Medicina ed etica di fine vita

Sandro Spinsanti

MEDICINA ED ETICA DI FINE VITA

in Etica e salute, Sguardi etici sulla pratica e sull'organizzazione sanitaria

Erickson, Trento 2014

pp. 33-57

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La vita, il sacro, il limite

Abbiamo bisogno di regole per guidare i comportamenti sull'ultimo confine tra la vita e la morte. Questa preoccupazione è comune sia alle religioni sia all'attività di pensiero che si sviluppa sotto il segno della ragione. Religione e filosofia possono convivere; ancor più, possono attingere l'una dall'altra. Storicamente ciò è avvenuto nell'ambito dell'etica medica. Nelle grandi religioni storiche del ceppo monoteista ― ebraismo, cristianesimo e islamismo ― l'arte del guarire è stata sempre tenuta in grande considerazione; costante è stata anche la preoccupazione di elevare lo standard etico e spirituale dei sanitari. Nella preghiera attribuita a Mosè Maimonide, il medico nella sua preghiera quotidiana si rivolge a Dio dicendogli:

Nella Tua eterna Provvidenza Tu hai scelto me per vigilare sulla vita e sulla salute delle Tue creature. Ora sto per dedicarmi ai compiti della mia professione. Sostienimi, o Dio onnipotente, in questa importante impresa, affinché ciò possa essere di giovamento all'umanità, poiché senza il Tuo aiuto nulla potrà avere buon esito, neppure la più piccola cosa. (Spinsanti, 1985, pp. 21-23)

È un atteggiamento interiore che permette al medico religioso di sentirsi in alleanza con Dio nel proteggere la vita e combattere la morte. Una conseguenza indiretta è la resistenza a cambiare le regole morali che

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sovrintendono alla professione, in quanto anche quando sono scritte nel linguaggio secolare della deontologia sono circondate da un alone sacrale.

Anche agli inizi della nuova riflessione che si è sviluppata negli ultimi trent'anni, conosciuta sotto il nome di bioetica, troviamo una vivace presenza religiosa. Il movimento impegnato a riportare «valori umani» all'interno della pratica della medicina e delle scienze della vita è stato animato soprattutto da cristiani, motivati in senso umanistico e religioso. Agli inizi degli anni Sessanta in America sono stati principalmente degli assistenti spirituali di campus universitari e facoltà di Medicina, di diverse confessioni religiose, a preoccuparsi della tendenza sempre più accentuata in medicina a separare il fatto tecnico da quello umano. Nel 1968 fu fondata una «Società per la salute e i valori umani», particolarmente sostenuta dalla Chiesa presbiteriana, che è stata molto attiva nel diffondere la convinzione che non si possono formare dei buoni sanitari trascurando l'insegnamento dei valori umani implicati nell'azione terapeutica. Anche se nello sviluppo successivo la bioetica ha assunto una chiara autonomia dalle ispirazioni religiose iniziali, si può rintracciare una interconnessione profonda tra la riflessione filosofica nata all'interno delle scienze della vita e l'impegno umanistico condotto in nome della fede religiosa.

La morale religiosa che l'ebraismo, l'islamismo e il cristianesimo elaborano per i credenti confrontati con i dilemmi che propone oggi la promozione della vita non si identifica con la bioetica. Le differenzia il fatto fondamentale che le religioni si muovono all'interno della rivelazione divina, che propongono alla fede del credente, mentre il pensiero filosofico procede riferendosi esclusivamente a parametri razionali. Tuttavia questi due tipi di sapere normativo non sono solo posti in parallelo, senza interattività reciproca. Se la fede ha bisogno della ragione per pensare la rivelazione, il pensiero razionale a sua volta può ricevere dalla concezione dell'uomo, che deriva da un corpo di conoscenze rivelate, degli stimoli che gli permettono l'apertura di nuovi orizzonti. È quanto può avvenire, in particolare, nell'ambito dei comportamenti relativi alla morte e al morire.

Una versione estremamente semplificata dell'insegnamento religioso lo riconduce al precetto di non interferire con il processo del morire, nel senso di accelerarlo, perché ciò violerebbe il precetto «non uccidere», che deriva dalla sacralità della vita umana. Sempre procedendo per semplificazioni, si è soliti contrapporre il criterio della sacralità della vita, promosso dalle visioni

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morali che si ispirano a una visione religiosa del mondo, al criterio della qualità della vita, nel quale si riconoscono le diverse etiche a orientamento secolare. Mentre il primo tutelerebbe la vita dell'uomo da ogni intervento tendente ad abbreviarla, sottraendo questo tipo di decisioni non solo ai medici,ma anche al soggetto stesso vivente, il criterio della qualità della vita porterebbe come conseguenza che è possibile disporne, quando scende al di sotto di un livello accettabile.

Questa schematizzazione ha avuto un certo successo ed è stata ripetutamente riproposta. Se però esaminiamo più accuratamente il criterio della sacralità della vita, ci accorgiamo che è molto carente nel fornire una guida pratica per le decisioni da prendere sul finire della vita. È facile trovarsi d'accordo su affermazioni molto generali, come sul fatto che la vita è un bene prezioso; che deve essere rispettata e protetta; che nessun essere umano deve essere privato della vita senza adeguata giustificazione (una giustificazione che diventa sempre più arduo trovare per la pena di morte, mentre fino a un passato recente anche i credenti affermavano che va tutelata la vita «innocente» e tendevano a far entrare la pena di morte nei poteri riconosciuti allo Stato). Ma la vita ci appare come un valore conflittuale. La volontà di proteggerla e affermarla può scontrarsi con valori etici (come l'altruismo e la solidarietà: è considerato un atto virtuoso aiutare chi ha bisogno, anche mettendo a rischio la propria vita) e con valori sociali (ad esempio la difesa del bene comune).

La religione, inoltre, apre un altro fronte che può anch'esso entrare in collisione con la tutela della vita. La Chiesa venera come martiri coloro che non esitano a rinunciare alla vita per non venir meno all'adorazione di Dio. Essa arriva a considerare la stessa difesa di certe qualità ― come la verginità ― un valore superiore, a cui può essere subordinata la vita fisica.

La collocazione del valore della vita in una scala gerarchica che prevede valori superiori ad altri è quanto mai attuale in medicina. Con la capacità attuale di prolungare quasi indefinitamente le funzioni vitali dell'organismo, anche quando le funzioni cerebrali superiori e la vita relazionale sono definitivamente compromesse, il criterio della sacralità della vita potrebbe facilmente degradarsi, se non viene opportunamente mitigato. Se fosse spinto all'estremo, ne deriverebbe un vitalismo riduttivo, dal punto di vista antropologico, ovvero una celebrazione della vita ricondotta ai soli parametri biologici. Ciò risulta contrario sia allo spirito dell'umanesimo, sia alla stessa visione cristiana dell'uomo.

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Sarebbe paradossale che il cristianesimo, dopo aver per secoli tradizionalmente mostrato una certa indifferenza per la vita terrena (pensiamo solo alle schiere di giovanissime educande e religiose che, fin verso i primi decenni del XX secolo, andavano gioiosamente verso una morte prematura per le condizioni non igieniche della vita in convento, dispensando parole di conforto ai genitori, che restavano in un mondo da esse percepito come estraneo allo spirito: questo anelito alla vita spirituale, anche quando doveva svilupparsi a spese della vita corporea, era considerato un modello di esemplare virtù cristiana), diventi ora un difensore a oltranza del prolungamento incondizionato della vita fisica. Più che un'evoluzione della morale cristiana, un simile cambiamento di fronte ci apparirebbe come una frattura profonda con la tradizione. La sacralità della vita, spinta a questi estremi, si confonderebbe con l'idolatria della vita.

Le religioni offrono una guida al comportamento dei credenti o in un modo prescrittivo (sono le regole che deve seguire il «buon cattolico», il «buon ebreo» ... e che differenziano i credenti dai non credenti, e i credenti di una religione da quelli di un'altra), oppure proponendo valori. Fa parte di questa seconda accezione il comandamento fondamentale delle religioni monoteiste di non farsi degli idoli. Il principio di trattare la vita umana come sacra non va inteso nel senso di fare della vita un idolo. Quando ciò avviene, si è creata una fatale confusione tra la natura e Dio.

Il rapporto tra gli eventi naturali ― tra i quali collochiamo la morte ― e la volontà di Dio riguarda il fondamento esistenziale, non le circostanze dell'esistenza. Certe espressioni, che possono avere un senso sul piano affettivo o hanno il valore di un'immagine poetica ― come: «Dio l'ha chiamato a sé»; «Dio ha fatto diventare un angioletto il vostro bambino» ― non possono essere prese in senso letterale. È tanto più importante tenere presente questa distinzione, quanto maggiore è diventato il potere dell'uomo sugli eventi naturali, che si traduce in concreto nella medicalizzazione della morte. Le rappresentazioni che mettono ciò che succede sul piano della natura in rapporto con la volontà di Dio hanno un insuperabile valore simbolico, ma non sono verità scientifico-naturali o etico-razionali.

Introdurre la scelta umana della medicina tra l'uomo e Dio (e la volontà di Dio) aiuta a purificare il discorso stesso su Dio. Un passo ulteriore consiste nel considerare l'uomo come persona, ossia come una realizzazione assolutamente originale di valori, libertà e responsabilità. Quando si tratta

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di sapere fin dove è lecito abbreviare o prolungare la vita, non è la vita che dobbiamo interrogare, bensì il vivente. In termini teologici, ciò è contenuto nella nozione di creaturalità.

La natura «effimera» ― da creature di un giorno ― della vita umana è presente ai poeti e ai saggi di qualsiasi epoca. Per limitarci alle celebri espressioni di Pindaro nella Pitica ottava:

Creature d'un giorno, che mai

è alcuno, che mai non è?

Sogno di un'ombra è l'uomo.

Ma per l'esperienza religiosa il limite naturale è il segno della creatura e il fondamento delle sue scelte morali. L'uomo è creatura divina, non benché sia limitato, ma proprio perché ha il limite iscritto nel suo essere. La sacralità della vita umana non comporta l'intangibilità, quanto piuttosto la gestione responsabile dei limiti.

L'idea di limite era presente nell'atteggiamento tradizionale nei confronti del trattamento delle malattie, sotto forma di rispetto della natura, ovvero di distinzione tra ciò che è «naturale» e ciò che non lo è. Il discernimento tra i comportamenti che rispettano la natura e quelli che ne violano le leggi aveva anche una connotazione religiosa, che non è andata completamente perduta neppure quando l'arte terapeutica ha assunto come suo campo di azione quello della scienza. L'idea di limite da non oltrepassare è molto chiara nel linguaggio del mito. In quello greco che narra la vicenda di Asclepio, l'eroe primordiale dell'arte medica, così come è riferito da Pindaro nell'ode Pitica terza, la trasgressione come superamento dei confini naturali (per i Greci questo costituiva il peccato più grave ― la hybris ― che portava in sé i semi della tragedia) costituisce il pericolo intrinseco della medicina. Asclepio, infatti, iniziato dal centauro Chirone all'arte di «guarire i morbi dolorosi degli uomini», sarebbe morto fulminato da Giove. La sua colpa: aver accettato, per denaro, di procedere a un atto terapeutico illecito, salvando dalla morte un uomo destinato dalla natura a morire («rapire dalla morte un uomo ormai catturato»).

Nella concezione che valorizza la natura e i suoi limiti intrinseci, il medico possiede solo un potere derivato, che gli viene prestato, per breve tempo, per porsi a servizio della natura stessa. Il medico è tanto più bravo, quanto più si piega all'insight dell'inevitabile. Il tema non è scomparso con

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il mondo classico e il tramonto dell'etica che riconosce il comportamento doveroso in quello che Orazio ha chiamato «aurea mediocritas», cioè la capacità di riconoscere il giusto mezzo, che evita sia il troppo che il troppo poco. Con un'audace interpretazione di alcune fiabe della raccolta dei fratelli Grimm ― corredate da numerosi parallelismi in altre tradizioni e culture ― il teologo e psicanalista Eugen Drewermann ha ricostruito il permanere dell'ammonizione a non superare i limiti stabiliti dalla natura (Drewermann, 1990).

Il punto di partenza scelto da Drewermann per descrivere il rapporto tra il medico e le malattie mortali nella cultura tradizionale è la fiaba Comare Morte (nell'originale tedesco, essendo la parola morte di genere maschile, si parla di Gevatter Tod, cioè letteralmente «Padrino Morte»). Protagonista è un medico che ha ricevuto dalla morte, sua madrina di battesimo, il dono di riconoscere se il paziente presso cui è chiamato a prestare la sua opera professionale è destinato a sopravvivere o a morire: se la morte ― che solo lui ha il privilegio di vedere ― si trova al capezzale del malato, questi vivrà; se invece sta ai suoi piedi, è destinato a morire. Il medico per due volte, essendosi ammalato il re e successivamente sua figlia, dà scacco alla morte, ricorrendo a un'astuzia: fa girare il letto, così che la morte, che sedeva ai piedi dell'infermo, viene a trovarsi al suo capezzale. Ma, pur essendo il figlioccio della morte, paga la ripetuta trasgressione con la propria vita. Secondo il modello trasmesso dalla cultura tradizionale ― sostiene Drewermann ― il buon medico è colui che sa discernere tra i malati da curare e quelli che sono destinati alla morte.

Il naturalismo ha ricevuto la sua prima formulazione teorica nell'ambito della medicina greca, che era essenzialmente una medicina «fisiologica» (perché la physis ― cioè la natura ― costituiva l'ordine da rispettare). La concezione naturalistica è stata rafforzata quando è stata fatta propria dal cristianesimo medievale: l'uomo è tenuto a adattarsi all'ordine della natura, che in ultima analisi è un ordine divino, in quanto Dio è creatore della natura e delle sue leggi. Ma l'orientamento alla lex naturalis, come partecipazione alla lex aeterna, non offre più un criterio di discernimento per l'uomo della modernità. Caratteristica della tecnica moderna, a differenza di quella greca e medievale, è di «produrre artificialmente degli esseri naturali» (per usare una formula del filosofo spagnolo Xavier Zubiri). L'artificialità non è più, in sé, un criterio negativo di valutazione morale. Ciò vale non solo per come si nasce ― procreazione artificiale ― ma anche per il modo di morire. Il

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prolungamento artificiale della vita non è più considerato un disvalore, o una situazione da evitare. Ma proprio le situazioni cliniche che abbiamo considerato nel primo contributo ci costringono a rivedere questo giudizio: l'artificialità, infatti, oltre un certo limite si può rivolgere contro l'uomo. Tra coloro che concepiscono la vita umana come sacra e coloro che, in una prospettiva laica, la considerano come naturalmente limitata, si può così instaurare un proficuo dialogo.

Vita spirituale e autodeterminazione

Vorremmo dare al concetto astratto di autodeterminazione la concretezza di una storia personale. È quella di Peter Noll, raccontata da lui stesso nel libro Sulla morte e il morire. Noll era un professore universitario, docente di Diritto penale a Zurigo. Oltre che di cultura giuridica, era impregnato di teologia. Come giurista e cristiano, ha riflettuto a lungo, e in modo originale, sui problemi del potere e della legge. Ispirandosi direttamente a Gesù, che Noll amava rappresentare come il «disobbediente», ha esercitato una critica contro l'etica cristiana, quando identifica l'essere cristiano con l'obbedire all'autorità, a qualunque condizione:

Il contrario, rappresentato esemplarmente da Gesù, si può rappresentare solo riconoscendo la ribellione al fine di ottenere la libertà; e richiamandosi, audacemente, al divino comandamento della libertà. Chi si sottomette a questo comandamento di libertà non avrà mai pace; sarà sempre un outsider; ma acquisterà una calma e un distacco che gli consentiranno di essere immune contro tutte le potenze, contro le loro minacce e le loro tentazioni. (Noll e Frisch, 1985, p. 238)

Il momento di mettere in atto questo esigente programma di «pro­testante» contro la cultura dominante suonò per Peter Noll a 56 anni, quando gli venne diagnosticato un cancro alla vescica. La soluzione medica prospettatagli comprendeva l'asportazione chirurgica della vescica (da allora in poi sarebbe stato dotato di un sacchetto artificiale); l'intervento, completato da interventi di irradiazioni, gli avrebbe dato una scarsa probabilità di sopravvivenza ― tra il 35% e il 50% ― limitata nel tempo e mutilata.

Deve scegliere: il differimento della morte, con le risorse della medicina, o le metastasi? Determinante nella scelta è la difesa della propria libertà:

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«Non voglio finire nella macchina chirurgico-urologica-radiografica, perché così facendo perderei pezzo a pezzo la mia libertà».

Quello che mi disturba è la perdita della libertà; il fatto che gli altri possano disporre di me, che possa finire in un apparato che mi domini e di cui non sono all'altezza. Naturalmente mi disturberanno anche i dolori insopportabili. Per sfuggirvi ci si affida all'apparato, che toglie i dolori e con essi la libertà. Ed è esattamente quello che non voglio. È questa la tentazione cui cede la maggior parte delle persone, anche quando l'operazione non ha alcuna probabilità di successo: ci si consegna semplicemente all'ospedale, così sono gli altri a occuparsi di noi, a decidere per noi e ci si è convinti di aver predisposto tutto il possibile. Che razza di tranquillità è questa? Si ritorna bambini? Solo che non si ha il calore della madre; e qui, secondo me, sta l'errore. Il malato a morte che si è consegnato all'apparato medico è completamente abbandonato, perché l'aiuto che riceve è freddo. (Noll e Frisch, 1985, p. 33)

Peter Noll è consapevole che, acconsentendo all'operazione, si adeguerebbe definitivamente al ruolo di paziente per il resto della sua vita. Decide, pertanto, di rinunciare all'intervento che la medicina gli offriva: «Così non sono un paziente; non sono sanissimo, sono anzi mortalmente malato, ma non un paziente».

Il rifiuto dell'operazione come atto di eroismo? No: piuttosto come espressione di speranza. Ma di una speranza diversa da quella medica, che la identifica esclusivamente con qualsiasi prolungamento della vita. Speranza per Peter Noll era invece poter vivere più consapevolmente la parte finale della vita: «La mia esperienza è stata questa: viviamo meglio la vita se la viviamo così com'è, limitata nel tempo. Ho avuto la fortuna di conoscere la morte. È il vantaggio della morte per cancro, di cui tutti hanno tanta paura».

La consapevolezza di una morte prossima gli ha portato un patrimonio di saggezza. Con la morte davanti agli occhi il tempo diventa più prezioso del denaro; cambia il rapporto con gli altri; si diventa più liberi, perché non è più necessario avere dei riguardi. Ma allo stesso tempo la sua scelta divide gli animi e suscita critiche. Una conoscente lo rimprovera: «Tu dai noia alla gente con la tua decisione. Quando uno ha il cancro va in ospedale e si fa operare; è normale. Ma se uno ha il cancro e se ne va in giro allegramente, come fai tu, diventa un fenomeno inquietante».

Nel libro, che contiene le riflessioni dell'ultimo anno di vita di Peter Noll, diventa molto convincente il percorso seguito, come conclusione di

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una vita più breve ma molto feconda. Lo scrittore Max Frisch, che è stato suo amico, commenta la vicenda nella postfazione affermando che ciò che Peter Noll ci offre è «lo sguardo di un uomo liberato, che osa sapere quello che sa e che aspetta che noi facciamo altrettanto».

La posizione di Peter Noll è espressione di un'aristocrazia spirituale, che non è facile imitare. Il suo valore esemplare, tuttavia, va oltre l'offerta di un modello. Ci offre l'opportunità di mettere a fuoco uno dei problemi centrali dell'autonomia come valore culturale: se sia o no compatibile con un orientamento religioso nella vita. Il diritto dell'individuo ad autodeterminarsi, in quanto unica autorità nell'ambito delle scelte personali, si è presentato sulla scena della nostra civiltà con una forte carica eversiva, contro ogni forma di assolutismo, compreso quello religioso.

Il riferimento a Kant è d'obbligo. Dello spirito che anima l'epoca moderna egli ha dato le descrizioni più incisive. Nel definire l'Illuminismo, lo ha contrapposto alla minorità, intesa come incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro:

L'Illuminismo è l'uscita degli uomini dallo stato di minorità dovuto a loro stessi. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. A loro stessi è dovuta questa minorità se la causa di essa non è un difetto dell'intelletto ma la mancanza di decisione e del coraggio di servirsene come guida. (Kanr, 1975, pp. 141-149)

Questo è l'incipit famoso del trattatello di Kant: Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo? Nel prosieguo illustra con alcuni esempi che cosa intendesse per minorità voluta e acconsentita:

Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno di pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione.

L'invito di Kant ― «Abbi il coraggio di servirti della ragione» ― si è progressivamente esteso a tutti gli ambiti della vita sociale. Solo la medicina ha costituito, per lungo tempo, una specie di riserva retta ancora dalle leggi dell'assolutismo, in veste di paternalismo benevolo. Nello stato di malattia l'individuo sembra riprecipitare in una condizione di «minorità», anche se anagraficamente ha superato da molto tempo l'età in cui si diventa maggiorenni.

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La maggiore età è una condizione labile agli occhi del paternalismo medico. Quando un individuo è malato, il diritto a usare il proprio intelletto appare sospeso: è il medico che decide quali informazioni dare al malato, il trattamento più indicato, i percorsi da fargli seguire nell'accidentato cammino verso la salute. E ancor più quando il cammino inclina verso la morte.

Il diritto alla libertà, nella sua versione di diritto all'autodeterrninazione ― ovvero a fare scelte in armonia con i valori autonomi della persona ― appare dotato di una forte carica eversiva nei confronti delle autorità costituite. Il razionalismo ha preteso di riportare la morale stessa entro i limiti della ragione, rifiutando ogni orientamento alla trascendenza. Questa connotazione antireligiosa accompagna il principio dell'autodeterminazione, che negli ultimi anni ha cominciato a modificare il rapporto tradizionale tra medici e pazienti. Dobbiamo sospettarlo di minacciare la vita religiosa degli individui? Cadono molto opportune le osservazioni di Peter Noll quando fonda la sua «disobbedienza» alle prescrizioni della medicina sul «disobbediente» Gesù. Possiamo seguirlo nel coraggioso tentativo di fondare la sua scelta critica nei confronti del rituale medico-tecnico del morire non nel razionalismo kantiano, ma nella libertà che per lui nasce da una frequentazione del Vangelo.

Un'altra considerazione di carattere generale possiamo derivare dalla vicenda di Peter Noll: le persone sono uniche non solo per eredità genetica che le costituisce, ma ancor più per la gerarchia di valori che ognuno fa propria. Nel suo caso la priorità non andava alla lunghezza della vita, ma alla sua qualità. Ancor più precisamente, avere una vita di qualità equivaleva per lui alla possibilità di mantenere un controllo della propria interiorità, non lasciarsi espropriare dalla routine medica della possibilità di concludere la propria esistenza con un massimo di consapevolezza. Non per tutti questo è il valore principale.

Una vicenda parallela è quella che riguarda Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi. È noto che Freud morì per un cancro che gli fu diagnosticato nel 1923, a sessantasette anni. Sostenuto nelle sue decisioni da Max Schnur, il suo medico di fiducia, Freud affrontò con coraggio la lotta contro la malattia: fino al 1939, l'anno della sua morte, subì trentatré interventi chirurgici per contrastare la devastazione progressiva causata dal male che egli chiamava «il mostro». Sedici anni di lotta continua, finché il 21 settembre 1939, Freud convoca il dr. Schnur per dirgli: «Caro Schnur,

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si ricorda del nostro primo colloquio? Allora mi ha promesso che non mi avrebbe piantato in asso quando sarebbe giunto il momento. Ora è solo tormento e non ha più senso». Lo stesso giorno, il 21 settembre, il dr. Schnur somministra al suo paziente, che finora ha sempre rifiutato ogni calmante, una forte dose di morfina e due giorni dopo, senza aver ripreso conoscenza, Freud muore.

Le scelte di Noll e Freud divergono su punti sostanziali. Mentre Noll ha rifiutato consapevolmente un trattamento medico che aveva qualche probabilità di prolungargli la vita, Freud ha fatto ampiamente ricorso alle risorse della medicina, fino al momento in cui ha optato per una sedazione profonda, con cui si è spento. Ma la struttura della morte dell'uno e dell'altro ha tutelato i valori centrali della loro vita. Per Freud si trattava della razionalità: il giudizio chiaro, la lucidità della mente. Scriveva al fratello: «La vita non mi dà più gioia, da diversi punti di vista sono un relitto, ma sono in possesso delle mie facoltà intellettuali, lavoro ancora». La sua scelta di non volere calmanti è stata comunicata al dr. Schnur con la seguente motivazione: «Preferisco pensare tra i tormenti che non pensare». La sua morte è stata coerente con la sua gerarchia di valori.

Se l'autodeterminazione è, fondamentalmente, l'esercizio del diritto di strutturare le proprie scelte riguardo alla vita e alla morte secondo la propria gerarchia di valori, non può essere estranea al credente. Di più: nessuno come il vero credente la sente connaturata con la propria vita spirituale. La fede inizia, secondo il Vangelo, con una metànoia, che equivale a un terremoto interiore: l'ordine esistente è scompigliato, ciò che prima contava non conta più, ciò che prima era disprezzato brilla di luce nuova. Le conversioni di cui sono costellati i racconti evangelici danno sostanza biografica al concetto di metànoia.

In senso generale, possiamo affermare che il prolungamento a ogni costo della vita non trova giustificazione nell'universo spirituale del credente. La vita stessa è diventata relativa, rispetto alla «vera vita» che la speranza addita dopo la morte. Aggrapparsi alla vita terrena, come al valore più importante, ha il sapore dell'idolatria. Saper mettere un limite agli sforzi della medicina è espressione di saggezza, non mancanza di speranza.

«Voglio dire che non facciate più nulla»: questa l'estrema richiesta di Mons. Tonino Bello, il compianto vescovo di Molfetta. Nella biografia scritta da Claudio Ragaini è ricostruito lo scenario dell'agonia, che conclude una

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lunga lotta contro la malattia. Sopravvenne una crisi e il malato cominciò a respirare a fatica. Il medico voleva dargli l'ossigeno, ma don Tonino lo rifiutò con un gesto. «Sembrava che cercasse di dire qualcosa ai presenti. Gli si accostarono, e lui con uno sforzo sovrumano sussurrò: "Voglio che non facciate più nulla"» (Ragaini, 1977, p. 183). Nessuno oserà affermare che questa scena di morte non sia coerente con la vita di un credente ­ di un grande credente ― semplicemente perché ha rinunciato a un prolungamento di vita che la tecnologia biomedica poteva assicurargli.

Non è, dunque, la vita al primo posto nella gerarchia dei valori di un credente. Le virtù teologali sono così importanti che il credente deve essere disposto anche al martirio per difendere la fede e a rinunciare alla vita per la carità (come P. Kolbe). Anche altre virtù hanno un rango così elevato che, quando entrano in conflitto con la tutela della vita, è quest'ultima a cedere il passo.

Nella gerarchia dei valori da difendere a ogni costo va inclusa anche la dignità? È la questione più recente e spinosa, sulla quale si è concentrato il dibattito relativo alla liceità di certe scelte sul limitare della vita. Ci sono persone per le quali il bene della sopravvivenza non è più tale, se avviene in condizioni di totale degrado fisico e mentale. Una voce autorevole che ha articolato il rifiuto della vita quando è pagato con il prezzo della dignità è stato Indro Montanelli. L'opinione giornalistica ha voluto vedere in lui un paladino dell'eutanasia. La sua posizione è stata più differenziata: ha rivendicato il diritto di chiedere il suicidio assistito quando le condizioni di sopravvivenza fossero state, a suo giudizio, indegne. Ha scritto, infatti, in una delle sue rubriche di risposte ai lettori contenuta nel volume Le nuove stanze:

Ritengo che tra i diritti dell'uomo ci sia anche, anzi soprattutto, quello di congedarsi dalla vita quando questa sia diventata per lui soltanto un calvario di sofferenze senza speranza e, mettendolo alla mercé degli altri, gli abbia tolto anche la possibilità di difendere il proprio pudore, e quindi la propria dignità. (Montanelli, 2001, p. 532)

La sua era piuttosto una perorazione a favore dell'autodeterminazione quale strumento per far difendere i propri valori personali. L'ampia eco suscitata dalle sue posizioni è dovuta al fatto che attraverso questa voce ha trovato espressione una paura molto diffusa: quella di venirsi a trovare in balìa di medici che considerano come loro dovere esclusivamente quello di

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prolungare il più possibile il funzionamento dell'organismo del paziente, in qualsiasi condizione ciò avvenga, e ignorando ogni altra dimensione della vita umana che non sia quella biologica. Quando si verifica l'ostinazione terapeutica, tenere in vita per qualche giorno o per qualche ora di più un paziente terminale diventa per il sanitario quasi un punto d'onore. Il prezzo dell'ostinazione è una somma inenarrabile di sofferenze inflitte, tanto al paziente quanto ai suoi familiari.

Il fantasma del medico ostinato a prolungare la vita vegetativa induce alcuni a contrapporgli la rivendicazione di un «diritto a morire». Come fosse contenuto nel diritto all'autodeterminazione. In realtà il diritto a morire viene per lo più evocato come una barriera da contrapporre al medico che soggiaccia alla libido sanandi e che non sia disposto ad accettare la morte del paziente, in quanto smentisce le sue fantasie inconsce di onnipotenza. Se non vogliamo trovarci costretti a difenderci dai medici, bisogna che venga assimilato il principio che l'accresciuta disponibilità di mezzi terapeutici non crea con ciò stesso l'obbligo morale di utilizzarli.

Esiste il dovere morale di salvare la vita di un altro essere umano contro la sua volontà? In questo caso entrano in conflitto due specie di obblighi: quello di difendere la vita e quello di rispettare la libertà, secondo il principio dell'autonomia personale; mentre il primo giustifica l'intervento, il secondo richiede la non interferenza (nel caso in cui si sia moralmente certi che la decisione suicidiaria è stata presa in effettiva libertà, e non sotto costrizione). Pensiamo, in concreto, al conflitto in cui viene a trovarsi un medico chiamato a fornire l'alimentazione forzata a un detenuto politico che abbia deciso lo sciopero della fame a oltranza, facendo così fallire la deliberata intenzione del suo gesto.

Solo poche voci isolate propongono il rispetto assoluto della volontà di commettere il suicidio come condizione per salvaguardare la dignità umana. Più generalmente, l'Occidente ha dato la preferenza all'obbligo di salvare la vita del suicida: in passato ricorrendo per lo più alle argomentazioni religiose che riferiscono il comandamento «non uccidere» anche alla vita del soggetto stesso; oggi prevalentemente con motivazioni secolari, ivi compreso il principio giuridico secondo cui il diritto alla vita va inteso come un diritto «assolutamente indisponibile», tutelato dallo Stato anche contro la volontà dell'individuo.

Con particolare mitezza si tende oggi a valutare i tentativi di porre fine alla propria vita da parte di persone che intendono sfuggire ai dolori

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intollerabili e ai trattamenti disumani nella fase terminale della malattia. Anche in questi casi non sussiste, almeno dal punto di vista dell'etica cristiana, alcun valido motivo per riformulare il giudizio morale che ritiene illecito ogni attentato contro la propria vita. Ma non dovremmo sentirei dispensati dal riflettere sul significato profondo di tali gesti suicidi, nei quali molto spesso si riversa una vibrata protesta contro le condizioni di vita a cui sono costretti i malati terminali. La prevenzione del suicidio non può ridursi allora alle misure coercitive. Deve estendersi piuttosto alla modifica di quelle forme più generali di malessere, le cui radici vanno fatte risalire all'organizzazione sanitaria del morire. Quando una persona giudica la propria vita come invivibile, non basta impedirgli di porvi fine: bisogna offrirgli l'aiuto necessario perché la sua vita ritrovi la qualità umana.

Appurato che si tratti di un vera volontà di morire, un'altra opera di discernimento è affidata all'etica: la distinzione tra la volontà sana e quella patologica. Non tutti accettano che possa esistere una sana volontà di morire. Per lungo tempo qualsiasi progetto autodistruttivo nei confronti della propria vita è stato etichettato come moralmente perverso. I comportamenti sociali verso i suicidi, comprendenti persino il rifiuto di esequie religiose, avevano una funzione prevalente di deterrente, affinché non si innescasse il fenomeno dell'imitazione; la valutazione morale era, in ogni caso, di condanna. A questo atteggiamento ha fatto seguito l'epoca dell'indulgenza, ma solo perché al gesto di chi si toglie la vita è stato conferito un carattere patologico. La conoscenza delle radici sociopsicologiche del comportamento suicida ha aperto la strada a un atteggiamento di maggior comprensione. Peccato... pazzia...: la volontà di morire non può essere coniugata anche con la salute, sia morale che mentale?

L'istinto naturale per la vita e l'obbligo morale di preservarla sono indubbiamente il punto di partenza dell'etica della vita fisica. Ma la volontà di morire non può essere esclusa in assoluto dal progetto di vita umano. Essa può esprimere la positiva accettazione della propria umanità, come essenzialmente limitata nel tempo. La fantasia dell'immortalità è legata all'io; talvolta ne esprime l'ipertrofia: in questo caso, è la fantasia di immortalità, non la volontà di morire, ad avere carattere patologico. Quando l'individuo lascia che si sviluppi anche la dimensione transpersonale, che trascende l'orizzonte dell'io, l'abbarbicamento alla vita corporea viene superato. A un certo livello di auto realizzazione la persona si apre a un'aspirazione mistico­unitiva con il Tutto, anche al di fuori dell'esperienza formalmente religiosa.

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La volontà di morire può avere anche un risvolto di ribellione all'idolatria della vita, caratteristica della cultura immanentista nella quale siamo immersi. Quando la vita fisica è considerata il bene sommo e assoluto, al di sopra della libertà e della dignità, l'amore naturale per la vita si tramuta appunto in idolatria. La medicina implicitamente promuove tale culto, organizzando la fase terminale come una lotta a oltranza contro la morte. Ribellarsi a tale organizzazione ― che per lo più espropria il malato di ogni autonomia, sottoponendolo ai rituali chirurgici e rianimatori dell'ostinazione terapeutica ― può essere anche un gesto di disobbedienza, mentalmente e moralmente sano. Dovremmo aspettarcelo soprattutto dal credente, che la fede ha reso libero dai miti (l'immortalità) e dagli idoli (la vita corporea sopra ogni altro valore).

Il rispetto dell'autodeterminazione si accompagna a un discernimento dei motivi delle proprie decisioni e di quelle altrui. Voler staccarsi dalla vita o aggrapparsi a essa oltre ogni ragionevolezza; voler mettere in atto tutto l'arsenale di cui dispone la medicina per prolungare la vita, oppure disporsi ad affrettare la fine della persona che si ama: dietro questi comportamenti ci possono essere motivazioni diverse, dalle più nobili e altruistiche ad altre moralmente impresentabili. La compassione può essere egoismo mascherato o inconsapevole; la disponibilità a tenere in vita può contenere tratti sadici; l'impegno per l'altro può essere inserito entro una trama di giochi di potere. Oltre l'ambito delle luci verdi o luci rosse che sono funzioni dell'etica, si apre lo spazio del discernimento ― che cosa guida le nostre scelte e a quale fine tendono le nostre azioni ― che è proprio della spiritualità.

Persona e comunità

Il processo di civilizzazione ha trasformato in molti modi il morire. Gli storici hanno descritto dettagliatamente le convinzioni condivise, i ruoli sociali e i rituali, religiosi e profani, che ci differenziano dai nostri antenati, anche solo nel giro di alcune generazioni. Tuttavia è possibile individuare alcune costanti. Le difficoltà fondamentali che si contrappongono a una morte con qualità umana continuano a ruotare intorno a due poli: la miseria del morire in solitudine e la miseria di non avere lo spazio di solitudine necessario per morire.

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La contraddizione è più apparente che reale, in quanto si riferisce a due diversi bisogni. Il primo è quello di avere, sul punto di affrontare il momento angosciante del distacco dall'esistenza, la vicinanza rassicurante di qualcuno. Questo ruolo di conforto, assicurato soprattutto da coloro ai quali il morente è legato con legami di sangue e di cuore, nella nostra società è minacciato dalla prassi invalsa di nascondere in modo sistematico al morente la sua condizione. La presenza dei propri cari non conforta più, perché è impregnata di menzogne. Il morente lo avverte, e il rapporto di fiducia con i suoi stessi familiari è infranto. Magari preferirà adattarsi al ruolo che gli viene richiesto e fingere di ignorare l'avvicinarsi dell'ora fatale, pur di conservare una parvenza qualsiasi di rapporto con chi si occupa di lui. Ma si sentirà murato nel suo isolamento, senza la possibilità di esprimere le sue emozioni e di liberarsi dall'angoscia che gli causa la prospettiva della fine imminente, condividendola verbalmente con qualcuno.

Per dare concretezza a questa situazione, attingiamo un caso esemplare dal prezioso archivio costituito dai casi clinici sottoposti al Comitato etico della Fondazione Floriani.

Il sig. S. è ricoverato in ospedale, nella divisione di neurologia con diagnosi recente di tumore cerebrale, non suscettibile di terapia causale. È in dimissione perché terminale, ma gli viene detto che ha avuto un ictus e che va a casa in attesa di un posto presso un centro di riabilitazione.

Il paziente ha una forte cefalea e vomito, non controllati dalle terapie attuate dal personale della divisione. La moglie del paziente ― che è ausiliaria nello stesso ospedale ― e la figlia ― infermiera professionale presso la divisione di psichiatria ― fanno pressione sui medici della neurologia perché sia richiesta la consulenza dell'Unità di cure palliative. Ottenuta la richiesta di visita a parere dello specialista di questa Unità, la moglie e la figlia chiedono che la visita non sia effettuata dal responsabile dell'Unità, conosciuto dal malato, ma da altro medico che si qualifichi come specialista pneumologo.

Casi analoghi si erano già presentati, almeno altre due volte. Nell'équipe i pareri sono discordi: ci si chiede se sia corretto assecondare il desiderio dei familiari di mantenere il paziente nell'ignoranza della diagnosi e rinunciare al proprio ruolo, qualificandosi come altro servizio.

Il parere ragionato del Comitato etico inclina in senso contrario: adduce solide motivazioni per concludere che la richiesta dei familiari (non solo di

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non informare il paziente, ma di mentire sulla diagnosi e la prognosi, fino a chiedere di mascherare la propria qualifica di specialisti in cure palliative) non dovrebbe essere assecondata. In realtà le decisioni dei sanitari sono per lo più conformi al modello del nascondimento. La conseguenza ― non voluta in quanto tale, ma legata a questo modo di strutturare i rapporti ― è che il malato muore in una totale solitudine psicologica e spirituale.

L'altro bisogno, opposto e complementare, è quello di uno spazio psicologico per elaborare la sintesi conclusiva della propria vita, prendere congedo, svellere una a una le mille radici che ci legano all'esistenza terrena. È un processo di distacco che la psicologia del profondo designa col termine tecnico di «elaborazione del lutto». Una presenza invadente e ciarliera ― compresa quella fatta di discorsi edificanti ― potrebbe essere pregiudizievole per questo bisogno del morente di presenza a se stesso. Lo scrittore Samuel Butler ha colto presso un suo conoscente una situazione in cui la vicinanza era troppo densa e infastidiva il morente. L'ultima parola che questi pronunciò, rivolgendosi a un amico presente nella camera, fu: «Ti dispiace uscire un momento? Vorrei morire...».

La composizione dei due diversi bisogni fa sì che non si possano tracciare regole fisse o fornire ricette per morire in modo umano. Oggi come ieri, è necessaria una creatività spirituale per dare forma alla propria morte. Come si è espressa la poetessa Sylvia Plath:

Morire,

è un'arte, come ogni altra cosa.

Io lo faccio in maniera eccezionale.

Io lo faccio che sembra come inferno.

Io lo faccio che sembra reale.

La deformazione sistematica che oggi ci affligge ― per la quale è stato coniato il termine «distanasia» ― dipende dal venir meno della giusta distanza tra chi muore e chi lo assiste. La bilancia pende unilateralmente sul piatto della solitudine. E il morire è diventato «come inferno».

In passato l'inferno era presente al morente come fantasma legato al senso di colpa, spesso deliberatamente favorito da quell'assistenza religiosa che lo storico Jean Delumeau ha chiamato «pastorale della paura» (paura ossessiva del peccato, della morte e dell'inferno: questi i tre capisaldi sui quali si è basato il cristianesimo della paura). Il tema della morte come

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punizione e come porta di accesso al castigo eterno si è risolto nella grande colpevolizzazione dell'Occidente cristiano e si manifesta ancor oggi nella fobia di molti alla presenza di un sacerdote al capezzale del morente, perché associato con l'angoscia intollerabile della condanna irrevocabile. Ma per la massa dei morenti oggi è piuttosto la solitudine nella fase terminale della vita l'«inferno» che li attende; ed è più paventata del fuoco eterno.

Alla solitudine del morente nella nostra società ha dedicato un saggio sociologico molto convincente Norbert Elias: La solitudine del morente (Elias, 1985). A suo avviso, è lo stesso processo di civilizzazione in cui siamo inseriti che relega dietro le quinte della società la morte e l'agonia, circondandole con un senso di imbarazzo fisico e verbale. La solitudine del morire è, nella ricostruzione di Elias, un prezzo della civiltà. Rispetto alle insicurezze e ai pericoli che minacciavano la vita dell'individuo nella società medievale ci sentiamo protetti; ma ci viene chiesto un controllo generale e costante di ogni forte impulso emotivo. L'angoscia che suscita la morte viene rimossa nel modo più radicale: ignorando la morte stessa. Così siamo diventati capaci di attenuare medicalmente i tormenti fisici della morte, ma la partecipazione alla morte degli altri si è atrofizzata.

La solitudine di cui soffre il morente non è di natura fisica (i barboni che muoiono sui marciapiedi delle città in inverno o gli anziani soli che vengono trovati cadavere dopo parecchi giorni nella propria casa restano isolati fatti eccezionali, universalmente esecrati), ma di ordine affettivo e spirituale. «Quando il morente ― afferma Elias ― sente che non riveste più alcuna importanza per le persone che lo circondano, allora è realmente solo». Non conosce la solitudine unicamente colui che è abbandonato a se stesso, ma anche la persona che vive in mezzo a gente indifferente alla sua esistenza e che ha spezzato i ponti di contatto tra sé e questa creatura umana. Questo è per lo più il caso dei morenti.

La medicalizzazione della morte e la crescente divaricazione tra il curare e il prendersi cura sono la causa prossima della solitudine del morente. Che cosa succede quando la medicina curativa dichiara concluso il suo compito nei confronti di una persona? Se il caso clinico non suscita un interesse tale da giustificare un supplemento di mobilitazione delle risorse terapeutiche, il malato terminale e il moribondo vengono per lo più abbandonati. La medicina tende a disertare il capezzale presso il quale non può operare qualcuno dei suoi ben reclamizzati «miracoli». Se la speranza di tipo medico,

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concepita sempre a senso unico come speranza di strappare qualche mese o qualche giorno alla morte, viene a cadere, il medico passa la mano. In passato subentrava per lo più il sacerdote, come esperto delle «cose ultime» personali; oggi, caduta per la secolarizzazione anche la presenza di tipo pastorale, intorno al morente si apre lo spazio del più doloroso isolamento. Quando la macchina sanitaria cessa di curare, rinuncia contemporaneamente anche a prendersi cura.

Un gioco di colpevolizzazioni ― talvolta sottile, talaltro grossolano ― fa da sfondo alla solitudine del morente. Da una parte, la disumanizzazione del morire viene attribuita ai sanitari, accusati di venir meno all'ispirazione filantropica che ha sempre caratterizzato la cura dei malati. Medici e infermieri, a loro volta, ritorcono sulle famiglie l'accusa di non assumersi l'onere materiale dell'assistenza dei loro vecchi e di sottrarsi, sopraffatti dall'emotività, quando si tratta di condividere con i malati giunti al capolinea della vita la verità sulla loro condizione.

C'è indubbiamente del vero nelle carenze tanto dei professionisti sanitari quanto dei familiari. Ma forse è opportuno aggiungere una considerazione che può aiutare a superare la polarizzazione accusatoria: il malessere che circonda la morte è, più che il risultato di un deficit morale di un agente sociale, il sintomo dolorante di un'impasse cui ci ha condotto lo sviluppo della civiltà, con i successi della medicina da una parte (mai l'umanità aveva conosciuto tanti vecchi e, insieme alla longevità, un rallentamento così rilevante del processo del morire) e l'analfabetismo emotivo dall'altra, con l'impaccio e i dubbi che accompagnano la gestione delle emozioni. Ciò che urge non è la ricerca dei colpevoli del processo di disumanizzazione del morire, bensì la proposta di modelli alternativi di assistenza ai morenti.

Una «ars moriendi» per il XXI secolo?

Con il termine «ars moriendi» si designa un genere letterario che si è tradotto in un certo numero di opere, diffuse nel periodo a cerniera tra il Medioevo e il Rinascimento. Ne esistono circa 300 manoscritti e un centinaio di incunaboli (opere a stampa, del primo periodo di quest'arte). Si tratta di scritti di struttura e contenuto analogo, di natura didattico-devozionale, destinati sia al popolo che ai letterati. Alcuni sono semplicemente una raccolta

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di preghiere e di meditazioni sulla morte. Altri sviluppano il tema delle tentazioni contro delle virtù (la fede, la speranza, la pazienza, il distacco dai beni...); se le tentazioni vengono superate, l'anima del moribondo viene consegnata agli angeli. Alcune delle «artes moriendi», infine, contengono testi biblici e brevi considerazioni sulla morte, accompagnate da figure corrispondenti ai testi riportati. Oltre a una miscellanea di citazioni sulla morte di autori cristiani, i testi contengono avvertimenti ai moribondi sulle tentazioni cui sono esposti, abbozzi di risposte ai dubbi da cui il moribondo può essere assalito, nonché consigli alle persone che assistono il moribondo e preghiere che devono recitare.

Il termine «ars» qualificava scritti rivolti a guidare i comportamenti. Il tardo Medioevo ha prodotto manuali pratico-didascalici di questo genere anche su altri argomenti, come la gentilezza, il corteggiamento, le buone maniere. L'ars moriendi considerava la morte come un processo, per il quale l'uomo ha bisogno di aiuto: come deve essere aiutato a entrare nella vita, alla nascita, così deve essere assistito per uscirne. Il ruolo di aiuto non spetta alla medicina, quasi che il morire debba essere considerato solo un processo corporeo: il morente ha bisogno di un accompagnamento umano e spirituale. Nella prospettiva religiosa, era soprattutto un aiuto per prepararsi al giudizio divino imminente. L'«eutanasia» ― nella sua accezione originaria di aiuto per una «buona morte» ― emerge come un compito non medico, bensì filosofico-religioso.

Nell'«ars moriendi» la medicina è considerata estranea perché ha luogo uno spontaneo orientarsi del pensiero verso la morte. Nell'ultima fase della vita, infatti, la morte occupa in maniera crescente la coscienza. Già S. Gregorio Magno aveva parlato della prolixitas mortis: la morte che si dilunga coincide con l'esperienza del limite e della finitezza. L'«ars moriendi» ci mostra, considerata in questa prospettiva, il suo vero volto: non è altro che l'altra faccia dell'«ars vivendi», Non ci si può appropriare del significato della morte sul punto di morire, se per tutta la vita la morte è stata assente. L'«ars moriendi» è un apprendistato permanente, grazie al quale la persona previene di essere collocata forzatamente di fronte alla morte come a una realtà estranea.

Anche l'umanesimo cristiano del Rinascimento ha condiviso questa visione della morte. Lo testimonia l'opera di Erasmo da Rotterdam: La preparazione alla morte, del 1533 (Rotterdam, 1984). La philosophia

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christiana proposta dagli umanisti si pone in continuità con la tradizione classica: ripropone il «memento mori» non per svuotare di significato e di qualità l'esperienza terrena, ma per darle più valore, inquadrandola entro un orizzonte di finitezza, che in termini teologici è l'esistere come esseri creati.

La nostra epoca ha visto un fiorire di iniziative che, frettolosamente, sono state battezzate come un revival dell'«ars moriendi». In questo genere confluiscono tentativi diversi di riportare la morte al centro dell'attenzione, a opera di «esperti del morire». È indicativa la parabola di Elisabeth Kübler­Ross, che da psichiatra attenta alla psicodinamica del morire ― con le sue classiche «fasi del morire» ― si è progressivamente collocata in un ambito più esplicitamente spirituale, con l'intento di favorire una riappropriazione sapienziale della morte che integri anche le tradizioni spirituali dell'Oriente. Periodicamente emergono figure carismatiche, che si conquistano laicamente la qualifica di esperti dell'accompagnamento dei morenti e attirano consensi alla causa dell'umanizzazione (o ri-umanizzazione) del morire. Citiamo solamente il forte ruolo giocato da Marie de Hennezel, soprattutto in Francia, grazie anche all'appoggio autorevole concessole dal presidente François Mitterand (Hennezel, 1998). Questi ha espresso pubblicamente la consapevolezza della malattia mortale che l'aveva colpito e ha validato l'approccio di Marie de Hennezel, che ha spinto la sua competenza di psicologa nell'accompagnamento dei morenti fino a promuovere l'«aptonomia», ossia la scienza del contatto affettivo che si stabilisce attraverso l'incontro tattile.

«Come morire?», si chiede François Mitterand introducendo il libro di Marie de Hennezel La morte amica. «Se c'è una risposta, sono poche le testimonianze capaci di ispirarla con la forza di questa.» L'insegnamento principale che il presidente francese ne trae è che «la morte può far sì che un essere diventi ciò che era chiamato a divenire; può essere, nella piena accezione del termine, un compimento».

Possiamo includere nel filone anche la pubblicazione di numerose testimonianze, a metà strada tra la denuncia e la proposta, in particolare dall'ambito del volontariato nelle cure palliative. A questo punto possiamo porci la domanda: equivale tutto ciò all'elaborazione di una «ars moriendi» per i nostri giorni? Decisamente no. La condizione che esista un'arte del morire e che questa si possa imparare non è condivisa. Soprattutto è entrato in crisi l'umanesimo come convinzione ingenua di poter parlare dell'«uomo» al singolare, senza passare per le innumerevoli declinazioni dell'umano fatte

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Ancor più incide il pluralismo dei modelli etici: prevale la fisionomia di una società composta di «stranieri morali», ai quali non può essere applicato l'identico modello di morte ideale.

Harold Brodkey, lo scrittore americano che ha avuto il coraggio di redigere un resoconto dettagliato del suo ultimo soggiorno in ospedale, concluso con la morte, traccia una linea minima. Ritiene che si debba quanto meno «morire da persone educate». Riconosce che il suo è «ottimismo senza speranza»: non solo la speranza religiosa di un'altra vita, ma anche la speranza secolare che consiste nel guardare al futuro («È il fondamento dell'America, questo guardare al futuro. Noi ― creeremo ― una nazione, e avremo giardini, piscine e chirurgia plastica. Il sogno americano è quello di ricostruire dopo l'alluvione, trovandosi in condizioni migliori di prima, di superare questa o quella sfida, fino alla morte, morte inclusa. Beh, come si fa a essere ottimisti per il momento? Senza speranza?»).

L'arte del morire viene ridotta a una specie di galateo, ovvero alla recita fino alla fine della parte del vivo, così come coloro che contornano il paziente si aspettano da lui:

I miei amici e conoscenti che erano morti di Aids, verso la fine, quasi tutti, avevano un'aria di nervosa finzione, come attori guardinghi. Forse era sempre stato chiaro, ma adesso mi era chiarissimo, che si recita una parte nel restar vivi e che il posto in cui si recita questa parte è vuoto, privo di pavimento, e di una definizione percepibile. Si recita questa parte con un brio alla rovescia, cercando di nascondere (senza riuscirci) la propria condizione di non residenti. (Brodkey, 1998, p. 74)

Il comportamento da morente che Brodkey tratteggia ― comportamento molto diffuso, al di qua e al di là dell'Atlantico ― ci appare antitetico a quello adottato da Peter Noll. Da una parte la recita secondo il ruolo che altri ― l'organizzazione medica delle cure, le attese sociali ― hanno affidato; dall'altra la difesa di uno spazio di libertà, fino nel segmento finale della vita, anche a costo di dover rinunciare a qualche risorsa della medicina.

Le voci dei nostri contemporanei ci rendono consapevoli di quanto sia cambiato l'atteggiamento nei confronti della morte. Tuttavia riusciamo a individuare una costante, costituita dalla tipologia sommaria di due gruppi di persone: coloro che escludono la morte dal proprio campo di consapevolezza e coloro che la morte preferiscono guardarla in faccia e, nei limiti del possibile, controllarla.

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Per riferirci a formulazioni classiche dei due modelli, possiamo descrivere il primo tipo con le parole di Pascal:

Distrazione. Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci [...l. Nonostante tutte queste miserie, l'uomo vuol essere felice, e vuole soltanto essere felice, e non può non volere essere tale. Ma come fare? Per riuscirci, dovrebbe rendersi immortale; siccome non lo può, ha risolto di astenersi dal pensare alla morte. (Pascal, 1962, p. 160)

Michel de Montaigne dà voce all'opzione opposta: tenere lo sguardo fisso sulla morte:

Per cominciare a togliergli il suo maggior vantaggio su di noi, mettiamoci su di una strada assolutamente contraria a quella comune. Tagliandogli il suo aspetto di fatto straordinario, pratichiamolo, rendiamolo concreto, cerchiamo di non aver niente così spesso in testa come la morte. A ogni istante rappresentiamo la alla nostra immaginazione, e in tutti i suoi aspetti. (Montaigne, 1966, p. 109 s.)

Non si tratta di una meditazione religiosa, ma civile. Le considerazioni di Montaigne ― contenute nel cap. XX dei Saggi: «Filosofare è imparare a morire» ― nascono dalla convinzione che «la meditazione della morte è meditazione della libertà» e che «chi ha imparato a morire ha disimparato a servire: il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione».

Che cosa riusciamo a traghettare nel XXI secolo della saggezza tradizionale? Reagendo alla sensazione frustrante di non disporre di modelli di valore universale e obbligante da riproporre, concentriamoci almeno su alcuni tratti. La legittimità di dare alla propria morte una fisionomia personale è uno degli elementi costitutivi della morte umana dei nostri giorni. Come è unica ogni persona, così può e deve essere unica ogni morte, in quanto ricerca di un punto d'incontro personale tra ciò che la natura ei costringe a subire (la morte è pathos) e ciò che, a partire dai valori che strutturano la nostra vita, possiamo e vogliamo fare (la morte può essere anche figlia di eros). Per dirlo con le parole di un poeta, che ha espresso la sua speranza sotto forma di preghiera:

Signore, da' a ciascuno la sua morte,

la morte che da quella vita viene,

in cui ebbe amore, anima, angoscia.

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Perché noi siamo solo guscio e foglia.

La grande morte che ciascuno ha in sé

è il frutto intorno a cui tutto si volge.

(Rilke, 1950, p. 92)

Un secondo tratto della «buona morte» del futuro è quella di poterla affrontare grazie a un rapporto particolare con medici, infermieri e altri sanitari: un rapporto che, in analogia con la categoria biblica dell'alleanza, possiamo chiamare «alleanza terapeutica». Anche questo aspetto lo possiamo esprimere con le parole di un poeta: John Donne, poeta inglese del XVII secolo. Nel suo Inno a Dio, il mio Dio, nella mia infermità considera la malattia come l'anticamera della morte. Morire significa, nel suo orizzonte di fede, diventare musica di Dio; meditare sulla morte equivale ad accordare il suo strumento («e ciò che allora dovrò fare penso prima dell'ora»):

Mentre i miei medici, per loro amore

sono diventati cosmografi ed io

loro mappa, stesa su questo letto

perché da loro sia mostrato come

io scopra qui il mio passaggio a Sud-Ovest

per fretum febris, per

questi stretti morire

io giubilo, che in tali stretti vedo

il mio Occidente.

(Donne, 1971)

La via della «buona morte» è per il poeta un viaggio avventuroso, come la travagliata ricerca del passaggio a Sud-Ovest per raggiungere l'Oriente viaggiando verso l'Occidente, che tanto affaticò i navigatori fino a Magellano. L'immagine di un varco da scoprire tra i ghiacciai della Terra del Fuoco si attaglia perfettamente alla ricerca di una buona morte. Alcuni secoli sono passati da allora. Tutte le coordinate sono cambiate: le rappresentazioni che ci facciamo della morte e dell'aldilà, i modi di organizzare l'intervento medico per affrontare la malattia, le risposte sociali alle minacce che incombono sulla vita. Ma la ricerca del «passaggio a Sud-Ovest» è rimasta purtuttavia un valore prioritario nella vita degli uomini più consapevoli. Questa navigazione perigliosa non la possiamo affrontare senza il prezioso aiuto di quei «cosmografi» che hanno fatto della medicina una professione, certo, ma una professione che nasce dall'amore e non si può esercitare senza amore.

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BIBLIOGRAFIA

Brodkey H. (1988), Questo buio feroce (Storia della mia morte), Milano, Rizzoli.

Da Rotterdam E. (1984), La preparazione alla morte, Milano, Paoline.

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Drewermann E. (1990), Der Herr Gevatter. Artz und Tod in Marchen, Freiburg i.B., Walter.

Elias N.(1985), La solitudine del morente, Bologna, il Mulino.

Kant I. (1975), Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?, in Scritti politici e di fìlosofia della storia e del diritto, Torino, UTET.

Montanelli I. (2001), Le nuove stanze, Milano, Rizzoli.

Noll P. e Frisch M. (1985), Sulla morte e il morire, Milano, Mondadori.

Pascal B. (1962), Pensieri, Torino, Einaudi.

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Rilke R.M. (1950), Il libro d'oro, Brescia, Morcelliana.

Spinsanti S. (1985), Documenti di deontologia e etica medica, Milano, Paoline.

Pluralismo di opzioni etiche

Sandro Spinsanti

PLURALISMO DI OPZIONI ETICHE SULLA FINE DELLA VITA E STRATEGIE DI CONVIVENZA CIVILE

in Gregorianum

92/2 2011, pp. 283-297

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Accanimento’, ‘futilità’: due percorsi di riflessione

Il problema di porre dei limiti a ciò che la medicina può fare a beneficio di un malato, prolungando la vita in condizioni che a un certo punto cambiano di segno fino a diventare una condanna a vivere, peggiore del morire, è comune a tutta la pratica medica dell’area dello sviluppo. La riflessione, tuttavia, si è svolta, al di qua e al di là dell’Atlantico, sotto l’egida di due parole diverse, che sintetizzano due differenti approcci allo stesso problema: mentre in Europa si è parlato di «accanimento terapeutico», nell’area linguistico-culturale del Nord America il dibattito ruotava intorno alla ‘futilità’ delle cure. Per una singolare inversione dei due riferimenti letterari che abbiamo preso come spunto iniziale di riflessione sull’accanimento terapeutico, possiamo dire che in Europa ci si è interrogati di più sul confine che la cura non dovrebbe superare, se non vuol peccare di dismisura e creare situazioni mostruose, mentre in ambito anglosassone la preoccupazione dominante è stata quella di un uso ragionevole ed equo delle risorse, evitando quegli sprechi che scandalizzavano i visitatori del Berghof.

L’estraneità dell'‘accanimento’ alla terminologia in uso nel dibattito bioetico anglosassone è stata rilevata da Daniel Sulmasy nella relazione tenuta nel simposio organizzato dal Senato della Repubblica Italiana sul tema delle direttive anticipate (29 marzo 2007). Oltre al tono accusatorio insito nell'espressione «accanimento terapeutico», Sulmasy avanza diverse altre riserve. L’accanimento sposta il baricentro della decisione sul medico, mentre l’approccio morale tradizionale enfatizzava il punto di vista del paziente nel giudicare ciò che è straordinario. Inoltre la parola indica che è necessario raggiungere uno standard molto elevato prima che l’intervento possa essere interrotto (letteralmente ‘accanimento’ indica «l’ira ostinata dei cani» e, per estensione, «perseveranza rabbiosa e crudele»). E ancora: l’accanimento si concentra eccessivamente sulle sofferenze causate dal trattamento stesso, piuttosto che sulla sofferenza complessiva associata al proseguimento delle cure.

Nell’analisi accurata dei significati denotativi e connotativi dell’accanimento terapeutico, Sulmasy non mancava di annotare che questa designazione per i comportamenti medici si deve far risalire a Patrick Verspieren. Un suo libro:

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Face à celui qui meurt. Acharnement thérapeutique. Accompagnement, pubblicato nel 1984 e in traduzione italiana nel 1985, ci permette di ricostruire il contesto nel quale si è diffuso questo neologismo.

Il presupposto è costituito da un dibattito che aveva cominciato a prendere forma alla fine degli anni ’70, all’interno del Centro Laennec, un luogo di incontro a Parigi per studenti di medicina. La rivista del Centro ― pubblicata anch’essa con il nome dell’illustre clinico Laennec ― aveva ospitato alcuni articoli di Verspieren intorno ai limiti da porre alle possibilità di intervento sulla vita umana. La riflessione si sviluppava senza nascondere una certa tensione dialettica con il corpo medico. Questo dava prova di una vischiosa resistenza in tutti i dibattiti che avevano un forte impatto sociale e richiedevano un cambiamento di paradigma. Intorno a quegli anni la professione medica veniva sollecitata in Francia a schierarsi per una medicina socializzata, aderendo a una convenzione nazionale tra il corpo medico e la Securité Sociale. I medici non politicizzati si opponevano, barricandosi dietro la concezione della medicina come professione liberale, alla quale non potevano essere imposti vincoli. Non meno ostili si dimostravano i medici nei confronti di coloro che avanzavano riserve di natura etica sulle decisioni cliniche: l'etica medica tradizionale faceva corpo con il sapere medico ed era sostanzialmente autoreferenziali; i medici pretendevano di darsi le regole in modo autonomo, senza il bisogno di interventi filosofici e teologici dall’esterno.

Nella rivista Laennec e nel periodico dei gesuiti francesi, Études, Verspieren prendeva posizioni pro-sociali, che non potevano conciliargli la benevolenza dei mandarini della medicina. Un’affinità spirituale aveva solo con pochi spiriti liberi, che osavano mettere in discussione le certezze trionfalistiche della medicina: con Jean Hamburger, per esempio, che nel 1972 aveva pubblicato La puissance et la fragilité, un’analisi filosofico-sociale della medicina che poneva in discussione molti luoghi comuni e coniugava la pratica medica anche con l’incertezza e la fragilità.

Lo scontro più massiccio con quella parte della corporazione medica che era insensibile al nuovo doveva avvenire, a metà degli anni’ 70, a proposito della problematica che verrà designata con il neologismo «accanimento terapeutico». Verspieren era giunto a riflettere sul giusto limite del prolungamento della vita prestando orecchio alla reazione di numerose famiglie che si lamentavano per quello che veniva fatto ai loro congiunti nella fase terminale della malattia. Raccolto il malessere connesso con la morte e il morire nell’era tecnologica, si era messo alla ricerca di modi diversi di gestire le cure per i morenti. All’inizio, dunque, della storia del termine l'accanimento terapeutico è finalizzato contemporaneamente a contestare certi comportamenti diffusi in medicina e a proporre pratiche alternative, note come «cure palliative».

Una prima sensibilizzazione era passata attraverso gli scritti di Elisabeth Kübler-Ross dedicati all’esplorazione psicologica delle fasi del morire. Nel 1975, con un gruppo di giovani medici e di studenti di medicina gravitanti intorno al

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Centro Laennec, si era recato in Inghilterra, al St. Christopher Hospice, dove era stato elaborato un accompagnamento dei morenti che sapeva abbinare medicina e umanità. .Alla scuola di Cecily Saunders, creatrice del primo hospice e ispiratrice della filosofia di trattamento del dolore che è stata fatta propria da tutto il movimento delle cure palliative, Patrick Verspieren scopriva che era possibile accompagnare il malato che andava verso la morte in modo diverso da quanto era in uso nel suo paese. Se ne faceva subito apostolo entusiasta. Un «Cahier» monografico della rivista Laennec veniva dedicato alla terapia del dolore e alla cura dei malati terminali; il Centro inglese e l’approccio innovativo delle cure palliative erano presentati con articoli molto elogiativi, quale alternativa alla diffusa insensibilità da parte del corpo medico per i problemi etici e relazionali che pone l’assistenza ai morenti.

Nel frattempo il dibattito in Francia sull’accanimento terapeutico cresceva, a beneficio di posizioni estreme. I medici tendevano a rifiutare ogni rimessa in discussione delle pratiche correnti. Tutto ciò che veniva fatto al malato trovava l'avvallo del dovere deontologico del medico di fare quanto era in suo potere per sconfiggere la malattia e prolungare la vita del malato. I richiami alla moderazione o all’estensione in certi casi venivano screditati agitando il fantasma dell’eutanasia.

Sull’altro versante, la reazione a quella che veniva identificata come hybris medica, che calpestava il legittimo interesse del malato di porre dei limiti a ciò gli veniva fatto, mobilitava progetti di natura estremistica. In pratica, era come se si fosse voluto erigere una barriera legale allo strapotere dei medici. Così va letto il progetto di legge presentato dal senatore Henri Caillavet nel 1978, identificato dall’opinione pubblica come tutela del cittadino dall’«accanimento terapeutico». Caillavet mirava a ottenere il riconoscimento legale del «testamento di vita», mediante i quali i cittadini, sani o malati, venivano autorizzati a domandare che la loro vita non fosse prolungata artificialmente, una volta che sia stata posta una diagnosi di malattia incurabile. La legge prevedeva il diritto per ogni persona maggiorenne e sana di mente di

dichiarare la propria volontà che nessun mezzo medico o chirurgico, oltre a quelli destinati a calmare la sofferenza, sia utilizzato per prolungare artificialmente la vita, se è colpita da un’affezione accidentale o patologica incurabile.

Caillavet era intenzionato a far esplicitamente riconoscere da un testo di legge che ogni essere umano ha il diritto di «rifiutare la tecnologia medica se questa gli sembra eccessiva, disumanizzante, generatrice di dolori supplementari, e soprattutto tragicamente inutile, quando l’esito fatale non può essere evitato»: questi i termini con cui il senatore aveva presentato i motivi della legge proposta.

L’intervento di Verspieren nel dibattito non si limitava a mettere in evidenza le carenze del progetto di legge. Il vizio principale della proposta era insito nell’espressione «prolungare artificialmente la vita»: era troppo vaga e dal contenuto

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troppo incerto. Quali sono, infatti, in medicina i limiti dell'‘artificiale’? Ma oltre che dalla inadeguatezza del progetto di legge, Verspieren era reso perplesso dal fatto che venissero fissati per legge i limiti delle cure da impartire ai malati. A voler legiferare in troppi ambiti, con l’intento di proteggere la libertà degli individui, si rischia di imprigionarli nelle maglie di una rete giuridica astratta e inadeguata. Il solo linguaggio adeguato a proposito dei rifiuto dell’accanimento terapeutico è il linguaggio etico. Il passaggio dall’ambito etico alla formulazione giuridica non presenta solo difficoltà di definire quali comportamenti debbono essere esclusi in quanto «accanimento terapeutico», ma anche il pericolo di sostituire una medicina ‘ostinata’ con una medicina lassista.

Il dibattito che si è originariamente sviluppato attorno all’«accanimento terapeutico» aveva una valenza, se non antigiuridica, quanto meno di freno rispetto alla deriva che intendeva affidare alla legge il compito di definire i comportamenti appropriati verso le persone che la medicina può tenere in vita in condizioni ritenute non accettabili. Un secondo aspetto importante del dibattito era l’esigenza implicita di una ridefinizione dell’etica medica. Il richiamo alla centralità dell’etica per trovare la risposta misurata e saggia nei confronti della colonizzazione del morire da parte della tecnologia medica non equivale a una delega di giudizi di questo genere al medico. I professionisti medici tendono a difendersi dall’intervento di giuristi ed esperti di etica come da un'intrusione indebita. Ai progetti di legiferare contrappongono il vecchio adagio: «spetta al medico decidere, in scienza e coscienza». La formula è ambigua. Potrebbe essere intesa nel senso che spetta al medico, e solo a lui, decidere, senza alcun accordo con persone estranee al corpo medico. In questo senso difensivo i medici fanno talvolta appello alla deontologia medica, come struttura normativa sufficiente a guidarli nelle decisioni. L’appello alla ‘coscienza’ può giustificare ogni decisione presa essenzialmente sotto la guida della soggettività del medico. Ma quanto meno la formula ha il merito di riconoscere che la ‘scienza’, da sola, non è sufficiente per risolvere situazioni perplesse. Per rispettare il malato e la sua volontà, il sapere scientifico non basta: sono necessarie altre qualità umane.

Proprio il rispetto della volontà del malato, indispensabile per conferire all’atto medico la sua ossatura etica, apre nuovi scenari per la pratica della medicina. Soprattutto di quella relativa al segmento finale della vita. Molto spesso il paziente non è più in grado di prendere decisioni quando le tecniche mediche a finalità curativa si rivelano inutilmente aggressive nella fase terminale della malattia. Lo sforzo che devono fare tutti coloro che hanno una parte di responsabilità è di cercare di interpretare la volontà profonda del malato, o ― se questo non è possibile ― di decidere al posto suo, tenendo conto di tutti gli elementi che avrebbero influenzato la sua decisione se fosse stato in grado di essere informato e di decidere da solo. Che sopporti male il trattamento; che «non ne possa più»; che abbia fermamente espresso in precedenza il desiderio di morire a casa sua; che abbia una famiglia premurosa che voglia riprenderlo e assisterlo negli ultimi

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istanti: ecco altrettanti elementi ‘non scientifici’ di cui è necessario tener conto, se si è animati da un vero rispetto del malato e della sua volontà. Con questi si deve confrontare la coscienza del professionista sanitario.

L’etica medica dalla quale ci si aspetta le risposte che la legge non può dare non deve essere confusa con il corpo di regole che tradizionalmente porta questo nome. In realtà è un discorso nuovo. Non si identifica con l'ethos di un solo corpo professionale. L’aggettivo ‘medica’, apposto all’etica, non va inteso come ‘dei medici’, bensì come ‘della medicina’, quale campo d’azione dove sono attive diverse professioni, ognuna dotata di un sapere scientifico peculiare, e soprattutto dove i cittadini assumono un ruolo attivo, sconosciuto nella pratica medica del passato. Questo nuovo assetto di regole per decidere presuppone l'empowerment del cittadino, alternativo alla sua tradizionale subalternità al potere medico. A evitare equivoci, questa nuova etica medica nella maggior parte degli ambiti linguistici riceverà un nome nuovo: bioetica (a eccezione della Francia, che ha avuto e continua ad avere un’allergia per questo termine di nuovo conio e continua a preferire ‘etica medica’). Per quanto riguarda l’accanimento terapeutico, la Francia, pur avendo contribuito in modo decisivo al successo del neologismo, l’ha progressivamente abbandonato. Quantomeno nella terminologia ufficiale. Nel Codice della salute francese, introdotto con la legge 370 del 22 aprile 2005, si parla di «ostinazione irragionevole», definendola come l’erogazione di trattamenti «inutili, sproporzionati o non aventi altro effetto che il solo mantenimento artificiale della vita».

Nell’arco temporale in cui aveva luogo il dibattito intorno all’accanimento terapeutico, si svolgeva in ambito anglosassone un’analoga riflessione utilizzando un altro termine evocativo: la futilità delle cure (futility). Mentre dell’accanimento terapeutico abbiamo considerato quale è stato il contesto in cui il termine è stato introdotto, per il dibattito che si è sviluppato all’insegna della futilità assumiamo invece un punto di vista retrospettivo. L'occasione è offerta da un articolo, attorno al quale si è sviluppato un ampio dibattito, apparso nel New England Journal of Medicine nell’anno 2000, sugli «inizi e il declino del movimento della futilità» (Helft et al., 2000). Secondo gli autori dell’articolo di bilancio, la curva dell’interesse per il tema dei trattamenti futili si estende tra il 1987 e il 1996. Mentre prima del 1987 il concetto era praticamente ignorato dalla comunità medica, l’interesse raggiungeva il suo vertice nel 1995, per poi diradarsi. Come indicatore era assunto il numero di articoli sul tema reperibili con una ricerca su Medline. L’obiettivo del movimento era di cercar di convincere la società che si può ricorrere al sapere medico, sotto l’aspetto del giudizio clinico e delle competenze epidemiologiche, per determinare se un particolare trattamento sarebbe futile ― vale a dire inefficace o non benefico ― in una determinata situazione clinica; con la conseguenza che, qualora un trattamento sia qualificato come futile, il medico è autorizzato a non attivarlo o a sospenderlo, qualunque sia l’opinione del paziente stesso. Sulla soglia dell’anno 2000, gli autori della rassegna si sentivano autorizzati ad affermare che il risultato dell’appassionato

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dibattito inclinava piuttosto nella direzione contraria: a differenza di 15 anni prima, i medici erano meno legittimati a stabilire unilateralmente quando un trattamento può essere considerato futile.

Il dibattito ha incontrato insuperabili difficoltà nel tentativo di definire la futilità sulla base di concetti statistici o di livelli di probabilità. Anche rigorose misurazioni fisiologiche di natura quantitativa per predire quando pazienti sarebbero morti hanno dovuto accettare che i diversi trattamenti possono essere capaci di conseguire risultati validi soggettivamente (come rimanere in vita tanto a lungo da poter rivedere un proprio familiare...).

Rivelatasi illusoria la possibilità di definire in modo oggettivo quando un trattamento sia da considerarsi futile, il dibattito si è spostato sugli aspetti dell’etica procedurale; ovvero: chi ha il diritto, o il potere, di decidere che un trattamento medico è futile? Lo scenario ha visto contrapporre l’autonomia del paziente all'autonomia del medico. Un chiarimento essenziale è quello di non considerare l’autonomia come un gioco a somma zero, bensì come un complesso intreccio di obblighi relazionali che possono essere negoziati in modi diversi, a seconda di come cambiano le circostanze. La conclusione dell’articolo di bilancio del lungo dibattito ― «Parlare ai pazienti e ai loro familiari deve restare l’obiettivo centrale verso cui concentrare i nostri sforzi» (Helft) ― è anche l’esito paradossale di un movimento che si era proposto di rafforzare il potere medico di decidere sui trattamenti. Nel dibattito sulla futilità è diventato evidente il cambiamento sociale in atto circa l'autorità medica. Nelle decisioni i medici partecipano come una voce tra le altre; la domanda decisiva non è: «Che cosa pensano i medici che sia appropriato?», bensì: «Come possono i medici condividere la loro saggezza?».

Un altro risultato importante è stata la raggiunta consapevolezza che il giudizio di futilità, se è problematico applicarlo ai trattamenti curativi (in inglese: to cure), non può mai esser esteso a quelli di accadimento e conforto (to care). Il prendersi cura non può mai essere futile. In questo senso anche la riflessione sviluppatasi intorno alla futilità rimanda, così come quella che si è appoggiata all’accanimento terapeutico, alle cure palliative quale elemento essenziale della medicina di fine vita. I professionisti sanitari non sono mai autorizzati ad abbandonare il malato, quand’anche si raggiungesse la convinzione che trattamenti ulteriori rientrano nella categoria della futilità o dell’accanimento.

Infine il dibattito sulla futilità ha portato a privilegiare le procedure sui principi. Soprattutto negli Stati Uniti, tutte le istituzioni sono state indotte ad adottare delle policies, che prevengano i conflitti e aiutano a risolverli quando sorgono. Anche i tribunali tendono a non sostenere più le decisioni unilaterali dei medici nei casi nei quali pensano che il trattamento sia futile. Ciò ha portato anche a un ricorso sistematico ai comitati etici competenti per l’etica clinica, quale passaggio obbligato prima della via giudiziale. L’etica medica trova così il suo baricentro nella ‘conversazione’, piuttosto che nella valutazione unilaterale.

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L’accanimento a confronto di norme deontologiche e di regole giuridiche

I nodi irrisolti nel dibattito intorno ai criteri per identificare l'accanimento terapeutico non hanno impedito che il termine fosse recepito dal Codice deontologico dei medici italiani, già fin dal 1989. Nella versione del 1995 l’accanimento ― anche se la qualifica di ‘cosiddetto’ tradisce l’imbarazzo per l’imprecisione che accompagna questo termine ― viene escluso dai comportamenti professionalmente corretti:

Il medico deve astenersi dal cosiddetto accanimento diagnostico-terapeutico, consistente nella ostinazione in trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per il paziente o un miglioramento della qualità della vita (art. 13).

Il concetto di qualità della vita veicola implicitamente il superamento di una valutazione dell’accanimento con criteri esclusivamente oggettivi: la qualità, infatti, non si può decidere senza il punto di vista soggettivo. Il cammino verso l’assunzione della soggettività è diventato esplicito nella più recente redazione del Codice (dicembre 2006):

Accanimento diagnostico-terapeutico. Il medico, anche tenendo conto delle volontà del paziente laddove espresse, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita (art. 16).

Insieme a una certa esitazione nei confronti del termine accanimento, che viene menzionato nel titolo dell’articolo ma sostituito nel corpo dello stesso con il sinonimo ‘ostinazione’, notiamo il vincolo posto dalla volontà del malato. È una posizione coerente con quanto il Codice formula circa «l’autonomia del cittadino e le direttive anticipate» (art. 38), alle quali viene riconosciuta piena cittadinanza etica.

Accolto, anche se con qualche riserva, nel Codice deontologico dei medici, l’accanimento terapeutico gode invece molta popolarità in formule stereotipate, che sono passate al grande pubblico. La posizione che pretende di demarcarsi dagli estremi ― «né eutanasia, né accanimento terapeutico» ― collocandosi idealmente in una aurea medietas, dove si presuppone abiti la razionalità, è stata enfaticamente proposta come soluzione conciliativa. Ma queste attese sono naufragate quando si sono scontrate con casi clinici molto problematici.

Analogamente a quanto è avvenuto negli Stati Uniti, anche in Italia il dibattito sull’accanimento terapeutico ha raggiunto l’opinione pubblica attraverso la risonanza mediatica di alcuni casi clinici. Il corrispettivo di Mary Ann Quinlan, Nancy Cruzan o Terry Schiavo in Italia sono state le vicende personali di Piergiorgio Welby e Eluana Englaro. Anche in questi due casi i percorsi delle vicende giudiziarie, che hanno condotto a sentenze di diversi gradi di giudizio, hanno prodotto un rigoroso confronto con le regole giuridiche.

Nel caso Welby la magistratura è stata chiamata in causa mediante un

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ricorso d’urgenza volto a ottenere il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale. All'opinione pubblica la richiesta di Welby è stata presentata come una rinuncia all’accanimento terapeutico, sulla base del carattere volontario dei trattamenti sanitari, diritto riconosciuto dall’art. 32 della costituzione. Sul carattere di accanimento le valutazioni sono destinate a divergere. Il Consiglio superiore di sanità, sollecitato dal ministro della salute, esprimeva parere negativo: «Nel caso specifico del dott. Piergiorgio Welby il trattamento sostitutivo della funzione respiratoria mediante ventilazione meccanica non configura, allo stato attuale, il profilo dell'accanimento terapeutico» (20 dicembre 2006).

Nel percorso giudiziario vanno segnalate due ordinanze nei confronti del dott. Riccio, che ha eseguito il distacco del respiratore richiesto da Welby. Iscritto nel registro degli indagati in ordine al delitto di «omicidio del consenziente», il dott. Riccio è stato oggetto di valutazioni giuridiche contrastanti. L’ordinanza del 28 maggio 2007 sosteneva l’imputazione, ridimensionando il principio della libertà di cura alla luce del principio di indisponibilità della vita umana. Secondo il giudice delle indagini preliminari, il pubblico ministero avrebbe dovuto formulare l'imputazione nei confronti del dott. Riccio per omicidio di consenziente. Ma l’udienza del 23 luglio 2007 ribaltava l'ordinanza del 28 maggio: il giudice dell’udienza preliminare dichiarava il non luogo a procedere nei confronti del medico imputato, perché «il fatto non costituisce reato» (sentenza n. 20469/07, depositata il 17 ottobre 2007).

Il dispositivo della sentenza esclude che nel caso di Welby sia rinvenibile l'ipotesi di accanimento terapeutico:

Non è l’esistenza dell’accanimento terapeutico a connotare di legittimità la condotta del medico che lo faccia cessare, bensì è la volontà espressa dal paziente di voler interrompere la terapia a escludere la rilevanza penale della condotta del medico che interrompa il trattamento.

La sentenza riconosce che chi rifiuta consapevolmente i trattamenti sanitari salvavita esercita un diritto soggettivo garantito dalla costituzione: una interpretazione coerente dell’art. 32 (secondo cui «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizioni di legge») sia da parte della giurisprudenza costituzionale, sia da parte di quella di legittimità, riconosce che la volontà consapevole di rifiutare un trattamento sanitario deve essere rispettata.

Anche la vicenda giudiziaria del caso Eluana Englaro ha lasciato tracce importanti nelle diverse pronunce che si sono susseguite nei vari gradi di giudizio. Il padre della giovane donna, in stato di coma vegetativo irreversibile da più di 15 anni, chiede l’interruzione dell’alimentazione forzata che mantiene in vita la figlia, in quanto «trattamento invasivo della sfera personale, perpetrato

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contro la dignità umana». Dopo il passaggio nelle corti territoriali ― tribunale di Lecco e corte di appello di Milano ― il caso è approdato alla Cassazione. Le sentenze di primo e secondo grado rigettavano la richiesta con l’argomento che le decisioni di fine vita sono un diritto personalissimo, non suscettibile di rappresentazione; pertanto nessuno può pronunciarsi in merito, anche se nominato dal paziente stesso.

Con sentenza n. 21748 del 16 ottobre 2007, la Cassazione ha annullato i giudizi precedenti e ha rinviato la causa a una diversa sezione della corte di appello di Milano. Il principale appunto rivolto alla corte territoriale è stata l’omissione di accertare se la richiesta di interruzione del trattamento formulata dal padre in veste di tutore (curatore speciale) riflettesse gli orientamenti di vita della figlia. La Cassazione parte dal presupposto che ogni persona capace possa decidere a quali trattamenti sottoporsi, in armonia con il proprio concetto di vita degna. Facendo un passo ulteriore, qualora la persona diventi incapace, il giudice, ricostruendo la personalità del malato, può arrivare alla conclusione che le attuali condizioni non corrispondono alla volontà del malato.

Il principio di diritto affermato dalla sentenza prevede che il giudice possa autorizzare la disattivazione di un presidio salvavita quando sia stata verificata la presenza di due presupposti: che il paziente si trovi in una condizione, valutata in base a rigorosi criteri medici, come stato vegetativo irreversibile e che l’istanza di interruzione sia espressiva, con elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente stesso, «tratta dalle sue precedenti dichiarazioni, ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti». Il tutore deve agire nell’esclusivo interesse dell’incapace, decidendo non «al posto» dell’incapace o «per» lui, ma «con» l’incapace. La ricostruzione della presunta volontà del paziente incosciente è perciò condizione indispensabile per assicurare la legittimità della decisione. La Cassazione respinge invece la richiesta al giudice di autorizzare il distacco del sondino nasogastrico in quanto «forma di accanimento terapeutico»: questo trattamento è valutato come «presidio proporzionato». Il giudice deve limitarsi a esprimere una forma di controllo della legittimità della scelta nell’interesse dell’incapace, secondo i due criteri dell’irreversibilità dello stato vegetativo e della volontà certa del paziente.

Nell’uno come nell’altro caso giudiziario riscontriamo l’inadeguatezza del concetto di accanimento terapeutico a guidare le decisioni dei giudici. È piuttosto la volontà della persona ― attuale nel caso di Welby o presunta, ma ricostruibile attraverso una rigorosa analisi delle testimonianze nel caso di Eluana Englaro ― che fonda il diritto a richiedere o a rifiutare le cure, comprese quelle salvavita.

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Accanimento/non accanimento: criteri praticabili per le decisioni cliniche?

Il percorso del dibattito intorno all'accanimento terapeutico ha fatto emergere una serie di dubbi: quelli delle persone coinvolte in decisioni cliniche dalle quali dipende la sopravvivenza, ma che hanno un costo in qualità della vita che alcuni ritengono spropositato; i dubbi della società, che non sa se è opportuno intervenire in questo ambito con paletti stabiliti per legge, ed eventualmente dove dovrebbe essere tracciato il confine tra il lecito e l’illecito; i dubbi stessi dei professionisti sanitari, che sentono traballare i criteri tradizionalmente proposti dall’etica medica. In una ricerca svolta tra medici e infermieri di reparti di terapia intensiva sulle loro decisioni di fine vita, un medico intervistato dichiarava: «Io in certi momenti non riesco a capire bene [...] se facciamo nel bene» (Bertolini, 2007, 133). L’incertezza confessata è duplice: di ordine pratico (è un bene ― per il malato ― l’impiego di tutto il potenziale di intervento di cui oggi la medicina intensiva dispone? L’eccesso di trattamenti non rischia di infrangere il precetto ippocratico fondamentale: Primum non nocere?) e di ordine cognitivo (dove tracciare il confine tra le azioni moralmente giustificabili e quelle censurabili, nonché il confine stesso tra il lecito e l’illecito dal punto di vista giuridico?).

Da alcuni anni si stanno conducendo studi epidemiologici sulle decisioni di fine vita (End of Life Decisions: ELD). Uno studio europeo (Eureld) è stato realizzato nel 2001-2002 e pubblicato su Lancet nell’anno successivo (Van Der Heide et al, 2003; Miccinesi et al, 2004). Il progetto di ricerca europeo, esteso a sei Paesi, intendeva misurare l’estensione della variabilità delle pratiche riconducibili a decisioni di fine vita. Risultava che nei Paesi in questione, prescindendo dalle morti intervenute in maniera improvvisa e totalmente inaspettata (circa un terzo del totale delle morti), più della metà delle rimanenti morti nel periodo in studio sono sopravvenute dopo che erano state prese decisioni mediche. Una seconda parte dello studio, condotto dei mesi dopo il primo, era rivolto alle opinioni dei medici nei confronti delle decisioni di fine vita. Le differenze nelle opinioni sono risultate coerenti con le differenze nelle pratiche.

Uno studio analogo, rivolto a conoscere le pratiche dei medici nell’assistenza ai pazienti alla fine delle vita e le loro opinioni su questi temi, è stato condotto in Italia nel secondo trimestre del 2007 (Itaeld), promosso dalla Federazione degli Ordini dei medici (Paci, Miccinesi, 2008, 107-119). Il dato macroscopico riguardo all’Italia è la crescente medicalizzazione del processo del morire, già evidenziata a livello europeo dallo studio Eureld: circa un decesso su quattro è accompagnato da decisioni mediche capaci di accorciare (o non prolungare) la vita. Nel loro insieme queste pratiche includono le cure di fine vita (come il trattamento del dolore e la sedazione continua profonda), le morti medicalmente assistite (suicidio assistito ed eutanasia) e le decisioni di non trattamento (astensione o sospensione dei trattamenti; desistenza terapeutica). La valutazione etica delle diverse pratiche e le opinioni dei medici circa questioni cruciali come il diritto di anticipare

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la propria fine sono molto differenziate. Si registra tuttavia una tendenza verso posizioni a favore dell’autonomia delle scelte da parte dei pazienti.

Un ambito clinico specifico in cui si è articolato più di recente il dibattito sull’accanimento terapeutico è quello del trattamento dei neonati molto pre-termine. È un fatto che i progressi della neonatologia hanno reso possibile la sopravvivenza di neonati che in passato sarebbero certamente morti per l’estrema precocità. Il miglioramento della prognosi ha però il suo lato d’ombra: interventi molto aggressivi rendono possibile la sopravvivenza di una certa percentuale di prematuri, ma lasciano uno strascico di gravi handicap sensoriali e intellettivi. Non manca chi ritiene di etichettare la rianimazione dei prematuri al di sotto di 24-25 settimane di vita come una forma di accanimento terapeutico. Nel 2002 le linee guida di una università olandese (note come Documento di Groningen) promuovevano un protocollo per il trattamento dei prematuri di 22-26 settimane; la linea di confine tra trattamenti rianimatori o solo palliativi era indicata intorno alla 25a settimana.

Ampio dibattito ha suscitato in Italia la cosiddetta «Carta di Roma»: un documento redatto da neonatologi della università romane in coincidenza della Domenica della vita (febbraio 2008). Il principio affermato è che «un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizione di rischio». È una posizione che si differenzia da quella di società scientifiche di neonatologi che si orientano verso il limite della 24a settimana di gestazione, ritenendo che prima di quella data gli interventi rianimativi forzino i limiti della natura. Abbandonato il criterio delle settimane di gestazione, il discernimento tra quando l’intervento aggressivo è un beneficio e quando è un maleficio viene lasciato al caso per caso.

Anche il Consiglio Superiore di Sanità, consultato dal Ministro, ha indicato una linea di azione che assicuri da parte dei neonatologi

le appropriate cure rianimatorie per evidenziare eventuali capacità vitali, tali da far prevedere possibilità di sopravvivenza, anche a seguito di assistenza intensiva. Qualora l’evoluzione clinica dimostrasse che l’intervento è inefficace, si dovrà evitare che le cure intensive si trasformino in accanimento terapeutico (relazione del 4 marzo 2008).

La linea di demarcazione non è costituita dalle settimane di gestazione del feto, ma da una valutazione globale delle condizioni cliniche del neonato. L’accanimento terapeutico perde così la possibilità di essere definito in termini oggettivi-cronologici; chi si interroga sui confini dell’azione in chiave etica è rimandato alla ricerca di altri criteri.

In generale, dobbiamo riconoscere che il ricorso alla categoria dell’accanimento non offre ai clinici una guida attendibile per le loro decisioni. Anzi, a ben vedere l’uso corrente dell’espressione è viziato da un prevalere di pathos, che ne fa uno dei cavalli di battaglia di chi accusa la medicina di ‘disumanizzazione’. In pratica, quando gli sforzi di salvare la vita a un malato non producono

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i risultati attesi, vengono bollati come accanimento terapeutico e sui medici viene gettato il sospetto di comportarsi come tecnici disumani, che prolungano un’azione mutile mirando a fini personali, più che al bene del malato. Se, invece, l'intervento medico ha successo, i sanitari vengono lodati per la loro perizia e dedizione alla causa della guarigione del malato, vista come fine unico della medicina. Si tratta, quindi, di un giudizio ex post, e non di un’accurata descrizione del delicato processo di decisione clinica, dove al medico è richiesto di trovare ex ante la giusta misura per il suo intervento, in un precario equilibrio tra l’eccesso e la carenza, tra il ‘troppo’ e ‘troppo poco', tra l'ostinazione cieca e l’abbandono prematuro del paziente, in quella condizione di incertezza che è intrinseca a ogni decisione medica.

È comprensibile che i medici reagiscano per lo più con irritazione all’accusa approssimativa di accanimento terapeutico. Soprattutto quando viene filtrata da un’informazione vorace e spettacolare, che deforma il contesto in cui vengono prese le decisioni. La facile etichettatura di accanimento terapeutico ferisce inoltre i medici che lottano per tenere in vita i malati, perché misconosce il fatto che i risultati positivi in medicina sono il frutto di molta tenacia. Se, dopo aver mobilitato tutte le energie della mente e del corpo per contrastare la morte, il medico si sente rivolgere l’accusa di aver indulto all’accanimento terapeutico, quella alleanza tacita tra il terapeuta e il paziente, che costituisce tradizionalmente la colonna portante della pratica medica, viene messa in discussione.

L’accanimento terapeutico è, dunque, solo il frutto di malintesi? Dipende esclusivamente dall’incompetenza degli informatori e dei cittadini, che equivocano sul significato degli sforzi medici per prolungare la vita dei malati? L’accanimento terapeutico va accantonato come un falso problema? Ciò che possiamo dire con certezza è che l’uso di un termine accusatorio e colpevolizzante, quale è appunto l’accanimento, non aiuta a collocarci al centro della questione, che è quella della ‘giusta misura’. Possiamo verificarlo confrontando ciò che avviene nell’ambito della diagnosi con quanto è caratteristico della terapia. Anche nella diagnosi si può eccedere la misura appropriata; ma l’argomento non viene problematizzato utilizzando l’arma linguistica del termine ‘accanimento’. Lo scenario è completamente diverso: non c’è mobilitazione dei media, scambi di accuse e difese tra professionisti e cittadini, sotto la spinta di forti emozioni. Raramente capita che qualcuno si lamenti per troppe indagini diagnostiche. Visto dalla parte del paziente, l’eccesso diagnostico non sembra un pericolo per la salute, né un attentato alla propria autonomia (meglio un test in più che uno in meno...). Eppure la ricerca della giusta misura è comune tanto alla diagnosi quanto alla terapia.

Sia l’uno che l’altro ambito vengono modificati quando si introduce in medicina un punto di vista che abitualmente non era tenuto in considerazione: quello del paziente stesso. Tradizionalmente, finché l’unico criterio sul quale doveva misurarsi la qualità morale del comportamento del medico era la sua capacità di realizzare il ‘bene del paziente', questo veniva praticamente a coincidere

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con l’ambito delle possibilità stesse della medicina (le quali, peraltro, erano molto più limitate di quanto i medici amassero concedere e far sapere ai pazienti...). La prima seria divaricazione tra il possibile e l’auspicabile è avvenuta con l'acquisizione della possibilità di mantenere in vita un paziente mediante le tecniche di respirazione artificiale, verso la metà del nostro secolo.

Già nell’ambito dell’etica medica tradizionale si sono registrati i primi tentativi di introdurre delle distinzioni che fossero d’aiuto ai medici nelle decisioni che erano costretti a prendere. Negli anni Cinquanta del XX secolo fu molto apprezzata la distinzione, proposta dal magistero pontificio di Pio XII, tra «mezzi ordinari» e «mezzi straordinari». Secondo tale criterio, gli sforzi rivolti a salvare la vita o a prolungare uno stato di particolare sofferenza possono essere lecitamente tralasciati quando hanno un carattere di straordinarietà. La distinzione ha avuto molto successo ed è stata ampiamente adottata anche dall’etica sviluppatasi senza riferimenti religiosi. Mira a individuare gli interventi medici ritenuti obbligatori ― identificati con quelli ordinari ― distinguendoli da quelli che possono essere omessi senza colpa morale. Era una distinzione corrente tra i teologi moralisti, in particolare nella casuistica promossa dalla morale cattolica (cfr. Jonsen, Toulmin, 1988). I discorsi ufficiali di Pio XII rivolti ad assemblee di medici hanno fatto circolare la distinzione al di fuori dell’ambito ecclesiastico.

Nella pratica sanitaria, il criterio della straordinarietà dei mezzi è di difficile utilizzazione, a meno che non sia abbinato a qualche altro criterio; per esempio: valutare se l’intervento terapeutico previsto prolunghi la vita o soltanto il processo del morire. Progressivamente nell’ambito dell’etica medica si è avvertita l’inadeguatezza della distinzione tra mezzi ordinari e mezzi straordinari a guidare le decisioni in situazioni di conflitto. Nella stessa morale cattolica si è sentito il bisogno di un superamento di quella distinzione. La Dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la dottrina della fede (1980) ha registrato e ratificato il cambiamento di parametro di valutazione:

Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso di mezzi straordinari. Oggi però tale risposta, sebbene valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l'imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi ‘proporzionati’ e ‘sproporzionati’.

L’idea di proporzionalità rimanda necessariamente a un fine, a una gerarchia soggettiva di valori, a una valutazione del tipo di vita che la persona considera conciliabile o inconciliabile con il proprio modello di ‘buona vita’. Si rinvia così a un giudizio di qualità di vita, che non può essere posto al di fuori dei valori di riferimento del soggetto. Questo orizzonte è proprio della prospettiva etica della modernità, in quanto integra il valore dell’autonomia individuale nel disegnare ciò che è appropriato all’ideale personale del singolo. L’autodeterminazione del paziente entra a far parte costitutivamente di quella ricerca della giusta misura ― nel delicato equilibrio tra il troppo e il troppo

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poco ― che determina la qualità dell’atto medico. Su questa linea si muove la bozza del nuovo Codice deontologico degli infermieri italiani, destinato a sostituire quello precedente del 1999. Rinunciando alla categoria dell’accanimento terapeutico, propone il criterio di proporzionalità («L’infermiere tutelerà la volontà dell’assistito di porre dei limiti agli interventi non proporzionati alla sua condizione clinica e coerenti con la concezione da lui espressa della qualità di vita»).

Assumendo esplicitamente il riferimento alla valutazione soggettiva di vita accettabile, viene superata la definizione di accanimento terapeutica proposta dal Comitato Nazionale per la Bioetica nel documento dedicato alle questioni di fine vita identificato come

trattamento di documentata inefficacia in relazione ali obiettivo, a cui si aggiunga la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravità per il paziente con un'ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica» (Questioni bioetiche..., 1998).

I tre criteri proposti per identificare l’accanimento terapeutico ― la documentata inefficacia, la gravosità del trattamento, eccezionalità/sproporzione dei mezzi utilizzati ― combinano elementi oggettivi e altri soggettivi, lasciando però indeterminato il relativo peso specifico.

L'indeterminatezza dei criteri con cui valutare le scelte finali permette di dar corpo al fantasma che, sotto la denominazione di accanimento terapeutico, turba tanti nostri contemporanei. Esso nasce dal timore che il proprio metro di valutazione dei trattamenti possibili venga disatteso da un mondo di professionisti sanitari sintonizzati unicamente sui valori del prolungamento della vita. Non è necessario immaginare chissà quale disumano infierire su un corpo incapace di difendersi per attivare la fantasia dell’accanimento: basta la preoccupazione di una decisione presa su di noi, invece che con noi. Conseguentemente, la risposta positiva alla possibile deriva della pratica medica, verso questa violazione della persona e del rispetto che le è dovuto, non si restringe a delle limitazioni nell’impiego dell’intero arsenale terapeutico quando il malato ha iniziato il processo irreversibile del morire. La risposta adeguata inizia prima, mediante l’accettazione della prospettiva teorica e pratica proposta dalle cure palliative. Ciò implica la pari dignità tra la medicina finalizzata a invertire il corso della malattia, o a contrastare la morte, e quella che ha come obiettivo il prendersi cura del paziente e accompagnarlo nel cammino inevitabile, lenendo i sintomi e rendendo possibile la ‘buona morte’. La filosofia sottostante alle cure palliative è l’antidoto appropriato a quelle forme di abuso alle quali ci si riferisce quando si parla di accanimento terapeutico.

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SOMMARIO

La medicina può fare molto a beneficio di un malato, con il rischio però di prolungare la sua vita fino a condannarlo a una esistenza che non avrà più senso per lui. Porre dei limiti è perciò comune a tutta la pratica medica. L'articolo, riferendosi a dibattiti recenti in Francia a nel mondo anglo-sassone, analizza alcuni casi che hanno avuto scalpore di recente in Italia. Argomenta a favore delle cure palliative, che implicano pari dignità tra la medicina finalizzata a contrastare la morte e quella che ha come obiettivo l'accompagnamento del paziente nel suo cammino inevitabile.

Medicine could do a lot of things for the good of a sick person. However, to prolong one's life up to the point to condemn him/her to a sort of existence which has no meaning is a delicate issue. To put in place a limit, therefore, is a common practice in medicine. While referring to the recent debates in France and in the Anglo-Saxon world, this article analyses some of the sensationalised cases in Italy. It argues in favour of palliative care which entails a certain equilibrium between medicine intended to battle against death and that objective which helps one to accompany the patient in his/her inevitable journey.

Una medicina per chi muore

Una medicina per chi muore

Il cammino delle cure palliative in Italia

a cura di Oscar Corli, presentazione di Sergio Paderni

Città Nuova Editrice, Roma 1988

pp. 11-15

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INTRODUZIONE

Quando la medicina si fa materna

C’è voluto molto tempo. E soprattutto la sofferenza di innumerevoli persone. Sono state necessarie delle battaglie, ingiuste ed eccessive come tutte le battaglie. Ci si è scagliati contro i medici, accusandoli di indulgere all'«accanimento terapeutico», di aver perso il senso della misura e addirittura l’originaria ispirazione della loro professione. Si è dovuto passare attraverso massicce campagne di opinione, che hanno fatto sorgere organizzazioni rivolte a rivendicare all’individuo il diritto a una morte degna, sottraendosi all’arbitrio dell’apparato medico. È stato necessario che si arrivasse addirittura a proposte di una legislazione favorevole a certe forme di eutanasia, in nome di un’umanizzazione del morire. Siamo dovuti passare per queste strade ambigue e tortuose, ma alla fine qualcosa è successo.

Ci siamo accorti, finalmente, di quanto si muoia male nella nostra società. Per tanti motivi: non ultimo quello culturale, vale a dire la rimozione della morte come momento inevitabile e necessario della vicenda umana. Ma si muore male anche a causa della medicina stessa. Non per colpa delle sue insufficienze, bensì — paradossalmente — a causa della sua efficacia. Abbiamo oggi nell’Occidente sviluppato e tecnologico una medicina idealmente efficace, che riesce a procurare la guarigione in una quantità di malattie, che in passato sarebbero risultate fatali. Ma questa medicina non può guarire sempre: è inevitabile. Per quante volte si riesca a salvare la vita di una persona, alla fine ci sarà pur sempre un malato che non guarisce e che va verso la morte. Ora, la nostra straordinaria medicina curativa — di cui siamo giustamente

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fieri, che vogliamo promuovere e potenziare — non è adatta ad assistere il paziente che muore. Per questo oggi si muore così male. Ce ne siamo accorti e abbiamo cominciato a cambiare strada. Questo è il fatto nuovo, di enorme importanza.

Sono note le cure palliative. Per la realtà italiana sono una novità, e questo libro è tra le prime pubblicazioni che le facciano conoscere al grande pubblico. Non solo teoricamente, o con la formulazione dei programmi, ma esponendo ciò che in questo campo si è cominciato a fare. I protagonisti delle cure palliative in Italia si presentano: raccontano come è loro riuscito di cambiare la qualità della vita delle persone che non guariscono, chiariscono al lettore — e prima ancora a se stessi — che tipo di lavoro multidisciplinare è necessario svolgere per soddisfare i bisogni di un malato che non va verso la guarigione, ma verso la morte.

Non hanno trionfalismi di nessun genere. Quello che si sta facendo è poco più di un secchio d’acqua per annaffiare il deserto. Non si ritengono migliori degli altri: sono semplicemente medici (e infermiere, psicologi, assistenti sociali, cappellani, volontari...) che hanno coscienza di compiere ciò che è richiesto dalla loro professione, quando questa si rivolge a questa categoria particolare di malati. Non hanno formule risolutive, anche se cercano di trarre tutto il profitto possibile dalle esperienze che in alcuni Paesi sono in corso da parecchi anni. Non fanno crociate. Però hanno fiducia di far parte di un «movimento»: sì, proprio una di quelle inarrestabili tendenze di pensiero e di azione che nascono quando i tempi sono maturi, rompono schemi culturali che sembravano intangibili, si impongono con la ovvietà delle cose che avrebbero sempre dovuto essere. Un movimento trascina. I pionieri delle cure palliative oggi in Italia osano esprimere il desiderio, con modestia ma con fermezza, che il loro esempio sia contagioso; che molti arrivino a pensare, alla maniera di sant’Agostino: si isti et istae, cur non ego?

Forse si può pensare che il termine «cure palliative» non sia felice. Qualcuno lo ha detto. Nel gioco delle associazioni

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linguistiche «palliativo» rimanda a qualcosa di inefficace. E poi, come si colloca questo tipo di attività medica rispetto al resto della medicina? È una specialità medica? Una disciplina? Oppure, addirittura, l’opposto della medicina, in quanto rinuncia a guarire? Si tratta forse di creare, sotto l’egida della medicina palliativa, un’agenzia umanitaria su cui scaricare gli insuccessi della medicina curativa? Gli interrogativi sono legittimi, le riserve giustificate.

Il ricorso alla terminologia collaudata e accettata in altri Paesi — in primo luogo quelli anglosassoni, che parlano correntemente di «Palliative Medicine» e di «Palliative Care» — ha il vantaggio di legittimare l’appoggiarsi alle realtà, scientifiche e istituzionali, che altrove hanno preceduto le nostre realizzazioni. Le riserve nei confronti del nome sono particolarmente giustificate se qualcuno interpretasse la palliazione come un’attività opposta rispetto a quella terapeutica. Perché la medicina palliativa non è altro che la medicina tout court. L’aggettivo «palliativo» è strumentale: vuol aiutare la medicina a recuperare una sua dimensione, che è stata messa in ombra dagli sviluppi recenti. Quando la medicina se ne sarà riappropriata, l’aggettivo potrà scomparire nel sostantivo, come il lievito nella pasta. E chi farà della palliazione potrà dire che sta semplicemente esercitando l’arte medica. Prima però di rinunciare all’aggettivo qualificativo, dovremo essere sicuri che la «controrivoluzione» necessaria per far ritrovare alla medicina la strada che la porta al paziente come essere umano sia stata compiuta.

La medicina delle cure palliative è la medicina di sempre. Il saggio di O. Corli lo illustra diffusamente. È un modo di esercitare l’arte terapeutica che, rispetto a ciò che conosciamo sotto il nome di medicina, ha tuttavia un carattere di complementarietà. Così come il maschile e il femminile sono due modi diversi, ma complementari, di realizzare la comune natura umana.

L’accenno al femminile non è fatto per caso. La medicina palliativa deve molto alle donne. Sono donne le leaders carismatiche del movimento: Dame Cecily Saunders, la fondatrice

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del St. Christopher’s Hospice; Elisabeth Kübler Ross, che ha elevato a conoscenza scientifica la psicologia del morente. È «femminile» la sensibilità che ha permesso di vedere la sofferenza del malato terminale: una sofferenza che non si limita al dolore fisico provocato dalle malattie degenerative, ma comprende dimensioni psicologiche, sociali, spirituali. Una sofferenza che era tanto ben nascosta, proprio in quanto era sotto gli occhi di tutti...

Possiamo chiamare «femminile» una medicina che non si limita a curare, ma si prende cura. Ricorre in modo privilegiato ai più antichi ed essenziali strumenti terapeutici: la parola e la mano. Ambedue come ponti, per creare un varco di comunicazione. E se qualcuno avesse il cattivo gusto di fare dell’ironia sulla medicina delle cure palliative, presentandola come «la medicina del tener la mano», gli si ricordi che il contatto fisico è il primo dei bisogni dell’essere umano quando viene al mondo: nessuno stupore che sia anche l’ultimo a scomparire.

Questa medicina di sapore materno non va semplicemente contrapposta all’altra, quella curativa. Se non altro perché il controllo del dolore, che è il primo imperativo delle cure palliative, rimane un atto medico che non può fare a meno delle conoscenze farmacologiche più sofisticate. Il trapasso dalla dimensione curativa a quella palliativa della medicina è graduale. Il discernimento dei tempi e dei modi della transizione dall’una all’altra è riservato più all’«esprit de finesse» che all’«esprit de géometrie» del terapeuta.

Per cogliere i rapporti che intercorrono tra le due dimensioni ci può essere utile ancora una volta il parallelismo tra il maschile e il femminile. Queste sono, sì, due modalità diverse e complementari di realizzare la natura umana; ma hanno bisogno l’una dell’altra. Non solo nell’umanità come genere, ma anche nella stessa persona: la donna migliore è quella che non ha represso il suo «animus», ma piuttosto quella che l’ha accettato e integrato. Lo stesso vale per l’uomo con la sua «anima». Analogamente, possiamo dire che la dimensione curativa e quella palliativa della medicina non devono escludersi, ma completarsi reciprocamente.

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Un’ultima osservazione a proposito della collocazione di questo volume dedicato al cammino delle cure palliative in Italia nella collana «La piena salute». Inserire la medicina per chi muore nell’ambito della piena salute non è una forzatura. Al contrario, i due temi si richiamano e si illuminano a vicenda. La salute non è piena, se è costruita sulla rimozione della morte, se esclude il naturale procedere del corpo verso la propria fine. La salute, invece, che sappia guardare in faccia la morte e assumerla, si trova chiamata a sublimarsi nella «salvezza», in armonia con il duplice significato di salus. La medicina per il malato che non va verso la guarigione, ma verso la morte, trova a sua volta nella salute un importante orientamento. La medicina delle cure palliative è e rimane un servizio alla salute. Non, dunque, una medicina per il morente o per aiutare a morire, ma una medicina per l’uomo, che rimane un vivente fino alla morte. Anzi, in una prospettiva antropologica spirituale, rimane — piuttosto — un vivente anche dopo la morte.

Decisioni di fine vita

Sandro Spinsanti

DECISIONI DI FINE VITA

in La società degli individui

quadrimestrale di teoria sociale e storia delle idee

n. 38, 2010/2, FrancoAngeli, Milano 2010

pp. 105-120

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Quando la fine della vita si decide in tribunale

Analogamente a quanto è avvenuto in altri paesi, anche in Italia il dibattito sulle decisioni mediche di fine vita, sui limiti alle cure e sul conflitto possibile tra leggi e libertà personale ha raggiunto l'opinione pubblica attraverso la risonanza mediatica di alcuni casi clinici. Il corrispettivo di ciò che hanno significato Mary Ann Quinlan, Nancy Cruzan o Terry Schiavo per gli Stati Uniti sono state in Italia le vicende personali di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro. I due fatti più clamorosi si sono svolti a breve distanza di tempo e si sono influenzati a vicenda. Proviamo a raccontarne lo sviluppo a un pubblico che non abbia seguito le vicende dall'interno, magari trovandosi schierato da una parte o dall'altra delle posizioni contrapposte i.

Il primo è legato al nome di Piergiorgio Welby. Affetto da distrofia muscolare, nel 1997 venne ricoverato in ospedale per una crisi respiratoria; con il suo consenso venne sottoposto a tracheotomia e poi a ventilazione meccanica gestita a domicilio, con l'aiuto della moglie.

Con il tempo la situazione è diventata per lui intollerabile. Nel 2006 si rivolse a un giudice civile per ottenere l'autorizzazione di un medico a staccare il respiratore e a somministrare contemporaneamente una sedazione. Il giudice emise una sentenza ambigua: riconosceva a Welby il diritto di chiedere il distacco dal respiratore, ma contemporaneamente sosteneva di non poter disporne l'esecuzione, non essendoci una legge specifica. Welby allora rivolse una richiesta in questo senso al Presidente della Repubblica con una lettera aperta che suscitò molto clamore.

Nel dicembre 2006 un medico, il dottor Riccio, si offrì volontariamente di staccare il respiratore. Il decesso avvenne a domicilio il 20 dicembre.

Successivamente il dottor Riccio è stato sottoposto a inchiesta. Iscritto nel

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registro degli indagati in ordine al delitto di «omicidio di consenziente», il medico è stato oggetto di valutazioni giuridiche contrastanti. L'ordinanza del 28 maggio 2007 sosteneva l'imputazione, ridimensionando il principio della libertà di cura alla luce del principio di indisponibilità della vita umana. Secondo il giudice delle indagini preliminari, il pubblico ministero avrebbe dovuto formulare l'imputazione nei confronti del dottor Riccio per omicidio di consenziente. Ma l'udienza del 23 luglio 2007 ribaltava l'ordinanza del 28 maggio: il giudice dell'udienza preliminare dichiarava il non luogo a procedere nei confronti del medico imputato, perché «il fatto non costituisce reato» (sentenza n. 20469/07, depositata il 17 ottobre 2007). Il caso veniva così archiviato.

Anche l'Ordine dei medici ha esaminato il comportamento del medico dal punto di vista disciplinare e lo ha assolto. L'autorità ecclesiastica, invece, ha negato il funerale religioso, sostenendo che la scelta di Welby poteva generare nei fedeli l'equivoco di essere interpretata come eutanasia.

Il caso di Eluana Englaro ha avuto origine nel 1992 e si è concluso il 9 febbraio 2009. In mezzo ci sono diciassette anni di coma di una ragazza che aveva ventidue anni al momento di un incidente d'auto e che è vissuta per tutto questo tempo in stato vegetativo. Nello stesso periodo si è svolta anche una estenuante battaglia giudiziaria condotta dal padre Beppino, per ottenere che fosse interrotta l'alimentazione forzata che manteneva in vita la figlia, in quanto «trattamento invasivo della sfera personale, perpetrato contro la dignità umana». L'argomento addotto dal padre è stata la volontà di Eluana espressa prima dell'incidente, a proposito di un amico che versava nelle stesse condizioni, di non volere per se stessa una sopravvivenza in stato vegetativo. Dopo il passaggio nelle corti territoriali ― Tribunale di Lecco e Corte di appello di Milano ― il caso è approdato alla Cassazione. Le sentenze di primo e di secondo grado hanno rigettato la richiesta con l'argomento che le decisioni di fine vita sono un diritto personalissimo, non suscettibile di rappresentazione; pertanto nessuno può pronunciarsi in merito, anche se nominato dal paziente stesso.

Con la sentenza n. 21748 del 16 ottobre 2007, tuttavia, la Cassazione ha annullato i giudizi precedenti e ha rinviato la causa a una diversa sezione della Corte di appello di Milano. Il principale appunto rivolto alla corte territoriale è stata l'omissione di accertare se la richiesta di interruzione del trattamento formulata dal padre in veste di tutore (curatore speciale) riflettesse gli orientamenti di vita della figlia. La Cassazione è partita dal presupposto che ogni persona capace possa decidere a quali trattamenti sottoporsi, in armonia con il proprio concetto di vita degna. Facendo un passo ulteriore, qualora la persona diventi incapace, il giudice, ricostruendo la personalità

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del malato, può arrivare alla conclusione che le attuali condizioni non corrispondono alla volontà del malato. Il principio di diritto affermato dalla sentenza prevede che il giudice possa autorizzare la disattivazione di un presidio salvavita quando sia stata verificata la presenza di due presupposti: che il paziente si trovi in una condizione valutata, in base a rigorosi criteri medici, come stato vegetativo irreversibile, e che l'istanza di interruzione sia espressiva, con elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente stesso, «tratta dalle sue precedenti dichiarazioni, ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti». Il tutore deve agire nell'esclusivo interesse dell'incapace, decidendo non 'al posto' dell'incapace o 'per' lui, ma 'con' l'incapace medesimo. La ricostruzione della presunta volontà del paziente incosciente è perciò condizione indi-spensabile per assicurare la legittimità della decisione. La Cassazione respinge invece la richiesta al giudice di autorizzare il distacco del sondino nasogastrico in quanto «forma di accanimento terapeutico»: questo trattamento è valutato invece come «presidio proporzionato». Il giudice deve limitarsi a esprimere una forma di controllo della legittimità della scelta nell'interesse dell'incapace, secondo i due criteri dell'irreversibilità dello stato vegetativo e della volontà certa del paziente.

Il caso Englaro ha dato luogo a un confronto duro tra varie istituzioni circa l'attuazione del protocollo che autorizzava l'interruzione dell'alimentazione. Si è opposto il Governo (Consiglio dei ministri), anche per voce del Presidente del Consiglio, ed è intervenuta la gerarchia della Chiesa cattolica. Mentre il Governo preparava un disegno di legge apposito, Eluana si è estinta il 9 febbraio, tre giorni dopo l'avvio del protocollo che prevedeva la progressiva riduzione dell'alimentazione, per arresto cardiaco dovuto a disidratazione. Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da pubbliche manifestazioni in supporto delle posizioni contrapposte. Il caso ha avuto ampia risonanza anche nella stampa internazionale.

Tali i fatti e le battaglie giudizi arie a cui hanno dato luogo. Ma la realtà non è costituita solo dai fatti. Questi si presentano rivestiti di parole, di immagini e di emozioni. Per questo è così difficile individuare delle norme condivise da tutti i cittadini.

Le parole: questioni semantiche

Le parole, anzitutto. Le due storie acquistano significati diversi a seconda che le qualifichiamo come storie di eutanasia, di rinuncia all'accanimento terapeutico o a trattamenti futili (o mezzi straordinari), oppure come storie di omicidio di consenziente, o anche di decisione autonoma di mettere

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dei limiti alle cure. La connotazione di ognuno di questi termini è diversa e lascia trasparire con chiarezza l'orizzonte ideologico di chi la usa.

Nel caso di Welby il termine «eutanasia» ha giocato un ruolo cruciale. La sua decisione di rinunciare al respiratore che gli prolungava la vita in condizioni per lui non accettabili, acquista un diverso valore etico se è considerata come rinuncia a un trattamento straordinario o sproporzionato, o come richiesta di eutanasia. La confusione è stata sostenuta anche dall'essere Welby un militante politico che promuoveva una legge che permettesse l'eutanasia. Le due posizioni non sono sovrapponibili: ci sono cittadini contrari all'eutanasia che invece sono favorevoli alla rinuncia volontaria a trattamenti sproporzionati, anche se necessari alla sopravvivenza. L'eutanasia è stata esplicitamente evocata nell'interpretazione della vicenda data dalle gerarchie della Chiesa cattolica. Altri l'hanno prospettata nella logica della slippery slope («china scivolosa»: se si accetta di concedere a una persona di interrompere un trattamento salvavita, si rischia di finire nell'eutanasia...). Sta di fatto che l'uso del termine «eutanasia» solo per poche persone ha il valore positivo di «morte dolce e auspicabile»; per la maggior parte ha la connotazione negativa acquisita con le pratiche naziste. Per chi usa la parola in questo senso, chiamare eutanasia una decisione clinica significa toglierle ogni legittimità morale. Anche il termine «omicidio di consenziente» va in questa direzione: qualifica il rifiuto delle cure come una decisione contraria alla vita, basata sul presupposto che l'individuo possa disporre della propria vita e chiedere che sia interrotta.

Il fatto che le decisioni cliniche e umane acquistano connotazioni morali diverse a seconda delle parole con cui vengono denotate diventa più evidente quando utilizziamo termini come «accanimento» o «futilità». Il problema di porre dei limiti a ciò che la medicina può fare a beneficio di un malato, prolungando la vita in condizioni che a un certo punto cambiano di segno fino a diventare una condanna a vivere, peggiore del morire, è comune a tutta la pratica medica dell'area dello sviluppo. La riflessione tuttavia si è svolta, al di qua e al di là dell'Atlantico, sotto l'egida di due parole diverse, che sintetizzano due differenti approcci allo stesso problema: mentre in Europa si è parlato di «accanimento terapeutico», nell'area linguistico-culturale dell'America settentrionale il dibattito ruotava intorno alla «futilità delle cure». Possiamo dire che in Europa ci si è interrogati prevalentemente riguardo al confine che la cura non dovrebbe superare, se non vuol peccare di dismisura e creare situazioni mostruose, mentre in ambito anglosassone la preoccupazione dominante è stata quella di un uso ragionevole ed equo delle risorse.

L'estraneità della parola «accanimento» alla terminologia in uso nel dibattito bioetico anglosassone è stata rilevata da Daniel Sulmasy nella relazione

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tenuta al simposio organizzato dal Senato della Repubblica Italiana sul tema delle direttive anticipate (29 marzo 2007). Oltre a segnalare il tono accusatorio insito nell'espressione «accanimento terapeutico», Sulmasy avanza diverse altre riserve, L'accanimento sposta il baricentro della decisione sul medico, mentre l'approccio morale tradizionale enfatizzava il punto di vista del paziente nel giudicare ciò che è straordinario. Inoltre, la parola indica che è necessario raggiungere uno standard molto elevato prima che l'intervento possa essere interrotto. E ancora: l'accanimento si concentra eccessivamente sulle sofferenze causate dal trattamento stesso, piuttosto che sulla sofferenza complessiva associata al proseguimento delle cure ii.

Nell'analisi accurata dei significati denotativi e connotativi dell'accanimento terapeutico, Sulmasy non manca di annotare che questa designazione per i comportamenti medici si deve far risalire a Patrick Verspieren. Un suo libro pubblicato nel 1978 iii ci permette di ricostruire il contesto nel quale si è diffuso questo neologismo. Il presupposto è costituito da un dibattito che a-veva cominciato a prendere forma alla fine degli anni settanta all'interno del Centre Laennec di Parigi, un luogo di incontro per studenti di medicina. La rivista del Centro ― pubblicata anch'essa con il nome dell'illustre clinico René Laennec ― aveva ospitato alcuni articoli di Verspieren intorno ai limiti da porre alle possibilità di intervento sulla vita umana. La riflessione si sviluppava senza nascondere una certa tensione dialettica con il corpo medico. Questo, infatti, dava prova di una vischiosa resistenza in tutti i dibattiti che avevano un forte impatto sociale e richiedevano un cambiamento di paradigma. In quegli anni in Francia la professione medica veniva sollecitata a schierarsi per una medicina socializzata, aderendo a una convenzione nazionale tra il corpo medico e la Sécurité sociale. I medici non politicizzati si opponevano, barricandosi dietro la concezione della medicina come professione liberale, alla quale non potevano essere imposti vincoli. Non meno ostili i medici si dimostravano nei confronti di coloro che avanzavano riserve di natura etica sulle decisioni cliniche: l'etica medica tradizionale faceva corpo con il sapere medico ed era sostanzialmente autoreferenziale; i medici pretendevano di darsi le regole in modo autonomo, senza il bisogno di interventi filosofici e teologici dall'esterno. Nella rivista "Laennec" e nel periodico ufficiale dei gesuiti francesi, "Études", Verspieren prendeva posizioni prosociali, che non potevano conciliargli la benevolenza dei mandarini

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della medicina. Aveva un'affinità spirituale solo con pochi spiriti liberi, che osavano mettere in discussione le certezze trionfalistiche della medicina: con Jean Hamburger, per esempio, che nel 1972 aveva pubblicato La puissance et la fragilité, un'analisi filosofico-sociale della medicina che poneva in discussione molti luoghi comuni e coniugava la pratica medica anche con l'incertezza e la fragilità.

Lo scontro più massiccio di Verspieren con quella parte della corporazione medica che era insensibile al nuovo avvenne, appunto, a proposito della problematica che sarebbe stata designata con il neologismo «accanimento terapeutico». Verspieren era giunto a riflettere sul giusto limite del prolungamento della vita prestando orecchio alla reazione di numerose famiglie che si lamentavano per quello che veniva fatto ai loro congiunti nella fase terminale della malattia. Raccolto il malessere connesso con la morte e il morire nell'era tecnologica, si era messo alla ricerca di modi diversi di gestire le cure per i morenti. All'inizio della storia del termine, dunque, l'espressione «accanimento terapeutico» è finalizzata contemporaneamente a contestare certi comportamenti diffusi in medicina e a proporre pratiche alternative, note come cure palliative.

Nel 1975, con un gruppo di giovani medici e di studenti di medicina gravitanti intorno al Centre Laennec, Verspieren si recò in Inghilterra, al St. Christopher Hospice, dove era stato elaborato un modo di accompagnare i morenti che sapeva abbinare medicina e umanità. Alla scuola di Cecily Saunders, creatrice del primo hospice e ispiratrice della filosofia di trattamento del dolore che è stata fatta propria da tutto il movimento delle cure palliative iv, egli scopriva che era possibile accompagnare il malato che andava verso la morte in modo diverso da quanto era in uso nel suo paese. Se ne faceva subito apostolo entusiasta. Un cahier monografico della rivista "Laennec" veniva dedicato alla terapia del dolore e alla cura dei malati terminali: il Centro inglese e l'approccio innovativo delle cure palliative erano presentati con articoli molto elogiativi, quale alternativa alla diffusa insensibilità da parte del corpo medico per i problemi etici e relazionali che pone l'assistenza ai morenti.

Nel frattempo, in Francia il dibattito sull'accanimento terapeutico cresceva, a beneficio di posizioni estreme. I medici tendevano a rifiutare ogni tentativo di rimettere in discussione le pratiche correnti e tutto ciò che veniva fatto al malato trovava l'avallo nel dovere deontologico del medico di fare quanto era in suo potere per sconfiggere la malattia e prolungare la vita del malato; i richiami alla moderazione o, in certi casi, all'astensione da interventi

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terapeutici, venivano screditati agitando il fantasma dell'eutanasia. Sull'altro versante, la reazione a quella che veniva identificata come hubris medica, che calpestava illegittimo interesse del malato a porre limiti a ciò che gli veniva fatto, mobilitava progetti di natura estremistica. In pratica, era come se si fosse voluta erigere una barriera legale allo strapotere dei medici. Così va letto il progetto di legge presentato dal senatore Henri Caillavet nel 1978, identificato dall'opinione pubblica come «tutela del cittadino dall'accanimento terapeutico». Caillavet mirava a ottenere il riconoscimento legale del «testamento di vita», mediante il quale i cittadini, sani o malati, venivano autorizzati a chiedere che la loro vita non fosse prolungata artificialmente, una volta che fosse stata posta una diagnosi di malattia incurabile. La legge prevedeva il diritto, per ogni persona maggiorenne e sana di mente, di «dichiarare la propria volontà che nessun mezzo medico o chirurgico, oltre a quelli destinati a calmare la sofferenza, sia utilizzato per prolungare artificialmente la vita, se è colpita da un'affezione accidentale o patologica incurabile». Caillavet era intenzionato a fare esplicitamente riconoscere da un testo di legge che ogni essere umano ha il diritto di «rifiutare la tecnologia medica se questa gli sembra eccessiva, disumanizzante, generatrice di dolori supplementari, e soprattutto tragicamente inutile, quando l'esito fatale non può essere evitato»: questi i termini con cui il senatore aveva presentato i motivi della sua proposta.

L'intervento di Verspieren nel dibattito non si limitava a mettere in evidenza le carenze del progetto di legge. Il vizio principale della proposta era insito a suo giudizio nell'espressione «prolungare artificialmente la vita»: era troppo vaga e dal contenuto troppo incerto. Quali sono, infatti, in medicina i limiti dell'"artificiale"? Ma oltre che dall'inadeguatezza del progetto di legge, Verspieren era reso perplesso dal fatto che venissero fissati per legge i limiti delle cure da impartire ai malati. A voler legiferare in troppi ambiti con l'intento di proteggere la libertà degli individui, pensava, si rischia di imprigionarli nelle maglie di una rete giuridica astratta e inadeguata, mentre il solo linguaggio appropriato al rifiuto dell'accanimento terapeutico è il linguaggio etico. Il passaggio dall'ambito etico alla formulazione giuridica presenta non solo la difficoltà di definire quali comportamenti debbano essere esclusi in quanto accanimento terapeutico, ma anche il pericolo di sostituire una medicina 'ostinata' con una medicina lassista.

Possiamo osservare dunque come il dibattito che si sviluppò originariamente attorno all'accanimento terapeutico avesse una valenza, se non antigiuridica, quantomeno di freno rispetto alla deriva che intendeva affidare alla legge il compito di definire i comportamenti appropriati verso le persone che la medicina può tenere in vita in condizioni ritenute non accettabili.

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Un secondo aspetto importante del dibattito era l'esigenza implicita di una ridefinizione dell'etica medica. Il richiamo alla centralità dell'etica per trovare la risposta misurata e saggia nei confronti della colonizzazione del morire da parte della tecnologia medica non equivale, infatti, a una delega di giudizi di questo genere al medico. I professionisti medici tendono in genere a difendersi dall'intervento di giuristi ed esperti di etica come da un'intrusione indebita, contrapponendo ai progetti di legiferare il vecchio adagio secondo cui spetta al medico decidere «in scienza e coscienza». La formula è ambigua e potrebbe essere intesa nel senso che spetta al medico, e solo a lui, decidere, senza alcun accordo con persone estranee al corpo medico. In questo senso difensivo i medici fanno talvolta appello alla deontologia medica come a una struttura normativa sufficiente a guidarli nelle decisioni. Occorre anche riconoscere che, se il richiamo alla 'coscienza' può giustificare ogni decisione presa essenzialmente sotto la guida della soggettività del medico, quantomeno la formula ha il merito di riconoscere che la 'scienza' da sola non è sufficiente per risolvere situazioni dubbie. Per rispettare il malato e la sua volontà, il sapere scientifico non basta: sono necessarie altre qualità umane.

Proprio il rispetto della volontà del malato, indispensabile per conferire all'atto medico la sua ossatura etica, apre nuovi scenari per la pratica della medicina, soprattutto per quella relativa al segmento finale della vita. Molto spesso il paziente non è più in grado di prendere decisioni quando le tecniche mediche a finalità curativa si rivelano inutilmente aggressive nella fase terminale della malattia. Lo sforzo cui sono tenuti tutti coloro che hanno una parte di responsabilità è di cercare di interpretare la volontà profonda del malato, o ― se questo non è possibile ― di decidere al posto suo, tenendo conto di tutti gli elementi che avrebbero influenzato la sua decisione se fosse stato in grado di essere informato e di decidere da solo. Il fatto che sopporti male il trattamento; che abbia fermamente espresso in precedenza il desiderio di morire a casa sua; che abbia una famiglia premurosa che voglia assisterlo negli ultimi istanti: ecco alcuni elementi 'non scientifici' di cui è necessario tener conto, se si è animati da un vero rispetto del malato e della sua volontà. Con questi si deve confrontare la 'coscienza' del professionista sanitario.

L'etica medica dalla quale ci si aspettano le risposte che la legge non può dare non deve essere confusa con il corpo di regole che tradizionalmente porta questo nome, né si identifica con l'ethos di un solo corpo professionale. L'aggettivo «medica», apposto all'etica, non va inteso come «dei medici», bensì come «della medicina quale campo d'azione dove sono attive diverse professioni, ognuna dotata di un sapere scientifico peculiare, e soprattutto dove i cittadini assumono un ruolo attivo, sconosciuto nella

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pratica medica del passato», Questo nuovo assetto di regole presuppone l'empowerment del cittadino, alternativo alla sua tradizionale subalternità al potere medico. Per evitare equivoci, questa nuova etica medica nella maggior parte degli ambiti linguistici ha ricevuto un nome nuovo: bioetica (ad eccezione della Francia, che preferisce l'espressione etica medicav.

Nell'arco temporale in cui aveva luogo il dibattito intorno all'accanimento terapeutico, si svolgeva in ambito anglosassone una riflessione analoga utilizzando un altro termine evocativo: la «futilità delle cure» (futility). Mentre dell'accanimento terapeutico abbiamo considerato qual è stato il contesto in cui il termine è stato introdotto, per il dibattito che si è sviluppato all'insegna della futilità assumiamo invece un punto di vista retrospettivo. L'occasione è offerta da un articolo apparso nel "New England Journal og Medicine" nel 2000, sugli inizi e il declino del movimento della futilità vi. Secondo gli autori, la curva dell'interesse per il tema dei trattamenti futili si estende tra il 1987 e il 1996. Mentre prima del 1987 il concetto era praticamente ignorato dalla comunità medica, l'interesse raggiungeva l'apice nel 1995, per poi diradarsi. Come indicatore era assunto il numero di articoli sul tema reperibili con una ricerca su Medline. L'obiettivo del movimento era quello di convincere la società che si può ricorrere al sapere medico, sotto l'aspetto del giudizio clinico e delle competenze epidemiologiche, per determinare se un particolare trattamento sarebbe futile ― vale a dire inefficace o non benefico ― in una determinata situazione clinica; con la conseguenza che, qualora un trattamento sia qualificato come futile, il medico è autorizzato a non attivarlo o a sospenderlo, qualunque sia l'opinione del paziente. Sulla soglia dell'anno 2000, gli autori della rassegna si sentivano autorizzati ad affermare che il risultato dell'appassionato dibattito inclinava piuttosto nella direzione contraria: a differenza di quindici anni prima, i medici erano meno legittimati a stabilire unilateralmente quando un trattamento possa essere considerato futile.

Il dibattito ha incontrato insuperabili difficoltà nel tentativo di definire la futilità sulla base di concetti statistici, di livelli di probabilità, di rigorose misurazioni fisiologiche di natura quantitativa, dovendo infine accettare che la validità di un risultato può determinarsi a volte secondo criteri del tutto

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soggettivi (come, per esempio, la possibilità di rimanere in vita abbastanza a lungo da poter rivedere un proprio familiare). Rivelatasi illusoria la possibilità di definire in modo oggettivo la futilità di un trattamento, la discussione si è spostata sugli aspetti di etica procedurale, ovvero: chi ha il diritto, o il potere, di decidere al riguardo? Lo scenario ha visto contrapporsi l'autonomia del paziente e quella del medico. Una possibilità di chiarimento è quella di considerare l'autonomia come un complesso intreccio di obblighi relazionali che possono essere negoziati in modi diversi, a seconda di come cambiano le circostanze. La conclusione dell'articolo di bilancio del lungo dibattito ― «Parlare ai pazienti e ai loro familiari deve restare l'obiettivo centrale verso cui concentrare i nostri sforzi» vii ― è anche l'esito paradossale di un movimento che si era proposto di rafforzare il potere medico di decidere sui trattamenti. Nel dibattito sulla futilità è diventato evidente il cambiamento sociale in atto circa l'autorità medica. Nelle decisioni i medici partecipano come una voce tra le altre. La domanda decisiva non è: «Che cosa i medici ritengono appropriato?», bensì: «Come possono i medici condividere la loro saggezza?».

Un altro risultato importante è stato la raggiunta consapevolezza che, se è problematico applicare il giudizio di futilità ai trattamenti curativi (to cure), tale giudizio non può mai essere esteso ai trattamenti di accudimento e conforto (to care). Il prendersi cura non può mai essere futile.

Dunque, anche la riflessione sviluppatasi sulla futilità, come già quella sull'accanimento terapeutico, rimanda alle cure palliative quale elemento essenziale della medicina di fine vita. I professionisti sanitari non sono mai autorizzati ad abbandonare il malato, quand'anche si raggiungesse la convinzione che trattamenti ulteriori rientrano nella categoria della futilità o dell'accanimento.

Infine, il dibattito sulla futilità ha portato a privilegiare le procedure sui principi. Soprattutto negli Stati Uniti, tutte le istituzioni sono state indotte ad adottare delle policies che prevengano i conflitti e aiutino a risolverli quando sorgono. Poiché anche i tribunali tendono a non sostenere più le decisioni unilaterali dei medici, si assiste oggi a un ricorso sistematico ai comitati competenti per l'etica clinica, quale passaggio obbligato prima della via giudiziale. L'etica medica trova in tal modo il suo baricentro nella 'conversazione', piuttosto che nella valutazione unilaterale.

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Le immagini

Nel dibattito intorno all'etica delle decisioni di fine vita un ruolo importante hanno giocato le immagini, in particolare nel caso di Eluana Englaro. Il grande pubblico non ha mai conosciuto l'immagine di Eluana così com'era, dopo diciassette anni di stato vegetativo. Il padre ha presentato solo la foto di Eluana a vent'anni, prima dell'incidente. Per l'immaginazione pubblica si trattava di interrompere l'idratazione e l'alimentazione di una fiorente giovane donna. Anche l'immagine mentale era sintonizzata su questa stessa onda. Il premier Berlusconi, nella sua dichiarazione pubblica in cui si è espresso contro l'interruzione autorizzata dai giudici, ha parlato di Eluana come di una donna che sarebbe stata in grado di concepire e partorire un figlio. Affermazioni di questo genere hanno suscitato scandalo tra coloro che potevano immaginare che cosa diciassette anni di coma avessero prodotto in un corpo immobilizzato. Il padre Beppino, nel momento della massima tensione, è arrivato a invitare le più alte cariche dello Stato a visitare in clinica la figlia, per rendersi conto delle sue condizioni. Tuttavia non ha mai consentito, neppure dopo la morte, di diffondere foto che facessero conoscere l'aspetto di Eluana in stato vegetativo.

Considerazioni analoghe valgono anche per le fantasie legate all'alimentazione e all'idratazione. Coloro che si opponevano all'interruzione davano prova di immaginarie come normali pratiche di nutrizione. Bottiglie d'acqua e panini sono stati portati, polemicamente, alla clinica dove Eluana era ricoverata, per reclamare la continuazione dell'alimentazione. Anche davanti alla porta di alcune chiese sono state portate bottiglie d'acqua per perorare l'idratazione. Un sottosegretario alla Sanità ha parlato di questo tipo di nutrizione come analoga a quella che si somministra ai bambini molto piccoli, suggerendo che lo stato di Eluana fosse uguale a quello dei lattanti e che nutrirla fosse un dovere morale dello stesso genere: alimentare una persona in coma è come fornire un biberon a un lattante ... Anche da questo punto di vista la mancanza di immagini realistiche ha permesso che prevalessero ragionamenti astratti, disincarnati.

Le emozioni

Le due vicende di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro possono essere raccontate anche evocando le emozioni che hanno suscitato. Sono state emozioni forti, che hanno portato a schierarsi pro o contro. Il prendere posizione non è stato solo ideologico: si è tradotto anche nella volontà di impedire che altri adottassero comportamenti che si disapprovavano. Con tutti i

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mezzi possibili: decreti legge ad hoc, minacce alle istituzioni sanitarie, interventi delle forze dell'ordine. In un caso analogo a quello di Welby, che ha avuto luogo nello stesso periodo, per impedire che un paziente affetto da SLA, che voleva essere staccato dal respiratore, realizzasse a domicilio il suo progetto, dei carabinieri sono stati posti davanti alla porta di casa, proibendo l'accesso al medico disposto ad aiutarlo a interrompere la ventilazione meccanica. Il paziente, Giovanni Nuvoli, si è allora lasciato morire di fame e di sete. Le emozioni hanno prodotto comportamenti di vera e propria intolleranza. Ha avuto luogo una polarizzazione intorno ai due gruppi: il «partito della vita» (che induceva ad attribuire all'altro la qualifica di «partito della morte») e il partito della «libertà di scelta» (contrapposto alla coercizione autoritaria).

Non c'è stato solo il braccio di forza tra sostenitori di posizioni divergenti. Più sottile è stata la svalutazione reciproca. La presentazione del «partito della vita» con immagini caricaturali viii è simmetrica alle violenze verbali contro i fautori dell'interruzione dei trattamenti. Il padre di Eluana è stato chiamato «assassino», la sua decisione «omicidio perpetrato per via legale» (in un comunicato stampa dell'associazione cattolica "Medicina e Persona"). Hanno colpito soprattutto le condanne provenienti dall'ambito religioso: il rifiuto dei funerali religiosi a Welby, le parole dure contro Englaro (a Firenze il vescovo ha indetto una veglia di preghiera affinché desistesse dal suo proposito di interrompere l'alimentazione artificiale e le ha attribuito il titolo Abele, dov'è tuo fratello?, qualificando quindi come Caino chi si orientasse nel senso voluto dal padre e autorizzato dalla legge).

La violenza verbale ed emotiva colpisce negativamente quando viene esercitata in nome dell'amore e della vita. Una scultura barocca conservata alla Galleria Estense di Modena rappresenta due putti, uno dei quali picchia l'altro. Il titolo, L'amor sacro castiga l'amor profano, sembra un cattivo gioco di parole; nel nostro caso rende invece visibile quanta aggressione possa essere contenuta nelle posizioni morali difese in nome di un'etica superiore. Ai tanti motivi di timore per la nostra convivenza sociale dovremmo aggiungerne un altro: la 'collera dei buoni' ... Le emozioni, di qualunque segno, appaiono come cattive consigliere quando si tratta di assumere una decisione etica.

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Le norme

I casi Welby ed Englaro hanno fatto emergere la necessità di distinguere la diversa natura delle norme di cui una società ha bisogno per regolare le situazioni mediche di fine vita. Sono necessarie norme giuridiche, deontologiche ed etiche. Fino ad ora non si è sentito il bisogno di regolare per legge le decisioni mediche: le norme deontologiche erano sufficienti. L'etica medica riservava al medico la responsabilità di decidere che cosa andava fatto. Il medico faceva le sue scelte «in scienza e coscienza», tutt'al più condividendo le con i familiari del malato. In una cultura molto centrata sulla famiglia, come quella mediterranea che predomina in Italia, era la famiglia il vero interlocutore del medico. Nelle varie revisioni del codice deontologico dei medici italiani, l'obbligo di informare il malato su diagnosi e prognosi e di chiedere il consenso per la terapia è stato introdotto solo nel 1995: fino ad allora era pratica corrente non informare il malato, o comunicargli una diagnosi fasulla, e decidere con i familiari se e che cosa fare.

Nel corso di questi ultimi anni le regole deontologiche hanno registrato un cambiamento sostanziale. L'autodeterminazione del malato è ora riconosciuta come un suo diritto (si parla esplicitamente di «informazione al cittadino», quindi di un diritto che non si perde per il fatto di essere ammalati). L'ultima revisione del codice (2006) estende l'autodeterminazione anche ai casi in cui il paziente non sia più in grado di comunicare con il medico: l'articolo 38, dal titolo Autonomia del cittadino e direttive anticipate, afferma che «il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, deve tener conto nelle proprie scelte di quanto precedentemente manifestato dallo stesso in modo certo e documentato».

Questa, almeno, è la posizione ufficiale dei medici. Una delle conseguenze del dibattito pubblico è stata quella di far emergere che non tutto il corpo professionale ha fatto proprio tale cambiamento rispetto all'etica medica tradizionale. Sono molto forti, anche se marginali, le nostalgie per un modello autoritario di medicina, che contesta la nozione di autodeterminazione del paziente. Esemplare, in questo senso, è la presa di posizione dell'associazione "Medicina e Persona", che contesta il carattere vincolante attribuito alle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento nel progetto di legge in discussione in Parlamento (progetto licenziato il 12 marzo 2009): si propone che il medico possa disattendere quanto richiesto (il carattere vincolante «contrasterebbe profondamente con la libertà della professione medica: senza lihertà non esiste professione»). Un altro esempio eloquente: la dichiaruzione del prol. Franco Cuccurullo, coordinatore del Consiglio Superiore di Sanità, a proposito della richiesta di Welby di rimuovere il respiratore artificiale: «La decisione sull'eventuale interruzione di terapie, anche

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in presenza di atti scritti, spetta al medico. Alla fine è lui a scegliere, in scienza e coscienza. Una prerogativa che nessuno può sottrargli perché è il sale e il fascino della nostra professione». È inevitabile domandare quale potere abbiano le associazioni mediche di chiedere ai propri iscritti di condividere le stesse regole deontologiche.

Per quanto riguarda l'etica, il dibattito intorno a questi due casi si può considerare una chiara illustrazione della tesi di Hugo T. Engelhardt, secondo la quale nelle società pluraliste del nostro tempo siamo obbligati a convivere fra «stranieri morali» ix. Si può essere stranieri morali anche all'interno di una stessa cultura e di una stessa tradizione religiosa. Gli opposti schieramenti tra fautori della sacralità/indisponibilità della vita e qualità della vita e autodeterminazione hanno dato concretezza alla categoria di «stranieri morali». La questione ora è: si può essere stranieri morali senza essere nemici morali?

Una seconda considerazione: come deve essere concepita la legge che regola questi ambiti se vuole evitare di scatenare una 'guerra civile' bioetica in una società dove si contrappongono schieramenti irriducibili? In Italia il progetto di legge in discussione in Parlamento è stato concepito, per ammissione esplicita di rappresentanti del governo, allo scopo di impedire che si realizzi un nuovo 'caso Englaro'. È lecito dubitare che una legge che nasce con questo intento sia una buona legge.

Conclusione

Le considerazioni che abbiamo svolto si collocano nel contesto di una medicina diventata molto potente. Tanto da farei chiedere se questo' molto' talvolta non si trasformi in 'troppo'. Oggi la medicina è in grado, in senso letterale, di creare dei 'mostri'. Un'opera letteraria, concepita quando ancora l'arte medica non aveva il potere di produrre esistenze che si discostano drammaticamente dagli standard della normalità, ci permette di visualizzare questa paura. Si tratta del racconto Il mostro, dello scrittore americano Stephen Crane.

Protagonista del racconto, pubblicato originariamente nel 1899, è il servitore nero di un medico. Quando la casa di questi va a fuoco, il servo si lancia tra le fiamme per salvare il bambino, rimasto intrappolato. Ci riesce, ma è vittima a sua volta di un'esplosione avvenuta nel laboratorio del medico: un acido gli cade sulla faccia e gliela distrugge. Il medico, per riconoscenza,

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si prende cura di lui, ma tutta la comunità, sia quella bianca sia quella dei neri, si chiude per paura del mostro.

Di fronte ai benpensanti, rappresentati in particolare dal giudice, il medico difende il proprio operato: non avrebbe certo potuto uccidere quel povero essere umano, dal volto devastato (e scivolato poi nella pazzia). Ma le sue argomentazioni, per quanto ineccepibili, non cambiano la realtà: con le migliori intenzioni, mantiene in vita una mostruosità che non è collocabile né tra gli uomini, né tra gli animali.

Un momento culminante del racconto è costituito dal colloquio tra il medico e il giudice del villaggio, che va a rendergli visita in forma amichevole. Al medico rimprovera di «compiere un atto di indubbia carità» nel tenere in vita il servo che ha salvato la vita di suo figlio dal fuoco:

Per quello che posso capire, d'ora in poi sarà un vero e proprio mostro e probabilmente con un cervello danneggiato. Nessuno può osservarti come ti ho osservato io e non capire che per te è stato un problema di coscienza, ma temo, amico mio, che questo sia uno dei vizi della virtù.

Il medico non è sotto processo per il suo comportamento. Anche se l'interlocutore è un giudice, il contesto ― come sottolinea l'espressione «amico mio» ― è piuttosto quello di una consulenza morale su quale debba essere il comportamento responsabile. L'alta motivazione, sembra suggerire il giudice, non basta; e neppure è sufficiente ispirare il proprio comportamento a modelli virtuosi (il medico si sta facendo carico, con molti sacrifici, dell'esistenza miserevole del 'mostro', che è stato rifiutato da tutti e respinto ai margini del consorzio sociale). Per quanto ammirevole, il comportamento del medico può essere qualificato come uno dei «vizi della virtù». Questa è la traduzione italiana, che non riesce a rendere efficacemente il senso dell'inglese. Crane parla di blunders of virtue: potremmo piuttosto parlare di un «pasticciamento» prodotto dalla virtù x. Insomma, la virtù può condurre anche a compiere dei pasticci.

Alla fine del secolo XIX Stephen Crane non poteva immaginare quanto quegli ammonimenti sui pericoli della virtù sarebbero suonati attuali un secolo dopo, quando la medicina sarebbe stata in grado di produrre routinariamente esseri umani con le caratteristiche sociali del mostro. Non solo per la comunità, ma per le persone stesse che rischiano di essere oggetto di questi ambigui benefici della medicina, l'eventualità di essere risucchiate in una categoria antropologica sui generis, senza diritto di cittadinanza tra vivi

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e impediti di proseguire il cammino verso la morte, è diventato uno degli incubi dominanti. Ugualmente molto attuale è l'esortazione del giudice a tenere presenti non solo i motivi virtuosi dei comportamenti (Max Weber avrebbe detto: l'etica dei principi), ma anche le conseguenze (ancora Max Weber: l'etica della responsabilità). Su una parete della chiesa di San Petronio, a Bologna, campeggia la scritta: Virtus non timet quod facit. Ebbene, direbbe il giudice del racconto di Crane, anche chi si comporta secondo motivi ineccepibili deve temere che la sua azione possa produrre più male che bene. È il caso di temere non solo gli effetti dei vizi, ma anche quelli delle virtù.

i Il testo qui stampato è stato redatto per un pubblico internazionale di studiosi convocati dall'Accademia Evangelica a Tutzing (Germania, 17-18 giugno 209), nell'ambito di un confronto fra le norme giuridiche che regolano le decisioni di fine vita in diversi paesi europei.

ii Cfr. D. SulmasyDichiarazioni anticipate: si amplia la tradizione del rifiuto delle misure terapeutiche straordinarie, in Le dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari, "Convegno e seminari", 8, 2007, pp. 23-36.

iii P. VerspierenFace à celui qui meurt. Euthanasie, achamement thérapeutique, accompagnement, Desclée de Brouwer, Paris 1978, 19917.

iv Al quale Verspieren si era avvicinato attraverso lo scritto pubblicato da Elisabeth Kübler-Ross nel 1969, On death and dying (trad. it. La morte e il morire, Cittadella, Assisi 1982).

v Per quanto riguarda invece l'accanimento terapeutico, la Francia, pur avendo contribuito in modo decisivo al successo del neologismo, lo ha progressivamente abbandonato, quantomeno nella terminologia ufficiale. Nel Code de la santé publique, la legge 370 (22 aprile 2005) parla di «ostinazione irragionevole», definendola come l'erogazione di trattamenti «inutili, sproporzionati o non aventi altro effetto che il solo mantenimento artificiale della vita».

vi P.R. Helft, M. Siegler, J. LantisThe rise and fall of the futility movement, "The New England Journal of Medicine", 4/2000, pp. 293-196.

vii Ibidem, p. 296.

viii Penso, in particolare, alla copertina di "Micromega" 2009/2, numero con cd.

ix Cfr. H.T. EngelhardtManuale di bioetica (1986), il Saggiatore, Milano 1991.

x In inglese blunder sta anche per «sfondone», «errore grossolano»; to make a blunder può significare «prendere una cantonata»

Umanizzare la morte per prevenire l’eutanasia

Sandro Spinsanti

UMANIZZARE LA MORTE PER PREVENIRE L'EUTANASIA

in Eutanasia: una sconfitta dell’uomo contemporaneo

Atti del Convegno presso l'Ospedale Luigi Sacco di Milano

Milano, 18-19 maggio 1985 - Coop. Editrice In Dialogo, Milano 1985

pp. 18-21

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Dalle prime battute di questo convegno di due giorni si annuncia una dialettica, capace di rendere lo scambio fecondo e interessante. Due tesi si sono già affrontate: la morte è già umana, dichiara la prima prospettiva; bisogna umanizzare la morte, afferma la seconda.

Forse il seguito dei lavori porterà a maggior evidenza quanto diceva all’inizio il dott. Montonati: dietro i malintesi e gli equivoci che accompagnano il dibattito sulla morte e il morire c’è un enorme confusione di parole. Se questo convegno servisse anche solo a raggiungere un accordo linguistico, il risultato sarebbe già considerevole.

Accogliendo l’invito ad essere puntuali in questo complesso di situazioni che si raccolgono sotto il termine eutanasia, voglio prendere in considerazione in questo mio breve intervento non il problema nel suo insieme, ma soltanto un aspetto particolare, quello che suscita la maggior reattività emotiva: la richiesta, cioè, di morire da parte di colui che sa di essere colpito da malattia grave e incurabile. Il medico, o chi è coinvolto nell’imminente decesso di una persona cara, sente che non può non accondiscendere a tale richiesta e si domanda come rispondere.

Vorrei in primo luogo richiamare l’attenzione su un fatto culturale inquietante. Come è noto, soprattutto a seguito del convegno, debitamente reclamizzato, di Nizza dell’autunno scorso, esiste un numero rilevante di Associazioni sorte in tutto il mondo per rivendicare il diritto alla morte. Ci sentiamo autorizzati a preoccuparci e a domandare che cosa stia succedendo. Perché tante persone vogliono appropriarsi della morte e propongono iniziative legislative in tal senso? Ha forse l’istinto di morte preso il sopravvento su quello di vita? È un fenomeno da interpretare.

Se letto in profondità, ci può portare a capire un cambiamento culturale che sta avvenendo grazie o a causa della medicina, e ci induce a rispondere a tale cambiamento in maniera adeguata. La morte ci preoccupa, anche se buona parte della nostra attività conscia è organizzata in modo da tenerne lontano il pensiero. In questo senso la morte, oltre ad essere una modalità essenziale dell’essere umano, è anche un fantasma. Uno dei fantasmi che, a mio avviso, bisogna tener presente per capire il fenomeno della domanda così insistente di poter decidere della propria morte, è quello di cadere in mano, alla fine della propria vita, a un certo tipo di medici. Vorrei togliere da questa espressione ogni senso di polemica malevola. La paura di molti nostri contemporanei è che la nostra morte sia gestita da un medico e, paradossalmente,

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da un medico tanto bravo e coscienzioso, che farà di tutto per impedire la morte.

Ora, questo “tutto” è diventato “troppo”. Le possibilità della tecnologia applicate alla medicina hanno esteso a un limite impensabile in passato la possibilità di opporsi alla morte, e quindi di protrarre nel tempo la condizione di morente. In rapporto a questo stato sorge il fantasma della morte negata. A questo punto l’opera del medico subisce un rovesciamento di senso: da alleato del malato nella lotta contro la morte, sembra mutarsi in insidioso nemico che priva il morente della sua morte.

È diventato usuale parlare, per riferirsi a tale situazione, di accanimento terapeutico. Specialmente i medici non amano questo termine. Ed hanno dalla loro parte delle buone ragioni. Accanimento evoca un comportamento sadico: ci si accanisce contro un debole, su un animale. L’associazione negativa evocata ― e che è opportuno non lasciar cadere troppo frettolosamente ― ci parla di un possibile esito indesiderato dell’opera sanitaria: può diventare accanimento nel senso deteriore, cioè un male inflitto, non necessario e non giustificabile.

Forse la parola accanimento non è delle più felici, perché sappiamo tutti che l’opera di guarigione, nelle sue forme più nobili, è anche frutto di accanimento nel senso di non cedere, di non arrendersi. Ci vuole l’accanimento di voler guarire, per combattere delle forme maligne di malattia. Ciò che, più o meno propriamente, viene etichettato come accanimento terapeutico diventa più chiaro, forse, se lo chiamiamo ostinazione. L’ostinazione è il voler perseverare in un atteggiamento di lotta contro la morte, quando ciò non ha più senso. Allora questo medico che sana diventa una figura ambivalente, da cui si diffonde anche una forma di malessere. La sua opera, oltre un certo limite, diventa non più un’opera terapeutica, ma l’espressione di una libido sanandi: la volontà di guarire a tutti i costi si rivolta contro l’essere umano a cui è destinata.

Perché il medico non cede? Perché vuol sanare a tutti i costi, prolungando la vita oltre la soglia che rende la sua opera benefica? Forse per una fantasia inconscia di onnipotenza. Forse perché la professione medica è andata sempre più modulando il significato del proprio intervento sulla lunghezza d’onda del guarire, e non anche dell’assistere, del curare, e non anche del prendersi cura; del riportare alla salute le persone, e non anche nell’accompagnarle nella morte inevitabile. Non è mia intenzione elevare un atto di accusa contro i medici, perché se sono responsabili di questa piega unilaterale che ha preso la loro opera terapeutica, lo sono semplicemente in quanto sono essi stessi frutto di una cultura che ha voluto rimuovere la morte dal vissuto.

Come è già stato ricordato proprio in questa sede, non vogliamo parlare della morte, la parola tace la morte e la tecnica, lo strumento, rimuove la morte perché non l’accetta come possibilità dell’esistenza umana. Oggi la medicina ha la possibilità inaudita di prolungare la vita umana. Proprio questo prolungamento crea un’angoscia profonda suscita fantasmi legati all’ostinazione

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a voler guarire a ogni costo e fa dire a molte persone: piuttosto morire che cadere in quella situazione, in una specie di purgatorio che si estende tra la vita e la morte, in quello stato in cui sembra che non si possa morire e che la morte debba essere conquistata contro il volere e il potere medico. Per questa modalità del morire è stato creato un neologismo: la si chiama “distanasia”. È un morire stravolto, violentato nella sua più intima natura. È il contrario dell’eutanasia nel suo significato etimologico: la “brutta morte” che la medicina moderna sempre più frequentemente riserva a coloro a cui destina i suoi benefici. La rivendicazione di un diritto a morire, paradossale quanto si voglia ― perché se esiste un diritto è quello di vivere, non quello di morire! ― mostra il suo significato se la si colloca sullo sfondo che abbiamo tratteggiato. Essa comporta la rottura di un patto implicito esistente tra il medico e il malato. Tale patto esiste tradizionalmente in tutte le formulazioni deontologiche e di etica medica, e a buon diritto lo si fa risalire al giuramento di Ippocrate: il medico si impegna a non dare la morte; non è sua opera abbreviare la vita o affrettare la morte. La semplice riproposta di tale impegno, nelle mutate condizioni medico-sanitarie e culturali, può portare a un profondo travisamento di questo tradizionale dovere dell’etica professionale medica. È proprio il medico “ippocratico” quello che rischia di essere vissuto come un avversario, un nemico. Quando il medico dice: “Io non farò niente per abbreviare la vita”, la sua promessa suona come una minaccia: “Io farò di tutto per non permetterti di morire”.

L’impegno ippocratico ha un senso psicodinamico positivo molto valido. Sapere che il medico non farà niente per abbreviare la vita dà a me, in quanto essere umano che oggi o domani può cadere in situazione terminale, una profonda sicurezza. Mi libera da una fantasia paranoica possibile e diffusa in quello stato, quando il controllo della situazione mi sfugge di mano, lo stato terminale si prolunga e io sento che divento un peso per me e per gli altri. Il sospetto che qualcuno possa volere togliermi di torno, che quell’iniezione che ricevo e quell’intervento che non capisco non sia per procurarmi un beneficio, ma per accelerare la mia morte, fa scattare con una certa frequenza un atteggiamento paranoico e persecutorio. Per questo motivo l’impegno formale del medico, la parola di tranquillizzazione rivolta al paziente: “Io non ti darò mai la morte, non farò mai niente per abbreviare la tua vita, puoi fidarti”, assumono un importante significato positivo.

Ma oggi il paziente non si affida più perché ha paura che quello che il medico farà non corrisponda al suo vero profondo interesse. Teme cioè che il medico metta tutti i suoi sforzi e impieghi tutte le possibilità che l’arte medica gli mette oggi a disposizione soltanto sul versante del prolungamento della vita, ma faccia mancare proprio quello che il morente in fase terminale richiede. Si tratta essenzialmente di due cose: non soffrire e non essere lasciato solo.

La domanda formale di eutanasia ― “dottore, mi faccia morire” ― è una domanda che va interpretata. Quando noi la leggiamo in profondità, ci accorgiamo

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che il suo significato non è quello letterale, ma esprime la fondamentale richiesta di non essere abbandonato in preda ai dolori. Ci sono situazioni mediche in cui il dolore è il prezzo da pagare per poter ritornare in salute. In questi casi è giusto e comprensibile che il medico non si impietosisca troppo sul dolore. Ma ci sono anche situazioni, in particolare quando la vita giunge allo stato terminale, in cui il dolore è la malattia stessa; il dolore è il male da vincere. Forse il senso di abbandono che il paziente prova e di cui accusa i sanitari dipende dal fatto che i medici non sono al cento per cento presenti sul fronte della lotta contro il dolore. Ci sono ritardi ingiustificati in medicina quanto all’applicazione delle risorse antalgiche.

La medicina oggi può fare moltissimo, può effettivamente dominare quasi ogni forma di dolore. Ma raramente, purtroppo, l’impegno dei medici su questo fronte è paragonabile alla tenacia con cui lottano per dare al paziente delle “chances” di guarigione. Quando queste svaniscono, il medico tende a defilarsi, disertando così uno dei compiti maggiori della sua opera sanitaria. Rimane in tal modo senza risposta l’invocazione più accorata del malato: “Non fatemi soffrire e non lasciatemi solo!”.

Leggevo proprio in questi giorni la testimonianza di un medico francese sul settimanale Témoignage chrétien. Un medico cristiano di fronte a un’esplicita richiesta di eutanasia si pone non in posizione di difesa (“io come cristiano, come medico ippocratico, non posso e non voglio accondiscendere”), ma di interrogazione; si chiede, insieme alla sua équipe, che cosa la paziente stia di fatto domandandogli, quando chiede la morte. Prendendo un po’ di tempo per parlare con lei, si rende conto che ciò che angoscia la paziente, fino a farle desiderare la morte subito, è la paura di morire soffocata, sola, senza nessuno che sappia assisterla. Quando viene rassicurata, sia dal punto di vista clinico che assistenziale, la domanda di eutanasia non è più ripetuta. La paziente si spegne tranquillamente, alcuni mesi più tardi, senza i drammatici problemi di respirazione paventati, per i quali erano state prese le misure mediche adeguate. Alla morente il medico domanda, per scrupolo di coscienza: “Posso fare qualcosa per lei?”. In quei supremi momenti, le sta tenendo una mano. La malata, con un ultimo filo di voce, gli chiede: “Mi dia anche l’altra mano”. E muore, con le due mani del medico tra le sue. In questo caso la richiesta di eutanasia, come interruzione della vita, si è tramutata in “eutanasia” come “bella morte”. Condizione indispensabile di questa metamorfosi è l’accompagnamento umano dei morenti: non come qualcosa che avvenga accanto o malgrado l’opera medica, ma nel seno stesso di questa.

A proposito di eutanasia

Sandro Spinsanti

A PROPOSITO DI EUTANASIA

in Salute e territorio

anno XVI, n. 92, settembre ottobre 1994, pp. 2-3

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È prevedibile che nel prossimo futuro le nostre società dovranno confrontarsi con il tema della regolazione giuridica dell’eutanasia. Alcuni tentativi pionieristici — come le leggi varate dall'Olanda e dall’Australia — sono stati accompagnati da un dibattito vasto e appassionato, come ci si può aspettare quando si tocca un punto su cui il consenso è rimasto inalterato per secoli. Una opposizione decisa, venuta a rafforzare quella prevedibile della morale religiosa, è stata espressa dal mondo medico. Il coinvolgimento dei medici, infatti, nel porre fine alla vita di un uomo, anche su sua stessa richiesta, infrange un postulato fondamentale dell’etica ippocratica. Nel Giuramento d’Ippocrate, infatti, che risale al V secolo a.c., il medico si impegna: «Giammai, mosso dalle premurose insistenze di alcuno, propinerò medicamenti letali». Abbandonare questo caposaldo dell’etica medica, che ha tenuto per più di due millenni, è vissuto come un evento pericoloso, e causa del suo potenziale di destabilizzazione rispetto all’intera struttura del rapporto medico-paziente.

Una novità inquietante giunge ora dallo stato americano dell’Oregon, che ha votato per referendum una legge innovativa in tema di eutanasia: la «misura n. 16». Il testo di questa legge sembra scritto tenendo presenti le obiezioni dei medici. Il processo dell’eutanasia è organizzato, infatti, in modo tale che si possa svolgere senza il loro coinvolgimento diretto. Quando il medico riceve una richiesta di morte da un «candidato», è tenuto a consultare un collega; stabilito che la malattia è inguaribile e il dolore in nessun altro modo controllabile, questi prescriverà la giusta dose di medicinali che assicurano la morte. Ma non la somministrerà al paziente, che dovrà mettere fine attivamente alla propria vita.

L’escamotage sembra ineccepibile : le possibili obiezioni di giuristi e filosofi sono smontate preventivamente. Questa legge ci appare come il prodotto perfetto della bioetica americana. Da una ventina d’anni negli Stati Uniti le regole che tradizionalmente hanno regolato i rapporti tra sanitari e pazienti sono entrate in un processo di revisione totale. Il rispetto delle decisioni autonome del paziente è diventato l’imperativo prioritario rispetto all'obbligo del medico di fare ciò che, secondo scienza e coscienza, ritiene benefico e salutare per lui. Il principio dell’autodeterminazione ha assunto il primo posto rispetto a quello di «beneficità» (beneficence, in inglese) come criterio per valutare la qualità etica di un atto medico.

Il cambiamento promosso dal movimento della bioetica ha radici profonde nella società americana. L’antecedente più celebre è stato trovato in una sentenza del 1914, emanata dal giudice Benjamin Cardozo. Chiamato a giudicare un ortopedico che aveva operato un paziente senza avvertirlo dei rischi che correva di perdere l’uso del piede, aveva condannato il medico, sulla base del principio: «Ogni essere umano adulto e capace di intendere e di volere ha il diritto di decidere cosa viene fatto al suo corpo». La stessa sentenza formula il diritto all’autodeterminazione rispetto alle scelte mediche come «diritto di essere lasciato solo».

Nella ambivalenza della formula troviamo rispecchiata la duplice anima di una bioetica tutta modulata sul rispetto delle decisioni autonome. È certamente un valore difendere lo spazio privato della propria vita e non essere costretto a subire le decisioni di altri che scelgano per noi come e quanto vivere. Anche coloro che sono motivati dall’intenzione di fare il nostro bene — e, fino a prova contraria, vogliamo pensare che tale sia il medico intenzionato a prolungare con ogni mezzo la vita del paziente — non possono decidere al posto nostro. Abbiamo il diritto di essere lasciati soli non solo da coloro che vorrebbero nuocerci, ma anche da quelli che, con la loro benevolenza, potrebbero prevaricare la nostra volontà.

Ma la figura del malato che, disperando di guarire, chiede la morte, mette in luce anche un altro lato della solitudine. Il medico che rispetta il suo desiderio e gli fornisce i mezzi per

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mettere fine alla vita lo lascerà solo in un modo che è intollerabile al senso morale, formato ai valori della solidarietà. Forse, proprio in quel momento di estrema angoscia — vorremmo opporre — il malato ha diritto di non essere lasciato solo!

Mentre esaminiamo criticamente la legge sull’eutanasia dell’Oregon, riconoscendo in essa uno dei frutti più emblematici della bioetica di impianto americano, non possiamo evitare di chiederci in quale considerazione tenere i prodotti di tale movimento. Non solo rispetto all’eutanasia o all’aiuto da offrire al paziente che chiede di morire, ma, più in generale, riguardo ai tanti problemi che suscita la pratica quotidiana della medicina. Qualcuno vorrebbe, semplicemente, rinviare al mittente la bioetica che viene dall’America. Ma questa sarebbe un’operazione miope. Almeno così ritiene il Comitato nazionale italiano per la bioetica, il quale ha recepito in uno dei suoi documenti di maggior impegno («Informazione e consenso all’atto medico», 20 giugno 1992) il pilastro centrale della bioetica fondata sul rispetto dell’autonomia: l’«informed consent». Ma, invece di respingerla in blocco, dovremo sottometterla a un’azione di discernimento, vagliando le sue proposte e accogliendo solo quelle compatibili con il tipo di società che vogliamo promuovere. E, soprattutto, non limitarci a un’opera di importazione: in continuità con la nostra tradizione, dobbiamo essere in grado di produrre la nostra bioetica, vale a dire le nuove regole di comportamento che iscrivano i valori di sempre in una pratica della medicina indubbiamente innovativa rispetto al passato.

Scelte di fine vita: l’orizzonte etico

Sandro Spinsanti

SCELTE DI FINE VITA: L'ORIZZONTE ETICO

in Problemi di fine vita ed eutanasia

Atti del Convegno di Perugia

Perugia, 8 - 9 aprile 2005

pp. 95-106

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Molti muoiono troppo tardi,

alcuni troppo presto.

Ancora suona strano il precetto:

"Muori a tempo opportuno".

F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

Con intuizione visionaria, Nietzsche ha espresso nell’aforisma che abbiamo posto in epigrafe un problema che sarebbe diventato attuale un secolo dopo rispetto all’esperienza culturale di cui era figlio. A cavallo tra il XIX e il XX secolo la medicina continuava a essere saldamente ancorata al modello etico che si riferiva a Ippocrate, secondo il quale “la cosa giusta” per il paziente veniva decisa dal medico. Quanti e quali interventi terapeutici fossero opportuni era competenza esclusiva di chi curava il malato. Questi non aveva voce in capitolo, ma era esclusivamente il beneficiario di ciò che veniva intrapreso per il suo bene. E prolungare la vita, strappandone anche un minimo brandello all’azione distruttiva della morte, era considerato indiscutibilmente un bene.

Gli strumenti concettuali per affrontare i problemi etici delle scelte di fine vita non mancavano alla cultura greca. Basti pensare alla distinzione tra due tipi di tempo: il krónos, ovvero il tempo come quantità misurabile, e il kairós, vaie a dire il momento propizio. La differenza tra questi due generi di tempo può essere visualizzata immaginando la rappresentazione di kairós che troviamo in alcuni bassorilievi greci. È raffigurato come un giovane in corsa, con mote alate ai piedi; ha un ciuffo sulla fronte e niente capelli sulla nuca. Si lascia così intendere che lo si può afferrare solo nel momento in cui sfila davanti: appena passato, è definitivamente perduto. Anche per la morte c’è un tempo giusto che non è il krónos, bensì il kairós, equivalente al “momento opportuno” di Nietzsche.

Fno a un'epoca recente non abbiamo avuto bisogno di far ricorso a questo strumentario concettuale, per la buona ragione che la medicina non era in grado di prolungare la vita. Almeno nella misura che costituisce un incubo per molti nostri contemporanei. Dalla preoccupazione che l’arte medica non facesse abbastanza per allontanare la minaccia della morte, che rende

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precaria ogni vita, siamo passati all’eccesso opposto: al timore che faccia troppo, estendendo cronologicamente la vita oltre il kairós in cui la morte, pur restando un insulto alla persona, non è un’indegna umiliazione della sua umanità, Oggi la medicina, prolungando la vita, può creare dei “mostri”.

Un'opera letteraria, concepita quando ancora l'arte medica non era in grado si produrre esistenze che si discostano drammaticamente dagli standard della normalità, ci permette di visualizzare questa paura. Si tratta del racconto Il mostro, dello scrittore americano Stephen Crane (il racconto è stato pubblicato nel 1899; tr. it. a cura di G. Mariani, Marsilio, Venezia 1997). Protagonista è il servitore nero di un medico. Quando la casa di questi va a fuoco, il servo si lancia tra le fiamme per salvare il bambino, rimasto intrappolato. Ci riesce, ma rimane a sua volta vittima di un’esplosione avvenuta nel laboratorio del medico: un acido gli cade sulla faccia e gliela distrugge. Il medico, per riconoscenza, si prende cura di lui; ma tutta la comunità, sia quella bianca che quella dei neri, si chiude per paura del “mostro”.

Di fronte ai benpensanti, rappresentati in particolare dal giudice, il medico difende il proprio operato: non avrebbe certo potuto uccidere quel povero essere umano, dal volto devastato (e scivolato poi nella pazzia). Ma le sue argomentazioni, per quanto ineccepibili, non cambiano la realtà: con le migliori intenzioni, mantiene in vita una mostruosità che non è collocabile né tra gli uomini, né tra gli animali. Quello che ha prodotto è “un vizio della virtù”, sentenzia il giudice. Crane non poteva immaginare quanto quei ripensamenti sarebbero suonati attuali un secolo dopo, quando la medicina sarebbe stata in grado di produrre routinariamente essere umani con le caratteristiche sociali del “mostro”. Non solo per la comunità, ma per le persone stesse che rischiano di essere oggetto di questi ambigui benefici della medicina, l’eventualità di essere risucchiate nelle categorie dei “mostri”, né morti né vivi, è uno degli incubi dominanti.

È questa la nicchia culturale in cui va collocata la richiesta di direttive anticipate o analoghe disposizioni relative alle decisioni di fine vita. Ci siamo resi conto che le preferenze delle persone divergono. Per qualcuno ― molti? pochi? È quanto mai necessario promuovere ricerche empiriche per acquisire conoscenze relative al profilo di questa domanda sociale ― è preferibile la rinuncia a trattamenti di sostegno vitale, in nome della coerenza con il modello di qualità della vita a cui hanno cercato di orientarsi nella propria esistenza. E preferiscono mantenere il controllo su queste decisioni, piuttosto che affidarle alla coscienza professionale dei sanitari o alla cura amorosa dei propri familiari.

Che relazione possiamo stabilire tra tali preferenze e le azioni (o “inazioni”) mediche? Nel modello etico tradizionale le preferenze dei pazienti non erano considerate un vincolo che il medico fosse tenuto a rispettare:

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il medico prendeva le decisioni “per il bene” dei pazienti, come un buon padre o una buona madre decide per il figlio, quale interprete autorizzato del suo migliore interesse (il detto inglese: Doctor knows best si applicava non solo alle conoscenze diagnostiche e terapeutiche, ma anche a quelle eliche, che sostanziano le decisioni sulla quantità e qualità dei trattamenti sul finire della vita). Il timore che rende molti sanitari esitanti di fronte alla prospettiva di modificare il modello di rapporto è quello che le preferenze dei pazienti da insignificanti diventino determinanti per l’azione. Il medico si troverebbe così costretto ad abdicare al ruolo che lo voleva unico responsabile delle decisioni cliniche, per diventare il puro esecutore di ciò che il paziente ha deciso.

Un indicatore della resistenza dei medici a far proprio questo punto di vista si trova nella più recente redazione del Codice deontologico dei medici italiani (1998). Rispetto al problema dell’accondiscendenza del medico alle volontà precedentemente espresse dal malato, il quale si trovi attualmente in condizione di incapacità di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, il Codice esprime l’imbarazzo attraverso una doppia negazione:

«Il medico non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dal malato» (art. 34).

Si evitano così le due posizioni estreme del paternalismo duro (è il medico che decide, in base alla sua “scienza e coscienza”) e dell'autonomismo radicale (è il malato che decide, mentre al medico non rimane che dar seguito alle direttive che nascono dalla volontà del malato). Il comportamento medico delimitato dalla doppia negazione appare come un compromesso tra i due modelli; tuttavia non si può dire che l’indicazione di comportamento che ne emerge sia chiara.

Più costruttivo appare il Codice deontologico degli infermieri, là dove indica le procedure ideali che scandiscono il rapporto fra il professionista dell’assistenza e il paziente:

L'infermiere ascolta, informa, coinvolge la persona e valuta con la stessa i bisogni assistenziali, anche al fine di esplicitare il livello di assistenza garantito e consentire all’assistito di esprimere le proprie scelte (art. 4.2).

Nel caso di conflitti determinati da profonde diversità etiche, l'infermiere si impegna a trovare la soluzione attraverso il dialogo. In presenza di volontà profondamente in contrasto con i principi etici della professione e con la coscienza personale, si avvale del diritto all’obiezione di coscienza (art. 2.5).

Nella proposta del codice infermieristico tra le preferenze e l’azione si collocano i valori. Le divergenze riguardo ai valori ― che possono diventare dei veri e propri conflitti ― si risolvono idealmente con il dialogo,

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che comincia con l’ascolto dell’altro. Il dialogo, quindi, come alternativa alla prevaricazione (che può esprimersi nelle due direzioni: del sanitario sul paziente, ma anche da parte del paziente sul sanitario).

A favore delle “direttive anticipate” si è espressa, senza ambiguità, la Convenzione europea di bioetica (1997), che l'Italia ha ratificato con legge dello Stato:

Art. 9

I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente, che al momento dell'intervento non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione.

Un’autorevole spinta in questa direzione costituisce il documento del Comitato nazionale per la bioetica: Dichiarazioni anticipate di trattamento (15 dicembre 2003). In generale, gli ambiti nei quali le indicazioni previe del paziente devono essere tenute in considerazione sono così elencati:

― indicazioni sull’assistenza religiosa, sull'intenzione di donare o no gli organi per trapianti, sull’utilizzo del cadavere o parti di esso per scopi di ricerca o didattica;

― indicazioni circa le modalità di umanizzazione della morte (cure palliative, richiesta di essere curato in casa o in ospedale ecc.);

― indicazioni che riflettano le preferenze del soggetto in relazione al ventaglio delle possibilità diagnostico-terapeutiche che si possono prospettare lungo il decorso della malattia;

― indicazioni finalizzate a implementare le cure palliative;

― indicazioni finalizzate a richiedere la non attivazione di qualsiasi forma di accanimento terapeutico, cioè di trattamenti di sostegno vitale che appaiono sproporzionati o ingiustificati;

― indicazioni finalizzate a richiedere il non inizio o la sospensione di trattamenti terapeutici di sostegno vitale, che però non realizzino nella fattispecie indiscutibili ipotesi di accanimento:

― indicazioni finalizzate a richiedere la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale.

Gli orientamenti del Cnb sono sostenuti dal principio secondo cui al consenso o dissenso espresso dal paziente non in stretta attualità rispetto al momento decisionale va attribuito lo stesso rispetto che è dovuto alla manifestazione di volontà espressa in attualità rispetto all’atto medico. Alle dichiarazioni anticipate il Comitato attribuisce un carattere vincolante, e non meramente orientativo: «Se il medico, in scienza e coscienza, si formasse il solido convincimento che i desideri del malato fossero non solo legittimi, ma ancora attuali, onorarli da parte sua diventerebbe non solo un compimento dell’alleanza terapeutica che egli ha stipulato

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col suo paziente, ma un suo preciso dovere deontologico».

L'orientamento del Cnb inclina tuttavia a privilegiare l'aspetto giuridico, più che quello etico, delle dichiarazioni anticipate. Richiede, perciò, che siano redatte in forma scritta e non orale; che siano compilate con l'assistenza di un medico, che può controfirmarle; che siano redatte in forma non generica, in modo tale da non lasciare equivoci sul loro contenuto e da chiarire quanto più possibile le situazioni cliniche in relazione alle quali esse debbano poi essere prese in considerazione. Il Cnb auspica, infine, «un intervento legislativo ampio e esauriente, che risolva molte questioni tuttora aperte per quel che concerne la responsabilità medico-legale e insieme che offra un sostegno giuridico alla pratica delle dichiarazioni anticipate, regolandone le procedure di attuazione».

Il punto critico per il discorso sulle direttive anticipate è costituito dal passaggio dal livello culturale-etico e deontologico a quello formalmente giuridico. In altre parole: il rispetto delle volontà formulate in precedenza. in previsione di una situazione in cui il soggetto non sia più in grado di esprimerle, deve essere solo un dovere morale per il medico o deve costituire un obbligo prescritto per legge, così che la sua violazione comporti una sanzione penale? La questione ha un risvolto concreto per i medici, i quali temono di venire denunciati per atti che la legge non consente, qualora omettano interventi clinici per rispettare volontà precedentemente espresse dal malato.

Questo è il contesto in cui si colloca il disegno di legge d’iniziativa dei senatori Ripamonti e Del Pennino, presentato in Senato il 23 maggio 2003; Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate (in Parlamento giace da tempo una proposta di legge analoga, presentata nel 1999 da Chiaramonte e Griffagnini). L’intento della legge è di esentare il medico da ogni responsabilità conseguente al rispetto della volontà del paziente, quale deve risultare da un atto scritto di data certa e con sottoscrizione autenticata. Lo stesso obiettivo può essere raggiunto indicando “una persona di fiducia”, la quale, qualora sopravvenga uno stato di incapacità naturale valutato irreversibile, è autorizzata a prestare o negare il proprio consenso ai trattamenti sanitari. Qualora la proposta trovasse il consenso dei parlamentari, la “Carta di autodeterminazione” si collocherebbe non più sul piano dell’etica, ma su quello della legge.

La proposta della “Carta di autodeterminazione”

Fin dal primo diffondersi del movimento della bioetica in Italia ha avuto luogo una polarizzazione su due fronti: da una parte le istituzioni a orientamento cattolico, dall'altra quelle ispirate alla difesa di un approccio laico. In particolare, aH’annuncio della costituzione del primo Comitato nazionale per la bioetica alcuni studiosi e cittadini, ritenendo

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che fosse troppo sbilanciato in senso confessionale., diedero vita alla Consulta di bioetica (Milano 1989), quale controparte laica. La Consulta si presenta come “un'associazione di cittadini che si propone di diffondere un atteggiamento aperto e libero da pregiudiziali dogmatiche nella ricerca di soluzioni ai problemi morali posti dallo sviluppo della medicina e delle scienze biologiche".

Per rispettare le diverse concezioni di valore presenti nella società la Consulta ha privilegiato, fin dall'inizio, un punto di vista sulla vita che alla sacralità contrappone la qualità. La prima prospettiva porta conseguenzialmente a una difesa a oltranza di qualsiasi espressione di vita umana, sottraendo le decisioni sulla fine della vita all’individuo; chi promuove, invece, la qualità della vita tende a privilegiare l'autonomia individuale e a rivendicare il diritto della persona sui trattamenti medici, compresi quelli che assicurano la sopravvivenza. In concreto, per tutelare i soggetti che, per lo stato avanzato della malattia vedessero compromesse le capacità di esprimere la propria volontà, la Consulta si è fatta promotrice della “Carta di autodeterminazione” (o Biocard).

Si tratta di un documento a cui va riconosciuto fondamentalmente un valore morale. Non ha invece un valore giuridico obbligante: per questo può essere fuorviante chiamare queste disposizioni “testamento biologico” ― come viene correntemente tradotta l’espressione inglese living ivill ― in quanto non produce dei fatti giuridici, come un vero e proprio testamento. Chi dà disposizioni di questo genere intende vincolare i medici e i propri familiari al rispetto della misura dei trattamenti che ritiene compatibile con la propria concezione morale.

La dizione “testamento biologico” va presa con circospezione, tenendo presente che tanto il sostantivo quanto l’oggettivo che lo qualifica sono da intendere in senso lato. Mentre un testamento vero e proprio, infatti, produce gli effetti dopo la morte, il documento di cui si parla dovrebbe entrare in funzione prima, per poter influire sulla morte stessa; “biologico”, poi, vuol indicare una concezione della vita in cui gli aspetti spirituali hanno una priorità di valore rispetto a quelli somatici: praticamente, dunque, il contrario di quanto il termine biologico lascia intendere. La Caritas svizzera — che ha espresso un esplicito sostegno per queste direttive ― ha optato per chiamarle “disposizioni del paziente”: un’espressione molto blanda, che rinuncia al pathos evocato da quelle affini. La Consulta di bioetica preferisce parlare di “Carta di autodeterminazione” o Biocard. Riportiamo, a titolo esemplare, il modello diffuso dalla Consulta (lo si trova su Internet, all'indirizzo www.consultadibioetica.org. )

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CONSULTA DI BIOETICA

Via Cosimo del Fante, 13

20122 MILANO Tel. e Fax 02 58 300 423

BIOCARD

CARTA DI AUTODETERMINAZIONE N°….

Sig.

nato/a a il

residente in

via

tel

DICHIARAZIONE

Alla mia famiglia, ai medici curanti e a tutti coloro che saranno coinvolti nella mia assistenza. Io sottoscritto/a, essendo attualmente in pieno possesso delle mie facoltà mentali, dispongo quanto segue in merito alle decisioni da assumere qualora mi ammalassi:

1

Voglio essere informato sul mio stato di salute, anche se fossi affetto da malattia grave e inguaribile

Sì No

2

Voglio essere informato sui vantaggi e sui rischi degli esami diagnostici e delle terapie

Sì No

3

Autorizzo i curanti ad informare, anche senza il mio consenso, le seguenti persone

Sì No

Chi ha scelto «No» riguardo alla disposizione 1 può terminare qui la compilazione apponendo una firma.

Firma

Data

Chi invece ha scelto «Sì» riguardo alla disposizione 1 è opportuno che prosegua la lettura in modo da formulare altre disposizioni di carattere generale e particolare.

Sono consapevole che potrebbe accadermi in futuro di perdere la capacità di decidere o di comunicare le mie decisioni, ma, poiché voglio esercitare comunque il mio diritto di scelta, formulo qui di seguito alcune disposizioni che desidero vengano rispettate. Resta inteso che queste disposizioni perdono il loro valore qualora, in piena coscienza, io decida di annullarle o di sostituirle con altre.

DISPOSIZIONI GENERALI

So che si definiscono oggi «provvedimenti di sostegno vitale» le misure urgenti senza le quali il processo della malattia porta in tempi brevi alla morte. Esse comprendono la rianimazione cardiopolmonare in caso di arresto cardiaco, la ventilazione assistita, la dialisi (rene artificiale), la chirurgia d’urgenza, le trasfusioni di sangue, le terapie antibiotiche e l’alimentazione artificiale. Sono consapevole che, qualora venissero iniziati e proseguiti su di me tutti i possibili interventi capaci di sostenere la mia vita, potrebbe accadere che il risultato sia solo il prolungamento del mio morire o il mio mantenimento in uno stato di incoscienza o di demenza. Formulo perciò le seguenti scelte riguardo ai provvedimenti di sostegno vitale.

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SIANO

NON SIANO

iniziati e continuati se il loro risultato fosse il prolungamento del mio minore

5

SIANO

NON SIANO

iniziati e continuati se il loro risultato fosse il mio mantenimento in uno stato di incoscienza permanente e privo di possibilità di recupero

6

SIANO

NON SIANO

iniziati e continuati se il loro risultato fosse il mio mantenimento in uno stato di demenza avanzata non suscettibile di recupero

Chi ha scelto «SIANO iniziati» in tutte queste tre ipotesi, può concludere qui la compilazione apponendo una firma.

Firma

Data

Chi ha scelto «NON siano iniziati» in almeno una di queste tre situazioni. è opportuno che continui la compilazione delle seguenti Disposizioni Particolari, che ribadiscono in modo esplicito la rinuncia o la richiesta di alcuni interventi a proposito dei quali è più facile che nascano controversie.

DISPOSIZIONI PARTICOLARI

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Dispongo che siano intrapresi tutti i provvedimenti volti ad alleviare le mie sofferenze (come uso di farmaci oppiacei) anche se essi rischiassero di anticipare la fine della mia vita

Sì No

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Dispongo che in caso di arresto cardiorespiratorio, nelle situazioni descritte sopra ai punti 4. 5 e 6 sia praticata su di me la rianimazione cardiopolmonare se ritenuta possibile dai curanti

Sì No

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Dispongo che, nelle situazioni descritte sopra ai punti 4, 5 e 6 qualora io non sia in grado di alimentarmi in modo naturale, sia proseguita la somministrazione artificiale di acqua e sostanze nutrienti se ritenuta dai curanti

Sì No

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Altre disposizioni personali

Sì No

Firma

Data

Le disposizioni seguenti possono essere sottoscritte indipendentemente dalle precedenti, anche se non si è eseguito alcuna scelta.

DISPOSIZIONI RIGUARDANTI L’ASSISTENZA RELIGIOSA

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Desidero l’assistenza religiosa di confessione

Sì No

12

Desidero un funerale

religioso laico

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DISPOSIZIONI DOPO LA MORTE

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Dispongo di donare i miei organi a scopo di trapianto

Sì No

14

Dispongo di donare il mio corpo a scopi scientifici o didattici

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Dispongo che il mio corpo sia

inumato cremato

Firma

Data

NOMINA DEL FIDUCIARIO

Consapevole del fatto che le disposizioni suddette riguardano situazioni complesse, imprevedibili, dove non sempre è agevole per i curanti esprimere una chiara valutazione del rapporto tra sofferenza e benefici di ogni singolo atto medico, nomino mio rappresentante fiduciario:

il/la Sig/ra

nato/a

residente a cap

via tel

che si impegna a garantire lo scrupoloso rispetto delle mie volontà espresse nella presente Carta e a sostituirsi a me per tutte le decisioni non contemplate sopra, qualora io perdessi la capacità di decidere o di comunicare le mie decisioni. Nel caso che il mio rappresentante fiduciario sia nell’impossibilità di esercitare la sua funzione, delego a sostituirlo in tale compito:

il/la Sig/ra

nato/a

residente a cap

via tel

Questo atto avviene il in presenza

il/la Sig/ra

nato/a

residente a cap

via tel

che attesta la veridicità della presente dichiarazione e testimonia che i Sigg.ri sopra indicati hanno accettato la delega.

Firma del sottoscrittore

Firma del primo fiduciario

Firma del secondo fiduciario

Firma del testimone

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Al di là delle differenti accentuazioni, tutti i documenti di questo genere tendono a mettere dei limiti: colui che sottoscrive dichiara di rinunciare all’ambiguo “beneficio” di pratiche mediche che possono prolungare la vita biologica anche in presenza di danni cerebrali profondi e irreversibili, che rendono impossibile la vita cosciente, o in condizioni di degrado fisico che fanno ritenere soggettivamente la vita come una condanna peggiore della morte.

In filigrana vediamo il profilo dell’angoscia relativa alla morte propria del nostro tempo. In epoca romantica la paura irrazionale si sedimentava attorno alla morte apparente. Truci storie di persone sepolte vive, destinate a un tragico risveglio nella tomba, toglievano il sonno a molti. C'era anche chi si premuniva da questa eventualità chiedendo un supplemento di morte (magari con il classico spillone che trapassasse il cuore). Il nostro immaginario di abitanti della città tecnologica è sconvolto da altri fantasmi. Noi siamo angosciati dalla prospettiva di finire attaccati a macchine che ci impediscano di morire. Abbiamo paura non del medico distratto, che per errore ci dichiari morti mentre siamo ancora vivi, ma di quello che si accanisca a tenerci in vita, quando questa è una pura sopravvivenza biologica, sprovvista di caratteristiche umane. Il timore dell’accanimento terapeutico ― un tipico mito del nostro tempo, nutrito dai racconti dell’agonia interminabile di alcuni moribondi illustri, come Tito, il generalissimo Franco e l’imperatore Hirohito: il non invidiabile privilegio dei potenti di oggi sembra essere quello di attirare su di sé una medicina che si accanisce a non lasciar morire ― sta alla base del diffondersi del testamento biologico.

Può sorprendere sapere che anche istituzioni di matrice cattolica, come la Caritas svizzera, si facciano paladine di documenti rivolti ad assicurare un controllo previo sulle modalità di trattamenti medici da ricevere sul finire della vita. I credenti che promuovono questa pratica inclinano a considerarla come un elemento di una “diakonia” più complessa e articolata che persegue la Chiesa quando si occupa dei sofferenti nella società. Questo compito ecclesiale oggi comporta, con riferimento a coloro che affrontano la fase terminale della vita, la difesa prioritaria della dignità, in vita e in morte. Nel contesto della nostra cultura tecnologica non ci si può limitare a proclamare e tutelare il valore della vita: bisogna difenderne anche la dignità, offesa da certe modalità del morire medicalizzato.

Tuttavia nella nostra società non c’è consenso riguardo all'opportunità di diffondere il ricorso a questo tipo di documenti. Le riserve vengono da più parti. Coloro a cui sta a cuore che anche nella fase terminale non si abdichi al criterio etico della “sacralità della vita”, criticano il riferimento al criterio della “dignità”. Temono che, adottandolo in modo esclusivo, ci si esponga a decisioni arbitrarie di ogni genere, compreso il ricorso

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all'eutanasia per liberare certi poveri esseri dal peso di una “indegna” degradazione.

Chi è mosso da preoccupazioni giuridiche rimprovera ai “testamenti biologici” di creare confusione rispetto alle responsabilità legali del medico. Questi è tenuto a rendere conto del suo operato, se non corrisponde ai criteri previsti dalla legge. Se sottopone un paziente a un trattamento insensato, può essere chiamato a risponderne davanti a un tribunale. Ma ciò non si applica solo nel caso di una persona che abbia espresso la sua volontà mediante una disposizione previa, bensì per ogni paziente. Se poi si volesse attribuire a questo tipo di documenti un valore legale, non si farebbe che attribuire allo Stato il compito di risolvere problemi che l’individuo non sa risolvere.

I medici sono, in genere, fortemente critici nei confronti del ricorso alle disposizioni anticipate. Le vedono come un atto burocratico, che tende a espropriarli del compito di capire la singola situazione, creando la categoria generica del “malato terminale”, nei confronti della quale tenere un comportamento standardizzato. Non mancheranno di ricordare l’uno o l’altro episodio di malati che, salvati dal coma mediante l’impiego di quanto oggi la tecnologia rianimati va mette a disposizione, hanno ringraziato il medico e benedetto la circostanza che questi non sia venuto a conoscenza che il paziente aveva fatto un testamento biologico, oppure non ne abbia tenuto conto... In ogni caso per i medici il diffondersi di queste disposizioni suona come sfiducia nei loro confronti: come se ormai fosse tramontato il tempo in cui ci si poteva affidare alle loro decisioni.

I sanitari, tuttavia, non hanno fiducia nelle capacità del corpo professionale di prendere le migliori decisioni in caso di pazienti privi della competenza decisionale. È quanto emerge da una ampia inchiesta svolta tra medici e infermieri degli Ospedali Riuniti di Bergamo (cfr. Un tempo, un luogo per morire, ed. Zadigroma, 2003, pp. 73-102). Alla domanda: “Se una patologia le impedisce di esprimere la sua volontà, che cosa o chi meglio potrebbe garantire il rispetto dei suoi desideri in merito alle cure?”, solo il 4,9% dei sanitari ha dichiarato che medici e infermieri saprebbero agire nel loro interesse, mentre il 50,5% si affida piuttosto a una dichiarazione autografa in cui sia esplicitato che i trattamenti che desidera ricevere e quelli che preferisce siano omessi.

Una visione totalmente negativa del ruolo svolto dalle direttive anticipate non è giustificata. Ma questo strumento di atti dispositivi per essere utile deve restare entro il rapporto medico-paziente, non sostituirsi a esso. Non è finalizzato a far fare economia di dialogo, ma piuttosto a portare il medico più vicino alla prospettiva soggettiva del malato, mettendosi in ascolto dei suoi valori.

Il cammino verso la ristrutturazione dei rapporti tra sanitari e persone assistite sul versante della vita che finisce è indubbiamente lungo.

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Abbiamo ragione di temere le scorciatoie costituite da norme che non nascono da una rielaborazione culturale. Sembra destinata al fallimento anche la semplice imposizione di modelli estranei alla nostra tradizione (in questo ambito la contrapposizione tra cultura latina e cultura anglosassone non è pura retorica!). Il cammino più sicuro è quello lungo, che passa attraverso la ricerca empirica, la formazione del personale sanitario e l’educazione dei cittadini. Nella cultura civica, che la scuola è tenuta a trasmettere ai giovani di oggi, bisognerà prevedere un capitolo in aggiunta alle conoscenze relative alla struttura dello Stato e al funzionamento delle istituzioni: l’insieme dei diritti e dei doveri nei rapporti con i professionisti sanitari. Solo questa cultura partecipativa diffusa permetterà a ogni cittadino di diventare un soggetto responsabile nelle decisioni che riguardano la vita, dalla nascita alla morte.

L’eutanasia e i problemi etici del morire

Sandro Spinsanti

L’EUTANASIA E I PROBLEMI ETICI DEL MORIRE

in Medicina sociale

vol. 34, n. 3, luglio-ottobre 1984, pp. 81-83

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Il dibattito sull’eutanasia è spesso viziato da sottili malintesi: si crede di parlare della stessa realtà, ma di fatto ci si riferisce a situazioni diverse. Il termine è una di quelle «parole — attaccapanni», alle quali ciascuno attribuisce un particolare significato. I vescovi francesi, in un loro documento sui problemi della morte e del morire dal punto di vista dell’etica, richiamavano l’attenzione proprio sull’ambiguità della parola e sulla necessità di tenere separati i diversi problemi per i quali si ricorre al termine eutanasia. Il documento indica almeno sei ambiti diversi: l’«addolcimento» degli ultimi momenti della vita del malato (secondo il significato etimologico della parola); la lotta contro la sofferenza, che può comportare il ricorso ad analgesici che fanno perdere coscienza al malato; il prolungamento della vita ad ogni costo, correlato con il problema dell’astensione terapeutica (è il «lasciar morire», che alcuni preferiscono chiamare eutanasia passiva); la soppressione dei «tarati» per ragioni eugeniche, come è stata praticata durante il Terzo Reich; la costatazione della morte, malgrado le apparenze della vita; e infine il mettere deliberatamente fine alla vita di una persona, su richiesta esplicita o presunta di quest’ultima. Il dibattito acquisterebbe il pregio della chiarezza se si parlasse di eutanasia solo in quest’ultimo caso, utilizzando per le altre situazioni designazioni specifiche.

Quand’anche si giungesse a quest’uso ristretto del termine, i problemi semantici dell’eutanasia non sarebbero terminati. Anche dietro la domanda esplicita, infatti, ci può essere un’altra richiesta. Lo afferma Cecily Saunders, la fondatrice del St. Christopher’s Hospice e una delle maggiori autorità in merito alla cura dei malati in fase terminale. A suo avviso, la domanda «fatemi morire» contiene implicitamente un altro tipo di richiesta, che va decodificato come «occupatevi di me e alleviate il mio dolore». Tant’è vero, che quando questo aiuto viene effettivamente dato, la domanda di eutanasia non è più avanzata.

Se questa è la situazione linguistica dell’eutanasia dal punto di vista della denotazione, ancora più delicati sono i problemi connessi col suo significato connotativo. Ogni parola, infatti, suscita tutto un insieme di idee e sentimenti correlati, una costellazione di significati difficili da definire con esattezza e fortemente colorati di esperienza individuale: è questo il suo significato connotativo. Possiamo parlare, a tale riguardo, di fantasmi evocati dalla parola eutanasia. Uno dei frequenti è quello della diga che si rompe. La diga è un’immagine della barriera costituita dalla legge e dalla morale contro lo scatenamento degli istinti e la disgregazione sociale. Dopo l’accettazione dell’aborto — temono molti — la prossima falla nella diga sarà la legalizzazione dell’eutanasia! Una società centrata sui valori efficientistici e produttivi trova sempre maggiore difficoltà a giustificare investimenti che non siano compensati da benefici. L’assistenza delle legioni crescenti di vecchi in una popolazione in rapida senescenza fa parte delle perdite secche. E se dopo una certa età la medicina si limitasse alle cure palliative, rinunciando ad impiegare la sua vasta — e costosa! — panoplia per prolungare delle vite diventate infruttuose? La questione comincia ad essere sollevata, per ora come un semplice ballon d’essai. Sullo sfondo si delinea, con il profilo di forni crematori, il programma eugenetico nazista di eliminare le «vite non degne di essere vissute» («lebensunwerte Leben»). Per rafforzare la diga contro i tempi di ferro incombenti, alcuni ritengono che sia necessario ribadire

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il «no» all’eutanasia, un «no» energico e assoluto, senza alcun cedimento nei confronti dei nuovi barbari, senza ascoltarne le ragioni umanitarie o utilitaristiche.

Un secondo fantasma che turba il dibattito sull’eutanasia è la paura di diventare vittima dell’ostinazione medica. È entrato nell’uso parlare a tale proposito di «accanimento terapeutico». Forse è opportuno distinguere l’accanimento dall’ostinazione. L’accanimento può essere richiesto e giustificato dalla professione medica: la vittoria sul male domanda talvolta una lotta con tutte le energie dell'intelligenza e della volontà. L’ostinazione terapeutica è invece una deformazione del sano accanimento. Il medico che vi soggiace considera come suo dovere esclusivamente quello di prolungare il più possibile il funzionamento dell’organismo del paziente, in qualsiasi condizione ciò avvenga, e ignorando qualsiasi altra dimensione della vita umana che non sia quella biologica. In questi casi, tenere in vita per qualche giorno o per qualche ora in più un paziente terminale diventa per il medico un punto d’onore; e il paziente deve quasi conquistarsi la sua morte, lottando contro l’ostinazione del medico. Il prezzo è quello di una somma inenarrabile di sofferenze supplementari, tanto per il morente quanto per i suoi familiari. Questa situazione nuova del morire ha indotto a coniare un neologismo per qualificarla: «distanasia», cioè una deformazione violenta e strutturale del processo naturale del morire, una volta che sia stato intensivamente medicalizzato. Chi parla di accanimento terapeutico in questi casi tradisce l’impressione che il medico, ostinandosi a guarire, in realtà si accanisca contro il malato! Tale tipo di medico del tutto inappropriatamente può richiamarsi all’ethos ippocratico che mobilita il sanitario sul fronte della vita, contro la morte. Quello che è prodotto dall’ostinazione terapeutica moderna è ancora vita umana? L’impegno deontologico di operare a favore della vita può diventare un facile paravento dietro a cui si nascondono l’insensibilità e una visione antropologica angusta.

Il fantasma del medico ostinato a prolungare la vita vegetativa induce alcuni a contrapporgli la rivendicazione di un «diritto a morire» e a fondare associazioni del tipo «Exit» o «A.D.M.D.» (Association pour le Droit de Mourir dans la Dignité). Il giurista ha gioco facile nel dimostrare l’inconsistenza di un simile diritto. Restano da decifrare le implicazioni di un movimento così vivace per la «riappropriazione della morte». Quando il diritto a morire viene rivendicato come fondamento dell’eutanasia, siamo autorizzati a vedervi una protesta contro il medico che soggiace alla «libido sanandi», e che non accetta la morte del paziente, in quanto vi vede la smentita delle sue fantasie inconsce di onnipotenza. Se non ci vogliamo trovare costretti a difenderci dai medici, bisogna che venga assimilato il principio che l’accresciuto arsenale di mezzi terapeutici non crea con ciò stesso l’obbligo normale di utilizzarli. Non sempre in medicina è lecito fare tutto quello che si è in grado di fare. Il criterio ultimo per il discernimento è sempre e ancora l’uomo, ovvero la qualità della sua vita.

Un terzo fantasma deve essere ancora nominato. Possiamo chiamarlo il fantasma dell’«esperto». L’esperto del morire è una figura nuova accanto al malato grave. Occupa il posto che in passato spettava al medico e/o al sacerdote: un posto che è rimasto clamorosamente vacante. Il personale sanitario tende a diradare le visite presso il malato per il quale «non c’è più niente da fare». A questo punto, in passato, in un contesto di religiosità tradizionale, subentrava il sacerdote, che offriva il suo ministero per disporre il paziente alla «buona morte». La congiura del silenzio intorno al malato grave ha reso precaria anche la presenza del sacerdote. Chiamarlo a tempo debito equivarrebbe a una pratica ammissione che non c’è più speranza di guarigione. Per questo si rimanda a quando il malato non ha più coscienza. Col risultato che i sacerdoti disertano sempre più spesso una presenza che non ha più un significato, relazionale e comunicativo, essendosi trasformata in una formalità senza spessore umano ed evangelico. Il posto rimasto vuoto accanto al morente si tende ad attribuirlo al «tanatologo». La delega all’esperto dell’assistenza al morente sarebbe un passo ulteriore verso la disumanizzazione del morire. Implicherebbe la completa divaricazione tra le due dimensioni dell’attività medica, che in inglese sono chiamate, con significativa assonanza, to cure e to care, curare e prendersi cura. Qualora la divaricazione fosse avallata, di diritto e di fatto, la professione medica perderebbe la sua qualificazione umanitaria e la soluzione dei problemi posti dall’eutanasia sarebbe ancora più lontana.

Il rifiuto di delegare a degli esperti la gestione della fase terminale non equivale a una

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svalutazione delle conoscenze sul vissuto del morire di cui siamo debitori agli studiosi delle scienze umane che hanno negli ultimi anni incentrato la loro ricerca sulla morte e il morire. Valga per tutti il riferimento agli studi della dott.ssa Kübler-Ross sulle fasi del morire e sui diversi bisogni emotivi del paziente a seconda della fase che sta attraversando. Si sta delineando una nuova cultura della morte, che intende rompere il tabù caduto su questo segmento dell’esperienza umana. Solo se la morte torna ad essere un oggetto di discorso si può reagire efficacemente alla rarefazione dei rapporti umani che affligge oggi il morire.

La cura di un malato terminale pone e porrà sempre delicati problemi etici, perché il dosaggio tra medicina scientifica e medicina umana non può essere fissato una volta per tutte e deve essere sempre di nuovo riaggiustato. In quali casi e a che punto bisogna porre termine alla lotta terapeutica e «lasciar morire» il paziente? Il peso di questa decisione si può trasformare addirittura in angoscia decisionale. Il medico può cercare di liberarsene passando la patata bollente ad altri: al magistrato, allo psicologo, al comitato etico... Ma una decisione giusta e umana non si avrà finché si cercherà con tutti i mezzi di escludere il morente stesso dalla conoscenza di ciò che lo riguarda.

Le alternative sono non solo auspicabili, ma possibili. Ed è compito dell’etica, oltre che riaffermare i principi, anche indicare dei modelli. Quello che si sta facendo nel mondo anglosassone per umanizzare il morire costituisce un’alternativa praticabile all’eutanasia. Mi riferisco alla pratica degli hospices, della cui funzione si può leggere una limpida testimonianza nel libro di R. e V. Zorza, Un modo di morire.

Il modello può difficilmente essere trasposto tale e quale nel nostro contesto culturale. Saranno necessarie revisioni ed adattamenti. Ma la strada da percorrere è quella: prevenire l'impasse che offre come via di uscita solo la morte per eutanasia, stabilendo una rete di rapporti in cui alla persona del malato spetti sino alla fine il ruolo da protagonista.

Il pensiero e la prassi dell’eutanasia nell’etica cattolica

Sandro Spinsanti

IL PENSIERO E LA PRASSI DELL'EUTANASIA NELL'ETICA CATTOLICA

in Eutanasia. Il senso del vivere e del morire umano

Atti del XII Congresso nazionale dei teologi moralisti italiani

Firenze 1-4 aprile 1986 - EDB, Bologna 1987

pp. 101-120

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Affinché questo mio contributo non acquisti i tratti invertebrati di una generica «summa» di pensiero etico relativo alla vita terminale, mi sembra opportuna una premessa relativa alla mia personale collocazione rispetto al tema. Intendo con ciò indicare non solo lo specifico interesse professionale che porto a questo soggetto, ma anche l’angolatura esistenziale che determina la mia comprensione del morire e dei problemi etici ad esso connessi, gli interrogativi che mi pongo e, di conseguenza, l’intima giustificazione del mio contributo alla riflessione dei teologi moralisti italiani.

Da un decennio svolgo l’insegnamento dell’etica bio-medica in facoltà di medicina. Questo compito mi ha collocato in un luogo privilegiato per l’ascolto del mondo medico-sanitario. Ho potuto constatare la necessità e l’urgenza di una riflessione etica per guidare il comportamento medico nella situazione inedita creata dai progressi della medicina. L’aiuto offerto dalle regole deontologiche è prezioso e va ancor più valorizzato; tuttavia, da solo, è insufficiente. La deontologia non esaurisce tutto il bisogno di normatività in questo campo così intricato; essa si apre, piuttosto, sull’etica e fa appello ad essa. La guida offerta dalla deontologia e quella assicurata dall’etica, lungi dall'escludersi, si implicano reciprocamente. Un primo obiettivo del mio contributo sarà precisamente quello di illustrare l’ambito rispettivo della deontologia e dell’etica nella vita terminale, e la loro correlazione.

Non posso senz’altro sottoscrivere il giudizio frequentemente

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ripetuto circa un’allergia dei medici nei confronti dell’etica; se sono insofferenti, lo sono piuttosto verso un’etica paracadutata dall’alto in campo medico, imposta come un corpo estraneo. Una riflessione etica che nasca dalla prassi e l’accompagni rispettosamente ha, al contrario, molte possibilità di essere accolta dai medici.

Un secondo ambito di esperienza personale è quello connesso con la mia attività di responsabile del Dipartimento di Scienze umane presso l’ospedale «Fatebenefratelli» all’isola Tiberina, in Roma. Questo compito, che nasce da un progetto-pilota saldamente radicato nella tradizione di un Ordine ospedaliero e aperto allo stesso tempo alle sfide della situazione sanitaria contemporanea, mi ha permesso di essere coinvolto nello sforzo di umanizzazione della vita ospedaliera mediante un sistematico ricorso alle discipline che considerano l’uomo non solo sul versante biologico, ma anche su quello psichico-spirituale (psicologia, sociologia, etica, teologia spirituale). La disumanizzazione del morire in ospedale si rivela a un primo sguardo come uno dei principali nodi da sciogliere. Per riumanizzare la fine della vita è necessario uno sforzo creativo, al quale l’etica cristiana, appoggiata su una coerente riflessione antropologica, può offrire un contributo peculiare. L’apporto profetico innovativo della visione cristiana dell’uomo all’umanizzazione del morire costituirà un altro punto focale delle mie considerazioni.

1. La morte e il morire in ambito bio-medico

Il termine della vita è diventato un’area scottante, dove confluiscono sfide antropologiche tra le più radicali. Ciò obbliga l’etica bio-medica contemporanea a ripensare, in considerazione del bene stesso dell’uomo, le norme morali che in passato hanno validamente regolato quest’ambito. L’intervento massiccio delle nuove tecniche ha cambiato volto al morire. Questo ha perso la sua «naturalezza»: nelle aree industrializzate e urbanizzate il trapasso avviene ormai quasi esclusivamente in

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un contesto medico, per lo più in ospedale, sotto terapia intensiva di rianimazione. Grazie a questa disciplina medico-chirurgica, tanto spettacolare quanto efficace, la durata della vita ha potuto essere notevolmente prolungata. Ma il tenere in scacco la morte si è rivelato quanto meno una benedizione ambigua.

La possibilità di rendere la vita vegetativa indipendente dai livelli superiori della coscienza diventa, almeno in alcuni casi, un dono malefico. Si può assistere allora alla paradossale rivendicazione del diritto di essere dichiarati morti! La vicenda dell’americana Karen Ann Quinlan ha assunto in questo senso il ruolo di un caso emblematico, di quelli che hanno il merito di portare un problema etico a livello della coscienza popolare. Si può dire, senza un’eccessiva esagerazione, che nell’etica della vita terminale esista un prima e un dopo il «caso Quinlan». La ragazza era caduta in coma profondo, con lesioni cerebrali irreversibili, che non le avrebbero permesso di tornare indietro da una sopravvivenza puramente vegetativa. I genitori chiesero ai medici di lasciarla morire in pace; questi, invece, in nome dell’etica professionale che impone loro di fare di tutto per prolungare la vita, rifiutarono, e le applicarono un polmone di acciaio. I Quinlan chiesero allora all’autorità giudiziaria l’autorizzazione al distacco dal respiratore artificiale. Ne seguì un processo a più riprese, che vide schieramenti appassionati pro e contro il desiderio dei genitori. Questi ottennero infine dalla Corte suprema del New Jersey la sospensione delle misure di rianimazione, anche se la povera Karen Ann doveva ancora «vegetare» per anni ― «naturalmente», questa volta... ― prima di spegnersi. Il caso, tuttavia, aveva posto ormai di fronte all’opinione pubblica il problema; vi sono situazioni in cui la morte sembra di doversela conquistare lottando contro l’apparato medico! I medici intraprendono il prolungamento della vita con buona coscienza, richiamandosi ai principi etici che ispirano la professione. Se le norme che hanno guidato l’azione in passato portano, in un mutato contesto culturale, a pratiche disumane, è forse giunto il momento di ripensare le norme stesse.

Il moltiplicarsi dei trapianti di organo è in parte responsabile

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delle misure di prolungamento artificiale della vita. Per avere organi disponibili per il momento opportuno al trapianto, le équipes di rianimazione mantengono la vita vegetativa di persone altrimenti considerate morte. Anche se il fine è nobile, queste pratiche suscitano perplessità dal punto di vista morale: non ci si può sottrarre all’impressione che il processo del morire venga strumentalizzato per uno scopo utilitaristico.

Un altro modo ancora di manipolare il processo del morire è quello che ha origine dalla lotta contro il dolore. È diventata una pratica abbastanza diffusa quella di somministrare analgesici («cocktails litici»), che sprofondano il malato nell’incoscienza 1. Non riuscendo a controllare il dolore, si «deconnette» la coscienza. Il malato non viene propriamente ucciso; tuttavia spegnere in modo irreversibile la consapevolezza equivale a una morte parziale, inferta alla parte che definisce essenzialmente l’essere umano. Anche da questo fronte della medicina giunge, dunque, un appello all’etica, perché si inizi una riflessione sulla morale professionale dei sanitari, assumendo come punto di partenza queste nuove concrete modalità di morire.

2. I medici cambiano le loro regole deontologiche?

Lo scenario del morire si trasforma: ciò è vero non solo per il morente, ma anche per chi si occupa di lui dal punto di vista sanitario 2. I medici in particolare sembrano rimettere in

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discussione uno dei principi deontologici a cui tradizionalmente si sono ispirati: il rifiuto a usare la propria arte per abbreviare in qualsiasi modo la vita del paziente. Un fatto sensazionale, che può valere come un campanello di allarme, è avvenuto ad opera di Julius Hackethal, un medico che per le sue pubblicazioni gode di una certa notorietà in Germania. In occasione di un congresso di chirurgia a Monaco di Baviera, nell’aprile 1984, raccontò di aver fornito a una sua malata anziana, divorata da un cancro al viso, la pozione di cianuro che le aveva permesso di porre fine alla sua sofferenza, come lei stessa gli chiedeva con insistenza. Per dare alla sua rivelazione un maggior impatto, Hackethal mostrò ai colleghi un filmato che riprendeva le fasi salienti del gesto della donna, al quale egli stesso aveva attivamente collaborato. La notizia e il filmato rimbalzavano immediatamente al di fuori dell’aula congressuale. La televisione e i giornali fecero a gara per riproporre l’immagine provocatoria di un medico disponibile di fronte a un malato che gli chiede il suo aiuto non per guarire, ma per morire.

Un altro evento capace di arrivare al grande pubblico, attraverso la mediazione della stampa, ha avuto luogo nell’autunno dello stesso anno. Un affollato congresso internazionale si è tenuto a Nizza; raggruppava i rappresentanti di 26 associazioni, che si propongono come scopo di favorire la «morte con dignità». Nel contesto del congresso è stato possibile ascoltare il professor Christian Barnard dichiarare: «Non possiamo e non dobbiamo domandare al malato di scegliere il momento preciso della sua morte: sarebbe disumano. Sono i medici, e solo essi, che possono decidere quando è giunto per il malato il momento di morire. Perché sono i soli ad avere una formazione che permette loro di fare una diagnosi clinica esatta».

Già da anni Barnard, dopo esser stato una vedette della medicina per i trapianti cardiaci, aveva assunto una posizione pilota nella campagna a favore del diritto a scegliere la propria morte. La posizione di cui si è fatto portavoce nel congresso di Nizza propone un sovvertimento pubblico e ufficiale del ruolo tradizionalmente attribuito al medico. Somministrare la «morte

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per pietà» non è più, se si assume questa prospettiva, il gesto inconsulto con cui qualcuno cerca disperatamente di rispondere alla sfida estrema di una situazione eccezionale. Diventa, piuttosto un preciso dovere del medico, il quale, solamente, può giudicare quando è giunto il momento di mettere la parola «fine» alla vita di un uomo. Questa concezione sconvolge ogni riferimento religioso e sapienziale tradizionale. La posta in gioco è così alta che la Commissione per la famiglia dell’episcopato francese in un documento recente sull’argomento (Vita e morte su ordinazione, del novembre 1984), cita esplicitamente la rivendicazione di Barnard, additandola come una porta aperta su ogni genere di totalitarismo: se si accetta questa posizione, «l’uomo non è più un soggetto, ma un oggetto» 3.

Paradossalmente, mentre sempre più forte si va facendo il movimento di opinione che contesta non solo all’individuo ma anche allo Stato il diritto di disporre della vita di un uomo ― premendo affinché, di conseguenza, la pena di morte sia bandita dalla legislazione di tutti gli stati civili ― ora qualcuno osa rivendicare un simile diritto per il medico. Si scardina così uno dei punti fissi della deontologia professionale alla quale tradizionalmente i medici si sono ispirati. Fin dall’antichità, quando i medici con il giuramento di Ippocrate hanno formulato esplicitamente gli impegni che si assumevano nei confronti del paziente, si sono obbligati a non dare la morte neppure a chi la richiedesse: «Giammai ― giurava il medico ― mosso dalle preghiere insistenti di qualcuno, propinerò medicamenti letali, né commetterò mai cose di questo genere» 4. Che cosa succederebbe se questo pilastro dell’etica medica venisse a cadere?

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«L’ambiguità si rifletterebbe su tutta la pratica medica. Dal momento che il gesto medico può essere mortale, se è giustificato dai buoni sentimenti, la fiducia è intaccata. Il malato si domanderà ormai se l’iniezione che gli viene praticata è per curarlo o per ucciderlo. Si può immaginare l’angoscia che regnerà in certi reparti». A esprimersi in questi termini è il documento francese sopra citato, che già dal titolo stesso prende posizione contro la pretesa di rendersi padroni della vita e della morte, mettendovi fine sulla base di una soggettiva valutazione di opportunità.

Anche la «Guida europea di etica e di comportamento professionale dei medici» giustifica la proibizione di praticare l’eutanasia con l’argomento della fiducia che deve poter esser posta nel sanitario: «Ricorrere a un medico vuol dire in primo luogo affidarsi a lui. Tale azione, che domina tutta l’etica medica, proibisce, di conseguenza, alcune azioni ad essa contrarie. Così il medico non può procedere all’eutanasia. Deve sforzarsi di placare le sofferenze del malato, ma non ha il diritto di provocarne deliberatamente la morte. Questa regola, conosciuta da tutti e rispettata dal corpo medico, deve essere la ragione e la giustificazione della fiducia posta in lui. Nessun malato, handicappato, infermo o senile, alla vista del medico chiamato al suo capezzale, deve avere dubbi a questo riguardo» 5.

I motivi addotti a difesa del comportamento tradizionale dei medici suonano plausibili. Ma colpisce il fatto che allo stesso argomento della fiducia del paziente nei confronti del medico facciano ricorso anche coloro che sollecitano una modifica delle norme della deontologia medica. La fiducia del malato — sostengono — è accresciuta se questi sa che può contare sul medico non solo per guarire, ma anche per morire. L’angoscia più profonda del morente dei nostri giorni è quella di essere abbandonato nel momento in cui, secondo la scienza medica, «non c’è più niente da fare». In nome di un contratto

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morale implicito nell’alleanza terapeutica, il malato vuol poter contare sul medico fino all’ultimo, anche per finire i suoi giorni.

C’è il sospetto di ipocrisia ― incalzano i critici ― in certi alti proclami della medicina come servizio alla vita: prima la medicina stessa crea delle situazioni disumane, poi rifiuta di assumerne la responsabilità, trincerandosi dietro i principi deontologici! Troppo spesso il medico, richiamandosi ai «valori ippocratici», di fatto abbandona il malato, ritenendo che la morte non sia di sua competenza. Come in tutte le situazioni in cui predomina l’ideologia, i sublimi ideali svolgono anche la funzione di uno schermo, dietro a cui si nasconde una realtà piuttosto meschina.

Questi attacchi alla deontologia tradizionale, per quanto provocatori ed eversivi, non sono necessariamente insensati. Il loro risvolto positivo sta nel richiedere che si rifletta, nei termini concreti della pratica medica attuale, sulla finalità della professione medica. La medicina curativa, per tradizione, non si occupava della morte, e quindi neppure dei moribondi. Per questo poteva dichiararsi compattamente schierata sul fronte della vita. Ma le nuove condizioni del morire obbligano i sanitari a occuparsi anche della morte dell’uomo. Sarebbe abusivo derivare da questo orientamento una legittimazione a priori di interventi rivolti ad abbreviare la vita di un paziente; ma non è neppure più legittimo appellarsi ai principi ippocratici come alibi per evitare di affrontare le questioni scomode che solleva il morire del nostro tempo.

Vuol dire, dunque, che nella cittadella della medicina si sta creando una breccia, attraverso la quale entrerà l’eutanasia? La deontologia tradizionale dei medici, che ha tradizionalmente eretto una barriera contro ogni azione che anticipi la morte, è giunta al punto di capitolare? Quello che è certo, è che la deontologia non adempie al suo compito se si limita a proporre le regole di comportamento professionale che erano adeguate in passato, ma non al nuovo volto che ha assunto il morire.

I medici che, in modo provocatorio, aprono il dibattito

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sulle regole deontologiche, lo fanno sotto la spinta di un’angoscia diventata insopportabile. L’incertezza sul comportamento «corretto» da tenere con i malati al termine della vita è causa di turbamento per la professione medica e per la società intera. Dall’impasse i medici non possono uscire se non approfondendo il senso e la finalità della propria professione. Oggi i medici non possono più limitarsi ad essere «medici per la vita»; non possono lasciare il morente al decorso «naturale» del morire, perché tale processo, sottratto alla naturalità, è manipolato come tutti gli altri processi vitali. Il comportamento del medico, dal momento che assume il morire nell’ambito della propria operatività professionale, va ripensato profondamente. La «legittimità», dal punto di vista del corretto comportamento professionale, di un intervento sul processo del morire è una questione fondamentale, che deve precedere qualsiasi dibattito sulla «legalità» di interventi eutanasici. L’approfondimento della deontologia, è prevedibile, avverrà contestualmente all’approfondimento degli interrogativi etici.

3. L’etica della vita terminale: un «work in progress»

Dall’etica ci aspettiamo un aiuto molteplice. Oltre a indicare i valori a cui ispirare l’azione, deve anche offrire un orientamento concreto nelle situazioni in cui bisogna prendere delle decisioni, fornendo norme e regole di comportamento che risolvano i conflitti, o almeno li attenuino. Il capitolo dell’etica bio-medica relativo alla fine della vita è un esempio particolarmente eloquente di come la riflessione etica possa servire a fare un po’ di chiarezza in un settore in cui le confusioni abbondano, e a ridurre, sul piano morale, il margine di incertezza circa le gravi scelte che si è costretti a fare. Il primo è un compito di natura prevalentemente semantica; il secondo, più direttamente attinente all’etica, consiste nell’elaborare le categorie per discernere la qualità morale delle diverse azioni.

La riflessione etica deve proporsi un primo obiettivo fondamentale: chiarire terminologicamente la realtà che si intende

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denotare. Il dibattito sull’eutanasia, infatti, è spesso viziato da sottili malintesi: si crede di parlare della stessa cosa, ma di fatto ci si riferisce a situazioni diverse. Il termine è una di quelle tipiche «parole-attaccapanni», alle quali ognuno attribuisce un particolare significato. I vescovi francesi, in un loro documento sui problemi della morte e del morire dal punto di vista dell’etica 6, richiamavano l’attenzione proprio sull’ambiguità della parola e sulla necessità di tenere separati i diversi problemi per i quali si ricorre al termine eutanasia.

Il documento indica almeno sei ambiti diversi nei quali ci si riferisce all’eutanasia: l’«addolcimento» degli ultimi momenti della vita del malato (secondo il significato etimologico della parola); la lotta contro la sofferenza, che può comportare il ricorso ad analgesici che fanno perdere coscienza al malato, o eventualmente possono comportare un abbreviamento della vita; il prolungamento della vita ad ogni costo, correlato con l’atteggiamento contrario, quello di «lasciar morire», che alcuni preferiscono chiamare «eutanasia passiva»; la soppressione dei «tarati» per ragioni eugeniche, come è stata praticata durante il Terzo Reich in Germania sotto il nome programmatico di eutanasia; la costatazione della morte, malgrado le apparenze della vita; e infine il mettere deliberatamente fine alla vita di una persona, su richiesta esplicita o presunta di quest’ultima. L’estensione denotativa del termine è evidentemente troppo ampia perché possa abbracciare significati e situazioni così diverse. Il dibattito etico acquisterebbe il pregio della chiarezza se si parlasse di eutanasia solo quando ci si riferisce all’ultimo caso, utilizzando per le altre situazioni designazioni specifiche e non equivoche.

Se questa è la situazione linguistica dell’eutanasia dal punto di vista della denotazione, ancora più delicati sono i problemi connessi con il suo significato connotativo. Ogni parola,

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infatti, suscita tutto un insieme di idee e sentimenti correlati, una costellazione di significati difficili da definire con esattezza e fortemente colorata di esperienza personale: è questo il suo significato connotativo. Possiamo parlare, a tale riguardo, di fantasmi evocati dalla parola eutanasia. Almeno due sono i più ricorrenti: quello della diga che si rompe, e quello della cieca ostinazione medica che ruba al morente la sua morte. Il fantasma della diga è quello di una barriera da erigere contro li scatenamento degli istinti e la disgregazione sociale. Dopo la legalizzazione dell’aborto ― temono molti ― la prossima falla nella diga sarà la legalizzazione dell’eutanasia! Per rafforzare la diga contro i tempi di ferro incombenti, alcuni ritengono che sia necessario ribadire un «no» all’eutanasia, un «no» energico e assoluto verso qualsiasi gesto che comporti un abbreviamento della vita.

Non meno disturbante per il dibattito etico sull’eutanasia è il fantasma dell’«accanimento terapeutico». Il timore di tanti nostri contemporanei è quello di cadere nelle mani di un medico che consideri come suo dovere esclusivamente quello di prolungare il più possibile il funzionamento dell’organismo del paziente, in qualsiasi condizione ciò avvenga, e ignorando ogni altra dimensione della vita umana che non sia quella biologica. La prospettiva di doversi quasi conquistare la morte contro l’ostinazione del medico rende auspicabile il mantenimento di un controllo sulla propria morte, mentre il rifiuto dell’eutanasia appare come l’espressione di un’insensibilità di cuore. Il filosofo e il teologo morale devono essere consapevoli che, quando usano la parola eutanasia, evocano anche queste connotazioni del termine. La confusione semantica e lo strascico di emotività che accompagna l’eutanasia rendono questo capitolo dell’etica bio-medica particolarmente insidioso.

Il contributo positivo offerto dalla riflessione etica nell’ambito della vita terminale è l’elaborazione di distinzioni, utili a delimitare zone di abuso e di ingiustizia, e a esplorare dilemmi, complessi. Lo sforzo di riflessione è decorso parallelamente al progresso tecnologico in medicina e al modificarsi culturale e sociale del morire, al fine di discriminare tra i diversi comportamenti,

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stabilire proibizioni, porre dei limiti. Alcune di queste categorie sono storicamente superate o non più adeguate; ma la consapevolezza di un limite o di una carenza nella riflessione etica diventa spesso il punto di partenza per più vaste esplorazioni.

Le distinzioni più classiche sono quelle di eutanasia attiva e passiva, diretta e indiretta. L’eutanasia attiva si ha quando si produce la morte; in quella passiva, invece, la morte sopravviene perché si omettono misure indispensabili per salvare la vita. Dal punto di vista morale, non ha grande rilevanza se l’azione con cui si pone fine a una vita sia una omissione o una commissione. La «Dichiarazione sull’eutanasia» emanata dalla sacra Congregazione per la dottrina della fede (maggio 1980) specifica che va considerata eutanasia «tanto un’azione quanto un’omissione che di natura sua procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore» 7.

Alcuni moralisti vorrebbero che la distinzione scomparisse dall’uso, in quanto serve solo a creare equivoci 8. Il problema non è tanto quello della modalità, attiva o passiva, con cui viene portato a esecuzione il progetto di sopprimere una persona. Oggi ci domandiamo piuttosto: ci sono situazioni in cui, pur avendo la capacità di prolungare la vita, è moralmente giustificato omettere l’azione sanitaria? L’omissione è legittima quando in tal modo si lascia che il paziente entri naturalmente nel processo del morire, rinunciando a quell’irrigidimento dell’azione sanitaria a cui correntemente si dà il nome di accanimento terapeutico. Ma non si crea, appunto, una confusione, quando il «lasciar morire» viene qualificato come «eutanasia passiva»? La rinuncia a questa designazione obbedisce al bisogno di chiarezza e di economia del termine troppo abusato di

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eutanasia, che più sopra abbiamo identificato come un compito prioritario della riflessione etica odierna.

La distinzione tra azione diretta e indiretta è anch’essa tradizionale nella filosofia morale. Nel caso dell’eutanasia indiretta, l’azione produce la morte, ma l’intenzione di colui che agisce non è la soppressione. L’esempio più chiaro è quello della overdose di sedativi, data per alleviare i dolori del paziente, non per ucciderlo. Pio XII ha applicato esplicitamente la distinzione, che si basa sul principio del duplice effetto, alla terapia del dolore: «Se la somministrazione dei narcotici cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita, è lecita» 9. Aggiungeva, però, che bisogna ancora considerare se tra i due effetti vi sia una proporzione ragionevole, e se i vantaggi dell’uno compensino gli inconvenienti dell’altro.

Questa distinzione ha il vantaggio di sottolineare il significato della retta intenzione, fondamentale nell’azione morale; ma non fornisce regole precise, utili per prendere delle decisioni in situazioni di conflitto. Un’indicazione in tale senso è stata offerta dalla distinzione tra mezzi ordinari e straordinari. Secondo tale criterio, gli sforzi rivolti a salvare la vita o a prolungare l’esistenza possono essere lecitamente tralasciati quando hanno un carattere di straordinarietà.

Anche questa distinzione risale al magistero di Pio XII nell’ambito della morale medica. Ha avuto molto successo ed è stata ampiamente adottata anche dalla cultura laica. La distinzione mira a individuare gli interventi medici ritenuti obbligatori ― identificati con quelli ordinari ―, distinguendoli da quelli che possono essere tralasciati senza colpa morale. Nella pratica sanitaria, il criterio della straordinarietà dei mezzi è di difficile utilizzazione, a meno che non sia abbinato a qualche altro criterio; per esempio: valutare se l’intervento terapeutico previsto prolunghi la vita o soltanto il processo del morire. Anche nel caso in cui la vita sia di fatto prolungata di qualche

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tempo, non si può ignorare la prospettiva del paziente. Questi potrebbero considerare sproporzionato l’utile del prolungamento della vita: qualche settimana o qualche mese in più, ottenuti al prezzo di grandi dolori o di spese rovinose per la famiglia, possono essere un ben misero guadagno!

La «straordinarietà» non è intrinseca ai mezzi stessi, ma dipende dalla valutazione soggettiva del paziente. Inoltre, un mezzo del tutto ordinario può risultare inappropriato, se si considera la situazione concreta. Gli antibiotici, per esempio, sono un presidio farmaceutico standard per curare una polmonite; ma non potrebbe essere considerata una procedura ordinaria somministrarli a un paziente in coma irreversibile, prossimo a morire, che abbia contratto una polmonite. Per queste imprecisioni intrinseche alla distinzione tra mezzi «ordinari» e «straordinari», nel cantiere dell’etica ha cominciato a manifestarsi una certa indifferenza verso questa terminologia, a vantaggio di un’altra: la distinzione tra mezzi «proporzionati» e «sproporzionati».

La stessa «Dichiarazione sull’eutanasia» della s. Congregazione della dottrina della fede, sopra citata, ha sancito la transizione da una terminologia all’altra. Domandandosi se in tutte le circostanze si deve ricorrere a ogni rimedio possibile, indicava il punto di vista della morale cattolica in questi termini: «Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso dei mezzi «straordinari». Oggi però tale risposta, sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine, che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi «proporzionati» e «sproporzionati». In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà e il rischio che comporta, le spese necessarie e le possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali».

La distinzione fra mezzi proporzionati e sproporzionati ha il vantaggio di introdurre come criterio una valutazione soggettiva della vita e della sua qualità. Una ragionevole amministrazione

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della propria vita può indurre a rinunciare a un trattamento che salverebbe la vita o prolungherebbe l’esistenza, se ciò risulta sproporzionato rispetto al proprio progetto di vita. La valutazione costi/benefici, insomma, non va fatta solo in senso economico, ma umano, in una prospettiva ampia che include i valori a cui l’individuo orienta la propria vita.

L’etica, accettando il criterio della qualità della vita, ricorda alla medicina che essa deve essere a servizio non della vita, ma della persona. Se il prolungamento della vita fisica non offre più alla persona alcun beneficio, perché questa non riesce più a dargli un senso o deve pagare la vita fisica a un prezzo che ritiene troppo alto ― a prezzo della dignità, per esempio, o della libertà ―, diventa sproporzionato ogni mezzo rivolto a questo fine.

La prospettiva della qualità della vita corregge e integra quella della «santità della vita», unilateralmente proposta dalla morale religiosa e adottata dalla deontologia medica 10. Un atteggiamento globale a protezione della vita è giusto, e più che mai necessario nella nostra società, propensa a valutare tutto col metro dell’utilità. Ma senza dimenticare la sua qualità: ciò preserva la proclamazione della santità della vita dal diventare una retorica celebrazione di condizioni di vita subumane o disumane.

4. Il discernimento della volontà di morire

Cercando di aprirci un sentiero fra gli equivoci terminologici e i fantasmi collegati all’eutanasia, ci imbattiamo nell’inequivocabile problema etico maggiore della vita a termine: la volontà di morire. Non sempre, infatti, la volontà intende ciò che le parole esprimono. Sollecitare la morte può significare un

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rimprovero rivolto a familiari o sanitari o un disperato richiamo ad aspetti della propria situazione, come dolore fisico persistente o solitudine, che vengono disattesi. In questi casi, quando la richiesta implicita nella domanda di morte viene soddisfatta ― per esempio, il malato riceve la terapia del dolore adeguata o l’attenzione che richiede ― il morente recede dal suo desiderio di affrettare la morte. Ma non possiamo escludere che la volontà di morire possa essere anche una ricerca determinata e seria di porre fine alla propria vita, quale si manifesta nel modo più chiaro nella volontà di suicidarsi.

L’etica bio-medica è chiamata in causa per chiarire l’obbligo di prevenire il suicidio. Esiste il dovere morale di salvare la vita di un altro essere umano contro la sua volontà? In questo caso entrano in conflitto due specie di obblighi: quello di difendere la vita e quello di rispettare la libertà secondo il principio della autonomia personale; mentre il primo giustifica l’intervento, il secondo richiede la non interferenza (nel caso in cui si sia moralmente certi che la decisione suicidiaria è stata presa in effettiva libertà, e non sotto costrizione). Pensiamo, in concreto, al conflitto in cui viene a trovarsi un medico chiamato a fornire l’alimentazione forzata a un detenuto politico che abbia deciso lo sciopero della fame a oltranza, facendo così fallire la deliberata intenzione del suo gesto.

Solo poche voci isolate propongono il rispetto assoluto della volontà di commettere il suicidio come condizione per salvaguardare la dignità umana. Più generalmente l’Occidente ha dato la preferenza all’obbligo di salvare la vita del suicida: in passato ricorrendo per lo più alle argomentazioni religiose che riferiscono il comandamento «non uccidere» anche alla vita del soggetto stesso; oggi prevalentemente con motivazioni secolari, ivi compreso il principio giuridico secondo cui il diritto alla vita va inteso come un diritto «assolutamente indisponibile», tutelato dallo Stato anche contro la volontà dell’individuo.

Con particolare mitezza si tende oggi a valutare i tentativi di porre fine alla propria vita da parte di persone che intendono sfuggire ai dolori intollerabili e ai trattamenti disumani

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nella fase terminale della malattia. Anche in questi casi non sussiste, almeno dal punto di vista dell’etica cristiana, alcun valido motivo per riformulare il giudizio morale che ritiene illecito ogni attentato contro la propria vita 11. Ma non dovremmo sentirci dispensati dal riflettere sul significato profondo di tali gesti suicidiari, nei quali molto spesso si riversa una vibrata protesta contro le condizioni di vita a cui sono costretti i malati terminali. La prevenzione del suicidio non può ridursi allora alle misure coercitive; deve estendersi piuttosto alla modifica di quelle forme più generali di malessere le cui radici vanno fatte risalire all’organizzazione sanitaria del morire. Quando una persona giudica la propria vita come invivibile, non basta impedirgli di porvi fine: bisogna offrirgli l’aiuto necessario perché la sua vita ritrovi la qualità umana.

Appurato che si tratti di una vera volontà di morire, una altra opera di discernimento è affidata all’etica: la distinzione tra la volontà sana e quella patologica. Non tutti accettano che possa esistere una sana volontà di morire. Per lungo tempo qualsiasi progetto autodistruttivo nei confronti della propria vita è stato etichettato come moralmente perverso. I comportamenti sociali verso i suicidi, comprendenti perfino il rifiuto delle esequie religiose, avevano una funzione prevalente di deterrente, affinché non si innescasse il fenomeno dell’imitazione; la valutazione morale era, in ogni caso, di condanna. A questo atteggiamento ha fatto seguito l’epoca dell’indulgenza, ma solo perché al gesto di chi si toglie la vita è stato attribuito un carattere patologico 12. La conoscenza delle radici socio-psicologiche del comportamento suicida ha aperto la strada a un atteggiamento di maggior comprensione. Peccato... pazzia...: la

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volontà di morire non può essere coniugata anche con la salute, sia morale che mentale?

L’istinto naturale per la vita e l’obbligo morale di preservarla sono indubbiamente il punto di partenza dell’etica della vita fisica. Ma la volontà di morire non può essere esclusa in assoluto dal progetto di vita umana. Essa può esprimere la positiva accettazione della propria umanità, come essenzialmente limitata nel tempo. La fantasia dell'immortalità è legata all’io; talvolta ne esprime l’ipertrofia: allora è la fantasia di immortalità, non la volontà di morire, ad avere carattere patologico 13. Quando l’individuo lascia che si sviluppi anche la dimensione transpersonale che trascende l’orizzonte dell’io, l'abbarbicamento esasperato alla vita corporea viene superato. A un certo livello di autorealizzazione, la persona si apre a un’ispirazione mistico-unitiva con il Tutto, anche al di fuori dell’esperienza formalmente religiosa.

La volontà di morire può avere anche un risvolto di ribellione all’idolatria della vita, caratteristica della cultura immanentista nella quale siamo immersi. Quando la vita fisica è considerata il bene sommo e assoluto, al di sopra della libertà e della dignità, l’amore naturale per la vita si tramuta appunto in idolatria. La medicina implicitamente promuove tale culto idolatrico, organizzando la fase terminale come una lotta a oltranza contro la morte. Ribellarsi a tale organizzazione ― che per lo più espropria il malato da ogni autonomia, sottoponendolo ai rituali chirurgici e rianimatori dell’ostinazione terapeutica ― può essere anche un gesto di disobbedienza mentalmente e moralmente sano 14. Dovremmo aspettarcelo soprattutto

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dal credente, che la fede ha reso libero dai miti (l’immortalità) e dagli idoli (la vita corporea come supremo valore).

5. L’annuncio della salvezza ai morenti

Possiamo osservare, a mo’ di conclusione, che il compito dell’etica cristiana relativamente alla vita terminale si configura in maniera crescente come un’apertura di orizzonti antropologici e spirituali. Si ha l’impressione che finora abbia predominato la funzione normativa dell’etica, stabilendo limiti e fornendo, con un lavoro in continua evoluzione, le categorie per discriminare la qualità morale dell’azione, terapeutica e umanitaria insieme, che si rivolge al morente. Le trasformazioni del morire nella nostra cultura ci forniscono stimoli e provocazioni per far emergere dal patrimonio sapienziale cristiano contributi nuovi e più creativi. Questo processo di ampiamente di orizzonti ― sia detto per inciso ― corrisponde esattamente agli obiettivi che il Vaticano II attribuisce alla teologia morale, in quanto destinata a «illustrare l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di portare frutto nella carità per la vita del mondo» (OT 16: EV 1/808).

I problemi etici non si concentrano solo sul momento della morte, ma su tutto il periodo che la precede. Se questo non

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acquista il senso di «vita da vivere» fino all’ultimo istante, acquisendo qualità umana, i problemi dell’eutanasia diventano insolubili. Senza un progresso significativo nella gestione della vita terminale, l’eutanasia rischia di apparire a molti come la sola soluzione umana a una situazione intollerabile.

Tra i compiti sapienziali prioritari dell’etica cristiana abbiamo indicato il discernimento della volontà di morire. La saggezza consiste nel trovare il giusto punto di flessione, che corrisponda alla dinamica intrinseca al flusso stesso della vita. Ciò dovrà avvenire né troppo presto, né troppo tardi. Quando la volontà di vivere fosse debilitata da cause contingenti removibili, il fratello in pericolo va sostenuto (secondo le parole del poeta St. John Perse: «Et si un homme auprès de vous vient à manquer à son visage de vivant, qu’on lui tienne de force la face dans le vent»). Ma quando, al contrario, il naturale movimento verso la morte, che può diventare anche un’esplicita «volontà di morire» ― almeno nel senso dell’accettazione dell'inevitabilità della propria fine ―, fosse ostacolato artificialmente, il fratello morente va aiutato ad appropriarsi del suo destino, fino a vedere in esso una chiamata del Signore della vita. In questo compito chi assiste i morenti può rischiare di scontrarsi con l’organizzazione medico-ospedaliera del morire, centrata sulla negazione della morte e sul prolungamento forzato della vita biologica.

L’«ethos» dell’uomo contemporaneo nei confronti della morte è costruito intorno a due punti: il controllo di essa e l’eliminazione del dolore, compreso il dolore morale di rendersi conto di star morendo. Questa antropologia ha eliminato due dimensioni molto valorizzate in passato, specialmente in ambito cristiano: la morte come «pathos» (una passività di valore positivo, come occasione della crescita umana suprema); il dolore come prova, che acquista significato attraverso la simbolizzazione (croce) e l’etica (accettazione). Gli eccessi di queste posizioni, identificabili nel provvidenzialismo e nel dolorismo, andavano corretti, ma senza evacuare i valori sottesi. Riproporli, può essere il compito profetico dell’etica cristiana del morire adatta al nostro tempo.

NOTE

1 Una documentata denuncia di queste pratiche, che possono essere definite un’eutanasia «strisciante», si trova in P. Verspieren, Sur la pente de l’euthanasie, in «Études», (1984), gennaio, pp. 43-54. Sui problemi etici che sorgono in rapporto a trattamenti del dolore che mirano a sopprimere la coscienza, si veda ancora Id., Eutanasia? Dall’accanimento terapeutico all’accompagnamento dei morenti, tr. it. Milano, 1985, p. 129s.

2 La condizione del morire nella nostra civilizzazione è stata ampiamente studiata dal punto di vista della storia, della sociologia, dell'antropologia culturale. Le opere di Ph. Ariès, L.-V. Thomas, J. Ziegler, e numerosi altri studiosi, fanno parte ormai di una sub-disciplina a cui è stato attribuito il nome di «tanatologia». In merito alla condizione psicologica e sociale del morente ci limitiamo a un’unica citazione: N. Elias, La solitudine del morente, tr. it. Bologna 1985.

3 Il documento redatto dalla Commissione episcopale dell’episcopato francese, Vie et mort sur commande, è riportato da «La croix», il 22 novembre 1984.

4 Per il giuramento di Ippocrate, cf. Documenti di deontologia e etica medica, a cura di S. Spinsanti, Milano 1985, p. 19s. L’analisi filologica, storica e contenutistica più completa è quella di C. Lichtenthaeler, Der Eid des Hippokrates. Ursprung und Bedeutung, Köln 1984.

5 La Guida europea di etica e di comportamento professionale dei medici è riportata in Documenti di deontologia..., pp. 62-72.

6 Problemi etici posti oggi dalla morte e dal morire, a cura del Segretariato della Conferenza episcopale francese. Il documento è riprodotto integralmente in Umanizzare la malattia e la morte, a cura di S. Spinsanti, Roma 21980.

7 Dichiarazione della s. Congregazione per la dottrina della fede sull'eutanasia, in «L’Osservatore Romano», 27 giugno 1980, ora in EV 7/346ss.

8 Secondo p. Perico, la distinzione tra eutanasia attiva e passiva serve solo a creare equivoci, in quanto non sono altro che «due modalità di un’unica intenzione e di un identico progetto di soppressione di una persona»; cf. G. Perico, Problemi di etica sanitaria, Milano 1985, p. 114s.

9 Pio XII, Discorso del 24.2.1957, in AAS 49 (1957), p. 147.

10 Un’esauriente rassegna della letteratura etica che adotta come criteri la «santità» e la «qualità» della vita si può trovare nel saggio di A. McCormick, The quality of life, the sanctity of life, in In libertatem vocati estis, (Miscellanea B. Häring), Roma 1977, pp. 625-641.

11 L’ultimo richiamo in tale senso, in ordine di tempo, è quello contenuto nella dichiarazione sull’eutanasia (1980): «La morte volontaria, ossia il suicidio, è inaccettabile al pari dell’omicidio: un simile atto costituisce, infatti, da parte dell’uomo, il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno di amore».

12 Anche il documento della s. Congregazione per la dottrina della fede concede che «talvolta intervengano dei fattori psicologici che possono attenuare o addirittura togliere la libertà».

13 Da un punto di vista psicologico la «naturale» aspirazione alla morte è stata difesa dalla corrente junghiana, che vede nella morte una tappa del processo di autorealizzazione del Sé: cf. M.-L. von Franz, La morte e i sogni, tr. it. Torino 1986.

14 Valore esemplare in tale senso possiamo attribuire alla testimonianza fornitaci da P. Noll, Sul morire e la morte, tr. it. Milano 1985. Di fronte alla diagnosi di un cancro metastatizzato alla vescica, Noll preferisce le metastasi al differimento meccanico della morte. «“Speranza” ― annota lucidamente ― per i medici appare essere qualsiasi possibilità di prolungamento della vita. Io ho un altro concetto della speranza» (p. 50). Rifiuta l’operazione per non finire nella macchina chirurgico-radiologica, che gli avrebbe fatto perdere pezzo a pezzo la sua libertà: «Se avessi consentito all’operazione sarei diventato un paziente, mi sarei adeguato definitivamente nel ruolo di paziente per il resto della mia vita. Così invece non sono un paziente; non sono sanissimo, sono anzi mortalmente malato, ma non sono un paziente» (p. 104). Sperimenta così che la vita è più umana se la si vive così com’è, limitata nel tempo. Nella post-fazione al libro autobiografico lo scrittore Max Frisch mette in evidenza come la decisione di Peter Noll sia stata segretamente ispirata dall’essere Noll un «cristiano disobbediente», nel senso in cui Gesù stesso è stato disobbediente ai poteri costituiti del suo tempo. La testimonianza di uomini liberati, che osano sapere quello che sanno circa la morte, svolge un ruolo critico nei confronti del rituale medico-tecnico del morire, uno dei poteri odierni che nessuno osa mettere in discussione.

Eutanasia?

Patrick Verspieren

Eutanasia?

Dall’accanimento terapeutico all’accompagnamento dei morenti

Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1985

pp. 5-9

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PRESENTAZIONE

Tira aria di eutanasia dalle nostre parti. Da noi come altrove: al congresso di Nizza del settembre 1984 erano presenti ben 22 associazioni di tutto il mondo che auspicano un riconoscimento al «diritto di morire». È un vento di pazzia? O è una battaglia civile, intesa non ad abbattere un baluardo dell’umanesimo, bensì a difendere un diritto della persona contro la barbarie rampante che si diffonde col nome di «accanimento terapeutico»? La confusione ― a cominciare da quella semantica — è sovrana. Uno dei meriti non minori del libro di Patrick Verspieren è di distinguere i problemi che si addossano all’eutanasia, usata come parola-attaccapanni. L’influenza dello studioso, già direttore del Centre Laennec a Parigi, è riconoscibile anche nel documento sottoscritto dai vescovi francesi del marzo 1976, Problemi etici posti oggi dalla morte e dal morire 1.

In quel contesto venivano accuratamente distinti almeno sei ambiti diversi: l’« addolcimento» degli ultimi momenti della vita del malato (secondo il significato etimologico della parola); la lotta contro il dolore, che può comportare il ricorso ad analgesici che fanno perdere la coscienza al malato; il prolungamento della vita ad ogni costo, correlato con il problema dell’astensione terapeutica (è «lasciar morire», espressione

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preferibile a quella corrente di «eutanasia passiva»); la soppressione dei «tarati» per ragioni eugeniche, come è stata praticata durante il Terzo Reich; la constatazione della morte, malgrado le apparenze della vita; e infine mettere deliberatamente fine alla vita di una persona su richiesta esplicita o presunta di quest'ultima. Il dibattito acquisterebbe il pregio della chiarezza se si riservasse il termine eutanasia solo a quest’ultimo caso, utilizzando per le altre situazioni designazioni specifiche.

Un altro apporto di Verspieren al dibattito sull’eutanasia è quello di offrire valide indicazioni positive per soluzioni che non consistano in rammendi superficiali, ma risolvano i problemi alla radice. Non nega il diffondersi di modelli disumani del morire, che aggiungono al dolore necessario della morte umiliazioni e sofferenze gratuite per colui che muore e per i suoi familiari. La morte elusa e negata tende a imporsi come la nostra risposta all’angoscia di «thanatos». Premesse le analisi culturali e filosofiche del fenomeno, terminate le indignazioni e le esortazioni, bisognerà pur giungere a tentare una risposta concreta al morire disumano che è il nostro. La soluzione Verspieren la indica nella risposta operativa ai due principali bisogni del morente: tenere sotto controllo il dolore e poter comunicare con coloro che sono disposti ad accompagnare chi muore fino all’ultima soglia.

Sono l’una e l’altra due risposte possibili, qui e ora. La medicina è in grado di fornire una terapia del dolore efficace: basta solo che se la proponga come uno dei compiti che le competono, più importante ancora che prolungare la vita ad ogni costo. L’ideale filantropico di chi si dedica alle professioni sanitarie, d’altro canto, non è atrofizzato a tal punto che «prendersi cura» di chi sta morendo non possa essere riportato prepotentemente in primo piano. L’inversione di tendenza può essere operata, e subito; la morte può essere ancora un momento di sintesi creativa della vita e di densa presenza degli esseri umani l’uno all’altro.

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Testimonianze in tal senso non mancano. Valga per tutte il racconto della morte di Jane, avvenuta in un hospice inglese, che ci giunge direttamente dalla voce dei suoi genitori 2. Anche la tragedia indicibile di una morte prematura può diventare un’occasione di crescita umana, tanto per chi muore quanto per chi resta: purché si smetta di giocare goffamente a nascondino con la morte e la si accetti come la prova suprema che domanda, per essere superata, un’alleanza generale tra il morente, i familiari e i sanitari, e una mobilitazione di tutte le forze della scienza medica, delle scienze umane e dello spirito. A queste condizioni, pur soggiacendo alla morte, l’uomo può trascenderla. Oggi come ieri.

Una volta che i problemi umani connessi col morire in epoca di medicina tecnologica siano riconosciuti e ricevano una risposta efficace, sarà ancora necessario modificare l’aspetto legislativo attuale? Bisognerà riconoscere dei casi in cui la morte dovrà essere conquistata in forza di un diritto sancito, magari avvalorato da un «testamento biologico?». Cercare rifugio nella legge di fronte alle situazioni intricate è un riflesso condizionato ben collaudato. La legge svolge di fatto una tutela dei diritti, necessaria soprattutto quando la società conosce rapidi processi di transizione e il consenso filosofico ed etico sui valori fondamentali si frastaglia in un pluralismo non riconducibile ad unità. Ma la legge produce anche, come sottoprodotto, il legalismo. E questo soffoca la coscienza, invece di orientarla, crea degli alibi comodi e scoraggia la ricerca di risposte creative ai problemi. La fedeltà alla legge potrebbe troppo facilmente sostituirsi alla fedeltà all’uomo: situazione grave, soprattutto quando questi è un uomo che sta morendo.

La menzione del legalismo evoca i rappresentanti tipici di quell’atteggiamento spirituale che erano i

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dottori della legge e i farisei al tempo di Gesù. «Maestro, che cosa devo fare per avere parte alla vita eterna?», gli domanda uno di questi (Lc 10,25); e quando gli viene risposto di amare Dio e il prossimo, incalza: «E chi è il mio prossimo?». Rimanendo nella logica legalistica, a questo punto bisognerebbe introdurre una serie di distinzioni, norme e precetti, per lasciar decidere alla legge chi è mio prossimo e chi non lo è: basterebbe allora osservare la lettera della legge per essere «a posto con la coscienza». È noto il rovesciamento di prospettiva che opera Gesù, raccontando la parabola del buon samaritano: scavalcando la preoccupazione religiosa del dottore della legge di guadagnarsi la vita eterna con la propria giustizia, mette al centro i bisogni di un uomo, e invita a modellare il proprio comportamento su questi bisogni. Osando rinarrare la parabola, con la condizione dei morenti nella nostra società davanti agli occhi, potremmo forse immaginarla così.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico... dalla culla alla tomba... Era già giunto all’ultima tappa prima della fine del viaggio. Giaceva in ospedale, con un cuore definitivamente scassato, o un cancro metastatizzato o i reni bloccati: in una parola, era un «malato terminale». Passò vicino a lui un medico: vide il «bel caso», da cui si poteva imparare molto, un contributo notevole al progresso della scienza. Mise a punto un accurato programma di ricerca e non trascurò nessun dettaglio della malattia, come risulta dall'articolo pubblicato nella rivista scientifica della sua specialità. E passò oltre, tranquillo in coscienza.

In seguito gli si accostò il cappellano d’ospedale. Gli fece un bel discorsetto sulla volontà di Dio, la rassegnazione e l’espiazione dei peccati; ascoltò la sua confessione e gli portò la comunione, in attesa di somministrargli l’ultimo sacramento, «l’estremo», quando non avrebbe avuto più coscienza. E passò oltre, tranquillo in coscienza.

Il malato fu preso in cura da un’equipe medica

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efficientissima: fecero di tutto — col bisturi, le irradiazioni, i farmaci ―, riuscendo a farlo vivere («vivere»?) un paio di mesi oltre la media statistica di quei casi. È vero, non parlarono mai al malato della prognosi e delle strategie terapeutiche a cui lo sottoponevano, ma fecero veramente «tutto il possibile»: lo dissero anche ai parenti, quando li incrociarono fuggevolmente in corridoio, dopo che il malato era diventato improvvisamente un morto, senza essere mai stato riconosciuto come morente. E passarono oltre, tranquilli in coscienza.

C’era nel reparto un’infermiera. Somministrava le medicine giuste al momento giusto, misurava la temperatura all’ora prescritta, portava il pranzo e aiutava il malato ad alimentarsi. Insomma faceva né più né meno che il suo dovere. Ma riteneva suo dovere anche non sfuggire gli sguardi carichi di domande del malato, ascoltarlo, permettergli di esprimere la sua angoscia, cercare di alleviargli i malesseri grandi e piccoli. Gli dava più di semplici cure: si prendeva cura di lui. Gli dava il suo tempo e perdeva tempo anche ad ascoltare i familiari. Quando l’agonia si concluse, era lei che stava là a umettargli le labbra, ad asciugargli il sudore, a tenergli la mano.

Chi di loro, secondo te, si è comportato come prossimo per quell’uomo che era caduto nell’anticamera della morte?

«Quello che ha avuto compassione di lui».

«Va’ e fatti anche tu suo prossimo».

Note

1 Pubblicato in Italia col titolo Umanizzare la malattia e la morte, Edizioni Paoline, Roma 19822.

2 Victor e Rosemary Zorza, Un modo di morire, Edizioni Paoline, Roma 19832.