I comitati di etica: da dove, verso dove

Bompiani - Coviello - Delfosse - Descamps Latscha - Durand - Herranz - Illhardt - Malherbe - Reich - Spinsanti - Zani Minoja

I COMITATI DI ETICA IN OSPEDALE

Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1988

pp. 5-14

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INTRODUZIONE

I COMITATI DI ETICA: DA DOVE, VERSO DOVE

Questo libro a più voci non nasce da un progetto editoriale elaborato a tavolino. Gli specialisti chiamati a esprimere il loro punto di vista sui comitati di etica negli ospedali si sono di fatto incontrati a Milano, nei giorni 23-25 maggio 1986, per un simposio di studio e un confronto diretto. Non si può dire però che la presente pubblicazione sia propriamente un volume di atti congressuali, una riproduzione fedele di ciò che è stato detto: soltanto alcune tra le molte voci del simposio sono state invitate a contribuire alla pubblicazione 1; tutti gli autori, inoltre, hanno rivisto il loro testo, modificando anche vistosamente il contributo originario. È un indice confortante sapere che l’incontrarsi non è stato inutile, in quanto ha portato un arricchimento e una modifica delle posizioni maturate individualmente. Si tenga presente che nessun incontro di tale ampiezza e qualificazione era ancora avvenuto in Europa sul tema dei comitati di etica negli ospedali. Senza voler gettare la minima ombra sul valore individuale degli studiosi europei e americani chiamati a confronto, ci sentiamo autorizzati ad affermare che ancora una volta si è verificata la validità della «Gestalt»: il tutto è più della somma

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delle parti! L’integrazione dei punti di vista, tutt'altro che univoci tanto sui principi che sulle applicazioni, ha portato a una maggiore chiarezza nei confronti di uno strumento in formazione, destinato a un delicato ambito della convivenza civile, dove si intersecano la preoccupazione per la salute e i conflitti di valore.

Il Simposio è nato dalla convergenza di interessi di due organismi promotori: l’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (noto in Italia come «Fatebenefratelli») e il Centro Internazionale Studi Famiglia (Cisf), un organismo che fa capo al Gruppo Periodici della Società San Paolo. Le due istituzioni operano in ambiti diversi: i Fatebenefratelli nella cura e nell’assistenza ospedaliera, la Società San Paolo nella comunicazione. È un fatto singolare che si siano trovate sincronicamente interpellate dall’istituzione dei comitati di etica ospedalieri. I religiosi impegnati in un programma di «umanizzazione» della sanità e seriamente intenzionati a riformulare l’ospedalità nell’orizzonte del 2000, possono trovare nei comitati uno strumento adeguato alla loro finalità? E d’altra parte: chi, per carisma e per scelta professionale, si colloca nel crocevia dove si incontrano le elaborazioni culturali e i bisogni espressi dalla viva voce dei cittadini, può indicare nella diffusione dei comitati di etica la via per ridurre il malessere connesso con una pratica della sanità dimentica delle esigenze etiche? Nell’introdurre il Simposio, Leonardo Zega, direttore del settimanale Famiglia cristiana, individuava le domande che salgono dal basso attraverso la voce dei lettori: è possibile instaurare un più corretto rapporto tra le diverse componenti del servizio sanitario, a beneficio dell’uomo? È possibile un interscambio di valori che non leda le rispettive competenze, ma le esalti e le armonizzi? Si può superare il complesso di una medicina senz’anima e di una morale «virtuosa», che appare però come «una vecchia zitella, sdentata e senza amore» (l’immagine è di Max Scheler!), a vantaggio di una visione della vita in cui la complessità arricchisca e unifichi, anziché immiserire e dividere?

L’opzione di fondo del Simposio è stata quella di organizzare

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non un dibattito sui massimi sistemi, ma un confronto poliedrico tra diverse esperienze già in atto Lo scopo pratico era quello di verificare l'operazionalità dei comitati stessi: come vengono utilizzati, a quale Ime, in quale modo? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi che possono essere generalizzati da un'esperienza breve, ma intensa? Non si è voluto, perciò, inseguire un tema alla moda, né pretendere di accaparrarsi uno strumento in formazione con intenti di monopolio ideologico-confessionale.

Il «focus» dell’attenzione era rivolto ai comitati di etica che si formano negli ospedali, con finalità di consulenza nelle situazioni conflittuali dai punto di vista etico che si originano nella pratica clinica. Si è voluto evidenziare questo tipo di comitati rispetto a due altri modelli, diversi come finalità, struttura e funzionamento: i comitati costituiti per regolamentare la ricerca clinica e la sperimentazione di nuovi farmaci sugli esseri umani, e i comitati nazionali, in quanto strutture pluralistiche che esprimono la «coscienza etica» di un paese. I comitati ospedalieri hanno una «ratio» propria, che i diversi contributi confluiti in questa pubblicazione si applicano a evidenziare. Tuttavia esistono punti di contatto con i comitati di altro tipo. Abbiamo preferito esplicitarli, piuttosto che tacerli, È questo il motivo per cui nella presente raccolta sono contenute trattazioni tematiche dei comitati di etica nazionali, e più di un accenno ai comitati per la ricerca.

Donde traggono origine i comitati di etica ospedalieri? Un «topos» ormai consacrato dalla letteratura sull’argomento mette la loro prima realizzazione in rapporto a un caso che ha travagliato la coscienza americana una decina d’anni fa: quello di Karen Ann Quinlan e del processo intentato dai suoi genitori perché la ragazza, caduta in coma profondo, fosse staccata dal respiratore artificiale. La sentenza della Corte suprema del New Jersey, invitando la famiglia e i medici curanti a consultare il «Comitato di etica o organismo simile» esistente nell’ospedale, non inventava di sana pianta l’istituzione, ma indubbiamente ne formalizzava la legittimazione giuridica.

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La sentenza relativa ai caso Quinlan e per i comitati di etica ospedalieri una «magna charta» quanto mai gravida di ambiguità. Essa aiuta, sì, a identificare positivamente la finalità di tali istituzioni: offrire a persone concrete ― operatori sanitari, pazienti, familiari, amministratori di ospedali ― che si trovano nella difficile situazione di dover prendere delle decisioni conflittuali dal punto di vista etico, un aiuto operativo. Nel caso in questione, si trattava di un aiuto per uscire dall'impasse di una medicina riabilitativa che può tradire la propria finalità e trasformarsi in accanimento terapeutico. Tuttavia le indicazioni della Corte ci lasciano perplessi. Secondo la sentenza, infatti, una volta che la famiglia e il medico si fossero trovati d’accordo sulla sospensione delle cure rianimative, la questione avrebbe dovuto essere sottoposta a quell’organismo chiamato «comitato di etica». Ad esso veniva assegnato un solo compito: confermare che non c’era «nessuna ragionevole possibilità che Karen riemergesse dallo stato di coma a uno stato di piena coscienza». Ci troviamo quindi di fronte a una revisione tecnica, non etica, del caso presentato. Questo punto è decisivo, quando si voglia stabilire la fisionomia di un comitato di etica ospedaliero: ha la funzione di rivedere fatti tecnici, medici (come, ad esempio, le prognosi), oppure deve valutare gli aspetti etici e i valori collegati a una decisione, quale quella dì sospendere le cure (una volta che la prognosi sia già stata stabilita)? La scelta dell’una o dell’altra funzione si riverbera immediatamente sulla costituzione del comitato stesso, con la predominanza, nel primo caso, di esperti di scienze bio-mediche, mentre nel secondo dovranno prevalere gli esperti di scienze umane e i rappresentanti di punti di vista non tecnici.

Inoltre la Corte del New Jersey sembra prevedere il ricorso al comitato come una «liberatoria» da responsabilità di ordine penale. Questa commistione tra ordine etico e ordine giuridico contribuisce a rendere più confusa la fisionomia di un comitato di etica ospedaliero. Un punto su cui nel frattempo sembra essersi fatta chiarezza, rispetto al modello a cui è attribuita la priorità storica, e il valore consultivo delle

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deliberazioni di un comitato di etica, Quest'ultimo non va concepito come un’istanza etica superiore, ala quale operatori sanitari e menti dei servizi possano demandare le decisioni, deresponsabilizzandosi. Alcune volte un intervento di questo genere ― quasi un «deus ex machina», che imponga la soluzione di un dramma ― potrebbe anche essere auspicato. Si pensi, ad esempio, ai gravi conflitti etici che possono sorgere di fronte a un trattamento terapeutico di natura straordinaria che può salvare la vita a un neonato affetto da gravi malformazioni e da deficit mentale. Dal momento che negare il trattamento è illegale, il medico, anche se volesse seguire l’eventuale desiderio dei genitori di «lasciar fare la natura», non può rinunciare ad applicare misure eccezionali per salvare la vita a un bambino anormale; col rischio, però, di creare una situazione disumana, sotto lo standard della vivibilità. I genitori, d’altro canto, raramente sono in grado di decidere con sufficiente serenità. Lo shock, insieme a sensi di colpa, vergogna e collera, li paralizza; tendono ad affidarsi al medico, pur sapendo che le conseguenze maggiori del trattamento o della sua omissione ricadranno su di loro.

In questo contesto di incertezza e di smarrimento, non è improbabile che si senta il desiderio di essere sollevati dal peso della decisione con tutte le sue conseguenze giuridiche e morali, demandandola a un comitato. Questa appunto deve essere dichiarata una via impraticabile, se vogliamo che Tatto medico conservi la sua irrinunciabile dimensione etica, che accompagna quella terapeutica. Il comitato di etica non deve surrogare le responsabilità di fronte alla legge e, per il sanitario, quelle deontologiche nei confronti degli organismi rappresentativi della propria professione.

La componente etica va, dunque, conservata, di diritto e di fatto, all’atto medico. Tuttavia bisogna riconoscere che nella medicina contemporanea si è disegnata una nuova situazione, che rende sempre più difficile quella valutazione dei valori, che è la sostanza stessa dei giudizio etico. L’affermarsi di una istituzione come i comitati di etica ospedalieri non è spiegabile, se non viene ricondotta a quella diffusa reazione

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culturale intesa a riportare nella pratica della medicina i valori della persona.

L’introduzione del soggetto non è stata sempre un processo irenico; ha dato luogo talvolta a una rivolta dei soggetti (si veda l’esperienza italiana dei «Tribunali per i diritti del malato»). È stata denunciata la preoccupante divaricazione tra le competenze etiche e quelle diagnostico-terapeutiche del medico. In passato la formazione che il medico riceveva lo metteva in grado di far fronte alle questioni etiche che sorgevano nella prassi; oggi, invece, la distanza tra le due competenze è sempre più vistosa. I problemi etici sono più numerosi e di più difficile soluzione; la formazione universitaria e post-universitaria continua a ignorare l’etica come condizione per un buon esercizio della medicina. I medici inclinano verso due atteggiamenti estremi: il tecnicismo, che porta a respingere la preoccupazione etica come un’interferenza indebita con una prassi che si richiama alla «scienza», e il paternalismo, incapace di giustificare a se stesso le ragioni delle scelte, se non richiamandosi genericamente a decisioni prese «in scienza e coscienza». Siamo in piena crisi della ragione medica pratica.

Un comitato di etica che sorge in questo contesto culturale concreto dovrà fare i conti con lo scollamento avvenuto tra prassi sanitaria e riflessione sui valori. Dovrà proporsi prioritariamente uno scopo pedagogico e formativo, che possiamo sintetizzare nel seguente programma: alfabetizzare la coscienza morale dei sanitari e introdurre il giudizio etico nel giudizio clinico. Senza, tuttavia, proporsi di «far la morale» ai sanitari! Ogni progetto di moralizzazione suscita, come controreazione, un atteggiamento di rifiuto o di banalizzazione dell’istanza etica. Se i comitati di etica si affermeranno nel nostro paese, sarà con i medici, non contro di essi. Dovranno perciò guardarsi dall’avallare un modello autoritativo, ponendosi a un livello di superiorità da cui giudicare l’operato altrui. Ciò favorirebbe solo o la ribellione o l’atteggiamento infantile dell’adattamento (come i «bravi bambini», che non fanno mai niente senza aver domandato ai

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«grandi», che hanno l’autorità, se è permesso farlo...!). I comitati di etica potranno sfuggire a queste insidie se si attesteranno su una linea di difesa «minimalista» del loro compito: non tanto approvare o disapprovare, dando permessi o condanne, quanto piuttosto limitarsi a non obiettare, quando il comportamento è accettabile nella nostra società, conformemente al consenso che in essa si è raggiunto sulla conformità di determinate scelte etiche con i valori che sorreggono la nostra vita civile. Chi temesse che questa finalità sia troppo riduttiva non ha che da tener presenti gli equilibrati pareri del Comitato consultivo nazionale francese, elaborati sulla base della ricerca del consenso, e l’analogo lavoro sui principi di etica che devono regolare la ricerca che utilizza soggetti umani, svolta dalle due commissioni americane: la National Commission for the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behavioral Research e la cosiddetta President's Commission. La prima, in particolare, con il «documento Belfort», ha dimostrato che, senza infrangere il rispetto del pluralismo democratico ed etico, si può giungere a un ampio consenso e a un’intesa pratica autentica su ciò che la nostra società considera conforme o contrario alle esigenze di umanità nell’ambito della sperimentazione. Un analogo valore possiamo attribuire ai numerosi documenti di deontologia ed etica medica elaborati dagli organismi internazionali: Associazione Medica Mondiale, Comunità Europea, Assemblea delle Nazioni Unite, ecc. 2.

Non si tratta solo di dissipare il sospetto che i comitati di etica in ospedale abbiano una funzione poliziesca: il loro uso può, positivamente, contribuire a rinnovare l’etica, spostando il suo asse dalla uniformità alle norme, alla ricerca delle stesse. Ci troviamo così trasportati nella situazione delle origini, almeno per la filosofia occidentale, nella quale il dialogo costituisce il clima che fa nascere la ricerca etica. Il dialogo socratico è un metodo per trattare un tema etico, su cui si

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hanno pareri diversi, in modo argomentativo. La proposizione che esprime una norma morale non e imposta in modo autoritativo (si tratti dell'autorità della legge o di quella di una morale religiosa conosciuta per rivelazione); non ha nemmeno l'autorevolezza che riveste una norma deontologica, nella quale si esprime la consapevolezza maturata dall'esperienza professionale sui comportamenti professionalmente corretti. Un principio in etica ha solo l'autorità interna che deriva dal peso degli argomenti con cui viene sostenuto. Il confronto e la ricerca mediante il dialogo sono iscritti, perciò, nel codice genetico del pensiero etico che ha sviluppato l'Occidente.

La dialogicità, tratto caratteristico della riflessione etica all’inizio della nostra tradizione filosofica, è anche una condizione essenziale per resistenza e il funzionamento di un comitato di etica. Essa non si impone solo per ragioni esterne e opportunistiche, come può essere la considerazione del pluralismo ideologico, elemento caratteristico e irriducibile della nostra cultura, oppure la costatazione che la pratica biomedica odierna presenta problemi così complessi che non possono più essere risolti da una sola persona. La dialogicità è, ben di più, l’espressione originaria del pensiero etico. Condizione essenziale per il dialogo è una considerazione positiva dell’essere umano (è stato il compito storico di Carl Rogers e della sua pratica del «counseling» quello di riportare tale atteggiamento positivo al centro dell’interesse sociale). Una seconda condizione è la fiducia tra gli interlocutori. La fiducia naufraga là dove si ritiene che gli altri giochino in modo sleale, con la presunzione di avere la risposta giusta già pronta, cercando solo il modo per imporla. Perché si instauri un clima di fiducia, gli interlocutori devono essere tutti disponibili alla guida da parte di un «daimon» socratico, non soggetti all’azione di un «diabolos» (la radice «dia-ballo» contiene in sé i germi della separazione, dello scetticismo, della posizione di difesa). Senza la fiducia reciproca e la convinzione dell’eccedenza della verità rispetto a tutte le opinioni, nessun comitato di etica potrebbe funzionare, per quanto accurato sia il regolamento che lo costituisce.

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L’idea di dialogo fiducioso è suggerita anche dalle connotazioni semantiche della parola «comitato». A condizione, naturalmente, che non la si intenda in modo restrittivo: come potrebbe essere un organismo che, rappresentando un campo più vasto, parla e agisce in suo nome (in questo senso si parla di un comitato per i festeggiamenti, un comitato esecutivo, ecc...). Di per sé la parola «comitato» evoca la serie delle esperienze umane correlate all’essere con gli altri: «comitati», «comes», «communitas»... È l’esperienza del camminare insieme, del condividere, dell’essere comunità, della co-esistenza che si sviluppa in pro-esistenza. Senza questa dimensione, un comitato di etica rischia di essere non-etico!

Un comitato così concepito non può reggersi su una base ideologica, ma ha bisogno di un punto di vista integrativo e superiore. Nell’ambito della sanità, questo può essere costituito dal comune riferirsi a una medicina per l’uomo totale, che integri la conoscenza dell’uomo derivante dalle scienze biomediche con quella fornita dalle scienze umane. Di queste ultime l’etica costituisce un’articolazione importante, ma non certo unica o esclusiva. L’etica e le altre discipline si richiamano reciprocamente, hanno bisogno l’una delle altre. Senza la considerazione di tutte le dimensioni dell’uomo malato, ricostruendo l’intero campo dell’umano, l’etica si appiattisce in pura normatività. Etica, antropologia (in particolare le conoscenze relative alla corporeità vissuta) ed epistemologia (con la revisione della scienza e la costituzione di un nuovo paradigma) stanno e cadono insieme. Un comitato di etica che si riducesse a produrre norme da fruire passivamente assomiglierebbe a un «fast-food», così diseducativo nei confronti dell'assunzione delle responsabilità etiche come i templi del «mordi e scappa» lo sono rispetto all’alimentazione.

L’habitat dell’etica è l’orientamento ai bisogni integrali dell’uomo. Se questo non esiste, l’etica sarà fatalmente recepita come un corpo estraneo in ambito sanitario, che vuol imporsi, in modo più o meno morbido, a un mondo medico recalcitrante.

Perché il giudizio eticodiventi un prodotto umano, deve

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avere le sue radici in un processo creativo. La «formazione morale» è troppo spesso concepita come la trasmissione di giudizi morali elaborati dalle generazioni precedenti, ai quali le nuove generazioni sono invitate a uniformarsi. Ai nostri giorni, inoltre, bisogna registrare anche una collusione perversa tra questo tipo di formalismo morale e il linguaggio telematico, che costituisce l’ambiente naturale nel quale siamo immersi. Questo linguaggio è quello dello 0-1, del «sì» e del «no», con l’esclusione del «forse». È universalmente deprecato che oggi vengano formate persone che sanno usare le macchine, ma che non sanno pensare. Questa carenza è fatale in campo etico, in quanto la semplice osservanza delle regole morali, considerate come regole di procedimento, non basta a creare il comportamento moralmente buono. Non è sufficiente imparare ad associare la risposta «giusto» o «sbagliato» a determinati quesiti, saltando il momento creativo della «produzione» di un giudizio etico.

I comitati di etica, costituendosi come laboratorio di formazione al giudizio etico, possono svolgere un’utile funzione educativa. Se la riflessione si esercita in essi in clima di ricerca, di tolleranza e di reciproco ascolto, possono diventare uno strumento pedagogico di formazione della coscienza, e quindi un autentico fattore di umanizzazione.

Il pluralismo sarà d’obbligo in una riflessione etica di questo genere: non possiamo illuderci che un comitato possa giungere a conclusioni unanimemente considerate valide e obbliganti. Non potrà perciò produrre regole che valgano per tutti. Ma sarà già un risultato considerevole sviluppare, tutti insieme, una sensibilità che ci permetta di riconoscere i problemi etici nell’ambito della cura della salute e delle scienze della vita, di trovare soluzioni per quelli che è possibile risolvere, e di imparare a vivere con quelli che non ammettono soluzioni.

NOTE

1 Altri contributi al Simposio, non contenuti in questa pubblicazione, si possono trovare nell’inserto della rivista Famiglia oggi n. 23. sett.-ott. 1986: «I comitati etici tra ricerca e realtà ospedaliera», p. 32.

2 Si veda la raccolta Documenti di deontologia e etica medica, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1985.

I comitati di etica: funzione sociale e pedagogica

Sandro Spinsanti

I COMITATI DI ETICA: FUNZIONE SOCIALE E PEDAGOGICA

in FPM

anno XV, n. 2, luglio 1987, pp. 118-133

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Dopo aver analizzato i motivi del rifiuto dell’etica in medicina, l’A. passa a considerare l’istituzione dei comitati di etica come via per il reingresso della preoccupazione etica nella pratica bio-medica. Vengono prese in considerazione successivamente le diverse forme di comitati: comitati nazionali (in particolare, i comitati temporanei istituiti negli U.S.A. e il comitato consultivo francese), comitati per l’etica della ricerca e comitati ospedalieri. Nel tracciare il bilancio delle esperienze in corso, viene prestata particolare attenzione alle possibilità pedagogiche connesse con i comitati di etica, al fine di incrementare la capacità di esercizio del giudizio etico.

Parole chiave: Bioetica; Comitati di etica; Pedagogia Medica.

Key words: Bioethics; Ethics Committees; Medical Pedagogy.

Il ruolo svolto dai comitati di etica non può essere pienamente compreso se non partendo da una constatazione: fino a pochi anni fa, l’etica sembrava rilevante per i comportamenti della vita privata e per alcuni aspetti della vita sociale (come la guerra, la giustizia sociale, lo sviluppo), ma era stata completamente evacuata daH’ambito della prassi medica. Oggi invece la questione etica riferita alla biologia e alla medicina è diventata un “topos” tra i più caratteristici del dibattito culturale: oltre a straripare nei mass-media, citata a proposito e, talvolta, a sproposito, ha acquistato la dignità di disciplina accademica col nome di “bioetica”. L’etica medica ci si presenta come uno di quei vecchi cavalli sui quali nessuno è disposto a scommettere un soldo, che improvvisamente ha una risposta inaspettata e si rivela come un cavallo vincente.

Molti fattori hanno contribuito al successo. In questo contesto vogliamo mettere in evidenza il contributo di primissimo piano che hanno dato i comitati di etica alla riemergenza della questione etica in campo bio-medico. Tuttavia, per aver presente la vicenda nelle sue articolazioni più importanti, bisognerà partire dal rifiuto dell’etica in medicina: i motivi con i quali è stato giustificato e gli atteggiamenti emotivi, anche inconsci, che l’hanno alimentato.

Prima che avesse luogo la svolta a cui abbiamo accennato, l’atteggiamento più diffuso tra i sanitari era quello di difesa nei confronti di un’interferenza sentita come un’ingerenza indebita. Là dove tale atteggiamento ancora persiste, l’etica viene respinta con varie argomentazioni. La più frequente è l’appello a una concezione scientifico-positivista e tecnologica della medicina. Si presume che la scienza, compresa quella medica, si sviluppi in regime di obiettività e abbia a che vedere solo con i fatti; è interesse della scienza tenersi lontana da ogni commistione con le ideologie: i dibattiti sulle idee vanno lasciati ai filosofi e agli avvocati! Anche se la massiccia fede positivistica del XIX secolo si è da tempo dissolta alla luce della epistemologia e della filosofia della scienza contemporanea, la concezione di una scienza medica indipendente dai valori continua a motivare il rifiuto dell’etica. L’inizio dell’era tecnologica in medicina sembra aver radicalizzato la tendenza.

Ancor più polemica contro ogni idealizzazione della professione è la rappresentazione della medicina come forma di artigianato; magari dotata delle più sofisticate tecnologie moderne, ma in sé niente di più che un abile artigianato. In quest’ottica, essere un “buon” medico equivale a fare “bene” il proprio lavoro, valutando tale bontà con il criterio dell’efficienza e della qualità della prestazione tecnica. Posizioni di questo genere sono riconducibili al cosiddetto “codice Hemingway”: secondo lo scrittore, infatti, una della ripercussioni sulla vita morale delle situazioni in cui non si vede via di uscita ― quella a cui si riferisce più specificamente è il carnaio della guerra di Spagna, descritto nel romanzo “Per chi suona la campana” ― è quella di portare a concentrare tutto il proprio impegno nel fare ciò che si fa così come deve essere fatto, astraendo del tutto la questione dal suo significato (combattere “bene” è tutto l’ideale morale del combattente, mettendo completamente tra parentesi la domanda circa il

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perché si combatte; di qui il consiglio che riceve il protagonista del romanzo: “quando spari non pensare che spari a un uomo, ma che colpisci un bersaglio!”). Mentre la prima ragione del rifiuto dell’etica può essere etichettata come scientismo, la seconda può esserlo come efficientismo. La medicina si presta a una interpretazione efficientistica, in quanto evoca spontaneamente un ambito in cui il primato non spetta al pensare, ma al fare; in cui si è chiamati a rimboccarsi le maniche e a mettere le mani in pasta, piuttosto che a prendere le distanze e a riflettere. I risultati della medicina si misurano nelle guarigioni: queste monopolizzano tutto l’interesse del sanitario. “L’essenziale è guarire: tutto il resto non conta”, si sente spesso ripetere da parte di chi opera nella sanità. Lo slogan serve a giustificare sia le grossolane o sottili trasgressioni che avvengono nella prassi medica e ospedaliera ai danni dei diritti del malato, sia la programmatica esclusione di ogni preoccupazione di ordine morale.

Un’altra motivazione con cui viene sostenuto il rifiuto dell’etica è l’affermazione della sua inutilità, avendo già il medico nel diritto codificato e nella deontologia professionale tutto ciò di cui ha bisogno per risolvere le situazioni conflittuanti. È ben vero che il riferimento deontologico occupa nella pratica della professione medica un ruolo indubbiamente maggiore rispetto a quanto avviene nelle altre professioni. Nella storia della professione medica è emersa precocemente la convinzione che fosse opportuno codificare non solo le conoscenze relative alla patologia e alla terapia, ma anche le regole relative al comportamento che il medico deve tenere con il paziente. Indicazioni sul comportamento corretto sono frequenti nei trattati medioevali in medicina. Non mancano neppure abbozzi di una regolazione dei rapporti con gli altri medici, all’interno della professione. Col tempo si è formato un corpo di regole pratiche che costituiscono ciò che potremmo chiamare la “etichetta” medica. A partire dal secolo XIX, questo corpo precettistico sarà a più riprese codificato nei codici deontologici.

Nella deontologia confluiscono tanto l’ethos filantropico che affonda le sue radici nella tradizione ippocratica, quanto le norme che regolano il comportamento dei medici tra di loro e coi pazienti.

Le norme non sono dedotte da un’etica, religiosa o laica che sia, ma derivate da un corpo sociale intermedio tra lo stato e l’individuo, con cui il medico si identifica: il gruppo professionale. La codificazione del comportamento serve agli interessi del gruppo; e indirettamente a quelli degli utenti dei servizi medici.

La deontologia comprende un insieme specifico di doveri (il termine significa appunto, etimologicamente, “scienza dei doveri”), ai quali sono tenuti i membri di una professione, diversi da quelli imposti dalla legge o derivanti dall’etica alla quale l’operatore sanitario personalmente si riferisce.

Sono i doveri che derivano dal fatto di esercitare una determinata professione 1. Aderendo alla professione, i membri del gruppo si impegnano a rispettare le norme ritenute essenziali per il buon esercizio della professione stessa. Le norme deontologiche sono, dunque, più che un semplice regolamento: le si potrebbe chiamare uno “spirito” comune, che deriva da una percezione collettiva dell’attività svolta, del senso di questa attività e del suo articolarsi con l’organizzazione sociale.

Questo riferimento alla deontologia, al suo significato e alla sua funzione, va tenuto presente per capire l’appassionato richiamo ad essa da parte dei medici. Essi additano con legittima fierezza il “corpus” deontologico, notevole per mole e per valore morale, costituito da prese di posizione da parte di organismi professionali e assemblee autorevoli, nazionali e internazionali: giuramenti, codici, dichiarazioni, carte dei diritti, raccomandazioni 2.

Nella deontologia si esprime completamente, secondo alcuni medici, tutta la preoccupazione per il “giusto” comportamento professionale, esaurendo così l’ambito della normatività in medicina. In nome della deontologia molti sanitari si sentono autorizzati a respingere qualsiasi riflessione etica sulla pratica medica. Ammettono, semmai, che la deontologia possa venire ampliata e potenziata, inglobando tutto ciò che si presenta come un dovere per il medico: sia che derivi da norme del diritto positivo che da esigenze etiche, da fattori consuetudinari o da quelli validati come correttezza professionale 3.

È legittimo supporre che le argomentazioni con cui viene esplicitamente sostenuto il rifiuto dell’etica in campo bio-medico non esauriscano tutta la resistenza contro di essa. Oltre ai motivi razionali che inducono a

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respingerla lontano dal letto del malato o dai laboratori del ricercatore, esistono dei motivi che affondano le radici in un atteggiamento difensivo alimentato da un’emotività più o meno consapevole. Possiamo parlare di fantasmi, o di paure inconsce 4. La più corposa è la paura del “prete”, che cioè colui che introduce e rappresenta l’etica sia un “dogmatico”. L’insegnamento dell’etica medica si risolverebbe in tal caso nella trasmissione di un sapere costituito, elaborato in altra sede ― la sede, per l’appunto, dove le istituzioni totalitarie forgiano le loro certezze ― e venga poi trasmesso nell’ambito della formazione medica. E che quindi, in pratica, l’etica medica venga ad essere una specie di colonizzazione della coscienza e dell’operato del medico ad opera di un’istanza esterna.

Assumiamo qui il termine “prete” in senso molto estensivo, includendo tutte le forme di dogmatismi, non solo quelli religiosi. Esistono le certezze che si fondano sulle dottrine rivelate e le certezze che sì fondano sui dogmi di stato. Non è per caso che nell’ambito europeo le uniche istituzioni che prevedono l’insegnamento dell’etica obbligatorio per tutti gli studenti di medicina sono alcune università cattoliche (Roma, Lovanio, Cork e poche altre) e le Università della Repubblica Democratica Tedesca, dove l’etica medica viene insegnata alla luce della dottrina ufficiale di stato, il marxismo-leninismo. Secondo quest’ultima forma di dogmatismo, c’è una medicina buona, quella che è conforme alla dottrina socialista, e una medicina cattiva, che è la medicina borghese ...

Nelle pubblicazioni accademiche di paesi socialisti si incontrano attacchi sistematici alla medicina borghese, alla quale viene contrapposta la medicina veramente “scientifica”, cioè quella che si basa sull’interpretazione marxista-leninista della realtà.

L’etica marxista è incorporata sistematicamente nella medicina, determinandone le scelte e gli orientamenti. Troviamo un riscontro di questa imposto nel 1971 a tutti i medici russi. Il modello tradizionale del giuramento ippocratico è abbandonato, per dare rilievo al significato politico del gesto. Al posto del dovere umanitario e filantropico nei confronti del singolo paziente, subentra l’impegno del medico e servire gli interessi della società. Il giovane medico si impegna ad esercitare là dove la società ha bisogno della sua opera e ad aderire internamente ai principi marxisti e all’etica comunista che regolano la società: “Giuro ... di lasciarmi guidare in tutte le mie azioni dai principi della morale comunista, di ricordarmi sempre dell’alta vocazione del medico sovietico e della responsabilità nei confronti del popolo e del governo sovietici” 5.

La paura del “prete”, vale a dire la paura di soggiacere a chi si fa tramite della comunicazione di certezza dogmatiche, in concreto per noi in Occidente non è tanto riferita alla prevaricazione da parte di ideologie totalitarie socialiste, quanto piuttosto alla “colonizzazione” di tipo religioso. C’è un precedente storico, che è un dato di fatto: l’etica medica ha come antenato immediato la morale medica cristiana, che è stata elaborata tempestivamente man mano che si configurava l’accelerazione del progresso della medicina e ne derivava una divaricazione tra quello che è possibile fare in campo biomedico e quello che è lecito od opportuno fare. Proprio in questo momento dell’accelerazione, contestualmente alle prime massicce applicazioni della tecnologia alla medicina, è nata in ambito cattolico una riflessione che ha avuto una grande e autorevole voce in Pio XII, e che ha portato all’elaborazione di una precisa morale medica.

Scopo di questa morale era l’applicazione, nel campo dei problemi di coscienza che sorgono nella prassi medica, della visione antropologica ed etica derivante dal sistema dottrinale cristiano, fondato su una rivelazione divina. La finalità è quella di normare il comportamento dei credenti, di portarli ad essere consoni con la morale della Chiesa.

Questa morale medica insegnata dai teologi, ed elaborata alcune volte anche piuttosto maldestramente, è stata veramente così invadente, così prevaricatrice, da giustificare atteggiamenti di chiusura diffidente? Personalmente non sono di questa opinione. Condivido piuttosto la formula di J.F. Malherbe, secondo il quale tra morale medica e medicina si è stabilita una “coesistenza non interattiva”. La normazione del comportamento dei medici credenti e dei fedeli cristiani è stata più velleitaria che reale. Resta comunque il fatto che una delle paure maggiori è quella che qualcuno,

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intervenendo dall’esterno della medicina, obblighi o violenti la coscienza del medico, influenzandola in modo prevaricatore, nel senso di sottometterla a regole precostituite.

È possibile individuare una seconda paura che serpeggia nel mondo medico e ispira il rifiuto di tutto ciò che non si presenti con il paludamento della “scienza”: quella dello psicologo. La paura nei confronti dello psicologo è seconda soltanto a quella verso il dogmatico. Negli ambienti medici lo psicologo è considerato come una terapeuta poco serio, che si occupa dei “resti scomodi” della medicina: mentre il medico tratta i malati veri, lo psicologo si occupa di quelli che, secondo il medico, “non hanno niente” ...

Se il punto di vista che suscita in questo caso perplessità e resistenza presso i medici è quello che si prefigge di sbrogliare la matassa relazionale che si instaura là dove un malato interpella il medico e devono essere elaborate delle decisioni conflittuali. Costantino Iandolo designa questo punto di vista come “etica medica clinica” 6. In questo caso chi rappresenta l’etica medica non è tanto qualcuno che trasmette un sapere precostituito e dogmatico, quanto piuttosto un facilitatore del processo decisionale, nel senso di favorire la consapevolezza e la coscienziosità del processo stesso. È questa connotazione fortemente psicologica dell’etica che rende sospettosi alcuni oppositori in campo medico. Si mettono in guardia per evitare che, attraverso il varco dell’etica medica, entrino nell’ambito del positivismo della scienza medica i turbamenti e le indeterminatezze della psiche.

Un’altra paura ancora ha nutrito la resistenza all’ingresso dell’etica nel campo bio-medico: la paura del filosofo. Esiste tra gli operatori, biologi e medici, un aspetto pregiudiziale verso tutti coloro che “parlano” la realtà, invece di agire. Il filosofo è considerato dagli scienziati, per antonomasia, come colui che parla. Nel campo dell’etica medica il filosofo è colui che pone delle questioni scomode: che cos’è che conferisce un carattere etico ad un’azione, e soprattutto: su che cosa si fonda un’etica? Qual è il criterio che ci permette di discriminare ciò che è bene e ciò che è male? Al filosofo compete la ricerca, del fondamento dei giudizi etici, ponendo gli interrogativi che si è convenuto di chiamare “questioni meta-etiche”, cioè di fondazione dell’etica, ed esplorando l’interrelazione tra meta-etica e giudizi etici pratici.

Non che il compito del filosofo sia quello di distribuire certezze. Piuttosto, il filosofo sottopone a un’analisi critica i fondamenti dell’etica. In concreto: il “non uccidere” come imperativo etico non lo posso trasmettere a nessuno, usando argomenti convincenti per obbligarlo a farlo proprio; posso, però, meta-eticamente, analizzare su che cosa si fonda la certezza? E ancora: come si è formata la coscienza che fa proprio l’imperativo? Quali sono le tappe costitutive del suo sviluppo storico e individuale? Come si articola questa certezza morale del non uccidere con le decisioni mediche concrete? Quando, in concreto, si giunge alla determinazione di staccare dal respiratore un malato in coma depassé, si tratta di un atto che può essere qualificato come omicidio? Ecco alcune vie possibili di articolazione tra le decisioni operative concrete e il fondamento etico. Oppure, ancora: dire una bugia al malato, o dissimulare la verità della diagnosi, è mentire o no? Si può mentire con l’intenzione di fare del bene? Questo è il tipo dei problemi che hanno bisogno di una chiarificazione filosofica, qualunque sia poi l'indirizzo filosofico a cui si aderisce (il fondamento del giudizio etico può essere di tipo fideistico, o razionalistico, ovvero di tipo utilitaristico, come sta prevalendo nella bioetica elaborata negli Stati Uniti).

Del filosofo si ha paura in quanto si teme che potrebbe portare nella medicina, che ha maturato il suo statuto scientifico facendo ricorso al positivismo, delle problematiche contro le quali i medici si sentono vaccinati. La filosofia è sospettata di essere il tramite di una violenza di tipo particolare, quella dell’ideologia. Certamente l’etica è un prodotto dell’ideologia. Non soltanto quella che voglia essere etica medica “cattolica” o “comunista”, e quindi con delle qualificazioni aggettivali che la legano a una determinata Weltanschauung; più radicalmente, anche l’ethos ippocratico tradizionale e la deontologia professionale sono ideologici, nel senso di essere al servizio di certi interessi, e perciò di mostrare una parte della realtà e contemporaneamente di nasconderne un’altra.

Ma la scienza non è essa stessa un prodotto dell’ideologia? La pretesa che la nostra conoscenza

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attinga ciò che vale “semper et ubique”, come non esiste con il bene, così non esiste neppure per il vero; neppure per il vero scientifico. Gira per le università americane una “boutade” attribuita a un docente di medicina, il quale direbbe agli studenti: “La metà di quello che vi insegniamo oggi è sbagliato; purtroppo, non sappiamo dirvi quale metà...”

Quello che costituisce la scienza non è epistemologicamente un sapere “semper et ubique” valido, bensì il metodo della ricerca della verità. Ciò vale anche per l’etica: cioè per la ricerca del bonum, non solo per quella del verum. Anche l’etica è una riflessione metodica, vale a dire condotta con metodo, e sistematica, in vista di un agire responsabile. L’etica non mira al raggiungimento del bonum in assoluto, ma del bonum umano che si coniuga con l’agire con responsabilità; vale a dire con la conoscenza della conflittualità che si sviluppa nelle situazioni concrete della vita.

Purtroppo in Europa, per la nostra tradizione storica, noi abbiamo portato nell’etica la violenza dell’ideologia. Verso chi parla di etica si forma, perciò, un sospetto pregiudiziale, in quanto considerata sinonimo di intolleranza, cioè di imposizione agli altri della propria visione. Non si sa accettare la fluidità, l’indeterminatezza, che invece è costitutiva dell’etica. Il filosofo, considerato come costruttore di sentieri obbligati per la verità, può assurgere a nemico della vita.

Da ultimo vogliamo menzionare un’altra paura ancora, che contribuisce al rifiuto dell’etica: la paura del “moralista”. Con questo termine non intendiamo il cultore della filosofia o della teologia morale, bensì colui che, in senso molto riduttivo, “fa la morale” agli altri. Nel caso della pratica medica, si comporta da moralista colui che ama richiamare i medici e il personale sanitario agli ideali umanitari e filantropici tradizionalmente connessi con le professioni terapeutiche, accusandoli di allontanarsi da essi in modo più o meno vistoso. Anche l’esaltazione della professione medica, considerata come “missione”, conduce allo stesso risultato: confrontato con un modello troppo idealizzato ― qualcuno spinge l’idealizzazione fino a considerare le professioni sanitarie come una specie di “sacerdozio” della salute ― il medico tende a ripiegare sulla rassegnazione o sul cinismo 7. I risultati di simili campagne di moralizzazione sono per lo più nulli. Quando non addirittura controproducenti: i sanitari, sentendosi sotto accusa, si chiudono in se stessi corporativisticamente, oppure rispondono alle critiche, percepite come aggressione ostile, con altrettanta ostilità. Sulla base di una tale reciproca incomprensione non si può costruire nessun progetto di riumanizzazione della medicina. Si scava, piuttosto, un fossato sempre più ampio di indifferenza, proprio in un ambito in cui il rapporto di fiducia è tutto.

Per una questione di giustizia, e non per una manovra tattica “ad captandam benevolentiam”, a coloro che lavorano nell’ambito della sanità bisogna anzitutto tributare il riconoscimento che non svolgono un lavoro come gli altri: per la particolare situazione del malato ― talvolta in lotta drammatica per la vita e la salute, in stato di particolare tensione emotiva sempre ― i sanitari sono coinvolti e sollecitati a una partecipazione umana che supera quella di qualsiasi altro lavoro. Quando per umanizzare la medicina si pigia esclusivamente il pedale dei sentimenti, colpevolizzando al tempo stesso i sanitari di non mettere abbastanza cuore in quello che fanno, la morale, da terreno saldo di consenso sulla base della condivisione degli stessi valori umanitari, rischia di tramutarsi in un insidioso terreno di sabbie mobili.

Un particolare pericolo è insito nelle argomentazioni moraleggianti di tipo religioso. Quando, ad esempio, si presenta unilateralmente il lavoro sanitario sotto la metafora del buon sanitario sotto la metafora del buon samaritano, e a medici e infermieri viene richiesto un comportamento tutto modulato sull’oblatività, l’abnegazione e l’amore del prossimo, si incrementa al tempo stesso il senso di inadeguatezza e quello di colpa. Ciò che ne consegue è per lo più una brusca interruzione di contatto con chi si presenta con la proposta di un ideale così manifestamente lontano da ogni applicabilità. E ciò a discapito, ovviamente, della causa dell’umanizzazione della medicina che si intende servire. Da questo punto di vista, più che di un rifiuto dell’etica, bisognerebbe parlare di rifiuto delle “prediche”, nel senso angustiante e oppressivo del termine.

Questa ampia panoramica sul rifiuto dell’etica, sulle forme che esso assume, sulle argomentazioni con cui

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in ambito sanitario ci si difende dal discorso etico e sulle motivazioni profonde del rifiuto, è lo sfondo necessario per capire la novità costituita dall’introduzione di comitati di etica. L’etica in sanità non ha vita facile. Prima di acquistare il diritto di cittadinanza, deve liberarsi dei sospetti che gravano su di essa. Quest’opera di depurazione è obiettivamente più difficile nel contesto della tradizione culturale del nostro paese, in cui pluralismo e tolleranza non sono mai stati valori coesivi nella vita sociale. Sarà accettata solo un’etica che non equivalga a indottrinamento; che non sostituisca delle regole puramente formali al ruolo critico della coscienza; che metta in pieno valore i soggetti: tanto il malato in quanto soggetto che riceve il servizio terapeutico, quanto il sanitario che lo fornisca.

Questa apertura del mondo della sanità alle esigenze dell’etica, così difficile in casa nostra, è avvenuta invece in altri paesi, e precisamente attraverso la via regia costituita dai comitati di etica. È questo sviluppo che vogliamo ora documentare, trattando separatamente le due principali articolazioni dei comitati stessi: i comitati nazionali e i comitati ospedalieri.

2. Comitati nazionali

Il tempo dell’etica per la pratica della biologia e della medicina in alcuni paesi è già giunto. Un ruolo d’avanguardia in questo settore hanno svolto gli Stati Uniti. Nell’ultimo ventennio si è delineato oltre Atlantico un vivace movimento di reazione a una medicina senza interessi etici e umanistici, una medicina unicamente impegnata sul versante scientifico e tecnologico. Qualcuno afferma che quella che si è messa in moto è una rivoluzione nel modo di concepire la medicina (una rivoluzione che, come le rivoluzioni più riuscite, non è solo innovazione, ma anche recupero di valori del passato che erano stati dimenticati).

Oltre ad avere conquistato una solida testa di ponte nel curriculum degli studi medici, il punto di vista dell’etica ha trovato un’udienza attenta negli ambienti scientifici e presso l’opinione pubblica. Un’azione impareggiabile per la sensibilizzazione del grande pubblico hanno svolto due commissioni, a livello nazionale, susseguitesi nel giro di pochi anni: la “National Commission for the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behavioral Research” e la “President’s Commission for the Study of Ethical Problems in Medicine and Biomedical and Behavioral Research”. La prima, creata dal Congresso nel 1974, ha svolto i suoi lavori fino al 1978 8. È stata incaricata di elaborare i principi di etica che devono regolare la ricerca che utilizza i soggetti umani, con particolare riferimento a quella condotta in istituzioni di ricerca sovvenzionate dal governo federale.

Nel corso del decennio che ha preceduto la creazione della Commissione, l’opinione pubblica ha cominciato a interessarsi alla sperimentazione con esseri umani a seguito di numerosi allarmi creati dalla stampa. L’attenzione si era concentrata su alcuni progetti di ricerca discutibili dal punto di vista etico: studio degli effetti della sifilide su soggetti negri, proseguito anche dopo che era diventato disponibile un nuovo trattamento efficace; iniezione di cellule cancerogene su anziani, a loro insaputa; infezione di bambini con il virus dell’epatite in un istituto per malati mentali; somministrazione di placebo a pazienti che credevano di ricevere pillole anticoncezionali; utilizzazione di prigionieri per la ricerca. Pur esistendo dei comitati istituzionali di revisione (Review Boards), questi venivano indiziati di inefficienza nel prevenire gli abusi. La Commissione, creata sotto pressione dall’opinione pubblica, ha svolto un lavoro considerevole, tenendo numerose riunioni e visitando i centri di ricerca. A conclusione sono stati pubblicati una decina di resoconti (riguardanti specificamente la ricerca sui feti, la ricerca con utilizzazione dei prigionieri, di bambini e di ritardati mentali, la psicochirurgia) e un insieme di raccomandazioni per il controllo dell’attività di ricerca. Seguite o no, queste raccomandazioni hanno segnato un punto di partenza e hanno svolto una notevole influenza a lungo termine, contribuendo alla riflessione etica e dimostrando che, in un’epoca in cui il pluralismo è riconosciuto sia come fatto che come valore, è possibile ottenere l’unanimità su diversi problemi critici di etica della ricerca. Anche se i membri della Commissione non erano d'accordo sui princìpi, giungevano a un accordo sulle conclusioni: così che l’analisi di problemi di etica da parte di un gruppo responsabile, con un compito ben definito, può condurre a un’intesa pratica autentica 9.

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Il lavoro di questa commissione può essere additato come l’inizio di un fenomeno moderno, a dimensione internazionale, che A.M. Capron ha chiamato “un dibattito etico aperto”. Lo stesso Capron ha presieduto la Commissione appositamente stabilita dal presidente degli Stati Uniti per studiare i problemi etici della medicina e della ricerca scientifica. La Commissione ― nota come “President’s Commission” ― ha svolto i suoi lavori dal gennaio 1980 al marzo 1983, col supporto finanziario di un fondo di 20 milioni di dollari.

Era costituita da eminenti personalità del mondo del diritto, della medicina, della filosofia e della teologia. In tre anni di lavoro sono stati prodotti undici volumi, di cui nove relazioni su problemi specifici e una guida sui comitati locali che si occupano della ricerca con esseri umani. La sua competenza era più ampia di quella della commissione precedente: oltre ai problemi specifici della sperimentazione, sono stati affrontati tutti i problemi etici maggiori della pratica biomedica contemporanea. Alla luce dei valori che costituiscono il tessuto di fondo della vita civile americana ― libertà, onestà, rispetto per la dignità umana ― sono stati presi in considerazione gli interrogativi più inquietanti che turbano la sensibilità etica degli americani nell’ultimo quarto di secolo: quanto devono essere protratti i trattamenti che prolungano la vita umana? La società deve assicurare a ogni cittadino l’assistenza sanitaria, e in che misura? Devono i sanitari dire la verità ai pazienti, anche se infausta? Chi deve pagare i danni che subiscono i soggetti umani sui quali si fa la ricerca? Che cosa si deve tentare nel campo delle manipolazioni genetiche, e dove eventualmente arrestarsi? Queste sono alcune tra le domande principali alle quali si è voluto rispondere.

La Commissione presidenziale non era autorizzata a dare risposte conclusive o direttive moralmente obbliganti. “Il fatto che una commissione pubblica ― ha dichiarato Capron ― studi un problema, non dovrebbe significare che la risposta pubblica (sotto forma di regolamenti o di legislazione) sia una conclusione decisa già in anticipo. Il pubblico può trarre profitto da un dibattito aperto su un problema difficile (come la decisione di sostenere gli ultimi trattamenti che mantengono qualcuno in vita), soprattutto quando questo dibattito è condotto da medici seri e da intellettuali che provengono da ambiti diversi: filosofia, diritto, religione, ecc. Un tale processo ha il vantaggio di accrescere la comprensione pubblica e professionale di un problema, e forse anche di migliorare la qualità delle decisioni individuali, senza imporre tuttavia una decisione particolare in tutti i casi mediante regole statali o sanitarie.

L’esperienza delle due Commissioni americane è stata nel complesso positiva e incoraggiante. Malgrado il pluralismo e lo scetticismo etico dominanti nella cultura contemporanea, si è vista la possibilità di raggiungere dei punti di convergenza, invertendo la rotta del progressivo scollamento tra pratica della biologia e della medicina e gli interessi umanistici. Tuttavia le diverse aree culturali sono così diversificate, con proprie tradizioni e istituzioni, che prima di arrivare a una discussione internazionale e a una cooperazione internazionale formale è auspicabile che ogni paese proceda autonomamente alla creazione di Commissioni o Comitati nazionali, secondo le esigenze e nelle modalità specifiche di ciascuno.

In Europa la via è stata aperta dalla Francia. Il Presidente Mitterand ha costituito nel dicembre 1983 un Comitato, designato ufficialmente “Comitato consultivo nazionale di etica per le scienze della vita e della salute”. Il contesto culturale che ha indotto alla orazione del Comitato è analogo a quello degli Stati Uniti e di tutte le società ad alto sviluppo tecnologico: le pratiche bio-mediche di avanguardia sconvolgono i valori tradizionali legati alla vita, alla sua trasmissione e alla sua fine; i governi sono chiamati a fare urgentemente delle scelte politiche, che richiedono un dibattito pubblico preliminare; l’opinione pubblica dibatte vivacemente i problemi bio-etici e ha bisogno di giungere a un consenso democratico, in assenza dell’adesione a un magistero. Nel discorso di insediamento del Comitato, Mitterand metteva lucidamente in evidenza la necessità e l’urgenza di superare il quadro di riferimento costituito dalla semplice razionalità scientifica, aprendosi al punto di vista etico: “Abbiamo creduto per qualche tempo che la razionalità sarebbe bastata per servirci da guida, una razionalità senza debolezze e senza dogmatismi,

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ed ecco che il successo stesso della scienza ci sta dando torto. La medicina e la biologia moderna cercano delle ragioni che la sola ragione non giunge sempre a cogliere”. Una triplice attesa si è creata intorno ai problemi bioetici: quella dei cittadini, che cercano dei punti di riferimento nei progressi vertiginosi che scandiscono i parametri tradizionali; quella dei ricercatori e dei medici, che si sentono spesso soli di fronte alle conseguenze gigantesche del loro operato; quella infine dei poteri pubblici che hanno spesso bisogno di consigli e di raccomandazioni. La pressione delle attese non deve creare una fretta precipitosa, ma piuttosto una feconda pausa di attesa: “Più in fretta va il mondo, più forte è la tentazione dell’incognito ― ha affermato ancora Mitterand nella stessa occasione ― e più dobbiamo saper prendere tempo: il tempo della misura, che chiamerei il tempo dello scambio e della riflessione, cioè il tempo della morale”.

Come laboratorio di ricerca filosofica e luogo di mediazione tra la sensibilità collettiva e l’intervento dei pubblici poteri, il Comitato di etica è stato investito del compito di dare dei pareri sui problemi morali sollevati dalla ricerca nell’ambito della biologia, della medicina e della sanità. Questa delimitazione della competenza è importante. L’ambito dei problemi che può porre la pratica medica al di fuori del quadro della ricerca continua ad essere competenza della deontologia professionale, del diritto e dell’etica, secondo la delimitazione delle reciproche specificità. La costituzione del Comitato rispecchia i punti di vista e le esperienze più diverse: pensatori e filosofi sono presenti accanto a specialisti di varie discipline; esponenti di tradizioni e famiglie religiose diverse sono ugualmente rappresentati. I trentasei membri devono rappresentare l’insieme delle famiglie di pensiero (filosofiche e spirituali, secondo la diversificazione confessionale) e tutti i settori della ricerca biologica e medica.

I compiti del Comitato possono essere ricondotti a due: emettere dei pareri sui problemi sollevati dalla ricerca e organizzare ogni anno una conferenza, nel corso della quale sono affrontate pubblicamente le questioni etiche importanti nell’ambito delle scienze della vita e della sanità. Le conferenze annuali, giunte già alla terza edizione, fungono da cassa di risonanza per i lavori del Comitato e servono ad amplificare il dibattito. Quanto ai pareri, non hanno valore obbligante; tuttavia, dopo l’adeguata diffusione, possono contribuire a formare l’opinione pubblica, a ispirare la amministrazioni competenti e a influenzare la giurisprudenza dei tribunali.

A partire dall’inizio della sua attività il Comitato ha espresso numerosi pareri. Alcuni non sono stati resi pubblici: sono quelli relativi a progetti di ricerca specifici, richiesti da équipe mediche o da organismi di ricerca. Altri invece, di portata generale, sono stati presentati all’opinione pubblica. Si tratta, nell’ordine, delle questioni etiche poste dall’utilizzazione, a fini terapeutici, diagnostici e scientifici, dei tessuti umani morti; dalla sperimentazione di farmaci e nuovi trattamenti sugli esseri umani; dalle nuove tecniche di riproduzione artificiale; dai registri medici per gli studi epidemiologici e di prevenzione; dalle diagnosi pre- e perinatali; dalla valutazione dei rischi di AIDS mediante la ricerca di anticorpi specifici nei donatori di sangue; dalla sperimentazione sui malati in stato vegetativo cronico; dalle ricerche sull’embrione umano in vitro.

Il prof. Jean Bernard, presidente del Comitato, nella sua allocuzione nel corso delle giornate annuali di etica del 1985, ha messo in evidenza le critiche rivolte ai lavori del Comitato di etica. Critiche apertamente contraddittorie: “Pretendete di irregimentare”, tutto, dice qualcuno. “Filosofeggiate piacevolmente tra di voi”, dice qualche altro. “Vi preoccupate esageratamente dei dettagli, dice l’uno. «Restate deliberatamente nel vago», dice l’altro. «Vi occupate unicamente della persona, mentre è il corpo ad essere interessato», dice questi. «Vi limitate alle viscere e ai muscoli, mentre dovreste elevare il vostro pensiero», dice quello. Alcuni ci rimproverano ora una rapidità eccessiva, ora una spiacevole morbidezza. “Penetrate indiscretamente nella nostra vita quotidiana», dice un gruppo. «Dimenticate le nostre contingenze e restate puri metafisici», dice un altro gruppo. «Siete sempre in ritardo di una guerra» ci dice ancora l’uno. «Ci proiettate in un avvenire di cui non sappiamo che fare», dice l’altro. La varietà delle reazioni critiche al lavoro della Commissione è una dimostrazione convincente della difficoltà dei problemi affrontati e della pluralità delle opinioni che suscitano le questioni bio-etiche. Una dimostrazione, al tempo stesso, della

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funzione stimolante che il Comitato svolge. I suoi pareri non cadono nel vuoto dell’indifferenza. Mediante il dibattito che suscitano, svolgono un’opera pedagogica nei confronti di tutto il paese, aiutando a identificare la dimensione etica del progresso bio-medico e a confrontarsi con la molteplicità delle opinioni.

Accanto alle commissioni nazionali americane e francesi, con uno spettro di interessi a largo raggio, vanno menzionate le commissioni “ad hoc”, create in alcuni paesi per acquisire informazioni ed elaborare direttive etiche relativamente a problemi specifici. Ricordiamo la Commissione Warnock, creata in Inghilterra per lo studio degli aspetti etici e giuridici della fecondazione artificiale e l'embriologia umana (Report of the committee of inquiry into human fertilization and embryology, London 1984). Un vivace dibattito ha suscitato, in particolare, il paragrafo del rapporto che stabilisce un limite temporale alla facoltà di utilizzare embrioni per la ricerca. La commissione Warnock raccomanda, infatti, che si stabilisca una legislazione che legittimi le sperimentazioni sugli embrioni risultanti da una fecondazione in vitro fino al 14° giorno dopo la fecondazione, proibendola invece dopo questo limite. Le concezioni antropologiche che riconoscono lo statuto di persona umana all’embrione fino dal momento del concepimento hanno denunciato come inaccettabile la delimitazione temporale delle due settimane.

Un documento analogo è stato pubblicato anche dalla Commissione Benda, un gruppo di lavoro costituito nella Repubblica Federale Tedesca ad opera congiunta del Ministero della ricerca e tecnologia e di quello della giustizia (In-Vitro-Fertilisation, München 1985). Il rapporto, che vuole servire come base ai lavori legislativi in materia e fornire elementi al dibattito etico che si svolge nell’opinione pubblica, prende in considerazione le diverse applicazioni sull’uomo delle nuove metodiche di biologia cellulare e di genetica: la fecondazione in vitro, il dono di embrioni, le maternità sostitutive, la ricerca sugli embrioni, l’analisi genetica e la terapia genetica.

Anche la Spagna ha avuto la sua Commissione speciale per lo studio della fecondazione in vitro e dell'inseminazione artificiale umana. Terminati i lavori, la Commissione ha presentato le sue raccomandazioni e i suoi suggerimenti al Congresso dei deputati, nell’aprile 1986. Secondo il parere della Commissione, l’atteggiamento con cui far fronte alla realtà attuale è quello che individui le condizioni etiche razionali minime per proteggere la dignità di tutta la società. Questa etica minima dovrà essere basata su quello che si potrebbe chiamare “l’etica civile”, cioè senza influenza confessionale o di partito politico.

Non possiamo terminare questa rassegna senza porci una precisa domanda: esistono in Italia i presupposti per la costituzione di un Comitato di etica nazionale? La Costituzione tende a decentrare le competenze; tuttavia non impedisce che, in sede centrale, si possano attivare delle commissioni per lo studio di particolari tematiche. Una di queste commissioni con un oggetto attinente all’etica bio-medica è stata la cosiddetta “Santosuosso” dal nome del suo presidente, per lo studio dei problemi attinenti alle pratiche di fecondazione artificiale. L’esperienza maturata dal lavoro di simili commissioni “ad hoc” si inclina in senso pessimistico rispetto alla prospettiva di realizzare un Comitato nazionale nel nostro paese. La preoccupazione per l’assetto politico e por lo schieramento ideologico dei membri del Comitato tenderebbe a prendere il sopravvento, a scapito della finalità specifica di un servizio alla riflessione etica. È preferibile, perciò, favorire piuttosto altre forme di apertura alla presenza di una preoccupazione etica in campo bio-medico, quali possono essere i Comitati di etica negli ospedali, in attesa di una maturazione che proceda parallelamente alla crescita civile.

3. I comitati di etica negli ospedali

Passiamo ora a considerare un altro tipo di realtà istituzionale: i Comitati che si formano negli ospedali. Lo scenario in questo caso cambia. Non si tratta del parere di “saggi”, ai quali viene richiesto di farsi interpreti e mediatori di una valutazione morale ai determinate pratiche bio-mediche: la preoccupazione dominante non è quella di salvare dei valori nella cultura o nella legislazione, bensì l’aiuto da offrire a persone concrete ― operatori sanitari, pazienti, familiari, amministratori di istituzioni ospedaliere ― che si trovano nella difficile situazione di dover pronubi o delle decisioni conflittuali dal punto di vista etico. Anche questo tipo di Comitati è stato concepito e ha

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avuto le prime realizzazioni negli Stati Uniti d’America. Possiamo addirittura individuare con esattezza le circostanze concrete che hanno provocato l’avvio dell’istituzione. Si è cominciato a parlare di Comitati di etica negli ospedali nel 1976, a proposito del dibattutissimo caso di Karen Ann Quinlan. La vicenda ha assunto un ruolo emblematico nel dibattito sul prolungamento artificiale della vita e ha avuto il merito di portare questo problema di etica medica a livello della coscienza popolare. La ragazza era caduta in coma profondo, con lesioni cerebrali irreversibili, che non le avrebbero permesso di tornare indietro da una sopravvivenza puramente vegetativa. I genitori (adottivi) chiesero ai medici di lasciarla morire in pace; questi invece, in nome dell’etica professionale che impone loro di fare di tutto per prolungare la vita, rifiutarono, e le applicarono un polmone di acciaio. Ne seguì un processo a più riprese, che vide schieramenti appassionati pro e contro il desiderio dei genitori. Questi ottennero infine dalla Corte suprema del New Jersey la sospensione delle misure di rianimazione, anche se la povera Karen doveva ancora “vegetare” per anni, prima di spegnersi naturalmente.

La proposta di formare un Comitato di etica è contenuta esplicitamente nella sentenza emessa dalla Corte del New Jersey. Il valore storico della sentenza consiste nel riconoscimento che i principi etici del singolo medico o dell’Ordine dei medici in toto non possono essere decisivi nel giudicare se la soluzione più ragionevole ― o, se vogliamo, più “giusta” dal punto di vista morale ― sia la sospensione delle cure o il loro prolungamento. La Corte sentenziò, testualmente: “Dietro richiesta del tutore e della famiglia di Karen, nel caso in cui i medici curanti arrivino alla conclusione che non esiste alcuna ragionevole possibilità che Karen riemerga dal presente stato comatoso ad uno stato di piena coscienza e che l’apparato che attualmente permette il suo mantenimento in vita deve essere staccato, essi devono consultare il «Comitato di etica» od organismo similare esistente nell’ospedale in cui Karen è ricoverata. Se l’organismo consultato confermasse che non sussiste nessuna ragionevole possibilità che Karen riemerga dal presente stato comatoso a uno stato di piena coscienza, il presente sistema di mantenimento in vita può essere staccato, e detta azione non comporterà alcuna responsabilità, né civile né penale, a carico dei partecipanti: tutore, medici o altro personale dell’ospedale”.

La sentenza propone la valorizzazione dei Comitati di etica per uscire dall'impasse di una medicina rianimativa che può trasformarsi in accanimento terapeutico. Tuttavia le sue indicazioni sono gravate da una notevole ambiguità, quella stessa ambiguità che ancora non ci permette di definire in senso univoco la natura e i compiti dei Comitati di etica negli ospedali.

Secondo la Corte, infatti, una volta che la famiglia e il medico si fossero trovati d’accordo sulla sospensione delle cure, la questione doveva essere sottoposta a quell’organismo che la Corte chiama “Comitato di etica”. Ad esso, secondo la sentenza, era assegnato un solo compito: confermare che non c’era “nessuna ragionevole possibilità che Karen riemergesse dallo stato di coma ad un stato di piena coscienza”.

Sembra quindi trattarsi di una revisione tecnica, non etica, del caso presentato. Questo punto è decisivo, quando si voglia stabilire la fisionomia di un Comitato di etica ospedaliero: ha la funzione di rivedere fatti tecnici, medici (come ad esempio la prognosi), oppure deve valutare gli aspetti etici e i valori collegati ad una decisione, quale quella di sospendere le cure (una volta che la prognosi sia già stata stabilita)? La scelta dell’una o dell’altra funzione si riverbera immediatamente sulla costituzione del Comitato stesso, con la predominanza, nel primo caso, di esperti di scienze bio-mediche, e di scienze umane nel secondo. Inoltre la Corte sembra prevedere il ricorso al Comitato come una “liberatoria” da responsabilità di ordine penale.

Questa commistione tra ordine etico ed ordine giuridico contribuisce a rendere più confusa la fisionomia di un Comitato di etica ospedaliera.

Tuttavia, anche se apparentemente i Comitati di etica sono partiti con il piede sbagliato ― almeno per quanto riguarda la loro finalità ― sono stati tenuti a battesimo da una situazione clinica e umana di forte impatto. Karen ha legato il suo nome ai Comitati di etica, legittimandone con il suo dramma la necessità. Prima di affrontare i problemi specifici attinenti ai Comitati di etica, soffermiamoci ancora un momento

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su un altro caso esemplare, per circoscrivere più esattamente gli ambiti di applicazione dell’opera dei Comitati. Prendiamo ancora un fatto sanitario dai risvolti etici, che ha scosso l’opinione pubblica americana nella primavera del 1982. Una bambina (identificata al pubblico come Baby Doe”) era nata con sindrome di Down e con una fistola tra la trachea e l’esofago.

I genitori furono informati che il difetto poteva essere corretto chirurgicamente con “normale possibilità di successo”; se invece non si fosse intervenuti sulla fistola, questa avrebbe condotto ben presto la bambina alla morte per inanizione o per polmonite. I genitori, che avevano già due bambini sani, decisero che non si rifornissero alla bambina né cibo né il trattamento chirurgico, “lasciando che la natura facesse il suo corso”. La bambina morì sei giorni dopo la nascita, mentre i medici cercavano di ottenere dal tribunale un’autorizzazione a procedere chirurgicamente. I genitori furono incriminati.

Il caso di “Baby Doe” ci confronta con uno dei problemi più angoscianti che si presentano oggi nell’etica bio-medica: il trattamento dei bambini che nascono con gravi malformazioni. Il problema confina con le questioni di fondo relative all'aborto e all’eutanasia; ciò che permette di circoscriverlo è il fatto che il nodo dei conflitti si concentra attorno al bambino già nato, la cui vita dipende esclusivamente dall’intervento medico. La protezione e il sostegno della vita sono sempre e assolutamente giustificati?

C’è un punto oltre il quale possono rivolgersi contro il migliore interesse di colui a cui sono rivolti, diventando disumani? Tra i principi etici e gli interessi in conflitto, è possibile trovare un orientamento di soluzione?

La morale pubblica ufficiale ― quella rappresentata dalle leggi, dai codici deontologici, medici, dalle posizioni morali religiose ― afferma il principio della difesa della vita e inorridisce di fronte all’ipotesi spartana di lasciar morire i non adatti. Ma se si passa da ciò che si predica a ciò che si pratica, la divaricazione è notevole. È vero che sono pochi i casi in cui positivamente si decide di sopprimere un neonato o di lasciarlo morire con un procedimento di eutanasia passiva; tuttavia sempre più raramente l’assumersi il compito di far crescere un handicappato fisico o psichico profondo è considerato un valore. Socialmente prevale un atteggiamento contrassegnato dall’ipocrisia, per cui a un’affermazione formale di tutela della vita, in tutte le sue forme, non fa assolutamente riscontro un efficace sostegno alle famiglie che si trovano schiacciate dai problemi dell’assistenza, abbandonate in una società, in cui dominano incontrastati i modelli competitivi che non lasciano posto a chi si trova sotto lo standard, sprovviste di adeguati sussidi medico-pedagogici.

In una situazione come quella descritta, si crea un vortice di interessi in conflitto: del bambino, della famiglia, della società. Tra le diverse parti in causa, chi deve prendere la decisione se curare o lasciar morire un neonato gravemente malformato? Dal momento che il bambino non può decidere per se stesso, la decisione sulla vita spetta ad altri. Il medico ha più informazioni: può prevedere, ad esempio, la qualità di vita che spetta a un bambino affetto da “spina bifida”, o il decorso di una malattia a prognosi infausta. Nell’insieme i medici sono piuttosto inclini, per l'ethos professionale e per i possibili risvolti penali dell’omissione di trattamento, ad attenersi a una linea di intervento ad ogni costo. Dal momento che negare il trattamento è illegale (anche dare consigli o fare raccomandazioni ai genitori in tal senso può esporre il medico ad un processo con imputazione di concorso in omicidio), il medico, nel seguire l’eventuale desiderio dei genitori, non può rinunciare ad applicare misure eccezionali per salvare la vita del figlio anormale; col rischio, però, di sconfinare nell’accanimento terapeutico.

I genitori sono raramente in grado di decidere serenamente. Lo choc, insieme a sentimenti di colpa, vergogna e collera, li paralizza; tendono ad affidarsi al medico, pur sapendo che le conseguenze del trattamento o della sua omissione ricadranno su di loro. In questo contesto di incertezza e di smarrimento il ricorso a una istituzione come un Comitato di etica mostra tutta la sua valenza positiva. Non è auspicabile che il Comitato sia concepito come un’istanza etica superiore, alla quale medici e genitori possano, deresponsabilizzandosi, demandare le decisioni; ciò che gli si richiede è piuttosto di apportare un punto di vista più imparziale, offrendo un servizio di consulenza a coloro cui spetta il peso della decisione 10.

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Un’altra situazione tipica dello sviluppo bio-medico contemporaneo può ancora essere indicata come luogo da cui nasce un appello alla formazione di un Comitato di etica all’interno di una istituzione sanitaria: si tratta della ricerca che utilizza dei soggetti umani. Abbiamo già visto che l'allarme diffuso sulle possibili violazioni dei diritti umani nell’ambito della ricerca e delle sperimentazioni è stato il detonatore che ha fatto esplodere la denuncia contro le pratiche bio-mediche e ha indotto alla creazione di commissioni di etica a dimensione nazionale. Dopo le commissioni americane, anche il Comitato Consultivo nazionale francese è stato sollecitato ad esprimere il suo parere sui problemi etici della sperimentazione dei farmaci sull’uomo. Il documento, pubblicato nell’ottobre 1984, nei suoi contenuti non si discosta dai principi essenziali stabiliti da autorevoli prese di posizioni di organismi preoccupati della deontologia medica, come le dichiarazioni dell’Associazione medica mondiale 11. Anche secondo il Comitato francese, una sperimentazione dei farmaci sull’uomo, per rispondere alle esigenze dell’etica, deve essere preceduta da ricerche di laboratorio, in vitro e su animali; il bilancio rischi/benefici deve essere considerato accettabile dal soggetto; il paziente deve fornire un consenso libero e informato; non si possono tentare nuovi metodi terapeutici su un paziente, se questi non garantiscono un beneficio almeno equivalente alle tecniche già approvate.

Ma la novità più rilevante proposta dal Comitato Consultivo francese va ravvisata in una proposta operativa; l’istituzione di una rete di “Comitati di etica”, distribuiti su tutto il territorio nazionale, ai quali vanno sottomessi obbligatoriamente tutti i protocolli di ricerca con utilizzazione di soggetti umani. Tali Comitati dovranno esaminare tutti i problemi morali sollevati dalla ricerca nell’ambito della biologia, della medicina e della salute (anche la Dichiarazione dell’Associazione medica mondiale sulle ricerche bio-mediche prevede che “il progetto e l’esecuzione di ogni fase della sperimentazione riguardante l’uomo devono essere chiaramente definiti in un protocollo sperimentale, che deve essere sottoposto a un Comitato Indipendente nominato appositamente a tale scopo per pareri e consigli”).

L’innovazione dei Comitati di etica ha la possibilità di diventare, più che un organo di controllo e di repressione degli abusi, un aiuto positivo per il singolo ricercatore. Potrà assisterlo nei problemi etici che deve affrontare, in modo che le decisioni abbiano un carattere di collegialità e si instauri il costume della condivisione delle responsabilità. Questo aspetto partecipativo condizionerà fortemente il volto che potrà assumere la medicina di domani. Ovviamente il problema non riguarda tutti gli ospedali, ma quei presidii sanitari nei quali, oltre alla terapia, si conduce anche la ricerca, come possono essere gli Istituti di ricerca o i policlinici universitari.

Qual è la situazione dei Comitati di etica ospedalieri in Italia? La prima osservazione da fare è che nel nostro paese si registra un reale interesse verso questa nuova istituzione. C’è anche diffidenza e scetticismo, soprattutto negli ambienti medici; ma non si può negare la presenza di un desiderio di conoscerne il funzionamento, di valutarne le potenzialità e di predisporne l’utilizzazione. Tuttavia anche in coloro che sono più favorevolmente disposti si nota una certa prudenza, soprattutto di fronte alla prospettiva di una costituzione capillare di Comitati di etica nelle Unità Sanitarie e nei presidii ospedalieri. È troppo vivo in Italia il ricordo della vicenda dei consultori familiari. Stabiliti per legge nel 1975, non hanno portato i frutti sperati: perché paracadutati dall’alto, senza l’adeguata disposizione ad accoglierli che presuppone un’informazione e una richiesta; forse perché le modalità di funzionamento non sono state accuratamente collaudate; forse per l’estrema ideologizzazione delle istituzioni, prese nella spirale delle contrapposizioni tra pubblico e privato, religioso e laico. Forse per tutte queste cause insieme e altre ancora ... Sta di fatto che gli stessi fautori dei Comitati di etica ospedalieri suggeriscono di procedere con prudenza per non ricadere negli stessi errori.

Per adesso prevale il momento informativo, dando la precedenza al conoscere rispetto al fare. Vanno segnalate, in tal senso, le iniziative rivolte a stabilire bilanci dell’esperienza dei Comitati di etica ospedalieri a livello internazionale. Primo in ordine di tempo è stato il Simposio Internazionale svoltosi a Milano dal 23 al 25 maggio 1986, per iniziativa della Fondazione Internazionale Fatebenefratelli e del Centro Internazionale Studi Famiglia. Sono state ascoltate e

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valutate le esperienze statunitensi, canadesi e dei principali paesi europei; dei Comitati di etica sono stati esplorati i presupposti filosofici, antropologici, psicologici, giuridici, teologici 12. Anche nel corso dell’edizione 1986 della Rassegna “Milano Medicina” una giornata di studio, dedicata alla bioetica, ha preso in considerazione i Comitati di etica in ospedale, mettendo a confronto le esperienze europee con le prime realizzazioni italiane.

Tra i Comitati già attivi, il primato spetta a quello che si è costituito nell’ambito degli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano. L’iniziativa è partita da un gruppo di medici degli Istituti ostetrico-ginecologici “Luigi Mangiagalli”, già nel 1984, La loro richiesta riguardava un Comitato che fosse preposto alla valutazione etica di alcune pratiche connesse con la sperimentazione in campo umano e fetale (amniocentesi precoce, fetoscopie, prelievo di villi coriali, ecc.), a loro parere non scevre da rischi. Nel settembre 1985 veniva deliberata la costituzione di un “Comitato Paritetico per la valutazione etica della sperimentazione in campo umano e fetale”. L’ambito di intervento del Comitato, sempre con carattere consultivo, è stato individuato nel riferimento ai seguenti problemi: la sperimentazione clinica con finalità di ricerca su soggetti ammalati; il comportamento clinico-terapeutico nei confronti di pazienti con affezioni non guaribili o terminali; la soppressione della coscienza nel controllo del dolore; la regolazione della procreazione con metodi contraccettivi pericolosi per la possibilità di eventuali gravidanze future: la valutazione critica delle cure prestate in un ospedale.

Un secondo Comitato di etica già istituito e operante è quello dell’istituto Scientifico H. San Raffaele, di Milano. A norma di regolamento, il Comitato è chiamato a definire questioni etiche connesse con le attività scientifiche. assistenziali, didattiche e amministrative dell'istituto. In pratica, ha il compito di valutare gli aspetti etici della sperimentazione farmacologica, della ricerca biologica e medica generale; di valutare le decisioni cliniche degli interventi terapeutici, delle scelte didattiche e delle decisioni economico-amministrative nei momenti in cui sono in gioco delicate questioni morali. Quanto alla composizione del Comitato, ne fanno parte, oltre ad esperti di discipline medico-biologiche, anche un giurista, un teologo, un esperto di deontologia medica e uno psicologo.

Tra i Comitati in via di costituzione ne è stato annunciato uno presso la facoltà di medicina dell’Università Cattolica, a Roma, con il compito esclusivo di sopraintendere agli aspetti etici della ricerca clinica e farmacologica.

La riflessione sviluppatasi sull’esperienza dei Comitati di etica ospedalieri ci permette di ricondurre questo sviluppo così prolifico e multiforme di iniziative entro il quadro di alcuni modelli. Seguendo l’analisi fatta da Robert M. Veatch 13, possiamo distinguere quattro tipi generali di Comitati, a seconda delle funzioni che vengono loro attribuite. In primo luogo, i Comitati che valutano i risvolti etici delle decisioni di ordine clinico, riferite a singoli casi. Loro compito è quello di portare un giudizio sulla appropriatezza delle cure, arrivando a decidere se sono ragionevoli o no, ordinarie o straordinarie, proporzionate o no. Questo tipo di Comitato può essere chiamato in causa quando si tratta di decidere se sospendere o proseguire le cure nel caso specifico: per esempio, se staccare o no il respiratore artificiale in pazienti in coma irreversibile.

Un secondo modello è quello di un Comitato chiamato ad occuparsi di decisioni etiche e politiche di livello più generale: per esempio, i Comitati per la protezione dell’essere umano nella ricerca bio-medica (il Comitato potrebbe deliberare se permettere o no una determinata ricerca, anche se il paziente è consenziente, in quanto troppo pericolosa o inutile) o per la distribuzione delle risorse limitate (il Comitato potrebbe essere coinvolto quando si tratta di stabilire criteri di priorità tra diversi pazienti bisognosi di emodialisi, o per decidere su quali potenziamenti delle istituzioni dirottare le risorse).

Un terzo tipo di Comitato può essere definito come “Comitato di consulenza”, con la funzione specifica di offrire consulenza e sostegno a chi deve prendere decisioni difficili: tanto ai medici, quanto ai pazienti e ai loro familiari. Deve essere composto prevalentemente da persone esperte nel “counseling”: psicologi, assistenti sociali, sacerdoti, esperti ai etica. Un tale Comitato, specialmente se rappresentativo della sensibilità morale della comunità, potrebbe costituire la giusta cassa di risonanza per dubbi degli operatori sanitari.

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Una funzione particolare dei Comitati è quella di confermare una prognosi, conformemente a quanto prospettato nella sentenza relativa al caso Quinlan. Decidere sulla prognosi di un paziente può non essere una questione esclusivamente tecnica. Sempre più ci si rende conto che il confine tra fatti e valori è incerto. Il Comitato di prognosi, con la partecipazione di persone che non siano esclusivamente degli esperti in senso tecnico, permette di evitare di dipendere dalla valutazione di prognosi di un singolo medico. Tuttavia, riguarda alla funzionalità di un Comitato di etica così concepito, valgono le riserve fatte sopra.

A questi quattro modelli, identificati da Veatch, ne aggiungono un quinto, caratteristico di ambienti in cui prevalgono delle preoccupazioni di natura confessionale. Compito di Comitati di etica di questo genere è la difesa dell’identità delle istituzioni, contribuendo a chiarire quali pratiche sanitarie siano conciliabili o inconciliabili, dal punto di vista etico, con l’ideologia religiosa alla quale l'istituzione si richiama. Pensiamo, in concreto, a un ospedale religioso e al conflitto che si origina quando ciò che viene richiesto (per esempio pratiche di interruzione della gravidanza, fecondazione artificiale, sterilizzazione, eutanasia) è in contrasto con la morale a cui l’istituzione aderisce. Come modello concreto, possiamo riferirci al Comitato di etica costituito, e da anni operante, nell’ospedale San Juan de Diós di Barcellona. Il Comitato risulta composto da membri d’ufficio (il superiore della comunità religiosa a cui appartiene l’ospedale, un esperto di etica, un rappresentante della pastorale ospedaliera, il direttore sanitario) e da membri numerari (due medici dell’ospedale, un rappresentante del servizio infermieristico, un rappresentante dell’area non assistenziale). Altri membri “ad casum” possono essere aggiunti, secondo i problemi presi in considerazione.

Le funzioni attribuite al Comitato sono tre: decidere nelle questioni strettamente etiche; dar pareri in quelle nelle quali possono essere implicati dei problemi etici; promuovere iniziative di formazione e informazione relativamente a problemi etici. La differenza tra le due prime funzioni è essenziale. Essendo l’organismo creato appositamente per vigilare sull’identità cattolica dell’ospedale, il Comitato rivendica un potere decisionale quando sono in questione pratiche che contraddicano la morale cattolica (azioni eutanasiche, interruzioni della gravidanza, pratiche contraccettive, situazioni in cui possa essere compromessa la libertà di coscienza, problemi di discordanza flagrante tra l’indicazione terapeutica e l’accettazione familiare). La seconda funzione, invece, rispetto alla quale il Comitato può essere interpellato in via consultiva, si riferisce a situazioni in cui la considerazione dei valori etici può arricchire una determinata problematica (pensiamo ai problemi di umanizzazione dell’ospedale, a quelli dei rapporti interpersonali e interprofessionali, alle questioni relative al lavoro, come contrattazioni, retribuzioni, promozioni). Senza, tuttavia, che il Comitato sostituisca le funzioni esecutive e di governo che spettano alle istituzioni apposite dell’ospedale.

La fisionomia di questo tipo di Comitato di etica, che si iscrive dentro la logica di una istituzione confessionale, può essere resa problematica dal pluralismo circa l’interpretazione, all’interno dello stesso mondo di appartenenza, del ruolo e della funzione delle norme etiche. L’osservazione si applica anche a un mondo relativamente omogeneo come quello della Chiesa cattolica: esistono approcci significativamente diversi nel concepire il rapporto tra le norme ecclesiastiche e le concrete decisioni di etica medica, nonché circa il ruolo che spetta alla coscienza 14.

Qualsiasi forma assuma, un Comitato di etica non sembra predestinato ad una vita facile. Verrà inevitabilmente a trovarsi al centro di un vertice, costituito da concezioni ideologiche, politiche e istituzionali non riconducibili a unità.

Non sarà certamente la panacea del malessere pluriforme che travaglia la pratica della medicina; tuttavia potrà contribuire in modo singolare ad affrettare l’avvento di una medicina dal volto umano. Ancor più: l’azione dei Comitati di etica potrà valicare l’ambito delle pratiche bio-mediche e costituirsi come momento formativo per un’educazione al giudizio etico in generale. Proprio l’impatto delle nuove pratiche in sanità e dei nuovi problemi può avere un benefico effetto dirompente rispetto ad una morale concepita come semplice ricezione passiva di valori e modellamento del comportamento su standard prefissati.

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I nuovi problemi che sorgono in campo bio-medico non hanno lo svantaggio di altri aspetti dell’etica, già più volte arati in tutti i sensi dal dibattito filosofico e teologico, gravati dal peso della tradizione che ha già formulato i suoi giudizi di accettazione o di condanna.

Ciò che viene penalizzata è la creatività necessaria perché il giudizio etico diventi davvero un prodotto umano.

La “formulazione morale” è troppo spesso concepita come la trasmissione dei giudizi morali elaborati dalle generazioni precedenti, ai quali le nuove sono invitate a uniformarsi. Ai nostri giorni, inoltre, bisogna registrare anche una collusione perversa tra questo tipo di formalismo morale e il linguaggio telematico, che costituisce l’ambiente naturale nel quale siamo immersi. Questo linguaggio è quello del 0-1, del “sì” e del “no”, con l’esclusione del “forse”.

È universalmente deprecato che oggi vengano formate persone che sanno usare le macchine, ma che non sanno pensare. Questa carenza è fatale in campo etico, in quanto la semplice osservanza delle regole morali, considerate come regole di procedimento, non basta a creare il comportamento moralmente buono. Non si tratta d’imparare ad associare “giusto” o “sbagliato” a determinate risposte, saltando il momento creativo della “produzione” di etica.

I Comitati di etica possono svolgere una funzione socialmente utile anche da questo punto di vista, costituendosi come laboratorio di formazione al giudizio etico. La riflessione etica che in essi si esercita, in clima di ricerca, di tolleranza e di ascolto reciproco, può diventare uno strumento pedagogico di formazione della coscienza, e quindi un fattore di umanizzazione.

Il pluralismo sarà d’obbligo in una riflessione etica di questo genere: non possiamo illuderci che un Comitato possa giungere a conclusioni da tutti unanimemente considerate valide e obbliganti. Non potrà perciò produrre regole che valgono per tutti. Ma sarà già un risultato considerevole sviluppare, tutti insieme, una sensibilità che ci permetta di riconoscere i problemi etici nell’ambito della salute e delle scienze della vita, di risolvere quelli che è possibile risolvere, e di imparare a vivere con quelli che non ammettono soluzioni.

SUMMARY

S. Spinsanti: The ethics committees: social and pedagogie functions

After having analized the reasons for refusing ethics in medicine, the author considers the institution of ethics committees as a way to reinstate ethics in the bio-medical practice. Afterwards the various types of committees are taken in consideration: national committees (in particular, the two temporary committees established in the U.S.A. and the French Consulting Committee), ethics committees for research and hospital committees. While tracing the final results of the experiences gained, particular attention is given to the pedagogie possibilities connected with the ethics committees, so as to increase the capacity of exercising ethical judgement.

RÉSUMÉ

S. Spinsanti: Les comités d’éthique: fonction sociale et pédagogique

Après avoir analysé les raisons du refus de l’éthique en médecine, l’Auter considère l’institution des comités d’éthique en tant que moyens pour réintroduire le souci éthique dans la pratique biomédicale. On y prend en considération successivement les différentes formes de comités: comités nationaux (en particulier, les deux comités temporaires institués aux Etats-Unis et le comité consultatif français), comités pour l’éthique de la recherche et comités hospitaliers.

En traçant le bilan des expériences en cours, l’Auteur prête une attention particulière aux possibilités pédagogiques relevant des comités d’éthique, dans le but d’augmenter la capacité d’exercer le jugement éthique.

NOTE

1 R. Savatier, “Deontologie", in Encyclopaedia Universalis, Paris 1971, vol. V, pp. 436-439.

2 Una raccolta della codificazione relativa alla pratica medica è fornita dal volume Documenti di deontologia e etica medica (a cura di S. Spinsanti), Cinisello, 1985.

3 È la posizione rappresentata da M. Barni-G.A. Norelli, L’insegnamento dei diritti dell’uomo: tra etica e dentologia medica, in Federazione medica XXXVII, 1984 n. 1 pp. 83-85. Trattandosi di una relazione ufficiale alla XXXV Assemblea Medica Mondiale, nella giornata di studio dedicata all’etica medica (Venezia, 28 ottobre 1983), la posizione può essere considerata rappresentativa del mondo medico italiano. La tesi sostenuta è che, essendo la deontologia la disciplina di quanto realizza un dovere per il medico, “anche i princìpi che si ispirano all’etica e alla morale medica devono essere in essa ricompresi”; alla deontologia va ricondotto “ogni argomento che ispiri ed obblighi un «giusto» comportamento professionale”. La preoccupazione concreta che trapela dietro la difesa della portata onnicomprensiva della deontologia è quella che non venga introdotto un insegnamento autonomo dell’etica medica, accanto a quello della medicina legale: “È alla medicina legale, in estrema sintesi, che spetta il compito di insegnare la deontologia medica, e quindi l’etica medica che in essa si esprime”.

4 In questi termini ne abbiamo parlato in occasione del convegno sull'etica medica organizzato dall’istituto Italiano di Medicina Sociale a Roma il 12 aprile 1983. Gli atti, L’etica medica, Roma 1983, sono stati pubblicati a cura dello stesso Istituto.

5 Cfr. Documenti di deontologia..., cit., p. 36.

6 C. Iandolo, L’etica medica negli anni 80, in L’etica medica, Roma 1983, pp. 17-27.

7 Da inchieste condotte in diversi paesi risulta che tra gli studenti di medicina l'emorragia di idealismo lungo la strada della formazione è più vistosa che altrove: “All’inizio dei suoi studi lo studente si sente chiamato ad aiutare l’ammalato, ma alla loro conclusione è diventato uno che raramente, come nessun membro di altri gruppi studenteschi, nutre pensieri di preoccupazioni per gli altri uomini”. (H. Küng, Vita eterna?, Milano 1983).

8 Cfr. M.S. Yesley, La tâche accomplie par la Commission pour la protection des sujets humains, in AA.VV, Médecine et Expérimentation, Les Presses de l’Université de Laval, Québec 1982, pp. 195-209.

9 Cfr. A.R. Jonsen e J.V. BradyL’éthique en recherche: l'expérience des États Unis, in AA.VV., Médecine et Expérimentation, cit. pp. 211-231.

10 Le possibilità offerte da un comitato di questo genere sono valutate da un articolo, apparso su Pediatrics (1986, 78, 566 ss), che stabilisce il bilancio dell’attività del comitato di bioetica dell’ospedale pediatrico di Pittsburgh, negli Stati Uniti. Il Comitato offre un servizio di consulenza su casi singoli. In dodici anni di attività, almeno il 30 per cento dei medici operanti nell’istituto ha richiesto almeno una volta il parere del comitato, che ha valore consultivo. L’intervento è stato apprezzato tanto dai medici, quanto dai genitori, perché ha rivestito una funzione di sostegno esterno, in occasioni particolarmente difficili. I quesiti più frequentemente sottoposti al comitato hanno riguardato soprattutto casi di ventilazione assistita e valutazione dell’opportunità di instaurare o proseguire programmi di nutrizione parenterale totale.

11 Si veda soprattutto la Dichiarazione sulle ricerche biomediche redatta inizialmente nel 1962, modificata a Helsinki nel 1964 e sottoposta ulteriormente a revisione a Tokyo nel 1975: S. Spinsanti (a cura), Documenti di deontologia..., cit., p. 39 ss.

12 Un volume, che raccoglie buona parte delle relazioni del simposio, è in corso di stampa presso le edizioni Paoline (I comitati di etica negli ospedali). La rivista “Famiglia Oggi” ha pubblicato un supplemento con una sintesi dei lavori dello stesso simposio, (nel nr. 23, settembre/ottobre 1986).

13 Robert M. VeatchHospital Ethics Committees: Is There a Role?, in The Hastings Center Report, Dec. 1983, pp. 22-25.

14 Una chiara esemplificazione di questa affermazione si può trovare nell’art. di B. HäringReligious Directives in Medical Ethics, Roman Catholic Directives, in Encyclopedia of Bioethics, Washington 1978, vol. IV, 1431-1435. L’illustre moralista istituisce un confronto istruttivo tra le Direttive etiche e religiose per le istituzioni sanitarie cattoliche emanate dai vescovi degli Stati Uniti nel 1971 e l’analoga Guida Medico-morale dei vescovi canadesi del 1970, pur trattando le stesse questioni (pratiche contraccettive, sterilizzazione, masturbazione per analisi dello sperma, inseminazione artificiale, gravidanza ectopica), il ruolo attribuito al giudizio e alla decisione dell’operatore sanitario sono diversi: secondo le direttive statunitensi, le decisioni mediche sono una diretta applicazione delle norme ecclesiastiche e viene esclusa qualsiasi forma di pluralismo dottrinale, mentre quelle canadesi riconoscono una differenza tra il livello della norma e quello della concreta decisione. Secondo Häring, le norme “sono formulate in un modo che riflette il presente consenso, ma permette e incoraggia la libertà e la responsabilità personale in materia di legittimo dissenso”. È prevedibile che queste ed altre divergenze di natura teologica ed ecclesiale si traducano in tensioni all’interno di Comitati di etica di ospedali cattolici.

I comitati di etica

Sandro Spinsanti

I comitati di etica: funzione sociale e pedagogica

in FPM - Giornale Italiano per la Formazione permanente del Medico

anno XV, n. 2, luglio 1987, pp 118-134

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I COMITATI DI ETICA: FUNZIONE SOCIALE E PEDAGOGICA

Dopo aver analizzato i motivi del rifiuto dell’etica in medicina, l'A. passa a considerare l'istituzione dei comitati di etica come via per il reingresso della preoccupazione etica nella pratica bio-medica. Vengono prese in considerazione successivamente le diverse forme di comitati: comitati nazionali (in particolare, i comitati temporanei istituiti negli U.S.A. e il comitato consultivo francese), comitati per l’etica della ricerca e comitati ospedalieri. Nel tracciare il bilancio delle esperienze in corso, viene prestata particolare attenzione alle possibilità pedagogiche connesse con i comitati di etica, al fine di incrementare la capacità di esercizio del giudizio etico.

Parole chiave: Bioetica; Comitati di etica; Pedagogia Medica.

Key words: Bioethics; Ethics Committees; Medical Pedagogy.

Il ruolo svolto dai comitati di etica non può essere pienamente compreso se non partendo da una constatazione; fino a pochi anni fa, l’etica sembrava rilevante per i comportamenti della vita privata e per alcuni aspetti della vita sociale (come la guerra, la giustizia sociale, lo sviluppo), ma era stata completamente evacuata dall’ambito della prassi medica. Oggi invece la questione etica riferita alla biologia e alla medicina è diventata un “topos” tra i più caratteristici del dibattito culturale: oltre a straripare nei mass-media, citata a proposito e, talvolta, a sproposito, ha acquistato la dignità di disciplina accademica col nome di “bioetica”. L’etica medica ci si presenta come uno di quei vecchi cavalli sui quali nessuno è disposto a scommettere un soldo, che improvvisamente ha una risposta inaspettata e si rivela come un cavallo vincente.

Molti fattori hanno contribuito al successo. In questo contesto vogliamo mettere in evidenza il contributo di primissimo piano che hanno dato i comitati di etica alla riemergenza della questione etica in campo biomedico. Tuttavia, per aver presente la vicenda nelle sue articolazioni più importanti, bisognerà partire dal rifiuto dell’etica in medicina: i motivi con i quali è stato giustificato e gli atteggiamenti emotivi, anche inconsci, che l’hanno alimentato.

Prima che avesse luogo la svolta a cui abbiamo accennato, l’atteggiamento più diffuso tra i sanitari era quello di difesa nei confronti di un’interferenza sentita come un’ingerenza indebita. Là dove tale atteggiamento ancora persiste, l’etica viene respinta con varie argomentazioni. La più frequente è l’appello a una concezione scientifico-positivista e tecnologica della medicina. Si presume che la scienza, compresa quella medica, si sviluppi in regime di obiettività e abbia a che vedere solo con i fatti; è interesse della scienza tenersi lontana da ogni commistione con le ideologie: i dibattiti sulle idee vanno lasciati ai filosofi e agli avvocati! Anche se la massiccia fede positivistica del XIX secolo si è da tempo dissolta alla luce della epistemologia e della filosofia della scienza contemporanea, la concezione di una scienza medica indipendente dai valori continua a motivare il rifiuto dell’etica. L’inizio dell’era tecnologica in medicina sembra aver radicalizzato la tendenza.

Ancor più polemica contro ogni idealizzazione della professione è la rappresentazione della medicina come forma di artigianato; magari dotata delle più sofisticate tecnologie moderne, ma in sé niente di più che un abile artigianato. In quest’ottica, essere un “buon” medico equivale a fare “bene” il proprio lavoro, valutando tale bontà con il criterio dell’efficienza e della qualità della prestazione tecnica. Posizioni di questo genere sono riconducibili al cosiddetto “codice Hemingway”: secondo lo scrittore, infatti, una delle ripercussioni sulla vita morale delle situazioni in cui non si vede via di uscita ― quella a cui si riferisce più specificamente è il carnaio della guerra di Spagna, descritto nel romanzo “Per chi suona la campana" ― è quella di portare a concentrare tutto il proprio impegno nel fare ciò che si fa così come deve essere fatto, astraendo del tutto la questione dal suo significato (combattere “bene” è tutto l’ideale morale del combattente, mettendo completamente tra parentesi la domanda circa il

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perché si combatte; di qui il consiglio che riceve il protagonista del romanzo: “quando spari non pensare che spari a un uomo, ma che colpisci un bersaglio!”).

Mentre la prima ragione del rifiuto dell’etica può essere etichettata come scientismo, la seconda può esserlo come efficientismo. La medicina si presta a una interpretazione efficientistica, in quanto evoca spontaneamente un ambito in cui il primato non spetta al pensare, ma al fare; in cui si è chiamati a rimboccarsi le maniche e a mettere le mani in pasta, piuttosto che a prendere le distanze e a riflettere. I risultati della medicina si misurano nelle guarigioni: queste monopolizzano tutto l’interesse del sanitario. “L’essenziale è guarire: tutto il resto non conta”, si sente spesso ripetere da parte di chi opera nella sanità. Lo slogan serve a giustificare sia le grossolane o sottili trasgressioni che avvengono nella prassi medica e ospedaliera ai danni dei diritti del malato, sia la programmatica esclusione di ogni preoccupazione di ordine morale.

Un’altra motivazione con cui viene sostenuto il rifiuto dell’etica è l’affermazione della sua inutilità, avendo già il medico nel diritto codificato e nella deontologia professionale tutto ciò di cui ha bisogno per risolvere le situazioni conflittuanti. È ben vero che il riferimento dentologico occupa nella pratica della professione medica un ruolo indubbiamente maggiore rispetto a quanto avviene nelle altre professioni. Nella storia della professione medica è emersa precocemente la convinzione che fosse opportuno codificare non solo le conoscenze relative alla patologia e alla terapia, ma anche le regole relative al comportamento che il medico deve tenere con il paziente. Indicazioni sul comportamento corretto sono frequenti nei trattati medioevali in medicina. Non mancano neppure abbozzi di una regolazione dei rapporti con gli altri medici, all’interno della professione. Col tempo si è formato un corpo di regole pratiche che costituiscono ciò che potremmo chiamare la “etichetta” medica. A partire dal secolo XIX, questo corpo precettistico sarà a più riprese codificato nei codici deontologici.

Nella deontologia confluiscono tanto l’ethos filantropico che affonda le sue radici nella tradizione ippocratica, quanto le norme che regolano il comportamento dei medici tra di loro e coi pazienti.

Le norme non sono dedotte da un’etica, religiosa o laica che sia, ma derivate da un corpo sociale intermedio tra lo stato e l’individuo, con cui il medico si identifica: il gruppo professionale. La codificazione del comportamento serve agli interessi del gruppo; e indirettamente a quelli degli utenti dei servizi medici.

La deontologia comprende un insieme specifico di doveri (il termine significa appunto, etimologicamente, “scienza dei doveri”), ai quali sono tenuti i membri di una professione, diversi da quelli imposti dalla legge o derivanti dall’etica alla quale l’operatore sanitario personalmente si riferisce.

Sono i doveri che derivano dal fatto di esercitare una determinata professione 1. Aderendo alla professione, i membri del gruppo si impegnano a rispettare le norme ritenute essenziali per il buon esercizio della professione stessa. Le norme deontologiche sono, dunque, più che un semplice regolamento: le si potrebbe chiamare uno “spirito” comune, che deriva da una percezione collettiva dell’attività svolta, del senso di questa attività e del suo articolarsi con l’organizzazione sociale.

Questo riferimento alla deontologia, al suo significato e alla sua funzione, va tenuto presente per capire l’appassionato richiamo ad essa da parte dei medici. Essi additano con legittima fierezza il “corpus” deontologico, notevole per mole e per valore morale, costituito da prese di posizione da parte di organismi professionali e assemblee autorevoli, nazionali e internazionali: giuramenti, codici, dichiarazioni, carte dei diritti, raccomandazioni 2.

Nella deontologia si esprime completamente, secondo alcuni medici, tutta la preoccupazione per il “giusto” comportamento professionale, esaurendo così l’ambito della normatività in medicina. In nome della deontologia molti sanitari si sentono autorizzati a respingere qualsiasi riflessione etica sulla pratica medica. Ammettono, semmai, che la deontologia possa venire ampliata e potenziata, inglobando tutto ciò che si presenta come un dovere per il medico: sia che derivi da norme del diritto positivo che da esigenze etiche, da fattori consuetudinari o da quelli validati come correttezza professionale 3.

È legittimo supporre che le argomentazioni con cui viene esplicitamente sostenuto il rifiuto dell’etica in campo bio-medico non esauriscano tutta la resistenza contro di essa. Oltre ai motivi razionali che inducono a

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respingerla lontano dal letto del malato o dai laboratori del ricercatore, esistono dei motivi che affondano le radici in un atteggiamento difensivo alimentato da un’emotività più o meno consapevole. Possiamo parlare di fantasmi, o di paure inconsce 4. La più corposa è la paura del “prete”, che cioè colui che introduce e rappresenta l’etica sia un “dogmatico”. L’insegnamento dell’etica medica si risolverebbe in tal caso nella trasmissione di un sapere costituito, elaborato in altra sede ― la sede, per l’appunto, dove le istituzioni totalitarie forgiano le loro certezze ― e venga poi trasmesso nell’ambito della formazione medica. E che quindi, in pratica, l’etica medica venga ad essere una specie di colonizzazione della coscienza e dell’operato del medico ad opera di un’istanza esterna.

Assumiamo qui il termine “prete” in senso molto estensivo, includendo tutte le forme di dogmatismi, non solo quelli religiosi. Esistono le certezze che si fondano sulle dottrine rivelate e le certezze che si fondano sui dogmi di stato. Non è per caso che nell’ambito europeo le uniche istituzioni che prevedono l’insegnamento dell’etica obbligatorio per tutti gli studenti di medicina sono alcune università cattoliche (Roma, Lovanio, Cork e poche altre) e le Università della Repubblica Democratica Tedesca, dove l’etica medica viene insegnata alla luce della dottrina ufficiale di stato, il marxismo-leninismo. Secondo quest’ultima forma di dogmatismo, c’è una medicina buona, quella che è conforme alla dottrina socialista, e una medicina cattiva, che è la medicina borghese...

Nelle pubblicazioni accademiche di paesi socialisti si incontrano attacchi sistematici alla medicina borghese, alla quale viene contrapposta la medicina veramente “scientifica”, cioè quella che si basa sull’interpretazione marxista-leninista della realtà.

L’etica marxista è incorporata sistematicamente nella medicina, determinandone le scelte e gli orientamenti. Troviamo un riscontro di questa imposto nel 1971 a tutti i medici russi. Il modello tradizionale del giuramento ippocratico è abbandonato, per dare rilievo al significato politico del gesto. Al posto del dovere umanitario e filantropico nei confronti del singolo paziente, subentra l’impegno del medico e servire gli interessi della società. Il giovane medico si

impegna ad esercitare là dove la società ha bisogno della sua opera e ad aderire internamente ai principi marxisti e all’etica comunista che regolano la società: “Giuro ... di lasciarmi guidare in tutte le mie azioni dai principi della morale comunista, di ricordarmi sempre dell’alta vocazione del medico sovietico e della responsabilità nei confronti del popolo e del governo sovietici” 5.

La paura del “prete”, vale a dire la paura di soggiacere a chi si fa tramite della comunicazione di certezza dogmatiche, in concreto per noi in Occidente non è tanto riferita alla prevaricazione da parte di ideologie totalitarie socialiste, quanto piuttosto alla “colonizzazione” di tipo religioso. C’è un precedente storico, che è un dato di fatto: l’etica medica ha come antenato immediato la morale medica cristiana, che è stata elaborata tempestivamente man mano che si configurava l’accelerazione del progresso della medicina e ne derivava una divaricazione tra quello che è possibile fare in campo biomedico e quello che è lecito od opportuno fare. Proprio in questo momento dell’accelerazione, contestualmente alle prime massicce applicazioni della tecnologia alla medicina, è nata in ambito cattolico una riflessione che ha avuto una grande e autorevole voce in Pio XII, e che ha portato all’elaborazione di una precisa morale medica.

Scopo di questa morale era l’applicazione, nel campo dei problemi di coscienza che sorgono nella prassi medica, della visione antropologica ed etica derivante dal sistema dottrinale cristiano, fondato su una rivelazione divina. La finalità è quella di normare il comportamento dei credenti, di portarli ad essere consoni con la morale della Chiesa.

Questa morale medica insegnata dai teologi, ed elaborata alcune volte anche piuttosto maldestramente, è stata veramente così invadente, così prevaricatrice, da giustificare atteggiamenti di chiusura diffidente? Personalmente non sono di questa opinione. Condivido piuttosto la formula di J.F. Malherbe, secondo il quale tra morale medica e medicina si è stabilita una “coesistenza non interattiva”. La normazione del comportamento dei medici credenti e dei fedeli cristiani è stata più velleitaria che reale. Resta comunque il fatto che una delle paure maggiori è quella che qualcuno,

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intervenendo dall’esterno della medicina, obblighi o violenti la coscienza del medico, influenzandola in modo prevaricatore, nel senso di sottometterla a regole precostituite.

È possibile individuare una seconda paura che serpeggia nel mondo medico e ispira il rifiuto di tutto ciò che non si presenti con il paludamento della “scienza”: quella dello psicologo. La paura nei confronti dello psicologo è seconda soltanto a quella verso il dogmatico. Negli ambienti medici lo psicologo è considerato come una terapeuta poco serio, che si occupa dei “resti scomodi” della medicina: mentre il medico tratta i malati veri, lo psicologo si occupa di quelli che, secondo il medico, “non hanno niente”...

Se il punto di vista che suscita in questo caso perplessità e resistenza presso i medici è quello che si prefigge di sbrogliare la matassa relazionale che si instaura là dove un malato interpella il medico e devono essere elaborate delle decisioni conflittuali. Costantino Iandolo designa questo punto di vista come “etica medica clinica” 6. In questo caso chi rappresenta l'etica medica non è tanto qualcuno che trasmette un sapere precostituito e dogmatico, quanto piuttosto un facilitatore del processo decisionale, nel senso di favorire la consapevolezza e la coscienziosità del processo stesso. È questa connotazione fortemente psicologica dell’etica che rende sospettosi alcuni oppositori in campo medico. Si mettono in guardia per evitare che, attraverso il varco dell’etica medica, entrino nell’ambito del positivismo della scienza medica i turbamenti e le indeterminatezze della psiche.

Un’altra paura ancora ha nutrito la resistenza all’ingresso dell’etica nel campo bio-medico: la paura del filosofo. Esiste tra gli operatori, biologi e medici, un aspetto pregiudiziale verso tutti coloro che “parlano” la realtà, invece di agire. Il filosofo è considerato dagli scienziati, per antonomasia, come colui che parla. Nel campo dell’etica medica il filosofo è colui che pone delle questioni scomode: che cos’è che conferisce un carattere etico ad un’azione, e soprattutto: su che cosa si fonda un’etica? Qual è il criterio che ci permette di discriminare ciò che è bene e ciò che è male? Al filosofo compete la ricerca del fondamento dei giudizi etici, ponendo gli interrogativi che si è convenuto di chiamare “questioni meta-etiche”, cioè di fondazione dell’etica, ed esplorando l’interrelazione tra meta-etica e giudizi etici pratici.

Non che il compito del filosofo sia quello di distribuire certezze. Piuttosto, il filosofo sottopone a un’analisi critica i fondamenti dell'etica. In concreto: il “non uccidere” come imperativo etico non lo posso trasmettere a nessuno, usando argomenti convincenti per obbligarlo a farlo proprio; posso, però, meta-eticamente, analizzare su che cosa si fonda la certezza? E ancora: come si è formata la coscienza che fa proprio l’imperativo? Quali sono le tappe costitutive del suo sviluppo storico e individuale? Come si articola questa certezza morale del non uccidere con le decisioni mediche concrete? Quando, in concreto, si giunge alla determinazione di staccare dal respiratore un malato in coma depassé, si tratta di un atto che può essere qualificato come omicidio? Ecco alcune vie possibili di articolazione tra le decisioni operative concrete e il fondamento etico. Oppure, ancora: dire una bugia al malato, o dissimulare la verità della diagnosi, è mentire o no? Si può mentire con l’intenzione di fare del bene? Questo è il tipo dei problemi che hanno bisogno di una chiarificazione filosofica, qualunque sia poi l’indirizzo filosofico a cui si aderisce (il fondamento del giudizio etico può essere di tipo fideistico, o razionalistico, ovvero di tipo utilitaristico, come sta prevalendo nella bioetica elaborata negli Stati Uniti).

Del filosofo si ha paura in quanto si teme che potrebbe portare nella medicina, che ha maturato il suo statuto scientifico facendo ricorso al positivismo, delle problematiche contro le quali i medici si sentono vaccinati. La filosofia è sospettata di essere il tramite di una violenza dì tipo particolare, quella dell'ideologia. Certamente l’etica è un prodotto dell’ideologia. Non soltanto quella che voglia essere etica medica “cattolica” o “comunista”, e quindi con delle qualificazioni aggettivali che la legano a una determinata Weltanschauung; più radicalmente, anche l’ethos ippocratico tradizionale e ia deontologia professionale sono ideologici, nel senso di essere al servizio di certi interessi, e perciò di mostrare una parte della realtà e contemporaneamente di nasconderne un’altra.

Ma la scienza non è essa stessa un prodotto dell’ideologia? La pretesa che la nostra conoscenza

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attinga ciò che vale “semper et ubique”, come non esiste con il bene, così non esiste neppure per il vero; neppure per il vero scientifico. Gira per le università americane una “boutade” attribuita a un docente di medicina, il quale direbbe agli studenti: “La metà di quello che vi insegnamo oggi è sbagliato; purtroppo, non sappiamo dirvi quale metà ...”

Quello che costituisce la scienza non è epistemologicamente un sapere “semper et ubique” valido, bensì il metodo della ricerca della verità. Ciò vale anche per l’etica: cioè per la ricerca del bonum, non solo per quella del verum. Anche l’etica è una riflessione metodica, vale a dire condotta con metodo, e sistematica, in vista di un agire responsabile. L’etica non mira al raggiungimento del bonum in assoluto, ma del bonum umano che si coniuga con l’agire con responsabilità; vale a dire con la conoscenza della conflittualità che si sviluppa nelle situazioni concrete della vita.

Purtroppo in Europa, per la nostra tradizione storica, noi abbiamo portato nell’etica la violenza dell’ideologia. Verso chi parla di etica si forma, perciò, un sospetto pregiudiziale, in quanto considerata sinonimo di intolleranza, cioè di imposizione agli altri della propria visione. Non si sa accettare la fluidità, l’indeterminatezza, che invece è costitutiva dell’etica. Il filosofo, considerato come costruttore di sentieri obbligati per la verità, può assurgere a nemico della vita.

Da ultimo vogliamo menzionare un’altra paura ancora, che contribuisce al rifiuto dell’etica: la paura del “moralista”. Con questo termine non intendiamo il cultore della filosofia o della teologia morale, bensì colui che, in senso molto riduttivo, “fa la morale” agli altri. Nel caso della pratica medica, si comporta da moralista colui che ama richiamare i medici e il personale sanitario agli ideali umanitari e filantropici tradizionalmente connessi con le professioni terapeutiche, accusandoli di allontanarsi da essi in modo più o meno vistoso. Anche l’esaltazione della professione medica, considerata come “missione”, conduce allo stesso risultato: confrontato con un modello troppo idealizzato ― qualcuno spinge l’idealizzazione fino a considerare le professioni sanitarie come una specie di “sacerdozio” della salute ― il medico tende a ripiegare sulla rassegnazione o sul cinismo 7. I risultati di simili campagne di moralizzazione sono per lo più nulli. Quando non addirittura controproducenti: i sanitari, sentendosi sotto accusa, si chiudono in se stessi corporativisticamente, oppure rispondono alle critiche, percepite come aggressione ostile, con altrettanta ostilità. Sulla base di una tale reciproca incomprensione non si può costruire nessun progetto di riumanizzazione della medicina. Si scava, piuttosto, un fossato sempre più ampio di indifferenza, proprio in un ambito in cui il rapporto di fiducia è tutto.

Per una questione di giustizia, e non per una manovra tattica “ad captandam benevolentiam”, a coloro che lavorano neH’ambito della sanità bisogna anzitutto tributare il riconoscimento che non svolgono un lavoro come gli altri: per la particolare situazione del malato ― talvolta in lotta drammatica per la vita e la salute, in stato di particolare tensione emotiva sempre ― i sanitari sono coinvolti e sollecitati a una partecipazione umana che supera quella di qualsiasi altro lavoro. Quando per umanizzare la medicina si pigia esclusivamente il pedale dei sentimenti, colpevolizzando al tempo stesso i sanitari di non mettere abbastanza cuore in quello che fanno, la morale, da terreno saldo di consenso sulla base della condivisione degli stessi valori umanitari, rischia di tramutarsi in un insidioso terreno di sabbie mobili.

Un particolare pericolo è insito nelle argomentazioni moraleggianti di tipo religioso. Quando, ad esempio, si presenta unilateralmente il lavoro sanitario sotto la metafora del buon sanitario sotto la metafora del buon samaritano, e a medici e infermieri viene richiesto un comportamento tutto modulato sull’oblatività, l’abnegazione e l’amore del prossimo, si incrementa al tempo stesso il senso di inadeguatezza e quello di colpa. Ciò che ne consegue è per lo più una brusca interruzione di contatto con chi si presenta con la proposta di un ideale così manifestamente lontano da ogni applicabilità. E ciò a discapito, ovviamente, della causa dell’umanizzazione della medicina che si intende servire. Da questo punto di vista, più che di un rifiuto dell’etica, bisognerebbe parlare di rifiuto delle “prediche”, nel senso angustiante e oppressivo del termine.

Questa ampia panoramica sul rifiuto dell’etica, sulle forme che esso assume, sulle argomentazioni con cui

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in ambito sanitario ci si difende dal discorso etico e sulle motivazioni profonde del rifiuto, è lo sfondo necessario per capire la novità costituita dall’introduzione di comitati di etica. L’etica in sanità non ha vita facile. Prima di acquistare il diritto di cittadinanza, deve liberarsi dei sospetti che gravano su di essa. Quest'opera di depurazione è obiettivamente più difficile nel contesto della tradizione culturale del nostro paese, in cui pluralismo e tolleranza non sono mai stati valori coesivi nella vita sociale. Sarà accettata solo un’etica che non equivalga a indottrinamento; che non sostituisca delle regole puramente formali al ruolo critico della coscienza; che metta in pieno valore i soggetti: tanto il malato in quanto soggetto che riceve il servizio terapeutico, quanto il sanitario che lo fornisca.

Questa apertura del mondo della sanità alle esigenze dell’etica, così difficile in casa nostra, è avvenuta invece in altri paesi, e precisamente attraverso la via regia costituita dai comitati di etica. È questo sviluppo che vogliamo ora documentare, trattando separatamente le due principali articolazioni dei comitati stessi: i comitati nazionali e i comitati ospedalieri.

2. Comitati nazionali

Il tempo dell’etica per la pratica della biologia e della medicina in alcuni paesi è già giunto. Un ruolo d’avanguardia in questo settore hanno svolto gli Stati Uniti. Nell’ultimo ventennio si è delineato oltre Atlantico un vivace movimento di reazione a una medicina senza interessi etici e umanistici, una medicina unicamente impegnata sul versante scientifico e tecnologico. Qualcuno afferma che quella che si è messa in moto è una rivoluzione nel modo di concepire la medicina (una rivoluzione che, come le rivoluzioni più riuscite, non è solo innovazione, ma anche recupero di valori del passato che erano stati dimenticati).

Oltre ad avere conquistato una solida testa di ponte nel curriculum degli studi medici, il punto di vista dell’etica ha trovato un’udienza attenta negli ambienti scientifici e presso l’opinione pubblica. Un’azione impareggiabile per la sensibilizzazione del grande pubblico hanno svolto due commissioni, a livello nazionale, susseguitesi nel giro di pochi anni: la “National Commission for the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behavioral Research” e la “President's Commission for thè Study of Ethical Problems in Medicine and Biomedicai and Behavioral Research”. La prima, creata dal Congresso nel 1974, ha svolto i suoi lavori fino al 1978 8. È stata incaricata di elaborare i principi di etica che devono regolare la ricerca che utilizza i soggetti umani, con particolare riferimento a quella condotta in istituzioni di ricerca sovvenzionate dal governo federale.

Nel corso del decennio che ha preceduto la creazione della Commissione, l’opinione pubblica ha cominciato a interessarsi alla sperimentazione con esseri umani a seguito di numerosi allarmi creati dalla stampa. L’attenzione si era concentrata su alcuni progetti di ricerca discutibili dal punto di vista etico: studio degli effetti della sifilide su soggetti negri, proseguito anche dopo che era diventato disponibile un nuovo trattamento efficace; iniezione di cellule cancerogene su anziani, a loro insaputa; infezione di bambini con il virus dell’epatite in un istituto per malati mentali; somministrazione di placebo a pazienti che credevano di ricevere pillole anticoncezionali; utilizzazione di prigionieri per la ricerca. Pur esistendo dei comitati istituzionali di revisione (Review Boards), questi venivano indiziati di inefficienza nel prevenire gli abusi. La Commissione, creata sotto pressione dall’opinione pubblica, ha svolto un lavoro considerevole, tenendo numerose riunioni e visitando i centri di ricerca. A conclusione sono stati pubblicati una decina di resoconti (riguardanti specificamente la ricerca sui feti, la ricerca con utilizzazione dei prigionieri, di bambini e di ritardati mentali, la psicochirurgia) e un insieme di raccomandazioni per il controllo dell’attività di ricerca. Seguite o no, queste raccomandazioni hanno segnato un punto di partenza e hanno svolto una notevole influenza a lungo termine, contribuendo alla riflessione etica e dimostrando che, in un’epoca in cui il pluralismo è riconosciuto sia come fatto che come valore, è possibile ottenere l’unanimità su diversi problemi critici di etica della ricerca. Anche se i membri della Commissione non erano d’accordo sui princìpi, giungevano a un accordo sulle conclusioni: così che l’analisi di problemi di etica da parte di un gruppo responsabile, con un compito ben definito, può condurre a un’intesa pratica autentica 9.

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Il lavoro di questa commissione può essere additato come l’inizio di un fenomeno moderno, a dimensione internazionale, che A.M. Capron ha chiamato “un dibattito etico aperto”. Lo stesso Capron ha presieduto la Commissione appositamente stabilita dal presidente degli Stati Uniti per studiare i problemi etici della medicina e della ricerca scientifica. La Commissione ― nota come “President's Commission” ― ha svolto i suoi lavori dal gennaio 1980 al marzo 1983, col supporto finanziario di un fondo di 20 milioni di dollari.

Era costituita da eminenti personalità del mondo del diritto, della medicina, della filosofia e della teologia.

In tre anni di lavoro sono stati prodotti undici volumi, di cui nove relazioni su problemi specifici e una guida sui comitati locali che si occupano della ricerca con esseri umani. La sua competenza era più ampia di quella della commissione precedente: oltre ai problemi specifici della sperimentazione, sono stati affrontati tutti i problemi etici maggiori della pratica biomedica contemporanea. Alla luce dei valori che costituiscono il tessuto di fondo della vita civile americana ― libertà, onestà, rispetto per la dignità umana ― sono stati presi in considerazione gli interrogativi più inquietanti che turbano la sensibilità etica degli americani nell’ultimo quarto di secolo: quanto devono essere protratti i trattamenti che prolungano la vita umana? La società deve assicurare a ogni cittadino l’assistenza sanitaria, e in che misura? Devono i sanitari dire la verità ai pazienti, anche se infausta? Chi deve pagare i danni che subiscono i soggetti umani sui quali si fa la ricerca? Che cosa si deve tentare nel campo delle manipolazioni genetiche, e dove eventualmente arrestarsi? Queste sono alcune tra le domande principali alle quali si è voluto rispondere.

La Commissione presidenziale non era autorizzata a dare risposte conclusive o direttive moralmente obbliganti. “Il fatto che una commissione pubblica ― ha dichiarato Capron ― studi un problema, non dovrebbe significare che la risposta pubblica (sotto forma di regolamenti o di legislazione) sia una conclusione decisa già in anticipo. Il pubblico può trarre profitto da un dibattito aperto su un problema difficile (come la decisione di sostenere gli ultimi trattamenti che mantengono qualcuno in vita), soprattutto quando questo dibattito è condotto da medici seri e da intellettuali che provengono da ambiti diversi: filosofia, diritto, religione, ecc. Un tale processo ha il vantaggio di accrescere la comprensione pubblica e professionale di un problema, e forse anche di migliorare la qualità delle decisioni individuali, senza imporre tuttavia una decisione particolare in tutti i casi mediante regole statali o sanitarie.

L’esperienza delle due Commissioni americane è stata nel complesso positiva e incoraggiante. Malgrado il pluralismo e lo scetticismo etico dominanti nella cultura contemporanea, si è vista la possibilità di raggiungere dei punti di convergenza, invertendo la rotta del progressivo scollamento tra pratica della biologia e della medicina e gli interessi umanistici. Tuttavia le diverse aree culturali sono così diversificate, con proprie tradizioni e istituzioni, che prima di arrivare a una discussione internazionale e a una cooperazione internazionale formale è auspicabile che ogni paese proceda autonomamente alla creazione di Commissioni o Comitati nazionali, secondo le esigenze e nelle modalità specifiche di ciascuno.

In Europa la via è stata aperta dalla Francia. Il Presidente Mitterand ha costituito nel dicembre 1983 un Comitato, designato ufficialmente “Comitato consultivo nazionale di etica per le scienze della vita e della salute”. Il contesto culturale che ha indotto alla orazione del Comitato è analogo a quello degli Stati Uniti e di tutte le società ad alto sviluppo tecnologico: le pratiche bio-mediche di avanguardia sconvolgono i valori tradizionali legati alla vita, alla sua trasmissione e alla sua fine; i governi sono chiamati a fare urgentemente delle scelte politiche, che richiedono un dibattito pubblico preliminare; l’opinione pubblica dibatte vivacemente i problemi bio-etici e ha bisogno di giungere a un consenso democratico, in assenza dell’adesione a un magistero. Nel discorso di insediamento del Comitato, Mitterand metteva lucidamente in evidenza la necessità e l’urgenza di superare il quadro di riferimento costituito dalla semplice razionalità scientifica, aprendosi al punto di vista etico: “Abbiamo creduto per qualche tempo che la razionalità sarebbe bastata per servirci da guida, una razionalità senza debolezze e senza dogmatismi,

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ed ecco che il successo stesso della scienza ci sta dando torto. La medicina e la biologia moderna cercano delle ragioni che la sola ragione non giunge sempre a cogliere”. Una triplice attesa si è creata intorno ai problemi bioetici: quella dei cittadini, che cercano dei punti di riferimento nei progressi vertiginosi che scandiscono i parametri tradizionali; quella dei ricercatori e dei medici, che si sentono spesso soli di fronte alle conseguenze gigantesche del loro operato; quella infine dei poteri pubblici che hanno spesso bisogno di consigli e di raccomandazioni. La pressione delle attese non deve creare una fretta precipitosa, ma piuttosto una feconda pausa di attesa: “Più in fretta va il mondo, più forte è la tentazione dell’incognito ― ha affermato ancora Mitterand nella stessa occasione ― e più dobbiamo saper prendere tempo: il tempo della misura, che chiamerei il tempo dello scambio e della riflessione, cioè il tempo della morale”.

Come laboratorio di ricerca filosofica e luogo di mediazione tra la sensibilità collettiva e l’intervento dei pubblici poteri, il Comitato di etica è stato investito del compito di dare dei pareri sui problemi morali sollevati dalla ricerca nell’ambito della biologia, della medicina e della sanità. Questa delimitazione della competenza è importante. L’ambito dei problemi che può porre la pratica medica al di fuori del quadro della ricerca continua ad essere competenza della deontologia professionale, del diritto e dell’etica, secondo la delimitazione delle reciproche specificità. La costituzione del Comitato rispecchia i punti di vista e le esperienze più diverse: pensatori e filosofi sono presenti accanto a specialisti di varie discipline; esponenti di tradizioni e famiglie religiose diverse sono ugualmente rappresentati. I trentasei membri devono rappresentare l’insieme delle famiglie di pensiero (filosofiche e spirituali, secondo la diversificazione confessionale) e tutti i settori della ricerca biologica e medica.

compiti del Comitato possono essere ricondotti a due: emettere dei pareri sui problemi sollevati dalla ricerca e organizzare ogni anno una conferenza, nel corso della quale sono affrontate pubblicamente le questioni etiche importanti nell’ambito delle scienze della vita e della sanità. Le conferenze annuali, giunte già alla terza edizione, fungono da cassa di risonanza per i lavori del Comitato e servono ad amplificare il dibattito. Quanto ai pareri, non hanno valore obbligante; tuttavia, dopo l’adeguata diffusione, possono contribuire a formare l’opinione pubblica, a ispirare la amministrazioni competenti e a influenzare la giurisprudenza dei tribunali.

A partire dall’inizio della sua attività il Comitato ha espresso numerosi pareri. Alcuni non sono stati resi pubblici: sono quelli relativi a progetti di ricerca specifici, richiesti da équipe mediche o da organismi di ricerca. Altri invece, di portata generale, sono stati presentati all’opinione pubblica. Si tratta, nell’ordine, delle questioni etiche poste dall’utilizzazione, a fini terapeutici, diagnostici e scientifici, dei tessuti umani morti; dalla sperimentazione di farmaci e nuovi trattamenti sugli esseri umani; dalle nuove tecniche di riproduzione artificiale; dai registri medici per gli studi epidemiologici e di prevenzione; dalle diagnosi pre- e perinatali; dalla valutazione dei rischi di AIDS mediante la ricerca di anticorpi specifici nei donatori di sangue; dalla sperimentazione sui malati in stato vegetativo cronico; dalle ricerche sull’embrione umano in vitro.

Il prof. Jean Bernard, presidente del Comitato, nella sua allocuzione nel corso delle giornate annuali di etica del 1985, ha messo in evidenza le critiche rivolte ai lavori del Comitato di etica. Critiche apertamente contraddittorie: “Pretendete di irregimentare”, tutto, dice qualcuno. “Filosofeggiate piacevolmente tra di voi”, dice qualche altro. “Vi preoccupate esageratamente dei dettagli, dice l’uno. «Restate deliberatamente nel vago», dice l’altro. «Vi occupate unicamente della persona, mentre è il corpo ad essere interessato», dice questi. «Vi limitate alle viscere e ai muscoli, mentre dovreste elevare il vostro pensiero», dice quello. Alcuni ci rimproverano ora una rapidità eccessiva, ora una spiacevole morbidezza. “Penetrate indiscretamente nella nostra vita quotidiana», dice un gruppo. «Dimenticate le nostre contingenze e restate puri metafisici», dice un altro gruppo. «Siete sempre in ritardo di una guerra» ci dice ancora l’uno. «Ci proiettate in un avvenire di cui non sappiamo che fare», dice l’altro. La varietà delle reazioni critiche al lavoro della Commissione è una dimostrazione convincente della difficoltà dei problemi affrontati e della pluralità delle opinioni che suscitano le questioni bio-etiche. Una dimostrazione, al tempo stesso, della

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funzione stimolante che il Comitato svolge. I suoi pareri non cadono nel vuoto dell’indifferenza. Mediante il dibattito che suscitano, svolgono un’opera pedagogica nei confronti di tutto il paese, aiutando a identificare la dimensione etica del progresso bio-medico e a confrontarsi con la molteplicità delle opinioni.

Accanto alle commissioni nazionali americane e francesi, con uno spettro di interessi a largo raggio, vanno menzionate le commissioni “ad hoc”, create in alcuni paesi per acquisire informazioni ed elaborare direttive etiche relativamente a problemi specifici. Ricordiamo la Commissione Warnock, creata in Inghilterra per lo studio degli aspetti etici e giuridici della fecondazione artificiale e l’embriologia umana (Report of the committee of inquiry into human fertilization and embryology, London 1984). Un vivace dibattito ha suscitato, in particolare, il paragrafo del rapporto che stabilisce un limite temporale alla facoltà di utilizzare embrioni per la ricerca. La commissione Warnock raccomanda, infatti, che si stabilisca una legislazione che legittimi le sperimentazioni sugli embrioni risultanti da una fecondazione in vitro fino al 14° giorno dopo la fecondazione, proibendola invece dopo questo limite. Le concezioni antropologiche che riconoscono lo statuto di persona umana all’embrione fino dal momento del concepimento hanno denunciato come inaccettabile la delimitazione temporale delle due settimane.

Un documento analogo è stato pubblicato anche dalla Commissione Benda, un gruppo di lavoro costituito nella Repubblica Federale Tedesca ad opera congiunta del Ministero della ricerca e tecnologia e di quello della giustizia (In-Vitro-Fertilisation, München 1985). Il rapporto, che vuole servire come base ai lavori legislativi in materia e fornire elementi al dibattito etico che si svolge nell’opinione pubblica, prende in considerazione le diverse applicazioni sull’uomo delle nuove metodiche di biologia cellulare e di genetica: la fecondazione in vitro, il dono di embrioni, le maternità sostitutive, la ricerca sugli embrioni, l’analisi genetica e la terapia genetica.

Anche la Spagna ha avuto la sua Commissione speciale per lo studio della fecondazione in vitro e dell’inseminazione artificiale umana. Terminati i lavori, la Commissione ha presentato le sue raccomandazioni e i suoi suggerimenti al Congresso dei deputati, nell’aprile 1986. Secondo il parere della Commissione, l’atteggiamento con cui far fronte alla realtà attuale è quello che individui le condizioni etiche razionali minime per proteggere la dignità di tutta la società. Questa etica minima dovrà essere basata su quello che si potrebbe chiamare “l’etica civile”, cioè senza influenza confessionale o di partito politico.

Non possiamo terminare questa rassegna senza porci una precisa domanda: esistono in Italia i presupposti per la costituzione di un Comitato di etica nazionale? La Costituzione tende a decentrare le competenze; tuttavia non impedisce che, in sede centrale, si possano attivare delle commissioni per lo studio di particolari tematiche. Una di queste commissioni con un oggetto attinente all’etica bio-medica è stata la cosiddetta “Santosuosso” dal nome del suo presidente, per lo studio dei problemi attinenti alle pratiche di fecondazione artificiale. L’esperienza maturata dal lavoro di simili commissioni “ad hoc” ci inclina in senso pessimistico rispetto alla prospettiva di realizzare un Comitato nazionale nel nostro paese. La preoccupazione per l’assetto politico e per lo schieramento ideologico dei membri del Comitato tenderebbe a prendere il sopravvento, a scapito della finalità specifica di un servizio alla riflessione etica. È preferibile, perciò, favorire piuttosto altre forme di apertura alla presenza di una preoccupazione etica in campo bio-medico, quali possono essere i Comitati di etica negli ospedali, in attesa di una maturazione che proceda parallelamente alla crescita civile.

3. I comitati di etica negli ospedali

Passiamo ora a considerare un altro tipo di realtà istituzionale: i comitati che si formano negli ospedali. Lo scenario in questo caso cambia. Non si tratta del parere di “saggi”, ai quali viene richiesto di farsi interpreti e mediatori di una valutazione morale di determinate pratiche bio-mediche; la preoccupazione dominante non è quella di salvare dei valori nella cultura o nella legislazione, bensì l’aiuto da offrire a persone concrete ― operatori sanitari, pazienti, familiari, amministratori di istituzioni ospedaliere ― che si trovano nella difficile situazione di dover prendere delle decisioni conflittuali dal punto di vista etico. Anche questo tipo di comitati è stato concepito e ha

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avuto le prime realizzazioni negli Stati Uniti d’America. Possiamo addirittura individuare con esattezza le circostanze concrete che hanno provocato l’avvio dell’istituzione. Si è cominciato a parlare di Comitati di etica negli ospedali nel 1976, a proposito del dibattutissimo caso di Karen Ann Quinlan. La vicenda ha assunto un ruolo emblematico nel dibattito sul prolungamento artificiale della vita e ha avuto il merito di portare questo problema di etica medica a livello della coscienza popolare. La ragazza era caduta in coma profondo, con lesioni cerebrali irreversibili, che non le avrebbero permesso di tornare indietro da una sopravvivenza puramente vegetativa. I genitori (adottivi) chiesero ai medici di lasciarla morire in pace; questi invece, in nome dell’etica professionale che impone loro di fare di tutto per prolungare la vita, rifiutarono, e le applicarono un polmone di acciaio. Ne seguì un processo a più riprese, che vide schieramenti appassionati prò e contro il desiderio dei genitori. Questi ottennero infine dalla Corte suprema del New Jersey la sospensione delle misure di rianimazione, anche se la povera Karen doveva ancora “vegetare” per anni, prima di spegnersi naturalmente.

La proposta di formare un Comitato di etica è contenuta esplicitamente nella sentenza emessa dalla Corte del New Jersey. Il valore storico della sentenza consiste nel riconoscimento che i principi etici del singolo medico o dell’Ordine dei medici in toto non possono essere decisivi nel giudicare se la soluzione più ragionevole ― o, se vogliamo, più “giusta” dal punto di vista morale ― sia la sospensione delle cure o il loro prolungamento. La Corte sentenziò, testualmente: “Dietro richiesta del tutore e della famiglia di Karen, nel caso in cui i medici curanti arrivino alla conclusione che non esiste alcuna ragionevole possibilità che Karen riemerga dal presente stato comatoso ad uno stato di piena coscienza e che l’apparato che attualmente permette il suo mantenimento in vita deve essere staccato, essi devono consultare il «Comitato di etica» od organismo similare esistente nell’ospedale in cui Karen è ricoverata. Se l’organismo consultato confermasse che non sussiste nessuna ragionevole possibilità che Karen riemerga dal presente stato comatoso a uno stato di piena coscienza, il presente sistema di mantenimento in vita può essere staccato, e detta azione non comporterà alcuna responsabilità, né civile né penale, a carico dei partecipanti: tutore, medici o altro personale dell’ospedale”.

La sentenza propone la valorizzazione dei Comitati di etica per uscire dall'impasse di una medicina rianimativa che può trasformarsi in accanimento terapeutico. Tuttavia le sue indicazioni sono gravate da una notevole ambiguità, quella stessa ambiguità che ancora non ci permette di definire in senso univoco la natura e i compiti dei Comitati di etica negli ospedali.

Secondo la Corte, infatti, una volta che la famiglia e il medico si fossero trovati d’accordo sulla sospensione delle cure, la questione doveva essere sottoposta a quell’organismo che la Corte chiama “Comitato di etica”. Ad esso, secondo la sentenza, era assegnato un solo compito: confermare che non c’era “nessuna ragionevole possibilità che Karen riemergesse dallo stato di coma ad un stato di piena coscienza”.

Sembra quindi trattarsi di una revisione tecnica, non etica, del caso presentato. Questo punto è decisivo, quando si voglia stabilire la fisionomia di un comitato di etica ospedaliero: ha la funzione di rivedere fatti tecnici, medici (come ad esempio la prognosi), oppure deve valutare gli aspetti etici e i valori collegati ad una decisione, quale quella di sospendere le cure (una volta che la prognosi sia già stata stabilita)? La scelta dell’una o dell’altra funzione si riverbera immediatamente sulla costituzione del comitato stesso, con la predominanza, nel primo caso, di esperti di scienze bio-mediche, e di scienze umane nel secondo. Inoltre la Corte sembra prevedere il ricorso al Comitato come una “liberatoria” da responsabilità di ordine penale.

Questa commistione tra ordine etico ed ordine giuridico contribuisce a rendere più confusa la fisionomia di un comitato di etica ospedaliera. Tuttavia, anche se apparentemente i Comitati di etica sono partiti con il piede sbagliato ― almeno per quanto riguarda la loro finalità ― sono stati tenuti a battesimo da una situazione clinica e umana di forte impatto. Karen ha legato il suo nome ai comitati di etica, legittimandone con il suo dramma la necessità. Prima di affrontare i problemi specifici attinenti ai Comitati di etica, soffermiamoci ancora un momento

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su un altro caso esemplare, per circoscrivere più esattamente gli ambiti di applicazione dell’opera dei Comitati. Prendiamo ancora un fatto sanitario dai risvolti etici, che ha scosso l’opinione pubblica americana nella primavera del 1982. Una bambina (identificata al pubblico come Baby Doe”) era nata con sindrome di Down e con una fistola tra la trachea e l’esofago.

I genitori furono informati che il difetto poteva essere corretto chirurgicamente con “normale possibilità di successo”; se invece non si fosse intervenuti sulla fistola, questa avrebbe condotto ben presto la bambina alla morte per inanizione o per polmonite. I genitori, che avevano già due bambini sani, decisero che non si rifornissero alla bambina né cibo né il trattamento chirurgico, “lasciando che la natura facesse il suo corso”. La bambina morì sei giorni dopo la nascita, mentre i medici cercavano di ottenere dal tribunale un’autorizzazione a procedere chirurgicamente. I genitori furono incriminati.

Il caso di “Baby Doe” ci confronta con uno dei problemi più angoscianti che si presentano oggi nell’etica bio-medica: il trattamento dei bambini che nascono con gravi malformazioni. Il problema confina con le questioni di fondo relative all’aborto e all’eutanasia; ciò che permette di circoscriverlo è il fatto che il nodo dei conflitti si concentra attorno al bambino già nato, la cui vita dipende esclusivamente dall’intervento medico. La protezione e il sostegno della vita sono sempre e assolutamente giustificati?

C’è un punto oltre il quale possono rivolgersi contro il migliore interesse di colui a cui sono rivolti, diventando disumani? Tra i principi etici e gli interessi in conflitto, è possibile trovare un orientamento di soluzione?

La morale pubblica ufficiale ― quella rappresentata dalle leggi, dai codici deontologici, medici, dalle posizioni morali religiose ― afferma il principio della difesa della vita e inorridisce di fronte all’ipotesi spartana di lasciar morire i non adatti. Ma se si passa da ciò che si predica a ciò che si pratica, la divaricazione è notevole. È vero che sono pochi i casi in cui positivamente si decide di sopprimere un neonato o di lasciarlo morire con un procedimento di eutanasia passiva; tuttavia sempre più raramente l’assumersi il compito di far crescere un handicappato fisico o psichico profondo è considerato un valore. Socialmente prevale un atteggiamento contrassegnato dall’ipocrisia, per cui a un’affermazione formale di tutela della vita, in tutte le sue forme, non fa assolutamente riscontro un efficace sostegno alle famiglie che si trovano schiacciate dai problemi dell’assistenza, abbandonate in una società, in cui dominano incontrastati i modelli competitivi che non lasciano posto a chi si trova sotto lo standard, sprovviste di adeguati sussidi medico-pedagogici.

In una situazione come quella descritta, si crea un vortice di interessi in conflitto: del bambino, della famiglia, della società. Tra le diverse parti in causa, chi deve prendere la decisione se curare o lasciar morire un neonato gravemente malformato? Dal momento che il bambino non può decidere per se stesso, la decisione sulla vita spetta ad altri. Il medico ha più informazioni: può prevedere, ad esempio, la qualità di vita che spetta a un bambino affetto da “spina bifida”, o il decorso di una malattia a prognosi infausta. Nell’insieme i medici sono piuttosto inclini, per l’ethos professionale e per i possibili risvolti penali dell’omissione di trattamento, ad attenersi a una linea di intervento ad ogni costo. Dal momento che negare il trattamento è illegale (anche dare consigli o fare raccomandazioni ai genitori in tal senso può esporre il medico ad un processo con imputazione di concorso in omicidio), il medico, nel seguire l’eventuale desiderio dei genitori, non può rinunciare ad applicare misure eccezionali per salvare la vita del figlio anormale; col rischio, però, di sconfinare nell’accanimento terapeutico.

I genitori sono raramente in grado di decidere serenamente. Lo choc, insieme a sentimenti di colpa, vergogna e collera, li paralizza; tendono ad affidarsi al medico, pur sapendo che le conseguenze del trattamento o della sua omissione ricadranno su di loro. In questo contesto di incertezza e di smarrimento il ricorso a una istituzione come un Comitato di etica mostra tutta la sua valenza positiva. Non è auspicabile che il Comitato sia concepito come un’istanza etica superiore, alla quale medici e genitori possano, deresponsabilizzandosi, demandare le decisioni; ciò che gli si richiede è piuttosto di apportare un punto di vista più imparziale, offrendo un servizio di consulenza a coloro cui spetta il peso della decisione 10.

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Un’altra situazione tipica dello sviluppo bio-medico contemporaneo può ancora essere indicata come luogo da cui nasce un appello alla formazione di un Comitato di etica all’interno di una istituzione sanitaria: si tratta della ricerca che utilizza dei soggetti umani. Abbiamo già visto che l’allarme diffuso sulle possibili violazioni dei diritti umani nell’ambito della ricerca e delle sperimentazioni è stato il detonatore che ha fatto esplodere la denuncia contro le pratiche bio-mediche e ha indotto alla creazione di commissioni di etica a dimensione nazionale. Dopo le commissioni americane, anche il Comitato Consultivo nazionale francese è stato sollecitato ad esprimere il suo parere sui problemi etici della sperimentazione dei farmaci sull’uomo. Il documento, pubblicato nell’ottobre 1984, nei suoi contenuti non si discosta dai principi essenziali stabiliti da autorevoli prese di posizioni di organismi preoccupati della deontologia medica, come le dichiarazioni dell’Associazione medica mondiale 11. Anche secondo il Comitato francese, una sperimentazione dei farmaci sull’uomo, per rispondere alle esigenze dell’etica, deve essere preceduta da ricerche di laboratorio, in vitro e su animali; il bilancio rischi/benefici deve essere considerato accettabile dal soggetto; il paziente deve fornire un consenso libero e informato; non si possono tentare nuovi metodi terapeutici su un paziente, se questi non garantiscono un beneficio almeno equivalente alle tecniche già approvate.

Ma la novità più rilevante proposta dal Comitato Consultivo francese va ravvisata in una proposta operativa; l’istituzione di una rete di “Comitati di etica”, distribuiti su tutto il territorio nazionale, ai quali vanno sottomessi obbligatoriamente tutti i protocolli di ricerca con utilizzazione di soggetti umani. Tali comitati dovranno esaminare tutti i problemi morali sollevati dalla ricerca neH’ambito della biologia, della medicina e della salute (anche la Dichiarazione dell’Associazione medica mondiale sulle ricerche biomediche prevede che “il progetto e l’esecuzione di ogni fase della sperimentazione riguardante l’uomo devono essere chiaramente definiti in un protocollo sperimentale, che deve essere sottoposto a un Comitato Indipendente nominato appositamente a tale scopo per pareri e consigli”).

L’innovazione dei Comitati di etica ha la possibilità di diventare, più che un organo di controllo e di repressione degli abusi, un aiuto positivo per il singolo ricercatore. Potrà assisterlo nei problemi etici che deve affrontare, in modo che le decisioni abbiano un carattere di collegialità e si instauri il costume della condivisione delle responsabilità. Questo aspetto partecipativo condizionerà fortemente il volto che potrà assumere la medicina di domani. Ovviamente il problema non riguarda tutti gli ospedali, ma quei presidii sanitari nei quali, oltre alla terapia, si conduce anche la ricerca, come possono essere gli Istituti di ricerca o i policlinici universitari.

Qual è la situazione dei comitati di etica ospedalieri in Italia? La prima osservazione da fare è che nel nostro paese si registra un reale interesse verso questa nuova istituzione. C’è anche diffidenza e scetticismo, soprattutto negli ambienti medici; ma non si può negare la presenza di un desiderio di conoscerne il funzionamento, di valutarne le potenzialità e di predisporne l’utilizzazione. Tuttavia anche in coloro che sono più favorevolmente disposti si nota una certa prudenza, soprattutto di fronte alla prospettiva di una costituzione capillare di comitati di etica nelle Unità Sanitarie e nei presidii ospedalieri. È troppo vivo in Italia il ricordo della vicenda dei consultori familiari. Stabiliti per legge nel 1975, non hanno portato i frutti sperati: perché paracadutati dall’alto, senza l’adeguata disposizione ad accoglierli che presuppone un’informazione e una richiesta; forse perché le modalità di funzionamento non sono state accuratamente collaudate; forse per l’estrema ideologizzazione delle istituzioni, prese nella spirale delle contrapposizioni tra pubblico e privato, religioso e laico. Forse per tutte queste cause insieme e altre ancora... Sta di fatto che gli stessi fautori dei Comitati di etica ospedalieri suggeriscono di procedere con prudenza per non ricadere negli stessi errori.

Per adesso prevale il momento informativo, dando la precedenza al conoscere rispetto al fare. Vanno segnalate, in tal senso, le iniziative rivolte a stabilire bilanci dell’esperienza dei Comitati di etica ospedalieri a livello internazionale. Primo in ordine di tempo è stato il Simposio Internazionale svoltosi a Milano dal 23 al 25 maggio 1986, per iniziativa della Fondazione Internazionale Fatebenefratelli e del Centro Internazionale Studi Famiglia. Sono state ascoltate e

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valutate le esperienze statunitensi, canadesi e dei principali paesi europei; dei comitati di etica sono stati esplorati i presupposti filosofici, antropologici, psicologici, giuridici, teologici 12. Anche nel corso dell’edizione 1986 della Rassegna “Milano Medicina” una giornata di studio, dedicata alla bioetica, ha preso in considerazione i comitati di etica in ospedale, mettendo a confronto le esperienze europee con le prime realizzazioni italiane.

Tra i comitati già attivi, il primato spetta a quello che si è costituito nell’ambito degli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano. L'iniziativa è partita da un gruppo di medici degli Istituti ostetrico-ginecologici “Luigi Mangiagalli”, già nel 1984. La loro richiesta riguardava un Comitato che fosse preposto alla valutazione etica di alcune pratiche connesse con la sperimentazione in campo umano e fetale (amniocentesi precoce, fetoscopie, prelievo di villi coriali, ecc.), a loro parere non scevre da rischi. Nel settembre 1985 veniva deliberata la costituzione di un “Comitato Paritetico per la valutazione etica della sperimentazione in campo umano e fetale”. L’ambito di intervento del Comitato, sempre con carattere consultivo, è stato individuato nel riferimento ai seguenti problemi: la sperimentazione clinica con finalità di ricerca su soggetti ammalati; il comportamento clinico-terapeutico nei confronti di pazienti con affezioni non guaribili o terminali; la soppressione della coscienza nel controllo del dolore; la regolazione della procreazione con metodi contraccettivi pericolosi per la possibilità di eventuali gravidanze future; la valutazione crìtica delle cure prestate in un ospedale.

Un secondo comitato di etica già istituito e operante è quello dell’istituto Scientifico H. San Raffaele, di Milano. A norma di regolamento, il Comitato è chiamato a definire questioni etiche connesse con le attività scientifiche, assistenziali, didattiche e amministrative dell'istituto, in pratica, ha il compito di valutare gli aspetti etici della sperimentazione farmacologica, della ricerca biologica e medica generale; di valutare le decisioni cliniche degli interventi terapeutici, delle scelte didattiche e delle decisioni economico-amministrative nei momenti in cui sono in gioco delicate questioni morali. Quanto alla composizione del Comitato, ne fanno parte, oltre ad esperti di discipline medico-biologiche, anche un giurista, un teologo, un esperto di deontologia medica e uno psicologo.

Tra i Comitati in via di costituzione ne è stato annunciato uno presso la facoltà di medicina dell’Università Cattolica, a Roma, con il compito esclusivo di sopraintendere agli aspetti etici della ricerca clinica e farmacologica.

La riflessione sviluppatasi sull’esperienza dei Comitati di etica ospedalieri ci permette di ricondurre questo sviluppo così prolifico e multiforme di iniziative entro il quadro di alcuni modelli. Seguendo l’analisi fatta da Robert M. Veatch 13, possiamo distinguere quattro tipi generali di comitati, a seconda delle funzioni che vengono loro attribuite. In primo luogo, i comitati che valutano i risvolti etici delle decisioni di ordine clinico, riferite a singoli casi. Loro compito è quello di portare un giudizio sulla appropriatezza delle cure, arrivando a decidere se sono ragionevoli o no, ordinarie o straordinarie, proporzionate o no. Questo tipo di comitato può essere chiamato in causa quando si tratta di decidere se sospendere o proseguire le cure nel caso specifico: per esempio, se staccare o no il respiratore artificiale in pazienti in coma irreversibile. Un secondo modello è quello di un Comitato chiamato ad occuparsi di decisioni etiche e politiche di livello più generale: per esempio, i comitati per la protezione dell’essere umano nella ricerca bio-medica (il comitato potrebbe deliberare se permettere o no una determinata ricerca, anche se il paziente è consenziente, in quanto troppo pericolosa o inutile) o per la distribuzione delle risorse limitate (il comitato potrebbe essere coinvolto quando si tratta di stabilire criteri di priorità tra diversi pazienti bisognosi di emodialisi, o per decidere su quali potenziamenti delle istituzioni dirottare le risorse). Un terzo tipo di comitato può essere definito come “Comitato di consulenza”, con la funzione specifica di offrire consulenza e sostegno a chi deve prendere decisioni difficili: tanto ai medici, quanto ai pazienti e ai loro familiari. Deve essere composto prevalentemente da persone esperte nel “counseling”: psicologi, assistenti sociali, sacerdoti, esperti di etica. Un tale comitato, specialmente se rappresentativo della sensibilità morale della comunità, potrebbe costituire la giusta cassa di risonanza per dubbi degli operatori sanitari.

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Una funzione particolare dei comitati è quella di confermare una prognosi, conformemente a quanto prospettato nella sentenza relativa al caso Quinlan. Decidere sulla prognosi di un paziente può non essere una questione esclusivamente tecnica. Sempre più ci si rende conto che il confine tra fatti e valori è incerto. Il comitato di prognosi, con la partecipazione di persone che non siano esclusivamente degli esperti in senso tecnico, permette di evitare di dipendere dalla valutazione di prognosi di un singolo medico. Tuttavia, riguarda alla funzionalità di un comitato di etica così concepito, valgono le riserve fatte sopra.

A questi quattro modelli, identificati da Veatch, ne aggiungono un quinto, caratteristico di ambienti in cui prevalgono delle preoccupazioni di natura confessionale. Compito di comitati di etica di questo genere è la difesa dell’identità delle istituzioni, contribuendo a chiarire quali pratiche sanitarie siano conciliabili o inconciliabili, dal punto di vista etico, con l'ideologia religiosa alla quale l’istituzione si richiama. Pensiamo, in concreto, a un ospedale religioso e al conflitto che si origina quando ciò che viene richiesto (per esempio pratiche di interruzione della gravidanza, fecondazione artificiale, sterilizzazione, eutanasia) è in contrasto con la morale a cui l’istituzione aderisce. Come modello concreto, possiamo riferirci al comitato di etica costituito, e da anni operante, nell'ospedale San Juan de Diós di Barcellona. Il Comitato risulta composto da membri d’ufficio (il superiore della comunità religiosa a cui appartiene l’ospedale, un esperto di etica, un rappresentante della pastorale ospedaliera, il direttore sanitario) e da membri numerari (due medici dell’ospedale, un rappresentante del servizio infermieristico, un rappresentante dell’area non assistenziale). Altri membri “ad casum” possono essere aggiunti, secondo i problemi presi in considerazione.

Le funzioni attribuite al comitato sono tre: decidere nelle questioni strettamente etiche; dar pareri in quelle nelle quali possono essere implicati dei problemi etici; promuovere iniziative di formazione e informazione relativamente a problemi etici. La differenza tra le due prime funzioni è essenziale. Essendo l’organismo creato appositamente per vigilare sull’identità cattolica dell’ospedale, il comitato rivendica un potere decisionale quando sono in questione pratiche che contraddicano la morale cattolica (azioni eutanasiche, interruzioni della gravidanza, pratiche contraccettive, situazioni in cui possa essere compromessa la libertà di coscienza, problemi di discordanza flagrante tra l’indicazione terapeutica e l’accettazione familiare). La seconda funzione, invece, rispetto alla quale il comitato può essere interpellato in via consultiva, si riferisce a situazioni in cui la considerazione dei valori etici può arrichire una determinata problematica (pensiamo ai problemi di umanizzazione dell’ospedale, a quelli dei rapporti interpersonali e interprofessionali, alle questioni relative al lavoro, come contrattazioni, retribuzioni, promozioni). Senza, tuttavia, che il comitato sostituisca le funzioni esecutive e di governo che spettano alle istituzioni apposite dell’ospedale.

La fisionomia di questo tipo di comitato di etica, che si iscrive dentro la logica di una istituzione confessionale, può essere resa problematica dal pluralismo circa l’interpretazione, all’interno dello stesso mondo di appartenenza, del ruolo e della funzione delle norme etiche. L’osservazione si applica anche a un mondo relativamente omogeneo come quello della Chiesa cattolica: esistono approcci significativamente diversi nel concepire il rapporto tra le norme ecclesiastiche e le concrete decisioni di etica medica, nonché circa il ruolo che spetta alla coscienza 14.

Qualsiasi forma assuma, un comitato di etica non sembra predestinato ad una vita facile. Verrà inevitabilmente a trovarsi al centro di un vertice, costituito da concezioni ideologiche, politiche e istituzionali non riconducibili a unità.

Non sarà certamente la panacea del malessere pluriforme che travaglia la pratica della medicina; tuttavia potrà contribuire in modo singolare ad affrettare l’avvento di una medicina dal volto umano. Ancor più: l’azione dei comitati di etica potrà valicare l’ambito delle pratiche bio-mediche e costituirsi come momento formativo per un’educazione al giudizio etico in generale. Proprio l’impatto delle nuove pratiche in sanità e dei nuovi problemi può avere un benefico effetto dirompente rispetto ad una morale concepita come semplice ricezione passiva di valori e modellamento del comportamento su standard prefissati.

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I nuovi problemi che sorgono in campo bio-medico non hanno lo svantaggio di altri aspetti dell’etica, già più volte arati in tutti i sensi dal dibattito filosofico e teologico, gravati dal peso della tradizione che ha già formulato i suoi giudizi di accettazione o di condanna.

Ciò che viene penalizzata è la creatività necessaria perché il giudizio etico diventi davvero un prodotto umano.

La “formulazione morale” è troppo spesso concepita come la trasmissione dei giudizi morali elaborati dalle generazioni precedenti, ai quali le nuove sono invitate a uniformarsi. Ai nostri giorni, inoltre, bisogna registrare anche una collusione perversa tra questo tipo di formalismo morale e il linguaggio telematico, che costituisce l’ambiente naturale nel quale siamo immersi. Questo linguaggio è quello del 0-1, del “sì” e del “no”, con l’esclusione del “forse”.

È universalmente deprecato che oggi vengano formate persone che sanno usare le macchine, ma che non sanno pensare. Questa carenza è fatale in campo etico, in quanto la semplice osservanza delle regole morali, considerate come regole di procedimento, non basta a creare il comportamento moralmente buono. Non si tratta d’imparare ad associare “giusto” o “sbagliato” a determinate risposte, saltando il momento creativo della “produzione” di etica.

I comitati di etica possono svolgere una funzione socialmente utile anche da questo punto di vista, costituendosi come laboratorio di formazione al giudizio etico. La riflessione etica che in essi si esercita, in clima di ricerca, di tolleranza e di ascolto reciproco, può diventare uno strumento pedagogico di formazione della coscienza, e quindi un fattore di umanizzazione.

pluralismo sarà d’obbligo in una riflessione etica di questo genere: non possiamo illuderci che un comitato possa giungere a conclusioni da tutti unanimemente considerate valide e obbliganti. Non potrà perciò produrre regole che valgono per tutti. Ma sarà già un risultato considerevole sviluppare, tutti insieme, una sensibilità che ci permetta di riconoscere i problemi etici nell’ambito della salute e delle scienze della vita, di risolvere quelli che è possibile risolvere, e di imparare a vivere con quelli che non ammettono soluzioni.

SUMMARY

S. Spinsanti: The ethics committees: social and pedagogie functions.

After having analized the reasons for refusing ethics in medicine, the author considers the institution of ethics committees as a way to reinstate ethics in the biomedical practice. Afterwards the various types of committees are taken in consideration: national committees (in particular, the two temporary committees established in the U.S.A. and the French Consulting Committee), ethics committees for research and hospital committees. While tracing the final results of the experiences gained, particular attention is given to the pedagogic possibilities connected with the ethics committees, so as to increase the capacity of exercising ethical judgement.

RÉSUMÉ

S. Spinsanti: Les comités d’éthique: fonction sociale et pédagogique.

Après avoir analysé les raisons du refus de l’éthique en médecine, l’Auter considère l’institution des comités d’éthique en tant que moyens pour réintroduire le souci éthique dans la pratique biomédicale. On y prend en considération successivement les différentes formes de comités: comités nationaux (en particulier, les deux comités temporaires institués aux Etats-Unis et le comité consultatif français), comités pour l’éthique de la recherche et comités hospitaliers.

En traçant le bilan des expériences en cours, l’Auteur prête une attention particulière aux possibilités pédagogiques relevant des comités d’éthique, dans le but d’augmenter la capacité d’exercer le jugement éthique.

NOTE

1 R. Savatier, “Deontologie”, in Encyclopaedia Universalis, Paris 1971, vol. V, pagg. 436-439.

2 Una raccolta della codificazione relativa alla pratica medica è fornita dal volume Documenti di deontologia e etica medica (a cura di S. Spinsanti), Cinisello, 1985.

3 È la posizione rappresentata da M. Barni - G.A. Norelli, “L’insegnamento dei diritti dell’uomo: tra etica e dentologia medica”, in Federazione medica XXXVII (1984) n. 1 pagg. 83-85. Trattandosi di una relazione ufficiale alla XXXV Assemblea Medica Mondiale, nella giornata di studio dedicata all’etica medica (Venezia, 28 ottobre 1983), la posizione può essere considerata rappresentativa del mondo medico italiano. La tesi sostenuta è che, essendo la deontologia la disciplina di quanto realizza un dovere per il medico, “anche i princìpi che si ispirano all’etica e alla morale medica devono essere in essa ricompresi”; alla deontologia va ricondotto “ogni argomento che ispiri ed obblighi un «giusto» comportamento professionale”. La preoccupazione concreta che trapela dietro la difesa della portata onnicomprensiva della deontologia è quella che non venga introdotto un insegnamento autonomo dell’etica medica, accanto a quello della medicina legale: “È alla medicina legale, in estrema sintesi, che spetta il compito di insegnare la deontologia medica, e quindi l’etica medica che in essa si esprime”.

4 In questi termini ne abbiamo parlato in occasione del convegno sull’etica medica organizzato dall’istituto Italiano di Medicina Sociale a Roma il 12 aprile 1983. Gli atti, L’etica medica, Roma 1983, sono stati pubblicati a cura dello stesso Istituto.

5 Cfr. Documenti di deontologia..., cit., pag. 36.

6 C. Iandolo, “L’etica medica negli anni 80”, in L’etica medica, Roma 1983, pagg. 17-27.

7 Da inchieste condotte in diversi paesi risulta che tra gli studenti di medicina l’emorragia di idealismo lungo la strada della formazione è più vistosa che altrove: “All’inizio dei suoi studi lo studente si sente chiamato ad aiutare l’ammalato, ma alla loro conclusione è diventato uno che raramente, come nessun membro di altri gruppi studenteschi, nutre pensieri di preoccupazioni per gli altri uomini”. (H. KüngVita eterna?, Milano 1983).

8 Cfr. M.S. Yesley, “La tâche accomplie par la Commission pour la protection des sujets humains”, in AA.VV, Médecine et Expérimentation, Les Presses de l’Université de Laval, Québec 1982, pagg. 195-209.

9 Cfr. A.R. Jonsen e J.V. Brady, “L’éthique en recherche: l’expérience des États Unis”, in AA.VV., Médecine et Expérimentation, cit. pagg. 211-231.

10 Le possibilità offerte da un comitato di questo genere sono valutate da un articolo, apparso su Pediatrics (1986, 78, 566 ss), che stabilisce il bilancio dell’attività del comitato di bioetica dell’ospedale pediatrico di Pittsburgh, negli Stati Uniti. Il Comitato offre un servizio di consulenza su casi singoli. In dodici anni di attività, almeno il 30 per cento dei medici operanti nell’istituto ha richiesto almeno una volta il parere del comitato, che ha valore consultivo. L’intervento è stato apprezzato tanto dai medici, quanto dai genitori, perché ha rivestito una funzione di sostegno esterno, in occasioni particolarmente difficili. I quesiti più frequentemente sottoposti al comitato hanno riguardato soprattutto casi di ventilazione assistita e valutazione dell’opportunità di instaurare o proseguire programmi di nutrizione parenterale totale.

11 Si veda soprattutto la Dichiarazione sulle ricerche biomediche redatta inizialmente nel 1962, modificata a Helsinki nel 1964 e sottoposta ulteriormente a revisione a Tokyo nel 1975: S. Spinsanti (a cura), Documenti di deontologia…, cit., p. 39 ss.

12 Un volume, che raccoglie buona parte delle relazioni del simposio, è in corso di stampa presso le edizioni Paoline (I comitati di etica negli ospedali). La rivista “Famiglia Oggi” ha pubblicato un supplemento con una sintesi dei lavori dello stesso simposio, (nel nr. 23, settembre/ottobre 1986).

13 Robert M. Veatch, “Hospital Ethics Committees: Is There a Role?”, in The Hastings Center Report, Dec. 1983, pp. 22-25.

14 Una chiara esemplificazione di questa affermazione si può trovare nell’art. di B. Haëring: “Religious Directives in Medical Ethics, Roman Catholic Directives”, in Encyclopedia of Bioethics, Washington 1978, vol. IV, 1431-1435. L’illustre moralista istituisce un confronto istruttivo tra le “Direttive etiche e religiose per le istituzioni sanitarie cattoliche” emanate dai vescovi degli Stati Uniti nel 1971 e l’analoga “Guida Medico-morale” dei vescovi canadesi del 1970. pur trattando le stesse questioni (pratiche contraccettive, sterilizzazione, masturbazione per analisi dello sperma, inseminazione artificiale, gravidanza ectopica), il ruolo attribuito al giudizio e alla decisione dell’operatore sanitario sono diversi: secondo le direttive statunitensi, le decisioni mediche sono una diretta applicazione delle norme ecclesiastiche e viene esclusa qualsiasi forma di pluralismo dottrinale, mentre quelle canadesi riconoscono una differenza tra il livello della norma e quello della concreta decisione. Secondo Häring, le norme “sono formulate in un modo che riflette il presente consenso, ma permette e incoraggia la libertà e la responsabilità personale in materia di legittimo dissenso”. È prevedibile che queste ed altre divergenze di natura teologica ed ecclesiale si traducano in tensioni all’interno di Comitati di etica di ospedali cattolici.

I comitati di etica in ospedale

Sandro Spinsanti

I COMITATI DI ETICA IN OSPEDALE

in La salute per tutti

Franco Angeli, Milano 2015

pp. 272-276

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L’opzione di fondo del convegno dedicato ai comitati etici (Milano, 23- 25 maggio 1986) è stata quella di organizzare non un dibattito sui massimi sistemi, ma un confronto poliedrico tra diverse esperienze già in atto. Lo scopo pratico era quello di verificare l’operazionalità dei comitati stessi: come vengono utilizzati, a quale fine, in quale modo? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi che possono essere generalizzati a un’esperienza breve, ma intensa? L’intento non è stato, perciò, di accaparrarsi uno strumento in formazione con intenti di monopolio ideologico-confessionale.

Il «focus» dell’attenzione è stato rivolto ai comitati di etica che operano negli ospedali, con finalità di consulenza nelle situazioni conflittuali dal punto di vista etico che si originano nella pratica clinica. Si è voluto evidenziare questo tipo di comitati rispetto a due altri modelli, diversi come finalità, struttura e funzionamento: i comitati costituiti per regolamentare la ricerca clinica e la sperimentazione di nuovi farmaci sugli esseri umani, e i comitati nazionali, in quanto strutture pluralistiche che esprimono la «coscienza etica» di un paese.

Donde traggono origine i comitati di etica ospedalieri? Un «topos» ormai consacrato dalla letteratura sull’argomento mette la loro prima realizzazione in rapporto a un caso che ha travagliato la coscienza americana una decina d’anni fa: quello di Karen Ann Quinlan e del processo intentato dai suoi genitori perché la ragazza, caduta in coma profondo, fosse staccata dal respiratore artificiale. La sentenza della Corte suprema del New Jersey, invitando la famiglia e i medici curanti a consultare il «Comitato di etica o organismo simile» esistente nell’ospedale, non inventava di sana pianta l’istituzione, ma indubbiamente ne formalizzava la legittimazione giuridica.

La sentenza relativa al caso Quinlan è per i comitati di etica ospedalieri una «Magna Charta» quanto mai gravida di ambiguità. Essa aiuta, sì, a identificare positivamente la finalità di tali istituzioni: offrire a persone concrete ― operatori sanitari, pazienti, familiari, amministratori di ospedali ― che si trovano

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nella difficile situazione di dover prendere delle decisioni conflittuali dal punto di vista etico, un aiuto operativo. (...) Tuttavia le indicazioni della Corte ci lasciano perplessi. Secondo la sentenza, infatti, una volta che la famiglia e il medico si fossero trovati d’accordo sulla sospensione delle cure rianimative, la questione avrebbe dovuto essere sottoposta a quell’organismo chiamato “comitato di etica”. A esso veniva assegnato un solo compito: confermare che non c’era «nessuna ragionevole possibilità che Karen emergesse dallo stato di coma a uno stato di piena coscienza». Ci troviamo quindi di fronte a una revisione tecnica, non etica, del caso presentato. Questo punto è decisivo, quando si voglia stabilire la fisionomia di un comitato di etica ospedaliero: ha la funzione di rivedere fatti tecnici, medici (come, per esempio, le prognosi), oppure deve valutare gli aspetti etici e i valori collegati a una decisione, quale quella di sospendere le cure (una volta che la prognosi sia già stata stabilita)? La scelta dell’una o dell’altra funzione si riverbera immediatamente sulla costituzione del comitato stesso, con la predominanza nel primo caso, di esperti di scienze bio-mediche, mentre nel secondo dovranno prevalere gli esperti di scienze umane e i rappresentanti di punti di vista non tecnici.

Inoltre la Corte del New Jersey sembra prevedere il ricorso al comitato come una «liberatoria» da responsabilità di ordine penale. Questa commistione tra ordine etico e ordine giuridico contribuisce a rendere più confusa la fisionomia di un comitato di etica ospedaliero. Un punto su cui nel frattempo sembra essersi fatta chiarezza, rispetto al modello a cui è attribuita la priorità storica, è il valore consultivo delle deliberazioni di un comitato di etica. Quest’ultimo non va concepito come un’istanza etica superiore, alla quale operatori sanitari e utenti dei servizi possano demandare le decisioni, deresponsabilizzandosi. (...)

In questo contesto di incertezza e di smarrimento, non è improbabile che si senta il desiderio di essere sollevati dal peso della decisione con tutte le sue conseguenze giuridiche e morali, demandandola a un comitato. Questa appunto deve essere dichiarata una via impraticabile, se vogliamo che l’atto medico conservi la sua irrinunciabile dimensione etica, che accompagna quella terapeutica. Il comitato di etica non deve surrogare le responsabilità di fronte alla legge e, per il sanitario, quelle deontologiche nei confronti degli organismi rappresentativi della propria professione.

La componente etica va, dunque, conservata, di diritto e di fatto, all’atto medico. Tuttavia bisogna riconoscere che nella medicina contemporanea si è disegnata una nuova situazione, che rende sempre più difficile quella valutazione dei valori, che è la sostanza stessa del giudizio etico. L’affermarsi di una situazione come i comitati di etica ospedalieri non è spiegabile, se non viene ricondotta a quella diffusa reazione culturale intesa a riportare nella pratica della medicina i valori della persona.

L’introduzione del soggetto non è stata sempre un processo irenico. Ha dato luogo talvolta a una rivolta dei soggetti (si veda l’esperienza italiana dei “Tribunali per i diritti del malato”). È stata denunciata la preoccupante divaricazione tra le competenze etiche e quelle diagnostico-terapeutiche del medico. In passato

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la formazione che il medico riceveva lo metteva in grado di far fronte alle questioni etiche che sorgevano nella prassi; oggi, invece, la distanza tra le due competenze è sempre più vistosa. I problemi etici sono più numerosi e di più difficile soluzione; la formazione universitaria e post-universitaria continua a ignorare l’etica come condizione per un buon esercizio della medicina. I medici inclinano verso due atteggiamenti estremi: il tecnicismo, che porta a respingere la preoccupazione etica come un’interferenza indebita con una prassi che si richiama alla «scienza», e il paternalismo, incapace di giustificare a se stesso le ragioni delle scelte se non richiamandosi genericamente a decisioni prese «in scienza e coscienza». Siamo in piena crisi della ragione medica pratica.

Un comitato di etica che sorge in questo contesto culturale concreto dovrà fare i conti con lo scollamento avvenuto tra prassi sanitaria e riflessione sui valori. Dovrà proporsi prioritariamente uno scopo pedagogico e formativo, che possiamo sintetizzare nel seguente programma: alfabetizzare la coscienza morale dei sanitari e introdurre il giudizio etico nel giudizio clinico. Senza, tuttavia, proporsi di «far la morale» ai sanitari! Ogni progetto di moralizzazione suscita, come controreazione, un atteggiamento di rifiuto o di banalizzazione dell’istanza etica. Se i comitati di etica si affermeranno nel nostro paese, sarà con i medici, non contro di essi. (...)

I comitati di etica potranno sfuggire a queste insidie se si attesteranno su una linea di difesa «minimalista» del loro compito: non tanto approvare o disapprovare, dando permessi o condanne, quanto piuttosto limitarsi a non obiettare, quando il comportamento è accettabile nella nostra società, conformemente al consenso che in essa si è raggiunto sulla conformità di determinate scelte etiche con i valori che sorreggono la nostra vita civile. Chi temesse che questa finalità sia troppo riduttiva non ha che da tener presenti gli equilibrati pareri del Comitato consultivo nazionale francese, elaborati sulla base della ricerca del consenso.

La stessa misura di equilibrio riscontriamo nell’identificazione dei principi di etica che devono regolare la ricerca che utilizza i soggetti umani, svolta dalle due commissioni americane: la National Commission far the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behavioral Research (1974-1978) e la cosiddetta President's Commission (1980-1983). La prima, in particolare, con il «documento Belfort», ha dimostrato che, senza infrangere il rispetto del pluralismo democratico ed etico, si può giungere a un ampio consenso e a un’intesa pratica autentica su ciò che la nostra società considera conforme o contrario alle esigenze di umanità nell’ambito della sperimentazione. Un analogo valore possiamo attribuire ai numerosi documenti di deontologia ed etica medica elaborati dagli organismi internazionali: Associazione Medica Mondiale, Comunità Europea, Assemblea delle Nazioni Unite, ecc.

Non si tratta solo di dissipare il sospetto che i comitati di etica in ospedale abbiano una funzione poliziesca: il loro uso può, positivamente, contribuire a rinnovare l’etica, spostando il suo asse dalla uniformità alle norme, alla ricerca delle stesse. Ci troviamo così trasportati nella situazione delle origini, almeno per la filosofia occidentale, nella quale il dialogo costituisce il clima

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che fa nascere la ricerca etica. Il dialogo socratico è un metodo per trattare un tema etico, su cui si hanno pareri diversi, in modo argomentativo. La proposizione che esprime una norma morale non è imposta in modo autoritario (si tratti deH’autorità della legge o di quella di una morale religiosa conosciuta per rivelazione); non ha nemmeno l’autorevolezza che riveste una norma deontologica, nella quale si esprime la consapevolezza maturata dall’esperienza professionale sui comportamenti professionalmente corretti. Un principio in etica ha solo l’autorità interna che deriva dal peso degli argomenti con cui viene sostenuto. Il confronto e la ricerca mediante il dialogo sono iscritti, perciò, nel codice genetico del pensiero etico che ha sviluppato l’Occidente.

La dialogicità, tratto caratteristico della riflessione etica all’inizio della nostra tradizione filosofica, è anche una condizione essenziale per l’esistenza e il funzionamento di un comitato di etica. Essa non si impone solo per ragioni esterne e opportunistiche, come può essere la considerazione del pluralismo ideologico, elemento caratteristico e irriducibile della nostra cultura, oppure la costatazione che la pratica biomedica odierna presenta problemi così complessi che non possono più essere risolti da una sola persona. La dialogicità è, ben di più, l’espressione originaria del pensiero etico. Condizione essenziale per il dialogo è una considerazione positiva dell’essere umano (è stato il compito storico di Carl Rogers e della sua pratica del «counseling» quello di riportare tale atteggiamento positivo al centro dell’interesse sociale). Una seconda condizione è la fiducia tra gli interlocutori. La fiducia naufraga là dove si ritiene che gli altri giochino in modo sleale, con la presunzione di avere la risposta giusta già pronta, cercando solo il modo per imporla. Perché s’instauri un clima di fiducia, gli interlocutori devono essere tutti disponibili alla guida da parte di un daimon socratico, non soggetti all’azione di un diabolos (la radice «dia-ballo» contiene in sé i germi della separazione, dello scetticismo, della posizione di difesa). Senza la fiducia reciproca e la convinzione dell’eccedenza della verità rispetto a tutte le opinioni, nessun comitato di etica potrebbe funzionare, per quanto accurato sia il regolamento che lo costituisce.

L’idea di dialogo fiducioso è suggerita anche dalle connotazioni semantiche della parola «comitato». A condizione, naturalmente, che non la si intenda in modo restrittivo: come potrebbe essere un organismo che, rappresentando un campo più vasto, si esprime e agisce in suo nome (in questo senso si parla di un comitato per i festeggiamenti, un comitato esecutivo ecc.). Di per sé la parola «comitato» evoca la serie delle esperienze umane correlate all’essere con gli altri: vedi i termini latini comitari (accompagnare), comes (compagno), communitas (comunità)... (...)

Un comitato così concepito non può reggersi su una base ideologica, ma ha bisogno di un punto di vista integrativo e superiore. Nell’ambito della sanità, questo può essere costituito dal comune riferirsi a una medicina per l’uomo totale, che integri la conoscenza dell’uomo derivante dalle scienze bio-mediche con quella fornita dalle scienze umane. Di queste ultime l’etica costituisce un’articolazione importante, ma non certo unica o esclusiva. L’etica e le altre discipline si richiamano reciprocamente, hanno bisogno l’una delle altre.

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Senza la considerazione di tutte le dimensioni dell’uomo malato, ricostruendo l’intero campo dell’umano, l’etica si appiattisce in pura normatività. Etica, antropologia (in particolare le conoscenze relative alla corporeità vissuta) ed epistemologia (con la revisione della scienza e la costituzione di un nuovo paradigma) stanno e cadono insieme. Un comitato di etica che si riducesse a produrre norme da fruire passivamente assomiglierebbe a un «fast-food», così diseducativo nei confronti dell’assunzione delle responsabilità etiche come i templi del «mordi e scappa» lo sono rispetto all’alimentazione.

L’habitat dell’etica è l’orientamento ai bisogni integrali dell’uomo. Se questo non esiste, l’etica sarà fatalmente recepita come un corpo estraneo in ambito sanitario, che pretende di imporsi, in modo più o meno morbido, a un mondo medico recalcitrante.

Perché il giudizio etico diventi un prodotto umano, deve avere le sue radici in un processo creativo. La «formazione morale» è troppo spesso concepita come la trasmissione di giudizi morali elaborati dalle generazioni precedenti, ai quali le nuove generazioni sono invitate a uniformarsi. Ai nostri giorni, inoltre, bisogna registrare anche una collusione perversa tra questo tipo di formalismo morale e il linguaggio telematico, che costituisce l’ambiente naturale nel quale siamo immersi. Questo linguaggio è quello dello 0-1, del «sì» e del «no», con l’esclusione del «forse». È universalmente deprecato che oggi vengano formate persone che sanno usare le macchine, ma che non sanno pensare. Questa carenza è fatale in campo etico, in quanto la semplice osservanza delle regole morali, considerate come regole di procedimento, non basta a creare il comportamento moralmente buono. Non è sufficiente imparare ad associare la risposta «giusto» o «sbagliato» a determinati quesiti, saltando il momento creativo della «produzione» di un giudizio etico.

I comitati di etica, costituendosi come laboratorio di formazione al giudizio etico, possono svolgere un’utile funzione educativa. Se la riflessione si esercita in essi in clima di ricerca, di tolleranza e di reciproco ascolto, possono diventare uno strumento pedagogico di formazione della coscienza, e quindi un autentico fattore di umanizzazione.

Il pluralismo sarà d’obbligo in una riflessione etica di questo genere: non possiamo illuderci che un comitato possa giungere a conclusioni unanimemente considerate valide e obbliganti. Non potrà perciò produrre regole che valgano per tutti. Ma sarà già un risultato considerevole sviluppare, tutti insieme, una sensibilità che ci permetta di riconoscere i problemi etici nell’ambito della cura della salute e delle scienze della vita; di trovare soluzioni per quelli che è possibile risolvere; e di imparare a vivere con quelli che non ammettono soluzioni.

Miglioramento della qualità

Book Cover: Miglioramento della qualità
Part of the Sistemi sanitari series:

N. Buzzi, C. Catananti, G. Corvino, P. Folino, P Reggiani, A. Ruggeri, C. Schweiger, F. Spandonaro, S. Spinsanti

MIGLIORAMENTO DELLA QUALITÀ, FORMAZIONE MANAGERIA-

LE E RUOLO DELLE SOCIETÀ SCIENTIFICHE

in Qualità, Appropriatezza, Sistemi di Finanziamento nel Servizio Sanitario

Società’ Italiana per la qualità dell’Assistenza Sanitaria (V.R.Q.), VII Congresso Nazionale

Sorrento, 19-22 ottobre 1996

p. 28

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Introduzione Gli attuali processi di innovazione in Sanità (di 502/92 e 517/93) richiedono agli operatori sanitari l’acquisizione di nuove conoscenze e strumenti operativi. A tale scopo l’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) ha realizzato in collaborazione con il Centro Consulenze di Firenze e il sostegno della Pfizer Italiana un progetto di formazione manageriale e training indirizzato agli Operatori Sanitari delle Strutture Cardiologiche.

Strutture coinvolte e obiettivo Dall’ottobre 1995 ad oggi hanno partecipato al progetto di formazione 80 strutture distribuite su 12 regioni (Nord-Est, Nord-Ovest, Centro, Sud, Isole). La tipologia delle cardiologie coinvolte comprendeva tutti i differenti gradi di complessità strutturale: dalle divisioni ubicate in ospedali dotati di Cardiochirurgia con disponibilità di Servizi di Emodinamica ed Elettrofisiologia alle divisioni di minore complessità, ai semplici servizi senza degenza. Obiettivo del progetto era di fornire a tutte le strutture una formazione operativa volta ad acquisire strumenti pratici di analisi ed intervento all’interno della propria Divisione Cardiologica.

Metodologia Il progetto, elaborato in collaborazione con il direttivo della Società Scientifica (ANMCO), ha previsto una prima fase formativa seguita da una seconda fase di training: I temi di intervento hanno riguardato aspetti economico/gestionali (DRG, Budget, Organizzazione) integrati attraverso approfondimenti di umanizzazione e Bioetica in un progetto di progressivo miglioramento della qualità. La fase formativa ha compreso una serie di interventi didattici seguiti da workshops e seminari e da una riunione finale comune in cui, dopo una discussione sui temi di formazione, erano pianificate le strategie per il successivo periodo di training. La fase di training comprendeva il coinvolgimento operativo diretto degli operatori sanitari su un progetto specifico per ciascuno dei temi di intervento. L’intera fase di training è stata supportata da una struttura dedicata, raggiungibile tramite numero verde e utilizzabile da tutti i partecipanti, in cui erano presenti esperti di DRG e codifica della Scheda di Dimissione Ospedaliera, Economia, Organizzazione, Qualità e Bioetica.

Risultati Per i DRGs sono state implementate metodiche di verifica della qualità della codifica delle schede e creati reports di efficienza quantitativa dell’attività del reparto. In alcuni casi i DRGs sono stati anche utilizzati come parametro di valutazione di efficacia e di approccio all’analisi organizzativa della struttura. Per il Budget sono state realizzate analisi dei processi economici attraverso un software dedicato. Per l’Organizzazione è stata effettuata un’analisi dei processi volta ad evidenziare i punti critici/punti di forza della struttura. Gli eventi individuati sono stati poi analizzati per pesarne l’impatto finanziario, organizzativo e di qualità assistenziale. Per l’Umanizzazione e la Bioetica sono stati realizzati progetti di monitoraggio della soddisfazione del paziente attraverso l’elaborazione di questionari realizzati in maniera autonoma dagli operatori.

Conclusioni Il progetto di Formazione e Training dell’ANMCO ha valorizzato le professionalità degli operatori partecipanti e creato le premesse per un miglioramento della qualità della prestazione sanitaria. L’esperienza di Formazione e Training dell’ANMCO dimostra il ruolo fondamentale che le Società Scientifiche possono svolgere negli attuali processi di innovazione, fornendo agli Associati un utile servizio di formazione uniforme aggiornata e ricavandone informazioni utili per partecipare anche propositivamente nei confronti delle Istituzioni al cambiamento in atto in Sanità.

Questioni etiche in oncologia

Book Cover: Questioni etiche in oncologia
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

INTERVENTO

in Questioni etiche in oncologia

Atti Review Meeting

pp. 84-87

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Per introdurre gli aspetti più propriamente etici della ricerca in oncologia, vorrei riferire in che modo mi capita di incontrare questi problemi: non soltanto in quanto studioso e cultore di bioetica nella letteratura attinente, ma come mi capita di incontrarli in concreto. Lavorando in ospedale, con la responsabilità di dirigere un Dipartimento di scienze umane, ho delle sollecitazioni da parte di medici che mi dicono: «Qui abbiamo una difficoltà. Stiamo facendo uno studio multicentrico, nel quale una clausola precisa prevede che per fare ricerca con i soggetti umani ci vuole il consenso informato. Senza questo, non accettano la nostra partecipazione. Quindi facciamo un comitato di etica anche nel nostro ospedale».

Più di una volta mi è capitato di incontrare la richiesta di etica in questa formula molto precisa. Non voglio squalificare la richiesta, ma intendo dire con tutta chiarezza che la richiesta di un comitato di etica che proceda in questo modo, procedendo da simili situazioni, ha un carattere apertamente strumentale. In fondo, il comitato di etica è quell’organismo che deve mettere il timbro necessario perché la ricerca sia approvata. Non ho niente in contrario, in linea di principio, contro questa utilizzazione. Devo però anche esprimere il sospetto che un’etica non sia una modificazione sostanziale dei comportamenti, un’etica in particolare non porti a rivedere i presupposti culturali che soggiacciono alla ricerca, può facilmente ridursi a una griglia di regole deontologiche che galleggiano su un vuoto. Temo fortemente che tale etica possa avere una funzione di alibi. Questo uso perverso dell’etica (cioè: sono eticamente ineccepibile perché osservo una procedura, che a livello internazionale è stata qualificata come etica) mi fa venire inevitabilmente in mente la frase ironica di Mark Twain quando parla di «un uomo buono nel senso peggiore della parola». Potremmo avere anche un ricercatore etico «nel senso peggiore della parola...».

Ci troviamo così a interrogarci, in tutta serietà, su che cosa vuol dire seguire una procedura etica nella ricerca, o invocare l’etica in questo ambito.

Per anticipare già la conclusione a cui intendo arrivare, dirò che sono perfettamente in consonanza con quanto emerso dai ricercatori che hanno parlato prima: è necessario giungere a un confronto sulla cultura; non basta stabilire delle regole: bisogna esplicitare i valori che le sorreggono. Su questo confronto che esprime l’etica nel suo profilo più alto, si è espressa in questa giornata una sostanziale convergenza nella riflessione umanistica e bioetica. Come punto di partenza dobbiamo assumere la consapevolezza che un grande cambiamento è in corso negli standard della ricerca biomedica ritenuti eticamente accettabili. Il punto dove possiamo individuare con maggior chiarezza l’innovazione in corso è quello del consenso.

Nella nostra tradizione culturale il consenso era considerato importante nel settore della ricerca, al fine di prevenire abusi, mentre nella terapia tendeva ad essere ritenuto poco più di un optional: auspicabile, ma non strettamente necessario. Le regole dell’etica medica si sono per lo più attestate su un doppio standard: uno relativo all’intervento curativo (o all’eventuale sperimentazione terapeutica) e uno riferito alla ricerca non terapeutica, o ricerca "pura".

Nel primo caso non ci si è ispirati ai valori impliciti nella tradizione ippocratica, che è sostanzialmente autoritaria e beneficialista (nel senso che si regola secondo il "principio di beneficità"). Essa riserva al medico la tutela del migliore interesse del paziente e lo autorizza

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ad agire For the patient’s good (è il titolo di un libro in cui Pellegrino e Thomasma analizzano la tradizione del paternalismo medico, cercando di salvare il contenuto autentico di questa modalità di rapporto medico-paziente dal discredito in cui sono cadute tutte le forme di paternalismo). Questo rapporto di potere è per lo più implicitamente acconsentito dal paziente, nel quadro di quella relazione fiduciale che possiamo chiamare "alleanza terapeutica": il malato delega il medico a intraprendere qualsiasi cosa egli ritenga possa risolversi in un vantaggio per la propria salute (nei casi estremi, anche tentare il tutto per tutto, sperimentando per il malato, la cui vita sia minacciata, un trattamento che abbia carattere sperimentale).

Un altro standard, invece, si è venuto evidenziando quando l’intervento medico ha valore di sperimentazione non terapeutica (non intesa, cioè, a portare beneficio al singolo individuo che è oggetto della sperimentazione). In questi casi si è sempre più evidenziata la priorità della tutela del paziente, il rispetto della sua autonomia, la richiesta di un consenso informato. Il paziente deve essere messo in grado, tramite un’informazione appropriata, di decidere se partecipare o no alla ricerca.

Queste restrizioni hanno reso evidente che la ricerca non è contenuta "implicitamente" nella richiesta con cui il malato si rivolge al medico e ripone in lui la sua fiducia. Egli vede nel medico un soccorritore, non un ricercatore (nel secolo passato, secondo la ricostruzione storica della Nascita della clinica moderna fatta da Michel Foucault, la ricerca era invece tacitamente implicita nella istituzione stessa dell’ospedale: in essa le classi meno abbienti potevano beneficiare dei progressi della medicina, ma vi contribuivano anche offrendosi come oggetti di ricerca nelle istituzioni cliniche).

Le esigenze deontologiche relative al consenso informato indicano una riformulazione del patto terapeutico, grazie alla quale il "consenso sociale" sulla legittimità e sull’attività della ricerca trapassi in un "consenso individuale". Le motivazioni con cui i medici tendono a sottrarre ai pazienti le informazioni relative ai trattamenti terapeutici («I pazienti ― i miei pazienti, i pazienti italiani... ― non vogliono sapere; «L’informazione sconvolgerebbe troppo il paziente con diagnosi di cancro») nel caso della ricerca non terapeutica non possono essere fatti valere. Il consenso unanime che s’è stabilito in questo ambito della ricerca, e che ora sta mettendo in discussione molte pratiche consolidate di casa nostra, è che il ricercatore non possa procede correttamente senza informare il paziente del trattamento sperimentale e avere ottenuto il suo consenso. («La società non può permettere ― stabilì una commissione americana, dopo aver analizzato la criticatissima ricerca sulla sifilide fatta sugli inconsapevoli negri di Tuskegee, negli Stati Uniti ― che l’equilibrio tra i diritti individuali e il progresso scientifico venga determinato unicamente dalla comunità scientifica»).

Il criterio del doppio standard per la richiesta del consenso riposava su una diversa accentuazione di valori nell’insieme delle pratiche bio-mediche: il valore della "beneficità" (opheleîn è mè blàptein, secondo la dizione originaria del celeberrimo precetto ippocratico ― "favorire, o almeno non pregiudicare" ―, diventato in seguito: primum non nocere) nel caso dell’intervento terapeutico; il valore dell’autonomia, invece, che implica la libera partecipazione del soggetto, quando si tratta di ricerca. Il doppio standard ha indubbiamente svolto un ruolo positivo nella regolazione di conflitti di natura etica; tuttavia bisogna riconoscere che attualmente non corrisponde più alla complessità della situazione e ha bisogno di una profonda revisione.

Anche nell’ambito terapeutico sta crescendo, infatti, il bisogno di sottoporre le procedure sanitarie al criterio del’autonomia. Il medico deve avere di mira non solo il bene del paziente

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(o quello che egli ritiene tale), ma anche l’autodeterminazione del paziente stesso. Ciò implica la richiesta del consenso informato del paziente anche per le procedure terapeutiche. Quando non sia possibile, per incapacità del paziente, ottenere l’espressione della sua volontà, si possono avere conflitti drammatici di interpretazione e di responsabilità (il recente caso di Nancy Cruzan, la ragazza in coma vegetativo permanente, i cui genitori hanno ottenuto, con una lunga battaglia legale, la cessazione della nutrizione artificiale, può essere ritenuto come emblematico di questo genere di situazioni).

L’informazione del paziente, anche nell’ambito di interventi terapeutici, non può più essere considerata un gesto magnanimo o benevolo del medico: è un preciso diritto della persona malata. Questo cambiamento di prospettiva ci risulta più chiaro se consideriamo che, in tedesco, l’informazione al paziente si chiama Aufklärung, e che questo è storicamente il termine che designa l’illuminismo (Kant ha definito, in uno scritto celebre, l’illuminismo come "l’uscita degli uomini dallo stato di minorità a loro stessi dovuto"; per minorità egli intendeva l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro). La medicina è l’ultimo ambito della nostra cultura in cui è caduta la struttura autoritaria, secondo l’audace invito di Kant all’individuo dei tempi moderni "Sapere aude! abbi il coraggio di servirti del tuo intelletto". Possiamo forse dire, pagando un certo tributo alla retorica, che ogni volta che un medico dà un’informazione al paziente, come atto a lui dovuto, l’illuminismo fa un piccolo passo avanti!

Il paradigma autonomista non cancella, tuttavia, il paradigma paternalista che si ispira al principio di beneficità e si iscrive entro l’alleanza terapeutica. L’autonomia dell’individuo, infatti, non è un dato semplicemente esistente, che bisogna tutelare: è piuttosto un valore che è necessario promuovere. L’impegno benefico del medico è finalizzato a promuovere il bene del paziente, nel cui ambito va inclusa anche la capacità di prendere decisioni autonome sulla propria salute. Perché sia benefica l’amministrazione delle informazioni richiede gradualità e senso pedagogico.

È giusto accogliere le riserve di coloro che vedono con apprensione diffondersi una cultura del "consenso informato" che sembra aver perso ogni legame organico con i valori contenuti nella tradizione beneficiale-paternalista, che domandava al medico un totale impegno per la ricerca del miglior interesse per il paziente. Se questo cambiamento del rapporto medico-paziente avviene sotto la spinta di conseguenze giudiziarie e porta a ripudiare quanto di valido pur esisteva nella tradizione paternalista, è lecito temere che il consenso informato possa diventare un espediente per trasferire sul paziente una responsabilità che deve essere del medico.

Se poi il consenso informato diventa semplicemente un foglio da far firmare, in funzione di assicurazione legale per il medico, non si può escludere che in tal modo si possa fare una raffinata violenza al paziente, forse peggiore della violenza che consiste nel non informarlo affatto. Il consenso informato potrebbe risolversi in una beffa: mentre apparentemente sembra destinato a tutelare il paziente, rischia di diventare una formula mistica con cui il medico si mette al riparo da eventuali richieste di risarcimento di danno in sede giudiziaria. Non possiamo purtroppo escludere un uso perverso dell’etica.

Nell’altro versante, anche gli aspetti etici della ricerca si stanno modificando. Dopo aver tutelato, in tutti i modi possibili, il diritto della persona umana a decidere qualsiasi tipo di interventi fatti su di lui, ci rendiamo conto che una prospettiva di utilitarismo individualista non è in grado di fornire una giustificazione sufficiente per la ricerca. Il paradigma

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dell’autonomia può essere sufficientemente illustrato dalle parole con cui il giudice americano Benjamin Cardozo stabilì, in un processo celebratosi nel 1914, una delle prime formulazioni del principio del consenso informato: «Ogni essere umano adulto e capace di intendere e di volere ha il diritto di decidere che cosa si può fare al suo corpo».

Pur difendendo l’inviolabilità di tale diritto, dobbiamo trovare per la ricerca una base più ampia, che includa il ricorso al principio della giustizia (distribuzione equa dei pesi e dei rischi) e al principio della beneficità, inteso in senso non individuale. È ovvio, infatti, che se abbiamo oggi una buona medicina, lo dobbiamo in parte alla ricerca che è stata fatta sulle generazioni precedenti; allo stesso modo, una migliore medicina per le generazioni future deve essere pagata con la ricerca fatta sui soggetti sperimentali di oggi.

Il medico-ricercatore sente spesso l’ambivalenza strutturale della sua posizione: le cure prodigate ai pazienti, nella preoccupazione esclusiva del loro maggior vantaggio, e le responsabilità della ricerca non si accordano sempre perfettamente; talvolta possono opporsi apertamente. Non è sempre agevole coniugare una duplice fedeltà: al singolo paziente che gli si affida e ai futuri, possibili pazienti, che trarrebbero beneficio dalla ricerca.

La medicina ha il compito di mediare, grazie al credito di istituzione finalizzata a obiettivi di beneficità, tra il bene individuale e quello sociale. Per questo il consenso informato, anche nel caso della ricerca non terapeutica, non può avere una trascrizione solo giuridica, ma è necessario che conservi quelle valenze etiche che sono correlate con la ricerca del miglior bene per l’umanità.

Una ricerca eticamente giustificabile non potrà limitarsi alla correttezza del rispetto delle regole deontologiche. Essa dovrà fondarsi su atteggiamenti di fondo virtuosi. Ciò comporta per il medico-ricercatore la fedeltà al singolo paziente, che si traduce nell’impegno a evitargli ogni danno ― primum non nocere! ― e a ridurgli il rischio; ma anche nella fedeltà all’umanità futura, per il cui beneficio si fa oggi ricerca. Ma anche per cittadino, malato o no, che collabora con la ricerca prendendo su di sé un rischio calcolato, è necessario un atteggiamento virtuoso di orientamento alla solidarietà verso i potenziali malati futuri destinati a trarre benefici terapeutici dalla ricerca.

La ricerca non potrà mai avere un ampio respiro, se avrà come interlocutori cittadini intenti solo a difendere la propria autonomia, in uno stato di perenne diffidenza nei confronti dei medici-ricercatori. La disponibilità dei cittadini a offrire una quota personale di rischio e la volontà di tutti di contribuire al progresso di una scienza per l’uomo sono prerequisiti indispensabili per la ricerca.

La formazione, in tal modo, dei cittadini ai valori altruistici è uno dei benefici non marginali della ricerca.

Il malato di tumore in Lombardia

Book Cover: Il malato di tumore in Lombardia
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

INTERVENTO

in Il malato di tumore in Lombardia

Atti Congresso Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano

Milano, 1 giugno 1990

pp. 17-20

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Non so se quello che dirò sarà più profondo, certamente sarà diverso dal discorso che è stato tenuto sino ad ora.

Abbiamo parlato di pressione per ottenere, abbiamo parlato di un fare concreto. Quello che invece cercherò ora di proporvi è un pensare sul fare, un pensare forse prima di fare e in ogni caso un qualcosa che ha lo svantaggio di non essere così coinvolgente da un punto di vista concreto come le tematiche che finora sono state affrontate.

Vi voglio proporre un qualche cosa che non nasce da un osservatorio neutro, distante, ma da una specie di osservazione partecipata perché pur non facendo il medico ho il privilegio, e lo faccio per scelta, di riflettere insieme a coloro che sono in prima linea nel campo della medicina, nel campo delle cure palliative, nel campo di una ricerca di umanizzazione della medicina.

Le riflessioni che voglio proporvi riguardo la qualità dell’assistenza, da un mio punto di vista, giocano intorno a due modalità che prendo con un significato molto pregnante e spero sufficientemente chiaro: la "modalità del curare" e la "modalità del prendersi cura".

Due mondi, due concezioni del rapporto e anche concretamente due modalità di intervento.

Quando parliamo di curare, abbiamo in mente un obiettivo che è la guarigione, riportare la persona in salute, lottare contro il male che si è reso presente nell’organismo dell’individuo. Questo è il curare.

Per prendersi cura intendo una modalità di intervento che considera anche altri aspetti della persona malata: un essere che ha ima dimensione psichica, delle emozioni, una

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dimensione sociale, una dimensione spirituale che agisce anche sulla base di attese, di paure, di simboli, insomma ha un universo che non si lascia ridurre a quello fisico.

L’uomo come soggetto, che fa delle scelte, che vive o muore in un determinato modo piuttosto che in un altro, che vuol vivere più a lungo o vuol vivere meglio, ma in ogni caso è lui come soggetto che sceglie. V’è soprattutto, a mio avviso, una categoria che riesce a rendere plastica questa dimensione: la categoria famiglia. Proprio questa idea riesce a mobilitare la nostra fantasia quanto nessun’altra mai. Una persona che è malata è una persona inserita in un contesto ampio di relazioni, che chiamiamo simbolicamente famiglia, e quando una persona è malata si ammala anche la famiglia. Si ammalano il coniuge, si ammalano i figli, è la struttura che subisce l’impatto di questo fatto.

Ora queste due modalità, il "curare" e il "prendersi cura", possono essere relazionate l’una verso l’altra e in maniera diversa. Vorrei brevemente evocare tre possibili scenari.

In uno, curare non ha niente a che fare con il prendersi cura e sono due modalità di intervento indipendenti, sequenziale, in ogni caso che riguardano personaggi diversi e anche concezioni diverse.

Si può curare senza prendersi cura. Si può soprattutto se il curare è preso come una concezione eroica, battagliera. Ora in questa prospettiva eroica, guerriera, fattiva, il prendersi cura diventa quasi un di più, un superfluo, un qualche cosa che in ogni caso può essere lasciato ad altri.

Il curare è l’hard della medicina, il prendersi cura qualche cosa soft che può appunto essere lasciato ad altre professioni e di cui anche si può fare a meno. In fondo se il cancro viene guarito, tante modalità accessorie del guarire, ciò che si subisce in ospedale, tanti traumi, tante prove, vengono dimenticate ritrovata la salute. Ci accorgiamo però di quanto questa concezione dicotomica non vada quando il guarire non è più una prospettiva: quando il malato si incammina verso la fine della vita. In questa concezione il medico non ha più niente da fare, non può più far nulla per guarire, allora passa la mano ad altri che si prendano cura. E’ uno scenario anche troppo familiare.

Un altro scenario possibile è il seguente: curare è prendersi cura. Direi sinteticamente che questa è la rivendicazione della medicina umanistica: se non ci si prende cura, neppure si cura.

Questo aspetto, curare è prendersi cura, riporta dentro il curare stesso delle esigenze, delle formalità che, credo, nessuno può giudicare superflue o opzionali. Lo svantaggio

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È di questa concezione idealistica della medicina è di porre delle esigenze totalizzanti: allora si vuole dal curante che sia anche filantropo, cioè che metta non soltanto la testa e le mani, ma anche il cuore e la capacità empatica di capire il paziente; si esige da lui che non sia soltanto bravo in oncologia medica nel misurare i farmaci, ma sia bravo nell’ascoltare, nel comunicare, sappia scegliere il momento giusto, sappia trovare le parole giuste, sappia capire che cosa e come il paziente vuol sapere.

Il pericolo di questa concezione, quando appunto cerchiamo di farla diventare realtà operante, è di monopolizzare da parte del curante medico tutto l’aspetto del curare e di esautorare delle altre professioni che sono pensate per questo e che possono e devono essere mobilitate.

È vero, per dirla in termini più comprensivi, che noi vogliamo che il medico sia anche un po’ psicologo, una persona che sappia entrare in comunicazione. Però questo non deve far si che il medico, nella totalità dei suoi compiti, assommi in sé il curante, lo psicologo che si occupa delle relazioni e il prete che si occupa dello spirito. Questa è una concezione primitiva del curante in cui lo sciamano è tutto. Abbiamo bisogno di capire che il curare, che è anche un prendersi cura, è qualcosa che nessuno può fare tutto da sé.

Allora permettetemi ancora un’altra modalità nel correlare il curare ed il prendersi cura.

Non curare/prendersi cura come due attività differenti e quasi correlate per accidente o sequenzialmente e neppure il curare è prendersi cura, in questa idea totalizzante, globalizzante, ma curare e prendersi cura intese come due modalità diverse, che devono poter coesistere con priorità diverse.

L’immagine che riesco a trovare per esprimere questo concetto, sono le immagini di cambiamento "figura-sfondo" che la psicologia ci ha insegnato a riconoscere. Noi percepiamo tante cose ma c’è una figura che è oggetto di attenzione, le altre cose ci sono ma sono sullo sfondo, quasi non le vediamo. La figura per me in questo momento sono i vostri volti. C’è forse anche un segnale uscita di sicurezza, ma non mi interessa, forse non lo vedo. Ma se suona l’allarme i vostri volti diventano lo sfondo per me e l’uscita di sicurezza diventa la figura, e cerco di salvarmi.

Questa capacità di giocare con figura-sfondo è qualche cosa che noi dobbiamo riportare in medicina. Ci sono sicuramente delle situazioni in cui la figura è il curare e il prendersi cura è sullo sfondo. Se l’operazione chirurgica è l’operativo terapeutico forse è quella la cosa da fare prioritariamente. Ma bisogna anche saper passare dalla figura del curare a quella del prendersi cura. E questo però non soltanto quando c’è

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l’ipotesi di una malattia inguaribile, di uno stadio terminale o avanzatissimo. Probabilmente la paura e il bisogno di informazione che ha una donna prima di un’operazione al seno è qualche cosa da non considerare secondario: qui il "prendersi cura" è la figura.

Questa capacità di essere insieme a volte protagonisti, a volte figura di sfondo, di coinvolgere la persona che nell’ambito della sua professionalità corrisponda al bisogno che ora emerge, bene questo gioco di figura-sfondo, di curare-prendersi cura, io credo che sia un’esigenza primaria se vogliamo fare della buona medicina.

AIDS la sindrome misteriosa

Book Cover: AIDS la sindrome misteriosa
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

AIDS LA SINDRONE MISTERIOSA

in Jesus

anno X, giugno 1988, pp. 3-6

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Mai come oggi l’uomo si sente minacciato

da un morbo che rievoca medievali ecatombi

Secondo le fonti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità, da 5 a 10 milioni di persone attualmente nel mondo hanno il virus della "peste del Duemila" e nei prossimi dieci anni salirà a 100 milioni il numero degli infetti. Nessuna precedente malattia dell’umanità ha mai suscitato tanti problemi etici, né ha in tale misura interpellato la Chiesa. Ecco perché, nelle pagine che seguono, anche Jesus si preoccupa di illustrare il problema e di offrire alcuni elementi di riflessione.

«Ancora uno scritto sull'Aids...!». Nonostante la comprensibile irritazione per l’abbondanza della pubblicistica sul tema e il senso di saturazione che ingenera nel lettore, non possiamo permetterci il lusso di girare pagina, ignorando l’argomento. I toni dell’allarmismo più isterico che ha caratterizzato le campagne di stampa alle prime notizie dell’epidemia sono scomparsi. Oggi la sindrome da immunodeficienza acquisita non è più una malattia misteriosa, di cui si ignorano la natura e la modalità di contagio: possiamo dire che, dal punto di vista biologico-medico e sanitario, la malattia non ha più segreti. Soltanto che non possiamo ancora guarirla. E non possiamo prevedere quale sarà lo scenario, a livello mondiale, della diffusione del contagio di qui a qualche anno. Si estenderà a macchia d’olio al di fuori delle categorie a rischio, oppure le misure profilattiche riusciranno a contenerlo? Quante delle persone attualmente portatrici del virus svilupperanno la malattia, e in quanto tempo? I Paesi africani, nei quali la diffusione è endemica e le campagne igieniche più difficili da condurre, crolleranno sotto i colpi di maglio di un flagello che spazza via prevalentemente le persone in età media, sulle quali riposa l'economia di una nazione? Secondo il microbiologo belga Peter Piot, in Africa — soprattutto in Uganda, Rwanda, Burundi, Tanzania, Zaire e Zambia ― dal 15 al 25 per cento della popolazione adulta sarebbe affetto dal virus. A queste e ad altre fondamentali domande non sappiamo rispondere.

Immagine di sintesi a tre dimensioni del virus dell'Aids, malattia che annulla gradatamente tutte le difese dell'organismo al punto che anche un semplice raffreddore può diventare mortale.

Dal punto di vista biologico e sanitario, il morbo non ha più segreti, ma non si sa come curarlo.

Ciò giustifica il senso di emergenza con cui dobbiamo ancora considerare l’Aids, con la consapevolezza che neppure la fantasia più pessimista può prevedere il peggio che può abbattersi sull'umanità (secondo le fonti ufficiali dell'Organizzazione mondiale della sanità, da 5 a 10 milioni di persone attualmente nel

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mondo hanno il virus dell’Aids e nei prossimi 10 anni salirà a 100 milioni il numero degli infetti).

Esiste inoltre un motivo particolare per occuparsene specificatamente in quanto cristiani. Nessuna precedente malattia dell’umanità ha mai suscitato tanti problemi etici, né ha in tale misura interpellato la Chiesa, in quanto annunciatrice di una verità sull’uomo e promotrice di comportamenti coerenti di risposta a problemi umani.

È la prima volta che la Chiesa ― anzi, le Chiese, nell’espressione più ampia ed ecumenica della realtà storica dei discepoli di Cristo ― si raduna intorno a un problema di salute in quanto tale. Di questa duplice dimensione dell’Aids, etica e pastorale, il presente dossier vuol stabilire un bilancio.

Non demonizziamo gli ammalati

La prima spinta a coniugare etica e Aids è venuta indiscutibilmente dal fatto che la malattia si è presentata fin dall'inizio collegata a comportamenti considerati moralmente e socialmente devianti: l'omosessualità e la tossicodipendenza. Esiste tuttavia una quantità di problemi riconducibili, più in generale, al comportamento che i sanitari devono tenere quando hanno a che fare con una malattia contagiosa. In tali casi devono ispirarsi, oltre che alle conoscenze tecniche dell’arte sanitaria, anche a delle regole che dipendono dai valori che sono parte essenziale della medicina: la filantropia, la rinuncia a discriminazioni nel servizio a ogni malato, il rispetto di regole di natura deontologica.

Si sono avute notizie sporadiche di comportamenti abnormi dal punto di vista di questi doveri professionali da parte di medici e infermieri, i quali, sotto la spinta emotiva delle “demonizzazioni” a cui i malati di Aids sono stati soggetti nell’opinione pubblica e delle inaccurate informazioni allarmistiche sui pericoli di contagio, si sono rifiutati di prestare le loro cure a persone affette dalla malattia. Ciò ha provocato risposte consapevoli da parte degli ordini professionali sui doveri morali dei sanitari. Nessuna innovazione, in sostanza: si tratta praticamente di attualizzare le regole a cui i sanitari devono attenersi di fronte a minacce di epidemia, regole tradizionali, che i medici hanno già stabilito quando la peste o il vaiolo facevano strage. Valga, a titolo di esempio, l’elencazione delle norme deontologiche ricordate dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei medici in Francia (marzo 1987).

Secondo tali norme, in caso di Aids i medici sono tenuti a: «curare anche quando i pericoli del contagio non possono essere evitati; curare con la stessa coscienziosità e lo stesso rispetto ogni malato, qualunque siano la sua condizione, la sua reputazione e i sentimenti che ispira: la quantità delle cure non può dipendere dall’umore del medico e dalle sue simpatie; rispettare e far rispettare le misure igieniche e profilattiche attualmente stabilite per il personale curante: questo non deve, a causa di negligenze, correre un rischio aggravato di contagio; rispettare il segreto professionale e vigilare affinché sia rispettato dai collaboratori, specialmente per una malattia le cui particolarità suscitano delle emozioni che non devono obnubilare lo spirito; proibirsi ogni certificato menzognero, anche se lo scopo è quello di facilitare la permanenza del malato nel suo ambiente naturale».

La norma del segreto professionale può porre a più di un medico dei delicati problemi di coscienza. È chiaro che, da un punto di vista puramente medico-legale, il suo dovere si limita a segnalare alle autorità competenti i casi di Aids di cui è a conoscenza (in Italia l’Aids è stata annoverata, con decreto ministeriale del 28 novembre 1986, tra le malattie infettive e diffusive soggette a segnalazione obbligatoria; la dichiarazione riguarda la sindrome di Aids, non la sieropositività in quanto tale).

La divulgazione della diagnosi, peraltro, deve restare soggetta alle regole del segreto medico: nessuna informazione può essere data, neppure a congiunti, genitori, amici e datori di lavoro, senza l'autorizzazione esplicita della persona colpita. Come deve comportarsi il medico,

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quando il malato di Aids gli domanda espressamente di conservare il segreto professionale e di non rivelare la malattia o la sieropositività al coniuge o partner sessuale, con il rischio di infettarlo? Esaurito ogni mezzo persuasivo, il medico non potrà che tacere, per salvaguardare il bene prezioso della confidenzialità. Tuttavia il rispetto di un diritto inalienabile della persona, utilizzato questa volta in funzione di un interesse egoistico, metterà sicuramente il medico di fronte a un conflitto morale, rispetto alla sua volontà di soccorrere con l’informazione le vittime inconsapevoli.

Un altro capitolo del problema etico dell'informazione riguarda la ricerca sistematica della presenza nel sangue di anticorpi provocati dal virus. La persona venuta a contatto con il virus non è, di per sé, malata di Aids; ma dalla sieropositività può svilupparsi in qualsiasi momento l’Aids o sindromi correlate (Arc). Quando l’esame risultasse positivo, bisogna informare la persona interessata? La mancanza di informazione impedirebbe alle persone sieropositive di adottare le misure preventive per impedire la propagazione dell’infezione all’ambiente, in particolare al coniuge. Sollecitato di un parere in merito, il Comitato nazionale di etica stabilito in Francia si è espresso in senso positivo: «Davanti alla costatazione di sieropositività, e tenuto conto della possibilità di una grave evoluzione dell’infezione e dei rischi di diffusione della malattia, il Comitato ritiene che il medico del Centro trasfusionale deve tenere un atteggiamento di totale franchezza nei confronti dell’interessato, e lo informerà delle sue responsabilità personali, familiari e relazionali» (parere del 13 maggio 1985).

La carica emotiva legata a una tale notizia esige che si ponga particolare attenzione alla modalità stessa in cui l'informazione viene trasmessa. È necessario che ciò avvenga nel contesto di un colloquio medico, non con una semplice comunicazione epistolare dei risultati del test.

Il momento di maggiore emergenza della dimensione etica inerente all’Aids è quello relativo alle misure di politica sanitaria da prendere, in vista di un contenimento dell’epidemia. Può qui presentarsi un conflitto frontale tra l'interesse pubblico alla tutela della salute e la doverosa salvaguardia dei diritti di ogni cittadino alla libertà, alla riservatezza e alla dignità. In questo ambito, chi rappresenta il punto di vista dell’etica può facilmente sentirsi indotto a schierarsi esplicitamente dalla parte dei valori inalienabili della persona. Moralisti e giuristi mettono in guardia i pubblici poteri: «Il virus dell'Aids, che è già costato la vita di 15.000 americani, rischia di distruggere le libertà di un numero ancora più grande», dichiarava D.J. Merritt nel dicembre 1986 dalla tribuna dell'Hastings Center Report, la rivista di uno dei più autorevoli centri di bioetica americani.

È indispensabile il confronto con l’etica

Anche i politici più consapevoli si rendono conto che il confronto con l'etica è indispensabile, affinché la battaglia contro l’Aids non debba enumerare i diritti dell’uomo tra le sue vittime più illustri. Ne ha fornito l’esempio più vistoso il presidente della Repubblica francese con la sua proposta di creazione di un Comitato internazionale di etica che si occupi della lotta contro l’Aids. Il Comitato è stato decretato il 10 giugno 1987 a Venezia, in occasione di un incontro tra i capi di Stato e di governo dei sette Paesi più industrializzati. Questa istanza internazionale permetterà, secondo Mitterrand, di vigilare per la salvaguardia dei valori umanistici, che potrebbero essere messi in pericolo da certe decisioni prese per controllare l’epidemia. Alcuni governi inclinano, infatti, verso misure coercitive o mettono in atto campagne lesive dei diritti umani.

Riconoscere un posto all’etica nel concetto di salute pubblica è sicuramente una novità di grande significato. Anche il ministero della Sanità in Italia, nel costituire la sua Commissione nazionale di lotta contro l'Aids, ha deliberato che fosse rappresentato anche il punto di vista dell’etica.

Libertà individuale e sicurezza collettiva entrano in rotta di collisione in alcuni punti specifici di politica sanitaria. In primo luogo, bisogna organizzare un "depistaggio sistematico” di tutta la popolazione o di una parte di essa (come ad esempio, i gruppi a rischio)? Alle posizioni più rigide vengono contrapposte varie argomentazioni. Misure coattive di questo genere provocherebbero il tentativo da parte degli individui più implicati di sottrarsi

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ai controlli, per paura di essere emarginati. Per quanti test si facciano, il numero delle persone infettate senza saperlo è sempre maggiore di quello degli individui inventariati. Il solo modo disponibile di interrompere la catena del contagio consiste nell’agire non sugli individui, ma sulla modalità di trasmissione della malattia. E necessario perciò che ogni individuo sia informato e che il pubblico venga educato alla prevenzione. Assumendo questa prospettiva, la ricerca dell'efficacia si unisce al rispetto dei diritti della persona nello sconsigliare il ricorso al test sistematico.

Una seconda questione riguarda le misure di isolamento a cui sottoporre le persone infette dal virus. Le cronache ci hanno riferito della discriminazione feroce di cui malati e sieropositivi sono stati vittime nei periodi di maggiore isterismo pubblico. Oggi si sa con certezza che la malattia è contagiosa solo per contatti sessuali e sanguigni. È facile, quindi, proteggersi con i modi appropriati, senza esporre i colpiti a misure di isolamento che non risolvono il problema dell’epidemia e aggravano solo i pesanti problemi psicologici di cui soffrono i malati.

Misure coercitive molto più gravi sono state prese o proposte da alcuni Paesi. Per esempio, un controllo alle frontiere per individuare le persone portatrici del virus.

Il Belgio e l'India hanno preso queste misure nei confronti degli studenti africani (le disposizioni sono state prese in Belgio con l’appoggio di argomentazioni ineccepibili dal punto di vista economico: dato l’impiego di pubbliche risorse necessario per dare una formazione professionale ai giovani, è bene premunirsi dallo spreco di tali risorse che avverrebbe qualora si dessero borse di studio a studenti portatori di virus, destinati probabilmente a morire in giovane età. Ma sarebbe ancora umana la società che valutasse tutte le sue scelte col metro dei costi-benefici?).

Salvaguardiamo i diritti della persona

Il Giappone sta studiando un progetto di test obbligatorio per gli stranieri e gli Stati Uniti hanno annunciato misure equivalenti per tutti coloro che intendono stabilirsi sul territorio americano e il depistaggio sistematico presso l’insieme dei prigionieri incarcerati nelle prigioni federali. In Germania la Baviera ha proposto la registrazione a livello federale dei portatori di virus e ha instaurato l’obbligo di test per le persone "sospette di contagio”, anche contro la loro volontà, l’obbligo per i sieropositivi di informare i loro "partner intimi”, nonché il test obbligatorio per gli stranieri che domandano un permesso di soggiorno in Baviera, per i detenuti e per i candidati a un impiego pubblico.

L’opposizione alle misure coercitive con cui si vorrebbe procedere a un controllo sistematico dei portatori dei virus si basa non solo sulla difesa dei diritti della persona, ma anche su argomentazioni inerenti ai fini della politica sanitaria. Siccome nessuna terapia è attualmente efficace, il riconoscimento della sieropositività condurrà solo all’esclusione sociale e a forme di reclusione. Anche la Comunità europea si è schierata, nel maggio 1987, contro le misure repressive, adducendo come motivo l’«inefficacia, in termini di prevenzione, del ricorso alle politiche di depistaggio sistematico e obbligatorio, in particolare in occasione di controlli sanitari alle frontiere».

Così il virus in Italia

Sin dal 1984 la Lombardia è nettamente la regione più colpita dall'Aids. La ragione principale, stando alle osservazioni epidemiologiche, risiede nell'elevata concentrazione di tossicodipendenti nell'area metropolitana di Milano.

Il cittadino, il medico e l’Aids

Book Cover: Il cittadino, il medico e l'Aids
Part of the Sistemi sanitari series:

Jean-François Malherbe - Sergio Zorrilla - Sandro Spinsanti

Il cittadino il medico e l'Aids

Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1991

pp. 5-7

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INTRODUZIONE

Questo libro non nasce da una progettazione organica, fatta a tavolino. È cresciuto per aggregazioni successive e alla sua composizione hanno preso parte molte più persone di quelle che appaiono in copertina. La sua prima origine va fatta risalire a un seminario interdisciplinare che ha raccolto studiosi di competenze e interessi diversi presso il Centre d’Études Bioéthiques dell’Università cattolica di Lovanio, per uno scambio approfondito. Il lavoro del seminario, che ha mobilitato le migliori forze degli specialisti convocati, dei ricercatori e degli studenti che offeriscono al Centro, è stato successivamente approfondito e amalgamato da Jean-François Malherbe e da Sergio Zorrilla, che hanno redatto la stesura su cui è stata fatta la traduzione. Si tratta essenzialmente dei primi tre capitoli, L’universo intersoggettivo dell’Aids, dedicato a una illustrazione delle relazioni interpersonali nel contesto dell'Aids; L’Aids e la crisi dell’etica medica, che tenta una ricostituzione dell’etica medica a partire dalla crisi che essa conosce con la diffusione dell’epidemia; L’Aids e la crisi sociale del soggetto contemporaneo, che riflette in modo più globale sul rapporto fra i significati centrali delle nostre società e la realtà dell’Aids. A questo nucleo originario è stata aggiunta una riflessione ulteriore, L’apporto sociale di un’etica religiosa, che colloca il fenomeno Aids all’interno di quell’orizzonte di senso e di azione costituito dalla religione.

Nel presentare l’originale francese, gli autori scrivevano:

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«Quest'opera non è fatta né per sedurre, né per rassicurare, colpevolizzare o provocare. Speriamo che si iscriva nell’esigenza di un dialogo responsabile tra i ricercatori e la società, chiarendo le sfide e sviluppando le posizioni. Speriamo con ciò di contribuire alla giusta presa in carico del fenomeno e all’adozione di misure adeguate». Veniva così circoscritto senza ambiguità l’ambito in cui si colloca la riflessione di un centro di bioetica. Una riflessione difficile, perché si pone controcorrente.

La rapida diffusione di un’epidemia così grave, e nei confronti della quale la scienza medica è impotente — almeno per ora, e chissà per quanto altro tempo ancora — ha scatenato forti reazioni emotive: una condizione, si sa, per nulla favorevole alla pacatezza della riflessione. La sanità, inoltre, si è trovata a far fronte alla sfida proponendo rapidamente misure efficaci per arginare il contagio: una situazione d’urgenza più consona ai politici (e ancor più ai demagoghi e ai fautori di clamorose misure repressive!...) che ai filosofi. La comunità cristiana, infine, è stata quasi presa in contropiede dal riemergere di viscerali condanne da parte di esponenti di un pensiero fondamentalista, pronto a strumentalizzare sensi di colpa in funzione di difesa dall’angoscia: le Chiese hanno subito una forte pressione verso prese di posizione delineate con rigidezza, situazione contraria all’annuncio di un messaggio articolato sulle esigenze pastorali e a una riflessione pacata.

Proprio la considerazione di questo contesto ci fa apprezzare maggiormente la scelta di un centro di bioetica di sottrarsi a pressioni dirette e indirette, per fare onore al suo nome e al suo fine istituzionale. Ha rifiutato di percorrere la via della facilità, riducendo l’etica alla produzione di regole di comportamento. Proprio la filosofia morale nell’ambito delle scienze biologiche e mediche confrontate con i problemi della vita e della salute — la bioetica, appunto — è molto sollecitata in questo senso. La riflessione filosofica conosce in questo campo una vera e propria popolarità, tanto che si potrebbe dire che il progresso bio-medico ha salvato la vita alla filosofia morale, sottraendola alle astrattezze della meta-etica

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e dei discorsi formali per riportarla nel vivo degli interrogativi quotidiani. Il prezzo che però l’etica rischia di pagare è pesante: viene ridotta al linguaggio delle pagine dei giornali, o ai superficiali schematismi dei dibattiti televisivi (favorevoli, contrari; lecito, proibito; morale cattolica, morale laica...).

Sottraendosi alla seduzione di un’etica passibile di immediato travaso nei media, gli studiosi dell’Università cattolica di Lovanio hanno condotto una riflessione rivolta anzitutto a capire la singolarità dei problemi posti dalla malattia: al cittadino e al credente, al medico e alla società. Si sono tenuti lontani dalle soluzioni, soprattutto da quelle facili che presuppongono un 'irresponsabile semplificazione dei problemi. Hanno piuttosto voluto circoscrivere il terreno d’incontro fra l’interrogazione individuale e quelle collettive, provenienti dalle professioni sanitarie, dalle misure di ordine pubblico e tutela della salute, dalla prassi della fede cristiana. È la prima condizione perché l’epidemia incontri sul suo cammino non un’umanità istericizzata dalla paura, ma l’Homo sapiens.

Esperienza multicentrica di coinvolgimento degli operatori sanitari

Book Cover: Esperienza multicentrica di coinvolgimento degli operatori sanitari
Part of the Sistemi sanitari series:

Michele Loiudice, Paola Cavalieri, Guido Miccinesi, Paolo Reggiani, Sandro Spinsanti

ESPERIENZA MULTICENTRICA DI COINVOLGIMENTO DEGLI OPERATORI SANITARI NELLE INDAGINI SULLA QUALITÀ PERCEPITA DAL PAZIENTE

in Qualità, Appropriatezza, Sistemi di Finanziamento nel Servizio Sanitario

Società Italiana per la qualità dell’Assistenza Sanitaria (V.R.Q.), VII Congresso Nazionale

Sorrento, 19-22 ottobre 1996

pp. 139-140

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Introduzione L’acquisizione di modelli di gestione manageriale in sanità ed in particolare l’approccio del TQM richiedono un sempre più accentuato coinvolgimento degli operatori, così come riconosciuto all’interno della carta dei servizi sanitari. Al dettato normativo si affiancano, inoltre, crescenti esigenze etiche centrate sulla ricerca di nuovi riferimenti e di coerenti modalità di esplicitazione nell’ambito del rapporto medico-paziente. La qualità della cura, così come viene percepita dal paziente, rappresenta, tra tali riferimenti, uno dei più importanti.

Obiettivi Gli autori descrivono un itinerario metodologico e formativo mirato al coinvolgimento di operatori sanitari in progetti di rilevazione della soddisfazione dei pazienti di reparti di degenza e di ambulatori di cardiologia.

Sede e soggetti Le attività formative si sono svolte sotto l’egida dell’ANMCO coinvolgendo, dall’ottobre ‘95 ad oggi, 41 centri di cardiologia in 8 regioni italiane.

Metodologia L’intervento, che si è svolto nell’ambito dei corsi di formazione e training del Centro Consulenze srl comprendenti anche aspetti strettamente gestionali (DRG, budget, carichi di lavoro,organizzazione), si è sviluppato in due fasi. In una prima fase formativa (due giorni), a livello regionale, sono stati approfonditi, attraverso momenti di didattica formale, i temi riguardanti il nuovo rapporto con il paziente alla luce dell’evoluzione della normativi e dei modelli etici di riferimento. Il secondo intervento formativo, anch’esso di due giorni, è stato indirizzato ad un gruppo di operatori (medici e infermieri), selezionato su base volontaria in ciascuna delle regioni partecipanti, e ha consentito di approfondire, in modo interattivo, il tema della soddisfazione del paziente e delle relative tecniche di valutazione. I partecipanti ai gruppi, una volta ritornati alle strutture di appartenenza, hanno coinvolto i colleghi nella elaborazione di questionari per il rilevamento della soddisfazione dei pazienti ed in tutte le successive fasi di indagine sulla qualità percepita dagli utenti dei propri servizi. Questa seconda fase è stata costantemente supportata da contatti telefonici ed interventi in loco degli autori.

Risultati e implicazioni L’iniziativa, che sino a oggi ha visto coinvolti direttamente 85 operatori sanitari, ha consentito l’avvio di 41 progetti pilota, 8 dei quali portati a termine sino a oggi; i progetti satelliti sviluppatisi spontaneamente e l’impatto dell’intervento sui comportamenti degli operatori confermano il ruolo centrale che gli operatori front-line possono avere nello sviluppo di progetti di miglioramento della qualità della prestazione sanitaria erogata, in coerenza con gli standard e gli obiettivi di qualità della propria struttura. Lo sviluppo di metodologie di lavoro che prevedano la partecipazione estesa e sistematica di tutti gli operatori della struttura può inoltre contribuire a superare concezioni ispettive e conflittuali nel rispetto delle professionalità e in coerenza con il modello manageriale del TQM.

Finanziamento Le attività descritte sono state realizzate con la sponsorizzazione della Pfizer Italiana.

Si ringrazia per la consulenza informatica la società Medi-In di Firenze nelle persone di Alessandro Di Tomizio, Massimiliano Niccolai, Simone Merlino.

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Medical Humanities e management per la qualità in sanità:

il "Progetto Giano"

Ciò che è duplice suscita diffidenza: dalla duplicità si può scivolare all'accusa di doppiezza. Sembra un brutto inizio per un progetto che si presenta sotto il segno di Giano, la divinità bifronte che è tino dei lasciti più intriganti dell'antichità classica. Il progetto di formazione rivolto congiuntamente ai gastroenterologi cd endoscopisti delle tre società scientifiche AIGO. S1ED e SIGE ― organizzato operativamente dal Centro Consulenze di Firenze ― ha deliberatamente scelto di ricorrere alla figura mitologica per esprimere quella parte del progetto stesso che non può essere esplicitata da un "razionale" di tipo discorsivo. L'intuizione ci guida a cogliere il simbolo contenuto nella divinità che la religiosità pagana aveva preposto alle transizioni e ai cambiamenti. Non è per caso che Giano è tradizionalmente utilizzato per visualizzare la condizione della medicina, chiamata a guardare contemporaneamente alle scienze della natura e alle scienze dell'uomo, abbinando sapere scientifico ed arte del guarire. Se la doppia immagine di Giano presiede alla medicina già in tempi normali, la sua presenza diventa imprescindibile nei momenti di transizione. Anche la nuova sanità ― quella degli anni che fanno seguito al processo di riordino del Servizio sanitario nazionale avviato nel 1992/93 ― è un passaggio critico. Si tratta di andare verso il futuro continuando a guardare anche nella direzione del passato, coniugando l'innovazione con la necessaria conservazione dei valori che nella pratica dell'erogazione delle cure hanno tradizionalmente costituito una dimensione essenziale della buona medicina.

L'aspetto più vistoso del cambiamento che sta investendo la sanità è costituito dalle nuove competenze economiche e gestionali che sono richieste oggi ai sanitari. Dopo la stagione che ha visto la presenza invadente ― e spesso incompetente ― dei politici nella gestione della sanità, il pendolo toma a oscillare verso un coinvolgimento diretto del corpo sanitario nelle scelte che riguardano l'allocazione delle risorse e l'organizzazione. I corsi di formazione consapevoli del cambiamento hanno cura di non favorire la regressione verso un modello di medico onnisciente, ma promuovono piuttosto la crescita professionale integrando il sapere e il saper fare del medico in ambito terapeutico con competenze organizzative.

Il cambiamento della cultura medica che ciò implica non è di poco conto. La "produttività" ― termine bandito dall'orizzonte delle preoccupazioni dei sanitari, perché considerato contrario al rispetto dovuto al malato ― dovrà entrare nel linguaggio quotidiano di chi lavora in sanità. Anche l'etica, intesa come rispetto per la soggettività del paziente e come attenzione per una qualità del servizio che includa la soddisfazione del paziente, deve avere nella pratica quotidiana della medicina uno spazio non marginale. E di tale etica i sanitari devono essere i soggetti attivi: non darla semplicemente in appalto a filosofi, teologi, bioeticisti ed altri esperti, per limitarsi al consumo di prescrizioni comportamentali elaborate da altri.

Se si supera il senso di spaesamento creato da una terminologia che è stata finora estranea al mondo della sanità, si può scoprire che la sostanza di ciò che è richiesto dalla riforma in atto è perfettamente sintonica con quanto vivono coloro il cui lavoro consiste nel dispensare cure e promuovere la salute. Si impone però la necessità per gli interventi formativi di partire dal sapere e dall'esperienza propria dei sanitari, promuovendo le nuove competenze senza abdicare a ciò che è caratteristico delle professioni della salute. Se le tradizionali Medical Humanities (quell'insieme di saperi sull'uomo, di natura sia ermeneutica che normativa, che guidano la dimensione tecnica dell'esercizio della medicina) hanno bisogno di integrare i saperi forti dell'economia e delle scienze dell'organizzazione ― sfuggendo così al pericolo di degenerare in “Medical Amenities”. vale a dire in piacevolezze di poco conto rispetto alla pratica... ― , il management applicato alla sanità ha bisogno, a sua volta, di lasciarsi modellare da ciò che rende unica la medicina tra le attività di servizio all'uomo.

Su questi presupposti si è sviluppato il Progetto Giano, articolatosi nelle diverse fasi in un arco di tempo che va dal giugno 1995 allo stesso periodo del 1996. Le società scientifiche promotrici hanno assicurato il coinvolgimento dei propri iscritti facendo una proposta organica, elaborata dai delegati regionali con i docenti e gli esperti del corso in un incontro di due giorni. Le stesse società hanno poi individuato le strutture alle quali rivolgere la proposta formativa, sviluppatasi in quattro percorsi: informazione e sviluppo di competenze relativamente ai DRG; budget (metodologia di valutazione economica e sviluppo di un budget di divisione); qualità organizzativa (disegno di percorsi terapeutico/riabilitativi più appropriati per l'ammalato e più razionali per l'azienda sanitaria): nuovi rapporti con il paziente (informazione al paziente e sviluppo di un'ipotesi di modulo unitario di raccolta del "consenso informato" per procedure diagnostiche e terapeutiche).

Il corso di formazione ha avuto nove edizioni, a carattere interregionale, con due incontri di due giorni intervallati da un mese di tempo per l'approfondimento e la raccolta dei dati. Agli incontri hanno partecipato medici e infermieri dirigenti delle divisioni e servizi di gastroenterologia e gastroscopia coinvolti. Alle riunioni inter-regionali hanno partecipato 257 centri per il primo modulo e 255 per il secondo. La valutazione dei risultati del corso è stata fatta approfonditamente da delegati e presidenti regionali delle tre società scientifiche promotrici nel corso di una riunione apposita (Montecatini, 7-8 giugno 1996).