Comunicazione, consenso, responsabilità

Sandro Spinsanti

INTERVENTO

in Comunicazione, consenso, responsabilità nel rapporto Medico-Paziente

Atti Convegno dell'Associazione medici cattolici italiani, sezione di Torino

Torino, 28 novembre 1992

pp. 9-12

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Prima ancora che la società si preoccupasse di stabilire norme e regole entro le quali l’attività terapeutica può essere considerata lecita, la professione medica si è data cura di riflettere su ciò che legittima dall'interno l’intervento sul corpo malato, a partire dal senso e dalle finalità intrinseche dell’atto medico.

Questo approccio è propriamente deontologico, in quanto si fonda sulle regole consensualmente stabilite dai professionisti: tuttavia ha legami profondi con l’etica, ovvero con i valori condivisi da una determinata società.

Tradizionalmente l’ethos ippocratico ha fatto derivare la liceità dell’atto medico dal bene che esso intende procurare al paziente.

Nel giuramento di Ippocrate questa giustificazione si esprime nella cosiddetta "clausola terapeutica", dove emerge l’orientamento al "bene del paziente" come giustificazione dell’atto medico.

Gli elementi costitutivi del rapporto medico-paziente sono: l’asimmetria dei rapporti, la subalternità del malato, il ruolo pilota della scienza, il controllo fornito della coscienza e dal senso di responsabilità del medico (di qui la formuletta compendiosa: "in scienza e coscienza", solitamente utilizzata per tagliar corto nei lunghi discorsi sulle dimensioni etiche della pratica della medicina).

Di fronte a questa concezione così lineare della medicina, che è giunta fino a noi attraverso i secoli sostanzialmente immutata, ci dobbiamo domandare: è ancora valida salvo qualche piccola azione di cosmesi, per darle un volto più attuale, oppure dobbiamo elaborare un nuovo paradigma? È questo l'interrogativo di fondo che deve affrontare oggi l’etica dell’atto medico.

L’epoca moderna è quella che inizia, per definizione, con l’illuminismo, che è "l’uscita da ogni minorità non dovuta".

Questo cambiamento è rimasto sempre al di fuori della medicina: ma quando l’atto medico diventa "moderno", comporta l’uscita da quella "minorità non dovuta".

La modernità porta a un rovesciamento di prospettiva: il primato non spetta all’orientamento a fare il bene dell’altro (principio di beneficità), ma al rispetto della sua caratteristica di soggetto autonomo (principio di autonomia).

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Questo, in sostanza, è il contenuto del principio del consenso informato introdotto in medicina.

Spesso si tende a vedere le pratiche del consenso informato sotto l’aspetto medico-legale, come procedure rivolte unicamente a proteggere il medico dalle possibili conseguenze di ordine giudiziario dei suoi atti.

Nella pratica del consenso informato, in realtà, il senso profondamente etico deriva dall’accettazione dell’autonomia dell'Individuo, in quanto soggetto capace di determinare i propri fini. Ne consegue che questa medicina moderna diventa molto sensibile ai valori del paziente. E questo è tanto più vero, forte e dirompente nello stato attuale del progresso medico.

Oggi la medicina dispone di un arsenale terapeutico molto vario e aperto sui diversi esiti. È proprio là dove esiste una pluralità di scelte che i valori del paziente diventano rilevanti, (v. Manuale di Bioetica di Tristam Engelhardt).

Di fronte a questa medicina notiamo due atteggiamenti fondamentali. Uno è quello dell’ostilità aprioristica. In Italia l’ostilità è molto diffusa ― non lo dico in senso accusatorio, ma analitico ― soprattutto nel mondo medico. I medici per lo più preferiscono rimanere all'interno del paternalismo, magari riproposto in forme più blande. Hanno molti motivi per considerare la malattia come una situazione in cui in fondo l’autonomia personale viene sospesa, in quanto l’adulto ritorna in uno stato di dipendenza. La dipendenza viene talvolta cercata esplicitamente: il malato si mette nelle mani del sanitario, con la speranza che questi, in conformità all’ethos ippocratico, si sia impegnato a sviluppare un sapere massimo e oltre alla scienza si sia formato anche una coscienza che gli impedisca di prevaricare, traendo vantaggio dalla situazione del paziente. In questa strutturazione del rapporto di fondo è il medico che, spesso in collusione con i familiari e magari da questi sollecitato, decide quali informazioni dare al paziente e sceglie per lui il trattamento più indicato.

L’altro atteggiamento estremo nei confronti del paradigma "moderno" della medicina è l’accettazione acritica e incondizionata. Questa resa totale al modello autonomista si traduce in pratica in un’informazione indifferenziata, data in qualsiasi modo, senza alcuna considerazione dell’emotività del paziente. Oppure nel ricorso puramente strumentale

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ai "protocolli di consenso informato": un mezzo per mettere in chiaro, nero su bianco, che il paziente è stato informato, a tutela del sanitario. Oppure nelle deleghe deresponsabilizzanti ai Comitati di etica.

È possibile assumere, rispetto a questo cambiamento di paradigma in medicina, un atteggiamento che non sia né di rifiuto aprioristico, né di accettazione acritica?

L’informazione e l’acquisizione del consenso saranno sempre meno un "optional" e sempre più un obbligo non solo giuridico e deontologico ma etico, quindi una condizione perché si possa parlare di buona medicina.

Certo, è possibile immaginare uno scenario infausto di sviluppo della modernità, in cui per esempio questo diritto alla libertà decisionale si tramuti in un diritto di essere lasciato solo, senza alcun sostegno, e in cui il consenso informato venga utilizzato come un espediente per rifilare al malato la responsabilità di decisioni che invece andrebbero condivise.

Tra le due strade della riproposta del paternalismo medico e della resa incondizionata al principio di autonomia nella sua versione più individualista, con i possibili risvolti di isolamento, solitudine e in fondo di rottura dell’alleanza terapeutica, sentiamo il bisogno di una via media, che implica la capacità di stare veramente al centro, abbracciando gli estremi.

Ciò che impedisce di abbracciare una delle due alternative non è solo una scelta teorica, ma la consapevolezza che adottare l’uno o l’altro modello in maniera esclusiva comporta un prezzo molto alto di sofferenze.

Da una parte la sofferenza dei malati di dipendere come bambini eterodeterminati, di essere espropriati di diritti che nessun codice potrà mai convalidare.

Dall’altra, le sofferenze legate al modello autonomista a oltranza: quella dei malati, abbandonati spesso alle loro angosce, e quelle dei medici, degradati a puri esecutori di desideri e di preferenze, in una medicina ridotta a un supermercato.

Mi permetto, in conclusione, di citare un modello che a mio avviso merita un’attenta considerazione: l’approccio all’etica medica di Edmund Pellegrino e David Thomasma ― ("Per il bene del paziente. Tradizione e innovazione nell’etica medica" ― ed. Paoline 1992).

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È un serio tentativo di trovare una via media che concili benificità e autonomia, vedendole come due dimensioni essenziali dell’atto medico.

Il punto focale rimane il bene del paziente, che deve essere garantito. La considerazione esclusivamente autonomista lascia il paziente nella sua vulnerabilità e umanità ferita (non per niente è "in-firmus", cioè non solido); l’autonomia spesso non è presente come un dato obiettivo, ma come una meta.

Alla via intermedia Pellegrino e Thomasma attribuiscono il nome programmatico di "beneficità nella fiducia".

Non ci può essere una buona medicina che non domandi anche una crescita etica del paziente, affinché entri in modo costruttivo nel rapporto di "beneficità nella fiducia".

Per questo la nuova etica che deve regnare in medicina non può essere elaborata unilateralmente dalla professione medica.

Il buon medico e il buon paziente hanno dei mutui obblighi all'interno del rapporto terapeutico: questa crescita comune è essenziale per identificare la via media che mette insieme autonomia e beneficità.

Consenso informato tra comunicazione e informazione

Sandro Spinsanti

CONSENSO INFORMATO TRA COMUNICAZIONE E INFORMA-ZIONE

in Modelli d'intervento dello psicologo in ospedale, confronto di espe-rienze

Atti del Convegno di Camerino dell'Ordine Nazionale degli Psicologi ― Consiglio Regionale delle Marche

Camerino, 9 giugno 1997

pp. 39-49

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1. Comunicare senza informare

La scena di un vecchio film ci permette di visualizzare, grazie a una situazione tipica, in che modo si realizza una comunicazione senza informazione. Si tratta del film Vivere di Akira Kurosawa, del 1952, un classico della storia del cinema. Il protagonista, un umile capoufficio del catasto, va a farsi visitare da un medico per persistenti dolori allo stomaco. In sala di attesa ha un colloquio informale con un veterano degli ambulatori medici. Dapprima il paziente gli descrive esattamente i sintomi del cancro dello stomaco; poi passa a predire il comportamento del medico: se questi, guardando la radiografia, minimizza, nega risolutamente che si tratta di cancro, scherza e gli dice che può mangiare tutto quello che vuole, si può essere certi: la diagnosi di cancro è confermata! Al malato restano solo pochi mesi di vita. E proprio in questo modo indiretto il nostro capoufficio verrà a conoscere la sentenza che lo riguarda. Anche in assenza di una informazione veritiera, la comunicazione relativa al suo stato di salute è giunta fino a lui.

Il problema della comunicazione è diventato centrale nella medicina attuale. Questo fatto non depone a favore della comunicazione stessa. Quando, infatti, nei rapporti interpersonali la comunicazione si fa centrale, ci sentiamo legittimati a dedurne che siamo di fronte a un indice di relazione "malata". Lo conferma autorevolmente Paul Waztlawick, uno dei maggiori esperti della comunicazione umana: «Quanto più una relazione è spontanea e ‘sana’ tanto più l’aspetto relazionale della comunicazione recede sullo sfondo. Viceversa, le relazioni ‘malate’ sono caratterizzate da una lotta costante per definire la natura della relazione, mentre l’aspetto di contenuto della comunicazione diventa sempre meno importante» (Watzlawick, 1971). È quanto possiamo verificare empiricamente nelle relazioni amorose: le coppie in crisi, invece di fare l’amore, imbastiscono eterni discorsi per definire il loro rapporto... Quando la comunicazione è inceppata, ci si accorge di essa, in quanto diventa un sintomo dolorante.

Qualcosa di analogo succede oggi in medicina. Si parla molto di comunicazione perché abbiamo l’impressione che siano sempre più frequenti e dolorosi i nodi della comunicazione. In particolare, la comunicazione si ingorga quando si decide, per motivi di diversa natura ― per ragioni di

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tempo e di opportunità, o anche per motivi etici ― di saltare il momento dell’informazione, andando direttamente all’azione terapeutica. L’enfasi posta sul fare, piuttosto che sul parlare informativo, danneggia il processo della guarigione e si traduce in un saldo negativo sul piano della comunicazione.

Se la comunicazione non fluisce in modo sano, ristagna patologicamente. Poiché, in ogni caso, non si può non comunicare. Questo è il primo assioma stabilito da Watzlawick nella sua Pragmatica della comunicazione umana. La comunicazione, infatti, è un comportamento; e non esiste l’opposto del comportamento. Chi, per esempio, in una situazione di vicinanza fisica, si chiude nel mutismo, comunica che non vuol comunicare. Le parole e il silenzio, l’attività e l’inattività: tutto, nell’interazione, ha il valore di messaggio. La questione, quindi, diventa: che cosa comunica il comportamento del medico, quando rifiuta di informare il malato? (evidentemente quello che crea problemi è la comunicazione di una prognosi infausta: dare buone notizie è invece una delle opportunità più piacevoli che la vita ci riserva, dentro e fuori la medicina).

Una risposta alla domanda possiamo ricavarla dalla descrizione seguente, in cui l’oncologo francese Léon Schwarzenberg tratteggia la situazione che si crea quando l’ambiente che circonda il malato opta la congiura del silenzio:

«È raro che i malati ripongano assoluta fiducia nel loro medico. Molti di essi credono che in questa valle di lacrime non esista bugiardo più grosso e patentato del medico, e che del resto egli eserciti l’unica professione nella quale la menzogna è d’obbligo. Inutile dire che a volte costoro hanno ragione. Ma dubbi e sospetti possono travalicare il medico stesso. Ve n’è che sospettano un complotto tra i loro stessi familiari, da parte dei loro amici. E, ancora una volta, spesso hanno ragione. La moglie o il marito, a volte il figlio maggiore che svolge il ruolo di capofamiglia ha deciso che “non bisogna dirglielo. Non possiamo farlo. Significherebbe ammazzarlo”. E il medico dal canto suo non osa spingersi più in là e a sua volta si inchina alla volontà della famiglia. Purtroppo, però, accade che la maggior parte di noi medici si sia attori da quattro soldi, bugiardi da poco. Il malato avverte perfettamente che non tutti coloro che lo circondano sono sinceri con lui, lo legge loro in faccia, lo coglie dai b silenzi più ancora che dalle loro parole, lo capisce dai loro errori, dai lapsus, dagli impappinamenti, si sente al centro degli argomenti che non vengono mai abbordati. Tutti recitano male, mentono peggio. Il malato, questo lo sa; e il medico ha il sospetto che il malato sappia. Ed ecco così istituirsi quel rapporto convenzionale, di perfetta cortesia: il malato sa che il medico sa, ma non ne parla» (Schwartzenberg, Vianson-Ponté, 1975).

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In pratica, contesti comunicativi di questo genere trasmettono ― al di là della volontà di coloro che decidono, magari per motivazioni umanitarie molto nobili e generose, di sottrarre l’informazione al malato ― la “morte sociale” di questi. L’essere umano non è solo un organismo animato, ma è anche essenzialmente un membro della società. Quando viene reciso il legame vitale con la comunità, muore come essere umano. Questo tipo di morte non ricalca esattamente la morte fisica: può avvenire prima o dopo, rispetto alla cessazione della vita organica. Ci sono tribù in Africa che considerano morta una persona solo quando non si parla più di essa (Thomas, 1982): è un esempio estremo che illustra la divaricazione possibile, anche in altri contesti culturali, tra morte sociale e morte organica.

La morte sociale, inoltre, non è un avvenimento “puntuale”: si verifica a gradi. Attraversa vari stadi; come la malattia stessa, può essere leggera, grave, fatale, oppure reversibile. La progressione nella morte sociale è favorita dal fatto che la morte, nel modo in cui si verifica abitualmente, si prolunga nel tempo. Nel lungo periodo che la persona impiega a morire, si verifica gradualmente la sua morte sociale. L’ospedale è un osservatorio eccellente per rilevare in che modo si passa dal regno dei vivi a quello dei morti. Con il progredire della malattia, cessano le cure infermieristiche usuali, l’interesse medico si affievolisce fino a scomparire (a meno che non si tratti di un “caso interessante”, in un ospedale che abbia anche finalità didattica e di ricerca), i morenti sono separati dai familiari, talvolta ricevono già i trattamenti riservati alle salme...(cfr. Sudnow, 1970).

Nell’esperienza dei più la morte sociale comincia quando si cessa di essere considerati soggetti che possono prendere decisioni responsabili sul proprio destino. La preoccupazione di evitare alla persona che non può guarire lo shock di conoscere la propria situazione porta coloro che sanno ― i sanitari e i familiari ― a farsi carico della gestione della parte finale della vita del malato, sottraendogli le informazioni. In questo modo lo si è già condannato a morte come soggetto, ancor prima che la patologia fisica porti a compimento il suo assalto all’organismo.

Sia le parole che il silenzio hanno il loro lato tragico. Volendo evitare il dramma dell’informazione, si precipita in quello della mancanza di verità. Il silenzio, che può essere un salutare correttivo della retorica banalizzante delle parole e può talvolta offrire la solida consolazione derivante dalla muta solidarietà, in queste condizioni è solo un vuoto di parole. Comunica al malato inguaribile che non è più qualcuno con cui si possa comunicare. Gli comunica, cioè, che socialmente può già considerarsi morto.

Ma i pazienti inguaribili, avviati verso la morte, vogliono sapere della loro situazione? Questo interrogativo continua ad offrire lo spunto per innumerevoli dibattiti. L’abituale mancanza di informazioni al malato

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sulla prognosi infausta può essere letta in diversi modi. Qualcuno fa responsabile della “congiura del silenzio” i medici e i familiari: sono loro che non vogliono parlare, o per malinteso paternalismo, o per risparmiarsi il peso di dover sostenere emotivamente un paziente confrontato con una prospettiva tragica. Altri invece, attribuiscono la volontà di non sapere ai pazienti: siccome essi rifiutano la verità, i sanitari si adeguano allo loro volontà e li preservano dal trauma di un’informazione non desiderata. O forse i malati fanno finta di non sapere, perché i medici e i familiari non vogliono parlare... Dove sta il torto e la ragione in questo scenario cangiante?

La pragmatica della comunicazione umana ci ha insegnato a sbrogliare matasse di questo genere riferendoci alla “punteggiatura” delle sequenze di eventi (cfr. Watzlawick, 1971).Quando in un rapporto comunicativo si creano delle catene che tendono a prolungarsi all’infinito (l’esempio più tipico è quello di una coppia che litiga: lei brontola, lui si chiude in se stesso; lei brontola perché lui si chiude, lui si chiude perché lei brontola; allora lei brontola ancora di più, mentre lui risponde chiudendosi ancora di più: teoricamente, questa catena non ha fine...), ambedue i modi di punteggiare sono possibili e corretti. Non si tratta di dare ragione all'uno o all’altro, adottando la sua punteggiatura degli eventi, ma di trovare un modo di spezzare la catena.

Uno di questi modi sono le ricerche empiriche. Il tema del consenso informato ha stimolato una quantità di indagini, dalle quali risulta che la falsa attribuzione del desiderio di informazione è uno degli errori più comuni nella pratica clinica. Tra ciò che i pazienti desiderano conoscere e quello che i medici pensano che essi vogliono conoscere esistono discrepanze rilevanti.

In una ricerca americana, ad esempio, condotta da Waitzkin e Stoeckle, sono stati registrati 336 incontri tra medici e pazienti in diversi contesti clinici, compresa la pratica privata e gli ambulatori ospedalieri. Si è chiesto ai medici di indovinare il desiderio dei pazienti di essere informati e l’utilità dell’informazione per il paziente. Anche ai pazienti si è domandato di fornire l’autovalutazione. La maggioranza dei pazienti desiderava conoscere quasi tutto e pensava che l’informazione sarebbe stata loro utile. Ma nel 65 per cento degli incontri i medici sottovalutavano il desiderio di informazione e l’utilità clinica dell’informazione stessa (Waitzkin, Stoeckle, 1976).

La stessa ricerca fornisce un altro dato importante. I ricercatori chiesero anche ai medici quanto tempo pensavano di aver dedicato a informare. Confrontando questa percezione soggettiva con il tempo oggettivamente risultante dalla registrazione degli incontri, risultò che in media i medici stimavano il tempo dedicato all’informazione nove volte di più del reale!

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Ai risultati prosaici, ma istruttivi, di questo tipo di ricerche bisogna aggiungere l’esperienza di chi ha infranto la barriera del silenzio e si è messo, senza preconcetti, a parlare con i malati, anche quelli inguaribili e avviati verso la morte, sulla loro situazione. Fa ormai parte irrinunciabile del patrimonio di esperienza acquistata nell’accompagnamento dei morenti la convinzione che si muore meglio quando è possibile esprimere le proprie emozioni, comunicarle a qualcuno, condividere i propri stati d’animo. Da quando Elisabeth Kübler-Ross ha cominciato a disobbedire alla consegna del silenzio con i morenti, dominante negli ambienti ospedalieri, si è aperto un capitolo nuovo di conoscenze dell’animo umano e dei suoi bisogni nel momento in cui si avvicina alla soglia estrema della vita. Quanto sappiamo sugli stadi del morire, sull’organizzazione della speranza e sulle modalità simboliche della comunicazione fa parte ormai della medicina moderna, allo stesso modo della chimica dei neurotrasmettitori o delle reazione immunologiche (Kübler-Ross, 1984).

2. Informare senza comunicare

I fautori del modello “autonomista”, espressione tipica di una medicina che si è aperta alla modernità, si fanno spesso promotori di una informazione a oltranza del malato, senza considerare la ripercussione che certe notizie possono avere nel malato stesso. Più che una questione di sensibilità morale, si tratta spesso di una concezione superficiale della comunicazione stessa. Non si considera a sufficienza, infatti, che la comunicazione non è costituita solo dagli aspetti verbali.

Il linguaggio ha sicuramente un’importanza unica per la specie umana, che da esso viene caratterizzata. Ma non è l’unico canale attraverso cui comunichiamo. Nella comunicazione umana si hanno due fondamentali possibilità di far riferimento a dei contenuti informativi: o rappresentandoli con un’immagine (come quando si disegna), oppure dando loro un nome. Tecnicamente si parla di comunicazione analogica nel primo caso, e di comunicazione numerica nel secondo. Comunicazione analogica è praticamente ogni comunicazione non verbale. Include le posizioni del corpo, i gesti, l’espressione del volto, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle parole stesse, come pure i segni di comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo un’interazione.

Il linguaggio numerico ha un’importanza particolare per gli esseri umani, perché serve a scambiare informazioni sugli oggetti e perché ha la funzione di trasmettere la conoscenza di epoca in epoca. C’è però tutto un settore in cui facciamo affidamento quasi esclusivamente sulla comunicazione analogica, spesso discostandoci assai poco dall'eredità che ci hanno

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trasmesso i nostri antenati mammiferi. Quando ci avviciniamo ai segmenti estremi della vita ― la nascita e la morte ― scopriamo con sorpresa quanto abbiamo ancora in comune con gli animali.

Le vocalizzazioni, i movimenti di intenzione e i segni di umore degli animali sono comunicazione analogica, mediante la quale definiscono la natura delle loro relazioni, in mancanza della capacità di fare asserzioni denotative sugli oggetti. Ciò che gli animali capiscono non è certo il significato delle parole, ma la ricchezza della comunicazione analogica che accompagna il discorso. Ogni volta che la relazione è il problema centrale della comunicazione, il linguaggio numerico cede il primato alla comunicazione analogica. È un fenomeno che non si verifica solo tra gli animali, ma in molte circostanze della vita umana, come quando si corteggia o si combatte. E anche quando si reca soccorso. Per questo la comunicazione analogica, che è molto più ricca dell’informazione verbale, è centrale nel rapporto medico paziente.

Lo stato di malattia, specie quando è grave ed è percepito come una minaccia alla vita, provoca una regressione che ci fa diventare, come i bambini e come gli animali, sommamente recettivi alla comunicazione analogica che accompagna il discorso. E anche se le parole si organizzano abilmente per sostenere delle menzogne ― comprese quelle “pietose” e a fin di bene ― i comportamenti tradiscono la verità. Perché è facile dichiarare qualcosa verbalmente, ma è difficile sostenere una bugia nel regno dell’analogico. Sembra un paradosso: le intenzioni più sublimi che possiamo attribuire agli esseri umani ― la solidarietà, l’amore, il prendersi cura ― passano attraverso il canale povero dei gesti e della comunicazione non verbale. Gli atti di cura corporea e il contatto fisico sono destinati a portare un peso metafisico che sembra quasi sproporzionato. Attraverso gli umili gesti della “carne comune” (Maurice Merleau-Ponty) si esprime il mistero della reciprocità delle coscienze.

Questa percezione più acuta delle esigenze connesse con la comunicazione nell’ambito delle cure sanitarie, che eccede di molto i contenuti informativi che si possono trasmettere con le parole, ci permette di affrontare in modo più differenziato la questione inevitabile: bisogna comunicare o tacere una diagnosi infausta? La questione è diventata un luogo classico di dibattito in cui possiamo assistere allo scontro tra modelli di comportamento che aspirano ugualmente a realizzare un valore morale, ma nella pratica si scoprono come inconciliabili.

Di fatto, il confronto assomiglia di più a un dialogo tra sordi, in quanto si confrontano certezze profonde non disposte a farsi rimettere in discussione dagli argomenti contrari. Chi è convinto che una prognosi che si affaccia sulla morte non vada condivisa con il malato ― tutt’al più con i suoi familiari ― motiva questo comportamento con alti motivi ideali. È per

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risparmiare al malato un evento emotivamente catastrofico che si deve fare ogni sforzo per tenere lontano dal suo sguardo l’orrore della morte certa. Ma anche chi difende la posizione contraria, orientata a informare il malato della propria situazione, si giustifica con motivi ideali, che ruotano attorno al rispetto del malato e tendono a prevenire un altro tipo di sofferenze psicologiche: quelle che si aggrumano attorno al sistema di menzogne necessario per mantenere il malato nell’ignoranza della sua situazione.

L’incomprensione tra i partigiani delle due posizioni può raggiungere punte paradossali. Coloro che optano per la comunicazione della diagnosi si sentono accusati di “crudeltà” nei confronti del malato; chi sceglie la menzogna pietosa, in nome della compassione, si trova sospettato di essere solo un piccolo egoista, che vuol risparmiarsi le situazioni più ingrate, con lo sforzo di comunicazione che comportano. I tentativi di guadagnare l’altro alla propria posizione per lo più naufragano clamorosamente. Ciò non dipende dalla debolezza delle argomentazioni, ma dal fatto che gli atteggiamenti di fondo si nutrono di motivi che non sono solo razionali.

Alcuni di questi elementi sono stati messi in luce da uno studio pilota sui comportamenti e sugli atteggiamenti culturali dei medici circa la diagnosi e la prognosi di cancro. La ricerca è stata condotta da un’antropologa americana, Deborah Gordon, su un campione di medici toscani. Il merito della ricercatrice è stato quello di non limitarsi a contare quanti sono per il “dire” e quanti sono per il “tacere”. Ha studiato invece come questi orientamenti sono collegati, in profondità, con le convinzioni che riguardano la vita, la morte e la sofferenza; con il modo di gestire le “cattive notizie”, anche in contesti diversi da quello della salute; con i modelli fondamentali di educazione (orientata a promuovere l’autonomia personale oppure consolidare la dipendenza dai genitori e dalla famiglia); con le modalità che vengono utilizzate preferenzialmente per aiutare qualcuno in difficoltà. Ne risulta che anche in una regione relativamente omogenea, come la Toscana, i medici si orientano secondo due modelli profondamente diversi.

Trattandosi di uno studio antropologico, potremmo dire che formano due tribù. Per quella orientata in senso tradizionale, le decisioni relative a cure e trattamenti sono responsabilità del medico (e della famiglia), che scelgono ciò che “è meglio” per il paziente. Di fronte alla morte, l’obiettivo prioritario diventa la difesa del fragile dalla cattiva notizia, tenendolo all’oscuro. Per l’altra tribù, invece, l’informazione riguardo alla diagnosi, alla prognosi e al trattamento appartiene al paziente: è un suo diritto, perché deve conoscere e capire per poter decidere. L’ideale a cui tende è quello di rendere il paziente giudice di ciò che è meglio per lui.

Sono tribù molto compatte. I convincimenti di fondo ― riguardo alla

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vita e alla morte, agli eventi critici e al modo più appropriato per farvi fronte, al compito dei sanitari e al ruolo della famiglia ― sono condivisi da tutti e fortemente contrapposti a quelli dell’altro raggruppamento. Se dalla forma arcaica di lotta tra tribù si vuol passare a una forma più proficua di convivenza sociale, è necessario anzitutto convincersi che la posizione contraria non è solo errore o malafede. Ognuna ha valori importanti da difendere. In una società dove nessuno sembra più disposto ad ascoltare le ragioni dell’altro, la questione della comunicazione della diagnosi al paziente può diventare una palestra di dialogo, nel senso che era caro a Socrate. Quel dialogo che ci fa scoprire quanta ignoranza c’è dietro il nostro sapere, e quanto abbiamo bisogno di mettere insieme frammenti di verità per costruire la saggezza.

3. Come utilizzare il consenso scritto

Sembra che qualcuno in America abbia avuto l’idea di mettere in circolazione dei formulari rivolti a ottenere dal possibile partner un incontro sessuale una dichiarazione esplicita firmata di consenso al rapporto. Perché ― ironizza l'autore della trovata ― un rapporto sessuale è un fatto pericoloso: dalla piacevolezza del talamo vi potreste trovare in tribunale, accusati di stupro! Basti pensare ai processi che hanno avuto per mesi l’onore delle cronache (dal giovane Kennedy al pugile Tyson) per rendersi conto dell’entità del pericolo. Meglio, dunque, tutelarsi raccogliendo le prove inequivocabili della volontà non ambigua del partner!

Può sembrare una provocazione accostare i goliardici formulari per il consenso al rapporto sessuale alle procedure per ottenere il consenso informato nel contesto sanitario. Il parallelo stabilito tra lo scherzo di un buontempone e una delle pratiche a cui sembra arridere più successo nell’ambito delle nuove regole che stanno ridisegnando i rapporti tra sanitari e cittadini non vuol essere irriverente. Un effetto di “straniamento” si produce nell’uno come nell’altro caso, per il fatto che si applicano nell’ambito dell’intimità le procedure che valgono tra estranei. Non ci sorprende che una transazione commerciale o l’atto di compravendita di un immobile debbano obbedire a precise procedure amministrative: in questi casi tutti ci consideriamo degli estranei, anche all'interno di una stessa famiglia. Una parola di promessa può avere un significato morale e creare obblighi profondi, ma non ha alcuna rilevanza giuridica. L’atto di un notaio è una garanzia per tutti, proprio perché ci tratta come estranei.

Ci troviamo invece completamente spiazzati quando le regole che valgono tra estranei vengono trasposte all’ambito dell’intimità. È impossibile fissare in un formulario da sottoscrivere la complessità di un rapporto amoroso: il consenso scritto appare come una caricatura del consenso, che

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si ottiene nel rapporto vissuto. Chi argomenta contro le procedure giudiziarie per stabilire se ci sia stato o no il consenso a un rapporto sessuale attinge all’esperienza vissuta, dove l'assenso ci si presenta nella sua fondamentale ambiguità (conosciamo anche dei “no” che volgono per un “sì” o per un “forse”...). Soprattutto sappiamo che la comunicazione non verbale svolge una funzione interpretativa determinante: i “sì” o i “no” sono detti più dagli occhi o dal tono muscolare che dalle parole. Dobbiamo dire la stessa cosa del consenso scritto a un atto medico?

In parte sì. Quello che si realizza tra il medico e il paziente che gli si affida va ricondotto al paradigma dell’intimità piuttosto che a quello dell’estraneità. Il consenso prende forma in un contesto imbevuto di emozioni molto forti: speranza, paura, fiducia, diffidenza, angoscia. Spesso si tratta di decisioni di vita o di morte; sempre, comunque, di scelte che coinvolgono il benessere e la qualità della vita.

Il consenso inoltre è un processo che si modifica nel tempo. Il malato può cambiare idea, sulla base di ulteriori informazioni che è riuscito ad assimilare o del vissuto della malattia: il rifiuto di ieri può diventare una richiesta di oggi, o viceversa. C’è ancora una ulteriore analogia con il consenso amoroso: quello che si realizza tra medico e paziente passa anche attraverso la comunicazione non verbale, i silenzi, gli atteggiamenti. Che cosa diventa tutto ciò, ricondotto entro il quadro rigido di un formulario di consenso da espletare come una procedura amministrativa?

Se il parallelo tra l’assenso a un atto amoroso e il consenso a un atto medico può sembrare troppo leggero, possiamo fare un rimando di ineccepibile spessore filosofico. In una pagina delle sue Ricerche filosofiche Ludwig Wittgenstein mette in evidenza la necessità di utilizzare l’esperienza vissuta come chiave interpretativa di un comportamento, come può essere l’esperienza di venir guidati:

«Pensiamo all’esperienza vissuta del venir guidati! Chiediamoci: In che cosa consiste quest’esperienza, quando per esempio, veniamo guidati per una strada? ― Immagina questi casi:

Sei in un campo sportivo, magari con gli occhi bendati, e qualcuno ti conduce per mano, ora a sinistra ora a destra; tu devi sempre essere in attesa degli strattoni della sua mano e devi anche stare attento a non inciampare a uno strattone inaspettato. Oppure: qualcuno ti conduce per mano, con forza, dove non vuoi. O anche: il tuo compagno di ballo ti guida nella danza; tu ti rendi quanto più possibile recettivo per poter indovinare la sua intenzione a seguire anche la più lieve pressione.

Oppure: qualcuno ti conduce a fare una passeggiata; camminando conversate, e dove va lui vai anche tu. O ancora: state camminando per un viottolo di campagna e lasci che ti guidi.

Tutte queste situazioni sono simili l'una all’altra; ma che cosa è comune

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a tutte le esperienze vissute?» (Wittgentein, 1974, p.94s).

Senza nessuna forzatura, possiamo applicare questa descrizione fenomenologica così differenziata all’essere guidati da un medico verso una decisione terapeutica. Inevitabilmente ci domandiamo: come può un formulario scritto rispecchiare la differenza sostanziale che esiste tra il venir guidati attraverso strattoni e il lasciarsi portare insieme dal ritorno delle danza?

Con tutte queste riserve sulla possibile deriva burocratica di un uso generalizzato dei formulari per raccogliere il consenso informato, dobbiamo tuttavia riconoscere che è giunta l’epoca in cui la medicina deve trovare linguaggio e gesti per coniugare la pratica terapeutica con il nuovo clima culturale che attribuisce grande valore all’autodeterminazione dell’individuo. In un articolo dedicato a “Gli sviluppi del diritto alla salute in Italia” (L’Arco di Giano, n. 4, 1994, pp. 53-73) Amedeo Santosuosso ricostruisce il percorso che ha portato all’inizio degli anni Novanta all’esplicito e pieno riconoscimento del diritto alla salute come regola interna del rapporto medico-paziente e come cardine del processo decisionale. Benché sia diventata evidente ― a suo dire ― la distanza «tra la vecchia rivendicazione dei medici di procurare ‘il bene’ del paziente (anche senza la sua volontà) e il riconoscimento che il paziente è arbitro della valutazione della qualità della propria vita e che il medico non può sostituire la propria concezione della qualità della vita a quella del paziente» (p. 71), è possibile pensare a una evoluzione, piuttosto che alla sostituzione di un modello con un altro, previa una dolorosa lacerazione.

La questione, in definitiva, diventa quella dell’uso che si vorrà fare del consenso informato. Non è auspicabile che l’adozione di questa procedura sia svuotata della sua sostanza etica e ridotta a un espletamento formale.

Al consenso informato, quale momento cruciale del rapporto che si instaura tra il professionista sanitario e il malato, non possiamo più sottrarci. E non perché ci siamo messi in testa di scimmiottare l’America: il consenso informato ci è richiesto dalla nuova cultura che sta unificando l’Europa. Ma se vogliamo che l’unifichi per il meglio, non dovremmo dimenticare quella formulazione dell’etica orientata al “prendersi cura” reciproco, come struttura primordiale dell’esistenza umana. Ci possiamo realizzare come essere liberi e autonomi perché l’etica delle cure reciproche fa sì che qualcuno si prenda cura di noi, mentre noi ci occupiamo, in una circolarità delle cure, di coloro che hanno bisogno di noi. Nella salute e nella malattia. Ma soprattutto nella malattia.

Per la pratica della medicina dell’epoca moderna ― quella che ha interiorizzato il principio del rispetto delle decisioni che nascono dall’autonomia dell’individuo, ma nello stesso tempo non abbandona il valore tradizionale costituito dal legame di una particolare alleanza che si stabilisce

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tra chi offre le cure e chi le riceve ― il consenso informato è uno strumento. Senza mitizzarlo, è opportuno trattarlo in quanto tale, continuando a domandarci a quale modello di medicina vogliamo farlo servire. E soprattutto bisognerà convincerci che sull’uso del consenso informato abbiamo ancora tanto da imparare. Una medicina preoccupata della dimensione umanistica e interpersonale (così come, a livello normativo, ci viene richiesto anche dal riordino del Sistema sanitario nazionale: D.L. 517/1993, art. 14: “partecipazione e tutela dei diritti dei cittadini”) dovrà farne un tema privilegiato di ricerca.

BIBLIOGRAFIA

Kübler-Ross E., La morte e il morire, Cittadella, Assisi, 1984.

Santosuosso A., Gli sviluppi del diritto alla salute in Italia, in L’arco di Giano, n. 4, 1994, pp. 53-73.

Schwartzenberg L., Viansson-Ponté P., Cambiamo la morte, Mondadori, Milano 1975.

Sudnow D., Dying in a public hospital, in Brim O.G., Freeman O.E. (a cura di), The dying patient, New York 1970.

Thomas L.-V., La mort africaine, Payot, Paris 1982.

Waitzkin H., Stoeckle J., Information control and micropolitics of health care: Summary of ongoing research project, in Social Science and Medicine, 10, 1976, pp. 263-276.

Watzlawick P., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971.

Il consenso informato: del buono e del cattivo uso

Sandro Spinsanti

IL CONSENSO INFORMATO: DEL BUONO E DEL CATTIVO USO

in Il consenso informato, Commissione Regionale di Bioetica

Regione Toscana Giunta Regionale, Firenze 1995

pp. 20-22

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Il consenso informato è l’espressione centrale di una modalità di esercizio dell’arte medica che si rivela come profondamente innovativo rispetto al passato. Siccome questo passato è lungo e glorioso ― si tratta niente meno che di venticinque secoli di medicina sviluppatasi all’ombra degli ideali umanistici ed etici di Ippocrate, il cambiamento viene sentito come destabilizzante. L’atteggiamento di fondo negli ambienti sanitari è perciò prevalentemente accompagnato da una buona misura di diffidenza.

Raramente avviene che qualcuno argomenti, in linea di principio, contro il consenso informato. Al contrario, istituzioni dotate di grande autorevolezza presuppongono come acquisto l’accordo su una pratica della medicina legittimata non tanto dal "beneficio" da procurare al paziente, quanto dall’autorizzazione di questi all’intervento del professionista. Il progetto di Convenzione sulla bioetica ("Progetto di convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti delle applicazioni della biologia e della medicina"), approvato dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nella sessione 30 gennaio ― 3 febbraio 1995, nell’art. 5 ha previsto il consenso per ogni intervento su una persona per ragioni di salute, sia di diagnosi, prevenzione, terapia, riabilitazione o ricerca:

"Nessun intervento in materia di salute può essere effettuato su una persona senza il suo consenso informato, libero esplicito e specifico".

Per attenerci alla realtà italiana, il Comitato Nazionale per la Bioetica nel documento approvato il 20 giugno 1992, Informazione e consenso all’atto medico, ha dato per acquisita, sotto il profilo sociologico, la svolta del consenso informato:

"Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società; si ritiene tramontata la stagione del paternalismo medico in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell’esercizio della professione, legittimato a ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente, e a trasgredirle quando fossero in contrasto con l’indicazione clinica in senso stretto".

Il consenso informato nei trattamenti sanitari, proposto dalla Commissione Regionale di Bioetica della Toscana, presuppone gli stessi valori e persegue identici obiettivi. Ma il passaggio dalle intenzioni alla messa in atto si rivela indubbiamente molto impegnativo e non privo di difficoltà.

Le ragioni profonde della resistenza al cambiamento di modello generale di rapporto tra medico e paziente, che il consenso informato presuppone, vanno

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ricercate nella mancata "rivoluzione liberale" in medicina. Questa è l’opinione dello storico della medicina ed esperto di bioetica Diego Gracia. Nella sua ricostruzione storica Fondamenti di bioetica (tr. it., ed. San Paolo, 1993, pagg. 174) egli sostiene che fino agli anni più recenti la rivoluzione liberale e democratica in medicina abbia stentato, rispetto ad altri ambiti sociali, ad imporsi:

"Nel mondo della salute la rivoluzione sodale ha preceduto in molti casi la rivoluzione liberale. Il paternalismo è una forma di monopolio, per cui non deve meravigliare che la medicina sia passata facilmente dal modello paternalistico classico a quello monopolistico, senza passare per il modello liberale. Il liberalismo è sempre stato il grande argomento in sospeso nella medicina occidentale".

Ciò spiega perché le culture che più si sentono estranee al liberalismo ― e in Italia l’attuale dibattito politico sta rivelando tutte le insufficienze del liberalismo di casa nostra ― stentino a entrare in sintonia con il modello del rapporto medico-paziente basato sul consenso informato. E non solo per cattive ragioni: il mondo non anglosassone, specialmente quello di tradizione latina, si trova più a suo agio in una formulazione dell’etica che non sia centrata sull’individuo autonomo e rivolto alla difesa dei propri diritti, ma si orienti piuttosto verso il "prendersi cura" reciproco, come struttura primordiale dell’esistenza umana. È una prospettiva molto familiare alle professioni sanitarie, che in genere sentono come estraneo il linguaggio della bioetica elaborato a partire dalla prospettiva dei diritti individuali, della privacy, dell’autonomia. Nel mondo culturale latino è più familiare l’etica delle virtù, rispetto a quella dei diritti; dall’etica ci si aspetta che guidi l’azione verso la qualità eccellente, piuttosto che si ponga a tutela del diritto dell’individuo a non essere violato nella sua autodeterminazione autonoma.

Una aggravante è costituita dal fatto che l’accentuazione del consenso informato quale pilastro fondamentale del rapporto medico-paziente non è entrata in medicina attraverso la porta della pratica clinica, ma attraverso la finestra della ricerca scientifica. La richiesta del consenso è stata considerata quale garanzia principale dell’individuo, per difenderlo da un uso strumentale a servizio della ricerca. Queste norme, per quanto legittime e necessarie, erano più appropriate a regolare i rapporti tra estranei, o "stranieri morali", che tra gli intimi, quali sono il medico e il paziente che stipulano tacitamente un’alleanza terapeutica. Per questo non sono pochi i medici che continuano a sentire il consenso informato come una pratica estranea allo spirito che anima la loro professione.

Tuttavia, malgrado tutte le riserve, dobbiamo riconoscere che è giunta l’epoca in cui la medicina deve trovare linguaggio e gesti per coniugare la pratica terapeutica con il nuovo clima culturale che attribuisce grande valore all’autodeterminazione dell’individuo. In un articolo dedicato a "Gli sviluppi del diritto alla salute in Italia" (L’Arco di Giano, n. 4, 1994, pp. 53-73) Amedeo Santosuosso ricostruisce il percorso che ha portato all’inizio degli anni Novanta all’esplicito e pieno riconoscimento del diritto alla salute come regola interna del rapporto medico-paziente e come cardine del processo decisionale.

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Benché sia diventata evidente ― a suo dire ― la distanza

"tra la vecchia rivendicazione dei medici di procurare il bene del paziente (anche senza la sua volontà) e il riconoscimento che il paziente è arbitro della valutazione della qualità della propria vita e che il medico non può sostituire la propria concezione della qualità della vita a quella del paziente" (p. 71)

è possibile pensare a una evoluzione, piuttosto che alla sostituzione di un modello con un altro, previa una dolorosa lacerazione.

La questione, in definitiva, diventa quella dell’uso che si vorrà fare del consenso informato. Non è auspicabile che l’adozione di questa procedura sia svuotata della sua sostanza etica e ridotta a un espletamento formale. In questa ipotesi, sia il paziente che il medico potrebbero riceverne un danno. Il primo rischierebbe di essere trattato da "estraneo", abbandonato al suo smarrimento proprio nel momento in cui ha maggior bisogno di supporto; il secondo vedrebbe scadere il profilo ideale della sua professione, mentre il vecchio equilibrio tra atteggiamento virtuoso e competenza (il medico come "vir bonus", sanandi peritus") si sbilancerebbe tutto verso la seconda parte.

Al consenso informato, quale momento cruciale del rapporto che si instaura non solo tra ricercatore e soggetto sperimentale ma anche tra clinico e malato, non possiamo più sottrarci. E non perché ci siamo messi in testa di scimmiottare l’America: il consenso informato ci è richiesto dalla nuova cultura che sta unificando l’Europa. Ma se vogliamo che l’unifichi per il meglio, non dovremmo dimenticare quella formulazione dell’etica orientata al "prendersi cura" reciproco, come struttura primordiale dell’esistenza umana. Ci possiamo realizzare come essere liberi e autonomi perché l’etica delle cure reciproche fa sì che qualcuno si prenda cura di noi, mentre noi ci occupiamo, in una circolarità delle cure, di coloro che hanno bisogno di noi. Nella salute e nella malattia. Ma sopratutto nella malattia.

Per la pratica della medicina dell’epoca moderna ― quella che ha interiorizzato il principio del rispetto delle decisioni che nascono dall’autonomia dell’individuo, ma nello stesso tempo non abbandona il valore tradizionale costituito dal legale di una particolare alleanza che si stabilisce tra chi offre le cure e chi le riceve ― il consenso informato è uno strumento. Senza mitizzarlo, è opportuno trattarlo in quanto tale, continuando a domandarci a quale modello di medicina vogliamo farlo servire. E soprattutto bisognerà convincerci che sull’uso del consenso informato abbiamo ancora tanto da imparare. Una medicina preoccupata della dimensione umanistica e interpersonale (così come, a livello normativo, ci viene richiesto anche dal riordino del Sistema sanitario nazionale: D.L. 517/1993, art. 14: "partecipazione e tutela dei diritti dei cittadini") dovrà farne un tema privilegiato di ricerca.

Dottore, ma l’operazione s’ha proprio da fare?

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Sandro Spinsanti

DOTTORE, MA L'OPERAZIONE S’HA PROPRIO DA FARE?

in Rocca

anno 58, n. 11, 1 giugno 1999, pp. 35-37

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L'incontro per operatori della salute si è proposto di indagare le libertà -― al plurale ― che intervengono quando una persona in stato di bisogno per problemi relativi alla salute si rivolge a un professionista sanitario, direttamente o attraverso il sistema sanitario che eroga le cure. Era l’orizzonte molteplice e variegato che intendeva evocare il titolo stesso dell’incontro: «Il gioco delle libertà in medicina: conflitti e composizioni». Facendo un bilancio dei dibattiti, ci rendiamo conto che, in realtà, anche il gioco tra le libertà dei protagonisti non è singolare, ma plurale. Non c’è un unico gioco, ma più giochi. In altre parole più modelli di medicina e, di conseguenza, rapporti molteplici tra i professionisti e i cittadini.

Non è una nostra scoperta di oggi, ma un’eredità tra le più antiche. Già la filosofia greca aveva immaginato due forme di medicina, irriducibilmente diverse, il cui conflitto ha attraversato tutta la storia medica dell'Occidente ed è molto vivo a tutt’oggi: da una parte la medicina come techne, come sapere tecnico, e dall’altra la medicina come filosofia. Sono due modi di intendere la cura, e quindi due sistemi diversi di organizzare attese e speranze nei confronti della medicina, diversi i ruoli reciproci di curanti e curati, diverse le responsabilità.

La tradizione che parla di due modelli di medicina e di cura è seducente, perché noi funzioniamo molto bene in termini binari: bianco e nero, notte e giorno, buono e cattivo... Ma la divisione dicotomica della

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realtà è una semplificazione molto spesso fallace (basterebbe pensare quanto è carente la dicotomia maschio-femmina...). Un modello meno inadeguato può essere quello che si serve di tre fondamentali modalità di dispensare la cura: la «restitutio ad integrum», la guarigione sufficiente, la Grande Salute.

Nella restitutio ad integrum il processo terapeutico viene fondamentalmente descritto come il togliere il sintomo o la condizione patologica e riportare il malato alla condizione precedente. Possiamo immaginare, per semplicità, la situazione che si crea quando una frattura viene perfettamente risaldata o la funzionalità di un organo ristabilita: la malattia diventa un elemento biografico transitorio, del quale si può perdere anche il ricordo.

La guarigione sufficiente è quella che rende possibile la continuazione del progetto esistenziale, malgrado l’incapacità di eliminare la patologia. Si tratta fondamentalmente di convivere con i deficit e le malattie, cercando un equilibrio nuovo, compatibile con la propria esistenza. Oggi la maggior parte delle malattie, almeno nella nostra società, va annoverata tra quelle croniche. Circa un 80% delle persone che bussano alla porta del medico, anche se ci vanno con l’idea o l’illusione della «restitutio ad integrum», hanno invece davanti a sé una condizione di necessaria convivenza con la malattia.

La Grande Salute: è un termine ― mutuato da Nietzsche ― che non ha a che fare con la piena salute, intesa non solo come assenza di malattia, ma come benessere fisico, psichico e sociale (secondo la nota definizione dell’Oms). Significa piuttosto giungere, attraverso la patologia, a una più piena autorealizzazione della persona.

A seconda del modello che si sceglie, cambia il ruolo del terapeuta: se nel primo il ruolo è più facilmente comprensibile come quello di un professionista tecnico, nel secondo è inteso più come un educatore e nel terzo come un testimone partecipe: il sanitario sta accanto, attento, ma senza la pretesa di interferire, perché la Grande Salute non la può produrre il medico, ma solo la persona coinvolta. Il professionista sanitario può forse aiutare la «restitutio ad integrum»; sicuramente può essere un buon educatore; ma per quanto riguarda quella particolare cura che si identifica con il divenire della persona ― fino a quell’orizzonte di autorealizzazione che alcuni chiamano transpersonale e altri semplicemente spirituale ― l’operatore è per lo più «fuori gioco»: anche se personalmente ha elaborato una visione antropologica molto alta e differenziata, non può imporla a chi si rivolge a lui, se questi intende la cura nel primo o nel secondo modo.

Le differenze valgono anche per la partecipazione consapevole del paziente al processo terapeutico: se nel primo modello è auspicabile (oggi, attraverso il consenso informato, diventato una regola deontologica, è quasi un obbligo), per la «guarigione sufficiente» la partecipazione consapevole del paziente è necessaria; per la Grande Salute è assolutamente indispensabile.

Ruolo centrale dell’informazione

I modelli di interazione sono perciò molto diversi: non solo le libertà sono al plurale, ma anche i giochi che si intrecciano tra le libertà.

C’è un ruolo dei soggetti-cittadini, che sono diversi nei loro valori e nelle loro preferenze, intesi come individui e come associazioni di malati; ce un ruolo dei professionisti, a loro volta portatori di valori, e non semplici esecutori di prestazioni richieste; c’è poi un altro soggetto, che entra in gioco

La cura: modi e gradi

Restitutio

ad integrum

La guarigione

sufficiente

La Grande Salute

La descrizione del

processo terapeutico

Togliere il sintomo

o la condizione

patologica

Rendere possibile

la continuazione

del progetto esistenziale

Giungere, attraverso la

patologia, a una o più

piena autorealizzazione

della persona

Il ruolo del terapeuta

Professionista-

tecnico

Educatore

Counselor

(testimone partecipe)

La partecipazione

consapevole

del paziente

Auspicabile

Necessaria

Indispensabile

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anche con una sua libertà: la società nella sua espressione organizzata come erogatore delle cure, pubbliche e private, in tutta la diversa gamma di coinvolgimento sociale e di solidarietà (dal welfare state alle assicurazioni, delle quali non vogliamo dire tutto il male possibile prima di aver detto anche che sono una forma di esercizio della responsabilità del cittadino).

Queste libertà per potersi incontrare e interagire nella pluralità di giochi possibili hanno bisogno di una condizione previa: la circolazione delle informazioni. Più si comprimono le informazioni e più diminuisce il gioco delle libertà. Con l’informazione aumenta il grado di libertà che permette le tre diverse modalità di gioco che abbiamo ipotizzato, come tre volti della cura.

Un’esemplificazione convincente del ruolo centrale che spetta all’informazione è offerta da una ricerca relativa all’offerta di screening per la diagnosi precoce di patologie tumorali. La ricerca, condotta da Gianfranco Domenighetti, sarà pubblicata per esteso nel prossimo numero della rivista Salute e territorio. Mi limito qui a riferire i risultati, ma soprattutto la metodologia. La ricerca è stata fatta nel Canton Ticino su due gruppi di cittadini svizzeri (circa 1.000) chiedendo loro: «Se lei va dal medico e il medico le offre di fare uno screening per scoprire se ha un cancro del pancreas prima che questo si manifesti, quando è ancora silente, lei accetterebbe di sottoporsi allo screening?».

Le persone intervistate sono state suddivise in due gruppi omogenei di circa 500 persone. Dal primo gruppo, a cui era stata fatta la domanda nei termini sopra riferiti, sono state ottenute queste risposte: il 60% accettava di fare lo screening, il 32% non accettava, l'8% avrebbe voluto un secondo parere.

Al secondo gruppo di intervistati, prima di fare la domanda relativa alla disponibilità allo screening, sono state date le seguenti informazioni aggiuntive: 1) questo test non è molto accurato, solo il 30% di coloro a cui è stato diagnosticato un cancro del pancreas hanno veramente un cancro del pancreas; 2) a seguito di ciò, se uno risulta positivo deve ricoverarsi per alcuni giorni in ospedale, per essere sottoposto a numerosi altri accertamenti o verificare se è un vero positivo o un falso positivo; 3) ogni anno in Svizzera soltanto 11 persone su 100.000 hanno un cancro del pancreas; 4) praticamente non abbiamo cure per il cancro del pancreas; infatti su 100 persone a cui viene diagnosticato il cancro del pancreas, dopo cinque anni soltanto tre sono ancora vive.

Da questo secondo gruppo, a cui era stata data l’informazione aggiuntiva, sono pervenute risposte molto diverse rispetto al primo: soltanto il 13% accettava lo screening, il 72% non lo accettava, il 14% era incerto.

Le domande giuste

Appare evidente che la discriminante è l’informazione fornita. Ciò non vale solo nel caso specifico: possiamo generalizzare il discorso affermando che il passaggio dal paternalismo medico alla responsabilità del soggetto non può avvenire se non potenziando l’informazione di cui il cittadino può disporre. A questo proposito vorrei sottolineare un’iniziativa del Canton Ticino, che si presenta come una ricaduta operativa di ricerche come quella che abbiamo presentato. Il Dipartimento per le Opere sociali ― con una funzione analoga al nostro Ministero della Sanità ― ha diffuso fra tutti i cittadini dei libretti dal titolo: «I tuoi diritti come paziente» e analoghe brochures, nelle quali vengono suggerite le domande essenziali da fare al medico. Per esempio: «Se ti consigliano un’operazione, devi domandare: Ma l’operazione è indispensabile? Esiste un trattamento alternativo non chirurgico? Cosa accadrebbe se l’operazione non fosse effettuata? C’è un’operazione meno invasiva e pericolosa? Quali rischi comporta l’intervento chirurgico?».

Insegnare ai cittadini a fare le domande giuste: ecco una priorità per passare dal paternalismo, ancora imperante in medicina, alla cultura della modernità, che promuove l’autonomia e la responsabilità del cittadino, anche quando è un paziente. In pratica noi abbiamo bisogno di cittadini che abbiano la capacità e il coraggio di fare le domande, per avere le informazioni. Non potremo passare dal modello paternalista a un modello più partecipe, e anche quindi a una medicina più responsabile, se non abbiamo dei cittadini che sappiano porre le domande appropriate per acquisire l’informazione necessaria per svolgere un ruolo attivo nelle decisioni sanitarie che li riguardano. Perché chi non ha le informazioni è «fuori gioco».

La difficile virtù di saper ascoltare

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Sandro Bajini

LA DIFFICILE VIRTÙ DI SAPER ASCOLTARE

in Attive come prima

anno VII, n. 2, pp. 28-29

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Saper ascoltare è una facoltà, o forse una virtù, piuttosto rara. Gente che abbia voglia di parlare ce n’è a bizzeffe, molto più esigua è la schiera di coloro che sono disposti ad ascoltare gli altri.

Ascoltare significa innanzi tutto aprirsi al prossimo, ammettere che tutti possano avere qualcosa da dirci e che da chiunque si possa imparare; significa rispettare il nostro simile, concedergli non solo il diritto di parola ma anche quello di essere preso in considerazione.

Non si tratta infatti di “lasciar parlare” anche gli altri — cosa, questa, che molti sono disposti a concedere — ma di interessarsi a una visione delle cose che ci può essere estranea, di concedere fiducia a chi è diverso da noi, e proprio perché è diverso da noi.

Saper ascoltare non è dunque una questione di gentilezza, ma il fondamento dell’autentica tolleranza.

Ma una tolleranza che è basata su questi presupposti che cos’è in definitiva? È amore del prossimo, è fratellanza. Per questo, saper ascoltare non è soltanto una virtù civile ma anche una virtù cristiana. Che cosa fa il sacerdote nella confessione? sa ascoltare. Che cosa facciamo quando un amico ci rivela le sue pene e noi partecipiamo ad esse come se fossero le nostre? sappiamo ascoltare.

Saper ascoltare è, o dovrebbe essere, anche il fondamento di alcune professioni, in particolare quella del medico e dello psicologo. Nel novembre del 1988 si è tenuto addirittura un convegno, ad Assisi, sul tema “L’ascolto che guarisce”. In che senso il medico deve “saper ascoltare”? Nessuno meglio del professor Sandro Spinsanti, docente di bioetica all'Università di Firenze, poteva rispondere a questa domanda. Il professor Spinsanti, che del convegno di Assisi è stato l’animatore, ha come oggetto dei propri studi proprio i problemi morali e in senso lato filosofici che scaturiscono, oggi più che mai, dal complesso delle scienze biologiche e psicologiche di cui le professioni sanitarie sono un’applicazione pratica.

Perché il sanitario che “ascolta” il malato, lo guarisce? “Intanto — risponde il professore — bisogna che lo ascolti davvero. Ci sono diversi modi di ascoltare. Chi ascolta per pura cortesia, non ascolta affatto. I malati hanno spesso l’impressione di essere traditi da coloro dai quali si aspettano di essere ascoltati. Quel che si rimprovera spesso alla medicina oggi, è una pratica in cui il rapporto di parola viene sempre più schiacciato dall’importanza della tecnologia. I malati sono assistiti quasi esclusivamente attraverso la richiesta di analisi e la prescrizione di farmaci. Molte analisi e molti farmaci tuttavia non costituiscono, da soli, una vera terapia”.

Naturalmente, non tutti i medici e non tutti gli psicologi sono cattivi ascoltatori. Molti di essi anche oggi, nella fretta e nella frenesia che ci sommergono, offrono un aiuto vero: un orecchio che comprende e partecipa, e non soltanto una mano che compila ricette. E il disagio non è nella medicina soltanto, è in tutta la società. Ricorda il professor Spinsanti: “In un suo libro, Il mondo del silenzio, Max Picard definisce l’uomo moderno una appendice del rumore. La scuola stessa è finalizzata a renderci professori della parola ma analfabeti dell’ascolto”.

C’è spesso, nella società, una sorta di ribellione all’ascolto, un evidente rifiuto di ascoltare, come se la gente ne avesse paura. “In realtà — dice il professore — aprirsi davvero agli altri significa spendere molto in termini di energia psichica. La mancanza di ascolto non è soltanto frutto di cattiva volontà e di debolezza morale. Esiste anche una resistenza inconscia di fronte all’incontro con una persona, che viene sicuramente percepito come una minaccia al nostro equilibrio e alla nostra integrità”.

Non è dunque facile saper ascoltare ed è troppo facile accusare gli altri di carenze che sono anche nostre. Ma il rifiuto di ascoltare, quando è esplicito, costituisce una forma grossolana di “non ascolto”. Ferisce per il suo cinismo ma si denuncia nello stesso tempo per la sua ingenuità. Molto peggiori sono le forme mascherate o subdole. Si può ad esempio dare ascolto proprio per non ascoltare, ossia accondiscendere a una domanda di aiuto per evitare di mettere in luce una realtà assai più importante, che è quella vera per il malato e quella più imbarazzante per l’operatore sanitario.

Che cosa fa il terapeuta in questo caso? Usa la propria competenza per “tenere a distanza” ciò che è veramente importante e troppo coinvolgente. Invece, sostiene Spinsanti, “la guarigione totale in cui consiste l’autorealizzazione della

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persona attraverso i percorsi tortuosi della malattia e della salute richiede che si ascolti non soltanto quello che preme per essere ascoltato (spesso i sintomi sono un paravento per occultare la vera causa del malessere) ma anche e soprattutto quello che è stato ‘scomunicato’, cioè sottratto alla comunicazione”.

Questi modi di “non ascoltare” sono molto più insidiosi del rifiuto aperto. E c’è un altro modo di evitare un impegno vero, ed è quando il terapeuta si limita ad adeguare ciò che il malato gli riferisce agli schemi di conoscenza che la formazione universitaria gli ha dato.

“Ascoltare l’altro significa allora riferirlo mentalmente alla teoria, modellando su di essa, escludere come non significativo tutto quello che è in eccedenza. La teoria — protocolli clinici o modelli di intervento psicoterapeutico — accontenta l’operatore che si trova così sollevato dal compito gravoso e pericoloso di colmare la propria ignoranza mediante un ascolto dell’altro nella sua concretezza e unicità personale. La teoria, dando l’impressione di poter capire gli altri in anticipo, adempie in realtà la funzione di tenere lontano da sé le loro pretese più esigenti”.

Come è dunque possibile operare nella società con l’intendimento di giovare a chi ne ha bisogno? “Essendo così forti le ragioni che ci dissuadono dal prestare ascolto, a causa della carica eversiva che esso può avere per la nostra stabilità; essendo così raffinati i sistemi che, individualmente e con l’aiuto di quella che viene riconosciuta come una buona formazione professionale, siamo in grado di mettere in atto per difenderci dall’ascolto, c’è motivo piuttosto di stupirsi che qualche volta l’ascolto avvenga”.

Pessimismo? No, piuttosto il rendersi conto che l’ascolto “non è il risultato programmato della buona disposizione della volontà e delle metodiche di educazione ad esso. Nel suo senso più pregnante, l’ascolto è semplicemente qualcosa che succede. Ha legami più profondi con lo stupore, da cui secondo Platone ha origine l’attività filosofica, piuttosto che con la benevola compiacenza o con la filantropia tradizionalmente richieste a chi esercita una professione sanitaria”.

C’è dunque da sperare che questo ascolto che “succede” debba succedere spesso. E del resto — ed è questa la novità che apre il cuore alla speranza — ascoltare fa bene anche a chi ascolta. Anche il terapeuta, in un certo senso, guarisce ascoltando, perché un po’ malato è sempre anche lui: “Un ascolto pieno presuppone che si sia in qualche modo passati attraverso il grande deserto, assumendo la distanza infinita che separa una persona dall’altra. O piuttosto: l’ascolto avviene nel deserto, perché quella distanza non sarà mai abolita, malgrado ogni occasionale balenìo di reciprocità delle coscienze.

Quell’ascolto pieno rivela il suo lato benefico non solo per chi è ascoltato, ma anche per l’operatore che lo esercita. Ascoltando l’altro, egli si apre alla propria realtà umana in pienezza, compresa la sua inevitabile parte di ombra”.

“Esercitare una professione di aiuto, qualunque essa sia, è una via a un modo più completo di essere uomini — conclude il professor Spinsanti. — Come d’altra parte, il solo aiuto efficace che possiamo offrire a qualcun altro, dentro e fuori l’esercizio di una professione sanitaria, è quello di vivere davanti a lui e con lui il nostro essere uomini”.

Sandro Bajini

A una donna come me

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Sandro Spinsanti

A UNA DONNA COME ME

in Attive come prima

anno IV, aprile 1987, p. 28

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A una donna come me è l’opuscolo che le fiduciarie di Attive come prima consegnano alle donne operate negli ospedali. Alcuni medici, dopo averlo letto, l’hanno così commentato:

Sandro Spinsanti

La medicina della mano e la medicina della parola: sono le due forme fondamentali dell’opera terapeutica. Prolungamento della mano è il bisturi che incide, o il trattamento chemioterapico, o l’irradiazione. I progressi di questa dimensione della medicina sono spettacolari. Grazie ad essi, oggi, il cancro non è più sinonimo di morte: di cancro si guarisce, in una percentuale sempre crescente di casi. Questi progressi rischiano però di mettere in ombra l’opera della parola.

Mentre la mano elimina il sintomo, la parola lo interpreta. La faccia nascosta della malattia — quella in cui non è solo un evento cieco e insensato, ma anche un messaggio e un invito al cambiamento — si rivela solo attraverso l’opera della parola, che segue e accompagna quella della mano. L’una e l’altra costituiscono la “guarigione” completa, quella che porta spesso a una modificazione in positivo della propria vita.

La lettera “A una donna come me” è una parola rivolta in prima persona, da donna a donna, nella comune condizione di mastectomizzata; una parola che ne suscita un’altra e si apre a un dialogo.

Il testo sulla psicoprofilassi, ugualmente elaborato da Ada Burrone, è una seconda parola che prolunga la prima. Esso viene utilizzato nei gruppi per donne operate al seno organizzati da Attive come prima.

La parola che attraverso questi testi invita a prendere coscienza e a riappropriarsi del proprio corpo e della propria vita, agisce con la dolcezza di un balsamo che si stende su una ferita. È il farmaco appropriato contro la disperazione, la solitudine e l’insensatezza.

Il tempo come cura

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Sandro Spinsanti

IL TEMPO COME CURA

in Attive

anno XXX, n. 2, ottobre 2013, p. 22

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Come descrivere il cambiamento che interviene nella vita di una persona quando passa dalla salute alla malattia? La scrittrice Susan Sontag, riferendo del cancro al seno che l’ha colpita, ha utilizzato l’immagine del trasloco: “Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell'altro paese" (La malattia come metafora). Ecco: la malattia ci “delocalizza”!

Anche le metafore temporali, oltre a quelle spaziali, esprimono bene lo sconvolgimento che la patologia introduce nella vita. Il tempo subisce un’improvvisa stretta: ci rendiamo conto di avere un’esistenza a termine, le priorità cambiano e niente diventa tanto urgente quanto mettere in campo tutte le risorse della medicina per contrastare la malattia.

Che dire allora di un movimento che si presenta come Slow Medicine? Sembra quasi una provocazione, tenendo conto dell’urgenza che si installa nella nostra vita quando la salute è minacciata. Eppure, bene intesa, la Slow Medicine è proprio la terapia giusta per i mali che soffre la pratica della medicina dei nostri giorni.

Cancelliamo anzitutto dalla mente l’idea che la Slow Medicine si proponga di allungare i tempi con cui si praticano le cure mediche. Ci viene in soccorso l’analogia con Slow Food, a cui il movimento sorto in medicina chiaramente si ispira. A nessuno verrebbe in mente che Slow Food voglia proporre di “mangiare lentamente”, come correttivo all'abbuffarsi a tavola! Slow Food è piuttosto una filosofia di vita, che include ciò che si mangia, ma soprattutto come si produce il cibo, come lo si distribuisce, il rapporto con la terra e l’ambiente... Sostanzialmente, “slow” equivale a una modalità diversa, che può applicarsi sia all’alimentazione che alle cure mediche.

La Slow Medicine non promuove indiscriminatamente la lentezza: sarebbe una caricatura della medicina affermare, ad esempio, che l’infarto debba essere trattato prendendosi tempo, con tutta calma, o che non sia importante cogliere subito i sintomi per intervenire tempestivamente su una patologia presente ma non ancora conclamata.

Stimola invece a riconoscere qual è il momento opportuno.

La Slow Medicine può voler dire tanto che non bisogna perdere tempo, là dove è opportuno intervenire celermente, tanto che bisogna trovare il tempo, là dove la pratica corrente tende a tirare via in fretta.

Il secondo caso è quello che riguarda l’informazione. L’ascolto del paziente e del suo vissuto di malattia, la condivisione del percorso terapeutico e la negoziazione delle scelte richiedono tempo: un tempo che non è un lusso o una cortesia del terapeuta, ma né più né meno che una risorsa necessaria per curare, come può esserlo un bisturi, un antibiotico o un sedativo. “Il tempo dedicato all’informazione, alla comunicazione e alla relazione è tempo di cura”: è l’affermazione senza equivoci della Carta di Firenze, redatta da alcuni professionisti motivati a promuovere la buona medicina. Questo tempo privilegiato sta nell’agenda della Slow Medicine, per la quale la medicina alla quale aspiriamo deve avere essere "sobria, rispettosa del paziente e giusta".

Un programma che non possiamo non sottoscrivere.

Il dottor Knock si aggiorna

Book Cover: Il dottor Knock si aggiorna
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

IL DOTTOR KNOCK SI AGGIORNA

in Attive

anno XXIX, n. 1, maggio 2012, pp. 18-19

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Da qualche tempo compaiono in rete allettanti offerte commerciali al ribasso. Soprattutto il colosso americano del settore, un importante portale su internet, si è messo in grande evidenza, proponendo cene in ristoranti di lusso e soggiorni in hotel prestigiosi a prezzi stracciati. Ma non solo: anche visite mediche specialistiche e test diagnostici vengono offerti in pacchetti super scontati.

Non possiamo fare a meno di chiederci: è un bene o un male? Dobbiamo salutare come un progresso che anche la medicina abbia piantato le tende nel tempio del Mercato?

Ci sorge un dubbio: che i promotori delle offerte mediche di questo portale siano andati a scuola dal dottor Knock. Da quasi un secolo Knock insegna, a chi vuol imparare da lui, come espandere i servizi medici. Per la precisione, il suo magistero ha avuto inizio nel 1923, quando la commedia di Jules Romains, “Knock o il trionfo della medicina”, è andata in scena per la prima volta a Parigi.

Da allora è diventato l’eroe mitico e il nume tutelare di una medicina che ha assunto come obiettivo il superamento continuo dei limiti. Giovane medico condotto, Knock arriva nel paesino di St. Maurice con poca scienza, ma con una convinzione incrollabile. Quella che aveva posto come titolo ― spiega al dottor Parpalaid che, con molta prosopopea ma praticamente in condizioni economiche disagiate, gli “vende” la condotta ― alla sua tesi di laurea: “Sui pretesi stati di salute”; ovvero, ogni sano è un malato che si ignora. Ai nostri giorni qualcuno ha aggiornato la tesi affermando che ogni sano è una persona non sufficientemente diagnosticata.

Dopo tre mesi, quando il dottor Parpalaid ritornerà nel paese per incassare la prima rata della condotta, tutto è cambiato: la locanda è stata trasformata in ospedale, e non c'è più un posto disponibile; il modesto farmacista, diventato il principale collaboratore del nuovo medico, ora dirige un’attività fiorente. Tutti gli abitanti di St. Maurice sono stati toccati dalla “Luce Medica”. Spiega il dottor Knock all’anziano collega stupefatto: “Voi mi date un cantone popolato da alcune migliaia di individui neutri, indeterminati. Il mio ruolo è di determinarli, di portarli all’esistenza medica. Li metto a letto e guardo che cosa ne può venir fuori: un tubercolotico,

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un nevropatico, un arteriosclerotico, quello che si vuole, ma qualcuno, Dio buono!, Qualcuno! Niente mi irrita come quell'essere né carne, né pesce che voi chiamate una persona sana”.

Dal punto di vista operativo, la strategia promozionale ― promozione della medicina, beninteso, non dei propri interessi... ― del dottor Knock è semplice. Convoca il messo comunale, che ha il compito di fare gli annunci pubblici, preceduto dal suono del tamburo, e lo manda in giro per il paese a proclamare l’offerta del nuovo dottore: il lunedì, giorno di mercato e di grande affluenza in paese, dalle nove e trenta alle undici e trenta, il dottor Knock farà visite gratuite per gli abitanti del cantone (“in uno spirito filantropico e per contrastare il progresso inquietante delle malattie”, precisa).

Il seguito della storia chi ha visto o letto la commedia lo conosce; gli altri possono facilmente immaginarlo. Una storia attuale? Beh, oggi gli annunciatori pubblici a suon di tamburo sono piuttosto rari. In compenso, si sono moltiplicate le vie per far arrivare messaggi di promozione della medicina, sempre animati da spirito filantropico e per contrastare il progresso delle malattie.

Con un significativo cambio di scenario: chi offre servizi gratuiti o scontati non ha di fronte la diffidente e taccagna comunità contadina di St. Maurice, che deve essere indotta controvoglia a farsi visitare; oggi il dottor Knock ha di fronte “consumatori” avidi di ricevere visite e di farsi prescrivere esami, farmaci e trattamenti.

Guardando dalla finestra del suo albergo-ospedale lo spettacolo di 250 case con le finestre illuminate, dove allo scoccar delle dieci di sera tutti i malati erano pronti per la presa di temperatura rettale, il dottor Knock poteva annunciare trionfante: “Ci sono 250 camere in cui qualcuno confessa la medicina, 250 letti in cui un corpo disteso testimonia che la vita ha un senso, e grazie a me un senso medico”.

Dall’alto di internet, dalla finestra delle offerte low cost, i numeri delle persone “beneficate" dall’espansione dei servizi sanitari appaiono moltiplicati in modo esponenziale. E la Luce Medica brilla tanto da ferirci gli occhi.

Ma il malato deve o vuole sapere?

Book Cover: Ma il malato deve o vuole sapere?
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Sandro Spinsanti

MA IL MALATO DEVE O VUOLE SAPERE?

in Toscana Medica

anno VII, n. 12, dicembre 1989, pp. 9-10

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Il diritto del paziente a giudicare da sé contrasta con la preoccupazione del medico per il suo benessere. Ma una prognosi espressa in termini probabilistici è un’informazione ugualmente parziale.

Nello sviluppo delle idee e delle leggi che hanno portato all’assetto attuale del problema “informazione” in ambito sanitario, si possono individuare cronologi-camente almeno tre fasi che si sono succedute in tempi diversi, trapassando con più o meno delicatezza l’una nell’altra. La prima fase, che ha avuto il suo culmine verso gli ultimi anni del secolo scorso, era strettamente legata ad una tradizione che spesso vedeva il medico portato in giudizio per “sottrazione di informazione”: egli cioè poteva essere accusato di negligenza, quando incidentalmente avesse omesso di fornire notizie adeguate ad un paziente che, sottoposto per esempio ad un intervento chirurgico, avesse riportato un danno non previsto. L’assoluzione in casi simili era comunque quasi sempre scontata, dal momento che il medico riusciva a dimostrare di avere agito per l’esclusivo vantaggio del soggetto ed a suo beneficio.

Questa situazione cambia radicalmente nei primi anni del nostro secolo, fino al 1920 circa, quando prende campo un importante concetto del diritto, quello dell’aggressione fisica. Sottrarre una informazione costituisce una vera e propria aggressione fisica, dal momento che il medico non può liberamente agire sul paziente per il semplice fatto che quest’ultimo gli si è completamente affidato. Compare così alla ribalta l’idea di auto-determinazione del paziente. Un giudice america-no ha scritto: “Ogni essere umano, di età adulta e di sano giudizio, ha diritto a determinare ciò che si deve fare con il suo corpo, e se dunque viene sottratta questa possibilità di decidere per il proprio corpo, di autodeterminarsi, viene leso un diritto”. L’autonomia del paziente è stata definita, forse brutalmente ma con straordinaria efficacia, da un altro magistrato statunitense come “the right to be let alone”, il diritto ad essere lasciato solo.

La terza fase è quella della dottrina vera e propria del consenso informato: perché il paziente possa dare la propria approvazione o rifiuto è necessario che gli vengano offerte tutte quelle informazioni necessarie per programmare una scelta spesso difficile. Questa linea di pensiero e di condotta ebbe grande influenza sulla classe medica soprattutto negli anni Settanta, provocando nel personale sanitario una forte volontà di tutelarsi giuridicamente, di non farsi cogliere impreparati da una legge che sembrava onnipresente in tutti i campi della scienza medica.

Si è rivelato tra l’altro estremamente difficile per i medici entrare in questa mentalità così rigidamente “legale”, lontana apparentemente mille miglia da una tradizione vecchia di secoli. Sulla scia di queste concezioni, la classe medica si è spesso servita a scopo difensivo del cosiddetto diritto alla “non informazione”, esemplificato dall'esempio seguente. In una famiglia si individua una donna anziana morta per morbo di Huntington, malattia geneticamente trasmessa che si manifesta verso i 40-50 anni con sintomatologia neuro-cerebrale e che conduce ad una morte straziante. Un nipote (20 anni di età) di questa paziente vuole sapere se è o meno portatore di questa affezione, per decidere della propria vita, se sposarsi, avere figli, coltivare speranze per il futuro. Il padre di questo ragazzo, un quarantenne, non intende invece conoscere niente, forse anche lui è un portatore del terribile morbo che lo colpirà magari tra 10 o 20 anni, però preferisce vivere senza saperlo, esercitando il suo diritto alla “non informazione”. Il medico in questa situazione paradigmatica si trova in grave imbarazzo: se rivela al figlio la sua situazione di malato, indirettamente svela la tragica verità anche al padre, inevitabile portatore del gene malato. Il diritto del soggetto a sapere o a non voler sapere condiziona quella situazione che è stata definita “fedeltà multipla del medico”, il difficile adeguamento cioe alle richieste di un paziente, talvolta come, nel caso descritto, in netto contrasto con i desideri di un altro assistito.

Il medico cerca ancora di “difendersi” dagli obblighi apparentemente rigidissimi della legislazione con un processo mentale che conduce ad una deformazione dei dati oggettivi: egli tende cioè ad attribuire al malato la volontà di non sapere in misura molto maggiore di quanto in realtà avvenga. In una ricerca condotta negli Stati Uniti è stato chiesto ad un numero di medici statisticamente significativo

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quanto tempo, secondo loro, avevano dedicato all'informazione di pazienti le cui visite erano state registrate su nastro. Il risultato è stato sorprendente: i sanitari stimavano il tempo impiegato per dare spiegazioni ai pazienti in media nove volte maggiore di quanto avvenuto in realtà.

Nella psicologia della comunicazione tra chi offre le cure e chi le riceve si creano delle sequenze interminabili che non risultano certamente utili per un sereno e costruttivo dialogo. I medici dicono: “i pazienti non vogliono sapere”; questi ultimi ribattono “noi non domandiamo perché i medici non vogliono dire”. Si arriva così alla chiusura di un cerchio che spersonalizza ed inaridisce il rapporto sanitario/oggetto delle cure.

Queste catene infinite, a livello di comportamento, traducono il rifiuto ad entrare dentro la logica, secondo la legge apparentemente semplice, del “dovere informare”. I medici avvertono quasi la violazione di un concetto tradizionale della propria professione, identificato dall’etica come “principio di beneficialità”, il ricercare cioè sempre e comunque il bene per l’assistito, compreso quindi l’eventuale sottrazione di informazioni che potrebbero nuocere al suo stato psico-fisico.

Il moderno principio dell’autonomia del malato entra talvolta in rotta di collisione con i tentativi di “beneficialità” attuati dal medico e proprio in questo strappo con la tradizione si possono ricercare le cause per la deformazione di quello che, percettivamente, si è intuito e vissuto nel secolo come rapporto fondamentale tra medico e paziente.

La medicina di ieri, senza risalire troppo addietro nel tempo, era basata su una logica determinista e causale: una certa malattia è provocata da un determinato agente sociologico, con segni e sintomi più o meno chiari, la terapia richiesta dallo stato morboso è strettamente legata alla sua patogenesi e la prognosi dipende dalla giustezza o meno delle cure messe in atto in quel determinato soggetto.

Oggi la logica predominante in medicina è invece quella statistica e probabilistica. Quando noi diciamo la verità ad un paziente gli forniamo una diagnosi di incertezza, una nuvola di probabilità diagnostiche, prognostiche e terapeutiche: l’ipertensione arteriosa, ad esempio, non ha una causa unica, probabilmente non è neppure una specie morbosa ben definita, ma soltanto un sintomo e la sua prognosi viene attualmente valutata in termini strettamente statistici, usando il calcolo delle probabilità per definire le situazioni a rischio, le complicanze e la mortalità provocata da questa affezione. Si presenta a questo punto il problema di quale verità dire al paziente, dal momento che secondo le moderne concezioni, molteplici aspetti vanno tenuti presenti nella gestione di una qualsiasi condizione patologica. Non possiamo assicurare al paziente che egli morirà entro 3 o 9 o 17 giorni, ma neppure diamo una informazione di qualche utilità se gli diciamo che ha il 50% di possibilità di vivere altri 2 anni; siamo cioè in condizioni di potere fornire dati che in fondo ad un ammalato non servono più di tanto, costruiamo una verità piuttosto che dirla.

Abbandonare psicologicamente un paziente inguaribile al quale abbiamo descritto con precisione la gravità della sua condizione clinica si rivela una deformazione grave del principio di autonomia espresso sopra: l’autonomia di un paziente condannato a morire è relazionale, non comporta il diritto “ad essere lasciato solo”, semmai quello opposto di essere accompagnato da chiunque possa stargli vicino, medico compreso, nei momenti estremi della vita.

Il medico impari a non «scomunicare»

Book Cover: Il medico impari a non «scomunicare»
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

IL MEDICO IMPARI A NON «SCOMUNICARE»

in Tempo medico

anno XXXIII, n. 337, 23 gennaio 1991, pp. 12-13

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Sandro Spinsanti, un fondatore della bioetica in Italia,

delinea il nodo teorico che sta alla base del rapporto medico-paziente:

l’obbligo da parte del medico di entrare in empatia col suo malato

di Sandro Bajini

La bioetica è giovane ma ha già nella società un suo ruolo preciso. Ma facoltà di medicina dell’Università di Firenze è stato istituito quest’anno il primo corso di perfezionamento in bioetica. Lo dirige il professor Sandro Spinsanti, che di questa disciplina è in Italia uno dei maestri riconosciuti. Laureato in psicologia, teologo con licenza e dottorato conseguiti alla Pontificia Università Lateranense, professore di bioetica all’Università di Firenze, direttore del Dipartimento di scienze umane dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma, il professor Spinsanti rappresenta attraverso la bioetica quel ponte fra scienza e umanesimo che in medicina, in contrasto con l’estrema tecnicizzazione di questa, appare sempre più necessario.

«La bioetica — dice il professor Spinsanti — nasce per necessità dalla storia recente della medicina, che vede il profondo mutamento di tre elementi: la medicina come sapere e assistenza; i medici come operatori della salute; i malati come fruitori dell’intervento medico. C’è in atto una trasformazione culturale che ha fatto e fa cambiare profondamente il rapporto medico-paziente».

Il rapporto medico-paziente è l’araba fenice della medicina di oggi: tutti ne parlano e tutti sanno che si è modificato; ma come sia cambiato nessuno lo sa con l’esattezza che è delle idee chiare e distinte. E infatti l’analisi di questa complessa realtà non può essere fatta seriamente senza strumenti filosofici, e appunto bioetici.

La fiducia non è una cambiale in bianco

Il rapporto si regge su due principi: il principio di beneficità («e non di beneficenza, come pure è stato chiamato, che sa troppo di dame di San Vincenzo», precisa Spinsanti) e il principio di autonomia. La beneficità è quella del medico, che mette il suo sapere e il suo potere curativo al servizio del paziente. L’autonomia è quella del paziente, che ha il diritto di non accettare tutto ciò che gli viene proposto in sede diagnostica e terapeutica. Dall’armonizzarsi di questi due principi nasce il corretto rapporto, che oggi appare tuttavia in grave squilibrio.

Il professor Spinsanti ne chiarisce le ragioni: «C’è una parte della società, che parla a nome dei pazienti, la quale spinge all’estremo il principio di autonomia (che in America all’inizio del secolo è stato definito come ”il diritto di essere lasciato solo”); e c’è una parte dei medici che mette in opera il principio di beneficità secondo un criterio paternalistico o autoritario, non più adeguato alla società attuale».

«Il malessere è grande — continua Spinsanti — e il rapporto deve cambiare. Ma ci sono pericoli: si rischia di buttare l’acqua sporca assieme al bambino. Nel vecchio rapporto qualcosa di buono c’era e superare il paternalismo non significa rinunciare al tramite della fiducia. Solo che questa fiducia non può più essere una carta firmata in bianco».

Dalla parte opposta ci sono i cosiddetti «diritti del malato». «Che sono una cosa sacrosanta, ma che non possono configurarsi in termini puramente giuridici. Se il rapporto è fatto di articoli di legge, viene meno la fiducia, che non è un oscuro concetto dietro al quale il medico si nasconde né un sentimento di rinuncia o di dimissioni di cui è vittima il paziente, ma qualcosa di reale, di positivo e di imprescindibile».

Oggi invece si assiste alla riduzione della funzione medica a mero incarico professionale; ma il rapporto che un cittadino instaura col medico «non può essere paragonato a quello che egli ha col capomastro che gli costruisce la casa. Si può effettuare un trattamento terapeutico per contratto? E il contratto deve stabilire tempi e modi e data di consegna?». Il professor Spinsanti cita un progetto di legge presentato dal gruppo Verdi Arcobaleno alla Regione Lazio lo scorso maggio. Esso prevede l’obbligo per i medici ospedalieri di redigere la cartella clinica in un particolare modo, con la segnalazione di tutti i rischi che il malato corre; il malato a sua volta ha il diritto di avere un suo medico personale che assiste e controlla gli interventi chirurgici, con possibilità di denuncia, in caso di inadempienza, non solo da parte del paziente ma anche di enti e associazioni, così come accade nelle proposte di legge sulla violenza carnale.

«Questo garantismo — continua Spinsanti — non garantisce assolutamente nulla in senso etico, ma è significativo del disagio attuale. È noto quanto sia elevato negli Stati Uniti il rischio che un medico sia denunciato dai suoi pazienti. Noi non siamo ancora a questo punto e tuttavia... Temo, e lo dico per paradosso, che a somiglianza di quanto accade nei film polizieschi americani, un giorno un malato possa dire al medico che sta per raccogliere l’anamnesi: ”non parlo senza il mio avvocato”. Sono convintissimo che i medici possano, come chiunque, commettere abusi ma bisogna aspettare che li commettano e applicare nei loro confronti gli articoli del codice penale. Come preventivo, la legge è uno strumento grossolano e del tutto sprovvisto di valenze etiche. E tuttavia la risposta non può essere: "siamo nelle vostre mani, fate quello che volete”».

Oggi le possibilità di intervento della medicina sono in determinati casi di tale portata che rendono equivoco il concetto di beneficità e costringono i medici stessi a chiedere la collaborazione dei pazienti. «I medici — dice Spinsanti — hanno sempre operato per il bene del malato; il loro paternalismo e il loro autoritarismo nascevano anche dalla convinzione che non ci fossero dubbi su quale fosse il bene del malato, e pertanto era giustificato il lasciare loro carta bianca. Oggi sappiamo che oggettivamente non è più sempre così e che in molti casi non si può stabilire a priori ciò che è veramente utile al malato; è dunque necessario che il malato debba essere chiamato a decidere».

Naturalmente non si parla qui dei casi comuni, delle malattie infettive e degli attacchi di appendicite, in cui il principio di beneficità è chiaro e non pone problemi di etica clinica. Questi si presentano invece nei casi gravi e particolari, in cui vi sono strategie terapeutiche da stabilire, quando si tratta per esempio di decidere un intervento chirurgico fortemente demolitivo o di abbreviare la vita per eliminare il dolore o di prolungarla a prezzo della sua qualità. «In questi casi, il paziente non può essere escluso, e questo non solo in nome dei diritti dell’individuo ma perché gli stessi medici non sono in grado di decidere ed è il paziente che deve in ultima analisi dire qual è il suo bene. Quando la medicina può fare poco, è chiaro che c’è unanimità di vedute; ma quando può fare molto, la scelta del paziente può essere opposta a quella che farebbe il medico».

Ecco dunque la necessità di un rapporto nuovo, che si configura nel dialogo, nell’ascolto. La medicina nuova è una medicina che sa ascoltare, che stabilisce col malato un rapporto dialettico. Questo vale soprattutto per le grandi decisioni ma (ahimè o per fortuna) una volta stabilito che la volontà del paziente è in certi casi imprescindibile essa diventa augurabile se non doverosa anche in tutti gli altri. Il dialogo, imposto per i grandi problemi, finisce per istituzionalizzarsi. E tuttavia le ragioni della sua necessità sono profondamente etiche e non possono essere imposte per legge. O sono

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un frutto culturale o rimangono sulla carta. Ma che cos’è il saper ascoltare? L’atteggiamento del professor Spinsanti è quanto mai problematico. In lui l’elemento religioso, lo si capisce dopo pochi minuti di colloquio, non va mai a detrimento della razionalità e delle tolleranza. «Il medico — dice — può ascoltare, come tutti noi, in diversi modi. Può innanzitutto fingere di ascoltare. È un rischio inevitabile. Il caso più banale è l’ascoltare per pura cortesia. Il non ascolto del medico educato è soltanto l’alternativa ipocrita del non ascolto dichiarato, che se non altro si denuncia subito per quello che è. Ma c’è un secondo modo, molto più sottile, di ascoltare senza ascoltare ed è quello di fingere di accondiscendere a una domanda di aiuto per evitare di affrontare la realtà che sta dietro a tale domanda, che è quella vera per il malato e quella più imbarazzante per il medico. Che cosa fa il medico in questo caso? Usa la propria competenza per tenere a distanza ciò che è veramente importante e troppo coinvolgente».

È quanto succederebbe a molti medici, vien fatto di pensare, se l’ascolto fosse reso obbligatorio per legge. Ma c’è un terzo modo di evitare un impegno vero ed è il «limitarsi ad adeguare ai propri schemi di conoscenza ciò che il malato riferisce. Ascoltare in questo caso significa soltanto riferirsi mentalmente a una teoria e modellare il caso su di essa, escludendo come non significativo tutto ciò che è in eccedenza. La teoria, sotto forma di protocolli clinici, accontenta il medico, che viene così sollevato dal compito, spesso insopportabile, di colmare la propria ignoranza ascoltando l’altro nella sua concretezza e unicità personale».

Il guaio maggiore è che questi modelli possono riguardare anche la psicoterapia, quindi anche quei medici che credono di andare incontro alle esigenze psicologiche del malato. Invece «la guarigione totale in cui consiste l’autorealizzazione della persona attraverso i percorsi tortuosi della malattia e della salute richiede che si ascolti non soltanto quello che preme per essere ascoltato (spesso i sintomi sono un paravento per occultare la vera causa del malessere) ma anche e soprattutto quello che è stato "scomunicato”, cioè sottratto alla comunicazione».

Un compito improbo? «Certo, e soprattutto non imponibile, e nemmeno attendibile come risultato programmato della volontà e delle metodiche di educazione. L’ascolto è qualcosa che succede, quando la cultura bioetica del medico crea le condizioni perché succeda. Ma in sé, l’ascolto ha piuttosto legami con lo stupore, dal quale ha origine secondo Platone l’attività filosofica, che non con la filantropia tradizionale o la benevola compiacenza. E l’ascolto è benefico anche per chi ascolta, non soltanto per chi è ascoltato. Ascoltando l’altro, il medico si apre alla propria realtà umana in pienezza, compresa la sua inevitabile parte di ombra». Il messaggio bioetico dell’ascolto, in apparenza tanto arduo, è più «ascoltato» che non si pensi. È significativo che il recente convegno dei medici di base, che si è tenuto a Firenze, avesse per titolo: «In una medicina del silenzio, un medico generale che ascolta».

Via dagli ospedali in bancarotta?

Ma si può ascoltare anche in una dimensione sociale. Spinsanti ricorda un’inchiesta effettuata a Roma su un numero elevato di soggetti, ai quali fu chiesto dove avrebbero preferito terminare la loro esistenza. Il 75 per cento rispose: nel mio letto. Ebbene, la realtà statistica attuale dice che solo il 20 per cento dei cittadini muore a casa propria. «Ecco un caso evidente — commenta il professore — di contrasto fra il desiderio della persona e la realtà della medicina. Fra l’altro in questo caso il desiderio soggettivo è anche economicamente utile alla società. E un altro caso di attentato al benessere è quello denunciato lo scorso anno dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Martini: nella capitale lombarda ci sono centomila anziani del tutto autosufficienti e che tuttavia non possono vivere nelle loro case e sono costretti a soggiornare, con costi fra l’altro astronomici, nelle istituzioni geriatriche».

Il capitolo delle cure domiciliari è spinosissimo ma coinvolge anch’esso il rapporto medico-paziente e non è circoscrivibile al puro ambito tecnico-assistenziale. Ricorda il professor Spinsanti: «Un’antropologa americana ha studiato il comportamento dei medici che effettuavano cure a domicilio e ha constatato come il loro comportamento fosse radicalmente diverso da quello che essi tenevano all’ospedale. Tutti del resto sappiamo dei rituali che accadono in una famiglia quando entra il medico e quanto sia diverso il suo modo di visitare l’infermo a casa propria o in corsia».

Bisognerà comunque ritornare alle cure domiciliari, dal momento che gli ospedali sono in bancarotta. Ma se vi si torna, come si comporterà il medico? Non è sufficiente una rivisitazione della deontologia ed è assurdo stabilire un controllo poliziesco; non può prevalere né l’atteggiamento di quei pazienti che pensano che il medico sia paragonabile all’idraulico che viene a riparare lo scaldabagno, né l’atteggiamento dei medici che pensano che un malato sia paragonabile a uno scaldabagno. Che fare? Già la domanda, se viene rivolta alla bioetica, è per Spinsanti metodologicamente sbagliata,perché «l’etica è una disciplina filosofica, non ha pretese messianiche, non prescrive norme di comportamento, non pretende di formulare un altro giuramento di Ippocrate, ma intende soltanto stimolare il pensiero sopra la medicina e il modo di esercitarla».

Soprattutto la bioetica non è quella suggerita da una storiella che viene attribuita a Ivan Illich, e che Spinsanti riferisce: Gli uomini costruiscono un razzo interplanetario perfettamente programmato e automatizzato. Questo razzo, che non ha bisogno di alcun intervento umano, è la medicina. Nell’abitacolo, tuttavia, ci sono anche un uomo e un cane. L’uomo ha soltanto il compito di osservare. E se per caso gli viene la tentazione di toccare un bottone, il cane lo morde. Questo cane è la bioetica.

«La storiella è divertente ma questa funzione di cane da guardia che deve permettere soltanto di garantire alla medicina il suo predeterminato destino non è quella che io attribuisco alla bioetica. La medicina non può essere disumanizzata e la bioetica non è un cane velleitario e frustrato che abbaia ma poi le cose vanno avanti per conto loro. E già stanno provvedendo a cambiare le cose i medici stessi, che cominciano a capire che il loro mestiere deve essere reinventato all’insegna della creatività. I medici sono a disagio perché non sono stati preparati a questo: dalle università, come è noto, non esce un prodotto finito ma un semilavorato. Ma essi non demordono, si muovono alla ricerca di un nuovo umanesimo e si mettono insieme per far fronte ai nuovi impegni. Essi non hanno bisogno della bioetica come istanza moralizzatrice; a essa possono rivolgersi per aumentare il proprio bagaglio culturale, poiché è più agevole essere aiutati che fare da soli. Il problema è: creare le condizioni per apprendere. Per questo, e solo per questo, sono felice che si sia aperto a Firenze il corso di formazione in bioetica.

La Regione Toscana merita un ringraziamento per la sensibilità dimostrata ma sono i medici che alla bioetica oggi fanno riferimento in numero sempre maggiore. Dopo quello dei medici di base, voglio fare un altro esempio. Si è tenuto a Montecatini, dal gennaio al maggio dell’anno scorso, un corso di bioetica per il personale del servizio sanitario nazionale, che è stato frequentatissimo. Due medici che vi avevano partecipato hanno organizzato all’ospedale di Careggi una serata dedicata alla bioetica e ben 250 sanitari vi hanno partecipato, rimanendo ad ascoltare e a farsi ascoltare dalle sei del pomeriggio fino alle dieci della sera, con un entusiasmo che mi ha commosso, Questa è la bioetica che mi piace, quella che sensibilizza e forma la gente, che non obbliga nessuno e che non si sente programmata da un demiurgo».

Tacere o parlare?

Il problema della verità nel rapporto fra medico e paziente assume aspetti drammatici quando si tratta di una malattia a prognosi infausta. Parlare o tacere? «Nessuno, neppure chi parla nella Chiesa e in nome della Chiesa — risponde il professor Spinsanti — può pretendere di avere una ricetta per sciogliere il nodo di conflitti di coscienza che si stringe attorno al letto del malato».

Dopo questa premessa, il professor Spinsanti ribadisce i concetti che ha espresso nel suo libro L’alleanza terapeutica (Città Nuova Editrice, 1988). Dice: «Due sono le posizioni fondamentali: quella che ritiene che comunicare diagnosi e prognosi al malato sia una inutile crudeltà, e quella che propende per un rapporto improntato alla franchezza e alla trasparenza.

Cerchiamo di capire le ragioni dell’una e dell’altra posizione. Chi propende per la reticenza o per la menzogna sostiene che non sempre la diagnosi è esatta, e ancora meno la prognosi, e che dire la verità costituisce una mutile crudeltà. La comunicazione può demoralizzare il malato e precipitarlo nella depressione, che può arrivare fino al suicidio. Questo atteggiamento segue la tendenza generale della nostra società a nascondere la morte. L’umanesimo” del nostro tempo ritiene che guardare in faccia la propria morte sia un peso insostenibile per l’uomo di oggi, proteggere perciò il morente da ogni avvisaglia della propria fine è considerato un gesto filantropico, quando non di carità fraterna».

Spinsanti non è d’accordo con questa tendenza e ricorda che anche il tacere ha i suoi inconvenienti: «instaura un clima di ipocrisia, con esiti dolorosi tanto per il paziente quanto per i suoi familiari. Colui che deve affrontare la fase terminale della propria vita e ha il presentimento della morte si sente abbandonato proprio nel momento più difficile della propria esistenza».

Un altro ordine di considerazioni è quello propriamente etico. Il diritto alla verità viene rivendicato come un diritto fondamentale della persona. «Sottraendo la verità al malato grave, gli si impedisce di vivere l’ultima fase della propria vita da protagonista, — dice Spinsanti — E questo vale sia ai fini di un bilancio della propria vita, che è dovere esistenziale di chiunque, sia ai fini di decisioni pratiche a carattere legale e finanziario».

Il professor Spinsanti preferisce la linea di condotta che privilegia la trasparenza. In questa direzione si muove anche la deontologia, che impone (codice del 1978) l’obbligo di comunicare la prognosi almeno ai familiari e in ogni caso il rispetto della volontà del paziente. «E tuttavia l’esigenza etica della franchezza non va intesa come un assoluto. Il medico deve modulare il suo intervento, poiché non tutti i casi sono uguali».

Bisogna poi tener conto che la volontà del malato può cambiare e in ogni caso è una realtà insidiosa. «È difficile individuare quel che il paziente vuol sapere veramente».

E allora, che fare? È come al solito una questione di sensibilità personale e di desiderio «effettivo» di essere accanto al paziente per aiutarlo davvero. Il professor Spinsanti cita un documento dell’Episcopato tedesco (Morte degna dell’uomo e morte cristiana, 1978): «Ciò che è decisivo non è solo l’esattezza di ciò che si dice ma la solidarietà nella situazione difficile». «Aderisco profondamente — conclude il professor Spinsanti — a questo orientamento».