare le cifre dei caduti. La tomba del milite ignoto sarà promossa al rango dei luoghi più sacri della città moderna; i rappresentanti ufficiali della nazione vi celebrano i riti solenni del culto del ricordo. L’ideologia implicita è che la società è composta allo stesso tempo di morti e di vivi, e che i morti sono altrettanto significativi e necessari dei vivi.

Il culto dei morti ha trovato inoltre nella

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famiglia un’altra fonte di ispirazione. In un mondo mutevole, in una società mobile, la tomba è diventata la vera casa di famiglia. Il bisogno di riunire in un luogo, preservato e chiuso, i morti della famiglia, corrisponde a un sentimento nuovo, tipicamente moderno. Sorto nelle classi borghesi all’inizio del XIX secolo, si è esteso in seguito a tutte le classi sociali. L’affetto che lega i membri viventi della famiglia è trasferito sui morti. Cacciati ovunque, i buoni sentimenti celebrano i loro fasti intorno alle tombe. Al contrario della città, dispersiva e disumana, il cimitero è il segno della solidarietà dei viventi.

Dal profilo di sviluppo storico che abbiamo tracciato risulta che il culto delle tombe e dei cimiteri che si è sviluppato nella nostra cultura ha un’ispirazione del tutto indipendente dal cristianesimo. Il ricordo conferisce al morto una specie di immortalità che prescinde da qualsiasi fede religiosa. Dacché sono diffuse le nuove usanze funebri, proprio gli agnostici sono diventati i visitatori più assidui delle tombe dei loro parenti. Anche coloro che non vanno mai in chiesa non mancavano di recarsi al cimitero, di infiorare le tombe, di raccogliersi nella compagnia spirituale del morto. Ma il culto sociale e familiare dei morti, malgrado le sue origini illuministe e positiviste, è stato così ben assimilato dai cristiani, specialmente nei paesi cattolici, che è stato creduto un prodotto della fede e della speranza religiose.

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Dalla "buona morte" alla "bella morte"

Proprio nei paesi di tradizione cristiana è possibile osservare, da circa un terzo di secolo, un rivoluzionamento delle usanze e dei sentimenti che erano soliti accompagnare il culto dei morti e il processo del morire. Anzi, è la morte stessa che sta scomparendo dall’orizzonte dell’uomo moderno. Al morente è stata tolta la sua morte, ai sopravvissuti la facoltà di esprimere il loro cordoglio. Ciò che prima era comandato dagli usi sociali ora è sentito come indecente. Cerchiamo di vedere più da vicino quali sono quelle trasformazioni di costume alle quali, come dicevamo, gli storici ci hanno reso sensibili.

È cambiato lo scenario del trapasso. Il morente non decede più a casa, circondato dai propri cari, ma all’ospedale, e in solitudine. Prima che iniziasse il rivolgimento di costume a cui stiamo assistendo, l’uomo era il protagonista della propria morte. La "bella morte" era un suo diritto-dovere; se egli stesso non si accorgeva dell'approssimarsi dell’ora fatale, spettava ad altri avvertirlo. Morire era un’arte; i libri di spiritualità che descrivevano l'ars moriendi erano un genere letterario molto diffuso verso la fine del Medioevo. Un’arte, del resto, che si apprendeva dal vero, guardando morire, fin da piccoli, i vecchi e i meno vecchi della propria famiglia. Nessuno pensava che

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fosse indecente ammettere i bambini nella camera dei morenti; si pensava piuttosto che fosse disumano tenerli fuori.

Oggi la morte viene a chiudere una vita nella clandestinità. Il trapasso ideale è quello in cui il morente ignora la propria morte. La "bella morte" sostituisce la "buona morte". Alcuni tratti di questi due diversi modi di morire sono esattamente opposti. La "morte più bella" tende ad essere, nell’immagine sociale più accettata, la morte di cui neppure ci si accorge: una morte rapida, istantanea, non necessariamente violenta e brutale, ma in ogni caso una morte che "non si trascina". La cosa sorprendente è che questa morte improvvisa, incosciente e senza sofferenza, ha proprio le caratteristiche di quella che un tempo era ritenuta dalle persone religiose una "cattiva morte". Si pregava per essere liberati da questo genere di morte: a subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine. È la morte che evita l’agonia, con le sue sofferenze fisiche e morali: ma priva del Viatico e dei sacramenti. I devoti chiedevano la grazia di essere preservati da questo supremo male mediante l’«esercizio della buona morte». La "buona morte" implica una coscienza lucida, una preparazione agli ultimi momenti accettati sotto la forma che Dio vorrà; è rivolta verso l’avvenire, verso un dopo-morte carico di speranza. La "bella morte" invece viene improvvisa, proprio come

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il ladro di notte da cui mette in guardia il Vangelo; non dice riferimento a nessun futuro, ma solo a un presente di dolore da cui libera. A coloro che attorniano il morente si chiede l’abilità di sapergli nascondere il suo stato. La loro massima ambizione è quella di riuscire ad ottenere che la morte sopraggiunga «senza che egli si sia sentito morire». A volte le motivazioni di coloro che scelgono il partito del silenzio possono essere nobili e rispettabili; resta il fatto che il morente è defraudato della propria morte.

L’espropriazione della morte è radicalizzata dalle terapie della medicina moderna; il morire è prevalentemente un problema tecnico connesso con l’arresto delle cure. La medicina ha oggi gli strumenti per prolungare quasi indefinitamente la sopravvivenza delle funzioni vitali dell’organismo, anche dopo che la coscienza si è spenta irreversibilmente. I casi estremi sono quei corpi, trapassati da aghi e da tubi, che non finiscono mai di morire. Ma anche quando l’accanimento terapeutico non produce queste mostruosità, sempre più la fine della vita dipende discrezionalmente dai medici (vale a dire, concretamente, dall’attrezzatura dell’ospedale e dalle possibilità finanziarie del paziente). Sulla decisione dell’équipe ospedaliera pesano quattro ordini di considerazione: il rispetto della vita, che spinge il medico a prolungarla il più possibile; il senso

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umanitario, che agisce in senso contrario per abbreviare le sofferenze; la considerazione dell’utilità sociale dell’individuo (giovane o vecchio, celebre o sconosciuto: che cosa non ha fatto una caterva di medici per prolungare l’agonia del generalissimo Franco!); l’interesse specifico del caso. Il momento della morte è un’incognita che dipende dalla combinazione di questi fattori. Mors certa, hora incerta, dicevano gli antichi. La morte è rimasta certa ma l’ora è di meno in meno incerta: l’ora è prescritta. Ma sfugge al morente. Essa resta in mano all’équipe curante: alle sue capacità tecniche e alle sue prognosi cliniche. E se il personale ospedaliero sa bene l’ora della morte, non la dice: hora certa, sed tacita.

In armonia con quest’atmosfera di clandestinità che avvolge il trapasso è lo stile di morte che si domanda all’uomo tecnologico. Allo stoico era richiesta la dignità, al cristiano la santità; dall’uomo moderno ci si aspetta la discrezione. La morte accettabile è quella che non mette in imbarazzo quelli che sopravvivono. L’ideale è di scomparire in "pianissimo", in punta di piedi.

Il costume moderno, mentre chiede ai morenti di non turbare i vivi con la loro morte, proibisce ai sopravvissuti di mostrare la loro commozione. Piangere i morti confina con l’indecenza. In tutte le epoche si è sentito il lutto come una necessità psicologica e sociale. Le

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espressioni variavano, secondo i tempi e le culture, in una gamma che va dai banchetti funebri orgiastici alle manifestazioni più teatrali di cordoglio delle lamentatrici ingaggiate per piangere al posto dei parenti del morto. Ora la società esige da questi ultimi un autocontrollo corrispettivo alla discrezione che chiede ai morenti; una pena troppo visibile non ispira pietà, bensì ripugnanza: ha qualcosa di morboso. Non si piange più in pubblico. Il dolore e le lacrime, le cui manifestazioni erano considerate come legittime, anzi necessarie ai sopravvissuti, sono oggetto di un’altra convenzione sociale: oggi si nasconde ciò che una volta bisognava mostrare, o addirittura esibire, come una prova d’amore. Gli afflitti impenitenti sono respinti tra gli asociali.

Lasciato solo col suo dolore, colui che ha sofferto il dramma della perdita di un essere caro spesso non ha più neppure il conforto di visitarne la tomba. Il costume preme perché le tracce del morto siano fatte sparire in maniera radicale. L’incenerazione diventa la soluzione ottimale. Anche la chiesa cattolica ha tolto le sanzioni canoniche con cui per lungo tempo aveva dissuaso i suoi fedeli dalla cremazione, dal momento che questa non ha più il senso anticristiano che le si conferiva in passato. Evidentemente la luce verde per la cremazione minaccia il culto dei cimiteri e il pellegrinaggio alle tombe.

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Alcuni osservatori sociali si preoccupano dei danni psicologici che questa nuova prassi sta causando. La soppressione radicale di tutto ciò che richiama la morte sembra avere effetti traumatizzanti. Sono scomparse le prescrizioni sociali che imponevano condotte rituali e uno statuto speciale durante il lutto, sia alla famiglia che alla società nei suoi rapporti con la famiglia. Così il travaglio del lutto risulta bloccato e l’individuo è privato dell’aiuto della società proprio quando ne avrebbe più bisogno. Il prezzo pagato in solitudine, disperazione e comportamenti patologici è molto elevato. Abbrutirsi di lavoro, fingere di vivere in compagnia del defunto, come se continuasse ad essere presente, lasciarsi deperire: sono altrettante manifestazioni che turbano la vita di coloro il cui lutto è stato represso.

Morire all’americana

L’evacuazione della morte dalla vita quotidiana sembra faccia parte strutturalmente della civiltà occidentale contemporanea. È possibile stabilire con sufficiente sicurezza che l’atteggiamento moderno di fronte alla morte — cioè la sua interdizione al fine di conservare il volto inalterato della felicità — è nato negli Stati Uniti d’America verso l’inizio del nostro secolo. Di qui si è diffuso successivamente nell’Europa

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nord-occidentale; in Inghilterra e nei paesi scandinavi ha prodotto le manifestazioni più radicali. Ma il nuovo atteggiamento fa parte del modello globale delle società industriali, così come la priorità del benessere e del consumo : esso non è ignoto perciò in tutti i paesi toccati dall’industrializzazione, comprese le nazioni latine. È vero che la situazione attuale è lungi dall’essere omogenea, anche nell’area americana ed europea in questione. Anzitutto si rilevano resistenze là dove sussistono forme arcaiche di mentalità o forti tradizioni religiose; negli stessi paesi tecnicizzati le masse popolari tendono a prolungare i modelli tradizionali di comportamento. In secondo luogo va notato che forme di resistenza si annunciano proprio nel paese donde ha preso origine il processo di trasformazione del volto della morte, vale a dire gli Stati Uniti d’America.

I nuovi costumi funerari americani — the American way of death, come sono stati chiamati — sono ormai noti a un vasto pubblico. Il romanziere inglese Evelyn Waugh ne ha fatto un’indovinatissima satira ne Il caro estinto, da cui è stato tratto un film scintillante d’humour nero.

Sociologi e psicologi, sulla scia dell’opera da pionieri svolta da J. Mitford e H. Feifel, hanno analizzato il fenomeno in tutti i suoi aspetti.

costumi funerari che si vanno diffondendo appaiono come un compromesso tra il tabù e

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il bisogno psicologico di celebrare il lutto. Mentre l’atteggiamento nei confronti del morente e dei superstiti continua a modellarsi sul cliché dell’interdizione sociale a parlare della morte, verso il morto invece ci si comporta in maniera sorprendentemente aperta e sontuosa. Il rovesciamento comincia con la toilette funebre. Il cadavere viene affidato ad abili massaggiatori, che gli restituiscono le apparenze della vita; viene poi esposto nel salone di un funeral home, centri adibiti appunto alle onoranze funebri, in cui il morto riceve un’ultima visita di parenti e amici, in mezzo a fiori e musica. In questo estremo addio si fa sfoggio di abilità scenica; non è raro che il manager sia presentato dietro il tavolo d’ufficio in cui ha svolto la sua attività, come se ricevesse ancora una volta i suoi collaboratori. Il morto è onorato, ma rifiutandogli il suo statuto di morto. Grazie al maquillage e alla messa in scena, la morte è mimetizzata, assume l’aspetto del sonno. La sepoltura avviene in cimiteri più raffinati di un giardino all’inglese. In questi cimiteri i romantici del secolo scorso vedrebbero la realizzazione di quel luogo idillico dove i viventi possono intrattenersi, in amorosi pensieri e in edificanti riflessioni, con lo spirito dei "cari estinti".

Questo rifiuto di un’evacuazione radicale della morte fa riflettere. La nuova prassi è qualcosa di più che un’ulteriore stramberia da mettere

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sul conto dell'American way of lifeContiene una protesta nei confronti di una pura eliminazione, senza riti e senza solennità, dei rifiuti umani prodotti dalla morte. I nuovi riti possono essere un prodotto artificiale; esprimono nondimeno una nostalgia dell’umanità. Tuttavia il modello di società futura verso il quale ci stiamo incamminando continua ad apparirci ostinatamente refrattario a una presenza della morte. La tabuizzazione avviata ha l’aria di non lasciarsi arrestare. Se il rifiuto della morte appartiene al modello della civilizzazione industriale, è destinato ad espandersi allo stesso ritmo di questa. Questa crescente diffusione provoca la comunità cristiana a una seria riflessione.

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III

UNA SPERANZA PER UOMINI SENZA ALDILÀ

Credenti: ma per questa terra

Abbiamo visto in una rapida rassegna quanto sia mutato l’aspetto della morte nell’ambito dei paesi occidentali a predominanza tecnologica. Anche se ci siamo lasciati guidare dai risultati delle scienze dell’uomo, avevamo un interesse diverso da quello dello storico dei costumi che registra le trasformazioni o dell’operatore sociale che vuol guarire la comunità civile dai suoi malesseri. Il mutato atteggiamento nei confronti della morte è indice di una crisi di civiltà; per la comunità dei discepoli di Cristo ciò comporta un "tempo forte": tempo di ripensare il messaggio di cui è portatrice, tempo di annunciarlo con nuovo slancio: questo è l’orizzonte ultimo del nostro interesse. Il legame che si è stabilito tra un certo culto dei morti e la speranza cristiana ci è apparso come storicamente condizionato. Non è sempre stato così, e non è detto perciò che dovrà sempre essere così. La cosa più

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necessaria è ora che i discepoli di Gesù siano convinti che nella cantina cristiana c’è abbastanza vino nuovo per riempire gli otri nuovi.

I cambiamenti nei costumi funerari non sono fatti accidentali; dipendono piuttosto dalle trasformazioni dell’antropologia. Il modo come si tratta il corpo dopo il decesso riflette la concezione dell’uomo propria di ogni epoca. Oggi la credenza di un aldilà riservato all’anima immortale batte in ritirata. Forse è per questo motivo che di fronte ai nuovi riti funebri americani abbiamo l’impressione come di una mascherata: sappiamo che dietro non c’è alcuna fede né nell’immortalità dell’anima, né nella risurrezione dei corpi. I sondaggi di sociologia religiosa rivelano che da una ventina di anni il numero di gente che dice di credere a una vita dopo la morte decresce costantemente e tende a stabilirsi intorno alla metà della popolazione adulta. Un dato che fa ancor più riflettere è che tra coloro stessi che dichiarano di credere in Dio solo un numero ristretto afferma di credere in una vita nell’aldilà; la differenza tra i credenti che sperano un’altra vita e quelli che si riferiscono solo a quella presente è notevole; questi ultimi raggiungono in alcune inchieste la percentuale del 40%. Gli intervistatori hanno calcolato che in media un cristiano su tre si afferma cristiano per questa vita, senza opinione precisa sulla realtà d’una vita personale dopo la morte.

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Tra credenti e non credenti si nota una sorprendente convergenza di espressioni quando si viene a parlare della morte e dell’altra vita. A tale conclusione si giunge analizzando i risultati di un reportage televisivo che alcuni anni fa permise a più di 60 personalità eminenti, ben conosciute in Francia e in Belgio, di esprimersi a proposito della morte. Nel linguaggio, nei sentimenti e negli atteggiamenti personali di non credenti e di credenti di diverse religioni si notano analogie inattese. Il noto psicologo della religione A. Godin, esaminando questi dati 7, ha concluso:

1. Né la frequenza del pensiero della morte, né lo stato d’animo nel quale vi si pensa (serenità, angoscia, rivolta) comportano differenze sensibili nel gruppo religioso paragonato globalmente al gruppo non religioso. Tutt’al più si nota una leggera tendenza a parlare della morte tra i credenti in termini di paura o di angoscia, tra gli increduli in termini di accettazione serena.

2. Che la morte faccia parte della vita, addirittura che dia il pieno valore a una vita, che debba essere accettata, anzi integrata lungo tutta un’esistenza, è un tema onnipresente nel

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campione di coloro che hanno risposto all’inchiesta.

3. La rivolta davanti alla morte degli altri, senza essere ignorata dai non credenti, è più facilmente manifestata da diversi credenti di questo campione, e sovente è espressa in termini più vivi. Si combina, presso questi ultimi, col ricordo del Cristo che attraversa la morte (scandalo della croce); questo ricordo è sentito più come uno stimolo alla ribellione che come un invito alla rassegnazione.

4. La credenza in una "sopravvivenza" individuale, in quanto svolge la funzione di proteggere il narcisismo e di aiutarlo a schivare la morte proiettando illusoriamente l’ "ego" nell’aldilà, è rigettata dalla totalità dei non credenti. Essa è anche fortemente criticata, talvolta rigettata, eventualmente protetta da ogni tentativo di descrizione, da un buon numero di credenti. Questi, soprattutto se sono teologi, evocano una differenza radicale tra una "sopravvivenza" di prolungamento (rianimazione nell’aldilà), che potrebbe essere un mezzo per evitare la durezza psicologica della condizione mortale, e la "risurrezione", del tutto diversa, sperata in Gesù Cristo.

5. L’idea che la credenza nell’aldilà modificherebbe il modo di vivere al presente (per es. mediante il timore del giudizio o del castigo)

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è praticamente assente da tutto il discorso dei credenti. Per contro, la partecipazione alla vita eterna già ora presente con una funzione stimolatrice per la nostra azione volta a modificare il mondo, è un tema introdotto spontaneamente da diversi credenti di tutte le confessioni. Questo pensiero sembra giocare psicologicamente un ruolo simile a quello delle forme di "immortalità" (opere, figli, ricordo, presenze diverse) riconosciute come importanti da molti non credenti.

6. La quasi totalità di credenti e non credenti si incontrano in una vigorosa critica di ciò che ci sarebbe di illusorio nella speranza di un’altra vita come "assicurazione sulla morte", cioè nel credere in un prolungamento della vita umana come funzione consolatrice. È certo che il segmento di popolazione interrogata costituisce socialmente un’élite. È tuttavia significativo che in questo gruppo l’idea di una sopravvivenza nell’aldilà (o nella storia come prolungamento di se stesso) non interviene affatto a facilitare psicologicamente l’accettazione dell’essere-per-la-morte. All’origine di certe reazioni, socialmente catalogate come rigetto di credenze cristiane, potrebbe esserci appunto il rigetto dell’idea della sopravvivenza, considerata come sospetta.

I risultati di un simile sondaggio non possono essere generalizzati. In altri strati sociali

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gli atteggiamenti di fronte alla morte sono indubbiamente diversi. Tuttavia è innegabile che alle trasformazioni a livello di costume, che abbiamo visto precedentemente, corrisponde nell’universo delle rappresentazioni un cambiamento che coinvolge anche i credenti. Questi si sentono a disagio in quelle espressioni della fede cristiana che prolungano le attese banali degli uomini, inclini a rifiutare psicologicamente la loro finitudine mortale.

La maggior parte delle religioni dispone di efficaci risorse per blandire il bisogno narcisistico di prolungare la vita, dando scacco alla morte. Anche il cristianesimo ne ha. Ma sempre più numerosi credenti pensano oggi che nella promessa di risurrezione che hanno ricevuto con la fede in Cristo è contenuto qualcosa di diverso che una semplice illusione securizzante. Per accogliere quella promessa non si sentono obbligati ad abbandonare la terra abitata dall’uomo contemporaneo, il quale è sempre più riservato e diffidente di fronte agli interrogativi sull’aldilà.

La promessa della risurrezione per questi cristiani è più una parola che riempie di senso questa vita che l’apertura di una prospettiva su un’esistenza futura di cui si possa parlare nei termini di un’esperienza presente. Essi sottoscriverebbero l’affermazione attribuita al Curato d’Ars: «Se non c’è niente nell’aldilà, sarei

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ben gabbato; ma non rimpiangerei di aver creduto all’amore».

Per questi credenti, di cui comprendiamo e rispettiamo la delicata situazione spirituale, può essere importante sapere che altri prima di loro hanno creduto alle promesse di Dio prescindendo da un prolungamento nell’altra vita. Per molti secoli, infatti, lo sguardo d’Israele si è rivolto alle sole possibilità umane durante questa vita, senza provare interesse per ciò che aspetta l’uomo nell’aldilà. Anche una esistenza chiusa entro l’orizzonte terreno è stata vista come un’autentica possibilità religiosa.

Morire da patriarchi

Nella Bibbia si riflettono credenze e atteggiamenti di fronte alla morte molto diversi da quelli che ci sono familiari oggi. Troviamo, sottolineata con enfasi, la serenità dei giusti che muoiono, colmi di giorni in mezzo alla loro numerosa posterità, accettando senza una parola di rivolta di essere «riuniti ai loro padri», di essere cioè ingoiati da quella notte che ha già accolto coloro che li hanno preceduti sulla terra. La morte è vista in questi casi come un evento "naturale", che non turba il dialogo con Dio e non getta ombre sulla convinzione che il Dio dell’alleanza è un "Dio vivente".

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Da dove trae la sua serenità la morte di questi uomini, che pur non manifestano alcuna speranza in un’altra vita? Anche oggi capita qualche volta di assistere a un trapasso pieno di pace, ma solo in quei rari casi in cui il termine della vita coincide col suo compimento. Succede così quando la morte non sopravviene troppo presto o troppo tardi, come avviene nel più dei casi, ma proprio al momento giusto, quando la causa per cui si è vissuti è stata raggiunta. La morte dei membri del popolo d’Israele trae la sua serenità da un altro motivo, squisitamente religioso. È ispirata dalla fede che l’alleanza stabilita «con Abramo e la sua discendenza» (Gn 12,1ss) garantisce la fedeltà di Dio verso il popolo nel suo insieme, malgrado il carattere effimero dei singoli membri della comunità. Per questo vediamo Abramo preoccuparsi della sua morte finché non ha discendenza (cf Gn 15,2-6); ma, ottenuta la certezza di posterità, lo vediamo morire «in buona vecchiaia, attempato e sazio di giorni» (Gn 25,8).

La morte dell’uomo inserito organicamente nel popolo in alleanza con Dio avviene senza strepito e lamenti, benché sia considerata come l’avvenimento definitivo e irreversibile dell’esistenza individuale. «Noi moriamo e siamo come acqua versata in terra che non si può più raccogliere, e Dio non riconduce un’anima»; con questo argomento la donna accorta

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che perora la revoca del bando per Assalonne strappa al re David il suo consenso al ritorno, prima che la morte renda i giochi umani irrevocabili (2Sam 14,14).

La società in cui vissero i patriarchi e i re d’Israele era di tipo arcaico. Oggi essa sopravvive ampiamente nel mondo — in Africa per esempio — ma è quanto mai lontana dai modelli culturali che ha creato la società industriale e produttivista che è la nostra. Nell’una prevale lo spirito comunitario, nell’altra quello individualistico; la prima socializza la morte, la seconda la privatizza. Mentre quest’ultima vive la morte come una rottura drammatica, la cultura di tipo arcaico la sente come continuità e dialogo, grazie al perseverare della comunità.

Il popolo d’Israele passò per vari stadi di civilizzazione. In un’epoca più vicina a noi le classi più colte subirono l’influenza delle culture più raffinate fiorite attorno al Mediterraneo, in particolare quelle che irradiavano dalla Grecia. Le rappresentazioni della morte non potevano non cambiare. Ma anche questa nuova fase culturale fu integrata nella fede, nell’alleanza con Dio. La Bibbia lo documenta mediante i libri che riflettono l’antica sapienza d’Israele, in particolare le raccolte dei Proverbi.

All’uomo saggio che segue la legge di Dio, è promessa la "vita". Non si tratta però della "vita eterna" nella rappresentazione che possiamo

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farcene noi oggi: la "vita" promessa al giusto consiste in lunghezza di giorni, discendenza, ricchezza, onore, pace, fortuna, non in qualcosa riservato all’aldilà. Non affrettiamoci a condannare questo pensiero come crasso materialismo. Malgrado che questi uomini siano chiusi all’aldilà, il loro universo continua ad essere religioso, perché concepiscono la vita legata a Dio mediante l’alleanza.

«Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30,15.19).

La morte di cui è questione in questo formulario d’alleanza non è tanto la morte biologica, quanto l’esistenza lontano da Dio, una esistenza in cui è infranto il patto che la univa a Dio. Questa è la minaccia che il credente dell’antica alleanza teme sopra ogni altra cosa. Il triste evento si manifesta nelle miserie e negli sconvolgimenti che turbano l’esistenza e tocca il culmine con l’annientamento fisico (in particolare, con la morte precoce dell’empio). Ma la benedizione e la maledizione sono per questa vita; l’altra non è presa in considerazione. È qui sulla terra che, uniti a Dio, ci si espande nella vita, o, separati da Dio, ci si rattrappisce nella morte.

Tuttavia i contatti con una cultura che non

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pensava più l’uomo in termini comunitari-collettivistici non potevano mancare di produrre frutti di interrogativi nuovi e inquietanti. L’emergere del concetto di persona e dell’idea di un destino individuale scuoteva le pacifiche rappresentazioni della morte dell’uomo patriarcale. Come può resistere la fiduciosa speranza in Dio quando l’uomo si mette a considerare la morte nella sua cruda realtà di evento che viene a troncare la dolcezza della vita? Come reagire di fronte alla costatazione che, per lo "stolto" come per il "saggio", cioè tanto per il peccatore quanto per il pio, la stessa morte si spalanca davanti inesorabile?

Sappiamo che qualche saggio in Israele ha spinto la sua meditazione fino a queste terre desolate del dubbio. La Bibbia ce la presenta con il carattere autorevole che attribuisce alla parola di Dio.

Uno di questi autori è Qohélet, «figlio di David, re di Gerusalemme», come lo introduce solennemente l’iscrizione del libro dell’Ecclesiaste che gli è attribuito. Qohélet considera la condizione umana, prigioniera tra il nascere e il morire, con lucido scetticismo:

«Un infinito vuoto —; dice Qohélet — un infinito niente.

Tutto è vuoto e niente.

Tanto soffrire d’uomo sotto il sole

che cosa vale?

Venire andare di generazioni

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e la terra che dura» (Ec 1,2-4; nella trad. di Guido Ceronetti).

Dopo questa costatazione l’unico atteggiamento ragionevole sembra essere solo l’odio per la vita. Eppure la fede, che vede nell’esistenza il luogo del dialogo col Dio vivente che offre la salvezza, gli impedisce di lasciar cadere ogni speranza. E sarà ancora una speranza per questa vita, anche se vista con occhi disincantati. La risposta esistenziale di Qohélet sarà di concentrarsi sull’ora presente, accettando la felicità del singolo momento come un dono che viene dalla mano di Dio. Gli uomini vedono solo l’assurdo della vita che finisce. Anche i credenti in Dio non sembrano avere più lumi degli altri di fronte alla morte. Ma, malgrado la sfida che viene loro dalla condizione di esseri destinati alla morte, è possibile incontrare Dio, e proprio in questa vita, non in un’altra:

«So che hanno un unico bene:

il piacere, procurarsi felicità da vivi.

E ogni uomo che mangi e beva

e in tutta la sua pena abbia un barlume di bene,

anche questo è di Dio» (Ec 3,12-13).

Queste parole così terrestri nel libro sacro per eccellenza ci sorprendono. Al nostro orecchio suonano come professione di edonismo. È arduo per noi riconoscere un atteggiamento religioso dove l’uomo non si polarizza su un’altra vita. Ciò che ispira Qohélet è invece proprio

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il "timore di Dio’’ che induce l’uomo senza aldilà a sottomettersi a ciò che il momento gli offre da parte di Dio. La nostra sorpresa si muta allora in stupore. La Bibbia ci attesta che gli uomini che hanno creduto nell’alleanza hanno posto interrogativi che penseremmo fosse illegittimo porre da parte di persone religiose; e hanno ottenuto risposta sulla loro stessa lunghezza d’onda.

Senza primogenitura, ma non senza benedizione

Nella sua funzione pedagogica la chiesa deve sempre, come fa appunto nella Gaudium et Spes, richiamare l’uomo moderno all’orizzonte di interrogativi legati alla sopravvivenza e all’aldilà. Sappiamo la risposta che la dottrina cristiana trae dalla Scrittura per coloro che domandano un domani oltre i giorni terreni: essa annuncia una promessa di vita eterna. Ma esistono anche quelli che, come Esaù, hanno perduto il diritto alla primogenitura e quindi a una prospettiva di avvenire al di là della vita presente. «Padre, non hai serbato per me alcuna benedizione?», gridava lo spodestato Esaù a Isacco (cf Gn 27,36). A questa invocazione il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe risponderebbe con una larghezza che

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sconcerta i dottori in teologia che conoscono solo una risposta. La fede biblica è più articolata dei sistemi teologici. Sì, anche per il secondogenito che non eredita il diritto di sperare a un domani c’è una benedizione, una benedizione in questa vita.

L’affermazione è audace e sentiamo il bisogno di corroborarla con l’autorevolezza di un teologo. L’esegeta N. Lohfink, dopo aver accostato la mentalità immanentista dell’uomo moderno alle espressioni di speranza intramondana dei credenti dell’epoca veterotestamentaria, invita a considerare la rilevanza per il nostro tempo della parola di Dio al popolo d’Israele:

«Se consideriamo l’Antico Testamento dobbiamo riconoscere che è veramente possibile credere, sperare e amare senza avere dinanzi allo sguardo l’aldilà. Infatti noi siamo dell’opinione che Abramo e gli altri giusti dell’Antico Testamento si trovavano veramente nella fede, ma sappiamo anche che il vedere nell’aldilà, oltre la morte, era loro precluso. Fede, speranza e carità possano quindi essere possibili nella loro sostanza, anche quando si filosofeggia come fa il libro dei Proverbi o l’Ecclesiaste. Certo, oggi non è più possibile che la chiesa universale, nella sua funzione di insegnamento magisteriale, accetti una filosofia che comporti il rifiuto teorico della dottrina del libro della Sapienza (cioè della sopravvivenza e della rimunerazione nell’aldilà). Tuttavia all’interno della chiesa possono esserci singoli uomini, o forse anche gruppi e generazioni, che si sentono più

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vicini, per ciò che effettivamente determina la loro coscienza, all’Ecclesiaste che non alla Sapienza. Allora bisogna ricordare che non si è i primi ad aver percorso un simile cammino e bisogna sapere dove si trovano nella Bibbia i modelli di un tal genere di fede» 8.

La Bibbia ci insegna a non disprezzare nessuna forma di speranza, anche quelle così terrestri che ci sembrano indegne della Speranza. Chi è stato vicino fino all’ultimo a morenti avrà imparato quanto è tenace l’attaccamento alla vita. Anche i più disposti ad accettare l’inevitabile e i più realistici tra i morenti lasciano aperta qualche porta: per una cura straordinaria, per la scoperta di una nuova medicina, per un successo dell’ultimo momento. La speranza sfida i calcoli di probabilità. Che probabilità avevano di sopravvivere i bambini dei campi di concentramento di Terezin, creati per portare a compimento i piani di sterminio nazisti? Di 15.000 bambini sotto i quindici anni raccolti nelle baracche L 318 e L 417 solo un centinaio si salvò la vita. Ciò non impedì a uno di loro di scrivere questa poesia di speranza:

«Il sole ha fatto un velo d’oro

così bello che il mio corpo duole.

Sopra, i cieli gridano blu.

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Convinto, ho sorriso di qualche errore.

Il mondo è in fiore e sembra sorridere.

Ho voglia di volare, ma dove? alto come?

Se sul filo spinato le rose possono fiorire,

perché non lo potrei anch’io?

Non voglio morire!».

La voce di questo bambino anonimo parla per tutti coloro che non riescono a concepire la morte come un passaggio a una vita più felice, per quanto infernali siano le condizioni in cui si trovano a vivere.

La mancanza di una prospettiva sull’aldilà può produrre uno sfrenato edonismo; oppure quelle patetiche forme di speranza in una risurrezione tecnologica, come le pratiche d’ibernazione, con la consegna di essere "scongelati" quando la medicina sarà in grado di prolungare ulteriormente la vita. Ma non sono questi gli unici esiti. La chiusura su un’altra vita può anche rinviare alla presente con senso di urgenza rafforzata, per riconoscere nella sua densità una benedizione di Dio.

Quando il profeta Isaia si recò dal re Ezechia, gravemente ammalato, per annunciargli da parte del Signore: «Da’ disposizioni alla tua casa, perché morirai e non vivrai», il pio re pianse tutta la sua disperazione:

«Negli inferi andrò anzi tempo...

Non vedrò più il Signore nella terra dei vivi

non vedrò più alcun uomo tra gli abitanti del mondo».

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Nell’immaginazione mitica dell’ebreo il cammino verso la dimora dei morti è lo spogliamento da ogni bene, ivi compreso quello di lodare il Signore. Ma gli eventi invertono il loro corso. Alla notizia del risanamento e di una dilazione concessa dal Signore, il re può pregare:

«Tu hai salvato la mia anima

dalla fossa della distruzione...

Gli inferi non ti rendono lode

la morte non ti glorifica;

coloro che scendono nella fossa

non proclamano la tua fedeltà.

I vivi ti rendono lode

come io oggi» (Is 38,17-19).

I vivi, coloro che non vogliono morire, coloro che non sanno vedere una luce al di là della tomba, non sono esclusi dall’alleanza. Anche il loro fragile oggi pesa quanto l’eternità.

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IV

IL SACRAMENTO DEL TENER LA MANO

Dobbiamo smettere di occuparci della morte?

La nostra è una cultura stanca, che rende difficile il morire. Morire per l’uomo non è mai facile, perché il suo perire non è la semplice scombinazione di una macchina organica, bensì uno strapparsi al tessuto di cultura che la coscienza si è costruita attorno. Tuttavia abbiamo l’impressione che in altre culture diverse dalla nostra morire sia più facile. Nel corso dei secoli l’Occidente ha accentuato sempre più la soggettivazione della morte, e questo la rende più traumatica.

Il "primitivo" muore meglio: ha una morte più dolce, anche se dolorosa, anche se violenta. La sua morte è fiduciosa, perché conforme all’ideale della vita comunitaria; passa attraverso la morte come attraverso un rito, l’ultimo di una serie di riti che struttura la sua esistenza in seno alla comunità. Il "civilizzato" muore meno bene. Si è dotato di un "io"

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indipendente da quello sociale, ma per questo più vulnerabile; ha conquistato un’interiorità soggettiva, che la morte minaccia di distruggere. L’"io" è stato promosso, ma per venire più brutalmente mortificato alla fine. Simone De Beauvoir concludeva lo struggente racconto della morte della madre — intitolato con tragico umorismo: Una morte dolcissima — osservando che non si muore di aver vissuto: si muore sempre di qualche cosa; la morte è una violenza indebita.

Si muore umanamente quando è sorta una domanda sul valore dell’esistenza. Le risposte variano in ogni civilizzazione. Là dove l’inviolabilità individuale della persona è stata assunta come bene supremo, la morte è il male più radicale. Niente può compensare la perdita del proprio "io". Lo sanno bene le religioni, che pur promettono un’altra vita e indicano nella morte l’accesso alla vera vita: la difficoltà maggiore resta quella di far accettare l’espropriazione dell’esistenza presente. Senza un training ascetico e una lunga pratica di rinuncia non si riesce ad assumere personalmente la parabola del granello di frumento che si perde come singolo per conoscere l’esistenza nella forma di spiga.

Le vittorie sulla morte sono possibili solo nell’ordine culturale e simbolico. Di qui il dramma del morire in una civilizzazione che ha infranto i miti e tende ad essere esclusivamente

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tecnico-positivistica. Entrati nell'impasse, incapaci di trovare una soluzione al problema, si è tentati di ricorrere alla soluzione radicale: quella di negare il problema stesso. Smettiamo — dicono i positivisti — di occuparci di cose metafisiche, usando parole di cui non possiamo verificare la portata. Così i problemi del senso della vita e della morte, dell’anima e della vita eterna verranno dissolti prima ancora di essere posti. «La morte non è un evento della vita: non si vive la morte», scolpirà il filosofo Wittgenstein nel suo programma neopositivista 9. Se gli interrogativi sulla morte non sono altro che una specie di cancro del linguaggio, non resta che asportarli chirurgicamente, nella speranza che l’intero organismo del linguaggio non sia nel frattempo entrato in metastasi.

Questa critica radicale elimina i problemi che sorgono dalla morte, negando la loro legittimità. A critiche di questo genere di solito si risponde con la stessa moneta, rifiutando di porsi sul loro terreno. In tal modo tuttavia l’apporto che ci viene da questa contestazione. Essa ci sensibilizza al fatto che noi non usiamo il verbo "morire" come qualsiasi altro verbo. Possiamo certo coniugarlo al futuro, come altri verbi; ma quando diciamo «io morirò»

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noi non estrapoliamo dal nostro vissuto, come quando diciamo «io mangerò» o «io attenderò»; noi conosciamo personalmente la nutrizione e l’attesa, ma la sola esperienza umana della morte è la morte dell’altro.

Sia che si possieda o no una speranza oltre la morte, ogni discorso che ingloba l’"io" e la "morte" è un salto al di là del mondo della nostra esperienza. Possiamo dire: «quando sarò morto non ci sarà più niente», oppure: «quando morirò sarò ammesso alla compagnia di Dio»; nell’uno come nell’altro caso sentiamo che coniugando il verbo morire alla prima persona del futuro noi siamo strappati a ciò che possiamo verificare e ci riferiamo implicitamente a qualche altra cosa. Dove possiamo trovare una base solida, che garantisca il nostro discorso dall’arbitrarietà? L’ancoraggio non può essere altro che il mondo delle relazioni tra esseri umani. Negare o affermare un futuro per il nostro "io" oltre la morte si riduce, in pratica, a proiettare nell’ignoto il vuoto o il pieno delle nostre esperienze relazionali attuali, quelle che noi esprimiamo mediante le categorie di "amore", "fedeltà", "alleanza".

Lo sviluppo culturale di cui siamo figli ha prodotto il nostro "io", incapace di concepire la propria autodistruzione. Nello stesso tempo ha riversato su tutte le nozioni mitiche e culturali con cui parlavamo della nostra sopravvivenza

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la doccia fredda dello scetticismo. Abbiamo visto come funziona psicologicamente e linguisticamente il meccanismo che fabbrica l’eternità e siamo diventati diffidenti. Non è onesto ignorare le difficoltà che sorgono per tutti, credenti compresi. Ma rinunciare a bussare alla porta della morte, denunciando l’interrogazione stessa come falso problema, è prendere il partito della fuga; e ciò non è degno dell’uomo. Questa scelta, ad ogni modo, non renderebbe il morire più facile.

Non si tratta di trovare una rappresentazione aggiornata dell’aldilà, che sia assimilabile dall’uomo moderno. Nessuna teoria può consolare colui che sente l’impossibilità di far rifiorire le parole a cui è stata tagliata la radice. È molto più urgente trovare il modo di essere vicino ai morenti del nostro tempo con autenticità: senza discorsi mistificatori, ma anche senza chiudere gli occhi sull’accresciuta sofferenza che comporta il morire in una società in cui la morte è tabuizzata e il morente lasciato solo con la sua angoscia. Non ci si domanda di aprire un nuovo laboratorio di parole, ma di interrogare la nostra umanità per scoprire quale presenza richieda la situazione più critica che vive l’uomo.

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I colloqui delle tre del mattino

Sempre più spesso oggi al capezzale del morente troviamo, oltre il sacerdote, anche psicologi e psicoterapeuti. A questi confessori in camice bianco si richiede di sostenere il malato nella fase terminale della sua malattia, quando alle sofferenze fisiche si uniscono quelle psicologiche connesse con il separarsi dalla vita. L’intenzione che ispira questo intervento è umanitaria: si pensa di poter così oleare quelle porte che gli antichi immaginavano di bronzo, perché non cigolino aprendosi sul nulla.

Non c’è unanimità tra gli psicologi sulle modalità e i contenuti della comunicazione con le persone all’ultimo stadio della loro malattia e sulle fonti di sicurezza più importanti per la persona che attraversa la situazione più tragica e irreversibile della sua esistenza. Ma la cosa essenziale appare la comunicazione in sé e per sé. Lo sforzo per mantenere aperta la comunicazione è la risposta umana alla morte. Si sceglie di accompagnare il morente, respingendo il più lontano possibile il momento in cui rimarrà inevitabilmente solo per subire l’ultima espropriazione, quella del suo stesso "io".

Il bisogno fondamentale di chi va incontro alla privazione di tutto è quello di condividere. Il morente ha bisogno di parlare della propria morte. Malgrado gli sforzi del personale curante, e dei suoi stessi familiari, di tenergli

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nascosta la verità, la maggior parte dei malati gravi sa che sta per morire. Il morente lo intuisce dalla mutata attenzione, dal modo nuovo e diverso con cui la gente lo avvicina, dalle voci abbassate o dalla cura che mette il personale ospedaliero nell’evitarlo, dal volto in lacrime di un parente o dal sorriso forzato di un familiare che si sforza di nascondere i suoi sentimenti. Le modificazioni dell’affettività provenienti dall’ambiente globale e l’ansia trasmessa in modo non verbale comunicano l’informazione in modo altrettanto efficace di quanto potrebbero fare le parole. Proprio quando avrebbe più bisogno di incontrare un essere umano aperto per parlare delle sue angosce, il morente si sente respinto nel limbo dell’incomunicabilità. Si trova in pratica solo con se stesso a far fronte alle proprie paure. La mancanza di ogni comunicazione acuisce l’insicurezza; l’isolamento è popolato dai fantasmi dell’immaginazione, che possono essere più penosi della morte fisica.

Questa tribolazione intima raramente emerge con chiarezza. Ciò è dovuto al fatto che il malato finge di non sapere, quando il medico o i congiunti, bloccati dalla loro propria ansia di fronte alla morte, sono incapaci di parlargli. Spesso costoro diranno che il malato non vuol sapere la verità, che non la chiede e crede tutto; e si sentiranno sollevati per non dover affrontare la questione. In realtà è la loro personale

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paura di guardare in faccia la morte che ha indotto il malato a scegliere il partito del silenzio. La situazione infatti si sblocca subito quando il morente incontra qualcuno disposto a parlare della morte, che sia il cappellano, o un’infermiera sensibile, o anche la donna delle pulizie che rifà la camera; qualcuno, in ogni caso, che sia attento ai bisogni più profondi del malato.

La scelta del momento e del tempo è di grande importanza. Il malato grave, per di più stravolto dalle sofferenze fisiche e dalle cure, non può essere sempre disposto ad affrontare l’argomento scottante. Né può esservi indotto da un procedimento manipolatorio, anche se animato dalle migliori intenzioni. Chi vuol aiutare il malato dovrà restare disponibile al suo desiderio di parlare; e questo può sorgere nelle ore più imprevedibili del giorno e della notte. Lo diceva un malato grave a una psicologa che lo intervistava appunto sulla morte: «Sono rimasto sconcertato quando ho chiesto di vedere un cappellano di notte e non c’era nessun cappellano per la notte. È incredibile per me, veramente incredibile. Perché, quando un uomo ha bisogno del cappellano? Soltanto di notte, credetemi! Quello è il momento in cui ci si sente più giù e si deve lottare con se stessi. È il momento in cui si ha bisogno del cappellano. Direi per lo più fra la mezzanotte e le prime ore del mattino. Se si potesse fare

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un grafico, avrebbe probabilmente la punta massima alle tre circa. E dovrebbe essere proprio così. Suoni, viene l’infermiera: "Vorrei avere un cappellano" e in cinque minuti il cappellano compare e tu puoi... parlare davvero» 10.

A chi accetta di stare accanto a chi muore ― lo faccia per un motivo di pastorale o di compartecipazione umana alla più grande sofferenza di un altro uomo — non si domanda di prestare al malato la propria speranza o di somministrargli una consolazione artificiale. L’imperativo fondamentale è quello di tenere aperte le vie di comunicazione personale, perché il morente vi faccia passare le proprie parole o i propri silenzi, la propria speranza o le proprie paure, secondo come ne sente il bisogno. Il processo di distacco dalla vita è infatti articolato in diverse fasi, a cui corrispondono bisogni diversi.

La psicologa a cui facevamo cenno poco fa, Elisabeth Kübler-Ross, ha fatto delle terapie di sostegno ai morenti la causa della propria vita. La sua lunga esperienza in questo campo le ha permesso di schematizzare il processo in cinque fasi. Non devono essere intese come un itinerario obbligatorio e a senso unico. Non tutti i morenti attraversano tutte le fasi; alcuni

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si fissano in una fase, altri possono regredire a una fase anteriore. La descrizione dei diversi stadi offre tuttavia un buon sussidio per capire il vissuto psicologico del morire.

Le fasi del morire

La prima reazione, quando viene percepita la probabilità di una morte prossima, è quella del rifiuto. Istintivamente di fronte alla malattia mortale si erige la difesa dell’incredulità: «No, non è possibile. Non io. Non ancora». Le difese sono necessarie, perché l’annuncio della morte è una ferita brutale inferta a quel narcisismo psicologico che ci fa credere immortali: tutti gli altri muoiono, non noi; e anche quando ci avviene di parlare della nostra morte, in realtà non ci crediamo, perché non abbiamo le categorie per rappresentarcela. Il rifiuto è una difesa attuata con un mezzo grossolano; per lo più esso cede il posto a difese meno radicali. Dopo un certo tempo si smette di correre da un medico all’altro, nella speranza che la diagnosi sia sbagliata, o si cessa di illudersi che sia avvenuto uno scambio di reperti in laboratorio; il realismo prende il sopravvento e induce a proseguire la battaglia per la vita con mezzi meno rudimentali. Non è escluso però che alcuni, non riconoscendosi

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la forza di guardare in faccia la morte, tengano in piedi il rifiuto fino alla fine.

Il più sovente alla prima fase fa seguito una seconda, quella della rivolta: «Perché io?». I sentimenti che l’accompagnano sono quelli della collera, dell’invidia e del risentimento verso tutti quelli che restano. La rivolta proietta i sentimenti rabbiosi in tutte le direzioni: da Dio, alla famiglia, al personale curante. Gli esiti di questa esplosione rischiano di essere tragici. Coloro sui quali si riversa la ribellione del malato possono risentirsene personalmente. Il malato difficile sarà allora evitato: i familiari diraderanno le visite, le infermiere lo tratteranno con distacco professionale. Il morente in rivolta rifiuta gli altri e provoca a sua volta rifiuto; viene a trovarsi in una situazione fasciata di disperazione. Potrà uscire da questo stato solo se coloro che sono vittime dei suoi scopi di aggressività si rendono conto che il vero bersaglio non sono loro. Essi hanno l’unico torto di rappresentare la salute e la vita, i beni che il morente sta per perdere per sempre. Un malato rispettato e compreso, cui si dedichi attenzione e tempo, di cui si tolleri la collera razionale e irrazionale, supererà lo stadio della rivolta.

Allora entrerà probabilmente nella fase del patteggiamento. Questo è una specie di compromesso mediante il quale il malato che si sa condannato cerca di strappare una dilazione.

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L’accordo che possa differire l’inevitabile evento chiama in causa colui che agli occhi del malato rappresenta l’onnipotenza: il medico o Dio, e talvolta tutti e due. Pazienti difficili diventano improvvisamente sottomessi («mi si accordi un anno o due ancora... seguirò alla lettera tutte le prescrizioni»); persone religiosamente indifferenti od ostili riscoprono in sé un senso elementare del sacro e abbondano in voti e devozioni (ma alternando talvolta la comunione eucaristica, le reliquie e le pratiche contro il malocchio...).

Quando il malato incurabile non può più negare la sua malattia e ha sperimentato l’inanità della rivolta e del patteggiamento, si abbandonerà verosimilmente alla depressione. Con questo stato d’animo il morente si orienta al distacco e si prepara ad esso. La sua depressione assomiglia a un mesto ritiro dei remi in barca. Nelle culture orientali antiche colui che si sentiva morire si voltava verso il muro (così fece anche il re Ezechia, all’annuncio fattogli da Isaia); oggi le espressioni esterne sono cambiate. Sempre però il morente tradisce la fase culminante della sua depressione mediante il disinteresse alle cure che gli si fanno e alle persone che lo circondano. La presenza del visitatore che cerca di distrarlo dai pensieri tetri lo infastidisce. La depressione sembra essergli necessaria per entrare nell’ultimo stadio del morire, quello dell’accettazione. A

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questo punto le emozioni si rarefanno e il morente fluttua in una specie di vuoto di sentimenti. È come se il dolore se ne sia andato, la lotta sia finita e sia venuto il tempo per «il riposo finale prima del lungo viaggio», come diceva un malato alla dottoressa Kübler-Ross.

Nella fase finale i morenti sembrano scivolare in uno stato che non conosce più né la paura, né la disperazione, in cui il bisogno di cibo diventa minimo e la coscienza dell’ambiente circostante svanisce nell’oscurità. Il morente entra in uno stato che assomiglia a quello della prima infanzia, a cui l’avvicina anche il bisogno gradatamente crescente di aumentare le ore di sonno. Un progressivo distacco sostituisce la comunicazione bilaterale. In questa fase suprema la presenza al morente può assumere l’essenzialità ieratica dell’unico gesto possibile: il tener in silenzio la mano di colui che stacca gli ormeggi e si abbandona alla deriva. In quel momento i due destini, di colui che muore e di colui che resta, necessariamente si separano.

«I morti sono la preda dei vivi», diceva Sartre. Oltre al significato specifico che il filosofo gli attribuiva, la frase ha una validità di ordine esperienziale: i vivi hanno un potere sui morti, e non possono rinunciarvi. L’uso più nobile che possono fare di questo potere è quello di accompagnare il morente il più lontano

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e il più a lungo possibile. Il viatico per il viaggio è il gesto con cui il sopravvissuto esprime la sua presenza, ormai non più reciproca, al morente. Perché quel tener la mano ha valore di sacramento. Significa e opera efficacemente una vittoria sulla morte. «Noi moriamo soli e, nel migliore dei casi, malgrado gli altri, a dispetto degli sforzi di coloro che ci amano. Ma nessuna risurrezione si opera se non con gli altri. Dalla qualità della presenza degli altri a noi, e di noi agli altri, dipende la qualità della nostra risurrezione» 11. Questo è il nuovo messaggio culturale che il nostro tempo sviluppa da una riflessione rinnovata sulla morte; esso non si libra nell’etereo delle speculazioni, ma si àncora a una prassi, quella della ricerca di una presenza vera al morente.

Dalla presenza la parola nuova

Due approcci del tutto differenti, uno filosofico-linguistico e uno psicologico-pratico, ci hanno condotto alla stessa conclusione: l’unico ponte che, nella situazione della nostra cultura, possiamo gettare al di là della morte, è quello costituito da esperienze e concetti relazionali. La presenza a un’altra persona, che

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una relazione di amore ha reso per noi significativa, diventa l’esperienza che ci permette di parlare della morte e ci prepara all’accettazione della morte personale. La presenza compartecipante è l’ultima parola muta che possiamo dire all'approssimarsi della frontiera; la presenza dell’altro è l’unica consolazione efficace su cui facciamo a nostra volta affidamento, per quando sarà giunta la nostra ora di prendere congedo dal mondo.

Queste osservazioni hanno una ripercussione diretta sull’annuncio cristiano. Il discorso sui "novissimi", cioè le realtà ultime dell’uomo, è in crisi. Abbiamo già indicato la parte che ha avuto la critica psicologica, che ha corroso il fascino esercitato da certe credenze nell’aldilà mettendone a nudo la radice narcisistica, cioè l’istintivo bisogno di prolungarsi in vita. L’analisi critica di queste credenze, denunciate come semplici illusioni proiettive, ha finito per distaccare da esse un numero crescente di nostri contemporanei.

Sul piano teologico e pastorale si è risposto alla situazione con scelte contrastanti. Alcuni hanno continuato a riproporre le "consolazioni religiose" contenute in passi biblici alla lettera; altri hanno imboccato il cammino di una potatura del discorso escatologico, chiudendosi in un austero silenzio su tutto ciò che riguarda il mistero inconoscibile che segue la morte; altri ancora hanno scelto la reinterpretazione

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simbolica delle promesse escatologiche, viste in continuità con le lotte terrene per un mondo migliore. Ognuna di queste strade ha la sua validità e i suoi limiti. Ma nessuna può sostituire quella regale, tracciata da Paolo stesso, del rapporto personale col Cristo risorto. Ogni credente, che si sa amato dal Cristo, si sente autorizzato a far sua la speranza dell’Apostolo:

«Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada?... In tutto questo noi siamo supervittoriosi, per mezzo di colui che ci ha amati. Sono sicuro, del resto, che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né il presente, né l’avvenire, né altezza, né profondità, né qualsiasi altra creatura ci potrà separare dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-38).

La risurrezione che ci pone al di là della morte è lo sviluppo della nostra unione al Cristo, quella che nasce con la fede e si celebra con i sacramenti. La "vita eterna" non è da cercare in un futuro lontano, ma è già qui, allorché ci si appoggia alla fedeltà di Dio e al futuro di cui il Padre ha già dotato Gesù. L’eternità comincia oggi, con una vita nuova che è da Dio e che Dio porterà a compimento. Esistenzialmente l’accento cade sul "già", piuttosto che sul "non ancora". La speranza dei cristiani è un elemento della fede; si fonda sul

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coraggio della fede, che accetta l’eterno anche quando le è contro tutto ciò che è finito. Chi ha questo coraggio, sperimenta già qui e ora l’eterno: «Chi crede ha la vita eterna» (Gv 6,47); «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14).

Il nostro morire oggi è reso più difficile, oltre che dalle trasformazioni strutturali dovute alla nostra civilizzazione, anche dalle incrinature nell’antropologia tradizionale. La prima risposta è di ordine pratico: una calda presenza comunicante a chi sta morendo. Ma non possiamo dispensarci dal cercare un’altra antropologia, creandola con i dati che ci fornisce la nostra esperienza. Il primo mattone è già là, ed è costituito dall’amore umano. L’amore umano che è sacramento dell’amore di Dio.

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V

RISURREZIONE DEI MORTI E CRITICA DEL POTERE

L’impatto politico di una credenza

Gli spiriti più lucidi del nostro tempo si interrogano sull’avvenire del nostro "azzurro pianeta". Lo vedono ridotto ben presto a un brulicante formicaio, spolpato delle sue risorse, dall’allegra civiltà dei consumi, inquinato irreparabilmente dai rifiuti industriali. L’allarme non viene solo dalle cassandre di turno; gli scienziati più empiristi aggrottano le sopracciglia pensando al futuro dei vivi sulla terra. Ebbene, in questa situazione la chiesa proclama un avvenire per i morti. Che significato ha continuare a credere e ad annunciare la risurrezione dei morti nel presente concreto del mondo? È un patetico anacronismo? È un alibi irresponsabile? O è una provocazione? Andando fino in fondo alla questione arriveremo a cogliere la rilevanza politica della speranza cristiana della risurrezione dei morti.

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La nostra società, abbiamo visto, è abilmente riuscita ad evacuare la presenza inquietante della morte; non solo, ma anche a obliterare le questioni concernenti la vita e la morte, considerandole inutili e prive di senso. La morte come punto fermo e non come punto interrogativo, la morte come panne non più riparabile di una macchina organica senza spessore di mistero, è meno neutra di quanto si pensi. È importante capire infatti che l’operazione culturale che ha dato alla morte questo volto, non è sprovvista di significato politico. Che tutto sia finito con la morte e che quindi questa vita, così com’è da sempre, sia il tutto, è certamente il pilastro più solido di tutte le ideologie di dominio. «La morte è necessariamente una contro-rivoluzione», stava scritto nel maggio del 1968 su un muro di Parigi. La dolce morte dell’uomo massa che s’impone come necessità inevitabile senza un grido di protesta, fa il gioco di chi comanda.

In senso contrario notiamo uno stretto legame tra il superamento della paura ansiosa della morte e la liberazione dai gioghi oppressivi. Tutti i movimenti di liberazione cominciano con un paio di uomini che perdono la paura e agiscono diversamente da come si aspetterebbero coloro che li minacciano. Chi non ha più paura può certamente essere ancora ammazzato; ma non può più essere ulteriormente signoreggiato con facilità.

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La speranza giudaico-cristiana di una risurrezione dai morti ha avuto fin dall’inizio un impatto politico rivoluzionario. È stata un mezzo per alimentare la resistenza contro l’oppressore. La Bibbia lo documenta con chiarezza. Troviamo le prime testimonianze della fede in una vittoria escatologica sulla morte nel messaggio dei profeti. Essi aprirono al dialogo dell’uomo con Dio altre prospettive oltre a quelle della vita presente, indirizzando la speranza a una conclusione in un aldilà del mondo e della storia. Al dramma che si svolge nella storia aggiunsero un epilogo oltre la storia, in cui tutte le promesse sarebbero state infallibilmente mantenute: gli ultimi tempi. Per contenere questa meraviglia sarebbero stati necessari «cieli nuovi e terra nuova».

Il popolo di Dio aveva più di un motivo per dubitare dell’esito dell’alleanza col Signore: eserciti nemici scorrazzavano per la terra promessa; le istituzioni sacre si corrompevano; l’ingiustizia creava padroni e schiavi all’interno della comunità israelitica. Questo impero della "morte" mostrava che l’alleanza aveva fatto piovere sul contraente umano le "maledizioni" che durante la stipulazione venivano invocate sul contraente che avesse infranto il patto. L’Israele infedele, distrutto nella sua potenza terrena e calpestato dai nemici, si sentiva ridotto a una valle piena di ossa.

In questo contesto risuona la predicazione

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dei profeti. Essa si muove in una duplice direzione. Da una parte accusa il popolo delle sue colpe, lo invita a pentirsi, a disporsi a un’altra alleanza, un nuovo patto scritto nei cuori (cf Ger 31,31-34). Dall’altra canta la potenza di Dio, che può trionfare di tutte le dominazioni, riassunte sotto il nome generico di "morte". Lo Spirito di Dio può rianimare l’ossario cui è ridotto Israele, può vincere la morte rimettendo in piedi una grande armata:

«Così dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano.

Ed io profetai come mi aveva comandato, e lo spirito entrò in essi, e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, grande assai» (Ez 37,9s).

Le promesse escatologiche fanno balenare, al di là della restaurazione temporale d’Israele, la prospettiva di un universo trasfigurato. Per descrivere la creazione nuova i profeti non hanno altre risorse che il ricorso alle immagini antiche del paradiso primitivo (cf Is 65,17-25). Mediante le immagini bucoliche del lupo e dell’agnello che pascolano insieme in un mondo dove non si conoscerà più il velo del lutto, agisce una forza spirituale-politica. La fiducia nel patto induce il popolo di Dio a rifiutare gli accomodamenti con i vincitori di oggi. Chi attribuisce al Signore del patto

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la capacità di un ultimo intervento non è disponibile ai patteggiamenti con i signori della storia.

Il filone delle promesse escatologiche continua per tutto il tempo della produzione degli scritti biblici, fino all’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse. Anch’esso parlava del futuro ultimo per sostenere la resistenza spirituale dei credenti nelle contingenze storiche. Era rivolto alla comunità dei credenti in Cristo che doveva subire persecuzioni nell’ambiente ostile che la circondava. La visione della Gerusalemme celeste, dove la morte sarà vinta definitivamente, era destinata ad animare, a continuare l’opposizione contro chi ostacolava la nuova fede per la sua carica sovversiva (fossero i Giudei, timorosi per l’ordine religioso, o i Romani, preoccupati per l’ordine sociale-politico).

«Ecco la tenda di Dio con gli uomini; egli abiterà con loro, ed essi saranno suo popolo ed Egli sarà Dio-con-loro; asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e la morte non ci sarà più, né lutto, né grido, né pena esisterà più, perché le cose di prima sono scomparse» (Ap 21,30).

Tutte queste promesse hanno una portata comunitaria: sono rivolte al popolo dell’alleanza, rispettivamente l’antica o la nuova. Ma nella Bibbia non è assente neppure la dimensione individuale della promessa. Al tempo della

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persecuzione di Antioco Epifane le immagini apocalittiche elaborate dall’escatologia profetica servirono a risolvere il problema della sorte dei giusti. I Giudei fedeli, morti a causa del loro amore per la Legge, saranno risuscitati da Dio per prender parte alla gioia escatologica: «Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna, gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna» (Dn 12,2).

Non solo il popolo come tale, ma anche i singoli sono dunque depositari della promessa. Questa è una forza che li aiuta a resistere alle seduzioni con cui l’empio tiranno cerca di guadagnarli al suo potere totalitario. La promessa di una "vita" che trascende le frontiere della vita terrena li rende capaci di affrontare anche la morte per rimanere fedeli alla propria religione e alla coscienza. La morte è solo apparentemente la fine: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio e nessun tormento le può toccare» (Sap 3,1). Solo per l’empio la morte è la fine di tutto; per l’uomo fedele essa è la porta che si apre sulla vera realtà. L’immortalità che spetta a colui che è stato saldo mette in grado di assumere anche i propri rischi nella vita. Chi è disposto a rimanere fedele al Dio fedele, anche a prezzo della vita, non è recuperabile da parte del potere per un progetto totalitario.

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Dalla parte dei morti più morti degli altri

Per la comunità dei discepoli di Gesù niente aveva scosso l’ordine ingiusto che regna nel mondo quanto la vita e la morte del loro Maestro. Per questo annunciavano l'assolutamente nuovo, di cui si sentivano partecipi: «La grazia è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Gesù Cristo, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del Vangelo» (2Tm 1,10). La morte di Gesù era stata una morte inflitta, risultato di un lungo gioco di opposizione ai poteri religiosi e civili condotto in nome della signoria assoluta di Dio. Per i gestori del potere si era trattato di ammazzare un profeta libero, il cui linguaggio era elemento di disturbo e di disordine. Ma per i credenti in lui quella morte era stata l’inversione definitiva del movimento che va dall’odio alla morte, e dalla morte a un odio ancora più grande. Con quella morte era sbocciata, per opera di Dio, una contagiosa libertà sovversiva. Di questa i primi cristiani si dichiaravano portatori quando annunciavano che «il Signore è veramente risorto» (Lc 24,34).

Questa parola, legata all’avvenimento pasquale, promette un avvenire destinato a tutti, vivi e morti. È una parola rorida di tenerezza per l’esistenza dei padri, che hanno portato pesi

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anche per i figli; prende a cuore le sofferenze passate, che reputa degne di essere riscattate dall’oblio. Ma è allo stesso tempo una parola forte gettata sul piatto più scarso della bilancia in nome della giustizia. Perché non tutti i morti sono uguali: ci sono morti più morti degli altri. Sono quelli la cui morte appare senza senso. Nei conflitti di classe e nelle lotte per il potere sono sempre i vincitori che stabiliscono il senso. La fede nella risurrezione dei morti è una protesta contro il senso stabilito dai vincitori. Con la morte il potere dei potenti e l’oppressione degli oppressori sembrano definitivamente confermati. L’appello alla risurrezione dei morti apre un’altra istanza. Per equiparare le sorti sarà necessario un intervento della giustizia di Dio nel giudizio universale.

Il richiamo al giudizio universale è essenziale per esplicitare il valore politico della fede nella risurrezione dei morti. La speranza rivela tutta la sua forza sovversiva nella situazione presente in quanto fa appello alla potenza di Dio che detronizza la morte nella sua funzione di padrona dell’ordine presente. La nostra nostalgia della giustizia sembra perdersi nella sabbia al momento della morte. L’appello al giudizio di Dio proclama invece che c’è qualcosa che è più forte della morte. Non è vero che la morte fa tutti uguali: è la giustizia di Dio che fa tutti uguali! La giustizia di Dio si fa garante che con la morte la signoria dei signori

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e la servitù degli schiavi non sono cose definitive; anzi, i giochi saranno rifatti.

Un poeta ha detto a modo suo l’urto della risurrezione contro la situazione presente:

«Ciò potrebbe andar bene ad alcuni signori...

ma sopravviene una risurrezione

che agisce diversamente da come pensavamo;

sopravviene una risurrezione

che è il levarsi di Dio contro i signori

e contro il Signore dei signori: la morte» 12.

La comunità cristiana è portatrice dunque della speranza di una giustizia per tutti, vivi e morti, compresi i vinti della storia. Per costoro il giudizio di Dio sarà un rovesciamento a loro favore, che comincerà col contestare le categorie stabilite dai vincitori. Perché così ha agito il Padre con il vinto Gesù, al quale ha dato «il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9).

I simboli apocalittici della fede cristiana hanno sempre avuto in sé una portata politica. Nei casi migliori l’hanno espressa, soprattutto quando sono stati usati da grandi artisti che erano anche sinceri credenti. Così è avvenuto per l'Inferno di Dante e per il Giudizio universale di Michelangelo. Nei casi più tristi della storia della chiesa l’annuncio del giudizio di Dio è servito a rafforzare i potenti; questo si è verificato

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quando il giudizio è stato presentato in modo intimidatorio ai deboli e ai piccoli per mantenerli nella soggezione, e annunciato solo a fior di labbra a coloro che li schiacciavano.

Oggi siamo in grado di considerare con serenità il senso della credenza cristiana in un Dio giudice. Non è necessariamente uno strumento intimidatorio in mano ai potenti e agli uomini di chiesa loro alleati. Lo recepiamo piuttosto in senso liberante, come l’annuncio che la giustizia di Dio trascende la morte. La speranza della vita eterna ci appare legata alla questione della salvezza degli altri che sono morti, soprattutto di quelli travolti dall’ingiustizia umana, per i quali si invoca l’intervento della giustizia di Dio. La speranza della risurrezione non svolge così la funzione di consolazione alienante, che distrae dalle battaglie terrene per la giustizia; piuttosto è legata ad esse; ne costituisce l’ispirazione e il prolungamento, pur con l’ovvia differenza che esiste tra il piano dell’utopia e quello della prassi politica. Siccome l’uguaglianza di cui parla il cristianesimo non è già fatta, ma è da fare, essa non addormenta la responsabilità storica. Piuttosto, è anche invito inquietante a domandarci da che parte siamo schierati e in che senso operiamo. Se il giudizio avviene, secondo l’immagine tradizionale, lasciandosi pesare sulla bilancia, sappiamo che sui due piatti sta

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inciso: «Beati voi, poveri», e «Guai a voi, ricchi» (cf Lc 6,20-26).

L’analisi delle rappresentazioni mentali della morte e di ciò che la segue ci portava precedentemente a concludere che solo il legame amoroso con l’"altro", con il quale nel corso della vita stabiliamo un rapporto intimo di reciprocità, permette di dare un senso alla risurrezione. Ora possiamo andare più lontano nella stessa direzione: l’"altro" a cui ci leghiamo e che ci permette di risorgere è "il povero" in senso biblico, colui che ha fame e sete di giustizia. Anche questo legame di solidarietà tra gli emarginati e gli sfruttati che hanno l’audacia di sperare in un mondo giusto, di prepararlo e magari di morire per esso, è sacramento di quella "vita eterna" che è già ora e che non finisce («Chi crede in me, anche se è morto, vivrà; e chi vive e crede in me non morrà in eterno»: Gv 11,25s).

Anche se è morto, vivrà: non è un gratuito paradosso; è una speranza tanto forte che si crede in diritto di sfidare le evidenze. La fede cristiana, che su questa speranza è fondata, sa riconoscerla anche quando non veste abiti religiosi, La ritroviamo, per esempio, in forma letteraria, in un romanzo che canta, come una specie di poema epico, le lotte tra oscuri comuneros, cioè appartenenti a una comunità contadina delle Ande, e i latifondisti alleati al potente monopolio di una Corporation statunitense.

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I poveri difendono la loro terra e la loro cultura; hanno il diritto dalla loro parte, ma non hanno la forza. Per questo finiranno annientati. I soldati, che sono lo strumento della prepotenza, faranno fuoco sui contadini che dimostrano pacificamente. Fortunato, un animatore della protesta, è falciato dalla prima raffica mentre sta dicendo: «Ci trattano come bestie. Non vogliono nemmeno parlare con noi. Se ci lamentiamo, non ci vedono; se protestiamo...». Lo sparo lo coglie all’improvviso. «Una fiacchezza universale sgominò la rabbia. Fortunato sentì che il cielo si andava sfondando. Per proteggersi dalle nubi, alzò le braccia. La terra si spalancò. Cercò di afferrarsi all’erba, sull’orlo della vertiginosa oscurità, ma le sue dita non ubbidirono e Fortunato rotolò, rimbalzando, fino al centro della terra.

«Qualche settimana dopo, nelle loro tombe tranquille, placati i singhiozzi, avvezzi all’umida oscurità, Don Alfonso Rivera gli raccontò il resto. Perché li aveva seppelliti così vicini che Fortunato udì i sospiri di don Alfonso e riuscì ad aprire un forellino nel fango con un rametto. "Don Alfonso, Don Alfonso", chiamò.

Il Personero, che si credeva condannato al buio eterno, singhiozzò. Pianse per una settimana, poi si calmò e, più sereno, lo informò che lui, Fortunato, era crollato al primo sparo, di schianto, sul suo stesso sangue» 13. Le ultime pagine del romanzo terminano così, pianamente, con le chiacchiere dei morti sotto terra, tra di loro e con i nuovi venuti. Si scambiano informazioni di vita quotidiana, con la partecipazione

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intensa alla vita di tutti che distingue la comunità contadina. Una finale in tono rassegnato? Al contrario: l’autore ha dato alla conclusione del suo racconto le ali di un canto corale di speranza; ne ha fatto una proclamazione di fede che il senso degli avvenimenti non è quello che trionfa sopra la terra con il mitico Recinto della Corporation che continua a snodarsi per rubare le terre ai contadini, ma è sepolto sotto terra, come il seme, aspettando la risurrezione.

Come pregano quelli che hanno una speranza

Lasciamo alla letteratura i suoi mezzi espressivi per proclamare la speranza. La comunità cristiana ha i propri. Tra questi primeggia la celebrazione liturgica dei funerali. La recente riforma del rito delle esequie — promulgata in Italia nel settembre 1974 — ci offre l’occasione di fare alcune considerazioni sul valore pedagogico e missionario dei riti cristiani di sepoltura. La riforma è stata voluta dal Concilio Vaticano II, il quale aveva domandato che il rito delle esequie esprimesse più apertamente «il carattere pasquale della morte cristiana» (SC 81). La decisione era dettata dalla fiducia che la celebrazione della morte può ridiventare un luogo privilegiato in cui è annunciata la "buona notizia" di cui la chiesa è portatrice.

Per valutare lo spirito che anima la nuova liturgia cattolica dei funerali è opportuno sapere

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che tra i cristiani stessi non è esistita sempre unanimità circa il significato dei riti tradizionali nella cristianità. Le polemiche hanno infierito particolarmente a partire dalla riforma protestante. Le chiese nate dalla riforma hanno avanzato riserve più o meno radicali nei confronti della preghiera per i morti; in quelle di tradizione calvinista si è arrivati al rifiuto di ogni gesto di culto. Queste posizioni si spiegano come reazione contro la dottrina del purgatorio, la pratica delle indulgenze e il culto dei santi, considerati dai riformatori come abusi intollerabili rispetto al puro Vangelo. Non ritenendo dunque conforme al Vangelo pregare per i morti, i riformatori ammettevano solo una preghiera per i viventi in lutto.

Attualmente le preghiere per i morti non animano più la discussione tra le confessioni cristiane. Ci si è resi conto che la preghiera per i morti ha senso o no a seconda della rappresentazione che ci si fa della morte e dell’aldilà. Anche riferirsi unicamente alla Sacra Scrittura non risolve il problema, perché la Bibbia stessa lascia convivere rappresentazioni di tipo diverso.

È legittimo perciò che nella cristianità ci siano tanto credenti che preferiscono rimettere a Dio i loro cari, abbandonandosi alla sua volontà, quanto altri che pregano per i loro morti, nella fiducia di poter influenzare la decisione divina circa la salvezza eterna. Le due differenti

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prassi, dipendenti da due diverse antropologie, riscuoteranno il favore dei cristiani più secondo le stratificazioni culturali che non in conseguenza della loro appartenenza confessionale; perciò potranno legittimamente sussistere all’interno di una stessa confessione.

Una delle novità più notevoli del rituale delle esequie recentemente introdotto è proprio l’esplicita preghiera per i familiari in lutto.

Il rituale romano, pur conservando tutta l’importanza tradizionalmente attribuita alla preghiera d’intercessione per l’anima del defunto, ha integrato ecumenicamente l’eredità liturgica del protestantesimo, secondo cui la celebrazione liturgica della morte è principalmente rivolta ai viventi in lutto. L’istruzione che accompagna il rituale specifica che il rito intende assicurare un duplice vantaggio: «aiuto spirituale per i defunti, consolazione e speranza per quanti ne piangono la scomparsa».

Il luogo liturgico più indicato per questa preghiera è l’antico rito della "valedictio", restaurato col nome di "ultima raccomandazione" o "commiato". Esso, come specifica l’istruzione ufficiale, non va inteso come una purificazione del defunto, bensì come «ultimo saluto rivolto dalla comunità cristiana a un suo membro, prima che il corpo sia portato alla sepoltura». Questo commiato sottolinea che, malgrado la separazione dolorosa, i cristiani, in quanto membri di Cristo e una sola cosa con

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lui, non possono essere separati neppure dalla morte. Il rito aiuta così ad assumere la morte reale, senza distruggere i legami affettivi che legavano al morto. Esso è prezioso psicologicamente, perché offre un sostegno nel travaglio del lutto. Nessuno psicanalista potrebbe far di meglio. Riconoscere questo valore alla parola di Dio non significa comprometterne la trascendenza. Vuol dire solo che la "consolazione" (nel greco del N. T. "paraclesi", che ci ricorda il nome attribuito allo Spirito in quanto consolatore per eccellenza: il Paraclito), di cui è ricca la parola di Dio, raggiunge l’uomo nella sua struttura psicologica concreta. Paolo invitava già i primi cristiani a ricorrere a questo conforto: «Consolatevi a vicenda con queste parole» (1Ts 4,18).

Il nuovo rituale attribuisce un posto privilegiato ai salmi. Li propone a ogni momento del rito: nelle preghiere a casa del defunto, durante la processione alla chiesa, nella celebrazione esequiale stessa e presso il sepolcro. Nessuna preghiera appare più adatta di questa, che è stata la preghiera del popolo di Dio dell’antica alleanza e la preghiera quotidiana di Gesù stesso, per esprimere il dolore e dar voce alla speranza della chiesa.

La comunità cristiana radunata per l’estremo commiato a uno dei suoi membri viene a trovarsi in una situazione missionaria. Il rituale ne è cosciente; lo dimostra nell’avvertimento

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che rivolge ai sacerdoti a dimostrare un particolare interessamento «per coloro che in occasione dei funerali assistono alla celebrazione liturgica delle esequie o ascoltano la proclamazione del Vangelo, siano essi acattolici o anche cattolici che mai o quasi mai partecipano all’Eucaristia, o dànno l’impressione di aver perduto la fede: i sacerdoti sono ministri del Vangelo di Cristo, e lo sono per tutti». Paolo raccomandava ai Tessalonicesi di non abbandonarsi ad esasperate espressioni di lutto «come gli altri, che non hanno speranza» (1Ts 4,13). Questo confronto tra la comunità che è portatrice della speranza per tutti gli uomini e "gli altri" è costitutivo della situazione missionaria. Ma situazione missionaria non vuol dire occasione per il proselitismo. La speranza dei cristiani non ha la loquacità aggressiva di chi maschera dietro il verbalismo il proprio vuoto di sicurezza. Essa si appoggia proprio a quei legami che si sono intrecciati durante la vita terrena, nell’amore e nella lotta per la giustizia, per aprire ai dolenti un futuro. E li rimanda agli amori e alle lotte che sono la sostanza della nostra vita nella storia, perché li assumano con lo Spirito che è l’eredità vivente del Cristo.

La comunità che porta queste speranze parla un linguaggio sobrio e discreto. Lo troviamo per intero nella seguente preghiera per il rito del commiato, dove i defunti non appaiono più

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come le presenze scomode da cui bisogna liberarsi, ma piuttosto come i compagni di una cordata lunga quanto la storia:

«Il nostro "addio"

anche se non nasconde la tristezza del distacco,

si conforta tuttavia nella dolcezza della speranza.

Di nuovo, infatti, potremo godere

della presenza del fratello nostro

e della sua amicizia

e, per il dono della misericordia del Padre,

questa nostra assemblea,

che ora con tristezza in questa chiesa terrestre sciogliamo,

lieti un giorno nel Regno di Dio ricomporremo.

Consoliamoci, dunque, vicendevolmente nella fede del Cristo».

[quarta di copertina]

I TEMPI FORTI

Gli spiriti più lucidi del nostro tempo si interrogano sull’avvenire del nostro pianeta. L’esplosione demografica, il saccheggio delle risorse naturali, l’inquinamento dell’ambiente rendono sempre più problematico il futuro dei vivi sulla terra.

Eppure la chiesa non cessa di proclamare un avvenire per i morti. Che senso ha continuare a credere e ad annunciare la risurrezione dei morti nel presente concreto del mondo? È un patetico anacronismo? È un alibi irresponsabile? O è una provocazione?

Il momento opportuno per sollevare questi interrogativi è offerto dalla duplice commemorazione dei santi e dei defunti con cui si apre il mese di novembre. È un «tempo forte» spontaneo del popolo cristiano. Un’occasione perché la pietà verso i defunti diventi attenzione alla presenza scomoda dei santi e dei morti in seno alla comunità dei vivi che non lascia cadere la speranza di un futuro di qualità.

NOTE

1 Ph. ArièsEssais sur l'histoire de la mort en Occident du moyen Age à nos jours, Parigi 1975, p. 186s.

2 R. Caillois, Quatre essais de sociologie contemporaine, Parigi 1951, p. 11.

3 R. Tagore, Le opere, tr. it., Milano 1966, p. 49.

4 Ib.

5 Cf O. Cullmann, Immortalità dell’anima o risurrezione dei morti?, tr. it., Brescia 1967, p. 19ss.

6 Ph. ArièsEssais sur l’histoire de la morte en Occident du moyen Age à nos jours, Parigi 1975, p. 155s.

7 Cf A. GodinComment parle-t-on de la morte? in Mort et présence. Études de psychologie, Cahiers de Lumen Vitae, Bruxelles 1971, pp. 39-62.

8 N. Lohfink, Attualità dell’Antico Testamento, tr. it., Brescia 1968, p. 241s.

9 L. WittgensteinTractatus logico-philosophicus, tr. it., Torino 1974, p. 80.

10 E. Kübler-Ross, La morte e il morire, tr. it., Assisi 1976, p. 121s.

11 A. Godin, «La mort a-t-elle .changé?» in Mort et présence. Ètudes de psychologie, Bruxelles 1971, p. 250.

12 K. Marti, Leichenreden, Neuwied 1969, p. 620.

13 M. Scorza, Rulli di tamburo per Rancas, tr. it., Milano 1972, p. 232.

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Chiesa ubriaca o chiesa ispirata?

Sandro Spinsanti

CHIESA "UBRIACA" O CHIESA ISPIRATA?

Riflessioni sul tempo di Pentecoste

Edizioni Paoline, Torino 1976

pp. 131

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INDICE

  pg

   5    Chiesa «ubriaca» o chiesa ispirata?

   9    I - LO SPIRITO È FESTA

   9        Cristiani alla scoperta della Pentecoste

 12        Lingue di fuoco a Pittsburg

 16        Una preghiera per tutto l’uomo

 21        Acconsentire alla festa

 24        Bambini senza infantilismo

 29        Una «festa di folli» per il nostro tempo

 33        Una fede che guarisce

 38        Molti doni un solo Spirito

 42        Le beatitudini di quelli che attendono

 47    II - LO SPIRITO È INCONTRO

 47        La chiesa sulla soglia del cenacolo

 50        Pentecoste: una Babele alla rovescia

 54        L’esodo della chiesa dalla «cristianità»

 61        Il dialogo: una nuova tattica per una vecchia strategia?

 67        Un «tu» per l’incontro

 73        Il mondo, un «tu» per la chiesa

 77        L’incontro e i frutti dello Spirito

 80        L’incontro fatto istituzione: la comunità

 89    III - LO SPIRITO È RECIPROCITÀ

 89        Un rimescolamento di carte

 95        Le missioni in svendita

101       Carismi in libertà per una nuova missione

107       Una struttura per la reciprocità

111       I giovani: un’interpellazione del futuro

116       Versione maschile, versione femminile

121       La chiesa dei cinque continenti

128       «Il mio Spirito... su ogni carne»

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Un'opera d'arte non è mai finita: Anche dopo che il pittore ha dato l'ultimo tocco di pennello al quadro e il poeta ha limato le parole del suo poema, la loro opera rimane aperta. Quando incontra spiriti ricettivi, fosse pure a distanza di secoli, essa continua ad essere modificata dal'interpretazione.

La stessa cosa il credente può dire delle opere di Dio. Non sono mai finite del tutto, pronte per essere sigillate ed archiviate. La creazione continua. Il sesto giorno quello dell'homo faber, è contemporaneo al settimo, quello del riposo dell'Artista della creazione. Anche la settimana della redenzione è ben lungi dall'essere finita. È cominciata la settimana nuova, il cui primo giorno ha albeggiato sul sepolcro vuoto del Cristo risorto. Ma il sabato dell'antioca settimana dura ancora. C'è chi assassina, chi deruba, chi si impicca e chi

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impazzisce: perché oggi è sabato. Ma c’è chi spera, chi asciuga lacrime, chi trasforma strutture ingiuste: perché la domenica è già cominciata.

Nell’organismo umano il segno della vita è il respiro. Violento come uno sbuffo di collera o tenero come un sospiro, il soffio esprime la vita. Anche la creatura di Dio — quella grande, l’umanità intera, o quella più piccola, il popolo scelto come strumento della salvezza — ha il suo soffio, lo Spirito. L’immaginazione religiosa degli Ebrei se lo rappresentava come un alito di respiro insufflato quasi mediante una respirazione artificiale. Di qui alle speculazioni dell’idealismo sullo "Spirito del mondo" il cammino è lungo. E la parola ha sofferto d’usura come una moneta passata per troppe mani.

Prima di riutilizzare la parola "spirito" bisognerebbe avete l’audacia di immergerla in un bagno di realismo terreno. Un sacerdote brasiliano domandava a una vecchietta analfabeta, abitante di una squallida favela destinata al sottoproletariato, che cosa sapesse lei dello Spirito Santo. Gli rispose: «Non so dirti chi è, ma so cosa fa. Vedi, nella nostra favela c’è un enorme mucchio di immondizie che raccoglie i rifiuti di tutta la città. Sotto c’è sempre un fuoco acceso che consuma lentamente

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le immondizie. E se una bocca di tiraggio si chiude, il fuoco non si spegne, ma ne crea un’altra. Così agisce lo Spirito Santo nel mondo». Tutte le immondizie del sabato bruciate dal fuoco della domenica: un’immagine poco convenzionale ma appropriata del mistero della continua Pentecoste che rinnova la chiesa.

La chiesa vive per il soffio dello Spirito: lo crede e lo sperimenta. Oggi ne parla anche. Se in passato ci si è potuti lamentare che lo Spirito Santo fosse il grande dimenticato, oggi non è più così. Il problema ai nostri giorni è piuttosto quello di vagliare i tanti discorsi che si fanno sullo Spirito. Di fronte alla tendenza ovvia che ogni movimento nella chiesa cerchi di accaparrarsi lo Spirito per giustificare le proprie scelte, bisogna ricordare che lo Spirito di cui parliamo in quanto cristiani non è senza nome e senza volto. Non è solo lo Spirito "Santo", espressione di un Dio che abita una luce inaccessibile; è anche lo Spirito di Gesù, uomo tra gli uomini. Lo Spirito perciò è specificato dal Vangelo, dalle beatitudini, dalla croce. La conformità allo spirito di Gesù resta la grande regola del discernimento degli spiriti.

I fenomeni dello Spirito sono soggetti alla ambiguità. Lo è stata anche la presenza umana

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e tangibile di Gesù, tanto da fare di lui il «segno di contraddizione» per eccellenza (cf. Lc 2,34). L’irruzione dello Spirito, già dalla prima Pentecoste, ha dato adito a interpretazioni divergenti. È sembrato addirittura che quegli uomini che parlavano con tanto ardore fossero ubriachi (cf. At 2,15). Pietro quella mattina ha preso la parola per lanciare nel mondo la sua prima enciclica con cui interpretare autorevolmente il fenomeno. Ma prima ancora di giustificarsi agli occhi di quelli che stanno a guardare, la chiesa deve per proprio conto interrogarsi sulla qualità dei soffi di vita che si manifestano nel suo organismo. Per distinguere quello che viene da Dio da quello che è solo contraffazione dello Spirito essa possiede un solo criterio: sa come soffiava la vita di Dio nel corpo umano di Gesù. Anche oggi dunque la chiesa si sente spinta a confrontare i complessi fenomeni che l’agitano con quanto Dio ha fatto nel Cristo. Se potrà dire che ciò che la spinge a pregare, a dialogare, ad evangelizzare è ciò che era vivo e continua ad essere vivo dell’opera di Gesù, allora la sua giustificazione sarà credibile: non siamo ubriachi, ma pieni di Spirito. Pentecoste vorrà dire allora che il capolavoro di Dio è un’opera mai finita in continua rielaborazione un vero work in progress.

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I

LO SPIRITO È FESTA

«Vieni, Santo Spirito,

manda a noi dal cielo

un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,

vieni, datore dei doni,

vieni, luce dei cuori»

(Messa del giorno di Pentecoste,

Sequenza dopo la seconda lettura)

Cristiani alla scoperta della Pentecoste

Non è esagerato dire che fino ad un passato molto recente il nome "pentecoste" suonava piuttosto vuoto anche all’orecchio dei cristiani praticanti. Erano magari informati che il termine vuol dire, in greco, "cinquantesimo" (giorno); alla scuola di catechismo avevano imparato ad associare la pentecoste alla venuta dello Spirito Santo sugli apostoli, cinquanta giorni dopo la pasqua; ed era stato insegnato

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loro che lo Spirito continua a sostenere e illuminare la gerarchia della chiesa. Ma chi tra i fedeli poteva sentirsi direttamente interpellato dalla pentecoste?

Rapidamente la situazione sta cambiando. Nel 1975 la festa della pentecoste ha avuto una celebrazione del tutto singolare. Una folla pittoresca di circa 12.000 persone, provenienti da ogni parte del mondo ma specialmente dall’America, si è riunita per tre giorni presso le catacombe di san Callisto a Roma. Hanno gridato innumerevoli alleluia, hanno cantato, hanno pregato con le mani levate. La stampa è stata costretta ad accorgersi di loro. «Festival dello Spirito Santo», titolava un giornale; il grande pubblico faceva conoscenza con nomi astrusi: "carismatismo", "pentecostalismo cattolico"; informazioni più o meno attendibili venivano fatte circolare: «Sono un milione i carismatici cattolici», affermava una rivista.

I lettori meno attenti avranno confuso l’assemblea romana di pentecoste con le riunioni massicce dei Testimoni di Geova per i battesimi collettivi. I fedeli cattolici invece non possono non essersi accorti che l’assemblea pentecostale si è conclusa nella basilica di S. Pietro, alla presenza di Paolo VI. Il papa ha benedetto e incoraggiato i convenuti, salutando

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l’avvenimento con le parole più lusinghiere: «È una fortuna che ci sia oggi una generazione di giovani che gridano al mondo la grandezza di Dio e della Pentecoste... Oggi o si vive con devozione profetica, con energia, con gioia la propria fede, o la si perde».

Chi passava presso la folla vivace raccolta presso le catacombe di S. Callisto vedeva ovunque la stessa scena: gente dal volto straordinariamente sereno, come trasfigurato da una gioia infantile, che sembrava non avere altro scopo che quello di lodare il Signore. Forse poteva venirgli in mente quella pagina terribile di Nietzsche. Quando il suo Zaratustra discese dalla montagna per predicare alla umanità, incontrò nella foresta un santo eremita che lo invitò a restare nella solitudine invece di recarsi nella città degli uomini. Quando Zaratustra chiese all’eremita in che modo trascorresse il suo tempo nella solitudine, questi rispose: «Compongo canzoni e le canto; e quando scrivo canzoni rido, piango e brontolo; così io lodo veramente Dio». Zaratustra rifiutò l’offerta del vecchio e continuò il suo viaggio; ma rimasto solo disse tra sé: «È possibile! Questo santone nella foresta non ha ancora sentito che Dio è morto» 1.

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Dal tempo di Nietzsche le persone convinte che Dio è morto sono sensibilmente aumentate. A costoro le assemblee salmodianti degli entusiasti devono fare l’effetto di un registratore con musica da ballo rimasto acceso dopo che tutti gli invitati sono partiti. Per i credenti invece, sia coloro che da questa musica si sentono attratti come quanti istintivamente rifuggono da forme espressive di tipo emozionale, è tempo di interrogarsi sulla Pentecoste. I fautori del risveglio spirituale non pretendono di avere il monopolio della Pentecoste. Nel loro congresso di Roma l’hanno detto con tutta chiarezza. La loro esperienza tuttavia è tale che provoca a domandarsi se non esiste qualche aspetto del dono di Cristo alla sua chiesa che col tempo si è sclerotizzato e che ora i pentecostali ripropongono con accentuazioni provocatorie. L’approvazione ufficiale che hanno ricevuto dalle gerarchie ecclesiastiche — da singoli vescovi, da conferenze episcopali e dal papa stesso — rende inevitabile un confronto con questa nuova espressione della fede cristiana trasmessa dalla tradizione.

Lingue di fuoco a Pittsburg

E anzitutto: chi sono i pentecostali cattolici? Il loro sviluppo è tanto recente che a mala

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pena si può parlare di storia: il movimento ha preso forma e consistenza sotto i nostri occhi. La cronaca parla, per la precisione, di una prima cellula nata sul suolo americano, nell’università cattolica dello Spirito Santo a Pittsburg nella Pennsylvania. Era l’autunno di dieci anni fa, nel 1966. Un gruppo ristretto di professori e studenti si riunisce per riflettere sulla validità della loro vita di fede. Sono angosciati dal grigiore della propria testimonianza; mancano di quel dinamismo che dovrebbe trascinare i discepoli del Cristo risorto. Pregano per alcune settimane. Stimolati quindi dalla lettura del libro La croce e il pugnale, che racconta la vita del pastore David Wilkerson e l’efficacia del suo apostolato tra i gangsters e i drogati di New York, sono indotti a leggere tutta la bibbia, dedicando una particolare attenzione a quanto vi viene detto circa il battesimo nello Spirito. Scoprono così lo Spirito Santo come fonte della vita cristiana personale e come ispirazione di un’azione apostolica dagli effetti sconvolgenti. Contemporaneamente leggono il libro di J.E. Sherrill Essi parlano altre lingue, che descrive il rinnovamento pentecostale americano.

Questo movimento è sorto all’inizio del secolo. Un gruppo di fedeli, riflettendo sul passo di Atti 2,4 («Sicché tutti furono ripieni di

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Spirito Santo e incominciarono a parlare lingue diverse secondo che lo Spirito Santo dava ad essi di esprimersi»), era giunto alla conclusione che il segno certo del battesimo nello Spirito è il parlare in lingue. Gli inizi del movimento furono contrassegnati da manifestazioni vistose: conversioni clamorose; guarigioni, profezie e glossalia (cioè il cosiddetto "parlare in lingue"). Se nei primi tempi i pentecostali caddero facilmente negli eccessi tipici delle sètte, in seguito mostrarono la tendenza ad allinearsi alle chiese stabilite e furono da queste accettati. Inseriti nelle chiese episcopaliane, luterane, presbiteriane e metodiste, contribuirono in maniera rilevante al loro rinnovamento spirituale.

La svolta dei pentecostali di origine settaria aveva avuto luogo negli anni '50-60. Il gruppetto di cattolici di Pittsburg incontrava perciò un pentecostalismo che si era liberato dall'inclinazione settaria, disposto a restare nelle chiese storiche e ad animarle dall’interno. Pur adottando ciò che era tipico del pentecostalismo — l’imposizione delle mani per il battesimo nello Spirito, la preghiera in lingue, le guarigioni carismatiche — non intesero affatto porsi al di fuori della chiesa cattolica.

La cellula iniziale crebbe con una rapidità imprevedibile. Nell’aprile 1967 si tenne il primo

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congresso del movimento pentecostale cattolico, presenti circa cento persone. Da allora i gruppi carismatici di preghiera si diffondono un po’ dappertutto. Ogni gruppo è composto da 10 a 500 membri. Nel 1972 si contavano ancora 350 gruppi; oggi non è più possibile avere dati statistici aggiornati. Dall’America il movimento passa in Europa, trovando nel Belgio un terreno particolarmente recettivo e nel card. Suenens un apostolo entusiasta. Il terzo congresso internazionale, tenutosi a Roma nella pentecoste del 1975, non è (per ora) che l’ultima tappa di un’avanzata trionfale di cui non si intravvede la fine 2.

Il successo non è, di per sé, un criterio di validità. La storia della chiesa può enumerare una quantità di esplosioni spirituali analoghe che in breve si sono rivelate ciarlatanerie raffinate o ingenuità patetiche. La rapida diffusione è piuttosto l’indice che il movimento risponde ad alcune esigenze del nostro tempo. Resistendo all’impulso istintivo ad accettarlo o rifiutarlo in blocco, a seconda delle inclinazioni personali, cerchiamo piuttosto di esaminare quali sono le esigenze che il rinnovamento pentecostale soddisfa. Queste ci forniranno

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la chiave per capire la causa del successo; allo stesso tempo ci indicheranno anche quali sono le strade che la chiesa intera deve percorrere se vuol annunciare la pentecoste al mondo d’oggi.

Una preghiera per tutto l'uomo

Il primo motivo di sorpresa è la persistenza di un desiderio di esperienza spirituale in una civiltà proclamata affrettatamente come del tutto secolarizzata. Le chiese si vuotano e il rumore delle macchine copre il brusio degli angeli. Eppure ecco che sorge un movimento travolgente che, senza inibizioni, parla un linguaggio esplicitamente religioso, in forme che si credeva destinate ormai alla curiosità degli etnologi. Prudenza vuole che le chiese tradizionali non si rallegrino troppo in fretta. La spiritualità che si esprime in questo rinnovamento è di un tipo particolare, che non rientra negli schemi nei quali esse sono abituate. La differenza si rivela già nel modo di pregare — il movimento carismatico, del resto, si considera essenzialmente un movimento che suscita gruppi di preghiera —. È una preghiera festosa, libera, spontanea, immersa permanentemente

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in un’atmosfera di lode. Niente di costrittivo, di prefissato. Ognuno può partecipare intonando un inno, proponendo l’ascolto di un passo biblico, comunicando una esperienza o un’intuizione sulla vita cristiana. Si glorifica Dio in libertà, ciascuno con le proprie parole e con i sentimenti spontanei. Parole lontane dalla precisione e sublimità di quelle fissate nei libri liturgici, ma col vantaggio di rendere un suono di autenticità. La parola fiorisce in canto, matura in gesto. Il più semplice e il più comune è quello delle mani aperte o levate, a significare una resa incondizionata allo Spirito; oppure mani battute per sottolineare un ritmo. Tutto il corpo è convocato a pregare. Come dice un poeta cinese, «nella gioia l’uomo pronuncia parole. Queste parole non basteranno, allora egli le prolunga; le parole prolungate non basteranno, allora le modula; le parole modulate non basteranno. Allora, senza che egli neppure lo avverta, le sue mani fanno gesti e i suoi piedi si muovono». Sembra che la piccola comunità in preghiera si faccia incontro con anima e corpo a un Dio che viene danzando.

Un aspetto singolare di questa preghiera, destinato a catturare l’attenzione di quanti si accostano da semplici curiosi, è il "parlare in lingue". Anche questa forma di preghiera intende

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restaurare qualcosa che era vivo nella comunità cristiana delle origini. Non bisogna confondere la glossalia con quel miracolo che, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, sarebbe avvenuto il mattino di pentecoste: gli apostoli annunciavano il Vangelo e ognuno lo intendeva nella propria lingua. Invece il fenomeno della glossolalia — un carisma che sembra sia stato abbastanza frequente agli inizi della chiesa (cf. At 2,4; 10,46; 11,5; 19,6; 1Cor 12-14) — consisteva in una specie di parlare estatico, senza parole intelligibili, ma come un accavallarsi di suoni zampillanti da una fonte troppo piena, o come il mormorio indistinto di una cantilena dolce e sommessa. I carismatici di oggi lo definiscono come un balbettio, come l’estasi di un bambino per un grande spettacolo, come un grido del proprio essere che cerca nuove e più adeguate espressioni. Non necessariamente il parlare in lingue è di natura estatica; ma di certo esso traduce un’emozione profonda, che porta al di là del linguaggio e della coscienza concettuali. Quando prende la forma di una melodia orientaleggiante o di una nenia armoniosa unisce al suo significato religioso anche una certa qualità estetica.

Della preghiera in lingue l’essenziale è quello che metteva già in rilievo S. Paolo: «Chi

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parla in lingue non parla agli uomini, ma a Dio; di fatto nessuno lo capisce, perché, mosso dallo Spirito, proferisce parole misteriose» (1Cor 14,2). Il parlare a Dio, più che il parlare di Dio, è il tratto caratteristico del rinnovamento spirituale, anche se si vuol prescindere dallo sconcertante fenomeno della glossolalia. L’"alleluia" e il "gloria a te, Signore" è il centro della vita del gruppo, in cui Gesù è sentito presente e interpellante.

Bisogna riconoscere che nessuna delle chiese storiche può offrire nella sua liturgia qualcosa di analogo. Anche le chiese uscite dalla riforma, dopo una marcata rottura con i moduli tradizionali della liturgia cattolica, hanno trovato uno stile di celebrazione irrigidito in forme standardizzate. Da parte sua, la liturgia cattolica dopo la Controriforma ha mostrato la tendenza ad eliminare tutte le forme discordi dal modello unico, anche quelle consacrate da secoli di tradizione. La famosa controversia dei riti, legata all’evangelizzazione della Cina, si chiudeva con l’obbligo di una centralizzazione e di una uniformizzazione totali. La preghiera latina prescritta dal messale era uguale per tutti, da Roma a Pechino. La riforma liturgica del concilio Vaticano II ha rotto l’incantesimo. La preghiera ufficiale della chiesa ha ripreso a riflettere la liturgia degli

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uomini celebrata sulla terra, oltre che quella degli angeli in cielo. Ha assunto le lingue vive, si è resa più malleabile. Ma per quanti è ancora un abito preconfezionato, che non si adatta ad esprimere la vita?

La preghiera resta un momento costitutivo della vita di qualsiasi chiesa cristiana, dal momento che l’esperienza di secoli ha stabilito un legame necessario tra la fede, l’etica e la liturgia. Anche nel presente contesto di rivoluzione culturale non si tratta di ridurre il cristianesimo alla sola ricerca del senso dell’esistenza: il senso deve essere praticato; e neppure di ridurre la pratica cristiana al solo impegno etico e sociale a servizio dell’uomo: il dono di Dio deve essere accolto nella celebrazione riconoscente. Ma la celebrazione stessa deve prendere sul serio tutto ciò che tocca l’uomo: il suo corpo e il suo agire così come il suo spirito e le sue aspirazioni; le sue relazioni e le sue solidarietà così come la sua intimità personale e i suoi progetti individuali; le sue feste e le sue danze quanto il suo lavoro e le sue monotonie quotidiane.

Con la riforma liturgica la preghiera ufficiale della chiesa ha cominciato a trasformarsi. Ora deve sentirsi spinta a cambiamenti ancora più radicali. Se vuol aggregare coloro che si sentono mortificati da una preghiera stereotipata

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non può accontentarsi di cambiar pelle, ma deve subire la metamorfosi da bruco a farfalla.

Acconsentire alla festa

Molti cristiani sentono oggi non tanto il bisogno di un "aggiornamento" della chiesa, quanto la nostalgia del discorso della montagna. Vorrebbero che il Vangelo tornasse a suonare come "buona novella", così come gli prescrive la sua etimologia. Polemizzando contro la riduzione del cristianesimo a una morale o a un’ideologia, fanno notare che gli angeli la notte di Natale non hanno annunciato ai pastori "un grande problema", e "nuovi e più ardui doveri", bensì una «lieta notizia, per loro e per tutto il popolo» (cf. Lc 2,10).

Le voci profetiche più ascoltate del nostro tempo esprimono la necessità di lasciare uno spazio al bisogno di festa insito in ogni uomo. Frère Roger, il priore di Taizé, lo ha colto nelle migliaia di giovani che affluiscono a quello sperduto monastero della Borgogna per la preghiera e gli incontri fraterni:

«Se la festa scomparisse dal mondo degli uomini... Se, un bel mattino, ci svegliassimo in una società ben organizzata, funzionale,

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soddisfatta, ma svuotata di ogni spontaneità...

Se la preghiera dei cristiani diventasse un discorso tutto cerebrale, secolarizzato al punto da annullare il senso del mistero, della poesia, senza più nessuno spazio possibile per la preghiera del corpo, per l’intuizione, per l’affettività...

Se la coscienza oppressa dei cristiani rifiutasse una felicità offerta da Colui che, sul monte delle beatitudini, sette volte dichiara 'beati’...

Se quelli dell’emisfero sud, sfiatati nell’attivismo, non trovassero più quella sorgente a cui attingere lo spirito di festa: una festa ancora viva nel più profondo dell’uomo dei continenti del sud...

Se la festa si cancellasse dal corpo di Cristo, la chiesa, ci sarebbe ancora sulla terra un luogo di comunione per tutta l’umanità?» 3.

I giovani che hanno riconosciuto nell’esperienza spirituale di Taizé una risposta alle loro aspirazioni, nel proclamare il loro concilio mettevano l’accento in primo luogo sulla festa: «Il Cristo risorto viene ad animare una festa nell’intimo dell’uomo».

È stato notato che sono soprattutto le sètte e i gruppi periferici nel cristianesimo che

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enfatizzano la gioia. Questa diventa il motivo dominante della loro vita religiosa. Il sottrarsi al controllo dottrinale e morale delle autorità ecclesiastiche ufficiali è sentito come una liberazione che offre l’opportunità di aprirsi incondizionatamente alla gioia del vangelo. Questo tipo di cristiano non è saturo di dottrina, bensì ripieno di una festa fermentante. Mentre la "grande chiesa" si richiama al decalogo e ai peccati, egli si rifà al discorso della montagna e alle beatitudini. Nel sentire rivolta a lui, individualmente, la parola di consolazione che Gesù indirizza agli «affaticati e stanchi», si libera da ogni ansia e senso di colpa. E riesce anche a trasmettere, con sorprendente efficacia, la festa che lo libera.

La gioia evangelica è una caratteristica innegabile dei gruppi marginali; tuttavia sarebbe arbitrario rivendicarla loro in esclusiva. La chiesa in quanto tale è fondata sulla festa, non meno che sulla fede di Pietro. Se essa perde la gioia e il potere di comunicarla non perde qualcosa di accidentale, bensì ciò che costituisce la sua ragion d’essere. Quel che rimane può essere una società di beneficenza, un’accademia di intellettuali o il prolungamento di un partito politico; in ogni caso, una chiesa deviata dal suo fine essenziale.

Non è forse da considerare un segno dei

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tempi il fatto che uno degli ultimi documenti di Paolo VI, l’esortazione apostolica Gaudete in Domino, abbia per oggetto la gioia? Questa è l’eco della Pentecoste nel cuore dei credenti: «La gioia pasquale non è solo quella di una trasfigurazione possibile: essa è quella della presenza nuova del Cristo risorto, che largisce ai suoi lo Spirito Santo affinché esso rimanga con loro... È lo Spirito di Pentecoste che porta oggi moltissimi discepoli di Cristo sulle vie della preghiera, nell’allegrezza di una lode filiale».

Bambini senza infantilismo

Talvolta si sente rimproverare a coloro che vivono queste forme di esaltazione spirituale, miranti all’autoliberazione, di non essere, in fondo, che degli individualisti alla ricerca del proprio comfort spirituale. Ciò può accadere. Ma là dove la liberazione è arrivata fino al punto da dare il gusto della libertà, essa introduce nell’universo del singolo un dinamismo che lo porta al di là di ogni gretto individualismo. La sua libertà diventa la più netta contestazione di tutte le strutture oppressive. E anche la più efficace. Alle armi possono essere opposte altre armi, all’astuzia altre astuzie:

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ma niente può fronteggiare la libertà. Un uomo libero come san Francesco d’Assisi, che fonda la sua felicità sulle beatitudini e se ne ride di quella che dipende dai valori di borsa, non può essere dominato da nessuno, perché non teme né la vita né la morte.

La libertà sembra essere di casa tra gli adepti del rinnovamento spirituale. Una sensazione nuova travolge il carismatico. Trapela dalle testimonianze di coloro che affermano: «Mi sono sentito libero per la prima volta nella vita»; oppure: «Avrei sempre voluto dire e fare la tal cosa, ma non mi sembrava possibile». Quando questo stato d’animo non è un fuoco di paglia si traduce in un atteggiamento di anticonformismo sociale senza che la persona senta il peso della disapprovazione. È chiaro infatti che i modi espressivi dei carismatici, tanto individuali che comunitari, suonano "strani" nella nostra società, non corrispondono ai modelli recepiti di comportamento religioso. Le loro espressioni potrebbero sembrare una sfida puramente gratuita e provocatoria al conformismo sociale. Esse sono invece figlie della libertà. Ed è proprio questa loro libertà che fa risaltare, per contrasto, la schiavitù indolore a cui i rapporti sociali convenzionali assoggettano l’individuo. Essa denuncia quel conformismo che fa assumere

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una maschera di ferro di fronte all’altro essere umano, che induce a celare i sentimenti, che riduce il rapporto interpersonale entro modelli stereotipati. Colui che prega liberamente nel suo gruppo prova invece il sentimento esaltante di essere accettato dall’altro per quello che è. Il gruppo inoltre assicura un sostegno psicologico anche al di fuori dei momenti della preghiera. In esso si sviluppa una solidarietà umana disinteressata, che permette di abbassare le difese inconsciamente erette da ognuno contro tutti.

Il senso di accettazione incondizionata è stato descritto dallo psicologo Erich Fromm come il punto di partenza di un’evoluzione affettiva equilibrata. Solo chi ha provato da bambino di essere amato per se stesso è sulla via buona per apprendere la difficile "arte di amare". Se il gruppo assicura questa accettazione, non sorprende che in seno al movimento carismatico emergano con tanta frequenza espressioni di infanzia felice: ci si sente bambini, liberi, sicuri, fiduciosi, centrati sull’oggi, disinibiti.

Spirito d’infanzia non equivale a infantilismo. Quest’ultimo è una degenerazione e una caricatura dell’esperienza psicologica dell’infanzia, la quale, in quanto tale, non è relegata ai primi anni di vita, ma accompagna l’uomo

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per tutta la sua esistenza. Esiste in noi un puer aeternus che non deve essere soffocato, se non si vuol squilibrare l’intera costruzione della personalità. Se vogliamo riconoscere il puer aeternus sotto la scorza dell’adulto, andiamo a cercarlo nella preghiera e nell’abbandono amoroso, i due momenti in cui gli è concesso di spalancare sul mondo i suoi occhi stupiti.

Di questo puer Gesù è l’immagine più parlante. In lui il fanciullo è tanto grande, quanto è grande il Padre a cui sì riferisce. Lo chiama con un nome che combina insieme tenerezza e intimità: Abbà, il vezzeggiativo con cui i bambini ebrei si rivolgevano al loro genitore. Tutto quel complesso sistema teologico che sarà sviluppato nei primi secoli della chiesa a forza di dogmi e definizioni conciliari e che porterà a confessare in Gesù il Verbo incarnato del Padre, è sostenuto agli inizi da quella fragile parola: Abbà. È quella parola il segreto della tua vita, che fa di lui tanto l’uomo delle beatitudini quanto l’uomo dei dolori («Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito»: Lc 24,46).

Il riferimento all’infanzia entra esplicitamente nel comportamento morale che Gesù propone ai suoi discepoli: «Chiamò un bambino, lo mise in mezzo ad essi e disse: In verità

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vi dico, se non ritornate allo stato di fanciulli, non potrete entrare nel regno dei cieli» (Mt 18,2s).

La spiritualità filiale non è riservata a qualcuno in particolare ma è donata a tutta la chiesa. S. Paolo lo ha spiegato ai Romani nel passo della lettera che sviluppa i vari aspetti della vita del cristiano nello Spirito: «Tutti quelli che anima lo Spirito di Dio sono figli di Dio. Voi dunque non avete ricevuto uno spirito di schiavi per ricadere nel timore; voi avete ricevuto uno spirito di figli adottivi che ci fa gridare: Abbà! Padre! Lo Spirito in persona si unisce al nostro spirito per attestare che noi siamo figli di Dio» (Rm 8,14-16).

"Bambini di Dio" non sono perciò solo i seguaci di alcuni movimenti spirituali particolari. Lo sono tutti coloro che credono, dal momento che ciò che Paolo declina non è altro che la struttura essenziale della fede. Quelli che riscoprono lo spirito d’infanzia mediante l’esperienza dei gruppi di preghiera dovrebbero ricordare alla chiesa intera che essa non può essere chiesa di pentecoste se favorisce il timore e l’asservimento, se non comunica ai fedeli la certezza liberante di essere sostenuti da braccia che sanno cos’è la misericordia.

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Una "festa di folli" per il nostro tempo

L’efficacia della preghiera praticata dai gruppi di rinnovamento spirituale non finisce qui. Essa non limita i suoi effetti al senso euforico della festa e al superamento dei rapporti umani convenzionali. La preghiera può giungere fino a sottrarre alla repressione di una società unidimensionale colui che le dà spazio nella propria vita. Da questo punto di vista il rinnovamento pentecostale mostra un certo legame con quel vasto movimento, emerso con maggior chiarezza negli anni ’60, di contestazione della civilizzazione tecnologica e massificata propria dell’Occidente. I pentecostali hanno dunque una parentela con il maggio francese del ’68, con la fioritura hippy, con la cultura psichedelica. Per quanto differenti siano le vie seguite, è possibile individuare un minimo comune denominatore nel rifiuto dei modelli imposti e nella rivendicazione di uno spazio per la fantasia, la creatività, la festa, il gioco, la gratuità: in breve, per tutti i valori ritenuti superflui ai fini della produzione e del consumo.

La contestazione ha assunto per lo più una colorazione politica ed ha adottato le strategie adeguate. Ma all’inizio si è vestita piuttosto con l’abito dell’arlecchino che con la divisa

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del guerrigliero, ha preferito gli sberleffi del clown alle arringhe del politico. Il bisogno di una forma di cultura che prendesse sul serio il compito di cambiare il mondo, ma che sapesse anche celebrare la vita, era sentito da molti. Il teologo americano Harvey Cox se ne è reso interprete col suo libro sulla Festa dei folli 4.

Lo spunto di partenza è costituito da una festa diffusa nel medioevo, durante la quale avveniva una giocosa inversione di ruoli. I chierici minori andavano in giro vestiti con gli abiti dei loro superiori; gli studenti scimmiottavano i professori; i rituali della chiesa e della corte venivano parodiati. Una festa così concepita conteneva in sé una forte carica di critica sociale. Smascherava le pretese del potere, facendolo apparire meno fondato su un ordine divino e più soggetto al variare del caso. In tal modo il rango sociale si rivela arbitrario e si intravvede la possibilità di un cambio radicale. Questo genere di critica è appunto dell’ordine di opposizione al potere che gli americani chiamano "radicale" e che noi europei preferiamo chiamare "anarchico".

Cox suppone un’analogia tra la situazione medioevale e quella attuale. Oggi il potere

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non è più gestito in nome di Dio, ma appare ugualmente inattaccabile. Si rende quindi necessaria una critica che provenga dallo stesso spirito che ha dato origine alla "festa dei folli". In una società orientata al successo e al danaro, abbiamo bisogno di una rinascita di feste chiaramente improduttive e di celebrazioni che esprimano questo spirito. La nostra epoca ha messo in quarantena la parodia e ha separato la politica dall'immaginazione. Perciò abbiamo bisogno di riscoprire, nel nostro linguaggio culturale, quello che c’era di giusto e di valido nella "festa dei folli".

Sullo sfondo del saggio del teologo americano si indovina come modello ideale una figura che realizzi quella fusione di "santo e rivoluzionario" che, secondo Ignazio Silone, è necessaria per salvare il nostro mondo da se stesso. Essa ha insieme i tratti di S. Francesco e di Karl Marx: sa affermare la vita, pur nutrendo in cuore un sogno di sovvertimento generale del mondo; e sa impiegare tutte le energie razionali e volitive per la rivoluzione sociale, pur accarezzando l’utopia di un mondo in cui il lavoro diventi una specie di gioco.

Se mettiamo i carismatici in rapporto con la "festa dei folli", vagheggiata per il nostro tempo da Cox, non è per individuare in essi i giullari anarchici di oggi. I loro "alleluia"

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non si intonano bene col "Mistero buffo". Ma questo quadro di riferimento ci sembra utile per capire un aspetto dei gruppi di rinnovamento spirituale che lascia molto perplessi: il loro disimpegno politico. È vero che l’uno o l’altro dei membri può essere impegnato nell’azione politica. Ma ciò avviene a titolo personale; il gruppo di preghiera in quanto tale ruota in orbite che evitano accuratamente quelle della politica.

L’astensione politica non destina certo i gruppi pentecostali a riscuotere l’approvazione di movimenti come "Cristiani per il socialismo". Conosciamo fin troppo la diversa polarizzazione sull’esperienza mistica e sull’impegno politico che segna una netta demarcazione all’interno delle chiese. Ma è proprio questa contrapposizione frontale che bisogna cercar di superare. Una via può essere quella di allargare la nozione di efficacia politica. Anche colui che vive come se il mondo nuovo per il quale si sta combattendo fosse già compiuto ha un’incidenza politica: la sua vita è una profezia concreta. I teologi la chiamano, tecnicamente, "liberazione prolettica". La sua presenza provoca uno shock benefico, apre orizzonti imprevisti. Di fronte al rivoluzionario che pensa di non potersi concedere il lusso della preghiera prima di aver messo ordine

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nel mondo, l’orante afferma concretamente la realizzazione anticipata di un ordine sociale non alienato.

I cristiani che lottano non devono contestare lo Spirito a quelli che pregano. Lo Spirito è stato dato a tutta la chiesa, che esprime la sua fedeltà tanto nella lotta quanto nella contemplazione. Sarà opportuno però che i cristiani che si sentono più interpellati dalla preghiera carismatica non dimentichino che il criterio finale per il discernimento dello Spirito è stato già dato: «Ebbi fame...» (cf. Mt 25,35ss.). La profezia che la chiesa propone al mondo deve superare l’unidimensionalità della sfera interiore. Se la rivoluzione cristiana comincia dal cambiamento del cuore, tende però à una nuova prassi sociale. È vera profezia attuata dallo Spirito di Cristo quella che si estende oltre l’ambito puramente culturale, fino all’azione profetica nell’ambito ecclesiale e socio-politico. Se il Regno dei cieli non è per coloro che si limitano a dire: «Signore!, Signore!», sarà negato anche a coloro che gridano solo: «Spirito!, Spirito!».

Una fede che guarisce

Forse nessun aspetto dell’esperienza carismatica si pone in antitesi più diretta col mondo

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moderno quanto la pratica delle guarigioni mediante l’imposizione delle mani e la preghiera. La convinzione che la fede guarisca urta contro l’appiattimento antropologico portato dalla tecnologia. La medicina, diventata sapere tecnico di precisione ed efficacia strabilianti, è centrata sulla cura dell’organo malato, non dell’uomo come unità psico-fisica con radicamento sociale. I gruppi carismatici rifiutano questa visione fisicistica dell’uomo per contrapporle una spiritualista, secondo cui la vera guarigione dell’uomo comincia dall’interno per riflettersi sul corpo malato.

Il loro punto di riferimento è, ancora una volta, la comunità cristiana primitiva, delle cui pratiche terapeutiche carismatiche siamo abbondantemente informati. I primi cristiani, a loro volta, si appoggiavano sulla prassi stessa di Gesù e sulle sue parole: «Segni come questi accompagneranno coloro che crederanno: ...imporranno le mani ai malati e questi saranno guariti» (Mr 15,17s). I gruppi pentecostali hanno così riportato in luce la pratica della preghiera collettiva per la guarigione dei malati, accompagnata dall’imposizione delle mani, quasi un gesto di comunione cristiana attorno a chi soffre 5.

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La guarigione spirituale di cui parlano non va identificata con la guarigione miracolosa. Può esserlo, ma non necessariamente. Essa è piuttosto una guarigione in cui intervengono in maniera determinante le forze spirituali. La guarigione è considerata come un processo che inizia dall’intimo risanamento spirituale, vale a dire dall’esperienza di essere stati afferrati da Gesù e posti nella vita stessa della famiglia di Dio. Dalla certezza di questa presenza di salvezza nella propria esistenza rinnovata scaturisce una forza nuova per affrontare i mali della vita, presente e passata. Qualsiasi esperienza di rifiuto, oppressione, non-amore può essere guarita, comprese le ferite provocate dalle esperienze passate. I carismatici amano parlare della potenza terapeutica della pace di Gesù: quando la coscienza è piena d’amore, di gioia, di pace, di pazienza, di bontà, di benevolenza, di fede, di dolcezza, di padronanza di sé (cioè di quanto Paolo in Gal 5,22 chiama "frutti dello Spirito"), possiede una forza di guarigione contro ogni male, compresi quelli fisici.

Un ruolo decisivo gioca la comunità. Essa assicura un ambiente di amore e di sollecitudine in vista del sostegno del singolo. Allora la guarigione arriva al suo pieno sviluppo, fino ad essere cioè guarigione delle relazioni.

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Credendo in sé e negli altri, accettandosi e sentendosi accettato, il credente è motivato a sperare non solo in un semplice ristabilimento della salute, ma in una vita qualitativamente diversa.

La pratica della guarigione attraverso la preghiera della comunità apparirà meno strana qualora si consideri l’uomo nella reale unità psico-fisica-sociale della sua esistenza. Se già, come è stato osservato, il 50% di ogni psicoterapia consiste in un rapporto diretto e caloroso col paziente, come si può sottovalutare l’effetto psico-somatico di un’esperienza come quella che assicura il gruppo carismatico?

Del resto, la coscienza che la comunità cristiana racchiude, in forza della fede, una singolare forza terapeutica non era mai andata perduta nella chiesa. Ecco come lo esperimenta il teologo Paul Tillich:

«La fede non significa credenza in asserzioni per le quali non c’è alcuna evidenza. Non ha mai significato questo nella religiosità autentica e non bisognerebbe mai farne abusi in questo senso. Ma la fede significa che si è afferrati da una potenza che è più grande di noi, una potenza che ci scuote, ci sconvolge, ci trasforma e ci guarisce. L’abbandono a questa potenza è la fede. Quelli che Gesù ha potuto guarire, e può

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guarire, sono quelli che hanno realizzato c che realizzano questo abbandono di se stessi alla potenza di guarigione che è in lui. Gli hanno consegnato la loro persona, disgustati e disperati di se stessi, pieni di odio verso se stessi, e di conseguenza ostili verso tutti gli altri, pieni di timore davanti alla vita, carichi di sentimenti di colpevolezza, accusandosi e scusandosi da soli, fuggendo gli altri per trovare la solitudine, fuggendo se stessi con l’andare verso gli altri, cercando finalmente di sfuggire alle minacce dell’esistenza rifugiandosi nella sicurezza dolorosa e ingannevole della malattia mentale e fisica. In quanto tali si sono consegnati a Gesù, e questa resa è ciò che noi chiamiamo fede. Egli li ha rinviati a se stessi sani e salvi come nuove creature. E quando egli morì lasciò un gruppo di gente che, malgrado grandi ansietà e grandi desideri, debolezza e colpevolezza, aveva la certezza di essere guarita e che la potenza di guarigione che si trovava in mezzo ad essi era tanto grande da conquistare individui e nazioni nel mondo intero. Noi facciamo parte di questa gente se siamo stati afferrati dalla nuova realtà che è apparsa in lui. Abbiamo anche noi il suo potere di guarigione» 6.

Le parole liriche del teologo esistenzialista riescono a trasmetterci la visione di una chiesa

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che svolge un’eccezionale funzione terapeutica, dovuta non tanto a pratiche peregrine, quanto alla trasparenza con cui essa trasmette l’appello di Gesù alla fede e alla capacità di aggregazione che la comunità sviluppa. I pentecostali ricordano alla chiesa di pentecoste che essa è stata dotata di forze di guarigione che non deve tenere in quarantena. È piuttosto dubbio che la chiesa possa portare a termine la missione terapeutica che le è propria fornendo al sistema sanitario cliniche di lusso. Neppure le è richiesto di incoraggiare con la sua benedizione gli stregoni che ancora passeggiano tra i grattacieli. Essa sarà una chiesa che guarisce se diventa quello che deve essere: la casa di coloro che sono colpiti dal potere di emarginazione del male in tutte le sue forme. Allora essa sarà un riflesso autentico dello Spirito e offrirà ai malati, handicappati, anziani, ai sofferenti nel corpo e nello spirito quello spazio in cui sono possibili relazioni umane ravvicinate, accettazione, sostegno, conforto: ciò di cui l'uomo ha bisogno per riconciliarsi con la vita e voler guarire.

Molti doni, un solo Spirito

Abbiamo considerato diversi aspetti di quel vasto movimento conosciuto sotto il nome di

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pentecostalismo o rinnovamento spirituale. Da ogni lato ci è apparsa emergere una costante: i suoi elementi caratteristici non sono delle novità assolute nel cristianesimo, ma solo accentuazione di dimensioni ed esperienze che sono essenziali alla chiesa in quanto tale. Alcuni tratti del pentecostalismo cattolico dipendono indubbiamente dal particolare contesto geografico e culturale in cui il movimento è sorto. Ma non sarebbe dettato da saggezza giudicare sommariamente il movimento come "folklorismo americano" o come versione religiosa dell’hippismo. I valori che i suoi adepti cercano — gioia, spontaneità, creatività, festa, comunicazione intensa, comunità, guarigione totale — sono altrettante denunce di carenze nelle chiese istituzionali e sfide a lasciar agire lo Spirito di Cristo, nel quale la chiesa professa di credere.

Non è necessario essere un mago per scoprire che nella chiesa oggi è diffuso un senso di malessere, accompagnato da un conflitto interno più o meno esplicito. Ci sono naturalmente molte spiegazioni di ciò. Chi è abituato ad osservare i fenomeni culturali suggerirà che si tratta semplicemente di una forma di quella disaffezione più generale che investe ogni istituzione nella società. I teologi parleranno piuttosto di un conflitto tra due ecclesiologie,

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l’una espressa mediante le categorie del popolo di Dio e l’altra legata all’idea gerarchica e giuridica prodotta da epoche passate. Ovviamente, poi, c’è sempre a portata di mano la schematizzazione molto comoda di un’ostilità permanente tra "progressisti" e "conservatori".

Senza escludere l’apporto dei diversi tentativi di comprensione, non sarà inutile aggiungere un altro approccio, che consiste nel considerare il disagio nella chiesa come dettato anche da differenze nel modo come ci si immagina Dio, come se ne fa l’esperienza, come si articola l’esperienza a se stessi. In altre parole, una differenza di spiritualità. Esiste una spiritualità in cui l’esperienza di Dio avviene nella chiesa e attraverso di essa. La relazione con Dio — appello da parte sua e risposta da parte dell’uomo sia. col culto che con la vita morale e con la professione dottrinale di fede — si svolge nella cornice che la chiesa ha forgiato per il fedele. Questi in realtà sperimenta più la chiesa che Dio stesso; è la chiesa, alla quale egli si appoggia con fiducia, che gli fornisce le parole e gli atteggiamenti appropriati.

Un secondo tipo di spiritualità, che esercita un’attrazione sempre crescente, parte invece da un’esperienza autonoma di Dio. All’orizzonte

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del credente si affacciano solo le verità che servono a spiegare la propria esperienza e in cui arriva personalmente a credere. La sua morale riposa sull’idea che Dio è glorificato dal modo in cui egli usa i propri talenti. Accetta di essere secolarmente responsabile del mondo e degli altri uomini. Si sente chiamato a lottare in prima linea con quanti sono impegnati per la giustizia e per l’uomo. L’azione è il suo tempio e la sua liturgia.

Oggi emerge un terzo tipo di spiritualità, che possiamo chiamare carismatico, diffuso soprattutto dal movimento pentecostale. Coloro che vivono questo stile di risposta a Dio dichiarano di avere un senso di immediata presenza del Cristo risorto che solo lo Spirito può produrre. Il mezzo attraverso cui sperimentano Dio è quello di una preghiera fortemente emotiva fatta in gruppo. La chiesa occupa nella vita dei cristiani carismatici un posto diverso da quello che le attribuiscono i cristiani che vivono la spiritualità ecclesiocentrica del primo tipo. L’insegnamento della chiesa provvede loro i segnali di confine, che essi rispettano lealmente; ma personalmente sono così presi dal dramma che si svolge dentro questi confini che prestano appena attenzione ai segnali stessi. La loro esperienza di Dio è soprattutto esperienza del Cristo. Non del Cristo

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che è vissuto storicamente nel passato, ma che vive ora ed agisce nell’intimo mediante lo Spirito. È esperienza di un giogo che è leggero, di un compagno di cammino legatosi volontariamente all’uomo con legame indistruttibile di amore.

Spiritualità diverse, che fanno la chiesa più ricca. «C’è indubbiamente diversità di doni spirituali, ma uno solo è lo Spirito» (1Cor 12,4). Spiritualità da scegliere liberamente, perché nel regno dello Spirito la costrizione non ha diritto di cittadinanza. Modi diversi di esprimere la stessa festa interiore, senza fare violenza a se stessi, rispettando le legittime differenze di ogni persona. La gallina razzola per terra e l’anatra guazza nello stagno: eppure sono ambedue uccelli dello stesso cortile.

Le beatitudini di quelli che attendono

L’analisi del movimento pentecostale ci ha offerto l’opportunità di rivisitare la nostra chiesa, chiamata a lasciar agire quello Spirito che è inscritto nel suo codice genetico. Al termine delle nostre considerazioni ci si può domandare quale possa essere, in sintesi, il carisma dei carismatici di oggi. La loro esperienza spirituale evidenzia nella pentecoste l’iniziativa

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di Dio per colmare col suo dono l’uomo che lo aspetta e lo domanda. Lo Spirito, mandato dall’alto, incontra la creatura umana aperta a riceverlo. Questa proclamazione suona incredibile per l’uomo occidentale, che sembra aver smarrito la fede in una ricettività verso l’alto. Il suo futuro è chiuso, ha disimparato l’attesa. La perdita del trascendente ha gettato l’uomo in preda all’assurdo e minaccia di paralizzare la sua volontà.

Il drammaturgo Samuel Beckett ha visualizzato la situazione dell’uomo contemporaneo con la felice parabola dei due vagabondi, Vladimiro ed Estragone, che aspettano Godot. Il primo atto inizia con i due vagabondi che, ai piedi di un albero, in una strada di campagna, aspettano. Alla fine dell’atto apprendono che Godot, col quale credono di avere un appuntamento, non può venire, ma che verrà certamente l’indomani. Il secondo atto ripete esattamente lo stesso schema. Lo stesso ragazzo arriva e porta l’identico messaggio. Il primo atto termina così:

«Estragone: Beh, andiamo?

Vladimiro: Sì, andiamo

(Non si muovono)».

Il secondo atto termina con le stesse battute, solo dette dai personaggi in ordine inverso

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Non esiste più una vera attesa; ciò che viene chiamato con questo nome è solo un alibi che l’uomo crea a se stesso per non guardare in faccia alla propria situazione: «Non succede niente, non viene nessuno, nessuno se ne va, è terribile» 7.

A questo mondo senza più speranza, perché senza più attesa, il rinnovamento spirituale in atto vuol proporre una chiesa in stato di Pentecoste, cioè pronta alla sorpresa dello Spirito che introduce nell’orizzonte chiuso la novità. Questo sembra essere il suo carisma.

È giusto lasciare l’ultima parola al card. Suenens, che del rinnovamento spirituale si è fatto autorevole evangelista. Interrogato da un giornalista: «Perché lei è un uomo di speranza, malgrado la confusione nella quale ci troviamo oggi?», rispose con un suo atto di speranza:

«Perché credo

che Dio è nuovo ogni mattina,

che crea il mondo in questo preciso istante,

e non in un passato nebuloso, dimenticato.

Ciò mi obbliga ad essere pronto ogni istante all’incontro.

Poiché l’inatteso è la regola della [Provvidenza.

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Questo Dio 'inatteso' ci salva

e ci libera da ogni determinismo

e sventa i foschi pronostici dei sociologi.

Questo Dio inatteso è un Dio

che ama i suoi figli, gli uomini.

È questa la sorgente della mai speranza.

Sono un uomo di speranza non per ragioni umane

o per ottimismo naturale.

Ma semplicemente perché credo

che lo Spirito Santo è all’opera

nella chiesa e nel mondo, che questi lo sappia o no.

Sono un uomo di speranza perché credo

che lo Spirito Santo è per sempre lo Spirito creatore,

che dà ogni mattina, a chi lo accoglie,

una libertà nuova ed una provvista di gioia e di fiducia.

Sono un uomo di speranza perché so

che la storia della chiesa è una lunga storia,

tutta piena delle meraviglie dello Spirito Santo.

Pensate ai profeti e ai santi,

che in ore cruciali sono stati strumenti prodigiosi di grazie,

ed hanno proiettato sulla via un fascio luminoso.

Credo alle sorprese dello Spirito Santo.

Giovanni XXIII ne fu una.

Il Concilio pure.

Noi non ci aspettavamo né l’uno né l’altro.

Perché l’immaginazione di Dio

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e il suo amore sarebbero oggi esauriti?

Sperare è un dovere, non un lusso.

Sperare non è sognare, al contrario:

è il mezzo per trasformare un sogno in realtà.

Felici coloro che osano sognare

e che sono disposti a pagare il prezzo più alto

perché il sogno prenda corpo nella vita degli uomini» 8.

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II

LO SPIRITO È INCONTRO

«Lo Spirito del Signore ha riempito l’universo,

egli che tutto unisce,

conosce ogni linguaggio, alleluia».

(Messa del giorno di pentecoste, Antifona d’inizio)

La chiesa sulla soglia del cenacolo

Giulio Cesare era pienamente consapevole, se stiamo a quanto ha raccontato egli stesso in seguito, che varcando il Rubicone faceva un passo decisivo per gli sviluppi futuri della storia. Se volessimo drammatizzare la storia della chiesa, potremmo vedere nella soglia del cenacolo il suo Rubicone. E ci potremmo domandare retoricamente: Pietro, il pescatore di Galilea, era conscio di quale fosse la portata del passo con cui scavalcava quella soglia il mattino di pentecoste? Si rendeva conto che,

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rivolgendosi alla folla che si accalcava fuori di quella casa in cui sembravano capitare cose strane, stava decidendo l’avvenire di quell’embrione di comunità raccolto devotamente in casa?

Coloro che credevano in Gesù Messia, risorto da morte e presente ai suoi soprattutto al momento della mensa condivisa 9, erano soliti ritrovarsi nella «camera alta» della casa. Pregavano; e c’è da credere che lo facessero con un’esultanza che era "pentecostale" ante litteram: «Tutti d’un sol cuore erano assidui alla preghiera con alcune donne, tra cui Maria, madre di Gesù» (At 1,14). Pensavano alle cose interne della comunità. Così, ad esempio, avevano deciso di reintegrare il gruppo dei dodici eleggendo Mattia al posto di Giuda, che aveva defezionato. Devozione e ordine: potrebbero essere le caratteristiche anche di una sètta. E in realtà il discorsetto con cui Pietro propone l’elezione del nuovo apostolo è agli antipodi della mitezza evangelica; tradisce piuttosto la durezza spietata dei gruppi chiusi nei confronti del transfuga, che bisogna dipingere con un piede già nell’inferno, per evitare che il suo abbandono allontani coloro

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che restano. Lo Spirito aveva ben ragione di manifestarsi fin dal primo giorno come un vento impetuoso che spazza via ogni aria di chiuso...

discepoli di Gesù sono spinti fuori di casa. Fermiamoci ancora un momento a considerare quel passo oltre la soglia. Che tipo di rapporto stabilirà la comunità cristiana con gli altri uomini che stanno ad aspettare per strada? Annuncerà un’altra religione — naturalmente la vera! — in opposizione a tutte le altre? Ovvero trasmetterà un progetto di rifondazione della società, magari fatto di pace, di libertà, di amore, di perdono? Così esporrebbe un ulteriore sistema di princìpi che descrivono la realtà com’è — o, piuttosto, come dovrebbe essere —. In linguaggio moderno nói diamo a questi sistemi interpretativi del mondo il nome di ideologie.

Se i primi cristiani si fossero presentati in pubblico per proporre un’altra ideologia, la folla di allora, rafforzata idealmente da molti nostri contemporanei, li avrebbe invitati a restarsene piuttosto a casa. I modi avrebbero potuto essere più o meno urbani; ma la sostanza del discorso sarebbe stata questa: tra religione di stato e culti misterici, scuole filosofiche e gruppuscoli contestatori, sètte religiose e movimenti messianici, ne abbiamo già

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più che a sufficienza; ognuno presenta uno standard di verità a cui l’esperienza deve conformarsi; le ideologie soffocano la vita: non è di ideologie perfezionate che non abbiamo bisogno.

È vero che Pietro il giorno di Pentecoste farà anche un bel sermone, in cui è già riconoscibile tutta l’ossatura del dogma cristiano, e non mancherà di concludere con l’invito a convertirsi e a raggiungere la nuova comunità mediante il battesimo per salvarsi dalla presente generazione perversa (cf. At 2,14-40). Ma prima del discorso era avvenuto un fatto singolare, il ben noto miracolo di Pentecoste: «Questi uomini che parlano, non sono tutti Galilei? Come mai allora ciascuno di noi li capisce nella sua lingua materna?» (At 2,7-8). Per addentrarci nel significato della Pentecoste il miracolo delle lingue è un punto di partenza più decisivo del discorso e delle conversioni.

Pentecoste: una Babele alla rovescia

Se lasciamo briglia sciolta alla nostra curiosità e focalizziamo l’attenzione sul modo come può essersi svolta questa curiosa traduzione simultanea, passiamo accanto a quel che il racconto

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vuol dire. Esso è costruito deliberatamente sulla falsariga di quello relativo alla torre di Babele (cf. Gn 11,1-9). Nella Genesi quél racconto viene introdotto per illustrare la tesi teologica che il male invade il mondo in un modo che all’uomo pare inarrestabile. Apparso nel mondo con la colpa di Adamo ed Eva, ha continuato a dilagare contaminando tutte le forme della convivenza umana; sulla sua scia vediamo emergere fratricidi (Caino), vendette crudeli (Lamek), disordini sessuali (i figli di Dio e le figlie degli uomini). Da ultimo gli uomini si mettono a costruire una città.

La città nella bibbia è uno dei segni più chiari dell’ambivalenza di tutto ciò che riguarda l’uomo. Essa è per eccellenza l’opera dell’uomo, costruita da lui e per lui, trionfo della ragione che usa la tecnica a proprio servizio. Ma la città è allo stesso tempo il luogo della massima degradazione dell’uomo; è il regno del guadagno attraverso lo sfruttamento, è la casa della schiavitù. Nel racconto biblico la costruzione della torre finisce come in una gag da comica chapliniana: la comunicazione impazzisce. Tutti i telefoni squillano contemporaneamente ed è il block out. Il lavoro si paralizza. Gli ingegneri si disperdono, parlano ognuno tra sé e sé, in completo autismo.

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Nel piano redazionale dello scrittore che ha dato stesura definitiva al libro della Genesi la farsa di Babele veniva a concludere la sua introduzione. La vera "divina commedia" è per lui quella che comincia subito dopo, con la vocazione di Abramo. Nei primi 11 capitoli si limita a tracciare lo sfondo, usando tutti i colori della sua tavolozza, dal tragico al satirico, per situare l’intervento di Dio, la risposta divina al male. La risposta di Dio sarà una storia di uomini, che comincia appunto con Abramo. E che termina con Gesù di Nazareth, aggiungeranno i cristiani.

L’autore degli Atti degli Apostoli ha voluto esercitarsi anche lui nel genere farsesco. Ha ricreato, all’inverso, la situazione di Babele. Il suo racconto ha davvero un ritmo da amabile parodia: «Parti, Medi ed Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Pamfilia, d’Egitto e di quella parte della Libia che è vicino a Cirene, Romani che dimorano qui, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, li sentiamo annunciare nella nostra lingua le meraviglie di Dio! Tutti erano stupefatti e si dicevano l’un l’altro, interdetti: Che cosa può essere questo? Altri dicevano burlandosi: Ma son pieni di vino dolce!» (At 2,9-13). Il tono leggermente burlesco del racconto non

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deve trarre in inganno; ciò che esso vuol affermare è nondimeno un annuncio di grande portata: la storia dell’incomprensione degli uomini è finita! È l’alba di un’età nuova. Il sortilegio che isolava gli uomini gli uni dagli altri è esorcizzato. Gli uomini possono parlarsi perché, pur usando linguaggi diversi, possono capirsi. Se possono parlarsi e capirsi, allora possono anche lavorare insieme. Possono mettere mano alla costruzione di una città che non sia una gabbia per belve, ma un riflesso dell’altra città, quella che raccoglie le benedizioni di Dio, la Gerusalemme celeste, la città della promessa.

Pietro farà poi il suo discorso, con cui inaugura l’annuncio da parte della comunità cristiana circa il Dio che ha parlato in Gesù. Questo annuncio sfugge al puro proclama ideologico proprio perché è innestato sull’esperienza sorprendente che gli uomini fanno allo stesso tempo, quella cioè di essere in grado di parlare tra loro, di poter costruire insieme una città in cui valga la pena vivere. Quel che la vita cristiana rende possibile è tanto nuovo sulla terra che lo scrittore sacro non può descriverlo direttamente. Si limita a suggerirlo in modo simbolico; per far questo si trova costretto ad attingere alla riserva delle immagini, dei miti antichi, dei raccolti evocativi

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che facevano parte del patrimonio culturale del suo popolo.

Pur coscienti dei limiti che rivelano in questo campo gli altri tipi di discorso, dobbiamo intraprendere lo sforzo di rendere intellegibile a noi stessi, figli di un’altra cultura, dove lo Spirito che soffia a pentecoste dirige la chiesa. Vogliamo cioè rapportare la pentecoste al nostro mondo di oggi, al nostro linguaggio, ai nostri miti e simboli, alle nostre speranze e angosce.

L’esodo della chiesa dalla "cristianità"

Nel nostro orizzonte quello che si avvicina di più al "miracolo del comprendersi" è il dialogo. Questa è una di quelle parole magiche che sembrano avere la virtù di spianare le fronti corrucciate. È stata la bandiera alzata dalla chiesa conciliare per significare la propria volontà di rinnovamento. Paolo VI ha dedicato al dialogo la prima enciclica del suo pontificato, l’Ecclesiam suam. Il dialogo come programma ha sostituito ben presto sulla bocca di tutti la precedente parola-chiave, l’"aggiornamento", mostratasi inadeguata ad esprimere la svolta avvenuta nella chiesa cattolica.

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Il dialogo traduceva meglio la comprensione della sua natura e del suo rapporto con il mondo che la chiesa aveva acquisito durante il "tempo forte" del concilio. L’euforia può aver fatto dimenticare che fino al passato più recente la nostra chiesa ha rifiutato il dialogo. Piuttosto che negare il fatto vai meglio cercar di capirne le ragioni. La resistenza al dialogo si può spiegare con la nostalgia di quel tipo di rapporto che la chiesa aveva instaurato con il mondo fino all’epoca moderna. Le vicende storiche avevano portato infatti le piccole comunità cristiane dei primi secoli, volontariamente marginali nel tessuto della società, a integrarsi sempre di più, fino a diventare l’ossatura stessa della civiltà occidentale. Era sorta così la "cristianità". In regime di cristianità la chiesa era in qualche modo coestensiva al mondo. Il potere politico era il suo braccio secolare, ovvero riceveva una ratificazione divina. Le istituzioni sociali, in particolare scuola e ospedali, erano gestite con criteri insieme sacri e profani: servivano al bene dei cittadini, ma di cittadini che si presupponeva ordinati alla chiesa.

Non si può compilare un certificato di morte della cristianità stabilendo il giorno preciso del trapasso. Si è soliti indicare nella rivoluzione francese il momento traumatico di rottura

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col passato. Lo stato moderno proclamava di non aver bisogno delle stampelle del potere che viene da Dio per poter camminare. Ghigliottinando il re e una quantità di ecclesiastici, oltre che i nobili, esso usciva con violenza dall’ordine antico.

La restaurazione è stato il tentativo di riportare in vita quel mondo. Con la moda delle parrucche e con il fuoco dei fucili. Ma i cadaveri imbalsamati non potevano governare. Quando ha capito che il suo sogno di restaurare la cristianità era chimerico, la chiesa del secolo scorso si è chiusa sdegnosamente nel ghetto. Ha dichiarato lo stato d’assedio ed ha alzato il ponte levatoio. Se lo abbassava era solo per far entrare i convertiti, non per uscire incontro al mondo. Più tardi, rendendosi conto che intorno le si stava facendo il deserto e che i suoi canti sapevano sempre più di liturgia funebre, ha cambiato tattica. Erano i tempi in cui si scopriva che la Francia, la figlia primogenita della chiesa, era diventata «paese di missione». La comunità cristiana ritrovava allora una carica vitale e ripartiva alla conquista del mondo con le armi duttili e raffinate dell’Azione cattolica. L’operaio doveva essere avvicinato dall’operaio, lo studente dallo studente. A ogni ambiente il suo movimento e a ogni movimento i suoi militanti. In

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questo esercito alla riconquista non mancavano neppure i franchi tiratori, costituiti dagli eroici preti operai. Le diverse tattiche erano in funzione dell’identica strategia: ricomporre l’unità tra chiesa e mondo.

Per tutto il tempo in cui la chiesa ha conservato la segreta nostalgia della cristianità il dialogo era impossibile. Come può la chiesa dialogare con un mondo che rifiuta la vocazione di diventare chiesa? Un mondo, per di più, che non si lascia sfuggire occasione per sottolineare la sua estraneità alla chiesa, per isolarla, per combatterla, con le leggi che discriminano o con le caricature dei giornali anticlericali. La chiesa userà piuttosto il dualismo tra i figli della luce e i figli delle tenebre del vangelo di Giovanni per contrapporre i buoni fedeli agli affiliati alle logge massoniche (quando non, addirittura, i frequentatori di piazza del Gesù a quelli di via delle Botteghe Oscure).

Il dialogo non era possibile con le altre religioni. La cristianità medioevale situava idealmente le religioni non cristiane ai confini del mondo, là dove finiva il cono di luce della civiltà cristiana. Al di fuori di esso esisteva solo superstizione. I credenti di altre religioni potevano essere in buona fede, ma la loro fede

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non era mai buona 10. E quando le crociate diventarono anacronistiche, furono sostituite con le missioni.

Neppure con i cristiani di altre chiese si poteva dialogare. In un certo senso, con loro ancor meno che con gli altri. Se si identificava la propria chiesa con quella una, santa, universale e apostolica voluta da Cristo, le altre apparivano anti-chiese: il loro riferimento al Cristo una pretesa sacrilega, la loro vita cristiana una scimmiottatura del vangelo, la loro missione un proselitismo concorrenziale.

Per difendersi e per aggredire fu elaborata una tecnica raffinata che era l’antitesi del dialogo: la polemica. Ogni chiesa ha avuto i suoi manuali di polemica contro le altre chiese, i cattolici contro i protestanti e i protestanti contro i cattolici, senza dimenticare che nel gioco erano inclusi anche gli ortodossi. La polemica confessionale combatte le tesi avversarie opponendo argomento ad argomento, testo biblico a testo biblico. Lo spirito che anima la polemica è la convinzione di stare seduto sul picco della verità, mentre l’altro si rotola nel fango dell’errore. Si vuol allora dimostrargli col ragionamento le sue contraddizioni, smascherare la sua malafede e obbligarlo

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ad abbandonare le sue posizioni. La polemica è una forma di guerra, come dice l’etimologia greca della parola. Essa non mira a distruggere fisicamente l’altro, ma a far crollare la sua costruzione ideologica; non vuol lasciar l’altro cadavere nella polvere del campo, ma portarlo nella propria caserma.

La chiesa cattolica ha conservato la diffidenza nei confronti del dialogo tra cristiani più a lungo delle altre chiese. Ha rifiutato di prender parte a tutti gli incontri organizzati dal movimento ecumenico fin dal suo sorgere, all’alba del nostro secolo 11. I pontificati di Benedetto XV, Pio XI e Pio XII sono scanditi da drastici non possumus verso ogni ecumenismo che non fosse quello propugnato dalla chiesa cattolica: il ritorno all’ovile romano. L’ultimo documento ufficiale prima del Concilio è l’istruzione del S. Ufficio sul movimento ecumenico del 1949; all’indomani della fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese ad Amsterdam. I fedeli cattolici venivano messi in guardia contro i pericoli dell’ecumenismo. Ai vescovi era fatto carico di vigilare affinché «col pretesto che si dovrebbe dare maggiore

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considerazione a quanto ci unisce che a quanto ci separa dagli acattolici, non venga favorito l’indifferentismo»; si deve evitare che, per spirito irenico, l’insegnamento cattolico venga troppo «conformato o accomodato con la dottrina dei dissidenti»; nell’esporre la dottrina della riforma e dei riformatori non siano così esagerati i difetti dei cattolici ed invece così dissimulate le colpe dei riformati; oppure messi così in evidenza gli elementi piuttosto accidentali, «che a stento si riesca a scorgere e a sentire ciò che soprattutto è essenziale, cioè la defezione dalla fede cattolica».

Questo linguaggio oggi ha il suono di una campana stonata. Ci sembra tanto estraneo alla nostra sensibilità che quasi dimentichiamo quanto sia in realtà prossimo a noi cronologicamente. Ma nel frattempo è avvenuto qualcosa di imprevedibile. Il vento di Pentecoste ancora una volta ha soffiato forte nel cenacolo in cui la chiesa si rinchiudeva. Ancora una volta essa ha rifatto il passo cruciale per superare la soglia e presentarsi a quelli che aspettano fuori. In questo momento di trapasso l’attesa è grande. È legittimo. Sarà il dialogo soltanto una tattica, per rifare però sostanzialmente lo stesso discorso? Sarà niente altro che una confezione più appetibile per vendere l’identico prodotto?

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Il dialogo: una nuova tattica per una vecchia strategia?

L’attuale congiuntura culturale non permette di ricorrere ulteriormente alle tattiche del passato. I cristiani, di diverse confessioni non possono più pensare di rifare guerre di religione (là dove ciò sembra avvenire, come in Irlanda, si tratta in realtà di conflitti sociali mascherati). Neppure la polemica sistematica è più concepibile in una società strutturata pluralisticamente. Tutte le chiese, anzi, tutte le religioni in generale, sono ugualmente minacciate dalla secolarizzazione. Non si tratta perciò solo di cercar di coesistere pacificamente, bensì di far fronte insieme al problema drammatico della sopravvivenza di segni del sacro nella nostra civilizzazione. I medesimi presupposti culturali rendono anacronistico l’atteggiamento di sdegnoso rifiuto o di concorrenza della chiesa nei confronti del mondo. L’umanità dell’uomo è così gravemente minacciata che si rende assolutamente improrogabile il fronte comune di tutte le varie forme di umanesimo, religioso o laico. Il dialogo, dunque, come forma normale di approccio tra sistemi religiosi e ideologici diversi, sembra aver preso il posto della guerra, calda o fredda che sia.

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È innegabile che il dialogo appartiene ai grandi temi, se non addirittura ai miti, della cultura contemporanea. Un filosofo è giunto a fare del principio dialogico un imperativo etico analogo all’imperativo categorico di Kant: «L’indiscutibile (ciò che non posso sottoporre alla discussione altrui) è il dover discutere» (G. Calogero). Ma prima che la chiesa si lasci prendere dall’euforia del dialogo è bene che ascolti le voci critiche che si fanno sentire all’interno della medesima cultura. L’accusa principale rivolta al dialogo è quella di creare un muro di falso ottimismo, che ottunde il senso della condizione umana.

I "maestri del sospetto" ci hanno fatto aprire gli occhi sull’abisso esistente tra il linguaggio e la realtà. Marx ha denunciato la differenza che esiste tra le relazioni sociali apparenti e la realtà sociale che esse nascondono. Non basta migliorare le relazioni, se queste servono solo a consolidare il rapporto reale di sfruttato e sfruttatore, o magari a rendere la schiavitù indolore. Se un datore di lavoro dice ad un operaio che egli opprime: «Ho simpatia per le tue idee», soggettivamente può ben credere a quello che dice, ma obiettivamente le sue parole sono un inganno e una mistificazione. Per quanto affermi la sua simpatia per l’operaio, resterà un suo nemico. Il dialogo

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è alienante se distoglie dalla lotta per il rovesciamento delle strutture oppressive.

Freud, da parte sua, ha insegnato a riconoscere che molto spesso il pensiero cosciente ed espresso e la realtà psichica che si cela dietro le parole pronunciate non coincidono. Espressioni di amore, a livello conscio, possono essere il travestimento che assume un profondo odio subconscio per evitare le censure del Super-io. Come possono dunque gli uomini dialogare, se si appoggiano sulle sabbie mobili della vita psichica inconscia?

Anche l’uomo della strada ha imparato a diffidare del linguaggio, a distinguere tra ciò che il linguaggio rivela e ciò che nasconde. Ha dovuto impararlo a proprie spese, per essere stata vittima tante volte dei superlativi del linguaggio pubblicitario e delle promesse vuote dei discorsi politici.

Lentamente, per la critica proveniente da versanti differenti, è maturata la convinzione che la comunicazione tra gli uomini è giunta ad un punto di rottura. Se si stacca il linguaggio dall’azione e non si osserva che questa, apparirà che le parole non hanno aggancio con la realtà. Talvolta lo scollamento è così evidente che si potrà forse arrivare a condividere il sentimento che ha descritto Camus nei confronti di alcuni esseri umani che trasudano disumanità:

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«In certe ore di lucidità, l’aspetto meccanico dei loro gesti, delle loro pantomine insignificanti, rende insulso tutto ciò che li circonda. Non riusciamo ad ascoltare ciò che dice un uomo al telefono dietro a una parete di vetro, ma possiamo solo osservare il suo gesticolare banale e insignificante. Ci si chiede perché è vivo. Questo malessere che si prova di fronte alla disumanità dell’uomo, questa incalcolabile delusione che si pervade quando ci troviamo innanzi all'immagine di ciò che siamo, questa "nausea", come la definisce uno scrittore contemporaneo, è l’Assurdo» 12.

Quello che è stato chiamato appunto il "teatro dell’assurdo" ha cercato di trasmettere, con una forte impressione di shock, una visione della realtà dominata dalla difficoltà di farsi capire. Eugène Ionesco ha portato all’estremo l’attacco contro il linguaggio della società, che non è altro che clichés, formule vuote, slogans. Nella sua commedia più nota, La cantatrice calva, mette in scena i luoghi comuni tratti da un libro di conversazione elementare in lingua straniera. Se li scambiano due coppie di sposi inglesi, gli Smith e i Martin. Il gioco con questi frammenti di frasi vuote e fossilizzate può sembrare una caricatura spinta fino

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al parossismo; in pratica viene ad essere una tragedia del linguaggio, in cui prende corpo la tragedia più grande dell’esistenza umana senza più scopo e senso. Vuol essere un grido contro il livellamento dell’individuo nella società, l’accettazione di slogans da parte delle masse, le idee pre-confezionate che progressivamente mutano le nostre società di massa in una collezione di automi diretti da una centrale. «Gli Smith ed i Martin — commenta lo stesso Ionesco — non sanno più parlare perché non sanno più pensare; non sanno più pensare perché non sanno più commuoversi, non hanno più passioni, non sanno più esistere; possono "divenire" chiunque, qualunque cosa, giacché non esistendo, sono gli altri, il mondo dell’impersonale... e sono intercambiabili» 13.

In questo mondo anestetizzato dal linguaggio anche i conflitti sono più apparenti che reali, dal momento che gli uomini sono murati nel loro soggettivismo, incatenati ad orbite destinate a non incontrarsi mai. «Se tu riempissi una nave di corpi umani tanto da farla scoppiare, la solitudine in essa sarebbe tanto grande da trasformarsi in ghiaccio...; il nostro isolamento è così grande che perfino il

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conflitto è impossibile», diceva B. Brecht in La giungla della città, uno dei suoi primi drammi.

I drammaturghi dell’assurdo si sono resi interpreti dell’esperienza dell’uomo contemporaneo di essere condannato alla solitudine, incapace di contatto con altri esseri umani. Il dialogo non ha allora neppure il carattere mistificatorio denunciato dalla critica sociale e da quella psicologica; è solo una pantomina in cui il lazzo confina con la smorfia tragica. Del resto, che dialogo potrebbe esistere tra gli uomini, se essi non sono che larve che si sfiorano appena nel breve arco di tempo che è loro concesso tra il muco della cellula fecondata e il verminaio del sepolcro?

Se raccogliamo queste voci non è per un proposito di screditare il dialogo, una conquista che vorremmo definitiva per la convivenza umana. Prendiamo in considerazione le critiche al dialogo perché vogliamo scoprire a quali condizioni esso è segno di un mondo nuovo, e non un astuto travestimento del mondo senza Spirito. Dai critici del dialogo ci lasciamo dire che non può essere un dialogo autentico quello che lascia l’uomo vittima dell’altro uomo, in balia dell’irrazionale, alla deriva in rapporto al senso dell’esistenza. Il dialogo deve essere unito alla guarigione dell’uomo e dei

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suoi rapporti sociali. Il parlare che si faceva a Babele non era dialogo. Se la chiesa entra in dialogo è perché crede che Babele è sconfitta. Ma non deve solo crederlo o dirlo: deve anche mostrarlo.

Queste annotazioni aiutano a precisare che senso abbia il dialogo promesso dalla chiesa. Se vuol rendere contemporanea la prima Pentecoste non può limitarsi ad essere una tattica aggiornata. Deve essere piuttosto una fondazione nuova della comunità, l’emergere di un nuovo tipo di umanità: quella che può capirsi perché sa costruire insieme la città e, inversamente, può costruire insieme la città perché sa capirsi.

Un "tu" per l’incontro

Il dialogo non è un modo educato di confrontare le ideologie, bensì ciò che capita nella storia a seguito dell’incontro concreto di un uomo con un altro uomo. Sarà bene non dimenticare, a questo proposito, che la chiesa cattolica è stata messa sulle vie del dialogo da un uomo, papa Giovanni. Egli non ha cominciato con l’elaborare a tavolino una dottrina sul dialogo, ma è stato un uomo di dialogo con tutta la sua vita, non rifiutandosi mai all'incontro

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con altri uomini. L’ecumenismo di papa Giovanni — è stato detto — era lui stesso. La paternità nei confronti di tanti cristiani, anche appartenenti ad altre chiese, non se l’è guadagnata con definizioni dogmatiche: semplicemente era padre. La sua figura ha potuto avere l’irradiamento che ha avuto perché è apparso come l’epifania di un’esistenza evangelica, di cui le beatitudini costituiscono il primo capitolo e i «frutti dello Spirito» l’ultimo. Così, mentre egli si proponeva solo di aprire una finestra per far entrare aria fresca nella chiesa, ha provocato una svolta epocale. Ha inaugurato uno stile di incontro che si riallaccia a quello che la chiesa ha già conosciuto nella sua prima Pentecoste.

La venerazione popolare gli ha ricamato attorno la nota aureola di "papa buono". Papa Giovanni si sarebbe schermito se l’espressione fosse stata intesa come un omaggio alla sua bontà naturale. Ma avrebbe accettato i segni di rispetto se in essi avesse visto una considerazione speciale per la vita evangelica. Ciò che egli ha inteso vivere, infatti, è nient’altro che la vita resa possibile dall’incontro personale col Cristo, che apre all’incontro con gli altri uomini. Nei racconti evangelici l’incontro con Gesù è sempre un nodo di alta tensione psicologica e narrativa. Lo sguardo che Gesù

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rivolge è insieme offerta d’amore e invito alla sequela, mediante una rottura completa con l’esistenza precedente. Il processo della conversione è drammatico: la persona che la vive ha l’impressione di venir distrutta dall’incontro con un "tu" che non si lascia afferrare se non da chi gli si arrende con amore. L’esistenza che ne deriva è una cosa nuova, indeducibile dalla precedente: «Se il chicco di frumento non cade in terra e non muore, resta solo; se muore, porta molto frutto» (Gv 12,24).

L’analogia più vicina alla conversione evangelica la troviamo nell’esperienza che è dato di vivere nel primo amore. È un incontro travolgente in cui il "me stesso", già formatosi e come tale riconosciuto nei rapporti sociali abituali, si perde a contatto con un imprevedibile "tu" per formare il "noi". Tutto quello a cui ha rinunciato accettando la disintegrazione della sintesi personale precedente gli viene restituito mediante un "io" più ricco, che non può più capirsi se non in rapporto al nuovo "noi"; le sue virtualità nascoste gli vengono rivelate; l’euforia esaltante rende possibile un’espansione spontanea della personalità che nessuna tensione puramente volitiva sarebbe mai in grado di produrre.

Un poeta ha creato un racconto che può essere letto anche come una parabola dell’esistenza

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evangelica aperta all’incontro: è Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry 14, lo scrittore che si è detto convinto che il solo vero lusso nella vita è quello di «creare dei legami». Col piccolo principe ci fa rivivere, situandolo nella cornice di una fiaba, un processo quotidiano e familiare: la crescita in umanità attraverso l’incontro. Il punto di partenza è costituito da un lato d’esperienza appunto quotidiana, quella cioè di uomini estranei e lontani gli uni dagli altri. Il racconto ci rappresenta ognuno su un pianeta, esposti all’abisso del vuoto attorno, ognuno con le sue occupazioni serie o farsesche, con le sue manie, ognuno prigioniero di se stesso. Non dipendendo che da se stessi, gli uomini si ingegnano autonomamente a dare senso e scopo alla vita. Ognuno sceglie lasciandosi guidare dalle proprie inclinazioni: il re sceglie il potere; il vanitoso opta per un ridicolo autoincensamento; un terzo si abbandona all’attività sfrenata, fine a se stessa; un altro si insedia nel mondo dei conti, cioè nella caccia al possesso; un altro ancora si aliena nello studio della natura. C’è anche chi, come il lanternaio, ha scelto di «obbedire alla consegna», trovando nel servizio la sua dignità; ma resta ugualmente solo

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perché si trova di fronte alla pura consegna, senza incontrare colui che dà la consegna. Ognuno si identifica con il compito che si è scelto o che gli è stato dato, e questo fa di loro delle "persone serie". Nessuna apertura per l’invisibile e l’imprevedibile, nessuno spazio sul proprio pianeta per un altro essere umano. Ognuno sta al centro del mondo e non può abbandonarsi al gioco casuale degli incontri.

Al piccolo principe, anche lui solo nel suo pianeta con la consegna di tenerlo in ordine, era stato inviato un "tu": la rosa. La sua risposta è goffa, inadeguata. Sa accudire ad essa, come prima ha imparato a estirpare le erbacce e a pulire il vulcano. Ma il servizio, il dovere, non sono sufficienti; ed egli si sente «troppo giovane per amarla». Le piccole astuzie della vanità di lei lo sconcertano. Di fronte alla difficoltà sceglie la fuga. «Sarà difficile persuadermi — dice R.M. Rilke — che la storia del figlio prodigo non sia la leggenda di colui che non voleva essere amato».

Durante la fuga una serie di avventure prepara il piccolo principe al ritorno a casa, maturandolo per l’incontro. Dapprima la visita agli asteroidi lo istruisce, scomponendogli in diverse immagini le situazione dell’uomo solo. Poi la visita alla terra, dove vuol «incontrare

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gli uomini». Non si illuda, lo ammaestra il serpente: si è soli nel deserto, ma si è soli anche tra gli uomini. Finalmente il punto culminante, che segna la svolta del racconto: l’incontro con la volpe. Due pianeti si toccano senza distruggersi, bensì arricchendosi reciprocamente. Ognuno dà e riceve; dopo l’incontro non saranno più gli stessi di prima. La volpe guadagna la fiducia verso l’altro essere, «conoscerà un passo che non la farà rintanare sotto terra»: è «addomesticata». Il piccolo principe guadagna un legame che lo libera dalla sua incapacità di aprirsi all’incontro e arriva così alla decisione di ritornare sul suo pianeta per vivere l’avventura della reciprocità dell’amore. All’ultimo appuntamento la volpe gli confida il segreto: «Non si vede bene che con il cuore; l’essenziale è invisibile agli occhi». E ancora: «Tu sei responsabile per la tua rosa: sei responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato».

Nel suo cammino di ritorno il piccolo principe incontra l’aviatore caduto a sua volta nel deserto e sa risvegliare in lui l’infanzia, cioè lo sguardo del cuore per l’invisibile. Fragile ma invincibile, è pronto ormai per l’incontro con il "tu" che l’aspetta nel suo pianeta.

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Il mondo, un "tu" per la chiesa

Il ricorso alla poesia non intende essere una evasione. I veri poeti hanno il potere miracoloso di lavare il nostro sguardo per permetterci di vedere i colori della realtà che non riescono a filtrare attraverso le squame del quotidiano. Per quanto il salto possa apparire audace osiamo applicare alla chiesa intera l’avventura dell’incontro. Il grande rivoluzionamento avvenuto nella chiesa cattolica con papa Giovanni e il concilio non è tanto l’adozione del dialogo, quanto la disponibilità all’incontro. I cristiani hanno riscoperto che la vita e l’insegnamento di Gesù li sfida a muover fuori dal salotto buono che si sono scelti per dimora, in direzione del mondo: per esporsi all’interscambio con esso, senza alcuna chiara specificazione di dove questa crescita li condurrà. Si sentono chiamati a rinunziare alle sicurezze delle strutture del sistema ideologico-dottrinale per riacquistare un altro tratto dello spirito d’infanzia: quella temerarietà del bambino che non è mai così sicuro come nel pericolo.

La temerarietà della chiesa conciliare è consistita nel rinunciare a quell’equazione tra chiesa e mondo che era sorta in epoca di cristianità. L’identificazione aveva continuato a

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rimanere soggiacente alle nostalgie restaurative, alla mentalità di assedio, alle tattiche di concorrenza alla società civile («fare come e meglio degli altri»). Ora, rinunciando alla pretesa di annettersi il mondo e accettandolo nella sua alterità, la chiesa si trova di fronte un mondo come un "tu" che la sollecita all’incontro. La chiesa che — se così si può dire — è stata costruita persona dall’incontro col "tu" di Cristo, il suo primo e unico amore, ha conseguito la maturità necessaria per stabilire un rapporto interpersonale adulto con il mondo. Esso non le appare dunque come l’avversario con cui discutere utilizzando la tecnica più raffinata del dialogo, bensì come il partner con cui costruire un "noi" più grande.

Al documento conciliare dedicato alla missione della chiesa è stato dato il titolo: La chiesa nel mondo contemporaneo. Parlando di una chiesa nel mondo si voleva riconoscere l’alterità di questo. L’altro documento fondamentale, la Lumen gentium, che considera la chiesa in se stessa, utilizza una formula teologicamente più elaborata, definendo la chiesa «sacramento del mondo». Dunque la chiesa è "altra" dal mondo come il sacramento è "altro" rispetto a quello che significa, così come la cena eucaristica è "altra" rispetto all’ultima cena di Gesù e al banchetto della fine dei

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tempi. Il mondo perciò non è "altro" nel senso in cui le tenebre sono "altro" dalla luce, la carne dallo spirito o il mondo di quaggiù "altro" dal mondo di lassù. Questi dualismi, che troviamo nella bibbia stessa, valgono a separare ciò che viene da Dio da ciò che lo contrasta, non la chiesa dal mondo. Ciò che contrasta l’opera di Dio si può trovare tanto nella chiesa quanto nel mondo, mentre ciò che la favorisce può trovarsi nel mondo così come nella chiesa. Questo è il senso della dottrina dei "segni dei tempi", elaborata ugualmente dal concilio. La chiesa non va al mondo per portargli lo Spirito: ve lo trova già all’opera. Deve saperlo riconoscere e lasciarsene animare.

Una chiesa che si mette per la via dell’incontro del mondo come del suo "tu" ha un approccio diverso alle religioni non cristiane. Non le vede più come l’opera di Satana e le rivali che intralciano la propria missione. È condotta piuttosto a riconoscere che la loro istanza fondamentale non è diversa da quella della chiesa. Se la chiesa è chiamata ad essere il "sacramento del mondo", cioè colei che nel mondo tiene alta la fiamma del "sacro" perché il mondo non smarrisca il suo cammino, non può sentire come concorrenziale l’esperienza del sacro che le altre religioni permettono di

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fare. La fonte di questo "sacro" sarà naturalmente diversa, a seconda che si tratti di religioni storiche — che si riferiscono cioè a una "storia della salvezza" avvenuta in un determinato periodo storico, come è il caso del cristianesimo, del giudaismo e dell'islamismo— oppure di religioni naturali, in cui il sacro è identificato in esperienze della vita umana e del cosmo. Ciò non toglie che la causa di tutte le religioni sia comune: assicurare uno spazio per l’adorazione, senza la quale l’uomo avvizzisce.

Tanto meno una chiesa che si sente mandata all’incontro con il mondo può sentire fastidio per la presenza di altre chiese cristiane. La divisione tra i cristiani è certamente un’opera degli uomini contraria allo Spirito, il quale attraverso il movimento ecumenico ha destato il desiderio dell'unione e continua a sospingere la chiesa verso l’unità (cfr. il documento conciliare sull’ecumenismo). Ma mentre si riconosce l’aspetto di peccato e di scandalo costituito dalla divisione, non bisogna chiudere gli occhi sulla possibilità che Dio faccia servire la divisione stessa per effondere la sua grazia. Le divisioni hanno impoverito tutta la chiesa; ma è anche vero che le comunità sorte dalle divisioni hanno portato con sé qualcosa del patrimonio cristiano comune. Anche il cattolico

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perciò non può più negare agli altri raggruppamenti cristiani il carattere di chiesa. Se sono chiesa, sono anch’essi "sacramento del mondo".

La chiesa che va incontro al mondo ha coscienza di non andarci come la sposa che S. Paolo descriveva liricamente come «tutta splendente, senza macchia o ruga, santa e immacolata» (Ef 5,27). Essa si sente simile piuttosto alla "casta meretrice" di cui parlavano i padri della chiesa. Questa umile ammissione della propria realtà non costituisce un impedimento per la sua missione, dal momento che la missione della chiesa consiste non nel fare il mondo simile a sé, ma piuttosto nell’incontrare il mondo per costruire insieme la città in cui possa abitare l’uomo creatura dello Spirito.

L’incontro e i frutti dello Spirito

Nella lettera ai Galati S. Paolo ha descritto la trasformazione interiore che avviene nell’uomo il quale, all’impatto con la parola di Dio, entra nel regno della libertà e della carità cristiane. Lo Spirito lo porta a ripudiare le opere che sanno di morte, prodotte dall’uomo chiuso in se stesso, e fa maturare in lui i suoi

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frutti: «carità, gioia, pace, longanimità, spirito di servizio, bontà, fiducia negli altri, dolcezza, padronanza di sé» (Gal 5,22-23). Anche le varie forme d’incontro a cui oggi la chiesa è condotta dalla Pentecoste maturano frutti dello Spirito.

Il primo è una migliore conoscenza di sé e dell’altro. Istintivamente si rifugge dall’incontro perché esso sembra portare la morte delle proprie certezze, la distruzione di quanto dà sicurezza. Offrendo all’altro una mano sprovvista di guanto, ci si sente esposti, indifesi, vittime di ogni possibile arbitrio. Eppure proprio quando la chiesa accetta di andare, secondo il comando di Gesù, come agnello in mezzo ai lupi, rinunciando al braccio secolare e lasciando a casa i "sillabi" e l’aspersorio per gli esorcismi, trova veramente se stessa. L’incontro con l’altro — sia esso il fratello cristiano di un’altra chiesa, il credente di un’altra religione, o l’uomo che realizza la sua parabola di vita mondana — libererà la chiesa dall’inevitabile unilateralità dei propri punti di vista. L’abbandono dei propri giudizi previ, che spesso non sono che pregiudizi, permette di conoscere l’altro nella sua verità.

Non è forse un frutto dello Spirito quella gioia che invade i cristiani di chiese differenti, quando, dopo secoli di polemiche in cui non

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si parlava all’altro, ma si parlava dell’altro secondo il cliché di comodo ché se ne era fatto, scoprono di avere l’identica fede nel Cristo e l’identica missione nel mondo? Oppure quel senso di giovinezza e di leggerezza che sente la chiesa dopo aver accettato l’alterità del mondo? La chiesa si rende conto che non perde il suo senso se accetta come partner un mondo con una propria autonomia di fini e di mezzi; al contrario, ritrova la sua missione ingrandita di tutti i valori che il mondo ha maturato in secoli di storia. Il mondo, a sua volta, non si sente minacciato da una chiesa che ha rinunciato al sogno segreto di restaurare la cristianità; rifiuta una tutrice, ma non è detto che rifiuti un "sacramento".

Frutto dello Spirito nell’incontro è anche quel senso gioioso di crescita che afferra chi si lascia provocare dall’altro e lo accetta nella sua diversità. Una sintesi del passato dovrà essere abbandonata, ma l’orizzonte sarà più ampio. La nostra epoca può già indicare a dito alcuni cristiani che, aprendosi al mondo, non hanno perduto la fede cristiana della chiesa della tradizione, bensì l’hanno arricchita. Basti fare i nomi di Teilhard de Chardin, per l’incontro col mondo scientifico, e di Dietrich Bonhoeffer, per l’incontro col mondo secolare. E ambedue sono stati, nella loro vita cristiana,

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uomini che diffondevano attorno a sé lo spirito delle beatitudini. Tanti cristiani di oggi sono loro debitori di speranza. Da questi uomini, sereni cittadini del mondo e della chiesa, sono stati animati a mettersi alla scoperta del mistero nascosto in quelle parole di Gesù a Natanaele che rifiutava a priori l’incontro («Che cosa può venir fuori di buono da Nazareth?») e che dall’incontro è stato poi completamente trasformato: «Vedrai cose migliori di queste!» (Gv 1,50). Come la conversione evangelica, anche l’incontro esige la disponibilità a lasciarsi portare al di là dei confini conosciuti. È una prospettiva che può dar la vertigine; ma contro le vertigini il vangelo fornisce la parola delle beatitudini.

L’incontro fatto istituzione: la comunità

Quanto siamo venuti dicendo può aver creato l’impressione che vogliamo sfuggire alla situazione attuale del mondo per la tangente dell’utopia. È bene ricordare, a coloro che annunciano realtà totalmente nuove, che possono sfuggire alla pura declamazione retorica solo a condizione che restino agganciati realisticamente alla realtà vecchia. Ora, la realtà nella quale ci troviamo è quella di una società

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gravemente ammalata. È lacerata dalla divisione in classi sociali. Il fenomeno in casa nostra può essere più o meno ben camuffato. Ma basta guardare la situazione sociale attraverso la lente d’ingrandimento costituita dai paesi del Terzo mondo per renderci conto che siamo tutti presi dentro la lotta di classe che oppone sfruttati e sfruttatori. La nostra è una società di sciacalli, dominata com’è dalla legge della concorrenza — che avvantaggia il più forte —, dalla legge della domanda e dell’offerta — che in una società inegualitaria permette solo di razionare i poveri a vantaggio dei ricchi —, dalla legge del prestito ad interesse — mediante cui un individuo può arricchirsi all’infinito del lavoro altrui —. Le urla di dolore non sono proporzionali ai mali, perché la società è anestetizzata. Determinismi sociali sottili tolgono all’individuo la riflessione personale, la responsabilità, l’iniziativa. Folle enormi vengono condizionate da una pubblicità che le manipola. L’uomo non vive, ma è vissuto, preso in un sistema di decisioni che gli sono interamente imposte senza che neppure lo avverta.

Sempre più si afferma la convinzione che non è possibile uscire dalla situazione attuale mediante un riformismo qualsiasi. Bisogna creare un ordine umano nuovo. Non basta una

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rivolta, ci vuole una rivoluzione. Le rivolte fanno passare da uno squilibrio ad un altro; la rivoluzione ha l’ambizione di far superare lo squilibrio. Non si limita a far pendere il piatto della bilancia economica o politica dall’altra parte, ma crea una civiltà nuova che cambi tutti i rapporti, rendendo così possibili relazioni autentiche tra le persone.

La storia dell’umanità è fatta di molte rivolte ma di poche rivoluzioni. Il vangelo pretende di essere una di queste: una sovversione totale di ciò che aliena l’uomo. Annunciare oggi la Pentecoste vuol dire intervenire nel fitto di una ricerca di un ordine antropologico-sociale-spirituale nuovo. Non tutti gli spiriti critici sono caduti nella disperazione dell'assurdo; non tutti hanno optato per la pura anarchia. Esiste un movimento polarizzato sulla ricerca di una società in cui l’uomo possa esprimersi e dominare il suo destino. Esso si organizza per lo più intorno ad alcune idee-chiave, come "partecipazione", "autogestione", "comunità di base".

Questo movimento comunitario sembra canalizzare i bisogni più vivi del nostro tempo. Esso risponde alla necessità di ordine affettivo degli individui. Nella nostra civilizzazione gli uomini e le donne sono chiamati a far parte di gruppi monovalenti che non investono

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la persona nella sua interezza, ma solo una parte periferica del loro essere o un aspetto del loro agire. L’appartenenza a un gruppo affettivamente ricco, centrato su relazioni interpersonali gratificanti e stabili, è un’esigenza primaria per persone che non si sentono mai accettate per quello che sono. Nell’ambiente sempre più duro e freddo della città chi vuol salvare la propria affettività ha bisogno di trovare da qualche parte un ambiente caldo in cui potrà dare e ricevere, o piuttosto darsi e ricevere l’altro in uno scambio interpersonale. È questo uno dei motivi, abbiamo visto, che assicurano il successo ai gruppi di preghiera del rinnovamento pentecostale.

L’ambiente comunitario non risolve solo i problemi dell’individuo. Esso permette di dar corpo ad un’alternativa alla società dei consumi, tecnicizzata e centralizzata, nella quale ci troviamo a vivere e nella quale affondiamo sempre di più, giorno dopo giorno. La comunità contiene in sé le premesse per creare mentalità nuove. Questo è infatti il nodo del problema. Le strutture attuali della società modellano le mentalità nel senso dell’individualismo, del profitto, del primato della crescita economica. Il sistema si crea così i suoi fedeli servitori, dando loro la convinzione, per di più, di vivere "moralmente", per il fatto che

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vivono secondo i valori che regolano il sistema. Solo l’ambiente comunitario, formando mentalità nuove mediante altre strutture, può diventare il vivaio di embrioni di umanità nuova.

Il movimento comunitario è una delle caratteristiche salienti del nostro tempo. Famiglie, celibatari, giovani aspirano a superare il quadro di quell’ambiente spersonalizzante che impongono le strutture tradizionali. Vogliono evadere dalla fabbrica di "buoni cittadini", che si rivela sempre più come fabbrica di larve di uomini. Accettano il rischio del superamento della proprietà privata per vivere nell’interdipendenza collettiva. Cercano uno stile di convivenza che abolisca la ricerca competitiva del potere, del prestigio, del possesso. La limitazione dei bisogni, specialmente di quelli creati artificialmente dalla società dei consumi, rende possibile pensare a cambiare la qualità della vita.

In genere questi germi che spuntano ovunque sono troppo fragili per resistere a lungo nel gelo in cui vengono a trovarsi. Ma se la chiesa ha come compito quello di riconoscere i segni dei tempi, e per discernerli è stata dotata dello Spirito, non dovrà dedicare un’attenzione tutta particolare a questi fragili germogli?

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È lo Spirito di Gesù, infatti, che le fa riconoscere nella comunità l’incontro diventato istituzione. Il movimento comunitario in tutte le sue espressioni convoglia i valori che il cristianesimo proclama propri dell’esistenza evangelica. L’impegno per la comunità dovrà essere allora primario per la chiesa di oggi. Forse è il momento di ricordare che la maggior parte del tempo del suo ministero Gesù non l’ha passato ad elaborare un sistema dottrinale o a polemizzare con le gerarchie religiose del suo tempo, ma a formare una comunità di fratelli. La più piccola realizzazione nel campo comunitario varrà ad annunciare la buona novella più di tutti i discorsi e gli scritti.

Uno stimolo a un forte impegno in senso comunitario ci viene dalle chiese giovani e dinamiche del Terzo mondo. Raccogliamo solo una voce, quella del coraggioso don Leonidas Proaño, vescovo di una poverissima diocesi dell'America centrale. A chi gli domandava quali fossero le sue preoccupazioni dominanti come vescovo, rispondeva: «La promozione umana, l’evangelizzazione, la creazione di comunità di base», precisando che questi tre scopi devono essere perseguiti simultaneamente. Le comunità di base sono di fatto il fulcro

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della sua azione pastorale. Così le descrive in suo scritto recente 15:

«Un nucleo di persone capaci di conoscersi le une le altre e di conoscere l’ambiente che le circonda. Perché un nucleo di persone possa diventare un centro vitale, la prima condizione è che queste persone siano esse stesse vive. Noi uomini formiamo facilmente delle agglomerazioni ci agglomeriamo sul luogo in cui è capitato un incidente, oi agglomeriamo attorno all’oratore politico che offre al popolo la luna e le stelle; ci agglomeriamo in chiesa per sentire la messa; ci agglomeriamo per vivere in quartieri e villaggi; ma non ci conosciamo, e se ci conosciamo è solo di nome ed esteriormente. Un nucleo di persone comincia ad essere nucleo e comincia ad essere vitale quando inizia una conoscenza mutua, quando sono coltivate relazioni interpersonali capaci di creare un’amicizia autentica.

E perché un nucleo di persone sia il centro vitale e vitalizzante d’una comunità umana più larga, deve essere un nucleo aperto. La comunità ecclesiale di base è il nucleo di persone che la loro fede spinge a impegnarsi in una piccola circoscrizione geografica, in una cellula sociale elementare e di dimensioni ristrette: quartiere, villaggio, parrocchia.

Questo nucleo di cristiani, per la loro

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composizione pluralistica e per la fissione che è chiamata a compiere, è la concretizzazione in miniatura della chiesa. Questi cristiani vivono la loro fede nel Cristo totale, Capo e membra, in maniera tale che diventano un focolare di diffusione evangelica, il sale che dà sapore alla vita, la città costruita sulla montagna: la sua sola esistenza evangelizza. Ma una tale comunità diventa necessariamente missionaria, attivamente evangelizzatrice, radicalmente impegnata nella promozione integrale dell’uomo. Una tale comunità deve necessariamente essere feconda di ministeri: catechisti, insegnanti, proclamatori della Parola, musicisti, difensori della giustizia, amici dei poveri, diaconi e preti».

È esagerato pensare che una comunità di questo tipo non avrà bisogno di parlare della Pentecoste? Essa la mostrerà. Una tale comunità e l’epifania dell’incontro tra gli uomini reso possibile dallo Spirito di Gesù.

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III

LO SPIRITO È RECIPROCITÀ

«Oggi, o Dio, hai portato a compimento il mistero pasquale

e su coloro che hai reso figli di adozione in Cristo tuo Figlio

hai effuso lo Spirito Santo,

che agli albori della chiesa nascente

ha rivelato a tutti i popoli il mistero nascosto nei secoli,

e ha riunito i linguaggi della famiglia umana

nella professione dell’unica fede»

(Messa del giorno di Pentecoste, Prefazio)

Un rimescolamento di carte

Il giorno di Pentecoste il nucleo originario della comunità cristiana è stato battezzato chiesa missionaria. Questa affermazione non la ritroviamo tale e quale nel racconto degli Atti degli Apostoli. Ve la ricaviamo facilmente, però, se consideriamo gli artifizi letterari a cui ha fatto ricorso l’autore. Come protagonisti

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del miracolo delle lingue ha elencato i popoli più eterogenei, per indicare che il fatto cristiano riguardava «tutte le nazioni che sono sotto il cielo» (At 2,5). S. Luca ha disposto inoltre il piano dell’intero libro degli Atti in modo che fosse un’illustrazione delle parole di Gesù prima dell’ascensione: «Sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e fino ai confini della terra» (At 1,8). Così la linea geografica, che nel suo vangelo saliva progressivamente dalla Galilea a Gerusalemme, dove Gesù aveva finito il suo viaggio, si allarga ora a centri concentrici da Gerusalemme fino alla mitica Roma, là dove al povero giudeo della Palestina sembrava davvero che il mondo diventasse senza confini.

Portare l’annuncio di Gesù nel mondo intero: il progetto aveva già in sé quanto basta per fargli attribuire il premio Nobel per la temerarietà. Ma una volta proposto, il buon senso si aspetterebbe quantomeno che il gruppo che tenta l’avventura parta ben equipaggiato: che si organizzi, che divida bene i compiti, che si strutturi con chiarezza. Una leggenda tardiva fiorita intorno al credo cosiddetto "apostolico" ha immaginato che i dodici apostoli si fossero riuniti a Gerusalemme per dividersi il mondo in dodici parti, partendo poi ognuno in una direzione diversa. Ecco, appunto

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ci si aspetterebbe qualcosa del genere: un programma, un ordine, una disciplina di gruppo.

Dobbiamo disilluderci: la chiesa non parte per la missione in acie ordinata come le coorti romane che conquistavano il mondo. Parte invece alla garibaldina. Inizia addirittura con un proclama anarchico. Così infatti suona la profezia di Gioele che Pietro cita nel suo discorso di Pentecoste. Dichiara venuto il tempo profetizzato in cui Dio avrebbe «diffuso il suo Spirito su ogni carne»:

«Allora i loro figli e le loro figlie profetizzeranno,

i loro giovani avranno visioni

e i loro vecchi dei sogni.

E io sui miei servi e sulle mie serve

diffonderò il mio Spirito» (At 2,17-18).

Gioele faceva riferimento alle diverse maniere di ricevere le rivelazioni divine conosciute alla sua epoca. Annunciava che nel tempo finale lo Spirito non sarebbe più stato concesso parsimoniosamente attraverso i canali sotto controllo delle autorità religiose, ma avrebbe investito tutto il popolo, sbocciando da ogni parte come una primavera incontenibile. Ne avrebbero beneficiato proprio i più destituiti di potere: i giovani tenuti ancora sotto tutela,

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i vecchi ormai fuori del gioco, gli schiavi e le schiave, il cui statuto civile era fratello di quello degli animali. Finché la profezia rimaneva una promessa non minacciava i sacerdoti del tempio e gli scribi della sinagoga. Ma ora Pietro ha l’aria di volerla prendere sul serio.

La prima cellula del nuovo popolo di Dio sorge sul principio sovvertitore dell’orine, che tutti sono ispirati. Questa concessione del titolo di ispirati è forse una specie di «todos caballeros» barocco, destinato solo a coltivare la presunzione boriosa ma a lasciare in pratica le cose come stanno? L’ipotesi è smentita da quanto conosciamo della comunità cristiana delle origini. Nella giovane comunità il dono a tutti dello Spirito appare come un reale sconvolgimento, sia a livello individuale che di rapporti di gruppo. Per quanto riguarda le persone, sembra che il dono dello Spirito tenda a sprigionare le energie represse, a lasciare finalmente in libertà il bambino, il santo, il poeta e il rivoluzionario che ognuno nasconde in sé. Nella comunità il rimescolamento delle carte introdotto col principio che tutti sono ispirati porta a una valorizzazione piena di ognuno. Il gruppo stesso riceve la sua struttura non da un’autorità sovrimposta, ma dal fatto che ognuno mette il proprio dono a servizio di tutti.

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Il risultato pratico di comunità fondate sul dono dello Spirito a tutti lo possiamo vedere allo specchio delle comunità paoline. In esse i doni dello Spirito si chiamavano, in lingua greca, "carismi". L’entusiasmo della nuova fede non finiva mai di rivelare quegli uomini é quelle donne a se stessi: chi si scopriva un mistico e pregava con fervore fino a forme estatiche; chi un uomo di saggezza e di cuore, e trovava parole sincere per consolare i fratelli; chi avvertiva di avere per gli ammalati una simpatia che diventava empatia e addirittura guarigione miracolosa; chi era toccato dalle parole della Scrittura e le sapeva spiegare agli altri; chi si accorgeva di avere troppi soldi, mentre attorno c’era chi non ne aveva a sufficienza; chi si rendeva conto che in casa sua c’era ancora posto per un orfano rimasto solo.

È vero che il troppo entusiasmo provocava anche qualche sfasatura. Paolo si vide costretto a intervenire con una lettera presso i cristiani di Corinto. I rimproveri maggiori vanno a coloro che si fanno sedurre dai fenomeni vistosi come la glossolalia, lasciando in ombra i doni non appariscenti, ma pur preziosi per la vita della comunità. A tutti ricorda che se c’è una gerarchia tra i carismi, non è quella della vistosità, bensì quella del servizio reso alla comunità. E per farlo capire anche ai più semplici

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porta il paragone ben conosciuto del corpo con le diverse membra. I disordini per "eccesso di vigore" sono piccola cosa. Paolo li corregge, ma senza mettere minimamente in dubbio il principio della comunità carismatica. Invita piuttosto i cristiani a individuare e a valorizzare tutti i carismi nella trama della vita quotidiana.

Qual è la funzione dei carismi nella comunità cristiana? Carisma è l’assolutamente inedito che appare nell'ordinario. L’incontro col "tu" del Cristo nella fede rivela al credente la propria vita come una ricchezza insospettata; l’amore lo spinge a mettere i suoi doni a servizio degli altri. Il carisma è dunque il dono dello Spirito che trasforma il rapporto dell’uomo e fa di ogni cristiano uno strumento di salvezza per l’altro.

Il dono dello Spirito a ognuno ci appare così intimamente relazionato con gli altri due aspetti della Pentecoste che abbiamo considerato precedentemente: la festa e l’incontro. In questa festa, lo Spirito è liberazione di potenzialità imprigionate; rendendo possibile l’incontro, lo Spirito fa cadere le barriere tra gli uomini. Essendo, in questi nostri ultimi tempi, riversato su tutti, lo stesso Spirito crea una reciprocità tra gli esseri umani. L’incontro

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rende possibile lo scambio, la festa lo fa desiderabile.

La Pentecoste inaugura la missione cristiana nel mondo presentando la comunità come il luogo della festa, dell’incontro e della reciprocità tra gli uomini. La missione non è un programma ideologico da realizzare, che domandi buoni cervelli per pensarlo, oratori abili per convincere e persone pratiche per organizzare. La missione cristiana avviene costruendo una casa in cui sia piacevole per tutti abitare. È la casa progettata dalla Sapienza di Dio, il cui piacere è di abitare tra i figli degli uomini (cfr. Pro 8,31).

Le missioni in svendita

Si può rilevare una corrispondenza sorprendente tra l’aspetto missionario della prima Pentecoste e la situazione della chiesa contemporanea. Oggi come allora la missione appare temeraria. Oggi come allora la chiesa si accinge all’evangelizzazione non serrando le fila, bensì riaffermando la propria autocomprensione come comunità carismatica. Oggi come allora la reciprocità appare come la condizione essenziale per la missione. Vediamo singolarmente queste corrispondenze.

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Dopo quasi venti secoli di cristianesimo la chiesa non è più, come alle origini, un uccello sul ramo. Ha fatto il nido nell’albero dell’umanità, e tanto grande da ospitare un terzo della popolazione mondiale. Ma il fatto nuovo è che questo albero ha cominciato a crescere a una velocità vertiginosa. La terra, che nel 1560 ospitava circa 500 milioni di esemplari della razza homo sapiens, nel 1850 poteva contarne già un miliardo e 170 milioni, nel 1950 due miliardi e mezzo e nell’anno 2000 si rallegrerà della presenza piuttosto numerosa di 6 miliardi e mezzo di esseri presumibilmente ancora umani. Attualmente la popolazione raddoppia tre volte in un secolo; aumenta di un miliardo ogni 12 anni.

Se la chiesa si lasciasse spaventare dalle cifre meriterebbe forse il rimprovero di Gesù agli apostoli come «uomini di poca fede». Ma c’è dell’altro. L’idea stessa di missione è in crisi. La parola "missione" — ancor più nella forma plurale: "missioni" — è diventata odiosa a coloro stessi che ne sono i destinatari. Le "missioni" evocano un passato recente della chiesa in cui i missionari erano implicati in solidarietà economiche e politiche che oscuravano l’invenzione evangelica. Il missionario viaggiava, per necessità, nella stessa nave col mercante e col soldato. Oppure, se

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il missionario precedeva, sembrava attirare gli affaristi e i conquistatori, che gli assicuravano poi l’alta protezione. Questi tre tipi di uomini si sono confusi coll’unico ritratto dell’europeo colonizzatore. E perché non si pensi che questa sia una pagina di storia definitivamente chiusa, si ricordino le recenti polemiche circa l’utilizzazione che la CIA americana è accusata di fare dell’attività dei missionari cristiani.

È chiaro che una certa forma di missione, che ha impegnato le energie delle chiese fino a un passato molto recente, è destinata a scomparire. Dalle chiese di missione bisognerà arrivare alla chiesa locale. Il punto di arrivo dovrà essere costituito da comunità autonome, capaci di creatività e di scambio da pari a pari con altre chiese.

Nessuno ha l’ingenuità di pensare che il passaggio dallo stato di dipendenza istituzionale, ideologica ed economica, alla condizione di comunità adulte possa avvenire in modo indolore. Sono da prevedere contrapposizioni dialettiche, conflitti, rotture. Dal mondo delle missioni si alzano voci che perorano una radicalizzazione del processo di transizione. Più o meno consciamente agisce, come modello ideale, il metodo cinese di rottura totale col mondo occidentale, sia in campo politico, che economico

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e culturale, in vista di uno sviluppo completamente autonomo.

Nella conferenza missionaria ecumenica di Bangkok, tenuta nel 1973, si è udita una proposta africana per una "moratoria missionaria". Questa dovrebbe consistere nel ritiro completo per qualche anno dell’aiuto in personale missionario o in denaro straniero, al fine di permettere alle chiese locali di assumere pienamente le loro responsabilità. La proposta mira a creare le condizioni per rendere possibile una decolonizzazione degli spiriti e la liberazione d’un pensiero e di una prassi creatrici. Con l’andare del tempo, infatti, le chiese che sono state oggetto di attività missionaria dall’esterno si sono condizionate allo straniero e a ciò che può offrire. Nell’intenzione di chi ha fatto la proposta della "moratoria missionaria" il ritiro completo e improvviso delle strutture missionarie importate dovrebbe costituire una frustata benefica per risvegliare energie in letargo.

Non minore sensazione ha suscitato, alcuni anni fa, la proposta di Ivan Illich e di 200 sacerdoti stranieri che lavoravano in Cile. In una lettera rimasta famosa questi si domandavano se la loro presenza non impedisse la nascita di una chiesa autenticamente sud-americana e se non stessero facendo, in definitiva,

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il gioco dell’imperialismo. Gli sviluppi successivi delle vicende cilene conferiscono a quelle parole un peso di tragedia incombente.

Al IV sinodo dei vescovi, tenutosi a Roma nell’autunno 1974, sono stati soprattutto i vescovi africani ad avanzare l’esigenza di una emancipazione a breve scadenza dalla tutela in cui le chiese africane si sentono tenute. Le giovani chiese hanno manifestato una nuova coscienza della loro identità, delle loro responsabilità e degli impedimenti che le paralizzano. «Ieri i missionari stranieri — dicono i più radicali — hanno cristianizzato l’Africa. Oggi i cristiani d’Africa devono africanizzare il cristianesimo».

Nel rifiuto della missione importata è implicito il rigetto della cultura dell’occidente, che parassita quelle autoctone. I missionari stranieri sono visti come teste di ponte dei modi di vita e di pensiero della loro civilizzazione, e in definitiva a servizio degli interessi materiali di questa. Agli occhi degli spiriti più critici del Terzo mondo la civilizzazione occidentale agisce utilizzando la tattica del cucù, il quale depone un suo uovo ben mimetizzato nel nido di un altro uccello; uscito dal guscio il cucù getta fuori del nido gli altri piccoli, per assicurarsi tutto il cibo e tutto il posto.

Le proposte di tipo radicale per trasformare

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il sistema missionario hanno, se non altro, l’effetto benefico di interpellare violentemente il cristianesimo occidentale, che troppo a lungo è restato cieco davanti agli aspetti negativi e alienanti della propria azione. Esse inoltre tendono a dar fiducia al dinamismo di un popolo e al suo spirito di creatività. Un aspetto negativo può essere invece lo smarrimento creato tra i fedeli che finora hanno sostenuto le missioni a prezzo di molti sacrifici, vedendo in esse la punta di diamante di una chiesa obbediente al comando di Cristo. Circa le missioni si va diffondendo uno stato d’animo di svendita per chiusura dell’esercizio. Il personale missionario invecchia e diminuisce. Le motivazioni si sfaldano. Ipotesi teologiche nuove (cristiani "anonimi", salvezza senza vangelo, umanizzazione uguale a evangelizzazione...) vengono percepite come alibi per dissimulare le dimissioni. Veramente oggi sembra che lo Spirito che lancia la chiesa per la via della missione la spinga a un’avventura senza prospettive 16.

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Carismi in libertà per una nuova missione

Non manca chi prende l’attuale situazione missionaria come pretesto per fare una predica alla chiesa d’oggi che si apre al mondo. C’è chi l’accusa di non osare più parlare di convertire il mondo a Dio perché non pensa più che a convertirsi al mondo. Qualcuno preferirebbe che si facesse fronte alla situazione serrando le fila, strutturando e organizzando meglio, mettendo in atto tecniche di maggiore efficacia. Ma non è stata questa la scelta del concilio Vaticano II. Esso ha risposto alla sfida di una missione tornata ad essere un progetto temerario mediante un altro rimescolamento di carte, che si riallaccia al discorso di Pietro sullo Spirito concesso a tutti.

I problemi della missione, tanto di quella oltre i confini come di quella all’interno della chiesa, non sono primari. La chiesa fa la missione a seconda della comprensione che ha di se stessa. È proprio questa autocomprensione che è cambiata. E il concilio ha ratificato il cambiamento. Si è lasciato guidare a cose audaci dallo Spirito di Pentecoste. La prima è stata quella di rompere con la tradizione teologica, stabilitasi nei secoli più recenti, secondo cui la chiesa va definita a partire dai vertici gerarchici. Il concilio ha dato il primato alla

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nozione di "popolo di Dio". Non ha voluto con ciò favorire una sterile contrapposizione dei laici ai pastori, bensì dare la precedenza a ciò che è comune a tutti i cristiani. I ministeri sono un servizio particolare all’interno del popolo di Dio, ma non l’unico servizio. Tutti nel popolo di Dio hanno ricevuto un dono e sono chiamati a metterlo a servizio dei fratelli. E a questo popolo tutto intero, dotato di differenti carismi, è affidata la missione evangelizzatrice.

Il recupero dello spazio per i carismi operato dal concilio non è avvenuto senza esitazioni e opposizioni. Alcuni preferivano pensare che i carismi fossero stati un’espressione contingente nella storia della chiesa, limitata alla comunità delle origini, una specie di supplenza temporanea delle forme di autorità gerarchica ancora non ben delineatesi; lo stato di chiesa carismatica sarebbe cessato al tramonto dei tempi apostolici. Costoro temevano che Spirito e carismi volessero dire, come è capitato talvolta, la porta aperta al disordine, al frazionamento particolaristico, all’anarchismo anticostituzionale. Dal lato opposto altri denunciavano il tradimento radicale della volontà di Cristo sulla sua chiesa costituito dalla volontà di trionfalismo, clericalismo e giuridismo,

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che il card. Suenens definiva «trinità diabolica».

La chiesa conciliare si è decisa infine per la fiducia allo Spirito Santo. Il termine "carismi" e i suoi equivalenti sono entrati abbondantemente nella redazione dei testi conciliari. Nella Lumen gentium vien detto che «lo Spirito guida la chiesa per tutta intera la verità, la istruisce e la guida con diversi doni gerarchici e carismatici» (n. 4). Al n. 12 è introdotta la distinzione fra doni straordinari e doni comuni, i quali si devono «accogliere con gratitudine e consolazione». E il decreto sull’apostolato dei laici: «Dall’aver ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini» (n. 3). Ai vescovi, nel decreto loro riservato, è ricordato il compito di incrementare le espressioni carismatiche: «Devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi» (n. 9).

È superfluo allungare l’antologia dei testi conciliari relativi allo Spirito e ai suoi doni. La volontà del concilio è chiara: la chiesa ha deciso che la risposta pentecostale alla crisi in cui si trova la sua missione, anzi la sua presenza stessa nel mondo, è quella di liberare i carismi dalla quarantena. La definizione della

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chiesa come comunità carismatica ci impedisce di pensare che il concilio non abbia inteso far altro che mobilitare un maggior numero di effettivi a servizio della missione. È la modalità stessa della missione che cambia. La Pentecoste di oggi, come già quella delle origini, dà la parola ai senza voce. Coloro che non hanno potuto mai parlare perché senza potere, privati di istruzione, o emarginati, ora sono sciolti dal silenzio. Possono parlare con la lingua loro, e non con quella forgiata da altri; possono parlare con le parole e con le azioni, con la contemplazione e con la rivoluzione. E non già per tolleranza o in ossequio alle norme del dialogo, ma perché la chiesa ha bisogno di tutte queste voci insieme per parlare del Cristo.

Oggi si è piantata al centro della coscienza della chiesa la convinzione che la voce che annuncia il Vangelo non è un canto fermo, ma una polifonia. Da parte dei fratelli cristiani di altre chiese lo ricordava il pastore Philip Potter al IV sinodo dei vescovi (1974) citando la Riflessione teologica sull’evangelizzazione elaborata in seno al consiglio ecumenico delle chiese: «Non c’è una sola maniera di rendere testimonianza a Gesù Cristo. La chiesa ha reso testimonianza in differenti tempi, in differenti luoghi e in differenti maniere.

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Ciò ha la sua importanza. Ci sono infatti occasioni in cui si impone un’azione dinamica nella società; ce ne sono altre in cui una parola deve essere pronunciata; altre ancora in cui la testimonianza è resa mediante l’atteggiamento dei cristiani gli uni verso gli altri. Può accadere anche che la semplice presenza d’una comunità di culto o d’un uomo in preghiera costituisca la testimonianza. Queste differenti dimensioni della testimonianza resa all’unico Signore corrispondono sempre a una forma concreta dell’obbedienza della fede. Isolarle le une dalle altre è deformare il vangelo. Sono inestricabilmente legate e solo insieme danno la vera dimensione dell’evangelizzazione. Ciò che importa è che la parola redentrice di Dio sia annunciata e ricevuta».

Tutta la chiesa deve annunciare tutto il vangelo a tutto l’uomo. Questa formula, che traduce la maturazione dello spirito missionario in tutte le chiese, sconvolge la prassi abituale della missione. Non può più avvenire a senso unico. La parola di Dio che la chiesa annuncia è tanto ricca che soltanto la convergenza di tutti coloro che l’annunciano, di tutte le cose annunciate e di tutte le risposte vitali che essa suscita può farne un’ermeneutica che sia meno inadeguata. L’interpretazione totale del

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vangelo avverrà quando tutti gli uomini vi avranno posto mano.

Concretamente ciò domanda alla missione di prendere la via della reciprocità. È la reciprocità la riserva di forze missionarie della chiesa e il segreto della giovinezza del vangelo. Chi porta il vangelo se lo lascia allo stesso tempo annunciare da colui a cui lo annuncia. Gli anziani si lasciano dire il vangelo dai giovani a cui lo hanno trasmesso. Uomini e donne interpretano con la loro reciprocità sessuale la parola di Dio. Le culture, riflettendo il vangelo in modo diverso, lo scindono in un’iride di colori. L’emisfero nord e l’emisfero sud si scambiano il dono di una parola tagliente come una spada a due tagli per la liberazione degli uomini dalla schiavitù cui si assoggettano. La reciprocità domanda il superamento di ciò che la nega. Considereremo quattro forme di questa negazione, che portano nomi brutti come quelli di tumori: clericalismo, paternalismo, mascolinismo ed eurocentrismo. E infatti appartengono proprio alla famiglia dei tumori: tumori che introducono la metastasi nel corpo della comunità uscita dalla Pentecoste.

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Una struttura per la reciprocità

La reciprocità ha bisogno di appoggiarsi su una struttura di base. Questa sarà la comunità fraterna. È necessario però che prima si disintegri una certa forma di comunità gerarchico-clericale ed emergano strutture di comunione. Se domandassimo, come il profeta biblico: «Sentinella, che dici dell’aurora?», avremmo un quadro della situazione piuttosto fosco. L’osservatore ci racconterebbe delle molte contestazioni che si sono succedute all’interno della chiesa in questi ultimi anni: manifesti, prese di posizione contro norme o autorità stabilite, occupazioni di chiese; proteste contro la nomina di vescovi per via autoritaria, senza consultazione del popolo, o contro i poteri dei nunzi pontifici; proteste contro le destinazioni o le sospensioni a divinis di sacerdoti. La nostra sentinella — che può benissimo essere sostituita dalle pagine dei giornali d’informazione — ci parlerebbe della chiesa sotterranea, o di parrocchie fluttuanti, o di attività informali; di intercomunioni, malgrado le precise norme ecclesiastiche. Il fenomeno più preoccupante appare essere il distacco progressivo dalle strutture e dalle istituzioni, quasi un’emorragia silenziosa. La sociologia religiosa dovrà parlare ormai

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di un "terzo uomo", che non rientra né nella tipologia del conservatore, né in quella dei riformatore: è il cristiano indifferente all’istituzione. Le porte della casa e del giardino sono spalancate. Si entra, si esce. Non si sa più bene chi sia in casa, chi nel giardino, chi fuori.

Quanto avviene all’interno della chiesa ha di che turbare anche i meno affetti da angelismo. Non è tuttavia un motivo per credere che la causa della reciprocità sia perduta. Prima che si stabilisca una vera reciprocità è necessario talvolta che intervenga uno spostamento dialettico per interrompere la sopraffazione di una parte ad opera dell’altra. I contraccolpi sono dolorosi; ma sarebbe peggio se ci si accontentasse di riconciliazioni solo di facciata, a spese dei cambiamenti richiesti dalla reciprocità. Se prendiamo il caso della riconciliazione razziale, è chiaro che il negro non può accettare l’offerta di riconciliazione che gli fa il bianco tendendogli la mano mentre continua a tenergli un ginocchio sullo stomaco: prima il bianco deve levare il suo ginocchio, far rimettere il negro in piedi, e poi forse questi gli offrirà la mano per la riconciliazione.

Le forme di oppressione all’interno della chiesa non sono, ben inteso, così drammatiche. Tuttavia è innegabile che lo strapotere

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ecclesiastico-istituzionale per troppo tempo ha tenuto i laici in stato di minorità e di dipendenza, La "paternità" di alcuni aveva messo in ombra la fraternità di tutti. Le tensioni che viviamo oggi sono le doglie della nascita di una comunità fraterna. La reciprocità effettiva, che dovrebbe essere di Casa in una comunità che ha fatto l’esperienza dell’unico Spirito che suscita carismi diversi, non ha ancora preso stabile dimora nella chiesa. Certi rifiuti radicali delle forme attuali di potere non sanno riconoscere, al di là delle deficienze, la necessità di una funzione di autorità. A seguito di questa incomprensione, di mancanza di fiducia e di sostegno, il potere si irrigidisce, usando i mezzi repressivi a sua disposizione. Cerca appoggio nelle masse dei silenziosi passivi che richiedono un ordine garantito e la sicurezza.

Gli sforzi, ancora timidi, per uscire dalla falsa alternativa tra rottura della comunione e irrigidimento autoritario arriveranno un giorno a restaurare la necessaria armonia tra la vitalità comunitaria e un nuovo stile di organizzazione gerarchica. Il risveglio comunitario, del quale abbiamo già parlato, prepara una ristrutturazione della chiesa dalla base. In queste comunità la prassi cristiana non è più concepita come prassi clericale o come costruzione di uno spazio di chiesa, bensì come impegno

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nel mondo per realizzarvi un ordine di giustizia e di comunione in cui Dio abita. Solo la reciprocità vera tra i pastori e tutti i credenti della comunità cristiana può portare a quell’incontro con il mondo che è uno dei fondamentali appuntamenti a cui lo Spirito di Pentecoste invita oggi la chiesa. Perché questo avvenga il movimento comunitario deve sottrarsi alle ambiguità cui è soggetto, come ogni movimento. Qualora le comunità o gruppi di base fossero club omogenei e chiusi, in cui possono farsi udire solo le voci che cantano in coro, non sarebbe più un luogo di reciprocità. Diventerebbero piuttosto la caricatura dell’arca di Noè, in cui si rifugiano quelli che vogliono salvarsi dal diluvio. Ma il movimento comunitario trascende il più sovente il particolarismo; sviluppa capacità di accoglienza, di universalità. E ciascuno è arricchito dal dono degli altri. Il bisogno di comunione e comunicazione non fiorisce solo in iniziative spontanee. Anche a livello d’istituzione si sviluppano forme nuove, come i consigli parrocchiali, i consigli pastorali diocesani, le assemblee nazionali.

Tra i segni più appariscenti della Pentecoste dobbiamo salutare questa sete diffusa di vita comunitaria e la riappropriazione della chiesa da parte di un popolo che aveva finito

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per non essere troppo spesso che clientela del clero. Un riaggiustamento dovrà stabilirsi tra la vita cristiana che rinasce da una più piena valorizzazione di tutti i carismi e le istituzioni che stentano a integrarsi alla vita che sale. L’efficacia missionaria è promessa alla comunità cristiana in cui tutti possono esprimersi nella misura del proprio dono in una fioritura di nuovi ministeri, e possono viverlo in reciprocità con gli altri.

I giovani: un’interpellazione del futuro

La chiesa di Cristo deve evangelizzare non solo lo spazio ma anche il tempo. Essa è invita con la buona notizia alle nuove culture in gestazione, quelle che si stanno preparando in seno alle masse dei giovani. L’esplosione demografica ha portato infatti un fenomeno nuovo per l’umanità: i giovani costituiscono più della metà del genere umano.

Nel corso dell’ultimo decennio siamo stati testimoni della contestazione angosciata della gioventù. I giovani hanno giocato un ruolo determinante nel rimettere in discussione l’ingiustizia sociale e le strutture alienanti della nostra società nell’educazione, nel lavoro e nelle relazioni umane. Spesso la repressione li

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ha colpiti: brutale in alcuni paesi; col guanto di velluto in altri.

La ricerca della giustizia non è l’unico valore di cui la gioventù si è fatta portatrice. Più recentemente essa ha espresso la fame spirituale del nostro tempo. Molti giovani hanno cercato rifugio nell’esperienza mistica, magari con il contributo di spezie piccanti come le religioni orientali o la droga. L’anonimato e la "privatizzazione" della società li spinge talvolta a opzioni di tipo settario dettate dalla disperazione: non si può spiegare in altro modo l’adesione a raggruppamenti come quelli del "messia" coreano Moon, un fenomeno che ha preso piede in America e ora comincia a preoccupare anche l’Europa.

Come reagirà la chiesa all’emergere della marea dei giovani? Essa ha un passato paternalista, in cui un piccolo numero di uomini responsabili regnava su un popolo considerato alla stregua di bambini. I giovani erano visti esclusivamente come oggetto dell’evangelizzazione. Ma se la reciprocità è messa in atto anche nei loro confronti, le generazioni cristiane precedenti dovranno tenerli in conto di depositari di una parola nuova.

La chiesa può applicare a se stessa i saggi ammaestramenti che il "profeta" di Khalil Gibrane rivolge ai genitori:

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«I vostri figli non sono i vostri figli.

Sono i figli e le figlie del desiderio ardente che in se stessa ha la vita.

Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,

e non vi appartengono benché viviate insieme.

Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,

poiché essi hanno i loro pensieri.

Potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime,

poiché abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare.

Cercherete d’imitarli, ma non potrete farli simili a voi,

poiché la vita procede e non s’attarda su ieri.

Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive,

sono scoccati lontano.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito,

e con la forza vi tende, affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.

In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere;

poiché, come ama il volo della freccia,

così l’immobilità dell’arco» 17.

Il sinodo dei vescovi del 1974 nella dichiarazione

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finale invita la chiesa a lasciarsi interpellare dai giovani, in quanto portatori dell’avvenire. Sono i giovani che aiutano la chiesa intera a capire che il vangelo di cui essa è depositaria è meno un sapere del passato che un progetto orientato verso l’avvenire.

Se chiedessimo ancora alla nostra sentinella profetica che sta in vedetta se vede segni dell’aurora, non mancherebbe di indicarci buoni presagi. I giovani, allergici alle istituzioni, affluiscono in massa nei luoghi dove possono prendere la parola. Negli ultimi anni Taizé, sede della comunità monastica ecumenica animata da frère Roger Schutz, si è rivelato uno di tali luoghi di eccezione, in cui è data la parola a coloro che altrove ne vengono privati. Perché lotta e contemplazione siano fuse in una relazione dinamica e profetica, i giovani hanno deciso di indire un loro concilio. Dopo averlo preparato per quattro anni, ne hanno iniziato la celebrazione nel settembre 1974. In quell’occasione rivolgevano una «lettera al popolo di Dio», che possiamo considerare un programma di reciprocità vissuta in seno alla chiesa. Dicevano, tra l’altro:

«Quando i cristiani dei primi tempi si sono trovati di fronte ad una questione insolubile e stavano per dividersi, hanno deciso

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di riunirsi in concilio. Ce ne siamo ricordati a Pasqua 1970, quando cercavamo delle risposte per il nostro tempo. Ed abbiamo optato non per un dibattito sulle idee, non per qualche congresso, ma per un concilio dei giovani, cioè una realtà che riunisce giovani di tutti i paesi e che ci impegna senza ambiguità a causa del Cristo e dei Vangelo.

E oggi abbiamo una certezza: il Cristo risorto prepara il suo popolo a divenire ad un tempo popolo contemplativo, assetato di Dio; popolo di giustizia, che vive la lotta degli uomini e dei popoli sfruttati; popolo di comunione dove il non credente trova anch’egli un ruolo creativo.

Siamo parte integrante di questo popolo. Per questo gli indirizziamo questa lettera, per condividere con lui le inquietudini che sono in noi e le attese che ci divorano.

Chiesa, che dici del tuo avvenire?

Rinuncerai ai mezzi di potere, ai compromessi con i poteri politici e finanziari?

Abbandonerai i privilegi, rinuncerai a capitalizzare? Diventerai finalmente "comunità universale di condivisione", comunità alfine riconciliata, luogo di comunione e di amicizia per tutta l’umanità?

Chiesa, che dici del tuo avvenire?

Diventerai "popolo delle beatitudini", senza altra sicurezza che il Cristo, popolo povero, contemplativo, creatore di pace, portatore di gioia e di una festa liberatrice

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per gli uomini, al rischio di essere perseguitata per causa della giustizia?» 18.

Le domande dei giovani provocano un’ulteriore domanda: la gioventù, con i suoi entusiasmi, i suoi radicalismi, la sua capacità di dono, non potrebbe forse avere il carisma per riportare la chiesa alla incandescenza delle proprie origini?

Versione maschile, versione femminile

Le donne cominciano a far notizia nella chiesa. Dove non basta la contestazione, si aggiunge la provocazione: magari invadendo luoghi sacri e tirando uova. Certe reazioni violente sono indice di un malessere legato a una precedente repressione. Bisogna riconoscere che, di fatto, la posizione della donna nella chiesa è stata troppo a lungo la negazione più potente della reciprocità.

Nella chiesa le donne sembrano più profane dell’uomo. Nell’antichità cristiana esistevano ministeri femminili, malgrado che la cultura del tempo tenesse la donna in uno stato di minorità assoluta. A poco a poco sono stati

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però marginalizzati ed eliminati del tutto prima della fine del XII secolo. Del resto, gli uomini di chiesa potevano giustificare la loro diffidenza nei confronti dell’aiuto femminile con la dottrina di S. Tommaso d’Aquino, il quale aveva insegnato (Summa Theol. I,q.92, a.2) che «la donna è stata fatta per aiutare l’uomo, ma unicamente in vista della procreazione, perché per ogni altra cosa un uomo può essere meglio aiutato da un altro uomo che da una donna». Solo nel secolo scorso alcune chiese della riforma hanno reintrodotto il ministero femminile del diaconato e più tardi alcune anche quello del sacerdozio. Ma ancora recentemente la comunione anglicana nella conferenza di Lambeth, pur dichiarando di non avere per principio un’opposizione teologica all’ordinazione sacerdotale delle donne, rimandava alle calende greche ogni decisione pratica; e nella chiesa cattolica il IV sinodo dei vescovi (1974) faceva cadere con un no rotondo la questione degli ordini sacri alle donne.

Un lungo sospetto, proveniente dagli uomini di chiesa, ha circondato la donna in ambito cristiano. «Donna, tu sei la porta del diavolo — si indignava Tertulliano —. Hai persuaso colui che il diavolo non osava attaccare di fronte. È per causa tua che il Figlio

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di Dio ha dovuto morire: dovresti andare sempre vestita di lutto o di stracci». E S. Ambrogio: «Adamo è stato condotto al peccato da Eva, e non Eva da Adamo. Colui che la donna ha condotto al peccato, è giusto che lo riceva come sovrano». In tal modo l’oppressione dell’uomo sulla donna riceveva addirittura una ratificazione teologica. Il vescovo Giovanni, detto Crisostomo, cioè "bocca d’oro" per la sua eloquenza sulle cose di Dio, poteva con la stessa bocca affermare: «Tra tutte le bestie selvagge, non se ne trova una che sia più nociva delle donne». E il florilegio dell’antifemminismo di stampo ecclesiastico potrebbe continuare a lungo.

Non è tradimento della reciprocità solo il disprezza o la discriminazione della donna. Anche il metterla su un piedistallo inavvicinabile infrange la reciprocità. In questo senso ha agito il modello femminile ricalcato su una immagine artificiale della Vergine Maria. Si è parlato della donna — o piuttosto della "femminilità" — a partire da schematizzazioni teologiche mariane, piuttosto che dalle donne reali. Solo l’immagine ideale, — la vergine — o la funzione — la madre — sono state considerate significative dal punto di vista religioso. Il celibato dei sacerdoti e dei religiosi ha rafforzato inoltre l’inattitudine ecclesiastica a

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instaurare una partecipazione responsabile delle donne alla vita della chiesa, salvo nello spazio chiuso dei circoli femminili.

Gli eccessi del femminismo di oggi non devono spaventare. Sono gli strappi necessari per sbloccare l’immobilismo. Il futuro ci promette un’epoca di reale reciprocità tra uomini e donne. È, oltre tutto, una questione di sopravvivenza umana: a tutte le altre guerre già esistenti non se ne potrebbe aggiungere un’altra basata sul sesso. La reciprocità vissuta tra uomini e donne porterà a una rifondazione dell’umanesimo. Lo prefigurava già Simone de Beauvoir nel libro con cui, rompendo la congiura del silenzio della cultura maschile, ha portato alla ribalta il problema della donna nella nostra civilizzazione:

«Liberare la donna è rifiutare di chiuderla nei rapporti che essa sostiene con l’uomo, ma non negarli; per quanto si ponga per sé, ella continuerà nondimeno ad esistere anche per lui: riconoscendosi mutuamente come soggetto, ciascuno rimarrà tuttavia per l’altro un altro: la reciprocità delle loro relazioni non sopprimerà i miracoli che genera la divisione degli esseri umani in due categorie separate: il desiderio, il possesso, l’amore, il sogno, l’avventura; e le parole che ci commuovono: dare, conquistare, unirsi conserveranno il loro senso; al contrario, è

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proprio quando sarà abolita la schiavitù di una metà dell’umanità e di tutto il sistema d’ipocrisia che implica, che la "sezione" dell’umanità rivelerà il suo autentico significato e la coppia umana troverà la sua vera figura» 19.

Se la reciprocità tra uomini e donne porterà a una rifondazione della convivenza umana, non sarà allo stesso tempo l’inaugurazione di un nuovo stile di comunità cristiana? In occasione del IV sinodo episcopale il card. Tarancón affermava con forza: «Il mascolinismo della cultura civile e religiosa volge alla fine. Dobbiamo convocare le donne per costruire il popolo di Dio». Il giorno in cui questo, che è ancora soltanto un proposito generoso, diventerà realtà, conosceremo un riflesso del tutto originale del vangelo.

Certo il vangelo ha sempre prodotto miracoli di esistenza cristiana tanto tra gli uomini quanto tra le donne: Francesco d’Assisi è figlio dello stesso vangelo che Chiara; da sempre la lode del creatore è stata cantata sia da "fratello focu" che da "sorella acqua". Ma quel che di nuovo ci apporta la cultura che sta sorgendo è la reciprocità tra uomo e donna, il comprendersi in essenziale correlazione e corresponsabilità.

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A vino nuovo, otri nuovi. E col vino nuovo, missione nuova. Il vangelo, portato insieme dall’uomo e dalla donna, recherà speranza là dove una metà dell’umanità rivolge la sua aggressività e le sue frustrazioni contro l’altra metà.

La chiesa dei cinque continenti

Nell’immaginazione popolare la missione è legata alla figura biancovestita dell’europeo generoso che intraprende un cammino pieno di pericoli per portare la parola di Dio, insieme alle medicine ai libri di scuola, a popolazioni rimaste fuori dalla spirale evolutiva della civilizzazione. Il missionario viaggia, ma il suo è un viaggio singolare. Non assomiglia a quello di Ulisse, che viaggia per conoscere e per crescere in umanità, preparandosi così al compito sovrumano di far giustizia in casa propria; non è simile neppure al viaggio di Enea, che lascia una città in rovina per andare a fondare una nuova civiltà. Il viaggio del missionario classico richiama piuttosto la Navigazione di S. Brandano, quel simpatico racconto così popolare nel medioevo, in cui il monaco irlandese Brandano e i suoi confratelli vengono rappresentati in un viaggio fantastico in un

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paese di favola: al termine del viaggio la compagnia di monaci si ritrova al punto di partenza ed è come se non essa avesse viaggiato, ma il mondo irreale avesse piuttosto sfilato davanti alla comunità che continuava il suo salmodiare regolare, in un gioco di immenso caleidoscopio.

Il missionario non si arricchisce, dall’incontro con altre culture se non in meriti personali per i sacrifici che affronta. La missione si svolge a senso unico. Il mondo è ritenuto ruotare intorno al perno costituito dall’Europa e dalla sua cultura. Il cristianesimo, sviluppatosi storicamente sul suolo europeo, esporta il messaggio di Gesù in confezioni-regalo. E il pacchetto è così ben confezionato — ogni ricciolo del nastrino è costato magari secoli di dispute... — che chi lo riceve non osa neppure pensare di disfarlo. «La chiesa qui — diceva recentemente un teologo africano — è diventata come un bambino che non ha nome e mangia il cibo già masticato dalla bocca della madre. Ciò non può durare. La situazione della missione cristiana sta infatti cambiando rapidamente. E non solo per il rifiuto dell’eurocentrismo e della missione a senso unico che abbiamo descritto in precedenza. All’interno stesso della chiesa sta avvenendo una trasformazione di mentalità. Volendo esprimerla in

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parabola, si potrebbe modificare così quella evangelica del seminatore e della parola di Dio: «Uscì il seminatore a seminare la parola. Una parte cadde sopra l’Africa, un’altra sopra l’America; una parte cadde sopra il nord dell’emisfero, un’altra sopra il sud... Il seminatore dotò le diverse parole di un dinamismo di comunione e di reciprocità. Ora le parole seminate si cercano per formare insieme una frase. Allora porteranno frutto: al trenta, al sessanta, al cento per uno».

Un segno del cambiamento del modo di sentire la missione è stato il IV sinodo dei vescovi. Esso è iniziato con un rapporto sulle «cinque parti del mondo», per individuare le forme proprie e irriducibili di esperienza cristiana che vive ogni continente. Si prendeva così atto che le chiese esistono come comunità locale, con una personalità culturale propria; esse non devono essere ridotte a modello unico, con la tecnica famigerata di Procuste e del suo letto, bensì portate a compimento ognuna secondo la diversità che gli è propria.

Se ogni continente sviluppa la riflessione teologica utilizzando il proprio patrimonio culturale, in reciprocità con la riflessione degli altri, il mistero del Cristo non ne risulterà contratto, bensì ampliato. Non si può negare alla comprensione teologica del cristianesimo

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sviluppata dall’Europa profondità e originalità. La teologia europea ha pensato la pasqua di Gesù come appello di fede rivolto alla persona individuale e come proposta di salvezza. I suoi meriti confinano però con i limiti. La lettura del vangelo che ha fatto l’Europa tende all'intimismo e al privatistico. Nei vangeli si cerca la quiete, nella fede la pace dell’anima o un senso all’esistenza. Il pensiero tende inoltre a rimanere confinato nel salotto teologico e non raramente viene elaborato con categorie astratte. È un difetto che si riscontra anche nelle teologie innovatrici. Moltmann, per esempio, ha potuto scrivere la sua ammirevole Teologia della speranza senza menzionare una sola delle speranze concrete che polarizzarono il mondo d’oggi.

Non è così in Africa. L’africano negro ha una concezione dinamica e globale dell’essere vivente, che sottende tutta la sua esperienza e perfino la sua logica. Più che lo spirito critico, è la mistica il contrassegno dell’anima africana. Senghor ha individuato in questa caratteristica la peculiarità della "negritudine": «Se la ragione bianca è analitica mediante utilizzazione, la ragione nègra è intuitiva mediante partecipazione». Nell’esperienza religiosa africana il legame con Dio si stabilisce in seno a una solidarietà costituita dai viventi,

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dagli antenati morti e dalla posterità, nel quadro di un’unità vissuta, d’una comunione dell’uomo con la natura intera.

Anche la teologia dell’America latina è differente da quella europea. Se la teologia europea ha interpretato la pasqua come salvezza, quella latino-americana ha sviluppato una visione originale della pasqua come liberazione; se la chiesa in Europa ha messo l’accento sulla persona dell’individuo, in America del sud lo ha posto nella persona politica del popolo. I due accenti non si escludono e non si annullano, bensì reciprocamente si correggono, si regolano e si completano. Se una pasqua esclusivamente individuale, senza dimensione politica, si converte in una pasqua individualista, intimista, pietista e, in fondo, abbastanza egoista, al contrario una pasqua esclusivamente politica, senza radici contemplative, è una pasqua attivista e col tempo diventa ideologica e totalitaria.

Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio fedele alla sua promessa, ci appare vigilante sulla chiesa, affinché questa non cada in un’unilateralità che farebbe abortire la pasqua del Cristo o la farebbe recuperare dal mondo. Lo Spirito è stato posto di sentinella. Egli spinge le diverse esperienze di chiesa e il modo di esprimerle alla reciprocità.

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La reciprocità con le comunità cristiane situate nell’area geografica del sottosviluppo può diventare estrèmamente esigente per i cristiani dell’area euro-americana. Non possiamo forse accettare, nella nostra civilizzazione caratterizzata da un’evacuazione della trascendenza, un annuncio cristiano come viene fatto in culture in cui la religione resta la stoffa della vita. Dobbiamo venir a capo da soli dei problemi che ci causa il nostro umanesimo immanentista. Ma possiamo ben lasciarci provocare dall’emisfero sud a rileggere la storia alla luce dello schema dominatori-dominati. Questo modo di lettura è prevalente presso i popoli del Terzo mondo. Essi sono meglio situati per vedere i limiti e la relatività del mondo occidentale di considerare lo sviluppo culturale. Ai loro occhi siamo noi, il popolo euro-americano, uno dei più illetterati e ignoranti della terra, perché non ci rendiamo conto della nostra posizione reale nel mondo, in quanto dominatori e oppressori, sfruttatori e ladri.

Negli ultimi anni si è molto parlato, all’interno dei popoli detentori delle chiavi dello sviluppo, di diffusione di pratiche e tecniche di progresso in seno ai popoli poveri. Seguendo Paulo Freire è stata presa in considerazione la possibilità di una «pedagogia degli oppressi».

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Tali iniziative sono valide e necessarie. Ma affinché non servano solo a tranquillizzare la coscienza di quella parte dell'umanità che sfrutta l’altra, bisogna che ogni pedagogia degli oppressi sia accompagnata da una pedagogia rivolta agli oppressori, per renderli consci delle loro responsabilità collettive. I popoli euro-americani devono arrivare a rendersi conto della natura ingiusta dell’ordine mondiale attuale e del potere esercitato nel mondo dalle grandi società e dai loro governi. Devono prendere coscienza che sono vissuti a spese degli altri e che continuano a farlo. Le "terre di missione" non potrebbero essere oggi anzitutto l’area geografica delle grandi potenze, luogo di potere economico e centro dell’imperialismo, terra caduta sotto il potere degli idoli?

La missione, che nel recente passato coloniale e neo-coloniale ha percorso il cammino dal nord al sud, ora deve invertire la marcia. Lavorare perché le energie dette "missionarie" si spostino verso compiti di trasformazione delle società industrializzate è operare per l’instaurazione d’una società più egualitaria e fraterna. È la prima testimonianza che aspettano le chiese giovani del Terzo mondo da parte dei cristiani dell’emisfero nord. Finché questo cambiamento non avrà avuto luogo a livello

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di rapporti internazionali, gli abitanti dell’emisfero sud saranno scettici nei confronti dell’aiuto e della cooperazione. E saranno scettici anche nei confronti di una missione cristiana fatta in nome dello Spirito, ma senza quel frutto dello Spirito che si chiama reciprocità.

«Il mio Spirito... su ogni carne»

C’è stato un tempo in cui lo Spirito camminava sulla terra

perché lo Spirito aveva un corpo d’uomo

perché lo Spirito era un corpo d’uomo.

Lo Spirito lanciava sguardi d’amore e di rabbia

lo Spirito accarezzava e si faceva accarezzare

lo Spirito spezzava il pane per insegnare a condividere

lo Spirito sfiorava con la mano per cacciare le malattie del corpo e le tristezze dell’animo

lo Spirito frustava i mercanti del tempio. Perché era un corpo lo Spirito si è contorto sulla croce

perché era un corpo lo Spirito ha ritrovato un corpo.

«Né su questa montagna, né a Gerusalemme, donna. Ma i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Verrà un tempo.

E il tempo è questo».

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Lo Spirito è la bocca

che getta parole come ponti

che sa dire "ti perdono" e "ti amo"

che sa dire "no" agli uomini vampiri di altri uomini.

Lo Spirito è l’occhio tornato bambino

che annega in onde di dolcezza

quando si abbandona al gioco dell’ape e del fiore

nel dare e nel ricevere.

Lo Spirito è la mano aperta sull’altra mano

disarmata, impotente

eppur dotata della potenza più sovrumana

che è quella di crear legami.

In punta di piedi sulla terra

sulla nostra maledetta-benedetta terra

con gli animali nostri parenti

con le piante nostre balie silenziose

con le pietre nostro ultimo letto

noi, strana famiglia anormale nella natura,

sfioriamo il cielo con un dito.

È primavera: e lo sappiamo.

E vogliamo che sia primavera.

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[quarta di copertina]

I TEMPI FORTI

Se in passato ci si è potuti lamentare che lo spirito santo fosse il grande dimenticato, oggi non è più così. il problema ai nostri giorni è piuttosto quello di vagliare i tanti discorsi che si fanno sullo Spirito. L'irruzione dello Spirito, già dalla prima pentecoste, ha dato adito a interpretazioni divergenti. È sembrato addirittura che quegli uomini che parlavano con tanto ardore fossero ubriachi (cfr. At 2,15). Pietro, quella mattina, prese la parola per lanciare al mondo la sua prima enciclica e interpretare autorevolmente il fenomeno. Anche la chiesa deve per proprio conto interrogarsi sulla qualità dei soffi di vita che spirano nel suo organismo. Risveglio carismatico, rinnovamento comunitario, rilancio della missione: sono tre fenomeni di rilievo nella chiesa dei nostri giorni. Se la speranza ci autorizza a considerarli come segni di presenza dello Spirito che vuole renderci contemporanei della prima pentecoste, la fede, sempre esigente con la verità, c'invita al discernimento, secondo il criterio paolino «Tutto vagliare e ritenere ciò che è vero». «Lo Spirito è festa»; «Lo Spirito è incontro»; «Lo Spirito è reciprocità»: con questi tre slogan Sandro Spinsanti c'invita a discernere lo Spirito dell'odierna pentecoste della chiesa.

NOTE

1 F. Nietzsche, Così parlò Zaratustra, tr. it., Milano 1973, p. 5.

2 Gli inizi del pentecostalismo cattolico sono raccontati dai protagonisti in K.D. Ranaghan, Il ritorno dello Spirito, tr. it., Milano 1973.

3 R. Schultz, La tua festa non abbia fine, trad. it., Brescia 1972, pp. 11-12.

4 H. Cox, La festa dei folli, tr. it., Milano 1971.

5 Cfr. F. Mac Nutt, Il carisma delle guarigioni, tr. it., Alba, Edizioni Paoline (previsto per il 1977).

6 P. TillichThe New Being, New York 1955, pp. 38-39.

7 S. Beckett, Aspettando Godot, in Teatro, tr. it., Torino 1967.

8 L.J. Suenens, Lo Spirito Santo nostra speranza, Alba, Edizioni Paoline 1975, pp. 11-12.

9 Cfr. S. Spinsanti, La mensa, in La chiesa anno zero: i primi tre giorni. Riflessioni sul triduo pasquale, Bari, Edizioni Paoline 1976, pp. 67-93.

10 Cfr. P. Rossano, Il problema teologico delle religioni, Catania, Edizioni Paoline 1975, pp. 10-13.

11 Cfr. G. Pattara, Ecumenismo, in Dizionario enciclopedico di teologia dogmatica, diretto da G. Barbaglio, S. Dianich e C. Vagaggini, Alba, Edizioni Paoline, (in corso di stampa), pp. 349-370.

12 A. Camus, Le mythe de Sisyphe, Parigi 1942, p. 29.

13 E. Ionesco, Note e contronote, tr. it., Torino 1965, p. 174.

14 A. de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, tr. it., Milano, Bompiani 1969.

15 L. Proaño, Pour une Eglise libératrice, Parigi 1973, pp. 171-174.

16 Su questi ed altri problemi missionari può essere utile la lettura di W. Bühlmann, La terza chiesa alle porte, tr. it., Alba, Edizioni Paoline 1976.

17 K. Gibrane, Il profeta, Milano 1976, p. 17.

18 Taizé: il concilio dei giovani, perché?, Brescia 1975, pp. 101-104.

19 S. De Beauvoir, Le deuxième sexe, vol. II, Parigi 1949, p. 576.

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Quel filo imprevedibile

Sandro Spinsanti

QUEL FILO IMPREVEDIBILE

in Messaggero di sant'Antonio

n. 15, 2 ottobre 1987, p. 67

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Spulciando dal libro delle testimonianze

Vorrei trovare le tracce visibili delle numerosissime persone passate in Basilica in questi mesi caldi dell'87. È vero: i dolori, le speranze, le consolazioni, le gioie di tutti quelli che sono venuti al sepolcro del Santo sono registrati solo in cielo. Ma qualche traccia qualcuno la lascia, su un libro bianco intitolato «Testimonianze antoniane», conservato in sacrestia. Quando uno vuol dare testimonianza di una grazia che sente di aver ricevuto, vuol dare ragione di un dono lasciato al Santo, può scriverlo su questo libro. Molti scrivono.

Con alcune di queste tracce, le più frequenti, le più originali, le più tenere, vorrei rappresentare questo tempo estivo nella basilica del Santo, al di là degli eventi statisticamente vistosi o «illustri», cioè al di là delle più di 300 mila comunioni distribuite, dei più di duemila sacerdoti che hanno celebrato qui l'eucaristia, avendovi accompagnato pellegrinaggi da mezzo mondo; al di là delle personalità importanti venute in visita, quali la regina Madre e il principe ereditario Carlo d'Inghilterra, il ministro degli esteri Andreotti, il ministro della giustizia spagnolo e via dicendo.

A maggio, tempo di matrimoni e prime comunioni, sono molti gli abiti di cerimonia lasciati in dono. A parte il significato simbolico del dono ― chiedo al sacrestano fra Luciano ― cosa si fa poi con tutti questi abiti di prima comunione e matrimonio?

Vanno a persone povere. Molti vengono portati da suore missionarie in Egitto, in India, in Ecuador... e noleggiati per aiutare opere di carità. Come può essere lungo e imprevedibile un filo di gratitudine: da un abito da matrimonio della benestante Italia, al pasto per un ecuadoriano che ha fame!

L'affetto e il ringraziamento dei giovani suscitano tenerezza.

«Offriamo a sant'Antonio le fedine del fidanzamento» scrivono F.W. e M.A. il 25 maggio.

«Siamo in viaggio di nozze. Veniamo da Bari». Scrivono semplicemente B.D. e S.M. Ma che altro c'è da dire?

«Offro il mio primo stipendio per grazia ricevuta». Firmato B.L.

Ci sono richieste semplici quanto grandi: «Sant'Antonio, aiutaci a trascorrere una vita serena».

Talvolta la testimonianza ha un tono quasi da ricevuta o da contratto: ognuno vive nel suo modo ed esprime col suo linguaggio il rapporto col Santo.

6 giugno. «Offro a sant'Antonio, come promesso, un anello d'oro». P.F.

28 giugno. "Offro a sant'Antonio il mio vestito da sposa e un lenzuolo per grazia ricevuta». M.C. Chi ci dormirà sopra, non saprà mai la storia di quel lenzuolo!

18 agosto. «Offro a sant'Antonio, per la promessa che avevo fatto, un centrino». D.S.M.

C'è chi con il dono vuole «impegnare» il Santo in anticipo.

«Regalo questo oggetto tanto caro a me, perché il Santo mi faccia la grazia per cui prego tanto». C.

13 giugno. «Per poter ottenere la grazia per mio figlio ... dono a te sant'Antonio la vestina del battesimo, il bracciale, i miei capelli... con infinita devozione». Z.G.

Spesso quel che si desidera non avviene, ma questo non altera l'affetto per il Santo.

19 luglio. «Non avendo ricevuto la grazia richiestavi, caro sant'Antonio, vi offro lo stesso questo mio dono, chiedendovi soltanto di pregare per tutta la mia famiglia». R.C.

Un dono può essere paradossale in un ambito di fede cristiana. Questo per esempio: «Siamo venuti da Saonara per ottenere la grazia all'amica A. e famiglia. Abbiamo donato con fede catenina e ferro di cavallo». Fede e affetto purificano tutto!

Il 22 maggio G.B. presenta una richiesta imponente ed espressa in linguaggio favoloso. «Pellegrinaggio penitenziale Firenze-Padova-Mosca-Pechino. Aiutami sant'Antonio ad arrivare nell'impero del sole giallo alla corte del Gran Can e di convertirgli il cuore a Gesù Cristo e alla B.V. Maria». G.B.

Il conforto per la mente malata è cercato oggi come quello per la malattia del corpo.

«Chiesi a sant'Antonio la grazia per farmi star bene (in seguito a un esaurimento nervoso) il giorno del mio matrimonio e se così fosse stato avrei donato un girocollo d'oro a cui tenevo tanto e che acquistai con i primi soldi del mio lavoro. Ottenni questa grazia e faccio questo dono con tutto il cuore e prego sant'Antonio che mi faccia stare sempre bene di salute insieme a tutti i miei cari». L.B.

Come «medico della mente» il Santo riceve anche un nuovo diploma di patrono da C.M. di Padova. «Ringrazio sant'Antonio per aver riacquistato la salute mentale dopo un grave esaurimento nervoso e lo nomino il Santo della salute mentale».

Si può sorridere. Ma chi può giudicare l'amore, il misterioso rapporto tra gli uomini i santi e Dio? Talvolta semplice, ingenuo, ma grande; come questo: «Io Pinello Antonio dichiaro di aver ricevuto da sant'Antonio la luce di Gesù. Io lo amo Antonio».

Modelli spirituali

Sandro Spinsanti

MODELLI SPIRITUALI

in Nuovo dizionario di spiritualità

Ed. Paoline, Roma 1973

pp. 1001-1030

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SOMMARIO

Introduzione

I. Funzione del modello nel progetto spirituale del cristiano

     1. L'uso dei modelli nella cultura contemporanea

         a. Epistemologia e modelli

         b. Etica e modelli

         c. Psicosociologia del modello eroico

     2. Verso una teologia della vita

         a. L'attenzione al vissuto storico

         b. Biografia come teologia

II. Modelli spirituali

     1. Charles de Foucauld: l'imitazione di Cristo di un "fratello universale"

     2. Madeleine Delbrel: santità per la gente delle strade

     3. Martin Luther King: un credente con un sogno

     4. P. Teilhard de Chardin: una passione cristiana per il "fenomeno umano"

     5. Dietrich Bonhoeffer: essere cristiani in un mondo adulto

I. FUNZIONE DEL MODELLO NEL PROGETTO SPIRITUALE DEL CRISTIANO

- 1. L'uso dei modelli nella cultura contemporanea

È convinzione generale che la nostra sia un'epoca di transizione culturale. Ad ogni latitudine del globo avvengono trasformazioni epocali. Le culture tradizionali e sacrali dell'Asia e dell'Africa assimilano velocemente la tecnologia occidentale; morso il frutto, si trovano fuori del paradiso terrestre del mito e del tempo ciclico, inserite nel corso imprevedibile e angoscioso della storia. La nostra stessa cultura occidentale ha perso la fiducia in se stessa, si dilania nell'autocritica, è angustiata da rimorsi di coscienza. Non è più il tempo delle costruzioni ideologiche chiuse e onnicomprensive. Si va a tentoni. Su questo sfondo si comprende l'attenzione rinnovata ai modelli che emerge nei campi più diversi della cultura. Riferiamo qui di seguito alcune delle riflessioni più significative che hanno contribuito a ridefinire il ruolo che spetta ai modelli nel sapere e nella vita morale. La sommaria rassegna ci mostrerà come il nostro progetto di proporre alcuni modelli di spiritualità contemporanea sia inserito organicamente in una delle esigenze più sentite della cultura del nostro tempo.

a. Epistemologia e modelli ― Le varie discipline del sapere, nonostante le loro necessarie differenze, hanno un tratto comune: fanno uso di modelli. Tutte: le scienze dell'uomo come le scienze della natura. Anche la teologia — quel sapere particolare che si fonda sulla rivelazione — fa uso di modelli. È il motivo per cui consideriamo con particolare interesse

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un discorso epistemologico centrato sull'uso dei modelli. Questo tipo di approccio è stato tematizzato soprattutto da I.T. Ramsey 1 il ben noto filosofo e teologo del linguaggio. La sua teoria epistemologica dei modelli ci invita a superare l'idea ingenua secondo la quale i modelli a cui si fa ricorso in sede scientifica sarebbero delle descrizioni pittografiche dirette, una specie di rappresentazioni in miniatura o ingrandimenti fotografici della realtà considerata. Ciò non è vero — se vogliamo considerare i campi estremi di applicazione — né in fisica, né in teologia: né quando la luce è descritta, così come è stato fatto, come ondulazioni in un etere invisibile, né quando le realtà del mistero cristiano sono presentate in termini antropologici, quasi fossero rappresentazioni su scala umana e visibile di ciò che è divino e invisibile. Il funzionamento del modello nel discorso scientifico, qualunque sia l'oggetto di questo discorso, è più articolato. I modelli, come le metafore, nascono dal "mistero". È il mistero stesso che si dischiude in un'intuizione; il modello si riferisce ad esso, senza avere però la pretesa di riprodurlo o descriverlo. Noi passiamo la vita nel cercare di gettar luce sempre più fedelmente sul mistero da cui il modello prende origine. Di qui la pluralità di modelli, la loro relativa breve durata nell'uso scientifico, la reciproca complementarietà. Il modello non traduce in maniera esaustiva il significato cosmico del "mistero"; tra il modello e ciò che lo sguardo dell'intelletto coglie in esso esiste un salto logico irriducibile.

In una teoria epistemologica di questa ampia portata anche la teologia può legittimamente pretendere un posto. Similmente alle altre discipline, il discorso teologico fa uso di modelli. Non si trova in una posizione logica superiore rispetto alle scienze naturali, alla sociologia o alla psicologia; non può dettare le sue conclusioni alle altre scienze. Tutte le varie forme di sapere, infatti, si riferiscono al "mistero", e la coscienza di fare un discorso mediato da modelli preserva anche la teologia dalla pretesa di imporre i suoi assiomi in modo dittatoriale. L'unica funzione specifica, che la teologia può e deve reclamare, è quella di essere il guardiano e il portavoce dell'intuizione e del mistero; il suo compito primario è quello di tener desta l'attenzione delle altre discipline alle esigenze del mistero che le fonda, di sensibilizzarle a quel mistero che ogni disciplina cerca a modo suo di comprendere. «Le altre discipline saranno giudicate primariamente dalla qualità della loro articolazione; la teologia sarà giudicata primariamente dalla sua capacità di indicare il mistero. Ma ogni disciplina mescola comprensione e mistero; ciò significa che ci aspetteremo di trovare in ogni disciplina parole e frasi che testimoniano intuizione, così come modelli che assicurano la possibilità di esprimere il mistero» 2.

Una riflessione epistemologica, per quanto sia necessariamente obbligata a muoversi in un piano astratto e formale, non equivale a un gioco di concetti rarefatti. Essa è stimolata dal maggior problema che conosca l'umanesimo nella nostra società del benessere: quello di scoprire nuove occasioni in cui possa dischiudersi il "mistero". Il ruolo che la riflessione religiosa si propone non contraddice quello della vera scienza; essa vuol stimolare la visione, ricordarci il mistero. Ma il mistero rimane inaccessibile. Il pensiero non può fotografarlo, il linguaggio non può riprodurlo. Ad esso ci si avvicina solo mediante

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l'uso di modelli. Questa prospettiva mette fine all'altezzosi squalifica del discorso teologico da parte di una scienza positivista, che si pretende l'unica forma di sapere sicuro. La teoria epistemologica dei modelli sblocca questa situazione di stallo. Essa ci rende avvertiti che ogni forma di sapere umano, quello scientifico come quello umanistico, è un uso articolato di modelli. Ciò lo relativizza e al tempo stesso lo aggancia alle profondità del mistero. Nel nostro sforzo per vivere nel modo migliore che possiamo i modelli ci destinano ad essere costantemente circondati da incertezze, sia teologiche che scientifiche. Alle incertezze si può far fronte solo mediante il ricorso alla verifica costante.

Nel modo di verificare i modelli la teologia e le scienze divergono. Nella teologia, al contrario che nella scienza, il modello non è usato per generare deduzioni che possono essere o non essere sperimentalmente verificate. Il modello teologico non può confermare o falsificare la teoria che è sulle nostre labbra. Esso funziona in un modo che vorremmo paragonare al modo in cui si provano le scarpe. Abbiamo una particolare dottrina o, ancor più, un modello concreto di esistenza cristiana; come una scarpa di nostro gusto, esso ci sembra rispondere ai nostri bisogni empirici. Solo una prova più accurata mostrerà se la scarpa stringe, se è permeabile all'acqua, oppure se permette una comoda deambulazione. Il misurar le scarpe più che una prova tecnica è un'attività che esige una certa finezza di spirito; richiede la capacità di commisurare i propri bisogni e le prestazioni dell'oggetto, gli svantaggi che conviene tollerare e le funzionalità a cui non si può rinunciare. Un'arte ben più raffinata è quella che la teologia è chiamata ad esercitare quando si mette alla ricerca dei modelli linguistici ed etici per avvicinarsi al mistero che annuncia. Ma anche qui l'ultima parola non può essere detta finché il modello non è stato "provato". La teoria epistemologica dei modelli e del loro riferimento al "mistero" ci incoraggia in tal senso. Il metodo di prova empirica non squalifica la teologia dal punto di vista epistemologico. Perciò l'audacia dei credenti nell'uso dei modelli, sia in campo dottrinale che in campo morale, non può risultare che accresciuta.

b. Etica e modelli ― L'uso di modelli investe in pieno il campo etico. Con queste considerazioni entriamo già nella problematica teoretica che deriva dalla scelta di alcuni modelli spirituali. Prendiamo come paradigma il progetto filosofico che, a primo avviso, appare il più alieno alla tematizzazione dei modelli etici, vale a dire la critica del linguaggio metafisico ed etico fatta da L. Wittgenstein. La sua posizione è stata interpretata, come un'irruzione di neo-positivismo sulla scena filosofica della nostra cultura, impantanata in un'insolubile crisi del linguaggio. Si è spesso ripetuto che il suo Tractatus logico-philosophicus è una delle opere più importanti del pensiero contemporaneo, ma solo per ridurre il suo progetto a un banale rifiuto di ogni affermazione che non possa essere verificata empiricamente («Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere») 3.

La critica del linguaggio impostata da Wittgenstein può avere ben altri esiti che la riduzione all'assurdo di ogni proposizione di tenore metafisico, religioso, etico e poetico 4. È vero che la sua avventura filosofica prende avvio da una rimessa in discussione della validità dell'uso del linguaggio per descrivere il mondo. Il linguaggio sembrava essersi scollato dai fatti

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descritti. In particolare Wittgenstein ha messo in discussione la validità del procedimento che porta a usare lo stesso linguaggio per connettere fatti e proposizioni e allo stesso tempo per convalidare criticamente le relazioni intercorrenti tra linguaggio e mondo: ciò assomiglia al tentativo di arrampicarsi su una scala senza sostegni sorreggendola al contempo. La possibilità di connettere fatti e proposizioni può mostrarsi, e quindi essere vista; ma non c'è maniera né di dirla, né di provarla.

Wittgenstein intendeva costruire una critica generale del linguaggio che mostrasse sia che la logica e la scienza hanno un ruolo fondamentale nel comune linguaggio descrittivo (linguaggio con cui produciamo una rappresentazione del mondo analoga ai modelli matematici dei fenomeni fisici), sia che i problemi circa l'«etica, il valore e il significato della vita», i quali vanno oltre i limiti del linguaggio descrittivo, possono tutt'al più diventare oggetto di una visione mistica esprimibile solo mediante comunicazioni "indirette". I neopositivisti hanno sfruttato la distinzione per contestare ogni validità al secondo tipo di discorso. Non era però questa l'intenzione di Wittgenstein. Secondo l'interpretazione fornita dal suo amico Paul Engelmann, che ha corrisposto col filosofo al tempo dell'elaborazione del Tractatus, egli intendeva esattamente il contrario di ciò che hanno compreso poi i neopositivisti. Il positivismo sostiene che ciò che conta nella vita è ciò di cui possiamo parlare in modo scientifico; Wittgenstein invece credeva appassionatamente che ciò che conta davvero nella vita è proprio quello di cui, dal suo punto di vista, si deve tacere.

Il progetto del filosofo viennese era quello di separare ciò che è etico dalla sfera del discorso razionale. Il significato del mondo sta fuori del fattuale; nella sua sfera, fatta di valori e di significati, vi sono solo paradossi e poesia. Naturalmente egli non vuol affermare che la moralità è opposta alla ragione, ma soltanto che la sua fondazione è altrove. L'etica non è una scienza. La sua verità non può essere dimostrata, ma solo mostrata. In pratica questo mostrare prende la forma di testimonianza. Per esprimere il significato della vita umana, la verità morale, le cose più importanti della vita, bisogna ricorrere ad altro che al linguaggio della vita quotidiana e della scienza. Per l'uomo buono l'etica è un modo di vivere, non un sistema di proposizioni. Una simile concezione dell'etica ci induce ad attribuire una rilevanza singolare al fatto che Wittgenstein stesso, finita la redazione del Tractatus, abbia abbandonato la vita accademica e il mondo borghese di Vienna in cui era cresciuto per andare a fare il maestro elementare in paesini sperduti delle Alpi austriache. Questa decisione di vita diventa un momento ermeneutico fondamentale che dischiude il significato della sua opera filosofica 5.

P. Engelmann ha sintetizzato la posizione di Wittgenstein nell'affermazione che il suo linguaggio è quello della «fede non espressa in parole». La prospettiva è ricca di sviluppi: «Tale atteggiamento, allorché sarà adottato da altri uomini della giusta statura, sarà la fonte da cui scaturiranno nuove forme di società, forme che non necessiteranno di comunicazione verbale, perché saranno vissute e in tal modo rese manifeste. Nel futuro gli ideali non saranno comunicati per mezzo di tentativi atti a descriverli (il che non può che operare un'azione di distorsione) ma da esempi di un'appropriata condotta di vita.

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E queste vite esemplari saranno ili enorme valore educativo; non ci saranno dottrine espresse in parole che potranno sostituirle» 6.

Queste parole esplicitano uno dei presupposti teoretici che ci guidano nel presentare alcuni modelli di spiritualità per il nostro tempo. Abbiamo piena coscienza del valore pedagogico che tali modelli assumono nel contesto culturale d'oggi. La vita vissuta, più che le parole, può esprimere l'inesprimibile, vale a dire la qualità umana della vita. Ciò resta vero anche quando consideriamo esistenze che possono essere comprese solo nello Spirito di Cristo.

Una dottrina etica è un appello alla comprensione; una vita esemplare all'imitazione. L'imitazione, rettamente intesa, ha un suo posto e una sua funzione nella vita morale. Spesso è stata diffamata come decisione etica inferiore, indegna di un uomo moralmente adulto. Grazie ad alcuni filosofi moderni, la sua qualità etica può essere rivalutata. Particolare importanza rivestono a questo riguardo le analisi fenomenologiche che Max Scheler ha dedicato al processo etico dell'imitazione. Egli ha distinto il capo dal modello. Il capo agisce per via d'autorità e di comando; la sua influenza si esercita mediante l'obbedienza. Il concetto di modello, invece, dice tutt'altra cosa. Il "modello", nel senso profondo della parola, implica sempre un'idea di valore. Agisce per via d'esempio o mediante la forza che promana dalla sua personalità. Non impone il valore; questo piuttosto diventa vivo e attraente attraverso il modello. Quelli che lo seguono reagiscono alla sua influenza mediante un atteggiamento proprio che è l'imitazione (Nachfolge). Quest'ultima non va intesa nel senso di copia, di riproduzione materiale (Nachahmung). I capi non muovono che la nostra volontà; i modelli strutturano il nostro stesso essere. Scheler definisce il modello come «il valore incarnato in una persona, una figura ideale che è continuamente presente all'anima dell'individuo o del gruppo, così che questa prende a poco a poco i suoi tratti e si trasforma in essa: il suo essere, la sua vita, i suoi atti, coscientemente o incoscientemente, si regolano su di essa, sia che il soggetto abbia a felicitarsi di seguire il suo modello, sia che abbia a rimproverarsi di non imitarlo» 7.

Anche se Scheler conosce la fedeltà riflessa e cosciente verso un modello, la sua analisi si sposta soprattutto su quella specie di fedeltà "vitale", che si imprime misteriosamente nell'anima, pur sfuggendo alla percezione distinta, e magari alla coscienza, di colui che essa anima. «La persona (o il gruppo) che segue un modello non ha bisogno di conoscerlo in maniera cosciente e di sapere che essa lo ha per modello e che, giorno dopo giorno, forma il proprio essere sul suo, modella la propria personalità sulla sua. Arriverò anche fino ad affermare che molto raramente essa lo conosce come un ideale di cui sarebbe capace di definire il contenuto positivo e che essa lo conosce tanto meno quanto più la sua azione formatrice è più potente su di sé» 8.

Il "discepolo", in ogni caso, non obbedisce a una forza di suggestione che emanerebbe da un modello; e neppure lo copia. La sua condotta cambia in quanto il modello esercita su di lui un'"attrazione" (Zug), la quale, sviluppandosi e precisandosi, diventa amore 9. Questo amore non concerne questo o quell'aspetto o atto del modello, ma il centro stesso di tutto il suo essere, la sua essenza spirituale, alla quale arriviamo così a partecipare. Sotto

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questa forma la relazione di fedeltà è atta a suscitare nel discepolo una trasformazione morale, una conversione del suo spirito, un rinnovamento del suo essere che né l'obbedienza, né il rispetto di norme astratte potrebbero produrre. L'origine e lo stimolo efficace al progresso morale bisogna cercarlo nell'influenza di persone concrete, dal destino esemplare, e non in regole puramente formali di portata universale.

Alla stessa conclusione giungeva anche Bergson, quando opponeva la morale chiusa, fondata sulla generalità imperativa di formule impersonali, e la morale aperta, la quale s'incarna in una personalità privilegiata che diventa un esempio: «Perché i santi hanno imitatori; e perché i grandi uomini di bene hanno trascinato dietro a sé delle folle? Non domandano niente, e purtuttavia ottengono. Non hanno bisogno di esortare; non hanno che da esistere; la loro esistenza è un appello» 10.

Da questi filosofi che hanno propugnato un'etica personalista accettiamo le perorazione a favore del modello nella vita morale. Allo stesso tempo impariamo a distanziarci da un'imitazione pedissequa e letterale, che porterebbe a spegnere l'esistenza morale autentica in una serie di tipi fissi. I modelli presentano una certa composizione di valori in una prospettiva storica che, per quanto recente, non si identifica mai con la nostra. Possono servirci da ispirazione, da segni indicatori del cammino; ma non devono sostituire lo sforzo morale creativo richiesto ad ognuno.

c. Psicosociologia del modello eroico ― Un'ulteriore articolazione del discorso ci permetterà di precisare in che senso la cultura attuale autorizza il riferimento a modelli spirituali. Essa ci invita a definire il nostro progetto differenziando il modello spirituale dal modello eroico. Non si tratta di rivisitare la terra degli eroi e degli ideali eroici. Noi viviamo in un'epoca che, a differenza delle precedenti, vuol essere anti-eroica 11. Quando un insieme di valori diventa così carico di vitalità, che la gente vuol vivere di esso e morire per esso, nascono figure eroiche. Gli eroi accompagnano necessariamente un sistema di valori e di pensiero che è stato abbracciato da una comunità. Le motivazioni eroiche cambiano col tempo. Possono derivare dal senso della persona, o dall'idea nazionale, o dallo zelo religioso; così Achille cede il posto a Enea, per venir soppiantato da Parsifal. Sempre comunque l'eroe e il sistema di pensiero nel quale è incastonato stanno in una relazione di complementarietà: il primo è l'aspetto attivo del secondo. Valori ed idee, che non danno origine ad eroi, rimangono astratti esercizi mentali; eroi non integrati in un sistema di valori e di idee assomigliano ai vacui abitanti dei fumetti.

Nell'infanzia della cultura umana gli eroi rispondevano al bisogno psicologico di sicurezza, a quello di guida politica e sociale, al bisogno morale di tendere alla perfezione in pensieri ed azioni. La nostra cultura sembra essersi estraniata dal mondo eroico. Abbiamo demitizzato la letteratura sacra con la nostra nuova capacità di leggere e comprendere i testi antichi; abbiamo deromanticizzato le grandi personalità del passato con la nostra comprensione dei motivi oscuri che soggiacciono al comportamento umano. L'approccio psicoanalitico negli studi storici ha portato a un sofisticato smascheramento dei proclamati ideali e motivazioni dei grandi uomini del passato. È diventato di moda disprezzare le"buone ragioni" offerte come

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spiegazione del comportamento umano e ci si è scaltriti nella ricerca delle "vere ragioni" nascoste dietro ad esse. Nel vocabolario di queste scienze riduttive non c'è più posto per termini come "grande" o "piccolo" in riferimento alle personalità individuali, tutte esposte a un sospetto metodico. Uno degli aspetti più vistosi di questo umore antieroico è il crescente disincanto nei confronti dei leaders della vita politica nazionale.

Una critica a fondo dell'idea tradizionale di eroe è apparsa nella concezione dell'anti-eroe di tipo esistenzialista. Essa è distinta dai prototipi di eroi negativi come Lucifero o Prometeo per il fatto che deriva da un'esperienza di confusione e d'insuccesso, che è un elemento costitutivo della condizione umana dei tempi moderni. Una giustificazione filosofica estesa dell'anti-eroismo si trova negli scritti di J.-P. Sartre. Il suo intellettuale è condannato all'insuccesso dalla sua stessa lucidità. Perché un tale eroe è necessariamente conscio di sé, è incapace di perdere se stesso buttandosi a corpo morto nell'impegno di un'azione. Quanto più intensamente dà se stesso agli altri, tanto più completamente è solo, prigioniero del suo ego privato. È la sua tragedia, sostiene Sartre 12.

Più che ogni altra forma d'arte il romanzo è servito a riflettere la frattura dell'antico ordine delle cose. Testimoniando il sorgere dell'epoca moderna, ha disegnato per noi un nuovo modello di realtà. Ne è risultato un quadro della realtà così lontano dal mondo dei nostri padri, che la loro tradizionale idea di eroe non è più concepibile come possibilità artistica. All'Odissea di Omero fa riscontro l'Ulisse di Joyce. Leopold Bloom, la cui giornata è scandita dalle funzioni fisiologiche più umili, fa da contraltare all'eroe omerico. Bloom è l'ultimo eroe di oggi; l'aureola di nobiltà che lo circonda è quella della vita ordinaria. È la vita ordinaria, in tutta la sua mondana consistenza, il re e l'eroe di oggi. Tutto dà a credere che, per lungo tempo a venire, nessun eroe sarà più nostro compagno di viaggio.

Ci piaccia o no, dobbiamo tener conto di questa situazione quando ci proponiamo di presentare delle avventure spirituali personali come modelli. Sulla nostra cultura soffia un vento antieroico che minaccia naufragi. Sempre più numerosi sono coloro che sottopongono al vaglio di un'analisi accurata le figure emergenti del nostro tempo prima di accettarle come straordinarie. Troppe tra di esse si rivelano il prodotto dei fabbricanti d'immagini. In passato molto facilmente sono stati adottati eroi; spesso siamo stati disillusi. Ora siamo più cauti. Una cosa è certa: una figura spirituale che oggi pretenda udienza deve evitare di presentarsi con il cliché dell'eroe. Neppure la versione ecclesiastica dell'eroe, cioè il santo, puro nelle motivazioni e sovrumano nell'esercizio della virtù, gode accesso presso gli scettici figli della nostra epoca. Perciò un modello spirituale, così come la critica del sapere e le esigenze dell'etica lo richiedono, non vuol essere una versione aggiornata dell'eroe.

La seconda parte di questa trattazione dei presupposti metodologici del nostro progetto intende tracciare in positivo le caratteristiche di un modello spirituale dal punto di vista della teologia.

2 . Verso una teologia della vita

a. L'attenzione al vissuto storico ― Tra le numerose richieste di un rinnovamento teologico che faccia fronte alla crisi attuale un'istanza originale è quella

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che auspica il ritorno a una dimensione narrativa del far teologia 13. La proposta può apparirci ovvia, qualora si consideri che i testi su cui si fonda il cristianesimo sono delle narrazioni. Gesù di Nazaret ci si presenta prevalentemente come una persona narrata; i discepoli compaiono in veste di persone che ascoltano e trasmettono questi racconti; il cristianesimo è strutturato come comunità narrante.

Ben presto, tuttavia, il cristianesimo perse la sua innocenza narrativa. Nel mondo ellenistico in cui esso si inserì, già da tempo il narrare (il mythos) era subordinato al ragionare (il logos). La teologia ha svolto la funzione di tramutare, nel modo più celere e completo possibile, le storie tramandate in non-storie, in sistema speculativo di nozioni. Nell'epoca moderna il divorzio tra sistema teologico ed esperienza religiosa, tra dogmatica e mistica, è andato radicalizzandosi. La biografia religiosa, cioè l'articolarsi della storia personale vissuta dinanzi a Dio, si è allontanata sempre più da ciò che la teologia scientifica ha riconosciuto come suo compito. Quest'ultima, erigendo a sistema il suo disdegno di un contatto con la vita, si è mutata in una dottrina che scambia l'atrofizzazione per oggettività scientifica.

Una perorazione a favore del narrare rischia di cadere oggi nell'indifferenza. Non solo le scienze argomentative, ma anche quelle storiche disdegnano sempre più il narrare. Nella società contemporanea sembra che, al di là della sbrigativa trasmissione di notizie, non ci sia più posto per il racconto. Critici della cultura di profonda intuizione, come Walter Benjamin e Th. W. Adorno, hanno diagnosticato la fine del narrare. Eppure la teologia, se vuol essere un vero servizio al messaggio cristiano, non può ripudiare pusillanimemente il narrare. Il teologo J.B. Metz ha proposto una rivalutazione teologica del racconto ricorrendo alla categoria del "ricordo pericoloso". È una deformazione riservare il potenziale narrativo cristiano ai bambini ingenui; esso ha in realtà effetti critici e liberatori: «Narrano i "piccoli" e gli oppressi; ma questi non raccontano soltanto storie che li inducono continuamente a celebrare la propria oppressione e stato di minorità, ma anche storie pericolose, miranti alla libertà... La forza critico-liberante di queste storie non si può provare a priori o ricostruire; bisogna che ci si imbatta in esse, le si ascolti e possibilmente le si ripeta. Ma non esistono forse anche nella nostra epoca cosiddetta post-narrativa "narratori" delle più diverse specie, che fanno capire ciò che le storie possono essere: e appunto, non soltanto creazioni artistiche, produzioni qualsiasi, private, bensì racconti con effetti stimolanti sulla società, in certa misura critico-sociali, quindi "storie pericolose"?» 14.

Una teologia che, privilegiando il narrare, riuscisse a riconciliare dogmatica e storia vissuta, diventerebbe estremamente significativa per il cristiano medio. Perché è proprio il vissuto storico del popolo, l'esperienza religiosa quotidiana dei credenti che si troverebbe rispecchiata nel racconto di vite singolari. Una teologia siffatta sarebbe tanto più rilevante in quanto viviamo in una società in cui i possibili modelli di vita appaiono come prefabbricati, dotati di un marchio stereotipo, che corrode le anime con la stanchezza della loro identità o con la noia della ripetizione in serie.

Sarebbe impreciso affermare che questa dimensione narrativa.

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centrata sul vissuto individuale, sia stata completamente bandita dalla prassi ecclesiale. La teologia i cattolica, in polemica più o meno diretta con quella protestante, ha sempre sottolineato che l'eredità cristiana è portata dalla tradizione vivente, la quale si esprime nella vita stessa dei cristiani, in particolare dei santi. La venerazione dei santi ha prodotto tanto le numerosissime biografie di tipo devozionale, quanto il lavoro scientifico dei Bollandisti. Ma questa attività si è svolta in un terreno autonomo, senza integrarsi nella teologia vera e propria. Il lavoro teologico è stato dedicato a continuare la neoscolastica di origine tomista, ovvero a investigare quei problemi teologici speciali creati dall'epoca moderna. I teologi professionali non si sono occupati dei santi in modo tematico.

Tra i teologi di rilievo spiccano solo due eccezioni. La prima è costituita da Romano Guardini. In tutta la sua opera — come dichiara nell'introduzione a Libertà grazia destino — egli ha tentato di raggiungere «uno sguardo d'insieme che abbracciasse l'esistenza cristiana nella sua complessità», così come lo possedeva il pensiero cristiano primitivo. Il suo modello ideale era Agostino, il quale «non distingue metodicamente fra filosofia e teologia, e poi tra metafisica e psicologia nella filosofia, e di nuovo tra teologia dogmatica e dottrina pratica della vita nell'ambito della teologia, ma, partendo dall'esistenza cristiana nel suo complesso, ferma la sua meditazione su questo complesso e sulla molteplicità dei suoi contenuti» 15. Per un tale progetto teologico il concreto del vissuto storico dei cristiani eminenti è un terreno di elezione. Guardini ha affrontato esplicitamente la portata teologica della vita dei cristiani in un volume, Il santo nel nostro mondo, progettato come introduzione a una serie di vite di santi. Nei santi egli vede dei modelli per nuovi stili di esistenze cristiane; essi aprono sentieri che altri possono seguire. Guardini auspica «un nuovo genere di santi», che possa incarnare la santità di questa generazione. La via non è oggi quella del distacco e dell'ascetismo; si deve compiere mediante un abbandono obbediente alle direttive di Dio così come queste sono mediate dalla situazione secolare nella quale uno si trova. La via del santo non sarà perciò straordinaria, e nessuno potrà identificare facilmente un santo moderno.

Il vissuto storico ha un posto ancora più organico nella visione teologica di Hans Urs von Balthasar. Nella sua opera di maggior impegno, Herrlichkeit, egli si è proposto di dar corpo a un'"estetica teologica", vale a dire a una contemplazione del Dio della rivelazione cristiana, non in quanto comunica la verità o in quanto si mostra benevolo verso l'uomo, bensì in quanto si avvicina all'uomo per manifestare se stesso «nell'eterno splendore del suo amore trinitario» 16. In altri termini, una contemplazione di Dio alla luce non delle tradizionali categorie del "vero" e del "buono", bensì di quella del "bello". Tutto ciò che è bello e splendido al mondo è l'epifania, lo splendore dei principi d'essere potenti e nascosti che mediante la rivelazione di Dio in Cristo emergono in una figura espressiva.

L'estetica teologica ha il compito di dare alle proposizioni astratte il colore e la pienezza propri della storia. Perciò il teologo svizzero, dopo aver considerato nel primo tomo della sua opera il sole divino in se stesso, nel secondo si volge ai raggi che esso proietta sull'umanità. Fa sfilare perciò

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sotto i nostri occhi tutta una serie di teologi cristiani e di personalità spirituali eccezionali, scelte in ragione della loro importanza storica. La pluralità delle loro visioni cristiane del mondo mostra la gloria della rivelazione divina nella diversità delle sue manifestazioni. È come lo scindersi della luce bianca nella molteplicità dei colori al passare attraverso il diamante. Le testimonianze di vita e di dottrina di teologi, di laici e di "spirituali" vengono semplicemente giustapposte, nella coscienza dell'impossibilità di ridurre a sistema la molteplicità delle contemplazioni storiche di Dio nella sua bellezza. Agostino viene presentato accanto a Dante, Giovanni della Croce accanto a Péguy. Nel complesso von Balthasar rivolge un'attenzione più accurata ai laici che ai teologi di scuola. E a ragione: dai laici è sorta spesso un'opposizione contro le angustie della teologia cristiana ridotta a formazione pastorale, a specializzazione, a routine accademica. Con gli occhi fissi sulla storia del mondo e sul presente, cristiani di eccezione sono stati sorgente di creatività per la vita cristiana più che qualsiasi sistema teologico. A questo apporto originale nella comprensione della bellezza del volto umano di Dio l'opera di von Balthasar vuol rendere omaggio.

La menzione esplicita dell'opera dei due teologi valga a suggerire quale profitto può trarre la teologia dall'assumere come punto di partenza il vissuto concreto dei cristiani. Il fatto che questi tentativi teologici valgono come eccezioni sottolinea quanto sia urgente adottare un modo di far teologia in cui sia fatto il debito posto alla visione spirituale di alcuni cristiani esemplari.

b. Biografia come teologia ― Abbiamo prestato orecchio alle voci che da più parti reclamano un rinnovamento per la teologia a partire da una accresciuta attenzione al vissuto storico. È stato considerato anche qualche abbozzo di realizzazione in questo senso. Ora possiamo definire meglio il nostro progetto, precisando il suo scopo e il suo metodo. Per fissarlo in una frase: intendiamo investigare alcune vite in cui il principio direttivo della fede cristiana ha saputo creare, mediante una singolare coerenza di azione e di dottrina, una forma nuova di esistenza evangelica 17.

Le credenze cristiane non sono infatti "proposizioni" da catalogare e giudicare con criteri imposti da un riferimento esterno ed oggettivo, bensì convinzioni vive che danno forma a vite attuali e a comunità attuali. L'esame critico congruente con le credenze cristiane è dunque quello che comincia con l'attenzione alle vite vissute. Facciamo qui profitto delle istanze di ordine epistemologico ed etico che abbiamo accolto dalla cultura contemporanea.

Abbiamo notato che la scienza dipende da modelli, l'arte da forme astratte, la religione da immagini. Non intendiamo rigettare questi campi della conoscenza umana, bensì aprire la via alla piena manifestazione della visione che essi evocano. Il modello si apre sul mistero, cioè sulla vera cosa di cui è questione nella scienza, nell'arte e nella fede. Pur essendo il modello inadeguato ad esprimere la totalità del mistero, resta purtuttavia una via legittima — anzi, l'unica valida — verso di esso. Parlare veramente e fedelmente di Dio è parlare mediante modelli, immagini, analogie: non abbiamo altra scelta. La convalida della visione evocata dal discorso teologico dipende in parte dalla qualità della vita che traduce e incarna questa stessa visione. Le vite che portano un'immagine recano testimonianza alla visione

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che esse rappresentano. Per questo la teologia non può prescindere dal materiale biografico. La teologia è sostanziata di biografia. Volgendosi a queste vite di credenti, la teologia trova la via per riformare se stessa, per rendere credibile il suo discorso — "mollando" ciò che non può "dimostrare" —, per accrescere la fedeltà alla visione originaria e l'adeguamento alla nostra epoca.

Questo procedimento si differenzia da quello con cui la chiesa, nel suo magistero ufficiale, propone autorevolmente dei santi canonizzati come concreto esempio di vita cristiana per una determinata epoca o per alcune categorie di persone. La nostra ricerca di modelli si porta verso quelle personalità singolari che, nel nostro tempo, hanno vissuto l'essenziale del cristianesimo in modo creativo diventando così spontaneamente punti di riferimento por numerosi altri credenti in ricerca. Nella comunità cristiana appaiono infatti di tanto in tanto delle vite singolari o impressionanti, vite di persone che danno corpo alle convinzioni della comunità in un modo originale; che condividono la visione della comunità, ma con un nuovo orizzonte e una nuova forza; che mostrano lo stile della vita cristiana della comunità, ma con differenze significative.

L'impatto di queste vite dischiude, amplia e forse corregge la visione spirituale della comunità, operando come stimolo contagioso o come attrazione nel senso di Max Weber. Soprattutto risveglia altre convinzioni della comunità, circa il suo modo di intendere Dio, la sua concezione dell'uomo, il suo apprezzamento della terra e dell'attività umana.

La vita di queste personalità significative, con la sua attrazione e bellezza, può fornire elementi ai pensatori cristiani, realizzando così l'auspicata fecondazione della teologia ad opera del vissuto concreto. Anzi, si può vedere uno dei compiti specifici della teologia precisamente nell'impegno ad abbordare questo tipo di riflessione. Sia il magistero che la teologia, dunque, possono e devono occuparsi della vita dei cristiani esemplari: il primo per canonizzare i santi ufficiali, la seconda per elaborare una riflessione sul vissuto concreto della fede. Ma dal punto di vista che è il nostro la presentazione di modelli spirituali svolge una funzione che si differenzia sia da quella autoritativa del magistero che da quella dottrinale della teologia. Essa si propone di rendere sensibile allo sguardo interiore la sintesi vitale del messaggio cristiano realizzata da alcuni credenti del nostro tempo. Nell'esperienza cristiana la parte connessa alla rappresentazione visuale è particolarmente importante. Basti pensare al posto che occupa la visione interiore negli Esercizi spirituali di s. Ignazio e l' ↗ immagine nella pittura sacra, in quanto supporto della meditazione e rappresentazione d'uno sguardo interiore 18. Il postulato teologico che fonda il primato dello sguardo è l'incarnazione: Dio si è fatto uomo, quindi visibile. Anche la biografia degli uomini che si situano nella sequela dell'unica immagine adeguata, Gesù di Nazaret, può essere colta dallo sguardo dei credenti come una sua trasparenza. Più precisamente, siamo autorizzati a considerare la vita di questi cristiani eccezionali come una parte della vita del Cristo, il risorto che effonde il suo Spirito ed anima la comunità dei discepoli attraverso i secoli. Essi sono in Cristo; il Cristo è in loro (cf Gal 1,22; Rm 8,10). Perché la vita del Cristo non può essere detta senza l'intero NT, senza l'intera storia del

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"movimento" che ha preso origine dal vangelo, senza la vita dei suoi seguaci nel corso dei secoli.

L'attenzione privilegiata all'aspetto visuale di questi modelli spirituali ci suggerisce di evidenziare soprattutto le immagini dominanti nelle vite che presentiamo. La convergenza di tali immagini costituisce la visione spirituale omogenea, che caratterizza una persona. I nostri profili non saranno perciò delle biografie nel senso tradizionale della parola; e neppure delle esplorazioni psico-biografiche sul tipo di quella che Erik Erikson ha dedicato a Martin Lutero. Ci applicheremo piuttosto a mettere in rilievo la visione dominante di questi credenti, quella che ha governato la loro vita e l'ha unificata in un tutto significativo per i contemporanei.

Ciò che ci interesserà non saranno dunque le virtù personali — a differenza dell'agiografia classica —; e neppure la consistenza teologica del loro vissuto — compito di un'auspicata "teologia della vita" —. L'elemento dottrinale nella vita di questi modelli spirituali non è primario: è la loro vita che attira. Possiamo filtrare ed eventualmente erigere a sistema la loro visione spirituale. Ma se il mondo dottrinale di questi testimoni ci attira è perché è stato dapprima incarnato nella loro vita e può esserlo di nuovo nella vita di altri. Quando penetriamo nel loro universo interiore non incontriamo solo delle proposizioni che appagano intellettualmente, bensì riflessi del mistero di cui quegli uomini hanno vissuto. Cercheremo dunque di tratteggiare un'immagine globale, bella per lo sguardo spirituale, che visualizzi una possibilità autentica per chi voglia vivere con fedeltà e creatività il vangelo oggi.

Questo tipo di considerazione tende a coinvolgere. Entriamo in un movimento che ci porta dalle vite che esaminiamo alla nostra stessa vita; gli esaminatori diventano esaminati. Questi "modelli" spirituali diventano per noi significativi nella misura in cui poniamo loro le nostre questioni sulla sequela di Cristo in quanto figli della nostra epoca. Essi ci interpellano. Non vogliono essere né esaminati, né copiati: vogliono essere piuttosto uno stimolo a una nuova creatività nella vita spirituale.

II. MODELLI SPIRITUALI

1. Charles De Foucauld: l'imitazione di Cristo di un "fratello universale"

Basta appena evocare il suo nome per scatenare una serie di associazioni mentali: fascino sempre nuovo della vita contemplativa; fioritura di vocazioni religiose tra uomini e donne che ambiscono di condividere l'esistenza dei più umili come "piccolo fratello" o "piccola sorella"; riscoperta della missione cristiana a partire dalla silenziosa presenza di servizio. La stella di Charles de Foucauld ha sorpreso gli osservatori del firmamento spirituale per la sua traiettoria assolutamente imprevedibile. Niente, durante la sua vita, faceva presagire il "successo" strepitoso che avrebbe fatto di lui una delle figure più rappresentative della spiritualità cristiana del nostro secolo. Personalmente, egli ha perseguito un ideale di nascondimento, che l'ha portato a rinchiudersi, volta a volta, in trappe, in conventi di clausura, in eremi nel deserto. L'unica opera vagheggiata e ripetutamente tentata — la fondazione di comunità religiose che vivessero nello stile di "piccole fraternità" — è caduta nel vuoto durante la sua vita (1858-1916); si sarebbe realizzata soltanto vent'anni dopo la sua morte.

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La sua vita spirituale si è svolta in varie tappe, che egli ha però tempre vissuto da outsider delle istituzioni ecclesiastiche tradizionali. Entra in un primo momento in una trappa per santificarsi osservando la regola cistercense; ma ben presto l'abbandona per esplorare vie nuove, attratto — all'apparenza — da quella misteriosa vertigine che porta certi animali a preferire i sentieri che si affacciano sulle voragini. Abbandona la dignità dello stato monastico per andare a fare il domestico di un convento di Clarisse a Nazaret; si trasferisce poi a Beni Abbès, in Algeria, a testimoniare Cristo tra i musulmani, ma al di fuori del quadro della missione di tipo coloniale; si ritira poi a Tamanrasset, nel centro del Sahara, per condividere la vita dei poverissimi Tuareg, anzi per diventare uno di loro. Monaco senza convento, sacerdote senza comunità, missionario senza appoggio del soldato e del mercante: Charles, "fratello universale", sembra aver avuto il dono di creare forme atipiche di vita cristiana, che si staccano su quelle omologate del suo tempo. É proprio questa sua creatività che affascina i credenti di oggi. La sensibilità contemporanea ama sottolineare che la vita spirituale è ricerca, più che ricalco passivo di moduli collaudati. La fedeltà, in campo etico e spirituale, è qualcosa di più che un'ancora gettata una volta per tutte nel passato: essa è al tempo stesso una molla tesa verso un futuro senza volto. Nella vita di Charles de Foucauld la fedeltà ha mostrato che la stabilità non è contraria alla novità, alla continuità, alla creatività. Le forme molteplici che assume il suo progetto di vita si lasciano ricondurre agevolmente all'unità sintetizzandosi in un'immagine unica, la più antica e la più plastica della storia della spiritualità cristiana: l'imitazione di Cristo.

La vita nello Spirito di Charles de Foucauld sembra rispondere, al massimo grado, alle esigenze di una spiritualità dell'imitazione nella sua espressione più lineare. Già all'epoca della sua conversione era stato colpito da una frase dell'abbé Huvelin, colui che resterà per tutta la vita il suo padre spirituale: «Gesù Cristo ha talmente preso l'ultimo posto che nessuno glielo può rapire». Questa parola diventerà la cometa dietro cui si snoda la sua vita. Da quando i credenti musulmani ed ebrei, incontrati casualmente, avevano aperto nella sua vita di raffinato epicureo uno spiraglio di inquietudine religiosa, era stato preso nella spirale dell'assoluto: «Appena credetti che c'è un Dio, compresi che non potevo fare altrimenti che vivere solo per lui». La conversione al cristianesimo gli indica poi in Gesù di Nazaret la via per accedere al Dio inaccessibile; da quel momento non avrà altra cura che quella di cercare l'ultimo posto tra gli uomini del suo tempo, perché solo là potrà essere vicino al Cristo, dando corpo così all'aspirazione a vivere solo per Dio.

Cercare l'ultimo posto e condividerlo col Cristo per essere totalmente di Dio: questa è l'idea che unifica tutta la vita di colui che ha voluto chiamarsi "Charles di Gesù". Ma gli uomini dello Spirito più che di idee si nutrono di immagini. L'immagine dominante nell'universo di Charles de Foucauld è stata: Gesù carpentiere a Nazaret. Altri sono stati attratti da Gesù maestro e profeta del regno, o terapeuta benefico, o uomo dei dolori. Charles de Foucauld ha privilegiato il Gesù che salva il mondo come oscuro falegname di un remoto paese della disprezzata Galilea.

Ritroviamo questa immagine ad ogni

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latitudine della sua ricerca spirituale. In particolare in quel momento che può essere considerato come il tornante decisivo della sua avventura cristiana: l'abbandono della vita cistercense per avventurarsi nell'inesplorato. Scriveva in quel periodo: «Ho sete di condurre la vita che cerco da sette anni (che ho inutilmente cercato alla trappa), che ho intravista e indovinata camminando per le strade di Nazaret, già calpestate dai piedi di Nostro Signore, povero artigiano nascosto nell'abiezione e nell'oscurità». Il suo cammino si definisce come una sequela del Gesù nascosto di Nazaret: «Vedo chiaramente che la volontà di Dio è che io lo segua in una perfetta conformità alla sua vita».

Charles de Foucauld non ha teorizzato nessuna via spirituale nuova. Se, di fatto, ha innovato, nelle sue intenzioni tuttavia non rileviamo altro che un progetto essenziale e monolitico: imitare il Cristo. Il miglior riflesso della sua ricerca è dato dall'opuscoletto in cui ha raccolto alcuni testi evangelici sotto il titolo Il Modello unico. Il titolo stesso e l'esergo («Il servitore non è più grande del suo Maestro; è perfetto se è simile al suo Maestro... Seguitemi!») riassumono tutta la sua "dottrina" spirituale. Per il resto l'opuscolo non contiene che le parole di Gesù — su se stesso, sul Padre, sullo Spirito, sulla nostra vocazione —, mescolate agli esempi che egli ha dato. Charles traccia il ritratto del Gesù che lo ha sedotto; questa immagine, contemplata e ritoccata con amore instancabile, è diventata vivente tramite la sua propria vita.

Nei suoi scritti il tema sinfonico dell'imitazione ritorna costantemente, quasi sènza variazioni. Scriveva, ad esempio, ad una religiosa: «Il mezzo più semplice e migliore per unirci al cuore del nostro Sposo è di fare, dire, pensare tutto con lui e come lui, tenendosi alla sua presenza e imitandolo... Qualunque cosa uno faccia, dica, pensi, dirsi: come faceva, diceva, pensava egli in simile circostanza, che cosa farebbe, direbbe, penserebbe al mio posto? Gesù stesso ha indicato ai suoi apostoli questo metodo così semplice d'unione con lui e di perfezione: "Venite e vedete" ... Venite, cioè "Seguitemi, venite con me, seguite i miei passi, imitatemi, fate come me"; vedete, cioè "Guardatemi, tenetevi alla mia presenza, contemplatemi"... Presenza di Dio, di Gesù, e imitazione di Gesù: qui si trova tutta la perfezione».

Con le parole e con la pratica Charles de Foucauld si è situato inequivocabilmente in quel filone di spiritualità cristiana che può essere sommariamente designato come "imitazione di Cristo". Esso è collegato organicamente con lo sviluppo della devozione all'umanità del Cristo, di origine medioevale. Il movimento francescano è stato la sua culla e Francesco d'Assisi il suo frutto ineguagliato 19. Benché il verbo "imitare" non si ritrovi letteralmente nel vangelo, i cristiani hanno compreso che l'invito a "seguire" Gesù significava un appello a imitarlo.

L'equazione tra sequela e imitazione è stata stabilita per la prima volta da Agostino («Quid est enim sequi nisi imitari?») Soltanto con la riforma protestante si assiste ad una rimessa in discussione della dottrina dell'imitazione. Alla predicazione di Cristo-modello Lutero ha opposto la predicazione di Cristo-salvatore. Non si tratta di un'insignificante rotazione di termini: nel sottofondo è riconoscibile la dottrina della giustificazione mediante la sola fede. Pur ammettendo che il Cristo è allo stesso tempo "dono" ed "esempio", i riformatori hanno

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privilegiato il primo aspetto, al fine di impedire che l'imitazione diventasse un tentativo orgoglioso dell'uomo di acquistare meriti e di salvarsi in forza di essi. All'imitazione di Cristo (Nachahmung) hanno opposto la sequela (Nachfolge), concepita come risposta, nella fede e nell'obbedienza, alla chiamata del Cristo.

La critica luterana ha a suo favore delle buone ragioni. Non si può imitare il Cristo come un essere umano. Lo sforzo del credente di assomigliare al suo Maestro si sviluppa nel campo della grazia e non in quello dell'impegno volontaristico; è perciò più opera dello Spirito che dell'ascetismo. L'imitazione spirituale cristiana ha inoltre delle caratteristiche peculiari: è sacramentale, oltre che morale (nelle lettere di s. Paolo è esplicitato il valore imitativo dei sacramenti del battesimo e dell'eucaristia); è ecclesiale, oltre che individuale (solo la chiesa possiede l'immagine integrale e autentica del Cristo-modello; ed è la chiesa che garantisce la fedeltà e la validità della nostra imitazione del Cristo). Charles de Foucauld offre con la sua vita la prova che l'imitazione letterale non coincide col letteralismo. Sulla scia di Francesco e di altri numerosi cristiani nel corso dei secoli, egli ha cercato di raggiungere, attraverso la lettera che uccide, lo Spirito che salva. Questi è anche lo Spirito che «fa nuove tutte le cose». Perché un'imitazione che tenda ad interiorizzare lo Spirito di Cristo è fonte di novità.

L'imitazione di Gesù Cristo resta un'esigenza costante della vita cristiana, dal momento che questa si struttura come una ↗ "sequela" 20. Il carisma di Charles de Foucauld sembra essere quello di ricordare a noi, che percorriamo il secolo che egli ha inaugurato, questa verità essenziale. Forse è proprio necessario che, in ogni epoca, sorgano degli uomini che praticano un tipo d'imitazione letterale più accentuata per richiamare gli altri cristiani a ciò che costituisce il nucleo specificante e irrinunciabile di ogni vita cristiana.

Charles di Gesù, "fratello universale", è morto in modo sorprendentemente simile a quello del Cristo. Tradito da uno dei suoi, ha subito una morte violenta ad opera di alcuni rivoltosi. Egli stesso, nel suo ardore di imitazione, aveva desiderato il martirio come modo migliore per consumare l'estrema rassomiglianza col Cristo. Così è morto. Semplice coincidenza? Oppure sigillo di Dio alla vita di colui a cui era affidata la missione di rendere visibile per il XX secolo che la forma essenziale per la vita cristiana è quella che gli ha dato, una volta per tutte, Gesù di Nazaret?

2. Madeleine Delbrel: santità per la gente delle strade

Padre J Loew, il cui nome è legato alla pionieristica attività missionaria in ambiente operaio, ha definito Madeleine Delbrel come «una donna preparata da Dio per trent'anni a farci vivere il postconcilio». Effettivamente, benché la sua attività si sia svolta in decenni precedenti il Vat II — è morta nel 1964, all'età di sessant'anni —, Madeleine Delbrel ha cominciato ad essere conosciuta da gruppi sempre più vasti di cristiani solo in seguito all'ondata di rinnovamento successiva al concilio. La sua popolarità, tuttavia, non è ancora tale che possa dispensarci dall'offrire qualche essenziale cenno biografico.

Figlia di un funzionario delle ferrovie francesi, ebbe una giovinezza brillante, ravvivata dall'arte, dalla poesia (a 22 anni otteneva un premio per un volume di poesie), dallo studio della filosofia. L'ambiente influì negativamente

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sulla sua vita religiosa; perse la fede. Scriveva allora: «Dio è morto; viva la morte». Poi, un giorno, si è ripetuto l'evento della via di Damasco; a sua detta, «una conversione violenta fece seguito a una ricerca religiosa ragionevole». La donna nuova che emergeva dalla prova dell'incredulità era ormai segnata da tratti inconfondibili che l'accompagneranno per tutta la vita. H.U. von Balthasar ha descritto il suo carattere e quello dei suoi scritti mediante coppie di paradossi: profonda serietà e humor sorridente, infantile "sapersi in Dio" ed esatta, realistica analisi dell'ambiente sociale e psicologico, ecclesialità fin nel midollo delle ossa e completa libertà dai clichés ecclesiastici. Solo la qualità della sua preghiera le permise di assumere queste contraddizioni in un'opera di vita unitaria.

Madeleine si sentì afferrata per sempre e si diede a Dio senza riserve. Ma invece di consacrarsi a lui in un Carmelo, come aveva pensato in un primo tempo, decise di vivere in mezzo al mondo il duplice amore di Dio e del prossimo. Nel cuore delle masse; e non per un ripiegamento rassegnato, ma nella piena coscienza delle possibilità spirituali offerte dalla situazione mondana.

In un saggio, che è stato assunto come titolo per una raccolta postuma dei suoi scritti, ha sviluppato la spiritualità di coloro che si riconoscono figli della città. Lo ha intitolato: Noi delle strade:

«C'è gente che Dio prende e mette da parte.

Ma ce n'è altra che egli lascia nella moltitudine, che non "ritira dal mondo".

È gente che fa un lavoro ordinario, che ha una famiglia ordinaria, che vive un'ordinaria vita da celibe. Gente che ha malattie ordinarie, e lutti ordinari. È gente dalla vita ordinaria. Gente che s'incontra in una qualsiasi strada.

Costoro amano il loro uscio che si apre sulla via, come i loro fratelli invisibili al mondo amano la porta che si è rinchiusa definitivamente sopra di essi.

Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra santità».

Madeleine ha attribuito ai cristiani audaci del nostro tempo la possibilità di trovare nel fitto della vita cittadina ciò che gli eremiti cercano nel deserto e i religiosi dentro le mura dei conventi: la contemplazione amorosa del loro Signore. Ha rivendicato la libertà di vivere gomito a gomito con gli uomini e le donne nostri contemporanei nella fiducia che ciò non si volgerà a discapito dell'amore:

«Noi delle strade siamo certissimi di poter amare Dio sin quando avrà voglia di essere amato da noi... Ciascun atto docile ci fa ricevere pienamente Dio e dare pienamente Dio in una grande libertà di spirito. Allora la vita è una festa».

La santità da gente delle strade che Madeleine si è proposta di vivere ha avuto delle coordinate geografiche ben precise. Lasciando la sua famiglia e il suo ambiente, munita di un diploma di assistente sociale, è andata a stabilirsi a Ivry, un sobborgo operaio di Parigi. Vi resterà per più di trent'anni, fino alla sua morte. In questo angolo di città imparò a conoscere la condizione operaia e la realtà marxista, qui prese coscienza dell'urgenza missionaria. Ivry, diceva Madeleine alla fine della propria vita, fu la sua scuola di fede applicata. Ella stessa descrisse la sua esperienza in un libro dal titolo programmatico: Città marxista, terra di missione.

Nella città comunista degli anni '30

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scopriva una situazione di conflitto acuto: i cristiani si comportavano come una minoranza autoctona che subisce un invasore: i sacerdoti e i cattolici notori erano salutati per le strade con sassi e insulti; tra i bambini si ingaggiavano vere battaglie nei caseggiati e nelle scuole. La popolazione sembrava divisa tra cattolici e comunisti; da ogni nuovo arrivato si pretendeva che dichiarasse la propria appartenenza e prendesse posizione negli schieramenti precostituiti.

I cristiani che vivevano a Ivry mostravano di essersi abituati alla situazione. Madeleine invece non l'accettò. Osservando la sua "città marxista" con occhi non di parte, rilevò che tra cattolici e comunisti la separazione ufficialmente sbandierata copriva una trama di relazioni inevitabili; la religione vivente e l'ideologia militante volevano la rottura, ma la rottura totale non esisteva perché era impossibile. Nella densa trama di questo tessuto di relazioni umane si insediò Madeleine. Trovò spontaneo assumere il posto che si era assegnata con la decisione di fare della strada il suo convento. Il suo lavoro di assistente sociale, che svolse con passione e competenza, la destinava inoltre alla partecipazione piena alla vita della città.

Il quartiere diventava la base missionaria di Madeleine. Missione è altra cosa che quel proselitismo che costituisce una tentazione per tutti i gruppi di impronta ideologica, quindi tanto per i cristiani quanto per i comunisti. Madeleine descrisse con acume la seduzione comunista, le sue attrattive reali, l'abnegazione eroica dei suoi militanti, la loro lotta sincera contro l'ingiustizia. È comprensibile che, del tutto onestamente, questi uomini abbiano sperato di "convertire" Madeleine, che essi sapevano in accordo così profondo con ciò che essi stessi pensavano «sul mondo scandaloso in cui ci troviamo a vivere insieme e l'efficacia che esigerebbe la soppressione del suo scandalo».

Neppure per un minuto ella pensò di «barattare Dio» o di «mollare Cristo anche d'un capello»; delle proprie disposizioni più profonde ha testimoniato Madeleine stessa: «Sono stata e resto abbagliata da Dio. Mi era, come mi resta, impossibile mettere su una stessa bilancia Dio da una parte, dall'altra tutti i beni del mondo, che sia per me o per tutta l'umanità». Ma avendo stabilito un vero incontro con i marxisti, ispirati dall'ateismo, sulla base dell'identica lotta per la stessa giustizia umana, Madeleine veniva a trovarsi nel conflitto più tipico in cui si dibattono tanti cristiani nostri contemporanei.

Nel libro già menzionato Città marxista, terra di missione M. Delbrel affronta senza ambiguità la questione che si pone ai credenti: «Per resistere al rischio marxista e per dare una risposta apostolica, appare necessario ritrovare nella fede i motivi di ogni vita missionaria, i due comandamenti del Cristo, inseparabili e simili, ma dei quali il secondo non è così grande che per il fatto che è la conseguenza del primo. Del rischio marxista io non penso che gli ordinamenti o le discipline bastino a difendercene. Le sue tentazioni sono troppo intime a certe inquietudini, la sua sottilezza trasferisce troppo abilmente aspirazioni umane e incompleti, ma dolorosi, bisogni evangelici... Quanto a noi, dobbiamo forse sapere che, giunta a un tale assoluto, la negazione atea, che sia marxista o no, può essere abbordata da molte strade, ma che il suo incontro non può essere "provato" che su un solo terreno che gli sia proprio:

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la roccia stessa della nostra fede».

La fede vissuta in ambiente ateo è continuamente ricondotta dalle negazioni e dagli interrogativi dei non credenti a ciò che è fondamentale nella vita cristiana. In considerazione di questo richiamo alla coerenza Madeleine ha potuto affermare che l'ambiente ateo è una circostanza favorevole per la propria conversione. Nella sua propria vita la concentrazione sull'essenziale si è espressa nel riferimento costante ai "due comandamenti", uniti e interdipendenti, e al vangelo come regola di vita. Ad esso domandava una semplificazione di tutto l'essere, un rifiuto di tutte le acquisizioni anteriori per entrare in un tipo di povertà che rende atti a ogni sorta di incontri. Al vangelo Madeleine ritorna senza stancarsi per cercare di conformarvi la propria vita; lo considera come l'unico statuto del gruppo di vita comune di cui fa parte e di cui è l'animatrice; lo legge e lo rilegge, lo ricopia, lo annota, lo scruta per obbedire a tutti i suoi consigli e per denunciare nella sua vita tutto ciò che potrebbe infrangere la rassomiglianza con Gesù Cristo. Il suo ideale è «il vangelo letto come si mangia il pane».

Il cristiano che è di casa nella città — marxista o no, ma in ogni caso atea — si trova perciò stesso in una situazione missionaria. La missione, secondo una sua definizione, è il «contatto dell'amore di Dio e del rifiuto del mondo. Il cristiano è attraversato dall'uno e dall'altro, che in lui si incontrano. Egli non può non soffrire come di una tentazione vivente. Ma questa prova è la partecipazione alla prova apostolica della chiesa; la chiesa è armata per superarla; la chiesa ha la forza che può resistere e trionfare».

Negli anni '40 la chiesa francese fu attraversata da un brivido. Scoperse, secondo il titolo di un libro celebre, di essere diventata "paese di missione"; il card. Suhard fondava la Missione di Parigi. Madeleine, da parte sua, non cedette agli allarmismi; ella credeva fermamente che la classe operaia porta in sé la missione come una donna che non sappia di essere nelle doglie del parto e che non comprenda nulla del proprio travaglio, paralizzando così in sé il corpo che vuol nascere. Riconoscere il proprio stato significa per la chiesa dare inizio alla nuova missione, quella che avviene nelle strade della città. Madeleine ha salutato in modo lirico il suo sorgere:

«In ogni tempo lo Spirito ha sospinto nel deserto coloro che amano.

Missionari senza battello, attanagliati dallo stesso amore, lo stesso Spirito ci sospinge verso altri deserti.

Dalla sua duna di sabbia il missionario in bianco vede la distesa delle terre non battezzate.

Dall'alto di una grande scalinata di métro, missionari in giacca o in impermeabile, vediamo di gradino in gradino, nell'ora in cui c'è più folla, una distesa di teste, distesa che freme aspettando l'apertura dei cancelli. Cappelli, baschi, berretti, capelli di tutte le tinte. Centinaia di teste: centinaia di anime. Noi, lì in alto.

E più in alto, e dappertutto, Dio».

Inserita nell'équipe di vita comune — l'équipe di cui ella ha riscoperto con parecchio anticipo rispetto al movimento comunitario successivo al concilio il valore umano ed apostolico — Madeleine ha vissuto in prima persona la nuova stagione missionaria della chiesa. L'ha scoperta proprio là dove altri avevano diagnosticato il fallimento definitivo dell'avventura del vangelo. P. Loew

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ha fissato in un'immagine il senso del suo passaggio in mezzo a noi, un'immagine che sarebbe piaciuta a colei a cui è applicata: «Madeleine era attentissima ai segni della Provvidenza: ne vedo volentieri uno nel nome che portava e nella santa che era la sua patrona. Al mattino di pasqua le sante donne trovarono la tomba vuota: gli apostoli, avvertiti, vengono e ripartono. Ma Maria Maddalena non accetta questo vuoto, non accetta la scomparsa del suo Signore: rimane presso la tomba, si china, guarda, non si decide, e finalmente, per prima, rivede il Cristo. Così Madeleine, di fronte alle negazioni dell'ateismo, cerca più profondamente, si affida alle parole del Cristo, e fin quando la risposta infinitamente più bella non le sia data, non abbandona ciò che sembra essere la tomba vuota».

La pazienza contemplativa di Madeleine, insieme alla sua solidarietà operosa con i poveri, ha operato lo stesso miracolo compiuto dall'occhio di un vecchio pontefice, che ha saputo riconoscere la primavera là dove altri denunciavano i grigiori dell'inverno.

3. Martin Luther King: un credente con un sogno

Il pastore battista Martin Luther King è diventato una delle figure emblematiche del nostro tempo. Le sue lotte non violente per l'integrazione razziale dei negri negli U.S.A., il premio Nobel per la pace e la morte violenta in quel drammatico 1968 — per tanti versi un anno di grande svolta nella civilizzazione che andiamo costruendo — gli hanno guadagnato una indiscussa popolarità. Le simpatie hanno dato origine a una specie di "beatificazione" di stampo popolare. Ma per quanto riguarda la comprensione della sua opera e della sua persona l'unanimità è lontana dall'essersi imposta. Tra tutte le interpretazioni quella che lo associa a John Kennedy è forse la più deformante. King si è ben guardato, infatti, dal definire il proprio compito in termini eroici, come invece sembra essersi compiaciuto di fare l'assassinato presidente. «Le grandi crisi producono grandi uomini», aveva scritto Kennedy da giovane; e, una volta assunto il potere, mostrò di avere nelle grandi crisi la sicurezza dell'uomo che si sa scelto dalla insondabile decisione di Dio a «pagare ogni prezzo, portare ogni fardello» per difendere i baluardi della libertà. Niente invece fu più estraneo a M. Luther King che il cliché eroico.

Altri interpreti hanno voluto vedere nella parabola del pastore King puramente e semplicemente un fallimento; egli, per di più, non si sarebbe neppure accorto che provocava egli stesso i disordini che deplorava. Un'altra tesi meno radicale propende per la tragedia: King sarebbe stato un oratore dotato e un politico con potere sulle folle, handicappato però dalla mancanza di abilità nell'organizzazione e dall'ignoranza delle realtà politiche. Un'ulteriore interpretazione preferisce considerare King esclusivamente come un leader razziale, un altro nella lunga serie di ragguardevoli figli d'Africa che hanno condotto il loro popolo sulla via tortuosa che dalla schiavitù conduce alla rinascita nei diritti umani; King sarebbe così essenzialmente il campione della "negritudine" dei negri d'America.

Ogni interpretazione riduttiva è seducente; dà l'illusione di capire facendo economia di sforzi. Ma una comprensione vera non si ha se non si coglie il nucleo generatore delle parole e dei gesti di una persona. Ora, nel caso di M. Luther King, se vogliamo capirlo nella sua propria prospettiva non

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possiamo prescindere dalla sua personale religiosità. La quale, a sua volta, non era qualcosa di generico, bensì quella forma particolare di cristianesimo coltivato dalle comunità battiste negre del profondo sud americano.

King ha indubbiamente introdotto elementi nuovi in tale religiosità. Così, spostando l'accento dal sermone consolatorio del predicatore all'azione di massa nonviolenta, ha dotato di una nuova dimensione il cristianesimo sociale americano, tradizionalmente preoccupato di miglioramenti sociali ma rinunciatario nei confronti delle istituzioni oppressive. Tuttavia il terreno che produsse la sua azione fu, come per i suoi antenati, quello della sua chiesa e la sua sorgente di energia la preghiera. Senza cessare di operare, senza diminuire il suo realismo, a tempo e fuori tempo, King pregò. La sua preghiera fu il dialogo intimo dell'uomo cosciente che la sua risorsa ultima è Dio, non se stesso — tanto meno l'azione politica che conduce —. Dalla sua chiesa King derivò inoltre il bagaglio di immagini bibliche e di reminiscenze sacre che pullulano in tutti i suoi discorsi e i suoi scritti. Non si tratta di puri espedienti oratori. Il cristianesimo negro è impregnato fino all'osso dell'esodo e dei suoi simboli. King ha imparato dai suoi padri, quelli che per secoli hanno composto e cantato gli spirituals, a interpretare la situazione presente e il ruolo del leader per mezzo della bibbia. In armonia con la più pura tradizione biblica, egli si sentiva depositario di un "sogno" destinato a tutto il popolo oppresso; egli doveva conservarlo e trasmetterlo agli sfiduciati e ai disillusi.

Di questo sogno parlò esplicitamente nel memorabile discorso tenuto sui gradini del memoriale di Lincoln a Washington nel 1963, l'anno della grande marcia per ottenere l'approvazione del Congresso al progetto di legge presentato da Kennedy sulla parità dei diritti civili:

«Ho ancora un sogno... Ho il sogno che un giorno questa nazione sorgerà, vivrà il vero significato del suo credo: abbiamo ritenute ovvie queste verità, che tutti gli uomini sono creati uguali. Ho il sogno che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli degli antichi schiavi e i figli degli antichi schiavisti saranno capaci di sedere insieme alla tavola della fratellanza. Ho il sogno che un giorno anche lo stato del Mississipi, uno stato soffocante per l'afa dell'oppressione, sarà trasformato in un'oasi di pace e di giustizia. Ho il sogno che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per il contenuto del loro carattere.

Ho un sogno...».

Gli stessi toni ritroviamo nell'altro famoso discorso tenuto nel marzo 1968 a Menphis, dove King si era recato per portare aiuto ai negri raccoglitori di immondizie che avevano organizzato uno sciopero cittadino. La violenza, l'antico nemico, logorava la compattezza del movimento. Reagendo allo scoraggiamento dell'ora, King evocò un altro testamento della sua visione: «Sono stato in cima alla montagna... Egli mi ha concesso di salire sulla montagna. E ho guardato al di là e ho visto la terra promessa». Se il discorso precedente mutua accenti del profeta Isaia, qui domina l'immagine di Mosè: anch'egli ritiene di aver visto la terra promessa solo dall'alto di una montagna e di dover animare il suo popolo a proseguire la marcia, prima che la pallottola assassina, pochi giorni più tardi, troncasse il suo andare ma non la sua speranza.

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Come pastore, come leader, come uomo di fede egli viete il suo compito nell'animare il suo popolo a far fronte ai sogni infranti senza lasciar avvizzire la speranza. La frustrazione dei negri d'America era quella di aver sognato a lungo la libertà e di essere ancora confinati nell'opprimente prigione della segregazione e dell'oppressione. In un mondo in cui le più elevate speranze non si realizzano, si reagisce abitualmente con l'amarezza, con la rinunzia o col fatalismo. La tentazione tipica dei negri, che vedevano allontanarsi la prospettiva di un rapido cambiamento della loro situazione, era la violenza. Contro di essa, nelle forme spontanee o in quelle organizzate del Black Power o dei Black Panthers, King tentò fino all'ultimo di opporsi. Alla folla negra tumultuante raccoltasi davanti alla sua casa di Montgomery, distrutta da un attentato, il pastore gridava:

«Se avete armi, riportatele a casa; se non le avete, non cercate di procurarvele. Non possiamo risolvere il problema con la violenza della ritorsione. Dobbiamo far fronte alla violenza con la non-violenza... Gesù proclamava: "Amate i vostri nemici; benedite coloro che vi offendono; pregate per coloro che vi perseguitano". Questo è ciò con cui noi dobbiamo vivere».

King era convinto che la capacità umana di affrontare in maniera costruttiva i sogni infranti è determinata, in ultima analisi, dalla fede nel Dio di Gesù Cristo. La fede cristiana ci rende possibile accettare nobilmente ciò che non può essere mutato; affrontare delusioni e dolore con equilibrio interiore, assorbire la frustrazione senza abbandonare l'apertura alla speranza. Rimanendo attaccati ad una speranza infinita, è possibile accettare una delusione finita.

Egli derivava questa sensibilità per le possibilità consolatrici e animatrici della religione dal cristianesimo battista che aveva ereditato. Ma allo stesso tempo era cosciente dei pericoli di tale religiosità. Essa era servita spesso come evasione dal triste quotidiano, come consolazione in forma compensatoria, facendo in tal modo il gioco degli oppressori e consolidando lo sfruttamento. La speranza che egli voleva mantener desta nel suo popolo non doveva servire da oppio. Ciò avviene quando l'uomo crede che la sua fede religiosa lo dispensi dall'azione per cambiare la propria situazione temporale. La fede biblica di King conosce sia il ruolo dell'uomo che il ruolo di Dio nella storia, tenuti insieme da una tensione produttiva. Se egli avesse enfatizzato solo l'etica umanistica della liberazione, sarebbe stato un militante negro in più, deciso a prendere oggi la rivincita per le ingiustizie di ieri; se avesse parlato solo del piano di redenzione di Dio, sarebbe caduto nella religiosità di tipo compensatorio. Ma per King l'uomo deve agire, così come Dio sta agendo. Egli ha affermato che il paradosso cristiano è credibile solo se preso nella sua interezza: «Dio-con-l'uomo». Una sola metà suona falso; le due metà insieme producono invece la vera visione del piano di Dio e il significato della storia degli uomini.

M. Luther King appartenne a quei cristiani per i quali il vangelo non si riduce a un'ispirazione ideale, bensì struttura anche gli interventi volti a rovesciare le situazioni di ingiustizia. L'azione sociale intrapresa a Montgomery e condotta poi su vasta scala nel territorio americano aveva le sue radici nel discorso della montagna. King ha indubbiamente un debito nei confronti di Gandhi e della sua dottrina della resistenza passiva; egli stesso lo ha riconosciuto

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apertamente. Il concetto di satyagraha (satya è verità che equivale ad amore e graha è forza; satyagraha perciò significa verità-forza, o amore-forza) del Mahatma lo ha illuminato sul potere dell'amore, sulla non-violenza come arma a disposizione di un popolo oppresso nella sua lotta per la libertà. Ma se Gandhi forniva il metodo, era Cristo che forniva lo spirito e i motivi. Nell'esortazione evangelica a porgere-l'altra-guancia e ad amare-i-propri-nemici egli vide una mano potente tesa al nemico per farlo uscire dalla sua alienazione. Per King era il cuore del vangelo credere che l'amore può realmente cambiare una situazione umana di inimicizia in qualcosa di completamente differente. Questo amore è una volontà inflessibile di incontro, un non voler lasciare solo l'altro, in preda all'odio che lo perde. «Ricordatevelo — ha detto di lui sua moglie Coretta — come un uomo che ha rifiutato di perdere la fede nella redenzione finale dell'umanità». Da discepolo di Gesù ha creduto che l'unica forza capace di operare la redenzione è l'amore, anche quando il male prende la forma di conflitti sociali e razziali.

M. Luther King ha impersonato la forma di fede cristiana che consiste nel portare in sé un sogno e nel risvegliarlo in coloro nei quali si è estinto. È un sogno che ricorda vecchi racconti, detti molto tempo fa, di un Dio che non abbandonò il suo popolo nel suo cammino terreno, bensì camminò davanti ad esso notte e giorno per un esodo di liberazione; camminò facendo miracoli, ma anche portando la croce. Un sogno la cui interpretazione domandava una voce per gridare, piedi saldi per marciare e un'anima per pregare. M. Luther King ha offerto se stesso al sogno finché è caduto sotto la violenza, ma continuando a gridare, a marciare e a pregare anche al di là di essa.

4. Teilhard de Chardin: una passione cristiana per il "fenomeno umano"

Il nome di Teilhard de Chardin è giunto a conoscenza del grande pubblico in un contesto che ha contribuito ad aureolarlo di scandalo. È stato presentato come il religioso in contrasto con i propri superiori, allontanato dall'insegnamento all'Institut Catholique di Parigi, esiliato in missioni scientifiche in Cina, i cui scritti, pubblicati solo dopo la morte avvenuta nel 1955, non avevano mai ottenuto il "nulla osta" dell'autorità ecclesiastica: in una parola, il "gesuita proibito", come lo presentava in Italia un libro d'effetto. Le difficoltà con le autorità ecclesiastiche furono reali; eppure niente di più tendenzioso che presentare la vita di Teilhard de Chardin sotto il segno della disubbidienza. Non solo perché, di fatto, non ruppe mai i legami con il suo ordine religioso e con la chiesa; ma soprattutto perché proprio la fedeltà costituisce la porta di accesso al mistero della sua personalità interiore e al significato della sua opera. Egli visse un tipo di fedeltà esigente, quella cioè che rifiuta di ridursi a una sottomissione esterna, o anche di ragione, ma tale da risultare in pratica un dimissionare dal proprio compito. «Avrei l'impressione di tradire l'intero universo, se abbandonassi il posto assegnatomi»: da questo saldo perseverare nasceva la sua ricerca. A lui era chiesto ciò che costituisce il tormento e la ricchezza delle grandi vite, cioè la fedeltà simultanea a valori che appaiono contraddittori; per poter iungere, attraverso il crogiolo di una fedeltà sofferta, a una sintesi più alta.

In uno scritto ha così formulato la duplice fedeltà che sottende la sua vita e la comprensione che

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aveva della propria missione: «Ovunque sulla terra, in questo momento, fluttuano, a uno stato di sensibilizzazione mutua estrema, l'amore di Dio e la fede nel Mondo: le due componenti essenziali dell'Ultraumano. Queste due componenti non sono generalmente abbastanza forti, tutt'e due insieme, per combinarsi l'una con l'altra, nello stesso soggetto. In me, per puro caso (temperamento, educazione, ambiente...), trovandosi favorevole la proporzione dell'una e dell'altra, la fusione si ò operata spontaneamente, — troppo debole ancora per propagarsi esplosivamente, ma sufficiente tuttavia per stabilire che la reazione è possibile e che, un giorno o l'altro, la catena si stabilirà».

Con queste parole Teilhard alludeva all'alchimia prodigiosa operatasi nella sua vita: l'unione della sua consacrazione religiosa — che domandava un'adesione a Dio di tutta l'intelligenza e di tutte le facoltà, in un amore senza divisione — con un amore appassionato alla terra. Nella sua prima infanzia questo aveva preso talvolta l'aspetto di un'adorazione quasi pagana della terra; egli era affascinato da quella specie di assoluto racchiuso nel cosmo materiale con le sue dimensioni e la sua durata enormi e le sue leggi che dominano il tempo. Più tardi la mistica della terra assunse la forma severa, ma non meno appassionata, del sapere organizzato intorno alla geologia e alla paleontologia. Il compito scientifico lo accaparrò sempre di più; prese parte a esplorazioni destinate a segnare una pagina della comprensione che l'uomo ha di se stesso (come la scoperta del sinantropo); la collaborazione e l'amicizia con scienziati di ogni convinzione, situati negli avamposti del sapere e della ricerca, gli fecero conoscere il fascino che esercita la scienza su coloro che dedicano la vita al suo servizio.

Frequentando gli uomini di scienza Teilhard assimilò personalmente l'approccio antropologico e l'istanza etica degli scienziati. Le loro opzioni filosofico-religiose possono essere differenti; tutti però si riconoscono in una visione dell'uomo a partire dall'aspetto biologico-genetico della sua realtà: quello che Teilhard chiamerà, nella sua opera principale, «il fenomeno umano». Da questo interesse appassionato per l'uomo nasce una nuova etica. Scoperte le meraviglie insolite della propria avventura sulla terra, bisogna che l'uomo se ne innamori e la difenda dalle minacce nuove. Perché l'avventura stessa, dal punto di vista biologico-ecologico, è fragile. La presenza degli uomini sul pianeta può mutarsi in un' "epidemia" di parassiti che si diffondono a un tasso superesponenziale, preparando così la propria distruzione.

Gli uomini di scienza avvertono che l'umanità è giunta a un crocevia. La singolare forma dello spirito umano, in cui l'intelligenza libera e cosciente ha scavalcato gli istinti geneticamente trasmessi, crea nuove responsabilità. L'evoluzione è giunta a un punto di non ritorno in cui. per la prima volta, abbiamo davanti a noi minacce mortali, che potrebbero far abortire il progetto-uomo, ma forse anche i mezzi per allontanarle. Ciò desta negli scienziati il senso di un'urgenza, il cui momento etico essenziale è l'impegno a garantire l'evoluzione del fenomeno umano: disegno prioritario, unico, centrale, verso il quale devono tendere tutte le energie.

Dal suo punto di vista Teilhard de Chardin traduceva quest'urgenza nel bisogno di una nuova spiritualità. Per lui, discepolo di

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Cristo e tenuto nel solco della tradizione ecclesiale da fedeltà ben precise, alle quali non rinunciò mai malgrado le difficoltà e gli attriti, non poteva trattarsi che di spiritualità cristiana. La feconda spiritualità dei cristiani di sempre; la quale, accogliendo l'invito al compito urgente che deriva dall'autocomprensione scientifica dell'uomo, si dimostra capace di creare nuove risposte a problemi inediti.

Teilhard univa in sé una vita religiosa convinta a una partecipazione attiva alla più terrestre delle scienze della terra. La tensione delle due fedeltà si era risolta nella sua propria vita in una crescita di calore spirituale fino a un punto di ignizione mistica. Era convinto che il dono che aveva ricevuto comportasse una missione. Sentiva di avere una parola da dire a tutti i credenti la cui vita è consacrata a un compito terreno. La condensò in un libro, scritto durante il soggiorno in Cina, nell'inverno 1926-1927, in una pausa dal lavoro di esplorazione scientifica. Era conscio che il breve saggio rifletteva l'intuizione fondamentale che ispirò tutta la sua vita. Tentò invano di farlo pubblicare. Apparso anch'esso dopo la sua morte, L'ambiente divino si è rivelato un buon compagno di . viaggio per molti cristiani aperti alle voci della terra, timorosi di falsarsi o di diminuirsi restando sulla linea del vangelo. Ad essi Teilhard, comunicando la sua visione interiore, ha voluto «provare, con una specie di verifica tangibile, che questa inquietudine è vana, perché il cristianesimo più tradizionale, quello del Battesimo, della Croce e dell'Eucaristia, è suscettibile di una traduzione in cui passa il meglio delle aspirazioni proprie del nostro tempo». Questo proposito potrebbe far pensare a un'opera apologetica. Teilhard intese piuttosto tracciare le grandi linee di quella spiritualità che era la propria, affidando ad essa il compito di dissipare i timori dei cristiani che sentono il loro impegno terrestre in conflitto con la sequela di Cristo.

Il libro è dedicato «a coloro che amano il mondo». L'espressione è quanto meno sorprendente, se pensiamo a quelle affermazioni evangeliche che dichiarano inconciliabili la sequela del Cristo e l'attaccamento al mondo, e soprattutto a tutta una tradizione ascetica che, Imitazione di Cristo in testa, predica il distacco, la mortificazione e la rinuncia. Ma con la sua dedica Teilhard non si rivolge a coloro che si abbandonano a un vitalismo che canonizza tutte le passioni che scaturiscono dai recessi oscuri della natura. I suoi interlocutori sono piuttosto coloro che vivono, secondo un'altra sua parola, «votati alle forze positive del mondo», come egli stesso è vissuto.

L'amore del mondo di cui qui è questione non è quello contemplativo. Da sempre i credenti hanno affermato di vedere Dio, nascosto e avvolto dal mondo. Qui invece si tratta dell'amore di coloro che non si propongono la contemplazione pura, bensì il dominio della natura e delle sue forze ai fini di garantire un avvenire al fenomeno umano. È ben vero che le attività umane sono legate a passività; perfino quando agiamo con la maggiore spontaneità e vigore siamo in parte condotti dalle cose che crediamo di dominare. Noi ci riceviamo più di quanto ci facciamo. Queste passività non sono senza significato per la crescita umana. Esse costituiscono una delle due mani con cui Dio ci abbraccia. Il cristiano lo sa: lo ha imparato dalla fecondità della croce di Cristo; se lo è sentito ripetere senza posa dall'ascetica tradizionale. Tuttavia

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Teilhard ritiene che oggi sia necessario parlare al cristiano soprattutto dell'altra mano di Dio, quella dell'anione. Col favore dell'azione e tramite l'estensione totale di essa il divino cerca di entrare nella nostra vita. Nell'azione aderiamo alla potenza creatrice di Dio, ne diventiamo, più che lo strumento, il suo prolungamento vivente. Lo sforzo umano è così divinizzato. Il lavoro umano, anche una qualsiasi opera profana volta a umanizzare la terra, è una collaborazione con Dio che costruisce il corpo del suo Figlio attraverso il corso della storia. «In virtù della Creazione e, più ancora, dell'Incarnazione, niente è profano quaggiù, per chi sa vedere». La santificazione dello sforzo umano porta Teilhard a prospettare una forma di santità che consiste nell'adempiere nel mondo il compito esatto a cui si è destinati. «Vediamo nella Chiesa ogni sorta di raggruppamenti i cui membri si dedicano alla pratica perfetta di tale o tal'altra virtù particolare: misericordia, distacco, splendore dei riti, missione, contemplazione. Perché non ci sarebbero anche degli uomini votati al compito di dare, con la loro vita, l'esempio della santificazione generale dello sforzo umano? — uomini il cui ideale religioso comune sarebbe quello di dare la loro completa esplicitazione cosciente alle possibilità o esigenze divine che nasconde qualsiasi occupazione terrestre?».

Se una sfumatura apologetica era presente nel pensiero di Teilhard, si tratta di quell'apologetica legittima che consiste nell'avere una risposta per coloro che ci domandano «ragione della speranza che è in noi» (cf 1Pt 3,15). Egli riteneva che un'accettazione sincera e cordiale dell'azione facesse cadere la grande obiezione del nostro tempo contro il cristianesimo, cioè il sospetto che questa religione renda i suoi fedeli "inumani", portandoli non al di sopra dell'umanità, bensì al di fuori di essa. In quanto scienziato e credente, difende il cristianesimo dall'accusa di non credere nello sforzo umano. I cristiani non sono stanchi del genere umano; per essi, come per qualsiasi altro uomo, è una questione di vita o di morte che la terra riesca, anche nelle sue potenze le più naturali; per essi la riuscita del "fenomeno umano" significa, anzi, il coronamento dell'opera di Dio. Teilhard può dire, con la credibilità che gli deriva dalla sintesi operata con la sua stessa vita, a tutti coloro che "amano la terra": «In nome della nostra fede noi abbiamo il diritto e il dovere di appassionarci per le cose della Terra».

Il cristiano come lui lo vede è, allo stesso tempo, il più attaccato e il più distaccato degli uomini. Convinto, più che ogni altro "mondano", del valore e dell'interesse insondabili nascosti sotto le riuscite terrestri, non ricerca però che Dio, e Dio solo, attraverso la realtà delle creature.

L'umanità attraversa una crisi di crescita. Oscuramente prende coscienza di ciò che le manca. La fede mette sulla bocca di Teilhard il nome dell'astro che il mondo attende: non può essere altri che il Cristo in cui speriamo. La fede tuttavia non gli ha fatto abbandonare la considerazione del fenomeno umano dal punto di vista del suo farsi, in quanto evoluzione che, attraversata la soglia dell'umanizzazione, gestisce se stessa. Egli ha creduto di avere una parola da dire ai credenti in Cristo nel nostro tempo: l'invito ad attendere aprendo tutte e due le braccia sul mondo: il braccio dell'azione e quello della contemplazione; il loro abbraccio non stringerà il vuoto, ma incontrerà l'abbraccio con cui Dio attira

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a sé la sua creazione che si sta facendo.

5. Dietrich Bonhoeffer: esser cristiano in un mondo adulto

Un timido, aristocratico teologo. Durante la sua vita conosciuto appena nella cerchia ristretta degli accademici e degli uomini di chiesa. Morto giovane, a 39 anni, giustiziato per aver cercato di opporsi al regime nazista associandosi ad altre poche coscienze libere. Durante la sua vita aveva pubblicato pochi libri, apprezzati dagli specialisti di teologia. Ma un libro in particolare doveva renderlo celebre. Pubblicato alcuni anni dopo la sua morte, raccoglieva le lettere con cui dal carcere aveva cercato di partecipare a un amico i pensieri che lo abitavano al tramonto della sua giornata terrena (aprile 1945). Il libro aveva avuto come titolo Resistenza e resa.

Una delle ragioni del fascino del pensiero di Bonhoeffer va cercata nelle formule incisive in cui erano espresse le sue intuizioni. Nessuna elaborazione sistematica, bensì brevi lampi di pensiero proiettati verso il futuro. Visioni profetiche o allucinazioni? Come in una statua incompiuta di Michelangelo, le forme abbozzate si staccano appena dalla massa, come sotto la minaccia costante di ricadere nell'informe.

La preoccupazione costante di Bonhoeffer negli ultimi mesi della sua vita di prigioniero era quella del divenire della fede cristiana in un mondo che in tutti i campi del sapere e dell'agire si è emancipato dalla religione. Il suo punto di partenza era costituito dall'osservazione che Dio è sempre più estromesso dal dominio di un mondo diventato adulto e dal dominio della nostra vita e della nostra conoscenza; l'uomo ha imparato a cavarsela da solo in tutte le questioni importanti senza ricorrere all'«ipotesi di lavoro: Dio». Questo atteggiamento di autonomia si presenta con caratteristiche di stabilità. Non si tratta di una crisi passeggera della nostra civiltà; Bonhoeffer lo diagnostica come il punto di arrivo di un processo secolare che ha portato successivamente il mondo moderno a bastare a se stesso nella scienza, nella vita sociale e politica, nell'arte, nella filosofia e nella morale.

Questa evoluzione interpreta se stessa come anticristiana. Nel teologo imprigionato si accende invece un'intuizione e una speranza che sa di sfida: che cioè la suddetta evoluzione del mondo verso la maggiore età sgombri il terreno da una falsa visione di Dio e apra la via verso il Dio della bibbia. Questi non è il Dio dei filosofi, che si impone alla ragione come l'onnipotente, bensì il Dio di Gesù Cristo, .che acquista potenza e spazio nel mondo per mezzo della sua impotenza. In un appunto quasi stenografico per un futuro saggio teologico scriveva: «Chi è Dio? Non, prima di tutto, fede generica in Dio, nell'onnipotenza di Dio e via dicendo. Questa non è autentica esperienza di Dio, ma un pezzo di mondo prolungato. Incontro con Gesù Cristo. Prendere coscienza che qui è avvenuto un rovesciamento di ogni essere umano, che Gesù "esiste solo per gli altri"». E in una lettera all'amico: «La conquista della maggiore età ci porta a un vero riconoscimento della nostra situazione davanti a Dio. Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere come uomini che se la cavano senza Dio. Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona (Mr 15,34). Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l'ipotesi di lavoro Dio, è il Dio al cospetto del quale siamo ogni momento. Con e al cospetto di Dio noi viviamo senza Dio. Dio si lascia scacciare dal mondo, Dio è impotente e

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debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta».

La moda della secolarizzazione si è impadronita di Bonhoeffer e ne ha fatto il proprio profeta. Alcuni si sono spinti fino a vedere in lui un precursore di quel momento patologico del pensiero teologico noto sotto il nome di "teologia della morte di Dio". Lo stato frammentario del progetto teologico di Bonhoeffer spiega la manipolazione a cui è stato soggetto il suo pensiero. Ma ai critici sarebbe stata risparmiata la peregrinazione per strade senza sbocco se avessero tenuto conto che ciò che Bonhoeffer aveva da comunicare, prima di essere un distillato di pensiero, era un libro scritto con la propria vita. In lui il pensatore era un tutt'uno con il credente; la sua vita stessa è la migliore esegesi del suo pensiero; la sua biografia è parte essenziale della sua teologia.

Con la sua vita il pastore e teologo Bonhoeffer ha parlato di Dio come e meglio che con i suoi libri. Un ufficiale inglese che l'aveva conosciuto nel campo di prigionia di Buchenwald ha testimoniato di lui: «Bonhoeffer era tutto umiltà e dolcezza; mi sembrava diffondere sempre un'atmosfera di felicità, di gioia, a proposito dei più piccoli avvenimenti della vita, così come di profonda gratitudine per il semplice fatto di essere vivo. Fu uno dei rarissimi uomini che ho incontrato, per il quale Dio era una realtà, e sempre vicina».

Ciò che ha visto dall'esterno l'occhio di un osservatore concorda con le affermazioni di Bonhoeffer che troviamo nei suoi scritti. Da questi ci risulta che lo scopo che perseguiva col suo progetto non era la resa del cristianesimo al mondo — neppure quella specie di resa onorevole che hanno pensato i teologi della secolarizzazione, con l'onore delle armi costituito dal riconoscimento che l'esistenza secolare è, in ultima analisi, il prodotto del cristianesimo stesso —. L'uomo che egli vagheggiava non era l'uomo unidimensionale, che risulta dall'esclusione di Dio dall'esistenza terrena, bensì un uomo dalle molte dimensioni armoniosamente sinfonizzate. Lo esprimeva in una lettera scritta tra un intervallo e l'altro dei bombardamenti che squassavano la prigione: «Mi capita continuamente di notare quanto siano pochi gli uomini capaci di ospitare in se stessi più cose nello stesso tempo: quando arrivano gli aerei, sono esclusivamente paura; quando c'è qualcosa di buono da mangiare, sono tutti ingordigia; quando un loro desiderio non è appagato, sono tutti disperazione; quando qualcosa va bene, non capiscono più niente. Costeggiano la pienezza della vita e l'integrità di un'esistenza propria senza incontrarla mai: l'oggettivo e il soggettivo, tutto si disgrega per loro in frammenti. L'opposto è il cristianesimo, che ci pone simultaneamente in molte e diverse situazioni esistenziali: noi alberghiamo, in un certo senso, in noi Dio e il mondo intero... È necessario strappare la gente dal suo modo di pensare a senso unico — in un certo senso come "preparazione" e "facilitazione" della fede — benché in realtà sia solo la fede che ci permette di vivere nella pluridimensionalità».

La causa che Bonhoeffer intendeva servire era quella della polifonia dell'esistenza. Non progettava di esiliare Dio per rivendicare alla vita dell'uomo il suo spessore terreno. Tra l'amore di Dio e l'amore umano — secondo un'altra sua immagine — esiste lo stesso rapporto che c'è tra un "cantus firmus" e le altre voci che formano il contrappunto. L'amore

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terreno è uno di questi temi contrappuntistici, del tutto autonomi e tuttavia correlati al canto fermo; l'amore di Dio non ne viene danneggiato o indebolito, ma piuttosto arricchito. Così per tutte le altre diverse voci della vita. È nella sequela di Gesù che ha imparato ad apprezzare le realtà umane senza considerarle in concorrenza con Dio: «Senza dubbio Gesù si è preso cura di esistenze al margine della società umana, prostitute, pubblicani; ma non soltanto di quelle, perché egli voleva prendersi cura dell'umanità in generale. Gesù non ha mai messo in discussione la salute, la forza, la felicità di un uomo per se stesse, né le ha mai considerate un frutto marcio; perché, altrimenti, avrebbe ridato la salute ai malati, la forza ai deboli? Gesù rivendica per sé e per il regno di Dio l'intera vita umana in tutte le sue manifestazioni».

Il progetto cristiano che Bonhoeffer perseguiva, quello che ha vissuto e di cui ha abbozzato poi la teorizzazione, si fonda sull'esperienza mistica di Dio come Signore di tutta la vita; non è riduttivo, bensì totalizzante. Per questo si è opposto così drasticamente a ogni forma di cristianesimo che, facendo buon viso all'estromissione di Dio dal mondo e dalla sfera pubblica della vita umana, si accontenta di riservargli ancora un posto nella sfera del "personale", dell'"intimo", del "privato". È una concezione di Dio che egli qualifica in modo sferzante come «Dio-tappabuchi». Ne attribuisce la responsabilità alla "religione"; per questo il suo progetto teologico viene per lo più qualificato come "cristianesimo areligioso". Per evitare equivoci sarebbe preferibile usare un'altra terminologia. Infatti l'atteggiamento che Bonhoeffer rimprovera alla "religione" in realtà è l'atteggiamento proprio dell'apologetica; egli intendeva promuovere un atteggiamento religioso autentico senza le ambiguità dell'apologetica. È chiaro, comunque, che Bonhoeffer rivendica a Dio il "cuore" dell'uomo, il quale in senso biblico non è l'interiorità, bensì l'uomo intero, come si trova davanti a Dio. «Io pretendo — esclamava con un'enfasi in cui trapela tutto il vigore della sua ricerca spirituale — che Dio non venga ficcato di contrabbando in qualche estremo e segreto ricettacolo, che si prenda molto semplicemente atto della maggiore età del mondo e dell'uomo, che non si "stronchi" l'uomo nella sua mondanità, ma lo si metta a confronto con Dio nelle sue posizioni più forti... La Parola di Dio non si allea con la ribellione della diffidenza, con la rivolta dal basso: essa regna».

Bonhoeffer non si è arreso all'immanenza dell'uomo moderno, così come non si è arreso al regime totalitario del nazismo. La sua fede in Dio, la sua esperienza di Dio erano così sovrane che si sentiva autorizzato ad accettare la sfida: «Il mondo maggiorenne è senza Dio e forse, proprio per questo, più vicino a Dio che il mondo non ancora diventato adulto». La sua esperienza mistica gli fa rivendicare a Dio il centro, senza per questo compromettere la densità delle realtà umane; la sua sequela di Gesù gli mostra come avviene la sintesi: nel vivere per gli altri. Questa è infatti la definizione del Cristo che egli preferiva: «l'uomo-per-gli-altri». Il rapporto con Dio possibile all'uomo dell'epoca secolare, e quindi la sua specifica esperienza del trascendente, consiste in quella nuova vita che nasce dall'«esistere-per-gli-altri». Il cristiano lo ha imparato da Gesù, modello unico anche del cristiano "adulto".

In una lettera scritta in occasione

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del battesimo di un proprio nipotino, per il quale si assumeva la responsabilità di padrino, Dietrich lasciava in eredità al figlioccio il sunto della propria esperienza evangelica. Gli confidava di esser convinto che il nostro esser cristiani si riduce oggi a due cose: «pregare e operare tra gli uomini secondo giustizia». Egli rinunciava alla parola; e ben presto la violenza di una dittatura terrena gliela avrebbe tolta per sempre. Lasciava alla propria vita, sostanziata di preghiera e di opere di giustizia, il compito di parlare del vangelo: non come l'archeologo parla del passato, bensì come l'artista interpreta creativamente un modello.

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BIBLIOGRAFIA

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I.T. RamseyModels and Mystery, Londra 1964.

J.W. Mc ClendonBiography as Theology. How Life Stories can Remake Today's Theology, New York, Abingdon Press 1974.

Charles de Foucauld, Opere spirituali, Milano, Edizioni Paoline 1964; Il modello unico, Bologna, Nigrizia 1963; l'edizione integrale delle sue opere di spiritualità è stata intrapresa da Città Nuova, Roma; sono apparsi i volumi: Piccolo fratello di Gesù (meditazioni 1897-1900); All'ultimo posto (ritiri in Terra Santa 1897-1900); Solitudine con Dio (ritiri per ordinazioni e nel Sahara 1900-1909); La vita nascosta.

Madeleine Delbrel, Città marxista terra di missione, Brescia, Morcelliana 1961; Noi delle strade, Torino, Gribaudi 1969; Che gioia credere, ivi, 1970; Provocazione marxista ad una vocazione per Dio, Milano, Jaca Book 1975; Comunità secondo il Vangelo, Brescia, Morcelliana 1976.

Martin Luther King, La rivoluzione negra, Vicenza, La Locusta 1965; La forza di amare, Torino, SEI 1967; Marcia verso la libertà, Roma, Coletti 1968; Il fronte della coscienza, Torino, SEI 1968; La misura dell'uomo, Brescia, Morcelliana 1969.

P. Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano, Milano, Il Saggiatore 1968; L'ambiente divino, ivi, 1968; Convergere in alto, ivi, 1970; Il posto dell'uomo nella natura, ivi, 1970; L'inno dell'Universo, ivi, 1973.

Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e resa, Milano, Bompiani 1969; Sequela, Brescia, Queriniana 1971; Etica, Milano, Bompiani 1969; Sanctorum communio, Roma-Brescia, Herder-Morcelliana 1972.

NOTE

1 I.T. Ramsey, Models and Mystery, Londra 1964. È utile il riferimento anche ad altre opere di Ramsey più specificamente teologiche, in cui è sottolineato il ruolo del modello nel linguaggio religioso; per es., Religious Language, an Empirical Placing of Theological Phrases, New York 1963. Si occupa del modello dal punto di vista linguistico anche M. Blanck, Models and Metaphors: Studies in Language and Philosophy, Ithaca 1962.

2 I.T. RamseyModels and Mystery, cit., 61.

3 L. WittgensteinTractatus logico-philosophicus, tr. it., Torino 1964, 82.

4 Ci rifacciamo alla revisione del pensiero di Wittgenstein attuata di recente da alcuni studiosi delle sue opere più attenti e più problematici. Cf A. Janik-S. Toulmin, Wittgenstein's Vienna, Londra 1973. In Italia questa rilettura di W. è stata divulgata soprattutto da D. Antiseri in numerosi scritti.

5 Cf W.W. Bartle, Wittgenstein maestro di scuola elementare, tr. it., Roma 1974.

6 P. Engelmann, Lettere di Ludwig Wittgenstein con Ricordi, tr. it., Firenze 1970, 107.

7 M. SchelerVorbilder und Führer in Schriften aus dem Nachlass, I., Berlino 1933, 27.

8 Ivi.

9 Cf M. SchelerDer Formalismus in der Ethik und die materiale Wertethik, Halle 1916.

10 H. Bergson, Les deux sources de la morale et de la religion, Parigi 1932, 29-30.

11 La problematica dell'idea di eroismo e della figura dell'eroe nel mondo contemporaneo è stata fatta oggetto del seminario annuale con cui l'Enciclopedia Britannica promuove lo studio dei grandi problemi ideologici attuali. Il resoconto con i vari contributi si trova nella pubblicazione The Great Ideas Today, 1973. Segnaliamo in particolare l'articolo di C. Potok, Heroes for an Ordinary World, 71-76.

12 Cf V. BombertSartre: The Intellectual as "Impossible" Hero, in V. Bombert (ed.), The Hero in Literature, Greenwich, Conn. 1969, 239-265.

13 Cf H. Weinrich, Teologia narrativa, in Con 1973/5, 66-79; J.B. Metz, Teologia come biografia. Una tesi e un paradigma, in Con 1976/5, 76-87.

14 J.B. Metz, Breve apologia del narrare, in Con 1973/5, 88.

15 R. Guardini, Libertà grazia destino, tr. it., Brescia 1968, 7.

16 Herrlichkeit è attualmente in corso di pubblicazione in italiano. La cura G. Ruggieri per conto della Jaca Book. Il primo volume ha per titolo: La percezione della forma, Milano 1975. Il secondo tomo tedesco, che si occupa delle manifestazioni della Gloria Dei mediante modelli storici concreti, è stato pubblicato in due volumi; rispettivamente: Stili ecclesiastici e Stili laicali.

17 Alcuni teologi statunitensi, muovendo da posizioni etiche centrate sul "carattere" individuale e sul suo influsso sulla comunità, hanno portato contributi originali a quella che potremmo chiamare la "teologia della vita". Ci riferiamo soprattutto alla scuola di H. Richard Niebuhr. Le opere più significative sono quelle di J. Gustafson, Christian Ethics and the Community, Philadetphia 1971; S. Hauerwas, Character and the Christian Life: A Study in Theological Ethics, San Antonio 1974; e soprattutto J.W. Mc Clendon, Biography as Theology: How Life Stories can Remake today's Theology, New York 1974, che abbiamo seguito più da vicino.

18 Cf le pertinenti osservazioni di C.H. Roquet su Yeronimus Bosch in quanto pittore religioso nell'articolo a lui dedicato nell'Encyclopaedia Universalis, III, 1971, 447-452 La sua opera è presentata come l'analogo pittorico dell'esperienza mistica, costituita da una serie di "sguardi" che si elevano e si epurano fino all'invisibile.

19 I contemporanei di s. Francesco gli hanno dato spontaneamente il nome di "imitatore del Cristo". Pio XI si è fatto eco di una tradizione costante quando ha affermato: «Sembra che non sia esistito nessuno in cui l'immagine e la forma di vita di Cristo Signore furono più somiglianti e brillarono in modo più luminoso che in Francesco. Così colui che chiamava se stesso l'araldo del Gran Re è stato giustamente chiamato un "altro Cristo"» (Enciclica Rite expiatis, del 1926).

20 Su questo tema una parola valida per i cristiani di qualsiasi confessione è stata detta dal teologo luterano D. Bonhoeffer con la sua opera Sequela, tr. it., Brescia 1971.

Revisione di vita

Sandro Spinsanti

REVISIONE DI VITA

in Nuovo dizionario di spiritualità

Ed. Paoline, Roma 1973

pp. 1331-1343

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SOMMARIO

I. La revisione di vita nel quadro della spiritualità contemporanea

II. La pratica della revisione di vita

     1. Elementi strutturali della revisione di vita

     2. Indicazioni metodologiche

III. La revisione di vita come fatto teologico

IV. Applicazioni particolari della revisione di vita

     1. La revisione di vita negli istituti religiosi

     2. Revisione di vita e gruppi giovanili

     3. Revisione di vita ed esame di coscienza

I. LA REVISIONE DI VITA NEL QUADRO DELLA SPIRITUALITÀ CONTEMPORANEA

Nella costellazione delle pratiche spirituali germinate dal tronco dell'esperienza cristiana alla revisione di vita è toccato un successo tra i più singolari. Sorta originariamente nel ramo giovanile dell'Azione cattolica francese (la JOC), si è diffusa rapidamente tra tutti gli altri settori dell'Azione cattolica stessa; in seguito è stata assunta da gruppi operanti in situazione missionaria, da religiosi e religiose, da sacerdoti, da istituti secolari, da gruppi giovanili orientati apostolicamente.

All'espansione si accompagnano voci di apprezzamento, che assumono i toni dell'entusiasmo. Congar ebbe a dire che là revisione di vita appariva come la forma di spiritualità tipica del post-concilio. Alcuni gruppi arrivano ad attribuire alla revisione di vita la funzione di vinculum perfectionis, di quell'elemento, cioè, che tiene uniti coloro che tendono a una sequela radicale del Cristo («la revisione di vita è il fondamento della fraternità»). Quando si inculca

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di «vivere in stato di revisione di vita», questa evidentemente arriva a detenere il posto che una volta veniva rivendicato dalla presenza di Dio. Non vogliamo lasciarci trascinare dal facile gioco delle frasi altisonanti. È più importante analizzare il significato profondo che questa pratica assume nel contesto della spiritualità moderna. Si è voluto vedere nella nostra epoca spirituale una svolta analoga a quella avvenuta nel sec. XIV con la devotio moderna. La revisione di vita potrebbe avere allora per il nostro tempo un'importanza corrispondente a quella che ha avuto l'orazione "riflessa" nella spiritualità moderna.

La culla della revisione di vita, si diceva, è stata la JOC. Il suo terreno di coltura, la spiritualità del laicato impegnato. Il suo libro profetico, le Preghiere di M. Quoist. Le ragioni del successo e della rapida diffusione della revisione di vita vanno ricercati nei bisogni ai quali essa ha portato un'efficace risposta. Una lenta ma inarrestabile trasformazione socio psicologica spingeva verso una partecipazione di tutti ai problemi di tutti. Gli operai nelle fabbriche e i giovani nella scuola imparavano a prendere la parola, a intervenire, a reclamare il diritto di essere protagonisti del proprio destino. Il maggio francese del '68 è stato preceduto da una lunga gestazione, durante la quale i militanti hanno fatto il loro apprendistato di democrazia diretta. Contemporaneamente si giungeva alla scoperta del valore primitivo del "gruppo". La psicologia ne studiava la funzione e la dinamica; l'esperienza ne dimostrava l'assoluta necessità per contrastare l'appiattimento della cultura di massa, per personalizzare i rapporti, per dare incisività all'"impegnarsi". Restringendo la considerazione al campo della militanza specificamente cristiana, il bisogno più sentito era quello di integrare il proprio universo di fede con l'azione diretta alla trasformazione delle strutture sociali alienanti. Ci si rifiutava di ridurre la funzione della fede all'incremento della pietà privata e all'espletamento di pratiche del culto. Nel linguaggio teologico preconciliare questo rapporto prese spesso il nome di tensione tra ↗ "orizzontalismo" e "verticalismo". In seguito l'attenzione fu focalizzata sui disagi derivanti dalla dicotomia tra azione e contemplazione. I gruppi cristiani impegnati trovarono nella revisione di vita la possibilità di reagire allo scollamento tra fede e intervento nel sociale, nella prospettiva di ricostruire nell'esistenza cristiana una sua unità e omogeneità. È vero che, in un primo momento, la sutura avvenne prevalentemente a livello morale, con riferimento cioè alla condotta personale e al comportamento sociale di un ambiente. Tuttavia dalla lettura della prima letteratura dedicata alla revisione di vita emerge il tentativo costante di superare il livello morale per dare alla revisione di vita una specifica profondità teologica. E si può dire che l'operazione sia completamente riuscita, come vedremo dettagliatamente nel contesto della giustificazione teologica della revisione di vita.

La revisione di vita, conducendo all'interiorizzazione e alla personalizzazione degli avvenimenti, prepara un intervento più maturo, più motivato, più responsabile. Costituisce una guida per l'azione apostolica del singolo e del gruppo intero, dopo che lo sguardo è stato reso più acuto e la mentalità trasformata da un incontro diretto col piano di Dio rivelalo in Gesù Cristo.

Prima di scendere ai particolari è opportuno rilevare la consonanza

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globale di questo atteggiamento con quello che il concilio Vat II propone alla chiesa intera. Esso la vede nel mondo, non fuori di esso o separata da esso. Esorta i cristiani non a ritirarsi aristocraticamente dalla mischia, ma a discernere i segni dei tempi, a collaborare con tutti per la costruzione di un mondo più umano, a guardare il mondo con gli occhi di Dio, e ad andare a Dio come uomini del mondo. C'è chi ha voluto vedere nel concilio un'enorme revisione di vita fatta dalla chiesa intera. Al di là della metafora, sembra inoppugnabile che la revisione di vita in senso tecnico sia in sintonia con quanto il concilio si attende dall'intera comunità dei credenti.

II. LA PRATICA DELLA REVISIONE DI VITA

1. Elementi strutturali della revisione di vita

Man mano che i gruppi cristiani praticavano la revisione di vita, emergeva l'esigenza di definire le caratteristiche costitutive e di distinguerle da altre pratiche spirituali. Nel libro di J. Bonduelle sulla revisione di vita troviamo raccolte testimonianze dirette di questo lavoro di progressiva calibratura; sono tratte dai bollettini dei vari movimenti apostolici che praticavano la revisione di vita 1. Attraverso questa documentazione è possibile rivivere tale processo di progressiva messa a punto lungo gli anni '50 e inizio del '60.

Invece di dare una secca definizione, preferiamo suggerire gli aspetti fondamentali della revisione di vita descrivendo come "funziona". Evochiamo visivamente la situazione tipica: un gruppo di persone che siede intorno ad un tavolo. La revisione di vita non si la da soli, a tu per tu; neppure si fa in massa. Il numero delle persone coinvolte è precisamente quello che rende possibile uno scambio in cui tutti partecipano. La dimensione numerica della revisione di vita è funzionale all'interscambio personale. Il gruppo inoltre è formalmente strutturato. Il riferimento a un compito comune crea l'unità nel gruppo. I francesi chiamano questo tipo di gruppo équipe, un termine largamente internazionalizzato. I filologi hanno rilevato che la parola designava originariamente un convoglio di battelli all'uscita dell'estuario; in seguito passò a significare un gruppo di uomini legati a un lavoro comune, o uniti in un compito comune. Resta che un rapporto di impegno comune è condizione indispensabile per il gruppo, che si incontra per fare revisione di vita.

Il secondo elemento che mette il gruppo in situazione di revisione di vita è quello che specifica la finalità dell'incontro. Quel manipolo di persone non si incontra per discutere un soggetto di studio, né per preparare o celebrare la liturgia, e neppure per il gratuito piacere di stare insieme tra persone affini. Le persone del gruppo, che fanno revisione di vita, si incontrano propriamente per "conversare". Si riferiscono alla vita, agli avvenimenti quotidiani, a ciò che struttura l'esistenza propria e dell'altra gente nell'ambiente di lavoro e nella famiglia. Il "fatto di vita" diventa in tal modo il punto di convergenza dell'intelligenza cristiana dei membri del gruppo. "Intelligenza-cristiana": ambedue gli elementi sono essenziali. L'intelligenza qui è chiamata in causa nella sua funzione etimologica di "intus-legere", di vedere al di là delle apparenze, di cogliere le motivazioni delle persone, la matassa di cause che interferiscono in un avvenimento; in una parola, l'intelligenza è chiamata a far emergere in un fatto di vita i nove decimi che, come in un iceberg.

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stanno sotto il pelo dell'acqua. Il volto esatto di una situazione nasce dalla riscoperta delle dimensioni invisibili di ogni fatto. L'intelligenza di queste persone è inoltre un'intelligenza cristiana, motivata cioè dalla fede, riferentesi a Gesù Cristo e al suo vangelo. Il fatto di vita è letto in trasparenza alla buona novella di un piano di Dio sul mondo, di cui Gesù è stato l'annunciatore e il realizzatore, un piano che continua a coinvolgere tutti gli uomini; un piano che dà alle vicende del mondo una profondità misteriosa insospettata.

Non ci dilunghiamo ulteriormente su questo aspetto della revisione di vita, perché dovremo prenderlo in considerazione più in dettaglio quando daremo delle indicazioni sulla metodologia della revisione di vita. Basti ora averne ricordato questo elemento costitutivo: il conversare fraterno sui fatti di vita, cercando di vederli con lo sguardo stesso di Dio, quello sguardo che noi conosciamo per averlo letto sugli occhi di Gesù, per averlo ascoltato dalla sua bocca, per averlo percepito nelle sue azioni. È evidente allora che il gruppo che fa revisione di vita — ed eccoci a un ultimo elemento costitutivo — vive un momento di preghiera, sia che questa emerga esplicitamente durante lo sviluppo dell'incontro, sia che essa lieviti tutto l'incontro senza affiorare attualmente alla coscienza (si può pensare all'esperienza dei discepoli di Emmaus che fanno con un pellegrino anonimo la "revisione di vita" su un "fatto di vita" recentemente accaduto a Gerusalemme...; e pregano, adorando il piano di Dio ed entrando in atteggiamento interiore di metànoia; ma solo più tardi riconosceranno la grazia di quel momento di preghiera: «Non ci ardeva forse il cuore in petto...?»).

Questi accenni alle intenzioni fondamentali e al clima che avvolge la revisione di vita ci mettono in grado di tracciare esplicitamente i confini che la separano da altre attività spirituali analoghe. Anzitutto, essendo una pratica spirituale che coinvolge in gruppo e in quanto gruppo, si distingue dagli ↗ esercizi spirituali e da tutte quelle attività che si propongono piuttosto di portare il credente nel ↗ deserto affinché si metta, in quanto singolo, di fronte all'amore trascendente di Dio e alle responsabilità che ne derivano. Analogamente possiamo dire che la revisione di vita si differenzia dalla correzione fraterna e dall'esame di coscienza fatto in gruppo. È anche qualcosa di diverso dalla pausa di revisione di attività, che ogni gruppo attivo deve imporsi, se non vuol disperdersi in un attivismo sterile. Taluno di questi elementi può essere occasionalmente presente. Tuttavia ciò che specifica la revisione di vita in quanto metodo radicato nella spiritualità dell'impegno apostolico è la riflessione cristiana fatta in comune al fine di acquisire una visione della vita quotidiana in sintonia con lo sguardo con cui il Padre guarda il mondo, in vista della realizzazione del suo piano di salvezza. Si tratta di un "secondo sguardo" sulla realtà, uno sguardo di fede viva, che mette in rilievo il valore che la vita profana ha agli occhi di Dio e rivela la chiamata divina insita negli avvenimenti del quotidiano. Questo secondo sguardo permette al credente di unire organicamente la fede e la vita e diventa così la base operativa dell'attività apostolica.

2 . Indicazioni metodologiche

Diffondendosi tra i vari movimenti apostolici, la revisione di vita subì delle modificazioni di metodo. In quanto espressione della

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spiritualità dell'azione, è ovvio che sia sensibile ai diversi approcci operativi della realtà. Il riferimento al vangelo — il cosiddetto momento del "giudicare" — resta vincolante per qualsiasi metodo. Le diversificazioni intervengono invece nel modo in cui, nulla soglia della revisione di vita, si rivolge l'attenzione ai fatti — cioè nel momento del "vedere" —. Alcuni preferiscono concentrarsi sulle attività del gruppo stesso, cosicché fare la revisione di vita equivale a un interrogarsi critico sull'azione svolta. La pausa d'arresto, che sottopone alla riflessione religiosa, fatta in gruppo, l'impegno attivo del gruppo stesso, dovrebbe più propriamente chiamarsi "revisione di attività". È necessario ampliare il concetto specifico di revisione di vita, se vogliamo includervi questo particolare tipo di osservazione dell'operato del gruppo.

Non si può dire tuttavia che questo ampliamento implichi un travisamento del senso della revisione di vita. Ciò è vero soprattutto quando la revisione di attività è utilizzata nei gruppi giovanili; allora la revisione di attività diventa momento di crescita, reso necessario pedagogicamente dal bisogno di fissare l'attenzione sulla dimensione soprannaturale delle iniziative apostoliche.

Altri metodi di revisione di vita dirigono invece l'attenzione verso i tipici "fatti di vita". Questi sono scelti occasionalmente, a seconda delle esperienze e dell'interesse dei membri del gruppo. Talvolta i fatti di vita sono scelti entro il quadro fissato dall' "inchiesta" annuale. L'inchiesta non è inquisizione, cioè sguardo indiscreto nella vita altrui, bensì sforzo d'attenzione permanente in un settore preciso, al fine di evitare la dispersione e la superficialità.

Qualunque sia il campo concreto di vita scelto per l'osservazione, la revisione di vita procede secondo tre momenti fondamentali e successivi, che hanno ricevuto nomi diversi nelle varie organizzazioni: vedere-giudicare-agire; incontro-verifica-impegno; realtà sperimentata-realtà trasfigurata nella fede-realtà trasformata nella carità; vedere-capire-collaborare. La denominazione più diffusa è la prima, accreditata dal largo uso che ne è stato fatto in seno all'Azione cattolica francese. Ovunque è possibile intravedere la stessa dialettica: dal concreto visibile, costituito da fatti di vita o da attività svolte, si passa al concreto invisibile, quello di Dio che opera nella realtà secondo un piano di creazione e di salvezza, per poi sfociare nel concreto vissuto dell'impegno apostolico.

L'esperienza ha collaudato un metodo sempre più preciso. Esso prevede che, una volta individuato il fatto di vita che costituisce il punto di partenza, la revisione di vita proceda attraverso i tre momenti seguendo la traccia di alcune precise domande-guida (i francesi le chiamano grilles). Queste non vogliono essere una camicia di forza per la revisione di vita, bensì un binario che l'aiuta a non deviare. Il metodo, inoltre, se lungamente e fedelmente esercitato, aiuta a interiorizzare il procedimento della revisione di vita, a far sì cioè che esso diventi il modo abituale con cui il credente si accosta alla realtà e agli avvenimenti della vita, anche quando non fa formalmente la revisione di vita.

Esaminiamo ora più da vicino come procede una revisione di vita. Anche se sommaria, questa descrizione potrà servire a qualcuno come iniziazione al metodo della revisione. Durante il primo momento si rivolge tutta l'attenzione al fatto di vita, proposto da qualcuno del gruppo. Con la revisione di vita si gira attorno a questo

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fatto per "vederlo" in tutte le sue componenti: gli atteggiamenti delle persone coinvolte, le motivazioni, le influenze dei modelli sociali, l'inserimento del fatto nel tessuto della società e dell'umanità. Per questo primo momento possono essere utili le seguenti domande-guida 2:

— quali spinte o motivi interiori hanno portato x a quel comportamento?

— non abbiamo provato anche noi qualche volta lo stesso impulso o sentimento?

— conosciamo altri fatti, in cui agisce lo stesso impulso o sentimento?

— chi può aver influito sul protagonista e ne è quindi corresponsabile?

— e noi che responsabilità abbiamo?

Come si vede, le domande-guida incanalano la ricerca verso un coinvolgimento dei partecipanti. Altrimenti la revisione di vita degenera in pettegolezzo o in moralismo di tipo farisaico.

Questo primo sguardo sul fatto è completato da considerazioni che si muovono in un ambito che potremmo chiamare di "teologia naturale". Si tratta di rendersi sensibili ai valori creaturali soggiacenti a ogni situazione, e soprattutto al valore della persona, che nessuna deformazione peccaminosa può mai cancellare del tutto. Ci si può aiutare con le seguenti domande:

— nel fatto x che cosa vi è di creato da Dio?

— in che modo questo bene di è deformato o rovinato dal male?

Tuttavia, in quanto cristiani, la nostra visione della realtà non è completa finché non l'abbiamo rapportata al piano di Dio rivelato in Gesù Cristo. Attraverso di lui si è reso manifesto il disegno d'amore del Padre, il modo cioè in cui tutte le cose sono chiamate a «cooperare per il bene» (Rm 8,28). Abbiamo accesso al segreto di Dio (il «mistero», nel linguaggio di s. Paolo); attraverso le parole e i gesti umani di Gesù siamo iniziati, per così dire, alla "mentalità di Dio". Le cose, gli avvenimenti, le persone, che abbiamo sotto gli occhi, allora si trasfigurano. "Giudichiamo" la realtà con lo stesso sguardo del Padre rivelato da Gesù. Il riferimento al vangelo è qui indispensabile. La revisione di vita privilegia soprattutto quei passi in cui è Gesù stesso, con le sue scelte e i suoi atteggiamenti concreti, a darci la "buona novella" del regno. La Scrittura allora non appare più come il libro che contiene una sapienza arcana, bensì come la testimonianza vivente resa al Testimone vivente del Dio vivente. L'esperienza del Cristo vivente nella parola di Dio è uno dei frutti più preziosi della revisione di vita.

Ai fini dello svolgimento concreto della revisione di vita in questo secondo momento ci si potrà aiutare con queste domande-guida:

— come si comporta Gesù in situazioni simili nel vangelo?

— attualmente che cosa sta facendo Dio per portare a compimento il suo piano di salvezza?

— quale parte del piano di Dio ci occorre approfondire?

— quale collaborazione Dio chiede a noi in questa situazione?

Quest'ultima domanda ci introduce nella terza fase, quella dell'"agire". L'azione non si esaurisce nel fare qualcosa. La prima e fondamentale azione è il cambiamento di mentalità, la conversione nel senso di metànoia. Conosciuta la "mentalità" del Signore, adorato e interiorizzato il suo piano,si cerca di mettere mano all'aratro e di impegnarsi in un'azione concreta. Le seguenti domande-guida appaiono adatte allo scopo

— come vediamo ora la situazione

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di x e nostra, in forza delle scoperte fatte?

— come possiamo convertirci a questo nuovo modo di capire la vita?

— cosa possiamo fare subito per x?

III. LA REVISIONE DI VITA COME FATTO TEOLOGICO

La pratica della revisione di vita ha indubbiamente una rilevante portata antropologica. Centrata sui valori della persona, delle relazioni umane ravvicinate e dell'impegno sociale, costituisce un elemento di crescita per l'individuo come per il gruppo. Ma qual è il suo valore teologico? I primi tentativi di valutazione hanno visto in essa un'espressione tipica della spiritualità dell'impegno (P. Suavet) e un frutto maturo del risveglio del laicato. In tal senso P. Congar salutava nella revisione di vita una creazione originale che viene dai laici, forse la prima della storia nel campo della spiritualità: «frutto e segno nello stesso tempo della ricostruzione di un uomo cristiano» 3. La revisione di vita lascia apparire un nuovo tipo di laico cristiano, pienamente del mondo nel suo impegno temporale, che esprime la sua fede cristiana nel tessuto dell'umanità più terrestre.

Altri hanno cercato di capire teologicamente la revisione di vita a partire dalla spiritualità dell'"avvenimento". Quest'ottica era già esplicitamente indicata nella prefazione del libro di M. Quoist già menzionato: «Ascoltare Dio che parla molto realmente nella propria vita e nella vita del mondo. Dio si rivolge a noi attraverso tutti gli avvenimenti» 4. L'indicazione è stata seguita con grande serietà e impegno dal P. J.-P. Jossua 5. Egli parte dalla costatazione che il termine "avvenimento" ritorna continuamente nella letteratura d'Azione cattolica, soprattutto dopo il 1959. Il suo uso, in verità, non è ristretto alla revisione di vita; appare in molta parte della produzione teologica che si occupa dell'impegno dei laici cristiani nel mondo. Anche se talvolta il termine è caricato di un peso sproporzionato, fondamentalmente esso rimanda a una concezione teologica secondo cui Dio agisce attraverso gli eventi storici; mediante essi, se noi sappiamo interpretarli nella fede alla luce del vangelo, egli ci chiama a prendere posizione e ad agire in vista dell'evangelizzazione del mondo e della sua trasformazione nella struttura profana stessa grazie ai dinamismi e ai valori evangelici, senza tuttavia che il mondo perda la sua autonomia. La spiritualità dell'avvenimento si situa, in pratica, sulla linea della riflessione teologica dei rapporti tra chiesa e mondo che dipende dal pensiero di Maritain, di Mounier, di Chenu, di Congar e di Rahner. La revisione di vita, nella sua preoccupazione di risalire dall'avvenimento al suo significato misterioso per convertirsi poi in azione evangelica diretta, si sintonizza, in ultima analisi, con quella preoccupazione sociale proposta dai papi come conditio sine qua non dell'autenticità del vangelo nel nostro tempo.

Se poi dalle definizioni vogliamo passare agli esempi pratici, possiamo trovare nei dossiers dell'Azione cattolica operaia e di Masses Ouvrières una quantità di indicazioni precise su come è tradotta in atto la spiritualità dell'avvenimento. Incontriamo analisi pazienti per comprendere il "senso divino" di uno sciopero, di una morte in un caseggiato popolare, di un caso di razzismo, di un atto di teppismo giovanile. Questi fatti contingenti, guardati con un'attenzione evangelica e divenuti oggetto di un giudizio cristiano, appaiono carichi di significato nel piano di Dio; e proprio

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questo permette di impegnarsi in un'azione pastorale e militante. Non ci si dispone pertanto ad accettare l'avvenimento come "volontà di Dio", così come veniva inculcato nella spiritualità dell'epoca moderna (si ricordi, ad esempio s. Francesco di Sales e la sua distinzione tra la volontà di Dio "significata" e quella "de bon plaisir" che conosciamo mediante gli avvenimenti). Sia i piccoli avvenimenti locali che i grandi avvenimenti politici sono visti invece come provocazione ad agire evangelicamente. La spiritualità dell'avvenimento è perciò commisurata sulla personale statura del cristiano, che trova il suo posto non più tra le forze conservatrici, bensì tra le avanguardie che prendono un atteggiamento critico nei confronti di una società da trasformare.

Una critica teologica serrata individua tuttavia delle carenze nella teologia della "realtà terrena" che sottende la pratica della revisione di vita. Specialmente nel periodo preconciliare capita talvolta che il significato religioso sia legato in maniera troppo precaria con la densità umana dell'avvenimento. Il processo della revisione di vita si riduce allora a una pia interpretazione degli eventi 6. Per ovviare a questo pericolo di appiattimento moralistico è necessario insistere sulla dimensione escatologica della chiesa. Essa va al mondo, ma in quanto si considera segno del regno di Dio futuro; rilegge la vicenda umana di Gesù nel momento storico attuale non per edificarsi, ma per proclamare, come i profeti biblici, la verità di Dio sulla nostra storia. Non è retorico capire la revisione di vita a partire dal compito profetico della chiesa: «La revisione di vita è il luogo della profezia di Cristo oggi. Compito della profezia è di illuminare la storia contemporanea, di chiarire le opzioni cruciali di convocare l'uomo alla responsabile amministrazione del suo mondo in attesa del secondo evento di Cristo. Compito della revisione di vita — che è poi il compito della teologia sotto l'aspetto culturale e ideologico — e quello di guidare, criticare e approfondire la profezia» 7.

Dopo il vivace fermento degli anni '50, era necessario che nel grande cantiere di esperienze pratiche e di idee teologiche costituito dall'intreccio tra chiesa e mondo si levasse una parola autorevole e orientatrice. Questa è stata detta dal concilio Vat II specialmente mediante la costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo. Già papa Giovanni aveva inaugurato l'atteggiamento della benevolenza e del dialogo. La Gaudium et spes procede oltre. Essa afferma che la chiesa per svolgere il suo compito, che è quello di «continuare l'opera stessa di Cristo», deve aprire l'occhio, la mente e il cuore agli eventi del mondo. «Per svolgere questo compito, è dovere permanente della chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna dunque conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche» (GS 4). Non è dunque sufficiente che il cristiano abbandoni l'empireo dogmatico e riprenda contatto con l'avvenimento; egli deve riferirsi ad avvenimenti qualificati: i ↗ "segni deitempi". Secondo uno dei teologi che maggiormente ha ispirato questa prospettiva, per "segni deitempi" vanno intesi «quei fenomeni generali che coinvolgono

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tutta una sfera d'attività ed esprimono i bisogni e le aspirazioni dell'umanità attuale. Ma tali fenomeni generali sono "segni" soltanto nell'ambito di una presa di coscienza, nel movimento della storia. Individuando in tal modo i segni di una realtà che li supera, gli "eventi" non vengono svuotati del loro contenuto immediato. Anche se implicano una storia santa, la storia non viene sminuita nel suo valore di storia. Perché i segni dei tempi restino effettivamente dei segni, è necessario che il carattere significativo degli eventi e dei fenomeni non appaia come una sovrapposizione, ma sia incarnato nella stessa realtà terrestre e storica» 8. I "segni dei tempi" costituiscono un progresso teologico in rapporto alla "spiritualità dell'avvenimento", in quanto impediscono una lettura del senso divino o evangelico degli eventi in senso spiritualizzante, che faccia astrazione dalla loro realtà terrestre. Bisogna ascoltarli e capirli, seguendo le leggi loro proprie, senza tendere a una soprannaturalizzazione prematura, che si risolverebbe in una strumentalizzazione apologetica. Il ricorso ai "segni dei tempi" non risparmia dallo sforzo speculativo, anzi vi obbliga tassativamente, sotto pena di non prestare a Dio nell'avvenimento altro che la propria voce 9.

L'entroterra dottrinale della teologia dei segni dei tempi può fornire alla revisione di vita un sostegno più saldo di quelli che ha avuto finora. Essa ne ha bisogno per passare dalla fase di esplosiva adolescenza a quella di più pensosa maturità. Non è forse questo il cammino seguito dalla chiesa intera impegnata nell'avvenimento conciliare?

IV - APPLICAZIONI PARTICOLARI DELLA REVISIONE DI VITA

Completiamo ora il panorama della pratica e della riflessione sulla revisione di vita accennando alla sua applicazione in due settori particolari della vita ecclesiale e confrontandola con l'esame di coscienza.

1. La revisione di vita negli istituti religiosi

Lo straripante successo nei gruppi di impegno apostolico e l'attenzione crescente che si è acquistata presso i teologi e le gerarchie ecclesiastiche sono per la revisione di vita una carta di credito più che sufficiente presso qualsivoglia ambiente cristiano. Non stupisce che anche le comunità religiose se ne siano interessate e in alcuni casi l'abbiano adottata. E non per essere à la page o per adattamento mimetico al laicato, bensì per interiore disponibilità a un metodo spirituale che sembra il più rispondente alle esigenze attuali. Tuttavia l'inserimento della revisione di vita nelle comunità religiose non è cosa pacifica. Intanto perché essa è una formula adatta a un gruppo (équipe), non a una comunità. L'indicazione va presa sia in senso numerico che qualitativo. Abbiamo già associato in maniera visiva la revisione di vita al piccolo gruppo che siede attorno ad un tavolo per discutere; e questo raramente è il caso delle comunità religiose tradizionali, che tendono invece ad essere concentrazioni mastodontiche. La controindicazione si aggrava quando consideriamo la funzione del gruppo. La revisione di vita riunisce persone le quali, oltre che da una spontaneità di aggregazione, sono tenute insieme da un comune impegno. Le comunità religiose invece sono non di rado il risultato dell'accostamento di persone disparate, per le quali la comune vocazione non costituisce la base sufficiente per un incontro basato sull'immediatezza e la spontaneità. L'omogeneità di una comunità religiosa

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non è quella richiesta dalla revisione di vita.

La revisione di vita è controindicata soprattutto là dove sono coinvolte famiglie religiose di stampo antico. Più che coinvolte, queste comunità potrebbero esserne sconvolte. Se la famiglia religiosa è nata in altro clima e altra epoca, se ha assunto una determinata fisionomia in seguito alla sedimentazione delle forme tradizionali, se si muove con riluttanza al di fuori del solco delle costituzioni, l'introduzione della revisione di vita rischia di provocare fratture nella comunità. Può essere il tipico caso del vino nuovo, che fa scoppiare gli otri vecchi. Questa eventualità non può essere considerata a cuor leggero da chi ha imparato dal vangelo il rispetto per il lucignolo fumigante.

Diversa è la situazione delle famiglie religiose di recente costituzione. Queste sono cresciute per lo più nello stesso clima sociale ed ecclesiale in cui è nata la presa di coscienza del laicato; la vita spirituale dei religiosi e delle religiose si fonda su una visione teologica di tipo storico-biblico, piuttosto che sistematico-razionalista; l'atteggiamento verso il mondo è di simpatia e di apertura, piuttosto che di apologetica e di difesa; l'intervento apostolico, spesso condotto insieme ai laici, ha preso il posto dell'isolamento dietro le mura protettive del convento. Là dove queste condizioni si verificano, la pratica della revisione di vita può essere introdotta senza alcuna violenza.

Le due situazioni estreme qui raffigurate, e che rispettivamente sconsigliano o raccomandano l'adozione della revisione di vita, sono ben lungi dall'esaurire tutta la casistica. Come abitualmente succede, invece, la vita ci presenta per lo più situazioni intermedie. In tali casi non si può decidere con un sì o con un no drastici. La valutazione dell'opportunità di adottare la revisione di vita nelle situazioni fluttuanti resta un'opera di ↗ discernimento degli spiriti. Non si sottovaluti tuttavia l'utilità della revisione di vita, quale strumento di ristrutturazione delle grandi comunità in piccoli gruppi centrati su impegni concreti di testimonianza e di apostolato.

2. Revisione di vita e gruppi giovanili

Un terreno di elezione per la pratica della revisione di vita è quello dei gruppi giovanili. A molti educatori la revisione di vita è parsa come lo strumento ideale per fare del gruppo, al di là del momento spontaneo di associazionismo giovanile, un elemento stabile di formazione cristiana. La sua tecnica risponde egregiamente alla necessità di trovare un equilibrio tra l'intervento sulla realtà circostante (impegno, azione, realizzazione di progetti) e "celebrazione" della azione stessa (riflessione, contemplazione gioiosa, ricerca del significato profondo). La revisione di vita aiuta inoltre ad incarnare la fede cristiana, ad inserire la propria azione nel contesto di un piano di salvezza universale, e quindi allarga i centri di interesse del gruppo. Un altro aspetto positivo della revisione di vita possiamo rintracciarlo nell'abitudine che essa crea nel giovane a guardare i fatti di vita come al rallentatore, esaminando il fascio di cause e di motivazioni che li sottendono.

Un "vedere" ben condotto contrasta la tendenza al dogmatismo, cui fa riscontro sul piano morale il dualismo che divide il mondo in bianco e nero. Quando si è scesi in fondo all'avvenimento e vi si è trovato un riflesso del proprio volto (quando non addirittura una correità!), non si può più giudicare come prima. Infine la revisione di vita crea una familiarità col vangelo e col piano

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di Dio. Insomma, questo metodo si accredita come mezzo adattissimo per una pedagogia della fede. Non sembra perciò esagerata l'opinione di chi ritiene la revisione di vita una questione di vita o di morte per i gruppi giovanili.

Ma mentre si riconoscono i meriti della revisione di vita è necessario anche denunciare i pericoli, che essa porta con sé. Dal momento in cui si vuole leggere in un fenomeno storico, di per sé soggetto a una pluralità di letture, un segno di Dio, si rischia di mettere sul conto della divinità ciò che dipende dalla iniziativa libera ed ambigua dell'uomo. Per questa strada possono insinuarsi surrettiziamente il soggettivismo e il moralismo: si riconoscerà cioè l'azione di Dio nella storia solo in ciò che risponde ai propri desideri e conferma le proprie idee. Ci si avvierà, cioè, a una mentalità di stampo dogmatico e integrista. Al limite estremo della degenerazione, ciò che dovrebbe essere una scuola dello sguardo di lede può diventare una scuola d'ateismo. Ecco come ci vengono descritte le possibili conseguenze di una lettura degli avvenimenti di tipo pietista: «A forza di identificare Dio con delle approssimazioni o con delle interpretazioni discutibili e che non resistono all'analisi la più elementare, si rischia di far passare Dio stesso per un'illusione; la pedagogia spirituale che conduce gli adolescenti a cercare Dio nella loro vita, se non supera la buona intenzione e non risveglia il senso di Dio per Dio stesso, rischia di sfociare nell'ateismo più dichiarato: scoprendo di aver designato col nome di "segno di Dio" ciò che scopre dipendere dalla psicologia o dalla relazione sociale più ovvia, l'adolescente potrà facilmente passare dal carattere illusorio dell'interpretazione fornita al carattere illusorio del Dio così designato» 10.

È salutare evocare lo spettro di un radicale rovesciamento degli esiti della revisione di vita. Così siamo messi in guardia dal pericolo di una lettura della realtà che si riduca a una pia interpretazione degli eventi, saltando di pie' pari il momento della ricerca di categorie razionali di interpretazione e di trasformazione della realtà. Sarebbe fatale se il giovane si illudesse di possedere con la revisione di vita una scorciatoia per capire quel che avviene nel mondo e una ricetta di intervento. La revisione di vita sarà invece un prezioso strumento di formazione se, aiutando l'adolescente a combattere contro la tendenza all'integrismo, gli insegnerà a fissare lo sguardo sul Cristo, morto e risorto, che è l'unico segno dato da Dio agli uomini, e ad operare secondo quell'etica della libertà e della responsabilità, che sgorga da un incontro autentico col piano di Dio rivelato.

3. Revisione di vita ed esame di coscienza

Le considerazioni sulla funzione pedagogica della revisione di vita ci autorizzano a tentare un ulteriore sviluppo, accennando un confronto tra la pratica della revisione di vita e quella dell'esame di coscienza. Questa ha goduto per lunghi secoli di grande considerazione nella vita spirituale, specie negli ambienti monastici. Molti autori spirituali hanno raccomandato questo esercizio come strumento privilegiato per raggiungere una migliore conoscenza di sé, presupposto psicologico per ogni progresso nell'ascetica. C'è anche chi ha voluto fondare la pratica dell'esame di coscienza sull'esortazione di s. Paolo a proposito della partecipazione alla tavola eucaristica: «Ciascuno prima esamini se stesso e poi mangi di quel

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pane e beva di quel calice» (ICor 11,28). Storicamente l'influsso maggiore è venuto dalle analoghe pratiche raccomandate dai filosofi stoici (Seneca, Plutarco), nella prospettiva di etica naturalistica centrata sull'uomo che era loro propria, al fine di irrobustire psicologicamente l'individuo e renderlo capace di autodeterminarsi. Dall'esercizio ascetico in vista di un progresso morale o spirituale, noto come esame di coscienza generale si è venuto differenziando l'esame particolare. Raccomandato già dall'Imitazione di Cristo («Se ogni anno estirpassimo un vizio, presto saremmo perfetti»), ha trovato la sua forma classica negli ↗ Esercizi spirituali di s. Ignazio. L'esame particolare permette di concentrarsi per un certo periodo su un solo difetto (la "passione dominante") da combattere o su una virtù da acquisire.

Distinto dall'esame di coscienza ascetico, l'esame di coscienza preliminare alla confessione sacramentale è stato sempre familiare ai cristiani devoti. I catechismi hanno proposto diversi modelli: alcuni basati sull'ordine dei comandamenti di Dio e dei precetti della chiesa, altri sull'ordine dei doveri (verso Dio, verso se stessi, verso il prossimo), altri ancora seguendo lo schema dei vizi e delle virtù. Del tutto originale è la proposta di B. Häring 11.

La pratica dei due esami di coscienza, quello ascetico e quello sacramentale, si è piuttosto rarefatta tra i cristiani di oggi. I motivi sono diversi. Oltre alla critica mossa in nome di una conoscenza meno ingenua dei meccanismi psicologici, ha giocato un ruolo decisivo il rinnovamento della teologia morale. Questa ha messo in evidenza i limiti di un esame condotto in modo prevalentemente casuistico e secondo un processo di autoriflessione estraneo al dialogo di fede-amore che costituisce la cadenza fondamentale della vita spirituale cristiana. All'esame di coscienza tradizionale faceva soprattutto difetto il confronto col piano di Dio che ispira una presenza apostolica attiva e creatrice nel mondo, come è caratteristico della spiritualità che sottende la revisione di vita. Qualche tentativo di rinnovare l'esame di coscienza in senso dinamico ed apostolico è stato fatto negli anni di maggiore diffusione di questa spiritualità 12.

Oggi i tempi sembrano maturi perché dall'incontro delle scienze psicologiche con la spiritualità dell'azione possano derivare decisivi stimoli di rinnovamento anche per questo tradizionale esercizio spirituale. L'esame di coscienza non può essere semplicemente sostituito con la revisione di vita. Il senso spirituale e la funzione pratica di questi due esercizi sono diversi. L'esame di coscienza continua ad essere il contrappeso che impedisce al cristiano, proiettato nell'azione, di sbilanciarsi verso l'esterno, perdendo il contatto con il polo della personalità in cui maturano le decisioni che orientano tutta la vita.

BIBLIOGRAFIA

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G. Negri-R. Tonelli, Linee per la revisione di vita. Traccia di un'esperienza cristiana, Torino, LDC 1972.

J.-P. Jossua, Chrétiens au monde. Où en est la théologie de la "révision de vie" et de l' "èvènement"? in VSpS 71 (19641 455-479.

NOTE

1 J. Bonduelle, La révision de vie. Situation actuelle, Parigi 1965.

2 Seguiamo la traccia di G. Negri R. Tonelli, Linee per la revisione di vita, Torino 1972.

3 Y. Congar, L'avenir de l'Eglise, in Aa. Vv., L'avenir, Parigi 1963, 211-212.

4 M. QuoistPrières, Parigi 1954, 11.

5 J.-P. JossuaChrétiens au mondeOù en est la théologie de la "révision de vie" et de l'"événement"?, in VSpS 71 (1964) 455-479.

6 G. Negri-R. Tonelli, o. c., alla nota 2, 25.

7 Può essere sufficiente come esempio la seguente istruzione contenuta in un bollettino di programma per l'anno 1960-61 per un movimento di A. C.:«Lo scopo dell'analisi non è quello di elaborare una soluzione tecnica del problema posto, ma di sostenere la nostra meditazione, di situarci nel nostro cammino verso il Signore e di condurci a orientare il nostro comportamento. È il significato religioso del fatto ciò che ci interessa. Noi crediamo che ad ogni istante Dio è presente e agisce nel mondo e tra gli uomini. Ma noi sappiamo che l'efficacia della sua azione è subordinata alla buona volontà offerta dall'uomo». Cit. in J. Bon-duelle, o. c. alla nota 1, 59.

8 M. D. Chenu, I segni dei tempi, in La chiesa nel mondo contemporaneo, Brescia 1966, 95. Cf anche la rassegna I segni dei tempi, in Con 1967/5, 161-171.

9 Vedi l'acuta analisi critica del concetto di «segni dei tempi» in P. Valadier, Signes des temps,signes de Dieu? in Etudes 1971, 261-279.

10 P. Valadier, o. c., 269.

11 B. HäringConfessione e gioia, Alba, Edizioni Paoline 1978».

12 Citiamo, come esempio, il volume di Lebret e Sauvet, Pour rajeunir l'èxamen de conscience, Parigi, Ouvrières 1952.

Utopia

Sandro Spinsanti

UTOPIA

in Nuovo dizionario di spiritualità

Ed. Paoline, Roma 1973

pp. 1655-1661

1655

II. Utopia come simbolo e vita spirituale

     1. Utopia e immaginazione simbolica

     2. Temi utopici del messaggio cristiano

     3. Funzione dell'utopia nella vita spirituale

II. UTOPIA COME SIMBOLO E VITA SPIRITUALE

1. Utopia e immaginazione simbolica

La prima parte della voce ha documentato quale posto occupi l'utopia nel pensiero moderno. La rassegna dei dibattiti intorno a questo tema potrebbe suscitare l'impressione che l'utopia abbia maggiore rilevanza in campo filosofico-politico e sociologico che in quello religioso. Pensiero utopico e antiutopico, utopie positive e negative, ruotano attorno alla questione: in rapporto a quale futuro si costruisce la nostra società? La preoccupazione dominante in questo ordine di problemi è quella di un regimen condendum universale. Una riflessione critica attenta rivela facilmente — come è stato fatto anche in questa sede — le implicazioni ideologiche sottese alle appassionate discussioni di filosofia politica che hanno per oggetto l'orizzonte utopico dell'umanità.

Quest'approccio dell'utopia però non ne esaurisce tutta la portata. Se ripercorriamo infatti la parabola dei vari modelli utopici che si sono succeduti da quando il tema è emerso nella letteratura (dal modello umanistico di Tommaso Moro a tutti i suoi vari epigoni: illuministi, romantici, positivisti, ecc.), costatiamo un progressivo restringimento della valenza semantica e della portata contenutistica dell'utopia.

Parallelamente, l'utopia si estrania dalla problematica religiosa. Se ancora nel XVI sec. i progetti utopici si ispiravano a una religione naturale, di tipo deistico, progressivamente il razionalismo ha prevalso, estraniando l' utopia dall'universo religioso. È proprio contro questo significato più tecnico, ma più ristretto, che va fatta valere una concezione più ampia dell'utopia.

L'utopia ha una storia più lunga di quella del tema letterario corrispondente 1. In senso specifico l'utopia è solo un aspetto parziale di un atteggiamento costante dello spirito umano, che tende a proiettare in cielo la città terrestre, sullo sfondo di una immutabile Città di Dio. Tutta la tradizione occidentale, in particolare, è attraversata in profondità dal tema, periodicamente riemergente, del luogo e tempo venturo spiritualmente perfetti 2. Si può dire che, paradossalmente, quando l'utopia ha avuto un nome e ha cominciato ad avere una sua tradizione letteraria, ha perduto alcune delle sue valenze originarie 3.

Per ritrovare le implicazioni religiose nell'utopia bisogna risalire alla sua matrice, che è il pensiero

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simbolico. L'utopia è figlia dell'immaginazione simbolica, così come i simboli, i miti, la religione, la poesia, il pensiero creativo. La finctio utopica è dovuta all'immaginazione creatrice che opera mediante i simboli. La progressiva razionalizzazione dell'utopia è conseguenza dell'estrema svalutazione che ha subito l'immaginazione, la "phantasia", nel pensiero dell'Occidente. Come ha dimostrato G. Durand 4 , la conoscienza simbolica appare agli antipodi della pedagogia del sapere come è andata istituzionalizzandosi da dieci secoli in Occidente. Ne è risultata una vera e propria "iconoclastia" occidentale nei confronti della conoscenza simbolica [↗ Simboli spirituali].

Il nostro tempo comincia però a riprendere coscienza dell'importanza delle immagini simboliche nella vita mentale. Durand fa risalire l'inversione di tendenza all'apporto della patologia psicologica (rivalutazione del simbolo dovuta alla psicanalisi) e dell'etnologia (considerazione positiva dell'inflazione mitologica, poetica, simbolica che regna nelle società dette "primitive"). Il recupero del simbolo è andato oltre i primi tentativi della psicanalisi e dell'antropologia culturale, ancora in gran parte riduzionistici rispetto alla portata antropologica del simbolo. Sempre più ci si rende conto oggi che la scienza non è l'unico mezzo per salvare il mondo: la "poesia" è altrettanto necessaria ed efficace. «L'utopia o la morte», ha intitolato con efficacia René Dumont un suo libro recente. Dopo le disillusioni scientiste, si guarda con maggiore attesa all'immagine per domandarle quel "supplemento d'anima" che ci difenda contro i rischi di una civiltà faustiana che tende a planetarizzarsi. Le immagini non escludono i concetti: insieme costituiscono la barriera vitale chel'umanità erige contro le pulsioni distruttive e contro il nulla del tempo. L'utopia veicola, insieme alla scienza, la speranza della specie umana. Recuperati il valore e la funzione dell'immaginazione simbolica, esiste ora il presupposto per una considerazione più ampia dell'utopia, che ne colga anche gli aspetti che sono stati trascurati dal dibattito filosofico che l'ha considerata esclusivamente dal punto di vista ideologico [↗ sopra I]. Arriviamo in tal modo a mettere a fuoco la parentela tra religione e utopia. Esse si rapportano l'una all'altra a diversi titoli. Ambedue, in primo luogo, si riferiscono a un orizzonte ultrastorico. Lo status perfetto, fatto di armonia, pace, equilibrio, che caratterizza i prodotti dell'immaginazione utopica, trova il suo corrispettivo nei simboli mitici con cui il pensiero religioso rappresenta l'inizio o il limite finale assoluti della storia.

L'affinità risulta più evidente se consideriamo l'atteggiamento di fondo che sottende l'approccio utopico e quello religioso del mondo empirico presente. In ambedue i casi si può parlare, con la terminologia di R. Ruyer, di un «renversement d'optique» 5. Questo rovesciamento è uno sguardo nuovo sulla realtà analogo a quello implicito nella nozione biblica di metànoia. Tanto l'uomo religioso quanto il figlio dell'utopia rifiutano il mondo presente con la sua falsa evidenza di realtà ultima e immutabile. Quando religione e utopia sono autentiche, da questo sguardo si sviluppa una forza denegativa del carattere assoluto di "questo mondo", la clausola dell'autenticità è importante. Sia l'una che l'altra forma di pensiero simbolico ha dato luogo, infatti, nel corso della storia, a situazioni che le hanno fatte cadere in sospetto. La religione e

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l'utopia sono state talvolta utilizzate in modo ideologico da coloro che detenevano il potere; vale a dire: sono servite a rafforzare le forme di oppressione sociale e politica. Hanno alimentato la speranza, ma senza esiti liberatori; in pratica, dunque, hanno svolto una funzione alienante, in quanto hanno permesso di evadere dal reale senza affrontarlo.

L'eventualità di un esito alienante, purtroppo incontestabile, appartiene però alle forme patologiche della religione e dell'utopia, non alla loro natura essenziale. È un fatto ugualmente incontrovertibile che, accanto a una storia di strumentalizzazioni ideologiche, esiste una storia alternativa in cui religione e utopia, intrecciate insieme, hanno costituito una riserva costante di forza per la contestazione dell'oppressione presente in nome di un orizzonte di perfezione.

In condizioni, dunque, di autenticità, tanto l'utopia che la fede religiosa, costituiscono un approccio della realtà fondato su un ribaltamento ideale della situazione empirica. Questo atteggiamento dello spirito consiste nel delineare una figura assoluta, quale possibilità di condizioni di vita e di scale di valori opposte a quelle vigenti. Prospetta uno stato di perfezione, alternativo alla situazione attuale, segnata dal limite e dal deficit.

Se la capacità di rendere visibile e operante l'invisibile è una caratteristica essenziale della fede religiosa («garanzia dei beni che si spera, prova delle realtà che non si vedono», definisce la fede la Lettera agli Ebrei: 11,1), essa costituisce altresì l'anima dell'utopia. Di ambedue l'uomo moderno ha bisogno per uscire dal «malpasso» 6 in cui si sta dibattendo la civiltà tecnologica.

Alla religione e all'utopia, figlie ambedue dell'immaginazione simbolica, sembra promessa una nuova giovinezza.

2. Temi utopici del messaggio cristiano

Il pensiero utopico, liberato dalle restrizioni operate dall'utopia di stampo politico-razionalistico e ricondotto alla sua matrice originaria, che è quella dell'immaginazione simbolica, è riconoscibile presente nel mondo biblico. Esso costituisce l'ambiente spirituale in cui sono immerse le formulazioni originarie del messaggio cristiano. Tutto il grande filone del regno di Dio e della Gerusalemme celeste, che attraversa da un capo all'altro la bibbia, è un esempio eminente di orizzonte utopico. La città ideale a cui si riferisce il crederne non è, come nella tradizione che ha le sue radici nella Grecia classica, il risultato di una creazione umana, opera della saggezza dell'uomo che dispone le migliori condizioni per una felice convivenza sociale. Il modello biblico di umanità non è quello che l'uomo conosce come prodotto di un proprio sapere e volere, bensì una realtà "altra", critica e trascendente rispetto a tutto ciò che è dato. Il regno di Dio non si costruisce; come la salvezza, di cui è simbolo, si riceve come un dono che trascende le capacità naturali dell'uomo.

Già fin dal tempo dell'esilio babilonese, quando operava il profeta noto come Deutero-Isaia, Gerusalemme era diventata sinonimo del regno escatologico di Dio (cf Is 52,1ss; 62,1ss; 65,17ss; 66,10ss). Nella letteratura rabbinica ed apocalittica Gerusalemme aveva sempre più perduto i suoi connotati realistici a favore della valenza simbolica: essa indicava la città ideale, la sposa del Signore. Dopo la pentecoste, i cristiani trasferirono la ricchezza teologica di Gerusalemme a Gesù Cristo e alla sua chiesa. Questa realtà perfetta è tenuta nascosta per apparire

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alla fine del mondo (cf Ap 21,1-27). Essa è la città futura (cf Eb 13,14). Tuttavia la nuova Gerusalemme viene già ora, dall'alto, da presso Dio (cf Ap 3,12). In quanto luogo della presenza onnipotente di Dio e della salvezza, è già compiuta e ancora da compiere (nel linguaggio di O. Cullmann, si tratta della dialettica tra il "già" e il "non ancora").

Il tema utopico della città perfetta, futura e già presente, trascrive il contenuto essenziale del kerygma cristiano: Dio ha creato in Gesù Cristo il passato a cui il popolo credente può riferirsi e l'avvenire che gli è permesso di attendere. Il luogo utopico della salvezza diventa quindi, nel messaggio cristiano, la persona di Cristo e la sua opera. La "economia" di Dio — piano divino nascosto fin dall'eternità, rivelato progressivamente nel tempo per mezzo dei profeti e realizzato nel mistero dell'incarnazione — trova il suo compimento epifanico nel Cristo e nella comunità dei suoi discepoli. Per esprimere la sua dimensione nel mistero di Cristo e della chiesa che supera la storia e svolge il ruolo di utopia concreta, Paolo non ha esitato a far sua la terminologia delle speculazioni dell'ambiente giudaico ellenizzato sul pléroma, cristianizzando il termine e dandogli un senso in armonia col resto del messaggio cristiano 7. Dio ha fatto dunque abitare in Cristo tutta la "pienezza" (cf Col 1,19); alla "pienezza" del Cristo risorto si trovano associati i credenti (cf Col 2,9) e indirettamente tutto il cosmo. Questa "pienezza" è il polo di attrazione della storia intera. È noto quale audace ampliamento e quale afflato mistico questa prospettiva abbia trovato nell'opera di P. Teilhard de Chardin (esempio insigne di un pensiero scientifico concresciuto a un'alata immaginazione simbolica).

Il rapporto di fede-amore-speranza che lega i credenti al Cristo si riflette nell'atteggiamento che essi hanno verso la città celeste. Il popolo di Dio attende la città ideale ed è in cammino verso di essa: «Per noi, la nostra città si trova nei cieli, da cui noi attendiamo ardentemente, come salvatore, il Signore Gesù Cristo» (Fil 3,20). Come il legame esistenziale con il Cristo, così anche l'appartenenza al mondo futuro struttura l'esistenza concreta dei credenti. La loro vita ha quell'aspetto paradossale che per l'evangelista Giovanni è l'essere nel mondo, ma non "del mondo" (cf Gv 17,14-16). Le lettere cattoliche hanno dettagliato le implicazioni del vivere nel mondo come «stranieri e pellegrini» nel «tempo dell'esilio» (cf 1Pt 1,17; 2,11). La chiesa, pur prendendo sul serio il mondo e le sue strutture socio-politiche, rinuncia a installarsi in esso. L'attrazione della città futura dà vita a un'etica personale e comunitaria della provvisorietà, del dinamismo, di un confronto profetico-critico con le istituzioni, di innovazione piuttosto che di tradizione ripetitiva. Della radicalità della morale evangelica, che rende così ostiche al buon senso quotidiano anche certe pagine del discorso della montagna, sono state offerte molte spiegazioni da parte di esegeti e teologi 8. Essa tuttavia non acquista senso se non quando la consideriamo nell'orizzonte dell'utopia. Allora il distacco assoluto dei beni terreni [↗ Povero], il celibato [↗ Celibato e verginità; ↗ Consigli evangelici], l'amore dei nemici [↗ Carità] diventano simboli concreti della meta finale, emergenza nel tempo della realtà esca tologica.

L'utopia non è espressa solo dal linguaggio formale del kerygma e da quello esistenziale dell'etica radicale. Anche il culto,

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sorgente inesauribile di simboli, annuncia la realtà perfetta dell'eschaton e la anticipa in figura. La Lettera agli ebrei, facendo il confronto delle due alleanze, attribuisce alla liturgia cristiana il potere di mettere a contatto con la realtà finale: «Voi vi siete accostati alla montagna di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste, e a miriadi di angeli, all'assemblea festiva, alla chiesa dei primogeniti che sono iscritti nei cieli, a un Dio giudice universale, agli spiriti dei giusti che sono stati resi perfetti, a Gesù mediatore di un'alleanza nuova, e a un sangue purificatore più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,22-24). La comunità di culto, soprattutto quando è riunita per celebrare l'eucaristia, parla il linguaggio dell'utopia: essa annuncia la realtà finale, fino a che essa venga (cf 1Cor 11,26). I fratelli riuniti attorno all'unica mensa sono l'immagine più trasparente del mondo nuovo che accende l'immaginazione degli uomini della speranza. L'orizzonte utopico è dunque saldamente impiantato in seno alla comunità cristiana. Nelle immagini bibliche dell'annuncio cristiano, nell'etica radicale e nel culto i credenti abitano già la perfetta città futura.

3. funzione dell'utopia nella vita spirituale

Abbiamo evidenziato la presenza di elementi utopici all'interno del cristianesimo, intendendo l'utopia come orientamento verso uno status di perfezione, evocato non dal pensiero raziocinante, ma piuttosto dall'immaginazione simbolica. Indichiamo ora qualche aspetto della molteplice incidenza di questa dimensione utopica nella vita spirituale. Essa garantisce, in primo luogo, una prospettiva dinamica alla persona e rende possibile un processo di sviluppo verso la piena maturità. Il ruolo dell'utopia religiosa non è quello di proporre modelli ideali all'imitazione letterale. L'utopia, qualunque sia la modalità concreta con cui agisce sull'individuo — mediante immagini, imperativi morali o vissuti cultuali — assicura piuttosto un orizzonte, reso concreto dal simbolo, che amplia le dimensioni del possibile.

La funzione del simbolo diventa più perspicua se consideriamo l'atteggiamento utopico dal punto di vista della psicologia genetica. Questa ci mostra come l'orizzonte che influisce sul comportamento vada progressivamente allargandosi con lo sviluppo psicologico. Osserva Kurt Lewin: «Durante lo sviluppo la sfera della dimensione del tempo psicologico dello spazio di vita aumenta da ore a giorni, mesi e anni. Il bambino vive in un immediato presente; con il crescere dell'età un passato e un futuro sempre più lontani influiscono sul comportamento presente» 9. Possiamo estendere l'osservazione dell'autorevole psicologo, considerando il mondo dell'utopia come il supremo orizzonte temporale — più precisamente, atemporale — che agisce sullo spazio di vita presente. In contrasto con i pregiudizi del positivismo scientista, che considera il pensiero immaginativo-simbolico come più primitivo e inadeguato, questo ci appare invece come caratteristica della persona pienamente sviluppata. Accediamo alla maturità spirituale quando il nostro comportamento è influenzato non solo dalla estrapolazione dei dati offerti dalla realtà presente, ma anche dai quadri composti dalle speranze e dai timori della specie umana. L'utopia è figlia della saggezza della maturità.

Anche a livello comunitario l'utopia agisce come un fermento dinamico. Ogni religione, se vuol sopravvivere, deve lasciare spazio alla novità carismatica per Utopia

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assicurarsi un periodico risveglio e controbilanciare la tendenza alla sclerosi. Di fatto, un filone di utopia comunitaria percorre tutta la storia del cristianesimo 10. Talvolta questi movimenti si sono riferiti ad attese millenaristiche e hanno tentato di instaurare già nel presente la città teocratica e la comunità dei perfetti. In qualche caso si sono avute degenerazioni; più spesso l'ispirazione utopica ha assunto cadenze mistiche. La funzione dei movimenti utopistici all'interno della chiesa è stata, in ogni caso, quella di mantenere vivo lo spirito, al di là della fedeltà alla lettera. Negli organismi religiosi, storicamente condizionati dai limiti della cultura in cui si incarnano e minacciati dall'irrigidimento istituzionale, la prospettiva utopico-carismatica assicura rinnovamento, impatto culturale, creatività.

In termini teologici, il promotore dell'utopia in seno alla comunità cristiana è lo Spirito santo. Secondo la promessa del Cristo, lo Spirito inviato da lui stesso e dal Padre guida i discepoli verso la pienezza della verità (cf Gv 16,13). Nessuno nella chiesa ha questa pienezza come un possesso statico. Essa si riflette poliedricamente nei carismi, così come il raggio di luce solare si rifrange nel prisma in un arcobaleno di colori, i vari doni sono talvolta polarmente contrapposti, mai riducibili l'uno all'altro. La storia della spiritualità cristiana è scandita da dibattiti sul rapporto tra vita contemplativa e vita attiva, amore di Dio e servizio del prossimo, fedeltà e dinamica del provvisorio, celibato e amore coniugale, distacco dal mondo e impegno per il mondo. Ogni sintesi dottrinale tende a privilegiare una prospettiva a detrimento delle altre. Ma lo Spirito non si lascia rinchiudere in nessuno schema. I carismi che egli suscita sono solo riflessi parziali della pienezza dell'Uomo nuovo, chiamato a vivere nella Comunità nuova.

Tener aperto un orizzonte utopico vuol dire, tra l'altro, non lasciarsi indurre a sintesi precoci. Come l'eternità si articola col tempo senza annullarlo, così gli ideali utopici si articolano con le soluzioni politiche parziali. La polarizzazione verso l'utopia non esclude il pluralismo. I progetti del razionalismo utopistico hanno talvolta caratteri fissisti (uniformità, dirigismo, istituzionalismo). L'utopia che nasce sul terreno dell'ispirazione religiosa non può, invece, far a meno della libertà. Ai discepoli del Cristo è promesso un avvenire così ricco che nessuna immagine concreta del presente lo può esaurire. Perciò possono rifiutare l'integralismo. In questo lo spirito di chiesa si distingue dallo spirito di setta.

Forse il senso e la funzione dell'utopia nella vita spirituale del cristiano possono essere compendiati nelle parole che Gesù, con un enigmatico sorriso saturo di cose future, rivolse a Natanaele: «Per averti detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste... In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto» (Gv 1,50ss). Lo sguardo fisso sulle cose più grandi e migliori, sui simboli del definitivo, è il segreto dell'utopia. Questo segreto è promesso ai discepoli di Cristo.

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NOTE

1 Cf M. Adriani, Utopia, in Enciclopedia delle Religioni, VI, Firenze 1970, 42-46

2 Tra le migliori opere di sintesi, cf W. Nigg, Das ewige Reich, Monaco 1930, tr. it. Milano 1947; N. Cohn, The Pursuit of Millennium, Londra 1957, tr. it. Milano 1965; R. Mucchiello, Le myte de la cité idéale, Parigi 1960

3 Cf E. Gilson, Les métamorphoses de la Cité de Dieu, Parigi-Lovanio 1952, trad. ital. Milano 1963

4 G. Durand, L'immaginazione simbolica, Roma 1977

5 R. Ruyer, La valeur religieuse des grandes anticipations, in L'Utopie et les Utopies, Parigi 1950, 285-289

6 L'espressione è di A. Peccei, La qualità umana, Milano 1976

7 Cf L. Cerfeaux, La Théologie de l'Eglise suivant st. Paul, nuova ed., Parigi 1965, 274, 310ss.

8 Cf R. Schnackenburg, Messaggio morale del Nuovo testamento, Alba, Edizioni Paoline 19712

9 K. LewinField theoty in social science, Nuova York 1951, 103

10 La migliore presentazione d'insieme di questi movimenti è quella offerta da R.A. Knox, Illuminati e carismatici, Bologna 1970.