Perchè dobbiamo curare l’ammalato cronico?

Sandro Spinsanti

PERCHÉ DOBBIAMO CURARE L'AMMALATO CRONICO?

in Il nursing della cronicità

Atti del IV Corso Nazionale per Infermieri Professionali

Folgaria (TN), 24-27 settembre 1992

pp. 9-16

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Perché dobbiamo curare i malati cronici? In particolare: perché dobbiamo prenderci cura delle schiere crescenti di malati di Alzheimer, ai quali possiamo assicurare un prolungamento della vita, ma non certo quella qualità di esistenza che la maggior parte delle persone ritiene auspicabile per sé? Giustificare la cura rivolta a questo tipo di malati è una sfida a diversi livelli: personale, istituzionale e sociale. Vi è confrontato il singolo operatore, la casa di cura e la società nel suo insieme.

È più probabile che in prima istanza emergano piuttosto i problemi relativi al “come” che gli interrogativi che ruotano attorno al “perché”. Non c’è solo il ”come” tecnico (“Come medicare o prevenire le piaghe da decubito?”; “Come alimentare un malato demente che rifiuta il nutrimento?”; “Come stroncare una polmonite che sopravviene nella fase terminale di una malattia?”), ma anche un “come” che si apre sull’orizzonte dell’etica: su ciò che è bene o male, doveroso o no, utile o futile, appropriato o sproporzionato rispetto ai fini che ci proponiamo.

Intuiamo vagamente che tra il “come” e il “perché” esistono connessioni profonde. Proprio perché talvolta sentiamo che non abbiamo delle indicazioni valide circa la giusta misura ― ovvero, quello che facciamo nei confronti del singolo malato pecca per difetto o per eccesso, si avvicina all’«accanimento terapeutico» o assomiglia a un ingiustificabile abbandono ― ci poniamo l’interrogativo di fondo: perché dobbiamo curare il malato che non guarisce? Quali sono i nostri obblighi morali verso i malati cronici?

Lasciando sullo sfondo gli interrogativi del "come” relazionati all’etica clinica, rivolgiamo il nostro interesse alla giustificazione della cura del malato nella fase crepuscolare dell’esistenza, quando spesso la ragione si è spenta e l’individuo appare vegetare in attesa della fine. Siccome questa azione di assistenza e cura domanda tempo, risorse materiali e consuma le migliori energie di colui che presta le cure, questi è obbligato a darsene una ragione. Questa si situa nell’interfaccia tra noi e noi stessi, nel foro interiore della coscienza. Le risposte saranno diverse, così come diverse sono le persone e le motivazioni più profonde che guidano l’azione. Possono estendersi dalla ”pietas” filiale alla imitazione evangelica del servizio messianico rivolto ai più

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bisognosi, a quegli “ultimi” che nella gerarchia del Regno di Dio diventano “i primi”; senza dimenticare quella solida motivazione che si può ricondurre alla coscienza professionale: la consapevolezza che essere medico o infermiera o terapeuta della riabilitazione di un malato cronico è una buona professione, che si può esercitare con fierezza e con soddisfazione, con utilità propria e altrui, impiegandovi mani, cuore e creatività intellettuale.

Per quanto solide siano le ragioni che possiamo dare a noi stessi, dobbiamo anche giustificare socialmente la cura dei malati cronici. Argomentare con ragioni che non siano comprensibili solo all’interno di un orientamento etico e spirituale particolare (come rimane pur sempre anche la più ammirevole abnegazione che si ispira allo spirito del Vangelo), ma che siano condivisibili ampiamente all’interno della società civile.

Un avvio della riflessione in questa direzione può essere fornito da un’opera letteraria: il romanzo breve di Italo Calvino La giornata di uno scrutatore. Pubblicato nel 1963, riflette di fatto delle esperienze autobiografiche dello scrittore maturate nel corso di un paio di convocazioni elettorali precedenti, durante le quali aveva svolto la funzione di scrutatore di un seggio creato in un ospizio di Torino, il Cottolengo. Per il giovane intellettuale di sinistra il cronicario è un luogo non abituale. Anzi, quello che si vede sfilare davanti nel corso di quella ideale giornata è così sconvolgente che deve rimettere in discussione le proprie certezze ideologiche. All’inizio queste sono sufficientemente solide per comprendere e spiegare quello che avviene dietro quelle mura. Al suo sguardo non sfuggono le miserie dei religiosi e delle religiose che si dedicano all’assistenza caritatevole di quegli sventurati (i quali servono come serbatoio di voti a un determinato partito politico...). Ma mentre altri scrutatori del suo stesso orientamento ideologico si irrigidiscono a difendere la legalità, mano mano che si scendono i gironi di quell’inferno e le tristi figure che emergono perdono progressivamente i tratti dell’umanità, Calvino si lascia sempre più portare dal monologo interiore al di fuori del proprio quadro di riferimento. Quel “parvum” ― quei resti scomodi e dubbiosi di esseri umani di cui la società si libera affidandoli alla carità di alcuni, quegli “errori” della natura a cui neppure la più trionfalistica delle ideologie sociali può presumere di trovare una risposta soddisfacente ― si rivela un “magnum” che lo interroga in quanto cittadino e in quanto uomo. L’io narrante si rende conto progressivamente di quanto sia parziale quell’etica progressista costruita sulla centralità dell’uomo razionale e della classe lavoratrice, ma incapace poi di rendere conto di ciò che avviene ai suoi margini, dove la coscienza si obnubila e l’individuo non è più funzionale al corpo sociale.

Il clima narrativo è raggiunto dall’episodio in cui è presentato un contadino, padre di un ragazzo, debole mentale profondo. Ogni settimana, la domenica, il padre va a trovare il figlio, gli dà da mangiare, passa il tempo a guardarlo masticare. Quella comunione che si realizza in una regione della coscienza che

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sembra preclusa alla ragione e tuttavia non priva di reciprocità, si impone al giovane intellettuale come un ”mysterium magnum”.

“Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto ― sotto il cappello calato il padre, e il figlio a testa rapata come un coscritto ― in modo da continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio. Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è l’amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo”.

Esce dal Cottolengo, alla fine della giornata elettorale, con meno certezze di quando vi è entrato, ma con l’abbozzo di una riflessione esigente nata attorno all’interrogativo: ”Perché occuparci di questa umanità cronica demente?”. La riflessione che suggella il punto d’arrivo della sua meditazione ruota attorno all’essenziale: “La città dell’homo faber rischia di scambiare le sue istituzioni per il fuoco segreto senza il quale le città non si fondano né le ruote delle macchine vengono messe in moto; e nel difendere le istituzioni, senza accorgersene può lasciar spegner il fuoco”.

L’orizzonte più ampio che ci propone il letterato comprende gli interrogativi specifici propri del filosofo morale (quali criteri dobbiamo adottare per tirare il confine tra il lecito e l’illecito, il doveroso e il gratuito, il troppo e il troppo poco nella cura di questi malati?), del sociologo e dell’economista sanitario (qual è la riposta ”sostenibile” che possiamo permetterci, considerando la limitatezza delle risorse e la crescita a valanga della domanda di assistenza a malati cronici nei paesi a profilo demografico prevalentemente geriatrico?). Ed è proprio sullo sfondo di questo orizzonte più ampio, tipico dell’etica civile, che cerchiamo di articolare qualche risposta alle domande più fondamentali che affiorano quando cerchiamo di giustificare la cura fornita a persone nelle quali balugina appena qualche resto di coscienza, o è addirittura spenta del tutto.

Se cerchiamo di formulare queste domande con il linguaggio comune ― lasciando ai filosofi, ai sociologi e ai letterati di esprimersi con il linguaggio che è loro proprio ― dovremo cominciare con l’interrogativo più fondamentale di tutti: ”È naturale? È naturale farsi carico di coloro che sono, senza l’aiuto altrui, sotto lo standard della sopravvivenza?”.

Se prendiamo come punto di riferimento ciò che la natura fa, spontaneamente, dobbiamo riconoscere che non è naturale. In natura queste persone sono destinate a soccombere: la logica dell’efficienza che sottende i processi naturali non è compatibile con il peso costituito dal prendersi cura di chi non può prendersi cura di se stesso, oltre i limiti cronologici necessari per uscire dallo stato di dipendenza dell’infanzia.

È “innaturale”, dunque, farci carico degli anziani dementi. Ma c’è una “innaturalità” che costituisce per gli esseri umani la più alta ragione di fierezza.

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Ne possiamo trovare un’eco nel romanzo di Antoine de St. Exupéry: Terre des hommes. Tra i vari modelli di etica eroica ivi riportati, attira la nostra attenzione la storia di un aviatore. Un incidente aereo lo aveva fatto precipitare nelle Ande, in una regione innevata e sperduta. Le squadre di soccorso lo cercano per giorni, senza risultato. Trascorso il tempo ragionevole di sopravvivenza, abbandonano le ricerche. Ma, al di là di ogni speranza, l’aviatore torna. Ridotto in uno stato indescrivibile: aveva camminato ininterrottamente giorno e notte, perché era consapevole che, se si fosse fermato, sarebbe morto congelato. Agli amici stupefatti commenta la sua avventura con una sola frase: “Ho fatto quello che nessun animale avrebbe mai fatto”.

Possiamo adottare l’affermazione, con legittima fierezza, come stemma nobiliare dell’umanità: “Nessun animale fa quello che facciamo noi con i malati cronici e con i dementi”. Il nostro modo umano di essere animali è di non obbedire alle leggi di natura, di penetrarla con l’intelligenza, resisterle con la volontà, modificarla e superarla con la tecnica. La cronicità pone una sfida intellettuale al sapere biologico e all’azione clinica, sollecitandoci a capire i fenomeni e a rispondervi in modo più efficace. Una sfida di non minore entità è rivolta alla nostra capacità di rinsaldare i legami che permettono di tenere nella comunità degli uomini quelli che la degenerazione dei processi biologici tenderebbe a escludere.

Rivendichiamo come un privilegio della capacità etica dell’uomo la volontà di impegnarci per prolungare la vita di persone che, se fossero lasciate senza aiuto alla dura lotta per la sopravvivenza, avrebbero sicuramente partita persa. Ma questo impegno non rischia di essere disumano? Con questa domanda ci inoltriamo nel secondo degli interrogativi fondamentali che intendiamo affrontare.

È “umano” o “disumano” prolungare la vita oltre un certo limite? Apriamo un capitolo immenso e intricato, perché non esiste un modo unico e universale per valutare ciò che è umano. Diverse civiltà, in differenti epoche storiche e orizzonti antropologici, hanno dato risposte diverse alla domanda. Anche rimanendo nella scia della tradizione culturale che è propria dell’Occidente, può essere sorprendente scoprire che per la stessa etica ippocratica non era “umano” occuparsi dei malati che non sono destinati alla guarigione. Nella prospettiva della grande etica di Platone e Aristotele era biasimevole dedicare le risorse mediche ai malati condannati: non era segno di filantropia, ma di mancanza di discernimento.

Il contrasto di opinioni su ciò che è “umano” aumenta quando ci spostiamo in contesti culturali molto lontani da quelli che ci sono abituali. Il confronto con una classica narrazione giapponese, brillantemente divulgata anche da un paio di versioni cinematografiche ― La ballata di Nayarama ― ci fornisce questo salutare estraniamento. La storia è ambientata in una comunità confinata in una regione montana chiusa agli scambi e così povera di risorse da essere costretta

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a una pura economia di sopravvivenza. Sopravvive solo se riesce a contenere, da una stagione all’altra, il numero delle bocche da sfamare.

Questa esigenza si è tradotta in una regola condivisa: quando un uomo o una donna della comunità raggiunge la vecchiaia ―cinquant’anni ― deve scomparire. La comunità non può permettersi di nutrirlo oltre l’età in cui produce per gli altri. Allo scadere della data, è compito del figlio caricarsi il padre o la madre sulle spalle e, nel silenzio totale che esprime l’esclusione dalla comunità dei vivi, portarlo sulla montagna sacra di Nayarama ed esporlo, in pasto agli avvoltoi. Abbandonare il genitore è un dovere di “pietas” filiale.

Il racconto si gioca sul dramma interiore di un figlio, che vorrebbe sottrarsi al dovere di portare la madre cinquantenne sulla montagna. La madre cerca di indurlo con ogni mezzo a rispettare la regola, che è economica ed etica insieme: anche rompendosi i denti con un sasso, per indicargli che è vecchia e che il figlio non deve farsi ingannare dall’aspetto... Lo spinge a farla morire, perché dalla morte di lei dipende la vita degli altri. Questa è la regola dell’umano che ha preso forma intorno alla montagna sacra di Nayarama.

Noi oggi diamo un’altra risposta all’interrogativo se sia umano abbandonare i malati cronici, i vecchi dementi: la risposta è esattamente contraria. Siamo eredi del cristianesimo e anche del razionalismo dell’epoca moderna, che ci ha educato a vedere nella persona umana un valore in sé. Riteniamo che tutti gli esseri umani sono meritevoli di uguale considerazione e rispetto: non perché producono o hanno un valore di utilità per la società, ma semplicemente perché sono uomini.

La risposta alla domanda “Che cosa è umano?” non è data una volta per tutte. Si costruisce lentamente e faticosamente, nella storia. I condizionamenti dell’economia svolgono un ruolo non secondario nella sua strutturazione. Oggi come ieri. Dalle parti di Nayarama come nelle società del mondo tecnologico.

Certo, in modo diverso. Tuttavia è innegabile che stiamo vivendo un periodo di trapasso, che ha ripercussioni profonde sul modo di concepire i nostri doveri dei confronti della vita. Dobbiamo rinunciare all’euforia di una cultura che si pensava nell’orizzonte di uno sviluppo illimitato. Il modello della ”affluent society” era alla base del nostro modo di pensare la sanità e l’assistenza. Eravamo legittimamente fieri di essere usciti da una cultura della pura sopravvivenza. L’abbondanza ci permetteva, nel quadro di una politica di welfare state, di prenderci cura di tutti, di promettere assistenza in base al bisogno, non in misura della capacità economica di pagare i servizi.

Non si può negare un alto profilo morale al progetto di farsi carico di tutti, quindi anche di assumere il peso schiacciante costituito dai malati cronici. Il progetto ha solo il difetto non trascurabile di non poter essere realizzato. L’euforia legata alla prospettiva del progresso illimitato è morta probabilmente quel giorno del 1973 in cui siamo stati costretti a lasciare ferme le macchine e ad andare a piedi. Era festosa, quella domenica; ma era anche carica di una svolta

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epocale. Ci rendevamo conto che il petrolio non è un bene inesauribile, così come non lo sono le risorse non rinnovabili. Dovevamo introdurre nel nostro modo di progettare la vita un concetto che avevamo eliminato: quello del limite.

Come sottoesistenza di questa società che aveva abolito il concetto di limite c’era anche una medicina ottimista sulla possibilità di sconfiggere tutte le malattie, di prevenirle, di prolungare la vita umana. Reintrodurre il limite non è un ripiego, né implica l’ammissione di una sconfitta dell’utopia da parte dell’economia. Ripensare la vita come limitata è, piuttosto, una necessità suggerita dalla saggezza antropologica. Ci rendiamo conto che, se non adottiamo un modello di vita umana che si svolge nell’arco di un ciclo naturale ― nasce, si sviluppa, raggiunge la maturità, poi decade e va incontro alla fine inevitabile ― non miglioriamo la vita, ma ne produciamo una deformazione. La quale, oltretutto, è dolorosa: prolungando indebitamente la vita, moltiplichiamo le sofferenze, le disuguaglianze e le ingiustizie.

A questo punto si affaccia un altro degli interrogativi elementari, sul cui filo stiamo sviluppando la nostra riflessione: “È giusto quello che noi facciamo per i cronici?”. Dopo aver difeso, con la perorazione più accalorata possibile, l’impegno "innaturale” a prenderci cura di coloro che non sono capaci di provvedere a se stessi, e dopo affermato con vigore che nella nostra cultura il minimo etico da tutelare è quello che prescinde da una considerazione di utilità, ma richiede piuttosto per tutti gli esseri umani uguale considerazione e rispetto, dobbiamo tuttavia porci degli interrogativi che vanno anche in altre direzioni.

La nostra sicurezza nell’affermare i grandi e universali principi fa posto all’esitazione quando ci domandiamo se la nostra pratica riflette, di fatto, la giustizia. La nostra medicina è efficace, tecnologicamente raffinata e, di conseguenza, molto costosa. Per pagarcela, noi abbiamo preso anticipi dalle generazioni future, e abbiamo lasciato a loro il conto da pagare. Viviamo, di fatto, nella pratica della medicina come in tanti altri aspetti della nostra vita sociale, al di sopra delle nostre possibilità, a spese di altri. Non c’è una giusta distribuzione di pesi e di vantaggi tra le generazioni; la bilancia non è equa.

Già oggi possiamo vedere, in piccolo, come è destinata ad agire questa ingiustizia. In molte famiglie ci sono armadi pieni di medicine, perché pensavano che il farmaco fosse un bene illimitatamente disponibile. Presto, quando coloro al di sopra di una fascia di reddito non avranno più la copertura sanitaria totale, ci sarà scarsità in molte famiglie. E sarà una scarsità che affonda le radici in uno spreco precedente. Estendendo questo paradigma a scala mondiale e al rapporto tra le generazioni, abbiamo un’immagine viva di come agisce, in pratica, l’ingiustizia che è connaturata al nostro benessere.

Quella dell’iniquo monopolio delle risorse da parte della generazione presente rispetto a quelle future non è l’unica forma di ingiustizia. Acuendo il nostro sguardo, ne potremmo riconoscere anche un’altra, molto diffusa: l’ingiusta distribuzione dei pesi tra maschi e femmine. Quello che fanno le figlie nei

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confronti della cura e assistenza dei malati cronici è enormemente di più di quello che fanno i figli.

La divisione di compiti sulla base del sesso che poteva essere accettabile in passato, in un’altra situazione demografica caratterizzata da famiglie numerose e allargate, non è più difendibile oggi. Dobbiamo ridistribuire il carico dell’assistenza dei cronici indipendentemente dal sesso.

La stessa sensibilità è necessaria nei confronti dell’equilibrio tra il pubblico e il privato. Sempre di più emerge la tendenza a scaricare sul privato familiare un peso che la società, attraverso le istituzioni pubbliche, non vuol portare. Il coinvolgimento delle famiglie è sacrosanto. Ma quando la struttura pubblica si rivolge al cittadino dicendo: “Questo è suo padre, questa è sua madre, in stato di malattia cronica; noi non possiamo fare più niente: se lo porti a casa”, questo assomiglia di più a un lavarsene le mani.

La giustizia, quindi, ha numerose facce: comprende i rapporti tra le generazioni successive, tra uomini e donne all’interno di un nucleo familiare, tra pubblico e privato. Ma anche un’altra dimensione: è giusto non solo ciò che implica una equa distribuzione, ma anche ciò che rispetta “la giusta misura”.

Nella cura dei malati cronici questa preoccupazione per la giustizia si affaccia sotto forma di legittima preoccupazione di trovare l’equilibrio tra il troppo e il troppo poco. La misura giusta è quella che fa proprie le esigenze della "giustezza”, oltre che quelle della giustizia. È la misura che non pecca né per difetto, né per eccesso; che non abbandona il cronico bisognoso, ma che neppure travalica nell’«accanimento terapeutico».

Con quali criteri stabilire la "giustezza” del nostro intervento di cura e assistenza dei cronici? Un nuovo scenario si va profilando. Per determinare la buona misura non possiamo più affidarci al discernimento clinico del medico e alle regole tradizionali della deontologia professionale. Queste erano appropriate a situazioni in cui la medicina non era potente quanto lo è oggi. Nella situazione attuale può non corrispondere più al desiderio soggettivo e al rispetto oggettivo della dignità della vita un’azione tutta modulata sulla lotta contro la malattia e il prolungamento a oltranza dell’esistenza. Quello che può essere appropriato in una situazione acuta, rischia di essere sproporzionato quando si tratta di un intervento sulla cronicità.

Nello stabilire la giusta misura tra intervento e astensione, all'interno di un’azione che si struttura entro un orizzonte di intrinseca limitazione, bisogna oggi tener conto anche dei valori, delle preferenze e dell’autodeterminazione della persona. Inoltre il discernimento proprio della professione medica non è il solo: quello che è in grado di esprimere un infermiere può esser talvolta ancor più appropriato. L’infermiera, che vive più a contatto con il malato cronico, conosce i suoi orientamenti di vita e le sue scelte di valore, può sapere meglio del medico quando si rischia di infrangere, per eccesso o per difetto, la “giustezza” dell’intervento. Si tratta di un vero e proprio assessment: non

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medico o di nursing, ma un assessment etico.

Questo non è proprietà esclusiva di nessuna professione, ma presuppone piuttosto una collaborazione attiva delle professioni; non può essere imposto al malato (o a chi lo rappresenta, in caso di incapacità), ma va elaborato insieme a lui; esige una rinegoziazione sociale dei fini e dei limiti della nostra medicina. È questo cambiamento di paradigma che si intende descrivere quando si parla di un passaggio dall’etica medica alla bioetica. Tutti coloro che si prendono cura dei malati cronici hanno, a questo proposito, qualcosa da dire.

La giusta misura è difficile da trovare. Gli errori appaiono inevitabili. Ma cercando insieme è possibile diminuire gli errori; e soprattutto correggerli, quando attraverso il dialogo siamo giunti a riconoscerli.

Qualità della vita o sanità della vita

Sandro Spinsanti

QUALITÀ DELLA VITA O SANTITÀ DELLA VITA? OLTRE IL DILEMMA

in Medicina palliativa e qualità della vita

Rivista di medicina intensiva transdisciplinare

n. 5, aprile 1990, pp. 21-24

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Nel dibattito contemporaneo l’espressione «qualità della vita» ha progressivamente acquisito una semantica peculiare, che si discosta da significati più tradizionali. Siamo lontani, in particolare, da quella ricerca della qualità che è quasi sinonimo di consistenza e omogeneità di un progetto etico, nell’uso del termine accreditato da Robert Musil ne L’uomo senza qualità Ulrich, il protagonista del romanzo, ha singole qualità, ma non ha «la» qualità; Musil lo assume perciò a simbolo dell’uomo del Novecento, che ha subito la perdita del centro e, di conseguenza, la direzione finalistica del suo progetto esistenziale («Con meravigliosa acutezza egli vedeva in sé ― ad eccezione del saper guadagnare denaro, che non gli occorreva ― tutte le capacità e qualità che il suo tempo apprezzava di più, ma aveva perduto la possibilità di applicarle»).

La ricerca della qualità percorre oggi altre strade. «Qualità della vita» ha assunto, in senso descrittivo, un significato che fa equivalere l’espressione a un sinonimo di vita umana. L’interrogativo che essa veicola è quello relativo alla presenza della «qualitas» umana nelle diverse espressioni della vita. Specialmente all’inizio e alla fine del segmento dell’esistenza, si creano sempre più frequentemente situazioni in cui ci si domanda legittimamente se la vita abbia ancora, o abbia già, la qualità umana. Sono gli interrogativi che si affacciano in alcune situazioni-limite. Solo per riferirci a quelle che ricorrono con più frequenza: si può parlare ancora di vita umana in stati di coma apallico, quando le funzioni cerebrali sono compromesse in modo irreversibile e quelle vitali possono essere prolungate solo artificialmente? È già presente la qualità umana nelle primissime fasi di sviluppo di un embrione derivante da fecondazione dei gameti in vitro?

La difficoltà di trovare un consenso su questi problemi non deriva solo dal pluralismo delle antropologie. Il fatto è che il linguaggio relativo alla «qualitas» umana della vita solo apparentemente è descrittivo: in realtà, implicitamente è valutativo, e quindi veicola una funzione prescrittiva.

Il linguaggio prescrittivo è quello di cui si serve l’etica, nel suo intento di determinare la qualità morale delle azioni. I verbi che esso usa non sono coniugati all’indicativo, ma all’imperativo. La «qualità di vita» in questo senso è intesa come norma di moralità e criterio per l’azione. Indica che cosa va fatto od omesso in determinate situazioni conflittuali.

Per esemplificare alcune di tali situazioni, possiamo riferirci al prolungamento di cure rianimative a pazienti in coma irreversibile, o che si avvicinano ai criteri clinici della morte cerebrale; oppure alla omissione di interventi terapeutici a neonati con gravissime malformazioni. Notevole clamore ha suscitato, in questo senso, la proposta di un gruppo francese ― che si è attribuito la denominazione di «Associazione per la prevenzione dell’infanzia handicappata» ― di sopprimere, o lasciar morire, i bambini più gravi entro i primi tre giorni di vita, nei casi in cui «il bambino presenti una infermità inguaribile e tale da far prevedere che non potrà mai avere una vita degna di essere vissuta». È chiaro che in questo caso il criterio della qualità della vita viene equiparato a quello della fruibilità della vita stessa.

L’equivalenza del criterio della qualità della vita con la desiderabilità del nascituro si riscontra praticamente nel ricorso all’aborto selettivo, in caso di embrioni geneticamente alterati o di feti con gravi malformazioni. La decisione di interrompere la gravidanza in questi casi viene abitualmente motivata con la bassa qualità di vita che si prevede per il nascituro. Anche il dettato della legge italiana 194 del 1978, relativa all’interruzione volontaria della gravidanza, la quale prevede la possibilità di intervento abortivo «quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna», viene per lo più interpretato in pratica come fondante un diritto ad avere un figlio sano.

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Possiamo rilevare che, a rigore, questo tipo di interruzione della gravidanza solo impropriamente può essere chiamato «aborto terapeutico». La legge stessa, infatti, riserva questa denominazione agli interventi abortivi effettuati dopo i primi 90 giorni di gravidanza in presenza di «imminenza di un pericolo di vita» della donna (art. 7). Resta il fatto che la diffusione di interruzioni della gravidanza nel caso in cui la diagnosi prenatale rilevi anomalie nel feto, anche in assenza di pericolo di vita per la madre, viene correntemente motivata con il ricorso al criterio della qualità della vita.

Lo stesso argomento ricorre frequentemente come motivazione per proposte di introdurre la legalizzazione della cosiddetta eutanasia passiva, che prevede in determinati casi la rinuncia al proseguimento degli interventi che tengono in vita una persona in fase terminale. Anche qui il criterio decisivo è quello della povera qualità della vita, che rende il continuare a vivere non più desiderabile.

Tra i cultori dell’etica bio-medica c’è una diffusa diffidenza nei confronti della qualità della vita, adottata come criterio per prendere delle decisioni etiche in campo sanitario. Tale criterio appare come inaffidabile, impreciso nei suoi contenuti e connivente con il lassismo morale della civiltà consumista che è la nostra. Ad esso si contrappone, soprattutto ad opera dei moralisti cattolici, il criterio della «santità della vita». Questo ricorso non è esclusivo della morale religiosa; può essere condiviso dai sistemi etici a fondazione deontologica.

Il criterio della santità della vita può essere ricondotto al principio secondo il quale è bene tutto quello che va a favore della vita, male ciò che la mette in pericolo. Nel modo più stringato, così P. Giacomo Perico formula il criterio: «la vita umana, per se stessa, indipendentemente cioè dai suoi livelli di qualità, resta il valore più alto». I moralisti di ispirazione religiosa tendono a far coincidere il principio con il rispetto della vita in quanto dono di Dio, sottratta alla disponibilità dell’uomo, quale bene al quale non si deve attentare.

Cercando di passare dalla considerazione generica del valore sacro della vita a un criterio operativo, nell’orientamento ispirato alla santità della vita possiamo individuare i seguenti elementi: 1. la vita è un bene prezioso; 2. deve essere rispettata e protetta; 3. di ogni essere umano vivente si presume che abbia diritto alla vita; 4. nessuno ne deve essere privato senza adeguata giustificazione. Su tali valori è facile trovare un consenso. Difficile è invece tradurli in regole di comportamento.

A un esame più ravvicinato, infatti, il criterio della santità della vita si dimostra molto meno operativo di quanto promette di essere. La vita è un valore conflittuale. La volontà di proteggerla e affermarla può scontrarsi con valori etici (come l’altruismo e la solidarietà: è considerata virtù aiutare chi ha bisogno, anche a rischio della propria vita) e con valori sociali (ad esempio la tutela della collettività: con questi argomenti si è tradizionalmente trovata una giustificazione dal punto di vista morale sia alla pena di morte, sia alla guerra giusta). La religione, infine, apre un altro fronte che può anch’esso entrare in collisione con la tutela della vita. La Chiesa, ad esempio, venera come martiri coloro che non esitano a rinunciare alla vita per non venir meno all’adorazione di Dio. Ancor più, essa considera la stessa difesa della verginità un valore superiore, a cui può essere subordinata la vita fisica.

Anche in ambito medico il principio della santità della vita ha potuto diventare un criterio per le concrete scelte morali solo grazie a una decisiva mitigazione delle sue pretese assolute. La dottrina che distingue tra mezzi ordinari e straordinari è servita per un lungo periodo egregiamente a tale scopo. Quando si tratta di mettere in atto interventi medici che prolungano la vita, solo i primi sono obbligatori, mentre i secondi sono solamente facoltativi. «Normalmente ― affermava autorevolmente già Pio XII ― si è obbligati a usare solo mezzi normali ― secondo circostanze di persone, luoghi, tempi e cultura ― cioè mezzi che non implichino nessun grave peso perse stesso o per gli altri. Un obbligo più stretto sarebbe troppo pesante per la maggior parte degli uomini e renderebbe il raggiungimento del bene più alto e più importante troppo difficile. La vita, la salute, tutte le attività temporali sono infatti subordinate ai fini spirituali».

Nelle condizioni attuali dello sviluppo della medicina, che ha elaborato la capacità di prolungare quasi indefinitamente le funzioni vitali dell’organismo, anche quando la funzionalità corticale e la vita relazionale sono definitivamente compromesse, il criterio della santità della vita può facilmente degradarsi, se non è opportunamente mitigato. Se fosse spinto all’estremo, ne deriverebbe un vitalismo riduttivo, ovvero una celebrazione della vita ricondotta ai soli parametri biologici. Ciò risulta contrario sia allo spirito dell’umanesimo, sia alla stessa visione cristiana dell’uomo. Sarebbe infatti paradossale che il cristianesimo, dopo aver per secoli tradizionalmente mostrato una certa indifferenza verso la vita terrena (pensiamo solo alle schiere di giovanissime educande e religiose che, fin verso i primi decenni del nostro secolo, andavano gioiosamente verso una morte prematura, dispensando parole di conforto ai genitori, che restavano in un mondo da esse percepito come estraneo allo spirito: questo anelito alla vita oltre il corpo era considerato un modello di esemplare virtù cristiana), diventasse ora un difensore a oltranza del prolungamento incondizionato della vita fisica. Più che un’evoluzione della morale cristiana, dovremmo vedere in un simile cambiamento di fronte una frattura profonda con la tradizione.

Un’osservazione ulteriore va riservata al fatto che nella santità della vita come criterio non emerge il valore del soggetto, in quanto specifico della vita umana. Anche il riferimento ai mezzi ordinari e straordinari si richiama più a ciò che viene

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messo in atto per mantenere la vita, che alla considerazione della vita che ha la persona stessa. Anche nella considerazione più accurata di che cosa è obbligatorio fare e che cosa è lecito omettere, il valore morale della vita nella prospettiva del soggetto è toccato solo in obliquo.

Nella riflessione etica il criterio della qualità della vita è emerso progressivamente, attraverso diversi tentativi di ricerca di un linguaggio più adeguato. Nella stessa morale cattolica si è sentito il bisogno di un superamento della distinzione tradizionale tra mezzi ordinari e straordinari, per introdurre una valutazione soggettiva della vita. La dichiarazione sull’eutanasia della pontificia Congregazione per la dottrina della fede (1980) ratifica lo spostamento di accento: «Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso dei mezzi “straordinari”. Oggi però tale risposta, sebbene valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi “proporzionati” e “sproporzionati”».

L’idea di “proporzionalità” rimanda necessariamente a un fine, a una gerarchia soggettiva di valori, al tipo di vita che si considera conciliabile o no con essa. Entriamo così pienamente nell’ambito della qualità della vita.

Per rendere la qualità della vita un criterio praticabile anche per chi si orienta verso una concezione etica di tipo deontologico o si muove in un ambito segnato dalla esperienza religiosa della vita come dono, bisogna demarcarlo da interpretazioni riduttive. Una di queste è quella che mette il criterio a servizio di un utilitarismo egoista. Tanto più pericoloso, quando non è il soggetto stesso, ma altri a decidere per lui se, nelle concrete circostanze e considerata la proporzione tra costi e benefici, la sua vita conservi ancora la qualità che la rende degna di essere vissuta.

Lo stesso linguaggio costi/benefici, per quanto possa sembrare raggelante al primo impatto a un umanista, è passibile di un’interpretazione non riduttiva. Basta considerare tra i «benefici» non solo quelli economici, ma quelli di natura simbolica. Per un gruppo sociale, infatti, l’impiego anche di grandi risorse umane e tecnologiche per salvare una vita umana o prolungare un’esistenza può essere passivo dal punto di vista economico, ma molto produttivo rispetto a valori di cui la società ha bisogno per la propria coesione, quali altruismo, abnegazione, solidarietà.

Per salvare il criterio della qualità della vita dai rischi di utilizzazione a servizio dell’egoismo, basta ricorrere a un riferimento antropologico più ampio, che consideri anche elementi di cui l’approccio esclusivamente biologico-medico non tiene conto. Può essere utile, a tal fine, la formula proposta da Antony Shaw: Q Vi = CN (F+S).

La qualità della vita non è funzione esclusiva delle capacità naturali (CN) dell’individuo. Bisogna tener conto anche di due altri elementi: famiglia (F) e società (S). Se, per ipotesi, le capacità naturali fossero uguali a zero (come nel caso di un bambino anencefalo), la qualità della vita sarà sempre nulla, per quanto grande sia l’impegno della famiglia e della società. Questi due fattori influiscono sulle capacità naturali, tanto negativamente che positivamente. Un bambino, pur dotato del migliore corredo genetico e salute fisica, ma che non abbia il minimo supporto familiare (nasca, per esempio, nel ghetto urbano di una grande metropoli da una madre minorenne, non sposata, dedita agli stupefacenti...), possiamo prevedere che avrà una bassissima qualità di vita. Secondo la formula, se la famiglia è zero, la somma sarà zero. A meno che la società non supplisca la famiglia, prendendosi cura del bambino. Questa variabile può ancora modificare positivamente la futura qualità di vita dell’individuo, conferendo valori più alti alla formula di equazione.

Come si può rilevare, la prospettiva della qualità di vita ha esiti contradditori. Può condurre a una svalutazione dell’esistenza di una persona, qualora come punto di riferimento per valutare la qualità di vita sia adottato il criterio dello standard sociale, escludendo il punto di vista soggettivo della persona, oppure quello delle capacità naturali, prescindendo dalla famiglia e dalla società. Per contro, la preoccupazione per la qualità può produrre esiti indiscutibilmente positivi per il soggetto.

È quanto si può riscontrare, ad esempio, nell’indirizzo che ha portato allo sviluppo delle cure palliative per i malati per i quali non si può più prevedere una guarigione. Questa pratica si basa su una visione antropologica che dà la priorità alla qualità rispetto alla quantità («quando il problema principale non è la quantità, ma la qualità»: è il motto programmatico della Società italiana di cure palliative).

È vero che l’approccio della qualità della vita può essere soggetto ad abusi. Lo stesso può avvenire, però, con l’adozione del principio della santità della vita. Sarà pur sempre necessario tracciare una linea tra mezzi ordinari e straordinari (o proporzionati e sproporzionati); e la linea può passare troppo al di qua o troppo al di là del giusto confine.

La contrapposizione tra il criterio della qualità e quello della santità della vita è, in ultima analisi, artificiale. Ognuno dei due è inadeguato, da solo, a offrirci indicazioni valide per risolvere i dilemmi etici che incontriamo; se condotto all’estremo, senza gli aggiustamenti correttivi che vengono dall’altro criterio, provoca scelte etiche in violento contrasto con il senso comune. L’esortazione del moralista cattolico Richard McCormick a considerare i due criteri come complementari è perciò quanto mai opportuna: «Il criterio della qualità della vita si deve considerare a partire dalla riverenza e dal rispetto

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per la vita, come un’estensione del rispetto stesso per la santità della vita. Tuttavia ci sono occasioni in cui preservare la vita di colui che si trova incapacitato per gli aspetti della vita che consideriamo umani è una violazione della santità stessa della vita. Pertanto, separare i due aspetti e chiamare uno santità della vita e l’altro qualità della vita è una falsa spaccatura intellettuale e molto facilmente suggerisce che il termine “santità della vita ” sia usato in forma esortativa».

Si tratta, in altre parole, di fare un giudizio di qualità della vita in modo tale che esso esprima e rinforzi il nostro interesse per la santità della vita. Concretamente, bisogna cercar di tracciare la linea che demarca l’impegno a proteggere la vita in modo che esso non tradisca la vita stessa, né per eccesso, né per difetto. Ciò avverrà secondo un criterio sintetico, che potremmo approssimativamente chiamare «criterio della ragionevolezza».

Stabilito questo orientamento generale, bisognerà volta a volta esplicitare i parametri che le persone ragionevoli usano per prendere le decisioni. E anzitutto distinguere tra le decisioni che riguardano il soggetto stesso e quelle invece che concernono altre persone.

Le prime sono relativamente più semplici. Se consideriamo, ad esempio, la decisione del soggetto relativa a quel prolungamento di cure, essenziali a mantenere in vita, che possa essere ritenuto ragionevole, ci accorgiamo quanto variano da persona a persona le opzioni moralmente accettabili. Tre valori fondamentali vanno presi in considerazione: la preservazione della vita, la libertà umana e l’assenza di dolore. Nel suo ruolo di protagonista del proprio morire, il soggetto può modulare i valori in conflitto in modi diversi. Tra la difesa della propria libertà e la lotta al dolore, qualcuno potrà scegliere di massimalizzare la libertà, rifiutando il ricorso ad analgesici che deprimono la vigilanza cosciente, anche a costo di sopportare dolore; qualcun altro, invece, opterà per minimizzare il dolore a prezzo della riduzione del grado di libertà che si esprime nella consapevolezza, e magari anche di un abbreviamento della durata della vita.

Per alcuni il prolungamento della vita, anche solo di pochi giorni, è l’obiettivo supremo; altri, invece, preferiscono una vita di minore durata, ma di cui possano essere fino alla fine gli artefici orchestranti. Il mondo soggettivo si dispiega con tutta la sua poliedrica varietà, con motivazioni di ordine spirituale (la fede in un’altra vita può essere una variabile importante), psicologico e affettivo (il desiderio di abbreviare la durata della propria fine può nutrirsi di intenzioni altamente altruistiche, come il desiderio di non gravare sui propri cari o non trascinarli alla rovina economica con spese sanitarie insensate).

Quando lasciamo emergere la soggettività, il bene del paziente non può più essere stabilito a priori e in modo esterno al suo mondo di valori, sulla base di parametri esclusivamente organici. Questo confronto con il soggetto è una sfida per l’approccio medico. Esso si ispira tradizionalmente al principio della «beneficità», in quanto cioè mira a evitare ogni nocività (primum non nocere) e a procurare il maggior bene del paziente. Questo criterio, pur continuando ad essere valido, deve integrarsi con quello moderno dell’«autonomia». L’azione medica deve, in altre parole, tutelare e favorire l’autodeterminazione del paziente, evitando quel paternalismo che consiste nel decidere al posto dell’altro ciò che costituisce il suo miglior beneficio.

Il rispetto dell’«autonomia» dell’oggetto diventa un’impresa di enorme difficoltà quando la persona non è in grado di decidere per se stessa. È il caso dei malati in coma, o ridotti a una condizione di degrado psichico che li rende incapaci di prendere delle decisioni su se stessi; è quanto avviene regolarmente quando medici e genitori devono prendere delle decisioni circa la vita di neonati o bambini. Se per gli adulti, anche se incapaci di intendere e di volere, possiamo ancora basarci su una volontà precedentemente espressa o sul trattamento che presumibilmente la maggior parte delle persone desidererebbe per sé, se si trovasse in quelle condizioni, nel caso dei bambini mancano anche questi punti di riferimento. Il criterio sintetico della ragionevolezza non può qui assumere la funzione di una formula matematica da applicare meccanicamente.

La duplice considerazione della qualità e della santità della vita fa assomigliare la decisione morale a un’opera di creatività spirituale, dalla quale tuttavia non si può sempre escludere a una parte di male necessario.

EBM e EBN: interrogativi etici

Book Cover: EBM e EBN: interrogativi etici
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

EBM e EBN: INTERROGATIVI ETICI (ovvero: QUANTI PADRONI DEVE SERVIRE IL SANITARIO?)

in I fattori strategici per una organizzazione di qualità. I modelli organizzativi: la dirigenza, la formazione

Atti del 7° Congresso Nazionale del Coordinamento Nazionale dei Caposala Abilitati alle funzioni direttive dell’assistenza infermieristica

Firenze, 7-8-9 novembre 2001

pp. 154-158

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Non si può servire a due padroni”. La sentenza evangelica è stata utilizzata da un illustre clinico per dar forma all’atteggiamento dei medici nei confronti dei sistemi di finanziamento delle prestazioni sanitarie introdotti negli anni ’90 dalle leggi di riordino del Servizio sanitario nazionale. Intendeva affermare che l’unico “padrone” del medico è il paziente, al cui migliore interesse è finalizzato l’intervento del sanitario. La formula è retoricamente efficace, tanto da assicurarle un’ampia circolazione nel mondo medico. Senza omettere in discussione l’intenzione di chi l’ha applicata alla sanità, bisogna tuttavia precisare che il principio secondo cui non si può servire due padroni, se può essere sacrosanto nelle questioni di fede, non si applica invece alle scelte che deve fare il medico. Perché i “padroni” che deve servire non sono solo due, ma almeno tre.

Proviamo ad accantonare la metafora dei padroni e ad affrontare la questione da un’altra angolatura. Per esempio, quella proposta da A.S. Relman in un editoriale del New England Journal of Medicine per periodizzare l’evoluzione della medicina nella seconda metà del XX secolo (Relman, 1988). A suo avviso, dopo l’epoca dell’espansione dei servizi sanitari a fasce sempre più ampie della popolazione e l’epoca del necessario contenimento della spesa, ha avuto luogo la terza rivoluzione: quella della “valutazione e del comportamento responsabile” (in inglese: assessment and accountability). Il secondo termine è particolarmente difficile da tradurre. L’Enciclopedia della Gestione di Qualità in Sanità riporta sotto “accountability” la pungente osservazione di Indro Montanelli: “Parola chiave della democrazia anglosassone. In Italia non è stata ancora tradotta” (Morosini, Perraro, 1999). Indica il dovere di documentare, di fornire un rendiconto di ciò che si è fatto a chi ci ha dato l’incarico (e ci paga lo stipendio o ci mette a disposizione le risorse). Quando questa rivoluzione ha luogo, il sistema della rendicontazione si arricchisce di una voce in più. Delle proprie scelte il medico deve rendere conto, oltre che a se stesso ― nel foro interno della coscienza ― anche a tre altre istanze: la scienza, il paziente e la società. Sono questi i tre “padroni” da servire. L’obbligo del medico ― e per estensione di ogni sanitario che possa dirsi professionista ― di rendere conto alla scienza non è nuovo. Già William Osler, il riformatore dello studio della medicina all’inizio del XX secolo, affermava che il medico non deve fare per il malato tutto

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ciò che è umanamente possibile, ma solo ciò che è scientificamente corretto. Si tratta di offrire i trattamenti efficaci, escludendo quelli dannosi o inutili. Il movimento della medicina basata sulle prove di efficacia (Evidence based) non ha fatto che dare un giro di vite a un’esigenza che già esisteva da sempre nell’impianto della medicina ippocratica. La dimostrazione dell’efficacia va fatta a priori, non a posteriori, come avviene quando si escludono dei trattamenti di cui è risultata l’inappropriatezza clinica (per amore di concretezza, pensiamo alla rinuncia alla tonsillectomia, per lungo tempo eseguita quasi di routine sul maggior numero possibile di bambini). Per mutuare una formulazione incisiva di Gianfranco Domenighetti, oggi “qualunque prestazione deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario” (Domenighetti, 1996). È una profonda innovazione nel comportamento di molti medici che adottano procedure diagnostiche e terapeutiche in modo autoreferenziale, ovvero semplicemente perché “funzionicchiano”...

L’irruzione della modernità in medicina ha portato l’esigenza di rendere conto anche al paziente di quanto si sta facendo a suo beneficio. Non basta fornire i servizi di provata efficacia: bisogna anche che ciò sia fatto “nel modo giusto”. Ciò implica il rispetto dei valori soggettivi del paziente, la promozione della sua autonomia, la tutela della diversità culturale, intesa come un diritto rivendicabile. Rispetto a un passato anche molto recente, in cui la medicina era organizzata in modo autoritario e gestita con stile paternalistico, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano (cfr. Comitato Nazionale per la bioetica: Informazione e consenso dell’atto medico, 1992). Buona medicina è quella che, oltre all’appropriatezza clinica, valutata dal professionista sanitario, considera auspicabile e rende possibile che il paziente partecipi alle decisioni che si ripercuotono sul suo benessere.

Nell’ambito della sanità intesa come pubblico servizio sta diventando quanto mai attuale il rendere conto delle scelte mediche alla comunità. Quanto si è speso, ma soprattutto come si è speso. La sanità pubblica, infatti, nasce da un “patto per la salute”, come l’ha chiamato il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000. L’attenzione dei sanitari e dei cittadini è stata deviata sugli accordi strategici tra i medici e il management delle aziende sanitarie per contenere la spesa,

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come se fosse questo l’obiettivo della nuova sanità. L’obiettivo è piuttosto quello di combattere sprechi e diseconomie per poter utilizzare al meglio le risorse comuni.

Si tratta di mettere i servizi sanitari a disposizione di tutti quelli che ne hanno diritto e bisogno, contrastando le sperequazioni e le iniquità nell’accesso, che stanno creando un razionamento occulto sotto forma di liste di attesa. Un obiettivo che i vertici delle aziende sanitarie, anche i più illuminati, non potranno mai raggiungere senza la collaborazione dei medici. Potrebbero, sì, raggiungere il pareggio di bilancio operando dei tagli nei servizi erogati, ma mai sarebbero in grado di mettere in piedi una sanità equa, qualora i medici decidessero che questo non è un loro compito.

Come si fa a “servire tre padroni” contemporaneamente? È la domanda legittima che sintetizza efficacemente il problema con cui si trova confrontata la medicina dei nostri giorni. Dovremo forse cercare di dare diritto di cittadinanza al compromesso. La parola ha pessima fama: i moralisti lo aborriscono (qualificandolo abitualmente come “sporco”) e gli eticisti lo combattono, perché sospettano che indebolisca i principi. Eppure sembra l’unica via percorribile per chi in sanità deve imparare a vivere con soluzioni buone, anche se non ottimali.

La via del compromesso ci conduce alla stessa conclusione a cui giunge E. Haavi Morreim nell’articolo dell'Encyclopedia of Bioethics (1995) dedicato al conflitto di interessi. Mentre una volta il dovere che nasceva dalla fiducia che il paziente riponeva nel professionista consisteva soprattutto nell’astenersi dallo sfruttamento volgare, oggi l’obbligo di porre gli interessi del paziente prima dei propri non può più essere per il professionista un obbligo senza limiti: “Una delle più importanti e difficili sfide della nuova economia che regola la medicina consiste nel considerare non solo ciò che i sanitari sono obbligati a dare ai loro pazienti, ma anche i limiti di questi obblighi”. In altre parole, i conflitti di interesse obbligano a riscrivere le regole del gioco tra tutti coloro che sono coinvolti nel sistema di erogazione delle cure: ricercatori, professionisti sanitari, amministratori pubblici, divulgatori scientifici, cittadini. Se è impossibile eliminare i conflitti di interesse presenti pervasivamente nell’ambito della medicina, molto si può fare per aumentare la trasparenza, favorendo l'empowerment dei consumatori.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Comitato nazionale per la bioetica, Informazione e consenso all’atto medico, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1992.

Domenighetti G., “Educare i consumatori a rimanere sani”, in L’Arco di Giano, n. 11, 1996.

Morosini P., Perraro F., Enciclopedia della gestione di qualità in sanità, Cento Scientifico ed. Torino 1999.

Relman S.A., “Assessment and accountability. The third revolution in medical care”, in NEJM, 1988, p. 319.

Is prevention an ethical problem?

Book Cover: Is prevention an ethical problem?
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

IS PREVENTION AN ETHICAL PROBLEM?

in Book of abstracts

Atti XII Congresso Nazionale Società Italiana per lo Studio dell'Arte-riosclerosi ― LII Giornate Mediche Triestine AMT

Trieste, 30 novembre - 3 dicembre 1998

p. 78

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One cannot ask ethics to justify preventive medicine, nor even to support the pre-eminence it aspires to have over curative medicine. The saying "Prevention is better than cure" is ultimately a purely self-referential concept (to paraphrase Geoffrey Rose, it is better to be healthy than ill or dead. That is the beginning and end of the only real argument in favour of preventive medicine. And that is enough). In this connection, ethics proves to be useful when one compares the values it upholds with what is done in the name of health prevention and promotion. In the medical field, at least three models of ethics coexist, each characterized by a dominant value.

1. The medical ethics model, based on the principle of the "good of the patient". Here, preventive medicine proposes to provide a life free of illnesses and early deaths and to contribute positively to developing "full health". Ethics leads us to question whether preventive actions produce a benefit and who, within society, is to enjoy that benefit. But one must entertain a healthy suspicion about what is proposed to the patient "for his own good". Prevention, just as much as curative medicine, must be evidence-based; in other words, it must prove its effectiveness.

2. The bioethics model, which presupposes a "liberal revolution" in the medical profession, assesses actions by referring to the principle of independence. Good preventive medicine is that which aims to give citizens/consumers control over their own health, so-called "empowerment". A person's independence can be violated in several ways: by coercion (e.g. through interventions redolent of eugenics), invasion of privacy through preventive measures that interfere with certain lifestyles, down to educational initiatives that centre on manipulation and victim-blaming.

3. The social ethics model is guided by the value of equity and aims to introduce a fundamental equal right to health for all citizens. Preventive medicine consists in promoting a "healthy" rather than "pathogenic" society. Even preventive medicine must face the problem of sustainable resource utilization. In this day and age, health management must also operate within given limits. From now on, the ethical, economic and managerial quality of curative and preventive actions must be guaranteed simultaneously.

La cultura del limite nell’agire medico: quando meno è meglio

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Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

LA CULTURA DEL LIMITE NELL'AGIRE MEDICO: QUANDO MENO È MEGLIO

in Manuale critico di sanità pubblica

a cura di Francesco Calamo Specchia

Ed. Maggioli, Rimini 2015

pp. 394-400

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1. Introduzione

Che cosa è giusto fare, che cosa è bene fare in medicina? Il pendolo oscilla tra due comportamenti opposti. A un estremo si trova come risposta: “tutto il possibile”. La locuzione colloquiale è stata assunta come titolo per un romanzo 1, in cui si mettono in scena i tentativi giustificatori di un medico: l’intervento è andato male e il paziente è deceduto; ma se il medico può addurre che “è stato fatto tutto il possibile”, si sente collocato in un’area di impunità giuridica e di inattaccabilità etica. La tendenza a fare “sempre di più” è, peraltro, anche la molla dell’anima mercantile che può colonizzare la medicina.

All’estremo opposto si trova la cinica conclusione cui giunge, in un altro romanzo, Io specializzando medico dopo un massacrante anno di tirocinio in un ospedale pubblico: diventi un vero medico solo quando lasci cadere la compulsione a cercar di curare e la convinzione fraudolenta di poterci riuscire; impari così a “fare il meno possibile”: “(...) la gente si aspetta di avere una salute perfetta. Il nostro lavoro è di spiegargli che una salute imperfetta è, ed è sempre stata, la salute perfetta, e che per quasi tutto ciò che non va nel corpo non abbiamo nessun rimedio” 2.

Intuitivamente si capisce che la risposta corretta a ciò che si deve fare in medicina si colloca tra questi due estremi. Trovarla e descriverla, tuttavia, richiede un faticoso percorso.

2. Il dottor Knock è sempre di scena

“Si possono fare molti soldi dicendo alle persone sane che sono malate”: questa affermazione del BMJ non è un suggerimento malizioso, ma un grido di allarme. L’atto di accusa è rivolto al fenomeno della “medicalizzazione” della salute che espropria i cittadini, come già denunciava il sociologo Ivan Illich fin dagli anni ’70, della facoltà di considerarsi sani o malati. L'obiettivo è perseguito con strategie di mercato abilmente dissimulate (il disease mongering), che equivalgono a un indebito traffico con le malattie, rivolto ad aumentare il numero delle persone che si riconoscono malate e conseguentemente ad allargare il mercato della salute. Con macabro umorismo, qualcuno ha coniato la qualifica di “epidemiologia creativa” per queste strategie tese a vendere malattie: basta modificare i parametri clinici che differenziano le persone malate da quelle sane (livello di colesterolo nel sangue, valori della pressione, ecc.) per iscrivere altri presunti sani nel novero dei malati, che la medicina è disposta a soccorrere con il suo generoso arsenale terapeutico 3.

È difficile tracciare un confine netto tra una corretta campagna di sensibilizzazione rivolta a promuovere la salute e una serie di menzogne (o di mezze verità) costruite ad arte per ampliare il numero di coloro che, pur godendo di una buona salute percepita, sono indotti a scoprirsi malati e sono quindi sospinti tra le braccia di trattamenti medici. Su questa ambigua terra di confine giganteggia, come nume tutelare o Santo patrono, la figura del dott. Knock. La commedia

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di Jules Romains a lui dedicata ― Knock, o il trionfo della medicina ― è andata in scena a Parigi per la prima volta nel 1923.

Da quasi un secolo Knock insegna, a chi vuol imparare da lui, come espandere i servizi medici. Giovane medico condotto, Knock arriva nel Paesino di St. Maurice con poca scienza, ma con una convinzione incrollabile. Quella che aveva posto come titolo ― spiega al dottor Parpalaid che, con molta prosopopea ma in condizioni economiche disagiate, gli “vende” la condotta ― alla sua tesi di laurea: “Sui pretesi stati di salute”; ovvero: ogni sano è un malato che ignora di esserlo.

Dopo tre mesi, quando il dottor Parpalaid ritornerà nel Paese per incassare la prima rata della condotta, troverà tutto cambiato: la locanda è stata trasformata in ospedale, e non c'è più un posto disponibile; il modesto farmacista, diventato il principale collaboratore del nuovo medico, ora dirige un’attività fiorente. Tutti gli abitanti di St. Maurice sono stati toccati dalla “luce medica”. Spiega il dottor Knock all’anziano collega stupefatto: “Voi mi date un cantone popolato da alcune migliaia di individui neutri, indeterminati. Il mio ruolo è di determinarli, di portarli all’esistenza medica. Li metto a letto e guardo che cosa ne può venir fuori: un tubercolotico, un nevropatico, un arteriosclerotico, quello che si vuole, ma qualcuno, Dio buono!, qualcuno! Niente mi irrita come quell’essere né carne, né pesce che voi chiamate una persona sana”.

Dal punto di vista operativo, la strategia promozionale del dottor Knock è semplice. Convoca il messo comunale, che ha il compito di fare gli annunci pubblici, preceduto dal suono del tamburo, e lo manda in giro per il Paese a proclamare l’offerta del nuovo dottore: il lunedì, giorno di mercato e di grande affluenza in Paese, dalle nove e trenta alle undici e trenta, il dottor Knock farà visite gratuite per gli abitanti del cantone. Il seguito della storia chi ha visto o letto la commedia lo conosce; gli altri possono facilmente immaginarlo.

Una storia attuale? Se oggi gli annunciatori pubblici a suon di tamburo sono piuttosto rari, in compenso si sono moltiplicate le vie per far arrivare messaggi di promozione della medicina ― sempre animati da spirito filantropico, e per contrastare il progresso delle malattie... La più recente trovata è quella delle offerte mediche scontate, promossa da Groupon. Con un significativo cambio di scenario rispetto a qualche decennio fa: chi offre servizi gratuiti o scontati non ha di fronte la diffidente comunità contadina di St. Maurice, che deve essere indotta controvoglia a farsi visitare; oggi il dottor Knock ha di fronte “consumatori” avidi di ricevere visite e di farsi prescrivere esami, farmaci e trattamenti.

Guardando dalla finestra del suo albergo-ospedale lo spettacolo di 250 case con le finestre illuminate, dove allo scoccar delle dieci di sera tutti i malati erano pronti per la presa di temperatura rettale, il dottor Knock poteva annunciare trionfante: “Ci sono 250 camere in cui qualcuno confessa la medicina, 250 letti in cui un corpo disteso testimonia che la vita ha un senso, e grazie a me un senso medico”. Dall’alto di Internet, dalla finestra delle offerte a basso prezzo (low cost), i numeri delle persone “beneficate” dall’espansione dei servizi sanitari appaiono moltiplicati in modo esponenziale. E la luce medica brilla tanto da ferirci gli occhi.

La figura del medico convinto che “ogni sano è un malato che si ignora” e che la sua missione sia quella di introdurre tutti gli abitanti del paese di St. Maurice nell’era della medicina continua a inquietare, proprio per la sua ambiguità. Se il dott. Knock potesse essere ridotto alla figura di un ciarlatano o di un abile sfruttatore della credulità, si potrebbero prendere le contromisure per difendersi da lui si; ma fino al termine della pièce non si scioglie il dubbio sulla sua buona fede: il dott. Knock persegue certamente i suoi interessi, ma sembra onestamente volere anche il bene dei suoi pazienti.

La commedia non si può ridurre allo smascheramento di un imbroglione: è piuttosto una riflessione, quanto mai attuale, sulle ambivalenze della medicina. E sulla necessità di una partecipazione attenta e vigile dei cittadini per definire i confini di una medicina “sana”, che non li espropri della propria vita. Troppo poche cure mediche sono un problema; ma lo sono anche

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troppe cure. Ci si trova di fronte alla sfida della giusta misura: inquieta il “troppo”, ma anche offrire “meno” può essere problematico.

3. Davvero “meno è meglio”?

Il “meno” ― meno trattamenti, meno indagini diagnostiche, meno controlli generali (check up)... ― non è la formula risolutiva. Se è ambiguo il trionfo della medicina che si traduce in una medicalizzazione della vita, non meno ambigua è la sottrazione sistematica di interventi. La formula “Less is more”, ossia meno è meglio, è seducente, ma non può esonerare da un confronto con questioni delicate: meno/più rispetto a che cosa? Chi decide il più o il meno? A quale scopo far prevalere il più o il meno? Qualche risposta si può trovare ripercorrendo il cammino di una formula cui ha arriso un grande successo.

“Meno è meglio”, prima di essere applicata alla medicina, è stata una ricetta estetica. È nata per contrastare la tendenza all'ornamento in architettura ― per intendersi: costruzioni e manufatti tipici dello Jugendstil e dell’Art Nouveau, all’inizio del XX sec. ― contrapponendogli la funzionalità. È stato il programma del movimento denominato “razionalismo europeo”, in polemica con il dispendio di tempo e di materiali causato dalle decorazioni. Adolf Loos con il celebre saggio: Ornamento e delitto (1908) perorava la produzione di edifici e di oggetti in forma semplice e funzionale. La formula “meno è meglio” risale propriamente all’architetto Mies van der Rohe, che prescriveva di “cercare quel meno che contenga anche il più”. La precisazione non è superflua. L’accento non cade, infatti sul meno, ma sul più; l’intento non è quello di togliere, ma di aggiungere. In ambito architettonico si trattava di aggiungere qualità estetica; quando la formula trasloca in medicina, si intende un’altra qualità. Ma pur sempre qualità: sotto il segno, dunque, del più, non del meno!

Anche la traduzione italiana del progetto sanitario Less is more in “Fare di più non significa fare meglio”, promossa dal movimento di Slow Medicine 4, non si sottrae a questa precisazione. Per essere concreti, si immagini la connotazione diversa che “meno è meglio” assume in bocca a un direttore amministrativo che pensa al budget, o a un medico coscienzioso, preoccupato del bene del paziente. Per decodificare il senso che può assumere la formula in medicina, è necessario dunque un punto di vista, e confrontarlo con il triplice obiettivo che la Carta di professionalità medica (elaborata nel 2002 dall'European Federation of Internal Medicine e dall'American College of Physicians) ha identificato come obbligante per i nostri giorni: fornire cure efficaci (principio guida: “il bene del paziente”); rispettare il paziente come persona autonoma (principio di “autodeterminazione”) e garantire a tutti i cittadini stesse opportunità (principio di “non discriminazione”/“equità”).

3.1. Il punto di vista del medico

Dal punto di vista del medico coscienzioso il limite tra il “troppo” e il “troppo poco” è stabilito con i criteri della scienza; oggi bisogna aggiungere evidence based, ovvero basata su prove di efficacia. Nel vasto arsenale di trattamenti, sia terapeutici che preventivi, il buon medico sceglie lasciandosi guidare dai due principi cardine dell’etica medica ippocratica: non fare cose dannose per il malato (principio di “non maleficità”) e scegliere trattamenti di efficacia dimostrata (principio di “beneficialità”). Questa impostazione è valida oggi quanto lo è stata in passato. Il suo limite è che non supera la prospettiva medico-centrica, piuttosto la rinforza: solo il medico sa, attingendo alla migliore conoscenza scientifica, ciò che è appropriato per il paziente.

Anche la tendenza culturale del nostro tempo, caratterizzato da una propensione crescente a mettere i professionisti sanitari sotto accusa quando i trattamenti non sortiscono l’effetto desiderato, toglie solidità all’orientamento etico che affida al medico il giudizio sul limite. Se la bilancia pende dalla parte della sicurezza, i medici in posizione difensiva tenderanno a fare

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di più, piuttosto che di meno. È significativo il commento di un medico americano apparso sulla rivista che proponeva il progetto Choosing wisely (scegliere saggiamente), centrato sull’omissione di pratiche di non provato beneficio: “Non ho mai visto un medico citato in giudizio per aver prescritto una risonanza magnetica” ― sottinteso: inutile o superflua ― “ma ne ho visti tanti per non averlo fatto”. Se i cittadini assumono una posizione di attacco, i medici si mettono sulla difensiva: si parla in situazioni come queste di causazione interdipendente. La medicina difensiva tende a eccedere verso il più, anche quando ciò che viene aggiunto non trova senso nella buona pratica clinica. Affidare solo all’etica il compito di stabilire i limiti, senza una tutela giuridica adeguata dei professionisti che li liberi dal compito di difendersi preventivamente, equivarrebbe a chiedere loro l’eroismo quotidiano.

3.2. Il punto di vista del malato

Il secondo punto di vista nel valutare il più e il meno è quello del malato. Egli non adotta il criterio della scienza, ma del proprio modello di salute e di ideale di vita. Il fondamento etico di tale punto di vista riposa sul principio di autodeterminazione del cittadino in ambito sanitario, implica il passaggio epocale dal modello di rapporto pre-moderno alla modernità in medicina. Ciò comporta che, a differenza del passato, il “bene del malato” non possa essere determinato senza la partecipazione attiva della persona coinvolta. Ne consegue una vasta area di variabilità, personale, anzitutto: ciò che è troppo per una persona, può essere troppo poco per un’altra. E per la stessa persona ci può essere una variabilità temporale: ciò che oggi è troppo poco, domani può essere considerato troppo; o viceversa. Si può conferire concretezza a queste affermazioni ricordando l’ultima intervista rilasciata da Margherita Hack. Descriveva al giornalista il suo precario stato di salute come frutto di una scelta. I medici le avevano consigliato un intervento cardiaco, ma lei l’aveva rifiutato: “Io ho 90 anni; magari con una lunga convalescenza potrei guadagnare qualche anno, ma ho vissuto abbastanza. Piuttosto che stare all’ospedale a far nulla, preferisco vivere gli ultimi mesi a casa mia, col marito, i gatti...”.

La variabile personale complica molto le decisioni del medico. Le preferenze del malato, infatti, possono essere agli occhi del medico non giustificabili, sia per difetto (rinuncia di trattamenti di provata efficacia), sia per eccesso (richiesta di interventi non sostenuti da prove scientifiche). Le regole deontologiche autorizzano il medico a rifiutare prestazioni professionali “in contrasto con la propria coscienza o con i convincimenti tecnico-scientifici” (Codice di deontologia medica, 2014, art. 22). Ciò implica, però, una complessa negoziazione, sia con il malato stesso che con i suoi familiari. Complicazioni ulteriori subentrano con pazienti molto anziani o che abbiano perso la capacità di dar voce alle proprie preferenze; in particolare nella fase terminale della malattia, quando “fare tutto il possibile” non ha né una giustificazione clinica, né un senso umanitario, ma può essere richiesto da qualcuno dei protagonisti delle decisioni.

Un esempio molto convincente delle perplessità che si presentano al clinico è offerto da Mukherjee in un suo saggio del 2011. La descrizione di un caso è introdotta con le parole con cui la figlia di una paziente si contrappone al medico: “Di più significa di più!”. Il medico aveva affermato, appunto, che talvolta ― come nel caso della paziente in questione, un’anziana signora affetta da un cancro in fase terminale ― less is more... Commenta il clinico: “La figlia voleva le cure migliori per la madre: i medici migliori, il farmaco migliore, più forte e più duro che il privilegio e i soldi fossero in grado di comprare (...) Suggerii di tentare con un farmaco palliativo che alleviasse i sintomi, piuttosto che spingere per un regime più duro che tentasse di guarire una malattia incurabile. La figlia mi guardò come se fossi matto: «Sono venuta qui perché tratti mia madre, non perché mi consoli parlando di malattie terminali e palliativi» disse in cagnesco”. Il seguito è prevedibile: “Alcune settimane dopo seppi che lei e sua figlia avevano trovato un altro medico, presumibilmente qualcuno disposto a soddisfare prontamente le loro richieste. Non so se la

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donna anziana sia morta di cancro o per le cure che ha ricevuto” 5.

Il caso clinico presenta anche una questione etica di non secondaria importanza: la titolarità di porre dei limiti. Non è detto che l’affetto ―come nella situazione descritta, di una figlia tutta dedita a quello che lei ritiene il bene della madre ― debba prevaricare i diritto della persona stessa a decidere il più e il meno, il troppo e il troppo poco. Ciò implica una revisione profonda dei modelli familistici propri della nostra cultura, in cui è la famiglia, non il malato, la titolare delle decisioni. Dal punto di vista sia giuridico che deontologico le regole sono cambiate, ma la cultura è restia a riconoscere la prevalenza del punto di vista della persona rispetto ai suoi familiari, anche di quelli più legati al malato da affetto e non motivati in senso egoistico. Accettare la titolarità prevalente del malato a porre la linea di demarcazione implica un cambio culturale.

3.3. Il punto di vista dell’organizzazione sanitaria

Il terzo punto di vista dal quale valutare il più e il meno, per porre il limite appropriato, è quello dell’organizzazione sanitaria. Il principio guida è quello della giustizia, considerando il giusto equilibrio tra le risorse impiegate e i bisogni di salute da soddisfare. È il tema centrale di ogni organizzazione di Sanità pubblica. Appropriatezza significa evitare gli sprechi, senza compromettere il livello di servizi promessi dal welfare in atto. È un punto di vista che non può prescindere da una quantificazione delle risorse, senza tuttavia essere ridotto a questa dimensione. Il pericolo è quello di cadere nell’idolatria del budget. I “tagli lineari” in sanità in tempi di revisione della spesa (spending review) forniscono ampia casistica di che cosa può significare introdurre dei “meno” sganciati dalla ricerca del “più” in termini di salute e di qualità dei servizi.

Più di vent'anni fa, in epoca di prima “aziendalizzazione” del Servizio sanitario, qualche buontempone fece circolare negli ambienti medici una “Valutazione tecnico-economica di una prestazione di servizio”. Oggetto: la sinfonia ‘Incompiuta’ di Schubert, eseguita dall’orchestra filarmonica: “Per un periodo piuttosto lungo i 4 suonatori di oboe non hanno avuto nulla da fare. Il loro numero dovrebbe essere ridotto e il lavoro distribuito su tutta l’orchestra, eliminando così gli sprechi di attività. Tutti i 12 violini suonavano esattamente le stesse note. Questo sembra una inutile duplicazione e il personale di questa sezione dovrebbe esser drasticamente ridimensionato. Se fosse richiesto un gran volume di suono, si potrebbe ovviare con potenti amplificatori (...) Se tutti i passaggi ridondanti fossero eliminati, il concerto potrebbe esser ridotto da 2 ore a 2 minuti. Se Schubert avesse prestato attenzione a questi semplici punti, probabilmente avrebbe avuto il tempo di terminare la sinfonia”.

Allora, quando all’inizio degli anni ’90 si cercava di dar vita alla “riforma della Riforma sanitaria”, questa parodia della “aziendalizzazione” poteva sembrare ingiusta e fuori misura. Purtroppo molti tagli sembra siano stati fatti in seguito con la stessa miopia culturale presa di mira dalla satira; e soprattutto senza capire la specificità di un servizio alla salute. Non basta enfatizzare tagli e risparmi economici per qualificare il “meno” come auspicabile.

Ci si può domandare: quale dei tre punti di vista deve essere attivato per valutare se si stia veramente erogando “quel meno che contiene anche il più”? Non ce n’è uno privilegiato, ma tutte tre devono essere tenuti in considerazione. Ciò significa riconoscere che la medicina è chiamata a uscire dall’infanzia, a superare i tumulti dell’adolescenza e a diventare adulta, affrontando la complessità. Parallelamente anche i cittadini sono chiamati a maggiore consapevolezza e responsabilità nelle scelte sanitarie.

4. Giusta e ingiusta soddisfazione

Con un percorso diverso da quello dei progressi tecnico-scientifici della medicina, nella società contemporanea ha avuto luogo un cambiamento di rapporti tra i protagonisti della

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cura: con più lentezza, ma in modo radicale. Il centro di gravitazione dell’interesse si è spostato dal professionista che fornisce il servizio al cittadino/utente che ne usufruisce. In regime di paternalismo ― anche il più illuminato ― il criterio di valutazione di ciò che viene offerto al malato o bisognoso di cure (compresa la prevenzione) è fornito dal professionista stesso. Il medico ha per secoli rivendicato il diritto-dovere di prendere le sue decisioni “in scienza e coscienza”, come se il suo sapere e la sua morale totalizzassero tutte le forme di tutela che si possono offrire al cittadino. Chi ricorre a un professionista di servizi sanitari o sociali viene così a trovarsi in una posizione molto particolare, che non assomiglia affatto a quella che nella normale vita sociale viene attribuita al “cliente”: i suoi bisogni, infatti, non sono definiti da lui stesso, ma dal professionista, che è accreditato a inserire la domanda entro la griglia offerta dal suo sapere. In tale schema non c’è alcuno spazio per considerare la “soddisfazione” di chi riceve il servizio.

L'evoluzione dell’organizzazione sanitaria ― fino al modello chiamato, con molta approssimazione, di “aziendalizzazione” ― ha introdotto prepotentemente l’esigenza di considerare la soddisfazione di chi riceve i servizi anche nella Sanità pubblica (quella privata l’ha sempre tenuta presente!). È un passaggio particolarmente insidioso. Il fruitore dei servizi, non più considerato un paziente da curare, rischia il ruolo ambiguo di “cliente”. Occorre essere consapevoli che in tal modo si introducono le premesse per affossare valori importantissimi che sono stati trasmessi in 25 secoli di medicina, come l’orientamento dell’azione medica al bene del paziente.

Promuovendo il malato-cliente non si deve dimenticare che la sua soddisfazione non è un imperativo assoluto, sciolto cioè da vincoli morali. Qualsiasi azienda, ma ancor più una realtà sanitaria quand’anche fosse chiamata con questo nome, deve esser sottoposta alle esigenze dell’etica. Il cittadino paziente non va soddisfatto in qualsiasi modo, ma solo in modo giusto. Un supporto sistematico per visualizzare i problemi della soddisfazione in rapporto con le esigenze dell’etica può essere fornito dal “quadrilatero della soddisfazione”. Incrociando la soddisfazione con i criteri etici (giusto/ingiusto), si possono avere quattro posizioni (v. Fig. 1).

Le ragioni dell’insoddisfazione sono diverse e possono essere qualificate come buone o cattive. È ovviamente insoddisfatto il paziente a cui, per incuria o incompetenza, non sia stato ben diagnosticato e appropriatamente trattato il suo male: egli ha diritto, secondo il principio del “bene del paziente” da promuovere, difeso dall’etica medica di stampo ippocratico, che sia messo in atto tutto ciò che gli procura il beneficio che è autorizzato ad aspettarsi. Ma sarà insoddisfatto anche il paziente diabetico ― per fare un esempio ― che venga “messo a insulina” d’autorità, senza che gli sia spiegato il significato e la necessità della decisione terapeutica, i vantaggi che ne ricava e le esigenze di compliance: lo richiede il rispetto della sua autonomia e l’esigenza di coinvolgimento nelle decisioni mediche.

Anche la soddisfazione del paziente va confrontata con alcune esigenze imprescindibili. Per portare un esempio tratto dal nursing: come sanno tutti coloro che lavorano in ambito geriatrico, gli anziani spesso non sentono lo stimolo della sete e rifiutano di bere. Sarebbe soddisfatto, ma ingiustamente, l’anziano che fosse lasciato semplicemente alle sue preferenze, e non trattato secondo le esigenze della scienza infermieristica. In questo caso, ciò che determina se la soddisfazione soggettiva del paziente sia giusta o ingiusta è il sapere proprio del professionista. Il criterio della “scienza” (e coscienza...) in medicina rimane sempre valido, anche se deve essere accompagnato dagli altri criteri e non può più ergersi a principio unico e assoluto.

I modi di ottenere una soddisfazione ingiusta possono essere molti. Alcuni a danno del paziente (si può arrivare anche a fornire delle informazioni inesatte, fino al vero e proprio imbroglio); altri a danno di terzi. È chiaro, per esempio, che il paziente a cui si faccia, per privilegio o favoritismo, saltare la lista di attesa è soddisfatto; ma è ingiustamente soddisfatto, se si considerano le esigenze dell’equità nell’erogazione dei servizi.

Se la soddisfazione non è l’ultimo criterio di qualità, ma va piuttosto misurata con le esigenze

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dell’etica, la stessa cosa si può dire dell’insoddisfazione. Ci sono casi in cui il fruitore di servizi è ingiustamente insoddisfatto. Questo è il caso del paziente che va dal medico di medicina generale con la sua richiesta di un farmaco (magari quello che ha fatto tanto bene al vicino o di cui si parla di più nella piazza mediatica...), oppure richiede un trattamento di compiacenza, come un certificato falso di malattia. Se questo paziente non viene soddisfatto, cioè gli viene negato ciò che richiede in modo illegittimo rispetto alle esigenze dell’appropriatezza clinica o della giustizia sociale, allora è ingiustamente soddisfatto.

La prospettiva interessante che apre il “quadrilatero della soddisfazione” è quella di proporre una visione dinamica dell’etica. Troppo spesso letica è identificata con una istanza che giudica i comportamenti ― buono o cattivo, giusto o ingiusto, appropriato o non appropriato ― ma è meno adatta a ottenere delle trasformazioni significative dei comportamenti. La prospettiva cambia se, tenendo a mente il quadrilatero della soddisfazione, ci si domanda: quale intervento dobbiamo mettere in atto affinché un paziente, che nel grafico si trova in quadrante inferiore, passi a uno superiore? L'obiettivo ideale è che si collochi nel primo a sinistra, tra coloro che sono giustamente soddisfatti; ma se ciò non è possibile, almeno nel secondo, vale a dire che il paziente sia giustamente insoddisfatto. Questa possibilità di una insoddisfazione insanabile libera da un complesso di onnipotenza: non si può far sì che tutti siano soddisfatti, ma ci si può almeno impegnare per evitare che lo siano ingiustamente!

L'etica appare così come uno strumento operativo: stimola a fare qualcosa per modificare una situazione. L'etica in sanità è essenzialmente un insieme di interventi dinamici, tesi a un risultato. La qualità dell’intervento sanitario, infine, sta nella sua capacità di integrare i diversi elementi: ciò che la scienza ritiene assodato e raccomandabile (da questo punto di vista non si potrà mai accettare in medicina una logica del “cliente” che ha sempre ragione...); ciò che è conciliabile con le esigenze dei diritti umani e con l’autodeterminazione del paziente; ciò che promana dall’orizzonte dell’ottimizzazione delle risorse nell’epoca dell’organizzazione sotto il segno della scarsità.

Figura 1 - Il quadrilatero della soddisfazione del paziente

giustamente

soddisfatto

giustamente

insoddisfatto

ingiustamente

soddisfatto

ingiustamente

insoddisfatto

Note

1 M. Vetturino, Si è fatto tutto il possibile, Mondadori, Milano 2008.

2 S. Shem, La Casa di Dio, Feltrinelli, Milano 2001.

3 Vedi parte I, cap. 3.

4 Letteralmente medicina lenta. Vedi parte III, sez. 2, cap. 6.

5 S. Mukherjee, L’imperatore del male. Una biografia del cancro, Neri Pozza, Vicenza 2011.

Per il bene del paziente

Edmund D. Pellegrino - David C.Thomasma

Per il bene del paziente

Tradizione e innovazione nell’etica medica

prefazione del card. Fiorenzo Angelini

Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1992

pp. 9-20

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INTRODUZIONE

Una coincidenza cronologica ci permette un confronto diretto tra la filosofia della medicina proposta dal libro di Pellegrino e Thomasma, ora presentato in traduzione italiana, e le corrispondenti concezioni diffuse tra il mondo medico italiano. Nel 1988, l’anno in cui quest’opera appariva nell’originale americano, il tradizionale incontro di «Milano-medicina» veniva inaugurato da una singolare iniziativa: il 15 novembre, nell’Aula magna dell’Università degli studi di Milano veniva celebrato un «processo a Ippocrate». Intellettuali e studiosi di diverse discipline sono stati mobilitati per un’analisi in profondità del celebre Giuramento ippocratico e dell’etica medica che esso simbolicamente rappresenta. Valutati i pro e i contro di uno dei documenti più celebri della tradizione dell'Occidente, considerate tutte le riserve, le condanne sommarie e le apologie d’ufficio, si è optato alla fine per la redazione di un nuovo testo del Giuramento, elaborato da un comitato di esperti del «Corriere medico».

Nella sostanza, il Giuramento e lo spirito che lo anima sono stati conservati. Sotto gli aggiornamenti, i raffinamenti stilistici e gli ampliamenti retorici, è facilmente riconoscibile in filigrana l’antico testo. Basti il confronto tra le due versioni della cosiddetta «clausola terapeutica». Nel Giuramento attribuito a Ippocrate essa suona:

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Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa 1.

La versione modernizzata del Giuramento, prodotta dai cultori italiani di etica medica, recita:

Accoglierò con umanità e sensibilità coloro che a me si affidano perché li curi, e parteciperò loro la mia dottrina affinché possano da uomini liberi trarre conforto e aiuto dall’arte medica, in salute e in malattia. E sarà mio impegno stare sempre vicino al paziente con pazienza pari alla sua. E stare sempre dalla sua parte, e soltanto dalla sua, con passione tutta mia.

Eserciterò la mia arte secondo un sapere che mi impegno ad accrescere costantemente, e prescriverò farmaci secondo un giudizio che manterrò puro e retto, e che sempre mi guiderà nello scegliere quei rimedi che sicuramente si siano dimostrati giovevoli. Non farò della mia arte ingiusto lucro, né anteporrò alcun interesse a quello del malato, nemmeno se richiesto dal potere di chi amministra e governa la cosa pubblica 2.

Anche nella nuova redazione è evidente l’atteggiamento «paternalista» che ispira l’etica medica. L’elevatezza morale del modello a cui il medico cerca di adeguare il suo comportamento non impedisce di cogliere l’essenziale asimmetria del rapporto con il paziente. Il professionista sanitario è colui che sa qual è il bene del paziente e mette tutto il suo impegno a realizzarlo. È la scienza — in continuo progresso ― che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di deviare verso la strumentalizzazione del paziente ai fini di ingiusto lucro. Il paziente, da parte sua, contribuisce a questa determinazione dei fini solo mediante il proprio desiderio di salute e la richiesta di aiuto; tutto il resto viene dalla medicina.

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Il malato è il destinatario di quanto la scienza e la coscienza del medico stabiliscono per il suo bene: egli non ha niente da dire in merito all’atto terapeutico, che rimane affidato a una determinazione unilaterale. La quale deve essere benevola e benefica: queste sono le condizioni che conferiscono all’azione medica la piena legittimità etica. Sono i sintomi che si prestano a una lettura, non il malato che parla. Pur con tutti gli ammodernamenti delle esigenze etiche che l’esercizio della professione richiede, il modello di fondo del rapporto medico-paziente continua ad essere quello della «medicina del silenzio» 3.

L’opera di Pellegrino e Thomasma, contemporanea al dibattito italiano sull’ethos ippocratico, nasce invece dalla convinzione che l’etica medica tradizionale non ha bisogno solo di un atteggiamento o di una cosmesi: deve piuttosto essere ripensata su nuove basi. L’antico edificio dell’etica ippocratica è stato smantellato e noi stiamo entrando in un’epoca che può essere detta, senza esagerazioni, posti-ippocratica. Questa almeno è la convinzione soggiacente al movimento della bioetica in America, di cui l’opera ora presentata in traduzione italiana costituisce uno dei punti di arrivo.

Negli ultimi due decenni nella pratica della medicina sono avvenute trasformazioni così profonde da giustificare l’ipotesi che in questo ambito si stia verificando un cambiamento di paradigma. Edmund Pellegrino e David Thomasma, un medico interessato alla filosofia e un filosofo interessato alla medicina, hanno congiunto le loro forze 4 per accingersi

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all’ardua impresa di tracciare le grandi linee concettuali che fondano la pratica della medicina dei nostri giorni.

Una prima realizzazione di questo disegno sistematico è stato il volume apparso nel 1981, dedicato alle basi filosofiche della pratica medica 5. La seconda tappa è costituita dal volume che il lettore ha ora tra le mani. Tra l’una e l’altra, una quantità di iniziative culturali che sono parte integrante delle grandi opere di ricostruzione che sono in corso nella filosofia della medicina. Una almeno deve essere assolutamente menzionata, per non incorrere in un peccato grave di omissione: la fondazione della rivista The Journal of Medicine and Philosophy, uscita nel 1976, di cui Pellegrino è stato l’ispiratore e il primo direttore 6.

Non si può certo dire che con il volume presente la rifondazione moderna della filosofia della medicina sia giunta a buon termine. Gli Autori sono i primi a denunciare le incompletezze della loro costruzione (come la procedura per risolvere i conflitti etici tra medico e paziente relativamente

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all’inizio della vita e all’interruzione della gravidanza). Invece di considerare la loro proposta come un sistema chiuso, invitano il lettore a un dialogo costruttivo. Da esso si aspettano un apporto per uscire dalle «impasses» che minacciano anche la nuova filosofia della medicina. Malgrado i limiti, al progetto di Pellegrino e Thomasma va riconosciuta la chiarezza del disegno di fondo e degli intenti. Rispetto alle problematiche propriamente etiche, che appassionano l’opinione pubblica e mobilitano gli esperti di filosofia morale, essi attribuiscono la priorità alla filosofia della medicina. Si tratta anzitutto di riflettere criticamente sulla natura della salute, della malattia, della guarigione, della corporeità, sull’epistemologia del sapere medico e sul rapporto medico-paziente. Il primo volume ha preso in considerazione prevalentemente i temi dell’antropologia medica; Per il bene del paziente, seconda parte del dittico, punta decisamente l’attenzione sull’interrelazione che si stabilisce tra il medico e il malato nel rapporto terapeutico, nella convinzione di aver così raggiunto il cuore stesso e il punto di partenza obbligato di qualsiasi filosofia della medicina. L’origine del processo terapeutico va ricercata nel fatto che un essere umano si trova in stato di necessità (è in-firmus) e chiede aiuto a un professionista. La relazione sociale che si crea è anche il momento germinale di quella riflessione teorica a cui diamo il nome di filosofia della medicina.

Una nuova teoria della medicina — chiamiamola, per comodità, post-ippocratica — deve essere basata sull’interazione tra medico e paziente così come si realizza oggi. Ed è proprio in questa articolazione nevralgica che si sta registrando una trasformazione così spettacolare da far parlare di «cambiamento di paradigma». Per descrivere in modo schematico la rivoluzione che sta modificando un rapporto rimasto sostanzialmente costante lungo i secoli, possiamo dire che l’ambito sanitario si sta «modernizzando». Per «modernità» intendiamo quella particolare concezione dell’uomo e dei rapporti sociali che è sinonimo dell’epoca in cui viviamo: in pratica, ci fermiamo al movimento che è cominciato

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con l’Illuminismo e ha progressivamente portato alla ristrutturazione di tutte le articolazioni della vita individuale e sociale all’insegna dell’autonomia.

Nella sua celebre definizione dell’Illuminismo, Kant lo contrapponeva alla «minorità», intesa come incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro 7. Il paradigma dell’autonomia si è esteso in successione a tutti i diversi ambiti della vita politica e sociale, dalla religione all’economia, sviluppatasi all’insegna del liberalismo; solo la medicina ha costituito, per lungo tempo, una specie di riserva retta ancora dalle leggi dell’assolutismo, sotto le vesti di benevolo paternalismo. Nello stato di malattia l’autonomia dell’individuo sembra sospesa: il medico — spesso in collusione con i familiari — decide quali informazioni dare al malato, il trattamento più indicato, i percorsi da fargli seguire nell’accidentato cammino verso la salute (e ancor più in quello verso la morte) 8.

Il diritto alla libertà, nella sua versione di diritto all’autodeterminazione e a scelte autonome, è apparso sullo scenario della sanità come un diritto di seconda generazione, rispetto ai diritti fondamentali che costituiscono il tessuto delle società democratiche. L’impatto della prospettiva dei diritti sul modello tradizionalmente vigente in sanità è stato particolarmente dirompente negli Stati Uniti. Una delle prime formulazioni del diritto del paziente alla propria autonomia anche nella cura della salute è quella che risale al giudice Benjamin Cardozo, in una sentenza del 1914: «Ogni essere umano adulto e capace di intendere e di volere ha il diritto di decidere che cosa viene fatto al suo corpo». Come l’albero

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nel seme, in questa frase è contenuto tutto lo sviluppo avvenuto soprattutto negli ultimi decenni, verso la regolamentazione del consenso informato nella terapia e nella ricerca, e la tutela sempre più minuziosa del diritto del paziente a essere coinvolto nelle decisioni cliniche che lo riguardano.

Descrivendo i cambiamenti intervenuti nell’etica medica americana nel decennio critico che decorre dal 1966 al 1976, David Rothman ha potuto fissarli in un’immagine molto evocativa: in un modo impensato in passato, una quantità di «estranei» si è installata al capezzale del malato 9, là dove il medico era solito trovarsi in uno splendido isolamento («Quando curo un malato — diceva il medico del cancelliere Bismarck — io e lui siamo come su un’isola deserta»). La bedside ethic è stata sostituita da una armchair ethic, cioè da un’etica proveniente dalle cattedre di filosofia; e il medico ha dovuto rinunciare alla solitudine con il malato, nella quale era solito prendere le decisioni «in scienza e coscienza», e accettare la presenza di estranei, sempre più numerosi: giuristi, filosofi, teologi, comitati di etica... La camera del malato è diventata sempre più affollata, le pareti trasparenti. La decisione medica è stata obbligata a confrontarsi con l’opinione pubblica; la professione medica, che precedentemente dettava leggi in ambito clinico, è stata a sua volta sottoposta a una serie sempre più numerosa di normative elaborate in sedi che di per sé non hanno niente a che vedere con il contesto clinico.

Le decisioni al letto del malato non saranno più prese solo dal medico: molti «estranei» interferiscono nel processo decisionale. Sottratta al regime speciale che sembrava spettarle in quanto ultimo bastione del paternalismo, l’etica medica diventa etica civile. Parallelamente, il malato stesso è chiamato a svolgere un ruolo sempre più attivo nel rapporto terapeutico. Possiamo considerare come momento conclusivo del lungo sviluppo dell’autonomia del paziente l’entrata in vigore, il 1° dicembre 1991, del «Self-determination

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Act», la «legge dell’autodeterminazione», uno strumento giuridico rivolto a tutelare concretamente il libero intervento dei malati nelle decisioni cliniche che li riguardano, in particolare in quelle finalizzate al prolungamento della vita 10. Se si considera che, in tedesco, l’informazione data al paziente si chiama Aufklärung — lo stesso termine che designa l'Illuminismo — ci rendiamo conto che con il diritto all’autodeterminazione e al consenso informato, riconosciuti per legge, lo spirito dell’Illuminismo ha conquistato l’ultima provincia che si era sottratta al suo dominio.

Malgrado l’aperta o sotterranea resistenza dei medici formati nell’alveo della tradizione ippocratica, il movimento che tende a smantellare l’assolutismo del medico e a promuovere l’autonomia del paziente comincia a raggiungere anche l’Europa. Con l’affermarsi della concezione «moderna» del rapporto medico-paziente, viene sospesa per i medici l’autorizzazione a procedere a qualsiasi misura terapeutica essi ritengano andare a beneficio del malato, sulla base di un criterio medico. La pratica dell’informazione del paziente circa diagnosi e prognosi e dell’acquisizione del consenso per gli interventi terapeutici sarà sempre meno un «optional»: essa diventerà in misura crescente un obbligo deontologico, e in alcuni casi anche legale.

Questi sviluppi dell’autonomia del paziente e del suo diritto all’informazione potrebbero procedere anche verso uno scenario infausto. È possibile immaginare che lo spostamento d’accento sull’autonomia del paziente avvenga in un clima avvelenato dalla diffidenza e dal risentimento per il potere perduto, col triste risultato che il diritto alla libertà decisionale si tramuti nella sua caricatura: vale a dire, nel «diritto» a essere lasciato solo, proprio nel momento in cui il malato ha maggiormente bisogno della presenza benevola ed efficace di un sanitario che lo assista non solo con la scienza, ma anche con la sua completa umanità. Lo sviluppo

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della richiesta di un consenso informato — magari redatto su un modulo apposito, per fini burocratici...! — potrebbe risultare così come un espediente per rifilare al malato la responsabilità di decisioni che andrebbero invece condivise, lasciando prevalere la preoccupazione esclusiva di tutelare il medico da possibili risvolti giudiziari.

Sullo sfondo di una possibile evoluzione non auspicabile del rapporto medico-paziente e dell’etica che lo sostiene, acquista particolare rilevanza il contributo di Pellegrino e Thomasma alla rifondazione di una filosofia della medicina. Avendo partecipato fin dall’inizio al movimento della bioetica, hanno ben presenti i modelli che si contendono il primato. Le diverse proposte teoriche ruotano intorno a due «tipi ideali»: quello ippocratico-paternalista e quello libertario-autonomista. Il primo giustifica l’azione sanitaria in quanto finalizzata al bene del paziente; il secondo ne misura l’eticità sul rispetto dei valori del paziente e della sua autonomia decisionale.

Se nel contesto europeo l’etica medica gravita ancora prevalentemente intorno al primo modello, in quello americano ― e più ampiamente anglosassone — il primato teorico e pratico spetta al secondo. Gli studiosi che hanno familiarità con la letteratura specialistica della bioetica assoceranno prontamente questa tendenza con i nomi di H. Tristam Engelhardt, James Childres, Robert Veatch e numerosi altri, che con notevoli diversità ma con sostanziale convergenza di intenti si propongono l’introduzione dell’autodeterminazione nell’etica clinica. Ed è proprio questa inclinazione della bilancia verso l’introduzione del liberalismo nell’etica medica, con la preferenza a regolare i conflitti dando la priorità assoluta al criterio dell’autonomia, che preoccupa Pellegrino e Thomasma.

Essi rifiutano di lasciarsi costringere entro la rigida alternativa: o paternalismo, o autonomia (ovvero: tutto il potere al medico, oppure tutto il potere al malato...). La loro proposta di una nuova base per la filosofia della medicina contemporanea parte dalla consapevolezza di un malessere diffuso,

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a causa del prevalere di un atteggiamento o dell’altro in modo esclusivo, senza reciproche integrazioni. In regime di paternalismo medico, i pazienti non sopportano più di dipendere dai sanitari come dei bambini; per contro, là dove prevale la concezione autonomista, i medici si sentono ridotti a puri esecutori dei desideri dei pazienti, mentre questi ultimi, a loro volta, sentono pesare su di loro l’abbandono, a causa della rottura dell’alleanza terapeutica. Ci sono valori importanti nell’uno come nell’altro modello, che non possono essere lasciati cadere, se non si vuol sfigurare la fisionomia dell’atto medico. L’originalità del modello di filosofia della medicina avanzata da Pellegrino e Thomasma consiste in una via media, che si propone di salvare gli elementi validi della medicina ippocratica e di quella moderna, evitando al tempo stesso di cadere in accentuazioni unilaterali.

Come tutte le vie medie, anche questa è difficile non solo da percorrere, ma anche da concettualizzare. Suoi principali elementi costitutivi sono la distinzione tra paternalismo e beneficità, e la proposta di una beneficità che includa i valori del rapporto medico-paziente tradizionale: la beneficità-nella-fiducia, appunto. Il medico può ispirare la sua azione al bene del paziente (beneficità), senza per questo cadere nel vizio capitale del paternalismo, cioè nella pretesa di conoscere il bene del paziente meglio di quanto questi sappia fare («doctor knows best»). In altre parole, può perseguire un ideale di beneficità che non annulla l’autonomia del paziente, bensì la prevede, la rispetta e addirittura si propone di farla crescere 11.

Il modello di «beneficità nella fiducia» combina la beneficità e l’autonomia, considerandole come dimensioni dell’atto medico non in conflitto, bensì mutuamente rinforzantisi. Il lettore potrà scoprire, addentrandosi nello studio

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dell'opera — il testo di Pellegrino e Thomasma è appunto un libro non di piacevole lettura, ma di riflessione; domanda una forte mobilitazione intellettuale, ma lascia in compenso benefici duraturi — quali approfondimenti concettuali questa prospettiva ha richiesto agli autori. Oltre a una ridefinizione della beneficità, rispetto alla comprensione che ne aveva l’etica medica di stampo ippocratico, Pellegrino e Thomasma procedono a un’analisi più ampia del bene del paziente. Questo non è identico ai suoi desideri o preferenze, come propone la concezione autonomista, ma ha un profondo radicamento nei valori del soggetto. La condizione di malattia — quella che rende il paziente in-firmus — è una minaccia all’autonomia. In modo realistico si riconosce che l’infermità può compromettere sia il progetto terapeutico, sulla sensibilità di colui che esercita una professione sanitaria per la vulnerabilità e l’umanità ferita del paziente, sia la necessità del dialogo per poter discernere i valori congruenti con il malato come soggetto autonomo. Per questo motivo il modello della «beneficità nella fiducia», pur gravitando nell’area delle teorie etiche del «bene», è intimamente correlato con l’etica della «virtù» (come illustra la parte centrale del libro, dedicata al «buon medico» e al «buon paziente», vale a dire ai mutui obblighi all’interno del rapporto terapeutico).

La traduzione italiana di quest’opera importante per la riflessione sulla medicina contemporanea dischiude una prospettiva di dialogo più ampia di quella già prevista dagli Autori. Si tratta di entrare nel sistema aperto proposto da Pellegrino e Thomasma, modellato sul contesto sociale americano, con la potenzialità della nostra tradizione europea, della nostra sensibilità latina in particolare. A una medicina che si vuol comprendere dal punto di vista focale del «bene del paziente» possiamo apportare le nostre particolari accentuazioni. Per menzionarne solo una, possiamo pensare al posto particolare che nelle culture latine occupa la famiglia: il funzionamento delle nostre reti primarie di riferimento modifica sensibilmente il processo decisionale nel contesto clinico.

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Ci sentiamo autorizzati a sperare che, come prodotto di questo dialogo transculturale, avremo alla fine una medicina più ricca di contenuto umano. E perciò una medicina più capace di guarire.

Note

1 Il testo del Giuramento si può trovare in Documenti di deontologia e etica medica, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1985, p. 19.

2 Cfr. Corriere medico, 22-23 novembre 1988.

3 Cfr. J. KatzThe Silent World of Doctor and Patient, The Free Press, New York 1984. Come «medicina del silenzio» Katz non designa solo la pratica moderna, dove la tecnologia si frappone tra medico e paziente al punto da rendere superflua la parola, ma anche la classica medicina ippocratica, in cui il paziente non è di per sé chiamato a strutturare insieme al terapeuta, apportando i suoi fini e i suoi valori, l’atto medico.

4 Numerose sono le pubblicazioni con la doppia firma Pellegrino-Thomasma. In una nota a un saggio dedicato al contributo complessivo di E. Pellegrino alla filosofia della medicina, David Thomasma traccia la storia della loro collaborazione. Essa risale al 1974 ed è iniziata al Medical Center dell’Università di Yale, a New Haven. È continuata poi negli anni, attraverso le diverse carriere accademiche dei due studiosi che hanno portato Pellegrino a diventare prima direttore del Kennedy Institute of Ethics, alla Georgetown University di Washington, e poi direttore del Center for Advanced Study of Ethics della stessa università, mentre Thomasma è passato a dirigere il programma di Medical Humanities alla Loyola University di Chicago. Nella stessa nota Thomasma chiarisce le modalità di lavoro che rendono la loro collaborazione così fruttuosa: David C. Thomasma, «Establishing the Moral Basis of Medicine: Edmund D. Pellegrino’s Philosophy of Medicine», in The Journal of Medicine and Philosophy 15 (1990), pp. 262s.

5 E.D. Pellegrino e D.C. ThomasmaA philosophical Basis of Medical Practice: Toward a Philosophy and Ethics of the Healing Professions, Oxford University Press, New York 1981.

6 Nel 1990, in occasione del 70° compleanno di E. Pellegrino, la rivista ha dedicato un numero monografico alla sua opera e all’analisi del suo pensiero (The Journal of Medicine and Philosophy, 1990, n. 15). Da segnalare, in particolare, il bilancio tracciato da H. Tristam Engelhardt in merito all’apporto di Pellegrino alla nascita delle «medical humanities» e alla rinascita della filosofia della medicina in America: «Esse non avrebbero mai assunto la forma che ora possiedono se non ci fossero stati il genio e le fatiche di Edmund Pellegrino» (p. 237). Pellegrino è stato da almento tre lustri al centro dello sviluppo che ha portato la medicina e le discipline umanistiche a riscoprire la rilevanza reciproca. Nel tributo del Festschrift è debitamente sottolineato l’orientamento «cattolico» del pensiero di Pellegrino. Non solo in senso confessionale — per quanto Pellegrino sia cattolico anche in questo senso e non nasconda in che misura la professione di fede ispiri i suoi orientamenti intellettuali — ma ancor più in senso etimologico di «universale»: Pellegrino è, tipicamente, quello che gli americani chiamano «a man of vision», uno spirito guidato da una visione.

7 «L’Illuminismo è l’uscita degli uomini dallo stato di minorità a loro dovuto. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. A loro stessi è dovuta questa minorità, se la causa di essa non è un difetto dell’intelletto ma la mancanza di decisione e del coraggio di servirsene come guida»: Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto (a cura di N. Bobbio), ed. Utet, Torino 1975, pp. 141-149.

8 Cfr. S. Spinsanti, «La formazione del consenso con la famiglia: un orizzonte dell’etica clinica», in Il policlinico, 97 (1990), pp. 142-148.

9 D.J. RothmanStrangers at the Bedside, Basic Books, New York 1991.

10 Cfr. E.L. McLoskey, «The Patient Self-Determination Act», in Kennedy Institute of Ethics Journal, 1 (1991), pp. 163-169.

11 Può essere interessante un confronto con la concezione dell’autonomia proposta da Jean-François Malherbe, Per un’etica della medicina, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1989. Rifacendosi alla più pura tradizione del personalismo filosofico, Malherbe valorizza gli aspetti relazionali dell’autonomia, preservandola così dalla minaccia dell’individualismo.

Riemergenza dei valori nell’ambito della salute

Sandro Spinsanti

RIEMERGENZA DEI VALORI NELL'AMBITO DELLA SALUTE

in Marco Ingrosso - Ferdinando Montuschi - Sandro Spinsanti, Salute malattia

Cittadella Editrice, Assisi 1996

pp. 113-178

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1. «Malasanità» e buona sanità

La salute è diventata uno dei nodi cruciali della cultura contemporanea. Per quanto riguarda l'Italia, basterebbe seguire il filo rosso del dibattito sociale che ha accompagnato i nostri tentativi di darci un'assistenza sanitaria pubblica degna di un paese civile (la Riforma del 1975, che ha istituito il Servizio sanitario nazionale e, dopo il suo clamoroso fallimento, gli attuali progetti di. «riforma della riforma», con l'aziendalizzazione degli ospedali e delle Usi). Tutto ciò ha contribuito a portare in primo piano nell'opinione pubblica i problemi organizzativi della sanità. Ma soprattutto sta maturando lentamente la convinzione che, al di sopra delle questioni di politica sanitaria, campeggia il problema della salute dell'uomo, e che questo sia essenzialmente un problema di civiltà. Si può sottoscrivere l'opinione di chi ritiene che proprio nella sanità emerga un profondo slittamento che si sta insensibilmente operando da un tipo di civiltà a un altro: mentre il XIX secolo metteva in risalto soprattutto il diritto al lavoro, il nostro tempo insiste sul diritto alla felicità. È uno spostamento di prospettiva che incide non solo sui problemi della salute, ma sulla concezione stessa dell’uomo.

La sanità come luogo di conflitti

Il problema della salute, al centro dell'opinione pubblica e delle preoccupazioni personali, sta diventando una discriminante culturale e politica. Su di esso si manifestano

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in tutta la loro diversità le concezioni antropologiche che sottendono la convivenza civile. Ciò crea tensioni che fanno del mondo sanitario un luogo di vivaci conflitti. Ricorrendo alla schematizzazione sopra proposta, potremmo dire che l'ospedale sta prendendo il posto della fabbrica come luogo simbolico e reale dove si giocano le conflittualità che attraversano le nostre società.

Di conflitti ne osserviamo anzitutto in sede di programmazione economica. Le spese per la salute pongono all'economia politica di tutti i paesi ad alto sviluppo industriale problemi tra i più ardui. Aumentano ovunque in modo esponenziale, secondo una progressione geometrica, qualunque sia il sistema dei servizi adottato. I responsabili della politica economica si trovano di fronte al dilemma di conciliare la qualità del servizio con la sua efficacia ed economicità. La difficoltà del problema è costituita dal fatto che l'economia politica applicata alla salute deve tener conto di numerose variabili che trascendono l'ambito tecnico di questa disciplina. La salute e la malattia sono infatti realtà sociali che riflettono ogni minima variazione culturale, ivi compresi i cambiamenti che avvengono nella scala dei valori. Una politica della salute conduce inevitabilmente a delle scelte, determinate dagli orientamenti prioritari verso certe classi di età, verso determinate patologie o finalità sociali.

Mai, in ogni caso, una tale politica potrà lasciarsi guidare esclusivamente da considerazioni del tipo costi/benefici, perché la vita umana non è un bene omogeneo agli altri beni. Anche l'economia politica, quando deve decidere degli investimenti da fare, non può sottrarsi a interrogativi di tipo etico. Questo è il motivo per cui in ambito sanitario si scontrano così violentemente le ideologie. Nel campo della salute vengono infatti a collisione i diversi progetti che si hanno sull'uomo, sul suo divenire e la sua felicità, nonché le diverse concezioni della società.

I partiti politici sono aggressivamente presenti in questo settore: non possono infatti dimenticare che nella sanità pubblica l'aspetto organizzativo ha un'importanza capitale. Spesso coesistono interessi contrari: il liberalismo, sostenuto per lo più dal corpo medico, si scontra col

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centralismo tecnocratico rappresentato dall’amministrazione e con i progetti decentrati e partecipativi, fermamente decisi a superare la condizione di «assistito», tradizionalmente riservato al malato.

La convinzione che la salute sia un prodotto industriale come un altro, il cui aumento dipende dal volume degli stanziamenti che si fanno nel settore, porta con sé anche l'attesa che il gruppo professionale che si occupa della salute gestisca «in toto» il settore. Un'educazione sanitaria accurata dovrebbe contrastare tale tendenza, permettendo all'individuo di affrontare da protagonista tutto quello che capita alla sua salute. Questa è non solo un diritto da rivendicare alla società, ma anche un «dovere» che domanda un impegno positivo; una «virtù», come la chiama il sociologo Ivan Illich. La salute non si può ricevere: bisogna «farla».

I conflitti sociali da cui abbiamo preso le mosse sono i più macroscopici. Al di sotto, uno sguardo accurato scopre che le questioni della salute confrontano l'uomo non solo con scelte sociali, politiche e ideologiche diverse, ma con il problema maggiore dell'umanesimo nella sua totalità: il rapporto che l'uomo ha con il suo corpo.

Lo stadio attuale di civiltà industriale avanzata che stiamo attraversando ci pone di fronte al corpo, in quanto luogo dell'esperienza esistenziale più pregnante, in modo diverso rispetto al passato. Abbiamo superato, forse definitivamente, il dualismo tradizionale che contrapponeva l'anima al corpo. In polemica con lo spiritualismo dualista ― il corpo come pura materialità e l'anima come principio spirituale ― il pensiero moderno ha ritrovato l'unità dell'uomo reale. La corporeità, vista come momento essenziale del soggetto, è la mediazione che rende il soggetto spirituale presente al mondo oggettivo e alla soggettività delle altre persone umane. Tuttavia oggi la nostra presenza al mondo tramite il corpo è legata a varie forme di disagio. Si diffonde la convinzione che a un rapporto sbagliato con la natura, oggetto del vivace dibattito ecologico, si accompagni la perversione del rapporto con la concreta struttura biologica del nostro corpo.

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La perdita dell’armonia corporea è una delle malattie più gravi della civiltà. Abbiamo disimparato il linguaggio delle funzioni vegetative. Il corpo sembra aver perso la sua trasparenza, ci è diventato estraneo, quasi nemico. L’alienazione ha assunto un aspetto biologico ben definito, che passa attraverso il rapporto stesso che abbiamo col nostro corpo. «Riappropriazione del corpo» è diventato lo slogan di diversi movimenti culturali, che propugnano un salto nella qualità della vita. Riappropriarsi del corpo è il presupposto per vivere da protagonisti l'avventura della salute.

Domanda di salute e riferimento ai valori

Percezioni diverse del corpo, della sua integrità vitale, della sua funzionalità sana o malata, e di conseguenza dell'intervento terapeutico adeguato richiesto dalla situazione, producono stili di razionalità etiche diverse. Se vogliamo renderci conto di ciò che avviene in sanità, siamo necessariamente rinviati al concetto di salute con cui sanitari e pazienti operano. La chiarificazione del concetto di salute è più che una premessa a un discorso formalmente etico: entra costitutivamente nel «medical decision making» e perciò ne condiziona necessariamente la dimensione etica.

Per accedere a un'analisi della salute di maggior spessore antropologico, bisogna portare a livello esplicito le assunzioni che sottostanno implicitamente alla pratica sanitaria quotidiana. Queste si rivelano il più delle volte come modelli esplicativi ingenui, che semplificano la realtà dei vissuti umani di salute e malattia. Nello schema interpretativo più comune salute e malattia costituiscono due opposti, definibili ognuno tramite il proprio contrario. Si assume che esista un sapere (scientifico) che «spiega» la malattia, mediante un percorso standardizzato; l'apparato diagnostico decodifica i sintomi, riconducendoli a una precisa nosologia; quando una costellazione di sintomi è riferita a un quadro tassonomico, acquista lo statuto di «malattia». Si presume, infine, che

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la relazione terapeutica riposi su un atteggiamento lineare e non ambiguo del paziente, il quale ricerca la salute e vuol evitare la malattia.

L'analisi antropologica delle concezioni della salute presenti nella nostra cultura rivela invece un quadro più complesso. Coesistono almeno tre diversi paradigmi, ognuno dei quali concettualizza la salute in un modo caratteristico.

a) Salute come norma di efficienza. La salute, sganciata dai vissuti soggettivi di benessere o malessere, è rapportata ai dati oggettivi di buona rispondenza alle aspettative sociali. Il malato è socialmente un «deviante», il quale ricopre un ruolo che gli permette di non rispettare gli impegni del vivere sociale.

In questo paradigma la guarigione equivale al ristabilimento dello stato precedente di normale efficienza. Il contratto terapeutico è centrato sulla richiesta, esplicita o implicita, da parte del paziente, di tornare nella condizione precedente all'insorgere della condizione morbosa. La strategia terapeutica si identifica con l'eliminazione dei sintomi, intesi come un evento incidentale nella vita del soggetto.

b) Salute come esperienza di equilibrio psicofisico. A un approccio fenomenologico salute e malattia appaiono come vissuti soggettivi, nei quali degli «eventi dotati di senso» connotano il fluire dell'esperienza quotidiana. La salute equivale a un equilibrio, per lo più silenzioso e scontato, che accompagna la vita di tutti i giorni; l'alterazione dell'equilibrio si annuncia dolorosamente attraverso i sintomi.

I sintomi parlano alla soggettività del malato e funzionano da spie dello squilibrio. Non devono essere solo «spiegati» ― cioè ricondotti a un quadro nosografico ― ma «compresi». La malattia non appare come un semplice incidente da mettere tra parentesi: è un'occasione significativa per cogliere uno squilibrio da colmare. La guarigione non si identifica con la pura e semplice scomparsa dei sintomi, ma con il raggiungimento di un nuovo equilibrio, attraverso un processo di crescita di consapevolezza e di responsabilità.

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c) Salute come stile di vita. La critica alla «medicalizzazione» della salute 1 e una maggior attenzione per le variabili socio-ambientali di essa hanno indotto a spostare l’accento sullo stile di vita complessivo. In questo paradigma la salute si definisce in rapporto a fattori non medici, come condizioni di lavoro e di abitazione, alimentazione, igiene e habitat. La promozione della salute si identifica con il favorire comportamenti che prevengano sia l’insorgere della patologia, sia la rottura degli equilibri psico-fisici. Il progetto terapeutico in questo paradigma comprende elementi ancor più intrecciati con la dimensione etica e spirituale dell'uomo, come l’acquisizione di una migliore competenza conoscitiva da parte del soggetto e di maggiore autonomia nelle scelte. La ricerca empirica supporta questa visione più differenziata della salute, propria delle società contemporanee. Assumendo come riferimento le richieste che i cittadini del nostro paese rivolgono ai terapeuti e al sistema sanitario (La domanda di salute in Italia, 1989; La salute degli italiani, 1992), notiamo che la domanda di salute si allinea in modo crescente su una concezione antropologica che privilegia le dimensioni esistenziali e ambientali.

Recede una concezione della salute in cui questa è identificata esclusivamente con gli aspetti organici o misurata con criteri di efficienza socialmente standardizzati (primo paradigma, in cui la salute coincide, praticamente, con la «normalità»: è sano chi non devia da ciò che la società reputa normale, come ad esempio la capacità di lavorare) . Tende invece a emergere sempre più nettamente la ricerca della salute come benessere psico-fisico e come equilibrio ambientale, prodotto da una migliore qualità di vita (secondo e terzo paradigma).

Nell’area della salute bisogna distinguere un nucleo duro, costituito dalla malattia grave e ad alto rischio di morte o di cronicità, e un vasto insieme sistemico a dimensione somato-psichico-ambientale, centrato sulla ricerca

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del benessere. Nei confronti del primo aspetto permangono gli elementi più tradizionali, che possiamo osservare in azione quando sopravviene una minaccia alla vita o all’integrità. Quando è in gioco la vita, il paziente tende a essere passivo, affidandosi al medico e alla struttura sanitaria, a cui consegna l’organismo-macchina per la riparazione. Prevale la concezione organicistica del corpo, considerato come un insieme di pezzi di ricambio.

Là dove, invece, si fa strada la nuova domanda di salute, lo scenario cambia. Il paziente richiede un ruolo attivo nel promuovere il proprio benessere psico-fisico; non si consegna passivamente, ma vuole autotutelarsi e gestire autonomamente la salute; entra con il medico in un rapporto che tende a essere paritario, «contrattando» la terapia, combinando autonomamente diverse offerte, sperimentando nuovi percorsi. L’obiettivo diventa quello della qualità e si traduce nella ricerca di stili di vita che garantiscano il benessere totale.

La differenziazione dei modelli di salute ha forti ripercussioni sul rapporto terapeutico e sull’etica che lo regola 2. Man mano che si procede verso paradigmi di salute e guarigione più complessi e personalizzati, la ricerca del «bene del paziente» non può fare a meno di richiedere il coinvolgimento attivo del paziente stesso, la considerazione dei suoi valori e delle sue preferenze, il rispetto dell’autodeterminazione. Si impone un modello di rapporto che procede con decisione da un atteggiamento prevalentemente paternalista a un sincero apprezzamento e promozione dell'autonomia del paziente.

Un altro compito dell’etica nei confronti della nuova cultura della salute è quello di promuovere un discernimento. Si diffondono, infatti, comportamenti che sono allo stesso tempo carichi di promesse, ma non privi di ambiguità. Una fonte di preoccupazioni è il modo di trattare il corpo. Nella cultura della salute che prevale, l’accento

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tende a spostarsi: non si tratta solo di evitare le malattie che colpiscono il corpo, ma di lasciarlo attraversare dalla forza plasmatrice del desiderio, che lo correla non solo ai valori etici, ma anche agli obiettivi estetici ed edonistici della persona.

Il discernimento etico deve saper demarcare i pericoli di una proliferazione indistinta di richieste nello spirito del consumismo dai vantaggi antropologici che derivano dalla diffusione di una nuova e più positiva immagine della corporeità. La nuova cultura della salute promuove una concezione del corpo non più visto come polo opposto della psiche, luogo di avvenimenti patologici senza alcuna correlazione con il mondo delle rappresentazioni mentali, dei simboli, delle emozioni 3. Questo corpo antropologizzato, inteso come organo di un tutto integrato, qual è l'essere umano nella sua interezza, è molto più aperto allo spirito di quanto possa esserlo quello dipendente da una concezione dualistica, platonica o cartesiana che sia. È il luogo dove le scelte legate alla salute raggiungono il più alto significato e la più intensa drammaticità.

Privato e pubblico: due campi di gravitazione della domanda di etica

Nei mass media è diventato un uso linguistico comune riferirsi all'insieme delle problematiche morali connesse con la cura della salute e la promozione della vita mediante il termine «bioetica». All'inizio degli anni '70, quando il termine fu coniato e furono delineati i primi contorni della disciplina, il centro di gravitazione era ancora costituito dalla tradizionale etica medica. Si trattava di delimitare le procedure lecite da quelle illecite, in un contesto in cui l'impatto dirompente della tecnologia aveva modificato i contorni tradizionali dell'atto medico e la società pluralista non permetteva più un allineamento su

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un sistema di valori morali omogeneo. Oggi, dopo cinque lustri, la riflessione etica sui problemi della vita e della salute si è estesa ben oltre le situazioni-limite che continuano a interessare i media (e che potremmo qualificare come «bioetica-spettacolo»: madri-nonne, ingegneria genetica e creazioni di nuove specie, trapianti uomini-animali, interventi miracolistici sulla frontiera della fine o su quella dell'inizio della vita...). L'etica si occupa in misura crescente della cura della vita in senso estensivo, riflettendo sui comportamenti responsabili non solo dei professionisti e degli scienziati, ma anche dei singoli e delle società.

Secondo la formula a effetto di Stephen Toulmin, la svolta avvenuta una ventina d'anni fa in medicina «ha salvato la vita all'etica» 4. Lo storico della filosofia intendeva dire con ciò che la complessità dei problemi connessi con la medicina tecnologica ha costretto l'etica a uscire dal suo astratto accademismo e a occuparsi di problemi concreti. In altre parole, l'orizzonte della bioetica ha restituito all'etica la serietà e la rilevanza morale che sembrava aver perduto.

Qualcosa di analogo possiamo affermare circa le religioni. La complessità dei problemi posti dalle innovazioni tecnologiche in biologia e in medicina e i pericoli che minacciano la vita stessa sulla terra sembrano fornire alle religioni una opportunità insperata di essere presenti sulla scena del mondo. Il loro patrimonio di saggezza è ascoltato con una serietà che era data per scomparsa per sempre, dopo il trionfo dell'Illuminismo. Il magistero morale delle religioni nell'ambito delle questioni collegate con l'etica della vita ha una risonanza che eccede ampiamente la cerchia dei fedeli.

Le grandi religioni storiche hanno tradizionalmente portato un vivo interesse ai problemi connessi con l'arte del guarire e si sono intensamente impegnate a elevare in senso morale la motivazione dei sanitari, additando loro ideali di spiritualità nel servizio dei malati. Erano

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perciò spontaneamente orientate a sintonizzarsi sulle tematiche proposte dal nuovo movimento della bioetica. Questa, da parte sua, non ha soltanto un legame storico con l'etica medica promossa dalle religioni della tradizione culturale dell'Occidente. Anche nel più recente passato si sono evidenziate delle interconnessioni profonde tra la riflessione filosofica nata all'interno delle scienze della vita e l'impegno umanistico condotto in nome della fede religiosa. In particolare alle chiese cristiane ― la chiesa presbiteriana negli Stati Uniti, che ha creato e sostenuto la «Society for health and human values»; nell'ambito della chiesa cattolica si sono distinti soprattutto ordini religiosi ospedalieri, come i Fatebenefratelli e i Camilliani, nel promuovere la problematica deH'«umanizzazione» in medicina ― va accreditato uno degli impulsi più decisivi per riportare il problema dei valori umani al centro delle cure sanitarie. Tuttavia, quando la bioetica si è elevata alla condizione di dimora intellettuale per un gruppo ben individuato di pubblici esperti nei problemi etici della medicina, il ruolo svolto dagli studiosi esplicitamente radicati nella teologia è diventato sempre più marginale.

La bioetica si è sviluppata come un discorso secolare, condotto dai filosofi, volgendo deliberatamente le spalle all'ispirazione religiosa originaria. Parallelamente all'emergere delle voci dei «bioeticisti», sempre più accreditati a prendere la parola in pubblico per sviluppare la riflessione sulle questioni connesse con il progresso biomedico, i teologi si ritiravano nei loro territori. La disciplina è andata sempre più sviluppandosi all'insegna della filosofia morale, mentre l'articolazione religiosa del discorso è stata relegata nella dimensione privata dell'esperienza morale. Si è venuto così a creare un duplice ambito ― uno di rilevanza privata, collegato con la comunità morale di libera scelta, e l'altro pubblico, che riguarda tutti i cittadini, qualunque siano i loro orientamenti etici ― in cui prende corpo la domanda di etica riferita alla salute e alla malattia.

Il collegamento tra i due ambiti è vario quanto è vario il modo delle comunità dei credenti di rapportarsi al

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mondo. Possiamo trovare dialogo e collaborazione, così come intolleranza reciproca. La belligeranza dei gruppi religiosi contro la modernità ― che include la contestazione della possibilità di elaborare un progetto secolare veramente morale ― suscita come reazione la belligeranza delle etiche laiche contro le religioni, mettendo in discussione la loro pretesa di determinare le condotte umane come buone per una via diversa da quella puramente razionale. Il confronto fondamentalista non è una soluzione accettabile, così come non lo è il compromesso.

La via di soluzione di questi conflitti passa per lo scrupoloso rispetto della libertà religiosa di tutte le persone, da una parte, e per l'accettazione, da parte delle religioni, dei «minimi etici» che lo Stato deve esigere coercitivamente da tutti. Siamo qui nell'ambito dell'etica civile, che si articola con la morale individuale in una dialettica di etica del «minimo morale» (che obbliga indistintamente tutti i cittadini) ed etica del «massimo morale» (che corrisponde ai valori che ognuno liberamente sceglie come guida del proprio comportamento). L'etica civile deve essere stabilita mediante procedimenti partecipativi e democratici, e pertanto deve rispettare il parere di tutti, secondo i meccanismi che portano alla formazione della maggioranza.

È vero che le opinioni morali ― anche quelle della maggioranza! ― possono essere sbagliate, o può sembrare ad alcuni che lo siano. Ma questa convinzione legittima solo a iniziare un dibattito o a promuovere un processo di educazione morale della società, nel quale esercitare la propria capacità di convincere gli altri, con argomenti razionali, a far proprie le ragioni addotte. Ogni altro procedimento, che invece di proporre ed educare cerchi di imporre, deve considerarsi, in linea di principio, inaccettabile nella nostra epoca. Proprio le questioni connesse con la malattia e la cura della salute sono diventate un luogo cruciale in cui viene messa alla prova la nostra capacità di tolleranza e di dialogo.

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Efficienza e qualità come risposta alla crisi dello stato sociale

La crisi legata alla necessità di contenere la spesa sanitaria ― presa nella forbice costituita dall'aumento delle richieste e dei costi, da una parte, e dalla necessità di ridurre l'indebitamento pubblico, dall'altra ― non si traduce solo in lotta agli sprechi, razionalizzazione delle risorse, tagli alle spese, scelte prioritarie. Se così fosse, avremmo perso l'occasione offerta dal momento culturale attuale di rivedere in profondità i comportamenti, tanto dei sanitari, quanto dei cittadini che ricorrono ai servizi offerti dalla medicina. Non si tratta solo di un problema amministrativo di risanamento della finanza pubblica: è necessario arrivare a cambiare il modello di civiltà sanitaria. Per questo non possiamo limitarci a offrire meno servizi o prestazioni. Bisogna fornire un «meno» che sia qualitativamente «di più». Si tratta, quindi, di un problema di qualità, che si sposa all'efficienza con risposta globale nella crisi dello stato sociale.

Questa prospettiva ci porta lontano dalle vie che siamo abituati a percorrere quando cerchiamo la «buona medicina». Dobbiamo discostarci dal modo tradizionale di capire il ruolo del medico, secondo il quale il sanitario nelle sue scelte cliniche deve lasciarsi guidare unicamente dalla considerazione del bene del malato. L'etica ha rinforzato la voluta estraneità del medico nei confronti di preoccupazioni che non siano di ordine clinico, in particolare di quelle di natura economica: la più alta disapprovazione morale cadrebbe su un medico che sottraesse una cura benefica al malato, per il motivo che è troppo costosa. La socializzazione della medicina ― che ha portato nel nostro Paese alla costituzione di un Servizio sanitario nazionale ― ha ulteriormente allontanato le preoccupazioni di ordine economico dalle decisioni cliniche. L'intervento del «terzo pagante», mediante un meccanismo anonimo di ripartizione, ha estraniato ancora di più la pratica quotidiana della medicina dalla considerazione dei costi. Anche da parte dei cittadini si è innescato un meccanismo di corsa al consumo sanitario, che ha dovuto essere corretto con

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misure restrittive e responsabilizzanti di politica sanitaria (introduzione di ticket e altre forme di partecipazione diretta alla spesa).

Il modello tradizionale viene già messo in crisi dal passaggio all'epoca moderna. Per fare «buona medicina» non basta orientarsi secondo le ultime acquisizioni della ricerca e della clinica: oltre a questo, il medico deve anche considerare come incidono sulle scelte cliniche i valori che strutturano la vita e le relazioni delle persone. Un ulteriore elemento destabilizzante entra nelle nostre attese nei confronti di una medicina di qualità: l'intervento sanitario deve tendere a ottimizzare l'uso delle risorse e a rispondere alle esigenze organizzative, così come avviene in ogni azienda efficiente. L'idea stessa di qualità in questo modo si amplia. Un buon atto medico deve soddisfare contemporaneamente diverse esigenze: promuovere il bene del paziente, aggredendo la patologia e tutelando la salute; rispettare l'autonomia del paziente in quanto persona umana, con i suoi diritti e responsabilità; ottimizzare l'uso delle risorse mediante una gestione che miri all'efficienza e alla soddisfazione del cliente.

Il cambiamento culturale che il nuovo concetto di qualità dell'atto medico presuppone è notevole. Qualcuno teme che la medicina, proponendosi come obiettivi anche efficienza, produttività e pareggio del bilancio, perda l'orientamento etico che gli è connaturale. Probabilmente il termine «azienda», con tutte le associazioni di tipo economico che comporta, può essere fuorviante. Nella trasformazione necessaria ci sono anche delle opportunità di miglioramento nel senso auspicato da coloro che da tempo stanno ricordando alla nostra società che l'«umanizzazione» della medicina è una delle priorità non differibili. L'indicazione, antica e nuovissima allo stesso tempo, è quella di mettere il paziente al centro dei servizi sanitari. L'affermazione è stata per lo più utilizzata nel senso di un'esortazione morale al rispetto del malato. Oggi, pur continuando ad attribuire il massimo valore alla disposizione interiore filantropica e compassionevole, dobbiamo prendere la centralità del malato come un'indicazione di natura gestionale. Si tratta di organizzare i servizi

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sanitari lasciandoci guidare dal paziente stesso, il quale, in qualità di «cliente», è in grado di aiutare chi lavora nelle strutture sanitarie e dare ai servizi la qualità eccellente, che si traduce nella soddisfazione dell'utente.

È questa l'ispirazione che ha portato alla «Carta dei servizi pubblici sanitari», proposta dal Dipartimento della funzione pubblica (Presidenza del Consiglio dei ministri) e dal Ministero della Sanità (1995) «Non si tratta ― afferma il documento ― di una tutela intesa come un riconoscimento formale di garanzie al cittadino, ma di attribuzione allo stesso di un potere di controllo diretto sulla qualità dei servizi erogati». Ai cittadini viene attribuito un ruolo forte nell'orientare l'attività dei servizi pubblici verso la loro «missione»: fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti. Questa è, nel senso più alto, l'opportunità insita nel passaggio dalla centralità del paziente come atteggiamento eticamente auspicabile alla centralità quale strategia aziendale per il miglioramento continuo della qualità.

Chi teme che l'interesse dell'«azienda» sanitaria a soddisfare (e quindi a conservarsi) il paziente-cliente possa svuotare di contenuto morale la pratica della medicina, può tranquillizzarsi. Anche gli affari, infatti, devono fare i conti con le esigenze morali. Prima di tutto, perché un cliente soddisfatto, ma imbrogliato, si vendica: in sanità, le bugie hanno le gambe particolarmente corte e sarà sempre più difficile, con la maggiore informazione in materia di salute, avere pazienti soddisfatti se quello che è stato offerto non ha risposto alle loro legittime attese. E poi perché in medicina ci sono obblighi morali che vincolano comunque, indipendentemente dalla soddisfazione o insoddisfazione del paziente.

Gli obblighi morali a cui sottostà tutta la pratica medica sono principalmente due: non procurare danno a nessuno (primum non nocere) e trattare tutti con giustizia ed equità. È chiaro che un paziente a cui, per privilegio o raccomandazione, si fa saltare una lista di attesa ― per un trapianto di organo o anche solo per anticipare un esame diagnostico ― potrà essere soddisfatto. Ma sarà «ingiustamente» soddisfatto. E altri saranno insoddisfatti.

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L'etica, allora, dovrà vigilare affinché la soddisfazione vada di pari passo con le esigenze morali minime, che tutti riconoscono essere inderogabili. Nei tempi lunghi, dunque, il successo sarà di chi ha come obiettivo non il paziente a ogni costo soddisfatto, ma il paziente «giustamente» soddisfatto.

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2. La medicina pre-moderna e il riferimento al «bene del paziente»

Noi oggi, alla fine del XX secolo, cerchiamo una «buona» medicina per rispondere ai nostri problemi di salute, non meno di quanto abbiano fatto i nostri antenati o i nostri padri, soltanto una generazione fa. Ma la nostra idea di ciò che corrisponde a buona o cattiva medicina è cambiata, così come sono cambiate le nostre attese nei confronti di un ospedale o del servizio sanitario pubblico. Per renderci conto della portata di questo cambiamento dobbiamo considerare che si tratta di un'innovazione introdotta in ciò che l'Occidente può vantare di più stabile: l'etica medica, appunto.

L'Occidente ha cambiato una quantità di cose nell'organizzazione sociale ― l'economia, la famiglia, la religione, il diritto, la politica ― dall'antichità greco-romana ad oggi. La medicina stessa si è profondamente modificata nel corso del tempo, sia nei modelli teorici che nel modo di fornire aiuto ai malati. Tra il medico seguace di Galeno ― che interpreta le malattie secondo la teoria degli umori ― il medico scienziato dell'ottocento ― che ricorre al metodo della scienza sperimentale per spiegare come funziona l'organismo sano o malato ― e il medico della nostra epoca ― che è capace di ricondurre le malattie a un difetto del corredo genetico ed è in grado di prevederne l'insorgenza con anni di anticipo ― le differenze sono enormi. La stessa cosa si può dire riguardo al ricorso ai salassi, ai vaccini e all'ingegneria genetica. La diversità tra questi mezzi terapeutici, quanto a efficacia ed efficienza, è incolmabile.

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Quando il medico decideva «in scienza e coscienza»

Per l'etica, invece, non è avvenuto così. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli. Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall'epoca di Ippocrate fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

Ci possiamo riferire a quest'epoca come alla stagione premoderna dell'etica in medicina. Sinteticamente la denominiamo etica medica. L'aggettivo è giustificato. L'etica a cui ci riferiamo, infatti, è sostanzialmente l'etica «del medico». È il medico che la determina e la professione medica che se ne fa garante. In questa etica sono prescritti comportamenti per i malati, per i familiari, per le professioni che collaborano con il medico; tutti svolgono, tuttavia, funzioni subordinate e sono chiamati a modellarsi sulle richieste che provengono dai medici, i quali hanno un ruolo decisivo nello stabilire che cosa sia «buona» medicina.

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell'epoca pre-moderna è: «Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?». Troviamo questa preoccupazione già nel giuramento di Ippocrate, nella cosiddetta clausola terapeutica:

«Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa».

Tutta l'azione del medico è diretta a procurare il bene del paziente, identificato con la risoluzione dei problemi posti dalla patologia. Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione: per il medico dell'antichità era la «dieta» (cioè il regime terapeutico che tendeva a ristabilire nella vita del malato l'equilibrio turbato); per il medico dei nostri

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giorni i trattamenti appropriati potranno essere gli antibiotici o i trapianti di organo. Qualunque sia la scienza di riferimento, il modello rimane tuttavia lo stesso: il medico si impegna a fare il bene del paziente.

I principi fondamentali di questa etica, riconducibili all'imperativo di fare il bene del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista: il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il suo impegno e tutta la dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa duplice guida è riassunta da una formuletta, molto amata e citata dai medici, quando rivendicano a se stessi l'obbligo di prendere le decisioni «in scienza e coscienza». Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio della «beneficence», ovvero di «beneficità».

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all'atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare, è di diventare «paziente», in tutti i significati del termine (anche in senso morale, in quanto la pazienza è la principale virtù che è chiamato a esercitare). Il buon paziente è il paziente «osservante». A lui si richiede di entrare nel trattamento mediante la «compliance». Come affermava l'illustre spagnolo Gregorio Marañon, che ha rappresentato nella prima metà del secolo il permanere dell'ideale ippocratico: «Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire».

In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all'opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine «alleanza» fa parte della tradizione religiosa. Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell’alleanza che è il pilastro

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centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze. Nell'alleanza religiosa si tratta del legame che si instaura tra la potenza della divinità, in quanto fonte di forza e di salvezza, e la situazione di necessità propria del popolo che ha bisogno di redenzione. L'unione dei due mediante l'alleanza fa la salvezza.

Analogamente, la guarigione in medicina, nel modello tradizionale, si ottiene mediante l'unione tra la scienza-coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza. Il seguire la prescrizione medica è la condizione essenziale perché l'alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Il contraente dell'alleanza, che è il malato, si deve fidare e affidare, accettando le condizioni che gli vengono poste per la guarigione; il medico, che concede l'alleanza, lo guida verso il suo proprio bene.

Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia come medici che come pazienti. Soltanto quando diventiamo «moderni» il modello entra in crisi. Il malato dell'epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello secondo cui nella medicina tradizionale il malato è per definizione uno che non può determinare se stesso. Riconosciamo l'influenza di concezioni antiche, come quelle che ha espresso Aristotele quando ha affermato che il malato, proprio per la sua condizione, non è capace di dare giudizi razionali, in quanto è turbato dalle passioni, come ad esempio la paura per la propria vita; nello stato di malattia deve quindi subentrare la struttura paternalistica di contenimento: qualcun altro prende le decisioni per il bene del malato, dal momento che questi non lo può fare. Dire che la medicina entra nell'epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione questo paradigma profondo, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (le scelte di queste ultime essendo determinate dalle prime).

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Nell'epoca moderna i valori del malato, intesi come quadro di riferimento che guida l'autonomia delle sue scelte, diventano un momento fondamentale del fare «buona» medicina. La potente ed efficace medicina che la scienza, abbinata alla tecnologia, ci mette oggi a disposizione si apre su scenari diversi. L'arsenale medico è potente e vario, e ci mette di fronte ad alternative create dai valori soggettivi. A seconda del concetto soggettivo di buona vita, ovvero di ciò che vogliamo fare della nostra vita, un intervento medico può essere appropriato o no.

Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere alla domanda: «Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?». Non basta stabilire ― per esempio ― che l'atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i suoi valori e le sue decisioni, non possiamo parlare di buona medicina. L'autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente) diventa un criterio di qualità. L'intervento sanitario non può essere più deciso unilateralmente dal medico che si basa sul sapere della sua professione, ma deve essere individuato insieme al paziente, spesso con un faticoso processo di contrattazione.

Superato il paternalismo benevolo, l'ideale medico in questo modello diventa un'autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il «consenso informato». In questa prospettiva il paziente non ha più solo diritti ma anche dei doveri. La sua posizione non è solo di privilegio, ma anche di scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo decisionale. Non possiamo escludere che talvolta il paziente potrebbe preferire piuttosto di delegare la decisione e di demandarla al medico («Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!»). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di diventare un «buon» paziente. Per esserlo non basta che si limiti a non far storie, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il buon paziente ha

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anche un compito etico: deve realizzare tutto quello che è necessario per essere un buon paziente.

L'idea di qualità, dunque, include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica, usato per designare questo modello di qualità dell'atto medico, è un neologismo, appropriato per un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina appropriata per la stagione dell'etica in medicina che a giusto titolo possiamo chiamare «moderna». Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell'ambito dell'etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell'accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, insieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell'ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica entra la società, l'etica civile, l'accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli «stranieri morali».

Questo modello di qualità, che nella nostra cultura non abbiamo nemmeno ben cominciato ad articolare, si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Si avverte che è necessario accrescere le conoscenze e mobilitare tutte le energie concettuali e morali, al fine di entrare in questo modello. Tanto i professionisti della sanità quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale; spostandosi da un modello all'altro i valori si modificano. Possiamo dire che stiamo assistendo all'inaugurazione di una nuova epoca della qualità e dell'etica nella medicina.

L'accanimento diagnostico e terapeutico

Tra i comportamenti medici che nell'opinione pubblica esprimono con più forza il malessere dei cittadini uno dei

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primi posti spetta all'accanimento terapeutico. Se ne parla molto, e con molta passione. Ciò non significa che se ne parli con appropriatezza. Anzi, a ben vedere l'uso corrente dell'espressione è viziato da un prevalere di «pathos», che ne fa uno dei cavalli di battaglia di chi accusa la medicina di «disumanizzazione». In pratica, quando gli sforzi di salvare la vita a un malato non hanno risultato, vengono bollati come accanimento terapeutico e sui medici viene gettato il sospetto di comportarsi come tecnici disumani, che prolungano un'azione inutile mirando a fini personali, più che al bene del malato. Se invece l'intervento medico ha successo, i sanitari vengono lodati per la loro perizia e dedizione alla causa della guarigione del malato, vista come fine unico della medicina. Si tratta, quindi, di un giudizio «ex post», e non di un'accurata descrizione del delicato processo di decisione clinica, dove al medico è richiesto di trovare «ex ante» la giusta misura per il suo intervento, in un precario equilibrio tra l'eccesso e la carenza, tra il «troppo» e il «troppo poco», tra l'ostinazione cieca e l'abbandono prematuro del paziente, in quella condizione di incertezza che è intrinseca a ogni decisione medica.

È comprensibile che i medici reagiscano per lo più con irritazione all'accusa approssimativa di accanimento terapeutico. Soprattutto quando viene filtrata da un'informazione dei mass media vorace e spettacolare, che deforma il contesto in cui vengono prese le decisioni. Basti pensare ― per fissare in un episodio una scenografia ripetitiva ― alla ridda di insinuazioni e accuse rivolte ai medici che hanno assistito Fellini negli ultimi giorni di vita. La facile etichettatura di accanimento terapeutico ferisce inoltre i medici che lottano per tenere in vita i malati perché misconosce il fatto che i risultati positivi in medicina sono il frutto di molta tenacia. Se, dopo aver mobilitato tutte le energie della mente e del corpo per contrastare la morte il medico si sente rivolgere l'accusa di aver indulto all'accanimento terapeutico, è molto probabile che possa lasciarsi prendere dallo sconforto. E quella alleanza tacita tra il terapista e il paziente, che costituisce tradizionalmente l'ossatura dell'arte terapeutica, viene ulteriormente scossa.

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L'accanimento terapeutico è, dunque, solo il frutto di malintesi? Dipende esclusivamente dalla incompetenza degli informatori e dei cittadini, che equivocano sul significato degli sforzi medici per prolungare la vita dei malati? L'accanimento terapeutico va accantonato come un falso problema? Prima delle dovute risposte a questi interrogativi, esaminiamo che cosa avviene, sempre a livello di opinione pubblica, circa l'accanimento diagnostico. Qui lo scenario è completamente diverso. Non c'è mobilitazione dei media, scambi di accuse e difese; l'argomento non viene problematizzato sotto la spinta di forti emozioni. Raramente capita che qualcuno si lamenti per troppe indagini diagnostiche. Semmai la categoria invocata per valutare eventuali abusi è quella dello spreco delle risorse, non quella dell'accanimento. Visto dalla parte del paziente, l'eccesso diagnostico non sembra un pericolo per la salute: meglio un test in più che uno in meno...

Registrate le differenze tra i due ordini di problemi e l'inadeguatezza del termine «accanimento» a indicarli ― anche per la connotazione moralistica che lo accompagna e le reazioni che suscita in chi viene fatto oggetto di accusa ― resta tuttavia l'interesse a cercare una possibile convergenza tra la ricerca della giusta misura tanto nell'ambito della terapia quanto in quello della diagnosi.

Un cambiamento strategico in questa direzione consiste nell'introduzione in medicina di un punto di vista che abitualmente non era tenuto in considerazione: quello del paziente stesso. Anche da questo punto di vista vediamo l'utilità di promuovere il modello di rapporto incentrato sul consenso informato. Tradizionalmente, finché l'unico criterio sul quale doveva misurarsi la qualità morale dell'atto medico era la sua capacità di realizzare il «bene del paziente», questo veniva praticamente a coincidere con l'ambito delle possibilità stesse della medicina (le quali, per altro, erano molto più limitate di quanto i medici amassero concedere e far sapere ai pazienti...). La prima seria divaricazione tra il possibile e l'auspicabile è avvenuta con l'acquisizione della possibilità di mantenere in vita un paziente mediante le tecniche di respirazione artificiale, verso la metà del nostro secolo.

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Già nell'ambito dell'etica medica si sono registrati i primi tentativi di introdurre delle distinzioni che fossero d'aiuto ai medici nelle decisioni che erano costretti a prendere. Negli anni '50 fu molto apprezzata la distinzione, proposta da Pio XII, tra «mezzi ordinari» e «mezzi straordinari». Secondo tale criterio, gli sforzi rivolti a salvare la vita o a prolungare uno stato di particolare sofferenza possono essere lecitamente tralasciati quando hanno un carattere di straordinarietà. La distinzione ha avuto molto successo ed è stata ampiamente adottata dall'etica sviluppatasi senza riferimenti religiosi. Mira a individuare gli interventi medici ritenuti obbligatori ― identificati con quelli ordinari ― distinguendoli da quelli che possono essere omessi senza colpa morale.

Nella pratica sanitaria il criterio della straordinarietà dei mezzi è di difficile utilizzazione, a meno che non sia abbinato a qualche altro criterio; per esempio: valutare se l'intervento terapeutico previsto prolunghi la vita o soltanto il processo del morire. Progressivamente nell'ambito dell'etica medica si è avvertita l'inadeguatezza della distinzione tra mezzi ordinari e mezzi straordinari a guidare le decisioni in situazioni di conflitto. Nella stessa morale cattolica si è sentito il bisogno di un superamento di quella distinzione. La Dichiarazione sull'eutanasia della pontificia Commissione per la dottrina della fede (1980) ha registrato e ratificato il cambiamento del parametro di valutazione: «Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all'uso di mezzi "straordinari". Oggi però tale risposta, sebbene valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l'imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi "proporzionati" e "sproporzionati"».

L'idea di proporzionalità rimanda necessariamente a un fine, a una gerarchia soggettiva di valori, a una valutazione del tipo di vita che la persona considera conciliabile o inconciliabile con il proprio modello di «buona vita». Siamo così rinviati a un giudizio di qualità di vita, che non può essere posto al di fuori dei valori di riferimento del soggetto. Quando ci muoviamo in questo orizzonte, siamo entrati nella prospettiva etica che abbiamo identificato come propria dell'epoca moderna, in quanto integra

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il valore dell'autonomia individuale nel disegnare ciò che è appropriato all'ideale personale del singolo. L'autodeterminazione del paziente entra a far parte costitutivamente di quella ricerca della giusta misura ― che si colloca tra il troppo e il troppo poco ―, che determina la qualità dell'atto medico.

In questa prospettiva diventa più comprensibile il fantasma dell'accanimento terapeutico, che turba tanti nostri contemporanei. Esso nasce dal timore che il proprio metro di valutazione dei trattamenti possibili venga disatteso da un mondo di professionisti sanitari sintonizzati unicamente sui valori del prolungamento della vita. Non è necessario immaginare chissà quale disumano infierire su un corpo incapace di difendersi per attivare la fantasia dell'accanimento: basta la preoccupazione di una decisione presa su di noi, invece che con noi. Conseguentemente, la risposta positiva alla possibile deriva della pratica medica verso questa violazione della persona e del rispetto che le è dovuto non si restringe a delle limitazioni nell'impiego dell'intero arsenale terapeutico quando il malato ha iniziato il processo irreversibile del morire. La risposta adeguata inizia prima, mediante l’accettazione della prospettiva teorica e pratica proposta dalle «cure palliative».

Ciò implica la pari dignità tra la medicina finalizzata a invertire il corso della malattia o a contrastare la morte e quella che ha come obiettivo il prendersi cura del paziente e accompagnarlo nel cammino inevitabile, lenendo i sintomi e rendendo possibile la «buona morte». La filosofia sottostante alle cure palliative è l'antidoto appropriato a quelle forme di abuso alle quali ci si riferisce quando si parla di accanimento terapeutico.

L'orizzonte generale della bioetica ci è d'ausilio anche nel collocare i problemi posti dal cosiddetto accanimento diagnostico. L'imputato qui non può essere il clinico nella sua volontà di stabilire una diagnosi. Questo resta il primo e ineliminabile passo per una corretta procedura medica. L'etica medica tradizionale ha anche curato che l'intenzione diagnostica fosse guidata dalla volontà di procurare il bene del malato. Nei confronti di questi, infatti, non è giustificabile un sapere per il sapere, ma solo quello che si

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apre su una operatività terapeutica. Non è un buon diagnosta il clinico incompetente, che copre la propria ignoranza in fatto di diagnosi differenziale scandagliando alla cieca e moltiplicando indagini diagnostiche a tappeto.

Finché siamo guidati da queste preoccupazioni, ci muoviamo ancora nell'ambito dell'etica medica. Entriamo nell'ordine problematico che è tipico della bioetica quando chiediamo al medico di farsi carico anche della preoccupazione per l'efficienza dei servizi sanitari e del contenimento delle spese per la salute sostenute dal sistema sanitario. Oltre che il tradizionale principio della beneficità e quello moderno dell'autodeterminazione del paziente, sancito dal consenso informato, oggi il sanitario è chiamato in modo crescente a tener presente nelle sue scelte cliniche l'esigenza di ottimizzare l’uso delle risorse, che diventano sempre più scarse con il crescere della domanda. Il medico in epoca di sviluppo della medicina ― e di espansione economica ― poteva immaginare di lasciarsi guidare dalla domanda: «Che cosa posso fare di più per il malato che ho in cura?». Oggi sarebbe irresponsabile se ragionasse ancora in questi termini. Deve invece chiedersi: «Di che cosa posso fare a meno, pur ottenendo lo stesso risultato di qualità nella cura del paziente?». In altre parole, il criterio dell'economicità nell'uso delle risorse, a cominciare da quelle diagnostiche, deve entrare nel perimetro dei principi che circoscrivono la «buona medicina». Anche l'intenzione diagnostica deve proporsi la giusta misura: quella che si colloca dopo il «troppo poco» e prima del «troppo».

Comunicare o tacere una prognosi infausta

Quanto va comunicato al paziente della prognosi infausta che lo riguarda? La questione è diventata un luogo classico di dibattito in cui possiamo assistere allo scontro tra modelli di comportamento che aspirano ugualmente a realizzare un valore morale, ma nella pratica si scoprono come inconciliabili. Di fatto, il confronto assomiglia di più a un dialogo tra sordi, in quanto si confrontano certezze

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profonde non disposte a farsi rimettere in discussione dagli argomenti contrari. Chi è convinto che una prognosi che si affaccia sulla morte non vada condivisa con il malato ― tutt'al più con i suoi familiari ― motiva questo comportamento con alti motivi ideali. È per risparmiare al malato un evento emotivamente catastrofico che si deve fare ogni sforzo per tenere lontano dal suo sguardo l'orrore della morte certa. Ma anche chi difende la posizione contraria, orientata a informare il malato della propria situazione, si giustifica con motivi ideali, che ruotano attorno al rispetto del malato e tendono a prevenire un altro tipo di sofferenze psicologiche: quelle che si aggrumano attorno al sistema di menzogne necessario per mantenere il malato nell'ignoranza della sua situazione.

L'incomprensione tra i partigiani delle due posizioni può raggiungere punte paradossali. Coloro che optano per la comunicazione della diagnosi si sentono accusati di «crudeltà» nei confronti del malato; chi sceglie la menzogna pietosa, ih nome della compassione, si trova sospettato di essere solo un piccolo egoista, che vuol risparmiarsi le situazioni più ingrate, con lo sforzo di comunicazione che comportano. I tentativi di guadagnare l'altro alla propria posizione per lo più naufragano clamorosamente. Ciò non dipende dalla debolezza delle argomentazioni, ma dal fatto che gli atteggiamenti di fondo si nutrono di motivi che non sono solo razionali.

Alcuni di questi elementi sono stati messi in luce da uno studio pilota sui comportamenti e sugli atteggiamenti culturali dei medici circa la diagnosi e la prognosi di cancro. La ricerca è stata condotta da un'antropologa americana, Deborah Gordon, su un campione di medici toscani. Il merito della ricercatrice è stato quello di non limitarsi a contare quanti sono per il «dire» e quanti sono per il «tacere». Ha studiato invece come questi orientamenti sono collegati, in profondità, con le convinzioni che riguardano la vita, la morte e la sofferenza; con il modo di gestire le «cattive notizie», anche in contesti diversi da quello della salute; con i modelli fondamentali di educazione (orientata a promuovere l'autonomia personale oppure a consolidare la dipendenza dai genitori e dalla famiglia); con le modalità che

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vengono utilizzate preferenzialmente per aiutare qualcuno in difficoltà. Ne risulta che anche in una regione relativamente omogenea, come la Toscana, i medici si orientano secondo due modelli profondamente diversi.

Trattandosi di uno studio antropologico, potremmo dire che nella popolazione studiata si possono individuare due tribù. Per quella orientata in senso tradizionale, le decisioni relative a cure e trattamenti sono responsabilità del medico (e della famiglia), che scelgono ciò che «è meglio» per il paziente. Di fronte alla morte, l'obiettivo prioritario diventa la difesa del fragile dalla cattiva notizia, tenendolo all'oscuro. Per l'altra tribù, invece, l'informazione riguardo alla diagnosi, alla prognosi e al trattamento appartiene al paziente; è un suo diritto, perché deve conoscere e capire per poter decidere. L'ideale a cui tende è quello di rendere il paziente giudice di ciò che è meglio per lui.

Sono tribù molto compatte. I convincimenti di fondo riguardo alla vita e alla morte, agli eventi critici e al modo più appropriato per farvi fronte, al compito dei sanitari e al ruolo della famiglia sono condivisi da tutti e fortemente contrapposti a quelli dell'altro raggruppamento. Se dalla forma arcaica di lotta tra tribù si vuol passare a una forma più proficua di convivenza sociale, è necessario anzitutto convincersi che la posizione contraria non è solo errore o malafede. Ognuna ha valori importanti da difendere. In una società dove nessuno sembra più disposto ad ascoltare le ragioni dell'altro, la questione della comunicazione della diagnosi al paziente può diventare una palestra di dialogo, nel senso che era caro a Socrate. Quel dialogo che ci fa scoprire quanta ignoranza c'è dietro il nostro sapere, e quanto abbiamo bisogno di mettere insieme frammenti di verità per costruire la saggezza.

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3. Sistema delle cure e valori della modernità

Il cambiamento nel rapporto tra medico e paziente che, schematizzando l'evoluzione dell'etica in medicina, abbiamo sintetizzato come processo di «modernizzazione» (nel preciso senso culturale di passaggio all'epoca «moderna», sinonimo di democrazia politica e di liberalismo economico, che ha progressivamente modificato tutte le aree della vita sociale) comporta una trasformazione che si può paragonare al cambiamento delle regole del gioco. Le regole del gioco sono una cosa importante nella convivenza umana: che si tratti di sport o di sanità, di elezioni politiche o di accesso alle prestazioni erogate del Servizio sanitario nazionale. Chi ha a cuore che i cambiamenti avvengano in modo da non pregiudicare il pacifico svolgimento della vita sociale deve dare una priorità assoluta alle regole. Le modifiche delle regole vanno notificate a tutti, per tempo, ripetutamente, verificando che l'informazione arrivi a ognuna delle persone coinvolte e che ci sia un adeguato consenso al cambiamento.

Le cure sanitarie sotto il segno dei diritti della persona

Ebbene, in medicina, il passaggio all'epoca moderna comporta un cambiamento delle regole. Il primo sospetto che ci assale è che la trasformazione non sia accompagnata da un'informazione accurata, scrupolosa e capillare, come certamente faremmo se cambiassero le regole

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del gioco del calcio. Di solito al cambiamento delle regole viene opposta resistenza. I comportamenti umani, infatti, sono vischiosi: tendono a resistere al cambiamento, in particolare quando la perseverazione è favorita da una coesione omogenea di tutto un gruppo professionale.

Nel caso particolare della professione medica, si tratta di comportamenti motivati in senso altamente etico e umanitario. I medici hanno di se stessi una comprensione centrata sul beneficio da arrecare alla salute dei pazienti; l'azione medica vuol essere intesa come rivolta al miglior interesse del malato. Dall'interno del mondo medico si sviluppa perciò una forte resistenza al cambiamento delle regole, proprio perché quelle precedentemente in vigore appaiono ispirate ai più alti ideali.

Le cure sanitarie oggi si devono armonizzare con il rispetto dei diritti della persona. Questa formulazione sintetica del cambiamento che comporta l'epoca moderna acquista contenuto quando consideriamo analiticamente tali diritti. Proviamo a prendere come punto di riferimento una delle formulazioni più note dei diritti umani: la dichiarazione di indipendenza degli Stati americani redatta da Thomas Jefferson nel 1776. Tra le verità che non hanno bisogno di essere dimostrate, in quello storico documento viene citato il fatto che tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti e che sono dotati di certi diritti innati, dei quali non possono essere privati a nessun patto: come il «diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità (the pursuit of happiness)».

Gli sviluppi bio-medici più recenti costringono la società a confrontarsi anche con il diritto alla vita, come limite invalicabile. Le sicurezze che ci hanno accompagnato per secoli si incrinano di fronte a fatti nuovi. Chi va protetto, in nome del suo irrinunciabile diritto alla vita? Questo diritto si estende al feto, e a partire da quale fase dello sviluppo embrionale? È un diritto esclusivo degli esseri umani o si estende anche ad altre forme di vita animale? E ancora: fino a che punto va protetto il diritto alla vita? Il diritto alla vita va tutelato anche quando una vita ha perduto le qualità umane più fondamentali? Sono altrettanti capitoli scottanti della bioetica contemporanea.

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A noi qui interessa soprattutto analizzare il nuovo rapporto con il secondo dei diritti dell'uomo menzionati nella dichiarazione di indipendenza americana: il diritto alla libertà. In termini sociali, tale diritto è stato fatto equivalere all'autonomia, intesa come capacità dell'individuo di auto-determinarsi nelle scelte. Comprese quelle che avvengono nell'ambito delle cure sanitarie. Nel modello tradizionale le regole del gioco prevedevano una specie di sospensione dell'autonomia, quando l'individuo veniva a trovarsi nello stato di malattia: il medico ― spesso in collaborazione con la famiglia del malato ― è autorizzato a valutare quali informazioni fornirgli, scegliere il trattamento appropriato e i percorsi da fargli seguire nell'accidentato cammino verso la salute (e ancor più in quello verso la morte).

Il diritto alla libertà, nella sua versione di diritto a scelte autonome, è apparso nello scenario della sanità come un diritto di seconda generazione, rispetto ai diritti fondamentali che costituiscono il tessuto delle società democratiche e per i quali sono state fatte le rivoluzioni liberali dell'epoca moderna. Secondo lo storico della medicina Diego Gracia, fino agli anni più recenti la rivoluzione liberale e democratica ha stentato a imporsi in medicina, così come invece ha modificato altri ambiti della vita sociale: «Nel mondo della salute la rivoluzione sociale ha preceduto in molti casi la rivoluzione liberale... Il liberalismo è sempre stato il grande "argomento in sospeso" nella medicina occidentale» 5.

La pratica del diritto alla libertà in medicina è stata coltivata soprattutto negli Stati Uniti, anche per la propensione degli americani a indulgere alla litigiosità giudiziale. L'impatto della prospettiva dei diritti sul modello tradizionalmente vigente in sanità, centrato sull'ideale umanitario e sul dovere del medico di orientare la sua azione al bene del malato, è stato dirompente. Una delle prime formulazioni del diritto del paziente al rispetto della propria autonomia anche in ambito sanitario è quella del giudice Benjamin

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Cardozo, in una sentenza del 1914: «Ogni essere umano adulto e capace di intendere e di volere ha diritto di decidere che cosa viene fatto al suo corpo» 6. Come l'albero nel seme, in questa frase è contenuto tutto lo sviluppo, avvenuto negli ultimi due decenni, verso la regolamentazione del consenso informato e la tutela sempre più minuziosa del diritto del paziente a essere coinvolto nelle decisioni cliniche che lo riguardano.

Nel 1991 è entrata in vigore in tutto il territorio degli Stati Uniti la «Legge dell'autodeterminazione» (Self Determination Act), che può essere considerata come il punto di arrivo finale dell'intera parabola del diritto alla libertà applicato alle cure sanitarie. La legge stabilisce che ogni istituzione sanitaria che riceve pazienti assistiti dai due programmi federali «Medicare» e «Medicaid» è tenuta a fornire ai pazienti in modo sistematico, al momento della loro ammissione in ospedale, informazioni relative alle «advance directives» (vale a dire le disposizioni previe che la persona impartisce per il caso in cui non sia più in grado di intendere e di volere) e a sollecitare l'autodeterminazione del paziente. Secondo la legge dell'autodeterminazione, gli ospedali e le case di riposo per anziani sono tenute a istituire dei meccanismi per rendere edotti i pazienti dei loro diritti legali, che prevedono la facoltà di accettare o rifiutare il trattamento medico.

Malgrado la sorda resistenza dei medici formati in una tradizione più ispirata al principio di beneficità e al paternalismo che al rispetto dell'autonomia, il movimento della «modernizzazione» della pratica medica si è esteso a tutti i paesi dell'area occidentale, anche se non in forme così estreme come quelle regolamentate dalla «Legge dell'autodeterminazione» americana. L'informazione del paziente e l'acquisizione abituale del consenso non è più un «optional»: tende a diventare un obbligo deontologico, e in alcuni casi anche legale.

Questi sviluppi dell'autonomia del paziente e del suo diritto all'informazione potrebbero procedere anche verso

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uno scenario infausto. È possibile immaginare che lo spostamento di accento dalla beneficità all'autonomia del paziente avvenga in un clima avvelenato dalla diffidenza e dal risentimento per il potere perduto, col triste risultato che il diritto alla libertà si tramuti nella sua caricatura: cioè nel «diritto» a essere lasciato solo, proprio nel momento in cui il malato ha maggior bisogno della presenza benevola ed efficace di un sanitario che lo assista non solo con quanto la scienza gli mette a disposizione, ma anche con la sua completa umanità. Lo sviluppo della richiesta di un consenso informato ― magari redatto su un modulo apposito per fini burocratici ― potrebbe risultare come un espediente per rifilare al malato la responsabilità per decisioni che andrebbero invece condivise.

L'integrazione del diritto all'informazione e del rispetto dell'autonomia personale nella pratica della medicina dovrebbe avvenire senza rinunciare ai valori impliciti nella medicina ispirata al bene del paziente. Se qualcosa deve finire, non sono gli ideali della medicina ippocratica, bensì la pratica della medicina «del silenzio», ovvero di quella medicina come muta ars che ritiene di poter fare a meno del dialogo col paziente. Perché i veri benefici per il malato, quelli che rispettano i suoi valori e le sue scelte di vita ― quel beneficio che presuppone una intelligente negoziazione tra le enormi potenzialità della medicina di oggi e le aspirazioni qualitative che reggono la vita di una persona ― non si possono individuare senza una vera comunicazione.

La formulazione dei diritti umani dalla quale abbiamo preso le mosse menzionava, tra le «verità che non hanno bisogno di essere dimostrate», anche il diritto innato dell'uomo alla «ricerca della felicità». Nei confronti di quest'ultimo diritto noi europei siamo stati sempre piuttosto scettici. La «ricerca della felicità» l'abbiamo lasciata alla iniziativa individuale del cittadino, chiedendo allo Stato di occuparsi solo dei primi due diritti: la protezione della vita e la tutela della libertà. La ricerca della felicità non l'abbiamo scritta tra i diritti costituzionali, e tanto meno abbiamo considerato un possibile legame tra essa e la pratica della medicina. Eppure niente sembra più attuale di questa nuova frontiera di diritti, che potremmo chiamare «diritti di terza generazione».

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Essi emergono insieme a una nuova richiesta di salute, non più limitata alla lotta contro la malattia, ma identificata con il pieno benessere: fisico, psichico, sociale e spirituale.

Quella che si profila è una diversa fisionomia globale della medicina, per la quale è stata coniata l'espressione «medicina del desiderio». Il modellamento del corpo sul desiderio diventa l'elemento trainante della ricerca di salute nella società ad alto sviluppo economico. Il ventaglio degli interventi richiesti a questo tipo di medicina è molto ampio. Comprende ― tanto per nominarne alcuni ― i trattamenti anti-stress ed estetici; la regolazione della fertilità oltre, e talvolta contro, i limiti posti dalla natura (fecondazione in vitro, gravidanza dopo la menopausa, programmazione del sesso del nascituro, modifiche dell'eredità genetica); la determinazione da parte del soggetto della quantità e qualità delle cure che determinano la lunghezza della vita giunta al termine.

Il nodo etico di questo tipo di domanda di salute, radicata nella personale «ricerca della felicità» concepita come un diritto, si stringe intorno alla espropriazione della decisione morale del medico. In una medicina di questo profilo al sanitario sembra sottratta qualsiasi facoltà di intervenire con un proprio giudizio etico sull'azione appropriata. Quello che ci si attende da lui è solo una prestazione d'opera, finalizzata a realizzare degli obiettivi che gli sono imposti da un paziente promosso ormai a «utente», quando non addirittura a «cliente».

L'obiezione di coscienza rimane una estrema barriera contro l'avanzata del desiderio in medicina, che minaccia di travolgere il tradizionale modello di rapporto medico-paziente. Questa possibilità ha avuto un esplicito riconoscimento nel caso dell'interruzione di gravidanza (legge 194 del 1978). Più di recente, l'ultima revisione del codice deontologico dei medici italiani (1995) ha innalzato una barriera contro le pratiche di fecondazione medicalmente assistita che più si allontanano dal profilo di aiuto medico fornito come risposta a un problema di sterilità della coppia. È forse opportuno prendere in considerazione la possibilità che la non disponibilità del medico, per ragioni di coscienza, possa essere invocata anche in altre circostanze

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create dalla medicina del desiderio, per garantire al sanitario il pieno rispetto dell'autonomia della sua decisione etica, che gli spetta come soggetto.

La responsabilità per la propria salute

Nello scenario culturale che abbiamo visto come tipico dell'epoca moderna cambiano correlativamente sia i diritti che i doveri del medico e del paziente. L'altra faccia del diritto del paziente a entrare attivamente nel processo decisionale che lo porterà, insieme al medico, alle scelte terapeutiche che meglio esprimono i suoi valori personali, è costituita dal suo dovere di rendersi responsabile per la propria salute e per la qualità della propria vita. La prima conseguenza concreta è che il paziente diventa compartecipe dell'incertezza del medico.

Nessuno ha contribuito in misura maggiore della sociologa americana Renée Fox a mettere a fuoco il posto che occupa l'incertezza nel sapere medico. Da più di un trentennio la studiosa si dedica a esplorare il ruolo che ha l'incertezza nella formazione dello studente di medicina, nella socializzazione del medico e nella condizione umana dei professionisti della salute; l'incertezza è il filo rosso che lega le sue ricerche, il suo insegnamento, i suoi scritti. L'insieme della sua opera ci permette di registrare i profondi cambiamenti che il problema della certezza in medicina ha subito nel giro di una generazione.

Discepola del sociologo Talcott Parsons, Renée Fox ha cominciato a occuparsi, fin dagli anni cinquanta, del modo in cui gli studenti di medicina vengono socializzati nella professione. Nel saggio che raccoglieva la sua prima ricerca ― intitolato Training for uncertainty 7 ― giungeva alla conclusione che ciò che è specifico della formazione medica è di essere un itinerario finalizzato a fornire la capacità di gestire l'incertezza.

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Durante il lungo allenamento il medico in formazione è confrontato con tre tipi fondamentali di incertezza. Il primo è quello che deriva da un dominio incompleto o imperfetto del sapere disponibile: nessuno è in grado di possedere tutte le qualificazioni e tutte le conoscenze del sapere medico. Il secondo tipo di incertezza dipende dai limiti propri della conoscenza medica attuale (esistono immensi problemi ai quali nessun medico, per quanto esperto, può dare ancora una risposta, anche se è legittimo sperare che lo si possa fare in futuro). Una terza causa di incertezza è quella che consiste nella difficoltà di distinguere l'ignoranza o l'incapacità personale dai limiti specifici della conoscenza medica attuale; ovvero, in parole semplici, se l'eventuale fallimento vada imputato all'ignoranza del medico o a quella della scienza.

All'occhio dello studioso dei comportamenti sociali risulta agevole stabilire un rapporto tra l'incertezza del sapere medico e quella intrinseca alla condizione umana, nella quale i fatti relativi a salute, malattia, benessere, morte e sofferenza sono sempre problemi critici di significato. Ma il sociologo è in grado di distinguere anche i meccanismi attraverso i quali gli studenti di medicina in formazione riescono ad adattarsi all'incertezza. Al termine dell'«allenamento all'incertezza», gli studenti diventano capaci di accettare l'incertezza come inerente alla pratica professionale della medicina, di distinguere i limiti propri da quelli della scienza, di affrontare l'incertezza con un certo candore e una positiva filosofia venata di scetticismo.

Studiando l'evoluzione dell'incertezza medica, Renée Fox ha notato una marcata differenza tra quella degli studenti in medicina degli anni cinquanta e l'incertezza tipica dei decenni successivi 8. La nuova e più forte sensibilizzazione all'incertezza medica, i cui inizi si possono

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far risalire alla metà degli anni settanta, presuppone l'affermarsi della nuova biomedicina e di quella riflessione critica che ha preso il nome di bioetica. Il contesto sociale è cambiato, e quindi anche il profilo dell'incertezza. Questa non si situa più solo all'interno della scienza medica, ma piuttosto alla frontiera tra la medicina, la politica e l'etica.

Le problematiche bioetiche danno all'incertezza connotazioni molto più ampie. Un significato emblematico assume in questo senso la perplessità relativa alla ricerca con manipolazione del DNA. Il presentimento che la capacità di manipolare i geni potrebbe alla fine provocare una catastrofe si abbina a dubbi circa i limiti delle regolamentazioni relative alla ricerca scientifica («Chi decide a chi competono le decisioni?»). Un discorso analogo si può fare circa gli effetti nocivi di prodotti chimici e di farmaci sull'ambiente e sulla salute dell'uomo (prodotti cancerogeni o mutageni). La stessa metodologia della ricerca ― per esempio, la validità dei test di sostanze cancerogene fatti sull'animale ― crea problemi notevoli di incertezza. La pratica di prescrivere delle norme e di tormentarsi su questa prescrizione (vedi il ricorso alle «moratorie» in vari ambiti: ingegneria genetica, trapianti sperimentali di organi, ricerca sull'embrione) lascia emergere una figura inedita di incertezza che potremmo chiamare «incertezza di secondo livello», ovvero «incertezza dell'incertezza».

La maggior parte dei problemi posti attualmente dall'incertezza e dal rischio non si può ridurre entro il quadro analitico di una sola disciplina o di una singola professione. Le incertezze associate ai progressi scientifici e tecnici più recenti (come il trapianto di organi, il depistaggio di malattie genetiche e la diagnosi prenatale, la chemioterapia per il cancro) sono legate a metaproblemi che eccedono l’ambito dell'incertezza medica. Sia che si parli dei rischi potenziali paragonati ai vantaggi eventuali, delle conseguenze aleatorie che determinati interventi terapeutici possono comportare per la salute e la sopravvivenza, di capacità predittiva di test diagnostici, oppure della qualità della vita, inevitabilmente si incontrano problemi

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fondamentali della società e della stessa condizione umana 9.

Dall'analisi dell'evoluzione dell'incertezza medica nel corso di un trentennio, Renée Fox giunge alla conclusione che «esiste almeno una coscienza collettiva latente del fatto che le nostre istanze politiche, legislative e professionali attuali non possono inglobare completamente, né risolvere convenientemente il senso profondo delle nostre questioni morali e metafisiche riguardanti l'incertezza relativa alla salute e alla medicina 10. Nella medicina attuale sembra giunta all'estrema maturazione quell'incertezza che già il primo, e il più celebre, degli Aforismi attribuiti a Ippocrate considerava come l'orizzonte naturale in cui si esercita l'arte medica:

«La vita è breve,

l'arte lunga,

l'occasione fuggevole,

l'esperienza fallace,

il giudizio difficile».

L'incertezza è, dunque, l'orizzonte connaturale alla decisione clinica, con gli aspetti etici connessi. Il delicato equilibrio del sapere medico, perpetuamente oscillante tra la certezza e l'incertezza (ivi comprese le certezze autentiche e quelle ideologiche, che presuppongono una semplificazione deformante della realtà, le incertezze paralizzanti e quelle creative, perché si aprono su orizzonti di senso più ampio), è dovuto al fatto che oggetto della medicina non sono propriamente le malattie, ma uomini malati. È il soggetto umano il centro di gravitazione del sapere medico. Ogni sapere relativo alla patologia che, per diventare certo, escluda il soggetto, si condanna con ciò stesso a fallire il suo obiettivo.

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Senza il soggetto, non si capisce la malattia; senza il soggetto, non si realizza la guarigione. Forse si può avere la guarigione in senso riduttivo, intesa come restaurazione di uno «status quo ante». Ma in senso antropologico pieno la guarigione ― che differisce dal recupero dello stato di salute previo all'irrompere della malattia e comprende variabili quali l'aumento della consapevolezza, il cambiamento dello stile di vita, l'acquisizione di una conoscenza di sé che includa quella parte di ombra che probabilmente gioca un certo ruolo nella creazione della malattia ― non può darsi senza la partecipazione del soggetto.

Quello che osserviamo nella prassi medica quotidiana è, invece, proprio la sistematica esclusione del soggetto, inteso come momento fondamentale unificatore, in cui il biologico, lo psichico e il sociale si riuniscono sotto la categoria del biografico. Quando si pretende di dar ragione della malattia evacuando il soggetto, si produce una dipendenza, che è allo stesso tempo psicologica e istituzionale, dall'apparato sanitario, cui corrisponde un'implicita delega agli «esperti» di attuare la guarigione.

Questo abbandonarsi passivo trova spesso riscontro nella volontà esplicita di coloro che rappresentano il sapere medico di escludere le complicazioni che derivano da un coinvolgimento del soggetto. Il messaggio: «Tu non c'entri per niente con la tua malattia», trasmesso almeno implicitamente attraverso una gestione del tutto impersonale del fatto morboso, produce un irreparabile impoverimento antropologico della malattia, ma anche una semplificazione del processo terapeutico che può risultare allettante tanto per il sanitario, quanto per il malato.

La guarigione, intesa come evento sostanziale più pregnante, più globale del semplice recupero della salute, cioè come una possibilità di riappropiarsi di se stesso, non può avvenire soltanto adattandosi alle regole di comportamento che i rituali sanitari stabiliscono per il «buon» paziente. Nessuno può sapere al posto del soggetto qual è il cammino verso la guarigione, nel suo equilibrio assolutamente singolare di resistenza e resa, di male da combattere e male da accettare.

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La resistenza dei sanitari ad accettare la partecipazione del soggetto ― e quindi, come antropologia implicita, il significato personale della malattia e della guarigione nell'insieme del processo terapeutico ― è solo una parte della verità. L'altra metà del fallimento del programma di antropologizzare la malattia va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove si incontra la propria partecipazione al fatto di essere malato e dove si è chiamati ad assumere la propria responsabilità per la guarigione.

Un approccio etico positivo, che rispetti il senso soggettivo della malattia e della guarigione e non deresponsabilizzi il malato ma lo guidi, piuttosto, a riprendersi la responsabilità della sua vita proprio attraverso la vicenda patologica che sta attraversando, ha un difficile compito davanti a sé. Il principale ostacolo è costituito dalla contrapposizione corrente tra due atteggiamenti di fondo nei confronti del sintomo morboso: comprendere ed eliminare.

L'approccio psicoterapeutico ha fatto proprio il primo. Per lo psicoterapeuta il sintomo va interrogato, affinché lasci trapelare il suo senso; la guarigione viene fatta coincidere non con la semplice eliminazione del sintomo, ma con l'appropriazione del suo significato da parte del soggetto. Questa concezione si è estesa tutt'al più alle somatizzazioni nevrotiche, ma non al resto delle malattie somatiche di competenza della medicina. La pratica terapeutica di quest'ultima si è sempre più identificata con l'approccio che si propone di eliminare il sintomo.

La clinica si può rinnovare solo se, senza ratificare questa contrapposizione tra il comprendere e l'eliminare, instaura una pace tra queste due dimensioni o concezioni dell'atto terapeutico. È necessario abolire la distinzione artificiale, o soltanto di comodo, tra clinica delle malattie somatiche e clinica della patologia di tipo psicologico, che si basa su un dualismo che la medicina cosiddetta psico-somatica ha solo sfumato, senza riuscire ad abolirlo.

Il mettere pace inizia con il dissipare gli equivoci: coloro che sono tutti tesi verso la strategia dell'eliminazione sospettano coloro che inclinano verso il comprendere,

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quasi fossero alleati della malattia, conniventi con il male; per contro, coloro che si collocano sul versante del comprendere accusano pesantemente i sanitari che sono tutti tesi all'eliminazione della patologia di praticare una specie di veterinaria applicata all'uomo, riducendo il proprio ruolo a quello di meccanici dell'organismo. Queste due modalità non vanno contrapposte, ma integrate.

Quando alla malattia si dà il permesso di parlare fino in fondo e si esercita verso di essa un ascolto totale, si può realizzare la chiusura del circolo ermeneutico, mediante un comprendere che non è antitetico ma complementare all'eliminare. Solo questo è un processo terapeutico completo, che comporta l'esigenza di dare alla malattia dell'uomo tutto lo spessore soggettivo che le compete.

Etica e sanità in una società pluralistica e multiculturale

Il rapporto tra etica, sanità e pluralismo di valori, nel concerto delle molte culture che vivono l'una accanto all'altra nella nostra società, può sembrare, a una prima approssimazione, un problema artificiale. O quanto meno enfatizzato per dar materia di discussione agli intellettuali, più che un ambito della pratica medica che ponga dei reali interrogativi a chi la medicina la esercita come professione e a chi ne usufruisce come paziente. Il fatto è che l'etica medica non si è mai sentita messa seriamente in discussione dal pluralismo dei valori e dalla molteplicità delle culture. Una società pluralista e multiculturale sembra piuttosto destinata a mettere ancor più in risalto la forza dell'etica medica.

La permanenza dell'etica medica, inalterata nel tempo, costituisce un fenomeno unico nella storia della nostra civiltà. Se pensiamo ai cambiamenti avvenuti nella civiltà occidentale, dall’epoca greco-romana ad oggi, in 25 secoli di storia, non riusciamo a identificare nessun sistema di pensiero, nessuna istituzione civile o religiosa che abbia resistito alla prova del tempo, senza adattarsi e trasformarsi. La medicina stessa così come la esercitiamo

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oggi, non è sicuramente la medicina di Ippocrate o di Galeno, e neppure quella di Pasteur; per non parlare dei cambiamenti a cui sono soggetti i sistemi sanitari. In Italia in quindici anni abbiamo fatto la riforma sanitaria, con l'istituzione del Servizio sanitario nazionale, e la riforma della riforma. Eppure in questo scenario di cambiamento, di continua modellazione del pensiero e della pratica, qualcosa ha resistito alla prova del tempo: l'etica medica, appunto. È quella normazione dei comportamenti che nel paragrafo «Quando il medico decideva in scienza e coscienza» abbiamo indicato come permanente valore del pre-moderno in medicina.

L'etica medica ha trovato un consenso stabile nelle società, malgrado tutte le trasformazioni avvenute in superficie e in profondità. Quando ci riferiamo ai valori che ci permettono di discriminare tra buona e cattiva medicina, sembra che possiamo appoggiarci su modelli transtemporali. Non è infrequente che anche ai nostri giorni vengano convocati convegni sotto l'egida dell'etica ippocratica. I punti interrogativi ― del tipo: è ancora attuale il giuramento di Ippocrate? ― hanno per lo più un valore retorico: la convinzione diffusa è che quel modello di buona medicina sfida il tempo. Un po' come il modello del buon samaritano in ambito religioso: in ogni tempo e in ogni cultura l'etica medica si gioca intorno agli stessi valori.

Per quanto numerose siano le sollecitazioni della realtà di oggi riguardo al progresso biomedico, l'etica medica, intesa come consenso condiviso nella società sui valori ai quali deve ispirarsi una buona medicina, continua a proporsi come un modello stabile. In epoca di «pensiero debole», l'etica medica vale invece come esempio emblematico di pensiero quanto mai forte.

La società post-moderna si dichiara ideologicamente attrezzata per far convivere la diversità di valori, di comportamenti, di morali; la tolleranza è l'acquisizione più permanente della rivoluzione liberale che ha inaugurato l'epoca moderna. Ma nella medicina vale un altro registro. Essa fa fronte alla diversità dei mondi morali di appartenenza presupponendo implicitamente che quando si tratta della cura della malattia e della promozione della

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salute esista un'unica etica, e che questa etica valga per tutti. Qualunque siano le opzioni individuali riguardo alla sessualità, alla politica e alla vita privata, in medicina vale una specie di «semper et ubique».

Questa etica medica, che ha attraversato i tempi inalterata, sopravvivendo alle grandi rivoluzioni che ha conosciuto la medicina, si può circoscrivere all'interno di alcune linee ben definite. La più chiara è quella che, nel linguaggio dei filosofi, è stata descritta come «il principio di beneficità». In termini colloquiali, si può dire che nella medicina è considerato in accordo con l'etica ciò che è fatto per il bene del paziente. La medicina è una impresa tutta orientata ad arrecare benefici al paziente; finché la medicina può giustificare ciò che fa ― qualunque cosa sia: dalla mano sulla fronte all'interferone, dal placebo al trapianto di organi, dall'aspirina alla manipolazione genetica ― come un beneficio arrecato alla salute del paziente, tutto è eticamente giustificabile.

La medicina è considerata una struttura essenzialmente etica, in quanto si basa su una fiducia. Il malato confida nella correttezza del medico e nella sua disponibilità a lasciarsi guidare in modo prioritario dalla volontà di fare il bene del paziente.

La terza dimensione condivisa nella nostra società è considerare il prendersi cura di qualcuno come una impresa sociale; più in particolare, come un problema familiare. Quando scattano le emergenze della salute noi non rileviamo la tendenza a risolverle in modo individualistico; queste situazioni scatenano piuttosto la solidarietà, provocano la mobilitazione del complesso familiare. Ci sono dei medici che non riescono a parlare con il proprio paziente nell'ambulatorio, perché il paziente ― anche adulto ― è sempre accompagnato dalla mamma, la signora dal marito, il marito dalla moglie. Come interlocutore del medico si pone sempre il gruppo familiare. Le decisioni mediche, anche nella loro dimensione etica, si scontrano con l'ethos, i valori condivisi dalla famiglia.

Questo profilo dell'etica medica ha praticamente attraversato tutti i cambiamenti, producendo un consenso fondamentale sul fatto che il medico e il paziente, il paziente

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e la sua famiglia, praticamente fossero dei mondi interpersonali, che condividevano gli stessi valori circa la salute, anche quando divergevano su altri valori sociali o etici. Era diffusa la convinzione che si potesse agevolmente identificare un'omogeneità sostanziale intorno a ciò che è buono, auspicabile e giusto quando si tratta di riparare o difendere la salute. Per quanto parcellizzati e divergenti possano essere gli universi morali, così che siamo indotti a considerarci in molti ambiti estranei gli uni con gli altri, ciò non vale quando consideriamo la salute. Nella salute non siamo stranieri morali; facciamo parte di una stessa comunità tenuta insieme da uno stesso cemento, che è l'etica medica.

In un contesto di questo genere al pluralismo morale vero e proprio viene attribuito un ruolo marginale nella società, quasi di folclore. Basti pensare che cosa succede quando di fronte a un medico in un ospedale arriva un vero «straniero morale». Nella nostra società non riesco a trovare un esempio più chiaro per questo ruolo che il testimone di Geova, in quanto ha un universo di riferimento ― convinzioni religiose e valori morali ― che non è condiviso dalla maggior parte della società. Qualcuno ha detto che l'incubo di ogni medico è di incontrare, un giorno o l'altro, un testimone di Geova che rifiuta una trasfusione sanguigna, quando sia medicalmente indicata o addirittura assolutamente necessaria. Il campionario delle strategie messe in atto dai medici per sfuggire al confronto destabilizzante con un sistema di riferimento etico che contrasta con l'etica medica consolidata si estende dalle più grossolane ― strappare di nascosto il foglietto che proibisce la trasfusione, trovato nel portafoglio del malato adulto ― alle più raffinate ― far abbassare la glicemia fino a che sopravvenga uno stato di non lucidità, per sentirsi poi giustificati a procedere in stato di necessità ―.

L'obiezione di coscienza che viene da uno straniero morale, il quale dichiara: «Piuttosto che farmi trasfondere il sangue io preferisco la morte; piuttosto il martirio che l'abiura», non è presa sul serio dal mondo medico, forte del consenso sociale che circonda l'etica medica dell'Occidente. I pochi casi in altri ambiti della medicina che finora

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hanno attirato l'attenzione ― per esempio, la protesta di un iman per un espianto di organi a un giovane musulmano deceduto, in contrasto con le indicazioni etiche della sua religione ― non hanno messo seriamente in discussione la struttura monolitica dell'etica medica.

In fondo, non sentiamo che la presenza di persone con un altro universo di valori, un'altra religione, un modo diverso di concepire la vita e di legittimare l'intervento medico, minacci la solida etica medica, che ha attraversato secoli di storia culturale, quale espressione di un consenso di tutti nella nostra società su ciò che è appropriato fare al malato e su quello che il malato vuole per sé.

Ma è arrivata la stagione della bioetica e ha rimesso in discussione questo punto di riferimento. Dobbiamo riconoscere che l'Italia non ha svolto un ruolo attivo in quel cambiamento di rapporti tra sanitari e pazienti che si può ricondurre alla bioetica. Da noi è avvenuto piuttosto che molte istanze normative del passato si sono semplicemente riciclate come bioetica, limitandosi a cambiare etichetta. La bioetica, intesa come fondamentale rimessa in discussione in seno alla società di ciò che è giusto, doveroso o appropriato nella cura della salute, ha bisogno di un contesto appropriato, che è quello del pluralismo culturale e del riconoscimento del diritto alla diversità.

Finché la medicina è stata fondamentalmente un'impresa, benefica sì, ma sostanzialmente impotente a modificare il corso naturale della vita con l'offerta alle persone delle alternative vere circa la durata e la qualità della vita, non è entrata in rotta di collisione con il diritto di modellare la propria vita secondo i valori personali. Lo diventa nel momento in cui la medicina può farlo; e oggi la medicina può pesantemente interferire con il progetto esistenziale del malato. La nostra medicina ha acquistato una potenza reale che era impensabile in passato. Con gli interventi che alcuni definiscono di «accanimento terapeutico» ed altri semplicemente di volontà determinata di prolungare o di rendere possibile la vita in condizioni limite (pensiamo, per tutte , alla possibilità di conservare per un tempo indefinito persone in coma vegetativo permanente), si configura una situazione nuova, in cui quello

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che la medicina è in grado di fare può non essere in consonanza con il diritto di ciascuno di cercare la felicità o la buona vita così come desidera.

Ciò fa sì che la differenza non è più soltanto tra il mormone, l'ebreo, il cattolico e l’ateo: la diversificazione passa trasversalmente dentro ogni famiglia, dentro ogni comunità di appartenenza. Nella stessa famiglia, due fratelli gemelli possono avere idee completamente diverse su ciò che è appropriato o non è appropriato per una cura della salute in armonia con il proprio desiderio di vita felice.

Questo è il luogo originario della bioetica. Essa nasce da una medicina che conosce il successo, ma allo stesso tempo deve fare i conti con il lato oscuro del successo. Conosce la disperazione di non avere più dei punti di riferimento impersonali e oggettivi, validi per tutti, ma deve assumere i punti di riferimento soggettivi dell'individuo. Ciò che vale per tutti e per ciascuno si scontra necessariamente con l'articolazione soggettiva che ognuno fa delle proprie differenze.

Che cosa ha fatto la bioetica americana per rispondere a questa situazione? Non ha elaborato un'etica universale, quasi fosse un surrogato della morale religiosa. Nella nostra società non è venuta meno solo la forza compaginante delle religioni, ma anche l'illusione illuminista di trovare nella ragione un discorso che valga per tutti e per ciascuno nella società ad un livello minimo. Dobbiamo arrivare a un altro modo di approcciare i problemi e di proporre norme. L'apporto della bioetica americana è stato quello di elaborare una lingua franca pensata in modo da valere per tutti. Questo linguaggio comune a una società pluralista è la bioetica articolata sui principi.

In termini molto semplici, l'approccio dei principi può essere ricondotto al seguente ragionamento: ognuno di noi ha una comunità morale di appartenenza, di tipo religioso o di tipo laico, che condivide determinati valori; ognuno di noi ha delle preferenze individuali, delle opzioni, delle scelte di vita che nascono da una certa gerarchia di valori. Senza annullare tutte queste differenze, possiamo tuttavia trovare un accordo nella società su alcuni principi fondamentali che devono essere rispettati.

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I quattro principi con i quali le nostre scelte si devono confrontare sono: il principio della beneficità (purtroppo il termine inglese «beneficence» è stato tradotto infelicemente in italiano come principio della beneficenza; in italiano suscita sempre molta ilarità quando si dice che i medici devono agire secondo il principio della beneficenza...; in realtà questo principio coincide con quello che conosciamo dalla tradizione dell'etica medica: fare il bene del malato), il principio della non maleficità (ovvero di non procurare un danno al malato), il principio dell'autonomia, il principio della giustizia. I principi fondamentali formano un quadro analitico generale, un linguaggio morale comune in una società pluralista. Anche se non sono facilmente traducibili in regole operative. I principi valgono «prima face», cioè valgono a meno della dimostrazione del contrario. Il principio è vincolante, a meno che non entri in conflitto con un altro principio.

Questo approccio dei principi ha avuto molto successo, ma ha creato anche una certa delusione. Perché i principi, che suonano molto chiari e convincenti finché li enunciamo in astratto, ci abbandonano quando di fatto entriamo nelle decisioni concrete, quando ci troviamo, come medici o come malati, di fronte a delle alternative. Per questo il sistema dei principi, dopo aver contribuito alla diffusione e alla popolarità di immagine della bioetica come discorso pubblico, specialmente nei paesi anglosassoni, è stato rimesso in discussione dagli studiosi della disciplina.

Raanan Gillon, uno studioso inglese, pur difendendo e proponendo questi principi, ha proposto un'immagine molto interessante, che forse si avvicina un po' di più a quello che facciamo tutti in realtà 11. A suo avviso, i principi, non vanno presi come degli assoluti, nel senso che un solo principio ― come «fare il bene del paziente», oppure rispettare «l'autonomia del paziente» ― ci risolva tutti i problemi. All'illusione che ci sia una specie di regole prescrittive, che una volta formulate ci dicono cosa bisogna fare ora, in

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questo momento, o qualcosa come un algoritmo dal quale ricavare il comportamento che si addice alla situazione, noi dobbiamo sostituire l'immagine del giocoliere.

Un bravo giocoliere è tanto più abile quante più palle sa tenere per aria per un periodo più lungo di tempo. Nella bioetica che si affida ai principi ― afferma Raanan Gillon ― non possiamo scegliere un solo principio ― per esempio: fare il bene del malato; oppure affidarsi, come in genere preferisce la bioetica americana che è molto individualista, alla volontà del malato, cosicché l'unica condizione da rispettare sia la sua decisione, sulla base del «consenso informato» ― e attenerci a questo solo principio. Piuttosto dobbiamo tenere, come un giocoliere, in movimento più palle ― più principi ― tutti quanti insieme; sapendo già in anticipo ― commenta in maniera realistica lo studioso inglese ― che succederà prima o poi che una palla cada a terra e tutti quelli che sono attorno additeranno la palla caduta, non quelle che siamo riusciti a tenere in movimento. Tutti diranno: «Ah, ecco, hai infranto il principio dell'autonomia del paziente, hai infranto il principio della giustizia», senza considerare quali e quante acrobazie abbiamo fatto per salvare il maggior numero di valori in gioco...

Per quanto interessante possa essere questo approccio teorico, molto più solida appare la teorizzazione dei principi proposta dallo studioso spagnolo Diego Gracia 12. Gracia sostiene che è pienamente difendibile la tesi che questi quattro principi possono essere considerati come il sunto di tutta la storia culturale dell'occidente relativamente all'etica medica. Tuttavia non dobbiamo pensarli come posti sullo stesso piano e neppure ― secondo l'immagine di Raanan Gillon ― dobbiamo cercare di giocarli tutti quanti contemporaneamente, ma è necessario stabilire tra loro una gerarchia. Ci sono dei principi che configurano un dovere più fondamentale e irrinunciabile.

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Il primo dovere è quello, che si impone sopra tutti in medicina, di non recare detrimento al paziente. Si tratta del primum: non nocere, già identificato dall'etica ippocratica. Il non fare il male a una persona è un principio non negoziabile, che per di più è sottratto alla disposizione del soggetto stesso. Ciò vuol dire che anche se un paziente pienamente capace di intendere e di volere chiedesse qualche cosa che alla valutazione della sensibilità morale della società risulta un male, siamo autorizzati a non concederlo. Il male non si deve fare neppure a chi lo chiede.

Ugualmente non negoziabile è l'altro principio fondamentale, quello della giustizia. Anche questo non dipende dalla volontà delle persone. La richiesta essenziale della giustizia è che tutti nella nostra società debbano essere trattati con uguale considerazione e rispetto. Non c'è una vita che vale di più o una vita che vale di meno. A questo principio arriviamo sia attraverso la definizione di persona, sia attraverso la via kantiana del rispetto dell'individuo, che va trattato come fine, non come mezzo.

Diverso invece è il secondo livello regolato dai principi dell'autonomia e della beneficità. L'autonomia della persona richiede che siano rispettati i valori e le preferenze di ognuno. E la beneficità, cioè fare il bene del malato, dipende da quello che il malato, o la singola persona, valuta come il proprio bene.

La non-maleficità e la giustizia sono principi assoluti, che noi dobbiamo assolutamente rivendicare. In questa accentuazione possiamo individuare l'apporto dell'Europa, che ha una coscienza infelice nei confronti di quello che è riuscita a perpetrare conculcando queste fondamentali esigenze di rispetto dell'umanità. Infliggendo deliberatamente il male, violando l'integrità personale e la giustizia (pensiamo soltanto ai campi di sterminio nazisti), l'Europa è scesa sotto il minimo morale. Il non procurare danno agli altri e dare a tutti uguale considerazione e rispetto sono i «minima moralia» (Adorno), sotto i quali non c'è etica, anche se tutta la società, per ipotesi, fosse d'accordo. Questa prospettiva rende inaccettabile un contrattualismo in cui basta cercare il bene della maggior parte delle persone, se ciò è ottenuto ai danni di qualcuno

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o non attribuendo a qualche attore sociale uguale considerazione e rispetto.

La beneficità, invece, tutelata dall'autonomia, è la ricerca del massimo morale. La non-maleficità e la giustizia sono il minimo morale al di sotto del quale ogni società non deve scendere; anche se vi scendesse col consenso di tutti, sarebbe una società immorale. L'autonomia e la beneficità domandano, invece, quei massimi morali che siano stabiliti con il contributo della persona, che è soggetto delle scelte.

Ciò implica che un'etica medica, che sì presenti in versione aggiornata di una bioetica tutta rivolta alla difesa del minimo morale (per esempio, della difesa a oltranza di un'etica della sacralità della vita) non è sufficiente. Volenti o nolenti, siamo entrati in un'epoca in cui nelle nostre scelte dobbiamo fare i conti con il massimo morale, ovvero con quello che, soggettivamente, ciascun attore morale coniuga con la ricerca della felicità o del bene, con la vita morale, così come emerge dai valori e dalle preferenze individuali.

Da questa impostazione si può trarre una conseguenza, relativa alla pratica del «consenso informato». C'è un modo molto discutibile di lasciar entrare nel mondo della medicina ciò che è maggiormente caratteristico dell'èra della modernità, dei diritti e dell'autonomia dell'individuo, ed è l'uso burocratico del consenso informato, ridotto a un modulo da far firmare al paziente prima di un intervento diagnostico o terapeutico. L'accento qui cade sul consenso, visto soprattutto come una pratica finalizzata all'autotutela del professionista nei confronti di possibili sequele di tipo giuridico giudiziario. Una «liberatoria» ― in parole povere ― da ottenere dal paziente.

Ma non è questo il centro di gravità della nuova medicina. Il baricentro è l'informazione, non il consenso (anche perché sappiamo benissimo che il consenso un medico lo può ottenere in tante maniere; anche senza pensare a mezzi scorretti, come l'estorsione o la circonvenzione, il medico può sempre far pesare in maniera inappropriata la propria autorità sulla paura del paziente!). Non è il consenso, ma l'informazione che rende possibile la partecipazione attiva

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del paziente nelle decisioni che lo riguardano, cosicché possa strutturare le sue scelte secondo i propri valori.

Dobbiamo procedere oltre e affermare che neppure l'informazione sarà il primo atto. La nuova medicina ― simile in questo alla buona medicina di ieri e di sempre ― comincia dall'ascolto. L'informazione, infatti, non può essere data in maniera discriminata. Bisogna cominciare con lo stabilire chi è la persona che deve essere informata, quale è il suo mondo morale, come articola la ricerca della felicità, quali sono le sue preferenze, quale è la buona vita e la buona morte per questo singolo individuo. Siamo così costretti a passare al di là del pluralismo delle culture, per confrontarci con l'unicità degli individui.

All'inizio di ogni buona pratica medica c'è un ascolto differenziato che, con una leggera forzatura, potremmo ricondurre alla domanda: «Tu a che tribù appartieni?». Perché all'interno di un'omogeneità culturale dobbiamo riconoscere tante tribù, che articolano diversamente i propri linguaggi morali. Alla medicina di oggi domandiamo ben più della tolleranza che nasce dal riconoscimento del pluralismo delle culture: domandiamo la capacità di modellarsi sulle diverse sfaccettature dei mondi morali che nascono dai diversi modi di concepire la vita, il dolore, il ruolo della famiglia, lo spazio riservato alla scienza medica e quello proprio della religione o delle ideologie personali.

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4. Sanità pubblica ed equità

Per delineare la fisionomia che dovrà avere la sanità in Europa sul declinare del nostro secolo è stata organizzata un'ampia ricerca ―«Il futuro della sanità in Europa» ― coinvolgendo 3000 esperti di 10 paesi (cfr. Salute Europa n. 131, 6 luglio 1993). L'inchiesta ha permesso di identificare due sfide comuni a tutti i sistemi sanitari: contenere i costi e migliorare la qualità dei servizi offerti.

Sistemi sanitari e scarsità delle risorse

Le cause della scarsità delle risorse da destinare alle cure sanitarie sono note. La situazione è stata determinata dall'azione congiunta di tre fattori principali: la modifica del profilo demografico (allungamento dell'età media e concentrazione della patologia negli anni della vecchiaia), i costi crescenti delle tecnologie e dei farmaci (macchinari sempre più sofisticati, farmaci prodotti mediante costosi procedimenti di ingegneria genetica) e le richieste rivolte al servizio sanitario pubblico da cittadini sempre più consapevoli dei loro diritti e indotti al consumo di beni e servizi finalizzati alla salute.

In regime di risorse limitate si affacciano in medicina problemi etici che non hanno riscontro in nessun'altra epoca precedente. Diventano urgenti i dilemmi sociali circa l'estensione delle cure: che cosa dobbiamo offrire e a chi? Che tipo di scelte dobbiamo fare (dobbiamo distinguere, per esempio, tra servizi alla salute essenziali e non

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essenziali)? In che modo dobbiamo fare delle scelte (affidandoci, per ipotesi, a una visione unicamente tecnico-organizzativa o a valori condivisi dalla nostra società)?

Dobbiamo renderci conto anzitutto della novità di questi problemi, che sconvolgono il modo tradizionale di percepire la responsabilità dei sanitari. Tradizionalmente i problemi etici delle scelte in sanità si ponevano ― quando si ponevano ― in una prospettiva individuale. Una rappresentazione letteraria del modo in cui potevano sorgere conflitti nell'allocazione delle risorse è quella offerta da G.B. Shaw nella pièce Il dilemma del dottore, andata in scena a Londra nel 1906. Il dilemma di cui si tratta è di fatto una questione di priorità, legata a un potere di vita o di morte: quando le risorse sono scarse e non bastano per curare tutti, è compito del medico decidere quale vita meriti di essere salvata?

Il «dilemma» del dottore ― ossia dover scegliere tra la vita di un giovane pittore geniale e quella di persone senza rilievo sociale ― offre materia caustica a Bernard Shaw, quanto mai scettico circa la capacità della professione medica di risolvere i suoi problemi secondo coscienza e determinato a mettere in guardia i possibili pazienti dall'affidarsi ad essa. Novant'anni dopo la prima messa in scena della commedia, ci sentiamo autorizzati a vedervi un'anticipazione di dilemmi di ben altro spessore che si pongono oggi alle società industriali avanzate, in questo scorcio di secolo.

Ci stiamo affacciando su scelte drammatiche che non riguardano più solo le «micro-allocazioni» (scegliere tra diversi candidati, che hanno ugualmente bisogno di un trattamento disponibile in misura limitata, e quindi entrano in conflitto tra di loro), bensì le «macro-allocazioni»: quante e quali risorse la nostra società è disposta a destinare alle cure sanitarie? In che maniera garantire l'accesso ai servizi che la società decide di fornire a tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro capacità economiche? In questo più ampio scenario i dilemmi non sono più solo quelli del singolo dottore, ma della società intera.

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Efficienza e qualità come risposta alla crisi dello stato sociale

La crisi legata alla necessità di contenere la spesa sanitaria ― presa nella forbice costituita dall'aumento delle richieste e dei costi, da una parte, e dalla necessità di ridurre l'indebitamento pubblico, dall'altra ― non deve tradursi solo in lotta agli sprechi, razionalizzazione delle risorse, tagli alle spese, scelte prioritarie. Se così fosse, avremmo perso l'occasione offerta dal momento culturale attuale di rivedere in profondità i comportamenti, tanto dei sanitari, quanto dei cittadini che ricorrono ai servizi offerti dalla medicina. Non si tratta solo di un problema amministrativo di risanamento della finanza pubblica: è necessario arrivare e cambiare il modello di civiltà sanitaria. Per questo non possiamo limitarci a offrire meno servizi o prestazioni. Bisogna fornire un «meno» che sia qualitativamente «di più». Si tratta, quindi, di un problema di qualità, che si sposa all'efficienza come risposta globale nella crisi dello stato sociale. In questo senso si orienta esplicitamente il Piano sanitario nazionale 1994-1996, che intende dare le indicazioni per tradurre in atto il riordino della sanità italiana che è stato avviato agli inizi degli anni novanta (decreti legislativi 502/1992 e 517/1993).

Gli slogan che riassumomo presso il grande pubblico il riordino in atto nel nostro sistema sanitario ruotano intorno all’aziendalizzazione e al ruolo attivo svolto dai manager nella conduzione delle aziende sanitarie. Ospedali-aziende e medici-manager, due fantasmi più adatti a creare equivoci che a ricondurre il progetto di riordino della sanità pubblica a un più alto modello di civiltà sanitaria. La conduzione aziendale delle istituzioni che erogano servizi sanitari viene così associata a una ricerca di profitti a ogni costo. È naturale sollevare obiezioni in nome dell’etica: la salute non può essere trattata come una merce, né i servizi sanitari sottoposti alle leggi del mercato, regolato dalla domanda e dall'offerta.

Avviene molto raramente, invece, che il termine «azienda» applicato all'organizzazione del servizio sanitario, invece che al profitto e all'interesse della proprietà,

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induca associazioni mentali positive, quali: una sana attenzione ai vincoli economici, che porti a identificare ed eliminare gli sprechi; un senso di appartenenza tra tutti coloro che operano nell'azienda, nato dalla consapevolezza che l'obiettivo (in questo caso: servizi alla salute efficaci, che producano dei pazienti/clienti soddisfatti) richiede l'interdipendenza di tutti coloro che lavorano nell'azienda; lo sviluppo di una «mission» comune (quella che la Carta dei servizi pubblici sanitari formula come: «fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti»); una nuova cultura organizzativa, che premi la creatività nella ricerca di soluzioni che abbinino economia ed etica, efficacia, efficienza e qualità percepita; nuove regole tra strutture che erogano servizi sanitari e popolazione, tra professionisti e dirigenza, un nuovo equilibrio ― in breve ― tra diritti e doveri di tutti. Finché l'evocazione dell'azienda non ci porterà ad associare questi obiettivi, l'aziendalizzazione della sanità sarà osteggiata da coloro che vedano nel progetto una minaccia per i valori sui quali la medicina tradizionalmente si regge.

Non minori sono gli equivoci generati dal termine manager. A cominciare da quelli semantici. Come ci ricorda Beppe Severgnini, un «italiano con la valigia» che viaggiando ha imparato a conoscere gli strani destini delle parole: «Manager non vuol dire "alto dirigente" (che si dice executive); in Inghilterra si può essere manager di un negozio di bottoni» 13. Ma in Italia il manager, identificato con il non plus ultra del sapere organizzativo, viene per lo più sentito come lontano dal livello decisionale dei professionisti sanitari che stanno in prima linea sul fronte operativo. La sanità in mano ai manager suona come un'ulteriore espropriazione, mentre il senso del riordino in atto nella sanità è proprio il contrario: riportare l'accento sulla centralità dei decisori finali nelle scelte, per avere un sistema sanitario che garantisca non solo efficacia e qualità, ma anche efficienza ed equità distributiva.

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Bisogna riconoscere che i fraintendimenti sono favoriti da espressioni poco meditate. Quando, ad esempio, capita di imbattersi in frasi quali: «Obiettivo fondamentale del progetto "medico-manager" deve essere quello di mettere il primario in condizione di gestire il proprio business»; oppure: «Il primo passo da compiere è quello di costruire un modello di riferimento ― basato su componenti sia di efficienza sociosanitaria sia di efficienza economica ― il cui obiettivo sia rappresentato dall'equilibrio socio-economico» 14, la reazione di rifiuto dei medici più consapevoli del loro mandato ― «Medico-manager? No, grazie» ― appare pienamente giustificata.

Se invece di lasciarci guidare dagli slogan cerchiamo di ricostruire i grandi tratti della congiuntura culturale in cui nasce il progetto di riordino della nostra sanità, individuiamo in primo luogo la necessità di rendere più europea la nostra amministrazione, ponendo gli uffici pubblici al servizio degli utenti. Secondo l'analisi autorevole di Sabino Cassese, il ministro della funzione pubblica che nel governo Ciampi ha coraggiosamente affrontato la questione amministrativa, «la sfiducia nelle istituzioni che ha aperto la quinta fase costituzionale dell'Italia unita, dopo quella oligarchica (dall'unità alla fine del secolo scorso), quella liberaldemocratica (dall'inizio del secolo al 1922), quella fascista (1922-1943) e quella democratica (1943-1994), non si deve solo ai pessimi voti raccolti dai partiti che sono scomparsi, ma anche alla brutta pagella dell'amministrazione italiana» 15. La questione amministrativa, fino all'aprile 1993, attirava scarsa attenzione. Non che l'inefficienza dell'amministrazione non fosse percepita dal pubblico, ma la politica mostrava disinteresse verso l'amministrazione: «Come tutto ciò che non interessa, il funzionamento dell'amministrazione rimaneva affidato alla buona volontà di poche persone. Si può dire che l'amministrazione era lasciata

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esistere (...). Proprio perché staccata dalla società, l'amministrazione era introflessa, poco attenta a quello che accadeva intorno, alle esigenze degli utenti» 16.

L'inversione di tendenza consisteva nel puntare a un'amministrazione al servizio del cittadino e degli utenti, consumer oriented, operante non solo nell'interesse pubblico, ma nell'interesse del pubblico. L'impulso che il breve ma deciso ministero di Sabino Cassese imprimeva all'amministrazione pubblica in Italia intendeva far allineare il nostro paese con le riforme amministrative già in atto negli Stati Uniti d'America (decisivo è stato, a questo proposito, il rapporto a cui è stato attribuito il programmatico «Reinventare il governo. In che modo lo spirito aziendale sta trasformando il settore pubblico» 17, nel Regno Unito (in particolare con i controlli di efficienza e la «Carta dei cittadini») e in Francia 18. L'operazione di ridare sovranità agli utenti non poteva non coinvolgere in modo prioritario la sanità, uno dei pubblici servizi erogati dallo stato di maggiore importanza nella lista delle priorità.

Un secondo tratto del rivolgimento culturale nel quale va collocato il riordino della sanità in atto nella nostra società è la fine, voluta e prevista, di quella vistosa degenerazione che il sistema pubblico di erogazione delle cure ha subito progressivamente, dopo l'introduzione della riforma sanitaria della Legge 833 nel 1978, ad opera dei partiti politici. Gli osservatori della sanità non avevano difficoltà a denunciare senza mezzi termini la situazione come patologica: «La politica ha prestato alla sanità i suoi uomini, il simbolismo della sua parola ― nella versione più fatua, quella caratterizzata da logorrea e vacuità ― e, purtroppo,

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il più importante dei suoi vizi: il clientelismo» 19, il progetto originario sottostante alla riforma sanitaria e all'introduzione del Sanitario nazionale è stato deviato, dando origine alla sanità dei partiti.

L'invasione dei politici sulla scena della sanità è stata qualificata da voci autorevoli come una colonizzazione. Il processo correttivo per riportare la sanità alla sua originaria vocazione equivale, quindi, a una «decolonizzazione». Il senso metaforico di questa parola esprime con sufficiente chiarezza il bisogno di fare piazza pulita con personaggi che nella sanità si sono comportati come funzionari coloniali nelle terre occupate. Ma il riferimento alla decolonizzazione, intesa come un processo culturale, può essere interpretato in modo molto più proprio di quanto è concesso a una metafora.

Sulla decolonizzazione si è dovuto riflettere intensamente quando, circa tre decenni fa, sono giunti al tramonto gli ultimi regimi coloniali. Agli inizi degli anni sessanta il libro di Frantz Fanon I dannati della terra costituiva la lettura d'obbligo degli intellettuali progressisti. Fanon, psichiatra e politico, era arrivato alla conclusione che la colonizzazione non cessa automaticamente il giorno in cui si dichiara l'indipendenza politica di un paese. Cambia il regime, ma le strutture più profonde che reggono il modo di pensare e di comportarsi rimangono le stesse. Con la sua solita abilità a fornire formule trasparenti, Jean Paul Sartre riconduceva il tema della decolonizzazione a una questione psicopatologica: «L'indigenato è una nevrosi introdotta e mantenuta dal colono nei colonizzati con il loro consenso» 20.

Non sembri sproporzionato mettere in rapporto questi processi con quello che avviene nella sanità in Italia. Se è vero che il sistema sanitario è stato colonizzato dal lato peggiore della politica, è ipotizzabile che nei sanitari si riscontrino

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le deformazioni tipiche dei coloni. Come tratti caratteristici della nevrosi del colonizzato si possono menzionare la propensione al lamento sterile, l'autodenigrazione, le recriminazioni velleitarie e l'impressione di essere straniero a casa propria. La decolonizzazione è effettiva solo quando i coloni si liberano dalla strutture mentali che hanno interiorizzato. Per i professionisti sanitari ciò implica l'abbandono di quella impotenza consensuale ― anche se opera a livello inconscio, come tutte le nevrosi ― che porta ad attendere la soluzione dei problemi dal di fuori: dai politici e dagli amministratori. La quintessenza di questo processo di decolonizzazione è la rinuncia da parte di chi lavora professionalmente in medicina alla condizione psicologica di indigeno e la riappropriazione del ruolo che gli compete nella gestione quotidiana del sistema di somministrazione delle cure. Questa è, ricondotta all'istanza di fondo che la regge, la svolta verso la managerialità con cui si intende rispondere ai mali della nostra sanità.

La solidarietà necessaria e nuove forme di fragilità

Il ridisegno dello stato sociale, che è il presupposto della «riforma della riforma» avviata nella sanità italiana, lascia emergere fragilità nuove accanto a quelle di sempre. La cronicità e l'handicap, l'infanzia con problemi e la condizione dei malati mentali sono altrettante situazioni minacciose, che portano iscritto il rischio di una inarrestabile discesa al di sotto del livello di protezione sociale. Nessuna fragilità, tuttavia, è paragonabile a quella dei malati che si stanno avvicinando alla fine della vita (quelli che, con espressione molto discutibile, vengono chiamati «malati terminali»). La solidarietà necessaria nei loro confronti ha un nome: sono le cure palliative.

C'è voluto molto tempo. E soprattutto la sofferenza di innumerevoli persone. Sono state necessarie delle battaglie, ingiuste ed eccessive come tutte le battaglie. Ci si è scagliati contro i medici, accusandoli di indulgere all'«accanimento terapeutico», di aver perso il senso della misura e addirittura l'originaria ispirazione della loro

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professione. Si è dovuto passare attraverso massicce campagne di opinione, che hanno fatto sorgere organizzazioni rivolte a rivendicare all'individuo il diritto a una morte degna, sottraendosi all'arbitrio dell'apparato medico. È stato necessario che si arrivasse addirittura a proposte di una legislazione favorevole a certe forme di eutanasia, in nome di un'umanizzazione del morire. Siamo dovuti passare per queste strade ambigue e tortuose, ma alla fine qualcosa è successo.

Ci siamo accorti, finalmente, di quanto si muoia male nella nostra società. Per tanti motivi: non ultimo quello culturale, vale a dire la rimozione della morte come momento inevitabile e necessario della vicenda umana. Ma si muore male anche a causa della medicina stessa. Non per colpa delle sue inefficienze, bensì ― paradossalmente ― a causa della sua efficacia. Abbiamo oggi nell'occidente sviluppato e tecnologico una medicina idealmente efficace, che riesce a procurare la guarigione in una quantità di malattie, che in passato sarebbero risultate fatali. Ma questa medicina non può guarire sempre: è inevitabile. Per quante volte si riesca a salvare la vita di una persona, alla fine ci sarà pur sempre un malato che non guarisce e che va verso la morte. Ora, la nostra straordinaria medicina curativa ― di cui siamo giustamente fieri, che vogliamo promuovere e potenziare ― non è adatta ad assistere il paziente che muore. Per questo motivo oggi si muore così male. Ce ne siamo accorti e abbiamo cominciato a cambiare strada. Questo è il fatto nuovo, di enorme importanza

Sono note le cure palliative, soprattutto per la diffusione che hanno avuto nei paesi anglosassoni e in nord Europa. Nella realtà italiana invece sono una novità. Non mancano alcune sporadiche iniziative per cambiare la qualità della vita restante alle persone che non guariscono. Tuttavia quello che si sta facendo è poco più di un secchio d'acqua per annaffiare il deserto.

Coloro che sono impegnati su questo fronte sono semplicemente medici (e infermiere, psicologi, assistenti sociali, cappellani, volontari...) che hanno coscienza di compiere ciò che è richiesto dalla loro professione, quando questa si rivolge a questa categoria particolare di malati.

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Non hanno formule risolutive, anche se cercano di trarre tutto il profitto possibile dalle esperienze che in alcuni Paesi sono in corso da parecchi anni. Non fanno crociate. Però hanno fiducia di far parte di un «movimento»; sì, proprio una di quelle inarrestabili tendenze di pensiero e di azione che nascono quando i tempi sono maturi, rompono schemi culturali che sembravano intangibili, si impongono con la ovvietà delle cose che avrebbero sempre dovuto essere. Un movimento trascina. I pionieri delle cure palliative oggi in Italia osano esprimere il desiderio, con modestia ma con fermezza, che il loro esempio sia contagioso.

Forse si può pensare che il termine «cure palliative» non sia felice. Qualcuno lo ha detto. Nel gioco delle associazioni linguistiche «palliativo» rimanda a qualcosa di inefficace. E poi, come si colloca questo tipo di attività medica rispetto al resto della medicina? È una specialità medica? Una disciplina? Oppure, addirittura, l'opposto della medicina, in quanto rinuncia a guarire? Si tratta forse di creare, sotto l'egida della medicina palliativa, un'agenzia umanitaria su cui scaricare gli insuccessi della medicina curativa? Gli interrogativi sono legittimi, le riserve giustificate.

Il ricorso alla terminologia collaudata e accettata in altri paesi ― in primo luogo quelli anglosassoni, che parlano correntemente di «Palliative Medicine» e di «Palliative Care» ― ha il vantaggio di legittimare l'appoggiarsi alle realtà, scientifiche e istituzionali, che altrove hanno preceduto le nostre realizzazioni. Le riserve nei confronti del nome sono particolarmente giustificate se qualcuno interpretasse la palpazione come un'attività opposta rispetto a quella terapeutica. Perché la medicina palliativa non è altro che la medicina tout court. L'aggettivo «palliativo» è strumentale: vuol aiutare la medicina a recuperare una sua dimensione, che è stata messa in ombra dagli sviluppi recenti. Quando la medicina se ne sarà riappropriata, l'aggettivo potrà scomparire nel sostantivo, come il lievito nella pasta. E chi farà della palliazione potrà dire che sta semplicemente esercitando l'arte medica. Prima però di rinunciare all'aggettivo qualificativo, dovremo essere sicuri

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che la «controrivoluzione» necessaria per far ritrovare alla medicina la strada che la porta al paziente come essere umano sia stata compiuta.

La medicina delle cure palliative è la medicina di sempre. È un modo di esercitare l'arte terapeutica che, rispetto a ciò che conosciamo sotto il nome di medicina, ha tuttavia un carattere di complementarità. Così come il maschile e il femminile sono due modi diversi, ma complementari, di realizzare la comune natura umana.

L'accenno al femminile non è fatto per caso. La medicina palliativa deve molto alle donne. Sono donne le leaders carismatiche del movimento: Dame Cicely Saunders, la fondatrice del St. Cristopher's Hospice; Elisabeth Kubler Ross, che ha elevato a conoscenza scientifica la psicologia del morente 21. È «femminile» la sensibilità che ha permesso di vedere la sofferenza del malato terminale: una sofferenza che non si limita al dolore fisico provocato dalle malattie degenerative, ma comprende dimensioni psicologiche, sociali, spirituali. Una sofferenza che era tanto ben nascosta, proprio in quanto era sotto gli occhi di tutti...

Possiamo chiamare «femminile» una medicina che non si limita a curare, ma si prende cura. Ricorre in modo privilegiato ai più antichi ed essenziali strumenti terapeutici: la parola e la mano. Ambedue come ponti, per creare un varco di comunicazione. E se qualcuno avesse il cattivo gusto di fare dell’ironia sulla medicina delle cure palliative, presentandola come «la medicina del tener la mano», gli si ricordi che il contatto fisico è il primo dei bisogni dell'essere umano quando viene al mondo: nessuno stupore che sia anche l'ultimo a scomparire.

Questa medicina di sapore materno non va semplicemente contrapposta all'altra, quella curativa. Se non altro perché il controllo del dolore, che è il primo imperativo delle cure palliative, rimane un atto medico che non può fare a meno delle conoscenze cliniche e farmacologiche più sofisticate. Il trapasso dalla dimensione curativa a quella palliativa della medicina è graduale. Il discernimento

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dei tempi e dei modi della transizione dall'una all'altra è riservato più all'«esprit de finesse» che all'«esprit de géometrie» del terapeuta.

Per cogliere i rapporti che intercorrono tra le due dimensioni ci può essere utile ancora una volta il parallelismo tra il maschile e il femminile. Queste sono, sì, due modalità diverse e complementari di realizzare la natura umana, ma hanno bisogno l'una dell'altra. Non solo nell'umanità come genere, ma anche nella stessa persona: la donna migliore è quella che non ha represso il suo «animus», ma piuttosto quella che l'ha accettato e integrato. Lo stesso vale per l'uomo con la sua «anima». Analogamente, possiamo dire che la dimensione curativa e quella palliativa della medicina non devono escludersi, ma completarsi reciprocamente.

Queste due dimensioni della medicina costituiscono, insieme, la dimensione della «piena salute». Inserire la medicina per chi muore nell’ambito della piena salute non è una forzatura. Al contrario, i due temi si richiamano e si illuminano a vicenda. La salute non è piena, se è costruita sulla rimozione della morte, se esclude il naturale procedere del corpo verso la propria fine. La salute, invece, che sappia guardare in faccia la morte e assumerla, si trova chiamata a sublimarsi nella «salvezza», in armonia con il duplice significato di salus. La medicina per il malato che non va verso la guarigione, ma verso la morte, trova a sua volta nella salute un importante orientamento. La medicina delle cure palliative è e rimane un servizio alla salute. Non, dunque, una medicina per il morente o per aiutare a morire, ma una medicina per l'uomo, che rimane un vivente fino alla morte. Anzi, in una prospettiva antropologica spirituale, rimane ― piuttosto ― un vivente anche dopo la morte.

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5. Conclusione: l'ideale e le virtù del buon paziente

Il nuovo profilo della pratica medica che abbiamo tracciato non richiede solo un sanitario diverso, ma anche la formazione di un paziente più consapevole del compito che incombe su di lui nel cercare la giusta risposta ai problemi di salute in collaborazione con il sanitario. Affinché queste considerazioni abbiano il tono della concretezza, presentiamo in conclusione un elenco di consigli al paziente.

Il «buon paziente» dei nostri tempi non è solo colui che tace, si sottomette e segue alla lettera le prescrizioni. Essere un buon paziente oggi richiede intelligenza, volontà e un certo numero di virtù. Per questo, quando si è malati occorre ricordare che:

― un buon medico non esiste senza un buon paziente. Si può fare molto, in quanto pazienti, per migliorare lo stato della medicina, cominciando a disporsi ad essere un buon paziente. Gli orientali dicono: «Quando il discepolo è pronto, arriva il maestro»;

― il buon paziente non è quello che sopporta e tace. Parlare della propria malattia non è soltanto un diritto, ma un dovere;

― non ci si deve lasciare intimidire dalle apparecchiature diagnostiche e delle macchine. Anche il medico più orientato in senso tecnologico ha bisogno del racconto del paziente per capire che cosa la malattia significa per lui;

― il medico non è né il padrone, né il robot. Lui non può esigere un atteggiamento servile; il paziente non deve cercare di ridurlo a un puro esecutore dei suoi desideri;

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― non bisogna fare del medico il proprio complice per piccole frodi (certificati compiacenti, ricette «facili» ecc.): quello che si potrebbe guadagnare sul piano dei vantaggi immediati, lo si perderebbe su quello della stima reciproca e della qualità del rapporto;

― la medicina oggi può fare molto. Qualche volta può fare perfino troppo, per esempio prolungando la vita in condizioni che il paziente considera indegne. Per prevenire queste situazioni, far conoscere al medico qual è il proprio confine accettabile tra la buona terapia e l'accanimento terapeutico;

― tra il paziente e il medico ci possono essere divergenze insanabili in materia di scelte etiche. Il medico non deve fare violenza alla coscienza del paziente, ma neppure quest'ultimo deve farla alla coscienza del medico. Esaurite tutte le possibilità di dialogo, non resta che cambiare medico.

NOTE

1 Illich I., Nemesi medica. L'espropriazione della salute, Mondadori, Milano 1976.

2 Susser M., Ethical components in the definition of health, in Caplan H., Engelhardt H. T. (ed.), Concepts of health and disease, Addison Wesley, Reading 1981, pp. 93-105.

3 Schipperges H., Homo patients. Zur Geschichte des kranken Menschen, Piper, München 1985.

4 Toulmin S. «How medicine saved the life of Ethics», in Perspectives in Biology and Medicine, n. 25, 1982, pp. 736-750.

5 Gracia D., Fondamenti di bioetica, San Paolo, Cinisello Balsamo, p. 174.

6 Faden R., Beauchamp T., A history and therapy of informed consent, Oxford UP, New York, 1986, pp. 123-125.

7 R. Fox, «Training for uncertainty», in Merton R. K., Reader G. (ed.), The Student-Physician, Harvard UP, Cambridge 1957, pp. 207-241.

8 R. Fox, «The process of professional socialization: Is there a "new" medical student? A comparative view of medical socialization in the 1950s and in the 1970s», in Tancredi L. R. (ed.), Ethics of medical care, National Academy of Science, Washington 1974.

9 S. Spinsanti, «Certezze e incertezze del sapere medico», in Bioetica e antropologia medica, Nuova Italia Scientifica, Roma 1991, pp. 71-81.

10 R. FoxThe evolution of medical uncertainty, Milbank Memorial Fund, New York 1980.

11 R. Gillon, «Medical Ethics: four principles plus attention to scope», in British Medical Journal, 309, 1994, pp. 184-188.

12 Op. cit.

13 Severgnini B., L'inglese. Lezioni semiserie, Rizzoli, Milano 1992, p. 22.

14 Bernardon R., Il medico manager, Il Sole 24 Ore Libri, Milano, p. 52.

15 Cassese S., «La riforma amministrativa all'inizio della quinta Costituzione dell'Italia unita», in Il Foro italiano, maggio 1994, pp. 250-271.

16 Ibidem.

17 Osborne D., Gaebber T., Reinventing Government. How the entrepreneurial spirit is transforming the public sector, Haddies-Wesley, Reading Mass., 1992.

18 Cassese S., «Aggiornamenti sulla riforma amministrativa negli Stati Uniti d'America, nel Regno Unito e in Francia», in il Corriere Giuridico, 8 agosto 1994, pp. 1029-1039.

19 Di Michele N., «Politiche sociali», in L'Arco di Giano, 1,1993, pp. 113-119,p. 116.

20 Fanon F., I dannati della terra, introduzione di Jean-Paul Sartre, Einaudi, Torino, 1962, p. XVII.

21 Cfr. Kübler-Ross E., La morte e il morire, Cittadella Ed., Assisi, 1984.

Spersonalizzazione e ripersonalizzazione

Sandro Spinsanti

SPERSONALIZZAZIONE E RIPERSONALIZZAZIONE NELLA PROSPETTIVA DELLE "MEDICAL HUMANITIES"

in Manuale critico di sanità pubblica

a cura di Francesco Calamo Specchia

Ed. Maggioli, Rimini 2015

pp. 386-393

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1. “Humanitas” e le sue varianti: una famiglia di significati

La traduzione più fuorviante di medical humanities è quella di far equivalere la loro istanza a un progetto di umanizzazione della medicina.

L’umanizzazione è un programma che si evoca solitamente con intenti polemici. Presuppone un’analisi negativa dei comportamenti che si vogliono umanizzare, perché giudicati, appunto, disumani, che riguardino i detenuti nelle carceri o i malati in ospedale. Il programma di umanizzazione della medicina ha suscitato nel tempo molte adesioni: per motivi religiosi-filantropici (perché il professionista sanitario è considerato nell’alone del Buon Samaritano...) o per ragioni laiche, riconducibili al rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone, anche in condizione di malattia. Non mancano motivi per rivendicare azioni correttive di comportamenti che si collocano al di sotto di quanto nella nostra società si considera un minimo decente. Sul banco degli imputati non c’è solo l’insensibilità degli operatori o semplicemente la maleducazione; anche la curiosità scientifica o gli interessi conoscitivi possono indurre a comportamenti biasimevoli.

Per saperne di più su ciò che oggi i cittadini considerano non accettabile, basta aprire gli archivi di un qualsiasi centro di ascolto del Tribunale dei diritti del malato o di un URP. O leggere le lettere ai giornali che danno voce al lamento contro la “malasanità”. Questa non è imputata solo di errori e inadempienze, ma spesso semplicemente di disattenzione verso esigenze elementari della nostra vita sociale.

Eliminare dalla pratica della medicina ciò che offende e umilia rimane un programma inderogabile. È tuttavia discutibile che il termine “umanizzazione”, con cui abitualmente lo si designa, sia una scelta felice. I sanitari che si sentono oggetto di un programma di umanizzazione non possono evitare di sentirsi accusati di comportamenti “disumani”. È facile immaginare che la reazione più prevedibile sarà quella di risentita chiusura, o di ricerca di altri capri espiatori (gli amministratori della sanità, le condizioni di lavoro...): in ogni caso, sarà arduo avere come alleati in un programma di umanizzazione i professionisti che si sentano messi sotto accusa.

Anche concordando sulla non opportunità di utilizzare il termine umanizzazione, non si può ignorare che vi hanno fatto ricorso i decreti legislativi nn. 502 e 517 che negli anni ’90 hanno delineato il profilo rinnovato del servizio pubblico. Come indicatori per valutare la qualità delle prestazioni erogate venivano infatti menzionate la “personalizzazione e umanizzazione dell’assistenza”. L’umanizzazione del servizio sanitario è diventata, più di recente, un obiettivo proposto ufficialmente dalla Regione Veneto, che ha anche pubblicato una lista dettagliata di parametri per verificarne la presenza. È opportuno tuttavia sottolineare con forza che le humanities che invochiamo come correttivo della pratica attuale della medicina non sono sovrapponibili all'umanizzazione. Quand’anche si eliminassero i comportamenti che violano i diritti e la dignità, il programma specifico delle medical humanities dovrebbe ancora avere inizio.

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2. Esercitare la medicina nel solco dell’umanesimo

Etimologicamente, le humanities rimandano al latino humanitas, che è stato il potente motore del movimento che ha strutturato l’Occidente moderno: l’umanesimo, appunto. Siamo così condotti a considerare la medicina come un’impresa “umanistica” e il medico (in quanto referente simbolico di un complesso di azioni e di competenze proprie di numerose professioni che si dedicano alla cura) come un “umanista”. Questo uso linguistico richiede molta cautela. Si rischia, infatti, di scivolare verso aspetti caricaturali, così come quando si enfatizzano la missione e la vocazione di quanti esercitano la medicina, quasi praticassero una specie di sacerdozio secolarizzato.

Eppure, la correlazione tra i valori dell’umanesimo e quelli che guidano la pratica della medicina più esigente dei nostri giorni è seducente. In riferimento alla promozione della salute quale processo globale ― sociale, politico, educativo, economico ― finalizzato a mettere le persone in condizione di aumentare il controllo sul proprio stato di salute e di migliorarlo agendo sui determinanti della salute non solo di ordine bio-genetico, ma anche ecologico, sociale, economico e culturale, possiamo riconoscere una “assonanza culturale” tra l'humanitas rinascimentale e il nuovo paradigma della salute che si sta profilando nel mondo culturale e scientifico. In questa prospettiva la medicina di oggi può attingere a piene mani dai valori dell’Umanesimo: riconsiderazione dell’uomo nel cosmo, accentuazione della personalità individuale come fulcro dell’azione umana, importanza della razionalità e della visione laica del mondo rispetto all’approccio centrato sulla fede.

La medicina contemporanea può far proprio il discorso di Giovanni Pico della Mirandola nella Oratio de hominis dignitate (1486): “Non ti ho fatto del tutto celeste né terreno, né mortale né immortale affinché, quasi di te stesso arbitro e sommo artefice, tu possa scolpirti nella forma che avrai preferito. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori proprie dei bruti, potrai rigenerarti secondo la volontà del tuo animo nelle cose che sono divine”.

E soprattutto è legittimo cogliere e rilanciare gli impulsi al pluralismo etico e alla tolleranza che sono contenuti in tale discorso. Questa dimensione profonda dell’“umanesimo” attribuita alla medicina è sicuramente in sintonia con il progetto culturale che anima il movimento delle medical humanities. La medicina può ancora rivendicare di essere ― per adottare la formula a effetto di Edmund Pellegrino ― “la più umana (“umanistica”) delle scienze e la più scientifica delle humanities”, senza per questo qualificare anacronisticamente i medici come “umanisti”.

3. La medicina come attività “umanitaria”

L’aggettivo “umanitario” per qualificare la medicina sembra, a prima vista, ridondante, dal momento che l’erogazione di cure sanitarie è l’azione umanitaria per eccellenza. Eppure la sottolineatura umanitaria non è parsa superflua all’“Associazione internazionale per la medicina umanitaria”.

L'Associazione ha programmi molto concreti. Si impegna a fornire cure mediche, chirurgiche, infermieristiche e di riabilitazione a pazienti provenienti da Paesi in via di sviluppo mancanti di necessari specialisti; a portare soccorso alle vittime di disastri dove l’assistenza sanitaria è deficitaria; a mobilitare ospedali e specialisti nei Paesi industrializzati per ricevere e trattare gratuitamente tali pazienti; a promuovere il concetto di salute come un diritto umano e a sostenere leggi e principi umanitari nella pratica medica.

È legittimo chiedersi se tutto ciò non faccia parte, costitutivamente, dello statuto etico della medicina. Insieme alla proclamazione di alti ideali filantropici, che indirizzano a curare tutti, senza distinzioni, all’interno dell’etica medica tradizionale c’è anche una differenza impalpabile, raramente esplicitata, tra “noi” e “loro”, che stabilisce una separazione fondata sull’affinità e sull’appartenenza al gruppo sociale. La medicina, in base a tale distinzione, è riservata ai “nostri”.

Ne troviamo una traccia nell’aneddoto, riportato da Plutarco nelle sue Vite, che riferisce una risposta di Ippocrate al re di Persia. Richiesto

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da quest’ultimo di andare a curare, dietro lauta ricompensa, i suoi sudditi affetti da una pestilenza, Ippocrate gli fa rispondere che mai avrebbe messo la sua arte a servizio dei barbari, che erano nemici del suo popolo.

La distinzione tra “noi” e “loro” ― intendendo: l’obbligo di prestare cure si rivolge ai nostri, non agli altri ― è molto più attuale di quanto l’episodio citato da Plutarco potrebbe far immaginare. Basti pensare alle perplessità che sorgono quando bussano alla porta dei servizi sanitari persone alle quali non riconosciamo un diritto di cittadinanza ― extracomunitari, clandestini... ancor più, quando si candidano per ricevere risorse scarse, come organi per i trapianti, che non sono disponibili in numero sufficiente per tutti. Le tensioni tra “noi” e “loro” in quest’ultimo caso si possono presentare anche all’interno di una comunità nazionale (vedi la polemica delle Regioni che investono molte energie per procurare organi per i trapianti nei confronti di Regioni che non fanno altrettanto, ma avanzano pretese di poter accedere agli organi disponibili).

L'etica medica cresciuta sul tronco della tradizione ippocratica ha avuto bisogno di vigorosi innesti per bilanciare le sue evidenti parzialità e rispondere pienamente agli obiettivi che si prefigge la medicina umanitaria. Alcuni di questi correttivi hanno già una lunga storia. Basti pensare alle regole che hanno preso corpo intorno alla medicina di guerra, dall’istituzione della Croce Rossa internazionale alla Convenzione di Ginevra. La medicina si è sentita provocata a superare la dicotomia amico/nemico, che regola la vita civile e manda avanti le guerre (la medicina in guerra si regola secondo il principio che, quando sono feriti, i nemici diventano fratelli: la differenza tra i “nostri” e gli altri viene a cadere).

Gli sviluppi più recenti della vita sociale sul pianeta hanno creato le condizioni per un’altra trasformazione epocale, dopo quella che ha caratterizzato il sorgere degli Stati moderni con le loro organizzazioni sanitarie nazionali. Siamo entrati nell’epoca dell’interdipendenza globale: nel male e nel bene. Il trauma del terrorismo internazionale ci ha fatto scoprire quanto sono interconnessi i sistemi sociali, anche quelli geograficamente e culturalmente più lontani tra di loro. La guerra stessa ha cambiato volto: basti dire che ormai il 90% delle vittime sono civili e che le distruzioni più pesanti non riguardano le armi del nemico, ma i suoi sistemi produttivi e le infrastrutture sanitarie.

Non ci sentiamo più autorizzati a presentare la medicina come super partes. La presunta neutralità porta di fatto ad avallare le sopraffazioni vigenti. Essere super partes, oltre che eticamente inaccettabile, è autenticamente impossibile. Gli interventi umanitari, mescolati ad atti di oppressione, costituiscono un messaggio paradossale, come la sinistra metafora di pacchi di aiuti gettati sulla popolazione che si sta bombardando... La medicina deve assumere con coraggio una posizione “di parte”, scegliendo ovviamente la parte degli oppressi. Non può più limitarsi a seguire le orme della guerra per sanare qualcuna delle innumerevoli piaghe che lascia: deve fare opera di prevenzione, aiutando a trasformare i conflitti in modo creativo e non violento.

In questa prospettiva possiamo dare diritto di cittadinanza alla medicina umanitaria, sottolineando la sua intrinseca precarietà. Lo scopo della medicina umanitaria è quello di rendere se stessa superflua: quando la medicina umanitaria avrà ricordato alla medicina tout court che cosa comporta, in senso intensivo ed estensivo, lavorare per la salute, potrà anche scomparire come provincia separata della medicina. Allora non avremo più bisogno dell’aggettivo ― umanitaria ―, perché il suo significato sarà passato integralmente nel sostantivo: medicina. Ma finché questa situazione non sarà diventata realtà, si impone un imperativo etico: aprire il cuore e la mente ― e prestare le mani ― alla medicina umanitaria.

4. Umanità/disumanità: quando la medicina è orientata al risultato

Un altro ambito semantico di umanità/disumanità nella pratica della medicina è quello relativo a situazioni nelle quali, per scarsità di mezzi o per scelta, si privilegia il curare rispetto al prendersi cura.

Una semplificazione concreta è fornita dal

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libro Utopie sanitarie, curato da Rony Brauman, che ha come sottotitolo esplicito: Umanità e disumanità della medicina, e che raccoglie diversi saggi redatti da sanitari che lavorano all'organizzazione “Medici senza frontiere” di cui Brauman è stato presidente dal 1982 al 1994. Sappiamo che questi medici si trovano in prima linea in Paesi nei quali la cura ha il carattere dell’emergenza e le condizioni di bisogno sono estreme.

In questo libro a più voci, dedicato ad analizzare i presupposti, le convinzioni e i metodi della loro azione, non c’è ombra di compiacimento. Al contrario: i medici coinvolti, riflettendo sugli interventi che avvengono in condizioni di penuria, denunciano il carattere di freddo calcolo che talvolta la loro azione è costretta ad assumere. Devono scegliere tra chi curare e chi trascurare (scoprendo anche sorprendenti diversità culturali: in alcuni Paesi, in situazione di carestia, sono i vecchi, in quanto garanti della coesione sociale, a dover ricevere per primi gli aiuti alimentari, e non i bambini, “gruppo debole”, che noi tenderemmo a privilegiare. Per gli organismi umanitari internazionali la priorità va data a evitare i decessi dei bambini, che ci sembrano più ingiusti e intollerabili, mentre in contesti culturali di sopravvivenza la scala delle priorità è un’altra).

Oltre a chi, i medici sono costretti a scegliere anche il come delle cure che erogano. I Medici senza frontiere sono i primi a denunciare che le loro azioni sono spesso costrette a essere “disumane”, perché assumono lo stesso carattere di “ingegneria” che siamo pronti a denunciare nella pratica medica a carattere più tecnologico.

In un suo libro del 2004 Tiziano Terzani, ad esempio, punzecchia i medici dell’ospedale oncologico di New York dai quali è in cura chiamandoli “gli aggiustatori”. Considerano, infatti, solo il problema clinico, al quale cercano di porre rimedio col meglio delle loro possibilità, ma non la persona malata: “I miei medici tenevano conto esclusivamente dei fatti e non di quell'ineffabile «altro» che poteva nascondersi dietro i fatti, cosi come i cosiddetti «fatti» apparivano loro. Io ero un corpo: un corpo ammalato da guarire. E avevo un bel dire: ma io sono anche una mente, forse anche uno spirito e certo sono un cumulo di storie, di esperienze, di sentimenti, di pensieri ed emozioni che con la mia malattia hanno probabilmente avuto un sacco a che fare! Nessuno sembrava volerne o poterne tenere di conto. Neppure nella terapia. Quel che veniva attaccato era il cancro, un cancro ben descritto nei manuali, con le sue statistiche di incidenza e di sopravvivenza, il cancro che può essere di tutti. Ma non il mio!” 1.

Paradossalmente, questa è la stessa accusa che i Medici senza frontiere rivolgono alla propria azione: lavorando in condizioni di estrema penuria, sono costretti a cadere negli stessi difetti criticabili nella medicina più scientifica. Per quanto “umanitaria” nelle motivazioni individuali di coloro che la praticano, anche la loro medicina diventa “disumana”, perché le condizioni in cui si svolge il loro lavoro li costringono a sacrificare quelle dimensioni della cura che qualsiasi malato considera essenziali. Indipendentemente dalla qualità degli affetti e delle relazioni che si instaurano, la medicina può essere oggettivamente disumana, se diventa, per necessità o per scelta, una specie di ingegneria applicata, ^orizzonte in cui si collocano le considerazioni proposte da Medici senza frontiere non è quello delle intenzioni soggettive degli operatori e del loro impegno umano, ma invitano a considerarne il contesto. Si scopre così che la medicina, nei contesti opposti delFestrema indigenza e della massima opulenza, può essere ugualmente disumana.

Mentre l’auspicio dell’“umanizzazione” della medicina fa riferimento agli operatori ― e implica indirettamente l’accusa rivolta loro di mancanza di dedizione e di motivazione ― le analisi che si concentrano sulla disumanità della medicina prescindono dal vissuto degli operatori; non equivalgono a un invito a “moralizzare” medici e infermieri, ma a un progetto rivolto a correggere la concezione stessa della medicina. Le differenze sono di grande peso: nel primo caso la terapia per la disumanità ha carattere

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predicatorio, nel secondo implica invece il correttivo delle medical humanities.

Una certa insofferenza nei confronti delle esortazioni moralistiche a favore del buon rapporto, senza tenere nel debito modo la qualità del servizio offerto, è comprensibile.

La forte enfasi nel curare, a discapito del prendersi cura, ha fatto la fortuna della serie televisiva che ha il dottor House come protagonista. Questo medico impersona la scelta di puntare sui risultati, facendo economia non solo dei buoni sentimenti e dell’attenzione alla persona, ma provocatoriamente anche delle buone maniere. La giustificazione di questo stile si fa forte della presunzione che, tra un medico che ti guarisce trattandoti male e uno che ti faccia morire tenendoti affettuosamente la mano, tutti preferirebbero il primo. Ma quando a un dottor House di un ospedale metropolitano si attribuiscono scelte volontarie, per comportamenti “disumani” che Medici di frontiera sono obbligati ad assumere, si fa un’operazione mistificatoria (a meno che non si tratti di una strategia di puro intrattenimento).

Le medical humanities non hanno come obiettivo di contrapporre il curare e il prendersi cura, la qualità relazionale e l’efficacia dei trattamenti, bensì la loro integrazione. Le humanities in questo contesto sono un sinonimo della “centralità del paziente”, o piuttosto della centralità della relazione nel processo di cura, nonché dell’importanza della comunicazione tra chi eroga le cure e chi le riceve.

5. L’ “umanità” degli operatori sanitari

Completiamo il periplo delle diverse accezioni che può assumere la humanitas riferita alla medicina portando l’attenzione sull’umanità, intesa come sintesi di qualità morali, di coloro che praticano la medicina. Parallelamente emerge una riflessione sulle qualità richieste a coloro che delle cure mediche sono i beneficiari.

Un episodio, tratto da un resoconto dello scrittore inglese Thomas de Quincey, ci introduce a questa ulteriore esplorazione del termine. De Quincey si è basato sulle relazioni di Vasiansky, che aveva assistito il grande filosofo Immanuel Kant in tutta la fase terminale della sua vita. Il racconto presenta anche un episodio singolare. Il vecchio Kant, che aveva anche enormi difficoltà a esprimersi ― Vasiansky interpretava le parole che Kant balbettava ― riceve il suo medico; questi vorrebbe che Kant si sedesse, ma il filosofo rimane in piedi. Racconta de Quincey, con le parole di Vasiansky: “Intanto continuava a tenersi in piedi, ma si vedeva che era sul punto di cadere a terra. Allora avvertii il medico, e ne ero ben convinto, che Kant non si sarebbe seduto, per quanto potesse soffrire rimanendo in piedi, finché non si fossero seduti i suoi ospiti. Il dottore sembrava dubbioso, ma Kant, che aveva udito quel che avevo detto, con uno sforzo prodigioso confermò la mia spiegazione del suo comportamento e pronunciò distintamente queste parole: “Dio non voglia che io cada così in basso da dimenticare i doveri dell’umanità” 2.

Certamente nel termine Humanität usato da Kant c’è il significato arcaico di “cortesia”, “gentilezza”; ma non soltanto questo. C’è un riferimento ai doveri dell’umanità, doveri verso se stessi, ma anche doveri verso gli altri: esistono i doveri della co-umanità.

5. 1. Il buon medico...

Tutta la tradizione di riflessione sui doveri del medico ha incluso questi doveri di co-umanità nelle caratteristiche del buon sanitario. A partire dalla formulazione latina del medico come vir bonus, sanandi peritus (persona buona, esperta nel curare). Ma questa bonitas, che determina la qualità professionale, va intesa in senso attributivo (un buon medico) o in senso predicativo (un medico buono)? I movimenti di umanizzazione della medicina accentuano la posizione predicativa: auspicano un medico buono. Lo immaginiamo disinteressato, attento ai problemi dei pazienti, sensibile, capace di dialogo, empatico. Talvolta queste e altre attese sono riassunte nella richiesta che abbia una “visione distica” del paziente e della sua patologia, intesa come una somma di capacità e di virtù.

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Dal buon medico, invece, ci si aspetta altro. Anzitutto la competenza scientifica e un saldo dominio dell’arte terapeutica. La scienza abbinata alla coscienza, che si è soliti invocare per delineare il profilo del buon medico, oggi ha assunto un profilo molto preciso: la medicina che pratica deve essere basata sull’evidenza (evidence based); le linee guida hanno sostituito la libertà terapeutica, che in passato era talvolta sinonimo di arbitrio o di preferenze immotivate.

Una cattiva medicina clinica non può essere etica; tuttavia la competenza clinica non basta più per fare un buon medico. Il buon medico dei nostri giorni non può essere solo competente sul versante delle scienze biomediche, ma deve esserlo in misura non minore in tutto l’arco dei saperi coltivato dalle medical humanities: oltre alle conoscenze scientifiche deve avere competenze gestionali, in accordo con le esigenze dell’etica dell’organizzazione; ed anche rilevanti competenze comunicative, per praticare la medicina “nel modo giusto”, così come richiede la cultura contemporanea, orientata al rispetto dell’autodeterminazione della persona malata.

Il criterio dell’autonomia della persona che riceve i trattamenti ― vale a dire il rispetto del significato e dei limiti connessi con la propria salute intesa come progetto di vita dotata di qualità ― è stato recepito nella formulazione del Codice di deontologia medica redatto nel 2006. L’articolo dedicato alla qualità professionale ha descritto il comportamento del buon medico commisurandolo con tre parametri: l’appropriatezza scientifica, la considerazione del punto di vista del paziente e la prospettiva della comunità con le sue esigenze di equità: “Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell’autonomia della persona tenendo conto dell’uso delle risorse” (art. 6).

La revisione più recente del Codice (maggio 2014) ha però lasciato cadere il criterio costituito dal “rispetto dell’autonomia” del cittadino: “Il medico fonda l’esercizio delle proprie competenze tecnico-professionali sui principi di efficacia e di appropriatezza, aggiornandoli alle conoscenze scientifiche disponibili e mediante una costante verifica e revisione dei propri atti” (art. 6).

L’auspicio è che l’omissione non sia intenzionale,

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e che il Codice deontologico non miri a riportare il criterio della professionalità alle decisioni prese “in scienza e coscienza” dal medico, in privilegiato isolamento.

5.2. ...e il buon paziente

I doveri di co-umanità riguardano anche, specularmente, quanto deve mettere in atto chi ricorre ai servizi della medicina per essere un “buon paziente”.

La Humanität del vecchio Kant, traducibile essenzialmente in urbanità e rispetto, non basta più. La fine della “minorità non dovuta”, che per il filosofo costituiva l’entrata nell’epoca dell'Illuminismo e della modernità, ha modificato in profondità il modo di esercitare la medicina. Quando il rapporto che vigeva tra sanitari e pazienti era fondamentalmente di stampo paternalista 3, il buon paziente era il malato compliant: docile e remissivo, coltivava una relazione fiduciale. Si affidava al discernimento del medico e interferiva il meno possibile con le decisioni che questi prendeva per il bene del malato.

Non è certo proibito comportarsi ancora secondo questo modello, se ciò corrisponde a una preferenza personale; ma in generale non è quanto ci aspettiamo dal buon paziente dei nostri giorni. Ai nuovi diritti corrispondono anche nuovi doveri, e nuove responsabilità da parte del malato; che deve partecipare al processo decisionale, prima di tutto informandosi, chiedendo.

Il buon paziente non è più quello che non fa domande: al contrario, non smette di far domande finché non si è creato quel quadro della situazione clinica che gli permette di decidere insieme al medico. E deve anche accettare i limiti che il contesto dell’organizzazione sanitaria impone alle sue richieste di servizi: non può essere un buon paziente chi si comporta secondo modelli di bulimia consumistica, a danno delle legittime esigenze di altri cittadini. Tutto questo è incluso oggi nell’empowerment che si richiede per essere un buon paziente, e questo è appunto

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il modello ideale di rapporto che le medical humanities vogliono promuovere.

6. Dalla cultura dei diritti all’empowerment del cittadino

Il rapporto tra chi eroga servizi per la salute e chi li riceve è cambiato con il tempo ed esige oggi altri modi di relazionarsi.

Storicamente questa istanza ha preso voce con i movimenti che, dalla metà degli anni ’70, hanno rivendicato la cura come un diritto del cittadino, piuttosto che come un atto di benevolenza del sanitario. La costituzione dei Tribunali dei diritti del malato è stato un momento politico rilevante di questa revisione del modello di rapporto.

La prima sessione del Tribunale tenutasi a Roma in Campidoglio il 29 giugno 1980 (con il titolo programmatico: “Da malato a cittadino: contro l’emarginazione, per la gestione popolare delle strutture sanitarie”) è culminata con la presentazione dei “33 diritti del cittadino”. Nel lungo elenco di diritti rivendicati un’attenzione relativamente modesta veniva riservata alla partecipazione attiva del paziente alle decisioni cliniche (solo l’art. 28 parla di un diritto ad avere inserita nella cartella clinica “una scheda dove siano illustrate in termini chiari e comprensibili, e con testo obbligatoriamente dattiloscritto, la diagnosi e la terapia in corso, nonché le previsioni circa la durata del ricovero e le eventuali possibilità di guarigione”).

Il confronto con altri movimenti che andavano prendendo consistenza in quegli stessi anni rivela una diffusa percezione che l’informazione fosse centrale per promuovere un diverso rapporto tra sanitari e cittadini malati. Per esempio, l’Associazione dei pazienti della Svizzera italiana presentava la propria attività non sotto l’immagine di un tribunale che tutela chi è costretto a subire maltrattamenti, ma come una struttura che può fornire consigli quando sorgono interrogativi, quali: “Ho diritto di vedere la mia cartella medica? A chi appartengono i risultati delle analisi e le radiografie? Quali informazioni devono esser date al paziente sul suo stato di salute e sulla cura che deve seguire? E ai suoi familiari? C’è libertà di scelta della terapia?”. In pratica, si tratta degli interrogativi diventati correnti negli anni più recenti, e che circoscrivono il passaggio che possiamo chiamare, sinteticamente, dall’etica medica alla bioetica.

Tuttavia, mentre la bioetica è andata sempre più concentrandosi su casi limite e scelte drammatiche, in cui possono confliggere sistemi e riferimenti morali, recedeva sullo sfondo il bisogno di un cambiamento sistemico dei rapporti, che può e deve dar forma anche alle relazioni routinarie. È questo, invece, l’interesse principale delle medical humanities. Con una sola parola, possiamo designare l’intero processo come empowerment del cittadino: la parola inglese contiene la nozione di “potere” (power), e l’aspetto più visibile è proprio quello di uno spostamento di potere tra le persone coinvolte in una relazione sanitaria.

Il potere al quale ci si riferisce non è quello di natura politica o, nei rapporti interpersonali, ciò che autorizza qualcuno a dare ordini, aspettandosi che altri obbediscano; si tratta piuttosto di quel potere che entra inevitabilmente in gioco quando qualcuno si prende cura di persone a lui affidate. Tutte le relazioni di cura e assistenza prevedono un potere, utilizzato in modo benefico a vantaggio di un altro: è quanto avviene nel rapporto tra genitori e figli, insegnanti e allievi, medici e infermieri e malati, appunto. Questo tipo di transazioni ― che rientrano nella categoria delle relazioni complementari ― si basa sulla differenza tra le posizioni coinvolte. Relazioni di questo genere funzionano bene quando ognuno si attiene al suo ruolo e non pretende di fare la parte dell’altro: dal punto di vista grafico, il modello che le rappresenta prevede due posizioni: una sovrastante (one up) e una sottostante (one down).

Diverse sono invece le “relazioni simmetriche”, nelle quali i protagonisti hanno uguale potere e non si comportano secondo ruoli fissi. Ce li possiamo immaginare l’uno di fronte all’altro, faccia a faccia, senza poter dire chi comanda e chi obbedisce. Ora, il senso del processo di empowerment del paziente non è quello di mettere quest’ultimo in posizione one up e il medico in

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posizione one down, invertendo i rapporti di potere che siamo soliti associare con l’esercizio della medicina (dove il medico è considerato tanto più bravo quanto più esercita un’autorità indiscutibile e induce il paziente a essere “osservante” o compliant).

L'empowerment del cittadino è piuttosto un cambiamento di rapporti complesso, che ha luogo su diversi piani. Comprende una dimensione culturale (che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla loro salute e di migliorarla, nonché di assumere un atteggiamento psicologico “adulto” nei confronti dei professionisti sanitari); una dimensione clinica (con la raccolta sistematica delle informazioni sui trattamenti proposti e l’accesso consapevole alle

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prestazioni sanitarie, grazie alla conoscenza di benefici attesi, effetti collaterali, rischi, complicazioni); una dimensione etica (con l’autonomia come principio etico che controbilancia il principio di “bene del paziente” stabilito unilateralmente dal medico). L'empowerment del cittadino è l’atto finale della rivisitazione del rapporto medico-paziente che la situazione attuale della complessità ci costringe a intraprendere. Si tratta, in pratica, di ripensare la pratica della medicina entro i concetti che costituiscono la modernità. Implica una articolazione inedita della humanitas, estranea alla cultura pre-moderna ma essenziale per il cittadino che vuole essere coinvolto nelle decisioni sul proprio corpo e, più in generale, sulla sua salute.

NOTE 

1 T. Terzani, Un altro giro di giostra, Longanesi, Milano 2004.

2 T. De Quincey, Gli ultimi giorni di Immanuel Kant, Adelphi, Milano 1983.

3 Vedi parte IV, sez. 3, cap. 2.

Il buon ospedale: modelli di qualità in prospettiva storica

Book Cover: Il buon ospedale: modelli di qualità in prospettiva storica
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

IL BUON OSPEDALE: MODELLI DI QUALITÀ IN PROSPETTIVA STORICA

in Contributi per una gestione manageriale della sanità, I Quaderni di Mecosan

a cura di Sandro Spinsanti

Sipis Editrice srl, Roma 1996

pp. 106-110

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Sommario: Premessa - 1. Un luogo ospitale per le persone fragili - 2. L’ospedale come cittadella della scienza - 3. Presidio dello stato sociale - 4. L’ospedale «azienda».

Premessa

«Abbiamo un sogno: trasformare gli ospedali italiani in ospedali». Lo slogan a effetto, apparso come inserzione pubblicitaria su diversi giornali a cura del Tribunale dei diritti del malato, mirava a ottenere un consenso e un sostegno economico da parte dei cittadini per il programma politico della nota associazione. La giustificazione razionale della necessità di modificare la realtà degli ospedali italiani veniva data con poche pennellate a tinte fosche («Gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura, ma non possono neanche continuare ad essere, come spesso accade in Italia, un luogo da incubo»). L’abilità del messaggio consisteva nell’abbinare all’evocazione di scenari disumani l’utopia alata del periodo d’oro del movimento per i diritti civili (niente meno che il «sogno» con cui Martin Luther King ha rivendicato la parità dei diritti per i neri, considerati cittadini di seconda classe!). Lo slogan giocava anche sull’implicita assunzione che esista un consenso generalizzato su ciò che è necessario fare per portare gli ospedali a essere quello che dovrebbero essere, e che non sono: come se il problema non fosse quello di stabilire che cosa costituisce un buon ospedale di decidersi a realizzarlo. La realtà, invece, non è così lineare come lo slogan pretende.

La sicurezza di conoscere la natura dell’ospedale è illusoria. È vero che l’ospedale è agevole identificarlo. La denotazione è facile: chiunque può indicarlo con un dito, anche perché nella città moderna tende ad assumere l’evidenza architettonica che in quella medievale spettava alle cattedrali. In senso denotativo, l’ospedale di una città è quello di cui possiamo domandare l’indirizzo, identificarlo sulla piantina, chiedere al tassista di portarci. La connotazione, invece, è molto complessa. Nella linguistica la connotazione di una parola riguarda i significati, compresi quelli simbolici, e le emozioni connesse con l’uso della parola. Numerosi significati sono depositati sull’ospedale come istituzione, sedimentandosi gli uni sugli altri. I più recenti non hanno sostituito quelli precedenti. In una stessa realtà convivono l’ospedale del passato e del presente, nonché quello che — osiamo sperarlo sarà l’ospedale del futuro.

1. Un luogo ospitale per le persone fragili

Per dare alla nostra analisi il supporto di uno schema, possiamo immaginare che in ogni struttura ospedaliera siano contemporaneamente presenti almeno quattro ospedali, che si sono succeduti nello sviluppo storico dell’istituzione. All’inizio troviamo l’ospedale hospitium, il luogo ospitale pensato per la protezione dei più vulnerabili. L’ospedale, quale primitiva realizzazione storica dell’Occidente, è nato come una casa di accoglienza per tutti i disgraziati, quale spazio per l’uomo fragile. L’obiettivo di questa istituzione era di esercitare la pietas verso le persone diseredate.

L’idea basilare dell’hospitium come luogo dove si è bene accolti perché si è sofferenti, o perché si è andati a finire sotto le ruote del carro della vita, è stata rinnegata dalla rivoluzione francese. Non solo perché era collegata con l’idea della carità cristiana, ma anche per motivi non ideologici: semplice- mente per il fatto che le istituzioni ospedaliere in pratica spesso si allontanavano in modo stridente dall’ideale. L’ospedale premodemo era un luogo indifferenziato in cui si trovava il bambino abbandonato accanto al vecchio, lo storpio accanto al demente, la partoriente accanto al morente. Non solo la realtà dell’ospedale non rispondeva alle più elementari condizioni igieniche, ma spesso era in contrasto con il rispetto dovuto alle persone.

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La critica della rivoluzione francese a quel modello d’ospedale fu così radicale che il direttorio cambiò perfino il nome: invece di hôpital propose di chiamarlo hospice.

Nel corso del secolo XIX è avvenuta, in realtà, un’evoluzione che ha portato a differenziare due tipi di istituzioni: l'hospice è diventato il luogo deputato a raccogliere i derelitti — vecchi, trovatelli, malati inguaribili e affetti da malattie contagiose -— mentre l’hôpital ha assunto la funzione di luogo dove si dispensano le cure finalizzate alla guarigione. La stessa evoluzione semantica è avvenuta anche in Italia. L’ospedale è stato sempre più identificato come il luogo della guarigione, mentre l’ospizio era il luogo della cronicità (anche se una venatura di differenza nei confronti dell’ospedale è rimasta nella cultura popolare; la risentiamo in un sonetto del Belli: «Ma nun sai ch’a lo spedale ce se more?», risponde un popolano a chi, vedendo che era malato, gli consigliava di andare in ospedale. Si è a lungo l’idea che andare all’ospedale significava esser avviato su un binario morto).

È molto interessante che alla fine del nostro secolo ricompaia, in modo del tutto inatteso, il bisogno di «ospizio», inteso come luogo di accoglienza per quelli che non possono essere guariti. Mi riferisco al «movimento degli hospice», nato nei paesi anglosassoni una ventina d’anni fa. Noi abbiamo una difficoltà quasi insormontabile ad adottare questo termine, in quanto connota l’«ospizio» nel suo significato più deteriore di emarginazione e discriminazione. Nel significato che ha assunto all'interno del movimento delle cure palliative, l'hospice è piuttosto il luogo in cui sono assistiti e curati i malati che non possono più essere avviati per la via della guarigione. In particolare, ai malati in fase terminale viene offerto un ambiente dove è possibile esercitare la pietas e l’accoglienza, dove la palliazione e la cura dell’intero nucleo familiare hanno la precedenza sugli sforzi terapeutici. L'hospice è un luogo dove si cerca di rendere operativo il programma racchiuso nello slogan fatto proprio dall’Associazione italiana per le cure palliative: «curare anche quando non si può guarire».

Anche le R.S.A. (le Residenze sanitarie assistenziali) per anziani sono una variante moderna del concetto originario di hospitium. Dobbiamo reinventarci oggi il luogo dell’accoglienza per i più fragili, proprio quando ci accorgiamo che l’ospedale non è fatto per i lungodegenti. Siamo assediati da una marea crescente di persone anziane che l’allungamento della vita — felice, ma anche tremendo risultato della medicina moderna — rende inadatte a vivere nella propria casa mentre l’ospedale si rivela, a sua volta, inappropriato, per motivi economici e umani a ospitare un declino che diventa sempre più lungo. Questi anziani e malati cronici, bisognosi di assistenza ma per i quali il ricovero ospedaliero non è appropriato, ci pongono una sfida: dobbiamo trovare varianti moderne dell’ospedale nella sua accezione originaria, quale luogo accogliente per l’uomo fragile, un luogo dove sta di casa la pietas.

Parallelamente, le esigenze degli utenti abituali degli ospedali nei confronti del confort alberghiero sono notevolmente accresciute (cfr. Guzzanti, Mastrilli, 1993; Bemabei, 1993; e, in generale, tutto il dossier de L’Arco di Giano n. 3, 1993, dedicato a «La casa per l’uomo fragile»). Il senso comune riconosce facilmente che «gli ospedali non saranno mai un luogo di villeggiatura», come dice lo slogan proposto dal Tribunale per i diritti del malato; tuttavia non ci rassegnamo facilmente a uno standard che si discosti troppo dal livello di vita a cui siamo abituati nelle nostre abitazioni: qualità del cibo e pulizia degli ambienti, accessibilità dei familiari e riservatezza — le camere singole o a due letti al posto delle corsie affollate dei vecchi reparti ― fanno parte ormai della qualità minima che il cittadino si attende dall’ospedale.

Tutte le richieste di qualità che oggi vengono abitualmente avanzate in nome dell’«umanizzazione» dell’ospedale (cfr. Marchesi, Spinsanti, Spinelli, 1985) non sono altro che una attualizzazione dell’antico modello dell’ospedale come luogo accogliente per l’uomo fragile. Sempre di più, inoltre, chi va in ospedale si attende di essere trattato bene non in forza di un atteggiamento compassionevole, ma in nome dei diritti propri di un cittadino in una società democratica. Significativa, a questo proposito, è la richiesta di informazione, quale logico presupposto di un consenso ai trattamenti diagnostici e terapeutici che si ricevono. La capacità di un ospedale di fornire informazioni — non in modo episodico od occasionale, ma sistematico ― è sempre più percepita come una condizione di qualità.

2. L’ospedale come cittadella della scienza

Passiamo ora a considerare un secondo modello di ospedale: il luogo di cura come cittadella della scienza medica. Questo passaggio è avvenuto nel corso del XIX secolo. L’opera di Michel Foucault — La nascita della clinica — l’ha spiegato in modo ineccepibile. Per la prima volta nella sua lunga storia la medicina ha acquisito la capacità di modificare il corso naturale della malattia. L’ospedale diventa così il luogo dove la medicina come scienza dispensa cure efficaci, miranti alla guarigione.

Il modello dell’ospedale come cittadella fortificata della salute, dove si

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svolge la lotta organizzata ed efficace contro tutte le forme della malattia, continua a essere più che mai attuale. Non potremo mai considerare «ospitali» gli ospedali che fossero al di sotto dello standard di cure efficaci che la medicina oggi è in grado di fornire (quand’anche fossero eccellenti dal punto di vista alberghiero e del confort offerto ai degenti). Qualunque sia il livello di gradevolezza dell’ambiente e di attenzione alla persona, se l’infarto, ad esempio, non viene curato in modo efficace secondo quanto le acquisizioni consolidate della scienza medica internazionale danno per acquisito, non potremmo dare a quell’ospedale la qualifica di «umano».

In questo modello di ospedale come cittadella della scienza l’umanizzazione equivale sostanzialmente a una richiesta di cure efficaci, abbinate alla sicurezza. L’attualità di questa problematica può essere collegata al dibattito relativo alla permanenza di piccoli ospedali decentrati. Il piccolo ospedale di pochi letti è magari ideale dal punto di vista dell’ospitalità: i malati possono essere trattati in modo non impersonale e burocratico, i medici e gli infermieri stabiliscono rapporti molto familiari tra di loro e con i malati. Ma dal punto di vista dell’efficacia il piccolo ospedale può costituire un vero e proprio pericolo per la salute e per la vita stessa.

Che cosa fare dei presidi ospedalieri di piccole dimensioni è attualmente un argomento di politica sanitaria molto scottante in Italia. La popolazione di cittadine di provincia in cui, secondo le indicazioni del governo centrale e in accordo con la programmazione regionale, è stata deliberata la chiusura del piccolo ospedale scendono in piazza, operatori sanitari in testa: «Il nostro piccolo ospedale, così umano, non si tocca!». La popolazione sostiene queste rivendicazioni. Ma di fronte alla patologia seria, la preferenza va naturalmente all’ospedale che garantisca sicurezza ed efficacia. È un’esigenza imprescindibile di ciò che ci aspettiamo oggi da un buon ospedale: deve avere le conoscenze e le tecnologie per dare una risposta efficace alla patologia. La qualità medica che l’ospedale deve garantire comprende essenzialmente l’efficacia delle cure. Credo che ciascuno di noi, dovendo scegliere tra un ospedale dove ci trattano bene ma non ci sanno curare e uno dove invece ci sanno curare, sceglierebbe il secondo, anche se in questo il confort e l’attenzione alla persona lasciassero a desiderare.

Il modello dell’ospedale come luogo della scienza medica continua ad essere quanto mai attuale. La scienza in ospedale non sarà mai troppa. Semmai il problema oggi è quello di una scienza troppo sbilanciata sul versante delle scienze naturali, che non sa integrare il sapere che deriva dalle scienze dell’uomo. La medicina tratta le patologie come se queste riguardassero solo il corpo, e non l’insieme della persona. Anche se, per ipotesi, la pratica di questa medicina fosse ineccepibile dal punto di vista filantropico, del rispetto dei diritti umani e della correttezza gestionale, sarebbe pur sempre carente, se non tiene conto di quanto dell’uomo malato ci dicono la psicologia, la sociologia, l’antropologia culturale.

Le patologie più diffuse nella nostra società non riescono a essere curate efficacemente con una medicina che ignora sistematicamente queste dimensioni dell’essere umano. Per fare solo qualche esempio, pensiamo al problema della cura delle tossicodipendenze; oppure al crescente diffondersi di disturbi del comportamento alimentare, come la bulimia e l’anoressia: l’incapacità della medicina di trattare queste patologie, galoppanti nella nostra società, illustra le carenze intrinseche di risultati efficaci di una scienza medica che ignora le componenti psicologiche, relazionali, antropologiche e simboliche dei fatti patologici. Pensiamo anche al dolore cronico: i fallimenti medici nel tenerlo sotto controllo, malgrado il sofisticato arsenale terapeutico a disposizione della medicina contemporanea, dipendono dalla negligenza nel considerare il ruolo che esso gioca nella rete dei rapporti che lega il malato alla famiglia e alla società. È la prospettiva che ha indotto Arthur Kleinman antropologo medico di Harvard, a parlare di malattie «sociosomatiche» (Kleinman, 1993).

La carenza dell’ospedale concepito come cittadella del sapere medico è che questo sapere è un sapere dimidiato: conosce solo una parte dell’uomo. Un ospedale «umano» è quello che sa integrare questo sapere completo sull’uomo non solo in modo teorico, ma pratico. Ciò implica il ricorso a professioni che si basano appunto su queste conoscenze umanistiche — come lo psicologo, l’assistente sociale, il cappellano o assistente spirituale — non visti come professionisti di secondo livello, che si occupano delle piccole cose, ma come parte integrante di un unico progetto terapeutico. L’ospedale umano, secondo questo modello, è quello che sa dare risposte efficaci alle patologie. A tutte, comprese quelle tipiche della società moderna, che non possono essere modificate senza un ricorso sistematico alle scienze dell’uomo, oltre che a quelle della natura.

3. Presidio dello stato sociale

Il terzo modello di ospedale è quello del welfare state. Dagli anni ’40 del nostro secolo in poi, molti paesi dell’area occidentale, a cominciare dall’Inghilterra, hanno socializzato la medicina, come pilone portante del welfare state. Uno dei frutti meno discutibili del XX secolo — il «secolo

breve» che lo storico inglese Hobsbawm ha analizzato nel libro dal titolo omonimo nelle sue poche luci e tante ombre (Hobsbawm, 1995) — è quello di aver liberato tanta parte dell’umanità dal bisogno e averla avviata al benessere. Il riconoscimento del diritto alla tutela della salute, indipendentemente dalla capacità delle persone di pagarsi i servizi sanitari di cui hanno bisogno, è riconosciuto come un diritto ampio quanto il diritto stesso di cittadinanza.

In questo quadro generale l’ospedale diventa il luogo dove si concentra l’impegno dello stato a fornire a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria. Non per motivi di filantropia, ma di giustizia. L’assistenza sanitaria diventa uno dei diritti civili e sociali esigibili da ogni cittadino. Assicurare a tutti l’assistenza sanitaria in caso di malattia, indipendentemente dalla capacità economica di pagarsela, diventa l’impegno prioritario dello stato sociale.

Nell’ospedale tutti i cittadini hanno uguale diritto di accesso, tutti possono pretendere considerazione e rispetto, e soprattutto una cura adeguata alle loro necessità. La cura della salute promossa dallo stato sociale si è tradotto in una modalità che, di per sé, avrebbe dovuto essere evitata: l’ospedale ha preso il posto centrale e quasi unico di tutto il sistema delle cure. In quel progetto generoso, con venature di utopia, in cui lo stato si impegnava a promuovere il benessere di tutti i cittadini occupandosi di loro dalla «culla alla tomba», l’ospedale era il luogo deputato a questa assistenza totale.

Attualmente ci troviamo nella necessità di ridisegnare lo stato sociale. Sappiamo che le risorse di cui disponiamo non sono sufficienti — e mai lo saranno, per quanto allochiamo le risorse a favore della sanità — per dare tutto a tutti. Siamo perciò costretti a stabile una scala di priorità: a chi dare, cosa dare, con quali criteri. In questa fase di transizione l’ospedale è sottoposto a un forte cambiamento, che rimette in discussione l’ospedalocentrismo a cui siamo abituati.

In questo nuovo stato sociale, verso il quale ci stiamo incamminando, la priorità numero uno è l’efficienza. Mentre nell’ospedale come cittadella della scienza l’imperativo dominante era ed è l’efficacia (all’ospedale chiediamo che guarisca le malattie, facendo ricorso a quanto di più aggiornato può offrire il progresso tecnologico e scientifico), nel nuovo stato sociale l’ospedale deve mirare a distribuire le risorse scarse in modo che con esse si ottenga il più e il meglio. In altre parole, l’ospedale deve essere efficiente, per poter rispondere ai bisogni sanitari non solo di qualcuno, ma di tutti.

L’efficienza è importante come valore economico, ma esprime anche un’esigenza etica. Possiamo illustrare l’assunto con un esempio. Se l’imperatore del Giappone si ammala — come è successo con il vecchio imperatore Hirohito — per curarlo si può spostare un ospedale nel suo palazzo, compresa la Tac e tutta la tecnologia più sofisticata. L’efficacia sarà la stessa, ma non si può dire che questa organizzazione delle risorse sia efficiente. Possiamo dare tutto a una persona e ottenere risultati brillanti in termini di efficacia, mandando però deluse le legittime aspettative di tanti altri che avevano diritto di contare su quelle stesse risorse. Come corollario del nuovo stato sociale, dobbiamo esigere che l’organizzazione delle cure in ospedale tenga in debita considerazione il criterio dell’efficienza. Se manca, l’ospedale non può qualificarsi come un buon ospedale, per quanto elevato sia, dal punto di vista della scienza medica, il livello delle prestazioni che fornisce.

Curare i malati e fare quanto è possibile allo stato attuale del sapere medico, per restituire loro la salute non può più essere l’unico obiettivo di una buona medicina: mentre cercano di curare e guarire, i sanitari devono anche fare il miglior uso delle risorse. Ciò implica anche una limitazione nell’uso stesso dell’ospedale. Se viene utilizzato per motivi impropri, facendo in ospedale trattamenti che possono essere fatti altrove o in regime di day hospital, si realizza uno spreco di risorse, e quindi una medicina inefficiente (oltre che, molto spesso, una medicina che calpesta le attese di chi vorrebbe che l’ospedale fosse anche «ospitale»).

Questa preoccupazione si traduce in progetti molto concreti. Uno di questi può essere la promozione del day hospital o della day surgery. Organizzare gli interventi diagnostici e terapeutici in un giorno solo, evitando il ricovero, porta al risparmio su tutti i piani: da quello economico a quello del disagio inflitto ai malati. Anche molte operazioni chirurgiche possono essere fatte in ciclo giornaliero, se ben programmate e organizzate. Le stesse cure domiciliari diventano un programma essenziale di un ospedale che mira all’efficienza. Naturalmente queste vanno programmate: non sono tali quelle improvvisate, magari perché i sanitari, diventati sensibili ai costi, decidono a un certo punto di mettere il malato con la sua valigetta degli effetti personali fuori dalla porta dell’ospedale, quasi che, una volta concluso il compito istituzionale dell’ospedale, la sorte del paziente non riguardi più gli operatori ospedalieri. Anche la continuità delle cure e il legame organico con la medicina del territorio fa parte integrante di un ospedale concepito come presidio dello stato sociale.

4. L’ospedale «azienda»

I tre modelli di ospedale che abbiamo analizzato, presenti sotto forma di eredità del passato, devono essere

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completati da un quarto: l’ospedale del futuro. Il quale non è solo un pio desiderio; in qualche modo è già presente come esigenza e potenzialità che domanda di essere realizzata: è, o sarà, l’ospedale-azienda, così come è disegnato dai decreti legislativi che disegnano il profilo della nuova sanità italiana.

Qualcuno paventa in questo modello di ospedale un tradimento della sua natura e vocazione originaria. Bisogna anzitutto chiarire un equivoco: non si tratta solo di trasporre nell’ospedale che cura le malattie la filosofia dell’azienda nata per produrre e commercializzare beni e servizi, obbedendo a una logica di profitto. Così inteso, l’ospedale azienda sarebbe davvero un tradimento. Il riferimento invece è a quella filosofia dell’azienda che è stata sviluppata in questi ultimi anni a partire dal concetto di «qualità totale». L’hanno inventata i giapponesi, che grazie ad essa sono giunti a una posizione di leadership in molti ambiti del mercato mondiale. Le aziende occidentali, se vogliono sopravvivere e non essere escluse dalla competizione, sono costrette ad abbandonare la vecchia mentalità aziendalistica e ad adottare anch’esse la filosofia della «qualità totale». In questa prospettiva l’obiettivo prioritario non è quello di aumentare il fatturato, ma di avere «clienti consolidati», perché soddisfatti. Questa filosofia è risultata vincente nel settore delle automobili; tanto più, quindi, se si tratta di un servizio personalizzato come la cura della salute.

Un cambiamento di questo genere, destinato a orientare le aziende verso il modello della qualità «eccellente», richiede più di un lifting superficiale: implica un ripensamento totale, che si traduce in un atteggiamento diverso di coloro che producono beni o servizi nei confronti del cliente. Applicato all’ospedale, il modello richiede di mettere al proprio centro il paziente-cliente, imparando un modo diverso di lavorare. La centralità del paziente, un tema caro a coloro che hanno a cuore l’«umanizzazione» dell’ospedale cambia di segno: non è più soltanto una esortazione morale a comportarsi bene con il malato — riconducibile, più o meno direttamente, a una concezione deontologica che richiede a chi lavora in sanità un atteggiamento carico di umanità e di valori etici — ma diventa una strategia di gestione manageriale del nuovo ospedale. Perché l’ospedale possa essere giudicato un buon ospedale, bisognerà guardare alla qualità dei servizi che fornisce. Un indicatore di buon servizio è la giusta soddisfazione di che ne usufruisce. Il paziente-cliente dovrà uscire dalla struttura ospedaliera non solo curato — e curato bene, secondo i più alti standard della scienza medica — ma anche soddisfatto. Altrimenti preferirà, nel regime concorrenziale che si andrà stabilendo, un’altra struttura fornitrice di servizi sanitari. Fornire servizi di qualità, valutati come tali da coloro che ne usufruiscono, equivale a mettere in atto misure strategiche necessarie perché l’ospedale-azienda possa sopravvivere.

È una rivoluzione che non produce soltanto migliori servizi, ma fa sì che gli operatori siano più soddisfatti del loro lavoro. Nella filosofia della «qualità totale» non si può fornire un prodotto eccellente se coloro che lo producono non sono attivamente coinvolti: non come piccole ruote di un ingranaggio, ma come protagonisti attivi che pensano le soluzioni e le propongono, fanno progetti e li realizzano, ottengono piccoli miglioramenti costanti. Il cliente soddisfatto presuppone un fornitore di servizi soddisfatto. Con delle persone frustrate e demotivate non si può fare un’azienda che abbia l’«eccellenza» come obiettivo.

Nell’ospedale azienda il criterio di valutazione non è più solo l’efficacia o l’efficienza, ma diventa l’eccellenza (per il concetto di «azienda eccellente» vedi Peters, Waterman, 1992). La scommessa per il futuro è il passaggio a quell’ospedale azienda che realizzi le potenzialità di umanizzazione che ha in sé, quasi una sintesi delle esigenze implicite nei modelli di ospedale «hospitium», ospedale-cittadella della scienza e ospedale-presidio del welfare state. Dovrà essere, contemporaneamente, un luogo ospitale dove le malattie vengono curate in modo efficace, con l’efficienza che permette di rispondere con risorse limitate ai bisogni di tutti i cittadini, puntando insieme — erogatori dei servizi e cittadini — alla qualità eccellente.

BIBLIOGRAFIA

Bernabei R., Lo spazio ospedaliero per l’anziano, in L’Arco di Giano, n. 3, 1993, pp. 81-85.

Foucault M., Nascita della clinica, tr. it. Einaudi, Trino, 1969.

Guzzanti E., Mastrilli F., L’ospedale: una «casa»possibile?, in L’Arco di Giano, n. 3, 1993, pp. 69-75.

Hobsbawm E.J., Il secolo breve, tr. it. Rizzoli, Milano, 1995.

Kleinman A., Il contesto umano del dolore: un approccio antropologico, in L’Arco di Giano, n. 3,1993, pp. 19-29.

Marchesi PL., Spinsanti S., Spinelli A., Per un ospedale più umano, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1985.

Peters Th.J., Waterman R.H., In search of excellence, Harper & Row, New York, 1992.

La qualità nei servizi sociali e sanitari: tra management ed etica

Book Cover: La qualità nei servizi sociali e sanitari: tra management ed etica
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

La qualità nei servizi sociali e sanitari: tra management ed etica

in Servizi Sociali

anno XXII, n. 3/1995, pp. 7-17

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LA QUALITÀ NEI SERVIZI SOCIALI E SANITARI:

TRA MANAGEMENT ED ETICA

Il richiamo alla qualità nell'insieme dei servizi rivolti alla persona, in particolare nella cura delle malattie e nella promozione della salute, ha diverse connotazioni. Il contenitore più ampio ― ma anche meno differenziato ― è quello costituito dal movimento per l'«umanizzazione» della medicina. Il suo humus è costituito dalla diffusa sensazione che nella pratica della medicina sia andato perduto qualcosa di essenziale, che è necessario e urgente reintrodurre, se non si vuol snaturare ciò che tradizionalmente costituisce l'arte della guarigione (Voltaggio F., 1992).

L'accusa di disumanizzazione non colpisce solo il ventaglio di comportamenti ― da quelli esplicitamente criminali a quelli semplicemente arroganti o insensibili al vissuto di una persona ammalata ― che possono essere allineati sotto la rubrica «malasanità». La richiesta di umanizzazione non nasce là dove la sanità è allo sfascio, ma dove dà le migliori prove di efficacia ed efficienza. A suscitarla non è tanto la collera ― giustificatissima ― di pazienti maltrattati in ospedali-lager o malversati da medici incompetenti o truffaldini, ma il deterioramento dei rapporti che dilaga a ridosso di prestazioni mediche ideali, quali le generazioni precedenti non avrebbero immaginato neppure nei loro sogni più audaci. Fino a un passato non molto lontano, il dottore si limitava a tenere la mano al bambino che moriva di difterite: non poteva far niente per salvargli la vita. Il medico era impotente ma tutti erano contenti di lui. Oggi al bambino gravemente ammalato vengono somministrati antibiotici potenti ed efficacissimi, tanto che dopo qualche giorno è di nuovo a giocare con gli altri bambini in cortile. Eppure si è scontenti del dottore. Il contrasto tra le due situazioni, che sono paradigmatiche nonostante la loro schematicità, fotografa il degrado del rapporto tra medico e paziente, a cui il movimento della umanizzazione in medicina vuol porre rimedio.

Un secondo ambito nel quale è emerso il discorso della qualità nei servizi di cura della salute è quello della cultura moderna dei diritti. Si è potuto distinguere un susseguirsi storico di diverse concezioni dei diritti applicati alla salute, quasi una sequenza ordinata di «generazioni di diritti» (Gracia D., 1993).

I diritti umani di prima generazione comprendono il diritto alla vita, alla salute e alla libertà di coscienza. Sono stati teorizzati dalle concezioni illuministiche dei diritti dell'uomo e introdotti nei costumi dai regimi liberali. Verso la metà del

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XIX secolo si è delineata una nuova generazione di diritti, centrati sull'idea di uguaglianza e di giustizia, così come i precedenti lo erano sull'idea di libertà. Sorge così la coscienza del diritto di ogni essere umano all'educazione, all'abitazione, al lavoro, al sussidio di disoccupazione, alla pensione, all'assistenza sanitaria. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, promulgata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, nell'art. 25 definisce in questi termini il diritto all'assistenza sanitaria:

«Ogni persona ha diritto a un livello di vita adeguato che gli assicuri, così come alla sua famiglia, la salute e il benessere, e in particolare il cibo, il vestito, l'abitazione, l'assistenza medica e i servizi sociali necessari: ha anche diritto agli aiuti in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o altri casi di perdita dei mezzi di sussistenza, per circostanze indipendenti dalla sua volontà».

In Italia l'introduzione del Servizio sanitario nazionale (legge 833/1978) intese rendere effettiva l'idea portante del welfare state: separare la cura della salute dal benessere economico di chi ha bisogno delle cure, rendendole disponibili a tutti (Calamo Specchia F., 1994).

La terza generazione dei diritti riferiti alla salute è quella che registra la possibilità per l'individuo di orientarsi nelle scelte che hanno a che fare con le cure sanitarie in modo sintonico con i propri valori, preferenze e concezioni di vita. La qualità in questo contesto equivale alla capacità dì rivendicare un diritto già previsto dalla Dichiarazione americana del 1776, quale uno dei diritti inalienabili che tutti hanno fin dalla nascita: il diritto a perseguire la felicità (the pursuit of happiness). La vita non è solo un bene sacro, non disponibile né per l'individuo, né per lo Stato: la vita ha anche una qualità che l'individuo con le sue scelte può promuovere o pregiudicare.

Un'articolazione, infine, della nuova cultura dei diritti è quella che vuol rendere operativi i diritti della persona nella concreta erogazione del servizio pubblico. La «Carta dei servizi pubblici» ― direttiva del 27 gennaio 1994, promulgata dal ministro Cassese ― stabilisce sia i principi fondamentali che devono essere rispettati da tutti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, sia gli strumenti concreti per promuovere la qualità del servizio (adozioni di standard, informazioni degli utenti, trasparenza nei rapporti e riconoscibilità degli operatori, valutazione della qualità dei servizi).

Un terzo ambito da cui la considerazione della qualità irrompe nello scenario della sanità è la ricerca metodica della qualità dell'assistenza erogata da parte dei professionisti stessi. La valutazione dell'assistenza sanitaria non può limitarsi a misurare la quantità delle risorse utilizzate: deve anche verificare se queste risorse

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sono state utilizzate in modo corretto da un punto di vista tecnico-scientifico e di interazione umana. L'obiettivo della valutazione della qualità dell'assistenza è stato così definito dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms): «la valutazione della qualità dell'assistenza tende a far sì che ogni paziente riceva l'insieme di atti diagnostici e terapeutici che portano ai migliori esiti in termini di salute, tenendo conto dello stato attuale delle conoscenze scientifiche, con il minor costo possibile e i minori rischi iatrogeni, ottenendo la sua soddisfazione rispetto agli interventi ricevuti, agli esiti ottenuti e alle interazioni umane avute all'interno del sistema sanitario».

L'Oms ha promosso, con l'autorevolezza che compete a questa istituzione internazionale, la valutazione della qualità nell'assistenza. Nel 1984 il Comitato regionale per l'Europa delTOms ha approvato 38 obiettivi nell'ambito del progetto «Salute per tutti nell'anno 2000». Due obiettivi in particolare, il 31 e il 38, hanno definito l'impegno per gli stati membri ad attivare sistemi di monitoraggio della qualità delle prestazioni sanitarie e a rendere la valutazione parte integrante del lavoro degli operatori sanitari.

Obiettivo 31: Assicurare la qualità delle prestazioni. «Entro il 1990 tutti gli stati membri dovranno aver istituito efficaci meccanismi di controllo della qualità delle cure fornite ai pazienti nel quadro dei vigenti sistemi di assistenza sanitaria. Per raggiungere questo risultato occorrono metodi e procedure di sorveglianza continua e sistematica delle cure prestate ai pazienti e attività permanenti di controllo e valutazione da parte dei professionisti della sanità, mentre tutto il personale sanitario dovrà essere addestrato a garantire la qualità delle prestazioni».

Obiettivo 38: Buon uso delle tecnologie sanitarie. «Entro il 1990, tutti gli stati membri dovranno aver istituito un meccanismo ufficiale per la valutazione sistematica del corretto impiego delle tecnologie sanitarie e della loro efficacia, efficienza, sicurezza, accettabilità e per stabilire in quale misura esse siano conformi alle politiche nazionali adottate e compatibili con le difficoltà economiche del paese. Tutto ciò sarà possibile se i governi adotteranno una chiara politica di valutazione sistematica e totale di tutti i nuovi dispositivi tecnici destinati al settore sanitario, e se tale politica sarà adatta alle caratteristiche di ciascun paese; sarà inoltre necessaria la creazione di un sistema internazionale di scambio delle informazioni relative a tali tecnologie».

La qualità dell'assistenza, intesa come capacità di migliorare lo stato di salute di una popolazione nei limiti concessi dalle tecnologie, dalle risorse disponibili e dalle caratteristiche dell'utenza, nel frattempo ha messo radici anche in Italia. Si è costituita una società italiana di Verifica e revisione della qualità (Vrq)

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che pubblica un suo periodico «QA» e promuove le diverse metodologie validate a livello internazionale: l'autovalutazione, l'audit (valutazione retrospettiva delle prestazioni attraverso la revisione della documentazione), la verifica e revisione della qualità o QA (quality assurance, definito da uno dei maggiori esperti del settore come «il rapporto tra i miglioramenti ottenuti nelle condizioni di salute e i miglioramenti massimi raggiungibili sulla base dello stato attuale delle conoscenze, delle tecnologie disponibili e delle condizioni dei pazienti», Donabedian A., 1989), il Cqi (continuous quality improvement) che applica al sistema sanitario l'approccio della Total Quality adottato nell'industria (Galgano A., 1990).

La Vrq si presenta come un mezzo di concreta valutazione della qualità delle prestazioni per migliorarle nell'interesse dei medici e dei cittadini, lontana da ogni aspetto fiscale, disciplinare o comunque sanzionatorio dell'attività dei medici. Una certa ambiguità è tuttavia sopravvenuta in Italia per il fatto che la Vrq è stata recepita nella normativa precedente gli accordi di lavoro del 1990 per il personale del comparto del Servizio sanitario nazionale. Il Dpr 384 del 28 novembre 1990 ha istituito Commissioni per la verifica e la revisione della qualità dei servizi e delle prestazioni sanitarie a livello di Regioni e di Usl, affidando loro compiti precisi. Le Commissioni regionali hanno lo scopo sia di proporre progetti di Vrq alle singole Usl, sia di validare i progetti provenienti da queste.

Nel 1991, infine, è stato istituito presso il Ministero della sanità un «Comitato nazionale per la valutazione nella qualità tecnico-scientifica e umana dei servizi e degli interventi sanitari», con il compito di coordinare le attività di Vrq previste dal contratto di lavoro vigente.

Un quarto ambito, infine, è quello della promozione della qualità connessa con il riordino del Servizio sanitario nazionale. Dacché ha cominciato a evidenziarsi il bisogno di modificare il Ssn nato nel 1978, si è andato delineando un consenso sulla centralità che spetta in ogni processo di riordino alla promozione della qualità delle attività sanitarie, attraverso la costante attenzione degli operatori agli effetti delle cure prestate e alla modalità di erogazione delle stesse, nonché alla soddisfazione dell'utente. La sfida della qualità rappresenta la nuova frontiera del Ssn e la qualità può essere una risposta (Colozzi I., 1994).

Nelle Usl trasformate in aziende (Dlgs 502/1992 1 e successivamente Dlgs 517/1993 2) il controllo di qualità ha un ruolo strategico. Esso è esplicitamente previsto dall'art. 10:

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«Allo scopo di garantire la qualità dell'assistenza nei confronti della generalità dei cittadini, è adottato in via ordinaria il metodo della verifica e revisione della qualità delle prestazioni, nonché del loro costo, al cui sviluppo devono risultare funzionali i modelli organizzativi e i flussi informativi dei soggetti erogatori e gli istituti normativi regolanti il rapporto di lavoro del personale dipendente, nonché i rapporti tra soggetti erogatori, pubblici e privati, e il Ssn».

L'art. 14, finalizzato a favorire la partecipazione dei cittadini e la tutela dei loro diritti, afferma:

«Al fine di garantire il costante adeguamento delle strutture e delle prestazioni sanitarie alle esigenze dei cittadini utenti del Ssn definisce con proprio decreto (...) i contenuti e le modalità di utilizzo degli indicatori di qualità dei servizi e delle prestazioni sanitarie relativamente alla personalizzazione e umanizzazione dell'assistenza, al diritto all'informazione, alle prestazioni alberghiere, nonché dell'andamento delle attività di prevenzione delle malattie.

Le regioni utilizzano il suddetto sistema di indicatori per la verifica, anche sotto il profilo sociologico, dello stato di attuazione dei diritti dei cittadini, per la programmazione regionale, per la definizione degli investimenti di risorse umane, tecniche e finanziarie. Le regioni promuovono inoltre consultazioni con i cittadini e le loro organizzazioni anche sindacali e in particolare con gli organismi di volontariato e di tutela dei diritti, al fine di raccogliere informazioni sull'organizzazione dei servizi».

Qualità e soddisfazione

Man mano che l'esigenza di qualità nei servizi sociali e sanitari andava prendendo concretezza, col procedere della nostra rassegna dedicata alle principali articolazioni del dibattito sulla qualità in sanità, è diventato più evidente che il centro di gravitazione si sposta dal professionista che fornisce il servizio al cittadino/utente che ne usufruisce. In regime di paternalismo ― anche quello più illuminato ― il criterio di valutazione di ciò che viene offerto al malato o bisognoso è fornito dal professionista stesso.

Il medico ha per secoli rivendicato il diritto-dovere di prendere le sue decisioni «in scienza e coscienza», come se il suo sapere e la sua morale totalizzassero tutte le forme di tutela che si possono offrire al paziente/utente. Chi ricorre a un professionista di servizi sanitari o sociali è un cliente molto particolare, perché i suoi bisogni non sono definiti da lui stesso, ma dal professionista che è accreditato ad inserire la domanda entro la griglia offerta dal suo sapere. La

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«soddisfazione del cliente» non è tenuta in alcuna considerazione. «Quando le prestazioni non sono adeguate, in una realtà di mercato libero i clienti cambiano fornitore, in una situazione di servizio pubblico, come quello sanitario, non rimane che la protesta» (Colozzi I., 1994).

Gli scenari legati al riordino del Ssn ci dicono che questa situazione sta cambiando. Un paziente/cliente insoddisfatto è già adesso una minaccia per la sanità privata. Presto, con l'introduzione di una concorrenzialità tra pubblico e privato ― e anche tra pubblico e pubblico, per la creazione di una specie di mercato interno all'azienda sanitaria ― l'insoddisfazione del cliente costituirà una minaccia di destabilizzazione anche per il servizio pubblico. Questo non potrà permettersi di ignorare sistematicamente la soddisfazione del paziente/cliente, legata alla percezione della qualità dei servizi ricevuti. Il pubblico dovrà perseguire la soddisfazione del cliente non meno di quanto sia già oggi costretto a fare il privato.

Ma proprio questa prospettiva suscita interrogativi scomodi. Perché avere un paziente soddisfatto non è tutto: bisogna vedere di che cosa e perché è soddisfatto. Ci potrebbe essere un pericolo ben più grande del paziente giustamente insoddisfatto: quello di un paziente ingiustamente soddisfatto. È meglio lasciare l'evocazione di questo scenario alla letteratura, piuttosto che ad analisi sociologiche o psicologiche. L'arte, più di qualsiasi scienza dell'uomo, può cogliere quel grano di follia che stravolge i comportamenti umani, anche i più nobili e generosi. L'utopia negativa di masse di pazienti soddisfatti, ma inconsapevoli di essere stati defraudati della sostanza stessa della salute, ci è offerta dalle pièce di Jules Romains, Knock o il trionfo della medicina. Andata in scena per la prima volta nel 1923, la commedia non cessa di inquietarci, a tanti anni di distanza, come una anticipazione lungimirante di quella «medicalizzazione della vita» denunciata da Ivan lllich e da altri autorevoli critici della medicina contemporanea.

Il personaggio principale è il dottor Knock, che ha assunto come motto una frase attribuita a Claude Bernard: «I sani sono malati che si ignorano». Rileva una condotta dalle mani di un vecchio medico che si ritira e, nel giro di pochi mesi, converte al suo vangelo tutti gli abitanti di Saint-Maurice. Tutta la vita del paese si è trasformata, potendosi ora suddividere in due tappe o ere ben definite: prima e dopo il dottor Knock. Egli ha ispirato agli abitanti la paura delle malattie e della morte, e tutti si curano. La locanda è trasformata in clinica e tutti i posti sono occupati: anzi, si stanno prevedendo ampliamenti.

Quando il vecchio dottor Parpalaid torna alla sua condotta, dopo tre mesi, non riconosce più il paesaggio umano creato dall'intraprendente dottor Knock. In una scena-clou, questi lo invita a gettare uno sguardo dalla finestra su Saint-Maurice medicalizzato: «Guardate un po' qui, dottor Parpalaid. Era un paesaggio rude, appena umano, quello che contemplavate. Oggi ve lo offro tutto impregnato

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di medicina. In duecentocinquanta di quelle case ci sono duecentocinquanta letti in cui un corpo disteso testimonia che la vita ha un senso, e grazie a me ha senso medico».

Ma ancora più inquietante della soddisfazione del medico è la soddisfazione degli abitanti di Saint-Maurice. La domestica della locanda-sanatorio non riconosce il dottor Parpalaid, che pur ha lasciato il paese solo da pochi mesi. Quando si presenta come medico, la donna risponde asciutta: «Non sapevo che ci fosse stato qui un medico prima del dottor Knock».

Tra la padrona della locanda e il vecchio medico ha luogo il seguente dialogo. Il dottore: «Bisogna credere che ai miei tempi la gente stesse meglio». Madame Rémy: «Non dite questo, signor Parpalaid. La gente non aveva idea di curarsi: è tutta un'altra cosa. C'é chi immagina che nelle campagne siamo ancora dei selvaggi, che non abbiamo alcuna cura della nostra persona, che aspettiamo che la nostra ora sia venuta per crepare come gli animali, che i rimedi, le diete, gli apparecchi e tutti i progressi siano per le grandi città. Errore, signor Parpalaid. Noi ci apprezziamo come chiunque altro».

La riconoscenza degli abitanti del paese verso il dottor Knock, la loro piena soddisfazione per avere un medico «capace» ci lasciano un retrogusto amaro. L'ombra lunga del dottor Knock, con la sua straordinaria capacità di organizzare una medicina pienamente soddisfacente, si stende su tutto il secolo che ha visto, come nessun altro in precedenza, la piena medicalizzazione della vita. La qualità della soddisfazione che mostrano pazienti di questo genere ci fa francamente dubitare che questa possa essere assunta come criterio esclusivo per valutare l'atto medico.

La soddisfazione del paziente ci rimanda così, inevitabilmente, alle questioni di fondo della medicina: il suo scopo e i suoi limiti, gli effetti positivi e quelli negativi che un'efficiente organizzazione dei servizi sanitari ha sulla cura della salute, i problemi antropologici e quelli etici.

Qualità, soddisfazione ed etica

La preoccupazione per la soddisfazione del paziente/cliente porta nella sanità un punto di vista che è fondamentalmente estraneo alla tradizione dei criteri di qualità dell'atto medico, così come è stata concettualizzata dall'etica medica. Se i professionisti della sanità stentano a farlo proprio, non si tratta solo della comprensibile resistenza di chi è indotto a muoversi al di fuori di un paradigma comportamentale familiare. Adducono anche delle buone ragioni, riconducibili alla preoccupazione di tutelare il paziente da ciò che potrebbe essergli nocivo e di promuovere il suo bene nel modo che la scienza medica e le conoscenze professionali di coloro che si dedicano all'assistenza ritengono appropriato.

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«Ho il dovere morale ― protesta il medico ― di proporre al paziente la procedura terapeutica che risponde più efficacemente al suo problema di salute, non quella che riscuote di più la sua soddisfazione. Il bene del paziente è, secondo l'etica che ispira da sempre la medicina, l'imperativo che domina su tutti gli altri. L'amministratore dell'ospedale, per esempio, è più soddisfatto se prescrivo un farmaco meno costoso. Ma se io so che quello più costoso è più benefico per il paziente, mi avvarrò della libertà di prescrizione terapeutica, indipendentemente dalla soddisfazione di terze parti». Un professionista di nursing geriatrico, a sua volta, può obiettare: «lo so che il mio paziente è più contento se gli risparmio il bagno; ma non farei un nursing corretto se non inducessi l'anziano a fare il bagno almeno due volte la settimana. Il mio anziano, inoltre, non prova lo stimolo della sete e non vuole bere: ma posso responsabilmente fargli correre il rischio della disidratazione, per avere un cliente soddisfatto?».

Se dall'anedottica passiamo a livello teorico, ci rendiamo conto che la preoccupazione per il beneficio da procurare al paziente è il pilone portante dell'etica medica tradizionale. Il professionista sanitario ispira i suoi interventi in modo esclusivo al «bene del paziente» (Pellegrino E., Thomasma D., 1992): questo è il senso e la finalità intrinseca dell'atto medico. Nel giuramento di Ippocrate ― il documento più antico a cui si ispira il tradizionale «ethos» medico ― i confini etici dell'atto medico sono concisamente descritti dalla cosiddetta clausola terapeutica: «Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa».

Per cogliere il significato che questa concezione può rivestire anche per gli uomini del nostro tempo, possiamo riferirci alla versione modernizzata che è stata redatta in occasione del «Processo a Ippocrate» organizzato nell'ambito Milano-medicina del 1988. Un comitato di esperti ha così riformato la clausola terapeutica:

«Eserciterò la mia arte secondo un sapere che mi impegno ad accrescere costantemente, e prescriverò farmaci secondo un giudizio che manterrò puro e retto, e che mi guiderà nello scegliere quei rimedi che sicuramente si siano dimostrati giovevoli. Non farò della mia arte ingiusto lucro, né anteporrò alcun interesse a quello del malato, nemmeno se richiesto dal potere di chi amministra e governa la cosa pubblica».

Dal confronto con l'originale ippocratico emerge la sostanziale continuità nell'orientamento al bene del paziente come giustificazione dell'atto medico. Gli elementi costitutivi del rapporto che lega il professionista sanitario al paziente/cliente sono: l'asimmetria dei rapporti (tra di loro non si stabilisce un contratto bilaterale tra uguali, ma piuttosto un'alleanza terapeutica, con forti connotazioni

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religiose); subalternità del malato (in merito all'atto terapeutico il malato non ha propriamente niente da dire; è chiamato a strutturare l'atto medico solo fornendo i sintomi, di cui il sanitario interpreterà il messaggio: non è il malato che parla, ma i sintomi che si prestano alla lettura); ruolo pilota della scienza (il medico è impegnato ad accrescere sempre di più il proprio sapere); controllo fornito dalla coscienza e dal senso di responsabilità del medico (di qui la formuletta compendiosa «in scienza e coscienza», solitamente utilizzata per tagliar corto nei lunghi discorsi sulle dimensioni etiche della pratica della medicina).

Questa concezione così lineare dell'atto terapeutico, che è giunta fino a noi attraverso i secoli sostanzialmente immutata, sta attraversando un processo di trasformazione di grandi conseguenze. La medicina moderna è stata costretta a diventare sensibile ai valori del paziente. Questi non accetta più la posizione di «minorenne non emancipato» che il modello paternalistico di esercizio dell'arte sanitaria gli riservava. La pratica del consenso informato deriva dall'accettazione del principio dell'autonomia dell'individuo, in quanto soggetto capace di determinare i propri fini. Non è buono l'intervento sanitario o sociale che non consideri l'adulto come adulto, con il suo diritto/dovere di partecipare all'atto medico ed eventualmente di circoscriverlo entro i limiti stabiliti nell'esercizio dell'autonomia personale.

Ciò è tanto più vero, forte e dirompente nello stato attuale del progresso medico. Oggi la medicina dispone di un arsenale terapeutico molto vario e aperto su diversi esiti. È proprio là dove esiste una pluralità di scelte che i valori del paziente diventano rilevanti. Ciò che il paziente intende come salute, benessere, vita buona ― di conseguenza, i suoi obiettivi etici ― deve entrare strutturalmente nell'atto medico. La soddisfazione del paziente diventa un elemento intrinseco della qualità etica di un intervento sanitario, quando si riferisce al rispetto dei valori che costituiscono l'universo morale entro cui egli costruisce la sua vita (ovvero, la sua «ricerca della felicità»).

Legare la qualità etica dell'atto medico ai valori del paziente non rischia di scardinare i criteri tradizionali? Se il professionista sanitario subordina la sua azione alla soddisfazione del paziente, non potrebbe diventare a sua volta subalterno a questi, senza alcuna possibilità di distinguere tra bisogni, desideri e magari anche capricci? Il pericolo paventato è quello che le professioni della salute decadano a livello di agenzie di servizi (per le quali il cliente ha sempre ragione...: un atteggiamento che possono adottare perché ciò che è in gioco si situa infinitamente al di sotto di beni quali la salute o la vita stessa).

Di fronte a questi interrogativi e timori costituisce un punto di riferimento rassicurante la strumentazione concettuale che fornisce la riflessione bioetica contemporanea. Questa ci aiuta a distinguere due livelli: del «minimo morale» e del «massimo morale» (Grada D., 1994). I minima moralia delineano quel livello

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al di sotto del quale non si può scendere, se non vogliamo che la società smarrisca i suoi tratti minimi essenziali di umanità. Il minimo morale non è legato al consenso né alla soddisfazione. Anche se, per ipotesi, la maggioranza si accordasse su certi comportamenti o politiche che offendono i principi che tutelano il minimo morale, non potrebbe addurre il consenso come prova di legittimità. Questo vale, per esempio, per comportamenti ritenuti giusti in alcune epoche (come l'approvazione della schiavitù) o da certi regimi (l'eutanasia praticata dai medici sotto il nazismo). La maggioranza degli attori sociali ― per esemplificare ancora ― potrebbe ritenere economicamente vantaggioso e umanamente più conforme alla dignità non tenere in vita le persone in coma vegetativo permanente; ma queste scelte cadrebbero sotto il minimo morale (purché si sia stabilito in modo incontrovertibile che abbiamo ancora a che fare con persone umane), qualunque sia la soddisfazione di coloro che le prendono.

I principi a guardia del minimo morale sono quelli di giustizia e di non-maleficità. Il primo richiede che tutti siano trattati con uguale considerazione e rispetto, senza privilegiare qualcuno a danno di altri. Il secondo ― che è un principio basilare nell'etica medica; è stato per lo più formulato come «primum non nocere» ― impedisce di procurare danni anche se, paradossalmente, la persona fosse consenziente o addirittura lo richiedesse.

Al secondo livello troviamo i massimi morali, ovvero quei modi di organizzare la vita morale che dipendono dai valori soggettivi e trovano espressione nelle varie comunità morali di appartenenza (è quello che, per esempio, fa un testimone di Geova diverso da un musulmano, un cittadino educato in senso individualista e liberista da un altro che mette al primo posto i valori familiari e le reti di appartenenza). I principi di autonomia (o autodeterminazione) del paziente e di beneficità (orientare il corso dell'azione verso il miglior vantaggio del paziente/cliente) regolano i conflitti in questo livello.

L'orientamento alla beneficità tutela la qualità professionale dell'azione sanitaria. Il professionista ha appreso, con le regole dell'arte, quali sono le risposte efficaci ai bisogni che gli vengono presentati. La formazione che ha ricevuto lo autorizza a ritenersi qualcuno che «knows best». Il pericolo è quello di ridefinire i bisogni del paziente/cliente, facendoli rientrare nei propri schemi, che possono anche non essere i più illuminati o adeguati (che il pericolo incomba anche nel campo degli interventi sociali ce lo ricorda il film di Ken Loach, LadybirdLadybird...).

Il rispetto dei valori soggettivi del paziente/cliente, che ha il diritto di costruirsi la sua «buona vita» secondo il modello di massimo morale a cui aderisce, oggi richiede che i professionisti dei servizi sociali e sanitari creino nuovi spazi per la contrattazione. Presupposto fondamentale è quell'ascolto del paziente che gli permetta di partecipare alle scelte sulla base non solo dei suoi bisogni somatici,

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ma anche delle sue aspettative, preferenze morali, orientamenti di vita. Non stupisce che il paziente che si senta ascoltato, in senso pieno, sia anche più soddisfatto. In questi casi, almeno nei servizi sanitari, qualità etica, capacità di gestione e soddisfazione del cliente tendono a coincidere.

Riferimenti bibliografici

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Donabedian A., L'abc della Quality assurance e del monitoraggio dell'assistenza sanitaria, «QA», n. 1-2/1989 e n. 3-4/1989.

Galgano A. (1990), La qualità totale, Il Sole 24 Ore Libri, Milano.

Gracia D. (1993), Fondamenti di bioetica, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo.

Gracia D., I diritti in sanità nella prospettiva della bioetica, «L'Arco di Giano», n. 4/1994.

Pellegrino E., Thomasma D. (1992), Per il bene del paziente, trad. it., Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo.

Voltaggio F. (1992), L'arte della guarigione nelle culture umane, Bollati Boringhieri, Torino.

1 Decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 ― Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell'articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421.

2 Decreto legislativo 7 dicembre 1993, n. 517 ― Modificazioni al decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, recante riordino della disciplina sanitaria, a norma dell'art. 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421.