Limiti e qualità in medicina

Book Cover: Limiti e qualità in medicina
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

LIMITI E QUALITÀ IN MEDICINA

in Limiti e qualità in medicina: tra etica ed economia

3° Convegno Scientifico di ADVAR

Treviso, sabato 23 novembre 1996

pp. 25-34

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La prima riflessione che vi viene proposta stamattina ha volontariamente il compito di offrirvi un quadro generale nel quale le altre riflessioni che nascono da angolature particolari, dell’economista, del medico di medicina generale, del comunicatore che vede più le cose dalla parte del cittadino, si inseriranno in un piano organico. Ci siamo resi conto che c’è in atto un grande cambiamento, definito di tipo economico: meno soldi per la sanità. Ma credo che noi faremmo ingiustizia alla complessità della situazione se ci limitassimo a questa sola indagine. La sanità cambia non soltanto perché ci sono meno risorse a disposizione, cambia anche molto in profondità.

Probabilmente cambiano le metafore con cui pensare alla sanità, e non è poco, perché le metafore nel nostro linguaggio sono quelle che determinano, con maggior coinvolgimento e profondità, il nostro approccio ai problemi. Pensate alla metafora fondamentale con cui noi affrontiamo i problemi della salute e delle malattie negli ultimi decenni di questo nostro secolo: è essenzialmente la metafora della “guerra”, di essere in guerra con la malattia, di mobilitare le nostre risorse per sconfiggerla; ed è una metafora tanto potente che per esempio quando si fanno le giornate in televisione per combattere il cancro o per combattere l’AIDS o la distrofia muscolare, si mobilitano risorse, anche economiche, impensabili, perché in quella specie di emergenza ― “siamo in guerra” ― vengono fuori le disponibilità, le generosità. Tutta la medicina è pensata come una guerra contro la malattia. Non è piccola cosa perché anche la dimensione economica viene ridisegnata: è economia di guerra. Quindi si dà la priorità assoluta, non si risparmiano sacrifici. Oggi sembra che la metafora dominante sia un’altra: quella del “mercato”. Allora sentiamo voci nuove nella medicina. Intanto non la diamo più in mano ai medici ma la diamo in mano ai manager, perché loro sanno gestire meglio le risorse, e parliamo di “budget”, parliamo di “analisi costi-benefici”, parliamo di “concorrenza”, parliamo di “efficienza”, parliamo di “produttività”. Dunque è una metafora essenzialmente di tipo economico. Non sto a dire che

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non sia una metafora importante. Ovviamente è molto importante ma dobbiamo renderci conto che quando arriviamo alle metafore, noi mettiamo in moto dei processi profondi di cambiamento che ci sollecitano a pensare la crisi sotto la forma del pericolo, perché quando cambiamo una situazione così profondamente interiorizzata, come il fatto che siamo tutti in guerra contro la malattia, sentiamo di entrare, spostandoci da questa metafora alla metafora del mercato, in un terreno pieno di insidie. Non per niente la parola cinese che indica la crisi è una parola chiarissima. L’ideogramma è composto di due parti: “pericolo”, l’ideogramma inferiore, e “opportunità”, l’ideogramma superiore.

Dunque, la crisi della sanità attuale, che consiste nel passaggio da una metafora all’altra, è una crisi pericolosa. Questa mattina avremo tutto l’agio di approfondire le dimensioni del pericolo che ci sono quando pensiamo alla sanità in termini prevalentemente di mercato e di economia. Ma è anche una opportunità. È una questione di limiti, diceva prima il dottor Orlando, traendo considerazioni da un editoriale per il quale, a mia volta, mi sono ispirato a un testo importantissimo e molto ignorato dalla comunità nazionale italiana – Il piano sanitario nazionale per gli anni 94-95-96 ― dove viene delineato il fatto che il passaggio, a seguito della limitazione delle risorse, dal paradigma di una crescita per quantità a una crescita per qualità, è anche una straordinaria opportunità. Dunque: pericolo ― opportunità. I limiti, in altre parole, sono l’opportunità per ripensare a fondo, fino al livello delle nostre metafore, dei nostri atteggiamenti sociali più interiorizzati, il nostro modo di porci di fronte alla medicina. Io vorrei sottolineare, in questa riflessione, che in realtà oggi noi siamo molto affascinati, stregati, dal limite economico, ma non è l’unico limite. Ci sono altri limiti, che hanno portato o stanno portando a un cambiamento nella medicina, che vanno contemperati con i limiti economici. E così pure la qualità, che è un concetto apparentemente intuitivo ― tutti pensiamo di sapere cos’è una medicina di qualità ― va articolata al plurale. Non c’è in medicina una sola qualità, ci sono

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almeno tre qualità. E non c’è soltanto un limite alle risorse, ma c’è almeno un altro limite, ed è proprio quello che voglio illustrare come prima dimensione del cambiamento.

La medicina tradizionale, come l’abbiamo praticata per 2500 anni, conosceva soltanto il limite della scienza, il limite delle risorse del tempo, della disponibilità personale, ma era una medicina orientata molto chiaramente su una concezione di qualità dove tutto quello che si poteva fare per il malato, per il bene del malato, era giustificato. Quindi, da questo punto di vista era una medicina senza concetto di limiti se non quelli dell’operatore o quello della scienza che più di certe risposte non arrivava ad elaborare. Ma purché si riuscisse a dimostrare che quello che si faceva per il malato gli portava beneficio, questo era giustificato e l’intervento era qualitativamente valido. Possiamo pensare questa situazione come una situazione lineare che chiameremo modello “premoderno” della medicina, in cui c’è un solo parametro: il beneficio del paziente. Quello che facciamo per il malato, gli porta un beneficio? Tradizionalmente s’è sempre detto: Guarire se si può, lenire il dolore, nella misura del possibile, o quanto meno confortare. Tutto quello che veniva fatto entro questo quadro di riferimento, il bene del paziente, la sua salute, o anche la sua psiche, la sua situazione di smarrimento, era un beneficio.

Il primo fondamentale cambiamento culturale che noi non abbiamo registrato è che questo modello lineare è cambiato nel momento in cui abbiamo capito che questa azione benefica ha un limite nella volontà del cittadino, nella volontà del malato. Il convegno ADVAR che abbiamo fatto nel ‘93 sul Consenso informato, sull’informazione data al cittadino, è stato sicuramente importante e anche precorritore. Soltanto un dato: nel ‘93 dovevamo ancora fare i conti con un codice di deontologia medica che non prevedeva il consenso informato come la base di legittimità dell’atto medico. Soltanto nel ‘95 ― cioè l’anno scorso ― i medici hanno cambiato il loro codice deontologico ed hanno ammesso che ciò che legittima un intervento diagnostico-terapeutico è la volontà del malato, previa informazione, è il suo

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consenso. Nel ‘93 noi eravamo ancora in una situazione paradossale in cui avevamo un documento ufficiale del Comitato Nazionale per la Bioetica “Informazione e consenso all’atto medico” che diceva che il paradigma moderno presuppone che il malato debba essere informato, che ciò che giustifica un intervento non è il beneficio del malato ma la volontà del malato di avere quel beneficio. Avevamo dunque da una parte una dichiarazione ufficiale molto autorevole, e una non-ricezione da parte della Federazione nazionale dell’Ordine dei Medici che diceva: “Il nostro codice deontologico ci dice che siamo noi a valutare quando è opportuno o non è opportuno dare l’informazione al malato”. Nel ‘96 siamo in una situazione che, almeno dal punto di vista normativo, è cambiata, ma dal punto di vista della pratica dei costumi è ancora profondamente diversa.

In questo contesto, la dottoressa Irene Merli scriveva nel libro, che credo lei stessa presenterà, Come riconoscere il medico giusto e difendere i vostri diritti di pazienti: “Il medico informa e propone, il malato decide”. Ecco il paradigma moderno, ecco il limite, il limite alla medicina, anche alla medicina più orientata in senso benefico: sono le percezioni personali: “So io qual è il mio bene, o almeno lo devi articolare insieme a me”. Per molti secoli ci si rivolgeva al medico come al proprio confessore, a quest’ultimo si comunicavano le inquietudini dello spirito, al medico i mali del corpo e il medico, come il sacerdote, trattava il malato con modi quasi paternalistici. Questa visione ha dominato nel mondo della medicina fino a qualche decennio fa, poi si è gradualmente fatta strada una nuova filosofia che ha finito per rivoluzionare il rapporto tra medico e paziente. Oggi, prima di iniziare ogni terapia, il primo passo da fare è quello di ottenere il cosiddetto “Consenso informato” del paziente. Questi nuovi pazienti, quanto sono vicini o quanto sono lontani? Io ho chiesto l’aiuto a un grafico per illustrare la situazione. Quanto sono lontani i nuovi pazienti? L’ha commentato con la disavventura dell’indiano sordo. L’indiano che sta ad ascoltare quanto sono lontani i bufali mettendo l’orecchio sul terreno, ma, se è sordo, rischia di avere addosso i bufali e di non accorgersene.

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Di fatto nel mondo della medicina succede ancora che rispetto ad una professione che si orienta verso una dimensione qualitativa valutata in senso autonomo, si dica: “faccio per il malato quello che ritengo il suo beneficio e non negozio con lui, non contratto con lui”. Il paradigma moderno, che non sostituisce quello tradizionale, si inserisce invece in una dimensione dialettica. Il modello moderno, cioè “le preferenze del paziente”, costituisce un campo di contrattazione. (Fig. 1,2,3) Se quello che il sanitario ritiene il bene del paziente il massimo è 15, ho messo anche uno zero per indicare che forse c’è anche un “sottozero”: ci sono delle preferenze o delle attività mediche che non sono giustificate da un punto di vista etico ― non per niente l’etica tradizionale ha messo a salvaguardia dell’azione medica “Primum, non nocere” ― ma anche il paziente può avere delle preferenze sottozero, non accettabili. Non pensate subito all’eutanasia o ad altre cose che pure entrano in questo quadro di riferimento.

C’è una discussione interessantissima su un sito di Internet che riguarda un Forum di discussione tra medici di medicina generale, in cui un medico espone agli altri il suo problema morale. Egli dice: “Mi si presenta ogni anno il paziente che vuole “la settimana di mutua”, è sano come un pesce, ma lui vuole la sua settimana di ferie. Io l’ho sempre accontentato, ma adesso ho anche la percezione che non possiamo disporre delle risorse comuni sulla base di preferenze non giustificate. Ho detto a questo paziente che quest’anno la settimana non gliela prescrivo. Mi ha risposto: “Va bene, allora io e la mia famiglia cambiamo medico”. Il medico si rivolge, allora, agli altri per conoscere il loro comportamento e ne è nata una discussione interessantissima che mi sembra riporti l’etica nel suo luogo originario, perché il luogo originario dell’etica non è la cattedra, è la piazza, è l’agorà. È il luogo dove il cittadino Socrate pone agli altri domande scomode e li invita a riflettere. In questa agorà telematica circolano confronti di questo genere. Allora, ci sono delle preferenze non accettabili, ma ci sono delle preferenze che in ogni caso vanno ascoltate: bisogna cercare col paziente “cittadino”

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quella terapia, quell’intervento, quella misura giusta per lui, non soltanto quella che è giusta per noi. Ecco il senso del limite inteso come la valutazione soggettiva della qualità. Perché non è detto che quello che è qualitativo ― prolungamento della vita per qualche giorno, per qualche settimana, per qualche mese ― ottimo per le statistiche, per i congressi, vada bene per i pazienti. Allora c’è un limite che nasce da una contrattazione che richiede prima una informazione, e tutto questo ha una incidenza fortissima nella pratica quotidiana della medicina, perché non si può fare questa medicina moderna senza prendere il tempo per informare bene il paziente. Nasce allora una questione fondamentale: la qualità ha un prezzo. Qui stiamo parlando della qualità “relazionare”: il prezzo è il tempo. Ed è chiaro che se una medicina deve rispondere soltanto al numero delle prestazioni deve quantificare, fa economia di tempo e scade in qualità. Ma se si dà voce al paziente, se lo si fa intervenire, se lo si fa scegliere, se gli si propongono le alternative, costui non domanderà sempre le cose più costose? Non ci porrà al di fuori del limite delle risorse? Io non ho una risposta, ma mi ha molto impressionato una ricerca fatta in America e pubblicata dal New England Journal of Medecine: i medici sanno che è la Bibbia della ricerca, le cose che vi appaiono sono in genere molto serie. In questa ricerca, fatta un paio di anni fa, sul coinvolgimento dei pazienti nelle scelte mediche e il rapporto di questo coinvolgimento col contenimento delle spese, un gruppo di pazienti veniva coinvolto direttamente più di altri, mediante una informazione riguardo alla diagnosi, alla terapia e in particolare alla possibilità di risposte molteplici della terapia per la cura dell’ipertrofia prostatica benigna.

Voglio leggere la conclusione di questa ricerca, perché mi sembra molto interessante: “I livelli correnti di utilizzazione di tecnologie mediche molto sofisticate sono più alti di quelli voluti dai pazienti, perché quando occorre sottoporsi ad un rischio per ridurre i sintomi o per migliorare la qualità della vita i pazienti tendono ad esser più riluttanti di quanto non lo siano i medici. Se viene loro offerta una possibilità di scelta, i pazienti optano

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per strategie meno invasive di quanto facciano i medici.” La conclusione della ricerca era questa: la libera espressione di preferenza da parte del paziente dovrebbe comportare un abbassamento della domanda. Ciò sembra vero anche nelle cure rivolte ai pazienti terminali, in quanto, di fronte all’inevitabilità della morte, i pazienti in quelle situazioni preferiscono che si faccia di meno, piuttosto che di più. Di meno in senso tecnologico, oltre che in senso economico. Una migliore informazione sugli esiti clinici, un miglior dialogo tra paziente e medico sulle opzioni possibili può dunque fare diminuire la domanda di trattamenti più costosi. Io non voglio dire che questo è assoluto, ma che non ne sappiamo quasi niente; sarebbe un campo di ricerca per capire quanto l’informazione e il coinvolgimento del paziente ci porti a una medicina meno invasiva, meno tecnologica e quindi anche meno costosa. Perché la qualità qui è una qualità più relazionata al concetto personale di “buona vita” che a quello che costa: costa anche il tempo, il prendersi cura costa, ovviamente, ma costa in maniera molto diversa dell’alta tecnologia e forse la risposta a questo problema ci darebbe anche un miglior equilibrio tra le risorse umane e le risorse tecnologiche, con il sospetto che noi ricorriamo di più alle costosissime risorse tecnologiche perché siamo disposti a dare di meno nel versante dell’informazione, della vicinanza, del rapporto con il paziente. Mi sembra un’ipotesi affascinante che non possiamo fare a meno di esplorare: più diamo come rapporto personale, meno spendiamo. Questo è il limite che deriva dalla cultura moderna, quello che mette le persone, con i limiti delle loro preferenze, in dialogo con la sanità.

Mi si dirà che non è questo il limite di cui si parla oggi. I limiti sono il Budget, il Fondo Sanitario Regionale, i limiti economici, e qui abbiamo effettivamente un’altra dimensione, che è la dimensione che possiamo chiamare postmoderna in cui i limiti sono generali e sono costituiti dal fatto che non possiamo più permetterci di pensare che “qualcuno” pagherà i nostri conti. Abbiano fatto scelte sconsiderate nella sanità ed anche in altri settori come la previdenza ma non possiamo più permetterci

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Piano della contrattazione beneficio-preferenze

Spazio della contrattazione beneficio-preferenze-appropriatezza

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di pensare che siamo una società senza limiti, dobbiamo partire dalle risorse economiche che intendiamo riservare alla sanità e, senza smobilitare lo Stato Sociale, dobbiamo con queste risorse far fronte alla domanda di tutti, non soltanto di qualcuno. Questo è l’altro limite ed anche l’altra dimensione della qualità. Se pensiamo a quello che sta avvenendo in Russia abbiamo l’immagine di cosa vuol dire medicina efficace: cinque by-pass al Presidente Eltsin che aveva un piede nella tomba, grandi chirurghi che arrivano da tutto il mondo, e poi leggiamo che prima in Russia facevano in media 5000 by-pass mentre ora per il disfacimento della loro sanità ne fanno 2000, il che vuol dire che tremila cittadini muoiono. Non dobbiamo curare soltanto il cuore del signor Eltsin, dobbiamo curare il cuore di una quantità di cittadini.

Questo è il quadro concreto per dire: l’appropriatezza, perché se le nostre risorse non le spendiamo bene non le avremo per rispondere ai bisogni di tutti. E quindi non possiamo più permetterci le diseconomie e dobbiamo anche pensare a chi diamo, che cosa diamo, quali sono i trattamenti che danno maggior beneficio.

Nel riordino della sanità abbiamo pensato che il modo migliore per rendere più produttive le nostre strutture e di curare di più l’efficienza, sia quello di mettere qualche cosa del “mercato”. Questa è l’idea di “cliente”, cioè di dare un po' più di possibilità al cittadino, di premiare le strutture che rispondono di più alla qualità percepita, così come andiamo nel ristorante che ci piace di più, così come andiamo nell’agenzia turistica dove, oltre alle buone informazioni, hanno anche rispetto di noi. Vorrei sottolineare il fatto che questi elementi di concorrenza che vengono previsti nel disegno, non li abbiamo ancora realizzati. Vorrei essere molto esplicito: la nuova sanità non è quella che abbiamo davanti agli occhi e soprattutto non è la vecchia sanità, meno qualche taglio. Il nuovo servizio sanitario ci invita a immaginare un servizio sanitario centrato sulla qualità; l’elemento premiante è quello del gradimento del cittadino, quindi anche di una qualità “percepita”.

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Vorrei osservare prima di chiudere, per permettere poi un ampio dibattito, che c’è anche un senso di estraneità, rispetto a quanto abbiamo sempre ritenuto fosse importante per strutturare, modificare i comportamenti delle persone che lavorano in sanità: l’esortazione morale, cioè, a considerare il malato come un paziente, a considerarlo come una persona che ha bisogno, a trattarlo bene perché vogliamo fare una cosa buona per lui, perché vogliamo essere buoni con lui. Questa è sicuramente la molla fondamentale che abbiamo sempre utilizzata. È bastato questo per modificare la sanità? Purtroppo sembra di no. Abbiamo visto che in altre attività umane la concorrenza porta un grande stimolo al miglioramento della qualità e anche all’abbassamento dei costi. L’Alitalia ci vuol far credere che ci fa volare bene perché ci vuole bene: “Vi voliamo bene”. No, l’Alitalia attualmente ci fa volare bene, cioè a bassissimi costi e con una quantità di servizi, perché ha la concorrenza. Allora, è una delle cose che abbiamo pensato che possa migliorare la nostra sanità: metterci la concorrenza, la centralità del cittadino. Certo, abbiamo sempre detto che il malato deve essere al centro, ma adesso gli diamo il ruolo di premiare le strutture che rispondono di più ai suoi desideri e di punire quelle che sono inefficienti con lunghe liste d’attesa, non umane, disinformate. Se non vogliamo trattare bene i cittadini perché vogliamo loro bene, dobbiamo trattarli bene per questione di sopravvivenza. Questo è un altro dei cambiamenti “rischio e opportunità”: rischio di degradare da paziente a cliente, opportunità di migliorare quello che facciamo per i cittadini.

Il limite: economia, etica, ascetica

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Sandro Spinsanti

IL LIMITE: ECONOMIA, ETICA, ASCETICA

in Il limite

Atti degli incontri con la cittadinanza promossi dall'ADVAR

Treviso, 2003

pp. 7-16; 31-33; 35-36

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Ci lasciamo introdurre al tema del limite da una storia. Una vicenda con due protagonisti, uno piccolo e uno grande. Quello piccolo è un bambino di 11 anni che si chiama Jacoby Howard; gli amici e quelli di famiglia chiamano Coby. Abita nello Stato americano dell’Oregon. L’altro protagonista è un soggetto importante: il Senato dello Stato americano dell’Oregon. La storia si è svolta nel 1987. Coby ha la leucemia. E avrebbe bisogno, per avere una qualche chance di guarire, di un trapianto di midollo. Il Senato dell’Oregon, nella primavera del 1987, si deve confrontare con un

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problema di budget. A disposizione c’è una determinata cifra, che deve essere allocata. Con quel determinato importo si possono fare due cose: prolungare un programma di aiuto per una decina di bambini leucemici, assicurando loro i trapianti necessari, oppure si può estendere l’assistenza di base a circa duemila donne e bambini attualmente senza copertura sanitaria, offrendo loro dei servizi che non potrebbero pagare con le proprie risorse. Il Senato nella primavera del 1987 ha preso una decisione sofferta: interrompere il programma di trapianti per leucemici e destinare la somma disponibile alle cure primarie di donne e bambini. La famiglia di Coby, non potendo più disporre dell’assistenza pubblica, comincia una colletta per raggiungere i 100.000 dollari necessari per questo intervento; sono arrivati a 70.000 dollari quando, verso Natale del 1987, prima di riuscire a completare la somma richiesta per l’intervento, Coby muore.

Questa storia personale ― privata, privatissima ― ha acquistato un significato di ampia portata. È stato suggerito di considerare la morte di Coby come la prima vicenda nata da un deliberato ed esplicito razionamento delle risorse in sanità. Quando la piccola storia privata è diventata di dominio pubblico qualcuno è andato a rivedere il discorso che aveva fatto il Presidente del Senato dell’Oregon al momento della decisione di politica sanitaria. Aveva affermato: "La tecnologia medica ha superato e continuerà a superare la nostra capacità di pagarla. Questa è la dura realtà: dobbiamo limitare il denaro che spendiamo nella cura della salute!".

Dobbiamo riconoscere che il discorso sul limite in medicina è entrato attraverso l’economia. Non tutti i Paesi hanno preso la via del razionamento esplicito, decidendo quali servizi alla salute vengono concessi ai cittadini e quali negati. Anche in Italia negli anni ’90 abbiamo preso questa strada, benché l’idea stessa di razionamento all’inizio sia stata presentata sotto forma di razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale. Ma il modello dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), introducendo la distinzione tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è, va esattamente nella

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direzione di una limitazione per via amministrativa, e quindi di un razionamento.

Dal punto di vista culturale, invece, la medicina ci aveva abituato a sfidare l’idea stessa di limite, diffondendo piuttosto la convinzione che tutto quello che noi possiamo fare per la cura della salute sia doveroso, e quindi dobbiamo farlo. La medicina che noi conosciamo si è presentata sempre di più come una frontiera che avanza continuamente, spostando in avanti i confini delle sue possibilità. Crea attesa e ci dà l’illusione di poter fare sempre di più; vivere sempre più a lungo, in uno stato di sempre maggiore salute. In breve, ci presenta la vita come un campo di conquista della medicina, con la promessa di trovare sempre nuovi metodi per sconfiggere le malattie.

L’idea di un limite nella vita, dal punto di vista della sua estensione nel tempo, e di carenze intrinseche che si traducono in fragilità, perché la salute prima o poi ci tradisce, sembra che non faccia più parte della nostra cultura. Può farci riflettere una considerazione di carattere generale proposta da qualcuno che al momento attuale conosce il limite da un punto di vista diverso da quello di cui ci stiamo occupando, perché sperimenta una radicale limitazione della libertà personale. Mi riferisco ad Adriano Sofri che, come tutti sanno, si trova confinato in prigione. Nel suo libro Altri hotel (Mondadori, 2001), parlando nel contesto di un dibattito sollevato da Montanelli sull’eutanasia ovvero sulla decisione di mettere un limite alle cure mediche che tengono in vita, Sofri prende posizione affermando: "Ho fatto in tempo ad appartenere ad una cultura umana millenaria, solo da poco abbandonata, per la quale (non solo nella sua versione cristiana) il timore nei confronti della violazione della natura, il senso del sacrilegio era forte e profondo. La natura, e per essa il tempo, il tempo che uccide o risana, erano sentiti come inviolabili e pronti a prendersi una rivincita. Non ho nostalgia di questa cultura, al contrario. Bisogna che tutti gli esseri viventi vengano liberati quanto è possibile, dal dolore e dalla debolezza. Ma so che nel modo di questa liberazione c’è un prezzo alto...". Adriano Sofri coglie acutamente il centro

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del problema: l’idea che ci sia una natura che ci mette dei limiti non fa più parte della nostra cultura, né religiosa né laica. Al contrario, è considerato come tipico della natura umana infrangere la natura, andare al di là, non accettare limiti; la natura dell’uomo è di essere culturalmente innaturale. Non esiste una vita autolimitata, ma dove scopriamo delle barriere ai nostri progetti siamo piuttosto autorizzati a vedere una sfida. Aspettiamo che la medicina, che ha come suo ambito di attività la salute, ci dia sempre nuovi orizzonti.

Il tema del limite, entrato attraverso la porta dell’economia e della scarsità delle risorse, ci apre in realtà a questioni antropologiche molto delicate. Anche se avessimo a disposizione tutte le risorse che ci servono, sarebbe auspicabile la prospettiva che la vita umana non debba avere un limite, che non si possa più parlare di natura, in quanto il proprio dell’uomo ― la sua natura ― è di essere artificiale, non naturale? Noi siamo quello che noi facciamo di noi stessi; abbiamo un compito: quello di trascenderci sempre. È sostenibile dal punto di vista umano, e soprattutto etico? Per costringere la questione entro un interrogativo espresso in termini colloquiali: viviamo meglio o viviamo peggio se non adottiamo un limite?

Al di là delle dimensioni inevitabili dell’economia sanitaria, ci troviamo a riformulare il tema del limite in maniera nuova: non è questione di risorse economiche scarse, ma di che cosa ci aspettiamo dalla medicina. Dobbiamo rimettere in questione il punto di partenza, cioè che l’idea del limite nasca in medicina dall’economia sanitaria, per il fatto che non possiamo più permetterci di pagare tutte le cose che la medicina ci promette di dare o di fatto ci dà. Ciò che emerge sono piuttosto i limiti interni della medicina. Quando ci liberiamo dalla seduzione che esercita l’economia, ci rendiamo conto che in realtà il problema del limite in medicina era cominciato molto prima che nascessero i problemi generati dalla scarsità delle risorse. Almeno potenzialmente, il limite era apparso in medicina due secoli fa, anche se quella potenzialità non aveva avuto la possibilità di esprimersi. Due secoli fa, infatti,

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è avvenuta nella cultura dell’Europa una svolta molto importante: la rivoluzione liberale. Questa ha impostato i rapporti tra gli esseri umani sulla base dei diritti delle persone a essere considerate come uguali. Era la netta antitesi a un’impostazione dei rapporti interpersonali di tipo paternalistico e autoritario. Ciò valeva anche per la medicina. In buona sostanza: la medicina veniva intesa come un’attività esercitata da qualcuno che aveva un potere sul corpo dell’altro, un potere benefico. Il paternalismo non aveva una connotazione negativa, come nell’uso linguistico attuale, dove il paternalismo evoca il sospetto di un abuso di potere. La madre, che ha un potere assoluto sul suo bambino piccolo, non agisce male se prende decisioni per il bene del bambino. Lo stesso valeva per il medico che decideva che cosa andava fatto per il bene del paziente. Il suo era un potere assoluto.

Troviamo una chiarissima testimonianza di questa concezione in un medico del XVII secolo, vissuto quindi prima della rivoluzione liberale. Si chiamava Rodrigo De Castro. In un trattato, Medicus politicus, riassumeva tutta la filosofia della medicina in questa frase: "Il medico ha il potere di governare il corpo umano, così come il monarca governa lo stato e Dio governa il mondo”. Questo potere di governo è un potere che non ha rapporto con il concetto di limite. Ognuno nel proprio ambito, ha un potere non soggetto a vincoli, quindi ab-solutus, assoluto. Di fronte al medico non esisteva un altro soggetto, qualcuno che limitava la sua autorità, ma una persona in necessità, un “povero cristo”. Se il medico riteneva che il paziente avesse bisogno, era autorizzato a fare tutto quello che riteneva giusto per il paziente. Non era limitato da un’altra volontà; l’unico limite era eventualmente quello delle risorse, che gli impediva di fare per il paziente tutto quello che aveva in mente.

La volontà del malato quanto contava? Nella cultura che abbiamo ereditato, e che trovava l’espressione nell’etica medica, la volontà del malato non era presa in considerazione. In un celebre trattato giuridico del 1914 di Grispigni, intitolato: La volontà del paziente nel trattamento medico-chirurgico, troviamo la seguente

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affermazione: "Nel caso in cui la malattia costituisca un pericolo grave e imminente alla persona, si può compiere il trattamento medico chirurgico nonostante che manchi il consenso, ovvero nonostante che questo sia invalido, e perfino nonostante che il paziente opponga un divieto; e questo, magari, cerchi di far valere ricorrendo alla resistenza". Si poteva fare buona medicina senza tenere in considerazione la volontà del paziente, anzi addirittura violandola. In questo atteggiamento vediamo in atto il potere assoluto del medico. Non esisteva, davanti a lui, qualcuno che gli ponesse un limite, contrapponendogli un’altra volontà; non c’era un soggetto con un suo ideale di buona vita, che potesse dire dei sì e dei no, che indicasse delle restrizioni.

Nel vasto mondo c’erano però dei semi almeno di un altro tipo di relazione tra medico e paziente. Nello stesso anno in cui in Italia veniva pubblicato il trattato di Grispigni, il 1914, in America ha luogo una vicenda medico-legale che si sviluppa sotto tutt’altro segno. Una signora va da un medico per un problema a un piede e l’ortopedico dice: "Qui bisogna operare". E la signora si fa operare. Dopo un po’ ritorna dall’ortopedico, accusando una zoppia al piede operato. Il medico le spiega che è un effetto collaterale indesiderato: l’operazione è fatta bene, ma si poteva prevedere anche questo esito. "Ma lei non me l’ha detto” ― obietta la signora ― "No, io non ero tenuto a dirglielo"; "Ma se io l’avessi saputo non mi sarei fatta operare"; "Io non dovevo dirglielo". La cosa va davanti a un giudice. Il giudice si chiamava Benjamin Cardozo; con una sentenza celebre, il giudice dà torto al medico, affermando: "Ogni essere umano adulto e capace di intendere e di volere ha diritto di decidere che cosa viene fatto al suo corpo".

Nella pratica della medicina è successo in questo ultimo tempo che quell’impostazione che, almeno teoricamente in alcuni processi era stata formulata negli USA, il Paese che costruiva i rapporti sociali sulla base del liberalismo e della difesa dei diritti della persona, progressivamente si è affermata anche in altri paesi della vasta area culturale che chiamiamo l’Occidente. Anche in Italia comincia a farsi strada. Di fronte all’operatore sanitario si

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profila così quel limite che nasce dall’autonomia di un’altra persona. Davanti al medico non c’è soltanto una persona che ha bisogno: c’è un paziente, che è un soggetto, un cittadino, una persona che può e deve decidere insieme al medico che cosa è meglio per lui. Il modello proposto dal testo di Grispigni, che di fronte al medico colloca un malato che ha bisogno, un professionista autorizzato a decidere e a mettere in atto ciò che ritiene opportuno per il bene del paziente, si sta sgretolando. Emerge un pluralismo di soggetti, con diversi orientamenti culturali e preferenze.

Non è detto che tutti vogliono quello che la medicina di oggi può proporre. Quello che va bene per uno può non andare bene per un altro. Qualcuno può puntare tutto sul prolungamento della vita a qualsiasi condizione, qualcun altro invece certe condizioni di sopravvivenza non le accetta. Per qualcuno il prolungamento della vita è il bene superiore, per qualcun altro è l’autonomia, è la dignità, è il non soffrire, qualunque cosa possiamo immaginare. Quindi la medicina viene intrinsecamente limitata, prima che dai problemi dell’economia sanitaria, dal fatto che si contrappongono due soggetti, e il progetto di vita del paziente è importante quanto quello che la medicina gli può dare. La buona medicina richiede oggi un necessario chiarimento, prima di un trattamento diagnostico o terapeutico, con il paziente: che cosa gli stiamo proponendo, le condizioni, i rischi, i benefici, gli effetti collaterali. Davvero tutti vogliono ciò che la medicina oggi potrebbe dare? Quante volte vedendo certi trattamenti medici di fine vita abbiamo detto: “Io, per me, non vorrei mai che facessero quello che hanno fatto a mio padre, a mio zio?” Quanti operatori sanitari che frequentano abitualmente gli ospedali, medici e infermieri, hanno molto chiaro che vorrebbero mettere dei limiti se fossero essi stessi i pazienti, dal momento che certe condizioni di sopravvivenza non sono disposti ad accettarle?

Mettere dei limiti a quello che la medicina potrebbe fare è un atteggiamento molto diffuso. Non esistono molte ricerche empiriche a sostegno di osservazioni occasionali. Una almeno merita di essere citata. È stata pubblicata nel New England Journal of

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Medicine alcuni anni fa. Oggetto della ricerca sono stati due gruppi di pazienti maschi con un’ipertrofia prostatica benigna. A un gruppo di questi è stato fornito il trattamento abituale in questi casi; all’altro gruppo è stata offerta un’informazione molto più dettagliata sui possibili trattamenti, lasciando poi scegliere ai pazienti il trattamento. Lo studio concludeva osservando che "i livelli correnti di utilizzazione di tecnologie mediche molto sofisticate sono più alti di quelli voluti dai pazienti, perché quando occorre sottoporsi ad un rischio per ridurre i sintomi o per migliorare la qualità della vita i pazienti tendono a essere più riluttanti di quanto non lo siano i medici. Se viene loro offerta una possibilità di scelta i pazienti optano, in genere, per strategie meno invasive di quanto facciano i medici. Se così è, la libera espressione di preferenze del paziente dovrebbe comportare un abbassamento della domanda. Ciò sembrerebbe vero anche nelle cure rivolte a pazienti terminali, in quanto di fronte all’inevitabilità della morte i pazienti, in molte situazioni, preferiscono che si faccia di meno piuttosto che di più. Una migliore informazione sugli esiti clinici, un migliore dialogo tra pazienti e medici sulle opzioni possibili può, dunque, far diminuire la domanda di trattamenti più costosi".

Non lasciamoci condurre su una falsa strada dall'ultima frase: non è che dobbiamo informare di più perché i pazienti informati chiedono prestazioni meno costose, e quindi a fini di risparmio. Essere informati è un diritto. Anche se è vero che gli interventi più invasivi sono anche i più costosi, non è per evitare questo tipo di intervento ― che gravano pesantemente sul budget della sanità ― che bisogna fornire l’informazione. Per attenerci all’esempio dell’ipertrofia prostatica benigna, la decisione del paziente è diversa se viene informato che con la prostatectomia si esclude la probabilità che degeneri in cancro, ma c’è un alto rischio di impotenza e di incontinenza urinaria. Oggi possiamo e dobbiamo essere più consapevoli dei benefìci che la medicina ci offre: tutto l’arsenale chirurgico e terapeutico di cui disponiamo non è un beneficio a prezzo zero. Spesso ha dei prezzi pesantissimi, non in termini economici, ma in termini di qualità di vita. Se siamo informati,

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se siamo messi in grado di scegliere probabilmente sceglieremmo in maniera molto diversa da quello che i professionisti sanitari tendono a scegliere per noi.

In questo scenario di cambiamento aggiungiamo ancora una considerazione su un cambiamento ancora più radicale che la medicina ha davanti. Saremo in grado, sempre di più, di conoscere il nostro futuro, compreso il nostro futuro patologico. Quello che si sta oggi delineando all’orizzonte come il frutto più importante della svolta avvenuta nell’ambito della biologia molecolare e della decodificazione del genoma è correlare la nostra eredità genetica, di ogni individuo particolare, con certe patologie. Sempre di più saremo in grado di conoscere se abbiamo un corredo genetico che ci predispone alla cardiopatia, o al cancro, o all’Alzheimer. Ancor prima di avere i primi sintomi di una malattia, sapremo se abbiamo o non abbiamo la predisposizione genetica a una determinata patologia.

Cominciamo appena a immaginare che cosa sarà la medicina del futuro. In parte almeno, quella medicina è già diventata realtà. Oggi non c’è donna che non si sottoponga, nell’ambito di una gravidanza, a ecografia; frequentemente si ricorre anche all’amniocentesi, per avere informazioni sulla salute e sullo stesso corredo cromosomico del feto. Nell’interpretazione più benevola, la diagnostica prenatale si propone di individuare le patologie e di trattarle il più precocemente possibile. Nella realtà da queste diagnosi ha origine per lo più la decisione di portare avanti o interrompere la gravidanza, quando la vita concepita non corrisponde a un criterio di salute, o ancor più di perfezione auspicata.

Possiamo chiederci, in modo radicale: è un bene conoscere tutto quello che possiamo conoscere? Ovvero, vivremo meglio se sapremo in anticipo quali patologie ci spettano da adulti o da vecchi? Una vicenda letteraria ci può aiutare ad articolare una risposta. Si tratta di un episodio dell'Orlando Furioso. Il cavaliere Rinaldo è ospite di un cavaliere, in un castello. A cena il castellano gli mette davanti un calice informandolo che si tratta di un calice magico: se chi lo porta alla bocca ha una moglie infedele,

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non riesce a bere, perché il vino gli si versa sul petto. Rinaldo prende il calice, sta per bere, poi lo rimette giù ed esclama:

"Lasciam star mia credenza come stasse.

Sin qui m’ha il creder mio giovato, e giova;

che poss’io migliorar per farne prova? "

Credere che mia moglie mi è fedele mi è stato bene; forse migliora la mia vita se so mia moglie fedele o no? Il castellano lo loda:

"Tu tra gli infiniti sol sei stato saggio

che far negasti il periglioso saggio".

Nell’approvazione del castellano possiamo leggere un elogio dell’ascetismo conoscitivo. Ascetismo: una parola quasi scomparsa dal nostro vocabolario. La tradizione religiosa e umanistica affermava invece che l’ascetismo ci migliora la vita; essere ascetici, nel senso di rinunciare a dei piaceri anche leciti, irrobustisce il carattere, ci dà più padronanza. Oggi ci troviamo di fronte a una promessa di conoscenza che non è più soltanto quella relativa alla fedeltà coniugale, se la moglie o il marito ci tradiscono. Ben altre conoscenze ci aspettano. Potremo conoscere di noi e dei nostri figli molte più cose che riguardano la vicenda futura del corpo. Tanto più la medicina prenderà questa via della predittività, tanto più avremo quasi una specie di fotografìa del nostro futuro. Non possiamo sfuggire a questa domanda: vivremo meglio quando berremo questo calice? Oppure vivremo peggio?

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Mi piacerebbe tornare sopra le considerazioni fatte dalla dottoressa Palermo, perché possono essere sviluppate anche in altra direzione.

Vorrei mettere in evidenza che stiamo trattando due dimensioni diverse dell’atto medico, dal punto di vista del rapporto medico-paziente. Quella da cui è partita, in maniera molto eloquente e chiara, la dottoressa Palermo, è il problema della medicina sicura. Ha anche prospettato il pericolo di andare verso una medicina di autodifesa, con i medici posti in posizione di tutela della propria sicurezza. È la situazione che si crea quando il medico si pone come principale domanda: “Cosa devo fare per non incorrere nelle ire del giudice o nella denuncia del famigliare?”. Non voglio assolutamente nascondere che oggi è diventato un grande problema per i medici, e di riflesso per i direttori sanitari, per i direttori delle aziende, per gli assicuratori. Stiamo andando verso una medicina sempre più litigiosa, sempre più rivendicativa. Mentre in passato la professione medica era praticamente impunita e impunibile, anche quando sbagliava, oggi rischia di essere condannata anche quando fa bene. Quello della medicina sicura è diventato un problema di grande rilevanza sociale.

È necessario che i giuristi affrontino di petto le relazioni conflittuali che si creano in medicina, chiarendo quanto c’è ancora di incerto e confuso. Tra i magistrati stessi non vi è consenso. Mi è capitato di sentire un giurista che, parlando a dei medici riguardo al problema dei Testimoni di Geova, riassumeva la sua posizione dicendo: “Ecco, stando alla dottrina giuridica, se il Testimone di

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Geova, adulto, capace di intendere e di volere rifiuta la trasfusione voi non dovete trasfonderlo; ma, cari medici, io vi consiglio di guardarvi intorno e cercare di sapere il magistrato con cui avrete a che fare”. Questioni prudenziali, se vogliamo, perché abbiamo bisogno di chiarire qual è la medicina sicura. Ma la sicurezza non esaurisce il problema. A tutti noi sta a cuore la medicina buona. E medicina sicura e medicina buona sono due cose diverse.

L’etica ha a che fare con la medicina buona. Quanto alle direttive anticipate, sono anch’io d’accordo sul fatto che enfatizzarle oggi in Italia è prematuro e rischioso. Il pericolo è quello di prendere la strada della burocratizzazione. Basta guardare che cos’abbiamo fatto, in Italia, del consenso informato. Abbiamo moltiplicato le cartacce! Non è cambiato per niente l’atteggiamento del medico nei confronti del paziente: oggi nelle nostre istituzioni abbiamo la medicina di sempre, in cui il medico decide lui quello che c’è da fare, più la firma di un paziente sotto un foglio. Quindi se la prospettiva è quella di andare ad aggiungere ancora altre cartacce ai consensi informati, sotto il nome di direttive anticipate, sono anch’io contrario.

Tuttavia dobbiamo subito aggiungere che le direttive anticipate sono una perfetta illustrazione dei limiti come abbiamo cercato di parlarne oggi: il limite che nasce la fatto che sono due le persone che in un rapporto terapeutico si confrontano. Mi è piaciuto moltissimo l’esempio dei due suoceri; avevano due valori diversi, due preferenze diverse. Quindi la volontà dell’altro è un limite o è un’opportunità? È vero che l’altro mi limita. Prendiamo il caso migliore: “Io, medico, voglio fare il tuo bene, penso che il trattamento migliore per te sia questo, e tu mi dici no, o mi dici B mentre io di dico A”. Certo, mi limiti, perché non ho più un potere assoluto, ma un potere che devo condividere con il tuo potere. Il limite della volontà dell’altro, che si annuncia come una realtà negativa, non è forse, di fatto, un’opportunità? Perché, se io prendo in considerazione la tua volontà, ho una medicina migliore. Se io cerco di arrivare a una decisione condivisa con te, che comprenda la mia competenza medica ma anche i tuoi valori e le tue

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preferenze, non abbiamo forse una medicina più rispettosa della persona? Dal punto di vista etico quello che è decisivo è che utilizziamo la volontà dell’altro, i valori dell’altro come un’opportunità per prendere le decisioni insieme. In vista di una medicina migliore.

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Mi è molto difficile affrontare questa provocazione, perché mi costringete a mettere in pubblico un disagio profondo che ho, non soltanto come essere umano, ma anche come studioso dell’etica. Posso sintetizzarla in questi termini: mi sembra che gli sforzi che noi facciamo di essere etici, rispettando l’altro, il soggetto, la vita, la volontà, il consenso informato, equivalga a un tentativo illusorio di essere etici in un luogo non etico! Perché il mondo non è etico. Dal punto di vista della suddivisione dei beni, dal punto di vista della tutela della vita. Il nostro mondo è profondamente, insanabilmente, inguaribilmente immorale. La salute dei poveri e la salute dei ricchi si vanno sempre più divaricando. Non possiamo non essere sconcertati dalla diversità di beni tra la nostra medicina e la medicina dei Paesi dove si muore per dissenteria, per malattie banali che potrebbero essere guarite con investimenti economici minimi, ma che non hanno a disposizione.

Tuttavia vi sono anche tanti altri aspetti di povertà e di differenza, che non riguardano più soltanto la divaricazione fra il mondo dello sviluppo economico e il mondo, crescente, del sottosviluppo, o piuttosto della miseria (perché è una presa in giro parlare di sottosviluppo: è miseria e basta!). Ci sono anche altre articolazioni della medicina dei poveri e della medicina dei ricchi, che ci riguardano anche un po’ più direttamente, in casa nostra. L'ingiustizia non c’è soltanto tra noi e il Burundi, o noi e l’Honduras. L’ingiustizia è diffusa anche a casa nostra. Un esempio concreto: prendete una mappa della distribuzione, in Italia, di Centri della terapia del dolore; guardate dove stanno i Centri di terapia del dolore e dove non esistono. E vedrete che, in Italia, non c’è uniformità sul territorio. C’è una divaricazione tale per cui in alcune regioni i Centri di terapia del dolore, pubblici o privati, sono maggiori della media, in altre nella media e ci sono regioni in cui i Centri di terapia del dolore sono scarsissimi. Almeno quelli

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pubblici; quelli privati, no. Ciò vuol dire, allora, che mentre abbiamo messo nella Costituzione e nei principi costitutivi del Servizio sanitario nazionale che tutti siamo uguali di fronte al diritto alla salute, in pratica non è per niente così. Se possiamo ipotizzare che il cancro sia cieco e colpisca indifferentemente poveri e ricchi, colti e ignoranti, giovani e vecchi, dobbiamo dire che il dolore non è così. Non è così cieco, è molto selettivo: colpisce quelli che stanno al Sud e sono poveri, perché se uno è ricco va nei Centri di terapia del dolore a pagamento.

Ho voluto citare un esempio: ma è soprattutto lo scenario che mi preoccupa. Che cosa succederà quando avremo sganciato le Regioni da uno standard di servizi sanitari uguali per tutti? Saremo ancora uguali come italiani? Non vi nascondo che ho molta paura. Tra le varie forme di povertà che si ripercuotono sulla salute, senza essere povertà economiche, vorrei menzionare almeno la povertà di istruzione. È un fatto consolidato che le persone più istruite hanno più accesso ai servizi, riescono a tutelarsi meglio; un livello basso di istruzione è anche correlato con una maggiore mortalità. E poi c’è la povertà di potere, che alcuni vivono drammaticamente sulla propria pelle sottoforma di mobbing. Le povertà sono tante. E se possiamo dire in maniera grossolana che i poveri muoiono prima, questo vale nel Terzo Mondo e nel Quarto mondo rispetto al nostro, ma vale anche da noi.

I poveri muoiono prima, gli ignoranti muoiono prima, i deboli muoiono prima, le persone senza tutela muoiono prima. Pensate soltanto alla povertà di relazioni. Pensate alle maggiori chances che ha chi può contare su una famiglia allargata rispetto alle persone sole, che non hanno relazioni famigliari. E non sempre questa forma di povertà la si può compensare con i soldi. È importante menzionare a questo punto il ruolo che ha la scoperta di altre forme di relazione, come il volontariato. Nel volontariato siamo in casa, qui, con l’ADVAR. Anche questo è un modo di compensare le povertà e le discriminazioni, non occupiamoci solo dei nostri, ma anche degli altri.

L’umanizzazione dell’ospedale

Book Cover: L'umanizzazione dell'ospedale
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

L'UMANIZZAZIONE DELL'OSPEDALE: IMPERATIVO ETICO E PROGETTO POLITICO

in Umanizzare l'ospedale: un compito di tutti

Atti del Convegno "Gruppo per l'Umanizzazione" ― Ospedale Niguarda Ca' Granda

Milano, 16 ottobre 1993

pp. 21-29

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Nel prendere la parola a questo punto mi sento profondamente a mio agio. Mi hanno preceduto due interventi che illuminano di senso tutto quanto sto per dire e costituiscono due pilastri ai quali mi posso saldamente appoggiare.

Il Prof. Jean, l'Amministratore Straordinario di questo ospedale, dà legittimazione politica a quello che stiamo facendo. Riunirci a pensare come rendere umano l'ospedale non è un'attività clandestina, da carbonari della sanità. Rappresenta, piuttosto, un investimento culturale mediante cui i vertici amministrativi tendono a far corrispondere la realtà del servizio sanitario alle aspirazioni dei cittadini. Questa volontà politica degli amministratori è il pilastro del futuro.

La commemorazione del prof. Selvini, che abbiamo appena ascoltato, rappresenta invece il pilastro del passato. Egli è stato un maestro in questo ospedale. Per i progetti di umanizzazione la memoria dei maestri è più importante di qualsiasi teorizzazione.

La riflessione teorica che intendo offrirvi spera di sfuggire al rischio dell'astrattezza proprio perché può appoggiarsi a un solido passato e affidarsi a un futuro progetto politico.

Dopo aver espresso i motivi di agio, voglio dar voce anche a quelli di disagio. La teorizzazione sull'umanizzazione dell'ospedale che voglio proporvi deve confrontarsi con il disagio che la parola "umanizzazione" mi procura. Ho l'impressione che la nobile causa a cui questa parola è orientata ― portare un miglioramento qualitativo all'ospedale ― sia mal servita da questa parola. Soprattutto perché inevitabilmente la correliamo, almeno in modo implicito, con il suo contrario, vale a dire la disumanizzazione. Corriamo allora il rischio di utilizzarla in senso colpevolizzante. Parlare di umanizzazione equivale a un'accusa di disumanità rivolta ai professionisti

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della sanità che nell'ospedale operano. La problematica dell'umanizzazione dell'ospedale risulta così agganciata alla "malasanità", che tanto spazio occupa nelle pagine dei giornali. Quando si parla di umanizzazione in questo modo, correlandola alla disumanità degli operatori, si innesca inevitabilmente una ricerca del colpevole. Chi si sente accusato, assume un atteggiamento di difesa, o passa ad accusare altri, additando altri colpevoli. Medici, infermieri, amministratori, sindacalisti, possono, a turno, far da capro espiatorio. Ma, in definitiva, questo gioco delle colpe legato all'umanizzazione non ci porta a fare nessun passo avanti.

Talvolta l'umanizzazione viene intesa come un intervento settoriale per evitare attriti nel vissuto quotidiano dell'ospedale, che ha un profilo necessariamente conflittuale, quasi che l'umanizzazione fosse come una goccia d'olio che si mette su un cardine che cigola, per evitare il rumore sgradevole. L'umanizzazione in questo senso riduttivo impedisce di considerare l'umanizzazione come un intervento più generale che ― come ha detto chiaramente il dott. Fossati introducendo il tema ― comprende tanto gli interventi sulle persone quanto quelli sulle strutture architettoniche, fino a toccare il modo stesso di fare medicina. L'umanizzazione intesa in senso vasto e inclusivo, deve arrivare al cuore della pratica medica. Per questo il termine "umanizzazione" in genere non serve bene questa grande causa, anche se finora non ne abbiamo trovato un altro che lo possa sostituire.

Spingendo più a fondo l'analisi del disagio che provo di fronte ai programmi di "umanizzazione dell'ospedale" posso aggiungere a quanto detto che non è solo problematico il primo termine dell'espressione, ma anche il secondo.

In altre parole: non soltanto ci si rapporta all'umanizzazione in tono colpevolizzante e con intenti di moralizzazione, ma si assume anche che ci sia un consenso su che cos'è l'ospedale. Diamo per scontato che, se pur divergiamo sull'idea di umanizzazione, l'ospedale sappiamo bene che cosa sia. E invece questa sicurezza è illusoria.

L'ospedale è agevole identificarlo. La denotazione è facile: chiunque può indicarlo con un dito, anche perché nella città moderna tende a prendere il posto che in quella medievale spettava alle cattedrali. In senso denotativo l'ospedale di una città è quello di cui possiamo domandare l'indirizzo, identificarlo sulla piantina, chiedere al tassista di portarci.

La connotazione, invece, è molto complessa. Numerosi significati sono depositati sull'istituzione, sedimentandosi gli uni sugli altri. I più recenti non hanno scacciato quelli precedenti. In una stessa realtà convivono l'ospedale del passato e del presente, nonché quello che possiamo chiamare l'ospedale del futuro.

Possiamo immaginare che, in questo come in qualsiasi altro ospedale, siano contemporaneamente presenti almeno quattro ospedali.

C'è l'ospedale "hospitium", il luogo dell'ospitalità. L'ospedale, quale primitiva realizzazione storica dell'occidente, è nato come una casa di accoglienza per tutti i disgraziati. L'obiettivo di questa istituzione era di esercitare la "pietas" verso le persone

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diseredate.

L'ospedale in cui lavoro ― l'ospedale dell'Isola Tiberina, a Roma ― è stato fondato dall'ordine religioso di S. Giovanni di Dio, noto come "Fatebenefratelli", nella seconda metà del XVI secolo, i religiosi esercitavano la "pietas" del servizio ai malati ispirandosi al modello della carità fraterna predicata dal cristianesimo. Nei regolamenti di allora, ad esempio, era previsto che ogni derelitto che entrava nell'ospedale ― perché l'istituzione dell'ospedale non era pensata unicamente in funzione dei malati, ma degli emarginati in genere ― veniva accolto dal priore, il quale gli lavava i piedi. A mezzogiorno tutti insieme, i frati che facevano gli infermieri e i malati, ricevevano l'invito dal priore, dopo la preghiera comune. Era la concezione alta dell'ospedale come "hospitium".

L'idea basilare dell'"hospitium" come luogo dove si è bene accolti perché si è sofferenti o si è andati a finire sotto le ruote del carro della vita è stata rinnegata dalla rivoluzione francese. Non solo perché era collegata con l'idea della carità cristiana, ma perché le realizzazioni pratiche spesso si allontanavano in modo stridente dall'ideale. L'ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui si trovava il bambino abbandonato accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la partoriente accanto al morente. Non solo la realtà dell'ospedale non rispondeva alle più elementari condizioni igieniche, ma spesso era in contrasto con il rispetto dovuto alle persone. La critica della rivoluzione francese a quel modello d'ospedale fu così radicale che il Direttorio cambiò perfino il nome: invece di "hôpital" propose di chiamarlo "hospice".

Nel corso del sec. XIX è avvenuta, in realtà, una evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'"hospice" è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti ― vecchi, trovatelli, malati inguaribili e affetti da malattie contagiose ― mentre l'"hôpital" ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione.

La stessa evoluzione semantica è avvenuta anche in Italia. L'ospedale è stato sempre più identificato come il luogo della guarigione, mentre l'ospizio era il luogo della cronicità (anche se una venatura di differenza nei confronti dell'ospedale è rimasta nella cultura popolare; la risentiamo in un sonetto del Belli: «...Ma nun zai ch'a lo spedale ce se more?»... È rimasta a lungo l'idea che andare all'ospedale significava essere avviato su un binario morto).

È molto interessante che alla fine del nostro secolo ricompaia, in modo del tutto inatteso, il bisogno di "hospice", inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. Mi riferisco al "movimento degli hospice", nato nei paesi anglosassoni una ventina d'anni fa. Noi abbiamo una difficoltà quasi insormontabile ad adottare questo termine, in quanto connota l'"ospizio" nel suo significato più deteriore di emarginazione e discriminazione. Nel significato che ha assunto all'interno del movimento delle cure palliative, l'"hospice" è il luogo in cui ai malati che non possono più essere avviati per la via della guarigione, in particolare ai malati in fase terminale, viene offerto un ambiente dove è possibile esercitare la "pietas"

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e l'accoglienza, dove la palliazione e la cura dell'intero nucleo familiare hanno la precedenza sugli sforzi terapeutici. Proprio qui a Milano si è tenuto pochi mesi fa il primo convegno nazionale italiano, organizzato dal Pio Albergo Trivulzio, dedicato alle realizzazioni degli "hospice" nel nostro paese. Anche le R.S.A. (le residenze socio-assistenziali) per anziani sono una variante moderna del concetto originario di "hospitium". Dobbiamo reinventarci oggi il luogo dell'accoglienza per i più fragili, proprio quando ci accorgiamo che l'ospedale non è fatto per i lungodegenti. Siamo assediati da una marea crescente di persone anziane che l'allungamento della vita ― felice, ma anche tremendo risultato della medicina moderna ― rende inadatte a vivere nella propria casa, mentre l'ospedale si rivela, a sua volta, inappropriato, per motivi economici e umani, a ospitare il loro lungo declino. Questi anziani ci pongono una sfida: dobbiamo riscoprire l'ospedale ― nelle sue varianti moderne ― come luogo accogliente dove sta di casa la "pietas".

Passiamo ora a considerare un secondo modello di ospedale: l'ospedale come cittadella della scienza medica. Questo passaggio è avvenuto nel corso del XIX secolo. L'opera di Michel Foucault, "La nascita della clinica", l'ha spiegato in modo ineccepibile. Per la prima volta nella lunga storia della medicina questa ha acquisito la capacità di modificare il corso naturale della malattia. L'ospedale diventa il luogo dove la medicina come scienza dispensa cure efficaci, miranti alla guarigione.

Il modello dell'ospedale come presidio della salute, dove ha luogo la lotta organizzata ed efficiente contro tutte le forme della malattia, continua ad essere più che mai attuale. Non potremmo mai considerare "ospitale" un ospedale che fosse al di sotto dello standard di cure efficaci che la medicina è oggi in grado di fornire (quand'anche il direttore sanitario lavasse i piedi ai malati e portasse loro il cappuccino alla mattina su un vassoio d'argento...!). Qualunque sia il livello di gradevolezza dell'ambiente e di attenzione alla persona, se l'infarto ― ad esempio ― non viene curato in modo efficace, secondo le acquisizioni consolidate del sapere medico, non potremmo dare a quell'ospedale la qualifica di "umano".

In questo modello di ospedale come cittadella della scienza l'umanizzazione equivale sostanzialmente a una richiesta di efficacia. L'attualità di questa problematica è dettata dal dibattito relativo alla permanenza di piccoli ospedali decentrati. Il piccolo ospedale di pochi letti è magari ideale dal punto di vista dell'ospitalità: i malati possono essere trattati in modo non impersonale e burocratico, i medici e gli infermieri stabiliscono rapporti molto familiari tra di loro e con i malati. Ma dal punto di vista dell'efficacia il piccolo ospedale può costituire un vero e proprio pericolo per la salute e per la vita stessa.

Che cosa fare dei presidi ospedalieri di piccole dimensioni è attualmente un argomento di politica sanitaria molto scottante in Italia. La popolazione di cittadine di provincia in cui, secondo la programmazione regionale, è stata deliberata la chiusura del piccolo ospedale scendono in piazza, operatori sanitari in testa. "Il nostro piccolo ospedale, così umano, non si tocca!". E la popolazione sostiene queste rivendicazioni. Ma, di fronte alla

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patologia seria, la preferenza va naturalmente all'ospedale che garantisca sicurezza ed efficacia. È un'esigenza imprescindibile di ciò che ci aspettiamo oggi da un buon ospedale, che deve avere le conoscenze e le tecnologie per dare una risposta efficace alla patologia. La qualità medica che l'ospedale deve garantire comprende essenzialmente l'efficacia delle cure. Credo che ciascuno di noi, dovendo scegliere tra un ospedale dove ci trattano bene ma non ci sanno curare, e uno dove ci sanno curare, sceglieremo il secondo, anche se il confort e l'attenzione alla persona lasciassero a desiderare.

Il modello dell'ospedale come luogo della scienza medica continua ad essere quanto mai attuale. Le sue carenze derivano dal fatto che molta parte della scienza medica non sa e non vuole integrare il sapere che deriva dalle scienze dell'uomo. Continua a trattare le patologie come se queste riguardassero solo il corpo, e non l'insieme della persona. Anche se ― per ipotesi ― la pratica di questa medicina fosse ineccepibile dal punto di vista filantropico, del rispetto dei diritti umani e della correttezza gestionale, sarebbe pur sempre carente se non tenesse conto di quanto dell'uomo malato ci dicono la psicologia, la sociologia, l'antropologia culturale.

Le patologie più diffuse nella nostra società non riescono ad essere curate efficacemente con una medicina che ignora sistematicamente queste dimensioni dell'essere umano. Per fare solo qualche esempio, pensiamo al problema della cura delle tossicodipendenze; oppure al crescente diffondersi di disturbi del comportamento alimentare, come la bulimia e l'anoressia (un tema in cui la qui presente Mara Selvini Palazzolo ha svolto un ruolo pionieristico): l'incapacità della medicina di trattare questa patologia, galoppante nella nostra società, illustra le carenze intrinseche di risultati efficaci di una scienza medica che ignora le componenti psicologiche, relazionali, antropologiche e simboliche dei fatti patologici. Pensiamo anche al dolore cronico, malgrado il sofisticato arsenale terapeutico a disposizione della medicina contemporanea, dipendono dalla negligenza nel considerare il ruolo che esso gioca nella rete dei rapporti che lega il malato alla famiglia e alla società. È una prospettiva che ha indotto l'antropologo medico di Harvard Arthus Kleinman a parlare di malattie "sociosomatiche".

La carenza dell'ospedale concepito come cittadella del sapere medico è che questo sapere è un sapere dimidiato: conosce solo una parte dell'uomo. Un ospedale "umano" è quello che sa integrare questo sapere completo sull'uomo non solo in modo teorico, ma pratico. Ciò implica il ricorso a professioni che si basano appunto su queste conoscenze umanistiche, come lo psicologo, l'assistente sociale, il cappellano, o assistente spirituale. Non visti come professionisti di secondo livello, che si occupano delle piccole cose, ma come parte integrante di un unico progetto terapeutico. L'ospedale umano è, secondo questo modello, quello che sa dare risposte efficaci alle patologie. A tutte, comprese quelle tipiche della società moderna, che non possono essere modificate senza un ricorso sistematico alle scienze dell'uomo, oltre che a quelle della natura.

Il terzo modello di ospedale è quello del "welfare state". Dagli anni '40 del nostro secolo in poi molti paesi dell'area

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occidentale, a cominciare dall'Inghilterra, hanno socializzato la medicina, come pilone portante del "welfare state". In questo quadro generale l'ospedale diventa il luogo dove si concentra l'impegno dello stato di fornire a tutti i cittadini l'assistenza sanitaria. Non per motivi di filantropia, ma di giustizia. L'assistenza sanitaria diventa uno dei diritti civili e sociali esigibili da ogni cittadino. Assicurare a tutti l'assistenza sanitaria in caso di malattia, indipendentemente dalla capacità economica di pagarsela, diventa l'impegno prioritario dello stato sociale.

Nell'ospedale tutti i cittadini hanno uguale diritto di accesso, tutti possono pretendere considerazione e rispetto, e soprattutto una cura adeguata alle loro necessità. La cura della salute promossa dallo stato sociale si è tradotta in una modalità che, di per sè, poteva essere evitata: l'ospedale ha preso il posto centrale quasi unico di tutto il sistema di cure. In quel progetto generoso, con venature di utopia, in cui lo stato si impegnava a promuovere il benessere di tutti i cittadini occupandosi di loro dalla culla alla tomba, l'ospedale era il luogo deputato a questa assistenza totale.

Attualmente ci troviamo nella necessità di ridisegnare lo stato sociale. Ci siamo resi conto che le risorse di cui disponiamo non sono sufficienti ― e mai lo saranno, per quanto allochiamo le risorse a favore della sanità ― per fare tutto a tutti. Siamo perciò costretti a stabilire una scala di priorità: a chi dare, che cosa dare, con quali criteri. In questa fase di transizione l'ospedale è sottoposto a un forte cambiamento, che rimette in discussione l'ospedalocentrismo a cui siamo abituati.

In questo nuovo stato sociale, verso il quale ci stiamo incamminando, la priorità numero uno è l'efficienza. Mentre nell'ospedale come cittadella della scienza l'imperativo dominante era ed è l'efficacia ― all'ospedale domandiamo che guarisca le malattie ―, nel nuovo stato sociale l'ospedale deve mirare a distribuire le risorse scarse in modo che con esse si ottenga il più e il meglio. In altre parole, l'ospedale deve essere efficiente.

L'efficienza è importante come valore economico, ma allo stesso tempo esprime anche un'esigenza etica. Possiamo illustrare l'assunto con un esempio. Se l'imperatore del Giappone si ammala ― come è successo ― per curarlo si sposta un ospedale nel suo palazzo, compresa la Tac e tutta la tecnologia più sofisticata. L'efficacia sarà la stessa, ma non si può dire che questa organizzazione delle risorse sia efficiente. Possiamo dare tutto a una persona e ottenere risultati brillanti in termini di efficacia, ma mandare deluse le legittime aspettative di tanti altri che contavano su quelle stesse risorse. Come corollario del nuovo stato sociale dobbiamo esigere che l'organizzazione delle cure in ospedale tenga in debita considerazione il criterio dell'efficacia. Se questa manca, l'ospedale non può essere qualificato come ospedale "umano".

I sanitari non possono più accontentarsi di guarire le persone: nel curarle e guarirle, devono fare il miglior uso delle risorse. Ciò implica anche una limitazione nell'uso stesso dell'ospedale. Se viene utilizzato per motivi impropri, facendo in ospedale trattamenti che possono essere fatti altrove o in regime di "Day

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hospital", si realizza uno spreco di risorse, e quindi una medicina inefficiente.

Questa preoccupazione si traduce in progetti molto concreti. Uno di questi può essere la promozione del "Day Hospital" o della "Day surgery". Organizzare gli interventi diagnostici e terapeutici in un giorno solo, evitando il ricovero, porta al risparmio su tutti i piani. Anche molte operazioni chirurgiche possono essere fatte in ciclo giornaliero, se ben programmate e organizzate.

Anche le cure domiciliari diventano un programma essenziale di un ospedale che mira all'efficienza. Naturalmente queste vanno programmate. Non sono tali quelle improvvisate, magari perché i sanitari, diventati sensibili ai costi, decidono di mettere il malato, con la sua valigetta degli effetti personali, fuori dalla porta dell'ospedale. Per quanto riguarda la programmazione delle cure domiciliari, in un grande ospedale degli Stati Uniti, la Cleveland Clinic, ho visto una realizzazione ideale: tra l'ospedale e il domicilio c'è un momento istituzionale intermedio, chiamato "The Bridge" (il ponte). Serve a favorire la transizione, istruendo il malato e i suoi familiari perché la cura possa essere condotta a casa, senza perdere nulla dell'efficacia. Le cure domiciliari non si improvvisano.

I tre modelli di ospedale che abbiamo analizzato, presenti sotto forma di eredità del passato, devono essere completati da un quarto: l'ospedale del futuro. Il quale non è solo un pio desiderio. In qualche modo è già presente, come esigenza e potenzialità che domanda di essere realizzata. È ― e sarà ― l'ospedale azienda. È già previsto dal decreto legislativo n° 517 del 1993 che propone in chiave operativa la formula dell'azienda per la gestione delle USSL e degli ospedali. La data programmata dell'inizio ufficiale degli ospedali azienda è il 1° marzo 1994.

Qualcuno ha visto in questo modello di ospedale un tradimento della sua natura e vocazione originaria. Bisogna anzitutto scartare un equivoco: non si tratta semplicemente di trasporre nell'ospedale dove si curano le malattie la filosofia dell'azienda nata per produrre e commercializzare beni e servizi. Così inteso, l'ospedale azienda sarebbe davvero un tradimento.

Il riferimento è invece a quella filosofia dell'azienda che è stata sviluppata in questi ultimi anni a partire dal concetto di "qualità totale". Lo hanno inventato i giapponesi, che grazie ad esso sono giunti a una posizione di leadership in molti ambiti del mercato mondiale. Le aziende occidentali, se vogliono sopravvivere e non essere escluse dalla competizione, sono costrette ad abbandonare la vecchia mentalità aziendalistica ed adottare anch'esse la filosofia della "qualità totale". In questa prospettiva l'obiettivo prioritario non è quello di aumentare il fatturato, ma di avere "clienti consolidati", perché soddisfatti. Questa filosofia è risultata vincente anche nel settore della produzione delle automobili; tanto più, quindi, quando si tratta di un servizio personalizzato come la cura della salute.

Un cambiamento di questo genere domanda più di un "lifting" superficiale nell'azienda: richiede un ripensamento totale, che si traduce in un atteggiamento diverso di coloro che producono beni o servizi nei confronti del cliente. Per fare un esempio

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tratto dalla quotidianità, nell'hotel in cui sono stato ospitato questa notte ho notato un cartello auto-promozionale molto abile. Vi è rappresentato un cameriere, che dice: "Io non sapevo proprio niente dei fiori. Non sapevo distinguere un geranio da una dalia. Ma nel nostro hotel è passato un cliente, commerciante di fiori, che mi ha intrattenuto a lungo. Ora sono anch'io un esperto di fiori. Il nostro atteggiamento è quello di star ad ascoltare i nostri clienti."

Quello che si domanda alla "azienda" ospedale è di adottare un atteggiamento di questo genere. Deve mettere al proprio centro il paziente-cliente, imparando un modo diverso di lavorare. È una rivoluzione che non produce soltanto migliori servizi, ma fa si che gli operatori siano più soddisfatti del loro lavoro. Nella filosofia della "qualità totale" non si può fornire un prodotto eccellente se coloro che lo producono non sono attivamente coinvolti: non come piccole ruote di un ingranaggio, ma come protagonisti attivi che pensano le soluzioni e le propongono, fanno progetti e li realizzano, ottengono piccoli miglioramenti costanti. Il cliente soddisfatto presuppone un fornitore di servizi soddisfatto. Con delle persone frustrate e demotivate non si può fare un'azienda che abbia l'"eccellenza" come obiettivo. Nell'ospedale azienda il criterio di valutazione non è più solo l'efficacia o l'efficienza, ma diventa l'eccellenza. Il paziente-cliente dovrà uscire da questa istituzione non solo curato, ma soddisfatto. Altrimenti preferirà nel regime concorrenziale che si andrà stabilendo, un'altra azienda fornitrice di servizi alla salute. La scommessa per il futuro è potenzialità di umanizzazione che ha in sé, che costituiscono quasi una sintesi delle esigenze implicite nei modelli di ospedale ― "hospitium", ospedale ― cittadella della scienza e ospedale-presidio del "welfare state".

Potrei terminare a questo punto la mia esposizione. Voglio aggiungere non lo sviluppo ma solo l'enunciazione di un tema che è speculare a quello svolto: quale deve essere il nuovo paziente? I tratti caratteristici di questo nuovo paziente richiamano quelli dell'ospedale umano. La caratteristica fondamentale è che questo paziente è, e sarà sempre di più, un adulto, nel senso filosofico proposto dall'illuminismo, vale a dire come "autonomia". Se è vero quello che ha detto il prof. Jean, riferendosi alla distribuzione stabilita da Platone, che noi abbiamo sviluppato più la medicina degli schiavi che quella degli uomini liberi, è anche vero che la medicina ha fatto di tutto perché la sua pratica non fosse modificata dallo spirito dell'illuminismo. I medici trattano i pazienti come persone che non sanno prendere le decisioni che li riguardano, ma si affidano a un buon padre medico. E siccome alla base del paternalismo spesso c'è una collusione, anche i pazienti desiderano essere presi in carico e deresponsabilizzati. Il nuovo paziente è quello che deve prendere la parola, perché le decisioni che lo riguardano devono tendenzialmente essere prese da lui stesso.

Un secondo tratto di questo paziente è di essere un consumatore. Intendo questa parola in senso sia positivo che negativo. Un consumatore è una persona che ha davanti a sé possibilità di scelta. Prima che la medicina fosse diventata veramente efficace, non avevamo in realtà la possibilità di scegliere tra più

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opzioni. Ma oggi un paziente che è affetto da un carcinoma non ha solo un trattamento davanti a sé, ma una notevole varietà, compresa la possibilità di astenersi da qualsiasi trattamento. Queste variabili hanno profonde incidenze sulla qualità della vita. Chi può scegliere al posto del paziente? Questi è un consumatore che deve essere informato ed educato, per essere messo in grado di scegliere per il proprio bene, in armonia con i valori che gli sono propri.

I pazienti che, domani ancor più di oggi, si rivolgeranno negli ospedali chiedendo una medicina "umana": si aspetteranno di essere considerati come essere autonomi, come persone capaci di scegliere in base a informazioni precise e attendibili.

L’umanizzazione del servizio assistenziale

Book Cover: L'umanizzazione del servizio assistenziale
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

L’UMANIZZAZIONE DEL SERVIZIO ASSISTENZIALE:

IL RUOLO DELL'ETICA NEI NUOVI ASSETTI ISTITUZIONALI 

in Responsabilità economica e umanizzazione dell'assistenza. Il Caposala nel processo di cambiamento istituzionale e organizzativo

Atti 5° Congresso Nazionale del Coordinamento Nazionale dei Caposala

Rimini, 11-12 maggio 1995

pp. 29-35

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1. Stagioni dell’etica in medicina

La pratica della medicina è cambiata più velocemente negli ultimi trenta anni che in tutti i 25 secoli precedenti. Il cambiamento ha avuto delle ripercussioni importanti anche su quel complesso di regole e norme che strutturano i comportamenti di tutti i protagonisti dell’azione sanitaria, che possiamo in modo sommario designare come “etica medica”. Lentamente sta emergendo una cultura diversa, molto innovativa rispetto a quella che era stata comune a tutto l’occidente per tanti secoli. Se c’è un modello che ha dato grande prova di resistenza nel tempo, è proprio quello dell’etica medica. Medici e pazienti erano fondamentalmente contenti di questo modello, nato in Grecia tra il VI e il V secolo avanti Cristo. È il modello ippocratico, che si rispecchia sostanzialmente nel giuramento.

In estrema sintesi, questo modello afferma che tra colui che offre il servizio alla salute e tra colui che lo riceve si stabilisce un patto: il medico si impegna ad essere una specie di buon padre (se del caso, anche una buona madre...); di curare il malato e prendersi cura di lui, mettendo il massimo della sua scienza a servizio del paziente. Le risorse che utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione. Ma qualunque sia la scienza di riferimento, il modello rimane lo stesso: il medico si impegna a fare il bene del paziente, mentre questi si obbliga ad essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale.

Questo modello può essere trascritto in una sola espressione molto evocativa: è un’“alleanza terapeutica” tra colui che mette il suo potere e sapere al servizio del bene della salute e colui che questo servizio riceve. Il contraente dell’alleanza, che è il malato, si deve affidare e accettare le condizioni; il medico lo guida verso il suo bene. Non ha bisogno di spiegargli quello che fa. Il malato deve solo affidarsi docilmente ed esercitare la compliance. Il medico, il quale sa per esperienza che i pazienti tendono a non essere compiacenti, nel senso che non osservano le prescrizioni, deve cercare di indurli all’osservanza, magari convincendoli proprio come la fatina con Pinocchio, che gli fa mandare giù la medicina amara, perché quello è il suo bene.

Questo modello, che è stato per secoli la cornice etica entro cui ha avuto luogo l’esercizio della medicina, costituisce ancora per molti medici e per molti cittadini l’unico modello di riferimento. La grande novità, dalla fine degli anni ‘60 in poi, è stata la rimessa in discussione di questo modello.

La medicina si è trasformata ed è diventata moderna. Anche in medicina l’ultimo avamposto del paternalismo benevolo ― vale a dire, di qualcuno che

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pensa quale sia il bene per l’altro e glielo procura ― sta crollando. Quali uomini “moderni”, ci viene chiesto di prendere le decisioni circa la salute che ci riguardano. Nasce così un nuovo tipo di cittadino-paziente, che ha il diritto e il dovere di entrare in modo consapevole e responsabile nelle decisioni cliniche.

Il principale caposaldo del nuovo modello di rapporto, promosso dalla bioetica, è il “consenso informato”. Non si può imporre una terapia, degli esami diagnostici e tanto meno una operazione, se il paziente non è d’accordo. Il paziente deve quindi essere informato e va sollecitato un consenso esplicito. È un rapporto completamente diverso, più difficile, in quanto responsabilizza il paziente. Questi è chiamato a entrare nel rapporto terapeutico come colui che deve poter decidere insieme al medico.

Quando esiste una pluralità di scelte, allora il modello paternalista tradizionale diventa fragile. È quindi necessario coinvolgere il paziente, affinché positivamente possa fare la scelta più in sintonia con i valori soggettivi. L’autodeterminazione, che è il valore fondamentale della modernità in base al quale possiamo e dobbiamo decidere noi le cose che ci riguardano, è lo scenario della medicina che è entrata nell’epoca moderna. Questo è il modello di esercizio della medicina che la bioetica intende promuovere.

Il paradosso è che noi non siamo ancora entrati nell’epoca moderna ― anzi, sia come sanitari che come pazienti facciamo un’enorme difficoltà a sintonizzarci sulla nuova lunghezza d'onda ― e già siamo chiamati a entrare nell’epoca post-moderna. In cinquant'anni siamo chiamati a cambiare non una ma due volte il modello fondamentale del rapporto medico-paziente. Perché anche il secondo modello che si va delineando con tante difficoltà nella nostra società è superato da quello che è alle porte.

In parte la novità è già iniziata, almeno a livello legislativo. Infatti è già legge la revisione del Servizio sanitario nazionale (D.L. 502, aggiornato in 517). Questa è una nuova impostazione, che modifica i rapporti fondamentali sottostanti all'erogazione del servizio della salute ai cittadini. Il riferimento è al “modello azienda”, che dovrà regolare il funzionamento sia dei principali ospedali, sia delle USL.

Azienda non è semplicemente una nuova targa da mettere fuori della porta. Cambiano profondamente i rapporti. Lo stile azienda in sanità comporta importanti innovazioni. Nell’azienda i sanitari saranno chiamati a rendersi corresponsabili del contenimento dei costi e dell’evitare gli sprechi. Nell’azienda il medico e gli altri sanitari dovranno essere direttamente coinvolti per raggiungere i risultati di pareggio di bilancio.

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Di conseguenza, cambierà anche il rapporto con il paziente. Anche in sanità si dovrà adottare la preoccupazione fondamentale di ogni buona azienda. La regola fondamentale dell’azienda è di mirare ad avere i clienti soddisfatti, consolidati e fedeli all’azienda. Questo è il cambiamento di scenario che avremo domani. In quanto azienda, dovremo essere interessati ad avere clienti soddisfatti.

Certo, la prima preoccupazione dovrà essere quella che i malati siano guariti. È il modello tradizionale: guai se lo buttassimo a mare! La prima cosa in ordine di importanza rimane l’orientamento a fare il bene del paziente. In secondo luogo, la preoccupazione dell’epoca moderna: pazienti rispettati nei loro diritti, coinvolti nelle scelte, trattati come adulti e non come minorenni incapaci di decidere le cose che li riguardano. Ma già si affaccia il terzo modello: bisogna avere dei pazienti soddisfatti. Questo obiettivo apre una nuova stagione dell’etica in sanità, modificando profondamente i comportamenti di tutti i professionisti che vi lavorano.

2. Qualità, soddisfazione ed etica

La preoccupazione per la soddisfazione del paziente/cliente porta nella sanità un punto di vista che è fondamentalmente estraneo alla tradizione dei criteri di qualità dell’atto medico, così come è stata concettualizzata dall’etica medica. Se i professionisti della sanità stentano a farlo proprio, non si tratta solo della comprensibile resistenza di chi è indotto a muoversi al di fuori di un paradigma comportamentale familiare. Adducono anche delle buone ragioni, riconducibili alla preoccupazione di tutelare il paziente da ciò che potrebbe essergli nocivo e di promuovere il suo bene nel modo che la scienza medica e le conoscenze professionali di coloro che si dedicano all’assistenza ritengono appropriato. «Ho il dovere morale ― protesta il medico ― di proporre al paziente la procedura terapeutica che risponde più efficacemente al suo problema di salute, non quella che riscuote di più la sua soddisfazione. Il bene del paziente è, secondo l’etica che ispira da sempre la medicina, l’imperativo che domina su tutti gli altri. L’amministratore dell’ospedale, per esempio, è più soddisfatto se prescrivo un farmaco meno costoso. Ma se io so che quello più costoso è più benefico per il paziente, mi avvarrò della libertà di prescrizione terapeutica, indipendentemente dalla soddisfazione di terze parti». Un professionista di nursing geriatrico, a sua volta, può obiettare: «Io so che il mio paziente è più contento se gli risparmio il bagno, ma non farei un nursing corretto se non inducessi l’anziano a fare il bagno almeno due volte la settimana. Il mio anziano, inoltre, non prova lo stimolo della sete e non vuole bere: ma posso responsabilmente fargli correre il rischio della disidratazione,

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per avere un cliente soddisfatto?»

Se dall’aneddotica passiamo a livello teorico, ci rendiamo conto che la preoccupazione per il beneficio da procurare al paziente è il pilone portante dell’etica medica tradizionale. Il professionista sanitario ispira i suoi interventi in modo esclusivo al “bene del paziente” (Pellegrino e Thomasma, 1992): questo è il senso e la finalità intrinseca dell’atto medico. Nel giuramento di Ippocrate ― il documento più antico a cui si ispira il tradizionale “ethos” medico ― i confini etici dell’atto medico sono concisamente descritti dalla cosiddetta “clausola terapeutica”: «Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa».

Per cogliere il significato che questa concezione può rivestire anche per gli uomini del nostro tempo, possiamo riferirci alla versione modernizzata che è stata redatta in occasione del “Processo a Ippocrate” organizzato nell’ambito di Milano-medicina del 1988. Un comitato di esperti ha così riformato la “clausola terapeutica”:

«Eserciterò la mia arte secondo un sapere che mi impegno ad accrescere costantemente, e prescriverò farmaci secondo un giudizio che manterrò puro e retto, e che mi guiderà nello scegliere quei rimedi che sicuramente si siano dimostrati giovevoli.

Non farò della mia arte ingiusto lucro, né anteporrò alcun interesse a quello del malato, nemmeno se richiesto dal potere di chi amministra e governa la cosa pubblica».

Dal confronto con l’originale ippocratico emerge la sostanziale continuità nell’orientamento al bene del paziente come giustificazione dell’atto medico.

Gli elementi costituitivi del rapporto che lega il professionista sanitario al paziente/cliente sono l’asimmetria dei rapporti (tra di loro non si stabilisce un contratto bilaterale tra uguali, ma piuttosto un’“alleanza terapeutica”, con forti connotazioni religiose); subalternità del malato (in merito all’atto terapeutico il malato non ha propriamente niente da dire, è chiamato a strutturare l'atto medico solo fornendo i sintomi, di cui il sanitario interpreterà il messaggio: non è il malato che parla, ma i sintomi che si prestano alla lettura); ruolo pilota della scienza (il medico è impegnato ad accrescere sempre di più il proprio sapere); controllo fornito dalla coscienza e dal senso di responsabilità del medico (di cui la formuletta compendiosa “in scienza e coscienza”, solitamente utilizzata per tagliar corto nei lunghi discorsi sulle dimensioni etiche della pratica della medicina).

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Questa concezione così lineare dell’atto terapeutico, che è giunta fino a noi attraverso i secoli sostanzialmente immutata, sta attraversando un processo di trasformazione di grandi conseguenze. La medicina moderna è stata costretta a diventare sensibile ai valori del paziente. Questi non accetta più la posizione di “minorenne non emancipato” che il modello paternalistico di esercizio dell'arte sanitaria gli riservava. La pratica del consenso informato deriva dall’accettazione del principio dell’autonomia dell’individuo, in quanto soggetto capace di determinare i propri fini. Non è buono l’intervento sanitario o sociale che non consideri l’adulto come adulto, con il suo diritto/dovere di partecipare all’atto medico ed eventualmente di circoscriverlo entro i limiti stabiliti nell’esercizio dell’autonomia personale.

Ciò è tanto più vero, forte e dirompente nello stato attuale del progresso medico. Oggi la medicina dispone di un arsenale terapeutico molto vario e aperto su diversi esiti. È proprio là dove esiste una pluralità di scelte che i valori del paziente diventano rilevanti. Ciò che il paziente intende come salute, benessere, vita buona ― di conseguenza, i suoi obiettivi etici ― deve entrare strutturalmente nell’atto medico. La soddisfazione del paziente diventa un elemento intrinseco della qualità etica di un intervento sanitario, quando si riferisce al rispetto dei valori che costituiscono l’universo morale entro cui egli costruisce la sua vita (ovvero, la sua “ricerca della felicità”).

Legare la qualità etica dell’atto medico ai valori del paziente non rischia di scardinare i criteri tradizionali? Se il professionista sanitario subordina la sua azione alla soddisfazione del paziente, non potrebbe diventare a sua volta subalterno a questi, senza alcuna possibilità di distinguere tra bisogni, desideri e magari anche capricci? Il pericolo paventato è quello che le professioni della salute decadano a livello di agenzie di servizi (per le quali il cliente ha sempre ragione...: un atteggiamento che possono adottare perché ciò che è in gioco si situa infinitamente al di sotto di beni quali la salute o la vita stessa).

Di fronte a questi interrogativi e timori costituisce un punto di riferimento rassicurante la strumentazione concettuale che fornisce la riflessione bioetica contemporanea. Questa ci aiuta a distinguere due livelli: del “minimo morale” e del “massimo morale” (Gracia, 1992).

minima moralia delineano quel livello al di sotto del quale non si può scendere, se non vogliamo che la società smarrisca i suoi tratti minimi essenziali di umanità. Il minimo morale non è legato al consenso, né alla soddisfazione. Anche se, per ipotesi, la maggioranza si accordasse su certi comportamenti o politiche che offendono i principi che tutelano il minimo morale,

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non potrebbe addurne il consenso come prova di legittimità. Questo vale, per esempio, per comportamenti ritenuti giusti in alcune epoche (come l’approvazione della schiavitù) o da certi regimi (l’eutanasia praticata dai medici sotto il nazismo). La maggioranza degli attori sociali ― per esemplificare ancora ― potrebbe ritenere economicamente vantaggioso e umanamente più conforme alla dignità non tenere in vita le persone in coma vegetativo permanente, ma queste scelte cadrebbero sotto il minimo morale (purché si sia stabilito in modo incontrovertibile che abbiamo ancora a che fare con persone umane), qualunque sia la soddisfazione di coloro che le prendono.

I principi a guardia del minimo morale sono quelli di giustizia e di non-maleficità. Il primo richiede che tutti siano trattati con uguale considerazione e rispetto, senza privilegiare qualcuno a danno di altri. Il secondo ― che è un principio basilare nell’etica medica; è stato per lo più formulato come “primum non nocere” ― impedisce di procurare danni, anche se, paradossalmente, la persona fosse consenziente o addirittura lo richiedesse.

Al secondo livello troviamo i “massimi morali”, ovvero quei modi di organizzare la vita morale che dipendono dai valori soggettivi e trovano espressione nelle varie comunità morali di appartenenza (è quello che, per esempio, fa un testimone di Geova diverso da un musulmano, un cittadino educato in senso individualista e liberista da un altro che mette al primo posto i valori familiari e le reti di appartenenza). I principi di autonomia (o autodeterminazione) del paziente e di beneficità (orientare il corso dell’azione verso il miglior vantaggio del paziente/cliente) regolano i conflitti in questo livello.

L’orientamento alla beneficità tutela la qualità professionale dell’azione sanitaria. Il professionista ha appreso, con le regole dell’arte, quali sono le risposte efficaci ai bisogni che gli vengono presentati. La formazione che ha ricevuto lo autorizza a ritenersi qualcuno che “knows best”. Il pericolo è quello di ridefinire i bisogni del paziente/cliente, facendoli rientrare nei propri schemi, che possono anche non essere più illuminati o adeguati (che il pericolo incomba anche nel campo degli interventi sociali ce lo ricorda il film di Ken Looch, Ladybird ladybird).

Il rispetto dei valori soggettivi del paziente/cliente, che ha il diritto di costruirsi la sua “buona vita” secondo il modello di massimo morale a cui aderisce, oggi richiede che i professionisti dei servizi sociali e sanitari creino nuovi spazi per la contrattazione. Presupposto fondamentale è quell’ascolto del paziente che gli permetta di partecipare alle scelte sulla base non solo dei suoi bisogni somatici, ma anche delle sue aspettative, preferenze morali,

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orientamenti di vita. Non stupisce che il paziente che si senta ascoltato, in senso pieno, sia anche più soddisfatto. In questi casi almeno nei servizi sanitari, qualità etica, capacità di gestione e soddisfazione del cliente tendono a coincidere.

Rilancio della salute per tutti

Book Cover: Rilancio della salute per tutti
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

EDITORIALE

in Quaderni di sanità pubblica

anno 21, luglio 1998

pp. 5-7

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Il lettore può immaginare la pubblicazione che ha in mano come un biglietto di invito a partecipare, da uditore, a una tavola rotonda di straordinario interesse. Per l'argomento, anzitutto: si tratta di discutere la proposta del programma OMS "Salute per tutti": che riprende il programma del 1978 e a venti anni di distanza lo riformula, traendo profitto dall'esperienza. E per la qualità degli studiosi convocati a discutere il rinnovo della strategia dell'OMS. Sono filosofi, sociologi sanitari, esperti di sanità pubblica, di diverse aree geografiche del pianeta, diverse appartenenze culturali, diverse tendenze ideologiche. Non si potevano convocare studiosi più qualificati. L'allargamento dell'orizzonte intellettuale e l'arricchimento che ne trarrà il lettore attento sono garantiti. C'è solo un rammarico: che alla tavola rotonda non sia stato invitato Rip van Winkle.

Non andate a cercare il nome nell'annuario delle più prestigiose università: Rip van Winkle è un personaggio letterario. È stato creato dallo scrittore Washington Irving nella prima metà del XIX secolo e da allora è diventato familiare soprattutto agli anglosassoni. Rip è un colono americano, di origine olandese, che un certo giorno va nel bosco a far legna. Incontra strani personaggi, beve del vino da loro offerto e si addormenta. Al risveglio torna al villaggio, ma non riconosce nessuno e nessuno riconosce lui. Tutto è cambiato. La spiegazione è semplice: Rip van Winkle aveva semplicemente dormito vent'anni. Il successo del raccontino è garantito dall'essere storicamente collocato a ridosso della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America. Quando Rip si addormenta, c'erano ancora le colonie inglesi; quando si sveglia, si trova in un paese tutto nuovo.

Rip van Winkle è il nostro personaggio anche per valutare il programma "Salute per tutti" dell'OMS. Abbiamo bisogno di uno come lui che abbia dormito per vent'anni ― sì, proprio dal fatidico 1978, quando è stata fatta la Dichiarazione di Alma-Ata, che annunciava il programma di Primary Health Care e lo estendeva a tutti entro il 2000 ― e si risvegli nel 1998, per ascoltare il dibattito attorno al nuovo programma riformulato in vista del XXI secolo. La prospettiva di Rip van Winkle ci dovrebbe purificare l'udito e la memoria dalle tracce di slogan troppo spesso ripetuti, che sono allo stesso tempo la condizione del successo e il prezzo che si deve pagare per esso, così che la nostra attenzione non è più colpita. Con lo stupore del ridestato, vorremmo scoprire il paesaggio nuovo che si è creato durante questo ventennio, la "rivoluzione" che è avvenuta a nostra insaputa, uno sconvolgimento non meno radicale di quello che ha potuto trasformare delle colonie in madrepatria.

Salutarmente estraniati da quanto di ripetitivo hanno i discorsi sulla medicina, siamo colpiti dal binomio indiscutibile che si è creato con l'etica. Più che la frequenza dei riferimenti all'etica, sono nuovi i contenuti. Tradizionalmente il richiamo all'etica in medicina faceva riferimento ― per lo più implicitamente ― allo spirito che doveva animare chi, a

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diverso titolo di professionalità, era coinvolto nell'erogazione di cure sanitarie. L'etica faceva riferimento allo spirito con cui questo lavoro va fatto: con altruismo, abnegazione, mettendo gli interessi legittimi di chi riceve i servizi prima degli interessi dei professionisti. Etica ― in altre parole ― richiamava l'esigenza per chi lavora in medicina di un curare abbinato a un prendersi cura.

L'etica in medicina che è diventata l'oggetto dei nostri discorsi si riferisce al "che cosa fare", più ancora che allo spirito con il quale farlo. Nei due decenni che abbiamo alle spalle i principali problemi che si sono posti alla riflessione sono quelli relativi a "dare le cose efficaci": "nel modo giusto": "a tutti quelli che ne hanno diritto e bisogno": Per rispondere a queste domande l'etica è invocata a soccorso.

Il primo interrogativo ha a che fare con la dimostrazione di efficacia. La restrizione delle risorse ha portato in primo piano la valutazione degli esiti delle prestazioni. Per riprendere l'efficace formulazione di Domenighetti, "qualunque prestazione deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario" (Domenighetti, 1995). Dobbiamo sapere di più sulla sicurezza, l'appropriatezza e l'efficacia dei formaci, delle procedure diagnostiche e terapeutiche, sui successi e fallimenti delle prestazioni, a seconda dei diversi sistemi organizzativi. Tutto ciò non è solo un risultato secondario dell'introduzione di sistemi di rimunerazione delle prestazioni a tipo prospettico, ma il portato di quella che è stata salutata come la rivoluzione che ci ha introdotto nell'"era della valutazione e del comportamento responsabile" in medicina ("assessment and accountability": Relman, 1988).

Non basta fornire i servizi di provata efficacia: bisogna anche che sia fatto "nel modo giusto". È quanto esige il valore centrale della modernità, vale a dire il rispetto dei valori soggettivi del paziente, la promozione della sua autonomia, la tutela della diversità culturale. Rispetto a un passato molto recente, in cui la medicina era organizzata in modo autoritario e gestita con stile paternalistico, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano. Buona medicina è quella che, oltre all'appropriatezza clinica, valutata dal professionista sanitario, considera auspicabile e rende possibile che il paziente partecipi alle decisioni che si ripercuotono sul suo benessere (Kassirer, 1994).

Un cambiamento, infine, che caratterizza il modo in cui negli ultimi anni l'etica ha cominciato a essere coniugata con il progetto utopico della "salute per tutti", è la delegittimazione dei sistemi etici intolleranti. L'etica di cui la medicina ha bisogno è un'"etica per un piccolo pianeta": dove i risultati del miglioramento delle condizioni di vita possono essere ottenuti solo dalla sinergia di tutti. In questa prospettiva è implicito il superamento della contrapposizione polemica tra etica laica ed etica religiosa.

La belligeranza delle religioni contro la modernità ― che include la contestazione della possibilità di elaborare un progetto secolare veramente morale ― ha suscitato come reazione la belligeranza delle etiche laiche contro le religioni, mettendo in discussione la loro pretesa di determinare le condotte umane come buone per una via diversa da quella puramente

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razionale. Il confronto fondamentalista non è una soluzione accettabile, così come non lo è l'alleanza strategica su temi specifici (ad esempio, contro il controllo delle nascite), che però non affermi il rapporto corretto tra sistemi normativi religiosi e laici. La via di soluzione passa per lo scrupoloso rispetto della libertà religiosa di tutte le persone, da una parte, e per l'accettazione, dall'altra, da parte delle religioni dei minimi etici che lo Stato deve esigere coercitivamente da tutti, cioè l'etica civile. Questa deve essere stabilita mediante procedimenti partecipativi e democratici, e pertanto deve rispettare il parere di tutti, secondo i meccanismi che portano alla formazione della maggioranza.

È vero che le opinioni morali ― anche quelle della maggioranza ― possono essere sbagliate, o può sembrare ad alcuni che lo siano. Ma questa condizione legittima solo a iniziare un dibattito o un processo di educazione morale della società, nel quale esercitare la propria capacità di convincere gli altri, con argomenti razionali, a far proprie le ragioni addotte.

Ogni altro procedimento, che invece di proporre ed educare cerchi di imporre, deve considerarsi, in linea di principio, inaccettabile nella nostra epoca.

La nostra partecipazione alla tavola rotonda, che si apre ora sul programma con cui l'OMS intende impegnarci per il XXI secolo, sarà tanto più proficua quanto più saremo consapevoli, nell'ascoltare le voci che si intrecciano, che nei venti anni passati all'insegna della "salute per tutti": non sono cambiati solo elementi di contorno, ma il modo stesso di concepire la sanità, i suoi rapporti con l'economia e la politica, con l'etica e con la religione. La sanità ― in altre parole ― da colonia del vecchio mondo si profila come avanguardia e promessa del nuovo mondo che non smettiamo di sognare.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Domenighetti G., Il mercato della salute: ignoranza o adeguatezza, Roma, Cis 1995.

Kessirer JP., "Incorporating patient's preferences into medical decisions", The New England Journal of Medicine 1994, 330.

Relman AS., "Assessment and accountability. The third revolution in medical care". The New England Journal of Medicine 1988, 319.

Quaderni di sanità pubblica

Book Cover: Quaderni di sanità pubblica
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

Editoriale

in Quaderni di sanità pubblica

anno 21, luglio 1998, n. 106, pp. 5-7

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EDITORIALE

Il lettore può immaginare la pubblicazione che ha in mano come un biglietto di invito a partecipare, da uditore, a una tavola rotonda di straordinario interesse. Per l’argomento, anzitutto: si tratta di discutere la proposta del programma OMS “Salute per tutti”, che riprende il programma del 1978 e a venti anni di distanza lo riformula, traendo profitto dall’esperienza. E per la qualità degli studiosi convocati a discutere il rinnovo della strategia dell’OMS. Sono filosofi, sociologi sanitari, esperti di sanità pubblica, di diverse aree geografiche del pianeta, diverse appartenenze culturali, diverse tendenze ideologiche. Non si potevano convocare studiosi più qualificati. L’allargamento dell’orizzonte intellettuale e l’arricchimento che ne trarrà il lettore attento sono garantiti. C'è solo un rammarico: che alla tavola rotonda non sia stato invitato Rip van Winkle.

Non andate a cercare il nome nell’annuario delle più prestigiose università: Rip van Winkle è un personaggio letterario. È stato creato dallo scrittore Washington Irving nella prima metà del XIX secolo e da allora è diventato familiare soprattutto agli anglosassoni. Rip è un colono americano, di origine olandese, che un certo giorno va nel bosco a far legna. Incontra strani personaggi, beve del vino da loro offerto e si addormenta. Al risveglio torna al villaggio, ma non riconosce nessuno e nessuno riconosce lui. Tutto è cambiato. La spiegazione è semplice: Rip van Winkle aveva semplicemente dormito vent’anni. Il successo del raccontino è garantito dall’essere storicamente collocato a ridosso della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America. Quando Rip si addormenta, cerano ancora le colonie inglesi; quando si sveglia, si trova in un paese tutto nuovo.

Rip van Winkle è il nostro personaggio anche per valutare il programma “Salute per tutti’’ dell’OMS. Abbiamo bisogno di uno come lui che abbia dormito per vent’anni ― sì, proprio dal fatidico 1978, quando è stata fatta la Dichiarazione di Alma-Ata, che annunciava il programma di Primary Health Care e lo estendeva a tutti entro il 2000 ― e si risvegli nel 1998, per ascoltare il dibattito attorno al nuovo programma riformulato in vista del XXI secolo. La prospettiva di Rip van Winkle ci dovrebbe purificare l’udito e la memoria dalle tracce di slogan troppo spesso ripetuti, che sono allo stesso tempo la condizione del successo e il prezzo che si deve pagare per esso, così che la nostra attenzione non è più colpita. Con lo stupore del ridestato, vorremmo scoprire il paesaggio nuovo che si è creato durante questo ventennio, la “rivoluzione” che è avvenuta a nostra insaputa, uno sconvolgimento non meno radicale di quello che ha potuto trasformare delle colonie in madrepatria.

Salutarmente estraniati da quanto di ripetitivo hanno i discorsi sulla medicina, siamo colpiti dal binomio indiscutibile che si e creato con l’etica. Più che la frequenza dei riferimenti all’etica, sono nuovi i contenuti. Tradizionalmente il richiamo all’etica in medicina faceva riferimento ― per lo più implicitamente ― allo spirito che doveva animare chi, a

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diverso titolo di professionalità, era coinvolto nell’erogazione di cure sanitarie. L’etica faceva riferimento allo spirito con cui questo lavoro va fatto: con altruismo, abnegazione, mettendo gli interessi legittimi di chi riceve i servizi prima degli interessi dei professionisti. Etica ― in altre parole ― richiamava l’esigenza per chi lavora in medicina di un curare abbinato a un prendersi cura.

L’etica in medicina che è diventata l’oggetto dei nostri discorsi si riferisce al “che cosa fare”, più ancora che allo spirito con il quale farlo. Nei due decenni che abbiamo alle spalle i principali problemi che si sono posti alla riflessione sono quelli relativi a “dare le cose efficaci”, “nel modo giusto”, “a tutti quelli che ne hanno diritto e bisogno”. Per rispondere a queste domande l’etica è invocata a soccorso.

Il primo interrogativo ha a che fare con la dimostrazione di efficacia. La restrizione delle risorse ha portato in primo piano la valutazione degli esiti delle prestazioni. Per riprendere l’efficace formulazione di Domenighetti, “qualunque prestazione deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario” (Domenighetti, 1995). Dobbiamo sapere di più sulla sicurezza, l’appropriatezza e l’efficacia dei farmaci, delle procedure diagnostiche e terapeutiche, sui successi e fallimenti delle prestazioni, a seconda dei diversi sistemi organizzativi. Tutto ciò non è solo un risultato secondario dell’introduzione di sistemi di rimunerazione delle prestazioni a tipo prospettico, ma il portato di quella che è stata salutata come la rivoluzione che ci ha introdotto nell’“era della valutazione e del comportamento responsabile” in medicina (“assessment and accountability”: Relman, 1988).

Non basta fornire i servizi di provata efficacia: bisogna anche che sia fatto “nel modo giusto”. È quanto esige il valore centrale della modernità, vale a dire il rispetto dei valori soggettivi del paziente, la promozione della sua autonomia, la tutela della diversità culturale. Rispetto a un passato molto recente, in cui la medicina era organizzata in modo autoritario e gestita con stile paternalistico, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano. Buona medicina è quella che, oltre all’appropriatezza clinica, valutata dal professionista sanitario, considera auspicabile e rende possibile che il paziente partecipi alle decisioni che si ripercuotono sul suo benessere (Kassirer, 1994).

Un cambiamento, infine, che caratterizza il modo in cui negli ultimi anni l’etica ha cominciato a essere coniugata con il progetto utopico della “salute per tutti”, è la delegittimazione dei sistemi etici intolleranti. L’etica di cui la medicina ha bisogno è un “etica per un piccolo pianeta”, dove i risultati del miglioramento delle condizioni di vita possono essere ottenuti solo dalla sinergia di tutti. In questa prospettiva è implicito il superamento della contrapposizione polemica tra etica laica ed etica religiosa.

La belligeranza delle religioni contro la modernità ― che include la contestazione della possibilità di elaborare un progetto secolare veramente morale ― ha suscitato come reazione la belligeranza delle etiche laiche contro le religioni, mettendo in discussione la loro pretesa di determinare le condotte umane come buone per una via diversa da quella puramente

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razionale. Il confronto fondamentalista non è una soluzione accettabile, così come non lo è l’alleanza strategica su temi specifici (ad esempio, contro il controllo delle nascite), che però non affermi il rapporto corretto tra sistemi normativi religiosi e laici.

La via di soluzione passa per lo scrupoloso rispetto della libertà religiosa di tutte le persone, da una parte, e per l’accettazione, dall’altra, da parte delle religioni dei minimi etici che lo Stato deve esigere coercitivamente da tutti, cioè l’etica civile. Questa deve essere stabilita mediante procedimenti partecipativi e democratici, e pertanto deve rispettare il parere di tutti, secondo i meccanismi che portano alla formazione della maggioranza.

È vero che le opinioni morali ― anche quelle della maggioranza ― possono essere sbagliate, o può sembrare ad alcuni che lo siano. Ma questa condizione legittima solo a iniziare un dibattito o un processo di educazione morale della società, nel quale esercitare la propria capacità di convincere gli altri, con argomenti razionali, a far proprie le ragioni addotte. Ogni altro procedimento, che invece di proporre ed educare cerchi di imporre, deve considerarsi, in linea di principio, inaccettabile nella nostra epoca.

La nostra partecipazione alla tavola rotonda, che si apre ora sul programma con cui l’OMS intende impegnarci per il XXI secolo, sarà tanto più proficua quanto più saremo consapevoli, nell’ascoltare le voci che si intrecciano, che nei venti anni passati all’insegna della “salute per tutti”, non sono cambiati solo elementi di contorno, ma il modo stesso di concepire la sanità, i suoi rapporti con l’economia e la politica, con l’etica e con la religione. La sanità ― in altre parole ― da colonia del vecchio mondo si profila come avanguardia e promessa del nuovo mondo che non smettiamo di sognare.

Riferimenti bibliografici

Domenighetti G., Il mercato della salute: ignoranza o adeguatezza, Roma, Cis 1995.

Kessirer JP. Incorporating patient’s preferences into medical decisions”. The New England Journal of Medicine 1994, p. 330.

Relman AS. “Assessment and accountability. The third revolution in medical care”. The New England Journal of Medicine 1988, p. 319.

Leggi di mercato ed etica professionale

Book Cover: Leggi di mercato ed etica professionale
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

LEGGI DI MERCATO ED ETICA PROFESSIONALE

in SIFO bollettino

maggio-giugno 2010, pp. 84-85

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Reagiamo con disagio alla notizia del ritiro dal mercato greco, da parte della Novo, di alcune insuline. Per alcuni il disagio può lasciare il posto all’indignazione morale. Anche senza voler demonizzare il mercato ― con tutti i suoi limiti e difetti, resta una delle forme migliori per far circolare nella società beni e servizi ― non possiamo esimerci dal mettergli dei limiti. In un saggio di qualche tempo fa, dedicato al trapianto di organi, Giovanni Berlinguer osservava che anche le persone più favorevoli al mercato tendono a sottrarre alcune realtà a questo regime economico: come i voti politici e la compravendita di parti del corpo umano (G. Berlinguer: La merce finale, Baldini Castoldi, 1996). Al polo opposto, tra le merci delle quali non abbiamo dubbi che sia lecito fare mercato, possiamo collocare il pane e la birra: secondo la celebre affermazione di Adam Smith, il cibo non ce lo aspettiamo dalla benevolenza del negoziante, ma dal suo interesse commerciale. Tra l’uno e l’altro estremo si colloca il farmaco. È un bene commerciabile, ma tendiamo a sentirlo non riducibile alle regole del mercato. Almeno in modo relativo, se non assoluto.

Consideriamo le diverse organizzazioni di sanità pubblica e socializzata come la felice realizzazione di una utopia: il sogno di non far dipendere la possibilità di curarsi dalle possibilità economiche del malato. Da poco più di trent’anni i cittadini italiani dispongono di un servizio sanitario nazionale che ha radicalizzato le pur notevoli possibilità di protezione sociale che esistevano nel sistema delle casse mutue. L’utopia realizzata dal SSN concede ai cittadini italiani il privilegio di potersi curare con i farmaci di cui hanno bisogno senza prima controllare nel portafoglio se hanno i soldi per pagarseli. Il film di Michael Moore Sicko ha illustrato, con una vena polemica molto eloquente, come vanno le cose in un grande paese che dispone di una medicina avanzatissima, ma pensata in chiave liberistica estrema: per un’ampia fascia della popolazione degli Stati Uniti ogni trattamento medico deve essere preceduto da una realistica considerazione su chi paga e su che cosa viene garantito. Siamo fieri di un sistema sanitario che àncora l’erogazione dei servizi ― in primis i farmaci necessari ― al diritto della persona, sottraendola alla precarietà del mercato. È una conquista di civiltà alla quale nessuno propone di rinunciare. Il malessere legato alla notizia dei pazienti diabetici privati di un farmaco efficace per calcoli economici dell’azienda farmaceutica produttrice è frutto di una sensibilità etica prodotta dai sistemi sanitari universalistici.

Ma c’è anche altro. Il problema dell’accesso ai farmaci necessari in base al bisogno e non alle capacità economiche dei singoli ci interessa non solo in nome di quell’etica sociale che ha ispirato la creazione del welfare state. Interessa i

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professionisti sanitari sulla base della loro etica professionale. L’etica medica ha registrato di recente un ampliamento sul piano sociale, acquisendo una dimensione che era estranea all’etica ippocratica tradizionale. Questa vincolava il medico alla promozione del bene del paziente: il sanitario doveva fare ciò che, “in scienza e coscienza”, riteneva benefico per la persona che aveva in trattamento. L’eventuale bilanciamento tra coloro che potevano permettersi farmaci e trattamenti e i malati che per condizioni economiche erano esclusi veniva lasciato alla sensibilità individuale del medico. Venivano additati a modello i medici che, ispirati da motivi religiosi o da sensibilità sociale, si facevano pagare dai ricchi e curavano gratuitamente i poveri (magari regalando loro le medicine...).

Rispetto a questo modello è una novità dirompente quella introdotta dal Codice deontologico dei medici italiani nella sua ultima revisione del 2006. La risposta alla domanda: «Quando un medico può essere detto un buon medico?» è fornita dall’art. 6, dedicato alla qualità professionale del medico. Ed è una risposta complessa. Non basta più orientarsi al bene del paziente, mediante un intervento diagnostico-terapeutico corretto; secondo il Codice, «Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell’autonomia della persona, tenendo conto dell’uso appropriato delle risorse». In altre parole: si può chiamare “buon medico” solo il professionista che: 1) prescrive le cose giuste; 2) nel modo giusto; 3) a tutti quelli che hanno diritto e bisogno.

Questa terza dimensione è particolarmente sottolineata nel paragrafo successivo: «Il medico è tenuto a collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità delle cure». Ciò significa che la qualità professionale si misura con tre parametri e deve confrontarsi con tre valori ideali: il bene del paziente, il rispetto della sua autonomia, l’equità. Questa tridimensionalità vale per il sistema sanitario nel suo insieme, e per l’uso dei farmaci in particolare. È necessario che siano prescritti i farmaci giusti (che abbiano cioè dato prova di efficacia), nel modo giusto (ovvero con “rispetto dell’autonomia della persona” richiesto dal Codice deontologico), a tutti coloro che hanno realmente bisogno, superando quelle discriminazioni che il mercato porta inevitabilmente con sé.

Queste esigenze etiche plurali, che creano uno scenario di complessità impensabile per la medicina del passato, andranno perseguite con gli strumenti adeguati. Mentre l’efficacia dimostrata di un farmaco ha bisogno di ricerche e verifiche evidence-based, il rispetto dell’autonomia della persona richiede un orientamento alla decisione condivisa basato su un uso corretto del consenso informato. Per quanto riguarda la promozione della giustizia, gli strumenti eccedono le possibilità del professionista in quanto singola persona: sono necessarie procedure aziendali, valutazioni complesse di rapporti costi-benefici e prontuari farmacologici; senza dimenticare le opportune strategie negoziali afferenti al mercato.

L’azienda sanitaria e i malati

Book Cover: L'azienda sanitaria e i malati
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

L'azienda sanitaria e i malati

in Quaderni di Bioetica

Macro Edizioni, Cesena 1999, pp. 85-107

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L'AZIENDA SANITARIA E I MALATI

Il «buon» ospedale in prospettiva storica

«Abbiamo un sogno: trasformare gli ospedali italiani in ospedali». Lo slogan a effetto, apparso come inserzione pubblicitaria su diversi giornali a cura del Tribunale dei diritti del malato, mirava a ottenere un consenso e un sostegno economico da parte dei cittadini per il programma politico della nota associazione. La giustificazione razionale della necessità di modificare la realtà degli ospedali italiani veniva data con poche pennellate a tinte fosche («Gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura, ma non possono neanche continuare a essere, come spesso accade in Italia, un luogo da incubo»). L'abilità del messaggio consisteva nell'abbinare all'evocazione di scenari disumani l'utopia alata del periodo d'oro del movimento per i diritti civili (niente meno che il «sogno» con cui Martin Luther King ha rivendicato la parità dei diritti per i neri, considerati cittadini di seconda classe!). Lo slogan giocava anche sull'implicita assunzione che esista un consenso generalizzato su ciò che è necessario fare per portare gli ospedali a essere quello che dovrebbero essere, e che non sono: come se il problema non fosse quello di stabilire che cosa costituisce un buon ospedale, ma solo di decidersi a realizzarlo. La realtà, invece, non è così lineare come lo slogan pretende.

La sicurezza di conoscere la natura dell'ospedale è illusoria. È vero che l'ospedale è agevole identificarlo. La denotazione è facile: chiunque può indicarlo con un dito, anche perché nella città moderna tende ad assumere l'evidenza architettonica che in quella medievale spettava alle cattedrali. In senso denotativo, l'ospedale di una città è quello di cui possiamo domandare l'indirizzo, identificarlo sulla piantina, chiedere al tassista di portarci. La connotazione, invece, è molto complessa. Nella linguistica la connotazione di una parola riguarda i significati, compresi quelli simbolici, e le emozioni connesse con l'uso della parola. Numerosi significati sono depositati sull'ospedale come istituzione, sedimentandosi gli uni sugli altri. I più recenti non hanno sostituito quelli precedenti. In una stessa realtà convivono l'ospedale del passato e del presente, nonché quello che ― osiamo sperarlo ― sarà l'ospedale del futuro.

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Un luogo ospitale per le persone fragili

Per dare alla nostra analisi il supporto di uno schema, possiamo immaginare che in ogni struttura ospedaliera siano contemporaneamente presenti almeno quattro ospedali, che si sono succeduti nello sviluppo storico dell'istituzione. All'inizio troviamo l'ospedale hospitium, il luogo ospitale pensato per la protezione dei più vulnerabili. L'ospedale, quale primitiva realizzazione storica dell'Occidente, è nato come una casa di accoglienza per tutti i disgraziati, quale spazio per l'uomo fragile. L'obiettivo di questa istituzione era di esercitare la pietas verso le persone diseredate.

L'idea basilare dell'hospitium come luogo dove si è bene accolti perché si è sofferenti, o perché si è andati a finire sotto le ruote del carro della vita, è stata rinnegata dalla rivoluzione francese. Non solo perché era collegata con l'idea della carità cristiana, ma anche per motivi non ideologici: semplicemente per il fatto che le istituzioni ospedaliere in pratica spesso si allontanavano in modo stridente dall'ideale. L'ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui si trovava il bambino abbandonato accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la partoriente accanto al morente. Non solo la realtà dell'ospedale non rispondeva alle più elementari condizioni igieniche, ma spesso era in contrasto con il rispetto dovuto alle persone. La critica della rivoluzione francese a quel modello d'ospedale fu così radicale che il Direttorio cambiò perfino il nome: invece di hôpital propose di chiamarlo hospice.

Nel corso del secolo XIX è avvenuta, in realtà, un'evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'hospice è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti ― vecchi, trovatelli, malati inguaribili e affetti da malattie contagiose ― mentre l'hôpital ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione. La stessa evoluzione semantica è avvenuta anche in Italia. L'ospedale è stato sempre più identificato come il luogo della guarigione, mentre l'ospizio era il luogo della cronicità (anche se una venatura di diffidenza nei confronti dell'ospedale è rimasta nella cultura popolare; la risentiamo in un sonetto del Belli: «Ma nun sai ch'a lo spedale ce se more?», risponde un popolano a chi, vedendo che era malato, gli consigliava di andare in ospedale. Si è conservata a lungo l'idea che andare all'ospedale significava esser avviato su un binario morto).

È molto interessante che alla fine del nostro secolo ricompaia, in modo del tutto inatteso, il bisogno di «ospizio», inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. Mi riferisco

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al «movimento degli hospice», nato nei paesi anglosassoni una ventina d'anni fa. Noi abbiamo una difficoltà quasi insormontabile ad adottare questo termine, in quanto connota l'«ospizio» nel suo significato più deteriore di emarginazione e discriminazione. Nel significato che ha assunto all'interno del movimento delle cure palliative, l'hospice è piuttosto il luogo in cui sono assistiti e curati i malati che non possono più essere avviati per la via della guarigione. In particolare, ai malati in fase terminale viene offerto un ambiente dove è possibile esercitare la pietas e l'accoglienza, dove la palliazione e la cura dell'intero nucleo familiare hanno la precedenza sugli sforzi terapeutici. L'hospice è un luogo dove si cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan fatto proprio dall'Associazione italiana per le cure palliative: «curare anche quando non si può guarire».

Anche le R.S.A. (Residenze Sanitarie Assistenziali) per anziani sono una variante moderna del concetto originario di hospitium. Dobbiamo reinventarci oggi il luogo dell'accoglienza per i più fragili, proprio quando ci accorgiamo che l'ospedale non è fatto per i lungo-degenti. Siamo assediati da una marea crescente di persone anziane che l'allungamento della vita ― felice, ma anche tremendo risultato della medicina moderna ― rende inadatte a vivere nella propria casa, mentre l'ospedale si rivela, a sua volta, inappropriato, per motivi economici e umani, a ospitare un declino che diventa sempre più lungo. Questi anziani e malati cronici, bisognosi di assistenza ma per i quali il ricovero ospedaliero non è appropriato, ci pongono una sfida: dobbiamo trovare varianti moderne dell'ospedale nella sua accezione originaria, quale luogo accogliente per l'uomo fragile, un luogo dove sta di casa la pietas.

Parallelamente, le esigenze degli utenti abituali degli ospedali nei confronti del comfort alberghiero sono notevolmente accresciute (cfr. Guzzanti, Mastrilli, 1993; Bernabei, 1993; e, in generale, tutto il dossier de L'Arco di Giano, n. 3, 1993, dedicato a «La casa per l'uomo fragile»). Il senso comune riconosce facilmente che «gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura», come dice lo slogan proposto dal Tribunale per i diritti del malato; tuttavia non ci rassegniamo facilmente a uno standard che si discosti troppo dal livello di vita a cui siamo abituati nelle nostre abitazioni: qualità del cibo e pulizia degli ambienti, accessibilità dei familiari e riservatezza ― le camere singole o a due letti al posto delle corsie affollate dei vecchi reparti ― fanno parte ormai della qualità minima che il cittadino si attende dall'ospedale.

Tutte le richieste di qualità che oggi vengono abitualmente avanzate

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in nome dell'«umanizzazione» dell'ospedale (cfr. Marchesi, Spinsanti, Spinelli, 1985) non sono altro che un'attualizzazione dell'antico modello dell'ospedale come luogo accogliente per l'uomo fragile. Sempre di più, inoltre, chi va in ospedale si attende di essere trattato bene non in forza di un atteggiamento compassionevole, ma in nome dei diritti propri di un cittadino in una società democratica. Significativa, a questo proposito, è la richiesta di informazione, quale logico presupposto di un consenso ai trattamenti diagnostici e terapeutici che si ricevono. La capacità di un ospedale di fornire informazioni ― non in modo episodico o occasionale, ma sistematico ― è sempre più percepita come una condizione di qualità.

L'ospedale come cittadella della scienza

Passiamo ora a considerare un secondo modello di ospedale: il luogo di cura come cittadella della scienza medica. Questo passaggio è avvenuto nel corso del XIX secolo. L'opera di Michel Foucault ― La nascita della clinica ― l'ha spiegato in modo ineccepibile. Per la prima volta nella sua lunga storia la medicina ha acquisito la capacità di modificare il corso naturale della malattia. L'ospedale diventa così il luogo dove la medicina come scienza dispensa cure efficaci, miranti alla guarigione.

Il modello dell'ospedale come cittadella fortificata della salute, dove si svolge la lotta organizzata ed efficace contro tutte le forme della malattia, continua a essere più che mai attuale. Non potremo mai considerare «ospitali» gli ospedali che fossero al di sotto dello standard di cure efficaci che la medicina oggi è in grado di fornire (quand'anche fossero eccellenti dal punto di vista alberghiero e del comfort offerto ai degenti). Qualunque sia il livello di gradevolezza dell'ambiente e di attenzione alla persona, se l'infarto, per esempio, non viene curato in modo efficace secondo quanto le acquisizioni consolidate della scienza medica internazionale danno per acquisito, non potremmo dare a quell'ospedale la qualifica di «umano».

In questo modello di ospedale come cittadella della scienza l'umanizzazione equivale sostanzialmente a una richiesta di cure efficaci, abbinate alla sicurezza. L'attualità di questa problematica può essere collegata al dibattito relativo alla permanenza di piccoli ospedali decentrati. Il piccolo ospedale di pochi letti è magari ideale dal punto di vista dell'ospitalità: i malati possono essere trattati in modo non impersonale e burocratico, i medici e gli infermieri stabiliscono rapporti molto familiari tra di loro e con i malati. Tuttavia dal punto di vista dell'efficacia il piccolo ospedale può costituire un

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vero e proprio pericolo per la salute e per la vita stessa.

Che cosa fare dei presidi ospedalieri di piccole dimensioni è attualmente un argomento di politica sanitaria molto scottante in Italia. La popolazione di cittadine di provincia in cui, secondo le indicazioni del governo centrale e in accordo con la programmazione regionale, è stata deliberata la chiusura del piccolo ospedale scendono in piazza, operatori sanitari in testa: «Il nostro piccolo ospedale, così umano, non si tocca!». La popolazione sostiene queste rivendicazioni. Ma di fronte alla patologia seria, la preferenza va naturalmente all'ospedale che garantisca sicurezza ed efficacia. È un'esigenza imprescindibile di ciò che ci aspettiamo oggi da un buon ospedale: deve avere le conoscenze e le tecnologie per dare una risposta efficace alla patologia. La qualità medica che l'ospedale deve garantire comprende essenzialmente l'efficacia delle cure. Credo che ciascuno di noi, dovendo scegliere tra un ospedale dove ci trattano bene ma non ci sanno curare e uno dove invece ci sanno curare, sceglierebbe il secondo, anche se in questo il comfort e l'attenzione alla persona lasciassero a desiderare.

Il modello dell'ospedale come luogo della scienza medica continua a essere quanto mai attuale. La scienza in ospedale non sarà mai troppa. Semmai il problema oggi è quello di una scienza troppo sbilanciata sul versante delle scienze naturali, che non sa integrare il sapere che deriva dalle scienze dell'uomo. La medicina tratta le patologie come se queste riguardassero solo il corpo, e non l'insieme della persona. Anche se, per ipotesi, la pratica di questa medicina fosse ineccepibile dal punto di vista filantropico, del rispetto dei diritti umani e della correttezza gestionale, sarebbe pur sempre carente, qualora non tenesse conto di quanto dell'uomo malato ci dicono la psicologia, la sociologia, l'antropologia culturale.

Le patologie più diffuse nella nostra società non riescono a essere curate efficacemente con una medicina che ignora sistematicamente queste dimensioni dell'essere umano. Per fare solo qualche esempio, pensiamo al problema della cura delle tossicodipendenze; oppure al crescente diffondersi di disturbi del comportamento alimentare, come la bulimia e l'anoressia: l'incapacità della medicina di trattare queste patologie, galoppanti nella nostra società, illustra le carenze intrinseche di risultati efficaci di una scienza medica che ignora le componenti psicologiche, relazionali, antropologiche e simboliche dei fatti patologici. Pensiamo anche al dolore cronico: i fallimenti medici nel tenerlo sotto controllo, malgrado il sofisticato arsenale terapeutico a disposizione della medicina contemporanea, dipendono dalla negligenza nel considerare il ruolo che esso gioca nella rete

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dei rapporti che lega il malato alla famiglia e alla società. È la prospettiva che ha indotto Arthur Kleinman, antropologo medico di Harvard, a parlare di malattie «sociosomatiche» (Kleinman, 1993).

La carenza dell'ospedale concepito come cittadella del sapere medico è che questo sapere è un sapere dimidiato: conosce solo una parte dell'uomo. Un ospedale «umano» è quello che sa integrare questo sapere completo sull'uomo non solo in modo teorico, ma pratico. Ciò implica il ricorso a professioni che si basano appunto su queste conoscenze umanistiche, come lo psicologo, l'assistente sociale, il cappellano o assistente spirituale, non visti come professionisti di secondo livello, che si occupano delle piccole cose, ma come parte integrante di un unico progetto terapeutico. L'ospedale umano, secondo questo modello, è quello che sa dare risposte efficaci alle patologie. A tutte, comprese quelle tipiche della società moderna, che non possono essere modificate senza Un ricorso sistematico alle scienze dell'uomo, oltre che a quelle della natura.

Presidio dello stato sociale

Il terzo modello di ospedale è quello del welfare state. Dagli anni '40 del nostro secolo in poi, molti paesi dell'area occidentale, a cominciare dall'Inghilterra, hanno socializzato la medicina, come pilone portante del welfare state. Uno dei frutti meno discutibili del XX secolo ― il «secolo breve» che lo storico inglese Hobsbawm ha analizzato nel libro dal titolo omonimo nelle sue poche luci e tante ombre (Hobsbawm, 1995) ― è quello di aver liberato tanta parte dell'umanità dal bisogno e averla avviata al benessere. Il riconoscimento del diritto alla tutela della salute, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagarsi i servizi sanitari di cui hanno bisogno, è riconosciuto come un diritto ampio quanto il diritto stesso di cittadinanza.

In questo quadro generale l'ospedale diventa il luogo dove si concentra l'impegno dello stato a fornire a tutti i cittadini l'assistenza sanitaria. Non per motivi di filantropia, ma di giustizia. L'assistenza sanitaria diventa uno dei diritti civili e sociali esigibili da ogni cittadino. Assicurare a tutti l'assistenza sanitaria in caso di malattia, indipendentemente dalla capacità economica di pagarsela, diventa l'impegno prioritario dello stato sociale.

Nell'ospedale tutti i cittadini hanno uguale diritto di accesso, tutti possono pretendere considerazione e rispetto, e soprattutto una cura adeguata alle loro necessità. La cura della salute promossa dallo stato sociale si è tradotta in una modalità che, di per sé, avrebbe dovuto essere evitata: l'ospedale ha preso il posto centrale e quasi unico di

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tutto il sistema delle cure. In quel progetto generoso, con venature di utopia, in cui lo stato si impegnava a promuovere il benessere di tutti i cittadini occupandosi di loro dalla «culla alla tomba», l'ospedale era il luogo deputato a questa assistenza totale.

Attualmente ci troviamo nella necessità di ridisegnare lo stato sociale. Sappiamo che le risorse di cui disponiamo non sono sufficienti ― e mai lo saranno, per quanto allochiamo le risorse a favore della sanità ― per dare tutto a tutti. Siamo perciò costretti a stabile una scala di priorità: a chi dare, cosa dare, con quali criteri. In questa fase di transizione l'ospedale è sottoposto a un forte cambiamento, che rimette in discussione l’ospedalocentrismo a cui siamo abituati.

In questo nuovo stato sociale, verso il quale ci stiamo incamminando, la priorità numero uno è l'efficienza. Mentre nell'ospedale come cittadella della scienza l'imperativo dominante era ed è l'efficacia (all'ospedale chiediamo che guarisca le malattie, facendo ricorso a quanto di più aggiornato può offrire il progresso tecnologico e scientifico), nel nuovo stato sociale l'ospedale deve mirare a distribuire le risorse scarse in modo che con esse si ottenga di più e il meglio. In altre parole, l'ospedale deve essere efficiente, per poter rispondere ai bisogni sanitari non solo di qualcuno, ma di tutti.

L'efficienza è importante come valore economico, ma esprime anche un'esigenza etica. Possiamo illustrare l'assunto con un esempio. Se l'imperatore del Giappone si ammala ― come è successo con il vecchio imperatore Hirohito ― per curarlo si può spostare un ospedale nel suo palazzo, compresa la TAC e tutta la tecnologia più sofisticata. L'efficacia sarà la stessa, ma non si può dire che questa organizzazione delle risorse sia efficiente. Possiamo dare tutto a una persona e ottenere risultati brillanti in termini di efficacia, mandando però deluse le legittime aspettative di tanti altri che avevano diritto di contare su quelle stesse risorse. Come corollario del nuovo stato sociale, dobbiamo esigere che l'organizzazione delle cure in ospedale tenga in debita considerazione il criterio dell'efficienza. Se manca, l'ospedale non può qualificarsi come un buon ospedale, per quanto elevato sia, dal punto di vista della scienza medica, il livello delle prestazioni che fornisce.

Curare i malati e fare quanto è possibile allo stato attuale del sapere medico per restituire loro la salute, non può più essere l'unico obiettivo di una buona medicina: mentre cercano di curare e guarire, i sanitari devono anche fare il miglior uso delle risorse. Ciò implica anche una limitazione nell'uso stesso dell'ospedale. Se viene utilizzato per motivi impropri, facendo in ospedale trattamenti che possono essere fatti altrove o in regime di Day hospital, si realizza uno spreco

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di risorse, e quindi una medicina inefficiente (oltre che, molto spesso, una medicina che calpesta le attese di chi vorrebbe che l'ospedale fosse anche «ospitale»).

Questa preoccupazione si traduce in progetti molto concreti. Uno di questi può essere la promozione del Day hospital o della Day surgery. Organizzare gli interventi diagnostici e terapeutici in un giorno solo, evitando il ricovero, porta al risparmio su tutti i piani: da quello economico a quello del disagio inflitto ai malati. Anche molte operazioni chirurgiche possono essere fatte in ciclo giornaliero, se ben programmate e organizzate. Le stesse cure domiciliari diventano un programma essenziale di un ospedale che mira all’efficienza. Naturalmente queste vanno programmate: non sono tali quelle improvvisate, magari perché i sanitari, diventati sensibili ai costi, decidono a un certo punto di mettere il malato con la sua valigetta degli effetti personali fuori dalla porta dell'ospedale, quasi che, una volta concluso il compito istituzionale dell'ospedale, la sorte del paziente non riguardi più gli operatori ospedalieri. Anche la continuità delle cure e il legame organico con la medicina del territorio fa parte integrante di un ospedale concepito come presidio dello stato sociale.

L'ospedale «azienda»

I tre modelli di ospedale che abbiamo analizzato, presenti sotto forma di eredità del passato, devono essere completati da un quarto: l'ospedale del futuro. Il quale non è solo un pio desiderio, in qualche modo è già presente come esigenza e potenzialità che domanda di essere realizzata: è, o sarà, l'ospedale-azienda, così come è disegnato dai decreti legislativi che disegnano il profilo della nuova sanità italiana.

Qualcuno paventa in questo modello di ospedale un tradimento della sua natura e vocazione originaria. Bisogna anzitutto chiarire un equivoco: non si tratta solo di trasporre nell'ospedale che cura le malattie la filosofia dell'azienda nata per produrre e commercializzare beni e servizi, obbedendo a una logica di profitto. Così inteso, l'ospedale azienda sarebbe davvero un tradimento. Il riferimento invece è a quella filosofia dell'azienda che è stata sviluppata in questi ultimi anni a partire dal concetto di «qualità totale». L'hanno inventata i giapponesi, che grazie a essa sono giunti a una posizione di leadership in molti ambiti del mercato mondiale. Le aziende occidentali, se vogliono sopravvivere e non essere escluse dalla competizione, sono costrette ad abbandonare la vecchia mentalità aziendalistica e

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ad adottare anch'esse la filosofia della «qualità totale». In questa prospettiva l'obiettivo prioritario non è quello di aumentare il fatturato, ma di avere «clienti consolidati», perché soddisfatti. Questa filosofia è risultata vincente nel settore delle automobili; tanto più, quindi, se si tratta di un servizio personalizzato come la cura della salute.

Un cambiamento di questo genere, destinato a orientare le aziende verso il modello della qualità «eccellente», richiede più di un lifting superficiale: implica un ripensamento totale, che si traduce in un atteggiamento diverso di coloro che producono beni o servizi nei confronti del cliente. Applicato all'ospedale, il modello richiede di mettere al proprio centro il paziente-cliente, imparando un modo diverso di lavorare. La centralità del paziente, un tema caro a coloro che hanno a cuore l'«umanizzazione» dell'ospedale, cambia di segno: non è più soltanto un'esortazione morale a comportarsi bene con il malato ― riconducibile, più o meno direttamente, a una concezione deontologica che richiede a chi lavora in sanità un atteggiamento carico di umanità e di valori etici ― ma diventa una strategia di gestione manageriale del nuovo ospedale. Perché l'ospedale possa essere giudicato un buon ospedale, bisognerà guardare alla qualità dei servizi che fornisce. Un indicatore di buon servizio è la giusta soddisfazione di chi ne usufruisce. Il paziente-cliente dovrà uscire dalla struttura ospedaliera non solo curato ― e curato bene, secondo i più alti standard della scienza medica ― ma anche soddisfatto. Altrimenti preferirà, nel regime concorrenziale che si andrà stabilendo, un'altra struttura fornitrice di servizi sanitari. Fornire servizi di qualità, valutati come tali da coloro che ne usufruiscono, equivale a mettere in atto misure strategiche necessarie perché l'ospedale-azienda possa sopravvivere.

È una rivoluzione che non produce soltanto migliori servizi, ma fa sì che gli operatori siano più soddisfatti del loro lavoro. Nella filosofia della «qualità totale» non si può fornire un prodotto eccellente se coloro che lo producono non sono attivamente coinvolti: non come piccole ruote di un ingranaggio, ma come protagonisti attivi che pensano le soluzioni e le propongono, fanno progetti e li realizzano, ottengono piccoli miglioramenti costanti. Il cliente soddisfatto presuppone un fornitore di servizi soddisfatto. Con delle persone frustrate e demotivate non si può fare un'azienda che abbia l'«eccellenza» come obiettivo.

Nell'ospedale azienda il criterio di valutazione non è più solo l'efficacia o l'efficienza, ma diventa l'eccellenza (per il concetto di «azienda eccellente» vedi Peters Waterman, 1992). La scommessa per il futuro è il passaggio a quell'ospedale azienda che realizzi le potenzialità

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di umanizzazione che ha in sé, quasi una sintesi delle esigenze implicite nei modelli di ospedale hospitium, ospedale-cittadella della scienza e ospedale-presidio del welfare state. Dovrà essere, contemporaneamente, un luogo ospitale dove le malattie vengono curate in modo efficace, con l'efficienza che permette di rispondere con risorse limitate ai bisogni di tutti i cittadini, puntando insieme ― erogatori dei servizi e cittadini ― alla qualità eccellente.

Qualità, soddisfazione ed etica

Oggi, alla fine del XX secolo, cerchiamo una «buona» medicina per rispondere ai nostri problemi di salute, non meno di quanto abbiano fatto i nostri antenati o i nostri padri, soltanto una generazione fa. Ma la nostra idea di ciò che corrisponde a buona o cattiva medicina è cambiata, così come sono cambiate le nostre attese nei confronti di un ospedale o del servizio sanitario pubblico.

Più precisamente, possiamo dire che ci troviamo presi in un processo storico che ha visto il susseguirsi di almeno tre grandi modelli di buona medicina, ognuno dei quali prospetta in modo coerente come si devono comportare i diversi protagonisti del sistema delle cure: i medici, i malati, le varie professioni sanitarie, la società nel suo insieme.

Ogni modello che si sussegue nel tempo ci obbliga a ripensare ogni volta la medicina intera sotto una diversa luce di qualità. In modo sintetico, possiamo dire che i tre modelli rappresentano tre diverse stagioni dell'etica in medicina.

L'etica medica come etica dei medici

Per illustrare i cambiamenti di tutto ciò che associamo all'idea di «buona» medicina, ci serviremo di uno schema. Come ogni schema, introduce una certa semplificazione nella realtà delle cose, ma ha il vantaggio di concentrare l'attenzione sui punti nevralgici del cambiamento.

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Stagioni dell'etica in medicina

Epoca premoderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca postmoderna

Etica dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento porta

maggior beneficio al paziente?

Quale trattamento rispetta il malato nei suoi valori e nell'autonomia delle sue scelte?

Quale trattamento ottimizza l'uso delle risorse e produce un paziente/cliente soddisfatto?

L'ideale

medico

Paternalismo benevolo

(scienza e coscienza)

Autorità democraticamente condivisa

Leadership morale,

scientifica, organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto o rimborsato)

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship

(fornitore di servizi-clienti)

Contratto di assistenza:

azienda/popolazione

Il buon

infermiere

«Paramedico»; esecutore

delle decisioni mediche;

supporto emotivo del paziente

Facilitatore della comunicazione, a beneficio di un paziente autonomo

Manager

responsabile della qualità dei servizi fomiti

Chi prende

le decisioni

Il medico,

in «scienza e coscienza»

Il medico e il malato insieme (decisione consensuale)

La direzione aziendale, assieme ai dirigenti delle unità operative (negoziazione)

Il primo modello presentato dallo schema può essere chiamato premoderno. Ha caratteristiche di grande antichità e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, in quanto in Occidente risale almeno a Ippocrate. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli.

Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall'epoca di Ippocrate fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell'epoca premoderna è: «Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?» Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione. I principi fondamentali di questa etica, riconducibili all'imperativo di fare

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il bene del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista. «Paternalismo» in questo contesto non equivale a un giudizio di valore: vuol essere solo la descrizione di una modalità di rapporto. Vuol dire che tra chi cura e colui che riceve le cure c'è lo stesso rapporto asimmetrico che esiste tra un buon padre e una buona madre e i figli del cui bene sono responsabili. Il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il suo impegno e tutta la sua dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa duplice guida è riassunta da una formuletta, molto amata e citata dai medici, quando rivendicano a se stessi l'obbligo di prendere le decisioni «in scienza e coscienza». Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio della beneficence, ovvero di beneficità.

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all'atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare, è di diventare «paziente», in tutti i significati del termine. Il buon paziente è il paziente «osservante». A lui si richiede di entrare nel trattamento mediante la compliance. Come affermava l'illustre spagnolo Gregorio Maranon, che ha rappresentato nella prima metà del secolo il permanere dell'ideale ippocratico: «Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire».

In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all'opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine «alleanza» fa parte della tradizione religiosa.

Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell'alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze. La guarigione in medicina, secondo questo modello, si ottiene mediante l'unione tra la scienza-coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza.

Il seguire la prescrizione medica è la condizione essenziale perché

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l'alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Questo modello riconduce la qualità etica di un atto medico a un unico parametro: quello costituito da un vettore che visualizza la maggiore o minore rispondenza di ciò che si fa al paziente a ciò che gli porta un beneficio, in quanto è clinicamente indicato. Graficamente lo possiamo raffigurare in questo modo:

Modello premoderno

I valori sono rappresentati in maniera scalare per alludere al fatto che il bene procurato al paziente può essere maggiore o minore (e anche, nei casi estremi, nullo o addirittura costituire un fatto nocivo; per questo l'etica medica ippocratica ha messo come guardiano di tutto l'edificio costituito dai doveri del medico l'imperativo fondamentale: Primum non nocere).

Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia dei professionisti che lavorano in sanità, sia dei pazienti. Soltanto quando diventiamo «moderni» il modello entra in crisi.

La stagione della bioetica

Quando comincia l'epoca moderna? I manuali di filosofia e di storia generalmente fanno iniziare la modernità con l'illuminismo, nel XVIII secolo. Ci dicono che nella storia è avvenuto un cambiamento profondo, una di quelle fratture che hanno ripercussioni generalizzate su tutta la struttura dell'esistenza. L'Illuminismo ha modificato l'insieme della vita politica e sociale; solo in un ambito non è entrato: in medicina. Nei rapporti sociali che si stringono attorno a chi somministra e a chi riceve le cure sanitarie, l'epoca moderna non è incominciata fino a pochissimo tempo fa. Soltanto da una ventina di

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anni sono diventati visibili i segni di una frattura che indica che la medicina è entrata nell'epoca moderna. Di conseguenza, cambiano tutti i parametri che costituiscono il modello di «buona medicina» proprio dell'epoca premoderna.

Il fine generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se rispetta il malato nei suoi valori e nell'autonomia delle sue scelte. Nell'epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di autodeterminare le proprie scelte. L'autonomia della persona è fondamentale nell'epoca moderna. Così lo ha espresso Immanuel Kant nel famoso saggio Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo? L'Illuminismo comincia quando si decide di uscire dallo stato di minorità dovuta all'uomo stesso, intendendo per minorità «l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza servirsi di un altro». Il primo paragrafo dello scritto, che sintetizza il programma di vita dell'uomo moderno, termina con l'esortazione: Sapere aude (abbi il coraggio di servirti dell'intelletto come guida).

Il malato dell'epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello secondo cui nella medicina tradizionale il malato è per definizione uno che non può autodeterminarsi. Dire che la medicina entra nell'epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione il paradigma paternalista, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (essendo le scelte di queste ultime determinate dalle prime).

Nell'epoca moderna i valori del malato, intesi come un quadro di riferimento che guida l'autonomia delle sue scelte, diventano un momento fondamentale del fare «buona» medicina. Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere alla domanda: «Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?» Non basta stabilire ― per esempio ― che l'atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i suoi valori e le sue decisioni, non possiamo parlare di buona medicina. L'autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente), diventa un criterio di qualità. L'intervento sanitario non può essere più deciso unilateralmente dal medico che si basa sul sapere della sua professione, ma deve essere individuato assieme al paziente, spesso con un faticoso processo di contrattazione.

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Superato il paternalismo benevolo, l'ideale medico in questo modello diventa un'autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il consenso informato. L'idea di qualità dell'atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l'intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, vale a dire il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano.

Questa è la nozione di consenso informato che troviamo nell'importante documento dottrinale proposto dal Comitato Nazionale per la Bioetica: Informazione e consenso all'atto medico (20 giugno 1992): «Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società. Si ritiene tramontata la stagione del "paternalismo medico" in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell'esercizio della professione, legittimato a ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente, e a trasgredirle quando fossero in contrasto con l'indicazione clinica in senso stretto». La sottolineatura che specifica la natura del consenso informato quando lo consideriamo dal punto di vista etico ― «una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano» ― ci permette di dissociarci dall'uso del consenso informato che si va diffondendo anche in Italia, concepito per lo più in funzione difensiva del medico, non finalizzato a promuovere l'autonomia del paziente.

Nella prospettiva che abbiamo adottato, il paziente non ha più solo diritti ma anche dei doveri. La sua posizione non è esclusivamente di privilegio, ma anche di scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo decisionale. Non possiamo escludere che talvolta il paziente potrebbe preferire piuttosto delegare la decisione, affidandola interamente al medico («Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!»). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di diventare un buon paziente. Per diventarlo non basta che si limiti a non far storie, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il buon paziente ha anche un compito etico: deve realizzare tutto quello che è necessario per essere un buon paziente. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

L'idea di qualità, dunque, include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica, usato per designare questo modello di qualità dell'atto medico, è un neologismo, indicato per un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina, appropriata per la stagione dell'etica in medicina che abbiamo chiamato

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«moderna». Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell'ambito dell'etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell'accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, assieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell'ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica entra la società, l'etica civile, l'accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli «stranieri morali».

Questo modello di qualità, che nella nostra cultura non abbiamo nemmeno ben cominciato ad articolare, si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Si avverte che è necessario accrescere le conoscenze e mobilitare tutte le energie concettuali e morali, al fine di entrare in questo modello. Tanto i professionisti della sanità quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale, che sposta l'accento della qualità da un modello a un altro, inaugurando un'altra epoca della qualità e dell'etica nella medicina.

Per evitare facili equivoci e smantellare almeno alcune riserve ― quelle che nascono dal timore che intenda abbandonare l'etica medica tradizionale ― è necessario sottolineare che i due modelli non sono diacronici, ma sincronici. In altre parole, non si susseguono nel tempo, sostituendo con il modello moderno i valori tradizionali, ma sono chiamati a convivere. Le scelte in medicina si collocano su un piano a due dimensioni, dove la contrattazione tra l'indicazione clinica e le preferenze del paziente crea il punto d'incontro.

Piano della contrattazione beneficio-preferenze

Modello moderno

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Quando l'ospedale si organizza come un'azienda di servizi

Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l'epoca postmoderna. Ci stiamo muovendo, infatti, verso l'introduzione dello «stile azienda» in sanità. Il modello di qualità comporta anche un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente possiamo dire che non solo il malato deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un «cliente». Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con il riordino del nostro servizio sanitario pubblico e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un'esigenza strategica per la sopravvivenza dell'azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all'altra, porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell'azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un'altra struttura, l'azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per motivi ideali (carità cristiana o filantropia), oppure per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell'azienda.

Il modello di qualità postmoderno comporta delle variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti entro cui si svolge l'azione sanitaria. Innanzi tutto l'interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia delle responsabilità nelle scelte, ruoterà intorno a elementi della qualità di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l'uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell'interrogativo etico viene modificata.

Nell'etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l'azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se l'azione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure; la nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l'azione sia appropriata rispetto ai fini da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l'equità sociale, sia l'attenzione agli interessi dell'azienda.

La qualità, ovvero il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli

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precedenti, ma integrarsi con essi. La «buona» medicina è quella che deve mirare a guarire in maniera rapida, efficace e duratura. Ma questo non basta: deve anche preoccuparsi di essere «giusta», rispettando i diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono poi anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell'orizzonte della giustizia in considerazione dell'accesso ai servizi ― che la concezione dello stato sociale apre a tutti coloro che hanno bisogno, indipendentemente dalla loro capacità economica ― e dell'equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina, quella dotata di qualità, è quella che nasce dall'integrazione delle esigenze che nascono dall'etica medica, da quelle della bioetica, e delle esigenze, infine, di quella nuova stagione dell’etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell'economia, e che possiamo chiamare etica dell'organizzazione. Per la precisione, da tutt'e tre contemporaneamente. Le stagioni dell'etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell'assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze contemporanee e contestuali. Lo schema seguente, che pone le scelte in uno spazio tridimensionale, può visualizzare la complessità della situazione attuale:

Spazio della contrattazione beneficio-preferenze-appropriatezza

Modello postmoderno

Idea grafica di Patrizio Pasqualetti

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Finché la qualità dell'intervento sanitario sul paziente si misurava esclusivamente con il metro del beneficio del paziente (epoca premoderna), maggiore era il beneficio che il malato riceveva da quello che si poteva fare per lui, maggiore era la qualità, anche etica, dell'atto medico. La modernità, con l'introduzione dell'autonomia del paziente, ha introdotto un altro parametro, indicato nello schema come asse delle preferenze. La buona scelta medica dovrà tener conto contemporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che il malato ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che spesso produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze, o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungerne una terza, così che la decisione clinica ci appare collocata in uno spazio tridimensionale. Dobbiamo considerare, infatti, anche l'appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell'appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una «contrattazione» molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l'indicazione clinica (il «bene» del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il «consenso informato») e infine l'appropriatezza sociale. L'assistenza sanitaria, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare alle esigenze della scienza, ci appare più che mai un'arte.

L'ideale medico dell'epoca postmoderna è una leadership morale. Il modello paternalista non funziona più là dove si assume lo stile dell'azienda postmoderna: è necessario dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la vision, cioè la visione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell’équipe.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato; ma il nostro obiettivo non è il cliente in qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì il cliente «giustamente soddisfatto». Il buon rapporto è la

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stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio. È il presupposto che sta alla base della «Carta dei servizi pubblici sanitari», predisposta nel 1995 dai ministri della Funzione pubblica e della Sanità. La Carta ― leggiamo nella presentazione ― intende assegnare «un ruolo forte sia agli enti erogatori dei servizi, sia ai cittadini nell'orientare l'attività dei servizi pubblici verso la loro <missione>: fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti».

I problemi etici della soddisfazione del paziente

Il terzo modello, quello che abbiamo chiamato «aziendale» o postmoderno, è particolarmente insidioso. Quando portiamo nella sanità lo stile azienda e consideriamo il rapporto con il paziente come cliente, dobbiamo essere consapevoli che abbiamo anche posto le premesse per affossare i valori importantissimi, come l'orientamento al bene del paziente, che ci sono stati trasmessi da secoli di medicina ippocratica. Promuovendo il paziente-cliente, non dobbiamo dimenticare che la soddisfazione del paziente non è un imperativo assoluto, sciolto cioè da vincoli morali. Qualsiasi azienda, ma soprattutto l'azienda sanitaria, deve essere sottoposta alle esigenze dell'etica. Il paziente non va soddisfatto in qualsiasi modo, ma solo in un modo giusto. Un supporto sistematico per visualizzare i problemi della soddisfazione in rapporto con le esigenze dell'etica può essere fornito dal seguente schema.

Il quadrilatero della soddisfazione

giustamente soddisfatto

giustamente insoddisfatto

ingiustamente soddisfatto

ingiustamente insoddisfatto

Le ragioni dell'insoddisfazione sono diverse. È ovviamente insoddisfatto il paziente a cui, per incuria o incompetenza, non sia stato diagnosticato e trattato il suo male: egli ha diritto che, secondo il

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modello dell'etica medica, sia messo in atto tutto ciò che gli procura il beneficio che è autorizzato ad aspettarsi. Ma sarà insoddisfatto anche il paziente diabetico ― per fare un esempio ― che venga «messo a insulina» d'autorità, senza che gli sia spiegato il significato e la necessità della decisione terapeutica, i vantaggi che ne ricava e le esigenze di compliance. La soddisfazione del paziente non può diventare un assoluto, ma va confrontata con alcune esigenze imprescindibili, in base alle quali possiamo dire che il paziente è giustamente soddisfatto. Per portare un esempio tratto dal nursing: come sanno gli infermieri che lavorano in ambito geriatrico, gli anziani spesso non sentono lo stimolo della sete e rifiutano di bere. Sarebbe soddisfatto, ma ingiustamente, l'anziano che fosse lasciato semplicemente alle sue preferenze e non trattato secondo le esigenze della scienza infermieristica. In questo caso ciò che determina se la soddisfazione soggettiva del paziente, sia giusta o ingiusta, è il sapere che è proprio del professionista.

I modi di ottenere una soddisfazione ingiusta possono essere molti. Alcuni a danno del paziente (si può arrivare anche a dargli delle informazioni inesatte, fino al vero e proprio imbroglio), altri a danno di terzi (è chiaro che il paziente a cui faccio, per un privilegio, saltare la lista d'attesa è soddisfatto; ma è ingiustamente soddisfatto se considero le esigenze di equità).

Se la soddisfazione non è l'ultimo criterio di qualità, ma va piuttosto misurata con le esigenze dell'etica, la stessa cosa possiamo dire dell'insoddisfazione. Ci sono casi in cui il paziente è ingiustamente insoddisfatto. Questo è il caso del paziente che va dal medico di medicina generale con la sua richiesta di un farmaco (magari quello che ha fatto tanto bene al vicino o di cui si parla di più), oppure vuole un trattamento di compiacenza, come un certificato falso di malattia. Se questo paziente non viene soddisfatto, cioè gli si nega ciò che richiede in modo illegittimo, allora è ingiustamente insoddisfatto.

La prospettiva interessante che apre il «quadrilatero della soddisfazione» è quella di proporre una visione dinamica dell'etica. Troppo spesso identifichiamo l'etica con un'istanza che giudica i comportamenti ― buono o cattivo, giusto o ingiusto, appropriato o non appropriato ― ma meno adatta a ottenere delle trasformazioni significative dei comportamenti.

La prospettiva cambia se, tenendo a mente il quadrilatero della soddisfazione, ci domandiamo: quale intervento dobbiamo mettere in atto affinché un paziente, che nel grafico si trova in un quadrante inferiore, passi in uno superiore? L'obiettivo ideale è che si collochi

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nel primo a sinistra, tra coloro che sono giustamente soddisfatti; ma se ciò non è possibile, almeno nel secondo, vale a dire che il paziente sia giustamente insoddisfatto (questa possibilità di una insoddisfazione insanabile ci libera da un complesso di onnipotenza: non possiamo far sì che tutti siano soddisfatti, ma possiamo evitare almeno che lo siano ingiustamente).

L'etica ci appare così uno strumento operativo: ci stimola a fare qualcosa per modificare una situazione. L'etica è essenzialmente un insieme di interventi dinamici, tesi a un risultato. La qualità dell'intervento sanitario, infine, sta nella sua capacità di integrare i diversi elementi: ciò che la scienza medica ritiene assodato e raccomandabile (da questo punto di vista non si potrà mai accettare in medicina una logica del «cliente» che ha sempre ragione), ciò che è conciliabile con le esigenze dei diritti umani e con l'autodeterminazione del paziente, ciò che promana dall'orizzonte dell'ottimizzazione delle risorse che inaugura l'era delle aziende sanitarie.

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Bibliografia

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Th.J. Peters, R.H. WatermanIn search of excellence, Harper & Row, New York 1992.

L’azienda sanitaria e i malati

Book Cover: L'azienda sanitaria e i malati
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

L'AZIENDA SANITARIA E I MALATI

in AA. VV., Dimensioni della Relazione Terapeutica. Profili comporta-mentali per una nuova missione della sanità

Apeiron, Bologna 2002

pp. 107-135

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Il «buon» ospedale in prospettiva storica

«Abbiamo un sogno: trasformare gli ospedali italiani in ospedali». Lo slogan a effetto, apparso come inserzione pubblicitaria su diversi giornali a cura del Tribunale dei diritti del malato, mirava a ottenere un consenso e un sostegno economico da parte dei cittadini per il programma politico della nota associazione. La giustificazione razionale della necessità di modificare la realtà degli ospedali italiani veniva data con poche pennellate a tinte fosche («Gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura, ma non possono neanche continuare a essere, come spesso accade in Italia, un luogo da incubo»). L’abilità del messaggio consisteva nell’abbinare all’evocazione di scenari disumani l’utopia alata del periodo d’oro del movimento per i diritti civili (niente meno che il «sogno» con cui Martin Luther King ha rivendicato la parità dei diritti per i neri, considerati cittadini di seconda classe!). Lo slogan giocava anche sull’implicita assunzione che esista un consenso generalizzato su ciò che è necessario fare per portare gli ospedali a essere quello che dovrebbero essere, e che non sono: come se il problema non fosse quello di stabilire che cosa costituisce un buon ospedale, ma solo di decidersi a realizzarlo. La realtà, invece, non è così lineare come lo slogan pretende.

La sicurezza di conoscere la natura dell’ospedale è illusoria. E vero che l’ospedale è agevole identificarlo. La denotazione è facile: chiunque può indicarlo con un dito, anche perché nella città moderna tende ad assumere l’evidenza architettonica che in quella medievale spettava alle cattedrali. In senso denotativo,

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l’ospedale di una città è quello di cui possiamo domandare l’indirizzo, identificarlo sulla piantina, chiedere al tassista di portarci. La connotazione, invece, è molto complessa. Nella linguistica la connotazione di una parola riguarda i significati, compresi quelli simbolici, e le emozioni connesse con l’uso della parola. Numerosi significati sono depositati sull’ospedale come istituzione, sedimentandosi gli uni sugli altri. I più recenti non hanno sostituito quelli precedenti. In una stessa realtà convivono l’ospedale del passato e del presente, nonché quello che ― osiamo sperarlo ― sarà l’ospedale del futuro.

Un luogo ospitale per le persone fragili

Per dare alla nostra analisi il supporto di uno schema, possiamo immaginare che in ogni struttura ospedaliera siano contemporaneamente presenti almeno quattro ospedali, che si sono succeduti nello sviluppo storico dell’istituzione. All’inizio troviamo l’ospedale hospitium, il luogo ospitale pensato per la protezione dei più vulnerabili. L’ospedale, quale primitiva realizzazione storica dell’Occidente, è nato come una casa di accoglienza per tutti i disgraziati, quale spazio per l’uomo fragile. L’obiettivo di questa istituzione era di esercitare la pietas verso le persone diseredate.

L’idea basilare dell'hospitium come luogo dove si è bene accolti perché si è sofferenti, o perché si è andati a finire sotto le ruote del carro della vita, è stata rinnegata dalla rivoluzione francese. Non solo perché era collegata con l’idea della carità cristiana, ma anche per motivi non ideologici: semplicemente per il fatto che le istituzioni ospedaliere in pratica spesso si allontanavano in modo stridente dall’ideale. L’ospedale premoderno era un luogo indifferenziato in cui si trovava il bambino abbandonato accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la partoriente accanto al morente. Non solo la realtà dell’ospedale non rispondeva alle più elementari condizioni igieniche, ma spesso era in contrasto con il rispetto dovuto alle

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persone. La critica della rivoluzione francese a quel modello d’ospedale fu così radicale che il Direttorio cambiò perfino il nome: invece di hôpital propose di chiamarlo hospice.

Nel corso del secolo XIX è avvenuta, in realtà, un’evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l’hospice è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti ― vecchi, trovatelli, malati inguaribili e affetti da malattie contagiose ― mentre l'hôpital ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione. La stessa evoluzione semantica è avvenuta anche in Italia. L’ospedale è stato sempre più identificato come il luogo della guarigione, mentre l’ospizio era il luogo della cronicità (anche se una venatura di diffidenza nei confronti dell’ospedale è rimasta nella cultura popolare; la risentiamo in un sonetto del Belli: «Ma nun sai ch’a lo spedale ce se more?», risponde un popolano a chi, vedendo che era malato, gli consigliava di andare in ospedale. Si è conservata a lungo l’idea che andare all’ospedale significava esser avviato su un binario morto).

È molto interessante che alla fine del nostro secolo ricompaia, in modo del tutto inatteso, il bisogno di «ospizio», inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. Mi riferisco al «movimento degli hospice», nato nei paesi anglosassoni una ventina d’anni fa. Noi abbiamo una difficoltà quasi insormontabile ad adottare questo termine, in quanto connota l’«ospizio» nel suo significato più deteriore di emarginazione e discriminazione. Nel significato che ha assunto all’interno del movimento delle cure palliative, l'hospice è piuttosto il luogo in cui sono assistiti e curati i malati che non possono più essere avviati per la via della guarigione. In particolare, ai malati in fase terminale viene offerto un ambiente dove è possibile esercitare la pietas e l’accoglienza, dove la palliazione e la cura dell’intero nucleo familiare hanno la precedenza sugli sforzi terapeutici. L'hospice è un luogo dove si cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan fatto proprio dall’Associazione italiana per le

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cure palliative: «curare anche quando non si può guarire».

Anche le R.S.A. (Residenze Sanitarie Assistenziali) per anziani sono una variante moderna del concetto originario di hospitium. Dobbiamo reinventarci oggi il luogo dell’accoglienza per i più fragili, proprio quando ci accorgiamo che l’ospedale non è fatto per i lungodegenti. Siamo assediati da una marea crescente di persone anziane che l’allungamento della vita ― felice, ma anche tremendo risultato della medicina moderna ― rende inadatte a vivere nella propria casa, mentre l’ospedale si rivela, a sua volta, inappropriato, per motivi economici e umani, a ospitare un declino che diventa sempre più lungo. Questi anziani e malati cronici, bisognosi di assistenza ma per i quali il ricovero ospedaliero non è appropriato, ci pongono una sfida: dobbiamo trovare varianti moderne dell’ospedale nella sua accezione originaria, quale luogo accogliente per l’uomo fragile, un luogo dove sta di casa la pietas.

Parallelamente, le esigenze degli utenti abituali degli ospedali nei confronti del comfort alberghiero sono notevolmente accresciute 1. Il senso comune riconosce facilmente che «gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura», come dice lo slogan proposto dal Tribunale per i diritti del malato; tuttavia non ci rassegnamo facilmente a uno standard che si discosti troppo dal livello di vita a cui siamo abituati nelle nostre abitazioni: qualità del cibo e pulizia degli ambienti, accessibilità dei familiari e riservatezza ― le camere singole o a due letti al posto delle corsie affollate dei vecchi reparti ― fanno parte ormai della qualità minima che il cittadino si attende dall’ospedale.

Tutte le richieste di qualità che oggi vengono abitualmente avanzate in nome dell’«umanizzazione» dell’ospedale 2 non

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sono altro che un’attualizzazione dell’antico modello dell’ospedale come luogo accogliente per l’uomo fragile. Sempre di più, inoltre, chi va in ospedale si attende di essere trattato bene non in forza di un atteggiamento compassionevole, ma in nome dei diritti propri di un cittadino in una società democratica. Significativa, a questo proposito, è la richiesta di informazione, quale logico presupposto di un consenso ai trattamenti diagnostici e terapeutici che si ricevono. La capacità di un ospedale di fornire informazioni ― non in modo episodico o occasionale, ma sistematico ― è sempre più percepita come una condizione di qualità.

L’ospedale come cittadella della scienza

Passiamo ora a considerare un secondo modello di ospedale: il luogo di cura come cittadella della scienza medica. Questo passaggio è avvenuto nel corso del XIX secolo. L’opera di Michel Foucault ― La nascita della clinica ― l’ha spiegato in modo ineccepibile. Per la prima volta nella sua lunga storia la medicina ha acquisito la capacità di modificare il corso naturale della malattia. L’ospedale diventa così il luogo dove la medicina come scienza dispensa cure efficaci, miranti alla guarigione.

Il modello dell’ospedale come cittadella fortificata della salute, dove si svolge la lotta organizzata ed efficace contro tutte le forme della malattia, continua a essere più che mai attuale. Non potremo mai considerare «ospitali» gli ospedali che fossero al di sotto dello standard di cure efficaci che la medicina oggi è in grado di fornire (quand’anche fossero eccellenti dal punto di vista alberghiero e del comfort offerto ai degenti). Qualunque sia il livello di gradevolezza dell’ambiente e di attenzione alla persona, se l’infarto, per esempio, non viene curato in modo efficace secondo quanto le acquisizioni consolidate della scienza medica internazionale danno per acquisito, non potremmo dare a quell’ospedale la qualifica di «umano».

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In questo modello di ospedale come cittadella della scienza l’umanizzazione equivale sostanzialmente a una richiesta di cure efficaci, abbinate alla sicurezza. L’attualità di questa problematica può essere collegata al dibattito relativo alla permanenza di piccoli ospedali decentrati. Il piccolo ospedale di pochi letti è magari ideale dal punto di vista dell’ospitalità: i malati possono essere trattati in modo non impersonale e burocratico, i medici e gli infermieri stabiliscono rapporti molto familiari tra di loro e con i malati. Tuttavia dal punto di vista dell’efficacia il piccolo ospedale può costituire un vero e proprio pericolo per la salute e per la vita stessa.

Che cosa fare dei presidi ospedalieri di piccole dimensioni è attualmente un argomento di politica sanitaria molto scottante in Italia. La popolazione di cittadine di provincia in cui, secondo le indicazioni del governo centrale e in accordo con la programmazione regionale, è stata deliberata la chiusura del piccolo ospedale scendono in piazza, operatori sanitari in testa: «Il nostro piccolo ospedale, così umano, non si tocca!». La popolazione sostiene queste rivendicazioni. Ma di fronte alla patologia seria, la preferenza va naturalmente all’ospedale che garantisca sicurezza ed efficacia. È un’esigenza imprescindibile di ciò che ci aspettiamo oggi da un buon ospedale: deve avere le conoscenze e le tecnologie per dare una risposta efficace alla patologia. La qualità medica che l’ospedale deve garantire comprende essenzialmente l’efficacia delle cure. Credo che ciascuno di noi, dovendo scegliere tra un ospedale dove ci trattano bene ma non ci sanno curare e uno dove invece ci sanno curare, sceglierebbe il secondo, anche se in questo il comfort e l’attenzione alla persona lasciassero a desiderare.

Il modello dell’ospedale come luogo della scienza medica continua a essere quanto mai attuale. La scienza in ospedale non sarà mai troppa. Semmai il problema oggi è quello di una scienza troppo sbilanciata sul versante delle scienze naturali, che non sa integrare il sapere che deriva dalle scienze dell’uomo. La medicina tratta le patologie come se queste riguardassero

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solo il corpo, e non l’insieme della persona. Anche se, per ipotesi, la pratica di questa medicina fosse ineccepibile dal punto di vista filantropico, del rispetto dei diritti umani e della correttezza gestionale, sarebbe pur sempre carente, qualora non tenesse conto di quanto dell’uomo malato ci dicono la psicologia, la sociologia, l’antropologia culturale.

Le patologie più diffuse nella nostra società non riescono a essere curate efficacemente con una medicina che ignora sistematicamente queste dimensioni dell’essere umano. Per fare solo qualche esempio, pensiamo al problema della cura delle tossicodipendenze; oppure al crescente diffondersi di disturbi del comportamento alimentare, come la bulimia e l’anoressia: l’incapacità della medicina di trattare queste patologie, galoppanti nella nostra società, illustra le carenze intrinseche di risultati efficaci di una scienza medica che ignora le componenti psicologiche, relazionali, antropologiche e simboliche dei fatti patologici. Pensiamo anche al dolore cronico: i fallimenti medici nel tenerlo sotto controllo, malgrado il sofisticato arsenale terapeutico a disposizione della medicina contemporanea, dipendono dalla negligenza nel considerare il ruolo che esso gioca nella rete dei rapporti che lega il malato alla famiglia e alla società. È la prospettiva che ha indotto Arthur Kleinman, antropologo medico di Harvard, a parlare di malattie «sociosomatiche» 3.

La carenza dell’ospedale concepito come cittadella del sapere medico è che questo sapere è un sapere dimidiato: conosce solo una parte dell’uomo. Un ospedale «umano» è quello che sa integrare questo sapere completo sull’uomo non solo in modo teorico, ma pratico. Ciò implica il ricorso a professioni che si basano appunto su queste conoscenze umanistiche, come lo psicologo, l’assistente sociale, il cappellano o assistente spirituale, non visti come professionisti di secondo

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livello, che si occupano delle piccole cose, ma come parte integrante di un unico progetto terapeutico. L’ospedale umano, secondo questo modello, è quello che sa dare risposte efficaci alle patologie. A tutte, comprese quelle tipiche della società moderna, che non possono essere modificate senza un ricorso sistematico alle scienze dell’uomo, oltre che a quelle della natura.

Presidio dello stato sociale

Il terzo modello di ospedale è quello del welfare state. Dagli anni ’40 del nostro secolo in poi, molti paesi dell’area occidentale, a cominciare dall’Inghilterra, hanno socializzato la medicina, come pilone portante del welfare state. Uno dei frutti meno discutibili del XX secolo ― il «secolo breve» che lo storico inglese Hobsbawm ha analizzato nel libro dal titolo omonimo nelle sue poche luci e tante ombre 4 ― è quello di aver liberato tanta parte dell’umanità dal bisogno e averla avviata al benessere. Il riconoscimento del diritto alla tutela della salute, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagarsi i servizi sanitari di cui hanno bisogno, è riconosciuto come un diritto ampio quanto il diritto stesso di cittadinanza.

In questo quadro generale l’ospedale diventa il luogo dove si concentra l’impegno dello stato a fornire a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria. Non per motivi di filantropia, ma di giustizia. L’assistenza sanitaria diventa uno dei diritti civili e sociali esigibili da ogni cittadino. Assicurare a tutti l’assistenza sanitaria in caso di malattia, indipendentemente dalla capacità economica di pagarsela, diventa l’impegno prioritario dello stato sociale.

Nell’ospedale tutti i cittadini hanno uguale diritto di accesso, tutti possono pretendere considerazione e rispetto, e soprattutto una cura adeguata alle loro necessità. La cura

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della salute promossa dallo stato sociale si è tradotta in una modalità che, di per sé, avrebbe dovuto essere evitata: l’ospedale ha preso il posto centrale e quasi unico di tutto il sistema delle cure. In quel progetto generoso, con venature di utopia, in cui lo stato si impegnava a promuovere il benessere di tutti i cittadini occupandosi di loro dalla «culla alla tomba», l’ospedale era il luogo deputato a questa assistenza totale.

Attualmente ci troviamo nella necessità di ridisegnare lo stato sociale. Sappiamo che le risorse di cui disponiamo non sono sufficienti ― e mai lo saranno, per quanto allochiamo le risorse a favore della sanità ― per dare tutto a tutti. Siamo perciò costretti a stabile una scala di priorità: a chi dare, cosa dare, con quali criteri. In questa fase di transizione l’ospedale è sottoposto a un forte cambiamento, che rimette in discussione l’ospedalocentrismo a cui siamo abituati.

In questo nuovo stato sociale, verso il quale ci stiamo incamminando, la priorità numero uno è l’efficienza. Mentre nell’ospedale come cittadella della scienza l’imperativo dominante era ed è l’efficacia (all’ospedale chiediamo che guarisca le malattie, facendo ricorso a quanto di più aggiornato può offrire il progresso tecnologico e scientifico), nel nuovo stato sociale l’ospedale deve mirare a distribuire le risorse scarse in modo che con esse si ottenga di più e il meglio. In altre parole, l’ospedale deve essere efficiente, per poter rispondere ai bisogni sanitari non solo di qualcuno, ma di tutti.

L’efficienza è importante come valore economico, ma esprime anche un’esigenza etica. Possiamo illustrare l’assunto con un esempio. Se l’imperatore del Giappone si ammala ― come è successo con il vecchio imperatore Hirohito ― per curarlo si può spostare un ospedale nel suo palazzo, compresa la TAC e tutta la tecnologia più sofisticata. L’efficacia sarà la stessa, ma non si può dire che questa organizzazione delle risorse sia efficiente. Possiamo dare tutto a una persona e ottenere risultati brillanti in termini di efficacia, mandando però deluse le legittime aspettative di tanti altri che avevano diritto

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di contare su quelle stesse risorse. Come corollario del nuovo stato sociale, dobbiamo esigere che l’organizzazione delle cure in ospedale tenga in debita considerazione il criterio dell’efficienza. Se manca, l’ospedale non può qualificarsi come un buon ospedale, per quanto elevato sia, dal punto di vista della scienza medica, il livello delle prestazioni che fornisce.

Curare i malati e fare quanto è possibile allo stato attuale del sapere medico per restituire loro la salute, non può più essere l’unico obiettivo di una buona medicina: mentre cercano di curare e guarire, i sanitari devono anche fare il miglior uso delle risorse. Ciò implica anche una limitazione nell’uso stesso dell’ospedale. Se viene utilizzato per motivi impropri, facendo in ospedale trattamenti che possono essere fatti altrove o in regime di Day hospital, si realizza uno spreco di risorse, e quindi una medicina inefficiente (oltre che, molto spesso, una medicina che calpesta le attese di chi vorrebbe che l’ospedale fosse anche «ospitale»).

Questa preoccupazione si traduce in progetti molto concreti. Uno di questi può essere la promozione del Day hospital o della Day surgery. Organizzare gli interventi diagnostici e terapeutici in un giorno solo, evitando il ricovero, porta al risparmio su tutti i piani: da quello economico a quello del disagio inflitto ai malati. Anche molte operazioni chirurgiche possono essere fatte in ciclo giornaliero, se ben programmate e organizzate. Le stesse cure domiciliari diventano un programma essenziale di un ospedale che mira all’efficienza. Naturalmente queste vanno programmate: non sono tali quelle improvvisate, magari perché i sanitari, diventati sensibili ai costi, decidono a un certo punto di mettere il malato con la sua valigetta degli effetti personali fuori dalla porta dell’ospedale, quasi che, una volta concluso il compito istituzionale dell’ospedale, la sorte del paziente non riguardi più gli operatori ospedalieri. Anche la continuità delle cure e il legame organico con la medicina del territorio fa parte integrante di un ospedale concepito come presidio dello stato sociale.

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L’ospedale «azienda»

I tre modelli di ospedale che abbiamo analizzato, presenti sotto forma di eredità del passato, devono essere completati da un quarto: l’ospedale del futuro. Il quale non è solo un pio desiderio, in qualche modo è già presente come esigenza e potenzialità che domanda di essere realizzata: è, o sarà, l’ospedale-azienda, così come è disegnato dai decreti legislativi che disegnano il profilo della nuova sanità italiana.

Qualcuno paventa in questo modello di ospedale un tradimento della sua natura e vocazione originaria. Bisogna anzitutto chiarire un equivoco: non si tratta solo di trasporre nell’ospedale che cura le malattie la filosofia dell’azienda nata per produrre e commercializzare beni e servizi, obbedendo a una logica di profitto. Così inteso, l’ospedale azienda sarebbe davvero un tradimento. Il riferimento invece è a quella filosofia dell’azienda che è stata sviluppata in questi ultimi anni a partire dal concetto di «qualità totale». L’hanno inventata i giapponesi, che grazie a essa sono giunti a una posizione di leadership in molti ambiti del mercato mondiale. Le aziende occidentali, se vogliono sopravvivere e non essere escluse dalla competizione, sono costrette ad abbandonare la vecchia mentalità aziendalistica e ad adottare anch’esse la filosofia della «qualità totale». In questa prospettiva l’obiettivo prioritario non è quello di aumentare il fatturato, ma di avere «clienti consolidati», perché soddisfatti. Questa filosofia è risultata vincente nel settore delle automobili; tanto più, quindi, se si tratta di un servizio personalizzato come la cura della salute.

Un cambiamento di questo genere, destinato a orientare le aziende verso il modello della qualità «eccellente», richiede più di un lifting superficiale: implica un ripensamento totale, che si traduce in un atteggiamento diverso di coloro che producono beni o servizi nei confronti del cliente. Applicato all’ospedale, il modello richiede di mettere al proprio centro il paziente-cliente, imparando un modo diverso di lavorare. La

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centralità del paziente, un tema caro a coloro che hanno a cuore l’«umanizzazione» dell’ospedale, cambia di segno: non è più soltanto un’esortazione morale a comportarsi bene con il malato ― riconducibile, più o meno direttamente, a una concezione deontologica che richiede a chi lavora in sanità un atteggiamento carico di umanità e di valori etici ― ma diventa una strategia di gestione manageriale del nuovo ospedale. Perché l’ospedale possa essere giudicato un buon ospedale, bisognerà guardare alla qualità dei servizi che fornisce. Un indicatore di buon servizio è la giusta soddisfazione di chi ne usufruisce. Il paziente-cliente dovrà uscire dalla struttura ospedaliera non solo curato ― e curato bene, secondo i più alti standard della scienza medica ― ma anche soddisfatto. Altrimenti preferirà, nel regime concorrenziale che si andrà stabilendo, un’altra struttura fornitrice di servizi sanitari. Fornire servizi di qualità, valutati come tali da coloro che ne usufruiscono, equivale a mettere in atto misure strategiche necessarie perché l’ospedale-azienda possa sopravvivere.

È una rivoluzione che non produce soltanto migliori servizi, ma fa sì che gli operatori siano più soddisfatti del loro lavoro. Nella filosofia della «qualità totale» non si può fornire un prodotto eccellente se coloro che lo producono non sono attivamente coinvolti: non come piccole ruote di un ingranaggio, ma come protagonisti attivi che pensano le soluzioni e le propongono, fanno progetti e li realizzano, ottengono piccoli miglioramenti costanti. Il cliente soddisfatto presuppone un fornitore di servizi soddisfatto. Con delle persone frustrate e demotivate non si può fare un’azienda che abbia l’«eccellenza» come obiettivo.

Nell’ospedale azienda il criterio di valutazione non è più solo l’efficacia o l’efficienza, ma diventa l’eccellenza 5. La scommessa per il futuro è il passaggio a quell’ospedale azienda che realizzi le potenzialità di umanizzazione che ha in sé, quasi una

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sintesi delle esigenze implicite nei modelli di ospedale hospitium, ospedale-cittadella della scienza e ospedale-presidio del welfare state. Dovrà essere, contemporaneamente, un luogo ospitale dove le malattie vengono curate in modo efficace, con l’efficienza che permette di rispondere con risorse limitate ai bisogni di tutti i cittadini, puntando insieme ― erogatori dei servizi e cittadini ― alla qualità eccellente.

Qualità, soddisfazione ed etica

Oggi, alla fine del XX secolo, cerchiamo una «buona» medicina per rispondere ai nostri problemi di salute, non meno di quanto abbiano fatto i nostri antenati o i nostri padri, soltanto una generazione fa. Ma la nostra idea di ciò che corrisponde a buona o cattiva medicina è cambiata, così come sono cambiate le nostre attese nei confronti di un ospedale o del servizio sanitario pubblico. Più precisamente, possiamo dire che ci troviamo presi in un processo storico che ha visto il susseguirsi di almeno tre grandi modelli di buona medicina, ognuno dei quali prospetta in modo coerente come si devono comportare i diversi protagonisti del sistema delle cure: i medici, i malati, le varie professioni sanitarie, la società nel suo insieme.

Ogni modello che si sussegue nel tempo ci obbliga a ripensare ogni volta la medicina intera sotto una diversa luce di qualità. In modo sintetico, possiamo dire che i tre modelli rappresentano tre diverse stagioni dell’etica in medicina.

L’etica medica come etica dei medici

Per illustrare i cambiamenti di tutto ciò che associamo all’idea di «buona» medicina, ci serviremo di uno schema. Come ogni schema, introduce una certa semplificazione nella realtà delle cose, ma ha il vantaggio di concentrare l’attenzione sui punti nevralgici del cambiamento.

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Stagioni dell’etica in medicina

Epoca premoderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca postmoderna

Etica dell’organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento porta

maggior beneficio

al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato nei

suoi valori e nell’auto-

nomia delle sue scelte?

Quale trattamento ottimizza l'uso delle risorse e produce un paziente/cliente soddisfatto?

L'ideale

medico

Paternalismo benevolo

(scienza e coscienza)

Autorità democraticamente condivisa

Leadership morale,

scientifica, organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante (consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto o rimborsato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship

(fornitore di servizi-clienti).

Contratto di assistenza:

azienda/popolazione

Il buon

infermiere

«Paramedico»;

esecutore delle decisioni

mediche; supporto

emotivo del paziente

Facilitatore della

comunicazione, a

beneficio di un

paziente autonomo

Manager

responsabile della qualità

dei servizi forniti

Chi prende

le decisioni

Il medico, in «scienza

e coscienza»

Il medico e il malato

insieme (decisione

consensuale)

La direzione aziendale,

assieme ai dirigenti delle

unità operative

(negoziazione)

Il primo modello presentato dallo schema può essere chiamato premoderno. Ha caratteristiche di grande antichità e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, in quanto in Occidente risale almeno a Ippocrate. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli.

Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in

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Occidente è durata per più di 25 secoli, dall’epoca di Ippocrate fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell’epoca premoderna è: «Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?» Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione. I principi fondamentali di questa etica, riconducibili all’imperativo di fare il bene del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista. «Paternalismo» in questo contesto non equivale a un giudizio di valore: vuol essere solo la descrizione di una modalità di rapporto. Vuol dire che tra chi cura e colui che riceve le cure c’è lo stesso rapporto asimmetrico che esiste tra un buon padre e una buona madre e i figli del cui bene sono responsabili. Il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il suo impegno e tutta la sua dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa duplice guida è riassunta da una formuletta, molto amata e citata dai medici, quando rivendicano a se stessi l’obbligo di prendere le decisioni «in scienza e coscienza». Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio della beneficence, ovvero di beneficità.

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all’atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare, è di diventare «paziente», in tutti i significati del

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termine. Il buon paziente è il paziente «osservante». A lui si richiede di entrare nel trattamento mediante la compliance. Come affermava l’illustre spagnolo Gregorio Marañon, che ha rappresentato nella prima metà del secolo il permanere dell’ideale ippocratico: «Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire».

In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all’opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine «alleanza» fa parte della tradizione religiosa.

Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell’alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze. La guarigione in medicina, secondo questo modello, si ottiene mediante l’unione tra la scienza-coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza.

Il seguire la prescrizione medica è la condizione essenziale perché l’alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Questo modello riconduce la qualità etica di un atto medico a un unico parametro: quello costituito da un vettore che visualizza la maggiore o minore rispondenza di ciò che si fa al paziente a ciò che gli porta un beneficio, in quanto è clinicamente indicato. Graficamente lo possiamo raffigurare in questo modo:

Modello premoderno

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I valori sono rappresentati in maniera scalare per alludere al fatto che il bene procurato al paziente può essere maggiore o minore (e anche, nei casi estremi, nullo o addirittura costituire un fatto nocivo; per questo l’etica medica ippocratica ha messo come guardiano di tutto l’edificio costituito dai doveri del medico l’imperativo fondamentale: Primum non nocere).

Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia dei professionisti che lavorano in sanità, sia dei pazienti. Soltanto quando diventiamo «moderni» il modello entra in crisi.

La stagione della bioetica

Quando comincia l’epoca moderna? I manuali di filosofia e di storia generalmente fanno iniziare la modernità con l’illuminismo, nel XVIII secolo. Ci dicono che nella storia è avvenuto un cambiamento profondo, una di quelle fratture che hanno ripercussioni generalizzate su tutta la struttura dell’esistenza. L’Illuminismo ha modificato l’insieme della vita politica e sociale; solo in un ambito non è entrato: in medicina. Nei rapporti sociali che si stringono attorno a chi somministra e a chi riceve le cure sanitarie, l’epoca moderna non è incominciata fino a pochissimo tempo fa. Soltanto da una ventina di anni sono diventati visibili i segni di una frattura che indica che la medicina è entrata nell’epoca moderna. Di conseguenza, cambiano tutti i parametri che costituiscono il modello di «buona medicina» proprio dell’epoca premoderna.

fine generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se rispetta il malato nei suoi valori e nell’autonomia delle sue scelte. Nell’epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di autodeterminare le proprie scelte. L’autonomia della persona è fondamentale nell’epoca moderna. Così lo ha espresso

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Immanuel Kant nel famoso saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? L’Illuminismo comincia quando si decide di uscire dallo stato di minorità dovuta all’uomo stesso, intendendo per minorità «l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza servirsi di un altro». Il primo paragrafo dello scritto, che sintetizza il programma di vita dell’uomo moderno, termina con l’esortazione: Sapere aude (abbi il coraggio di servirti dell’intelletto come guida).

Il malato dell’epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello secondo cui nella medicina tradizionale il malato è per definizione uno che non può autodeterminarsi. Dire che la medicina entra nell’epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione il paradigma paternalista, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (essendo le scelte di queste ultime determinate dalle prime).

Nell’epoca moderna i valori del malato, intesi come un quadro di riferimento che guida l’autonomia delle sue scelte, diventano un momento fondamentale del fare «buona» medicina. Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere alla domanda: «Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?» Non basta stabilire ― per esempio ― che l’atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i suoi valori e le sue decisioni, non possiamo parlare di buona medicina. L'autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente), diventa un criterio di qualità. L’intervento sanitario non può essere più deciso unilateralmente dal medico che si basa sul sapere della sua professione, ma deve essere individuato assieme al paziente, spesso

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con un faticoso processo di contrattazione. Superato il paternalismo benevolo, l’ideale medico in questo modello diventa un’autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il consenso informato. L’idea di qualità dell’atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l’intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, vale a dire il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano.

Questa è la nozione di consenso informato che troviamo nell’importante documento dottrinale proposto dal Comitato Nazionale per la Bioetica: Informazione e consenso all’atto medico (20 giugno 1992): «Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società. Si ritiene tramontata la stagione del <paternalismo medico in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell’esercizio della professione, legittimato a ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente, e a trasgredirle quando fossero in contrasto con l’indicazione clinica in senso stretto». La sottolineatura che specifica la natura del consenso informato quando lo consideriamo dal punto di vista etico ― «una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano» ― ci permette di dissociarci dall’uso del consenso informato che si va diffondendo anche in Italia, concepito per lo più in funzione difensiva del medico, non finalizzato a promuovere l’autonomia del paziente.

Nella prospettiva che abbiamo adottato, il paziente non ha più solo diritti ma anche dei doveri. La sua posizione non è esclusivamente di privilegio, ma anche di scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo decisionale. Non possiamo escludere che talvolta il paziente potrebbe preferire piuttosto delegare la decisione, affidandola interamente al medico («Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non

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io!»). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di diventare un buon paziente. Per diventarlo non basta che si limiti a non far storie, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il buon paziente ha anche un compito etico: deve realizzare tutto quello che è necessario per essere un buon paziente. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

L’idea di qualità, dunque, include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica, usato per designare questo modello di qualità dell’atto medico, è un neologismo, indicato per un modello di qualità in medicina veramente inedito. E la buona medicina, appropriata per la stagione dell’etica in medicina che abbiamo chiamato «moderna». Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell’ambito dell’etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell’accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, assieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell’ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica entra la società, l’etica civile, l'accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli «stranieri morali».

Questo modello di qualità, che nella nostra cultura non abbiamo nemmeno ben cominciato ad articolare, si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Si avverte che è necessario accrescere le conoscenze e mobilitare tutte le energie concettuali e morali, al fine di entrare in questo modello. Tanto i professionisti della sanità quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale, che sposta l’accento della qualità da un modello a un altro, inaugurando un’altra epoca della qualità e dell’etica nella medicina.

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Per evitare facili equivoci e smantellare almeno alcune riserve ― quelle che nascono dal timore che intenda abbandonare l’etica medica tradizionale ― è necessario sottolineare che i due modelli non sono diacronici, ma sincronici. In altre parole, non si susseguono nel tempo, sostituendo con il modello moderno i valori tradizionali, ma sono chiamati a convivere. Le scelte in medicina si collocano su un piano a due dimensioni, dove la contrattazione tra l’indicazione clinica e le preferenze del paziente crea il punto d’incontro.

Piano della contrattazione beneficio-preferenze

Modello moderno

Quando l’ospedale si organizza come un’azienda di servizi

Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l’epoca postmoderna. Ci stiamo muovendo, infatti, verso l’introduzione dello «stile azienda» in sanità. Il modello di qualità comporta anche un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente possiamo dire che non solo il malato deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un «cliente». Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con il riordino del nostro

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servizio sanitario pubblico e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la sopravvivenza dell’azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all’altra, porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell’azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un’altra struttura, l’azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per motivi ideali (carità cristiana o filantropia), oppure per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell’azienda.

Il modello di qualità postmoderno comporta delle variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti entro cui si svolge l’azione sanitaria. Innanzi tutto l’interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia delle responsabilità nelle scelte, ruoterà intorno a elementi della qualità di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l’uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell’interrogativo etico viene modificata.

Nell’etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l’azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se l’azione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure; la nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l’azione sia appropriata rispetto ai fini da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l’equità sociale, sia l’attenzione agli interessi dell’azienda.

La qualità, ovvero il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli precedenti, ma integrarsi con essi. La «buona» medicina è quella che deve mirare a guarire in maniera rapida, efficace e duratura. Ma questo non basta: deve anche

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preoccuparsi di essere «giusta», rispettando i diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono poi anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell’orizzonte della giustizia in considerazione dell’accesso ai servizi ― che la concezione dello stato sociale apre a tutti coloro che hanno bisogno, indipendentemente dalla loro capacità economica ― e dell’equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina, quella dotata di qualità, è quella che nasce dall’integrazione delle esigenze che nascono dall'etica medica, da quelle della bioetica, e delle esigenze, infine, di quella nuova stagione dell’etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell’economia, e che possiamo chiamare etica dell’organizzazione. Per la precisione, da tutt’e tre contemporaneamente. Le stagioni dell’etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell’assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze contemporanee e contestuali. Lo schema seguente, che pone le scelte in uno spazio tridimensionale, può visualizzare la complessità della situazione attuale:

Spazio della contrattazione beneficio-preferenze-appropriatezza

Modello postmoderno

Idea grafica di Patrizio Pasqualetti

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Finché la qualità dell’intervento sanitario sul paziente si misurava esclusivamente con il metro del beneficio del paziente (epoca premoderna), maggiore era il beneficio che il malato riceveva da quello che si poteva fare per lui, maggiore era la qualità, anche etica, dell’atto medico. La modernità, con l’introduzione dell’autonomia del paziente, ha introdotto un altro parametro, indicato nello schema come asse delle preferenze. La buona scelta medica dovrà tener conto contemporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che il malato ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che spesso produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze, o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungerne una terza, così che la decisione clinica ci appare collocata in uno spazio tridimensionale. Dobbiamo considerare, infatti, anche l’appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell’appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una «contrattazione» molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l’indicazione clinica (il «bene» del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il «consenso informato») e infine l’appropriatezza sociale. L’assistenza sanitaria, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare alle esigenze della scienza, ci appare più che mai un’arte.

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L’ideale medico dell’epoca postmoderna è una leadership morale. Il modello paternalista non funziona più là dove si assume lo stile dell’azienda postmoderna: è necessario dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la vision, cioè la visione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell’équipe.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato; ma il nostro obiettivo non è il cliente in qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì il cliente «giustamente soddisfatto». Il buon rapporto è la stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio. E il presupposto che sta alla base della «Carta dei servizi pubblici sanitari», predisposta nel 1995 dai ministri della Funzione pubblica e della Sanità. La Carta ― leggiamo nella presentazione ― intende assegnare «un ruolo forte sia agli enti erogatori dei servizi, sia ai cittadini nell’orientare l’attività dei servizi pubblici verso la loro <missione>: fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti».

I problemi etici della soddisfazione del paziente

Il terzo modello, quello che abbiamo chiamato «aziendale» o postmoderno, è particolarmente insidioso. Quando portiamo nella sanità lo stile azienda e consideriamo il rapporto con il paziente come cliente, dobbiamo essere consapevoli che abbiamo anche posto le premesse per affossare i valori importantissimi, come l’orientamento al bene del paziente, che ci sono stati trasmessi da secoli di medicina ippocratica. Promuovendo il paziente-cliente, non dobbiamo dimenticare che la soddisfazione del paziente non è un imperativo assoluto, sciolto cioè da vincoli morali. Qualsiasi azienda, ma soprattutto l’azienda sanitaria, deve essere sottoposta alle esigenze dell’etica. Il paziente non va soddisfatto in qualsiasi modo, ma solo in un

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modo giusto. Un supporto sistematico per visualizzare i problemi della soddisfazione in rapporto con le esigenze dell’etica può essere fornito dal seguente schema.

Il quadrilatero della soddisfazione

giustamente soddisfatto

giustamente insoddisfatto

ingiustamente soddisfatto

ingiustamente insoddisfatto

Le ragioni dell’insoddisfazione sono diverse. È ovviamente insoddisfatto il paziente a cui, per incuria o incompetenza, non sia stato diagnosticato e trattato il suo male: egli ha diritto che, secondo il modello dell’etica medica, sia messo in atto tutto ciò che gli procura il beneficio che è autorizzato ad aspettarsi. Ma sarà insoddisfatto anche il paziente diabetico ― per fare un esempio ― che venga «messo a insulina» d’autorità, senza che gli sia spiegato il significato e la necessità della decisione terapeutica, i vantaggi che ne ricava e le esigenze di compliance. La soddisfazione del paziente non può diventare un assoluto, ma va confrontata con alcune esigenze imprescindibili, in base alle quali possiamo dire che il paziente è giustamente soddisfatto. Per portare un esempio tratto dal nursing: come sanno gli infermieri che lavorano in ambito geriatrico, gli anziani spesso non sentono lo stimolo della sete e rifiutano di bere. Sarebbe soddisfatto, ma ingiustamente, l’anziano che fosse lasciato semplicemente alle sue preferenze e non trattato secondo le esigenze della scienza infermieristica. In questo caso ciò che determina se la soddisfazione soggettiva del paziente, sia giusta o ingiusta, è il sapere che è proprio del professionista.

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I modi di ottenere una soddisfazione ingiusta possono essere molti. Alcuni a danno del paziente (si può arrivare anche a dargli delle informazioni inesatte, fino al vero e proprio imbroglio), altri a danno di terzi (è chiaro che il paziente a cui faccio, per un privilegio, saltare la lista d’attesa è soddisfatto; ma è ingiustamente soddisfatto se considero le esigenze di equità).

Se la soddisfazione non è l’ultimo criterio di qualità, ma va piuttosto misurata con le esigenze dell’etica, la stessa cosa possiamo dire dell’insoddisfazione. Ci sono casi in cui il paziente è ingiustamente insoddisfatto. Questo è il caso del paziente che va dal medico di medicina generale con la sua richiesta di un farmaco (magari quello che ha fatto tanto bene al vicino o di cui si parla di più), oppure vuole un trattamento di compiacenza, come un certificato falso di malattia. Se questo paziente non viene soddisfatto, cioè gli si nega ciò che richiede in modo illegittimo, allora è ingiustamente insoddisfatto.

La prospettiva interessante che apre il «quadrilatero della soddisfazione» è quella di proporre una visione dinamica dell’etica. Troppo spesso identifichiamo l’etica con un’istanza che giudica i comportamenti ― buono o cattivo, giusto o ingiusto, appropriato o non appropriato ― ma meno adatta a ottenere delle trasformazioni significative dei comportamenti.

La prospettiva cambia se, tenendo a mente il quadrilatero della soddisfazione, ci domandiamo: quale intervento dobbiamo mettere in atto affinché un paziente, che nel grafico si trova in un quadrante inferiore, passi in uno superiore? L’obiettivo ideale è che si collochi nel primo a sinistra, tra coloro che sono giustamente soddisfatti; ma se ciò non è possibile, almeno nel secondo, vale a dire che il paziente sia giustamente insoddisfatto (questa possibilità di una insoddisfazione insanabile ci libera da un complesso di onnipotenza: non possiamo far sì che tutti siano soddisfatti, ma possiamo evitare almeno che lo siano ingiustamente).

L’etica ci appare così uno strumento operativo: ci stimola a

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fare qualcosa per modificare una situazione. L’etica è essenzialmente un insieme di interventi dinamici, tesi a un risultato. La qualità dell’intervento sanitario, infine, sta nella sua capacità di integrare i diversi elementi: ciò che la scienza medica ritiene assodato e raccomandabile (da questo punto di vista non si potrà mai accettare in medicina una logica del «cliente» che ha sempre ragione), ciò che è conciliabile con le esigenze dei diritti umani e con l’autodeterminazione del paziente, ciò che promana dall’orizzonte dell’ottimizzazione delle risorse che inaugura l’era delle aziende sanitarie.

BIBLIOGRAFIA

R. Bernabei, «Lo spazio ospedaliero per l’anziano», in L’Arco di Giano, n. 3, 1993.

M. Foucault, Nascita della clinica, Einaudi, Torino 1969.

E. Guzzanti, F. Mastrilli, «L’ospedale: una casa possibile?», in L’Arco di Giano, n. 3, 1993.

E. J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995.

A. Kleinman, «Il contesto umano del dolore: un approccio antropologico», in L'Arco di Giano, n. 3, 1993.

P.L. Marchesi, S. Spinsanti, A. Spinelli, Per un ospedale più umano, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1985.

Th. J. Peters, R.H. WatermanIn search of excellence, Harper & Row, New York 1992.

NOTE

1 Cfr. E. Guzzanti e F. Mastrilli, «L’ospedale: una casa possibile?», in L’Arco di Giano, n. 3, 1993, pp. 69-75; R. Bernabei, «Lo spazio ospedaliero per l’anziano», in L’Arco di Giano, n. 3, 1993, pp. 81-85; e, in generale, il dossier de L’Arco di Giano, n. 3,1993, dedicato a «La casa per l’uomo fragile».

2 Cfr. Marchesi, Spinsanti e Spinelli, Per un ospedale più umano, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1985.

3 A. Kleinman, «Il contesto umano del dolore: un approccio antropologico», in L'Arco di Giano, n. 3, 1993, pp. 19-29.

4 E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995.

5 Per il concetto di «azienda eccellente» vedi Th J. Peters e R.H. Waterman, In search of excellence, Harper & Row, New York 1992.

Quale mediazione etica tra domanda e offerta nella sanità

Book Cover: Quale mediazione etica tra domanda e offerta nella sanità
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

QUALE MEDIAZIONE ETICA TRA DOMANDA E OFFERTA NELLA SANITÀ

in Gestione politica del sistema sanitario. Come coniugare la comples-sità della domanda con l’efficienza dell’offerta, a cura di Maria Pia Ga-ravaglia

FrancoAngeli, Milano 1992

pp. 95-108

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All’inizio del dicembre 1987, Adam Jacoby Howard, detto «Coby», un bambino di sette anni di Rockword nello stato americano dell’Oregon, morì di leucemia. La sua morte sopraggiunse nel mezzo di una campagna, condotta dalla sua famiglia, dagli amici e dagli insegnanti, per raccogliere i 100.000 dollari necessari per un trapianto di midollo. Per concludere la raccolta, al momento della morte, mancavano ancora 30.000 dollari.

Questo episodio di varia ― e dolente ― umanità assurge a significato di simbolo si se considera che un anno prima lo sforzo della raccolta dei fondi non sarebbe stato necessario: stato dell’Oregon avrebbe pagato per il trapianto. Coby ebbe la sfortuna di essere la prima vittima di una nuova direttiva, decisa dalla legislatura dell’Oregon nella primavera del 1987: mettere fine al finanziamento dei trapianti di organo e spendere il denaro in cure prenatali. La Divisione di «Servizi per Adulti e Famiglie» si trovò a operare una scelta relativa ai fondi disponibili all’interno del programma «Medicaid»: o continuare a finanziare un programma di trapianti di organi (un progetto rivolto a 34 persone), oppure far convergere i fondi sulla estensione delle cure di base a 1500 persone che in precedenza non ne beneficavano. Nel giustificare la scelta, il presidente del senato dell’Oregon ebbe a dire: «La tecnologia medica ha superato, e continuerà a superare, la nostra capacità di pagarla. Questa è la dura realtà: dobbiamo limitare il denaro che spendiamo nella cura della salute».

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Al piccolo Coby è toccato il drammatico compito di siglare, con la sua vita, l’inizio di una nuova epoca in sanità: per la prima volta nella scena sanitaria americana c’è stato un razionamento delle risorse scoperto ed esplicito, non dovuto alle impersonali forze del mercato o della nascosta parsimoniosità dei burocrati, bensì a una rigida decisione sulle priorità.

Le lezioni che possono essere tratte dal caso dell’Oregon sono tutte verità imbarazzanti. Anzitutto, che in sanità ci troviamo di fronte a una divaricazione inevitabile tra domanda e offerta. È una caratteristica della medicina attuale, e ancor più di quella del futuro. Dobbiamo considerare, infatti, che siamo di fronte ― almeno nell’emisfero nordoccidentale ― a una società che invecchia e in cui aumentano le malattie degenerative rispetto a quelle infettive; che i costi della tecnologia medica aumentano in modo esponenziale; che l’utopia dello stato assistenziale, nutrita dal sogno di poter dare tutto a tutti, è giunta al capolinea. In conseguenza di questi cambiamenti di scenario, ci troviamo nella dura necessità di fare delle scelte. Anche se non sempre il rapporto di causa ed effetto è così esplicito come nel caso di Coby, le scelte nella programmazione sanitaria sono in definitiva scelte di vita e di morte.

Una seconda lezione è che la classica distinzione in etica medica tra microallocazioni e macroallocazioni delle risorse tende a confondersi, fino ad annullarsi. Parliamo di microallocazioni quando dobbiamo destinare un bene che è più scarso della domanda. Il caso classico è la disponibilità di un solo organo da trapiantare, in presenza di due o tre pazienti candidati al trapianto: con quali criteri si farà una scelta, che voglia avere anche un carattere etico? Le macroallocazioni delle risorse sono quelle relazionate alle grandi decisioni di politica sanitaria: per esempio, dobbiamo spendere per aumentare il numero di unità di cura intensiva neonatale, oppure dobbiamo programmare più case di riposo per anziani? Le norme etiche che regolano questo tipo di problemi si iscrivono nell’orizzonte della giustizia sociale e appaiono lontane dai criteri etici rilevanti per le situazioni

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di microallocazioni. Se due pazienti sono in lista d’attesa e c’è un solo organo da trapiantare, il dramma sembra riguardare solo loro due. Se il sig. Rossi riceve l’organo, non lo riceverà il sig. Neri; per quanto crudele sia la scelta, ciò non riguarda la sig.ra Bianchi, che è in trattamento in un altro reparto dell’ospedale per un carcinoma: i problemi clinici, ma anche quelli etici ed economici, nei due casi ci appaiono diversi.

Il caso dell’Oregon scuote proprio questa certezza. Esso ci dice che, se ci spostiamo a un livello di considerazione globale di distribuzione delle risorse nella società, troviamo che l’interferenza tra questi due processi terapeutici è reale, anche senza essere direttamente visibile. Siamo entrati, infatti, nella situazione per la quale è stato coniato il termine di «scarsità fiscale».

In regime di scarsità fiscale, la decisione di usare un antiblastico costoso riguarda non solo altri pazienti che potrebbero aver bisogno di quel farmaco, ma tutti i pazienti nella loro globalità, costretti ad attingere al fondo limitato delle risorse disponibili per la sanità. Un milione speso per un paziente che ha bisogno, è un milione non più disponibile per qualcun altro. Poiché ogni decisione sanitaria ha un impatto economico identificabile, deve essere sottoposta a un esame che non riguarda solo l’indicazione clinica, ma anche altri parametri di valutazione. Bisognerà così considerare anche se la decisione è saggia dal punto di vista economico, e se rispetta un criterio di giustizia relativamente ad altri bisogni in conflitto. In questo orizzonte appare tutta la rilevanza morale della decisione se privilegiare i trattamenti d’avanguardia per pochi o l’accesso di un più grande numero di persone alle cure di base, come nel caso dell’Oregon.

Se accettiamo il concetto di scarsità fiscale, la necessità di scelte tra interessi in conflitto si ripercuote, al di là delle grandi decisioni di programmazione, anche sui più banali dettagli dell’assistenza clinica quotidiana. Di ogni radiografia, di ogni esame di laboratorio bisognerà considerare l’impatto economico in un sistema di risorse limitate. Anche singole decisioni cliniche, perciò, andrebbero valutate comparandole

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con le esigenze della giustizia, che costituisce lo scheletro etico del sistema sanitario.

Proprio questo orizzonte problematico ci permette di capire che cosa è in gioco quando si passa dall’etica medica alla bioetica. Quest’ultima non è solo una nuova etichetta per dare modernità a una cosa antica, ma include un cambiamento di paradigma. Il contenimento dei costi non pone solo il problema circoscritto della pratica medica nelle società ad alto sviluppo, ma fa esplodere un equilibrio precario tra grandi sistemi, quali sono appunto la sanità, l’economia e l’etica. «La medicina, la morale e il denaro ― ha affermato lo storico della medicina Albert Jonsen ― sono vissuti per secoli in una coabitazione imbarazzata. Nella istituzione sociale della cura dei malati ognuno ha bisogno dell’altro, eppure ognuno è a disagio nell’ammettere la presenza dell’altro. La morale, in particolare, è in imbarazzo quando le si chiede di spiegare perché il denaro e la medicina non sono nemici».

Un’analisi storica dettagliata potrebbe ricostruire le diverse strategie messe in atto per alleviare le tensioni tra pratica medica ed economia. I medici più generosi, ad esempio, erano soliti farsi pagare dai pazienti ricchi, ma dedicavano parte del tempo e delle cure gratuitamente ai poveri; le amministrazioni statali provvedevano in vari modi alla cura degli indigenti; il sistema delle mutue e delle assicurazioni distribuiva su più grandi unità il peso economico della malattia per gli individui. Ma questi accomodamenti del passato non resistono più agli accresciuti disagi della coabitazione odierna tra medicina, denaro ed etica.

La nuova situazione ha prodotto, come prima reazione, la tendenza delle professioni sanitarie a dissociarsi dai problemi che l’economia sanitaria pone al bilancio dello stato. Per una specie di riflesso condizionato, i medici si sono messi in posizione di difesa, in nome di valori che tradizionalmente sottendono la pratica della medicina. L’attaccamento alla tradizione funge da meccanismo di difesa, per non lasciarsi rimettere in discussione.

Preoccupata di difendere i canoni fondamentali del comportamento

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professionale, la medicina ha trovato un’alleata nell’etica medica, determinata anch’essa a lasciare il denaro fuori dalla porta. Si è venuto a creare così uno spontaneo consenso sul fatto che i medici devono tenersi lontani dagli aspetti economici della sanità, perché l’introduzione di questo punto di vista nel comportamento quotidiano costituirebbe la più grande minaccia all’etica tradizionalmente attribuita al medico.

Rifiutando un positivo ripensamento della triade medicina-denaro-etica, si perde un’opportu-nità unica di accedere a nuove prospettive che riguardano l’esercizio della professione medica, la concezione della salute, il ruolo della giustizia nella convivenza sociale. È soprattutto questo orizzonte positivo di crescita nella consapevolezza e di elaborazione di migliori risposte alla complessa situazione che stimola l’etica, in un serrato dialogo con la riflessione prodotta da coloro che esercitano le professioni sanitarie, a confrontarsi con la sfida che i problemi economici pongono oggi alla sanità. Dalla coabitazione imbarazzata si può e si deve passare a una chiarezza contrattuale. Il dibattito culturale e sociale animato dalla bioetica ci indica i nuovi orizzonti che si stanno aprendo su una diversa pratica della medicina.

Il problema del contenimento dei costi della sanità, lungi dall’essere un argomento marginale della medicina, da lasciare agli specialisti dell’economia, diventa centrale nella pratica medica dei nostri giorni ed è destinato a indurre profondi cambiamenti in essa. I medici sono stati finora in prima linea nell’esprimere il timore che da questa trasformazione la loro professione possa uscire profondamente danneggiata, per la perdita di quei valori che tradizionalmente hanno retto i loro rapporti con i pazienti.

Sono preoccupazioni serie, che vanno considerate attentamente: il rapporto fiduciale in medicina non è un «optional», a cui possiamo rinunciare a cuor leggero. Il diritto-dovere del medico di fare ciò che è in suo potere per il migliore interesse del malato che ha in cura è un punto acquisito sul quale non si può transigere. Ciò concesso, è necessario considerare da una prospettiva più ampia e comprensiva i

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cambiamenti che la pratica della medicina deve affrontare.

La pressione dell’economia è destinata a darci una medicina più consapevole del costo della salute; ma non meno importante è ciò che avviene in profondità, dove si stanno modificando i legami tra la professione medica e la società, nonché il rapporto convenzionale tra medico e paziente. Solo la considerazione dell’insieme di tutti questi elementi, che agiscono in modo contestuale, ci dà la piena misura del processo di trasformazione che la medicina sta attraversando.

Il mandato accordato dalla società alla professione medica sta cambiando. Per dirlo con una metafora, il medico non è più considerato come «capitano della nave». Fino a una ventina di anni fa, l’immagine corrispondeva fedelmente alla realtà. Il medico era visto come responsabile in prima persona di ciò che succedeva nell’ambito della terapia, allo stesso modo di un capitano sulla sua nave. A questa suprema responsabilità corrispondeva una delega di autorità: il medico non doveva rispondere a nessuno della pratica della sua arte. Chiamare il medico a rendere conto del processo che lo conduce a una diagnosi e delle sue scelte terapeutiche era un’evenienza del tutto eccezionale. Tutt’ora nella nostra società ― diversamente da quanto avviene in quella americana ― la citazione di un medico davanti a un tribunale penale o civile con un’imputazione di «malpratice» è una procedura rarissima.

Molti fattori concomitanti stanno però portando al cambiamento di questa paradigma. Sicuramente non è estraneo allo spodestamento del medico dal ruolo di capitano lo sviluppo di nuove professioni sanitarie, che hanno progressivamente rimesso in discussione la centralità della funzione medica. Ma probabilmente non è esagerato affermare che niente incide in modo tanto profondo ed efficace nel rapporto tra i medici e la società quanto le regolazioni economiche dell’esercizio della professione sanitaria.

Nella nostra esperienza nazionale il cambiamento è avvenuto attraverso l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, col rischio, tante volte denunciato, di far assumere al medico l’atteggiamento burocratizzato del funzionario pubblico,

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permettendogli al tempo stesso la fuga nell’attività privata per la gratificazione economica.

In modo molto più clamoroso di quanto sia avvenuto da noi, le modifiche al sistema retributivo dei medici, legate al contenimento dei costi, stanno cambiando il rapporto tra medici e società, e la pratica stessa della medicina, nella società americana. Il contesto culturale e sociale non è lo stesso; non possiamo, perciò, omologare esperienze essenzialmente diverse. Tuttavia il caso americano è utile per individuare delle costanti comportamentali, generalizzabili in forza del loro valore esemplare.

Per capire lo sviluppo, va premessa un’annotazione generale relativa all’incidenza dei costi economici sulla cura della salute. Durante tutto lo sviluppo della medicina che va dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’70, i costi economici erano marginali nell’attenzione professionale dei medici ed estranei alle loro preoccupazioni morali. Quando, negli anni ’80, la rapida crescita delle spese sanitarie ha portato al diffondersi di misure di contenimento del costo della salute, i medici si sono trovati a giocare un ruolo centrale nelle allocazioni delle risorse: un ruolo per il quale non solo non erano preparati, ma che sentivano come antitetico rispetto agli obiettivi della loro professione.

Prima si consideravano liberi di offrire tutti gli interventi sanitari che potevano portare un beneficio al paziente, sapendo che il paziente stesso o una terza parte avrebbe coperto i costi. Il problema morale sorgeva eventualmente solo nei confronti di quei cittadini in cattive condizioni economiche che, non coperti da assicurazione o da altre forme di tutela sociale, non potevano accedere alle cure sanitarie di cui avevano bisogno (ed eventualmente in presenza di nuove tecnologie ― come la dialisi renale ― necessariamente inferiori di numero rispetto alle richieste, e quindi causa di situazioni conflittuali relative alla micro-allocazione delle risorse). Ma, in generale, si può affermare che il medico era estraneo ai problemi dell’economia sanitaria.

L’abile mossa della politica sanitaria americana degli anni ’80 è stata quella di introdurre i medici nelle conseguenze

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economiche delle loro decisioni di spesa. Le misure utilizzate per rendere i medici responsabili in senso economico hanno obbedito alle logiche sia del bastone che della carota, col ricorso cioè sia a controlli fiscali che a incentivi economici.

Le manovre di controllo dell’operato del medico, prevalenti negli Stati Uniti nel corso degli anni ’70, hanno cercato di contenere i costi imponendo limitazioni sulla disponibilità di risorse e impartendo direttive sul loro uso. Si è avuta così una restrizione diretta di opzioni mediche (per esempio, il terzo pagante può escludere la copertura di certi servizi o interventi, come il trapianto cardiaco), oppure la richiesta di autorizzazioni preventive (l’ospedale può domandare ai medico di sottomettere a un’approvazione amministrativa il ricorso a terapie particolarmente costose).

Qualunque sia la sua efficacia dal punto di vista economico, questa via si è dimostrata praticabile solo in misura molto limitata. La sua debolezza consiste nel fatto che le autorità economiche sono chiamate a emettere giudizi essenzialmente medici. È facile rendersi conto che, compromettendo la libertà del medico, si minaccia al cuore l’esercizio della medicina e non si può più garantirne l’alto livello di qualità.

Un’altra strategia, molto più efficace, adottata dalla sanità pubblica americana è stata quella di provocare il passaggio dal pagamento retrospettivo, corrisposto a medici e ospedali per le loro prestazioni sanitarie, a un finanziamento prospettico. Il pagamento è cioè correlato alla malattia, valutata secondo una media di trattamento e di spesa standardizzati. Il sistema di «perspective financing» noto come DRG («Diagnosis Related Groups», introdotto a livello federale per il programma Medicare nell’ottobre 1983) è la più conosciuta tra queste misure. L’ospedale che adotta il DRG viene rimborsato secondo la natura della malattia trattata. Ogni paziente viene collocato in una categoria tra le 468 previste, a seconda della diagnosi principale, diagnosi secondarie, complicazioni, età, sesso e altri fattori. La formula per calcolare il rimborso comprende anche la natura e l’ubicazione dell’ospedale.

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L’incentivo economico è molto chiaro: se il costo della cura è minore del rimborso, l’ospedale può intascare il profitto; se la cura è più costosa, l’ospedale ci rimette la differenza. Mentre, quindi, nel sistema di pagamento retrospettivo l’interesse dell’istituzione sanitaria è di fare il più possibile, in quelli a pagamento prospettico i rapporti si invertono: l’incentivo economico induce a offrire al paziente il meno possibile.

Si tratta del primo piano su vasta scala capace di modificare sostanzialmente il comportamento sia dei medici che degli ospedali. Esso non ha conseguenze solo nello stimolare l’inventiva finanziaria degli amministratori della sanità, ma influisce anche sul modo in cui vengono fomite le cure mediche.

È un cambiamento che comporta notevoli conseguenze sul piano del rapporto medico-paziente e dell’etica relativa. Questa pressione sui medici per renderli responsabili del contenimento delle spese sanitarie ― dal momento che le loro decisioni circa quali pazienti ammettere in ospedale e per quanto tempo, quali prodotti e servizi offrire e a chi, determinano in modo decisivo la spesa ― modifica la fisionomia degli obblighi del medico nei confronti dei pazienti. Il nuovo ruolo che viene attribuito al medico non è più quello di avvocato del paziente; il sanitario viene piuttosto assimilato alla «terza parte», quella pagante, mossa da motivazioni che non sono unicamente quelle di provvedere il massimo benessere possibile per il singolo paziente.

Le nostre società ad alto sviluppo economico dalla seconda guerra mondiale in poi hanno mirato a offrire a tutti i cittadini la più alta qualità di cure mediche, senza riguardo al costo. Considerare come unico titolo all’assistenza il bisogno, indipendentemente da altri parametri, compresa la capacità di spesa, è stato un obiettivo di alto valore civile e morale. Ora queste stesse società si vedono costrette dalla spirale dei costi a restrizioni nell’uso di risorse mediche ordinarie: è un cambiamento grave, ma comprensibile e ancora tollerabile. Ciò che invece costituisce una fonte di grave perplessità è il coinvolgimento diretto dei medici in questa

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strategia economica, in quanto il loro ruolo tradizionale nei confronti della società e dei malati ne risulta modificato.

A questo punto può subentrare anche un insidioso conflitto di interessi personali del medico. Nel sistema di pagamento diretto, la tradizionale etica professionale del medico, che lo porta a servire gli interessi del paziente, si armonizza con il proprio interesse. Se il paziente riceve tutti gli interventi sanitari di cui la medicina è capace, compresi quelli che promettono benefici solo secondari, tutt’e due ne ricavano un vantaggio. Si possono giustificare anche interventi futili, purché portino un beneficio di qualsiasi genere. Riserve morali serie possono sorgere solo quando i medici, infrangendo il principio ippocratico del «primum non nocere», raccomandassero interventi che si rivelano completamente inutili o addirittura dannosi.

Ma quando il medico è incentivato a restringere il più possibile le prescrizioni, lo scenario cambia. Per nuocere al paziente, è sufficiente che il medico utilizzi il silenzio e gli sottragga informazioni. Se, per considerazioni di ordine economico, non menziona interventi o cure possibili, il paziente non può neppure prendere in considerazione l’eventualità di ascoltare il parere di un altro medico. Astenendosi dall’informare il paziente sui trattamenti terapeutici che sarebbero possibili per lui, ma appaiono sconsigliabili dal punto di vista del contenimento della spesa sanitaria, il medico infrange l’alleanza terapeutica con il paziente. A meno che non si immagini una comunicazione brutale di questo genere: «Un trapianto cardiaco sarebbe indicato nel suo caso, ma purtroppo la società non se lo può permettere!»...

L’introduzione di un nuovo sistema di retribuzione per medici e ospedali, attuato nella sanità pubblica americana, ci permette di intravedere, in termini estremistici e allarmanti, il possibile scollamento tra gli interessi delle istituzioni sanitarie e dei professionisti della sanità, e quelli dei malati. Ma per comprendere tutta la portata dei cambiamenti in atto nella pratica della medicina dobbiamo fare un passo ulteriore e considerare un’altra discrepanza, ancor più preoccupante: quella tra i valori del paziente e le potenzialità di intervento della medicina più avanzata.

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La coincidenza tra gli obiettivi soggettivi dei pazienti e le capacità della medicina si è realizzata in modo armonioso nella storia recente durante lo sviluppo che la sanità ha conosciuto negli anni ’40 e ’50. Le malattie paradigmatiche di quel periodo erano le affezioni infettive. Se i pazienti avevano, per esempio, la polmonite ed esisteva un farmaco efficace come la penicillina per curare la malattia fatale del paziente, l’azione medica si trovava circoscritta entro tre parametri ben definiti: la conoscenza clinica del medico, la volontà del paziente di ricevere il trattamento e l’intervento medico appropriato (che si può dire, relativamente parlando, di basso costo e di alta efficacia).

Lo scenario dei nostri anni vede invece come predominanti le malattie cardiovascolari, il cancro, le affezioni degenerative e croniche. Rispetto a queste malattie, i parametri sopra citati sono rimessi in discussione e la precaria armonia raggiunta nella generazione precedente è compromessa. Non esiste un consenso sugli interventi medici migliori. Non è più evidente che il paziente voglia ricevere ogni trattamento possibile, e forse neppure il trattamento standard, in quanto il suo punto di vista soggettivo, i suoi valori e le sue preferenze potrebbero essere in stridente contrasto con quanto gli viene proposto dalla prassi medica. E, infine, l’equazione tra costi ed efficacia dei trattamenti è sbilanciata a favore dei primi.

In pratica, perciò, la decisioni clinica diventa molto più complessa, dovendo tenere in considerazione tutti questi elementi. Se nel trattamento di un caso di cancro bisogna procedere con un intervento chirurgico, o radiante, o con l’esposizione del paziente a una chemioterapia tossica, oppure è preferibile rinunciare a qualsiasi intervento perché il beneficio del paziente è irrilevante rispetto ai costi umani o economici; quale trattamento, o astensione dal trattamento, sia più consono alle scelte di vita del paziente e favorisca maggiormente la sua autorealizzazione esistenziale sotto il segno dell’autonomia: tutte queste considerazioni, necessarie per fare oggi della «buona medicina», sviluppano un clima di incertezza che non concede sicurezze a priori. Il ricorso

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all’evidenza scientifica e tecnica non basta; la clinica di oggi richiede un coinvolgimento profondo nelle aspettative personali e nei valori soggettivi che le sostengono.

Queste riflessioni relative al mutamento in corso nella pratica medica non costituiscono un diversivo rispetto ai problemi concreti di bilancio della sanità e di contenimento delle spese; ci offrono piuttosto lo sfondo che permette di intuire risposte che eccedono la dimensione economica. Lungi dal poter risolvere la situazioni ricorrendo a un libro di cucina che ci dia delle ricette semplici di economia sanitaria, dobbiamo cominciare con l’ammettere la nostra inadeguatezza nello stabilire il valore medico degli interventi propri della medicina dei nostri giorni, considerando le molte variabili della condizione umana a cui la medicina si applica.

L’analisi più completa della situazione ci invia in due direzioni apparentemente opposte: un maggior ricorso alla tecnologia informatica e una rivalorizzazione del dialogo tra terapeuta e paziente. Circa l’efficacia delle misure diagnostiche e terapeutiche contenute nell’immenso arsenale della medicina moderna, il computer ci permetterà di fare il passo dalla conoscenza aneddotica, basata sull’esperienza personale, a una conoscenza scientifica effettivamente generalizzabile sull’efficacia del trattamento; nell’altro versante, la parola renderà possibile un diverso stile comunicativo, rispetto al «mondo del silenzio» che predomina ora nella relazione terapeutica.

Computer e ascolto del paziente; potenziamento della tecnologia per abbattere i costosissimi sprechi dovuti a conoscenze mediche ancora troppo imprecise, e tempo riservato al dialogo. Queste esigenze bizzarramente divergenti si incontrano nella pratica di una medicina rinnovata sulla base della centralità del paziente e sulla sua condivisione della responsabilità, non più riservata in modo esclusivo al «capitano della nave».

La legittima preoccupazione di contenere i costi, pur essendo un problema nuovo e potenzialmente capace, come abbiamo visto, di trasformare la pratica della medicina, non

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è ancora il «cambiamento di paradigma» di cui la medicina dei nostri giorni ha bisogno. La grande innovazione è piuttosto la partecipazione del paziente nel processo decisionale del medico (procedura estranea, di per sé, all’ethos della medicina di stampo paternalista), da ottenere mediante l’esercizio di una reale comunicazione.

Un filo diretto sembra quindi legare le strategie di riduzione del costo della salute e l’esigenza che tra medici e paziente circoli la parola, si instauri una vera comunicazione. La pur nobile concezione tradizionale, secondo cui l’alto profilo umanitario della medicina consiste in servizi resi disinteressatamente e «silenziosamente» al paziente, deve cedere la priorità alla convinzione, non meno tradizionale, del valore del dialogo tra gli esseri umani per giungere a una composizione soddisfacente di interessi divergenti. Anche quando a dialogare siano una persona malata e coloro che si prendono cura della sua salute.

Questa prospettiva ci permette di affermare che «il più» ― nel senso di interventismo terapeutico, di innovazione tecnologica e di investimento economico ― non coincide sempre con «il meglio». Anzi, i problemi bioetici più acuti dei nostri giorni sembrano provenire più dall’eccesso che dalla carenza (si vedano le situazioni etichettate come «accanimento terapeutico» e le richieste di limiti all’interventismo medico in nome della volontà soggettiva di conservare la dignità umana anche nella fase terminale della vita).

Se «il più» non equivale, quindi, al meglio, «il meno» non corrisponde necessariamente al peggio (in sanità come in altri ambiti: anche nell’estetica, secondo il principio stabilito dall’architettura funzionale di Mies Van der Rohde, «il meno contiene il più»...). Molti pazienti riceveranno benefici se la pressione esercitata dal contenimento dei costi limiterà gli interventi non necessari, ridurrà i danni iatrogeni ― cioè provocati dalla medicina stessa ― e punterà più sulla qualità della cura, che equivale spesso a un prezzo minore. Paradossalmente, le richieste più vive di rinnovamento della pratica medica attuale in termini umanistici ― dalla medicina palliativa alle cure domiciliari ― sono relativamente

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a minor costo e a più alta gratificazione del malato. L’attenzione alla qualità delle cure, correlata all’interesse per la qualità della vita, si rivela pagante non solo in termini umanitari, ma anche economici.

«La professione medica ― secondo Haavi Morrein ― ha messo molto impegno nel cercare quali nuove cose i medici dovevano fare ai propri paziente. Ora chiediamo solo che comincino a cercare, con lo stesso impegno, quali cose non hanno bisogno di fare». Il medico non ha bisogno di promettere al paziente di fare «qualsiasi cosa», per promettere di fare il suo meglio. Purché la scelta del «giusto mezzo», tra il troppo e il troppo poco, sia il risultato di una ricerca comune. L’individuazione di quel «meno» che contiene anche «il più», e coincide quindi con «il meglio», si può ottenere solo mediante una migliore transazione con il paziente, entro il paradigma fondamentale di una medicina del dialogo.

A queste condizioni, possiamo affermare che una medicina più consapevole dei costi può andare, in ultima analisi, a beneficio del paziente. Le sfide morali al contenimento della spesa sanitaria si rivelano convergenti rispetto alle sole spinte economiche, e probabilmente più decisive nel conseguire il risultato di cambiare quanto di irragionevole e di ingiusto esiste attualmente nella pratica della medicina.