Verso una teologia sistematica del corpo

Sandro Spinsanti

Verso una teologia sistematica del corpo

in Medicina e Morale

fasc. 1/1983, pp. 5-12

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VERSO UNA TEOLOGIA SISTEMATICA DEL CORPO

La teologia esperienziale e il corpo vissuto

Tra le due modalità fondamentali di sperimentare il proprio corpo, quali le ha evidenziate la riflessioni filosofica che si ispira alla fenomenologia, l’ago della bussola teologica si dirige verso il polo del corpo vissuto. La fenomenologia ha dischiuso, in contrasto con le concezioni dominanti, l’esperienza della corporeità come una nuova terra di ricerca. Il corpo umano che è rilevante per l’antropologia teologica non è quello che consideriamo un «dato», alla stregua di un oggetto — il corpo originariamente percepito come il corpo di un altro, e solo secondariamente, per modalità derivata, trasferito al proprio —. Il corpo vissuto fenomenico è un elemento fondamentale dell’esperienza esistenziale immediata; appartiene alla sfera del sé, da cui non si può prendere le distanze; vi si intrecciano i concreti, «corporei» incontri con gli altri esseri umani e con il mondo, le vicende del divenire storico e quelle della comunità umana 1.

Questo stesso corpo fenomenico, luogo centrale della nostra esperienza umana, è percepito come rilevante per la teologia in quanto riflessione sul vissuto della fede. Un esempio di come la teologia spirituale, concepita erroneamente come polarità opposta al corpo, possa aprirsi ed essere fecondata dai valori della corporeità, è offerto dall’opera di Vladimir Truhlar. L’autore è ben referenziato: con i suoi venticinque anni di insegnamento all’università Gregoriana e le sue numerose pubblicazioni, Trulhar può essere considerato uno dei fondatori della teologia spirituale — o «mistagogia della vita cristiana» — a livello accademico. Truhlar, alla ricerca di un centro unificatore che desse coerenza tanto al metodo quanto al contenuto della teologia spirituale, lo ha individuato nel concetto di «esperienza dell’assoluto».

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La via esperienziale indicata come nucleo germinale della vita spirituale non è di tipo irrazionalistico (come la categoria dell'Erlebnis nella fenomenologia della religione). Essa si situa piuttosto su un piano in cui l’antinomia «razionale — irrazionale» è inappropriata, in una situazione gnoseologica sui generis. Il sapere di cui è questione nella vita spirituale non è il «pensare» concettuale, né quella conoscenza della realtà che si acquisisce mediante la sperimentazione: è il sapere relazionato all’esperienza del proprio essere e dell’assoluto, comune a tutti gli uomini. Nella via esperienziale l’essere si «sente»: non mediante determinate percezioni sensitive, immaginative, concettuali; e neppure per il tramite della volontà e del sentimento (il Gefühl dei tedeschi, in quanto si oppone alla conoscenza). L’accesso all’essere passa al di sopra di tali categorie: è diretto, «acategoriale». Si perviene a questo contatto immediato con l’essere indirizzando l’attenzione non verso gli oggetti così come sono nell’uomo, ma verso ciò che li accompagna e in cui sono immersi, verso ciò che costituisce il loro orizzonte. Questa esperienza dell’essere accompagna ogni categoria dell’attività umana, benché come tale non possa mai essere afferrata con i concetti. È una possibilità dell’essere umano, anche se non si realizza per tutti e con frequenza. Si richiede che il centro personale dell’uomo si rivolga ad essa mediante una certa attenta apertura.

L’importanza del concetto di «esperienza» nella teologia spirituale si manifesta nelle sue conseguenze. La più importante è che tutta la teologia risulta ampliata nei suoi interessi e «centrata». La via esperienziale conduce, infatti, a un centro in cui tutto l’uomo è presente come nel punto di partenza della sua vita intera. Tutto è unificato: lo spirito, la psiche, l’immaginazione, i sensi. L’esperienza dell’assoluto si manifesta attraverso il corpo, si iscrive, in un certo senso, nella respirazione 2. La spiritualità, grazie a questa integrazione del corpo, perde il carattere rarefatto che il termine era solito evocare, per assumere la concretezza poliedrica della vita umana. Ciò è particolarmente

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importante in un’epoca in cui, dopo l’ebbrezza dei miti del progresso e della macchina, ci stiamo ripiegando sul corpo per difendere quella fragile realtà che designiamo come «qualità umana».

La teologia può lasciar cadere la sua diffidenza nei confronti del corpo, nella misura in cui il senso vissuto del corpo umano è assunto all’interno dell'esperienza dell’assoluto. L’uomo, in quanto unità e totalità, nella sua esperienza dell’assoluto non percepisce se stesso solamente in quanto spirito, ma anche in quanto corpo; ovvero: percepisce il corpo all’interno della percezione del proprio essere. Il corpo stesso, pertanto, viene sentito come pervaso dall’esperienza dell’assoluto: «Il senso dell’assoluto permea la percezione della corporalità con quel ritmo, ordine, apertura, armonia, pace, scioltezza, distensione, lucidità, ecc., che gli sono propri; cerca di creare, partendo dalla corporalità, uno spazio che sia in armonia con la esperienza e in cui questa possa esprimersi e vivere... Quanto più l’uomo, nel suo corpo, si adegua al ritmo, alla scioltezza, alla lucidità del senso dell’assoluto, tanto più liberamente questo senso può vivere, espandersi, svilupparsi, esprimersi nella corporalità dell’uomo; tanto più questa corporalità diviene un «materiale» in cui si esprime il centro personale col suo assoluto; tanto più il corpo assume la sua funzione di manifestare e rivelare il nucleo personale, adeguato nella sua esistenza all’assoluto; tanto più le forme della vita corporale sono pervase dall’influsso del centro personale con la sua esperienza e si fanno perciò trasparenti verso il centro e il suo assoluto» 3. La teologia che riflette sull’esperienza spirituale non può avallare nessuna forma di disincarnazionismo e di ascesi impostata sul disprezzo o sull’indifferenza per il corpo. Quando si considera l’uomo nella sua profondità esistenziale, il corpo si identifica con l’essere umano in quanto concretizzato nell’orizzonte della corporeità. Come dimensioni dell'esperienza immediata, il corpo vissuto e lo spirito vissuto si sovrappongono fino a confondersi.

Gli studi esegetici sulla corporeità nell’antropologia paolina

La corporeità vissuta, con i suoi significati fenomenologici e ontologico-esistenziali, offre un prezioso aiuto per la comprensione

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del Nuovo Testamento, e in particolare per la comprensione della teologia paolina. Un’importante stagione di studi esegetici ha permesso di ritrovare l’orizzonte ermeneutico originario di soma e sarx neotestamentari: non come componenti ontiche essenziali dell’uomo, bensì come dati fondamentali della condizione umana. Il soma, in particolare, significa la sfera della concretizzazione esistenziale, il luogo dell’incontro e della comunicazione, in cui la salvezza è raggiunta o mancata, il mezzo dell’acquisizione della fede o della soggezione al mondo. Uno studio di Robinson — il teologo anglicano diventato in seguito molto noto per aver proposto con Dio non è così una nuova immagine di Dio — ha divulgato per primo le acquisizioni dell’esegesi scientifica in merito alla antropologia paolina 4. Negli ultimi anni si sono succedute altre importanti ricerche di teologia biblica 5. Non si creda che gli esegeti pretendano, storicamente, di trovare negli scritti paolini risposte alle domande sul corpo e la corporeità che si pone l’uomo contemporaneo. La problematica di Paolo è esplicitamente «teologica», nel senso che è concentrata sul rapporto tra Dio e l’uomo dal punto di vista della giustificazione. Ciò che a Paolo interessa è l’apertura ultima nella quale l’uomo è costituito, proprio a partire dalla sua corporeità — l’uomo in quanto uomo dinanzi a Dio —; esula invece dalla sua prospettiva il corpo come fondamento della vitalità, oppure la corporeità propria dell’«homo faber», o quella che si esprime nella creazione artistica, nonché la corporeità armoniosa che è il fondamento del benessere psicofisico.

Nella somaticità Paolo individua il principio e il fondamento della singolarità personale. L’accentuazione dell’unità intrinseca dell’uomo comporta «un superamento e un distacco da ogni forma di dualismo, non solo da quello di tipo platonico, secondo il quale la unione di anima e corpo è accidentale, ma anche di quello aristotelico che, pur affermando l’unione sostanziale, resta ancora dominato dall’orientamento del mondo greco» 6. Benché la dottrina ellenica dell’immortalità dell’anima offrisse una soluzione al problema della morte,

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Paolo non vi aderì; mantenne la sua concezione dialettica dell’uomo, portatore, nella mondanità del suo essere, di una destinazione ultramondana. Usando la filosofia esistenziale come strumento ermeneutico, R. Bultmann ha recuperato il senso paolino del soma come modalità esistenziale: non qualcosa che sta attaccato dall’esterno al vero «io» dell’uomo (magari identificato con l’« anima»), bensì la persona nella sua totalità, considerata nella sua concreta realtà. Secondo l’incisiva formulazione di Bultmann, «l’uomo non ha un soma, bensì è soma» 7. Di qui la possibilità di tradurre soma con «persona» o «personalità». L’uomo è «corpo» in quanto nello spazio — tempo di Gesù Cristo può rendere se stesso oggetto del proprio fare, o soggetto di un patire. La somaticità apre l’uomo all’intervento dello Spirito di Dio e quindi alla speranza sicura della salvezza; oppure lo espone alla minaccia di smarrimento, di perdizione nella sarx, come luogo simbolico in cui trionfa la potenza del peccato.

La concezione di Bultmann non ha riscosso l’adesione di tutti gli esegeti. Kàsemann, in particolare, ha accusato l’antropologia bultmaniana di sviare l’interpretazione del soma in Paolo verso la concezione greca, che vede nell’uomo un individuo chiuso in se stesso. A suo avviso, invece, quando Paolo parla di soma non si riferisce né esclusivamente, né principalmente alla personalità dell’individuo, bensì alla sua capacità di comunicazione e alla sua appartenenza al mondo 8. Qualunque siano le correzioni che una più attenta esegesi richiede di apportare, la corporeità dell’uomo, vista nell’orizzonte della rivelazione escatologica di Gesù Cristo, fonda la possibilità di essere provocati dal Vangelo e di essere un nuovo uomo, una nuova creatura. Il corpo non è, dunque, nella visione cristiana dell’uomo, il polo opposto dello spirito, bensì il luogo in cui il credente diventa «Spirito vivificante».

Le dimensioni di una teologia del corpo

Il terreno è ormai pronto perché la teologia sviluppi una visione organica e sistematica del significato del corpo per l’uomo nel dialogo della salvezza cristiana. Un autorevole impulso in tal senso viene da

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Giovanni Paolo II, il quale nella sua catechesi settimanale al popolo cristiano che si reca alle udienze ha arditamente posto una riflessione teologica sul corpo, come sviluppo di un commento alla Genesi 9. Non mancano abbozzi di una teologia del corpo presso alcuni teologi 10. È possibile evidenziare almeno le linee portanti di quel disegno.

Il corpo situa l’uomo di fronte a Dio nella dimensione della creaturalità. Mediante il corpo l’uomo partecipa alla finitezza del mondo. Pur dominando la natura, rimane dipendente da essa: ha bisogni fisici che devono essere soddisfatti, è continuamente minacciato, vulnerabile, esposto alla sofferenza, alle malattie e all’invecchia- mento, destinato alla morte. La somaticità, in quanto caducità della materia, può diventare, se illuminata dal messaggio della creazione, il luogo in cui l’uomo sperimenta il proprio essere come dono. La limitazione intrinseca alla materia di cui è costituito il corpo è il fondamento, inoltre, della vita sociale, in quanto l’essere umano può vivere solo in una comunità di interscambio.

Alla dimensione della creaturalità l’uomo partecipa non solo passivamente con quello che subisce, ma anche attivamente. Ricevendo il corpo, riceve al tempo stesso la capacità e il comandamento di «fare» il proprio corpo. Il corpo — natura, in altri termini, è destinato a diventare corpo — cultura. Ciò implica il compito di correggere gli sbagli possibili della natura e integrare le sue insufficienze; comporta soprattutto il compito di utilizzare «tutto» il corpo, sviluppando le potenzialità implicite (compresa quella dimensione corporea che non conosciamo, di cui si occupa la parapsicologia).

Il corpo vissuto si organizza intorno ai sensi, intesi come le porte attraverso cui la persona è in comunione con il mondo. La dimensione della sensorialità lascia intravedere quasi un’ontologia diversa, che privilegia l’accoglienza rispetto all’autosufficienza dell’essere. La recipienza del corpo ha una diretta rilevanza teologica, in quanto fonda la dimensione religiosa della vita. Quando si atrofizza la sensorialità, non ne risente solo la facoltà umana di scoprire e creare la bellezza

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come risposta alla caducità del mondo, bensì anche quella capacità di trovare un significato ulteriore al mondo, che è l’essenza stessa della religiosità. Perché il mondo di Dio non è colto con un ragionamento; piuttosto, come insegnano i mistici, visto - udito - toccato - odorato con tutti i sensi; il Regno dei cieli è accolto con l’accoglienza uterina propria della sessualità femminile; e in esso si penetra con l’intrusività propria della genitalità maschile.

Una terza dimensione del corpo di rilevanza teologica è la storicità. Il corpo cambia e di tutte le trasformazioni conserva una memoria, distinta dalla memoria logica e da quella emozionale. Il corpo cambia: e non solo perché soggetto, in quanto natura, alla caducità, ma anche perché incontra altri corpi. Tra tutti i corpi che sono passati sulla terra nessuno ha influenzato la storia dell’umanità quanto il corpo di Gesù. È quanto annunciano la fede cristiana, confessando che Gesù è diventato, attraverso il mistero pasquale, «Spirito vivificante», e la riflessione teologica, parlando della risurrezione come nuova concezione. L’attenzione alla dimensione corporea che interessa il cristiano non è quella impastata di nostalgie regressive. L’invito di Gesù a tornare bambini è una specie di «invito in avanti». Il corpo promesso a chi si apre al Vangelo è l’icone del nuovo uomo che esce dal sepolcro. E la nuova forma, in cui l’uomo è creato, è la croce.

1 Cfr B. Thum. K. Hörmann, «Leib», in Lexikon der christlichen Moral, Innsbruck-Wien 1976, 964-971.

2 Si veda il capitolo dedicato all’integrazione del corpo in V. TruhlarConcetti fondamentali di teologia spirituale, Brescia 1971 p. 72: «Bisogna inserire anche il corpo nella ricerca della via esperienziale, mettere anch’esso nell’impegno generale dell’uomo intero, affinché non sia un ostacolo, ma piuttosto un elemento che porta all’esperienza e che si unisce armonicamente nella percezione del proprio essere e dell’essere assoluto, nonché nell’estensione di questa percezione e di questo senso, in tutti i campi della vita umana... All’interno della realtà umana anche il corpo viene percepito e come penetrato del senso dell’assoluto (Dio)». La seconda edizione dell’opera di Truhlar, Brescia, 1982, è preceduta da un saggio di S. Spinsanti, che discute i vantaggi di un approccio esistenziale — concreto — corporeo della vita spirituale.

3 V. TruhlarLessico di spiritualità, Brescia 1975, p. 141.

4 J.A.T. RobinsonIl corpo. Studio sulla teologia di san Paolo, Torino 1967.

5 Citiamo, tra le più importanti: E. SchrotenKerker of Tempel? Over te zin van de lichamelijkheid, Rotterdam 1970; K.A. BauerLeiblichkeit. Das Ende aller Werke Gottes, Gütersloh 1971; S. HeineLeibhafter Glaube. Ein Beitrag zur Verständnis der theologischen Konzeption des Paulus, Wien 1976; G. BofUna antropologia cristiana nelle lettere di S. Paolo, Brescia 1976.

6 G. BofUna antropologia cristiana..., cit., p. 95.

7 R. BultmannTheologie des Neuen Testamentes, Tübingen 1958, pag. 195.

8 E. KaesemannProspettive paoline, Brescia 1972.

9 La catechesi del mercoledì sul corpo è raccolta in un volume dal titolo Teologia del corpo (ed. Paoline, collana «Magistero») Roma 1982.

10 Le suggestioni più feconde per un organico ripensamento teologico della corporeità sono venute da J.B. MetzCorporeità in Dizionario Teologico, 1, Brescia 1966, 331-339; Caro cardo salutis, Brescia 1968; Zur Metaphysik der menschlichen Leiblichkeit, in Arzt und Christ (1958) 78-84.

Corpo e cura di sé

Sandro Spinsanti

CORPO E CURA DI SÉ: SI SCRIVE PATOGRAFIA, SI LEGGE AUTOBIOGRAFIA

in Etica per le professioni

n. 1, 2014, pp. 37-43

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Nessuno ci può condurre alla "grande salute": essa è la nostra auto-realizzazione. Gli altri, anche il medico, sono solo "presenze" di aiuto che possono contribuire a "umanizzare" la vita e i processi del nascere, crescere, morire. Il medico, più che un tecnico, deve essere capace di ascolto attivo. Ciascuno è "curante" di se stesso.

L'attività di cura non è cosi lineare come il termine lascia intendere. Possiamo immaginare tre diversi scenari, nei quali diverso è il ruolo dei curanti e quello delle persone curate, e quindi la formazione necessaria per esercitare adeguatamente il compito.

La prima ha a che fare con le situazioni in cui noi abbiamo bisogno di cura a causa di una malattia della quale vogliamo liberarci. Il modello si realizza con la massima linearità ed efficacia nelle situazioni in cui ha luogo una guarigione. Possiamo visualizzarle pensando al giorno felice in cui diciamo: «Dottore, mi sento bene, adesso»; o alla scena in cui è il dottore a venire al nostro letto di malato per comunicarci: «Lei adesso è guarito, da domani si può alzare». Pensiamo che finalmente la cura ha raggiunto il suo obiettivo: siamo "curati", perché siamo giunti alla guarigione. Attraverso la cura si chiude la parentesi aperta della malattia. Con un'espressione latina, questa guarigione si chiama "restitutio ad integrum".

Il secondo modello di cura è quello che i classici dell'antichità, sia medici che filosofi, chiamavano la "guarigione sufficiente". Si tratta della misura di guarigione necessaria per continuare a vivere. Quello che per gli antichi poteva essere un'evenienza rara, quasi eccezionale, ai nostri giorni è diventato l'esito più frequente del processo di cura.

Il primo modello di cura si realizza ormai solo nel 20% delle nostre malattie, cioè in una minoranza delle situazioni. Nell'altro 80% di casi patologici avviene che la medicina non riesce a dare la guarigione, intesa come restituzione all'integrità e alla salute piena, ma dà la guarigione sufficiente, in quanto capacità di continuare a progettare e a vivere la propria vita malgrado la malattia. Sempre più spesso, quindi, quando andiamo dal medico dobbiamo abbandonare il sogno ingenuo che usciremo prima o poi, con un percorso lungo o contorto, dal tunnel della malattia per tornare alla salute.

In questo contesto il significato di cura è, dunque, diverso. Ciò vuol dire che per

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un numero crescente di persone la medicina non dà risposte risolutive: offre solo, se riusciamo a coglierla, la capacità di continuare a vivere con il nostro diabete, con la nostra asma, con la nostra insufficienza cardiaca, con le due (o tre, quattro, cinque) malattie croniche che si avvolgono le une sulle altre dopo una certa età.

Lo scenario prevalente ai nostri giorni, dunque, è per lo più caratterizzato da cure che non sono rivolte alla restituzione della salute, ma sono finalizzate a darci la capacità necessaria per continuare il nostro processo vitale, malgrado le patologie dalle quali non possiamo liberarci. A questo scenario di cura dobbiamo aggiungere una terza e più ampia categoria di salute, che dà luogo a un altro modello di cura. La prima accezione di salute è la mancanza di sintomi ― sono in salute quando non ho nessuna patologia, oppure, qualora fossi malato, la medicina ha le riposte giuste per farmi ritornare di nuovo in salute e quindi liberarmi dal sintomo ―; il secondo modello presuppone la salute intesa come un equilibrio continuo e instabile tra sintomi dai quali non sempre sono in grado di liberarmi, ma con i quali posso continuare a convivere e sviluppare il mio progetto esistenziale.

La "Grande Salute" è la realizzazione del nostro progetto di uomini e donne che, attraverso le vicende del corpo, realizzano un destino che dipende da loro e che trascende il piano corporeo.

Per indicare il terzo concetto di salute mutuo un'espressione da un filosofo che ha avuto personalmente una lunga e tribolata storia di malattie, ed è morto relativamente giovane: Friedrich Nietzsche. Possiamo quasi parlare della sua filosofia come di una risposta alle sue malattie, alla sua salute carente.

In una lettera Nietzsche afferma, in modo molto incisivo, che attraverso le sue malattie è arrivato alla "Grande Salute". È proprio questa espressione ― "la grande salute" ― che voglio prendere in prestito per riferirmi a quella "salute" che non presuppone né l'assenza di malattie, né la convivenza con esse, bensì la realizzazione del nostro progetto di uomini e donne che, attraverso le vicende del corpo, realizzano un destino che dipende da loro e che trascende il piano corporeo (non chiedo ― evidentemente ― a Nietzsche di sottoscrivere questa visione; mi limito ad appoggiarmi alla sua lucida formulazione).

La "grande salute": la storia del nostro corpo

Possiamo descrivere la nostra storia di uomini e donne dicendo che attraverso la nostra "patografia" ― cioè il pathos che noi viviamo ― scriviamo la nostra autobiografia; o ancora che la nostra autobiografia non è altro che la nostra "patografia", cioè una serie di sofferenze, dolori, prove, legati alla nostra esistenza corporea. Elementi centrali di questa "patografia" sono le malattie, ma non solo queste. Non è sicuramente una malattia generare un figlio, ma forse nella storia di una donna l'aver generato un figlio è elemento costruttivo della sua biografia "corporea" come pochi altri elementi.

La salute non è soltanto quello che risulta nel libretto sanitario, ma è l'equivalente della nostra vita.

Anche l'invecchiare è un momento della salute. Basta pensare a coloro che rifiutano l'invecchiamento come fenomeno naturale, per avere un'immagine molto chiara di come accettare o non accettare la decadenza del corpo sia un elemento critico

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della salute. Ancora un esempio: la menopausa non è solo un evento di tipo clinico, ma biografico, in senso più ampio, che richiede l'accettazione della fine della fase feconda della propria vita.

In sintesi, potremmo dire che la "grande salute" non è altro che la storia del nostro corpo attraverso momenti patologici o fisiologici che noi possiamo registrare come la storia della nostra realizzazione. In quanto esseri umani corporei, la nostra storia, con il suo significato immanente e anche quello trascendente, la scriviamo con il nostro corpo: con il nascere, crescere, ammalarsi, guarire, ammalarsi e non poter guarire e perciò dover convivere con la malattia; con il nostro invecchiare, con il nostro decadere, con il nostro morire.

Da questo punto di vista la "grande salute" non è il contrario della morte. Anche la morte la possiamo definire come un momento della "grande salute". Sono cosciente del paradosso, ma il saper morire non è in contraddizione con la salute. Anzi, lo possiamo definire come un momento fondamentale della "grande salute".

La cura: modi e gradi

I tre modelli di cura che siamo andati descrivendo possono essere presentati sinteticamente con uno schema grafico (cfr. fig. 1).

La formazione dei curanti cambia a seconda che parliamo della cura intesa come restituzione della salute come integrità, della cura come aiuto per vivere con le nostre malattie, oppure della cura intesa come l'appoggio di cui abbiamo bisogno per diventare uomini e donne realizzati attraverso quello che la vita, dalla nascita alla

Figura 1

LA CURA: MODI E GRADI

Restitutio ad integrum

La guarigione

sufficiente

La Grande Salute

La descrizione

del processo terapeutico

Togliere il sintomo

o la condizione

patologica

Rendere possibile

la continuazione del

progetto esistenziale

Giungere, attraverso

la patologia, a una più

piena autorealizzazione

della persona

Il ruolo del terapeuta

Professionista-tecnico: Propone la cura efficace

("to cure")

Educatore:

favorisce

l'empowerment

del malato

Counselor

(testimone partecipe): si prende cura

("to care")

La partecipazione

consapevole del malato

Auspicabile

Necessaria

Indispensabile

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morte, ci fornisce. Ognuno dei tre modelli ha bisogno di curanti diversi, così come diversi siamo noi in quanto persone che beneficiano della cura. Nello schema cambiano, rispettivamente, il ruolo del terapeuta e la partecipazione consapevole della persona, del malato.

Nel primo modello dobbiamo registrare un cambiamento abbastanza notevole, che sta avvenendo sotto i nostri occhi, in questi anni. Il fatto è tanto più notevole in quanto questo modello si è mantenuto inalterato nel tempo durante molti secoli. Questo schema di comportamento regolava i rapporti in modo molto lineare: per restituire la salute, là dove è possibile, faceva intervenire un professionista che conosce l'arte del curare, sa cosa va fatto quando c'è una frattura, un infarto, una ferita. È lui che,in scienza e coscienza, decide per il malato. La partecipazione del malato a questo processo era tradizionalmente sintetizzata nella richiesta di docilità alle prescrizioni mediche. Un medico spagnolo che ha riflettuto su questi temi, Gregorio Marañon, diceva ― fotografando quella che era la tradizione medica ―: «Il paziente comincia a guarire quando obbedisce al medico».

Nel modello tradizionale della cura il malato doveva esercitare esclusivamente le virtù dell'obbedienza. Sulla cura, intesa in questa accezione, si sarebbe potuto mettere il cartello: "Non parlate al conducente". Qualche medico l'interpretava anche in maniera letterale, proibendo al malato di fare domande sul proprio stato di salute.

Il medico è il capitano della nave o dell'aereo; lui conosce la rotta e lavora tanto meglio quanto meno viene disturbato. La consapevolezza richiesta alla persona assistita era minima. Anche questo modello sta cambiando nel nostro tempo. Oggi, sempre di più, la partecipazione consapevole è opportuna, auspicabile. Tra chi propone la cura efficace, con tutta la competenza professionale richiesta ― "scienza e coscienza" sono sempre necessarie! ― e chi la riceve si richiede una maggiore simmetria, che esclude l'affidamento passivo nelle mani del medico (non sono rari i pazienti che rifiutano ogni coinvolgimento nelle decisioni diagnostico-terapeutiche: «È lei il dottore, non voglio sapere niente, faccia lei...»). Nella nostra società questo comportamento, definito paternalistico, oggi non è più accettato da buona parte dei cittadini. Tuttavia, finché ci muoviamo all'interno di questo modello di cura, in fondo i ruoli sono abbastanza ben definiti.

La formazione che fa di lui un medico oggi si riassume sotto l'etichetta di "evidence based medicine", cioè una medicina basata non sulle opinioni o le credenze, ma sulle prove di efficacia.

La formazione necessaria per il curante può essere definita dalle attese del malato: dal medico il malato si aspetta in primo luogo la competenza. La formazione che fa di lui un medico oggi si riassume sotto l'etichetta di "evidence based medicine", cioè una medicina basata non sulle opinioni o le credenze, ma sulle prove di efficacia. È necessario che sappia quale trattamento è meglio rispetto a un altro ai fini della restituzione della salute e si regoli secondo linee guida scientificamente valide e non secondo tradizioni di scuola che hanno fissato certi comportamenti.

Oggi il cittadino non è più disposto ad accettare delle disparità di trattamento, per cui la stessa patologia viene curata diversamente a seconda dell'ospedale a cui ci si rivolge (qualche volta, all'interno dello stesso ospedale, il trattamento cambia a

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seconda dell'unità operativa o del medico, all'interno di uno stesso servizio).

Questo non basta ancora: la competenza professionale richiede oggi che il medico ― il luminare ― non solo sappia come va trattata una patologia, ma che lo comunichi al malato, coinvolgendolo nelle scelte che lo riguardano. È quello che oggi si chiama "consenso informato". La formazione scientifica seria oggi si completa con la formazione anche al rispetto dei diritti civili delle persone. Il malato non va trattato come un "povero Cristo": non è un "paziente", nel senso anche morale della parola, cioè qualcuno a cui è chiesto solo di sopportare con pazienza dolori e disagi.

Quando ci orientiamo alla restitutio ad integrum richiediamo che da parte del sanitario ci sia la competenza, la scienza e anche il rispetto delle regole, secondo lo stile del rapporto che nella nostra società esprime la nuova cultura dei diritti. Per ritornare in salute questo ci basta. Se invece lo scenario è il secondo, la situazione diventa più complessa. Il rapporto che si instaura quando lo scenario è quello della salute sufficiente, o necessaria a convivere con una patologia inalienabile, è diverso da quello che predomina nelle malattie acute.

La medicina per i malati che non vanno verso la guarigione, ma si trovano in una situazione di stabile cronicità, domanda un numero maggiore di aspetti educativi. Va creato un rapporto adulto-adulto.

Mentre nella medicina acuta il medico si occupa dell'emergenza e il malato è passivo, nella medicina cronica il medico ha l'obiettivo di portare il malato a contare su sé stesso; nella medicina acuta il rapporto è spesso genitore-figlio: il medico prende un ruolo di genitore e guida con autorevolezza; invece nella medicina cronica la relazione si modella piuttosto sul rapporto adulto-adulto.

Nella medicina acuta, quella che si risolve nella guarigione,il rapporto con il medico è caratterizzato da gratitudine e ammirazione: il medico che risolve il mio caso è un grande medico. Nel rapporto con la malattia cronica, invece, c'è spesso scarsa gratitudine: ogni volta il medico mi dice le stesse cose; lui si annoia ― me ne rendo conto ― e anch'io mi annoio, perché il mio problema di salute è sempre li. Il rapporto è pervaso da un risentimento profondo, da una parte e dall'altra. Il medico è frustrato, perché si trova a combattere sempre con la stessa situazione, e anche il malato ce l'ha con il medico, che non risponde alle sue attese.

In generale, la medicina per i malati che non vanno verso la guarigione, ma si trovano in una situazione di stabile cronicità, domanda un numero maggiore di aspetti educativi. L'educazione non sta per indottrinamento. Spesso si intende l'educazione sanitaria come insegnare al malato ad assumere determinati comportamenti (non fumare, non assumere sostanze dannose, non mangiare dolci se si è diabetici...). L'educazione di cui parliamo non si limita a insegnare determinate regole. Come avviene nell'educazione degli adulti, vuol dire sostanzialmente cercare insieme obiettivi, negoziarli, verificarli, per poi ridefinirli da capo. È un rapporto adulto-adulto, fondato sul rispetto e sulla stima; quello che è importante non è un'autorità che uno può giocare dall'alto, ma il rapporto che si stabilisce col tempo.

La personalità del malato cronico si modifica progressivamente: si può gradualmente arrivare a delle decisioni che forse qualche tempo prima non erano condivise o condivisibili. In questo contesto nell'attività di cura l'accento va a cadere sull'attenzione

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da prestare alla persona malata, per capire cosa sta vivendo, per ascoltarlo e accompagnarlo nelle sue decisioni. Questo atteggiamento del curante è soprattutto necessario se ci spostiamo nel terzo modello di cura, dove cura non è più soltanto un'attività di tipo professionale.

La cura necessaria per poter arrivare alla "grande salute" non è esclusivamente quella che fornisce il medico o l'infermiere, ma è un'attività in parte professionale e in parte non professionale. Un mito molto suggestivo, riportato da Igino, uno scrittore romano del II secolo d.C., ci parla di una dea molto singolare: Cura. Secondo il mito, «Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; ne raccolse un po' e incominciò a dargli forma. Era intenta a osservare che cosa aveva fatto, quando intervenne Giove. Cura lo pregò allora di dare lo spirito alla forma: Giove acconsentì volentieri e la forma divenne un uomo. Cura allora pretese di imporre il proprio nome alla forma umana, ma Giove non acconsentì e volle che fosse imposto il proprio. I due disputavano sul nome, quando intervenne anche la Terra, reclamando che fosse imposto il proprio nome, perché lei aveva dato alla forma una parte di sé stessa. I contendenti elessero Saturno a giudice, che emise la seguente salomonica sentenza: "Tu, Giove, hai dato lo spirito e al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra hai dato il corpo, e riceverai il corpo. Ma fu Cura che per prima diede forma a questo essere, e per questo fin che vive essa lo possederà"».

Finché noi viviamo, dalla nascita alla morte, siamo figli di Cura. Questa non è rappresentata solo dai professionisti con il camice bianco, ma anche da padri, madri, fratelli, vicini, volontari, ... Per essere curanti in questo grande e più ampio significato ― in maniera tale che attraverso le vicende del nostro corpo, quelle felici e quelle tristi, la generazione della vita, la crescita, la decadenza, e la morte, noi possiamo auto realizzarci ― più che un sapere tecnico si rende necessaria la capacità di essere presenti e di esercitare un ascolto attivo: l'ascolto che guarisce.

Non è detto che i processi di nascita, crescita, decadenza, vita, morte producano automaticamente degli esseri consapevoli. Non è per niente scontato che noi moriamo come quegli "uomini" che saremmo dovuti diventare.

Possiamo chiamarlo "counseling", non intendendo però la consulenza nel senso di indurre un altro a fare qualcosa. "Counseling" è una presenza all'altra persona, sapendo che la cosa di cui noi abbiamo più bisogno non è tanto qualcuno che faccia qualcosa per noi o che ci dia consigli, ma fondamentalmente che sia presente. La misura della consapevolezza necessaria per entrare in questo processo è massima: nessuno ci può far crescere, se noi non lo vogliamo.

Non è detto che questi processi di nascita, crescita, decadenza, vita, morte producano automaticamente degli esseri consapevoli. Non è per niente scontato che noi moriamo come quegli esseri umani'' che saremmo dovuti diventare. La fine della nostra vita come pienezza non è un dolo sicuro, ma un processo molto aleatorio. L'esperienza quotidiana ce lo conferma: ci sono delle persone che attraverso le dure vicende del corpo diventano migliori, maturano nel senso che acquisiscono maggiore umanità; cene sono altre che attraverso vicende analoghe si chiudono, diventano più ostili, più egoiste, ancora meno apprezzabili dal punto di vista dell'autorealizzazione umana.

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Nessuno ci può condurre per mano alla "grande salute": essa è la nostra autorealizzazione. Neppure la persona che mi ama di più può darmi la possibilità di realizzarmi come essere umano.

Soltanto io posso farlo; ma per questo ho bisogno dell'aiuto di persone che mi amano, mi rispettano e mi ascoltano. Se queste persone hanno anche il camice bianco, benissimo; ma sono benvenuti tutti coloro che possono garantire una vera presenza.

Body and self-care: writing "patography" but reading "autobiography"

The activity of care is not so straightforward as the term suggests. The role of practitioners and that of the people treated require a careful training. The history of men and women can be described through their "patograhy", the pathos that they experience in their life: this is their autobiography. Therefore, an autobiography, is nothing more than the "patography" meaning all that whole series of sufferings, pains, trials, linked to the existence of the body. Central elements of this "patograhy" are diseases, but they are not the only ones. Health is not only what is in the medical records, but it is the equivalent of our life. And the "great health" is nothing more than the history of our body through those pathological or physiological moments that we can record as the story of our self-fulfillment. As human beings with a body, we write our history, with its immanent and transcendent meaning, and with our body: being born, growing, getting sick, healing, getting sick again and not being able to heal and therefore having to live with the disease, with our getting old, decay, and dying.

The care required in order to get to the "great health" is not only the one provided by the doctor or nurse, but is an activity, partly professional and partly non-professional, made up of information, decisions, attempts. No one can take us by the hand to the "great health”: it is our self-realization. Welcome everyone ― even those with the white coat ― who can provide a real presence for listening and accompaniment.

Dimensioni di una nuova cultura del corpo

Sandro Spinsanti

Dimensioni di una nuova cultura del corpo

in Esplorazione corporea dello spirito

in Quaderni di V.M. ― n. 28

Camaldoli 1981

pp. 3―11

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Gesù disse:

"Se la carne viene ad esistere

per via dello spirito

è una grande meraviglia;

ma se lo spirito viene ad esistere

per mezzo del corpo

è meraviglia delle meraviglie.

È meraviglia delle meraviglie come

così grande ricchezza

abbia preso dimora in tale povertà"

(dal vangelo apocrifo secondo Tommaso)

Il corpo: l’ultima rivoluzione?

Si è ormai, convenuto di chiamarla "la rivolta dionisiaca". Chi la considera un fuoco di paglia, chi un segno dei tempi. È la protesta che ha scosso gli anni '60, coagulandosi nel mitico '68. Le voci erano tante, ma quella che gridava più forte di tutte ero la voce del corpo. Il corpo è stato il cavallo di battaglia della contestazione, simbolo di tutto ciò che la civiltà repressiva, preoccupata solo dalla efficienza e del profilo aveva escluso. La critica al capitalismo denunciava le strumentalizzazioni del

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corpo, di ogni segno e colore: dal puritanesimo borghese, alla sottomissione delle ragioni del corpo a quelle della classe e della società, alle strumentalizzazioni consumistiche. Questo è il pericolo maggiore che incombe oggi in Occidente. La liberalità verso il corpo è minacciata dalle categorie capitalistiche dello scambio di merci e della concorrenza. Anche la promozione di un libertinaggio, che si serve di mevcifeticcio reclamizzante mediante il corpo per incrementare i consumi e i profitti, è repressiva nei confronti del corpo. La "desublimazione repressiva" è stata la magica formula, coniata da Marcuse, che i contestatori si passavano di bocca in bocca, con gli ammiccamenti di intesa di chi non si lascia ingannare. La liberazione del corpo che intendevano era di altro segno. Il corpo doveva essere il protagonista del trapasso da una società borghese-capitalista a una post-capitalista. Il corpo, dunque, portatore dell’utopia.

Gli ideologi si sono messi intensamente al lavoro. Dichiarata la fine dell'età marxista e denunciati i limiti del freudismo, centrato sulla sessualità genitale, hanno proposto una società in cui il primato andasse al desiderio. Il desiderio come essenza dell'uomo, e quindi condizione della sua realizzazione; e il corpo come organo del desiderio. Per far vivere questo nuovo corpo, l’utopia prevedeva la costruzione di ambienti dove predomini l’esperienza non verbale di vicinanza corporea. E la danza: "danzare la vita", proponeva Garaudy, senza aspettare di aver costruito la nuova società. La danza come mezzo per cambiare la società.

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La rivolta dionisiaca ha avuto critiche forti, da destra e da sinistra. Si ha paura dell’irrazionalismo, che è la matrice delle politiche autoritarie. Ma la ventata di protesta contro i "domatori" del corpo ha lasciato il segno. Il legame tra il modo di vivere la corporeità e l'organizzazione sociale è ormai svelato. Le mistificazioni non hanno più diritto di cittadinanza. La questione aperta dalla filosofia sociale che parte dal corpo non sarà facilmente richiusa: come liberare il corpo senza incagliarsi nella desublimazione repressiva e senza rafforzare la società dello scambio di merci?

La cultura olistica della salute.

Un’altra radice della moderna cultura del corpo è l'emergenza di una concezione nuova della salute. La quale si distanzia dall’ideologia medica del corpo. È diventato quasi luogo comune ripetere che la medicina lo ha "cosificato", considerandolo come un pezzo di natura tra gli altri, da studiare e da manipolare come il resto della natura. Un movimento vivace procede oggi invece nella direzione opposta, verso un recupero della persona umana, in una prospettiva di totalità, che includa la dimensione psichica e spirituale dell’uomo. È un approccio presente in molte espressioni della medicina contemporanea, a condizione che andiamo a cercarle lontano dall'ambito accademico, dove predomina tuttora la concezione meccanicistica ispirata dal positivismo. Le correnti più disparate di medicina umanistica convengono nel tentativo di temperare fi ammorbidire la prospettiva fredda della "natura come nemico" propria della scienza medica allopatica. Convinti che l'uomo moderno

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ha deviato dall’antica saggezza ispirata da un contatto diretto con la natura, e con il corpo in particola re, molti pazienti hanno voltato le spalle al trattamento ortodosso, dando la preferenza a sistemi medici e a pratiche che si muovono in un orizzonte di unità cosmica. Il pensiero orientale e nuove filosofie dei sistemi biologici hanno introdotto sulla scena occidentale il concetto che l’interazione tra l’individuo e il mondo è un processo in cui fluisce l’energia vitale. Antiche e nuove idee orientali ― agopuntura, aikido, yoga, meditazione, terapie di polarità ― si sono unite a nuove idee occidentali, dando vita a una diversa concezione del fatto morboso e della terapia. Questi sistemi mirano al bilanciamento delle energie nel campo corpo/universo, piuttosto che alla "normalità" come misurazione statica standardizzata della salute. Colui che fornisce la terapia manipola energia, invece che chimismo e strutture. Il cliente è visto come un sistema di interazioni, noti in termini di sintomi isolati o di errori cellulari. Possiamo chiamare "olistica" questa concezione della salute e del modo di curarla. La prospettiva olistica riconosce che la vita dell’individuo è un processo di dispiegamento continuo, e la malattia l’interruzione di questo flusso. Tutto può influenzare la nostra salute: fattori grossolani (come il cibo) e sottili, fisici, emotivi, mentali, spirituali e ambientali; tutti sono correlati. La prospettiva olistica insegna a guardare al di là del sintomo immediato, a situarlo in un contesto più comprensivo. Una disarmonia della vita si rifletterà sintomaticamente nel corpo, comunicandoci ― se vi prestiamo attenzione ― che è necessario un cambiamento. La malattia è allora un messaggio, una specie di feedback

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del processo della vita che ci informa che qualcosa turba l’armonia e ci richiama ad agire con coscienza, a prendere parte attiva allo sviluppo del nostro benessere, ad assumere responsabilità per la nostra vita. Il presupposto olistico è che il corpo sa come curare se stesso, essendo un sistema naturale di guarigione che tende alla buona salute. Il nostro compito è di sgomberare il campo da ciò che ci impedisce di intendere le ragioni del corpo. Rimosso l’ostacolo, la buona salute emerge dall’interno della persona.

Mentre la rivalutazione del corpo come armonico sistema naturale fa il suo timido ingresso in medicina, il corpo trionfa nelle correnti più recenti di psicoterapia. Nella psicoanalisi ortodossa il corpo continua ad essere metodologicamente escluso dal trattamento. Lo dimostra lo stesso setting analitico, che dispone l’analizzato e l'analista in modo tale che il corpo resti escluso dal campo visivo: l’unico legame tra i due è la parola. Nelle nuove forme di psicoterapia, invece, il corpo è posto al centro del processo terapeutico. Il corpo è entrato in scena come protagonista di guarigione anche in quelle patologie che per comodità si amava classificare come psichiche. La richiesta di mercato ha prodotto un pullulare di tecniche ― non tutte con radici profonde ― e sopratutto di terapeuti ― alcuni improvvisati o autoproclamatisi tali ― che rischia di gettare il discredito su tutto il settore. È necessaria un’opera di discernimento. Sarà opportuno, per districare la mappa delle psicoterapie a base corporea, distinguere tra metodi funzionali e metodi centrati sui conflitti. Gli approcci funzionali

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mirano a ristabilire il "giusto" respiro, movimento o rilassamento. Non vogliono portare alla luce i problemi biografici del paziente per analizzarli. Coloro che vogliono trovare un rimedio all’ansietà o a disturbi funzionali, evitando una rimessa in discussione del profondo, possono accedere a queste tecniche: hanno lo stesso effetto, senza le controindicazioni, di un tranquillante! Vanno nominate in questo settore tutte le terapie di rilassamento (training autogeno, biofeedback, desensibilizzazione sistematica), il "rolfing", le varie forme di massaggio. Tra i metodi centrati sui conflitti il più autorevole è la bioenergetica di A. Lowen. Si è sviluppata dalle intuizioni di W. Reich, che con la sua analisi del carattere individuale come sistema cui spetta la funzione di regolare l’utilizzazione dell’energia, resta il principale precursore delle psicoterapìe a base corporea. La bioenergetica, presupponendo un parallelismo tra la dimensione psichica e quella corporea, mira a individuare i nodi di tensione muscolare che tengono bloccata l’energia, ad allentare la tensione con opportuni esercizi di catarsi, e a restituire infine l’energia al libero fluire nel respiro, nel movimento del corpo, nella percezione delle sensazioni. Tutte le terapie a base corporea si basano sull’assunto che corpo, psiche e spirito dell’uomo non rappresentano dimensioni indipendenti della sua esistenza, bensì sono aspetti funzionalmente uguali e importanti nella sua personalità. Si delinea cosi il superamento della divisione dell'uomo in compartimenti stagno, grazie alla valorizzazione del corpo come realtà pregnante in cui è contenuto tutto l’umano.

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La teologia si interroga sul corpo.

La teologia deve fare i conti con il sospetto di essere la portatrice di un rifiuto religioso del corpo. L’ostilità del cristianesimo, in particolare, al corpo è stata così spesso affermata che sembra diventata un truismo. Il problema è difficilmente solubile finché ci si limita a un confronto di testimonianze dottrinali favorevoli e contrarie alla tesi. Se ne trovano, infatti, sia nell’uno che nell'altro senso. Non è difficile allungare la lista degli atteggiamenti, sia dottrinali che pratici, che riflettono una valutazione negativa della corporeità: dalle pratiche più fantasiose di mortificazione della carne in uso tra gli anacoreti, alla tradizionale educazione repressiva nei confronti del patrimonio istintuale del corpo (identificato con la sessualità), fino alla lussureggiante letteratura ascetica, dedita alle peggiori intemperanze verbali quando si tratta di diffamare il corpo e di esaltare ciò che lo umilia, come le malattie. Per contro, lo stesso insegnamento tradizionale cristiano, che ruota intorno alla dottrina dell’incarnazione ― caro cardo salutis ― è ricco di elementi di grande umanità nei confronti del corpo. I più accreditati maestri di spirito sono unanimi nel ritenere che un cristiano non potrebbe disinteressarsi del corpo senza danno. Ogni rottura dell’armonia tra corpo e anima nuoce a tutt’e due. L’equilibrio fisico è perciò necessario per l'esercizio della vita spirituale.

L'antropologia cristiana nella riflessione recente ha messo in primo piano l’esigenza che la corporeità venga sperimentata come valore. L’assunzione della propria corporeità appartiene al processo di identificazione

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dell'essere umano. Ciò presuppone che l’uomo venga accettato dagli altri nella sua corporeità, in una educazione positiva al valore del corpo. L’equilibrio può venir compromesso tanto dal disprezzo o dall’indifferenza verso il corpo, quanto dal culto esagerato di esso. Tutto ciò che tende a far vivere il corpo come una "totalità" integrata ha rilevanza anche per il cristianesimo. Molte esigenze avanzate dallo "human potential movement" americano sono state assunte in ambito spirituale. L’integrazione di corpo, emozione, psiche e spirito, è diventata programma anche per molte persone che intendono vivere lo spirito del Vangelo.

La maggiore attenzione al corpo che si sviluppa da parte di coloro che sono interessati al divenire spirituale dell’uomo è di tutt’altra qualità rispetto a quella che produce il culto del corpo. La sensualità dilagante non coincide con l’accettazione del corpo. Non è difficile scoprire, infatti, dietro a certe espressioni della celebrazione neopagana del corpo ― il corpo giovane, bello e sexy: uno degli ultimi miti creati con l’intento scoperto di servire alla civiltà dei consumi ―, una segreta ostilità verso il corpo stesso. Accettare la realtà corporea di qualcuno significa rispondere positivamente al corpo nella sua espressività umana, anche quando non ha una perfetta forma fìsica. Nella valorizzazione spirituale del corpo è contenuta anche una critica del culto idolatrico del corpo, il quale si riduce, in definitiva, a una caricatura della realtà umana del corpo come espressione della persona.

Alla costruzione di una nuova cultura del corpo la spiritualità cristiana ha un contributo peculiare

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da apportare. È suo compito ricordare che il rapporto equilibrato col corpo non è un bene di consumo che possa essere prodotto da qualche istanza esterna all’individuo (come il servizio sanitario nazionale!).

Il benessere corporeo è un "essere bene" che deriva da un "essere di più". Il corpo non starà bene, in altre parole, se non riesce ad esprimere la vita dello spirito che è contenuta in esso. Non si tratta di realizzare il corpo contro lo spirito, ma di integrare il corpo con lo spirito.

Il corpo come spirito

Sandro Spinsanti

IL CORPO COME SPIRITO

Elementi della cultura contemporanea per una spiritualità del corpo

 

in Spiritualità. Fisionomia e compiti

a cura di B. Calati, B. Secondin, T.P. Zecca

LAS Roma 1981

pp. 203-211

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Perché al solo formulare la frase nominale «spiritualità del corpo» siamo presi da un senso di disagio? Perché soggiaciamo all’impressione di un’operazione culturale ibrida, o addirittura di una forzatura semantica? È un fatto: nell’ambito della cultura occidentale siamo tutti, in misura maggiore o minore, influenzati da una scansione della realtà umana in termini dualistici, che ci fa opporre la materia — il corpo — allo spirito. L’esistere nel corpo sembra uno stato che fa resistenza alle varie forme di trascendimento, sia mistico-religiose che intellettuali 1. Più di recente il corpo è diventato estraneo non solo alle avventure spirituali, ma alla stessa esistenza quale si coglie attraverso l’esperienza dei sensi. L’estraneità del corpo è un dato maggiore della nostra antropologia vissuta. Le ragioni per cui vi si è pervenuti sono varie. Tra gli studiosi, chi preferisce accusare la metafisica greca, chi punta il dito contro la scienza moderna (la quale, assumendo la distinzione cartesiana tra soggetto e oggetto, ha mediato una concezione del corpo come «res extensa» su cui si esercita il dominio del soggetto). Il corpo è oggetto di manipolazione, come tutta la materia. Mentre la medicina tecnologica procede a sostituzioni sempre più sofisticate di organi del corpo, come pezzi di ricambio di una macchina, l’ingegneria genetica estende le possibilità di intervento verso confini fantascientifici. Più cresce il potere di manipolare il corpo, più sembra che il corpo stesso si faccia lontano dall’esperienza vissuta.

Mentre formuliamo queste osservazioni sullo Zeitgeist, con tono di rammarico per l’impoverimento dell’esperienza corporea che esso implica, ci rendiamo conto di quanto siano parziali. Possiamo attribuire validità generale all’atteggiamento verso il corpo che abbiamo evocato solo se accettiamo l’implicito diktat egemonico del sapere scientifico. Ma ci sono più cose, tra il cielo e

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la terra, di quante ne conosca la scienza accademica. Ci sono più atteggiamenti nei confronti del corpo di quello tecnico-manipolativo. Anche in Occidente. Una scorsa a questo spettro di valenze diverse ci fornirà gli elementi con cui nella cultura contemporanea, dentro e fuori l’esperienza religiosa, si nutre un atteggiamento verso il corpo che a buon diritto possiamo chiamare «spirituale».

I. Il corpo nella cultura olistica della salute

La medicina costituisce un osservatorio privilegiato degli umori e delle tendenze del nostro tempo circa il corpo. Nel dibattito antropologico contemporaneo è diventato quasi un luogo comune ripetere che la medicina ha «cosificato» il corpo. Se ne attribuisce la responsabilità alla medicina come scienza della natura, così come si è formata nella prima metà del secolo scorso, opponendosi alla medicina speculativo-romantica. Quando l’uomo è considerato semplicemente come un pezzo di natura tra gli altri, si opera una violenta mutilazione antropologica. Le tendenze attuali, che a noi sembrano significative dal punto di vista della spiritualità del corpo, si muovono nella direzione opposta, verso un recupero della «totalità» e della persona umana. Tuttavia va riconosciuto che l’atteggiamento reificante, proprio della medicina come scienza della natura, non è abusivo. Il corpo come oggetto è una dimensione della nostra esperienza fenomenologica, oscillante tra due percezioni: quella di «essere» un corpo e quella di «avere» un corpo. La medicina sviluppa, tanto nell’ambito concettuale che in quello pragmatico, la dimensione di oggettività del corpo. Ma il corpo dell’uomo conserva la particolarità di essere il corpo di un «soggetto». Le conseguenze sono rilevanti quando consideriamo la patologia del corpo da un punto di vista teoretico. Un fatto morboso non è solo qualcosa che «ho», perché mi sopravviene, ma anche qualcosa che «faccio». Il medico-filosofo Viktor von Weizsacker, che in quanto patologo fu profondamente influenzato dalla conoscenza psicoanalitica dei dinamismi psichici, introdusse la distinzione tra Es-Stellung Ich-Stellung nei confronti della malattia. Quando si è in un rapporto «Es» con la malattia — la malattia come un «non-Io», qualcosa che capita, che aggredisce l’organismo dall’esterno —, viene privilegiato l’aspetto obiettivo-razionale. Ma a un certo punto del trattamento il malato si sente autorizzato ad assumere la malattia nell’ambito dell’io. Qui ci troviamo nel regno non più dell’«essere» e «non-essere», bensì del «poter essere», «dover essere», ecc., cioè di quelle categorie che sono il fondamento della moralità. La malattia diventa allora un elemento costitutivo di una particolare biografia, nella sua unicità e irripetibilità; il malato assurge a soggetto «strutturante», tanto della propria malattia quanto della propria guarigione 2.

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A un livello di minore astrazione filosofica, ritroviamo un approccio specificamente umano del corpo in molte espressioni della medicina contemporanea, a condizione che ci allontaniamo dall’ambito accademico in cui predomina tuttora la concezione meccanicista ispirata dal positivismo. Le correnti più disparate di medicina umanistica convergono nel tentativo di temperare e ammorbidire la prospettiva fredda, scientifica della «natura come nemico» propria della scienza medica allopatica. Convinti che l’uomo moderno ha deviato dall’antica saggezza ispirata da un contatto diretto con la natura, e con il corpo in particolare, molti pazienti hanno voltato le spalle al trattamento ortodosso, dando la preferenza a sistemi medici e a pratiche che si muovono in un orizzonte di unità cosmica. Il pensiero orientale e nuove filosofie dei sistemi biologici hanno introdotto sulla scena occidentale il concetto che l’interazione tra l’individuo e il mondo è un processo in cui fluisce l’energia vitale. Antiche e nuove idee orientali — agopuntura, t’ai chi ch’uan, aikido, yoga, meditazione, terapie di polarità — si sono unite a nuove idee occidentali, dando vita a una diversa concezione del fatto morboso e della terapia. Questi sistemi mirano al bilanciamento delle energie nel campo «corpo/universo», piuttosto che alla «normalità» come misurazione statica standardizzata della salute. Colui che fornisce la terapia manipola energia, invece che chimismo e strutture. Il cliente è visto come un sistema di interazioni, non in termini di sintomi isolati o di errori cellulari. Possiamo chiamare «distica» questa concezione della salute e del modo di curarla. La prospettiva olistica riconosce che la vita dell’individuo è un processo di dispiegamento continuo, e la malattia l’interruzione di questo flusso. Tutto può influenzare la nostra salute: fattori grossolani e sottili, fisici, emotivi, mentali, spirituali e ambientali; tutti sono correlati. La prospettiva olistica insegna a guardare al di là del sintomo immediato, a situarlo in un contesto più comprensivo. Una disarmonia nella vita si rifletterà sintomaticamente nel corpo, comunicandoci — se vi prestiamo attenzione — che è necessario un cambiamento. La malattia è allora un messaggio, una specie di feed-back del processo della vita che ci informa che qualcosa turba l’armonia e ci richiama ad agire con coscienza, a prendere parte attiva allo sviluppo del nostro benessere, ad assumere responsabilità per la propria vita. Il presupposto distico è che il corpo sa come curare se stesso, essendo un sistema naturale di guarigione che tende alla buona salute. Il nostro compito è di sgomberare il campo da ciò che ci impedisce di intendere le ragioni del corpo. Rimosso l’ostacolo, la buona salute emerge dall’interno della persona 3.

Mentre la rivalutazione del corpo come armonico sistema naturale fa il suo timido ingresso in medicina, il corpo trionfa nelle correnti più recenti di psicoterapia. Nella psicoterapia analitica ortodossa il corpo continua ad essere metodologicamente escluso dal trattamento. Lo dimostra lo stesso setting analitico,

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che dispone l’analizzato e l’analista in modo tale che il corpo resti escluso dal campo visivo; l’unico legame tra i due è la parola. Nelle nuove forme di psicoterapia, invece, il corpo è posto al centro del processo terapeutico. Specialmente nelle terapie di gruppo. «Le nuove forme di gruppo riscoprono ciò che era al centro delle psicoterapie di gruppo all’alba della nostra civiltà — nella Grecia antica e a Roma — con i baccanali, i riti dionisiaci — e che si è mantenuto in Africa nelle «terapie da trance», quelle «terapie da possesso» che Roger Bastide chiama «cure motrici» 4.

Tracciare una mappa delle psicoterapie centrate sul corpo è un’impresa che supera i limiti di questa panoramica. Basterà indicare il filone centrale costituito dallo sviluppo delle intuizioni di W. Reich (lo studioso che, con i suoi contributi sulla psicologia del gesto e del movimento del corpo e l’analisi del carattere individuale in quanto sistema cui spetta la funzione di regolare l’utilizzazione dell’energia, resta il principale precursore dell’introduzione del corpo sulla scena della terapia). La corrente più autorevole è attualmente la bioenergetica di A. Lowen. Presupponendo un parallelismo tra la dimensione psichica e la dimensione corporea, la bioenergetica mira a individuare i nodi di tensione muscolare che tengono bloccata l’energia, ad allentare la tensione con opportuni esercizi di catarsi, e a restituire infine l’energia al libero fluire nel respiro, nel movimento del corpo, nella percezione delle sensazioni.

«Psicoterapia con il corpo»: un paradosso verbale affine a quello implicito nella «spiritualità del corpo». Nell’uno come nell’altro caso si delinea un superamento della divisione dell’uomo in compartimenti stagno, grazie alla valorizzazione del corpo come realtà pregnante in cui è contenuto tutto l’umano. Perché questa comunicazione tra corpo, psiche e spirito si realizzi, è necessario che la realtà corporea non sia privata della sua valenza simbolica. È l’istanza che caratterizza la conoscenza esoterica del corpo, nelle diverse epoche e culture.

II. L’uomo e i suoi corpi: la conoscenza esoterica

Esiste un fiume sotterraneo di conoscenza del corpo irriducibile a quello rappresentato dall’anatomia-fisiologia-psicologia scientifica. Come un corso di acqua carsico, appare talvolta in superficie con manifestazioni vistose, poi si lascia riassorbire, per riapparire più in là sotto altro aspetto. Una delle ultime apparizioni, in ordine di tempo, è quella che può essere chiamata «fenomeno Castaneda». Le opere dì questo scrittore hanno suscitato in tutto il mondo occidentale un interesse che trascende quello dell’etnologia e dell’antropologia

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culturale 5. Il successo non può essere spiegato senza riferirsi all’insoddisfazione diffusa per le visioni materialiste dell’uomo e alla nostalgia di una natura che sia manifestazione dello spirito. Castaneda, entrato in rapporto con indios messicani depositari di tradizioni esoteriche, ha divulgato una «via di liberazione» analoga a quelle ben note dell’oriente: taoismo, yoga, vedanta e zen. Un mondo impensato si rivelava agli occhi dei figli della civiltà tecnologica: dove la sapienza viene trasmessa per via di iniziazione; la natura, da oggetto passivo del dominio dell’uomo, si anima per assumere i contorni del «mysterium fascinosum et tremendum»; il potere dell’uomo si dilata, diventando l’iniziato, attraverso la conoscenza, uno strumento in mano alla Potenza.

Il punto di vista esoterico può essere sintetizzato in un aforisma: niente in questo mondo ha solo un significato; tanto meno l’uomo e il suo corpo. Una concezione puramente fisica è limitata: la scienza non esplora che l’anticamera di ciò che l’uomo è realmente. La visione esoterica fornisce una conoscenza progredita dell’entità umana a tutti i livelli nei quali opera. Questo tipo particolare di conoscenza ha un’ascendenza molto autorevole. Tradizioni antichissime si sono occupate del corpo umano e delle sue funzioni, della mente e delle sue potenzialità. Le troviamo in Egitto, in Israele, in Grecia, in India e in Cina, nelle civilizzazioni precolombiane del nord e del centro America. A innumerevoli generazioni hanno fornito una profonda conoscenza dell’uomo nella sua totalità; tuttora non sono solo oggetto della ricerca storica e antropologico-culturale erudita, ma una fonte a cui anche le generazioni attuali continuano ad attingere.

Una delle credenze più persistenti dell’umanità, che troviamo in ogni epoca e sotto tutte le latitudini, è che la forma fisica del corpo è solo il riflesso di una serie di altre realtà, o «corpi»; nella loro totalità queste forme invisibili e interpenetranti riflettono l’Uomo cosmico, la natura stessa di Dio 6. Scritti e insegnamenti spirituali e filosofici di tutte le epoche hanno indicato nello studio dell’uomo la chiave per penetrare nella natura dell’universo e di Dio; ma l’uomo a cui si riferivano era una realtà molto più complessa di quella fisico-biologica che cade sotto i sensi. «L’uomo è più della sua ombra», si può dire con il mistico indiano Shankara riferendoci al corpo umano.

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Tutti i temi ricorrenti nelle concezioni esoteriche del corpo — il corpo come tempio in cui abita la divinità; la dottrina delle proporzioni armoniche disegnate dal Creatore; i significati occulti della fisiotassi; il legame organico tra microcosmo e macrocosmo, nonché tra il corpo e gli elementi fondamentali, tra il corpo e i segni zodiacali 7 — presuppongono una visione dinamica. Il corpo è una realtà irradiante, al centro di un campo di energie. Anche la rappresentazione tradizionale di una triplice divisione in corpo, anima e spirito, è dinamica: la sua ragione d’essere sta in una circolazione d’energia tra ciò che è sopra (spirito) e ciò che è sotto (materia), dove l’anima gioca un ruolo decisivo nella trasformazione. La gradazione di sostanza si traduce in una gradazione di coscienza. In tutte le tradizioni esoteriche la comprensione di questi piani di coscienza interrelati è fondamentale per l’anatomia dinamica dell’uomo. La concezione più elaborata dei centri energetici si trova nella dottrina indiana dei chakras; ma in modo diverso è presente in tutte queste tradizioni. Numerose tecniche — in primo luogo la meditazione — sono state messe a punto per favorire quella circolazione interna e cosmica di energie a cui si può ricondurre, in ultima analisi, ogni sistema dottrinale e pratico che meriti il nome di «spiritualità». La convinzione comune a tutte le tradizioni esoteriche è che la vita del corpo è una chance per una realizzazione spirituale. Nella loro concezione sacramentale del mondo, infatti, il corpo e la materia sono mediatori dello spirito.

C’è il rischio di un malinteso di fondo quando si considerano le conoscenze esoteriche del corpo: quello di confondere le analogie verbali figurative, di cui si serve questo tipo di conoscenza, con la realtà stessa. Esse non sono altro che dita che indicano la luna, non la luna! La conoscenza esoterica domanda di essere trasformata in esperienza. In ciò il cammino esoterico presenta singolari analogie con la concezione oggi emergente di teologia spirituale come via esperienziale.

III. Verso una spiritualità cristiana del corpo

Sulla soglia di ogni trattazione tematica della spiritualità cristiana del corpo inciampiamo nell’inevitabile questione: esiste un rifiuto religioso del corpo? L’ostilità del cristianesimo al corpo è stata così spesso ripetuta che sembra diventata un truismo. Il problema è difficilmente solubile finché ci si limita a un confronto di testimonianze dottrinali favorevoli e contrarie alla tesi. Se ne trovano, infatti, sia nell’uno che nell’altro senso. Non è difficile allungare la lista degli atteggiamenti, sia dottrinali che pratici, che riflettono

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una valutazione negativa del corpo: dalle pratiche più fantasiose di mortificazione della carne in uso tra gli anacoreti, alla tradizionale educazione repressiva nei confronti del patrimonio istintuale del corpo (identificato con la sessualità), fino alla lussureggiante letteratura ascetica, dedita alle peggiori intemperanze verbali quando si tratta di diffamare il corpo e di esaltare ciò che lo umilia, come le malattie 8. Per contro, lo stesso insegnamento tradizionale cristiano, che ruota attorno alla dottrina dell’incarnazione — «caro cardo salutis» —, è ricco di elementi di grande umanità nei confronti del corpo. I più accreditati maestri di spirito sono unanimi nel ritenere che un cristiano non potrebbe disinteressarsi del corpo senza danno 9. Ogni rottura dell’armonia tra corpo e anima nuoce a tutt’e due. L’equilibrio fisico è perciò necessario per l’esercizio della vita cristiana. Per dare concretezza a questo insegnamento tradizionale, ci si può riferire a S. Francesco. Nel Poverello di Assisi è presente, con marcate caratteristiche medioevali, la disciplina ascetica per il dominio del corpo. Egli amava parlare di «fratello asino», per indicare che il corpo deve essere sottomesso all’anima come il servo al suo padrone. Ma riteneva, allo stesso tempo, che bisognava dare al corpo la sua giusta parte di cibo, bevanda, sonno: «il servo di Dio deve provvedersi ragionevolmente, affinché fratello corpo non possa mormorare». «Fratello asino» è, dunque, anche «fratello corpo» 10.

L’antropologia cristiana nella riflessione recente ha messo in primo piano l’esigenza che la corporeità venga sperimentata come un valore. L’assunzione della propria corporeità appartiene al processo di identificazione dell’essere umano. Ciò presuppone che l’uomo venga accettato dagli altri nella sua corporeità, in una educazione positiva al valore del corpo. L’equilibrio può venir compromesso tanto dal disprezzo o dall’indifferenza verso il corpo, quanto dal culto esagerato di esso. In concreto, influenze stimolanti nel campo della spiritualità sono state esercitate dal programma di «riappropriazione del corpo» emergente nella cultura contemporanea. Molte esigenze avanzate dallo «human potential movement» americano sono state assunte in ambito spirituale. L’integrazione di corpo, emozioni, psiche e spirito è diventata un programma anche per molte persone che intendono vivere lo spirito del vangelo. Di qui l’interesse per le tecniche, di sviluppo recente, che mirano al conseguimento di questa «totalità» integrata (wholeness): tecniche per il rilassamento, esercizi

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per liberare l’aggressività, terapie relazionali intese al potenziamento della comunicazione corporea 11.

La maggior attenzione al corpo che si sviluppa da parte di persone interessate al divenire spirituale dell’uomo è di tutt’altra qualità rispetto a quella che produce il culto del corpo. La sensualità dilagante non coincide con l’accettazione del corpo. Non è difficile scoprire, infatti, dietro a certe espressioni della celebrazione neopagana del corpo — il corpo giovane, bello e sexy: uno degli ultimi miti creati con l’intento scoperto di servire alla civiltà dei consumi —, una segreta ostilità verso il corpo stesso. Accettare la realtà corporea di qualcuno significa rispondere positivamente al corpo nella sua espressività umana, anche quando non ha una perfetta forma fisica. Nella valorizzazione spirituale del corpo è contenuta anche una critica del culto idolatrico del corpo, che si riduce, in definitiva, a una caricatura della realtà umana del corpo.

Non mancano pubblicazioni recenti su temi particolari, nel quadro del coinvolgimento del corpo nella vita spirituale. Segnaliamo soltanto gli studi relativi alla partecipazione del corpo alla preghiera, alla meditazione corporea, al servizio carismatico di guarigione 12. Tralasciando di entrare nei dettagli di tali sviluppi, in questa sede vogliamo piuttosto richiamare l’attenzione sulla necessità che la teologia spirituale sviluppi una riflessione non occasionale sul corpo. Nel corpo si coagula la vita psichica e spirituale, essendo il luogo centrale della nostra esperienza umana; ad esso spetta una posizione centrale anche nella riflessione sistematica che caratterizza quella disciplina — la teologia spirituale — che è stata chiamata a buon diritto «mistagogia della vita cristiana». Come primo tentativo esemplare in tal senso ci si può riferire all’opera di p. Truhlar. L’autore è ben referenziato: con i suoi 25 anni di insegnamento di teologia spirituale alla Gregoriana e le sue numerose pubblicazioni, p. Truhlar può essere considerato uno dei fondatori di questa disciplina a livello accademico. È noto come p. Truhlar, alla ricerca di un centro unificatore che desse coerenza tanto al metodo quanto al contenuto della teologia spirituale, lo abbia individuato nel concetto di «esperienza dell’assoluto». La via esperienziale indicata come nucleo germinale della vita spirituale non è di tipo irrazionalistico (come la categoria dell’Erlebnis nella fenomenologia della religione). Essa si situa piuttosto su un piano in cui l’antinomia «razionale»- «irrazionale» è inappropriata, in una situazione gnoseologica sui generis. Il sapere di cui è questione nella vita spirituale non è il «pensare» concettuale, né quella conoscenza della realtà che si acquisisce mediante la sperimentazione:

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è il sapere relazionato all’esperienza del proprio essere e dell’assoluto, comune a tutti gli uomini. Nella via esperienziale l’essere si «sente»: non mediante determinate percezioni sensitive, immaginative, concettuali; e neppure per il tramite della volontà e del sentimento (il Gefühl dei tedeschi, in quanto si oppone alla conoscenza). L’accesso all’essere passa al di sopra di tali categorie: è diretto, «acategoriale». Si perviene a questo contatto immediato con l’essere indirizzando l’attenzione non verso gli oggetti cosi come sono nell’uomo, ma verso ciò che li accompagna e in cui essi sono immersi, verso dò che costituisce il loro orizzonte. Questa esperienza dell’essere accompagna ogni categoria dell’attività umana, benché come tale non possa mai essere afferrata con i concetti. È una possibilità dell’essere umano, anche se non si realizza per tutti e con frequenza. Si richiede che il centro personale dell’uomo si rivolga ad essa mediante una certa attenta apertura.

L’importanza del concetto di «esperienza» nella teologia spirituale si rivela nelle sue conseguenze. Tutta la disciplina ne risulta ampliata nei suoi interessi e «centrata». Perché la via esperienziale conduce a un centro, in cui tutto l’uomo è presente come nel punto di partenza della sua vita intera. Tutto è unificato: lo spirito, la psiche, l’immaginazione, i sensi. L’esperienza dell’assoluto si manifesta attraverso il corpo, si iscrive nella respirazione 13. La spiritualità, grazie a questa integrazione del corpo, perde il carattere rarefatto che il termine era solito evocare, per assumere la concretezza poliedrica della vita umana. La via indicata dall’opera di p. Truhlar rimane un’indicazione autorevole in un’epoca in cui, dopo l’ebbrezza dei miti del progresso e della macchina, ci stiamo ripiegando sul corpo per difendere la fragile realtà che si chiama «la qualità umana».

NOTE

1 Cfr J. Sarano, Significato del corpo, Roma 1975, p. 47ss. Oltre che il fondamento filosofico dell’atteggiamento dualista, Sarano ne illustra la funzionalità. Il dualismo può svolgere il ruolo di momento e di strumento della totalità personale. La supremazia del Sé sul corpo anima l’impegno etico della lotta contro la malattia.

2 V. von Weizäcker, Pathosophie, Göttingen 1956; soprattutto il cap. sulla «Biographik», pp. 241-263; Idem, Der kranke Mensch, Stuttgart 1951, pp. 352ss.

3 Si veda, come una chiara indicazione di tendenza, The holistic health handbook. A tool for attaining wholeness of body, mind and spirit, Berkeley 1978.

4 A. Ancelin Schützenberger - M.J. Sauret, Il corpo e il gruppo, Roma 1978, p. 126.

5 Le opere di Carlos Castaneda hanno avuto anche in Italia un notevole successo di pubblico. Va segnalata in primo luogo la trilogia: A scuola dallo stregone (1970), Una realtà separata (1971), Viaggio a Ixtlan (1972), integrata dalle opere successive L'isola del Tonal (1915) e Il secondo anello del potere (1978).

6 La teosofia ha diffuso la nozione della pluralità dei corpi, nei quali l’uomo abita, e la dottrina del «corpo sottile», secondo cui il corpo fisico sarebbe solo l’esteriorizzazione di un’invisibile incorporazione della vita psichica; anche il corpo sottile sarebbe di ordine materiale, ma di una natura più dinamica della sua cornice fisica sensibile: cfr G.R.S. Mead, The doctrine of the subtle body in Western tradition, London 1967; A. Besant, Man and his bodies, London 1896. Un’esposizione molto informativa sull’insieme delle dottrine esoteriche sul corpo è offerta da D.T. Tansley, The subtle body, London 1977.

7 Una rassegna completa delle dottrine arcane ed esoteriche del corpo secondo le varie membra, nel volume enciclopedico di B. Walter, Body magic, London 1979.

8 La Preghiera per domandare a Dio il buon uso delle malattie, di B. Pascal, è il capostipite illustre di una straripante letteratura ascetico-consolatoria, che non ha conservato la nobiltà e l’equilibrio che pur erano presenti in Pascal. L’immagine del corpo che traspare in quelle opere rasenta talvolta il manicheismo. Per un’analisi di tale letteratura, cfr S. Spinsanti, Etica cristiana della malattia, Roma 1971. In quella sede abbiamo anche ricostruito le dipendenze della letteratura ascetica sulla malattia dalla scuola di spiritualità che fa capo a De Berulle.

9 Cfr D. George, Corps (spiritualité et hygiène), in Dict. de SpiritII-2 Paris 1953, c. 2342.

10 Cfr Specchio di perfezione n. 27, in Fonti francescane, Assisi 1977, pp. 1333s.

11 Per un esempio dell’assimilazione delle istanze dello «human potential movement» in un progetto di spiritualità cristiana, cfr T. Rowe, Wholeness. Body, miìnd and spirit-one man, London 1976. L’antropologia biblica, costruita su una triplice scansione dell’umano — corpo, anima e spirito — offre possibilità integrative maggiori di qualsiasi antropologia dualistica. Cfr B. De Geradon, Le coeur, la langue, les mains. Une vision de l’homme, Paris 1974.

12 Una panoramica si può trovare in S. Spinsanti, Corpo, in Nuovo Dizionario di Spiritualità, Roma 1979, pp. 306ss.

13 Si veda il capitolo dedicato all’integrazione del corpo in V. Truhlar, Concetti fondamentali della teologia spirituale, Brescia 1981, p. 82: «Bisogna inserire anche il corpo nella ricerca della via esperienziale, mettere anch’esso nell’impegno generale dell’uomo intero, affinché non sia un ostacolo, ma piuttosto un elemento che porta all’esperienza e che si unisce armoniosamente nella percezione del proprio essere e dell’essere assoluto, nonché nell’estensione di questa percezione e di questo senso, in tutti i campi della vita umana... All’interno della realtà umana anche il corpo viene percepito e come penetrato dal senso dell’assoluto (Dio)».

Corporeità

Sandro Spinsanti

CORPOREITÀ

in Diakonia - Etica della persona

a cura di Tullo Goffi - Giannino Piana

Queriniana, Brescia 1983

pp. 57-95

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INTRODUZIONE -  Il corpo tra antropologia ed etica

Non è una novità che la morale si occupi del corpo; nuovo deve essere però l’approccio che voglia tener conto della consapevolezza che il nostro tempo ha acquisito della corporeità come valore. Il corpo è stato volentieri considerato come il polo della realtà umana nei confronti del quale doveva esercitarsi il dominio e la disciplina della volontà; l’etica equivaleva a un «fare la morale» al corpo... Secondo l’immagine di S. Acquaviva, l’etica e i valori venivano considerati «sopra», il corpo «sotto» 1 Oggi invece il rapporto si è rovesciato. Vogliamo trovare tutto l’uomo nel suo corpo: i dinamismi del desiderio come la realtà dello spirito, la natura e la cultura, la norma critica di ciò che è specificamente umano come il punto di inserzione della rivelazione divina 2.

Il recupero della corporeità ha rinnovato l’antropologia teologica. La teologia non può più dare il suo avallo a nessuna forma di disincarnazionismo, né a un’ascesi impostata sul disprezzo o sull’indifferenza verso il corpo. In senso positivo, possiamo già salutare l’inizio di una teologia sistematica del corpo, alla quale ha dato un autorevole impulso lo stesso Giovanni Paolo n con la sua catechesi settimanale al popolo cristiano 3. Le linee portanti di quel disegno si articolano intorno alle dimensioni della creaturalità, della sensorialità e della storicità. In accordo alla prima, l’uomo partecipa mediante il corpo alla finitezza del mondo. La somaticità, che mette in evidenza la caducità della materia, può diventare, se illuminata dal messaggio della creazione, il luogo in cui l’uomo sperimenta il proprio essere come dono. La limitatezza intrinseca della materia, di cui è costituito il corpo, è il fondamento, inoltre, della vita sociale,

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in quanto l’essere umano può vivere solo in una comunità di interscambio. Alla dimensione della creaturalità l’uomo partecipa non solo passivamente, con ciò che subisce, ma anche attivamente. Ricevendo il corpo, riceve al tempo stesso la capacità e il comandamento di «fare» il proprio corpo. Il corpo-natura è destinato a diventare il corpo-cultura. Ciò implica il compito di correggere gli sbagli possibili della natura e di integrare le sue insufficienze; comporta soprattutto il compito di utilizzare «tutto» il corpo, sviluppandone le potenzialità implicite.

Il corpo vissuto si organizza intorno ai sensi, intesi come le porte attraverso le quali la persona è in comunione con il mondo. La dimensione della sensorialità lascia intravedere quasi un’ontologia diversa, che privilegia l’accoglienza rispetto all’autosufficienza dell’essere. La recipienza del corpo ha una diretta rilevanza teologica, in quanto offre un supporto alla dimensione religiosa della vita. Quando si atrofizza la sensorialità, non ne risente solo la facoltà umana di scoprire e creare la bellezza come risposta alla caducità del mondo, bensì anche quella capacità di trovare un significato ulteriore al mondo, che è l’essenza stessa della religiosità.

Una terza dimensione del corpo di rilevanza teologica è la storicità. Il corpo cambia, e di tutte le trasformazioni conserva una memoria, distinta da quella logica e da quella emozionale. Il corpo cambia: e non solo perché soggetto, in quanto natura, alla caducità, ma anche perché incontra altri corpi. Tra tutti i corpi che sono passati sulla terra nessuno ha influenzato la storia dell’umanità quanto il corpo di Gesù. È quanto annunciano la fede cristiana, confessando che Gesù è diventato, attraverso il mistero pasquale, «Spirito vivificante», e la riflessione teologica, qualificando la risurrezione come nuova creazione.

Questi punti-forza di un’antropologia cristiana del corpo sono altrettanti stimoli perché la corporeità trapassi anche in una rinnovata riflessione etica. L’impegno etico fondamentale può essere adeguatamente espresso parlando di un compito di umanizzazione del corpo. Avere un corpo pienamente umano non è un dato compiuto, ma un progetto da realizzare. Su questa linea di orizzonte emergono singoli problemi settoriali. Ne abbiamo individuati quattro, che si raccomandano non solo per la loro attualità, ma anche per il valore tipico che rivestono ai fini di una riflessione morale sulla corporeità ispirata ai valori cristiani.

L’identità sessuale obbliga a un confronto con il corpo quando si vuol rispondere all’interrogativo più fondamentale di tutti: «chi sono io?». Il corpo è anche il luogo obbligato di quei confronti con i quali ci si presenta e ci si propone agli altri esseri umani, per tessere la fitta rete della comunicazione interpersonale. Sia la disciplina del corpo che la ricerca del centro, infine, possono essere ricondotte al comune denominatore

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dei processi auto-manipolativi, che conducono a un livello di coscienza più esteso. Sempre più si diffonde oggi il ricorso a stupefacenti, stimolanti artificiali e droghe per modificare i propri stati di coscienza. Eppure la via regia per accedere agli stati superiori e più allargati di coscienza resta la percezione del proprio corpo. La sapienza tradizionale lo ha sempre insegnato, e molti si mettono oggi sulla strada per riscoprirlo.

1. Maschile/Femminile: l’identità sessuale

Quando Giovanni Paolo II nei suoi discorsi del mercoledì ha cominciato, commentando il racconto della creazione nella Genesi, a parlare della sessualità come dono che correda essenzialmente il corpo umano, le sue parole hanno suscitato vasto eco anche nella stampa non religiosa. Il recupero teologico della realtà fisica dell’uomo, la celebrazione dello splendore architettonico del corpo nella sua differenziazione sessuale, suonavano come una innovazione audace, che spazzava via una consolidata tradizione di moralismo platonicheggiante, nelle cui prospettive i valori dello spirito venivano presentati come antitetici alla materialità della carne. Affermava il papa: «Non c’è rottura e contrapposizione tra ciò che è spirituale e ciò che è sensibile, tra ciò che umanamente costituisce la persona e ciò che è determinato dal sesso: ciò che è maschile e femminile... L’uomo mediante la sua corporeità, la sua mascolinità e femminilità, diventa segno visibile della Verità e dell’Amore». E ancora: «Il cerchio della solitudine dell’uomo-persona si rompe perché il primo uomo si sveglia dal suo sonno come maschio e femmina... La femminilità ritrova se stessa di fronte alla mascolinità, mentre la mascolinità si conferma attraverso la femminilità. Proprio la funzione del sesso, che è costitutivo della persona (e non soltanto attributo della persona) dimostra quanto profondamente l’uomo con tutta la sua solitudine spirituale, con l’unicità e irripetibilità propria della persona, sia costituito dal corpo come lui e lei. La presenza dell’elemento femminile, accanto a quello maschile e insieme ad esso, ha il significato di un arricchimento per l’uomo in tutta la prospettiva della sua storia, ivi compresa la storia della salvezza» 4.

La novità della teologia del corpo e della sessualità proposta dal pontefice è più nella forma che nella sostanza. Tutti i suoi elementi qualificanti, infatti, si ritrovano nell’insegnamento della Gaudium et Spes

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sul significato «personale» dell’amore umano, o possono essere dedotti da esso (cfr. G.S. n. 49).

La situazione culturale del nostro tempo domanda però con urgenza una rivisitazione tanto antropologica quanto etica della differenziazione sessuale dell’uomo e della donna. La dottrina tradizionale della chiesa, come anche le concezioni basate sul senso comune, subiscono una forte provocazione da fatti di costume che sovvertono i clichés cui siamo abituati. La revisione dei ruoli maschili e femminili ha sconvolto vistosamente ciò che spetta all’uomo e ciò che compete alla donna nella vita pubblica, nella famiglia, nella divisione del lavoro. I comportamenti sessuali devianti dalla norma, che in passato venivano repressi o tutt’al più tollerati, a condizione che non emergessero in pubblico, ora rivendicano il diritto all’esistenza e all’accettazione sociale. Non si contano le iniziative intese a promuovere un «orgoglio omosessuale». I travestiti nelle strade esercitano una prostituzione aggressiva e disinibita. Più di recente anche i transessuali hanno cominciato a condurre campagne per il riconoscimento giuridico e sociale della loro condizione.

La crisi dell’identità sessuale sembra un tratto emergente della nostra civilizzazione. Anche se i tragici dilemmi di un transessuale non riguardano che una minoranza numericamente trascurabile, il significato proprio all’essere uomo o all’essere donna è una questione esistenziale fondamentale, a cui nessuno può sfuggire. E proprio questo significato sembra essersi messo a traballare.

Che cosa è maschile e che cosa è femminile? Che cosa significa per l’essere umano possedere un corpo sessuato? È ancora possibile tracciare una linea decisa tra il normale e il patologico? Qual è il cammino abituale, e quali le possibili deviazioni, del processo che porta alla differenziazione sessuale? Cercheremo un orientamento tra i molteplici aspetti della crisi cominciando col rispondere a questa ultima domanda.

1.1. La conoscenza scientifica dell’identità sessuale

L’essere uomini o l’essere donne è una realtà che compenetra tutto il nostro essere individuale e sociale. Non esiste mai un essere umano generico, che sia poi soltanto accessoriamente qualificato come maschio o come femmina. L’appartenenza a un sesso o all’altro (oppure — come vedremo — a un sesso ambiguo o distorto) si agglutina talmente con il nostro «io» più profondo, che non ci è possibile immaginarci senza identità sessuale. Anche nell’esperienza dell’altro l’identità sessuale è tra i primi dati percettivi e tra i più tenaci nel ricordo: potremo aver dimenticato tutto di una persona incontrata fugacemente — il nome, l’età,

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l’aspetto —, ma tuttavia sapremo ancora se era un uomo o una donna.

Secondo l’antropologia ingenua, il dimorfismo sessuale è la condizione normale e naturale. Tendiamo a pensare che esistono due sessi, polarmente opposti senza gradazioni, ognuno con una sua specifica morfologia, con i propri attributi psicologici, con stereotipi di comportamento e una «naturale» attrazione per gli individui del sesso «opposto». Consideriamo inoltre l’appartenenza a un sesso come un fatto immutabile, una verità eterna. Questa modalità di pensiero affonda probabilmente le sue radici nel fatto che la mente umana trova comodo percepire per contrasto. Il pensiero bipolare è la forma più primitiva di pensiero logico. La classificazione bipolare soddisfa il nostro bisogno di ordine ed elimina dall’esperienza le zone indistinte e confuse. La nostra tendenza a concepire l’umanità suddivisa tra uomini e donne è indubbiamente giustificata dal punto di vista pragmatico. Ma è inadeguata a una comprensione scientifica. Solo recentemente si è cominciato ad apprezzare la complessità del nostro sesso biologico. Ci si è resi conto che in differenti culture si trovano concezioni divergenti circa l’identità maschile e femminile. La stessa distinzione biologica tra maschi e femmine è molto più complessa della definizione tradizionale basata sulla configurazione dei genitali esterni.

Un contributo decisivo è venuto dai tentativi effettuati dagli scienziati per aiutare persone del sesso ambiguo e transessuali ad adattarsi agevolmente a un sesso o all’altro 5. Sappiamo oggi che si diventa maschi e femmine in fasi successive, e che nei momenti critici dell’acquisizione dell’identità può avvenire una deviazione dalla norma che si configura come patologica. Le teorie tradizionali sulla maschilità e femminilità, sia ingenue che filosofiche e aprioristiche, devono confrontarsi con i dati sperimentali e clinici derivanti da più discipline: genetica, embriologia, endocrinologia, neurologia, psicologia medica e clinica, antropologia culturale e sociologia. Grazie a queste conoscenze interdisciplinari, è possibile oggi tracciare l’itinerario che segue la differenziazione sessuale dell’uomo e della donna dal concepimento alla maturità.

L’appartenenza a un sesso, l’essere cioè persona sessuata e percepirsi tale, è designata scientificamente come «identità di genere». Tale identità è la persistenza della propria individualità maschile o femminile

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(ambigua o ambivalente), come esperienza di percezione sessuata di se stessi e del proprio comportamento: l’essere «io» nel mio corpo di uomo/donna 6. Altra espressione tecnica è quella di «ruolo di genere», corrispettiva all’identità di genere. Indica tutto quello che una persona fa o dice per indicare agli altri o a se stesso l’appartenenza personale a un sesso.

La crescita dell’essere umano verso l’acquisizione di un’identità di genere compiuta non comporta solo uno sviluppo di potenzialità presenti fin dal concepimento, ma anche simultaneamente un processo di differenziazione che tende al dimorfismo: uomini e donne hanno diversa morfologia, diverse funzioni endocrine, diverse strutture nervose periferiche e centrali. La differenziazione sessuale si attua normalmente attraverso un programma, nel quale la funzione di elemento pilota è assunta successivamente da fattori diversi. Lo si può immaginare come una corsa a staffetta, nel corso della quale la funzione di determinare il sesso biologico passa da un elemento all’altro. Al momento della fecondazione il sesso è stabilito dalla configurazione cromosomica: XX per la donna e XY per l’uomo. La morfologia sessuale si dispiega successivamente con eventi che sopravvengono durante lo sviluppo fetale. La presenza di ovaie o testicoli determina il sesso gonadico. La differenziazione è diretta, a questo punto, dagli ormoni prodotti dalle gonadi, responsabili rispettivamente di una dominanza di androgeni o di estrogeni. Gli ormoni svolgono un ruolo determinante per lo sviluppo dell’apparato riproduttivo interno: sembra anche che creino differenze nella sensibilità del cervello per la circolazione degli ormoni sessuali. Le differenze cerebrali medieranno poi il comportamento sessuale adulto. La situazione ormonale prenatale esercita, dunque, durante i giorni critici dello sviluppo cerebrale, un’influenza determinante sulle vie neurologiche, le quali, a loro volta, influenzano il dimorfismo comportamentale.

Con la formazione dei genitali esterni si crea il presupposto perché nella differenziazione sessuale intervenga anche la componente sociale. Alla nascita, infatti, si è attribuiti al sesso maschile o femminile sulla base della configurazione morfologica dei genitali esterni. Per l’uomo, a differenza di quanto avviene per gli animali, esercita un’influenza determinante la storia biografica post-natale. L’attribuzione di un sesso o

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dell’altro condiziona il comportamento dei genitori verso il neonato. Il sesso biologico acquista, a questo punto, una connotazione marcatamente culturale: la differenziazione prosegue secondo il tracciato delle prescrizioni culturali che definiscono il comportamento secondo i ruoli di genere. Ingenuamente tendiamo a rappresentarci l’acquisizione dell’identità di genere come una inevitabile estensione del sesso biologico. La conoscenza scientifica dell’identità sessuale ci porta invece a concludere che molto di ciò che consideriamo come inerente intrinsecamente alla maschilità e alla femminilità è il risultato di ruoli culturalmente accettati. Sono istruttivi, in tal senso, gli studi di J. Money sui bambini ai quali alla nascita è stato assegnato un sesso diverso da quello cromosomico, a causa di un’ambiguità morfologica dovuta all’ermafroditismo. Essi crescono con un’identità di genere conforme al sesso loro assegnato, piuttosto che in accordo con il loro sesso biologico 7. Il comportamento secondo il ruolo sessuale si acquisisce mediante un processo imitativo, basato sul riconoscimento delle differenze sessuali. La differenziazione sessuale di genere e di ruolo avviene in modo predominante mediante la relazionalità. Attraverso modelli reali o fantastici, dalla nascita alla pubertà il bambino si identifica con il genitore del suo stesso sesso, e si complementarizza con il genitore dell'altro sesso. Nell’ambito del nucleo familiare l’identificazione e la complementarietà avvengono con i propri genitori; crescendo, vengono ad aggiungersi modelli al di fuori della famiglia. Per la stabilizzazione dell’identità sessuale il periodo determinante sembra essere quello della prima infanzia, a partire dal momento dell’acquisizione del linguaggio: dai 18 mesi ai 3-4 anni.

Anche le altre fasi della crescita esercitano un influsso sull’identità psicosessuale. Da sempre si è considerata con particolare attenzione la crisi della pubertà. Dal punto di vista endocrinologico, gli ormoni causano una maturazione dimorfica del corpo, accentuando le differenze con l’altro sesso. Si ha così una modificazione dell’immagine fantasmatica che l’adolescente ha del proprio corpo. Il riconoscimento sociale assume

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una grande importanza; per conquistarselo l’adolescente prende molta cura di accentuare nella presentazione sociale del proprio corpo i caratteri del proprio sesso. L’erotismo della pubertà costituisce, per così dire, il tetto dell’edificio dell’identità di genere: le immagini erotiche della pubertà confermano l’identità che si era precedentemente manifestata e modellano l’orientamento sessuale, come normale oppure distorto da parafilia. L’adolescenza è, infine, il tempo in cui l’innamoramento completa il processo di acquisizione dell’identità sessuale. Il sentirsi accettato e amato, nel proprio corpo, nel proprio sesso, dissipa i residui conflittuali precedenti e rafforza definitivamente la propria identità come uomo o come donna.

1.2. Le turbe dell’identità e dell’orientamento sessuale

Il cammino per il quale si giunge ad essere un uomo o una donna, a riconoscersi e a comportarsi come tali, è lungo e insidioso. Le turbe dell’identità sessuale possono essere radicate tanto nella differenziazione che ha luogo nella vita intrauterina, quanto nella nascita e nella vita post-natale. La responsabilità risale, rispettivamente, a difetti genetici (anomalie cromosomiche); a un’alterata produzione di ormoni durante i periodi critici dello sviluppo fetale (nell’ermafroditismo si verificano, di conseguenza, incongruenze anatomiche nella morfologia dei genitali esterni); a un’errata attribuzione di sesso alla nascita; o, più semplicemente, all’educazione. Per queste persone la conquista della propria identità sessuale diventa un problema arduo, con strascichi di molta sofferenza. Tanto più precoce è l’allontanamento dal modulo normale dello sviluppo, nelle tappe decisive della differenziazione, tanto più gravi e irreversibili sono le conseguenze.

Nell’insieme della popolazione sono comparativamente pochi gli individui che mostrano una discordanza significativa tra il sesso biologico, la loro identità e orientamento sessuale, e il comportamento connesso con il ruolo. Le turbe principali possono essere ricondotte al transessualismo, travestitismo ed omosessualità; le diverse forme di parafilia costituiscono variazioni patologiche nella scelta dell’oggetto sessuale.

Il caso più radicale è quello del transessuale. È una persona la cui identità di genere è in conflitto col proprio sesso biologico, compresa la morfologia genitale esterna. Il transessuale si sente una donna intrappolata in un corpo maschile (parliamo dell’uomo perché il caso contrario — del transessuale biologicamente donna che abbia un’identità maschile — è statisticamente molto più raro). Sempre più numerosi sono i transessuali che non si rassegnano a questa situazione e intraprendono

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il viaggio che li faccia approdare al sesso che sentono come la loro «vera natura». Dopo il trattamento ormonale, che modifica i caratteri sessuali secondari, alcuni si spingono fino ad alterare chirurgicamente la propria anatomia, per risolvere radicalmente l’incongruenza. L’operazione è solo l’elemento più spettacolare del cambiamento di sesso. Per armonizzare la discordanza tra biologia e identità di genere sono necessarie una quantità di trasformazioni relative agli stereotipi comportamentali dell’uno o dell’altro sesso.

Anche il travestitismo è una turba dell’identità sessuale maschile, quasi mai femminile 8. Si manifesta nella tendenza coatta a identificarsi col sesso opposto e a vestirne gli abiti. Il travestito autentico ha una specie di duplice identità: le due parti si alternano con nome e identità propria, con gli abiti, la voce e il portamento adatti. Non nega affatto la sua identità maschile, ma ha bisogno di alternarla con la personificazione di quella femminile, con il sentimento ludico di «giocare» un altro ruolo.

La variazione dell’identità più nota e diffusa è l’omosessualità. Spesso l’identità di genere vera e propria non è propriamente in causa: l’omosessuale non ha dubbi circa la propria identità, ma orienta il proprio interesse erotico verso persone dello stesso sesso. Quando tuttavia l’omosessuale, oltre a convogliare l’interesse erotico verso gli uomini, assume comportamenti effeminati e ama identificarsi con il sesso femminile, i confini con il travestitismo e con il transessualismo diventano fluidi.

Tra le turbe dell’orientamento sessuale vanno elencate quelle particolari condizioni psicosessuali per cui la persona è eccitata da stimoli inusuali e socialmente e moralmente inaccettabili. Comunemente vi si ravvisa delle «perversioni»; con linguaggio neutro, medicalmente si preferisce parlare di «parafilia»: sadismo e masochismo, esibizionismo, voyeurismo, pederastia, necrofilia ecc.

In che misura l’orientamento sessuale delle persone dipende da una specie di determinismo naturale? La scelta di un partner sessuale è un elemento dell’apprendimento del comportamento sessuale adeguato, che si acquisisce mediante il processo di socializzazione, oppure esiste un meccanismo biologico che stimola il nostro erotismo? La ricerca scientifica

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negli animali ha appurato che gli ormoni possono svolgere un ruolo di organizzazione neurologica nel creare la scelta dell’oggetto sessuale. Ma la connessione tra livelli ormonali e orientamento sessuale nei soggetti umani è molto più problematica (anche se è attendibile che gli ormoni fetali che organizzano le strutture fetali dismorfiche possono anche influenzare l’organizzazione delle strutture cerebrali che concernano i comportamenti sessuali). Nell’essere umano gioca un ruolo importante lo sviluppo dell’identità e dell’orientamento sessuale che avviene dopo la nascita. Lo confermano i risultati della ricerca clinica relativa all’omosessualità, che tra le turbe dell’orientamento sessuale è la più studiata. Risulta inoppugnabile che i genitori giocano un ruolo determinante per quanto riguarda la salute psicosessuale del bambino e i suoi sentimenti di adeguatezza sessuale. Tuttavia non c’è evidenza che siano i genitori a «creare» un bambino omosessuale. Nelle modalità dell’esistenza umana c’è sempre qualcosa che dipende dalla libertà e dalla decisione personale.

1.3. Orientamenti dell’etica cristiana

Il corpo umano ha uno stampo sessuale. Quando lo si è voluto negare, si è solo riusciti a colpevolizzare le persone, per l’inevitabile emergenza della sessualità in tutte le espressioni della vita, ivi compresa l’esperienza religiosa. Nascondendo l’impronta del sesso nelle rappresentazioni artistiche, coprendo di vergogna i genitali (le «pudenda», le «parti vergognose»...), non si è riusciti che a produrre, per lo più, una fissazione morbosa. Le varie espressioni di puritanesimo repressivo, ai limiti della nevrosi, si sono molto spesso alleate con la mentalità cristiana. Eppure la gioia di vivere, che nasce da una piena accettazione del proprio corpo, anche nella sua specificazione sessuale, non è contraria al cristianesimo. La riflessione cristiana sull’uomo comincia, secondo l’esempio fornito da Giovanni Paolo II, con il primo uomo e la prima donna nudi nell’Eden, quale simbolo visivo del dono divino della sessualità.

Oggi però sappiamo, meglio che in passato, che la sessualità, oltre che un dono, è anche un compito. Si giunge ad essere uomini e donne attraverso un itinerario che riserva talvolta esiti imprevisti. L’identità e l’orientamento sessuale sono largamente basati sulle caratteristiche sessuali biologiche, ma non ne sono interamente determinati in modo obbligante. Nell’ambito del compito di «dover essere» ciò che per natura si «può essere», si aprono i problemi dell’etica. Anche la morale cristiana è provocata dal sapere scientifico sulla sessualità umana e dai problemi di coscienza di molti individui a prendere posizione.

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In primo luogo: è lecito cambiare sesso, come pervengono a conseguire i transessuali? Questa formulazione riflette da vicino il modo in cui il problema dei transessuali è visto dall’opinione pubblica. Sulla loro vicenda grava il sospetto di un intervento capriccioso, quasi una sfida alla natura e alla società, nonché l’insinuazione che il passaggio da un sesso all’altro sia, in definitiva, a servizio della prostituzione. La scelta è vista in funzione del piacere, senza considerare la sofferenza lacerante che molto spesso accompagna il transessuale nella ricerca della propria identità sessuale. Il transessuale, da parte sua, vive la sua decisione non come un cambiamento arbitrario, bensì come l’adeguamento del corpo al profilo psicosessuale che sente come proprio.

La richiesta di intervento medico per la riassegnazione del sesso — con la terapia ormonale e, come ultima tappa, con l’intervento chirurgico — solleva per il sanitario problemi deontologici ed etici. L’opera medica in questo caso travalica l’ambito terapeutico tradizionale. Il medico non può limitarsi semplicemente ad assecondare la richiesta, senza sottoporla a un certo vaglio per appurare la qualità della motivazione, oltre che le conseguenze sanitarie e psicologiche dell’intervento. Benché la legislazione italiana con la legge del 14.4.1982, n. 164, non consideri più tali interventi chirurgici come mutilazione perseguibili penalmente 9, i medici sono per lo più ostili; l’opinione pubblica condanna come aberrazioni o eccentricità i cambiamenti di sesso. In tale contesto i transessuali sono rinviati al sottobosco della medicina abusiva (e abborracciata: perciò, spesso, con danni gravi all’organismo) e della speculazione.

Per una serena valutazione morale bisogna far perno sull’identità sessuale, stabilizzata al momento della pubertà. Non è su questa che si può agire, perché l’identità, una volta stabilita, non è più in grado di subire cambiamenti. L’incongruenza con il sesso biologico può essere livellata solo operando sul versante somatico 10. Qualora ciò — per motivi medici, sociali o psicologici — non fosse possibile, rimane la frustrazione beante, a cui si può dare una risposta solo per la via della sublimazione.

La visione cristiana della sessualità, come momento della chiamata

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divina, è sufficientemente dinamica per integrare le conoscenze scientifiche moderne circa il processo di acquisizione dell’identità sessuale. I racconti biblici della creazione non giustificano nessun fissismo su cui possa far leva la visione ingenua della maschilità e femminilità. Tuttavia non bisogna dimenticare il carattere specifico dell’etica religiosa biblica, compendiato nel concetto di «alleanza». Nella morale dell’alleanza l’essere uomo o donna non sono beni in sé; sono piuttosto luoghi della «vocazione», destinati a far parte del dialogo della salvezza.

Contro la tendenza, tipica del soggettivismo moderno, a sganciare l’individuo dalla normatività insita nella natura, l’etica cristiana ripropone costantemente il valore della «legge naturale». È con questo metro che la chiesa cattolica continua a condannare l’omosessualità e le varie forme di parafilia 11.

Il diffondersi di un’etica sessuale che assume come parametro valutativo dei comportamenti sessuali il modello del piacere ha fatto cadere i criteri tradizionali. Se il sesso è stato troppo a lungo soggetto a restrizioni, non ne segue che d’ora in poi debba essere vissuto senza restrizioni di alcun genere. Qualsiasi concezione filosofica della sessualità si assuma, ne derivano restrizioni. Il cristianesimo ha per lo più fatto proprio e proposto il modello di una sessualità normata dalla finalità riproduttiva. La sensibilità personalistica di oggi invita piuttosto ad aprirsi al modello comunicativo. Questo sposta l’accento dagli aspetti più fisici della sessualità, in quanto finalizzata alla generazione di una nuova vita, ai ruoli interpersonali, all’espressione delle emozioni (il sesso come linguaggio che esprime tenerezza, rispetto, ammirazione, e ovviamente come espressione di amore), comunicazione e condivisione del piacere.

Adattando questo modello — che integra, e non sostituisce quello riproduttivo — la risposta alla domanda etica di che cosa è «normale» e che cosa è «perverso» nel sesso diventa più difficile. Difficile, ma non impossibile; né tantomeno irrilevante. È necessario tributare il giusto apprezzamento alla diversità e alla complessità degli orientamenti sessuali, senza rinunciare però a riferirsi alla «normalità» in armonia con il tipo ideale di sessualità umana a cui si aspira.

Un contributo peculiare dell’antropologia cristiana va ravvisato nell’ambito della revisione dei comportamenti legati agli stereotipi sessuali.

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Lo stereotipo maschile e il suo corrispettivo femminile sono la definizione che la società offre di quel che significa essere uomo o essere donna; rappresentano il generale consenso, nell’ambito di una comunità culturale, sui ruoli assegnati agli uomini e alle donne, ai bambini e alle bambine 12. La miopia che pervade ogni comunità culturale, differenziandola dalle altre, inclina a far considerare gli stereotipi che ci sono familiari come «normali», e a respingere i comportamenti che divergono come aberrazioni o come folklore. Inoltre gli stereotipi tendono, come indica il nome stesso, a una certa rigidità. La resistenza al cambiamento si ottiene mediante un processo di ideologizzazione delle differenze dei ruoli. Essi vengono fatti risalire alla «natura», oppure, più radicalmente, alla volontà di Dio. Anche per ciò che concerne la maschilità e la femminilità, la teologia cristiana ha dato il suo contributo per «naturalizzare» e «divinizzare» le diversità che invece hanno un’origine soltanto culturale 13. Il messaggio cristiano, così come è stato vissuto da Gesù, contiene una potenzialità rivoluzionaria che soltanto oggi, nel contesto dei rapidi mutamenti e dell’appassionata ricerca di ruoli sessuali che non opprimano, bensì si integrino reciprocamente, possiamo appurare appieno. Gesù, «inconfondibile nel suo tempo e nel suo ambiente» nel modo di realizzare la propria maschilità e di concepire la femminilità 14, costituisce un’apparizione storica singolare. Ha distrutto l’androcentrismo del mondo antico, fonte di un’ostilità globale contro il femminile; è stato egli stesso l’epifania di una maschilità non animosa, riconciliata con la femminilità prima di tutto nella propria persona, e poi con quella delle donne. È questo il modello con cui l’antropologia cristiana della sessualità è chiamata a confrontarsi. Forze irresistibili si nascondono dentro al presente tumulto che sconvolge la concezione tradizionale della sessualità, forze nuove nella lunga storia dell’umanità.

Per l’originale messaggio di Gesù, rimasto a lungo nascosto sotto il moggio, l’èra presente è un «kairós», un tempo opportuno della grazia.

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2. La presentazione sociale del corpo

2.1. La decorazione del corpo

Il corpo è il legame tra noi stessi e il mondo esteriore, in modo diretto con il mondo costituito dal gruppo sociale. Per suo tramite ci proiettiamo direttamente nella vita sociale. Nel passaggio dalla condizione «naturale» a quella «sociale» il corpo riceve un trattamento, che possiamo designare genericamente come decorazione. Specialmente nelle culture primitive la decorazione è un fatto globale, che include una pluralità di significati relativi al tipo di società in cui l’individuo è inserito e al posto che occupa in essa (uomo, donna; bambino o adolescente; iniziato o non iniziato; celibe o sposato; stregone, o capo, o guerriero ecc.).

La decorazione del corpo, come il nome, serve a dare uno status preciso all’individuo, ed esprime visivamente il controllo che la società esercita sulla interiorità. Ogni gruppo sociale ha un suo codice peculiare: anche la grammatica della decorazione corporea si differenzia, in colori e forme, come quella dei fenomeni del linguaggio.

Per essere un individuo culturale talvolta si paga un prezzo doloroso. È il caso di molte società primitive, in cui l’identità è fissata mediante forme permanenti di decorazioni: tatuaggio, scarnificazione, deformazioni del corpo, mutilazioni 15. Altre volte la funzione di indicare lo status sociale è svolta dagli ornamenti, o più in generale dagli abiti 16. Dalla

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decorazione del corpo derivano vantaggi psicologici e sociali. Essa fornisce la chiave per la nostra percezione degli altri e forma la base del nostro modo di comportarci verso di essi.

Una delle funzioni della decorazione corporea è quella di favorire la selezione sessuale. Chi subisce una scelta fa in modo di condizionarla, usando un linguaggio corporeo che trasmetta precisi messaggi di seduzione. Nel mondo animale questo ruolo è prevalentemente del maschio, mentre presso gli esseri umani è l’uomo che sceglie, e quindi è la donna che decora il proprio corpo, al fine di attirare e di essere scelta. Mentre nelle culture primitive la decorazione del corpo è un fatto globale, finalizzato a «inculturare» l’individuo, in occidente è diventata emergente la funzione seduttiva. Per questo motivo nella valutazione morale, e ancor più nella predicazione cristiana, è stata tradizionalmente denunciata come espressione di vanità e di mollezza.

La diffusione del cristianesimo è avvenuta nel contesto del mondo greco-romano, in cui la cosmesi era una pratica corrente. I Padri della Chiesa condannavano l’uso dei cosmetici, in quanto tendente a valorizzare la carne, senza tuttavia riuscire a incidere efficacemente sul cambiamento dei costumi. Una sorte analoga è toccata alla più recente predicazione, che ha usato pulpiti e confessionali per distogliere le giovani cristiane dalla cosmesi moderna, organizzatasi su base industriale alla fine del XIX secolo. Un fatto nuovo, da registrare come variazione del costume, è piuttosto il diffondersi della cosmesi anche tra gli uomini. È la conseguenza dell'espandersi di un’industria che muove ingenti capitali e fa ricorso a una massiccia opera di persuasione mediante la pubblicità. Più in profondità, dipende dal cambiamento in corso dei ruoli sessuali, per cui non ci si attende più che la seduzione sia esercitata in senso univoco dalla donna.

L’obbligo morale generale di preservare la propria integrità corporea e la propria salute vale anche in questo campo. Esistono in commercio numerosi cosmetici rischiosi, mentre il consumatore è tenuto dolosamente all’oscuro del contenuto reale di ciò che compra e dei possibili pericoli per la sua salute. Non sempre gli allarmi sono efficaci: la pubblicità crea artificialmente la «fame di un’immagine» diversa del proprio corpo, e su di essa speculano i venditori di bellezza. Alla cosmesi che si esprime in prodotti di sintesi, cioè chimici, oggi sempre più si affianca la ricerca di una bellezza «ecologica», che si affida alle erbe e ai prodotti naturali (fitocosmetici).

2.2. Abbinamento e moda

Il significato antropologico dell’abbigliamento può essere ricondotto

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sostanzialmente alle considerazioni che abbiamo svolto parlando della decorazione del corpo. Gli aspetti utilitaristici dell’abbigliamento — protezione del corpo dall’avversità degli elementi atmosferici — sono secondari rispetto alla ricchezza di significati che hanno gli abiti per l’uomo, e non sarebbero sufficienti per dar ragione della sua multiforme variabilità 17.

L’abbigliamento prolunga e potenzia la presentazione sociale del corpo. Serve a stabilire lo status dell’individuo nella compagine del gruppo e svolge un ruolo seduttivo: nel gioco dell’attrazione sessuale l’abbigliamento — gli abiti e i suoi accessori — svolge un ruolo tanto più decisivo, quanto più sono stati confinati a un ruolo marginale gli interventi decorativi sul corpo stesso 18.

Per tener continuamente desto l’interesse, l’abbigliamento ha bisogno di cambiamenti frequenti. Il cambiamento è la molla della moda. Psicologicamente essa si radica invece nel bisogno di imitazione. La moda offre inoltre la possibilità di accrescere ed esaltare il proprio narcisismo attraverso l’interesse dedicato al vestiario. L’abito è investito di amore, in quanto permette di abbellire e magnificare il proprio corpo 19.

Un influsso determinante sulla moda è esercitato dalla società consumistica contemporanea, che esalta lo spreco e il continuo avvicendamento dei prodotti. Anche la rivolta contro questo stesso consumismo è spesso recuperata dal sistema: il modo di vestire dei giovani, che rifiutano l’abbigliamento della società stabilizzata, diventa a sua volta una moda.

Tradizionalmente la teologia morale cattolica trattava della moda nel

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capitolo dello scandalo, come una modalità dei peccati contro l’amore del prossimo 20. Ovviamente questa prospettiva resta valida, nella misura in cui abbigliamento e moda possano essere usati come strumenti per manipolare gli altri in giochi di seduzione. Oggi, tuttavia, sembra più urgente richiamare l’attenzione sulle conseguenze che ha la moda sulla persona stessa che vi si sottomette. Quando la moda diventa un fine in sé, piuttosto che un mezzo, esercita una tirannia che mantiene la persona in stato di infantilismo. Inoltre la moda spesso è dispotica e pretende cose che sono pericolose sotto l’aspetto sanitario. Valga per tutte la moda, spesso denunciata dai medici, dei pantaloni troppo stretti: ha conseguenze dannose tanto sugli uomini (sterilità) che sulle donne (infiammazioni ginecologiche). Compito dell’etica cristiana, è in questo campo, di farsi paladina della ragionevolezza e di promuovere la libertà personale, sottraendosi tanto al dominio dei bisogni inconsci di autovalorizzazione mediante la seduzione, quanto alla soggezione alle leggi del consumismo. Se la variabilità della moda corrisponde a un bisogno, di per sé non condannabile, l’esasperazione di tale bisogno ad opera della società consumistica è un pericolo per la libertà della persona; contro di esso l’individuo deve essere messo in grado di difendersi.

2.3. Il corpo nudo

Una delle questioni attualmente più dibattute nell’ambito della presentazione sociale del corpo è quella dell’esposizione del corpo nudo allo sguardo altrui. Il costume balneare ha conosciuto una rapida escalation negli ultimi anni: dal bikini al topless al nudo integrale. Ciò che avviene sulle spiagge offre la misura di un permissivismo crescente, che ha portato il nudo a trionfare nella pubblicità, nei rotocalchi e in altre espressioni della convivenza civile. I fautori del nudismo adducono ragioni di tipo naturalista. Il naturismo, come movimento ideologico, ha una matrice ecologica. Vuol difendere la natura e l’ambiente contro le varie forme d’inquinamento e promuovere una vita sana, non sedentaria, all’aperto. Il lasciar cadere gli abiti è considerata una via per un contatto più diretto con la natura. Gli oppositori del nudismo non sempre lo avversano per ragioni morali. Quando il nudismo non viene praticato con uno spirito quasi cultuale nell’ambito protetto dei gruppi naturisti, bensì straripa nel contesto della vita sociale, molti vi percepiscono una

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sfida di chi si sente culturalmente più avanzato e vuol ostentare una superiorità culturale intesa come superamento delle inibizioni.

Gli argini opposti dalla legge al diffondersi del nudismo si sono riscontrati inefficaci. L’art. 726 del Codice Penale colpisce «chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza». Nell’interpretazione della legge la Corte di Cassazione ritenne valido, nel 1952, il divieto di usare lo slip in pubblico nei pressi della spiaggia, poiché «è contrario ai rapporti di civile convivenza e specialmente alla compostezza che è l’abito esteriore del costume sessuale». È la data di inizio di una serie di sentenze in materie di nudismo, emesse dai vari tribunali, spesso in contraddizione luna con l’altra. Mancando in materia valori assoluti cui riferirsi — il concetto di pubblica decenza è in continua evoluzione, e soprattutto è opinabile —, i verdetti sono affidati alla personalità del giudice.

I tentativi di banalizzare il nudo sono destinati all’insuccesso: il nudo non è né indifferente, né innocente. Non che la nudità debba essere necessariamente correlata con l’erotismo. Il nudo in sé non è erotico, ma è la proiezione erotica che genera il suo potere di attrazione sessuale; se questa proiezione non avviene più, quel corpo cessa di attrarre. La nudità, comunque, rimane legata — almeno nella nostra cultura — con la disponibilità e l’offerta sessuali. Per questo motivo la morale cristiana ha preso, in genere, una posizione di rifiuto nei confronti del nudismo 21.

In senso positivo, le riserve dell’etica cristiana verso l’esibizione del corpo nudo dipendono dalla concezione che vede nel corpo l’espressione della persona. La nudità è perciò riservata ai momenti di particolare intensità, in cui la persona si lascia «conoscere» nell’abbandono amoroso.

2.4. L’uso del corpo nella pubblicità

L’analisi del trattamento che il corpo subisce da parte della pubblicità è un luogo classico per illustrare le manipolazioni cui è sottoposto l’uomo dell’epoca dei mass-media ad opera dei «persuasori occulti». Con particolare impegno ha condotto questa battaglia il movimento femminista, essendo il corpo della donna il bersaglio privilegiato della pubblicità. Questa aderisce ai valori ideologici della società opulenta, proponendo

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come meta la felicità nel consumo. L’immagine tradizionale della donna è stata sfruttata in tutte le sue possibilità; principalmente, però, puntando nel binomio bellezza e giovinezza, a cui si riconducono le chances esistenziali della donna, in quanto dalla bellezza e dalla giovinezza è fatto dipendere il suo potere di seduzione. Tutto l’investimento è fatto sull’esterno, sul corpo quale è rispecchiato nello sguardo dell’uomo quale soggetto desiderante. Alla pubblicità a fini estetico-edonistici si abbina quella medica: dopo la «prescrizione» pubblicitaria dei cosmetici, quella dei rimedi contro la cellulite, il deterioramento della pelle, i danni della menopausa. Pelle, capelli, seni, silhouette (terrorismo psicologico della magrezza): nessun dettaglio del corpo femminile è risparmiato. Per i propri fini commerciali la pubblicità crea dei fantasmi collettivi (insicurezza del proprio potere di seduzione, vergogna dell’invecchiamento), e poi li sfrutta.

Molto femminismo militante è stato ingenuamente convinto che bastasse smascherare queste subdole manipolazioni per togliere alla pubblicità il suo potere. La denuncia è risonata chiara, ma il comportamento non è cambiato in misura adeguata alla presa di coscienza. Anzi, l’uso pubblicitario del corpo si è esteso, integrando nel ruolo di felice consumatrice non solo la donna «alienata» — quella confinata nei ruoli di sposa e di madre —, bensì anche quella «liberata» 22. Anche i nuovi ruoli che la donna assume nella società, se non rimettono in discussione radicalmente il modo di vivere il corpo e la sessualità, non sfuggono alle manipolazioni pubblicitarie. Perfino la rivolta e l’amarezza delle femministe sono state convertite in bisogno di acquistare prodotti. Sotto il rivestimento superficiale della donna liberata, riappare l’immagine della donna tradizionale; il legame è costituito dal fatto che, nell’uno come nell’altro caso, la donna è ridotta al suo corpo. Più di recente anche il corpo dell’uomo ha subito lo stesso trattamento. Il rapporto degli uomini col loro corpo è stato «femminilizzato» dalla pubblicità. Si è cominciato a inculcare anche al maschio il diritto alla bellezza e il dovere di piacere, agganciandolo così mediante il suo corpo al mercato del consumo.

Perché il servizio all’uomo che la morale cristiana può rendere in questo settore non sia ridotto alla sterile denuncia, è necessario che il suo

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intervento si inscriva costruttivamente nei meccanismi che permettono lo sfruttamento del corpo nella pubblicità. La diffusione delle pagine pubblicitarie non si spiega solo con l’abilità persuasiva dei mercanti. Ciò che permette alla pubblicità di prosperare è il suo aggancio ai desideri profondi dei consumatori. L’apporto di una morale liberante è auspicabile proprio nell’ambito dei meccanismi psicologici usati dalla pubblicità. Il più importante è la «colpevolizzazione». Viene insinuato alla persona che è colpa sua, se non riesce ad acquisire e conservare un corpo giovane e bello. La bellezza — i cui canoni vengono, volta a volta, stabiliti dai creatori di immagini — è un dovere; la bruttezza — cioè il discostarsi da quell’immagine — una colpa. Insieme vengono nutrite l’ossessione di piacere stabilmente e l’angoscia di non piacere più. Ciò provoca una polarizzazione sul corpo, non come simbolo reale («sacramento») della interiorità personale, bensì come immagine rispecchiata dal desiderio dell’altro. Solo una persona che ha percorso una buona parte del cammino verso l’autonomia è relativamente immunizzata contro le persuasioni pubblicitarie: finché «si cerca la gloria, gli uni dagli altri», il corpo rimarrà un fragile appiglio esposto a ogni manipolazione.

3. La disciplina del corpo

3.1. L’ascetica corporea

Le pratiche tendenti a disciplinare il corpo, a fini religiosi o educativi, sembrano aver perso diritto di cittadinanza nell’ambito culturale che vive dell’eredità della cristianità. Hanno bisogno di una nuova fondazione dopo che l’ascetica, tradizionalmente elemento integrante della vita religiosa, è stata messa in crisi di diritto e di fatto. Rinunce, sacrifici, penitenze: tutto ciò è scomparso dal vocabolario, oltre che dalla prassi quotidiana che abitualmente qualificava il «buon cristiano». Nel corso dell’evoluzione storica del cristianesimo è avvenuto che alcune forme di penitenza corporea siano entrate a far parte dell’esperienza cristiana. Di alcune riusciamo a parlare solo con un certo disagio, benché siano state praticate dai santi; la loro scomparsa va salutata come una benefica depurazione di elementi superstiziosi e psicopatologici che inquinavano la pratica religiosa 23. Ma altre pratiche di penitenza sono sembrate e sembrano accettabili senza difficoltà pregiudiziali. Alcune, fino a un passato

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recente, erano richieste e suggerite a tutto il popolo cristiano: così l’astinenza dalle carni il venerdì, il digiuno in determinati giorni liturgici, senza dimenticare i «fioretti», che facevano parte di un’educazione alla penitenza, all’autocontrollo e alla disciplina di tutto ciò che è istintuale. Fenomenologicamente si può stabilire uno spettro diversificato di forme ascetiche, che va da quelle che esercitano un’azione diretta sul corpo — digiuno e restrizioni alimentari, esposizione alle intemperie, flagellazione e cilicio, continenza — a quelle che si librano al di sopra dell’esplicita manipolazione corporea, trasformandosi in ascesi interiore, sotto forma di esercizio che regola la direzione della volontà, del sentimento, dell’intelletto.

Il fine ascetico inteso da queste ultime è di morire al mondo, non in quanto macerazione fisica della carne, ma come rinuncia al proprio essere mondano. In ogni caso, comunque, l’ascesi, sia quando ricorre a metodi fisici, sia quando si risolve in esercitazione spirituale delle facoltà superiori dell’uomo, presuppone una negazione della vita «normale» e comune. La pratica ascetica rifiuta essenzialmente di accettare la realtà com’è. Concepisce l’uomo come dotato di energie fisiche o di poteri spirituali che, sottoposti a regolari training, gli consentono di accedere a un’esperienza di corporeità superiore 24, ovvero di salire a un livello di maggiore perfezione (virtù, santità). Proprio questo modello antropologico, fondamentalmente evolutivo ed ottimista, si rivela problematico per la sensibilità moderna ed è sottoposto a critica.

La diffidenza verso l’ascesi corporea si è insinuata anche presso quegli aggregati religiosi che l’avevano tradizionalmente privilegiata. All’interno del cattolicesimo è penetrata la riserva protestante nei confronti delle opere di penitenza, indiziate di corrompere il senso autentico della salvezza per grazia. Contemporaneamente anche il modello secolarizzato dell’ascesi si è sgretolato. Intendiamo riferirci all’ideale dell’autocontrollo, che costituiva un pilastro dell’educazione impartita fino a un recente passato. Non cedere agli istinti, moderare i desideri, saper dilazionare

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le gratificazioni, non far trapelare le proprie emozioni, tenere il corpo sotto controllo: tutto ciò era considerato una meta aspirativa da trasmettere nel processo educativo. Mentre in ambito religioso l’autocontrollo riceveva facilmente una colorazione ascetico-spirituale, nella prospettiva secolare era apprezzato in sé e per sé, come strumento di formazione della personalità virile.

Oggi gli educatori sono diventati reticenti circa l’autocontrollo. Forse perché la nostra civiltà è più edonistica e tende a considerare come valore l’appagamento dei desideri, piuttosto che la loro repressione? È diventato molto arduo convincere qualcuno, in particolare i giovani, a rinunciare a qualcosa che si presenta come piacevole. Siamo tutti, in qualche modo, figli della civiltà dei consumi, legati ad essa per il bene e per il male. Se cessiamo di desiderare — prodotti sempre nuovi, a un ritmo sempre più accelerato — la macchina si inceppa: le merci non sarebbero richieste, la produzione ristagnerebbe. L’autocontrollo ascetico di colui che si priva del superfluo, e magari tende a restringere anche i limiti dell’indispensabile, rischia di apparire come un comportamento antisociale. L’educazione all’autocontrollo è incompatibile con l’atteggiamento del «tutto e subito». Ci pensa la persuasione occulta che straripa da tutti i pori della nostra esistenza, bombardandoci di annunci pubblicitari, a conquistare strati sempre più ampi allo stato di beati consumatori.

L’allergia attuale all’autocontrollo non deriva però unicamente dall’essere diventati consapevoli delle manipolazioni che subiamo dalla società in genere. Ci è nato il sospetto che il controllo proposto non sia veramente «auto»-controllo: piuttosto un «etero»-controllo, cioè esercitato da altri, sotto l’apparenza di un «auto»-controllo. Tutti coloro che cercano di socializzarci, di trasmetterci le proprie scale di valori, di assimilarci alla loro visione del mondo, diventano inevitabilmente dei controllori. La loro opera è tanto più perfetta, quanto meno è visibile; raggiunge il massimo dell'efficacia quando induce a esercitare spontaneamente su se stessi il controllo che neutralizza le emozioni originarie, i desideri autentici, il grido di protesta. Crediamo allora di esercitare l’autocontrollo, mentre in realtà siamo controllati dai controllori estranei che abbiamo accolto e accettato dentro di noi. Invece di vedere, sentire, odorare, gustare, toccare il mondo com’è, lo percepiamo così come ci è stato insegnato a fare.

La fame di esperienza che oggi induce a rifiutare ogni forma di autocontrollo, specialmente quello proposto in nome di una supremazia della volontà e dello spirito sulla parte corporea-istintuale, nasce dal sospetto che non facciamo che perpetuare una visione distorta della realtà, perdendo così gli aspetti più belli del mondo creato da Dio.

Il puritanesimo non è l’equivalente, ma piuttosto la caricatura

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dell’«occhio puro» delle Beatitudini. Il pericolo più grave per l’occhio non è di vedere il mondo, ma di scambiare l’immagine riflessa di esso — sulla quale sono depositati spessi strati di mode consumistiche, interessi, manipolazioni di oggi, nonché di pregiudizi, peccati, paure, viltà delle generazioni che ci hanno preceduto — per l’immagine del mondo voluto da Dio. La disciplina (ascesi) è necessaria: non per castigare il desiderio innato di esperienza, bensì per preservarlo dai tanti inquinamenti che lo minacciano.

Dominare o essere dominati dal corpo? L’alternativa è falsa, e si fonda su una dicotomia implicita, che ci induce a identificarci o con l’intelletto/volontà, o con il corpo, disintegrando così l’organismo totale. C’è disciplina e disciplina. C’è n’è una finalizzata a mantenere il predominio di una parte sull’altra, infrangendo l’unità originaria; e c’è una disciplina volta a ottenere uno stato di sana spontaneità. Per salvare la genuinità dell’essere umano è richiesta la massima disciplina: è quella necessaria per rimanere fedeli alla totalità, rifiutando la dialettica del predominio della parzialità. Questa è la visione antropologica del Vaticano II, riconducibile al compito morale di sforzarsi per il retto ordine:

«Unità di anima e di corpo, l’uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore (cfr. Dan. 3,57-90). Allora, non è lecito all’uomo disprezzare la vita corporale; egli anzi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno. E tuttavia ferito dal peccato l’uomo sperimenta la ribellione del corpo. Perciò è la dignità stessa dell’uomo che postula che egli glorifichi Dio nel proprio corpo (cfr. 1 Cor 6, 13-20), e che non permette che esso si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore» (G.S., 14).

Possiamo assumerla come base dottrinale per la reinvenzione di una disciplina del corpo, che non sia mutilante dal punto di vista antropologico.

3.2. La nuova educazione del corpo

Nessun progetto pedagogico esclude il corpo dal progetto educativo. Quello che varia, invece, è il modello antropologico sottostante, cosicché la funzione del corpo nell’educazione può essere intesa in modi diversi,

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anche diametralmente opposti. Per riferirci a modelli storici estremi, pensiamo alla paideia greca, mirante alla celebrazione della forma atletica del corpo come epifania del divino, e alla pedagogia prussiana, il cui scopo sembrava essere l’eliminazione di tutto ciò che nel corpo evoca spontaneità e naturalezza 25.

L’educazione fisica che è entrata nelle nostre scuole era modellata su una concezione antropologica che non è più in armonia con il modo in cui oggi viviamo il corpo. Predominava una fisiologia a servizio di una morale volontaristica, rivolta a sviluppare la tenacia e la forza di volontà: «essere forte per essere utile» 26. Si ricercava la robustezza per una finalità trascendente e morale. La priorità data all’elemento mentale-intellettuale era tipica di un’epoca in cui l’uomo si identificava con la propria parte pensante e affidava all’intelletto la leadership sopra la parte animale. La ginnastica tradizionale si preoccupava di «educare» il corpo; ciò che la pedagogia contemporanea rivendica è un educarsi attraverso il corpo. Il corpo non è una parte da educare: è l’essere umano nella sua totalità, per cui l’educazione del corpo e l’educazione dell’uomo coincidono nella finalità. L’educazione corporea è una via del processo educativo, che in se stesso non può non mirare a un’integrazione tanto della sfera conscia come di quella inconscia della vita mentale. La svolta è così radicale che alcuni fautori della nuova educazione corporea parlano polemicamente di «antiginnastica» 27.

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La critica più vivace all’educazione corporea tradizionale, e all’educazione fisica in particolare, è venuta dall’approccio psicocinetico. Rifiutando risolutamente di promuovere l’educazione fisica a fini strumentali di vario genere, la psicocinetica pretende di collocarsi in modo originale nel novero delle scienze umane, anzi di costituire una vera e propria «scienza del movimento umano» 28. Si oppone a una visione parcellare, quale quella di una fisiologia che spieghi solo la meccanica del gesto o di una psicologia che si limiti a cercarne la motivazione. Con l’ausilio di esercizi corporei — e utilizzando costantemente la respirazione quale supporto energetico e prototipo di un movimento continuo che coordina il corpo e la persona — mira a ritrovare la totalità corpo-spirito dell’individuo. Nell’educazione psicomotoria l’attenzione è spostata dall’esercizio all’allievo. Oltre a condurlo, attraverso il corpo, a prendere coscienza di sé, agisce sul movimento per giungere all’essere sociale (educazione alla socializzazione), e alla piena consapevolezza della comunicazione tanto verbale che non verbale. L’educazione fisica in questo contesto non è più vista come un insegnamento tecnico-pratico. Il mutamento di atteggiamenti e di abitudini corporee è perseguito in quanto, attraverso questo, si modifica il comportamento globale di un soggetto. L’approccio psicocinetico favorisce una Umwertung der Werte, un capovolgimento del modo consueto di pensare, insinuando il sospetto che la realtà vera si trovi collocata su un altro registro, dove corpo e idea sono la stessa cosa e costituiscono una realtà indissociabile (la «totalità primordiale»). In questo approccio riemerge la polemica contro ogni dualismo, responsabile degli squilibri profondi dovuti al rifiuto dell’unità dell’essere corporale, intellettuale, affettivo e spirituale.

3.3. La danza per guarire

Il movimento può essere, dunque, un luogo privilegiato dell’educazione, perché grazie ad esso si agisce non tanto sui contenuti oggettivi di conoscenze, quanto piuttosto sui modelli inconsci che li sottendono. Ancor più: il movimento consapevole può essere uno strumento di terapia.

La saggezza dell’Oriente ha sempre insegnato che l’uomo può agire

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sullo psichismo modificando l’atteggiamento corporeo. La via occidentale passa attraverso la scoperta del significato espressivo del corpo in movimento. Dall’osservazione attenta del movimento rileviamo che ognuno di noi usa il proprio corpo e lo spazio attorno ad esso in modo idiosincratico, che è espressivo di come percepisce se stesso, gli altri e l’ambiente. Bambini e anziani, persone con disturbi fisici e handicappati mentali: ognuno configura le mosse in una combinazione propria di corpo-spazio-sforzo (cioè flusso energetico), che rivela uno specifico contenuto funzionale ed espressivo. Nel movimento è l’uomo totale — corpo, psiche, emozioni, spirito — che si esprime. Se si giunge a produrre un cambiamento nel comportamento del corpo, il cambiamento si riverbererà nel mondo psichico ed emotivo della persona. Su questa assunzione si fonda la «danzaterapia» 29.

Dopo timidi inizi negli anni ’50, la danzaterapia si è sviluppata vertiginosamente a partire dagli anni ’60. L’American Dance Therapy Association la definisce: «l’uso psicoterapeutico del movimento come processo che favorisce l’integrazione emotiva e fisica dell’individuo». I terapeuti che vi ricorrono sono animati dalla fiducia che è possibile raggiungere le emozioni delle persone mediante il potere eccitante, vivificante e calmante della danza. Le risorse della danza offrono sia un’espressività soggettiva e oggettiva, sia un’attività. Rendono possibile la proiezione delle emozioni nello spazio attraverso il corpo. I benefici terapeutici sono connessi alla fiducia in se stesso creata dall’esperienza di dar forma alle proprie strutture organiche nello spazio, nonché allo sviluppo della sensazione di essere accettati e sostenuti dal gruppo con cui si danza.

Quando si riconduce la danza alla sua matrice originaria, che è quella dei movimenti espressivi del corpo, la si sottrae ai giudizi moralistici che hanno voluto vedervi solo un’espressione di edonismo, e perciò l’hanno condannata come luogo od occasione di peccato. Oltre al carattere ludico, alla danza sono state tradizionalmente attribuite altre funzioni. Quella rituale-sociale, ad esempio: specialmente nelle danze folkloristiche, in

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cui il ritmo è il mediatore dell’incontro tra le persone 30. Alla danza è insito anche un carattere mistico-religioso, come si manifesta nelle culture che, a differenza dell’Occidente puritano, non l’hanno eliminata dal repertorio dei simboli con cui l’uomo tenta di dire l’indicibile 3131. La moderna riscoperta e accentuazione del carattere terapeutico della danza può costituire un centro, a partire dal quale si dispiega il significato polivalente di questo comportamento corporeo.

La «guarigione» che il movimento espressivo della danza favorisce non è solo quella dei disturbi emotivi e fisici, ma anche la restaurazione della capacità di percepire se stesso come una totalità integrata bio-psicospirituale. Al termine di questo cammino di rieducazione del corpo, che è anche un cammino di reintegrazione antropologica, potremo forse ritrovare la capacità di esprimere nella danza la pienezza dell’emozione religiosa, come il re David davanti all’Arca (cfr. 2 Sam 8,16).

3.4. Lo sport: vecchie e nuove pratiche

Lo sport è una delle manifestazioni più gloriose del potenziamento e trascendimento delle possibilità corporee che si possono ottenere con una adeguata disciplina. La pratica dello sport favorisce un’entusiastica sensazione di vivere; fa accedere a una forma superiore il gioco gioioso e ricreativo; contribuisce a un’armoniosa formazione fisica e psichica, cui si accompagnano importanti riflessi morali e spirituali (anche se l’originaria dimensione sacrale non si è potuta ripristinare neppure col nuovo «ideale olimpionico»).

L’etica cristiana ha da tempo affrontato in modo organico i problemi morali posti dallo sport. La sua posizione si articola sostanzialmente in due momenti: presentare e riconoscere i valori naturali espressi dalle

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pratiche sportive; criticare i limiti e le deformazioni di quei valori, alla luce della concezione personalista del corpo. Un autorevole contributo a questa linea è venuto dal magistero di Pio XII 32.

Gli sviluppi recenti dello sport agonistico hanno esasperato la manipolazione del corpo. Il campione viene «fabbricato» come un sofisticato prodotto di laboratorio, a cui si dedicano schiere di tecnici. La manipolazione è ormai totale in tutte le discipline sportive: da un lato si neutralizza la naturale spinta della natura (ritardando, per esempio, lo sviluppo e la crescita, per ottenere atlete che siano «adolescenti-bambine»), dall’altra la si ipertrofizza (ottenendo donne-maschio, ingigantite dai muscoli). L’aspetto fisico è devastato dalle manipolazioni, mediante sistemi di condizionamento chimico, biologico e fisiologico. Questa violazione della persona è ancora più grave della pratica del doping, cioè della battaglia per i primati fatta a colpi di sostanze proibite.

Al polo opposto troviamo il diffondersi delle pratiche sportive di massa. Queste vogliono reagire alla mercificazione a livello di spettacolo e di sport agonistico, rifiutando il culto del campione e dei primati. Positivamente, intendono contrastare l’assenza di qualsiasi pratica di attività motoria da parte dell’uomo moderno, che è indotto piuttosto a cercare divagazioni che non comportino sforzo e impegno. La mancanza di attività fisica è un segno dello stato di passività e di indifferenza che genera l’odierna civiltà; l’inerzia fisica è legata al cattivo umore e al pessimismo.

Il movimento può essere, dunque, un modo di ribellarsi agli idoli che la società impone. Anche se, a loro volta, queste nuove pratiche sportive difficilmente possono sottrarsi alle manipolazioni della moda. Con piena consapevolezza della sua ambiguità, possiamo considerare la moda della corsa venuta dagli Stati Uniti (dove è chiamata running o più spesso jogging). Viene lodata come la forma più semplice, più economica e più sana di sport. Ma da molti è vissuta come un’esperienza più ampia di una semplice pratica sportiva. Il correre regolarmente offre un valido aiuto su un duplice piano: fisiologico e psicologico. È un rimedio all’atrofia del nostro apparato motorio, che è una malattia della civiltà (l’umanità

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nella sua lunga evoluzione, ha vissuto per lo più quale «animale da corsa»; l’insieme della nostra biomeccanica e fisiologia è costruito sul movimento); fornisce perciò un’efficacia prevenzione di malattie, quali i disturbi circolatori e del ricambio e la dipendenza da sostanze eccitanti. Il vissuto emotivo, legato alla pratica regolare e intensiva della corsa, costituisce, inoltre, anche un prezioso aiuto psichico, correlato con una influenza sull’umore. Per molti che corrono regolarmente non si tratta solo di assolvere al «sacro dovere» di mantenere il corpo in forma per la concorrenza quotidiana. La corsa, permettendo il ristabilimento più veloce dell’equilibrio fisiologico, ha una funzione antistress, almeno quanto le diverse tecniche di rilassamento. Potenzia la vitalità, dando la sensazione di un accresciuto potenziale energetico; aumenta l’autostima e la sicurezza nelle proprie capacità 33. Una «Miracle Drug», dunque, la corsa? No: piuttosto, uno dei mezzi più semplici per collegare cura della salute e benessere psichico.

4. La ricerca del centro

4.1. L’uomo moderno ha perso il «centro»

Le formule che pretendono di fare la radiografia dell’anima di un’epoca sono spesso tanto più abusivamente semplificatrici, quanto più sono brillanti. Abbiamo, a ragione, imparato a diffidarne. Non si può negare, tuttavia, che talvolta prestino un utile servizio. Accentuano un tratto della complessa Gestalt che costituisce una cultura, magari facendone una chiave di lettura globale. Si può divergere sull’importanza da attribuire al fatto; la caratteristica individuata resta, peraltro, acquisita all’attenzione, e molto spesso al vocabolario. È quanto è successo con l’espressione «perdita del centro» quale categoria per comprendere il profondo rivolgimento da cui è nata la cultura moderna. L’espressione stessa si deve allo storico dell’arte Hans Sedlmayr, che ne ha fatto il titolo di un saggio famoso, in cui dall’esame delle opere d’arte nell’arco di tempo che va della fine del XVIII alla metà del nostro secolo ricava conclusioni relative alla rivoluzione avvenuta nella profondità del mondo spirituale 34. Ha usato l’arte come strumento per cogliere le caratteristiche

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di un’epoca adottando metodologicamente l’ipotesi che l’arte sia, per la storia delle comunità umane, ciò che il sogno di un uomo è per lo psichiatra. Nell’architettura, nella scultura e nella pittura le forme che recano il contrassegno del «moderno» dell’arte hanno come tratto caratteristico la «perdita del centro».

Nella diagnosi di Sedlmayr la «perdita del centro» costituisce il sintomo fondamentale, a cui vanno ricondotte diverse tendenze. Tra le principali, individuate dallo storico dell’arte che vuol essere al tempo stesso critico della storia spirituale dell’umanità: la polarizzazione, ovvero la tendenza verso gli estremi 35; la spiccata predilezione per tutto ciò che è inorganico, verso una «pietrificazione della vita» (E. Jünger); lo svincolarsi dalla base terrena, nell’architettura e nella pittura, così come in molti altri settori (la negazione della base è accompagnata dal subentrare di un senso di vertigine); la tendenza a eliminare la diversità tra «sopra» e «sotto» in arte, a cui fa riscontro quella ad appianare la differenza tra il super-razionale e il sub-razionale, a dissolvere l’idea di Dio nella natura, mentre l’idea dell’uomo si degrada in dimensioni subumane. Complessivamente, l’arte si allontana dal centro, diviene «eccentrica», perché l’uomo ha perduto il suo centro; l’arte si allontana dall’uomo, dall’umanità e dalla giusta misura, perché lentamente si è consumato l’antico patrimonio della tradizione umanista. Il movimento, che parte da una presa di posizione contro l’uomo e il suo mondo, prosegue con la discesa verso l’inorganico e verso il caos 36.

La «perdita del centro» come caratteristica dello spirito del nostro tempo può essere diagnosticata non solo in base alle opere d’arte, ma anche con altri strumenti delle scienze dell’uomo. Ritroviamo il quadro dell’uomo «decentrato» nella personalità che il sociologo Georg Simmel attribuisce all’abitante delle grandi città 37. La tensione data dalla lotta per l’affermazione della propria individualità rispetto al prevalere della cultura di massa si esprime nella tendenza a concentrarsi «al culmine». La vita metropolitana presuppone una consapevolezza eccezionale favorita dalla intensificazione delle stimolazioni nervose interne ed esterne, e una predominanza dell’intellettualità. E il raziocinio, osserva Simmel,

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«risiede nel livello più superficiale, trasparente e cosciente della psiche» 38. È un’altra forma di «decentramento», non spirituale ma psicologico; responsabile però anch’esso dell’impoverimento antropologico, a cui sono legate varie forme di malessere.

4.2. Il «corpo centrato» e il sacro

Se, come afferma Mircea Eliade, la costruzione di un «centro», quale luogo di rapporto privilegiato con il sacro, è un momento costitutivo dell’esperienza religiosa 39, la perdita del centro ha una ripercussione immediata sulla vita spirituale. Ma il centro da cui irradia il sacro non è solo quello ubicato nello spazio al di fuori dell’uomo, bensì soprattutto quello che coincide con il suo corpo. È questo il centro che è necessario riconquistare in modo prioritario. E la via è la preghiera.

Dal punto di vista della spiritualità cristiana, il nostro modo di pregare (silenzioso, intellettuale, volontaristico, e con la completa esclusione della partecipazione del corpo) è una singolarità che non ha precedenti. Più che un’espressione della tradizione, va considerato come un’invasione surrettizia di puritanesimo. Per contrasto, basti pensare alla tradizione della «preghiera pura» coltivata nella cristianità orientale dal movimento esicasta 40. Cercando di far «discendere» l’intelletto nel cuore, gli oranti miravano ad acquistare coscienza della presenza divina. Il mezzo privilegiato era considerato la «preghiera di Gesù» (l’invocazione: «Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me»), ripetuta incessantemente, al ritmo stesso della respirazione. La «preghiera pura» è infatti tutt’altro che mentalismo rarefatto. Si serve di tecniche, come il controllo della respirazione, che hanno un impressionante parallelo nelle tecniche di concentrazione delle religioni asiatiche.

Anche la tradizione cattolica fino alle soglie dell’epoca moderna non conosce la diffidenza per il corpo nella preghiera. Sono note le indicazioni precise circa gli atteggiamenti del corpo che dà S. Ignazio negli «Esercizi spirituali».

Perfino la spiritualità domenicana, apparentemente così intellettuale,

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attribuisce un congruo posto al corpo. S. Tommaso (Summateol. II-II, q. 84, a. 2) insegna che la preghiera corporale è perfettamente valida e buona, anche se il nostro cuore e il nostro spirito non vi sono totalmente impegnati. La teologia dell’Aquinate beneficiava indirettamente del ricco insegnamento sulla preghiera corporale che S. Domenico stesso aveva lasciato in eredità al suo ordine. Ne dà testimonianza un documento redatto probabilmente dopo la sua morte: «Le nove maniere di pregare di San Domenico» 41. Al santo dobbiamo riconoscere una grande libertà e inventività del gesto. La sua preghiera comprende inchini profondi e lenti, prostrazioni, genuflessioni frequenti, l’abbandonarsi alle lacrime (che una lunga tradizione anche liturgica considera un dono), il tenersi «sulla punta dei piedi, le mani levate al cielo»... Riferendoci a questa tradizione, potremmo sentirci incoraggiati ad avere meno inibizioni nel muovere e nell’usare il corpo nella preghiera 42.

Oltre alla tradizione propria del cristianesimo, esistono in ambiti religiosi esperienze di preghiera corporea di valore universale. Tra le diverse tradizioni sono possibili influenze reciproche. Una delle novità più clamorose di questi ultimi anni è appunto la penetrazione in Occidente della meditazione orientale, specialmente nella forma assunta dal buddismo Zen, proveniente dal Giappone.

Lo Zen (il termine equivale a «concentrazione», «meditazione assisa») non è propriamente né una religione, né una filosofia. Fondamentalmente è un’esperienza personale ed esistenziale, non rappresentabile in termini discorsivi. L’illuminazione (in giapponese satori) è un’esperienza che fa toccare il fondo dell’essere. Tuttavia chi l’ha vissuta la presenta come la cosa più naturale, più rispondente alla natura dell’uomo. È una riconquista del significato elementare delle cose e di se stesso mediante un’adesione immediata all’oggetto, senza mediazione di concetti e parole. Presupposto per essere presi in questa esperienza è l’abbandono della guardia intellettuale.

Il movimento Zen fu introdotto in America verso la fine del secolo scorso e si è diffuso in centri di livello scientifico e universitario. Alan Watts ne fu il divulgatore principale e D.T. Suzuki uno dei maestri più ascoltati 43. Lo Zen divenne di moda all’epoca della generazione «beat».

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I giovani in rivolta nei confronti della convenzionale concezione scientifica dell’uomo e della natura pensarono di aver trovato nello Zen qualcosa di cui avevano bisogno e fecero libero uso di ciò che avevano capito di questa esotica tradizione. Forse quello che i giovani hanno preso per Zen ha scarse relazioni con la tradizione originale; ciò che essi ne trassero fu soprattutto un rifiuto di tutto ciò che è positivistico e cerebrale, in senso costrittivo 44.

In Europa, soprattutto in ambito tedesco, l’interesse per lo Zen ha avuto una motivazione specificamente religiosa. Mediato da P. Lasalle-Enomya e soprattutto K. Dürckheim, che hanno avuto un’iniziazione personale nei monasteri buddisti giapponesi, lo Zen è stato diffuso come una tecnica di meditazione perfettamente assimilabile da cristiani 45.

Anche a proposito della comprensione europea dello Zen andrebbe posta la questione di quanto corrisponda all’originale. Malgrado tutti i tentativi di concordismo, gli uomini religiosi dell’occidente restano coscienti che ciò che viene praticato in oriente e in occidente col nome di meditazione è profondamente diverso 46.

La meditatìo cristiana è un’attività spirituale che conduce dal mondo sperimentale a Dio che si rivela, alla sua parola e opera di salvezza. È essenzialmente religiosa e domanda una presenza attiva del soggetto, che riflette ed elabora (nella «contemplazione», invece, anch’essa tradizionale in occidente, il credente accede a un’intima, profonda pace, in atteggiamento di accoglienza). La meditazione buddista è invece «senza oggetto». Non è concentrazione di tipo meditativo; non è neppure contemplazione, poiché tende a mantenere la mente completamente vuota da ogni presenza conoscitivo-concettuale. L’effetto delle meditazione Zen è la sensazione della non-differenza fra l’io e il mondo esteriore. Spontaneamente, senza che vi abbia posto intenzione, il meditante vede crollare le barriere formali fra soggetto e oggetto, fra spirito e contenuto dello spirito, fra idea e cosa proiettata nell’idea.

Ciò che oggi, a seguito del fecondo influsso dello Zen, si diffonde tra

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i cristiani col nome di «meditazione», non coincide esattamente con quanto questo termine designa nelle rispettive tradizioni dell’oriente e dell’occidente. Dallo Zen si è presa la tecnica, dalla meditazione cristiana l’intenzione profonda. «Preparare l’uomo all’esperienza dell’Essere, aprirlo alla vita della metamorfosi mediante il contatto con l’Essere: tale è lo scopo di ogni pratica meditativa» (K. Dürckheim). Non dunque una ricerca di tipo razionale, una riflessione su un tema; ma neppure l’illuminazione orientale che denuncia l’io e il mondo come illusioni. Piuttosto una via esperienziale all’Assoluto, un cammino verso la «realtà seconda», come l’ha chiamata Balthazar Stähelin 47, vale a dire la coscienza di appartenere a ciò che non è finito. La meditazione consiste nel trovare un «centro» che renda la realtà seconda trasparente. Con la scoperta del vero centro è connesso un rapporto differente con se stesso, con gli altri e con il mondo; un altro stile di vita, un altro modo di essere: la meditazione è, dunque, un cammino di trasformazione. Il processo avviene in noi, nel nostro corpo, grazie al nostro corpo. Per questo, preferiamo dare a questa pratica il nome di «meditazione corporea». Vediamone ora gli elementi costitutivi.

4.3. La meditazione corporea

La meditazione è un processo che ci conduce al più intimo del nostro intimo, facendoci essere pienamente raccolti e pacifici in profondità. Lo stile di vita odierno è caratterizzato da un risucchio verso la periferia. Così il contatto con gli strati profondi della persona è compromesso. Il centro di gravitazione tende a spostarsi verso gli strati che ci rappresentiamo come superiori, vale a dire la ragione che pensa con chiarezza logica e la volontà intenzionale. È quanto idealmente localizziamo nella testa. Questo spostamento va a spese del contatto con gli strati più profondi, cioè quelli dell’esperienza vitale e dell’intuizione, dove non è più in questione la ragione o la testa, ma qualcosa che localizziamo più in basso 48.

La struttura psicologica dell’uomo metropolitano contemporaneo ha un riscontro propriamente fisiologico. La tendenza all’attività frenetica e alla realizzazione personale nelle prestazioni intellettuali e volitive si traduce in un particolare rapporto con il corpo. La percezione del corpo è atrofizzata. «Nella pratica, il senso meno sviluppato e che è invece il più utile per la personalità (ivi compresa la personalità morale) è il senso interno o propriocettivo. I cinque altri sensi lasciano allo spirito la possibilità

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di sfuggire, di assorbirsi o proiettarsi nell’oggetto visto, ascoltato, toccato, odorato o gustato. Mentre il senso interno, che non rivela che più o meno oscuramente il corpo in se stesso nella sua sostanza vivente, mette a dura prova l’intelligenza, ed è proprio questa prova che è salutare. Infatti la presenza effettiva al senso interno domanda al mio spirito di lasciare lo schermo mentale per dimenticarsi in qualche modo a vantaggio della sostanza diffusa nel volume delle mie membra e di tutto il mio corpo. Se riconosce sinceramente questa sostanza in se stessa, l’accetterà come irriducibile ai suoi concetti, benché intimamente associata all’unico soggetto che io sono. Sboccia qui un’umiltà fondamentale senza la quale nessun altro grado di umiltà sembra accessibile» 49.

Prendere il cammino dell’universo interiore, rompere il contatto con l’ambiente per raccogliersi in se stesso, concentrarsi per abbandonare le spiagge della vita inautentica, la superficie immediata dell’esistenza: tutto ciò è stato sempre inteso come l’essenza del processo meditativo. Quello che c’è di caratteristico nella meditazione influenzata dalle pratiche orientali è che tutto questo processo si condensa nella riappropriazione del centro naturale del corpo. Si è diffuso anche negli ambienti cristiani che praticano la meditazione corporea il termine giapponese con cui si designa tale centro ideale: hara. Di per sé la parola significa «ventre». Essa indica però un atteggiamento d’insieme, che comprende sia l’anima che il corpo, in cui il centro di gravitazione della persona sta nel ventre, le forze che trattengono l’uomo in alto sono in stato di relax, la profondità può esercitare il suo influsso riequilibratore e l’essere umano intero è aperto e disponibile per il contatto con il mistero dell’essere. Lo hara cresce nella meditazione, fino a diventare la disposizione abituale dell’uomo.

Lo strumento privilegiato per accedere a questo centro naturale del corpo e disporsi così all’evento meditativo è la tecnica del respiro. Anche questa è mutuata dalla tradizione orientale, dove alla respirazione è stata dedicata una cura che non trova riscontro nelle culture occidentali. La respirazione non è solo un processo fisiologico che assicura all’organismo la sua riserva di ossigeno, ma un fenomeno che coinvolge tutto l’uomo. È espressione dei processi psichici (le diverse modalità di respiro: affrettato o calmo, mozzo o sciolto, superficiale o ampio e profondo, sono legate a stati d’animo diversi); a sua volta il respiro può influenzare profondamente questi stessi processi psichici ed emotivi. La distorsione dell’equilibrio mediante la rottura con gli strati profondi e lo spostamento del centro di gravitazione verso la testa, di cui soffre la nostra cultura,

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si manifesta anche nella respirazione. Essa è bloccata inconsciamente nella parte superiore del corpo, creando un’ulteriore tensione. La respirazione toracica tende così a sostituire quella col diaframma. Questo muscolo, che è il grande mediatore del respiro profondo, cade nell’immobilità e si atrofizza. Il movimento di espirazione, di solito, non è condotto a termine: viene frenato, traducendo così un’angoscia viscerale, la paura di morire (di «spirare», appunto). Ciò impedisce di attendere la nuova inspirazione come un dono da ricevere con riconoscenza. Si «fa» la respirazione, invece di «lasciarla farsi». Questo modo di respirare è una manipolazione del movimento naturale della vita che raccoglie le nostre tensioni e fa ostacolo alla trasformazione. La respirazione toracica è l’espressione fisiologica del volere intenzionale, della volontà di autoaffermazione e dell’eccitazione permanente.

Il recupero della respirazione diaframmatica e del suo ritmo naturale permette di ricostruire i ponti con gli strati profondi dell’essere. Ritrovando le nostre radici, riannodiamo con quella parte di noi stessi che sfugge alla nostra volontà. Il modo di respirare di una persona traduce il suo atteggiamento generale di fronte alla vita. Quando la respirazione torna ad essere un abbandono armonioso alla natura col suo ritmo di morte e rinascita, si è posta la premessa per la trasformazione esistenziale a cui tende la meditazione. Si respira allora nel ventre — lo hara —, che è di fatto il centro geometrico del corpo. La respirazione diaframmatica comunica calma e fa essere se stesso in profondità. Respirazione, distensione, centro del corpo: aspetti diversi dell’unico processo che avviene nella meditazione corporea, cioè un cammino di trasformazione che porta alla nascita di una struttura (Gestalt) nuova.

Il giusto respiro mette in accordo con lo spirito della meditazione ed introduce ad essa. Per definizione, non si può spiegare verbalmente, facendo ricorso a un discorso razionale, l’esperienza che la meditazione rende possibile 50. Per avere almeno un’idea del processo interiore che viene messo in moto, ci si riferisce al ritmo quaternario chiamato «ruota della metamorfosi» (K. Dürckheim). Anch’esso è stato mutuato dal buddismo Zen.

Il ritmo quaternario è suggerito dal ritmo della respirazione. Quando questa non è deformata da tensioni psichiche e contrazioni fisiologiche, ma si svolge con naturalezza, il rapporto tra espirazione e inspirazione è di tre a uno (due tempi di espirazione, un tempo di pausa e un tempo d’inspirazione). Il processo interiore può essere favorito unendo mentalmente

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quattro tempi della respirazione delle parole che esprimono il significato dei diversi momenti che nell’intero cammino ciclico portano alla trasformazione.

Le parole suggerite dai maestri occidentali di meditazione Zen sono: «mi lascio», «discendo», «mi dono», «mi ricevo». Sono i quattro raggi il cui movimento costituisce la «ruota della metamorfosi». L’insieme realizza anche il ritmo binario di morte-nascita inscritto in ogni respirazione dell’essere vivente: ogni rivoluzione della ruota, ogni respirazione, contiene in sintesi tutta la densità del cammino che si estende per la vita intera. Mentre il corpo resta immobile, si tratta di entrare nel ritmo stesso del respiro, nel lento e profondo movimento del diaframma che va e viene. Il primo tempo è quello dell'espirazione, che induce a «lasciare la presa». Il respiro invita a lasciarsi in quanto persona, centrata e contratta nella parte superiore del corpo, installata in tutto un sistema di sicurezze artificiali, difese e paure, complessi, ruoli e maschere. Abbandonato il centro di gravità situato in alto, che imprigiona l’uomo nel cerchio del piccolo «io» col quale ci siamo identificati, ci si prepara ad essere invasi da una coscienza diversa, in cui l’atteggiamento fondamentale consiste non tanto nel «voler fare» quanto nel «lasciar fare». Accompagnando l’espirazione, la coscienza può scendere ancora più in basso, verso quel centro di gravitazione, situato nel bacino, che abbiamo chiamato hara. È il secondo tempo dell’espirazione («discendo»). L’espirazione, diretta dolcemente ma fermamente verso il basso, veicola le tensioni che traducono una mancanza di fiducia totale e di abbandono, la paura davanti alla vita. Spariscono le contrazioni localizzate nel bacino, traccia di innumerevoli repressioni. La sensazione di essere nello hara suscita un senso di forza diversa da quella che ha origine nella volontà, e genera progressivamente un altro atteggiamento vitale. Parlando dello hara, Dürckheim così descrive questo stato: «Tutto ciò che popola la forma di coscienza abituale è scomparso. Improvvisamente, ciò che era sentito come un vuoto spaventoso dell’io egocentrico diventa una pienezza che le parole non potrebbero esprimere e che penetra la persona intera, dandole forza, luce e calore» 51. È quanto vive il meditante nel vertice di distensione che costituisce il tempo di pausa tra l’espirazione e l’inspirazione. Il lasciarsi culmina con naturalezza nell’abbandono, nel dono completo di sé («mi dono»).

Il riflusso del respiro segue non più per comando della volontà, ma per forza propria. È la quarta fase. Come una nascita, la nuova inspirazione viene da sé, la si riceve come un dono; si riceve se stesso come un dono («mi ricevo»), E ciò senza abbandonare la posizione alla radice

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dell’essere, al centro della terra, raggiunta nella fase precedente di abbandono. Lasciando subito la presa, senza violenza, la «ruota della metamorfosi» si rimette in movimento. Con l’esercizio della meditazione, man mano che la distensione si approfondisce, il meditante si calerà maggiormente nel movimento, lasciandosene afferrare interamente.

Una questione è a questo punto inevitabile: la meditazione corporea ha un significato religioso o solo profano? È noto che nella tradizione orientale non si attribuisce alla meditazione un valore religioso, in quanto connesso con una fede e una rivelazione. In quell’ambito culturale la preoccupazione principale è quella di un’esperienza umana rettamente fondata nel centro dell’essere. In Giappone l’educazione tradizionale ha sviluppato, oltre alla meditazione, una quantità di esercizi — dal tiro dell’arco, all’arte di intrecciare i fiori (ikebana), alla cerimonia del thé — per consentire la giusta disposizione, cioè un’esistenza vissuta a partire dallo hara 52.

I mediatori occidentali della saggezza orientale hanno operato una reinterpretazione in senso religioso, sia naturalistico che propriamente soprannaturale. Hanno presentato la meditazione come un processo che permette di scoprire la trascendenza nel cuore stesso dell'immanenza, valorizzando al massimo il movimento di unificazione essenziale dell’essere che compie il meditante. Riscoprendo ciò che è più profondo in sé, l’uomo troverebbe la faccia che è permanentemente rivolta verso Dio.

Cristiani che esercitano la meditazione corporea testimoniano di attingervi un aiuto per vivere il proprio rapporto con Dio nel senso della fede cristiana. La meditazione può essere anche un’esperienza esistenziale rigorosa di unione col Cristo nella sua morte per aver parte alla sua risurrezione. Questa è la «ruota della metamorfosi» del cristiano. Da una visione esteriore del mistero essenziale della fede cristiana la meditazione fa accedere a una comprensione dall’interno. Una comprensione che non è data da una sapienza razionale e dialettica, bensì da una saggezza che va incontro alla rivelazione divina percorrendo la via del corpo, sulla traccia esile ma potente del soffio vitale. È la via che, in senso inverso, ha seguito Dio stesso nella rivelazione: «A noi Dio l’ha rivelato per

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mezzo dello Spirito (la «ruah», il soffio di vita). Lo Spirito infatti conosce tutto, anche i pensieri segreti di Dio. Nessuno può conoscere i pensieri segreti di un uomo: solo lo spirito che è dentro di lui può conoscerli. Allo stesso modo solo lo Spirito di Dio conosce i pensieri segreti di Dio» (1 Cor 2,10-11).

NOTE

1 Cfr. S. Acquaviva, In principio era il corpo, Roma 1977.

2 Una panoramica del ruolo che svolge il corpo nei diversi movimenti culturali del nostro tempo è fornita da S. Spinsanti, Il corpo nella cultura contemporanea, Brescia 1983.

3 La catechesi di Giovanni Paolo II sul corpo, concepita come un commento alla Genesi, è raccolta in un volumetto della collana «Magistero», ed. Paoline: Teologia del corpo, Roma 1982.

4 Giovanni Paolo II, Teologia del corpo, Roma 1982.

5 Da segnalare soprattutto l’opera di J. Money e della «Clinica per l’identità di genere» fondata alla Johns Hopkins University. Si è dedicato soprattutto allo studio di individui che mostrano una discordanza tra le varie componenti del sesso biologico, in particolare degli ermafroditi, che possiedono gli organi di ambedue i sessi. Nel presentare le acquisizioni scientifiche sul processo di acquisizione dell’identità sessuale e sulle sue disfunzioni seguiamo l’opera di J. Money e A.A. Ehrhardt, Uomo, Donna, Ragazzo, Ragazza, Milano 1976, concepita in una prospettiva interdisciplinare.

6 «La nostra percezione di noi stessi quali individui unici — della nostra identità — è l’essenza di noi medesimi, al cui centro sta la nostra percezione di noi medesimi quali maschi o femmine, vale a dire la nostra identità di genere. È l’àncora della nostra salute emozionale, presente nell’amore e nel gioco, nei rapporti con gli altri. La nostra identità di genere informa di sé tutto quanto facciamo e diciamo. La nostra comprensione di noi medesimi e degli altri è limitata dall’intendimento del significato che ha — per noi e per loro — ‘essere uomo o essere donna’»: J. Money e P. Tucker, Essere uomo, essere donna, Milano 1980, pp. 6 s.

7 «È prematuro attribuire tutti gli aspetti dell’identità di genere al periodo post-natale della differenziazione sessuale. Abbiamo però prove sufficienti, forniteci dall’ermafroditismo umano, per affermare che la maggior parte della differenziazione dell’identità di genere nell’uomo avviene durante il periodo post-natale. Ciò avverrebbe come nello sviluppo del linguaggio... I casi studiati erano costituiti da coppie di ermafroditi, identici dal punto di vista cromosomico e gonadico e per altre caratteristiche, ma discordanti per assegnazione del sesso, storia biografica e identità di genere. Il contrasto tra i due individui di ciascuna coppia, per quanto concerne il ruolo e identità di genere, è tale che difficilmente si riesce a comprendere che essi abbiano una situazione analoga di patologia sessuale»: J. Money e A.A. Ehrhardt, cit., pag. 35. Il confronto dimostra quanto sia determinante la fase post-natale nella differenziazione dell’identità di genere. Si potrebbe quasi dire che dalla stessa creta si può formare un uomo o una donna...

8 Le turbe dell’identità e dell’orientamento sessuali sono molto più frequenti tra gli uomini che tra le donne. Dagli studi comparativi di natura clinica e sociologica sull’incidenza dei disordini dell’identità sessuale risulta una proporzione di 3 o 4 maschi per una donna. Sono statistiche che riguardano sia i transessuali che gli omosessuali. Le parafilie, poi, sono distorsioni quasi esclusivamente maschili. È come se, per la natura, fosse un compito più difficile differenziare l’identità maschile rispetto a quella femminile. Qualunque sia la spiegazione che se ne voglia adottare, resta un fatto incontestabile là maggiore fragilità psicosessuale del maschio.

9 Per un’analisi delle conseguenze morali e giuridiche della nuova legislazione, cfr. G. Perico, Il fenomeno della transessualità. Rilievi clinici, giuridici e morali, in A. Bottani (ed.), Educazione alla sessualità, vol. II, Milano 1982, pp. 987-999.

10 La resistenza dei medici ad adire le richieste dei transessuali può ricevere una spiegazione anche dal biologismo che predomina nel mondo medico, rendendo così i sanitari incapaci di valutare in modo appropriato l’importanza dell’identità sessuale. I medici tendono a privilegiare la sessualità morfologico-ormonale. In tal modo si rischia di cadere sotto la tirannia delle gonadi.

11 Cfr. B. Häring, Omosessualità, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma 19743, 682-688. Prevale attualmente nel discorso teologico la tendenza a evitare il ricorso alla nozione di legge naturale, a favore di una fondazione dei valori mediante categorie personaliste. Tuttavia l’uomo è, oltre che culturale per natura, anche «naturale per cultura», secondo l’espressione di E. Morin: con nuove giustificazioni culturali continua a riferirsi alla natura come fondamento stabile dell’essere e dei comportamenti.

12 Cfr. J. Money e P. Tucker, Essere uomo, essere donna, Milano 1980, p. 9. La funzione dello stereotipo sessuale viene considerata nell’ambito dell’identità di genere: «Allorché il nostro schema si adatta allo stereotipo, otteniamo il supporto della società per il nostro senso di identità, e per la stessa ragione un mutamento nello stereotipo fa stridere il senso che abbiamo di noi stessi. Come la colonna vertebrale, i nostri schemi dovrebbero essere abbastanza rigidi da sostenerci, ma anche abbastanza flessibili da permetterci di piegarci».

13 J.M. Aubert, La donna: antifemminismo e cristianesimo, Assisi 1976.

14 Per quanto riguarda la revisione dei ruoli sessuali in modo conforme alla proposta originaria di Gesù seguiamo H. Wolff, Gesù, la maschilità esemplare, Brescia 1979. È una rilettura del profilo psicosessuale di Gesù fatta sulla base della psicologia junghiana.

15 Un problema particolare, di recente emerso all’attenzione mondiale, è quello delle mutilazioni sessuali. Mentre quella maschile — la circoncisione — tende a perdere la sua valenza religiosa per essere adottata correntemente come misura igienica (specialmente negli Stati Uniti), le mutilazioni femminili sono denunciate come forme di tortura. Si tratta dell’eccisione del clitoride e dell’infibulazione, cioè la cucitura delle grandi labbra, destinata a preservare la verginità. Queste pratiche tradizionali, comuni in Africa dove 80 milioni di donne sono condannate ad essere eccise e/o infibulate, sono diventate note in Occidente in seguito all’immigrazione. Sono le donne stesse a domandare queste mutilazioni, perché senza di esse non vengono considerate appartenenti al gruppo sociale, e quindi non possono sposarsi. Non solo i musulmani, ma anche i cristiani (copti) e pagani praticano queste mutilazioni, di cui si conoscono male le radici lontane. Le mutilazioni genitali inflitte alle bambine non sono che la forma più visibile, più crudele e più traumatizzante dell’oppressione che pesa sulle donne da millenni. Affrontando questo problema nel 1958, l'Organizzazione Mondiale della Sanità si è dichiarata incompetente a risolverlo. Un seminario, organizzato a Karthoun nel 1979, sotto gli auspici dell’OMS, ha ribadito che le interdizioni si rivelano inefficaci. Alcuni paesi hanno legiferato invano contro le mutilazioni già da parecchi decenni. È necessaria una rieducazione in profondità, a cominciare dalle donne stesse. Perché tali campagne abbiano successo, bisogna che le pratiche mutilanti siano denunciate non in nome della libertà individuale, ma piuttosto della salute fisica e mentale.

16 V. EbinThe body decorated, London 1979.

17 «L’abito, benché spesso assurdo, produce piaceri che sovrastano il disagio e i disordini organici. Tutti i nostri tentativi di superare questa ossessione, razionalizzando la natura dell’abito, sono falliti. L’utilitarista vede nell’abito niente altro che una protezione dagli elementi, benché l’esempio di razze che sfidano i rigori di un clima freddo senza il beneficio di vestiti tende a screditare questa credenza. Ugualmente insostenibile è l’argomento che l’abitudine di portare dei vestiti sia dovuta alla modestia. Basta ricordare che diverse tribù nude indossano abiti solo per danze il cui scopo sia di eccitare la passione del sesso opposto. L’ornamento non aiuta a proteggere o a celare il corpo. Al contrario: sottolinea la sua nudità»: B. Rudofsky, The unfashionable human body, London 1972 (tr. it., Il corpo incompiuto, Milano 1975). Cfr. M.A. Descamps, Le nu et le vêtement, Paris 1974; T. Goffi, Corporeità, in: Trattato di etica teologica, EDB, Bologna 1981, v. II, 337-400.

18 La decorazione del corpo non è del tutto scomparsa neppure in Occidente, anche se è ispirata da motivazioni più sofisticate che presso le società primitive. Così gli artisti della body-art usano il corpo umano come tela, scultura, scena; il corpo è esibito, truccato, dipinto, travestito, sfregiato; volti e gesti vengono impiegati per esprimere umiliazioni, estasi, solitudini, orrori. È un’arte che vuol comunicare soprattutto un’azione critica contro la società. La stessa finalità è rintracciabile nella moda «punk», ostentata provocatoriamente da alcuni gruppi di giovani.

19 Cfr. G. Dorfles, Moda e modi, Milano 1980.

20 Cfr. B. Häring, La legge di Cristo, vol. II, Brescia 1962, pp. 525-527. Häring, considera benevolmente, con la solita moderazione, l’osservanza della moda e la cura del corpo, purché siano osservati i «giusti limiti rispetto al troppo o al troppo poco» e il motivo sia onesto («spesso solo l’intenzione e la disposizione d’animo rendono veramente pericolosa una moda di per sé indifferente o poco colpevole»).

21 «Dopo la perdita dell'innocenza nel paradiso terrestre, la nudità non può ormai considerarsi del tutto innocua (cfr. Gen 2,25); e precisamente, la moderna esibizione del nudo nel campo della moda, dell’arte, dei divertimenti e nello sport, come nei film e nelle danze, è tutt’altro che intesa a fini innocui. Essa è seduzione e forma di idolatria; ma rappresenta, in realtà, una degradazione, che deruba il corpo del pudore e della sua vera bellezza, essenziale emanazione dello spirito»: B. Häring, La legge di Cristo, vol. III, Brescia 1963, p. 264.

22 Per un’analisi delle diverse immagini del corpo usate dalla pubblicità, cfr. J. Milfort, «Le corps dans la pubblicité», in W. Pasini, Eros et changement, Paris 1981, pp. 37-48. Vedi anche M. Metoudi, La femme pubblicitaire: sport et chinchila, in Esprit, N. 62 (febbraio 1982), 34-50. Per una documentazione del trattamento che riceve l’immagine del corpo nella civiltà di massa, cfr. N. Aspesi - L. Tornabuoni, Corpo a corpo, Milano 1978: il volume illustra, con materiali figurativi e scritti, i fenomeni e le contraddizioni della riscoperta del corpo nel costume italiano contemporaneo.

23 Non è necessario volere, a tutti i costi, trovare giustificazioni spirituali ad asceti dediti alle pratiche più fantasiose di mortificazione del corpo. Alcuni comportamenti confinano inequivocabilmente con la psicopatologia. Qualche apologeta preferisce, invece, classificarli come «eccezionali», piuttosto che «anormali», ritenendo che sia necessario che all’orizzonte della chiesa si levino, di tanto in tanto, quei giganti dell’ascesi che, benché ancora nella carne, sembrano non esservi più; preferiscono vedere in certe forme esasperate di ascesi corporea un’espressione della «follia della croce» che sfida la follia del mondo: cfr. D. Gorce, Corps (spiritualité et hygiène), in Dictionn. de Spirit. II-2, Paris 1953, c. 2343.

24 Cfr. la concezione tantrica del «corpo sottile», divulgata in Occidente dalla teosofia: il corpo fisico sarebbe solo la esteriorizzazione di un’invisibile incorporazione della vita psichica; anche il «corpo sottile» sarebbe di ordine materiale, ma di una natura più dinamica della sua cornice fisica sensibile: cfr. G.R.S. Mead, The doctrine of the subtle body in Western tradition, London 1967. Un’esposizione molto informativa sull’insieme delle dottrine esoteriche sul corpo è fornita da D.T. Tansley, The subtle body, London 1977.

25 I vertici di maggiore alienazione furono raggiunti con il successo arriso nella seconda metà dell’Ottocento all’opera di Schreber, medico e studioso di pedagogia. Egli pensava che i suoi tempi fossero moralmente fiacchi e in decadenza a causa soprattutto della debolezza che caratterizzava l’educazione e la disciplina dei bambini. A suo avviso, niente è più importante in un bambino dell’obbedienza e della disciplina, a cominciare da quella che consiste nell'imporre determinate posizioni del corpo. Escogitò strumenti «correttivi», per «domare le cattive abitudini», simili piuttosto a strumenti di tortura: cfr. documentazione in M. Schatzman, La famiglia che uccide, Milano 1973.

26 La formula, che ha occupato l’universo pedagogico per diversi decenni, risale a G. Herbert, L’education physique, virile et morale per la méthode naturelle, Paris 1936.

27 Il termine, coniato da Therèse Bertherat (Guarire con l’antiginnastica, Milano 1978) è, per sua stessa ammissione, inadeguato; evoca solo imperfettamente i metodi «naturali» ai quali fanno ricorso coloro che considerano il corpo come un’unità indissolubile. Ancor meno lascia intendere quanto di positivo viene affermato sull’uomo: l’equazione pratica tra il corpo di un essere e la sua vita; l’incapacità di vivere in pienezza, se prima non sono state risvegliate le zone morte del corpo e tolte le corazze muscolari. Sotto il termine riduttivo di «antiginnastica» si nasconde il progetta utopico di un’educazione alternativa alla corporeità, che porti all’equiparazione vissuta tra «essere corpo» ed «essere»: «Prendere coscienza del proprio corpo è accedere a tutto il proprio essere... poiché corpo e anima, psiche e fisico, e anche forza e debolezza, rappresentano non la dualità dell’essere, ma la sua unità».

L’insieme delle tecniche che usano movimenti liberi e coscienti per riconciliare il corpo con le proprie leggi ha preso più appropriatamente il nome di «ginnastiche dolci». Ampia documentazione in M.-T. Houareau, Ginnastiche dolci, Como 1981.

28 È il titolo di un volume di J. Le Boulch, Verso una scienza del movimento umano. Introduzione alla psicocinetica, Roma 1975. Le Boulch e P. Vayer sono i due corifei del movimento. Pur lavorando in campi differenti e con mezzi differenti, concordano nell’affermare che, nella presenza al mondo, l’uomo ha nel corpo un riferimento permanente; di conseguenza, l’educazione dell’essere attraverso il suo corpo costituisce la chiave di volta di ogni azione educativa o rieducativa. Cfr. anche A. Maigre - J. Destrooper, L’educazione psicomotoria, Roma 1978 e J. Berge, Vivre son corps. Pour une pédagogie du mouvement, Paris 1975.

29 Mutuiamo le riflessioni sulla funzione espressiva del movimento dal volume di I. Bartenieff, Body Movement: Coping with the Environment, New York 1980. La base dottrinale è costituita dall’insegnamento del coreografo e filosofo Rudolf Laban (1879-1958), un educatore estremamente innovativo e carismatico. Partecipò alle maggiori attività artistiche europee, specialmente allo sviluppo della danza moderna. Osservò il processo del movimento in tutti gli aspetti della vita: arti marziali, lavoro in fabbrica, modelli ritmici delle danze popolari, comportamento di persone con disturbi emotivi. Creò un sistema di notazione per i movimenti del corpo analogo a quello delle notazioni musicali («Laban-analysis»). Sulla sua scia Alan Lomax, insieme a I. Bartenieff, ha studiato e sistematizzato gli stili di movimento delle diverse culture. Dai princìpi di Laban si è sviluppata anche la «dance therapy». Nel 1966 il «Laban Institute» tenne la sua prima conferenza sul «Movimento come terapia», nell’ambito della quale venne esplorata la possibilità di usare la terapia del movimento con bambini e adulti affetti da disturbi emotivi.

30 Fino a non molto tempo fa bisognava ricorrere a culture primitive ed esotiche per osservare la funzione sociale della danza. Attualmente la danza tende ad acquistare nella società moderna la funzione che ha avuto e ha tutt’ora in altre culture meno meccanizzate e meno oppresse dal senso di colpa: «Gli uomini e le donne, sia giovani che vecchi, hanno scoperto che prender parte a un’attività di danza non è riservato ai danzatori professionisti, ma che tutti vi possono trovare lo stimolo a un rinnovamento della vita, un impulso all’azione creativa e una migliore comprensione della complessa realtà della natura umana, attraverso un agire concreto»: F. Boas (e altri), La funzione sociale della danza, Milano 1981, p. 4.

31 «E che cos’è questa febbre, capace di afferrare e agitare fino alla frenesia ogni creatura, se non la manifestazione, spesso esplosiva, dell'Istinto di Vita, che non aspira che a rigettare tutta la dualità del temporale, per ritrovare d’un tratto l’unità primeva, in cui corpi e anime, creatore e creazione, visibile e invisibile si ritrovano e si saldano, al di fuori del tempo, in un’unica estasi. La danza proclama e celebra l’identificazione all’imperituro»: Danse, in I. Chevalier - A. Gheerbrant, Dictionnaire des symboles, Paris 1982.

32 Cfr. L. Gedda, Lo sport nella parola di Pio XII, Roma 1953. Secondo Pio XII, «vi sono virtù naturali e cristiane, senza di cui lo sport non può evolversi sanamente, mentre sprofonda inevitabilmente in un materialismo angusto, sufficiente a se stesso». In un’allocuzione sull’educazione sportiva mette in guardia dall’esagerazione e «dall’errore che ritiene illimitato il diritto di disporre del proprio corpo, esponendolo per conseguenza a pericoli evidenti e a sforzi eccessivi o introducendovi, allo scopo di ottenere prestazioni non consentite dalle proprie forze, sostanze gravemente dannose, quali i forti stimolanti, che non solo cagionano all’organismo danni forse irreparabili, ma dagli stessi arbitri sono giudicate un dolo». Troviamo in questa impostazione le linee portanti della valutazione dello sport che darà la teologia morale cattolica: vedi la voce «Sport» in Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma 19743, a cura di G. Perigo.

33 La letteratura sulla pratica del correre — e sui suoi risvolti fisici, psicologici e spirituali — è abbondante. Si veda: J. FixThe Complete Book of Running, New York 1977; B. Glover - J. ShepherdJogging. Laufen als neue Bewegungstherapie, München 1979; M. SteffnyLebens-Lauf, Laufen als neue Erfahrung mit Körper und Psyche, Köln 1979.

34 H. Sedlmayr, Perdita del centro. Le arti figurative dei secoli diciannovesimo e ventesimo come sintomo e simbolo di un’epoca, Milano 1974.

35 «Intelletto e sentimento, intelletto e istinto, fede e sapere, cuore e testa, anima e spirito vengono violentemente scissi gli uni dagli altri e si dichiarano avversari. Il desiderio di tenerli uniti, e anche la moderazione, vengono banditi, perché considerati come un sintomo che denota tiepidezza»: H. Sedlmayr, ibi, p. 193.

36 «Non c’è dubbio che lo spirito moderno si sia abbandonato in questa sfera del caotico non meno profondamente di quanto non l’abbia fatto in quella dell’inorganico. Ed esso può farlo solo perché contiene in sé gli organi e le capacità sostanzialmente affini a quel mondo, che è il più basso di tutti i mondi immaginabili», ibi, p. 216.

37 G. Simmel, Die Grossstadt, trad. it. in G. Martinotti, Città e analisi sociologica, Padova 1968, p. 275.

38 Un’analisi aggiornata della psicologia dell’abitante delle grandi città è quella dovuta a W. Hellpach, L’uomo della metropoli, Milano 1960. Come caratteristiche psichiche principali egli indica: la rapidità e la fretta; la vigilanza sensoria (necessaria per una reazione rapida e precisa alle esigenze della vita urbana); l’indifferenza emotiva.

39 M. Eliade, Immagini e simboli. Saggi sul simbolismo magico-religioso, Milano 1981.

40 L’esicasmo deriva dal greco «hesychia», cioè: silenzio, pace dell’unione con Dio. Sulla pratica della «preghiera di Gesù, una delle più care alla spiritualità orientale russa, in particolare, si veda: «Un monaco della chiesa orientale»: La preghiera di Gesù. Genesi, sviluppo e pratica nella tradizione bizantino-slava, Brescia 1964.

41 La documentazione è fornita da S. Tugwell, Le corps dans le prière, in La vie spirituelle, 56 (1974), pp. 879-887.

42 Si veda, in questo senso, G. Moroni, Il corpo e la preghiera, Bologna 1976. Il libretto presenta esercizi pratici individuali e collettivi per una ricerca delle condizioni corporee e mentali per accogliere la preghiera. Suo presupposto è che tutto ciò che viene vissuto dalla persona nella sfera più intima viene recepito a livello fisico e che, viceversa, il corpo impone la sua presenza a ogni manifestazione, anche la più spirituale.

43 Tra le opere più qualificate sullo Zen, A. Watts, La via dello Zen, Milano 1959; D.T. Suzuki, Zen Buddhism, New York 1956. Bibliografia esauriente in Enciclopedia delle Religioni, vol. VI, Firenze 1970, pp. 354-356.

44 Tale è il giudizio di Th. Roszak, La nascita di una controcultura, cit., pp. 149-154.

45 K. DürckheimAlltag als Übung, Bern-Stuttgart, 1962; Id., HaraDie Erdmitte des Menschen, Weilheim 1964; Id., Zen und Wir, Weilheim 1961; Enomya-LasalleZen, Weg zur Eleuchtung, Wien 1960; Id., Zen Buddhismus, Köln 1966; Id., Zen-Medita- tion für Christen, Weilheim 1969. Sui rapporti tra Zen e cristianesimo, cfr. anche: H. DumoulinDialogo con il Buddismo Zen, in Concilium, 3 (1967/9), pp. 167-185; W. JohnstonDialogo con lo Zen, in Concilium, 5 (1969), pp. 1829-1839; T. Merton, Mystics and Zen masters, New York 1967; D.T. SuzukiMysticism, Cristian and Buddhist, London e New York 1957.

46 Cfr. H. Waldenfels, Meditazione: est e ovest, Brescia 1977.

47 B. Stähelin, Essere o avere. Diario metafisico, Roma 1966.

48 Questo quadro corrisponde, grosso modo, alla personalità che il sociologo G. Simmel attribuiva all’abitante delle grandi città.

49 A.M. Besnard, Tu m’as façonné un corps, in Le vie spirituelle, 56 (1974), p. 815.

50 Oltre all’indispensabile guida di un maestro, si può fare ricorso a guide e manuali, che già cominciano ad essere numerosi. Ci limitiamo a segnalare: K. Tillmann, Guida alla meditazione, Brescia 1975 e gli articoli di A. Goettlieb in Temps et paroles.

51 K. DürckheimHara. Die Erdmitte des Menschen, cit.

52 Una fonte esauriente di notizie sullo hara è il libro di Dürckheim dedicato all’argomento. Lo hara stesso vi è così definito: «Il possesso di quella disposizione generale dell’uomo che lo mette in grado di aprirsi alle forze e all’unità della vita originaria e di mostrarle nel dominare, dare un senso e portare a compimento la propria vita. Ciò che si oppone più tenacemente all’acquisizione della forza dal centro è il restare attaccato all’io, il quale con la propria ostinazione disturba la nascita di un vero potere. Solo quando si riesce a escludere l’intrusione dell’io si produce la prestazione perfetta, in quanto frutto di una maturazione interna. La ragione non è più necessaria, la volontà tace, il cuore è diventato silenzioso: con felice sicurezza l’uomo agisce senza il proprio intervento».

Corpo

Sandro Spinsanti

CORPO

in Nuovo dizionario di spiritualità

Ed. Paoline, Roma 1973

pp. 295-318

295

SOMMARIO

Introduzione

I. La riappropriazione del corpo

    1. La politica del corpo nelle controculture

    2. Il corpo al femminile

    3. Psicoterapia con il corpo

    4. La salute come autogestione del corpo

II. Corpo e vita spirituale

    1. Salvezza per il corpo nel rinnovamento carismatico

    2. Meditazione corporea

III. Conclusione

Introduzione

Ogni cultura evoluta mostra la tendenza a passare da un atteggiamento implicito verso il corpo a una riflessione tematica su di esso. È possibile, in tal senso, stabilire un'analogia tra il bambino che si apre alla coscienza scoprendo il suo corpo e il processo di riflessione esplicita sulla dimensione corporea dell'esistenza che avviene nelle varie culture. Ogni sintesi culturale ha il suo modo proprio di vivere il corpo e di parlarne. I problemi che sorgono nello stadio attuale di civiltà industriale avanzata sono inediti.

Perciò anche il nostro approccio al corpo non ha precedenti nella storia culturale dell'umanità. Superato il momento di riflessione filosofico-etica volta a superare la tradizione dualista che contrapponeva l'anima al corpo 1, il punto di partenza attuale è legato piuttosto alle varie forme di disagio connesse alla nostra situazione nel mondo.

Si diffonde la convinzione che a un rapporto sbagliato con la natura, oggetto del vivace dibattito ecologico [↗ Ecologia], si accompagni la perversione del rapporto con la concreta struttura biologica del nostro corpo.

La perdita dell'armonia corporea è una delle malattie più gravi della civiltà. Abbiamo disimparato il linguaggio delle funzioni vegetative. Il corpo sembra aver perso la sua trasparenza; ci è diventato estraneo, quasi nemico. L'alienazione ha assunto un aspetto biologico ben definito, che passa attraverso il rapporto che abbiamo col nostro corpo. Presa coscienza del pericolo, movimenti culturali diversi propugnano con estrema decisione una riappropriazione del corpo.

E i cristiani? Come si situano in questa questione cruciale per la nostra civiltà? Talvolta tradiscono un senso di spaesamento. Tanto nel consumismo dilagante, quanto nei movimenti di controcultura, predomina un'accentuazione del corpo — con valenze opposte — che sembra estranea alla tradizione cristiana. All'ascetica che promuoveva la mortificazione del corpo [↗ Ascesi III, 1] tende a contrapporsi una pagana celebrazione di esso.

Eppure esiste un terreno di incontro con le istanze più valide della cultura moderna. È necessario mettere in evidenza l'intenzione profonda che anima i vari movimenti di appropriazione del corpo. Si troveranno in essi scintille dell'unico fuoco dell'umanesimo. D'altra parte i cristiani di oggi, accogliendo una considerazione positiva della corporeità, possono riscoprire la verità dell'effato patristico: «caro cardo salutis», con cui si è espressa tradizionalmente la fede nel mistero dell'incarnazione.

Di fatto, una re interrogazione della bibbia con il corpo è in corso tra i cristiani. Le guarigioni attraverso la fede e i nuovi modi di pregare lo attestano.

Due tempi scandiscono dunque la nostra trattazione. Dapprima [↗ I] passeremo in rassegna il tema della riappropriazione del corpo in alcuni movimenti tipici della nostra cultura. In un secondo momento [↗ II] lasceremo parlare l'esperienza dei credenti che hanno scoperto nuove espressioni corporali della vita cristiana.

I. LA RIAPPROPRIAZIONE DEL CORPO

1. La Politica del corpo nelle controculture

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Nel labirinto che costituisce la geografia culturale del nostro tempo emergono alcune tendenze dominanti. Da una parte la civiltà tecnologica occidentale esporta i suoi modelli di vita e i suoi valori, sostituendosi alle culture tradizionali; dall'altra, l'uniformità nell'ambito di questa civilizzazione planetaria della macchina è rotta da forti resistenze, che si strutturano come controculture.

Tra le numerose trasformazioni che avvengono in questo complesso magmatico ce n'è una che riguarda direttamente il nostro tema; cambia il rapporto che, individualmente e socialmente, intratteniamo con il corpo. «Usciamo da una società in cui le norme erano sopra; il corpo, e l'io come complesso biopsichico, "sotto"; oggi tende ad accadere il contrario: è l'esperienza di noi stessi che, sempre più di frequente, costruisce, almeno nei desideri, l'immagine del mondo ed i significati dell'esistenza... Oggi la società, dopo aver negato e trasceso il corpo, vi ritorna. I valori si calano nel sociale, diventano invisibili, si mescolano alle nostre esperienze, la realtà contingente diventa spazio, simbolo, significato, dell'esperienza del nostro corpo e del corpo degli altri» 2.

La rivendicazione dei diritti del corpo è il postulato indiscusso su cui si basa l'organizzazione della vita sociale. La promessa di "vivere meglio", che aggrega gli uomini e li induce a sottomettersi alle limitazioni che impone la cultura, si dettaglia come diritto al benessere del corpo, allo sviluppo fisico e alla felicità sensuale.

Lo spiritualismo e l'ascetismo nelle forme tradizionali sembrano definitivamente banditi. Anche gli esponenti della controcultura che perseguono ideali che chiameremmo mistici, non lo fanno seguendo la via della repressione della "libido". Il loro è un misticismo mondano, un'estasi corporale che abbraccia e trasforma l'esistenza terrena.

L'esperienza vissuta, anche quando è riflessa nell'arte e nel pensiero, proclama che il corpo è il mediatore della cultura. Basti pensare al ruolo che il corpo gioca nella psicoanalisi e nella medicina psicosomatica, nel teatro — che è lo spazio privilegiato della coscienza corporea — e nella danza, nella letteratura e nel pensiero fenomenologico tedesco e francese. Contemporaneamente, a livello di costume, la società si fa sempre più permissiva. Il corpo trionfa nella sua nudità. Il corpo sportivo — "sano, bello e forte" — è la più recente creazione mitologica.

La civiltà, che si fondava sulla rimozione del corpo, sembra ora riabilitarlo. Ma tale riabilitazione è reale o solo apparente? Questo è il punto in cui si inseriscono criticamente le controculture. Sono opera delle masse giovanili, influenzate da pensatori eterodossi rispetto al sapere accademico 3. Sorte nell'ambito della lotta per la qualità della vita, le controculture hanno prodotto un fuoco d'artificio di nuove esperienze e modi espressivi. Traducono un modo alternativo d'intendere l'umanesimo del corpo, una diversa visione di cos'è umano. «La rivalutazione di antiche pratiche artigianali e l'instaurarsi di rapporti umani non convenzionali, gli esperimenti coraggiosi compiuti nell'organizzazione di comunità deliberatamente fondate, le esperienze di vita tribale, i nuovi stili e colori nell'abbigliamento, un desiderio di allegria percepibile anche nei suoni, il profumo stuzzicante dell'incenso e dei fiori, i riti organizzati prendendo a spunto forze e cicli cosmici reali o presunti

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tutti questi aspetti della controcultura, per quanto insignificanti e goffi, costituiscono dei tentativi di ricatturare i valori antichi e duraturi che la civiltà industriale è in procinto di distruggere» 4. La festosità esteriore dei movimenti giovanili che difendono la sensualità della vita non deve trarre in inganno. Essi hanno coscienza che stanno conducendo una battaglia per la sopravvivenza in un mondo in cui la carne e lo spirito vengono sistematicamente calpestati dalle macchine. I maîtres à penser dei giovani sono quei pensatori radicali che hanno demistificato l'umanesimo del corpo inalberato dalla civiltà tecnologica, mettendo a nudo l'alienazione che cresce coi consumi di massa. Anche il corpo è diventato una merce che si consuma. Lo dimostra la meccanizzazione del corpo che avviene nello sports 5. Si assiste allo sfruttamento sistematico e razionale delle attitudini psicomotorie di un individuo in vista del raggiungimento di prove eccezionali.

La meccanizzazione del corpo più gravida di conseguenze è quella che avviene nel lavoro [↗ Lavoratore 1]. Con l'avanzare della civiltà tecnologica l'uomo è espropriato del proprio corpo, ridotto a una macchina cibernetica a servizio del rendimento industriale. La liberalità nei confronti degli istinti sessuali è uno specchio per le allodole. In realtà la libido è controllata come valore commerciale.

La scarica sessuale è permessa solo perché, ristabilito l'equilibrio della personalità, l'uomo possa investire di nuovo le sue energie nella produzione. Lui stesso sarà il consumatore forzato di ciò che è prodotto al di là dei bisogni: ad allettarlo al consumismo penserà l'erotismo pubblicitario, che a sua volta si serve disinvoltamente del corpo. «Desublimazione repressiva» della sessualità, ha chiamato questo processo Marcuse, uno dei profeti più ascoltati della controcultura giovanile.

Le articolazioni del pensiero di Marcuse sono estremamente complesse 6. Ma la generazione giovanile che ne ha fatto la propria bandiera per la battaglia di destabilizzazione istituzionale del '68 ne aveva individuato e volgarizzato il pilone portante: il problema-chiave dell' "alienazione" ha assunto oggi un significato diverso da quello che è stato tradizionalmente indicato dal marxismo.

La dialettica della liberazione non passa per la lotta di classe, ma per il corpo umano. Esso è un eterno campo di battaglia dove si combatte la lotta degli istinti, antecedente a quella delle classi sociali. La "logica del dominio" che domina nelle lotte di classe si innesta su un'alienazione più fondamentale che riguarda l'uomo nella sua vita psichica e nel suo rapporto con la natura. L'alienazione è il risultato di profondi e segreti atti repressivi che non saranno eliminati da un semplice rimescolamento delle strutture istituzionali della nostra società. La liberazione individuale, come diverso progetto di vita a partire da un rapporto alternativo con il corpo, è il presupposto per una liberazione intesa come costruzione di una società diversa.

Di queste istanze si fanno portatrici le controculture giovanili quando difendono la sensualità della vita. Denunciando il valore-feticcio attribuito al corpo in modo mistificatorio dalla cultura consumistica di massa, esse intendono affermare il significato umano del corpo: epifania della persona, e non sofisticato monumento funebre di essa. I "cantori del corpo" Dell'auspicare la rinascita della valenza corporale prospettano un progetto di emancipazione

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propriamente politica. È una politica del corpo che ha però un chiaro valore di contestazione delle strutture entro le quali il corpo viene rinchiuso ideologicamente o programmaticamente 7. Si oppone ai modelli culturali dominanti, tanto nei Paesi socialisti che in quelli dove prevale la borghesia. Alla società superciliosa della rigida ortodossia comunista, che riduce tutto il problema del corpo e del desiderio a una manifestazione piccolo-borghese, discorso "sovrastrutturale" e quindi reazionario dell'arsenale ideologico della borghesia decadente, le giovani generazioni contrappongono un progetto di società costruito sulla festa piuttosto che sul lavoro. Rifiutano di rimandare la danza a... domani, vale a dire a quando si saranno risolti i problemi della produzione e della giustizia. Interpretando acutamente la portata politica dell'approccio giovanile dei problemi, R. Garaudy (in Danzare la vita) si domandava: «Che succederebbe se, invece di costruire solamente la nostra vita, avessimo la follia o la saggezza di danzarla? Questa è forse una delle questioni più importanti che pone oggi la gioventù nella sua contestazione dei fini stessi del mondo che noi le trasmettiamo».

La riaffermazione del corpo è meno ostile ai modelli cui si ispirano le culture capitaliste occidentali. Qui il problema del desiderio non è eluso, bensì sfruttato sul piano consumistico. Il corpo fa parte dei prodotti intorno ai quali si organizza una specie di liturgia pubblicitaria. Per contro, il corpo è diventato il luogo fisiologico e psicologico della solitudine.

«Il privato è politico». Questo slogan della controcultura esprime la volontà di unire militanza e gioia di vivere. La politica da promuovere è quella che non ignori o non strumentalizzi il corpo, ma si costruisca su quelli che sono i soggetti reali della storia e tenga conto di tutti i livelli dell'esperienza umana.

2. Il corpo al femminile

Nella tendenza del nostro tempo a un ritorno al corpo e ai suoi valori, il movimento femminista si inserisce con una carica particolare di novità e fresca irruenza. Il tema che abbiamo assunto come filo conduttore di questa prima parte: riappropriazione del corpo, è propriamente uno slogan del femminismo. Come tale ha una reputazione di estremismo e provocazione battagliera. È stato associato ad altri slogans (come quelli che rivendicano alla donna un potere arbitrario sull'aborto: «Il ventre è mio...»). Questa interpretazione dello slogan è però molto restrittiva. Sotto la bandiera dell'appropriazione del corpo le militanti femministe più coscienti hanno condotto una battaglia culturale di vitale importanza. L'obiettivo era quello di recuperare la sensazione del corpo come propria casa. Il primo ostacolo è stato individuato nella prevaricazione della corporazione medica, composta prevalentemente di uomini. La dipendenza e la passività nei confronti della scienza medica sono comuni tanto agli uomini che alle donne. Le conseguenze sono però più gravi per le donne. Mentre gli uomini fanno ricorso al medico soltanto quando intervengono fatti patologici, le donne gli affidano anche una serie di manifestazioni che fanno parte della loro normale vita sociale e biologica (mestruazioni, parto, allattamento, menopausa).

Le leaders dei movimenti femministi si sono fatte portavoce del senso di frustrazione e di rabbia di tante donne, private delle conoscenze necessarie per un rapporto cosciente col proprio

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corpo ed esposte alla gestione paternalistica di esso da parte dei medici. Scoprire il proprio corpo, il suo linguaggio e le sue necessità, e assumerne il controllo, è diventato un obiettivo prioritario nel programma femminista. È un presupposto per l'autogestione della salute. Vasta risonanza ha avuto, ad esempio, il manuale Noi e il nostro corpo, scritto da un collettivo di donne di Boston 8. «Scritto dalle donne per le donne», precisa il sottotitolo.

Le autrici parlano dell'effetto liberante che ha questa forma di educazione del corpo. Essa comunica consapevolezza ed energia che cambiano la vita. La conoscenza del proprio corpo ha infatti una risonanza psicologica immediata. Come l'ignoranza, la paura e l'insicurezza dell'identità fisica bloccano le energie, così la presa di coscienza mette in grado di raggiungere la completezza umana. La conclusione dell'introduzione del libro può essere assunta come espressione tipica del cammino di liberazione percorso da molte donne del nostro tempo: «Immaginate una donna che cerchi di fare un lavoro o di avere un rapporto paritetico e soddisfacente con altre persone, ma intanto si sente fisicamente debole, perché non ha mai tentato di essere forte; esaurisce tutta la sua energia cercando di cambiare faccia, figura, capelli, odore, cercando di uniformarsi a qualche modello ideale stabilito dalle riviste, dai film, dalla televisione; si sente disorientata e si vergogna del sangue mestruale che ogni mese fluisce da qualche oscuro recesso del suo corpo; sente i processi interni al suo corpo come un mistero che viene a galla solo come fastidio (una gravidanza non voluta o un cancro cervicale); non capisce e non le piace il sesso e concentra le sue energie sessuali in romantiche fantasie senza scopo, pervertendo e facendo cattivo uso della sua potenziale energia perché è stata educata a negarla. Se impariamo a capire, ad accettare, a essere responsabili della nostra identità fisica, possiamo liberarci da alcune di queste preoccupazioni e possiamo cominciare a fare uso delle nostre energie disinibite. L'immagine che noi abbiamo di noi stesse avrà una base più solida, saremo migliori come amiche e come amanti, come persone; avremo più fiducia in noi, più autonomia, più forza, saremo più complete» (p. 13).

Questa nuova coscienza di benessere e autorealizzazione a partire da un rapporto armonioso col proprio corpo si è tradotta nello slogan squillante: «Woman is beautiful» (Donna è bello).

La "riappropriazione del corpo" porta il movimento femminista a combattere battaglie ancora più decisive. Per vivere con gioia il corpo non basta infatti un rapporto diverso con la medicina ginecologica: è necessaria una trasformazione culturale. La mancanza di informazione sul funzionamento del corpo e in genere il silenzio su tutti gli argomenti che riguardano il sesso non sono che un aspetto di quel complesso di comportamenti e valori che costituiscono l'ideologia patriarcale. Per giustificare l'egemonia maschile sono state maggiorate le differenze di comportamento tra uomini e donne e spiegate per lo più in modo fisiologico, facendo cioè riferimento alle diverse funzioni fisiche, in particolare alla maternità.

La funzione riproduttiva è servita a giustificare, anzi a mascherare agli occhi stessi delle interessate, l'oppressione culturale. Le donne sono state in larga misura confezionate artificialmente dall'uomo 9. Se la donna è un fatto di natura, la femminilità è un fenomeno

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sociale. Per usare un'immagine efficace di Jean Rostand: il fatto di aver giocato con la bambola o con i soldatini di piombo è altrettanto importante nella storia dell'individuo quanto la presenza del cromosoma X o Y.

Il condizionamento culturale dei ruoli ha un'incidenza immediata sul corpo. La donna ha vissuto il suo corpo come schiavitù non tanto per la sua dipendenza dai fatti biologici, quanto per l'espropriazione che ha subito. A questo proposito Dacia Maraini parla di «sessualità vissuta per conto di terzi, mai fine a se stessa». Il potenziale di gioia e di piacere è stato esorcizzato mediante una serie di tabù che hanno portato la donna a guardare il suo corpo come qualcosa di estraneo. Il corpo della donna è uno strumento di procreazione in mano all'uomo. La situazione è stata giustificata con argomenti di ordine biologico: tale sarebbe la "natura" della donna. La divulgazione degli studi di antropologia culturale ha permesso di rendersi conto che i ruoli maschili e femminili in altre culture hanno assunto forme diverse, meno opprimenti per la donna. Va dunque smascherato il pregiudizio secondo cui i ruoli sociali propri della cultura patriarcale sarebbero stati definiti secondo la vera natura dell'uomo e della donna. Piuttosto è la natura rispettiva che è stata definita a posteriori, in funzione dei ruoli assegnati dal sesso dominante. Questo ha trovato nella cosiddetta natura un comodo alibi. E non sono mancati miti, religiosi e profani, forgiati per giustificare sovrastrutturalmente il ruolo di dipendenza della donna 10.

Se le donne non si riappropriano della autodeterminazione personale, che comporta una ridefinizione dei ruoli culturali, la semplice rivendicazione del corpo potrebbe rivelarsi un boomerang pericoloso. Infatti è proprio la definizione della donna a partire dal lato biologico (il che non esclude la parallela idealizzazione e la mistica della femminilità), che ha costituito l'asse centrale della mentalità patriarcale.

Il programma delle avanguardie femministe, di comprendere la donna a partire dal suo corpo riconquistato, non equivale dunque a ciò che intende il sessismo dilagante: presentare la donna in riferimento all'uomo, per offrirgli un corpo associato a un prodotto, in vista del consumo. Si può definire la donna a partire dal corpo, ma solo dopo che si è concluso il processo della liberazione.

La prospettiva della "liberazione" amplia quella della "emancipazione" femminile, così come è stata tradizionalmente intesa e promossa dal movimento operaio. Il raggiungimento dell'uguaglianza dei sessi è stato uno dei fini dell'umanesimo marxista, da quando Engels nell'Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato ha denunciato che la moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata. Integrare le donne nel mondo della produzione equivaleva a liberare le donne dalla schiavitù domestica.

Per un lungo periodo la proposta politica e culturale del movimento operaio si è limitata a scalzare l'atteggiamento ostile dell'inserimento della donna nell'ambiente del lavoro, per ottenere che le venisse riconosciuto il diritto ad essere produttrice, oltre che riproduttrice. Sembrava che bastasse assicurare alla donna il lavoro, per fare tutto quanto era necessario per garantirle la piena valorizzazione in quanto persona umana 11. Ci si batteva per il diritto della donna al lavoro, tralasciando

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di occuparsi di lei come persona intesa nella sua totalità. Il movimento femminista, attaccando il tradizionale rapporto uomo-donna, ha riproposto la questione femminile in termini nuovi: come problema personale e politico, culturale e biologico insieme. Lo sfruttamento non è mai soltanto economico. La società patriarcale ha fatto un uso repressivo della funzione riproduttiva, e quindi del corpo femminile. Per questo la liberazione della donna è oggi un cammino che passa attraverso il superamento dei tabù che vietano la conoscenza del proprio corpo e coartano la libertà personale. Ma l'obiettivo finale della riappropriazione del corpo è la creazione di nuovi modelli culturali per i rispettivi ruoli maschile e femminile. La donna, che ha usato il corpo per compiacere l'uomo secondo le regole del gioco stabilito dall'uomo stesso, si sta dando oggi il permesso di scoprire le potenzialità inedite della sua esistenza corporea.

Il cambiamento di mentalità in atto non avviene senza difficoltà e conflitti. Se occorre una educazione nuova della donna nei confronti della maternità e della sessualità, non è meno necessaria una rieducazione dell'uomo nei confronti della donna. Ma c'è una speranza che sostiene la rivoluzione dei ruoli sessuali: quella di uomini e donne più umani [↗ Femminismo].

3. Psicoterapia con il corpo

Il corpo ci appartiene più che ogni altra cosa. Esso si agglutina talmente col nostro "io", che entra nella sua sfera di identità e incomunicabilità. i fenomenologi (in particolare Merleau-Ponty) hanno messo in evidenza che noi abbiamo la percezione non solo di "avere" un corpo, ma di "essere" il nostro corpo. Questo rapporto individuale con il proprio corpo deve essere integrato con una prospettiva sociale.

La società in cui viviamo, infatti, struttura il nostro corpo con le sue norme e valori; influisce sulla sua conservazione (pratiche igieniche e culinarie), sulla sua presentazione (cure estetiche, abbigliamento), sulle espressioni affettive (segni emozionali). Per designare i modi in cui gli uomini, nelle diverse società, usano tradizionalmente il loro corpo, il sociologo Marcel Mauss ha coniato l'espressione "tecniche del corpo" (Journal de psychologie, 1936, n. 3-4). Anteriormente alla tecnica propriamente detta, esiste l'insieme di tecniche per l'uso del corpo come "il più naturale strumento dell'uomo", nelle attività e nei movimenti vitali più abituali. L'educazione è, per buona parte, la messa in forma del nostro corpo secondo le esigenze della società nella quale viviamo: l'apprendimento, appunto, delle "tecniche del corpo".

Nella nostra civilizzazione tecnologica la strutturazione sociale del corpo non avviene più con la spontaneità e l'immediatezza che riscontriamo nelle culture tradizionali. Ne è derivato uno squilibrio generalizzato. La principale causa è stata individuata nell'accelerazione del mutamento, che ha un effetto disastroso sul complesso della vita umana. Si è parlato di "shock del futuro" (A. Toffler). Data la totale interdipendenza dei processi fisici, emozionali e ambientali, l'incapacità del corpo umano di sostenere l'accelerazione del mutamento servendosi delle "tecniche" tradizionali si ripercuote su ogni aspetto della vita dell'uomo. La mente, il corpo e i sensi devono funzionare al di sopra della loro capacità, con un aumento costante della tensione.

Lo stress permanente ha effetti distruttivi diffusi. Si manifesta nell'angoscia e nelle malattie psicosomatiche,

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nei disturbi del sonno e nell'uso crescente di farmaci (tranquillanti ed eccitanti). L'aumento impressionante delle malattie mentali è l'ultima tappa di questa disgregazione.

La liberazione dallo stress psicofisico è diventata un imperativo del nostro tempo. Di qui il boom delle tecniche di rilassamento che suppliscano all'inadeguatezza delle "tecniche del corpo" tradizionali. Gran parte delle terapie attuali tendono a far riprendere contatto con quelle sensazioni fisiche che armonizzano tra loro la mente e il corpo e ci mettono in grado di funzionare in modo più armonioso. Mirano a liberare il corpo dallo stress e quindi ad aprire le riserve di energia che permettono un rendimento migliore. Si tratta, in sostanza, di terapie dell'integrazione umana. L'orizzonte problematico delle controculture [↗ sopra, I, 1], che risalgono dal malessere della civiltà ai progetti politici e culturali che la sottendono, per lo più rimane loro estraneo.

Alcune di queste terapie affondano le radici nella tradizione orientale. Approdate in Occidente, hanno perduto qualsiasi connotazione mistico-religiosa. Il pragmatismo occidentale le ha considerate esclusivamente come efficaci discipline psicosomatiche. La più diffusa è indubbiamente lo Yoga. In realtà ciò che praticano gli occidentali è lo "Hatha Yoga" (cioè lo Yoga del corpo fisico), che in India è considerato come una disciplina secondaria per raggiungere piani superiori di coscienza 12. Da noi invece viene praticato semplicemente per riceverne vantaggi fisici e mentali, senza prefiggersi alcuna evoluzione spirituale [↗Yoga/Zen I-III].

Di matrice orientale è anche la "meditazione trascendentale" 13. È stata introdotta nel 1959 negli U.S.A. dal maestro indiano Maharishi Mahesh Yogy; più di un milione di persone la praticano già quotidianamente. "Trascendentale" non ha alcuna implicazione metafisica o religiosa. Indica solo che questa tecnica di meditazione porta coloro che la praticano oltre il livello familiare della loro esperienza di veglia, in uno stato di profondo riposo a cui si aggiunge un'accresciuta attenzione.

È convinzione di Maharishi che fondamento della salute mentale sia una integrazione organica della mente e del corpo 14. Nella tecnica che egli ha diffuso il coordinamento mente-corpo avviene grazie allo stato di profondo riposo in cui il soggetto induce se stesso. Il meditante lascia che la sua mente faccia esperienza di uno stato rilassato e gradevole. Lo stato ipometabolico determina l'eliminazione spontanea dello stress, con acquisto dell'energia tanto del corpo che dello spirito. Normalizzando lo stato del sistema nervoso, la meditazione trascendentale promuove, al pari di una psicoterapia, la soluzione di conflitti emozionali. I suoi adepti la considerano una scorciatoia della psicoterapia, in quanto l'autointegrazione si determinerebbe da sola, saltando il lungo travaglio del processo terapeutico in psicoanalisi.

Numerose altre tecniche di rilassamento, senza alcuna parentela con la tradizione religiosa orientale, agiscono sul corpo per indurre uno stato di benessere psichico che controbilanci la tensione patologica. Accenniamo alle più note. Il "training autogeno" è stato messo a punto dal neurologo berlinese J.H. Schultz partendo da esperienze ipnotiche 15. Il suo inventore iniziò domandandosi che cosa sarebbe successo se le sensazioni fisiche descritte dai soggetti ipnotizzati (calore e pesantezza agli arti, calma delle attività

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cardiaca e respiratoria, sensazione di caldo a livello dell'addome e di fresco a livello della fronte) fossero state comunicate ad un soggetto sveglio con un linguaggio a formule calmo e penetrante. Lo stesso stato di rilassamento fisico-psichico dell'ipnosi sarebbe stato trasmesso a colui che pratica la "auto distensione concentrativa". Praticamente si tratta dunque di una autoipnosi. La sua efficacia terapeutica è ormai comprovata, come pure i benefici effetti sui soggetti sani.

Anche le terapie comportamentali hanno elaborato metodi di rilassamento volti allo scioglimento di tensioni intrapsichiche e di spasmi fisici 16. La terapia più diffusa è la "desensibilizzazione sistematica" proposta da Wolpe e Lazarus 17. Essa stessa è uno sviluppo della tecnica di rilassamento proposta da Jacobsen, che si proponeva di alleviare svariate malattie psicosomatiche e forme di tensione per mezzo di un rilassamento muscolare "progressivo e differenziale", grazie alla presa di coscienza successiva delle sensazioni cinestesiche corrispondenti ai diversi gruppi muscolari dell'organismo in stato di contrazione e di rilassamento 18.

La tecnica di desensibilizzazione si fonda sul concetto della reciprocità dell'inibizione. Vale a dire: se l'angoscia impedisce il rilassamento, questo, a sua volta, blocca l'angoscia. Il paziente viene dunque fatto rilassate; in questo stato gli vengono progressivamente presentate le sensazioni e le immagini che lo atterriscono, finché l'angoscia non è stata eliminata.

Un capitolo in grande sviluppo è attualmente quello della terapia della Gestalt e la bioenergetica 19. Queste tecniche mirano a eliminare i blocchi emozionali e fisici che interferiscono con la consapevolezza del presente. La persona è condotta a penetrare nel "qui e ora", a stabilire un contatto immediato con la pienezza delle sue sensazioni, dei suoi movimenti fisici e della sua energia vitale. Ciò che è comune a questo gruppo così eterogeneo di tecniche terapeutiche è la presa di coscienza che il malessere della civiltà si iscrive nel corpo.

Come un sismografo sensibile, il nostro organismo registra uno stato di tensione permanente che lo inceppa nelle sue funzioni più essenziali: come organo motore e come strumento per la comunicazione interpersonale. Riappropriarsi del corpo vuol dire intraprendere una paziente rieducazione di esso al fine di raggiungere di nuovo il sentimento dell'unità della persona. Essere presenti al proprio corpo vuol dire essere a proprio agio in esso e nelle relazioni interpersonali. Le varie tecniche mirano congiuntamente a rendere possibile un diverso modo di essere. Usando la terminologia di Erich Fromm: dal corpo vissuto "secondo la modalità dell'avere" al corpo vissuto "secondo la modalità dell'essere".

4. La salute come autogestione del corpo

La società industriale avanzata crea condizioni di vita da cui molti si sentono oppressi. I suoi difensori presentano i disagi come un prezzo ragionevole da pagare, in rapporto ai benefici attribuiti al progresso. Al progresso si accredita in modo speciale la tutela efficace della salute. Se la società sviluppata stritola valori e vita spirituale, in compenso sembra offrire una vita più lunga e un'assistenza sanitaria garantita.

Alcune voci critiche si sono però levate contro questa falsa apparenza. Illustri biologi hanno denunciato l'illusoria ambizione di produrre industrialmente una "salute migliore" 20. Più radicale di tutti, il sociologo Ivan Illich ha

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accusato la medicina moderna di essere la più grande minaccia per la salute dell'uomo.

Prendiamo in considerazione queste contestazioni dell'imperialismo della medicina in quanto protestano contro un decurta mento antropologico e propongono una riflessione fondamentale sul concetto stesso di salute come fatto umano globale. La riappropriazione del corpo passa anche attraverso la riappropriazione delta forza spirituale necessaria per essere in salute.

Una fatale deformazione del concetto stesso di salute avviene implicitamente quando la si concepisce come qualcosa che dipenda dalla cura di una corporazione professionale a ciò dedita. Durante le ultime generazioni il monopolio medico sulla cura della salute si è imposto, travolgendo le risorse naturali dell'individuo e gli espedienti terapeutici tradizionalmente trasmessi dalla cultura popolare. Più la società è progredita, più tende ad assomigliare a un grande utero plastico in cui l'individuo è preso in cura dai tecnici in camice bianco, dalla nascita (anzi, dal concepimento o anche prima, se si considerano il trattamento fetale e il consiglio eugenetico) alla morte. Nell'architettura delle città l'ospedale ha sostituito la cattedrale come simbolo centrale della convivenza civile. La crescita a dismisura della macchina sanitaria ha agito, paradossalmente, non a favore della salute, ma contro di essa. La supermedicalizzazione sociale della vita ha paralizzato i meccanismi comunitari ed interiori che garantiscono la salute. La salute umana, infatti, è qualcosa di diverso dalla semplice assenza di fatti morbosi che minacciano l'equilibrio di una struttura biologica. La salute è un compito; come tale la salute dell'uomo non è paragonabile all'equilibrio fisiologico degli animali. Essa è un'espressione culturale. Implica la capacità personale di far fronte alla vita in modo autonomo e responsabile. Quando l'organismo è di retto da altri, la salute, come potenziale umano, regredisce inevitabilmente.

Per Illich l'impresa medica è la causa maggiore del declino generale della salute, in quanto questa è diventata l'affare esclusivo di un'istituzione pianificata, incaricata di "produrla" e "migliorarla" indefinitivamente. Il sistema medico espropria così le persone di ogni capacità di compiere con le loro forze un'azione di autoregolazione dell'organismo. Questa gestione eteronoma ha un effetto tanto più deleterio, in quanto viene a paralizzare la sana capacità morale di reazione alla sofferenza, alla invalidità e alla morte.

Illich chiama questo fenomeno "iatrogenesi culturale", intendendo con ciò il danno inferto alla salute dalle professioni sanitarie in quanto distruggono la capacità potenziale dell'individuo di far fronte in modo personale ai fatti morbosi e la volontà di soffrire la propria condizione reale. «La medicina organizzata professionalmente è venuta assumendo la funzione di un'impresa morale dispotica tutta tesa a propagare l'espansione industriale come una guerra contro ogni sofferenza. Ha così minato la capacità degli individui di far fronte alla propria realtà, di esprimere propri valori e di accettare il dolore e la menomazione inevitabili e spesso irrimediabili, la decadenza e la morte. Godere buona salute significa non soltanto riuscire a fronteggiare la realtà, ma anche gioire di questa riuscita; significa essere capaci di sentirsi vivi nel piacere e nel dolore; significa aver caro ma anche arrischiarsi di sopravvivere. La salute e la

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sofferenza come sensazioni vissute e consapevoli sono fenomeni propri degli uomini, che in ciò si distinguono dalle bestie» (Nemesi medica. L'espropriazione della salute. Milano 1977, 139s).

È dunque una fatale illusione credere che la salute possa essere prodotta come uno dei tanti beni di consumo che la società opulenta promette a tutti. Essa appartiene, per ricorrere ancora alla terminologia di E. Fromm, alla modalità dell'"essere", non a quella dell'"avere".

L'illusione del benessere sanitario garantito a ognuno è un aspetto del grande sogno della società industriale, in particolare della società consumistica, che si è affermata a dimensione planetaria dopo la seconda guerra mondiale, di conseguire il paradiso nell'al di qua mediante la produzione e il consumo illimitato di beni (Fromm la chiama «la Grande Promessa di Progresso Illimitato»). Il fallimento della Grande Promessa, anche sotto l'aspetto sanitario, lascia l'uomo contemporaneo più vulnerabile nella sua salute, e per di più espropriato del proprio corpo.

Questa affermazione può apparire paradossale, riferita ai grandi consumatori di cure mediche che siamo diventati. L'uomo d'oggi è morbosamente attento alla minima disfunzione del proprio corpo. Al più lieve disturbo è già nella sala d'attesa del medico. La pratica degli esami preventivi (screening sistematico della popolazione) lo fa assoggettare alla condotta del malato prima ancora di denunciare un qualsiasi malessere. L'espropriazione del corpo passa proprio attraverso questi modelli di comportamento diffusi dalla prassi sanitaria moderna. Tra l'uomo e il suo corpo si è inserita la grande macchina della scienza. Il gergo scientifico sostituisce il parlare comune: il paziente non sa più parlare del suo corpo e del suo male. Il linguaggio diventa proprietà esclusiva del personale sanitario. Il malato non capisce, per lo più, per quale malattia venga curato e a quale terapia è sottoposto. I professionisti della sanità parlano "marziano", e nessuno fa da interprete per il povero terrestre. Anzi, è auspicabile che il malato non interferisca, per non intralciare l'opera di chi si occupa della sua guarigione. Il paziente abdica a favore del medico, al quale attribuisce la capacità di capire il proprio corpo. Spesso non sospetta neppure che in tal modo si preclude la via più sicura per capire il linguaggio del corpo.

Riduce così il corpo a una macchina guasta, in cui solo il tecnico può mettere le mani con competenza. Il corpo, invece, è un organismo — il "suo" corpo appunto — che parla un linguaggio sufficientemente chiaro. Ogni cultura tradizionale metteva in grado di capire il linguaggio del proprio corpo. Noi, i supermedicalizzati, sembriamo diventati ciechi e sordi riguardo ad esso. Trattiamo con brutalità la sua delicata struttura biologica, come se lo stress costante in cui siamo immersi fosse una condizione normale. Quando il corpo recalcitra, gli diamo, come a un asino caparbio, una frustata farmacologica.

Il sovraconsumo dei farmaci è diventato un'epidemia nella nostra società: un tranquillante per dormire e un energetico per essere in forma. Espropriati della gestione della propria salute, del corpo e del suo linguaggio, il ricorso all'automedicazione farmacologica pare essere diventato l'unico modo per sentirsi padroni del proprio corpo.

Per l'uomo industrializzato, scrive Illich, «prendere un farmaco, non importa quale e per quale motivo, è un'ultima possibilità

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di affermare il proprio dominio su di sé, di manipolare lui stesso il proprio corpo anziché lasciarlo manipolare dagli altri. L'invasione farmaceutica lo porta alla medicazione, da parte sua o altrui, che riduce la sua capacità di padroneggiare un corpo di cui è ancora in grado di curarsi» (ib., 86).

La denuncia dell'impasse a cui la medicina tecnologica e l'assistenza sanitaria della società dei consumi ci hanno condotto non mira al catastrofismo. Vuol piuttosto arrestare l'epidemia iatrogena finché è possibile. L'aspetto positivo della denuncia è l'invito al "profano" a rivendicare il controllo sulla propria salute e sul proprio corpo. Coloro che conservano una speranza nell'uomo fanno fiducia alla sua coscienza, autodisciplina e risorse interiori.

Rivolgono al singolo, che dall'istituzione sanitaria è spogliato di ogni capacità autonoma di affrontare le vicissitudini della propria vita fisica, l'invito a riappropriarsi del corpo per vivere da protagonista l'avventura della salute.

Ciò comprende un'azione politica per il diritto concreto di ognuno all'atto produttivo autonomo, grazie a un'ampia de professionalizzazione delle cure, all'accesso della gente alle conoscenze mediche necessarie per le malattie più correnti, al libero accesso a una farmacopea semplificata. Dal punto di vista antropologico, bisogna riaffermare "la salute come virtù", per usare una formula incisiva di Illich. In quanto compito personale da assumere, essa domanda una responsabilità di fronte al dolore, alla malattia e alla morte. Questa è l'alternativa umanistica al culto quasi' religioso che la medicina pretende dall'uomo dell'era tecnologica.

II. CORPO E VITA SPIRITUALE

I movimenti più vivaci e creativi della cultura contemporanea esprimono la ricerca di un rapporto con il corpo diverso da quello imposto dal modello culturale dominante. Superato il momento semplicemente rivendicativo, il recupero della dimensione corporea non vuol essere antitetico allo spirito e ai suoi valori, ma inclusivo di essi. Il riferimento al corpo non è più allora un ripiegamento regressivo, quasi un ritorno all'esperienza corporea infantile, ma piuttosto la scoperta di una quarta dimensione 21, in cui esperienza del corpo ed esperienza dello spirito si implicano reciprocamente.

Questa visione integrata e dinamica dell'uomo interpella più che qualsiasi antropologia dualista colui che si riferisce al mondo biblico. Per parlare dell'uomo nella bibbia sono usati tre termini: corpo, anima e spirito": Non si tratta di tre componenti dell'uomo, ma di tre termini che designano sempre l'uomo intero, ciascuno con riferimento ad aspetti diversi di ciò che costituisce l'esperienza umana concreta e indivisa. Ne consegue che, secondo l'antropologia biblica — come secondo l'approccio contemporaneo del corpo —, lo psichismo e il corpo non possono essere estranei alla vita spirituale. La realizzazione spirituale può passare anche attraverso quel delicato e minuzioso lavoro in cui sembra impegnato solo il corpo (vedi, ad es.. lo Yoga [↗ Yoga/Zen]).

Anche per l'uomo contemporaneo, che si considera tutto intero "corpo", c'è una vita nello Spirito. Anzi, nello Spirito. C'è un modo di cercare Dio che privilegia l'esperienza individuale, compresa quella che si concentra sul corpo.

Necessariamente sorge una tensione dialettica con altri modi di cercare Dio, in primo luogo con quelli che privilegiano l'impegno (diventato oggi azione politica.

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militante). È la vecchia opposizione tra l'azione e la contemplazione [↗ Contemplazione II, 3], vecchia quanto il cristianesimo. E oggi non ancora risolta, forse perché non risolvibile. In compenso, oggi diventa più chiaro che nessuno ha diritto di monopolizzare la ricerca di Dioi identificandola con la propria. Ambedue i poli: della lotta e della contemplazione, sono necessari alla chiesa e devono rimanere in dialogo costante. Anche all'interno di ciascun cristiano. La militanza ha bisogno di attingere forza nella profondità della preghiera; la contemplazione domanda di incarnarsi nell'azione.

Un aspetto singolare della preghiera cristiana dei nostri giorni è la riscoperta del corpo. Lo dimostrano due esperienze spirituali che probabilmente, nel panorama generale del fatto cristiano, saranno giudicate marginali. Non per questo meno tipiche, però. Anzi, tanto la preghiera per la guarigione quanto la meditazione corporea mostrano l'impronta inconfondibile dello spirito che distingue la nostra epoca.

1. Salvezza per il corpo nel rinnovamento carismatico

La salvezza cristiana è rivolta all'uomo intero: corpo, spirito e anima. I credenti raggiunti dal movimento carismatico [↗ Carismatici] dovevano riscoprire questa verità e proprio loro, in genere accusati di "spiritualismo", ricordare a tutti i cristiani il ruolo del corpo nella salvezza.

Nei gruppi di preghiera neopentecostali il corpo occupa, in generale, un posto centrale. La preghiera non è intesa in modo cerebrale o intellettualistico. Essa trascina, permettendo la partecipazione di tutto l'essere. Le mani trovano il ritmo per sottolineare il canto, le membra si sciolgono, la preghiera in lingue gorgoglia spontaneamente. Il corpo intero, fatto per la comunicazione interpersonale, vive con intensità questa sua destinazione originaria.

La valorizzazione del corpo in seno ai gruppi di preghiera carismatici doveva portare però ancora più lontano, fino alla riscoperta del carisma delle guarigioni. «La fede guarisce»: è l'esperienza quotidiana nei gruppi di preghiera. L'antecedente culturale di questa fusione di fede e terapia è costituito, specialmente in America, da una tradizione, risalente al secolo scorso, di guaritori carismatici. Sono di casa nelle sètte, di cui la più nota è la Christian Science. Questi fenomeni sono rimasti marginali alle chiese istituzionali, in particolare a quelle della riforma, tradizionalmente ostili (con qualche eccezione) ad espressioni emotive che esulano dal puro servizio della Parola. In genere le guarigioni miracolose che avvengono nelle sètte non godono buona reputazione. Si è soliti associarle a macchinazioni di fanatici, all'uso di violente suggestioni di massa, a superstiziosi esorcismi. Il pericolo di abusi è reale. Tuttavia la funzione delle sètte è sempre stata quella di richiamare la chiesa a carenze, trascuratezze e deviazioni da ciò che è originario nel messaggio cristiano. È facile distanziarsi con sufficienza e commiserazione dalle iniziative settarie; più difficile, ma più utile per le chiese, cercare di accogliere ciò che c'è di genuino nelle loro istanze.

L'esperienza di guarigioni mediante la fede dei carismatici cattolici non si innesta direttamente sulla tradizione settaria. Il suo antecedente immediato è una prassi più moderata, stabilitasi nelle comunità ecclesiali che le avevano dato diritto di cittadinanza. Una certa decantazione è avvenuta nei decenni scorsi soprattutto in ambienti episcopaliani e

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presbiteriani. Progressivamente si sono stabiliti dei criteri a tutela della qualità delle guarigioni: tendere a che il fine ultimo dei servizi di guarigione sia l'adorazione; capire in quale senso la malattia può dipendere da una dissociazione nella relazione con Dio e con il prossimo; mantenere il contatto con i medici e non sottovalutare l'utilità delle cure tecniche; prevenire ogni atmosfera di malsana eccitazione; non passare all'imposizione delle mani se non come climax di un lungo cammino di preghiera, non già come atto magico davanti a un uditorio affamato di sensazionale.

La pratica della preghiera per la guarigione che troviamo nei gruppi di preghiera e rinnovamento cattolico è sintonizzata con questo clima spirituale. Le riserve circa l'uso indiscriminato dei poteri di guarigione continuano a farsi sentire; anzi, secondo un osservatore attento, «i cattolici romani tendono ad avvicinarsi al guaritore per fede con una diffidenza e uno scetticismo immensi. Essi sospettano un inganno inteso ad allettare i credenti e a spingerli negli errori del fanatismo entusiasta» (D. Gelpi). I pentecostali cattolici sono restii ad usare il termine "taumaturgo" per indicare le persone che sembrano possedere il carisma di guarire. Nel loro linguaggio, il potere di ridare la salute è proprio di Dio solo; grazie al battesimo e al dono dello Spirito, esso è partecipato a ogni credente. Ciò vuol dire che il potere di Dio è messo a sua disposizione, sia che egli diventi un ministro riconosciuto, sia che non lo diventi. I ministri di questi carismi non si comportano come dei taumaturghi, ma come degli oranti. Sono fratelli che pregano per altri fratelli, non detentori di un potere autonomo.

La riscoperta della preghiera collettiva per la guarigione dei malati è avvenuta spontaneamente, sul filo degli avvenimenti entusiastici che hanno caratterizzato gli inizi del movimento carismatico. Attualmente è diventata prassi comune dei gruppi di preghiera. «I carismatici non danno l'idea di voler impiantare un qualche ufficio di costatazione medica, proprio come non si occupano di registrare il parlare in lingue per vedere se c'è qualche lingua straniera. Essi vivono i carismi in funzione dell'incontro con Dio e con gli uomini. Quel che importa ad essi è che il Signore è vivo, oggi come ieri, che la salvezza non concerne l'"anima" soltanto, ma tutto l'uomo, il corpo compreso, e che in questo campo neanche il vangelo predica la rassegnazione, bensì la speranza» (R. Laurentin).

La preghiera per la guarigione si recita il più delle volte in sedute di preghiera' a parte, che hanno luogo dopo i regolari incontri di gruppo. La preghiera comune è accompagnata dall'imposizione delle mani, quasi un gesto di comunione cristiana attorno a chi soffre. Non è mai una sola persona che prega e impone le mani. Nei gruppi pentecostali cattolici il ministero delle guarigioni è comunitario, non individuale. Si pone cura nell'evitare il miracolismo. La guarigione stessa, del resto, non è considerata come l'avvenimento fisico che lascia strabiliati e perplessi i rappresentanti della scienza. È vista come un processo che inizia dall'intimo risanamento spirituale, vale a dire dall'esperienza di essere stati afferrati da Gesù e posti nella vita stessa della famiglia di Dio. La guarigione fondamentale consiste nella conversione stessa. Dalla certezza di questa presenza della salvezza nella propria esistenza rinnovata scaturisce una forza nuova per affrontare i mali della vita, presente e passata. Qualsiasi

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esperienza di rifiuto, oppressione, non-amore può essere guarita, comprese le ferite provocate dalle vicende traumatiche del passato.

I carismatici amano parlare, a questo proposito, di "guarigione delle memorie". Con questa espressione si vuole indicare la purificazione dei sentimenti subconsci di ansia, paura, vacuità e inutilità. È il presupposto per la soluzione dei problemi di natura emotiva. Alla pace interiore è attribuita una grande potenza terapeutica: quando la coscienza è piena d'amore, di gioia, di pace, di pazienza, di bontà, di benevolenza, di fede, di dolcezza, di padronanza dì sé (cioè di quanto Paolo in Gal 5,22 chiama "frutti dello Spirito"), possiede una forza di guarigione contro ogni male, comprese le malattie del corpo.

A seguito della preghiera comunitaria, avvengono anche guarigioni di mali fisici. Secondo l'autorevole testimonianza di Mac Nutt, «la metà di coloro per la cui guarigione noi preghiamo vengono guariti (o migliorati notevolmente) dalle loro malattie fisiche, e circa i tre quarti dai loro problemi emozionali o spirituali».

Guarigione, anche straordinaria, non, vuol dire miracolo. Almeno non nel senso dell'apologetica. Quello che interessa non è l'accertamento di un fatto che costituisca un'eccezione alle leggi naturali e permetta quasi di sorprendere Dio in azione, per dimostrarlo all'incredulo. Il mistero delle guarigioni recupera l'aspetto religioso della guarigione stessa. Essa è un momento dell'incontro con Dio, il quale si fa presente con i suoi doni. Ma è Dio stesso, non i suoi doni, che è al centro dell'interesse del credente. Non si prega per mettere la potenza di Dio a servizio dell'uomo. L'incontro personale è preferito al risultato, il ringraziamento alla domanda. I servizi di guarigione tendono a ristabilire la relazione esistenziale dell'uomo con se stesso, con Dio e con gli altri. La fede che guarisce è la fede che crea rapporti di comunione, la fede che apre all'amore. La comunità dei credenti scopre così di avere un ruolo terapeutico singolare. Non perché offre asilo e incoraggiamento ai "guaritori", ai quali anche la società moderna, malgrado la medicina scientifica, sembra non sia ancora in grado di rinunciare. La comunità cristiana guarisce in quanto diventa quello che deve essere: la casa di coloro che sono colpiti dal potere di emarginazione e dissociazione del male in tutte le sue forme 22. Allora essa è un riflesso autentico dello Spirito e offre ai malati, handicappati, anziani, ai sofferenti nel corpo e nello spirito quello spazio in cui sono possibili relazioni umane ravvicinate, accettazione, sostegno, conforto: ciò di cui l'uomo ha bisogno per riconciliarsi con la vita e lasciar agire le forze di guarigione. Così anche le comunità cristiane del XX sec. possono essere un riflesso fedele di Colui che «passò guarendo e facendo del bene» (cf At 10,38).

2. Meditazione corporea

Dal punto di vista della storia della spiritualità cristiana, il nostro modo di pregare (silenzioso, intellettuale, volontaristico, e con la completa esclusione della partecipazione del corpo) è una singolarità che non conosce precedenti. Più che un'espressione della tradizione, va considerato come un'invasione surrettizia di puritanesimo. Per contrasto, basti pensare alla tradizione della "preghiera pura" coltivata nella cristianità orientale dal movimento esicasta 23. Cercando di far "discendere" l'intelletto nel cuore, gli oranti miravano ad acquistare coscienza della presenza divina. Il mezzo privilegiato era considerato la "preghiera di Gesù" (l'invocazione

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«Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore»), ripetuta senza sosta, al ritmo stesso della respirazione. La "preghiera pura" è infatti tutt'altro che mentalismo rarefatto. Si serve di tecniche, come il controllo della respirazione, che hanno un impressionante parallelo nelle tecniche di concentrazione delle religioni asiatiche.

Anche la tradizione cattolica fino alle soglie dell'epoca moderna non conosce la diffidenza per il corpo nella preghiera. Sono note le indicazioni precise circa gli atteggiamenti del corpo che dà s. Ignazio negli Esercizi spirituali. Anche la spiritualità domenicana, apparentemente così intellettuale, attribuisce un congruo posto al corpo. S. Tommaso (S. Th. II-II, q. 84. a. 2) insegna che la preghiera corporale è perfettamente valida e buona, anche se il nostro cuore e il nostro spirito non vi sono totalmente impegnati. La teologia dell'Aquinate beneficiava indirettamente del ricco insegnamento sulla preghiera corporale che s. Domenico stesso aveva lasciato in eredità al suo ordine. Ne dà testimonianza un documento redatto probabilmente dopo la sua morte: «Le nove maniere di pregare, di s. Domenico» (cf VS 56 [1974] 879-887). Al santo dobbiamo riconoscere una grande libertà e inventività del gesto. La sua preghiera comprende inchini profondi e lenti, prostrazioni, genuflessioni frequenti, l'abbandonarsi alle lacrime (che una lunga tradizione anche liturgica considera un dono), il tenersi «sulla punta dei piedi, le mani levate al cielo»...

Riferendoci a questa tradizione, potremo sentirci incoraggiati ad avere meno inibizioni nel muovere e nell'usare il corpo nella preghiera 24.

Oltre alla tradizione propria del cristianesimo, esistono in altri ambiti religiosi esperienze di preghiera corporea di valore universale. Tra le diverse tradizioni sono possibili influenze reciproche. Una delle novità più clamorose di questi ultimi anni è appunto l'invasione dell'Occidente da parte della meditazione orientale specialmente nella forma assunta dal buddhismo Zen, proveniente dal Giappone [↗ Yoga/Zen IV].

Lo Zen (il termine equivale a "concentrazione", "meditazione assisa") non è propriamente né una religione, né una filosofia. Fondamentalmente è un'esperienza personale ed esistenziale, non rappresentabile in termini discorsivi. L'illuminazione (in giapponese satori) è un'esperienza che fa toccare il fondo dell'essere. Tuttavia chi l'ha vissuta la presenta come la cosa più naturale, più rispondente alla natura dell'uomo. È una riconquista del significato elementare delle cose e di se stesso mediante un'adesione immediata all'oggetto, senza mediazioni di concetti e parole. Presupposto per essere presi in questa esperienza è l'abbandono della guardia intellettuale.

Il movimento Zen fu introdotto in America verso la fine del secolo scorso e si è diffuso in centri di livello scientifico e universitario. Alan Watts ne fu il divulgatore principale e D.T. Suzuki, uno dei maestri più ascoltati 25. Lo Zen divenne di moda all'epoca della generazione beat. I giovani in rivolta nei confronti della convenzionale concezione scientifica dell'uomo e della natura pensarono di aver trovato nello Zen qualcosa di cui avevano bisogno e fecero libero uso di ciò che avevano capito di questa esotica tradizione. Forse quello che i giovani hanno preso per Zen ha scarse relazioni con la tradizione originale; ciò che essi ne trassero fu soprattutto un rifiuto di

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tutto ciò che è positivistico e cerebrale, in senso costrittivo.

In Europa, soprattutto in ambito tedesco, l'interesse per lo Zen ha avuto una motivazione specificamente religiosa. Mediato da P. Enomiya - Lasalle e soprattutto da K. Dürckheim, che hanno avuto un'iniziazione personale nei monasteri buddhisti giapponesi, lo Zen è stato diffuso come una tecnica di meditazione perfettamente assimilabile da cristiani 26.

Anche a proposito della comprensione europea dello Zen andrebbe posta la questione di quanto corrisponda all'originale. Malgrado tutti i tentativi di concordismo, gli uomini religiosi dell'Occidente restano coscienti che ciò che viene praticato in Oriente e in Occidente col nome di meditazione è profondamente diverso 27.

La meditatio cristiana è un'attività spirituale che conduce dal mondo sperimentabile a Dio che si rivela, alla sua parola e opera di salvezza [↗ Meditazione I]. È essenzialmente religiosa e domanda una presenza attiva del soggetto, che riflette ed elabora (nella "contemplazione", invece, anch'essa tradizionale in Occidente, il credente accede a un'intima, profonda pace, in atteggiamento di accoglienza [ ↗ Contemplazione IV]). La meditazione buddhista è invece "senza oggetto". Non è concentrazione di tipo meditativo; non è neppure contemplazione, poiché tende a mantenere la mente completamente vuota da ogni presenza conoscitivo-concettuale. L'effetto della meditazione Zen è la sensazione della non-differenza fra l'io e il mondo esteriore. Spontaneamente, senza che vi abbia posto intenzione, il meditante vede crollare le barriere formali fra soggetto e oggetto, fra spirito e contenuto dello spirito, fra idea e cosa proiettata nell'idea.

Ciò che oggi, a seguito del fecondo influsso dello Zen, si diffonde tra i cristiani col nome di "meditazione" non coincide esattamente con quanto questo termine designa nelle rispettive tradizioni dell'Oriente e dell'Occidente. Dallo Zen si è presa la tecnica, dalla meditazione cristiana l'intenzione profonda. «Preparare l'uomo all'esperienza dell'Essere, aprirlo alla via della metamorfosi mediante il contatto con l'Essere: tale è lo scopo di ogni pratica meditativa» (K. Dürckheim). Non dunque una ricerca di tipo razionale, una riflessione su un tema; ma neppure l'illuminazione orientale che denuncia l'io e il mondo come illusioni. Piuttosto una via esperienziale all'Assoluto, un cammino verso la "realtà seconda", come l'ha chiamata Balthazar Staehelin, vale a dire la coscienza di appartenere a ciò che non è finito. Le meditazione consiste nel trovare un "centro" che renda la realtà seconda trasparente.

Con la scoperta del vero centro è connesso un rapporto differente con se stesso, con gli altri e con il mondo; un altro stile di vita, un altro modo di essere. La meditazione è, dunque, un cammino di trasformazione. Il processo avviene in noi, nel nostro corpo, grazie al nostro corpo. Per questo, preferiamo dare a questa pratica il nome di meditazione corporea. Vediamone ora gli elementi costitutivi.

La meditazione è un processo che ci conduce nel più intimo del nostro intimo, facendoci essere pienamente raccolti e pacifici in profondità. Lo stile di vita odierno è caratterizzato da un risucchio verso la periferia. Così il contatto con gli strati profondi della persona è compromesso. Il centro di gravità tende a spostarsi verso gli strati che ci rappresentiamo come superiori, vale a dire la ragione che pensa con chiarezza logica e la volontà intenzionale. È quanto

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idealmente localizziamo nella testa. Questo spostamento va a spese del contatto con gli strati più profondi, cioè quelli dell'esperienza vitale e dell'intuizione, dove non è più in questione la ragione o la testa, ma qualcosa che localizziamo più in basso.

La struttura psicologica dell'uomo metropolitano contemporaneo ha un riscontro propriamente fisiologico. La tendenza all'attività frenetica e alla realizzazione personale nelle prestazioni intellettuali e volitive si traduce in un particolare rapporto con il corpo. La percezione del corpo è atrofizzata. «Nella pratica, il senso meno sviluppato e che è invece il più utile per la personalità (ivi compresa la personalità morale) è il senso interno o propriocettivo. I cinque altri sensi lasciano allo spirito la possibilità di sfuggire, di assorbirsi o proiettarsi nell'oggetto visto, ascoltato, toccato, odorato o gustato. Mentre il senso interno, che non rivela che più o meno oscuramente il corpo in se stesso nella sua sostanza vivente, mette a dura prova l'intelligenza, ed è proprio questa prova che è salutare. Infatti la presenza effettiva al senso interno domanda al mio spirito di lasciare lo schermo mentale per dimenticarsi in qualche modo a vantaggio della sostanza diffusa nel volume delle mie membra e di tutto il mio corpo. Se riconosce sinceramente questa sostanza in se stessa, l'accetterà come irriducibile ai suoi concetti, benché intimamente associata all'unico soggetto che io sono. Sboccia qui un'umiltà fondamentale senza la quale nessun altro grado di umiltà sembra accessibile» (A. Besnard in VS 56 [1974] 815).

Prendere il cammino dell'universo interiore, rompere il contatto con l'ambiente per raccogliersi in se stesso, concentrarsi per abbandonare le spiagge della vita inautentica, la superficie immediata dell'esistenza: tutto ciò è stato sempre inteso come l'essenza del processo meditativo. Quello che c'è di caratteristico nella meditazione influenzata dalle pratiche orientali è che tutto questo processo si condensa nella riappropriazione del centro naturale del corpo. Si è diffuso anche negli ambienti cristiani che praticano la meditazione corporea il termine giapponese con cui si designa tale centro ideale: hara. Di per sé la parola significa "ventre". Essa indica però un atteggiamento d'insieme, che comprende sia l'anima che il corpo, in cui il centro di gravitazione della persona sia nel ventre, le forze che trattengono l'uomo in alto sono in stato di relax, la profondità può esercitare il suo influsso riequilibratore e l'essere umano intero è aperto e disponibile per il contatto con il mistero dell'essere. Lo hara cresce nella meditazione, fino a diventare la disposizione abituale dell'uomo.

Lo strumento privilegiato per accedere a questo centro naturale del corpo e disporsi così all'evento meditativo è la tecnica del respiro. Anche questa è mutuata dalla tradizione orientale, dove alla respirazione è stata dedicata una cura che non trova riscontro nelle culture occidentali. La respirazione non è solo un processo fisiologico che assicura all'organismo la sua riserva di ossigeno, ma è un fenomeno che coinvolge tutto l'uomo. È espressione dei processi psichici (le diverse modalità di respiro: affrettato o calmo, mozzo o sciolto, superficiale o ampio e profondo, sono legate a stati d'animo diversi); a sua volta il respiro può influenzare profondamente questi stessi processi psichici ed emotivi.

La distorsione dell'equilibrio mediante la rottura con gli strati profondi e lo spostamento del

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centro di gravità verso la testa, di cui soffre la nostra cultura, si manifesta anche nella respirazione Essa è bloccata incoscientemente nella parte superiore del corpo, creando un'ulteriore tensione. La respirazione toracica tende così a sostituire quella col diaframma. Questo muscolo, che è il grande mediatore del respiro profondo, cade nell'immobilità e si atrofizza. Il movimento di espirazione, di solito, non è condotto a termine: viene frenato, traducendo così un'angoscia viscerale, la paura di morire (di "spirare", appunto). Ciò impedisce di attendere la nuova inspirazione come un dono da ricevere con riconoscenza. Si "fa" la respirazione, invece di "lasciarla farsi". Questo modo di respirare è una manipolazione del movimento naturale della vita che raccoglie le nostre tensioni, e fa ostacolo alla trasformazione. La respirazione toracica è l'espressione fisiologica del volere intenzionale, della volontà di autoaffermazione e dell'eccitazione permanente.

Il recupero della respirazione diaframmatica e del suo ritmo naturale permette di ricostruire i ponti con gli strati profondi dell'essere. Ritrovando le nostre radici, riannodiamo con quella parte di noi stessi che sfugge alla nostra volontà. Il modo di respirare di una persona traduce il suo atteggiamento generale di fronte alla vita. Quando la respirazione torna ad essere un abbandono armonioso alla natura col suo ritmo di morte e rinascita, si è posta la premessa per la trasformazione esistenziale cui tende la meditazione. Si respira allora nel ventre — lo hara — che è di fatto il centro geometrico del corpo. La respirazione diaframmatica comunica calma e fa essere se stesso in profondità. Respirazione - distensione - centro del corpo: aspetti diversi dell'unico processo che avviene nella meditazione corporea, cioè un cammino di trasformazione che porta alla nascita di una struttura (Gestalt) nuova.

Il giusto respiro mette in accordo con lo spirito della meditazione ed introduce ad essa. Per definizione, non si può spiegare verbalmente, facendo ricorso a un discorso razionale, l'esperienza che la meditazione rende possibile 28. Per avere almeno un'idea del processo interiore che viene messo in moto, ci si riferisce al ritmo quaternario chiamato "ruota della metamorfosi" (K. Dürckheim). Anch'esso è stato mutuato dal buddhismo Zen.

Il ritmo quaternario è suggerito dal ritmo della respirazione. Quando questa non è deformata da tensioni psichiche e contrazioni fisiologiche, ma si svolge con naturalezza, il rapporto tra espirazione e inspirazione è di tre a uno (due tempi di espirazione, un tempo di pausa e un tempo di inspirazione). Il processo interiore può essere favorito unendo mentalmente ai quattro tempi della respirazione delle parole che esprimono il significato dei diversi momenti che nell'intero cammino ciclico portano alla trasformazione.

Le parole suggerite dai maestri occidentali di meditazione Zen sono: "mi lascio", "discendo", "mi dono", "mi ricevo". Sono i quattro raggi il cui movimento costituisce la "ruota della metamorfosi". L'insieme realizza anche il ritmo binario di morte-nascita inscritto in ogni respirazione dell'essere vivente: ogni rivoluzione della ruota, ogni respirazione, contiene in sintesi tutta la densità del cammino che si estende per la vita intera. Mentre il corpo resta immobile, si tratta di entrare nel ritmo stesso del respiro, nel lento e profondo movimento del diaframma che va e viene. Il primo tempo è quello dell'espirazione,

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che induce a "lasciar la presa". Il respiro invita a lasciarsi in quanto persona centrata e contratta nella parte superiore del corpo, installata in tutto un sistema di sicurezze artificiali, difese e paure, complessi, ruoli e maschere. Abbandonato il centro di gravità situato in alto, che imprigiona l'uomo nel cerchio del piccolo "io" col quale ci siamo identificati, ci si prepara ad essere invasi da una coscienza diversa, in cui l'atteggiamento fondamentale consiste non tanto nel "voler fare", quanto nel "lasciar fare".

Accompagnando l'espirazione, la coscienza può scendere ancora più in basso, verso quel centro di gravitazione, situato nel bacino, che abbiamo chiamato hara. È il secondo tempo dell'espirazione ("discendo"). L'espirazione, diretta dolcemente ma fermamente verso il basso, veicola le tensioni che traducono una mancanza di fiducia totale e di abbandono, la paura davanti alla vita. Spariscono le contrazioni localizzate nel bacino, traccia di innumerevoli repressioni. La sensazione di essere nello hara suscita un senso di forza diverso da quello che ha origine nella volontà e genera progressivamente un altro atteggiamento vitale. Parlando dello "hara", Dürckheim così descrive questo stato: «Tutto ciò che popola la forma di coscienza abituale è scomparso. Improvvisamente, ciò che era sentito come un vuoto spaventoso dell'io egocentrico diventa una pienezza che le parole non potrebbero esprimere e che penetra la persona intera, dandole forza, luce e calore». È quanto vive il meditante nel vertice di distensione che costituisce il tempo di pausa tra l'espirazione e l'inspirazione. Il lasciarsi culmina naturalmente nell'abbandono, nel dono completo di sé ("mi dono").

Il riflusso del respiro segue non più per comando della volontà, ma per forza propria. È la quarta fase. Come una nascita, la nuova inspirazione viene da sé, la si riceve come un dono; si riceve se stesso come un dono ("mi ricevo"). E ciò senza abbandonare la posizione alla radice dell'essere, al centro della terra, raggiunta nella fase precedente di abbandono. Lasciando subito la presa, senza violenza, la "ruota della metamorfosi" si rimette in movimento. Con l'esercizio della meditazione, man mano che la distensione si approfondisce, il meditante si calerà maggiormente nel movimento, lasciandosene afferrare interamente.

[Per tutto quanto precede ↗ Buddhismo; ↗ Yoga/Zen].

Una questione è a questo punto inevitabile: la meditazione corporea ha un significato religioso o solo profano? È noto che nella tradizione orientale non si attribuisce alla meditazione un valore religioso, in quanto connesso con una fede e una rivelazione. In quell'ambito culturale la preoccupazione principale è quella di una esistenza umana rettamente fondata nel centro dell'essere. In Giappone l'educazione tradizionale ha sviluppato, oltre alla meditazione, una quantità di esercizi — dal tiro dell'arco, all'arte di intrecciare i fiori (ikebana), alla cerimonia del thè — per conseguire la giusta disposizione, cioè un'esistenza vissuta a partire dallo hara 29.

I mediatori occidentali della saggezza orientale hanno operato una reinterpretazione in senso religioso, sia naturalistico che propriamente soprannaturale. Hanno presentato la meditazione come un processo che permette di scoprire la trascendenza nel cuore stesso dell'immanenza, valorizzando al massimo il movimento di unificazione essenziale dell'essere che compie il meditante. Riscoprendo

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ciò che è più profondo in sé, l'uomo troverebbe la faccia che è permanentemente rivolta verso Dio.

Cristiani che praticano la meditazione corporea testimoniano di attingervi un aiuto per vivere il proprio rapporto con Dio nel senso della fede cristiana. La meditazione può essere anche un'esperienza esistenziale rigorosa di unione col Cristo nella sua morte per aver parte alla sua risurrezione. Questa è la "ruota della metamorfosi" del cristiano. Da una visione esteriore del mistero essenziale della fede cristiana la meditazione fa accedere a una comprensione dell'interno. Una comprensione che non è data da una sapienza razionale e dialettica, ma da una saggezza che va incontro alla rivelazione divina percorrendo la via del corpo, sulla traccia esile ma potente del soffio vitale. È la via che, in senso inverso, ha seguito Dio stesso nella rivelazione: «A noi Dio l'ha rivelato per mezzo dello Spirito [la "ruah", il soffio di vita]. Lo Spirito infatti conosce tutto, anche i pensieri segreti di Dio. Nessuno può conoscere i pensieri segreti di un uomo: solo lo spirito che è dentro di lui può conoscerli. Allo stesso modo solo lo Spirito di Dio conosce i pensieri segreti di Dio» (1Cor 2,10-11).

III. CONCLUSIONE

Il ritorno del corpo è un tema obbligato della cultura contemporanea. La riappropriazione del corpo è un fatto. Un fatto, però, da interpretare. Molti discorsi retorici lasciano intendere che noi saremmo la prima generazione che sa valorizzare il corpo. Ma il gran parlare che si fa del corpo potrebbe essere un fenomeno analogo a quello dell'"arto fantasma" (il fenomeno per cui gli amputati sentono il loro arto più vivo e doloroso che mai); forse l'interesse per il corpo è espressione dell'ansietà generata dall'aver perso il rapporto armonioso con il corpo.

È ben vero che il corpo diventa oggetto di discorso solo a seguito di una frattura che ridesta dalla coscienza ingenua di essere il proprio corpo 30 . Tale frattura è avvenuta nella nostra cultura. La violenza quotidiana a cui il corpo è sottoposto spiega a sufficienza perché esso sia diventato un sintomo dolorante. «Non c'è bisogno di mostrare come il nostro corpo sia represso e atrofizzato nella nostra civilizzazione tecnica, tanto ciò è ammesso correntemente da tutti (meccanizzazione, burocrazia, lavoro a catena...), al punto che non è più il corpo che determina il suo proprio spazio, ma questo gli è imposto dai modi di vita moderni (trasporti, habitat...). Perciò siamo congelati in atteggiamenti stereotipati che ci impongono le nostre attività regolate e predeterminate. Abbiamo perso la coscienza di cos'è il nostro corpo e del dinamismo che lo abita: non conoscendone che la semplice apparenza, lo abbiamo ridotto ad essere uno strumento di sopravvivenza» 31.

I movimenti centrati nella riappropriazione del corpo, partendo da questo sintomo di malessere, procedono a proposte di progetti di civiltà alternativi. Un rapporto equilibrato col corpo non è un «bene di consumo da aggiungere a quelli che promette la società costruita sul mito del progresso illimitato. L'essere "bene" (il benessere) dell'uomo è solo quello che deriva da un essere "di più". L'esperienza del corpo, che prende avvio dall'alienazione che conosciamo oggi, rilancia esistenzialmente una ricerca antropologica. È la nostra concezione dell'uomo che viene messa in discussione e ripresa. La riappropriazione del corpo si apre quindi, in definitiva,

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sul processo dell'ominizzazione. L'impasse della civilizzazione attuale dimostra all'evidenza che l'ominizzazione comprende la vita dello spirito. L'umanità non può sopravvivere senza un "super-vivere" 32.

La vera riappropriazione del corpo non è dunque un'operazione riduttiva, bensì integrativa. Non si tratta di realizzare il corpo contro lo spirito, o prescindendo dallo spirito. Le avanguardie della nuova umanità intendono intraprendere l'integrazione del corpo con lo spirito, dal momento che sempre l'uomo è in questione tutto intero.

Anche alcuni cristiani, che respirano lo spirito del tempo, riscoprono nella preghiera il corpo come via privilegiata della comunicazione con Dio. Michelangelo lo ha espresso simbolicamente dipingendo la creazione dell'uomo sulla volta della cappella Sistina. Al posto della creazione per mezzo della parola subentra un contatto personale, sensibile; attraverso le dita che si toccano fluisce la corrente che congiunge il cielo e la terra. Per affermare la reciprocità tra Dio e l'uomo, l'artista non ha tolto il corpo all'uomo, ma ne ha prestato uno a Dio. La nostra epoca è provocata ad esplorare il mistero della corporeità, come altre epoche hanno esplorato quello della spiritualità.

Ai cristiani di domani, ancor più che a quelli di oggi, sarà dato di vivere lo Spirito col corpo.

BIBLIOGRAFIA

Oltre le opere cit. nelle note cf

M. Bernard, I riti del corpo: il presente di un'illusione, Milano 1974.

C. BruairePhilosophie du corps, Parigi 1968.

F. Mac Nutt, Il carisma delle guarigioni, Alba, Edizioni Paoline 1977.

M. ScanlanInner Healing, Nuova York 1974.

R. Laurentin, Il movimento carismatico nella chiesa cattolica, Brescia 1976.

M. Panciera, Il rinnovamento carismatico in Italia, Bologna 1977.

M. KelseyHealing and Christianity, Nuova York 1973.

NOTE

1 Una sintesi esauriente di questa problematica si può trovare in C. Squarise, Corpo in DETM,

149-166.

2 S.S. Acquaviva, In principio era il corpo, Roma 1977, 15s.

3 «La maggior parte di ciò che al giorno d'oggi avviene di nuovo, provocatorio, impegnato, nella politica, nell'educazione, nelle arti, nelle relazioni sociali (amore, corteggiamento, famiglia, comunità), o è opera di giovani che sono profondamente, persino fanaticamente, avversi alla generazione dei loro padri, o lo è di coloro che si rivolgono fondamentalmente ai giovani»; T. Roszack, La nascita di una controcultura. Riflessioni sulla società tecnocratica e sulla opposizione giovanile, Milano 1971, 13.

4 R. Dubois, Il Dio interno, Milano 1977, 226.

5 Cf B. De Marchi, «Funzione della società, liturgia del corpo o fattore di umanizzazione?», in Vita e Pensiero 60 (1974) 15-47. Tutto questo numero monografìco, dedicato allo sport, è pertinente al tema dell'espropriazione-riappropriazione del corpo. Il corpo è desublimizzato sia quando è usato come veicolo di messaggi pubblicitari sia quando funziona come macchina muscolare per battere primati.

6 Il pensiero di Marcuse sull'uso repressivo che la società capitalista avanzata fa della desublimazione degli istinti si trova in L'uomo a una dimensione, Torino 1967 e in Eros e civiltà, Torino 1964.

7 Cf J.-M. BroehmCorps et politique, Parigi 1975.

8 Tr. it., Milano 1974. Il titolo originale inglese (Our Bodies, Ourselves: «I nostri corpi, noi stesse») esprime efficacemente l'appropriazione del tema filosofico esistenziale; «io sono il mio corpo». Sul rapporto della donna con la medicina si veda anche Ehrenreieh, Le streghe siamo noi, Milano 1975.

9 Cf E. Figes, Il posto della donna nella società degli uomini, Milano 1970. Una panoramica esauriente è offerta da Sociologia della condizione femminile, a cura di F. Bonazzi e G. Catelli, Roma 1977. Una vasta bibl. ragionata, 97-115. Lo sfruttamento della donna nell'ordine patriarcale è spiegato da E. Fromm, Avere o essere?, Milano 1977, come predominio della modalità dell'avere che si realizza nel possesso di esseri viventi, 38s.

10 Cf O. Thibault., La domination du sexe mâle: phénomène biologique ou culturel?, in La revue nouvelle 30 (1974/1), 44-51. Sugli abusi causati dall'ambiguità della parola "natura" e sulla corresponsabilità della teologia cattolica nel rafforzare, con un'interpretazione maschista dei dati della scrittura, le ideologie profane, cf J.-M. Aubert, La donna. Antifemminismo e cristianesimo, Assisi 1976, spec. 116-131.

11 La validità e i limiti della politica di emancipazione femminile del movimento operaio sono obiettivamente considerati da C. Ravaioli, La questione femminile, Milano 1976 (specialmente «La riappropriazione del corpo. Intervista con Giovanni Berlinguer», 89-110).

12 Cf A. von Lysebeth, Imparo lo Yoga, Milano 1975.

13 Informazione esauriente in H.H. Bloomfield, M.P. Cain, D.T. Jaffe, MT, La meditazione trascentale, Milano 1976 (il sottotitolo dell'originale situa questa tecnica nella prospettiva che stiamo considerando: «Discovering inner energy and overroming stress»).

14 Maharishi Mahesh YogyThe Science of Being and the Art of Living, Stoccarda 1966 (tr. it. Roma 1970).

15 J.H. Schultz, Il training autogeno, 2. voll., Milano 1971; K. Thomas, Autoipnosi e training autogeno, Roma 1976.

16 Cf in generale P. Geissmann-R. D. De Boussinger, I metodi di rilassamento, Roma 1972.

17 J. Wolpe - A.A. LazarusBehaviour therapy techniques, Nuova York 1966.

18 E. JocobsenYou must relax, Nuova York 1957.

19 Il testo base è Teoria e pratica della terapia della Gestalt, di F. Perls - R.F. Heffeline - P. Goodman, Roma 1971.

20 R. DubosThe mirage of health: utopian progress and biological change, Nuova York 1959.

21 Cf la rubrica «Découvrir la quatrième dimension» che A. Goettmann ha tenuto per tutta l'annata 1976 nella rivista Temps et paroles. Gli articoli sviluppano l'idea che dall'esperienza spirituale dipenderà la modificazione radicale dell'uomo e l'avvenire del mondo. Terremo presenti gli articoli soprattutto nel paragrafo dedicato alla meditazione corporea.

22 La guarigione può essere considerata anche come un processo di restaurazione dell'unità della persona, che domanda interventi differenziati. «La guarigione si produce quando tutte le condizioni sono realizzate. Ci sono condizioni fisiche che solo il medico è atto a conoscere e a suscitare. Ci sono anche condizioni di ordine emozionale che possono essere rese presenti da quelli che sono formati in psicoterapia; e finalmente la guarigione richiede condizioni di natura spirituale, che non possono essere pienamente viste e facilitate che da quelli che sono formati e sperimentati nella viva tradizione della chiesa cristiana. Tutti questi uomini, insieme; possono costituire un 'équipe utilissima per il servizio del Signore». M. Kesley, Healing and Christianity, Nuova York 1973, 359.

23 Esicasmo deriva dal greco "hesychìa", cioè: silenzio, pace dell'unione con Dio. Sulla pratica della "preghiera di Gesù", una delle più care alla spiritualità orientale, russa in particolare, si veda: Un monaco della chiesa orientale, La preghiera di Gesù. Genesi, sviluppo e pratica nella tradizione bizantino-slava, Brescia 1964.

24 Si veda, in questo senso, G. Moroni, Il corpo e la preghiera, Bologna 1976. Il libretto presenta esercizi pratici individuali e collettivi per una ricerca delle condizioni corporee e mentali per accogliere la preghiera. Suo presupposto è che tutto ciò che viene vissuto dalla persona nella sfera più intima viene recepito a livello fisico e che, viceversa, il corpo impone la sua presenza a ogni manifestazione, anche la più spirituale.

25 Tra le opere più qualificate sullo Zen, cf A. Watts, La via dello Zen, Milano 1959; D.T. Suzuki, Zen Buddhism, Nuova York 1956. Bibl. esauriente in Enciclopedia delle Religioni, VI, Firenze 1970, 354-356.

26 W. Dürckheim: Der Alltag als Ubung, Berna-Stoccarda 1962; Id., Hara. Die Erdmitte des Menschen, Weilheim 1964; Id., Zen und Wir, Weilheim 1961; Enomiya - Lasalle: Zen, Weg zur Erleuchtung, Vienna 1960; Id., Zen-Buddhismus, Colonia 1966; Id., Zen-Meditation für Christen, Weilheim 1969. Sui rapporti tra Zen e cristianesimo cf anche: H. Dumoulin, Dialogo con il Buddhismo Zen in Con 3 (1967/9) 167-185; W. Johnston, Dialogo con lo Zen in Con 5 (1969) 1829-1839; T. Merton, Mystics and Zen masters, Nuova York 1967; D.T. Suzuki, Mysticism, Cristian and Buddhist, Londra e Nuova York 1957.

27 Cf H. Waldenfels, Meditazione: est e ovest, Brescia 1977.

28 Oltre all'indispensabile guida di un maestro, si può fare ricorso a guide e manuali, che già cominciano ad essere numerosi. Ci limitiamo a segnalare: K. Tillmann, Guida alla meditazione, Brescia 1975 e gli articoli (cf nota 21) di A. Goettmann in Temps et paroles.

29 Una fonte esauriente di notizie sullo hara è il libro di Dürckheim dedicato all'argomento. Lo hara stesso vi è così definito: «Il possesso di quella disposizione generale dell'uomo che lo mette in grado di aprirsi alle forze e all'unità della vita originaria e di mostrarle nel dominare, dare un senso e portare a compimento la propria vita. Ciò che si oppone più tenacemente all'acquisizione della forza dal centro è il restare attaccato all'io, il quale con la propria ostinazione disturba la nascita di un vero potere. Solo quando si riesce a escludere l'intrusione dell'io si produce la prestazione perfetta, in quanto frutto di una maturazione interna. La ragione non è più necessaria, la volontà tace, il cuore è diventato silenzioso: con felice sicurezza l'uomo agisce senza il proprio intervento».

30 Vedere l'accurata analisi fenomenologica del sorgere della percezione dualistica (il corpo come oggetto) dal predualismo originario fatta da J. Sarano, Significato del corpo, Edizioni Paoline 1975, 47-61. Sarano non tralascia di mettere in luce il significato e la funzione del corpo-oggetto, presupposto per l'intervento terapeutico, l'etica e l'ascesi.

31 H. Bossu -C. Chalaguier, L'expression corporelle, Parigi 1974, 27.

32 Cf J. Salk, La sopravvivenza dei più saggi, Roma 1977.

Il corpo nella cultura contemporanea

Sandro Spinsanti

IL CORPO NELLA CULTURA CONTEMPORANEA

Queriniana, Brescia 1983

pp. 168

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INTRODUZIONE

IL CORPO, TRA CULTO E CULTURA

Una porta a due battenti si apre sul modo di vivere che contraddistingue la seconda metà del sec. XX: il primo battente è lo sviluppo della tecnologia, il secondo il ritorno al corpo. Il corpo trionfa nelle arti e nel costume. L’Occidente dell’epoca industriale avanzata, perse le tradizionali fedi religiose e laiche, defluiti gli entusiasmi ideologici, sembra aver trovato un’unità ecumenica nel culto del corpo. Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti. La cura del corpo non appartiene più solo ai privilegiati: la pressione esercitata dai mezzi di comunicazione di massa l’ha fatta straripare anche negli altri ceti sociali. Cosmetici e diete, jogging e club ginnici, maratone e sports non competitivi: la nostra civilizzazione offre l’immagine di un felice ripiegamento sul corpo alla ricerca della perfetta ‘forma’ fisica. L’entusiasmo delle folle di fronte ai bronzi di Riace non sarebbe spiegabile se il corpo non occupasse un posto cosi centrale nel nostro universo simbolico. Finita l’epoca della vergogna del corpo, ci sembra di esser pronti per una seconda giovinezza, con ai piedi le ali di una nuova mitologia. I giornali e le riviste che parlano del corpo — medicina, sport, amore e sessualità — aumentano le loro tirature. Le scuole di danza e di ballo segnano il ‘tutto esaurito’. I laboratori teatrali continuano ad esplorare tutte le possibilità espressive del corpo: il gesto, la mimica, i suoni. Il legame tra pubblicità e corpo umano sembra impermeabile a qualsiasi scrupolo moralistico: Sua Maestà il Corpo, associato a prodotti di ogni genere, trionfa sul piccolo come sul grande schermo, sui rotocalchi come sui pannelli stradali.

Se il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, la sua interpretazione è tutt'altro che univoca. La nostra civilizzazione si è veramente ‘riappropriata del corpo’, come pretendeva uno degli

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slogans più ripetuti del ’68? oppure l’emergenza del corpo è un fenomeno illusorio (da paragonare al fenomeno dell’‘arto fantasma’, conosciuto in neurologia: mai la percezione di un arto è tanto forte e dolorosa, come dopo la sua amputazione!)? L’innamoramento collettivo per il corpo è solo un aspetto della società consumista, da attribuire alla ben nota astuzia del capitale, oppure segna una svolta epocale, che nasce dalla crisi del consumismo e della cultura acquisitiva, in un trionfo neo-poveristico che indietreggia su ciò che più sicuramente possediamo, cioè il corpo? La ricerca del benessere psicofisico è finalizzata ad attribuire illusoriamente al corpo quel ruolo centrale, che gli viene invece sistematicamente negato dalla violenza quotidiana? La rivolta dionisiaca introduce nella rivoluzione del corpo, quale ultima rivoluzione, oppure fa accedere all’epoca in cui trionfa un narcisismo involutivo e una politica della consolazione?

Il nostro saggio si propone di offrire una rassegna dei più importanti problemi antropologici ed etici relativi al corpo, così come sono presenti nei dibattiti culturali contemporanei, alla ricerca di snodi teoretici e pratici in armonia con la visione cristiana dell’uomo. Si articola in tre parti. Ci metteremo dapprima a seguire le disparate piste che, dai più diversi ambiti di esperienza, ricondurranno allo stesso centro: il corpo come luogo di interrogativi fondamentali sull’uomo. Nella seconda parte esploreremo il patrimonio storico della saggezza cristiana nell’atteggiamento verso il corpo, alla ricerca dei valori permanenti. Affronteremo, infine, alcuni problemi selezionati relativi ai modi pratici di vivere il corpo, lasciando emergere orientamenti normativi che tengano conto delle acquisizioni antropologiche e teologiche sul corpo. Sono altrettanti capitoli di quel sapere che un germanista chiamerebbe praktische Theologie. Oppure bisognerà chiamarlo ‘sapienza’, tout court. Non meno della sapienza — la stella polare dei filosofi e dei mistici — è necessario oggi, dopo che il corpo è lentamente scivolato al centro dell’ansia, per abitarlo senza infelicità.

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parte prima

FIGURE DEL CORPO ALLA RICERCA DI SE STESSO

Sono nato una seconda volta

quando la mia anima e il mio corpo

si amarono e si unirono in matrimonio

(Kalhil Gibran)

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capitolo primo

IL CORPO COME UTOPIA POLITICA

1. Il corpo a controcultura

Il movimento è stato identificato e studiato in tutti i suoi risvolti; ha già ricevuto le sue brave etichette, per essere catalogato al posto giusto nei libri di storia. Sembra che alla fine, tra le tante, abbia prevalso la qualifica, di sapore nietzscheano, di ‘rivolta dionisiaca’; a buon diritto, perché nessun vate della cultura contemporanea ha protestato più forte di Nietzsche contro la soggezione dei sensi e della sensualità a modelli culturali mutilanti e ha rivendicato con più vigore i diritti del corpo 1. Già imbalsamato, dunque, il movimento, assunto nell’universo rarefatto dei miti, finito nella rigidità delle cose morte? oppure qualcosa si muove ancora?

Il termine ‘movimento’, per indicare l’aspirazione a nuovi rapporti sociali sulla base di un diverso rapporto col corpo, è appropriato in senso letterale, oltre che metaforico. Uno dei primi segni della nuova stagione del corpo è stato il rock, che metteva in movimento i giovani corpi, risvegliava nelle membra irrigidite dalla repressione di una società tendente all’efficienza e al profitto la pulsante energia animale, col ritmo martellante rianimava le passioni; e mentre Elvis Presley incitava

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let go - let go - let go - let go..., la musica portava i giovani gli uni verso gli altri, in un progetto di nuova socialità 2In nuce c’era già tutto: la contestazione, la riabilitazione del corpo, e i giovani come protagonisti 3. Era l’epoca degli hippies, con la loro inventiva disarmante e fantasiosa; e la beat-generation si sradicava dall’humus spirituale dell’Occidente per esplorare le vie di un Oriente — indù, tibetano, e soprattutto buddista zen — riscoperto come tradizione di una spiritualità non ostile al corpo.

La protesta si è estesa in un baleno in tutto il ‘villaggio’ occidentale. La posta in gioco era una nuova cultura del corpo: provocatoriamente, i capelli lunghi sono stati scelti come bandiera del movimento. Secondo la formula incisiva di Roger Garaudy, dapprima è stato il corpo che ha opposto un rifiuto, lo spirito lo ha poi seguito sulla via della ribellione. Era una rivolta contro l’educazione autoritaria, in nome della fedeltà al ‘Bambino’, quale riserva di natura incontaminata. Si mirava alla delegittimazione e alla destrutturazione del mondo della mutilazione corporea, proponendo in alternativa le creazioni di àmbiti che facilitassero il contatto intersoggettivo (le famigerate comuni, in cui il benpensante vedeva solo abolizione dei tabù sessuali e promiscuità, esprimevano soprattutto il bisogno della tenerezza, mediante la vicinanza corporea) e il contatto interoggettivo (il nuovo rapporto con la natura promosso dal movimento ecologico). L’obiettivo era posto in alto: si mirava alla trasformazione della società stessa, grazie a un ambiente che favorisse la ‘vita’, cioè rapporti con il mondo e con gli uomini non più soggetti alla repressione. Il corpo, trasformato

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da strumento di lavoro in organo di piacere, sarebbe stato il profeta per condurre ciò che restava dell’umanità, dopo il diluvio dell’epoca borghese-capitalista, nella nuova terra promessa. In attesa della palingenesi, le controculture producevano intanto un fuoco d’artificio di nuove esperienze e modi espressivi, in cui prendeva forma un alternativo umanesimo del corpo. «La rivalutazione di antiche pratiche artigianali e l’instaurarsi di rapporti umani non convenzionali, gli esperimenti coraggiosi compiuti nella organizzazione di comunità deliberatamente fondate, le esperienze di vita tribale, i nuovi stili e colori nell’abbigliamento, un desiderio di allegria percepibile anche nei suoni, il profumo stuzzicante dell’incenso e dei fiori, i riti organizzati prendendo a spunto forze e cicli cosmici reali o presunti, tutti questi aspetti della controcultura, per quanto insignificanti e goffi, costituiscono dei tentativi di ricatturare i valori antichi e duraturi che la civiltà industriale è in procinto di distruggere» 4.

Le controculture del corpo hanno prodotto risultati permanenti? La carica provocatoria e innovativa contenuta nel ‘contro’ è stata prontamente riassorbita dalla civiltà consumistica. Tutto ciò che veniva rivendicato come modo alternativo di vivere ha invaso il mercato, sotto forma di consumo. Tuttavia la ventata delle controculture, anche se non ha avuto gli esiti rivoluzionari che si riproponeva, non è passata senza conseguenze.

Secondo l’analisi sociologica di Sabino Acquaviva, la rivendicazione dei diritti del corpo ha capovolto l’immagine della cultura: nella società da cui usciamo le norme erano sopra, e il corpo sotto; oggi tende invece ad accadere il contrario: è l’esperienza di noi stessi che costituisce, almeno nei desideri, l’immagine del mondo e i significati dell’esistenza. Quel che è rimasto dell’esperienza politica del ’68 può essere individuato

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nel capovolgimento del rapporto tra noi, le nostre esperienze affettive e il nostro corpo: «la radicale diversità rispetto al passato — e dunque la fine di una civiltà — è anzitutto nell’esperienza fisica, e quindi radicale, profonda, di qualche cosa di diverso: è l’esperienza profonda del nostro essere fisicamente che si trasforma, è il senso del rifiuto e dell’accettazione, del disgusto e della gioia, di essere noi stessi, che assume dimensioni diverse» 5.

Sbandierando lo slogan ‘il personale è politico’, si pensava a una rivoluzione politica e sociale che implicasse anche le strutture economiche. La rivoluzione non c’è stata, mentre il sovvertimento della dimensione personale, cioè dell’organizzazione della propria vita, ha avuto luogo.

Lo spostamento del baricentro ha portato al rifiuto di valori in contrasto con la propria corporeità. Quando il corpo diventa il referente principale, è impossibile vivere le certezze dell’ideologia. Pensando dal basso, i valori diventano precari e i significati ultimi sommamente incerti. Il corpo non può promuovere verità da possedere definitivamente, ma solo il primato della individualità.

2. La filosofia neo-marxista del corpo

Gli schemi ideologici tradizionali si sono dimostrati insufficienti per render conto della nuova realtà, che si poneva come alternativa alla società capitalista. Il declino della cultura marxista non va attribuito solo alla delusione per le esperienze del socialismo reale, bensì a una flessione registrata nel suo stesso cardine ideologico, che proponeva il primato della specie sull’individuo. È proprio questa proposta antropologica di fondo che è crollata. Le culture alternative hanno aiutato a capire che questo è il punto critico: il desiderio dell’esperienza corporea esprime la rivendicazione del primato dell’individuo sulla specie.

La critica neo-marxista è stata indotta a considerare il legame

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intrinseco tra la sottomissione della natura esterna e l’annullamento del corpo. Il meccanismo che ha prodotto l’alienazione del lavoro è lo stesso che ha portato al silenzio del corpo nella nostra civilizzazione, soggiogando e distruggendo anche la natura intima dell’uomo. La via della liberazione non è solo quella del cambiamento dei rapporti di produzione; è anche quella che passa per il corpo, permettendogli di ritrovare il suo linguaggio, la sua sensualità, il suo significato umano. Quale esempio di riflessione neo-marxista, maturata alla luce del movimento della controcultura, può essere considerata l’opera dello storico Rudolf zur Lippe 6. Ha tematizzato il parallelismo tra il dominio dell’uomo sulla natura e quello esercitato sul suo proprio corpo. È un dominio organizzato socialmente: il modo in cui avviene e le conseguenze nella natura e per l’uomo sono differenti nelle diverse società e nelle diverse condizioni di vita offerte dalla natura. Lippe dipende nella sua analisi dal pensiero della scuola di Francoforte. Ma, a differenza del suo maestro Adorno, non considera la storia (capitalistica) dell’annullamento del corpo come un processo che si sviluppa linearmente, tendendo al basso, quasi che un unico processo di civilizzazione nemico del corpo conducesse dai tempi omerici al presente. Più dialetticamente, individua anche all’interno della storia dell’Occidente momenti in cui la libertà attraverso il corpo sembra sia stata una possibilità concretamente vissuta. La liberazione del corpo e attraverso il corpo ha avuto una grande stagione, per esempio, all’epoca del nuovo capitalismo commerciale, che prendeva parte esso stesso alla produzione. Studiando la danza nel primo Rinascimento, Lippe giunge alla conclusione che — almeno per un breve tempo e per un ristretto strato aristocratico — è stato possibile vivere di fatto la libertà attraverso il corpo.

Non a caso Lippe ha scelto di attribuire un valore emblematico a un momento dell’arte europea della danza. La danza

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rappresenta, infatti, la più importante disciplina dell’educazione corporea impartita dalla società e simbolizza il rapporto della società con la physis dell’uomo. Il fenomeno della danza artistica — studiato da Lippe nell’èra del capitalismo commerciale nelle corti dell’Italia settentrionale — può sembrare marginale nella discussione sullo stato presente del dominio esercitato tanto sulla natura che sul corpo dell’uomo. Eppure anche un altro pensatore neo-marxista, il filosofo Roger Garaudy, ha trovato nella danza la cifra per capire la portata del movimento della controcultura giovanile: «Che cosa succederebbe se, invece di costruire solamente la nostra vita, avessimo la follia o la saggezza di danzarla? Questa è forse una delle questioni più importanti che pone oggi la gioventù nella sua contestazione dei fini stessi del mondo che noi le trasmettiamo» 7. La filosofia sociale neo-marxista rifiuta di adottare la posizione della rigida ortodossia comunista, la quale riduce tutto il problema del corpo e del desiderio a una manifestazione piccolo-borghese, discorso ‘sovrastrutturale’, e quindi reazionario, dell’arsenale ideologico della borghesia decadente. Nel rifiuto di rimandare la danza... a domani — vale a dire: a stabilire nuovi rapporti col corpo solo quando saranno stati risolti i problemi della produzione e della giustizia — è contenuto il progetto di una politica del corpo che ha un esplicito valore di contestazione delle strutture entro le quali il corpo viene rinchiuso ideologicamente o programmaticamente. Equivale a una battaglia per la sopravvivenza dell’uomo, in un mondo in cui la carne e lo spirito vengono sistematicamente calpestati.

Il movimento di contestazione ha scelto come maîtres à penser quei pensatori radicali che hanno demistificato l’umanesimo del corpo inalberato dalla civiltà tecnologica, mettendo a nudo l’alienazione che cresce con i consumi di massa 8. Su tutti ha prevalso Herbert Marcuse, il filosofo che ha dato voce a un’originale sintesi di istanze neo-freudiane e neo-marxiste. Ha insegnato a diffidare dalla liberalità nei confronti delle pulsioni istintuali di cui fa mostra la società industriale avanzata.

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In realtà la libido è controllata come un valore commerciale. La scarica sessuale è permessa solo perché, ristabilito l’equilibrio della personalità, l’uomo possa investire di nuovo le sue energie nella produzione. Lui stesso sarà il consumatore forzato di ciò che è prodotto al di là dei bisogni: ad allettarlo al consumismo penserà l’erotismo pubblicitario, che a sua volta si serve disinvoltamente del corpo. ‘Desublimazione repressiva’ della sessualità, ha chiamato questo processo H. Marcuse.

Le articolazioni del pensiero di Marcuse sono estremamente complesse 9. Ma la generazione giovanile, che ne ha fatto la propria bandiera per la battaglia di destabilizzazione istituzionale del ’68, ne aveva individuato e valorizzato il pilone portante: il problema chiave dell’‘alienazione’ ha assunto oggi un significato diverso da quello che è stato tradizionalmente indicato dal marxismo. La dialettica della liberazione non passa per la lotta di classe, ma per il corpo umano. Esso è un eterno campo di battaglia dove si combatte la lotta degli istinti, antecedente a quella delle classi sociali. La ‘logica del dominio’, che prevale nelle lotte di classe, si innesta su una alienazione più fondamentale che riguarda l’uomo nella sua vita psichica e nel suo rapporto con la natura. L’alienazione è il risultato di profondi e segreti atti repressivi che non saranno eliminati da un semplice rimescolamento delle strutture istituzionali della nostra società. La liberazione individuale, come diverso progetto di vita a partire dal rapporto col corpo che intrattiene colui che se lo è riappropriato, e che ha permesso al corpo di essere tutto ciò che esso può essere 10, è il presupposto per una liberazione intesa come costruzione di una società diversa.

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3. Il corpo vissuto: la lezione della fenomenologia

L’utopia politica di una nuova civiltà del corpo, che esplodeva con la contestazione giovanile, traeva la linfa, oltre che da una rilettura di Marx e di Freud, anche da quella svolta nel pensiero contemporaneo che ha avuto luogo con la fenomenologia. Il ritorno all’immediatezza del corpo non è che una figura particolare del ‘ritorno alle cose stesse’. La nozione di ‘corpo vissuto’, distinta dalla nozione di corpo-oggetto, si è affacciata per la prima volta nella storia del pensiero con Schopenhauer. A lui si deve la teorizzazione di una duplice conoscenza del corpo: una che lo considera dall’esterno, come oggetto tra gli oggetti, e l’altra invece dall’interno, anziché come oggetto di fronte al soggetto. La prima, che nel linguaggio di Schopenhauer corrisponde alla ‘rappresentazione’, ci parla del corpo nel modo in cui è stato concettualizzato dalla biologia, dall’anatomia, dalla fisiologia. Il secondo tipo di conoscenza è relazionato al corpo come atto motorio, come bisogno, come tensione, ed è manifestazione diretta della ‘volontà’. Proprio questa esperienza del corpo, intimamente saputo come moto, desiderio e impulso, è una chiave per penetrare al di là della facciata del reale.

La lingua tedesca è uno strumento linguistico appropriato per rilevare la distinzione tra le due concezioni del corpo, in quanto dispone di due termini distinti: Körper e Leib. Mentre Körper indica il corpo reso oggetto di una conoscenza fattuale, Leib designa il corpo vissuto: non una cosa tra le altre, bensì l’origine del rapporto con il proprio mondo 11.

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La nuova riflessione antropologica sul corpo si situa alla confluenza di diverse spinte, che hanno portato a superare la visione ottocentesca, riduttiva e semplificatrice, che concepiva il corpo come un fascio di meccanismi. Un apporto decisivo è venuto dalla psicanalisi. Partendo dalla scoperta della ‘conversione organica’, veniva alla luce la capacità del corpo di significare contenuti psichici rimossi. Veniva inferto così un colpo decisivo alla tradizionale dicotomia anima-corpo: la vita umana poteva essere intesa come corporeo-spirituale da cima a fondo. Dopo Freud conosciamo meglio la realtà incarnata dello spirito e il senso spirituale del corpo.

Anche la Gestaltpsychologie ha avuto la sua parte di merito nel far maturare la nuova stagione di riflessione filosofica sul corpo. Il suo contributo è consistito nella conoscenza della percezione. Questa non avviene secondo lo schema additivoaggregativo, ma ha piuttosto carattere di globalità. Le cose vissute si offrono d’emblée, con la loro tonalità qualitativo-emotiva e sensuale. Noi percepiamo il mondo non attraverso i canali indipendenti dei sensi, bensì con il nostro essere totale.

L’apporto decisivo a una nuova comprensione del corpo nell’esperienza vissuta è venuto dalla filosofia esistenzialista. Nell’analisi dell’esistenza svolta da Heidegger in Sein und Zeit c’è, in realtà, una lacuna. L’Esserci è descritto come aperto al mondo, al quale inerisce nel duplice senso di prendersi cura (degli esseri intramondani, in quanto ‘utilizzabili’) e dell'aver cura (degli Altri). Tuttavia Heidegger ha lasciato inesplorato quanto questa struttura dell’Esserci dipenda dalla corporeità. La sua analisi suppone come già risolti i problemi del corpo e della percezione. Non così, invece, in Sartre. Il suo L’être et le néant ha sostanzialmente colmato la lacuna. Il corpo, nella sua analisi, non è solo qualcosa che possiedo; il corpo, che vivo in prima persona, sono io stesso: j’existe mon corps. Il corpo per sé, o corpo-soggetto, è un insieme di fatticità e di trascendimento; la corporeità è così inclusa nel moto del dépassement.

L’analisi sartriana è stata ulteriormente approfondita da Merleau-Ponty. Egli è andato oltre la contrapposizione di Sartre tra

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corpo oggettivo (o ‘per gli altri’) e corpo fenomenico (o ‘per me’), che in qualche modo non abolisce ancora completamente le polarità classiche del soggettivismo e dell’oggettivismo, della coscienza e della cosa. Nell’articolata riflessione di Merleau-Ponty sulla corporeità si intrecciano tutti i temi essenziali della nuova coscienza del corpo: l’apertura del soggetto al mondo in virtù del corpo che esso vive; l’inerenza della coscienza al proprio corpo; la concordanza tra la percezione che il mio corpo ha di se stesso e l’esperienza percettiva dell’oggetto esterno; la connessione tra Tesservi di un mondo percepito in comune e la compresenza dei soggetti (il corpo fonda la fenomenologia relazionistica di Merleau-Ponty). Per oltrepassare l’alternativa del per-sé e dell’in-sé, è necessario partire dalla struttura del comportamento. In questa esperienza il corpo proprio (nel senso di Leib, o corpo animato: la realtà psicofisica avente la particolarità di essere vissuta come ‘mia’) viene a formare un terzo genere tra il puro soggetto e l’oggetto. Questa esperienza vissuta del proprio corpo non ha nulla a che vedere col ‘pensiero del corpo’, o con l’‘idea del corpo’ che ci formiamo per riflessione attraverso la distinzione del soggetto e dell’oggetto. Il corpo vissuto non è solo il nostro modo di far attivamente presa sul mondo; è anche la nostra possibilità di esserne partecipi e di abitarlo: «Sia che si tratti del corpo altrui, sia che si tratti del mio, non ho altro modo di conoscere il corpo umano che viverlo, cioè assumere sul mio conto il dramma che mi attraversa e confondermi con esso» 12.

La riduzione, cosi caratteristica della filosofia contemporanea, del corpo a un comportamento — o a un modo d’essere vissuto — ha gettato una nuova luce sulla sfera di fenomeni in cui il corpo consiste. La riduzione non è un riduzionismo.

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Tutt’altro: il corpo è corpo, ma il corpo supera il corpo: è più di se stesso. È carico di un significato che ne fa una cifra della totalità della persona.

4. Il corpo narcisistico, dopo il corpo utopico?

Il ritorno all’immediatezza del corpo — nello sbandieramento policromo delle culture alternative e nella severa riflessione del pensiero fenomenologico — mobilita gli animi più di qualsiasi programma ideologico. Le pratiche corporee recenti, che contraddistinguono in modo così vistoso la fisionomia della nostra civilizzazione, realizzano un ritorno al corpo sui generis, non riconducibile totalmente agli indirizzi programmatici che abbiamo considerato. La categoria più esplicativa di ciò che si sta svolgendo sotto i nostri occhi sembra essere quella del ‘narcisismo’. Esso fornisce in misura crescente una figura della società post-moderna, perché intimamente legato ai dispositivi permeanti che nella nostra società muovono cose e persone. Secondo lo psico-sociologo C. Lasch, il concetto di narcisismo ci offre un ritratto sufficientemente esatto della personalità ‘liberata’ del nostro tempo. È come se stesse prendendo forma un nuovo stadio dell’individualismo 13.

Il tratto fondamentale di questo narcisismo è il ritorno su di sé. In questo ripiegamento vengono investite le energie altrimenti canalizzate nei trascendimenti di tipo politico o sociale. È un tuffo nell’interiorità, che sceglie di fare del corpo il solo ‘luogo dell’avventura’ 14. L’appoggiarsi alla coscienza corporea non fornisce solo una risorsa intima di durata e di certezza, ma è ricercato come via di liberazione: «Chiunque voi siate, se volete trasformarvi cominciate dal vostro corpo» 15. È come se le resistenze al cambiamento situate nell’inafferrabile

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inconscio diventassero finalmente disponibili a una presa corporea.

Ma è reale o illusoria tale riacquistata padronanza del corpo? e qual è il tipo di libertà promossa dal mito della salvezza attraverso il corpo? Il ritorno su di sé, all’immediatezza del corpo, è una figura sociale; le norme continuano ad esistere, anche se non sempre mostrano palesemente la loro natura nell’abile rivestimento. ‘Narcisismo diretto’, lo ha chiamato Baudrillard. Il narcisismo non è una forza egualitaria, che livella le differenze. Le avventure della coscienza corporea sono anche esse un modo per sottolineare le distanze 16. L’inflazione del corpo resta un fenomeno che coinvolge le classi medie, installate in un ‘io’ sempre più appropriato, ma senza poter sfuggire alle sollecitazioni di mode e interessi che hanno il loro centro altrove.

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capitolo secondo

NEL LABORATORIO DELLE SCIENZE ANTROPOLOGICHE

1. Questioni nuove sul corpo

Un’ondata di vivo interesse per il corpo ha investito quel settore di discipline scientifiche — psicologia, sociologia, linguistica, antropologia culturale, etologia — che sono designate nel loro insieme come ‘scienze dell’uomo’. Si direbbe che, dopo l’esplosione dell’interesse per le tecniche corporee esotiche, diventate cultura ‘alternativa’, il mondo accademico abbia fatto eco al nuovo culto, quasi religioso, del corpo col proporre, a sua volta, il culto dello studio degli aspetti psico-sociali del corpo. Gli intellettuali hanno scoperto il corpo come fenomeno fondatore di significati, avviando un’inversione della tendenza a privilegiare il linguaggio parlato o scritto, come porta di accesso alla comprensione del fenomeno umano. La cultura scientifica dell’Occidente, tradizionalmente ‘logocentrica’, sposta la sua attenzione sui movimenti, gesti, posture ed espressioni del corpo fisico. E non solo con quella curiosità etnografica che faceva studiare il corpo dei primitivi — la nudità, la danza, il tatuaggio — per ricondurre le diversità inquietanti registrate in altre culture entro i limiti della razionalità occidentale. Se il ‘logocentrismo’ è visto come causa di alienazione, il ‘somatocentrismo’ è considerato, al contrario, come un aiuto a tornare a se stessi (la body experience come self experience). In ogni cultura, inoltre, il corpo, nel suo aspetto di — secondo la felice espressione di M. Mauss — «primo e più naturale strumento dell’uomo», si rivela come il luogo. privilegiato per comprendere le interconnessioni dell’individuo con la realtà sociale 17. Studiare il corpo, nell’approccio

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integrato delle diverse scienze dell’uomo, equivale, in definitiva, a uno studio della realtà umana nella sua totalità.

La fine della mono-coltura della parola può essere ricondotta alla volontà di uscire dalla crisi della comunicazione che affligge l’Occidente. Stiamo cominciando a renderci conto che l’eccessiva dipendenza dal linguaggio verbale, la cui caratteristica essenziale è l’arbitrarietà, ha portato all’atrofia le nostre risorse di comunicazione: siamo diventati ciechi e sordi ai potenti simboli espressivi del corpo. Ridare al linguaggio del corpo la priorità rispetto a quello verbale nell’espressione individuale e nella comunicazione sociale equivale a una rivoluzione antropologica. Rompendo con le referenze direttamente filosofiche, le scienze umane hanno privilegiato il versante rappresentativo del corpo, facendone una riserva di segni. Ciò ha comportato l’allontanamento dalla metafisica e dagli orizzonti ontologici, l’elisione del soggetto e delle problematiche rapportate alla coscienza.

Una delle piste più seguite dagli studi antropologici è precisamente l’esplorazione delle possibilità comunicative del corpo. Ogni cultura parla mediante l’utilizzazione del tempo, dello spazio, e delle posizioni del corpo un proprio ‘linguaggio silenzioso’ (E. Hall). Alla disciplina che se ne occupa è stato dato il nome di prossemica, o scienza dello spazio personale. Essa ha attirato l’attenzione su elementi importanti della dinamica della comunicazione che non erano stati presi in considerazione dai linguisti: la distanza o vicinanza fisica mantenuta dagli individui, il calore del corpo che essi emanano, l’odore che percepiscono in situazioni sociali, l’andatura, il senso del

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tempo appropriato per comunicare in differenti situazioni. Un’altra disciplina, la cinesica, studia invece più specificamente il comportamento comunicativo del corpo, vale a dire quei messaggi codificati dalla cultura che inviamo mediante gesti (come le occhiate, l’aggrottare le sopracciglia, l’alzare le spalle, far segni con la mano, muovere la testa e le dita, cambiare postura e segni involontari come l’arrossire). La cinesica analizza il canale di comunicazione costituito dai movimenti del corpo, un canale differente da quello del linguaggio 18.

Un altro modello di ricerca scientifica sul corpo è quello di tipo sociologico. La questione di fondo che muove questo tipo di studi può essere ricondotta alla domanda: in che modo la società interviene nel modellare il corpo? Per lungo tempo il lavoro tecnico degli antropologi è ruotato intorno alla tesi di Darwin, formulata già in un’opera del 1873, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, circa l’universalità delle espressioni stesse. Darwin era spinto alla conclusione che le principali espressioni corporee esibite dall’uomo sono le stesse in tutto il mondo. L’universalità era spiegata mediante la trasmissione genetica. La tesi di Darwin sembra passata in eredità agli etologi del nostro tempo. Ne costituisce un esempio l’opera di D. Morris, L’uomo e i suoi gesti. Morris osserva l’uomo in modo che il suo comportamento gestuale lasci trasparire il proprio senso biologico: vale a dire, la sua funzione nella

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soddisfazione dei bisogni e, in ultima analisi, nel mantenimento della specie. Per l’etologo l'homo sapiens sapiens è un primate, un fenomeno biologico regolato da leggi biologiche, come ogni altra specie. L’inventario dei gesti umani — un’impresa ardua, perché come specie ‘gesticolante’ non abbiamo l’uguale nel regno animale! — è costantemente ricondotto dall’etologo al significato biologico dei gesti stessi 19.

Gli studiosi di orientamento sociologico sottolineano invece che le espressioni corporee sono apprese. Le ‘tecniche del corpo’ — come si è ormai soliti chiamarle al seguito di M. Mauss ― sono fenomeni sociali e culturali, non ‘naturali’ 20. Ogni genere di azione reca l’impronta dell’apprendimento: non solo quelle complicate, formalizzate e ritualizzate, ma anche ‘semplici’ attività corporee come la frequenza del battito delle ciglia. Più che interamente apprese dagli altri, le tecniche del corpo sono scoperte attraverso gli altri. La serie di atti, più o meno abituali, che osserviamo nella vita dell’individuo e nella storia della società, sono dei montaggi fisio-psico-sociologici. Mediante un processo educativo, per lo più inconscio

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e non riflesso, la materia grezza del corpo fisiologico viene trasformata in un artefatto: il corpo umano, dotato di un significato sociale. Il corpo dell’uomo è anche un corpo sociale. I membri di una particolare società condividono determinati atteggiamenti e modi di comprendere il corpo: come, ad esempio, le definizioni di corpo ‘sano’, o ‘bello’, o ‘erotico’. Il corpo fisico come noi lo percepiamo è un segmento della nostra «costruzione sociale della realtà»; corpo e società si influenzano reciprocamente 21.

2. Alla scuola del corpo

Gli studi antropologici sul corpo, pur seguendo modelli e metodi diversi, lasciano già intravvedere alcune acquisizioni sulle quali non è difficile trovare il consenso degli studiosi. La prima riguarda il ruolo che svolge il corpo nella convivenza umana. Superata la concezione contrattuale della società, ritroviamo i fondamenti biologici del vivere sociale nella capacità di condividere stati somatici. La società è un sistema di forze attive in cui ogni corpo è profondamente sensibile alle emozioni degli altri. La comunicazione che è alla base della società, prima ancora di quella verbale, è quella che consiste nel condividere gli stati somatici (in coppia o in gruppi più ampi). Per questo processo non è richiesto, in teoria, un linguaggio parlato, per quanto in pratica l’uso del linguaggio e le sue conseguenze cognitive siano parte integrante dell’esperienza degli esseri umani normali. Il linguaggio, in ogni caso, è uno strumento successivo ai sistemi comunicativi sensoriali; esso è solo una forma di comunicazione, che per di più può essere

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straordinariamente ambigua e imprecisa, specialmente quando descrive le emozioni.

Il valore fondamentale delle forme di interazione non verbale può essere considerato una seconda acquisizione delle scienze antropologiche. Non nel senso che l’ago della bilancia si sposti dalla cultura alla natura. Anzi, la vecchia dicotomia è considerata irrimediabilmente superata dalla ricerca antropologica: l’evoluzione dell’uomo con il sorgere della cultura non ha reciso il suo legame con la natura; la cultura è biologica, legata alla genetica, ma la sua realizzazione dipende dall’interazione sociale. Tuttavia attraverso il corpo, che è lo strumento plastico e sensibile della comunicazione non verbale, possiamo talvolta capire di più di quanto sappiamo attraverso i processi cognitivi che ci vengono insegnati nel corso del processo di acculturazione 22. È una comunicazione diretta, che può essere chiamata un ‘corpo a corpo’ (anche se non ha una ‘naturalità’ tale da poter prescindere da una qualche forma di insegnamento).

La comunicazione non verbale è il canale privilegiato delle emozioni e si riferisce a questioni di relazione tra sé e gli altri: amore, odio, rispetto, paura, dipendenza ecc. I sentimenti, espressi come movimenti corporei, sono la base nella vita psichica, nonché della vita sociale. Quando il discorso veicolato dalla comunicazione non verbale si falsifica, il rapporto interpersonale diventa patogeno. Lo si può verificare in tutte le situazioni in cui si instaura un conflitto tra le categorie basate sulla parola e l’informazione che viene dal corpo. Quando la mente è artificialmente separata dal corpo, o il pensiero è separato dalle emozioni e movimenti del corpo che lo generano, ambedue ne soffrono. Cercando di risalire al silenzio primordiale, rotto dall’azione corporea, le scienze antropologiche contribuiscono a dare una risposta a uno dei malesseri più profondi dell'Occidente moderno.

Una terza indicazione che possiamo ricavare dagli studi sul corpo condotti dalle scienze dell’uomo riguarda il suo ruolo nelle esperienze umane di trascendenza. Tutte le culture assumono

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stati somatici di qualità particolare, che espandono la coscienza. I più spettacolari sono la trance e l’estasi; ma possono anche avvenire nel quadro della vita quotidiana, ed essere indotti con l’ausilio di bevande, droghe o digiuni. Secondo Maslow, tali esperienze sono parte integrante del corpo umano e costituiscono delle peak-experiences 23.

Senza impegnarsi in valutazioni di ordine metafisico, l’antropologia rileva che tali vissuti, propri dell’esperienza religiosa, della musica e della danza, realizzano l’uomo al suo più alto livello. Il conseguimento della consonanza tra diversi ambiti di esistenza — fisica, psicologica, sociale e cosmica — è fonte di un appagamento che è la base naturale di ogni trascendimento. Solo quando armonizziamo le nostre acquisizioni culturali con le forze e le strutture del corpo e accettiamo le sue condizioni, la vita umana acquista la sua piena dimensione creativa.

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capitolo terzo

IL CORPO AL FEMMINILE

1. Donna, sei il tuo corpo!

La donna si riferisce al corpo in modo diverso dall’uomo. Nell’insieme di ruoli e compiti che costituiscono le attese sociali legate allo stereotipo femminile il rapporto col corpo è prioritario. Essere donna rimanda al corpo. A quello degli altri, anzitutto. È la donna che pensa alle necessità del corpo dei membri della famiglia: nutre, pulisce, veste i bambini; accudisce i vecchi; cura i malati. Tutte le necessità fisiche sono legate tacitamente alla donna, in particolare all’interno del nucleo familiare. Dietro la parola ‘famiglia’ si può leggere sempre una realtà molto prosaica: c’è una donna che si occupa dei bisogni del corpo di altre persone.

A differenza del maschio, la donna è tenuta a rivolgere una attenzione privilegiata al corpo proprio. Anche questo è un imperativo legato allo stereotipo sessuale. L’immaginario della nostra civilizzazione è modellato sul corpo della donna. L’industria pubblicitaria presenta a getto continuo immagini di donne, di donne bellissime. Il commercio della bellezza, che serve a facilitare la vendita dei prodotti, induce la donna a un confronto continuo del proprio corpo con il modello ideale. A ben vedere, il corpo-oggetto della donna è strettamente imparentato col corpo-macchina applicato alla catena di montaggio, come due varianti di uno stesso asservimento alienante. Ma mentre l’espropriazione del corpo sfruttato dal lavoro è stata più facile da individuare e da denunciare, l’espropriazione che si traveste da mitica esaltazione del corpo femminile ha raggiunto la consapevolezza della massa solo attraverso i colpi d’ariete del movimento femminista.

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Lo sfruttamento del corpo femminile nella pubblicità è solo l’aspetto più grossolano della prevaricazione maschile. Ci sono altre forme di corporeità opprimente, che sono state cucite addosso alla donna dalla cultura maschile dominante. Una di queste è la corporeità ‘malata’ attribuita alla donna. Il suo corpo appare come bisognoso di cure continue, dal momento che tutto ciò che in lei è fisiologico è supposto essere patologico. Tutta una serie di eventi che fanno parte della normale vita biologica e sociale femminile — mestruazioni, contraccezione, gravidanza, parto, allattamento, menopausa — sono diventati di competenza medica. Se la dipendenza e la passività nei confronti della scienza medica sono comuni tanto agli uomini che alle donne, il corpo della donna è assoggettato in modo molto più radicale alla corporazione medica. E i medici della donna sono per lo più uomini, circondati per giunta da pessima reputazione quanto a grossolanità e insensibilità. I ginecologi danno l’impressione talvolta di rivaleggiare tra di loro in malcelata ostilità verso il corpo della donna 24.

Non è solo in questo o quell’ambito particolare che la donna è riferita al corpo: è la donna in quanto donna, ovvero la femminilità, che si tende a definire interamente tramite la natura. Il dibattito sulla dialettica natura-cultura al fine di spiegare

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le differenze sessuali oggi è per molti versi superato. La moda ideologica di spiegare le differenze — e ancor più i preconcetti su di esse — mediante il comodo sistema di interpretazione fornito dalla ‘natura femminile’, ha ceduto alla moda di riferire tutto alla società, o alla cultura. Questa riduzione è una visione semplicistica delle cose: «non tutto è genetico, non tutto è ormonale, non tutto è ambientale, non tutto è sociale, non tutto è politico» 25. Se gli studiosi più riflessivi si guardano dal riferire il dismorfismo sessuale e la duplice polarità maschile e femminile a una sola causa, gli stereotipi sedimentati continuano invece a imperversare. La ‘natura della donna’, identificata con la sua biologia, è invocata per difendere e giustificare le disuguaglianze di status tra uomo e donna. Ci si riferisce a una ‘natura’ predeterminata e fissata una volta per tutte, che la donna tradirebbe ogni volta che si discosta dai modelli tradizionali di essere madre, moglie, figlia o sorella. La natura giustifica il posto delle donne nella società: compiti, ruoli, status, poteri. La condizione della donna è mascherata come ‘finalità della natura’; i riferimenti alla fisiologia femminile — corredati di rappresentazioni mitologiche e ideologiche ― dissimula gli aspetti economici e socio-culturali della condizione della donna, nonché i meccanismi di dominio. Quando il corpo della donna è presentato come il suo destino, le si nega lo specifico privilegio del genere umano, che è il divenire.

Il movimento femminista ha trovato una forte spinta interna nella categoria della ribellione. Per liberarsi dai sistemi di dominio e di sfruttamento era necessario sbarazzarsi delle teorie sulla donna fatte da uomini, e in primo luogo rompere con le ‘finalità della natura’. Rifiutato il corpo confezionatole dall’uomo, bisognava rifarsi un proprio corpo. ‘Riappropriarsi del corpo’, appunto, come declamava lo slogan più ripetuto degli anni ruggenti del movimento femminista.

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2. Riappropriamoci del corpo

‘Riappropriamoci del corpo’: uno slogan appartenente a quel grappolo di formulazioni incisive e battagliere che riassumevano il programma del movimento femminista. Altri erano più aggressivi — ‘il potere è maschio’, ‘l’utero è mio, me lo gestisco io’ —, altri ancora più carichi di utopica poesia — ‘il personale è politico’, woman is beautiful —; analogamente, però, agli altri slogans, la riappropriazione del corpo ha espresso l’effetto di frattura con l’ordine precedente, di cui aveva bisogno il femminismo per imporsi. I tabù non potevano essere oggetto di ragionevole contrattazione, ma andavano abbattuti a spallate.

L’opinione pubblica è rimasta colpita soprattutto dalle rivendicazioni riferite al diritto ad abortire. Le femministe hanno dato un contributo polemico e appassionato per la legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza. Ma il diritto all’aborto rivendicato dai gruppi storici del movimento non si identifica con i lugubri slogans e le azioni provocatorie delle ‘autonome’. L’aborto non può essere reclamato come diritto di libertà, senza affermare al tempo stesso che quello di abortire è un diritto triste, e che il vero problema delle donne è quello di non aver più bisogno di abortire. Il vero oggetto delle rivendicazioni delle donne è l’autodeterminazione, nel campo della sessualità come nella gestione del corpo in genere. Il movimento femminista si è fatto portavoce del senso di frustrazione e di rabbia di tante donne, private delle conoscenze necessarie per un rapporto consapevole col proprio corpo ed esposte a gestioni paternalistiche di' esso. Scoprire il proprio corpo, il suo linguaggio, le sue vere necessità, al di sotto di quelle indotte dalle manipolazioni pubblicitarie, è diventato un obiettivo prioritario dell’emancipazione femminile.

Una formulazione incisiva del programma è fornita da Noi e il nostro corpo, un manuale scritto da un collettivo di donne di Boston 26. ‘Scritto dalle donne per le donne’, precisa il sottotitolo.

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Le autrici parlano dell’effetto liberante che può avere una diversa educazione del corpo. Essa comunica consapevolezza ed energia, che cambiano la vita. La conoscenza del proprio corpo ha infatti una risonanza psicologica immediata. Come l’ignoranza, la paura e l’insicurezza dell’identità fisica bloccano le energie, così la presa di coscienza mette in grado di raggiungere la completezza umana: «Immaginate una donna che cerchi di fare un lavoro o di avere un rapporto paritetico e soddisfacente con altre persone, ma intanto si sente fisicamente debole, perché non ha mai tentato di essere forte; esaurisce tutta la sua energia cercando di cambiare faccia, figura, capelli, odore, cercando di uniformarsi a qualche modello ideale stabilito dalle riviste, dai films, dalla televisione; si sente disorientata e si vergogna del sangue mestruale che ogni mese fluisce da qualche oscuro recesso del suo corpo; sente i processi interni al suo corpo come un mistero che viene a galla solo come fastidio (una gravidanza non voluta o un cancro cervicale); non capisce o non le piace il sesso e concentra le sue energie sessuali in romantiche fantasie senza scopo, pervertendo e facendo cattivo uso della sua potenziale energia perché è stata educata a negarla. Se impariamo a capire, ad accettare, a essere responsabili della nostra identità fisica, possiamo liberarci da alcune di queste preoccupazioni e possiamo cominciare a fare uso delle nostre energie disinibite. L’immagine che noi abbiamo di noi stesse avrà una base più solida, saremo migliori come amiche e come amanti, come persone; avremo più fiducia in noi, più autonomia, più forza, saremo più complete». Anche questa nuova coscienza di benessere e di autorealizzazione a partire da un rapporto armonioso col proprio corpo è implicita nello slogan ‘donna è bello’.

L’autogestione del corpo e della salute comporta un rapporto diverso con la medicina. La ribellione alla medicina accademica è avvenuta sotto il simbolo della strega, la protagonista dell’irrazionale femminile 27. ‘Le streghe son tornate’: uno slogan

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rivolto meno a intimidire che a ventilare la speranza di una riemergenza del represso. La strega va inserita nel revival dell’esoterico e di arti alternative femminili. Tra di queste l’arte di guarire in forza dei poteri terapeutici della natura, con le sue erbe e i suoi prodotti ricchi di qualità medicamentose. Probabilmente è una forzatura storica ritenere che le ‘streghe’ fossero le detentrici di quelle conoscenze, e che sulla loro pelle sia stata operata una raffinata manovra di potere: alle streghe il rogo, e agli stregoni il potere medico. Il simbolo della strega, cionondimeno, ha espresso efficacemente l’anelito a una cura del corpo che non sia espressione della sottomissione violenta e depredatoria della natura propria della cultura tecnologica.

Sul piano dei fatti le trasformazioni possono essere meno vistose di quelle proposte dai programmi utopici, ma non per questo meno importanti. Sta sorgendo una medicina per la donna, che rispetta molto di più la donna. Le ex-streghette si stanno ora magari specializzando in ginecologia e diffondono la pratica del self-help, o autovisita ginecologica.

L’umanizzazione del parto è un altro capitolo della rivoluzione culturale che sta avvenendo nel campo della salute della donna. Le donne non vogliono più essere oggetti passivi durante quello che è uno dei momenti più importanti della loro vita. L’‘interventismo’ medico ha trasformato la nascita in una specie di intervento chirurgico: parti cesarei inutili, fleboclisi con un ormone per accelerare le contrazioni, ultrasuoni dannosi per ascoltare il battito del feto... Mettere al mondo un bambino è equiparato a un fatto patologico, a una ‘malattia’. Anche se il ricupero del ‘parto naturale’, allo stato attuale della medicalizzazione della nostra vita quotidiana, non è più possibile, molto può essere fatto, e comincia ad essere fatto 28, sotto la spinta delle rivendicazioni femminili, che considerano un parto ‘riuscito’ non solo quando il bambino viene al mondo vivo e integro, ma quando sono presi in considerazione gli aspetti affettivo-relazionali di quel vissuto.

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3. Per una differenza senza disuguaglianze

La riappropriazione del corpo porta le donne a combattere battaglie ancor più decisive che l’umanizzazione della medicina ginecologica. Per vivere con gioia il corpo è necessario qualche cosa che assomigli a una rivoluzione culturale. La mancanza di informazione sul funzionamento del corpo, il disattendere le sue ‘ragioni’, non sono che un aspetto di quel complesso di comportamenti e valori che costituiscono l’ideologia patriarcale. Per giustificare l’egemonia maschile il comportamento femminile è stato presentato come finalizzato alla maternità. La funzione riproduttiva è servita a giustificare, anzi a mascherare agli occhi stessi delle interessate, l’oppressione culturale. Le donne sono state in larga misura confezionate artificialmente dall’uomo 29. La donna è un fatto di natura, ma la femminilità è un fenomeno sociale. Secondo l’immagine efficace di Jean Rostand, il fatto di aver giocato con la bambola o con i soldatini di piombo è altrettanto importante nella storia dell’individuo quanto la presenza del cromosoma X o Y.

Per condizionamento culturale la donna ha vissuto il suo corpo come il luogo in cui si realizzava una fondamentale espropriazione. La sua sessualità è stata «vissuta per conto di terzi, mai fine a se stessa» 30. Il potenziale di gioia e di piacere del corpo è stato esorcizzato mediante una serie di tabù, che hanno portato la donna a guardare la propria realtà somatica come a qualche cosa di estraneo. Il corpo della donna nella cultura patriarcale è stato uno strumento di procreazione in mano all’uomo. E non sono mancati miti, religiosi e profani, forgiati

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per giustificare, come sovrastruttura ideologica, il ruolo di dipendenza della donna 31.

Il programma delle avanguardie femministe, di comprendere la donna a partire dal suo corpo riconquistato, non ha niente a che vedere con la corporeità femminile come la intende il sessismo dilagante. Perché la definizione della donna a partire dal corpo non si tramuti in un boomerang pericoloso per la donna stessa, è necessario che la riappropriazione del corpo avvenga contestualmente a tutte le altre dimensioni del processo di liberazione.

La prospettiva della ‘liberazione’ amplia quella della ‘emancipazione’ femminile, così come è stata tradizionalmente intesa e promossa dal movimento operaio. Il raggiungimento dell’uguaglianza dei sessi è stato uno dei fini dell’umanesimo marxista, da quando Engels nell'Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato ha denunciato la famiglia moderna in quanto fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata. L’integrazione delle donne nel mondo della produzione era finalizzata anche alla loro emancipazione dalla schiavitù domestica.

Per un lungo periodo la proposta politica e culturale del movimento operaio si è limitata a scalzare le ostilità della cultura borghese nei confronti dell’inserimento della donna nel mondo del lavoro; lottava perché le venisse riconosciuto il diritto ad essere produttrice, oltre che riproduttrice. Sembrava che bastasse assicurare alla donna il lavoro, perché si creassero le condizioni sufficienti a garantirle la piena valorizzazione in quanto persona umana 32. Il lavoro, con la conseguente autonomia

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economica e sociale, non è che un aspetto del processo di liberazione che conduce la donna alla libertà 33. Il movimento femminista, attaccando il tradizionale rapporto uomo-donna, ha riproposto la questione femminile in termini nuovi: come problema personale e politico, culturale e biologico insieme. Lo sfruttamento della donna non è mai soltanto economico. La società patriarcale ha fatto un uso repressivo della funzione riproduttiva, e quindi del corpo femminile. Per questo la liberazione della donna è oggi un cammino che passa attraverso il superamento dei tabù che le vietano la conoscenza del proprio corpo e coartano la sua libertà personale 34.

Tuttavia l’obiettivo finale della riappropriazione del corpo trascende il semplice vissuto corporeo, per tendere alla creazione di nuovi modelli culturali per i rispettivi ruoli maschile e femminile. La donna, che ha usato il corpo per compiacere l’uomo secondo le regole del gioco stabilite dall’uomo stesso, si sta dando oggi il permesso di scoprire le potenzialità inedite della sua esistenza corporea. Il cambiamento della mentalità in atto, sedimentata dai pregiudizi e dalle giustificazioni ideologiche, non avviene senza conflitti. C’è una forte spinta a creare

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una cultura femminile separatista, in polemica opposizione a quella maschile. La donna ha bisogno di un’educazione nuova nei confronti del corpo, della sessualità e della maternità, non meno di quanto l’uomo abbia bisogno di una rieducazione nei confronti della donna. Ma se si prende il cammino dell’espressione esasperata delle diversità, si rischia che l’unicità della persona umana venga offuscata.

Sembra difficile dare spazio alle differenze, senza che queste si traducano in disuguaglianze. Forse il linguaggio più efficace per esprimere la composizione del conflitto resta quello religioso: «L’umanità nuova non nascerà che allorquando la fedeltà al mondo presente e la tensione verso il mondo a venire saranno armonizzate mediante l’incontro uomo-donna. Riconciliati, ritroveranno allora l’umanità primeva («‘uomo-donna’ li creò») e saranno immagine di Dio trascendenza-immanenza, di Dio Parola di Padre-Tenerezza di Madre» 35. Per gli uomini e le donne di oggi non è possibile ancora vedere, ma solo sperare questo tempo nuovo, che fa rivivere il tempo delle origini: il tempo dell’alleanza.

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capitolo quarto

PSICOTERAPIA CON IL CORPO

1. Nostalgia di una clinica umanistica

‘Psicoterapia con il corpo’ è un’espressione che suona paradossale. Anche altre dizioni — come ‘a base corporea’ o ‘a mediazione corporea’ — possono forse attenuare il paradosso, ma non eliminarlo. Curare con il corpo e curare con la psiche sono, nella nostra cultura, due modalità a prima vista inconciliabili. È stato indubbiamente un progresso decisivo dell’arte clinica l’acquisizione del principio che si possa curare anche affezioni corporee mediante il trattamento psichico. La nuova provincia è stata acquisita alla medicina dalla psicoanalisi. A prezzo però di una rigida delimitazione delle competenze e dei metodi. Freud è stato intransigente nel non deflettere dalla via che aveva tracciato per la nuova disciplina. «Nel trattamento analitico non avviene altro che uno scambio di parole tra l’analizzato e il medico. Il paziente parla»: Introduzione alla psicoanalisi (1915-1917) (ed. it., vol. VIII, Torino 1976).

La psicoanalisi ha prodotto un rivoluzionamento nella clinica, introducendo la concezione della malattia come qualcosa che non deve essere semplicemente eliminato, ma come un prodotto del soggetto che domanda di essere interrogato perché lasci trapelare il suo senso. Tuttavia questa concezione è rimasta limitata alle somatizzazioni nevrotiche, senza trapassare nel resto della medicina organica. La prassi analitica ha sottolineato il più possibile la distanza dalla medicina ufficiale: luna usando come strumento terapeutico la parola, l’altra la mano (e i suoi prolungamenti: la tecnologia, i farmaci); l’una occupandosi della psiche, l’altra del corpo. La distanza dal corpo è così marcata nel setting analitico classico, che l’analizzato è sdraiato

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in modo da essere sottratto alla vista dell’analista: l’unico contatto è la parola. Nei diversi sviluppi che ha conosciuto la psicoanalisi, suo strumento fondamentale è restata la parola e la verbalizzazione degli affetti.

Durante la sua vita Freud ha resistito energicamente ai tentativi di dare più spazio al corpo nel trattamento psicoanalitico, ‘scomunicando’ i dissidenti, primo tra i quali Wilhelm Reich 36. Proprio dalle spinte periferiche del movimento psicoanalitico sono venuti, invece, gli impulsi più creativi alle terapie ,a base corporea, che costituiscono una delle novità più vistose dell’attuale panorama psicoterapeutico. Esse offrono i primi abbozzi di una riorientazione della clinica, verso un superamento della deleteria divisione tra campo psichico e campo organico, in nome di una terapia che per curare usi tanto la relazione, quanto il corpo. L’esplosione delle psicoterapie corporee è avvenuta quando queste aspirazioni si sono incontrate con la psicologia umanistica. Nell’ottica di questo indirizzo psicologico, che cerca di comprendere la persona nella sua totalità, il corpo è considerato in tutta la sua ricchezza antropologica: supporto ed espressione dello spirito, mezzo espressivo e comunicativo. L’ottimismo di fondo che attraversa tutto il movimento della psicologia umanistica si riflette nella concezione del corpo: si ha fiducia nell’organismo e nelle sue capacità autoregolative, nella saggezza del corpo 37. Si inizia una nuova

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rotta, lasciandosi guidare dall’intuizione che il corpo abbia delle ragioni che la mente non conosce... L’istituzione di Esalen, in California, è diventata il centro e il simbolo della rivoluzione culturale introdotta dalla psicologia umanistica, nella sua attenzione al presente, al corpo, alla sensorialità.

2. Le psicoterapie a mediazione corporea: una panoramica

Il corpo è dunque di scena in psicoterapia. La richiesta di mercato ha prodotto un pullulare di tecniche — non tutte con radici profonde — e soprattutto di terapeuti — alcuni improvvisati o autoproclamatisi tali —, che rischia di gettare il discredito su tutto il settore. È più che mai necessaria una opera di discernimento. Il primo passo sarà quello di una ricognizione delle diverse tecniche, per esaminare gli orientamenti teorici e di metodo 38.

Una distinzione fondamentale, più a finalità descrittiva che classificatoria, è quella tra metodi funzionali e metodi centrati sui conflitti. Gli approcci funzionali mirano a ristabilire il ‘giusto’ respiro, movimento o rilassamento. Non intendono portare alla luce i problemi biografici del paziente per analizzarli.

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Coloro che vogliono trovare un rimedio all’ansietà o a disturbi funzionali, evitando una rimessa in discussione del profondo, possono accedere a queste tecniche: hanno lo stesso effetto, senza le controindicazioni, di un tranquillante!

Vanno ricondotte ai metodi funzionali tutte le terapie di rilassamento. Esse hanno preceduto di diversi decenni tutte le altre psicoterapie a mediazione corporea; tuttavia è solo di recente che sono entrate tra i generi di largo consumo dell’uomo metropolitano, afflitto permanentemente dallo stress 39. Le terapie di rilassamento agiscono sul corpo per indurre uno stato di benessere psicofisico che controbilanci la tensione patologica. Non essendo possibile rilassarsi profondamente mediante una semplice decisione della volontà, bisogna utilizzare dei mezzi indiretti che passano per l’immaginazione. Praticamente tutte le tecniche di rilassamento attuali sono uscite da due scuole, formatesi quasi contemporaneamente: il training autogeno di Schultz in Germania e il rilassamento progressivo di Jacobson negli Stati Uniti. Schultz, partendo da esperienze ipnotiche, iniziò domandandosi che cosa sarebbe successo se le sensazioni fisiche descritte dai soggetti ipnotizzati (calore e pesantezza negli arti, calma delle attività cardiaca e respiratoria, sensazione di caldo a livello dell’addome e di fresco sulla fronte) fossero state comunicate a un soggetto sveglio con un linguaggio a formule, calmo e penetrante. Lo stésso stato di rilassai mento psico-fisico dell’ipnosi sarebbe stato trasmesso a colui che pratica la ‘autodistensione concentrativa’. Praticamente si tratta dunque di un procedimento che assomiglia a un’autoipnosi. La sua efficacia terapeutica è ormai comprovata, coinè pure

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i benefici effetti sui soggetti sani, presso i quali favorisce la creatività.

Il rilassamento progressivo di Jacobson si proponeva di alleviare svariate malattie psicosomatiche e forme di tensione ansiosa per mezzo di un rilassamento muscolare progressivo e differenziale. Facendo prendere coscienza successivamente delle sensazioni cinestetiche corrispondenti ai diversi gruppi muscolari in stato di contrazione e di rilassamento, otteneva una rieducazione psicotonica del soggetto. La tecnica di Jacobson è stata valorizzata dai behavioristi anglosassoni. La sua forma più diffusa è oggi la ‘desensibilizzazione sistematica’ di Wolpe e Lazarus, applicata in particolare al trattamento delle fobie. La tecnica si fonda sul principio della reciprocità dell’inibizione. Vale a dire: se l’angoscia impedisce il rilassamento, questo, a sua volta, blocca l’angoscia. Il paziente viene dunque fatto rilassare; in questo stato gli vengono progressivamente presentate le sensazioni e le immagini che lo atterriscono, finché l’angoscia non è stata eliminata.

Al gruppo delle tecniche di rilassamento appartiene il biofeedback. Si tratta di un processo di allenamento che permette di modificare delle funzioni o degli avvenimenti fisiologici che abitualmente sono inconsci, involontari e automatici. Ci si serve di un apparecchio elettronico per misurare dei parametri psicofisiologici in modo preciso. Un avvertimento immediato (feedback) è dato al paziente a ogni cambiamento di risposta. In tal modo si arriva a modificare la pressione sanguigna, il ritmo cardiaco, la tensione muscolare, la temperatura cutanea, e anche la risposta all’elettroencefalogramma, producendo onde cerebrali alfa (che producono uno stato di maggiore attenzione verso il mondo interno, accompagnato da un senso di benessere) e onde teta (correlate alla creatività e a un accesso più facile all’inconscio).

Metodo funzionale è anche l’‘integrazione strutturale’, più nota come rolfing, dal nome della sua inventrice, Ida Rolf. Poche altre tecniche possono competere con il rolfing per la palma della rappresentatività nell’ambito delle psicoterapie a base corporea. Da quando Ida Rolf, ormai settuagenaria, è stata chiamata a praticare ad Esalen, negli anni ’60, la sua tecnica

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ha avuto il crisma dello Human Potential Movement e della psicologia umanistica; in breve tempo ha conosciuto una diffusione mondiale. La funzione che intende ristabilire nel modo ‘giusto’ è il portamento del corpo. Mediante manipolazioni rivolte al tessuto connettivo riorganizza sistematicamente il corpo, tendendo da una parte a disfare le contratture dovute ai diversi traumatismi, e dall’altra a tonificare le parti ipotoniche, corrispondenti a contrazioni più profonde. Il terapeuta del rolfing si limita a lavorare i tessuti connettivi, al fine di ristabilire il giusto bilanciamento, la coordinazione e la libertà di movimento. Il rolfing, analogamente alle altre tecniche funzionali, tende ad aumentare la consapevolezza del proprio corpo, che sopravviene quando si cessa di considerarlo come una macchina incomprensibile, da cui ci si aspetta solo che funzioni o di cui si subisce con sconcerto i capricci, che si presentano come malattia e dolore. Quando si abbandona questa concezione meccanicista, il corpo appare come una realtà molto flessibile, un campo di energia fluente che si può modificare, anche con interventi sulla sua struttura.

Una specie di intervento funzionale è anche il massaggio. Non parliamo qui del massaggio terapeutico, esercitato da massaggiatori professionisti e da kinesiterapeuti, ma piuttosto di quelle forme di massaggio chiamate ‘relazionale’ o ‘sensoriale’; oppure anche ‘californiano’, perché si è sviluppato, ancora una volta, a Esalen, in California. La funzione che intende ristabilire è quella del contatto fisico, forma primaria di comunicazione tra tutti gli animali. E anche l’uomo è animale, benché, man mano che una cultura diventa più ‘civilizzata’, tenda a perdere l’abitudine al contatto fisico. Si può parlare addirittura di una ‘fobia del contatto’, più marcata nelle aree metropolitane dell’emisfero nord. Il contatto corporeo è socialmente ammesso solo tra madre e figli, e tra adulti nell’intimità amorosa. In tutte le altre occasioni si carica fortemente di ansia. La paura del contatto può essere indiziata come la principale responsabile della diffusione dell’analfabetismo corporeo ed emozionale che affligge la nostra civilizzazione. Psicologi di gran valore (Bowlby, Spitz) hanno richiamato l’attenzione sui danni per la salute, tanto fisica quanto emotiva, che derivano dalle carenze di contatto, specialmente

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nelle primissime fasi dell’esistenza. Il ‘massaggio relazionale’ intende rispondere al bisogno di riapprendere i rudimenti della comunicazione corporea 40. Combina in modo semplice ma efficace il tatto con l’esperienza dell’essere in relazione interpersonale, senza quel violento coinvolgimento, con i rischi dell’intrusione nell’intimità, che è proprio del rapporto sessuale. Il massaggio sensoriale si sviluppa, dosando sapientemente permessi e proibizioni, mediante una serie di esercizi di riscoperta del proprio corpo e del corpo dell’altro. L’impegno a ricercare a ritrovare il corpo è così duro (e infatti viene chiamato ‘lavoro’), che ci si premunisce evitando l’interferenza del sesso.

Passiamo ora alle psicoterapie a base corporea centrate sui conflitti. A differenza di quelle che abbiamo chiamato ‘funzionali vogliono intervenire proprio sui nodi psichici che si presume siano la causa del disadattamento della persona. Le basi di questo approccio sono state gettate da Wilhelm Reich, con la sua concezione innovativa della psicoterapia. Incominciò a studiare e a trattare i pazienti come organismi integrati presso i quali il rapporto tra il corpo biologico e l’inconscio è turbato. Secondo la sua osservazione, i pazienti nevrotici si comportano come se fossero parzialmente morti; il normale funzionamento del corpo è bloccato, a diversi livelli. Nel suo lavoro psicoterapeutico non si accontentò di favorire il raggiungimento dell'insight, ma concentrò piuttosto la sua attenzione nelle tensioni muscolari del corpo. Teorizzò il disturbo psichico come un blocco del libero flusso energetico in determinate cerniere, che sono contemporaneamente muscolari e caratteriali 41. La ‘corazza caratteriale’

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immobilizza una grande quantità di energia e attua un blocco affettivo che impedisce il contatto con il nucleo biologico primario. Perciò la persona affetta da malattia psichica è sempre anche malata nel corpo: le fa difetto la spontaneità naturale, la gioia di vivere e la capacità di amare (la mancanza di ‘riflesso orgastico’ non si applica in W. Reich solo al settore della sessualità, ma a tutte le espressioni vitali).

Malgrado la forte carica di originalità, Reich ha inciso relativamente poco nel rinnovamento della pratica psicoterapeutica. Egli infatti non ha saputo creare tecniche adeguate al suo nuovo approccio del corpo (la scuola di stretta osservanza reichiana, che qualifica la propria pratica come ‘vegetoterapia’, svolge un ruolo del tutto marginale nel panorama attuale di psicoterapie a base corporea). Il successo è arriso invece alla scuola neo-reichiana che fa capo ad Alexander Lowen, nota come ‘bioenergetica’ 42. Il fulcro teorico è costituito appunto dal concetto reichiano di ‘energia’, che fonde in sé la dimensione psichica e quella corporea dell’essere umano.

I sistemi di regolazione dell’energia costituiscono il caposaldo teorico della bioenergetica. Praticamente viene sviluppata la costatazione, di senso comune, che le emozioni hanno la capacità di mettere in moto o di paralizzare il corpo. Quando sopravviene un disturbo psichico ed emotivo, i processi meccanici che

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regolano il metabolismo dell’energia nel corpo (circolazione sanguigna, battito cardiaco, processi della digestione, respirazione, funzione sessuale) sono disturbati in maniera considerevole. Già abitualmente noi funzioniamo a un livello energetico inferiore alle nostre possibilità, perché tradiamo il nostro corpo. Anche per la bioenergetica il principale imputato è il ‘carattere’, inteso come modo abituale di comportarsi che utilizza l’energia in modo difensivo. Esso costituisce una specie di armatura che impedisce di avere rapporti aperti e flessibili con il mondo. La corazza muscolare ― i cui diversi segmenti sono in rapporto con i diversi caratteri — inibisce il flusso dell’energia e blocca la emozione. Le tensioni non espresse o represse nell’infanzia si trasformano in tensioni muscolari permanenti, che inibiscono i sentimenti. Quando, poi, la rigidità si patologizza in nevrosi, si forma un sistema di blocchi, che ha un immediato riscontro nel corpo. La persona nevrotica ha una motilità disturbata, poiché ha impoverito la gamma delle possibilità di movimento di cui è capace ogni bambino sano.

La bioenergetica ha sviluppato un insieme di tecniche atte a mettere in moto le energie delle persone, le cui forme di espressione sono state in qualche modo bloccate o disturbate. Intende in qualche modo sanare le cicatrici neurovegetative, riorientando l’energia biologica. Lo scopo della terapia è perciò quello di scoprire e di sciogliere la tensione muscolare, al fine di disgelare l’espressione e permettere una riutilizzazione dell’energia bloccata. Con la bioenergetica il tabù del contatto caratteristico della psicoanalisi è compiutamente superato; la psicoterapia stessa va ridefinita: essa è ormai lavoro con il corpo e con le emozioni.

L’analisi bioenergetica parte da un ascolto del corpo. In esso si è congelata la storia personale dell’individuo, e il corpo ne conserva una memoria infallibile. Per individuare i nodi di tensione sono state messe a punto alcune tecniche. Anzitutto la ‘lettura del corpo’ (body-reading). Consiste nell’osservare la statica dell’individuo, il suo equilibrio in piedi, il suo ancorarsi al suolo, i suoi gesti, il portamento, il modo di respirare, la posizione delle vertebre, il modo di occupare lo spazio, la

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voce e la mobilità del volto 43. Scoperte le zone di blocco muscolare ed energetico, una serie di esercizi — intensi, sempre a forte carica emotiva — favorisce la libera circolazione dell’energia. L’organismo viene messo sotto stress; nel passaggio dai movimenti volontari a quelli involontari spesso si producono vibrazioni e violente scariche motrici delle estremità. Con esercizi di portamento o di movimento — grounding, respirazione forzata, battere violentemente dei cuscini, gridare — si favorisce un contatto con i propri sentimenti e sensazioni rimosse, e si riproducono spesso ‘regressioni’ spettacolari che fanno riemergere traumi precoci che sono all’origine dell’atteggiamento di difesa divenuto tratto caratteriale. A tale allentamento della tensione la bioenergetica attribuisce un grande valore catartico. Diventare consapevole delle proprie tensioni, scoprirne le origini e sbloccare la propria energia vitale sono momenti interdipendenti di un unico processo terapeutico.

Una breve menzione va fatta anche della terapia della Gestalt, una delle innovazioni di maggior successo nell’ambito della psicoterapia umanistica. Il corpo costituisce la via privilegiata per quel radicamento nel ‘qui e ora’, che costituisce la condizione essenziale per ritrovare l’unità dell’essere. Nella spiegazione della nevrosi Perls si è allontanato non solo da Freud, ma anche da Reich. Le difficoltà psichiche e la nevrosi sono considerate come una ‘non-congruenza’, ovvero come una rottura della Gestalt e dell’unità dell’essere, come l’emergere di una forma sullo sfondo. La sofferenza affettiva è ricondotta a una ‘presenza non sufficiente’ nel qui e ora. La dissonanza tra l’espressione verbale e il linguaggio del corpo permette di riconoscere ciò che manca all’individuo: sono segnali delle parti mancanti, dei ‘buchi’ o lacune nella totalità integrata. Li forniscono soprattutto i movimenti involontari e incontrollati del

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corpo. Tuttavia anche Perls continua a condividere la stessa fiducia della bioenergetica nel ritorno al corpo come mezzo per mobilitare le risorse interiori e per favorire lo sviluppo del potenziale umano di ciascuno 44. Le emozioni forniscono l’energia di base, che mobilizza il sistema motorio. Il corpo è la porta di entrata e di uscita delle emozioni, la fonte di sensazioni che arricchisce la persona. La terapia mira ad accrescere la consapevolezza sensoriale (sensory awareness), e modifica la immagine mentale del corpo mediante l’uso di fantasie guidate.

3. Abbozzo di una teoria antropologica

Le psicoterapie a base corporea offrono una prassi molto differenziata, con un’inflazione di metodi e tecniche in proliferazione continua. Molti psicoterapeuti di questa tendenza sono inoltre allergici a una rigida teorizzazione dei loro procedimenti: niente di comparabile ai sistemi delle grandi scuole psicoanalitiche. Manca soprattutto una teoria scientifica che sia accettabile da tutti. Tuttavia già fin d’ora è possibile individuare i pilastri di quella che potrà essere in futuro una teoria antropologica.

Il fondamento delle psicoterapie a mediazione corporea è costituito dall’integrazione corpo-psiche nel processo di cambiamento. Reagendo alla negligenza del corpo in psicoterapia ― conseguenza della ripartizione ‘scientifica’ dell’uomo in corpo e psiche —, questi procedimenti psicoterapeutici evidenziano l’integrazione: corpo, psiche e spirito non rappresentano dimensioni indipendenti dell’esistenza umana, bensì aspetti funzionalmente uguali e importanti della persona. Senza rinunciare alle acquisizioni della psicoterapia classica, si vuol estendere la cura all’uomo intero.

Il corpo a cui si fa riferimento non è un prodotto della dissociazione dualistica — sia quella ingenua, che quella filosofica

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o ‘scientifica’ —, bensì il corpo fenomenico, quello in cui la persona si sperimenta nella sua totalità. L’evoluzione spettacolare delle nuove terapie è legata appunto all’esperienza del proprio corpo: sempre meno un oggetto da mostrare — magari come sintomo dolorante —, sempre più un universo da provare per sé, una fonte di sensazioni. Il corpo fenomenico — il corpo come soggetto — è un corpo che percepisce e agisce, sente e pensa, costituendo l’uomo intero. La body-experience, celebrata dalle psicoterapie a mediazione corporea, è self-experience. La strada che deve percorrere ognuno per possedersi, e quindi per avvicinarsi alla felicità, passa attraverso un corpo che si sente bene, che prova sensazioni gradevoli, che sa rilassarsi, che si muove spontaneamente. Il benessere corporeo e quello psichico e spirituale, nella loro correlazione, riflettono l’unità sostanziale dell’uomo.

Questo corpo fenomenico-personale è permeato di storia. Il corpo dell’uomo è storia incarnata. Le nuove terapie sono giunte alle stesse conclusioni della riflessione filosofica fenomenologico-esistenzialista; non però per via del ragionamento, bensì partendo dall’esperienza clinica. Questa mostra, infatti, che il cambiamento non avviene senza il corpo. «Al livello più profondo, il cambiamento coinvolge sempre il corpo. Un nuovo atteggiamento significa nuove percezioni, nuove emozioni, e un nuovo schema muscolare. Il cambiamento psicologico e quello fisiologico vanno di pari passo. Poiché i nostri traumi più profondi sono incisi nelle nostre viscere è nei nostri muscoli, per liberare noi stessi dobbiamo liberare i nostri corpi. Siano mente e spirito, sentimento e immaginazione. E benché il corpo parli, è sempre l’intera persona che dobbiamo ascoltare» 45.

Crescita e integrazione hanno bisogno di tempo. Ma non di un tempo qualsiasi. Esiste il tempo concitato dell’attività frenetica, che è già in sé un mediatore di nevrosi; oppure il tempo rallentato, o addirittura congelato, del disturbo psichico, in cui il trauma rimane eternamente presente. La maturità coincide con l’acquisizione del tempo fisiologico, quello che obbedisce al ritmo dell’intelligenza immanente del corpo. Secondo

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la teorizzazione di Perls, ciò significa il raggiungimento dell’auto-controllo, dopo aver superato l’etero-controllo (in cui va incluso anche quello che esercitiamo con l’intelligenza e la volontà, staccate dalle ragioni del corpo).

Contro ogni semplicismo, va ricordato che l’economia energetica del corpo è un meccanismo delicato. Ogni violenza che subisce si riflette in disturbi psicosomatici. Anche l’intervento terapeutico deve tener conto di tale delicatezza. Il superamento del tabù del contatto corporeo non giustifica gli interventi sconsiderati. Il contatto corporeo in psicoterapia può rivelarsi tanto utile quanto nocivo. Per distinguere tra l’uno e l’altro è necessario un discernimento sia terapeutico che etico.

Le psicoterapie a base corporea possono far sorgere, più delle altre forme di psicoterapia, degli interrogativi di natura etica. Il cliente si espone in una relativa nudità; il terapeuta lavora soprattutto con le sue mani, infrangendo la concezione culturale che riserva i contatti corporei, salvo poche eccezioni, all’intimità erotica; la relativa disinformazione su ciò che avviene nello studio degli psicoterapeuti e nei gruppi di psicoterapia lascia spazio per congetture, insinuazioni, sospetti. Le terapie a base corporea creano una possibilità di abuso quando sono sfruttate nell’interesse dei bisogni del terapeuta. Questi possono essere di due tipi: sessuali e sadici. A differenza dei primi, che attirano di più la fantasia, gli impulsi sadici sono meno vistosi: bisogna scoprirli dietro apparenti ‘incidenti’ nel lavoro psicoterapeutico. Le loro conseguenze possono essere ugualmente nocive per il paziente, che può ricavare da trattamenti violenti da parte del terapeuta danni fisici o ferite.

Questi metodi sono uno strumento potente, sia nel bene che nel male: il cliente deve esserne avvertito. Essendo il corpo un fattore essenziale nei più precoci sviluppi dell’io, che costituiscono la base della personalità, gli interventi sistematici sul corpo toccano meccanismi psichici delicatissimi. Gli interventi sul corpo possono andare sia nel senso di una labilizzazione, sia invece nel senso positivo di stabilizzazione e di crescita. Chi inizia una terapia a base corporea deve sapere che nel corso della terapia si esporrà e diventerà vulnerabile. L’oculatezza nello scegliere un terapeuta, di cui sia garantita

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la capacità e l’integrità, è ancora più urgente quando si tratta di queste terapie 46. Per il cristiano il proprio corpo è un tempio in cui abita Dio: è un compito prendersi cura che in questo tempio si entri con rispetto.

Infine bisognerà chiarire il rapporto tra le psicoterapie corporee (ovvero ‘lavoro sul corpo’) e il lavoro politico. Esiste un legame tra queste psicoterapie e la subcultura del cambiamento sociale. I rappresentanti di questa corrente terapeutica sono stati scoperti e portati al successo negli anni ’60 e ’70 dai giovani che militavano nell’ala culturale della rivoluzione. Ma sempre più la terapia sembra assumere il ruolo di rifugio per gli orfani della rivoluzione: coloro che nel recente passato si gettavano nel militantismo politico, entrano oggi in terapia. Il corpo diventa così il luogo alternativo della salvezza, la frontiera utopica del desiderio di redenzione.

L’euforia batte ancora il pieno; non è quindi il momento dei bilanci. Si può tuttavia ragionevolmente prevedere che un principio rimarrà definitivamente acquisito: per curare il disagio della civiltà, per aiutare l’individuo a realizzare il destino iscritto nella sua natura, non si può considerare il corpo come irrilevante: nel corpo si regge o cade l’umanità dell’uomo.

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capitolo quinto

CORPO MALATO-CORPO SANO: LE VIE DELLA TERAPIA

1. Contro la medicalizzazione del corpo

Satire nei confronti dei medici e attacchi polemici contro la medicina del proprio tempo sono sempre esistiti. Ai medici si è rimproverato, volta a volta, l’ignoranza, la sete di guadagno o di potere, l’allineamento con le classi privilegiate e la negligenza di quelle subalterne; della scienza medica ci si è potuti lamentare in quanto inefficiente a guarire a misura delle attese. La critica che risuona oggi contro la medicina ha qualcosa di inedito, e anche di paradossale: la si accusa di peccare non per ‘poco’, ma per ‘troppo di vigore’, non per scarsa efficacia, ma troppa efficienza; e ai medici di lasciarsi prendere da una cupido sanandi, i cui esiti si riversano contro l’utente dei servizi sanitari. La protesta si rivolge contro la medicina dei miracoli, che tiene con il fiato sospeso nell’attesa di sempre nuove realizzazioni prodigiose; contro la gestione sanitaria totalitaria di tutti i fatti del corpo; contro il ‘miraggio della salute’, quale illusoria ambizione di produrre industrialmente una ‘salute migliore’ 47. Più radicale di tutti, il sociologo Ivan Illich ha accusato la medicina moderna di essere la più grande minaccia per la salute dell’uomo. Prendiamo in considerazione queste contestazioni dell’imperialismo della medicina in quanto protestano contro un decurtamento antropologico e propongono una riflessione fondamentale sul concetto stesso di salute come fatto umano globale. La riappropriazione del corpo passa

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anche attraverso la riappropriazione della forza spirituale necessaria per essere in salute.

Una fatale deformazione del concetto stesso di salute avviene implicitamente quando la si concepisce come qualcosa che dipenda dalla cura di una corporazione professionale a ciò dedita. Durante le ultime generazioni il monopolio medico sulla cura della salute si è imposto, travolgendo le risorse naturali dell’individuo e gli espedienti terapeutici tradizionalmente trasmessi dalla cultura popolare. Più la società è progredita, più tende ad assomigliare a un grande utero plastico in cui l’individuo è preso in cura dai tecnici in camice bianco, dalla nascita (anzi, dal concepimento o anche prima, se si considerano il trattamento fetale e il consiglio eugenetico) alla morte. Nella architettura delle città l’ospedale ha sostituito la cattedrale come simbolo centrale della convivenza civile. La crescita a dismisura della macchina sanitaria ha agito, paradossalmente, non a favore della salute, ma contro di essa. La supermedicalizzazione sociale della vita ha paralizzato i meccanismi comunitari ed interiori che garantiscono la salute. La salute umana, infatti, è qualcosa di diverso dalla semplice assenza di fatti morbosi minacciami l’equilibrio di una struttura biologica. La salute è un compito; come tale la salute dell’uomo non è paragonabile all’equilibrio fisiologico degli animali. Essa è un’espressione culturale. Implica la capacità personale di far fronte alla vita in modo autonomo e responsabile. Quando l’organismo è diretto da altri, la salute, come potenziale umano, regredisce inevitabilmente.

Per Illich l’impresa medica è la causa maggiore del declino generale della salute, in quanto questa è diventata l’affare esclusivo di un’istituzione pianificata, incaricata di ‘produrla’ e ‘migliorarla’ indefinitamente. Il sistema medico espropria così le persone di ogni capacità di compiere con le loro forze una azione di autoregolazione dell’organismo. Questa gestione eteronoma ha un effetto tanto più deleterio, in quanto viene a paralizzare la sana capacità morale di reazione alla sofferenza, alla invalidità e alla morte. Illich chiama questo fenomeno ‘iatro-genesi culturale’, intendendo con ciò il danno inferto alla salute dalle professioni sanitarie in quanto distruggono la capacità

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potenziale dell’individuo di far fronte in modo personale ai fatti morbosi e la volontà di soffrire la propria condizione reale. Quando si giunge a far dipendere la vita dall’intervento tecnico dei medici, viene ridotta la capacità degli individui di reagire in forma autonoma alle loro tensioni interne e allo stress prodotto dall’ambiente. «La medicina organizzata professionalmente è venuta assumendo la funzione di un’impresa morale dispotica tutta tesa a propagare l’espansione industriale come una guerra contro ogni sofferenza. Ha così minato la capacità degli individui di far fronte alla propria realtà, di esprimere propri valori e di accettare il dolore e la menomazione inevitabili e spesso irrimediabili, la decadenza e la morte. Godere buona salute significa non soltanto riuscire a fronteggiare la realtà, ma anche gioire di questa riuscita, significa essere capaci di sentirsi vivi nel piacere e nel dolore; significa aver caro ma anche arrischiarsi di sopravvivere. La salute e la sofferenza come sensazioni vissute e consapevoli sono fenomeni propri degli uomini, che in ciò si distinguono dalla bestia» 48.

È dunque una fatale illusione credere che la salute possa essere prodotta come uno dei tanti beni di consumo che la società opulenta promette a tutti. Essa appartiene, per ricorrere alla terminologia di E. Fromm, alla modalità dell’ ‘essere’, non a quella dell’‘avere’. L’illusione del benessere sanitario garantito a ognuno è un aspetto del grande sogno della società industriale, in particolare della società consumistica che si è affermata a dimensione planetaria dopo la seconda guerra mondiale, di conseguire il paradiso nell’al di qua mediante la produzione e il consumo illimitato di beni (Fromm la chiama «la Grande Promessa di Progresso Illimitato»), Il fallimento della Grande Promessa, anche sotto l’aspetto sanitario, lascia l’uomo

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contemporaneo più vulnerabile nella sua salute, e per giunta espropriato ,del proprio corpo.

Questa affermazione può apparire paradossale, riferita ai grandi consumatori di cure mediche che siamo diventati. L’uomo d’oggi è morbosamente attento alla minima disfunzione del proprio corpo. Al più lieve disturbo è già nella sala d’attesa del medico. La pratica degli esami preventivi (screening sistematico della popolazione) lo fa assoggettare alla condotta del malato prima ancora di denunciare un qualsiasi malessere. La espropriazione del corpo passa proprio attraverso questi modelli di comportamento diffusi dalla prassi sanitaria moderna. Tra l’uomo e il suo corpo si è inserita la grande macchina della scienza. Il gergo scientifico sostituisce il parlare comune: il paziente non sa più parlare del suo corpo e del suo male. Il linguaggio diventa proprietà esclusiva del personale sanitario.

Il malato non capisce, per lo più, per quale malattia venga curato e a quale terapia è sottoposto. I professionisti della salute parlano ‘marziano’, e nessuno fa da interprete per il povero terrestre. Anzi, è auspicabile che il malato non interferisca, per non intralciare l’opera di chi si occupa della sua guarigione. Il paziente abdica a favore del medico, al quale attribuisce la capacità di capire il proprio corpo. Spesso non sospetta neppure che in questo modo si preclude la via più sicura per capire il linguaggio del corpo.

Riduce così il corpo a una macchina guasta, in cui solo il tecnico può mettere le mani con competenza. Il corpo, invece, è un organismo — il ‘suo’ corpo appunto — che parla un linguaggio sufficientemente chiaro. Ogni cultura tradizionale metteva in grado di capire il linguaggio del proprio corpo. Noi, i surmedicalizzati, sembriamo diventati ciechi e sordi riguardo ad esso. Trattiamo con brutalità la sua delicata struttura biologica, come se lo stress costante in cui siamo immersi fosse una condizione normale. Quando il corpo recalcitra, gli diamo, come a un asino caparbio, una frustata farmacologica. Il sovraconsumo dei farmaci è diventato una epidemia nella nostra società: un tranquillante per dormire e un energetico per essere in forma. Espropriati della gestione della propria salute, del corpo e del suo linguaggio, il ricorso all’automedicazione farmacologica

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pare essere diventato l’unico modo per sentirsi padroni del proprio corpo. Per l’uomo industrializzato «prendere un farmaco, non importa quale e per quale motivo, è un’ultima possibilità di affermare il proprio dominio su di sé, di manipolare lui stesso il proprio corpo anziché lasciarlo manipolare dagli altri. L’invasione farmaceutica lo porta alla medicazione, da parte sua o altrui, che riduce la sua capacità di padroneggiare un corpo di cui è ancora in grado di curarsi» 49.

La denuncia dell'impasse a cui la medicina tecnologica e l’assistenza sanitaria della società dei consumi ci hanno condotto non mira al catastrofismo. Vuol piuttosto arrestare l’epidemia iatrogena finché è possibile. L’aspetto positivo della denuncia è l’invito al ‘profano’ a rivendicare il controllo sulla propria salute e sul proprio corpo. Coloro che conservano una speranza nell’uomo danno fiducia alla sua coscienza, autodisciplina e risorse interiori. Rivolgono al singolo, che dall’istituzione sanitaria è spogliato di ogni capacità autonoma di affrontare le vicissitudini della propria vita fisica, l’invito a riappropriarsi del corpo per vivere l’avventura della salute. Ciò comprende un’azione politica per il diritto concreto di ognuno all’atto produttivo autonomo, grazie a un’ampia deprofessionalizzazione delle cure, all’accesso della gente alle conoscenze mediche necessarie per le malattie più correnti, al libero accesso a una farmacopea semplificata. Dal punto di vista antropologico, bisogna riaffermare ‘la salute come virtù’, per usare una formula incisiva di Illich. In quanto compito personale da assumere, essa domanda una responsabilità di fronte al dolore, alla malattia e alla morte. Questa è l’alternativa umanistica al culto quasi religioso che la medicina pretende dall’uomo dell’èra tecnologica.

2. Il corpo nelle pratiche mediche non ufficiali

La medicina ufficiale, quella che si insegna nelle università, ha sempre saputo che esisteva anche una medicina popolare,

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irriducibile ai princìpi della scienza. Non la combatteva: si limitava a tollerarla. Un giorno — sembravano dirsi i medici in camice bianco — il progresso raggiungerà anche quelle sacche di ignoranza e di superstizione, e i guaritori di vario genere non avranno più credito presso le persone illuminate. Vane speranze: le campagne sono spopolate e la cultura contadina disgregata, ma i guaritori, invece di scomparire, si sono trasferiti nelle città. Non reclutano i loro clienti solo tra i diseredati: persone di ogni ceto e livello culturale, deluse dalla medicina scientifica, sollecitano i loro servizi.

L’esistenza di una medicina parallela a quella scientifica è un dato di fatto che merita una considerazione più attenta di quella che gli è stata finora riservata. Da diversi anni si vanno conducendo ricerche presso le ultime popolazioni primitive, depositarie di conoscenze accumulate nel corso di millenni e che hanno consentito all’umanità di sopravvivere fino ad oggi. Di recente anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è pronunciata a favore di un ritorno all’impiego di piante medicinali e di rimedi tradizionali, nonché al ricorso all’attività dei guaritori, in particolare nei paesi del Terzo Mondo 50. Secondo l’oms «l’utilità della medicina tradizionale non ha bisogno di essere dimostrata; bisogna perciò promuoverla e sfruttarne più largamente le possibilità». La raccomandazione è rivolta in primo luogo ai paesi depressi. Per far fronte alla scarsità di medici e di mezzi finanziari, il Terzo Mondo dovrebbe prestare maggiore attenzione alla medicina tradizionale e ai guaritori locali attraverso programmi sanitari più adattati alle diverse condizioni economiche e sociali. L’invito a tornare al ricco bagaglio dell’esperienza ancestrale non è solo motivato dalla scarsità di mezzi e di personale, nonché dalla costosità della medicina occidentale. Sempre secondo il rapporto dell’oms, bisogna contrastare la tendenza di certi ambienti medici a vedere nella medicina tradizionale una pratica ormai in declino, senza alcun reale interesse, buona solo come surrogato per i paesi sottosviluppati. All’opposto, è il sistema sanitario

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tradizionale che la popolazione considera come proprio e accetta senza riserve. L’oms raccomanda piuttosto il dialogo tra i praticanti dei diversi sistemi, al fine di eliminare la diffidenza e instaurare il reciproco rispetto.

Non siamo forse preparati a questo ritorno della medicina primitiva o popolare, dopo anni di martellante esaltazione del ‘moderno’. L’autorevole rimessa in discussione del monopolio della medicina scientifica, in quei paesi in cui l’ordine simbolico e il sacro continuano a giocare un ruolo importante, ci sollecita a riflettere criticamente sulla nostra situazione in Occidente. Il fenomeno dell’interesse verso i guaritori domanda prima di tutto una discriminazione. Sotto lo stesso termine — in altre lingue si parla di healers, o Heilpraktiker, ovvero di medicine-men nelle culture primitive — si confondono spesso pratiche che poco hanno a che vedere tra di loro. La donna vecchia di campagna che conosce decotti e rimedi semimagici, la persona dotata di poteri paranormali nelle mani, i terapeuti che si richiamano a qualcuna delle innumerevoli medicine ‘parallele’ o ‘alternative’, il ciarlatano che cura teatralmente usando la suggestione, il guaritore religioso che opera guarigioni appellandosi alla fede, non hanno granché in comune. La confusione sembra voluta dall’istituzione medica, che tende in tal modo a gettare il discredito su tutti coloro che si dedicano all’esercizio illegale dell’arte di guarire. La medicina ufficiale, infatti, rivendica a sé il monopolio del diritto di intervento sul corpo.

Se i guaritori suscitano oggi un risveglio di interesse, non è solo per i limiti tecnologici del nostro modello medico, per le disfunzioni del servizio sanitario o per il caos che regna negli ospedali. La medicina parallela risponde ai bisogni che la medicina scientifica neppure avverte. La differenza tra la medicina scientifica e l’altra medicina è anzitutto epistemologica, essendo radicata nel processo mediante il quale si sono costituiti i rispettivi saperi sul corpo e la malattia. La medicina ufficiale si è organizzata come scienza mediante lo studio del corpo morto, ha raggiunto la sua maturità mediante l’anatomia patologica e ha perfezionato il suo statuto scientifico riconducendo la sua comprensione dei fenomeni vitali ai princìpi esplicativi

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offerti dalla biochimica e dalla biofisica 51. L’immagine dell’intervento medico che si fa il cliente è organicista: dal medico ci si aspetta che isoli la ‘causa’ della malattia, sciogliendo col suo sapere il nodo costituito dal sintomo, e che prescriva il giusto rimedio.

L’approccio della medicina scientifica ha una validità e una efficacia che non possono essere messe in discussione; e tuttavia esso è limitato. In tutte le operazioni mediche c’è un resto: il malato nella sua individualità personale. La terapeutica fornita dalla medicina alternativa è complementare a quella del medico ufficiale. Non solo come ricorso estremo, nei casi disperati, quando non si vuol lasciare nulla di intentato. Anche in situazioni meno drammatiche il guaritore offre qualcosa che il medico ufficiale non è in grado di fornire. Il baricentro di tale diversità può essere individuato nel rapporto specificamente diverso col corpo. I clienti della medicina alternativa aumentano perché essa non si interessa di malattie, ma di malati. Chi va dal guaritore non cerca solo la guarigione, ma anche la possibilità di comunicare, di confidarsi. La medicina popolare implica un altro modo di considerare il corpo e la guarigione; è più globalizzante, rimanda il malato a se stesso, nei suoi rapporti con la malattia. Si occupa del dolore, del non misurabile, dell’indicibile, di quelle vicissitudini esistenziali del corpo che la medicina scientifica esclude scrupolosamente dal rapporto medico-malato. Il guaritore si rivolge proprio a quel resto che sfugge al medico in camice bianco, in quanto assume il corpo come luogo di qualcosa d’altro rispetto a quei segni della morte reperiti dal medico di formazione scientifica. È il corpo del soggetto che lo interessa direttamente, in quanto luogo in cui la realtà biologica diventa sofferta storia personale. Il successo del guaritore è spesso legato all’efficacia simbolica che ha questo ‘altro sapere’ sul corpo.

I sistemi di guarigione non ufficiali favoriscono la ricerca, condotta più o meno confusamente, di un senso alla propria esistenza, il prendersi a carico globalmente, anima e corpo,

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dentro e fuori. Di qui la loro parentela stretta con il sacro e la religiosità 52.

I legami preferenziali della religione e della medicina popolare hanno radici storiche molto profonde. Per secoli, in tutte le società, il potere sul corpo era di pertinenza del sacro e la medicina esercitata dai sacerdoti, nei luoghi sacri. L’Occidente cristiano non ha reciso bruscamente questo legame. La guarigione del corpo è stata lungamente associata a quella delle anime. I monaci e i sacerdoti hanno svolto funzioni mediche 53. Un modello di medicina naturale e semplice, esercitata dal clero, è rimasto vivo nelle campagne fino all’inizio del XIX secolo. Anche oggi non pochi guaritori di fama sono reclutati tra i religiosi. Il sacerdote-guaritore, spesso in conflitto con le istituzioni ecclesiastiche e mediche, è un personaggio importante della medicina popolare. Fa parte dell’ambiente sociale dei contadini, parla il loro linguaggio. La sua medicina è perciò più vicina al loro corpo, alla loro sofferenza, offre più possibilità di dialogo rispetto a quella del medico ufficiale 54.

La religiosità popolare, che è concreta e concentrata sul corpo, ha mantenuto un rapporto privilegiato con le guarigioni che avvengono al di fuori dell’universo della medicina scientifica. Luoghi di pellegrinaggio, reliquie, santi guaritori, statue, acque di fonti benedette, medaglie, ceri: il cristianesimo popolare ha continuato nel tempo a celebrare le sue liturgie del corpo dolorante, del fragile essere umano alla ricerca della guarigione. L’atteggiamento della chiesa gerarchica verso la religiosità popolare è stato più illuminato di quello assunto dalla medicina scientifica nei confronti della sua antagonista non ufficiale. La condanna è caduta solo sui casi più macroscopici di superstizione. Altrimenti la strategia della chiesa cattolica

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è stata quella di assumere, purificare, incanalare le espressioni della religiosità popolare. Le ha riconosciuto il diritto di esprimersi col gesto — il pellegrinaggio individuale e collettivo, il bacio alla statua, il segnarsi con la reliquia —, ma vi ha aggiunto la gestualità sacramentale: confessione, comunione, sacramenti degli infermi. Anche l’eredità del paganesimo è stata accettata e ribattezzata: gli ex voto, che già ornavano i templi di Esculapio, sono diventati il segno del legame personale stabilito col Medico divino; i ceri, già lampade funerarie con cui i romani coprivano le tombe durante la settimana del culto degli antenati, danno concretezza alla preghiera, rinviano simbolicamente al corpo di colui che domanda. Solo i teologi della secolarizzazione auspicavano la fine di questa commistione della fede col sacro e annunciavano l’avvento di un ‘cristianesimo areligioso’. Ma anche loro, come i sacerdoti della scienza medica, sono costretti a rivedere certe analisi culturali troppo impregnate di trionfalismo razionalista, che restringevano le vie possibili della guarigione. Quanto ai rapporti tra la medicina ufficiale e le pratiche che le camminano accanto in veste di medicine parallele, è solo un pio desiderio pensare che essa possa imparare qualcosa da queste: il suo metodo la chiude irrimediabilmente su se stessa. Ma se essa non può ascoltare tutte le ragioni del corpo sofferente, altri lo faranno, obbligando la scienza medica più riflessiva a desistere dalle sue mire monopolizzatrici.

3. Verso una concezione olistica della salute

La medicina costituisce un osservatorio privilegiato degli umori e delle tendenze del nostro tempo circa il corpo. Nel dibattito antropologico contemporaneo è diventato quasi un luogo comune ripetere che la medicina ha ‘cosificato’ il corpo. Se ne attribuisce la responsabilità alla medicina come scienza della natura, così come si è formata nella prima metà del secolo scorso, opponendosi alla medicina speculativo-romantica. Quando l’uomo è considerato semplicemente come un pezzo di natura tra gli altri, si opera una violenta mutilazione antropologica.

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La tendenza attuale è piuttosto quella di muoversi nella direzione opposta, verso un ricupero della ‘totalità’ e della persona umana. Tuttavia va riconosciuto che l’atteggiamento reificante, proprio della medicina come scienza della natura, non è abusivo. Il corpo come oggetto è una dimensione della nostra esperienza fenomenologica, oscillante tra due percezioni: quella di ‘essere’ un corpo e quella di ‘avere’ un corpo. La medicina sviluppa, tanto nell’ambito concettuale che in quello pragmatico, la dimensione di oggettività del corpo 55. Ma il corpo dell’uomo conserva la particolarità di essere il corpo di un ‘soggetto’. Le conseguenze sono rilevanti quando consideriamo la patologia del corpo da un punto di vista teoretico. Un fatto morboso non è solo qualcosa che ‘ho’, perché mi sopravviene, ma anche qualcosa che ‘faccio’. Il medico-filosofo Viktor von Weizsäcker, che in quanto patologo fu profondamente influenzato dalla conoscenza psicoanalitica dei dinamismi psichici, introdusse la distinzione tra Es-Stellung e Ich-Stellung nei confronti della malattia. Quando si è in rapporto ‘Es’ con la malattia — la malattia come un ‘non-Io’, qualcosa che capita, che aggredisce l’organismo dall’esterno —, viene privilegiato l’aspetto obiettivo-razionale. Ma a un certo punto del trattamento il malato si sente autorizzato ad assumere la malattia nell’ambito dell’io. Qui ci troviamo nel regno non più dell’‘essere’ e ‘non-essere’, bensì del ‘poter-essere’, ‘dover-essere’, ecc., cioè di quelle categorie che sono il fondamento della moralità. La malattia diventa allora un elemento costitutivo di una particolare biografia, nella sua unicità e irripetibilità; il malato assurge a soggetto ‘strutturante’, tanto della propria malattia, quanto della propria guarigione 56.

A un livello di minore astrazione filosofica, ritroviamo un approccio specificamente umano del corpo in molte espressioni della medicina contemporanea, a condizione che ci allontaniamo dall’ambito accademico in cui predomina tuttora la concezione

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meccanicistica ispirata dal positivismo. Le correnti più disparate di medicina umanistica convergono nel tentativo di temperare e ammorbidire la prospettiva fredda, scientifica della ‘natura come nemico’ propria della scienza medica allopatica. Convinti che l’uomo moderno ha deviato dall’antica saggezza ispirata da un contatto diretto con la natura, e con il corpo in particolare, molti pazienti hanno voltato le spalle al trattamento ortodosso, dando la preferenza a sistemi medici e a pratiche che si muovono in un orizzonte di unità cosmica. Il pensiero orientale e nuove filosofie dei sistemi biologici hanno introdotto sulla scena occidentale il concetto che l’interazione tra l’individuo e il mondo è un processo in cui fluisce l’energia vitale. Antiche e nuove idee orientali — agopuntura, t’ai chi ch’uan, aikido, yoga, meditazione, terapie di polarità — si sono unite a nuove idee occidentali, dando vita a una diversa concezione del fatto morboso e della terapia. Questi sistemi mirano al bilanciamento delle energie nel campo ‘corpo/universo’, piuttosto che alla ‘normalità’ come misurazione statica standardizzata della salute. Colui che fornisce la terapia manipola energia, invece che chimismo e strutture. Il cliente è visto come un sistema di interazioni, non in termini di sintomi isolati o di errori cellulari. Possiamo chiamare ‘olistica’ questa concezione della salute e del modo di curarla. La prospettiva olistica riconosce che la vita dell’individuo è un processo di dispiegamento continuo, e la malattia l’interruzione di questo flusso. Tutto può influenzare la nostra salute: fattori grossolani e sottili, fisici, emotivi, mentali, spirituali e ambientali; tutti sono correlati. La prospettiva olistica insegna a guardare al di là del sintomo immediato, a situarlo in un contesto più comprensivo. Una disarmonia nella vita si rifletterà sintomaticamente nel corpo, comunicandoci — se vi prestiamo attenzione — che è necessario un cambiamento. La malattia è allora un messaggio, una specie di feed-back del processo della vita che ci informa che qualcosa turba l’armonia e ci richiama ad agire con coscienza, a prendere parte attiva allo sviluppo del nostro benessere, ad assumere responsabilità per la propria vita. Il presupposto distico è che il corpo sa come curare se stesso, essendo un sistema naturale di guarigione che tende alla buona

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salute. Il nostro compito è di sgomberare il campo da ciò che ci impedisce di intendere le ragioni del corpo. Rimosso l’ostacolo, la buona salute emerge dall’interno della persona 57.

La ricerca del benessere psicofisico si è diffusa come un modello di vivere ‘alternativo’. Non sempre la presa di coscienza dei presupposti antropologici, che noi abbiamo ricondotto alla concezione olistica della salute, è esplicita. Il più sovente la spinta sociale a certe pratiche sembra venire prevalentemente dalla moda, o dalla manipolazione dei bisogni di massa ad opera della pubblicità. Tra le numerose pratiche relazionate alla cura della salute, ma con implicazioni anche psicologiche e spirituali, ci limitiamo a segnalare quelle connesse con le abitudini alimentari, in particolare il ritorno alla pratica del digiuno. I regimi alimentari alternativi — macrobiotico, vegetariano, ecc. — si presentano con una finalità che non è solo utilitaristica (come le diete dimagranti): propongono un diverso rapporto con il cibo al fine di modificare il rapporto con la natura. ‘Tornare alla natura’, nel senso di un ritorno ai cibi genuini, non raffinati — è il programma dell’eubiotica — è anche la proposta di un modo di vivere alternativo, che comprende l’esistenza nella sua globalità; è una filosofia della vita che, attraverso l’alimentazione, abbraccia tutto. Il punto di partenza è la denuncia del nostro comportamento alimentare come specchio delle nevrosi dell’uomo metropolitano. La diffusione delle malattie tipiche della civiltà del benessere — obesità, ipertensione, disturbi cardiocircolatori, cancro — è una espressione del nostro ‘malvivere’. Il rimedio? Il digiuno!

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Non è un paradosso, ma una concreta proposta, veicolata dal fiume dei comportamenti corporei alternativi.

In questa specie di digiuno non si riscontrano, a prima vista, le tracce della mentalità religiosa, che ha sempre dato spazio al digiuno. Non viene proposto né in nome di un’ascesi che castiga il corpo, né per raggiungere esperienze mistiche 58. È proposto in nome di un utilitarismo più basso, centrato sulla promozione del corpo. Forse però è legittimo scorgervi dei residui di una religiosità naturalistica. Sfogliando i manuali divulgativi dedicati al digiuno, troviamo che la finalità più celebrata è quella di tornare a un armonioso rapporto con la natura 59. Gli argomenti possono sembrare ingenui: si rimanda all’esempio degli animali, che digiunano per settimane e mesi interi in determinati periodi dell’anno; ai digiuni spontanei che osservano i bambini quando sono malati... In breve, si

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propone di ritrovare i ritmi della natura, che comprendono tanto il nutrimento, quanto l’astensione da esso. Non manca neppure una certa ‘demonizzazione’ del cibo, presentato come un pericolo costante per l’organismo. L’intossicazione è generale: insieme ai cibi noi ingeriamo ‘veleni’. Il digiuno diventa allora il mezzo per liberarsi dai rifiuti, scorie, impurità. Pur cambiando significato, la dialettica tra puro e impuro è quella di sempre.

Può capitare anche che il digiuno sia raccomandato con toni miracolistici per curare malattie nei confronti delle quali la medicina tradizionale è inefficace. Viene detto «una potente operazione senza bisturi», che in modo sapiente e indolore elimina gli elementi dannosi e conserva ciò che è utile all’organismo. Ad ascoltare i suoi paladini, è l’ultima arma contro certe malattie incurabili, come alcune forme di cancro.

Un ulteriore tratto che colora religiosamente la nuova pratica del digiuno è l’atmosfera generale che viene raccomandata. Il digiuno non riguarda solo il corpo, ma tutto l’uomo: ogni cellula del suo corpo, ma anche la sua psiche e il suo spirito. Deve diventare perciò un tempo di raccoglimento, preceduto da un distacco dal ritmo della vita normale. Lasciati gli impegni professionali, staccato il telefono, elevata una barriera contro la marea degli stimoli dall’esterno, il digiunatore si accinge a incontrare se stesso. Il digiuno può diventare così anche una profonda esperienza interiore. L’esercizio fisico è quindi finalizzato ad un perfezionamento umano di carattere etico.

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parte seconda

STORIA TEOLOGICA DEL CORPO

Gesù disse:

'Se la carne viene a esistere

per via dello Spirito,

è una grande meraviglia;

ma se lo spirito viene a esistere

per mezzo del corpo,

è meraviglia delle meraviglie.

È meraviglia delle meraviglie come

così grande ricchezza

abbia preso dimora in tale povertà’.

(dal vangelo apocrifo secondo Tommaso)

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Gli slogans sulla liberazione e la riappropriazione del corpo, così spesso ripetuti negli ultimi due decenni da essere quasi assurti a verità indiscutibili, soggiacciono a una forte miopia storica. Più per quello che lasciano intendere che per quello che dicono. Hanno infatti l’apparenza di far credere che soltanto la nostra civilizzazione ha saputo valorizzare il corpo, emanciparlo dall’alienazione dello spirituale e dell’intellettuale, dargli lo spazio che gli compete. L’ingenuità di questa prospettiva consiste nel non saper vedere che nessuna esperienza storica ha saputo prescindere dal corpo. Ogni gruppo ne ha una sua simbolizzazione socio-storica. Il corpo occidentale moderno non è ‘il’ corpo, bensì una forma, instabile e transitoria, come le altre. Ogni società ha il ‘suo’ corpo, così come ha la sua lingua. Riflettere sulla storia vuol dire riflettere sulle rappresentazioni del corpo, a partire dalle tracce che questo ha lasciato.

Anche la movimentata storia dei rapporti tra cristianesimo e civilizzazione occidentale, nelle varie forme, è passata attraverso il corpo. Il cristianesimo ha giocato un ruolo decisivo nell'organizzare l’esperienza occidentale del corpo; a sua volta, è stato esso stesso influenzato dal modo di vivere e di pensare il corpo. Infatti il cristianesimo si è storicamente sviluppato in dialogo dapprima con la cultura ellenista, fondamentalmente dualista, e poi con la civiltà borghese, segnata dall’ideologia dell’uomo ridotto a puro soggetto pensante, che sviluppa la propria dignità nel prescindere dagli istinti corporei: la morale, la spiritualità e anche la stessa organizzazione ecclesiastica rimasero ingabbiate in questo schema.

Una storia teologica del corpo completa e sistematica, allo

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stato attuale delle conoscenze, è assolutamente prematura. Ci limiteremo, in questa seconda parte del saggio, a delineare alcuni momenti cruciali, che sono come le pietre miliari del lungo cammino. Una teologia sistematica del corpo è possibile ora solo allo stato di abbozzo: lo tracceremo nell’ultimo paragrafo.

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capitolo primo

IL CRISTIANESIMO È OSTILE AL CORPO?

Sarebbe anacronistico, ed espressione di un ingenuo fondamentalismo, supporre che negli scritti di fondazione del cristianesimo siano contenute le risposte ai complessi problemi che la corporeità pone all’uomo, specialmente quelli che abbiamo visto presentarsi oggi alla ribalta. Tuttavia per il cristiano il confronto con interrogativi storici è inevitabile; a cominciare dalla questione di fondo: nelle diverse espressioni di cristianesimo che hanno preso forma lungo i secoli il corpo occupa strutturalmente lo stesso spazio che gli è attribuito nei vangeli? L’impressione di qualcuno che, cresciuto estraneo alla tradizione cristiana, legga i vangeli per la prima volta, può essere di una vera sorpresa per l’importanza che essi attribuiscono al corpo, trattandosi di una religione così spirituale come il cristianesimo: nei racconti evangelici è questione prevalentemente del mangiare e del guarire, i due problemi fondamentali del corpo 60. La fede, come modalità dell’esistere, ha nei vangeli una ‘corposità’ che non ritroviamo più in nessuna delle teologizzazioni sulla fede successive, a cominciare dallo stesso s. Paolo. La fede è ancora un polveroso camminare dietro a Gesù per le strade della Palestina, ha il sensuale sapore del sale e la luminosità della fiaccola; la speranza equivale a lasciare la concretezza della barca, delle reti, dell’aratro, fidandosi di una parola di promessa; l’amore è lavarsi i piedi gli uni gli altri; la comunità è offrire ospitalità, mangiare alla stessa tavola e nello stesso piatto. Nei vangeli l’immensità della promessa ebraica

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e la grandiosa attesa apocalittica si condensano nel corpo di Gesù di Nazaret. Il cristianesimo come sistema dottrinale si è, dunque, definitivamente allontanato dallo spessore corporeo che ha avuto la fede in Gesù ai suoi inizi, a vantaggio di una intellettualità astratta?

Una seconda questione di fondo è quella che riguarda la connivenza del cristianesimo con l’ostilità verso il corpo che troviamo in molte religioni. Il cristianesimo, in sintesi, è pro o contro il corpo? La risposta non è semplice. Il cristianesimo è una realtà complessa e differenziata, che ha prodotto nel suo sviluppo storico atteggiamenti dottrinali e pratici molto diversi. In pratica, chi sostiene l’una o l’altra tesi può attingere a piene mani dalla multiforme eredità storica testimonianze a proprio favore. Chi lo considera una religione fobica del corpo, può appellarsi alla tradizione ascetica, alle mortificazioni stravaganti in uso tra gli anacoreti e i monaci di ogni epoca, alla tradizionale educazione repressiva nei confronti del patrimonio istintuale del corpo (identificato con la sessualità), fino alla lussureggiante letteratura ascetica, dedita alle peggiori intemperanze verbali quando si tratta di diffamare il corpo e di esaltare ciò che lo umilia, come le malattie. Per contro, chi vuol vedere nel cristianesimo, e in modo particolare nel cattolicesimo, una religione aperta tanto alla materialità quanto alla spiritualità dell’uomo, non manca di pezze d’appoggio: i dogmi della creazione e dell’incarnazione e la dottrina della risurrezione dei corpi (cf. l’effato patristico, sempre ripetuto, della caro cardo salutis), i sacramenti come luoghi materiali dell’incontro con Dio, l’appartenenza alla chiesa considerata come ‘corpo di Cristo’, il rispetto del corpo morto, fino alla venerazione dei frammenti come reliquie. I più accreditati maestri di spirito sono unanimi nel ritenere che un cristiano non potrebbe disinteressarsi del corpo senza danno. Ogni rottura dell’armonia tra corpo e anima nuoce a tutti e due. L’equilibrio fisico è perciò necessario per l’esercizio della vita cristiana 61.

L’elenco delle ragioni favorevoli o contrarie può essere allungato

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a volontà: non è certo per questa via che si arriverà a dirimere la questione. Né la polemica, né l’apologetica; né il trionfalismo, teso a dimostrare che il cristianesimo ha sempre difeso il corpo o che le vicende storico-culturali siano irrilevanti, senza sostanziale valore ermeneutico; né l’autodenigrazione masochistica, che assume senza discernimento critico i clichés negativi divulgati sul cristianesimo. Solo una serena prospezione storica può fornire l’approccio più atto a sondare un patrimonio dottrinale e pratico ricco di molteplici sfumature.

Per coloro che credono di poter riconoscere nel cristianesimo un’irriducibile ostilità al corpo, il medioevo diventa il principale imputato. È uno stereotipo culturale tenace, radicato nel pregiudizio che vede l’esperienza corporea-sensuale come opposta a quella religiosa. Non si può ridurre un fenomeno così poliedrico come il cristianesimo medievale a una formula; né é storicamente corretto attribuire valore esclusivo a singole espressioni di ostilità medievale al corpo — che pur esistono —, isolandole da tutto il tessuto culturale 62.

Per comprendere l’atteggiamento medievale verso il corpo bisogna tener presente che il medioevo si è assunto come compito di conservare una duplice eredità, quella giudeo-cristiana e quella classica, e di creare una nuova sintesi. Nel cristianesimo era confluita storicamente la concezione veterotestamentaria del corpo. Nel contesto culturale ebraico il corpo non era argomento di una speciale filosofia o teologia 63; era piuttosto

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parte integrante della fede e della sua pratica, dell’ortodossia e dell’ortoprassi. Il corpo era considerato quasi come un sacramento; il suo uso e i rapporti basati sul corpo — particolarmente quelli sessuali — simboleggiavano la relazione con Dio e presupponevano il retto ordine della creazione. Il cristianesimo radicalizzò questa prospettiva mediante la dottrina dell’incarnazione: essendo la carne, come credenza centrale del cristianesimo, unita eternamente alla natura di Dio stesso, ne deriva un nuovo rispetto. Anche la ‘parusia’ contribuì a restringere l’abisso tra Dio e la sua creazione, con la dottrina della risurrezione che accresce lo spessore somatico della fede. L’unità psicosomatica dell’uomo, con la dignità del corpo umano come corollario, è stata mantenuta contro le distorsioni eretiche, in particolare contro le spinte verso lo gnosticismo. La religione cristiana, infatti, era troppo materialistica per gli gnostici, che sottolineavano invece l’antitesi tra Dio e la materia, tra il corpo e lo spirito. Il rigetto spiritualistico del corpo poteva portare, con un paradosso solo apparente, tanto all’ascetismo estremo quanto alla completa indulgenza.

Nei confronti della cultura greco-romana il rapporto non fu solo di opposizione, relativamente alle pratiche che celebravano il corpo fino a divinizzarlo o lo sfruttavano fino a svilirlo. Il cristianesimo adottò la più antica e diffusa concezione del corpo che attraversa tutta la filosofia classica: quella che vede nel corpo lo strumento dell’anima. Per Aristotele il corpo è «un certo strumento naturale» dell’anima, come la scure lo è nel tagliare 64. La dottrina della strumentabilità del

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corpo è passata nella filosofia medievale. Secondo s. Tommaso, «il fine prossimo del corpo umano è l’anima razionale e le operazioni di essa. Ma la materia c’è in vista della forma e gli strumenti ci sono in vista delle azioni dell’agente» (S. Th., I, q. 91, a. 3).

Il cristianesimo medievale non volle solo conservare il messaggio rivelato circa il corpo, creato e redento, e l’eredità della filosofia classica: mirò a una sintesi dei due. E la raggiunse, con raro equilibrio. Quanto più ci avviciniamo alla fine del sec. XIII, tanto più è possibile vedere le potenzialità di una visione del mondo equilibrata, umana, dove al corpo è attribuito il suo giusto posto. L’intellettualismo della Scolastica, in particolare della dottrina tomista, costituisce il quadro di referenza ideologico. Come simbolo di questa cultura unificata si può assumere la cattedrale gotica. Nell’arte della cattedrale c’era un’accettazione tollerante dell’umana condizione e della debolezza della carne umana. La certezza del soprannaturale permise di rivalutare il naturale in una celebrazione totale. Si può vedere il culmine di questo processo nell’apparizione del nudo gotico come una forma indipendente, all’inizio del sec. XV 65. Il medioevo, così spirituale, è impastato di sessualità. È la gioia dei sensi che ha creato quelle forme di culto così armoniche, in cui confluiscono bellezze della parola e melodia, architettura e ornamento, quasi per una festa totale delle facoltà sensibili. La sensualità si esprimeva nelle stesse festività religiose, accompagnate da danze e banchetti; trionfava nella letteratura 66.

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Nella civilizzazione medievale al corpo poteva essere lasciato un così ampio spazio perché esso era inserito in un ordine, e l’ordine stesso era coronato e assicurato dall’onnipotenza di Dio. L’uomo vi occupava una posizione centrale per sua natura e destino, che includeva l’incarnazione di Dio e la restaurazione del cosmo. Il naturalismo era garantito dalla sua giustificazione teologica. Non solo il corpo dell’uomo esercitava un grande fascino, ma il corpo di tutte le cose. Ogni cosa reale, per quanto insignificante ed effimera, ha un’immediata relazione con Dio; ogni cosa esprime la natura divina a modo suo. Questo sviluppo è più evidente nelle arti plastiche che in quelle letterarie: l’ideale secondo cui nessuno stato dell’essere, per quanto basso, è completamente senza significato o privo di una scintilla di divinità, per cui nessuno è indegno di essere ritratto, segna una nuova epoca nell’arte. La credenza nella bontà dell’intera creazione e della sua continuità gerarchica in una «grande catena dell’essere» 67 tende ovviamente a smussare ogni rigido dualismo di corpo e spirito.

Questa rilettura storica degli atteggiamenti del medioevo verso il corpo ci autorizza ad individuare la frattura caratteristica dell’epoca moderna non tanto nello spirito del Rinascimento, con la sua celebrazione neo-pagana del corpo e della natura, quanto piuttosto nella svalutazione pratica della natura umana ad opera della teologia luterana. Successivamente, il secondo fattore responsabile della disintegrazione della sintesi medievale fu l’abbandono definitivo del concetto di strumentalità del corpo, sostituito col dualismo cartesiano. Il corpo è stato reso in tal modo indipendente rispetto all’anima: un punto di vista che, prima di Cartesio, non si era mai presentato 68. Il corpo

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è l’anima, resi indipendenti, sconvolgeranno la coscienza moderna; saranno amati e odiati separatamente, l’uno contro l’altro. Questa nuova sensibilità si rifletterà anche nel modo cristiano di vivere il corpo, specialmente nell’ascetica e nella spiritualità.

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capitolo secondo

IL CORPO MALATO NELLA LETTERATURA ASCETICA

La valutazione cristiana del corpo e l’atteggiamento verso di esso hanno subito l’influenza del linguaggio correntemente usato nei confronti della malattia. Ciò che si dice a proposito del corpo malato ha una rilevanza tutta particolare. Il piacere e il dolore sono avvenimenti esistenziali che si staccano dalle altre vicende corporee; essi sottraggono il corpo alla compatta opacità del vissuto quotidiano e lo erigono a soggetto protagonista. Per questo motivo gli atteggiamenti dottrinali e pratici che si concentrano intorno a questi due poli del vissuto corporeo costituiscono l’ossatura di ogni costruzione antropologica.

La malattia, in particolare, ha condensato una quantità di discorsi di natura ascetico-spirituale di tipo doloristico, che hanno contribuito ad alimentare il luogo comune di un disprezzo cristiano del corpo. Non sono pochi coloro che si stupiscono quando sentono in bocca ai cristiani parole diverse da quelle che usava Pascal nella sua preghiera per «domandare il buon uso delle malattie» 69. Eppure sempre più numerosi sono i cristiani stessi che rifiutano di ripetere gli stereotipi tradizionali sull’amore del cristiano per il dolore e sull’accettazione della malattia. L’uomo dell’età secolare tende a vivere anche

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la sua malattia in modo sempre meno ‘religioso’. Più che una crisi dell’esistenza che mette l’uomo di fronte al significato della sua vita, la malattia in epoca di Servizio Sanitario Nazionale è una falla nel sistema rivolto a garantire la salute a tutti i cittadini. Ma questo cambiamento di ottica ha anche i suoi risvolti positivi.

L’éthos dell’uomo secolare — concentrato nel compito di rendere abitabile il mondo, di lottare a fondo contro tutti i condizionamenti negativi, ivi compresa la malattia — ha provocato un ripensamento del messaggio cristiano. Obbliga a correggere certune sottolineature unilaterali e a riscoprire tutta la ricchezza dottrinale e pratica del comportamento di Gesù verso il corpo malato.

1. Discorsi di esortazione per il tempo della malattia

Per ricostruire l’insegnamento cristiano tradizionale circa la malattia è improduttivo il ricorso ai trattati di morale e alle opere teologiche di grande impianto. La teologia morale non ha mai profondamente considerato le implicazioni morali dell'esser malato. Per una specie di delega implicita, la trattazione della condizione morale del cristiano malato è stata demandata alla letteratura ascetico-consolatoria rivolta ai malati stessi (libri di meditazione, di parenesi, di pietà) e alle opere di pastorale indirizzate ai sacerdoti che devono occuparsi dei malati. Non è agevole muoversi nella congerie di tali opere ascetiche e pastorali, che formano un sottobosco molto disorganico 70. Ma, una volta familiarizzati a questa letteratura, vi si rileva la convergenza su alcuni temi. Il più costante è l’assunzione di base, secondo la quale l’unico atteggiamento veramente cristiano

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sia quello dell’accettazione della malattia. ‘Pazienza’ e, ‘rassegnazione’ attraversano, come un leitmotiv, le opere di questo genere di produzione letteraria. Ma siccome tale rassegnazione ripugna alla natura umana, vengono in soccorso gli scritti devozionali, sottoponendo alla riflessione dei fedeli i motivi che possono facilitarla.

Il primo motivo è di vedere nella malattia una giusta punizione per i propri peccati; le sofferenze sopportate con rassegnazione sono così un’occasione per una salutare espiazione. La malattia, inoltre, è vista come un sistema pedagogico messo in atto dalla provvidenza divina per distaccare l’uomo dalla terra e svezzarlo dalle gioie sensibili 71 Immancabilmente, le più diverse considerazioni sui vantaggi spirituali e fisici derivanti dalla rassegnazione si concludono con l’esortazione alla pazienza. Ma nella letteratura ascetica l’accettazione rassegnata della sofferenza non è che un primo passo verso l’utilizzazione completa della malattia che può fare un cristiano. Ciò che differenzia l’accettazione cristiana del dolore da quella stoica è il suo amore per esso. Il cristiano non si limita ad accettare la malattia come un ineluttabile a cui rassegnarsi, bensì l’abbraccia con amore. Gli scrittori ascetici amano moltiplicare riferimenti ai martiri e ai santi, citando i loro esempi e le loro massime circa l’amore per le malattie e le sofferenze.

Per lo più, nonostante alcune urtanti esagerazioni verbali, non siamo in presenza di un malsano amore per il dolore, ma ci troviamo ancora nel campo della spiritualità cristiana. Al fondo si possono ravvisare motivazioni teologiche precise. C’è anzitutto il desiderio di conformarsi all’Amato, il Cristo crocifisso. Con molta facilità gli scrittori ascetici procedono a una

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identificazione tra malattia e croce, per cui il malato che soffre nel suo letto rassomiglia strettamente a Cristo che agonizza in croce. Dall’identificazione con la croce deriva la convinzione della fecondità spirituale della sofferenza.

Contrariamente a quanto potremmo supporre a priori, la valorizzazione ascetico-teologica della sofferenza non è avvenuta che piuttosto recentemente. Possiamo seguire R. Plus quando distingue nella storia della spiritualità cristiana della croce tre periodi con fisionomie nettamente differenziate. Nel primo, che ruota attorno a s. Bernardo e a s. Francesco d’Assisi, si insiste sul ‘compatire’ col Crocifisso; nel secondo, originato dall’opera di s. Margherita M. Alacoque, si vuol ‘compensare’ le ingratitudini che feriscono il cuore del Cristo; nel terzo, proprio dell’età moderna, si mira a ‘completare’, mediante l’apostolato della sofferenza, ciò che manca ai patimenti di Cristo 72.

La prospettiva apostolica ha prevalso sulle altre, grazie soprattutto all’affermarsi della ecclesiologia del ‘Corpo mistico’. Cristo è il capo del corpo, e col battesimo i credenti diventano sue membra. Perciò quando un cristiano diventa infermo, cade malato o è agonizzante, è un membro di Gesù Cristo che è infermo, malato, agonizzante; è Gesù che continua in queste membra sofferenti del suo corpo mistico le infermità, i dolori, le agonie e tutte le sofferenze della sua vita mortale, soprattutto la sua passione. La teologia ascetica ha posto in particolare evidenza la vocazione del cristiano malato ad essere apostolo attraverso la sofferenza per il fatto stesso della comunione mistica col Cristo. Tuttavia anche in questa dimensione si sono introdotti degli eccessi, in senso doloristico. Così il discorso sulle ‘vittime volontarie’, o ‘volontari della sofferenza’, destinate da una speciale vocazione a soffrire in funzione vicaria, come una specie di intermediari tra la giustizia divina e i peccati del mondo. Gli equivoci si moltiplicano mediante

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questo linguaggio. La distanza dalle parole e dai gesti di Gesù nei confronti del corpo malato, quali risultano dai vangeli, è tale, da suscitare l’impressione di una completa estraneità.

2. L’influenza della scuola francese di spiritualità

L’atteggiamento verso il corpo malato rappresentato dalla ascetica tradizionale si è costituito grazie a molteplici influssi. Pur senza voler delineare una genealogia storica esauriente, non è possibile passare sotto silenzio la scuola di spiritualità francese. Dai limiti cronologici e tipologici imprecisi — ma situata sostanzialmente nel sec. XVII e nella scia del card. De Bérulle e dell’Oratorio di Francia — questo movimento ha avuto un’influenza profonda al di là dell’ambito dell’Oratorio.

È stato H. Bremond che ha sottratto De Bérulle e i suoi discepoli dagli archivi della pura scienza storica, facendone una presentazione appassionata e brillante nella sua monumentale Histoire littéraire du sentiment réligieux en France. L’illustre storico ha collocato all’inizio della scuola berulliana la ‘rivoluzione teocentrica’, che sostituisce nella vita cristiana la spiritualità antropocentrica: «Bérulle ha fatto nel mondo spirituale del suo tempo una specie di rivoluzione, che si può chiamare teocentrica» 73. Il teocentrismo informulato del medioevo aveva bisogno di essere affermato, ripetuto, fino a sembrare una verità antica quanto la chiesa, fino a diventare un luogo comune. Questo è stato il compito di De Bérulle e della scuola che da lui ha preso origine; con lui il teocentrismo, già caro ai mistici, ma che conservava un non so che di raro, di complicato, di esoterico, si semplifica e si mostra in piena luce, si offre e si impone alla preghiera di tutti 74.

Come De Bérulle, tutti gli altri membri della scuola francese — Condren, Olier, Eudes e fino ai meno mistici degli scrittori dell’Oratorio — sono stati tutti profondamente e come naturalmente teocentrici.

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L’atteggiamento della creatura di fronte a Dio non deve essere altro che quello di annientarsi per far rifulgere la grandezza di Dio. L’apostolo più appassionato di questa adorazione per annientamento fu Condren, la cui vita intera «ha per oggetto di far nascere, o piuttosto di risvegliare e sviluppare nelle anime quello ‘spirito di purezza’ che è propriamente lo spirito di religione e che non può soffrire che viva altro che Dio» 75.

Non c’è alcuna creatura che non dovrebbe annientarsi se potesse, per glorificare Dio e per testimoniare, attraverso il suo annientamento, che non c’è che lui solo che abbia e che meriti il nome di essere. Il desiderio di annientamento per la gloria di Dio trova la possibilità di realizzarsi nel sacrificio:

L’annientamento della creatura davanti a Dio è un riconoscimento attraverso il quale essa protesta di avere l’essere da lui, una professione che non ce che Dio solo che abbia veramente l’essere [...].

Il nostro essere stesso gli appartiene ed è per questo che bisogna offrirgli il sacrificio, cioè bisogna distruggere l’essere stesso delle cose per riconoscere che si ha l’essere da lui 76.

Il sacrificio esigerebbe la consumazione e la distruzione intera della vittima, benché nello stato d’innocenza — secondo Condren — le vittime, quantunque distrutte, non lo sarebbero state per mezzo della morte.

Il tema del sacrificio e del sacerdozio è stato ampiamente sviluppato dalla scuola francese. Tutti gli autori hanno messo l’accento sul sacerdozio di Gesù Cristo, che ha offerto, con il sacrificio della sua vita e della sua morte, l’adorazione perfetta del Padre: «La religione prima è in Gesù Cristo e risiede nella sua pienezza nel fondo della sua anima divina, che è l’unico vero religioso di Dio Padre» 77. Ma i cristiani non devono limitarsi a onorare questo stato di ostia: uniti a Gesù

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devono sacrificare a Gesù tutto quello che hanno, annientarsi davanti a lui, essere ostie con lui.

«Che ogni creatura perisca davanti al mio Dio! E come Nostro Signore sacrificandosi ha preteso di annientare tutto e fare un sacrificio di ogni cosa in sé, perché ha tutto riunito nella sua persona, è giusto che noi condanniamo e sacrifichiamo tutte le cose fuori di lui, le quali sono tanto meno sante quanto meno sono in lui 78.

La creatura deve offrirsi interamente al suo unico Sacerdote, unendosi al suo sacrificio e annientandosi con Lui. Tutto quello che noi siamo, nella misura in cui possiamo disporne, deve essere consegnato al fuoco del sacrificio, consumarsi, sparire. Condren esprime questa esigenza della creatura con formule molto energiche:

Uscendo da noi stessi e da tutto ciò che è nostro; abbiate intenzione di disfarvi di tutto ciò che siete, di spossessarvi della vostra natura; perdendo per voi ogni desiderio di vivere e d’essere; senza guardare a voi stessi e senza ascoltare le vostre disposizioni né il vostro stato, e senza desiderio d’essere o d’avere; che le anime non vogliano sopportarsi viventi in nessuna cosa 79.

Gli autori della scuola francese parlano tutti allo stesso modo e si lamentano di non trovare nel vocabolario espressioni più forti, più ‘sterminanti’.

Quest’opera di annientamento, che comincia ora e si completerà con la morte, è lo stesso Sacerdote Gesù che la compie nei suoi fedeli:

Questo gran tutto che ama con eccesso i suoi non sopporta che essi attendano dopo la morte per sprofondarsi in lui; egli comincia fin d’ora a inabissarli in se stesso, nella misura in cui lo stato della carne e della vita presente lo possono permettere. Siate dunque sempre in Gesù Cristo; lasciate che egli vi occupi in tutti voi stessi, e che egli solo sia vivente e sperante in voi, sotto la scorza della vecchia creatura 80.

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Dal momento che Cristo è il Sacerdote-ostia perfetto, l’ideale del cristiano che vuole annientarsi nell’adorazione di Dio è di partecipare in qualche modo allo stato unico del Cristo. Noi aderiamo al Cristo, entriamo in comunione con lui, attraverso la partecipazione ai suoi misteri, cioè agli avvenimenti della sua vita terrena. Questi, infatti, in quanto ‘stati’ interiori del Verbo incarnato, permangono eternamente anche dopo che l’avvenimento nella sua storicità è stato ingoiato dal tempo. La spiritualità berulliana è una spiritualità dell’adorazione, mediante la contemplazione del Cristo in ciascuno degli ‘stati’ della sua umanità.

Tutti gli scrittori della scuola francese insegnano la necessità, per essere veramente cristiano, di riprodurre in sé i misteri del Cristo. Essi studiano nei loro scritti i diversi misteri e stati di Gesù; ciascuno di essi, tuttavia, ha le sue preferenze 81. Bérulle si interessa ai misteri della vita terrestre e celeste di Gesù, Condren a quelli della sua vita d’immolazione sulla terra e in cielo, e Olier a quelli della sua vita eucaristica.

Per il nostro studio interessa soprattutto l’accento messo da Condren sullo stato di vittima:

Il Figlio di Dio s’è offerto a suo Padre per essere consumato in Dio [...]. Ora noi dobbiamo essere di Dio in questa intenzione di Gesù Cristo, affinché egli ci consumi completamente in lui, e con la prospettiva di perdere tutto quello che noi siamo, ma in modo particolare tutto ciò che è del vecchio Adamo, ad onore di Dio, della sua grandezza e della sua santità, come egli ha perduto in Dio la sua persona e le sue qualità umane 82.

Il posto del sacrificio è centrale nella spiritualità di Condren. Possiamo così sintetizzarlo, seguendo uno storico che l’ha studiato con particolare cura:

Gesù nel suo sacrificio ha compreso tutte le sue membra; il battesimo, che le fa entrare nella sua santità, le obbliga a entrare nel suo sacrificio; la loro oblazione ratifica il suo volere e le impegna con un titolo nuovo all’immolazione; tutti gli atti virtuosi della vita

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cristiana sono dei sacrifici, dal momento che racchiudono una perdita o una sofferenza ad onore di Dio; la vita intera lo è, nel senso che deve essere una morte a se stessi e una partecipazione alla croce di Gesù; la morte infine è il sacrificio della vita; le prove e la morte consumano il cristiano, cioè distruggono il suo essere primo ad onore di Dio e gli danno parte all’essere del Cristo risuscitato 83.

Che cosa diventa la malattia, quando la poniamo in questa prospettiva dello stato vittimale del Cristo che deve essere partecipato da ogni cristiano? Diventa l’occasione privilegiata in cui si può esercitare quell’annientamento che è il fine e il vertice di tutta la vita spirituale. La malattia, la grande distruttrice dei valori umani, è equiparata allo stato di più perfetta rassomiglianza al Cristo crocifisso. La morte, a cui le malattie introducono, è il supremo sacrificio del cristiano, il più sublime atto di culto, la partecipazione completa alla liturgia dell’unico Sacerdote, Gesù Cristo.

Lo sviluppo più eloquente di questa dottrina lo troviamo nelle Riflessioni sull’agonia di Gesù Cristo di Bossuet, in cui si applicano questi punti di vista alla morte del cristiano. I cristiani — afferma — hanno un così grande interesse a conoscere i misteri e ad assumere i sentimenti e le disposizioni di Gesù Cristo, in tutti i suoi stati, che dovrebbero continuamente applicarmi; «ma soprattutto a quei grandi e terribili misteri della sua passione e della sua morte, attraverso i quali egli ha consumato l’opera della nostra salvezza eterna con la redenzione» 84.

L’anima dell’agonizzante è associata «per diritto di unione, di società e di commercio tra il capo e le membra viventi, agli impieghi divini dell’anima di Gesù Cristo». Gesù, per così dire, ha agonizzato per i cristiani. Così il Cristo rinnova e perpetua il suo sacrificio «non solamente nel mistero della divina eucaristia, ma anche nella morte di tutti i fedeli».

Ed è per mezzo del sacramento dell’estrema unzione che

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Cristo, pontefice sommo, consacra pienamente la morte del fedele. Per mezzo dell’estrema unzione, infatti, «colui che è il tempio del sacerdozio di Gesù Cristo, diventa anche sacerdote e vittima con lui. Si tratta, in ultima analisi, del fatto che il pontefice sovrano prende possesso della vittima in questo sacramento; consacra la sua morte; diventa egli stesso il sigillo, che è il segno del carattere di vittima; e, usando i suoi diritti su una vita che gli appartiene, si serve della malattia come del coltello e della spada con cui sgozza e immola questa ostia» 85.

Così ancora — continua la riflessione di Bossuet — il cristiano, entrando per sottomissione e per adesione in tutti i disegni di Gesù Cristo, volendo disporre del suo essere e della sua vita come il grande sacrificatore ne dispone, diventa sacerdote con lui nella sua morte e completa, in questo estremo momento, quel sacrificio al quale era stato consacrato nel battesimo e che ha dovuto continuare tutti gli istanti della sua vita.

Oltre queste pagine di Bossuet, non trovo niente di più eloquente per illustrare l’atteggiamento della scuola francese di spiritualità nei confronti della malattia che il seguente episodio della vita di Condren, riportato da Bremond 86. Una delle sue figlie spirituali, nell’ultima malattia che ebbe, lo pregò di andarla a visitare. Egli vi andò e s’informò subito dello stato della sua anima. «Mi sento — disse ella — Dio molto rigoroso». Il p. Condren le domandò in quale disposizione ella fosse. «Io entro — rispose — nel suo rigore contro me stessa». Dopo di che, egli le parlò per un po’ di tempo della santità di Dio, dell’avversione che egli ha della comunione della carne, nella quale siamo in questa vita. A ciò ella rispose: «Io adoro tutto ciò che Dio è»; qualche tempo dopo disse: «Io mi separo dall’essere presente e mi ritiro nell'essere sconosciuto di Dio»; e finendo queste parole rese lo spirito. Il p. Condren ― nota Bremond — onorava talmente la memoria di questa figliola, che ebbe per tutta la vita il desiderio di farle fare

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una tomba e di comporle un epitaffio che contenesse le sue ultime parole.

Nelle dottrine teologiche e spirituali della scuola francese l’atteggiamento ascetico verso il corpo malato, che ha preso forma nei due secoli successivi, era già contenuto germinalmente. Eccettuato l’aspetto apostolico della sofferenza, che è stato sviluppato solo dopo la metà del secolo scorso, tutti gli altri temi abituali vi si trovano già o chiaramente espressi o impliciti nelle premesse..

È evidente che una teologia che dia più spazio ai valori umani — pur senza pregiudicare la grandezza assoluta di Dio ― e consideri il mistero pasquale nella sua interezza, senza lasciarsi ipnotizzare unicamente dalla croce, abbia dovuto sovvertire profondamente il modo di porsi di fronte alla malattia.

3. Un nuovo atteggiamento verso il corpo malato

Tra gli atteggiamenti pseudo-cristiani di fronte alle vicende del corpo malato il più tenace è la concezione della ‘buona sofferenza’. La sofferenza è buona — si dice — perché Dio la invia come prova o come punizione: «Dio fa soffrire quelli che ama», oppure «quelli che ama, Dio li castiga». Questa considerazione della buona sofferenza conduce naturalmente, se spinta fino in fondo, a ritenere il malato un privilegiato. Ne abbiamo trovato esempi nelle opere ascetiche sulla malattia. Con queste premesse, il comportamento richiesto al cristiano malato sarà quello di centrare la propria vita spirituale sulla malattia, come fonte di purificazione, di meriti e di redenzione.

Ciò che spinge oggi molti a opporsi ai discorsi fondati sulla buona sofferenza non è soltanto una preoccupazione pastorale ― cioè il pericolo evidente di un rigetto indignato da parte dei malati stessi —, bensì anche una preoccupazione dottrinale: non si vuol spacciare per visione cristiana della sofferenza quella che è piuttosto una concezione deviante e morbosa. L’accusa è quella di propendere verso il ‘dolorismo’ 87.

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Si vuol tutelare la dottrina cristiana sul corpo malato da commistioni con atteggiamenti più o meno psicopatologici, che rimandano un’eco di masochismo. Il rischio è la corruzione del senso cristiano della sofferenza. Il teologo R. Regamey, dopo aver svolto una critica a fondo del dolorismo, fa notare che uno dei rischi della malattia, soprattutto se dolorosa e prolungata, è di conquistare il giudizio stesso, fino a erigere la sofferenza a valore supremo 88. La denuncia di tale pericolo induce a guardarsi da motti altosonanti — del tipo: ‘la mia gioia è soffrire’, ‘soffrire o morire’... —; a non pronunciare alla leggera parole che sembrano ammirevoli, ma che forse non sono che imprudenti o vuote; a diffidare di un’accettazione troppo gioiosa o entusiasta della malattia; a non dar credito a chi indica nella malattia o nell’umiliazione del corpo un cammino privilegiato verso la salvezza. L’attuale sensibilità ha reso espressioni simili quasi intollerabili, soprattutto quando pretendono di presentarsi come l’atteggiamento cristiano tipico o ideale. Ci potrebbe essere un amore della sofferenza che rischia di non essere altro che la corruzione delle sorgenti della vita o pigrizia di fronte allo sforzo. Non bisogna confondere, infatti, il disgusto della vita con l’accettazione della croce. La rinuncia cristiana lascia il posto al desiderio di vivere, sottomettendolo a Dio. Essa non è il lasciarsi andare di un essere che si abbandona

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senza lotta alle forze della natura, ma la decisione suprema al termine di un lungo combattimento.

Gli atteggiamenti estremi, che rischiano di provocare sgradevoli fraintendimenti della concezione cristiana della sofferenza e si attirano le accuse di dolorismo, hanno il loro entroterra teologico in una considerazione del mistero cristiano che si ferma alla croce di Cristo, invece di andare fino alla sua risurrezione gloriosa. Le reazioni più vivaci di chi rimette oggi in discussione quella che si presenta come la tradizionale ‘spiritualità cristiana’ del corpo malato sono dirette soprattutto contro una visione troppo ristretta della vita del cristiano malato. Se non si vede nel malato altro che la sua malattia, si rischia di sopravvalutarla, scivolando così in espressioni e atteggiamenti propri del ‘dolorismo’. Ma soprattutto, insistendo esclusivamente sulla malattia, non si raggiunge che una parte della persona malata, la si imprigiona nella sua malattia, la sua spiritualità si costruisce sulla parte negativa del suo essere e non su quella vivente. Dio non è presente nella ^malattia: è presente in un uomo vivente ma malato. La malattia non interviene che come una realtà seconda, per importanti che siano le sue implicazioni. Limitarsi a una spiritualità della malattia e della sofferenza sembra una posizione troppo incompleta per poter essere generalizzata. Bisognerà, piuttosto, partire da una spiritualità ‘cristiana’ comune a tutti, sani e malati, per poi arrivare al modo speciale in cui il malato deve viverla per i condizionamenti della sua malattia.

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capitolo terzo

IL CORPO SANO: L’IDEOLOGIA DELL’EPOCA VITTORIANA

1. La salute come ideale

L’epoca vittoriana inglese è, secondo cliché, sinonimo di puritanesimo e di repressione sessuale. È un tratto talmente vistoso, che tende a diventare l’emblema dell’atteggiamento verso il corpo proprio di questo periodo. La visione d’insieme dell’uomo che l’epoca vittoriana si era proposto come ideale ne risulta così deformata. L’uomo vittoriano voleva essere, prima di tutto, ‘sano’. Nessun argomento occupò la mente degli scrittori e degli intellettuali inglesi del secolo XIX quanto la salute 89. La massima mens sana in corpore sano fu cara a pensatori peraltro inconciliabilmente diversi, come il positivista H. Spencer e il vitalista-trascendentalista Carlvle.

L’ideale dell’uomo sano assumeva due diverse coloriture, a seconda che fosse sottoposto a un’interpretazione più materialistica o più spiritualista. L’interpretazione popolare della mens sana... inclinava a ritenere che allenare il corpo assicurasse direttamente una mente più robusta, in quanto l’uomo si riduce al suo corpo. «Essere una nazione di buoni animali: è la

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prima condizione per la prosperità nazionale» 90. Questa celebre sentenza di Spencer fu spesso assunta in senso crassamente materialistico, come riduzione radicale del modello umano alla salute del corpo intesa come buon funzionamento fisiologico degli organi.

L’altro polo è quello che potremo chiamare ‘spiritualista’, ed è idealmente rappresentato dall’‘eroe sano’ di Thomas Carlyle. Soprattutto la sua opera Sugli eroi e sul culto degli eroi 91 ha contribuito a delineare la fisionomia antropologica dell’epoca vittoriana. Il suo eroe sano è un personaggio di grande forza, perseveranza, integrità. Il centro della salute è costituito dalla volontà unificata, assertiva; e la salute si prolunga nell’azione eroica, che ne costituisce la prova. Per l’eroe sano il corpo è un’espressione dello spirito, e perciò l’obbedienza alle pulsioni è un segno di armonia costituzionale. Lo stato di salute implica una conoscenza delle leggi della natura; l’eroismo è una vita di azione resa possibile dall’osservanza delle leggi della salute. L’eroe non è solo sano in se stesso, ma ha anche il potere di rendere sani gli altri; è il vero guaritore, in forza della relazione psicologica ed etica con il mondo umano intorno a sé (l’eroe per Carlyle è uno la cui parola «è la saggia parola guaritrice, in cui tutti possono appoggiarsi con fede»).

Secondo questo modello, salute fisica e salute spirituale sono intrinsecamente correlate. La salute corporea è un segno (metafora, analogia) di una più generale salute personale, nella quale è incluso un rapporto armonico con le leggi fisiche e morali che trascendono l’individuo. La persona sana ha un senso di intimità con l’universo fisico, si sente fisicamente e spiritualmente a casa propria tra le cose. Inoltre in questa salute ‘eroica’ è incluso un protendersi continuo, intellettualmente e moralmente, verso ciò che non può essere afferrato. Le due principali spinte della natura sana, quella etica e quella estetica, si esprimevano rispettivamente nel lavoro e nel gioco. Una

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sintesi dei due fu trovata dai vittoriani nello sport, nel quale videro la perfetta incarnazione della vita di azione.

2. Il ‘cristianesimo muscolare’ di Kingsley

Tutta l’epoca vittoriana appare radicata nella fede certa nella mens sana in corpore sano. Charles Kingsley, da parte sua, fece un passo ulteriore: trasformò quella fede laica in una fede evangelica. Singolare figura di pastore, oratore, scrittore, riformatore sociale, Kingsley offrì nella sua vita e nei suoi scritti un esempio vissuto della vita sana come l’intendeva l’ideologia del suo tempo, e al tempo stesso il più brillante tentativo di armonizzare la cultura vittoriana della salute col cristianesimo. L’etichetta di Muscolar Christianity, coniata da un critico nella recensione di un’opera di Kingsley, fu rifiutata da Kingsley stesso; ciononostante rimase incollata alla sua opera e al suo pensiero, e serve ancor oggi ad esprimere l’ideale di cui si è fatto portavoce 92.

Leggendo Carlyle si convinse della «perfetta armonia dell’universo spirituale con quello fisico», e cominciò a sentire tutta la forza dell’idea che il corpo è il tempio del Dio vivente. Da allora il suo naturale entusiasmo per la vita fisica lo portò a dirigere il suo concetto di salute verso le cose concrete appartenenti a questo tempio. L’eroe sano di Carlyle acquista, grazie a Kingsley, un visibile corpo robusto; e la glorificazione del corpo è fatta non in contrapposizione a un ideale religioso, bensì nel nome stesso del cristianesimo.

Kingsley disprezzava l’immagine del cristianesimo presentato come un pallido ascetismo; di questa deformazione era responsabile, a suo avviso, la teologia, tanto quella evangelica quanto quella cattolico-romana. I fautori della rinuncia corporea

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li chiamava ‘manichei’: «Agli occhi dei ‘manichei’ l’uomo non è uno spirito necessariamente incorporato in un animale e da esso espresso, ma uno spirito accidentalmente collegato con un animale, che su di lui fa gravare il suo peso. Ritengono che solo la parte animale sia umana; quella spirituale, invece, angelica o diabolica, secondo i casi. L’ideale dell’uomo, perciò, è di rinnegare, non se stesso, ma la parte animale che non è lui stesso, e di tendere a uno stato non umano o angelico. E di questo stato angelico si pensa, naturalmente, che non abbia una coniugalità e che sia senza relazioni, eccetto che con Dio solo» 93. Per Kingsley corpo e spirito sono ambedue divini; e la virtù dell’uno non è da perseguire con meno impegno di quella dell’altro. Egli stesso, rettore della parrocchia di Eversley, nello Hampshire, ne forniva l’esempio: «Mi è sempre sembrato che ci fosse qualcosa di empio nel trascurare la salute personale, la forza e la bellezza, come fanno ostentatamente le persone religiose e talvolta gli ecclesiastici[...]. Non potrei fare neppure la metà di quel poco di bene che faccio qui, a Eversley, se non fosse per quella forza e quell’attività che alcuni considerano rozza e degradante [...]. Come è stato misericordioso Dio nel rivolgere a favore della Sua opera tutta quella forza e quella robustezza che ho acquistato tirando alle beccaccine, cacciando, remando e pescando in questi magnifici acquitrini!» 94.

Kingsley, lui stesso ‘cristiano muscolare’, intendeva lo stato di benessere costituzionale, corrispondente alla salute, non in chiave edonistica, ma etica. Essere sano domanda, infatti, obbedienza alle leggi della natura, stabilita da Dio. Per il benessere umano le più urgenti sono quelle che riguardano la fisiologia e l’igiene. Con lo stesso ardore con cui propagandava il socialismo cristiano e si adoperava per il miglioramento delle classi operaie, Kingsley si faceva ‘apostolo della pulizia’. E della riforma sanitaria: «Mi sto gettando — scriveva a Lady Harding nel 1859 — in questo movimento. Sono stanco della maggior parte delle cose in questo mondo. Della riforma sanitaria

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non sarò mai stanco. Non si può accusare qualcuno di essere sentimentale a questo proposito, o di fare troppo per essa. Non ci può essere alcun errore nel salvare vite umane e nel tirar su una generazione sana. Dio benedica lei e tutte le buone signore che hanno scoperto che gli esseri umani hanno corpi, oltre che anime, e che lo stato dell’anima spesso dipende da quello del corpo» 95.

Unilaterale e deformante, questo cristianesimo virile? Molti lo pensavano, tra i quali Newman. Raramente, tuttavia, la celebrazione dello spirito animale, della forza fisica, e del cordiale godimento di tutto ciò che obbedisce all’impulsività naturale è stata così audacemente fatta nel nome del cristianesimo. È un motivo per dare al ‘cristiano muscolare’ di Kingsley, fiorito sul terreno vittoriano, un valore non effimero sul piano simbolico.

3. Newman: riproposta del modello aristotelico-tomista

Tra Kingsley e J.H. Newman fu polemica aperta. Kingsley fece di un sermone di Newman (Wisdom and Innocence) il bersaglio delle sue critiche, in quanto ravvisava nella sua proposta circa l’atteggiamento che i cristiani avrebbero dovuto tenere in tempo di persecuzione l’esemplificazione di quell'immagine non virile del cristianesimo che egli detestava. Newman, a sua volta, vedeva nelle idee della muscular Christianity il pericolo di un naturalismo antiascetico, che indulgeva alla tendenza naturale dell’uomo a far affidamento solo sulla forza fisica e materiale: «Ci sono protestanti la cui idea di cristianesimo illuminato è quella di una forte opposizione a ciò che essi considerano mancanza di virilità e di ragionevolezza della morale cristiana, e di un’antipatia per i precetti di pazienza, mansuetudine, perdono delle offese e castità» 96.

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Newman sviluppò anche indipendentemente dalle provocazioni di Kingsley una trattazione organica della salute dal punto di vista cristiano-cattolico. È quella che si trova nella sua Idea of a University. L’opera vuol mostrare che lo scopo dell’educazione universitaria è la salute dell’intelletto, e che solo un’educazione liberale raggiunge questo scopo. Il concetto di ‘eccellenza intellettuale’, applicato alla mente, è analogo a quello di ‘salute’ applicato al corpo. L’università mira a educare l’intelletto, così come l’ospedale cura i Meriti e i malati, e una scuola di equitazione o di scherma allena le membra. Per raggiungere la sua perfezione, la mente deve essere portata sistematicamente a esercitare la sua ampiezza e unità. Volendo chiarire la natura delle occupazioni mentali liberali, Newman ricorre al paragone con quelle fisiche: «Ecco che cosa intendo mediante il parallelo con la salute del corpo. La salute è un bene in se stesso, ed è degna in modo speciale di essere ricercata e amata [...]. Il parallelo è esatto: come alcune membra o organi del corpo possono essere disordinatamente usati e sviluppati, così può esserlo la memoria, l’immaginazione o il ragionamento: e questo non è cultura intellettuale. D’altra parte, come il corpo può essere servito, amato ed esercitato semplicemente nella prospettiva della sua salute generale, così anche l’intelletto può essere esercitato in generale in vista del suo stato perfetto: e questo è coltivare l’intelletto» 97.

Per spiegare la crescita — cioè il progresso dell’uomo in rapporto con la sua perfezione e il bene generale — Newman fa ricorso alla filosofia aristotelica. Rifiutando tanto il meccanicismo quanto il vitalismo, mutua da Aristotele l’idea che ogni essere vivente ha un principio o una tendenza ad attualizzare se stesso, a realizzare la sua natura particolare: qualcosa del genere di una perfettibilità innata (entelechia). Nell’uomo all’attualizzazione formale della mente fa riscontro l’attualizzazione formale del corpo, che è semplicemente Yentelechia della sua parte animale. Così per Newman, come per Aristotele, la salute dell’essere è più o meno equivalente alla

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condizione della sua crescita o formazione; la salute è la particolare condizione dell’organismo in rapporto al suo proprio ideale di perfezione. Dal momento che l'entelechia dell’uomo deve includere la perfezione intellettuale, la sua salute ‘in quanto essere umano’ deve essere misurata secondo questo metro. Tuttavia per l’aristotelico Newman ogni ordine delle cose ha il suo proprio principio: malgrado le somiglianze formali, non devono essere confusi (la conoscenza può offrire gli equivalenti mentali della salute fisica — forza, energia, agilità, sopportazione della fatica ecc. —; ma gli agenti spirituali e morali appartengono a un ordine diverso da quello fisico).

Lungo tutta l'Idea of a University Newman insiste su questa vitale distinzione. Sarebbe stravagante — afferma — che un medico proclamasse che «la salute corporea è il summum bonum, e che non può essere virtuoso colui il cui sistema animale non sia in buon ordine». Indirizzandosi agli studenti di medicina dell’Università cattolica, li mette in guardia dal credere che le leggi della loro professione siano assolute. Dopo tutto, «la salute del corpo non è il solo fine dell’uomo, e la scienza medica non è la più alta scienza di cui egli sia soggetto. L’uomo ha una natura morale e religiosa, oltre che una fisica. Ha una mente e un’anima; e la mente e l’anima hanno una legittima sovranità sul corpo; le scienze che si riferiscono a loro hanno di conseguenza la precedenza su quelle scienze che si riferiscono al corpo» 98.

Nell’affermare la separazione dell’anima dal corpo e la sovranità della mente sul corpo, Newman riflette la tradizione umanistica classica, in particolare il modello aristotelico. Ma Newman è cristiano; per lui il modello antropologico classico è insufficiente e va integrato. Benché la filosofia, al cui studio l’università liberale è intesa, possa perfezionare la mente, e quindi la natura umana, non può però innalzare l’uomo al di sopra della natura. C’è un ideale di perfezione più alto — la salute dell’anima —, e solo attraverso la religione l’anima realizza il completo stato di salute. Ritroviamo cosi lo schema

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tripartito: la salute del corpo, la salute della mente e la salute dell’anima, con cui Newman ripropone la scolastica.

L’educazione universitaria ha come sua più alta meta quella di far conseguire l'habitus filosofico che si addice al gentleman; ma solo la chiesa mira a «rigenerare le profondità del cuore». Il corpo allenato è un aiuto all’educazione; allo stesso modo lo è la mente allenata mediante la filosofia nei confronti della religione: ma la meta dello sviluppo è più alta, o in ogni caso diversa. Newman illustra la differenza paragonando la modestia e l’umiltà 99. Il modello vittoriano di crescita, che integra corpo e mente in un processo che va dal genere più basso a quello più alto, è sostanzialmente fatto proprio da Newman; ma al tempo stesso è dichiarato insufficiente. In nome dell’antropologia cristiana tradizionale, concettualizzata in termini aristotelici, il cardinale polemizza contro l’ideale virile dell’epoca vittoriana. L’uomo totalmente sano non è l’eroe di Carlyle, né il gentleman: è il cristiano. Cristiano tout court, senza alcuna qualifica di ‘muscolare’.

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capitolo quarto

K. BARTH: LA VITA DEL CORPO COME OBBEDIENZA A DIO

Nel continente sconfinato della Dogmatica ecclesiale di Karl Barth troviamo alcuni spunti profondamente innovativi rispetto al modo tradizionale di parlare cristianamente del corpo e delle sue vicende: la vita, la salute, la malattia. È già una novità il fatto che la trattazione più ampia del tema della vita fisica sia situata nel versante della dottrina della creazione, piuttosto che della redenzione. La prospettiva ‘peccato-redenzione’ ha indubbiamente condizionato la tradizionale considerazione teologica del corpo, gravandola di una certa unilateralità. Anche la trattazione barthiana della salute e della malattia è unilaterale, o piuttosto parziale, in quanto si limita a considerare le questioni etiche sollevate dalla dottrina della creazione 100. Ma si tratta di un’utile parzialità, che mette in evidenza i limiti della visione del corpo sottostante a molti discorsi ascetici sulla malattia e la salute, ed esplicita la visione positiva della vita corporale che si apre a colui che crede nella creazione.

1. La vita come dono e come valore

Il racconto biblico della creazione — in modo particolare il racconto sacerdotale: Gen. 1,1-2,4 — è chiaramente ispirato all’idea che Dio ha preparato la terra e l’universo come cornice per la vita umana. L’interesse di Dio è volto primariamente

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all’uomo stesso 101. Tutto ciò che Dio ha fatto è eccellente e prodigioso, e nessuno potrebbe sondarne la grandezza; ma, in tutto ciò, è l’uomo che gli sta particolarmente a cuore. E siccome Dio ha un interesse particolare all’esistenza dell’uomo, gli assicura ed offre continuamente il quadro necessario alla sua vita 102.

Sullo sfondo di questa azione generale di Dio che offre a tutti gli uomini le condizioni per la vita, risalta la storia particolare di Israele. Anche l’alleanza d’Israele, pur preparando e contenendo in germe qualche cosa di strettamente spirituale, ha come oggetto la vita. La storia dell’alleanza descritta dall’Antico Testamento costituisce semplicemente la storia di Israele che prende possesso del paese che Dio ha messo a sua disposizione. La permanenza nella terra in cui «ciascuno abiterà sotto la sua vite e il suo fico» (1 Re 5,5) è il pegno e l’espressione della fedeltà di Dio.

In tutte le varie formulazioni dell’alleanza pattuita fra Jahvé e il popolo d’Israele la salvezza ha sempre una base terrestre e un carattere di incarnazione. Lo possiamo costatare nei ‘formulari di alleanza’ (Es. 19,24; 34; Gios. 24; Lev. 17-26; Neem. 9-10; Dan. 9,4-19). In essi, dopo la stipulazione vera e propria, troviamo le benedizioni e maledizioni condizionali, collegate cioè con l’osservanza o la infrazione del patto. Tra queste benedizioni, la benedizione per eccellenza — cioè la ‘salvezza’ promessa

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a Israele se resterà fedele all’alleanza — è costituita dall’entrata nella terra promessa 103.

Più in generale, possiamo dire che ogni concezione disincarnata della salvezza dovrà urtare contro la frequenza con cui l’Antico e il Nuovo Testamento si interessano ai problemi più concreti dell’uomo; il vestito e l’alloggio, il cibo, il sonno, il lavoro, il riposo, la salute, la malattia: in breve, alla sua vita di tutti i giorni e alla morte che la limita. Si tratta di problemi seri, che non sono affatto abbordati di passaggio, né relegati nell’ombra dai temi maggiori della Bibbia.

Il messaggio biblico verte certamente sulla vita eterna dell’uomo, una vita che, a differenza della vita presente, non sarà semplicemente prestata, ma accordata all’uomo come un bene durevole e inalienabile. Ma, anche sotto questo nuovo modo, essa non sarà meno la vita, la vita dell’uomo. L’uomo perverrà a questa nuova forma di vita solo attraverso la resurrezione da morte (cf. 1 Cor. 15,53); tuttavia l’escatologia non significa la svalutazione, ma al contrario la massima valorizzazione della vita presente. È dunque la nostra vita presente, la vita che ci è prestata, che ritroveremo nel quadro della vita eterna 104.

Per il fatto stesso di vivere, dunque, l’uomo riceve un beneficio da parte di Dio. «Il permesso di vivere — poiché viene da Dio — è in tutti i casi (che lo si riconosca o no!) un bene, un privilegio, un valore per ognuno e di conseguenza per tutti. Non un bene assoluto, un privilegio incondizionale, un valore supremo, certo (Sal. 73,26; Sal. 66,4). Ma, pur in questi limiti, la vita rimane un bene, un privilegio e un valore, perché costituisce la grande occasione di incontrare Dio e di rallegrarsi lodandolo. Ciò resta valido indipendentemente da tutto ciò che la vita può rappresentare o non rappresentare, indipendentemente dal senso che essa può avere o non avere, dalle speranze, dai successi, dalla

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felicità o dai beni che vi si possono trovare o no. Ogni volta che abbiamo a che fare con un uomo vivente, è con il miracolo della grazia divina che abbiamo ipso facto a che fare» 105.

2. Etica dell’obbedienza: la volontà di vivere per essere uomo

In questa prospettiva creaturale, col dono della vita Dio dà anche il comandamento di vivere. Dio Creatore ordina all’uomo di onorare la vita — la propria come quella degli altri uomini — come un bene che gli presta. C’è dunque un’obbedienza a Dio insita nell’esistenza umana come tale. Anche se il comandamento di vivere non è espresso esplicitamente, resta implicato nel fatto stesso che l’uomo esiste, come fine, oggetto e partner dell’azione divina.

L’esigenza di vita implicata dal comandamento di Dio domanda all’uomo di approvare la vita e di ‘volerla’. Volere la vita diventa allora la salute: «Sotto la sua forma di voler vivere, il rispetto della vita implica sempre la volontà di essere in salute» 106.

Non bisogna però confondere la volontà d’aver la salute con la soddisfazione dei bisogni che provengono dagli istinti inerenti alla natura vegetativa e animale dell’uomo. Certo, la salute è legata al benessere fisico; essa è la forza che ci permette, grazie aU’integrità dei nostri organi, le nostre funzioni psico-fisiche 107.

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Ma è falso ridurre la salute semplicemente a un fenomeno fisico e psichico, fatto oggetto di una ricerca e di una sollecitudine particolare. La salute non è uno scopo in sé: non dobbiamo vivere per avere la salute, ma avere la salute per vivere! 108. Voler vivere non è voler esercitare le proprie funzioni psico-fisiche, ma voler esser uomo. La salute è appunto la forza d’essere uomo. Essa serve a questo fine, in quanto costituisce la capacità, il vigore e la libertà che permettono d’esercitare le funzioni psichiche e fisiche, le quali non sono, a loro volta, che delle funzioni dell’essere uomo. Si può e si deve, dunque, volere la salute, perché è la forza che ci permette d’essere uomini nel corpo e nello spirito.

3. La malattia e il comandamento di vivere

Che cos’è la malattia nella prospettiva della salute, vista come la forza dell’individuo per essere uomo? Essa appare come qualcosa che viene a contraddire, diminuire, intralciare o paralizzare il voler vivere. In particolare, essa è un’impotenza a compiere quelle funzioni psico-fisiche in cui si esprime il nostro essere uomo. Impedisce all’uomo di compierle perché lo appesantisce, lo minaccia, lo fa soffrire. Salute e malattia

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si presentano, dunque, come due realtà opposte. Ma questa opposizione non è assoluta: «La malattia non è in sé e necessariamente un’impotenza a essere uomo. Fintanto che l’uomo vive, può ancora avere, benché malato, la forza di essere se stesso, la forza di essere uomo» 109.

Poiché la salute è appunto la forza d’essere uomo, il malato, anche se gravemente colpito, può voler essere in salute, senza per questo farsi illusioni sul suo stato. Difatti, anche a lui è domandato, nei limiti delle sue possibilità, di volere la salute, cioè di esercitare, fintante che vive, la vitalità che, a dispetto di tutto, continua ad avere.

Tutto ciò mi sembra possa sintetizzarsi magnificamente in quella che Barth chiama «la regola fondamentale dell’etica della malattia»: «esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che l’accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla» 110.

Se la salute è la forza d’essere uomo che si manifesta nell’esercizio delle funzioni psico-fisiche della vita; se la malattia è un fenomeno che provoca l’indebolimento e il bloccaggio di questa forza, allora l’atteggiamento morale richiesto all’uomo che deve obbedire al comandamento di essere in salute per vivere non può essere che quello della resistenza e della lotta. «Imparare a restare in piedi senza mai lasciarsi andare, tale è il comandamento al quale bisogna qui obbedire su tutta la linea» 111. Per avere la salute e per continuare a perseguire la realizzazione della propria vita, bisogna che l’uomo voglia fare tutto ciò che è necessario per assicurare la continuità della propria vita psichica e fisica, lottando contro ciò che rischia di paralizzarla.

Questa lotta non è lasciata all’improvvisazione di ciascuno, perché esistono delle misure che sono oggettivamente, per il corpo o per la psiche, utili o nocive, buone o meno buone. L’obbedienza al comandamento di vivere si esprime allora nella sottomissione alle norme igieniche, profilattiche e terapeutiche.

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Ciò esclude ogni indifferenza nei confronti dei problemi concreti della salute e della malattia. L’osservanza di tutte le misure negative e positive acquista un aspetto profondamente morale, perché si tratta di conservare o restaurare non una qualsiasi forza in sé indispensabile e buona, ma proprio la forza che permette d’essere uomo 112.

Barth non si limita a sostituire un atteggiamento passivo e dolorista nei confronti della vita del corpo con un’etica attivista. La sua preoccupazione fondamentale è di dare un fondamento teologico allo sforzo di volere la salute, perché non si tramuti in una nuova idolatria. E il fondamento è indicato nel comandamento di volere la vita, iscritto nel nostro stesso essere crea turale. Accettare il dono della vita significa voler essere uomo, e quindi volere quell’integrità psico-fisica che ne è il presupposto. Per impostar bene il comportamento morale da tenere nella malattia, bisogna riferirsi non alla malattia stessa, ma alla salute. E questo è sempre possibile, dal momento che la salute non è solo il retto funzionamento degli organi o della psiche, ma la forza stessa di essere uomo. Non lasciarsi spezzare dalle forze corrosive della malattia o dell'handicap, insistere nel perseguimento di una vita ‘umana’: ecco l’atteggiamento dell’uomo che ha capito il dono della vita, lo ha accettato con fede e lo rispetta, conservando sempre il giusto orientamento verso Dio.

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capitolo quinto

VERSO UNA TEOLOGIA SISTEMATICA DEL CORPO

1. La teologia esperienziale e il corpo vissuto

Tra le due modalità fondamentali di sperimentare il proprio corpo, quali le ha evidenziate la riflessione filosofica che si ispira alla fenomenologia, l’ago della bussola teologica si dirige verso il polo del corpo vissuto. La fenomenologia ha dischiuso, in contrasto con le concezioni dominanti, l’esperienza della corporeità come una nuova terra di ricerca. Il corpo umano che è rilevante per l’antropologia teologica non è quello che consideriamo un ‘dato’, alla stregua di un oggetto — il corpo originariamente percepito come il corpo di un altro, e solo secondariamente, per modalità derivata, trasferito al proprio —. Il corpo vissuto-fenomenico è un elemento fondamentale dell'esperienza esistenziale immediata; appartiene alla sfera del sé, da cui non si può prendere le distanze; vi si intrecciano i concreti, ‘corporei’ incontri con gli altri esseri umani e con il mondo; le vicende del divenire storico e quelle della comunità umana 113.

Questo stesso corpo fenomenico, luogo centrale della nostra esperienza umana, è percepito come rilevante per la teologia in quanto riflessione sul vissuto della fede. Un esempio di come la teologia spirituale, concepita erroneamente come polarità opposta al corpo, possa aprirsi ed essere fecondata dai valori della corporeità, è offerto dall’opera di Vladimir Truhlar. L’autore è ben referenziato: con i suoi venticinque anni di insegnamento all’università Gregoriana e le sue numerose pubblicazioni,

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Truhlar può essere considerato uno dei fondatori della teologia spirituale — o ‘mistagogia della vita cristiana’ — a livello accademico. Truhlar, alla ricerca di un centro unificatore che desse coerenza tanto al metodo quanto al contenuto della teologia spirituale, lo ha individuato nel concetto di ‘esperienza dell’assoluto’. La via esperienziale indicata come nucleo germinale della vita spirituale non è di tipo irrazionalistico (come la categoria dell’Erlebnis nella fenomenologia della religione). Essa si situa piuttosto su un piano in cui l’antinomia ‘razionale-irrazionale’ è inappropriata, in una situazione gnoseologica sui generis. Il sapere di cui è questione nella vita spirituale non è il ‘pensare’ concettuale, né quella conoscenza della realtà che si acquisisce mediante la sperimentazione: è il sapere relazionato all’esperienza del proprio essere e dell’assoluto, comune a tutti gli uomini. Nella via esperienziale l’essere si ‘sente’: non mediante determinate percezioni sensitive, immaginative, concettuali e neppure per il tramite della volontà e del sentimento (il Gefühl dei tedeschi, in quanto si oppone alla conoscenza). L’accesso all’essere passa al di sopra di tali categorie: è diretto, ‘acategoriale’. Si perviene a questo contatto immediato con l’essere indirizzando l’attenzione non verso gli oggetti così come sono nell’uomo, ma verso ciò che li accompagna e in cui sono immersi, verso ciò che costituisce il loro orizzonte. Questa esperienza dell’essere accompagna ogni categoria dell’attività umana, benché come tale non possa mai essere afferrata con i concetti. È una possibilità dell’essere umano, anche se non si realizza per tutti e con frequenza. Si richiede che il centro personale dell’uomo si rivolga ad essa mediante una certa attenta apertura.

L’importanza del concetto di ‘esperienza’ nella teologia spirituale si manifesta nelle sue conseguenze. La più importante è che tutta la teologia risulta ampliata nei suoi interessi e ‘centrata’. La via esperienziale conduce, infatti, a un centro in cui tutto l’uomo è presente come nel punto di partenza della sua vita intera. Tutto è unificato: lo spirito, la psiche, l’immaginazione, i sensi. L’esperienza dell’assoluto si manifesta attraverso il corpo, si iscrive, in un certo senso, nella

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respirazione 114. La spiritualità, grazie a questa integrazione del corpo, perde il carattere rarefatto che il termine era solito evocare, per assumere la concretezza poliedrica della vita umana. Ciò è particolarmente importante in un’epoca in cui, dopo l’ebrezza dei miti del progresso e della macchina, ci stiamo ripiegando sul corpo per difendere quella fragile realtà che evochiamo quando parliamo di ‘qualità umana’.

La teologia può lasciar cadere la sua diffidenza nei confronti del corpo, nella misura in cui il senso vissuto del corpo umano è assunto all’interno dell’esperienza dell’assoluto. L’uomo, in quanto unità e totalità, nella sua esperienza dell’assoluto non percepisce se stesso solamente in quanto spirito, ma anche in quanto corpo; ovvero: percepisce il corpo all’interno della percezione del proprio essere. Il corpo stesso, pertanto, viene sentito come pervaso dall’esperienza dell’assoluto: «Il senso dell’assoluto permea la percezione della corporalità con quel ritmo, ordine, apertura, armonia, pace, scioltezza, distensione, lucidità ecc., che gli sono propri; cerca di creare, partendo dalla corporalità, uno spazio che sia in armonia con la esperienza e in cui questa possa esprimersi e vivere [...]. Quanto più l’uomo, nel suo corpo, si adegua al ritmo, alla scioltezza, alla lucidità del senso dell’assoluto, tanto più liberamente questo senso può vivere, espandersi, svilupparsi, esprimersi nella corporalità dell’uomo; tanto più questa corporalità diviene un ‘materiale’ in cui si esprime il centro personale col suo assoluto; tanto più il corpo assume la sua funzione di manifestare e rivelare il nucleo personale, adeguato nella sua esistenza all’assoluto;

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tanto più le forme della vita corporale sono pervase dall’influsso del centro personale con la sua esperienza e si fanno perciò trasparenti verso il centro e il suo assoluto» 115. La teologia che riflette sull’esperienza spirituale non può avallare nessuna forma di disincarnazionismo e di ascesi impostata sul disprezzo o sull’indifferenza per il corpo. Quando si considera l’uomo nella sua profondità esistenziale, il corpo si identifica con l’essere umano in quanto concretizzato nell’orizzonte della corporeità. Come dimensioni dell’esperienza immediata, il corpo vissuto e lo spirito vissuto si sovrappongono fino a confondersi.

2. Gli studi esegetici sulla corporeità nell’antropologia paolina

La corporeità vissuta, con i suoi significati fenomenologici e ontologico-esistenziali, offre un prezioso aiuto per la comprensione del Nuovo Testamento, e in particolare per la comprensione della teologia paolina. Un’importante stagione di studi esegetici ha permesso di ritrovare l’orizzonte ermeneutico originario di sôma e sárx neotestamentari: non come componenti ontiche essenziali dell’uomo, bensì come dati fondamentali della condizione umana. Il sôma, in particolare, significa la sfera della concretizzazione esistenziale, il luogo dell’incontro e della comunicazione, in cui la salvezza è raggiunta o mancata, il mezzo dell’acquisizione della fede o della soggezione al mondo. Uno studio di Robinson — il teologo anglicano diventato in seguito molto noto per aver proposto, con Dio non è così, una nuova immagine di Dio — ha divulgato per primo le acquisizioni dell’esegesi scientifica in merito alla antropologia paolina 116. Negli ultimi anni si sono succedute altre importanti ricerche di teologia biblica 117. Non si creda che gli esegeti pretendano,

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astoricamente, di trovare negli scritti paolini risposte alle domande sul corpo e la corporeità che si pone l’uomo contemporaneo. La problematica di Paolo è esplicitamente ‘teologica’, nel senso che è concentrata sul rapporto tra Dio e l’uomo dal punto di vista della giustificazione. Ciò che a Paolo interessa è l’apertura ultima nella quale l’uomo è costituito, proprio a partire dalla sua corporeità — l’uomo in quanto uomo dinanzi a Dio —; esula invece dalla sua prospettiva il corpo come fondamento della vitalità, oppure la corporeità propria dell'homo faber o quella che si esprime nella creazione artistica, nonché la corporeità armoniosa che è il fondamento del benessere psicofisico.

Nella somaticità Paolo individua il principio e il fondamento della singolarità personale. L’accentuazione dell’unità intrinseca dell’uomo comporta «un superamento e un distacco da ogni forma di dualismo, non solo da quello di tipo platonico, secondo il quale la unione di anima e corpo è accidentale, ma anche di quello aristotelico che, pur affermando l’unione sostanziale, resta ancora dominato dall’orientamento del mondo greco» 118. Benché la dottrina ellenica dell’immortalità dell’anima offrisse una soluzione al problema della morte, Paolo non vi aderì; mantenne la sua concezione dialettica dell'uomo, portatore, nella mondanità del suo essere, di una destinazione ultramondana. Usando la filosofia esistenziale come strumento ermeneutico, R. Bultmann ha recuperato il senso paolino del sôma come modalità esistenziale: non qualcosa che sta attaccato dall’esterno al vero ‘io’ dell’uomo (magari identificato con l’‘anima’), bensì la persona nella sua totalità, considerata nella sua concreta realtà. Secondo l’incisiva formulazione di Bultmann, «l’uomo non ha un sôma, bensì è sôma» 119. Di qui la possibilità di tradurre sôma con ‘persona’ o ‘personalità’. L’uomo è ‘corpo’ in quanto nello spazio-tempo di Gesù Cristo può rendere se

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stesso oggetto del proprio fare, o soggetto di un patire. La somaticità apre l’uomo all’intervento dello Spirito di Dio e quindi alla speranza sicura della salvezza; oppure lo espone alla minaccia di smarrimento, di perdizione nella sárx, come luogo simbolico in cui trionfa la potenza del peccato.

La concezione di Bultmann non ha riscosso l’adesione di tutti gli esegeti. Käsemann, in particolare, ha accusato l’antropologia bultmanniana di sviare l’interpretazione del sôma in Paolo verso la concezione greca, che vede nell’uomo un individuo chiuso in se stesso. A suo avviso, invece, quando Paolo parla di sôma non si riferisce né esclusivamente, né principalmente alla personalità dell’individuo, bensì alla sua capacità di comunicazione e alla sua appartenenza al mondo 120. Qualunque siano le correzioni che una più attenta esegesi richiede di apportare, la corporeità dell’uomo, vista nell’orizzonte della rivelazione escatologica di Gesù Cristo, fonda la possibilità di essere provocati dal vangelo e di essere un nuovo uomo, una nuova creatura. Il corpo non è, dunque, nella visione cristiana dell’uomo, il polo opposto dello spirito, bensì il luogo in cui il credente diventa ‘Spirito vivificante’.

3. Le dimensioni di una teologia del corpo

Il terreno è ormai pronto perché la teologia sviluppi una visione organica e sistematica del significato del corpo per l’uomo nel dialogo della salvezza cristiana. Un autorevole impulso in tal senso viene da Giovanni Paolo n, il quale nella sua catechesi settimanale al popolo cristiano che si reca alle udienze ha arditamente proposto una riflessione teologica sul corpo, come sviluppo di un commento alla Genesi 121. Non mancano abbozzi di una teologia del corpo presso alcuni teologi 122. È possibile evidenziare almeno le linee portanti di quel disegno.

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Il corpo situa l’uomo di fronte a Dio nella dimensione della creaturalità. Mediante il corpo l’uomo partecipa alla finitezza del mondo. Pur dominando la natura, rimane dipendente da essa: ha bisogni fisici che devono essere soddisfatti, è continuamente minacciato, vulnerabile, esposto alla sofferenza, alle malattie e all’invecchiamento, destinato alla morte. La somaticità, che mette in evidenza la caducità della materia, può diventare, se illuminata dal messaggio della creazione, il luogo in cui l’uomo sperimenta il proprio essere come dono. La limitazione intrinseca alla materia, di cui è costituito il corpo, è il fondamento, inoltre, della vita sociale, in quanto l’essere umano può vivere solo in una comunità di interscambio.

Alla dimensione della creaturalità l’uomo partecipa non solo passivamente, con ciò che subisce, ma anche attivamente. Ricevendo il corpo, riceve al tempo stesso la capacità e il comandamento di ‘fare’ il proprio corpo. Il corpo-natura, in altri termini, è destinato a diventare corpo-cultura. Ciò implica il compito di correggere gli sbagli possibili della natura e di integrare le sue insufficienze; comporta soprattutto il compito di utilizzare ‘tutto’ il corpo, sviluppandone le potenzialità implicite (senza escludere quella dimensione corporea che non conosciamo, di cui si occupa la parapsicologia).

Il corpo vissuto si organizza intorno ai sensi, intesi come le porte attraverso le quali la persona è in comunione con il mondo. La dimensione della sensorialità lascia intravedere quasi un’ontologia diversa, che privilegia l’accoglienza rispetto all’autosufficienza dell’essere. La recipienza del corpo ha una diretta rilevanza teologica, in quanto offre un supporto alla dimensione religiosa della vita. Quando si atrofizza la sensorialità, non ne risente solo la facoltà umana di scoprire e creare la bellezza come risposta alla caducità del mondo, bensì anche quella capacità di trovare un significato ulteriore al mondo, che è l’essenza stessa della religiosità. Perché il mondo di Dio non

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è colto con un ragionamento; piuttosto, come insegnano i mistici, con vista, udito, tatto, odorato, tutti i sensi; il Regno dei cieli è accolto con l’accoglienza uterina propria della sessualità femminile; e in esso si penetra con l’intrusività propria della genitalità maschile.

Una terza dimensione del corpo di rilevanza teologica è la storicità. Il corpo cambia, e di tutte le trasformazioni conserva una memoria, distinta dalla memoria logica e da quella emozionale. Il corpo cambia: e non solo perché soggetto, in quanto natura, alla caducità, ma anche perché incontra altri corpi. Tra tutti i corpi che sono passati sulla terra nessuno ha influenzato la storia dell’umanità quanto il corpo di Gesù. È quanto annunciano la fede cristiana, confessando che Gesù è diventato, attraverso il mistero pasquale, ‘Spirito vivificante’, e la riflessione teologica, qualificando la risurrezione come nuova creazione. L’attenzione alla dimensione corporea che interessa il cristiano non è quella impastata di nostalgie regressive. L’invito di Gesù a tornare bambini è una specie di ‘invito in avanti’.

Il corpo promesso a chi si apre al vangelo è l’icona del nuovo uomo che esce dal sepolcro. E la nuova forma in cui l’uomo è creato è la croce.

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parte terza

L’ETICA COME LUOGO D’INTERROGAZIONE SUL CORPO

Lungi dal rivaleggiare con lo spessore del mondo, lo spessore del corpo è al contrario

l’unico mezzo che ho

per andare al cuore delle cose.

(M. Merleau-Ponty)

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capitolo primo

MASCHILE/FEMMINILE: L’IDENTITÀ SESSUALE

Quando Giovanni Paolo II nei suoi discorsi del mercoledì ha cominciato, commentando il racconto della creazione nella Genesi, a parlare della sessualità come dono che correda essenzialmente il corpo umano, le sue parole hanno suscitato vasta eco anche nella stampa non religiosa. Il recupero teologico della realtà fisica dell’uomo, la celebrazione dello splendore architettonico del corpo nella sua differenziazione sessuale, suonavano come una innovazione audace, che spazzava via una consolidata tradizione di moralismo platonicheggiante, nelle cui prospettive i valori dello spirito venivano presentati come antitetici alla materialità della carne. Affermava il papa: «Non c’è rottura e contrapposizione tra ciò che è spirituale e ciò che è sensibile, tra ciò che umanamente costituisce la persona e ciò che è determinato dal sesso: ciò che è maschile e femminile [...]. L’uomo mediante la sua corporeità, la sua mascolinità e femminilità, diventa segno visibile della Verità e dell’Amore». E ancora: «Il cerchio della solitudine dell’uomo-persona si rompe perché il primo uomo si sveglia dal suo sonno come maschio e femmina [...]. La femminilità ritrova se stessa di fronte alla mascolinità, mentre la mascolinità si conferma attraverso la femminilità. Proprio la funzione del sesso, che è costitutiva della persona (e non soltanto attributo della persona) dimostra quanto profondamente l’uomo con tutta la sua solitudine spirituale, con l’unicità e irripetibilità propria della persona, sia costituito dal corpo come lui e lei. La presenza dell’elemento femminile, accanto a quello maschile e insieme ad esso, ha il significato di un arricchimento per l’uomo in

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tutta la prospettiva della sua storia, ivi compresa la storia della salvezza» 123.

La novità della teologia del corpo e della sessualità proposta dal pontefice è più nella forma che nella sostanza. Tutti i suoi elementi qualificanti, infatti, si ritrovano nell’insegnamento della Gaudium et spes sul significato ‘personale’ dell’amore umano, o possono essere dedotti da esso (cfG.S. n. 49).

La situazione culturale del nostro tempo domanda però con urgenza una rivisitazione tanto antropologica quanto etica della differenziazione sessuale dell’uomo e della donna. La dottrina tradizionale della chiesa, come anche le concezioni basate sul senso comune, subiscono una forte provocazione da fatti di costume che sovvertono i clichés cui siamo abituati. La revisione dei ruoli maschili e femminili ha sconvolto vistosamente ciò che spetta all’uomo e ciò che compete alla donna nella vita pubblica, nella famiglia, nella divisione del lavoro. I comportamenti sessuali devianti dalla norma, che in passato venivano repressi o tutt’al più tollerati, a condizione che non emergessero in pubblico, ora rivendicano il diritto all’esistenza e all’accettazione sociale. Non si contano le iniziative intese a promuovere un ‘orgoglio omosessuale’. I travestiti nelle strade esercitano una prostituzione aggressiva e disinibita. Più di recente anche i transessuali hanno cominciato a condurre campagne per il riconoscimento giuridico e sociale della loro condizione.

La crisi dell'identità sessuale sembra un tratto emergente della nostra civilizzazione. Anche se i tragici dilemmi di un transessuale non riguardano che una minoranza numericamente trascurabile, il significato proprio all’essere uomo o all’essere donna è una questione esistenziale fondamentale, a cui nessuno può sfuggire. E proprio questo significato sembra essersi messo a traballare.

Che cosa è maschile e che cosa è femminile? che cosa significa per l’essere umano possedere un corpo sessuato? è ancora possibile tracciare una linea decisa tra il normale e il patologico? qual è il cammino abituale, e quali le possibili deviazioni,

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del processo che porta alla differenziazione sessuale? Cercheremo un orientamento tra i molteplici aspetti della crisi cominciando col rispondere a quest’ultima domanda.

1. La conoscenza scientifica dell’identità sessuale

L’essere uomini o l’essere donne è una realtà che compenetra tutto il nostro essere individuale e sociale. Non esiste mai un essere umano generico, che sia poi soltanto accessoriamente qualificato come maschio o come femmina. L’appartenenza a un sesso o all’altro (oppure — come vedremo — a un sesso ambiguo o distorto) si agglutina talmente con il nostro ‘io’ più profondo, che non ci è possibile immaginarci senza identità sessuale. Anche nell’esperienza dell’altro l’identità sessuale è tra i primi dati percettivi e tra i più tenaci nel ricordo: potremo aver dimenticato tutto di una persona incontrata fugacemente — il nome, l’età, l’aspetto, — ma tuttavia sapremo ancora se era un uomo o una donna.

Secondo l’antropologia ingenua, il dimorfismo sessuale è la condizione normale e naturale. Tendiamo a pensare che esistono due sessi, polarmente opposti senza gradazioni, ognuno con una sua specifica morfologia, con i propri attributi psicologici, con stereotipi di comportamento e una ‘naturale’ attrazione per gli individui del sesso ‘opposto’. Consideriamo inoltre l’appartenenza a un sesso come un fatto immutabile, una verità eterna. Questa modalità di pensiero affonda probabilmente le sue radici nel fatto che la mente umana trova comodo percepire per contrasto. Il pensiero bipolare è la forma più primitiva di pensiero logico. La classificazione bipolare soddisfa il nostro bisogno di ordine ed elimina dall’esperienza le zone indistinte e confuse. La nostra tendenza a concepire l’umanità suddivisa tra uomini e donne è indubbiamente giustificata dal punto di vista pragmatico. Ma è inadeguata a una comprensione scientifica. Solo recentemente si è cominciato ad apprezzare la complessità del nostro sesso biologico. Ci si è resi conto che in differenti culture si trovano concezioni divergenti

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circa l’identità maschile e femminile. La stessa distinzione biologica tra maschi e femmine è molto più complessa della definizione tradizionale basata sulla configurazione dei genitali esterni.

Un contributo decisivo è venuto dai tentativi effettuati dagli scienziati per aiutare persone del sesso ambiguo e transessuali ad adattarsi agevolmente a un sesso o all’altro 124. Sappiamo oggi che si diventa maschi e femmine in fasi successive, e che nei momenti critici dell’acquisizione dell’identità può avvenire una deviazione dalla norma che si configura come patologica. Le teorie tradizionali sulla maschilità e femminilità, sia ingenue che filosofiche e aprioristiche, devono confrontarsi con i dati sperimentali e clinici derivanti da più discipline: genetica, embriologia, endocrinologia, neurologia, psicologia medica e clinica, antropologia culturale e sociologia. Grazie a queste conoscenze interdisciplinari, è possibile oggi tracciare l’itinerario che segue la differenziazione sessuale dell’uomo e della donna dal concepimento alla maturità.

L’appartenenza a un sesso, l’essere cioè persona sessuata e percepirsi tale, è designata scientificamente come ‘identità di genere’. Tale identità è la persistenza della propria individualità maschile o femminile (ambigua o ambivalente), come esperienza di percezione sessuata di se stessi e del proprio comportamento: l’essere ‘io’ nel mio corpo di uomo/donna 125. Altra espressione tecnica è quella di ‘ruolo di genere’, corrispettiva all’identità di genere. Indica tutto quello che una persona fa

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o dice per indicare agli altri o a se stessa l’appartenenza personale a un sesso.

La crescita dell’essere umano verso l’acquisizione di un’identità di genere compiuta non comporta solo uno sviluppo di potenzialità presenti fin dal concepimento, ma anche simultaneamente un processo di differenziazione che tende al dimorfismo: uomini e donne hanno diversa morfologia, diverse funzioni endocrine, diverse strutture nervose periferiche e centrali. La differenziazione sessuale si attua normalmente attraverso un programma, nel quale la funzione di elemento pilota è assunta successivamente da fattori diversi. Lo si può immaginare come una corsa a staffetta, nel corso della quale la funzione di determinare il sesso biologico passa da un elemento all’altro. Al momento della fecondazione il sesso è stabilito dalla configurazione cromosomica: XX per la donna e XY per l’uomo. La morfologia sessuale si dispiega successivamente con eventi che sopravvengono durante lo sviluppo fetale. La presenza di ovaie o testicoli determina il sesso gonadico. La differenziazione è diretta, a questo punto, dagli ormoni prodotti dalle gonadi, responsabili rispettivamente di una dominanza di androgeni o di estrogeni. Gli ormoni svolgono un ruolo determinante per lo sviluppo dell’apparato riproduttivo interno: sembra anche che creino differenze nella sensibilità del cervello per la circolazione degli ormoni sessuali. Le differenze cerebrali medieranno poi il comportamento sessuale adulto. La situazione ormonale prenatale esercita, dunque, durante i giorni critici dello sviluppo cerebrale, un’influenza determinante sulle vie neurologiche, le quali, a loro volta, influenzano il dimorfismo comportamentale.

Con la formazione dei genitali esterni si crea il presupposto perché nella differenziazione sessuale intervenga anche la componente sociale. Alla nascita, infatti, si è attribuiti al sesso maschile o femminile sulla base della configurazione morfologica

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dei genitali esterni. Per l’uomo, a differenza di quanto avviene per gli animali, esercita un’influenza determinante la storia biografica post-natale. L’attribuzione di un sesso o dell’altro condiziona il comportamento dei genitori verso il neonato. Il sesso biologico acquista, a questo punto, una connotazione marcatamente culturale: la differenziazione prosegue secondo il tracciato delle prescrizioni culturali che definiscono il comportamento secondo i ruoli di genere. Ingenuamente tendiamo a rappresentarci l’acquisizione dell’identità di genere come una inevitabile estensione del sesso biologico. La conoscenza scientifica dell’identità sessuale ci porta invece a concludere che molto di ciò che consideriamo come inerente intrinsecamente alla maschilità e alla femminilità è il risultato di ruoli culturalmente accettati. Sono istruttivi, in tal senso, gli studi di J. Money sui bambini ai quali alla nascita è stato assegnato un sesso diverso da quello cromosomico, a causa di un’ambiguità morfologica dovuta all’ermafroditismo. Essi crescono con un’identità di genere conforme al sesso loro assegnato, piuttosto che in accordo con il loro sesso biologico 126. Il comportamento secondo il ruolo sessuale si acquisisce mediante un processo imitativo, basato sul riconoscimento delle differenze sessuali. La differenziazione sessuale di genere e di ruolo avviene in modo predominante mediante la relazionalità. Attraverso modelli reali o fantastici, dalla nascita alla pubertà

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il bambino si identifica con il genitore del suo stesso sesso, e si complementarizza con il genitore dell’altro sesso. Nell’ambito del nucleo familiare l’identificazione e la complementarità avvengono con i propri genitori; crescendo, vengono ad aggiungersi modelli al di fuori della famiglia. Per la stabilizzazione dell’identità sessuale il periodo determinante sembra essere quello della prima infanzia, a partire dal momento dell’acquisizione del linguaggio: dai 18 mesi ai 3-4 anni.

Anche le altre fasi della crescita esercitano un influsso sull’identità psicosessuale. Da sempre si è considerata con particolare attenzione la crisi della pubertà. Dal punto di vista endocrinologico, gli ormoni causano una maturazione dimorfica del corpo, accentuando le differenze con l’altro sesso. Si ha così una modificazione dell’immagine fantasmatica che l’adolescente ha del proprio corpo. Il riconoscimento sociale assume una grande importanza; per conquistarselo l’adolescente prende molta cura di accentuare nella presentazione sociale del proprio corpo i caratteri del proprio sesso. L’erotismo della pubertà costituisce, per così dire, il tetto dell’edificio dell’identità di genere: le immagini erotiche della pubertà confermano l’identità che si era precedentemente manifestata e modellano l’orientamento sessuale, come normale oppure distorto da parafilia. L’adolescenza è, infine, il tempo in cui l’innamoramento completa il processo di acquisizione dell’identità sessuale. Il sentirsi accettato e amato, nel proprio corpo, nel proprio sesso, dissipa i residui conflittuali precedenti e rafforza definitivamente la propria identità come uomo o come donna.

2. Le turbe dell’identità e dell’orientamento sessuale

Il cammino per il quale si giunge ad essere un uomo o una donna, a riconoscersi e a comportarsi come tali, è lungo e insidioso. Le turbe dell’identità sessuale possono essere radicate tanto nella differenziazione che ha luogo nella vita intrauterina, quanto nella nascita e nella vita post-natale. La responsabilità risale, rispettivamente, a difetti genetici (anomalie cromosomiche); a un’alterata produzione di ormoni durante i

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periodi critici dello sviluppo fetale (nell’ermafroditismo si verificano, di conseguenza, incongruenze anatomiche nella morfologia dei genitali esterni); a un’errata attribuzione di sesso alla nascita; o, più semplicemente, all’educazione. Per queste persone la conquista della propria identità sessuale diventa un problema arduo, con strascichi di molta sofferenza. Tanto più precoce è l’allontanamento dal modulo normale dello sviluppo, nelle tappe decisive della differenziazione, tanto più gravi e irreversibili sono le conseguenze.

Nell’insieme della popolazione sono comparativamente pochi gli individui che mostrano una discordanza significativa tra il sesso biologico, la loro identità e orientamento sessuale, e il comportamento connesso con il ruolo. Le turbe principali possono essere ricondotte al transessualismo, travestitismo ed omosessualità; le diverse forme di parafilia costituiscono variazioni patologiche nella scelta dell’oggetto sessuale.

Il caso più radicale è quello del transessuale. È una persona la cui identità di genere è in conflitto col proprio sesso biologico, compresa la morfologia genitale esterna. Il transessuale si sente una donna intrappolata in un corpo maschile (parliamo dell’uomo perché il caso contrario — del transessuale biologicamente donna che abbia una identità maschile — è statisticamente molto più raro). Sempre più numerosi sono i transessuali che non si rassegnano a questa situazione e intraprendono il viaggio che li faccia approdare al sesso che sentono come la loro ‘vera natura’. Dopo il trattamento ormonale, che modifica i caratteri sessuali secondari, alcuni si spingono fino ad alterare chirurgicamente la propria anatomia, per risolvere radicalmente l’incongruenza. L’operazione è solo l’elemento più spettacolare del cambiamento di sesso. Per armonizzare la discordanza tra biologia e identità di genere sono necessarie una quantità di trasformazioni relative agli stereotipi comportamentali dell’uno o dell’altro sesso.

Anche il travestitismo è una turba dell’identità sessuale maschile, quasi mai femminile 127. Si manifesta nella tendenza coatta

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a identificarsi col sesso opposto e a vestirne gli abiti. Il travestito autentico ha una specie di duplice identità: le due parti si alternano con nome e identità propria, con gli abiti, la voce e il portamento adatti. Non nega affatto la sua identità maschile, ma ha bisogno di alternarla con la personificazione di quella femminile, con il sentimento ludico di ‘giocare’ un altro ruolo.

La variazione dell’identità più nota e diffusa è l’omosessualità. Spesso l’identità di genere vera e propria non è propriamente in causa: l’omosessuale non ha dubbi circa la propria identità, ma orienta il proprio interesse erotico verso persone dello stesso sesso. Quando tuttavia l’omosessuale, oltre a convogliare l’interesse erotico verso gli uomini, assume comportamenti effeminati e ama identificarsi con il sesso femminile, i confini con il travestitismo e con il transessualismo diventano fluidi.

Tra le turbe dell’orientamento sessuale vanno elencate quelle particolari condizioni psicosessuali per cui la persona è eccitata da stimoli inusuali e socialmente e moralmente inaccettabili. Comunemente vi si ravvisano delle ‘perversioni’; con linguaggio neutro, medicalmente si preferisce parlare di ‘parafilia’: sadismo e masochismo, esibizionismo, voyeurismo, pederastia, necrofilia ecc.

In che misura l’orientamento sessuale delle persone dipende da una specie di determinismo naturale? la scelta di un partner sessuale è un elemento dell’apprendimento del comportamento sessuale adeguato, che si acquisisce mediante il processo di socializzazione, oppure esiste un meccanismo biologico che stimola il nostro erotismo? La ricerca scientifica negli animali ha appurato che gli ormoni possono svolgere un ruolo di organizzazione

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neurologica nel creare la scelta dell’oggetto sessuale. Ma la connessione tra livelli ormonali e orientamento sessuale nei soggetti umani è molto più problematica (anche se è attendibile che gli ormoni fetali che organizzano le strutture fetali dismorfiche possono anche influenzare l’organizzazione delle strutture cerebrali che concernono i comportamenti sessuali). Nell’essere umano gioca un ruolo importante lo sviluppo della identità e dell’orientamento sessuale che avviene dopo la nascita. Lo confermano i risultati della ricerca clinica relativa all’omosessualità, che tra le turbe dell’orientamento sessuale è la più studiata. Risulta inoppugnabile che i genitori giocano un ruolo determinante per quanto riguarda la salute psicosessuale del bambino e i suoi sentimenti di adeguatezza sessuale. Tuttavia non c’è evidenza che siano i genitori a ‘creare’ un bambino omosessuale. Nelle modalità dell’esistenza umana c’è sempre qualcosa che dipende dalla libertà e dalla decisione personale.

3. Orientamenti dell’etica cristiana

Il corpo umano ha uno stampo sessuale. Quando lo si è voluto negare, si è solo riusciti a colpevolizzare le persone, per l’inevitabile emergenza della sessualità in tutte le espressioni della vita, ivi compresa l’esperienza religiosa. Nascondendo l’impronta del sesso nelle rappresentazioni artistiche, coprendo di vergogna i genitali (le ‘pudenda’, le ‘parti vergognose’...), non si è riusciti a produrre, per lo più, che una fissazione morbosa. Le varie espressioni di puritanesimo repressivo, ai limiti della nevrosi, si sono molto spesso alleate con la mentalità cristiana. Eppure la gioia di vivere, che nasce da una piena accettazione del proprio corpo, anche nella sua specificazione sessuale, non è contraria al cristianesimo. La riflessione cristiana sull’uomo comincia, secondo l’esempio fornito da Giovanni Paolo II, con il primo uomo e la prima donna nudi nell’Eden, quale simbolo visivo del dono divino della sessualità.

Oggi però sappiamo, meglio che in passato, che la sessualità,

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oltre che un dono, è anche un compito. Si giunge ad essere uomini e donne attraverso un itinerario che riserva talvolta esiti imprevisti. L’identità e l’orientamento sessuale sono largamente basati sulle caratteristiche sessuali biologiche, ma non ne sono interamente determinati in modo obbligante. Nell’ambito del compito di ‘dover essere’ ciò che per natura si ‘può essere’, si aprono i problemi dell’etica. Anche la morale cristiana è provocata dal sapere scientifico sulla sessualità umana e dai problemi di coscienza di molti individui a prendere posizione.

In primo luogo: è lecito cambiare sesso, come pervengono a conseguire i transessuali? Questa formulazione riflette da vicino il modo in cui il problema dei transessuali è visto dall’opinione pubblica. Sulla loro vicenda grava il sospetto di un intervento capriccioso, quasi una sfida alla natura e alla società, nonché l’insinuazione che il passaggio da un sesso all’altro sia, in definitiva, a servizio della prostituzione. La scelta è vista in funzione del piacere, senza considerare la sofferenza lacerante che molto spesso accompagna il transessuale nella ricerca della propria identità sessuale. Il transessuale, da parte sua, vive la sua decisione non come un cambiamento arbitrario, bensì come l’adeguamento del corpo al profilo psicosessuale che sente come proprio.

La richiesta di intervento medico per la riassegnazione del sesso — con la terapia ormonale e, come ultima tappa, con l’intervento chirurgico — solleva per il sanitario problemi deontologici ed etici. L’opera medica in questo caso travalica l’ambito terapeutico tradizionale. Il medico non può limitarsi semplicemente ad assecondare la richiesta, senza sottoporla a un certo vaglio per appurare la qualità della motivazione, oltre che le conseguenze sanitarie e psicologiche dell’intervento. Benché la legislazione italiana con la legge del 14.4.1982, n. 164, non consideri più tali interventi chirurgici come mutilazione perseguibile penalmente 128, i medici sono per lo più ostili;

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l’opinione pubblica condanna come aberrazioni o eccentricità i cambiamenti di sesso. In tale contesto i transessuali sono rinviati al sottobosco della medicina abusiva (e abborracciata: perciò, spesso, con danni gravi all’organismo) e della speculazione.

Per una serena valutazione morale bisogna far perno sulla identità sessuale, stabilizzata al momento della pubertà. Non è su questa che si può agire, perché l’identità, una volta stabilita, non è più in grado di subire cambiamenti. L’incongruenza con il sesso biologico può essere livellata solo operando sul versante somatico 129. Qualora ciò — per motivi medici, sociali o psicologici — non fosse possibile, rimane la frustrazione beante, a cui si può dare una risposta solo per la via della sublimazione.

La visione cristiana della sessualità, come momento della chiamata divina, è sufficientemente dinamica per integrare le conoscenze scientifiche moderne circa il processo di acquisizione dell’identità sessuale. I racconti biblici della creazione non giustificano nessun fissismo su cui possa far leva la visione ingenua della maschilità e femminilità. Tuttavia non bisogna dimenticare il carattere specifico dell’etica religiosa biblica, compendiato nel concetto di ‘alleanza’. Nella morale dell’alleanza l’essere uomo o donna non sono beni in sé. Sono piuttosto luoghi della ‘vocazione’, destinati a far parte del dialogo della salvezza.

Contro la tendenza, tipica del soggettivismo moderno, a sganciare l’individuo dalla normatività insita nella natura, l’etica cristiana ripropone costantemente il valore della ‘legge naturale’.

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È con questo metro che la chiesa cattolica continua a condannare l’omosessualità e le varie forme di parafilia 130.

Il diffondersi di un’etica sessuale che assume come parametro valutativo dei comportamenti sessuali il modello del piacere ha fatto cadere i criteri tradizionali. Se il sesso è stato troppo a lungo soggetto a restrizioni, non ne segue che d’ora in poi debba essere vissuto senza restrizioni di alcun genere. Qualsiasi concezione filosofica della sessualità si assuma, ne derivano restrizioni. Il cristianesimo ha per lo più fatto proprio e proposto il modello di una sessualità normata dalla finalità riproduttiva. La sensibilità personalistica di oggi invita piuttosto ad aprirsi al modello comunicativo. Questo sposta l’accento dagli aspetti più fisici della sessualità, in quanto finalizzata alla generazione di una nuova vita, ai ruoli interpersonali, all’espressione delle emozioni (il sesso come linguaggio che esprime tenerezza, rispetto, ammirazione, e ovviamente come espressione di amore), comunicazione e condivisione del piacere.

Adottando questo modello — che integra, e non sostituisce quello riproduttivo — la risposta alla domanda etica di che cosa è ‘normale’ e che cosa è ‘perverso’ nel sesso diventa più difficile. Difficile, ma non impossibile; né tantomeno irrilevante. È necessario tributare il giusto apprezzamento alla diversità e alla complessità degli orientamenti sessuali, senza rinunciare però a riferirsi alla ‘normalità’ in armonia con il tipo ideale di sessualità umana a cui si aspira.

Un contributo peculiare dell’antropologia cristiana va ravvisata nell’ambito della revisione dei comportamenti legati agli stereotipi sessuali. Lo stereotipo maschile e il suo corrispettivo femminile sono la definizione che la società offre di quel che

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significa essere uomo o essere donna; rappresentano il generale consenso, nell’ambito di una comunità culturale, sui ruoli assegnati agli uomini e alle donne, ai bambini e alle bambine 131. La miopia che pervade ogni comunità culturale, differenziandola dalle altre, inclina a far considerare gli stereotipi che ci sono familiari come ‘normali’, e a respingere i comportamenti che divergono come aberrazioni o come folclore. Inoltre gli stereotipi tendono, come indica il nome stesso, a una certa rigidità. La resistenza al cambiamento si ottiene mediante un processo di ideologizzazione delle differenze dei ruoli. Essi vengono fatti risalire alla ‘natura’, oppure, più radicalmente, alla volontà di Dio. Anche per ciò che concerne la maschilità e la femminilità, la teologia cristiana ha dato il suo contributo per ‘naturalizzare’ e ‘divinizzare’ le diversità che invece hanno un’origine soltanto culturale 132. Il messaggio cristiano, così come è stato vissuto da Gesù, contiene una potenzialità rivoluzionaria che soltanto oggi, nel contesto dei rapidi mutamenti e dell’appassionata ricerca di ruoli sessuali che non opprimano, bensì si integrino reciprocamente, possiamo appurare appieno. Gesù, «inconfondibile nel suo tempo e nel suo ambiente» nel modo di realizzare la propria maschilità e di concepire la femminilità 133,

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costituisce un’apparizione storica singolare. Ha distrutto l’androcentrismo del mondo antico, fonte di un’ostilità globale contro il femminile; è stato egli stesso l’epifania di una maschilità non animosa, riconciliata con la femminilità prima di tutto nella propria persona, e poi con quella delle donne. È questo il modello con cui l’antropologia cristiana della sessualità è chiamata a confrontarsi. Forze irresistibili si nascondono dentro al presente tumulto che sconvolge la concezione tradizionale della sessualità, forze nuove nella lunga storia dell’umanità. Per l’originale messaggio di Gesù, rimasto a lungo nascosto sotto il moggio, l’èra presente è un kairós, un tempo opportuno della grazia.

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capitolo secondo

LA PRESENTAZIONE SOCIALE DEL CORPO

1. La decorazione del corpo

Il corpo è il legame tra noi stessi e il mondo esteriore, in modo diretto con il mondo costituito dal gruppo sociale. Per suo tramite ci proiettiamo direttamente nella vita sociale. Nel passaggio dalla condizione ‘naturale’ a quella ‘sociale’ il corpo riceve un trattamento, che possiamo designare genericamente come decorazione. Specialmente nelle culture primitive la decorazione è un fatto globale, che include una pluralità di significati, relativi al tipo di società in cui l’individuo è inserito e al posto che occupa in essa (uomo, donna; bambino o adolescente; iniziato o non iniziato; celibe o sposato; stregone, o capo, o guerriero ecc.).

La decorazione del corpo, come il nome, serve a dare uno status preciso all’individuo, ed esprime visivamente il controllo che la società esercita sulla interiorità. Ogni gruppo sociale ha un suo codice peculiare: anche la grammatica della decorazione corporea si differenzia, in colori e forme, come quella dei fenomeni del linguaggio.

Per essere un individuo culturale talvolta si paga un prezzo doloroso. È il caso di molte società primitive, in cui l’identità è fissata mediante forme permanenti di decorazione: tatuaggio 134

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scarnificazione, deformazioni del corpo, mutilazioni 135. Altre volte la funzione di indicare lo status sociale è svolta dagli ornamenti, o più in generale dagli abiti 136. Dalla decorazione del corpo derivano vantaggi psicologici e sociali. Essa fornisce la chiave per la nostra percezione degli altri e forma la base del nostro modo di comportarci verso di essi.

Una delle funzioni della decorazione corporea è quella di favorire la selezione sessuale. Chi subisce una scelta fa in modo di condizionarla, usando un linguaggio corporeo che trasmetta precisi messaggi di seduzione. Nel mondo animale questo ruolo è prevalente nel maschio, mentre presso gli esseri umani è l’uomo che sceglie, e quindi è la donna che decora il proprio corpo, al fine di attirare e di essere scelta. Mentre nelle culture primitive la decorazione del corpo è un fatto globale, finalizzato a ‘inculturare’ l’individuo, in Occidente è

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diventata emergente la funzione seduttiva. Per questo motivo nella valutazione morale, e ancor più nella predicazione cristiana, è stata tradizionalmente denunciata come espressione di vanità e di mollezza.

La diffusione del cristianesimo è avvenuta nel contesto del mondo greco-romano, in cui la cosmesi era una pratica corrente. I Padri della chiesa condannavano l’uso dei cosmetici, in quanto tendente a valorizzare la carne, senza tuttavia riuscire a incidere efficacemente sul cambiamento dei costumi. Una sorte analoga è toccata alla più recente predicazione, che ha usato pulpiti e confessionali per distogliere le giovani cristiane dalla cosmesi moderna, organizzatasi su base industriale alla fine del XIX secolo. Un fatto nuovo, da registrare come variazione del costume, è piuttosto il diffondersi della cosmesi anche tra gli uomini. È la conseguenza dell’espandersi di una industria che muove ingenti capitali e fa ricorso a una massiccia opera di persuasione mediante la pubblicità. Più in profondità, dipende dal cambiamento in corso dei ruoli sessuali, per cui non ci si attende più che la seduzione sia esercitata in senso univoco dalla donna.

L’obbligo morale generale di preservare la propria integrità corporea e la propria salute vale anche in questo campo. Esistono in commercio numerosi cosmetici rischiosi, mentre il consumatore è tenuto dolosamente all’oscuro del contenuto reale di ciò che compera e dei possibili pericoli per la sua salute. Non sempre gli allarmi sono efficaci: la pubblicità crea artificialmente la ‘fame di un’immagine’ diversa del proprio corpo, e su di essa speculano i venditori di bellezza. Alla cosmesi che si esprime in prodotti di sintesi, cioè chimici, oggi sempre più si affianca la ricerca di una bellezza ‘ecologica’, che si affida alle erbe e ai prodotti naturali (fitocosmetici).

2. Abbigliamento e moda

Il significato antropologico dell’abbigliamento può essere ricondotto sostanzialmente alle considerazioni che abbiamo svolto parlando della decorazione del corpo. Gli aspetti utilitaristici

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dell’abbigliamento — protezione del corpo dall’avversità degli elementi atmosferici — sono secondari rispetto alla ricchezza di significati che hanno gli abiti per l’uomo, e non sarebbero sufficienti per dar ragione della sua multiforme variabilità 137.

L’abbigliamento prolunga e potenzia la presentazione sociale del corpo. Serve a stabilire lo status dell’individuo nella compagine del gruppo e svolge un ruolo seduttivo: nel gioco dell’attrazione sessuale l’abbigliamento — gli abiti e i suoi accessori — svolge un ruolo tanto più decisivo, quanto più sono stati confinati a un ruolo marginale gli interventi decorativi sul corpo stesso 138.

Per tener continuamente desto l’interesse, l’abbigliamento ha bisogno di cambiamenti frequenti. Il cambiamento è la molla della moda. Psicologicamente essa si radica invece nel bisogno di imitazione. La moda offre inoltre la possibilità di accrescere ed esaltare il proprio narcisismo attraverso l’interesse dedicato al vestiario. L’abito è investito di amore, in quanto permette di abbellire e magnificare il proprio corpo 139.

Un influsso determinante sulla moda è esercitato dalla società

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consumistica contemporanea, che esalta lo spreco e il continuo avvicendamento dei prodotti. Anche la rivolta contro questo stesso consumismo è spesso ricuperata dal sistema: il modo di vestire dei giovani, che rifiutano l’abbigliamento della società stabilizzata, diventa a sua volta una moda.

Tradizionalmente la teologia morale cattolica trattava della moda nel capitolo dello scandalo, come una modalità dei peccati contro l’amore del prossimo 140. Ovviamente questa prospettiva resta valida, nella misura in cui abbigliamento e moda possano essere usati come strumenti per manipolare gli altri in giochi di seduzione. Oggi, tuttavia, sembra più urgente richiamare l’attenzione sulle conseguenze che ha la moda sulla persona stessa che vi si sottomette. Quando la moda diventa un fine in sé, piuttosto che un mezzo, esercita una tirannia che mantiene la persona in stato di infantilismo. Inoltre la moda spesso è dispotica e pretende cose che sono pericolose sotto l’aspetto sanitario. Valga per tutte la moda, spesso denunciata dai medici, dei pantaloni troppo stretti: ha conseguenze dannose tanto sugli uomini (sterilità) che sulle donne (infiammazioni ginecologiche). Compito dell’etica cristiana è, in questo campo, di farsi paladina della ragionevolezza e di promuovere la libertà personale, sottraendosi tanto al dominio dei bisogni inconsci di autovalorizzazione mediante la seduzione, quanto alla soggezione alle leggi del consumismo. Se la variabilità della moda corrisponde a un bisogno, di per sé non condannabile, l’esasperazione di tale bisogno ad opera della società consumistica è un pericolo per la libertà della persona; contro di esso l’individuo deve essere messo in grado di difendersi.

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3 Il corpo nudo

Una delle questioni attualmente più dibattute nell’àmbito della presentazione sociale del corpo è quella dell’esposizione del corpo nudo allo sguardo altrui. Il costume balneare ha conosciuto una rapida escalation negli ultimi anni: dal bikini al topless al nudo integrale. Ciò che avviene sulle spiagge offre la misura di un permissivismo crescente, che ha portato il nudo a trionfare nella pubblicità, nei rotocalchi e in altre espressioni della convivenza civile. I fautori del nudismo adducono ragioni di tipo naturalista. Il naturismo, come movimento ideologico, ha una matrice ecologica. Vuol difendere la natura e l’ambiente contro le varie forme di inquinamento e promuovere una vita sana, non sedentaria, all’aperto. Il lasciar cadere gli abiti è considerata una via per un contatto più diretto con la natura. I naturisti tendono a dissociarsi dai nudisti. Mentre il nudista è qualcuno che si spoglia nudo come capita, anche su spiagge affollate, il naturista cerca un ambiente naturale e sereno, dove il corpo umano e la natura che lo circonda si armonizzano e si rispettano. Gli oppositori del nudismo non sempre lo avversano per ragioni morali. Quando il nudismo non viene praticato con uno spirito quasi cultuale nell’ambito protetto dei gruppi naturisti, bensì straripa nel contesto della vita sociale, molti vi percepiscono una sfida di chi si sente culturalmente più avanzato e vuol ostentare una superiorità culturale intesa come superamento delle inibizioni. Inoltre, contrariamente allo slogan secondo il quale la nudità favorirebbe l’uguaglianza sociale — ‘nudi siamo tutti uguali’! —, le differenze sociali sono più evidenti sui corpi nudi che sugli abiti omogeneizzati dalla moda di massa. Ci vuole tempo e denaro per rendere ‘presentabile’ il corpo nudo, dopo averlo fatto passare per tutta la sequenza dei trattamenti estetici! Chi sta meglio economicamente, dispone più pienamente del proprio corpo.

Gli argini opposti dalla legge al diffondersi del nudismo si sono riscontrati inefficaci. L’art. 726 del codice penale colpisce «chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti contrari alla pubblica decenza». Nell’interpretazione

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della legge la Corte di Cassazione ritenne valido, nel 1952, il divieto di usare lo slip in pubblico nei pressi della spiaggia, poiché «è contrario ai rapporti di civile convivenza e specialmente alla compostezza che è l’abito esteriore del costume sessuale». È la data di inizio di una serie di sentenze in materia di nudismo, emesse dai vari tribunali, spesso in contraddizione l’una con l’altra. Mancando in materia valori assoluti cui riferirsi — il concetto di pubblica decenza è in continua evoluzione, e soprattutto è opinabile —, i verdetti sono affidati alla personalità del giudice.

I tentativi di banalizzare il nudo sono destinati all’insuccesso: il nudo non è né indifferente, né innocente. Non che la nudità debba essere necessariamente correlata con l’erotismo. Il nudo in sé non è erotico, ma è la proiezione erotica che genera il suo potere di attrazione sessuale; se questa proiezione non avviene più, quel corpo cessa di attrarre. La nudità, comunque, rimane legata — almeno nella nostra cultura — con la disponibilità e l’offerta sessuali. Per questo motivo la morale cristiana ha preso, in genere, una posizione di rifiuto nei confronti del nudismo 141.

In senso positivo, le riserve dell’etica cristiana verso l’esibizione del corpo nudo dipendono dalla concezione che vede

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nel corpo l’espressione della persona. La nudità è perciò riservata ai momenti di particolare intensità, in cui la persona si lascia ‘conoscere’ nell’abbandono amoroso.

4. L’uso del corpo nella pubblicità

L’analisi del trattamento che il corpo subisce da parte della pubblicità è un luogo classico per illustrare le manipolazioni cui è sottoposto l’uomo dell’epoca dei mass-media ad opera dei ‘persuasori occulti’. Con particolare impegno ha condotto questa battaglia il movimento femminista, essendo il corpo della donna il bersaglio privilegiato della pubblicità. Questa aderisce ai valori ideologici della società opulenta, proponendo come meta la felicità nel consumo. L’immagine tradizionale della donna è stata sfruttata in tutte le sue possibilità; principalmente, però, puntando sul binomio bellezza e giovinezza, a cui si riconducono le chances esistenziali della donna, in quanto dalla bellezza e dalla giovinezza è fatto dipendere il suo potere di seduzione. Tutto l’investimento è fatto sull’esterno, sul corpo quale è rispecchiato nello sguardo dell’uomo quale soggetto desiderante. Alla pubblicità a fini estetico-edonistici si abbina quella medica: dopo la ‘prescrizione’ pubblicitaria dei cosmetici, quella dei rimedi contro la cellulite, il deterioramento della pelle, i danni della menopausa. Pelle, capelli, seni, silhouette (terrorismo psicologico della magrezza): nessun dettaglio del corpo femminile è risparmiato. Per i propri fini commerciali la pubblicità crea dei fantasmi collettivi (insicurezza del proprio potere di seduzione, vergogna dell’invecchiamento), e poi li sfrutta. Il corpo, modellato dalla società, è al tempo stesso il simbolo di questa società. Combinando immagini, organizzando slogans, utilizzando miti, la società dei profitti procede ogni giorno di più nella ‘mostrazione pubblica’ del corpo per fini commerciali. Lo stesso dinamismo della libido viene deviato dal suo scopo verso una meta mercantile: il desiderio non si rivolge più alla persona dell’altro, ma viene pilotato verso l’utensile da acquisire.

Molto femminismo militante è stato ingenuamente convinto

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che bastasse smascherare queste subdole manipolazioni per togliere alla pubblicità il suo potere. La denuncia è risonata chiara, ma il comportamento non è cambiato in misura adeguata alla presa di coscienza. Anzi, l’uso pubblicitario del corpo si è esteso, integrando nel ruolo di felice consumatrice non solo la donna ‘alienata’ — quella confinata nei ruoli di sposa e di madre —, bensì anche quella ‘liberata’ 142. Anche i nuovi ruoli che la donna assume nella società, se non rimettono in discussione radicalmente il modo di vivere il corpo e la sessualità, non sfuggono alle manipolazioni pubblicitarie. Perfino la rivolta e l’amarezza delle femministe sono state convertite in bisogno di acquistare prodotti. Sotto il rivestimento superficiale della donna liberata, riappare l’immagine della donna tradizionale: il legame è costituito dal fatto che, nell’uno come nell’altro caso, la donna è ridotta al suo corpo. Più di recente anche il corpo dell’uomo ha subito lo stesso trattamento. Il rapporto degli uomini col loro corpo è stato ‘femminilizzato’ dalla pubblicità. Si è cominciato a inculcare anche al maschio il diritto alla bellezza e il dovere di piacere, agganciandolo così mediante il suo corpo al mercato del consumo.

Perché il servizio all’uomo che la morale cristiana può rendere in questo settore non sia ridotto alla sterile denuncia, è necessario che il suo intervento si inscriva costruttivamente nei meccanismi che permettono lo sfruttamento del corpo nella pubblicità. La diffusione delle pagine pubblicitarie non si spiega solo con l’abilità persuasiva dei mercanti. Ciò che permette alla pubblicità di prosperare è il suo aggancio ai desideri profondi dei consumatori. L’apporto di una morale liberante è auspicabile proprio nell’ambito dei meccanismi psicologici usati

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dalla pubblicità. Il più importante è la ‘colpevolizzazione’. Viene insinuato alla persona che è colpa sua, se non riesce ad acquisire e conservare un corpo giovane e bello. La bellezza ― i cui canoni vengono, volta a volta, stabiliti dai creatori di immagini — è un dovere; la bruttezza — cioè il discostarsi da quell’immagine — una colpa. Insieme vengono nutrite l’ossessione di piacere stabilmente e l’angoscia di non piacere più. Ciò provoca una polarizzazione sul corpo, non come simbolo reale (‘sacramento’) della interiorità personale, bensì come immagine rispecchiata dal desiderio dell’altro. Solo una persona che ha percorso una buona parte del cammino verso l’autonomia è relativamente immunizzata contro le persuasioni pubblicitarie: finché «si cerca la gloria, gli uni dagli altri» (cfGv. 5,44), il corpo rimarrà un fragile appiglio per ogni manipolazione.

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capitolo terzo

LA DISCIPLINA DEL CORPO

1. L’ascetica corporea

Le pratiche tendenti a disciplinare il corpo, a fini religiosi o educativi, sembrano aver perso diritto di cittadinanza nell’ambito culturale che vive dell’eredità della cristianità. Hanno bisogno di una nuova fondazione, dopo che l’ascetica, tradizionalmente elemento integrante della vita religiosa, è stata messa in crisi di diritto e di fatto. Rinunce, sacrifici, penitenze: tutto ciò è scomparso dal vocabolario, oltre che dalla prassi quotidiana che abitualmente qualificava il ‘buon’ cristiano. Nel corso dell’evoluzione storica del cristianesimo è avvenuto che alcune forme di penitenza corporea siano entrate a far parte dell’esperienza cristiana. Di alcune riusciamo a parlare solo con un certo disagio, benché siano state praticate dai santi; la loro scomparsa va salutata come una benefica depurazione di elementi superstiziosi e psicopatologici che inquinavano la pratica religiosa 143. Ma altre pratiche di penitenza sono sembrate e sembrano accettabili senza difficoltà pregiudiziali. Alcune, fino a un passato recente, erano richieste e suggerite a tutto il popolo cristiano: così l’astinenza dalle carni il venerdì,

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il digiuno in determinati giorni liturgici, senza dimenticare i ‘fioretti’, che facevano parte di un’educazione alla penitenza, all’autocontrollo e alla disciplina di tutto ciò che è istintuale. Fenomenologicamente si può stabilire uno spettro diversificato di forme ascetiche, che va da quelle che esercitano un’azione diretta sul corpo — digiuno e restrizioni alimentari, esposizione alle intemperie, flagellazione e cilicio, continenza ― a quelle che si librano al di sopra dell’esplicita manipolazione corporea, trasformandosi in ascesi interiore, sotto forma di esercizio che regola la direzione della volontà, del sentimento, dell’intelletto.

Il fine ascetico inteso da queste ultime è di morire al mondo, non in quanto macerazione fisica della carne, ma come rinuncia al proprio essere mondano. In ogni caso, comunque, l’ascesi, sia quando ricorre a metodi fisici, sia quando si risolve in esercitazione spirituale delle facoltà superiori dell’uomo, presuppone una negazione della vita ‘normale’ e comune. La pratica ascetica rifiuta essenzialmente di accettare la realtà com’è. Concepisce l’uomo come dotato di energie fisiche o di poteri spirituali che, sottoposti a regolari training, gli consentono di accedere a un’esperienza di corporeità superiore 144, ovvero di salire a un livello di maggiore perfezione (virtù, santità). Proprio questo modello antropologico, fondamentalmente evolutivo ed ottimista, si rivela problematico per la sensibilità moderna ed è sottoposto a critica.

La diffidenza verso l’ascesi corporea si è insinuata anche presso quegli aggregati religiosi che l’avevano tradizionalmente privilegiata. All’interno del cattolicesimo è penetrata la riserva protestante nei confronti delle opere di penitenza, indiziate di corrompere il senso autentico della salvezza per grazia. Contemporaneamente

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anche il modello secolarizzato dell’ascesi si è sgretolato. Intendiamo riferirci all’ideale dell’autocontrollo, che costituiva un pilastro dell’educazione impartita fino a un recente passato. Non cedere agli istinti, moderare i desideri, saper dilazionare le gratificazioni, non far trapelare le proprie emozioni, tenere il corpo sotto controllo: tutto ciò era considerato una meta aspirativa da trasmettere nel processo educativo. Mentre in ambito religioso l’autocontrollo riceveva facilmente una colorazione ascetico-spirituale, nella prospettiva secolare era apprezzato in sé e per sé, come strumento di formazione della personalità virile.

Oggi gli educatori sono diventati reticenti circa l’autocontrollo. Forse perché la nostra civiltà è più edonistica e tende a considerare come valore Pappagamento dei desideri, piuttosto che la loro repressione? È diventato molto arduo convincere qualcuno, in particolare i giovani, a rinunciare a qualcosa che si presenta come piacevole. Siamo tutti, in qualche modo, figli della civiltà dei consumi, legati ad essa per il bene e per il male. Se cessiamo di desiderare — prodotti sempre nuovi, a un ritmo sempre più accelerato — la macchina si inceppa: le merci non sarebbero richieste, la produzione ristagnerebbe. L’autocontrollo ascetico di colui che si priva del superfluo, e magari tende a restringere anche i limiti dell’indispensabile, rischia di apparire come un comportamento antisociale.

L’educazione all’autocontrollo è incompatibile con Patteggiamento del ‘tutto e subito’. Ci pensa la persuasione occulta che straripa da tutti i pori della nostra esistenza, bombardandoci di annunci pubblicitari, a conquistare strati sempre più ampi allo stato di beati consumatori.

L’allergia attuale all’autocontrollo non deriva però unicamente dall’essere diventati consapevoli delle manipolazioni che subiamo dalla società in genere. Ci è nato il sospetto che il controllo proposto non sia veramente ‘auto’-controllo: piuttosto un ‘etero’-controllo, cioè esercitato da altri, sotto l’apparenza di un ‘auto’-controllo. Tutti coloro che cercano di socializzarci, di trasmetterci le proprie scale di valori, di assimilarci alla loro visione del mondo, diventano inevitabilmente dei controllori. La loro opera è tanto più perfetta, quanto

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meno è visibile; raggiunge il massimo dell’efficacia quando induce a esercitare spontaneamente su se stessi il controllo che neutralizza le emozioni originarie, i desideri autentici, il grido di protesta. Crediamo allora di esercitare l’autocontrollo, mentre in realtà siamo controllati dai controllori estranei che abbiamo accolto ed accettato dentro di noi. Invece di vedere, sentire, odorare, gustare, toccare il mondo com’è, lo percepiamo così come ci è stato insegnato a fare.

La fame di esperienza che oggi induce a rifiutare ogni forma di autocontrollo, specialmente quello proposto in nome di una supremazia della volontà e dello spirito sulla parte corporea-istintuale, nasce dal sospetto che non facciamo che perpetuare una visione distorta della realtà, perdendo così gli aspetti più belli del mondo creato da Dio.

Il puritanesimo non è l’equivalente, ma piuttosto la caricatura dell’ ‘occhio puro’ delle Beatitudini. Il pericolo più grave per l’occhio non è di vedere il mondo, ma di scambiare l’immagine riflessa di esso — sulla quale sono depositati spessi strati di mode consumistiche, interessi, manipolazioni di oggi, nonché di pregiudizi, peccati, paure, viltà delle generazioni che ci hanno preceduto — per l’immagine del mondo voluto da Dio. La disciplina (ascesi) è necessaria: non per castigare il desiderio innato di esperienza, bensì per preservarlo dai tanti inquinamenti che lo minacciano.

Dominare o essere dominati dal corpo? L’alternativa è falsa, e si fonda su una dicotomia implicita, che ci induce a identificarci o con l’intelletto/volontà, o con il corpo, disintegrando così l’organismo totale. C’è disciplina e disciplina. Ce n’è una finalizzata a mantenere il predominio di una parte sull’altra, infrangendo l’unità originaria; e c’è una disciplina volta a ottenere uno stato di sana spontaneità. Per salvare la genuinità dell’essere umano è richiesta la massima disciplina: è quella necessaria per rimanere fedeli alla totalità, rifiutando la dialettica del predominio della parzialità. Questa è la visione antropologica del Vaticano ii, riconducibile al compito morale di sforzarsi per il retto ordine:

Unità di anima e di corpo, l’uomo sintetizza in sé, per la stessa sua

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condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore (cf. Dan. 3,57-90). Allora, non è lecito all’uomo disprezzare la vita corporale; egli anzi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell’ultimo giorno. E tuttavia ferito dal peccato l’uomo sperimenta la ribellione del corpo. Perciò è la dignità stessa dell’uomo che postula che egli glorifichi Dio nel proprio corpo (cf. 1 Cor. 6,13-20), e che non permette che esso si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore (GS 14).

Possiamo assumerla come base dottrinale per la reinvenzione di una disciplina del corpo, che non sia mutilante dal punto di vista antropologico.

2. La nuova educazione del corpo

Nessun progetto pedagogico esclude il corpo dal progetto educativo. Quello che varia, invece, è il modello antropologico sottostante, cosicché la funzione del corpo nell’educazione può essere intesa in modi diversi, anche diametralmente opposti. Per riferirci a modelli storici estremi, pensiamo alla paideia greca, mirante alla celebrazione della forma atletica del corpo come epifania del divino, e alla pedagogia prussiana, il cui scopo sembrava essere l’eliminazione di tutto ciò che nel corpo evoca spontaneità e naturalezza 145.

L’educazione fisica che è entrata nelle nostre scuole era modellata su una concezione antropologica che non è più in armonia con il modo in cui oggi viviamo il corpo. Predominava una

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fisiologia a servizio di una morale volontaristica, rivolta a sviluppare la tenacia e la forza di volontà: «essere forte per essere utile» 146. Si ricercava la robustezza per una finalità trascendente e morale. La priorità data all’elemento mentale-intellettuale era tipica di un’epoca in cui l’uomo si identificava con la propria parte pensante e affidava all’intelletto la leadership sopra la parte animale. La ginnastica tradizionale si preoccupava di ‘educare’ il corpo; ciò che la pedagogia contemporanea rivendica è un educarsi attraverso il corpo. Il corpo non è una parte da educare: è l’essere umano nella sua totalità, per cui l’educazione del corpo e l’educazione dell’uomo coincidono nella finalità. L’educazione corporea è una via del processo educativo, che in se stesso non può non mirare a una integrazione tanto della sfera conscia come di quella inconscia della vita mentale. La svolta è così radicale che alcuni fautori della nuova educazione corporea parlano polemicamente di ‘antiginnastica’ 147.

La critica più vivace all’educazione corporea tradizionale, e all’educazione fisica in particolare, è venuta dall’approccio psicocinetico. Rifiutando risolutamente di promuovere l’educazione fisica a fini strumentali di vario genere, la psicocinetica

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pretende di collocarsi in modo originale nel novero delle scienze umane, anzi di costituire una vera e propria «scienza del movimento umano» 148. Si oppone a una visione parcellare, quale quella di una fisiologia che spieghi solo la meccanica del gesto o di una psicologia che si limiti a cercarne la motivazione. Con l’ausilio di esercizi corporei — e utilizzando costantemente la respirazione quale supporto energetico e prototipo di un movimento continuo che coordina il corpo e la persona — mira a ritrovare la totalità corpo-spirito dell’individuo. Nell’educazione psicomotoria l’attenzione è spostata dall’esercizio all’allievo. Oltre a condurlo, attraverso il corpo, a prendere coscienza di sé, agisce sul movimento per giungere all’essere sociale (educazione alla socializzazione), e alla piena consapevolezza della comunicazione tanto verbale che non verbale. L’educazione fisica in questo contesto non è più vista come un insegnamento tecnico-pratico. Il mutamento di atteggiamenti e di abitudini corporee è perseguito in quanto, attraverso questo, si modifica il comportamento globale di un soggetto. L’approccio psicocinetico favorisce una Unwertung der Werte, un capovolgimento del modo consueto di pensare, insinuando il sospetto che la realtà vera si trovi collocata su un altro registro, dove corpo e idea sono la stessa cosa e costituiscono una realtà indissociabile (la ‘totalità primordiale’). In questo approccio riemerge la polemica contro ogni dualismo, responsabile degli squilibri profondi dovuti al rifiuto dell’unità dell’essere corporale, intellettuale, affettivo e spirituale.

3. La danza per guarire

Il movimento può essere, dunque, un luogo privilegiato dell’educazione, perché grazie ad esso si agisce non tanto sui contenuti oggettivi di conoscenze, quanto piuttosto sui modelli inconsci che li sottendono. Ancor più: il movimento consapevole può essere uno strumento di terapia.

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La saggezza dell’Oriente ha sempre insegnato che l’uomo può agire sullo psichismo modificando l’atteggiamento corporeo. La via occidentale passa attraverso la scoperta del significato espressivo del corpo in movimento. Dall’osservazione attenta del movimento rileviamo che ognuno di noi usa il proprio corpo e lo spazio attorno ad esso in modo idiosincratico, che è espressivo di come percepisce se stesso, gli altri e l’ambiente. Bambini e anziani, persone con disturbi fisici e handicappati mentali: ognuno configura le mosse in una combinazione propria di corpo-spazio-sforzo (cioè flusso energetico), che rivela uno specifico contenuto funzionale ed espressivo. Nel movimento è l’uomo totale — corpo, psiche, emozioni, spirito — che si esprime. Se si giunge a produrre un cambiamento nel comportamento del corpo, il cambiamento si riverbererà nel mondo psichico ed emotivo della persona. Su questa assunzione si fonda la ‘danza-terapia’ 149.

Dopo timidi inizi negli anni ’50, la danzaterapia si è sviluppata vertiginosamente a partire dagli anni ’60. L’American Dance Therapy Association la definisce: «l’uso psicoterapeutico

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del movimento come processo che favorisce l’integrazione emotiva e fisica dell’individuo». I terapeuti che vi ricorrono sono animati dalla fiducia che è possibile raggiungere le emozioni delle persone mediante il potere eccitante, vivificante e calmante della danza. Le risorse della danza offrono sia un’espressività soggettiva e oggettiva, sia un’attività. Rendono possibile la proiezione delle emozioni nello spazio attraverso il corpo. I benefici terapeutici sono connessi alla fiducia in se stesso creata dall esperienza di dar forma alle proprie strutture organiche nello spazio, nonché allo sviluppo della sensazione di essere accettati e sostenuti dal gruppo con cui si danza.

Quando si riconduce la danza alla sua matrice originaria, che è quella dei movimenti espressivi del corpo, la si sottrae ai giudizi moralistici che hanno voluto vedervi solo un’espressione di edonismo, e perciò l’hanno condannata come luogo od occasione di peccato. Oltre al carattere ludico, alla danza sono state tradizionalmente attribuite altre funzioni. Quella rituale-sociale, ad esempio: specialmente nelle danze folcloristiche, in cui il ritmo è il mediatore dell’incontro tra le persone 150.

Alla danza è insito anche un carattere mistico-religioso, come si manifesta nelle culture che, a differenza dell’Occidente puritano, non l’hanno eliminata dal repertorio dei simboli con cui l’uomo tenta di dire l’indicibile 151. La moderna riscoperta e accentuazione del carattere terapeutico della danza può costituire

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un centro, a partire dal quale si dispiega il significato polivalente di questo comportamento corporeo. La ‘guarigione’ che il movimento espressivo della danza favorisce non è solo quella dei disturbi emotivi e fisici, ma anche la restaurazione della capacità di percepire se stesso come una totalità integrata bio-psico-spirituale. Al termine di questo cammino di rieducazione del corpo, che è anche un cammino di reintegrazione antropologica, potremo forse ritrovare la capacità di esprimere nella danza la pienezza dell’emozione religiosa, come il re David davanti all’arca (cf. 2 Sam. 8,16).

4. Lo sport: vecchie é nuove pratiche

Lo sport è una delle manifestazioni più gloriose del potenziamento e trascendimento delle possibilità corporee che si possono ottenere con un’adeguata disciplina. La pratica dello sport favorisce un’entusiastica sensazione di vivere; fa accedere a una forma superiore il gioco gioioso e ricreativo; contribuisce a un’armoniosa formazione fisica e psichica, cui si accompagnano importanti riflessi morali e spirituali (anche se l’originaria dimensione sacrale non si è potuta ripristinare neppure col nuovo ‘ideale olimpionico’).

L’etica cristiana ha da tempo affrontato in modo organico i problemi morali posti dallo sport. La sua posizione si articola sostanzialmente in due momenti: presentare e riconoscere i valori naturali espressi dalle pratiche sportive; criticare i limiti e le deformazioni di quei valori, alla luce della concezione personalista del corpo. Un autorevole contributo a questa linea è venuto dal magistero di Pio XII 152.

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Gli sviluppi recenti dello sport agonistico hanno esasperato la manipolazione del corpo. Il campione viene ‘fabbricato’ come un sofisticato prodotto di laboratorio, a cui si dedicano schiere di tecnici. La manipolazione è ormai totale in tutte le discipline sportive: da un lato si neutralizza la naturale spinta della natura (ritardando, per esempio, lo sviluppo e la crescita, per ottenere atlete che siano ‘adolescenti-bambine’), dall’altra la si ipertrofizza (ottenendo donne-maschio, ingigantite dai muscoli). L’aspetto fisico è devastato dalle manipolazioni, mediante sistemi di condizionamento chimico, biologico e fisiologico. Questa violazione della persona è ancora più grave della pratica del doping, cioè della battaglia per i primati fatta a colpi di sostanze proibite.

Al polo opposto troviamo il diffondersi delle pratiche sportive di massa. Queste vogliono reagire alla mercificazione a livello di spettacolo e di sport agonistico, rifiutando il culto del campione e dei primati. Positivamente, intendono contrastare l’assenza di qualsiasi pratica di attività motoria da parte dell’uomo moderno, che è indotto piuttosto a cercare divagazioni che non comportino sforzo e impegno. La mancanza di attività fisica è un segno dello stato di passività e di indifferenza che genera l’odierna civiltà; l’inerzia fisica è legata al cattivo umore e al pessimismo.

Il movimento può essere, dunque, un modo di ribellarsi agli idoli che la società impone. Anche se, a loro volta, queste nuove pratiche sportive difficilmente possono sottrarsi alle manipolazioni della moda. Con piena consapevolezza della sua ambiguità, possiamo considerare la moda della corsa venuta dagli Stati Uniti (dove è chiamata running o più spesso jogging). Viene lodata come la forma più semplice, più economica e

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più sana di sport. Ma da molti è vissuta come un’esperienza più ampia di una semplice pratica sportiva. Il correre regolarmente offre un valido aiuto su un duplice piano: fisiologico e psicologico. È un rimedio all’atrofia del nostro apparato motorio, che è una malattia della civiltà (l’umanità, nella sua lunga evoluzione, ha vissuto per lo più quale ‘animale da corsa’: l’insieme della nostra biomeccanica e fisiologia è costruito sul movimento); fornisce perciò una efficace prevenzione di malattie, quali i disturbi circolatori e del ricambio e la dipendenza da sostanze eccitanti. Il vissuto emotivo, legato alla pratica regolare e intensiva della corsa, costituisce, inoltre, anche un prezioso aiuto psichico, correlato con una influenza sull’umore. Per molti che corrono regolarmente non si tratta solo di assolvere al ‘sacro dovere’ di mantenere il corpo in forma per la concorrenza quotidiana. La corsa, permettendo il ristabilimento più veloce dell’equilibrio fisiologico, ha una funzione antistress, almeno quanto le diverse tecniche di rilassamento. Potenzia la vitalità, dando la sensazione di un accresciuto potenziale energetico; aumenta l’autostima e la sicurezza nelle proprie capacità 153. Una Miracle Drug, dunque, la corsa? No: piuttosto, uno dei mezzi più semplici per collegare cura della salute e benessere psichico.

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capitolo quarto

LA RICERCA DEL ‘CENTRO’

1. L’uomo moderno ha perso il ‘centro’

Le formule che pretendono di fare la radiografia dell'anima di un’epoca sono spesso tanto più abusivamente semplificatrici, quanto più sono brillanti. Abbiamo, a ragione, imparato a diffidarne. Non si può negare, tuttavia, che talvolta prestino un utile servizio. Accentuano un tratto della complessa Gustali che costituisce una cultura, magari facendone una chiave di lettura globale. Si può divergere sull’importanza da attribuire al fatto; la caratteristica individuata resta, peraltro, acquisita all’attenzione, e molto spesso al vocabolario. È quanto è successo con l’espressione ‘perdita del centro’, quale categoria per comprendere il profondo rivolgimento da cui è nata la cultura moderna. L’espressione stessa si deve allo storico dell’arte Hans Sedlmayr, che ne ha fatto il titolo di un saggio famoso, in cui dall’esame delle opere d’arte nell’arco di tempo che va dalla fine del XVIII alla metà del nostro secolo ricava conclusioni relative alla rivoluzione avvenuta nella profondità del mondo spirituale 154. Ha usato l’arte come strumento per cogliere le caratteristiche di un’epoca, adottando metodologicamente l’ipotesi che l’arte sia, per la storia delle comunità umane, ciò che il sogno di un uomo è per lo psichiatra. Nell’architettura, nella scultura e nella pittura le forme che recano il contrassegno del ‘moderno’ dell’arte hanno come tratto caratteristico la ‘perdita del centro’.

Nella diagnosi di Sedlmayr la ‘perdita del centro’ costituisce

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il sintomo fondamentale, a cui vanno ricondotte diverse tendenze. Tra le principali, individuate dallo storico dell’arte che vuol essere al tempo stesso critico della storia spirituale dell’umanità: la polarizzazione, ovvero la tendenza verso gli estremi 155; la spiccata predilezione per tutto ciò che è inorganico, verso una ‘pietrificazione della vita’ (E. Jünger); lo svincolarsi dalla base terrena, nell’architettura e nella pittura, così come in molti altri settori (la negazione della base è accompagnata dal subentrare di un senso di vertigine); la tendenza a eliminare la diversità tra ‘sopra’ e ‘sotto’ in arte, a cui fa riscontro quella ad appianare la differenza tra il superrazionale e il subrazionale, a dissolvere l’idea di Dio nella natura, mentre l’idea dell’uomo si degrada in dimensioni subumane. Complessivamente, l’arte si allontana dal centro, diviene ‘eccentrica’, perché l’uomo ha perduto il suo centro; l’arte si allontana dall’uomo, dall’umanità e dalla giusta misura, perché lentamente si è consumato l’antico patrimonio della tradizione umanista. Il movimento, che parte da una presa di posizione contro l’uomo e il suo mondo, prosegue con la discesa verso l’inorganico e verso il caos 156.

La ‘perdita del centro’ come caratteristica dello spirito del nostro tempo può essere diagnosticata non solo in base alle opere d’arte, ma anche con altri strumenti delle scienze dell’uomo. Ritroviamo il quadro dell’uomo ‘decentrato’ nella personalità che il sociologo Georg Simmel attribuisce all’abitante delle grandi città 157. La tensione data dalla lotta per l’affermazione della propria individualità rispetto al prevalere della

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cultura di massa si esprime nella tendenza a concentrarsi ‘al culmine’. La vita metropolitana presuppone una consapevolezza eccezionale favorita dalla intensificazione delle stimolazioni nervose interne ed esterne, e una predominanza dell’intellettualità. E il raziocinio, osserva Simmel, «risiede nel livello più superficiale, trasparente e cosciente della psiche» 158. È un’altra forma di ‘decentramento’, non spirituale ma psicologico; responsabile però anch’esso dell'impoverimento antropologico, a cui sono legate varie forme di malessere.

2. Il ‘corpo centrato' e il sacro

Se, come afferma Mircea Eliade, la costruzione di un ‘centro’, quale luogo di rapporto privilegiato con il sacro, è un momento costitutivo dell’esperienza religiosa 159, la perdita del centro ha una ripercussione immediata sulla vita spirituale. Ma il centro da cui irradia il sacro non è solo quello ubicato nello spazio al di fuori deil’uomo, bensì soprattutto quello che coincide con il suo corpo. È questo il centro che è necessario riconquistare in modo prioritario. E la via è la preghiera.

Dal punto di vista della spiritualità cristiana, il nostro modo di pregare (silenzioso, intellettuale, volontaristico, e con la completa esclusione della partecipazione del corpo) è una singolarità che non ha precedenti. Più che un’espressione della tradizione, va considerato come un’invasione surrettizia di puritanesimo. Per contrasto, basti pensare alla tradizione della ‘preghiera pura’ coltivata nella cristianità orientale dal movimento esicasta 160. Cercando di far ‘discendere’ l’intelletto nel

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cuore, gli oranti miravano ad acquistare coscienza della presenza divina. Il mezzo privilegiato era considerato la ‘preghiera di Gesù’ (l’invocazione: «Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me»), ripetuta incessantemente, al ritmo stesso della respirazione. La ‘preghiera pura’ è infatti tutt’altro che mentalismo rarefatto. Si serve di tecniche, come il controllo della respirazione, che hanno un impressionante parallelo nelle tecniche di concentrazione delle religioni asiatiche.

Anche la tradizione cattolica fino alle soglie dell’epoca moderna non conosce la diffidenza per il corpo nella preghiera. Sono note le indicazioni precise circa gli atteggiamenti del corpo che dà s. Ignazio negli Esercizi spirituali.

Perfino la spiritualità domenicana, apparentemente così intellettuale, attribuisce un congruo posto al corpo. S. Tommaso (Summa Theologica II-II, q. 84, a. 2) insegna che la preghiera corporale è perfettamente valida e buona, anche se il nostro cuore e il nostro spirito non vi sono totalmente impegnati. La teologia dell’Aquinate beneficiava indirettamente del ricco insegnamento sulla preghiera corporale che s. Domenico stesso aveva lasciato in eredità al suo ordine. Ne dà testimonianza un documento redatto probabilmente dopo la sua morte: Le nove maniere di pregare di san Domenico 161. Al santo dobbiamo riconoscere una grande libertà e inventività del gesto. La sua preghiera comprende inchini profondi e lenti, prostrazioni, genuflessioni frequenti, l’abbandonarsi alle lacrime (che una lunga tradizione anche liturgica considera un dono), il tenersi «sulla punta dei piedi, le mani levate al cielo»... Riferendoci a questa tradizione, potremmo sentirci incoraggiati ad avere meno inibizioni nel muovere e nell’usare il corpo nella preghiera 162.

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Oltre alla tradizione propria del cristianesimo, esistono in àmbiti religiosi esperienze di preghiera corporea di valore universale. Tra le diverse tradizioni sono possibili influenze reciproche. Una delle novità più clamorose di questi ultimi anni è appunto la penetrazione in Occidente della meditazione orientale, specialmente nella forma assunta dal buddismo zen, proveniente dal Giappone.

Lo zen (il termine equivale a ‘concentrazione’, ‘meditazione assisa’) non è propriamente né una religione, né una filosofìa. Fondamentalmente è un’esperienza personale ed esistenziale, non rappresentabile in termini discorsivi. L’illuminazione (in giapponese satori) è un’esperienza che fa toccare il fondo dell’essere. Tuttavia chi l’ha vissuta la presenta come la cosa più naturale, più rispondente alla natura dell’uomo. È una riconquista del significato elementare delle cose e di se stesso mediante un’adesione immediata all’oggetto, senza mediazione di concetti e parole. Presupposto per essere presi in questa esperienza è l’abbandono della guardia intellettuale.

Il movimento zen fu introdotto in America verso la fine del secolo scorso e si è diffuso in centri di livello scientifico e universitario. Alan Watts ne fu il divulgatore principale e D.T. Suzuki uno dei maestri più ascoltati 163. Lo zen divenne di moda all’epoca della generazione beat. I giovani in rivolta nei confronti della convenzionale concezione scientifica dell’uomo e della natura pensarono di aver trovato nello zen qualcosa di cui avevano bisogno e fecero libero uso di ciò che avevano capito di questa esotica tradizione. Forse quello che i giovani hanno preso per zen ha scarse relazioni con la tradizione originale; ciò che essi ne trassero fu soprattutto un rifiuto di tutto ciò che è positivistico e cerebrale, in senso costrittivo 164.

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In Europa, soprattutto in ambito tedesco, l’interesse per lo zen ha avuto una motivazione specificamente religiosa. Mediato da H.M. Enomiya-Lassalle e soprattutto da K. Dürkheim, che hanno avuto un’iniziazione personale nei monasteri buddisti giapponesi, lo zen è stato diffuso come una tecnica di meditazione perfettamente assimilabile da cristiani 165.

Anche a proposito della comprensione europea dello zen andrebbe posta la questione di quanto corrisponda aH’originale. Malgrado tutti i tentativi di concordismo, gli uomini religiosi dell’Occidente restano coscienti che ciò che viene praticato in Oriente e in Occidente col nome di meditazione è profondamente diverso 166.

La meditatio cristiana è un’attività spirituale che conduce dal mondo sperimentale a Dio che si rivela, alla sua parola e opera di salvezza. È essenzialmente religiosa e domanda una presenza attiva del soggetto, che riflette ed elabora (nella ‘contemplazione’, invece, anch’essa tradizionale in Occidente, il credente accede a una intima, profonda pace, in atteggiamento di accoglienza). La meditazione buddista è invece ‘senza oggetto’. Non è concentrazione di tipo meditativo; non è neppure contemplazione, poiché tende a mantenere la mente completamente vuota da ogni presenza conoscitivo-concettuale. L’effetto della meditazione zen è la sensazione della non-differenza fra l’io e il mondo esteriore. Spontaneamente, senza che vi abbia posto intenzione, il meditante vede crollare le barriere formali fra soggetto e oggetto, fra spirito e contenuto dello spirito, fra idea e cosa proiettata nell’idea.

Ciò che oggi, a seguito del fecondo influsso dello zen, si

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diffonde tra i cristiani con il nome di ‘meditazione’ non coincide esattamente con quanto questo termine designa nelle rispettive tradizioni dell’Oriente e dell'Occidente. Dallo zen si è presa la tecnica, dalla meditazione cristiana l’intenzione profonda. «Preparare l’uomo all’esperienza dell’Essere, aprirlo alla vita della metamorfosi mediante il contatto con l’Essere: tale è lo scopo di ogni pratica meditativa» (K. Dürkheim). Non dunque una ricerca di tipo razionale, una riflessione su un tema; ma neppure l’illuminazione orientale che denuncia l’io e il mondo come illusioni. Piuttosto una via esperienziale all’Assoluto, un cammino verso la ‘realtà seconda’, come l’ha chiamata Balthazar Stähelin 167, vale a dire la coscienza di appartenere a ciò che non è finito. La meditazione consiste nel trovare un ‘centro’ che renda la realtà seconda trasparente. Con la scoperta del vero centro è connesso un rapporto differente con se stesso, con gli altri e con il mondo; un altro stile di vita, un altro modo di essere: la meditazione è, dunque, un cammino di trasformazione. Il processo avviene in noi, nel nostro corpo, grazie al nostro corpo. Per questo, preferiamo dare a questa pratica il nome di ‘meditazione corporea’. Vediamone ora gli elementi costitutivi.

3. La meditazione corporea

La meditazione è un processo che ci conduce al più intimo del nostro intimo, facendoci essere pienamente raccolti e pacifici in profondità. Lo stile di vita odierno è caratterizzato da un risucchio verso la periferia. Così il contatto con gli strati profondi della persona è compromesso. Il centro di gravitazione tende a spostarsi verso gli strati che ci rappresentiamo come superiori, vale a dire la ragione che pensa con chiarezza logica e la volontà intenzionale. È quanto idealmente localizziamo nella testa. Questo spostamento va a spese del contatto con gli strati più profondi, cioè quelli dell’esperienza vitale e

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dell'intuizione, dove non è più in questione la ragione o la testa, ma qualcosa che localizziamo più in basso 168.

La struttura psicologica dell’uomo metropolitano contemporaneo ha un riscontro propriamente fisiologico. La tendenza all’attività frenetica e alla realizzazione personale nelle prestazioni intellettuali e volitive si traduce in un particolare rapporto con il corpo. La percezione del corpo è atrofizzata. «Nella pratica, il senso meno sviluppato, e che è invece il più utile per la personalità (ivi compresa la personalità morale), è il senso interno o propriocettivo. I cinque altri sensi lasciano allo spirito la possibilità di sfuggire, di assorbirsi o proiettarsi nell’oggetto visto, ascoltato, toccato, odorato o gustato. Mentre il senso interno, che non rivela che più o meno oscuramente il corpo in se stesso nella sua sostanza vivente, mette a dura prova l’intelligenza, ed è proprio questa prova che è salutare. Infatti la presenza effettiva al senso interno domanda al mio spirito di lasciare lo schermo mentale per dimenticarsi in qualche modo a vantaggio della sostanza diffusa nel volume delle mie membra e di tutto il mio corpo. Se riconosce sinceramente questa sostanza in se stessa, l’accetterà come irriducibile ai suoi concetti, benché intimamente associata all’unico soggetto che io sono. Sboccia qui un’umiltà fondamentale senza la quale nessun altro grado di umiltà sembra accessibile» 169.

Prendere il cammino dell’universo interiore, rompere il contatto con l’ambiente per raccogliersi in se stesso, concentrarsi per abbandonare le spiagge della vita inautentica, la superficie immediata dell’esistenza: tutto ciò è stato sempre inteso come l’essenza del processo meditativo. Quello che c’è di caratteristico nella meditazione influenzata dalle pratiche orientali è che tutto questo processo si condensa nella riappropriazione del centro naturale del corpo. Si è diffuso anche negli ambienti cristiani che praticano la meditazione corporea il termine giapponese con cui si designa tale centro ideale: bara. Di per sé

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la parola significa ‘ventre’. Essa indica però un atteggiamento d’insieme, che comprende sia l’anima che il corpo, in cui il centro di gravitazione della persona sta nel ventre, le forze che trattengono l’uomo in alto sono in stato di relax, la profondità può esercitare il suo influsso riequilibratore e l’essere umano intero è aperto e disponibile per il contatto con il mistero dell’essere. Lo hara cresce nella meditazione, fino a diventare la disposizione abituale dell’uomo.

Lo strumento privilegiato per accedere a questo centro naturale del corpo e disporsi così all’evento meditativo è la tecnica del respiro. Anche questa è mutuata dalla tradizione orientale, dove alla respirazione è stata dedicata una cura che non trova riscontro nelle culture occidentali. La respirazione non è solo un processo fisiologico che assicura all’organismo la sua riserva di ossigeno, ma un fenomeno che coinvolge tutto l’uomo. È espressione dei processi psichici (le diverse modalità di respiro: affrettato o calmo, mozzo o sciolto, superficiale o ampio e profondo, sono legate a stati d’animo diversi); a sua volta il respiro può influenzare profondamente questi stessi processi psichici ed emotivi. La distorsione dell’equilibrio mediante la rottura con gli strati profondi e lo spostamento del centro di gravitazione verso la testa, di cui soffre la nostra cultura, si manifesta anche nella respirazione. Essa è bloccata inconsciamente nella parte superiore del corpo, creando un’ulteriore tensione. La respirazione toracica tende così a sostituire quella col diaframma. Questo muscolo, che è il grande mediatore del respiro profondo, cade nell’immobilità e si atrofizza. Il movimento di espirazione, di solito, non è condotto a termine: viene frenato, traducendo così un’angoscia viscerale, la paura di morire (di ‘spirare’, appunto). Ciò impedisce di attendere la nuova inspirazione come un dono da ricevere con riconoscenza. Si ‘fa’ la respirazione, invece di ‘lasciarla farsi’. Questo modo di respirare è una manipolazione del movimento naturale della vita che raccoglie le nostre tensioni e fa ostacolo alla trasformazione. La respirazione toracica è l’espressione fisiologica del volere intenzionale, della volontà di autoaffermazione e dell’eccitazione permanente.

Il ricupero della respirazione diaframmatica e del suo ritmo

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naturale permette di ricostruire i ponti con gli strati profondi dell’essere. Ritrovando le nostre radici, ci riannodiamo con quella parte di noi stessi che sfugge alla nostra volontà. Il modo di respirare di una persona traduce il suo atteggiamento generale di fronte alla vita. Quando la respirazione torna ad essere un abbandono armonioso alla natura col suo ritmo di morte e rinascita, si è posta la premessa per la trasformazione esistenziale cui tende la meditazione. Si respira allora nel ventre — lo hara —, che è di fatto il centro geometrico del corpo. La respirazione diaframmatica comunica calma e fa essere se stesso in profondità. Respirazione, distensione, centro del corpo: aspetti diversi dell’unico processo che avviene nella meditazione corporea, cioè un cammino di trasformazione che porta alla nascita di una struttura (Gestalt) nuova.

Il giusto respiro mette in accordo con lo spirito della meditazione ed introduce ad essa. Per definizione, non si può spiegare verbalmente, facendo ricorso a un discorso razionale, l’esperienza che la meditazione rende possibile 170. Per avere almeno un’idea del processo interiore che viene messo in moto, ci si riferisce al ritmo quaternario chiamato ‘ruota della metamorfosi’ (K. Dürckheim). Anche esso è stato mutuato dal buddismo zen.

Il ritmo quaternario è suggerito dal ritmo della respirazione. Quando questa non è deformata da tensioni psichiche e contrazioni fisiologiche, ma si svolge con naturalezza, il rapporto tra espirazione e inspirazione è di tre a uno (due tempi di espirazione, un tempo di pausa e un tempo di inspirazione). Il processo interiore può essere favorito unendo mentalmente ai quattro tempi della respirazione delle parole che esprimono il significato dei diversi momenti che nell’intero cammino ciclico portano alla trasformazione.

Le parole suggerite dai maestri occidentali di meditazione zen sono: ‘mi lascio’, ‘discendo’, ‘mi dono’, ‘mi ricevo’. Sono

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i quattro raggi il cui movimento costituisce la ‘ruota della metamorfosi’. L’insieme realizza anche il ritmo binario di morte-nascita inscritto in ogni respirazione dell’essere vivente: ogni rivoluzione della ruota, ogni respirazione, contiene in sintesi tutta la densità del cammino che si estende per la vita intera. Mentre il corpo resta immobile, si tratta di entrare nel ritmo stesso del respiro, nel lento e profondo movimento del diaframma che va e viene. Il primo tempo è quello dell’espirazione, che induce a ‘lasciare la presa’. Il respiro invita a lasciarsi in quanto persona, centrata e contratta nella parte superiore del corpo, installata in tutto un sistema di sicurezze artificiali, difese e paure, complessi, ruoli e maschere. Abbandonato il centro di gravità situato in alto, che imprigiona l’uomo nel cerchio del piccolo ‘io’ con il quale ci siamo identificati, ci si prepara ad essere invasi da una coscienza diversa, in cui l’atteggiamento fondamentale consiste non tanto nel ‘voler fare’ quanto nel ‘lasciar fare’. Accompagnando l’espirazione, la coscienza può scendere ancora più in basso, verso quel centro di gravitazione, situato nel bacino, che abbiamo chiamato hara. È il secondo tempo dell’espirazione (‘discendo’). L’espirazione, diretta dolcemente ma fermamente verso il basso, veicola le tensioni che traducono una mancanza di fiducia totale e di abbandono, la paura davanti alla vita. Spariscono le contrazioni localizzate nel bacino, traccia di innumerevoli repressioni. La sensazione di essere nello hara suscita un senso di forza diversa da quella che ha origine nella volontà, e genera progressivamente un altro atteggiamento vitale. Parlando dello hara, Dürckheim così descrive questo stato: «Tutto ciò che popola la forma di coscienza abituale è scomparso. Improvvisamente, ciò che era sentito come un vuoto spaventoso dell’io egocentrico diventa una pienezza che le parole non potrebbero esprimere e che penetra la persona intera, dandole forza, luce e calore» 171. È quanto vive il meditante nel vertice di distensione che costituisce il tempo di pausa tra l’espirazione e la inspirazione. Il lasciarsi culmina con naturalezza nell’abbandono, nel dono completo di sé (‘mi dono’).

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Il riflusso del respiro segue non più per comando della volontà, ma per forza propria. È la quarta fase. Come una nascita, la nuova inspirazione viene da sé, la si riceve come un dono; si riceve se stesso come un dono (‘mi ricevo’). E ciò senza abbandonare la posizione alla radice dell’essere, al centro della terra, raggiunta nella fase precedente di abbandono. Lasciando subito la presa, senza violenza, la ‘ruota della metamorfosi’ si rimette in movimento. Con l’esercizio della meditazione, man mano che la distensione si approfondisce, il meditante si calerà maggiormente nel movimento, lasciandosene afferrare interamente.

Una questione è a questo punto inevitabile: la meditazione corporea ha un significato religioso o solo profano? È noto che nella tradizione orientale non si attribuisce alla meditazione un valore religioso, in quanto connesso con una fede e una rivelazione. In quell’ambito culturale la preoccupazione principale è quella di una esperienza umana rettamente fondata nel centro dell’essere. In Giappone l’educazione tradizionale ha sviluppato, oltre alla meditazione, una quantità di esercizi — dal tiro dell’arco, all’arte di intrecciare i fiori (ikebana), alla cerimonia del the — per consentire la giusta disposizione, cioè un’esistenza vissuta a partire dallo hara 172.

I mediatori occidentali della saggezza orientale hanno operato una reinterpretazione in senso religioso, sia naturalistico che propriamente soprannaturale. Hanno presentato la meditazione come un processo che permette di scoprire la trascendenza nel cuore stesso dell’immanenza, valorizzando al massimo

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il movimento di unificazione essenziale dell’essere che compie il meditante. Riscoprendo ciò che è più profondo in sé, l’uomo troverebbe la faccia che è permanentemente rivolta verso Dio.

Cristiani che esercitano la meditazione corporea testimoniano di attingervi un aiuto per vivere il proprio rapporto con Dio nel senso della fede cristiana. La meditazione può essere anche un’esperienza esistenziale rigorosa di unione col Cristo nella sua morte per aver parte alla sua risurrezione. Questa è la ‘ruota della metamorfosi’ del cristiano. Da una visione esteriore del mistero essenziale della fede cristiana la meditazione fa accedere a una comprensione dall’interno. Una comprensione che non è data da una sapienza razionale e dialettica, ma da una saggezza che va incontro alla rivelazione divina percorrendo la via del corpo, sulla traccia esile ma potente del soffio vitale. È la via che, in senso inverso, ha seguito Dio stesso nella rivelazione: «A noi Dio l’ha rivelato per mezzo dello Spirito (la ruah, il soffio di vita). Lo Spirito infatti conosce tutto, anche i pensieri segreti di Dio. Nessuno può conoscere i pensieri segreti di un uomo: solo lo spirito che è dentro di lui può conoscerli. Allo stesso modo solo lo Spirito di Dio conosce i pensieri segreti di Dio» (1 Cor 2,10-11).

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INDICE

Introduzione: Il corpo, tra culto e cultura

parte prima

FIGURE DEL CORPO ALLA RICERCA DI SE STESSO

1. Il corpo come utopia politica

9 1. Il corpo a controcultura

12 2. La filosofia neo-marxista del corpo

16 3. Il corpo vissuto: la lezione della fenomenologia

19 4. Il corpo narcisistico, dopo il corpo utopico?

21 2. Nel laboratorio delle scienze antropologiche

21 1. Questioni nuove sul corpo

25 2. Alla scuola del corpo

29 3. Il corpo al femminile

28 1. Donna, sei il tuo corpo!

31 2. Riappropriarsi del corpo

34 3. Per una differenza senza disuguaglianze

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38 4. Psicoterapia con il corpo

38 1. Nostalgia di una clinica umanistica

40 2. Le psicoterapie a mediazione corporea: una panoramica

48 3. Abbozzo di una teoria antropologica

52 5. Corpo malato — corpo sano: le vie della terapia

52 1. Contro la medicalizzazione del corpo

56 2. Il corpo nelle pratiche mediche non ufficiali

61 3. Verso una concezione olistica della salute

parte seconda

STORIA TEOLOGICA DEL CORPO

71 1. Il cristianesimo è ostile al corpo?

78 2. Il corpo malato nella letteratura ascetica

79 1. Discorsi di esortazione per il tempo della malattia

82 2. L’influenza della scuola francese di spiritualità

88 3. Un nuovo atteggiamento verso il corpo malato

91 3. Il corpo sano: l’ideologia dell’epoca vittoriana

91 1. La salute come ideale

93 2. Il ‘cristianesimo muscolare’ di Kingsley

95 3. Newman: riproposta del modello aristotelico-tomista

99 4. K. Barth: la vita del corpo come obbedienza a Dio

99 1. La vita come dono e come valore

102 2. Etica dell’obbedienza: la volontà di vivere per essere uomo

103 3. La malattia e il comandamento di vivere

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106 5. Verso una teologia sistematica del corpo

106 1. La teologia esperienziale e il corpo vissuto

109 2. Gli studi esegetici sulla corporeità nell’antropologia paolina

111 3. Le dimensioni di una teologia del corpo

parte terza

L’ETICA COME LUOGO D’INTERROGAZIONE SUL CORPO

117 1. Maschile/femminile: l’identità sessuale

119 1. La conoscenza scientifica dell’identità sessuale

123 2. Le turbe dell’identità e dell'orientamento sessuale

126 3. Orientamenti dell’etica cristiana

132 2. La presentazione sociale del corpo

132 1. La decorazione del corpo

134 2. Abbigliamento e moda

137 3. Il corpo nudo

139 4. L’uso del corpo nella pubblicità

142 3. La disciplina del corpo

142 1. L’ascetica corporea

146 2. La nuova educazione del corpo

148 3. La danza per guarire

151 4. Lo sport: vecchie e nuove pratiche

154 4. La ricerca del ‘centro’

154 1. L’uomo moderno ha perso il ‘centro’

156 2. Il ‘corpo centrato’ e il sacro

160 3. La meditazione corporea

[quarta di copertina]

Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: per sua maestà il Corpo è il tempo del trionfo. Nelle utopie politiche delle controculture e nel movimento femminista, nelle scienze antropologiche e nella psicoterapia, in ogni piega della civiltà dei consumi come nelle correnti spirituali che si ispirano all’Oriente, ritroviamo costantemente il corpo in posizione centrale. L’interpretazione del fenomeno è tutt’altro che univoca: la nostra civilizzazione si è veramente «riappropriata del corpo», oppure la riemergenza del corpo è una sensazione illusoria, come un «arto fantasma»? L’innamoramento collettivo per il corpo è la soglia dell’ultima rivoluzione, o ci risucchia in una politica della consolazione nutrita di narcisismo involutivo?

Con questi interrogativi Sandro Spinsanti segue le piste fornite dalle ideologie, dai movimenti e dalle mode culturali del nostro tempo che si richiamano al corpo nel pensiero e nella prassi. Esplora poi, in una seconda parte, il patrimonio storico della saggezza cristiana, domandandosi se esiste un’ostilità verso il corpo specifica del cristianesimo. Affronta infine alcuni problemi relativi ai modi pratici di vivere il corpo, nei quali si esprime la ricerca di un nuovo orientamento morale: abbigliamento e nudismo, i conflitti circa la propria identità sessuale, la disciplina del corpo, le nuove pratiche sportive, il posto del corpo nell’esperienza spirituale.

1 Friedrich Nietzsche può essere considerato il primo pensatore dell’epoca moderna che ha innovato la riflessione sul corpo. Per primo si è reso conto che la distruzione della qualità umana nell’epoca del capitalismo comincia con l’annullamento del corpo. Perciò esaltò il corpo vivo come unico portatore di gioia, di felicità e di autoelevazione. Solo oggi gli studi storico-filosofici riconoscono che il corpo non era per Nietzsche solo una vaga metafora, bensì il suo tema più importante. Cf. H. Schippers, «Am Leitfaden des Leibes». Zur Anthropologie und Therapeutik Friedrich Nietzsches, Stuttgart 1975.

2 J. RubinDo it. Touchstone 1970. L’autore è stato uno degli organizzatori dell’underground di New York; le sue informazioni sono perciò di prima mano.

3 «La maggior parte di ciò che al giorno d’oggi avviene di nuovo, di provocatorio, impegnato, nella politica, nell’educazione, nelle arti, nelle relazioni sociali (amore, corteggiamento, famiglia, comunità), o è opera di giovani che sono profondamente, perfino fanaticamente avversi alla generazione dei loro padri, o lo è di coloro che si rivolgono fondamentalmente ai giovani»: T. Roszack, La nascita di una controcultura. Riflessioni sulla società tecnocratica e sull’opposizione giovanile, Milano 1971, p. 13.

4 R. Dubos, Il Dio interno, Milano 1977, p. 226. Per un’analisi del ruolo svolto dal corpo nella protesta degli anni ’60, cf. H. Kutzner, Erscheinen und Verschwinden des Körpers. Zum Protest der sechziger Jahre, in Körper (numero monografico di Trans, München 1980), pp. 6-12.

5 S. Acquaviva, In principio era il corpo, Roma 1977, p. 20.

6 R. zur Lippe, Naturbeherrscbung am Menschen, I: Körpererfahrung als Entfaltung von Sinnen und Beziehuttgen in der Ära des italienischen Kaufmannkapitals; II: Geometrisierung des Menschen und Repräsentation des Privaten im französischen Absolutismus, Frankfurt 1974.

7 R. Garaudy, Danser sa vie, Paris 1973, p. 13.

8 Cf. J.M. BrohmCorps et politique, Paris 1975.

9 Il pensiero di Marcuse sull’uso repressivo che la società capitalista avanzata fa della desublimazione degli istinti si trova in L’uomo a una dimensione, Torino 1967, e in Eros e civiltà, Torino 1964.

10 Partendo dall’affermazione di Spinoza, per il quale noi non sappiamo ciò che può essere un corpo, dal momento che l’esperienza che ne abbiamo è molto limitata, Fernando Belo, nella sua discussa proposta di una ‘lettura marxista’ del vangelo ipotizza la piena epifania del corpo umano che avverrà solo quando tutte le sue forze attive saranno liberate da una formazione sociale radicalmente socialista: «Se i corpi non sono più affascinati dall’oro e dal denaro, quale produzione farà seguito alla liberazione delle forze di lavoro? quale gioco, nel senso di Nietzsche, sarà il loro? se non sono più repressi dal re, dal potere dello Stato, quale ordine farà seguito alla liberazione delle forze di autonomia? quale danza sarà la loro? se non sono più deviati dal dio e dal lógos, quale scrittura, quale scienza, quale arte farà seguito alla liberazione delle forme di scrittura? quale riso sarà il loro? quale rapporto profano/sacro, quale festa, quale tragico anche, sempre nel senso di Nietzsche?», F. Belo, Lecture materialiste de l’évangile de Marc, Paris 1975, p. 391.

11 Cf. H. PlueggeDer Mensch und sein Leib, Tübingen 1967; Id., Von Spielraum des Leibes, Salzburg 1970.

12 Una scelta antologica, attraverso tutta l’opera di M. Merleau-Ponty, di pagine dedicate al problema del corpo e della percezione, è stata pubblicata in italiano a cura di F. Fergnani, col titolo Il corpo vissuto, Milano 1979. L’ampio saggio introduttivo dello stesso Fergnani situa la riflessione sul ‘corpo vissuto’ nel contesto della filosofia esistenzialista. Cf. anche L. Asciutto, Volontà e corpo proprio nella fenomenologia di Paul Ricoeur, Francavilla al mare 1973.

13 C. Lasch, La cultura del narcisismo, Milano 1981. Fa riferimento soprattutto alla condizione psico-sociale americana, ma è valido anche per l’Europa. Cf. anche R. SennettLes tyrannies de l’intimité, Paris 1979.

14 A. BercoffVivre plus, Paris 1981, p. 67.

15 P. SalomonL’art du corps, Paris 1979.

16 «Queste pratiche psicologizzate fanno risaltare differenziazioni che sono sociali. Queste ‘muscolazioni dirette’, questi ‘sacrifici’ di tempo e d’energia, coronati solo all'ultimo momento dal guadagno interiore, appartengono generalmente ad una piccola borghesia sedotta ancora da impegni rigorosi e pazienti. Ci vuole ancora più abbandono e disponibilità per lanciarsi nelle pratiche corporee totalmente psicologizzate che sono lo yoga, l’eutonia, l’espressione totale. L’approccio in questo caso è più distanziato, più intellettualizzato... Pensando al jogging, si può immaginare uno spettro, in cui il lavoro sulla coscienza cambia secondo l’appartenenza sociale, e in cui le classi più sprovvedute sarebbero più vicine a un impegno direttamente fisico»: G. Vigarello, Les vértiges de l’intime, in Esprit, febbraio 1982, p. 77.

17 Sono esemplari, in tal senso, gli sviluppi dello studio antropologico della danza. I primi studiosi tendevano a considerarla come una risposta primitiva dell’umanità, ereditata dai nostri antenati animaleschi, al bisogno di espressione ritmico-motoria dell’eccesso di energia e della gioia di vivere. Gli evoluzionisti sostenevano che aveva maggiore importanza presso i popoli primitivi, e che sarebbe stata abbandonata con il progredire della civilizzazione. Gli studi più recenti, considerandone gli aspetti simbolici e l’integrazione nel contesto culturale, hanno reso giustizia alla danza: ora si comprende meglio il significato antropologico che riveste ai fini della creatività e della comunicazione: cf. A. Peterson Royce, The Anthropology of Dance, Bloomington London, Indiana Univ. Press 1977.

18 Il principale studioso di cinesica, Birdwhistell, ha dato alla disciplina un carattere behaviorista: ha studiato solo le funzioni sociali-comunicative della gestualità e della mimica, non il corpo come portatore di significati. Un’acquisizione importante della cinesica rimane, comunque, la costatazione che quasi ogni genere di comportamento legato al corpo e al movimento è condizionato culturalmente. Cf. R.L. BirdwhistellKinesics and context: essays on body-motion communication, Philadelphia 1970. La quasi totalità degli studi antropologici sul corpo e la comunicazione non verbale è redatta in inglese. Tra le più importanti, segnaliamo: J. Benthall-T. Polhemus (edd.), The body as a medium of expression, London 1975; J. Blacking (ed.), The anthropology of the body, London 1977; M. DouglasNatural symbols: explorations in cosmology, London 1970; R. HindeNon-verbal communication, Cambridge 1972. A carattere divulgativo sono disponibili in italiano: E.T. Hall, Il linguaggio silenzioso, Milano 1968; J. Fast, Il corpo parla, Milano 1979; R. Kurtz-H. Prestera, Il corpo rivela, Milano 1978.

19 D. Morris, L’uomo e i suoi gesti, Milano 1978. Gli etologi sono in genere allineati su posizioni neo-universalistiche. Secondo le loro teorie, le espressioni facciali che sopravvengono in situazioni di risposta istintuale (come spavento, rabbia estrema ecc.) non sono culturalmente variabili. Il fatto che poche espressioni facciali specifiche possano essere universali non può, in ogni caso, mettere in ombra la costatazione che le altre espressioni del corpo variano sensibilmente da una società all’altra, come hanno conclusivamente dimostrato gli studiosi di cinesica.

20 Per ‘tecniche del corpo’ M. Mauss intende «i modi in cui gli uomini, società per società, in modo tradizionale sanno servirsi del loro corpo». Anteriormente alle tecniche che si servono di strumenti esiste l’insieme di tecniche del corpo. Il confronto etnografico permette di capire che non esiste un ‘modo naturale’ di camminare, correre, nuotare, tenere le mani ecc. presso l’adulto: in ogni cultura tali comportamenti sono modellati dall’educazione, e possono differire anche sensibilmente da una società all’altra. Nel suo classico studio Mauss classifica le tecniche del corpo seguendo la biografia normale dell’individuo: tecniche della nascita e dell’ostetricia; tecniche dell’infanzia e dell’adolescenza; tecniche dell’età adulta (del sonno, della veglia, dell’attività e del movimento, della corsa, della danza, del nuoto, della cura del corpo, della consumazione e della riproduzione): M. Mauss, Les techniques du corps, in Journal de psychologie 32 (1936), 271-293.

21 «Il corpo sociale esercita una pressione sul modo in cui il corpo fisico è percepito. L’esperienza fisica del corpo, sempre modificata dalle categorie sociali attraverso le quali esso è conosciuto, conferma un particolare modo di vedere la società. C’è un continuo scambio di significato tra questi due generi di esperienza corporea, sicché ognuno rafforza le categorie dell’altro» in M. Douglas, Natural symbols: explorations in cosmology, London, The Cresset Press 1970, 65. Il corpo umano trattato come immagine della società è il fondamento della metafora che troviamo anche in Paolo (1 Cor. 12,12 ss).

22 Cf. M. Argyle, Il corpo e il suo linguaggio, Bologna 1982.

23 A.H. MaslowReligions, values, and peak-experiences, New York, Viking Compass Book 1970.

24 Cf. G. Amendt, Die Gynäkologen, Hamburg 1982: una documentata requisitoria contro la medicina ginecologica, o meglio contro la corporazione dei ginecologi. A suo avviso, è una finzione che il ginecologo sia solo il medico che cura gli organi sessuali malati della donna. Nella ginecologia, in realtà, avvengono cose che hanno a che fare con potenti tabù, generano ansia, e partecipano della lotta sorda tra uomini e donne. Alle donne vien fatto credere che il miglior modo per aiutare se stesse è quello di affidare con fiducia i loro organi agli uomini. Ma l’analisi delle pratiche ginecologiche relative alle operazioni non necessarie, alla sterilizzazione, al controllo delle nascite e all’aborto dimostra che nella medicina ginecologica si traduce in atto una forma di dominio assoluto che gli uomini vogliono esercitare sulle donne. Amendt paragona la ginecologia a un tumore che si estende in modo inarrestabile su tutti gli ambiti della vita della donna: «vuol includere tutti gli aspetti della vita delle donne e delle ragazze, vuol stabilire ciò che è sano, ciò che è malato, ciò che è costumato, femminile, normale, ciò che è sconveniente e ciò che è svantaggioso per gli uomini [...]. Si ritiene competente per tutto».

25 E. Sullerot, Il fenomeno donna, Milano 1978, p.284.

26 The Boston Women’s Health Book Collective, Noi e il nostro corpo, Milano 1974. Il sottotitolo originale inglese (Our Bodies, Ourselves) fa assumere l’identificazione culturale della donna con la sua corporeità, vissuta in modo riduttivo, per farne il punto di partenza di una riscoperta antropologica. La citazione riportata nel testo è presa dalla conclusione dell’introduzione, p. 13.

27 Cf. Ehrenreich, Le streghe siamo noi, Milano 1973.

28 Cf. la «guida a una gravidanza e a un parto felice» scritta da R. e G. Forleo, Figlio figlia, Milano 1983.

29 Cf. E. Figes, Il posto della donna nella società degli uomini, Milano 1970. Una panoramica documentata è offerta dalla Sociologia della condizione femminile, di F. Bonazzi e G. Catelli (edd.), Roma 1977, con vasta bibliografia ragionata, pp. 97-115. Lo sfruttamento della donna nell’ordine patriarcale è spiegato da E. Fromm, Avere o essere?, Milano 1977, come predominio della modalità dell’avere che si realizza nel possesso di esseri viventi.

30 D. Maraini, Quale cultura per la donna?, in Aa.Vv., Donna, cultura e tradizione, Milano 1976, pp. 60-66.

31 Cf. O. Thibault, La domination du sexe mâle: phénomène biologique ou culturel?, in La revue nouvelle, 30 (1974/1), 44-51. Una documentazione storica sugli abusi causati dall’ambiguità dei termini ‘natura’ e ‘naturale’ per giustificare a posteriori i ruoli assegnati dal sesso dominante e sulla corresponsabilità della teologia cattolica nel rafforzare, con un’interpretazione maschilista dei dati della Scrittura, le ideologie profane, si può trovare in J.-M. Aubert, La donna. Antifemminismo e cristianesimo, Assisi 1976, spec. pp. 116-131. La responsabilità del pensiero cristiano nella creazione dell’immagine tradizionale della donna è sottolineata anche da F. Queré, Les femmes de l’Évangile, Paris 1982.

32 La validità e i limiti della politica di emancipazione femminile del movimento operaio sono obiettivamente considerati da C. Ravaioli, La questione femminile, Milano 1976 (specialmente «La riappropriazione del corpo. Intervista con Giovanni Berlinguer», pp. 89-110).

33 E. Moltmann-Wendel, Libertà, uguaglianza, sororità, Brescia 1979 identifica le tappe del processo di emancipazione della donna dall’illuminismo ad oggi nell’emancipazione politico-culturale, nell’autonomia economica, in quella sociale e in quella del corpo. È da ricordare che anche la Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963) indica l’ingresso della donna nella vita pubblica tra i «fenomeni che caratterizzano l’epoca moderna».

34 La rivendicazione dell’autonomia del proprio corpo, che si prolunga nella libertà sessuale, può nascondere un modo ingannevole di scoprire il proprio corpo: «Oggi una donna che proclama: ‘Il corpo è mio’ spesso si illude. Anche se il suo corpo non è più di lui — del maschio oppressore — questo non vuol dire che il corpo per forza le appartenga. Poter dire ‘il corpo è mio’ presuppone che attraverso la presa di coscienza del corpo la donna se ne sia impadronita. Perché il corpo le appartenga bisogna che ne conosca desideri e possibilità e che osi viverli. Solo quando li vive, una donna (o un uomo del resto) rifiuta di accettare una cosa senza viverla. Solo quando ci conosciamo profondamente rifiutiamo di non essere conosciuti e cerchiamo finalmente di conoscere l’altro». T. Bertherat, Guarire con l'antiginnastica, Milano 1978, p. 151.

35 M. Hébrard, Dieu et les femmes, Paris 1982.

36 I tentativi di innovazione sono venuti dalla scuola ungherese, capeggiata da Sandor Ferenczi. Questi proponeva una tecnica più attiva, in cui l’agire corporeo fosse un veicolo alla formazione di associazioni, utili all’interpretazione. Freud non era disposto a fare nessuna concessione circa la tecnica, per cui fu inevitabile il distacco. Quanto a Reich, che all’inizio della sua carriera era uno degli allievi più brillanti di Freud, fu escluso dalla società psicoanalitica internazionale nel 1934. Per approfondimenti del problema del corpo in psicoanalisi, cf. K. Strzyz, Überlegungen zur Funktion des Körpers in der psychoanalitischen Therapie, in Trans 1 (1980) 71-77; il cap. III in W. Pasini-A. Andreoli, Eros et changement. Le corps en psychothérapie, Paris 1981, 49-64 (ora anche in trad. it., Il corpo in psicoterapia, Milano 1982).

37 Cf. W.B. Cannon, The Wisdom of the Body, New York 1932, per il concetto fondamentale di omeostasi. In una delle poche esposizioni organiche della terapia della Gestalt dovuta allo stesso Perls, viene sviluppata l’opposizione tra l’autoregolazione e la regolazione esterna dell’organismo. Nell’auto-regolazione «l’organismo è lasciato solo a prendere cura di se stesso, senza intromissioni dall’esterno. Io credo che questa è la grande cosa da capire: che la consapevolezza per sé — da sé e di se stesso — può essere curativa. Perché con la piena consapevolezza diventi consapevole di questa auto-regolazione organismica, puoi lasciare che l’organismo prenda la mano senza interferire, senza interrompere: possiamo fidarci della saggezza dell'organismo. E in contrasto a ciò sta tutta la patologia dell’auto-manipolazione, del controllo ambientale, ecc., che interferisce con questo sottile auto-controllo organico», F. Perls, La terapia della Gestalt parola per parola, Roma 1980. Cf. anche F. Perls-R.F. Heffeline-P. Goodman, Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Roma 1971.

38 Tra le rassegne più complete, per un’informazione generale, A. Ancelin Schützenberger-M.J. Sauret, Il corpo e il gruppo, Roma 1978; W. Pasini-A. AndreoliEros et changement. Le corps en psychothérapie, Paris 1981; U. VoelkerDer Körper und die gesunde Persönlichkeit, in Humanistische Psychologie, Weinheim-Basel 1980, 219-226.

39 È necessario tener presente la differenza tra riposo e rilassamento. Con il rilassamento si intende in psichiatria uno sforzo personale attivo, diretto a ottenere l’abolizione dell’attività muscolare con la quiete della mente. Il rilassamento terapeutico è qualcosa di più del riposo: è una specie di recupero in profondità, indispensabile quando ci si viene a trovare in situazioni di ansia o di stress cronico. Tradizionalmente, sia in Oriente che in Occidente, sono stati elaborati intuitivamente dei metodi per raggiungere efficacemente il rilassamento (dalle danze dei dervisci alle tecniche di concentrazione degli yoghi). Qui ci occupiamo dei metodi di rilassamento sviluppatisi in ambito scientifico.

40 «Per una sere di ragioni, stiamo diventando una società che ‘tiene lontane le mani’. Esiste una profonda fame di contatto fisico, di toccare e di essere toccati. Troppe persone sono affamate di questa forma di comunicazione umana più fondamentale di tutte. È fame di essere riconfermati nella certezza che dentro la nostra pelle noi siamo ‘qualcuno’; che dentro la pelle degli altri c’è ‘qualcuno’, proprio come noi. È, letteralmente, una ‘fame di pelle’», S.B. Simon, Caring, Feeling, Touching, Niles, 111. 1976, p. 101. Sul bisogno umano di contatto, le diverse tecniche di massaggio e la relazione terapeutica attraverso il massaggio, cf. il cap. sui massaggi in W. Pasini, Eros et changement, cit., p. 217-226; cf. anche A. Montagu, La peau et le toucher. Un premier langage, Paris 1979.

41 Cf. W. Reich, L’analisi del carattere, Milano 1973. Il pensiero di Reich è stato particolarmente innovativo e originale nel mostrare come il carattere, sia nella sua componente fisica che in quella psichica, si struttura di fatto sotto l’influenza delle pressioni esteriori socio-economiche. Per il suo tentativo di coniugare l’analisi psichica dell’individuo fatta da Freud con quella sociale del potere ad opera del marxismo, Reich è stato scomunicato dai custodi tanto dell’una quanto dell’altra ‘ortodossia’. La chiave di volta della prima fase del suo pensiero — riflessa soprattutto nell’opera La rivoluzione sessuale — è costituita dal conflitto tra i bisogni istintuali-biologici dell’uomo e la sua condotta sociale. Le ricerche sull’ ‘energia organica’, intraprese nell’ultima fase della sua vita, furono condotte nella diffidenza generale, in condizione di isolamento.

42 La letteratura sulla bioenergetica comincia a diventare ampia. Si vedano almeno le principali opere di A. Lowen, alcune già tradotte in italiano: La depressione e il corpo, Roma 1980; Il linguaggio del corpo, Milano 1978.

43 Un sussidio per acuire la capacità istintiva di interpretare ciò che la struttura, la posizione e la fisionomia rivelano delle persone si può trovare in R. Kurtz-H. Prestera, Il corpo rivela, Milano 1978. Il corpo, secondo gli autori, rivela il modo di essere nel mondo di una persona: i suoi traumi passati e la personalità presente, i sentimenti espressi e quelli non espressi; il corpo rivela la persona; o piuttosto, è la persona.

44 Cf. F. Perls, La terapia della Gestalt parola per parola, Roma 1980. Suggerimenti e tecniche per l’ampliamento della consapevolezza sensoriale in F. Perls-R.F. Hefferline-P. Goodman, Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Roma 1974.

45 R. Kurtz-H. Prestera, Il corpo rivela, cit., p. 146.

46 Cf. H. PetzoldGegen den Missbrauch von Körpertherapien, in Die neuen Körpertherapien, Paderborn 1977, 478-489.

47 Cf. R. DubosThe mirage of health: utopian progress and biological change, New York 1959.

48 I. Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Milano 1977, p. 139 s. La pubblicazione del libro ha suscitato un ampio dibattito sulla medicalizzazione della vita e della morte e sulla spinta alla delega allo specialista: cf. Illich risponde dopo «Nemesi medica», Assisi 1978 (riproduce la registrazione di un seminario al quale ha preso parte lo stesso Illich).

49 I. Illich, Nemesi medica, cit., p. 86.

50 Oms, Promotion et développement de la médecine traditionnelle, rapporto tecnico n. 622, Ginevra 1979.

51 Cf. M. Foucault, La nascita della clinica, Torino 1969.

52 Il rapporto con il corpo intrattenuto dalla medicina tradizionale e popolare è ampiamente analizzato dal numero monografico di AutrementPanseurs de secrets et de douleurs (15/1978), soprattutto F. Loux, Médecins et guérisseurs: deux rapports au corps, pp. 190-192.

53 Cf. P. DelaunayLa médecine et l’Église. Contribution à l’histoire de l’exercice médical par les clercs, Paris 1948.

54 M.F. MorelLes curés, les paysans: un même langage, in Autrement 15/1978, pp. 63-72.

55 J. Sarano, Significato del corpo, Roma 1975.

56 V. v. Weizsäcker, Pathosophie, Göttingen 1956 (soprattutto il cap. sulla Biographik, pp. 241-263); Id., Der kranke Mensch, Stuttgart 1951, p. 352 ss.

57 Si veda, come una chiara indicazione di tendenza, The holistic health handbook. A tool for attaining wholeness of body, mind and spirit, Berkeley 1979. Cf. pure K.R. Pelletier, Holistic medicine, New York 1980. Un’efficace presentazione dei presupposti e degli intenti del movimento di medicina olistica in N. Cousins, La volontà di guarire, Roma 1982, specialmente il cap. ‘Salute olistica e guarigione’. L’autore, pure aderendo alla medicina olistica, vede il pericolo di una frammentazione e una confusione generale all’interno del movimento. È necessario soprattutto non perdere di vista l’obiettivo dei sostenitori della salute olistica: «spostare l’attenzione dalla conoscenza della malattia alla conoscenza degli esseri umani in cui esiste la malattia» (p. 84).

58 In molte culture si ritrova un digiuno con finalità estatiche. Si sottopone il corpo alla più dura privazione per provocare positivamente una specie di «uscita da se stesso». Si sa, per esempio, che nelle culture indiane dell’America settentrionale l’adolescente si ritirava a digiunare a lungo in luoghi solitari per realizzare, al culmine dell’esperienza, il sogno o la visione che gli indicavano il suo destino. Il digiuno di Gesù nel deserto, prima dell’inizio della sua missione (Mc. 1,12 ss.), appare più affine a questo tipo di digiuno iniziatico che al digiuno dei monaci. Il digiuno a finalità estatiche può ricorrere anche fuori di un quadro di riferimento religioso. Lo ha intuito la scrittrice Marguerite Yourcenar, la quale fa dire all’imperatore Adriano, reso emblema della saggezza pagana, che il digiuno prolungato conduce a «quegli stati prossimi alla vertigine, durante i quali, il corpo, in parte libero dal suo peso, entra in un mondo che non è fatto per lui, che gli offre in anticipo un’immagine della gelida levità della morte» (in Mémoires d’Hadrien). La morte per inedia può rappresentare una specie di orgia alla rovescia, in cui la sostanza vitale invece di essere esaltata si esaurisce. È un’esperienza non priva di un certo fascino morboso. Per gli psichiatri ha un nome preciso: si chiama 'anoressia mentale’ e miete numerose vittime, specie tra le adolescenti.

59 Cf. H.M. Shelton, Digiunare per guarire, Roma 1981 (Shelton è il fondatore della Health School di Chicago ed è considerato uno dei più importanti igienisti viventi; al digiuno attribuisce una straordinaria efficacia terapeutica; il suo sistema è adottato da molti medici che prescrivono il digiuno come terapia); A. Cott, Digiuno, via di salute, Como 1982, con ampia appendice bibliografica e documentaria.

60 È l’osservazione di un rabbino contemporaneo, il quale si dichiara sorpreso nel trovare nei vangeli così poca «dottrina» e tanto, invece, a proposito del guarire e del mangiare: L. Blue, A taste of heaven. Adventures in Food and Faith, London 1977, p. 33.

61 Cf. D. Gorce, Corps (spiritualité et hygiène), in Dictionn. de Spirit.,II-2, Paris 1953, c. 2342.

62 Una panoramica storica equilibrata degli atteggiamenti cristiani verso il corpo, con particolare interesse al periodo medievale, è offerta da F. Bottomley, Altitudes to the Body in Western Christendom, London 1979.

63 È già istruttiva la prospettiva linguistico-lessicale: «L’ebraico non ha un termine per indicare il corpo. Questo dipende dal fatto che nel pensiero dell’Antico Testamento la distinzione tra materia e forma non viene mai sottolineata. Così pure, l’uomo non immagina se stesso come colui che si forma come individuo in possesso della massima perfezione possibile, partendo dalla materia che gli è propria. L’artista che dà forma all’argilla non è l’uomo; Dio è colui che può mandarla in frantumi. E neppure l’uomo concepisce se stesso primariamente come un individuo distinto da altri, quasi che fosse essenzialmente un microcosmo. Infine, manca la distinzione tra corpo e un io vero e proprio, come se l’uomo fosse quello che è prescindendo dal suo corpo carnale»: E. Schweizer, sôma, in Grande lessico del N.T., vol. XIII, Brescia 1981, c. 755. Cf. anche J.H.T. Robinson, Il corpo, Torino 1967, pp. 13-16. Per l’antropologia veterotestamentaria, cf. W.H. Schmidt, Dizionario biblico. Teologia dell’A.T., Milano 1981, alla voce ‘carne’, p. 54 s.

64 Diversa è la concezione platonica, riassunta nel mito, esposto nel Fedro, della caduta dell’anima nel corpo. Il mito è stato spesso ripreso nella patristica orientale, specialmente da Origene. Ma anche questa concezione presuppone la nozione della strumentalità del corpo: nello stato di caduta, dovuto al peccato, l’anima ha bisogno del corpo e le è indispensabile valersi dei suoi servizi.

65 Il nudo gotico non deve niente al nudo classico. K. Clark, The nude, London 1956, lo chiama «the Alternative Convention», e rileva le analogie con l’architettura gotica e le curve ogivali. Anche secondo l’autorevole storico dell’arte A. Hauser, l’arte gotica mostra una sensibilità, un’intimità di esperienza, un’interiorità di sentimento, sconosciute anche al più sensibile artista del mondo antico. A suo avviso, «questa sensibilità è il particolare effetto di un’interpretazione dello spiritualismo cristiano e del sensualismo che si risveglia nell’arte gotica», A. Hauser, The Social History of Art, vol. I, London 1962, p. 221 s.

66 «È difficile trovare un’epoca della storia dell’Occidente la cui letteratura abbondi in descrizioni della bellezza del corpo nudo, del vestirsi e dello spogliarsi, di bagni di eroi ad opera di donne e ragazze, di notti di nozze e di copule, di visite e di inviti a letto, come fa la poesia cavalleresca e il medioevo così rigido moralmente [...]. La poesia d’amore cavalleresca è, nonostante il suo sensualismo, completamente medievale e cristiana», A. Hauser, cit., p. 198.

67 Cf. A.O. LovejoyThe Great Chain of Being, Cambridge, Mass. 1936.

68 Secondo lo storico Michel de Certeau, la spaccatura moderna, che si è prodotta tra la fine del sec. xv e l’inizio del xvii sec., può essere espressa facendo ricorso a un bel mito antico e medievale: «Un albero rovesciato rappresenta il corpo. Celeste ne è la radice, e terrestre il fogliame. Visto dall’alto, questo albero è uno, dal basso è plurale. Una simbolica celeste tiene la sua unità. La spaccatura sarebbe la sezione del tronco. La simbologia si isola, astratta rappresentazione, o si dissolve, sospetta credenza. Ridotto alla sua parte terrestre, l’albero si spande al suolo, in elementi slegati e disseminati. Ormai, con questi frammenti messi in mostra al modo di un lessico, con questo vocabolario corporeo di teste, cuori, ventri, o mani, si può comporre un numero indefinito di corpi. Mille combinazioni sono possibili. Sono i corpi barocchi, ma anche i primi corpi scientifici, per esempio i montaggi della medicina che, nel sec. xvii, mettono insieme diversi elementi corporei secondo le leggi di una fisica da choc. Con pezzi separati, si producono corpi inventati secondo un modello meccanico che sostituisce la simbolica antica». L’intervista con de Certeau è contenuta nell’articolo: Histoires de corps, nel fascicolo monografico di Esprit (n. 62, febbraio 1982) dedicato a Le corps... entre illusions et savoirs, pp. 179-185.

69 B. Pascal, Il buon uso delle malattie, Brescia 1959. La sorella di Pascal riporta che, durante la sua ultima malattia, a coloro che gli esprimevano la loro pena, rispondeva che «quanto a lui, non ne aveva alcuna, e che anzi aveva timore di guarire [...]. Perché conosco il pericolo della salute e i vantaggi della malattia [...]. Non mi compiangete: la malattia è lo stato naturale dei cristiani perché si è in essa come si dovrebbe sempre essere, cioè nella sofferenza, nei mali, nella privazione di tutti i beni e dei piaceri dei sensi, esenti da tutte le passioni, senza ambizione, senza avarizia e nell’attesa continua della morte. Non è così che i cristiani dovrebbero passare la loro vita? non è una grande felicità quando si è per necessità in uno stato in cui si ha l’obbligo di essere? Non si ha altro da fare che sottomettervisi umilmente e pacificamente»: M.me Perrier, Vie de Blaise Pascal, Paris 1923, t. 1, pp. 109-110.

70 Per una rassegna documentata dell’atteggiamento morale richiesto al cristiano malato da tale letteratura ascetica, cf. S. Spinsanti, Etica cristiana della malattia, Roma 1971, pp. 25-48.

71 I discorsi sulla provvidenzialità della malattia possono raggiungere degli eccessi veramente irritanti per la nostra sensibilità. Un esempio, tra i tanti possibili: «Voglio farti persuaso di una tale verità che al primo aspetto ti parrà strana, e sai qual è? È questa: che tu sei più fortunato di chi gode buona salute, ricchezze e onori [...]. La ringraziasti mai la Provvidenza perché ti mise in tale stato che ti fa come alieno al mondo, e perché ti ha mandato questa malattia per distaccartene affatto, e forse acciocché tu non corressi pericolo di andare coi ciechi mondani alla perdizione?», E. Guerra, Gesù al cuore dell’ammalato, Bologna, s.d., p. 21 s.

72 Cf. R. Plus, La folie de la Croix, Paris 1955, p. 14. Sullo sviluppo storico della finalità apostolica della sofferenza cristiana, cf. Guzman del Val, El valor apostólico del sufrimiento, Roma 1963 (tesi inedita nella P.U.G.).

73 H. BremondHistoire littéraire du sentiment réligieux en France, III: L’École française, Paris 1923, p. 23.

74 H. Bremondibid., p. 29.

75 H. Bremond, ibid., p. 360.

76 Condren, citato da J. Galy: Le sacrifice dans l’École française de Spiritualité, Paris 1951, p. 241.

77 Olier, Lettres, II, p. 158.

78 Olier, Introduction à la vie chrétienne, cit. da Pourrat, La spiritualité moderne, III, Paris 1927, p. 54.

79 Condren, Lettres spirituelles, passim; cit. da Bremond, op. cit., p. 372.

80 Olier, Lettres, I, p. 426.

81 Cf. Pourrat, La spiritualité chrétienne, cit., p. 535.

82 CondrenConsiderations sur les mystères de Jésus-Christ, Paris 1882, p. 74.

83 J. Galy, Le sacrifice dans l’École française de Spiritualité, cit., p. 241.

84 J.B. Bossuet, Réflexions sur l’agonie de Jésus Christ, in Doctrine spirituelle, Paris 1908, p. 230.

85 Bossuetibid., p. 246.

86 BremondHistoire littéraire..., op. cit., p. 387.

87 Il termine ‘dolorismo’ fu lanciato da Paul Souday nella critica a La possession du monde di Duhamel. Egli lo definiva come «la teoria dell'utilità, della necessità, dell’eccellenza del dolore». Il neologismo di Souday è divenuto usuale dopo essere stato ripreso da Julien Teppe, che pubblicò nel 1935 il suo Manifesto del Dolorismo sotto il titolo Apologie pour l’anormal, poi una Revue doloriste, e infine il suo testamento filosofico, il Manuel du désespoir. Il Vocabulaire philosophique del Lalande definisce il dolorismo come una «dottrina che attribuisce un alto valore morale, estetico e soprattutto intellettuale al dolore — principalmente al dolore fisico —, non soltanto perché rende l’uomo sensibile alle sofferenze altrui, ma perché ferma le pulsioni della vita animale e permette così allo spirito di acquistare un’egemonia particolarmente efficace per la creazione artistica e letteraria». Per una informazione esauriente sull’origine del dolorismo e le prime vicende di questo movimento, cf. G. de Lacaze-Duthiers, Introduction à une bibliographie du Dolorisme, Paris 1946.

88 R. Regamey, Dolorisme?, in Présences 71 (1960), pp. 3-12.

89 La più esauriente raccolta di materiali e discussione critica è offerta dal saggio di B. Haley, The healthy body and Victorian culture, Cambridge-London 1978. È utile tener presente la definizione di lavoro della salute vittoriana utilizzata dallo stesso Haley: «Salute è lo stato di crescita e sviluppo costituzionali in cui i sistemi corporei e le facoltà mentali inter-operano armoniosamente sotto la spinta diretta della forza dell’energia vitale o di quella indiretta della volontà morale, o di ambedue. I suoi segni sono, soggettivamente, un senso di interezza e di disinvolta capacità e, esternamente, la produzione di un utile, creativo lavoro. Tutto ciò è espresso più semplicemente nel detto: mens sana in corpore sano» (p. 21).

90 H. SpencerEducation: Intellectual, Moral, and Physical, Appleton 1860, p. 222.

91 Th. CarlyleOn Heroes and Hero-worship, London 1841; trad. it., Torino 1941.

92 «Il suo ideale è un uomo che teme Dio ed è in grado di percorrere mille miglia in mille ore; che respira la libera aria di Dio sulla ricca terra di Dio, e che allo stesso tempo può colpire uno sciocco, curare un cavallo e far girare le carte da poker intorno alle dita»: così T.C. Sandars, recensendo il romanzo di Kingsley, Two Years Ago, sul Saturday Review (21 febbraio 1857).

93 Charles Kingsley: His Letters and Memories of His Life, London 1879, I, p. 267.

94 Ivi, p. 87.

95 Ivi, II, p. 259.

96 J.H. NewmanGrammar of Assent, London 1870 (trad. it., Brescia). La polemica tra Kingsley e Newman è stata esaminata nei suoi presupposti filosofici da W. Houghton, The Issue between Kingsley and Newman, in R.O. Preyer (ed.), Victorian Literature: Selected Essays, New York 1967, pp. 1-12.

97 J.H. NewmanThe Idea of a University Defined and Illustrated, 1852; nuova ed. New York 1947, p. 450.

98 Ibid., p. 378.

99 La perfezione intellettuale «è quasi profetica per la sua conoscenza della storia; raggiunge quasi l’esame di coscienza per la sua conoscenza della natura umana; ha quasi una carità soprannaturale per la sua libertà dalla grettezza e dal pregiudizio; ha quasi la risposta della fede, perché niente la può spaventare; ha quasi la bellezza e l’armonia della contemplazione celeste, tanto intima è con l’eterno ordine delle cose e con la musica delle sfere»: ibid., p. 123. Quasi...: ma è proprio quel quasi che costituisce tutta la differenza!

100 La parzialità è ammessa da Barth stesso nella prefazione al tomo 4 del terzo volume. Avverte che non bisogna aspettare di trovarvi un’etica cristiana completa, in quanto si limita alla sola prospettiva creaturale. Le pagine che ci interessano si trovano nel vol. 16° della traduzione francese: K. Barth, Dogmatique, vol. III/4, parte II, Genève 1965.

101 L’uomo che è oggetto del primo intervento di grazia non è l’uomo ‘naturale’, ma già l’uomo destinato alla salvezza. La creazione è stata fatta in vista del Popolo di Dio. Con la creazione Dio ha preparato il teatro in cui si sarebbe sviluppato il destino d’Israele. Cf. K. BarthDie Kirchliche Dogmatik, III Die Lehre von der Schöpfung, 1. Teil, Zollikon-Zürich 1957, pp. 106-107 e 261-262.

102 Dal momento che Israele ha pensato i suoi rapporti con Jahvé nel quadro di un’alleanza, anche il dono della terra da abitare nella sicurezza e tutti i presupposti ‘naturali’ all’esistenza dell’uomo furono visti come frutto di un’alleanza, e precisamente di quella stipulata con Noè e con tutti i suoi discendenti, dopo la distruzione della vecchia umanità (cf. Gen. 8,20; 9,17). Il significato salvifico dell’alleanza con Noè è stato sottolineato con insistenza da J. Daniélou (cf. ad es., Les saints païens de l’Ancien Testament, Paris 1956, pp. 55 ss.). Cf. anche G. Lambert, Il n’y aura plus jamais de déluge, in N.R.Th. 87 (1955), pp. 601 ss.

103 «Tra tutti questi benefici, ce n’è uno che li riassume e li domina e, con la sua natura complessa, li situa tutti in una prospettiva determinata: è il possesso della Terra Promessa», J. L’Hour, La morale de l’Alliance, Paris 1966, p. 87.

104 Cf. K. BarthDogmatique, trad. franc., vol. 16°, Genève 1965, p. 17.

105 K. Barthibid., pp. 14-15.

106 K. Barthibid., p. 37. Questo atteggiamento etico non si confonde con letica ‘vitalista’ propugnata, per esempio, da A. Schweitzer, secondo cui il bene consiste nel mantenere e favorire la vita, e il male nel distruggerla e ostacolarla. Il motivo del nostro atteggiamento etico non è la vita, ma il comandamento di Dio a proposito della vita.

107 Ecco per esempio, nella descrizione di un rappresentante eminente della corrente nota come ‘medicina antropologica’, che cosa implica dal punto di vista organico Tesser in salute: «L’uomo in salute prova un sentimento di gioia e di forza. Egli vive senza sentire come, senza sentire i suoi organi, in uno slancio naturale che lo spinge a svilupparsi e a compiersi. È all’altezza di parecchie difficoltà e si trova largamente preservato da numerosi pericoli; soprattutto, è pronto a darsi al lavoro e all’azione gioiosamente, anche senza pena», R. Siebeck, Medizin in Bewegung. Klinische Erkenntnisse und ärztliche Aufgaben, Hannover 1949, p. 486.

108 Molto incisive alcune osservazioni di Barth: «Si pensa non senza sgomento alla folla di gente per la quale la salute in sé e come tale è uno scopo essenziale, o anche lo scopo per eccellenza, e che non vive che per essa. Poiché non cessano d’impietosirsi sul loro corpo e sul loro stato psichico, poiché si interessano unicamente a ciò che può loro far del bene o nuocere, ecco che il sole, l’aria e l’acqua, la virtù delle piante e dei frutti, la bellezza della pelle abbronzata e la potenza dei muscoli ben temprati, ma anche forse una quantità di possibilità della medicina e della psicologia, senza parlare dei rimedi da ciarlatano, sono diventati per essi delle specie di demoni benefici ai quali accordano la loro attenzione e il loro credito, e che si mettono a coltivare con una passione e un entusiasmo che tradiscono fino a che punto essi sono, in realtà, dei malati», K. Barth, ibid., p. 38. L’acuto teologo anticipa una critica al movimento salutista di massa che è diventato attuale solo di recente.

109 K. Barthibid., p. 39.

110 K. Barthibid., p. 39.

111 K. Barthibid., p. 40.

112 Cf. K. Barthibid., p. 41. Barth fa un importante sviluppo di questa dottrina: la salute, in quanto forza di essere uomo, non è solo un affare personale, ma anche sociale, così che il rispetto della vita implica, necessariamente, la responsabilità di vegliare sulle condizioni generali dell’esistenza: «Il principio mens sana in corpore sano può essere perfettamente egoista e barbaro, se non vale che per l’individuo, se non significa anche: in societate sana» (pp. 44-45). In una società in cui gli uni sono condannati ad essere malati, gli altri non possono voler essere in salute con buona coscienza.

113 Cf. B. Thum-K. Hörmann, Leib, in Lexikon der christlichen Moral, Innsbruck-Wien 1976, 964-971.

114 Cf. il capitolo dedicato all’integrazione del corpo in V. Truhlar, Concetti fondamentali di teologia spirituale, Brescia 1971, p. 72: «Bisogna inserire anche il corpo nella ricerca della via esperienziale, mettere anch’esso nell’impegno generale dell’uomo intero, affinché non sia un ostacolo, ma piuttosto un elemento che porta all’esperienza e che si unisce armonicamente nella percezione del proprio essere e dell’essere assoluto, nonché nell’estensione di questa percezione e di questo senso, in tutti i campi della vita umana [...]. All’interno della realtà umana anche il corpo viene percepito e come penetrato del senso dell’assoluto (Dio)». La seconda edizione dell’opera di Truhlar, Brescia 19822, è preceduta da un saggio di S. Spinsanti, che discute i vantaggi di un approccio esistenziale-concreto-corporeo della vita spirituale.

115 V. Truhlar, Lessico di spiritualità, Brescia 1975, p. 141.

116 J.A.T. Robinson, Il corpo. Studio sulla teologia di san Paolo, Torino 1967.

117 Citiamo, tra le più importanti: E. Schroten, Kerker of Tempel? Over te zin van de lichamelijkheid, Rotterdam 1970; K.-A. BauerLeiblichkeit. Das Ende aller Werke Gottes, Gütersloh 1971; S. HeineLeibkafter GlaubeEin Beitrag zur Verständnis der theologischen Konzeption des Paulus, Wien 1976; G. Bof, Una antropologia cristiana nelle lettere di S. Paolo, Brescia 1976.

118 G. Bof, Una antropologia cristiana..., cit., p. 95.

119 R. BultmannTheologie des Neuen Testamentes, Tübingen 1958, p. 195.

120 E. Käsemann, Prospettive paoline, Brescia 1972.

121 La catechesi del mercoledì sul corpo è raccolta in un volumetto dal titolo Teologia del corpo (ed. Paoline, collana ‘Magistero’), Roma 1982.

122 Le suggestioni più feconde per un organico ripensamento teologico della corporeità sono venute da J.B. Metz: Corporeità, in Dizionario teologico I, Brescia 1966, 331-339; Id., Caro cardo salutis, Brescia 1968; Id., Zur Metaphysik der menschlichen Leiblichkeit, in Arzt und Christ (1958) 78-84. Vedi anche: K. Rahner-A. Goerres, Il corpo nel piano della redenzione, Brescia 1969.

123 Cf. il volumetto: Teologia del corpo, cit.

124 Da segnalare particolarmente l’opera di J. Money e della ‘Clinica per l’identità di genere’ fondata alla John Hopkins University. Si è dedicato soprattutto allo studio di individui che mostrano una discordanza tra le varie componenti del sesso biologico, in particolare degli ermafroditi, che possiedono gli organi di ambedue i sessi. Nel presentare le acquisizioni scientifiche sul processo di acquisizione dell’identità sessuale e sulle sue disfunzioni seguiamo l’opera di J. Money-A.A. Ehrhardt, Uomo, donna, ragazzo, ragazza, Milano 1976, concepita in una prospettiva interdisciplinare.

125 «La nostra percezione di noi stessi quali individui unici — della nostra identità — è l’essenza di noi medesimi, al cui centro sta la nostra percezione di noi medesimi quali maschi o femmine, vale a dire la nostra identità di genere. È l’àncora della nostra salute emozionale, presente nell’amore e nel gioco, nei rapporti con gli altri. La nostra identità di genere informa di sé tutto quanto facciamo e diciamo. La nostra comprensione di noi medesimi e degli altri è limitata dall’intendimento del significato che ha — per noi e per loro — ‘essere uomo o essere donna’»: J. Money-P. Tucker, Essere uomo, essere donna, Milano 1980, p. 6 s.

126 «È prematuro attribuire tutti gli aspetti dell’identità di genere al periodo post-natale della differenziazione sessuale. Abbiamo però prove sufficienti, forniteci dall’ermafroditismo umano, per affermare che la maggior parte della differenziazione dell’identità di genere nell’uomo avviene durante il periodo post-natale. Ciò avverrebbe come nello sviluppo del linguaggio [...]. I casi studiati erano costituiti da coppie di ermafroditi, identici dal punto di vista cromosomico e gonadico e per altre caratteristiche, ma discordanti per assegnazione del sesso, storia biografica e identità di genere. Il contrasto tra i due individui di ciascuna coppia, per quanto concerne il ruolo e l’identità di genere, è tale che difficilmente si riesce a comprendere che essi abbiano una situazione analoga di patologia sessuale»: J. Money-A.A. Ehrhardt, cit., p. 35. Il confronto dimostra quanto sia determinante la fase post-natale nella differenziazione dell’identità di genere. Si potrebbe quasi dire che dalla stessa creta si può formare un uomo o una donna...

127 Le turbe dell’identità e dell’orientamento sessuali sono molto più frequenti tra gli uomini che tra le donne. Dagli studi comparativi di natura clinica e sociologica sull’incidenza dei disordini dell’identità sessuale risulta una proporzione di 3 o 4 maschi per una donna. Sono statistiche che riguardano sia i transessuali che gli omosessuali. Le parafilie, poi, sono distorsioni quasi esclusivamente maschili. È come se, per la natura, fosse un compito più difficile differenziare l’identità maschile rispetto a quella femminile. Qualunque sia la spiegazione che se ne voglia adottare, resta un fatto incontestabile la maggiore fragilità psicosessuale del maschio.

128 Per un’analisi delle conseguenze morali e giuridiche della nuova legislazione, cf. G. Perico, Il fenomeno della transessualità. Rilievi clinici, giuridici e morali, in A. Bottani (ed.), Educazione alla sessualità, vol. II, Milano 1982, pp. 987-999.

129 La resistenza dei medici ad adire le richieste dei transessuali può ricevere una spiegazione anche dal biologismo che predomina nel mondo medico, rendendo così i sanitari incapaci di valutare in modo appropriato l’importanza dell’identità sessuale. I medici tendono a privilegiare la sessualità morfologico-ormonale. In tal modo si rischia di cadere sotto la tirannia delle gonadi.

130 Cf. B. Häring, Omosessualità, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma 1974, 682-688. Prevale attualmente nel discorso teologico la tendenza a evitare il ricorso alla nozione di ‘legge naturale’, a favore di una fondazione dei valori mediante categorie personaliste. Tuttavia l’uomo è, oltre che culturale per natura, anche ‘naturale per cultura’, secondo l’espressione di E. Morin: con nuove giustificazioni culturali continua a riferirsi alla natura come fondamento stabile dell’essere e dei comportamenti.

131 Cf. J. Money-P. Tucker, Essere uomo, essere donna, Milano 1980, p. 9. La funzione dello stereotipo sessuale viene considerata nell’ambito dell’identità di genere: «Allorché il nostro schema si adatta allo stereotipo, otteniamo il supporto della società per il nostro senso di identità, e per la stessa ragione un mutamento nello stereotipo fa stridere il senso che abbiamo di noi stessi. Come la colonna vertebrale, i nostri schemi dovrebbero essere abbastanza rigidi da sostenerci, ma anche abbastanza flessibili da permetterci di piegarci».

132 J.M. Aubert, La donna: antifemminismo e cristianesimo, Assisi 1976.

133 Per quanto riguarda la revisione dei ruoli sessuali in modo conforme alla proposta originaria di Gesù, seguiamo H. Wolff, Gesù, la maschilità esemplare, Brescia 1979. È una rilettura del profilo psicosessuale di Gesù fatta sulla base della psicologia junghiana. Anche altri studi recenti hanno rilevato una connivenza profonda tra Gesù e le donne, e la disponibilità di queste ultime, a differenza del mondo maschile che attorniava Gesù, verso la sua proposta sovversiva nei confronti dell’ordine sessuale esistente. Cf. M. HébrardDieu et les femmes, Paris 1982; F. QuéréLes femmes de l'Evangile, Paris 1982.

134 È stato un pregiudizio positivista, divulgato da Cesare Lombroso, secondo cui si tatua soltanto il criminale o il deviato mentale. Tutti i popoli e tutte le culture hanno avuto, in un capitolo della loro storia, la fase della pittura somatica e del tatuaggio. Tale momento è stato poi per lo più seguito dal divieto, che ha conferito alla pratica un sapore di cosa perversa, carica di un senso di sfida e di non conformismo. Oggi la pratica del tatuaggio sta prendendo l’aspetto di una vera e propria arte corporea, a cui non è aliena una certa aggressività sociale (cf. più sotto, nota 5).

135 Un problema particolare, di recente emerso all’attenzione mondiale, è quello delle mutilazioni sessuali. Mentre quella maschile — la circoncisione — tende a perdere la sua valenza religiosa per essere adottata correntemente come misura igienica (specialmente negli Stati Uniti), le mutilazioni femminili sono denunciate come forme di tortura. Si tratta dell’eccisione del clitoride e dell’infibulazione, cioè la cucitura delle grandi labbra, destinata a preservare la verginità. Queste pratiche tradizionali, comuni in Africa dove 80 milioni di donne sono condannate ad essere eccise e/o infibulate, sono diventate note in Occidente in seguito all’immigrazione. Sono le donne stesse a domandare queste mutilazioni, perché senza di esse non vengono considerate appartenenti al gruppo sociale, e quindi non possono sposarsi. Non solo i musulmani, ma anche cristiani (copti) e pagani praticano queste mutilazioni, di cui si conoscono male le radici lontane. Le mutilazioni genitali inflitte alle bambine non sono che la forma più visibile, più crudele e più traumatizzante dell’oppressione che pesa sulle donne da millenni. Affrontando questo problema nel 1958, l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è dichiarata incompetente a risolverlo. Un seminario, organizzato a Khartum nel 1979, sotto gli auspici dell’oms, ha ribadito che le interdizioni si rivelano inefficaci. Alcuni paesi hanno legiferato invano contro le mutilazioni già da parecchi decenni. È necessaria una rieducazione in profondità, a cominciare dalle donne stesse. Perché tali campagne abbiano successo, bisogna che le pratiche mutilanti siano denunciate non in nome della libertà individuale, ma piuttosto della salute fisica e mentale.

136 V. EbinThe body decorated, London 1979.

137 «L’abito, benché spesso assurdo, produce piaceri che sovrastano il disagio e i disordini organici. Tutti i nostri tentativi di superare questa ossessione, razionalizzando la natura dell’abito, sono falliti. L’utilitarista vede nell’abito niente altro che una protezione dagli elementi, benché l’esempio di razze che sfidano i rigori di un clima freddo senza il beneficio di vestiti tenda a screditare questa credenza. Ugualmente insostenibile è l’argomento che l’abitudine di portare dei vestiti sia dovuta alla modestia. Basta ricordare che diverse tribù nude indossano abiti solo per danze il cui scopo sia di eccitare la passione del sesso opposto. L’ornamento non aiuta a proteggere o a celare il corpo. Al contrario, sotto- linea la sua nudità»: B. Rudofsky, The unfashionable human body, London 1972 (trad. it.: Il corpo incompiuto, Milano 1975). Cf. M.A. Descamps, Le nu et le vêtement, Paris 1974.

138 La decorazione del corpo non è del tutto scomparsa neppure in Occidente, anche se è ispirata da motivazioni più sofisticate che presso le società primitive. Così gli artisti della body-art usano il corpo umano come tela, scultura, scena; il corpo è esibito, truccato, dipinto, travestito, sfregiato; volti e gesti vengono impiegati per esprimere umiliazioni, estasi, solitudini, orrori. È un’arte che vuol comunicare soprattutto un’azione critica contro la società. La stessa finalità è rintracciabile nella moda punk, ostentata provocatoriamente da alcuni gruppi di giovani.

139 Cf. G. Dorfles, Moda e modi, Milano 1980.

140 Cf. B. Häring, La legge di Cristo, vol. II, Brescia 1962, pp. 525-527. Häring considera benevolmente, con la sua solita moderazione, l’osservanza della moda e la cura del corpo, purché siano osservati i «giusti limiti rispetto al troppo o al troppo poco» e il motivo sia onesto («spesso solo l’intenzione e la disposizione d’animo rendono veramente pericolosa una moda di per sé indifferente o poco colpevole»).

141 «Dopo la perdita dell’innocenza nel paradiso terrestre, la nudità non può oramai considerarsi del tutto innocua (cfGen. 2,25); e precisamente, la moderna esibizione del nudo nel campo della moda, dell’arte, dei divertimenti e nello sport, come nei film e nelle danze, è tutt’altro che intesa a fini innocui. Essa è seduzione e forma di idolatria; ma rappresenta, in realtà, una degradazione, che deruba il corpo del pudore e della sua vera bellezza, essenziale emanazione dello spirito»; B. Häring, La legge di Cristo, vol. IIIi, Brescia 1963, p. 264. Nelle considerazioni catechetiche che Giovanni Paolo II ha dedicato al corpo (cfTeologia del corpo, Roma 1982) la nudità — in riferimento a Gen. 2,25 — è cantata per il suo significato antropologico, in quanto evidenzia la rivelazione e la scoperta del significato sponsale del corpo. La nudità corrisponde alla «pienezza di coscienza del significato del corpo», che è quello della ‘donazione sponsale’; l’uomo nudo, senza le sovrastrutture e le miserie del suo peccato (la ‘vergogna’), intuisce che la donazione d’amore lo rende simile al Dio che lo ama (e in questo egli si rivela ‘immagine di Dio’). L’uomo è invitato a tornare simbolicamente ‘nudo’, cioè a riscoprire la purezza del suo donarsi nello splendore dell’amore.

142 Per un’analisi delle diverse immagini del corpo usate dalla pubblicità, cf. J. Milfort, Le corps dans la pubblicité, in W. Pasini, Eros et changement, cit., p. 37-48. Cf. anche M. Metoudi, La femme pubblicitaire: sport et chinchilla, in Ésprit n. 62 (febbraio 1982), 34-50. Per una documentazione del trattamento che riceve l’immagine del corpo nella civiltà di massa, cf. N. Aspesi-L. Tornabuoni, Corpo a corpo, Milano 1978: il volume illustra, con materiali figurativi e scritti, i fenomeni e le contraddizioni della riscoperta del corpo nel costume italiano contemporaneo.

143 Non è necessario voler, a tutti i costi, trovare giustificazioni spirituali ad asceti dediti alle pratiche più fantasiose di mortificazione del corpo. Alcuni comportamenti confinano inequivocabilmente con la psicopatologia. Qualche apologeta preferisce, invece, classificarli come ‘eccezionali’, piuttosto che ‘anormali’, ritenendo che sia necessario che all’orizzonte della chiesa si levino, di tanto in tanto, quei giganti dell’ascesi che, benché ancora nella carne, sembrano non esservi più; preferiscono vedere in certe forme esasperate di ascesi corporea un’espressione della ‘follia della croce’ che sfida la follia del mondo, cf. D. Gorce, Corps (spiritualité et hygiène), in Dictionn. de Spirit. II-2, Paris 1953, c. 2343.

144 Cf. la concezione tantrica del ‘corpo sottile’, divulgata in Occidente dalla teosofia: il corpo fisico sarebbe solo la esteriorizzazione di un’invisibile incorporazione della vita psichica; anche il ‘corpo sottile’ sarebbe di ordine materiale, ma di una natura più dinamica della sua cornice fisica sensibile: cf. G.R.S. Mead, The doctrine of the subtle body in Western tradition, London 1967. Un’esposizione molto informativa sull’insieme delle dottrine esoteriche sul corpo è fornita da D.T. Tansley, The subtle body, London 1977.

145 I vertici di maggiore alienazione furono raggiunti con il successo arriso nella seconda metà dell’Ottocento all’opera di Schreber, medico e studioso di pedagogia. Egli pensava che i suoi tempi fossero moralmente fiacchi e in decadenza a causa soprattutto della debolezza che caratterizzava l’educazione e la disciplina dei bambini. A suo avviso, niente è più importante in un bambino dell’obbedienza e della disciplina, a cominciare da quella che consiste nell’imporre determinate posizioni del corpo. Escogitò strumenti ‘correttivi’, per ‘domare le cattive abitudini’, simili piuttosto a strumenti di tortura: cf. documentazione in M. Schatzman, La famiglia che uccide, Milano 1973.

146 La formula, che ha occupato l’universo pedadogico per diversi decenni, risale a G. Hebert, L’education physique, virile et morale par la méthode naturelle, Paris 1936.

147 Il termine, coniato da Thérèse Bertherat (Guarire con l’antiginnastica, Milano 1978) è, per sua stessa ammissione, inadeguato; evoca solo imperfettamente i metodi ‘naturali’ ai quali fanno ricorso coloro che considerano il corpo come un’unità indissolubile. Ancor meno lascia intendere quanto di positivo viene affermato sull’uomo: l’equazione pratica tra il corpo di un essere e la sua vita; l’incapacità di vivere in pienezza, se prima non sono state risvegliate le zone morte del corpo e tolte le corazze muscolari. Sotto il termine riduttivo di ‘antiginnastica’ si nasconde il progetto utopico di un’educazione alternativa alla corporeità, che porti all’equiparazione vissuta tra ‘essere corpo’ ed ‘essere’: «Prendere coscienza del proprio corpo è accedere a tutto il proprio essere poiché corpo e anima, psiche e fisico, e anche forza e debolezza, rappresentano non la dualità dell’essere, ma la sua unità». L’insieme delle tecniche che usano movimenti liberi e coscienti per riconciliare il corpo con le proprie leggi ha preso più appropriatamente il nome di ‘ginnastiche dolci’. Ampia documentazione in M.-T. Houareau, Ginnastiche dolci, Como 1981.

148 È il titolo di un volume di J. Le Boulch, Verso una scienza del movimento umano. Introduzione alla psicocinetica, Roma 1975. Le Boulch e P. Vayer sono i due corifei del movimento. Pur lavorando in campi differenti e con mezzi differenti, concordano nell’affermare che, nella presenza al mondo, l’uomo ha nel corpo un riferimento permanente; di conseguenza, l’educazione dell’essere attraverso il suo corpo costituisce la chiave di volta di ogni azione educativa o rieducativa. Cf. anche A. Maigre-J. Destrooper, L’educazione psicomotoria, Roma 1978 e J. Berge, Vivre son corps. Pour une pédagogie du mouvement, Paris 1975.

149 Mutuiamo le riflessioni sulla funzione espressiva del movimento dal volume di I. Bartenieff, Body Movement: Coping with the Environment, New York 1980. La base dottrinale è costituita dall’insegnamento del coreografo e filosofo Rudolf Laban (1879-1958), un educatore estremamente innovativo e carismatico. Partecipò alle maggiori attività artistiche europee, specialmente allo sviluppo della danza moderna. Osservò il processo del movimento in tutti gli aspetti della vita: arti marziali, lavoro in fabbrica, modelli ritmici delle danze popolari, comportamento di persone con disturbi emotivi. Creò un sistema di notazione per i movimenti del corpo analogo a quello delle notazioni musicali (Labananalysis). Sulla sua scia Alan Lomax, insieme a I. Bartenieff, ha studiato e sistematizzato gli stili di movimento delle diverse culture. Dai principi di Laban si è sviluppata anche la dance therapy. Nel 1966 il Laban Institute tenne la sua prima conferenza sul ‘Movimento come terapia’, nell’ambito della quale venne esplorata la possibilità di usare la terapia del movimento con bambini e adulti affetti da disturbi emotivi.

150 Fino a non molto tempo fa bisognava ricorrere a culture primitive ed esotiche per osservare la funzione sociale della danza. Attualmente la danza tende ad acquistare nella società moderna la funzione che ha avuto e ha tutt’ora in altre culture meno meccanizzate e meno oppresse dal senso di colpa: «Gli uomini e le donne, sia giovani che vecchi, hanno scoperto che prender parte a un’attività di danza non è riservato ai danzatori professionisti, ma che tutti vi possono trovare lo stimolo a un rinnovamento della vita, un impulso all’azione creativa e una migliore comprensione della complessa realtà della natura umana, attraverso un agire concreto», F. Boas (e altri), La funzione sociale della danza, Milano 1981, p. 4.

151 «E che cos’è questa febbre, capace di afferrare e agitare fino alla frenesia ogni creatura, se non la manifestazione, spesso esplosiva, dell’istinto di Vita, che non aspira che a rigettare tutta la dualità del temporale, per ritrovare d’un tratto l’unità primeva, in cui corpi e anime, creatore e creazione, visibile e invisibile si ritrovano e si saldano, al di fuori del tempo, in un’unica estasi. La danza proclama e celebra l’identificazione all’imperituro», Danse, in I. Chevalier-A. Gheerbrant, Dictionnaire des symboles, Paris 1982.

152 Cf. L. Gedda, Lo sport nella parola di Pio XII, Roma 1953. Secondo Pio XII, «vi sono virtù naturali e cristiane, senza di cui lo sport non può evolversi sanamente, mentre sprofonda inevitabilmente in un materialismo angusto, sufficiente a se stesso». In un’allocuzione sull’educazione sportiva mette in guardia dall’esagerazione e «dall’errore che ritiene illimitato il diritto di disporre del proprio corpo, esponendolo per conseguenza a pericoli evidenti e a sforzi eccessivi o introducendovi, allo scopo di ottenere prestazioni non consentite dalle proprie forze, sostanze gravemente dannose, quali i forti stimolanti, che non solo cagionano all’organismo danni forse irreparabili, ma dagli stessi arbitri sono giudicate un dolo». Troviamo in questa impostazione le linee portanti della valutazione dello sport che darà la teologia morale cattolica: vedi la voce Sport, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma 1974, a cura di G. Perico.

153 La bibliografia sulla pratica del correre — e sui suoi risvolti fisici, psicologici e spirituali — è abbondante. Si veda: J. FixThe Complete Book of Running, New York 1977; B. Glover-J. ShepherdJogging. Laufen als neue Bewegungstherapie, München 1979; M. SteffnyLebens-Lauf. Laufen als neue Erfahrung mit Korper und Psyche, Köln 1979.

154 H. Sedlmayr, Perdita del centro. Le arti figurative dei secoli diciannovesimo e ventesimo come sintomo e simbolo di un’epoca, Milano 1974.

155 «Intelletto e sentimento, intelletto e istinto, fede e sapere, cuore e testa, anima e spirito vengono violentemente scissi gli uni dagli altri e si dichiarano avversari. Il desiderio di tenerli uniti, e anche la moderazione, vengono banditi, perché considerati come un sintomo che denota tiepidezza», H. Sedlmayr, ibid., p. 193.

156 «Non c’è dubbio che lo spirito moderno si sia abbandonato in questa sfera del caotico non meno profondamente di quanto non l’abbia fatto in quella dell'inorganico. Ed esso può farlo solo perché contiene in sé gli organi e le capacità sostanzialmente affini a quel mondo, che è il più basso di tutti i mondi immaginabili», ibid., p. 216.

157 G. Simmel, Die Grosstadt, trad. it. in G. Martinotti, Città e analisi sociologica, Padova 1968, p. 275.

158 Un’analisi aggiornata della psicologia dell’abitante delle grandi città è quella dovuta a W. Hellpach, L’uomo della metropoli, Milano 1960. Come caratteristiche psichiche principali egli indica: la rapidità e la fretta; la vigilanza sensoria (necessaria per una reazione rapida e precisa alle esigenze della vita urbana); l’indifferenza emotiva.

159 M. Eliade, Immagini e simboli. Saggi sul simbolismo magico-religioso, Milano 1981.

160 L’esicasmo deriva dal greco hesychía, cioè: silenzio, pace dell’unione con Dio. Sulla pratica della ‘preghiera di Gesù’, una delle più care alla spiritualità orientale russa, in particolare, cf. Un monaco della chiesa orientale, La preghiera di Gesù. Genesi, sviluppo e pratica nella tradizione bizantino-slava, Brescia 1964.

161 La documentazione è fornita da S. Tugwell, Le corps dans la prière, in La vie spirituelle, 56 (1974), pp. 879-887.

162 Cf., in questo senso, G. Moroni, Il corpo e la preghiera, Bologna 1976. Il libretto presenta esercizi pratici individuali e collettivi per una ricerca delle condizioni corporee e mentali per accogliere la preghiera. Suo presupposto è che tutto ciò che viene vissuto dalla persona nella sfera più intima viene recepito a livello fisico e che, viceversa, il corpo impone la sua presenza a ogni manifestazione, anche la più spirituale.

163 Tra le opere più qualificate sullo zen, cf. A. Watts, La via dello Zen. Milano 1959; D.T. Suzuki, Zen Buddhism, New York 1956. Bibliografia esauriente in Enciclopedia delle Religioni, vol. VI, Firenze 1970, pp. 354-356.

164 Tale è il giudizio di Th. Roszak, La nascita di una controcultura, cit., pp. 149-154.

165 K. DürckheimAlltag als Übung, Bern-Stuttgart 1962; Id., Hara. Die Erdmitte des Menschen, Weilheim 1964; Id., Zen und Wir, Weilheim 1961; H.M. Enomiya-LassalleZen, Weg zur Erleuchtung, Wien 1960; Id., Zen Buddhismus, Köln 1966; Id., Zen-Meditation für Christen, Weilheim 1969. Sui rapporti tra zen e cristianesimo, cf. anche: H. Dumoulin, Dialogo con il buddismo zen, in Concilium, ed. it., 9/1967, pp. 167-185; W. Johnston, Dialogo con lo zen, in Concilium, ed. it., 9/1969, pp. 159-169; T. MertonMystics and Zen masters, New York 1967; D.T. SuzukiMysticism, Cristian and Buddhist, London-New York 1957.

166 Cf. H. Waldenfels, Meditazione: est e ovest, Brescia 1977. Cf. anche L. Boggio-Gilot, Psicosintesi e meditazione, Roma 1983.

167 B. Stähelin, Essere o avere. Diario metafisico, Roma 1966.

168 Questo quadro corrisponde, grosso modo, alla personalità che il sociologo G. Simmel attribuiva all’abitante delle grandi città.

169 A.M. Besnard, ‘Tu m’as façonné un corps’, in La vie spirituelle 56 (1974) p. 815.

170 Oltre all’indispensabile guida di un maestro, si può fare ricorso a guide e manuali, che già cominciano ad essere numerosi. Ci limitiamo a segnalare: K. Tilmann, Guida alla meditazione, Brescia 1975.

171 K. DürckheimHara. Die Erdmitte des Menschen, cit.

172 Una fonte esauriente di notizie sullo hara è il libro di Dürckheim dedicato all’argomento. Lo hara stesso vi è così definito: «Il possesso di quella disposizione generale dell’uomo che lo mette in grado di aprirsi alle forze e all’unità della vita originaria e di mostrarle nel dominare, dare un senso e portare a compimento la propria vita. Ciò che si oppone più tenacemente all’acquisizione della forza dal centro è il restare attaccato all’io, il quale con la propria ostinazione disturba la nascita di un vero potere. Solo quando si riesce a escludere l’intrusione dell’io si produce la prestazione perfetta, in quanto frutto di una maturazione interna. La ragione non è più necessaria, la volontà tace, il cuore è diventato silenzioso; con felice sicurezza l’uomo agisce senza il proprio intervento».

La forza di vivere

Ada Burrone

LA FORZA DI VIVERE

Per affrontare con armonia il cambiamento

Edizione Attivecomeprima onlus, Milano 2005

p. 1

1

PREFAZIONE

Questo libro non è un libro di guerra. Parla di cancro, ma non si allinea con la cultura sanitaria fatta propria da questo settore della medicina, ancor più di altri, come una guerra a oltranza contro un nemico da bombardare, distruggere, affamare (coerentemente con questo uso retorico di metafore guerriere, anche i pazienti che partecipano a studi clinici controllati, vengono "arruolati" nella ricerca...). Ma se il contrario della guerra è il pacifismo, lo scritto di Ada Burrone non è pacifista. Perché è un libro di lotta. Parla di crescita: e la crescita non è un regalo, ma è il risultato di uno sforzo intelligente e organizzato.

Non c'è niente di antiscientifico in questa lotta. La scienza medica ― rappresentata dai migliori tra i medici: quelli che sanno prendersi cura, oltre che curare ― è un'alleata, non una nemica. E Ada non fa mancare qualche opportuno consiglio che potremmo rubricare come "buon uso del medico". Ma è una lotta che va oltre la scienza. Perché per crescere ― con il cancro, dopo il cancro, dopo ogni perdita e devastazione nella vita ― ci vuole saggezza.

Passeggiando con Ada ― non impartisce lezioni, non sentenzia, ma colloquia in modo piano con chi accetta di fare un po' di strada con lei ― impariamo di nuovo a porci domande profonde ed essenziali. Le domande che abitavamo da piccoli e che poi abbiamo dimenticate. Come chiamare questa ricerca?

Le daremmo il nome di "filosofia", se questa parola non ci intimidisse.

Ma è, letteralmente, "amore per la sapienza" ciò che condividiamo, conversando, con preziosi compagni di strada. Rari, e per questo preziosi.

Come ti senti?

Sandro Spinsanti

COME TI SENTI?

in Rocca

anno 57, n. 16-17, 15 agosto - 1 settembre 1998, pp. 44-49

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Medicina tecnologica e medicina dei sensi

Un bambino di dieci anni contrae il tifo e finisce nel reparto malattie infettive di un ospedale. L’ambiente è quello dell’Irlanda povera e degradata ― appena sopra il limite della sopravvivenza degli anni ‘30. La sua è un'infanzia infelice («ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora», è il suo pungente commento...).

L’unico conforto in ospedale sono dei colloqui, attraverso la parete, con una bambina nella stanza accanto, colpita dalla difterite.

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Patricia insegna al suo amichetto, giorno dopo giorno, i versi di una ballata che parla di un bandito e delle labbra vermiglie della figlia del locandiere, dell’amore del bandito e della caccia che gli stanno dando i soldati. Il bambino deve imparare a memoria la poesia per recitargliela, sempre attraverso il muro, al mattino presto o la sera tardi, quando non circolano né suore né infermiere.

Quando Patricia sta per leggere le ultime strofe, una infermiera li sorprende: «Ve l’avevo detto che tra due stanze è proibito parlare. La difterite non può parlare con il tifo e viceversa. V’avevo avvertito». Scatta la punizione: il ragazzino è trasferito in un altro piano, in un enorme stanzone, da solo. Da un inserviente analfabeta ― ma molto comprensivo; disapprova la sanzione inflitta per la poesia recitata da una stanza all’altra: «L’unico malanno che ci si può prendere da una poesia nel caso è il mal d’amore e l’eventualità è abbastanza lontana quando uno c’ha dieci anni e va per gli undici»... ― il ragazzo viene a sapere che Patricia è morta. E lui non può sapere la fine della ballata. L'inserviente si offre allora a chiedere, nel proprio pub, se qualcuno conosce la poesia. L’impara a memoria, perché non sa scrivere, e la recita al piccolo malato. «Se vuoi sentire qualche altra poesia, Frankie, basta che me lo dici, io le raccolgo al pub e poi te le ripeto a memoria» (Frank Me Court, «Le ceneri di Angela», Adelphi, 1997, p. 205).

L’esilio della poesia

Questa immagine della poesia che circola, da clandestina, sospetta e perseguitata, tra le stanze di un ospedale, pensato in termini di isolamento e come ambiente sterile, ci induce a domandarci quale sia il posto che la medicina contemporanea riserva a quella comunicazione autenticamente umana che passa attraverso i sensi e che ha, appunto, la sua più alta espressione nelle realizzazioni estetiche. Il collegamento ha una solida giustificazione etimologica. L’«estetica», quale cura e sviluppo della sensibilità nelle sue potenzialità più alte, ha una parentela non rinnegabile con la percezione (aisthesis, in greco), che passa attraverso i sensi. Solo il suo contrario (la mancanza di sensibilità o «anestesia») ha conservato una vicinanza più sensibile con l’etimologia; la percezione della «struttura che connette» resta, tuttavia, essenziale sia nella cura del corpo che in quella dello spirito. Insensibilità e sterilità sono affini; e la sterilità in chiave igienica ci appare come una minaccia incombente, in procinto di tramutarsi in sterilità spirituale. Ciò vale non solo per le strutture dove ha luogo la cura, ma per tutto l’arsenale terapeutico in quanto tale. L’esilio della poesia descritto da Me Court richiama, per associazione, un’affermazione che fonti giornalistiche attribuivano di recente al prof. Daniel Weinberg, direttore della divisione clinica per i disordini mentali dell’istituto nazionale per la salute mentale di Bethesda (Washington). Illustrando i risultati scientifici della ricerca più recente sulle malattie mentali, Weinberg affermava: «Per ora della schizofrenia conosciamo veramente solo le cause genetiche, biologiche. E gli effetti positivi dei farmaci

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sui sintomi. Tutto il resto è poesia». Riflettere sui sensi in medicina implica, implicitamente, una considerazione parallela sulla poesia, svalutata, ironizzata, esiliata dallo scenario clinico perché considerata ospite indesiderata nella casa della scienza.

Rivalutazione dei sensi

L’attenzione ai sensi, come luogo privilegiato per riflettere sul corpo umano, si è fatta più acuta ai nostri giorni. Se prendiamo come indice le mostre ― che, quando hanno successo, si traducono in eventi che mobilitano intere folle ― due grandi mostre dedicate ai sensi hanno avuto luogo di recente: una di pittura («Immagini del sentire. I cinque sensi nell’arte», organizzata prima a Cremona e trasportata poi, con lo stesso titolo, al museo del Prado a Madrid), che ha raccolto quanto i grandi classici della pittura europea ― Caravaggio, Brueghel, Rubens, Carracci, Gentileschi, Murillo, Ribera, Tiziano ― hanno prodotto intorno all’unità tematica dei cinque sensi, e una mostra a carattere più scientifico-divulgativo, attualmente in corso a Parigi, al Palais de la Découverte: «Théâtres des Sens» (sezioni propedeutiche e «teatrini» dei sensi sono finalizzati a rendere i visitatori consapevoli delle particolari capacità sensoriali dell’uomo, riferite a quelle animali).

La riflessione sui sensi e sul loro significato per la qualità umana dell’esistenza non è certo un’esclusività del nostro tempo. L’intuizione che la sensazione sia la chiave dell’accesso dell’uomo all’universo sta alla base di diversi progetti filosofici. Non è un’esagerazione affermare che il pensiero occidentale è saldamente radicato nella riflessione sui sensi impostata da Aristotele. Nella sua filosofia sono state poste tutte le questioni cruciali relative al tema: definizione delle cinque diverse modalità di percepire le qualità della realtà esterna, organi incaricati, gerarchia dei sensi. Un’altra grande stagione filosofica è stata il «sensismo», nella Francia a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento: da Condillac agli «idéologues», passando per Diderot ― del quale merita ancora leggere la «Lettera sui ciechi a uso di quelli che vedono» (1749) e la «Lettera sui sordomuti a uso di quelli che sentono e parlano» (1751) — è stata elaborata una rigorosa gnoseologia basata sulla sensibilità. Anche a ridosso delle attuali conoscenze scientifiche maturate dalle neuroscienze ha luogo una riflessione filosofica di tutto rispetto (cfr. Alberto Oliverio: «I sensi umani nella prospettiva delle neuroscienze», in «L’Arco di Giano», n. 11, 1996).

Ciò che caratterizza l’attuale stagione di riflessione sui sensi è una impressione generale di urgenza e di minaccia. Sullo sfondo emerge la realtà «virtuale», che incombe come una espropriazione della realtà «reale». Nostro amico-nemico appare anche il computer, con le sue impressionanti prestazioni che umiliano le nostre capacità di memoria e di elaborazione intellettuale. È forse un moto di orgoglio che ci induce a riscoprire quanto ci è più proprio, cioè la corporeità e la sensibilità. Chinarci sui nostri sensi è la via regia per affrontare le questioni centrali del nostro tempo: quella della conoscenza (che cosa e come conosciamo?) e la questione del nostro rapporto con la tecnologia (come impedire che da strumento si trasformi in un fine?).

Rimpianto della medicina del passato

I sensi si collocano anche al centro delle domande che continuiamo a porci sulla pratica attuale della medicina. La riflessione sui sensi in medicina ha molte probabilità di presentarsi sotto il segno della nostalgia. C’è un diffuso rimpianto per una medicina del passato che ― almeno nella trasfigurazione che ne fa la memoria ― appare

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ricca di rapporti intensi. Una medicina sensibile, perché fatta con i sensi.

Una evocazione letteraria del tipo di medicina che è nei rimpianti di molti è fornita da un ritratto di medico tracciato da Claudio Magris, in una piega recondita dei suoi «Microcosmi»:

«Ongaro fa il medico; la sua pacatezza rassicurante e la sua mite e ferma precisione danno subito un senso di sollievo ai pazienti che vanno da lui con le loro ansie, i fantasmi deirinsonnia e del panico, le ossessioni coatte, il vuoto di una vita che sembra risucchiata nel buio. Lui ascolta, disponibile, senza fretta; qualcosa, nel suo viso e nel suo tratto, ricorda la linda dirittura e la malinconica bontà di Freud, corrette da una sorniona ironia. Si addentra nelle spirali dell’angoscia con la paziente leggerezza di un gatto; saggia il terreno con domande discrete, suggerisce un farmaco senza promettere miracoli, ma la zampa felina non si lascia scappare la serpe dell’ansia, l’afferra senza parere e la tira fuori, e spesso, dopo qualche tempo, le persone braccate dai demoni ritornano capaci di vivere» (Claudio Magris, «Microcosmi», Garzanti, 1996, p. 51).

Gli invasori

La trasformazione della pratica medica non riguarda solo le nostre latitudini, ma è un fenomeno generale che coinvolge tutta la medicina occidentale. Parallelamente alla sua crescita in dimensione, capacità e capitali investiti nell’impresa terapeutica, è andato emergendo un progressivo estraneamento dei medici dai pazienti. La figura dell’«estraneo al capezzale» è stata efficacemente evocata dallo storico. David Rothman per descrivere la nascita della bioetica, accompagnata dalla presenza invadente della legge. Ma la descrizione non è completa, se non si parte dalla consapevolezza che l’ingresso di estranei nello scenario della decisione clinica è stato preceduto dal progressivo estraneamento dei medici stessi rispetto ai pazienti. «Il medico è diventato un estraneo... Il livello della fiducia è diminuito... La tecnologia porta i medici a mettere le loro mani sulle tastiere, piuttosto che sui pazienti»: sono alcuni dei flash con cui Rothman descrive il cambiamento dei rapporti ― tra medici e pazienti, nonché tra medicina e società ― ai quali il movimento delle medical humanities prima e la bioetica poi hanno inteso porre rimedio (David Rothman, «Strangers at the bedside», Basic Books, New York, 1991, p. 257). Gli outsider alla medicina sono venuti a definire le questioni sociali ed etiche che la professione deve affrontare e a definire le norme che la devono governare,

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dopo che l’attenzione medica è stata assorbita in misura crescente prima dalla tecnologia e poi dai problemi manageriali. Da ultimo sono venuti gli economisti, a ricordarci che le risorse sono limitate e che dobbiamo fare una medicina compatibile con il denaro che decidiamo di spendere per la sanità.

L’evoluzione della bioetica ― almeno per quanto riguarda l’America ― non ha posto rimedio ai mali, ma ha scavato un più profondo fossato tra curanti e curati. La medicina è diventata in misura prevalente un rapporto tra estranei. Il modello della bioetica dei principi, con la promozione dell’autonomia decisionale del paziente a principale valore da promuovere, è stata teorizzata come «lingua franca» per permettere un’intesa nella babele dei linguaggi morali e come «isola per stranieri morali» (questa, in particolare, la visione della bioetica promossa da Tristam Engelhardt, noto anche in Italia per il suo «Manuale di bioetica», Il Saggiatore, Milano, 1991, dove propone una forma radicale di contrattualismo). Numerosi studiosi hanno denunciato questa deriva della bioetica come una minaccia alla qualità del rapporto necessario per una buona relazione terapeutica.

Curare e prendersi cura

Una verifica indiretta della domanda di vicinanza, quale struttura portante di una medicina di buona qualità, così come è percepita dalla popolazione, viene dal bilancio documentato che John Lantos ha fatto dei tentativi di riforma del sistema sanitario americano, avviato ― e non concluso ― dall’amministrazione Clinton. A suo avviso, i cittadini «scelgono il medico basandosi

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sulla sensazione che il medico è disposto a prendersi cura di loro nel modo in cui essi desiderano. La scelta verte sulla lealtà, la fedeltà e la fiducia. Il vero messaggio che viene quindi dal popolo americano ― un messaggio ampiamente disatteso da Clinton e dalla maggior parte dei responsabili delle organizzazioni che forniscono assistenza sanitaria ― è che alla gente sta a cuore la guarigione che dipende dal rapporto con il proprio medico molto più di quanto si preoccupi della tecnologia, delle innovazioni mediche e delle teorie sulla giustizia (...). Ci preoccupiamo più della fiducia che dei trapianti, più del prendersi cura che della clonazione» (John Lantos, «Riformare la società americana: le lezioni di un’esperienza», in «L’Arco di Giano», n. 15, 1997).

È diventato un luogo comune contrapporre la medicina altamente tecnologica (high teck) a quella con contenuti umani molto caldi e coinvolgenti (high touch). Il tema è presente, da più di un decennio, soprattutto nelle pubblicazioni infermieristiche. L’analisi prende per lo più le mosse dalla transizione in atto dalla società industriale a quella dominata dall’informazione. La risposta alle nuove tecnologie, con il loro pericolo intrinseco di freddo distacco, è individuata in una vicinanza compensatoria. La funzione di «contatto» è affidata per lo più alla professione infermieristica, con il risultato globale di una maggiore concentrazione del medico sulla funzione tecnica. La pratica medica, tutta rivolta all’efficacia della prestazione, si sente autorizzata in tal modo a essere sempre più fredda, in quanto la calda presenza dell’infermiere compensa le sue carenze. Tra curare e prendersi cura si instaura una dicotomia, che giunge a immaginare un curare (come impresa eroica, hard) dispensato dal prendersi cura (attività lasciata a professioni più soft, dedite alla dimensione relazionale).

Tecnologia amica

Non mancano, tuttavia, felici esempi di un rapporto diverso con la tecnologia. Piuttosto che vedere in essa l’avversario designato di una medicina umanistica, si può immaginare un uso aggressivamente disinvolto della tecnologia stessa, con i risultati molto soddisfacenti per la qualità della cura e con alto gradimento da parte dei malati. Quale esempio emblematico, vorrei citare l’esperienza di assistenza domiciliare, realizzata all’interno di un programma rivolto a malati di cancro in fase terminale, con l’uso di reti informatiche. In un centro di ascolto computerizzato convergono importanti informazioni relative ai sintomi e problemi clinici dei pazienti, 24 ore su 24, inviate da casa del paziente attraverso un apposito trasmettitore, consentendo così un monitoraggio continuo della situazione del malato, una programmazione tempestiva e mirata delle visite domiciliari, nonché un «senso di presenza» continuo presso il paziente. Si dimostrano così infondati i dubbi di chi vede le reti tecnologiche nei servizi di assistenza sul territorio come sostitutive dell’elemento umano. La moderna tecnologia può offrire sicurezza e indipendenza, e permettere una maggiore socializzazione delle persone sole. Può essere abbinata al lavoro di gruppi sociali che offrono servizi ― come pasti e compagnia ― e assistenza sanitaria. «In futuro la nostra principale motivazione non dovrebbe mirare solo a risparmiare denaro, ma a offrire alternative migliori a chi ha bisogno di aiuto. In teoria nessuno dovrebbe vivere la propria malattia da solo, ma sicuramente nessuno dovrebbe morire da solo» (Creton G. et al., «Un’esperienza di ospedale virtuale: Assistenza domiciliare e reti informatiche», in «Quaderni di cure palliative», 5, 1997, pp. 181-184).

La divaricazione tra curare e prendersi cura è considerata come inevitabile in certe condizioni particolari, come la rianimazione. Gli sforzi eroici per strappare alla morte gli organismi minacciati spesso vengono esercitati senza «tatto» (nella duplice accezione del contatto che passa per i sensi e della sensibilità per i sentimenti dei familiari, nonché per le possibili percezioni del paziente in rianimazione). Di recente le norme che prevedono l’isolamento dei pazienti sottoposti a pratiche rianimative hanno cominciato a essere rimesse in discussione. In alcuni ospedali a familiari e amici è offerta la possibilità di partecipare allo sforzo rianimativo, ampliando così il concetto stesso di rianimazione: non si tratta solo di salvare una vita umana, ma anche di prendersi cura dei familiari. All’inizio, come alla fine della vita, e nelle tante situazioni di fragilità che si addensano sulla malattia, tecnologia e coinvolgimento umano non sono nemici designati, ma alleati possibili.

Per un rinnovamento dell’etica cristiana della malattia

Sandro Spinsanti

Per un rinnovamento dell’etica cristiana della malattia

in Medicina e Morale

fasc. 1/1975, pp 8-19

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PER UN RINNOVAMENTO DELL’ETICA CRISTIANA DELLA MALATTIA

La voce di coloro che «non si rassegnano»

Il discorso sull’atteggiamento cristiano di fronte alla malattia è farcito di luoghi comuni. Si dà per scontato che l’atteggiamento veramente degno del cristiano sia quello della pazienza, rassegnazione, accettazione; eventualmente anche l’offerta spirituale, l’oblazione come vittima riparatrice, la partecipazione alla sofferenza redentrice. Il fiume di parole spese sul cristiano malato e sofferente non ha avuto di solito l’avvallo esplicito della teologia e della morale. Sembra piuttosto che queste discipline abbiano quasi ceduto questo terreno in appalto alla pietà. E la pietà, specialmente quando fiorisce su un humus tendente alla morbosità, pecca sovente di intemperanza. È tempo che tutto il discorso che si fa sul cristiano e la malattia sia imbrigliato robustamente dalla teologia; la morale deve prendere possesso di ciò che ha demandato alle pie esortazioni ascetiche.

Prima di tracciare le linee portanti di un progetto di etica cristiana della malattia sarà utile ascoltare alcune voci che cantano fuori del coro. Ci aiuteranno a sottrarci al fascino dei clichés e ci indicheranno i punti dolenti del linguaggio abituale. Vorrei cominciare col citare una voce che sorge fuori dell’ambito cristiano, quella di un filosofo marxista che si è occupato molto seriamente del cristianesimo. E. Bloch 1 ha attizzato nuovamente il fuoco sotto il crogiuolo in cui Marx ha messo il cristianesimo quando ha accusato l’ideologia religiosa di svolgere la funzione di «oppio dei popoli». Egli crede di poter affermare che il cristianesimo ha imprigionato la dinamica rivoluzionaria del messaggio di Gesù.

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Troppo presto al «leone di Giuda» fu sostituito «l’agnello». Così prese forma la «mentalità cristiana», centrata sulla «pazienza della croce»: «in tal modo l’elemento sovversivo della Bibbia fu l’ultima volta interrotto in forza del mito dell’agnello sacrificato. In tal modo fu sanzionata la pazienza della croce tanto degna di essere raccomandata agli oppressi e tanto piacevole per gli oppressi, che corrisponde nel suo insieme all’incondizionata obbedienza dinanzi all’autorità, come se essa in sé e per sé provenisse da Dio. Sì, anche ogni teologia della speranza che desidera porsi al culmine di ciò che trasforma e di ciò che è nuovo, ricade di nuovo nella conformità, quando essa con conveniente passività spezza la punta alla speranza di Gesù prima e fino alla croce. E tutto ciò si lega con quei brani di Paolo che trattano della croce, e che appartengono all’apologetica e non al quod ego della ribellione e ancor meno alla dialettica; «dolore, dolore, croce, croce spettano al cristiano», dice partendo da questo assunto il più tardo Lutero (e parla ai contadini martoriati, non ai signori)».

Resistiamo all’impulso di neutralizzare subito la denuncia contenuta nelle parole di Bloch adducendo il fatto che essa proviene da un ateo e da un marxista. Il cristianesimo non deve sottrarsi ad un confronto serio con l’accusa di poter trasformarsi in una ideologia che contribuisce a tenere i poveri e gli afflitti nella loro situazione, in cambio di una promessa alienante. Del resto, la critica proveniente dal materialismo storico non è l’unica voce che si oppone a ciò che si è soliti chiamare discorso «cristiano» sulla sofferenza. Anche una certa «spiritualità dell’azione» fiorita in seno al cristianesimo stesso ha contribuito a mostrare i limiti e le ambiguità dell’atteggiamento di rassegnazione. Lo spirito moderno ha ormai definitivamente acquisito quanto sia serio l’obbligo di sottomettere la terra, combattendo contro tutto ciò che diminuisce l’uomo. Come profeta di questo nuovo atteggiamento Teilhard de Chardin ha conquistato un uditorio di ampiezza mondiale. Nel suo libro «L’ambiente divino» — dedicato a «coloro che amano il mondo» — ha inteso tracciare

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le linee fondamentali della spiritualità dei cristiani che vivono, come Teilhard stesso è vissuto, «votati alle forze positive del mondo». Prende posizione su ciò che viene abitualmente designato come «accettazione cristiana», nozione soggetta a terribili equivoci, che costano molto caro al cristianesimo: «Una falsa interpretazione della rassegnazione cristiana è, insieme a una falsa idea del distacco cristiano, la principale fonte delle antipatie che fanno così lealmente odiare il Vangelo da parte di un gran numero di Gentili»; «La rassegnazione cristiana è sinceramente considerata e biasimata da molte persone oneste come uno degli elementi dell’«oppio religioso» che provocano il sopore più pericoloso. Dopo il disgusto della terra, non c’è atteggiamento che si rimprovera con più rancore al Vangelo di aver diffuso, che la passività davanti al Male, una passività che può arrivare fino a coltivare perversamente la diminuzione e la sofferenza» 2.

Teilhard pensa che una spiritualità autenticamente cristiana non può non integrare anche gli insuccessi dell’uomo, le sue «passività di diminuzione», e che quindi comprende anche la rassegnazione. Ma la rassegnazione cristiana non è l’acquiescenza passiva di cui parla una certa ascetica, e soprattutto non va disgiunta dalla lotta contro le diminuzioni. Il cristiano per praticare integralmente la perfezione del suo cristianesimo non deve disertare di fronte al dovere della resistenza al male. Al contrario, «in un primo tempo, deve lottare sinceramente e con tutte le forze, in unione con la potenza creatrice del mondo, perché ogni male retroceda, perché niente diminuisca, né in lui, né attorno a lui (...). Finché la resistenza resta possibile, egli si irrigidirà dunque, lui, figlio del Cielo, quanto i più terrestri dei figli del Mondo, contro tutto ciò che merita d’essere scartato o distrutto»; «Al primo approssimarsi delle diminuzioni, noi non sapremo trovare Dio altrimenti che detestando ciò che precipita su di noi, facendo il nostro possibile per schivarlo. Più respingiamo la sofferenza, in quel momento, con tutto il nostro cuore e con tutte

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le nostre braccia, più noi aderiamo, allora, al cuore e all’azione di Dio» 3.

Per Teilhard questo primo momento della lotta a oltranza contro il male deve essere integrato da un secondo momento di genuina accettazione. L’atteggiamento cristiano completo è composto così di due tempi: il primo di lotta contro il male, il secondo di sconfitta e della sua trasfigurazione. Si introduce in tal modo la distinzione tra un dolore da combattere e un dolore da subire. Si invita a combattere la malattia e le altre forme di dolore finché se ne ha i mezzi, e ad accettarla, come una specie di prova o di bene misterioso, quando non si può vincere. Per quanto questa soluzione possa essere difettosa, essa ha il merito di aver sottolineato che la lotta attiva contro ogni forma di male è parte integrante di una spiritualità autenticamente cristiana.

La malattia, con i rivolgimenti psichici e le fratture esistenziali che provoca, è stata tradizionalmente il pascolo degli apologeti. Fiutando una disponibilità particolare del malato, gli sono piombati accanto per parlargli della sua miseria e della sua colpa, per proporgli la conversione a Dio e l’inserimento nella Chiesa. Ormai i cristiani stessi sono a disagio di fronte a questa tattica, che sentono come unfair. Chi ha dato voce più chiaramente al rifiuto di un Dio-tappabuchi è stato il teologo evangelico D. Bonhoeffer. Scriveva in una delle sue ultime lettere dal carcere: «L’estromissione di Dio dal mondo, dalla sfera pubblica della vita umana, ha portato al tentativo di riservargli ancora, se non altro, la sfera del «personale», «intimo», «privato». E siccome ogni uomo, da qualche parte, ha sempre una sfera del privato, lo si ritiene in quel punto più facilmente vulnerabile... Come l’opinione del volgo riesce a esorcizzare una personalità altolocata solo raffigurandosela «nella vasca da bagno», così succede qui. È una specie di soddisfazione maligna sapere che ognuno ha le sue debolezze e le sue nudità... Diffidenza e astio, come atteggiamento fondamentale verso gli uomini, sono la rivolta dei mediocri. Dal punto di vista teologico l’errore è doppio: primo, si

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crede di poter chiamare peccatore un uomo, soltanto dopo aver spiato le sue debolezze e le sue volgarità; secondo, si ritiene che l’essenza dell’uomo sia nei suoi secondi piani più intimi e reconditi, definendoli la sua «interiorità»; e proprio in questi tenebrosi nascondigli dell’uomo Dio dovrebbe avere i suoi domini (...). Insomma, io pretendo che Dio non venga ficcato di contrabbando in qualche estremo e segreto ricettacolo, che si prenda molto semplicemente atto della maggiore età del mondo e dell’uomo, che non si «stronchi» l’uomo nella sua mondanità, ma lo si metta a confronto con Dio nelle sue posizioni più forti, che si rinunci a qualsiasi trucco da preti e non si veda nella psicoterapia o nella filosofia dell’esistenza la preparazione alle vie del Signore. La Parola di Dio trova l’indiscrezione di tutta questa gente troppo plebea per potervisi alleare. Essa non si allea con la ribellione della diffidenza, con la rivolta dal basso: essa regna» 4.

L’apologetica, per sfruttare la situazione di malattia, si appoggia su un’antropologia che attribuisce al dolore una funzione centrale nella vita dell’uomo. Possiamo dare a tale antropologia il nome di «dolorismo». Non sorprende il fatto che talvolta il malato stesso si trovi a suo agio in posizioni spirituali di tipo doloristico. Uno dei rischi della malattia è infatti proprio quello di conquistare il giudizio, fino a erigere la sofferenza a valore supremo. La psicologia ci mette in guardia contro la regressione psicologica, che il fatto drammatico della malattia provoca in certe persone. La denuncia di tale pericolo induce a guardarsi da motti altisonanti, come: «la mia gioia è soffrire — soffrire o morire — nel soffrire è la mia felicità...»; a non pronunciare alla leggera parole che sembrano ammirevoli, ma che forse non sono che imprudenti o vuote; a diffidare di una accettazione troppo gioiosa o entusiasta della malattia, che può nascondere un atteggiamento psicologico auto-punitivo. Ci può essere un amore alla sofferenza che rischia di non essere altro che corruzione delle sorgenti della vita o pigrizia di fronte allo

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sforzo necessario per vivere. L’accettazione cristiana della croce non va assolutamente confusa con il disgusto per la vita.

La reazione di chi rimette in discussione la tradizionale spiritualità del malato è diretta soprattutto contro una visione troppo ristretta della vita del cristiano malato. Se nel malato non si considera altro che la sua malattia, lo si imprigiona in essa, si costruisce la sua spiritualità sulla parte negativa del suo essere, e non su quella vivente. È sintomatica in tal senso la presa di posizione di alcuni malati, che esprimono un atteggiamento di fronte alla malattia alternativo a quello doloristico. «Non abbiamo bisogno di una farmacia spirituale, ma di un buon nutrimento comune. Ciò che i malati domandano non è una cappella di infermeria, ma la Chiesa. Abbiamo bisogno semplicemente di una spiritualità ecclesiale. Non domandiamo che si apra per noi una scuola di spiritualità, dove tutto sia visto attraverso un’ottica di malati e in odore di ospedale. Che non ci si parli continuamente "in quanto malati", come se non si volesse sapere altro da noi; prima di essere malati siamo uomini e figli di Dio» 5.

Rinnovando, si va contro l’insegnamento della Chiesa?

Abbiamo ascoltato alcune voci, provenienti dagli ambiti culturali ed esistenziali più diversi. Malgrado la diversità, hanno un elemento comune: da pulpiti diversi predicano la stessa necessità di rivedere quello che si è soliti presentare come l’atteggiamento esemplare del cristiano nella situazione di malattia. Rivelano il bisogno di superare una spiritualità che tende al dolorismo; di interrogarsi criticamente se, incentrando l’atteggiamento etico sulla rassegnazione, si interpreta fedelmente il messaggio di Gesù o piuttosto non lo si violenta deformandolo. È necessario sottoporre al rigore di una riflessione teologica seria il pullulare di parole generose sulla «buona sofferenza», sul suo significato e il suo valore, sulla malattia come fonte di merito e di

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privilegio — parole che generalmente non costano niente a chi le dice.

Prima di procedere all’individuazione dei punti forti di tale etica cristiana della malattia è necessario rispondere a un interrogativo: la revisione dell’atteggiamento tradizionale è teologicamente lecita? Ad alcuni cattolici sembra che l’insegnamento del magistero ordinario sia orientato nel senso del dolorismo e dell’ascetica di accettazione, e che perciò ogni tentativo di innovazione sia pregiudizialmente bloccato. In particolare, gli ambienti che coltivano una spiritualità del malato di tipo doloristico si appoggiano incondizionatamente sull’insegnamento dei romani pontefici. Se prendiamo però in esame i testi in questione ci accorgiamo che si tratta di interventi di due generi diversi: discorsi direttamente rivolti a malati, condotti sul tono dell’esortazione spirituale, e discorsi rivolti ai medici e al personale curante. In quest’ultimo caso si tratta prevalentemente di morale professionale; Pio XII, in particolare, approfitta di questi incontri per rispondere a precise questioni etiche poste dalla specializzazione medica o dalla tecnica. Nei due gruppi di discorsi si nota un diverso atteggiamento di fondo nei confronti della malattia. I primi infatti svolgono ampiamente tutti i temi tradizionali dell’ascesi di accettazione e richiedono al cristiano un atteggiamento per lo più passivo, o quanto meno limitato alla sola attività di offerta; quelli del secondo gruppo invece, pur affrontando gli argomenti naturalmente richiesti dalla particolare assemblea, presuppongono una considerazione positiva del valore della salute e negativa della malattia, e conseguentemente inculcano un atteggiamento di lotta e di superamento dei limiti. Abitualmente queste due concezioni della malattia, con l’atteggiamento spirituale che ne deriva, non hanno comunicazioni tra loro e sono riservate ai rispettivi gruppi di malati o di sani.

Questo fatto non dipende solo dall’occasionalità dei discorsi. È avvertibile anche l’influenza della spiritualità propria dei gruppi ai quali i discorsi sono rivolti.

Finora l’insegnamento pontificio è stato espressione, per lo più, di quel complesso di idee teologiche e di atteggiamenti

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spirituali tradizionalmente diffusi dalla predicazione spicciola e dalla pastorale, cioè di quell’atteggiamento che possiamo chiamare «ascesi di accettazione». Anche il Concilio Vaticano II si è allineato con questa posizione nel «Messaggio ai poveri, agli ammalati e a tutti coloro che soffrono». Ma non possiamo trascurare taluni sporadici interventi di tono diverso, riflesso di un altro modo di considerare e di vivere la malattia 6. Ciò fa supporre che l’evoluzione dell’insegnamento pontificio circa la spiritualità della malattia è lungi dall’essere terminata. Per questo motivo non è lecito prendere il magistero ordinario — e tanto meno un discorso o un’allocuzione isolata rivolta a un gruppo particolare! — come unico parametro per elaborare dottrinalmente quale debba essere l’atteggiamento morale e spirituale del cristiano nella malattia.

La malattia e il comandamento di vivere

Non è possibile qui sviluppare in dettaglio un’etica cristiana della malattia che assuma tutte le istanze di rinnovamento che sono emerse. Ci limitiamo ad indicare quelli che, a nostro avviso, dovrebbero essere i pilastri fondamentali. Il primo è il riferimento alla vita come dono. Il fatto stesso di essere creato apre per l’uomo una condizione ricca di benedizione. La vita è un bene, un privilegio e un valore, perché costituisce la grande occasione di incontrare Dio e di mettersi a servizio dei fratelli. Col dono della vita Dio dà anche il comandamento di vivere. L’esigenza di vita implicata dal comandamento di Dio domanda all’uomo di approvare la vita, di «volerla», perché c’è un’obbedienza a Dio insita nell’esistenza umana come tale. Volere la vita diventa allora la salute, cioè la forza che ci permette di essere uomini nel corpo e nello spirito.

In questa prospettiva la malattia ci appare come qualcosa che viene a contraddire, diminuire, intralciare o paralizzare il

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voler vivere. Essa provoca l’indebolimento o il bloccaggio della forza di essere uomo. Per obbedire al comandamento di Dio bisogna che l’uomo voglia fare tutto ciò che è necessario per assicurare la continuità della propria vita psichica e fisica, contrastando ciò che rischia di paralizzarla. Tale atteggiamento si può riassumere in quella che K. Barth chiama la «regola fonda- mentale dell’etica della malattia»: «Esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che lo accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla» 7.

Sul piano pratico, il malato non dovrà essere incoraggiato ad esagerare la sua impotenza o a coltivare l’inattività come dovere di stato. Si eviterà di dire perciò che «ai malati non si domanda di agire, ma di accettare», che tutto ciò che è richiesto loro è di «offrire la propria sofferenza». «Salvare dall’annientamento o dalla diminuzione ciò che è salvabile delle nostre capacità, creare delle supplenze, perseguire adattamenti nuovi, in una parola requisire in noi tutto ciò che ci conserva in azione, in qualsiasi maniera, dovrebbe essere una delle nostre preoccupazioni dominanti» 8: così esprime una «grande malata», a nome di altri malati, la costanza necessaria al cristiano che vuol obbedire al comandamento di vivere.

L’utilizzazione delle proprie energie, finalizzate a uno scopo costruttivo, si chiama lavoro. Perciò il malato — in particolar modo l’affetto da handicap — dovrebbe lavorare. Lavorare e non «ammazzare il tempo»! Anche nel caso che un malato non possa più continuare la sua attività abituale, non diventa con ciò buono a niente. Rimane in ogni caso la possibilità di un irraggiamento spirituale, proporzionatamente all’opera di «spiritualizzazione» che ogni essere umano deve perseguire. La frequentazione di qualcuno che continua con tenacia, nonostante le limitazioni della malattia, a cercare la vita per farne dono agli altri, attira lo sguardo verso il vero tesoro dell’umanità, cioè verso

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l’insieme dei valori morali e spirituali di vita e di energia, accanto ai quali non si può passare senza sentirsi vitalizzati.

La malattia nel mistero pasquale

Il secolo punto di riferimento di un’etica cristiana della malattia è il mistero pasquale del Cristo, sul quale ogni cristiano è chiamato a modellare la sua vita. Ogni progetto vitale deve passare attraverso le due tappe dialettiche della croce e della risurrezione.

Tutti coloro che vivono «in Cristo» e sono stati assimilati a lui mediante la fede e il battesimo sono chiamati a partecipare alla croce del Signore. Ma per parteciparvi realmente non basta semplicemente soffrire: bisogna rovesciare il significato della sofferenza, facendola diventare espressione di carità pasquale. Il cristiano che vuol vivere secondo il dinamismo della nuova alleanza inaugurata dalla vicenda pasquale del Cristo trova nello stato di malattia dei condizionamenti particolari. La malattia porta infatti dei sovvertimenti profondi in tutta la vita dell’uomo. Dal punto di vista psicologico, si nota una tendenza alla regressione. Anche la vita morale è intaccata dalla malattia. È un luogo comune ripetere che il malato diventa egoista; bisogna piuttosto riconoscere che la malattia svela ed esaspera tutte le forme di egoismo già in atto nella vita da sano. Certamente la vita morale è condizionata dalla malattia. La sofferenza fisica infatti tende di per sé a concentrare tutta l’attenzione e tutta l’energia del malato verso il polo più esterno della persona. Essa sovverte quell’equilibrio psico-fisico che è presupposto indispensabile di ogni vita umana. Neppure la vita religiosa sfugge ai condizionamenti della malattia. Questa è per lo più l’occasione di un’esplosione del senso elementare del sacro, che si manifesta sotto forma di presentimento di forze che ci superano e ci sottraggono il dominio della nostra vita; e non è raro il caso che la religiosità si degradi ulteriormente in credulità e magia. In breve possiamo

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dire che non è mai il corpo da solo ad essere ammalato; è tutto l’uomo, che soffre di un disordine, ad essere ammalato.

Tuttavia anche la sofferenza fisica può far parte della vita morale del cristiano, nella misura in cui entra nel dinamismo dell’amore oblativo e se ne rende espressione. Ma qual è l’atteggiamento che rende possibile questo capovolgimento del significato della sofferenza? Evidentemente la passività e la rassegnazione — quell’accettazione dell’inevitabile che potrebbe anche essere talvolta calo e/o perdita della speranza — non costituiscono l’atteggiamento adatto. Ci vuole un movimento positivo per fare della malattia e delle sue conseguenze un’espressione più profonda della vita morale. Ci vuole un movimento di superamento che si inserisce nella dinamica dell’amore pasquale. Secondo la espressione di un noto moralista, «la sofferenza assume il significato di un limite, come il corpo; cioè essa trae il suo valore dal superamento di se stessa. Se per se stessa tende ad aggravare materialmente, essa è, di contro, mediazione privilegiata verso la spiritualizzazione più intensa dal momento in cui la si considera nel suo vero senso: ostacolo da travaricare verso lo spirito. Allora essa diventa pretesto e occasione di un amore più grande» 9.

La vita spirituale del cristiano, come quella del Cristo stesso, sta sotto il comandamento dell’amore. Regola fondamentale di un comportamento nella malattia conforme a quello di Cristo è di riferirsi al dono di sé al Padre e ai fratelli, da continuare anche nella malattia, nonostante i condizionamenti negativi che questa tende a porre alla vita psichica, morale o spirituale. Si tratta di uno sforzo per non arrestare lo slancio della vita nuova in Cristo, fatto in una condizione che di per sé rende più difficile l’orientamento oblativo della vita. Così è reso possibile alla malattia di diventare «croce», cioè situazione in cui la donazione è provata, purificata, approfondita.

Non possiamo presentarci al cristiano malato con la presunzione di portargli una valida teoria filosofica del dolore o una teologia della malattia, pretendendo di spiegargli il come e il

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perché della sua sofferenza. Sono impressionanti le parole che il Cardinal Veuillot diceva sul suo letto d’ospedale, durante la sua ultima malattia: «Sappiamo fare delle belle frasi sulla malattia. Io stesso ne ho parlato con calore. Dite ai preti di non dirne niente: noi ignoriamo quello che è. Ne ho pianto». Bisogna che il senso di questo evento dell’esistenza umana sia trovato dal di dentro, vivendo la malattia nella dimensione creaturale e pasquale della propria vita morale: e ciò nessun altro può farlo, se non il malato stesso.

Si può solo stargli accanto nel servizio fraterno e nella testimonianza di una fede e di una speranza che suscitano in noi la fiducia che niente può separarci dall’amore di Dio che ha preso possesso di noi nel Cristo (Rm 8,31-39); niente, neppure la malattia: «siamo ritenuti moribondi e invece, ecco, viviamo!» (2Cor. 6,9).

1 E. Bloch (1971), Ateismo nel cristianesimo, Milano, p 214.

2 P. Teilhard de Chardin (1957), Le milieu divin, Paris, pp 85, 97.

3 Ibidem.

4 D. Bonhoeffer (1969), Resistenza e resa, Milano, pp 258-260.

5 L. Lochet (1950), Au services des malades: l’Union Catholique des malades, La vie spirituelle, 83, pp 55-72.

6 Guzman del Val (1963), El valor apostolico del sufrimiento, Roma.

7 K. Barth (1965), Dogmatique, Genève, p 39.

8 F. Pastorelli (1967), Servitude et grandeur de la maladie, Paris, p 173.

9 G. Gilleman (1959), Il primato della carità in teologia morale, Brescia, p 311.