La sessualità giovanile al tempo dell’aids

Sandro Spinsanti

La sessualità giovanile al tempo dell’aids: cambiamenti nei significati e nei valori

in Rivista di Sessuologia

vol. 24, n. 1, 2000, pp. 16-22

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LA SESSUALITÀ GIOVANILE AL TEMPO DELL’AIDS:

CAMBIAMENTI NEI SIGNIFICATI E NEI VALORI

Sommario

In un’analisi storica e socio-morale, l'A. sottolinea come a uguali comportamenti sessuali non corrispondano i medesimi sistemi di significati e valori. Vengono prese in considerazione le implicazioni, sociali ed etiche, cui l’evento AIDS ha dato luogo con i correlati che conseguono in termini di informazione, educazione e prevenzione.

Possiamo assumere come punto di partenza delle nostre considerazioni la constatazione, del tutto ovvia, che il comportamento sessuale ha dei significati.

Comunicazione. Scambio, impegno sono solo alcuni dei significati possibili: sono, più in particolare, quelli che maggiormente esprimono il fatto che per l’uomo la vita sessuale è legata alla persona. Tali significati hanno per lo più una connotazione positiva, ma non possiamo escludere che si sviluppino anche sotto il segno della negatività. Cercare di fare una cernita tra questi significati è un lavoro molto arduo. Dipende molto dalla comunità morale di appartenenza, che non è uguale per tutti. L’astinenza sessuale, ad esempio, non ha lo stesso valore per un monaco della Tebaide o per un ebreo ortodosso, per il quale procreare figli è uno dei più alti doveri morali. Per non parlare, poi, della divaricazione e frantumazione dei significati nella diaspora morale delle moderne città secolarizzate.

Inoltre questi significati sono ambigui. Prendiamo il significato «comunicazione». In un rapporto sessuale si può comunicare: «Tu vali per me, il tuo corpo è per me prezioso e desiderabile». Ma con un comportamento sessuale si può anche inviare il messaggio: «Di te non mi importa nulla». Il marito infettato da un’avventura extra coniugale che, pur consapevole di essere contagioso, impedisce al medico di informare la moglie, comportandosi in questo modo comunica appunto a quest’ultima: «Della tua vita non m’importa affatto».

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Osservazioni analoghe possiamo fare a proposito dello scambio. Anche lo scambio può avere tanti significati. Il rapporto sessuale di per sé significa scambio. Si dice che bisogna essere due per fare l’amore, tre per trasmettere il virus. L’AIDS ha come sfondo culturale il periodo di massima «deregulation» sessuale, in cui lo scambio, inteso come passaggio frequente da un partner all’altro, era considerato come un valore. Lo storico della medicina Mirko Grmek sostiene che per questa malattia siamo in grado di risalire al paziente numero uno, quello individuato nel 1984. Questi era un gay che aveva in media 250 partner sessuali l’anno (Grmek 1989). Anche questo comportamento sessuale era scambio. Fin dall’inizio si è compreso che il problema dell’AIDS si nutriva dello scambio. Se ciascuno avesse meno di 5 partner sessuali all’anno, l’epidemia di AIDS si estinguerebbe: lo ha affermato Luc Montagnier (Le Monde, 5 agosto 1987).

Lo scambio non ha soltanto questo aspetto di molteplicità di partner. Nel rapporto sessuale c’è uno scambio molto più profondo, anche di esistenza. Nel film francese Les nuits fauves, che mette in scena rapporti estremi che si intrecciano tra giovani deliberatamente collocatisi al di fuori di ogni regola di moderazione, una delle scene più inquietanti presenta una giovane donna, innamorata di un uomo con l’Aids, che si offre per avere un rapporto sessuale non protetto, perché vuole essa stessa la malattia: «Voglio condividere tutto con te», afferma con trasporto. Il protagonista, da parte sua, aspira a un’altra forma ideale di scambio, quando dice: «Con lei io sono puro». Anche questo è scambio.

Anche l’impegno implica dei valori ambivalenti. Vuol dire fedeltà; tuttavia, a volte, anche l’impegno può essere negativo, se non si coniuga con la giusta distanza. Basti pensare a quanti operatori sociali e professionisti sanitari, impegnandosi con estrema dedizione e coinvolgendosi totalmente nei casi umani più desolati di malati di AIDS, arrivano ben presto al termine delle loro forze e cadono nella sindrome del burn out.

I significati, inoltre, possono mutare nel tempo, benché i comportamenti siano gli stessi. A un approccio fenomenologico i fatti appaiono gli stessi, ma i significati cambiano da una generazione all’altra. Una ricerca del 1973 analizzava i comportamenti sessuali dei giovani dell’epoca e li raffrontava con quelli dei loro coetanei all’inizio del secolo (Sigusch, Schmidt, 1973). Quasi tutti gli studenti universitari avevano rapporti sessuali prima del matrimonio sia a inizio del secolo, sia nel periodo a ridosso di quella grande mutazione che è stato per il ’68. Tuttavia al tempo della Belle Epoque i rapporti gli uomini li avevano con le prostitute, con ragazze di servizio, con donne di altri ceti sociali, che non venivano prese in considerazione come mogli. La maggior parte degli studenti del ’68, invece, avevano avuto rapporti con quella che sarebbe diventata la propria moglie, o con un’amica fissa del proprio ambiente sociale. La prospettiva matrimoniale era per molti il presupposto per il rapporto sessuale. Possiamo dire, perciò, che nei due periodi intorno 1912 e al 1968 i comportamenti prematrimoniali erano, dal punto di vista quantitativo, gli stessi; ma dal punto di vista dei significati e dei valori connessi erano molto diversi.

Il cambiamento di significato incide sui comportamenti: è questo l’elemento

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che ci crea più attesa e più interesse per la riflessione sulla sessualità giovanile al tempo dell’AIDS. L’irruzione dell’AIDS è avvenuta in un momento particolare della nostra civiltà, che stava coniugando la sessualità con la leggerezza dell’essere e dell’eros. Il movimento a cui ci riferiamo ha avuto il suo culmine negli anni ’70: la sessualità si è liberata dalle servitù organiche che ne coartavano l’esercizio, si è emancipata dal controllo sociale e dai vincoli della morale religiosa. L’epidemia di AIDS è caduta come un meteorite in questo contesto di liberazione, costringendo i comportamenti sessuali a cambiare ancora di segno. La sessualità è diventata il luogo della gravità: tanto grave, che potenzialmente ogni rapporto sessuale può portare alla morte.

Dobbiamo registrare anche la speranza che il cambiamento di significato potesse portare a un cambiamento nei comportamenti. A questo proposito qualcuno si è rifatto a Novalis, il poeta romantico secondo il quale «Ogni novità comincia con una malattia», intendendo esprimere la speranza che questa malattia potesse portare una novità positiva: se non per l’individuo, almeno per la nostra civiltà sessuale, nel senso di salvare il comportamento sessuale dalla banalizzazione che lo affligge. Si è auspicato che la crisi dell’AIDS favorisse la riscoperta di una sessualità più diffusa, non confinata nella genitalità. Altri hanno previsto l’introduzione nell’ambito della sessualità di un senso di responsabilità, che nel momento culturale di comportamenti sessuali sviluppatisi sotto il segno della leggerezza non era affatto presente. Soprattutto si è intravista la possibilità che questo cambiamento fondamentale di significato nel comportamento sessuale introdotto dall’epidemia portasse a una possibilità di educazione sessuale.

L’educazione sessuale è stata identificata molto presto come il canale privilegiato per contenere l’epidemia di AIDS, per la quale sappiamo che non esiste a tutt’oggi ancora una terapia (e forse una terapia nel senso mitico della pallottola magica da sparare contro il virus — così come molti pensano ancora sia possibile per il cancro ― non esisterà mai). In questo senso ha agito anche l’indicazione fondamentale dell’OMS. Già nel 1988 Man e Kay, due autorevoli esponenti dell’OMS, dicevano che l’informazione e la prevenzione sono la chiave di volta della prevenzione da HIV, in quanto la trasmissione del virus può essere impedita da un comportamento responsabile adottato con conoscenza di causa (Man, Kay, 1988).

Questo cambiamento di significato, dunque, può portare anche a un cambiamento di comportamenti, nel senso di indirizzare il comportamento sessuale verso una maggiore qualità (Ruffiot, 1992). Purché, però, l’educazione sessuale e la prevenzione facciano un ricorso corretto ai valori.

A questo proposito possiamo evocare tre scenari, che costituiscono altrettanti modi di coniugare etica e prevenzione. Il primo lo chiameremo prevenzione senza etica. Il secondo l’etica senza prevenzione. Il terzo scenario è quello di una prevenzione con etica, che faccia forza soprattutto sul cambiamento di significato del comportamento sessuale che abbiamo tracciato, dando rilievo ai valori etici positivi insiti in esso.

Prevenzione senza etica. Si può capire che sia stata e rimanga una tentazione forte, in quanto la prevenzione in questo ambito si è sviluppata sotto il

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segno dell’urgenza. Dobbiamo salvare il giovane dal rischio di contagio, e farlo in fretta: ne va della sua vita. Il senso di urgenza ha avuto delle ricadute pratiche sotto forma di promozione del preservativo, di programmi di sesso sicuro. Alcune di queste campagne di prevenzione hanno avuto la forma di crociata: «o preservativo o morte». Altre invece un tono leggero, quasi sorridente. Nelle strategie di marketing si chiama «soft ideology». Alcune campagne a favore del preservativo sono state fatte in Francia in modo scherzoso; per esempio: «L’inverno s’avvicina, non uscite senza coprirvi», oppure: «I preservativi vi augurano buone vacanze». Non sono mancati interventi di questo genere anche in Italia.

Il pericolo di queste campagne è di puntare tutto sulla prevenzione meccanica della diffusione dell’infezione, prescindendo dalle implicazioni dei significati, e quindi anche dalle correlazioni con l’etica. Le conseguenze di questa impostazione sono state quelle di portare a una sterilizzazione del sesso (Lacroix, 1993; Lodi, 1992). Se almeno il risultato fosse garantito... Invece dalle ricerche sociali condotte fin dall’inizio degli anni ’90 — ce ne sono molte relative all’incidenza dell’AIDS sul comportamento sessuale dei giovani; ci limitiamo a citare: Gray, Saracino, 1991; Russo 1991, Dercot, Spira, 1993; ― risulta che la conoscenza del pericolo di contagio non basta a modificare i comportamenti. Questi studi hanno riscoperto quello che già sapevamo benissimo da tempo, grazie all’abbondante letteratura psicosociologica rivolta ad analizzare altri ambiti dell’educazione sanitaria, come la prevenzione del tabagismo, delle malattie cardiovascolari o delle gravidanze non desiderate mediante la contraccezione.

È vero che si possono stabilire delle correlazioni tra conoscenze e credenze, da una parte, e atteggiamenti individuali collettivi verso la malattia, dall’altra; ma i legami sono ambigui, poco logici, o quanto meno sfuggono al rapporto di causa-effetto. È una concezione troppo ristretta della razionalità quella che presume che basti dare informazioni sul rischio per cambiare il comportamento. La persistenza dei comportamenti a rischio dimostra che per modificare i comportamenti presso gli individui non sono sufficienti le informazioni dei rischi che corrono.

Non è in discussione la necessità di proseguire l’opera di informazione, perché le inchieste dimostrano che ancora sussistono nella nostra società delle sacche di ignoranza abissali. Solo un esempio: una ricerca pubblicata sulla rivista Difesa sociale: «Conoscenza, atteggiamento e opinione nei confronti dell’infezione da HIV in un gruppo di giovani» (Russo, 1991). La ricerca è stata condotta su tre campioni, costituiti da studenti di liceo, studenti di scuola per infermieri e studenti di medicina del primo anno. Le conclusioni sono demoralizzanti, perché in questi giovani i rapporti sessuali non sono considerati a rischio, al contrario della tossicodipendenza, che invece viene vista come principale fattore di rischio.

Bisogna sicuramente continuare a informare; ma non ci possiamo attendere ingenuamente che l’informazione funzioni in modo automatico, in maniera lineare: più informazione = maggiore diminuzione di comportamenti a rischio.

Nello scenario della prevenzione senza etica dobbiamo inserire anche

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degli atteggiamenti che si presentano, invece, sotto forma di un pieno di etica. Mi riferisco a chi propone la castità o la fedeltà coniugale come rimedi contro la diffusione dell’infezione. Malgrado le apparenze, siamo anche qui dalle parti della prevenzione senza etica, in quanto delle importanti virtù morali — come la fedeltà e la castità — sono viste non come virtù, ma semplicemente come mezzi per un fine. Conservarsi fedele al proprio coniuge al fine di non contrarre l’AIDS ha lo stesso profilo morale, fatte salve tutte le differenze, dell’uso del preservativo.

Il secondo scenario che è quello dell’etica senza prevenzione. Abbiamo vissuto una brutta stagione di discorsi sviluppati in nome della morale, che sembravano non prendere in considerazione l’aspetto prevenzione. Il pericolo di riaffermare i principi di un’etica ritenuta indipendente dai tempi e dalle culture, e quindi anche da quel particolare condizionamento dei comportamenti sessuali costituito dalla epidemia di AIDS, costituisce una minaccia per la salute stessa.

Il diffondersi dell’epidemia dell’AIDS è stata una manna per i nemici del sesso. Anche chi aderisce a una concezione spiritualista dell’uomo si trova in un enorme imbarazzo quando sente i moralisti presentare la monogamia come uno strumento a servizio della prevenzione, come l’unica ricetta sicura per fermare il contagio. Anche se ciò fosse vero, una proposta di questo genere equivale a uno svendere la fedeltà, la quale non è la strategia da adottare per non prendersi l’AIDS, ma decisamente un’altra cosa.

La scelta monogama del partner è un costrutto sociale. Le culture tradizionali hanno messo in atto varie forme di condizionamento per canalizzare la spinta spontanea a ricercare una pluralità di partner in una scelta monogamica. Questa pressione non esiste più nella nostra società. È per questo che oggi si può essere fedeli per scelta e per virtù, e non per costrizione. Essere fedeli è un punto di arrivo. Non possiamo certamente presentare la fedeltà come la via sicura che tutti possono percorrere per evitare l’AIDS, anche se lo consideriamo un obiettivo morale di alto profilo. Questa variante dell’etica senza prevenzione mostra un’impressionante affinità con la prevenzione senza etica.

Veniamo quindi allo scenario che potrebbe conciliare prevenzione ed etica: prevenzione con l’etica. Ci limitiamo ancora una volta a evocare le prospettive che ci vengono incontro da una inchiesta: quella fatta tra i giovani dell’università di Amburgo, in Germania (Schmidt, 1992). L’interesse di questa ricerca è che si rivolge ai giovani di quella università confrontando una inchiesta del 1970 e una del 1990. L’interrogativo di fondo è se, a vent’anni di distanza, l’epidemia di AIDS abbia cambiato il comportamento sessuale dei giovani. Come tutte le inchieste sociologiche, è condotta con un linguaggio freddo, ma i risultati che ci presenta sono molto caldi, potremmo dire confortanti.

Dalla ricerca risulta che i comportamenti dei giovani di 16-17 anni di Amburgo, in fondo, verificati a vent’anni di distanza, prima e dopo lo scoppio dell’epidemia non differiscono molto: il petting e il coito sono ugualmente diffusi come lo erano due decenni fa. Ma alcuni parametri sono cambiati profondamente. È cambiato l’elemento dell’iniziativa sessuale: rispetto

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a vent’anni fa, le ragazze non attribuiscono più l’iniziativa sessuale esclusivamente all’uomo. Nel 1970 l’85% delle ragazze dicevano che erano arrivate al rapporto sessuale perché era il ragazzo che lo aveva voluto; vent’anni dopo quelle che fanno l’amore perché è il ragazzo che lo vuole sono soltanto il 28%: l’iniziativa sessuale parte anche da loro.

Secondo elemento interessante: la congiunzione tra sessualità, amore e fedeltà, ovvero la romantizzazione del rapporto sessuale. Rispetto a vent’anni fa, si rafforza la sessualità abbinata all’amore. Per il primo rapporto sessuale la maggior parte dei giovani di oggi esige l’amore; spesso rifiutano rapporti sessuali al di fuori di una relazione stabile. Per passare alle percentuali: per quanto riguarda i maschi, nel 1970 alla domanda: «Voglio un rapporto sessuale solo con il ragazzo che amo», il 46% rispondeva in senso affermativo; ora sono l’80%. Per quanto riguarda le donne, erano il 71% nel 1970 e sono l’81% nel 1990. Quindi l’80% dei giovani, maschi e femmine, nella stessa percentuale, si orienta verso un rapporto sessuale a condizione che ci sia l’amore.

Un altro elemento interessante è la «familiarizzazione» della sessualità giovanile. Non possiamo nascondere l’impressione che si tratti di un valore un po’ ambiguo, nel senso che i ragazzi parlano liberamente con i loro genitori dei propri rapporti sessuali, anzi ottengono il permesso dai genitori di ricevere il proprio amico/a nella propria camera; ma questo rischia anche di addomesticare molto la sessualità e soprattutto di togliere quel ruolo positivo che ha nello sviluppo dell’autonomia il fatto di avere una vita sessuale non controllata, all’insaputa dei genitori, in quanto elemento importante di crescita. La sessualità viene invece socializzata, familiarizzata.

Per quanto riguarda il momento cruciale, la minaccia dell’AIDS, l’elemento sorpresa della ricerca svolta ad Amburgo è questo: pochi hanno paura del contagio. La qual cosa sembrerebbe preoccupante: secondo l’inchiesta solo l’8% dei maschi e il 5% delle femmine ha rinunciato a un rapporto sessuale per paura dell’infezione. Per contro, cresce l’uso del preservativo: non però in vista della prevenzione dell’infezione, ma perché c’è una maggiore consapevolezza di comportamenti contraccettivi, cioè si ha paura di una gravidanza indesiderata. Lo sviluppo, in altre parole, del comportamento sessuale femminile all'interno di rapporti di parità, di responsabilità, di amore e di impegno cambia i comportamenti molto più che una semplice paura di contagio.

Etica e prevenzione si possono abbinare, ci dice l’inchiesta. Non ci sono, però, scorciatoie: bisogna passare per una vera maturazione, anche culturale. E il ruolo che svolgono le donne in questo sviluppo è decisivo. Tutto questo suona come una buona notizia, anche se non autorizza nessun trionfalismo: la crescita di una cultura che sappia coniugare il rapporto sessuale con la comunicazione, lo scambio e l’impegno ha tempi lunghi, forse lunghissimi.

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Riferimenti bibliografici

Ducot B., Spira A. (1993): «Les comportements de prévention du SIDA. Prévalence et facteurs favorisants», Population, 5, 1479-1504.

Grmek M. (1989): Aids. Storia di una epidemia attuale, Laterza, Bari.

Gray L.A., Saracino M. (1991): «College students’ attitudes, beliefs, and behaviors about AIDS: Implication for family life educators», Family Relations, 40, 258-263.

Lacroix X. (1993) «Une parole sur la sexualité au temps du SIDA», Etudes, 483-493.

Lodi M. (1992): «Antropologia dei costumi sessuali: promiscuità e malattia; AIDS e sesso sicuro, verso una sterilizzazione della sessualità?», Rivista di Sessuologia 16, n. 4, 361-370.

Mann J. - Kay K. (1988): «SIDA, discrimination et santé publique». Comunicazione dalla IV Conferenza internazionale sull’AIDS, 13-16 giugno, Stoccolma.

Ruffiot A. (1992): «L’éducation sexuelle en tant que prevéntion». In AA.VV., L'éducation sexuelle au temps du SIDA, Privat, Paris.

L’approccio medico della sessualità

Sandro Spinsanti

L’approccio medico della sessualità: interrogativi etici e antropologici

in Medicina e Morale

Fasc. 3/1980, pp. 308-317

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L’APPROCCIO MEDICO DELLA SESSUALITÀ’:

INTERROGATIVI ETICI E ANTROPOLOGICI

Sulla famiglia malata abbondano diagnosi e proposte di terapia. Sono in crisi i valori o le strutture, i ruoli o la comunicazione? Tot capita, tot sententiae. Sempre più spesso capita di sentir additare tra le cause dei mali della famiglia la miseria sessuale del nostro tempo. In questo caso il discorso riguarda, di per sé, direttamente la coppia, ma coinvolge la famiglia intera, in quanto il malessere si riverbera necessariamente su tutto il nucleo familiare. Così avviene, per esempio, quando la disarmonia sessuale dei genitori porta alla rottura del matrimonio e alla dispersione della famiglia. Molte coppie denunciano di avere una vita sessuale carente, talvolta piena di sofferenza. L’impressione è che il malessere sia realmente grande e tenda a espandersi. È un fenomeno nuovo, tipico della nostra epoca, o è sempre esistito ma emerge solo oggi perché le condizioni culturali (rivendicazione del diritto alla felicità personale, l’impatto dei mass media che ha fatto cadere i tabù e ha portato alla luce del giorno anche i segreti delle alcove) lo permettono? Quel che è certo, è che la domanda d’aiuto per le difficoltà sessuali è cresciuta vertiginosamente in breve volgere di anni. È un fenomeno che possiamo inserire nella domanda globale di salute, considerata come uno dei diritti fondamentali del cittadino. La salute sessuale (definita dall’organizzazione Mondiale della Sanità come «l’integrazione degli aspetti somatici, affettivi, intellettuali e sociali nell’essere sessuato in modo da pervenire a un arricchimento della personalità umana, della comunicazione dell’amore») è un aspetto del benessere che ognuno si sente autorizzato a perseguire e anche a pretendere.

A fronte di una concezione della sessualità di grande spessore

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antropologico, come quella che rispecchia la definizione dell’Oms, sta la richiesta di aiuto nei termini reali della domanda. Questa ha per lo più le stesse connotazioni della domanda medica corrente: oggettiva, volta al ristabilimento della funzione, preoccupata di togliere i sintomi. Nella fattispecie, i sintomi da eliminare sono le disfunzioni sessuali più invalidanti: impotenza ed eiaculazione precoce per l’uomo, anorgasmicità e vaginismo per la donna. Il sesso, così medicalizzato, diventa un ulteriore capitolo del manuale di patologia, un’appendice delle malattie veneree. La logica che sottende questa operazione è quella dell’imperialismo medico, che continua ad annettere province al suo dominio. Fatto il colpo di mano, tutto sembra apparentemente rimasto come prima, eppure una trasformazione radicale si è introdotta nel settore della vita umana che è stato medicalizzato. Quando è la volta della vita sessuale, la regione si chiama «sessuologia medica», e i nuovi funzionari coloniali «sessuologi». La loro caratteristica, come quella di tutti gli specialisti medici, sarà quella di sapere sempre più cose su un oggetto circoscritto, separato dall’ambiente e spesso anche dal resto dell’organismo. La tendenza prevalente della medicina odierna è di occuparsi di organi e di apparati, non della persona nella sua totalità, e tanto meno del rapporto tra le persone. L’uomo, ridotto dapprima al ruolo di portatore di un organo malato, scompare progressivamente dal campo di osservazione: è un oggetto troppo grande per essere esaminato al microscopio (a meno che non si mandi il paziente da un altro specialista, quello della «psiche», il quale possiede a sua volta un proprio strumento, non meno selettivo). Il timore che ci sorprende di fronte alla proposta di una sessuologia medica, intesa come istanza competente a ricevere le domande di aiuto nel campo delle disfunzioni sessuali, è quello di sacrificare una delle regioni più cariche di significato dell’esistenza umana per avere in cambio una nuova specialità medica e nuovi specialisti che si occupano di guasti da riparare. Prima di passare a esaminare quali sono le condizioni antropologiche ed etiche che rendono praticabile una sessuologia medica, è opportuno fermarsi a valutare che cosa comporta per la medicina il fatto di essere chiamata in causa nei problemi della vita sessuale.

L’aprirsi della medicina alla sessualità umana è, di per sé, qualcosa

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di nuovo. Si registra infatti in tutta la storia della medicina occidentale una certa riluttanza a occuparsi di questo aspetto della vita. Il sesso in medicina è insieme vicino e lontano. La vicinanza è garantita dal fatto che il medico si occupa della vita biologica, considerata nella naturalità dei suoi processi. Egli ha accesso immediato al corpo, senza veli né segreti. Il corpo offerto allo sguardo medico nella sua nudità sfuma simbolicamente nella nudità dell’incontro erotico. Allo stesso tempo il sesso in medicina è lontano. Anzi, allontanato. Non solo per opportunità professionale la medicina ha preso le distanze dalla vita sessuale dei pazienti. Esiste probabilmente un motivo più profondo e non sempre cosciente, connesso con la finalità stessa dell’attività medica. Il medico si sente infatti riferito al dolore, mentre la sessualità lo mette di fronte al piacere. Questo aspetto della vita umana rimane abitualmente estraneo alla formazione medica tradizionale. E il medico, quando nel vivo della professione si imbatte nei problemi della vita sessuale dei pazienti, rinvia volentieri ad altre istanze, come quelle religiose. La reticenza del medico è sperimentata da molte persone anche nel campo della contraccezione, che molti medici preferiscono considerare più un problema di coscienza che un fatto sanitario.

La sessualità umana non è entrata nell’area del discorso scientifico attraverso la medicina. Vi è stata introdotta, da un lato dalla psicanalisi, dall’altro dalle scienze del comportamento 1. La prima ha messo a soqquadro la sensibilità borghese sul finire del secolo scorso svelando il contenuto sessuale rimosso di malattie apparentemente soltanto «mentali», come la nevrosi. A differenza del suo collega Breur, Freud non si è tirato indietro, in una posizione di sicurezza, quando ha avvertito la natura sessuale dell’isteria di Anna O.; ma per trattare le pulsioni senza esserne travolto ha preso delle precauzioni. Queste misure condizionano ancor oggi il trattamento analitico ortodosso. In esso il corpo è rigidamente escluso, sottratto addirittura

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dal campo visivo. Il setting analitico è così severo proprio perché ha a che fare con la sessualità, anche se a livello simbolico. Nella psicoanalisi la dialettica vicino/lontano che abbiamo riscontrato nella medicina rispetto alla sessualità viene portata all’estremo: tanto più ci si avvicina al sesso, tanto più ci si premunisce di neutralizzarlo.

L’altro canale attraverso il quale la sessualità è stata assunta nel discorso scientifico è quello della ricerca sul comportamento. Il punto di riferimento obbligato da questo punto di vista è l’opera di Kinsey. La sua indagine ha assunto un valore simbolico, tanto che continua ad essere citata come l’inizio di un nuovo sguardo sulla sessualità umana. Non che prima che Kinsey cominciasse a intervistare la gente sui loro comportamenti sessuali esistessero solo conoscenze speculative e aprioristiche sul sesso. Benché i clinici non discutessero volentieri di problemi sessuali tra di loro o con i pazienti, c’era una ricerca di base sulla fisiologia e sugli aspetti comportamentali della riproduzione, nonché osservazioni sul comportamento sessuale umano. Kinsey stesso nel volume sul comportamento sessuale dei maschi riassume una ventina di ricerche, pubblicate tra il 1915 e il 1947, che usavano tecniche sistematiche di questionario e di intervista ed esaminavano reperti clinici per ottenere informazioni sul comportamento sessuale umano 2. Tuttavia è pur vero che con i rapporti Kinsey si è aperta una nuova epoca. Dopo un periodo di forte resistenze alla ricerca avviata da Kinsey e dai suoi collaboratori, questo tipo di indagine ha ottenuto diritto di cittadinanza; anzi, l’approccio empirico è considerato oggi come l’unico capace di contrastare l’ignoranza che si traveste da dogmatismo. Ora la ricerca sessuale in genere è considerata socialmente e moralmente accettabile dalla maggior parte della comunità scientifica e anche dal pubblico non specialista.

Più di recente il ruolo pilota nella ricerca sulla sessualità è stato assunto dagli scritti, molto ben pubblicizzati, di Masters e Johnson 3. Il loro interesse si è concentrato direttamente sui cambiamenti anatomici e fisiologici che sopravvengono nella risposta agli stimoli

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sessuali, nonché sulla dinamica esatta dell’atto sessuale, sul suo decorso normale e sulle sue insufficienze. Superate le ultime esitazioni, la ricerca sulla sessualità umana ha preso la via dell’osservazione e dell’esperimento: non più questionari, ma elettrodi e sofisticate apparecchiature di registrazione durante l’atto sessuale stesso. Agli occhi di molti si è infranta così l’ultima barriera che inibiva la ricerca scientifica sulla sessualità. Questa ha cominciato ad essere considerata una funzione fisiologica come le altre, senza alcuna particolare aura di sacralità.

La «distanza» dal sessuale è così completamente abolita? Siamo entrati nell’epoca di una «sessuologia medica» che estende alla sessualità la precomprensione meccanicistica dell’uomo che domina buona parte della medicina? Questi timori ricevono conferma più dalle opere di divulgazione pseudo-scientifica (come quei manuali sul sesso e il matrimonio che hanno conosciuto una diffusione straordinaria negli ultimi vent’anni) che dai prodotti dei veri scienziati. Quando la sessualità viene ridotta al buon funzionamento degli organi genitali, solo apparentemente è abolita la distanza dal sesso, quasi fosse tutto risolvibile in superficie, nel visibile. In realtà si crea un’altra distanza, quella della completa oggettivazione.

Anche la sessuologia medica può, invece, conservare lo specifico della sessualità umana, senza deformarla. A esemplificazione, possiamo citare il manuale di sessuologia a cura di J. Money e H. Musaph, tradotto anche in italiano 4. Il riduzionismo nella costituzione di un sapere specialistico qui è stato coscientemente evitato. Non si è seguita la tendenza riscontrabile nelle specializzazioni mediche — ginecologia, «andrologia», urologia — a sganciare la genitalità dalla sessualità, giungendo così a una completa spersonalizzazione dei vissuti sessuali. Perché la sessualità dell’uomo conservi il suo carattere umano, bisogna che lasci spazio a tutte le componenti, che emergono solo da un approccio pluridisciplinare. Questa esigenza è rispettata dal manuale di Money. In esso la biologia e la fisiologia hanno uno spazio rispettabile, ma non meno della psicologia e dell’antropologia culturale, dell’etologia e della sociologia, e anche dell’etica e della teologia.

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La scelta di fondo del manuale è quella di un approccio empirico centrato sulle basi comportamentali della sessualità umana. L’oggetto di uno studio corretto degli attributi umani, infatti, non è solo l’uomo, ma tutta la natura. Nel manuale si trovano ricerche sugli ormoni e sul loro influsso sul comportamento, sui feronomi e le monoammine cerebrali, esperimenti di cambiamento di sesso nei pesci e negli uccelli. E sbaglierebbe il cultore delle «scienze dell’uomo» che considerasse con sufficienza la ricerca biologica di base: anch’essa è necessaria per capire l’uomo. Con particolare interesse sono studiati gli esseri con i quali siamo in più stretta relazione: i primati non umani. Sono il termine di paragone più immediato, in quanto ci offrono l’opportunità di definire i modelli del comportamento che è tipico dell’uomo. In esso confluisce ciò che abbiamo ereditato come primati e ciò che è specifico della nostra natura umana. A livello umano, infatti, la sessualità rivela un «supplemento di senso». Non è più soltanto una funzione fisiologica finalizzata alla riproduzione o al piacere, ma ha un’importanza esistenziale e interpersonale. Anche la sessuologia medica può e deve sapere che la sessualità umana va collocata in uno schema complesso, che comprende anche le dimensioni metafisica e religiosa.

Della presenza di questa sensibilità nel manuale di Money citeremo due esempi: il capitolo su «Pelle, tatto e sesso», e la sezione dedicata a «Religione, ideologia, sesso». È da considerare un segno dei tempi che un manuale di sessuologia denunci l’impoverimento del contatto fisico nella nostra cultura e sottolinei l’importanza del tatto nei rapporti umani. La gamma è vasta: va dalla relazione madre-bambino («una relazione buona si esprime in un buon contatto epidermico, un cattivo rapporto in un contatto epidermico ridotto al minimo indispensabile») al contatto fisico con i pazienti agonizzati («non è difficile riuscire a calmare un paziente agonizzante inquieto e agitato accarezzandogli le mani e la testa»). Recentemente il contatto fisico è stato introdotto in varie tecniche psicoterapeutiche, specialmente nelle psicoterapie di gruppo.

La sessualità umana comporta anche un sistema normativo. Non per un abusivo straripamento del religioso, ai fini della repressione. Il motivo va ricercato nel fatto che le idee sulla sessualità e la

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concezione antropologica sono collegate strettamente, e la proclamazione di un messaggio sul significato dell’esistenza umana implica necessariamente un messaggio sul significato della sessualità umana. Il manuale prende in considerazione le linee etico-normative di tre sole grandi religioni: il giudaismo, la cristianità protestante e quella cattolica. Concisamente vengono messe in risalto le caratteristiche fondamentali di ciascuna: la ricerca di equilibrio tra restrizione e spontaneità nel giudaismo, le fluttuazioni delle chiese protestanti sotto la spinta di cambiamenti culturali avvenuti tra il XVI e il XX sec.; il valore dell’essere umano come filo conduttore delle posizioni della morale cattolica. Agli estensori degli articoli sta a cuore di rilevare che né la chiesa cattolica, né le chiese protestanti si sono espresse riguardo al sesso in maniera indipendente dal contesto socio-culturale, e che attualmente la fedeltà ai precetti religiosi in materia di sessualità è diminuita in maniera considerevole nei credenti di tutte le religioni, che hanno gradatamente adottato i valori laici prevalenti nella società circostante.

Il lettore cattolico potrà eccepire che l’autorevolezza dell’enciclica «Humanae vitae» viene piuttosto minimizzata, e che si guarda con simpatia a quegli sviluppi permissivi nell’etica sessuale che il documento «Persona Humana» ha condannato come difformi dalla morale cattolica tradizionale. Tuttavia deve riconoscere, facendo un bilancio generare del manuale, che è possibile realizzare una sessuologia medica che non tradisce il suo oggetto e rimanga fedele alla nozione di sessualità come sessualità dell’essere umano.

La salvaguardia di tutte le dimensioni antropologiche, comprese quelle etiche, della sessualità umana all’interno della sessuologia medica ha una diretta incidenza sull’aspetto terapeutico. Lo scopo delle terapie sessuali — che è genericamente quello di aiutare le persone che hanno problemi di disfunzioni sessuali o di «identità di genere» — è perseguito differentemente dalle diverse terapie. L’antropologia implicita in ognuna è determinante nell’influenzare gli obiettivi e la strategia per raggiungerli. Nel vasto emporio delle psicoterapie attuali un diritto di priorità spetta alla psicoanalisi e alle terapie derivate. Nella psicoanalisi l’inadeguatezza sessuale è considerata come un’espressione sintomatica di un conflitto non risolto. Lo scopo terapeutico

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è proprio la risoluzione di quel conflitto. Il trattamento è diretto all’esplorazione di tutta la personalità, piuttosto che concentrato sul singolo sintomo, quale può essere la disfunzione sessuale specifica. Anche le altre psicoterapie di derivazione psicoanalitica, pur non muovendosi a livello dinamico profondo, si occupano dei tratti della personalità e della loro influenza sull’attività sessuale. Spesso forniscono rassicurazione e una certa qual rieducazione sessuale, ma non un trattamento diretto al sintomo.

Del tutto diverso è l’approccio proprio delle terapie behavioristiche. L’accento cade proprio sullo specifico problema comportamentale, piuttosto che sul conflitto di personalità soggiacente. Si presuppone infatti che il comportamento inappropriato sia appreso, e mantenuto dalle condizioni ambientali. Si può perciò cambiare il comportamento mediante esperienze rieducative e mutamenti nelle situazioni ambientali. Per quanto riguarda specificamente le sintomatologie sessuali, si ricorre alle tecniche di «desensibilizzazione» messe a punto da Wolpe per i comportamenti disfunzionali legati all’ansia 5.

Un passo ulteriore in questa linea è stato fatto da Masters e Johnson, i quali hanno cercato un’applicazione terapeutica delle conoscenze sulla risposta sessuale umana ricavata dalla loro ricerca 6. La premessa di base è di considerare il sesso come una funzione naturale, la quale però è mal compresa. Ciò va addebitato alla nostra cultura, che lega la prestazione sessuale all’idea di «performance», e alla povertà di comunicazione tra i due partners. Di qui la paura del fallimento sessuale, che Masters e Johnson considerano la causa principale dell’inadeguatezza sessuale. I loro assunti terapeutici consistono essenzialmente nel trattamento della coppia che ha problemi sessuali come un’unità; nell’intervento di un’équipe terapeutica costituita da un uomo e da una donna; nell’isolamento della coppia disfunzionale dal contesto della vita quotidiana e dal lavoro, e partecipazione a un programma terapeutico per un periodo di due settimane. Un progetto così esigente è praticabile da poche persone. È stato necessario perciò modificare il setting terapeutico di Masters e Johnson,

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introducendo il trattamento di individui, oltre che di coppie, facendo intervenire un solo terapeuta, integrando le tecniche di terapia sessuale con la più tradizionale terapia psicodinamica.

Un forte shock sull’opinione pubblica hanno prodotto quelle tecniche che usano materiali grafici esplicitamente sessuali. Durante gli incontri di gruppo, in un’atmosfera quieta e rilassata, vengono mostrati molti stili e generi di comportamento sessuale, mediante l’uso di films, videoregistratori, diapositive. A questa parte fa seguito una discussione di gruppo, in cui vengono esplorati e comunicati sentimenti e reazioni al materiale visivo. lì presupposto da cui parte questo approccio è che molti problemi sessuali sono il risultato di fattori emotivi inappropriati, i quali producono ansia circa le sensazioni e il comportamento sessuali. Esponendo le persone a contenuti sessuali espliciti, dopo la forte reazione di ansia iniziale, l’aperta discussione mira a ridurre l’ansia e a produrre atteggiamenti più accettabili circa il comportamento sessuale. Questo materiale, abbondantemente esposto in occasione del terzo congresso mondiale di sessuologia medica tenutosi a Roma, ha provocato reazioni comprensibili. La preoccupazione è che la sessuologia prenda la strada della facilità, nonché della commercializzazione, che la porti a confondersi con la pornografia. La pubblicità di quel materiale audiovisivo, benché ideato con fini educativi e terapeutici, non è infatti molto diverso da quella di un volgare sexshop.

La sessuologia medica è una disciplina in formazione. Deve essere aiutata a non percorrere sentieri ambigui, a non impoverire la sessualità umana, sotto la spinta del mercato o di una scienza ispirata da una antropologia mutilata, dimentica che l’uomo è un’unità bio-psico-spirituale. È necessario l’apporto di coloro che condividono una visione spiritualizzata dell’uomo. Da loro ci si attende una giusta valutazione del corpo: nessuna riserva sulle conoscenze fisiologiche che possono aiutare a sbloccare la vita sessuale inceppata. Ma devono anche ricordare alla nostra cultura, non ancora libera dal mito del materialismo meccanicista, che l’elemento decisivo per la sessualità umana è il giusto rapporto del cuore e nelle emozioni con se stessi e con gli altri. «Adesso quasi tutti sanno fare l’amore, ma quasi

nessuno è capace di amarsi»: la frase è stata attribuita a un eminente sessuologo. Un’affermazione che dovrebbe far riflettere quanti pensano che basta la padronanza delle tecniche sessuali per liberare la vita amorosa degli uomini e delle donne dal malessere che le soffoca.

1 Un’eco di quell’obbligo deontologico si può forse trovare nell’art. 32 del nuovo Codice di Deontologia Medica (1978): «Il medico che, abusando della sua posizione professionale, si comporti in modo scorretto, commette grave infrazione disciplinare, indipendentemente dalle eventuali responsabilità civili e penali nelle quali egli può essere incorso».

2 A. Ch. KinseySessual Behavior in the Human Male, Philadelphia 1948, pp. 23-31.

3 W.H. Masters, V.E. JohnsonHuman Sexual Response, New York 1966, id., Human Sexual Inadeguacy, New York 1970.

4 J. Money, H. MusaphSessologia, tr. it. Roma 1968, 3 voll.

5 J. WolpeThe practice of Behavior Therapy, Elmsford 1969.

6 W.H. Masters, V.E. JohnsonHuman Sexual Inadeguacy, New York 1970.

Comprendere la malattia

Sandro Spinsanti

COMPRENDERE LA MALATTIA: L'APPORTO DELLE SCIENZE UMANE

in Salute, malattia, morte. India ed Europa a confronto

Atti dell'International Workshop: Health and Illness: a compari-son of concept in India and Europe

organizzato dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

IPL, Milano, 1991

pp. 199-209

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Premessa

L’incontro tra cultori di scienze bio-mediche e scienze umane provenienti dal continente europeo e dal sub-continente indiano offre un’occasione privilegiata di confronto delle rispettive realtà sanitarie. Non è tuttavia in questo ambito che si colloca la mia riflessione. Essa intende evidenziare piuttosto il vissuto soggettivo della malattia. In maniera più specifica, la mia relazione si occupa dell’atteggiamento interiore nei confronti della malattia promosso dalla medicina scientifica (quella che si insegna nelle università del mondo occidentale e si pratica, con diverse modalità organizzative, nei sistemi sanitari nazionali). È chiaro che «ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne conosca questa medicina»... Per trovare altri modi di vivere la malattia, tanto come paziente quanto come terapeuta, non è neppure necessario spostarsi nelle campagne: i maghi passeggiano tra i grattacieli.

Ciononostante mi sembra giustificato isolare il modo di vivere la malattia che si organizza intorno alla medicina scientifica. Il credito sociale che l’accompagna, infatti, le conferisce una forza maggiore sul nostro immaginario. Altri modi di percepire la malattia vengono inevitabilmente connotati di marginalità e vissuti clandestinamente. La medicina scientifica, in ogni caso, è quella che con la maggiore probabilità statistica incontriamo sulla nostra strada.

Una seconda precisazione preliminare riguarda la portata comparativa di questa riflessione. Non stabilirò un confronto diretto con il concetto di malattia sottostante ai sistemi medici

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indiani e da questi veicolato: il discorso verterà unicamente sulla malattia «all’occidentale». Implicitamente, tuttavia, il modo orientale di comprendere la malattia è presente alla mia riflessione, sotto forma di «fantasma». Intendo con ciò un’immagine idealizzata, non necessariamente coincidente con la realtà culturale effettiva. Il posto di un tale fantasma nell’economia del discorso è quello di un implicito referente positivo, che aiuta a mettere a fuoco le inadeguatezze del modo di affrontare la malattia che ci è abituale.

1. La seduzione di un sapere certo

Mentre il concetto di salute ci si presenta come indeterminato ed elusivo, la malattia è caratterizzata dalla certezza. La scienza medica, in quanto crea concettualmente le malattie, diventa socialmente una grande fabbrica di certezze. Ne possiamo avere un riscontro soggettivo ogni volta che mettiamo in movimento la macchina diagnostica: andiamo dal medico portando un sintomo di malessere, e ne riceviamo una diagnosi. La medicina decodifica il sintomo, facendolo rientrare in un quadro diagnostico determinato. Può darsi che la diagnosi non possa essere stabilita per insufficienza dell’apparato strumentale o per carenze conoscitive del terapeuta: resta tuttavia la convinzione che esista una malattia come realtà oggettiva, tale da poter essere colta da un sapere appropriato. Lo stesso schema sottende anche la diagnosi di «sindrome psicosomatica», che viene formulata quando, in assenza di un riscontro di patologia somatica, perdura la condizione sintomatica soggettiva.

Questo sapere certo è ancora più evidente nel caso in cui non esista la spia costituita dal sintomo di malessere: soggettivamente posso non sapere di essere portatore di malattia, ma il medico, utilizzando i mezzi diagnostici appropriati, può scoprire una malattia che non si è ancora rivelata. Su questa base funziona la medicina preventiva, che permette di scoprire la presenza di un carcinoma mammario o la positività

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al virus dell’AIDS. Procedendo più lontano in questa stessa direzione, incontriamo la diagnosi genetica, la quale può addirittura indicare la presenza di una malattia che si svilupperà soltanto molti anni dopo (come il morbo di Hungtinton, che spesso si manifesta solo dopo i quaranta anni).

Per quanto diverse tra loro, queste esperienze di rapporto terapeutico tendono a rafforzare la convinzione di base: il medico, grazie alla sua scienza, sa che cosa è la malattia. Questo sapere, proprio del medico, non è condividibile con il malato, se non in minima parte. Ciò è tanto più vero nella medicina scientifica contemporanea. Il gap tra le conoscenze specialistiche del sanitario e ciò che è accessibile all’uomo comune, anche se dotato di buona cultura, non è praticamente colmabile.

È con questa argomentazione, del resto, che molti medici tendono a considerare come irrealistica, la pretesa, fatta in nome dell’etica di un «consenso informato» a interventi diagnostici, terapeutici o di ricerca. Alla certezza del sapere medico, fa riscontro la sicurezza del malato. Egli è indotto così ad affidarsi al medico, il quale conosce la sua malattia. La medicina, creando l’impressione che quello che essa conosce della malattia sia la malattia, e che quindi non ci sia altro da cercare, rafforza il senso di sicurezza del malato che si appoggia alle certezze del sapere medico.

Proprio questa certezza, tuttavia, suscita perplessità. La «cultura del sospetto», cresciuta con la consapevolezza dell'Occidente, ci ha insegnato a diffidare soprattutto delle certezze. Esse crescono, infatti, in modo particolare all’ombra di quel sapere tendenzioso che è l’ideologia. È proprio della conoscenza ideologica, oltre al suo carattere aprioristico e al nascondimento dei rapporti di potere che essa favorisce, anche il comunicare una falsa sicurezza. Il sospetto che sorge è che il sapere certo sulla malattia sviluppato dalla medicina scientifica svolga una funzione ideologica: serve a mantenere immutata la realtà, invece che a cambiarla; maschera i rapporti di potere (in questo caso, l’impotenza che il paziente induce in se stesso, consegnandosi all’apparato sanitario, a cui

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attribuisce tutto il sapere e il potere); conferisce una falsa sicurezza.

Se è vero che nessuna operazione di creazione di sapere ideologico è così perfetta da non lasciare qualche traccia della realtà che maschera, ci sentiamo autorizzati a cercare dei segni. Può farci strada un paradosso così formulato dallo scrittore Wolfdietrich Schnurre: «Il sapere del malato è superiore a quello del medico. Altrimenti come potrebbe questi ogni giorno domandare: “Come va?”» 1.

È chiaro che la domanda non eccede di solito il livello della pura formalità. Nel migliore dei casi suppone la richiesta reale dei sintomi soggettivi di malessere o delle sensazioni di benessere. È una forzatura semantica che adottiamo consapevolmente, caricando la domanda di un significato che sembra alieno alla sua candida ingenuità. Attribuiamo alla domanda «Come va?» il valore di un indizio che ci rimanda a un sapere nascosto del malato stesso; un sapere che sfugge al medico; anzi, un sapere che nel suo genere è di un altro ordine rispetto a quello del medico, lo comprende e lo trascende. L’opera del medico, compreso il suo sapere specialistico, non ha altra funzione che quella di attivare questo sapere che è proprio del malato.

Come mai questa prospettiva ci è tanto estranea da sembrare una gratuita provocazione? Che cosa è avvenuto nel nostro modo di praticare la medicina, che ha portato a un esproprio totale del nostro sapere sulla malattia?

2. La rimozione del soggetto

Secondo il modello che prevale nella medicina corrente, il malato non ha un rapporto personale, né con la propria malattia, né con la riacquisizione della salute. Se cade malato, è perché diventa «vittima» di un capriccio della natura, di un germe patogeno o di un virus, oppure di un programma genetico

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sbagliato... Anche la guarigione, in questa prospettiva, è qualcosa che avviene al di fuori della persona del malato. Essa va attribuita al medico che ha fatto la diagnosi giusta, o ha prescritto l’antibiotico appropriato, o al chirurgo che ha eseguito l’intervento necessario. Il solo contributo del malato è di attenersi alle prescrizioni del medico e di non intralciare la sua opera. L’azione del medico è tutta rivolta all’eliminazione del disturbo. La malattia? Un inutile incidente!

Anche il linguaggio che il malato usa per designare la malattia illustra questo processo di allontanamento del fatto morboso dalla sfera personale. Nelle lingue che hanno anche il neutro, il pronome di questo genere viene usato per distanziarsi dal fenomeno. Ma anche le altre lingue conoscono dei modi in cui il parlante sottolinea l’estraneità della malattia da se stesso. Il linguaggio riconduce la malattia a un soggetto agente che si introduce nel corpo umano, inteso come luogo di un succedere che riduce l’uomo al ruolo di «patiens». L’uomo e la sua malattia rimangono, insomma, due realtà separate.

In forza di questa rappresentazione sottesa all’uso linguistico quotidiano della malattia, il rapporto tra il paziente e il medico si struttura come una trasmissione di responsabilità al medico. Chi si scopre un disturbo che intralcia il proprio benessere, si aspetta dal medico che, dopo aver individuato la malattia, attribuendole il giusto nome, la elimini. E il medico rivendica a se stesso la capacità e la volontà di eliminarla.

Il medico-filosofo Viktor von Weizsaecker ha coniato per questo atteggiamento nei confronti della malattia l’espressione Es-Stellung 2, ovvero la «posizione dell’Es»: la malattia è un non-Io, estranea ad esso come il pronome neutro; è qualcosa che capita, che aggredisce l’organismo dall’esterno; è sprovvista di un senso personale ed è comprensibile solo nei termini «scientifici», quando cioè è ricondotta a quei cambiamenti delle strutture cellulari o molecolari che sono esprimibili nei termini delle scienze della natura.

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La teoria e la prassi della medicina adottano esclusivamente la Es-Stellung. La responsabilità di questa situazione va attribuita ai medici? È uno dei luoghi comuni più ripetuti dai critici della medicina contemporanea (come Illich, Szasz ecc.) e dai movimenti che si richiamano alle medicine «dolci» o naturali: il malato deve accedere a un sapere da cui è stato escluso e recuperare un potere di cui è stato spossessato. Adottando l’ottica di tali atteggiamenti contro-culturali, si può parlare di un programma di rivolta del soggetto contro una tendenza attribuita alla medicina ufficiale a volerlo escludere dalla malattia. Ma si tratta di una lettura parziale e fuorviante della realtà.

La resistenza dei medici ad accettare il soggetto — e quindi il significato che la malattia può avere per la persona — è solo una parte della verità. L’altra metà del fallimento della medicina scientifica sul fronte della dimensione antropologica della malattia va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove essa, interrogata appropriatamente, lascia trapelare la propria verità.

Rifacendoci ancora a Viktor von Weizsaecker, troviamo un’indicazione in una sua osservazione: «I malati si aggrappano all’Es per sfuggire all’io ed esercitano una seduzione sul medico affinché percorra con loro questa via che offre minore resistenza. La seduzione è dunque reciproca» 3. L’opposizione a dare un significato alla malattia — al di là di quello di puro segnale di una disfunzione organica — è perciò, semmai, il risultato di una collusione tra il medico e il paziente. Questa opposizione è così forte — osserva ancora lo stesso autore — che è difficile credere che derivi dalle creazioni più superficiali della psiche: «Si ha l’impressione che il malato non solo sperimenti la naturale estraneità della sua malattia all’io, ma ne abbia bisogno». I medici si comportano da medici perché tanti pazienti desiderano rinunciare alla loro responsabilità per la propria salute. Preferiscono, perciò, considerare la malattia

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come un non-senso antropologico, riconducibile alla spiegazione scientifica che ne dà la medicina come scienza della natura.

Questa lettura dei fatti ci obbliga ad abbandonare il comodo cliché diffuso dalla polemica contro la scienza medica contemporanea: quello, cioè, di una medicina «cattiva» che ha spossessato l’innocente paziente di ogni sapere e potere. La «medicalizzazione» della vita ci appare come un’operazione ambigua, non riconducibile allo schema del cattivo oppressore e della buona vittima. È come una conquista che avvenga con la connivenza del conquistato. Ci ricorda piuttosto l’Anschluss dell’Austria da parte dei nazisti tedeschi: l’invaso va incontro all’invasore con le bandiere spiegate...

3. La malattia «de-moralizzata»

La concezione della malattia che sottende la pratica della medicina attuale dell’Occidente è afflitta da un impoverimento di spessore antropologico che si concentra soprattutto nel mutismo della malattia: essa non è più un linguaggio articolato, dietro a cui possiamo indovinare un parlante. Questa riduzione non deve essere considerata come una conseguenza inevitabile della scientificità del sapere medico. Anche rimanendo nell’ambito della tradizione occidentale, siamo in grado di indicare esperienze di una medicina che è al tempo stesso scientifica e antropologica. Tale è stata la medicina greca.

Questa medicina non ha dichiarato semplicemente come insensato l’interrogativo relativo al perché della malattia. Si è distanziata dai tentativi di natura teologica di spiegare il senso della malattia in riferimento a una volontà divina, in particolare mediante l’archetipo della malattia come punizione di una colpa. Possiamo, anzi, affermare che la medicina scientifica dell’Occidente inizia con una decisa presa di posizione circa l’orizzonte entro il quale va iscritta la malattia: il male non va riferito a Dio, ma alla natura.

È emblematica a questo proposito l’affermazione di Ippocrate,

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padre-fondatore della nostra medicina scientifica, riguardo all’epilessia, conosciuta nel mondo antico sotto il nome di «morbo sacro». Il nome era già programmatico: il malato di epilessia, soggetto ad attacchi improvvisi e incontrollabili che lo portavano «fuori di sé», era ritenuto in particolare contatto con la divinità. Ippocrate ha insegnato ai suoi discepoli che nessuna malattia, neppure il «morbo sacro», doveva essere ritenuta causata dagli dèi: la causa andava invece ricercata nel corpo. Nasceva così la medicina «fisiologica», un modo di considerare la malattia che nessuna medicina che pretenda il carattere della razionalità potrà mai rinnegare.

Cercare le cause della malattia entro l’orizzonte della natura non equivaleva però per i Greci a una scelta di positivismo materialista. Alla natura dell’uomo, proprio perché «umana», vanno attribuite altre dimensioni, oltre quella organica: è psichica, sociale, spirituale, nonché etica, con riferimento quindi a una certa misura di responsabilità nella strutturazione del proprio destino. Entro l’ambito della medicina fisiologica greca, la malattia non va considerata solo col registro della passività — ciò che l’uomo subisce dalla natura ― ma anche con quello dell’attività: della sua malattia l’uomo è artefice.

La stessa medicina «laica», che faceva rifiutare a Ippocrate di attribuire una malattia agli dèi, rivendicava però al soggetto la responsabilità per il proprio male. Pitagora, cinque secoli prima di Cristo, seguendo l’opinione di Giamblico, uno dei più grandi medici dell’antichità, affermava: «Gli dèi non sono colpevoli delle nostre sofferenze; tutte le malattie e i dolori del corpo sono il prodotto delle dissolutezze».

Le «dissolutezze» sotto accusa non vanno intese restrittivamente, come trasgressioni di regole morali. I medici dell’antichità, pur rivendicando alla malattia un carattere morale, non erano moralisti. In quanto convinti assertori della dieta, consideravano le trasgressioni alimentari come minacce per il benessere e la salute ben più importanti delle trasgressioni che attirano l’attenzione di un moralista. Se non si vive

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secondo le esigenze della natura con quello che si mangia e si beve, con il giusto ritmo di lavoro e riposo, rispettando l'habitat (che comprende il potere risanante delle acque, dell’aria, del clima), avendo in tutte le cose la moderazione che fa evitare gli eccessi, rifuggendo dalle passioni che turbano l’equilibrio emotivo, si incorre in quelle «dissolutezze» che sono all’origine delle nostre malattie.

All’antica domanda — «Perché ci ammaliamo?» — la medicina antropologica risponde chiamando in causa non la divinità, ma l’uomo. Da questo punto di vista ci appare assolutamente inadeguata la medicina scientifica odierna, che implica una concezione dell’uomo piatta, dalla quale è stato evacuato tutto lo specifico umano. Questo può essere chiamata, a buon diritto, una medicina «de-moralizzata».

Non vogliamo con ciò dichiarare irrilevante il procedimento metodologico e pratico che consiste nel cercare la causa della malattia nei disordini funzionali e strutturali dell’organismo. La ricerca di microbi e di virus responsabili dei processi patologici è indispensabile, allo stato delle conoscenze attuali, perché la medicina possa rivendicare il titolo di razionale. Ma ciò non è tutto: è solo una parte di quella totalità integrata che costituisce il «soggetto». È forse il caso di dire che lo studio dell’albero rischia di farci dimenticare la foresta!

4. La malattia sotto il segno dell’umano

Oggi la considerazione del soggetto, in quanto artefice strutturale della malattia, è molto più complessa che al tempo di Pitagora. Province sempre più vaste sono state acquisite alla conoscenza antropologica. La chiave per penetrare nella comprensione dell’uomo è passata dal mito alle scienze umane: la sociologia, la linguistica, l’antropologia culturale, la storia, la psicologia — solo per menzionare le più importanti ― ci sanno fornire sull’uomo malato conoscenze imprescindibili per dare alla malattia umana tutto il suo spessore.

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A titolo di esempio: non possiamo oggi prescindere dalla scoperta da parte della psicoanalisi della motivazione inconscia, continente sommerso enormemente più ampio, complesso e influente sul comportamento di quella esigua regione che emerge alla coscienza e che possiamo raccogliere nel ristretto abbraccio dell’«Io». Anche quella vastissima zona del «Non-io» (Freud lo ha chiamato «Es», in un senso peraltro diverso da quello che abbiamo raccolto più sopra da V. von Weizsaecker), che però sono «io» come persona, influisce sulla salute e sulla malattia, sulla guarigione e probabilmente sulla morte. E le «dissolutezze» dell’inconscio sono molto più temibili di quelle della nostra psiche conscia! La psicanalisi lo ha dimostrato per quel ristrettissimo settore di malattie che chiamiamo, più o meno propriamente, psichiche (nevrosi e psicosi). Ma c’è motivo di credere che tutte le malattie, anche quelle etichettate come organiche, siano soggette alla stessa influenza della nostra psiche, conscia e inconscia.

Le «dissolutezze» che ci fanno ammalare perdono, se analizzate con le categorie delle scienze dell’uomo, ogni connotazione moralistica, per diventare quello che sono: un’articolazione dell’umano. La sociologia ci aiuta a capire quanto l’essere malato dipende da una organizzazione della vita sociale iatrogenetica. Si pensi, per fare solo un esempio, a quanto la disoccupazione (in quanto figura particolare della distribuzione del lavoro nella società) influisce sull’ammalarsi. E l’antropologia culturale potrebbe istruirci sull’incidenza che sul sorgere di determinate patologie, come le depressioni, ha un comportamento come la soppressione del lutto nella nostra cultura, la quale ha eliminato la morte dal nostro universo simbolico e sociale.

L’etica stessa può cambiare il nostro rapporto con la malattia, purché non le si attribuisca un ruolo di colpevolizzazione, bensì di responsabilizzazione. Ciò vuol dire che possiamo fare qualcosa di meglio con la nostra malattia che eliminarla come un sintomo insensato, caduto come un meteorite nel nostro universo personale, ma fondamentalmente estraneo ad esso. L’azione efficace per combattere il sintomo

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rimane fuori discussione: nessuna collusione con un dolorismo di natura psicopatologica. Ma solo l’azione che sappia combinare il capire all’eliminare risponde alle esigenze antropologiche ed etiche di un atteggiamento umano verso la malattia. Assumendo pienamente lo statuto di un messaggio da decifrare, questa diventa allora il punto di partenza di un cambiamento.

Ma vorremmo noi quella medicina che oggi è teoreticamente possibile, qualora ci decidessimo a fare in modo che il sapere sulla malattia che ci viene dalle scienze naturali si unisca in modo equilibrato e armonioso con quello delle scienze dell’uomo? Ogni civiltà ha la medicina che si merita. La nostra, che violenta quotidianamente l’umano nelle sue dimensioni sociali, psichiche e spirituali, non può pretendere che una medicina tagliata su misura. Come la nostra civiltà non può essere guarita con qualche iniezione di esotismo orientale, ma deve operare una vera metanoia, quella conversione che implica l’abbandono di una strada sbagliata, allo stesso modo deve operare la nostra medicina. Quella medicina senza soggetto — e quindi senza moralità — che manteniamo in piedi quando, come figli della nostra civiltà, pretendiamo di essere guariti dalla malattia senza cambiare i comportamenti di cui le malattie si nutrono, deve cedere il passo a una medicina umanizzata.

NOTE

1 Wolfdietrich Schnurre, Der Schattenfotograf, München 1978, p. 31.

2 Viktor von WeizsaeckerDer kranke Mensch, Stuttgart, 1951, p. 352.

3 Viktor von WeizsaeckerGrundfragen medizinischer Anthropologie, Tubingen 1948, p. 27.

Passeggiando per i territori di cura: gli dei, i riti

Sandro Spinsanti

PASSEGGIANDO PER I TERRITORI DI CURA: GLI DEI, I RITI

in La parola e la cura

primavera 2013, pp. 5-7

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La cura si presenta come un terreno nel quale si entra ― malvolentieri! ― attraverso la patologia. È un vissuto analogo a quello di attraversare un confine, approdando in un paese straniero.

È invalso l’uso linguistico di designare con il termine bioetica l’ambito delle scelte ― discutibili, e spesso animatamente discusse ― che costellano il fronte più avanzato delle innovazioni in biologia e in medicina: dalla procreazione medicalmente assistita alle decisioni di fine vita, dall’ingegneria genetica ai trapianti di organo. Parallelo agli scontri ideologici su questi temi è il dibattito sull’opportunità di definire i confini del lecito mediante leggi ad hoc. Giovanni Berlinguer ha proposto di chiamare questo orizzonte problematico “bioetica di frontiera”, per differenziarlo dai problemi etici quotidiani che troviamo invece nella pratica della medicina 1.

Anche le questioni relative al cambiamento dei rapporti tra i professionisti sanitari e le persone che ricorrono alle loro cure sono in piena evidenza nella nostra società: basterebbe menzionare il problema dell’informazione e del consenso, che nel giro di un paio di decenni ha richiesto il ribaltamento di comportamenti secolari (la famiglia, che tradizionalmente era l’interlocutore del medico nel caso di prognosi gravi o infauste, è stata relegata in secondo piano, a favore della centralità della persona malata). Sappiamo quanto i dilemmi legati alla condivisione delle informazioni (“Faccio bene o male a coinvolgere il mio familiare malato nelle decisioni cliniche che lo riguardano?”) siano centrali nel vissuto di malattia che sconvolge le famiglie. Eppure anche la rete della deontologia professionale, gettata nel mare tempestoso del cambiamento in corso, riesce a portare a riva solo pochi pesci di grande taglia. Sembra che le perplessità più frequenti e i dilemmi morali quotidiani che costituiscono la trama delle pratiche di cura sfuggano a queste determinazioni maggiori previste dalle leggi e dai codici deontologici. Per coglierle suggeriamo un percorso diverso, che assuma come punto di partenza l’esperienza umana fondamentale che sottostà all’essere curati.

La cura si presenta come un terreno nel quale si entra ― malvolentieri! ― attraverso la patologia. È un vissuto analogo a quello di attraversare un confine, approdando in un paese straniero. Una formulazione molto efficace di questo vissuto l’ha fornita Susan Sontag: “La malattia è il lato oscuro della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese” 2. Non solo per Susan Sontag la malattia in sé è una “metafora”: lo è anche il passaggio dalla salute alla malattia. La metafora è, appunto, quella dell’attraversamento di un confine.

Più di recente, lo scrittore Christopher Hitchens ricorreva alla stessa metafora per descrivere la sua esperienza della malattia che

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l’avrebbe portato alla morte: “Mi trovai deportato dal paese dei sani oltre il desolato confine della terra della malattia” 3. La malattia, dunque, segna il passaggio in un territorio nel quale abbiamo bisogno di cura, ovvero di quelle competenze di altissima professionalità che sappiano predisporre la terapia appropriata.

Ciò che divide i due territori è un limite o una soglia? La domanda non è retorica. Per capire la differenza ci può essere d’aiuto tener presente che gli antichi romani avevano due diverse divinità tutelari che presidiavano i confini: Ianus e Terminus. Giano era considerato il dio dei passaggi (la porta, in latino, è appunto ianua), del divenire e degli inizi (a Giano era consacrato il primo mese dell’anno: ianuarius; cfr. Ovidio, I fasti, il cui primo libro si apre con la celebrazione di Ianus e del mese a lui dedicato); era il dio della continuità e delle transizioni. Terminus, invece, aveva altre competenze. Era la divinità protettrice delle proprietà terriere e dei confini dello Stato. Terminus era il vendicatore delle usurpazioni territoriali. A lui erano consacrate le pietre ― chiamate, per l’appunto, termini ― che segnavano i confini tra le proprietà. E grave crimine era spostare quei confini. Terminus era quindi un dio chiuso, bloccato, il cui compito è di “tenere fuori” il nuovo e l’estraneo e la paura che ne deriva.

Possiamo facilmente immaginare come cambi di significato quell’attraversamento di un confine, che equivale metaforicamente all’esperienza fondante della malattia e del bisogno di cura, se lo si vive nello spirito di Ianus o di Terminus. Come in ogni religione, dobbiamo considerare che i comportamenti dei “credenti” sono determinati da un insieme organico di teologie (ciò che si crede), di liturgie e di scelte etiche correlate.

Come vivono la malattia e la cura i devoti di Terminus? La convinzione di fondo è che salute e malattia siano condizioni contrapposte, che si escludono a vicenda: quando c’è l’uno non c’è l’altra. La salute si può bensì aumentare (health enhancement), e questa è una responsabilità personale. Ma quando sopravvenga la malattia, bisogna affidarsi ai professionisti, che sono i sacerdoti officianti della cura. Il trattamento ideale è quello che mira al ristabilimento dello stato di salute che è andato perso quando si è transitati nel regno della malattia (“restitutio ad integrum”). La medicina è intesa come una guerra senza quartiere contro tutte le forme di patologia. Non è raro che questa lotta a oltranza sfoci in quelle forme che si è soliti qualificare come accanimento terapeutico. I confini territoriali ― segnati dai termini ― vanno ben evidenziati per evitare i conflitti (emblematico il mito della fondazione di Roma: Romolo, secondo il racconto di Plutarco, uccide il fratello Remo per aver spregiato e oltraggiato i “termini” della neocostituita città, saltando oltre il confine stabilito: Vita di Romolo 10, 1-2). Non diversamente, sui confini della cura ha luogo ai nostri giorni un contenzioso senza precedenti tra professionisti e cittadini. Non solo si assiste a uno spingere e un tirare da una parte e dall’altra, ma scoppiano continue contese, sotto forma di accuse di “malasanità”, procedimenti giudiziari, richieste di risarcimenti, pratiche di medicina difensiva.

In questa prospettiva i limiti che la malattia e la stessa decadenza fisica connessa alla corporeità ci costringono a percorrere ci appaiono come soglie che si aprono su nuovi territori. Le limitazioni nella vita ― e il “pathos” che le accompagna ― sono opportunità di maturazione della persona.

Le teologie ― liturgie ― scelte etiche della medicina praticata sotto il segno di Ianus sono di tutt’altro tenore. Salute e malattia sono considerati stati interconnessi, confluenti l’uno nell’altro. Non solo la malattia può essere più o meno grave, ma la stessa guarigione può realizzarsi attraverso diversi modi e gradi; e la salute si estende dal ristabilimento dell’equilibrio precedente alla malattia fino a quella vertiginosa nuova condizione che Nietzsche chiamava “la Grande Salute”. “Eros” (desiderio e potere sulla vita) e “pathos” (ciò che la vita ci costringe a subire) sono parti integranti dell’esistenza umana. Ancor più: la “pazienza” (correlata al “pathos”) ci può far arrivare là dove l’azione non è in grado di portarci. Il giusto rapporto con chi eroga cure prevede che la posizione subalterna di chi è curato rispetto al curante (nelle rispettive posizioni one up/one down) ceda il passo a un coinvolgimento attivo del secondo nel processo di cura (empowerment). In termini liturgici, la persona malata è “officiante” (più esattamente, “co-officiante”)

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della propria cura. Il trattamento eticamente auspicabile mira alla “restitutio ad integrum” quando è possibile, ma non trascura la guarigione sufficiente ― quando si è costretti a convivere con una patologia ineliminabile o cronica ― e promuove sempre quella forma superiore di salute che è l’autorealizzazione personale. Perché attraverso il “pathos” si può crescere: Teilhard de Chardin parlava, a questo proposito, di “passività di crescita”.

La crescita non equivale a un processo lineare-cronologico: si può essere vecchi senza essere mai cresciuti, così come è possibile che dei minori ― e anche dei bambini! ― abbiano già realizzato una grande crescita personale. Per descrivere la maturità, possiamo far ricorso alla metafora dei piani superiori di una casa proposta da Kierkegaard: “Pensiamo a una casa, composta di scantinato, pianterreno e primo piano, abitata o adibita in modo tale che ci sia una differenza di ceto tra gli inquilini di ciascun piano; e confrontiamo l’essere umano con una simile casa: è tanto doloroso e ridicolo il caso della maggior parte degli uomini che, nella loro casa, preferiscono vivere nel sottosuolo... E non solo preferisce vivere nel sottosuolo, no, ma lo ama a tal punto che si adira se qualcuno gli propone di occupare il piano buono che sta lì vuoto a sua disposizione perché è pur sempre a casa sua che vive” 4.

In questa prospettiva i limiti che la malattia e la stessa decadenza fisica connessa alla corporeità ci costringono a percorrere ci appaiono come soglie che si aprono su nuovi territori. Le limitazioni nella vita ― e il “pathos” che le accompagna ― sono opportunità di maturazione della persona. Ovvero l’opportunità, che si può cogliere o no, di diventare l’essere pieno che potenzialmente siamo. In questo territorio non si può essere introdotti a forza (così come non si può far crescere una pianta tirandola su dal terreno...).

Mentre le questioni etiche maggiori che mobilitano gli animi intorno alla “bioetica di frontiera” sono definibili in termini giuridici (che circoscrivono ciò che è legale, demarcandolo dall’illegalità), deontologici (che definiscono le regole alle quali deve attenersi il professionista che aspiri ad avere comportamenti corretti) e naturalmente dalle morali connotate in senso religioso, le scelte etiche che circolano nei territori quotidiani della cura sono per lo più oggetto di negoziazioni silenti. Coloro che erogano le cure e coloro che le ricevono devono interpretare i reciproci paradigmi (utilizzando ancora la metafora: sono fedeli di Ianus o di Terminus?), trovando un accordo sul modello implicito che scandisce il percorso terapeutico. La domanda, a questo punto, è: ci sono persone disposte a fare delle vicende della salute ― malattia, cura, cronicità, decadenza, morte ― un’occasione di maturazione personale? A questa è legata l’altra domanda: ci sono professionisti sanitari disposti ad accompagnare rispettosamente le persone in questa crescita, facendo del lavoro di cura anche una preziosa occasione per la propria crescita personale?

Il lavoro di cura è il cuore caldo di ogni professione sanitaria. E se proprio dovesse andar male, perché non si riesce né a guarire nel senso di Terminus, né a favorire una maturazione nel senso di Ianus, per i professionisti della cura resta pur sempre una consolazione: è assicurata loro una poltrona in prima fila da cui assistere alla (divina) Commedia di ciò che gli esseri umani fanno della propria vita.

Perché i giorni per noi sono nulla.

Un vuoto zero, nulla.

Non puoi appuntarteli al muro e agli occhi

renderli commestibili:

sul bianco sfondo

non possedendo corpo

sono invisibili.

Come te sono i giorni,

e quale peso poi

rimpicciolito dieci volte

può avere un giorno?

Josif Brodskij (dal poema Farfalla)

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI - NOTE

1 Giovanni Berlinguer, Bioetica quotidiana, ed. Giunti, Firenze 2000.

2 Susan Sontag, La malattia come metafora, tr. It. Einaudi 1992.

3 Christopher HitchensMortalità, tr. It. Piemme 2012.

4 Soeren Kirkegaard, La malattia mortale, in Opere, Sansoni 1962.

La malattia sotto il segno dell’ambiguità

Sandro Spinsanti

LA MALATTIA SOTTO IL SEGNO DELL'AMBIGUITÀ

in S. Spinsanti - M.C. Koch Candela - G. Piana - G. Colombero - G. Di Mola - N. Cellini - A. Leori - G. D’Avanzo - P. Ricca - A. Burrone

La malattia follia e saggezza del corpo

Cittadella Editrice, Assisi 1988

pp. 7-20

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Operatori della salute a confronto

Il binomio «follia» e «saggezza», prima di essere applicato alla malattia, può essere riferito all’incontro di studio che ha prodotto le riflessioni che confluiscono nel volume presente. L’incontro si è tenuto alla «Pro Civitate Christiana» di Assisi, per iniziativa dell'editrice Cittadella. Faceva seguito a due altri analoghi, dedicati rispettivamente al senso di colpa e alle separazioni nella vita 1. Caratteristica comune di questi incontri è quella di essere rivolti a «operatori della salute», nel senso più ampio del termine: psicoterapeuti, sanitari, operatori di pastorale. Nell'invitare a convenire per uno scambio su un tema prescelto operatori che rappresentano professionalità così diverse è implicita una sfida, di carattere così estremo che rischia di meritarsi la qualifica di «follia».

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È, dunque, un’impresa folle mettere insieme operatori della salute ― fisica, psichica e spirituale ― quando sembra inesistente qualsiasi ponte tra le diverse categorie professionali? Queste professioni hanno alle spalle una lunga storia di estraneità e di ostilità, talvolta neppure mascherata. Non è raro che medici, sacerdoti e psicologi considerino gli interventi degli altri operatori non come sinergici al proprio, bensì come antagonisti. La ruggine tra le diverse professioni della salute ha una giustificazione storico-culturale, in quanto queste professioni si sono costituite grazie alla successiva divaricazione e specializzazione della funzione terapeutica, originariamente omogenea e indifferenziata. Nelle società più arcaiche l’attività della guarigione viene esercitata da una sola persona: è l’uomo del sacro che opera la guarigione fisica, psichica ed emotiva, che assicura i legami sociali e simbolici che integrano il malato con il gruppo sociale, e che allo stesso tempo guida verso il trascendente. Quando la medicina si è strutturata come scienza ― per l’Occidente già fin dal tempo dei Greci ― è avvenuta una prima fondamentale disgregazione della funzione terapeutica unitaria: per successive modificazioni, il medico è diventato sempre più un’altra cosa rispetto al sacerdote. Con il prevalere della secolarizzazione, il ministro del sacro ha sempre maggiori difficoltà a giustificare la sua funzione e la sua stessa presenza in quei santuari dell'arte terapeutica che sono le moderne istituzioni sanitarie.

Un’ulteriore divaricazione ha portato alla formazione della professionalità dello psicologo,

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nella quale sono confluite alcune competenze mediche (come il trattamento delle cosiddette «malattie psicosomatiche») ed altre competenze mutuate dall’ambito tradizionale della pastorale (come il trattamento della colpevolezza in senso psicologico, l’orientamento ai valori, la ricerca del senso come guida nella vita nelle psicoterapie esistenziali).

Tra i professionisti che rappresentano modi così diversi di rapportarsi ai sintomi del malessere esistono, oltre ai possibili atteggiamenti di diffidenza per concezioni antropologiche inconciliabili, anche incomprensioni molto più circoscritte, come quelle legate ai linguaggi specialistici. Ognuno di questi approcci dell’uomo malato ha elaborato un sapere che resta per larga parte inaccessibile ai non iniziati. Quasi l’emblema stesso della barriera è il linguaggio medico, che fino all’epoca moderna si avvolgeva deliberatamente nella cortina impenetrabile del latino. Non meno nebuloso è oggi il linguaggio della medicina scientifica per tutti i non addetti ai lavori.

E in particolare per il malato stesso: i medici possono tranquillamente scambiarsi informazioni sul suo conto alla sua stessa presenza, senza che il malato sia in grado di entrare minimamente nel processo comunicativo. Ma anche il linguaggio degli psicologi è per lo più precluso a chi non abbia la loro specifica formazione professionale. Basti pensare allo «psicanalese», quale gergo specialistico... I teologi, a loro volta, hanno cessato anch’essi di parlare latino. Ciò non impedisce, tuttavia, che anche la loro disciplina abbia un rigore formale che si esprime in un linguaggio specializzato,

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che suona estraneo non solo ai cultori del sapere scientifico, ma anche a molti umanisti.

La difficoltà d’intesa tra le diverse province dell’impero terapeutico non è solo linguistico-formale. Settorializzando l’impresa rivolta a guarire, gli operatori hanno acquisito uno sguardo deformato, che vede soltanto una parte della realtà e ne elude altre. Lo abbiamo già potuto verificare concretamente nelle tematiche che hanno costituito gli incontri precedenti. Il senso di colpa, in primo luogo. Il linguaggio e la sensibilità popolare contrappone semplicisticamente, ma con molta efficacia, due diversi atteggiamenti, quando presume che il senso della professionalità sacerdotale sia quello di far venire i sensi di colpa, mentre lo psicologo mirerebbe a toglierli... Anche l’argomento delle separazioni nella vita ha visto gli operatori convenuti confrontarsi con uno schematismo semplicistico: come se, da una parte, la professionalità del teologo e quella dell’operatore sociale fossero schierate unilateralmente sul fronte della conservazione dei legami (non rompere, a nessun costo, le famiglie costituite...), mentre la professionalità dello psicoterapeuta tenderebbe a favorire i movimenti verso l’autonomia, interpretati univocamente come processi di autorealizzazione.

Considerata l’estraneità di questi mondi linguistici e operativi, si ripropone con maggior urgenza la domanda: è dunque una «follia» proporre un incontro tra professionisti che si ispirano a concezioni così diverse della salute e adottano metodologie di lavoro così irriducibili?

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O questo rischioso incontro è, invece, la cosa più saggia che ci impone la situazione attuale? Si tratta infatti di reagire a dei clichés che sono altrettanto limitanti per coloro che ricevono le prestazioni offerte dalle diverse relazioni di aiuto, quanto sono castranti per i professionisti stessi.

L’impegno assomiglia a una scommessa: quella che punta su una ricomposizione della figura del terapeuta, frammentata in un mosaico di figure professionali. Il progetto non può essere certamente quello di ricostruire l’unità originaria, sotto forma di un operatore indifferenziato e polivalente. L'incontro tra i diversi professionisti della salute è finalizzato a far loro acquisire, oltre all’identità irrinunciabile che caratterizza in ogni professione l’approccio all'uomo malato, un nuovo atteggiamento reciproco, quasi un nuovo «ethos».

Tra gli elementi costitutivi di tale atteggiamento indichiamo anzitutto una lealtà adulta tra gli operatori, fondata sulla rinuncia a ogni progetto imperialistico della propria disciplina e sul desiderio di integrazione. Da questo punto di vista, gli incontri tra operatori della salute che si svolgono alla Cittadella sono già più che una velleità o una semplice promessa: come sanno le persone che li hanno frequentati, circola in essi un’aria diversa rispetto a quella dei congressi che, ognuno nell’ambito della propria professione, siamo soliti frequentare.

La dinamica fondamentale di questo incontro è quella dell’ascolto reciproco. E dell’ascolto, tutti insieme, di una realtà «altra» rispetto

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a quella che riesce a catturare la rete costituita dal «sapere» e dal «saper fare» forniti dalla rispettiva professione. Questa situazione d’ascolto è terapeutica per l’operatore della salute. Anch’egli ha bisogno, infatti, di essere guarito, benché in senso diverso rispetto a colui a cui rivolge la sua opera. In quanto operatori che si collocano entro un orizzonte metodologicamente e praticamente demarcato dalla totalità dei bisogni dell’essere umano e sofferente, ognuno è affetto da un’ottica parziale. La professionalità, insieme alla competenza, conferisce al tempo stesso lo stigma della «deformazione professionale». L’ascolto, il confronto e l’integrazione svolgono un'azione risanante nei confronti delle deformazioni che si acquisiscono con la professione.

La parola al corpo

Il titolo dell’incontro stabilisce un riferimento della malattia a una griglia d’interpretazione dualistica, senza mediazioni e senza nuances. «Follia» e «saggezza» sono due termini di enorme pregnanza semantica. Più che come criteri di tassonomia clinica, nel linguaggio comune sono usati come simboli di quel processo di autorealizzazione, mediante il quale l’essere umano diventa ciò che è destinato ad essere per natura, oppure fallisce la messa in atto del suo essere. La «follia» equivale a mancare il bersaglio, mentre la «saggezza» lo centra; l’una e l’altra fungono come metafore di una fondamentale affermazione

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filosofica sulla natura dell’uomo.

Lo schema dualista allude anche alle due costellazioni che reggono, dal punto di vista antropologico, le rappresentazioni della malattia e della salute nella cultura dell'Occidente: la malattia è rappresentata o come un elemento di disordine ― il «nemico» ― che bisogna eliminare, oppure come un’esperienza umanamente significativa che va valorizzata.

La duplice costellazione si è coagulata intorno a due saperi sull’uomo: quello natural-scientifico, sul quale si appoggia la medicina, e il sapere delle scienze umane, che ispira prassi come quelle psicoterapeutiche di intervento sociale e pastorale.

Correlando la malattia con la follia e la saggezza del corpo, non si è voluto solo alludere ai due universi di sapere: si è inteso, più ampiamente, stabilire un riferimento al corpo come «parlante». Il «pathos» dell’uomo, sullo sfondo di questo campo enigmatico, acquista il valore di un messaggio da decifrare. Rispetto a questa prospettiva, le professioni sanitarie hanno diversa sensibilità e ricettività.

La risoluzione della malattia in linguaggio è stata operata felicemente dalla psicanalisi nell’ambito dei sintomi patologici di natura psichica ed emotiva, mentre non è avvenuta per le malattie di carattere somatico. La cultura psicanalitica ― salvo rare eccezioni 2 ― le ha trascurate, mentre quella medica le ha rese mute, togliendo loro la possibilità stessa di far udire la voce.

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Questo «silenzio» del corpo si rivela tuttavia, a un più attento esame, come un’attribuzione implicita di «follia» all’evento morboso. La medicina scientifica, tutta tesa all’abolizione del sintomo, tradisce una unilateralità che la rende la maggiore responsabile dell’impoverimento in senso antropologico che affligge la concezione della malattia, dominante nella cultura dell’Occidente.

L’ambito in cui ci si è tradizionalmente interrogati sul senso della malattia è quello religioso: in che rapporto sta la malattia con la volontà di Dio? Tale interrogativo, che sembrava destinato ad andare a ingrossare i relitti di un modo di pensare arcaico, è riemerso di recente in relazione all’AIDS. Questa malattia è una punizione con cui Dio colpisce un comportamento contrario alla sua volontà?

La malattia come castigo: espressioni di questo genere non dipendono solo dalle intemperanze verbali di qualche predicatore, da mettere sul conto della retorica ecclesiastica. Esse hanno, se non altro, il merito di riproporre questioni vecchie come l’umanità negli stessi termini in cui si sono tradizionalmente presentate alla coscienza. Il loro riaffiorare è una dimostrazione che il progresso etico-spirituale dell’umanità non procede in modo lineare, come quello tecnologico. Nell’epoca dei trattori non avrebbe senso arare i campi con l’aratro trainato dai buoi o mietere il grano con la falce; e la calcolatrice elettronica ha rapidamente fatto diventare antiquati tutti gli altri mezzi inventati in passato per fare i calcoli. Non è così, invece, per quanto riguarda le questioni fondamentali dell’uomo.

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Queste non possono mai essere accantonate come arcaiche. Anzi, le formulazioni originarie ― che magari hanno adottato il linguaggio del mito e sono più cariche di valore simbolico ― sono più pregnanti. In qualche modo sono da considerare come «insuperabili»: costituiscono un punto di riferimento obbligato, come un elemento del panorama che in montagna riappare, modificato ma sempre lo stesso, a ogni svolta della strada che sale. A tali questioni antropologiche fondamentali appartiene quella del senso della malattia, veicolata dall’archetipo della malattia come punizione di una colpa.

Lo spessore antropologico della malattia

Il problema del rapporto tra la malattia e l'azione di Dio non si è posto solo nel contesto del mondo religioso giudaico-cristiano. Anche nella cultura greca è stato affrontato; costituisce, anzi, una tappa fondamentale del pensiero antropologico, per gli influssi che ha avuto sulla prassi della medicina in Occidente. Possiamo affermare che la medicina scientifica inizia con una decisa presa di posizione circa l’orizzonte entro il quale va iscritta la malattia: il male non va riferito a Dio, ma alla natura. È emblematica a questo proposito l’affermazione di Ippocrate, padre-fondatore della medicina scientifica, riguardo all’epilessia, conosciuta sotto il nome di «morbo sacro». Il nome era già programmatico: il malato di epilessia, soggetto ad attacchi

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improvvisi e incontrollabili che lo portavano «fuori di sé», era ritenuto in particolare contatto con la divinità. Ippocrate ha insegnato ai suoi discepoli che nessuna malattia, neppure il «morbo sacro», doveva essere ritenuta causata dagli dèi: la causa andava invece ricercata nel corpo. Nasceva così la medicina «fisiologica», un modo di considerare la malattia che nessuna medicina che pretenda di avere il carattere della razionalità potrà mai rinnegare (la concezione antropologica dei quattro «umori» e del loro equilibrio va invece considerata come una costruzione storicamente condizionata, che oggi nessuno più riproporrebbe in senso letterale).

Cercare le cause della malattia entro l’orizzonte della natura non equivaleva però per i Greci a una scelta materialista. Alla natura dell’uomo, proprio perché «umana», va attribuita una dimensione psichica e spirituale, con notevoli conseguenze di natura etica. La malattia non va considerata solo col registro della passività ― ciò che l’uomo subisce dalla natura ―, ma anche con quello dell’attività: della sua malattia l’uomo è artefice, e quindi responsabile dal punto di vista morale.

La stessa medicina «laica», che faceva rifiutare a Ippocrate di attribuire una malattia agli dèi, rivendicava però al soggetto la responsabilità per il proprio male. Pitagora, cinque secoli prima di Cristo, seguendo l’opinione di uno dei più grandi medici dell’antichità, Giamblico, affermava: «Gli dèi non sono colpevoli delle nostre sofferenze; tutte le malattie e i dolori del corpo sono il prodotto delle dissolutezze».

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Le «dissolutezze» sotto accusa non vanno intese restrittivamente come trasgressioni dell’ordine sessuale. Per i medici dell’antichità, convinti assertori della dieta, le trasgressioni alimentari erano minacce ben più importanti per il benessere e la salute. Se non si vive secondo le esigenze della natura con quello che si mangia e si beve, con il giusto ritmo di lavoro e riposo, rispettando l’habitat (che comprende il potere risanante delle acque, dell’aria, del clima), avendo in tutte le cose la moderazione che fa evitare gli eccessi, rifuggendo dalle passioni che turbano l’equilibrio emotivo, si incorre in quelle «dissolutezze» che sono all'origine delle nostre malattie.

Questa «medicina antropologica» suona estremamente moderna al nostro orecchio. Ci richiama quegli orientamenti nella medicina di oggi che nascono dalla preoccupazione di promuovere un modo di vivere sano, che impedisca il sorgere delle malattie. Ciò presuppone il riconoscimento che il nostro modo di vivere è causa delle malattie. All’antica domanda ― «Perché ci ammaliamo?» ― la medicina antropologica risponde chiamando in causa non la divinità, ma l’uomo. Da questo punto di vista, antiquata è piuttosto la risposta della medicina «scientifica», che ricorre a un’antropologia piatta, dalla quale è stato evacuato tutto lo specifico umano. Anche dal punto di vista dei risultati, sarà sempre meno efficace di una medicina preventiva, che sappia identificare i comportamenti patogenetici e applicarsi al loro cambiamento.

Non vogliamo con ciò dichiarare irrilevante il procedimento metodologico e pratico che

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consiste nel cercare la causa della malattia nei disordini funzionali e strutturali dell'organismo. La ricerca di microbi e di virus responsabili dei processi patologici è indispensabile, allo stato delle conoscenze attuali, perché la medicina possa rivendicare il titolo di razionale. Ma ciò non è tutto: è solo una parte di quella totalità integrata che costituisce il «soggetto». È forse il caso di dire che lo studio dell'albero rischia di farci dimenticare la foresta!

Oggi la considerazione del soggetto, come artefice strutturante della malattia, è molto più complessa che al tempo di Pitagora. Province sempre più vaste sono state acquisite dalla conoscenza antropologica. La chiave per penetrare nella comprensione dell'uomo è passata dal mito alle scienze umane: la sociologia, la linguistica, l'antropologia culturale, la storia. la psicologia ― tanto per menzionare le più importanti ― ci sanno fornire sull'uomo malato conoscenze imprescindibili er dare alla malattia umana tutto il suo spessore.

Un solo esempio: la scoperta, da parte della psicanalisi, della motivazione inconscia, continente enormemente più ampio, complesso e influente sul comportamento di quella esigua regione che emerge alla coscienza e che possiamo raccogliere nel ristretto abbraccio dell'«Io». Anche quella vastissima zona del «Non-Io» (Freud lo ha chiamato «Es»...), che però sono «io» come persona, influisce sulla salute e sulla malattia, sulla guarigione e probabilmente sulla morte. E le «dissolutezze» dell'inconscio sono molto più temibili di quelle della nostra psiche conscia! La psicanalisi

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lo ha dimostrato per quel ristrettissimo settore di malattie che chiamiamo, più o meno propriamente, psichiche (nevrosi e psicosi).

Ma c'è motivo di credere che tutte le malattie, anche quelle etichettate come organiche, siano soggette alla stessa influenza della nostra psiche conscia e inconscia. E all'influenza delle idee: giuste o sbagliate. E all'influenza delle passioni: costrutti e o distruttive. Nell'orizzonte di una medicina antropologica, insomma, tutte le malattie sono intessute di quel filo aureo della vita di una persona che chiamiamo la sua «moralità».

L'intelligenza del senso

Una medicina veramente umana si costruisce solo sull'assunto-base contrario a quello corrente, il quale implicitamente presume che la malattia abbia un carattere di «in-sensatezza».

La prassi corrente sottolinea la richiesta fatta al malato di affidarsi a che è deputato alla cura del suo male. Le aspettative istituzionalizzate ― vale a dire, ciò che la società abitualmente si aspetta dal malato, e a cui questi deve uniformarsi, se non vuole che il suo comportamento sia considerato come anomalo ― mirano esclusivamente all'abolizione del sintomo, non all'interrogazione appassionata di esso, affinché lasci nelle mani del malato qualche traccia del messaggio esistenziale che ha per lui. L'uomo malato viene così apparentemente decolpevolizzato, mentre in realtà è deresponsabilizzato.

La conquista del senso della malattia partecipa

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del carattere notturno e misterioso della lotta di Giacobbe con l’angelo (cfr. Gen 33,23-33). La benedizione che rimane nelle mani del lottatore può avere un carattere doloroso, che lo costringerà a zoppicare tutta la vita. Nel quadro dall’antropologia teologico-biblica, là dove la guarigione è iscritta dentro l’opera della salvezza, l’emergere del senso della malattia ci appare come un momento costitutivo del processo della «soteria» (una realtà più vasta della guarigione in senso clinico, in quanto partecipa del carattere trascendente della salvezza). L’acquisizione di senso ottiene che dalla passività distruttiva della malattia e della morte scaturisca una possibilità di crescita.

Il senso non può essere donato a nessuno: va trovato all’interno dell’esperienza, grazie a un vero e proprio «lavoro semantico». La creazione del senso della propria malattia è come una porta che si apre solo dal di dentro: nulla vale a forzarla. Ma la ricerca può essere facilitata o impedita. Questo è il beneficio più duraturo che osiamo attenderci da incontri tra operatori della salute di diversa professionalità: che insegnino a chi si dedica agli esseri umani malati a contemperare l’azione e l’omissione (nel senso di rinuncia a operare in conseguenza del proprio bisogno nevrotico di guarire), la parola e il silenzio, la presenza e la distanza. La terapia, in questa ottica, è molto più che una riparazione dei guasti della salute e l’eliminazione dei sintomi. La relazione terapeutica, di conseguenza, sarà sempre e solo un’arte, che abbisogna più d'«esprit de finesse» che d’«esprit de géométrie».

NOTE

1 I lavori degli incontri sono stati raccolti in due volumi: Aa.Vv., In cammino oltre il senso di colpa, Assisi, Cittadella ed., 1984; Aa.Vv. Le separazioni nella vita, Cittadella Ed., Assisi 1986.

2 Esemplare, in questo senso, il volume di Dieter Beck, La malattia come autoguarigione, tr. it. Cittadella Ed., Assisi 1985.

La malattia come autoguarigione

Dieter Beck

La malattia come autoguarigione

Le malattie somatiche come tentativo di guarigione psichica

presentazione di Sandro Spinsanti

Psicoguide, Cittadella Editrice, Assisi 1985

pp. 5-14

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PRESENTAZIONE

La malattia ha un senso. Come tutti i significati, anche quello della malattia va cercato all’interno di quel sistema integrato di correlazioni che chiamiamo cultura. Gli studi di antropologia applicati alla medicina hanno reso più esplicito il legame esistente tra malattia, medicina e cultura. Nel repertorio culturale di ogni gruppo umano esistono delle teorie della malattia, scientifiche o religiose, che includono l’eziologia, la diagnosi, la prognosi, la terapia. Variano quanto variano le culture; e nessuna teoria può essere pienamente capita al di fuori del contesto culturale a cui appartiene e della struttura sociale dei gruppi che condividono determinate opinioni e strategie di adattamento e sopravvivenza.

Questa prospettiva pluralista, resaci familiare dalla medical anthropology coltivata nell’ambito accademico americano 1, ci rende diffidenti nei confronti di discorsi sul significato della malattia dedotti, con procedimento filosofico, dalla natura umana in generale. Dovrebbe anche risvegliare il nostro spirito critico nei confronti del sistema medico ― comprendente prassi

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e concezioni antropologiche sottese — proprio della nostra civiltà tecnologica. Il senso che la medicina scientifica attribuisce alla malattia è congruente con la concezione dualistica che presuppone. Da quando Cartesio ha proposto di considerare il corpo come una macchina, la malattia è diventata per noi, cultori delle idee «chiare e distinte», un guasto nell’ingranaggio. Il pensiero scientifico considera «spiegata» la malattia quando essa può essere ricondotta alle cause della disfunzione: un microbo o una rottura dell’equilibrio omeostatico, un disordine a livello degli scambi biochimici o della struttura genetica.

Abbiamo diversi motivi di fierezza per questa nostra scienza medica nata dal tronco delle scienze della natura: l’intelligenza vi trova appagato il suo bisogno di spiegare, in quanto i fenomeni sono ricondotti alle loro cause; l'«homo faber» si compiace per la sua efficacia: è così efficace che per questa medicina si è disposti a rimettere in circolazione parole del vocabolario religioso, quali «miracolo», «prodigio» ecc. La nostra è una medicina «vincente». La riduzione sul piano dell’antropologia sembra essenziale al successo della medicina scientifica. Abbiamo ancorato l’uomo — il suo corpo, la sua malattia — alla natura e lo trattiamo né più né meno che come un qualsiasi pezzo di natura, un oggetto tra gli oggetti. Una riduzione sgradevole per il nostro narcisismo, ma ripagata con conquiste di frontiere sempre più vaste.

Accanto a questa medicina soddisfatta di sé, senza inquietudini epistemologiche e nostalgie filosofiche o religiose, c’è una pratica che si discosta dal modello delle scienze naturali. Una

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medicina che non ha mai voluto perdere di vista di essere un’impresa terapeutica rivolta a curare l’uomo in quanto uomo. L’etichetta sotto cui questa medicina si impone oggi all’attenzione è quella di medicina «olistica» 2. In questo movimento si incontrano diverse tendenze e sistemi medici. Ciò che li accomuna è una concezione energetica del corpo umano e una prospettiva in cui la vita dell’individuo è vista come un dispiegamento continuo, mentre la malattia equivale all’interruzione di questo flusso. Tutto può influenzare la nostra salute: fattori grossolani e sottili, fisici, emotivi, mentali, spirituali e ambientali; tutti sono correlati. La prospettiva olistica insegna a guardare al di là del sintomo immediato, a situarlo in un contesto più comprensivo. Una disarmonia nella vita si rifletterà sintomaticamente nel corpo, comunicandoci — se vi prestiamo attenzione — che è necessario un cambiamento. La malattia ha allora la funzione di un messaggio, una specie di feed-back del processo della vita che ci informa che qualcosa turba l’armonia e ci richiama ad agire con coscienza, a prendere parte attiva allo sviluppo del nostro benessere, ad assumerci la responsabilità per la nostra vita. Il presupposto olistico è che il corpo sa come curare se stesso, essendo un sistema naturale di guarigione che tende alla buona salute. Chi vuol favorire la salute non ha che da sgomberare il campo da ciò che ci impedisce di intendere le ragioni del corpo. Rimosso l’ostacolo, la buona salute emerge dall’interno della persona. «È il corpo l’eroe, non la scienza, né gli antibiotici, né le macchine, né le nuove tecnologie. Il compito del medico oggi è quello che è sempre stato: aiutare il corpo a fare quello

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che ha imparato così bene a fare da solo durante la sua interminabile lotta per la sopravvivenza, cioè a curare se stesso. È il corpo, e non la medicina, che è l’eroe» 3.

Attraverso la medicina olistica rientra in Occidente una concezione del corpo e della salute che può essere considerata tipica del pensiero orientale. A differenza della scienza medica allopatica, che tratta la natura come «nemico», i sistemi medici orientali riposano su un’antropologia aperta a priori alla saggezza della natura e si muovono in un orizzonte di unità cosmica. «Le indisposizioni, le malattie — scriveva nel 1923 il Mahatma Gandhi nella sua Guida alla salute ― non sono altro che un ammonimento della natura, la quale ci avverte che le immondizie si sono andate accumulando in questa o quella parte del corpo, e sarebbe certamente cosa saggia lasciar fare alla natura, invece di coprire il sudiciume a forza di medicine» 4.

Il richiamo orientale alla saggezza del corpo non si è tradotto in Occidente in fatalismo e passività. Ha incentivato, piuttosto, modelli di vivere «alternativo», dove le pratiche relazionate alla cura della salute sono intrecciate con preoccupazioni psicologiche e spirituali. È difficile, tuttavia, sottrarsi all’impressione che la spinta sociale verso le pratiche che fioriscono all’insegna del «ritorno alla natura» ― dai nuovi regimi alimentari al jogging, dalla fitoterapia al digiuno come pratica terapeutica e spirituale — venga prevalentemente dalla moda o dalla manipolazione dei bisogni di massa ad opera della pubblicità. Va notato inoltre che le versioni più romantiche della medicina olistica, con la loro accettazione acritica di modi di terapia

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dubbi o anche dannosi, con i loro pregiudizi antitecnologici, hanno danneggiato i modelli più seri e legittimi. Si sente soprattutto la mancanza di un riferimento teorico solido, che possa trovare udienza al di fuori dei circoli esoterici.

Dieter Beck, nella sua concezione innovativa circa il significato della malattia, ha cercato tale modello teorico nell’ambito della psicoanalisi. A ragione: la psicoanalisi si è costruita intorno alla scoperta che i sintomi somatici dell’isteria avessero un senso psichico. Malgrado il credo positivista di Freud, la psicoanalisi non si è adeguata all’evacuazione del significato della malattia che è invece avvenuta nel mondo medico. Tuttavia Freud ha introdotto una restrizione, valida soprattutto per il periodo di fondazione della sua disciplina. Pur essendo consapevole, almeno a livello intuitivo, che anche le malattie somatiche hanno un significato psicodinamico, le ha escluse dall’ambito dell’esplorazione psicoanalitica. Si è espresso esplicitamente a questo proposito con Viktor von Weizsäcker, il neurologo-psicoanalista che, introducendo la psicoanalisi nella medicina interna, voleva fondare una patologia generale che non separi le malattie psichiche e psicosomatiche da quelle organiche, bensì le unisca in una considerazione unica. Von Weizsäcker propose di abbandonare il dualismo cartesiano e di lavorare con l’ipotesi dell’unità corpo-psiche. Era consapevole che la svolta era così decisiva per la medicina, che per realizzarla sarebbe stata necessaria una mente geniale, «un Paracelso per i nostri tempi». Pur non riconoscendosi tale genialità, si dedicò a fare un lavoro preparatorio. Cercò un caso tipico, redasse uno studio e lo sottopose

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a Freud 5. Nel corso del trattamento (il paziente soffriva di disturbi della minzione di natura nevrotica) era sopraggiunta un’angina. A una considerazione più approfondita, questa risultava il frutto di una crisi «biografica», indispensabile per capire il vissuto personale della malattia. Quando nel trattamento del suo caso l’angina non fu considerata come un fatto accidentale, ma come un momento della «dinamica psicofisica», risultò una specie di nuova antropologia, in cui erano presenti i concetti principali della psicoanalisi, ma che oltrepassava la psicologia, perché nel concetto di «uomo» era inclusa essenzialmente la costellazione costituita dall’ambiente e dall’organismo, e si poteva così tentare di dare una risposta alle domande che in genere non ricevono una risposta soddisfacente nella patologia delle malattie corporee: «perché proprio ora?», «perché proprio qui?».

La presentazione del proprio studio a Freud offrì a von Weizsäcker l’occasione di un’interessante corrispondenza con il maestro di Vienna. In una sua lettera 6, Freud sottoscriveva il punto di vista di von Weizsäcker: «La parte del suo lavoro in cui lei cerca di stabilire punti di vista comuni per la malattia psichica e per quella organica ci porta qualcosa che per noi è nuovo e ci fa tendere l’orecchio, appunto perché osservazioni occasionali ci hanno fatto avvicinare ai confini di questo territorio inesplorato. Siamo diventati attenti ai fattori psicogeni delle malattie organiche, abbiamo potuto capire che spesso una malattia subentra a una nevrosi; anche la stupefacente immunità di alcuni nevrotici rispetto a infezioni e raffreddori e la perdita di essa dopo il miglioramento

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psichico non ci è passata inosservata. I punti di vista comuni a ogni malattia ― interruzione, svolta, crisi ecc. — ci preparano grandi novità». Tuttavia, mentre esprimeva all’internista la propria riconoscenza per l’ampliamento della prospettiva psicoanalitica, Freud dichiarava, nella stessa lettera, che la psicanalisi non avrebbe seguito quella strada. Egli aveva tenuto lontani gli analisti da tali ricerche, aggiungeva, per motivi pedagogici: dovevano imparare a limitarsi a pensare in modo psicologico, usando cioè postulati, teorie e metodi specificamente psicologici 7.

La strada intravista, Viktor v. Weizsäcker la percorse. Non si può riconoscere al suo pensiero un successo che lo abbia imposto all’attenzione universale. In Italia, in particolare, non ha esercitato alcun influsso, anche per la mancanza di traduzioni delle sue opere 8. Tuttavia il modello teoretico della sua «medicina antropologica» ha avuto un’attenzione privilegiata presso alcuni dei più coraggiosi pionieri del rinnovamento della medicina. Anche D. Beck lo considera un maestro affidabile, al quale riferirsi per uno stimolo al pensiero, più che per ricevere un sistema concluso entro cui inquadrare tutti i fenomeni 9. Come contributo dell’elaborazione teorica di von Weizsäcker ad approfondire gli interrogativi che Beck si pone sulla malattia somatica, riteniamo opportuno riferirci alle sue riflessioni sulle due dimensioni della nostra esperienza fenomenologica del corpo. Questa oscilla tra due percezioni: quella di «essere» un corpo e quella di «avere» un corpo. Riferita al fatto morboso, tale dialettica si traduce in una tensione tra la malattia che «ho», perché mi sopravviene, e quella che

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«faccio». V. von Weizsäcker propone una distinzione tra la Es-Stellung e la Ich-Stellung. Quando si è in rapporto «Es» con la malattia — la malattia come un «non-Io», qualcosa che capita, che aggredisce l’organismo dall’esterno o lo disgrega nella sua struttura biochimica — viene privilegiato l’aspetto oggettivo-razionale. Ma il malato può anche assumere la malattia nell’ambito dell’io. Qui ci troviamo nel regno non più dell’«essere» e «non-essere», bensì del «poter-essere», «dover-essere» ecc., cioè di quelle categorie che von Weizsäcker chiama «patiche» e che sono il fondamento dell’esistenza etica. La malattia diventa allora un elemento costitutivo di una particolare biografia, nella sua unicità e irripetibilità; il malato assurge a soggetto «strutturante», tanto della propria malattia, quanto della propria guarigione 10. Anche nella malattia si manifesta, dunque, la tensione dell’ambivalenza che è propria della nostra esistenza umana. La mia malattia ― detto in forma sintetica e provocatoria ― non la ricevo e non l’ho solamente, ma la faccio e la strutturo anche; il mio dolore non solo lo sopporto e voglio eliminarlo, ma ne ho anche bisogno e lo desidero. La mia malattia è anche la tua malattia, in una prospettiva di solidarietà a cui ci accomuna la morte.

Per quanto possa essere convincente e affascinante questa dimensione di profondità della malattia, in cui viene messo in valore tutto il significato antropologico, bisogna riconoscere che la presa che esercita su di noi è fortemente contrastata. Le pagine di Beck hanno lo smalto dell’intelligenza e la forza persuasiva delle cose semplici e vere. Eppure saremmo poco onesti con noi stessi se non vedessimo in noi l’inclinazione

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a ripiegare su posizioni più sicure perché meno esposte, quelle appunto su cui riposa abitualmente la prassi medica e che si fregiano del titolo di «scientifiche». Possiamo gettare sui medici la colpa di questa voluta cecità. È frequente l’accusa rivolta loro di preferire il galleggiamento su acque basse, piuttosto che il tuffo in profondità. Ed è vero che per lo più i medici rispondono a discorsi come quello aperto da Beck con un’alzata di spalle, o con scherno: arzigogoli da «strizzacervelli», verbosità gratuite e infondate, entusiasmi che confinano col fanatismo... 11.

La resistenza dei medici è una parte della verità. L’altra metà del fallimento dei progetti di antropologizzazione della malattia va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove si incontra la propria partecipazione all’essere malato. Notava von Weizsäcker: «I malati si aggrappano all’ "Es" per sfuggire all’ "Io", ed esercitano una seduzione sul medico perché percorra con loro questa via che offre minore resistenza. La seduzione è dunque reciproca» 12. L’opposizione a interpretare psicologicamente la malattia è perciò, semmai, il risultato di una collusione tra il medico e il paziente. Questa opposizione è così forte — osserva ancora V. v. Weizsäcker — che è difficile credere che derivi dalle creazioni più superficiali della psiche: «Si ha l’impressione che il malato non solo sperimenti la naturale estraneità della sua malattia all’io, ma ne abbia bisogno» 13. Questa percezione della resistenza a psicologizzare la malattia ci tiene lontano dai toni trionfalistici, anche quando un’esposizione brillante

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e convincente come quella di Beck ci impedisce di distogliere lo sguardo. Siamo convinti che la malattia va sottratta al destino e ricondotta al soggetto. Ma il significato personale della malattia non può essere «dimostrato» in modo evincente con la forza di un’argomentazione. In esso non si penetra per via di effrazione violenta: la porta che vi dà accesso si apre solo dal di dentro. La riappropriazione psicologico-spirituale della malattia cammina su un doppio binario: quello della scienza e quello della sapienza.

Note

1 Si veda, a titolo esemplare, David Landy (ed.), Culture, disease and healing: studies in medical anthropology, New York-London 1977; G.M. Foster e B. Gallatiti Anderson, Medical Anthropology, New York 1978.

2 Cfr. K.R. Pelletier, Holistic medicine, New York 1980; a livello più divulgativo The holistic health handbook. A tool for attaining wholeness of body, mind, and spirit, Berkeley 1979.

3 R. Glasser, The body is the hero, London 1977, p. 164.

4 Citato da G. Berlinguer, La malattia, Roma 1984, p. 29.

5 Lo studio di V. v. Weizsäcker fu pubblicato, dietro invito di Freud, nella «Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse », nel 1933, col titolo: Körpergeschehen und Neurose. Il sottotitolo («Studio analitico sulla formazione di sintomi somatici») precisa che non si tratta di una tematica specificamente psicoanalitica. Al centro dell’attenzione non sta né la psiche, né il corpo, bensì la prestazione psicofisica.

6 Riportata integralmente da Viktor v. Weizsäcker nel suo libro autobiografico Natur und Geist, Göttingen 1954, p. 125.

7 Già agli inizi del movimento psicoanalitico, in una lettera a Fliess, Freud aveva formulato il principio metodologico del «come se»: «Non tendo affatto a conservare l’elemento psicologico senza la base organica. Tuttavia, oltre alla convinzione, non ho nulla, né di teoretico né di terapeutico, su cui fondarmi, e perciò debbo comportarmi come se fossi di fronte solamente a fattori psicologici»: S. Freud, Le origini della psicoanalisi. Lettere a Wilhelm Fliess 1887-1902, Torino 1968 (lettera 96).

8 È in preparazione, presso l’Ed. Cittadella, Assisi, un’opera dedicata al pensiero di Viktor von Weizsäcker, che comprenderà anche una scelta antologica di suoi scritti. Riguardo alla corrente nota come «medicina antropologica», si veda: D. Roessler, Der «ganze» Mensch, Göttingen 1962; C. Christian, Moderne Strömungen in der Medizin und ihre Bedeutung für eine medizinische Anthropologie, Friedeman, Berlin 1962.

9 Un altro esploratore coraggioso e originale del significato antropologico della malattia somatica è l’argentino L.A. Chiozza. Anch’egli si ispira al pensiero di V. Weizsäcker, al quale ha intitolato il proprio «Centro de investigaciones en psicoanálisis y medicina psicosomática» a Buenos Aires. La dedica del suo ultimo libro, Psicoanálisis: presente y futuro, Buenos Aires 1983, merita di essere letta tenendo in mente il pensiero e l’opera di Viktor von Weizsäcker: «Mio padre, quando ero bambino, mi spiegò un giorno, mentre gustavamo tutt’e tre una scatola di datteri, che piacevano molto a mia madre, che chi semina datteri non arriverà a mangiarli, a meno che sia giovane. Questo deve avermi fatto impressione, perché non l’ho mai dimenticato. Ci sono idee che sono come datteri: tardano molto a crescere; colui che le semina non vedrà i loro frutti. Ma i datteri esistono, e li seminiamo mentre mangiamo quelli che altri hanno seminato». Nella seconda parte del libro, dove considera la conoscenza della malattia somatica che emerge nella pratica clinica della psicoanalisi, Chiozza parte dall’assunto che la malattia non possiede un’esistenza indipendente dalle vicissitudini della vita inconscia.

10 Le elaborazioni più compiute del pensiero di von Weizsäcker si trovano nella sua Pathosophie, Göttingen 1956 (soprattutto il cap. sulla Biographik, pp. 241-263). Sulla distinzione tra Es-Stellung e Ich-Stellung si veda anche Der kranke Mensch, Stuttgart 1951, p. 352.

11 In tedesco queste critiche si condensano nel termine dispregiativo «Schwärmerei», che trovo in una recensione del libro di Beck (a firma di C. Manika, in Familiendynamik 7, 1982, n. 1, p. 71), riferita però alla postfazione di E. Kübler-Ross.

12 V. von WeizsäckerGrundfragen medizinischer Anthropologie, Tübingen 1948, p. 30.

13 Ibi., p. 27.

Malattia

Sandro Spinsanti

MALATTIA

in Dizionario Enciclopedico di Teologia Morale

Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1990

pp. 553-559

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I - ISTANZE PER UNA NUOVA MORALE DELLA MALATTIA

1. La malattia nella teologia morale tradizionale ― La tradizionale morale manualistica si rivela carente in merito alle implicazioni morali dell’essere malato. Nei trattati scolastici se ne parla talvolta a proposito degli atti della virtù di religione o dei sacramenti, ma in chiave casistica: «Quando excusantur infirmi ab audienda Missa»; «infirmitas excusans canonicos a residentia»... 1. Al capitolo dedicato al quinto comandamento è demandata abitualmente la trattazione degli obblighi riguardo alla vita. Dopo aver parlato dei delitti contro la propria vita (suicidio, mutilazione ecc.), vi si ripete che c’è l’obbligo di curare la propria salute, ma l’obbligo grave concerne solo i mezzi ordinari 2. Questo è, grosso modo, tutto quello che si trova nei manuali tradizionali circa la morale della malattia.

La carenza si spiega col fatto che la trattazione della malattia era abitualmente demandata alla letteratura ascetico-consolatoria rivolta ai ma lati stessi e alle opere di pastorale per i sacerdoti incaricati della cura spirituale dei malati. Dobbiamo per ciò rivolgerci a questa produzione

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letteraria se vogliamo conoscere qual era l’atteggiamento morale richiesto al cristiano malato.

Rileviamo in queste opere una convergenza di fondo sull’affermazione che l’unico atteggiamento veramente cristiano è quello dell’accettazione della malattia. Il compito che si assumono gli scrittori parenetici è allora quello di industriarsi a trovare motivi per rendere plausibile ― naturalmente e soprannaturalmente ― tale accettazione. Le opere pastorali, da parte loro, forniscono al sacerdote o alla suora infermiera un arsenale di argomentazioni per convincere il malato ad accettare la sua malattia, a rassegnarsi (ricorrono costantemente vari temi: la malattia come conseguenza del peccato originale e punizione dei peccati personali, l’identificazione tra malattia e croce, il valore salvifico della malattia accettata come croce). Al malato si domanda poi di offrire la sua sofferenza perché, nell’insieme del Corpo Mistico, egli è il membro sofferente e crocifisso; unendo le sue sofferenze a quelle di Cristo, egli espia per gli altri, specialmente per i peccatori 3.

Questo è il modo tradizionale con cui si parla dei malati e ai malati. Ma negli ultimi decenni sono venuti maturando profondi fermenti nel mondo dei malati, col risultato di un passaggio a nuovi modi di considerare la malattia. Conseguente mente stiamo assistendo, negli ambienti più sensibili, a una radicale rimessa in questione di quell’atteggiamento morale che era ― e spesso è ancora ― abitualmente inculcato al cristiano malato.

La discussione si concentra attorno a due problemi focali: l’esistenza di una «spiritualità del malato» specifica, distinta dalla spiritualità cristiana comune, e la nozione di rassegnazione.

2. Esiste una «spiritualità del malato»? ― La reazione non è diretta solo contro quelle intemperanze verbali che abbondano nelle opere parenetiche, ma anche contro la concezione basilare della «buona sofferenza»; in modo particolare poi verso quanti valorizzano talmente la sofferenza nella vita spirituale, che arrivano a considerare il malato come un «privilegiato».

Certi atteggiamenti estremi, che rischiano di provocare sgradevoli fraintendimenti della concezione cristiana della sofferenza, hanno il loro entroterra teologico in una considerazione del mistero cristiano che si ferma alla croce di Cristo, invece; di andare fino alla sua risurrezione gloriosa.

Esiste, in conseguenza, il serio pericolo di spacciare per visione cristiana della sofferenza certe forme deviate e confinanti con il morboso, che possiamo catalogare sotto il nome generico di «dolorismo». E non è sorprendente il fatto che talvolta il malato stesso si trovi a suo agio in questa prospettiva: uno dei rischi; della malattia è proprio quello di conquistare il giudizio, fino a erigere la sofferenza a valore supremo. La psicologia, inoltre, ci mette in guardia contro la «regressione psicologica», che il fatto drammatico della malattia provoca in certe persone 4.

Le reazioni di chi rimette in discussione la «spiritualità del malato» sono dirette contro una visione troppo ristretta della vita del cristiano malato. Se non si vede in lui che la sua malattia, lo si imprigiona in essa, si costruisce la sua spiritualità sulla parte negativa del suo: essere, e non su quella vivente.

È sintomatica la presa di posizione di alcuni malati: «Non abbiamo bisogno di una farmacia spirituale, ma di un buon nutrimento comune. Ciò che i malati domandano non è una cappella di infermeria , ma la Chiesa. Abbiamo bisogno semplicemente di una spiritualità ecclesiale. Non domandiamo che si apra per noi una nuova scuola di spiritualità, dove tutto sia visto attraverso un'ottica di malati e in odore di ospedale. Che non ci si parli continuamente "in quanto malati", come se non si volesse sapere altro da noi; prima di essere malati siamo uomini e figli di Dio5».

Una spiritualità tagliata su misura per il malato è troppo incompleta e resta esposta alle unilateralità deformanti del dolorismo. Ciò vale anche nei confronti di una spiritualità che chieda al malato di accettare asceticamente la sua sofferenza e di offrirla apostolicamente, in continuazione alla Passione del Signore. Una spiritualità del malato

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più autentica dovrà invece parti re da una spiritualità «cristiana» comune a tutti, per poi arrivare al modo speciale in cui il malato deve viverla a causa dei condizionamenti della sua malattia.

3. È cristiana la nozione di rassegnazione? ― Il rivolgimento di pensiero in merito all’atteggiamento del cristiano di fronte alla malattia giunge fino ad attaccare lo stesso postulato basilare della dottrina tradizionale: la richiesta dell’accettazione e della rassegnazione.

La riflessione critica è partita da i vari fronti indipendenti. La teologia biblica ha studiato più profondamente il rapporto malattia-peccato, il significato dell’attività taumaturgica di Gesù, la vera portata di certe affermazioni di S. Paolo in merito al «soffrire con Cristo».

Gli studi dei liturgisti hanno fatto rilevare negli antichi formulari di preghiere una concezione della malattia diversa da quella ora comune 6.

Anche una certa «spiritualità dell’azione» ha contribuito a mostrare i limiti e le ambiguità dell’atteggia mento di rassegnazione. Lo spirito moderno ha ormai definitivamente acquisito la serietà dell’obbligo di sottomettere la terra combattendo contro tutto ciò che diminuisce l’uomo 7.

Questa forte accentuazione della lotta contro tutto ciò che limita l'uomo non deve indurci nell’eccesso opposto di un'«etica eroica». Non può essere questo il genuino atteggiamento cristiano. Questo deve superare il dilemma lotta-accettazione, perché ambedue gli atteggiamenti, presi separatamente, conducono a un'etica deformata in cui non riconosciamo più il comportamento di Cristo stesso.

Il dilemma non si risolve negando uno dei termini, ma facendone due dimensioni coesistenti nell’unico atteggiamento cristiano di fronte alla malattia. Ciò è possibile solo se recuperiamo il senso integrale del termine neo-testamentario «hypomoné» 8. Esso è stato reso per lo più con il termine latino «patientia», e ha assunto una sfumatura di passività, quando non addirittura di fatalismo.

La traduzione più adeguata è forse quella di «costanza», in quanto il termine, indica esattamente il fatto di «tener duro» con un nemico più forte, il restare saldo sotto l’avversità. Questo era l’ideale etico degli Stoici: il saggio fruisce della «costanza» grazie a una forza d’animo che nessuna congiuntura esterna può piegare; nella costanza sotto i colpi del Destino egli mostra la sua vera libertà.

Nell’orizzonte spirituale cristiano la parola «hypomoné» prende un senso diverso. Essa caratterizza l’uomo che tiene duro in una situazione difficile grazie alla fiducia con cui aspetta il soccorso da Dio. Mentre lo stoico deve la propria costanza solo a se stesso, per il cristiano la costanza è la forma tipica della speranza (cf lo stretto legame nel pensiero di Paolo tra costanza e speranza: Rm 5,3-5; 8,24-25; 1Co 13, 7; 2Co 1,6-7 ecc.).

Il cristiano «paziente» (= costante) non è dunque un dimissionario di fronte alle potenze di diminuzione che aggrediscono l’uomo: egli può e deve resistere al male. D’altra parte, la sua non è una lotta di sapore prometeico: è una lotta nella speranza, cioè nella situazione spirituale di chi, nella fede, si è arreso a Dio ed ha accettato che egli dica l’ultima parola sulla storia dell’uomo. Diversamente che nella concezione greca, il peso della speranza non gravita sull’uomo, ma su Dio e sul suo futuro.

La fede introduce il cristiano nel mistero pasquale, e chiede che tutto il suo agire morale ne sia animato. Nel mistero pasquale ha senso la lotta, perché è condotta nella fede; ed ha senso l’accettazione, perché è espressione della speranza. La morale cristiana della malattia non potrà limitarsi né a inculcare la rassegnazione né ad animare la lotta. Il suo primo compito sarà quello di «evangelizzare» il malato, proiettando sulla sua situazione la luce dell’evento pasquale. Alla luce di ciò che è avvenuto in Cristo, il cristiano malato troverà quale deve essere anche il suo comportamento.

Raccogliendo in sintesi le varie istanze che ci vengono dalle riflessioni critiche recenti sul comporta mento del cristiano di fronte alla malattia, emergono le seguenti linee di forza di una trattazione rinnovata dell’argomento. La morale cristiana

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della malattia dovrà rivolgersi all’uomo malato, ma che tende alla salute; nello stato di malattia che lo condiziona, ma da cui cerca di uscire; lottando contro la malattia, ma valorizzando il dolore secondo la dinamica del mistero pasquale; vivendo una vita spirituale certamente condizionata dalla malattia, ma fondamentalmente simile a quella di tutti coloro che vivono «in Cristo».

Su questa base, cerchiamo ora di delineare i tratti essenziali del comportamento che la vocazione cristiana chiede all’uomo che incontra la malattia nel suo cammino verso Dio.

II - LINEAMENTI SISTEMATICI

1. La malattia nell’etica creaturale ― Nella tradizionale morale cristiana della malattia manca una considerazione delle prospettive morali che si aprono all’uomo in forza della creazione e del comandamento di vivere inscritto in essa. Si parla della malattia solo nella prospettiva «peccato-redenzione». Bisogna invece che una trattazione sistematica dell’etica della malattia prenda le mosse dal comportamento che con segue il fatto stesso di essere creato 9.

Nella prospettiva biblica la creazione è il primo intervento di Dio in vista dell’alleanza con l’umanità. Siccome Dio ha un interesse particolare all’esistenza dell’uomo, gli assicura ed offre continuamente l’insieme dei beni che formano il quadro necessario alla vita. Per il fatto stesso di vivere, dunque, l’uomo riceve un beneficio da parte di Dio. La vita è perciò un bene, un privilegio e un valore, perché costituisce la grande occasione di incontrare Dio.

Col dono della vita Dio dà anche il comandamento di vivere. L’esigenza di vita implicata dal comandamento di Dio domanda all’uomo di approvare la vita, di «volerla», perché c’è un’obbedienza a Dio in sita nell’esistenza umana come tale. Volere la vita diventa allora la salute, cioè la forza che ci permette di essere uomini nel corpo e nello spirito.

La malattia ci appare allora come qualcosa che viene a contraddire, diminuire, intralciare, o paralizzare il voler vivere. Essa provoca l’indebolimento e il bloccaggio della forza di essere uomo. Per obbedire al comandamento di Dio, bisogna che l’uomo voglia fare tutto ciò che è necessario per assicurare la continuità della propria vita psichica e fisica, lottando contro ciò che rischia di paralizzarla. E poiché si tratta di conservare o restaurare non una qualsiasi forza, ma proprio la forza che permette di essere uomo, questa lotta per la vita assume un carattere profondamente morale. Tale atteggiamento si può riassumere in quella che K. Barth chiama la «regola fondamentale dell’etica della malattia»: «Esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che lo accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla».

Sul piano pratico, il malato non dovrà essere incoraggiato ad esagerare la sua impotenza e a coltivare l’inattività come dovere di stato. Si eviterà di dire perciò che «ai malati non si domanda di agire, ma di accettare», che tutto ciò che è loro richiesto è di «offrire la propria sofferenza»...

L’utilizzazione delle proprie energie, finalizzate a uno scopo costitutivo, si chiama «lavoro». Perciò il malato ― in particolar modo l’affetto da handicap - dovrebbe lavorare. Lavorare, e non «ammazzare il tempo»! Anche nel caso che un malato non possa più continuare la sua attività abituale, non diventa con ciò «buono a niente». Rimane in ogni caso la possibilità di un irraggiamento spirituale, proporzionatamente all’opera di «spiritualizzazione» che ogni uomo deve perseguire.

2. La malattia nella morale pasquale ― Idee teologiche, atteggiamenti morali e schemi pastorali circa la malattia saranno profondamente trasformati quando si accetterà il compito che il Concilio assegna a tutta la teologia morale: rinnovarsi «per mezzo di un contatto più vivo col mistero di Cristo e con la storia della salvezza» (Opt. tot. 16). In concreto, ciò implica che l’atteggiamento del cristiano malato deve essere ripensato nel contesto di una vita morale pasquale 10, o dell’alleanza.

Nel mondo biblico salute o malattia acquistano significato in quanto Israele è in relazione di alleanza

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con Dio. Di esse si parla nei formulari di alleanza, e precisamente nell’elenco delle benedizioni e maledizioni che seguiranno se il partner che accetta l’alleanza si atterrà ― o, rispettivamente, non si atterrà ― alle clausole stipulate 11.

Salute e malattia entrano perciò a far parte integrante nel disegno di salvezza, come ne fanno parte la vita e la morte. Malattia, morte e peccato appaiono come realtà comunicanti e congiuranti contro l’uomo, dalle quali Dio lo libererà mediante la storia della salvezza in atto. Passiamo cosi dalla malattia vista nella sua dimensione creaturale e naturale, alla malattia come segno della condizione spirituale dell’uomo in alleanza con Dio.

La malattia è relativa non solo al peccato dell’uomo, ma anche al piano di Dio per la salvezza dell’uomo. Per comprenderla adeguatamente non ci si può perciò limitare a riferirla al passato o al presente, in cui dice la lontananza dell’uomo con Dio; bisogna riferirla anche all’avvenire. Numerosi testi biblici ci parlano della malattia precisamente come della realtà che deve essere abolita all’apparizione dei tempi escatologici, che saranno anche tempi di guarigione; anzi, la guarigione è adoperata come metafora per indicare la salvezza completa e perfetta (cf Is 35,5-6; 57,18-19; 61,1-2; 65,19; Gr 30,17; 33,6; ecc.).

Per comprendere la malattia come segno bisogna adottare una duplice prospettiva: storica e personale. Essa esige una spiegazione non astratta ―anche se «teologica»! ― ma vitale. La malattia acquista significato e trasparenza di segno solo nel dialogo tra il Dio che salva e l’uomo che si lascia salvare; e, prima di tutto e come prototipo, nel dialogo tra Cristo e il Padre.

Già l’attività terapeutica di Gesù ha un profondo valore salvifico. Le sue guarigioni miracolose non sono solo gesti di potere soprannaturale per accreditarlo come Messia; sono piuttosto il segno che il tempo fina le ha fatto irruzione. Con il mistero pubblico di Gesù l’anno giubilare ebraico, con cui è raffigurata la salvezza escatologica, è iniziato (cf Lc 4,16-22); il grande sabato della fine dei tempi è cominciato (cf le guarigioni di Gesù in giorno di sabato).

Le guarigioni operate da Gesù non sono però destinate a inaugurare in modo glorioso un’èra di felicità sulla terra. Gesù non risponde infatti alle attese giudaiche di un messianismo terreno. Anche come prodigioso terapeuta, Gesù conserva i tratti del Servo sofferente di Jahve.

Gesù guarisce ma lo fa caricando si personalmente della miseria umana, prendendola su di sé (cf Mt 8, 16-17); a tal punto che il «segno» decisivo non sarà costituito dalle guarigioni, ma dal «segno di Giona» (Mt 12,38-40), cioè la morte in croce e la resurrezione.

Il dinamismo pasquale della vita del Cristo rende ragione di ambedue gli atteggiamenti di fronte al male fisico: la lotta ad oltranza di Gesù terapeuta e l’accettazione del Servo di Jahve. Gesù ha voluto lottare contro il male, perché la salute è una delle «benedizioni» della nuova alleanza e il suo recupero è un segno della presenza del Regno come lievito nella pasta (cf Mt 13,33). Ma ha lottato senza adottare un atteggiamento di titanismo, bensì nella debolezza umana. Ha accettato la condizione umana di impotenza di fronte al male e l’ha vissuta senza deflettere minimamente dalla sua autodedizione al Padre e ai fratelli. Il valore redentivo dell’assunzione della debolezza umana, che raggiunge l’apice nella passione e morte, consiste nel fatto che diventa mezzo per esprimere un amore fedele a oltranza.

Il male fisico non deve esistere e un giorno, nel Regno ― anticipato ora nel corpo glorioso di Cristo ―, non esisterà più. Se esso permane nel nostro mondo «non ancora» trasfigurato, in realtà è vinto, perché può diventare espressione di amore fedele in colui che non si lascia sviare dal suo atteggiamento di autodedizione cristiforme.

Tutti coloro che vivono «in Cristo» e sono stati assimilati a lui mediante la fede e il battesimo sono chiamati a partecipare alla croce del Signore. Ma per parteciparvi realmente non basta semplicemente soffrire: bisogna rovesciare il significato della sofferenza, facendola diventare espressione di carità pasquale 12.

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Il cristiano che vuol vivere secondo il dinamismo della nuova alleanza inaugurata dalla vicenda pasquale del Cristo trova nello stato di malattia dei condizionamenti particolari. La malattia porta infatti dei sovvertimenti profondi in tutta la vita dell’uomo. Dal punto di vista psicologico, si nota una tendenza alla regressione. Anche la vita morale è intaccata dalia malattia. È un luogo comune ripetere che il malato diventa egoista, ma bisogna ammettere che la malattia svela ed esaspera tutte le forme di egoismo già in atto nella vita da sano. Neppure la vita religiosa sfugge ai condizionamenti della malattia. Questa è per lo più l’occasione di un’esplosione del senso elementare del sacro, che si manifesta sotto forma di presentimento di forze che ci superano e ci sottraggono il dominio della nostra vita; e non è raro il caso che la religiosità si degradi ulteriormente in credulità e in magia. In breve possiamo dire che non è mai il corpo da solo ad essere malato: è tutto l’uomo, che soffre di un disordine, ad essere malato.

Ma anche la sofferenza fisica può far parte della vita morale del cristiano, nella misura in cui entra nel dinamismo dell’amore oblativo e se ne rende espressione. L’atteggiamento adatto non è però quello della passività e della rassegnazione, quell’accettazione dell’inevitabile che potrebbe anche essere talvolta calo o perdita della speranza. Ci vuole un movimento positivo di superamento nella dinamica dell’amore pasquale.

La vita morale del cristiano, come quella del Cristo stesso, sta sotto il comandamento dell’amore. Regola fondamentale di un comportamento nella malattia conforme a quello di Cristo è di riferirsi al dono di sé al Padre e ai fratelli, da continuare anche nello stato di malattia, nonostante i condizionamenti negativi che questa tende a porre. Si tratta di uno sforzo per non arre stare lo slancio della vita nuova in Cristo, fatto in una condizione che di per sé rende più difficile l’orientamento oblativo della vita. Così è reso possibile alla malattia di diventare «croce», cioè situazione in cui la donazione è provata, purificata, approfondita.

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Al cristiano malato non possiamo presentarci con la presunzione di portargli una valida teoria filosofica del dolore o una «teologia della malattia», pretendendo di spiegargli il come e il perché della sua sofferenza. Bisogna che la spiegazione sia trovata dal di dentro, vivendo la malattia nella dimensione creaturale e pasquale della propria vita morale: e ciò nessun altro può farlo, se non il malato stesso.

Si può solo stargli accanto nel servizio fraterno e nella testimonianza di una fede e di una speranza che suscitano in noi la fiducia che niente può separarci dall'amore di Dio che ha preso possesso di noi nel Cristo (cf Rm 8,31-39); niente, neppure la malattia: «siamo ritenuti moribondi ed ecco viviamo!» (2Co 6,9).

BIBLIOGRAFIA

Una bibliografia completa, fino al 1970, si può trovare in Spinsanti S., L'etica cristiana della malattia, Roma 1971, 227-237. Qui ci limitiamo alle indicazioni essenziali.

Tra le voci di dizionari, che possono servire da orientamento generale:

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Soe N.H., Krankheit (ethisch) in Relig. in Gesch. u. Gegenw., 4, c. 38-39.

Weber C.M., Krankheit in Lexikon für Theol. u. Kirche, 6, c. 591-595.

Sulla teologia e morale della malattia:

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Molari C., Lo scopo della malattia in AA. VV., La sofferenza, Varese 1958, 111-126.

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Weber L.M., Gedanken zum theologischen Verständnis der Krankheit, in AA. VV., Moralprobleme im Umbruch der Zeit, Monaco 1957, 101-132.

Sulla pastorale del mondo dei malati:

Bissonnier, Pédagogie de résurrection, Parigi 1959.

Bolech P., Krankenseelsorge im Umbruch, Vienna 1967.

Martin B., Veux-tu guérir? Réflexions sur la cure d'âmes des malades, Ginevra 1963.

Svoboda R., Krankenseelsorge, Friburgo im Br. 1962.

Riviste:

Anime e corpi, trimestrale (V. alla canonica, Brezzo di Bedero, Varese).

Die Krankenseelsorge, trimestrale (Seelsorge Verlag, Friburgo im Br.).

Présences, trimestrale (69, rue Danton-Draveil).

NOTE

1 S. Alfonso de’ Liguori, Theol. Mor., 1. 3, n. 325; n. 1033; 1. 4, n. 130.

2 Cf M. Zalba, Theol. moralis summa, 2, Madrid 1962, 70.

3 Per una documentazione sull’atteggiamento di fronte alla malattia nella letteratura ascetica e pastorale, cf S. Spinsanti, L'etica cristiana della malattia, Roma 1971, 25-48.

4 «Sul piano psicologico la malattia è caratterizzata da tre elementi: il restringimento del proprio mondo; l’egocentrismo; un atteggiamento fatto allo stesso tempo di tirannia e di dipendenza. L’insieme di questi fenomeni avvicina il comportamento dell’ammalato a quello; del bambino; si tratta essenzialmente di un comportamento regressivo» (Delay-Pichot, Compendio di psicologia, trad. it., Firenze 1965, 437. Cf G. Goldszal, Régressiòn et maladie, Parigi 1968).

5 L. Lochet, Au Service des malades: l’Union Catholique des malate, in La Vie Spirituelle, 83 (1950), 55-72.

6 Cf H.R. Philippeau, La maladie dans la tradition liturgique e pastorale, in La Maison-Dieu, 15 (1948) 53-81.

7 È esemplare, in questo senso, l’opera di P. Teilhard de Chardin, Le milieu divin, Parigi 1957. Il libro è dedicato a «coloro che amano il mondo», traccia le linee fondamentali della spiritualità dei cristiani che vivono, come Teilhard stesso è vissuto, «votati alle forze positive del mondo».

8 La nozione di «costanza» è stata sufficientemente studiata dagli esegeti. Vedi G. Borkamm, Geduld in R.G.G., 2, col 1242; C. Spicq, Patientia, in Rev. Sc. Ph. Th., 19 (1930), 95-106; A.M. Festugière, Hypomoné dans la tradition grecque, in Rev. Sc. Rel., 30 (1931), 477-486.

9 Per questa parte ci siamo ampiamente ispirati alle prospettive etiche che K. Barth deriva dalla dottrina della creazione: K. Barth, Die Kirchliche Dogmatik, III/4: Die Lehre von der Schöpfung, Zurigo 1951; è il 16° volume della traduzione francese: Ginevra 1965.

10 Cf in questo senso T. Goffi, La morale pasquale, Brescia 1968.

11 Cf J. L’Hour, La morale de l’Alliance, Parigi 1966; soprattutto il c. 3°, 83-103.

12 Può essere illuminante la riflessione di D. Bonhoeffer sul rapporto tra «sequela e croce» (D. Bonhoeffer, Sequela, trad. it., Brescia 1971, 67-75).

Malattia

Sandro Spinsanti

MALATTIA

in Dizionario di Spiritualità dei Laici

Edizioni O.R., Milano 1981

pp. 1-5

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Sommario - 1. M. e peccato - 2. Nella prospettiva dell’alleanza - 3. L’attività terapeutica di Gesù - 4. Gesù e il male fisico - Bibliografia

1. M. e peccato

Nel mondo biblico la m. non è solo un fatto contingente che viene a interrompere in modo accidentale il progetto vitale dell’uomo. È piuttosto una realtà carica di mistero, che indica la situazione spirituale di un uomo o d’un popolo davanti a Dio. La m. è un segno; essa parla un linguaggio che si può capire solo se lo si riferisce al dialogo tra l’uomo e Dio.

Per gli ebrei, questa estensione della realtà della m., fino ad attribuire ad essa un senso e una funzione soprannaturali, era resa facile dall’ambiente culturale in cui si muovevano. I popoli che li circondavano ― gli egiziani a sud e i babilonesi a nord ― credevano comunemente che la m., come ogni altra disgrazia, fosse opera della divinità. In essa ravvisavano l’intervento di una potenza superiore all’uomo, per lo più malvagia. La fede monoteistica impediva agli ebrei di concepire un dio del male, antagonista di quello del bene. Tutto viene rapportato all’azione di Jahvé. Ciò non impedisce tuttavia che anche nella Bibbia quello che si riferisce alla m. abbia talvolta i tratti del demoniaco. È una concezione che riscontriamo ancora presente nell’ambiente dei vangeli, in particolare in alcune guarigioni di malattie accompagnate da esorcismi. I problemi posti da quanto si è accennato alla nostra mentalità moderna vengono notevolmente diminuiti se teniamo presente il modo abituale di vedere e di narrare i fatti di m. in diversi ambiti culturali, in quello orientale ma anche in quello grecoromano. La Bibbia, pur adottando questo linguaggio, dal momento che non ne conosceva un altro, non intende vincolare esplicitamente quelle concezioni all’autorità della parola di Dio per la salvezza degli uomini.

La questione diventa invece scottante quando consideriamo le affermazioni bibliche circa il legame tra m. e peccato.

Accenniamo solamente ad alcuni passi biblici, che dovrebbero essere esaminati dettagliatamente nel loro contesto: la m. di Saul (1 Sam 16,14); punizione del servo cupido di Eliseo, colpito da lebbra (2 Re 5,27); m. e guarigione del re Ezechia (2 Re 20,1-11); a proposito del re Joram (2 Cr 21,11-19); m. e morte di Alcimo, che aveva preteso di abbattere il muro di separazione tra l’atrio degli israeliti e quello dei pagani (1 Mac 9,54-56); m. e morte dell’empio Antioco iv Epifane (2 Mac 9,11-12); m. mortale del re Nabucodonosor (Dn 4,28-30).

Oltre che nelle precedenti narrazioni, il rapporto tra m. e peccato personale è stato affermato anche da testi poetici (tra gli altri Sal 31 (32), 3-5; 37 (38), 4; Sir 38,15; Gb 22,5-14, che esprime la tesi degli amici di Giobbe, difensori della dottrina ufficiale del giudaismo).

Le affermazioni sulla m. come punizione del peccato, già sufficientemente categoriche nella Bibbia, sono state successivamente raccolte ed elaborate fino all’esasperazione negli ambienti religiosi giudaici. Se già gli amici di Giobbe interpretavano un caso di m. secondo le regole: «Nessuna punizione senza colpa» e; «Dove c’è il patire c’è stato prima il peccato», in seguito il giudaismo portò agli estremi questa concezione. I giudei devoti affermavano che Dio vigila affinché peccato e punizione corrispondano alla regola; «misura per misura». Così la gravità della punizione cresce con la gravità del peccato: le più grosse catastrofi, che possono capitare ai singoli o alla comunità, hanno per presupposto i più gravi peccati.

Così non solo si presumeva di sapere quale disgrazia facesse seguito a determinati peccati, ma si poteva anche risalire dalla sventura di un uomo al suo peccato! La m. diventava un segno per riconoscere la colpa.

Gli ebrei al tempo di Gesù erano impregnati di queste concezioni. Nella guarigione del cieco nato ritroviamo in modo evidentissimo le tracce delle teorie dei rabbini. «Maestro ― domandano i discepoli di Gesù ― chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?» (Gv 9,2). Gesù recide alla radice questa problematica, tipicamente di scuola: «Non ha peccato, né lui, né i suoi genitori». Ugualmente rifiuta di credere che le vittime di Pilato e gli uomini schiacciati dal crollo della torre di Siloe siano stati puniti dalla disgrazia per loro particolari peccati (Lc 13,1-9). L’insegnamento di Gesù è categorico: se la m. è un segno, non lo è necessariamente di una colpa personale, e perciò non è lecito inferire dalla m. o disgrazia a un peccato antecedente. Questa decisa presa di posizione di Gesù non è senza conseguenze per ciò che concerne l’atteggiamento morale del cristiano di fronte alla m. In molti malati si può notare infatti la tendenza spontanea ad autoaccusarsi, e quindi a sentirsi colpevoli, a considerarsi puniti. Anche quando ci si ribella a tale connessione tra m. o disgrazia e peccato («Che cosa ho fatto perché Dio mi punisca così?») si rimane in quest’ottica.

Ora è bene tener presente che il terreno psicologico su cui spunta la tendenza alla colpevolezza è quello regressivo. La psicologia descrive la regressione del malato mediante tre elementi: il restringimento del proprio mondo, l’egocentrismo e un atteggiamento fatto allo stesso tempo di tirannia e di dipendenza. La passività e la dipendenza spiegano a sufficienza la facilità con cui il malato tende a piegarsi sotto l’ipotetica accusa significata dalla m. L’atteggiamento religioso di docile autoaccusa è un espediente per cercare sicurezza.

Con queste premesse è facile che il rapporto m.-peccato personale sia accettato — se non addirittura inconsciamente ricercato per uscire da uno stato d’ansia ― quando viene proposto da certa ascetica e da certa pastorale. Ecco perché assume la massima importanza la netta dissociazione fatta da Gesù tra m. e punizione di un peccato personale. Questa prospettiva aiuta a evadere da uno stato di morboso senso di colpa. Il quale, del resto, non offre un’opportunità per la vita religiosa. Ogni incontro di

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fede tra Dio e l’uomo ― anche l’uomo malato ― deve essere un incontro personale e responsabile, non uno stato di soggezione malsano e infantile. L’incontro personale della fede avviene tra Dio e l’uomo vivente, padrone di se stesso, perché Dio non vuole incontrare gli istinti ma la libertà. Compito del sacerdote e di tutti coloro che assistono il malato con una motivazione religiosa è quello di cercare un rapporto che abbia una funzione pedagogica rispetto alla fede del malato. Respingiamo perciò la tentazione di «sfruttare la situazione», approfittando della fragilità psicologica del malato per proporgli un rapporto con Dio fatto di passività, infantilismo e colpevolezza morbosa. Cerchiamo piuttosto di favorire il passaggio da una «coscienza infelice» a una «coscienza responsabile», aiutando il malato a liberarsi dalla tendenza a rifugiarsi nel senso di colpa.

2. Nella prospettiva dell’alleanza

Gesù rifiuta con ogni decisione la teoria della m. come conseguenza di un peccato personale. Ma non rifiuta con la stessa radicalità la prospettiva religiosa che vede nella m. un segno della situazione dell’uomo davanti a Dio. È tipico, a questo proposito, il racconto della guarigione del paralitico (cfr. Mt 9,1-8). Perdono dei peccati e guarigione del corpo sono associati senza per questo avallare le idee relative alla m. come punizione. Resta dunque una certa relazione tra la sofferenza fisica e il peccato, anche quando si rinuncia a legarli come causa ed effetto. La teologia ha cercato di far luce su questo punto oscuro introducendo la nozione di peccato originale. Il dolore sarebbe la conseguenza non del peccato personale, bensì del peccato che tutta l’umanità ha compiuto mediante i progenitori. Nel linguaggio religioso popolare ricorre abitualmente questo tipo di «spiegazione». Non è opportuno affrontare qui la questione del rapporto tra m. e peccato originale, che appartiene alle nozioni più radicalmente rimesse in questione dai teologi e dagli esegeti. Un approccio del problema, più consono alla terminologia biblica e più accessibile alla mentalità moderna consiste nel considerare la m. nella prospettiva dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

La prima osservazione che siamo portati a fare è che Israele ha, sì, accettato le categorie culturali che vedevano nei mali un intervento della divinità, ma le ha integrate nella sua idea della vita di fede come un rapporto di vassallaggio, che obbliga reciprocamente un signore ― in questo caso Dio, Jahvé ― e un suddito ― il popolo d’Israele ―. Alleanze di questo tipo venivano stipulate mediante formulari fissi, dei quali faceva parte una minuta elaborazione di benedizioni e maledizioni condizionali. Vale a dire, di benedizioni o maledizioni che seguiranno se il partner si atterrà o, al contrario, non si atterrà alle clausole stipulate. Valga come esempio particolarmente eloquente il c. 28 del Deuteronomio. Nei testi biblici in cui si parla di m. come punizione, la m. non è isolata, ma ricorre insieme ad altre calamità, quali la carestia, le cavallette, i nemici, ecc. E anche là dove la m. ricorre da sola, è sempre la prospettiva di fondo dell’alleanza che bisogna presupporre.

Per entrare nella prospettiva biblica è importante rendersi conto che benedizioni e maledizioni non vanno considerate come premi e castighi estrinseci, usati pedagogicamente per tenere il partner umano nell’alleanza, ma sono parte integrante dell’alleanza stessa. L’alleanza infatti è finalizzata alla «salvezza» dell’uomo, e questa, in quanto salvezza per l’«uomo», non è disincarnata, ma lo investe nella sua dimensione terrena, corporea, concreta. Per questo la terra, la sicurezza dai nemici, la salute del corpo, il cibo e il vestito fanno parte della salvezza, sono la salvezza accordata da Jahvé al suo popolo. Finché Israele resta fedele al suo Dio non può che partecipare della salvezza, e quindi della terra promessa, della salute, della longevità, del benessere.

Evidentemente questa prospettiva non risolve tutti i problemi, anzi ne pone di particolarmente acuti. La sofferenza del giusto resta un enigma che non trova spiegazione adeguata in uno schema di natura giuridica, fosse pure quello dell’alleanza.

Se le benedizioni sono intrinseche all’alleanza, lo scriba e il rabbino non vedevano come potessero venir meno, qualora non si fosse peccato contro Dio infrangendo così l’alleanza. Apparterrà agli scrittori sapienziali e ai salmisti di inquadrare il problema posto dalla sofferenza del giusto e di risolverlo, non rinunciando ai princìpi generali dell’alleanza, bensì approfondendoli. Il vertice di questa riflessione sarà raggiunto dal libro di Giobbe. L’importante è che il problema della sofferenza del giusto, che emotivamente tende ad accaparrare tutta l’attenzione, non offuschi il disegno di fondo dell’alleanza. Salute e m. acquistano un senso religioso in quanto Israele è in relazione di alleanza con Dio. Esse entrano a far parte integrante del disegno di salvezza, come ne fanno parte la vita e la morte. M., morte e peccato appaiono come realtà comunicanti e congiuranti contro l’uomo, dalle quali Dio lo libererà mediante la storia della salvezza che ha messo in atto. È appunto la prospettiva della storia della salvezza che permette alla m. di svolgere la funzione di segno della condizione dell’uomo in alleanza con Dio.

La m. dice relazione non solo all’uomo e al suo bisogno di salvezza, ma anche al piano di Dio che offre la salvezza. Come l’esilio e la schiavitù, essa appare come la realtà provvisoria, la cui sparizione sarà il segno dei tempi nuovi. Il significato religioso della m. è legato non solo a un passato di peccato, ma anche a un avvenire di salvezza. Numerosi testi biblici ci parlano della m. precisamente come della realtà che dovrà essere abolita all’apparizione dei tempi escatologici, che saranno anche tempi di guarigione. Nel mondo nuovo, inaugurato dalla nuova alleanza (cfr. Ger 31,31-34), la m. sarà soppressa: non ci saranno più né ciechi, né sordi, né muti, né zoppi («lo zoppo salterà come un cervo»: Is 25,8; 65,19). In

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questi passi profetici la guarigione è messa in rapporto con la liberazione, l’abbondanza, la pace; anzi, la guarigione è adoperata come metafora per indicare la salvezza completa e perfetta. Se la parola di Dio è una parola per la vita, nella prospettiva della storia della salvezza bisogna considerare in modo privilegiato il momento in cui l’alleanza tra Dio e l’uomo ha stretto il suo dono definitivo. Nell’esistenza umana e nella parola di Gesù si è reso manifesto quale è la vita che Dio intende per l’uomo. Solo una riflessione sul mistero della salvezza nella sua maggiore densità, vale a dire nella pasqua del Cristo, ci mostrerà come la sofferenza fisica possa cambiare di segno ed esprimere anch’essa, paradossalmente, la grande benedizione con cui Dio ha benedetto l’umanità.

3. L’attività terapeutica di Gesù

Che la morale cristiana si costruisca a partire dalla vita e dall’insegnamento di Gesù sembra ovvio. Ogni insegnamento morale che si voglia cristiano cerca di agganciarsi a quella dottrina e a quella prassi. Il problema sorge quando confrontiamo le diverse accentuazioni, o addirittura le differenti interpretazioni di ciò che è essenziale nel cristianesimo. Troviamo così che nel mistero del Cristo alcuni accentuano prevalentemente la passione e la morte, vista come l’agire definitivo in ordine alla salvezza: con le sue sofferenze, col sangue e con la croce, Gesù ha redento gli uomini dal peccato. Altri invece sottolineano la prassi liberatrice di Gesù, che ha condotto una lotta contro il male in tutte le sue espressioni, nelle sue conseguenze come nelle sue cause.

La differenza di prospettiva è particolarmente evidente quando si parla del malato in riferimento a Cristo. Alcuni privilegiano la prospettiva che converge sulla croce, ritenendo che la sofferenza fisica collochi il malato in una situazione di particolare partecipazione alla passione di Cristo. Di qui l’identificazione abituale della m. con la croce. Di qui, anche, le esortazioni ad accettare la m. come modo di continuare a soffrire con Cristo e di cooperare alla salvezza del mondo.

Ma dopo le prospettive aperte per la liturgia e la teologia dalla riconsiderazione del valore di salvezza proprio della risurrezione, anche la teologia morale non può più esimersi dal considerare il mistero del Cristo nella sua integralità. Il Cristo ci ha salvato compiendo la sua pasqua. Se consideriamo la salvezza come un evento connesso con l’intera vicenda personale del Cristo che compie la sua pasqua nella condizione umana, il raggio degli avvenimenti che portano e significano la salvezza si estende prima e dopo la croce. Gesù ha operato la salvezza dell’uomo non solo perdonandolo, ma dandogli vita in modo sovrabbondante; egli doveva non solo riparare una colpa, ma dare una nuova vitalità all’uomo. E la trasformazione dell’uomo non avviene senza l’azione dello Spirito nel cuore, quello Spirito che è dato da Gesù risorto. È tutta la vita di Gesù, culminante nella risurrezione, che è salvezza, comunicazione di vita nuova.

In particolare, l’attività terapeutica di Gesù non appare più marginale, o destinata soltanto a fornire carte di credito per l’annuncio della parola: essa fa parte integrante dell’opera della salvezza. Questa è, del resto, la conclusione cui ci conduce la considerazione dei dati biblici. Essi documentano a sufficienza che le guarigioni hanno costituito una parte importante del ministero di Gesù. L’evangelista Matteo così riassume l’attività di Gesù in Galilea: «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e sanando ogni malattia e infermità del popolo. E giunse la sua fama in tutta la Siria, e gli portarono tutti i malati oppressi da varie malattie e tormentati, indemoniati, lunatici e paralitici, ed egli li guarì» (Mt 4,23-24).

Anche se qui si tratta di un sunto del redattore, non viene infirmato il carattere storico della testimonianza secondo la quale Gesù svolse un’attività terapeutica a favore di tutti, guarendo da ogni specie di infermità. La sottolineatura evangelica che tutti venivano guariti non va intesa in senso quantitativo, ma nel senso che Gesù guariva malati di tutti gli ambienti e affetti da ogni sorta di malattie. Questa osservazione non mancava di una punta polemica: lasciarsi toccare dalle folle innumerevoli ed eterogenee era un’abominazione, dal punto di vista dei farisei e dei monaci esseni; Gesù sottolineava con questa prassi che aveva ricevuto la missione di esercitare il suo ministero presso il popolo intero.

Non solo l’universalità, ma anche l’abbondanza delle guarigioni è l’ambiente indispensabile per capire il Gesù dei vangeli. Ci colpisce la sproporzione numerica tra le pochissime guarigioni riferite dall’AT e le tante riportate dal N. Perché questa profusione improvvisa di miracoli? Il motivo è il momento particolare della storia della salvezza (il Kairós) rappresentato dalla venuta di Gesù Cristo. Per capire il senso delle guarigioni miracolose di Gesù è illuminante il quadro costruito da Luca per dare solennità all’inaugurazione del ministero di Gesù. Il giovane rabbi prende la parola nella sinagoga di Nazaret. Legge dal profeta Isaia (61,1-2) quanto si riferisce all’attività del messia nell’anno della salvezza universale: «Lo Spirito è sopra di me; per questo mi ha consacrato, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella, ad annunziare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi il recupero della vista, a mettere in libertà gli oppressi, a promulgare un anno di grazia del Signore». Gesù commenta la citazione profetica dicendo semplicemente: «Oggi si è adempiuta questa scrittura nelle vostre orecchie» (Lc 4,21). L’anno giubilare ebraico (Lv 25,8-18.23-55), con cui è raffigurata la salvezza escatologica, è iniziato; il grande sabato della fine dei tempi è arrivato. Le guarigioni di Gesù in giorno di sabato, così scandalose per i legalisti, volevano appunto alludere a questo grande anno sabbatico.

Le guarigioni, con il loro numero e la loro prodigiosità, hanno precisamente il compito di

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essere segno dei tempi nuovi che sono arrivati. In quanto segno sono un avvenimento indicativo di qualche cosa; l’elemento straordinario attira l’attenzione e la dirige stilla realtà nascosta, il regno di Dio, appunto, che sta venendo. Le guarigioni taumaturgiche di Gesù sono l’annuncio e l’inserzione nel tempo d’un ordine nuovo, quello escatologico e definitivo, inaugurato dai tempi messianici.

Quando i profeti annunciavano il regno futuro, ne descrivevano la venuta attraverso una serie di segni; la consolazione, l’abbondanza, la pace, la guarigione (Is 61,1-3; Mic 4,1-4; Ger 33,6; Is 35,5-6). Come l’esilio e la schiavitù, la m. appare come la realtà provvisoria, la cui sparizione indicherà la venuta dei tempi nuovi. Con la guarigione sarà benedetto il popolo che entra nell’area dell’alleanza definitiva. Le m. hanno, in generale, quella funzione di segno che Gesù attribuisce in particolare alla cecità del cieco nato: «Né lui, né i suoi genitori hanno peccato, ma è così perché si manifestino in lui le opere di Dio» (Gv 9,3). La cecità ci appare qui come l’occasione nella quale Dio manifesta la realtà e la potenza della grazia nel quadro della missione di Gesù. La m. non è spiegata: essa è là per essere vinta dall’intervento travolgente del Dio fedele all’uomo. Questa è l’interpretazione che Gesù dà esplicitamente della fioritura di guarigioni attorno alla sua persona. Rispondendo alla domanda perentoria della delegazione del Battista: «Sei tu quello che deve venire?», Gesù rimanda ai segni messianici ben conosciuti dai lettori della Bibbia: «Andate e riferite a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è annunciata la buona novella» (Mt 11, 2-6). Per amore di chiarezza Luca, riportando stesso episodio, aggiunge: «In quel momento egli guarì molte persone da malattie, da infermità e da spiriti maligni e restituì la vista a molti ciechi» (Lc 7,21). L’elemento più caratteristico in queste guarigioni è che esse: non vogliono essere un semplice ristabilimento della salute come equilibrio organico, ma espressione della venuta d’un ordine nuovo, in cui il male non ci sarà più. Per questo le guarigioni sono così spesso collegate con il perdono dei peccati. È un segno che Dio, attraverso il suo Spirito, riprende possesso di tutta la creazione che gli si è alienata.

Il perdono dei peccati ha dunque lo stesso significato della guarigione. Questa concretizza il perdono (cfr. soprattutto Mc 2,1-12); ma l’uno e l’altro insieme attestano la venuta dei tempi nuovi in cui gli uomini sono guariti e perdonati, liberati e saziati. Le guarigioni di Gesù sono un vero atto di salvezza, la conseguenza necessaria della nuova alleanza: dopo aver dato all’uomo un cuore nuovo, ecco che Dio «fa nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Anche questi segni della salvezza partecipano della tensione tra «già» e «non ancora» che è proprio del momento attuale della storia sacra. Se, da un lato, Cristo ha vinto la morte (e la m.) nella sua propria risurrezione, dall’altro è chiaro che non l’annienterà definitivamente che alla sua parusia (cfr. 1 Cor 15,26).

I vangeli stessi ci aiutano a non interpretare in modo trionfalistico i segni del regno. Sottolineano che tali segni si realizzano in un contesto così sprovvisto di potenza, che possono diventare tanto occasione di scandalo, quanto occasione di fede (Mt 11,6). Le guarigioni operate da Gesù non sono destinate a inaugurare in modo glorioso un’era di felicità sulla terra, sul tipo dei miti millenaristici, ma solo a porre dei segni della presenza del Figlio dell’uomo e della prossimità del regno.

Figlio dell’uomo non realizza la sua missione terrena trionfalmente. Si comporta precisamente in quel modo umile e inglorioso con cui Isaia aveva tracciato il destino del «servo sofferente di Jahvé» (Is 42,1-7; 49,1-6; 50,4-9; 52,13; 53,12). La missione di Gesù è stata una missione salvatrice condotta nella debolezza umana pienamente abbracciata. Gesù guarisce, ma lo fa caricandosi della miseria umana. A tal punto, che il «segno» decisivo non saranno le guarigioni delle m., ma il «segno di Giona» (cfr. Mt 12,38-40), cioè la croce e la risurrezione.

4. Gesù e il male fìsico

Nella vita di Gesù possiamo individuare due risposte alla provocazione del male fisico: quella del profeta-terapeuta che guarisce per annunciare e instaurare l’ordine nuovo, e quella del servo di Jahvé che trasforma il dolore facendone un momento della salvezza. Tra i due atteggiamenti è possibile una sintesi superiore, dialettica, alla luce del mistero pasquale nella sua interezza. Se consideriamo l’opera di Gesù dal punto di vista del mistero pasquale, dobbiamo tener presenti gli elementi che costituiscono la categoria biblica della pasqua. Li possiamo sintetizzare in questa espressione: da una situazione di morte (schiavitù, peccato, alienazione), per opera di Dio, scaturisce una vita nuova. Questo è il significato della prima pasqua: un passaggio dalla schiavitù in Egitto e dalla condizione di «non-popolo» alla condizione di «popolo di Dio», grazie all’intervento travolgente e gratuito di Jahvé (cfr. Dt 7,7-8). Gli stessi elementi ritroviamo nella pasqua di Gesù; quella che darà origine all’alleanza nuova e definitiva. Solidarizzatosi con gli uomini, egli ha voluto operare, per sé e per tutti, un passaggio dallo stato di lontananza da Dio ― che il linguaggio biblico descrive come «secolo presente», sotto il potere di satana ― alla condizione di perfetta alleanza con Dio, cioè di «figli di Dio», sempre secondo il linguaggio della Bibbia. Ma la pasqua di Gesù non è stata opera di potenza folgorante: egli ha accettato la condizione umana di impotenza di fronte al male e l’ha vissuta senza deflettere minimamente dal dono di sé al Padre e ai fratelli. Il valore di salvezza umana di Gesù ― che raggiunge l’apice nella passione e nella morte ― consiste nel fatto che diventa espressione dell’amore fedele al Padre e agli altri uomini: un amore tanto più radicale,

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quanto è più totale la debolezza in cui si esprime, fino a quel vertice unico di fedeltà e di debolezza proclamato dal grido di Gesù morente: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito» (Lc 23,46). In risposta a questa fedeltà «Dio ha costituito signore (Kjrios) e messia» questo Gesù crocifisso dai suoi (cfr. At 2,36) e lo ha reso sorgente di spirito e di vita nuova per tutti (cfr. 1 Cor 15,45). In questo senso preciso le sofferenze di Gesù e la croce sono state redentrici.

Il dinamismo pasquale della vita del Cristo rende ragione di ambedue gli atteggiamenti di fronte al male fisico: la lotta a oltranza di Gesù terapeuta e l’accettazione di Gesù quale servo di Jahvé. Gesù ha voluto lottare contro il male, perché la salute è una delle «benedizioni» della nuova alleanza e il suo recupero è uno dei segni della vicinanza del regno, anzi del fatto che il regno è già presente nel mondo come lievito nella pasta (Mt 13,33). Ma ha lottato senza adottare un atteggiamento di titanismo, bensì nella debolezza umana. Ha impedito però che il male lo allontanasse dal Padre; ne ha fatto anzi il mezzo per dimostrare un amore fedele a oltranza, assumendo il dolore nella sua vicenda pasquale. Con ciò Gesù ha vinto realmente il male fisico nel suo aspetto più pericoloso, cioè quello di bloccare il progetto esistenziale umano nella sua maturazione in senso personale e sociale. Per questo il credente può lanciare, con s. Paolo, la sfida: «Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15,55). Il male fisico non deve esistere e un giorno, nel regno ― anticipato ora nel corpo glorioso di Gesù ― non esisterà più. Se esiste ancora ― in quanto la «consumazione» non è ancora venuta ― esso è vinto, perché può diventare espressione di amore fedele in colui che non si lascia sviare dal suo atteggiamento di dedizione di se stesso sul modello di quello di Gesù. Non è facile sintetizzare l’atteggiamento di Gesù di fronte al male fisico in una sola espressione. Dopo la considerazione della dialettica pasquale, non possiamo parlare semplicemente di lotta contro il male o semplicemente di accettazione: rischieremmo di deformare il messaggio biblico, mutilandolo. Quel che è certo è che nella vita di Gesù trova espressione concreta e visibile quella «costanza» (hypomoné) nella quale i primi cristiani hanno individuato, a livello morale, la novità cristiana nel mondo. Questa novità sono chiamati a vivere, anche quando sono colpiti dalla m., coloro che si sono messi alla sua sequela.

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Salute, malattia, morte

Sandro Spinsanti

SALUTE, MALATTIA, MORTE

in Nuovo Dizionario di Teologia Morale

Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1990

pp. 1134-1144

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Sommario

I. La pratica sanitaria come luogo di riflessione antropologica:

1. Percorsi antropologici dell’etica;

2. La rimozione del soggetto in medicina;

3. Il ricorso alle ‘scienze umane’.

II. Malattia e significato:

1. ‘Spiegare’ e ‘comprendere’ la malattia;

2. Il silenzio del corpo;

3. Lo spessore antropologico della malattia;

4. L’intelligenza del senso.

III. Morte e autorealizzazione:

1. La malattia inguaribile come sfida alla medicina;

2. Il discernimento della volontà di morire;

3. Significato etico della medicina palliativa.

I ― LA PRATICA SANITARIA COME LUOGO DI RIFLESSIONE ANTROPOLOGICA

1. Percorsi antropologici dell’etica

Tra le vicende esistenziali del corpo ― nascere, crescere, ammalarsi, guarire, invecchiare, morire ― e l’etica si è creato un forte legame, che va sempre più rinsaldandosi, parallelamente alla medicalizzazione crescente della vita umana. Con la denominazione accademica di ‘bioetica’ la filosofia pratica ha iniziato negli ultimi anni una ricognizione sistematica del campo, con l’obiettivo di delimitare un ambito di legittimità entro il quale devono essere contenute le diverse modalità d’intervento sulla vita in tutta la lunghezza del segmento che si estende dal concepimento alla morte. Lo stesso intento normativo è ancor più evidente nella teologia morale, anch’essa evolutasi dalla ‘morale (o etica) medica’ dalla metà del nostro secolo alla più recente ‘bioetica’.

Senza contestare la funzione e l’utilità della bioetica così concepita, emerge tuttavia in modo crescente la necessità di un altro tipo di scambio tra l’etica, sia razionale che teologica, e la pratica sanitaria. Questa è infatti diventata il luogo in cui si va elaborando un’originale riflessione antropologica, a partire da categorie esistenziali fondamentali. Tra l’etica e l’antropologia si stabilisce una circolarità, in cui l’‘essere’ e il ‘dover essere’ si richiamano reciprocamente. Salute, malattia e morte sono, in quest’ottica, non argomenti di speculazione astratta, ma i punti di riferimento centrali di un disegno antropologico che prende forma a partire dal dibattito culturale provocato dall’esperienza della corporeità in regime di sanità moderna.

La rivendicazione di una ‘medicina a misura d’uomo’ è il contenitore più vasto entro cui vanno collocati questi percorsi antropologici. Il programma dell’‘umanizzazione’ della medicina è stato perseguito inizialmente come prescrizione di atteggiamenti filantropici ai professionisti ― medici, infermieri, personale ausiliario — che forniscono servizi terapeutici al malato. Il tratto ‘umano’ nei confronti del destinatario dell’azione sanitaria, sotto forma di rispetto della persona sofferente e di coinvolgimento emotivo con il dolore altrui, è uno degli elementi che definiscono essenzialmente la pratica della medicina. Ma né l’atteggiamento filantropico dell’operatore sanitario, né la superiore motivazione caritatevole di colui che esercitasse la professione con lo spirito del ‘buon samaritano’ sonò di per sé sufficienti a conferire alla pratica dell’arte terapeutica quello spessore che permette di definirla come ‘umana’. Il programma di una medicina umana si realizzerà solo con uni tipo d’intervento integrativo che, con la formula cara a Viktor von Weizsäcker, si può chiamare ‘introduzione del soggetto nella medicina’.

Il modello operativo che caratterizza la medicina corrente presuppone, infatti, una rimozione del soggetto che attraversa le crisi esistenziali connesse con gli eventi patologici.

2. La rimozione del soggetto in medicina è avvenuta contestualmente all’assunzione da parte della medicina stessa dello statuto epistemologico delle scienze naturali. La scienza moderna si è formata grazie a un processo che ha trasformato, tra il XVI e il XVIII sec., lo sguardo rivolto verso la natura: lo scienziato ha cominciato a non vedere più in essa un ‘organismo’, bensì una ‘macchina’. Alla ‘morte della natura’ (Carolyn Merchant) ha fatto sèguito l’estensione di

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questo sguardo al corpo umano. Questo processo si è completato nel XIX sec., quando la medicina ha adottato a sua volta il metodo delle scienze naturali. La medicina si è adeguata a quella forma particolare di conoscenza che è fondata sulla razionalità e si acquisisce con l’osservazione e l’esperimento, secondo una particolare metodologia critica.

In quanto scienza naturale, la medicina procede dunque empiricamente. La sua base è costituita da fisiologia e patologia. Disfunzione e malattia sono considerate come conseguenze di disturbi di processi materiali ↗organici. La malattia non è compresa come qualcosa che capita all’uomo nel suo insieme, ma come qualcosa che succede ai suoi organi. Lo studio delle cause della malattia si restringe alla ricerca di mutamenti locali nei tessuti. Il pensiero scientifico considera ‘spiegata’ la malattia quando, adottando il rapporto causa-effetto, può ricondurre la disfunzione alle sue cause: un’aggressione virale o una rottura dell’equilibrio omeostatico, un disordine a livello degli scambi biochimici o della struttura genetica. Adottata la razionalizzazione di tipo naturalistico, la malattia viene spogliata di ogni carattere storico e personale. Essa è significativa per la medicina solo in quanto è un caso ‘tipico’.

All’adozione del metodo già impiegato per le scienze naturali la medicina deve i successi stupefacenti che ha ottenuto in un secolo e mezzo di sviluppo. Non si può non riconoscere che questa medicina nata dal tronco delle scienze della natura costituisce una delle fasi più brillanti della storia dell’arte terapeutica. I progressi della chirurgia, della batteriologia, della farmacologia non sarebbero stati ottenuti, se la medicina non si fosse allineata tra le scienze della natura. La riduzione sul piano dell’antropologia sembra essenziale al successo della medicina scientifica. L’uomo ― il suo corpo, la sua malattia ― è stato ancorato alla ‘natura ↗meccanismo’ e viene trattato come un pezzo qualsiasi di natura, un oggetto tra gli oggetti. Buona parte della medicina moderna si muove entro questo paradigma: è soddisfatta dei suoi successi, senza inquietudini epistemologiche e nostalgie filosofiche o religiose.

Pur senza misconoscere i momenti positivi della conoscenza natural-scientifica (in particolare il principio della ricerca empirica esatta e il significato fondamentale del lavoro d’indagine di tipo fisiologico e bio-chimico), oggi si comincia anche a prendere coscienza che la mutilazione antropologica su cui riposa la medicina natural-scientifica è gravida di conseguenze negative. In breve: questa medicina, pur con tutti i suoi risultati brillanti,! non è umana.

3. Il ricorso alle ‘scienze umane’

Il percorso che seguono oggi i programmi più promettenti di ‘umanizzazione’ della medicina è quello che si propone di riportare nella pratica sanitaria quel sapere rappresentato dalle scienze umane (Humanwissenschaften, nella terminologia tedesca in usò già fin dal sec. scorso), in quanto specificamente diverse, per metodo e per contenuti, dalle scienze della natura (Naturwissenschaften). Le scienze dell’uomo alle quali ci si riferisce sono, in concreto, la storia, la linguistica, la sociologia, la psicologia, la psicoanalisi, l’antropologia culturale. Per:queste scienze l’oggetto di studio è l’essere biologico vivente, considerato nella sua inalienabile qualità umana.

Ciò che è specifico dell’uomo ― in quanto essere storico, o inserito in una rete di rapporti sociali, o dotato di facoltà psichiche, di emozioni, di dinamismi consci e inconsci, o in quanto prodotto di cultura e produttore di essa ― non viene dalle scienze umane messo metodologicamente tra parentesi, come fanno le scienze della natura; bensì studiato in quanto espressione specifica del ‘fenomeno umano’. È l’integrazione organica di queste scienze nel sapere sull’uomo malato-risanantesi-morente che ‘umanizza’ la medicina’, più che la semplice richiesta dji sentimenti umanitari da parte degli operatori sanitari.

La sintesi del sapere naturalistico e di quello umanistico è un processo

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operativo che si realizza concretamente al capezzale del malato. Tuttavia essa ha anche un aspetto di riflessione teoretica, condotta sotto il nome di ‘antropologia medica’ (Pedro Laín Entralgo). Questa riflessione filosofico-deduttiva discende dall’antropologia post-idealistica, in particolare dall’attenzione che al problema del l’uomo come vivente hanno rivolto soprattutto i filosofi di indirizzo fenomenologico-esistenziale (F.J.J. Buytendijk, L. Binswanger, M. Boss, H. Plessner, A. Gehlen, M. Merleau-Ponty, J.-P. Sartre). La loro antropologia si propone di comprendere l’uomo come l’essere che, nell’unità della sua corporeità animata, esiste nel mondo storicamente.

All’antropologia medica, intesa in questa accezione, interessa la questione dell’uomo nella sua condizione di essere segnato dall’esperienza del corpo sottoposto alle vicende della salute, sia positive (guarigione), sia negative (temporanea o definitiva perdita). Si distanzia così dalla medicina scientifica, la quale conosce la struttura e le funzioni del corpo, la loro modificazione ad opera delle malattie, la catena di cause ed effetti, l’azione dei farmaci, ma non conosce propriamente ‘l’uomo malato’. In questo tipo di antropologia medica si incontrano e si fecondano reciprocamente due generi di esperienza scientifica: da una parte l’esperienza discorsiva e induttiva, nel senso del suddividere, descrivere, spiegare e dominare, tipica delle scienze naturali; dall’altra l’esperienza fenomenologica, nel senso del vivere-sperimentare-agire insieme, proprio degli atti umani. È questa la comprensione dell’uomo cui fa riferimento l’etica nel suo progetto di riportare i valori entro la pratica del l’opera terapeutica.

II ― MALATTIA E SIGNIFICATO

1. ‘Spiegare’ e ‘comprendere’ la malattia

La fecondità del ricorso all’antropologia medica, in quanto momento riflessivo che connette le esigenze etiche dell’azione sanitaria con l’oggetto adeguato di tale agire ― vale a dire l’uomo nella sua qualità di persona vivente — si dimostra in particolare nel concetto di malattia, filone centrale di tutta l’antropologia medica.

Gli studi di antropologia applicati all’ambito sanitario hanno reso più esplicito il legame esistente tra malattia, medicina e cultura. Nel repertorio culturale di ogni gruppo umano esistono teorie della malattia, scientifiche o religiose, che includono l'eziologia, la diagnosi, la prognosi, la terapia. Esse variano quanto variano le culture; e nessuna teoria può essere pienamente capita al di fuori del contesto culturale cui appartiene e della struttura sociale dei gruppi che condividono determinate opinioni e strategie di adattamento e di sopravvivenza.

Questa prospettiva pluralista ci rende diffidenti nei confronti di discorsi sul significato della malattia ricavati, con procedimento filosofico deduttivo, dalla natura umana in generale. Dovrebbe anche risvegliare il nostro spirito critico nei confronti del sistema medico ― comprendente prassi e concezioni antropologiche sottese ― proprio della nostra civiltà tecnologica. Esso ha condotto nei confronti della malattia un’operazione di riduzionismo, che ha tolto alla malattia dell’uomo alcune caratteristiche peculiari.

Un tratto maggiore della fisionomia acquistata in tal modo dalla malattia è la perdita di ogni ambiguità. La scienza medica, in quanto crea concettualmente le malattie ― dando a una determinata costellazione di sintomi lo statuto di malattia, entro un rigido quadro tassonomico ― diventa socialmente una grande fabbrica di certezze, finalizzate a ‘spiegare’ scientificamente la malattia. L’apparato diagnostico è deputato a decodificare i sintomi, riconducendoli a una precisa nosologia.

Questo sapere certo è ancor più evidente nel caso in cui non esista la spia costituita dal sintomo di malessere: il soggetto può non sapere di essere portatore di malattia, ma il medico, utilizzando i mezzi diagnostici appropriati, è in grado di scoprire una malattia

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che non si è ancora rivelata. Su questa base funziona la medicina preventiva, che permette di scoprire la presenza di un carcinoma mammario o la positività al virus dell’AIDS. Procedendo oltre in questa stessa direzione, incontriamo la diagnosi genetica, la quale può addirittura indicare la presenza di una malattia solo in potenza, che si svilupperà quando il ‘programma’ entrerà in azione, magari molti anni dopo (come il morbo di Hungtinton, che spesso si manifesta solo dopo i quarant’anni).

Per quanto diverse tra loro, queste esperienze di rapporto terapeutico ten dono a rafforzare la convinzione di base: il medico, grazie alla sua scienza, sa che cos’è la malattia; egli la spiega, sottraendola alla soggettività del malato e riportandola alla fattualità degli eventi naturali. Questo sapere, proprio del medico, non è con divisibile con il malato se non in minima parte. Ciò è tanto più vero nella medicina scientifica contemporanea. Il gap tra le conoscenze specialistiche del sanitario e ciò che è accessibile all’uomo comune, anche se dotato di buona cultura, non è praticamente colmabile. È con questa argomentazione, del resto, che molti medici tendono a considerare come irrealistica la pretesa, fatta in nome dell’etica, che il paziente sia messo in grado di dare un ‘consenso informato’ agli interventi diagnostici, terapeutici o di ricerca ai quali è sottoposto.

Alla certezza del sapere medico fa riscontro la sicurezza del malato. Egli è indotto così ad affidarsi al medico, il quale conosce la sua malattia. La medicina, creando l’impressione che quello che essa conosce della malattia sia la malattia, e che quindi non ci sia altro da cercare, rafforza il senso di sicurezza del malato, che si appoggia alle certezze del sapere medico.

2. Il silenzio del corpo

Proprio questa certezza, tuttavia, suscita perplessità. La ‘cultura del sospetto’, cresciuta con la consapevolezza del l’Occidente, ha insegnato a diffidare soprattutto delle certezze che si presentano con il carattere dell’ovvietà.

Esse crescono, infatti, in modo particolare all’ombra di quel sapere tendenzioso che è l'ideologia. È proprio della conoscenza ideologica, oltre al suo carattere aprioristico e al nascondimento dei rapporti di potere che essa favorisce, anche il comunicare una falsa sicurezza. La riflessione antropologica contemporanea avanza il sospetto che il sapere certo sulla malattia sviluppato dalla medicina scientifica svolga una funzione ideologica. Esso, in altre parole, serve a mantenere immutata la realtà, invece che a cambiarla; maschera i rapporti di potere (in questo caso, l’impotenza che il paziente induce in se stesso, consegnandosi passivamente all’apparato sanitario, al quale attribuisce tutto il sapere e il potere); conferisce una sicurezza fallace, basata sull’eliminazione dal concetto di malattia di tutto ciò che costituisce il mondo della persona.

La pratica della medicina corrente si basa su un esproprio della malattia. Il malato non ha un rapporto personale, né con la malattia, né con la riacquisizione della salute. L’ammalarsi è equiparato al diventar ‘vittima’ di un capriccio della natura, di un germe patogeno o di un virus, oppure di un programma genetico sbagliato. Anche la guarigione, in questa prospettiva, è qualcosa che avviene al di fuori della persona del malato. Essa viene attribuita al medico che ha fatto la diagnosi, giusta, o ha prescritto l’antibiotico efficace, o al chirurgo che ha eseguito l’intervento appropriato. Il solo contributo del malato è di at tenersi bile prescrizioni del medico e di non intralciare la sua opera.

Anche il linguaggio che il malato usa per designare la malattia illustra questo processo di allontanamento del fatto morboso dalla sfera personale. Nelle lingue che hanno anche il neutro, il pronome di questo genere viene usato per distanziarsi dal fenomeno. Ma anche le altre lingue conoscono dei modi in cui il parlante sottolinea l’estraneità della malattia da se stesso. Il linguaggio impersonale rapporta la malattia a un agente che si intrude nel corpo umano, inteso come luogo di un succedere che riduce l’uomo al ruolo di ‘patiens’. L’uomo e la

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sua malattia rimangono, insomma, due realtà radicalmente separate, unite solo ‘per accidens’.

In forza di questa rappresentazione sottesa all’uso linguistico quotidiano della malattia, il rapporto tra il paziente e il medico si struttura come una delega di responsabilità al medico. Chi si scopre un disturbo che intralcia il proprio benessere si aspetta dal medico che, dopo aver individuato la malattia, attribuendole il giusto nome, la elimini; e il medico rivendica a se stesso la capacità e la volontà di eliminarla.

Secondo l’espressione coniata dal medico-filosofo Viktor von Weizsäker, questo atteggiamento nei confronti della malattia può essere designato come Es-Stellung, ovvero ‘posizione dell’Es’: la malattia è un non Io, estranea ad esso come il pronome neutro; è qualcosa che capita, che aggredisce l’organismo dall’esterno; è sprovvista di un senso personale ed è comprensibile solo nei termini ‘scientifici’.

L’impoverimento dello spessore antropologico della malattia si traduce nel suo mutismo: essa non ha più il carattere di un linguaggio articolato, dietro al quale possiamo indovinare un parlante. Questa riduzione non deve essere considerata come una conseguenza inevitabile della scientificità del sapere medico. Nella tradizione culturale dell’Occidente, infatti, sono esistite realizzazioni di una medicina allo stesso tempo scientifica e antropologica. Tale è stata ad es. la medicina greca.

3. Lo spessore antropologico della malattia

La medicina dell’antichità classica non ha accantonato come insensato l’interrogativo relativo al perché della malattia. Si è di stanziata dai tentativi di natura teologica di spiegare il senso della malattia in riferimento a una volontà divina, in particolare ricorrendo all’archetipo della malattia come punizione di una colpa. La medicina scientifica dell’Occidente è iniziata precisamente con una decisa presa di posizione circa l’orizzonte entro il quale va iscritta la malattia: il male non va riferito a Dio, ma alla natura.

Cercare le cause della malattia entro l’orizzonte della natura non equivaleva però per i Greci a una scelta di positivismo materialista. Alla natura dell’uomo, proprio perché ‘umana’, vanno attribuite altre dimensioni, oltre a quella organica: è psichica, sociale, spirituale, nonché etica (con riferimento, quindi, a una certa misura di responsabilità nella strutturazione del proprio destino). Entro l’ambito della medicina fisiologica greca la malattia non va considerata solo col registro della passività ― ciò che l’uomo subisce dalla natura ― ma anche con quello dell’attività: della propria malattia l’uomo è artefice.

La stessa medicina ‘laica’, che faceva rifiutare a Ippocrate di attribuire una malattia all’azione degli dèi, rivendicava però al soggetto la responsabilità per il proprio male. Pitagora, cinque secoli prima di Cristo, seguendo l’opinione di Giamblico, affermava: «Gli dèi non sono colpevoli delle nostre sofferenze: tutte le malattie e i dolori del corpo sono il prodotto del le dissolutezze».

Le ‘dissolutezze’ incriminate non vanno intese restrittivamente, come trasgressioni di regole morali. Per la medicina greca si incorre nel disordine che è all’origine delle malattie quando non si vive secondo le esigenze della natura. Oltre i comportamenti sessuali, vanno prese in considerazione le abitudini alimentari, il rispetto dell’habitat, il giusto ritmo di lavoro e riposo, la fuga dagli eccessi e dalle passioni che turbano l’equilibrio emotivo.

Alla domanda primordiale: «Perché ci ammaliamo?», la medicina antropologica greca rispondeva chiamando in causa non la divinità, ma l’uomo. La medicina scientifica moderna svuota di significato la domanda, in quanto fa responsabile della malattia una natura de-umanizzata (e quindi de-moralizzata). L’etica viene così privata del fondamento vitale, e si trova costantemente esposta al rischio di decadere in moralismo.

Il procedimento metodologico e pratico che consiste nel cercare la causa della malattia nei disordini funzionali

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e strutturali dell’organismo non è irrilevante. Tuttavia è solo una parte di quell’approccio totale e integrato che permette di cogliere il ‘soggetto malato’.

4. L’intelligenza del senso

Oggi la considerazione del soggetto, in quanto artefice strutturante della malattia, è molto più complessa che al tempo di Pitagora. Province sempre più vaste sono state acquisite alla conoscenza antropologica. La chiave per penetrare nella comprensione dell’uomo malato è passata dal mito alle scienze umane. A titolo di esempio: non possiamo più prescindere dalla scoperta della motivazione inconscia fatta dalla psicoanalisi: l’inconscio è un continente sommerso enormemente più ampio, complesso e influenzante il comportamento di quanto non lo sia quella esigua regione che emerge alla coscienza e che possiamo raccogliere nel ristretto abbraccio dell’‘Io’. Anche quella vastissima zona del ‘Non-Io’, che Freud chiama ‘Es’, in cui però la persona affonda le radici, influisce sulla salute e sulla malattia, sulla guarigione e probabilmente sulla morte. E le ‘dissolutezze’ dell’inconscio sono molto più temibili di quelle della psiche conscia. La psicoanalisi lo ha dimostrato per quel ristrettissimo settore di malattie che chiamiamo, più o meno appropriatamente, psichiche (nevrosi e psicosi). Ma c’è motivo di credere che tutte le malattie, anche quelle etichettate come organiche, siano soggette alla stessa influenza della nostra psiche, conscia e inconscia.

Le ‘dissolutezze’ che ci fanno ammalare perdono, se analizzate con le categorie delle scienze dell’uomo, ogni connotazione moralistica, per diventare ai nostri occhi quello che sono: una articolazione dell’umano. La sociologia, ad es., ci aiuta a capire quanto l’essere malato dipenda da un’organizzazione della vita sociale, che è di per se stessa patogena. L’antropologia culturale può a sua volta istruirci sull’incidenza che sul sorgere di determinate patologie hanno i comporta menti condivisi nell’ambito di una data cultura. Pensiamo ― per fare un esempio ― a quanto incida sulle depressioni la soppressione del lutto nella nostra società, la quale ha eliminato le risposte socialmente organizzate alla morte dall’universo simbolico e dalla pratica sociale.

L’etica stessa può cambiare il nostro rapporto con la malattia, purché si prefigga il compito non di incrementare gli oscuri sensi di colpa, sempre connessi con gli eventi morbosi, bensì di far crescere la libertà essenziale dell’uomo, che assume dialetticamente anche le necessità della natura nella strutturazione del proprio destino. Ciò vuol dire che possiamo fare qualcosa di meglio con la nostra malattia che eliminarla come un sintomo insensato, caduto come un meteorite pel nostro universo personale, ma fondamentalmente estraneo ad esso.

L’azione efficace per combattere il sintomo rimane fuori discussione: nessuna collusione con un dolorismo di natura psicopatologica può essere contrabbandato in nome di un amore cristiano per la sofferenza. Ma solo l’azione che sappia combinare il capire con l’eliminare risponde alle esigenze antropologiche ed etiche di un atteggiamento umano verso la malattia. Assumendo pienamente lo statuto di un messaggio da decifrare, questa diventa allora per il malato il punto di partenza di un cambiamento.

Una medicina umanizzata si costruisce solo sull’assunto-base opposto a quello corrente, il quale implicitamente presume che la malattia abbia un carattere di ‘in-sensatezza’. Le aspettative istituzionalizzate — vale a dire ciò che la società attualmente si aspetta dal malato e a cui questi deve uniformarsi, se non vuole che il suo comportamento sia etichettato come anomalo — mirano esclusivamente all’abolizione del sintomo, non all’interrogazione appassionata di esso, affinché lasci nelle mani del malato qualche faccia del messaggio esistenziale che ha per lui.

La conquista del senso della malattia partecipa del carattere notturno e misterioso della lotta di Giacobbe con l’angelo (cf Gn 32,23-33). La benedizione

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che rimane nelle mani del lottatore può avere un carattere doloroso, che lo costringerà a zoppicare tutta la vita; ma solo attraverso un confronto di questo genere la malattia può rivelare il suo volto benefico nascosto.

Nel quadro dell’antropologia teologico-biblica, ove la guarigione è iscritta dentro l’opera divina della salvezza, l’emergere del senso della malattia ci appare come un momento costitutivo del processo della ‘soterìa’ (una realtà più vasta della guarigione in senso clinico, in quanto partecipa del carattere trascendente della salvezza). L’acquisizione di senso fa sì che dalla passività distruttiva della malattia e della morte scaturisca una possibilità di crescita spirituale.

Il senso non può essere donato a nessuno: va trovato all'interno dell’esperienza vissuta, grazie a un vero e proprio ‘lavoro semantico’. La creazione del senso della propria malattia è come una porta che si apre solo dal di dentro: nulla vale forzarla. Ma la ricerca può essere facilitata o impedita. Il senso ultimo della terapia ― operata dal medico congiuntamente a numerosi altri operatori della salute: psicologi, assistenti sociali, pastori, membri di associazioni di ↗ volontariato ― consiste nel rendere possibile la ‘guarigione’ in questo senso antropologico pregnante.

III ― MORTE E AUTOREALIZZAZIONE

1. La malattia inguaribile come sfida alla medicina

La pratica della medicina moderna ha provocato delle modifiche strutturali nel processo del morire e nella concezione antropologica della morte, obbligando l’etica a ridisegnare le frontiere dell’umano nella fase terminale della vita. Determinante per la trasformazione del morire è stata l’estensione dell’intervento medico anche a quell’aspetto della malattia che sfocia non sulla guarigione, ma sulla morte. Già nell’antichità si era registrato un distacco dalla concezione della medicina classica, che riservava l’opera del medico solo al malato che poteva guarire. Nell’etica platonica, infatti, la medicina era subordinata al bene della polis; di conseguenza, se il me dico avesse sottratto alla comunità delle risorse per canalizzarle alla cura di chi, in quanto destinato a una morte certa, non sarebbe mai stato in grado di restituire dei benefici alla comunità stessa, avrebbe infranto un suo preciso dovere professionale (cfr Convito 186 b-c). Anche Aristotele impartisce al medico il consiglio di abbandonare il malato affetto da una malattia inguaribile (cf Ethica a Nicomaco 1165 b 23-25).

Per il medico ippocratico ― ma possiamo dire che ciò vale per il medico dell’antichità classica tout court ― il principio sovrano cui doveva ispirarsi la sua azione era quello del la ‘necessità della natura’ (anankè physeos), con l’obbligo di astenersi in caso di malattie ritenute incurabili ‘per necessità’. L’astensione terapeutica in tali malattie non aveva solo un carattere etico, ma addirittura religioso: procedendo in questo modo, il medico rispettava con riverenza un decreto inappellabile della physis, alla quale veniva attribuito un carattere divino; accettando di porre dei limiti alla propria arte, evitava di commettere la trasgressione tipica del peccato di hybris. Questo orientamento conferisce una connotazione particolare alla philanthropia, che pur costituiva un ideale etico del medico greco. L’amore all’uomo era subordinato all’amore della ‘natura’ (‘physiophilia’); il medico era ‘amico dell’uomo’ in quanto era devoto della physis.

Il cristianesimo in particolare ha contribuito a scuotere questa costruzione. L’universalismo della salvezza ― che propriamente è un assunto teologico — ha trasformato anche la prassi sanitaria. I Padri sottolineano con compiacenza che i discepoli di Cristo non solo rifiutano di fare discriminazioni, ma offrono preferibilmente le loro cure proprio a coloro che sono abbandonati dalla medicina ufficiale. La cura degli inguaribili e l’attenzione agli emarginati è diventata ben presto un segno caratteristico della medicina messianica e della carità cristiana [ ↗ Medico].

La stessa tradizione giudaico-cristiana ha anche trasformato il rapporto

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con la natura. Al cristianesimo è stata attribuita un’azione di de-mitizzazione e dissacrazione della natura. Max Weber ha parlato per primo della liberazione della natura dai suoi accenti sacrali ad opera della religione biblica come di un ‘disincanto’. Tale disincanto, inteso non come disillusione ma come approccio della natura con intento operativo, avrebbe fornito la condizione preliminare assoluta per lo sviluppo della mentalità scientifica e tecnica. In epoca moderna gli uomini, pienamente svincolati dal mysterium fascinosum et tremendum che emanava ancora dalla ‘physis’ della medicina ippocratica, si sentiranno, secondo la formula di Cartesio, «maîtres et possesseurs de la nature».

Le conseguenze in ambito sanitario di questo atteggiamento si sono rivelate con il tempo. La medicina è andata sempre più configurandosi come un’impresa professionale rivolta a sconfiggere la natura, nel suo fluire verso la morte. Dare scacco alla morte, conquistando sempre nuovi ambiti ,di intervento, non è percepito come un peccato di hybris, ma come il supremo vanto della nostra medicina: una grandezza che è allo stesso tempo efficientistica e dell’ordine dei valori, e quindi etica. Occuparsi del malato che la ‘natura’ destina alla morte non è più; funzione della carità cristiana, ma compito istituzionale della medicina. Questa si allea volentieri con il desiderio soggettivo di immortalità, presentandosi come lo strumento desti nato a far recedere l’incombere della morte.

Tuttavia questa evoluzione della pratica terapeutica presenta anche un lato oscuro e sfocia in problemi di difficile soluzione. Il prolungamento della vita ha creato i problemi connessi con l’invecchiamento della popolazione, con i costi crescenti della cura dei malati cronici e anziani e con l’impossibilità di curare tutti nella misura del desiderio soggettivo. In particolare, la gestione medica del morire conduce all’estremo quella distorsione antropologica che abbiamo già visto presente nelle altre forme quotidiane della pratica terapeutica: l’eliminazione del soggetto; L’istituzione medica si frappone tra il malato e la sua morte, presupponendo una delega implicita a una gestione del processo della fase finale della vita che punti sul prolungamento di questa ad ogni costo e risparmi al malato il confronto cosciente con la propria fine.

L’assunzione tacita nella pratica corrente della sanità è che il malato chieda alla medicina di impiegare tutti i ricorsi terapeutici atti a scongiurare la morte. Si attribuisce, in altri termini, al malato che non guarisce la volontà assoluta di combattere per la vita; e questa volontà istintiva di sopravvivenza riceve una connotazione positiva anche dal punto di vista etico. Qualora si manifestasse invece una deliberata volontà di morte ― quale si; esprime nel modo più esplicito nella, richiesta di eutanasia ― il desiderio del soggetto riceve o una qualifica morale (peccato di disperazione) o una etichettatura psichiatrica (depressione).

2. Il discernimento della volontà di morire

Lasciando ad altra ‘voce’ la trattazione tematica dell’ ↗ eutanasia, evidenziamo qui la dimensione antropologica del problema con nesso con la volontà di morire. Consideriamo anzitutto ‘più umana’ una medicina che permetta che il desiderio di morte possa affiorare ed esprimersi, rispetto a una organizzazione sanitaria che rimuova talmente la dimensione soggettiva del malato che la sua ambivalenza nei confronti della vita non sia neppure sospettata.

Se il malato è accettato come persona, bisognerà confrontarsi con un possibile desiderio di morte. Il confronto non significa accettazione passiva e ratifica compiacente. Il compito umanitario primario di chi assiste un malato inguaribile che esprima un desiderio di morte è di sottoporre tale desiderio a un’opera di discernimento. Non sempre, infatti, la volontà in tende veramente ciò che le parole esprimono. Sollecitare la morte può significare un rimprovero rivolto dal malato a familiari e sanitari, dai quali si sente abbandonato, o un disperato richiamo ad aspetti della propria situazione —

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― come dolore fisico persi stente o senso di inutilità — che vengono disattesi. In questi casi, quando la richiesta implicita nella domanda di morte viene soddisfatta (per es. il ma lato riceve la terapia del dolore adeguata o l’attenzione che richiede), il morente recede dal suo desiderio di affrettare la morte. Il desiderio di morte può quindi essere la copertura di un giudizio sulla propria vita, ritenuta come invivibile. Si può allora tradurlo interamente in un appello, affinché la propria esistenza ritrovi la qualità umana.

Non è escluso, tuttavia, che quest’opera di discernimento della volontà di morire faccia emergere anche un desiderio di morte che non si lascia ricondurre né a una protesta, né a un appello mascherato. Un secondo processo di discernimento sarà, a questo punto, necessario. Si tratta di stabili re una distinzione tra una volontà sana e una patologica di morte.

Non tutti ammettono l’esistenza di una volontà sana di morire come categoria antropologica. Per lungo tempo qualsiasi progetto esistenziale che prevedesse la ricerca della fine della propria vita è stato etichettato come moralmente perverso. I comportamenti sociali nei confronti dei ↗ suicidi, comprendenti perfino il rifiuto delle esequie religiose, avevano una funzione prevalente di deterrente, affinché non si innescasse il fenomeno dell’imitazione; la valutazione mora le era, in ogni caso, di condanna. A questo atteggiamento ha fatto sèguito l’epoca dell’indulgenza, ma solo perché al gesto di chi si toglie la vita è stato attribuito un carattere patologico. La conoscenza delle radici socio psicologiche del comportamento suicida ha aperto la strada a un atteggiamento di maggiore comprensione; tuttavia la volontà di morire continua a non essere mai coniugata con la salute, sia morale che mentale.

L’istinto naturale per la vita e l’obbligo morale di preservarla sono indubbiamente il punto di partenza dell’etica della vita fisica. Ma la volontà di morire non può essere esclusa in assoluto dal progetto di vita umana. Essa può esprimere la positiva accettazione della propria umanità, come essenzialmente limitata nel tempo. Dal punto di vista teologico, possiamo ricorrere alla categoria della creaturalità, come orizzonte che iscrive l’esistenza individuale entro una nascita e una morte. La fantasia dell’immortalità è legata all’io; talvolta ne esprime l’ipertrofia: allora è piuttosto la fantasia di immortalità, non la volontà di morire, ad avere carattere patologico. Quando l’individuo lascia che si sviluppi anche la dimensione trans-personale che trascende l’orizzonte dell’io, l'abbarbicamento esasperato alla vita corporea viene superato. A un certo livello di autorealizzazione, alla persona si apre a un’aspirazione mistico-unitiva con il Tutto, anche al di fuori dell’esperienza formalmente religiosa.

La volontà di morire può avere anche un risvolto di ribellione all’idolatria della vita, caratteristica della cultura immanentista nella quale siamo immersi. Quando la vita fisica è considerata il bene sommo e assoluto, al di sopra della libertà e della dignità, l’amore naturale per la vita si tramuta appunto in idolatria. La medicina implicitamente promuove tale culto idolatrico, organizzando la fase terminale della malattia come una lotta a oltranza contro la morte. Ribellarsi a tale organizzazione ― che per lo più espropria il malato da ogni autonomia, sottoponendolo ai rituali chirurgici e rianimatori che si svolgono all’insegna dell’ostinazione terapeutica ― può essere anche un gesto di ‘disobbedienza’ mentalmente e moralmente sano. È un atteggiamento che ci si può aspettare soprattutto dal credente, che la fede ha reso libero dai miti (l’immortalità) e dagli idoli (la vita corporea come valore supremo, cui sacrificare ogni altra cosa). La speranza della vita eterna può mitigare l’angoscia naturale connessa con il transito, fino a prevalere completamente su di essa.

3. Significato della medicina palliativa

L’evoluzione della pratica sanitaria, cambiando il vissuto e l’immaginario della morte, ha aperto nuovi

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percorsi antropologici all’etica e alla spiritualità. L’azione, sia terapeutica che umanitaria, che si rivolge al morente è obbligata a tenerne conto.

Le trasformazioni che il morire ha subito nella nostra cultura forniscono stimoli e provocazioni per far emergere dal patrimonio sapienziale cristiano stimoli nuovi e creativi, per rispondere ai bisogni. Questo processo di ampliamento degli orizzonti corrisponde esattamente agli obiettivi che il Vat. II attribuisce alla teologia morale, in quanto destinata a «illustrare l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di portare frutto nella carità per la vita del mondo» (ot 16).

I problemi etici non si concentrano solo sul momento della morte, ma su tutto il periodo che la precede. Se questo non acquista il senso di ‘vita da .vivere’ fino all’ultimo istante, conservando in tutte le fasi una qualità umana, l’etica si rivela impotente a frenare la spinta verso soluzioni di tipo eutanasico. Anzi, senza un progresso significativo nella gestione della vita terminale, l’eutanasia rischia di apparire a molti come la sola soluzione umana a una situazione intollerabile.

La percezione della nuova fisionomia che ha la morte nella nostra cultura induce l’etica a farsi vettore trainante per le trasformazioni che riguardano la medicina. Questa è chiamata a riscoprire una funzione che ha svolto nel passato, quando le sue capacità terapeutiche erano molto ridotte: la funzione di alleviare i sintomi e accompagnare verso la morte il malato che non può guarire. Per designare questo aspetto dell’azione sanitaria si parla oggi di ‘medicina palliativa’. Non si tratta di una medicina parallela rispetto a quella curativa: è l’unica e identica medicina, in quanto commisura le cure che dispensa alla situazione clinica e umana di un malato che sta andando inevitabilmente verso la fine della vita. La medicina per «chi muore sposta l’accento dal curare al prendersi cura, dall’aggredire la malattia al rendere umanamente accettabile,l’ultimo segmento della vita.

Tra i compiti specifici dell’etica emerge prioritariamente il discernimento sapienziale della volontà di morire. La saggezza consiste nel trovare il giusto punto di flessione, che corrisponda alla dinamica intrinseca al flusso stesso della vita. Ciò dovrà avvenire né troppo presto, né troppo tardi. Quando la volontà di vivere fosse debilitata da cause contingenti rimovibili, il fratello in pericolo va sostenuto, come s’è detto. Ma quando, al contrario, il naturale movimento verso la morte, che può diventare anche un’esplicita ‘volontà di morire’ ― almeno nel senso dell’accettazione dell’inevitabilità della propria fine ― fosse ostacolato artificialmente dall’impiego sproporzionato di mezzi terapeutici, il fratello morente va aiutato ad appropriarsi del suo destino, fino a vedere in esso una chiamata personale da parte del Signore della vita. In questo compito chi assiste i morenti può rischiare di scontrarsi con l’organizzazione medico-ospedaliera del morire, centrata sulla negazione della morte e sul prolungamento forzato della vita biologica.

L’‘ethos’ dell’uomo contemporaneo nei confronti della morte è costruito intorno a due punti: il controlli di essa e la soppressione del dolore, compreso il dolore morale di rendersi conto di star morendo. Questa antropologia ha eliminato due dimensioni molto valorizzate in passato in ambito cristiano: la morte come ‘pathos’ (una passività di valore positivo, come occasione della crescita umana suprema); il dolore come prova, che acquista significato attraverso la simbolizzazione (croce) e l’etica (accettazione). Gli eccessi di queste posizioni, identificabili nel provvidenzialismo e nel dolorismo, andavano corretti, senza tuttavia evacuare i valori sottesi. Riproporre tali valori appare come il compito profetico dell’etica cristiana del morire adatta al nostro tempo.

[↗ Eutanasia; ↗ Medico; ↗ Suicidio; ↗ Unzione degli infermi]

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Salute

Sandro Spinsanti

SALUTE

in Dizionario di Bioetica

EDB-ISB, Bologna Acireale 1994

pp. 865-867

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1. Introduzione

Percezioni diverse del corpo, della sua integrità vitale, della sua funzionalità sana o malata, e di conseguenza dell’intervento terapeutico adeguato richiesto dalla situazione, producono stili di razionalità etiche diverse. La bioetica è perciò costantemente rinviata al concetto di salute con cui sanitari e pazienti operano. La chiarificazione del concetto di salute è più che una premessa a un discorso formalmente etico: entra costitutivamente nel «medical decision making», e perciò ne condiziona necessariamente la dimensione etica.

Per accedere a un’analisi della salute di maggior spessore antropologico, bisogna portare a livello esplicito le assunzioni che sottostanno alla pratica sanitaria quotidiana. Queste si rivelano il più delle volte come modelli esplicativi ingenui, che semplificano la realtà dei vissuti umani di salute e malattia. Nello schema interpretativo più comune salute e malattia costituiscono due opposti, definibili ognuno tramite il proprio contrario. Si assume che esista un sapere (scientifico) che «spiega» la malattia, mediante un percorso standardizzato; l’apparato diagnostico decodifica i sintomi, riconducendoli a una precisa nosologia; quando una costellazione di sintomi è riferita a un quadro tassonomico, acquista lo statuto di «malattia». Si presume, infine, che la relazione terapeutica riposi su un atteggiamento lineare e non ambiguo del paziente, il quale ricerca la salute e vuol evitare la malattia.

L’analisi antropologica delle concezioni della salute presenti nella nostra cultura rivela invece un quadro più complesso. Coesistono almeno tre diversi paradigmi, con concettualizzazioni peculiari della salute.

2. Salute come norma di efficienza

La salute, sganciata dai vissuti soggettivi di benessere o malessere, è rapportata ai dati oggettivi di buona rispondenza alle aspettative sociali. Il malato è socialmente un «deviante», il quale ricopre un ruolo che gli permette di non rispettare gli impegni del vivere sociale.

In questo paradigma la guarigione equivale al ristabilimento dello stato precedente di normale efficienza.

Il contratto terapeutico è centrato sulla richiesta, esplicita o implicita, da parte del paziente di tornare nella condizione precedente all’insorgere della condizione morbosa. La strategia terapeutica si identifica con l’eliminazione dei Sintomi, inteso come un evento incidentale nella vita del soggetto.

3. Salute come esperienza di equilibrio psico-fisico

A un approccio fenomenologico salute e malattia appaiono come vissuti Soggettivi, nei quali degli «eventi dotati di senso» connotano il fluire dell’esperienza quotidiana. La salute equivale a un equilibrio, per lo più silenzioso e scontato, che accompagna la vita di tutti i giorni; l’alterazione dell’equilibrio si annuncia

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dolorosamente attraverso i sintomi.

I sintomi parlano alla soggettività del malato e funzionano da spie dello squilibrio. Non devono essere solo «spiegati» ― cioè ricondotti a un quadro nosografico ― ma «compresi». La malattia non appare come un semplice incidente da mettere tra parentesi: è un’occasione significativa per cogliere uno squilibrio da colmare. La guarigione non si identifica con la pura e semplice scomparsa dei sintomi, ma con il raggiungimento di un nuovo equilibrio, attraverso un processo di crescita di consapevolezza e di responsabilità.

4. Salute come stile di vita

La critica alla «medicalizzazione» della salute (Illich, 1976) e una maggiore attenzione per le variabili socio-ambientali di essa hanno indotto a spostare l’accento sullo stile di vita complessivo. In questo paradigma la salute si definisce in rapporto a fattori non medici, come condizioni di lavoro e di abitazione, alimentazione, igiene ed habitat. La promozione della salute si identifica con il favorire comportamenti che prevengano sia l’insorgere della patologia, sia la rottura degli equilibri psico-fisici. Il progetto terapeutico in questo paradigma comprende elementi ancor più intrecciati con la dimensione etica e spirituale dell’uomo, come l’acquisizione di una migliore competenza conoscitiva da parte del soggetto e di maggiore autonomia nelle scelte.

5. Il riscontro socio-culturale

La ricerca empirica supporta questa visione più differenziata della salute propria delle società contemporanee. Assumendo come riferimento le richieste che i cittadini del nostro Paese rivolgono ai terapeuti e al sistema sanitario (La domanda di salute in Italia, 1989; La salute degli italiani, 1991; La salute degli italiani, 1992), notiamo che la domanda di salute si allinea in modo crescente su una concezione antropologica che privilegia le dimensioni esistenziali e ambientali.

Recede una concezione della salute in cui questa è identificata esclusivamente con gli aspetti organici o misurata con criteri di efficienza socialmente standardizzati (primo paradigma, in cui la salute coincide, praticamente, con la «normalità»: è sano chi non devia da ciò che la società reputa normale, come ad esempio la capacità di lavorare). Tende invece a emergere sempre più nettamente la ricerca della salute come benessere psicofisico e come equilibrio ambientale, prodotto da una migliore qualità di vita (secondo e terzo paradigma).

Nell’area della salute bisogna distinguere un nucleo duro, costituito dalla malattia grave e ad alto rischio di morte o di cronicità, e un vasto insieme sistemico a dimensione somato-psichico-ambientale, centrato sulla ricerca del benessere. Nei confronti del primo aspetto permangono gli aspetti più tradizionali, che possiamo osservare in azione quando sopravviene una minaccia alla vita o all’integrità. Quando è in gioco la vita, il paziente tende ad esser passivo, affidandosi al medico e alla struttura sanitaria, a cui consegna l’organismo-macchina per la riparazione. Prevale la concezione organicistica del corpo, considerato come un insieme di pezzi di ricambio.

Là dove, invece, si fa strada là nuova domanda di salute, lo scenario cambia. Il paziente richiede un ruolo attivo nel promuovere il proprio benessere psico-fisico; non si consegna passivamente, ma vuole autotutelarsi e gestire autonomamente la salute; entra con il medico in un rapporto che tende ad esser paritario, «contrattando» la terapia, combinando autonomamente diverse offerte, sperimentando nuovi percorsi. L’obiettivo diventa quello della qualità e si traduce nella ricerca di stili di vita che garantiscano il benessere totale.

6. Il risvolto etico

La differenziazione dei modelli di salute ha forti ripercussioni sul rapporto terapeutico e sull’etica che lo regola (Susser, 1981). Man mano che si procede verso paradigmi di salute e

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guarigione più complessi e personalizzati, la ricerca del «bene del paziente» (secondo la bioetica standard americana: azione terapeutica ispirata al principio di «beneficità») non può far a meno di richiedere il coinvolgimento attivo del paziente stesso, la considerazione dei suoi valori e delle sue preferenze, il rispetto déll’autodeterminazione. Si impone un modello di rapporto che procede con decisione da un atteggiamento prevalentemente paternalista a un sincero apprezzamento e promozione dell’autonomia del paziente. Il modello della «beneficità nella fiducia» (Pellegrino, 1992) consente un’armoniosa sintesi dei diversi valori in gioco.

Un altro compito dell’etica nei confronti della nuova cultura della salute è quello di promuovere un discernimento. Si diffondono, infatti, comportamenti che sono allo stesso tempo carichi di promesse, ma non privi di ambiguità. Una fonte di preoccupazione è il modo di trattare il corpo. Nella cultura della salute che prevale l’accento tende a spostarsi: non si tratta solo di evitare le malattie che colpiscono il corpo, ma di lasciarlo attraversare dalla forza plasmatrice del desiderio, che lo correla agli obiettivi estetici ed edonistici della persona. I momenti di morbilità tendono ad essere respinti nell’ambito della medicina professionale (è il motivo per cui la malattia e la morte sono bandite dal vivibile quotidiano e ghettizzate nelle istituzioni sanitarie).

L’elemento trainante della domanda di salute al di fuori del patologico diventa il modellamento del corpo sul desiderio. Questo mira a estendere i confini della natura; ancor più, a negare l’idea stessa di limite naturale. Molti dei problemi più acuti che si offrono alla bioetica (regolazione artificiale della fecondità, modalità varie della procreatica, manipolazione genetica, prolungamento artificiale della vita) derivano dal ruolo guida nella domanda assunto dal desiderio, rispetto al bisogno.

Il discernimento etico deve saper demarcare i pericoli di una proliferazione indistinta di richiesta nello spirito del consumismo dai vantaggi antropologici che derivano dalla diffusione di una nuova e più positiva immagine della corporeità. La nuova cultura della salute promuove una concezione del corpo non più visto come polo opposto della psiche, luogo di avvenimenti patologici senza alcuna correlazione con il mondo delle rappresentazioni mentali, dei simboli, delle emozioni (Schipperges, 1985). Questo corpo antropologizzato, inteso come organo di un tutto integrato, qual è l’essere umano nella sua interezza, è molto più aperto allo spirito di quanto possa esserlo quello dipendente da una concezione dualista, platonica o cartesiana che Sia. È il luogo dove le scelte etiche legate alla salute raggiungono il più alto significato e la più intensa drammaticità.

[ Salute spirituale; Antropologia medica; Storia dell’etica medica; Filosofia della medicina].

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