L’occhio clinico e l’occhio dell’artista

Sandro Spinsanti

L'OCCHIO CLINICO E L'OCCHIO DELL'ARTISTA

in L'allegoria del coma

Casa dei risvegli, Bologna 2009

pp. 30-37

30

Nel corso della sua storia plurisecolare l'ospedale ha cambiato volto più e più volte. Una delle trasformazioni più radicali implicava anche una modifica del nome. È quanto aveva progettato la rivoluzione francese, che voleva dar rilievo al passaggio all'epoca moderna in tutte le strutture della società. L'ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui il bambino si poteva trovare accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la puerpera accanto al morente. Era destinato, infatti, a raccogliere la "fragilità" in tutte le sue forme. La critica della modernità all'ospedale ancien régime fu così radicale che il Direttorio propone di chiamarlo "hospice" invece di "hôpital". Nel corso del XIX secolo è avvenuta, in realtà, un'evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'hospice (ospizio, in italiano) è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti, mentre l'hôpital (ospedale) ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione.

Ma l'evoluzione storica dell'ospedale è tutt'altro che conclusa. Una direzione di sviluppo è la ricomparsa, in modo del tutto inaspettato,

31

inserire foto pg 31

32

nella seconda metà del XX secolo, del bisogno di "ospizio", inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. L'hospice ― nel significato che ha assunto all'interno del movimento per le cure palliative ― sta diventando un punto forte della politica sanitaria pubblica, decisa finalmente a far entrare anche l'assistenza durante il segmento finale della vita nell'ambito dei servizi alla salute da offrire alla popolazione.

L'hospice è il luogo dove si cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan adottato dall'Associazione italiana per le cure palliative: "Curare anche quando non si può guarire".

Lo sviluppo più recente della polimorfica trasformazione dell'ospedale è la "Casa dei Risvegli Luca De Nigris". Lo stato comatoso è il lato d'ombra di una medicina che sa supplire in modo del tutto inedito alle funzioni dell'organismo, ma non può impedire talvolta che la persona resti in mezzo al guado: non può tornare allo stato di coscienza, mentre le cure amorevoli la tengono legata a ciò che è restato della vita. La Casa dei Risvegli Luca De Nigris si presenta così come l'ultima versione dell'''ospitalità'' da offrire alla più inedita delle fragilità dell'essere umano. Una ospitalità che prende tutte le forme che l'ingegno umano sa offrire: dalla scienza ― e dalle risorse più sofisticate della tecnologia ― all'arte.

Nella gloriosa storia degli ospedali, motivo di orgoglio della civiltà occidentale, un posto di grande rilievo è stato attribuito all'arte.

Gli spazi di degenza erano decorati da affreschi

33

inserire foto pg 33

34

o altre opere artistiche. Alcuni di questi cicli sono a ragione capitoli importanti nella storia dell'arte. Pensiamo agli affreschi nell'ospedale di Santa Maria della Scala ( il Pellegrinaio) a Siena. La sala che originariamente serviva come corsia maschile è decorata con affreschi del XV secolo, che rappresentano le attività principali della confraternita benefattrice: la cura dei malati, l'educazione dei trovatelli, la dispensa delle elemosine, il cibo offerto ai poveri.

Una decorazione analoga troviamo nell'Ospedale di Santo Spirito in Sassia, a Roma, che è stato demolito e completamente ricostruito da Sisto IV, a partire dal 1473. All'interno della Corsia Sistina un grandioso ciclo di affreschi correva lungo la parte superiore della costruzione. La storia iniziale è quella che viene abbinata all'origine dell'ospedale: era stato pensato dal pontefice per porre fine all'atroce abitudine delle madri romane di uccidere i figli indesiderati e gettarli nel Tevere.

Due altri esempi celebri di arti sviluppatesi insieme ad attività di cura ospedaliere sono il fregio smaltato policromo in terracotta con la raffigurazione delle sette opere di misericordia all'Ospedale del Ceppo a Pistoia e l'affresco monumentale con il Trionfo della morte contenuto nel Palazzo Sclafani, trasformato in ospedale nel XV secolo, e oggi custodito nella Galleria nazionale della Sicilia, nel Palazzo Abatellis a Palermo.

Queste opere d'arte, con finalità di edificazione spirituale o di diletto estetico, erano complementari alla cura: il rapporto con le attività

35

inserire foto pg 35

La ruota della fortuna sfortunata...

36

di cura era estrinseco e contingente. Le opere d'arte abbellivano gli ambienti, ma non erano esse stesse un momento della terapia. L'opera di Wolfango collocata nella Casa dei Risvegli Luca De Nigris ci autorizza invece a immaginare un'altra funzione dell'opera d'arte nei luoghi di cura. La immaginiamo come un bilanciamento correttivo dell'" occhio clinico".

Con questa espressione si è soliti intendere la capacità del medico di penetrare al di là delle manifestazioni esterne della patologia, arrivando al nucleo sottostante alla malattia (così da essere in grado di identificare la terapia appropriata). La mitologia sorta intorno alle figure più di spicco della medicina attribuiva ai grandi medici delle capacità quasi divinatorie: il loro occhio sapeva leggere la realtà della patologia, al di là delle apparenze ingannevoli che questa può assumere in superficie. All'occhio clinico la malattia si manifesta nella sua nudità.

Anche facendo la dovuta tara ai racconti che enfatizzavano le capacità dell'occhio clinico, rimane il fatto che le capacità diagnostico-terapeutiche della medicina riposano su un riduzionismo sistematico. Il sapere proprio della medicina si identifica con la facoltà di isolare il fatto patologico dal soggetto malato e di cercare la causa ― e il possibile rimedio ― a un livello sempre più profondo: dalla persona malata all'organo malato, dall'organo alla cellula, dalla cellula alla molecola... Il prezzo da pagare al sapere scientifico, su cui si basa la nostra medicina, è la rinuncia a tutte le dimensioni dell'umano che riconosciamo invece

37

come parti essenziali della nostra "normalità": l'individuo nella sua realtà di significati, simboli e valori culturali, con la sua vita fatta di parole e relazioni, sviluppata in un arco temporale che conosce un inizio e una fine.

Rispetto all'uomo a una dimensione conosciuto dalla scienza bio-medica, abbiamo bisogno di far emergere tutte queste altre componenti. Riadattando un celebre verso shakespeariano, potremmo dire che ci sono più cose nell'essere umano di quante ne conosca la nostra medicina... Queste sono, appunto, quelle che vede l'occhio dell'artista. Quelle che il dipinto di Wolfango rende visibili agli occhi della mente di chi varca la soglia della Casa dei Risvegli Luca De Nigris. Il luogo che all'occhio clinico potrebbe apparire solo come un frigido contenitore di scarti della medicina ― deplorabili insuccessi, esiti infausti, casi disperati ― si anima invece di emozioni, reti di affetti, progetti di vita. Con l'aiuto dell'arte anche una manciata di tratti indistinti può riprendere forma e ridiventare un volto (è la eloquente lezione del ritratto anamorfico). Di questa correzione dello sguardo abbiamo bisogno tutti: non solo coloro che per professione si dedicano a favorire i processi di guarigione, ma anche coloro che, a diverso titolo, circondano il malato.

Contrapponendo lo sguardo artistico all'occhio clinico non vogliamo svalutare quest'ultimo. È prezioso, ne abbiamo bisogno; e non potrebbe essere diverso da come si è formato. Ma vogliamo solo ricordarci che, come la visione profonda è bi-oculare, così la cura è bifocale: si compone del curare e del prendersi cura. E per prendersi cura di una persona bisogna anzitutto saperla vedere in tutte quelle componenti dell'umano che l'occhio clinico sistematicamente esclude. È un processo visivo che, con l'aiuto dell'arte, abbiamo bisogno di attivare in tutte le case dove è ospitato l'uomo fragile. Nella Casa dei Risvegli Luca De Nigris forse ancor più che in tutti gli altri luoghi ospitali.

Arte Terapia

Paola Caboara Luzzatto

ARTE TERAPIA

Una guida al lavoro simbolico perl'espressione e l'elaborazione del mondo intero

Prefazione di Sandro Spinsanti

Cittadella Editrice, Assisi 2009

pp. 7-10

7

PREFAZIONE

Che cosa ha a che fare l’arte con la terapia? Diamo per scontato che per un certo numero di medici l’accostamento provocherà solo irritazione e un rifiuto carico di sufficienza. È l’atteggiamento rappresentato idealmente da una dichiarazione che fonti giornalistiche attribuivano di recente al prof. Daniel Weinberg, direttore della divisione clinica per i disordini mentali dell’istituto nazionale per la salute mentale di Bethesda (Washington). Illustrando i risultati scientifici della ricerca più recente sulle malattie mentali, Weinberg affermava: “Per ora della schizofrenia conosciamo veramente solo le cause genetiche, biologiche. E gli effetti positivi dei farmaci sui sintomi. Tutto il resto è poesia”. Quel “resto” qualificato come poesia viene svalutato, ironizzato ed esiliato dallo scenario clinico perché considerato ospite indesiderato nella casa della scienza. Si è diffuso però un certo malessere nei confronti di una medicina che sembra allontanarsi dai pensieri e dalle emozioni che abitualmente associamo con la cura. Il grande successo editoriale arriso all’opera in cui Tiziano Terzani riferisce il suo percorso attraverso la malattia, è legato alla sua capacità di catturare e di esprimere quel malessere:

“Io ero un corpo: un corpo ammalato da guarire. E avevo un bel dire: ma io sono anche una mente, forse anche uno spirito, e certo sono un cumulo di storie, di esperienze, di sentimenti, di pensieri ed emozioni che con la malattia hanno probabilmente avuto un sacco a che fare! Nessuno sembra volerne o poterne tenere conto... ” (Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, Longanesi 2004, p. 15).

È per correggere questo squilibrio che è nato il movimento

8

delle medical humanities. Non nasce dalla sfiducia nei confronti della medicina scientifica, né è assimilabile ai vari esoterismi e pratiche mediche alternative: è piuttosto una consapevole e deliberata ricerca di una medicina intera, che sappia rispondere alla pluralità dei bisogni della persona malata. Per un curare che sia un prendersi cura è necessaria una medicina che sappia integrare le due culture in cui si è differenziato il sapere umano. L’arte come terapia che ci propone Paola Caboara Luzzatto con questa rigorosa opera, frutto di riflessione e di lunga pratica, acquista tutto il rilievo che le spetta se la collochiamo nel contesto più ampio che viene denotato con il termine inglese Medical Humanities. L’incontro sui percorsi di cura di un bisturi e di un pennello non fa parte del surreale, ma del reale. Non si tratta di minare alle radici la serietà della medicina, ma di riconoscerle tutto lo spessore che le è connaturale.

La consapevolezza che la medicina presuppone due sguardi diversi sull’uomo ha una lunga storia. Non a caso l’immagine di Giano bifronte ― figura mitologica centrale nel pantheon latino ― è stata utilizzata innumerevoli volte per illustrare la caratteristica peculiare della medicina di guardare contemporaneamente in due direzioni: quella della scienza della natura (Naturwissenschaften) e quella delle scienze dello spirito (Geistwissenschaften), per usare la terminologia proposta dallo storico e filosofo tedesco Wilhelm Dilthey. Da una parte le scienze dell’uomo basate sulle scienze esatte, tese all’accertamento di leggi e meccanismi; dall’altra la storia, la narrazione, l’esperienza; mentre le scienze della natura ricorrono alle spiegazioni (in tedesco: erklären) le altre richiedono la comprensione (verstehen). Per questo il medico, che è uno scienziato di uomini, e di uomini malati deve non solo sapere che cos’è la malattia, ma deve anche capire il malato. Il processo di integrazione dei due aspetti della medicina ha conosciuto diversi tentativi, più o meno coronati da successo. L’obiettivo delle medical humanities è di tenere insieme i diversi sguardi, senza negare la rilevanza di ognuno nella sua irriducibilità.

9

Una ulteriore messa a fuoco del problema delle “due culture” (così è stato identificato dopo il successo del libro di Charles P. Snow, The two cultures and the scientific revolution 1959, Cambridge university press, Cambridge) parte dalla constatazione che le scienze dell’uomo hanno subito una certa discriminazione all’intemo del mondo della cultura generale. In particolare, la penalizzazione delle scienze umane si riscontra nella formazione dei medici. A fronte di un ampio spazio assegnato nel curriculum degli studi alle scienze biologiche, pressoché assente è l’attenzione dedicata a quelle sociali e psicologiche. Lo spazio adeguato alle scienze umane nell’ambito della formazione universitaria dei futuri medici non è ancora previsto nell’agenda di nessuna proposta di riforma. Tuttavia non si è mai spenta del tutto la convinzione che i medici sono adeguati al loro compito solo quando considerino la dimensione sociale e psicologica degli esseri umani che curano, oltre agli aspetti propriamente biologici.

La malattia ha un profondo legame con la creatività. Una storia di malattia può finire “bene” o “male”. Questi due scenari non sono semplicemente sinonimi di guarigione o di assenza di guarigione, ma si riferiscono al modo in cui l’evento patologico si integra nell’esistenza di una persona o di un nucleo familiare. La creatività necessaria per far finire bene una vicenda di malattia equivale al saper dare “forma”, compiuta e gradevole, alla propria vita. Anche se in Italia il movimento che in ambito anglosassone è stato chiamato delle Medical Humanities è lungi dall’ aver riscosso l’attenzione che gli spetta, l’arteterapia non è all’anno zero. Una Associazione Nazionale Arteterapeuti (APIArT) collega diverse scuole di formazione; convegni di arte terapia si tengono a cadenza abituale e la Cittadella di Assisi si è già particolarmente distinta per l’ospitalità offerta a questo tipo di eventi. Quello di cui ancora lamentiamo la carenza è il riconoscimento formale di questa specifica professionalità e la sua integrazione nella rosa degli interventi che costituiscono un processo di cura integrale, quello in cui il bisturi e il pennello non si contrappongono, ma si completano.

10

Mentre le terapie mediche mirano alla salute, quelle creative hanno come obiettivo la salute in un senso più ampio. Se la malattia non è l'antitesi della vita, ma un altro modo per dire la vita stessa, l'arte vi fa parte di diritto. Paola Luzzatto ci guida autorevolmente a capire come.

Lo schermo di Ippocrate

Sandro Spinsanti

LO SCHERMO DI IPPOCRATE

in Manuale di medical humanities, a cura di Roberto Bucci

Zadigroma editore, Roma 2006

pp. 267-273

267

Gli incroci del cinema con la pratica della medicina sono molteplici. Una delle vie più battute è stata l’uso del film per l’insegnamento. Nel 1997 si è voluto celebrare il centenario del film medico: già nel 1897, solo un anno dopo l’invenzione del cinematografo, è cominciato l’uso del film per scopi di ricerca e di insegnamento. Non solo i chirurghi hanno organizzato riprese sempre più audaci dei loro interventi operatori (tanto che oggi negli interventi laparoscopici e di chirurgia robotica bisturi e cinepresa sembrano fusi in una spettacolare unità organica). Anche in altri ambiti della medicina l’arte di fissare e riprodurre immagini in movimento è di grande aiuto per la didattica. Le videocassette hanno progressivamente sostituito i film, e le tecniche di videoregistrazione sono state portate a un livello di facile impiego. Si può segnalare a questo proposito la diffusione crescente delle videoregistrazioni di colloqui clinici.

La medicina pervade il cinema

Talvolta il cinema riferito alla medicina è stato utilizzato come strumento di vera e propria propaganda ideologica. Una ricerca interessante ha analizzato l’influenza del cinema sull'immagine dell’infermiera durante la guerra

268

civile spagnola: sia repubblicani che nazionalisti si attivarono per rappresentare nei film la donna sotto lo stereotipo dell’infermiera ideale.

La presenza del medico nella fiction (quella classica del cinema e più di recente i serial televisivi) offre piste di ricerca inesauribili. Dal dottor Kildare al dottor Greene di E.R., senza dimenticare il “medico in famiglia" della fiction televisiva nostrana, la figura del professionista che fa del curare la ragione della sua vita si evidenzia come un luogo per ripensare la società moderna nel suo insieme. La pervasività dei temi medici nei film commerciali durante tutta la lunga storia del cinema del XX secolo ne fa un luogo privilegiato, anche per l’immediatezza evocativa delle immagini visive, per chi si propone un fine educativo, oltre all’intrattenimento.

Può essere interessante ripercorrere l’elenco dei temi in cui vengono suddivisi i film a disposizione degli studenti della facoltà di medicina dell’Università di Terranova (Canada): malattia e società; cultura e sessualità; l’ospedale, luogo insolito; corpi per l’anatomia. Non è certamente l’unica facoltà a ritenere che i film possano portare un grande contributo, proprio per il loro carattere di cultura popolare, a esplicitare le credenze e gli atteggiamenti relativi alla pratica della medicina, tanto da parte di professionisti quanto da parte del pubblico. Oltre al tradizionale rapporto medico-paziente, il cinema ci aiuta a evidenziare lo spazio crescente che assume la tecnologia, con le sue promesse e le sue minacce; il ruolo del servizio pubblico e quello dell’iniziativa privata; i nuovi rapporti tra medico e paziente; il peso crescente dell’economia sulla sanità e i problemi dell’equità nell’accesso ai servizi sanitari.

Con questo elenco sommario di interrogativi siamo già entrati nell’orizzonte problematico che siamo soliti designare, per brevità, come proprio della bioetica. Il cinema ha avuto senz’altro un ruolo importante nel favorire la transizione dal paradigma dell’etica medica (in cui la medicina nel suo insieme, compresi i problemi etici, era concepita come esclusivo ambito di competenza medica) al paradigma della modernità, che riconosce al cittadino dei diritti tanto nei confronti di professionisti che erogano le cure, quanto rispetto all’organizzazione pubblica dei servizi.

Il cinema porta l’etica dall’accademia all’agorà

Nel passaggio dall’etica medica alla bioetica, anche il monopolio tradizionalmente esercitato dai medici sulle norme che regolano i loro comportamenti ha dovuto essere smantellato. La medicina è entrata nell’era dell’accountability, che non implica solo il dover rendere conto delle risorse economiche impiegate, ma anche dei criteri con cui vengono prese le decisioni

269

cliniche e dei valori etici di riferimento. Al cinema spetta un ruolo non secondario nell’aver riportato l’etica dall’accademia (leggi: attività dei filosofi di professione) all'agorà, dove è apparsa originariamente sotto forma dell’interrogare socratico rivolto ai passanti.

Per l’influenza sugli stili di vita e sul ruolo stesso di pensare la società moderna, il cinema è stato anche deliberatamente utilizzato per portare all’attenzione del grande pubblico le nuove problematiche bioetiche. Valga per tutti il riferimento a Di chi è la mia vita?, di John Badham (1981). Prescindendo dal valore artistico, il film può essere considerato come un’illustrazione, quasi scolastica, del conflitto tra il principio del bene del paziente, al quale i medici sono soliti ispirare le loro decisioni (in questo caso si tratta di prolungare la vita di uno scultore che, a seguito di un incidente, è rimasto tetraplegico), e il principio dell’autonomia (il malato in questione vuol essere dimesso per rinunciare ai supporti artificiali che lo tengono in vita, perché ritiene che la sua esistenza non abbia più una qualità accettabile).

Senza essere un film a tesi (il che lo renderebbe assimilabile alla cinematografia che abbiamo chiamato di propaganda) ed elevandosi con la fiction al di sopra dello strumento didattico, questo film può essere fatto rientrare nella categoria della retorica, intesa come arte della persuasione. Molto ampio è il filone di film di questo genere, con un indubbio vantaggio al loro attivo: il fascino che emana dalle storie vissute (pura fiction o vicende biografiche romanzate) permette alla retorica di scavalcare le strettoie della ragione e di rivolgersi direttamente alla volontà, con l’apporto determinante delle emozioni.

Ma non esiste solo questa accezione (con una connotazione quasi spregiativa) di retorica. Possiamo riferirci, in termini positivi, al «ritorno della retorica» auspicato da Serge Latouche. Il suo percorso di rivalutazione della retorica parte da una domanda (retorica): «È veramente ragionevole il comportamento razionale dell’uomo moderno che, manipolando la natura, va alla ricerca del massimo profitto per la maggiore felicità di tutti e di ciascuno? E un sistema così basato sulla sfrenata competizione economica e tecnica, sotto il segno della ragione occidentale, corrisponde realmente a un modello di saggezza?». La domanda è retorica, nel senso corrente della parola (cioè di una domanda con risposta incorporata) perché in realtà non è una domanda, ma un’affermazione. L’analisi della mancanza di ragionevolezza dei nostri comportamenti copre abbondantemente l’ambito della medicina, in particolare di quella che suscita le maggiori perplessità bioetiche. Sempre secondo Latouche, «le fredde acque del calcolo razionale invadono financo gli ambiti più intimi, il corpo vivente o nelle sue parti smembrate, gli organi in vita o post mortem, il sangue, lo sperma, le ovaie, l’utero

270

in affitto, il genoma umano, il patrimonio genetico di un popolo, i sentimenti, l’affetto, il talento, l’abnegazione... Tutto si compra e tutto si vende: l’imperialismo del razionale non lascia sfuggire nulla dalle sue maglie».

Il ragionevole appare come la grande vittima del trionfo del razionale, in particolare con l’avanzata del regno dell’economico. In termini mitologici, Latouche si riferisce ai due figli spirituali di Minerva, la dea greco-latina della ragione: Phrónesis, che i latini hanno tradotto con Prudentia (ovvero la saggezza o il “ragionevole") e Lógos epistemonikós, cioè la ragione geometrica o il “razionale”. L’armonia tra i due figli di Minerva è stata rotta in Occidente verso la fine del XVI secolo, con il progressivo trionfo del razionale sulle decisioni pratiche. L’economia, che è la summa della razionalità applicata, ha colonizzato anche l’etica: basterebbe far riferimento al noto sistema Qaly per valutare quali scelte fare in sanità, perché più “razionali”. Il presupposto è che sia possibile misurare quelle che gli economisti chiamano “utilità” dei vari stati di salute, attribuendo un valore numerico alle opinioni che le persone hanno della qualità di vita ai vari stati di salute.

L’arte retorica del cinema

La retorica proposta da Latouche come correttivo per lo sbilanciamento che soffoca il ragionevole sotto il razionale non si identifica con l’arte della persuasione. È piuttosto l’espressione della Phrónesis, ovvero di una riabilitazione del ragionevole. Non è l’arte di risolvere i problemi, ma quella di porli bene: «in certi casi, di porli così bene che la soluzione sembra andare da sé». Il presupposto è che l’esposizione del bene sia più persuasiva di quella del male e che la proposta saggia, misurata e adeguata alle circostanze, abbia maggiori possibilità di essere seguita di quella che non lo è. Intesa in questo senso inclusivo, la retorica è l’ambito proprio delle scienze umane. È diventato quasi un luogo comune lamentare la progressiva gravitazione della medicina sulle sole scienze naturali. La spiegazione che queste forniscono dei fatti patologici (la malattia ridotta a disease) va a discapito della comprensione degli stessi, in quanto fatti umani (la malattia come illness). Anche qui un equilibrio si è rotto, per il prevalere di una modalità sull’altra. La cura delle medical humanities, di cui ha bisogno la medicina, include a buon diritto i saperi delle scienze sociali, antropologiche e normative, ma anche il grande mondo delle arti espressive. Qui ritroviamo l’arte del cinema: la più giovane rispetto alle arti ereditate dall’antichità, ma dotata di una vitalità prorompente.

I registi hanno una naturale affinità con i romanzieri, i poeti e i commediografi nel rappresentare la realtà umana della nascita, della morte, delle

271

malattie e della lotta organizzata contro di esse. «Non esiste separazione radicale né tra le differenti discipline che indagano sull'uomo e sulla società, né tra queste discipline accademiche e la letteratura. Il miglior modo di conoscere la realtà sociale non è certo quello che si insegna a scuola. I grandi romanzieri e i grandi poeti ci offrono spesso maggiori informazioni circa la società in cui viviamo dei premi Nobel di economia e dei social scientist, gli scienziati del sociale», sostiene ancora Latouche. Quanto affermato sulla realtà sociale in generale può essere legittimamente riferito all’ambito particolare della medicina, e il valore di comprensione attribuito alla letteratura spetta a pieno diritto anche al cinema.

Non chiediamo al cinema che si sostituisca all’etica, né che renda superfluo quel vasto sforzo di ripensare i problemi legati alla biologia e alla medicina che si è soliti chiamare bioetica. La retorica non è l’etica. Ma rende un prezioso servizio all’etica promuovendo il ragionevole rispetto al razionale e ponendo i problemi «così bene che la soluzione sembra andare da sé».

272

RISORSE

i volumi

R. Bucci, Etica e mercato nella sanità, Ediesse, Roma 1996.

S. Latouche, La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 2000.

E. Moja, E. Vegni, La visita medica centrata sul paziente, Raffaello Cortina, Milano 2000.

gli articoli

J.K. Crellin, F. Briones, “Movies in medical education”, in Academic medicine 1995; 70; 9: 745.

M. Essex-Lopresti, “Centenary of the medical film”, In: Journal of audiovisual media in medicine 1998; 21; 1: 7-12.

J. Siles-Gonzales et al., “Nursing in the movies: its image during the Spanish civil war”, in Revista de enfermería 1998; 21; 244: 24-31.

Critica della ragione medica

Sandro Spinsanti

CRITICA DELLA RAGIONE MEDICA

in Teoria

anno XXXI/2011/1, terza serie VI/1, pp. 23-38

23

LE MEDICAL HUMANITIES:

UNA CURA PER LA MEDICINA

Il rinnovamento della medicina deve molto alla filosofia. In particolare all’etica: si è giunti alla creazione di un neologismo — e di una disciplina di successo — come la bioetica. Ma prima della bioetica c’erano le Medical Humanities. E le Medical Humanities ci saranno ancora in futuro, quando la bioetica avrà concluso la parabola ascendente che l’ha portata al centro del dibattito sociale e di interessi accademici. Ancor più: proprio dalle Humanities ci aspettiamo una correzione di rotta che ridia slancio all’incontro tra cultura umanistica e cultura scientifica, liberando la bioetica dalle strettoie dei dibattiti ideologici che la paralizzano, soprattutto in Italia. Rispetto al progetto della bioetica di delimitare i confini tra il lecito e l’illecito nell’ambito dei progressi della medicina e delle scienze biologiche, le Humanities coltivano un sogno di più ampio respiro: assicurare la felice sinergia tra le scienze naturali e le scienze umane, in vista di una medicina che sappia curare e prendersi cura, assicurare cure efficaci dal punto di vista biologico, ma anche rispettose di tutta la molteplicità dei bisogni umani.

Le Medical Humanities, inoltre, non si limitano a quanto la medicina può offrire per la guarigione, ma sono rilevanti rispetto a ogni forma di servizio alla salute: dalla psicoterapia al servizio sociale, dalla prevenzione alla medicina di comunità. Non si rivolgono, quindi, solo ai medici, ma a tutti gli operatori della salute (sarebbe più corretto parlare di Health Professionals Humanities, se l’eccesso di inglesismi non minacciasse un rigetto...!).

Evocare le Medical Humanities non basta: bisogna precisarne il significato. E questo si presenta già come un compito arduo. Sia “Humanitas” che le sue varianti presentano una famiglia di significati, dai contorni

24

spesso fluidi. Chi in italiano fa ricorso a un termine straniero ha l’obbligo morale di addurre prove che lo stesso concetto non potrebbe essere espresso nella nostra lingua. L’espressione Medical Humanities non fa eccezione alla regola. La ragione determinante per preferirla è presto detta: non esiste in italiano un’espressione che ricopra lo stesso ambito semantico. Ogni tentativo di cercare un equivalente in italiano è destinato a creare equivoci — come l’infelice “umanizzazione” della medicina — oppure riflette solo un aspetto parziale di quella complessa realtà denotata come Medical Humanities 1.

È opportuno seguire le diverse piste fornite dalla famiglia di espressioni affini, consapevoli che ognuna, considerata nei suoi aspetti negativi e in quelli positivi, tratteggia solo un aspetto parziale del quadro, non l’ambito delle Medical Humanities nella sua interezza.

1. “Umanizzazione”? No grazie!

La traduzione più fuorviante di Medical Humanities è quella di far equivalere la loro istanza a un progetto di “umanizzazione” della medicina. L’umanizzazione è un programma che si evoca solitamente con intenti polemici. Presuppone un’analisi negativa dei comportamenti che si vogliono umanizzare, perché giudicati, appunto, disumani. Che riguardino i detenuti nelle carceri o i malati in ospedale. Il programma di umanizzazione della medicina ha suscitato nel tempo molte adesioni: per motivi religiosi-filantropici (perché il professionista sanitario è considerato nell’alone del Buon Samaritano...) o per ragioni laiche, riconducibili al rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone, anche in condizione di malattia. Non mancano motivi per rivendicare azioni correttive di comportamenti

25

che si collocano al di sotto di quanto nella nostra società consideriamo un minimo decente.

Sul banco degli imputati non c’è solo l’insensibilità degli operatori o semplicemente la maleducazione; anche la curiosità scientifica o gli interessi conoscitivi possono indurre a comportamenti biasimevoli. Per saperne di più su ciò che oggi i cittadini considerano non accettabile, basta aprire gli archivi di un qualsiasi centro di ascolto del Tribunale dei diritti del malato o di un ufficio relazioni con il pubblico, di un ospedale o azienda sanitaria. O leggere le lettere ai giornali che danno voce al lamento contro la “malsanità”. Questa non è imputata solo di errori e inadempienze, ma spesso semplicemente di disattenzione verso esigenze elementari della nostra vita sociale.

Eliminare dalla pratica della medicina ciò che offende e umilia rimane un programma inderogabile. È tuttavia discutibile che il termine “umanizzazione”, con cui abitualmente lo si designa, sia una scelta felice per designare tale obiettivo. I sanitari oggetto di un programma di umanizzazione non possono evitare di sentirsi accusati di comportamenti “disumani”. È facile immaginare che la reazione più prevedibile sarà quella di risentita chiusura, o di ricerca di altri capri espiatori (gli amministratori della sanità, le condizioni di lavoro...). In ogni caso, sarà arduo avere come alleati in un programma di umanizzazione i professionisti che si sentano messi sotto accusa.

Anche se concordiamo sulla non opportunità di utilizzare il termine umanizzazione, non possiamo tuttavia ignorare che vi hanno fatto ricorso i decreti legislativi 502 (1992) e 517 (1993) che negli anni ’90 hanno delineato il profilo rinnovato del servizio pubblico. Come indicatori per valutare la qualità delle prestazioni erogate venivano infatti menzionate la «personalizzazione e umanizzazione dell’assistenza». È opportuno tuttavia sottolineare con forza che le Humanities che invochiamo come correttivo della pratica attuale della medicina non sono sovrapponibili all’umanizzazione. Quand’anche avessimo eliminato i comportamenti che violano i diritti e la dignità, il programma specifico delle Medical Humanities dovrebbe ancora avere inizio.

2. Esercitare la medicina nel solco dell’umanesimo

Etimologicamente, le Humanities rimandano al latino “humanitas”, che è stato il potente motore del movimento che ha strutturato l’Occidente moderno:

26

l’umanesimo, appunto. Siamo così condotti a considerare la medicina come un’impresa “umanistica” e il medico (in quanto referente simbolico di un complesso di azioni e di competenze proprie di numerose professioni che si dedicano alla cura) come un “umanista”. Questo uso linguistico richiede molta cautela. Si rischia, infatti, di scivolare verso aspetti caricaturali, così come quando si enfatizzano la missione e la vocazione di quanti esercitano la medicina, quasi praticassero una specie di sacerdozio secolarizzato. L’intento satirico era sicuramente presente in Giuseppe D’Agata quando, nel romanzo Il medico della mutua (1964), mette in bocca a un primario una tirata contro il sistema mutualistico allora in vigore:

La causa dei mali che affliggono la nostra benemerita classe è la mutua. Dobbiamo abolire la mutua, se vogliamo salvarci. Se ci richiamiamo al nostro aureo principio, di agire secondo scienza e coscienza, non c’è bisogno dell’esistenza della mutua. Non saremo certo noi a rifiutare le nostre cure ai poveri, agli indigenti, agli umili: si affidi sereno il lavoratore alla nostra sensibilità di medici e di umanisti. La missione del medico è universale, eterna, insostituibile. Non può tollerare vincoli e suddivisioni, senza che venga inquinata la purezza del suo significato umano e divino! 2

A più di quarant’anni di distanza, quell’appello alla professionalità del medico in quanto “umanista” non è più proponibile, neppure in chiave satirica. Abbiamo l’impressione che oggi nessuno più lo capirebbe. Tanto meno siamo disposti ad avallare un profilo “umanistico” ai professionisti sanitari che li ponesse al di sopra del complesso di diritti e doveri che incombono su chi opera all’interno del servizio sanitario pubblico, quale espressione del welfare state.

Eppure la correlazione tra i valori dell’umanesimo e quelli che guidano la pratica della medicina più esigente dei nostri giorni è seducente. Possiamo riconoscere una “assonanza culturale” tra la Humanitas rinascimentale e il nuovo paradigma della salute che si sta profilando nel mondo culturale e scientifico. Il riferimento va alla promozione della salute quale processo globale — sociale, politico, educativo, economico — finalizzato a mettere le persone in condizione di aumentare il controllo sul proprio stato di salute e di migliorarlo agendo sui determinanti della salute non solo di ordine bio-genetico, ma anche ecologico, sociale, economico e culturale. In questa prospettiva la medicina di oggi può attingere a piene mani dai valori dell'Umanesimo: riconsiderazione dell’uomo nel cosmo, accentuazione

27

della personalità individuale come fulcro dell’azione umana, importanza della razionalità e della visione laica del mondo rispetto all’approccio centrato sulla fede religiosa.

Questa dimensione profonda dell’“umanesimo” attribuita alla medicina è sicuramente in sintonia con il progetto culturale che anima il movimento delle Medical Humanities. La medicina può ancora rivendicare di essere — per adottare la formula a effetto di Edmund Pellegrino — «la più umana (“umanistica”) delle scienze e la più scientifica delle Humanities». Senza per questo essere obbligati a qualificare anacronisticamente i medici come «umanisti» 3.

3. Umanità/disumanità: quando la medicina è orientata al risultato

Un altro ambito semantico di umanità /disumanità nella pratica della medicina è quello relativo a situazioni nelle quali, per scarsità di mezzi o per scelta, si privilegia il curare rispetto al prendersi cura. Una semplificazione concreta è fornita dal libro Utopie sanitarie, che ha come sottotitolo esplicito: Umanità e disumanità della medicina 4. Il libro, curato da Rony Brauman, raccoglie diversi saggi redatti da sanitari che lavorano all’organizzazione Medici senza frontiere, di cui Brauman è stato presidente dal 1982 al 1994. Sappiamo che questi medici si trovano in prima linea in paesi nei quali la cura ha il carattere dell’emergenza e le condizioni di bisogno sono estreme. In questo libro a più voci, dedicato ad analizzare i presupposti, le convinzioni e i metodi della loro azione, non c’è ombra di compiacimento. Al contrario: i medici coinvolti, riflettendo sugli interventi che avvengono in condizioni di penuria, denunciano il carattere di freddo calcolo che talvolta la loro azione è costretta ad assumere. Devono scegliere tra chi curare e chi trascurare (scoprendo anche sorprendenti diversità culturali: in alcuni paesi, in situazione di carestia, sono i vecchi, in quanto garanti della coesione sociale, a dover ricevere per primi gli aiuti alimentari, e non i bambini, “gruppo debole”, che noi tenderemmo a privilegiare. Per gli organismi umanitari internazionali la priorità va data a evitare i decessi dei bambini, che ci sembrano più ingiusti e intollerabili, mentre in contesti

28

culturali di sopravvivenza la scala delle priorità è un’altra).

Oltre a chi, i medici sono costretti a scegliere anche il come delle cure che erogano. I Medici senza frontiere sono i primi a denunciare che le loro azioni sono spesso costrette a essere “disumane”, perché assumono lo stesso carattere di “ingegneria” che siamo pronti a denunciare nella pratica medica a carattere più tecnologico. Tiziano Terzani, ad esempio, in Un altro giro di giostra punzecchia i medici dell’ospedale oncologico di New York dai quali è in cura chiamandoli «gli aggiustatori». Considerano, infatti, solo il problema clinico, al quale cercano di porre rimedio col meglio delle loro possibilità, ma non la persona malata:

I miei medici tenevano conto esclusivamente dei fatti e non di quell’ineffabile “altro” che poteva nascondersi dietro i fatti, così come i cosiddetti “fatti” apparivano loro. Io ero un corpo: un corpo ammalato da guarire. E avevo un bel dire: ma io sono anche una mente, forse anche uno spirito e certo sono un cumulo di storie, di esperienze, di sentimenti, di pensieri ed emozioni che con la mia malattia hanno probabilmente avuto un sacco a che fare! Nessuno sembrava volerne o poterne tenere di conto. Neppure nella terapia. Quel che veniva attaccato era il cancro, un cancro ben descritto nei manuali, con le sue statistiche di incidenza e di sopravvivenza, il cancro che può essere di tutti. Ma non il mio. 5

Paradossalmente, questa è la stessa accusa che i Medici senza frontiere rivolgono alla propria azione: lavorando in condizioni di estrema penuria, sono costretti a cadere negli stessi difetti criticabili nella medicina più scientifica. Per quanto “umanitaria” nelle motivazioni individuali di coloro che la praticano, anche la loro medicina diventa “disumana”, perché le condizioni in cui si svolge il loro lavoro li costringono a sacrificare quelle dimensioni della cura che qualsiasi malato considera essenziali. Indipendentemente dalla qualità degli affetti e delle relazioni che si instaurano, la medicina può essere oggettivamente disumana, se diventa, per necessità o per scelta, una specie di ingegneria applicata.

L’orizzonte in cui si collocano le considerazioni proposte da Medici senza frontiere non è quello delle intenzioni soggettive degli operatori e del loro impegno umano. Ci invitano a considerare il contesto. Scopriamo così che la medicina, nei contesti opposti dell’estrema indigenza e della massima opulenza, può essere ugualmente disumana. Mentre l’auspicio dell’“umanizzazione” della medicina fa riferimento agli operatori — e implica indirettamente l’accusa rivolta loro di mancanza di dedizione e di

29

motivazione — le analisi che si concentrano sulla disumanità della medicina prescindono dal vissuto degli operatori. Non equivalgono a un invito a “moralizzare” medici e infermieri, sono piuttosto un progetto rivolto a correggere la concezione stessa della medicina. Le differenze hanno grande rilevanza: nel primo caso la terapia per la disumanità ha carattere parenetico, nel secondo implica invece il correttivo delle Medical Humanities.

Una certa insofferenza nei confronti delle esortazioni moralistiche a favore del buon rapporto, senza tenere nel debito conto la qualità del servizio offerto, è comprensibile. La forte enfasi posta sul curare, a discapito del prendersi cura, ha fatto la fortuna della serie televisiva che ha il dottor House come protagonista. Questo medico impersona la scelta di puntare sui risultati, facendo economia non solo dei buoni sentimenti e dell’attenzione alla persona, ma provocatoriamente anche delle buone maniere. La giustificazione di questo stile si fa forte della presunzione che, tra un medico che guarisce il malato trattandolo male e uno che lo faccia morire per incompetenza, ma avvolgendolo di cure amorevoli, tutti preferirebbero il primo. Ma quando a un dottor House di un ospedale metropolitano si attribuiscono scelte volontarie per comportamenti disumani che Medici di frontiera sono obbligati ad assumere si fa un’operazione mistificatoria (a meno che non sia una strategia di puro intrattenimento, centrato sul falso dilemma: «preferisci un medico che ti fa morire tenendoti amorevolmente la mano, o uno che ti guarisce trattandoti male?»). Le Medical Humanities non hanno come obiettivo di contrapporre il curare e il prendersi cura, la qualità relazionale e l’efficacia dei trattamenti, bensì la loro integrazione. Le Humanities in questo contesto sono un sinonimo della centralità del paziente; o piuttosto della centralità della relazione nel processo di cura, nonché dell'importanza della comunicazione tra chi eroga le cure e chi le riceve.

4. L’“umanità” degli operatori sanitari

Completiamo il periplo delle diverse accezioni che può assumere la “humanitas” riferita alla medicina portando l’attenzione sull’umanità, intesa come sintesi di qualità morali, di coloro che praticano la medicina. Parallelamente, ci dobbiamo interrogare sulle qualità richieste a coloro che delle cure mediche sono i beneficiari.

Un episodio, tratto dal resoconto dello scrittore inglese Thomas de Quincey: Gli ultimi giorni di Immanuel Kant, ci introduce a questa ulteriore esplorazione del termine. De Quincey si è basato sulle relazioni di Vasiansky,

30

che aveva assistito Kant in tutta la fase terminale della sua vita.

Il racconto presenta anche un episodio singolare. Il vecchio Kant, che aveva anche enormi difficoltà a esprimersi — Vasiansky interpretava le parole che Kant balbettava ― riceve il suo medico; questi vorrebbe che Kant si sedesse, ma il filosofo rimane in piedi. Racconta de Quincey, con le parole di Vasiansky:

Intanto continuava a tenersi in piedi, ma si vedeva che era sul punto di cadere a terra. Allora avvertii il medico, e ne ero ben convinto, che Kant non si sarebbe seduto, per quanto potesse soffrire rimanendo in piedi, finché non si fossero seduti i suoi ospiti. Il dottore sembrava dubbioso, ma Kant, che aveva udito quel che avevo detto, con uno sforzo prodigioso confermò la mia spiegazione del suo comportamento e pronunciò distintamente queste parole: «Dio non voglia che io cada così in basso da dimenticare i doveri dell’umanità» 6.

Certamente nel termine [Humanität] usato da Kant c’è il significato arcaico di “cortesia”, “gentilezza”; ma non soltanto questo. C’è un riferimento ai doveri dell’umanità, doveri verso se stessi, ma anche doveri verso gli altri: esistono i doveri della co-umanità.

Tutta la tradizione di riflessione sui doveri del medico ha incluso questi doveri di co-umanità nelle caratteristiche del Buon Sanitario. A partire dalla formulazione latina del medico come vir bonus, sanandi peritus. Ma questa bonitas, che determina la qualità professionale, va intesa in senso attributivo (un buon medico) o in senso predicativo (un medico buono)? I movimenti di umanizzazione della medicina accentuano la posizione predicativa: auspicano un medico buono. Lo immaginiamo disinteressato, attento ai problemi dei pazienti, sensibile, capace di dialogo, empatico. Talvolta queste e altre attese sono riassunte nella richiesta che abbia una “visione distica” del paziente e della sua patologia, intesa come una somma di capacità e di virtù.

Dal buon medico, invece, ci si aspetta altro. Anzitutto la competenza scientifica e un saldo dominio dell’arte terapeutica. La scienza abbinata alla coscienza, che si è soliti invocare per delineare il profilo del buon medico, oggi ha assunto un profilo molto preciso: la medicina che pratica deve essere evidence based; le linee guida hanno sostituito la libertà terapeutica, che in passato era talvolta sinonimo di arbitrio o di preferenze immotivate. Una cattiva medicina clinica non può essere etica; tuttavia la competenza clinica non basta più per fare un buon medico. La novità è stata

31

recepita dalla più recente formulazione del Codice deontologico dei medici italiani (dicembre 2006). La «qualità professionale e gestionale» (art. 6) è così descritta:

Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell’autonomia della persona tenendo conto dell'uso appropriato delle risorse. Il medico è tenuto a collaborare all’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità nelle cure.

Il buon medico, quindi, oltre alle conoscenze scientifiche deve avere competenze comunicative per praticare la medicina “nel modo giusto”, così come richiede la cultura contemporanea, orientata al rispetto dell’autodeterminazione della persona malata. E deve avere competenze gestionali, in accordo con le esigenze dell’etica dell’organizzazione. In una parola, il buon medico non può essere solo competente sul versante delle scienze biomediche, ma deve esserlo in misura non minore in tutto l’arco dei saperi coltivato dalle Medical Humanities.

I doveri di co-umanità riguardano anche, specularmente, quanto deve mettere in atto chi ricorre ai servizi della medicina per essere un “buon paziente”. La Humanität del vecchio Kant, traducibile essenzialmente in urbanità e rispetto, non basta più. La fine della “minorità non dovuta”, che per il filosofo costituiva l’entrata nell’epoca dell'Illuminismo e della modernità, ha modificato in profondità il modo di esercitare la medicina. Quando il rapporto che vigeva tra sanitari e pazienti era fondamentalmente di stampo paternalista, il buon paziente era il malato compliant: docile e remissivo, coltivava una relazione fiduciale. Si affidava al discernimento del medico e interferiva il meno possibile con le decisioni che questi prendeva per il bene del malato. Non è certo proibito comportarsi ancora secondo questo modello, se ciò corrisponde a una preferenza personale, ma in generale non è quanto ci aspettiamo dal buon paziente dei nostri giorni. Ai nuovi diritti corrispondono anche nuovi doveri. E nuove responsabilità da parte del malato. Deve partecipare al processo decisionale, prima di tutto informandosi, chiedendo. Il buon paziente non è più quello che non fa domande: al contrario, non smette di far domande finché non si è creato quel quadro della situazione clinica che gli permette di decidere insieme al medico. E deve anche accettare i limiti che il contesto dell’organizzazione sanitaria impone alle sue richieste di servizi. Non può essere un buon paziente chi si comporta secondo modelli di bulimia consumistica, a danno delle legittime esigenze di altri cittadini. Tutto questo è incluso oggi nell'empowerment che si

32

richiede per essere un buon paziente. Questo è appunto il modello ideale di rapporto che le Medical Humanities vogliono promuovere.

5. Le “Medical Humanities” in pratica. L’integrazione delle “due culture”

La consapevolezza che la medicina presuppone due sguardi diversi sull’uomo ha una lunga storia. Non a caso l’immagine di Giano bifronte — figura mitologica centrale nel pantheon latino — è stata utilizzata innumerevoli volte per illustrare la caratteristica peculiare della medicina di guardare contemporaneamente in due direzioni opposte: quella delle scienze della natura (Naturwissenschaften) e quella delle scienze dello spirito (Geistwissenschaften), per usare la terminologia proposta dallo storico e filosofo tedesco Wilhelm Dilthey. Da una parte le scienze dell’uomo basate sulla storia, la narrazione, la comprensione, dall’altra le scienze esatte, tese all’accertamento di leggi e meccanismi; mentre le prime richiedono la comprensione (in tedesco: verstehen), le scienze della natura ricorrono invece alla spiegazione (erklären). Per questo il medico, che è uno scienziato di uomini, e di uomini malati deve non solo sapere che cos’è la malattia, ma deve anche capire il malato.

Il processo di integrazione dei due aspetti della medicina ha conosciuto diversi tentativi, più o meno coronati da successo. In Germania uno dei più sistematici è stato quello proposto da Viktor von Weizsäcker (1886-1957), fondatore dell’approccio denominato “Medicina antropologica”. A lui dobbiamo questa felice formulazione del problema della pluralità degli sguardi: «Determinate scienze permettono solo determinate domande selezionate; la risposta a esse, qualora non siano risolvibili con le proprie premesse, la rimandano, nei casi migliori, a una disciplina vicina, se non la sopprimono del tutto» 7 (cfr. S. Spinsanti, Guarire tutto l’uomo). L’obiettivo delle Medical Humanities è invece proprio quello di tenere insieme i diversi sguardi, senza negare la rilevanza di ognuno, nella sua irriducibilità.

Una ulteriore messa a fuoco del problema delle “due culture” (così è stato identificato dopo il successo del libro di Charles P. Snow The two cultures and the scientific revolution 8) parte dalla constatazione che le scienze dell’uomo hanno subito una certa discriminazione all'interno del mondo

33

della cultura generale. Così è sicuramente avvenuto in Italia. Le correnti filosofiche idealistiche hanno ostacolato lo sviluppo delle scienze dell’uomo. Soprattutto per l’influsso dello storicismo di Croce, che ha esercitato un’influenza determinante fino a tutti gli anni Cinquanta del XX secolo. La conoscenza storica, considerata come la più peculiare e significativa, non svalutava solo la conoscenza scientifica, ma anche quella prodotta dalle scienze umano-sociali, che per la filosofia crociana erano scienze spurie. La cultura italiana ha dovuto, perciò, affrontare due problemi: dare diritto di cittadinanza accademica alle scienze umane e, successivamente, portarle a dialogare con le scienze sulla natura.

In concreto, la penalizzazione delle scienze umane si riscontra nella formazione dei medici. A fronte di un ampio spazio assegnato nel curriculum degli studi alle scienze biologiche — nonché ai loro fondamenti: chimica, fisica, genetica... — pressoché assente è l’attenzione dedicata a quelle sociali: sia dal punto di vista descrittivo della realtà umana (sociologia, psicologia, antropologia culturale), sia dal punto di vista prescrittivo dei comportamenti (diritto, etica). Molti degli sforzi delle Medical Humanities sono rivolti a correggere, a posteriori, uno sguardo deformato da un riduzionismo indotto da una frequentazione unilaterale delle scienze bio-mediche durante tutto il curricolo formativo. Sarebbe invece urgente che la capacità di equilibrare e integrare le due culture fosse coltivata sin dall’inizio. Lo spazio adeguato alle scienze umane nell’ambito della formazione universitaria dei futuri medici non è ancora previsto nell’agenda di nessuna proposta di riforma.

6. Dalla cultura dei diritti all'“empowerment” del cittadino

Mentre la prima linea applicativa delle Medical Humanities riguarda la fondazione del sapere che il sanitario mette a servizio delle persone che ricorrono alla medicina, la seconda ha a che fare con il loro rapporto. Un rapporto che è cambiato con il tempo ed esige oggi altri modi di relazionarsi. Ci sono situazioni che urtano con la nostra sensibilità e con il concetto di rispetto dovuto alle persone, soprattutto se malate o fragili. Sono, appunto, le situazioni rispetto alle quali si sente colloquialmente invocare la necessità di procedere a una “umanizzazione” della medicina. Quand’anche non esistessero più occasioni per le quali si ritiene appropriata questa infelice espressione, rimarrebbe integro il problema di una riscrittura sociale delle regole che sovrintendono ai rapporti tra sanitari e cittadini.

34

Storicamente questa istanza ha preso voce con i movimenti che, dalla metà degli anni ’70, hanno rivendicato la cura come un diritto del cittadino, piuttosto che come un atto di benevolenza del sanitario. La costituzione dei Tribunali dei diritti del malato è stato un momento politico rilevante di questa revisione del modello di rapporto. La prima sessione del Tribunale tenutasi a Roma in Campidoglio il 29 giugno 1980 (con il titolo programmatico: «Da malato a cittadino: contro l’emarginazione, per la gestione popolare delle strutture sanitarie») culminava con la presentazione dei «33 diritti del cittadino». Nel lungo elenco di diritti rivendicati un’attenzione relativamente modesta veniva riservata alla partecipazione attiva del paziente alle decisioni cliniche (solo l’art. 28 parla di un diritto ad avere inserita nella cartella clinica «una scheda dove siano illustrate in termini chiari e comprensibili, e con testo obbligatoriamente dattiloscritto, la diagnosi e la terapia in corso, nonché le previsioni circa la durata del ricovero e le eventuali possibilità di guarigione»).

Il confronto con altri movimenti che andavano prendendo consistenza in quegli stessi anni rivela una diffusa percezione che l’informazione fosse centrale per promuovere un diverso rapporto tra sanitari e cittadini malati. Per esempio, l’Associazione dei pazienti della Svizzera italiana presentava la propria attività non sotto l’immagine di un tribunale che tutela chi è costretto a subire maltrattamenti, ma come una struttura che può fornire consigli quando sorgono interrogativi, quali: «Ho diritto di vedere la mia cartella medica? A chi appartengono i risultati delle analisi e le radiografie? Quali informazioni devono esser date al paziente sul suo stato di salute e sulla cura che deve seguire? E ai suoi familiari? C’è libertà di scelta della terapia?». In pratica, si tratta degli interrogativi diventati correnti negli ultimi anni, e che circoscrivono il passaggio che possiamo chiamare, sinteticamente, dall’etica medica alla bioetica.

Tuttavia, mentre la bioetica è andata sempre più concentrandosi su casi limite e scelte drammatiche, in cui possono confliggere sistemi e riferimenti morali, recedeva sullo sfondo il bisogno di un cambiamento sistemico dei rapporti, che può e deve dar forma anche alle relazioni routinarie. È questo, invece, l’interesse principale delle Medical Humanities. Con una sola parola, possiamo designare l’intero processo come “empowerment” del cittadino. La parola inglese contiene la nozione di “potere” (power). L’aspetto più visibile è proprio quello di uno spostamento di potere tra le persone coinvolte in una relazione sanitaria.

Il potere al quale ci riferiamo non è quello di natura politica o, nei rapporti interpersonali, ciò che autorizza qualcuno a dare ordini, aspettandosi

35

che altri obbediscano; si tratta piuttosto di quel potere che entra inevitabilmente in gioco quando qualcuno si prende cura di persone a lui affidate. Tutte le relazioni di cura e assistenza prevedono un potere, utilizzato in modo benefico a vantaggio di un altro: è quanto avviene nel rapporto tra genitori e figli, insegnanti e allievi, medici e infermieri e malati, appunto. Questo tipo di transazioni — che rientrano nella categoria delle relazioni complementari — si basa sulla differenza tra le posizioni coinvolte. Relazioni di questo genere funzionano bene quando ognuno si attiene al suo ruolo e non pretende di fare la parte dell’altro. Dal punto di vista grafico, il modello che le rappresenta prevede due posizioni: una sovrastante (one up) e una sottostante (one down):

one up
________

one down

Diverse sono invece le “relazioni simmetriche”, nelle quali i protagonisti hanno uguale potere e non si comportano secondo ruoli fissi. Ce li possiamo immaginare l’uno di fronte all’altro, faccia a faccia, senza poter dire chi comanda e chi obbedisce. Ora, il senso del processo di empowerment del paziente non è quello di mettere quest’ultimo in posizione one up e il medico in posizione one down, invertendo i rapporti di potere che siamo soliti associare con l’esercizio della medicina (dove il medico è considerato tanto più bravo quanto più esercita un’autorità indiscutibile e induce il paziente a essere “osservante” o compliant).

L'empowerment del cittadino è piuttosto un cambiamento di rapporti complesso, che ha luogo su diversi piani. Comprende una dimensione culturale (che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla loro salute e di migliorarla, nonché di assumere un atteggiamento psicologico “adulto” nei confronti dei professionisti sanitari); una dimensione clinica (con la raccolta sistematica delle informazioni sui trattamenti proposti e l’accesso consapevole alle prestazioni sanitarie, grazie alla conoscenza di benefici attesi, effetti collaterali, rischi, complicazioni); una dimensione etica (con l’autonomia come principio etico che controbilancia il principio di “bene del paziente” stabilito unilateralmente dal medico).

L'empowerment del cittadino è l’atto finale della rivisitazione del rapporto medico-paziente che la situazione attuale della complessità ci costringe a intraprendere. Si tratta, in pratica, di ripensare la pratica della medicina entro i concetti che costituiscono la modernità. Implica una articolazione inedita della “humanitas”, estranea alla cultura pre-moderna.

36

7. Oltre la bellettristica” : le arti come interlocutrici

L’espressione “bellettristica” (dal francese les belles lettres) può assumere nel nostro contesto un significato ironico. Cultura letteraria e buona medicina sono state spesso accostate, non sempre però come realtà sinergiche: la letteratura e le arti, che pacificano lo spirito e promuovono l’equilibrio interiore, possono essere anche intese come un momento individuale di pace interiore che gratifica il professionista sanitario, ma che non garantisce una pratica della medicina dotata di qualità dal punto di vista dell’efficacia terapeutica. L’archetipo di questa critica lo troviamo in un dialogo del Malato immaginario di Molière. Nello scambio di battute tra Argan, il malato immaginario, e suo fratello Béralde il commediografo condensa la sua opinione negativa sulla medicina e sulla funzione puramente esornativa che attribuiva alla cultura umanistica dei medici, fatta di accademismo, lingue morte e sterile frequentazione dei classici:

Argan:     I medici non sanno dunque niente, secondo voi?

Béralde:  Proprio così, fratello mio. La maggior parte di loro conoscono delle bellissime humanités, sanno parlare in un latino elegante, sanno chiamare in greco tutte le malattie, le sanno definire e classificare, ma per quanto riguarda il guarirle, non sanno proprio niente.

A partire dall’inizio del XX secolo, la formazione del medico ha gravitato di più sul versante delle scienze esatte, abbandonando il contesto delle lettere e delle arti (con l’influsso determinante del celebre rapporto di Abraham Flexner Medical education in the United States and Canada, 1910). Tuttavia non si è mai spenta del tutto la convinzione che i medici sono adeguati al loro compito solo quando considerino la dimensione psicologica-etica-spirituale degli esseri umani che curano, oltre agli aspetti propriamente biologici. La coltivazione personale delle arti e delle lettere è stata vista come la via privilegiata per completare il profilo umano del terapeuta. Nell’ambito dei professionisti medici non mancano strutture organizzative dei vari interessi artistici, come le associazioni di medici pittori, narratori, poeti (con i relativi concorsi a premi per le migliori realizzazioni). Si segnalano anche complessi di medici musicisti, che si producono nei congressi di categoria... Attingendo alla letteratura, alla musica, alla pittura, le Medical Humanities rischiano di vedersi ridotte a medical “amenities”, ovvero a ornamenti marginali della pratica medica, che lasciano tuttavia inalterata nella sua sostanza.

37

Una distinzione chiarificatrice può essere quella, proposta dal medico e letterato spagnolo Gregorio Marañón, tra l’esercizio professionale e pubblico della scienza medica e la coltivazione delle arti in modo dilettantistico e privato:

A mio avviso i medici non devono fare mostra estrema od ostentazione di altra arte che non sia quella di Esculapio. E bene che ognuno riservi una porzione del suo giardino per coltivare questa o quella attività artistica. Tutti convengono che Esculapio va d’accordo con le Muse, e che le cerca appunto con speciale necessità per temperare l’aridità che il contatto permanente con il dolore gli causa allo spirito. Ma è opportuno riservare queste attività extrascientifiche al proprio piacere o, al più, a quello della famiglia, senza esporle a un pubblico verdetto.

Le arti possono, dunque, essere coltivate in privato, come una specie di “riposo del guerriero”: Marañón suggerisce al medico di frequentare le arti da amateur, non da professionista, perché «se si pretende di essere professionisti nella scienza e nelle arti in modo uguale, si corre il pericolo di essere dilettanti in tutt’e due. Se un pittore dedicasse i suoi momenti di ozio a far ricette, è sicuro che nessuno farebbe ricorso a lui per alleviare i suoi mali. Allo stesso modo, la gente vede con riserva i quadri e i romanzi dei medici, in quanto superano i limiti di una intimità discreta» 9.

Di tutt’altra portata è invece il ricorso alle arti come chiave interpretativa dell’umano nella sua interezza, che è l’oggetto appropriato della cura. Da questo punto di vista le discipline letterarie e le arti si sentono autorizzate a rivendicare un ruolo non secondario nella formazione dei professionisti sanitari. Per citare Kathrin M. Hunter, una docente di letteratura coinvolta a tempo pieno in una facoltà di medicina, l’onere della prova spetta non a chi vuole introdurre la letteratura nella formazione dei futuri medici, bensì a chi vorrebbe escluderla: «Come potrebbe la letteratura non far parte del curriculum medico? Questa, che è la forma più soggettiva del discorso umano, ha un’utile collocazione nella rigorosa formazione scientifica e clinica del medico. Un posto di particolare rilievo spetta alla poesia. Come il resto della letteratura - fiction, biografia, testo — la poesia fornisce ai suoi lettori una descrizione della condizione umana vista dall’interno. Sono informazioni di cui hanno estremo bisogno coloro che si orientano nella professione medica. Gli studenti di medicina sono giovani: è probabile che non siano mai stati seriamente malati; possono non aver

38

mai conosciuto qualcuno molto vecchio o morente; ai nostri giorni molti di loro hanno quattro nonni in buona salute. La letteratura fornisce a chi legge e a chi l’ascolta l’opportunità di vedere la vita come altre persone la sperimentano. Gli studenti possono imparare qualcosa circa ciò che significa essere malato o morente, o appartenere a un’altra razza o classe sociale o sesso; possono anche intuire che cosa vuol dire essere medico» 10.

Per approfondire

R. Bucci (a cura di), Manuale di Medical Humanities, Zadig Edizioni, Roma 2006.

Abstract

Although bioethics is at the centre of the public debate on the relationship between medicine and ethics, it is only a part of a broader program, that of the Medical Humanities, which are oriented towards all health professionals. The term Medical Humanities is often left untranslated in Italian because of the difficulty of finding an appropriate Italian word. Yet, even in English the meaning of the term is not straightforward. It would be wrong to argue that the field of Medical Humanities is limited to a “humanization” of medical practices, and although the etymology of the term seems to refer to a kind of humanism that puts man at the centre of the many relationships that affect his health status, it would be misleading and anachronistic to define a doctor “a humanist”. Studies that focus on the inhumanity of certain medical practices solicit a new understanding of the concept of medicine, especially in the case of emergency situations and they certainly do not plead for a moralization or a humanization of those already engaged in humanitarian missions. Finally, the definition of a “good doctor” — which covers clinical, relational and management capacities — should correspond to that of a “good patient”, that is, to someone who is able to act responsibly and to make decisions of his own. The main problems of studies in Medical Humanities concern the following four aspects: the correlation between a scientific and a humanistic culture on the one hand and the (power) relation between patients and their doctors on the other hand.

NOTE

1 Può essere di conforto a chi usa l’espressione inglese nel contesto italiano che anche per gli anglofoni non mancano le difficoltà. In un articolo pubblicato sul Journal of American Medical Association Rafael Campo prende le mosse da un convegno svoltosi a Londra, al quale partecipavano poeti, medici, registi, infermiere, sociologi, letterati, arte-terapeuti, esperti di etica, fotografi, studenti di medicina, operatori di hospice, storici, musicisti, filosofi, terapisti occupazionali, ballerini e pazienti: tutti radunati dal comune intento di porre rimedio al malessere della medicina, sotto il comune programma di Medical humanities. «Ma che cosa sono, alla fin fine, le Medical humanities?», chiedeva uno studente dotato di senso pratico, durante una pausa. La difficoltà dell’autore di dare una risposta concisa si traduce nel titolo dell’articolo “The Medical Humanities”: for lack of a better term («JAMA», 2005, n. 214, pp. 1009-1011). Potremmo sottoscrivere: usiamo medical humanities in mancanza di un’espressione migliore.

2 G. D’Agata, Il medico della mutua, Feltrinelli, Milano 1964.

3 E. PellegrinoThe Humanities in Medical education, in «Mobius», 1982, n. 2, pp. 133-141.

4 R. Brauman, Utopie sanitarie. Umanità e disumanità della medicina, Feltrinelli, Milano 2002.

5 T. Terzani, Un altro giro di giostra, Longanesi, Milano 2004.

6 T. De Quincey, Gli ultimi giorni di Immanuel Kant, Adelphi, Milano 1983.

7 Cfr. S. Spinsanti, Guarire tutto l'uomo, Paoline, Milano 1988.

8 Cfr. P. Snow, Le due culture e la rivoluzione scientifica, Marsilio, Venezia 2005.

9 D. Gracia, Vecchie e nuove Medical Humanities: la via spagnola, in «L’Arco di Giano», 1994, 4, pp. 11-26.

10 S. Spinsanti (a cura di), Medicina e letteratura, Zadig Edizioni, Roma 2009.

Romain Gary: la vita davanti a sé

MEDICINA E LETTERATURA

a cura di Sandro Spinsanti

in Le raccolte di Janus

Zadig Editore, Roma 2009

pp. 131-134

131

 ROMAIN GARY: LA VITA DAVANTI A SÉ

Un’avvertenza preliminare per chi prenda in mano La vita davanti a sé, di Émile Ajar, pubblicato nel 1975: tutto è falso in questo romanzo. Eppure tutto è più vero del vero, soprattutto a rileggerlo oggi, a più di trent’anni dalla sua pubblicazione. È falso a partire dall’identità dell’autore: Ajar era lo pseudonimo di Paul Pavlovich; ma Pavlovich, a sua volta, copriva l’identità del vero autore, lo scrittore Romain Gary, zio di Pavlovich. Gary era uno scrittore affermato, anche se disprezzato da una certa parte della critica come reazionario. Aveva vinto il premio Goncourt nel 1956 con il romanzo Le radici del cielo, e grazie al trucco della falsa identità di Ajar ha potuto vincerlo una seconda volta nel 1975 con La vita davanti a sé, che ha avuto un successo strepitoso.

Un fuoco d’artificio di parole scoppiate

La storia è apparentemente semplice. Il protagonista è un ragazzino che vive alla periferia di Parigi, quella Belleville che molti anni dopo ci sarà resa familiare dai romanzi di Daniel Pennac. In quel brodo multiculturale di immigrati e marginali, tutti impegnati nella difficile arte della sopravvivenza, si muove a suo agio Momò. È stato adottato affettivamente da Madame Rosa, una vecchia prostituta ebrea, reduce da Auschwitz, che ha aperto una specie di pensione per “bambini nati di traverso”, ovvero un asilo nido in cui le prostitute depositano i loro marmocchi di ogni razza e colore, per il periodo in cui devono lavorare e non possono occuparsi di loro. Momò si chiama in realtà Mohammed ed è musulmano (ma non sapeva di esserlo, finché non è andato a scuola e ha cominciato a risuonare nelle sue orecchie l’insulto di “sporco arabo”).

Il romanzo parla con la sua voce. Ed è questo uno dei principali godimenti per il lettore: Gary dà prova di una vera genialità linguistica, inventando uno stile nuovo, nel genere

132

parlato, che produce un fuoco d’artificio di formule buffe, incongrue, lapidarie. Momò fa scoppiare le parole utilizzate nel loro significato corrente. La sua opera sovversiva comincia con il linguaggio, per indurci a guardare la realtà da una prospettiva rovesciata. Perché, appunto, nulla è come sembra, fin dal titolo del romanzo. Avere “la vita davanti a sé” suona come una promessa. Per Momò è invece una minaccia:

Ho sempre notato che i vecchi dicono: «Sei giovane, hai tutta la vita davanti», con un sorriso buono, come se gli facesse piacere. Sapevo che avevo tutta la vita davanti ma non me ne sarei certo fatto una malattia.

Gli basta guardare una foto della vecchia Madame Rosa da giovane e confrontarla con quello che è diventata:

C’è una sua fotografia di quando aveva 15 anni, prima degli stermini dei tedeschi, e non ci potevi credere che ne sarebbe venuta fuori Madame Rosa, quando la guardavi. Ed era la stessa cosa dall’altra parte, era difficile immaginare Madame Rosa a quindici anni. Non c’era nessun rapporto. Madame Rosa a quindici anni aveva una bella capigliatura rossa e un sorriso come se davanti a lei ci fosse un mucchio di cose buone e lei ci stesse andando. Mi veniva mal di pancia a vederla a quindici anni e poi adesso, nel suo stato. La vita l’ha sistemata, come no.

I principali imputati sono i medici

È Madame Rosa l’epicentro del romanzo, il cui titolo è perciò anch’esso illusorio: non si tratta della vita che ha davanti a sé un ragazzino di dieci anni, ma della vita che ha dietro di sé, e della morte che ha davanti a sé, una vecchia, afflitta dagli anni e dalle malattie; non si tratta delle miserie di chi si trova a crescere ai margini della società, ma dell’universale tragedia della morte. E della tragedia nella tragedia: la morte tra le braccia fredde della medicina. Momò fa l’esperienza della vita attraverso lo sfaldamento di Rosa. Per Momò non è vero che la natura fa bene quello che fa; è convinto che «le leggi della natura fanno così schifo che non dovrebbe nemmeno essere permesso». La condizione umana è affetta da una disumanità imposta dall’esterno. Ma c’è qualcosa di peggio delle leggi della natura: sono le decisioni prese da chi vuole impedire che le cose seguano il loro corso naturale. I principali imputati sono i medici: «La medicina deve avere l’ultima parola e lottare fino alla fine per impedire che si faccia la volontà di Dio». Momò è impegnato a evitare che su quella donna che ha sofferto tutto il soffribile venga perpetrata l’ultima ingiustizia e le sia impedito di morire come natura comanda. «Non c’è niente di più schifoso che infilare a forza la vita nella gola della gente che non si può difendere», proclama Momò. Di fronte al declino della vita si profilano due alternative: affidarsi alla natura o consegnarsi alla medicina. Nessuna

133

delle due vie è indolore. Momò sa che «i vecchi sono attaccati dalla natura, che sa essere una bella schifosa e li fa crepare a fuoco lento». Tuttavia Madame Rosa teme soprattutto la seconda scelta e Momo si impegna fino allo spasimo per assecondarla, preservandola dalle ignominie dell’ospedale.

La vecchia è categorica nel suo rifiuto di consegnarsi alla medicina: «Mi fanno sevizie per impedirmi di morire. Non voglio vivere anni in coma per fare onore alla medicina»; «Vogliono farti vivere per forza, all’ospedale, Momò. Ci hanno delle leggi apposta. Sono come le leggi di Norimberga. Ma queste cose non le puoi sapere, sei troppo giovane». Da parte sua Momò asseconda le fantasie persecutorie della vecchia Rosa. Raccoglie notizie di record mondiali in stato vegetativo ― ci sarebbe in America un comatoso che vive una vita vegetativa da 17 anni: un record dovuto ai progressi della medicina ― e si rifiuta di «diventare campione mondiale di vegetali per far piacere alla medicina».

«Abortirla, per impedirle di soffrire»

Al dottor Katz che visita a domicilio Rosa e si sente obbligato a ricoverarla in ospedale, Momò fa una proposta: che il dottore la abortisca. Il medico fa fatica a capire il senso di quella parola incongrua. Momò insiste: «abortirla, per impedirle di soffrire».

«No, mio piccolo Momò, sono cose che non si possono fare. L'eutanasia è severamente punita dalla legge. Siamo in un paese civile, qui. Non sai cosa dici».

«Altro che se lo so. Sono algerino, lo so cosa dico. Laggiù loro ci hanno il sacro diritto dei popoli di disporre di se stessi. Il sacro diritto dei popoli esiste, sì o no?». «Certo che esiste. È una cosa bella e importante. Ma non vedo cosa c’entra».

ROMAIN GARY

Se Pessoa è famoso per i suoi eteronimi, Gary si divertiva invece con gli pseudonimi poliglotti. Il suo nome vero era Roman Kacew, il suo pseudonimo "ufficiale" Romain Gary e gli altri Émile Ajar, Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi (ispirato a Garibaldi), René Deville e Lucien Brulard, oltre alla fugace apparizione di Paul Pavlovich, suo nipote. Questa varietà rispecchia la sua biografia: ebreo

nato in Lituania (allora parte dell'impero zarista) ma naturalizzato francese, vissuto anche in Inghilterra e, come diplomatico, in Bulgaria, Svizzera, Stati Uniti e Bolivia. Cosmopolita più che internazionalista, ha sintetizzato perfettamente l'atteggiamento auspicabile fra i popoli: «Il patriottismo è l'amore per il proprio Paese; il nazionalismo è l'odio per gli altri».

134

«C’entra che, se esiste, Madame Rosa ha il sacro diritto dei popoli di disporre di se stessa, come tutti quanti. E se lei vuole farsi abortire è suo diritto».

A questo punto anche il lettore, come il dottor Katz, ha perso ogni punto di appoggio, linguistico e concettuale. “Aborto” non è la parola giusta per descrivere ciò che si vuol fare per sottrarre una persona giunta alla fine della vita, sia alle indegnità della natura, sia ai tormenti supplementari che possono venire dalla medicina. “Il sacro diritto dei popoli” a scrollarsi di dosso l’imperialismo coloniale non è il concetto giuridico appropriato per rivendicare il diritto all’autodeterminazione. Ma in questo sovvertimento deliberato si riversa la poetica di Gary, che ha affermato una volta: «Mi sarebbe molto penoso se mi si ingiungesse di usare delle parole che hanno già molto corso, nel senso corrente, senza trovare un’uscita».

La saggezza di Momò e la nostra

Si può solo immaginare il sorriso ironico di Gary se sapesse che nel suo romanzo si ritrovano, anticipate di molto tempo, le nostre angosce per la via da prendere quando abbiamo la morte davanti a noi.

Momò non è cresciuto in questi trent’anni e più trascorsi dal suo apparire sulla scena della letteratura. Se i nostri sguardi oggi si incrociano con il suo, significa forse che siamo giunti noi a interrogarci sulla vita e sulla morte a modo suo, forse non con la sua saggezza senza tempo. Senza essere reduci da Auschwitz, come Madame Rosa, abbiamo anche noi l’incubo di essere risucchiati da un sistema a cui sta a cuore di prolungare la nostra vita biologica, quando ormai quella della persona si è spenta.

Il diritto a decidere sulla propria vita suona retorico come “il sacro diritto dei popoli” nell’epoca dell’imperialismo. E le parole (accanimento terapeutico, eutanasia, autodeterminazione) si sono tutte consumate in un dialogo tra sordi in cui rimbalzano da un interlocutore all’altro, senza riuscire a scalfire posizioni ideologiche consolidate. Se queste parole girano come impazzite, senza trovare una via d’uscita, non è da loro che ci aspettiamo un aiuto per liberarci dall’angoscia di una morte in regime di medicalizzazione a oltranza. Forse dovremmo prendere in prestito da Momò la sua provocatoria proposta: quando la vita giunge alla fine, cerchiamo di avere accanto un puro di cuore che ci “abortisca” per impedire la sofferenza aggiuntiva e degradante che può imporci la medicina.

Romain Gary, La vita davanti a sé, Neri Pozza, Vicenza, 2009.

Céline, o del disincanto davanti alla morte

MEDICINA E LETTERATURA

a cura di Sandro Spinsanti

in Le raccolte di Janus

Zadig Editore, Roma 2009

pp. 65-69

65

 CÉLINE, O DEL DISINCANTO DAVANTI ALLA MORTE

Una citazione tratta da uno scritto di Céline ha fornito lo spunto a Rossana Celegato per riflettere, in “Vestire la nudità della morte” (Janus 30), sulla propria esperienza professionale di psicoLoga che si trova ad accompagnare dei morenti nell’ultima tappa del loro percorso.

Nel romanzo Da un castello all’altro, Céline descriveva il comportamento di una cagna sul punto di morire. La sua agonia era l’occasione per ritrovare, istintivamente, un rapporto spontaneo con la natura; la si poteva ammirare nella sua morte elegante, senza “tralalà”, all’opposto della scenografia che costruiscono molti esseri umani per “rivestire” la propria morte. Il polo opposto al morire senza “tralalà” è il ruolo da attori che, consciamente o meno, assumono uomini e donne determinati a fare della propria morte un palcoscenico. Come esempio letterario Rossana Celegato citava la protagonista del dramma di Pirandello Vestire gli ignudi; si potrebbe aggiungere, per attingere all’attualità, l'ormai celebre Ultima lezione del professor Randy Pausch, uno dei video più cliccati su internet.

Il riferimento a Céline è troppo ricco per essere limitato a una battuta di colore. Céline non è solo lo scrittore maledetto e controverso specializzato nella provocazione: la sua opera segna il Ventesimo secolo e non cessa di ripagare chi ci si confronta. In particolare il suo primo e dirompente romanzo, Viaggio al termine della notte, apparso nel 1932, merita una rilettura alla luce dell’interrogativo: come morire?

Questa domanda si accompagna all’altra: come stare vicino a chi muore? A Céline stava a cuore questo interrogativo non solo come essere umano, ma come medico. Nel periodo in cui scriveva il Viaggio, in quei cinque disperatissimi anni che avevano fatto seguito alla sua partecipazione alla prima guerra mondiale, alle esperienze

66

nell’Africa dei colonizzatori e nell’America delle fabbriche organizzate come catene di montaggio, Céline esercitava come medico nella desolata periferia di Parigi: lavorava al dispensario di Clichy.

Due infiniti da incubo

Céline si era laureato in medicina con una tesi letteraria: la ricostruzione storica della vicenda di Ignác Semmelweis, il medico che a Vienna aveva individuato la causa della febbre puerperale che falcidiava le partorienti. Semmelweis aveva scoperto che erano gli stessi medici che infettavano inconsapevolmente le donne, visitandole senza essersi sterilizzati le mani dopo le autopsie. Il rimedio banale che aveva proposto (lavarsi le mani) era stato irriso, l’ostilità nei suoi confronti era cresciuta fino a diventare una persecuzione. Il viaggio nella notte di Semmelweis era terminato nella pazzia. La scelta di quel capitolo oscuro della storia della medicina era suggerita probabilmente a Céline da un’identificazione inconscia con quel medico appassionato e perdente.

Già all’apparire del Viaggio al termine della notte Georges Bataille aveva proposto una lettura che mettesse al centro del romanzo la relazione del protagonista con la morte. Bardanu, l’io-narrante della vicenda, ripercorre le stesse tappe biografiche di Céline. Dopo le esperienze del fronte di guerra, dell’Africa e del Nordamerica, si laurea in medicina e pratica, povero tra i poveri, la medicina prima come medico di quartiere e poi in un asilo psichiatrico. Anche se la struttura è quella di un romanzo di iniziazione alla vita, quello che il protagonista impara è tutto in negativo: invece di accumulare saggezza ed esperienza, perde progressivamente le illusioni della giovinezza, a cominciare dall’entusiasmo che l’ha portato ad arruolarsi volontario nella Grande guerra:

Si perde la maggior parte della propria gioventù a colpi di goffaggini. Non avevo ancora imparato che esistono due umanità molto diverse, quella dei ricchi e quella dei poveri. Mi ci son voluti, come a tanti, vent’anni e la guerra, per imparare a starmene nella mia categoria, a chiedere il prezzo delle cose e degli esseri prima di prenderli, e soprattutto prima di attaccarmici.

La distinzione tra ricchi e poveri non comporta un’analoga divisione tra cattivi e buoni. L’io profondo dell’uomo, le cui realizzazioni più profonde sono la guerra e la malattia mentale, «questi due infiniti dell’incubo», è uguale per tutti. La differenza è nei modi: «I ricchi non hanno bisogno di uccidere con le loro mani per mangiare. Fanno lavorare gli altri, come si dice. Il male non lo fanno loro stessi, i ricchi. Loro pagano. Si fa di tutto per piacergli e loro sono contenti».

Le due metafore intrecciate nel titolo del romanzo, il viaggio e la notte, trovano la

67

loro unità nella morte: «La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte». Il viaggio termina nel nulla: «Non si troverebbe niente. È questo la morte».

Qualcosa di peggio della morte

Fin dalle prime osservazioni sul comportamento dei soldati al fronte, Céline individua l’atteggiamento inconsapevole verso la propria morte, come quei soldati, vera carne da cannone, che «una pallottola in pancia, avrebbero continuato a tirar su vecchie scarpe per via, perché potevano “ancora servire”. Come il montone che, sul fianco, in un prato, agonizza e bruca ancora». A questo si contrappone la dolorosa percezione della vita stessa come lento viaggio per essere inghiottiti dalla morte: «La maggior parte della gente non muore che all’ultimo momento; altri cominciano e si prendono vent’anni d’anticipo e qualche volta anche di più. Sono gli infelici della terra».

Attorno a sé Bardanu osserva il gran daffare degli esseri umani, che «vanno da una commedia all’altra». Un comportamento opposto a quello della cagna, che muore “senza tralalà”:

Val mica la pena agitarsi, aspettare basta, dal momento che tutto deve finire per passarci, nella strada. Quella sola conta in fondo. Niente da dire. Ci aspetta. Bisognerà pur scenderci nella strada, decidersi, non uno, non due, non tre di noi, ma tutti. Stiamo lì davanti a far cerimonie e complimenti, ma capiterà..

Il termine del viaggio è il limite, purtroppo estensibile: «C’è un limite a tutto. Non è sempre la morte, è spesso qualcosa d’altro e di peggio, soprattutto con i bambini». È l’epigrafe di un episodio tra i più truci, in un romanzo che di orrori non è certo

LOUIS-FERDINAND CÉLINE

La letteratura francese, famosa per i suoi poeti maledetti, dovrebbe vantarsi anche di un romanziere maledetto; forse più maledetto di tutti, sia per la vita sia per l'opera.

Se Céline, nella definizione di Bernanos, è stato creato da Dio per dare scandalo, si può affermare senza dubbio che ha realizzato alla perfezione la sua missione in questo mondo: di provocazione

in provocazione, si è spinto fino all'infamia massima, la simpatia per il nazismo. Ma, a differenza di molti poeti maledetti nella vita ed estetiz-zanti nell'arte, la rivoluzione più importante di Céline è proprio sul piano letterario, nell'opera di svecchiamento della letteratura francese portata avanti parallelamente sul piano del contenuto e della lingua.

68

avaro. Il dottor Bardanu osserva, dalla finestra della sua cucina, la vita squallida delle famiglie del suo quartiere. La povertà abbrutisce tutti, il vino scatena passioni primordiali, che circolano senza controllo. Dal suo osservatorio Bardanu partecipa in presa diretta a una scena che si ripete con regolarità nella casa accanto. Un padre e una madre legano la propria bambina di dieci anni a un tavolo, l’insultano e la picchiano senza pietà per eccitarsi e consumare poi un rapporto sessuale. Bardanu non può far niente:

Restavo soltanto ad ascoltare come sempre, dovunque. Eppure, credo che mi venissero delle forze a sentire quelle cose, la forza d’andare più lontano, delle strane forze e la prossima volta, allora potrei scendere ancora più giù la prossima volta, ascoltare altri lamenti che non avevo ancora sentito, o che prima non riuscivo a capire, perché si direbbe che ce ne sono ancora sempre in fondo agli altri di lamenti che non hai ancora sentito o capito.

Questa discesa agli inferi, nell’assistere impotente allo strazio di una bambina, si tramuta in una crescita in compassione. Bisogna essere equipaggiati, perché il male da compatire non ha limiti.

Ma a evitare ogni buonismo consolatorio è sufficiente ricordare il pericolo che incombe: scendendo gradino dopo gradino, si può arrivare a perdere la propria anima. È quanto sperimenta Ferdinand Bardanu in un altro dei vertici narrativi del romanzo: la morte di Léon Robinson.

Questo personaggio, che svolge il ruolo di “doppio” del protagonista, sta agonizzando, ferito a morte da una donna di cui aveva disprezzato l’amore. Bardanu assiste alla sua agonia non da medico, ma da amico. Ma non sa che fare:

In quei momenti lì, imbarazza un po’ essere diventato così povero e così duro come sei diventato. Ti manca quasi tutto quello che ci vorrebbe per aiutare a morire qualcuno. Hai con te quasi soltanto le cose utili per la vita di tutti i giorni, la vita confortevole, la vita per sé sola, la cattiveria. Hai perduto la fiducia per strada [...]. E io restavo, davanti a Léon, per fargli coraggio, e mai ero stato tanto imbarazzato. Non ci arrivavo... Lui non mi trovava... Sudava sette camicie... Doveva cercare un altro Ferdinand, molto più grande di me, di sicuro, per morire, per aiutarlo a morire piuttosto, più dolcemente [...].

Non c’ero che io, proprio io, tutto solo, al suo fianco, un Ferdinand autentico al quale mancava quel che farebbe un uomo più grande della sua povera vita, l’amore per la vita degli altri. Di quello, non ce ne avevo, o almeno così poco che non era il caso di farlo vedere. Non ero grande come la morte io. Ero molto più piccolo. Non avevo una grande idea dell’uomo io.

69

Lo stesso nichilismo nei confronti della capacità di venire incontro alla sofferenza altrui esprime Céline in quanto medico. Il dottor Bardanu, sua proiezione letteraria, oscilla tra il cinismo e la rassegnazione. L’entusiasmo professionale, se mai c’è stato, si è dissolto: «C’è niente che si spegne come un fuoco sacro». Al medico Céline non è la salute dei suoi pazienti che importa, ma le loro malattie, che gli garantiscono il magro reddito: «È l’umido e il freddo che ci vuole per la medicina. Niente più epidemie, una stagione storta». Sono i poveri stessi che hanno contribuito al disincanto: come i tubercolotici poveri, che non vogliono la guarigione, ma la pensione dello Stato, per cui un miglioramento è per loro una cattiva notizia; o come i familiari che preferiscono far morire in casa la propria figlia, dissanguata per un aborto clandestino, piuttosto che farla trasferire in ospedale ed esporsi alla vergogna.

Creato per dare scandalo

Se fare il medico dei ricchi può essere antipatico, curare i poveri può portare alla bancarotta:

I malati non mancavano, ma non ce n’erano molti che potevano o volevano pagarmi. La medicina è ingrata. Quando ci si fa pagare l’onorario dai ricchi, si ha l’aria di un lacchè, dai poveri si ha tutto del ladro [...]. Mica è comodo. Si lascia perdere. Si diventa comprensivi. E si cola a picco [...]. Quando mi accompagnavano alla porta, dopo che avevo dato alla famiglia i consigli e consegnato la ricetta mi lasciavo in un mare di divagazioni solo per rimandare l’istante del pagamento di qualche minuto in più. Non sapevo fare la puttana. Avevano l’aria così miserabile, così puzzolente, la maggior parte dei miei clienti, così torva anche, che mi chiedevo sempre dove andavano a trovare i venti franchi che bisognava darmi, e se non m’avrebbero ammazzato in compenso. Ce ne avevo comunque bisogno, io, dei venti franchi. Che vergogna! Avrei mai smesso di arrossirne.

«Céline è stato creato da Dio per dar scandalo»: è la celebre sentenza di Bernanos, che congela il suo ruolo in quello di scrittore maledetto. Il Céline del Viaggio al termine della notte avrebbe probabilmente commentato che il vero scandalo è l’uomo stesso, la sua vita, la sua morte. Purtroppo in seguito, quasi la misura non fosse colma, Céline ha voluto aggiungere scandalo a scandalo, con le sue malfamate prese di posizione di razzismo antiebraico e di simpatia per il nazismo. Così ha gettato un’ombra tenace su tutta la sua opera precedente, che impedisce ai più, pur affascinati dalla sua arte di scrittore, di accompagnarsi a lui nel viaggio al termine della notte, dove ci aspetta la morte.

BIBLIOGRAFIA

Kouis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, Milano, 1992.

R. Celegato, "Vestire la nudità della morte". In Janus 30 (estate 2008).

L.-F. Céline, Il dottor Semmerlweis. Adelphi, Milano, 1993.

L.-F.Céline, Da un castello all'altro. Einaudi, Torino, 2008.

Speranza e narrazione

Sandro Spinsanti

SPERANZA E NARRAZIONE

in Attive

anno XXX, n. 1, maggio 2013, p. 22

22

Ecco, arrivano i fatt' curagg'”

Si può dare la speranza a qualcuno che l’abbia persa? Se ci riferiamo a quell’orizzonte spirituale che prende anche il nome di "virtù teologale”, la risposta è senz’altro negativa: non si può trasmettere la speranza, così come non è possibile far passare a un’altra persona la propria fede o accendere nell’altro il fuoco della carità. Diventano figure patetiche quei professionisti delle buone parole, che le dispensano per dovere d’ufficio. Sia che ciò avvenga sotto il segno della cura pastorale, sia sotto quello più laico del volontariato.

Tempo fa Teresa Biavati, un’operatrice sociale, ha scritto un libro intitolandolo: “Quando arrivano i 'Fatt' curagg'” (ed. Cappelli). Raccontava la sua esperienza nell’ospedale di Bologna. Quando si presentavano i volontari, il personale sanitario li accoglieva con un sorrisino ironico e con sentimenti misti tra simpatia, tolleranza e scetticismo, dicendo: “Ecco, arrivano i fatt' curagg'”. Certo, la persona malata ha bisogno di qualcuno che le faccia coraggio, così come di un aiuto per alimentare la speranza. Ben vengano, dunque, tutti coloro che intendono dispensare parole positive e di conforto. Senza tuttavia farsi illusioni: è solo dall’interno della persona che può scattare la molla che cambia lo scenario.

Se non esistono ricette, si possono però individuare delle strategie. Quella privilegiata dal movimento umanistico che va sotto il nome di Narrative Based Medicine è il racconto.

Nei territori di cura circolano molte narrazioni. Alcune hanno finalità diagnostico-terapeutica (non dimentichiamo che tutto il percorso di cura comincia dalle risposte alle domande del medico: “Che problemi di salute ha? Dove sente dolore?”).

Altre narrazioni hanno lo scopo di ricostruire percorsi esistenziali che la malattia ha sconvolto. Buttati fuori da una storia ― quella che ci siamo raccontati sotto il segno della salute o della vita senza scadenze ― quando la malattia viene a visitarci, abbiamo bisogno di rivisitare la nostra biografia, costruendoci un’altra storia. Non sono solo progetti astratti e velleitari.

In un Hospice, ad esempio, agli ospiti che stanno conducendo la battaglia suprema della propria vita, vengono proposte delle sedute di “collage biografico”: disponendo su un foglio le foto che hanno scandito la propria vita, possono dare a se stessi e comunicare agli altri il senso che auspicano.

E la speranza può riprendere a far luce sul cammino, anche nei momenti più critici.

Il cammino verso la guarigione: modi e gradi

Sandro Spinsanti

IL CAMMINO VERSO LA GUARIGIONE: MODI E GRADI

in Famiglia Oggi

n. 5, 2011, pp. 16-21

16

Tornare come prima o accedere a uno stato di salute più grande. Sembra ruotare attorno a questo polo la ricerca della cura e la sua soddisfazione, nell’epoca odierna. Ciascuna delle due polarità porta con sé una precisa idea di malattia e di guarigione, le quali, entrando in dialogo, lasciano intravedere nella dimensione transpersonale un possibile sbocco di azione.

Il film più recente del regista inglese Mike Leigh, Another year, presentato con successo al Festival di Cannes nel 2010, si apre con una scena che si svolge in un ambulatorio medico. Gerri, la protagonista, è una psicologa in una struttura pubblica. Le si presenta una paziente che ha la depressione e l’infelicità scritte in faccia. Soffre d’insonnia e chiede un farmaco per dormire. La psicologa si dice disposta a prescriverglielo, ma allo stesso tempo le propone di fare dei colloqui. Fanno parte del trattamento e sono coperti dal servizio sanitario. La paziente è riluttante e solo con grande difficoltà la psicologa riesce a convincerla a presentarsi all’appuntamento. L’incontro ha luogo, ma si conclude con un fallimento: la signora non è disposta a sciogliere nessuno dei nodi con cui è stretta all’angustia familiare e personale che la psicologa ― e noi spettatori con lei ― indovina dietro le occhiaie dell’insonnia: la paziente si dice convinta che, se riuscirà ad avere un sonno regolare per un mese, tutto sarà sistemato. Insiste quindi nella richiesta delle pillole. Alla psicologa non resta che una ritirata con discrezione.

Due diverse concezioni di patologia

Qual è la malattia? E quale il rimedio? La paziente e la professionista sanitaria hanno due concezioni diverse della patologia e della cura adeguata; immaginano due diversi percorsi verso la guarigione. Per la signora che ricorre all’aiuto professionale della psicologa il problema si chiama insonnia; quando non avrà più questo sintomo fastidioso, si considererà guarita. La professionista ― in questo caso la psicologa ― ha una diversa rappresentazione della malattia: per lei il male parla attraverso il sintomo, ma

17

non si identifica con il sintomo stesso. Va scoperto e stanato dalla profondità dove si nasconde, affinché la persona possa camminare verso la guarigione. Dissente dalle categorie di patologico/terapeutico che il paziente si è costruito, perché vuol portarlo a un modello più alto di salute. Possiamo chiamare questo stato, prendendo in prestito l’espressione da Friedrich Nietzsche, la “Grande Salute”, ovvero uno stato nel quale prende una forma più completa di autorealizzazione dell’essere umano.

Un racconto di Cechov, intitolato per l’appunto “Un caso di pratica medica” (del 1898) ci aiuta a dare concretezza alla divaricazione tra le due impostazioni. Anche in questo caso malata è una donna e il suo malessere si esprime nell’insonnia, oltre che in un diffuso disinteresse per la vita.

È la figlia di un ricco proprietario di una fabbrica, nella quale lavorano in condizioni disumane molti operai. Il dottor Korolëv è chiamato da Mosca a visitare la malata. Oltre alla visita medica,tra il medico e la giovane donna ha luogo, di notte, un colloquio profondo che travalica l’ambito proprio della medicina. La giovane ammette:«Voglio dirvi cosa penso. Credo di non essere malata; ma mi tormento, e ho paura, perché deve essere così e non può essere altrimenti». Al medico chiede se ha ragione o torto. E il dott. Korolëv sposta il piano dell’analisi: «Siete scontenta della vostra situazione di proprietaria di una fabbrica e di ricca ereditiera, non credete ai vostri diritti e non dormite. Questo è sicuramente meglio che se voi foste soddisfatta, e dormiste pensando che tutto va bene. La vostra insonnia è rispettabile, e checché ne sia, è un buon segno». Trasferendo al dottor Korolëv le sue aspirazioni umanitarie e sociali, Cechov lascia intendere che una vera guarigione non può avvenire senza un riaggiustamento di rapporti sociali oppressivi, senza il trionfo di una giustizia sociale, che lo scrittore iscrive nell’agenda del secolo nuovo, che sta per cominciare. Far tacere il sintomo con un sonnifero non sarebbe un buon servizio reso dalla medicina. Sarebbe una “guarigione” parziale, ma senza salute; quanto meno se ci riferiamo alla salute in senso più ampio e inclusivo. La guarigione dell’individuo non si realizza senza un parallelo risanamento della società.

Le Medical Humanities possono raccogliere e rilanciare le questioni fondamentali che la medicina tende a ignorare: che cos’è la salute? Qual è la strada verso la guarigione? Quale ruolo gioca la consapevolezza, sia del terapeuta sia del soggetto malato, in questo percorso?

Tornare come prima

La richiesta di un farmaco sintetizza in modo efficace la domanda che, per lo più, viene rivolta ai professionisti della cura. E, da un punto di vista sociale, la capacità di una società di rispondere a tale richiesta garantendo a tutti i cittadini che ne hanno bisogno i farmaci necessari, indipendentemente dalle loro capacità economiche, è considerato un criterio di buona organizzazione sanitaria. Il trattamento richiesto è inserito in un modello di aspettative che, nei termini trasmessi dalla classicità, viene formulato come restitutio ad integrum. In termini colloquiali, il malato chiede al

18

medico di “tornare come prima”. La malattia viene considerata come antitetica alla salute: quando c’è l’una, non c’è l’altra. L’irrompere della patologia sconvolge l’equilibrio sano che la precedeva. Dall’intervento medico ci si aspetta che riporti la condizione precedente. Diverso è il modello implicito in chi propone al malato di indagare il significato del sintomo e si propone di aiutare il paziente ad accedere a uno stato di salute superiore: non, dunque, tornare alla condizione precedente, identificata con lo stato di salute, ma procedere verso una condizione nuova, caratterizzata anzitutto da una maggiore consapevolezza e quindi, in senso antropologico, da una più grande salute. Ebbene, questi due approcci possono entrare in conflitto, o in dissonanza.

Per lo più i pazienti vanno dal medico per essere guariti, non per essere condotti verso una più alta concezione della salute. Ogni programma di educazione terapeutica rivolto al paziente deve tener conto di questa fondamentale asimmetria di attese, dalla quale possono scaturire dolorosi malintesi. Eppure niente è più tradizionale in medicina dell’intento educativo, parallelo a quello terapeutico. Ne possiamo rintracciare le radici nella stessa medicina greca, che contiene in sé il codice genetico di tutta la medicina occidentale. È vero che Platone ne La Repubblica non risparmia frecciate ironiche contro la medicina che insegna ai pazienti a “prolungare la loro morte”. Propone come esemplare il comportamento degli artigiani, che conoscono solo la medicina curativa, non quella che permetterebbe loro di prolungare la vita nello stato di patologia cronica: «Un falegname, quando si ammala, chiede al medico di dargli una pozione che gli permetta di vomitare o di evacuare la malattia, oppure lo prega di guarirlo cauterizzando o incidendo. Se però gli viene prescritta una lunga cura, se deve avvolgersi il capo con berretti di lana o cose del genere, dice subito che non ha tempo di essere malato, e vivere ascoltando la sua malattia e trascurando il lavoro che lo attende non gli serve nemmeno. Poi egli congeda un medico simile, ritorna al regime consueto, recupera la salute e vive del suo mestiere; se invece non sarà abbastanza forte per sopravvivere, si libererà dai suoi malanni con la morte» (La Repubblica, III, XV).

La medicina applicata alla cura delle malattie che non guariscono è per Platone una deviazione dall’arte medica originale: «Asclepio aveva celato questo aspetto della medicina non per ignoranza o per inesperienza, ma perché sapeva che in uno Stato con buone leggi ogni cittadino ha il suo compito e deve eseguirlo, e non ha tempo di passare la vita a farsi curare le sue malattie» (ibid.). Dietro la posizione di apparente predilezione per una selezione naturale di tipo darwiniano, possiamo leggere un alto apprezzamento per la natura (physis) e la sua saggezza, congiuntamente a una messa in guardia rispetto alla deformazione antropologica e allo squilibrio sociale che si creano quando la salute da mezzo diventa fine.

Malgrado le riserve formulate da Platone, la medicina antica ha sviluppato un carattere profondamente pedagogico. Lo documentano i testi dietetici e igienici che compaiono fin dagli esordi del pensiero medico e che sono parte cospicua del Corpus hippocraticum. Il motivo va rintracciato nella teorizzazione antropologica che ipotizzava uno stato “neutro”, intermedio tra la salute e la malattia. Coloro che, né sani né malati, si trovano in questo stato intermedio, sono anche essi soggetti alle cure mediche, almeno sotto l’aspetto della diaita (la dietetica greca regolamentava sei ambiti: aria e luce, mangiare e bere, movimento

19

e riposo, sonno e veglia, secrezioni e affetti). Secoli più tardi, all’alba delle trasformazioni culturali che condurranno alla medicina dei nostri giorni, Jules Romains nella commedia Il dott. Knock o il trionfo della medicina, rappresentata per la prima volta nel 1926, mette in bocca al protagonista una dura requisitoria contro la “neutralità”. Perché si possa celebrare “il trionfo della medicina” ― sostiene il dott. Knock, partigiano della teoria che «ogni sano è un malato che si ignora» ― è necessario condurre la popolazione ignara all’“esistenza medica”. Al medico suo predecessore nella condotta rurale spiega la propria strategia di “promozione della salute”: «Voi mi date un cantone popolato da qualche migliaio di individui neutri, indeterminati. Il mio ruolo è quello di determinarli, di condurli all’esistenza medica. Io li metto a letto e guardo ciò che ne potrà venir fuori: un tubercolotico, un neuropatico, un arteriosclerotico, ciò che si vorrà, ma qualcuno, buon Dio! Qualcuno! Niente mi irrita come quell’essere né carne né pesce che voi chiamate essere sano».

È sempre più difficile allontanare il sospetto che dietro i programmi di educazione alla salute, come quelli che nell’immaginario Paese di St. Maurice lancia, con la collaborazione del maestro, l’intraprendente dott. Knock, ci sia un’abile strategia di “medicalizzazione” della vita. Per quanto l’educazione si presenti come orientata “al bene del paziente”, si sviluppa sotto il segno del potere medico: un potere nei confronti del quale ai nostri giorni sta crescendo la diffidenza.

Poche sono le esperienze storiche di educazione alla salute nate con un esplicito intento di costituire un contropotere medico. Tra di esse andrebbe almeno segnalato il movimento americano noto come Popular Health Movement, sviluppatosi negli anni ’30 e ’40 del XIX secolo, in vivace contrasto con la medicina accademica. Il movimento non era che il fronte medico di un’agitazione sociale più vasta, fomentata dai movimenti operaio e femminista. L’attacco all’élite medica era accompagnato da una vigorosa affermazione della tradizionale medicina del popolo. Every man is own doctor: era il motto di un’ala estremista del Popular Health MovementPer certe sue iniziative il movimento per la salute confluiva negli obiettivi del movimento femminista, come le Ladies Physiological Societies, che impartivano semplici istruzioni di anatomia e igiene personale, sotto la spinta a “riappropriarsi del corpo”. Il movimento non rivendicava una maggiore quantità di cure mediche, ma prospettava piuttosto una cura della salute di tipo radicalmente differente. Era una sfida alla medicina ufficiale, sia al modo in cui veniva praticata, sia alle basi concettuali del suo edificio.

Eccesso di paternalismo

Per quanto intenda differenziarsi dall’approccio medico, anche questo modello di educazione alla salute ne conservava, tuttavia, un tratto caratteristico: l’atteggiamento paternalistico. Un’asimmetria radicale nel rapporto tra educatore ed educando contraddistingue la letteratura fondata sull’igiene individuale diffusa nel XIX secolo. Sia la letteratura di matrice religiosa sia quella laica sono espressioni di una borghesia che si prende cura del proletariato, con intenti di tutela. Si possono individuare due filoni sinergici: quello che parte dall’ordine sociale e religioso costituito per incitare a condurre una vita sana e moralmente integra e quello più sensibile ai movimenti tendenti al progresso sociale e politico. L’impegno scientifico-sociale si tramuta con naturalezza in un impegno scientifico-pedagogico; l’educazione rimane tuttavia

20

un’attività che scende dall’alto di un sapere specialistico e di un atteggiamento filantropico. Il paternalismo che caratterizza l’educazione sanitaria è duro a morire. Da una parte non possiamo che criticare quei professionisti che prendono la scorciatoia della medicalizzazione a oltranza di ogni forma di malessere, preferendo fornire un farmaco piuttosto che il farmaco fondamentale, che è la persona stessa del terapeuta. E molto più “economico” scrivere una ricetta che dia accesso a una medicina, piuttosto che dedicarsi all’ascolto e instaurare una relazione continuativa nel tempo. Riaffermato questo punto, dobbiamo però aggiungere subito che questo percorso verso la “Grande Salute” non può essere condotto nei termini del passato. Il rapporto di potere tra i professionisti sanitari e malati deve modificarsi nel senso di maggior empowerment dei secondi. È in atto una crescita culturale che tende a un rapporto adulto con i professionisti. Questi dovranno imparare a esercitare un ascolto dei valori e delle preferenze delle persone che non ci è stato trasmesso dalla medicina del passato. E a rispettare le scelte personali, anche quando non sono quelle che il medico farebbe per sé stesso.

Orizzonte transpersonale

Contrariamente alla tenace aspettativa di un cammino verso la salute costellato di interventi risolutivi, la crescita nella dimensione della salute che caratterizza la persona richiede un impegno della persona stessa. Ancor più esigente è l’accesso alla dimensione transpersonale, che indica l'adozione di quell’atteggiamento fondamentale verso la vita che è proprio della tradizione religiosa e sapienziale. La vita trascende l’aspetto di una proprietà che si deve gestire responsabilmente: si presenta piuttosto come un dono, a cui si partecipa mediante la modalità della comunione.

La porta d’ingresso nella dimensione transpersonale è costituita dalla categoria del pathos, che ci porta a trascendere il territorio ora presidiato dalla bioetica. Lo stato di coscienza transpersonale ci indica un atteggiamento verso la vita che non sia modulato esclusivamente sulle categorie dell’azione (anche se si tratta di un’azione che accetta di lasciarsi confrontare con i limiti posti dall’etica). La bioetica si trova molto impegnata a mettere dei confini al desiderio: di generare figli con certe caratteristiche e a certe condizioni, di prolungare la vita o di abbreviarla, di modificare il patrimonio genetico ecc. In breve, la bioetica è confrontata con le mille trasformazioni dell’eros, cioè del desiderio e del potere dell’uomo sulla vita.

Nelle sue infinite espressioni, l’eros ci presenta la vita come un campo di intervento illimitato, grazie all’aumento di possibilità dovuto al progresso scientifico e tecnologico. L’ebbrezza di interventismo attivo sulla vita, tipica della cultura occidentale, è centrata sulle possibilità di tutto conoscere e tutto cambiare. Ma anche il pathos, cioè la modalità di esistenza che dipende non da ciò che facciamo ma da ciò che subiamo, è una dimensione costitutiva della vita. La determinazione volontaria è entrata pesantemente anche in fatti esistenziali che prima venivano fatti dipendere dal caso o dalla provvidenza: come il numero e la temporalità delle nascite, e il momento di arrendersi alla morte. Tutto ciò ora tende a dipendere dall’azione dell’uomo. Questo sbilanciamento unilaterale verso l’azione produce una deformazione antropologica: l’uomo che aumenta il potere arbitrario su sé stesso non diventa ancor più uomo, ma una caricatura. Abbiamo bisogno di integrare la modalità “patica” dell’esistenza nel repertorio dei comportamenti

21

che costituiscono l’umano autentico. La “passione”, infatti, e non solo l’azione, costituisce una possibilità di crescita. Anzi, la pazienza ― virtù correlata ai comportamenti che dipendono dal pathos ― ci può far arrivare là dove l’azione non ci può portare. “Passività di crescita” ha chiamato Teilhard de Chardin questi eventi dell’esistenza che richiedono la pazienza come risposta comportamentale. La passività costituisce, rispetto all’azione, l’altro'braccio con cui Dio ci attira a sé; la pazienza è virtù che si appropria di queste possibilità di crescita.

La bioetica non ha il compito di porre limiti e scadenze al desiderio. Il suo obiettivo, espresso positivamente, è quello di far emergere l’interpellazione presente in ciò che la vita ci fa subire. Deve educare il desiderio a riconoscere la voce del pathos, ad aprirsi a questo “Tu” che ci viene incontro nella durezza di ciò su cui non abbiamo potere. Anche questo atteggiamento recettivo verso la vita ― qualificabile come spirituale ― ha bisogno di essere incluso nella saggezza richiesta dai tempi nuovi che stiamo vivendo.

Finora ci siamo occupati di contrastare le inclinazioni faustiane del progresso biomedico, mediante accurate valutazioni del lecito e dell’illecito nell’ambito della genetica, della biologia e della nuova pratica della medicina. Per essere completa, la sapienza esistenziale ha bisogno di integrare anche quanto la vita, come festoso-tragico gioco dell’Essere, veicola attraverso il pathos, riconoscendo il limite e inducendoci al loro trascendimento. Ed è compito di chi promuove quello stato di coscienza che nasce dall’esperienza della vita come dono a cui si partecipa, quale è concettualizzato all’interno del movimento transpersonale, stimolare le persone, sane e malate, a confrontarsi anche con quest’ultimo orizzonte.

Le trame della cura

Alfredo Zuppiroli

LE TRAME DELLA CURA, LE NARRAZIONI DEI PAZIENTI E L'ESPERIENZA DI UN MEDICO PER RIPENSARE SALUTE E MALATTIA

Emmebi Edizioni, Firenze 2013

pp. 3-9

7

PREFAZIONE

Quasi quarant’anni di professione medica alle spalle: è difficile resistere al fascino dei bilanci. Il dottor Alfredo Zuppiroli ha ceduto e, alternando penna e fonendoscopio, ha dato forma a un affascinante resoconto che diventa anche una riflessione su che cosa implica la pratica della medicina quando si apre alle esigenze dei nostri tempi. La struttura portante del libro sono storie di pazienti. Il dottor Zuppiroli non li presenta come “casi clinici”, così come sono soliti fare i medici nella letteratura scientifica per accrescere e diffondere il loro sapere clinico, ma soprattutto come vicende umane. E sociali. Ogni storia, infatti, è un sedimento di competenze mediche, di preferenze e scelte personali, di intrecci (quanto intricati, talvolta) di relazioni familiari, di impatto con l’organizzazione sociale dei servizi sanitari, di idealità etiche e condizionamenti mercantili. Nella sua narrazione si fondono così il sapere della mente ― quello che cresce con la lunga pratica di rigore scientifico, così come è promossa dalla medicina che pretende di basarsi sull’evidence, ovvero sulle prove di efficacia ― e il sapere del cuore. Freddo il primo, caldo e coinvolgente il secondo. È la narrazione, tra i due saperi, a far da ponte. Si sposano così la medicina che “conta” e quella che “racconta”; la medicina con le più rigorose esigenze di scientificità e quella che si fregia della qualifica di “narrativa”.

Accogliendo il lettore sulla soglia di questo libro così promettente, mi riservo un’annotazione biografica sull'Autore. Ha a che fare con il lungo cammino che questo modo di concepire la medicina presuppone. Perché sotto i nostri occhi ha avuto luogo non solo un progresso strepitoso dell’arte medica dal punto di vista delle conoscenze scientifiche e delle

8

acquisizioni tecnologiche, ma anche uno stravolgimento delle regole del gioco alle quali si attenevano sia i curanti che i malati che ricorrevano ai loro servizi. I tre giocatori ― i medici, i cittadini, gli amministratori della sanità ― hanno rimescolato le carte del potere: il paternalismo assoluto del medico della tradizione (l’unico che sa e che decide che cosa fare per il bene del malato, a cominciare da ciò che questi deve o non deve sapere) ha dovuto riconoscere i diritti del cittadino («Niente su di me senza di me»); il malato ha potuto uscire da una condizione di “minorità”, che giustificava una regressione infantilizzante, per assumere un ruolo attivo, carico di responsabilità (empowerment del cittadino); l’“aziendalizzazione” delle strutture sanitarie ha aperto un capitolo nuovo, nel quale l’organizzazione dei servizi si è dovuta confrontare con esigenze di giustizia sociale, efficienza ed economicità. Alla fine del percorso i medici hanno riconosciuto, nell’ultima revisione del loro Codice Deontologico (2006), che una buona medicina si deve misurare con tre esigenze: fare le cose giuste (quelle che procurano un beneficio dimostrato al paziente), nel modo giusto (trattandolo da adulto e rispettando le sue scelte), con giustizia (evitando le discriminazioni e rispondendo al bisogno di tutti quelli che hanno diritto, nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza). Tre criteri per sapere se quello che si fa risponde o no alle esigenze della buona medicina; tre criteri, non uno a scelta; tre criteri contemporaneamente presenti all’orizzonte del medico che si sintonizzi con l’etica del nostro tempo. Questo dice la complessità delle decisioni nella medicina dei nostri giorni.

La cosiddetta Carta di Firenze (2005) aveva anticipato quelle acquisizioni, esplicitando soprattutto il diritto del paziente alla piena e corretta informazione sulla diagnosi e sulle possibili terapie. Proclamava, tra l'altro, che «il tempo dedicato all’informazione, alla comunicazione e alla relazione è tempo di cura» (art. 5). Rimetteva così in discussione una medicina limitata al “fare” il bene del paziente, indifferente alla posizione

9

che il paziente assume nel rapporto di cura. Non è un caso che la sensibilità per il cambiamento in atto nella medicina sia emersa con forza proprio in Toscana. La Regione ha svolto un ruolo pionieristico in Italia nel promuovere il passaggio dall’etica medica (quella di matrice ippocratica, tradizionale in medicina) alla bioetica, ovvero l'etica tagliata su misura per la cultura civile dei nostri giorni. Il cambiamento non avviene spontaneamente, quasi per evoluzione naturale: per renderlo possibile, è necessario profondere energie in progetti di formazione specifici. È quanto la regione Toscana ha iniziato a fare tempestivamente, quando ancora la bioetica in Italia era un neologismo da iniziati e non si avvertiva il cambiamento che avrebbe sconvolto la pratica della medicina. Un corso pilota di bioetica per operatori sanitari, promosso dalla Regione, dall’Ordine dei medici e dalla Facoltà di Medicina di Firenze si è tenuto a Montecatini da gennaio a giugno 1990. Il dottor Zuppiroli era tra i partecipanti, ed è rimasto fedele al modello innovativo proposto. Il suo percorso personale sarebbe andato sempre più arricchendosi di conoscenze e di impegno, fino alla carica di presidente della Commissione regionale di bioetica. È quanto dire che il modo di esercitare la medicina che traspare dal bilancio professionale tracciato in queste pagine non è frutto di improvvisazione: è lo sbocco meditato di un lungo percorso che lo ha visto tra i più entusiasti interlocutori del cambiamento necessario.

Non è tempo di trionfalismi: siamo consapevoli che molte delle innovazioni auspicate non sono andate nella direzione proposta. Ma sappiamo che il progetto è valido. Possiamo e dobbiamo impegnarci a correggere le storture, non buttare al macero il progetto. Non è un’aspirazione irrealistica: il bilancio personale e professionale di Alfredo Zuppiroli è qui, davanti agli occhi, a dimostrarlo. L’auspicio è che nei lettori, sia professionisti sanitari che cittadini, scatti l’insight: «È proprio questa la medicina che vogliamo!»

La narrazione della morte nella letteratura

Sandro Spinsanti

LA NARRAZIONE DELLA MORTE NELLA LETTERATURA

in Alla fine della vita. La morte tra diritti e doveri

Atti del Convegno Formazione/Come, Regione Toscana, Giunta Regionale

Firenze, 23–24 gennaio 1998

pp. 56-60

56

Un paio d'anni fa un intervento di Dacia Maraini, pubblicato con grande risalto su un quotidiano di informazione, infrangeva il monopolio medico sull’organizzazione della morte, nella nostra società.

Dacia Maraini non interveniva da scrittrice, ma in quanto persona coinvolta dalla morte della sorella, per dire “no!”, no alla morte medicalizzata. Nel gennaio del 1998 un giornale ha ospitato un intervento analogo di Guido Ceronetti: “Lasciatemi morire a casa!”. Dunque ancora uno scrittore interviene in un dibattito, senza essere autorizzato come bioetico o come medico, per portare il contributo di una voce che viene dalla letteratura, dalle “humanities” in senso ampio, a perorare un cambiamento del nostro atteggiamento sociale verso la morte. È quasi un genere letterario, quello dello scrittore che intervenendo al di fuori del suo campo diventa espressione della coscienza civile. Leggo dal settimanale “Die Zeit” di questi giorni che a Lubecca, proprio in questo periodo, lo scrittore Günter Grass, che è stato ricoverato all’ospedale della città, sta facendo una serie di lezioni che attirano folle di medici, infermieri, malati; devono chiudere il grande auditorio perché un’ora prima dell’intervento già strabocca. Grass legge e parla della morte, del morire, della malattia, a partire dalla letteratura.

Non sono in grado, non essendo uno scrittore, di svolgere questo ruolo. Mi sono limitato a interpretare il compito sostitutivo in maniera molto letterale: “narrazioni della morte”. Attingendo alle mie letture, ho individuato delle narrazioni di morte che ritengo significative. Significative proprio rispetto alla necessità di trovare dei modelli per strutturare i rapporti che si creano intorno al morente, tra il morente stesso e i medici, i familiari, la società. Abbiamo bisogno non soltanto di teorie etiche e di analisi sociologiche, ma anche, e ancora di più, di modelli. E la letteratura è una miniera di questi modelli. Qui ne ho scelti un paio che mi sembrano particolarmente significativi a questo riguardo. La prima narrazione che vi propongo è tratta da un grande romanzo, uno dei più grandi romanzi della coscienza europea, I Buddenbrook di Thomas Mann; è la narrazione della morte della vecchia madre di Thomas Buddenbrook. La scena si svolge nel cuore della notte, attorno al letto della morente è raccolta tutta la famiglia; ci sono anche i medici, compreso il dottor Grabow che all’inizio del romanzo troviamo assistere a una nascita, sempre nella casa della famiglia.

57

“I movimenti dell’ammalata erano diventati più frequenti, una tremenda inquietudine, un’angoscia e un travaglio inesprimibile, un inevitabile senso d’abbandono e di impotenza senza limiti doveva pervadere da capo a piedi quel corpo già in preda alla morte. I suoi occhi, quei poveri occhi imploranti, lamentosi, supplichevoli, si chiudevano talvolta come spegnendosi quando torceva il capo rantolando o si spalancavano talmente che le piccole vene della cornea risaltavano sanguigne. Ma non sopraggiunse nessuna forma di torpore. Poco dopo le tre si vide Christian alzarsi: ‘Non ce la faccio più!’ annunciò ed uscì zoppicando, appoggiandosi ai mobili che trovava sul percorso. Verso le quattro la situazione peggiorò; l’ammalata dovette essere sorretta e le fu asciugato il sudore della fronte, il respiro minacciava di arrestarsi e l’angoscia crebbe. ‘Qualcosa per dormire ― implorò ― una medicina’ ma erano ben lontani dal darle un sonnifero. D’improvviso riprese a rispondere a qualcosa che gli altri non udivano, come già aveva fatto una volta: ‘Sì, Jean, tra poco’ [era il marito morto] e subito dopo ‘sì vengo Clara mia’ [la figlia morta] e poi ricominciò la lotta. Era ancora la lotta con la morte? No, adesso lottava con la vita per conquistare la morte. ‘Vorrei ― ansimava ― ma non posso. Qualcosa per dormire, dottori per pietà! Qualcosa per dormire. Quel ‘per pietà’ fece sì che la signora Permaneder scoppiasse forte a piangere. Thomas gemette piano stringendosi la testa fra le mani. Ma i medici conoscevano il loro dovere. Bisognava in ogni caso conservare ai parenti il più a lungo possibile quella vita, mentre un calmante avrebbe subito provocato la resa dello spirito senza più opposizione. I medici non sono al mondo per facilitare la morte, ma per conservare la vita a qualunque prezzo. In favore di ciò spingono anche certi principi religiosi e morali dei quali avevano sentito parlare all’università, anche se in quel momento non se li ricordavano bene; al contrario rafforzarono il cuore con diverse medicine e provocarono più volte con il vomito un momentaneo sollievo. Alle cinque l’agonia non poteva essere più terribile, la vecchia signora, ritta nella lotta e con gli occhi sbarrati, agitava le braccia intorno a sé come per afferrare un appiglio o delle mani che le venivano incontro e rispondeva di continuo a richiami che solo lei udiva giungere da ogni parte e che parevano diventare sempre più numerosi ed insistenti. Era come se fossero lì presenti non solo il marito defunto e la figlia, ma anche i suoi genitori, e lei pronunciava nomi dei quali nessuno lì nella stanza avrebbe potuto dire a chi si riferissero. ‘Sì ― esclamava volgendosi di qua e di là ― ora vengo, subito, immediatamente, così non posso, una medicina dottore”.

La narrazione continua, descrivendo nei dettagli la morte a duro prezzo conquistata.

Al di là del valore letterario di questa narrazione, che ci tocca profondamente, troviamo in essa la rappresentazione più chiara del modello del paternalismo medico. Siamo tipicamente nella situazione in cui qualcuno prende decisioni su un altro e per un altro, non solo quando si tratta di portarlo alla guarigione, ma anche nel cammino verso la morte. Il riferimento a quel codice di comportamento che “non ricordavano bene”, ma che identifichiamo senza difficoltà nell’ethos ippocratico ― questo dovere, volere prolungare

58

la vita a tutti i costi ― richiama un modello di un sistema di doveri di fronte alla morte. I doveri del medico, ma anche il dovere del paziente di restare là dove la vita lo ha posto, anche se è un’agonia terribile.

In questo compatto sistema di doveri non c’è posto per i diritti, neppure per il diritto di scegliere come strutturare la propria morte, dandole il volto che più esprime i propri valori.

Per illustrare un modello antitetico a quello che regola la morte della signora Buddenbrook, vi propongo la narrazione di una “morte esemplare”. La traggo da un libro tedesco intitolato Ultimi giorni. Vi si racconta la morte di una quindicina di personaggi diversi; da Albert Schweitzer a Mozart, Pascal, Seneca, Socrate. Tra questi personaggi dei quali sono raccontati gli ultimi giorni troviamo Sigmund Freud. Freud, come sappiamo, è morto per un cancro che gli era stato diagnosticato nel 1923 ― allora aveva sessantasette anni ― e fu curato con una molteplicità di interventi terapeutici. Le operazioni chirurgiche crearono enormi problemi a Freud per la deglutizione; anche lo stesso fumare il sigaro gli era diventato molto difficile, ma Freud affrontò con coraggio la lotta contro la sua malattia, aiutato a prendere decisioni da Max Schnur, il suo medico di fiducia. Nel 1931 una sorpresa triste: una recidiva, grave. Seconda operazione; fino al 1939, l’anno della sua morte, Freud subirà trentatré interventi chirurgici per far fronte alla devastazione progressiva causata da quello che egli chiamava “das Ungeheuer”, cioè “il mostro”. Dal ‘37 non può più essere operato ma ricorre alla radioterapia. Sedici anni di lotta continua, finché il 21 settembre 1939, Freud chiama il dottor Schnur e gli dice: “Caro Schnur, lei si ricorda del nostro primo colloquio? Allora mi ha promesso che non mi avrebbe lasciato in asso quando sarebbe giunto il momento. Ora è solo tormento e non ha più alcun senso”. Lo stesso giorno, il 21 settembre, il dottor Schnur somministra al suo paziente, che finora ha sempre rifiutato ogni calmante, una forte dose di morfina e due giorni dopo Freud, senza svegliarsi, muore.

È una narrazione della morte di un uomo che si colloca con naturalezza nel grande filone dello stoicismo, insieme a Seneca, Marco Aurelio, Epitteto. Rispetto all’altro modello presentatoci da Thomas Mann troviamo in primo piano l’autodeterminazione del paziente. Freud mette in atto una strategia per attuare quello che ritiene un suo diritto: strutturare la propria morte. Dare alla propria vita e alla propria morte la forma e i limiti ritenuti più opportuni non è una benevola concessione, ma un diritto del paziente, che equivale alla sua rivendicazione a essere soggetto. Un altro elemento importantissimo è la personalizzazione della morte e del morire. La struttura della morte di Freud risponde ai suoi valori, in particolare a quello centrale della sua vita: la razionalità, il giudizio chiaro. Scriveva al fratello: “La vita non mi dà più gioia, da diversi punti di vista sono un relitto, ma sono in possesso delle mie facoltà intellettuali, lavoro ancora”. E al dottor Schnur aveva detto che non voleva i calmanti affermando: “Preferisco pensare tra i tormenti che non pensare”. Dunque la sua morte è coerente con la sua gerarchia di valori. Può darsi che per un altro il valore dominante non sia quello di conservare l’uso della ragione, la lucidità, fino alla fine, ma piuttosto quello di essere libero dal dolore.

59

La personalizzazione della morte realizza il senso implicito dell’invocazione di Rilke: “Dà, o Signore, a ciascuno la sua morte”.

Un altro elemento importante che troviamo nel racconto della morte di Freud è la negoziazione con il medico. Il medico e il malato non sono due nemici, non prevaricano l’uno sull’altro; il medico non impone la sua etica, il malato non fa prevalere il suo punto di vista, ma si confrontano e trovano insieme, in maniera dialogica e negoziale, la giusta soluzione. Due posizioni diverse, ma non “one up” e “one down”: sono tutte e due sullo stesso piano.

Che cosa è successo nel passaggio tra il modello arcaico, rappresentato dal comportamento che si ispira a un paternalismo duro, e il modello che abbiamo visto concretizzarsi nella vita e nella morte di Freud?

Si sono imposti nella cultura i tratti che consideriamo costitutivi della modernità: il valore dell’individuo, la soggettività, il diritto all’autodeterminazione, in una parola l’illuminismo. E proprio a Kant, simbolo dell’illuminismo e dei suoi valori, è dedicata la terza narrazione che voglio proporvi. La traggo da un libro, Gli ultimi giorni di Emmanuel Kant. Un libretto prezioso, scritto da Thomas De Quincey, un inglese che aveva un’ammirazione sviscerata per Kant. De Quincey ha scritto questa relazione nel 1827, quindi appena una ventina d’anni dopo la morte di Kant, che è avvenuta nel 1804, basandosi sulle relazioni di Vasiansky che aveva assistito Kant in tutta la fase terminale della sua vita. Qui troviamo il modello di una vita e di una morte dignitosa. Qui troviamo rappresentati l’autonomia, lo stile di vita conforme ai valori personali, e anche la ricerca di accordo, quella negoziazione di cui abbiamo parlato sopra. C’è un piccolo episodio in cui Vasiansky riesce a dare con grande fatica qualche cucchiaiata di brodo a Kant, ridotto ormai a un corpo fragile e trasparente come una vecchia pergamena. Kant accondiscende per un po’, poi dice: “Adesso basta!”. E Thomas De Quincey capisce la sovradeterminazione semantica dell’espressione: il morente non voleva solo dire “basta il brodo”, ma anche che la sua vita aveva raggiunto la giusta misura, “adesso basta!”.

Il racconto presenta anche un episodio, con il quale vorrei terminare. Il vecchio Kant, che aveva anche enormi difficoltà ad esprimersi ― Vasiansky interpretava le parole che Kant balbettava ― riceve il suo medico; questi vorrebbe che Kant si sedesse ma il filosofo rimane in piedi. Leggo dal racconto di De Quincey: “Intanto continuava a tenersi in piedi, ma si vedeva che era sul punto di cadere a terra. Allora avvertii il medico, e ne ero ben convinto, che Kant non si sarebbe seduto, per quanto potesse soffrire rimanendo in piedi, finché non si fossero seduti i suoi ospiti. Il dottore sembrava dubbioso, ma Kant, che aveva udito quel che avevo detto, con uno sforzo prodigioso confermò la mia spiegazione del suo comportamento e pronunciò distintamente queste parole: 'Dio non voglia che io cada così in basso da dimenticare i doveri dell’umanità'”.

Certamente nel termine “Humanität” c’è il significato arcaico di “cortesia”, “gentilezza”, ma non c’è soltanto questo. Ci sono dei doveri dell’umanità, doveri verso se stessi, ma anche doveri verso gli altri: ci sono i doveri della co-umanità. La strutturazione della propria fine non è soltanto

60

un diritto; come è opportunamente formulato nel titolo di questo convegno, la fine della vita comporta diritti e doveri.

Dio non voglia che noi strutturiamo la nostra vita soltanto sul diritto, anche se sappiamo che il diritto di dare una forma personale alla vita, compreso il diritto di sfuggire a dolori evitabili, è stato acquisito dalla nostra cultura. Dio non voglia ― per dirla con il vecchio Kant ― che cadiamo così in basso da dimenticare anche i nostri doveri nei confronti dell’umanità.