Rapporto sanità ’97

Book Cover: Rapporto sanità '97
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

RAPPORTO SANITÀ ‘97 - Documento introduttivo

in Rapporto Sanità '97. I nodi del cambiamento, a cura di Marco Trabucchi, Fondazione Smith Kline

Società Editrice il Mulino, Bologna 1997

pp. 9-39

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1. Introduzione

Uno dei frutti meno discutibili del XX Secolo ― il «secolo breve», come lo ha chiamato lo storico inglese Hobsbawn nel libro in cui ha analizzato il nostro secolo nelle sue poche luci e tante ombre: Il secolo breve, Rizzoli, 1995 ― è quello di aver liberato tanta parte dell’umanità dal bisogno e di averla avviata verso il benessere. Il riconoscimento del diritto alla tutela della salute, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagarsi i servizi sanitari di cui hanno bisogno, è stato progressivamente riconosciuto come un diritto ampio quanto il diritto stesso di cittadinanza. Anche le vicende della sanità italiana nell’arco temporale dell’ultimo mezzo secolo si iscrivono in un movimento che vede un impegno prioritario dello Stato a fornire a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria. Non per motivi di filantropia, ma di giustizia. L’assistenza sanitaria è diventato uno dei diritti civili e sociali esigibili da ogni cittadino.

Il movimento accelerato che ha portato prima all’istituzione del Servizio sanitario nazionale (legge 833, 1978) e poi al suo riordino (D.Lgs. 502/92 e 517/93) è stato interpretato come un passaggio dal welfare state alla welfare community, in una rapida evoluzione dei sistemi sanitari che porta il privato e il terzo settore (privato sociale) a integrarsi con il pubblico.

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Le innovazioni si sono estese anche al rapporto tra la finanza pubblica statale e quella locale.

Settori hard del cambiamento sono stati l’organizzazione aziendale (struttura gerarchica o funzionale, che determina il rapporto tra la fascia dei poteri decisionali, quella dei poteri direzionali e la fascia dei poteri esecutivi) e i sistemi di gestione. Ma non si devono dimenticare anche i settori soft, come la «mission» (ovvero i fini storico-istituzionali) delle istituzioni sanitarie e la cultura che le sostanzia: simboli, segni, linguaggi, comportamenti e norme.

L’evoluzione della «mission» dell’ospedale può fornirci una concreta illustrazione del modo in cui innovazione e continuità si integrano nell’ambito sanitario. Per secoli l’ospedale si è identificato con l'hospitium per eccellenza, vale a dire con il luogo dell’ospitalità, spazio per l’uomo fragile, casa per l’accoglienza di diseredati di ogni genere. L’obiettivo di questa istituzione era di esercitare la «pietas» verso i bisognosi (malati e minorati in primo luogo; ma anche nei confronti di persone variamente incapaci di affrontare in modo autonomo il proprio inserimento nella vita sociale). Questo modello di ospedale è stato sostituito nel XIX secolo dall’ospedale come cittadella della scienza medica, il luogo dove si svolge la lotta organizzata ed efficace contro le varie forme di patologia e dove si concentra la più alta potenzialità di tecnologia, di competenza professionale e di impegno della società a sconfiggere le malattie. Senza, tuttavia, che le nuove attese della popolazione nei confronti dell’ospedale abbiano abolito quelle che si sono tradizionalmente cristallizzate attorno all’idea di ospedale come luogo ospitale. Anzi, la richiesta di cure efficaci va oggi di pari passo con esigenze accresciute di «ospitalità» da parte delle istituzioni nosocomiali. Il movimento di «umanizzazione» degli ospedali, sviluppatosi da una trentina d’anni a questa parte, è inteso a promuovere nuovi rapporti tra sanitari e pazienti, più rispettosi dei valori della persona e dei diritti del cittadino, ma anche maggiore attenzione al comfort e alla privacy, nonché al bisogno di nuove forme di «ospitalità» per quei malati che non corrispondono alle forme acute per le quali l’ospedale moderno è pensato (vecchie e nuove forme di cronicità, lungodegenti, malati nelle

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fasi terminali della vita). L’ospedale che eroga cure efficaci e quello che accoglie e assiste secondo le esigenze dell’umanizzazione delle cure non sono in alternativa: tra i due modelli si dovrà cercare una necessaria integrazione.

Con lo sviluppo dello Stato sociale e la creazione di un Servizio sanitario nazionale l’ospedale si è visto investire di un nuovo ruolo: esso è il luogo in cui a tutti i cittadini viene resa disponibile quell’offerta di servizi sanitari ai quali hanno diritto.

L’ospedale diventa così il principale presidio dello Stato sociale, che risponde ai bisogni dei cittadini indipendentemente dalle loro capacità economiche di pagare i servizi che ricevono. L’accessibilità di tutti i cittadini alle cure ospedaliere equivale alla nuova frontiera dei diritti sociali.

La tappa più recente del cambiamento è legata a quel modello di ospedale che nasce dalla aziendalizzazione delle strutture che erogano servizi sanitari. Il riordino del nostro sistema sanitario identifica una diversa «mission» dell’ospedale quando lo chiama «Azienda». D’ora in poi coloro che lavorano nel presidio ospedaliero non potranno accontentarsi di tendere a una qualità dei servizi offerti valutata esclusivamente secondo gli standard della scienza medica, lasciando ad altri ― amministratori, figure politiche ― di occuparsi delle risorse necessarie per il funzionamento degli ospedali. La «produttività» ― termine bandito dall’orizzonte delle preoccupazioni dei sanitari ― dovrà entrare nel linguaggio quotidiano di chi lavora in sanità.

L’aziendalizzazione richiede una nuova cultura organizzativa, che sappia coniugare efficienza e qualità, economia ed etica. Non da ultimo, infine, l’ospedale-azienda non si potrà realizzare senza che tra tutti coloro che vi operano si sviluppi un senso di appartenenza e la condivisione di obiettivi comuni, all’interno di un piano strategico che per realizzarsi ha bisogno della collaborazione di tutti.

Ancora una volta dobbiamo rivendicare l’armonizzazione dei nuovi modelli di ospedale con quelli già recepiti dalla cultura civile e sanitaria, non la sostituzione di uno mediante un altro. Il discorso vale in particolare per il frutto più recente dell’innovazione: l’ospedale-azienda. Anche questo va pensato

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in una prospettiva di medicina sociale e di risposte solidaristiche ai bisogni, nel quadro di una società che ha fatto della tutela della salute dei più deboli un’acquisizione irrinunciabile. L’ospedale del futuro dovrà essere contemporaneamente presidio dello Stato sociale e istituzione che eroga servizi adottando lo stile di un’azienda, e quindi dando il giusto peso alla qualità percepita dal «cliente».

Un elemento centrale del cambiamento culturale è la crescita di una concezione attiva e partecipativa della salute, quale bisogno personale che non si presta a essere soddisfatto con servizi anonimi, erogati in forma burocratica e massificata, prescindendo dalla qualità del rapporto tra professionisti sanitari e paziente. La nuova cultura del rapporto terapeutico spinge verso una partecipazione consapevole del paziente-cliente-utente a tutte le fasi del trattamento diagnostico, terapeutico e riabilitativo.

Pensare la sanità nell’orizzonte dei limiti, ― non solo di quelli economici, anche se questi appaiono al momento attuale come i più impellenti, ma anche dei limiti di altro genere: delle risorse umane e delle stesse risorse naturali, compresa quella limitatezza antropologica che costringe l’uomo a pensare se stesso in un quadro temporale che non può essere esteso in maniera indefinita ― implica cambiamenti profondi nei modelli che abbiamo finora conosciuto. Secondo l’indicazione contenuta nel Piano sanitario nazionale 1994-96, questa situazione può essere vista anche come una opportunità: «La pressione della scarsità delle risorse orienta a immaginare un servizio alla salute che accetti in senso positivo la sfida dell’autolimitazione». Perché ciò avvenga, bisogna che il cambiamento si estenda fino alla revisione di alcuni «miti» impliciti nella nostra cultura.

Le riforme, anche quelle legittimamente ispirate alle concezioni più pragmatiche di politica sanitaria, non possono non tener presente l’orizzonte più vasto, costituito dalle rappresentazioni collettive dei fini dell’azione sanitaria. Tramontato il mito di una medicina immaginata come una impresa militare di conquista territoriale del patologico, dobbiamo dichiarare decadute anche le concezioni più ingenue dello Stato sociale (come quella che vede lo Stato coinvolto nella

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tutela della salute dei cittadini «dalla culla alla tomba»). Anche la sanità aziendalizzata non deve essere tributaria di un modello di sviluppo indefinito, che rifiuti di confrontarsi con la necessità di considerare dei limiti, secondo una concezione naturale ed ecologica dell’essere umano.

2. La storia recente del Servizio sanitario nazionale

Il complesso di provvedimenti attraverso il quale lo Stato ha cercato di assicurare la tutela della salute dei suoi cittadini, in adempimento del diritto alla salute garantito dalla Costituzione, dal dopoguerra in avanti appare soggetto ad un processo evolutivo collegato più a fattori riconducibili alla sfera politica, sociale ed economico-finanziaria, che non a fenomeni demografici ed epidemiologici, pur importanti e significativi, verificatisi in questi anni. Occorre osservare, infatti, come le modifiche strutturali intervenute nella organizzazione della sanità (le riforme) si siano succedute con una cadenza decennale, in coincidenza con i profondi cambiamenti nella vita del Paese.

Non è un caso che la prima riforma, quella ospedaliera del 1968, sia il frutto del programma di governo del centro-sinistra, nato nel 1963 con la associazione del Psi alle tradizionali forze di centro. Così pure avvenne nel 1979, con la approvazione della legge 833, figlia ― da una parte ― della politica di unità nazionale, imposta al Paese dalla necessità di affrontare i gravi eventi provocati dal terrorismo, mentre ― dall’altra ― vi era la necessità di definire un provvedimento-quadro, contestuale alla entrata in funzione delle Regioni a statuto ordinario, alle quali la Costituzione attribuisce la titolarità dell’assistenza sanitaria.

L’ultima «riforma» nasce nel 1991/93, nel contesto di una più generale crisi, segnata dalla consapevolezza della insostenibilità delle politiche sociali fino ad allora praticate, ormai incompatibili con l’equilibrio finanziario di un Paese caricato da un debito pubblico esorbitante. Vi contribuisce anche una revisione della cultura del «welfare state», messa sotto accusa in tutti i Paesi occidentali come fattore di grave

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deresponsabilizzazione dei cittadini verso la comunità e comunque incapace di dare risposte efficaci ai bisogni delle fasce più deboli della popolazione. Se le precedenti «riforme» nascono sotto il segno innovatore dell’ingresso nell’area del potere di nuovi soggetti politici, quest’ultima recupera disegni di razionalizzazione del servizio sanitario già oggetto di dibattito politico e riesce a tradurli in un organico corpo normativo solo nel momento in cui si apprestano a lasciare la scena i tradizionali soggetti politici.

I vincoli strutturali del Sistema sanitario italiano non hanno consentito finora la necessaria flessibilità nell’utilizzo delle risorse disponibili, finalizzate non alla erogazione delle prestazioni richieste, ma al mantenimento delle strutture. Solo nella riforma del 1991/93 si opera il salto di qualità, passando dal riconoscimento a pié di lista dei fattori produttivi alla remunerazione delle prestazioni erogate sulla base di tariffe predeterminate. Sebbene il concetto sia ormai patrimonio comune, affiorano qua e là resistenze contro un criterio considerato «cinico» se applicato alla salute delle persone, dimenticando la dispersione di risorse connaturata alla precedente modalità gestionale.

Quanto detto non affatto gli influssi che le dinamiche demografiche (peraltro in qualche modo sottese anche agli accennati eventi politico-economici) hanno prodotto sulla evoluzione del sistema; avverte solo di una certa problematicità a mettere in diretta relazione i due fattori.

Un significativo fenomeno si manifesta nell’ultimo decennio allorquando, a fronte della caduta del tasso di natalità, si sono affacciate consistenti coorti di popolazioni anziane con bisogni sanitari qualitativamente diversi (patologie croniche o invalidanti), cui il servizio sanitario strutturato per il trattamento degli stati di acuzie non era in grado di dare risposte adeguate. Per quantificare il progressivo e rapido fenomeno dell’invecchiamento basta citare alcuni dati: il livello di fecondità in Italia nel 1970 era ancora superiore a quello che assicura la sostituzione dei due genitori (2,4 figli in media per donna); oggi è, tra quelli della Comunità europea, il più basso in assoluto (1,25 figli per donna). Il cospicuo e rapido abbassamento del livello della fecondità è stato accompagnato

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da un continuo aumento della speranza di vita, che è di 74,2 anni per gli uomini e di 80, 3 per le donne. Quello che ne deriva è un rapporto giovani/anziani (< = 14 anni / = > 65 anni) che nel 1950 era di 3 a 1, che oggi è di 1 a 1 e nel 2020 sarà di 1 a 2.

Questa transizione demografica ha comportato una conseguente transizione epidemiologica, caratterizzata da un aumento considerevole della morbilità e della mortalità per malattie croniche, soprattutto nella popolazione anziana. Circa la metà di tutti i contatti medico/paziente, infatti, sono attualmente con pazienti ultra 65enni. La maggiore sfida per il Sistema sanitario è rappresentata quindi da patologie croniche invalidanti, quali l’artrosi, presente in circa il 60% della popolazione anziana, la broncopneumopatia cronica, in circa il 21%, la demenza nel 7%, lo scompenso cardiaco nell’8%, il diabete nel 13%. Una corretta politica di programmazione sanitaria non può prescindere dalla valutazione dei dati epidemiologici sulle maggiori patologie invalidanti e sulla conseguente disabilità, che colpisce circa il 30% delle persone anziane e che comporta una crescente domanda di assistenza continuativa.

Inoltre, fenomeni patologici nuovi, come la sindrome da Hiv e la tubercolosi, costituiscono un’ulteriore sfida al Sistema sanitario, che da una parte non si è ancora adeguato al rapido e cospicuo incremento delle patologie croniche e, dall’altra, si trova di fronte a patologie infettive gravi e pure in rapido aumento. Un esempio rilevante è rappresentato dalla tubercolosi, la cui incidenza annua in Italia è intorno al 25/100.000 ed è tra le più alte dei paesi industrializzati, inferiore solo a quella del Portogallo, Spagna e Giappone. Anche la prevalenza di Aids (circa 22/100.000) è inferiore solo a Stati Uniti, Francia e Grecia.

Significativo il caso delle malattie infettive: in un primo arco di tempo sono state in forte diminuzione e successivamente ricomparse; il sistema ha reagito, in questa come in altre circostanze (vedasi la drastica riduzione della natalità), come un ammortizzatore, diluendo molto nel tempo gli effetti della caduta di domanda delle prestazioni obsolete e rallentando i tempi di risposta alle nuove esigenze.

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Esistono alcuni indicatori epidemiologici sull’adeguatezza delle strutture sanitarie di un paese, quali per esempio l’analisi delle morti evitabili e i cosiddetti «eventi sentinella», che suggeriscono potenziali problemi nella sanità pubblica e carenze nella medicina preventiva e curativa. L’Italia, nonostante tutto, ha ottenuto importanti risultati dal punto di vista della sanità pubblica negli ultimi anni. Per esempio, basta ricordare il radicale miglioramento nel tasso di mortalità infantile, che nel 1970 era il più alto tra i paesi industrializzati, con 30 morti/1000 nati vivi, che oggi è di 8/1000 nati vivi e si attesta quindi nella media degli altri paesi. Tuttavia, continuano ad esservi profonde differenze regionali in alcuni indicatori, che evidenziano realtà altamente disomogenee nella disponibilità e nell’accesso alle strutture sanitarie. Per esempio, i tassi di mortalità perinatale e per il cancro della cervice sono significativamente più elevati nelle regioni del Sud.

Uno dei problemi principali in Italia è la mancanza di informazioni epidemiologiche che permettano il monitoraggio delle attività delle strutture sanitarie. Mentre la maggioranza degli ospedali può fornire informazioni minime sui pazienti ospedalizzati, le altre strutture sanitarie (ambulatori, case di riposo, ecc.) non hanno alcun sistema di raccolta di dati sui pazienti e sui servizi esercitati. Se, da una parte, si riconosce che questa è una necessità impellente nel nuovo sistema del pagamento per prestazione, anche per monitorare lo stato di salute della popolazione dimessa dagli ospedali, dall’altra l’implementazione di un sistema di raccolta delle informazioni sanitarie richiede un cospicuo investimento finanziario a breve termine. Tuttavia, tale sistema, oltre ad essere necessario per seguire le transazioni finanziarie nel nuovo sistema sanitario, permetterebbe di produrre indicatori per quantificare e dettagliare la richiesta assistenziale continuativa e per monitorare la qualità.

2.1. Le prestazioni assicurate ai cittadini dal dopoguerra

Il complesso dell’attività sanitarie in regime pubblicistico accessibili ai cittadini italiani fino al 1968 era costituito da

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prestazioni:

a) di base e specialistiche, erogate da una pluralità di soggetti mutualistici, aventi natura pubblicistica, espressione di categorie professionali di lavoratori dipendenti o autonomi;

b) ospedaliere, assicurate dal sistema mutualistico mediante convenzioni con Ipab o case di cura;

c) erogate dalla assistenza pubblica ai cittadini riconosciuti in stato di povertà.

Con la legge n. 132 del 1968, lo Stato interviene e riorganizza il comparto ospedaliero, definendone concetti e compiti fondamentali, tra i quali l’obbligo di prestare assistenza a tutti coloro che la richiedono in stato di acuzie, e stabilendo:

a) criteri di classificazione per la qualificazione regionale, provinciale e zonale della Ipab che intendono essere riconosciute come strutture ospedaliere;

b) i requisiti e standards assistenziali per le divisioni ed i servizi di diagnosi e cura;

c) i modelli organizzativi per le attività sanitarie e amministrative;

d) uno stato giuridico pubblicistico per il personale dipendente.

Gli effetti sulla qualità delle prestazioni ospedaliere furono indubbiamente positivi, poiché si istituti una organica rete di presidi dotati, secondo il loro livello, di servizi diagnostici e curativi completi. I cittadini italiani poterono fruire di una maggiore assistenza e di migliore qualità. Il risvolto negativo fu rappresentato dall’incremento esponenziale dei costi a carico del sistema mutualistico al punto che, verso la metà degli anni ‘70, lo Stato dovette intervenire per ripianare i disavanzi, prefigurando contestualmente modifiche al sistema.

Queste avvennero nel 1979 con una riforma radicale che, in un sol colpo, cancellò sia la riforma ospedaliera nei suoi aspetti politico-istituzionali, sia il comparto mutualistico, per dare vita alle Unità sanitarie locali, intese come unico soggetto titolato a governare le attività sanitarie, nell’ambito di indirizzi programmatori regionali, insistenti su un determinato territorio. La gestione venne attribuita a organi rappresentativi di secondo grado, espressione degli Enti locali.

Bastarono pochi anni per far registrare trend di spesa in

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ulteriore espansione. La crisi istituzionale sopra ricordata accelerò il processo di ristrutturazione del Servizio sanitario nazionale, oggetto, assieme agli altri comparti dello stato sociale, del riordino approvato con la legge delega n.421 del 1991.

I criteri alla base del nuovo assetto organizzato sono i seguenti:

a) conferma dei principi sanciti dalla legge 833;

b) esaltazione del ruolo delle Regioni nella gestione della sanità, accompagnata dalla assunzione di responsabilità sotto il profilo assistenziale e finanziario;

c) qualificazione delle Usl quali aziende pubbliche gestite con criteri manageriali e dirette da un organo monocratico (il Direttore generale);

d) adozione del finanziamento per quota capitaria delle Aziende Usl e della remunerazione a tariffa predeterminata delle prestazioni erogate dai soggetti pubblici e privati accreditati presso il servizio sanitario;

e) separazione netta tra finanziamento delle attività sanitarie, a carico del fondo sanitario, e delle attività socio-assistenziali, a carico dei Comuni;

f) riconoscimento di azienda autonoma ai complessi ospedalieri la cui attività è considerata di rilievo nazionale.

La attuazione della delega avvenne con i decreti legislativi n. 502 del 1992 e n. 517 del 1993, con i quali si è disegnato un corpo organico di norme intese a mandare a regime in tempi rapidi il nuovo ordinamento, il cui fulcro, al di là degli aspetti organizzativi, si può individuare nella correlazione tra i livelli di assistenza assicurati a tutti e le risorse finanziarie rese disponibili a tal fine. Per la prima volta nel nostro Paese, lo Stato ha stipulato una sorta di patto con i cittadini, indicando loro con precisione quali sono, per ogni livello di assistenza, le prestazioni cui hanno diritto e le risorse statali sulle quali le Regioni possono contare per garantirne l’effettivo conseguimento.

L'ampia delegificazione prevista dai decreti di riordino per un insieme di materie quali la pianificazione, i requisiti strutturali minimi, le tariffe delle prestazioni, la determinazione della quota capitaria ha consentito di dare sostanza al

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corpo normativo in particolare con la approvazione del primo piano sanitario nazionale definito nel 1993.

In esso vengono indicati:

a) le coordinate culturali entro cui si iscrive la prospettiva di «civiltà sanitaria», posta quale obiettivo da perseguire nel quadro delle politiche indicate per i paesi europei dall’Organizzazione mondiale della Sanità;

b) la declaratoria dei livelli di assistenza da assicurare a tutti i cittadini;

c) le azioni di riorganizzazione delle attività sanitarie, di eliminazione degli sprechi e di razionale utilizzo delle risorse;

d) i progetti obiettivo e le azioni programmate nell’arco del triennio;

e) le tematiche e le evidenze da affrontare prioritariamente;

f) i criteri di finanziamento e di accreditamento delle istituzioni sanitarie.

Il complesso dei provvedimenti conseguenti ai «decreti di riordino» adottati dal ministero Garavaglia, e confermati dai successori, tende a delineare un sistema entro il quale il cittadino esercita il proprio diritto di scelta tra soggetti erogatori pubblici e privati accreditati all’esercizio delle attività sanitarie e remunerati sulla base di tariffe predeterminate, in competizione governata tra di loro. I primi dati disponibili sembrano indicare una inversione di tendenza della spesa sanitaria, pur in presenza di un incremento numerico delle prestazioni. Ancora largamente insufficiente appare invece la messa a regime di un sistema di controlli e verifiche, capace di monitorare i soggetti erogatori, sulla base degli indicatori per rilevare la qualità delle prestazioni effettuate e la loro efficacia.

La messa a regime della riforma richiede la adozione di ulteriori atti normativi a completamento di quelli già adottati. Ciò suppone una coerente espressione di volontà politica del Parlamento ed una forte capacità di governo del sistema anche per evitare, come più volte è accaduto, che le forze politiche cerchino di esorcizzare le quotidiane fatiche della messa in opera della riforma a tutti livelli, proponendone il superamento.

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2.2. La spesa storica

Nel valutare i dati relativi alla spesa storica destinata alla sanità si deve necessariamente premettere che questi rappresentano aggregati finanziari utili a rappresentare i trend in correlazione alla evoluzione istituzionale del sistema ed agli atti di governo della finanza pubblica assunti annualmente.

Un’analisi del rapporto tra spesa sopportata dallo Stato e prodotto interno lordo consente di rilevare come le escursioni siano poco significative nell’arco di un ventennio. Detto rapporto si presenta progressivamente crescente fino al 1991 (6,58%), aumentando di un punto percentuale dal 1980 (5,44%) per poi decrescere dal 1992 (6,39%) al 1995 (5,56%) fino a tornare ai valori del 1980. Dati stimati da più fonti correlano a questi andamenti il trasferimento di quote di domanda dal settore pubblico a quello privato (quest’ultimo difficile da valutare in modo esatto). Se ne ricava la convinzione che la spesa non sia correlata ad eventi demografici, epidemiologici o istituzionali, ma funzione diretta dei provvedimenti di politica finanziaria adottati dal Governo in sede di bilancio dello Stato od espressione di eventi quali i rinnovi contrattuali del comparto. È evidente come un sistema ordinato per finanziare i costi delle strutture e non le prestazioni non possa che segnare rapporti spesa/prodotto interno loro sostanzialmente costanti.

Anche i dati del 1995, primo anno di introduzione del nuovo criterio di finanziamento delle aziende sanitarie e degli altri soggetti erogatori, non possono essere considerati diversamente da quelli dei precedenti, poiché quasi tutte le Regioni hanno utilizzato le tariffe solo per remunerare le prestazioni delle strutture private, mentre quelle pubbliche hanno continuato ad esporre il costo dei fattori produttivi. Peraltro anche sui disavanzi rilevati dalle diverse agenzie sarebbero alcune considerazioni in ordine alla attendibilità della consistenza, compresi quelli del 1995. Basterebbe verificare i titoli di debito a sostegno delle cifre esposte, per assistere ad un molto probabile ridimensionamento, in attesa che la introduzione della contabilità economico-finanziaria consenta di rilevare con la necessaria precisione gli

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effettivi costi del sistema.

Dalla relazione annuale della Corte dei Conti al Parlamento e dai Consigli regionali, dai dati forniti dal ministero della Sanità, nonché dalla relazione nella situazione economica del Paese 1995 emergono le seguenti considerazioni: dal 1979, anno di entrata in vigore del Servizio sanitario nazionale, al 1994, ultimo anno che precede il nuovo assetto del Ssn conseguente all’applicazione del D.Lgs. 502/92, è stato maturato un fortissimo disavanzo.

Per analizzare l’entità del disavanzo maturato per anno e per cercare di comprenderne le motivazioni è opportuno suddividere il periodo considerato (1979-1994) negli intervalli sottoindicati:

● Primo intervallo 1979-1984: in assenza del Piano sanitario nazionale non è possibile quantificare le risorse necessarie per far fronte agli obiettivi di assistenza sanitaria. I criteri di ripartizioni del Fondo sanitario nazionale (Fsn) tra le Regioni vengono modificati tre volte per tener conto sia della imperfetta conoscenza della spesa storica, sia dei vincoli strutturali che a tutti gli effetti bloccano i nuovi meccanismi di ripartizione; inoltre, i disavanzi sono totalmente a carico dello Stato (Tab. 1).

● Secondo intervallo 1985-1989: vengono fissati tetti per il finanziamento del Ssn all’interno della legge finanziaria; peraltro questi sono costantemente sottostimati, dando così origine ad ulteriori disavanzi gestionali, che a loro volta causano indebitamento a carico dello Stato.

Tab. 1. Disavanzo del Fondo sanitario nazionale nel periodo 1979-1984

Anni

Fsn

Disavanzo

% dis/Fns

1978-81

1982

1983

1984

51.707

25.710

28.500

34.000

1.450

1.707

3.844

2.26

2,8

6,6

13,5

36,6

TOTALE

139.917

9.264

6,6

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Tab. 2. Disavanzo del Fondo sanitario nazionale nel periodo 1985-1989, secondo il ministero della Sanità e la Corte dei Conti

Anni

Fsn

Disavanzo

Min. Sanità

Disavanzo

Corte dei Conti

1985

1986

39.200

40.857

2.847

5.818

8.663

1987

1988

47.265

52.650

6.276

8.214

15.886

1989

57.711

7.737

7.757

TOTALE

239.683

30.889

32.302

Il disavanzo medio nel periodo è pari al 12,9% per il ministero della Sanità, ed al 13,5% per la Corte dei Conti (Tab. 2).

La politica di contenimento basata sulla fissazione dei tetti posti alla spesa sanitaria (legge Finanziaria) dimostra una totale incapacità di perseguire l’obiettivo prefissato: in questo periodo la percentuale di disavanzo rispetto all’entità del Fsn risulta raddoppiata rispetto al periodo precedente. Si passa infatti dal 6,6% degli anni ‘79-‘84 al 13% circa degli anni ‘85-‘89. Si chiude con il 1989 il lungo periodo del ripiano dei disavanzi a pié di lista da parte dello Stato.

● Terzo intervallo 1990-1992: il disavanzo viene distinto in due parti: una corrispondente alla sottostima da parte dello Stato delle risorse finanziarie necessarie al Ssn (sottostima del Fsn) e pertanto a carico dello Stato stesso; l’altra parte imputabile alla non corretta gestione delle risorse da parte della Usl e quindi a carico delle Regioni (Tab. 3).

● Quarto intervallo 1993-1994: la differenza tra contributi sanitari stimati ed effettivi, ad integrazione del Fsn, rappresenta una nuova componente nell’analisi del disavanzo (Tab. 4). Indipendentemente dalle entità e dalle modalità di finanziamento,

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Tab. 3. Disavanzo del Fondo sanitario nazionale nel periodo 1990-1992, a carico dello Stato e delle Regioni, come rilevato da diverse fonti.

Anni

Fsn

Disavanzo

Min.Sanit.

Corte dei Conti

Rel.Sit.Ec.1995

Totale

a carico

Stato

a carico Regioni

Totale

a carico Stato

a carico Regioni

1990

64.716

13.002

16.234

13.436

2.807

-

-

-

1991

84.440

5.696

11.413

9.476

1.938

5.696

3.797

1.899

1992

88.797

*

3.33

9.068

6.130

2.938

3.033

3.033

TOTALE

237.953

21.731

36.724

29.042

7.683

* Nella relazione sulla situazione economica del Paese l'importo è pari a L. 88.959.

l’andamento della spesa (complessiva e ripartita per funzioni) è stata come riportato in Tab. 5.

Dai dati emergono le seguenti considerazioni:

― il contenimento della spesa è stato attuato con efficacia solo nei riguardi delle voci «Spesa farmaceutica convenzionata» e «Specialistica esterna convenzionata». In entrambi i casi la spesa è stata prevalentemente spostata sui cittadini e quindi trasferita all’esterno del finanziamento del Ssn;

― non vi è stato alcun contenimento della spesa sulle voci associate alle politiche di gestione (personale, beni e servizi, ecc.) che vengono attuate a livello locale.

2.3. Analisi del disavanzo a livello regionale

Un aspetto importante è l’analisi del comportamento delle diverse regioni rispetto alla spesa sanitaria. Questi dati infatti possono rappresentare un utile strumento per eventuali interventi programmatori. Secondo la Corte dei Conti nel periodo ‘90-‘94 il disavanzo complessivo maturato dalle regioni è di L. 51.192,3 miliardi. Nell’anno 1990 il disavanzo è pari a

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Tab. 4. Fondo sanitario nazionale e disavanzo negli anni 1993 e 1994 secondo diverse fonti

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Tab. 5. Andamento della spesa sanitaria ripartita per funzioni nel periodo 1991-1994

(Vedi relazione sulla situazione economica del Paese 1995)

16.243 miliardi:

― 4 regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Campania) presentano disavanzi compresi tra 1.700 e 1.800 miliardi;

― 5 regioni (Veneto, Toscana, Puglia, Calabria, Sicilia) presentano disavanzi compresi tra 1.000 e 1.350 miliardi;

― le altre 12 regioni/prov. autonome presentano disavanzi al di sotto dei 600 miliardi.

Nell’anno 1994 il disavanzo complessivo viene sensibilmente ridotto a 7.745 miliardi:

― 1 regione (Lazio) presenta un disavanzo superiore a 1.000 miliardi;

― 3 regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Sicilia) presentano disavanzi compresi tra 700 e 900 miliardi;

― 5 regioni (Veneto, Liguria, Toscana, Campania, Sardegna) presentano disavanzi compresi tra 400 e 700 miliardi;

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― le altre 12 regioni/prov. autonome presentano disavanzi inferiori ai 300 miliardi.

Appare evidente lo sforzo compiuto per comprimere il disavanzo, anche se tale impegno non è ripartito uniformemente ripartito (Tab. .6).

La Fig. 1 riporta una ripartizione delle regioni in gruppi, in funzione delle entità del disavanzo e della velocità di rientro, del disavanzo stesso.

Tab. 6. Disavanzi regionali negli anni 1990 e 1994 (in miliardi di lire)

1990

1994

Λ

Piemonte

606,0

297,0

-51%

Valle d'Aosta

53,0

22,0

-58%

Lombardia

1.802,0

744,0

-59%

Bolzano

73,0

157,0

+115%

Trento

76,0

129,0

+70%

Veneto

1.171,0

600,0

-49%

Friuli Venezia Giulia

148,0

220,0

+48%

Liguria

552,0

443,0

-20%

Emilia Romagna

1.705,0

880,0

-48%

Toscana

1.337,0

474,0

-65%

Umbria

235,0

112,0

-52%

Marche

580,0

370,0

-36%

Lazio

1.726,0

1.193,0

-31%

Abruzzo

307,0

43,0

-86%

Molise

45,0

25,0

-44%

Campania

1.770,0

452,0

-74%

Puglia

1.294,0

261,0

-80%

Basilicata

72,0

0

-100%

Calabria

1.070,0

130,0

-88%

Sicilia

1.60,0

854,0

-37%

Sardegna

270,0

407,0

+51%

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Fig. 1. Ripartizione delle regioni italiane in gruppi in funzione dell'entità del disavanzo e della velocità di rientro dello stesso

N.B. i due numeri indicati sotto il nome della regione indicano:

● il primo, il disavanzo 1990 in miliardi

●il secondo, la riduzione %

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Gruppo A

Tre regioni, in presenza di un alto disavanzo iniziale, sono riuscite a conseguire una forte velocità di rientro: Campania, Puglia, Calabria.

Gruppo B

Due regioni presentano la stessa velocità di rientro anche se in presenza di un disavanzo più modesto in valore assoluto: Abruzzo, Basilicata.

Gruppo C

Quattro regioni, in presenza di un alto disavanzo iniziale, hanno conseguito una media velocità di rientro: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto. Tra queste la Toscana è quella che più si avvicina al Gruppo A.

Gruppo D

Cinque regioni, in presenza di un medio (Piemonte) e basso disavanzo hanno conseguito una media velocità di rientro: Piemonte, Sardegna, Umbria, Val d’Aosta, Molise.

Gruppo E

Due regioni, pur in presenza di un alto disavanzo, hanno conseguito una bassa velocità di rientro: Lazio, Sicilia.

Gruppo F

Due regioni in presenza di un medio disavanzo hanno conseguito una bassa velocità di rientro: Marche, Liguria.

Lo schema sopra indicato non vuole e non può tenere conto delle disomogeneità presenti tra le regioni per quanto attiene sia la dimensione demografica e territoriale, sia le diverse realtà economico-gestionali sia le modalità e la qualità delle prestazioni erogate. Vuole peraltro ricomporre in un confronto omogeneo quelli che paiono essere stati i comportamenti macroscopicamente seguiti delle Regioni, in presenza delle diverse entità di disavanzi iniziali (anno 1990).

Una analisi più puntuale consentirebbe di evidenziare in modo più specifico quali siano state le componenti di spesa che hanno determinato, regione per regione, la relativa velocità di rientro. Si può peraltro valutare quale sia la «posizione relativa» delle Regioni al termine dell’anno 1995, sulla base di due interessanti indicatori: la spesa pro-capite e l’incidenza del costo del personale per mille abitanti.

Assumendo un valore di spesa corrente stimato per il 1995

29

di L. 96.641 miliardi, la spesa pro-capite stimata regione per regione è riportata in Tab. 7. Le regioni e province autonome che hanno incrementato il disavanzo negli anni 1990-1994 presentano nel 1995 una spesa media pro-capite nettamente superiore al livello medio italiano (Bolzano, Trento e Friuli).

Tab. 7. Spesa sanitaria stimata pro-capite nel 1995 per le singole regioni

Milioni pro capite

Liguria

1.958.000

Emilia Romagna

1.923.000

Bolzano

1.902.000

Friuli Venezia Giulia

1.902.000

Marche

1.854.000

Trento

1.850.000

Lazio

1.796.000

Toscana

1.757.000

Veneto

1.738.000

Umbria

1.734.000

Valle d'Aosta

1.730.000

Sardegna

1.712.000

Italia

1.691.000

Lombardia

1.690.000

Sicilia

1.629.000

Piemonte

1.620.000

Molise

1.614.000

Puglia

1.566.000

Campania

1.543.000

Abruzzo

1.515.000

Calabria

1.420.000

Basilicata

1.404.000

Le regioni e province autonome che hanno incrementato il disavanzo negli anni 1996-1994 presentano nell’anno 1995 una spesa media pro-capite nettamente superiore al livello medio italiano.

30

Unica eccezione la Sardegna, la quale, pur avendo aumentato il disavanzo, presenta una spesa media pro-capite praticamente coincidente con la media nazionale.

Le regioni che hanno operato con bassa velocità di rientro negli anni 1990-94 si sono trovate nell’anno 1995 con elevata spesa pro-capite (Liguria, Marche, Lazio). Unica eccezione di questo gruppo è la Sicilia, la quale, pur avendo ridotto il disavanzo in modo non sostenuto, presenta una spesa procapite inferiore alla media nazionale.

L’Emilia Romagna in presenza di un forte disavanzo iniziale, pur avendo una velocità di rientro «media», presenta una spesa media pro-capite molto elevata. Analoga considerazione, seppur attenuata, vale per la Toscana ed il Veneto.

Le Regioni meridionali presentano in generale una elevata velocità di rientro nel periodo 1990-94 ed una spesa media pro-capite inferiore a quella nazionale.

Se si analizza la spesa per il personale, che rappresenta mediamente il 40% della spesa complessiva, disaggregata a livello regionale, si ottengono i dati riportati nelle Tabb. 5 e 8 (anno di riferimento 1994). Le regioni del centro-nord Italia guidano la classifica in termini di incidenza del costo del personale per 1.000 abitanti. Ad esse corrisponde una velocità di rientro da media a bassa. Peraltro il costo del personale non è una voce che può sempre spiegare i motivi del disavanzo; vedi ad esempio la regione Lazio. Appare pertanto evidente che sarebbe necessaria un’indagine più analitica per comprendere, regione per regione, le motivazioni del disavanzo e della sua difficile riduzione.

3. La gestione delle Aziende sanitarie: alcuni problemi

La grande difficoltà, che emerge a livello nazionale, nella conciliazione delle diverse voci di spesa e dei relativi finanziamenti, nonché nella individuazione delle effettive dimensioni del disavanzo, è indicativa della limitata capacità di controllo che può essere esercitata all’interno dei sistemi complessi, quando questi siano amministrati con la sola contabilità finanziaria. Infatti per conoscere i costi effettivi è indispensabile

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Spesa pers./1.000 abit

(migliaia di lire)

Spesa personale

(miliardi)

Abitanti

(migliaia)

Umbria

862

693

804

Emilia Romagna

829

3.232

3.899

Marche

816

1.166

1.428

Toscana

810

3.510

2.844

Liguria

767

1.295

1.668

Veneto

756

3.297

4.343

Molise

744

244

328

Abruzzo

708

881

1.244

Calabria

680

1.386

2.038

Piemonte

671

2.877

4.290

Lombardia

633

5.591

8.831

Campania

616

3.444

5.590

Lazio

605

3.044

5.031

registrare le componenti economiche dei bilanci per «natura di spesa», evidenziando i costi inerenti l’attività dell’azienda. Tali costi devono essere imputati al momento dell’utilizzo delle risorse che hanno generato il costo stesso.

Per giungere ad un effettivo controllo dei costi, e quindi della spesa, è pertanto indispensabile che le Aziende sanitarie accelerino il passaggio dalla contabilità finanziaria a quella economico-patrimoniale. È necessario ribadire che il controllo della spesa non è possibile senza il controllo dei costi; viceversa, con il controllo dei costi si ha quasi naturalmente il controllo della spesa.

Nonostante il D.Lgs. 502, e sua successiva modifica con il D.Lgs. 517, abbia vincolato le Regioni e le Aziende sanitarie ad adottare tempestivamente la contabilità economico-finanziaria,

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ciò non è ancora accaduto. Il ritardo maturato su questo argomento, da parte di tutte le Regioni, ha notevolmente limitato la possibilità di muovere i primi passi verso un efficiente controllo di gestione, con la conseguenza che non è ancora possibile conoscere con chiarezza la situazione economica delle Aziende sanitarie ed, a maggior ragione, elaborare il «bilancio consolidato» della sanità a livello regionale.

Ciò porterà certamente ad un disavanzo di gestione anche per l’anno 1996, anche se l’entità risulterà probabilmente inferiore a quella maturata gli anni precedenti, per effetto di una maggiore attenzione posta dai direttori alle diverse voci di spesa.

Come per le Aziende sanitarie, così anche per le Regioni deve essere accelerato il processo di acquisizione del know-how necessario per elaborare i bilanci regionali, che consolidano i conti economici delle Aziende sanitarie controllate. Dal bilancio regionale emergerà la corretta misura dell’avanzo o del disavanzo regionale, come somma dei risultati delle singole Aziende sanitarie locali e dei costi della gestione regionale.

Il monitoraggio continuo dello stato di avanzamento di questo processo di trasformazione contabile a livello delle Regioni e delle rispettive Aziende sanitarie sarebbe un utile strumento di misura della velocità di evoluzione del sistema sanitario verso gli obiettivi individuati dalle norme di riordino (D.Lgs. n. 502/517). Tale monitoraggio potrebbe essere effettuato in tempi brevi.

L’introduzione di strumenti «tecnici», come la contabilità economica per centri di costo e la contabilità patrimoniale con il sistema del reddito a livello di bilancio consolidato, redatto secondo il dettato comunitario, non basta tuttavia di per sé a creare le condizioni per un radicale miglioramento della gestione degli ospedali pubblici e degli altri servizi come aziende .

La modalità di redazione del bilancio di una azienda sanitaria, infatti, non può essere vista come soluzione ai molti problemi organizzativi ed economici sottostanti. Se è vero, da un lato, che l’individuazione di metodi per la determinazione

33

dei costi e delle prestazioni può aiutare ad assumere decisioni di programmazione, disinvestimento o investimento in alcune particolari aree aziendali, dall’altro la stesura di un bilancio, per quanto corretto, di per sè sola non è sufficiente ad aggredire una realtà che presenta problemi di natura strutturale nell’organizzazione. Infatti, non vi è chi non veda la necessità di assicurare «leve operative» ai Direttori generali (e agli eventuali e auspicati Consigli di Amministrazione) per gestire quello che, in ordine di priorità, costituisce il problema principale per le strutture sanitarie: il personale, cioè circa il 40% dei costi. E importante riportante gradualmente elementi di managerialità organizzativa ed economica in strutture che per alcuni decenni non hanno tenuto in alcun conto questo elemento, se non nelle condizioni ― rare ― di scarsità di risorse.

L’introduzione di managerialità a livello organizzativo richiede almeno tre fattori fondamentali: coinvolgimento nel risultato, e quindi corresponsione di incentivi individuabili e selettivi; capacità di assumere decisioni, e quindi ambiti decisionali e di responsabilità per quadri e dirigenti; unità operativa tra personale amministrativo, sanitario e organizzazione del personale, per una gestione delle risorse più razionale ed economica.

Per queste tre necessarie trasformazioni risulta indispensabile intervenire ulteriormente sulle strutture con un processo di riforma:

a) il Direttore generale, organo dell’Azienda sanitaria, non può essere lasciato a gestire il rapporto con il personale, ma deve essere affiancato da organi o strutture capaci di manifestare gli orientamenti e le volontà di indirizzo politico-economico delle strutture e del Ssn;

b) devono essere individuati percorsi che consentano di incentivare selettivamente i collaboratori e di fare assumere responsabilità dirette ai vertici non solo di tipo specifico (sanitario), ma anche di tipo economico;

c) occorre rimuovere barriere contrattuali e ruoli codificati, utilizzando anche processi di informatizzazione, per modificare l’organizzazione interna e costituire gruppi orizzontali

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di responsabilità-obiettivo intorno ai principali servizi, usufruendo della mobilità del personale e della riqualificazione in ruoli diversificati.

Come elemento integrante della riorganizzazione manageriale, la gestione di economato e provveditoria d’acquisto deve essere gestita in chiave economicistica, ricercando alleanze territoriali con le altre aziende sanitarie, costituendo gruppi d’acquisto e ottimizzando la gestione finanziaria e dei pagamenti. Pur non avendo relazione diretta con la metodologia di redazione del bilancio, l’acquisto di beni e servizi deve essere disincrostato dalle pesanti influenze pubblicistiche. Queste, anziché favorire la trasparenza come si suppone dovrebbe essere grazie alle procedure ad evidenza pubblica, contribuiscono attivamente a rallentare la gestione delle priorità, gli acquisti e la logistica delle merci e dei beni strumentali, costituendo di fatto un vincolo di improduttività perle strutture (non sempre sgradito: si pensi, ad esempio, all’inefficienza delle strutture sanitarie in relazione all’esistenza di strutture private).

È infine opportuno ricordare che due sono i meccanismi di finanziamento presenti nel Ssn: la quota capitaria ed il rimborso a prestazione (per le prestazioni di ricovero Drg, nomenclatore tariffario per le prestazioni ambulatoriali). Questi operano in modo volutamente contrapposto. Infatti, mentre la quota capitaria induce comportamenti orientati a limitare il numero delle prestazioni effettuate ad ogni paziente, il rimborso a prestazione induce le Aziende ospedaliere pubbliche e le strutture private accreditate ad aumentare la propria capacità di attrazione dei pazienti della Usl stessa o di quelle limitrofe, allo scopo di incrementare le prestazioni e quindi i ricoveri.

Il vero obiettivo della quota capitaria è che il paziente si mantenga o sia mantenuto il più sano possibile, riducendo la necessità di accedere ai diversi servizi sanitari forniti dalla Usl; viceversa, il rimborso a prestazione contiene al suo interno un meccanismo di dilatazione dell’assistenza sanitaria fornita, tanto più pericoloso quanto più è innegabile il meccanismo di incremento della domanda tramite un incremento dell’offerta. Per evitare che le prestazioni offerte dalle strutture

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sanitarie autonome, pubbliche o private, crescano a dismisura, il legislatore ha posto un limite alle capacità di spesa della Usl, che è tenuta a rimborsare tali prestazioni secondo le tariffe previste dal Drg (prestazioni di ricovero) o dal nomenclatore tariffario (prestazioni ambulatoriali). Tale limite alla capacità di spesa della Usl viene introdotto con il finanziamento per quota capitaria. Il Direttore generale della Usl, per rimanere all’interno della quota capitaria, dovrà limitare il numero delle prestazioni fornite ai suoi assistiti, prima da parte dei presidi non della Usl e poi anche da parte dei propri. Egli dovrà inoltre limitare l’entità del finanziamento speso in regime di ricovero per incrementare la quota destinata al territorio, favorendo la deospedalizzazione e la medicina di distretto. Tutto ciò comporta la definizione di chiari obiettivi e la possibilità di perseguirli gestendo correttamente le risorse umane e tecnologiche di cui si dispone. Sfortunatamente, ciò non è ancora possibile nelle Aziende sanitarie: esse soffrono di vincoli, propri del servizio pubblico, del tutto incompatibili con la dichiarata natura aziendale della Usl e dell’Ospedale.

Più in generale deve essere demandata al Direttore generale una maggiore responsabilità gestionale con i relativi poteri; ad oggi le responsabilità sono rilevanti, ma i poteri sostanzialmente limitati da un passato burocratico che blocca il processo di rinnovamento.

4. Un piano pluriennale per gli investimenti

L’adozione del bilancio economico-patrimoniale comporta anche l’individuazione e la valorizzazione di tutti i beni mobili ed immobili, ivi comprese le attrezzature, delle Usl e degli Ospedali.

L’art. 5 del D.Lgs. 502 trasferisce alle Usl ed alle Aziende ospedaliere il «patrimonio dei comuni o delle province» che hanno «vincolo di destinazione alle Usl».

Il finanziamento del patrimonio avviene con le voci di ammortamento annuale che entrano nel conto economico dell’azienda, come un costo, e vanno a sommarsi in un Fondo

36

calcolato nello stato patrimoniale. Si evita così che venga consumato il patrimonio originario, poiché l’accantonamento annuale, conferito nel Fondo, consente di riacquistare il bene al termine della sua vita.

Nella grande maggioranza dei casi i beni immobiliari sono molto vecchi e malamente conservati. Infatti i finanziamenti in conto capitale sono fortemente diminuiti negli ultimi anni: ma anche l’entità dei fondi stanziati negli anni precedenti era comunque inadeguata.

Secondo una stima ragionevole, è opportuno stanziare per investimenti in sanità non meno del 4-5% del valore dei ricavi complessivi, cioè circa 4.000-5.000 miliardi/anno. Invece, gli stanziamenti in conto capitale sono stati, nel passato, mediamente compresi tra i 1.500 ed i 2.000 miliardi; negli ultimi anni il valore è incredibilmente disceso sotto i 1.000 miliardi. Ben si comprende come, in presenza di tali stanziamenti, i beni patrimoniali abbiano via via accelerato la loro decadenza.

Per sopperire a tale stato di cose fu variata nel 1988 la legge n. 67 che, all’art. 20, prevede uno stanziamento straordinario di 30.000 miliardi, in dieci anni, destinato anche alla ristrutturazione/rifacimento dei presidi ospedalieri obsoleti. L’inefficienza della macchina burocratica regionale e ministeriale ha diluito nel tempo l’utilizzo di tali fondi, il cui scopo era peraltro di ripristinare i valori patrimoniali così fortemente decaduti e non di supplire alla carenza del finanziamento annuale in conto capitale. I due fondi, quello straordinario e quello annuale in conto capitale, sono stati viceversa confusi tra loro: ad un aumento del primo è corrisposta una riduzione del secondo. Di conseguenza gli stanziamenti complessivi sono risultati del tutto inefficienti.

Si deve ritenere che la tariffa forfettaria per le prestazioni effettuate negli ospedali (Drg), sia stata calcolata tenendo conto delle voci di ammortamento degli strumenti necessari per effettuare tali prestazioni; non si sono però avute conferme ufficiali in tal senso. La tariffa infatti tiene conto dell’ammortamento delle apparecchiature medicali e degli arredamenti in genere, ma non del fabbricato, il cui peso economico è rilevante.

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Non pare corretto procedere in questo modo; è indispensabile che venga fatta luce sui valori del patrimonio, sull’entità dei finanziamenti necessari per ripristinare appieno la sua funzionalità, nonché sugli investimenti annuali che devono essere reperiti tramite una corretta gestione economica e finanziaria dell’Azienda.

Essendo in presenza di prezzi amministrati, è opportuno inoltre stabilire quale parte degli investimenti debba essere eventualmente finanziata a livello regionale e quale parte debba esserlo tramite una corretta valutazione delle tariffe delle prestazioni erogate.

5. Conclusioni

Le trasformazioni culturali e del quadro epidemiologico di questi ultimi anni ― nei quali peraltro si sono succedute diverse fasi di revisione del Ssn ― sembra non abbiano influenzato i processi decisionali; sono state piuttosto le esigenze della finanzia pubblica a determinarli. Si deve osservare, tuttavia, come anche le stesse logiche economiche siano state contraddette dalla maggior parte dei procedimenti adottati. Infatti si può contenere la spesa solo se sono conosciuti i costi del comparto; tale obiettivo non è stato ancora raggiunto, come più sopra indicato.

L’esigenza di collegare il bisogno con i finanziamenti necessari ha trovato attenzione solo con il Piano sanitario nazionale ‘94-96 e con le riforme strutturali del periodo ‘92-93. Oggi è possibile constatare come una corretta programmazione abbia permesso di controllare per la prima volta nella storia recente del paese ― almeno in maniera parziale ― gli scostamenti tra costi previsti e spesa reale.

La strada però per una programmazione razionale del Ssn è ancora lunga e, purtroppo, ancora troppo spesso caratterizzata da incertezze politiche (ogni governo pretende di rivedere ex novo anche ciò che è già stato adeguatamente normato).

Il nodo centrale è rappresentato dalla non completata (anche perché talvolta non condivisa!) gestione «aziendale» delle Asl e degli Ospedali azienda. Per raggiungere questo obiettivo

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sono necessarie:

a) una profonda adesione culturale degli addetti sia sanitari che amministrativi al nuovo modello;

b) una organizzazione dei servizi e delle strutture che riconosca nell’aspettativa di salute dei cittadini il criterio fondamentale per definire i livelli di qualità sia oggettiva che percepita;

c) una comunicazione interna ai servizi ed esterna che coinvolga, sugli obiettivi comuni, sia il personale sia il cittadino cliente-utente);

d) una radicale modificazione dei rapporti contrattuali;

e) infine, una generalizzata informatizzazione in grado di monitorare continuamente gli obiettivi aziendali quanto al grado di attuazione, ai costi, alle razionalizzazione della rete, ecc.

Il modello aziendale così realizzato indurrebbe una indispensabile modernizzazione del sistema, che armonizza i diversi interessi fino ad oggi contrapposti o concorrenti (ad esempio: autonomia del medico e controllo della sua attività; estraneità dei servizi amministrativi rispetto all’attività dei sanitari; definizione dei bisogni e input epidemiologici; ecc.). È compito della politica sviluppare azioni che portino al punto di equilibrio, fondato su prospettive strategiche che superano le scelte tecniche.

Ci si chiede a questo punto se la figura del direttore generale, gestore monocratico delle Aziende sanitarie territoriali e ospedaliere sia adeguata a svolgere anche funzioni di indirizzo e di programmazione (politiche), oltre che di amministrazione. L’attuale ruolo del direttore generale esemplifica le contraddizioni irrisolte nel processo di controllo della spesa e di aziendalizzazione: gli si richiede infatti di essere manager, avendo a disposizione risorse finanziarie ed umane decise in altra sede. D’altro canto, le sue scelte si riversano su un territorio del quale difficilmente conosce i bisogni e il livello di consenso rispetto agli interventi operati.

È oggi necessario intervenire la tendenza di far discendere le scelte da un centro che opera prevalentemente attraverso strumenti finanziari, per rendere determinante il ruolo delle aziende territoriali (Asl e Ospedali). L’organizzazione distrettuale ―

39

sempre descritta e mai attuata ― è la sede privilegiata per far incontrare i due flussi (quello finanziario e quello delle decisioni operative), incontro che si deve sviluppare anche a livello di tutti gli altri servizi.

La Regione rappresenta la sede istituzionale per le decisioni politiche di indirizzo e programmazione; tuttavia l’ordinamento non ha chiarito come avvenga il processo decisionale che tenga conto dei bisogni reali, spesso complessi, oltre che delle proposte tecniche. D’altra parte, la consapevolezza che non tutte le procedure sanitarie sono dotate di provata efficacia induce a ritenere importante il ruolo di un organo che sappia valutare gli outcome ottenibili e quindi indicare una priorità delle scelte. Su quale sia lo strumento più idoneo il dibattito è ancora aperto e ― nonostante la retorica antipartitica per cui non si vogliono costituire organi politici collegiali ― si deve ricordare che non vi è alcuna Azienda seria priva di un organo ― diverso dal direttore generale ― che compia le scelte strategiche. Nel nostro caso l’identificazione del bisogno, che dalla mediazione con il valore della quota capitaria determina la qualità e la quantità dei servizi.

Etica della prevenzione tra diritto individuale e dovere collettivo

Book Cover: Etica della prevenzione tra diritto individuale e dovere collettivo
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

ETICA DELLA PREVENZIONE TRA DIRITTO INDIVIDUALE E DOVERE COLLETTIVO

in Prevenzione Odontostomatologica

anno 2, settembre 2005, pp. 7-16

7

L'articolo valuta la prevenzione in rapporto a tre modelli di etica in medicina: l'etica medica, la bioetica e l'etica dell'organizzazione, considerati come caratteristici di tre epoche culturali: quella premoderna, moderna e postmoderna.

Per l'etica medica la buona prevenzione è quella che assicura un beneficio alle persone, beneficio valutato in base a criteri scientifici (possibilmente evidence basedl).

Per la bioetica buona medicina preventiva è quella che favorisce nel soggetto un controllo sulla propria salute (empowerment del cittadino).

Per l'etica dell'organizzazione la prevenzione deve promuovere una società "salutogenica'' e stili di vita sani.

PAROLE CHIAVE: Prevenzione, Etica.

All'etica non dobbiamo domandare troppo. In particolare, non possiamo attribuirle il compito di giustificare la medicina preventiva, o addirittura di sostenere la sua aspirazione a rivendicare un primato rispetto a quella curativa. Quando si ripete: "È meglio prevenire che curare ", quel 'meglio' non fa riferimento a una preferenza personale (molte persone non sono disposte ad adottare stili di vita molto restrittivi, per poter... morire sani!). I vantaggi della prevenzione, inoltre, non sono sempre percepibili all'individuo: per salvare una sola vita in un incidente stradale, 400 persone devono allacciare le cinture di sicurezza per tutta la loro esistenza; 399 persone dunque, non otterranno alcun beneficio dal loro comportamento 1; né è chiaro il vantaggio economico (l'analisi dei costi della cura e della prevenzione non dimostra la convenienza di quest'ultima in modo inequivocabile); neppure è sempre conveniente la giustificazione clinica (la sempre maggiore capacità diagnostica può rilevare

8

patologie che sarebbero rimaste silenti, e quindi dar luogo a un interventismo che è causa di patologie iatrogeniche), né ― infine ― siamo vincolati da una chiara indicazione di politica sanitaria (a causa del paradosso inerente alla medicina preventiva: tanto maggiore è l'efficienza di un intervento per la collettività, tanto minore è la rilevanza che esso assume per il singolo 2). Affermare che la prevenzione è un obiettivo privilegiato rispetto alla cura costituisce, in ultima analisi, un'affermazione autoreferenziale. Per dirlo con le parole di conclusione a cui giunge Geoffrey Rose dopo l'accurata analisi a cui sottomette quel "meglio" nel volume The strategy of preventive medicine: "È meglio essere sani che malati o morti. Questo è l'inizio e la fine del solo argomento reale a favore della medicina preventiva. È sufficiente" 3.

Il richiamo all'etica ha dunque una funzione più modesta che fornire un fondamento o una giustificazione razionale per la medicina preventiva. Cerchiamo, più semplicemente, di confrontare quanto viene intrapreso in nome della promozione della salute con i valori che l'etica propone. Possiamo individuare almeno tre modelli di etica riferita alla medicina, ognuno con un valore dominante. Ognuno dei tre modelli, che si sono strutturati in successione cronologica, richiede ai diversi soggetti ― l'operatore sanitario, il paziente, la società nei suoi rappresentanti politici ― comportamenti adeguati, che si presentano come una 'Gestalt' coerente e omogenea. Nella tabella 1 vengono illustrati i modelli di etica in medicina.

La prevenzione: per il bene del paziente?

Il principio che regola il modello tradizionale di etica in medicina è essenzialmente riconducibile a una proposizione che si presenta armata della forza dell'evidenza: è bene fare tutto ciò che produce un beneficio al paziente. Trasposto dalla medicina curativa ― dove il bene da procurare al paziente equivale alla diagnosi accurata e alla terapia efficace della patologia in atto ― alla medicina preventiva, il principio comporta l'attribuzione di un valore positivo a tutte le azioni rivolte ad assicurare una vita senza malattie e a impedire morti precoci. C'è anche chi si spinge a richiedere alla medicina che non miri solo a sconfiggere le malattie e a prevenirle, ma tenda a promuovere la piena salute, cioè lo sviluppo delle potenzialità umane al loro massimo, avendo come parametri di riferimento non gli scostamenti patologici dalla normalità, ma le realizzazioni umane eccellenti 4.

L'enfasi posta sui compiti positivi della medicina ― dalla lotta alle malattie alla loro prevenzione, dalla tutela della salute alla promozione della piena salute ― va probabilmente corretta. È questa una delle conclusioni a cui è giunta l'importante ricerca internazionale sui fini della medicina, promossa dallo Hastings Center. Ponendosi la questione se il compito per eccellenza della medicina non sia quello di potenziare l'autodeterminazione individuale per permettere a ciascuno di vivere pienamente la propria vita, il documento risponde: "Se è vero che la salute accresce la possibile libertà, è tuttavia un errore pensare che tale libertà sia un fine della medicina. La salute è necessaria, ma non è condizione sufficiente per l'autonomia, e la medicina non può fornire ciò che è necessario a tal fine. Siccome molte altre istituzioni, come l'educazione, promuovono quella libertà, la medicina non è l'unica in grado o capace di promuovere il bene dell'autonomia, anche se a volte può dare importanti contributi per accrescerla" 5.

Per quanto si voglia ridimensionare il compito della medicina di contribuire alla piena realizzazione dell'essere umano, resta tuttavia indiscutibile che, da quando l'epidemiologia e la biostatistica hanno fornito strumenti analitici a favore della salute, individuando i cambiamenti da introdurre nella società e nei comportamenti individuali per impedire lo sviluppo di fenomeni patologici, la medicina ha aggiunto un nuovo compito a quelli tradizionali. I migliori tra i medici si sono sentiti impegnati non solo a curare i pazienti per l'enfisema o il cancro ai polmoni, ma a prevenire le malattie respiratorie lottando per la salubrità dei posti di lavoro ed educando i pazienti ad astenersi dal fumo; non si limitano ad assistere i traumatizzati da incidenti stradali, ma fanno pressione per ottenere maggiore sicurezza nelle auto da parte delle case produttrici e l'imposizione dell'obbligo delle cinture di sicurezza da

9

Tabella 1

Epoca premoderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca postmoderna

Etica

dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento

porta maggior

beneficio al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato nei

suoi valori e

nell’autonomia

delle sue scelte

Quale trattamento

ottimizza l’uso delle

risorse e produce un

paziente/cliente

soddisfatto?

Il valore

dominante

Principio

di beneficità

Principio

di autonomia

Principio di giustizia

(uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte al diritto alla salute)

L’ideale

medico

Paternalismo benevolo

(scienza e coscienza)

Autorità

democraticamente

condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-

utente)

Stewardship (fornitore di servizi-cliente)

Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

La

medicina

preventiva

Assicurare una vita

senza malattie

e morti precoci.

Sviluppare

la 'piena salute'

Dare

ai cittadini/consumatori

il controllo

della propria salute

(empowerment)

Promuovere

una società

salutogenica

(vs. patogenica)

parte delle autorità civili. Questa è la medicina preventiva cresciuta sul tronco della medicina del passato e ispirata al suo stesso valore fondamentale: fare ciò che è nel migliore interesse dell'individuo e della sua salute.

I bilanci dei risultati ottenuti dall'impegno profuso, come sappiamo, non sono sempre positivi. Da che cosa dipende? Una risposta facile è quella formulata da Harold Fruchtbaum: "È forse inevitabile in una società capitalista che ogni progetto rivolto a proteggere la salute pubblica che minacci un interesse economico trovi opposizione" 6. La relativa inefficacia della medicina preventiva nell'impedire i comportamenti nocivi alla salute viene così ricondotta a un conflitto di interessi, nel quale la medicina, animata dalle migliori intenzioni e rivolta verso fini ineccepibili, svolge il ruolo positivo, mentre alla società ― capitalista! ― spetta la parte del cattivo.

La citazione è tratta da un articolo della prima edizione della Encyclopedia of bioethics, curata da Warren Reich, del 1978, dedicato alla Public

10

healt'. All'inizio della riflessione bioetica la difficoltà a introdurre i cambiamenti necessari per la promozione della salute viene addebitata esclusivamente all'inerzia o resistenza attiva del corpo sociale. Può essere istruttivo notare che nell'articolo su "Health promotion and health education" della seconda edizione, completamente rifatta della stessa opera, apparsa nel 1995, l'estensore dalla voce giunga a esprimere dei dubbi sulla qualità etica di molte attività di promozione della salute. Esse non sarebbero ― in altre parole ― così totalmente finalizzate a promuovere il bene della persona cui sono rivolte, così come pretendono e così come appare prima facie. A un esame spassionato, le motivazioni che guidano le attività di promozione ed educazione alla salute possono apparire meno allineate sul valore del bene del paziente (secondo il principio della benevolence, che sta alla base dell'etica medica). Tali iniziative, infatti, possono sostituire iniziative pubbliche efficaci rivolte a eliminare rischi per la salute: omettendo di introdurre normative circa la sicurezza di certi prodotti, lo stato si potrebbe limitare ad addestrare i consumatori all'uso oculato di tali prodotti; invece di proibire sostanze tossiche, come il tabacco, le autorità preposte alla tutela della salute pubblica si accontenterebbero semplicemente di ammonire il pubblico a non abusarne... In altre parole: richiamandosi all'educazione sanitaria, le autorità pubbliche avanzerebbero la pretesa di star difendendo la salute, mentre di fatto evitano di intraprendere azioni efficaci che confliggono con gli interessi di coloro che traggono profitti da comportamenti non sani 7. L'educazione sanitaria come alibi, dunque: porta un beneficio ai destinatari, ma solo come surrogato del vero beneficio che una politica sanitaria efficace sarebbe in grado di produrre, qualora lo volesse; costituisce un palliativo, non la cura radicale dei mali che minacciano la salute.

Un altro aspetto dell'etica orientata al bene del paziente merita di essere sottolineato: essa è caratterizzata da un tratto marcatamente paternalistico. Nel modello culturale paternalistico il beneficio che viene al soggetto da un intervento di terapia ― in questo caso, di prevenzione ― è stabilito da una auctoritas scientifica della quale il cittadino non è un interlocutore attivo, ma il presunto beneficiario. Così avviene, ad esempio, negli screening di massa. Quando si decide di intervenire su ciascun individuo di una popolazione definita mediante idonei test clinici, strumentali o di laboratorio, con lo scopo di identificare particolari fattori di rischio o patologie in fase preclinica, la popolazione oggetto dell'intervento (donne in una determinata fascia d'età per la prevenzione di carcinomi dell'utero o della mammella, uomini per il carcinoma della prostata...) viene mobilitata in nome di una autorità scientifica che ha deciso ― per il bene delle persone interessate ― che cosa deve essere fatto. Nei casi più felici la proposta di screening è corredata di una dimostrazione di efficacia (documentata riduzione di mortalità totale o almeno specifica; assenza di eventi invalidanti) e di appropriatezza (il test di screening deve essere accettabile, non pericoloso, economico e dotato di buona sensibilità). Ma talvolta così non avviene. È il caso, ad esempio, dello screening HCV ― per l'epatite C ― proposto ai cittadini italiani. La vicenda supera l'aspetto aneddotico per acquistare un significato esemplare di cattivo uso della prevenzione, discutibile non solo dal punto di vista scientifico ma anche etico.

Nel febbraio 1996 televisione e giornali diffondono spot e locandine nei quali si invitano tutti i cittadini a controllare le transaminasi. Non ci si può fidare di sentirsi bene, in quanto ― insinua la campagna pubblicitaria ― i sintomi dell'epatite C sono subdoli: aspetto sano, appetito normale, assenza di dolore. L'iniziativa, promossa dalla Lega per la lotta contro le malattie virali, riceve l'appoggio del Ministero della sanità. La stampa per medici e quella rivolta al pubblico riferiscono l'iniziativa con devozione. I dubbi espressi da qualche medico di famiglia vengono trattati in modo sprezzante dall'infettivologo promotore, che definisce 'trogloditiche' le valutazioni critiche del progetto. La campagna procede come previsto, con incursioni in nove città italiane di roulotte della Croce Rossa per dosare le transaminasi ai passanti fermati per strada. Solo un anno dopo l'avvio della campagna i promotori indicono una conferenza di consenso per valutare se sia opportuno condurre uno screening nella popolazione generale. La risposta ― a sorpresa ― è negativa e la campagna viene revocata 8. Non si tratta solo di uno spiacevole incidente provocato da un eccesso di

11

zelo per il bene del paziente: è un episodio emblematico di quanto possa spingersi lontano nell''espropriazione della salute' (per riprendere l'espressione classica di Ivan Illich in Nemesi medica) una medicina preventiva pensata sul modello paternalista.

Lo slittamento di finalità della medicina è intrinseco al passaggio dalla medicina curativa a quella preventiva. Sullo sfondo ideologico di quest'ultima individuiamo la concezione di salute quale pieno benessere fisico, psichico e sociale, e non solo assenza di malattia, diffusa dall'OMS (nel cui statuto è inclusa la dichiarazione che "il godimento della salute al più alto livello è uno dei diritti fondamentali dell'essere umano, senza distinzione di razza, di religione, di ideologia politica, di condizione economica e sociale"). A differenza della malattia, la presenza della salute non è oggettivamente verificabile. O meglio: lo stato di salute o malattia è funzione dell'impegno diagnostico profuso. Se già nel 1923 la commedia di Jules Ro- mains sul dottor Knock poteva mettere in dubbio l'utilità sociale di un 'trionfo della medicina' che trasforma i sani in malati ― secondo il credo del dottor Knock: "I sani sono dei malati che si ignorano...", la situazione si è radicalizzata con l'impegno dei medici a rendere la pratica della medicina economicamente compatibile con i suoi costi. È un fenomeno particolarmente vistoso nei paesi che hanno adottato sistemi di pagamento a tariffa, DRG, managed care o altre modalità che incentivano l'accanimento diagnostico. Secondo una brillante descrizione di ciò che sta avvenendo negli ospedali americani, "un paziente in buona salute è solo uno che non è stato sottoposto ad adeguati accertamenti. Una volta in ospedale, gli accertamenti confermeranno problemi multipli di salute e sostanziali opportunità per un DRG creep ― cioè l'insidioso scorrimento verso l'alto delle categorie di DRG ― per massimizzare le entrate" 9.

Non possiamo impedirci di sviluppare un salutare sospetto sistematico che quanto viene presentato al paziente dalla medicina curativa e da quella preventiva per il suo bene sia veramente nel suo migliore interesse. Saranno necessarie di volta in volta delle prove di efficacia, tanto per l'una quanto per l'altra medicina: accanto alla evidence based medicine, dunque, anche una evidence based prevention.

Sotto il segno dell'autonomia

Il secondo modello di etica in medicina al quale ci possiamo riferire per valutare eticamente ciò che viene intrapreso per guarire o prevenire le malattie è quello che ha come principio guida il rispetto dell'autonomia della persona. Secondo questo modello, che caratterizza il passaggio dall'epoca premoderna a quella moderna ― e quindi dall'etica medica alla bioetica ― non basta fare il bene del paziente, ma bisogna farlo con il suo consenso, in modo da rispettare il diritto a gestire le scelte che riguardano il corpo e la salute. In una parola, la medicina deve rispettare il diritto all'autodeterminazione personale.

Anche la medicina preventiva può infrangere i valori tutelati dall'autonomia della persona. Il ventaglio delle violazioni è molto ampio e differenziato. In ordine di gravità, il primo posto spetta alle misure preventive che ricorrono alla coercizione violenta per impedire il sorgere delle malattie o la trasmissione di caratteri genetici indesiderati. L'eugenismo ― soprattutto quello praticato in Germania dal regime totalitario nazista ― si è guadagnato la triste fama di aver calpestato i diritti fondamentali della persona in nome della tutela della razza. Ci piacerebbe poter dire almeno che questa modalità di prevenzione sia stato un caso isolato, al quale la coscienza morale dell'Occidente ha tolto ogni diritto di cittadinanza. Purtroppo non è così. La sterilizzazione forzata è stata praticata per legge nei Paesi scandinavi fino a non molto tempo fa.

Le leggi per la sterilizzazione di 'tipi razziali inferiori' sono entrate in vigore in Danimarca nel 1929, in Norvegia nel 1934 e in Svezia nel 1935, e hanno continuato a giustificare interventi su soggetti ― soprattutto donne con handicap e 'indigenti di razza mista' ― che ufficialmente risultavano

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sottoporsi alla sterilizzazione volontariamente. La legge in Svezia è stata abolita in sordina solo nel 1976. A quasi 100.000 donne nei tre Paesi scandinavi sarebbe stato negato, in modo coercitivo, il diritto alla riproduzione, per ridurre la probabilità che tra le generazioni future vi fossero persone non sane, che potessero quindi pesare sulla società. Anche sulla Francia si è estesa l'ombra della violazione sistematica di diritti umani: stando alle denunce della stampa, nel paese si è praticata e si continua a praticare la sterilizzazione forzata di handicappati e minorati mentali, contro la loro volontà o a loro insaputa.

Il problema della tutela dei diritti, abbinato al rispetto della privacy, è emerso a proposito dello screening per l'HIV, da praticare obbligatoriamente su quanti vengono a contatto con operatori sanitari, per proteggere questi ultimi dai rischi di infezione. Sono state proposte anche indagini obbligatorie sui sanitari, per tutelare i pazienti dalla trasmissione del virus da parte di operatori infetti. La tendenza prevalente è stata quella di non far ricorso a misure coercitive.

La casistica delle situazioni in cui, in nome della salute e della sicurezza, vengono richiesti dei test relativi alla salute del personale nell'ambito del lavoro, è molto ampia 10. Si possono ricercare informazioni sullo stato di salute attuale o futuro (individuando la predisposizione genetica a determinate malattie); test appropriati possono rilevare se la persona nella sua vita privata fuma, beve alcolici o fa uso di droghe; in alcuni posti di lavoro si va a ricercare ― sotto l'etichetta di rischi riproduttivi ― se le donne sono incinte o, più generalmente, fertili. La giustificazione di intrusioni così pesanti nella vita delle persone può assumere una triplice forma: il test può essere motivato o come protezione offerta al lavoratore, per il suo stesso bene (una motivazione tipicamente paternalistica); o per proteggere terze parti (questa ragione ha più potere persuasivo, anche se in pratica è rilevante sono in pochi casi eccezionali negli ambienti di lavoro); oppure per tutelare il datore di lavoro da eventuali costi per spese sanitarie.

La tentazione di ricorrere ― in chiave preventiva ― a sistematiche misure di indagine sul personale dipendente o su quello da assumere andrà sicuramente crescendo. Per questo è necessario che, in nome del principio etico dall'autodeterminazione, si vigili per assicurare a tutti uguale trattamento e uguali opportunità. In particolare quando le misure preventive interferiscono con gli stili di vita. Con questa espressione spesso si considerano insieme comportamenti relativi al fumo e al consumo di alcol e droghe, nonché pratiche sessuali associate al rischio di HIV.

Dal momento che questi comportamenti, a differenza del patrimonio genetico, sono considerati dipendenti dalla volontà, i test relativi non sono disapprovati dall'opinione pubblica tanto fortemente quanto le indagini genetiche. È un motivo per proteggere con più attenzione l'ambito della vita privata da controlli etichettati come medicina preventiva, che da intrusività molesta potrebbero degenerare in totalitarismo soft da Grande Fratello orwelliano. In nome della salute, del benessere sociale o del controllo dei costi si rischia di esercitare una pressione, inconciliabile con i valori democratici della libertà e della dignità, su intere classi di persone.

Con il principio dell'autodeterminazione ― infine ― dobbiamo confrontare una serie di interventi di prevenzione ed educazione sanitaria che, senza essere né coercitivi, né intrusivi ― come gli esempi che abbiamo preso in considerazione ― possono tuttavia compromettere la libertà personale. "Nella misura in cui la promozione della salute e l'educazione sanitaria sono intese come alternative alla regolazione coercitiva dei comportamenti, esse non minacciano l'autodeterminazione degli individui, bensì la potenziano. Di fatto l'educazione aumenta l'autonomia, in quanto fa emergere le conseguenze del proprio comportamento e le possibili alternative. Tuttavia c'è una zona grigia tra l'innocua offerta di informazioni e la coercizione sfacciata, e in questa categoria vanno inclusi alcuni degli strumenti utilizzati dagli educatori della salute". Non è necessario giungere a forme di coercizione non democratica perché si ravvisi un uso inaccettabile delle conoscenze mediche per far pressione su larghi gruppi di popolazione, affinché cambino i loro comportamenti non sani.

Le campagne di educazione sanitaria non sono una neutra esposizione di fatti; esse cercano di convincere

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a modificare comportamenti e abitudini, e perciò frequentemente si servono della manipolazione. I più efficaci programmi educativi riescono a far sentire in colpa o a disagio il soggetto quando assume comportamenti giudicati non sani (l'utopia di un mondo capovolto immaginata da Samuel Butler 11 nel celebre Erewhon si muoveva nella stessa direzione: il malato era indotto a sentirsi colpevole per la sua malattia; compreso il malato di cui nel cap. XI viene raccontato il processo, che si conclude con la severa condanna per il "grave delitto di tubercolosi polmonare". Anche questo nella logica della prevenzione: "Il giudice era fermamente convinto che la punizione inflitta al debole e all'ammalato fosse il solo modo di prevenire il diffondersi del decadimento fisico e delle malattie e che, alla resa dei conti, l'apparente severità della sentenza avrebbe risparmiato alla società una sofferenza dieci volte maggiore di quella subita dall'accusato. Il paradosso del malato colpevolizzato è stato realizzato nella nostra società dal diffondersi dell'atteggiamento etichettato come victim blaming.

Altre strategie manipolative sono quelle di sovrastimare il rischio (per esempio, per indurre le persone a vaccinarsi volontariamente, mentre i non vaccinati sono in genere protetti dalla vasta maggioranza di quelli che lo sono) e di nascondere il grado di cambiamenti necessari per promuovere la salute, se questa informazione rischia di tradursi in assenza di compliance. Senza voler sostenere che qualsiasi manipolazione educativa sia incompatibile con il principio etico del rispetto dell'autonomia personale, bisogna tuttavia riconoscere che non è questo l'ideale verso il quale si muove quella promozione della salute che vede il suo obiettivo nell'empowerment dei consumatori.

La preoccupazione tradizionale a far coincidere il fine della medicina con la volontà di procurare al paziente il bene della salute ― identificato in ciò che la scienza, di cui il sanitario è portatore, sa e può fornire ― deve commisurarsi con il diritto del paziente stesso a determinare (o per lo meno a codeterminare, all'interno dell'alleanza terapeutica che struttura il rapporto fondamentale) il proprio bene. Il principio di autonomia completa e controbilancia il tradizionale principio di beneficità. Più che contrapposti, i due principi vanno integrati. Senza il correttivo che l'uno apporta all'altro, ambedue possono guidare l'azione verso scelte estreme, alle quali la maggior parte delle persone ragionevoli negherebbe il proprio consenso morale.

Per una società salutogenica

Il terzo modello di etica riferito alla medicina è quello che dà maggior risalto, quale valore-guida, alla giusta distribuzione delle risorse in modo da promuovere la salute come bene di tutta la società. In questa prospettiva il rapporto considerato non è quello che lega il paziente singolo al suo medico di riferimento, bensì l'intreccio di fattori sociali che sono all'origine delle malattie e che determinano la loro trasmissione, oppure ― se si interviene su di essi ― possono produrre un miglioramento della salute nell'insieme della popolazione o in sue parti rilevanti.

La percezione della dimensione sociale della salute non è nuova. Per mantenerci nell'epoca a noi più prossima, possiamo risalire almeno alla metà del diciannovesimo secolo e all'opera pionieristica nella medicina pubblica svolta da Rudolf Virchow (l'assunto fondamentale del quale era di considerare la medicina come una scienza sociale e la politica nient'altro che medicina su vasta scala). Nel ventesimo secolo gli impulsi decisivi alla medicina nel suo compito di promuovere la salute pubblica sono venuti dalle grandi istituzioni internazionali, soprattutto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).

L'impegno ― questa volta non a dimensione nazionale, ma planetaria a incrementare la salute ha trovato espressione in due celebri programmi, rivolti a definire la medicina di base in termini di 'Primary health care': la Dichiarazione di Alma Ata: 'Salute per tutti per l'anno 2000', del 1978, e il suo rilancio a 20 anni dallo storico documento: 'Salute per tutti verso il XXI secolo' (28 aprile 1997). Nella formulazione del nuovo programma viene superata l'euforia fastidiosa che induceva a porre una data come termine entro il quale assicurare una salute per tutti. Invece di una scadenza temporanea, si prospetta una linea

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di valori per il XXI secolo. Viene con più vigore correlata la salute con lo sviluppo, affermando che non può esserci sviluppo senza salute, né salute senza sviluppo; per raggiungere l'uno e l'altro occorre sconfiggere la povertà.

La medicina sociale confronta il medico con la responsabilità etica di modificare le situazioni patogeniche. La professione medica rivela a questo punto dei confini molto esili rispetto all'impegno politico. Quando, ad esempio, si dimostri la funesta influenza di un'industria sulla salute non solo di coloro che vi lavorano ma della stessa comunità in cui è localizzata ― si pensi alla crescente consapevolezza dell'origine ambientale del cancro ― l'azione educativa può non essere più sufficiente; è richiesto un intervento personale del sanitario in quanto cittadino, con un passaggio dal piano educativo a quello della politica. Ibsen nel dramma 'Un nemico del popolo', scritto nel 1882, ha creato una situazione paradigmatica: il dottor Stockmann, medico di uno stabilimento di bagni termali, ha acquistato la certezza, dopo lunghe analisi tenute segrete, che le acque dello stabilimento sono inquinate e costituiscono un perenne veicolo di malattie infettive. Quando propone la chiusura temporanea dello stabilimento, con il rischio della rovina economica della città, si guadagna l'ostilità generale e diventa, appunto, un nemico del popolo.

"I conflitti etici dei nostri giorni sono meno spettacolari, ma non meno reali di quelli letterari. I medici e le comunità ― sostiene l'articolo dedicato alla medicina sociale della Encyclopedia of bioethics ― devono cominciare a confrontarsi con un nuovo conflitto etico: in che modo modificare il paradosso del capitalismo democratico, che ha bisogno di porre un freno alla motivazione del profitto per proteggere la comunità da uno sfruttamento distruttivo 12. Questa dimensione rende più acuto il problema etico tradizionale della medicina sociale, cioè il possibile contrasto tra le esigenze del bene comune e la libertà degli individui in una società democratica, quando le rivoluzioni necessarie nella salute pubblica devono essere fatte al prezzo di intrusioni nelle libertà individuali.

Ai nostri giorni gli aspetti etici dominanti di una medicina sensibile all'interfaccia con la società viene dal problema dei limiti. Anzitutto quelli economici, per l'incapacità, diventata sempre più manifesta, di qualsiasi sistema sanitario di sostenere il peso di un'assistenza sanitaria in espansione e dai costi crescenti. Non si tratta solo di un razionamento occulto o esplicito delle risorse, mettendo in atto meccanismi di contenimento della spesa e sottoponendo a un controllo pubblico le misure di allocazione di risorse scarse. I limiti ― suggerisce Daniel Callahan, al quale si deve la prima esplicita formulazione dei problema del setting limits come priorità della medicina contemporanea 13 ― vanno riportati sul modello stesso di vita umana proposto dalla nostra cultura e sul ruolo che attribuiamo alla scienza per realizzare tale modello. L'argomentazione antropologica di Callahan sfuma in una perorazione per il recupero di un atteggiamento rispetto alla vita ispirato alla saggezza: "La medicina moderna è stata la beneficiaria della fede nel progresso e della volontà di perdonare i fallimenti della tecnologia ― e questo è abbastanza insolito ―, forse perché abbiamo lasciato che la nostra fede e la nostra speranza si allontanassero dal senso comune. È ancora tempo di fermarsi e di capire che siamo ancora creature finite e limitate" 14.

L'era dei limiti si può aprire su un duplice scenario: su un razionamento, che fa sentire il suo peso soprattutto sui soggetti più deboli della società, oppure su quella che Arnold Relman ha chiamato 'la terza rivoluzione' in sanità 15, vale a dire I''epoca della valutazione e della responsabilità' (assessment and accountability). Dopo l'era dell'espansione, iniziata con al fine degli anni '40, e l'era del contenimento dei costi (che per la società americana si è tradotta nell’introduzione di sistemi di remunerazione delle prestazioni sanitarie a tipo prospettico ― Drg, Health maintenance organizations, managed care... ― fin dall'inizio degli anni '70), la rivoluzione della valutazione ci domanda di sapere di più sulla sicurezza, l'appropriatezza e l'efficacia dei farmaci, delle procedure diagnostiche e terapeutiche, sui successi e fallimenti delle prestazioni, a seconda dei diversi sistemi organizzativi. Non si possono più ignorare le valutazioni di efficacia (management degli outcome). Qualunque prestazione deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario. Questa esigenza non si pone solo per la medicina curativa, ma anche per quella preventiva. Mediante la dimostrazione di efficacia,

15

deve meritare le risorse che vi vengono investite.

La trasformazione globale che la medicina deve affrontare quando entra nel modello postmoderno comprende anche i valori etici di riferimento assunti come criteri di valutazione. Il principio di giustizia ― che implica un'uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte al diritto alla salute ― acquista la centralità che nel modello premoderno aveva l'orientamento al bene del paziente e in quello moderno il rispetto della sua autonomia. La tradizionale estraneità del medico a considerazioni che non fossero riferite al miglior interesse del paziente che aveva in trattamento (ideale sintetizzato dalla frase attribuita al medico del cancelliere Bismarck: "Quando io curo un malato, siamo io e lui soli su un'isola deserta") è stata ulteriormente aggravata dalla socializzazione delle cure sanitarie nei vari programmi di welfare state. La presenza di un terzo pagante ― la mutua, il Servizio Sanitario Nazionale ― ha dispensato sempre di più il medico dal gestire le risorse secondo criteri di economicità e di giustizia. Quella stagione della medicina deve essere considerata come tramontata.

È stata avviata obbligatoriamente la terza rivoluzione in sanità, che comporta l'obbligo morale di valutare se i nostri interventi sanitari vanno in direzione di una società salutogenica. Da ora in poi la qualità etica e quella economica-gestionale negli interventi sanitari si implicano reciprocamente. Negli interventi di prevenzione così come in quelli di diagnosi e cura.

This article deals with Prevention in connection with three patterns of ethics in medicine: the medical ethics, bioethics and organizational ethics, all considered to be characterising three different cultural periods: pre-modern, modern and post-modern. For medical ethics a good prevention entails a benefit for people, based on scientific criteria (possibly evidence based!). For bioethics a good preventive medicine should help people to gain control over their own health (empowerment of the Citizen). In organizational ethics good prevention should promote a "health-genic" society and a healthy lifestyle.

BIBLIOGRAFIA

1 Vineis P., Prima della malattia. Per un'etica della prevenzione, Marsilio, Venezia, 1997.

2 Tombesi M., La prevenzione in medicina generale, Utet, Torino, 1997.

3 Rose G., The strategy of preventive medicine, Oxoford UP, Cambridge (Mass.), 1992.

4 Lombardi Vallauri L., Terre, Vita e Pensiero, Milano, 1989.

5 The goals of medicineSetting new priorities. Hasting enter Report, 26, 1996, n. 6, Suppl. pp. 1-27

6 Fruchtbaum H., Public health, in Reich W. (a cura di), Encyclopedia of bioethics, 1a ed., Macmillan Free Press, New York, 1978.

7 Wickler D, Beauchamp D., Health promotion and health education, in Reich W. (a cura di), Encyclopedia of bioethics, 2a ed., Macmillan Free Press, New York, 1995.

8 Satolli R., Screening HCV: ritirata dopo la grancassa, Occhio clinico, n. 5 maggio 1997, pp. 6-7.

9 Maynard A, Bloor K, Health Care Reform: informing difficult choises, John Wiley, 1995.

10 Murray T., Occupational safety and health. Testing of employees, in Encyclopedia of bioethics, 2a ed., Macmillan Free Press, New York, 1995.

11 Butler S, Erewhon, tr. it. L. Drudi Demby, Adelphi, Milano, 1975.

12 Silver G., Sidel V., Social medicine, in Encyclopedia of bioethics, 2a ed., 1995, pp. 2399-2405.

13 Callahan D., Setting limits: medical goals in a aging society, Macmillan, New York, 1987.

14 Callahan D., Porre dei limiti: problemi etici e antropologici, in L'Arco di Giano, 4, 1994, pp. 75-86.

15 Relman A., Assessment and accountability. The third revolution in medical care, in The New England Journal of Medicine 3/9, 1988, pp. 1220-1222.

L’etica della prevenzione

Book Cover: L'etica della prevenzione
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

L'ETICA DELLA PREVENZIONE

in Tendenze nuove,

n. 3, gennaio marzo 1998, pp. 71-78

71

1. Modelli di etica e prevenzione

Quando nella formulazione del tema accostiamo prevenzione ed etica, non possiamo sottrarci alla questione previa: l’etica ha qualcosa da dire sulla prevenzione che non sia riconducibile a preoccupazioni di efficacia (quali misure preventive ottengono i risultati auspicati e quali no?), di economia (quanto costa fare prevenzione? Valutando i costi e i benefici, da quale parte pende la bilancia?) o di politica sanitaria (che tra i vari sistemi di organizzazione della sanità induce a privilegiare quello che promuove nel migliore dei modi la prevenzione). Quando si fa appello all’etica, si presuppone che, oltre a questi punti di vista, ne esista uno specifico correlato con le questioni che ci poniamo relativamente a ciò che è bene/male, giusto/ingiusto, auspicabile/deplorabile: questo è il metro con cui, in termini molto generici, valutiamo eticamente i comportamenti. Le considerazioni etiche che proporremo su quello che spetta all’individuo e alla società nella prevenzione delle malattie e nella promozione della salute ruotano precisamente intorno ai valori etici che ci permettono di portare un giudizio sulle scelte comportamentali.

Va subito chiarito che all'etica non dobbiamo domandare troppo. In particolare, non possiamo attribuirle il compito di giustificare la medicina preventiva, o addirittura di sostenere la sua aspirazione a rivendicare un primato rispetto a quella curativa. Quando si ripete: “È meglio prevenire che curare”, quel “meglio” non fa riferimento a una preferenza personale (molte persone non sono disposte ad adottare stili di vita molto restrittivi, per poter... morire sani! I vantaggi della prevenzione, inoltre, non sono sempre percepibili all'individuo: per salvare una sola vita in un incidente stradale, 400 persone devono allacciare le cinture di sicurezza per tutta la loro esistenza; 399 persone dunque, non otterranno alcun beneficio dal loro comportamento: Vineis, 1997, p. 163), né a un vantaggio economico (l'analisi dei costi della cura e della prevenzione non dimostra la convenienza di quest’ultima in modo inequivocabile), né a una giustificazione clinica (la sempre maggiore capacità diagnostica può rilevare patologie che sarebbero rimaste silenti, e quindi dar luogo a un interventismo che è causa di patologie iatrogeniche), né ― infine ― a una chiara indicazione di politica sanitaria (a causa del paradosso inerente alla medicina preventiva: tanto maggiore è

Epoca pre-moderna

Etica medica

Epoca Moderna

Bioetica

Epoca Postmoderna

Etica

dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento

porta maggior

beneficio al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato nei

suoi valori e

nell’autonomia

delle sue scelte

Quale trattamento

ottimizza l’uso delle

risorse e produce un

paziente/cliente

soddisfatto?

Il valore

dominante

Principio di beneficità

Principio di autonomia

Principio di giustizia

(uguaglianza sostanziale

di tutti i cittadini di fronte

al diritto alla salute)

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship

fornitore di servizi-cliente

Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

La medicina

preventiva

Assicurare una vita senza malattie

e morti precoci.

Sviluppare

la piena salute

Dare

ai cittadini/consumatori

il controllo

della propria salute

"empowerment"

Promuovere una società "salutogenica"

(vs. "patogenica")

L’ideale

medico

Paternalismo benevolo

(scienza e coscienza)

Autorità

democraticamente

condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

72

l'efficienza di un intervento per la collettività, tanto minore è la rilevanza che esso assume per il singolo: cfr. Tombesi, 1997). Affermare che la prevenzione è un obiettivo privilegiato rispetto alla cura costituisce ― in ultima analisi ― una affermazione autoreferenziale. Per dirlo con le parole di conclusione a cui giunge Geoftrey Rose dopo l'accurata analisi a cui sottomette quel “meglio” nel volume The strategy of preventive medicine: “È meglio essere sani che malati o morti. Questo è l’inizio e la fine del solo argomento reale a favore della medicina preventiva. È sufficiente” (Rose, 1992).

Il richiamo all’etica ha dunque una funzione più modesta che fornire un fondamento o una giustificazione razionale per la medicina preventiva. Cerchiamo, più semplicemente, di confrontare quanto viene intrapreso in nome della promozione della salute con i valori che l’etica propone. Medicina ed etica non sono in coppia solo da quando sono esplose le problematiche della bioetica: costituiscono da sempre due poli che si attraggono reciprocamente. Il rapporto tra l'arte terapeutica e i valori che permettono di qualificare l’operato come buono/giusto/auspicabile non è però così univoco come appare a prima vista. Più precisamente, possiamo individuare almeno tre diversi modelli di etica riferita alla medicina, ognuno con un valore dominante. Ognuno dei tre modelli, che si sono strutturati in successione cronologica, richiede ai diversi soggetti ― l’operatore sanitario, il paziente, la società nei suoi rappresentanti politici ― comportamenti adeguati, che si presentano come una “Gestalt" coerente e omogenea. Nella pagina precedente una schematica rappresentazione dei modelli di etica in medicina.

A seconda del modello che consideriamo, cambiano le questioni che poniamo alla pratica della medicina in generale, e alla medicina preventiva in particolare. Analizziamo i tre modelli separatamente.

2. La prevenzione e i suoi benefici

Il principio che regola il modello tradizionale di etica in medicina è essenzialmente riconducibile a una proposizione che si presenta armata della forza dell’evidenza: è bene fare tutto ciò che produce un beneficio al paziente. Trasposto dalla medicina curativa ― dove il bene eia procurare al paziente equivale alla diagnosi accurata e alla terapia efficace della patologia in atto ― alla medicina preventiva, il principio comporta l’attribuzione di un valore positivo a tutte le azioni rivolte ad assicurare una vita senza malattie e a impedire morti precoci.

C’è anche chi si spinge a richiedere alla medicina che non miri solo a sconfiggere le malattie e a prevenirle, ma tenda a promuovere la “piena salute”, cioè lo sviluppo delle potenzialità umane al loro massimo, avendo come parametri di riferimento non gli scostamenti patologici dalla normalità, ma le realizzazioni umane eccellenti (Lombardi Vallauri, 1989).

L’enfasi posta sui compiti positivi della medicina ― dalla lotta alle malattie alla loro prevenzione, dalla tutela della salute alla promozione della “piena salute” ― va probabilmente corretta. È questa una delle conclusioni a cui è giunta l’importante ricerca internazionale sui fini della medicina, promossa recentemente dallo Hastings Center. Ponendosi la questione se il compito per eccellenza della medicina non sia quello di potenziare l’autodeterminazione individuale per permettere a ciascuno di vivere pienamente la propria vita, il documento risponde: "Se è vero che la salute accresce la possibile libertà, è tuttavia un errore pensare che tale libertà sia un fine della medicina. La salute è necessaria, ma non è condizione sufficiente per l'autonomia, e la medicina non può fornire ciò che è necessario a tal fine. Siccome molte altre istituzioni, come l’educazione, promuovono quella libertà, la medicina non è l'unica in grado o capace di promuovere il bene dell’autonomia, anche se a volte può dare importanti contributi per accrescerla” (The goals of medicine..., 1996, p. 16).

Per quanto si voglia ridimensionare il compito della medicina di contribuire alla piena realizzazione dell’essere umano, resta tuttavia indiscutibile che, da quando l’epidemiologia e la biostatistica hanno fornito strumenti analitici a favore della salute, individuando i cambiamenti da introdurre nella società e nei comportamenti individuali per impedire lo sviluppo di fenomeni patologici, la medicina ha aggiunto un nuovo compito a quelli tradizionali. I migliori tra i medici si sono sentiti impegnati non solo a curare i pazienti per l’enfisema o il cancro ai polmoni, ma a prevenire le malattie respiratorie lottando per la salubrità dei posti di lavoro ed educando i pazienti ad astenersi dal fumo; non si limitano ad assistere i traumatizzati da incidenti stradali, ma fanno pressione per ottenere maggiore sicurezza nelle auto da parte delle case produttrici e l’imposizione dell’obbligo delle cinture di sicurezza da parte delle autorità civili. Questa è la medicina preventiva cresciuta sul tronco della medicina del passato e ispirata al suo stesso valore fondamentale: fare ciò che è nel migliore interesse dell’individuo e della sua salute.

I bilanci dei risultati ottenuti dall’impegno profuso, come sappiamo, non sono sempre positivi. Da che cosa dipende.?

Una risposta facile è quella formulata da Harold Fruchtbaum: “È forse inevitabile in una società capitalista che ogni progetto rivolto a proteggere la salute pubblica che minacci un interesse economico trovi opposizione” (Fruchtbaum, 1978, p. 1397). La relativa inefficacia della medicina preventiva nell’impedire i comportamenti nocivi alla salute viene così ricondotta a un conflitto di interessi, nel quale la medicina, animata dalle migliori intenzioni e rivolta verso fini ineccepibili, svolge il molo positivo, mentre alla società ― capitalista! ― spetta la parte del “cattivo”.

La citazione è tratta da un articolo della prima edizione della “Encyclopedia of bioethics”, curata da Warren Reich, del 1978, dedicato alla “Public health”. All’inizio della riflessione bioetica la difficoltà a introdurre i cambiamenti necessari per la promozione della salute viene addebitata esclusivamente all’inerzia o resistenza attiva del corpo sociale. Può essere istruttivo notare che nell’articolo su “Health promotion and health education” della seconda edizione, completamente rifatta, della stessa opera, apparsa nel 1995, l’estensore dalla voce giunga a esprimere dei dubbi sulla qualità etica di molte attività di promozione della salute. Esse non sarebbero ― in altre parole ― così totalmente finalizzate a promuovere il bene della persona cui sono rivolte, così come pretendono e così come appare “prima facie”. A un esame spassionato, le motivazioni che guidano le attività di promozione ed educazione alla salute possono apparire meno allineate sul valore del bene del paziente (“benevolence”). Tali iniziative, infatti, possono sostituire iniziative pubbliche efficaci rivolte a eliminare rischi per la salute: omettendo di introdurre normative circa la sicurezza di certi prodotti, lo stato si potrebbe limitare

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ad  addestrare i consumatori all'uso oculato do tali prodotti; invece di proibire sostanze tossiche, come il tabacco, le autorità preposte alla tutela della salute pubblica si accontenterebbero semplicemente di ammonire il pubblico a non abusarne... In altre parole: richiamandosi all'educazione sanitaria, le autorità pubbliche avanzerebbero la pretesa di star difendendo la salute, mentre di fatto evitano di intraprendere azioni efficaci che confliggono con gli interessi di coloro che traggono profitti da comportamenti non sani (Wickler, Beauchamp, 1995, p. 1127). L’educazione sanitaria come alibi. dunque: porta un beneficio ai destinatari, ma solo come surrogato del vero beneficio che una politica sanitaria efficace sarebbe in grado di produrre, qualora lo volesse; costituisce un palliativo, non la cura radicale dei mali che minacciano la salute.

Una seconda critica che si può rivolgere alle campagne preventive ed educative è che corrono parallele alle divisioni esistenti di classe e di razza, anzi finiscono per rafforzarle. Ciò significa che gli interventi di educazione hanno portato beneficio soprattutto alle classi medio-alte, che già godono di un migliore stato di salute. In America, i poveri fumano tre volte più dei ricchi, benché negli anni 60 ― quando iniziarono sul serio le campagne contro il fumo ― la proporzione fosse la stessa. La correzione delle disparità di classe richiederebbe dalle pubbliche autorità di decidere di allocare più denaro per raggiungere i poveri, togliendo fondi dall’educazione delle classi più agiate (Wickler, Beauchamp, ibi). La domanda spregiudicata con cui bisognerebbe confrontare i risultati di interventi di prevenzione indubbiamente benefici è: a chi nella società portano beneficio ?

Un altro aspetto dell’etica orientata al “bene del paziente” merita di essere sottolineato: essa è caratterizzata da un tratto marcatamente “paternalistico”. Nel modello culturale paternalistico il beneficio che viene ai soggetto da un intervento di terapia ― in questo caso, di prevenzione ― è stabilito da una “auctoritas” scientifica della quale il cittadino non è un interlocutore attivo, ma il presunto beneficiario. Così avviene, ad esempio, negli screening di massa. Quando si decide di intervenire su ciascun individuo di una popolazione definita mediante idonei test clinici, strumentali o di laboratorio, con lo scopo di identificare particolari fattori di rischio o patologie in fase preclinica, la popolazione oggetto dell’intervento (donne in una determinata fascia d’età per la prevenzione di carcinomi dell’utero o della mammella, uomini per il carcinoma della prostata...) viene mobilitata in nome di una autorità scientifica che ha deciso ― per il bene delle persone interessate ― che cosa deve essere fatto. Nei casi più felici la proposta di screening è corredata di una dimostrazione di efficacia (documentata riduzione di mortalità totale o almeno specifica; assenza di eventi invalidanti) e di appropriatezza (il test di screening deve essere accettabile, non pericoloso, economico e dotato di buona sensibilità). Ma talvolta così non avviene.

È il caso, ad esempio, dello screening HCV ― per l’epatite C ― proposto ai cittadini italiani. La vicenda supera l’aspetto aneddotico per acquistare un significato esemplare di cattivo uso della prevenzione, discutibile non solo dal punto di vista scientifico ma anche etico.

Nel febbraio 1996 televisione e giornali diffondono spot e locandine nei quali si invitano tutti i cittadini a controllare le transaminasi. Non ci si può fidare si sentirsi bene, in quanto ― insinua la campagna pubblicitaria ― i sintomi dell’epatite C sono subdoli: aspetto sano, appetito normale, assenza di dolore”. L'iniziativa, promossa dalla Lega per la lotta contro le malattie virali, riceve l’appoggio del Ministero della sanità.

La stampa per medici e quella rivolta al pubblico riferiscono l’iniziativa con devozione.

I dubbi espressi da qualche medico di famiglia vengono trattati in modo sprezzante dall’infettivologo promotore, che definisce “trogloditiche" le valutazioni critiche del progetto. La campagna procede come previsto, con incursioni in nove città italiane di roulotte della Croce Rossa per dosare le transaminasi ai passanti fermati per strada. Solo un anno dopo l’avvio della campagna i promotori indicono una “conferenza di consenso” per valutare se sia opportuno condurre uno screening nella popolazione generale. La risposta ― a sorpresa ― è negativa e la campagna viene revocata (per il resoconto dettagliato della vicenda: Satolli. 1997). Non si tratta solo di uno spiacevole incidente provocato da un eccesso di zelo per il “bene del paziente”: è un episodio emblematico di quanto possa spingersi lontano nell’“espropriazione della salute” (per riprendere l’espressione classica di Ivan Illich in Nemesi medica) una medicina preventiva pensata sul modello paternalista.

Lo slittamento di finalità della medicina è intrinseco al passaggio dalla medicina curativa a quella preventiva. Sullo sfondo ideologico di quest’ultima individuiamo la concezione di salute quale pieno benessere fisico, psichico e sociale, e non solo assenza di malattia, diffusa dall’OMS (nel cui statuto è inclusa la dichiarazione che “il godimento della salute al più alto livello è uno dei diritti fondamentali dell’essere umano, senza distinzione di razza, di religione, di ideologia politica, di condizione economica e sociale”). A differenza della malattia, la presenza della salute non è oggettivamente verificabile. O meglio: lo stato di salute o malattia è funzione dell’impegno diagnostico profuso.

Se già nel 1923 la commedia di Jules Romains sul dottor Knock poteva mettere in dubbio l’utilità sociale di un “trionfo della medicina” che trasforma i sani in malati ― secondo il credo del dottor Knock: “I sani sono dei malati che si ignorano”... ―, la situazione si è radicalizzata con l’impegno dei medici a rendere la pratica della medicina economicamente compatibile con i suoi costi. È un fenomeno particolarmente vistoso nei paesi che hanno adottato sistemi di pagamento a tariffa, DRG, managed care o altre modalità che incentivano l’accanimento diagnostico. Secondo una brillante descrizione di ciò che sta avvenendo negli ospedali americani, “un paziente in buona salute è solo uno che non è stato sottoposto ad adeguati accertamenti. Una volta in ospedale, gli accertamenti ‘confermeranno’ problemi multipli di salute e sostanziali opportunità per un DRG creep ― cioè l’insidioso scorrimento verso l’alto delle categorie di DRG ― per massimizzare le entrate” (Maynard, Bioor, 1995).

Non possiamo impedirci di sviluppare un salutare sospetto sistematico che quanto viene presentato al paziente dalla medicina curativa e da quella preventiva “per il suo bene” sia veramente nel suo migliore interesse. Saranno necessarie volta a volta delle prove di efficacia, tanto per l’una quanto per l’altra medicina: accanto alla “evidence based medicine”, dunque, anche una “evidence based prevention".

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3. Sotto il segno dell'autonomia

Il secondo modello di etica in medicina al quale ci possiamo riferire per valutare eticamente ciò che viene intrapreso per guarire o prevenire le malattie è quello che ha come principio guida il rispetto dell'autonomia della persona. Secondo questo modello, che caratterizza il passaggio dall'epoca pre-moderna a quella moderna ― e quindi dall’etica medica alla bioetica ― non basta fare il bene del paziente, ma bisogna farlo con il suo consenso, in modo da rispettare il diritto a gestire le scelte che riguardano il corpo e la salute. In una parola, la medicina deve rispettare il diritto all’autodeterminazione personale.

Anche la medicina preventiva può infrangere i valori tutelati dall’autonomia della persona. Il ventaglio delle violazioni è molto ampio e differenziato. In ordine di gravità, il primo posto spetta alle misure preventive che ricorrono alla coercizione violenta per impedire il sorgere delle malattie o la trasmissione di caratteri genetici indesiderati. L’eugenismo ― soprattutto quello praticato in Germania dal regime totalitario nazista ― si è guadagnato la triste fama di aver calpestato i diritti fondamentali della persona in nome della tutela della razza.

Ci piacerebbe poter dire almeno che questa modalità di prevenzione sia stato un caso isolato, al quale la coscienza morale dell’Occidente ha tolto ogni diritto di cittadinanza. Purtroppo non è così. Sono trapelate di recente informazioni secondo le quali la sterilizzazione forzata è stata praticata per legge nei Paesi scandinavi fino a non molto tempo fa. Le leggi per la sterilizzazione di “tipi razziali inferiori” sono entrate in vigore in Danimarca nel 1929, in Norvegia nel 1934 e in Svezia nel 1935, e hanno continuato a giustificare interventi su soggetti ― soprattutto donne con handicap e “indigenti di razza mista” ― che ufficialmente risultavano sottoporsi alla sterilizzazione volontariamente. La legge in Svezia è stata abolita in sordina solo nel 1976. A quasi 100.000 donne nei tre Paesi scandinavi sarebbe stato negato, in modo coercitivo, il diritto alla riproduzione, per ridurre la probabilità che tra le generazioni future vi fossero persone non sane, che potessero quindi pesare sulla società. Anche sulla Francia si è estesa l’ombra della violazione sistematica di diritti umani: stando alle denunce della stampa, nel paese si è praticata e si continua a praticare la sterilizzazione forzata di handicappati e minorati mentali, contro la loro volontà o a loro insaputa.

Il problema della tutela dei diritti, abbinato al rispetto della privacy, è emerso a proposito dello screening per l’HIV, da praticare obbligatoriamente su quanti vengono a contatto con operatori sanitari, per proteggere questi ultimi dai rischi di infezione. Sono state proposte anche indagini obbligatorie sui sanitari, per tutelare i pazienti dalla trasmissione del virus da parte di operatori infetti. La tendenza prevalente è stata quella di non far ricorso a misure coercitive. Per i sanitari è sembrata meno dirompente nei confronti del rapporto fiduciario con i pazienti l’indicazione di prendere in ogni caso le precauzioni prescritte quando nella pratica medica o di nursing vengono a contatto con i liquidi organici dei pazienti che possono trasmettere l’infezione. Per quanto riguarda i pazienti, dal momento che il rischio è estremamente ridotto, il bene pubblico può richiedere loro di non esercitare il diritto di sapere se il medico che li cura è sieropositivo, se questo intervento nella privacy dovesse peggiorare la situazione di tutti, compromettendo la qualita dei rapporti (Daniels, 1991).

La casistica delle situazioni in cui, in nome della salute e della sicurezza, vengono richiesti dei test relativi alla salute dei personale nell'ambito del lavoro, è molto ampia (Murray. . Si possono ricercare informazioni sullo stato di salute attuale o futuro (individuando la predisposizione genetica a determinate malattie); test appropriati possono rilevare se la persona nella sua vita privata fuma, beve alcolici o fa uso di droghe; in alcuni posti di lavoro si va a ricercare ― sotto l'etichetta di “rischi riproduttivi” ― se le donne sono incinte o, più generalmente, fertili. La giustificazione di intrusioni così pesanti nella vita delle persone può assumere una triplice forma: il test può essere motivato o come protezione offerta al lavoratore, per il suo stesso bene (una motivazione tipicamente paternalistica); o per proteggere terze parti (questa ragione ha più potere persuasivo, anche se in pratica è rilevante sono in pochi casi eccezionali negli ambienti di lavoro); oppure per tutelare il datore di lavoro da eventuali costi per spese sanitarie.

La tentazione di ricorrere ― in chiave preventiva ― a sistematiche misure di indagine sul personale dipendente o su quello da assumere andrà sicuramente crescendo. Per questo è necessario che, in nome del principio etico dall’autodeterminazione, si vigili per assicurare a tutti uguale trattamento e uguali opportunità. In particolare quando le misure preventive interferiscono con gli “stili di vita”. Con questa espressione spesso si considerano insieme comportamenti relativi al fumo e al consumo di alcol e droghe, nonché pratiche sessuali associate al rischio di HIV. Dal momento che questi comportamenti, a differenza del patrimonio genetico, sono considerati dipendenti dalla volontà, i test relativi non sono disapprovati dall’opinione pubblica tanto fortemente quanto le indagini genetiche. E un motivo per proteggere con più attenzione l’ambito della vita privata da controlli etichettati come medicina preventiva, che da intrusività molesta potrebbero degenerare in totalitarismo soft da “Grande Fratello” orwelliano. In nome della salute, del benessere sociale o del controllo dei costi si rischia di esercitare una pressione, inconciliabile con i valori democratici della libertà e della dignità, su intere classi di persone.

Con il principio dell’autodeterminazione ― infine ― dobbiamo confrontare una serie di interventi di prevenzione ed educazione sanitaria che, senza essere né coercitivi, né intrusivi ― come gli esempi che abbiamo preso in considerazione ― possono tuttavia compromettere la libertà personale. “Nella misura in cui la promozione della salute e l’educazione sanitaria sono intese come alternative alla regolazione coercitiva dei comportamenti, esse non minacciano l’autodeterminazione degli individui, bensì la potenziano. Di fatto l’educazione aumenta l’autonomia, in quanto fa emergere le conseguenze del proprio comportamento e le possibili alternative. Tuttavia c’è una zona grigia tra l’innocua offerta di informazioni e la coercizione sfacciata, e in questa categoria vanno inclusi alcuni degli strumenti utilizzati dagli educatori della salute” (Wickler, Beauchamp, 1995, p. 1127). Non è necessario giungere a forme di coercizione non democratica perché si ravvisi un uso inaccettabile delle conoscenze mediche per far pressione su larghi gruppi di popolazione, affinché cambino i loro comportamenti “non sani”.

Le campagne di educazione sanitaria non sono una neutra

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esposizione di fatti; esse cercano di convincere a modificare comportamenti e abitudini, e perciò frequentemente si servono della manipolazione, i più efficaci programmi "educativi” riescono a far sentire in colpa o a disagio il soggetto quando assume comportamenti giudicati non sani (l’utopia di un mondo capovolto immaginata da Samuel Butler nel celebre Erewhon si muoveva nella stessa direzione: il malato era indotto a sentirsi colpevole per la sua malattia; compreso il malato di cui nel cap. XI viene raccontato il processo, che si conclude con la severa condanna per il “grave delitto di tubercolosi polmonare”. Anche questo nella logica della prevenzione: “Il giudice era fermamente convinto che la punizione inflitta al debole e all’ammalato fosse il solo modo di prevenire il diffondersi del decadimento fisico e delle malattie e che, alla resa dei conti, l’apparente severità della sentenza avrebbe risparmiato alla società una sofferenza dieci volte maggiore di quella subita dall’accusato: Butler, p. 89). Il paradosso del malato colpevolizzato è stato realizzato nella nostra società dal diffondersi dell’atteggiamento etichettato come “victim blaming”.

Fig. 2 "Empowerment dei consumatori" (da Domenighetti, 1996)

Autogestione della salute

Promozione della salute

(fattori di rischio, di protezione ecc.)

Prevenzione

Automedicazione semplice

Accesso più consapevole alle prestazioni

Informazione su: “meccanismi” e conflitti d’interesse, efficacia e incertezza

della medicina e della pratica medica

Promozione del “secondo parere” medico

Diffusione pubblica dei risultati di studi sulla qualità e l’adeguatezza delle prestazioni e dei servizi

Creazione di centri informatori

Atteggiamento adulto

verso i professionisti della salute

Diritti dei pazienti

Promozione della consapevolezza che la totalità della “fattura” sanitaria è pagata direttamente e/o indirettamente dai consumatori

Altre strategie manipolative sono quelle di sovrastimare il rischio (per esempio, per indurre le persone a vaccinarsi volontariamente, mentre i non vaccinati sono in genere protetti dalla vasta maggioranza di quelli che lo sono) e di nascondere il grado di cambiamenti necessari per promuovere la salute, se questa informazione rischia di tradursi in non “compliance”. Senza voler sostenere che qualsiasi manipolazione “educativa” sia incompatibile con il principio etico del rispetto dell’autonomia personale, bisogna tuttavia riconoscere che non è questo l’ideale verso il quale si muove quella promozione della salute che vede il suo obiettivo nell’“empowerment” dei consumatori. Secondo Domenighetti, il necessario contrappunto e antidoto all'insufficienza delle conoscenze mediche e alle incertezze che dominano la pratica professionale è la responsabilizzazione dei consumatori (Domenighetti, 1996). Questa comporta sia una autogestione della salute (quanto meno nella forma dell'automedicazione semplice), sia un accesso più consapevole alle prestazioni, sia un atteggiamento adulto verso i professionisti della salute (Fig. 2).

In senso positivo il principio dell'autodeterminazione diventa rilevante nella medicina preventiva in rapporto alla situazione che si crea quando si dispone di informazioni di natura probabilistica e si è costretti a prendere delle decisioni in condizioni di incertezza. Lo storico della medicina Diego Gracia ha osservato che il passaggio dall’etica medica alla bioetica è accompagnato da una profonda trasformazione che riguarda il sapere medico, nella sua dimensione scientifica e logica: “A una logica deterministica e casualistica sta subentrandone un’altra, statistica e probabilistica (...). La medicina deve prendere continuamente delle decisioni in conformità con quella che viene definita “teoria della decisione razionale”, che ci insegna a decidere in situazioni di ‘incertezza’, senza poter arrivare alla certezza. Queste decisioni si basano sempre sul calcolo delle probabilità. La decisione razionale è ovviamente la più probabile. Ma non si può esigere niente di più da nessuno” (Gracia, p. 210).

Ciò vuol dire che al posto della prognosi sicura (“dire la verità”) e al posto della diagnosi certa subentra un ventaglio di probabilità diagnostiche, di prognosi e di terapie riferite al singolo caso. Questo è l’orizzonte in cui si muove, in particolare, la “medicina predittiva”. È fuorviarne immaginare che la “predittività” vada intesa come previsione di un evento clinico

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certo: ci muoviamo sempre nell'ambito delle probabilità.

L'incertezza rimane l'orizzonte connaturale alla decisione clinica, anche quando vi introduciamo le conoscenze rese disponibili genetica medica e dal counseling genetico. La dimensione etica che la caratterizza è sostanzialmente riconducibile all’ippocratico ‘‘giudizio difficile’’ (secondo il primo e più celebre degli Aforismi attribuiti a Ippocrate, cinque sono i tratti che caratterizzano la pratica della medicina: “La vita è breve, l’arte lunga, l'occasione fuggevole, l'esperienza fallace, il giudizio difficile”). La difficoltà del giudizio deriva dalla incertezza del sapere su cui le decisioni devono essere prese.

La medicina predittiva ci costringe a confrontarci con questioni etiche che erano implicite anche nella decisione clinica del passato, ma che ora non possono più essere disattese. Il processo di decision making acquista una maggiore complessità e risulta “difficile” in una misura impensabile in una prospettiva ippocratica tradizionale. Non si tratta solo di prendere delle decisioni in quella particolare forma di sapere che è la probabilità statistica (quale guida all’azione si ricava dal fatto di conoscere che il feto ha il 50 o il 75 per cento di probabilità di contrarre la malformazione indesiderata? La mente umana, a differenza dei computer e dei “sistemi esperti”, è molto povera quando si tratta di lavorare con una serie di probabilità); la medicina predittiva apre la porta a una quantità di fattori umani che intervengono nella decisione, rendendo l’esito imprevedibile. La decisione non deriva, per un processo lineare, dalla diagnosi o dalla prognosi, ma si modella sulle convinzioni sociali e morali dei protagonisti. Non è un’entità astratta e neutra ― “la medicina” ― che determina le decisioni, ma sono piuttosto le convinzione sull’uomo, sulla vita, sul mondo, sulla felicità e sulla “buona vita”, sul futuro. Sono decisive le scelte filosofiche incarnate nei nostri credi personali e nelle nostre ideologie collettive. Proprio la medicina predittiva ci costringe a renderci conto di quanta normatività implicita sia presente nelle cosiddette “indicazioni mediche”, che pretendono di rivestire con l’autorità della medicina decisioni che non dipendono dalla sola medicina. Questa prospettiva ha costretto la clinica tradizionale ad ampliare l’orizzonte di riferimento entro cui si era soliti prendere le decisioni. L’ampliamento è consistito nell'introdurre la considerazione della “qualità della vita” come criterio per le decisioni cliniche. Nella bioetica contemporanea questa prospettiva si è imposta con forza nelle decisioni che riguardano i trattamenti che prolungano la vita. Un gruppo di lavoro dell’autorevole Hastings Center ha elaborato, già alcuni anni fa, delle linee-guida per scelte cliniche centrate sulla valorizzazione del criterio della qualità della vita. Il documento prodotto afferma, tra l’altro; “La qualità della vita è un concetto etico essenziale, che prende in considerazione il bene dell’individuo, il genere di vita possibile, considerate le condizioni della persona, e se tale condizione permette all’individuo di avere la vita che egli considera degna di essere vissuta (...). Permettendo al paziente e a chi lo rappresenta di fare scelte che considerano la ‘qualità della vita’, diminuiamo il rischio di imporre vite di dolore, indegnità o pesi insostenibili a coloro che sono incapaci di difendersi" (Guidelines..., 1987).

Il dibattito sulla “qualità della vita" evoca uno scenario che ribalta il significato che siamo soliti attribuire all’azione medica, facendo apparire una medicina che si presenta come costrizione violenta, invece che come beneficio; un apparato ostile e insensibile al vissuto soggettivo, invece che simpatetico aiuto nelle situazioni più drammatiche; una struttura autoritaria con cui si deve lottare per avere il diritto di uscirne, piuttosto che rivendicarne il privilegio di entrarvi. Anche se il criterio della “qualità della vita” è stato inizialmente utilizzato con riferimento alle scelte che si pongono sui versante del prolungamento (“artificiale”) della vita, la sua applicazione si è generalizzata a contesti sempre più ampi e a momenti sempre più precoci dell’esistenza. Anche nell’ambito della medicina predittiva la considerazione della "qualità della vita” è il perno attorno a cui ruotano ie decisioni, di natura clinica e inscindibilmente anche etica.

Il riferimento “alla qualità della vita” obbliga a riconsiderare in profondità concezioni tradizionalmente acquisite, ma non più appropriate alla situazione attuale, circa gli scopi stessi della medicina. La lotta contro la malattia e la morte deve integrare anche il controllo del dolore e mirare a prevenire le indegnità della condizione patologica; il prolungamento della medicina deve far posto alla capacità di adattarla alle esigenze soggettive di fruibilità. La preoccupazione tradizionale a far coincidere il fine della medicina con la volontà di procurare al paziente il bene della salute ― identificato in ciò che la scienza, di cui il sanitario è portatore, sa e può tornire ― deve commisurarsi con il diritto del paziente stesso a determinare (o per lo meno a co-determinare, all’interno dell’alleanza terapeutica che struttura il rapporto fondamentale) il proprio bene. Ritroviamo così ancora una volta il “principio di autonomia”, che completa e controbilancia il tradizionale “principio di beneficità”. Più che contrapposti, i due principi vanno integrati. Senza il correttivo che l'uno apporta all’altro, ambedue possono guidare l’azione verso scelte estreme, alle quali la maggior parte delle persone ragionevoli negherebbe il proprio consenso morale.

4. Per una società “salutogenica”

Il terzo modello di etica riferito alla medicina è quello che dà maggior risalto, quale valore-guida, alla giusta distribuzione delle risorse in modo da promuovere la salute come bene di tutta la società. In questa prospettiva il rapporto considerato non è quello che lega il paziente singolo al suo medico di riferimento, bensì l’intreccio di fattori sociali che sono all’origine delle malattie e che determinano la loro trasmissione, oppure ― se si interviene su di essi ― possono produrre un miglioramento della salute nell’insieme della popolazione o in sue parti rilevanti.

La percezione della dimensione sociale della salute non è nuova. Per mantenerci nell’epoca a noi più prossima, possiamo risalire almeno alla metà del secolo scorso e all’opera pionieristica nella medicina pubblica svolta da Rudolf Virchow (l’assunto fondamentale del quale era di considerare la medicina come una “scienza sociale e la politica nient’altro che medicina su vasta scala”). Nel nostro secolo gli impulsi decisivi alla medicina nel suo compito di promuovere la salute pubblica sono venuti dalle grandi istituzioni internazionali, soprattutto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L’impegno ― questa volta non a dimensione nazionale, ma planetaria ― a incrementare la salute ha trovato espressione in due celebri programmi, rivolti a definire la medicina di base in termini di “Primary health care”: la Dichiarazione di Alma

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Ata: “Salute per tutti per l'anno 2000”, del 1978, e il suo rilancio a 20 anni dallo storico documento: "Salute per tutti verso il XXI secolo", pubblicato recentemente, il 28 aprile 1997. Nella formulazione del nuovo programma viene superata l'euforia fastidiosa che induceva a porre una data come termine entro il quale assicurare una “salute per tutti . Invece di una scadenza temporanea si prospetta una linea di valor; per il secolo che sta per sorgere. Viene con più vigore correlata la salute con lo sviluppo, affermando che non può esserci, sviluppo senza salute, né salute senza sviluppo; per raggiungere l’uno e l'altro occorre sconfiggere la povertà.

Le indicazioni ricalcano sostanzialmente quanto già era emerso dal documento della Banca mondiale: Investing in health, del 1993, nei quale la salute viene detta componente intrinseca dello sviluppo e si addita come responsabilità dei governi tutelarla. Questi sono tenuti ad assicurare a tutti i cittadini alcuni servizi essenziali: un pacchetto di servizi di sanità pubblica che include le vaccinazioni, i trattamenti di massa per infezioni parassitane, sussidi e integrazioni alimentari, pianificazione familiare, igiene ambientale, prevenzione dell’Aids e delle malattie sessualmente trasmesse; un pacchetto di servizio clinici essenziali da erogare a livello distrettuale (dispensari, centri di salute, ospedali distrettuali): assistenza prenatale e del parto, trattamento dei bambini malati, della tubercolosi, delle malattie sessualmente trasmesse, delle infezioni minori e dei traumi, la gestione di alcune emergenze, come le fratture e l’appendicectomia.

La Banca mondiale arriva a specificare quanto i governi devono investire per garantire l’offerta gratuita di tali servizi: 12 dollari pro capite (4 per i servizi di sanità pubblica e 8 dollari per i sevizi clinici essenziali) (The World Bank, 1993, p. 66). La cifra indicata per alcuni paesi poveri rappresenta il triplo di quanto viene attualmente speso per l’intero sistema sanitario (Maciocco, 1994). Le prescrizioni della Banca mondiale (i governi “sono tenuti”, “devono”...) indicano con tutta chiarezza la dimensione etica delle politiche di sanità pubblica. Nel profilo etico del medico ― come di qualsiasi altro professionista sanitario ― agli obblighi che ha nei confronti del paziente che a lui fa ricorso (nella prospettiva dell’etica medica tradizionale) si aggiunge una responsabilità verso la società nel suo insieme, e in particolare verso le persone la cui salute è minacciata.

La medicina sociale confronta il medico con la responsabilità etica di modificare le situazioni patogeniche. La professione medica rivela a questo punto dei confini molto esili rispetto all’impegno politico. Quando, ad esempio, si dimostri la funesta influenza di una industria sulla salute non solo di coloro che vi lavorano ma della stessa comunità in cui è localizzata ― si pensi alla crescente consapevolezza dell’origine ambientale del cancro ― l’azione educativa può non essere più sufficiente; è richiesto un intervento personale del sanitario in quanto cittadino, con un passaggio dal piano educativo a quello della politica. Ibsen nel dramma Un nemico del popolo, scritto nel 1882, ha creato una situazione paradigmatica: il dottor Stockmann. medico di uno stabilimento di bagni termali, ha acquistato la certezza, dopo lunghe analisi tenute segrete, che le acque dello stabilimento sono inquinate e costituiscono un perenne veicolo di malattie infettive. Quando propone la chiusura temporanea dello stabilimento, con il rischio della rovina economica della città, si guadagna l’ostilità generale e diventa appunto “un nemico del popolo”.

I conflitti etici dei nostri giorni sono meno spettacolari, ma non meno reali di quelli letterari. “I medici e le comunità ― sostiene l'articolo dedicato alla “medicina sociale” della Encyclopedia of bioethics ― devono cominciare a confrontarci con un nuovo conflitto etico: in che modo modificare il paradosso del capitalismo democratico, che ha bisogno di porre un freno alla motivazione del profitto per proteggere la comunità da uno sfruttamento distruttivo” (Silver, Sidel, 1995. p. 2402). Questa dimensione rende più acuto il problema etico tradizionale della medicina sociale, cioè il possibile contrasto tra le esigenze del bene comune e la libertà degli individui in una società democratica, quando le rivoluzioni necessarie nella salute pubblica devono essere fatte al prezzo di intrusioni nelle libertà individuali.

Ai nostri giorni gli aspetti etici dominanti di una medicina sensibile alla interfaccia con la società viene dal problema dei limiti. Anzitutto quelli economici, per l'incapacità, diventata sempre più manifesta, di qualsiasi sistema sanitario di sostenere il peso di un’assistenza sanitaria in espansione e dai costi crescenti. Non si tratta solo di un razionamento occulto o esplicito delle risorse, mettendo in atto meccanismi di contenimento della spesa e sottoponendo a un controllo pubblico le misure di allocazione di risorse scarse. I limiti - suggerisce Daniel Callahan, al quale si deve la prima esplicita formulazione del problema del “setting limits” come priorità della medicina contemporanea: Callahan. 1987 ― vanno riportati sul modello stesso di vita umana proposto dalla nostra cultura e sul ruolo che attribuiamo alla scienza per realizzare tale modello. L'argomentazione antropologica di Callahan sfuma in una perorazione per il recupero di un atteggiamento rispetto alla vita ispirato alla saggezza: “La medicina moderna è stata la beneficiaria della fede nel progresso e della volontà di perdonare i fallimenti della tecnologia ― e questo è abbastanza insolito ―, forse perché abbiamo lasciato che la nostra fede e la nostra speranza si allontanassero dal senso comune. È ancora tempo di fermarsi e di capire che siamo ancora creature finite e limitate” (Callahan, 1994, p. 85).

L’era dei limiti si può aprire su un duplice scenario: su un razionamento, che fa sentire il suo peso soprattutto sui soggetti più deboli della società, oppure su quella che Arnold Relman ha chiamato “la terza rivoluzione” in sanità (Relman, 1988), vale a dire l'“epoca della valutazione e della responsabilità” (assessment and accountabilitv). Dopo l’era dell’espansione, iniziata con al fine degli anni ’40, e l’era del contenimento dei costi (che per la società americana si è tradotta nell’introduzione di sistemi di remunerazione delle prestazioni sanitarie a tipo prospettico ― Drg, Health maintenance organizations, managed care... ― fin dall’inizio degli anni ’70), la rivoluzione della valutazione ci domanda di sapere di più sulla sicurezza, l’appropriatezza e l’efficacia dei farmaci, delle procedure diagnostiche e terapeutiche, sui successi e fallimenti delle prestazioni, a seconda dei diversi sistemi organizzativi. Non si possono più ignorare le valutazioni di efficacia (management degli “outcome”). Qualunque prestazione deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario. Questa esigenza non si pone solo per la medicina curativa, ma anche per quella preventiva. Mediante la dimostrazione di efficacia, deve “meritare” le risorse che vi vengono investite.

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La trasformazione globale che la medicina deve affrontare quando entra nel modello post-moderno comprende anche i valori etici di riferimento assunti come criteri di valutazione.

Il principio di giustizia ― che implica un'uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte ai diritto alla salute ― acquista la centralità che nel modello premoderno aveva l’orientamento al bene del paziente e in quello moderno il rispetto della sua autonomia.

La tradizionale estraneità del medico e considerazioni che non fossero riferite al miglior interesse del paziente che aveva in trattamento (ideale sintetizzato dalla frase attribuita al medico del cancelliere Bismarck: “Quando io curo un malato, siamo io e lui soli su un’isola deserta") è stata ulteriormente aggravata dalla socializzazione delle cure sanitarie nei vari programmi di welfare state. La presenza di un terzo pagante ― la mutua, il Servizio sanitario nazionale ― ha dispensato sempre di più il medico dal gestire le risorse secondo criteri di economicità e di giustizia. Quella stagione della medicina deve essere considerata come tramontata. E stata avviata obbligatoriamente la terza rivoluzione in sanità, che comporta l’obbligo morale di valutare se i nostri interventi sanitari vanno in direzione di una società “salutogenica”. Da ora in poi la qualità etica e quella economica-gestionale negli interventi sanitari, di cura e di prevenzione, si implicano reciprocamente.

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L’ospedale del futuro sarà un luogo etico?

Book Cover: L'ospedale del futuro sarà un luogo etico?
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

L'OSPEDALE DEL FUTURO SARA' UN LUOGO ETICO?

in Salute e società, anno VI, 3/2007

pp. 17-30

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"Abbiamo un sogno: trasformare gli ospedali italiani in ospedali". Lo slogan a effetto, apparso tempo fa come inserzione pubblicitaria su diversi giornali a cura del Tribunale dei diritti del malato, mirava a ottenere un consenso e un sostegno economico da parte dei cittadini per il programma politico della nota associazione. La giustificazione razionale della necessità di modificare la realtà degli ospedali italiani veniva data con poche pennellate a tinte fosche ("Gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura, ma non possono neanche continuare ad essere, come spesso accade in Italia, un luogo da incubo"). L'abilità del messaggio consisteva nell'abbinare all'evocazione di scenari disumani l'utopia alata del periodo d'oro del movimento per i diritti civili (niente meno che il "sogno" con cui Martin Luther King ha rivendicato la parità dei diritti per i neri, considerati cittadini di seconda classe!). Lo slogan giocava anche sull'implicita assunzione che esista un consenso generalizzato su ciò che è necessario fare per. portare gli ospedali a essere quello che dovrebbero essere, e che non sono: come se il problema non fosse quello di stabilire che cosa costituisce un buon ospedale, ma solo di decidersi ma realizzarlo. La realtà, invece, non è così lineare come lo slogan pretende.

La sicurezza di conoscere la natura dell'ospedale è illusoria. È vero che l'ospedale è agevole identificarlo. La denotazione è facile: chiunque può indicarlo con un dito, anche perché nella città moderna tende ad assumere l'evidenza architettonica che in quella medievale spettava alle cattedrali. In senso denotativo, l'ospedale di una città è quello di cui possiamo domandare l'indirizzo, identificarlo sulla piantina, chiedere al tassista di portarci. La connotazione, invece, è molto complessa. Nella linguistica la connotazione di una parola riguarda i significati, compresi quelli simbolici, e le emozioni connesse con l'uso della parola. Numerosi significati sono depositati sull' ospedale come istituzione, sedimentandosi gli uni sugli altri. I più recenti non hanno sostituito quelli precedenti. In una stessa realtà convivono l'ospedale del passato e del presente, nonché quello che ― osiamo sperarlo ― sarà l'ospedale del futuro.

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1. Un luogo ospitale per le persone fragili

Nel corso della sua storia plurisecolare l'ospedale ha cambiato volto più e più volte. Uno dei cambiamenti più radicali implicava anche una modifica del nome. È quanto aveva progettato la rivoluzione francese, che voleva accentuare il passaggio all'epoca moderna in tutte le strutture della società. L'ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui il bambino si poteva trovare accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la puerpera accanto al morente. Era destinato infatti a raccogliere la "fragilità" in tutte le sue forme.

Non solo la realtà dell'ospedale non rispondeva alle più elementari condizioni igieniche, ma spesso era in contrasto con il rispetto dovuto alle persone. Un rapporto redatto a Parigi dall'accademia delle scienze nel 1787 descrive la situazione insostenibile in cui versavano gli ospedali di Parigi. Le condizioni peggiori erano quelle dell'Hôtel-Dieu, il celebre ospedale situato accanto alla cattedrale di Notre-Dame, nel quale ben un paziente su quattro decedeva in ospedale. Affermava la relazione: "Non esistono ospedali altrettanto mal situati, altrettanto chiusi, altrettanto irragionevolmente sovraffollati, altrettanto pericolosi, che riuniscono altrettante cause di insalubrità e di morte dell'Hôtel-Dieu: non esiste, no, non esiste nell'universo un rifugio per malati che, altrettanto importante per il suo fine, sia tuttavia con i suoi risultati altrettanto funesto per la società".

La critica della modernità all'ospedale dell'ancien régime fu così radicali; che il Direttorio cambiò persino il nome: invece di "hôpital", propose di chiamarlo "hospice". Nel corso del XIX secolo è avvenuta, in realtà, un'evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'hospice è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti ― vecchi, trovatelli, malati inguaribili e affetti da malattie contagiose ― mentre l'hôpital ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione. La stessa evoluzione semantica è avvenuta anche in Italia.

Sia l'ospedale che l'ospizio contengono tuttavia, nella loro etimologia, l'"ospitalità", ovvero la caratteristica di luogo accogliente offerto a chi è sofferente, o a chi è andato a finire sotto le ruote del carro della vita. In tutte le trasformazioni l'ospedale non si è mai staccato dall'ideale di hospitium, pensato per la protezione dei più vulnerabili, istituzione dove si esercita la pietas verso le persone diseredate. Anche gli aspetti dell' ospedale più disturbanti per l'immaginazione, come le sue caratteristiche di luogo chiuso e quasi concentrazionario, possono in realtà svolgere una funzione benefica di protezione. Ne ha data una rappresentazione molto positiva lo scrittore americano William Styron nel libro autobiografico in cui descrive la grave crisi depressi va, con serie minacce di suicidio, che lo ha colpito a un certo punto della sua esistenza: «In realtà l'ospedale fu la mia salvezza e, per paradossale che sia, proprio in questo luogo austero,

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dalle porte esterne ermeticamente serrate e dai lunghi, desolati corridoi verdi, con le sirene delle ambulanze che echeggiavano giorno e notte dieci piani sotto di me, trovai finalmente quella pace, quel sollievo alla tempesta del mio cervello che non ero riuscito a trovare nella quiete della mia casa di campagna. In parte si deve proprio al fatto di essere segregati, al sicuro, trasferiti in un mondo nel quale l'impulso di prendere un coltello e piantarselo nel petto si vanifica allorché il depresso, per quanto ottenebrato, si accorge che il coltello con cui sta tagliando il suo orrendo hamburger è di plastica. Ma l'ospedale offre anche il trauma, mite e stranamente gratificante, di un'improvvisa stabilità, del trasferimento dall'ambiente troppo familiare di casa, dove tutto è angoscia e conflitto, a una sorta di carcere ordinato e benigno dove il tuo solo dovere è cercare di star bene» [Styron 1999: 80].

È molto interessante che ai nostri giorni ricompaia, in modo del tutto inatteso, il bisogno di "ospizio", inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. È quanto è avvenuto con il "movimento degli hospice", nato nei paesi anglosassoni una trentina d'anni fa. Noi abbiamo una difficoltà quasi insormontabile ad adottare questo termine, in quanto connota l'''ospizio'' nel suo significato più deteriore di emarginazione e discriminazione. Nel significato che ha assunto all'interno del movimento delle cure palliative, l'hospice è piuttosto il luogo in cui sono assistiti e curati i malati non possono più essere avviati per la via della guarigione. In particolare, ai malati in fase terminale viene offerto un ambiente dove è possibile esercitare la pietas e l'accoglienza, dove la palliazione e la cura dell'intero nucleo familiare hanno la precedenza sugli sforzi terapeutici. L'hospice è un luogo dove si cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan fatto proprio dall'Associazione italiana per le cure palliative: "curare anche quando non si può guarire".

Anche le RSA (le Residenze Sanitarie Assistenziali) per anziani sono una variante moderna del concetto originario di hospitium. Dobbiamo reinventarci oggi il luogo dell'accoglienza per i più fragili, proprio quando ci accorgiamo che l'ospedale non è fatto per i lungodegenti. Siamo assediati da una marea crescente di persone anziane che l'allungamento della vita ― felice, ma anche tremendo risultato della medicina moderna ― rende inadatte a vivere nella propria casa, mentre l'ospedale si rivela, a sua volta, inappropriato, per motivi economici e umani a ospitare un declino che diventa sempre più lungo. Questi anziani e malati cronici, bisognosi di assistenza ma per i quali il ricovero ospedaliero non è appropriato, ci pongono una sfida: dobbiamo trovare varianti moderne dell'ospedale nella sua accezione originaria, quale luogo accogliente per l'uomo fragile, un luogo dove sta di casa la pietas.

Parallelamente, le esigenze degli utenti abituali degli ospedali nei confronti del confort alberghiero sono notevolmente accresciute. Il senso comune

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riconosce facilmente che "gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura", come dice lo slogan proposto dal Tribunale per i diritti del malato; tuttavia non ci rassegniamo facilmente a uno standard che si discosti troppo dal livello di vita a cui siamo abituati nelle nostre abitazioni: qualità del cibo e pulizia degli ambienti, accessibilità dei familiari e riservatezza ― le camere singole o a due letti al posto delle corsie affollate dei vecchi reparti ― fanno parte ormai della qualità minima che il cittadino si attende dall'ospedale.

2. "Umanizzare gli ospedali?": una formulazione infelice...

Il ricorso alla categoria di "umanizzazione", come correttivo proposto per riportare la pratica medica alla sua ispirazione originaria, si rivela una scelta infelice. Chi la usa ha per lo più intenzioni lodevoli: vuol conferire alla medicina un profilo di alta idealità. Ma l'esito tradisce le intenzioni. Quando i sanitari si sentono oggetto di campagne di "umanizzazione" o "riumanizzazione" della medicina (o espressioni equivalenti, come l'auspicio di avere "ospedali più umani"... ), non possono che sentir aleggiare l'accusa implicita di disumanità. La risposta, psicologicamente comprensibile, non può essere altro che di ostilità e chiusura a simili progetti, che assumono così un alone moralistico.

L'esortazione a "umanizzare" le cure rivolte ai malati viene intesa per lo più come un invito ai sanitari a considerare i malati nella loro condizione di fragilità. Il movimento di "umanizzazione" della medicina si è fatto portavoce in Italia soprattutto di iniziative provenienti dall'ambito religioso. Ordini ospedalieri ― come i Fatebenefratelli, i Camilliani ― hanno assunto un ruolo da protagonisti nel denunciare una perdita di anima da parte dei professionisti nella pratica quotidiana della medicina. L'attenzione a eliminare i comportamenti dei sanitari che violano i diritti e la dignità delle persone e sono incompatibili con il rispetto del malato quale cittadino è solo il presupposto di quanto è richiesto dal programma di "umanizzazione". L'intenzione di chi propone simili programmi può essere definita con una formula che risale al medico-filosofo tedesco Viktor von Weizsäcker: "reintrodurre il soggetto in medicina". L'analisi dei mali della medicina, vista dalla realtà europea, è sovrapponibile a quella che aveva indotto negli anni '60 il gruppo di ecclesiastici e cappellani universitari americani a fondare la "Society for Health and Human Values", che ha svolto un ruolo così importante per la diffusione delle medical humanities in America. Ma la terapia proposta dal movimento italiano per l'umanizzazione della medicina ha preso la china della "predicazione" piuttosto che quello della cultura, traducendo si in un invito rivolto ai sanitari a riscoprire motivazioni e orientamenti interiori di natura oblativa e filantropica.

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L'appello alla "umanizzazione" della pratica medica, tanto che provenga da ambienti religiosi, tantio sostenuto da motivazioni secolari, ha un valore riconducibile alla moral suasion. Si rivolge al cuore degli operatori sanitari, vuol modificare i comportamenti con la forza dell'empatia. Più che un'affinità con l'etica, vi ravvisiamo una somiglianza con la "parenetica", che per gli stoici costituiva la parte della filosofia morale rivolta a fornire precetti pratici per la condotta della vita nelle varie circostanze. Questa concettualizzazione non ha valore svalutativo: di calde esortazioni abbiamo e avremo sempre tutti bisogno! Ma la prevedibile reazione negativa dei professionisti che si sentono invitati a "umanizzarsi" ci induce a evitare questa terminologia.

Un percorso molto più proficuo è quello che, invece di accentuare la condizione di fragilità del malato, ne mette in evidenza i diritti che derivano dall'essere cittadino. Questo approccio non è improvvisato: in Italia ha già una trentina d'anni. Nel periodo in cui in Italia l'organizzazione sanitaria stava facendo quel passo decisivo che avrebbe portato alla creazione del Servizio Sanitario Nazionale (23 dicembre 1978), un progressivo degrado dei rapporti tra operatori sanitari e malati affliggeva la pratica quotidiana della medicina. Si tratta di problemi che non emergono finché non si descrive il vissuto della malattia dal punto di vista del malato stesso.

Un forte impatto sull'opinione pubblica ha esercitato il giornalista Gigi Ghirotti, che con interventi televisivi prima e con un libro poi (Il lungo viaggio nel tunnel della malattia), ruppe la consegna del silenzio che gravava sul malato per descrivere la spersonalizzazione operata dal modo abituale di erogare le cure negli ospedali. Ghirotti è deceduto nel 1974, ma la sua voce non si è spenta: nel 1975, alcuni mesi dopo la morte del giornalista, si costituiva l'Associazione Gigi Ghirotti, con lo scopo di continuare a mantenere vivo l'impegno a favore del miglioramento della qualità di vita dei malati. L'Associazione, diffusa attualmente in diverse città italiane, ha portato un contributo decisivo nel modificare la pratica dell'assistenza ai malati bisognosi di cure palliative, nella fase della malattia che va verso la morte.

La causa perorata da Gigi Ghiotti e da altri cittadini afflitti dal degrado dei l'apporti tra coloro che erogano le cure nelle istituzioni pubbliche e i malati che le ricevono continua a essere tenuta viva anche dai medici stessi, quando capiti loro l'esperienza di passare "dall'altra parte", ovvero di essere a loro volta oggetto di cure (cfr. S. Bartoccioni, G. Bonadonna, F. Sartori: Dall'altra parte, Rizzoli 2006). Anche se decidiamo di evitare l'espressione "umanizzare gli ospedali", per il rifiuto che suscita negli operatori sanitari, non possiamo non sottolineare le perenne attualità di ciò che intende promuovere: prendere in seria considerazione il punto di vista di coloro che negli ospedali sono gli ospiti, e non solo dei professionisti che in queste istituzioni sono di casa.

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3. Favorire l'empowerment del cittadino malato

Un efficace contributo a modificare la cultura su cui sono costruiti i rapporti all'interno degli ospedali è venuto dalla creazione dei Tribunali per i diritti del malato. Anche in questo caso un libro ha avuto la capacità di coagulare l'attenzione sulla condizione concreta del malato. Pubblicato per la prima volta nel 1978, L'uomo negato di Giancarlo Quaranta analizzava come le procedure terapeutiche alle quali viene sottoposto il malato si risolvono in un'opera di devastazione dell'identità del malato. Questi, inspiegabilmente, da soggetto diventa oggetto:

«Dal momento in cui una struttura sanitaria mi accoglie tra le sue braccia, certamente per tentare di guarirmi, succede che, senza che nessuno lo voglia, senza che ci siano cattive volontà, il mio lavoro, la mia cultura, il mio stesso corpo, per quello che la malattia me ne lascia, i miei desideri, le mie idee, i miei diritti, i miei affetti non contano più e svaniscono nel nulla. Mi è difficile anche tenermi legato ad alcune piccole cose alle quali attribuisco un valore particolare per mantenere la mia identità. Se sto in corsia, i pochi oggetti che posso tenere mi danno la misura di quello che mi è rimasto» [Quaranta 1978: 49].

L'analisi che L'uomo negato fa della condizione del malato prende in considerazione le innumerevoli piccole vessazioni che il malato deve subire durante il ricovero ospedaliero: gli orari della vita in ospedale, l'uso del "tu" al posto della forma di cortesia, le difficoltà a incontrare i familiari, di poter mangiare cibo caldo, di accedere alla cartella clinica e quindi di poter conoscere le proprie reali condizioni. In breve, tutto ciò a cui in una condizione abituale di degenza il personale sanitario non presta attenzione, nella convinzione che "importante è guarire, tutto il resto non conta"; per il malato, invece, anche il resto conta! Le varie tappe del processo che porta a negare il malato in quanto cittadino vengono considerate analiticamente: l'ospedale è un carcere; ogni procedimento terapeutico contiene tratti di spersonalizzazione; i malati sono una casta; il malato diviene una malattia.

Il libro-denuncia di G. Quaranta non si limitava ad analizzare abusi che vengono quotidianamente esercitati sul malato, ma intendeva smontare il meccanismo che fabbrica l"'uomo negato". Mutuava soprattutto dal sociologo americano Talcott Parson gli strumenti per comprendere come il sistema sociale dominante instauri un controllo della malattia, prescrivendo al malato un ruolo che neutralizza le spinte verso la devianza. Un potere tra i più rilevanti nella nostra società consiste nell'attribuire o nel negare a un soggetto il ruolo di malato, con i comportamenti connessi a questo ruolo. L'analisi si traduceva in una tesi, annunciata a chiare lettere dalla copertina dell'edizione del 1980: "La malattia ripara dalle regole del gioco sociale: l'ospedale annulla l'uomo per affermare la sua subordinazione politica".

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Gli spunti critici contenuti nel pamphlet venivano assunti dal Movimento Federativo Democratico, con l'idea che, coniugando diversamente la politica con la sofferenza, si sarebbero potuti creare cambiamenti vistosi nella vita dei malati. L'intento era quello di dare centralità al ruolo di cittadini, quali garante dell'attuazione di un diritto costituzionale, fortemente condiviso, ma misconosciuto e negato nella vita concreta. Ai cittadini veniva attribuita una funzione di governo insostituibile all'interno del Servizio sanitario nazionale, diventando protagonisti della gestione della malattia e della guarigione, della vita in ospedale e dell'organizzazione dei servizi. Lo strumento di cui il movimento si dotò furono i Tribunali per i diritti del malato.

Lo scopo dei Tribunali, costituiti a partire dal 1980, non era quello di affermare diritti umani in senso astratto e generale, come quelli alla libertà e alla dignità, quanto piuttosto concrete rivendicazioni relative alle condizioni di vita in ospedale. L'idea stessa di tribunale evocava una esplicita conflittualità con chi, nell'uso del potere, era individuato come controparte. Era questa una richiesta esplicita contenuta ne L'uomo negato: «Si apra con la classe medica e con i suoi collaboratori una vera e propria controversia di massa, diretta a far maturare, ma anche a imporre, un consenso, perché il quadro socio-culturale della malattia venga radicalmente cambiato» [Quaranta 1978: 78].

La prima sessione del Tribunale di Roma, tenutasi il 29 giugno 1980 in Campidoglio (con il titolo programmatico: "Da malato a cittadino: contro l'emarginazione, per la gestione popolare delle strutture sanitarie"), culminava con la presentazione dei 33 diritti del cittadino. È interessante notare che nel lungo elenco di diritti rivendicati (diritto a essere assistiti da personale sanitario identificabile, munito di cartellino leggibile, a usufruire durante la degenza di lenzuola, cuscini, posate, di disporre di servizi igienici puliti, di vivere la giornata di degenza secondo gli orari medi della vita civile...) un'attenzione relativamente modesta viene riservata alla partecipazione attiva del paziente alle decisioni cliniche (l'art. 28 parla di un diritto ad avere inserita nella cartella clinica «una scheda dove siano illustrate in termini chiari e comprensibili, e con testo obbligatoriamente dattiloscritto, la diagnosi e la terapia in corso, nonché le previsioni circa la durata del ricovero e le eventuali possibilità di guarigione»).

Il confronto con movimenti che andavano prendendo consistenza in quegli stessi anni fa emergere che altrove veniva messa a fuoco la centralità dell'informazione per promuovere l'empowerment del cittadino malato. Ad esempio, l'Associazione dei pazienti della Svizzera italiana presentava la propria attività non sotto l'immagine di un tribunale che tutela chi è costretto a subire maltrattamenti, ma come una struttura che può fornire consigli quando sorgono interrogativi, quali: "Ho diritto di vedere la mia cartella medica? A che appartengono i risultati delle analisi e le radiografie? Quali informazioni devono essere date al paziente sul suo stato di salute

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e sulla cura che deve seguire? E ai suoi familiari? C'è libertà di scelta della terapia?".

L'iniziativa del Movimento Federativo Democratico, anche se non perfettamente sintonizzata sui temi che, negli anni seguenti, sarebbero diventati la struttura portante del movimento della bioetica, ha avuto grandi meriti per la promozione di una nuova cultura sanitaria e per la trasformazione degli ospedali per accogliere le istanze della modernità. I Tribunali per i diritti del malato si sono diffusi in buona parte delle realtà locali; la Giornata nazionale dei diritti del malato e dei diritti sociali è diventata, a partire dal 1980, un appuntamento annuale; in alcune Regioni sono state promulgate specifiche normative rivolte a disciplinare le condizioni di utilizzo dei servizi sanitari e a tutelare i diritti dei cittadini malati (la Regione Toscana, ad esempio, nel 1999 ha approvato un "Decalogo dei diritti e dei doveri", in tema di informazione sanitaria, quale strumento di sensibilizzazione e informazione per i cittadini). Più di recente il Tribunale ha lanciato una vasta campagna per promuovere tra i cittadini la cultura del consenso informato ai trattamenti sanitari.

4. L'ospedale come cittadella della scienza

Oltre che come luogo deputato ad accogliere l'uomo nella condizione di fragilità causata dalla malattia, l'ospedale si è qualificato come cittadella della scienza medica. Questo passaggio è avvenuto nel corso del XIX secolo. L'opera di Michel Foucault ― La nascita della clinica ― l'ha spiegato in modo ineccepibile. Diventando scienza, la medicina acquista la capacità di modificare il corso naturale della malattia; parallelamente, l'ospedale diventa il luogo dove la medicina come scienza è concentrata al massimo grado.

Il modello dell'ospedale come cittadella fortificata della salute, dove si svolge la lotta organizzata ed efficace contro tutte le forme della malattia, continua a essere più che mai attuale. Non potremo mai considerare "ospitali" gli ospedali che fossero al di sotto dello standard di cure efficaci che la medicina oggi è in grado di fornire (quand'anche fossero eccellenti dal punto di vista alberghiero e del confort offerto ai degenti). Qualunque sia il livello di gradevolezza dell' ambiente e di attenzione alla persona, se l'infarto, ad esempio, non viene curato in modo efficace secondo quanto le acquisizioni consolidate della scienza medica internazionale danno per acquisito, non potremmo dare a quell'ospedale la qualifica di "umano".

In questo modello di ospedale come cittadella della scienza l'umanizzazione viene a coincidere sostanzialmente con una richiesta di cure efficaci, abbinate alla sicurezza. L'attualità di questa problematica può essere collegata al dibattito relativo alla permanenza di piccoli ospedali decentrati.

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Il piccolo ospedale di pochi letti è magari ideale dal punto di vista dell'ospitalità: i malati possono essere trattati in modo non impersonale e burocratico, i medici e gli infermieri stabiliscono rapporti molto familiari tra di loro e con i malati. Ma dal punto di vista dell'efficacia il piccolo ospedale può costituire un vero e proprio pericolo per la salute e per la vita stessa.

Che cosa fare dei presidi ospedalieri di piccole dimensioni è attualmente un argomento di politica sanitaria molto scottante in Italia. La popolazione di cittadine di provincia in cui, secondo le indicazioni del governo centrale in accordo con la programmazione regionale, è stata deliberata la chiusura del piccolo ospedale scendono in piazza, operatori sanitari in testa: "Il nostro piccolo ospedale, così umano, non si tocca!". La popolazione sostiene queste rivendicazioni. Ma di fronte alla patologia seria, la preferenza va naturalmente all'ospedale che garantisca sicurezza ed efficacia. È un'esigenza imprescindibile di ciò che ci aspettiamo oggi da un buon ospedale: deve avere le conoscenze e le tecnologie per dare una risposta efficace alla patologia. La qualità medica che l'ospedale deve garantire comprende essenzialmente l'efficacia delle cure. Il cittadino, dovendo scegliere tra un ospedale dove lo trattano bene ma non lo sanno curare e uno dove invece gli viene garantita una cura efficace, sceglierebbe sicuramente il secondo, anche se in questo il confort e l'attenzione alla persona lasciassero a desiderare. È una contrapposizione retorica di questo genere che garantisce ai nostri giorni il successo del serial televisivo che ha come protagonista il dottor House, prototipo del medico scostante ma capace.

Il modello dell' ospedale come luogo della scienza medica continua ad essere quanto mai attuale. La scienza in ospedale non sarà mai troppa. Semmai il problema oggi è quello di una scienza troppo sbilanciata sul versante delle scienze naturali, che non sa integrare il sapere che deriva dalle scienze dell'uomo. La medicina tratta le patologie come se queste riguardassero solo il corpo, e non l'insieme della persona. Anche se, per ipotesi, la pratica di questa medicina fosse ineccepibile dal punto di vista filantropico, del rispetto dei diritti umani e della correttezza gestionale, sarebbe pur sempre carente, se non tiene conto di quanto dell'uomo malato ci dicono la psicologia, la sociologia, l'antropologia culturale.

Le patologie più diffuse nella nostra società non riescono a essere curate efficacemente con una medicina che ignora sistematicamente queste dimensioni dell'essere umano. Per fare solo qualche esempio, pensiamo al problema della cura delle tossicodipendenze; oppure al crescente diffondersi di disturbi del comportamento alimentare, come la bulimia e l'anoressia: l'incapacità della medicina di trattare queste patologie, galoppanti nella nostra società, illustra le carenze intrinseche di risultati efficaci di una scienza medica che ignora le componenti psicologiche, relazionali, antropologiche e simboliche dei fatti patologici. Pensiamo anche al dolore

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cronico: i fallimenti medici nel tenerlo sotto controllo, malgrado il sofisticato arsenale terapeutico a disposizione della medicina contemporanea, dipendono dalla negligenza nel considerare il ruolo che esso gioca nella rete dei rapporti che lega il malato alla famiglia e alla società. È la prospettiva che ha indotto Arthur Kleinman antropologo medico di Harvard, a parlare di malattie "sociosomatiche" [Kleinman 1993].

La carenza dell'ospedale concepito come cittadella del sapere medico è che questo sapere è un sapere dimidiato: conosce solo una parte dell'uomo. Un ospedale "umano" è quello che sa integrare questo sapere completo sull'uomo non solo in modo teorico, ma pratico. Ciò implica il ricorso a professioni che si basano appunto su queste conoscenze umanistiche ― come lo psicologo, l'assistente sociale, il cappellano o assistente spirituale, il mediatore culturale ― non visti come professionisti di secondo livello, che si occupano delle piccole cose, ma come parte integrante di un unico progetto terapeutico. L'ospedale umano, secondo questo modello, è quello che sa dare risposte efficaci alle patologie. A tutte, comprese quelle tipiche della società moderna, che non possono essere modificate senza un ricorso sistematico alle scienze dell'uomo, oltre che a quelle della natura.

5. Presidio dello stato sociale

Un terzo modello di ospedale è quello pensato in funzione del welfare state. Dagli anni '40 del XX secolo in poi, molti paesi dell'area occidentale, a cominciare dall'Inghilterra, hanno socializzato la medicina, come pilone portante del welfare state. Uno dei frutti meno discutibili del XX secolo è quello di aver liberato tanta parte dell'umanità dal bisogno e averla avviata al benessere. Il riconoscimento del diritto alla tutela della salute, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagarsi i servizi sanitari di cui hanno bisogno, è riconosciuto come un diritto ampio quanto il diritto stesso di cittadinanza.

In questo quadro generale l'ospedale diventa il luogo dove si concentra l'impegno dello stato a fornire a tutti i cittadini l'assistenza sanitaria. Non per motivi di filantropia, ma di giustizia. L'assistenza sanitaria diventa uno dei diritti civili e sociali esigibili da ogni cittadino. Assicurare a tutti l'assistenza sanitaria in caso di malattia, indipendentemente dalla capacità economica di pagarsela, diventa l'impegno prioritario dello stato sociale.

Nell'ospedale tutti i cittadini hanno uguale diritto di accesso, tutti possono pretendere considerazione e rispetto, e soprattutto una cura adeguata alle loro necessità. La cura della salute promossa dallo stato sociale si è tradotto in una modalità che, di per sé, avrebbe dovuto essere evitata: l'ospedale ha preso il posto centrale e quasi unico di tutto il sistema delle cure. In quel progetto generoso, con venature di utopia, in cui lo stato si

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impegnava a promuovere il benessere di tutti i cittadini occupandosi di loro dalla "culla alla tomba", l'ospedale era il luogo deputato a questa assistenza totale.

Attualmente ci troviamo nella necessità di ridisegnare lo stato sociale. Sappiamo che le risorse di cui disponiamo non sono sufficienti ― e mai lo saranno, per quanto ampia sia la misura delle risorse che allochiamo a favore della sanità ― per dare tutto a tutti. Siamo perciò costretti a stabile una scala di priorità: a chi dare, cosa dare, con quali criteri. In questa fase di transizione l'ospedale è sottoposto a un forte cambiamento, che rimette in discussione l'ospedalocentrismo a cui siamo abituati.

In questo nuovo stato sociale, verso il quale ci stiamo incamminando, la priorità numero uno è l'efficienza. Mentre nell'ospedale come cittadella della scienza l'imperativo dominante era ed è l'efficacia (all'ospedale chiediamo che guarisca le malattie, facendo ricorso a quanto di più aggiornato può offrire il progresso tecnologico e scientifico), nel nuovo stato sociale l'ospedale deve mirare a distribuire le risorse scarse in modo che con esse si ottenga il più e il meglio. In altre parole, l'ospedale deve essere efficiente, per poter rispondere ai bisogni sanitari non solo di qualcuno, ma di tutti.

o L'efficienza è importante come valore economico, ma esprime anche un'esigenza etica. Possiamo illustrare l'assunto con un esempio. Se l'imperatore del Giappone si ammala ― come è successo con il vecchio imperatore Hirohito ― per curarlo si può spostare un ospedale nel suo palazzo, compresa la Tac e tutta la tecnologia più sofisticata. L'efficacia sarà la stessa, ma non si può dire che questa organizzazione delle risorse sia efficiente. Possiamo dare tutto a una persona e ottenere risultati brillanti in termini di efficacia, mandando però deluse le legittime aspettative di tanti altri che avevano diritto di contare su quelle stesse risorse. Come corollario del nuovo stato sociale, dobbiamo esigere che l'organizzazione delle cure in ospedale tenga in debita considerazione il criterio dell'efficienza. Se manca, l'ospedale non può qualificarsi come un buon ospedale, per quanto elevato sia, dal punto di vista della scienza medica, il livello delle prestazioni che fornisce.

Curare i malati e fare quanto è possibile allo stato attuale del sapere me-dico, per restituire loro la salute non può più essere l'unico obiettivo di una buona medicina: mentre cercano di curare e guarire, i sanitari devono anche fare il miglior uso delle risorse. È l'impostazione dei doveri medici che troviamo nella più recente versione del Codice deontologico (dicembre 20=6): "Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell'autonomia della persona tenendo conto dell'uso appropriato delle risorse. Il medico è tenuto a collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e

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qualità delle cure" (art. 6). Ciò implica anche una limitazione nell'uso stesso dell'ospedale. Se viene utilizzato per motivi impropri, facendo in ospedale trattamenti che possono essere fatti altrove o in regime di Day hospital, si realizza uno spreco di risorse, e quindi una medicina inefficiente (oltre che, molto spesso, una medicina che calpesta le attese di chi vorrebbe che l'ospedale fosse anche "ospitale").

Questa preoccupazione si traduce in progetti molto concreti. Uno di questi può essere la promozione del Day hospital o della Day surgery. Organizzare gli interventi diagnostici e terapeutici in un giorno solo, evitando il ricovero, porta al risparmio su tutti i piani: da quello economico a quello del disagio inflitto ai malati. Anche molte operazioni chirurgiche possono essere fatte in ciclo giornaliero, se ben programmate e organizzate. Le stesse cure domiciliari diventano un programma essenziale di un ospedale che mira all'efficienza. Naturalmente queste vanno programmate: non sono tali quelle improvvisate, magari perché i sanitari, diventati sensibili ai costi, decidono a un certo punto di mettere i malato con la sua valigetta degli effetti personali fuori dalla porta dell' ospedale, quasi che, una volta concluso il compito istituzionale dell'ospedale, la sorte del paziente non riguardi più gli operatori ospedalieri. Anche la continuità delle cure e il legame organico con la medicina del territorio fa parte integrante di un ospedale concepito come presidio dello stato sociale.

6. L'ospedale "azienda"

I tre modelli di ospedale che abbiamo analizzato, presenti sotto forma di eredità del passato, devono essere completati da un quarto: l'ospedale del futuro. Il quale non è solo un pio desiderio; in qualche modo è già presente come esigenza e potenzialità che domanda di essere realizzata: è, o sarà, l'ospedale-azienda, così come è disegnato dai decreti legislativi che disegnano il profilo della nuova sanità italiana.

Qualcuno paventa in questo modello di ospedale un tradimento della sua natura e vocazione originaria. Bisogna anzitutto chiarire un equivoco: non si tratta solo di trasporre nell'ospedale che cura le malattie la filosofia dell' azienda nata per produrre e commercializzare beni e servizi, obbedendo a una logica di profitto. Così inteso, l'ospedale azienda sarebbe davvero un tradimento. Il riferimento invece è a quella filosofia dell'azienda che è stata sviluppata in questi ultimi anni a partire dal concetto di "qualità totale". Le aziende, se vogliono sopravvivere e non essere escluse dalla competizione, sono costrette ad abbandonare la vecchia mentalità aziendalistica e ad adottare la filosofia della "qualità totale". In questa prospettiva l'obiettivo prioritario non è quello di aumentare il fatturato, ma di avere "clienti consolidati", perché soddisfatti. Questa filosofia

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è risultata vincente nella produzione di beni e servizi in generale; tanto più, quindi, se si tratta di un servizio personalizzato come la cura della salute.

Un cambiamento di questo genere, destinato a orientare le aziende verso il modello della qualità "eccellente", richiede più di un "lifting" superficiale implica un ripensamento totale, che si traduce in un atteggiamento diverso di coloro che producono beni o servizi nei confronti del cliente. Applicato all'ospedale, il modello richiede di mettere al proprio centro il paziente-cliente, imparando un modo diverso di lavorare. La centralità del paziente, un tema caro a coloro che hanno a cuore l"'umanizzazione" dell'ospedale, cambia di segno: non è più soltanto una esortazione morale a comportarsi bene con il malato ― riconducibile, più o meno direttamente, a una concezione deontologica che richiede a chi lavora in sanità un atteggiamento carico di umanità e di valori etici ― ma diventa una strategia di gestione manageriale del nuovo ospedale. Perché l'ospedale possa essere giudicato un buon ospedale, bisognerà guardare alla qualità dei servizi che fornisce. Un indicatore di buon servizio è la giusta soddisfazione di che ne usufruisce. Il paziente-cliente dovrà uscire dalla struttura ospedaliera non solo curato ― e curato bene, secondo i più alti standard della scienza medica ― ma anche soddisfatto. Altrimenti preferirà, nel regime concorrenziale che si andrà stabilendo, un'altra struttura fornitrice di servizi sanitari. Fornire servizi di qualità, valutati come tali da coloro che ne usufruiscono, equivale a mettere in atto misure strategiche necessarie perché l'ospedale-azienda possa sopravvivere.

È una rivoluzione che non produce soltanto migliori servizi, ma fa sì che gli operatori siano più soddisfatti del loro lavoro. Nella filosofia della "qualità totale" non si può fornire un prodotto eccellente se coloro che lo producono non sono attivamente coinvolti: non come piccole ruote di un ingranaggio, ma come protagonisti attivi che pensano le soluzioni e le propongono, fanno progetti e li realizzano, ottengono piccoli miglioramenti costanti. Il cliente soddisfatto presuppone un fornitore di servizi soddisfatto. Con delle persone frustrate e demotivate non si può fare un'azienda che abbia l'"eccellenza" come obiettivo.

Nell'ospedale azienda il criterio di valutazione non è più solo l'efficacia o l'efficienza, ma diventa l'eccellenza. La scommessa per il futuro è il passaggio a quell'ospedale azienda che realizzi le potenzialità di umanizzazione che ha in sé, quasi una sintesi delle esigenze implicite nei modelli di ospedale "hospitium", ospedale-cittadella della scienza e ospedale-presidio del welfare state. Dovrà essere, contemporaneamente, un luogo ospitale dove le malattie vengono curate in modo efficace, con l'efficienza che permette di rispondere con risorse limitate ai bisogni di tutti i cittadini, puntando insieme ― erogatori dei servizi e cittadini ― alla qualità eccellente.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bartoccioni S., Bonadonna G., Sartori F. (2006), Dall'altra parte, Rizzoli, Milano

Foucault M. (1969), La nascita della clinica, Einaudi, Torino

Ghirotti G. (2002), Il lungo viaggio nel tunnel della malattia, FrancoAngeli, Milano

Kleinman A. (1993), Il contesto umano nel dolore: un approccio antropologico: "L'arco di Giano", 3, pp. 19-32

Quaranta G. (1978), L'uomo negato, Effedierre, Roma (successivamente ripubblicato con lo stesso titolo da Nuova Guaraldi, Firenze, 1980 e da FrancoAngeli, Milano, 1982, con una seconda parte dedicata ai Tribunali per i diritti del malato)

Styron W. (1999), Un'oscurità trasparente, Mondadori, Milano 

Il buon ospedale: modelli di qualità in prospettiva storica

Book Cover: Il buon ospedale: modelli di qualità in prospettiva storica
Part of the Sistemi sanitari series:

MANAGEMENT PER LA NUOVA SANITÀ

a cura di Sandro Spinsanti

Istituto Giano per le Medical Humanities e il management in sanità

EdiSES, Napoli 1997

pp. 189-198

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IL “BUON” OSPEDALE:

MODELLI DI QUALITÀ IN PROSPETTIVA STORICA

Abbiamo un sogno: trasformare gli ospedali italiani in ospedali”. Lo slogan a effetto, apparso come inserzione pubblicitaria su diversi giornali a cura del Tribunale dei diritti del malato, mirava a ottenere un consenso e un sostegno economico da parte dei cittadini per il programma politico della nota associazione. La giustificazione razionale della necessità di modificare la realtà degli ospedali italiani veniva data con poche pennellate a tinte fosche («Gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura, ma non possono neanche continuare ad essere, come spesso accade in Italia, un luogo da incubo»). L'efficacia del messaggio consisteva nell'abbinare all'evocazione di scenari disumani l'utopia alata del periodo d'oro del movimento per i diritti civili (niente meno che il “sogno” con cui Martin Luther King ha rivendicato la parità dei diritti per i neri, considerati cittadini di seconda classe!). Lo slogan giocava anche sull'implicita assunzione che esista un consenso generalizzato su ciò che è necessario fare per portare gli ospedali a essere quello che dovrebbero essere, e che non sono: come se il problema non fosse quello di stabilire che cosa costituisce un buon ospedale, il solo decidersi a realizzarlo. La realtà, invece, non è così lineare come lo slogan pretende.

La sicurezza di conoscere la natura dell'ospedale è illusoria. E vero che è agevole identificare l'ospedale. La denotazione è facile: chiunque può indicarlo con un dito, anche perché nella città moderna tende ad assumere l'evidenza architettonica che in quella medievale spettava alle cattedrali. In senso denotativo, l'ospedale di una città è quello di cui possiamo domandare l'indirizzo, che identifichiamo sulla piantina, che chiediamo al tassista di raggiungere. La connotazione, invece, è molto complessa. Nella linguistica la connotazione di una parola riguarda i significati, compresi quelli simbolici, e le emozioni connesse con l'uso della parola. Numerosi significati sono attribuiti all'ospedale come istituzione, sedimentandosi gli uni sugli altri. I più recenti non hanno sostituito

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quelli precedenti. In una stessa realtà convivono l'ospedale del passato e del presente, nonché quello che ― osiamo sperarlo ― sarà l'ospedale del futuro.

1. Un luogo ospitale per le persone fragili

Per dare alla nostra analisi il supporto di uno schema, possiamo immaginare che in ogni struttura ospedaliera siano contemporaneamente presenti almeno quattro ospedali, che si sono succeduti nello sviluppo storico dell'istituzione. All'inizio troviamo l'ospedale “hospitium”, il luogo ospitale pensato per la protezione dei più vulnerabili. L'ospedale, quale primitiva realizzazione storica dell'Occidente, è nato come una casa di accoglienza per tutti i disgraziati, quale spazio per l'uomo fragile. L'obiettivo di questa istituzione era di esercitare la “pietas” verso le persone diseredate.

L'idea basilare dell'“hospitium” come luogo dove si è bene accolti perché si è sofferenti, o perché si è andati a finire sotto le ruote del carro della vita, è stata rinnegata dalla rivoluzione francese. Non solo perché era abbinata all'idea della carità cristiana, ma anche per motivi non ideologici: semplicemente per il fatto che le istituzioni ospedaliere in pratica spesso si allontanavano in modo stridente dall'ideale. L'ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui si trovava il bambino abbandonato accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la partoriente accanto al morente. Non solo la realtà dell'ospedale non rispondeva alle più elementari condizioni igieniche, ma spesso era in contrasto con il rispetto dovuto alle persone. La critica della rivoluzione francese a quel modello d'ospedale fu così radicale che il Direttorio cambiò perfino il nome: invece di “hôpital” propose di chiamarlo “hospice”.

Nel corso del secolo XIX è avvenuta, in realtà, un'evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'“hospice” è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti ― vecchi, trovatelli, malati inguaribili e affetti da malattie contagiose ― mentre l'“hôpital” ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione. La stessa evoluzione semantica è avvenuta anche in Italia. L'ospedale è stato sempre più identificato come il luogo della guarigione, mentre l'ospizio era il luogo della cronicità (anche se una venatura di diffidenza nei confronti dell'ospedale è rimasta nella cultura popolare; la risentiamo in un sonetto del Belli: “Ma nun sai ch'a lo spedale ce se more?”, risponde un popolano a chi, vedendo che era malato, gli consigliava di andare in ospedale. Si è a lungo conservata l'idea che andare all'ospedale significava esser avviato su un binario morto).

È molto interessante che alla fine del nostro secolo ricompaia, in

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modo del tutto inatteso, il bisogno di “ospizio”, inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. Mi riferisco al “movimento degli hospice”, nato nei paesi anglosassoni una ventina d'anni fa. Noi abbiamo una difficoltà quasi insormontabile ad adottare questo termine, in quanto connota l'“ospizio” nel suo significato più deteriore di emarginazione e discriminazione (Cunietti, 1997). Nel significato che ha assunto all'interno del movimento delle cure palliative, l'“hospice” è piuttosto il luogo in cui sono assistiti e curati i malati non possono più essere avviati alla guarigione. In particolare, ai malati in fase terminale viene offerto un ambiente dove è possibile esercitare la solidarietà e l'accoglienza, dove la palliazione e la cura dell'intero nucleo familiare hanno la precedenza sugli sforzi terapeutici. L'hospice è un luogo dove si cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan elaborato proprio dall'Associazione italiana per le cure palliative: “Curare anche quando non si può guarire”.

Anche le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) per anziani sono una variante moderna del concetto originario di “hospitium”. Dobbiamo reinventarci oggi il luogo dell'accoglienza per i più fragili, proprio quando ci accorgiamo che l'ospedale non è fatto per i lungodegenti. Siamo assediati da una marea crescente di persone anziane che l'allungamento della vita ― felice, ma anche tremendo risultato della medicina moderna ― rende inadatte a vivere nella propria casa mentre l'ospedale si rivela a sua volta inappropriato, per motivi economici e umani, a ospitare un declino che diventa sempre più lungo. Questi anziani e malati cronici, bisognosi di assistenza ma per i quali il ricovero ospedaliero non è appropriato, “impongono” una sfida: dobbiamo trovare varianti moderne dell'ospedale nella sua accezione originaria, quale luogo accogliente per l'uomo fragile, un luogo dove sia di casa la “pietas”.

Parallelamente, le esigenze degli utenti abituali degli ospedali nei confronti del comfort alberghiero sono notevolmente accresciute (Guzzanti, Mastrilli, 1993; Bernabei, 1993; e, in generale, tutto il dossier de L'Arco di Giano n. 3, 1993, dedicato a “La casa per l'uomo fragile”). Il senso comune riconosce facilmente che «gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura», come dice lo slogan proposto dal Tribunale per i diritti del malato; tuttavia non ci rassegniamo facilmente a uno standard che si discosti troppo dal livello di vita a cui siamo abituati nelle nostre abitazioni: qualità del cibo e pulizia degli ambienti, accessibilità dei familiari e riservatezza ― camere singole o a due letti al posto delle corsie affollate dei vecchi reparti ― fanno parte ormai della qualità minima che il cittadino si attende dall'ospedale.

Tutte le richieste di qualità che oggi vengono abitualmente avanzate in nome dell'“umanizzazione” dell'ospedale (Marchesi, Spinsanti, Spinelli, 1985) non sono altro che una attualizzazione dell'antico modello dell'ospedale come luogo accogliente per l'uomo fragile. Sempre di

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più, inoltre, chi va in ospedale si aspetta di essere trattato bene non in forza di un atteggiamento compassionevole, ma in nome dei diritti propri di un cittadino in una società democratica. Significativa, a questo proposito, è la richiesta di informazioni, quale logico presupposto di un consenso ai trattamenti diagnostici e terapeutici che si ricevono. La capacità di un ospedale di fornire informazioni ― non in modo episodico od occasionale, ma sistematico ― è sempre più percepita come una condizione di qualità.

2. L'ospedale come cittadella della scienza

Passiamo ora a considerare un secondo modello di ospedale: il luogo di cura come cittadella della scienza medica. Questo passaggio è avvenuto nel corso del XIX secolo. L'opera di Michel Foucault ― La nascita della clinica, 1969 ― l'ha chiarito in modo ineccepibile. Per la prima volta nella sua lunga storia la medicina ha acquisito la capacità di modificare il corso naturale della malattia. L'ospedale diventa così il luogo dove la medicina come scienza dispensa cure efficaci, miranti alla guarigione.

Il modello dell'ospedale come cittadella fortificata della salute, dove si svolge la lotta organizzata ed efficace contro tutte le forme della malattia, continua a essere più che mai attuale. Non potremmo mai considerare “ospitali” gli ospedali che fossero al di sotto dello standard di cure efficaci che la medicina oggi è in grado di fornire (quand'anche fossero eccellenti dal punto di vista alberghiero e del comfort offerto ai degenti). Qualunque sia il livello di gradevolezza dell'ambiente e di attenzione alla persona, se l'infarto, ad esempio, non viene diagnosticato e curato in modo efficace secondo quanto le acquisizioni consolidate della scienza medica internazionale danno per acquisito, non potremmo dare a quell'ospedale la qualifica di “umano”.

In questo modello di ospedale come cittadella della scienza l'umanizzazione equivale sostanzialmente a una richiesta dì cure efficaci, abbinate alla sicurezza. L'attualità di questa problematica può essere collegata al dibattito relativo alla permanenza di piccoli ospedali decentrati. Il piccolo ospedale di pochi letti è magari ideale dal punto di vista dell'ospitalità: i malati possono essere trattati in modo non impersonale e burocratico; i medici e gli infermieri stabiliscono rapporti molto familiari tra di loro e con i malati; il controllo esercitato dalla società induce i sanitari a prevenire quei comportamenti etichettati come “malasanità”. Ma dal punto di vista dell'efficacia il piccolo ospedale può costituire un vero e proprio pericolo per la salute e per la vita stessa.

Che cosa fare dei presìdi ospedalieri di piccole dimensioni è attualmente un argomento di politica sanitaria molto scottante in Italia. I residenti

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in cittadine di provincia in cui, secondo le indicazioni del governo centrale e in accordo con la programmazione regionale, è stata deliberata la chiusura del piccolo ospedale, scendono in piazza, operatori sanitari in testa: “Il nostro piccolo ospedale, così umano, non si tocca!”. La popolazione sostiene queste rivendicazioni. Ma di fronte alla patologia seria, la preferenza va naturalmente all'ospedale che garantisca sicurezza ed efficacia. È un'esigenza imprescindibile di ciò che ci aspettiamo oggi da un buon ospedale: deve avere le conoscenze e le tecnologie per dare una risposta efficace alla patologia. La qualità medica che l'ospedale deve garantire comprende essenzialmente l'efficacia delle cure. Credo che ciascuno di noi, dovendo scegliere tra un ospedale dove siamo trattati bene ma non siamo curati e uno dove invece siamo ben curati, sceglierebbe il secondo, anche se in questo il comfort e l'attenzione alla persona fossero trascurati.

Il modello dell'ospedale come luogo della scienza medica continua ad essere quanto mai attuale. La scienza in ospedale non sarà mai troppa. Semmai il problema oggi è quello di una scienza troppo sbilanciata sul versante delle scienze naturali, che non sa integrare il sapere che deriva dalle scienze dell'uomo. La medicina tratta le patologie come se queste riguardassero solo il corpo, e non l'insieme della persona. Anche se, per ipotesi, la pratica di questa medicina fosse ineccepibile dal punto di vista filantropico, del rispetto dei diritti umani e della correttezza gestionale, sarebbe pur sempre carente, se non tenesse conto di quanto dell'uomo malato ci dicono la psicologia, la sociologia, l'antropologia culturale.

Le patologie più diffuse nella nostra società non riescono a essere curate efficacemente con una medicina che ignora sistematicamente queste dimensioni dell'essere umano. Per fare solo qualche esempio, pensiamo al problema della cura delle tossicodipendenze; oppure al crescente diffondersi di disturbi del comportamento alimentare, come la bulimia e l'anoressia: l'incapacità della medicina di trattare queste patologie, galoppanti nella nostra società, illustra le carenze intrinseche di risultati efficaci di una scienza medica che ignora le componenti psicologiche, relazionali, antropologiche e simboliche dei fatti patologici. Pensiamo anche al dolore cronico: i fallimenti medici nel tenerlo sotto controllo, malgrado il sofisticato arsenale terapeutico a disposizione della medicina contemporanea, dipendono dalla negligenza nel considerare il ruolo che esso gioca nella rete dei rapporti che lega il malato alla famiglia e alla società. È la prospettiva che ha indotto Arthur Kleinman antropologo medico di Harvard, a parlare di malattie “sociosomatiche” (Kleinman, 1993).

La carenza dell'ospedale concepito come cittadella del sapere medico è che questo sapere è un sapere dimidiato: conosce solo una parte dell'uomo. Un ospedale “umano” è quello che sa integrare questo sapere

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completo sull'uomo non solo in modo teorico, ma pratico. Ciò implica il ricorso a professioni che si basano appunto su queste conoscenze umanistiche ― come lo psicologo, l'assistente sociale, il cappellano o assistente spirituale ― non visti come professionisti di secondo livello, che si occupano di aspetti marginali, ma come parte integrante di un unico progetto terapeutico. L'ospedale umano, secondo questo modello, è quello che sa dare risposte efficaci alle patologie. A tutte, comprese quelle tipiche della società moderna, che non possono essere modificate senza un ricorso sistematico alle scienze dell'uomo, oltre che a quelle della natura.

3. Presidio dello stato sociale

Il terzo modello di ospedale è quello del welfare state. Dagli anni '40 in poi, molti paesi dell'area occidentale, a cominciare dall'Inghilterra, hanno socializzato la medicina, come pilone portante del welfare state. Uno dei frutti meno discutibili del XX secolo ― il “secolo breve” che lo storico inglese Hobsbawm ha analizzato nel libro dal titolo omonimo nelle sue poche luci e tante ombre (Hobsbawm, 1995) ― è quello di aver liberato tanta parte dell'umanità dal bisogno e averla avviata al benessere. Il riconoscimento del diritto alla tutela della salute, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagarsi i servizi sanitari di cui hanno bisogno, è riconosciuto come un diritto ampio quanto il diritto stesso di cittadinanza.

In questo quadro generale l'ospedale diventa il luogo dove si concentra l'impegno dello stato a fornire a tutti i cittadini l'assistenza sanitaria. Non per motivi di filantropia, ma di giustizia. L'assistenza sanitaria diventa uno dei diritti civili e sociali esigibili da ogni cittadino. Assicurare a tutti l'assistenza sanitaria in caso di malattia, indipendentemente dalla capacità economica di pagarsela, diventa l'impegno prioritario dello stato sociale.

Nell'ospedale tutti i cittadini hanno uguale diritto di accesso, tutti possono pretendere considerazione e rispetto, e soprattutto una cura adeguata alle loro necessità. La cura della salute promossa dallo stato sociale si è tradotta in un effetto che, di per sé, avrebbe dovuto essere evitato: l'ospedale ha preso il posto centrale e quasi unico di tutto il sistema delle cure, scalzando il ruolo che spetta al territorio. In quel progetto generoso, con venature di utopia, in cui lo stato si impegnava a promuovere il benessere di tutti i cittadini occupandosi di loro, dalla “culla alla tomba”, l'ospedale era il luogo deputato a questa assistenza totale.

Attualmente ci troviamo nella necessità di ridisegnare lo stato sociale. Sappiamo che le risorse di cui disponiamo non sono sufficienti ― e mai lo

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saranno, per quanto allochiamo le risorse a favore della sanità ― per dare tutto a tutti. Siamo perciò costretti a stabile una scala di prioritàa chi dare, cosa dare, con quali criteri. In questa fase di transizione l'ospedale è sottoposto a un forte cambiamento, che rimette in discussione l'ospedalocentrismo a cui siamo abituati.

In questo nuovo stato sociale, verso il quale ci stiamo incamminando, la priorità numero uno è l'efficienza. Mentre nell'ospedale come cittadella della scienza l'imperativo dominante era ed è l'efficacia (all'ospedale chiediamo che guarisca le malattie, facendo ricorso a quanto di più aggiornato possa offrire il progresso tecnologico e scientifico), nel nuovo stato sociale l'ospedale deve mirare a distribuire le scarse risorse in modo che con esse si ottenga il più e il meglio. In altre parole, l'ospedale deve essere efficiente, per poter rispondere ai bisogni sanitari non solo di qualcuno, ma di tutti.

L'efficienza è importante come valore economico, ma esprime anche un'esigenza etica. Possiamo illustrare l'assunto con un esempio. Se l'imperatore del Giappone si ammala ― come è successo all'anziano imperatore Hirohito ― per curarlo si può trasferire un ospedale nel suo palazzo, compresa la Tac e tutta la tecnologia più sofisticata. L'efficacia sarà la stessa, ma non si può dire che questa organizzazione delle risorse sia efficiente. Possiamo dare tutto a una persona e ottenere risultati brillanti in termini di efficacia, mandando però deluse le legittime aspettative di tanti altri che avevano diritto di contare su quelle stesse risorse.

Come corollario del nuovo stato sociale, dobbiamo esigere che l'organizzazione delle cure in ospedale tenga in debita considerazione il criterio dell'efficienza. Se manca, l'ospedale non può qualificarsi come un buon ospedale, per quanto elevato sia, dal punto di vista della scienza medica, il livello delle prestazioni che fornisce.

Curare i malati e fare quanto è possibile ― allo stato attuale del sapere medico ― per restituire loro la salute, non può più essere l'unico obiettivo di una buona medicina: mentre cercano di curare e guarire, i sanitari devono anche fare il miglior uso delle risorse. Ciò implica una limitazione nell'uso stesso dell'ospedale. Se viene utilizzato per motivi impropri, facendo in ospedale trattamenti che possono essere fatti altrove o in regime di day hospital, si realizza uno spreco di risorse, e quindi una medicina inefficiente (oltre che, molto spesso, una medicina che delude le attese di chi vorrebbe che l'ospedale fosse anche “ospitale”).

Questa preoccupazione si traduce in progetti molto concreti. Uno di questi può essere la promozione del day hospital o della day surgery. Organizzare gli interventi diagnostici e terapeutici in un giorno solo, evitando il ricovero, porta al risparmio su più fronti: da quello economico a quello del disagio inflitto ai malati. Anche molte operazioni chirurgiche possono essere fatte in ciclo giornaliero, se ben programmate e organizzate. Le stesse cure domiciliari diventano un programma essenziale di un

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ospedale che mira all'efficienza. Naturalmente queste vanno programmate: non sono tali quelle improvvisate, magari perché i sanitari, diventati sensibili ai costi, decidono a un certo punto di mettere il malato con la valigetta degli effetti personali fuori dall'ospedale, quasi che, una volta concluso il compito istituzionale dell'ospedale, la sorte del paziente non riguardi più gli operatori ospedalieri. Anche la continuità delle cure e il legame organico con la medicina del territorio fanno parte integrante di un ospedale concepito come presidio dello stato sociale.

4. L'ospedale “azienda”

I tre modelli di ospedale che abbiamo analizzato, presenti sotto forma di eredità del passato, devono essere completati da un quarto: l'ospedale del futuro. Il quale non è solo un pio desiderio; in qualche modo è già presente come esigenza e potenzialità che domanda di essere realizzata: è, o sarà, l'ospedale-aziendacosì come è sancito dai decreti legislativi che disegnano il profilo della nuova sanità italiana, presentati analiticamente nella prima sezione di questo volume.

Qualcuno paventa in questo modello di ospedale un tradimento della sua natura e vocazione originarie. Bisogna anzitutto chiarire un equivoco: non si tratta solo di trasporre nell'ospedale che cura le malattie la filosofia dell'azienda nata per produrre e commercializzare beni e servizi, obbedendo a una logica di profitto. Così inteso, l'ospedale azienda sarebbe davvero un tradimento. Il riferimento invece è a quella filosofia dell'azienda che è stata sviluppata in questi ultimi anni a partire dal concetto di “qualità totale”. L'hanno inventata i giapponesi, che grazie ad essa hanno acquisito la leadership in molti ambiti del mercato mondiale. Le aziende occidentali, se vogliono sopravvivere e non essere escluse dalla competizione, sono costrette ad abbandonare la vecchia mentalità aziendalistica e ad adottare anch'esse la filosofia della “qualità totale”. In questa prospettiva l'obiettivo prioritario non è quello di aumentare il fatturato, ma di avere “clienti consolidati”, perché soddisfatti. Questa filosofia è risultata vincente nel settore delle automobili; tanto più, quindi, se si tratta di un servizio personalizzato come la cura della salute.

Un cambiamento di questo genere, destinato a orientare le aziende verso il modello della qualità “eccellente”, richiede più di un “lifting” superficiale: implica un ripensamento totale, che si traduce in un atteggiamento diverso di coloro che producono beni o servizi nei confronti del cliente. Applicato all'ospedale, il modello richiede di mettere al proprio centro il paziente-cliente, apprendendo un modo diverso di lavorare. La centralità del paziente, un tema caro a coloro che hanno a cuore l'“umanizzazione” dell'ospedale, cambia di segno: non è più soltanto

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una esortazione morale a comportarsi bene con il malato ― riconducibile, più o meno direttamente, a una concezione deontologica che richiede a chi lavora in sanità un atteggiamento carico di umanità e di valori etici ― ma diventa una strategia di gestione manageriale del nuovo ospedale.

Perché l'ospedale possa essere giudicato un buon ospedale, bisognerà guardare alla qualità dei servizi che fornisce. Un indicatore di buon servizio è la giusta soddisfazione di che ne usufruisce. Il paziente ― cliente dovrà uscire dalla struttura ospedaliera non solo curato ― e curato bene, secondo i più elevati standard della scienza medica ― ma anche soddisfatto. Altrimenti preferirà, nel regime concorrenziale che si va stabilendo, un'altra struttura fornitrice di servizi sanitari. Fornire servizi di qualità, valutati come tali da coloro che ne usufruiscono, equivale a mettere in atto misure strategiche necessarie perché l'ospedale-azienda possa sopravvivere.

È una rivoluzione che non produce soltanto migliori servizi, ma fa sì che gli operatori siano più soddisfatti del loro lavoro. Nella filosofia della “qualità totale” non si può fornire un prodotto eccellente se coloro che lo producono non sono attivamente coinvolti: non come piccole ruote di un ingranaggio, ma come protagonisti attivi che pensano le soluzioni e le propongono, fanno progetti e li realizzano, ottengono piccoli miglioramenti costanti. Il cliente soddisfatto presuppone un fornitore di servizi soddisfatto. Con delle persone frustrate e demotivate non si può fare un'azienda che abbia l' “eccellenza” come obiettivo.

Nell'ospedale azienda il criterio di valutazione non è più solo l'efficacia o l'efficienza, ma diventa l'eccellenza (per il concetto di “azienda eccellente” vedi Peters, Waterman, 1992). La scommessa per il futuro è il passaggio a quell'ospedale azienda che realizzi le potenzialità di umanizzazione che ha in sé, quasi una sintesi delle esigenze implicite nei modelli di ospedale “hospitium”, ospedale-cittadella della scienza e ospedale-presidio del welfare state. Dovrà essere, contemporaneamente, un luogo ospitale dove le malattie vengono curate in modo efficace, con l'efficienza che permette di rispondere con risorse limitate ai bisogni di tutti i cittadini, puntando insieme ― erogatori dei servizi e cittadini ― alla qualità eccellente.

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BIBLIOGRAFIA

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Problemi di giustizia in sanità nell’orizzonte della bioetica

Book Cover: Problemi di giustizia in sanità nell'orizzonte della bioetica
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

PROBLEMI DI GIUSTIZIA IN SANITÀ NELL'ORIZZONTE DELLA BIOETICA

in Apis

anno VI, n. 3, novembre 1993, pp. 51-56

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Il modello dell’Oregon: implicazioni sociali, politiche ed etiche

All'inizio del dicembre 1987, Adam Jacoby Howard detto «Coby», un bambino di sette anni di Rockwood nello stato americano dell’Oregon, morì di leucemia. La sua morte sopraggiunse nel mezzo di una campagna, condotta dalla sua famiglia, dagli amici e dagli insegnanti, per raccogliere i 100.000 dollari necessari per un trapianto di midollo. Per concludere la raccolta, al momento della morte, mancavano ancora 30.000 dollari.

Questo episodio di varia ― e dolente ― umanità assurge a significato di simbolo se si considera che un anno prima lo sforzo della raccolta dei fondi non sarebbe stato necessario: lo stato dell’Oregon avrebbe pagato per il trapianto. Coby ebbe la sfortuna di essere la prima vittima di una nuova direttiva decisa dalla legislatura dell’Oregon nella primavera del 1987: mettere fine al finanziamento dei trapianti di organo e spendere il denaro in cure prenatali. La Divisione di ‘Servizi per Adulti e Famiglie’ si trovò a operare una scelta relativa ai fondi disponibili all’interno del programma Medicaid: o continuare a finanziare un programma di trapianti di organi (un progetto rivolto a 34 persone), oppure far convergere i fondi sulla estensione delle cure di base a 1.500 persone che in precedenza non ne beneficiavano. Nel giustificare la scelta, il presidente del senato dell’Oregon ebbe a dire: «La tecnologia medica ha superato, e continuerà a superare, la nostra capacità di pagarla. Questa è la dura realtà: dobbiamo limitare il denaro che spendiamo nella cura della salute».

Al piccolo Coby, è toccato il drammatico compito di siglare, con la sua vita, l'inizio di una nuova epoca in sanità: per la prima volta nella scena sanitaria americana c’è stato un razionamento delle risorse scoperto ed esplicito, non dovuto alle impersonali forze del mercato o della nascosta parsimoniosità dei burocrati, bensì a seguito di una rigida decisione sulle priorità.

Le lezioni che possono essere tratte dal caso dell’Oregon sono tutte verità imbarazzanti. Anzitutto, che in sanità ci troviamo di fronte a una divaricazione inevitabile tra domanda e offerta. È una caratteristica della medicina attuale, e ancor più di quella del futuro. Dobbiamo considerare, infatti, che siamo di fronte ― almeno nell’emisfero nordoccidentale ― a una società che invecchia e in cui aumentano le malattie degenerative rispetto a quelle infettive; che i costi della tecnologia medica aumentano in modo esponenziale; che l’utopia dello stato assistenziale, nutrita dal sogno di poter dare tutto a tutti, è giunta al capolinea. In conseguenza di questi cambiamenti di scenario, ci troviamo nella dura necessità di fare delle scelte. Anche se non sempre il rapporto di causa ed effetto è cosi esplicito come nel caso di Coby, le scelte nella programmazione sanitaria sono in definitiva scelte di vita e di morte.

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Una seconda lezione è che la classica distinzione in etica medica tra microallocazioni e macroallocazioni delle risorse tende a confondersi, fino ad annullarsi. Parliamo di microallocazioni quando dobbiamo destinare un bene che è più scarso della domanda. Il caso classico è la disponibilità di un solo organo da trapiantare, in presenza di due o tre pazienti candidati al trapianto: con quali criteri si farà una scelta, che voglia avere anche un carattere etico? Le macroallocazioni delle risorse sono quelle relazionate alle grandi decisioni di politica sanitaria: per esempio, dobbiamo spendere per aumentare il numero di unità di cura intensiva neonatale, oppure dobbiamo programmare più case di riposo per anziani? Le norme etiche che regolano questo tipo di problemi si iscrivono nell’orizzonte della giustizia sociale e appaiono lontane dai criteri etici rilevanti per le situazioni di microallocazioni. Se due pazienti sono in lista di attesa e c’è un solo organo da trapiantare, il dramma sembra riguardare solo loro due. Se il sig. Rossi riceve l’organo, non lo riceverà il sig. Neri; per quanto crudele sia la scelta, ciò non riguarda la sig.ra Bianchi, che è in trattamento in un altro reparto dell’ospedale per un carcinoma: i problemi clinici, ma anche quelli etici ed economici, nei due casi ci appaiono diversi.

Il caso dell'Oregon scuote proprio questa certezza. Esso ci dice che, se ci spostiamo a un livello di considerazione globale di distribuzione delle risorse nella società, troviamo che l’interferenza tra questi due processi terapeutici è reale, anche senza essere direttamente visibile. Siamo entrati, infatti, nella situazione per la quale è stato coniato il termine di «scarsità fiscale».

In regime di scarsità fiscale, la decisione di usare un antiblastico costoso riguarda non solo altri pazienti che potrebbero aver bisogno di quel farmaco, ma tutti i pazienti nella loro globalità, costretti ad attingere al fondo limitato delle risorse disponibili per la sanità. Un milione speso per un paziente che ha bisogno, è un milione non più disponibile per qualcun altro. Poiché ogni decisione sanitaria ha un impatto economico identificabile, deve essere sottoposta a un esame che non riguarda solo l’indicazione clinica, ma anche altri parametri di valutazione. Bisognerà così considerare anche se la decisione è saggia dal punto di vista economico, e se rispetta un criterio di giustizia relativamente ad altri bisogni in conflitto. In questo orizzonte appare tutta la rilevanza morale della decisione se privilegiare i trattamenti d’avanguardia per pochi o l’accesso di un più grande numero di persone alle cure di base, come nel caso dell'Oregon.

Se accettiamo il concetto di scarsità fiscale, la necessità di scelte tra interessi in conflitto si ripercuote, al di là delle grandi decisioni di programmazione, anche sui più banali dettagli dell’assistenza clinica quotidiana. Di ogni radiografia, di ogni esame di laboratorio bisognerà considerare l’impatto economico in un sistema di risorse limitate. Anche singole decisioni cliniche, perciò, andrebbero valutate comparandole con le esigenze della giustizia, che costituisce lo scheletro etico del sistema sanitario.

Dall’orizzonte dell’etica medica a quello della bioetica

Proprio questo orizzonte problematico ci permette di capire che cosa è in gioco quando si passa dall’etica medica alla bioetica. Quest’ultima non è solo una nuova etichetta per dare modernità a una cosa antica, ma include un cambiamento di paradigma. Il contenimento dei costi non pone solo il problema circoscritto della pratica medica nelle società ad alto sviluppo, ma fa esplodere un equilibrio precario tra grandi sistemi, quali sono appunto la sanità, l’economia e l'etica. «La medicina, la morale e il denaro» ― ha affermato lo storico della medicina Albert Jonsen ― «sono vissuti per secoli in una coabitazione imbarazzata. Nella istituzione sociale della cura dei malati ognuno è a disagio nell'ammettere la presenza dell’altro. La morale, in particolare, è in imbarazzo quando le si chiede di spiegare perché il denaro e la medicina non sono nemici.»

Un’analisi storica dettagliata potrebbe ricostruire le diverse strategie messe in atto per alleviare le tensioni tra pratica medica ed economia. I medici più generosi, ad esempio, erano soliti farsi pagare dai pazienti ricchi, ma dedicavano parte del tempo e delle cure gratuitamente ai poveri; le amministrazioni statali provvedevano in vari modi alla cura degli indigenti; il sistema delle mutue e delle assicurazioni distribuiva su più grandi unità il peso economico della malattia per gli individui. Ma questi accomodamenti del passato non resistono più agli accresciuti disagi della coabitazione odierna tra medicina, denaro ed etica.

La nuova situazione ha prodotto, come prima reazione, la tendenza delle professioni sanitarie a dissociarsi dai problemi che l’economia sanitaria pone al bilancio dello stato. Per una specie di riflesso condizionato, i medici si sono messi in posizione di difesa, in nome di valori che tradizionalmente sottendono la pratica della medicina. L’attaccamento alla tradizione funge da meccanismo di difesa, per non lasciarsi rimettere in discussione.

Preoccupata di difendere i canoni fondamentali del comportamento professionale, la medicina ha trovato un’alleata nell’etica medica, determinata anch’essa a lasciare il denaro fuori dalla porta. Si è venuto a creare così uno spontaneo consenso sul fatto che i medici devono tenersi lontani dagli aspetti economici della sanità, perché l’introduzione di questo punto di vista nel comportamento quotidiano costituirebbe la

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più grande minaccia all’etica tradizionalmente attribuita al medico. Rifiutando un positivo ripensamento della triade medicina-denaro-etica, si perde un’opportunità unica di accedere a nuove prospettive che riguardano l’esercizio della professione medica, la concezione della salute e il ruolo della giustizia nella convivenza sociale. È soprattutto questo orizzonte positivo di crescita nella consapevolezza e di elaborazione di migliori risposte alla complessa situazione che stimola l’etica, in un serrato dialogo con la riflessione prodotta da coloro che esercitano le professioni sanitarie, a confrontarsi con la sfida che i problemi economici pongono oggi alla sanità. Dalla coabitazione imbarazzata si può e si deve passare a una chiarezza contrattuale. Il dibattito culturale e sociale animato dalla bioetica ci indica i nuovi orizzonti che si stanno aprendo su una diversa pratica della medicina.

Le ripercussioni sul rapporto medico-paziente

Il problema del contenimento dei costi della sanità, lungi dall’essere un argomento marginale della medicina, da lasciare agli specialisti dell’economia, diventa centrale nella pratica medica dei nostri giorni ed è destinato a indurre profondi cambiamenti in essa. I medici sono stati finora in prima linea neH’esprimere il timore che da questa trasformazione la loro professione possa uscire profondamente danneggiata, per la perdita di quei valori che tradizionalmente hanno retto i loro rapporti con i pazienti.

Sono preoccupazioni serie, che vanno considerate attentamente: il rapporto fiduciale in medicina non è un optional, a cui possiamo rinunciare a cuor leggero. Il diritto-dovere del medico di fare ciò che è in suo potere per il migliore interesse del malato che ha in cura è un punto acquisito sul quale non si può transigere. Ciò concesso, è necessario considerare da una prospettiva più ampia e comprensiva i cambiamenti che la pratica della medicina deve affrontare.

La pressione dell’economia è destinata a darci una medicina più consapevole del costo della salute; ma non meno importante è ciò che avviene in profondità, dove si stanno modificando i legami tra la professione medica e la società, nonché il rapporto convenzionale tra medico e paziente. Solo la considerazione dell’insieme di tutti questi elementi, che agiscono in modo contestuale, ci dà la piena misura del processo di trasformazione che la medicina sta attraversando.

Il mandato accordato dalla società alla professione medica sta cambiando. Per dirlo con una metafora, il medico non è più considerato come «capitano della nave». Fino a una ventina di anni fa, l’immagine corrispondeva fedelmente alla realtà. Il medico era visto come responsabile in prima persona di ciò che succedeva nell’ambito della terapia, allo stesso modo di un capitano sulla sua nave. A questa suprema responsabilità corrispondeva una delega di autorità: il medico non doveva rispondere a nessuno della pratica della sua arte. Chiamare il medico a rendere conto del processo che lo conduce a una diagnosi e delle sue scelte terapeutiche era un’evenienza del tutto eccezionale. Tutt’ora nella nostra società ― diversamente da quanto avviene in quella americana ― la citazione di un medico davanti a un tribunale penale o civile con un’imputazione di «malpratice» è una procedura rarissima.

Molti fattori concomitanti stanno però portando al cambiamento di questo paradigma. Sicuramente non è estraneo allo spodestamento del medico dal ruolo di capitano lo sviluppo di nuove professioni sanitarie, che hanno progressivamente rimesso in discussione la centralità della funzione medica. Ma probabilmente non è esagerato affermare che niente incide in modo tanto profondo ed efficace nel rapporto tra i medici e la società quanto le regolazioni economiche dell’esercizio della professione sanitaria.

Nella nostra esperienza nazionale il cambiamento è avvenuto attraverso l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, col rischio, tante volte denunciato, di far assumere al medico l’atteggiamento burocratizzato del funzionario pubblico, permettendogli al tempo stesso la fuga nell’attività privata per la gratificazione economica.

In modo molto più clamoroso di quanto sia avvenuto da noi, le modifiche al sistema retributivo dei medici, legate al contenimento dei costi, stanno cambiando il rapporto tra medici e società, e la pratica stessa della medicina, nella società americana. Il contesto culturale e sociale non è lo stesso; non possiamo, perciò, omologare esperienze essenzialmente diverse. Tuttavia il caso americano è utile per individuare delle costanti comportamentali, generalizzabili in forza del loro valore esemplare.

Per capire lo sviluppo, va premessa un’annotazione generale relativa all’incidenza dei costi economici sulla cura della salute. Durante tutto lo sviluppo della medicina cha va dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni '70, i costi economici erano marginali nell’attenzione professionale dei medici ed estranei alle loro preoccupazioni morali. Quando, negli anni ’80, la rapida crescita delle spese sanitarie ha portato al diffondersi di misure di contenimento del costo della salute, i medici si sono trovati a giocare un ruolo centrale nelle allocazioni delle risorse: un ruolo per il quale non solo non erano preparati, ma che sentivano come antitetico rispetto agli obiettivi della loro professione.

Prima si consideravano liberi di offrire tutti gli interventi sanitari che potevano portare un beneficio al paziente, sapendo che il paziente stesso o

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una terza parte avrebbe coperto i costi. Il problema morale sorgeva eventualmente solo nei confronti di quei cittadini in cattive condizioni economiche che, non coperti da assicurazione o da altre forme di tutela sociale, non potevano accedere alle cure sanitarie di cui avevano bisogno (ed eventualmente in presenza di nuove tecnologie ― come la dialisi renale ― necessariamente inferiori di numero rispetto alle richieste, e quindi causa di situazioni conflittuali relative alla micro-allocazione delle risorse). Ma, in generale, si può affermare che il medico era estraneo ai problemi dell'economia sanitaria. L’abile mossa della politica sanitaria americana degli anni '80 è stata quella di introdurre i medici nelle conseguenze economiche delle loro decisioni di spesa. Le misure utilizzate per rendere i medici responsabili in senso economico hanno obbedito alle logiche sia del bastone che della carota, col ricorso cioè sia a controlli fiscali che a incentivi economici.

Le manovre di controllo dell’operato del medico, prevalenti negli Stati Uniti nel corso degli anni '70, hanno cercato di contenere i costi imponendo limitazioni sulla disponibilità di risorse e impartendo direttive sul loro uso. Si è avuta così una restrizione diretta di opzioni mediche (per esempio, il terzo pagante può escludere la copertura di certi servizi o interventi, come il trapianto cardiaco), oppure la richiesta di autorizzazioni preventive (l’ospedale può domandare al medico di sottomettere a una approvazione amministrativa il ricorso a terapie particolarmente costose).

Qualunque sia la sua efficacia dal punto di vista economico, questa via si è dimostrata praticabile solo in misura molto limitata. La sua debolezza consiste nel fatto che le autorità economiche sono chiamate a emettere giudizi essenzialmente medici. È facile rendersi conto che, compromettendo la libertà del medico, si minaccia al cuore l’esercizio della medicina e non si può più garantirne l’alto livello di qualità. Un’altra strategia, molto più efficace, adottata dalla sanità pubblica americana è stata quella di provocare il passaggio dal pagamento retrospettivo, corrisposto a medici e ospedali per le loro prestazioni sanitarie, a un finanziamento prospettico. Il pagamento è cioè correlato alla malattia, valutata secondo una media di trattamento e di spesa standardizzati. Il sistema di «perspective financing» noto come DRG («Diagnosis Related Groups», introdotto a livello federale per il programma «Medicare» nell’ottobre 1983) è la più conosciuta tra queste misure. L’ospedale che adotta il DRG viene rimborsato secondo la natura della malattia trattata. Ogni paziente viene collocato in una categoria tra le 468 previste, a seconda della diagnosi principale, diagnosi secondarie, complicazioni, età, sesso e altri fattori. La formula per calcolare il rimborso comprende anche la natura e l’ubicazione dell’ospedale. L’incentivo economico è molto chiaro: se il costo della cura è minore del rimborso, l’ospedale può intascare il profitto; se la cura è più costosa, l’ospedale ci rimette la differenza. Mentre, quindi, nel sistema di pagamento retrospettivo l'interesse dell'istituzione sanitaria è di fare il più possibile, in quelli a pagamento prospettico i rapporti si invertono: l’incentivo economico induce a offrire al paziente il meno possibile.

Si tratta del primo piano su vasta scala capace di modificare sostanzialmente il comportamento sia dei medici che degli ospedali. Esso non ha conseguenze solo nello stimolare l’inventiva finanziaria degli amministratori della sanità, ma influisce anche sul modo in cui vengono fornite le cure mediche. È un cambiamento che comporta notevoli conseguenze sul piano del rapporto medico-paziente e dell’etica relativa. Questa pressione sui medici per renderli responsabili del contenimento delle spese sanitarie ― dal momento che le loro decisioni circa quali pazienti ammettere in ospedale e per quanto tempo, quali prodotti e servizi offrire e a chi, determinano in modo decisivo la spesa ― modifica la fisionomia degli obblighi del medico nei confronti dei pazienti. Il nuovo ruolo che viene attribuito al medico non è più quello di avvocato del paziente; il sanitario viene piuttosto assimilato alla «terza parte», quella pagante, mossa da motivazioni che non sono unicamente quelle di provvedere il massimo benessere possibile per il singolo paziente.

Le nostre società ad alto sviluppo economico, dalla seconda guerra mondiale in poi, hanno mirato a offrire a tutti i cittadini la più alta qualità di cure mediche, senza riguardo al costo. Considerare come unico titolo all’assistenza il bisogno, indipendentemente da altri parametri, compresa la capacità di spesa, è stato un obiettivo di alto valore civile e morale. Ora queste stesse società si vedono costrette dalla spirale dei costi a restrizioni nell’uso di risorse mediche ordinarie: è un cambiamento grave, ma comprensibile e ancora tollerabile. Ciò che invece costituisce una fonte di grave perplessità è il coinvolgimento diretto dei medici in questa strategia economica, in quanto il loro ruolo tradizionale nei confronti della società e dei malati ne risulta modificato.

La gestione responsabile delle risorse è inconciliabile con il ruolo terapeutico del medico?

A questo punto può subentrare anche un insidioso conflitto di interessi personali del medico. Nel sistema di pagamento diretto, la tradizionale etica professionale del medico, che lo porta a servire gli interessi del paziente, si armonizza con il proprio interesse. Se il paziente riceve tutti gli interventi sanitari di cui la medicina è capace, compresi quelli che promettono

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benefici solo secondari, tutt’e due ne ricavano un vantaggio. Si possono giustificare anche interventi futili, purché portino un beneficio di qualsiasi genere. Riserve morali serie possono sorgere solo quando i medici, infrangendo il principio ippocratico del «primum non nocere», raccomandassero interventi che si rivelano completamente inutili o addirittura dannosi.

Ma quando il medico è incentivato a restringere il più possibile le prescrizioni, lo scenario cambia. Per nuocere al paziente, è sufficiente che il medico utilizzi il silenzio e gli sottragga informazioni. Se, per considerazioni di ordine economico, non menziona interventi o cure possibili, il paziente non può neppure prendere in considerazione l’eventualità di ascoltare il parere di un altro medico. Astenendosi daH'informare il paziente sui trattamenti terapeutici che sarebbero possibili per lui, ma appaiono sconsigliabili dal punto di vista del contenimento della spesa sanitaria, il medico infrange l’alleanza terapeutica con il paziente. A meno che non si immagini una comunicazione brutale di questo genere: «Un trapianto cardiaco sarebbe indicato nel suo caso, ma purtroppo la società non se lo può permettere!» L’introduzione di un nuovo sistema di retribuzione per medici e ospedali, attuato nella sanità pubblica americana, ci permette di intravedere, in termini estremistici e allarmanti, il possibile scollamento tra gli interessi delle istituzioni sanitarie e dei professionisti della sanità, e quelli dei malati. Ma per comprendere tutta la portata dei cambiamenti in atto nella pratica della medicina dobbiamo fare un passo ulteriore e considerare un’altra discrepanza, ancor più preoccupante: quella tra i valori del paziente e le potenzialità di intervento della medicina più avanzata.

La coincidenza tra gli obiettivi soggettivi dei pazienti e le capacità della medicina si è realizzata in modo armonioso nella storia recente durante lo sviluppo che la sanità ha conosciuto negli anni ’40 e '50. Le malattie paradigmatiche di quel periodo erano le affezioni infettive. Se il paziente aveva, per esempio, la polmonite ed esisteva un farmaco efficace come la penicillina per curare la malattia che avrebbe potuto condurlo a morte, l’azione medica si trovava circoscritta entro tre parametri ben definiti: la conoscenza clinica del medico, la volontà del paziente di ricevere il trattamento e l’intervento medico appropriato (che si può dire, relativamente parlando, di basso costo e di alta efficacia).

Lo scenario dei nostri anni vede invece come predominanti le malattie cardiovascolari, il cancro, le affezioni degenerative e croniche. Rispetto a queste malattie, i parametri sopra citati sono rimessi in discussione e la precaria armonia raggiunta nella generazione precedente è compromessa. Non esiste un consenso sugli interventi medici migliori. Non è più evidente che il paziente voglia ricevere ogni trattamento possibile, e forse neppure il trattamento standard, in quanto il suo punto di vista soggettivo, i suoi valori e le sue preferenze potrebbero essere in stridente contrasto con quanto gli viene proposto dalla prassi medica. E, infine, l’equazione tra costi ed efficacia dei trattamenti è sbilanciata a favore dei primi.

In pratica, perciò, la decisione clinica diventa molto più complessa, dovendo tenere in considerazione tutti questi elementi. Se nel trattamento di un caso di cancro bisogna procedere con un intervento chirurgico, o radiante, o con l’esposizione del paziente a una chemioterapia tossica, oppure è’preferibile rinunciare a qualsiasi intervento perché il beneficio del paziente è irrilevante rispetto ai costi umani o economici; quale trattamento, o astensione dal trattamento, sia più consono alle scelte di vita del paziente e favorisca maggiormente la sua autorealizzazione esistenziale sotto il segno dell'autonomia: tutte queste considerazioni, necessarie per fare oggi della «buona medicina», sviluppano un clima di incertezza che non concede sicurezze a priori. Il ricorso all’evidenza scientifica e tecnica non basta; la clinica di oggi richiede un coinvolgimento profondo nelle aspettative personali e nei valori soggettivi che le sostengono.

Il «meno» che contiene il «più»

Queste riflessioni relative al mutamento in corso nella pratica medica non costituiscono un diversivo rispetto ai problemi concreti di bilancio della sanità e di contenimento delle spese; ci offrono piuttosto lo sfondo che permette di intuire risposte che eccedono la dimensione economica. Lungi dal poter risolvere la situazione ricorrendo a un libro di cucina che ci dia delle ricette semplici di economia sanitaria, dobbiamo cominciare con l’ammettere la nostra inadeguatezza nello stabilire il valore medico degli interventi propri della medicina dei nostri giorni, considerando le molte variabili della condizione umana a cui la medicina si applica.

L’analisi più completa della situazione ci invia in due direzioni apparentemente opposte: un maggior ricorso alla tecnologia informatica e una rivalorizzazione del dialogo tra terapeuta e paziente. Circa l’efficacia delle misure diagnostiche e terapeutiche contenute nell’immenso arsenale della medicina moderna, il computer ci permetterà di fare il passo dalla conoscenza aneddotica, basata sull’esperienza personale, a una conoscenza scientifica effettivamente generalizzabile sull’efficacia del trattamento; nell’altro versante, la parola renderà possibile un diverso stile comunicativo, rispetto al «mondo del silenzio» che predomina ora nella relazione terapeutica.

Computer e ascolto del paziente; potenziamento della tecnologia per abbattere i costosissimi sprechi dovuti

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a conoscenze mediche ancora troppo imprecise, e tempo riservato al dialogo. Queste esigenze bizzarramente divergenti si incontrano nella pratica di una medicina rinnovata sulla base della centralità del paziente e sulla sua condivisione della responsabilità, non più riservata in modo esclusivo al capitano della nave».

La legittima preoccupazione di contenere i costi, pur essendo un problema nuovo e potenzialmente capace, come abbiamo visto, di trasformare la pratica della medicina, non è ancora il «cambiamento di paradigma» di cui la medicina dei nostri giorni ha bisogno. La grande innovazione è piuttosto la partecipazione del paziente al processo decisionale del medico (procedura estranea, di per sé, all'ethos della medicina di stampo paternalista), da ottenere mediante l’esercizio di una reale comunicazione. Un filo diretto sembra quindi legare le strategie di riduzione del costo della salute e l’esigenza che tra medici e pazienti circoli la parola, si instauri una vera comunicazione. La pur nobile concezione tradizionale, secondo cui l’alto profilo umanitario della medicina consiste In servizi resi disinteressatamente e «silenziosamente» al paziente, deve cedere la priorità alla convinzione, non meno tradizionale, del valore del dialogo tra gli esseri umani per giungere a una composizione soddisfacente di interessi divergenti. Anche quando a dialogare siano una persona malata e coloro che si prendono cura della sua salute.

Questa prospettiva ci permette di affermare che «il più» nel senso di interventismo terapeutico, di innovazione tecnologica e di investimento economico - non coincide sempre con «il meglio». Anzi, i problemi bioetici più acuti dei nostri giorni sembrano provenire più dall’eccesso che dalla carenza (si vedano le situazioni etichettate come «accanimento terapeutico» e le richieste di limiti all’interventismo medico in nome della volontà soggettiva di conservare la dignità umana anche nella fase terminale della vita).

Se «il più» non equivale, quindi, al meglio, «il meno» non corrisponde necessaria-mente al peggio (in sanità come in altri ambiti: anche nell’estetica, secondo il principio stabilito dall’architettura funzionale di Mies Van der Rohde, il meno contiene il più»...). Molti pazienti riceveranno benefici se la pressione esercitata dal contenimento dei costi limiterà gli interventi non necessari, ridurrà i danni iatrogeni ― cioè provocati dalla medicina stessa ― e punterà più sulla qualità della cura, che equivale spesso a un prezzo minore. Paradossalmente, le richieste più vive di rinnovamento della pratica medica attuale in termini umanistici ― dalla medicina palliativa alle cure domiciliari ― sono relativamente a minor costo e a più alta gratificazione del malato. L’attenzione alla qualità delle cure, correlata all’interesse per la qualità della vita, si rivela pagante non solo in termini umanitari, ma anche economici.

«La professione medica» ― secondo la filosofa americana Haavi Morrein ― «ha messo molto impegno nel cercare quali nuove cose i medici dovevano fare ai propri pazienti. Ora chiediamo solo che comincino a cercare, con lo stesso impegno, quali cose non hanno bisogno di fare.» Il medico non ha bisogno di promettere al paziente di fare «qualsiasi cosa», per promettere di fare il suo meglio. Purché la scelta del «giusto mezzo», tra il troppo e il troppo poco, sia il risultato di una ricerca comune. L’individuazione di quel «meno» che contiene anche «il più», e coincide quindi con «il meglio», si può ottenere solo mediante una migliore transazione con il paziente, entro il paradigma fondamentale di una medicina del dialogo.

A queste condizioni, possiamo affermare che una medicina più consapevole dei costi può andare, in ultima analisi, a beneficio del paziente. Le sfide morali al contenimento della spesa sanitaria si rivelano convergenti rispetto alle sole spinte economiche, e probabilmente più decisive nel conseguire il risultato di cambiare quanto di irragionevole e di ingiusto esiste attualmente nella pratica della medicina.

Etica e management

Book Cover: Etica e management
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

ETICA E MANAGEMENT

in Qualità in sanità: etica e management

Atti XII Congresso FARE

Viterbo, 9-12 ottobre 1996

pp. 8-15

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1. Il processo di cambiamento nella sanità italiana: rischi e opportunità.

Per la sanità italiana è suonata l’ora del cambiamento. Un cambiamento reso inevitabile dal collasso economico del Servizio Sanitario Nazionale; ma anche auspicabile per invertire la tendenza alla disaffezione verso un sistema pubblico ormai correntemente etichettato come “malasanità”. Oltre che, come una dolorosa necessità, il cambiamento, che la crisi rende necessario, può anche essere visto come un’occasione da sfruttare con intelligenza, per cambiare il volto della nostra sanità. Questa è la prospettiva, del resto, fatta propria dal Piano Sanitario Nazionale per il triennio 1994/1996. Tra gli obiettivi del piano, infatti, troviamo proprio l’indicazione di una opportunità di cambiamento radicale: “la necessità di ripensare a fondo il profilo stesso di un programma sanitario per il Paese si presenta come una straordinaria opportunità per ridefinire il progetto di civiltà, che è l’obiettivo di una politica della salute. Per anni si è pensato che la promozione della salute richiedesse solo nuovi investimenti in tecnologie, strutture e personale sanitario, nella fiducia di ottenere solo da tale impegno un migliore livello di salute. L’inversione di rotta, cui il momento attuale costringe, punta a un miglioramento che si sviluppa sotto il segno della quantità. La pressione della scarsità delle risorse orienta a immaginare un servizio alla salute che accetti in senso positivo la sfida dell’autolimitazione. Gli slogan che riassumono presso il grande pubblico il riordino in atto nel nostro sistema sanitario ruotano intorno alla aziendalizzazione e al ruolo attivo svolto dai manager nella condizione delle aziende sanitarie. Ospedali-aziende e medici-manager: due fantasmi più adatti a creare equivoci che a ricondurre il progetto di riordino a quella solida progettazione normativa che sta alla sua base. La conduzione aziendale delle istituzioni che erogano servizi sanitari viene così associata a una ricerca di profitti a ogni costo. È naturale sollevare obiezioni in nome dell’etica: la salute non può essere trattata come una merce, né i servizi sanitari sottoposti alle leggi del mercato, regolato dalla

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domanda e dall’offerta.

Avviene molto raramente, invece, che il termine “azienda” applicato all’organizzazione del servizio sanitario, invece che al profitto e all’interesse della proprietà, induca associazioni mentali positive, quali:

●  una sana attenzione ai vincoli economici, che porti a identificare ed eliminare gli sprechi;

●un senso di appartenenza tra tutti coloro che operano nell’azienda, nato dalla consapevolezza che l’obiettivo (in questo caso: servizi alla salute efficaci, che producano dei pazienti/clienti soddisfatti) richiede l’interdipendenza di tutti coloro che lavorano nell’azienda;

● lo sviluppo di una “mission” comune (quella che la Carta dei servizi pubblici sanitari formula come: “fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti”);

● una nuova cultura organizzativa, che premi la creatività nella ricerca di soluzioni che abbinino economia ed etica, efficacia, efficienza e qualità percepita;

● nuove regole fra strutture che erogano servizi sanitari e popolazione, tra professionisti e dirigenza, un nuovo equilibrio ― in breve ― tra diritti e doveri di tutti.

●Finché l’evocazione dell’azienda non ci porterà ad associare questi obiettivi, l’aziendalizzazione della sanità sarà osteggiata da coloro che vedano nel progetto una minaccia per i valori sui quali la medicina tradizionalmente si regge.

Non minori sono gli equivoci generati dal termine manager. A cominciare da quelli semantici. Come ci ricorda Beppe Severgnini, un “italiano con la valigia” che viaggiando ha imparato a conoscere gli strani destini delle parole: “Manager non vuol dire alto dirigente” (che si dice executive); in Inghilterra si può essere manager di un negozio di bottoni” (Severgnini, 1992, p. 22). Ma in Italia il manager, identificato come il non plus ultra del sapere organizzativo, viene perlopiù sentito come lontano dal livello decisionale di chi, come medico, sta in prima linea sul fronte operativo.

La sanità in mano ai manager suona come un’ulteriore espropriazione, mentre il senso del riordino in atto nella sanità è proprio il contrario: riportare l’accento sulla centralità dei decisori finali nelle scelte, per avere un sistema sanitario che garantisca non solo efficacia e qualità, ma anche efficienza ed equità distributiva.

Bisogna riconoscere che i fraintendimenti sono favoriti da espressioni poco meditate. Quando, ad esempio, capita di imbattersi in frasi quali: “Obiettivo fondamentale del progetto “medico-manager” deve essere quello di mettere il primario in condizione di gestire il proprio “business”; oppure: “Il primo passo da compiere è quello di costruire un modello di riferimento ― basato su componenti sia di efficienza sociosanitaria sia di efficienza economica ― il cui obiettivo sia rappresentato dall’equilibrio socio-economico” (Benardon, 1994, p. 52), la reazione di rifiuto dei medici più consapevoli del loro mandato ― “Medico-manager? No, grazie” ― appare pienamente giustificata. Se invece di lasciarci guidare dagli slogan cercassimo di ricostruire i grandi tratti della congiuntura culturale in cui nasce il progetto di riordino della nostra sanità, individueremo in primo luogo la necessità di rendere più europea la nostra amministrazione, ponendo gli uffici pubblici al servizio degli utenti. Secondo l’analisi autorevole di Sabino Cassese, il ministro della funzione pubblica che nel governo Ciampi ha coraggiosamente affrontato la questione amministrativa, “la sfiducia nelle istituzioni che ha aperto la quinta fase costituzionale dell’Italia unita, dopo quella oligarchica (dall’unità alla fine del secolo scorso), quella liberaldemocratica

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(dall’inizio del secolo al 1922), quella fascista (1922-1943) e quella democratica (1943-1994), non si deve solo ai pessimi voti raccolti dai partiti che sono scomparsi, ma anche alla brutta pagella dell’amministrazione italiana” (Cassese, 1994, p. 275). La questione amministrativa, fino all’aprile 1993, attirava scarsa attenzione. Non che l’inefficienza dell’amministrazione non fosse percepita dal pubblico, ma la politica mostrava disinteresse verso l’amministrazione: “Come tutto ciò che non interessa, il funzionamento dell’amministrazione rimaneva affidato alla buona volontà di poche persone. Si può dire che l’amministrazione era lasciata esistere(...). Proprio perché staccata dalla società, l’amministrazione era introflessa, poco attenta a quello che accadeva intorno, alle esigenze degli utenti”. (Cassese, ibi). L’inversione di tendenza consisteva nel puntare a un’amministrazione al servizio del cittadino e degli utenti, consumer oriented, operante non solo nell’interesse pubblico, ma nell’interesse del pubblico. L’impulso che il breve ma deciso ministero di Sabino Cassese imprimeva alla amministrazione pubblica in Italia intendeva far allineare il nostro paese con le riforme amministrative già in atto negli stati Uniti d’America (decisivo è stato, a questo proposito, il rapporto a cui è stato attribuito il programmatico “Reinventare il governo. In che modo lo spirito aziendale sta trasformando il settore pubblico”: Osborne, Gaebler, 1992), nel Regno Unito (in particolare con i controlli di efficienza e la “Carta dei cittadini”) e in Francia (Cassese, 1994 b). L’operazione di ridare sovranità agli utenti non poteva coinvolgere in modo prioritario la sanità, uno dei pubblici servizi erogati dallo stato di maggiore importanza nella lista delle priorità.

Un secondo tratto del rivolgimento culturale nel quale va collocato il riordino della sanità in atto nella nostra società è la fine, voluta e prevista, di quella vistosa degenerazione che il sistema pubblico di erogazione delle cure ha subito progressivamente, dopo l’introduzione della riforma sanitaria della 833 nel 1978, ad opera dei partiti politici. Gli osservatori della sanità non avevano difficoltà a denunciare senza mezzi termini la situazione come patologica: “La politica ha prestato alla sanità i suoi uomini, il simbolismo della sua parola ― nella versione più fatua, quella caratterizzata da logorrea e vacuità ― e, purtroppo, il più importante dei suoi vizi: il clientelismo” (Di Michele, 1993, p. 116). Il progetto originario sottostante alla riforma sanitaria e all’introduzione del Ssn è stato deviato, dando origine alla sanità dei partiti.

L’invasione dei politici sulla scena della sanità è stata qualificata da voci autorevoli come una colonizzazione. Il processo correttivo per riportare la sanità alla sua originaria vocazione equivale, quindi, a una “decolonizzazione”. Il senso metaforico di questa parola esprime con sufficiente chiarezza il bisogno di fare piazza pulita con personaggi che nella sanità si sono comportati come funzionari coloniali nelle terre occupate. Ma il riferimento alla decolonizzazione, intesa come un processo culturale, può essere interpretato in modo molto più proprio di quanto è concesso a una metafora. Sulla decolonizzazione si è dovuto riflettere intensamente quando, circa tre decenni fa, sono giunti al tramonto degli ultimi regimi coloniali. Agli inizi degli anni sessanta il libro di Frantz Fanon, i dannati della terra costituiva la lettura d’obbligo degli intellettuali progressisti. Fanon, psichiatra e politico, era arrivato alla conclusione che la colonizzazione non cessa automaticamente il giorno in cui si dichiara l’indipendenza politica

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di un paese. Cambia il regime, ma le strutture più profonde che reggono il modo di pensare e di comportarsi rimangono le stesse. Con la sua solita abilità a fornire formule trasparenti, Jean Paul Sartre riconduceva il tema della decolonizzazione a una questione psicopatologica: “L’indigenato è una nevrosi introdotta e mantenuta dal colono nei colonizzati con il loro consenso” (Fanon, 1962, p. XVII).

Non sembri sproporzionato mettere in rapporto questi processi con quello che avviene nella sanità in Italia. Se è vero che il sistema sanitario è stato colonizzato dal lato peggiore della politica, è ipotizzabile che nei sanitari si riscontrino le deformazioni tipiche dei coloni. Come tratti caratteristici della nevrosi del colonizzato si possono menzionare la propensione al lamento sterile, l’autodenigrazione, le recriminazioni velleitarie e l’impressione di essere straniero a casa propria.

● La decolonizzazione è effettiva solo quando i coloni si liberano dalle strutture mentali che hanno interiorizzato. Per i professionisti sanitari ciò implica l’abbandono di quella impotenza consensuale ― anche se opera a livello inconscio, come tutte le nevrosi ― che porta ad attendere la soluzione dei problemi dal di fuori: dai politici e dagli amministratori. La quintessenza di questo processo di decolonizzazione è la rinuncia da parte di chi lavora professionalmente in medicina alla condizione psicologica di indigeno e la riapprovazione del ruolo che gli compete nella gestione quotidiana del sistema di somministrazione delle cure. Questa è, ricondotta all’istanza di fondo che la regge, la svolta verso la managerialità con cui si intende rispondere ai mali della nostra sanità.

La terza dimensione del cambiamento generale che giustifica l’adozione dello stile “azienda” in sanità è quella relativa all’etica. La somministrazione di cure sanitarie si è sempre ispirata al rispetto di alcuni valori, comprendendosi quindi come attività eminentemente etica.

Ma i valori di riferimento si sono modificati. Il modo tradizionale di concepire il ruolo del medico correlava la sua attività unicamente al valore della salute da riconquistare o da promuovere. Il sanitario nelle sue decisioni aveva un solo vincolo: lasciarsi guidare dalla considerazione del bene del malato. Al medico del cancelliere Bismarck è stata attribuita la frase che sintetizzava quell’ideale: “Quando io curo un malato, siamo io e lui soli su un’isola deserta”. Fare tutto il possibile per guarire il malato che aveva davanti: gli obblighi morali del medico erano circoscritti da questo imperativo dell’etica medica. Anche nell’altra scuola che si è sviluppata dal ceppo della tradizione ippocratica, la medicina omeopatica, i doveri del medico sono stati modulati unicamente sull’attività terapeutica. Il primo paragrafo dell’Organon dell’arte di guarire di Hahnemann (1993) si apre con la dichiarazione perentoria: “L’unico compito del medico guarire presto, dolcemente, durevolmente”. L’estraneità del medico a considerazioni di ordine sociale ed economico, come il contenimento dei costi e l’eliminazione degli sprechi, è stata ulteriormente aggravata dalla socializzazione delle cure sanitarie nell’ambito dei vari programmi di welfare state. La presenza di un terzo pagante ― la mutua, il Servizio sanitario nazionale ― ha dispensato sempre più il medico dal gestire le risorse secondo criteri di economicità e di equità. L’innovazione culturale in corso ci dice che quell’epoca deve essere considerata come definitivamente tramontata. L’adozione dello stile azienda non abolisce i vincoli tradizionali dell’etica e dell’attività del medico: semplicemente, ne allarga l’orizzonte,

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includendovi altri riferimenti.

La qualità etica e quella economica nell’erogazione delle cure sanitarie si implicano reciprocamente. Chi teme che l’interesse a soddisfare ( e quindi a conservarsi) il paziente-cliente dell’azienda sanitaria possa svuotare di contenuto morale la pratica della medicina, può tranquillizzarsi. Anche le imprese che pur tendono ai profitti devono fare i conti con le esigenze dell’etica (è nata anche una rivista specifica “Etica e affari”, epigona di altre da tempo fiorenti in ambiente anglosassone). Il confronto con l’etica è tanto più necessario per aziende di servizio, e di servizio pubblico. La soddisfazione del cliente, ottenuta in qualsiasi modo, non può essere un imperativo assoluto. Prima di tutto, perché un paziente soddisfatto, ma imbrogliato, si vendica. In sanità le bugie hanno le gambe particolarmente corte e sarà sempre più difficile, con la maggiore informazione in materia di salute, aver pazienti soddisfatti se quello che è stato offerto non ha risposto alle loro legittime attese. Inoltre in medicina ci sono obblighi morali che vincolano comunque, indipendentemente dalla soddisfazione del paziente.

Questi obblighi morali, che nella tradizione filosofica dell’occidente costituiscono l’“etica del minimo”,"sono principalmente due: non procurare danno a nessuno (il “primum non nocere” ippocratico) e trattare tutte le persone con uguale considerazione e rispetto. L’etica dovrà vigilare affinché la soddisfazione del paziente vada di pari passo con le esigenze morali minime, che tutti riconoscono come inderogabili. Nei tempi lunghi, quindi, il successo sarà di chi ha come obiettivo non il paziente a ogni costo soddisfatto, ma il paziente “giustamente” soddisfatto.

2. Qualità, soddisfazione ed etica

Le tematiche attuali relative alla qualità delle prestazioni sanitarie, così come è percepita dal paziente, che è il loro destinatario, sono in parte nuove e in parte tradizionali. La novità risalta soprattutto se i confrontiamo i diversi contesti in cui tali tematiche si collocano. Tradizionalmente la preoccupazione per la qualità è stata legata al dibattito sulla centralità del paziente nel sistema delle cure. Un sinonimo di tale prospettiva era l’"umanizzazione” della medicina. Fino a poco tempo fa l’umanizzazione dell’ospedale e della sanità è stata una tematica prevalentemente religiosa. Nasceva dalla preoccupazione di riversare nel sistema delle cure quel coinvolgimento profondo tra due esseri umani che è proprio di chi vede nell’assistenza al fratello malato una delle realizzazioni più trasparenti dell’ideale evangelico. In questa prospettiva le cure più umanizzate erano quelle che maggiormente si avvicinavano al modello del “buon samaritano”.

Ma l’ispirazione religiosa non era esclusiva. Anche la medicina sviluppatasi nel solco della tradizione ippocratica conosceva e intendeva promuovere una “alleanza terapeutica” tra medico e paziente. Il significato dei richiami all’umanizzazione della medicina nati in questo orizzonte era soprattutto quello di opporre una barriera alla spersonalizzazione dei rapporti, al prevalere della dimensione tecnica e burocratica, a scapito della calda corrente di sentimenti tra professionisti dell’arte terapeutica e i pazienti. Rimaneva, tuttavia, proprio di questa impostazione un riferimento alle intenzioni e motivazioni dell’operatore sanitario, quale caratteristica di una medicina “umanizzata”.

Al momento attuale il discorso sull’umanizzazione in sanità è al centro del dibattito, ma promosso da altre istanze.

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Intanto, c’è da segnalare che per la prima volta il disegno normativo dello Stato ha introdotto esplicitamente “la personalizzazione e l’umanizzazione dell’assistenza”, nonché il diritto all’informazione e alle prestazioni alberghiere, tra gli obiettivi del servizio sanitario offerto ai cittadini (cfr. D.L. 517/1993, art. 14).

Negli ultimi anni è andata inoltre crescendo l’attenzione al fatto che i servizi sanitari si iscrivono dentro la logica di un servizio pubblico e devono perciò essere ispirati ai valori che sono costitutivi della buona amministrazione. L’inversione di tendenza consiste nel puntare ad una amministrazione che sia al servizio del cittadino e degli utenti (consumer oriented), operante non solo nell’interesse pubblico, ma orientata all’interesse del pubblico. È significativo che il primo documento ufficiale di questa nuova stagione del servizio pubblico sia proprio la “Carta dei servizi pubblici sanitari”.

Destinata a tracciare le nuove regole per i rapporti tra i cittadini e le amministrazioni. L’idea ispiratrice è che i servizi sanitari, se vogliono orientare la loro attività verso la “missione” che è loro propria ― fornire, cioè, un servizio di buona qualità ai cittadini utenti ― devono assegnare un ruolo forte ai cittadini nell’orientare le loro scelte. La qualità ― in altre parole ― presuppone l’ascolto del paziente, in modo che questi sia messo in grado di partecipare alle decisioni medico-sanitarie che lo riguardano non solo in base ai suoi bisogni somatici, ma i anche delle sue aspettative, preferenze morali, orientamenti di vita. L’attenzione alla qualità così come la percepisce e la valuta il paziente si modifica passando dal contesto dell’umanizzazione a quello della buona gestione. Da mobilitazione di buoni sentimenti o mozione degli affetti diventa una strategia gestionale che la sanità deve adottare, se vuole assumere lo “stile” di un’azienda (cfr. L’arco di Giano, n. 7, 1995: “Lo stile azienda in sanità”).

Se il malato, in una concezione moderna della sanità, è un cittadino che rivendica l’assistenza in forza di diritti acquisiti, e non in nome della carità o della filantropia degli operatori, nell’epoca post-moderna deve essere considerato come un “cliente”. Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto. Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la sopravvivenza dell’azienda sanitaria. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all’altra, si porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell’azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un’ altra struttura, l’azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere poi una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell’azienda (che viene poi a coincidere con l’interesse a conservare il proprio posto di lavoro...).

Il modello della qualità della prestazione medica che si impone in epoca di ottimizzazione nell’uso delle risorse proprio di una sanità che si prefigge uno stile “aziendale”, è particolarmente insidioso. Quando portiamo nella sanità lo stile azienda e consideriamo il rapporto con il paziente come cliente dobbiamo essere consapevoli che abbiamo anche messo le premesse per affossare valori importantissimi che ci sono stati trasmessi in 25 secoli di medicina, come l’orientamento del bene del paziente. Promuovendo il paziente-cliente, non dobbiamo dimenticare che la soddisfazione del paziente non è un imperativo assoluto, sciolto cioè

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da vincoli morali. Qualsiasi azienda, ma soprattutto l’azienda sanitaria, deve essere sottoposta alle esigenze dell’etica. Il paziente non va soddisfatto in qualsiasi modo, ma solo in modo giusto. Un supporto sistematico per visualizzare i problemi della soddisfazione in rapporto con le esigenze dell’etica può essere fornito da uno schema: Il quadrilatero della soddisfazione

GIUSTAMENTE

SODDISFATTO

GIUSTAMENTE

INSODDISFATTO

INGIUSTAMENTE

SODDISFATTO

INGIUSTAMENTE

INSODDISFATTO

Le ragioni dell’insoddisfazione possono avere diverso significato e diverso peso. È ovviamente insoddisfatto il paziente a cui, per incuria o incompetenza, non sia stato diagnosticato e trattato il suo male: egli ha diritto che, secondo il modello dell’etica medica, sia messo in atto tutto ciò che gli procura il beneficio che è autorizzato ad aspettarsi. Ma sarà insoddisfatto anche il paziente diabetico ― per fare un esempio ― che venga “messo a insulina” d’autorità, senza che gli sia spiegato il significato e la necessità della decisione terapeutica, i vantaggi che ne ricava e le esigenze di “compliance”.

Lo stile autoritario o paternalistico non è più accettabile in epoca moderna e lascia i malati insoddisfatti, quand’anche le decisioni prese mirassero al loro bene. La soddisfazione del paziente non può diventare un assoluto, ma va confrontata con alcune esigenze imprescindibili, in base alle quali possiamo dire che il paziente è giustamente soddisfatto. La prima e più fondamentale condizione per stabilire se la soddisfazione soggettiva del paziente sia giusta o ingiusta è che questa sia giustificabile dal punto di vista del sapere che è proprio del professionista. La soddisfazione del paziente si deve misurare, se vogliamo che si realizzi una giusta soddisfazione, con i criteri della scientificità. La coscienza del sanitario deve vigilare perché sia rispettato il primo imperativo etico dell’arte medica: “Primum non nocere”. Non si può e non si deve arrecare un danno, anche se questo, paradossalmente, comportasse la soddisfazione del paziente.

I modi di ottenere una soddisfazione ingiusta possono essere molti. Alcuni a danno del paziente (si può arrivare anche a dargli delle informazioni inesatte, fino al vero e proprio imbroglio), altri a danno di terzi. È chiaro che il paziente a cui, per privilegio, si fa saltare la lista d’attesa è soddisfatto, ma è ingiustamente soddisfatto se consideriamo le esigenze di equità. In questo caso è danneggiato chi è in lista d’attesa per ottenere la stessa prestazione sanitaria. Ma il danno può ricadere su tutta la comunità: pensiamo, per esempio, ai falsi certificati di invalidità (che pure hanno prodotto molta soddisfazione in coloro che li hanno ricevuti....).

Se la soddisfazione non è l’ultimo criterio di qualità, ma va piuttosto misurata con le esigenze dell’etica, la stessa cosa possiamo dire dell’insoddisfazione. Ci sono casi in cui il paziente è ingiustamente insoddisfatto. Questo è il caso del paziente che va dal medico

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di medicina generale con la sua richiesta di un farmaco (magari quello che ha fatto tanto bene al vicino o di cui si parla di più), oppure vuole un trattamento di compiacenza. Se questo paziente non viene soddisfatto, cioè gli si nega ciò che richiede in modo illegittimo, allora è ingiustamente insoddisfatto.

La prospettiva interessante che apre il “quadrilatero della soddisfazione” è quella di proporre una visione dinamica dell’etica. Troppo spesso identifichiamo l’etica con una istanza che giudica i comportamenti. Il nostro modo di vedere l’etica cambia se, tenendo a mente il quadrilatero della soddisfazione, ci domandiamo: quale intervento dobbiamo mettere in atto affinché un paziente,che nel grafico si trova in un quadrante inferiore, passi in uno superiore? L’obiettivo ideale è che si collochi nel primo a sinistra, tra coloro che sono giustamente soddisfatti. Ma se ciò non è possibile, almeno nel secondo, vale a dire che il paziente sia giustamente insoddisfatto (questa possibilità di una soddisfazione insanabile ci libera da un complesso di onnipotenza: non possiamo far sì che tutti siano soddisfatti, ma possiamo evitare almeno che lo siano ingiustamente...).

L’etica ci appare così uno strumento operativo: ci stimola a fare qualcosa per modificare una situazione. L’etica è essenzialmente un insieme di interventi dinamici, tesi a un risultato. La qualità dell’intervento sanitario, infine, sta nella sua capacità di integrare i diversi elementi: ciò che la scienza medica ritiene assodato e raccomandabile (da questo punto di vista non si potrà mai accettare in medicina una logica del cliente che ha sempre ragione...), ciò che è conciliabile con le esigenze dei diritti umani e con l’autodeterminazione del paziente, e infine ciò che promana dall’orizzonte dell’ottimizzazione delle risorse che inaugura l’era delle aziende sanitarie.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Bernardon R., Il medico manager, Il Sole 24 Ore, Libri, Milano, 1994.

Cassese S., La riforma amministrativa all'inizio della quinta Costituzione dell'Italia unita, in Il Foro italiano, maggio 1994, pp. 250-271.

Cassese S., Aggiornamenti sulla riforma amministrativa negli Stati Uniti d'America, nel Regno Unito e in Francia, in Il Corriere giuridico, 8 agosto 1994, pp. 1029-1039.

Di Michele N., Politiche sociali, in L'Arco di Giano, I, 1993, pp. 113-119.

Fanon F., I dannati della terra, introduzione di Jean-Paul Sartre, Einaudi, Torino, 1962.

Hahnemann S., Organon dell'arte di guarire, ed. Simoh, Roma, 1993.

Osborne D., Gaebber T., Reinventing Government. How the entrepreneurial spirit is transforming the public sector, Haddles-Wesley, Reading Mass, 1992.

Severgnini B., L'inglese. Lezioni semiserie, Rizzoli, Milano, 1992.

Salute oggettiva, salute percepita e benessere

Book Cover: Salute oggettiva, salute percepita e benessere
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

SALUTE OGGETTIVA, SALUTE PERCEPITA E BENESSERE

in Prospettive Sociali e Sanitarie

anno XXV, 9/95, 15 maggio 1995, pp. 1-4

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Nei giorni 21-22 marzo 1995 si è tenuto a Roma il convegno nazionale “La salute degli anziani in Italia". Il Convegno, nato da un’iniziativa congiunta dell’ISTAT e del CNR, Progetto Finalizzato Invecchiamento e Istituto di Ricerche sulla Popolazione, ha confrontato i dati sulla “salute oggettiva” degli anziani raccolti da varie équipes mediche nell’ambito del Progetto Finalizzato Invecchiamento (studio epidemiologico longitudinale ILSA), e dati sulla “salute soggettiva e salute percepita”, raccolti con le ricorrenti indagini ISTAT. In apertura di convegno il prof. Sandro Spinsanti ha svolto delle considerazioni metodologiche su “Salute oggettiva, salute percepita e benessere”. Riproduciamo la relazione, che sarà successivamente pubblicata negli atti ufficiali del convegno.

Un convegno dedicato a misurare la salute degli anziani in Italia: potrebbe sembrare un’impresa che nasce sotto il segno della dismisura e della presunzione, quel peccato dello spirito che gli antichi greci chiamavano hybris. Possiamo invece affrontare con la relativa serenità d’animo questi temi, perché abbiamo alle spalle l’epidemiologia, una disciplina consolidata e con tutte le carte in regola nei confronti dell’epistemologia. Sappiamo che quanto siamo in grado di dire sulla salute degli anziani è un sapere certo e abbiamo la capacita di difenderne la fondatezza.

Lo storico della medicina Mirko Grmek ha ricostruito in modo esemplare il percorso che ha portato l’epidemiologia nel corso del XX° secolo a mutare radicalmente, ampliando il suo campo d’azione e ridefinendo i suoi compiti. “Essa è passata dall’ambito delle epidemie in senso stretto, cioè delle malattie infettive che colpiscono nello stesso tempo e nella stessa località un numero rilevante di soggetti, a quello delle malattie non contagiose, per interessarsi sempre più degli stati al confine fra normalità e patologia. Attualmente il suo scopo è quello di registrare e sottoporre ad analisi statistiche tutti i fenomeni di morbilità che si manifestano in una popolazione. Oggi quindi gli epidemiologi si sforzano di misurare nel modo più preciso possibile la morbilità in tutti i suoi aspetti”.

Proprio perché può appoggiarsi sulla epidemiologia più sofisticata, il Progetto Finalizzato Invecchiamento è in grado di presentare alla discussione risultati di ricerche che presumono di sapere non solo “come si sentono” gli anziani in Italia, ma, in senso oggettivo, “come stanno”. Per giungere a questi risultati l’epidemiologia ha dovuto affrontare e risolvere problemi concettuali e metodologici di grande peso, che sarebbe fuori luogo ripercorrere qui. Mi limiterò a due flash, quasi in senso letterale, in quanto consistono in due grafici che visualizzano alcuni nodi teorici.

Jénicek e Cléroux (Epidémiologie. Principes, techniques, applications, 1982) hanno proposto un grafico che illustra la variabilità del profilo sanitario in funzione dei diversi modi di percepire la morbilità (Fig. 1). Quando l’epidemiologia ha assunto la morbilità, piuttosto che la mortalità, come indice dello stato sanitario di una popolazione, ha operato un cambiamento decisivo per la disciplina. Ma allo stesso tempo si è molto complicato il suo lavoro. Il decesso è un avvenimento che si verifica, salvo rare eccezioni, in modo indiscutibile, limitato nel tempo e, dal punto di vista della statistica, senza equivoci. La malattia, invece, è un fenomeno biologico molto complesso, che resiste a una chiara concettualizzazione, univoca e costante, e a una registrazione esauriente. I tassi di morbilità non sono gli stessi se ci si occupa della malattia come viene vissuta dai malati o come viene considerata da chi assiste il malato, oppure della malattia quale viene effettivamente diagnosticata dai medici sui pazienti, dalle équipes di ricerca su campioni di popolazione (come hanno fatto i ricercatori dello studio ILSA sui 5.623 anziani della ricerca promossa dal CNR), o dai patologi sui cadaveri.

La morbilità registrata, così come compare nelle statistiche, è solo una frazione della morbilità reale: la si può paragonare alla parte visibile di un iceberg. Oppure a una cipolla (Fig.2). Non oserei ricorrere a un’immagine così scanzonata se non fosse già stata proposta da seri studiosi (Imhof e Larsen, Sozialgeschichte der Medizin, 1976). L’immagine mostra la diminuzione del numero reale di malati quando si passa dalla semplice indisposizione alla consultazione medica, all’ospedalizzazione e infine alla morte. Quando si valutano i dati in cifre della morbilità, bisogna considerare quale strato di questa “cipolla” viene preso in esame.

Come regola generale sono registrati con approssimazione soddisfacente soltanto i due strati interni. Una malattia cronica, che indebolisce senza uccidere, può rappresentare un problema medico e sociale più importante di una malattia acuta, di breve durata e quasi sempre fatale; ma la statistica della morbilità darà più peso a quest’ultima, che è più “visibile” attraverso la documentazione di base. Esiste ovviamente una morbilità “oggettiva”, senza sintomi clinici, la cui ampiezza supera quella della morbilità dovuta a malattie sentite come disturbo funzionale dalle persone colpite. La statistica generale della morbilità non la tiene in considerazione, ma essa può diventare oggetto di speciali inchieste epidemiologiche, realizzate

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attraverso il dépistage sistematico all’interno di una collettività. È quanto si è proposto e ha realizzato il Progetto Finalizzato Invecchiamento, i cui risultati saranno presentati in esteso in questo convegno. Lo studio si è proposto, con un impegno fuori dell’ordinario, di misurare correttamente la faccia nascosta della morbilità totale della fascia anziana della popolazione, andando a scovare sistematicamente i disturbi che non vengono portati se non sporadicamente all’attenzione del medico. Possiamo salutarlo, senza retorica, come un punto d’arrivo dell’epidemiologia contemporanea. Di questo studio, e dell’epidemiologia che esso presuppone, possiamo a giusta ragione essere fieri.

La salute oggettiva: un “trionfo della medicina”?

Studi longitudinali come l’ILSA ci pongono su un piano di indagine in cui i fatti patologici sono rilevati in modo oggettivo, misurati con apparecchiature, quantificati e comparati. Dobbiamo riconoscervi un “trionfo della medicina”? Mettiamo tra virgolette questa espressione perché intendiamo riferirci all’uso che ne è stato fatto da uno scrittore francese, già molti decenni fa. Il riferimento è ovviamente a Jules Romanis e alla sua commedia Knock, o il trionfo della medicina. Andata in scena per la prima volta nel 1923, non ha cessato di godere un successo di cartellone ininterrotto (almeno in Francia). Ne è stata fatta anche una riuscita versione cinematografica, con Jouvet nel ruolo del protagonista. La pièce descrive il “trionfo della medicina”, ad opera del dottor Knock, in un paese di provincia, Saint-Maurice. Knock è guidato da un’idea, quella che aveva sostenuto come tesi di dottorato in medicina: “Sì, trentadue pagine in ottavo: Sui pretesi stati di salute, con questa epigrafe, che ho attribuito a Claude Bernard: I sani sono dei malati che si ignorano”.

All’inizio della pièce il dott. Knock rileva la condotta medica dal vecchio dott. Parpalaid, che la lascia ben volentieri per andare ad aprire uno studio in città. Il dott. Knock fa, informalmente, un’inchiesta epidemiologica presso il collega. Lo interroga sulla morbilità e mortalità della regione, e sulle possibilità di farsi una buona clientela. Il paese è pieno di “reumatizzanti”, ma il dott. Knock non deve farsi illusioni. Gli spiega il dott. Parpalaid: “Alla gente di qui non verrebbe in mente di andare da un medico per un reumatismo, così come voi non andreste dal parroco per far piovere”. Quanto alle polmoniti e alle pleuriti ― prosegue il vecchio medico ― sono rare: “Il clima è rude. Tutti i neonati cagionevoli muoiono nei primi sei mesi, senza che il medico debba intervenire, beninteso. Quelli che sopravvivono sono dei fusti robustissimi. Tuttavia abbiamo degli apoplettici e dei cardiaci. Ma non ne hanno il minimo sospetto e muoiono d’un colpo verso la cinquantina”.

Potremmo dire che il problema della salute a Saint-Maurice non si pone neppure sotto forma di preoccupazione per lo stato di salute soggettivo. I contadini in questione non sono inclini a osservare i sintomi, a interrogarsi su come si sentono. Ma ci penserà il dott. Knock a produrre quel cambiamento culturale, di costumi, idee, credenze che porterà “l’età medica” a Saint-Maurice. La pièce presenta nel secondo atto l’esecuzione del programma. L’avanzata della medicina avviene anzitutto sul piano delle idee. Per esempio, mediante la ridefinizione dei concetti di salute e malattia: “La salute non è che una parola e non ci sarebbe nessun inconveniente a cancellarla dal nostro vocabolario. Da parte mia, non conosco che persone più o meno colpite da malattie più o meno numerose, a evoluzione più o meno rapida. Naturalmente, se voi andate a dire loro che stanno bene, non domandano altro che di credervi. Ma voi li ingannate". Ma soprattutto l’età medica si afferma sul piano dei comportamenti. Con una strategia da marketing, il dott. Knock manda il banditore pubblico ad annunciare: “Il dott. Knock, successore del dott. Parpalaid, presenta le sue felicitazioni alla popolazione della città e del cantone di Saint-Maurice, e ha l’onore di farle sapere che, in uno spirito filantropico, e per arginare il progresso inquietante di malattie d’ogni genere che invadono da qualche anno le nostre regioni una volta così salubri, farà tutti i lunedì mattina, dalle nove e trenta alle undici e trenta, una visita interamente gratuita, riservata agli abitanti del cantone”.

Quale sia il risultato di quest’abile promozione di un nuovo stile di cura della salute, lo scoprirà tre mesi dopo il dott. Parpalaid, quando torna a Saint-Maurice per riscuotere la sua rata per la cessione della condotta al giovane collega. Siamo al terzo atto. La locanda si è trasformata in ospedale, e non si trova un posto. “Bisogna credere che ai miei tempi la gente stesse meglio”, fa notare velenosamente il vecchio dottore alla proprietaria della locanda. “Non dite questo, signor Parpalaid. La gente non aveva l’idea di curarsi: è tutta un’altra cosa”.

E il dott. Knock celebra il trionfo della medicina che ha avuto luogo a Saint-Maurice, difendendo il cambiamento di fronte agli scrupoli del dott. Parpalaid: “Voi mi date un cantone popolato di qualche migliaio di individui neutri, indeterminati. Il mio ruolo è quello di determinarli, di condurli all’esistenza medica. Io li metto a letto e guardo ciò che ne potrà venir fuori: un tubercoloso, un nevropatico, un arteriosclerotico, ciò che si vorrà, ma qualcuno, buon Dio!, qualcuno! Niente mi irrita come quell’essere né carne né pesce che voi chiamate essere sano”.

La popolazione di Saint-Maurice, iniziata all’“esistenza medica” dal dott.

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Knock, ha imparato ad attribuire la massima importanza alla questione del “come si sente”. Ne è pienamente soddisfatta: l’ingresso nell’era della medicina è vista come un salto di qualità. È superfluo sottolineare con quali riserve Jules Romains accolga, da parte sua, questo apparente “trionfo della medicina”.

Lasciamoci per un momento contagiare dallo spirito iconoclasta di Jules Romanis e immaginiamo che il “trionfo della medicina” non sia ancora completo. Manca un passaggio: quello dalla salute soggettiva alla salute oggettiva. Potremmo ipotizzare che, accanto alle otto città coinvolte nel Progetto Finalizzato Invecchiamento, anche Saint-Maurice sia inclusa nella ricerca.

Settant’anni dopo l’inaugurazione dell’era medica da parte del dott. Knock, a Saint-Maurice arrivano i ricercatori per reclutare il campione dei 704 anziani che farà parte della popolazione globale di 5632 individui, trai 65 e gli 84 anni, dei quali si vuol misurare la salute oggettiva. Non è difficile arruolare le centinaia di anziani necessari: a Saint-Maurice da tempo non si muore più a cinquant’ anni, di colpo apoplettico. Anche qui è avvenuta la “transizione epidemiologica”, che si registra nell’area dello sviluppo economico e industriale: da un regime di alta mortalità si è passati a uno di alta morbilità (questa transizione è così rilevante che all’inizio degli anni ’ 80 è stata creata una Health Transition Review per studiarla!). Anche nell’ipotetico Saint-Maurice, quindi, si muore di meno, ma la gente è sempre più malata. I ricercatori sanno ― lo hanno imparato dall’indagine multiscopo dell’ISTAT sulle famiglie: Condizione di salute e ricorso

ai servizi sanitari ― che alla domanda “Come va in generale la sua salute?” il 28,91% degi uomini di 75 anni e il 32,0% delle donne della stessa età dichiarano di star male o molto male (solo l’8,3% dichiara di stare bene). Ma i ricercatori sono venuti appunto per scoprire come stanno questi vecchi, non come si sentono! Per tutti i 704 anziani di Saint-Maurice sarà eseguita la procedura prevista dallo studio ILSA: intervista personale sui sintomi e sulla storia medica, visita domiciliare dell’infermiera, valutazione clinica accurata con una batteria di test per misurare tutto: dalla depressione geriatrica alle performance fisiche, esame dello specialista ― geriatra o neurologo ― per coloro che allo screening fossero risultati portatori di qualche patologia. Il tutto ― intervista personale, esame fisico, test diagnostico ― sarà ripetuto dopo tre anni dall’inizio dello studio.

Torna la domanda che ci ponevamo sopra: possiamo dire che, nell’ipotetico Saint-Maurice come nelle realissime 8 città coinvolte, nella ricerca, si è assistito a un “trionfo della medicina”? Anche senza far nostra la vis polemica di Jules Romains contro quella medicalizzazione che sfocia alla fine in una “espropriazione della salute” (Ivan Illich), non possiamo sottrarci a seri interrogativi sull’ambivalenza che accompagna ogni nuova fase di conoscenze circa la morbilità di una popolazione. Nessuno può mettere in dubbio che questo sapere epidemiologico sia oggettivo, più affidabile, più comunicabile di quanto abbiamo mai saputo in passato sullo stato di salute degli anziani. Possiamo anche respingere in modo risoluto insinuazioni senza fondamento che volessero vedere in queste più accurate indagini sulla morbilità una strategia promozionale “alla dott. Knock”: andare a cercare quale malattia soffre un anziano, anche se lo ignora, non significa voler fare di lui artificialmente un malato, per scopi mercantili. Queste ricerche sulla morbilità danno piuttosto una base conoscitiva scientifica a quanto finora faceva parte del patrimonio sapienziale, espresso nell’adagio latino: “Senectus ipsa morbus”. E tuttavia, dopo aver difeso la solidità di questo sapere epidemiologico e giustificato in modo non refutabile la validità di queste ricerche, rimane la necessità di collocarle in un preciso orizzonte finalistico: che cosa vogliamo fare con quanto sappiamo oggi sullo stato di salute della popolazione anziana?

Malessere e “mal d’essere”, benessere e “essere-bene”

Nell’abbozzare una risposta a questo interrogativo mi lascerò guidare dalle riflessioni che il filosofo americano Daniel Callahan ha dedicato al senso antropologico ed etico inerente alla medicina che si occupa della vecchiaia. Ha sviluppato il suo pensiero in tre libri successivi che hanno suscitato un acceso dibattito: Setting limits: medical goals in an aging society (1987), What kind of life: the limits of medical progress (1990), e The troubled dream of life: living with mortality (1993). Una sintesi molto efficace del suo pensiero è contenuta nel suo articolo pubblicato su L’Arco di Giano n. 4: “Porre dei limiti: problemi etici e antropologici”.

Il punto di partenza di Callahan è costituito dai cambiamenti che la medicina introduce nella società, nel nostro modo di considerare la vita, nella cultura di cui facciamo parte. Una di tali trasformazioni critiche è la conquista della vecchiaia da parte della medicina, a partire dalla acquisita capacita di prolungare la vita umana. Tentare di procurare cure sanitarie sempre più efficaci per gli anziani è diventata la più estesa delle frontiere della medicina. Resistere alla morte, estendere il più possibile la vita degli anziani, curare tutte le malattie indipendentemente dall’età di coloro che le contraggono è l’ideale di questa medicina. Un ideale anche di natura morale: si rifiuta come una discriminazione indegna della medicina l’idea che l’età del paziente possa essere una variabile da prendere in considerazione, qualora ci siano i mezzi tecnici di potergli portare dei benefici (gli standard di trattamento vogliono essere programmaticamente ciechi nei confronti dell’età). Callahan mette in discussione gli assunti fondamentali di tale concezione. La versione semplificata della sua tesi, messa in circolazione dai media, è stata identificata

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con la proposta di sottrarre le cure mediche alle persone anziane, dopo una certa età: intanto perché è dubbio che queste cure diano agli estremi anni strappati alla morte una qualità tollerabile; e poi perché, anche se lo volessimo, ben presto non ce lo potremmo più permettere, per l’aumento delle spese per la sanità e la modifica della curva demografica. Ma il progetto di Callahan ha maggior spessore di quello che la divulgazione semplificata del suo pensiero, che lo riduce a una questione di razionamento delle risorse, lascia indovinare. La crisi dell’allocazione delle risorse è solo il punto di partenza per interrogativi più fondamentali: se dobbiamo cominciare a fare delle scelte e stabilire delle priorità nella distribuzione delle risorse, diventa prioritario stabilire che cosa vogliamo che la medicina nel suo insieme faccia per noi. In altri termini, la crisi finanziaria della sanità ci offre una preziosa occasione, anche se dolorosa, di sollevare degli interrogativi di fondo sulla salute e sulla vita umana, sugli obiettivi della medicina e della sanità contemporanea. Le poste in gioco sono quindi sostanzialmente le questioni antropologiche.

In questo quadro vanno lette le considerazioni di Callahan sulla necessità di “porre dei limiti”. La sua proposta non si riduce a un razionamento delle scarse risorse sanitarie, ma fondamentalmente richiede di considerare la vita umana come limitata. Callahan parla di “natural life span”: la vita si sviluppa naturalmente entro un arco temporale, che comprende un inizio, una crescita, una decadenza e una fine, con la morte come suo correlato naturale. Siamo incapaci, e lo saremo inevitabilmente anche in futuro, di fare felici gli anziani spendendo sempre di più per le loro cure sanitarie. L’incapacità è connaturata a una cultura che non sa pensare la vita umana nell’orizzonte del limite. Anche se, per ipotesi le risorse ci permettessero sforzi sempre maggiori per curare le malattie ed estendere i limiti cronologici delle nostre vite ― aiutando sempre più persone a vivere sempre più a lungo ―, non andrebbe a nostro beneficio seguire questa strada.

Anche quanto Callahan ha scritto sull’allocazione delle risorse, più che come un intervento di economia e programmazione sanitaria, va inteso come una riflessione sui limiti del progresso medico. Il problema della sanità non è quello che appare in superficie, cioè una questione di maggiori finanziamenti, di efficienza e di giustizia nell’ accesso alle cure. È piuttosto una crisi circa il significato e la cura della salute, circa il posto che la ricerca della salute deve avere nella nostra vita; in definitiva, riguarda il “tipo di vita” (What kind of life) ― la “buona vita” ― da condurre. Per questo la soluzione della crisi non sarà offerta dal ricorso a terapie meno costose o a nuove e più efficienti strategie di servizio sanitario. Bisogna imparare a “vivere con la mortalità” (Living with mortality).

A questo punto, dopo questo ampliamento dell’orizzonte problematico con considerazioni di natura propriamente antropologica, possiamo ritornare alla nostra questione: che cosa dobbiamo fare perché questa nostra conoscenza dello stato di salute degli anziani non diventi un “trionfo della medicina” nel senso di una colonizzazione indebita della loro vita con interventi che non sono appropriati? La risposta mi sembra rimandare a una problematizzazione del senso e fine della medicina. Credo che non sia difficile raggiungere il consenso almeno su alcune indicazioni generali:

― l’anziano ha bisogno di una medicina che sia a servizio della sua salute, non di un’idea di salute che faccia astrazione dall’età. La medicina per l’anziano non può essere l’estensione alla vecchiaia del modello della “medicina riparatoria”, che pur è perfettamente adeguata per altre fasi della vita. Un vecchio può essere “sano” anche se ha l’artrite al ginocchio ed è duro d’orecchio (per non parlare dei valori del colesterolo nel sangue...!). Le procedure diagnostiche e terapeutiche non devono essere cieche rispetto al fattore età;

― dobbiamo essere sempre più consapevoli che i malesseri che affliggono la tarda età sono molte volte espressione del “mal-d’essere”. Mi riferisco con questa espressione a patologia che si può diagnosticare con strumenti diversi da quelli che ha a disposizione la medicina di laboratorio. L’aver escluso sistematicamente la dimensione “patica” che ha origine da una vita come intrinsecamente limitata ha prodotto una distorsione, che si esprime in un “mal-d’essere”. Le più sofisticate apparecchiature diagnostiche non sanno distinguere i malesseri somatici dal “mal-d’essere”; invece il medico come persona ― qualora decida di far ricorso alla propria umanità come fondamentale strumento diagnostico ― può operare tale discernimento;

― se ciò è vero, ne consegue che il benessere presuppone l’“essere-bene”. Non possiamo immaginare un vero benessere umano che sia privo di dimensioni essenzialmente etiche, capaci di dare una direzione al nostro modo di comprendere la salute e la malattia, la vita e la morte. Non sto proponendo una fuga nello spiritualismo; ma non nascondo la mia convinzione che una risposta ai problemi anche medici che pone la vecchiaia non possa prescindere dalle risorse interiori dell’ uomo, di cui da sempre si è fatta portavoce la philosophia perennis. Forse non è inopportuno ripercorrere, seguendo una traccia letteraria ― La coscienza di Zeno ― lo sviluppo di un personaggio di Italo Svevo, alla conquista di un diverso atteggiamento nei confronti della salute. La parte essenziale del cammino è tutta interiore: “La salute non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio. Solo noi malati sappiamo qualcosa di noi stessi”, sentenzia Zeno Cosini. Dopo aver tentato tutte le analisi e tutte le risorse terapeutiche, il punto di pacificazione è solo quella crescita in saggezza che è la suprema terapia dei mali dell’uomo: “Io soffro bensì di certi dolori, ma mancano d’importanza nella mia grande salute. Dolore e amore, poi, la vita, insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole”.

BIBLIOGRAFIA

Callahan D., Porre dei limiti: problemi etici e antropologici, in L'Arco di Giano, 4, 1994, pp. 75-86.

Grmek M.D., Morbilità, in Enciclopedia Europea, Garzanti.

Imhof A.E.,-Larsen O., Sozialgeschichte der Medizin, Stuttgart-Oslo, 1976.

Jénicek M.,-Cléroux P.D., Epidemiologie. Principes, techniques, applicationes, St. Hyacinthe, Québec, 1982.

Romains J., Knock ou le triomphe de la médecine, Gallimard, Paris, 1989.

Svevo I., La coscienza di Zeno, Roma, Frassinella 1995.

Il processo di cambiamento nella sanità italiana

Book Cover: Il processo di cambiamento nella sanità italiana
Part of the Sistemi sanitari series:

MANAGEMENT PER LA NUOVA SANITÀ

a cura di Sandro Spinsanti

Istituto Giano per le Medical Humanities e il management in sanità

EdiSES, Napoli 1997

pp. 1-8

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INTRODUZIONE

IL PROCESSO DI CAMBIAMENTO NELLA SANITÀ ITALIANA:

 RISCHI E OPPORTUNITÀ

Per la sanità italiana è suonata l'ora del cambiamento. Un cambiamento reso inevitabile dal collasso economico del Servizio sanitario nazionale; ma anche auspicabile per invertire la tendenza alla disaffezione verso un sistema pubblico ormai correntemente etichettato come “malasanità”. La qualifica di sistema in crisi è talmente abusata da non poter più essere proposta. A meno che, seguendo il suggerimento di un esperto della cultura manageriale (D'Egidio, 1993, p. 34), non ci decidiamo a guardare alla crisi attraverso l'ideogramma cinese che la rappresenta.

L'ideogramma nel suo insieme si legge “crisi”; ma, se lo si scompone, la parte superiore si legge ki, che sta per “pericolo”, quello inferiore “opportunità”. Il cambiamento che la crisi rende necessario può anche essere visto come un'occasione da sfruttare con intelligenza, per cambiare il volto della nostra sanità. Questa è la prospettiva, del resto, fatta propria dal Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-1996. Tra gli obiettivi del Piano, infatti, troviamo proprio l'indicazione di una opportunità di cambiamento radicale: «La necessità di ripensare a fondo il profilo stesso di un programma sanitario per il Paese si presenta come una straordinaria opportunità per ridefinire il progetto di civiltà, che è l'obiettivo di una politica della salute. Per anni si è pensato che la promozione della salute richiedesse solo nuovi investimenti in tecnologie, strutture e personale

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sanitario, nella consapevolezza di ottenere solo da tale impegno un migliore livello di salute. L'inversione di rotta, cui il momento attuale costringe, punta a un miglioramento che si sviluppa sotto il segno della qualità, più che della quantità. La pressione della scarsità delle risorse orienta a immaginare un servizio alla salute che accetti in senso positivo la sfida dell'autolimitazione».

Gli slogan che riassumono presso il grande pubblico il riordino in atto nel nostro sistema sanitario ruotano intorno alla aziendalizzazione e al ruolo attivo svolto dai manager nella conduzione delle aziende sanitarie. Ospedali-aziende e medici-manager: due fantasmi più adatti a creare equivoci che a ricondurre il riordino avviato a quella solida progettazione normativa che sta alla sua base. La conduzione aziendale delle istituzioni che erogano servizi sanitari viene associata nell'immaginario a una ricerca di profitti a ogni costo. È naturale sollevare obiezioni in nome dell'etica: la salute non può essere trattata come una merce, né i servizi sanitari sottoposti alle leggi del mercato, regolato dalla domanda e dall'offerta.

Avviene molto raramente, purtroppo, che il termine “azienda” applicato all'organizzazione del Servizio sanitario non faccia pensare al profitto e al mercato, ma induca invece ad associazioni mentali positive, quali: una sana attenzione ai vincoli economici, che porti a identificare ed eliminare gli sprechi; un senso di appartenenza tra tutti coloro che operano nell'azienda, nato dalla consapevolezza che l'obiettivo (in questo caso: servizi sanitari efficaci, che producano dei pazienti/clienti soddisfatti) richiede l'interdipendenza di tutti coloro che lavorano nell'azienda; lo sviluppo di una “mission” comune (quella che la Carta dei servizi pubblici sanitari formula come: “fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti”); una nuova cultura organizzativa, che premi la creatività nella ricerca di soluzioni che abbinino economia ed etica, efficacia, efficienza e qualità percepita; nuove regole tra strutture che erogano servizi sanitari e popolazione, tra professionisti e dirigenza, un nuovo equilibrio ― in breve ― tra diritti e doveri di tutti. Finché l'evocazione dell'azienda non ci porterà ad associare questi obiettivi, l'aziendalizzazione della sanità sarà osteggiata da coloro che vedono nel progetto una minaccia per i valori sui quali la medicina tradizionalmente si regge.

Non minori sono gli equivoci generati dal termine manager. A cominciare da quelli semantici. Come ci ricorda Beppe Severgnini, un “italiano con la valigia” che viaggiando ha imparato a conoscere gli strani destini delle parole: «Manager non vuol dire “alto dirigente” (che si dice executive); in Inghilterra si può essere manager di un negozio di bottoni» (Severgnini, 1992, p. 22). Ma in Italia il manager, identificato con il non plus ultra del sapere organizzativo, viene per lo più sentito come lontano dal livello decisionale di chi, come medico, sta in prima linea sul fronte operativo. La sanità in mano ai manager suona come un'ulteriore

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espropriazione, mentre il senso del riordino in atto nella sanità è proprio il contrario: riportare l'accento sulla centralità dei medici quali decisori finali nelle scelte, per avere un sistema sanitario che garantisca non solo efficacia e qualità, ma anche efficienza ed equità distributiva.

Bisogna riconoscere che i fraintendimenti sono favoriti da espressioni poco meditate. Quando, ad esempio, capita di imbattersi in frasi quali: «Obiettivo fondamentale del progetto “medico-manager” deve essere quello di mettere il primario in condizione di gestire il proprio business»; oppure: «Il primo passo da compiere è quello di costruire un modello di riferimento ― basato su componenti sia di efficienza sociosanitaria sia di efficienza economica ― il cui obiettivo sia rappresentato dall'equilibrio socio-economico» (Benardon, 1994, p. 52), la reazione di rifiuto dei medici più consapevoli del loro mandato ― “Medico-manager? No, grazie” ― appare pienamente giustificata.

Se invece di lasciarci guidare dagli slogan cerchiamo di ricostruire i grandi tratti della congiuntura culturale in cui nasce il progetto di riordino della nostra sanità, individuiamo in primo luogo la necessità di rendere più europea la nostra amministrazione, ponendo gli uffici pubblici al servizio degli utenti. Secondo l'analisi autorevole di Sabino Cassese, il ministro della funzione pubblica che nel governo Ciampi ha coraggiosamente affrontato la questione amministrativa, «la sfiducia nelle istituzioni che ha aperto la quinta fase costituzionale dell'Italia unita, dopo quella oligarchica (dall'unità alla fine del secolo scorso), quella liberaldemocratica (dall'inizio del secolo al 1922), quella fascista (1922-1943) e quella democratica (1943-1994), non si deve solo ai pessimi voti raccolti dai partiti che sono scomparsi, ma anche alla brutta pagella dell'amministrazione italiana» (Cassese, 1994 a, p. 275). La questione amministrativa, fino all'aprile 1993, attirava scarsa attenzione. Non che l'inefficienza dell'amministrazione non fosse percepita dal pubblico, ma la politica mostrava disinteresse verso l'amministrazione: «Come tutto ciò che non interessa, il funzionamento dell'amministrazione rimaneva affidato alla buona volontà di poche persone. Si può dire che l'amministrazione era lasciata esistere (...). Proprio perché staccata dalla società, l'amministrazione era introflessa, poco attenta a quello che accadeva intorno, alle esigenze degli utenti» (Cassese, ibi).

L'inversione di tendenza consisteva nel puntare ad un'amministrazione al servizio del cittadino e degli utenti, consumer oriented, operante non solo nell'interesse pubblico, ma nell'interesse del pubblico. L'impulso che il breve ma deciso ministero di Sabino Cassese imprimeva all'amministrazione pubblica in Italia intendeva far allineare il nostro paese con le riforme amministrative già in atto negli Stati Uniti d'America (decisivo è stato, a questo proposito, il rapporto a cui è stato attribuito il titolo programmatico “Reinventare il governo. In che modo lo spirito aziendale sta trasformando il settore pubblico”: Oborne, Gaebler,

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1992), nel Regno Unito (in particolare con i controlli di efficienza e la “Carta dei cittadini”) e in Francia (Cassese, 1994 b). L'operazione di ridare sovranità agli utenti non poteva non coinvolgere in modo prioritario la sanità, uno dei pubblici servizi erogati dallo stato che ha la maggiore importanza nella lista delle priorità.

Un secondo tratto del rinnovamento culturale nel quale va collocato il riordino della sanità in atto nella nostra società è la fine, voluta e prevista, di quella vistosa degenerazione che il sistema pubblico di erogazione delle cure sanitarie ha subito progressivamente, dopo l'introduzione della riforma sanitaria della 833 nel 1978, ad opera dei partiti politici. Gli osservatori della sanità non avevano difficoltà a denunciare senza mezzi termini la situazione come patologica: «La politica ha prestato alla sanità i suoi uomini, il simbolismo della sua parola ― nella versione più fatua, quella caratterizzata da logorrea e vacuità ― e, purtroppo, il più importante dei suoi vizi: il clientelismo» (Di Michele, 1993, p. 116). Il progetto originario sottostante alla riforma sanitaria e all'introduzione del Ssn è stato deviato, dando origine alla sanità dei partiti.

L'invasione dei politici sulla scena della sanità è stata qualificata da voci autorevoli come una colonizzazione. Il processo correttivo per riportare la sanità alla sua originaria vocazione equivale, quindi, a una “decolonizzazione”. Il senso metaforico di questa parola esprime con sufficiente chiarezza il bisogno di fare piazza pulita con personaggi che nella sanità si sono comportati come funzionari coloniali nelle terre occupate. Ma il riferimento alla decolonizzazione, intesa come un processo culturale, può essere interpretato in modo molto più appropriato di quanto è concesso a una metafora.

Sulla decolonizzazione si è dovuto riflettere intensamente quando, circa tre decenni fa, sono giunti al tramonto degli ultimi regimi coloniali. Agli inizi degli anni sessanta il libro di Frantz Fanon I dannati della terra costituiva la lettura d'obbligo degli intellettuali progressisti. Fanon, psichiatra e politico, era arrivato alla conclusione che la colonizzazione non cessa automaticamente il giorno in cui si dichiara l'indipendenza politica di un paese. Cambia il regime, ma le strutture più profonde che reggono il modo di pensare e di comportarsi rimangono le stesse. Con la sua solita abilità a fornire formule avvincenti, Jean Paul Sartre riconduceva il tema della decolonizzazione a una questione psicopatologica: «L'indigenato è una nevrosi introdotta e mantenuta dal colono nei colonizzati con il loro consenso» (Fanon, 1962, p. XVII).

Non sembri sproporzionato mettere in rapporto questi processi con quello che avviene nella sanità in Italia. Se è vero che il sistema sanitario è stato colonizzato dal lato peggiore della politica, è ipotizzabile che nei sanitari si riscontrino le deformazioni tipiche dei colonizzati. Come tratti caratteristici della nevrosi del colonizzato si possono menzionare la

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propensione al lamento sterile, l'autodenigrazione, le recriminazioni velleitarie e l'impressione di essere straniero a casa propria. La decolonizzazione è effettiva solo quando i coloni si liberano dalle strutture mentali che hanno interiorizzato. Per i professionisti sanitari ciò implica l'abbandono di quella impotenza consensuale ― anche se opera a livello inconscio, come tutte le nevrosi ― che porta ad attendere la soluzione dei problemi dal di fuori: dai politici e dagli amministratori. La quintessenza di questo processo di decolonizzazione è la rinuncia da parte di chi lavora professionalmente in medicina alla condizione psicologica di “indigeno” e la riappropriazione del ruolo che gli compete nella gestione quotidiana del sistema di somministrazione delle cure. Questa è, ricondotta all'istanza di fondo che la regge, la svolta verso la managerialità con cui si intende rispondere ai mali della nostra sanità.

La terza dimensione del cambiamento generale che giustifica l'adozione dello stile azienda in sanità è quella relativa all'etica. La somministrazione di cure sanitarie si è sempre ispirata al rispetto di alcuni valori, comprendendosi quindi come attività eminentemente etica. Ma i valori di riferimento si sono modificati. Il modo tradizionale di concepire il ruolo del medico correlava la sua attività unicamente al valore della salute da riconquistare o da promuovere. Il sanitario nelle sue decisioni aveva un solo vincolo: lasciarsi guidare dalla considerazione del bene del malato. Al medico del cancelliere Bismarck è stata attribuita la frase che sintetizzava quell'ideale: «Quando io curo un malato, siamo io e lui soli su un'isola deserta». Fare tutto il possibile per guarire il malato che aveva davanti: gli obblighi morali del medico erano circoscritti da questo imperativo dell'etica medica. Anche nell'altra scuola che si è sviluppata dal ceppo della tradizione ippocratica, la medicina omeopatica, i doveri del medico sono stati modulati unicamente sull'attività terapeutica. Il primo paragrafo dell'Organon dell'arte di guarire di Hahnemann (1993) si apre con la dichiarazione perentoria: «L'unico compito del medico è guarire presto, dolcemente, durevolmente».

La tradizionale estraneità del medico a considerazioni di ordine sociale ed economico, come il contenimento dei costi e l'eliminazione degli sprechi, è stata ulteriormente aggravata dalla socializzazione delle cure sanitarie nell'ambito dei vari programmi di welfare state: la presenza di un terzo pagante ― la mutua, il Servizio sanitario nazionale ― ha dispensato sempre più il medico dal gestire le risorse secondo criteri di economicità e di equità. L'innovazione culturale in corso ci dice che quell'epoca deve essere considerata come definitivamente tramontata.

L'adozione dello stile azienda non abolisce i vincoli tradizionali che l'etica pone all'attività del medico: semplicemente, ne allarga l'orizzonte, includendovi altri riferimenti. La qualità etica e quella economica nell'erogazione delle cure sanitarie si implicano reciprocamente. Chi

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teme che l'interesse a soddisfare (e quindi a conservarsi) il paziente-cliente dell'azienda sanitaria possa svuotare di contenuto morale la pratica della medicina, può tranquillizzarsi. Anche le imprese che pur tendono ai profitti devono fare i conti con le esigenze dell'etica (è nata anche una rivista specifica Etica e affari, epigona di altre da tempo fiorenti in ambiente anglosassone). Il confronto con l'etica è tanto più necessario per aziende di servizio, e di servizio pubblico. La soddisfazione del cliente, ottenuta in qualsiasi modo, non può essere un imperativo assoluto. Prima di tutto, perché un paziente soddisfatto, ma imbrogliato, si vendica. In sanità le bugie hanno le gambe particolarmente corte e sarà sempre più difficile, con la maggiore informazione in materia di salute, aver pazienti soddisfatti se quello che è stato offerto non ha risposto alle loro legittime attese.

Inoltre in medicina ci sono obblighi morali che vincolano comunque, indipendentemente dalla soddisfazione del paziente. Questi obblighi morali, che nella tradizione filosofica dell'occidente costituiscono l'“etica del minimo” (minima moralia), sono principalmente due: non procurare danno a nessuno (il “primum non nocere” ippocratico) e trattare tutte le persone con uguale considerazione e rispetto. L'etica dovrà vigilare affinché la soddisfazione del paziente vada di pari passo con le esigenze morali minime, che tutti riconoscono come inderogabili. Nei tempi lunghi, quindi, il successo sarà di chi si è preposto come obiettivo non il paziente soddisfatto a ogni costo, ma il paziente “giustamente” soddisfatto.

Le linee di fondo del cambiamento in atto giustificano interventi su diversi livelli. Quello normativo ― già attuato dalla complessa rete di leggi, decreti e linee-guida ― conferisce la base unitaria e solida alla nuova sanità. Il sistema di finanziamento, teso a garantire l'efficienza economica, è imbricato con gli altri tasselli normativi, riferiti al rapporto pubblico-privato, alla regionalizzazione della sanità, all'introduzione dell'accreditamento delle strutture. Contemporaneamente il nuovo profilo della sanità italiana porta a modificare sia l'organizzazione del lavoro, sia il rapporto tra le professioni sanitarie e gli utenti dei servizi. È quanto dire che si tratta di un cambiamento sistemico, e non solo di elementi separati del sistema stesso. Per questo motivo il volume presenta, malgrado la varietà dei temi e la molteplicità degli autori, una profonda coerenza interna.

L'unitarietà dell'impianto è la traduzione concreta di una concezione della medicina che si ispira al movimento delle Medical Humanities. Le più antiche e consolidate professioni della salute sono oggi provocate a uscire dal loro aristocratico isolamento e a confrontarsi con altri saperi. La giustificazione del movimento delle Medical Humanities sta proprio nella consapevolezza che nessuna disciplina o professione ha il monopolio del modo “corretto” di intendere la salute e la malattia, né alcuna

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ha l'esclusiva dell'azione sanitaria. Le diverse prospettive appaiono talvolta in conflitto (basti pensare al contrasto tra le ragioni dell'etica, che chiede di curare ― e curare bene ― ogni persona che ha bisogno di assistenza, e le esigenze dell'economia, che deve ripartire risorse limitate). L'ipotesi teorica è, invece, che possono essere complementari. Anzi, che il concerto di voci che costituiscono le Medical Humanities fornisce un salutare correttivo alle nostre concezioni e alle pratiche sanitarie correnti. È l'ipotesi su cui si fonda l'“Istituto Giano per le Medical Humanities e il management in sanità” e che si può ritrovare nella rivista L'Arco di Giano (ed. Franco Angeli).

Un motivo ulteriore di omogeneità di questo volume è offerto dal fatto che il lavoro di redazione dei testi è stato preceduto da un intenso confronto pratico degli studiosi che hanno collaborato al manuale con i sanitari che sono impegnati in prima linea nella trasformazione della sanità italiana. Due vasti programmi di formazione manageriale sono stati intrapresi dalle società scientifiche che raggruppano i cardiologi ospedalieri (ANMCO) e i gastroenterologi ed endoscopisti digestivi (SIGE, AIGO e SIED), con il supporto di aziende farmaceutiche. Il Centro Consulenze di Firenze ha assicurato il supporto organizzativo. I collaboratori del volume hanno partecipato come docenti ai corsi, supervisionando i progetti di miglioramento della qualità delle prestazioni sanitarie che ne sono nati. All'ascolto reciproco tra studiosi di diverse discipline, oltre che al confronto serrato con i sanitari che hanno partecipato ai corsi, si può far risalire la compatta omogeneità di quest'opera.

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BIBLIOGRAFIA

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L’ospedale è un luogo etico?

Book Cover: L'ospedale è un luogo etico?
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

L'OSPEDALE È UN LUOGO ETICO?

in Quale ospedale per il XXI secolo? I quaderni di Janus, anno 2002/11

Zadig, Roma 2002

pp. 8-19

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Abbiamo un sogno: trasformare gli ospedali italiani in ospedali. Lo slogan a effetto, apparso come inserzione pubblicitaria su diversi giornali a cura del Tribunale dei diritti del malato, mirava a ottenere un consenso e un sostegno economico da parte dei cittadini per il programma politico della nota associazione. La giustificazione razionale della necessità di modificare la realtà degli ospedali italiani veniva data con poche pennellate a tinte fosche (“gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura, ma non possono neanche continuare a essere, come spesso accade in Italia, un luogo da incubo”). L’abilità del messaggio consisteva nell’abbinare all’evocazione di scenari disumani l’utopia alata del periodo d’oro del movimento per i diritti civili (niente meno che il 'sogno' con cui Martin Luther King ha rivendicato la parità dei diritti per i neri, considerati cittadini di seconda classe!). Lo slogan giocava anche sull’implicita assunzione che esista un consenso generalizzato su ciò che è necessario fare per portare gli ospedali a essere quello che dovrebbero essere, e che non sono: come se il problema non fosse quello di stabilire che cosa costituisce un buon ospedale, ma solo di decidersi a realizzarlo. La realtà, invece, non è così lineare come lo slogan pretende.

La sicurezza di conoscere la natura dell’ospedale è illusoria. È vero che l’ospedale è agevole identificarlo. La denotazione è facile: chiunque può indicarlo con un dito, anche perché nella città moderna tende ad assumere l'evidenza architettonica che in quella medievale spettava alle cattedrali. In senso denotativo, l’ospedale di una città è quello di cui possiamo domandare l’indirizzo, identificarlo sulla piantina, chiedere al tassista di portarci. La connotazione, invece, è molto complessa. Nella linguistica la connotazione di una parola riguarda i significati, compresi quelli simbolici, e le emozioni connesse con l’uso della parola. Numerosi significati sono depositati sull’ospedale come

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istituzione, sedimentandosi gli uni sugli altri. I più recenti non hanno sostituito quelli precedenti. In una stessa realtà convivono l’ospedale del passato e del presente, nonché quello che ― osiamo sperarlo ― sarà l’ospedale del futuro.

Un luogo ospitale per le persone fragili

Per dare alla nostra analisi il supporto di uno schema, possiamo immaginare che in ogni struttura ospedaliera siano contemporaneamente presenti almeno quattro ospedali, che si sono succeduti nello sviluppo storico dell’istituzione. All’inizio troviamo l’ospedale hospitium, il luogo ospitale pensato per la protezione dei più vulnerabili. L’ospedale, quale primitiva realizzazione storica dell’occidente, è nato come una casa di accoglienza per tutti i disgraziati, quale spazio per l’uomo fragile. L’obiettivo di questa istituzione era di esercitare la pietas verso le persone diseredate.

L’idea basilare dell’hospitium come luogo dove si è bene accolti perché si è sofferenti, o perché si è andati a finire sotto le ruote del carro della vita, è stata rinnegata dalla rivoluzione francese. Non solo perché era collegata con l’idea della carità cristiana, ma anche per motivi non ideologici: semplicemente per il fatto che le istituzioni ospedaliere in pratica si allontanavano spesso, in modo stridente, dall’ideale. L’ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui si trovava il bambino abbandonato accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la partoriente accanto al morente. Non solo la realtà dell’ospedale non rispondeva alle più elementari condizioni igieniche, ma spesso era in contrasto con il rispetto dovuto alle persone. La critica della rivoluzione francese a quel modello d’ospedale fu così radicale che il Direttorio cambiò perfino il nome: invece di hôpital propose di chiamarlo hospice.

Nel corso del secolo XIX è avvenuta, in realtà, un’evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'hospice è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti ― vecchi, trovatelli, malati inguaribili e affetti da malattie contagiose ― mentre l’hôpital ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione.

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La stessa evoluzione semantica è avvenuta anche in Italia. L’ospedale è stato sempre più identificato come il luogo della guarigione, mentre l’ospizio era il luogo della cronicità (anche se una venatura di diffidenza nei confronti dell’ospedale è rimasta nella cultura popolare; la risentiamo in un sonetto del Belli: Ma nun sai ch’a lo spedale ce se more?, risponde un popolano a chi, vedendo che era malato, gli consigliava di andare in ospedale. Si è a lungo pensato che andare all’ospedale significava esser avviato sul binario che ha la morte come ultima stazione).

È molto interessante che alla fine del nostro secolo ricompaia, in modo del tutto inatteso, il bisogno di ospizio, inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. Mi riferisco al “movimento degli hospice", nato nei paesi anglosassoni una ventina d’anni fa. Noi abbiamo una difficoltà quasi insormontabile ad adottare questo termine, in quanto connota l'ospizio nel suo significato più deteriore di emarginazione e discriminazione. Nel significato che ha assunto all’interno del movimento delle cure palliative, l'hospice è piuttosto il luogo in cui sono assistiti e curati i malati che non possono più essere avviati per la via della guarigione. In particolare, ai malati in fase terminale viene offerto un ambiente dove è possibile esercitare la pietas e l'accoglienza, dove la palliazione e la cura dell’intero nucleo familiare hanno la precedenza sugli sforzi terapeutici. L'hospice è un luogo dove si cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan fatto proprio dall’Associazione italiana per le cure palliative: “Curare anche quando non si può guarire”.

Anche le R.S.A. (le Residenze Sanitarie Assistenziali) per anziani sono una variante moderna del concetto originario di hospitium. Dobbiamo reinventarci oggi il luogo dell’accoglienza per i più fragili, proprio quando ci accorgiamo che l’ospedale non è fatto per i lungodegenti. Siamo assediati da una marea crescente di persone anziane che l’allungamento della vita ― felice, ma anche tremendo risultato della medicina moderna ― rende inadatte a vivere nella propria casa mentre l’ospedale si rivela, a sua volta, inappropriato, per motivi economici e umani, a ospitare un declino che diventa sempre più lungo. Anziani e malati cronici, bisognosi di assistenza, ma per i quali il ricovero

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ospedaliero non è appropriato, ci pongono una sfida: trovare varianti moderne dell’ospedale nella sua accezione originaria, quale luogo accogliente per l’uomo fragile, un luogo dove sta di casa la pietas. Parallelamente, le esigenze degli utenti abituali degli ospedali nei confronti del comfort alberghiero sono notevolmente accresciute.

Il senso comune riconosce facilmente che “gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura”, come dice lo slogan proposto dal Tribunale per i diritti del malato. Tuttavia non ci rassegniamo facilmente a uno standard che si discosti troppo dal livello di vita a cui siamo abituati nelle nostre abitazioni: qualità del cibo e pulizia degli ambienti, accessibilità dei familiari e riservatezza ― le camere singole o a due letti al posto delle corsie affollate dei vecchi reparti ― fanno parte ormai della qualità minima che il cittadino si attende dall’ospedale.

Tutte le richieste di qualità che oggi vengono abitualmente avanzate in nome dell'umanizzazione dell’ospedale (cfr. Marchesi, Spinsanti, Spinelli, 1985) non sono altro che un’attualizzazione dell’antico modello dell’ospedale come luogo accogliente per l’uomo fragile. Sempre di più, inoltre, chi va in ospedale si attende di essere trattato bene, non in forza di un atteggiamento compassionevole, ma in nome dei diritti propri di un cittadino in una società democratica. Significativa, a questo proposito, è la richiesta di informazione, quale logico presupposto di un consenso ai trattamenti diagnostici e terapeutici che si ricevono. La capacità di un ospedale di fornire informazioni ― non in modo episodico od occasionale, ma sistematico ― è sempre più percepita come una condizione di qualità.

L’ospedale come cittadella della scienza

Passiamo ora a considerare un secondo modello di ospedale: il luogo di cura come cittadella della scienza medica. Questo passaggio è avvenuto nel corso del XIX secolo. L’opera di Michel Foucault ― La nascita della clinica ― l’ha spiegato in modo ineccepibile. Per la prima volta nella sua lunga storia, la medicina ha acquisito la capacità di modificare il corso naturale della malattia. L’ospedale diventa così il

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luogo dove la medicina come scienza dispensa cure efficaci, miranti alla guarigione. Il modello dell'ospedale come cittadella fortificata della salute, dove si svolge la lotta organizzata ed efficace contro tutte le forme della malattia, continua a essere più che mai attuale. Non potremmo mai considerare “ospitali” gli ospedali che fossero al di sotto dello standard di cure efficaci che la medicina oggi è in grado di fornire (quand’anche fossero eccellenti dal punto di vista alberghiero e del comfort offerto ai degenti). Qualunque sia il livello di gradevolezza dell’ambiente e di attenzione alla persona, se l’infarto, ad esempio, non viene curato in modo efficace secondo quanto le acquisizioni consolidate della scienza medica internazionale danno per acquisito, non potremmo dare a quell’ospedale la qualifica di “umano”.

In questo modello di ospedale come cittadella della scienza l’umanizzazione equivale sostanzialmente a una richiesta di cure efficaci, abbinate alla sicurezza. L’attualità di questa problematica può essere collegata al dibattito relativo alla permanenza di piccoli ospedali decentrati. Il piccolo ospedale di pochi letti è magari ideale dal punto di vista dell’ospitalità: i degenti possono essere trattati in modo non impersonale e burocratico, i medici e gli infermieri stabiliscono rapporti molto familiari tra loro e con i malati. Ma dal punto di vista dell’efficacia il piccolo ospedale può costituire un vero e proprio pericolo per la salute e per la vita stessa.

Che cosa fare dei presidi ospedalieri di piccole dimensioni è attualmente un argomento di politica sanitaria molto scottante in Italia. La popolazione di cittadine di provincia in cui, secondo le indicazioni del governo centrale e in accordo con la programmazione regionale, è stata deliberata la chiusura del piccolo ospedale scende in piazza, operatori sanitari in testa: "Il nostro piccolo ospedale, così umano, non si toccai”. La popolazione sostiene queste rivendicazioni. Ma di fronte alla patologia seria, la preferenza va naturalmente all’ospedale che garantisca sicurezza ed efficacia. È un’esigenza imprescindibile di ciò che ci aspettiamo oggi da un buon ospedale: deve avere le conoscenze e le tecnologie per dare una risposta efficace alla patologia. La qualità medica che l’ospedale deve garantire comprende essenzialmente l’efficacia delle cure. Credo che ciascuno di noi,

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dovendo scegliere tra un ospedale dove ci trattano bene ma non ci sanno curare, e uno dove invece ci sanno curare, sceglierebbe il secondo, anche se in questo il comfort e l’attenzione alla persona lasciassero a desiderare.

Il modello dell’ospedale come luogo della scienza medica continua a essere quanto mai attuale. La scienza in ospedale non sarà mai troppa. Semmai il problema oggi è quello di una scienza troppo sbilanciata sul versante delle scienze naturali, che non sa integrare il sapere che deriva dalle scienze dell’uomo. La medicina tratta le patologie come se queste riguardassero solo il corpo, e non l’insieme della persona. Anche se, per ipotesi, la pratica di questa medicina fosse ineccepibile dal punto di vista filantropico, del rispetto dei diritti umani e della correttezza gestionale, sarebbe pur sempre carente, se non tiene conto di quanto dell’uomo malato ci dicono la psicologia, la sociologia, l’antropologia culturale.

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Le patologie più diffuse nella nostra società non riescono a essere curate efficacemente con una medicina che ignora sistematicamente queste dimensioni dell’essere umano. Per fare solo qualche esempio, pensiamo al problema della cura delle tossicodipendenze; oppure al crescente diffondersi di disturbi del comportamento alimentare, come la bulimia e l’anoressia; l’incapacità della medicina di trattare queste patologie, galoppanti nella nostra società, illustra le carenze intrinseche di risultati efficaci di una scienza medica che ignora le componenti psicologiche, relazionali, antropologiche e simboliche dei fatti patologici. Pensiamo anche al dolore cronico: i fallimenti medici nel tenerlo sotto controllo, malgrado il sofisticato arsenale terapeutico a disposizione della medicina contemporanea, dipendono dalla negligenza nel considerare il ruolo che esso gioca nella rete dei rapporti che lega il malato alla famiglia e alla società. È la prospettiva che ha indotto Arthur Kleinman antropologo medico di Harvard, a parlare di malattie “sociosomatiche” (Kleinman, 1993).

La carenza dell’ospedale concepito come cittadella del sapere medico è che questo sapere è un sapere dimidiato: conosce solo una parte dell’uomo. Un ospedale “umano” è quello che sa integrare il sapere completo sull’uomo non solo in modo teorico, ma pratico. Ciò implica il ricorso a professioni che si basano appunto sulle conoscenze umanistiche ― come lo psicologo, l’assistente sociale, il cappellano o assistente spirituale ― visti non come professionisti di secondo livello, che si occupano delle piccole cose, ma come parte integrante di un unico progetto terapeutico. L’ospedale umano, secondo questo modello, è quello che sa dare risposte efficaci alle patologie. A tutte, comprese quelle tipiche della società moderna, che non possono essere modificate senza un ricorso sistematico alle scienze dell'uomo, oltre che a quelle della natura.

Presidio dello stato sociale

Il terzo modello di ospedale è quello del welfare state. Dagli anni quaranta dello scorso secolo in poi, molti paesi dell'area occidentale, a cominciare dall’Inghilterra, hanno socializzato la medicina, come pilone portante del welfare state. Uno dei frutti meno discutibili del XX

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secolo ― il “secolo breve” che lo storico inglese Hobsbawm ha analizzato nel libro dal titolo omonimo nelle sue poche luci e tante ombre (Hobsbawm, 1995) ― è quello di aver liberato tanta parte dell’umanità dal bisogno e averla avviata al benessere. Il diritto alla tutela della salute, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagarsi i servizi sanitari di cui hanno bisogno, è riconosciuto come un diritto ampio quanto il diritto stesso di cittadinanza.

In questo quadro generale l’ospedale diventa il luogo dove si concentra l’impegno dello stato a fornire a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria. Non per motivi di filantropia, ma di giustizia. L’assistenza sanitaria diventa uno dei diritti civili e sociali esigibili da ogni cittadino. Assicurare a tutti l’assistenza sanitaria in caso di malattia, indipendentemente dalla capacità economica di pagarsela, diventa l’impegno prioritario dello stato sociale.

In ospedale tutti i cittadini hanno uguale diritto di accesso, tutti possono pretendere considerazione e rispetto, e soprattutto una cura adeguata alle loro necessità. La cura della salute promossa dallo stato sociale si è tradotta in una modalità che, di per sé, avrebbe dovuto essere evitata: l’ospedale ha preso il posto centrale e quasi unico di tutto il sistema delle cure. In quel progetto generoso, con venature di utopia, in cui lo stato si impegnava a promuovere il benessere di tutti i cittadini occupandosi di loro “dalla culla alla tomba”, l’ospedale era il luogo deputato a questa assistenza totale.

Attualmente ci troviamo nella necessità di ridisegnare lo stato sociale. Sappiamo che le risorse di cui disponiamo non sono sufficienti ― e mai lo saranno, per quanto allochiamo le risorse a favore della sanità ― per dare tutto a tutti. Siamo perciò costretti a stabile una scala di priorità: a chi dare, cosa dare, con quali criteri. In questa fase di transizione l'ospedale è sottoposto a un forte cambiamento, che rimette in discussione l’ospedalocentrismo a cui siamo abituati.

Nel nuovo stato sociale, verso il quale ci stiamo incamminando, la priorità numero uno è l’efficienza. Mentre nell’ospedale come cittadella della scienza l’imperativo dominante era ed è l’efficacia (all’ospedale

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chiediamo che guarisca le malattie, facendo ricorso a quanto di più aggiornato può offrire il progresso tecnologico e scientifico), nel nuovo stato sociale deve mirare a distribuire le risorse scarse in modo che con esse si ottenga il più e il meglio. In altre parole, l’ospedale deve essere efficiente, per poter rispondere ai bisogni sanitari non solo di qualcuno, ma di tutti.

L'efficienza è importante come valore economico, ma esprime anche un’esigenza etica. Possiamo illustrare l’assunto con un esempio. Se l’imperatore del Giappone si ammala ― come è successo con il vecchio imperatore Hirohito ― per curarlo si può spostare un ospedale nel suo palazzo, compresa la Tac e tutta la tecnologia più sofisticata. L’efficacia sarà la stessa, ma non si può dire che questa organizzazione delle risorse sia efficiente. Possiamo dare tutto a una persona e ottenere risultati brillanti in termini di efficacia, mandando però deluse le legittime aspettative di tanti altri che avevano diritto di contare su quelle stesse risorse. Come corollario del nuovo stato sociale, dobbiamo esigere che l’organizzazione delle cure in ospedale tenga in debita considerazione il criterio dell’efficienza. Se manca, l’ospedale non può qualificarsi come un buon ospedale, per quanto elevato sia, dal punto di vista della scienza medica, il livello delle prestazioni che fornisce.

Curare i malati e fare quanto è possibile allo stato attuale del sapere medico, per restituire loro la salute, non può più essere l’unico obiettivo di una buona medicina: mentre cercano di curare e guarire, i sanitari devono anche fare il miglior uso delle risorse. Ciò implica anche una limitazione nell’uso stesso dell’ospedale. Se viene utilizzato per motivi impropri, per trattamenti che possono essere fatti altrove o in regime di Day hospital, si realizza uno spreco di risorse, e quindi una medicina inefficiente (oltre che, molto spesso, una medicina che calpesta le attese di chi vorrebbe che l’ospedale fosse anche “ospitale”).

Questa preoccupazione si traduce in progetti molto concreti. Uno di questi può essere la promozione del Day hospital o della Day surgery. Organizzare gli interventi diagnostici e terapeutici in un giorno solo, evitando il ricovero, porta al risparmio su tutti i piani: da quello economico

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a quello del disagio inflitto ai malati. Anche molte operazioni chirurgiche possono essere fatte in ciclo giornaliero, se ben programmate e organizzate. Le stesse cure domiciliari diventano un programma essenziale di un ospedale che mira all’efficienza. Naturalmente queste vanno programmate: non sono tali quelle improvvisate, magari perché i sanitari, diventati sensibili ai costi, decidono a un certo punto di mettere il malato con la sua valigetta degli effetti personali fuori dalla porta dell’ospedale, quasi che, una volta concluso il compito istituzionale dell’ospedale, la sorte del paziente non riguardi più gli operatori ospedalieri. Anche la continuità delle cure e il legame organico con la medicina del territorio fa parte integrante di un ospedale concepito come presidio dello stato sociale.

L’ospedale-azienda

I tre modelli di ospedale che abbiamo analizzato, presenti sotto forma di eredità del passato, devono essere completati da un quarto: l’ospedale del futuro. Il quale non è solo un pio desiderio; in qualche modo è già presente come esigenza e potenzialità che domanda di essere realizzata: è, o sarà, l’ospedale-azienda, così come è disegnato dai decreti legislativi che tracciano il profilo della nuova sanità italiana.

Qualcuno paventa in questo modello di ospedale un tradimento della sua natura e vocazione originaria. Bisogna anzitutto chiarire un equivoco: non si tratta solo di trasporre nell’ospedale che cura le malattie la filosofia dell’azienda nata per produrre e commercializzare beni e servizi, obbedendo a una logica di profitto. Così inteso, l’ospedale azienda sarebbe davvero un tradimento. Il riferimento invece è a quella filosofia dell’azienda che è stata sviluppata in questi ultimi anni a partire dal concetto di “qualità totale”. L’hanno inventata i giapponesi, che grazie ad essa sono giunti a una posizione di leadership in molti ambiti del mercato mondiale. Le aziende occidentali, se vogliono sopravvivere e non essere escluse dalla competizione, sono costrette ad abbandonare la vecchia mentalità aziendalistica e ad adottare anch’esse la filosofia della “qualità totale”. In questa prospettiva l’obiettivo prioritario non è quello di aumentare il fatturato, ma

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di avere "clienti consolidati”, perché soddisfatti. Filosofia risultata vincente nel settore delle automobili; tanto più, quindi, se si tratta di un servizio personalizzato come la cura della salute.

Un cambiamento del genere, destinato a orientare le aziende verso il modello della qualità ‘‘eccellente”, richiede più di un lifting superficiale: implica un ripensamento totale, che si traduce in un atteggiamento diverso di coloro che producono beni o servizi nei confronti del cliente. Applicato all’ospedale, il modello richiede di mettere al proprio centro il paziente-cliente, imparando un modo diverso di lavorare. La centralità del paziente, un tema caro a coloro che hanno a cuore l'umanizzazione” dell’ospedale, cambia di segno: non è più soltanto un’esortazione morale a comportarsi bene con il malato ― riconducibile, più o meno direttamente, a una concezione deontologica che richiede a chi lavora in sanità un atteggiamento carico di umanità e di valori etici ― ma diventa una strategia di gestione manageriale del nuovo ospedale.

Perché l’ospedale possa essere giudicato un buon ospedale, bisognerà guardare alla qualità dei servizi che fornisce. Un indicatore di buon servizio è la giusta soddisfazione di chi ne usufruisce. Il paziente-cliente dovrà uscire dalla struttura ospedaliera non solo curato ― e curato bene, secondo i più alti standard della scienza medica ― ma anche soddisfatto. Altrimenti preferirà, nel regime concorrenziale che si andrà stabilendo, un’altra struttura fornitrice di servizi sanitari. Fornire servizi di qualità, valutati come tali da coloro che ne usufruiscono, equivale a mettere in atto misure strategiche necessarie perché l’ospedale-azienda possa sopravvivere.

È una rivoluzione che non produce soltanto migliori servizi, ma fa sì che gli operatori siano più soddisfatti del loro lavoro. Nella filosofia della “qualità totale” non si può fornire un prodotto eccellente se coloro che lo producono non sono attivamente coinvolti: non come piccole ruote di un ingranaggio, ma come protagonisti attivi che pensano le soluzioni e le propongono, fanno progetti e li realizzano, ottengono piccoli miglioramenti costanti. Il cliente soddisfatto presuppone un fornitore di servizi soddisfatto. Con delle persone frustrate e demotivate

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non si può fare un’azienda che abbia l’“eccellenza” come obiettivo. Nell’ospedale-azienda il criterio di valutazione non è più solo l’efficacia o l’efficienza, ma diventa l’eccellenza (per il concetto di “azienda eccellente” vedi Peters, Waterman, 1992).

La scommessa per il futuro è il passaggio a quell'ospedale-azienda che realizzi le potenzialità di umanizzazione che ha in sé, quasi una sintesi delle esigenze implicite nei modelli di ospedale hospitium, ospedale-cittadella della scienza e ospedale-presidio del welfare state. Dovrà essere, contemporaneamente, un luogo ospitale dove le malattie vengono curate in modo efficace, con l'efficienza che permette di rispondere con risorse limitate ai bisogni di tutti i cittadini, puntando insieme ― erogatori dei servizi e cittadini ― alla qualità eccellente.

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