Edmund Pellegrino: nella tradizione del medico-filosofo

Sandro Spinsanti

Edmund Pellegrino: nella tradizione del medico-filosofo

in L'Arco di Giano, n. 3, 1993, pp. 183-193

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L’attualità dei maestri

La rubrica è dedicata a mettere in evidenza la personalità di studiosi che con la loro opera hanno contribuito ad ampliare l’orizzonte delle medical humanities.

EDMUND PELLEGRINO: NELLA TRADIZIONE DEL MEDICO-FILOSOFO

Forse è per quel suo cognome italiano, unito ai tratti da antico romano scolpiti sul suo volto nervoso, ma tradito da un gestire inconfondibilmente americano. Forse è per la sua lunga pratica con i vertici istituzionali della Chiesa cattolica, almeno con quella parte di essa meno sospettosa nei confronti della ricerca biomedica e più dialogante con il mondo della scienza. Forse è per quell’aria di rispetto geloso di ciò che ci viene trasmesso dalle generazioni precedenti che si respira a Georgetown, il quartiere di Washington dove ha sede la sua università, che conserva intatto il suo aspetto di due secoli fa. Per tutto questo, e per tanti altri motivi ancora, Edmund Pellegrino evoca immediatamente il più felice connubio tra il vecchio e il nuovo: la moderna filosofia della medicina nata dal tronco della tradizione e sviluppatasi nella fedeltà ai solidi valori del passato.

L’università di Georgetown è stata fondata nel 1789. In Europa scoppiava la rivoluzione francese; in America sorgeva, ad opera dei gesuiti, la prima università cattolica. La fondava il vescovo John Carroll, per educare gli studenti mediante «le arti liberali, la filosofia, la religione e la morale». L’università si è estesa con il tempo; ora include studi quanto mai secolari, come la medicina. Ma la missione di estendere l’approccio umanistico a tutto l’ambito degli studi accademici sembra essere stata presa sul serio. L’università di Georgetown si colloca in prima linea tra le istituzioni americane intenzionate a valorizzare le humanities in tutte le articolazioni del sapere.

L’ufficio di Pellegrino è collocato nel più antico edificio del campus. Il neogotico Healy Building svetta sulla collina di Georgetown e si rispecchia nella placida insenatura che il fiume Potomac disegna ai suoi piedi. In stanze dai soffitti affrescati in stile “pompier” Pellegrino

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dirige il Centro di perfezionamento in etica (Center for the Advanced Study of Ethics). Continuità e innovazione non potrebbero essere meglio rappresentate.

In singolare contrasto con la minuta figura nervosa, nella vita familiare e professionale di Pellegrino tutto dà un’impressione di solidità: dai sette figli al lungo elenco delle sue pubblicazioni; dagli incarichi direttivi alla presenza nei comitati di redazione di prestigiose riviste scientifiche. A fondamento della carriera di studioso troviamo dei seri studi medi superiori, fatti in una high school cattolica, tenuta dai gesuiti. Quattro anni di filosofia, insieme a insegnamenti di scienze, biologia, matematica. E logica. Pellegrino evoca un insegnamento duraturo appreso a dodici anni, nella prima lezione di filosofia. A una sua affermazione l’insegnante reagì dicendo: «Ciò che tu affermi gratuitamente, io gratuitamente nego. La prima legge della logica è che devi argomentare per provare tutto quello che dici». Una lezione che deve averlo accompagnato per tutta la vita, se di recente, dopo una conferenza a un congresso di bioetica sull’eutanasia, un partecipante poteva commentare: «Io non sono d’accordo con lei, ma ammiro la sua capacità di argomentare». L’attenzione alla struttura argomentativa caratterizza la sua partecipazione agli appassionati dibattiti che hanno luogo attorno alle problematiche più scottanti della filosofia della medicina e della bioetica.

Dopo gli studi di medicina, Pellegrino coltivò con pari passioni il laboratorio e la presenza al letto del malato. Nella ricerca ha prodotto risultati non disprezzabili nello studio del metabolismo del calcio. Ma è stata soprattutto la medicina clinica il centro dei suoi interessi. Le tappe della sua carriera sono passate successivamente per l’Università del Kentucky, per l’Università di Stato di New York e per Yale, dove ha diretto per tre anni il Centro Medico. In questo periodo ha svolto un ruolo di primo piano nella introduzione delle medical humanities nelle scuole di medicina dell’intero territorio federale.

Nel 1983 è approdato al “Kennedy Institute of Ethics” di Georgetown, come direttore. Il Kennedy Institute, uno dei centri leader della bioetica negli Stati Uniti, è stato formalmente fondato nella primavera del 1971 e ha iniziato la sua attività ufficiale nel luglio dello stesso anno. Ai suoi inizi troviamo il mecenatismo della famiglia Kennedy e la visione anticipatrice di un uomo: André Hellegers. Questi, un ostetrico-ginecologo specializzato nella ricerca sullo sviluppo precoce del feto, aveva accolto intuitivamente le problematiche etiche che erano connesse con gli sviluppi della medicina e della biologia. Seppe pilotare le risorse economiche della fondazione Joseph e Rose Kennedy verso la creazione dell’istituto: il “Kennedy Institute for the Study of Human Reproduction and Bioethics”.

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Tra le caratteristiche dell’istituto che risalgono alle scelte iniziali, due mentano una particolare sottolineatura. Anzitutto il legame istituzionale con l’Università. Ciò gli ha permesso di avere un carattere multidisciplinare, attingendo i suoi membri dalle facoltà di lettere, scienze sociali, scienze naturali. La facoltà di medicina, in particolare, ha favorito un intenso scambio con ricercatori e clinici. Anche nell’altra direzione il legame dell’istituto con l’Università si rivela fecondo: l’istituto garantisce, per esempio, l’insegnamento di un corso obbligatorio di etica medica per tutti gli studenti del secondo anno di medicina.

In secondo luogo, l’interesse per l’interfaccia con i problemi teologici; senza apologetica, tuttavia, bensì in spirito ecumenico. Anche se l’istituto ha definito la sua fisionomia in senso rigorosamente filosofico, l’apertura agli interrogativi proveniente dall’orizzonte religioso è stata costante. Diversi dei membri del Kennedy sono studiosi di etica di formazione teologica. Oltre ai cattolici Richard Me Cormick e Bryan Hehir, ne fanno parte studiosi appartenenti ad altre confessioni cristiane (come Leroy Walters, William May, Robert Veatch) o all’ebraismo (Isaac Franck).

La struttura istituzionale del Kennedy prevede, all’interno dell’istituto, un’autonomia funzionale per il Centro di bioetica (Center for Bioethics). L’Istituto in questione non si occupa solo di bioetica, ma anche di etica generale e di altre tematiche specifiche, come l’etica dell’economia e dei rapporti internazionali. Il Kennedy Institute ha conosciuto, durante i sei anni di direzione di Pellegrino, uno straordinario sviluppo: corsi intensivi di bioetica diretti a un pubblico internazionale, pubblicazioni, documentazione, ricerca.

Nel 1989 è avvenuto il cambio della guardia: il filosofo Robert Veatch assumeva la direzione del Kennedy al posto di Pellegrino, mentre questi veniva chiamato a presiedere il neonato Centro di perfezionamento in etica, nella stessa Georgetown University: un ambizioso progetto che, proiettandosi idealmente nel secolo XXI, vuole promuovere per altri ambiti della vita sociale ― economia, comunicazioni, relazioni internazionali, business ― quella rivoluzione etica che il Kennedy Institute ha contribuito a far maturare nella medicina e nella biologia, dando impulso allo sviluppo della bioetica. Attualmente Pellegrino è impegnato a individuare e a pilotare su Georgetown studiosi e ricercatori di altissimo livello, per far decollare il nuovo progetto.

La grande impresa della sua maturità resta la disseminazione delle medical humanities negli Stati Uniti. Introducendo un numero del

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Journal of Medicine and Philosophy del 1990, dedicato integralmente alla figura e all’opera di Edmund Pellegrino in occasione del suo 70° compleanno, Tristam Engelhardt, attuale direttore della rivista, ha tributato un omaggio al ruolo svolto da Pellegrino. A suo avviso, il nostro tempo era inevitabilmente chiamato a confrontarsi con i problemi che derivano dai maggiori poteri che abbiamo acquisito in biologia e in medicina; ma la filosofia della medicina e la bioetica non avrebbero mai acquisito la forma che hanno ora, se fossero mancati la visione geniale e le fatiche di Pellegrino. Le humanities avevano bisogno di rivendicare la loro importanza per la nostra società. La medicina e i professionisti della sanità, da parte loro, dovevano riconoscere l’incompletezza dei loro sforzi in assenza del sapere che nasce dal tronco della humanitas. Le medical humanities sono nate dall’incontro di bisogni complementari: di avere una guida e di fare un discorso significativo. Siccome Pellegrino ha saputo capire e articolare questi bisogni ― conclude con una audace immagine Engelhardt ― è stato la levatrice delle medical humanities.

Tra le sue fatiche possiamo menzionare l’instancabile attività svolta presso le scuole di medicina. Tra il 1968 e 1978 Pellegrino visitò un’ ottantina di istituzioni: incontrando professori e studenti, sensibilizzando alla necessità di introdurre le medical humanities nell’insegnamento della medicina, fornendo egli stesso dimostrazioni di come tale insegnamento poteva essere condotto. Il progetto era sostenuto economicamente dal “Fondo nazionale per le humanities”, mediante un sostanzioso stanziamento destinato a promuovere un riavvicinamento tra formazione umanistica e formazione tecnologica.

Pellegrino ha dato un apporto decisivo al rigore concettuale nelle humanities applicate alla medicina. L’analisi da cui è partita la vigorosa azione promossa dal Fondo nazionale aveva identificato, con un senso di allarme, lo scollamento tra la cultura scientifico-tecnologica e quella umanistica: la prima sembrava andare per conto proprio, come sorretta da una metafisica di autogiustificazione, senza alcun bisogno di analisi concettuale e di verifica delle sue finalità e del rispetto di esigenze etiche; la cultura umanistica, da parte sua, era completamente isolata, incapace di incidere nella società, riluttante a impegnarsi in un confronto serrato con gli scopi, i metodi e le pratiche scientifiche. Le conseguenze del distacco erano particolarmente visibili e preoccupanti in campo medico. La conoscenza e il potere si erano estesi così rapidamente da distanziare le capacità di riflessione della professione. Proprio alla medicina Pellegrino ha dedicato il suo impegno, nel vasto progetto di ricucitura tra scienza e humanities che stava impegnando la società americana.

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Il punto di partenza era costituito dalla convinzione che le due forme di sapere non dovessero essere semplicemente giustapposte, ma piuttosto stimolate a riscoprire i legami reciproci. Si trova spesso citata una felice espressione di Pellegrino, risalente agli inizi degli anni Settanta: «La medicina è la più umana delle scienze, la più empirica delle arti e la più scientifica delle humanities». Il suo programma era tutto contenuto nella frase. Ma a condizione che si chiarissero alcuni equivoci. Uno di questi era legato all’uso impreciso del termine humanities.

Come è avvenuto anche negli appelli levatisi da noi alla “umanizzazione” della medicina, il ricorso all’umanesimo poteva essere inteso in senso filantropico e compassionale, senza precise richieste di competenza intellettuale. «L’umanesimo medico ― ha annotato Pellegrino ― è diventato quasi un luogo in cui si concentra la salvezza, destinato ad assolvere quelli che vengono vissuti come i ‘peccati’ della medicina moderna. La lista di questi peccati è lunga, varia e spesso contraddittoria: superspecializzazione; tecnicismo; eccessiva professionalizzazione; insensibilità ai valori personali e socioculturali; restringimento del ruolo del medico; troppo ‘curare’ e poco ‘prendersi cura’ ; insufficiente attenzione alla prevenzione, alla partecipazione del paziente e alla sua educazione; troppa scienza; non abbastanza arti liberali; troppo incentivo economico; una mentalità da ‘scuola commerciale’; insensibilità per i poveri e per gli emarginati nella società; eccessiva medicalizzazione della vita quotidiana; carenze nella comunicazione verbale e non verbale».

L’elenco dei peccati della medicina potrebbe essere allungato: ma ciò non farebbe altro che aumentare le attese nei confronti di un umanesimo in veste dimessa che porti la redenzione. Per Pellegrino l’interfaccia tra la medicina e le humanities avviene piuttosto alla luce delle possibilità che queste hanno di rispondere alle questioni di fondo sull’uomo, in particolare quelle che sono provocate dalla sofferenza, dalla malattia, dalla ricerca di guarigione, dai limiti dell’impiego della tecnologia sull’uomo.

Le medical humanities mobilitano le riflessioni etiche, filosofiche, storiche e letterarie per ripensare l’esistenza umana sotto l’impatto della medicina moderna. La medicina, proprio con il suo carattere di scientificità ― «la più scientifica delle humanities» ― può a sua volta rilanciare, a partire dai problemi concreti che nascono dal vivo della vita umana esposta alla sofferenza e alla morte, i perenni problemi intellettuali legati ai fini dell’uomo. Medicina e humanities non sono semplicemente cucite insieme in modo artificiale: le influenze reciproche ne fanno un nuovo campo disciplinare, particolarmente significativo per la formazione dei medici.

Come missionario delle medical humanities Pellegrino ha avuto

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molto successo. È riuscito a creare un consenso sulla necessità di modificare 1 curricoli degli studenti di medicina, dando maggior spazio alle discipline afferenti all’ambito delle humanities. I suoi sforzi intellettuali nel dar voce alle esigenze e il suo attivo impegno durante gli anni Settanta hanno ottenuto il ribaltamento della situazione di scollamento tra le “due culture”, che era stata vigorosamente denunciata dal noto saggio di Charles P. Snow.

La topografia dei programmi di insegnamento a valenza umanistica nelle scuole di medicina degli Stati Uniti risultava, da una inchiesta condotta dall’“Institute on Human Values in Medicine” nel 1980/81, molto soddisfacente. Quasi tutte le facoltà mediche avevano un programma che poteva essere qualificato come valori umani, etica o humanities, in netto contrasto con la situazione dei due decenni precedenti, quanto programmi di questo genere erano inesistenti. Il rapporto, pubblicato a cura di Pellegrino, poteva concludere che questo genere di studi si presentava come una delle innovazioni di maggior rilievo nella formazione dei medici avvenute nel nostro secolo.

L’impegno di Pellegrino nelle medical humanities, per quanto appassionato e coinvolgente, non lo ha portato a cambiare professione. È rimasto costantemente rivolto alla pratica della medicina e al suo titolo di MD, con quella fierezza che è un tratto distintivo dei medici americani. Rifiuta in modo risoluto la qualifica di bioethicist: il suo apporto al rinnovamento della pratica medica non va rubricato come bioetica, ma tutt’al più come filosofia della medicina. Egli stesso non pretende di aver creato una nuova professione, ma semplicemente di aver rispolverato quella dimensione di riflessione sulla medicina che è inerente per tradizione alla medicina stessa (come testimonia l’aforisma ippocratico: «Il medico filosofo è di natura divina»).

La questione terminologica non è di minor conto. Pellegrino distingue la bioetica dalla filosofia della medicina, e ambedue dalle medical humanities. In parte sono campi sovrapposti, ma per alcuni aspetti si distinguono nettamente. Se le medical humanities forniscono la prospettiva più ampia e inclusiva, bioetica e filosofia della medicina non sono sinonimi. Pellegrino intende la bioetica, in senso stretto, come la sottodisciplina della filosofia morale che si occupa degli interventi umani sulla vita; la filosofia della medicina, invece, come una riflessione sistematica sulla pratica medica, sulla sua legittimazione, sulle concezioni antropologiche e sociali che la sostengono. Per dare alla rinnovata disciplina uno strumento adeguato, Pellegrino prese l’iniziativa di fondare nel 1976 il Journal of Medicine and Philosophy, di cui ha assunto per alcuni anni la direzione.

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La distinzione tra bioetica e filosofia della medicina non è uno sterile puntiglio accademico. Pur occupandosi delle stesse questioni, ie due discipline tendono a farlo in modo diverso. E possono giungere a conclusioni divergenti. La variabile di fondo più decisiva risulta essere i orizzonte professionale a partire dal quale si pongono gli interrogativi etici: chi esercita una professione intellettuale ― come appunto il filosofo che si dedica alla bioetica ― vede e accentua dimensioni diverse dell'esperienza umana in medicina rispetto a chi pratica una professione sanitaria. La riflessione del medico-filosofo avrà perciò un timbro diverso da quello del “bioeticista”.

Con la collaborazione di David Thomasma ― un esperto di bioetica di formazione teologica, docente di Etica medica alla Loyola University di Chicago ― Pellegrino ha intrapreso un vasto disegno di rifondazione della filosofia della medicina. Ne sono derivati due importanti volumi, scritti a quattro mani: A Philosophical Basis of Medical Practice: Toward a Philosophy and Ethics of the Healing Professions (1981) e For the Patient’s Good: The Restoration of Beneficence in Health Care (1988). Il secondo in particolare ha avuto una vasta risonanza internazionale; è stato tradotto in tedesco, spagnolo, italiano e giapponese.

Da questa espressione più compiuta della filosofia della medicina elaborata da Pellegrino possiamo ricavare gli elementi di confronto più istruttivi con l’approccio che è tipico di coloro che Pellegrino qualifica come “bioeticisti”. Il punto di più marcata divergenza dalla bioetica standard (il riferimento è alle posizioni di Tristam Engelhardt, Robert Veacht, James Childress, John Fletcher, per citare gli studiosi più influenti in America) è quello dell’autonomia del paziente come criterio etico per valutare la qualità etica della pratica medica. I filosofi che hanno dato forma alla bioetica hanno fortemente sottolineato l’importanza di trattare ogni paziente come agente autonomo, rivendicano il suo diritto morale (anche se non corrisponde sempre a quello legale) di determinare il corso del suo trattamento e di intervenire attivamente nelle decisioni che riguardano la lunghezza della sua vita. Per opporsi alla relativa differenza di potere tra medico e paziente e all’interpretazione paternalista del rapporto, è stato proposto un modello di rapporto di natura contrattualistica.

Pellegrino ha sviluppato una posizione molto critica nei confronti di una bioetica centrata sull’autonomia del paziente e sul modello contrattuale. L’opposizione non è sollevata in nome di una visione metafisica o di un riferimento ad una particolare teoria filosofica. Non si tratta di un rifiuto pregiudiziale di quell’approccio analitico predominante nell’etica anglo-americana, ampiamente basato sulle filosofie di

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Hume, Kant e Mill. Le riserve valgono, in generale, per qualsiasi sistema filosofico che tenti di articolare l'etica medica dall’esterno. Pellegrino si è fatto paladino di un’etica medica fondata su una filosofia della medicina specifica della medicina, ossia ricavata da quella conoscenza dell’uomo che il medico deriva dalia sua frequentazione dei malati.

L’uomo che il medico incontra nella situazione di malattia ha solitamente un’autonomia molto limitata. L’autonomia evocata dai filosofi nelle discussioni bioetiche gli sembra un’astrazione, rispetto a quella che è propria del setting clinico, alla presenza del dolore, della sofferenza morale e della paura della morte. La malattia comporta una disorganizzazione dell’intero mondo del paziente. Il corpo stesso gli si trasforma in qualcosa di estraneo, che difficilmente si fa integrare con ciò che egli prima chiamava il proprio “io”.

«Quando siamo malati, il corpo non è più un docile strumento della volontà e non abbiamo le conoscenze e le abilità necessarie per fare le scelte che ristabiliranno la salute; siamo necessariamente soggetti al potere di altri; la nostra immagine integrata, il nostro ‘io’ incarnato da cui la vita acquista il suo significato, viene coperto da un’ombra»: sono questi, secondo Pellegrino, i tratti che caratterizzano la conditio humana nella malattia.

Tra questi quattro deficit, la perdita della libertà di fare scelte razionali appare la più grave dal punto di vista etico. Il paziente non è in grado o può non voler fare delle scelte relative al trattamento. Si affida al medico. Questa mutua integrazione ― la disposizione a fare “il bene del paziente” da parte del medico; la fiducia con cui il malato si affida al sanitario ― diventa il punto di partenza della filosofia della medicina proposta da Pellegrino. “Beneficità nella fiducia” è la formula programmatica. Egli intende così proporre una specie di terza via dell’etica medica. Si colloca a metà strada tra il paternalismo benevolo e autoritario dell’etica medica della tradizione ippocratica e l’autonomismo promosso dai filosofi analitici, che hanno fatto del diritto all’autodeterminazione il punto di appoggio di tutta la moderna etica medica.

Nel paternalismo ippocratico il centro della decisione è il medico. Egli si impegna ― secondo la formulazione che troviamo nel Giuramento di Ippocrate ― a «prescrivere agli infermi la dieta opportuna che loro convenga, per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni»: ogni interferenza del paziente nelle scelte terapeutiche è semplicemente impensabile, in quanto il paziente non ha le conoscenza relative alla terapia appropriata, né si trova nella condizione morale di essere il protagonista delle decisioni che lo riguardano. Il paradigma autonomista, invece, sposta il centro della decisione sul paziente. Il

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rispetto per la sua persona richiede che nelle decisioni cliniche il medico si adegui ai desideri e ai valori dei paziente (o di colui che io rappresenta, se il paziente è incapace di intendere e di volere).

La terza via proposta da Pellegrino ― la “beneficità nella fiducia” ― vuoi combinare i due modelli, ponendo anche dei correttivi alla possibilità di scivolare in estremismi unilaterali. Il paternalismo del medico, infatti, viola il rispetto che si deve alla persona in quanto persona; e l’autonomia del paziente come principio assoluto minaccia l’indipendenza del giudizio, sia clinico che etico, del medico. L’orientamento del medico a fare “il bene del paziente” e l’autonomia di questi non sono considerati come poli opposti e in conflitto. Il conflitto non è tra “beneficità” e autonomia, ma semmai tra paternalismo e autonomia. Il paternalismo tende, infatti, a far coincidere il bene del paziente con il bene del medico, ossia con la linea d’azione consigliata dal medico. Ora, questa visione è viziata da una prospettiva troppo limitata: il medico deve considerare altri valori, oltre a quelli che vede dal suo punto di vista professionale, e negoziarli all’interno della struttura gerarchica dei beni del paziente.

In altre parole, mentre il paternalismo considera l’autonomia del paziente come contraria al suo miglior interesse ― soprattutto se il paziente non è d’accordo con il medico ― la “beneficità nella fiducia” include l’autonomia, ma senza rinunciare a orientare l’azione medica verso “il bene del paziente”. La “beneficità nella fiducia” sottolinea il ruolo del medico come avvocato del paziente, o perfino come suo delegato o sostituto in caso di incapacità, se non sono noti desideri espressi in precedenza o se non sono disponibili altre persone che rappresentino il paziente.

I critici oppongono a Pellegrino il carattere sostanzialmente conservatore della sua filosofia della medicina. A differenza della bioetica, che nella determinazione dei mutui obblighi tra medici, pazienti e società cerca un punto di vista esterno a quello delle professioni sanitarie, la filosofia della medicina di Pellegrino è saldamente radicata nella professione medica. È certo molto più sofisticata rispetto alle regole di comportamento promulgate in codici fissi e in principi, senza argomentazioni o giustificazioni. L’etica medica normativa presuppone un esercizio critico della ragione e una capacità argomentativa che sono assenti nelle prescrizioni del comportamento corretto per il “buon medico” presenti nelle condificazioni del passato.

Tuttavia la nuova etica medica proposta da Pellegrino ― l’etica medica “per un’epoca post-ippocratica”, come egli la chiama ― si pone in sostanziale continuità con quella riflessione che è stata esercitata dai

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medici-filosofi del passato. Non è un caso, infatti, che Pellegrino abbia dedicato seri studi a codificazioni di etica medica cicli eredità storica: a quella di Scribonio Largo, un medico-farmacista del I secolo d.C., che per primo ha elaborato una concezione dei doveri specifici di un ruolo o di una professione (indicando l'“umanità” e la “compassione” come doveri intrinseci alla professione del medico); oppure all’etica medica di Percival, il medico-filosofo illuminista che all’inizio del secolo scorso ha dato l’impulso più decisivo alla creazione di un codice deontologico per i medici.

L’etica medica che, tallonata dal movimento della bioetica, riformula se stessa si propone di integrare il rispetto del malato, in quanto sorgente autonoma di moralità, nel tradizionale orientamento a fare il suo bene. L’intento è lodevole; rimane da verificare quanto sia possibile l’effettiva realizzazione del progetto. È degna della massima considerazione la volontà dei professionisti medici di valorizzare un processo decisionale che veda il paziente informato e collaborante, senza alcuna coercizione, in un clima di mutua fiducia tra lui e il suo medico personale. Ma che cosa succede quando si ha una pluralità di visioni e di giudizi sul “bene biomedico” per un determinato paziente? Come comporre il dissidio quando i giudizi clinici-etici divergono in modo inconciliabile (“Bisogna procedere alla rianimazione”; “No, è meglio lasciar morire...”)? Come procedere quando il giudizio morale del sanitario e quello di colui che ricorre al suo aiuto sono opposti (basti pensare alle situazioni di richiesta di interruzione volontaria della gravidanza, di suicidio assistito, di procreazione artificiale)?

Pellegrino è consapevole che questi conflitti mettono a dura prova l’etica delle “beneficità nella fiducia” da lui proposta. Rivendica in questi casi il diritto del medico di riferirsi alla sua coscienza ― alla propria etica, elaborata all’interno di una determinata comunità di appartenenza: la comunità cristiana cattolica, nel caso di Pellegrino ― e quindi di far valere il suo diritto a non lasciarsi imporre le scelte morali del paziente.

La filosofia della medicina nata entro l’orizzonte ideale del movimento bioetico ha accettato da quest’ultimo la prospettiva secolare. Nella sua riflessione sulla medicina Pellegrino non argomenta mai in termini teologici, non fa appello alla dimensione religiosa dell’uomo. Colloca anche l’etica medica su quel livello che obbliga tutti gli uomini, in forza di considerazioni di ragione, non di fede. Tuttavia vuol garantire a se stesso come medico cattolico, ma anche a qualsiasi altro, lo spazio per poter agire secondo i dettami della coscienza. Ovvero, dopo aver soddisfatto gli obblighi che nascono dalla moralità intrinseca alla natura della medicina, di poter seguire le esigenze di un orientamento all'agape, cioè all’amore altruistico.

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Riferimenti bibliografici

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