Problemi etici in una sanità aziendalizzata

Book Cover: Problemi etici in una sanità aziendalizzata
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

PROBLEMI ETICI IN UNA SANITÀ AZIENDALIZZATA

in I Tumori della Mammella. Aggiornamenti

a cura di Tullio Battelli

AM Edizioni, Osimo 1998

pp. 251-256

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Noi oggi, alla fine del XX secolo, cerchiamo una "buona" medicina per rispondere ai nostri problemi di salute, non meno di quanto abbiano fatto i nostri antenati o i nostri padri, soltanto una generazione fa. Ma la nostra idea di ciò che corrisponde a buona o cattiva medicina è cambiata, così come sono cambiate le nostre attese nei confronti di un ospedale o del servizio sanitario pubblico. Più precisamente, possiamo dire che ci troviamo presi in un processo storico che ha visto il susseguirsi di almeno tre grandi modelli di buona medicina, ognuno dei quali prospetta in modo coerente come si devono comportare i diversi protagonisti del sistema delle cure: i medici, i malati, le varie professioni sanitarie, la società del suo insieme. Ogni modello che si sussegue nel tempo ci obbliga a ripensare ogni volta la medicina intera sotto una diversa luce di qualità. In modo sintetico, possiamo dire che i tre modelli rappresentano tre diverse stagioni dell'etica in medicina (Tab. 1).

Tab. 1 - Stagioni dell'etica in medicina

Epoca pre-moderna

ETICA MEDICA

Epoca moderna

BIOETICA

Epoca Post-moderna

ETICA dell'ORGANIZZAZIONE

La buona

medicina

"Quale trattamento porta

maggior beneficio al paziente?"

"Quale trattamento rispetta il malato nei suoi valori e nell'autonomia delle sue scelte)"

"Quale trattamento

ottimizza l'uso delle risorse e produce un paziente/cliente soddisfatto?"

L'ideale

medico

Paternalismo benevolo

(Scienza e coscienza)

Autorità

democraticamente

condivisa

Leadership morale,

scientifica, organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante (consenso informato)

Cliente giustamente soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore col suo paziente)

Partnership

(professionista-

utente)

Stewardship

(fornitore di servizi-cliente

Contratto di assistenza: Azienda/popolazione

Il buon

infermiere

"Paramedico" Esecutore delle decisioni mediche; Supporto emotivo del paziente

Facilitatore della comunicazione, a beneficio di un paziente autonomo

Manager responsabile della qualità dei servizi forniti

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Per illustrare i cambiamenti di tutto ciò che associamo all'idea di "buona" medicina, ci serviremo di uno schema. Come ogni schema, introduce una certa semplificazione nella realtà delle cose, ma ha il vantaggio di concentrare l'attenzione sui punti nevralgici del cambiamento.

Il modello premoderno

Il primo modello presentato dallo schema può essere chiamato pre-moderno. Ha caratteristiche di grande antichità e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, in quanto in Occidente risale almeno a Ippocrate. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli. Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall'epoca di Ippocrate fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell'epoca premoderna è: "Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?". Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione. I principi fondamentali di questa etica, riconducibili all'imperativo di fare il bene del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista. "Paternalismo" in questo contesto non equivale a un giudizio di valore: vuol essere solo la descrizione di una modalità di rapporto. Vuol dire che tra chi cura e colui che riceve le cure c'è lo stesso rapporto asimmetrico che esiste tra un buon padre e una buona madre e i figli del cui bene sono responsabili. Il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il suo impegno e tutta la dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa duplice guida è riassunta da una formuletta, molto amata e citata dai medici, quando rivendicano a se stessi l'obbligo di prendere le decisioni "in scienza e coscienza". Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio della "beneficence", ovvero di "beneficità".

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all'atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare, è di diventare "paziente", in tutti i significati del termine. Il buon paziente è il paziente "osservante". A lui si richiede di entrare nel trattamento mediante la "compliance". Come affermava l'illustre spagnolo Gregorio Marañon, che ha rappresentato nella prima metà del secolo il permanere dell'ideale ippocratico: «Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire».

In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all'opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine "alleanza" fa parte della tradizione religiosa. Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell'alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze. La guarigione in medicina, secondo questo modello, si ottiene mediante l'unione tra la scienza-coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza.

Il seguire la prescrizione medica è la condizione essenziale perché l'alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Questo modello riconduce la qualità etica di un atto medico a un unico parametro: quello costituito da un vettore che visualizza la maggiore o minore rispondenza di ciò che si fa al paziente a ciò che gli porta un beneficio, in quanto è clinicamente indicato.

I valori sono rappresentati in maniera scalare per alludere al fatto che il bene procurato al paziente può essere maggiore o minore (e anche, nei casi estremi, nullo o addirittura costituire un fatto nocivo; per questo l'etica

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medica ippocratica ha messo come guardiano di tutto l'edificio costituito dai doveri del medico l'imperativo fondamentale: "Primum non nocere").

Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia dei professionisti che lavorano in sanità sia dei pazienti. Soltanto quando diventiamo "moderni" il modello entra in crisi. Nei rapporti sociali che si stringono attorno a chi somministra e a chi riceve le cure sanitarie, l'epoca moderna non è incominciata fino a pochissimo tempo fa. Soltanto da una ventina di anni sono diventati visibili i segni di una frattura che indica che la medicina è entrata nell'epoca moderna. Di conseguenza, cambiano tutti i parametri che costituiscono il modello di "buona medicina" proprio dell'epoca premoderna.

Il modello moderno

Il fine generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se rispetta il malato nei suoi valori e nell'autonomia delle sue scelte. Nell'epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di autodeterminare le proprie scelte. Il malato dell'epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello secondo cui nella medicina tradizionale il malato è per definizione uno che non può audeterminarsi. Dire che la medicina entra nell'epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione il paradigma paternalista, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (le scelte di queste ultime essendo determinate dalle prime).

Nell'epoca moderna i valori del malato, intesi come un quadro di riferimento che guida l'autonomia delle sue scelte, diventano un momento fondamentale del fare "buona" medicina. Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere alla domanda: "Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?". Non basta stabilire ― per esempio ― che l'atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i suoi valori e le sue decisioni, non possiamo parlare di buona medicina. L'autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente) diventa un criterio di qualità. L'intervento sanitario non può essere più deciso unilateralmente dal medico che si basa sul sapere della sua professione, ma deve essere individuato insieme al paziente, spesso con un faticoso processo di contrattazione.

Superato il paternalismo benevolo, l'ideale medico in questo modello diventa un'autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il "consenso informato". L'idea di qualità dell'atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l'intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, vale a dire il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano.

Questa è la nozione di consenso informato che troviamo nell'importante documento dottrinale proposto dal Comitato nazionale per la bioetica: Informazione e consenso all’atto medico (20 giugno 1992): «Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società. Si ritiene tramontata la stagione del "paternalismo medico" in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell'esercizio della professione, legittimato a ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente, e a trasgredirle quando fossero in contrasto con l'indicazione clinica in senso stretto». La sottolineatura che specifica la natura del consenso informato quando lo consideriamo dal punto di vista etico ― "una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano" ― ci permette di dissociarci dall'uso del consenso informato che si va diffondendo anche in Italia, concepito per lo più in funzione difensiva del medico, non finalizzato a promuovere l'autonomia del paziente.

Nella prospettiva che abbiamo adottato, il paziente non ha più solo diritti ma anche dei

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doveri. La sua posizione non è esclusivamente di privilegio, ma anche di scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo decisionale. Non possiamo escludere che talvolta il paziente potrebbe preferire piuttosto di delegare la decisione, affidandola interamente al medico ("Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!"). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di diventare un buon paziente. Per diventarlo non basta che si limiti a non far storie, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il buon paziente ha anche un compito etico: deve realizzare tutto quello che è necessario per essere un buon paziente. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

L'idea di qualità, dunque, include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica, usato per designare questo modello di qualità dell'atto medico, è un neologismo, indicato per un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina appropriata per la stagione dell'etica in medicina che abbiamo chiamato "moderna". Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell'ambito dell'etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell'accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, insieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell'ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica entra la società, l'etica civile, l'accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli "stranieri morali".

Questo modello di qualità, che nella nostra cultura non abbiamo nemmeno ben cominciato ad articolare, si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Si avverte che è necessario accrescere le conoscenze e mobilitare tutte le energie concettuali e morali, al fine di entrare in questo modello. Tanto i professionisti della sanità quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale, che sposta l'accento della qualità da un modello a un altro, inaugurando un'altra epoca della qualità e dell'etica nella medicina.

Per evitare facili equivoci e smantellare almeno alcune riserve ― quelle che nascono dal timore che intenda abbandonare l'etica medica tradizionale ― è necessario sottolineare che i due modelli non sono diacronici, ma sincronici. In altre parole, non si susseguono nel tempo, sostituendo con il modello moderno i valori tradizionali, ma sono chiamati a convivere. Le scelte in medicina si collocano su un piano a due dimensioni, dove la contrattazione tra l'indicazione clinica e le preferenze del paziente crea il punto d'incontro.

Il modello postmoderno

Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l'epoca post-moderna. Ci stiamo muovendo, infatti, verso l'introduzione dello "stile azienda" in sanità. Il modello di qualità comporta anche un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente possiamo dire che non solo il malato deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un "cliente". Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con il riordino del nostro servizio sanitario pubblico e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un'esigenza strategica per la sopravvivenza dell'azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all'altra, porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell'azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un'altra struttura, l'azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per motivi ideali (carità cristiana o filantropia), oppure per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell'azienda.

Il modello di qualità postmoderno comporta delle variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti

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entro cui si svolge l'azione sanitaria. Innanzi tutto l'interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia delle responsabilità nelle scelte ruoterà intorno a elementi della qualità di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l'uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell'interrogativo etico viene modificata.

Nell'etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l'azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se l'azione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure; la nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l'azione sia appropriata rispetto ai fini da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l'equità sociale, sia attraverso l'attenzione agli interessi dell'azienda.

La qualità, ovvero il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli precedenti, ma integrarsi con essi. La "buona" medicina è quella che deve mirare a guarire in maniera rapida, efficace e duratura. Ma questo non basta: deve anche preoccuparsi di essere "giusta", rispettando i diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono poi anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell'orizzonte della giustizia in considerazione dell'accesso ai servizi che la concezione dello Stato sociale apre a tutti coloro che hanno bisogno, indipendentemente dalla loro capacità economica, e dell'equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina, quella dotata di qualità, è quella che nasce dall'integrazione delle esigenze che nascono dall'etica medica, da quelle della bioetica, e delle esigenze, infine di quella nuova stagione dell'etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell'economia, e che possiamo chiamare etica dell'organizzazione. Per la precisione, da tutt'e tre contemporaneamente. Le stagioni dell'etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell'assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze

contemporanee e contestuali. Lo schema seguente, che pone le scelte in uno spazio tridimensionale, può visualizzare la complessità della situazione attuale:

Spazio della contrattazione beneficio-preferenze-appropriatezza

Idea grafica di Patrizio Pasqualetti

Finché la qualità dell'intervento sanitario sul paziente si misurava esclusivamente con il metro del beneficio del paziente (epoca premoderna), maggiore era il beneficio che il malato riceveva da quello che si poteva fare per lui, maggiore era la qualità, anche etica, dell'atto medico. La modernità, con l'introduzione dell'autonomia del paziente, ha introdotto un altro parametro, indicato nello schema come asse delle preferenze. La buona scelta medica dovrà tener conto temporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che il malato ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che spesso produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze, o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungere una terza, così che la decisione clinica

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ci appare collocata in uno spazio tridimensionale. Dobbiamo considerare, infatti, anche l'appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità.

Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell'appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una "contrattazione" molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l'indicazione clinica (il "bene" del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il "consenso informato") e infine l'appropriatezza sociale. L'assistenza sanitaria, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare alle esigenze della scienza, ci appare più che mai un'arte.

L'ideale medico dell'epoca post-moderna è una leadership morale.

Il modello paternalista non funziona più là dove si assume lo stile dell'azienda post-moderna: è necessario di dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la "vision", cioè la visione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell'équipe.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato; ma ― come abbiamo visto nel paragrafo dedicato al rapporto tra soddisfazione ed etica ― il nostro obiettivo non è il cliente in qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì il cliente "giustamente soddisfatto". Il buon rapporto è la stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio. È il presupposto che sta alla base della "Carta dei servizi pubblici sanitari", predisposta nel 1995 dai ministri della Funzione pubblica e della Sanità. La Carta ― leggiamo nella presentazione ― intende assegnare "un ruolo forte sia agli enti erogatori dei servizi, sia ai cittadini nell'orientare l'attività dei servizi pubblici verso la loro 'missione': fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti".

Umanizzazione delle cure e responsabilità organizzativa

Sandro Spinsanti

UMANIZZAZIONE DELLE CURE E RESPONSABILITÀ ORGANIZZATIVA

in Sanità oggi per il domani: diritto alla salute e innovazioni organiz-zative e nell'assistenza infermieristica

Atti dell'8° Congresso Nazionale del Coordinamento Nazionale dei Caposala

Bologna, 20-21-22 ottobre 2004

pp. 9-17

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Il ricorso alla categoria di “umanizzazione”, come correttivo proposto per riportare la pratica medica alla sua ispirazione originaria, si rivela una scelta infelice. Chi la usa ha per lo più intenzioni lodevoli: vuol conferire alla medicina una carica ideale. Ma l’esito tradisce le intenzioni. Quando i sanitari si sentono oggetto di campagne di “umanizzazione” o “riumanizzazione” della medicina (o espressioni equivalenti, come l’auspicio di avere “ospedali più umani”...), non possono che sentir aleggiare l’accusa implicita di disumanità. La risposta, psicologicamente comprensibile, non può essere altro che di ostilità e chiusura a simili progetti. Il termine “umanizzazione” fa inevitabilmente aleggiare sui professionisti sanitari un alone moralistico.

L’esortazione a “umanizzare” le cure rivolte ai malati viene intesa per lo più come un invito ai sanitari a considerare i malati nella loro condizione di fragilità. Il movimento di “umanizzazione” della medicina si è fatto portavoce in Italia soprattutto di iniziative provenienti dall’ambito religioso. Ordini ospedalieri ― come i Fatebenefratelli, i Camilliani ― hanno assunto un ruolo da protagonisti nel denunciare una perdita di anima da parte dei professionisti nella pratica quotidiana della medicina 1. L’analisi dei mali della medicina, vista dalla realtà europea, è sovrapponibile a quella che aveva indotto negli anni ’60 il gruppo di ecclesiastici e cappellani universitari americani a fondare la “Society for Health and Human Values”, che ha svolto un ruolo così importante per la diffusione delle medical humanities in America. Ma la terapia proposta dal movimento italiano per l’umanizzazione della medicina ha preso la china della “predicazione” piuttosto che quella della cultura, traducendosi in un invito rivolto ai sanitari a riscoprire motivazioni e orientamenti interiori di natura oblativa e filantropica.

Il fascino che esercita il richiamo all’umanizzazione della medicina travalica gli ambienti religiosi. È recente la costituzione di un’associazione culturale, che fa centro presso la Facoltà di medicina dell’Università di Bologna, che ha promosso la nascita di un “Movimento per l’Umanizzazione della Medicina”. Leggiamo dal suo manifesto di fondazione, che si propone la creazione di “Comitati apolitici e non violenti per l’Umanizzazione della Medicina” 2:

L’offesa e l’umiliazione del malato che l’incerto potere medico non riesce a combattere efficacemente, perché quasi mai guarisce

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definitivamente, si possono contrastare solo se anche la Medicina (come alcune Religioni e alcune Filosofie) darà alla persona offesa e all’umanità umiliata del malato un valore superiore sia alla persona e all’umanità del sano che alla medicina stessa [...].

Per cambiare questa tragica situazione non resta che promuovere la nascita di un Movimento per l’Umanizzazione della Medicina (M.U.M.) con tre semplici scopi generali:

I. Far sì che la superiorità morale del malato venga riconosciuta anche dal malato stesso, ponendo al centro dell’aiuto medico il ripristino della dignità della persona malata e dell’uomo malato, anche quando (e soprattutto quando) non sia possibile conseguire questo obiettivo attraverso la guarigione;

II. Far sì che la formazione del medico non sia più prevalentemente ed esclusivamente tecnica e che il medico non venga più ricattato economicamente, ma venga finalmente educato a diventare ciò che è sempre stato e ha voluto essere nella sua vocazione più autentica e più nobile, il tutore della vita e della dignità della persona malata e dell’uomo malato, a dispetto di ogni compatibilità economica e contro ogni potere;

III. Far sì che coloro che momentaneamente sono sani acquisiscano la consapevolezza che all’offesa e all’umiliazione della malattia che prima o dopo tutti incontreranno si possono opporre difese più efficaci delle tecnologie mediche: la condivisione collettiva del principio morale che chi soffre “vale moralmente di più” di chi non soffre e la responsabilità di un medico capace di un atto tecnico non autosufficiente ma sempre al servizio della persona e dell’umanità del malato.

L’appello alla “umanizzazione” della pratica medica, tanto che provenga da ambienti religiosi, tanto sostenuto da motivazioni secolari, ha un valore riconducibile alla moral suasion. Si rivolge al cuore degli operatori sanitari, vuol modificare i comportamenti con la forza dell’empatia. Più che un’affinità con l’etica, vi ravvisiamo una somiglianza

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con la “parenetica”, che per gli stoici costituiva la parte della filosofia morale rivolta a fornire precetti pratici per la condotta della vita nelle varie circostanze.

Questa concettualizzazione non ha valore svalutativo: di calde esortazioni abbiamo e avremo sempre tutti bisogno! Ma la prevedibile reazione negativa dei professionisti che si sentono invitati a “umanizzarsi” ci induce a evitare questa terminologia. Un percorso molto più proficuo è quello che, invece di accentuare la condizione di fragilità del malato, ne mette in evidenza i diritti che derivano dall’essere cittadino. Questo approccio non è improvvisato: in Italia ha già una trentina d’anni. Nel periodo in cui in Italia l’organizzazione sanitaria stava facendo quel passo decisivo che avrebbe portato alla creazione del Servizio Sanitario Nazionale (23 dicembre 1978), un progressivo degrado dei rapporti tra operatori sanitari e malati affliggeva la pratica quotidiana della medicina. Si tratta di problemi che non emergono finché non si descrive il vissuto della malattia dal punto di vista del malato stesso. Un brillante giornalista, Vittorio Gorresio, annunciava pubblicamente nella rubrica che teneva sul giornale La Stampa che stava per affrontare a Zurigo un intervento operatorio per un carcinoma alla mascella. Pochi mesi dopo rendeva un dettagliato resoconto della sua vicenda nel libro Costellazione cancro (1975). Stabiliva impietosi confronti tra la situazione della sanità italiana e quella svizzera e segnalava i frequenti viaggi della speranza che portavano gli italiani a cercare all’estero quello che non trovavano in patria. Tra le cause del degrado segnalava l’atteggiamento fatalista che faceva accettare come inevitabile il malfunzionamento delle strutture (l’oscar del fatalismo Gorresio lo attribuisce a un ex sindaco di Napoli, che reagiva al colera del 1973 dichiarando: “È una maledizione naturale e come tale da accettare. È la volontà di Dio, insomma, e noi cristiani non possiamo che chinare il capo. Il Dio, del resto, ha dimostrato di non volere tanto male ai napoletani, tanto è vero che ha fatto piovere per due giorni. Una bella lavata su tutta la città, che chissà quante vite umane ha salvato”). Il libro equivaleva a un reagire all’immobilismo e a modificare le disfunzioni del sistema delle cure che gravano sui malati.

Un forte impatto sull’opinione pubblica esercitò il giornalista Gigi Ghirotti, che con interventi televisivi prima e con un libro poi (Il lungo

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viaggio nel tunnel della malattia, ed. Gluckman), ruppe la consegna del silenzio che gravava sul malato per descrivere la spersonalizzazione operata dal modo abituale di erogare le cure. Ghirotti è deceduto nel 1974, ma la sua voce non si è spenta: nel 1975, alcuni mesi dopo la morte del giornalista, si costituiva l’Associazione Gigi Ghirotti, con lo scopo di continuare a mantenere vivo l’impegno a favore del miglioramento della qualità di vita dei malati. L’Associazione, diffusa attualmente in diverse città italiane, ha portato un contributo decisivo nel modificare la pratica dell’assistenza ai malati bisognosi di cure palliative, nella fase della malattia che va verso la morte.

Nello stesso periodo di tempo un’altra iniziativa si è dimostrata di durevole impatto nei confronti del modo di erogare cure mediche: la creazione dei Tribunali per i diritti del malato. Anche in questo caso un libro ha avuto la capacità coagulare l’attenzione sulla condizione concreta del malato. Pubblicato per la prima volta nel 1978, L’uomo negato, di Giancarlo Quaranta (ed. Effedierre, Roma; successivamente ripubblicato con lo stesso titolo da Nuova Guaraldi, Firenze 1980 e da FrancoAngeli, Milano 1982, con una seconda parte dedicata ai Tribunali per i diritti del malato) analizzava come le procedure terapeutiche alle quali viene sottoposto il malato si risolvono in un’opera di devastazione dell’identità del malato. Questi, inspiegabilmente, da soggetto diventa oggetto:

Dal momento in cui una struttura sanitaria mi accoglie tra le sue braccia, certamente per tentare di guarirmi, succede che, senza che nessuno lo voglia, senza che ci siano cattive volontà, il mio lavoro, la mia cultura, il mio stesso corpo, per quello che la malattia me ne lascia, i miei desideri, le mie idee, i miei diritti, i miei affetti non contano più e svaniscono nel nulla. Mi è difficile anche tenermi legato ad alcune piccole cose alle quali attribuisco un valore particolare per mantenere la mia identità. Se sto in corsia, i pochi oggetti che posso tenere mi danno la misura di quello che mi è rimasto.

L’analisi che L’uomo negato fa della condizione del malato prende in considerazione le innumerevoli piccole vessazioni che il malato deve subire durante il ricovero ospedaliero: gli orari della vita in ospedale, l’uso del “tu” al posto della forma di cortesia, le difficoltà a incontrare i

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familiari, di poter mangiare cibo caldo, di accedere alla cartella clinica e quindi di poter conoscere le proprie reali condizioni. In breve, tutto ciò a cui in una condizione abituale di degenza il personale sanitario non presta attenzione, nella convinzione che “importante è guarire, tutto il resto non conta”; per il malato, invece, anche il resto conta! Le varie tappe del processo che porta a negare il malato in quanto cittadino vengono considerate analiticamente: l’ospedale è un carcere; ogni procedimento terapeutico contiene tratti di spersonalizzazione; i malati sono una casta; il malato diviene una malattia.

Il libro-denuncia di G. Quaranta non si limitava ad analizzare abusi che vengono quotidianamente esercitati sul malato, ma intendeva smontare il meccanismo che fabbrica l’“uomo negato”. Mutuava soprattutto dal sociologo americano Talcott Parson gli strumenti per comprendere come il sistema sociale dominante instauri un controllo della malattia, prescrivendo al malato un ruolo che neutralizza le spinte verso la devianza. Un potere tra i più rilevanti nella nostra società consiste nell’attribuire o nel negare a un soggetto il ruolo di malato, con i comportamenti connessi a questo ruolo. L’analisi si traduceva in una tesi, annunciata a chiare lettere dalla copertina dell’edizione del 1980: «La malattia ripara dalle regole del gioco sociale: l’ospedale annulla l’uomo per affermare la sua subordinazione politica».

Gli spunti critici contenuti nel pamphlet venivano assunti dal Movimento Federativo Democratico, con l’idea che, coniugando diversamente la politica con la sofferenza, si sarebbero potuti creare cambiamenti vistosi nella vita dei malati. L’intento era quello di dare centralità al ruolo di cittadini, quali garanti dell’attuazione di un diritto costituzionale, fortemente condiviso, ma misconosciuto e negato nella vita concreta. Ai cittadini veniva attribuita una funzione di governo insostituibile all’interno del Servizio sanitario nazionale, diventando protagonisti della gestione della malattia e della guarigione, della vita in ospedale e dell’organizzazione dei servizi. Lo strumento di cui il movimento si dotò furono i Tribunali per i diritti del malato.

Lo scopo dei Tribunali, costituiti a partire dal 1980, non era quello di affermare diritti umani in senso astratto e generale, come quelli alla libertà e alla dignità, quanto piuttosto concrete rivendicazioni relative alle condizioni di vita in ospedale. L’idea stessa di tribunale evocava una

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esplicita conflittualità con chi, nell’uso del potere, era individuato come controparte. Era questa una richiesta esplicita contenuta ne L’uomo negato: «Si apra con la classe medica e con i suoi collaboratori una vera e propria controversia di massa, diretta a far maturare, ma anche a imporre, un consenso, perché il quadro socio-culturale della malattia venga radicalmente cambiato».

La prima sessione del Tribunale di Roma, tenutasi il 29 giugno 1980 in Campidoglio (con il titolo programmatico: “Da malato a cittadino: contro l’emarginazione, per la gestione popolare delle strutture sanitarie”), culminava con la presentazione dei 33 diritti del cittadino. È interessante notare che nel lungo elenco di diritti rivendicati (diritto a essere assistiti da personale sanitario identificabile, munito di cartellino leggibile, a usufruire durante la degenza di lenzuola, cuscini, posate, di disporre di servizi igienici puliti, di vivere la giornata di degenza secondo gli orari medi della vita civile...) un’attenzione relativamente modesta viene riservata alla partecipazione attiva del paziente alle decisioni cliniche (l’art. 28 parla di un diritto ad avere inserita nella cartella clinica «una scheda dove siano illustrate in termini chiari e comprensibili, e con testo obbligatoriamente dattiloscritto, la diagnosi e la terapia in corso, nonché le previsioni circa la durata del ricovero e le eventuali possibilità di guarigione»).

Il confronto con movimenti che andavano prendendo consistenza in quegli stessi anni fa emergere che altrove veniva messa a fuoco la centralità dell’informazione per promuovere l’empowerment del cittadino malato. Ad esempio, l’Associazione dei pazienti della Svizzera italiana presentava la propria attività non sotto l’immagine di un tribunale che tutela chi è costretto a subire maltrattamenti, ma come una struttura che può fornire consigli quando sorgono interrogativi, quali: “Ho diritto di vedere la mia cartella medica? A chi appartengono i risultati delle analisi e le radiografie? Quali informazioni devono essere date al paziente sul suo stato di salute e sulla cura che deve seguire? E ai suoi familiari? C’è libertà di scelta della terapia?”.

L’iniziativa del Movimento Federativo Democratico, anche se non perfettamente sintonizzata sui temi che, negli anni seguenti, sarebbero diventati la struttura portante del movimento della bioetica, ha avuto grandi meriti per la promozione di una nuova cultura sanitaria. I

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Tribunali per i diritti del malato si sono diffusi in buona parte delle realtà locali; la Giornata nazionale dei diritti del malato e dei diritti sociali è diventata, a partire dal 1980, un appuntamento annuale; in alcune Regioni sono state promulgate specifiche normative rivolte a disciplinare le condizioni di utilizzo dei servizi sanitari e a tutelare i diritti dei cittadini malati (la Regione Toscana, ad esempio, nel 1999 ha approvato un Decalogo dei diritti e dei doveri, in tema di informazione sanitaria, quale strumento di sensibilizzazione e informazione per i cittadini). Più di recente il Tribunale ha lanciato una vasta campagna per promuovere tra i cittadini la cultura del consenso informato ai trattamenti sanitari.

L’attenzione a eliminare i comportamenti dei sanitari che violano i diritti e la dignità delle persone e sono incompatibili con il rispetto del malato quale cittadino è solo il presupposto di quanto è richiesto dal programma di “umanizzazione”. Il vero obiettivo del movimento che fa appello alle medical humanities può essere definito con una formula che risale al medico-filosofo tedesco Viktor von Weizsäcker: “reintrodurre il soggetto in medicina”. E quindi del suo sapere sulla malattia. La biomedicina, creando l’impressione che quello che essa conosce della malattia sia la malattia, e che quindi non ci sia altro da cercare e da sapere, rafforza il senso di sicurezza del malato che si appoggia alle certezze del sapere medico. Proprio questa certezza, tuttavia, suscita perplessità. La “cultura del sospetto”, cresciuta con la consapevolezza dell’Occidente, ci ha insegnato a diffidare soprattutto delle certezze. Esse crescono, infatti, in modo particolare all’ombra di quel sapere tendenzioso che è l’ideologia. E proprio della conoscenza ideologica, oltre al suo carattere aprioristico e al nascondimento dei rapporti di potere che essa favorisce, anche il comunicare una falsa sicurezza.

Il sospetto che sorge è che il sapere certo sulla malattia sviluppato dalla medicina scientifica svolga una funzione ideologica: serve a mantenere immutata la realtà, invece che a cambiarla; maschera i rapporti di potere (in questo caso, l’impotenza che il paziente induce in se stesso, consegnandosi all’apparato sanitario, a cui attribuisce tutto il sapere e tutto il potere); conferisce una falsa sicurezza.

Se è vero che nessuna operazione di creazione di un sapere ideologico è così perfetta da non lasciare qualche traccia della realtà che maschera, ci sentiamo autorizzati a cercare degli indizi. Può esserci

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d’aiuto un paradosso così formulato dallo scrittore Wolfdietrich Schnurre: «Il sapere del malato è superiore a quello del medico. Altrimenti come potrebbe questi ogni giorno domandare: “Come va?”» 3.

È chiaro che la domanda di solito non eccede il livello della pura formalità (del resto, basta vedere quanto poco tempo venga lasciato al malato per formulare la risposta e quanto questa non incida sulle domande che il medico gli farà in seguito, seguendo lo schema diagnostico che ha in mente). Nel migliore dei casi la domanda significa la richiesta di sintomi soggettivi di malessere o delle sensazioni di benessere. Adottando consapevolmente una forzatura semantica, carichiamo la domanda di un significato che sembra alieno alla sua candida ingenuità. Vogliamo attribuire alla domanda: “Come va?” il valore di un indizio che ci rimanda a un sapere nascosto del malato stesso; anzi, un sapere che nel suo genere è di un altro ordine rispetto a quello che il medico deriva dalla scienza medica, lo comprende e lo trascende. L’opera del medico non ha altra funzione che quella di attivare questo sapere che è proprio del malato. Lo fa con la scienza (se la possiede...!); ma deve farlo anche con le scienze dell’uomo: questa è l’istanza fondamentale del movimento delle medical humanities, nelle sue varie articolazioni.

Quando il professionista sanitario, attingendo a un sapere che ignora il soggetto, mette tra parentesi la persona, non fa di per sé qualcosa di scorretto: adotta la metodologia delle scienze naturali. Ma deve essere consapevole che attiva un sapere parziale e che gli è richiesto di controbilanciarne l’unilateralità con un ricorso consapevole alle scienze umane. Viene sanata così la frattura ― frattura necessaria! ― che la medicina come scienza ha introdotto nel sapere del sanitario sull’uomo malato.

Questo atteggiamento di fondo riguarda tutti i professionisti sanitari, e non solo i medici. Ci sentiamo così autorizzati a rifiutare l’insidiosa divaricazione tra una medicina hich tech e una high touch (quest’ultima affidata per lo più a infermieri, psicologi o altri professionisti di professioni di aiuto). In tutta la pratica della medicina deve circolare la linfa della humanitas, intesa come uno spazio privilegiato riservato alla parola e alle relazioni interpersonali.

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BIBLIOGRAFIA

AA.VV, Ospedali più umani: come?, Atti del Convegno internazionale, Acquaviva delle Fonti, 18-20 giugno 1984.

Francesco Campione, Rivivere, Cooperativa Libraria Universitaria, Bologna 2000.

W. Schnurre, Der Schattenfotograf, München 1978, p. 31.

NOTE

1 AA.VV, Ospedali più umani: come?, Atti del Convegno internazionale, Acquaviva delle Fonti, 18-20 giugno 1984.

2 Francesco Campione, Rivivere, Cooperativa Libraria Universitaria, Bologna 2000.

3 W. Schnurre, Der Schattenfotograf, München 1978, p. 31.

Medicina, etica, economia

Sandro Spinsanti

MEDICINA, ETICA, ECONOMIA

in Rocca

anno 52, n. 9, 1 maggio 1993, pp. 27-37

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La tecnologia medica ha superato e continua a superare le nostre capacità di pagarla: quali scelte e in base a quali criteri scegliere?

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BISOGNI E RISORSE

 Nella problematica etica relativa al tema della giustizia nella distribuzione delle risorse sanitarie per valutare il ruolo che nelle nostre decisioni deve avere il bene morale abbiamo bisogno, oltre all’apporto della filosofia o della teologia, anche degli strumenti concettuali forniti dall’economia e dalla sociologia.

Caso emblematico una vicenda accaduta a Little Rock, una cittadina dell’Oregon. Nel 1987 a casa Howard si consumava una tragedia, di quelle che sconvolgono la vita di una famiglia. Il figlio Jacoby, che gli amici chiamavano Coby, di 11 anni, nel dicembre dell’87, moriva di leucemia.

Si era sperato di poter operare un trapianto di midollo, ma per fare questo trapianto erano necessari 100.000 dollari e la famiglia non li aveva.

Se la malattia di Coby si fosse annunciata qualche mese prima, Coby avrebbe avuto il trapianto a spese dello Stato e forse avrebbe avuto qualche chance di vita in più. Ma nella primavera dell’87 il senato dello stato dell’Oregon aveva preso una grave decisione, relativa alla pianificazione economica, circa la distribuzione delle risorse sanitarie.

Disponeva di una certa somma e con questa somma si sarebbe potuto o estendere le cure primarie a 1500 persone, che non le avevano (è noto che finora negli Stati Uniti non esiste un servizio sanitario nazionale che garantisca l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini), oppure eseguire trapianti su altre 35 persone: la somma era la stessa, equivalente. A quel punto il senato dell'Oregon dovette scegliere; decise di interrompere il programma di finanziamento pubblico del trapianto di organi e di estendere le cure primarie a donne e bambini che non l’avevano.

In quell’occasione il Presidente del senato dell’Oregon esplicito il senso forte di quella decisione, che possiamo dire storica, con queste parole: «La tecnologia medica ha superato e continuerà a superare la nostra capacità di pagarla. Questa è la dura realtà. Dobbiamo limitare il denaro che spendiamo nella cura della salute». Non solo, ma dobbiamo fare delle scelte. Coby in questo senso ha un valore simbolico: è la prima vittima di una pianificazione sanitaria, di una scelta di come investire il denaro e di assumere la ricaduta sociale di questa scelta.

Questo episodio ci rende consapevoli che in sanità esiste una divaricazione crescente e inevitabile tra domanda e offerta, tra bisogni e capacità economiche di qualsiasi stato, anche di una nazione ricca come gli Stati Uniti.

Gli anni rubati alla morte

È questa una caratteristica della medicina attuale, e sarà sempre di più caratteristica della medicina del futuro. Anzitutto perché noi siamo davanti a una società che invecchia, e la maggior parte delle risorse vengono spese negli ultimi anni di vita. Abbiamo prolungato di alcuni anni la vita degli uomini e delle donne del nostro tempo, ma forse non c’è da essere tanto fieri di questi anni rubati alla morte. La cura dei malati e delle persone anziane, l’assistenza delle persone per le quali la vecchiaia diventa essa stessa malattia, è molto costosa. Non solo, ma questo prolungamento della vita ha fatto aumentare in maniera proporzionale a questi anni sottratti alla morte le malattie degenerative, cioè le malattie di cui non si muore subito, come per le infettive, ma che si trascinano.

Non si muore per cancro come per una polmonite: si vive con un cancro diversi anni, ma a costi economici spaventosi per la nostra società (per tacere dei costi di altro genere come il progressivo degrado della qualità della vita).

Abbiamo prolungato la vita, ma aumentato i malati di Alzheimer; e che cosa costa alla società il mantenimento di un malato di questo genere! Se vogliamo arrivare poi al caso proprio estremo, pensiamo che cosa costa alla società quell’altra prodezza tragica della nostra medicina, che salva la vita ad alcuni, ma non riesce a salvar loro il cervello. Intendo riferirmi ai malati che sono salvati, abbastanza in tempo per salvare loro la vita, ma troppo tardi per salvare la funzione cerebrale e che quindi resteranno per sempre in coma vegetativo, cioè in una situazione da cui non si risveglieranno più, ma con speranza di vita pari a quella normale se curati adeguatamente: 20 anni, 30 anni anche. Che cosa costa mantenere una persona in questo stato? Terzo elemento da considerare: oltre il

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profilo demografico (una società più vecchia) e il profilo nosografico (le patologie degenerative e prevalenti), c’è l’aumento dei costi della tecnologia medica. Basti pensare alla differenza che ci può essere tra un piccolo strumento come il fonendoscopio, e la macchina cuore-polmoni o la Tac. La tecnica aumenta progressivamente, diventa sempre più sofisticata: ormai si pensa al robot-chirurgo. Abbiamo una sanità che fa delle prodezze incredibili, ma a costi proibitivi.

Questi elementi disegnano un nuovo quadro d’insieme: non possiamo dare tutto a tutti, e perciò siamo costretti a fare delle scelte. Questa è la prima lezione che possiamo tirare dalla vicenda dell’Oregon, lo stato che per primo ha inaugurato l’epoca delle scelte in termini espliciti.

Micro e macro allocazioni

Altro elemento importante: non sussiste più una distinzione tra micro e macro allocazioni di risorse. Sono questi due termini tecnici noti in etica medica da anni.

La micro allocazione di risorse è riferita alle varie alternative che si pongono nel distribuire una risorsa scarsa, tra più persone che ne hanno bisogno. Questa situazione è classica in medicina, non è nata oggi; per esempio la conoscevano molto bene i medici militari sui campi di battaglia, quando c’erano tanti feriti e pochi medici, poche bende e poca morfina e dovevano scegliere chi curare e chi non curare. Oppure, caso più attuale: ho un cuore da trapiantare e ho due candidati. Tutti e due hanno bisogno di questo cuore per poter vivere: a chi dei due lo attribuisco? Questa è la micro allocazione delle risorse.

Il problema delle macro allocazioni di risorse di per sé non è un problema medico, ma piuttosto economico-politico. Si tratta cioè, in regime di programmazione sanitaria, di come distribuire le risorse disponibili. Per esempio: decidere se in questa Usi, o in questa regione, costruire più asili nido o più reparti di cardiochirurgia pediatrica; più case per i vecchi o più pronto soccorsi. Questi sono problemi di macro allocazione di risorse.

Ma la distinzione tra micro allocazioni, che riguardano i medici che decidono in un contesto clinico, e le macro allocazioni, che riguardano i politici, si sfilaccia, sfuma, perché se, per ipotesi, io medico consumo tutte le risorse in una determinata terapia, io sono responsabile di una impossibilità a intervenire per altre patologie. È così per ogni radiografia, ogni test di laboratorio, ogni farmaco accumulato nell’armadietto di casa.

Abbiamo vissuto per anni nell’idea dell’abbondanza; ora tutto questo si ripercuote in una società che ha a disposizione un contingente limitato di risorse.

Un’etica medica da rivedere

Questa è un’altra lezione importante che possiamo trarre dalla vicenda di Coby. Possiamo intravederne anche una terza. Se le cose stanno così, noi siamo costretti a passare da quel modello di riferimento che era quello dell’etica medica ad un altro tipo di paradigma.

L’etica medica ha sempre affrontato le scelte che doveva fare, comprese quelle relative alle allocazioni delle risorse, nell’ignoranza, pretesa, voluta, esibita, dei problemi economici.

Nel senso che il medico ha personalmente voluto disinteressarsi del denaro: la scelta individuale riguarda il bene di questo malato e se questo malato ha bisogno di un farmaco costosissimo, io glielo prescrivo, perché io non ho a che fare con i soldi (almeno teoricamente; poi le cose magari erano molto meno pure di quanto pretendevano di essere). Era questo un punto di onore della medicina: non mescolarsi con il denaro. Ovvero, in altri termini, la medicina giudicava l’appropriatezza di una terapia, di un intervento, con dei criteri che erano esclusivamente di tipo clinico-sanitario e non volevano avere nessun rapporto con dei criteri di tipo economico.

Purtroppo le cose non stanno più così (se mai lo sono state). La medicina non può più pretendere di ignorare l’economia: questi tre grandi punti di riferimento che sono l’etica, la medicina, l’economia, sono costretti a fare i conti gli uni con gli altri. Medici, economisti e filosofi-eticisti hanno attualmente una coabitazione molto imbarazzante. Gli uni non vorrebbero avere a che fare con gli altri, ma vi sono ormai costretti: la situazione attuale di ristrettezza delle risorse li obbliga ad agire insieme, contestualmente.

Nuovi criteri di scelta

Dobbiamo quindi elaborare dei criteri nuovi per scegliere. Quali criteri sono possibili?

Un criterio potrebbe essere quello di stabilire delle liste, di fare un elenco di priorità, individuali (chi ha più bisogno), o sociali

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(chi è più necessario alla società). Ma è possibile?

Facciamo ancora un esempio. Quando per la prima volta, in una grande clinica universitaria della capitale dello Stato di Washington, Seattle, alla fine degli anni Settanta, ha cominciato ad essere possibile curare dei malati con deficit renale, altrimenti destinati alla morte, mediante il rene artificiale si sono subito resi conto che occorreva stabilire una lista di priorità, perché i candidati alla dialisi erano molto di più delle persone che potevano essere effettivamente sottoposti a dialisi. Si è proceduto a creare un comitato etico per fare la graduatoria.

Quando, dopo qualche tempo, qualcuno ha avuto la curiosità di andare a vedere con quali criteri erano state scelte le persone, è successo un mezzo scandalo. Si è visto che, nello stabilire la priorità delle persone da salvare, venivano presi in considerazione dei fattori come, per esempio, il ruolo del malato nella famiglia o nella società, per cui un malato con dei figli veniva preferito ad un malato scapolo; uno scienziato veniva preferito ad un disoccupato. Tra l’altro erano stati adottati anche criteri che rispecchiavano convinzioni sostanzialmente conformiste di moralità, per cui il dirigente di boy-scout che andava in chiesa, apparteneva aduna congregazione religiosa, veniva preferito a chi era invece magari omosessuale notorio ed aveva comportamenti disapprovati socialmente: un adeguamento, quindi, ai modelli culturali prevalenti diveniva criterio di preferènza. Tutto ciò ha suscitato una forte reazione, in particolare da parte di un teologo protestante di gran nome, Paul Ramsey, il quale ha condannato questi criteri di selezione come una pretesa di scimmiottare Dio: chi ci dà l’autorizzazione a dire che una persona vale più di un’altra? Anzi — diceva Paul Ramsey in maniera molto polemica — se veramente vogliamo imitare Dio, non ci rimane che prendere quel criterio che nel Vangelo è descritto come il criterio dell'«assoluta casualità», in quanto, secondo il Vangelo, Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Allora se vogliamo imitare Dio, tiriamo a sorte! Il modo più etico di scegliere, secondo Ramsey, sarebbe dunque quello di non fare nessuna scelta, di lasciare al caso.

Il criterio di stabilire una lista di priorità, si apre dunque all’arbitrio. Analogamente, si apre all’arbitrio anche il criterio con cui noi pensiamo di poter dire, in una prospettiva di risorse limitate: investiamo il nostro denaro per curare i malati di cancro, oppure curiamo i malati di Alzheimer, o i bambini spastici... anche se questo criterio è forse meno ingiusto della pretesa di fare una lista secondo un criterio di giustizia a livello individuale, o sociale o secondo profili patologici.

Che fare allora?

Occorre almeno passare dall’implicito all’esplicito, almeno discutere pubblicamente questi criteri.

Il senso del limite

Sarebbe una svolta nella società. Il criterio non sarebbe più lasciato alla coscienza individuale del medico, né sarebbe neppure demandato alle scelte tacite, alle pressioni delle varie lobbies, dei vari gruppi organizzati, capaci di attivare le risorse sociali.

Dobbiamo però renderci conto, ancora una volta, che ciò cambia profondamente l’etica medica tradizionale. Perché il medico, nel suo profilo etico-professionale alto, concepisce il suo rapporto con il malato, come una specie di avvocatura rivolta al bene esclusivo e alla salute del paziente, lasciando il ruolo di cattivo ai politici, agli amministratori, che non tirano fuori le risorse. Sorgerebbe certo un grave problema il giorno in cui noi cambiassimo queste regole e dicessimo: no, sei tu, caro medico, che devi mettere dei limiti e li devi mettere esplicitamente.

È quanto si è già fatto in alcune Nazioni, una prospettiva che incombe anche su di noi, cioè la necessità di dare delle linee guida di questo genere: dopo una certa età, certi interventi costosi, anche se sono salvavita, non si fanno più; per esempio, il trapianto renale dopo 65 anni non si fa più. Ora, se il medico viene coinvolto in questo tipo di decisioni finalizzate alla regolazione sociale delle risorse, si presenta una situazione estrema che possiamo immaginare con un colloquio di questo genere: «Caro signor Rossi, un rene nuovo è proprio quello che ci vorrebbe nel caso suo. Purtroppo lei ha 66 anni e noi nella nostra società abbiamo deciso che dopo una certa età queste risorse le dobbiamo riservare a quelli più giovani».

È facile capire che una situazione del genere, se ha il pregio della trasparenza, ha l’handicap tremendo che quanto meno il malato si sente tradito dal suo medico. Questo ci fa capire la resistenza dei medici a essere coinvolti in questo tipo di scelte, benché non possiamo sottrarci alla necessità di fare scelte.

Anticipo già la ovvia obiezione che potremmo

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spendere meno da una parte, per le armi ad esempio, e dirottare i risparmi in spese sanitarie. Ovvio. Rimane sempre il fatto che, anche quando avremo speso di meno in senso antisociale, anti-vita, dovremo pur sempre scegliere fra i tanti bisogni. Perché quello sanitario è solo uno dei bisogni, anche se forse il più importante: dovremo sempre decidere quanti soldi dedichiamo alla sanità, quanti alla giustizia, quanti alla scuola, quanti all’ordine pubblico, quanti alla tutela dell’ambiente. Avremo sempre una quantità di bisogni, per cui la torta delle nostre risorse dovrà essere divisa in fette; e questa fetta della sanità, per quanto grande, sarà sempre limitata e non potrà mai rispondere pienamente ai bisogni di tutti.

Una medicina che non sia sensibile ai problemi dell’economia ed alla limitazione delle risorse è una medicina che crea soltanto situazioni intollerabili per la nostra società.

Noi abbiamo continuato a pensare, specie in questi ultimi decenni, la pratica della medicina in una prospettiva di sviluppo illimitato, di risorse inesauribili.

C’è voluto parecchio tempo, ma è avvenuta una grande svolta, in senso generale, nell’economia e nella politica. Si è cominciato a pensare in un orizzonte di risorse limitate per motivi di inquinamento, di aumento demografico, e per tanti altri ancora. Questa prospettiva adesso, col debito ritardo, diventa evidente anche nella sanità. Non possiamo pensare la sanità come un orizzonte senza confini, con riserve inesauribili, con la mentalità da pioniere americano che, quando si è consumato un pascolo, si sono ammazzati tutti i bufali e si sono tagliati tutti gli alberi, ci si sposta un po’ più in là, perché c’è ancora tanta terra. No! questa idea di frontiera mobile che si estende davanti a noi, senza porre alcun limite alla nostra avanzata, non c’è più. Anche la sanità quindi, come tutte le altre cose, dobbiamo ripensarla dentro un orizzonte di limiti.

Questo ci porta anche a rivedere i pilastri fondamentali dell’etica medica, vale a dire che noi non possiamo promuovere la vita sempre, ovunque, di ognuno, spingerla sempre più avanti, ancora più anni, ancora più interventi tecnologici, ancora più risorse sanitarie... Questo non ci è più possibile.

Una vita più lunga non è garanzia di vita migliore

Ma c’è un’altra considerazione, di natura più antropologica: quella che Daniel Callahan, direttore di un centro di bioetica americano molto noto, lo Hasting Center, ha illustrato in un paio di libri molto interessanti, l’ultimo dei quali intitolato «Setting Limits» (Mettere dei limiti) ha fatto discutere molto in America. Egli sostiene, con considerazioni di ordine economico, analoghe a quelle che qui abbiamo già sviluppato, che è nella natura stessa del progresso medico di attirare a se molte più risorse di quelle che potrebbero essere ragionevolmente spese nella sanità.

Ma alle considerazioni di ordine economico Daniel Callahan ne aggiunge una di ordine antropologico. Afferma che non soltanto noi spendiamo una quantità insostenibile di risorse nel cercare di spostare in avanti la frontiera della vita prolungandola di qualche anno, di qualche mese, ma che questo stesso progresso medico non dà una vita migliore. Cioè abbiamo più anni da vivere, ma non abbiamo migliorato la nostra vita.

Secondo lui, il problema non è soltanto che noi abbiamo pensato alla sanità in un orizzonte di risorse illimitate, ma che abbiamo progettato la cura della salute quasi escludendo la fine della vita, mentre la vita umana è un ciclo naturale che comprende un inizio, uno sviluppo e una fine. Abbiamo presupposto una antropologia secondo cui la fine della vita è soltanto una barriera da far arretrare sempre di più, e non invece un limite che ci serve per capire, per dare senso umano e sempre più etico a quello che facciamo.

Che sia così lo dimostra il fatto che quando una persona muore, la reazione è sempre un senso di fallimento. Si tende a cercare che cosa è mancato. Se non un colpevole, almeno qualche cosa che è mancato, per cui «se avessimo avuto questo reparto di terapia intensiva, si poteva salvare». Cioè c’è sempre un senso di morte come incidente evitabile, non di morte connessa con la vita.

Voglio specificare che queste osservazioni antropologiche di Daniel Callahan probabilmente non hanno creato scalpore per questa premessa, ma per le conseguenze. E le conseguenze sono che, se noi prendiamo la vita come un arco di vita naturale, in cui la fine è intrinseca, allora dobbiamo limitare quello che facciamo per prolungarla quando possiamo ragionevolmente pensare che questo ventaglio di vita sia compiuto.

Ma a partire da quale età possiamo dire che una persona ha compiuto il suo ciclo naturale di vita? A partire da quale momento

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dobbiamo decidere di non darle più certi farmaci? Quando noi possiamo ragionevolmente dire che il ciclo naturale di età è concluso, e quindi la medicina dovrà tutta essere finalizzata non al prolungamento artificiale della vita, ma al sollievo delle sofferenze, diventando cioè una medicina palliativa che fa tutto quello che si può fare per alleviare le sofferenze, ma non assume come un suo obbligo quello di spingere più avanti la frontiera della vita?

Possiamo riassumere in questa affermazione la tesi di Callahan: «la vita umana si vive meglio, ha una migliore qualità, se la pensiamo come intrinsecamente limitata». Invece nel pensarla come una estensione senza limiti cronologici e quindi con l’obbligo correlato, da parte della medicina, di spingere questa frontiera sempre più avanti, noi produciamo una deformazione dell’essere umano. Una vita più lunga non è una garanzia di vita migliore.

Considero queste riflessioni come un patrimonio di saggezza. Se mai possiamo esprimere un rammarico, è che questa riflessione venga da una etica laica e razionalista e che i cristiani siano vistosamente assenti in questo tipo di riflessioni antropologiche.

L’etica cristiana sembra aver dimenticato di introdurre nella nostra etica il concetto antropologico di limite, di saperlo pensare in concreto. Sembra anzi essersi identificata con la volontà di prolungare la vita il più possibile, in contrapposizione a un’etica laica che cerca di mettere dei limiti in nome della qualità di vita. Mi sembra un impoverimento totale, tanto più che l’antropologia cristiana ha sempre pensato all’uomo, invece, con il concetto di limite, in quanto la vita umana è destinata alla vita eterna. Ma è solo teoricamente che sappiamo pensare ad un’altra vita; di fatto questo concetto della limitatezza della vita terrena l’abbiamo dimenticato, anche perché non sappiamo più articolare il discorso sull’altra vita, se non in termini molto generici, ma non in termini etici.

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CHE FARE

Non è possibile dare ricette. È già un grande risultato aver cominciato a focalizzare questi problemi. Infatti nella cultura italiana, in particolare, non si sentono molte riflessioni di questo genere. Purtroppo c’è un ritardo culturale notevole.

È possibile delineare due strategie o due possibili linee di attacco, per affrontare i problemi emersi. Non sono antitetiche: «o, o», ma piuttosto «e, e».

Noi possiamo agire, in questa situazione in cui c’è una sproporzione tra domanda e offerta, secondo uno schema classico dell’economia, cercando un bilanciamento: possiamo o agire sull’offerta, o agire sulla domanda, o agire su tutte e due. Vediamo metodologicamente le diverse strategie.

Cosa vuol dire limitare l’offerta? Nei termini più crudi e semplici possibili, questo significa affermare: certe cose non le offriamo.

Questo può essere fatto o sulla base di una valutazione etica, o sulla base di una valutazione puramente economica. Una valutazione puramente economica è, per esempio, quella di dire: certi interventi terapeutici sono al di sopra delle nostre possibilità.

Ma molto più interessanti, per noi, sono le limitazioni dell’offerta per motivi etici, facendo incontrare i tre grandi sistemi: etica, medicina ed economia. Poter dire: certe cose noi non le offriamo per motivi etici. Ci sono già situazioni di questo genere? Sì. Almeno in Italia. Per esempio, per quanto riguarda la procreazione artificiale, c’è stata proprio una scelta che va in questa direzione.

Nell’85 l’allora Ministro alla Sanità, Degan, ha emesso una circolare che limita l’offerta di fecondazione artificiale, fatta con le finanze dei cittadini e nelle strutture pubbliche, alla fecondazione artificiale omologa, cioè nell’ambito della coppia. Questo vuol dire, in concreto: noi come società sosteniamo il peso di una gravidanza ottenuta con l’aiuto tecnologico soltanto se questo sta dentro determinati parametri valutati eticamente. In altri termini, c’è stato un vero e proprio giudizio etico che riguarda il fatto che la donazione di seme, la donazione di ovulo, al di fuori della coppia vengono considerati come non accettabili dal punto di vista sociale e morale.

Ci possono essere anche altre restrizioni di questo genere? Sì ci sono, per esempio, in Francia, dove si sta andando verso una regolamentazione delle pratiche mediche attinenti alla bioetica con una legislazione, la più avanzata di qualsiasi altro Paese europeo. In Francia ci si sta orientando verso la proibizione, per motivi etici, della vendita degli organi.

In società pluralistiche come le nostre è però molto difficile arrivare a un consenso sulla esclusione di terapie in base à valutazioni etiche. In ogni caso, resterebbero le perplessità di cui abbiamo parlato all’inizio a proposito delle liste di priorità. Più interessanti e valide mi sembrano motivazioni etiche di altro tipo. Ad esempio: come possiamo giustificare una medicina, una sanità che spende tanto, quando accanto a noi ci sono milioni di persone che vivono sotto al livello minimo di sussistenza o muoiono letteralmente di fame? Ha senso in questo scenario una medicina procreatica costosissima?

Ma c’è di più. Non basta tener presente il bene di chi vive oggi accanto a noi; occorre anche pensare alle generazioni che verranno dopo di noi. Deve entrare nell’etica un punto di vista transgenerazionale, cioè l’obbligo non soltanto nei confronti dei contemporanei che sono qui intorno al tavolo, che vogliono mangiare e che ci domandano di dividere la torta, ma di invitare al tavolo anche quelli che non sono ancora nati, le generazioni future.

Questo domanda un salto di prospettiva etica rispetto al quale le nostre società sono ancora molto arretrate. Dico le nostre società, perché invece le società arcaiche o le società tradizionali spesso hanno sviluppato un senso dell’etica come obbligo verso le generazioni future molto più acuto delle nostre. Il saggista americano Jeremy Rifkin in un suo libro dedicato al senso del tempo e delle generazioni riporta una affermazione che dice di aver raccolto da un capo indiano Irochese, il quale spiegava come nella società Irochese venivano prese le decisioni. Diceva questo capo: «Quando noi capi dobbiamo prendere una decisione, noi ci raduniamo, discutiamo e ci domandiamo: la decisione che ora stiamo per prendere andrà a beneficio della

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quarta generazione? Se non riusciamo a rispondere sì, noi quella decisione non la prendiamo».

Questa idea di pensare alla quarta generazione come idealmente presente e vincolante per le generazioni attuali è non soltanto una idea di saggezza, di sopravvivenza, ma è anche una espressione di alto profilo etico, rispetto a cui noi dobbiamo assolutamente vergognarci. Perché noi società economicamente sviluppate abbiamo fatto esattamente il contrario. Noi abbiamo avuto un grande sviluppo, in questo periodo, fondato sulla sinergia di due fattori, che andavano tutti a nostro vantaggio: la grande disponibilità di materie prime, che abbiamo succhiato dai paesi poveri, e la contrazione delle nascite.

Questo vuol dire che noi siamo stati in meno a dividerci più beni. Inoltre abbiamo accumulato dei debiti, che abbiamo riversato sulle spalle dei figli e dei nipoti. Basti pensare al peso delle pensioni che dovranno pagare le generazioni future, al conto che abbiamo lasciato da pagare ai nipoti.

Aiutare la domanda

L'altra strategia, che si può vedere non in antitesi bensì come complementare alla prima, è quella di puntare sulla limitazione della domanda. Ma anche qui sorge un grave problema etico: è compito dell’etica valutare la domanda? Possiamo noi affermare in nome dell’etica che certe domande sono immorali?

C’è un grande pericolo di moralismo da questo punto di vista, per cui molti preferiscono non entrare nel tema, lasciando tutto al gioco della domanda e dell’offerta. Però credo che si possa essere meno agnostici ed arrivare a fare una valutazione che, senza qualificare come immorale la domanda, possa però aiutare a riformulare la domanda stessa. Noi possiamo aiutare, mediante l’educazione sanitaria, a formulare delle domande di salute più pertinenti e anche meno costose, perché molte domande sono false domande, o delle domande sbilanciate verso un eccesso che è anche contro il miglior interesse della persona.

Non è per caso che le forme di medicina più umana sono anche le più economiche. Per esempio, noi curiamo la gente in ospedale; curare in ospedale è una rovina per le casse dello Stato. Se noi educassimo la gente e i medici a domandare le cure domiciliari e ripensassimo il nostro sistema a offrire a domicilio tutto ciò che è possibile (non tutte le cose possono essere offerte a domicilio) invece che in ospedale, noi avremo allo stesso tempo una medicina più umana perché più modulata sui bisogni delle persone e anche estremamente più economica.

Altro capitolo importante: noi spendiamo una quantità di soldi, nella fase terminale della vita delle persone, perché offriamo tanta tecnologia, tanti interventi straordinari. Molti malati di cancro vengono operati, rioperati e poi quando sono alla fine, vengono messi in rianimazione, consumando nel giro di pochissimo tempo patrimoni incredibili. Ma è veramente questo che le persone vorrebbero, se riuscissero a formulare la loro domanda sulla qualità della vita? Forse noi offriamo cure tanto costose, che non solo non risolvono il problema, ma creano un profondo malessere, perché ad una persona che vorrebbe qualche cosa di semplice ed essenziale, cioè una medicina capace di palliare i dolori e una vicinanza umana, noi offriamo invece tante macchine, tanta tecnologia, programmi di chemioterapia fino a un’ora prima della morte.

Soprattutto nella parte terminale della vita diamo delle cose costosissime perché non sappiamo, o non vogliamo, leggere la vera domanda. La vera domanda è di moderare il nostro intervento, rispondere al bisogno di controllare il dolore, di comunicare fino alla fine, di non essere abbandonati. Vicinanza, calore, ascolto, tempo: questo domandano le persone in fase terminale della vita.

Aiutare le persone a formulare la domanda, a non chiedere sempre più intervento tecnologico, quando noi invece abbiamo bisogno di una medicina diversa: ecco l’altra strategia. Certo ciò esige educazione sanitaria, informazione e soprattutto di cambiare il modello di rapporto tra utente e struttura sanitaria, tra medico e paziente. Ritornano pertinenti le cose dette in un altro intervento («Ai confini tra la vita e la morte» — Rocca n. 12/1992): la promozione dell’autonomia del paziente, un rapporto in cui il medico sappia ascoltare i bisogni, dare spazio ai valori soggettivi. In questo senso il cittadino non è soltanto un consumatore capriccioso di un servizio, ma diventa un coproduttore del servizio sanitario. In quanto coproduttore, domanderà meno, ma cose di maggiore qualità. Strano a dirsi, ma queste cose di maggiore qualità, che richiedono presenza umana e solidarietà, sono una merce poco costosa, ma una merce rara; e noi siamo propensi a dare piuttosto le merci costose che le merci rare.

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A CHI LA DECISIONE?

La famiglia idealmente si colloca come intermedia tra due insiemi decisionali: la decisione individuale (io e la mia vita, io e la salute, io e il mio progetto di vita, io e il mio dovere di utilizzare razionalmente in una giusta misura le risorse e le possibilità di un prolungamento della vita), e la decisione sociale in quanto insieme di comunità con un compito comune.

La vita non è solo un progetto individuale, ma anche un compito che si trasmette attraverso una catena di esseri, un passaggio di fiaccola da generazione a generazione, con conseguenti diritti e doveri di giustizia nell’uso delle risorse.

Qual è il ruolo della famiglia nel prendere decisioni in merito all’impiego delle risorse disponibili ? È bene o è male che noi lasciamo queste decisioni alla famiglia?

è giusto affidarle esclusivamente ai medici?

Oppure: deve decidere la famiglia, o deve decidere l’individuo stesso?

Se noi dobbiamo prendere delle decisioni cliniche che riguardano un sostegno alla vita in situazioni che non soltanto sono costose, ma spesso sono anche irrazionali — perché quello che prolunghiamo è una vita, la cui qualità è talmente depauperata, talmente sotto un livello di godibilità, di fruibilità, che diventa evidentemente disumana — chi deve prendere queste decisioni? Vediamo i prò e i contro dei vari protagonisti.

La gerarchia dei valori non è uguale per tutti

Possiamo e dobbiamo lasciare questa scelta soltanto al medico? Questo è stato fino a ieri propriamente il punto di vista dell’etica medica. È un punto direi quasi cardine dell’etica medica: i medici non vogliono che altri vengano a mettere il naso in queste decisioni.

Il grande cambiamento che sta succedendo nella nostra società è che noi invece ci rendiamo conto che queste scelte non possono essere lasciate ai medici, perché i medici non hanno la capacità di scegliere la qualità di vita per l’altro. Il medico non può sapere, secondo la sua scienza, se quello che lui fa per il malato corrisponde a un desiderio soggettivo del paziente stesso, della vita che lui vuole. Perché questo sforzo di prolungare il più possibile la vita può diventare una condanna a vivere, che le persone non desiderano per sé. Questo ci convince della incapacità del sanitario di decidere per un altro.

Qualche mese fa il presidente della Lega italiana per la lotta contro i tumori, il prof. Umberto Veronesi, ha organizzato un convegno a Milano intitolato: La solitudine del medico di fronte al malato di cancro. Sostanzialmente il convegno voleva affermare questo: noi medici oggi non sappiamo più come procedere con sicurezza, in quanto noi possiamo intervenire in maniere diverse che hanno un’incidenza, sulla lunghezza o meno della vita, ma anche sulla qualità della vita. E non possiamo più prendere queste decisioni per il malato, al posto suo.

Un esempio, molto facilmente intuibile: se ho un cancro alla laringe posso trovarmi di fronte a due strategie terapeutiche: mi possono asportare la laringe, magari con una prospettiva di vita più lunga; ma possono non toccare la laringe e lasciarmi avere una speranza di vita che ritengo sufficiente, anche se non quanto quella di un laringetomizzato, se mi curano con la radioterapia.

Ma è molto diverso per me se io per esempio faccio il falegname o faccio il professore o l’oratore. In quest’ultimo caso potrei decidere di volere meno vita ma di poter continuare a parlare. Mentre se facessi il falegname potrei preferire di continuare a fare dei bei mobili fino alla fine: la voce potrebbe non sembrarmi una priorità.

I valori personali sono molto importanti. È diverso se io sono solo o se ho un figlio piccolo. Forse se ho un figlio piccolo posso puntare tutto per avere più possibilità di stare vicino a questo figlio; ma se non lo ho forse posso puntare di più a mantenere la mia integrità, l’indipendenza, la capacità di movimento, pur rischiando di avere meno vita.

I valori non costituiscono una gerarchia uguale per tutti, il prolungamento della vita non è più il fondamentale valore. E questo ci dice l’incapacità del medico di prendere delle decisioni al posto di un altro se non interviene il dialogo, l’ascolto, una

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scelta comune basata sui valori espressi dal paziente, interiorizzati e accolti dal medico.

Qando non si è più in grado di decidere

Un altro scenario è quando io non posso prendere la decisione per me stesso, perché non sono in grado di intendere e di volere, ovvero perché sono in coma. Il ruolo della famiglia in questo caso, spesso è drammatico, perché i familiari devono scegliere per il proprio congiunto. Potremmo stabilire come data di nascita, non dico della bioetica, ma della sensibilità ai problemi nuovi che emergono il caso di Mary Ann Quinlan del 1976. La ragazza, in coma, è tenuta viva da una macchina, e si deve decidere se staccarla o no da questa macchina.

La famiglia è favorevole; i medici entrano in contrasto con la famiglia: affermano che tocca a loro difendere la vita, che la decisione della famiglia di staccare la ragazza dalla macchina è una decisione non etica. Di fatto la macchina è stata staccata per decisione della Corte Suprema del New Jersey (benché Mary Ann abbia continuato a vivere per nove anni in coma vegetativo).

Un caso di questo genere, ancora più drammatico, è successo in questi ultimi anni, sempre negli Stati Uniti. È il caso di una ragazza, Nancy Crusan, che era in coma vegetativo permanente con una speranza di vita pari a una qualsiasi altra ragazza di venti, trenta anni, se fosse stata nutrita artificialmente. La famiglia richiede di interrompere l’alimentazione artificiale: grida di orrore...: la famiglia vuol far morire di fame questa ragazza, questa famiglia è disumana. Processi su processi, fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti, la quale decide di sospendere l’alimentazione artificiale in quanto i genitori riescono a dimostrare che Nancy aveva affermato in precedenza che lei non avrebbe mai voluto vivere in quelle condizioni.

Ruolo della famiglia

Questo fatto diventa molto importante ed istruttivo per noi: sapendo che non possiamo decidere per un altro, diventa fondamentale riuscire ad avere la volontà dell’altro e a interpretarla, se quest’altro non può attualmente esprimere la sua volontà. La famiglia di Nancy è stata uno strumento per poter esprimere la volontà della ragazza, ma non per prendere la decisione al posto suo.

Come risolviamo generalmente in Italia questo nodo importante di chi deve prendere le decisioni, in particolare le decisioni che hanno una portata vitale?

Secondo la nostra cultura decidiamo empiricamente, sostituendo la famiglia all’interessato. Siamo in buona fede convinti che questo va bene, che sia una prassi corretta. In genere la procedura è questa: di fronte a qualcuno che si ammala di un male con prognosi infausta, la famiglia fa quadrato. Prima ancora di far fronte al problema di come prendersi cura di questa vita, si sente coinvolta a decidere per quanto riguarda l’informazione della persona. Succede che il familiare va dal medico e gli dice: «Dottore, soprattutto che non sappia niente lui/lei, dica a me che sono la moglie, il marito, il padre, la madre, il figlio; che gli sia risparmiata la triste notizia. Io, noi, la famiglia ce ne facciamo carico».

Vige insomma un modello di comportamento riguardo a queste decisioni dove alla famiglia viene dato un ruolo decisivo, e si crea una collusione tra medico e famiglia in una strategia comune di nascondere la situazione e nello stesso tempo di sottrarre la decisione al malato decidendo per lui, naturalmente secondo la buona intenzione di fare il suo bene.

Ma c’è un documento del Comitato nazionale per la bioetica italiano, il più recente, dedicato a «Informazione e consenso all’atto medico».

Un documento controcorrente, che sostiene la necessità del consenso informato del paziente sulle decisioni che lo riguardano, che ritiene tramontata la stagione del paternalismo medico in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell’esercizio della professione, legittimato a ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente e a trasgredirle quando fossero in contrasto con l’indicazione clinica in senso stretto.

L’ultimo codice di deontologia medica, dell’89, si esprime infatti ancora in questi termini: «il medico potrà valutare l’opportunità di tenere nascosta al malato o di attenuare la prognosi grave o infausta, la quale dovrà essere comunque comunicata ai congiunti». Dunque nei documenti ufficiali dell’ordine dei medici, che rispecchiano in pratica il comune comportamento dei medici, c’è questa prassi: il medico può, a suo giudizio, quando lo ritiene opportuno per il bene del malato, non comunicargli la prognosi e la diagnosi, comunicandola

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invece alla famiglia. Il medico decide queste strategie con la famiglia per il bene del malato, sulla base di una interpretazione concertata del bene del paziente.

Il cambiamento che introduce il Comitato nazionale per la bioetica in questo scenario è quello di affermare che il referente del medico è la persona malata, non la famiglia.

Riguardo ai rapporti con i familiari c’è un paragrafo che è molto esplicito in questo senso. Dice: È indiscutibile che un paziente adulto e in condizioni di intendere e volere sia l’interlocutore vero e talvolta l’unico del medico.

Non si può però prescindere dal rapporto con i familiari o i fiduciari del paziente, ma in quanto servono a inquadrare la situazione personale. Bisogna cioè riferirsi alla famiglia; non per scavalcare il malato ma soltanto in quanto la famiglia può darci degli elementi per capire meglio quello che sta vivendo il paziente, per giudicare il momento opportuno per coinvolgerlo, le parole da usare. La famiglia va quindi considerata come aiuto per arrivare al paziente, non una via privilegiata che taglia fuori il paziente.

Occorre prendere una via intermedia per cui la famiglia non soffochi l’individuo; ma anche tale che l’individuo non sia isolato e solo davanti alle scelte tragiche che si trova a dover compiere.

Il testamento biologico

Una soluzione a questo problema delle decisioni da prendere circa le cure da somministrare a una persona non più in grado di decidere è il cosiddetto «testamento biologico».

La persona può indicare precedentemente chi deve essere informato e anche chi non deve essere informato, oppure indicare chi deve prendere le decisioni al posto suo, comprese le decisioni mediche. E il medico si deve ritenere obbligato a rispettare quello che uno lascia scritto.

Questa è una procedura che in America sta diffondendosi, sollecitando le persone ad esprimere in precedenza le loro opzioni, le loro scelte per eventuali momenti tragici della vita in cui non potranno, perché incapaci, prendere decisioni e esprimerle. È chiaro che la famiglia può svolgere questo ruolo; ma spesso la famiglia è in una situazione drammatica, perché la famiglia sente un senso di colpa a mettere dei limiti alle cure, anche di fronte a una volontà esplicita in questo senso.

Il testamento biologico ci permette di poter esprimere, di fronte alla malattia e alla morte, i nostri valori, la nostra visione della vita, le cose in cui crediamo.

In Italia non è vincolante, perché non ha valore legale. In America sì, perché lo è nella legislazione degli stati, ed è vincolante fino al punto che dal dicembre dell’anno scorso è entrata in vigore una legge, nota come «legge dell’autodeterminazione», per cui chi si ricovera in un ospedale sostenuto da una cassa mutua nazionale, per poter avere la copertura assicurativa deve compilare un modulo ed esprimere la sua decisione riguardo al caso in cui non fosse più in grado di intendere e di volere, o designare qualcuno autorizzato a prendere le decisioni per lui. Questo è di routine, quando uno entra in ospedale.

Ripensare i fini riformulare le questioni

Sintetizzando: in questa situazione di transizione in cui cambiano i modelli culturali, si modificano le percezioni che abbiamo dei rapporti tra le generazioni, cambia la struttura e il ruolo della famiglia, si trasformano la pratica della medicina e l’orizzonte delle sue possibilità, acquista un profilo tragico il fatto che la medicina sia tanto potente ma anche tanto distruttiva riguardo alla qualità della vita.

Attorno alla medicina si concentrano alcune delle speranze più forti, che toccano l’umano nella sua struttura più fondamentale, quella che troviamo al di sotto di tutte le credenze e le ideologie; ma allo stesso tempo la medicina rischia di assommare alcune delle delusioni più cocenti, per le speranze che delude e le promesse che non riesce a mantenere. La situazione di transizione può essere, però, anche una opportunità di ripensare i fini che ci proponiamo come società e a riformulare le questioni antropologiche più fondamentali riferite alla vita e alla sua qualità, alla malattia e alla guarigione, alla morte e alle possibili strategie da contrapporre al suo scacco.

Quaderni di sanità pubblica

Quaderni di sanità pubblica

Rivista bimestrale

Dicembre 1992/Febbraio 1993, nn. 78/79, pp. 7-12

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EDITORIALE

Il documento della Regione europea dell’OMS qui presentato in traduzione italiana affronta la pratica della consulenza genetica con intenti fondamentalmente descrittivi. Ci offre una rassegna dettagliata delle modalità di intervento diagnostico e terapeutico sviluppate negli ultimi anni, delle indicazioni dei rischi e dei benefici sperati dalle diverse metodologie, fornendo così un inventario completo sullo “stato dell’arte'’ della genetica medica in Europa. Ma il documento non si limita a descrivere quanto si fa in questo ambito nella Regione europea: lascia trapelare chiaramente anche un intento normativo, che si esprime nella preoccupazione per una “buona” pratica della consulenza genetica.

Nessuno degli aspetti più problematici della genetica medica è passato sotto silenzio: l’impatto delle nuove pratiche sulla società e sui modelli culturali che tradiscono il concetto odierno di procreazione responsabile; i conflitti etici e psicologici legati al proseguimento o all’interruzione della gravidanza; le perplessità circa gli interventi legislativi più appropriati, le misure di politica sanitaria e i progetti educativi.

In altre parole: il documento dell’OMS mostra di essere consapevole che siamo di fronte a un aspetto della medicina dove le più sofisticate conoscenze scientifiche e tecnologiche si intrecciano con il sapere sull’uomo proprio della tradizione umanistica. Risulta così pienamente legittimo applicare alla genetica medica la definizione della medicina coniata dallo storico e antropologo Pedro Laín Entralgo come “la più umana delle scienze e la più scientifica delle humanities” 1.

La medicina che si addentra nell’era della genetica riscontra che il progresso tecnologico raramente crea problemi completamente nuovi: per lo più amplifica e radicalizza quelli già esistenti. Ciò vale in particolare per il paradigma profondo che governa

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tradizionalmente la pratica della medicina e che dal primo e più celebre degli aforismi attribuiti a Ippocrate è stato sintetizzato in cinque tratti caratteristici:

“La vita è breve

l'arte lunga,

l'occasione fuggevole,

l'esperienza fallace,

il giudizio difficile”.

Anche la conoscenza del codice genetico e della modalità di trasmissione della vita non abolisce la caratteristica fondamentale della medicina, che è una scienza senza assoluto. Si ha l’impressione che la conoscenza genetica soffra dell’ignoto in una misura ben più grave delle altre conoscenze biomediche. L’incertezza rimane l'orizzonte connaturale alla decisione clinica, anche quando si realizza nell’ambito della genetica medica. La dimensione etica che la caratterizza è sostanzialmente riconducibile all’ippocratico “giudizio difficile”, perché incerto è il sapere su cui le decisioni devono essere prese.

L’etica medica si trova costretta a confrontarsi con dimensioni che erano solo implicite nella decisione clinica del passato, ma che ora non possono essere più disattese. Il processo di decision making acquista una maggiore complessità e il giudizio risulta difficile in una misura impensabile nella prospettiva ippocratica tradizionale. L’etica prende prepotentemente un posto centrale nella pratica clinica. Ci sentiamo indotti a sottoscrivere l’affermazione di Jacques Testard: “L’etica non è quella crema amorfa che si stende spesso sulla torta della scienza. È il luogo privilegiato di un’armonia fra l’uomo d’oggi e il suo fantasma di domani; il regolatore dei nostri desideri deliranti di essere ciò che diverremo”.

Non si tratta solo di prendere delle decisioni in quella particolare forma di sapere che è la probabilità statistica (che guida all’azione si ricava dal fatto di conoscere che il feto ha il 50 o il 15 per cento di probabilità dì contrarre la malformazione indesiderata?); la genetica medica apre la porta a una quantità di fattori umani che intervengono nella decisione, rendendo l’esito imprevedibile. La decisione dei medici e dei genitori non è necessariamente dettata dalla diagnosi, non deriva da essa per un processo lineare, ma si modella sulle loro convinzioni sociali e morali. Non è un’entità astratta e neutra ― “la medicina” ― che determina le decisioni, ma sono piuttosto le convinzioni sull’uomo, sulla vita, sul mondo, sulla procreazione e sul futuro. Sono decisive le scelte filosofiche incarnate nei nostri credi personali e nelle nostre ideologie collettive. La genetica medica ci costringe a renderci conto di quanta normatività implicita è presente nelle cosiddette “indicazioni mediche”, che pretendono di rivestire con l’autorità della medicina decisioni che non dipendono dalla sola medicina. Questa concezione pregnante, di alta densità antropologica e sociale, è presente nel documento qui presentato nella cifra sintetica di “genetica di comunità”.

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La consulenza genetica amplia l'orizzonte della decisione clinica. Non si tratta solo di fissare la probabilità di un avvenimento legato alla trasmissione del patrimonio genetico, ma del modo come si comunica questo messaggio e come si fornisce assistenza nella decisione e in ciò che ne consegue. Il legame terapeutico necessario per fare una buona medicina deve assumere prospettive che la medicina tradizionale poteva permettersi di ignorare. Una sola indicazione, tra le numerose presenti nel documento dell’OMS: il richiamo a far diventare operante l’alleanza terapeutica nel trattamento dell’aborto indotto per motivi genetici, tenendo presente il diverso vissuto tra chi interrompe una gravidanza desiderata e una indesiderata (p. 96).

In modo più generale e sistematico, la pratica clinica della genetica medica costringe ad ampliare l’orizzonte dell’etica clinica. Una prima linea di ampliamento è quella costituita dall’introduzione della considerazione della “qualità della vita” come criterio per le decisioni cliniche. Nella bioetica contemporanea questa prospettiva si è imposta con forza nelle decisioni che riguardano i trattamenti che prolungano la vita. Un gruppo di lavoro dello Hastings Center ha elaborato delle autorevoli linee- guida per scelte cliniche centrate sulla valorizzazione del criterio della qualità della vita. Vi leggiamo, tra l’altro: “La qualità della vita è un concetto etico essenziale, che prende in considerazione il bene dell’individuo, il genere dì vita possibile, considerate le condizioni della persona, e se tale condizione permette all’individuo dì avere la vita che egli considera degna di essere vissuta... Permettendo al paziente e a chi lo rappresenta di fare scelte che considerano la ‘qualità della vita’, diminuiamo il rischio di imporre vite di dolore, indegnità o pesi insostenibili a coloro che sono incapaci di difendersi” 2.

Il dibattito sulla “qualità della vita” evoca uno scenario che ribalta il significato che siamo soliti attribuire all’azione medica', una medicina che sì presenta come una costrizione violenta, invece che come un beneficio; un apparato ostile e insensibile al vissuto soggettivo, invece che un simpatetico aiuto nelle situazioni più drammatiche; una struttura autoritaria con cui si deve lottare per avere il diritto dì uscirne, piuttosto che per avere il privilegio di entrarvi.

Anche se il criterio della “qualità della vita” è stato inizialmente utilizzato con riferimento alle scelte che si pongono sul versante del prolungamento (“artificiale”) della vita, la sua applicazione si è generalizzata a contesti sempre più ampi e a momenti sempre più precoci della vita: in neonatologia, per esempio; oppure nelle decisioni collegate alla diagnosi prenatale (se far o no proseguire la gravidanza quando al feto è stata diagnosticata una malformazione); oppure alla stessa consulenza genetica rivolta a determinare le caratteristiche (patrimonio genetico, sesso, ecc.) compatibili con la qualità desiderata per il nascituro. La considerazione della “qualità della vita” è diventata insensibilmente un perno attorno a cui ruotano le decisioni, di natura clinica e inscindibilmente anche etica, che precedono la nascita e il concepimento stesso di nuove vite.

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Il riferimento alla “qualità della vita” obbliga a riconsiderare in profondità concezioni tradizionalmente acquisite, ma non più appropriate alla situazione attuale, circa gli scopi stessi della medicina. La lotta contro la malattia e la morte deve integrare anche il controllo del dolore e mirare a prevenire le indegnità della condizione patologica; il prolungamento della vita deve saper far posto alla capacità di adattarla alle esigenze soggettive di fruibilità. La preoccupazione tradizionale a far coinciaere il fine della medicina con la volontà di procurare al paziente il bene della salute, identificato in ciò che la scienza del sanitario sa e può favorire, deve commisurarsi con il diritto del paziente stesso a determinare (o per lo meno a con-determinare, all’interno dell’alleanza terapeutica che struttura il rapporto fondamentale) il proprio bene. Nel linguaggio della bioetica che si è andato elaborando negli ultimi vent’anni si parla di un orientamento al “principio dell’autonomia”, che affiora accanto al tradizionale “principio di beneficità”, e lo bilancia.

Non sono pochi a temere che la trasposizione di questo orientamento dal contesto delle decisioni cliniche alla medicina neonatale e alla diagnosi prenatale possa provocare un pericoloso piano inclinato, incapace di difendere la vita che non corrisponda allo standard di qualità socialmente riconosciuto. Al posto della considerazione della vita come bene intangibile ― comunque si voglia argomentare: riferendosi alla sacralità della vita o al diritto di ogni essere umano a uguale considerazione e rispetto ― potrebbe subentrare il più assoluto arbitrio nei criteri di accettazione e rifiuto di una nuova esistenza. La diffusione di centri che offrono la possibilità di generare figli del sesso prescelto e con le caratteristiche somatiche desiderate, senza alcun riferimento a criteri o indicazioni di natura medica, costituisce, in questa prospettiva, lo sviluppo che molti considerano infausto.

Il riferimento al criterio della sacralità della vita e quello che ricorre alla qualità della vita per guidare la decisione sono due alternative che si escludono reciprocamente? Si tratta di due principi autonomi, destinati a costituire due scenari completamente autosufficienti? Così lì presenta un’interpretazione abbastanza diffusa, che ama contrapporli come espressioni tipiche di una bioetica cattolica ― attestata sulla difesa della sacralità della vita ― e di una bioetica laica ― intesa a promuovere la considerazione della qualità della vita come criterio per l’accettazione o il rifiuto di una nuova vita ―.

La contrapposizione può essere spinta fino a fare delle due alternative delle ipotesi insostenibili, addirittura quasi caricaturali. Più che contrapposti, i due criteri vanno integrati. Senza il correttivo che l’uno apporta all’altro, ambedue possono guidare l’azione verso scelte estreme, alle quali la maggior parte delle persone ragionevoli negherebbe il proprio consenso morale. L’idolatria della vita nella sua dimensione biologica è contraria al significato religioso della sacralità della vita; ne costituisce una versione deformata che la scredita tanto agli occhi delle persone religiose quanto a quelli delle persone senza affiliazione religiosa.

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Per converso, una considerazione puramente “qualitativa” della vita umana, che la considerasse legittima solo al di sopra di un determinato livello di utilità e di fruibilità, toglierebbe ogni tutela ai più svantaggiati. La spinta a respingere ai margini della società chi non corrisponde allo standard dominante di normalità verrebbe molto rinforzata. Si può quindi capire e condividere la resistenza del mondo dei professionisti della sanità, che ha tradizionalmente compreso il proprio ruolo come tutela della vita più debole e minacciata, alla proposta di adottare un riferimento esclusivo alla “qualità della vita” come guida per le decisioni cliniche.

Un’altra direzione di ampliamento dei problemi che comporta la consulenza genetica è quell’aspetto dell’etica che possiamo chiamare procedurale, ovvero quello che sì riferisce non al contenuto delle scelte etiche, ma al rispetto della titolarità della decisione. In altre parole: l’etica procedurale ha cura che la decisione venga presa da chi deve prenderla. L’informazione genetica che viene data favorisce ― sia per la quantità adeguata che per il modo in cui viene comunicata ― la decisione responsabile della coppia, oppure l’ostacola? Ecco l’interrogativo centrale dell’etica procedurale nell’ambito dei servizi di genetica di comunità 3.

Il documento dell’OMS dimostra per questa problematica un’attenzione che non è usuale nel mondo medico. Molti medici, soprattutto nell’ambito culturale europeo, e latino in particolare, hanno interiorizzato modelli di comportamento ispirati al paternalismo, che li inducono a prendere le decisioni al posto del paziente (beninteso, per il suo “bene”!). Di fronte alla richiesta di favorire l’autodeterminazione del paziente, si sentono a disagio in un ruolo che non è loro familiare. Possono sentire l’autodeterminazione del paziente, e l’informazione che la rende possibile, come un alibi, che autorizza ad abbandonare il paziente. Reagiscono aggrappandosi al modello trasmesso dall’etica medica tradizionale e facendo resistenza a ogni innovazione.

La proposta che viene dall’OMS, pur senza assumere una posizione dirompente nei confronti dell’etica medica consolidata, punta con decisione verso un modello centrato sulla non ingerenza del sanitario nelle decisioni dei genitori, anche quando non approvi la loro scelta. Un organismo come l’OMS sa di non avere una propria etica da imporre, ma di poter autorevolmente proporre delle linee-guida procedurali nelle quali converge il consenso delle diverse etiche che convivono in una società pluralista. Nel muoversi in questa direzione il documento dell’OMS ha già dei precedenti, dei quali il più illustre è il rapporto pubblicato dal Genetics Research Group dello Hastings Center nel 1979 4.

Le etiche “forti”, centrate sui principi, non riescono ad assistere la decisione clinica così come possono farlo delle linee-guida, faticosamente concordate. Esse possono favorire, a fronte di soluzioni fortemente divergenti, una pratica più uniforme, fondata su un largo consenso degli ambienti medici e scientifici, così come del grande pubblico.

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Quando le presenti linee-guida dell'OMS identificano come loro finalità primaria quella di “aiutare i genetisti medici a capire ciò che sta accadendo e a valorizzare il loro ruolo”, propongono una normativa di basso profilo. Eppure, per quanto possa sembrare un risultato modesto, questo consenso su un' “etica minima” di natura procedurale costituisce un obiettivo molto ambizioso, ai cui la nostra società ha assoluto bisogno.

Bibliografia

Cfr. Pedro Laín Entralgo, Antropologia medica, tr. it. Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1988.

Guidelines on the termination of life. Sustaining treatment and the care of the dying, The Hastings Center, New York, 1987.

Sull’etica sostantiva e l’etica procedurale, nonché sul loro rapporto nella decisione clinica, si veda Diego Gracia, Procedimentos de decisión en ética clinica, Eudema, Madrid, 1991.

Raccomandazioni circa i problemi morali, sociali e giuridici relativi alla diagnosi prenatale (pubblicato per la prima volta nel New England Journal of Medicine, vol. 300, n. 4, 25 gennaio 1979, pp. 168-172).

Note

1 Cfr. Pedro Laín Entralgo, Antropologia medica, tr. it. Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1988.

2 Guidelines on the termination of life. Sustaining treatment and the care of the dying, The Hastings Center, New York, 1987.

3 Sull’etica sostantiva e l’etica procedurale, nonché sul loro rapporto nella decisione clinica, si veda Diego Gracia, Procedimentos de decisión en ética clinica, Eudema, Madrid, 1991.

4 Raccomandazioni circa i problemi morali, sociali e giuridici relativi alla diagnosi prenatale (pubblicato per la prima volta nel New England Journal of Medicine, vol. 300, n. 4, 25 gennaio 1979, pp. 168-172).

La prevenzione: ruolo dell’individuo e della società

Sandro Spinsanti

LA PREVENZIONE: RUOLO DELL'INDIVIDUO E DELLA SOCIETÀ, CONSIDERAZIONI ETICHE

in Les nouvelles stratégies de prevention en Santé Publique

Atti Europe blanche XIX, Institut des Sciences de la Santé

Roma, 10-11 ottobre 1997

pp. 92-103

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SUNTO  ―  All'etica non possiamo domandare di giustificare la medicina preventiva, o addirittura di sostenere la sua aspirazione a rivendicare un primato rispetto a quella curativa. L'assunto «È meglio prevenire che curare» costituisce, in ultima analisi, una affermazione autoreferenziale («È meglio essere sani che malati o morti. Questo è l'inizio e la fine del solo argomento reale a favore della medicina preventiva. È sufficiente»: Geoffrey Rose).

In questo ambito l'etica rivela la sua utilità se confrontiamo quanto viene intrapreso in nome della prevenzione e promozione della salute con i valori che l'etica propone. Esistono almeno tre modelli di etica riferiti alla medicina, ognuno con un valore dominante:

1. Il modello dell'etica medica, centrato sul principio del «bene del paziente».

In questo contesto la medicina preventiva si propone di assicurare una vita senza malattie e morti precoci e di contribuire, positivamente, a sviluppare la «piena salute».

L'etica ci guida a domandarci se le azioni preventive portano un beneficio e a chi nella società viene riservato il beneficio.

È utile sviluppare un sano sospetto su quanto viene proposto al paziente «per il suo bene». Anche la prevenzione, come la medicina curativa, deve sottoporsi al rigore della «evidence», cioè delle prove di efficacia.

2. Il modello della bioetica, che presuppone l'introduzione in medicina della «rivoluzione liberale», valuta le azioni riferendosi al principio di autonomia.

È buona medicina preventiva quella che propone di dare ai cittadini/consumatori il controllo della propria salute («empowerment»).

Il rispetto dell'autonomia della persona può essere violato in molti modi : da quelli coercitivi (come interventi ispirati all'eugenismo), all'invasione della «privacy», con misure preventive che interferiscono con gli stili di vita, fino ad interventi educativi che usano la manipolazione e la colpevolizzazione («victim blaming»).

Il modello dell'etica sociale si orienta secondo il valore della equità, cercando di rendere effettiva una eguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte al diritto della salute.

Le medicina preventiva consiste nel promuovere una società «salutogenica», contro una società «patogenica».

Anche la medicina preventiva si deve confrontare con il problema dell'uso responsabile delle risorse. Nel nostro tempo anche la sanità deve essere pensata nell’orizzonte del limite. Da ora in poi la qualità etica e quella economico-gestionale negli interventi, sia di cura che di prevenzione, si implicano reciprocamente.

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1. Modelli di etica e prevenzione

Quando nella formulazione del tema accostiamo prevenzione ed etica, non possiamo sottrarci alla questione previa: l'etica ha qualcosa da dire sulla prevenzione che non sia riconducibile a preoccupazioni di efficacia (quali misure preventive ottengono i risultati auspicati e quali no?), di economia (quanto costa fare prevenzione? Valutando i costi e i benefici, da quale parte pende la bilancia?) o di politica sanitaria (che tra i vari sistemi di organizzazione della sanità induce a privilegiare quello che promuove nel migliore dei modi la prevenzione). Quando si fa appello all'etica, si presuppone che, oltre a questi punti di vista, ne esista uno specifico correlato con le questioni che ci poniamo relativamente a ciò che è bene/male, giusto/ingiusto, auspicabile/deplorabile: questo è il metro con cui, in termini molto generici, valutiamo eticamente i comportamenti. Le considerazioni etiche che proporremo su quello che spetta all'individuo e alla società nella prevenzione delle malattie e nella promozione della salute ruotano precisamente intorno ai valori etici che ci permettono di portare un giudizio sulle scelte comportamentali.

Va subito chiarito che all'etica non dobbiamo domandare troppo. In particolare, non possiamo attribuirle il compito di giustificare la medicina preventiva, o addirittura di sostenere la sua aspirazione a rivendicare un primato rispetto a quella curativa. Quando si ripete: «È meglio prevenire che curare», quel «meglio» non fa riferimento a una preferenza personale (molte persone non sono disposte ad adottare stili di vita molto restrittivi, per poter... morire sani! I vantaggi della prevenzione, inoltre, non sono sempre percepibili all'individuo: per salvare una sola vita in un incidente stradale, 400 persone devono allacciare le cinture di sicurezza per tutta la loro esistenza; 399 persone dunque, non otterranno alcun beneficio dal loro comportamento: Vineis, 1997, p. 163), né a un vantaggio economico (l'analisi dei costi della cura e della prevenzione non dimostra la convenienza di quest'ultima in modo inequivocabile), né a una giustificazione clinica (la sempre maggiore capacità diagnostica può rilevare patologie che sarebbero rimaste silenti, e quindi dar luogo a un interventismo che è causa di patologie iatrogeniche), né ― infine — a una chiara indicazione di politica sanitaria (a causa del paradosso inerente alla medicina preventiva: tanto maggiore è l'efficienza di un intervento per la collettività, tanto minore è la rilevanza che esso assume per il singolo: cfr. Tombesi, 1997). Affermare che la prevenzione è un obiettivo privilegiato rispetto alla cura costituisce — in ultima analisi — una affermazione autoreferenziale. Per dirlo con le parole di conclusione a cui giunge Geoffrey Rose dopo l'accurata analisi a cui sottomette quel «meglio» nel volume The strategy of preventive medicine: «È meglio essere sani che malati o morti.

Questo è l'inizio e la fine del solo argomento reale a favore della medicina preventiva. È sufficiente» (Rose, 1992).

Il richiamo all'etica ha dunque una funzione più modesta che fornire un fondamento o una giustificazione razionale per la medicina preventiva. Cerchiamo, più semplicemente, di confrontare quanto viene intrapreso in nome della promozione della salute con i valori che l'etica propone. Medicina ed etica non sono in coppia solo da quando sono esplose le problematiche della bioetica: costituiscono da sempre due poli che si attraggono reciprocamente. Il rapporto tra l'arte terapeutica e i valori che permettono di qualificare l'operato come buono/giusto/auspicabile non è però così univoco come appare a prima vista. Più precisamente, possiamo individuare almeno tre diversi modelli di etica riferita alla medicina, ognuno con un valore dominante. Ognuno dei tre modelli, che si sono strutturati in successione cronologica, richiede ai diversi soggetti — l'operatore sanitario, il paziente, la società nei suoi rappresentanti politici — comportamenti adeguati, che si presentano come una «Gestalt» coerente e omogenea. Schematicamente, possiamo rappresentarci nel modo seguente i modelli di etica in medicina (vedi tabella).

A seconda del modello che consideriamo, cambiano le questioni che poniamo alla pratica della medicina in generale, e alla medicina preventiva in particolare. Analizziamo i tre modelli separatamente.

2. La prevenzione e i suoi benefici

Il principio che regola il modello tradizionale di etica in medicina è essenzialmente riconducibile a una proposizione che si presenta armata della forza dell'evidenza: è bene fare tutto ciò che produce un beneficio al paziente. Trasposto dalla medicina curativa — dove il bene da procurare al paziente equivale alla diagnosi accurata e alla terapia efficace della patologia in atto — alla medicina preventiva, il principio comporta l'attribuzione di un valore positivo a tutte le azioni rivolte ad assicurare una vita senza malattie e a impedire morti precoci. C'è anche chi si spinge a richiedere alla medicina che non miri solo a sconfiggere le malattie e a prevenirle, ma tenda a promuovere la «piena salute», cioè lo sviluppo delle potenzialità umane al loro massimo, avendo come parametri di riferimento non gli scostamenti patologici dalla normalità, ma le realizzazioni umane eccellenti (Lombardi Vallauri, 1989).

L'enfasi posta sui compiti positivi della medicina ― dalla lotta alle malattie alla loro prevenzione, dalla tutela della salute alla promozione della «piena salute» — va probabilmente corretta. È questa una delle conclusioni a cui è giunta l'importante ricerca internazionale sui fini della medicina, promossa recentemente dallo Hastings Center. Ponendosi la questione

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Tabella

Epoca pre-moderna

Etica medica

Epoca pre-moderna

Bioetica

Epoca post-moderna

Etica dell'organizzazione

La buona

medicina

«Quale trattamento porta maggior beneficio

al paziente?»

«Quale trattamento

rispetta il malato nei suoi valori e nell'autonomia delle sue scelte?»

«Quale trattamento ottimizza l'uso delle risorse e produce un paziente/cliente soddisfatto?»

Il valore

dominante

Principio di beneficità

Principio di autonomia

Principio di giustizia

(uguaglianza sostanziale

di tutti i cittadini di fronte

al diritto alla salute)

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship

(fornitore di servizi-cliente) Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

La medicina

preventiva

Assicurare una vita

senza malattie e morti precoci. Sviluppare la «piena salute»

Dare

ai cittadini/consumatori

il controllo

della propria salute

(«empowerment»)

Promuovere una società «salutogenica»

(vs «patogenica»)

L'ideale

medico

Paternalismo benevolo (scienza e coscienza)

Autorità democraticamente condivisa

Leadership morale,

scientifica organizzativa

se il compito per eccellenza della medicina non sia quello di potenziare l'autodeterminazione individuale per permettere a ciascuno di vivere pienamente la propria vita, il documento risponde: «Se è vero che la salute accresce la possibile libertà, è tuttavia un errore pensare che tale libertà sia un fine della medicina. La salute è necessaria, ma non è condizione sufficiente per l'autonomia, e la medicina non può fornire ciò che è necessario a tal fine. Siccome molte altre istituzioni, come l'educazione, promuovono quella libertà, la medicina non è l'unica in grado o capace di promuovere il bene dell'autonomia, anche se a volte può dare importanti contributi per accrescerla» (The goals of medicine..., 1996, p. 16).

Per quanto si voglia ridimensionare il compito della medicina di contribuire alla piena realizzazione dell'essere umano, resta tuttavia indiscutibile che, da quando l'epidemiologia e la biostatistica hanno fornito strumenti analitici a favore della salute, individuante i cambiamenti da introdurre nella società e nei comportamenti individuali per impedire lo sviluppo di fenomeni patologici, la medicina ha aggiunto un nuovo compito a quelli tradizionali. I migliori tra i medici si sono sentiti impegnati non solo a curare i pazienti per l'enfisema o il cancro ai polmoni, ma a prevenire le malattie respiratorie lottando per la salubrità dei posti di lavoro ed educando i pazienti ad astenersi dal fumo; non si limitano ad assistere i traumatizzati da incidenti stradali, ma fanno pressione per ottenere maggiore sicurezza nelle auto da parte delle case produttrici e l'imposizione dell'obbligo delle cinture di sicurezza da parte delle autorità civili. Questa è la medicina preventiva cresciuta sul tronco della medicina del passato e ispirata al suo stesso valore fondamentale: fare ciò che è nel migliore interesse dell'individuo e della sua salute.

I bilanci dei risultati ottenuti dall'impegno profuso, come sappiamo, non sono sempre positivi. Da che cosa dipende? Una risposta facile è quella formulata da Harold Fruchtbaum: «È forse inevitabile in una società capitalista che ogni progetto rivolto a proteggere la salute pubblica che minacci un interesse economico trovi opposizione» (Fruchtbaum, 1978, p. 1397). La relativa inefficacia della medicina preventiva nell'impedire i comportamenti nocivi alla salute viene così ricondotta a un conflitto di interessi, nel quale la medicina, animata dalle migliori intenzioni e rivolta verso fini ineccepibili, svolge il ruolo positivo, mentre alla società — capitalista! — spetta la parte del «cattivo».

La citazione è tratta da un articolo della prima edizione della «Encyclopedia of bioethics», curata da Warren Reich, del 1978, dedicato alla «Public health». All'inizio della riflessione bioetica la difficoltà a introdurre i cambiamenti necessari per la promozione della salute viene addebitata esclusivamente all'inerzia o resistenza attiva del corpo sociale. Può essere istruttivo notare che nell'articolo su «Health promotion and health education» della seconda edizione, completamente rifatta, della stessa opera, apparsa nel 1995, l'estensore voce giunga a esprimere dei dubbi sulla qualità etica di molte attività di promozione

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della salute. Esse non sarebbero — in altre parole — così totalmente finalizzate a promuovere il bene della persona cui sono rivolte, così come pretendono e così come appare «prima facie». A un esame spassionato, le motivazioni che guidano le attività di promozione ed educazione alla salute possono apparire meno allineate sul valore del bene del paziente («benevolence»). Tali iniziative, infatti, possono sostituire iniziative pubbliche efficaci rivolte a eliminare rischi per la salute: omettendo di introdurre normative circa la sicurezza di certi prodotti, lo stato si potrebbe limitare ad addestrare i consumatori all'uso oculato di tali prodotti; invece di proibire sostanze tossiche, come il tabacco, le autorità preposte alla tutela della salute pubblica si accontenterebbero semplicemente di ammonire il pubblico a non abusarne... In altre parole: richiamandosi all'educazione sanitaria, le autorità pubbliche avanzerebbero la pretesa di star difendendo la salute, mentre di fatto evitano di intraprendere azioni efficaci che confliggono con gli interessi di coloro che traggono profitti da comportamenti non sani (Wickler, Beauchamp, 1995, p. 1127). L'educazione sanitaria come alibi, dunque: porta un beneficio ai destinatari, ma solo come surrogato del vero beneficio che una politica sanitaria efficace sarebbe in grado di produrre, qualora lo volesse; costituisce un palliativo, non la cura radicale dei mali che minacciano la salute.

Una seconda critica che si può rivolgere alle campagne preventive ed educative è che corrono parallele alle divisioni esistenti di classe e di razza, anzi finiscono per rafforzarle. Ciò significa che gli interventi di educazione hanno portato beneficio soprattutto alle classi medio-alte, che già godono di un migliore stato di salute. In America, i poveri fumano tre volte più dei ricchi, benché negli anni 60 — quando iniziarono sul serio le campagne contro il fumo — la proporzione fosse la stessa. La correzione delle disparità di classe richiederebbe dalle pubbliche autorità di decidere di allocare più denaro per raggiungere i poveri, togliendo fondi dall'educazione delle classi più agiate (Wickler, Beauchamp, ibi). La domanda spregiudicata con cui bisognerebbe confrontare i risultati di interventi di prevenzione indubbiamente benefici è: a chi nella società portano beneficio?

Un altro aspetto dell'etica orientata al «bene del paziente» merita di essere sottolineato: essa è caratterizzata da un tratto marcatamente «paternalistico». Nel modello culturale paternalistico il beneficio che viene al soggetto da un intervento di terapia — in questo caso, di prevenzione — è stabilito da una «auctoritas» scientifica della quale il cittadino non è un interlocutore attivo, ma il presunto beneficiario. Così avviene, ad esempio, negli screening di massa. Quando si decide di intervenire su ciascun individuo di una popolazione definita mediante idonei test clinici, strumentali o di laboratorio, con lo scopo di identificare particolari fattori di rischio o patologie in fase preclinica, la popolazione oggetto dell'intervento (donne in una determinata fascia d'età per la prevenzione di carcinomi dell'utero o della mammella, uomini per il carcinoma della prostata...) viene mobilitata in nome di una autorità scientifica che ha deciso — per il bene delle persone interessate — che cosa deve essere fatto. Nei casi più felici la proposta di screening è corredata di una dimostrazione di efficacia (documentata riduzione di mortalità totale o almeno specifica; assenza di eventi invalidanti) e di appropriatezza (il test di screening deve essere accettabile, non pericoloso, economico e dotato di buona sensibilità). Ma talvolta così non avviene. È il caso, ad esempio, dello screening HCV — per l'epatite C — proposto ai cittadini italiani. La vicenda supera l'aspetto aneddotico per acquistare un significato esemplare di cattivo uso della prevenzione, discutibile non solo dal punto di vista scientifico ma anche etico.

Nel febbraio 1996 televisione e giornali diffondono spot e locandine nei quali si invitano tutti i cittadini a controllare le transaminasi. Non ci si può fidare di sentirsi bene, in quanto — insinua la campagna pubblicitaria — i sintomi dell'epatite C sono subdoli: «aspetto sano, appetito normale, assenza di dolore». L'iniziativa, promossa dalla Lega per la lotta contro le malattie virali, riceve l'appoggio del Ministero della sanità. La stampa per medici e quella rivolta al pubblico riferiscono l'iniziativa con devozione. I dubbi espressi da qualche medico di famiglia vengono trattati in modo sprezzante dall'infettivologo promotore, che definisce «trogloditiche» le valutazioni critiche del progetto. La campagna procede come previsto, con incursioni in nove città italiane di roulotte della Croce rossa per dosare le transaminasi ai passanti fermati per strada. Solo un anno dopo l'avvio della campagna i promotori indicono una «conferenza di consenso» per valutare se sia opportuno condurre uno screening nella popolazione generale. La risposta — a sorpresa — è negativa e la campagna viene revocata (per il resoconto dettagliato della vicenda: Satolli, 1997). Non si tratta solo di uno spiacevole incidente provocato da un eccesso di zelo per il «bene del paziente»: è un episodio emblematico di quanto possa spingersi lontano nell'«espropriazione della salute» (per riprendere l'espressione classica di Ivan Illich in Nemesi medica) una medicina preventiva pensata sul modello paternalista.

Lo slittamento di finalità della medicina è intrinseco al passaggio dalla medicina curativa a quella preventiva. Sullo sfondo ideologico di quest'ultima individuiamo la concezione di salute quale pieno benessere fisico, psichico e sociale, e non solo assenza di malattia, diffusa dall'OMS (nel cui statuto è

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inclusa la dichiarazione che «il godimento della salute al più alto livello è uno dei diritti fondamentali dell'essere umano, senza distinzione di razza, di religione, di ideologia politica, di condizione economica e sociale»). A differenza della malattia, la presenza della salute non è oggettivamente verificabile. O meglio: lo stato di salute o malattia è funzione dell'impegno diagnostico profuso. Se già nel 1923 la commedia di Jules Romains sul dottor Knock poteva mettere in dubbio l'utilità sociale di un «trionfo della medicina» che trasforma i sani in malati — secondo il credo del dottor Knock: «I sani sono dei malati che si ignorano»... —, la situazione si è radicalizzata con l'impegno dei medici a rendere la pratica della medicina economicamente compatibile con i suoi costi. È un fenomeno particolarmente vistoso nei paesi che hanno adottato sistemi di pagamento a tariffa, DRG, managed care o altre modalità che incentivano l'accanimento diagnostico. Secondo una brillante descrizione di ciò che sta avvenendo negli ospedali americani, «un paziente in buona salute è solo uno che non è stato sottoposto ad adeguati accertamenti. Una volta in ospedale, gli accertamenti «confermeranno» problemi multipli di salute e sostanziali opportunità per un DRG creep — cioè l'insidioso scorrimento verso l'alto delle categorie di DRG — per massimizzare le entrate» (Maynard, Bioor, 1995).

Non possiamo impedirci di sviluppare un salutare sospetto sistematico che quanto viene presentato al paziente dalla medicina curativa e da quella preventiva «per il suo bene» sia veramente nel suo migliore interesse. Saranno necessarie volta a volta delle prove di efficacia, tanto per l'una quanto per l'altra medicina: accanto alla «evidence based medicine», dunque, anche una «evidence based prevention».

3. Sotto il segno dell'autonomia

Il secondo modello di etica in medicina al quale ci possiamo riferire per valutare eticamente ciò che viene intrapreso per guarire o prevenire le malattie è quello che ha come principio guida il rispetto dell'autonomia della persona. Secondo questo modello, che caratterizza il passaggio dall'epoca premoderna a quella moderna — e quindi dall'etica medica alla bioetica — non basta fare il bene del paziente, ma bisogna farlo con il suo consenso, in modo da rispettare il diritto a gestire le scelte che riguardano il corpo e la salute. In una parola, la medicina deve rispettare il diritto all'autodeterminazione personale.

Anche la medicina preventiva può infrangere i valori tutelati dall'autonomia della persona. Il ventaglio delle violazioni è molto ampio e differenziato. In ordine di gravità, il primo posto spetta alle misure preventive che ricorrono alla coercizione violenta per impedire il sorgere delle malattie o la trasmissione di caratteri genetici indesiderati. L'eugenismo — soprattutto quello praticato in Germania dal regime totalitario nazista — si è guadagnato la triste fama di aver calpestato i diritti fondamentali della persona in nome della tutela della razza. Ci piacerebbe poter dire almeno che questa modalità di prevenzione sia stato un caso isolato, al quale la coscienza morale dell'occidente ha tolto ogni diritto di cittadinanza. Purtroppo non è così. Sono trapelate di recente informazioni secondo le quali la sterilizzazione forzata è stata praticata per legge nei Paesi scandinavi fino a non molto tempo fa. Le leggi per la sterilizzazione di «tipi razziali inferiori» sono entrate in vigore in Danimarca nel 1929, in Norvegia nel 1934 e in Svezia nel 1935, e hanno continuato a giustificare interventi su soggetti — soprattutto donne con handicap e «indigenti di razza mista» — che ufficialmente risultavano sottoporsi alla sterilizzazione volontariamente. La legge in Svezia è stata abolita in sordina solo nel 1976. A quasi 100.000 donne nei tre Paesi scandinavi sarebbe stato negato, in modo coercitivo, il diritto alla riproduzione, per ridurre la probabilità che tra le generazioni future vi fossero persone non sane, che potessero quindi pesare sulla società. Anche sulla Francia si è estesa l'ombra della violazione sistematica di diritti umani: stando alle denunce della stampa, nel paese si è praticata e si continua a praticare la sterilizzazione forzata di handicappati e minorati mentali, contro la loro volontà o a loro insaputa.

Il problema della tutela dei diritti, abbinato al rispetto della privacy, è emerso a proposito dello screening per l'HIV, da praticare obbligatoriamente su quanti vengono a contatto con operatori sanitari, per proteggere questi ultimi dai rischi di infezione. Sono state proposte anche indagini obbligatorie sui sanitari, per tutelare i pazienti dalla trasmissione del virus da parte di operatori infetti. La tendenza prevalente è stata quella di non far ricorso a misure coercitive. Per i sanitari è sembrata meno dirompente nei confronti del rapporto fiduciario con i pazienti l'indicazione di prendere in ogni caso le precauzioni prescritte quando nella pratica medica o di nursing vengono a contatto con i liquidi organici dei pazienti che possono trasmettere l'infezione. Per quanto riguarda i pazienti, dal momento che il rischio è estremamente ridotto, il bene pubblico può richiedere loro di non esercitare il diritto di sapere se il medico che li cura è sieropositivo, se questo intervento nella privacy dovesse peggiorare la situazione di tutti, compromettendo la qualità dei rapporti (Daniels, 1992).

La casistica delle situazioni in cui, in nome della salute e della sicurezza, vengono richiesti dei test relativi alla salute del personale nell'ambito del lavoro, è molto ampia (Murray, 1995). Si possono ricercare informazioni sullo stato di salute attuale o

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futuro (individuando la predisposizione genetica a determinate malattie); test appropriati possono rilevare se la persona nella sua vita privata fuma, beve alcolici o fa uso di droghe; in alcuni posti di lavoro si va a ricercare — sotto l'etichetta di «rischi riproduttivi» — se le donne sono incinte o, più generalmente, fertili. La giustificazione di intrusioni così pesanti nella vita delle persone può assumere una triplice forma: il test può essere motivato o come protezione offerta al lavoratore, per il suo stesso bene (una motivazione tipicamente paternalistica); o per proteggere terze parti (questa ragione ha più potere persuasivo, anche se in pratica è rilevante sono in pochi casi eccezionali negli ambienti di lavoro); oppure per tutelare il datore di lavoro da eventuali costi per spese sanitarie.

La tentazione di ricorrere — in chiave preventiva — a sistematiche misure di indagine sul personale dipendente o su quello da assumere andrà sicuramente crescendo. Per questo è necessario che, in nome del principio etico dall'autodeterminazione, si vigili per assicurare a tutti uguale trattamento e uguali opportunità. In particolare quando le misure preventive interferiscono con gli «stili di vita». Con questa espressione spesso si considerano insieme comportamenti relativi al fumo e al consumo di alcol e droghe, nonché pratiche sessuali associate al rischio di HIV. Dal momento che questi comportamenti, a differenza del patrimonio genetico, sono considerati dipendenti dalla volontà, i test relativi non sono disapprovati dall'opinione pubblica tanto fortemente quanto le indagini genetiche. È un motivo per proteggere con più attenzione l'ambito della vita privata da controlli etichettati come medicina preventiva, che da intrusività molesta potrebbero degenerare in totalitarismo soft da «Grande Fratello» orwelliano. In nome della salute, del benessere sociale o del controllo dei costi si rischia di esercitare una pressione, inconciliabile con i valori democratici della libertà e della dignità, su intere classi di persone.

Con il principio dell'autodeterminazione — infine — dobbiamo confrontare una serie di interventi di prevenzione ed educazione sanitaria che, senza essere né coercitivi, né intrusivi — come gli esempi che abbiamo preso in considerazione — possono tuttavia compromettere la libertà personale. «Nella misura in cui la promozione della salute e l'educazione sanitaria sono intese come alternative alla regolazione coercitiva dei comportamenti, esse non minacciano l'autodeterminazione degli individui, bensì la potenziano. Di fatto l'educazione aumenta l'autonomia, in quanto fa emergere le conseguenze del proprio comportamento e le possibili alternative. Tuttavia c'è una zona grigia tra l'innocua offerta di informazioni e la coercizione sfacciata, e in questa categoria vanno inclusi alcuni degli strumenti utilizzati dagli educatori della salute» (Wickler, Beauchamp, 1995, p. 1127). Non è necessario giungere a forme di coercizione non democratica perché si ravvisi un uso inaccettabile delle conoscenze mediche per far pressione su larghi gruppi di popolazione, affinché cambino i loro comportamenti «non sani».

Le campagne di educazione sanitaria non sono una neutra esposizione di fatti; esse cercano di convincere a modificare comportamenti e abitudini, e perciò frequentemente si servono della manipolazione. I più efficaci programmi «educativi» riescono a far sentire in colpa o a disagio il soggetto quando assume comportamenti giudicati non sani (l'utopia di un mondo capovolto immaginata da Samuel Butler nel celebre Erewhon si muoveva nella stessa direzione: il malato era indotto a sentirsi colpevole per la sua malattia; compreso il malato di cui nel cap. XI viene raccontato il processo, che si conclude con la severa condanna per il «grave delitto di tubercolosi polmonare». Anche questo nella logica della prevenzione: «Il giudice era fermamente convinto che la punizione inflitta al debole e all'ammalato fosse il solo modo di prevenire il diffondersi del decadimento fisico e delle malattie e che, alla resa dei conti, l'apparente severità della sentenza avrebbe risparmiato alla società una sofferenza dieci volte maggiore di quella subita dall'accusato: Butler, p. 89). Il paradosso del malato colpevolizzato è stato realizzato nella nostra società dal diffondersi dell'atteggiamento etichettato come «victim blaming».

Altre strategie manipolative sono quelle di sovrastimare il rischio (per esempio, per indurre le persone a vaccinarsi volontariamente, mentre i non vaccinati sono in genere protetti dalla vasta maggioranza di quelli che lo sono) e di nascondere il grado di cambiamenti necessari per promuovere la salute, se questa informazione rischia di tradursi in non «compliance». Senza voler sostenere che qualsiasi manipolazione «educativa» sia incompatibile con il principio etico del rispetto dell'autonomia personale, bisogna tuttavia riconoscere che non è questo l'ideale verso il quale si muove quella promozione della salute che vede il suo obiettivo nell'«empowerment» dei consumatori. Secondo Domenighetti, il necessario contrappunto e antidoto all'insufficienza delle conoscenze mediche e alle incertezze che dominano la pratica professionale è la responsabilizzazione dei consumatori (Domenighetti, 1996). Questa comporta sia una auto-gestione della salute (quanto meno nella forma dell'automedicazione semplice), sia un accesso più consapevole alle prestazioni, sia un atteggiamento adulto verso i professionisti della salute (Fig. 1).

In senso positivo il principio dell'autodeterminazione diventa rilevante nella medicina preventiva in rapporto alla situazione che si crea quando si dispone di informazioni di natura probabilistica e si è costretti a prendere delle decisioni in condizioni di incertezza.

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Autogestione

della salute

Promozione della salute

(fattori di rischio, di protezione ecc.)

Prevenzione

Automedicazione semplice

Accesso più consapevole alle prestazioni

Informazione su:

«meccanismi» e conflitti d'interesse, efficacia e incertezza

della medicina pratica medica

Promozione del «secondo parere» medico

Diffusione pubblica

dei risultati di studi

sulla qualità e l'adeguatezza

delle prestazioni e dei servizi

Creazione di centri informatori

Atteggiamento adulto

verso i professionisti della salute

Diritti dei pazienti

Promozione della consapevolezza

che la totalità della «fattura» sanitaria

è pagata direttamente e/o indirettamente

dai consumatori

Figura 1. - Empowerment dei consumatori» (da Domenighetti, 1996)

         Lo storico della medicina Diego Gracia ha osservato che il passaggio dall'etica medica alla bioetica è accompagnato da una profonda trasformazione che riguarda il sapere medico, nella sua dimensione scientifica e logica: «A una logica deterministica e casualistica sta subentrandone un'altra, statistica e probabilistica (...). La medicina deve prendere continuamente delle decisioni in conformità con quella che viene definita «teoria della decisione razionale», che ci insegna a decidere in situazioni di «incertezza», senza poter arrivare alla certezza. Queste decisioni si basano sempre sul calcolo delle probabilità. La decisione razionale è ovviamente la più probabile. Ma non si può esigere niente di più da nessuno» (Gracia, p. 210).

Ciò vuol dire che al posto della prognosi sicura («dire la verità») e al posto della diagnosi certa subentra un ventaglio di probabilità diagnostiche, di prognosi e di terapie riferite al singolo caso. Questo è l'orizzonte in cui sì muove, in particolare, la «medicina predittiva». È fuorviarne immaginare che la «predittività»vada intesa come previsione di un evento clinico certo: ci muoviamo sempre nell'ambito delle probabilità. L'incertezza rimane l'orizzonte connaturale alla decisione clinica, anche quando vi introduciamo le conoscenze rese disponibili dalla genetica medica e dal counseling genetico. La dimensione etica che la caratterizza è sostanzialmente riconducibile all'ippocratico «giudizio difficile» (secondo il primo e più celebre degli Aforismi attribuiti a Ippocrate, cinque sono i tratti che caratterizzano la pratica della medicina: «La vita è breve, l'arte lunga, l'occasione fuggevole, l'esperienza fallace, il giudizio difficile»). La difficoltà del giudizio deriva dalla incertezza del sapere su cui le decisioni devono essere prese.

La medicina predittiva ci costringe a confrontarci con questioni etiche che erano implicite anche nella decisione clinica del passato, ma che ora non possono più essere disattese. Il processo di decision making acquista una maggiore complessità e risulta «difficile» in una misura impensabile in una prospettiva

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ippocratica tradizionale. Non si tratta solo di prendere delle decisioni in quella particolare forma di sapere che è la probabilità statistica (quale guida all'azione si ricava dal fatto di conoscere che il feto ha il 50 o il 75 per cento di probabilità di contrarre la malformazione indesiderata? La mente umana, a differenza dei computer e dei «sistemi esperti», è molto povera quando si tratta di lavorare con una serie di probabilità); la medicina predittiva apre la porta a una quantità di fattori umani che intervengono nella decisione, rendendo l'esito imprevedibile. La decisione non deriva, per un processo lineare, dalla diagnosi o dalla prognosi, ma si modella sulle convinzioni sociali e morali dei protagonisti. Non è un'entità astratta e neutra — «la medicina» — che determina le decisioni, ma sono piuttosto le convinzioni sull'uomo, sulla vita, sul mondo, sulla felicità e sulla «buona vita», sul futuro. Sono decisive le scelte filosofiche incarnate nei nostri credi personali e nelle nostre ideologie collettive. Proprio la medicina predittiva ci costringe a renderci conto di quanta normatività implicita sia presente nelle cosiddette «indicazioni mediche», che pretendono di rivestire con l'autorità della medicina decisioni che non dipendono dalla sola medicina.

Questa prospettiva ha costretto la clinica tradizionale ad ampliare l'orizzonte di riferimento entro cui si era soliti prendere le decisioni. L'ampliamento è consistito nell'introdurre la considerazione della «qualità della vita» come criterio per le decisioni cliniche. Nella bioetica contemporanea questa prospettiva si è imposta con forza nelle decisioni che riguardano i trattamenti che prolungano la vita. Un gruppo di lavoro dell'autorevole Hastings Center ha elaborato, già alcuni anni fa, delle linee guida per scelte cliniche centrate sulla valorizzazione del criterio della qualità della vita. Il documento prodotto afferma, tra l'altro: «La qualità della vita è un concetto etico essenziale, che prende in considerazione il bene dell'individuo, il genere di vita possibile, considerate le condizioni della persona, e se tale condizione permette all'individuo di avere la vita che egli considera degna di essere vissuta (...). Permettendo al paziente e a chi lo rappresenta di fare scelte che considerano la «qualità della vita», diminuiamo il rischio di imporre vite di dolore, indegnità o pesi insostenibili a coloro che sono incapaci di difendersi» (Guidelines..., 1987).

Il dibattito sulla «qualità della vita» evoca uno scenario che ribalta il significato che siamo soliti attribuire all'azione medica, facendo apparire una medicina che si presenta come costrizione violenta, invece che come beneficio; un apparato ostile e insensibile al vissuto soggettivo, invece che simpatetico aiuto nelle situazioni più drammatiche; una struttura autoritaria con cui si deve lottare per avere il diritto di uscirne, piuttosto che rivendicare il privilegio di entrarvi. Anche se il criterio della «qualità della vita» è stato inizialmente utilizzato con riferimento alle scelte che si pongono sul versante del prolungamento («artificiale») della vita, la sua applicazione si è generalizzata a contesti sempre più ampi e a momenti sempre più precoci dell'esistenza. Anche nell'ambito della medicina predittiva la considerazione della «qualità della vita» è il perno attorno a cui ruotano le decisioni, di natura clinica e inscindibilmente anche etica.

Il riferimento «alla qualità della vita» obbliga a riconsiderare in profondità concezioni tradizionalmente acquisite, ma non più appropriate alla situazione attuale, circa gli scopi stessi della medicina. La lotta contro la malattia e la morte deve integrare anche il controllo del dolore e mirare a prevenire le indegnità della condizione patologica; il prolungamento della medicina deve far posto alla capacità di adattarla alle esigenze soggettive di fruibilità. La preoccupazione tradizionale a far coincidere il fine della medicina con la volontà di procurare al paziente il bene della salute — identificato in ciò che la scienza, di cui il sanitario è portatore, sa e può fornire — deve commisurarsi con il diritto del paziente stesso a determinare (o per lo meno a co-determinare, all'interno dell'alleanza terapeutica che struttura il rapporto fondamentale) il proprio bene. Ritroviamo così ancora una volta il «principio di autonomia», che completa e controbilancia il tradizionale «principio di beneficità». Più che contrapposti, i due principi vanno integrati. Senza il correttivo che l'uno apporta all'altro, ambedue possono guidare l'azione verso scelte estreme, alle quali la maggior parte delle persone ragionevoli negherebbe il proprio consenso morale.

4. Per una società «salutogenica»

Il terzo modello di etica riferito alla medicina è quello che dà maggior risalto, quale valore-guida, alla giusta distribuzione delle risorse in modo da promuovere la salute come bene di tutta la società. In questa prospettiva il rapporto considerato non è quello che lega il paziente singolo al suo medico di riferimento, bensì l'intreccio di fattori sociali che sono all'origine delle malattie e che determinano la loro trasmissione, oppure — se si interviene su di essi — possono produrre un miglioramento della salute nell'insieme della popolazione o in sue parti rilevanti.

La percezione della dimensione sociale della salute non è nuova. Per mantenerci nell'epoca a noi più prossima, possiamo risalire almeno alla metà del secolo scorso e all'opera pionieristica nella medicina pubblica svolta da Rudolf Virchow (l'assunto fondamentale del quale era di considerare la medicina come una «scienza sociale e la politica nient'altro

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che medicina su vasta scala»). Nel nostro secolo gli impulsi decisivi alla medicina nel suo compito di promuovere la salute pubblica sono venuti dalle grandi istituzioni internazionali, soprattutto dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L'impegno — questa volta non a dimensione nazionale, ma planetaria — a incrementare la salute ha trovato espressione in due celebri programmi, rivolti a definire la medicina di base in termini di «Primary health care»: la Dichiarazione di Alma Ata: «Salute per tutti per l'anno 2000», del 1978, e il suo rilancio a 20 anni dallo storico documento: «Salute per tutti verso il XXI secolo», pubblicato recentemente, il 28 aprile 1997. Nella formulazione del nuovo programma viene superata l'euforia fastidiosa che induceva a porre una data come termine entro il quale assicurare una «salute per tutti». Invece di una scadenza temporanea si prospetta una linea di valori per il secolo che sta per sorgere. Viene con più vigore correlata la salute con lo sviluppo, affermando che non può esserci sviluppo senza salute, né salute senza sviluppo; per raggiungere l'uno e l'altro occorre sconfiggere la povertà.

Le indicazioni ricalcano sostanzialmente quanto già era emerso dal documento della Banca mondiale: Investing in health, del 1993, nel quale salute viene detta componente intrinseca dello sviluppo e si addita come responsabilità dei governi tutelarla. Questi sono tenuti ad assicurare a tutti i cittadini alcuni servizi essenziali: un pacchetto di servizi di sanità pubblica che include le vaccinazioni, i trattamenti di massa per infezioni parassitane, sussidi e integrazioni alimentari, pianificazione familiare, igiene ambientale, prevenzione dell'Aids e delle malattie sessualmente trasmesse; un pacchetto di servizi clinici essenziali da erogare a livello distrettuale (dispensari, centri di salute, ospedali distrettuali); assistenza prenatale e del parto, trattamento dei bambini malati, della tubercolosi, delle malattie sessualmente trasmesse, delle infezioni minori e dei traumi, la gestione di alcune emergenze, come le fratture e l'appendicectomia.

La Banca mondiale arriva a specificare quanto i governi devono investire per garantire l'offerta gratuita di tali servizi: 12 dollari pro capite (4 per i servizi di sanità pubblica e 8 dollari per i sevizi clinici essenziali) (The World Bank, 1993, p. 66). La cifra indicata per alcuni paesi poveri rappresenta il triplo di quanto viene attualmente speso per l'intero sistema sanitario (Maciocco, 1994). Le prescrizioni della Banca mondiale (i governi «sono tenuti», «devono»...) indicano con tutta chiarezza la dimensione etica delle politiche di sanità pubblica. Nel profilo etico del medico — come di qualsiasi altro professionista sanitario — agli obblighi che ha nei confronti del paziente che a lui fa ricorso (nella prospettiva dell'etica medica tradizionale) si aggiunge una responsabilità verso la società nel suo insieme, e in particolare verso le persone la cui salute è minacciata.

La medicina sociale confronta il medico con la responsabilità etica di modificare le situazioni patogeniche. La professione medica rivela a questo punto dei confini molto esili rispetto all'impegno politico. Quando, ad esempio, si dimostri la funesta influenza di una industria sulla salute non solo di coloro che vi lavorano ma della stessa comunità in cui è localizzata ― si pensi alla crescente consapevolezza dell'origine ambientale del cancro — l'azione educativa può non essere più sufficiente; è richiesto un intervento personale del sanitario in quanto cittadino, con un passaggio dal piano educativo a quello della politica. Ibsen nel dramma Un nemico del popolo, scritto nel 1882, ha creato una situazione paradigmatica: il dottor Stockmann, medico di uno stabilimento di bagni termali, ha acquistato la certezza, dopo lunghe analisi tenute segrete, che le acque dello stabilimento sono inquinate e costituiscono un perenne veicolo di malattie infettive. Quando propone la chiusura temporanea dello stabilimento, con il rischio della rovina economica della città, si guadagna l'ostilità generale e diventa, appunto, «un nemico del popolo».

I conflitti etici dei nostri giorni sono meno spettacolari, ma non meno reali di quelli letterari. «I medici e le comunità — sostiene l'articolo dedicato alla «medicina sociale» della Encyclopedia of bioethics — devono cominciare a confrontarsi con un nuovo conflitto etico: in che modo modificare il paradosso del capitalismo democratico, che ha bisogno di porre un freno alla motivazione del profitto per proteggere la comunità da uno sfruttamento distruttivo» (Silver, Sidel, 1995, p. 2402). Questa dimensione rende più acuto il problema etico tradizionale della medicina sociale, cioè il possibile contrasto tra le esigenze del bene comune e la libertà degli individui in una società democratica, quando le rivoluzioni necessarie nella salute pubblica devono essere fatte al prezzo di intrusioni nelle libertà individuali.

Ai nostri giorni gli aspetti etici dominanti di una medicina sensibile alla interfaccia con la società viene dal problema dei limiti. Anzitutto quelli economici, per l’incapacità, diventata sempre più manifesta, di qualsiasi sistema sanitario di sostenere il peso di un'assistenza sanitaria in espansione e dai costi crescenti. Non si tratta solo di un razionamento occulto o esplicito delle risorse, mettendo in atto meccanismi di contenimento della spesa e sottoponendo a un controllo pubblico le misure di allocazione di risorse scarse. I limiti — suggerisce Daniel Callahan, al quale si deve la prima esplicita formulazione del problema del «setting limits» come priorità della medicina contemporanea: Callahan, 1987 — vanno riportati sul modello stesso di vita umana proposto dalla nostra cultura e sul ruolo che attribuiamo alla

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scienza per realizzare tale modello. L'argomentazione antropologica di Callahan sfuma in una perorazione per il recupero di un atteggiamento rispetto alla vita ispirato alla saggezza: «La medicina moderna è stata la beneficiaria della fede nel progresso e della volontà di perdonare i fallimenti della tecnologia — e questo è abbastanza insolito — forse perché abbiamo lasciato che la nostra fede e la nostra speranza si allontanassero dal senso comune. È ancora tempo di fermarsi e di capire che siamo ancora creature finite e limitate» (Callahan, 1994, p. 85).

L'era dei limiti si può aprire su un duplice scenario: su un razionamento, che fa sentire il suo peso soprattutto sui soggetti più deboli della società, oppure su quella che Arnold Relman ha chiamato «la terza rivoluzione» in sanità (Relman, 1988), vale a dire l’«epoca della valutazione e della responsabilità» (assessment and accountability). Dopo l'era dell'espansione, iniziata con al fine degli anni'40, e l'era del contenimento dei costi (che per la società americana si è tradotta nell'introduzione di sistemi di remunerazione delle prestazioni sanitarie a tipo prospettico ― Drg, Health maintenance organizations, managed care... — fin dall'inizio degli anni '70), la rivoluzione della valutazione ci domanda di sapere di più sulla sicurezza, l'appropriatezza e l'efficacia dei farmaci, delle procedure diagnostiche e terapeutiche, sui successi e fallimenti delle prestazioni, a seconda dei diversi sistemi organizzativi. Non si possono più ignorare le valutazioni di efficacia (management degli «outcome»). Qualunque prestazione deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario. Questa esigenza non si pone solo per la medicina curativa, ma anche per quella preventiva. Mediante la dimostrazione di efficacia, deve «meritare» le risorse che vi vengono investite.

La trasformazione globale che la medicina deve affrontare quando entra nel modello post-moderno comprende anche i valori etici di riferimento assunti come criteri di valutazione. Il principio di giustizia ― che implica un'uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte al diritto alla salute — acquista la centralità che nel modello premoderno aveva l'orientamento al bene del paziente e in quello moderno il rispetto della sua autonomia.

La tradizionale estraneità del medico e considerazioni che non fossero riferite al miglior interesse del paziente che aveva in trattamento (ideale sintetizzato dalla frase attribuita al medico del cancelliere. Bismarck: «Quando io curo un malato, siamo io e lui soli su un'isola deserta») è stata ulteriormente aggravata dalla socializzazione delle cure sanitarie nei vari programmi di welfare state. La presenza di un terzo pagante — la mutua, il Servizio sanitario nazionale — ha dispensato sempre di più il medico dal gestire le risorse secondo criteri di economicità e di giustizia. Quella stagione della medicina deve essere considerata come tramontata. È stata avviata obbligatoriamente la terza rivoluzione in sanità, che comporta l'obbligo morale di valutare se i nostri interventi sanitari vanno in direzione di una società «salutogenica». Da ora in poi la qualità etica e quella economica-gestionale negli interventi sanitari, di cura e di prevenzione, si implicano reciprocamente.

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RÉSUMÉ  ―  On ne peut demander à l'éthique de justifier la médecine préventive, ni même de soutenir la prédominance que celle-ci peut prétendre détenir sur la médecine curative. Le dicton «Mieux vaut prévenir que guérir» constitue en dernière analyse, une affirmation purement personnelle («Il vaut mieux être en bonne santé que malade ou mort. C'est le début et la fin du seul argument réel en faveur de la médecine préventive. Et c'est suffisant.» Geoffrey Rose).

Dans ce domaine, l'éthique s'avère utile, si l'on compare ce qui est réalisé au nom de la prévention et de la promotion de la santé, aux valeurs qu'elle propose. Il existe au moins trois modèles d'éthique se rapportant à la médecine, chacun caractérisé par une valeur dominante.

1. Le modèle de l'éthique médicale, fondé sur le principe «du bien du patient».

Dans ce contexte, la médecine préventive se propose d'assurer une vie sans maladies et mort précoce et de contribuer positivement à une «pleine santé».

L'éthique nous pousse à nous demander si les actions préventives entrainent un avantage et à qui est-il réservé au sein de la société.

Il convient de rester méfiant à l'égard de ce que l'on propose au patient «pour son bien». La prévention, à l'instar de la médecine curative, doit se soumettre à la rigueur de l'évidence et apporter la preuve de son efficacité.

2. Le modèle de la bioéthique, qui présuppose que la médecine accomplisse une «revolution libérale» évalue les actions en se référant au principe de l'autonomie.

Une bonne médecine préventive est celle qui se propose de donner aux citoyens/consommateurs le contrôle de leur propre santé («empowerment»).

Le respect de l'autonomie de la personne peut être violé de plusieurs manières: de la coercition (comme les interventions inspirées par l'eugénisme), à l'intrusion dans la vie privée, par des mesures préventives interdisant certains styles de vie, en passant par des interventions pédagogiques qui utilisent la manipulation et la culpabilisation («victim blaming»).

3. Le modèle de l’éthique sociale qui repose sur l'équité, en cherchant à rendre effective une égalité de tous les citoyens face au droit à la santé.

La médecine préventive consiste à promouvoir une société «productrice de santé» plutôt qu’une société «productrice de malades».

La médecine préventive, elle aussi, doit se confronter au problème de l'exploitation responsable des ressources. A notre époque, la santé doit respecter certaines limites. Dorénavant les qualités éthiques et la logique de l'économie et de la gestion des soins et de la prévention sont engagées réciproquement.

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SUMMARY  ―  One cannot ask ethics to justify preventive medicine, nor even to support the pre-eminence it aspires to have over curative medicine. The saying «Prevention is better than cure» is ultimately a purely self-referential concept (to paraphrase Geoffrey Rose, it is better to be healthy than ill or dead. That is the beginning and end of the only real argument in favour of preventive medicine. And that is enough).

In this connection, ethics proves to be useful when one compares the values it upholds with what is done in the name of health prevention and promotion. In the medical field, at least three models of ethics coexist, each characterized by a dominant value.

1. The medical ethics model, based on the principle of the «good of the patient».

Here, preventive medicine proposes to provide a life free of illnesses and early deaths and to contribute positively to developing «full health».

Ethics leads us to question whether preventive actions produce a benefit and who, within society, is to enjoy that benefit.

But one must entertain a healthy suspicion about what is proposed to the patient «for his own good». Prevention, just as much as curative medicine, must be evidence-based; in other words, it must prove its effectiveness.

2. The bioethics model, which presupposes a «liberal revolution» in the medical profession, assesses actions by referring to the principle of independance.

Good preventive medicine is that which aims to give citizens/consumers control over their own health, socalled «empowerment».

A person's independence can be violated in several ways: by coercion (e.g. through interventions redolent of eugenics), invasion of privacy through preventive measures that interfere with certain lifestyles, down to educational initiatives that centre on manipulation and victim blaming.

3. The social ethics model is guided by the value of equity and aims to introduce a fundamental equal right to health for all citizens.

Preventive medicine consists in promoting a «healthy» rather than «pathogenic» society.

Even preventive medicine must face the problem of sustainable resource utilization. In this day and age, health management must also operate within given limits. From now on, the ethical, economic and managerial quality of curative and preventive actions must be guaranteed simultaneously.

Problemi di giustizia nella sanità

Sandro Spinsanti

PROBLEMI DI GIUSTIZIA NELLA SANITÀ

in La fede e i giorni

anno II, n. 6, settembre/dicembre 1986, pp. 14-20

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1. Sanità e giustizia sociale

Una sola giustizia per tutta la terra

A un sistema sanitario chiediamo che sia non solo funzionale ed efficiente, ma anche giusto. La prima è un’esigenza che poniamo in nome della razionalità politica, la seconda in forza dell’etica. Non saremmo disposti ad accettare un’organizzazione della sanità in cui alcuni cittadini avessero ― per ragioni di censo o di privilegio ― i servizi sanitari garantiti, mentre altri fossero esposti senza tutela agli imprevisti della sorte. La saggezza tradizionale riconosce che davanti alla malattia e alla morte tutti gli uomini sono uguali. Ma questa pretesa non risponderebbe affatto a verità, qualora alcuni potessero tutelarsi ricorrendo ai servizi della medicina, da quelli ordinari a quelli più sofisticati, mentre altri ne fossero esclusi in ragione della loro situazione economica o sociale. Troveremmo questa situazione contraria allo spirito democratico e ai principi di giustizia che devono reggere la convivenza civile.

Queste affermazioni di principio, se non vogliono essere puramente velleitarie, devono confrontarsi con la realtà socio-politica concreta. Il confronto comporta un duplice giudizio. L’etica giudica i fatti, misurandoli sul metro dei valori che essa tutela e promuove. Ma si può dire che, inversamente, anche i fatti giudicano l’etica. La sperequazione clamorosa dei livelli di salute e di disponibilità di risorse sanitarie giudica e condanna un’etica che non si opponesse a questa situazione. Un’etica del genere meriterebbe l’accusa senza appello di essere viziata dall’individualismo e di mettersi a servizio della buona coscienza illusoria: niente più che un espediente per sentirsi “morali” in luoghi immorali...

Il conflitto tra la distribuzione delle risorse sanitarie e le esigenze della giustizia è stridente se consideriamo l’insieme del pianeta. Sulla base del più recente “rapporto sulla situazione sanitaria nel mondo”, redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, possiamo affermare che la situazione patologica delle popolazioni dei paesi industrializzati e del Terzo mondo si presenta con tratti marcati non solo di differenza, ma di differenza ingiusta. Nei paesi sviluppati, che hanno raggiunto nell’ultimo quarto di secolo una speranza di vita che si situa tra i 70-80 anni per le donne e i 64-72 anni per gli uomini, i decessi prematuri sono dovuti in primo luogo a malattie cardio-circolatorie e secondariamente

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al cancro ― le tipiche malattie del benessere ―; segue in terzo luogo la mortalità dovuta a incidenti (il 10 per cento dei decessi). La situazione nei paesi non industrializzati presenta invece un quadro in cui le malattie infettive e parassitane predominano e la speranza di vita è molto ridotta. La mortalità infantile, ad esempio, nei paesi più poveri del mondo è venti volte più alta che in Occidente: “una situazione ― commenta l’O.M.S. ― non solo evitabile, ma anche imperdonabile, che riflette la mancanza di premura della comunità mondiale a colmare l’abisso che separa i paesi sviluppati da quelli non sviluppati sul piano sanitario”. La dizione eufemistica di “paesi in via di sviluppo” non può più essere usata senza ipocrisia, se teniamo presente che, mentre i paesi industrializzati consacrano alla sanità dal 5 al 6 per cento del loro bilancio, gli altri vi dedicano solo il 2-3 per cento delle loro scarse risorse. Lo scarto è dunque destinato ad accrescersi ulteriormente, e il sottosviluppo a cronicizzarsi. Alla situazione di “povertà assoluta” (monetizzata convenzionalmente in un reddito annuale inferiore ai 500 dollari), in cui versano attualmente un miliardo di essere umani, fa riscontro una miseria sanitaria assoluta. Ciò implica che l’ambizioso programma formulato dall’O.M.A. ― “Salute per tutti per l’anno 2000” ― non può essere realizzato senza un nuovo ordine sanitario internazionale.

Il fatto delle scandalose disuguaglianze a livello mondiale incombe sulla bioetica, in quanto sistema rivolto a risolvere i problemi posti dal progresso bio-medico secondo criteri di giustizia. La discussione etica di tali problemi resterà un lusso intellettuale e avrà un carattere mistificatorio finché ci saranno persone che muoiono per mancanza di cibo e di cure elementari, finché 20 milioni di individui resteranno colpiti da cecità da tracoma per mancanza di igiene rudimentale o di antibiotici, finché nella stagione delle piogge milioni di individui continueranno a diguazzare nel focolaio di infezioni creato dai loro propri escrementi.

Finché questa situazione, frutto di un ordine economico mondiale ingiusto, non sarà modificata, anche il sistema etico di distribuzione delle risorse sanitarie più soddisfacente potrà essere legittimamente sospettato di essere nient’altro che un alibi ideologico.

La comunità civile e l’assistenza sanitaria

I problemi della giustizia non sono meno drammatici anche se limitiamo la nostra considerazione a un ambito geo-politico più ristretto, come può essere il nostro paese. La difficoltà in questo caso deriva dai cambiamenti intervenuti nel modo di considerare la salute che hanno reso il problema della distribuzione delle risorse mediche secondo giustizia infinitamente più complesso. In particolare, il perno di tali problemi sta nel mutato ruolo dello Stato riguardo alla sanità. Nelle società primitive si lasciava morire di fame i vecchi o li si induceva a sopprimersi volontariamente per non essere più di peso. Già l’antichità, intuendo che i bisognosi costituivano un pericolo pubblico, istituì delle forme di

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assistenza, non basate sul principio del merito (come le istituzioni create per i vecchi legionari romani), bensì su quello della necessità: così il “panis popularis” nella Roma del basso impero. Il cristianesimo introdusse l’ideale della carità e sviluppò le forme di assistenza, come gli ospedali, che con molte trasformazioni sopravvivono al giorno d’oggi. Con l’Illuminismo l’assistenza fu secolarizzata e demandata allo Stato. Secondo la logica del contratto sociale di Rousseau, la società, a profitto della quale l’individuo ha alienato una parte della sua libertà, deve in cambio farlo beneficiare di un’organizzazione senza difetti. Lo stato di bisogno equivale a una violazione del contratto sociale, e la società deve riparare questa mancanza al suo obbligo contrattuale. Le istituzioni di previdenza sociale, che in epoca di liberalismo erano limitate alla classe operaia, hanno cominciato di recente a estendersi fino a coprire con il loro ombrello tutti i cittadini. L’idea generale è che ogni individuo, in quanto tale, ha diritto a una garanzia da parte dello Stato per quanto riguarda le esigenze fondamentali della salute. Da questo spirito è nato in Italia nel 1978 il Servizio Sanitario Nazionale, alla luce del duplice ideale di promozione della persona e di tutela del bene essenziale della salute.

La bancarotta del generoso progetto di uno Stato che garantisce a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria non è dovuta solo a disfunzioni contingenti. Parallelamente all’attribuzione allo Stato di compiti assistenziali sempre maggiori, la concezione stessa di salute si è allargata, fino a comprendere uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto l’assenza di infermità” (definizione proposta dall’O.M.S. nel 1946). La medicina stessa si vede proposto un compito nuovo, che supera enormemente in ampiezza quello tradizionale di cercare di allontanare la morte. Essa deve infatti, promuovendo la salute, procurare un “completo benessere”.

Il confine tra bisogni e desideri si fa esiguo, fino quasi a dissolversi. Per fare qualche esempio: se per una donna, afflitta da sterilità, “il completo benessere” psicofisico richiede soggettivamente una gravidanza e la generazione di un figlio proprio, perché non dovrebbe la comunità, attraverso il servizio sanitario, concederle la costosa pratica della fecondazione artificiale? Lo stesso discorso vale anche per il transessuale, autorizzato oggi anche dalla legge a dichiarare la propria appartenenza a un sesso psicologico discordamente con quello biologico, il quale volesse eliminare la discrepanza mediante un’operazione chirurgica. L’esemplicazione potrebbe continuare con la chirurgia estetica, la cura delle calvizie, la scelta prenatale del sesso del proprio figlio...

La moltiplicazione dei bisogni, al ruolo dei quali tendono ad essere promossi anche i desideri, fa divaricare inevitabilmente la forbice tra la domanda e le possibilità di rispondervi. Per quanto si accrescano gli investimenti per la sanità, i bisogni non potranno mai essere soddisfatti: essi tendono infatti ad essere teoreticamente infiniti. Di qui la necessità di assumere delle decisioni di distribuire le risorse sanitarie limitate secondo criteri che corrispondano sia alla razionalità-programmazione, sia alla giustizia.

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Utilità e giustizia: due esigenze da conciliare

La ricerca di una base etica per la distribuzione delle risorse è una preoccupazione tanto del pensiero filosofico, quanto di quello religioso. Per quanto riguarda il primo, la riflessione contemporanea ha assunto due orientamenti: quello di tipo utilitaristico e quello che si riferisce alla giustizia distributiva. Secondo il principio dell’utilità, un sistema sanitario è giusto se procura il bene per il maggior numero di persone, ovvero se migliora la salute dell’intera società. Ciò vorrebbe dire, in concreto, che il sistema sanitario in questione permette alla maggioranza di raggiungere il più alto livello possibile di sopravvivenza infantile, il maggior numero di anni di speranza di vita, il maggior numero di giorni senza ospedalizzazione. Ma se un sistema ― si può obiettare ― per migliorare la salute della maggior parte della società, trascurasse minoranze quali gli anziani o gli handicappati, potrebbe ancora essere giusto? Il problema etico che sorge dall’indirizzo utilitaristico è proprio il trattamento riservato a coloro che non possono essere inclusi nel “grande numero”.

In sintonia con l’orientamento utilitaristico, si ricorre anche, come criterio per distribuire le risorse, all’analisi costi-benefici. La difficoltà in questo caso consiste nel fatto che la sanità implica giudizi di valore non riconducibili alla metodologia scientifica ed economica. Secondo un’ottica utilitaristica, per esempio, in certi casi, non curare un individuo sarebbe la scelta più giusta rispetto al bene comune: così, per esempio, quando nasce un bambino gravemente handicappato, il quale per il resto della vita assorbirà una parte consistente delle risorse sanitarie. Ma la vita di una persona non è un bene omologabile ad altri beni, né può essere sottoposto a un’analisi quantitativa. Inoltre in una società i beni non sono solo di ordine economico, ma anche simbolico, etico e spirituale. Quando si fa, per esempio, uno sforzo eroico per salvare la vita di un bambino, la società trae da questo gesto un vantaggio simbolico, che per la convivenza civile può essere molto più importante di qualsiasi profitto economico. Crescono infatti la filantropia e la pietà, viene incrementato il senso di appartenenza alla comunità, nasce la fiducia, si stimola contagiosamente il desiderio di altruismo e di abnegazione: tutti valori che non sono riconducibili a un’analisi in termini esclusivi di costi e benefici, considerati in senso monetario.

L’altra via percorsa dall’etica filosofica è quella di creare il criterio per la distribuzione delle risorse limitate nella giustizia sociale. Sul principio in se stesso non è difficile ottenere il consenso. Le difficoltà sorgono quando si passa a stabilire dei criteri operativi. Alcuni pensatori si orientano secondo criteri più meritocratici (del genere: “a ognuno secondo il suo contributo sociale”); altri ritengono che, per giustizia distributiva, lo Stato deve fornire ai cittadini solo un minimo decente di assistenza sanitaria in maniera uguale, lasciando che chi ha i mezzi possa, a proprie spese, procurarsi dei servizi più individualizzati o cure mediche di più alto livello; altri ancora esigono, sempre in nome della giustizia distributiva, che siano tenute presenti le differenze rilevanti tra le persone,

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affinché si possa dire che sono trattate in maniera uguale. La malattia o l’handicap sono alcune di tali differenze rilevanti da considerare. La discussione filosofica non è comunque ancora così avanzata da poter offrire indicazioni operative in campo di politica sanitaria.

Sulla esigenza di fondo di pensare i problemi sanitari alla luce della giustizia concorda anche la riflessione religiosa. La giustizia sociale costituisce un argomento centrale nel magistero e nella predicazione della Chiesa cattolica, almeno da quando si è evidenziata la “questione sociale”, nella seconda metà del XIX sec. Il Vaticano II nella costituzione Gaudium et Spes ha ricordato la centralità del “bene comune” ― definito come “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente” ― come fonte di diritti e doveri che riguardano l’intero genere umano (G.5., 26).

Neppure l’ideale etico-religioso della promozione del bene comune fornisce regole comportamentali per risolvere i dilemmi che si presentano nella distribuzione delle risorse mediche limitate. Se ne può tuttavia ricavare indicazioni tutt’altro che irrilevanti. In tal senso va considerato il parere autorevole del card. Carlo M. Martini, secondo il quale “uno dei maggiori incrementi della salute deriva dalla lotta contro la povertà, dalla migliore igiene di vita, da una migliore distribuzione delle ricchezze e, in ultima analisi, da una giustizia sociale che promuove il bene comune”. La politica sanitaria più giusta, sia a livello nazionale che a dimensione planetaria, è quella che include lo spazio per migliorare le condizioni delle persone in più grave necessità e per lottare contro le abitudini nocive della nostra società.

2. La giusta distribuzione delle risorse sanitarie

Criteri per la scelta

Il medico, più o meno consapevole dei presupposti di etica sociale che stanno a monte del suo operato, si trova sempre più frequentemente confrontato con dilemmi connessi con la scarsità delle risorse e la necessità di operare delle scelte. Tali dilemmi raggiungono il massimo dell’intensità drammatica nell’ambito delle “lifesaving therapies”. “Chi deve vivere, quando tutti non possono vivere?”: questo, in termini crudi, il dilemma che devono affrontare sempre più frequentemente i sanitari. Il caso più discusso, fin dalla fine degli anni ’60, è stato quello del rene artificiale, disponibile in misura sempre inferiore al numero delle persone che ne hanno drammaticamente bisogno. La distribuzione di organi artificiali o naturali (trapianti) a pazienti che altrimenti morirebbero resta la situazione emblematica di un problema di più ampia portata che può essere ricondotto all’interrogativo: chi deve ricevere assistenza medica in quelle circostanze in cui non ci sono risorse sufficienti per tutti? È opinione del filosofo

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etico Fletcher che il compito numero uno dell’etica medica oggi sia quello di sviluppare criteri per la selezione. L’etica può contribuire in maniera decisiva a identificare i sintomi giusti e quelli ingiusti, e ad elaborare modelli di scelta orientativi, dando una giustificazione razionale delle scelte.

Riguardo ai criteri per la selezione, la discussione etica ha distinto con chiarezza due serie di criteri: quelli di esclusione e quelli di selezione finale. Quando le risorse mediche insufficienti richiedono una selezione tra diversi pazienti, vanno in un primo tempo esclusi coloro per i quali la terapia, da un punto di vista medico, avrebbe poche o nulle probabilità di successo. Una risorsa medica limitata va distribuita solo a quei pazienti che hanno ragionevoli probabilità di trarne beneficio. L’“accettabilità medica” è un criterio sostanzialmente oggettivo, che suscita di per sè poche controversie. Talvolta però questo criterio di esclusione implica anche dei fattori psicosociali, meno oggettivi e controllabili di quelli strettamente clinici. Alcuni medici, per esempio, ritengono che la “cooperatività” sia un atteggiamento assolutamente indispensabile in dialisi: il paziente che non coopera condanna al fallimento questa terapia, che esige costanza e disciplina. Anche per il trapianto di reni i fattori psicosociali sono importanti. È appurato, infatti, che il suicidio tra le persone sottoposte a questo tipo di terapie renali è cento volte maggiore che nel resto della popolazione.

Molto più controverse sono le regole per la selezione finale tra pazienti che non siano stati esclusi per qualcuno dei motivi precedenti: alcuni dei criteri specifici proposti si sovrappongono a quelli del primo stadio. Saranno preferiti coloro per i quali, dal punto di vista medico, si intravede una relativa probabilità di successo. Ma per la selezione si ricorre per lo più a fattori sociali, che niente hanno a che vedere con l’aspetto strettamente sanitario. Tale è, ad esempio, il ruolo familiare del malato: numero ed età delle persone che da lui dipendono. Oppure la sua utilità misurata sui potenziali contributi che darà alla società, una volta ristabilito. Un altro fattore sociale considerato sono i servizi passati resi alla società (un politico o un filantropo sono con questo criterio anteposti a un barbone). Sono legittimi tali confronti tra persone in situazioni di vita o di morte?

L’orientamento ai criteri sociali è strenuamente difeso da chi in etica si ispira ai principi dell’utilitarismo. Nella forma estrema, l’argomento utilitarista può essere così formulato: le istituzioni mediche sono fiduciarie della società e devono rendere conto ad essa del loro operato. Nello scegliere di salvare una vita piuttosto che un’altra, bisogna garantire gli interessi della società, considerando i futuri servizi che saranno resi al paziente. La società, infatti, investe una risorsa scarsa in una persona piuttosto che in un’altra, e ha diritto di aspettarsi di recuperare il suo investimento. Il criterio utilitarista è fortemente avversato da altre impostazioni etiche, sia demologiche (la bontà morale dell’azione non deriva dalla felicità che produce o dal dolore che evita, bensì dal dovere a cui

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si obbedisce), sia personalistiche (l’etica cristiana in primo luogo, con la sua affermazione del valore incomparabile di ogni individuo, creato da Dio e salvato da Cristo).

Il primo venuto”: razionalità del criterio casuale

In assenza della possibilità di stabilire una gerarchia tra le persone da salvare prioritariamente, molti ripiegano sul criterio della scelta casuale, come è quella di dare la precedenza ai primi iscritti nelle liste di attesa (in America il criterio suona come “first come, fiorst treated”). Malgrado l’apparenza dell’arbitrio, questo approccio ― sostengono i suoi fautori ― tutela meglio di altri alcuni valori fondamentali della società. Come la dignità personale, violata ogni volta che si istituiscono confronti tra il valore relativo degli individui. Oppure il valore del rapporto di fiducia tra il paziente e il medico, che viene invece irrimediabilmente compromesso quando il paziente si sente sottoposto a giudizi comparativi e trattato come un mezzo per un fine sociale. Anche dal punto di vista psicologico i candidati a terapie che salvano la vita e le loro famiglie possono sopportare meglio il rifiuto se questo è basato sul caso, piuttosto che su giudizi di natura sociale. Un argomento particolarmente incisivo a favore della regola del caso è stato avanzato dal teologo evangelico Ramsey: nel distribuire le risorse mediche tra persone ugualmente bisognose ― egli sostiene ― l’estensione della cura non discriminatoria di Dio negli affari umani richiede una selezione a caso e proibisce giudizi, che presumano di essere “divini”, se un essere umano sia più meritevole di un altro. La selezione casuale, insomma, assomiglierebbe di più al comportamento di Dio, che “fa sorgere il sole e fa cadere la pioggia sui giusti e sugli ingiusti (cfr. Mt. 5,45) e sui buoni e sui cattivi”...

L’aspetto razionale di questo criterio è che assicura fin dall’inizio che ci saranno uguali opportunità di sopravvivenza, senza alcun favoritismo (quello che si paventa sono soprattutto i giudizi di valore surrettizzi: la priorità stabile in base a una pratica equiparazione tra valore sociale e rispettabilità sociale). Solo la scelta casuale evita un giudizio di valore, secondo cui alcuni esseri umani sono più degni di essere salvati di altri. Tuttavia, per quanto stringenti possano essere le argomentazioni a favore di criteri casuali di scelta, sarà difficile sottrarsi a una valutazione di ordine sociale se si dovesse scegliere, poniamo, tra uno scienziato che è una persona di alto valore morale e padre di cinque bambini, e un assassino che ha compiuto una strage...

Nessun sistema di distribuzione di risorse mediche scarse può realizzare tutti i valori di una società. Ma è auspicabile che chi si trova nella situazione ingrata di dover fare delle scelte che comportano seri effetti sociali sia in grado di giustificare a se stesso e all’opinione pubblica i criteri ai quali si ispira; e possa confrontarli con altri criteri. L’etica più umana è proprio quella che nasce dal crogiolo del confronto, in spirito di dialogo.

Etica ed economia nella «azienda» sanità

C. Iandolo - C. Hanau

Etica ed economia nella «azienda» sanità

Fondazione Smith Kline

FrancoAngeli, Milano 1992

pp. 11-41

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INTRODUZIONE

ECONOMIA E SANITA’ NEL DIBATTITO DELLA BIOETICA

1. L’impatto dei problemi economici sulla Sanità

Tra economia, politica e Sanità si stanno intrecciando delle relazioni conflittuali, che sfociano talvolta su scelte drammatiche. Invocando l’etica in una situazione così configurata, rischiamo di farle giocare un ruolo polemico e sgradevole: quello di chi si limita a denunciare le scelte che la società e i sanitari sono costretti a fare, sotto la pressione della stretta economica, richiamandosi ai valori fondamentali della convivenza sociale e agli inalienabili diritti umani.

Dall’etica ci aspettiamo, ovviamente, che sappia dire dei chiari “no” nei confronti di decisioni di politica sanitaria che appaiono in conflitto con ciò che riteniamo moralmente buono; ma non solo questo. Nella difficile situazione in cui ci troviamo, nella quale è sempre più arduo conciliare cura della salute ed economia, l’etica può e deve diventare una risorsa a cui attingere, e non solo un sistema di semafori a luce verde o rossa. È questo ampio spettro di compiti dell’etica ― da quello più negativo di controllo e di eventuale condanna di comportamenti a quello più elevato di animazione ideale ― che cercheremo di tener presente nelle riflessioni che seguiranno.

Per fissare con un esempio eloquente il tipo di problemi che le società a sviluppo economico avanzato sono costrette ad affrontare, possiamo riferirci a una decisione presa in ambito di programmazione

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sanitaria. Nella primavera del 1987 la Divisione di “Servizi per Adulti e Famiglie” della stato nord-americano dell’Oregon, incaricata di amministrare il programma statale “Medicaid”, si trovò costretta a decidere tra diverse opzioni. Per ragioni di tetto di bilancio, nei due anni seguenti “Medicaid” poteva o finanziare l’estensione delle cure mediche di base a 1500 persone che in precedenza non ne beneficiavano, oppure continuare a finanziare un programma di trapianto di organi (midollo, cuore, fegato e pancreas) per un progetto rivolto a 34 persone. La Divisione, obbligata a scegliere tra l’interruzione di un programma di trapianti per pochi e l’investimento in cure mediche di base per molti, optò perla seconda ipotesi. Le persone che avrebbero potuto beneficiare di un trapianto di organo venivano così private di una “chance”, che praticamente coincideva con un’opportunità di sopravvivenza.

Il caso dell’Oregon ― riportato dal New England Journal of Medicine 1 ― ha un valore esemplare che ci permette di rapportarlo anche a situazioni, come quella italiana, che presuppongono un’organizzazione sanitaria di altro tipo rispetto a quella americana. La decisione presuppone il riconoscimento che le risorse sono limitate: in una programmazione oculata non solo è necessario scegliere tra quanto si investe in Sanità e quanto va destinato ad altri settori ― educazione, giustizia, servizi sociali, difesa ecc. ―, ma nella Sanità stessa bisogna scegliere tra bisogni in conflitto. Non si può dare tutto a tutti. Per il futuro dobbiamo prevedere con sempre maggior frequenza situazioni di scelte drammatiche, come quella dell’Oregon: di fronte ai costi crescenti della Sanità, nessuno Stato, per quanto florida possa essere la sua economia, potrà sottrarsi a decisioni in merito a programmi da privilegiare, a danno di altri, pur di alto valore umanitario.

Le limitazioni del bilancio sono reali e devono essere applicate anche alla Sanità. Bisognerà anche decidere se e più auspicabile che il luogo della scelta sia quello pubblico e formale della discussione di un preventivo di bilancio, oppure se si preferisce che il razionamento delle risorse segua altri percorsi, magari clandestini, e la scelta tra i diversi

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bisogni sanitari venga fatta tacitamente, facendo prevalere interessi settoriali, grazie alle lobbies che hanno maggiore capacità di esercitare una pressione. Vogliamo un sistema che, nel distribuire le risorse limitate, consideri le caratteristiche del paziente, o preferiamo un sistema che adotti una specie di lotteria? Vogliamo adottare i canoni del mercato, o preferiamo estendere i criteri di scelta che già nell’etica medica sono utilizzati in caso di “triage”?

La decisione di portare il dibattito nel foro pubblico richiede come corollario che si stabilisca chi deve prendere parte attiva al processo deliberativo che porta a suddividere le risorse limitate: se solo i tecnici dell’economia sanitaria e della programmazione, o anche i rappresentanti di associazioni e gruppi di persone interessate; che parte vi devono svolgere i cittadini stessi, malati o potenziali malati, che sono in pratica i più diretti interlocutori di ogni politica di contenimento della spesa sanitaria e soprattutto: il ruolo che spetta ai medici e altri professionisti della Sanità in questo tipo di decisioni. Devono essere coinvolti, o è preferibile tenerli fuori del gioco, per garantire loro che possano continuare a svolgere la funzione insostituibile di difensori del malato, nel suo miglior interesse?

Un’altra lezione che possiamo derivare dalla deliberazione del lontano Oregon è l’esplicitazione del fatto che le scelte di economia sanitaria, tradotte nel concreto, significano opportunità di salute offerte ad alcuni cittadini e sottratte ad altri. Bisogna decidere chi favorire, e a spese di chi, ed eventualmente esplicitare con quali criteri viene fatta la scelta.

Le decisioni relative alle cosiddette “allocazioni delle risorse” sono di diverso tipo, e conseguentemente di diverso impatto emotivo. Quando si tratta di “micro-allocazioni” (per esempio: nel caso in cui più pazienti per la loro sopravvivenza abbiano bisogno di essere ammessi in una Unità di cure intensive, chi deve essere scelto, quando le strutture sono insufficienti per tutti? Analogamente: come procedere in presenza di un numero limitato di incubatrici per numerosi neonati a rischio?), l’emozione connessa con la scelta che compromette la vita di una determinata persona è spontanea e dirompente.

Soprattutto se non si è di fronte a un problema teorico, da

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discutere in una lezione di etica, ma si è coinvolti con malati verso i quali i sanitari sentono gli obblighi connessi con la loro professione, malati con i quali si è già per lo più stabilito un legame personale.

Meno evidente, ma non meno reale, è la drammaticità delle macro-allocazioni. È pur vero che la distanza dalle persone concrete offre una prospettiva che mette al sicuro dall’assalto delle emozioni. In quella posizione si possono prendere più facilmente decisioni difficili. E anche commettere crimini. Lo spiegava il diabolico Orson Welles nel film di Carlo Reed "Il terzo uomo" a colui che lo inquisiva sui suoi loschi traffici di penicillina avariata, con cui causava la morte di numerosi bambini: è solo questione di prospettiva e di adeguata distanza dall’oggetto. La scena si svolge su una ruota gigantesca che gira sul Prater di Vienna; vedendo gli esseri umani da quell’altezza, è più facile dare alla loro morte la stessa rilevanza morale che allo sterminio di un mucchio di formiche. Tanto più ― si potrebbe aggiungere ― se gli uomini li si vede dalla distanza astronomica fornita dalle tabelle delle statistiche....

Tuttavia anche le macro-allocazioni hanno a che fare con la vita e la morte di esseri umani, benché questa realtà sia più difficile da vedere. Analogamente, si può dire che il bisogno di una medicina acuta è più visibile al pubblico del bisogno di una medicina preventiva. Una persona, con nome e cognome, che sta morendo ora, è più visibile di una persona sana che morirà in futuro, se non si adottano le misure profilattiche adeguate.

La scarsità di risorse per la sanità a livello sociale, con i conflitti connessi, è diversa da quella che si incontra nelle micro-allocazioni. Non si tratta della inadeguata presenza di qualche bene, rispetto al bisogno e alla domanda. Questa è la situazione che sì crea quando, ad esempio, c’è un solo organo da trapiantare, mentre due pazienti sono in lista d’attesa. Se il sig. Rossi riceve l'organo, non lo riceverà il sig. Neri; per quanto drammatica sia la scelta, ciò non riguarda la sig.ra Bianchi, che è in trattamento in un altro reparto dell’ospedale per un carcinoma. Ma se ci spostiamo a un livello di considerazione globale della distribuzione di risorse nella società, troviamo che l’interferenza tra questi due processi terapeutici e reale, anche senza essere direttamente visibile.

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È la situazione per la quale Haavi Morrein ha coniato il termine “scarsità fiscale” 2.

In regime di scarsità fiscale, la decisione di usare un antiblastico costoso riguarda non solo altri pazienti che potrebbero aver bisogno di quel farmaco, ma tutti i pazienti nella loro globalità, costretti ad attingere al fondo limitalo delle risorse disponibili per la Sanità. Un milione speso per un paziente che ne ha bisogno, è un milione non più disponibile per qualcun altro. Poiché ogni decisione sanitaria ha un impatto economico identificabile, deve essere sottoposta a un esame che non riguarda solo l’indicazione clinica, ma anche altri parametri di valutazione. Bisognerà così considerare anche se la decisione è saggia dal punto di vista economico e se rispetta un criterio di giustizia relativamente ad altri bisogni in conflitto.

In questo orizzonte appare tutta la rilevanza morale della decisione se privilegiare i trattamenti d’avanguardia per pochi o l’accesso di un più gran numero di persone alle cure di base, come nel caso dell’Oregon.

Se accettiamo il concetto di scarsità fiscale, la necessità di scelte tra interessi in conflitto si ripercuote, al di là delle grandi decisioni di programmazione, anche sui più banali dettagli dell’assistenza clinica quotidiana. Di ogni radiografia, di ogni test di laboratorio bisognerà considerare l’impatto economico in un sistema di risorse limitate; anche queste singole decisioni cliniche, quindi, andrebbero valutate confrontandole con le esigenze della giustizia, che costituisce lo scheletro etico del sistema sanitario.

Il contenimento dei costi non pone solo un problema circoscritto della pratica medica nelle società ad alto sviluppo, ma è destinato a far esplodere un equilibrio precario tra grandi sistemi, quali sono appunto la Sanità, l’economia e l’etica. “La medicina, la morale e il denaro ― ha affermato Albert Jonsen introducendo un volume dedicato al costo della salute ― sono vissuti per secoli in una coabitazione imbarazzante.

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Nella istituzione sociale della cura dei malati ognuno ha bisogno dell’altro, eppure ognuno è a disagio nell’ammettere la presenza dell’altro. La morale, in particolare, è in imbarazzo, quando le si chiede di spiegare perché il denaro e la medicina non sono nemici” 3.

Un’analisi storica dettagliata potrebbe ricostruire le diverse strategie messe in atto per alleviare le tensioni tra pratica medica ed economia. I medici più generosi, ad esempio, erano soliti farsi pagare dai pazienti ricchi, ma dedicavano parte del tempo e delle cure gratuitamente ai poveri; le amministrazioni statali provvedevano in vari modi alla cura degli indigenti; il sistema delle mutue e delle assicurazioni distribuiva su più numerose unità il peso economico della malattia per gli individui. Questi accomodamenti del passato non resistono più agli accresciuti disagi della coabitazione odierna tra medicina, denaro ed etica. “La medicina e la cura della salute ― per riprendere ancora la formulazione del problema fatta da A. Jonsen ― sono ora esplicite imprese finanziarie. L’etica della medicina subisce al giorno d’oggi chiaramente la pressione di diverse costrizioni economiche. I medici, gli economisti e i filosofi devono imparare a capirsi meglio gli uni gli altri, e a sostituire la coabitazione imbarazzante con qualcosa che si avvicini a una chiarezza contrattuale”.

In realtà, la nuova situazione ha prodotto, come prima reazione, la tendenza delle professioni sanitarie a dissociarsi dai problemi che l’economia sanitaria pone al bilancio dello Stato e a non lasciarsi rimettere in discussione. Per una specie di riflesso condizionato, i medici si sono messi in posizione di difesa, in nome dei valori che tradizionalmente sottendono la pratica della medicina.

Preoccupata di difendere i canoni fondamentali del comportamento professionale, la medicina ha trovato un’alleata nell’etica, determinata anch’essa a lasciare il denaro fuori della porta. Si è venuto a creare così uno spontaneo consenso sul fatto che i medici devono tenersi lontani dagli aspetti economici della Sanità, perché l’introduzione di questo punto di vista nel comportamento quotidiano costituirebbe

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la più grave minaccia all’etica medica tradizionale.

Questa gravita essenzialmente attorno al principio di beneficità. In parole semplici, ciò significa che, nel rapporto individuale medico-paziente, il sanitario orienta la sua azione tenendo in considerazione esclusivamente il maggior beneficio del paziente che ha in cura. Il principio di beneficità richiede che il medico faccia tutto il possibile per il paziente, senza tener conto dei costi. Secondo il punto di vista tradizionale, è un’eresia affermare che il medico possa suggerire o eseguire un’azione che sia qualcosa di meno di quanto, nelle concrete circostanze, è considerato “il meglio” per il singolo malato. I medici rivendicano l’autorità morale di essere esentati dalla considerazione dei costi nella loro azione rivolta alla cura della salute.

La preoccupazione per gli aspetti economici è riservata ad altri, amministratori e politici. Decidere sulla distribuzione delle risorse e compito della società, non del medico. È la società che, attraverso gli organi istituzionali e i meccanismi appropriati, deve stabilire quanto investire nei vari servizi: cura delle malattie acute, prevenzione e ricerca; trattamento delle malattie comuni o di quelle rare; priorità agli anziani o ai giovani; dedicare risorse a coloro che sono socialmente produttivi o a coloro che non lo sono. Se i medici si occupassero di queste decisioni, snaturerebbero il carattere della loro professione.

Un secondo pilastro della moralità medica tradizionale è il riferimento alla sacralità della vita e il rispetto assoluto di essa. Negare o sottrarre un trattamento terapeutico, anche se marginalmente benefico, sulla base della considerazione dei costi della cura o anche di una valutazione razionale del rapporto costi-benefici, è considerato una violazione del principio assoluto della sacralità della vita che deve ispirare l’azione del medico. Vita umana e denaro sono due grandezze non equiparabili, che l’etica medica rifiuta di mettere su due piatti della stessa bilancia.

Oltre a questi motivi di opposizione in linea di principio a ogni progetto che voglia fare dei medici uno strumento attivo di una politica sanitaria rivolta al contenimento della spesa, ne possiamo individuare altri di profilo meno elevato, che non attingono argomentazioni dagli orientamenti più consolidati dell’etica medica. Sono quelli che derivano

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dall’autocomprensione della medicina quale professione liberale 4. Anche in una società come la nostra, che ha ampiamente socializzato le cure della salute, i medici continuano a opporre una profonda resistenza a una integrazione della società, quale terzo pagante, nel rapporto tra medico e paziente. “Ogni volta che tratto un malato ― soleva dire un illustre clinico dell’inizio del nostro secolo, medico personale del cancelliere Bismarck ― io sono solo con lui su un’isola deserta". Idealmente, i medici amano rappresentarsi su quell'isola, anche se marcano il cartellino dell’ospedale e ricevono lo stipendio dalla USL.

I riflessi condizionati che spiegano la resistenza dei medici e dell'etica elaborata dalla loro professione a lasciarci coinvolgere nella preoccupazione di ridurre i costi della sanità sono comprensibili e ampiamente condivisibili. Tuttavia questo atteggiamento di disimpegno rischia di rivelarsi estremamente controproducente, dal punto di vista della stessa etica medica. Le decisioni sulle inevitabili restrizioni del bilancio saranno prese in assenza degli interlocutori qualificati e parli in causa, quali sono appunto i rappresentanti delle professioni sanitarie e della riflessione etica. Magari da puri “tecnici” dell’economia sanitaria, che rischiano di introdurre surrettiziamente dei valori nelle loro scelte, senza averne consapevolezza: ma valori puramente economici, a danno dei valori umani che l’etica professionale vuol tutelare (non a caso in inglese l’economia politica è chiamata, con amara ma azzeccata ironia, “the dismal Science”, dove “dismal” equivale a “lugubre”, “deprimente”....).

Rifiutando un positivo ripensamento della triade medicina- denaro-etica, si perde un’opportunità unica di accedere a nuove prospettive che riguardano l’esercizio della professione medica, la concezione della salute, il ruolo della giustizia nella convivenza sociale. È soprattutto questo orizzonte positivo di crescita nella consapevolezza e di elaborazione di migliori risposte alla complessa situazione che stimola l’etica, in un serrato dialogo con la riflessione prodotta da

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coloro che esercitano le professioni sanitarie, a confrontarsi con la sfida che i problemi economici pongono oggi alla Sanità.

Per definire questo nuovo orizzonte il neologismo “bioetica” si rivela quanto mai opportuno. Sia nei suoi contenuti che nel suo metodo, la bioetica si differenzia dalla tradizionale etica medica. Per l’approccio dei problemi connessi con le scelte relative al prezzo della salute abbiamo bisogno dell’apporto di diverse discipline e pratiche professionali (e, conseguentemente, anche di diverse etiche professionali), nonché di un confronto che si ispira più all’etica civile (intesa a esprimere quel consenso sui valori e sui mezzi pratici per promuoverli che si crea nella società pluralistica e secolare) che all’etica dipendente da sistemi dottrinali. A servizio di queste esigenze si è costituita, appunto, la bioetica.

Per cogliere la rilevanza che la dimensione economica della Sanità ha perla bioetica, può essere utile uno sguardo alla presenza della problematica in questione nella Encyclopedia of Bioethics 5. L’opera, pubblicata negli Stati Uniti nel 1978, accompagna le origini stesse della bioetica in quanto disciplina. Ancor più, si può dire che ha contribuito in modo determinante a costituire il nuovo campo disciplinare, quando il termine stesso “bioetica” circolava solo da pochi anni, e per di più con una semantica piuttosto incerta. Nell’Enciclopedia non è ancora presente quanto sarebbe poi emerso nel dibattito degli anni ’80; tuttavia è già pienamente esplicitato l’interesse della bioetica per questo ordine di problemi e sono contenute “‘in nuce” le linee direttrici che la riflessione bioetica avrebbe poi sviluppato nel decennio seguente.

La voce “Razionamento del trattamento medico” (che assume come equivalenti il concetto economico di “razionamento” e quello più comune alla letteratura etica e medica di “allocazione”) identifica un compito importante perla bioetica: esplicitare, anche nei confronti del pubblico, i criteri utilizzati dai medici nell’assegnazione delle scarse

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risorse. L’accesso alla dialisi e il trapianto renale erano considerati all’epoca come paradigmi per tutte le altre risorse limitate. Il ruolo individuato per l’etica non è tanto quello di identificare il sistema più perfetto, quanto quello di identificare i criteri ingiusti o ingiustificati, che spesso vengono utilizzati dai medici inconsapevolmente. La scelta tra diversi bisogni sociali e quella relativa alla preferenza da dare alla medicina preventiva o a quella curativa cominciano appena a emergere all’orizzonte dei problemi teorici. Anche l’articolo sulla “Giustizia” affronta il tema dell’allocazione delle risorse mediche scarse. Come parametro di riferimento vengono utilizzate le esigenze che derivano dalla giustizia distributiva (come devono essere distribuite le risorse mediche tra i cittadini di uno stato democratico? Problemi di questo genere devono essere regolati da procedure di libero mercato, da un calcolo utilitaristico, oppure da un diretto riferimento a un principio di giustizi a, che proclama un uguale diritto per ogni persona alla cura della salute, indipendentemente dal reddito, dalla posizione geografica o dai servizi resi alla società?). Gli esempi sono tratti dai conflitti presi in considerazione dalla più classica etica medica nelle situazioni che prevedono un “triage” (come la scelta di quali feriti trattare e quali no, da parte di un medico che si trovi a operare in un affollato ospedale da campo; oltre, naturalmente, le più moderne situazioni del trapianto di organi e del criterio con cui formare liste di attesa per trattamenti salva-vita). Non manca nel disegno dell’Enciclopedia neppure un abbozzo di una prospettiva assolutamente innovativa per l’etica: quella degli obblighi nei confronti delle future generazioni e del loro benessere, che pongono dei vincoli al nostro uso delle risorse, all’impatto dello sviluppo sull’ambiente e alla crescita demografica incontrollata (si vedano le voci “Etica ambientale” e “Obblighi verso le generazioni future”).

Quello che la bioetica ha intravisto fin dal suo momento costitutivo, si è sviluppato come uno dei temi di maggiore carica innovativa e di più intenso pathos del dibattito sociale nel periodo susseguente alla pubblicazione della Enciclopedia di Bioetica. Le sue indicazioni ci accompagneranno nell’esplorazione dei nuovi orizzonti che si stanno aprendo su una diversa pratica della medicina, su una concezione della

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salute più fondata in senso antropologico e su una visione più ampia dei nostri doveri di giustizia.

2. La revisione del ruolo medico

Il problema del contenimento dei costi della sanità, lungi dall’essere un argomento marginale della medicina, da lasciare agli specialisti dell’economia, è centrale nella pratica medica dei nostri giorni ed è destinato a indurre dei profondi cambiamenti in essa. I medici esprimono il timore che da questa trasformazione la loro professione possa uscire profondamente danneggiata, per la perdita di quei valori che tradizionalmente reggono i loro rapporti con i pazienti.

Sono preoccupazioni serie, che vanno considerate attentamente: il rapporto fiduciale in medicina non è un “optional”, a cui possiamo rinunciare a cuor leggero. Il diritto-dovere del medico di fare ciò che è in suo potere per il migliore interesse del malato che ha in cura è un punto acquisito sul quale non si può transigere. Ciò concesso, è necessario considerare da una prospettiva più ampia e comprensiva i cambiamenti che la pratica della medicina deve affrontare.

La pressione dell’economia è destinata a darci una medicina più consapevole del costo della salute; ma non meno importante è ciò che avviene in profondità, dove si stanno modificando i legami tra la professione medica e la società, nonché il rapporto convenzionale tra medico e paziente. Solo la considerazione dell’insieme di tutti questi elementi, che agiscono in modo contestuale, ci dà la piena misura del processo di trasformazione che la medicina sta attraversando.

Il mandato accordato dalla società alla professione medica sta cambiando. Per dirlo con una metafora, il medico non è più considerato come “capitano della nave” 6. Fino a una ventina d’anni fa, l’immagine corrispondeva fedelmente alla realtà. Il medico era visto come responsabile in prima persona di ciò che succedeva nell'ambito della

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terapia, allo stesso modo di un capitano sulla sua nave. A questa suprema responsabilità corrispondeva una delega di autorità: il medico non doveva rispondere a nessuno della pratica della sua arte. Chiamare il medico a rendere conto del processo che lo conduce a una diagnosi e delle sue scelte terapeutiche era un’evenienza del tutto eccezionale. Tutt’ora nella nostra società ― diversamente da quanto avviene in quella americana ― la citazione di un medico davanti a un tribunale penale o civile con un’imputazione di malpractice e una procedura non troppo frequente.

Molti fattori concomitanti stanno però portando al cambiamento di questo paradigma. Sicuramente none estraneo allo spodestamento del medico dal ruolo di capitano lo sviluppo di nuove professioni sanitarie, che hanno progressivamente rimesso in discussione la centralità della funzione medica. Ma probabilmente non e esagerato affermare che niente incide in modo tanto profondo ed efficace nel rapporto tra i medici e la società quanto le regolazioni economiche dell'esercizio della professione sanitaria.

Nella nostra esperienza nazionale il cambiamento e avvenuto attraverso l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, col rischio, tante volte denunciato, di far assumere al medico l’atteggiamento burocratizzato del funzionario pubblico, permettendogli al tempo stesso la fuga nell’attività privata per la gratificazione economica. Basti qui un accenno, dal momento che questi problemi relativi alla situazione italiana saranno ampiamente trattati nel corso del volume.

Può essere invece interessante fare qualche considerazione su come le modifiche al sistema retributivo dei medici, legate al contenimento dei costi, stiano cambiando il rapporto tra medici e società, e la pratica stessa della medicina, nella società americana. Ancora una volta, non per omologare esperienze essenzialmente diverse, ma per individuare delle costanti comportamentali generalizzabili in forza del loro valore esemplare.

Per capire lo sviluppo, va premessa un’annotazione generale relativa all’incidenza dei costi economici sulla cura della salute. Durante tutto lo sviluppo della medicina che va dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni ’70, i costi economici erano marginali nell'attenzione

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professionale dei medici ed estranei alle loro preoccupazioni morali. Quando, negli anni ’80, la rapida crescita delle spese sanitarie ha portato al diffondersi di misure di contenimento del costo della salute, i medici si sono trovali a giocare un ruolo centrale nelle allocazioni delle risorse: un ruolo per il quale non solo non erano preparali, ma che sentivano come antitetico rispetto agli obiettivi della loro professione.

Prima si sentivano liberi di offrire tutti gli interventi sanitari che potevano portare un beneficio al paziente, sapendo che il paziente stesso o una terza parte (il "terzo pagante") avrebbe coperto i costi. Il problema morale sorgeva eventualmente solo nei confronti di quei cittadini in cattive condizioni economiche che, non coperti da assicurazione o da altre forme di tutela sociale, non potevano accedere alle cure sanitarie di cui avevano bisogno (ed eventualmente in presenza di nuove tecnologie ― come la dialisi renale ― necessariamente inferiori di numero rispetto alle richieste, e quindi causa di situazioni conflittuali relative alla micro-allocazione delle risorse). Ma, in generale, si può affermare che il medico era estraneo ai problemi dell’economia sanitaria.

L’abile mossa della politica sanitaria americana degli anni ’80 e stata quella di introdurre i medici nelle conseguenze economiche delle loro decisioni di spesa. Le misure utilizzate per rendere i medici responsabili in senso economico hanno obbedito alle logiche sia del bastone che della carota, col ricorso cioè sia a controlli fiscali che a incentivi economici.

Le manovre di controllo dell’operato del medico, prevalenti negli Stati Uniti nel corso degli anni ’70, hanno cercato di contenere i costi imponendo limitazioni sulla disponibilità di risorse e impartendo direttive sul loro uso. Si è avuta così una restrizione diretta di opzioni mediche (per esempio, il terzo pagante può escludere la copertura di certi servizi o interventi, come il trapianto cardiaco), oppure la richiesta di autorizzazioni preventive (l’ospedale può domandare ai medici di sottomettere a un’approvazione amministrativa il ricorso a terapie particolarmente costose).

Qualunque sia la sua efficacia dal punto di vista economico, questa via si è dimostrata praticabile solo in misura mollo limitata. La

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sua debolezza consiste nel fatto che le autorità economiche sono chiamate a emettere giudizi essenzialmente medici. È facile rendersi conto che, compromettendo la libertà del medico, si minaccia al cuore l’esercizio della medicina e non si può più garantirne l’alto livello di qualità.

Un’altra strategia, molto più efficace, adottata dalla sanità pubblica americana è stata quella di provocare il passaggio dal pagamento retrospettivo, corrisposto a medici e ospedali per le loro prestazioni sanitarie, a un finanziamento prospettico. Il pagamento è cioè correlato alla malattia, valutata secondo una media di trattamento e di spesa standardizzati. Il sistema di “Perspective Financing” noto come DRG (“Diagnosis Related Groups”, introdotto a livello federale per il programma Medicare nell’ottobre 1983) è la più conosciuta tra queste misure. L’ospedale che adotta il DRG viene rimborsato secondo la natura della malattia trattata. Ogni paziente viene collocato in una categoria tra le 468 previste, a seconda della diagnosi principale, diagnosi secondarie, complicazioni, età, sesso e altri fattori. La formula per calcolare il rimborso comprende anche la natura e l’ubicazione dell’ospedale.

L’incentivo economico è molto chiaro; se il costo della cura è minore del rimborso, l’ospedale può intascare il profitto; se la cura è più costosa, l’ospedale ci rimette la differenza. Mentre, quindi, nel sistema di pagamento retrospettivo l'interesse dell’istituzione sanitaria è di fare il più possibile, in quelli a pagamento prospettico i rapporti si invertono: l’incentivo economico induce a offrire al paziente il meno possibile.

Si tratta del primo piano su vasta scala capace di modificare sostanzialmente il comportamento sia dei medici che degli ospedali. Esso non ha conseguenze solo nello stimolare l’inventiva finanziaria degli amministratori della sanità, ma influisce anche sul modo in cui vengono fomite le cure mediche.

È un cambiamento che comporta notevoli conseguenze sul piano del rapporto medico-paziente e dell’etica relativa. Questa pressione sui medici per renderli responsabili del contenimento delle spese sanitarie ― le loro decisioni circa quali pazienti ammettere in ospedale e per quanto tempo, quali prodotti e servizi offrire e a chi, determinano

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in modo decisivo la spesa ― modifica la fisionomia degli obblighi del medico nei confronti dei pazienti. Il nuovo ruolo che gli viene attribuito non e più quello di avvocato del paziente; il sanitario viene piuttosto assimilato alla “terza parte”, quella pagante, mossa da motivazioni che non sono unicamente quelle di provvedere il massimo benessere possibile per il singolo paziente.

Le nostre società ad alto sviluppo economico dalla seconda guerra mondiale in poi hanno mirato a offrire a tutti i cittadini la più alta qualità di cure mediche, senza riguardo al costo. Considerare come unico titolo all’assistenza il bisogno, indipendentemente da altri parametri, compresa la capacità di spesa, è stato un obiettivo di alto valore civile e morale. Ora queste stesse società si vedono costrette dalla spirale dei costi a restrizioni nell’uso di risorse mediche ordinarie; è un cambiamento grave, ma comprensibile e ancora tollerabile. Ciò che invece costituisce una fonte di grave perplessità e il coinvolgimento diretto dei medici in questa strategia economica, in quanto il loro ruolo tradizionale nei confronti della società e dei malati ne risulta modificato.

A questo punto può subentrare anche un insidioso conflitto di interessi personali del medico. Nel sistema di pagamento diretto, la tradizionale etica professionale del medico che lo porta a servire gli interessi del paziente si armonizza con il proprio interesse. Se il paziente riceve tutti gli interventi sanitari di cui la medicina e capace, compresi quelli che promettono benefici solo secondari, tutt’e due ne ricavano un vantaggio. Si possono giustificare anche interventi futili, purché portino un beneficio di qualsiasi genere. Riserve morali serie possono sorgere solo quando i medici, infrangendo il principio “primum non nocere”, raccomandassero interventi che si rivelano completamente inutili o addirittura dannosi.

Ma quando il medico è incentivato a restringere il più possibile le prescrizioni, lo scenario cambia. Per nuocere al paziente, è sufficiente che il medico utilizzi il silenzio e gli sottragga informazioni. Se, per considerazioni di ordine economico, non menziona interventi o cure possibili, il paziente non può neppure prendere in considerazione l’eventualità di ascoltare il parere di un altro medico. Astenendosi

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dall’informare il paziente sui trattamenti terapeutici che sarebbero possibili per lui, ma appaiono sconsigliabili dal punto di vista del contenimento della spesa sanitaria, il medico infrange l’alleanza terapeutica con il paziente. A meno che non si immagini una comunicazione brutale di questo genere: “Un trapianto cardiaco sarebbe indicato nel suo caso, ma purtroppo la società non se lo può permettere!”... 7.

L’introduzione di un nuovo sistema di retribuzione per medici e ospedali, attuato nella sanità pubblica americana, ci permette di intravvedere, in termini estremistici e allarmanti, il possibile scollamento tra gli interessi delle istituzioni sanitarie e dei professionisti della sanità, e quelli dei malati. Ma per comprendere tutta la portata dei cambiamenti in atto nella pratica della medicina dobbiamo fare un passo ulteriore e considerare un’altra discrepanza, ancor più preoccupante: quella tra i valori del paziente e le potenzialità di intervento della medicina più avanzata.

La coincidenza tra gli obiettivi soggettivi dei pazienti e le capacità della medicina si è realizzata in modo armonioso nella storia recente durante lo sviluppo che la sanità ha conosciuto negli anni ’40 e ’50. Le malattie paradigmatiche di quel periodo erano le affezioni infettive. Se i pazienti avevano, per esempio, la polmonite ed esisteva un farmaco efficace come la penicillina per curare la malattia fatale del paziente, l’azione medica si trovava circoscritta entro tre parametri ben definiti: la conoscenza clinica del medico, la volontà del paziente di ricevere il trattamento e l’intervento medico appropriato (che si può dire, relativamente parlando, di basso costo e di alta efficacia).

Lo scenario dei nostri anni vede invece come predominanti le malattie cardiovascolari, il cancro, le affezioni degenerative e croniche. Rispetto a queste malattie, tutte i parametri sopra citati sono rimessi in discussione e la precaria armonia raggiunta nella generazione precedente è compromessa. Non esiste un consenso sugli interventi medici

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migliori. Non è più evidente che il paziente voglia ricevere ogni trattamento possibile, e forse neppure il trattamento standard, in quanto il suo punto di vista soggettivo, i suoi valori e le sue preferenze potrebbero essere in stridente contrasto con quanto gli viene proposto dalla prassi medica. E, infine, l’equazione tra costi ed efficacia dei trattamenti è sbilanciata a favore dei primi.

In pratica, perciò, la decisione clinica diventa molto più complessa, dovendo tenere in considerazione tutti questi elementi. Se nel trattamento di un caso di cancro bisogna procedere con un intervento chirurgico, o irradiarne, o con l’esposizione del paziente a una chemioterapia tossica, oppure è preferibile rinunciare a qualsiasi intervento perché il beneficio del paziente è irrilevante rispetto ai costi umani o economici; quale trattamento, o astensione dal trattamento, sia più consono alle scelte di vita del paziente e favorisca maggiormente la sua autorealizzazione esistenziale sotto il segno dell’autonomia; tutte queste considerazioni, necessarie per fare oggi della “buona medicina”, sviluppano un clima di incertezza che non concede sicurezze a priori. Il ricorso all’evidenza scientifica e tecnica non basta; la clinica di oggi richiede un coinvolgimento profondo nelle aspettative personali e nei valori soggettivi che le sostengono.

Queste riflessioni relative al mutamento in corso nella pratica medica non costituiscono un diversivo rispetto ai problemi concreti di bilancio della sanità e di contenimento delle spese; ci offrono piuttosto lo sfondo che permette di intuire risposte che eccedono la dimensione economica. Lungi dal poter risolvere la situazione ricorrendo a un libro di cucina che ci dia delle ricette semplici di economia sanitaria, dobbiamo cominciare con l’ammettere la nostra inadeguatezza nello stabilire il valore medico degli interventi propri della medicina dei nostri giorni, considerando le molte variabili della condizione umana a cui la medicina si applica.

L’analisi più completa della situazione ci invia in due direzioni apparentemente opposte: un maggior ricorso alla tecnologia informatica e una rivalorizzazione del dialogo tra terapeuta e paziente. Circa l’efficacia delle misure diagnostiche e terapeutiche contenute nell’immenso arsenale della medicina moderna, il computer ci permetterà di

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fare il passo dalla conoscenza aneddotica, basata sull’esperienza personale, a una conoscenza scientifica effettivamente generalizzabile sull’efficacia del trattamento; nell’altro versante, la parola renderà possibile un diverso stile comunicativo, rispetto al “mondo del silenzio” 8 che predomina ora nella relazione terapeutica.

Computer e ascolto del paziente; potenziamento della tecnologia per abbattere i costosissimi sprechi dovuti a conoscenze mediche ancora troppo imprecise, e tempo riservato al dialogo. Queste esigenze bizzarramente divergenti si incontrano nella pratica di una medicina rinnovata sulla base della centralità del paziente e sulla sua condivisione della responsabilità, non più riservata in modo esclusivo al “capitano della nave”.

La legittima preoccupazione di contenere i costi, pur essendo un problema nuovo e potenzialmente capace, come abbiamo visto, di trasformare la pratica della medicina, non è ancora il “cambiamento di paradigma” di cui la medicina dei nostri giorni ha bisogno. La grande innovazione e piuttosto la partecipazione del paziente nel processo decisionale del medico (procedura estranea, di per sé, all’ethos della medicina di stampo paternalista), da ottenere mediante l’esercizio di una reale comunicazione.

Un filo diretto sembra quindi legare le strategie di riduzione del costo della salute e l’esigenza che tra medici e pazienti circoli la parola, si instauri un vera comunicazione. La pur nobile concezione tradizionale, secondo cui l’alto profilo umanitario della medicina consiste in servizi resi disinteressatamente e “silenziosamente” al paziente, deve cedere la priorità alla convinzione, non meno tradizionale, del valore del dialogo tra gli esseri umani per giungere a una composizione soddisfacente di interessi divergenti. Anche quando a dialogare siano una persona malata e coloro che si prendono cura della sua salute.

Questa prospettiva ci permette di affermare che “il più” ― nel senso di interventismo terapeutico, di innovazione tecnologica e di investimento economico ― non coincide sempre con “il meglio”. Anzi,

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i problemi bioetici più acuti dei nostri giorni sembrano provenire più dall’eccesso che dalla carenza (si vedano le situazioni etichettate come “accanimento terapeutico” e le richieste di limiti all’interventismo medico in nome della volontà soggettiva di conservare la dignità umana anche nella fase terminale della vita).

Se “il più” non equivale, quindi, al meglio, “il meno" non corrisponde necessariamente al peggio (in sanità come in altri ambiti: anche nell’estetica, secondo il principio stabilito dall’architettura funzionale, “il meno contiene il più“...). Molti pazienti riceveranno benefici se la pressione esercitata dal contenimento dei costi limiterà gli interventi non necessari, ridurrà i danni iatrogeni ―cioè provocati dalla medicina stessa ―e punterà più sulla qualità della cura, che equivale spesso a un prezzo minore. Paradossalmente, le richieste più vive di rinnovamento della pratica medica attuale in termini umanistici ― dalla medicina palliativa alle cure domiciliari ―sono relativamente a minor costo e a più alta gratificazione del malato. L’attenzione alla qualità delle cure, correlata all’interesse per la qualità della vita, si rivela pagante non solo in termini umanitari, ma anche economici.

“La professione medica ― secondo H. Morrein ― ha messo molto impegno nel cercare quali nuove cose i medici dovevano fare ai propri pazienti. Ora chiediamo solo che comincino a cercare, con lo stesso impegno, quali cose non hanno bisogno di fare” 9. Il medico non ha bisogno di promettere al paziente di fare “qualsiasi cosa”, per promettere di fare il suo meglio. Purché la scelta del “giusto mezzo”, tra il troppo e il troppo poco, sia il risultato di una ricerca comune. L’individuazione di quel “meno” che contiene anche “il più”, e coincide quindi con “il meglio”, si può ottenere solo mediante una migliore transazione con il paziente, entro il paradigma fondamentale di una medicina del dialogo.

A queste condizioni, possiamo affermare che una medicina più consapevole dei costi può andare, in ultima analisi, a beneficio del paziente. Le sfide morali al contenimento della spesa sanitaria si

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rivelano convergenti rispetto alle spinte economiche. E probabilmente più decisive nel conseguimento dei risultati.

3. Bisogni e desideri di salute, tra economia ed etica

La resistenza ai cambiamenti che, sotto la spinta dei problemi economici che travagliano la Sanità nelle società post-industriali, stanno avvenendo nella pratica della medicina, tende a cercare un autorevole alleato nell’etica medica, i cui ideali richiedono dal sanitario un impegno senza compromessi a vantaggio della salute del paziente. In qualsiasi direzione vadano le trasformazioni in corso nella Sanità, questo valore è un punto fermo che va preservato. Tuttavia questa concezione non delinea in modo esauriente le esigenze morali della professione medica e deve essere completata. Il suo punto debole è che, accanto al valore normativo della salute per il rapporto medico- paziente, non riconosce l’esistenza di valori in conflitto che spesso figurano nelle decisioni mediche; e soprattutto non è in grado di valutare quando la stessa ricerca della salute diventa un disvalore per l’individuo e per la società.

A fronte di una richiesta crescente di consumo di prodotti correlati con la salute, la limitatezza delle risorse costringe a riconoscere che neppure la più ricca delle società è in grado di rispondere alla domanda, nella misura dei desideri. È necessario non solo elaborare procedure per filtrare la domanda con criteri di equità, ma intervenire sulla domanda stessa.

Bisognerà dunque distinguere tra bisogni autentici di salute e desideri soggettivi, assicurando una risposta sociale ai primi e lasciando i secondi al gioco del libero mercato che si regola secondo la domanda e l’offerta? Non si tratta di una domanda retorica relativa a ipotetiche misure programmatorie di economia sanitaria. Essa implica piuttosto una delicata problematica filosofica, che ci limitiamo ad accennare. L’affermazione che esista una realtà qualificabile come “bisogni umani di base” divide coloro che si orientano in senso libertario dagli altri. I libertari ritengono che non si possa praticare una distinzione tra bisogni

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e desideri, e conseguentemente rifiutano una politica che intenda provvedere a supposti bisogni sanitari di base della popolazione. Altri invece difendono come intuitiva la differenza ― poniamo ― tra il trattamento di un’infezione o l’effettuazione di una vaccinazione, e un intervento di chirurgia estetica. Non si tratta solo di maggiore o minore fiducia nel valore regolativo delle leggi del mercato per la convivenza umana, ma di divergenti concezioni antropologiche.

Il timore di cadere in forme ingiustificabili di paternalismo ha finora, per lo più, fatto ritenere come una via impraticabile la distinzione tra bisogni e desideri di salute. Le misure amministrative che, per contenere i costi della sanità, fanno cadere inesorabilmente la scure su alcune prestazioni (per es., sottraendo dalla copertura del SSN alcuni importanti interventi odontoiatrici), non osano cercare una giustificazione ideologica nella distinzione tra bisogni e desideri. Eppure proprio in questo nodo problematico va individuata un’indicazione importante per la riduzione della spesa sanitaria.

Il rifiuto della scorciatoia costituita dalle misure burocratiche e paternalistiche non vuol dire impossibilità di agire. Ci soccorre la prospettiva che abbiamo già visto come caratteristica dell’etica medica: l’orientamento al valore della salute. Orbene, una sanità, sensibile ai problemi economici trova un valido aiuto in una medicina che, per promuovere la salute, accetta di diventare un veicolo di educazione alla salute. Un’autentica educazione alla salute, che accetti anche il compito certamente non demagogico di correggere gli aspetti antropologicamente più squilibrati della domanda di salute prevalente nella nostra società, si può rivelare come la strategia vincente per il contenimento dei costi della sanità.

Perché un compito educativo abbia una possibilità di successo, non può prescindere dalla domanda, la regola vale anche nel caso dell’educazione alla salute. Se partiamo dalla domanda di salute quale può essere documentata dagli strumenti abituali di rilevamento di opinione, possiamo ricondurre le concezioni della salute sulle quali si articola la domanda stessa a tre modelli fondamentali.

Il primo intende la salute come norma di efficienza. Sganciate dai vissuti soggettivi, salute e malattia appaiono come comportamenti socialmente

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standardizzati. Al malato sono permessi comportamenti “devianti” rispetto alla norma (a cominciare dall’essere dispensato dal lavoro e da altre prestazioni corrispondenti al proprio status e ruolo sociale). Lo stato di salute si caratterizza come buona corrispondenza ai dati “oggettivi” delle aspettative sociali. La domanda di salute adeguata a questo modello è quella relativa alla eliminazione di sintomi sgradevoli o debilitanti, intesi come evento incidentale nella vita del soggetto. Il malato chiede al medico, in pratica, che lo aiuti a recuperare la norma di efficienza antecedente all’evento morboso.

Un secondo modello concepisce la salute come un’esperienza di equilibrio psicofisico. La malattia si presenta come l’alterazione di quell’equilibrio che connota, in modo silenzioso e permanente, l’esperienza quotidiana dello stato di salute. I sintomi, in quanto parlano alla soggettività del malato, svolgono un ruolo di indicatori dello squilibrio. Non sono semplicemente un incidente da mettere tra parentesi e da sopprimere, bensì un’occasione per individuare lo squilibrio stesso e fornirgli una risposta creativa. I sintomi vanno decodificati (non solo scientificamente spiegati, ma compresi!), collocandoli in rapporto con la salute del paziente intesa nel senso di un progetto esistenziale.

La malattia in questo quadro concettuale non ha un significato univoco; non è neppure necessariamente un male: può convogliare infatti un desiderio regressivo, la ricerca di “vantaggi” secondari, o può essere una soluzione di compromesso. La domanda di salute come migliore equilibrio psico-fisico richiede un lavoro di saggia interpretazione e di paziente accompagnamento del soggetto nella ricerca di equilibri più avanzati. Forse nessun autore contemporaneo e riuscito a esprimere questa concezione della salute in modo più convincente di Oliver Sacks. Nei suoi libri (particolarmente "Risvegli" e "L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello") riesce a combinare un’attenta considerazione per il dato psicologico della malattia con un’ampia prospettiva antropologica che colloca salute e malattia nel vissuto del malato.

Un terzo modello di salute è quello che si può essenzialmente ricondurre allo stile di vita. L’accento principale qui cade non sulla dimensione sociale, né su quella psicologico-esistenziale del soggetto,

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bensì su quella socio-ambientale. La malattia diventa allora espressione di una cattiva interazione tra individuo e ambiente. La risposta a tale squilibrio richiede, per poter adeguare l’implicita domanda di salute, che il soggetto acquisisca una migliore competenza conoscitiva e maggiore autonomia nelle sue scelte.

Negativamente, ciò implica un distanziamento polemico dalla “medicalizzazione” della salute, di cui Ivan Illich è diventato il critico più rappresentativo; positivamente, questa concezione della salute promuove una migliore interazione con l’ambiente fisico e sociale e la valorizzazione di tutti i fattori non medici della salute (lavoro, alimentazione, igiene di vita).

Se confrontiamo gli orientamenti della domanda di salute in Italia sul finire degli anni ’80 con questi tre modelli di concezione della salute 10, notiamo che le richieste tendono a costituire un quadro omogeneo, allineato su una concezione antropologica sempre più sensibile agli elementi esistenziali e ambientali. Si delinea una crisi della concezione della salute che considera unicamente l’aspetto organico di essa e la riduce a norma di efficacia sociale; emerge sempre più nettamente, invece, la ricerca della salute intesa come benessere psicofisico e come equilibrio ambientale, prodotto da una migliore qualità di vita.

Più precisamente, nell’area della salute si va distinguendo un nucleo “hard”, costituito dalla malattia grave e ad alto rischio di cronicità, e un vasto insieme sistemico a dimensione somato-psichico-ambientale. Nei confronti del primo aspetto permangono gli atteggiamenti più tradizionali (il corpo inteso come un insieme di “pezzi di ricambio”; l’apparato sanitario come struttura a cui affidarsi per la riparazione del’organismo-macchina, privilegiando il paradigma malattia/medicina/servizi sanitari); altrimenti prevale la nuova domanda di salute, con la richiesta di promozione del benessere psico-fisico, di autotutela, di sfida e contrattazione con il medico, di combinazione autonoma

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dell’offerta, di sperimentazione di nuovi percorsi.

Per le domande di salute che si concentrano intorno al primo polo, quello più medicalizzato, è più facile giustificare il termine “bisogni” sanitari; per quelle che gravitano intorno all’altro polo, più personalizzato ma anche più sensibile alle seduzioni del mercato e di abili promozioni del consumo, sembra più appropriato parlare di “desideri”. Un progressivo spostamento dal primo polo al secondo sembra un tratto caratteristico e inequivocabile di modernità.

Una educazione alla salute che tenga conto di come si va strutturando la domanda nella nostra società si proporrà, come obiettivo strategico, di favorire un confronto tra desideri e bisogni di salute. I desideri devono misurarsi sui bisogni, e i bisogni devono accedere al livello del desiderio. Questo interscambio ha la funzione di una regolazione reciproca.

Il processo di educazione alla salute, da cui ci aspettiamo una risposta positiva ai bilanci in rosso della sanità, attinge le sue risorse dalle dimensioni della realtà antropologica più spesso dimenticate dalla medicina scientifica e altamente tecnicizzata: il corpo come realtà vissuta; la dimensione relazionale dell’esistenza, in particolare quella che si realizza nella famiglia; il riferimento ai valori etici dell’individuo. Il corpo, la famiglia e l’etica si rivelano precisamente come tre preziose risorse di un’educazione alla salute che voglia dare una risposta anche ai concretissimi problemi dell’economia.

Correlare la salute al rapporto con il corpo vuol dire anzitutto, per via negativa, prendere le distanze da una concezione di educazione alla salute che si fonda su un sapere di esperti e sull’iniziazione dei profani a conoscenze specialistiche (magari utilizzando la molla della paura, come in certe campagne “terroristiche” di dissuasione dal fumo...). La salute va cercata, piuttosto, sul versante della conoscenza diretta, esperienziale, del proprio corpo. Inoltre essa non e il prodotto di un investimento socio-culturale specifico: la salute non la si “ordina”, come un bene di consumo tra gli altri. Qui si rivelano i limiti più gravi della concezione implicita nella medicina moderna la quale opera con una “lista di controllo” dei sintomi possibili e presume di produrre la salute escludendo questi. La salute è piuttosto il risultato di un “lavoro”

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sul corpo che comincia dalla persona stessa, dalla sua esperienza positiva della corporeità, dall’apprendimento che provoca un sentire, ripetere, imitare determinati comportamenti rivolti alla salute e al benessere.

Il corpo gioca un ruolo molto importante nella canalizzazione del “desiderio” di salute. Nell’esplosione dell’attenzione al corpo caratteristica della nostra società, che accompagna la tendenza a privilegiare il modello di salute dove predomina l’esperienza di benessere psicofisico e di equilibrio ambientale, l’accento si sposta conseguentemente dalla morbilità al desiderio, inteso come adeguamento del corpo agli obiettivi della persona, anche in senso estetico ed edonistico. I momenti di morbilità sono respinti nel campo della medicina professionale (è il motivo per cui la malattia e la morte sono bandite dal visibile quotidiano e ghettizzate nelle istituzioni sanitarie). Il modellamento del corpo sul desiderio diventa invece l’elemento trainante della ricerca della salute.

Il ventaglio degli interventi in questione si estende dai trattamenti anti-stress ed estetici delle “beauty farms”, al ricorso alla chirurgia estetica per rimediare agli inestetismi, alla regolazione della fecondità oltre, e talvolta contro, i limiti della natura (fecondazione in vitro, programmazione del sesso del nascituro, modifiche dell’eredità genetica). Una delle preoccupazioni crescenti delle società che, come la nostra, hanno identificato nella risposta socializzata alla domanda di salute un obiettivo di civiltà, oltre che di giustizia, riguarda l’estensione di tale disponibilità a rispondere alle richieste: deve comprendere anche, per esempio, tutte le domande di interventi sanitari futili, ma ritenuti soggettivamente auspicabili?

Il rifiuto, in linea di principio, di una costrizione eteronoma e moralistica del desiderio ci inclina piuttosto a valorizzare la capacità di regolazione del desiderio insita nella qualità degli scambi interpersonali e nel riferimento al consenso sociale sui valori normativi che si attua attraverso il dibattito bioetico. Qui troviamo, appunto, come risorsa la centralità delle relazioni familiari, in quanto la famiglia e un sistema naturale di regolazione del desiderio.

Il ruolo tradizionalmente svolto dalla famiglia nei confronti della salute dei suoi membri e entrato in crisi per l’azione congiunta di due

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diversi movimenti, non privi di reciproche influenze: quello della emancipazione femminile dai compiti esclusivamente intradomestici e quello della medicalizzazione di tutte le vicende biologiche, dalla nascita alla morte, con conseguente subentro dell’istituzione sanitaria negli ambiti prima riservati alla cura non professionale.

In conseguenza di queste trasformazioni sociali e culturali, il potenziale della famiglia per la salute rischia di essere sottovalutato. Peraltro, là dove ci si scontra con l'inadeguatezza delle istituzioni a far fronte a determinate situazioni (come lungodegenti cronici, gestione della fase terminale della malattia), la famiglia viene invece richiamata in causa, ma con un sovraccarico di aspettative e di compiti che la schiacci ano. Il meccanismo di cui si servono il più sovente i sanitari per coinvolgerla nelle responsabilità di assistenza agli infermi è un grossolano o raffinato, secondo i casi, processo di colpevolizzazione.

L’evoluzione delle strutture familiari costringe a modificare le linee di politica sanitaria condotta dallo Stato. Le trasformazioni demografiche in atto nella nostra società ― abbassamento del tasso delle nascite, aumento dei divorzi e delle famiglie mononucleari, allungamento delle speranze di vita e invecchiamento progressivo della popolazione 11 ― richiedono un investimento diverso della risorsa costituita dalla famiglia. Agli inizi della politica sociale dello Stato a beneficio della famiglia e della salute l’obiettivo identificato era quello di migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne e dei bambini (protezione della madre lavoratrice, proibizione di assumere i bambini). Oggi l’obiettivo più urgente è quello di promuovere nuove reti di solidarietà e di aiuto mutuo ― ivi compresa una nuova ripartizione dei compiti tra uomo e donna all’interno della famiglia ―, se si vuole impedire che il peso di prendersi cura della salute dei propri membri più deboli faccia affondare la famiglia come una nave troppo carica.

In seguito a considerazioni sia umanistiche, sia di economia sanitaria, si toma oggi a riconsiderare la dimensione familiare all'interno

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di un sistema di cure della salute. La richiesta di inserire l’individuo malato in un gruppo sociale e familiare riconosce alla famiglia un ruolo in quanto agente di salute e un potenziale positivo di risoluzione dei problemi. Non possiamo più continuare con programmi sanitari centrati esclusivamente su istituzioni sociali che forniscono servizi. Bisogna ormai applicare un approccio che parta dal lavoro di salute svolto dalla famiglia: lo riconosca e lo valorizzi, ed eventualmente lo integri mediante i servizi necessari.

Questi programmi dovrebbero essere elaborati in comune con le famiglie e concretizzarsi in una modifica dell’aiuto professionale, specialmente nei punti seguenti: riconoscimento del sapere e della competenza quotidiana acquisiti nel vissuto delle famiglie; accettazione di gruppi di aiuto come unità proprie; necessità che i professionisti sociali e della salute abbiano una competenza e un’esperienza che permetta loro di comunicare con la famiglia.

Va menzionato, infine, che la prospettiva della famiglia nella problematica della salute serve di correttivo all’ambivalenza dei diritti sociali legati alla persona. La famiglia garantisce che sia preso in considerazione l’interesse legittimo dei singoli membri, senza con ciò accelerare il processo negativo di tendenza all’individualismo, che spesso sfocia nell’isolamento e nella solitudine delle persone nei momenti in cui è più necessario stringere i legami sociali 12.

Una terza risorsa, infine, per una regolazione del desiderio nell’ambito dell’educazione alla salute è il riferimento alle esigenze etiche. Intendiamo con ciò essenzialmente l’orientamento ad assumere le decisioni che riguardano la cura della salute nell’orizzonte della responsabilità. La responsabilità ha due versanti: quello delle cause e quello delle conseguenze. Seguendo il primo, l’etica ci invita a restituire alla comprensione dei fatti patologici tutto il loro spessore antropologico. Proprio perche fatti umani, sono rivestiti di un senso che va cercato nella catena immanente delle cause.

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L’interrogazione multiforme del dato morboso, secondo tutte le dimensioni dell’esistenza umana, lo sottrae all’ambito della “insensatezza” ― come appare nella concezione della medicina scientifica, che spoglia il dato fisiologico da ogni altra componente antropologica ― per riportarlo nel pieno registro dell’umano. Su questa interrogazione si innesta l’etica. Questa può cambiare il nostro rapporto con la malattia, purché si prefigga il compito non di incrementare oscuri sensi di colpa, sempre connessi con gli eventi morbosi, bensì di far crescere la libertà essenziale dell’uomo, che prende forma nell’assunzione della responsabilità. La malattia e la salute allora, sottratte all’interpretazione metafisica, entrano nell’ambito delle scelte che costituiscono il regno dell’umano.

La responsabilità ha anche una faccia che guarda verso il futuro. Qui troviamo come rilevanti i valori etici a cui il singolo si riferisce nella strutturazione del suo progetto di “buona vita”. L’ascolto di essi da parte del sanitario, in un vero processo comunicativo, è una parte essenziale, come abbiamo visto sopra, di ciò che immaginiamo come medicina rinnovata in senso umanistico.

Appartiene a questo colloquio la ricerca comune di ciò che può essere fatto in base alle potenzialità attuali della medicina, ma anche di ciò che può e deve essere omesso. Un maggior accordo con i valori e le aspettative soggettive può rivelarsi un inaspettato alleato in un programma di medicina più economica. In altre parole, se l’educazione alla salute si estende fino a rendere le persone agenti consapevoli e responsabili degli scenari medici ― in particolare di quelli che accompagnano la fase terminale della malattia ― le opzioni più probabili saranno quelle che vanno non nel senso di una dispendiosa tecnologia, ma di un ricorso più contenuto ad essa, entro l’ambito però di una medicina più ricca di rapporti umani.

4. Giustizia e solidarietà

Le considerazioni finora svolte hanno affrontato il problema della riduzione dei costi della sanità dall’angolatura che è più propria

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dell’etica della medicina: la preoccupazione di procurare il bene del paziente. Abbiamo visto che una rigorosa applicazione dei principi della beneficità dell’azione medica e del rispetto dell’autonomia del paziente può efficacemente contribuire a contenere i costi: una medicina di alta qualità umana e relativamente meno dispendiosa di una sanità che non si preoccupi di questo aspetto e punti esclusivamente sulla dimensione tecnologica e sulla regolazione amministrativa della ripartizione delle risorse. Anche la strategia di educazione alla salute, rivolta allo stesso scopo, è sostanzialmente contenuta entro i principi tradizionali dell’etica medica.

Ma per quanto si voglia estendere la portata dell’etica medica, questa sembra inadeguata ad affrontare nella sua interezza la questione morale della scarsità delle risorse destinate alla sanità. I costi crescenti si accompagnano a una decrescente equità: per trovare una risposta soddisfacente a questa situazione, i principi cardine dell’etica medica, fondamentalmente sensibile alla dimensione individuale e interpersonale dell’esistenza, devono integrare dei principi più orientati in senso sociale. L’etica del bene del paziente e dell’orientamento alla salute si deve confrontare con le questioni che nascono dalla giustizia e dalla solidarietà. In questa direzione, appunto, il dibattito bioetico ha avuto in questi ultimi anni sviluppi molto promettenti.

La bioetica ha trovato naturale integrare nel proprio orizzonte quella che possiamo chiamare la “bioeconomia”. Il razionamento dei beni sanitari, di per sé, non è nuovo: è comune a ogni sistema che ha più domande di servizi di quante ne possa soddisfare. Si può anche arrivare a sostenere che l’attenzione ai costi fa parte intrinsecamente della pratica della medicina, e non è solo una conseguenza accidentale delle circostanze attuali. Ora più che mai, tuttavia, anche il pubblico è diventato consapevole che dobbiamo affrontare le questioni economiche connesse con la sanità. Fino a una decina d’anni fa, ogni progresso biomedico era accolto a braccia aperte e salutato incondizionatamente; ora invece non suona più come una stonatura se, contestualmente all’annuncio di una nuova tecnica di trapianto di organi, ci domandiamo se ce la possiamo permettere.

Questa sensibilizzazione alla dimensione economica della sanità

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ci autorizza a porre esplicitamente in termini di giustizia la questione della distribuzione delle risorse sanitarie. Il tema è stato il banco di prova della più recente filosofia morale, che soprattutto nell’ambito linguistico anglosassone ha conosciuto una nuova giovinezza. Le teorizzazioni filosofiche della giustizia, come quelle di John Rawls e Robert Nozick, si sono dimostrate particolarmente adatte a un confronto con la questione della distribuzione secondo equità delle risorse sanitarie. I bioetici si sono inseriti nel dibattito, prospettando soluzioni diverse: alcune più inclini a prospettive liberistiche (H.T. Engelhardt), altre più orientate in senso equalitario (R.M. Veatch).

Non è possibile dar conto in questa sede della varietà e della complessità del dibattito filosofico relativo alla giustizia in sanità. Ci limitiamo a raccogliere una sola voce, quella di Larry Churchill 13. In un libro dedicato al razionamento delle cure sanitarie in America, non risparmia critiche alle diverse tradizioni etiche che si sono confrontate con il tema della natura e della possibilità della giustizia nella distribuzione delle risorse. Il dibattito sulla sanità è stato impoverito, a suo avviso, dalla riluttanza a muoversi verso un sistema più giusto, a causa del peso che esercita sulla tradizione nazionale americana l’individualismo etico.

Qualunque sia l’orientamento filosofico, tutte le teorie danno l’impressione di poggiare su una “antropologia atomistica”, in cui i concetti fondamentali e le immagini della giustizia sono derivate da una concezione della persona come indipendente e solitaria, solo tangenzialmente correlata ad altri. Soprattutto nelle questioni della giustizia applicata all’accesso di tutti alle cure sanitarie, sembrano realizzarsi i tristi presentimenti di Alexis de Tocqueville nei confronti della “democrazia commerciale”, che isola l’individuo dai concittadini della generazione presente e da quelle future, e “minaccia alla fine di confinarlo interamente nella solitudine del proprio cuore”.

Le teorie filosofiche della giustizia centrate sull’egocentrismo

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morale e carenti di un’appropriata comprensione della socialità come tratto costitutivo della natura umana non sono adeguate a rispondere alle sfide che la scarsità di risorse per la sanità sta ponendo alla nostra società, con la crisi del welfare state. In particolare, la transizione dagli anni ’80 agli anni ’90 ha radicalizzato i problemi della giustizia, costringendoci a ripensarli in chiave di equità generazionale. La nuova situazione ci induce a riscrivere il vocabolario fondamentale della filosofia morale, dando un significato più comunitario e meno individualistico a termini come “diritti”, “libertà”, “autonomia”.

La scarsità di risorse per la sanità non è che un capitolo di una più generale carenza di lavoro, beni, servizi, giunta a una drammatica evidenza. I problemi di ripartizione delle spese sociali ― a chi dare: ai giovani o agli anziani? ― si inseriscono nella presa di coscienza di una ingiustizia congenita nella nostra società. Cominciamo a renderci conto che le generazioni adulte degli anni ’80 hanno vissuto al di sopra delle possibilità che una "società giusta" avrebbe dovuto loro riservare, in considerazione delle generazioni seguenti 14. Le contraddizioni della nostra società, che vive nell’abbondanza del presente senza preoccuparsi del futuro comune, ci obbligano a rimescolare le carte generazionali.

Non possiamo continuare a consumare ciò che, secondo un metro di equità, deve essere destinato a chi viene dopo. Da questo punto di vista, la solidarietà abbinata alla giustizia è destinata a cambiare il volto della futura sanità, correggendo l’inflazione di ricchezza di mezzi di cui sta godendo l’attuale generazione. Dovremo imparare a iscrivere tra i nostri programmi di salute anche la rinuncia e il contenimento dei desideri entro certi limiti, in nome di una giustizia che ci chiede di non imporre pesi sproporzionati agli altri.

Note

1 The New England Journal of Medicine, 21 luglio 1988, pp. 171-173.

2 E. Haavi Morrein, "Cost containment: Issues of moral conflict and justice for physicians", in Theorethical Medicine, 6 (1985), 257-279.

3 Albert R. Jonsen, Introduzione a George J. Agich e Charles E. Begley (edd.) The Price of Health, D. Reidei Publ. Comp., Dordrecht 1986.

4 Sul concetto di professioni liberali e sulla dinamica sociale che presuppongono, vedi Willem Tousjin (a cura di), Sociologia delle professioni, ed. Il Mulino, Bologna 1979.

5 Warren Reich (Ed.), Encyclopedia of Bioethics, The Free Press, New York 1978. Le voci attinenti alla problematica in questione sono: "Rationing of medical treatment", pp. 1414-1419; "Justice", pp. 802-811; "Future generations, Obligations to", pp. 507-512; "Environmental Ethics", pp. 379-399.

6 Cfr. Nancy King, Larry R. Churcill, Alan W. CrossThe Physician as captain of the ship: A critical reappraisal, Reidel Publ. Comp., Dordrecht 1988.

7 Un'analisi accurata delle ripercussioni del DRG sul rapporto tra medico e paziente è stata fatta da E. Haavi Morrein, "TheMD and the DRG", in Hastings Center Report, giugno 1985, pp. 30-38. Si veda anche: Robert M. Veatch, "DRGs and the ethical reallocation of resources", in Hastings Center Report, giugno 1986, pp. 32-40.

8 Cfr. Jay KatzThe silent World of doctor and patient, The Free Press, New York 1984.

9 E.H. Morrein, cit. n. 7.

10 Ci riferiamo soprattutto alla più recente ricerca curata dal CENSIS: La domanda di salute in Italia. Comportamenti e valori dei pazienti degli anni '80, ed. F. Angeli, Milano 1989.

11 Per le trasformazioni della famiglia nel nostro Paese, cfr. Pierpaolo Donati (a cura di), Primo rapporto sulla famiglia in Italia, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1989.

12 Cfr. Aa. Vv., Nascere, amare, morire. Etica della vita e famiglia, oggi, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1989.

13 Larry R. ChurchillRationing Health Care in America: Perceptions and principles of justice, Notre Dame, Ind., Univ. of Notre Dame Press.

14 Cfr. Pierpaolo Donati, "Equità generazionale: un nuovo confronto sulla qualità familiare", in Aa. Vv., Secondo rapporto sulla famiglia in Italia, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1991.

Efficienza e qualità come risposta alla crisi dello stato sociale

Sandro Spinsanti

EFFICIENZA E QUALITÀ COME RISPOSTA ALLA CRISI DELLO STATO SOCIALE

 

in Attività 1995, Collegio dei Primari Ospedalieri di Careggi

Careggi 1996

pp. 13-14

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Lo scenario della sanità che in Italia è stata avviata con il disegno di riordino del Servizio sanitario nazionale (D.L. 502/1992 e 517/1993) è efficacemente descritto da una frase del Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-1996, là dove vengono presentati gli obiettivi del Piano stesso: “Non esiste più il sogno utopistico di uno Stato che si proponga di rispondere a tutti i bisogni di salute dei cittadini; in sanità sarà sempre più pesante la divaricazione tra domanda e offerta, perché la società invecchia ed è sempre più affetta da malattie degenerative. Questi cambiamenti di scenario impongono la dura necessità di fare delle scelte, sia a livello macro sia a livello microeconomico, al fine di riuscire a massimizzare i benefici ottenibili dalle risorse disponibili”.

Per molti, anche coloro che sono stati investiti nei più alti ruoli nella guida della sanità, questo nucleo duro del cambiamento ― la necessità di contenere i costi di un servizio sanitario che rischia di sfuggire a ogni controllo ― ha caratterizzato l’essenza della nuova sanità. L’aziendalizzazione è stata intesa esclusivamente come un impegno a realizzare un pareggio di bilancio. Non è questo il senso del cambiamento come è inteso dal Piano sanitario nazionale. Subito dopo la frase relativa all’orizzonte delle risorse limitate, infatti, leggiamo un invito a trascendere il solo piano economico in sanità:

La necessità di ripensare a fondo il profilo stesso di un programma sanitario per il paese si presenta come una straordinaria opportunità per ridefinire il progetto di civiltà, che è l’obiettivo di una politica della salute. Per anni si è pensato che la promozione della salute richiedesse solo nuovi investimenti in tecnologie, strutture e personale sanitario, nella fiducia di ottenere solo da tale impegno un migliore livello di salute. L’inversione di rotta cui il momento attuale costringe punta a un miglioramento che si sviluppa sotto il segno della qualità, più della quantità. La pressione della scarsità delle risorse orienta a immaginare un servizio alla salute che accetti in senso positivo la sfida dell’autolimitazione”.

La duplice indicazione del Piano sanitario nazionale ― la restrizione dell’offerta dei servizi sanitari causata dalla scarsità delle risorse e il passaggio dal paradigma della crescita quantitativa a quello della qualità dei servizi erogati ― si trova in perfetta sintonia con i risultati di un’ampia ricerca ― Il futuro della sanità in Europa ― che ha coinvolto 3000 esperti di una decina di paesi. Gli studiosi interrogati hanno identificato due sfide comuni a tutti i sistemi sanitari nei prossimi anni: migliorare la qualità dei servizi e contenere i costi. Se questo è lo scenario non solo del processo di innovazione avviato in Italia, ma della sanità europea in generale nel prossimo quinquennio,

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il compito che si impone in modo prioritario è quello di affrontare il rinnovamento necessario predisponendo la cultura che lo favorisce.

La crisi legata alla necessità di contenere la spesa sanitaria ― presa nella forbice costituita dall’aumento delle richieste e dei corsi, da una parte, e dalla necessità di ridurre l’indebitamento pubblico, dall’altra ― non deve tradursi solo in lotta agli sprechi, razionalizzazione delle risorse, tagli alle spese, scelte prioritarie. Se così fosse, avremmo perso l’occasione offerta dal momento culturale attuale di rivedere in profondità i comportamenti, tanto dei sanitari, quanto dei cittadini che ricorrono ai servizi offerti dalla medicina. Non si tratta solo di un problema amministrativo di risanamento della finanza pubblica: è necessario arrivare a “cambiare il modello di civiltà sanitaria”, secondo la felice espressione del Piano sanitario nazionale. Per questo non possiamo limitarci a offrire meno servizi o prestazioni. Bisogna fornire un “meno” che sia qualitativamente “di più”. Si tratta, quindi, di un problema di qualità, che si sposa all’efficienza con risposta globale nella crisi dello stato sociale.

Per chi si preoccupa oggi di fare “buona medicina” non è più sufficiente riferirsi alle ultime acquisizioni della ricerca e della clinica. Oltre a questo, deve anche considerare l’impatto che ha sulle scelte cliniche il riferimento ai valori condivisi e tener presente le limitazioni che derivano dal contenimento dei costi. In altre parole, non si può fare buona medicina trascurando i saperi che afferiscono alle medical humanities, in particolare l’etica e l’economia. Per quanto diversi come saperi normativi, etica ed economia guardano nella stessa direzione e agiscono in sinergia nel promuovere una pratica della medicina commisurata ai bisogni umani così come si presentano nel concreto contesto dell’attuale crisi di quella sanità che era stata pensata nella fase dello sviluppo dello Stato sociale.

Oltre all’economia e all’etica, un terzo vettore dell’innovazione è fornito dall’aspetto organizzativo o manageriale, quale componente della professionalità medica. Dopo la stagione che ha visto la presenza invadente ― e spesso incompetente ― dei politici nella gestione della sanità, il pendolo toma a oscillare verso un coinvolgimento diretto del corpo sanitario nelle scelte che riguardano l’allocazione delle risorse e l’organizzazione. Non per nostalgia di un’epoca in cui il medico, come “capitano della nave”, guidava la rotta in modo assolutistico. La società complessa non rende più possibile un modello di questo genere, anche se ispirato al paternalismo più illuminato. Non si tratta, quindi, di auspicare la regressione verso un modello di medico onnisciente, ma piuttosto di promuovere la crescita professionale integrando il sapere e il saper fare del medico in ambito terapeutico con competenze organizzative.

Il cambiamento della cultura medica che ciò implica non è di poco conto. La “produttività” ― termine bandito dall’orizzonte delle preoccupazioni dei sanitari, perché considerato contrario al rispetto dovuto al malato ― dovrà entrare nel linguaggio quotidiano di chi lavora in sanità. Anche l’etica, intesa come rispetto per la soggettività del paziente e come attenzione per la qualità del servizio prestato e per la soddisfazione del paziente, deve avere nella pratica quotidiana della medicina uno spazio non marginale. E di tale etica i sanitari devono essere i soggetti attivi: non darla semplicemente in appalto a filosofi, teologi, bioeticisti ed altri esperti, per limitarsi al consumo di prescrizioni comportamentali elaborate da altri.

La conquista di un ruolo attivo nell’elaborazione di una riflessione etica, nella gestione delle risorse e nella promozione della qualità si rivela anche come la via regia per la rimotivazione dei professionisti. Della svolta verso la “aziendalizzazione” della sanità non si deve sottovalutare un elemento fondamentale dell’organizzazione del lavoro richiesto dall’azienda: la condivisione di obiettivi comuni (in termini aziendalistici, si parla di “mission”), allineando tutte le forze in un piano strategico comune. Se si supera il senso di spaesamento creato da una terminologia che è stata finora estranea al mondo della sanità, si può scoprire che la sostanza di ciò che è richiesto dalla riforma in atto è perfettamente sintonica con quanto vivono coloro il cui lavoro consiste nel promuovere la salute.

Sanità pubblica in una società multietnica

SANITÀ PUBBLICA IN UNA SOCIETÀ MULTIETNICA

a cura di Sandro Spinsanti

Esse Editrice, Roma 2001

pp. 35-51

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 CARITÀ O GIUSTIZIA?

MODELLI ETICI DI SANITÀ E MIGRAZIONE

Diritti e doveri nell’ambito dell’assistenza sanitaria

Diamo per scontato che i nostri comportamenti nei confronti degli immigrati siano vincolati dalle leggi. Queste hanno messo a fuoco i punti nodali delle garanzie da offrire a chi emigra nel nostro paese, con riferimento al diritto di soggiorno, al lavoro, all’assistenza sanitaria. Una serie di normative, culminate nella legge con cui il Senato il 19 febbraio 1998 ― “Disciplina dell’immigrazione sulla condizione dello straniero” ― ha concesso una piena cittadinanza sanitaria agli immigrati, ha scandito l’impegno nell’ambito delle politiche sanitarie (cfr. Marceca, 1998). Tuttavia siamo consapevoli che ciò a cui siamo tenuti per legge non esaurisce l’ambito dei nostri doveri. L’etica si colloca a monte dei nostri comportamenti e ispira le motivazioni a cui questi si ispirano. In questo senso l’alternativa “carità o giustizia”, che guida la nostra riflessione, apre scenari diversi sullo spirito con cui comportamenti analoghi potrebbero essere messi in atto.

Il primo passo nella riflessione consiste nel sottrarci alla seduzione di risposte semplici, ma che impoveriscono la complessità degli interrogativi soggiacenti. A cominciare dalla domanda se dobbiamo o no fornire l’assistenza sanitaria a cittadini di altri paesi immigrati in Italia. Potremmo essere tentati di dividere gli interlocutori in buoni o cattivi, a seconda che siano o no disposti a condividere le nostre risorse con chi non appartiene alla nostra società.

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Rispondere in senso positivo o negativo alla questione se è un nostro obbligo sociale fornire l’assistenza sanitaria, non dipende da bontà d’animo o da egoismo. O almeno, non solo.

Ci sono molte altre componenti in gioco, legate a risposte che diamo a interrogativi di tipo antropologico e sociale (quale uomo, quale modello di società vogliamo promuovere?). La risposta alla domanda è legata, in particolare, al grado di “arcaicità” del gruppo sociale. Il termine arcaico non intende in questo contesto essere valutativo, ma descrittivo. Nei gruppi arcaici alla domanda: “A chi dobbiamo destinare le nostre risorse?” si tende a rispondere partendo da una netta distinzione tra “noi” e “loro”. Più precisamente, l’arcaicità è universalmente proporzionale all’inclusività della categoria “noi”. Il criterio di inclusione o esclusione è precisamente il riconoscimento che qualcuno faccia parte della comunità.

Per vedere come funziona questo meccanismo selettivo, non è necessario ricorrere a gruppi sociali che vivono in condizioni estreme, dove una scelta inclusiva troppo ampia comprometterebbe la sopravvivenza stessa del gruppo. Anche nelle nostre società c’è chi pensa in questi termini, con riferimento alla macroallocazione delle risorse. Qualche anno fa un filosofo americano ha proposto una formula per sintetizzare i doveri morali che si impongono in quest’epoca di crisi planetaria. L’ha chiamata lifeboot ethics, “etica da scialuppa di salvataggio”. Giustificava con questa formula il suggerimento di ritirare gli aiuti ai paesi poveri: siccome non ci si può salvare tutti ― prendere tutti sulla scialuppa vorrebbe dire l’affondamento sicuro! ― che sopravvivano almeno quelli che hanno più chances...]

L’atteggiamento di esclusione è stato variamente contrastato nella lunga storia educativa dell’umanità. La spinta più forte ad ampliare la capacità di inclusione viene dai modelli comunitari prodotti dalle religioni. Solo per accennare al filone ebraico-cristiano, pensiamo all’insegnamento contenuto nel Deuteronomio: “Amate il forestiero perché siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Deut. 10,18).

Nella tradizione cristiana la spinta messianica si è tradotta in atteggiamenti universalistici. Un omaggio indiretto all’apertura della comunità cristiana è offerto dall’imperatore Giuliano, paladino di un ritorno al paganesimo, quando osserva che il cristianesimo esercita una forte attrazione proprio per l’abolizione dei confini tra “noi” e “loro”: “Ciò che fa forti [i cristiani] è la loro filantropia nei confronti degli estranei e dei poveri... È vergognoso per noi che i galilei non esercitino la misericordia solo con quelli che condividono la loro fede, ma anche con quelli che venerano gli idoli”.

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Non è solo la morale religiosa che spinge verso un allargamento dei confini del “noi”, ovvero della inclusività. Basti pensare al ruolo che ha tradizionalmente svolto l'ethos medico. Alla domanda: “Verso chi è obbligato il medico?”, è stata data una risposta universalistica, fondata sul bisogno: il medico è tenuto a prestare la sua opera professionale verso chiunque abbia la vita o l’integrità fisica minacciata da un evento morboso. La risposta medica alla malattia è trasversale alle divisioni etniche, culturali, ideologiche.

Concretamente, una prospettiva mirante a estendere i benefici dell’assistenza sanitaria a strati sempre più ampi della popolazione in nome non della carità ― o della filantropia ― ma della giustizia si è realizzata con l’affermarsi del welfare state. E stato necessario superare le resistenze avanzate del pensiero liberale. La pars destruens della posizione liberale consiste nella critica dell’assistenzialismo e alla beneficenza, quali meccanismi per la redistribuzione delle risorse. Il liberalismo tende a valorizzare l’individuo e le sue risorse, piuttosto che lo Stato; più che delle provvidenze pubbliche, si fida del mercato (questa è la pars construens del pensiero liberale).

Il liberalismo non è stato sconfitto dal prevalere dei modelli organizzativi sociali, come dimostra il forte vento neo-liberale che spira sui nostri sistemi, senza risparmiare la sanità. È importante tener presenti i valori del liberalismo riferito all’assistenza sanitaria. Un frutto della rivoluzione liberale è l’introduzione del concetto dei “diritti”. La prospettiva cambia radicalmente se concepiamo l’assistenza sanitaria come prodotto di intenzioni caritatevoli o come diritto rivendicabile.

Anche il rispetto delle individualità ― personali e culturali ― è un portato del liberalismo. Tuttavia bisogna riconoscere che il modello liberale non sa offrire una protezione sufficiente agli “ultimi della fila”. Argomenta in modo efficace Norberto Bobbio nella sua Lettera al volontariato: “Il mercato regola i rapporti di scambio tra chi soffre e chi domanda, tra chi dà e chi riceve. Ma per chi non ha nulla da offrire o da dare? Che cosa hanno da offrire o da dare i vecchi non autosufficienti, gli handicappati, i malati cronici, i malati di mente e, allargando i confini del nostro Paese, i poveri di tutto il mondo, coloro che costituiscono il pianeta dei naufraghi?”. E in questo vasto disegno di protezione da offrire ai fragili che si collocano le misure che estendono a tutti i cittadini i servizi sanitari, così come sono state formulate dal Servizio sanitario nazionale introdotto in Italia nel 1978 e riaffermato in tutti i successivi disegni di riordino.

Il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000 introduce un ampliamento ulteriore, includendo gli immigrati tra le categorie fragili nei

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confronti delle quali il Paese nel suo insieme si proclama debitore di una particolare tutela. Al fondo di questa misura normativa possiamo intravedere una tematizzazione, almeno implicita, dell’esperienza della migrazione come categoria antropologica. Due prospettive di fondo si confrontano. La prospettiva dominante considera la sedentarietà come normale; la migrazione serve alla continuazione della sedentarietà in un altro luogo.

Una prospettiva opposta è quella che considera come normale per l’esistenza terrena la migrazione e come eccezionale la sedentarietà. In questa prospettiva vengono considerati come concetti superati e non più attuali quelli di radicamento in un ambiente spaziale e sociale, e soprattutto il concetto di patria. In epoca di tv satellitare non è più appropriato identificare l’appartenenza a una nazione o a una cultura come il luogo dove risiede una persona. La semplice presenza sul territorio di un certo paese viene considerata come condizione sufficiente per fondare pieni diritti di cittadinanza; la mancata integrazione viene vissuta come una “discriminazione” ingiustificabile.

Alle due prospettive corrispondono posizioni politiche contrapposte, che si concretizzano in due diverse politiche sanitarie. Da questo punto di vista il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000 prende posizione esplicitamente per la seconda. Per quanto riguarda la tutela degli stranieri immigrati, per il triennio propone il raggiungimento dei seguenti obiettivi:

“L’accesso all’assistenza sanitaria deve essere garantito a tutti gli immigrati, secondo la normativa vigente, in tutto il territorio nazionale.

Secondo quanto previsto dall’Obiettivo II del Psn, la copertura vaccinale garantita alla popolazione italiana deve essere estesa alla popolazione immigrata”.

Etica e sanità in una società pluralistica e multiculturale

Il rapporto tra etica, sanità e pluralismo di valori, nel concerto delle molte culture che vivono l’una accanto all’altra nella nostra società, può sembrare, a una prima approssimazione, un problema artificiale. O quanto meno enfatizzato per dar materia di discussione agli intellettuali, più che un ambito della pratica medica che ponga dei reali interrogativi a chi la medicina la esercita come professione e a chi ne usufruisce come paziente. Il fatto è che l’etica medica non si è mai sentita messa seriamente in discussione dal pluralismo dei valori e dalla molteplicità delle culture. Una società pluralista e multiculturale sembra piuttosto destinata a mettere ancor più in risalto la forza dell’etica medica nella sua capacità di uniformare i comportamenti.

La permanenza dell’etica medica, inalterata nel tempo, costituisce un fenomeno unico nella storia della nostra civiltà. Se pensiamo ai cambiamenti

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avvenuti nella civiltà occidentale, dall’epoca greco-romana a oggi, in 25 secoli di storia, non riusciamo a identificare nessun sistema di pensiero, nessuna istituzione civile o religiosa che abbia resistito alla prova del tempo, senza adattarsi e trasformarsi. La medicina stessa, così come la esercitiamo oggi, non è sicuramente la medicina di Ippocrate o di Galeno, e neppure quella di Pasteur; per non parlare dei cambiamenti a cui sono soggetti i sistemi sanitari. In Italia nello spazio temporale di neppure vent’anni anni abbiamo fatto la riforma sanitaria, con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, e la riforma della riforma (e abbiamo avviato la riforma ter...!). Eppure in questo scenario di cambiamento, di continua modellazione del pensiero e della pratica, qualcosa ha resistito alla prova del tempo: l’etica medica.

L’etica medica ha trovato un consenso stabile nelle società, malgrado tutte le trasformazioni avvenute in superficie e in profondità. Quando ci riferiamo ai valori che ci permettono di discriminare tra buona e cattiva medicina, sembra che possiamo appoggiarci su modelli transtemporali. Non è infrequente che anche ai nostri giorni vengano convocati convegni sotto l’egida dell’etica ippocratica. I punti interrogativi ― del tipo: è ancora attuale il giuramento di Ippocrate? ― hanno per lo più un valore retorico: la convinzione diffusa è che quel modello di buona medicina sfida il tempo. Un po’ come il modello del buon samaritano in ambito religioso: in ogni tempo e in ogni cultura l’etica medica si gioca intorno agli stessi valori.

Per quanto numerose siano le sollecitazioni della realtà di oggi riguardo al progresso biomedico, l’etica medica, intesa come consenso condiviso nella società sui valori ai quali deve ispirarsi una buona medicina, continua a proporsi come un modello stabile. In epoca di “pensiero debole”, l’etica medica vale invece come esempio emblematico di pensiero quanto mai forte.

La società post-moderna si dichiara ideologicamente attrezzata per far convivere la diversità di valori, di comportamenti, di morali; la tolleranza è l’acquisizione più permanente della rivoluzione liberale che ha inaugurato l’epoca moderna. Ma nella medicina vale un altro registro. Essa fa fronte alla diversità dei mondi morali di appartenenza presupponendo implicitamente che quando si tratta della cura della malattia e della promozione della salute esista un’unica etica, e che questa etica valga per tutti. Qualunque siano le opzioni individuali riguardo alla sessualità, alla politica e alla vita privata, in medicina vale una specie di semper et ubique.

Questa etica medica, che ha attraversato i tempi inalterata, sopravvivendo alle grandi rivoluzioni che ha conosciuto la medicina, si può circoscrivere all’interno di alcuni paletti ben definiti. Il più chiaro è quello che, nel linguaggio

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dei filosofi, è stato descritto come “il principio di beneficità”. In termini colloquiali, si può dire che nella medicina è considerato in accordo con l’etica ciò che è fatto per il bene del paziente. La medicina è un’impresa tutta orientata ad arrecare benefici al paziente; finché la medicina può giustificare ciò che fa ― qualunque cosa sia: dalla mano sulla fronte all’interferone, dal placebo al trapianto di organi, dall’aspirina alla manipolazione genetica ― come un beneficio arrecato alla salute del paziente, tutto è eticamente giustificabile.

Nella nostra tradizione non si registra quasi nessuna voce stonata che, cantando fuori dal coro, metta in discussione che la medicina sia per natura sua un’impresa etica, in quanto rivolta al bene delle persone. Il “quasi” restrittivo si riferisce alle critiche alla medicina nate per lo più in ambito letterario. Più precisamente, teatrale.

Se vogliamo sorvolare sul classico Molière, e le sue celebri frecciate contro i medici, non possiamo dimenticare, più vicino a noi cronologicamente, l’irriverente George Bernard Shaw. Alla critica delle intenzioni dei medici ha dedicato una pièce, rappresentata per la prima volta nel 1903, a Londra: Il dilemma del dottore. Il suo acume polemico non è rivolto contro la medicina in se stessa, bensì contro la presunzione della medicina di riuscire a combinare l’interesse del medico e l’interesse del paziente.

Dubitando quasi che la commedia in se stessa fosse sufficiente a esplicitare il suo assunto, Bernard Shaw ha corredato la pièce di uno scritto polemico di commento, dove leggiamo tra l’altro: “Che una nazione di uomini sani di mente, avendo constatato che la produzione di pane viene stimolata dai profitti conseguiti dai fornai, consenta ai chirurghi di trarre un profitto analogo dal taglio delle mie gambe, è un fatto di per se sufficiente a farci perdere ogni fiducia nel consorzio civile. Eppure è proprio questo quello che noi abbiamo autorizzato” (Shaw, 1984).

La sofisticazione di Bernard Shaw nel Dilemma del dottore è di non mettere direttamente in questione l’interesse economico ― vale a dire: più il medico fa medicina, più taglia gambe, più prescrive farmaci, e più guadagna ― ma di introdurre sulla scena un interesse non economico: nel caso specifico, l’interesse del dottore è quello di sposarsi una possibile vedova, che avrebbe molte buone probabilità di diventare tale se non fosse lui a curare il marito tisico della signora, ma affidasse il malato a un collega di cui conosce l’incompetenza. Il sasso contro le intenzioni “benefiche” che animerebbero i medici era lanciato

Un paio di decenni dopo un altro uomo di teatro, Jules Romains, ha messo in scena nel 1923: Il dottor Knock o il trionfo della medicina. Con il tempo, questa pièce si è affermata come una delle più radicali rimesse in discussione

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dalla medicina. Tutto è contenuto in “in nuce” nel titolo della tesi di laurea attribuita al dott. Knock: “Sui pretesi stati di salute”. Il sano è un malato che si ignora. La medicina equivale a un progetto di medicalizzazione intensiva della società (Romains, 1989).

Nell’opera di Jules Romains ci sono già tutte le premesse per quella critica di tipo sociologico che verrà sviluppata negli anni Settanta del nostro secolo da studiosi come Ivan Illich (1976), Jacques Attali (1979), McKeown. Una delle illusioni più pericolose ― per riassumere la tesi centrale di Ivan Illich ― è che per avere migliore salute bisogna accrescere la quantità delle cure mediche; la medicalizzazione intensiva porta, invece, all’espropriazione della salute. Ma, a parte queste voci dissonanti, che sono state subito emarginate, nessuno ha rimesso in discussione la convinzione generale che la medicina sia un’impresa rivolta al bene dell’uomo e quello che la medicina fa, purché porti un beneficio a paziente, sia eticamente giustificato.

A questo primo pilastro dell’etica medica tradizionale corrisponde, in maniera simmetrica, la seconda convinzione: che nell’etica medica quello che si domanda al paziente è di affidarsi e di fidarsi del medico, il quale prende le decisioni, in scienza e coscienza, per il bene del paziente. “Il malato comincia a guarire ― affermava il celebre clinico spagnolo Gregorio Maranon ― quando obbedisce al medico”. La medicina è considerata una struttura essenzialmente etica, in quanto si basa su una fiducia. Il malato confida nella correttezza del medico e nella sua disponibilità a lasciarsi guidare in modo prioritario dalla volontà di fare il bene del paziente.

La terza dimensione condivisa nella nostra società è considerare il prendersi cura di qualcuno come un’impresa sociale; più in particolare, come un problema familiare. Quando scattano le emergenze della salute noi non rileviamo la tendenza a risolverle in modo individualistico; queste situazioni scatenano piuttosto la solidarietà, provocano la mobilitazione del complesso familiare. Nella nostra tradizione noi non ci rapportiamo con il medico come un individuo ― con un suo mondo morale che è unico e irripetibile ― con un altro individuo, ma come gruppo familiare. Ci sono dei medici che non riescono a parlare con il proprio paziente nell’ambulatorio, perché il paziente ― anche adulto ― è sempre accompagnato dalla mamma, la signora dal marito, il marito dalla moglie (e magari anche dalla propria mamma...!). Come interlocutore del medico si pone sempre il gruppo familiare. Le decisioni mediche, anche nella loro dimensione etica, si scontrano con l’ethos, i valori condivisi dalla famiglia.

Questo profilo dell’etica medica ha praticamente attraversato tutti i cambiamenti, producendo un consenso fondamentale sul fatto che il medico e

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il paziente, il paziente e la sua famiglia, praticamente fossero dei mondi interpersonali, che condividevano gli stessi valori circa la salute, anche quando divergevano su altri valori sociali o etici. Era diffusa la convinzione che si possa agevolmente identificare una omogeneità sostanziale intorno a ciò che è buono, auspicabile e giusto, quando si tratta di riparale o difendere la salute. Per quanto parcellizzati e divergenti possano essere gli universi morali, così che possiamo arrivare a considerarci in molti ambiti estranei gli uni con gli altri, ciò non vale quando consideriamo la salute. Nella salute non siamo stranieri morali; facciamo parte di una stessa comunità tenuta insieme da uno stesso cemento, che è l’etica medica.

In un contesto di questo genere al pluralismo morale vero e proprio viene attribuito un ruolo marginale nella società, quasi di folclore. Basti pensare che cosa succede quando di fronte a un medico in un ospedale arriva un vero “straniero morale”. Nella nostra società non riesco a trovare un esempio più chiaro per questo ruolo che il testimone di Geova, in quanto ha un universo di riferimento ― convinzioni religiose e valori morali ― che non è condiviso dalla maggior parte della società. Qualcuno ha detto che l’incubo di ogni medico è di incontrare, un giorno o l’altro, un testimone di Geova che rifiuta una trasfusione sanguigna, quando sia medicalmente indicata o addirittura assolutamente necessaria. Il campionario delle strategie messe in atto dai medici per sfuggire al confronto destabilizzante con un sistema di riferimento etico che contrasta con l’etica medica consolidata si estende dalle più grossolane ― strappare di nascosto il foglietto che proibisce la trasfusione trovato nel portafoglio del malato adulto ― alle più raffinate ― far abbassare la glicemia fino a che sopravvenga uno stato di non lucidità, per sentirsi poi giustificati a procedere in stato di necessità ―.

L’obiezione di coscienza che viene da uno straniero morale, il quale dichiara: “Piuttosto che farmi trasfondere il sangue io preferisco la morte; piuttosto il martirio che l’abiura”, non è presa sul serio dal mondo medico, forte del consenso sociale che circonda l’etica medica dell’Occidente. I pochi casi in altri ambiti della medicina che finora hanno attirato l’attenzione ― per esempio, la protesta di un iman per un espianto di organi a un giovane musulmano deceduto, in contrasto con le indicazioni etiche della sua religione ― non hanno messo seriamente in discussione la struttura monolitica dell’etica medica.

In fondo, non sentiamo che la presenza di persone con un altro universo di valori, un’altra religione, un modo diverso di concepire la vita e di legittimare l’intervento medico, minacci la solida etica medica, che ha attraversato 25 secoli di storia culturale, quale espressione di un consenso

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di tutti nella nostra società su ciò che è appropriato fare al malato e su quello che il malato vuole per sé.

Ma è arrivata la stagione della bioetica e ha rimesso in discussione questo punto di riferimento (Spinsanti, 1999). Dobbiamo riconoscere che l’Italia non ha svolto un ruolo attivo in quel cambiamento di rapporti tra sanitari e pazienti che si può ricondurre alla bioetica. Da noi è avvenuto piuttosto che molte istanze normative del passato si sono semplicemente riciclate come bioetica, limitandosi a cambiare etichetta. La bioetica, intesa come fondamentale rimessa in discussione in seno alla società di ciò che è giusto, doveroso o appropriato nella cura della salute, ha bisogno di un contesto appropriato, che è quello del pluralismo culturale e del riconoscimento del diritto alla diversità. Non è per caso che la bioetica sia cresciuta nell’humus della società americana.

Uno studioso di bioetica molto noto, Tristam Engelhardt, ha fatto una descrizione molto vivida dei paradossi a cui si trova di fronte un americano: “Noi ― dice sostanzialmente Engelhardt ― dobbiamo trovare un’etica comune che valga per il mormone di Salt Lake City come per l’omosessuale militante e gay di Los Angeles, per il cattolico fondamentalista come per il battista ancora più fondamentalista del profondo Sud; per il filippino che aderisce ancora, sostanzialmente, alla lingua e ai valori morali della sua comunità come per l’intellettuale più liberal e ateo che si possa immaginare”. La bioetica americana è nata con l’intento di trovare una composizione che permetta la convivenza tra valori e stili di vita così diversi, che si traducono in scelte attinenti alla medicina e alla sanità (Engelhardt, 1999).

L’interpretazione è valida, ma non chiarisce ancora lo spirito che anima la bioetica come movimento culturale. L’America è l’unico paese che ha avuto il coraggio di mettere nella propria costituzione, quella che ha sancito la sua indipendenza nel 1776, che ogni essere umano nasce con alcuni fondamentali diritti che gli sono stati dati da Dio, che nessuno Stato può rimettere in discussione o conculcare; oltre al diritto alla vita e alla libertà, ha proclamato anche un terzo diritto, quanto mai inquietante, che nessuna altra costituzione ha mai ripreso: il diritto a cercare la felicità (the pursuit of happiness).

Questo diritto corrisponde fondamentalmente al diritto di fare per la propria vita le scelte che ognuno ritiene più consone ai propri valori e al modello di vita ideale. Nessuno Stato può dire qual è la buona vita per me; nessuna politica, nessuna legge, nessuna preoccupazione di tutela può entrare nell’ambito in cui io dò forma alla mia vita morale. Questo terzo diritto non è diventato rilevante per l’etica medica finché non è sbocciata la stagione in cui quello che la medicina può fare diventa veramente una possibilità di modificare la buona vita o la

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ricerca della felicità, così come ognuno soggettivamente riesce a modellarla. Finché, in altre parole, la medicina è stata fondamentalmente un’impresa, benefica sì, ma sostanzialmente impotente a modificare il corso naturale della vita con l’offerta alle persone delle alternative vere circa la durata e la qualità della vita, non è entrata in rotta di collisione con il diritto alla felicità. Lo diventa nel momento in cui la medicina può farlo; e oggi la medicina può pesantemente interferire con il progetto esistenziale del malato.

La nostra medicina ha acquistato una potenza reale che era impensabile in passato. Con gli interventi che alcuni definiscono di “accanimento terapeutico” e altri semplicemente di volontà determinata di prolungare o di rendere possibile la vita in condizioni limite (pensiamo, per tutte, alla possibilità di conservare per un tempo indefinito persone in coma vegetativo permanente), si configura una situazione nuova, in cui quello che la medicina è in grado di fare può non essere in consonanza con il diritto di ciascuno di cercare la felicità o la buona vita così come desidera.

Ciò fa sì che la differenza non è più soltanto tra il mormone, l’ebreo, il cattolico e l’ateo: la diversificazione passa trasversalmente dentro ogni famiglia, dentro ogni comunità di appartenenza. Nella stessa famiglia, io e il mio fratello gemello possiamo avere idee completamente diverse su ciò che è appropriato o non è appropriato per una cura della salute in armonia con il nostro desiderio di vita felice.

Questo è il luogo originario della bioetica. Essa nasce da una medicina che incontra il successo, ma allo stesso tempo deve fare i conti con il lato oscuro del successo. Conosce la disperazione di non avere più dei punti di riferimento impersonali e oggettivi, validi per tutti, ma deve assumere i punti di riferimento soggettivi dell’individuo. Ciò che vale per tutti e per ciascuno si scontra necessariamente con l’articolazione soggettiva che ognuno fa delle proprie differenze.

Che cosa ha fatto la bioetica americana per rispondere a questa situazione? Non ha elaborato un’etica universale, quasi fosse un surrogato della morale religiosa. Nella nostra società non è venuta meno solo la forza compaginante delle religioni, ma anche l’illusione illuminista di trovare nella ragione un discorso che valga per tutti e per ciascuno nella società a un livello minimo. Dobbiamo arrivare a un altro modo di approcciare i problemi e di proporre norme. L’apporto della bioetica americana è stato quello di elaborare una lingua franca pensata in modo da valere per tutti. È la lingua dei princìpi.

Riprodotto in termini molto semplici, l’approccio dei princìpi può essere ricondotto al seguente ragionamento: ognuno di noi ha una comunità morale di

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appartenenza, di tipo religioso o di tipo laico, che si struttura condividendo determinati valori; ognuno di noi ha delle preferenze individuali, delle opzioni, delle scelte di vita che nascono da una certa gerarchia di valori. Senza annullare tutte queste differenze, possiamo tuttavia trovare un accordo nella società su alcuni princìpi fondamentali che devono essere rispettati.

quattro principi con i quali le nostre scelte si devono confrontare sono: il principio della beneficità (purtroppo il termine inglese “beneficence” è stato tradotto infelicemente in italiano come principio della beneficenza; in italiano suscita sempre molta ilarità quando si dice che i medici devono agire secondo il principio della beneficenza...; in realtà questo principio coincide con quello che conosciamo dalla tradizione dell’etica medica: fare il bene del malato), il principio della non malefìcità (ovvero di non procurare un danno al malato), il principio dell’autonomia, il principio della giustizia.

Questi principi fondamentali formano un quadro analitico generale, un linguaggio morale comune in una società pluralista. Anche se non sono facilmente traducibili in regole operative. I principi valgono “prima facie”, cioè valgono a meno della dimostrazione del contrario. Il principio è vincolante, a meno che non entri in conflitto con un altro principio.

Questo approccio dei princìpi ha avuto molto successo, ma ha creato anche una certa delusione. Perché questi princìpi, che suonano molto chiari e convincenti finché li enunciamo in astratto, ci abbandonano quando di fatto entriamo nelle decisioni concrete, quando ci troviamo, come medici o come malati, di fronte a delle alternative. Il sistema dei princìpi, dopo aver contribuito alla diffusione e alla popolarità di immagine della bioetica come discorso pubblico, specialmente nei paesi anglosassoni, è stato rimesso in discussione dagli studiosi della disciplina.

Raanan Gillon, uno studioso inglese, pur difendendo e proponendo la validità dei principi per regolare le nostre scelte in medicina, ha proposto un’immagine molto interessante, che forse si avvicina un po’ di più a quello che facciamo tutti in realtà. A suo avviso, i princìpi non vanno presi come degli assoluti, nel senso che un solo principio ― come “fare il bene del paziente”, oppure rispettare “l’autonomia del paziente” ― ci risolva tutti i problemi. All’illusione che ci sia una specie di regole prescrittive, che una volta formulate ci dicono cosa bisogna fare ora, in questo momento, o qualcosa come un algoritmo dal quale ricavare il comportamento che si addice alla situazione, noi dobbiamo sostituire l’immagine del giocoliere.

Un bravo giocoliere è tanto più abile quante più palle sa tenere per aria per un periodo più lungo di tempo. Nella bioetica che si affida ai principi ― afferma

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Raanan Gillon ― non possiamo scegliere un solo principio (per esempio: fare il bene del malato; oppure affidarsi, come in genere preferisce la bioetica americana che è molto individualista, alla volontà del malato, cosicché l’unica condizione da rispettare sia la sua decisione, sulla base del “consenso informato”) e attenerci a questo solo principio. Piuttosto dobbiamo tenere, come un giocoliere, in movimento più palle ― più princìpi ― tutti quanti insieme; sapendo già in anticipo ― commenta in maniera realistica lo studioso inglese ― che succederà prima o poi che una palla cada a terra e tutti quelli che sono attorno additeranno la palla caduta, non quelle che siamo riusciti a tenere in movimento. Tutti diranno: “Ah, ecco, hai infranto il principio dell'autonomia del paziente, hai infranto il principio della giustizia”, senza considerare quali e quante acrobazie abbiamo fatto per salvare il maggior numero di valori in gioco...

Per quanto interessante possa essere questo approccio teorico, dichiaro che la mia preferenza va alla teorizzazione dei princìpi proposta dallo studioso spagnolo Diego Gracia, di cui le edizioni San Paolo hanno tradotto in italiano un’opera magistrale: Fondamenti di bioetica (1993). Gracia sostiene che è pienamente difendibile la tesi che questi quattro principi possono essere considerati come il sunto di tutta la storia culturale dell’occidente relativamente all’etica medica. Tuttavia non dobbiamo pensarli come posti sullo stesso piano e neppure ― secondo l’immagine di Raanan Gillon ― dobbiamo cercare di giocarli tutti quanti contemporaneamente, ma è necessario stabilire tra loro una gerarchia. Ci sono dei princìpi che configurano un dovere più fondamentale e irrinunciabile.

Il primo dovere è quello, che si impone sopra tutti in medicina, di non recare detrimento al paziente. Si tratta del primum non nocere, già identificato dall’etica ippocratica. Il non fare il male a una persona è un principio non negoziabile, che per di più è sottratto alla disposizione del soggetto stesso. Ciò vuol dire che, anche se un paziente pienamente capace di intendere e di volere chiedesse qualche cosa che alla valutazione della sensibilità morale della società risulta un male, siamo autorizzati a non concederlo. Il male non si deve fare neppure a chi lo chiede.

Ugualmente non negoziabile è l’altro principio fondamentale, quello della giustizia. Anche questo non dipende dalla volontà delle persone. La richiesta fondamentale della giustizia è che tutti nella nostra società debbano essere trattati con uguale considerazione e rispetto. Non c’è una vita che vale di più o una vita che vale di meno. A questo principio arriviamo sia attraverso la definizione di persona, sia attraverso la via kantiana del rispetto dell’individuo, che va trattato come fine, non come mezzo.

Diverso invece è il secondo livello regolato dai principi dell’autonomia e

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della beneficità. L’autonomia della persona richiede che siano rispettati i valori e le preferenze di ognuno. E la beneficità, cioè fare il bene del malato, dipende da quello che il malato, o la singola persona, valuta come il proprio bere.

La non-maleficità e la giustizia sono principi assoluti, che noi dobbiamo assolutamente rivendicare. In questa accentuazione possiamo individuare l’apporto dell’Europa, che ha una coscienza infelice nei confronti di quello che è riuscita a perpetrare conculcando queste fondamentali esigenze di rispetto dell’umanità. Infliggendo deliberatamente il male, violando l’integrità personale e la giustizia (pensiamo soltanto ai campi di sterminio nazisti), l’Europa è scesa sotto il minimo morale. Il non procurare danno agli altri e dare a tutti uguale considerazione e rispetto sono i “minima moralia” (Th. W. Adorno), sotto i quali non c’è etica, anche se tutta la società, per ipotesi, fosse d’accordo. Questa prospettiva rende inaccettabile un contrattualismo in cui basta cercare il bene della maggior parte delle persone, se ciò è ottenuto ai danni di qualcuno o non attribuendo a qualche attore sociale uguale considerazione e rispetto.

La beneficità, invece, tutelata dall’autonomia, è la ricerca del massimo morale. La non maleficità e la giustizia sono il minimo morale al di sotto del quale ogni società non deve scendere; anche se vi scendesse col consenso di tutti, sarebbe una società immorale. L’autonomia e la beneficità domandano, invece, quali massimi morali, che siano stabiliti con il contributo della persona.

Ciò implica che un’etica medica, che si presenti in versione aggiornata di una bioetica tutta rivolta alla difesa del minimo morale (per esempio, della difesa a oltranza di un’etica della sacralità della vita) non è sufficiente. Volenti o nolenti, siamo entrati in un’epoca in cui nelle nostre scelte dobbiamo fare i conti con il massimo morale, ovvero con quello che, soggettivamente, ciascun soggetto morale coniuga con la ricerca della felicità o del bene, con la vita morale, così come emerge dai valori e dalle preferenze individuali.

Da questa impostazione voglio trarre solo una conseguenza, relativa alla pratica del “consenso informato”. C’è un modo molto discutibile di lasciar entrare nel mondo della medicina ciò che è maggiormente caratteristico dell’èra della modernità, dei diritti e dell’autonomia dell’individuo, ed è l’uso burocratico del consenso informato, ridotto a un modulo da far firmare al paziente prima di un intervento diagnostico o terapeutico. L’accento qui cade sul consenso, visto soprattutto come una pratica finalizzata all’autotutela del professionista nei confronti di possibili sequele di tipo giuridico e giudiziario. Una “liberatoria” ― in parole povere ― da ottenere dal paziente.

Ma non è questo il centro di gravità delle nuova medicina. Il baricentro è l’informazione, non il consenso (anche perché sappiamo benissimo che il

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consenso un medico lo può ottenere in tante maniere; anche senza pensare a mezzi scorretti, come l’estorsione o la circonvenzione, il medico può sempre far pesare in maniera inappropriata la propria autorità sulla paura del paziente!). Non è il consenso, ma l’informazione che rende possibile la partecipazione attiva del paziente nelle decisioni che lo riguardano, cosicché possa strutturare le sue scelte secondo i propri valori.

Dobbiamo procedere oltre e affermare che neppure l’informazione sarà il primo atto. La nuova medicina ― simile in questo alla buona medicina di ieri e di sempre ― comincia dall’ascolto. L’informazione, infatti, non può essere data in maniera indiscriminata e impersonale. Bisogna cominciare con lo stabilire chi è la persona che deve essere informata, qual è il suo mondo morale, come articola la ricerca della felicità, quali sono le sue preferenze, qual è la buona vita e la buona morte per questo singolo individuo. Siamo così costretti a passare al di là del pluralismo delle culture, per confrontarci con l’unicità degli individui.

All’inizio di ogni buona pratica medica c’è un ascolto differenziato che, con una leggera forzatura, potremmo ricondurre alla domanda: “Tu a che tribù appartieni?”. Perché all’interno di un’omogeneità culturale dobbiamo riconoscere tante tribù, che articolano diversamente i propri linguaggi morali. Alla medicina di oggi domandiamo ben più della tolleranza che nasce dal riconoscimento del pluralismo delle culture: domandiamo la capacità di modellarsi sulle diverse sfaccettature dei mondi morali che nascono dai diversi modi di concepire la vita, il dolore, il ruolo della famiglia, lo spazio riservato alla scienza medica e quello proprio della religione o delle ideologie personali.

L’intercultura: da sfida a risorsa

L’intercultura sta ponendo problemi nuovi alla nostra società. Tra questi dobbiamo considerare anche l’impatto che la presenza contemporanea di diverse culture ha sull’impianto bioetico che abbiamo appena descritto. Oltre alla definizione della base etica in base alla quale fare le nostre scelte, dovremo affrontare la formazione necessaria per affrontare le esigenze di città multiculturali e fare del pluralismo culturale un’opportunità. Si segnalano iniziative pionieristiche in questo ambito, come l’attivazione di corso di laurea in “Scienze e tecniche dell’interculturalità” presso la facoltà di lettere e filosofia dell’università di Trieste, con il conferimento di un “dottorato in interculturalità”.

La formazione interessa in modo particolare la sanità. Il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000 menziona esplicitamente, tra le “azioni” per la tutela dei soggetti deboli, “la formazione degli operatori sanitari

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finalizzata ad approcci interculturali nella tutela della salute”. Non si tratta di introdurre la medicina delle migrazioni come una nuova branca della medicina, e tanto meno come una nuova specializzazione. La medicina che si sviluppa prendendo sul serio l’interculturalità è fondamentalmente la medicina delle relazioni: reagendo alla tendenza a spostare il piano diagnostico verso l’oggettivazione strumentale, come predilige l’organicismo, la medicina deve imparare a integrare gli scenari e i contesti socio-culturali, nonché le risorse individuali e collettive del paziente. Il gruppo di appartenenza, con la sua cultura, diventa la principale risorsa.

Più che dilungarci in considerazioni teoriche, sarà opportuno attingere all’esperienza concreta di chi eroga i servizi sanitari in contesti interculturali. Una ricerca molto istruttiva, diretta dall’antropologo culturale Vincenzo Padiglione, è stata svolta a Roma, tra 11 strutture del territorio, comprendenti centri di ascolto, di orientamento e prima accoglienza, servizi di assistenza sanitaria e di consulenza specialistica (Padiglione et. al., 1999). Obiettivo della ricerca era quello di individuare i modelli di comprensione delle situazioni problematiche e delle fenomenologie sociali legate all’avvento della società multietnica. In particolare, si voleva verificare se le esperienze professionali legate a tali fenomenologie influiscono sulla costruzione di una competenza interculturale negli operatori socio-sanitari coinvolti in questo tipo di esperienze.

La ricerca ha portato all’individuazione di tre modelli caratteristici che contraddistinguono l’atteggiamento degli operatori, denominati rispettivamente differenzialista, universalista e di dialogo interculturale. Il modello differenzialista presuppone che il fenomeno dell’immigrazione possa essere affrontato come se esistessero problemi “etnospecifici” per “specifiche etnopersone”, quasi che le differenze d’origine fossero stabilmente “iscritte nella pelle” degli immigrati. Esaltare la specificità delle esigenze culturali si traduce nella pratica di una maggiore attenzione agli elementi immediatamente tangibili che marcano l’appartenenza culturale, primo fra tutti la lingua.

La seconda prospettiva da cui si può guardare l’intercultura è quella del fronte universalista. Essa parte dall’idea che sia possibile cogliere nelle persone immigrate, a prescindere dalla loro provenienza, delle caratteristiche invarianti, come se fossero tratti di personalità comuni a tutti i popoli. In questa prospettiva si ritiene inutile ricercare prodotti mentali a latitudini differenti, in quanto le emozioni, i comportamenti e gli affetti sono ritenuti fondamentalmente simili, almeno nei processi di base caratterizzanti. In questa direzione va letta una certa tendenza a credere che un modello di intervento possa risultare “universalmente efficace”.

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La terza prospettiva per leggere i fenomeni e i problemi legati all’intercultura è denominata dalla ricerca in questione dialogo interculturale. Questa posizione considera il tema dell’incontro tra culture ponendo attenzione alla conoscenza interculturale reciproca che si viene a creare nell’incontro stesso tra l’utente immigrato e l’operatore a cui si rivolge, partendo da un rapporto che rispetta le differenze culturali e accetta le diversità dei linguaggi in cui i due partecipanti alla relazione sono portatori, le osserva e le negozia nello svolgersi della relazione. L’attenzione privilegiata alla relazione tra l’utente e il contesto di inserimento consente agli operatori di svincolarsi da un tipo di intervento che cerca di dare semplicemente una risposta a un bisogno concreto, stimolando invece un atteggiamento attivo negli utenti per affrontare i loro problemi.

È interessante confrontare la ricerca svolta nel territorio romano con la rilettura critica di Marco Mazzetti (Padiglione et al., 1999, pp. 154-158). Mentre la ricerca individua tre “stili” nell’impostazione di un servizio sanitario interculturale, Mazzetti, sulla base di numerose osservazioni maturate soprattutto nell’ambito dei servizi agli immigrati gestiti dalla Caritas, mette in evidenza tre “fasi”, che attraverserebbero i servizi nel corso del tempo. Le tre fasi sono chiamate, dell’“esotismo”, dello “scetticismo” e del “criticismo sanitario”. A fronte degli atteggiamenti che mutano negli operatori, si registrano anche trasformazioni nel modo in cui gli immigrati si avvicinano ai servizi. Una tabella, proposta da Mazzetti, illustra sinotticamente i cambiamenti negli operatori e in coloro che ricevono i servizi:

Il confronto tra le due tipologie ― da una parte i tre modelli differenzialista, universalista e dialogo interculturale proposti da Padiglione, dall’altro le tre fasi dell’esotismo, dello scetticismo e del criticismo sanitario suggerite da Mazzetti ― lascia aperto un interessante ambito di ulteriore ricerca. Si tratta di verificare se gli atteggiamenti degli operatori esposti sul fronte dell’intercultura si modificano col tempo (cambiamenti diacronici), oppure se sono sincronicamente presenti, a seconda del modello dominante nel singolo servizio.

Da questa rilettura delle esperienze possiamo trarre un’indicazione preziosa per caratterizzare la medicina interculturale: essa non ha a che fare un paziente “straniero”, pietrificato nella sua diversità; né con un paziente “omologato”, da trattare come isoculturale. La medicina interculturale mette in relazione delle persone in cammino, in atto di riformulare continuamente la propria identità. Non è soltanto l’immigrato, infatti, a rischio di perdere la propria identità e sottoposto allo stress di riformularne una nuova: anche l’identità professionale del medico, con il suo bagaglio di certezze, è sottoposta a un’analoga spinta al cambiamento.

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Medico

Paziente

1° Fase

Esotismo

“Sindrome di Salgari”

“Sindrome da General Hospital”

2° Fase

Scetticismo

“questo non ha niente”

“mi fa solo perdere tempo”

“questo medico non vale molto”

“mi curano male

perché sono straniero”

3° Fase

Criticismo

- superare i pregiudizi

- considerare la diade

medico/paziente

- accettare i limiti del medico

e della medicina

- comprendere cosa sia

realisticamente possibile avere

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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Engelhardt T., Manuale di bioetica, tr. it. Il Saggiatore, Milano, 1999.

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Gillon R., “Medical ethics: four principles plus attention to scope”, in British Medical Journal, 309, 1994, pp. 184-188.

Illich I., Nemesi medica. L’espropriazione della salute, tr. it. Mondadori, Milano, 1976.

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Padiglione V. et. al., “Intercultura e servizi alla persona”, in L’Arco di Giano, n. 19, 1999, pp. 143-158.

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Spinsanti S., Chi ha potere sul mio corpo? I nuovi rapporti medico-paziente, ed. Paoline, Milano, 1999.

Etica e sanità in una società pluralistica e multiculturale

Book Cover: Etica e sanità in una società pluralistica e multiculturale
Part of the Medicine non convenzionali series:
  • Etica e sanità in una società pluralistica e multiculturale

Sandro Spinsanti

ETICA E SANITÀ IN UNA SOCIETÀ PLURALISTICA E MULTICULTURALE

in Prospettive Sociali e sanitarie

anno XXVI, n. 21-22, 1-15 dicembre 1996, pp. 3-8

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Il rapporto tra etica, sanità e pluralismo di valori, nel concerto delle molte culture che vivono l’una accanto all’altra nella nostra società può sembrare, a una prima approssimazione, un problema artificiale. O quanto meno enfatizzato per dar materia di discussione agli intellettuali, più che un ambito della pratica medica che ponga dei reali interrogativi a chi la medicina la esercita come professione e a chi ne usufruisce come paziente. Il fatto è che l’etica medica non si è mai sentita messa seriamente in discussione dal pluralismo dei valori e dalla molteplicità delle culture. Una società pluralista e multiculturale sembra piuttosto destinata a mettere ancor più in risalto la forza dell’etica medica.

La permanenza dell’etica medica, inalterata nel tempo, costituisce un fenomeno unico nella storia della nostra civiltà. Se pensiamo ai cambiamenti avvenuti nella civiltà occidentale, dall’epoca greco-romana ad oggi, in 25 secoli di storia, non riusciamo a identificare nessun sistema di pensiero, nessuna istituzione civile o religiosa che abbia resistito alla prova del tempo, senza adattarsi e trasformarsi. La medicina stessa così come la esercitiamo oggi, non è sicuramente la medicina di Ippocrate o di Galeno, e neppure quella di Pasteur; per non parlare dei cambiamenti a cui sono soggetti i sistemi sanitari. In Italia in quindici anni abbiamo fatto la riforma sanitaria, con l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, e la riforma della riforma. Eppure in questo scenario di cambiamento, di continua modellazione del pensiero e della pratica, qualcosa ha resistito alla prova del tempo: l’etica medica.

L’etica medica ha trovato un consenso stabile nelle società, malgrado tutte le trasformazioni avvenute in superficie e in profondità. Quando ci riferiamo ai valori che ci permettono di discriminare tra buona e cattiva medicina, sembra che possiamo appoggiarci su modelli transtemporali. Non è infrequente che anche ai nostri giorni vengano convocati convegni sotto l’egida dell’etica ippocratica. I punti interrogativi ― del tipo: è ancora attuale il giuramento di Ippocrate? ― hanno per lo più un valore retorico: la convinzione diffusa è che quel modello di buona medicina sfida il tempo. Un po’ come il modello del buon samaritano in ambito religioso: in ogni tempo e in ogni cultura l’etica medica si gioca intorno agli stessi valori.

Per quanto numerose siano le sollecitazioni della realtà di oggi riguardo al progresso biomedico, l’etica medica, intesa come consenso condiviso nella società sui valori ai quali deve ispirarsi una buona medicina, continua a proporsi come un modello stabile. In epoca di “pensiero debole”, l’etica medica vale invece come esempio emblematico di pensiero quanto mai forte.

La società post-moderna si dichiara ideologicamente attrezzata per far convivere la diversità di valori, di comportamenti, di morali; la tolleranza è l’acquisizione più permanente della rivoluzione liberale che ha inaugurato l’epoca moderna. Ma nella medicina vale un altro registro. Essa fa fronte alla diversità dei mondi morali di appartenenza

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presupponendo implicitamente che quando si tratta della cura della malattia e della promozione della salute esista un’unica etica, e che questa etica valga per tutti. Qualunque siano le opzioni individuali riguardo alla sessualità, alla politica e alla vita privata, in medicina vale una specie di "semper et ubique”.

I principi dell’etica medica

Questa etica medica, che ha attraversato i tempi inalterata, sopravvivendo alle grandi rivoluzioni che ha conosciuto la medicina, si può circoscrivere all’interno di alcuni paletti ben definiti. Il più chiaro è quello che, nel linguaggio dei filosofi, è stato descritto come “il principio di beneficità”. In termini colloquiali, si può dire che nella medicina è considerato in accordo con l’etica ciò che è fatto per il bene del paziente. La medicina è una impresa tutta orientata ad arrecare benefici al paziente; finché la medicina può giustificare ciò che fa ― qualunque cosa sia: dalla mano sulla fronte, all’interferone, dal placebo al trapianto di organi, dall’aspirina alla manipolazione genetica ― come un beneficio arrecato alla salute del paziente, tutto è eticamente giustificabile.

Nella nostra tradizione non si registra quasi nessuna voce stonata che, cantando fuori dal coro, metta in discussione che la medicina sia per natura sua un’impresa etica, in quanto rivolta al bene delle persone. Il “quasi” restrittivo si riferisce alle critiche alla medicina nate per lo più in ambito letterario. Più precisamente, teatrale.

Se vogliamo lasciare il classico Molière, e le sue celebri frecciate contro i medici, non possiamo dimenticare, più vicino a noi cronologicamente, l’irriverente George Bernard Shaw. Alla critica delle intenzioni dei medici ha dedicato una pièce, rappresentata per la prima volta nel 1903, a Londra: Il dilemma del dottore. Il suo acume polemico non è rivolto contro la medicina in se stessa, bensì contro la presunzione della medicina di riuscire a combinare l’interesse del medico e l’interesse del paziente. Dubitando quasi che la commedia in se stessa non fosse sufficiente a esplicitare il suo assunto, Bernard Shaw ha corredato la pièce di uno scritto polemico di commento, dove leggiamo tra l’altro: “Che una nazione di uomini sani di mente, avendo constatato che la produzione di pane viene stimolata dai profitti conseguiti dai fornai, consenta ai chirurghi di trarre un profitto analogo dal taglio delle mie gambe, è un fatto di per se sufficiente a farci perdere ogni fiducia nel consorzio civile. Eppure è proprio questo quello che noi abbiamo autorizzato”.

La sofisticazione di Bernard Shaw nel Dilemma del dottore è di non mettere direttamente in questione l’interesse economico ― vale a dire: più il medico fa medicina, più taglia gambe, più prescrive farmaci, e più guadagna ― ma di introdurre sulla scena un interesse non economico: nel caso specifico, l’interesse del dottore è quello di sposarsi una possibile vedova, che avrebbe molte buone probabilità di diventare tale se non fosse lui a curare il marito tisico della signora, ma un collega di cui conosce l’incompetenza. Il sasso contro le intenzioni “benefiche” che animerebbero i medici era lanciato.

Un paio di decenni dopo un altro uomo di teatro, Jules Romains, ha messo in scena nel 1923: Il dottor Knock e il trionfo della medicina. Con il tempo, questa pièce si è affermata come una delle più radicali rimesse in discussione dalla medicina. Tutto è contenuto in “in nuce” nel titolo della tesi di laurea attribuita al dott. Knock: “Sui pretesi stati di salute”. Il sano è un malato che si ignora. La medicina equivale a un progetto di medicalizzazione intensiva della società. Nell’opera di Jules Romains ci sono già tutte le premesse per quella critica di tipo sociologico che verrà sviluppata negli anni Settanta del nostro secolo da studiosi come Ivan Illich, Jacques Attali, McKeown. Una delle illusioni più pericolose ― per riassumere la tesi centrale di Ivan Illich ― è che per avere migliore salute bisogna accrescere la quantità delle cure mediche; la medicalizzazione intensiva porta, invece, all’espropriazione della salute.

Ma, a parte queste voci dissonanti, che sono state subito emarginate, nessuno ha rimesso in discussione la convinzione generale che la medicina sia un’impresa rivolta al bene dell’uomo e quello che la medicina fa, purché porti un beneficio a paziente, sia eticamente giustificato.

A questo primo pilastro dell’etica medica tradizionale corrisponde, in maniera simmetrica, la seconda convinzione: che nell’etica medica quello che si domanda al paziente è di affidarsi e di fidarsi del medico, il quale prende le decisioni, in scienza e coscienza, per il bene del paziente. “Il malato comincia a guarire ― affermava il celebre clinico spagnolo Gregorio Marañon ― quando obbedisce al medico”.

La medicina è considerata una struttura essenzialmente etica, in quanto si basa su una fiducia. Il malato confida nella correttezza del medico e nella sua disponibilità a lasciarsi guidare in modo prioritario dalla volontà di fare il bene del paziente.

La terza dimensione condivisa nella nostra società è il considerare di prendersi cura di qualcuno come una impresa sociale; più in particolare, come un problema familiare. Quando scattano le emergenze della salute noi non rileviamo la tendenza a risolverle in modo individualistico; queste situazioni scatenano piuttosto la solidarietà, provocano la mobilitazione del complesso familiare. Nella nostra tradizione noi non ci rapportiamo con il medico come un individuo ― con un suo mondo morale che è unico e irripetibile ― con un altro individuo, ma come gruppo familiare. Ci sono dei medici che non riescono a parlare con il proprio paziente nell’ambulatorio, perché il paziente ― anche adulto ― è sempre accompagnato dalla mamma, la signora dal marito, il marito dalla moglie. Come interlocutore del medico si pone sempre il gruppo familiare. Le decisioni mediche, anche nella loro dimensione etica, si scontrano con l’ethos, i valori condivisi dalla famiglia.

Questo profilo dell’etica medica ha praticamente attraversato tutti i cambiamenti, producendo un consenso fondamentale sul fatto che il medico e il paziente, il paziente e la sua famiglia, praticamente fossero dei mondi interpersonali, che condividevano gli stessi

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valori circa la salute, anche quando divergevano su altri valori sociali o etici. Era diffusa la convinzione che si possa agevolmente identificare una omogeneità sostanziale intorno a ciò che è buono, auspicabile e giusto quando si tratta di riparare o difendere la salute. Per quanto parcellizzati e divergenti possano essere gli universi morali, così che possiamo arrivare a considerarci in molti ambiti estranei gli uni con gli altri, ciò non vale quando consideriamo la salute. Nella salute non siamo stranieri morali; facciamo parte di una stessa comunità tenuta insieme da uno stesso cemento, che è l’etica medica.

In un contesto di questo genere al pluralismo morale vero e proprio viene attribuito un ruolo marginale nella società, quasi di folclore. Basti pensare che cosa succede quando di fronte a un medico in un ospedale arriva un vero “straniero morale”. Nella nostra società non riesco a trovare un esempio più chiaro per questo ruolo che il testimone di Geova, in quanto ha un universo di riferimento ― convinzioni religiose e valori morali ― che non è condiviso dalla maggior parte della società. Qualcuno ha detto che l’incubo di ogni medico è di incontrare, un giorno o l’altro, un testimone di Geova che rifiuta una trasfusione sanguigna, quando sia medicalmente indicata o addirittura assolutamente necessaria. Il campionario delle strategie messe in atto dai medici per sfuggire al confronto destabilizzante con un sistema di riferimento etico che contrasta con l’etica medica consolidata si estende dalle più grossolane ― strappare di nascosto il foglietto che proibisce la trasfusione trovato nel portafoglio del malato adulto ― alle più raffinate ― far abbassare la glicemia fino a che sopravvenga uno stato di non lucidità, per sentirsi poi giustificati a procedere in stato di necessità ―.

L’obiezione di coscienza che viene da uno straniero morale, il quale dichiara: “Piuttosto che farmi trasfondere il sangue io preferisco la morte; piuttosto il martirio che l’abiura”, non è presa sul serio dal mondo medico, forte del consenso sociale che circonda l’etica medica dell’Occidente. I pochi casi in altri ambiti della medicina che finora hanno attirato l’attenzione ― per esempio, la protesta di un iman per un espianto di organi a un giovane musulmano deceduto, in contrasto con le indicazioni etiche della sua religione ― non hanno messo seriamente in discussione la struttura monolitica dell’etica medica.

In fondo, non sentiamo che la presenza di persone con un altro universo di valori, un’altra religione, un modo diverso di concepire la vita e di legittimare l’intervento medico, minacci la solida etica medica, che ha attraversato 25 secoli di storia culturale, quale espressione di un consenso di tutti nella nostra società su ciò che è appropriato fare al malato e su quello che il malato vuole per sé.

Bioetica e pluralismo culturale

Ma è arrivata la stagione della bioetica e ha rimesso in discussione questo punto di riferimento. Dobbiamo riconoscere che l’Italia non ha svolto un ruolo attivo in quel cambiamento di rapporti tra sanitari e pazienti che si può ricondurre alla bioetica. Da noi è avvenuto piuttosto che molte istanze normative del passato si sono semplicemente riciclate come bioetica, limitandosi a cambiare etichetta. La bioetica, intesa come fondamentale rimessa in discussione in seno alla società ciò che è giusto, doveroso o appropriato nella cura della salute, ha bisogno di un contesto appropriato, che è quello del pluralismo culturale e del riconoscimento del diritto alla diversità. Non è per caso che la bioetica sia cresciuta nell’humus della società americana.

Uno studioso di bioetica molto noto, Tristam Engelhardt, ha fatto una descrizione molto vivida dei paradossi a cui si trova di fronte un americano: “Noi” ― dice sostanzialmente Engelhardt ― “dobbiamo trovare un’etica comune che valga per il mormone di Salt Lake City come per l’omosessuale militante e gay di Los Angeles, per il cattolico fondamentalista come per il battista ancora più fondamentalista del profondo Sud; per il filippino che aderisce ancora, sostanzialmente, alla lingua e ai valori morali della sua comunità come per l’intellettuale più liberal e ateo che si possa immaginare”. La bioetica americana è nata con l’intento di trovare una composizione che permetta la convivenza tra valori e stili di vita così diversi, che si traducono in scelte attinenti alla medicina e alla sanità.

L’interpretazione è valida, ma non chiarisce ancora lo spirito che anima la bioetica come movimento culturale. L’America è l’unico paese che ha avuto il coraggio di mettere nella propria costituzione, quella che ha sancito la sua indipendenza nel 1776, che ogni essere umano nasce con alcuni fondamentali diritti che gli sono stati dati da Dio, che nessuno stato può rimettere in discussione o conculcare: oltre al diritto alla vita e alla libertà, ha proclamato anche un terzo diritto, quanto mai inquietante, che nessuna altra costituzione ha mai ripreso, il diritto a cercare la felicità (the pursuit of happiness).

Questo diritto corrisponde fondamentalmente al diritto di fare per la propria vita le scelte che ognuno ritiene più consone ai propri valori e al modello di vita ideale. Nessuno stato può' dire qual è la buona vita per me; nessuna politica, nessuna legge, nessuna preoccupazione di tutela può entrare nell’ambito in cui io dò forma alla mia vita morale. Questo terzo diritto non è diventato rilevante per l’etica medica finché non è sbocciata la stagione in cui quello che la medicina può fare diventa veramente una possibilità di modificare la buona vita o la ricerca della felicità, così come ognuno soggettivamente riesce a modellarla. Finché, in altre parole, la medicina è stata fondamentalmente un’impresa, benefica sì, ma sostanzialmente impotente a modificare il corso naturale della vita con l’offerta alle persone delle alternative vere circa la durata e la qualità della vita, non è entrata in rotta di collisione con il diritto alla felicità. Lo diventa nel momento in cui la medicina può farlo; e oggi la medicina può pesantemente interferire con il progetto esistenziale del malato.

La nostra medicina ha acquistato una potenza reale che era impensabile in passato. Con gli interventi che alcuni

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definiscono di “accanimento terapeutico” ed altri semplicemente di volontà determinata di prolungare o di rendere possibile la vita in condizioni limite (pensiamo, per tutte, alla possibilità di conservare per un tempo indefinito persone in coma vegetativo permanente), si configura una situazione nuova, in cui quello che la medicina può fare può non essere in consonanza con il diritto di ciascuno di cercare la felicità o la buona vita così come desidera.

Questo fa sì che la differenza non è più soltanto tra il mormone, l’ebreo, il cattolico e l’ateo: la diversificazione passa trasversalmente dentro ogni famiglia, dentro ogni comunità di appartenenza. Nella stessa famiglia, io e il mio fratello gemello possiamo avere idee completamente diverse su ciò che è appropriato o non è appropriato per una cura della salute in armonia con il nostro desiderio di vita felice.

Questo è il luogo originario della bioetica. Essa nasce da una medicina che conosce il successo, ma allo stesso tempo deve fare i conti con il lato oscuro del successo. Conosce la disperazione di non avere più dei punti di riferimento impersonali e oggettivi, validi per tutti, ma deve assumere i punti di riferimento soggettivi dell’individuo. Ciò che vale per tutti e per ciascuno si scontra necessariamente con l’articolazione soggettiva che ognuno fa delle proprie differenze.

L’apporto della bioetica americana

Che cosa ha fatto la bioetica americana per rispondere a questa situazione? Non ha elaborato un’etica universale, quasi fosse un surrogato della morale religiosa. Nella nostra società non è venuta meno solo la forza compaginante delle religioni, ma anche l’illusione illuminista di trovare nella ragione un discorso che valga per tutti e per ciascuno nella società ad un livello minimo. Dobbiamo arrivare a un altro modo di approcciare i problemi e di proporre norme. L’apporto della bioetica americana è stato quello di elaborare una lingua franca pensata in modo da valere per tutti. È la lingua dei principi.

Riprodotto in termini molto semplici, l’approccio dei principi può essere ricondotto al seguente ragionamento: ognuno di noi ha una comunità morale di appartenenza, di tipo religioso o di tipo laico, che condivide determinati valori; ognuno di noi ha delle preferenze individuali, delle opzioni, delle scelte di vita che nascono da una certa gerarchia di valori. Senza annullare tutte queste differenze, possiamo tuttavia trovare un accordo nella società su alcuni principi fondamentali che devono essere rispettati.

I quattro principi con i quali le nostre scelte si devono confrontare sono: il principio della beneficità (purtroppo il termine inglese “beneficence” è stato tradotto infelicemente in italiano come principio della beneficenza; in italiano suscita sempre molta ilarità quando si dice che i medici devono agire secondo il principio della beneficenza...; in realtà questo principio coincide con quello che conosciamo dalla tradizione dell’etica medica: fare il bene del malato), il principio della non maleficità (ovvero di non procurare un danno al malato), il principio dell’autonomia, il principio della giustizia.

Questi principi fondamentali formano un quadro analitico generale, un linguaggio morale comune in una società pluralista. Anche se non sono facilmente traducibili in regole operative. I principi valgono “prima face”, cioè valgono a meno della dimostrazione del contrario. Il principio è vincolante, a meno che non entri in conflitto con un altro principio.

Questo approccio dei principi ha avuto molto successo, ma ha creato anche una certa delusione. Perché questi principi, che suonano molto chiari e convincenti finché li enunciamo in astratto, ci abbandonano quando di fatto entriamo nelle decisioni concrete, quando ci troviamo, come medici o come malati, di fronte a delle alternative. Il sistema dei principi, dopo aver contribuito alla diffusione e alla popolarità di immagine della bioetica come discorso pubblico, specialmente nei paesi anglosassoni, è stato rimesso in discussione dagli studiosi della disciplina.

Raanan Gillon, uno studioso inglese, pur difendendo e proponendo questi principi, ha proposto un’immagine molto interessante, che forse si avvicina un po’ di più a quello che facciamo tutti in realtà. A suo avviso, i principi non vanno presi come degli assoluti, nel senso che un solo principio ― come “fare il bene del paziente”, oppure rispettare “l’autonomia del paziente” ― ci risolva tutti i problemi. All’illusione che ci sia una specie di regole prescrittive, che una volta formulate ci dicono cosa bisogna fare ora, in questo momento, o qualcosa come un algoritmo dal quale ricavare il comportamento che si addice alla situazione, noi dobbiamo sostituire l’immagine del giocoliere.

Un bravo giocoliere è tanto più abile quante più palle sa tenere per aria per un periodo più lungo di tempo. Nella bioetica che si affida ai principi ― afferma Raanan Gillon ― non possiamo scegliere un solo principio per esempio: fare il bene del malato; oppure affidarsi, come in genere preferisce la bioetica americana che è molto individualista, alla volontà del malato, cosicché l’unica condizione da rispettare sia la sua decisione, sulla base del “consenso informato” ― e attenerci a questo solo principio. Piuttosto dobbiamo tenere, come un giocoliere, in movimento più palle ― più principi ―tutti quanti insieme; sapendo già in anticipo ― commenta in maniera realistica lo studioso inglese ― che succederà prima o poi che una palla cada a terra e tutti quelli che sono attorno additeranno la palla caduta, non quelle che siamo riusciti a tenere in movimento. Tutti diranno: “Ah, ecco, hai infranto il principio dell’autonomia del paziente, hai infranto il principio della giustizia”, senza considerare quali e quante acrobazie abbiamo fatto per salvare il maggior numero di valori in gioco...

La teorizzazione dei principi di Diego Gracia

Per quanto interessante possa essere questo approccio teorico, dichiaro che la mia preferenza va alla teorizzazione dei principi proposta dallo studioso

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spagnolo Diego Gracia, di cui le edizioni San Paolo hanno tradotto in italiano un’opera magistrale: Fondamenti di Bioetica. Gracia sostiene che è pienamente difendibile la tesi che questi quattro principi possono essere considerati come il sunto di tutta la storia culturale dell’occidente relativamente all’etica medica. Tuttavia non dobbiamo pensarli come posti sullo stesso piano e neppure ― secondo l’immagine di Raanan Gillon ― dobbiamo cercare di giocarli tutti quanti contemporaneamente, ma è necessario stabilire tra loro una gerarchia. Ci sono dei principi che configurano un dovere più fondamentale e irrinunciabile.

Il primo dovere è quello, che si impone sopra tutti in medicina, di non recare detrimento al paziente. Si tratta del primum: non nocere, già identificato dall’etica ippocratica. Il non fare il male a una persona è un principio non negoziabile, che per di più è sottratto alla disposizione del soggetto stesso. Ciò vuol dire che anche se un paziente pienamente capace di intendere e di volere chiedesse qualche cosa che alla valutazione della sensibilità morale della società risulta un male, siamo autorizzati a non concederlo. Il male non si deve fare neppure a chi lo chiede.

Ugualmente non negoziabile è l’altro principio fondamentale, quello della giustizia. Anche questo non dipende dalla volontà delle persone. La richiesta fondamentale della giustizia è che tutti nella nostra società debbano essere trattati con uguale considerazione e rispetto. Non c’è una vita che vale di più o una vita che vale di meno. A questo principio arriviamo sia attraverso la definizione di persona, sia attraverso la via kantiana del rispetto dell’individuo, che va trattato come fine, non come mezzo.

Diverso invece è il secondo livello regolato dai principi dell’autonomia e della beneficità. L’autonomia della persona richiede che siano rispettati i valori e le preferenze di ognuno. E la beneficità, cioè fare il bene del malato, dipende da quello che il malato, o la singola persona, valuta come il proprio bene.

La non-maleficità e la giustizia sono principi assoluti, che noi dobbiamo assolutamente rivendicare. In questa accentuazione possiamo individuare l’apporto dell’Europa, che ha una coscienza infelice nei confronti di quello che è riuscita a perpetrare conculcando queste fondamentali esigenze di rispetto dell’umanità. Infliggendo deliberatamente il male, violando l’integrità personale e la giustizia (pensiamo soltanto ai campi di sterminio nazisti), l’Europa è scesa sotto il minimo morale. Il non procurare danno agli altri e dare a tutti uguale considerazione e rispetto sono i “minima moralia” (Adorno), sotto i quali non c’è etica, anche se tutta la società, per ipotesi, fosse d’accordo. Questa prospettiva rende inaccettabile un contrattualismo in cui basta cercare il bene della maggior parte delle persone, se ciò è ottenuto ai danni di qualcuno o non attribuendo a qualche attore sociale uguale considerazione e rispetto.

La beneficità, invece, tutelata dall’autonomia, è la ricerca del massimo morale. La non maleficità e la giustizia sono il minimo morale al di sotto del quale ogni società non deve scendere; anche se vi scendesse col consenso di tutti, sarebbe una società immorale. L’autonomia e la beneficità domandano, invece, quali massimi morali che siano stabiliti con il contributo della persona.

Ciò implica che un’etica medica, che si presenti in versione aggiornata di una bioetica tutta rivolta alla difesa del minimo morale (per esempio, delle difese a oltranza di un’etica della sacralità della vita) non è sufficiente. Volenti o nolenti, siamo entrati in un’epoca in cui nelle nostre scelte dobbiamo fare i conti con il massimo morale, ovvero con quello che, soggettivamente, ciascun soggetto morale coniuga con la ricerca della felicità o del bene, con la vita morale, così come emerge dai valori e dalle preferenze individuali.

Da questa impostazione voglio trarre solo una conseguenza, relativa alla pratica del “consenso informato”. C’è un modo molto discutibile di lasciar entrare nel mondo della medicina ciò che è maggiormente caratteristico dell’era della modernità, dei diritti e dell’autonomia dell’individuo, ed è l’uso burocratico del consenso informato, ridotto a un modulo da far firmare al paziente prima di un intervento diagnostico o terapeutico. L’accento qui cade sul consenso, visto soprattutto come una pratica finalizzata all’autotutela del professionista nei confronti di possibili sequele di tipo giuridico giudiziario. Una “liberatoria” ― in parole povere ― da ottenere dal paziente.

Ma non è questo il centro di gravità della nuova medicina. Il baricentro è l’informazione, non il consenso (anche perché sappiamo benissimo che il consenso un medico lo può ottenere in tante maniere; anche senza pensare a

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mezzi scorretti, come l’estorsione o la circonvenzione, il medico può sempre far pesare in maniera inappropriata la propria autorità sulla paura del paziente!). Non è il consenso, ma l’informazione che rende possibile la partecipazione attiva del paziente nelle decisioni che lo riguardano, cosicché possa strutturare le sue scelte secondo i propri valori.

Dobbiamo procedere oltre e affermare che neppure l’informazione sarà il primo atto. La nuova medicina ― simile in questo alla buona medicina di ieri e di sempre ― comincia dall’ascolto. L’informazione, infatti, non può essere data in maniera discriminata. Bisogna cominciare con lo stabilire chi è la persona che deve essere informata, quale è il suo mondo morale, come articola la ricerca della felicità, quali sono le sue preferenze, quale è la buona vita e la buona morte per questo singolo individuo. Siamo così costretti a passare al di là del pluralismo delle culture, per confrontarci con l’unicità degli individui.

All’inizio di ogni buona pratica medica c’è un ascolto differenziato che, con una leggera forzatura, potremmo ricondurre alla domanda: “Tu a che tribù appartieni?”. Perché all’interno di un’omogeneità culturale dobbiamo riconoscere tante tribù, che articolano diversamente i propri linguaggi morali. Alla medicina di oggi domandiamo ben più della tolleranza che nasce dal riconoscimento del pluralismo delle culture: domandiamo la capacità di modellarsi sulle diverse sfaccettature dei mondi morali che nascono dai diversi modi di concepire la vita, il dolore, il ruolo della famiglia, lo spazio riservato alla scienza medica e quello proprio della religione o delle ideologie personali.

BIBLIOGRAFIA

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