La narrazione nei territori di cura

Sandro Spinsanti

LA NARRAZIONE NEI TERRITORI DI CURA

in Pensieri circolari. Narrazione, formazione e cura, Vincenzo Alastra - Federico Batini (a cura)

Pensa MultiMedia, Lecce 2015

pp. 43-61

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Abstract

La narrazione è presente nello scenario della medicina sotto forme molteplici. E assolve a diverse funzioni. Le narrazioni letterarie danno forma artistica alle questioni antropologiche ed etiche che sorgono sul versante della fragilità del corpo e delle vicende sanitarie. Le “narrazioni del dolore’’ (in inglese: misery report) danno voce ai pazienti e permettono loro di verbalizzare e condividere i loro vissuti emotivi.

Nel contesto clinico, infine, la narrazione è una metodologia che permette al curante di raccogliere le preferenze del paziente e di integrarle nel percorso terapeutico e nelle scelte etiche.

Parlare delle malattie è un intrattenimento

da Mille e una Notte (William Osler)

1. Malattia e cura nello specchio delle narrazioni letterarie

Entri in una libreria e rivolgi al commesso la tua richiesta: vorresti dei libri che ti aiutino a capire il percorso di cura. Provo a immaginare che cosa ti ha indotto a quel passo. Improvvisamente ti sei scoperto malato, o la malattia è stata diagnosticata a un tuo familiare; hai avuto un grave lutto, e la tua vita è cambiata. Ti sei sentito delocalizzato: «Mi trovai deportato dal paese dei sani oltre il desolato confine della terra della malattia» con le parole usate da C. Hitchens per raccontare la sua esperienza di inaspettata, fatale malattia (Hitchens, 2012, p. 17). È la stessa immagine usata da S. Sontag: «La malattia è il lato oscuro della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno

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una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese» (Sontag, 1979, p. 5) Fai ricorso ai libri: ti piacerebbe sapere di più sullo scoprirsi malato, il cammino accidentato della diagnosi, le insicurezze delle scelte terapeutiche, successi e insuccessi dei trattamenti, la convivenza con la cronicità,l’inevitabile declino e la fine della vita. Il commesso ti indirizza verso il settore su cui campeggia la scritta: “Letteratura”. Si è sbagliato? Avrebbe dovuto piuttosto indicarti il settore dove sono allineati i libri di medicina? No, non ha torto il solerte libraio: è proprio tra gli scaffali della letteratura che si trovano le risposte alle domande che ti stanno a cuore. La scienza medica tende invece a considerarle estranee ai suoi interessi.

Alcuni tra i cultori della medicina non nascondono una certa insofferenza per quello che proviene dal settore della letteratura, anche se non tutti si pronunciano nel modo sprezzante con cui si esprime D. Weinberg, direttore della divisione clinica per i disordini mentali dell’istituto nazionale americano per la salute mentale. Illustrando i risultati scientifici della ricerca più recente sulle malattie psichiche, il neuroscienziato D. Weinberg ha affermato in modo tranciante: «Per ora della schizofrenia conosciamo veramente solo le cause genetiche. E gli effetti positivi dei farmaci sui sintomi. Tutto il resto è poesia». Poesia, letteratura: discorsi vani, allontanati con gesto insofferente della mano, da chi si occupa di capire e curare le malattie servendosi della scienza.

È ben vero che in medicina viene adottato un procedimento riduzionistico. Vale a dire, si mettono tra parentesi componenti essenziali della realtà umana, per cercare di spiegarla servendosi di elementi più semplici. L’attenzione è rivolta essenzialmente alla struttura biologica del corpo, considerata a un livello sempre più fondamentale: la struttura cellulare, il tessuto fisico e chimico del vivente, il substrato genetico. Questo riduzionismo è lo strumento giusto se si vuol SPIEGARE la realtà della patologia: che cosa la provoca, come si può contrastarla. Ma non basta se la si vuol COMPRENDERE. A questo scopo bisogna ricorrere a qual vasto corredo di saperi che confluiscono nelle “scienze umane” (psicologia, sociologia, antropologia culturale, storia, diritto, etica...). E interrogare le arti. La narrazione letteraria si colloca

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a pieno diritto in questo contesto. Bussiamo alla porta della letteratura per comprendere il vissuto umano della cura, mentre la scienza medica ci spiega che cosa fare per combattere le malattie.

L’intreccio tra medicina e letteratura comincia nella vita di chi scrive. Ci sono, infatti, scrittori che hanno avuto una formazione medica: pensiamo a Anton Cechov, Arthur Schnitzler o Louis-Ferdinand Celine. La conoscenza diretta della medicina ha influenzato la loro scrittura; senza tuttavia essere considerata precondizione necessaria per trattare con competenza problemi di natura medico-sanitaria. T. Mann, solo per fare un esempio, era solito documentarsi di prima mano presso i medici più competenti, così che le descrizioni della tisi o di altre patologie che troviamo nei suoi romanzi — pensiamo a La montagna incantata o a I Buddenbroock — sono assolutamente attendibili dal punto di vista medico.

Su un piano diverso rispetto agli scrittori-medici possiamo collocare i medici-scrittori, ossia quei medici che perseguono anche una carriera letteraria. Coltivare le arti, arricchendo la propria formazione umanistica, è un consiglio che è stato spesso rivolto a chi esercita la professione medica. Tradizionalmente il medico si collocava tra le persone colte, quando la cultura era sinonimo di conoscenze letterarie (con la capacità di leggere i classici in originale,in greco o in latino...). Benché la cultura scientifica e la cultura umanistica si siano divaricate, non mancano ai nostri giorni professionisti della cura che si dedicano anche alle lettere.

Ai nostri giorni si è costituita l’AMSI (l’Associazione di Medici Scrittori Italiani) che pubblica anche una rivista specifica: La serpe, e promuove a cadenza regolare concorsi letterari tra i suoi associati. La doppia carriera di professionista sanitario e di scrittore permette diversi dosaggi tra le due attività. C’è chi privilegia l’attività letteraria, perdendo interesse per quella clinica. Così R. Selzer, un medico americano che con le sue Doctor stories è molto presente tra gli studenti di medicina del suo paese: «Ho messo via il bisturi e ho preso in mano la penna. Maneggia il bisturi, e scorre sangue. Maneggia una penna e scorre inchiostro sulla pagina. Mi è congeniale suturare parole in frasi con una penna» (Selzer, 1999,p. 8). Altri invece cercano un equilibrio tra il mondo della letteratura e quello della medicina, coltivando con uguale impegno sia l’una che l’altra.

Tra i medici-scrittori, la cui opera non è priva di ambizioni letterarie,

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spicca a livello internazionale il neurologo O. Sacks. In esergo alla sua opera L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello ha collocato una sentenza del celebre clinico W. Osler «Parlare delle malattie è un intrattenimento da Mille e una notte» (Sacks, 2000, p. 10). Il materiale dei suoi racconti non lo inventa: lo attinge per lo più dalla sua pratica di neurologo. E il pubblico dei lettori continua a essere affascinato dalle narrazioni con cui Sacks descrive le vicende di malati, mescolando sapientemente competenza clinica e fascino letterario.

Per altri medici-scrittori l’attività letteraria ha una funzione secondaria, quasi un “riposo del guerriero” da cui si aspettano un beneficio di pacificazione interiore. Un’attività di questo genere, ovviamente legittima, deve tuttavia confrontarsi con i criteri con cui si valuta la qualità letteraria dei prodotti. Per loro vale l’ammonimento del medico e letterato spagnolo G. Marañon: «Se si pretende di essere professionisti nella scienza e nell’arte in modo uguale, si corre il pericolo di esser dilettanti in tutt’e due. Se un pittore dedicasse i suoi momenti di ozio a far ricette, è sicuro che nessuno farebbe ricorso a lui per alleviare i suoi mali. Allo stesso modo, la gente vede con riserva i quadri e i romanzi dei medici, in quanto superano i limiti di una intimità discreta» (Marañon, 1952, p. 25).

Di che cosa si scrive? L’ambito della letteratura è vasto quanto la vita stessa. Non c’è un genere che possa essere invocato come irrilevante: la poesia come il romanzo, il teatro come le novelle. Tutto offre ampi materiali a chi li voglia e li sappia cercare.

In un breve scritto del 1930: Sulla malattia V. Woolf criticava la relativa marginalità dei temi relativi a salute e malattia nella tradizione letteraria. Scriveva: «Considerato quanto sia comune la malattia, appare davvero strano che non figuri insieme all’amore, alle battaglie e alla gelosia tra i temi principali della lettera tura. Verrebbe da pensare che romanzi interi siano stati dedicati all’influenza, poemi epici alla febbre tifoidea, liriche al mal di denti. Ma no; salvo poche eccezioni, la letteratura fa del suo meglio perché il proprio campo di indagine rimanga la mente» (Woolf, 2000, p. 7).

La recriminazione di V. Woolf, se aveva una sua attendibilità qualche decennio fa, risulta inattuale quando consideriamo quanto fecondo materiale stia fornendo alla narrazione letteraria l’ambito della bioetica. Non c’è situazione problematica che non sia stata esplorata con romanzi. Per fare una carrellata veloce (e assolutamente parziale)

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attingendo dalla narrativa italiana recente, troviamo: la sterilità femminile (Mazzoni, 2012); l’interruzione della gravidanza al di fuori dei termini previsti dalla legge (Sparaco, 2013); due padri omosessuali e la figlia generata con la procreazione medicalmente assistita (Mazzucco, 2013); la permanenza critica del neonato nella terapia intensiva neonatale (Parrella, 2008); l’eutanasia come pratica sociale (Murgia, 2009); il carico assistenziale di familiari non più autosufficienti (Recami, 2010). E veramente si potrebbe continuare per decine di romanzi.

Nella ricerca di testi significativi per le questioni esistenziali che nascono dai processi di cura possiamo attingere da un arsenale letterario pressoché senza limiti: di tempo, di lingue, di generi letterari. Romanzi e racconti, drammi e poesie. Alcuni testi sono da considerare un punto di riferimento obbligato delle medical humanities: come La morte di Ivan Illic di Tolstoj, La montagna incantata di Thomas Mann, La coscienza di Zeno di Italo Svevo o L’amore ai tempi del colera di García Marquez. Anche alcuni testi teatrali sono imprescindibili per chi si interroghi sul posto che occupa la medicina nell’esistenza umana e nella vita sociale: basti pensare a L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello o a Knock o il trionfo della medicina di Jules Romains. La meditazione sulla vita, sulla morte e sul dolore di una poetessa come Emily Dickinson offre una inesauribile miniera di approfondimenti. Per non dire dei testi poetici, come Giobbe o Qohelet, che troviamo nella Bibbia. E qui arrestiamo una elencazione che ci porterebbe sempre più lontano.

Chi si accosta a questi testi letterari lo fa per il piacere estetico, ovviamente. Ma la lettura comporta anche benefici personali di ordine terapeutico, tanto che qualcuno si sente autorizzato a parlare di “biblioterapia”. Non nel senso di prescrivere dei libri al posto dei farmaci... Se non in chiave ironica 1 (Lucchesi: Nell’epoca del farmaco 22 gocce di poesia, Montedit, 2006). Una proposta chiarificatrice del valore terapeutico che può avere la letteratura è quella di B. Walker: Come i libri mi hanno salvato la vita (Walker, 2011) professoressa di letteratura inglese, quando si è ricoverata in ospedale per le cure a cui l’obbligava un carcinoma al seno — il lungo percorso che tante donne conoscono: chirurgia, chemioterapia, radioterapia, ricostruzione chirurgica — si è

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premunita di mettere nella valigia anche dei libri di letteratura. Li ha letti e commentati durante le diverse fasi della cura. A loro ha attribuito una funzione importante nella cura stessa: «Quando dico che i libri possono salvare la vita, non intendo dire che possono posticipare la morte. Quello è il compito della medicina .Voglio soltanto dire che certi libri, mostrando la pienezza della vita interiore di un individuo, possono salvarci da una visione limitata di noi stessi e dell’altro» (Walker, 2011, p. 120).

Le storie narrate dai grandi scrittori, lungi dall’essere una fuga dalla vita, ci aiutano a viverla più profondamente. Anche questa crescita è salute. I libri e la malattia hanno molto in comune. La narrazione è un modo di adattare i fatti, di attribuire peso e importanza ad alcuni e ad altri no, disporli in lasso di tempo e in un ordine deciso da noi. Niente come la malattia che viene a sconvolgere la nostra vita è un’occasione per la narrazione: ci costringe a dare un altro ordine ai fatti e a riscrivere la geografia degli affetti. Guarire e narrare sono due strade che si incontrano. Così come guarire e leggere le grandi narrazioni letterarie possono sovrapporsi.

Una perorazione, in chiave di leggerezza, a favore della “biblioterapia” è quella offerta da E. Berthoud e S. Elderkin: Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (Berthoud, Elderkin, 2013), rifiutando di discriminare tra dolori del corpo e dolori del cuore, le autrici propongono la biblioterapia come «un ramo della medicina che cura certi disturbi dell’esistenza con la somministrazione di opere di narrativa» (Berthoud e Elderkin, 2013, p. 18). Per amore di paradosso: come si va dal farmacista per una confezione di aspirine, così si dovrebbe poter accedere al libraio per attingere alla sua bibliofarmacia... La cura offerta ai mali di vivere — elencati in ordine alfabetico, da “abbandono” a “xenofobia” ― punta sulla capacità del romanzo di trasportarci in un’altra esistenza, di farci guardare il mono da un altro punto di vista. Già questo estraneamento dalla forma che assumono i nostri malesseri ha in sé una valenza terapeutica.

Oltre a decantare i benefici che personalmente ciascun lettore può riportare, i cultori delle discipline umanistiche e delle arti si sono sentiti autorizzati a rivendicare alla letteratura un ruolo non secondario nella formazione dei professionisti sanitari. Per citare K.M. Hunter — una docente di letteratura coinvolta a tempo pieno nella facoltà di medicina di Galveston, nel Texas — l’onere della prova spetta non a

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chi vuole introdurre la letteratura nella formazione dei futuri medici, ma a chi vorrebbe escluderla: «Come potrebbe la letteratura non far parte del curricolo medico? Questa, che è la forma più soggettiva del discorso umano, ha un’utile collocazione nella rigorosa formazione scientifica e clinica del medico. Un posto di particolare rilievo spetta alla poesia. Come il resto della letteratura ― fiction, biografia, teatro — la poesia fornisce ai suoi lettori una descrizione della condizione umana vista dall'interno. Sono informazioni di cui hanno estremo bisogno coloro che si orientano alla professione medica. Gli studenti di medicina sono giovani: è probabile che non siano mai stati seriamente malati; possono non aver mai conosciuto nessuno molto vecchio o morente; ai nostri giorni molti di loro hanno quattro nonni in buona salute. La letteratura fornisce a chi la legge e a chi l’ascolta l’opportunità di vedere la vita come altre persone la sperimentano. Gli studenti possono imparare qualcosa circa ciò che significa essere malato o morente, o appartenere a un’altra razza o classe sociale o sesso; possono anche intuire che cosa vuol dire essere medico» (Hunter, 1991).

Frequentare, quindi, la letteratura non è solo una risorsa riconducibile all’arsenale di forme di auto-aiuto, ma contribuisce anche ad abilitare alla cura degli altri, per chi intende farlo come professione.

La narrazione letteraria non è l’unica risorsa per chi si vuol addentrare nella comprensione della cura, in tutte le sue dimensioni umane. Preziosa è anche la narrazione che passa attraverso il cinema e oggi, sempre di più, attraverso le serie televisive (basti pensare a E.R. Medici, in prima linea, Six feet under, Dr. House, The big C, Breaking bad...). Al cinema hanno dedicato la loro attenzione anche pensatori di prima grandezza, come Gilles Deleuze. In Italia possiamo limitare le numerose citazioni possibili al filosofo U. Curi: «Do per assodato quanto ormai è stato riconosciuto da più parti, e cioè che il cinema ‘pensa’, sicché riflettere sul contenuto di questo pensiero non è un noioso esercizio accademico, e non è neppure l’aggiunta di un’inutile zavorra alla fruizione di un prodotto di intrattenimento, quali sono comunque le opere cinematografiche. Al contrario, sono persuaso che non si possa veramente ‘godere’ un film, se ci si priva dell’intenso piacere che è dato dal confrontarsi con ciò che esso ‘dice’ intorno ad alcune tra le grandi questioni che ci appassionano — che ci provocano tristezza o ci regalano momenti di gioia» (Curi, 2006, p 5). Per quanto riguarda la funzione formativa del cinema, merita una menzione particolare

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l’iniziativa dell’Università di Firenze che ha istituito un “Laboratorio di medical education” nella Facoltà di medicina, per introdurre nuovi modelli di riflessione e apprendimento nel campo della formazione dei professionisti della salute e della cura. Un’attenzione privilegiata è rivolta al cinema. Presso il Laboratorio è stato creato un Archivio filmico per la formazione medica, che mette a disposizione degli studenti una amplissima raccolta di scene di film che hanno attinenza con le questioni, teoriche e pratiche, che i professionisti si troveranno ad affrontare.

Se ti raccontassi la mia storia...”

La malattia è un posto dove nessuno ti può accompagnare"

(Flannery O’Connor)

Ma di questo posto si può fare un racconto...

Il commesso di libreria al quale abbiamo chiesto consigli di letture che ci introducano nel fitto bosco della malattia e della cura potrebbe indicarci un altro percorso. Invece di guidarci davanti allo scaffale della letteratura, potrebbe additarci un settore con meno ambizioni letterarie ma di sicuro impatto sul pubblico: quello delle narrazioni (auto) biografiche che raccontano le vicende della lotta per la salute e della convivenza con la malattia dal punto di vista di chi le ha vissute. Le potremmo chiamare “narrazioni del dolore”, dando una veste italiana alla denominazione con cui sono internazionalmente conosciute. Le si chiama, infatti, “misery reports”. L’insidia è costituita dalla traduzione a orecchio di “misery” con l’italiano “miseria”. In inglese “misery” significa piuttosto sofferenza, infelicità; i “misery reports” parlano di quel che si patisce quando si è costretti ad attraversare il buio territorio della malattia.

Il bancone di libreria che presenta questo tipo di pubblicazioni è affollatissimo. Scegliere di indicarne qualcuno — allo scopo di caratterizzare concretamente il genere letterario di cui stiamo parlando ― è imbarazzante: sarebbe come affidare a qualche albero il compito di rappresentare una foresta. Non c’è infatti patologia o situazione clinica che non sia stata narrata per bocca di chi vi si è trovato immerso. Così C. Vighy in L’ultima estate (Vighy, 2009) ha descritto la propria condizione

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di malata di sclerosi amiotrofica laterale che ha perso l’autonomia e il controllo del corpo; M. Marzano con Volevo essere una farfalla (Marzano, 2011) ci fa partecipare alla condizione psicologica di una giovane donna anoressica; G. Nicoletti Una notte ho sognato che parlavi (Nicoletti, 2013) dà voce a un padre che si dedica al proprio figlio autistico; A. Socci Caterina (Socci, 2010) è un altro padre che racconta la sofferenza generata dal coma della figlia; L. Grimaldi Faccia un bel respiro (Grimaldi, 2012) riferisce in dettaglio, e non senza annotazioni ironiche, che cosa vive un paziente durante un ricovero ospedaliero per insufficienza respiratoria. Il cancro ha dato spunto a una selva di narrazioni, tra le quali spiccano quelle che cercano di sdrammatizzare, come fa C. Piga: Ho il cancro e non ho l’abito adatto (Piga, 2007) e C. Sannucci: A parte il cancro tutto bene (Sannucci, 2008).

Accanto a queste pubblicazioni italiane non possiamo non menzionare alcuni libri di successo a livello internazionale, come Lo scafandro e la farfalla (Bauby,1999): un libro dettato, lettera dopo lettera, con il battito di una palpebra da parte di un paziente totalmente paralizzato, con sindrome di “locked in”. O L’anno del pensiero magico di J. Didion (Didion, 2007), dedicato all’elaborazione del lutto dopo la morte improvvisa del marito. I libri sul lutto sono precisamente un altro sottogruppo foltissimo del genere letterario che abbiamo chiamato racconti del dolore.

Chi traduce la propria sofferenza in narrazione non lo fa per ottenere riconoscimenti letterari. Né il criterio letterario ― ovvero la ricerca del piacere che ci offre la lettura delle grandi creazioni della narrativa ― può essere la pietra di paragone su cui misurare questo genere di produzioni. I bisogni che prendono la via della scrittura sono i più diversi. Il più fondamentale è quello di sentirsi esistere. La nostra vita diventa vera solo quando la raccontiamo. «Chi non può raccontare la sua vita non esiste» (Rushdie). Le malattie e i drammi della salute non fanno eccezione: sono davvero nostri quando troviamo un orecchio disposto ad ascoltare il nostro racconto.

La narrazione del dolore ha spesso la funzione di valvola di sfogo: serve a dare libero corso alle emozioni. Soprattutto quelle collegate al “punto di svolta” che la perdita della salute o di una persona cara introducono nella vita. Non si narra la routine; invece il cambiamento che spesso divide l’esistenza in un prima e un dopo si presta bene a diventare oggetto del racconto che ne facciamo.

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Grazie alla narrazione si risanano ferite profonde. È quanto dire che il racconto del dolore ha un valore terapeutico. Anche traumi esistenziali come prigionia, tortura e persecuzione, che hanno profondamente scosso i confini dell’identità personale, possono essere in parte risanati quando sono raccontati. Pensiamo a quanto beneficio hanno ricavato dalle narrazioni autobiografiche i superstiti dei campi di sterminio.

In prima battuta la narrazione è destinata a rafforzare i confini dell’ego personale: aiuta quindi a sopravvivere (psicologicamente). Ognuna di queste storie di sofferenza potrebbe portare in esergo la frase con cui Montaigne ha introdotto i suoi Saggi: «Sono io la materia del mio libro» (Montaigne, 1966, vol. 1, p. 5). Un eloquente esempio della funzione positiva che può svolgere la narrazione nel percorso di malattia è il libro curato dal chirurgo oncologo L. Spaggiari: Io... dopo (Spaggiari, 2013). È una raccolta di scritti redatti da giovani che si trovano a lottare contro il cancro e a vivere con esso. Il curatore del volume ha chiesto ai suoi pazienti di scrivere un testo come fosse un ipotetico tema scolastico dal titolo: “Come il cancro ti ha cambiato la vita” (se te l’ha cambiata!”). Per scoprire che quasi tutti avevano scritto qualcosa del genere e lo tenevano nel cassetto. I “racconti del dolore” nascono spontaneamente, senza bisogno di sollecitarli, e hanno un’importante funzione da svolgere: dare una forma diversa all’“io” di chi deve integrare la malattia nel proprio percorso esistenziale.

Non solo il racconto ristruttura la vita: si colloca anche là dove il sopravvivere confina con il “super-vivere”. La narrazione può anche aprirsi sull’orizzonte trans-personale, ovvero su quella dimensione dell’autorealizzazione che si profila oltre l’ego. La scrittrice A. Kristof fa dire a un suo personaggio: «Sono convinto che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia» (Kristof, 2005, p. 281).

Il libro unico che ognuno è chiamato a scrivere è una metafora per quel percorso di identità personale che porta oltre i confini, pur legittimi, dell’io personale, là dove l’individuo sviluppa pienamente tutte le potenzialità — etiche ed estetiche, sociali e spirituali — che costituiscono la sua dotazione potenziale. Realizza, come affermano gli psicologi della corrente umanistica e trans-personale, non solo l’Io, ma il Sé.

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Un esempio illustra in modo convincente questo percorso: Un altro giro di giostra di T. Terzani. È un libro simbolo del “misery report” e delle sue potenzialità, anche per lo straordinario successo di pubblico che ha ottenuto. Narrando il percorso personale attraverso la malattia, i cambiamenti introdotti nella sua vita e la consapevolezza gradualmente raggiunta di piani più alti anche rispetto a quelli di una eccellente riuscita professionale, Terzani ha tracciato il percorso ideale che la sofferenza narrata può aprirci nella vita. Fino a condurci a scoprire che «esistono due tipi di salute: la salute bassa, che è l’essere in forma come gli atleti, e la salute alta, che è l’integrazione della malattia». Passare dall’una all’altra è un percorso umano molto impegnativo; Terzani lo descrive come “un cammino senza scorciatoie” (Terzani, 2004, pp. 9-24).

Nel suo primo livello il resoconto riferisce la sgradevole sensazione di essere considerato dai medici-aggiustatori come una macchina da riparare: «L’approccio scientifico, razionale che avevo scelto faceva sì che il mio problema di salute fosse più o meno quello di un’automobile guasta che, assolutamente indifferente alla prospettiva di essere rottamata o riparata, viene affidata a un meccanico, e non il problema di una persona che, coscientemente, con tutta la sua volontà, intende essere riparata e rimessa in marcia. A me come persona, infatti, i bravi medici-aggiustatori chiedevano poco o nulla. Bastava che il mio corpo fosse presente agli appuntamenti che loro gli fissavano per sottoporlo ai vari trattamenti» (Terzani, 2004, pp. 15-16).

Il recupero della dimensione personale comportava una sfida: capire il messaggio della malattia: «Cominciai a prendere quel malanno come un ostacolo messomi sul cammino perché imparassi a saltare. La questione era se ero capace di saltare in su, verso l’alto, o solo di lato o, peggio ancora, in giù. Forse c’era un messaggio segreto in questa malattia: m’era venuta perché capissi qualcosa! Da anni avevo cercato di uscire dalla routine, di rallentare il ritmo delle mie giornate, di scoprire un altro modo di guardare le cose: di fare un’altra vita. Ora tutto quadrava. Anche fisicamente ero diventato un altro» (Terzani, 2004, p. 51). Infine il grande balzo in avanti ― o piuttosto in alto — che giustifica la narrazione: «Ho deciso di raccontare la storia, innanzitutto perché so quanto è incoraggiante l’esperienza di qualcuno che ha fatto già un pezzo della strada per chi si trovasse ora ad affrontarla; e poi perché, a pensarci bene, dopo un po’ il viaggio non era più in

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cerca di una cura per il mio cancro, ma per quella malattia che è di tutti: la mortalità. Arrivare a questo è forse la sola vera meta del viaggio che tutti intraprendiamo nascendo: un viaggio di cui io stesso non so un granché, tranne che la sua direzione — ora ne sono convinto — è dal fuori verso il dentro e dal piccolo sempre più verso il grande» (Terzani, 2004, p. 24).

Siamo tutti candidati a fare, in un modo o nell’altro, un percorso nella vita che si sviluppa non solo sotto il segno dell’eros, ma anche del pathos, ovvero di ciò che il corpo fragile e il tessuto facilmente lacerabile delle relazioni umane ci costringono a subire. Il racconto di ciò che altri “fratelli umani” hanno saputo fare in circostanze analoghe e che ci restituiscono con i loro “racconti del dolore” ci può essere di grande conforto e ammaestramento.

La scrittura che si traduce in un libro resta l’espressione privilegiata dei racconti del dolore. Ma non l’unica. In epoca di informatica e di social network ha grande successo quella che potremmo chiamare “la narrazione 2.0”, che prende la via del blog. La condivisione attraverso il contatto, anche quotidiano, con altre persone che affrontano la prova di una stessa situazione patologica porta diversi benefici. Rafforza la “resilienza” personale, ovvero la capacità di adattarsi senza farsi schiacciare dagli eventi traumatici; amplia la comunità di riferimento, permettendo di attingere dall’esperienza altrui. Anche qui un neologismo: blogterapia, per descrivere le potenzialità di questo tipo di narrazioni.

Alcuni degli innumerevoli blog che si trovano in rete hanno prodotto anche pubblicazioni a stampa. Solo un paio di esempi: P. Natalicchio ha riportato in un libro Il regno di OP (Natalicchio, 2013) le annotazioni del blog che ha tenuto durante la degenza del proprio bambino nel reparto di Oncologia Pediatrica; G. Biasini, Scriverne fa bene. Narrare la malattia, curarsi con un blog, ha dato forma di libro a quanto un gruppo di cancer blogger ha riversato nel blog (“svuota tasche dell’anima”) durante il trattamento della propria malattia oncologica (Biasini, 2013). Qualunque sia la forma che assume la narrazione, può sempre avere una funzione terapeutica.

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Dottore, sto male” - “Mi racconti”

La mia storia si è rotta: mi aiuta a ripararla?”

(Maria Cristina Koch)

Sei seduto davanti al medico. Quella visita di cui senti di avere tanto bisogno sta incominciando.“Dottore,sto male”. È la tua prima mossa nella singolare partita a scacchi che stai giocando contro la tua malattia. Quale è la seconda mossa? Il medico può cominciare con il misurarti la febbre. Oppure prenderti la pressione (“150-100: piuttosto alta!”). O può procedere a un prelievo di sangue per misurare quei parametri che lui ritiene rilevanti (saresti felice di una risposta rassicurante: “I valori sono a posto”). Insomma, il medico CONTA, misura. Perché così procede oggi la medicina scientifica.

Non hai certo motivo di lamentarti del tuo medico: se attraverso le analisi che ti prescrive arriva a diagnosticare la malattia e a prescriverti il trattamento opportuno (ancora numeri: “10 gocce prima dei pasti”; “Una pasticca mattina e sera per 8 giorni”) che ti rimette in salute, puoi dire che sei capitato nelle mani giuste. Eppure... Commentando la visita, può esserti capitato di osservare: “Sì, è un dottore bravo. Ma non ti lascia parlare”. Sei un po’ deluso, perché la mossa del medico te l’aspettavi un po’ diversa. Dopo la tua dichiarazione di sentirti male, avresti gradito che lui ti avesse rivolto l’invito: “Mi racconti”. Perché per il medico è importante il “contare” (procederebbe al buio, a tentoni, se non lo facesse), ma per te è importante il RACCONTARE.

È questo il pilastro centrale della “medicina basata sulla narrazione”. Permettere al paziente che va a chiedere aiuto al medico di parlare del suo male — i sintomi che avverte, ma anche le emozioni che li accompagnano: fantasie, timori, attese... — non è solo un atto di cortesia da parte del curante. Sì, certo: anche questo. Perché è umiliante per una persona sentirsi considerato solo come il portatore di una malattia, verso la quale si dirige tutta l’attenzione del medico. È l’atteggiamento reso popolare dal Dottor House, protagonista della serie televisiva. Senza imbarazzo, dichiara: “Sono diventato medico per curare le malattie, non i malati”. Ama porre ai pazienti il dilemma: “Preferiresti un medico compassionevole che ti tiene la mano e ti lascia morire, o uno che ti tratta male, ma ti salva la vita?”. È un falso

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dilemma, caro Dottor House: vorrei avere un medico che ce la mette tutta per salvarmi la vita e nel far questo mi tratta come una persona!

Ma la narrazione da parte del malato va al di là di un tratto di urbanità: è lo strumento principe dell’arte della diagnosi. Purtroppo è un’arte che va scomparendo, afferma autorevolmente L. Sanders, medico internista dell’università americana di Yale. Lo argomenta nel libro: Ogni paziente racconta la sua storia. L’arte della diagnosi (Sanders, 2009). Lamenta il progressivo abbandono dell’esame obiettivo: ci si affida sempre più alla tecnologia per ottenere risposte. Invece, «l’esame obiettivo può guidare il medico nel suo ragionamento e ridurre la scelta dei test a quelli che hanno maggiori probabilità di fornire risposte utili, risparmiando tempo e denaro e a volte salvando delle vite» (Sanders, 2009, p. 30).

Al medico si chiede di guardare il paziente, di toccarlo, di ascoltarlo: la medicina è scienza dei sensi. L’ascolto del paziente ha appunto una valenza diagnostica, oltre che umanitaria. Ancora L. Sanders: «Nelle facoltà di medicina si ripete continuamente ai futuri medici che se ascolteranno il paziente, questi dirà loro che cos’ha”» (Sanders, 2009, p. 85).

Ma soprattutto la narrazione è la porta di accesso al mondo interiore di ciascuna persona. La strumentazione diagnostica e gli esami di laboratorio permettono di entrare, sempre più in profondità, nella struttura materiale del corpo. Questo arsenale è una risorsa preziosa messa a disposizione dalla scienza moderna e alla quale nessun paziente sensato è disposto a rinunciare. Ma per conoscere ciò che rende la persona unica anche la medicina dei nostri giorni non ha altro strumento che quello che aveva la medicina di ieri e di sempre: sollecitare il malato a raccontare la sua storia e disporsi ad ascoltarla. Da questo punto di vista, il medico contemporaneo è nella stessa situazione in cui si trovava chi si dedicava alla cura al tempo di Ippocrate (V secolo a.C.). E il medico, da parte sua, in quell’epoca remota si trovava nella stessa condizione dello storico.

Merita fare conto apparentemente una deviazione da ciò che ci sta a cuore ― capire il ruolo che ha la narrazione in medicina ― per lasciarci affascinare da una vicenda biografica singolare: l’apprendistato professionale del grande giornalista R. Kapuscinski. Lui stesso l’ha ripercorso nel libro autobiografico: In viaggio con Erodoto (Kapuscinski. 2005).Appena laureato,senza mezzi economici e senza appoggi, parte

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dalla natia Polonia isolata dell’epoca comunista per fare il corrispondente nelle più diverse realtà geopolitiche, di cui non conosce niente, né la lingua né la cultura: prima in India, poi in Cina e a seguire l’Africa, l’America Latina... Come far fronte al caos, sia nel microcosmo dei vissuti umani, sia nel macrocosmo delle vicende storiche?

Dalla caporedattrice del suo giornale riceve come viatico un libro: le Storie di Erodoto, che diventa il suo unico compagno di viaggio. Non è una coincidenza. Anche Erodoto si è trovato, nel V sec. a.C., in una situazione analoga. Voleva capire e raccontare il grande scontro che aveva contrapposto Greci e Persiani. Diffidando delle spiegazioni mitologiche che circolavano, adotta un metodo diverso: quello della historìe. In greco la parola significa “ricerca” (i 9 libri che pubblicherà si chiameranno Historiai, propriamente “inchieste, ricerche”, piuttosto che Storie, come traduciamo con approssimazione fuorviarne). Il metodo comporta il mettersi in viaggio, raccogliere dati, confrontarli ed esporli, domandare e ascoltare i racconti, con tutte le necessarie riserve per le storie riferite da altri. Senza carte geografiche, senza libri: la conoscenza acquista la forma di narrazioni comparate. Ciò ha permesso a Erodoto di viaggiare per tutto il mondo antico, scoprendo e accettando la pluralità culturale del mondo. È diventato così il fondatore della storia come disciplina, così come la concepiamo anche oggi.

Annota Kapuscinski: «Nel mondo di Erodoto l’unico (o quasi unico) depositario della memoria è l’uomo. Se si vuole conoscere ciò che è stato memorizzato, bisogna consultare l’uomo. Se quest’uomo vive lontano dobbiamo metterci in cammino, raggiungerlo e, una volta trovato, sederci ad ascoltare ciò che ha da dirci. Ascoltare, memorizzare, magari annotare. Erodoto, quindi, viaggia per il mondo, incontra altri uomini e ascolta quello che hanno da dirgli. Raccontano chi sono, narrano la propria storia [...]. La conoscenza assume la forma di racconti» (Kapuscinski, 2005, p. 74).

Non è senza significato che nello stesso periodo storico andava prendendo forma la historìe come strumento per la techné medica, proposta dalla scuola di Ippocrate. Il metodo della historìe è centrale anche nella scienza che si avventura nel caos della malattia. Anche il medico rinuncia alle spiegazione mitologiche e soprannaturalistiche (vedi il trattato ippocratico Sul male sacro, con lo scetticismo verso le spiegazioni di ordine magico-religioso nei confronti del “male sacro”, ovvero

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l’epilessia), si affida all’indagine e sollecita il racconto. Perché, ap- punto,“ogni paziente racconta la sua storia”...

Non è una semplice coincidenza che nello stesso grandioso V secolo a. C. siano nate contemporaneamente in Grecia sia la storia che la medicina. Soprattutto se consideriamo che tutt’e due, con le loro enormi differenze, procedono utilizzando l'historìe come metodo, ovvero l’indagine che si serve della narrazione. L’evoluzione le ha condotte poi a collocarsi agli antipodi, l’una come emblema delle scienze umane, l’altra delle scienze della natura. Ma oggi sono destinate a uno spettacolare riavvicinamento, se la medicina accetta come compito e sfida anche l’esplorazione dei mondi personali. Per capire la vita di ognuno è necessario un lungo viaggio, per il quale non sono disponibili carte geografiche e navigatori satellitari: solo il racconto ci può guidare. Accogliendo il racconto spontaneo, ma anche sollecitando e favorendo il racconto di chi si sente mancare le parole appropriate (Di Lernia, 2008).

Ascoltare la narrazione del paziente non è un optional. Non è questione di gentilezza d’animo da parte del curante; e neppure è solo una strategia per arrivare con più sicurezza a una diagnosi giusta. Senza ascolto non si può fare oggi una buona medicina, così come la richiede la cultura del nostro tempo. Perché cercare di fornire al paziente le cure più appropriate al suo caso non basta: è necessario che il malato dia il suo esplicito consenso ai trattamenti. Quand’anche ciò che le cure mediche forniscono fosse risolutivo per la sua patologia, se è erogato senza il suo consenso non si può chiamare buona medicina. Con una frase molto efficace, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sintetizzato la regola fondamentale della medicina della modernità come: “Niente su di me, senza di me”.

Non confondiamo il vero consenso con la sua caricatura, ovvero con la richiesta di apporre una firma sotto un foglio prima di un intervento diagnostico o terapeutico. Succede spesso che questo momento non sia stato preceduto da nessuna informazione; e soprattutto da nessuna verifica di ciò che il malato ha capito di quanto eventualmente gli è stato comunicato. Questa prassi merita di essere chiamata “consenso estorto”, piuttosto che “consenso informato”.

La narrazione del paziente è soprattutto necessaria quando l’aspirazione è quella di fare una “medicina sartoriale”, cioè tagliata su misura della singola persona. Come un abito che esce dalla sartoria è

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diverso da uno a taglia unica, fornito dai grandi magazzini, così la medicina su misura tende a considerare nelle scelte il profilo singolare di ogni persona. Una felice metafora è la “sartoria del viaggio”, uno slogan con cui un’agenzia turistica reclamizza il rapporto con i propri clienti: «Ogni viaggiatore è per noi unico e ogni viaggio è un abito su misura dei suoi desideri. Con questa consapevolezza come un sarto ‘prendiamo le misure’ ai nostri clienti, ascoltiamo le loro domande, rispondiamo a ogni loro curiosità. Nelle nostre boutiques confezioniamo per loro quell’unico viaggio capace di realizzare il loro sogno».

Un’immagine che si attaglia perfettamente al viaggio nei territori della cura, seguendo i percorsi della salute e della malattia.

In medicina si comincia a parlare di “tailored medicine” (medicina sartoriale, appunto) a proposito di certi farmaci di nuova generazione, che si modellano sul profilo genetico della singola persona; o di “tailored surgery”, con riferimento alla chirurgia robotica o al trattamento di patologie specifiche, come l’ernia inguinale. Se la “sartorialità” in questi ambiti è ancora un orizzonte lontano ― anche a causa dei costi stratosferici di queste innovazioni ― dal punto di vista dell’etica può essere realizzata già oggi. Con un unico costo: quello del tempo dell’ascolto. Ma è un costo ampiamente ripagato dai benefici che lo accompagnano.

Soltanto includendo la narrazione dei valori e delle preferenze personali nelle scelte cliniche si può parlare di “giusta misura”. Perché ogni persona è diversa dall’altra: se la misura è unica, a qualcuno può andare stretta, a qualcun altro troppo larga. È una considerazione che diventa pressante quando consideriamo i prezzi da pagare in sofferenza fisica e angustia psicologica che certe cure richiedono. Specie quando abbiamo a che fare con malattie croniche e degenerative, per le quali la medicina non ha a disposizione rimedi risolutivi. Può tenerci, piuttosto, sospesi su un piano inclinato che degrada inevitabilmente, garantendo, sì, una sopravvivenza, ma sempre più onerosa. Solo persone informate e consapevoli possono indicare quando il peso eccede il beneficio e quando il saper vivere suggerisce il saper rinunciare a cure diventate futili o sproporzionate.

La narrazione finalizzata a favorire decisioni condivise tra paziente e medico può essere favorita da quest’ultimo con opportuni sussidi, come questionari del tipo: “Le domande da fare al medico”, al fine di essere sicuri che nessun elemento essenziale dell'informazione sia trascurato.

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Sono strumenti che facilitano la narrazione da parte del paziente, in particolare nella prospettiva di malattie che si aprono su scenari infausti o che tolgono progressivamente le capacità mentali.

Rimane pur sempre la possibilità che la persona malata si tiri indietro e rinunci all’informazione e alla propria partecipazione alla decisione. L’eventualità è esplicitamente prevista dal Codice deontologico dei medici: «La documentata volontà della persona assistita di non esser informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata» (Codice Deontologico art. 33).

In generale, tuttavia, possiamo affermare che in numero crescente i cittadini rinunciano ad affidarsi passivamente al medico e a delegare le decisioni ai propri familiari; chiedono invece di poter essere protagonisti del processo di cura e dei limiti da porre, affinché aderisca il più possibile all’ideale di buona vita (e di buona morte) che ciascuno coltiva come aspirazione profonda. Per questo la buona medicina oggi non può prescindere dall’ascolto della narrazione che ogni singolo paziente può e vuole fare.

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NOTE

1 Cfr. a questo riguardo le considerazioni di Luciano Lucchesi (2006).

Medical Humanities

Sandro Spinsanti

MEDICAL HUMANITIES

in Literatur in Medizin - Ein Lexikon

Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 2005

pp. 516-519

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Unter dem Begriff M.H. wird im englischen Sprachgebiet ein weites Feld erfasst, das folgende Gebiete einschließt: (1) Den Gebrauch der Künste in der  Therapie (Literatur, Dichtung, Musik, Malerei) und im Umgang des Kranken mit der Krankheit ( Gesundheit und Krankheit); (2) die Bedeutung der Künste in der Mitteilung wichtiger Botschaften an die Bevölkerung für Entwicklung und Aufrechterhaltung der Gesundheit; (3) den Beitrag der Künste und Humanwissenschaften für die interdisziplinäre

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Forschung und die Ausbildung im Gesundheitswesen. Auch in anderen  Sprachen wird auf den Begriff zurückgegriffen. Nur im Spanischen spricht man von «humanidades medicas». Die wörtliche Übersetzung von M.H. ergibt meist keinen Sinn. Die Synonyme öffnen den Weg zu unterschiedlichen Bedeutungen; eine direkte Übersetzung ergibt einen anderen Sinn, wenn man von «Humanisierung der Medizin» oder «medizinischem Humanismus» oder «Medizin und Humanwissenschaften» spricht. Den in medizinischen Feldern Tätigen ist seit jeher an einem Austausch mit den Künsten gelegen. Traditionsgemäß gehörten die  Ärzte zu den Gebildeten, die auch (sprachliche) Kenntnisse der klassischen Literatur besaßen. Die Entwicklung der M.H. basiert auf dem Hintergrund einer langen Tradition, die Medizin und Humanwissenschaften verbindet. Die jüngste Geschichte der M.H. beginnt in den 1960er Jahren in den USA. Am Ursprung der Bewegung findet sich eine religiöse Inspiration, verbunden mit einer pädagogischen Sorge. Eine kleine Gruppe von geistlichen Helfern und Kaplanen der Universitäten und medizinischen Fakultäten gründeten ein «Committee on Medical Education and Theology». Sie waren v.a. besorgt über die Tendenz in der Medizin, die technischen Fakten immer mehr von den im weitesten Sinn menschlichen Aspekten und Bedürfnissen zu trennen, und identifizierten den Ursprung der »Depersonalisation« der medizinischen Praxis in der Lehre, die sich auf eine Art «Medizin als Mechanik» konzentriert ( Bioethik,  Ethik in der Medizin). Die Gründer des Committee wollten eine Veränderung dieser Tendenz durch eine Umorientierung in der Ausbildung der Studenten bewirken, indem sie wieder menschliche Werte («human values») ins Zentrum der ärztlichen Praxis stellten. Die Begegnung zwischen «humanities» und Medizin ― also die Geburt der M.H. in der heutigen Bedeutung des Ausdrucks ― geht v.a. auf Edmund Pellegrino zurück. Pellegrino hat mehrfach auf den ungenauen Gebrauch der «humanities» in Beziehung zur Medizin aufmerksam gemacht. Im Prozess der Ausdifferenzierung kam es zu einer Unterscheidung von Bioethik und Philosophie sowie zu deren Abkoppelung von den M.H. Obwohl sich die drei Bereiche teils überlappen, macht eine Unterscheidung Sinn. Hierbei nehmen die M.H. die weiteste Perspektive

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ein; sie sind nicht synonym mit Bioethik oder Philosophie der Medizin. Nach Pellegrinos Vorschlag versteht man unter Bioethik im strengen Sinn eine Untergruppe der Moralphilosophie, die sich mit menschlichen Eingriffen in den Lebensprozess beschäftigt. Die Philosophie der Medizin hingegen ist eine systematische Reflexion über die medizinische Praxis, ihre Legitimation und die sie unterhaltenden anthropologischen und sozialen Konzepte. Grenz- übergreifend und nicht auf Europa beschränkt ist das Unbehagen bezüglich immer stärker werdenden medizinisch-wissenschaftlichen und technologischen Ansätzen in der Medizin. Das, was in Europa und in Amerika unter M. H. verstanden wird, kann allerdings nicht auf einen gemeinsamen Nenner gebracht werden. Besonders im englischsprachigen Europa ist die Bezeichnung M.H. geläufig. Die reichhaltigste Informationsquelle ist hier die «Medical Humanities Resource Database» des University College of London. Die Idee der Datenbank wurde von der «University of New York Literature, Arts and Medicine Database» inspiriert, sie hat sich jedoch auf eine besondere Art entwickelt. Die Webpage will denen ein universell zugängliches Hilfsmittel sein, die sowohl auf dem Gebiet der Erziehung als auch der Künste und Humanities in der Medizin arbeiten (www.pcps.ucl.ac.uk/ cmhl). Für den italienischen Sprachraum ist es das «Istituto Giano per le Medical Humanities» in Rom (www.istitutogiano.it), das sowohl im Verlagswesen (Zeitschrift: Janus. Medicina: cultura, culture) als auch im Bereich der beruflichen Weiterbildung aktiv ist.

Repräsentationen der M.H. in der Literatur sind in unterschiedlichen Kontexten und immer nur implizit vorzufinden. An dieser Stelle sollen exemplarisch zwei mögliche Reflexe der M.H. in der Literatur vorgestellt werden. Nur hingewiesen sei in diesem Zusammenhang auf verschiedene Dramen William Shakespeares, auf Adalbert Stifter (Die Mappe meines Urgroßvaters, 1841/42), auf zahlreiche Texte der Comedie humaine (1842-48; dt. Die menschliche Komödie) von Honoré de Balzac, Charles Dickens, auf verschiedene Romane und Erzählungen von Fjodor M. Dostojewskij über die  Epilepsie sowie auf Thomas Mann (Der Zauberberg, 1924). Literarische Kultur und Medizin wurden nicht immer als sich ergänzende Aspekte betrachtet. Literatur

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und die Künste können auch als ein individueller Moment des inneren Friedens verstanden werden, welcher der Qualität und Effizienz der medizinischen Praxis schadet. Zur Darstellung dieses Sujets eignet sich das Drama und hier v.a. die Komödie, in der gattungstypisch Kritik ironisch eingebettet und auf diese Weise oft erst darstellbar wird. In der französischen Klassik prägt insbesondere Molière (1622-73) mit seinen Comédies den kritischen Diskurs über Medizin und die menschlichen Krankheiten, auch die Gelehrtenkrankheiten. Die Figur des »medecin« prägt den Titel von drei Dramen (Le médecin volant, 1659; dt. Der fliegende Arzt; Le médecin malgré lui, 1666; dt. Arzt wider Willen; L’amour médecin, 1665; dt. Die Liebe als Arzt) und liefert Stoff für viele seiner Komödien. Besonders einprägsam formuliert Moliere seine Kritik am Verhältnis von Medizin und Mensch in einem Dialog seiner Komödie Le malade imaginaire (1673; dt. Der eingebildete Kranke). Der Dichter verdeutlicht in einem Schlagabtausch zwischen Argan und seinem Bruder Beralde seine negative Meinung über die Medizin und die rein dekorative Funktion der humanistischen Bildung der Ärzte, die in Akademikertum, toten Sprachen und steriler Rezitation der Klassiker besteht. Eine solche Kritik an einer «entmenschlichten» Medizin findet sich transformiert heute v.a. in der zeitgenössischen Lyrik wieder, z.B. in Durs Grünbeins Sammlung Schädelbasislektion (1991) oder in Ulrike Draesners «autopilot»-Gedichten aus dem Gedichtband gedächtnisschleifen (1995). Die Künste allein sind nicht in der Lage, die Ausübung einer guten Medizin zu garantieren, und auch die medizinische Ethik ist nicht ausreichend. In diesem Sinn zeigen sich Repräsentationen der M.H. in der Literatur z.B. auch auf dem Gebiet der -»Arzt-Patienten-Beziehung. Traditionsgemäß wird die Arzt-Patienten-Beziehung im folgenden Modell dargestellt: Wissenschaft und Gewissen auf der Seite des Arztes, Vertrauen und Hörigkeit auf der Seite des Kranken. Wenn diese Beziehung einbricht oder unterbrochen wird, z.B. durch Vertrauensverlust seitens des Patienten, neigen die Ärzte zu folgender Strategie: Sie nutzen die Autorität der Wissenschaft als eine Art Schutzwall, hinter den sie sich zurückziehen und der von den Patienten als unpersönliche Größe verstanden wird, der die Ärzte dienen. Auch die medizinische Ethik

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( Bioethik) kann zum Schutz der Ärzte herangezogen werden. Bei einem Vertrauensverlust bestimmt der Arzt ein korrektes Verhaltensmuster mit dem Versprechen, sich daran zu halten. Arzt und Patient können so in einem System von Medizin und Therapie gefangen bleiben, das unzeitgemäß ist und erneuert werden muss. Das ist das Ziel der von Viktor von Weizsäcker vorgeschlagenen sog. anthropologischen Medizin, die Kritik an einer unpersönlichen Wissenschaft übt und für eine Subjektzentriertheit des Patienten als Menschen in der Medizin plädiert. Sie überschneidet sich inhaltlich mit dem Paradigmenwechsel in der medizinischen Praxis, der in anderen Ländern den Namen M.H. trägt.

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Medicina e letteratura

MEDICINA E LETTERATURA

a cura di Sandro Spinsanti

in Le raccolte di Janus

Zadig Editore, Roma 2009

pp. 5-11

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INTRODUZIONE

NARRAZIONE LETTERARIA E MEDICAL HUMANITIES

Tutto il resto è poesia...

Mettere fianco a fianco medicina e letteratura è un’operazione intellettuale rischiosa. Curare i malati ed esprimere artisticamente la propria comprensione della realtà umana sono due attività che si svolgono su piani diversi, con protagonisti non destinati a incontrarsi. La prima è diventata sempre più competenza della scienza (che ha tanto migliore stampa quanto più è hard, si basa su numeri e quantità e si confronta con risultati misurabili); la seconda si affida all’intuizione ed evoca i sentimenti, tanto quanto la scienza insegna a diffidarne.

La separazione non è casuale; è il risultato di un processo che sottende la formazione che ricevono coloro che si preparano a esercitare una professione sanitaria: come scrivono Trisha Greenhalgh e Brian Hurwitz, «nella sua forma più arida, la medicina moderna manca di un sistema per valutare qualità esistenziali come le ferite intime, la disperazione, la speranza, l’afflizione e il dolore morale che frequentemente accompagnano e spesso costituiscono la malattia stessa di cui le persone soffrono. L’inesorabile sostituzione durante la formazione medica di competenze e abilità considerate “scientifiche” ― quelle in massimo grado misurabili, ma inevitabilmente riduzionistiche ― al posto delle competenze fondamentalmente linguistiche, empatiche e interpretative è considerata come un elemento che caratterizza il successo di un curricolo moderno». Letteratura e poesia appaiono fuori posto nell’attuale organizzazione sanitaria delle cure. Una pagina letteraria, basata su vicende autobiografiche, può aiutarci a visualizzare la reciproca estraneità di medicina e creazione artistica. Nelle Ceneri di Angela, dello scrittore americano Frank McCourt, un bambino di dieci anni contrae il tifo e finisce nel reparto di malattie infettive di un ospedale. L’ambiente è quello dell’Irlanda povera e degradata ― appena sopra il limite della sopravvivenza ― degli anni Trenta. La

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sua è un’infanzia infelice («ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora», è il suo pungente commento...). L’unico conforto in ospedale sono dei colloqui, attraverso la parete, con una bambina nella stanza accanto, colpita dalla difterite. Patricia insegna al suo amichetto, giorno dopo giorno, i versi di una ballata che parla di un bandito e delle labbra vermiglie della figlia del locandiere, dell’amore del bandito e della caccia che gli stanno dando i soldati. Il bambino deve imparare a memoria la poesia per recitargliela, sempre attraverso il muro, al mattino presto o la sera tardi, quando non circolano né suore né infermiere.

Quando Patricia sta per leggere le ultime strofe, un’infermiera li sorprende: «Ve l’avevo detto che tra due stanze è proibito parlare. La difterite non può parlare con il tifo e viceversa. V’avevo avvertito». Scatta la punizione: il ragazzino è trasferito in un altro piano, in un enorme stanzone, da solo. Un inserviente analfabeta ma molto comprensivo disapprova la sanzione inflitta per la poesia recitata da una stanza all’altra: «L’unico malanno che ci si può prendere da una poesia nel caso è il mal d’amore e l’eventualità è abbastanza lontana quando uno c’ha dieci anni e va per gli undici»... Da lui il ragazzo viene a sapere che Patricia è morta, e non può sapere la fine della ballata. L’inserviente si offre allora di chiedere, nel proprio pub, se qualcuno conosce la poesia. L’impara a memoria, perché non sa scrivere, e la recita al piccolo malato. «Se vuoi sentire qualche altra poesia, Frankie, basta che me lo dici, io le raccolgo al pub e poi te le ripeto a memoria».

Il racconto introduce la suggestiva immagine della poesia che circola, da clandestina, sospetta e perseguitata, tra le stanze di un ospedale, pensato in termini di isolamento e come ambiente sterile. La sterilità in chiave igienica minaccia costantemente di tramutarsi in sterilità spirituale. Ciò vale non solo per le strutture dove ha luogo la cura, ma per tutto l’arsenale terapeutico in quanto tale. L’esilio della poesia dall’ospedale descritto da McCourt richiama, per associazione, una dichiarazione che fonti giornalistiche attribuivano di recente a Daniel Weinberg, direttore della divisione clinica per i disordini mentali dell’istituto nazionale per la salute mentale di Bethesda (Washington). Illustrando i risultati scientifici della ricerca più recente sulle malattie mentali, Weinberg affermava: «Per ora della schizofrenia conosciamo veramente solo le cause genetiche, biologiche. E gli effetti positivi dei farmaci sui sintomi. Tutto il resto è poesia». Questo “resto” qualificato come poesia, e in quanto tale svalutato, ironizzato, esiliato dallo scenario clinico perché considerato ospite indesiderato nella casa della scienza, è proprio ciò che letteratura e arti espressive considerano come parte costitutiva della medicina.

Quando il medico è anche letterato

Il medico-letterato è una figura anomala. In passato se ne può identificare qualche

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raro esemplare; ma quando la pratica medica o l’arte diventano serie, non ammettono facili coabitazioni. Certo, Anton Cechov, Arthur Schnitzler e Céline ― per fare qualche nome ― sono stati sia medici che scrittori; ma, a onor del vero, li ricordiamo come medici passati alla letteratura, piuttosto che come medici-scrittori.

Coltivare le arti, arricchendo la propria formazione umanistica, è un consiglio che è stato spesso rivolto a chi pratica la medicina. Tradizionalmente il medico si collocava tra le persone colte, quando cultura era sinonimo di conoscenze letterarie (magari classici della letteratura letti in originale, con buona conoscenza di greco e di latino...). Come sentenziava José de Letamendi, cattedratico di patologia generale nell’università di Madrid e umanista celebre della seconda metà dell’Ottocento, «Quien solo medicina sabe, ni aún medicina sabe». Esprimeva con ciò la convinzione che la medicina è solo in parte il risultato di saperi riconducibili alle scienze esatte o della natura; tanto che non si può dire che conosca la medicina chi, pur conoscendo la dimensione biologica della medicina, ignori le scienze umane e le arti.

La figura del medico che coltiva lo spirito e amplia i propri orizzonti mediante una frequentazione attiva della letteratura fa parte del nostro immaginario. Un’evocazione convincente è fornita da un ritratto di medico tracciato da Claudio Magris, in una piega recondita dei suoi Microcosmi:

Ongaro fa il medico; la sua pacatezza rassicurante e la sua mite e ferma precisione danno subito un senso di sollievo ai pazienti che vanno da lui con le loro ansie, i fantasmi dell’insonnia e del panico, le ossessioni coatte, il vuoto di una vita che sembra risucchiata nel buio. Lui ascolta, disponibile, senza fretta; qualcosa, nel suo viso e nel suo tratto, ricorda la linda dirittura e la malinconica bontà di Freud, corrette da una sorniona ironia. Si addentra nelle spirali dell’angoscia con la paziente leggerezza di un gatto; saggia il terreno con domande discrete, suggerisce un farmaco senza promettere miracoli, ma la zampa felina non si lascia scappare la serpe dell’ansia, l’afferra senza parere e la tira fuori, e spesso, dopo qualche tempo, le persone braccate dai demoni ritornano capaci di vivere.

Magris non manca di insinuare che esiste un legame tra la grande capacità empatica di questo medico e l’attività letteraria. Perché nei tempi liberi dal lavoro il dottor Ongaro si dedica alla scrittura creativa: «Battute di dialogo, immagini insolite, abbozzi di un carattere o di una vicenda, l’epifania di un istante, la luce di un pomeriggio o di un viso, il flash di un lampo nella pioggia, la traccia di fuoco che si alza dalla fusina e sparisce nell’aria. Intorno a quegli schizzi, si condensa a poco a poco una storia, nasce un romanzo».

Per correttezza non possiamo tacere che non sempre cultura letteraria e buona medicina sono state viste come realtà sinergiche. La letteratura e le arti, che pacificano

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lo spirito e promuovono l’equilibrio, possono essere anche intese come un “riposo del guerriero”, quasi un momento individuale di pace interiore che però si abbina a una pratica della medicina che manca di qualità. L’archetipo di questa critica lo troviamo in un dialogo del Malato immaginario di Molière. Nello scambio di battute tra Argan e suo fratello Béralde il commediografo condensa la sua opinione negativa sulla medicina e sulla funzione puramente esornativa che attribuiva alla cultura umanistica dei medici, fatta di accademismo, lingue morte e sterile frequentazione dei classici:

Argan: I medici non sanno dunque niente, secondo voi?

Béralde: Proprio così, fratello mio. La maggior parte di loro conoscono delle bellissime humanités, sanno parlare in un latino elegante, sanno chiamare in greco tutte le malattie, le sanno definire e classificare; ma per quanto riguarda il guarirle, non sanno proprio niente.

La letteratura nel contesto delle medical humanities

Il contesto in cui la medicina e la letteratura si incontrano oggi non è più solo quello delle “belle lettere” come patrimonio costitutivo della cultura di un uomo superiore. Ai nostri giorni l’incontro avviene nell’ambito delle medical humanities. Per una comprensione storica di questa espressione dobbiamo far riferimento agli Stati Uniti, dove, fin dalla fine degli anni Sessanta, si è andato sviluppando un movimento volto a compensare l’unilaterale accentuazione del ricorso alle scienze naturali in medicina. La leadership del movimento è stata assicurata dalla Society for Health and Human Values, generosamente finanziata da un fondo federale (“National Endowement for the Humanities”), creato appositamente per incrementare lo sviluppo della prospettiva umanistica nelle scienze. Uno dei risultati più vistosi di questa opera pionieristica è stata l’introduzione di vari corsi di humanities in quasi tutte le scuole di medicina.

Un bilancio tracciato all’inizio degli anni Ottanta da Edmund Pellegrino e Thomas Me Elhinney prendeva atto di un rovesciamento della situazione avvenuto nell’arco di tempo di un solo decennio: in tutto il territorio degli Stati Uniti non esisteva quasi più scuola medica e infermieristica che non facesse posto alle humanities come parte integrante del curricolo di formazione dei professionisti della sanità. I cultori delle discipline umanistiche e delle arti si sono sentiti autorizzati a rivendicare un ruolo non secondario nella formazione dei medici. Per citare Kathryn Hunter ― una docente di letteratura coinvolta a tempo pieno nella facoltà di medicina ― l’onere della prova spetta non a chi vuole introdurre la letteratura nella formazione dei futuri medici, ma a chi vorrebbe escluderla: «Come potrebbe la letteratura non far parte del curricolo medico? Questa, che è la forma più soggettiva del discorso

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umano, ha un’utile collocazione nella rigorosa formazione scientifica e clinica del medico. Un posto di particolare rilievo spetta alla poesia. Come il resto della letteratura ― fiction, biografia, teatro ― la poesia fornisce ai suoi lettori una descrizione della condizione umana vista dall'interno. Sono informazioni di cui hanno estremo bisogno coloro che si orientano alla professione medica. Gli studenti di medicina sono giovani: è probabile che non siano mai stati seriamente malati; possono non aver mai conosciuto nessuno molto vecchio o morente; ai nostri giorni molti di loro hanno quattro nonni in buona salute. La letteratura fornisce a chi la legge e a chi l’ascolta l’opportunità di vedere la vita come altre persone la sperimentano. Gli studenti possono imparare qualcosa circa ciò che significa essere malato o morente, o appartenere a un’altra razza o classe sociale o sesso; possono anche intuire che cosa vuol dire essere medico».

Negli anni Ottanta l’avanzata del movimento rivolto a riportare l’attenzione agli human values in medicina è avvenuta principalmente all’insegna della bioetica, con un primato sempre più esplicito della filosofia morale. Tuttavia l’intersezione della medicina con le humanities nel loro insieme, e non esclusivamente con l’etica, non è mai andata completamente perduta.

Il luogo accademico dove è stata fatta più esplicitamente la scelta di privilegiare le medical humanities, piuttosto che la bioetica, è la sede delle facoltà di medicina dell’Università del Texas, che si trova a Galveston. L'Institute for the medical humanities è stato creato nel 1973, grazie al fondo federale già ricordato. Da allora è andato crescendo, creandosi una solida reputazione come centro pilota nelle medical humanities. Svolge un’opera di formazione per gli studenti di medicina all’università del Texas, in diversi momenti cruciali del loro curricolo; promuove la conoscenza della dimensione umanistica della medicina attraverso una rivista apposita: Medical Humanities Review. Dal 1988 l’istituto è autorizzato a conferire il dottorato di ricerca (PhD) in medical humanities: una possibilità che non ha l’equivalente né negli Stati Uniti, né altrove. Per quanto riguarda le vie di incontro tra letteratura e medicina, c’è da segnalare che nell'Istituto di Galveston una grande attenzione è rivolta proprio a questo ambito, con insegnamenti specifici e la pubblicazione periodica della prestigiosa collezione Literature and Medicine.

Descrivendo gli usi possibili della narrativa nella formazione etica dei sanitari, Anne Hudson Jones, professore di letteratura applicata alla medicina nell’Istituto di Galveston, distingue tra l’impiego di storie (di fiction letteraria o di altra origine) in quanto guida morale e le narrazioni di “testimonianza”. Nel primo caso, entra in considerazione ogni narrazione che, anche senza avere come argomento specifico situazioni tipicamente sanitarie, stimola una riflessione morale su ciò che significa essere una persona con qualità morali, vivere una vita eticamente giustificabile e praticare una professione in modo esemplare.

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Il secondo uso della narrazione si rivolge invece di preferenza a scritti filtrati dall’esperienza personale ― dei pazienti stessi, di familiari e amici, dei professionisti sanitari ― che inducono a riesaminare pratiche mediche e precetti etici correnti. A cavallo tra i due generi si possono collocare alcune raccolte di storie e di poesie di medici-scrittori, particolarmente popolari nell'ambiente medico americano, come The doctor stories di William Carlos Williams (1984), Letters to a young doctor di Richard Selzer (1982), Renaming the streets (1985) e In the country of hearts: Journeys in the art of medicine (1990) di John Stone.

Si intravede così l’emergere di una nuova disciplina, in qualche modo parallela alla storia della medicina e all’etica medica. Non si tratta semplicemente di documentare, attraverso la letteratura, la presenza della medicina e delle sue pratiche all’interno della società. L’obiettivo non è neppure quello di accostare medici e studenti di medicina alla letteratura, nella fiducia che un testo di fiction di qualità artistica, se proposto con competenza e ricevuto con piacere, costituirà un’esperienza positiva, destinata ad accrescere la qualità umana (e quindi latamente professionale) del sanitario. L’integrazione della letteratura deve servire a formulare questioni relative al valore conoscitivo dell’arte e della scienza, alle questioni antropologiche legate alle vicende del corpo ― nascita, malattia, guarigione, cronicità, morte ― al rapporto tra natura e cultura nelle pratiche di cura e assistenza, ai ruoli drammatici che pazienti, familiari, professionisti e sanitari assumono nelle relazioni terapeutiche.

Le medical humanities che il ricorso sistematico alla letteratura vuole promuovere non hanno come programma quel processo di “umanizzazione della medicina” che molti invocano come necessario e urgente. Indipendentemente dalle intenzioni dei promotori, non si può negare che parlare di “umanizzazione” minaccia di sconfinare nel moralismo. Il programma delle medical humanities si dissocia da qualsiasi pretesa di rendere i professionisti della sanità più “umani”. Pur senza chiudere gli occhi sulla “disumanità” che può introdursi anche nella sanità ― così come in qualsiasi altra espressione della vita sociale ― le humanities non vogliono assumere quel tono colpevolizzante e accusatorio che le denunce della “malasanità” ci hanno reso così familiare.

Né chiedono di essere intese in senso puramente parenetico. È vero che la formazione completa del sanitario comprende, oltre all’aspetto tecnico-professionale e a quello cognitivo, anche una dimensione affettiva, che culmina nella capacità empatica. Tuttavia le medical humanities non sono lo strumento per questa formazione: non si rivolgono in primo luogo all’affettività, ma piuttosto alle idee e ai valori. Benché ci si possa legittimamente aspettare che una riflessione finalizzata a rendere i sanitari più consapevoli di tutto ciò che è in gioco nella cura della salute, più circospetti nei confronti della complessità delle relazioni interpersonali in cui sono

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coinvolti e più avvertiti dei legami della professione con la società intera, avrà alla lunga dei benefici effetti anche sui comportamenti, l’obiettivo primario delle medical humanities non è modificare i comportamenti, come intendono fare le campagne di moralizzazione. Il loro scopo va più in profondità: ha a che fare con la definizione stessa di ciò che intendiamo per medicina.

 L’intento delle medical humanities non è né esortativo, né “esornativo”. Pur attingendo alla letteratura e alle arti, non vogliono essere ridotte a medical amenities (o alle humanités oggetto delle frecciate satiriche di Molière). Non si propongono semplicemente di abbellire la pratica della sanità, ma di ricondurla alla sua ispirazione e finalità originarie: essere una medicina per l’uomo. La dimensione umanista è un destino necessario che colui che si occupa di salute conosce per tradizione secolare. La medicina più avanzata non ha inventato le medical humanities: è stata solo costretta a riattualizzarle, per ridurre la dissonanza tra la “scienza” della misurazione oggettiva e l’“arte” della competenza e del giudizio che sono propri del medico clinico.

BIBLIOGRAFIA

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T. Greenhalgh, B. Hurwitz, "Why study narrative?". In: British Medical Journal, 318, 1999.

K.M. Hunter, "How to be a doctor. The place of poetry in medical education", in Second Opinion, n. 16, 1991.

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C. Magris, Microcosmi. Garzanti, Milano, 1996.

F. McCourt, Le ceneri di AngelaAdelphi, Milano, 1997.

E.D. Pellegrino, T.K. Mc Elhinney, Teaching ethics, the humanities, and human values in medical schools: A ten-years overviewInstitute of Human Values in Medicine, Washington, 1983.

Manuale di medical humanities

Sandro Spinsanti

PRESENTAZIONE

in Manuale di medical humanities, a cura di Roberto Bucci

Zadigroma editore, Roma 2006

pp. 9-10

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PRESENTAZIONE

Prima della bioetica c’erano le medical humanities. E le medical humanities ci saranno ancora in futuro, quando la bioetica avrà concluso la parabola ascendente che l’ha portata al centro del dibattito sociale e di interessi accademici. Ancor più: proprio dalle humanities ci aspettiamo una correzione di rotta che ridia slancio all’incontro tra cultura umanistica e cultura scientifica, liberando la bioetica dalle strettoie dei dibattiti ideologici che la paralizzano, soprattutto in Italia. Rispetto al progetto della bioetica di delimitare i confini tra il lecito e l’illecito nell’ambito dei progressi della medicina e delle scienze biologiche, le humanities coltivano un sogno di più ampio respiro: assicurare la felice sinergia tra le scienze naturali e le scienze umane, in vista di una medicina che sappia curare e prendersi cura, garantire cure efficaci dal punto di vista biologico, ma anche rispettose di tutta la molteplicità dei bisogni umani. Le medical humanities, inoltre, non si limitano a quanto la medicina può offrire per la guarigione, ma sono rilevanti rispetto a ogni forma di servizio alla salute: dalla psicoterapia al servizio sociale, dalla prevenzione alla medicina di comunità. Non si rivolgono, quindi, solo ai medici, ma a tutti gli operatori della salute (sarebbe più corretto parlare di health professionals humanities, se l’eccesso di inglese non minacciasse un rigetto...).

Singole discipline hanno portato un contributo significativo a questo progetto globale. Basti pensare alla psicologia e alla sociologia (che hanno sviluppato sottospecialità riferite alla salute), alla filosofia della scienza, all’antropologia

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culturale e ovviamente all’etica (bioetica). Ma il progetto complessivo che si sviluppa sotto il segno delle humanities non si accontenta di acquisizioni settoriali. È necessario tenere insieme e lasciar dialogare l’insieme dei saperi e delle discipline, nella convinzione che il tutto è più della somma delle parti. Inoltre non bisogna trascurare che le medical humanities non includono solo le scienze umane, in quanto contrapposte alle scienze della natura, ma anche il contributo che a una pratica più completa della medicina può venire dalla letteratura e dalle arti espressive (pittura, musica, ecc).

Il Manuale vuole offrire una visione organica delle medical humanities. Organica, ma non esaustiva. Nel disegno si notano vistose carenze. Alcune deliberate, come l’assenza dell’apporto della letteratura. Un secondo volume, dedicato al tema, farà seguito a breve al Manuale. Altre carenze sono inevitabili. Ci riferiamo alle applicazioni concrete di questi saperi e discipline a tematiche complesse delle cure sanitarie: dalle decisioni di fine vita alla gestione degli errori, dalla donazione-trapianto degli organi all’educazione terapeutica dei malati cronici. Sono alcuni dei temi esplorati nei corsi organizzati dall’istituto Giano, oltre a quello d’introduzione alle medical humanities, dal quale il Manuale ha avuto origine. Le medical humanities sono l’equipaggiamento da portare con sé, non il viaggio stesso. Ed è solo camminando che si impara ad andare.

Sperimentazione nei soggetti fragili

Book Cover: Sperimentazione nei soggetti fragili
Part of the Sperimentazione series:

Sandro Spinsanti

SPERIMENTAZIONI NEI SOGGETTI FRAGILI

in La ricerca scientifica al vaglio di comitati etici, I quaderni di Janus

Zadig, Roma 2007

pp. 104-111

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Finché le regole, sia metodologiche che etiche, per condurre la ricerca erano in mano ai ricercatori stessi che stabilivano autonomamente quali ricerche andavano fatte e in che modo, sono state fatte sperimentazioni su soggetti umani senza particolare clamore. Tra questi soggetti sperimentali erano compresi anche bambini e minori di età in genere. Tra la fine degli anni Sessanta del Ventesimo secolo e l’inizio del decennio successivo si è sviluppato, soprattutto negli Stati Uniti, il dibattito che porterà a riscrivere le regole del rapporto medico-paziente, e in particolare della ricerca: un’attenzione privilegiata è stata rivolta allora alla ricerca pediatrica.

Quando la ricerca pediatrica fa scandalo

Un’eloquente esemplificazione della tendenza a porre dei limiti alla discrezionalità dei ricercatori è offerta dal dibattito intorno alla ricerca nota come “Willowbrook Study”. La prima menzione la troviamo in un articolo apparso nel 1966 nel New England Journal of Medicine a firma di Henry Beecher, un anestesista di Harvard e del Massachusetts General Hospital. Beecher conosceva di prima mano la ricerca in medicina ed era paladino della sua importanza al servizio della società. Fu tra i primi a insistere sulla necessità di protocolli nella sperimentazione dei farmaci. Tuttavia, a metà degli anni Sessanta

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aveva cominciato a preoccuparsi per l’eticità del modo in cui la ricerca clinica veniva abitualmente condotta. Temeva che una ricerca dubbiosa dal punto di vista etico avrebbe potuto far impugnare la legittimità della sperimentazione, portando così discredito al principale elemento di progresso in medicina. Gli stava a cuore che una cattiva etica non compromettesse il perseguimento di una buona scienza.

Beecher aveva cominciato a raccogliere esempi di quelle che considerava ricerche di dubbia eticità, traendole da specifici protocolli di ricerca pubblicati nelle riviste mediche. Nell’articolo pubblicato nel Nejm ne elencava 22. Era una selezione arbitraria, non derivante da un’indagine sistematica, ma aveva il vantaggio di riprodurre tipici protocolli di ricerca di punta in istituzioni che avevano la leadership nella ricerca biomedica nel ventennio che va dal 1945 al 1965, un periodo in cui i ricercatori esercitavano la più ampia discrezionalità.

In tutte le ricerche riportate da Beecher la salute e il benessere dei soggetti sperimentali erano messi in pericolo, senza che gli interessati ne fossero a conoscenza e dessero la loro approvazione. Risultava che i pazienti ordinari non conoscevano i rischi per la loro salute, e talvolta per la loro stessa vita, a cui erano sottoposti per il bene della scienza.

Nell’elenco redatto da Beecher spiccava, al sedicesimo posto, la ricerca pediatrica condotta da Saul Krugman: il Willowbrook Study. Si trattava di un’infezione di epatite deliberatamente prodotta sui bambini che venivano ammessi nella scuola statale di Willowbrook per bambini ritardati mentali, alla periferia di New York, in cui era endemica una

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forma blanda di epatite. Krugman aveva disegnato una ricerca finalizzata a determinare il periodo di infettività dell’epatite e a studiare le risposte immunitarie spontanee; per questo la induceva artificialmente su un gruppo di nuovi arrivati nell’istituto.

Va aggiunto che Krugman era un ricercatore che godeva di alto credito. Dopo le ricerche condotte a Willowbrook dal 1956 al 1972, fu eletto presidente del dipartimento di Pediatria della New York University. Nel 1972 ottenne un premio dalla Markle Foundation, con una citazione che lo elogiava per aver mostrato come una ricerca clinica deve essere condotta. Nel 1983 gli fu conferita anche l’alta onorificenza del Lasker Prize.

L’intervento di Beecher fu mal recepito dalla comunità scientifica. Anche se aveva cercato di attenuarne il tono, il suo articolo costituiva la rivelazione, portata davanti al grande pubblico, di procedure contestabili dal punto di vista morale seguite nelle ricerche con soggetti umani. Era quanto avveniva in vari ambiti della medicina, non esclusa la pediatria. Per un intervento censorio di questo genere l’americano usa l’espressione del linguaggio sportivo blow whistler, che equivale al fischio con cui l’arbitro blocca un intervento falloso. Solo che in questo caso il dito veniva puntato non su procedure che avvenivano contro le regole del gioco, ma su un gioco che si svolgeva in assoluta mancanza di regole.

Per non demonizzare la sperimentazione di Willowbrook e non considerarla come frutto di cinismo e di insensibilità etica, bisogna ricollocarla nel contesto della ricerca scientifica nel periodo postbellico. La ricerca clinica è uscita dall’infanzia

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ed è entrata nell’adolescenza quando il progresso medico godeva di un primato assoluto. La generazione dei ricercatori che aveva operato durante la seconda guerra mondiale era circondata da grande prestigio. I ricercatori erano considerati eroi nel laboratorio, così come i soldati lo erano sul campo di battaglia. La ricerca creava vaccini efficaci, test diagnostici, medicine miracolose come la penicillina. Nessuno avanzava dubbi o riserve sui metodi usati.

Dopo la guerra continuò la stagione d’oro della medicina. I ricercatori fornivano prodotti straordinari: una serie di antibiotici, che assicuravano anche una cura per la tubercolosi; vari farmaci che curavano le anomalie cardiache; una nuova comprensione dell’epatite. Nessuno sognava di mettere un freno a tanta genialità e creatività, intromettendosi nei laboratori per regolare i comportamenti dei ricercatori. L’orientamento era quello di dar fiducia ai ricercatori, attendendosi da loro in cambio un successo dopo l’altro.

Se vogliamo nobilitare in senso filosofico quest’orientamento, lo potremmo qualificare come “utilitarista”: si trattava di promuovere il maggior bene per il più grande numero di persone. Nessuno si poneva il problema dei costi, tanto meno di quelli etici.

È l’atteggiamento che si intravede anche dietro la ricerca di Krugman: era animato dalla convinzione che, se avesse potuto vincere l'epatite, avrebbe procurato il bene di un maggior numero di persone. Quello che faceva, provocando l’epatite, non lo sentiva come un abuso sui bambini. Non si sentiva certo affine agli sperimentatori nazisti, ma aspirava piuttosto a diventare un grande benefattore dell’umanità.

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La ricerca era saldamente in mano ai ricercatori, i quali non ritenevano necessario chiedere il consenso ai soggetti sperimentali. Il fatto che molti di questi fossero incapaci di intendere e di volere (come per definizione avviene nel caso dei bambini) non cambiava la valutazione. Era solo un’ulteriore sottolineatura del diritto dei ricercatori di far valere il loro discernimento, e di sostituire il loro giudizio a quello dei soggetti sperimentali. Questo è contesto in cui negli anni Sessanta si cominciò a porre interrogativi sulla ricerca clinica, con alcuni ricercatori nel ruolo dei blow whistler.

La ricerca con i bambini

Le linee guida che, sotto la spinta del movimento bioetico, si sono andate imponendo non sono, di per sé, modellate sui bambini quali soggetti sperimentali. Presuppongono dei soggetti adulti, con normali capacità mentali, informati e consapevoli. Dalle ricerche vengono esplicitamente escluse donne incinte e persone la cui libertà sia compromessa (malati gravi, reclusi, persone in disperato bisogno di denaro). E naturalmente i minori.

L’argomentazione per giustificare ricerche biomediche condotte sui bambini è che, dal punto di vista fisiologico, i bambini non sono puramente dei “piccoli adulti”.

Molti farmaci, per esempio, producono effetti completamente diversi negli adulti e nei bambini. Se non sono condotte ricerche accurate sulle reazioni pediatriche a questi farmaci, i bambini rischiano di ricevere dosi troppo basse (e quindi inefficaci) o troppo alte (e quindi tossiche). Inoltre la ricerca si deve occupare anche di bambini non affetti da patologie,

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per accrescere le conoscenze sullo sviluppo normale (in riferimento, per esempio, alla resistenza alle malattie, oppure ai bisogni nutrizionali).

Se si considera la distinzione tra ricerca terapeutica e non terapeutica, la particolare condizione dei bambini fa sorgere problemi etici peculiari. Mentre per la ricerca terapeutica (quella cioè condotta avendo di mira il beneficio del bambino che vi partecipa) è facile presumere che i genitori siano autorizzati a dare il loro consenso informato al posto del bambino (così come avviene per i trattamenti curativi: la ricerca terapeutica, infatti, può essere sostanzialmente assimilata alla terapia), interrogativi notevoli sorgono per la ricerca non terapeutica. È accettabile che i genitori diano il consenso anche per questo tipo di ricerca?

Due posizioni contrapposte si sono evidenziate tra gli esperti di bioetica. Una risposta negativa è stata data da Paul Ramsey. A suo avviso, la ricerca pediatrica non terapeutica non può essere giustificata eticamente, in quanto nessuna sperimentazione può essere fatta senza il consenso del soggetto sperimentale e i genitori non possono prendere decisioni che non siano direttamente finalizzate al bene del figlio, di cui hanno la cura e la responsabilità.

Sul polo opposto si colloca invece Richard McCormick, secondo cui quando la ricerca pediatrica non terapeutica comporta rischi minimi, mentre promette un beneficio sostanziale a molti altri bambini, può essere autorizzata. Il fondamento di questa tesi McCormick lo cerca non nell’utilitarismo, ma in una visione sociale della natura umana. Tutti i membri della società sono interdipendenti e hanno perciò un

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minimo di doveri morali gli uni nei confronti degli altri. Anche i bambini, come membri della società, hanno quest’obbligo e, analogamente agli adulti, devono promuovere il bene sociale. Ciò legittima i genitori a dare un consenso (proxy consent) perché partecipino a ricerche che includano un rischio minimo.

Le due posizioni possono essere esemplificate prendendo in considerazione un caso ipotetico. Immaginiamo che un ricercatore progetti di prelevare piccoli campioni di sangue da neonati per cercare di capire perché questi bambini sono naturalmente immuni da certe malattie. Supponiamo anche che lo scopo del ricercatore sia quello di sviluppare, a lungo termine, un vaccino contro la polmonite da utilizzare a vantaggio dei neonati. Dal momento che la ricerca non è diretta a procurare il beneficio immediato dei neonati a cui viene prelevato il sangue, non sarebbe moralmente accettabile, secondo la prospettiva di Ramsey.

Dal punto di vista di McCormick, invece, la ricerca ricadrebbe entro l’ambito di ciò che i neonati sono “tenuti” a fornire alla società, cosicché la ricerca potrebbe essere considerata moralmente corretta.

Come si intuisce, una posizione è più sensibile alla protezione del bambino da ogni possibile prevaricazione, mentre l’altra è più rivolta alla promozione della ricerca scientifica, necessaria per una medicina di qualità.

Le linee guida pratiche devono cercare di integrare le due preoccupazioni. Una solida base di consenso è possibile. Lo dimostrano le linee guida elaborate dall’Associazione pediatrica britannica nel 1980.

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Può essere utile riportare le quattro premesse che, secondo questo documento, possono essere accettate universalmente come base per elaborare regole più dettagliate:

― la ricerca che implica i bambini apporta importanti benefici a tutti i bambini; deve essere sostenuta e incoraggiata, e condotta in modo etico

― la ricerca non deve mai essere fatta sui bambini se la stessa ricerca può essere fatta su adulti

― la ricerca che implica un bambino e non porta un beneficio a questo bambino (ricerca non terapeutica) non è necessariamente contraria all’etica o alla legge

― il grado di beneficio che risulta dalla ricerca deve essere stabilito in rapporto al rischio di disturbo, disagio o dolore (rapporto rischio-beneficio).

Il soggetto sperimentale come partner

Sandro Spinsanti

IL SOGGETTO SPERIMENTALE COME PARTNER

in La ricerca scientifica al vaglio di comitati etici, I quaderni di Janus

Zadig, Roma 2007

pp. 52-64

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Nessun argomento che si voglia portare contro la ricerca nella pratica medica può essere di tanto peso da delegittimarla e da indurci a bandirla dai nostri comportamenti. La ricerca può essere pericolosa sia per la salute del paziente che per i suoi diritti, ma procedere senza alcuna ricerca è ancora più pericoloso. Anzi, propriamente una medicina che non si fondi sulla ricerca è irresponsabile.

Nuove regole per la ricerca

Ciò non equivale, tuttavia, a un semaforo verde per qualsiasi tipo di ricerca. Consideriamo legittima solo quella che rispetta vincoli e procedure stabilite dalla comunità scientifica. A queste condizioni si aggiungono quelle di natura morale. Anche l’etica ha una voce in capitolo nell’ambito della regolazione della ricerca biomedica. Questa dimensione negli ultimi anni è diventata sempre più importante, fino quasi a monopolizzare il controllo della ricerca.

In occasione del dibattito pubblico relativo alla sperimentazione della “multiterapia Di Bella”, anche le persone più estranee a protocolli, procedure, linee guida, norme deontologiche e comitati etici sono state costrette a confrontarsi con alcuni aspetti vincolanti che ha oggi la ricerca in ambito biomedico. Nel decreto che autorizzava la sperimentazione veniva

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esplicitamente richiesto il consenso informato dei pazienti coinvolti e in occasione di un primo bilancio provvisorio (quello relativo alla sperimentazione condotta in Lombardia su 300 pazienti) venivano ufficialmente comunicati i costi sostenuti dal Servizio sanitario nazionale. Sono due dimensioni importanti della ricerca scientifica contemporanea, che meritano una considerazione attenta per le ripercussioni che hanno nei rapporti tra tutti gli attori coinvolti, in quanto innovano l’orizzonte tradizionale dei vincoli posti alla ricerca.

Gli scienziati hanno abitualmente amato sottolineare che la ricerca è un’attività che nasce e prospera nella libertà e ha come suo vincolo intrinseco la ricerca della verità. La prima legittimazione della ricerca non sono le ricadute utili che ne possono derivare, bensì il suo orientamento al vero. Per questo la ricerca è per natura autonoma. Il che non vuol dire arbitraria; seguendo la traccia offerta dall’etimo di autonomia, la libertà da vincoli (“auto”) è appaiata con la volontaria soggezione a leggi e regole (“nomos”) e quindi con la possibilità e la necessità di confrontarsi con l’empiria. Il non dover rispondere a nessuno della propria ricerca va di pari passo con l’esigenza di renderne conto alla comunità scientifica.

Le regole relative alla ricerca biomedica sono state elaborate soprattutto dall’Associazione medica mondiale, che è ritornata più e più volte sul tema con formulazione successive (“Dichiarazione sulle ricerche biomediche”: Helsinki 1962; Helsinki 1964; Tokyo 1975; 2000), regolamentando soprattutto la ricerca con gli esseri umani, più che la ricerca di base. La prima regola fondamentale alla quale è tenuta una sperimentazione è quella di avere il carattere di una vera ricerca scientifica:

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«La ricerca biomedica relativa agli esseri umani deve essere in conformità ai principi scientifici generalmente riconosciuti e deve essere basata sia su esami eseguiti in laboratorio o su animali in modo adeguato, sia su una conoscenza appropriata della letteratura scientifica». Viene così delegittimata una quantità di sperimentazioni semplicemente irrilevanti o inutili, per la buona ragione che sono già state fatte da altri. Purtroppo molte ricerche sono condotte senza obbedire a un progetto di conoscenza, ma semplicemente in ossequio alla legge che vige nel mondo accademico: to publish or to perish (pubblicare o soccombere). Per accumulare pubblicazioni, ai fini di carriera, si fanno ricerche che implicano disagio, sofferenze inutili e rischi per la salute di altri esseri umani.

Da Maupertuis a Norimberga

Dopo la regola del controllo scientifico, la seconda restrizione alla libertà di ricerca riguarda il rapporto costi-benefici. Il primo esito da considerare è quello di un possibile danno alla vita, alla salute o al benessere del soggetto su cui avviene la sperimentazione. In linea teorica, i benefici di una ricerca sull’uomo devono essere proporzionali al rischio del danno che può essere inferto. Il codice di Norimberga del 1946, sotto l’impressione traumatica delle sperimentazioni condotte durante il regime nazista, ha esplicitato il livello massimo di danno: nessun esperimento deve essere condotto quando può sopravvenire la morte o un’infermità invalidante. Ma anche il beneficio che ci si aspetta dalla sperimentazione pone dei limiti: non si dovrebbero fare esperimenti sull'uomo,

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il cui risultato prevedibile sia così piccolo da risultare banale. Sullo stesso tema rischi-benefici l’Associazione medica mondiale aggiunge due altre opportune indicazioni: «gli interessi del soggetto devono sempre prevalere su quelli della scienza e della società» e «il medico non deve intraprendere un progetto di ricerca, se non è possibile prevederne i rischi potenziali». Viene così contraddetta quella logica che ha condotto i ricercatori del passato a passare sopra ai diritti individuali, specialmente se si trattava di persone che si erano messe fuori della legge (il celebre scienziato e filosofo illuminista Pierre Louis Moreau de Maupertuis, nella sua Lettre sur le progrès de la science, del 1752, dichiarava: «Un essere umano è niente in confronto alla specie umana; un delinquente è meno di niente»).

Il rapporto costi-benefici va considerato anche sotto l’aspetto dei costi economici. La ricerca biomedica impegna cifre considerevoli. Questa prospettiva comporta una forte esigenza di rigore economico per le sperimentazioni intraprese.

Non si tratta di considerare se una vita ― qualsiasi vita ― valga o no una certa cifra di denaro, ma se la sperimentazione è stata intrapresa valutando che venivano impiegate risorse comuni e che quanto veniva utilizzato per questo uso era automaticamente sottratto ad altri usi. In parole povere, la sperimentazione è stata fatta vincolando risorse a danno di qualcuno (se l’affermazione può sembrare grossolana, si consideri che il personale e le apparecchiature impiegate per seguire un progetto sperimentale non sono disponibili per altri malati, con il risultato di allungare le liste di attesa e di bloccare altri progetti di ricerca). I benefici sperati devono compensare i costi anche economici, se la ricerca vuol essere legittima dal punto vista dell’etica che sottosta alla vita civile.

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Il consenso del soggetto alla sperimentazione

I due criteri finora valorizzati come guida per la ricerca non eccedono il livello dell’autoreferenzialità, cioè di un giudizio portato sulla ricerca dai ricercatori stessi. La responsabilità nei confronti della scienza rimanda a un complesso di conoscenze metodologiche (biostatistica, procedura sperimentale, criteri di randomizzazione, doppio cieco) che soltanto chi condivide l’identico statuto di ricercatore può possedere. È il motivo per cui nei comitati etici istituiti per valutare le ricerche i “laici” (rappresentanti, cioè, di altri saperi, senza essere ricercatori biomedici) si trovano a svolgere un ruolo marginale o solo pleonastico, fino a che non pochi abbandonano volontariamente la frequenza a sedute di comitato in cui collezionano solo frustrazioni. Gli scienziati tollerano malvolentieri che la ricerca sia controllata da non scienziati. Il vincolo di un passaggio attraverso un comitato apposito per la ricerca (in inglese si chiama Institutional Review Board: è un organismo che esprime pareri sulla conformità delle ricerche programmate con le regole che tutelano i cittadini dalla possibilità di abuso e sfruttamento) contrasta con l’autoreferenziaità della scienza.

Negli Stati Uniti è stata creata una commissione per analizzare il tristemente celebre Tuskegee Syphilis Study: dal 1932 al 1973, 600 braccianti di colore dell’Alabama sono stati sottoposti a una ricerca per determinare gli effetti del corso naturale della sifilide, quando non venga curata. La commissione ha formulato in modo tagliente questa regola: «La società non può permettere che l’equilibrio fra i diritti individuali e il progresso scientifico venga determinato unicamente dalla

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comunità scientifica». Anche l’Italia si è adeguata all’esigenza che la scienza non sia sottratta a forme di controllo della ricerca biomedica: in questo senso si muovono le “Linee guida di riferimento per l’istituzione e il funzionamento dei comitati etici”, emanate dal ministero della Sanità (pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale 122 del 28/5/1998), e più recentemente i “Requisiti minimi per l’istituzione, l’organizzazione e il funzionamento dei comitati etici per le sperimentazioni cliniche dei medicinali” (sulla Gazzetta Ufficiale 194 del 22/8/2006).

Anche il secondo criterio, cioè il rapporto costi benefici, non arriva a costituire un limite estrinseco alla valutazione del ricercatore. È vero che oggi la ricerca biomedica è sempre meno rivestita di un’aura sacrale ed è soggetta a critiche animose. Ma continua a essere circondata da attese messianiche: gli stessi che esprimono timori per le nuove conquiste non esitano a invocare più ricerca per favorire il progresso della medicina e avere più "armi per combattere vecchie e nuove malattie. Non è, dunque, da questo orizzonte che poteva spuntare una vera limitazione alle attività di ricerca.

Nell’impianto regolativo della sperimentazione con gli esseri umani, elaborato nell’ultimo mezzo secolo, esiste in verità un terzo principio capace di limitare il potere del ricercatore: è quello che richiede il consenso di chi si sottopone alla sperimentazione. Il codice di Norimberga, essendo nato da una reazione a sperimentazioni effettuate su prigionieri, metteva fortemente l’accento sulla condizione del consenso libero. Si apre infatti con la dichiarazione: «Il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente essenziale»; specifica poi la

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volontarietà come capacità legale di dare il consenso e assenza di «elementi coercitivi, inganno, costrizione, falsità o altre forme di imposizione e violenza». In seguito la riflessione etica mise maggiormente in evidenza la necessità di comunicare tutti i fatti importanti al soggetto sperimentale, perché possa prendere una decisione libera. Si venne così a parlare correntemente di consenso informato, considerato come una barriera invalicabile contro coloro che vorrebbero giustificare qualsiasi ricerca condotta sull’uomo su una base puramente utilitaristica, considerando i benefici che la ricerca può arrecare.

Il consenso informato si è andato sempre più accreditando come la principale legittimazione etica della ricerca biomedica. Le normative succedutesi nel tempo non hanno fatto che concedergli sempre maggiore rilievo. In questo senso vanno i due documenti più autorevoli a livello europeo. Il primo sono le norme note come “Good clinical practice” (“Norme di buona pratica clinica nei trial su prodotti farmaceutici condotti nella Comunità europea", del 1990), recepite dall’Italia con un decreto del ministero della Sanità del 1992; le norme sono state aggiornate nel 1997 e l’Italia le ha recepite con decreto del ministero della Sanità del 15/7/1997: “Recepimento delle linee guida dell’Unione Europea di buona pratica clinica per l’esecuzione delle sperimentazioni cliniche dei medicinali”). Il secondo documento è la “Convenzione europea per la protezione dei diritti dell’uomo e la dignità dell’essere umano riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina”, nota come Convenzione europea sulla bioetica o Convenzione di Oviedo. Quest’ultima è stata approvata dal Consiglio dei ministri dell’Unione Europea il 19 novembre 1997

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e successivamente sottoposta alla firma degli stati membri del Consiglio d’Europa. La regola generale, relativa al consenso, formulata dell’articolo 5, suona: «Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto un’informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso».

Si deve tuttavia riconoscere che la rilevanza del consenso informato nella ricerca biomedica è più formale che sostanziale, almeno nei Paesi e nelle aree culturali nelle quali non è avvenuta una parallela rivoluzione che ha introdotto il consenso informato anche nella clinica. La clinica, infatti, è stata regolata per secoli da rapporti modellati in senso paternalistico: era il medico che decideva “per il bene del paziente”, senza che esistesse un obbligo, né morale, né deontologico, di informare il paziente e di elaborare le scelte insieme a lui. Quando anche in medicina viene introdotta quella che è stata chiamata la “rivoluzione liberale”, con il pieno riconoscimento dei diritti del soggetto, compreso il diritto di fare scelte in medicina in conformità con i propri valori personali, l’informazione che passa tra gli attori sociali di un rapporto terapeutico diventa il pilastro centrale di una buona medicina. È illusorio pensare che si possa avere una ricerca ispirata al principio moderno e liberale del consenso informato, parallelamente a una clinica condotta in base a criteri premoderni di gestione paternalistica del rapporto. Un esempio può illustrare l’assunto.

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Ce lo fornisce un articolo apparso nella Rivista italiana di psicologia oncologica nel 1991. Si tratta di una ricerca, condotta in un ospedale di Roma, su 50 pazienti affetti da carcinoma polmonare inoperabile, sottoposti a chemioterapia antiblastica. La ricerca intendeva stabilire se i tre diversi regimi chemioterapici seguiti avessero un’incidenza sulla qualità della vita dei pazienti. Attira l’attenzione l’annotazione relativa alla procedura seguita dallo studio: «La raccolta dei dati anagrafici e l’indagine psicodiagnostica sono state effettuate per tutti i pazienti prima dell’inizio della chemioterapia nei locali del Day hospital oncologico. Nessun paziente era a conoscenza della diagnosi né al momento della prima somministrazione, né al momento del follow up. I pazienti erano stati informati di avere una malattia grave di tipo infiammatorio che necessitava di cure intensive ed efficaci».

Si può dire, semplificando un po’, ma senza allontanarsi dal quadro realistico dell’informazione intercorsa tra sanitari e pazienti, che a persone affette da una malattia a prognosi infausta, con scarse possibilità terapeutiche, era stata data la stessa informazione che giustificherebbe la somministrazione di un antibiotico a un malato di polmonite.

La ricerca è lodevolmente attenta ai problemi non solo della quantità della vita che l’uno o l’altro protocollo terapeutico può assicurare, ma della qualità della vita guadagnata: il suo impianto però si scontra con il fatto macroscopico dell’esclusione dei pazienti da quell’informazione sul loro stato che può renderli soggetti responsabili delle scelte. I tre lustri trascorsi da quella ricerca sono sufficienti per renderci consapevoli che, a livello teorico, quel modo di fare medicina è diventato indifendibile. In pratica, però, le regole che sovrintendono alla medicina clinica e quelle che valgono nella medicina

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di ricerca continuano a divergere rispetto all’autonomia riconosciuta al paziente e al suo diritto all’informazione.

Il controllo sociale

Nel giro di pochi anni è avvenuta una rapida crescita di consapevolezza che ha portato la società a chiedere trasparenza nell’ambito della sperimentazione di farmaci e procedure. La delega implicita che affidava ai terapeuti stessi il controllo della ricerca è stata revocata. Il dibattito sul carattere etico della ricerca, sottratto al monopolio della professione medica, ha coinvolto altri professionisti (in primo luogo giuristi ed esperti di etica) e progressivamente settori sempre più ampi della società. È iniziata così l’epoca, per dirla con lo storico della medicina David Rothman, che vede sempre più «estranei al letto del malato». Gli estranei diventano una piccola folla quando al letto del malato si fa della ricerca biomedica.

La fondamentale modifica della situazione è costituita dall’entrata in scena della società. Negli Stati Uniti l’aspetto più vistoso della svolta è stata la creazione della Commissione nazionale (National Commission for the protection of human subject of biomedical and behavioral sciences), che ha lavorato dal 1974 al 1978. L’attività della Commissione è culminata nel Rapporto Belmont, che ha definito le linee fondamentali dell’etica della ricerca relativamente ai quattro nodi principali: i confini tra la ricerca biomedica e la pratica della medicina generalmente accettata; la valutazione del criterio rischi-benefici nel determinare quanto sia corretta la ricerca che utilizza soggetti umani; le linee guida appropriate per la

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selezione dei soggetti sperimentali che partecipano a queste ricerche; la natura e la definizione del consenso informato nei vari ambiti della medicina.

La ricerca di linee guida è stata proseguita ulteriormente dalla Commissione presidenziale, che è rimasta in carica dal 1980 al 1983. Il punto di arrivo è costituito da due importanti documenti: Protecting human subjects e Implementing human research regulations. La sfida che entrambe le commissioni hanno assunto, sintetizzata dallo storico della medicina Albert Jonsen nell’innovativo programma di «fare etica in pubblico», è stata vinta. È stato definito il terreno comune che meglio esprime la visione morale e i valori comuni delle società americana di oggi e sono state individuate le regole minime che vanno rispettate nella ricerca perché sia in armonia con la tutela dei soggetti, in particolare i soggetti deboli, e con la promozione dei diritti umani.

Nasce così ufficialmente la bioetica, quale lingua franca che permette di articolare un’etica razionale in una società laica e pluralista. La nuova disciplina non sostituisce l’etica medica, bensì la affianca. Il suo punto di vista non si identifica con quello della professione medica e non si limita ai soli problemi che la pratica clinica può presentare alla coscienza del medico. Soprattutto la regolamentazione della ricerca è stato l’ambito in cui la bioetica ha dato le migliori prove di sé.

Un’altra acquisizione di questo periodo di riflessione etica è la distinzione tra la sperimentazione e la terapia. Viene messa in discussione l’equiparazione, fatta per lo più implicitamente, tra il medico e il ricercatore. Conseguenza pericolosa di

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quest’equiparazione è che la fiducia che il paziente ha nei confronti del medico tende a essere estesa anche al ricercatore, per il fatto che si tratta della stessa persona. Terapia e ricerca sono invece da considerare come due attività differenti nei loro procedimenti, nei loro scopi e nei loro fini immediati. Per il medico in quanto terapeuta l’interesse immediato è costituito dal bene del paziente e gli obblighi etici ruotano attorno al bene del paziente, da favorire in ogni modo. Il ricercatore ha invece come fine quello di far avanzare la scienza, a beneficio della società. I suoi obblighi lo vincolano al protocollo, piuttosto che verso i singoli soggetti del protocollo.

Si è così evidenziata la tendenza ad accettare un “doppio standard” etico: uno per l’intervento curativo (che include, eventualmente, la ricerca terapeutica) e uno per la ricerca non terapeutica.

Nel primo caso prevalgono i valori promossi dalla tradizione ippocratica, che è sostanzialmente autoritaria e paternalistica e riserva al medico la tutela del bene del paziente («il medico agisce per il bene del paziente», secondo la formulazione classica che ne hanno dato Pellegrino e Thomasma). Grazie all’“alleanza terapeutica” che si stabilisce tra il medico e il paziente, per lo più implicita, il medico è autorizzato dal paziente a intraprendere qualsiasi cosa ritenga possa risolversi nel suo bene.

Relativamente alla ricerca non terapeutica (non intesa, cioè, a portare beneficio al singolo individuo che è oggetto della sperimentazione), la riflessione etica dell’ultimo ventennio ha portato a un consenso sulla necessità che venga soggetta a restrizioni. Tra queste la principale è la clausola del rispetto

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dell’autonomia del paziente. Il soggetto sperimentale deve essere messo in grado, tramite un’informazione appropriataci di decidere se partecipare o no alla ricerca.

Questa prospettiva rende evidente che la ricerca non debba essere considerata come “implicita” nella domanda iniziale con cui il malato cerca l’aiuto del medico. Secondo la ricostruzione storica che Michel Foucault fa della nascita della clinica, avvenuta a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, la ricerca era invece tacitamente contenuta nell’istituzione stessa dell’ospedale: questo permetteva alle classi meno abbienti di beneficiare dei progressi della medicina, ma domandava loro in cambio di contribuire al progresso della scienza offrendosi come oggetti di ricerca nelle istituzioni cliniche. La bioetica contemporanea, invece, promuovendo la pratica del consenso informato, richiede una nuova formulazione del contratto terapeutico, mediante cui il “consenso sociale” sull’utilità della ricerca non terapeutica si traduca in un esplicito “consenso individuale”.

Per esprimerci con le parole di Giulio Maccacaro: «La scienza e la medicina non hanno diritto di scegliere i martiri della società. Ma nemmeno la società ha diritto di scegliere i martiri della scienza».

BIBLIOGRAFIA

M. Foucault, La nascita della clinica, Einaudi, Torino 1969.

E.D. Pellegrino - D.C. Thomasma, Per il bene del paziente, Paoline, Cinisello Balsamo 1992.

Incontri culturali ’93

in Advar amici

anno 1, n. 2, giugno 1993, p. 4

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INCONTRI CULTURALI '93

La cittadinanza anche quest'anno ha risposto molto numerosa agli incontri culturali promossi dall'Advar, che hanno avuto come tema di fondo la "Cultura delle diversità".

SANDRO SPINSANTI coordinatore della ricerca scientifica presso l'ospedale Fatebenefratelli di Roma, ha presentato la rivista "L'arco di Giano", di cui è direttore. Rivista di medical humanities, che intende promuovere una concezione della medicina come momento di incontro di discipline diverse.

Spinsanti ha quindi affrontato"La patologia dei comportamenti alimentari e i miti del corpo nella cultura contemporanea". Riflessione dedicata al corpo che soffre e ci fa soffrire nel suo legame con il cibo, attraverso due malattie l'anoressia e la bulimia.

Anoressia designa quei comportamenti di persone che rifiutano il cibo, spesso fino alla morte.

La bulimia è un rapporto disturbato e conflittuale con il cibo che si manifesta in grandi abbuffate e in rifiuto di questo cibo.

Patologie nuove, tipiche dell'ultimo ventennio, che i programmi terapeutici non sono ancora in grado di affrontare con successo. Molto poco è riuscita a spiegare anche la psicanalisi. L'origine del sintomo dell'anoressia ― ci si è resi conto ― è legata al contesto familiare.

Ma l'analisi dell'anoressia porta ancora oltre, al contesto sociale. Tanto che è parso possibile istituire un'analogia fra l'isteria dell'Ottocento e l'attuale fenomeno anoressico.

Quindi la riflessione si è spostata sulla dimensione spirituale. Questa malattia ― ha detto Spinsanti ― ci mostra la nostra mancanza di verità, in riferimento a qualcosa che trascende.

Lettere

Sandro Spinsanti

LETTERE

in SICP Informazione

anno II, n. 1, gennaio-aprile 1990, pp. 4-5

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Caro Giorgio,

sento il bisogno di farti partecipe di alcune considerazioni che vado facendo da quando si sono spente le luci di scena del secondo convegno nazionale della SICP. Lascio a te di valutare l’opportunità di renderle note al Presidente e agli altri membri del Consiglio Direttivo.

Sono stato sorpreso dalla straordinaria affluenza al convegno. Immagino che lo stesso sia avvenuto anche per gli altri fondatori della SICP: era difficile prevedere tre anni fa, alla fondazione della Società, che questa istituzione avrebbe coinvolto in così breve tempo un numero così alto di persone. Si aveva, certo, la convinzione interiore che il problema era reale e molto sentito; ma forse neppure i più ottimisti immaginavano che le cure palliative potessero mettere in movimento ima valanga di consensi e di adesioni.

Tutto ciò crea allo stesso tempo una maggiore responsabilità: non possiamo permetterci di sbagliare strada. È su questo sfondo che voglio comunicarti queste mie riflessioni a voce alta.

Anzitutto: il tema del convegno. Trattare le ultime settimane di vita aveva già in sé il rischio di ridurre le cure palliative a un intervento settoriale, che subentra quando si arrestano gli interventi terapeutici (le cure palliative come “francobollo da appiccicare”, come ama dire Scanni). Su questa riduzione ne è intervenuta una ulteriore: la considerazione di alcuni sintomi. La concretezza è stata pagata, a mio avviso, a un prezzo troppo alto: si è adottato, cioè, quel punto di vista medicalizzato, che peraltro noi denunciamo unanimemente come il principale responsabile dell’ “impasse” che ci fa invocare un cambiamento di rotta. Le cure palliative ― è stato opportunamente ricordato da alcuni durante il convegno ― operano un cambiamento di prospettiva: il punto di vista del paziente diventa prioritario. Si tratta di un vero e proprio cambiamento di “Gestalt”: la prospettiva del malato diventa la figura e quella medica lo sfondo. Ma questo cambiamento creativo non può avvenire, se i sintomi vengono isolati dal contesto costituito dalla malattia, anzi dalla persona, anzi dalla persona in una situazione concreta. Finché si adotterà questa prospettiva, la medicina palliativa rimarrà in posizione ancillare rispetto alla Medicina con la maiuscola. E i medici che fanno cure palliative si lasceranno intimidire da chi ha il potere di decidere che cosa è “scientifico” e che cosa non lo è.

Un corollario che illustra la differente ottica: nella prospettiva “scientifica” contano i grandi numeri (abbiamo sentito risuonare condanne di ricerche proposte in nome del numero troppo piccolo di casi...); le cure palliative tendono, invece, idealmente al numero uno. Si tratta di prendere la decisione più “vera” perché più “giusta”, in quanto più rispondente alle necessità del caso singolo. Probabilmente anche il linguaggio adatto a rendere conto di questa pratica non può essere quello delle tabelle e diagrammi dei congressi medici. Non voglio mettere in discussione la validità della medicina scientifica e del suo linguaggio. Ma se le stesse diapositive possono essere utilizzate indipendentemente in un congresso di oncologia e in uno di cure palliative, mi domando se non stiamo rinunciando a quella esigenza di creatività che ci impone la nostra convinzione di introdurre qualcosa di nuovo nella pratica sanitaria rivolta ai malati inguaribili e ai morenti.

Per rendere concreta la prospettiva olistica, che costituisce il presupposto filosofico su cui si fondano le cure palliative, non possiamo fare a meno di lasciare un ampio spazio alle scienze umane. Dobbiamo ascoltare letterati, psicanalisti, antropologi. E artisti (perché offrire ai nostri convegnisti solo immagini di prodotti farmaceutici o di posters di ricerche? Una scelta di immagini fotografiche o di riproduzioni pittoriche potrebbe essere più eloquente della migliore conferenza).

In questa prospettiva voglio anche sottolineare la necessità di tener aperta un’ampia porta sulla dimensione spirituale. Il prof. Ventafridda mi confidava durante il convegno la sua preoccupazione circa la irrilevanza che ha la dimensione spirituale nella nostra proposta di cure palliative.

Condivido completamente il suo punto di vista. La spiritualità in questa ottica di cure mediche non è un “optional”, ma un’assoluta necessità. Sarà certo opportuno non limitare la spiritualità alla dimensione religiosa (alla quale, peraltro, mi sembra non diamo un’attenzione proporzionale allo spazio che effettivamente occupa nell’accompagnamento dei malati terminali). La spiritualità è correlata alla dimensione metafisica dell’uomo, che la morte investe frontalmente. Attraverso la “psicologia transpersonale”, che studia gli stati di coscienza, la spiritualità oggi sta turbando la pigra ripetizione di schemi del positivismo scientifico. Per persone colte spiritualità non può più essere sinonimo di oscurantismo. Se togliessimo la spiritualità dalle realizzazioni storiche delle cure palliative alle quali ci ispiriamo, non ne rimarrebbero che delle caricature. O dei pallidi surrogati di medicina, con la “scientificità” in meno...

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Un’ultima osservazione, infine, circa il risultato “passivizzante” presso i partecipanti prodotto da un convegno con troppe relazioni e senza spazi reali per la discussione e lo scambio.

Spero che sia chiaro che non intendo fare del disfattismo.

Propongo le riflessioni critiche che mi nascono, insieme a una grande gioia al vedere che ci sono tante intelligenze e tante volontà mobilitate per rendere più umana la fine della vita, con molta modestia: non sono sicuro di vedere giusto, e soprattutto di vedere tutto. Ci sono molti aspetti del rapporto con le istituzioni mediche che mi sfuggono. Ma mi sento autorizzato dal clima di franchezza e di amicizia che si è creato tra di noi a proporre quello che mi passa per la mente, per un confronto costruttivo.

Colgo l’occasione per augurare a te e agli amici della SICP un buon Natale. Soprattutto chi è quotidianamente e tanto rudemente confrontato con la morte ha bisogno di attingere nuove energie dal mistero della Nascita.

Presentazione della fondazione italiana di leniterapia

Sandro Spinsanti

SEMINARIO DI PRESENTAZIONE DELLA FONDAZIONE ITALIA-NA DI LENITERAPIA

in Quaderni di File

n. 1, 21 gennaio 2003Firenze 2003, pp. 25-28

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Abbiamo davanti agli occhi un quadro di grande effetto: probabilmente la rappre-sentazione del “Ratto di Proserpina”. Il personaggio principale ― il Tempo o chi per lui, il Dio degli inferi ― strappa dalla dolce terra una fanciulla troppo presto. Oggi, pur essendo ancora il problema del morire prima del tempo giusto uno dei nostri incubi, ne abbiamo parallelamente sviluppato un altro: quello di morire troppo tardi. Di questo è per lo più responsabile la medicina, quella medicina che continua a mettere lo stesso impegno curativo quando non ha più senso. Le relazioni precedenti hanno efficacemente evocato cosa succede con questa specie di coazione a ripetere, quando la medicina diventa un prolungamento di cure che portano non a una morte buona (se questo termine non fosse stato purtroppo monopolizzato da pratiche sociali aberranti, parleremmo di “eutanasia”, insomma la morte che vorremmo), ma porta piuttosto a una “distanasia”, ovvero a una distorsione o deformazione del modo di morire.

Le Cure Palliative nascono come sfida che tenta di rispondere soprattutto alla morte che interviene troppo tardi (diamo per scontata l’inaccettabilità morale della morte che interviene troppo presto, se non facciamo quello che è necessario dal punto di vista medico per prevenirla). Che cosa possiamo fare perché le Cure Palliative si affermino nella nostra società? Facendo riferimento all’etica, vorrei brevemente fornire qualche ragione profonda, identificando ciò che dovrebbe cambiare affinché si crei un clima favorevole alle Cure Palliative.

FILE ha cominciato col cambiare nomi. A mio avviso è un’operazione quanto mai intelligente, perché se nominiamo male le cose è difficile farle prendere sul serio. Lo sanno per esperienza personale coloro che hanno avuto la sfortuna di aver ereditato un cognome osceno o ridicolo. Se io mi chiamassi Stupidetti, avrei la vita molto difficile: “Questa è una cosa intelligente: l’ha detta anche il Prof. Stupidetti...!!”. Le “Cure Palliative” purtroppo hanno un nome infelice: sono gravate da un nome che evoca inutilità. Non intendo inoltrarmi ulteriormente nella questione del nome, che ha indotto a proporre la “Leniterapia”: altri possono sviluppare con maggiore competenza le questioni linguistiche.

In secondo luogo abbiamo bisogno di norme, di regole condivise che esplicitino le cose che si possono fare in una società ordinata e quelle che si devono evitare. Ora troviamo che uno dei mali più importanti che accompagnano il processo del morire, e allo stesso tempo una delle cause peggiori della distanasia, è il dolore. La terapia del dolore in Italia era gravata da norme e leggi che impedivano o ostacolavano una corretta terapia del dolore. Proprio la Toscana ― spiace dirlo ― ha dato una prova illustre di stupidità, quando un funzionario di una USL della Toscana ha fatto multare dei medici e dei farmacisti perché avevano prescritto un prodotto antalgico che durava 9 giorni, mentre la legge diceva che si poteva fare una prescrizione soltanto per la durata di 8 giorni.

Lo scandalo provocato da misure di questo genere ha dato poi l’avvio alla modifica della legge che risale al gennaio 2001. Dobbiamo tuttavia domandarci: questa legge sul dolore ha cambiato i comportamenti? Un giornalista, Mario Pirani, al quale si deve buona parte della spinta mediatica che ha prodotto i cambiamenti delle norme,

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poco tempo fa scriveva in maniera polemica: “La legge sul dolore: chi l’ha vista?”.

Per considerare un aspetto molto concreto: l’ostacolo per le terapie del dolore era anche costituito dalla mancanza di ricettari da parte dei medici di medicina generale per poter prescrivere i farmaci oppiacei. Sulla rivista Janus, in un numero dedicato al dolore non necessario, è stato pubblicato il risultato di un’indagine fatta dal Presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze, il Dott. Antonio Panti. A Firenze ci sono 6.835 medici iscritti; i medici che hanno richiesto il ricettario sono 380, i ricettari consegnati 421 (cioè qualcuno ne ha chiesti più di uno). Globalmente, solo il 3% dei medici toscani è dotato di ricettario. In pratica, ciò equivale a un’autorizzazione fornita al medico di poter dire al paziente: “Hai bisogno di oppiacei ma non te li posso prescrivere: non ho il ricettario!”.

Procedendo nell’analizzare le cose che devono cambiare, ci incontriamo con la formazione e la cultura. Ancora degli esempi concreti. In diverse realtà dove si è cominciato a promuovere l’ospedale senza dolore, una delle esperienze più interessanti è stata quella di sottoporre un questionario a medici e infermieri con 21 domande, che sono l’ABC della terapia del dolore, ovvero le conoscenze assodate circa ciò che va fatto a un paziente che soffre. Per fare un esempio, la risposta alla prima domanda è questa: il paziente con dolore continuo va trattato preferibilmente con analgesici somministrati a orario fisso piuttosto che al bisogno. Via via, insomma, bisogna indicare il giusto comportamento clinico da tenere nelle diverse situazioni.

Eppure risulta che in genere il 50% delle risposte sono sbagliate. Il risultato ovvio è che le terapie antalgiche non saranno prescritte, o saranno eseguite male, a causa della mancanza di conoscenze cliniche appropriate (ciò che, in termini colloquiali, si chiama ignoranza).

Finora siamo andati esaminando le parole, le leggi, le norme e i comportamenti medici. Cerchiamo ora di andare ancor più verso il nucleo fondamentale, ovvero l’etica. Cosa deve cambiare nell’etica perché le cure rivolte a lenire il dolore diventino realtà? Proprio l’etica che nell’opinione pubblica viene identificata come la più ostile alla terapia del dolore, cioè l’etica cattolica, da tempo ha sfondato ogni resistenza alla terapia del dolore, aprendo le porte alla piena liceità dell’analgesia. Chi avesse dubbi può consultare i documenti contenuti nella raccolta Biologia, medicina ed etica che contiene testi del Magistero cattolico. Già dal 1957 Pio XII affermava che, siccome a lungo andare il dolore impedisce il conseguimento di beni superiori, può accadere che esso sia preferibile per una determinata persona o situazione concreta, ma in generale i danni che provoca costringono gli uomini a difendersi da esso.

Coerentemente, il pontefice autorizzava moralmente gli anestesisti a praticare terapie del dolore. In continuità con questa dottrina, il Nuovo catechismo della Chiesa cattolica, del 1992, riconosce una piena e totale legittimità alle Cure Palliative, anche quando la terapia del dolore dovesse comportare un’abbreviazione della vita: “L’uso degli analgesici per alleviare la sofferenza del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le Cure Palliative costituiscono la forma privilegiata della carità disinteressata e devono essere incoraggiate”.

Se le resistenze a praticare la terapia del dolore non provengono dall’etica rappresentata dalla dottrina morale cattolica, da chi sono generate? Qual è l’etica che deve cambiare? Più che i sistemi dottrinali ideologici o confessionali, è l’etica medica ― quell’insieme di atteggiamenti che fanno corpo con la medicina stessa e che i medici non hanno imparato all’Università, ma hanno assimilato quasi per osmosi, praticando la medicina ― che è tutta centrata sul prolungamento della vita e vede quindi come obiettivo la guarigione, il prolungamento della vita. È una resistenza per lo più non consapevole, ma fa corpo

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con un modo di praticare la medicina.

Proprio questo modo di intendere la medicina richiede un cambiamento di scenario, un cambiamento di configurazione visiva, come la psicologia della percezione ci ha insegnato riferendosi al gioco che intercorre tra la figura e lo sfondo. Quando il dolore è sullo sfondo, perché tutta l’attenzione della medicina è rivolta al guarire, a prolungare la vita, a contrastare il decorso degli eventi biologici, il dolore può forse anche essere trascurato. Ma quando invece il dolore diventa la figura principale, perché è il dolore del morire, ed è la vita che va sullo sfondo, l’obbligo operativo primario diventa quello di palliare il dolore. Menzioniamo il dolore, ma dovremmo più propriamente parlare delle sofferenze: ciò che affligge non è soltanto il dolore, soprattutto nella forma neurologica, ma un insieme di sintomi e disagi, senza dimenticare la sofferenza di essere ridotti a un idiota a cui tutti mentono, raccontano fiabe di guarigione che si sa benissimo essere false. Questo tipo di sofferenza non è meno importante, nel processo del morire, dei dolori legati alle devastazioni di natura biologica. Affinché le Cure Palliative prendano questa visione del dolore, finalizzando l’opera dei sanitari a ridurre dolore e sofferenza, sono necessarie competenze plurime. Infermieri, psicologi, fisioterapisti: tutti possono aiutare a mettere a fuoco, a vedere e a combattere il dolore. Perché questo avvenga è necessario un cambiamento: le sofferenze legate al morire devono diventare un obiettivo prioritario di intervento.

Questa priorità è meno ovvia di quello che può sembrare. All’interno della medicina come esercizio professionale organizzato si può riscontrare una forte resistenza a vedere il dolore. È un fatto paradossale, dal momento che il dolore ha una spiccata tendenza a farsi sentire. Chi ha dolore urla. Ma possiamo anche non vedere e non sentire una realtà che non siamo orientati a prendere in conto. Osservava acutamente Goethe che noi vediamo solo quello che conosciamo; se decidiamo che una cosa non faccia parte di ciò che richiede un nostro intervento, nemmeno la vediamo. Michael Crichton nel libro Casi di emergenza, nel quale ricostruisce lo sviluppo di alcune tappe decisive della medicina americana, fa un’osservazione molto scomoda.

Ripercorrendo la storia dell’anestesia, scopre che l’efficacia degli anestetici è stata scoperta 40 anni prima che fossero poi di fatto utilizzati. Per quasi mezzo secolo, pur sapendo che si potevano fare operazioni chirurgiche con anestetico, si è continuato ad amputare tenendo il malato immobilizzato da quattro inservienti. Sarebbe stato ragionevole aspettarsi che questo deplorevole stato di cose spingesse i chirurghi a cercare modi per alleviare il dolore e a prendere in considerazione qualsiasi nuovo farmaco in grado di dare questo risultato, ma questo non avvenne. Se, come sostiene Poincaré, la scoperta predilige elementi preparati, i medici devono essere considerati stranamente impreparati rispetto alla priorità da dare alla terapia del dolore. È un’osservazione che non vale solo per i medici del XIX secolo.

La singolare scotomizzazione del dolore in ambito medico si applica, in modo ancor più scandaloso, al dolore dei bambini. Non solo nell’800, ma fino a soli 20 anni fa si sosteneva che il dolore dei neonati non esisteva, e questo attraverso una serie di dimostrazioni e teorie che pretendevano di essere scientifiche. Come afferma Marcello Orzalesi, si diceva che si trattava di dolore sottocorticale, che la coscienza del dolore non c’era, che i neonati non se lo ricordavano, che veniva percepito ma non localizzato, non elaborato, che vi erano in circolo endorfine che impedivano di sentire dolore. Insomma, la pratica era che gli interventi chirurgici sul neonato, in particolare sul neonato prematuro, venivano fatti senza anestesia. Nei centri più avanzati si dava un bicchierino di cognac, come nel caso della chiusura chirurgica del dotto

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arterioso di Botallo, che richiede un intervento sul torace e quindi su una zona molto sensibile. Si è poi dimostrato, invece, che gli stadi dolorosi non solo c’erano, ma provocavano anche una serie di conseguenze assai gravi. E stiamo parlando dei nostri giorni. È una dimostrazione convincente che, se una cosa non siamo disposti a vederla, non la vediamo.

Oggetto di questa cecità selettiva è oggi il dolore dei malati, soprattutto le sofferenze dei malati morenti. Come prima cosa dobbiamo decidere di aprire gli occhi e disporci a vederli. Solo allora tutto il resto ― cambiare i comportamenti, le norme che regolano l’amministrazione degli analgesici e lo stesso linguaggio, evitando le parole sbagliate ― potrà seguire.

Il volontario e il malato di fronte al bisogno di significato

Sandro Spinsanti

IL VOLONTARIO E IL MALATO DI FRONTE AL BISOGNO DI SIGNIFICATO

in Il ruolo del volontariato nelle cure palliative

Lega italiana per la lotta contro i tumori, Sezione milanese

Milano 1990

pp. 11-16

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Abbiamo a disposizione diverse vie per cercar di capire il senso e la finalità del volontariato in ambito sanitario. Possiamo partire, ad esempio, da coloro che svolgono attività di volontariato domandandoci quali sono i motivi che li spingono, gli obiettivi che si propongono soggettivamente, le interazioni che stabiliscono con coloro ai quali si rivolgono. Questo approccio centrato sulla persona del volontario è praticabile e utile, soprattutto ai volontari stessi. Questi devono sapere che nei confronti della loro opera esistono, in misura corrispondente, prevenzioni positive e negative, entusiasmo e critiche.

Il volontario è, per chi lo considera dall’esterno, un personaggio enigmatico, soggetto a diversi tipi di decodificazione. C’è chi saluta come un fatto incondizionatamente positivo che delle persone dedichino gratuitamente parte del loro tempo agli altri, rivolgendosi in particolare a coloro che si trovano in situazione di sofferenza e di abbandono. L’azione gratuita, in particolare, si distacca sul fondo di interessi economici, e non di rado di venalità, che cementa la nostra abituale convivenza sociale. Ma c’è anche chi reagisce con il sospetto di fronte a simili atti di abnegazione e di bontà. E non per la malvagità del proprio cuore, ma per aver imparato con l’esperienza che dietro i comportamenti più sublimi si nascondono spesso grovigli di vipere, destinati ad avvelenare i rapporti umani. Il corrispettivo economico che sancisce la prestazione di un’opera professionale può operare anche nel senso della libertà, mentre l’opera gratuita può lasciare sottili strascichi di dipendenza, può attivare un senso di debito irrisarcibile, può confondere il registro dei rapporti famigliari con quello dei rapporti sociali.

I volontari farebbero bene a non assumere un sistematico atteggiamento di difesa nei confronti di coloro che mettono in discussione l’opera di volontariato, con interrogativi seri e motivati. Accettando il sospetto e sottoponendosi al suo scrutinio, possono utilmente mettere la propria opera su una via di purificazione e chiarificazione, da cui può uscire migliorata.

Per quanto proficua possa essere questa prospettiva centrata sul volontario, quella che seguiremo guarda in un’altra direzione. Preferiamo domandarci non tanto che cosa motiva il volontario, quanto piuttosto a quali bisogni del malato risponde questo tipo di opera. È un’inversione di prospettiva di non poco conto. Essa presuppone quel cambiamento tipico della medicina umanistica, che rifiuta di lasciar confinare l'opera sanitaria nel solo ambito somatico, riducendo inoltre l'intervento medico a qualche cosa che si gioca esclusivamente sul piano organicistico. La medicina umanistica vuol rimettere il paziente al centro dell'intervento terapeutico, riconoscendogli al tempo stesso una pluralità articolata di bisogni: somatici, ma anche psichici; sociali, ma anche spirituali.

Il progetto della medicina umanistica non va confuso con l'aspirazione a una regressione culturale che mirasse a riportare la pratica sanitaria a forme arcaiche. La cura globale del malato non vuol dire interventi indifferenziati dal punto di vista professionale. Non è più possibile ― né auspicabile ― ricostruire la figura del guaritore che assomma in sé competenze scientifiche e valenze religiose, che

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si occupa con uno stesso intervento della guarigione di sintomi somatici, del ristabilimento dell’armonia con il mondo dei valori religiosi ed etici, della reintegrazione del malato nella comunità sociale.

Il differenziarsi di specifiche figure professionali ― il medico, lo psicoterapeuta, il pastore spirituale, l’assistente sociale ― riflette un processo di razionalità a cui la nostra società giustamente non è disposta a rinunciare.

Per dirlo in modo schematico, una condizione indispensabile perché oggi si possa esercitare una buona medicina è che ognuna delle figure professionali riconosca e rispetti l’ambito delle altre e non invada ciò che è di loro competenza. Il medico non deve fare l’assistenza spirituale, né il cappellano può surrogare lo psicologo, quando vi sono i presupposti perché questi intervenga con le conoscenze e gli strumenti professionali che gli sono caratteristici.

Questa sommaria suddivisione di compiti e di ambiti di intervento ― suddivisione piuttosto grossolana e poco differenziata, ma essenziale per evitare intollerabili confusioni ― va tenuta presente anche quando parliamo di volontariato in campo sanitario. Dal momento che il volontario non ha, per definizione, una sua precisa collocazione professionale, può succedere che si pensi di fargli svolgere una funzione di supplenza. In particolare, rischia di essere adibito come tappabuchi di carenze organizzative o di organico per mansioni ritenute più umili.

Non si dirà mai con sufficiente fermezza che il volontariato non è di per sé destinato a tali compiti di supplenza. Per ricorrere ancora a una formulazione piuttosto schematica ma chiara, bisognerà istruire il volontariato a non lasciarsi indurre a fare qualcosa per cui esiste una persona pagata per farlo. Si eviterà così la confusione con ruoli infermieristici e ausiliari. L’utilizzo dei volontari per compiti che fanno parte del mansionario degli infermieri e del personale ausiliario è spesso vissuta da queste categorie professionali in modo ambivalente: con gratitudine verso i volontari perché, assumendosi qualche incombenza che spetterebbe a loro, li sgravano e permettono di riprendere fiato in una routine spesso pesante; ma anche con aggressività e insofferenza, perché i volontari rischiano di mettere in maggior rilievo le loro carenze. La non intrusione dei volontari nei compiti istituzionali di altre figure professionali evita malintesi e tensioni.

Questa definizione in negativo del compito dei volontari ― ciò che devono evitare di fare: non l’opera dei medici, evidentemente, e degli infermieri, e neppure quella degli ausiliari; non l’assistenza spirituale, né la consulenza psicologica ― lascia sovente questi ultimi perplessi e smarriti. Pretendono giustamente un’indicazione positiva del senso e della finalità della loro azione. Il tentativo di risposta in questa direzione ci obbliga a inoltrarci in un percorso di ricerca che implica una più profonda comprensione dell’uomo malato e dei suoi bisogni.

Il bisogno a cui risponde l’opera del volontariato è diverso da quelli ai quali rispondono le diverse figure professionali che operano nella sanità. Non è né il bisogno di cura né quella di assistenza, al quale sono adibiti rispettivamente il personale curante, quello infermieristico e quello ausiliario. Né i volontari rispondono, a rigore, ai bisogni psicologici, sociali o di assistenza spirituale dei pazienti.

Certo, può accadere che occasionalmente siano indotti ad entrare nell’uno o nell’altro di questi ambiti; ma sempre tuttavia in maniera incidentale e senza che questi interventi possano definire lo specifico del volontario.

Per cogliere quest’ultimo, dobbiamo mettere a fuoco un bisogno al quale poco si presta attenzione

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nell’ambito sanitario. Possiamo chiamarlo bisogno semantico, ovvero bisogno di significato. Per tentarne una descrizione, dobbiamo collocarlo sullo sfondo di quella profonda disgregazione che la malattia grave, e ancor più la malattia a prognosi infausta e a esito mortale, provoca nell’esistenza dell’individuo.

Qualsiasi aggressione alla salute viene vissuta in prima istanza come una violenza indebita. Il rifiuto della malattia è enfatizzato all’estremo dalla cultura medicalizzata che è la nostra. Per combattere la malattia, essa si serve di tutte le risorse terapeutiche di ordine bio-medico di cui dispone, ma anche di mezzi più sofisticati e non immediatamente trasparenti. Un espediente di ordine propriamente culturale, ad esempio, è l’attribuzione alla malattia del carattere di insensatezza: all’evento morboso viene sottratto qualsiasi significato che ecceda quello comprensibile con la griglia interpretativa delle scienze biologico-naturali. Nel paradigma interpretativo standard tipico della nostra cultura, la malattia è ridotta a una “res” che aggredisce l’organismo dall’esterno, spogliata di qualsiasi significato personale e comprensibile solo nei termini “scientifici”, quando cioè è ricondotta a quei cambiamenti che intervengono nelle strutture cellulari dell’organismo e sono esprimibili nel linguaggio delle scienze della natura.

Questo modo di rappresentarsi la malattia è funzionale a un approccio pragmatico e favorisce la lotta a oltranza contro di essa. Tende però a rendere impossibile un approccio “sapienziale”, in cui la sofferenza legata al percorso accidentato della salute ― sempre esposta a minacce, crisi, recupero, ulteriori disequilibri, nuovi adattamenti, fino alla definitiva perdita ― diventa una parte essenziale della biografia della persona. Solo quando le minacce della salute, da accidentalità indebita e del tutto marginale alla persona, diventano una “crisi” biografica possono essere percepite come una chance offerta all’individuo di diventare se stesso.

Il compito di ricondurre la sofferenza legata alla patologia della salute nella sfera della persona è difficile, in quanto si trova a cozzare contro un’impresa terapeutica, gestita dalla medicina, tutta tesa a rimuovere la sofferenza come un’assurdità insensata, estranea al soggetto. Anche il linguaggio che il malato usa per designare la malattia illustra questo processo di allontanamento del fatto morboso dalla sfera personale. Nelle lingue che hanno anche il genere neutro questo pronome viene usato per distanziarsi dal fenomeno: il male fisico è “es” in tedesco, “it” in inglese... Ma anche le altre lingue conoscono dei modi che permettono al parlante di sottolineare l’estraneità della malattia da se stesso. Il linguaggio riduce la malattia a un soggetto agente che intrude nel corpo umano, inteso come luogo di un succedere che confina l’uomo al ruolo di “patiens”. L’uomo e la sua malattia rimangono, insomma, due realtà separate e non comunicanti.

Un compito culturale della massima importanza è quello di ridare spessore antropologico alla malattia, favorendo una graduale riappropriazione dell’evento morboso da parte del soggetto. Ciò avviene quando la malattia cessa di essere qualcosa che si ha, per diventare qualcosa che si è. A questo punto la personale e attiva partecipazione alla malattia (esistenzialmente: “io sono la mia malattia”, in essa si realizza la mia modalità di essere al mondo) diventa una questione spirituale di prim’ordine. Solo a questa condizione la malattia e la sua evoluzione, tanto verso la salute quanto verso la morte, possono costituire degli avvenimenti “presso i quali si illumina la questione del senso della vita” (A. Mitscherlich).

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In questa visione antropologica la malattia va inquadrata nella serie di separazioni che scandiscono l’evolversi della vita, come un processo che abbraccia tutta l’esistenza e la rende tipicamente umana. Possiamo rappresentarci il decorso di un’esistenza come una sequenza di separazioni: dalla separazione dal corpo materno, alla nascita, fino a quella definitiva del proprio corpo, che si realizza con la morte. Tra questi due eventi estremi dobbiamo necessariamente incontrare altre separazioni: quella dai genitori e di questi dai propri figli, nel normale processo di crescita che si conclude con l’autonomia e l’indipendenza; le separazioni dal coniuge, sempre più frequenti in una società che favorisce la mobilità piuttosto che la stabilità dei legami, la spontaneità dei sentimenti piuttosto che la responsabilità dei vincoli; la separazione da coloro che ci precedono nella morte. L’esistenza di ogni persona è scandita da una sequenza ininterrotta di separazioni: volute o imposte, fisiologiche o traumatiche, tragiche e distruttive oppure salutari. Sempre, tuttavia, tali separazioni sono accompagnate da sofferenza.

Il dolore morale per la perdita dell’oggetto amato è una variabile personale: non tutti lo sentono nelle stesse situazioni e con la stessa intensità. Per alcuni la sofferenza massima è connessa con la morte, per il suo carattere di evento definitivo; per altri la separazione dalla salute come stato di efficienza e dall’immagine integra del proprio corpo è un trauma peggiore della prospettiva stessa della morte (si pensi a che cosa significa per qualche donna una mastectomia...); per altri ancora il dolore supremo è quello legato a separazioni da relazioni amorose, nelle quali va distrutta l’identificazione conseguita mediante il rapporto d’amore.

Staccarsi da qualcuno o qualcosa fa male: se ciò vale per tutti, la reazione individuale al dolore della separazione, e soprattutto il modo in cui tale sofferenza viene integrata nella propria vita, è diverso da persona a persona. Chi è colpito dal doloroso processo delle separazioni ― dalla salute, dagli affetti, dall’autonomia, dalla vita stessa e dal corpo ― sollecita, direttamente o indirettamente, un aiuto. Questo non va però ridotto alla richiesta di conforto e di consolazione. È piuttosto un aiuto a far sì che la situazione critica contribuisca invece alla crescita della persona verso la piena misura della sua statura morale. Ciò comporta anzitutto un intervento sul piano sociale ed interpersonale, che giustifica appieno l’opera del volontario.

Bisogna considerare, infatti, che la sofferenza emerge nella vita interiore del soggetto sotto la figura primaria del distacco dalla comunità. Che sia colpito nella salute fisica, negli affetti o nel significato della propria vita, il sofferente è sempre seduto, come Giobbe, su un mucchio di letame, al di fuori del contatto vitale con la comunità. In questo senso la sofferenza è percepita come opera “diabolica”. In senso letterale, infatti, il “dia-bolos” (il “separatore”) è in azione quando la sofferenza infrange il senso di appartenenza beata a un “tutto”: a un corpo come strumento docile e armonioso dello spirito, a un altro essere umano, alla vita come insieme dotato di senso divino.

La condizione di isolato propria del sofferente crea un’interpellazione all’altro. Si tratta sempre fondamentalmente di una domanda di presenza. La comunità deve riaggregarsi attorno a colui che soffre e si sente da essa respinto. La risposta all’opera disgregatrice del “diabolos” è il “symbolon”: il mettere insieme i pezzi separati.

Nei costumi dell’antica Grecia i frammenti di tessere o monete combacianti erano il “simbolo” che permetteva di riconoscere il portatore del frammento come ospite o amico. All’atto del confrontare

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― “sym-ballo” ― avveniva un riconoscimento dell’identità dell’altro e della reciproca appartenenza. La forza motrice del simbolo è l’amore. Nel ricongiungimento “simbolico” il sofferente trova il fratello e nella comunione la risposta pratica alla sua interpellazione.

La risposta può consistere a volte in un concreto aiuto offerto in una situazione di necessità (da un intervento di natura economica fino al gesto supremo del dono di un organo che permette di salvare una vita minacciata). Altre volte il “simbolo” che dischiude la dimensione della fraternità, dando così una risposta alla sofferenza, è di natura solo spirituale.

La vera solidarietà, che si esprime nel “com-patire”, anche se vissuto nell’impotenza a rimuovere le cause della sofferenza e a invertire il corso degli eventi, crea una “Gestalt” nuova. Il sofferente, scoprendosi parte di un tutto integrato, può fare della prova dolorosa la porta di accesso a una esperienza di appartenenza, che guarisce la lacerazione più profonda causata dalla sofferenza. È il sofferente stesso, e solo lui, che può cambiare segno all’esperienza che sta vivendo, facendo dell’evento morboso un’occasione per acquisire un senso di superiore appartenenza alla comunità umana; ma è la presenza del volontario al suo fianco che costituisce l’occasione privilegiata per tale sviluppo.

La “compassione” è la via alla “pazienza”. Questa è la seconda dimensione della crescita, intesa come un nuovo modo di sperimentare se stesso e la comunità umana. La sofferenza è scuola di pazienza.

La prima accezione del termine “pazienza”, così come è usato nel linguaggio comune, dice riferimento all’accettazione dei limiti. La sofferenza è legata alla vita nelle sue determinazioni concrete. È un esercizio umile, ma fondamentale, di pazienza accogliere la vita come processo oggettivo, e non solo come proiezione della soggettività. Il desiderio ― di piena salute, di intesa interpersonale perfetta, di autoaffermazione e successo ― deve confrontarsi col reale, pagando un prezzo di sofferenza per questa incarnazione. Con la pazienza si impara il peso dell’oggettività.

Una dimensione ulteriore della pazienza emerge se ci lasciamo guidare dalla traccia fornita dall’etimologia. La pazienza contiene il “pathos”, cioè quella modalità dell’esistenza che dipende non da ciò che facciamo, ma da ciò che subiamo. La cultura tecnologica dell’Occidente tende a valutare esclusivamente l’azione. La determinazione volontaria è entrata abbondantemente anche in fatti esistenziali che prima dipendevano dal Caso o dalla Provvidenza: come il numero e la temporalità delle nascite, e anche il momento della resa alla morte (rivendicazione di un diritto all’eutanasia).

Questo sbilanciamento unilaterale verso l’azione produce una deformazione antropologica. La modalità “patica” dell’esistenza ha non solo diritto di cittadinanza negli atteggiamenti etici che costituiscono l’umano autentico, ma è un’esigenza per arrivare là dove l’azione non ci può portare. “Passività di crescita” chiama Teihlard de Chardin questi eventi dell’esistenza, che richiedono la pazienza come risposta comportamentale. La passività costituisce l’altro braccio rispetto a quello dell’azione, con cui Dio ci attira a sé.

Anche su questo orizzonte la figura del volontario si stacca con un profilo particolare. In quanto compagno di strada di chi si avventura alla conquista della virtù fondamentale della pazienza, intesa come dimensione necessaria dell’essere umano, non è chiamato all’azione. Da lui non ci si aspetta né prediche, né esortazioni. Oltre che inopportune, sarebbero inutili: il significato è una porta che si apre solo dall’interno; se si esercita una pressione, si ottiene solo una chiusura più forte.

Anche la testimonianza di una propria fede religiosa deve procedere con tocco leggero, quasi sulla

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punta dei piedi, per paura di snaturare lo stesso messaggio religioso, riducendolo a una manipola-zione dell’altro che si trova in posizione di debolezza. Questo lavoro spirituale della conquista del significato dell’evento morboso si propone a ogni essere umano, che aderisca o no a una religione costituita. Il volontario accanto a colui che soffre è essenzialmente l’uomo presente sotto la cifra universale dell’umanità che unisce, al di sotto delle ideologie che differenziano.

In questo intimo santuario in cui l’individuo scrive e riscrive la storia personale della propria vita, per dargli un senso compiuto, non si può entrare con un camice bianco, e neppure con la veste di una qualsiasi attività professionale. Un contatto è possibile solo se si instaura un rapporto da soggetto a soggetto, sulla nuda base della comune umanità. Accedere a questo livello richiede un duro lavoro sulle proprie motivazioni e una spoliazione ascetica, che lo riconduca all’essenziale e lo renda capace di una presenza veramente gratuita, non solo in senso economico, ma sotto ogni aspetto. Questa purificazione è il beneficio di ritorno che il volontario riceve dalla propria opera.