La qualità nel Servizio Sanitario

Book Cover: La qualità nel Servizio Sanitario
Part of the Bioetica sistematica series:

Øvretveit J.

La qualità nel Servizio Sanitario. Un'introduzione ai metodi della qualità nel servizi sanitari

Edizione italiana a cura di Sandro Spinsanti

EdiSES, Napoli 1996

pp. 193-213

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POSTFAZIONE

LA QUALITÀ NEI SERVIZI SOCIALI E SANITARI:

TRA MANAGEMENT ED ETICA

1. Il dibattito sulla qualità nell'ambito sanitario

Il richiamo alla qualità nell'insieme dei servizi rivolti alla persona, in particolare nella cura delle malattie e nella promozione della salute, ha diverse connotazioni, a seconda del contesto nel quale lo collochiamo. Il contenitore più ampio ― ma anche meno differenziato ― è quello costituito dal movimento per l'"umanizzazione" della medicina. Il suo humus è costituito dalla diffusa sensazione che nella pratica della medicina sia andato perduto qualcosa di essenziale, che è necessario e urgente reintrodurre, se non si vuol snaturare ciò che tradizionalmente costituisce l'arte della guarigione (Voltaggio 1992). Rivendicare la qualità dei trattamenti sanitari equivale, in questa accezione, a un richiamo ai valori che hanno tradizionalmente ispirato la pratica della medicina.

L'accusa di disumanizzazione non colpisce solo il ventaglio di comportamenti ― da quelli esplicitamente criminali a quelli semplicemente arroganti o insensibili al vissuto di una persona ammalata ― che emergono periodicamente nella rubrica "malasanità". La richiesta di umanizzazione non nasce là dove la sanità è allo sfascio, ma proprio dove dà le migliori prove di efficacia ed efficienza. A suscitarla non è tanto la collera ― giustificatissima ― di pazienti maltrattati in ospedali-lager o malversati da medici incompetenti o truffaldini, ma il deterioramento dei rapporti che dilaga a ridosso di prestazioni mediche di grande efficacia, quali le generazioni precedenti non avrebbero immaginato neppure nei loro sogni più audaci. Fino un passato non molto lontano, il dottore si limitava a tenere la mano di un bambino che moriva di difteritenti dalla sua volontà".

In Italia l'introduzione del Servizio sanitario nazionale (legge 833/1978) intese rendere effettiva l'idea portante del welfare state: separare la cura della salute dal benessere economico di chi ha bisogno delle cure, rendendole disponibili a tutti (Calamo Specchia 1994). La "riforma della riforma", ovvero il riordino in atto nel nostro servizio sanitario pubblico noto come processo di aziendalizzazione, per quanto innovativa, si costruisce sul fondamento dello stato sociale, che continua a rimanere un'acquisizione non rimessa in discussione nei nostri orientamenti di politica sanitaria.

La terza generazione dei diritti riferiti alla salute è quella che registra la possibilità per l'individuo di orientarsi nelle scelte che hanno a che fare con le cure sanitarie in modo sintonico con i propri valori, preferenze e concezioni di vita. La qualità in questo contesto equivale alla capacità di rivendicare un diritto già previsto dalla Dichiarazione americana del 1776, quale uno dei diritti inalienabili che tutti hanno fin dalla nascita: il diritto a perseguire la felicità (the pursuit of happiness). La vita non è solo un bene sacro, non disponibile né per l'individuo, né per lo Stato: la vita ha anche una qualità che l'individuo con le sue scelte può promuovere o pregiudicare. Introdurre questa prospettiva dell'autodeterminazione nelle scelte relative alla vita e alla salute significa, secondo lo storico della medicina Diego Grada, far fare alla medicina la "rivoluzione liberale" ― con due secoli di ritardo...! ― dopo che attraverso lo Stato sociale è stata fatta la rivoluzione sociale: "Nel mondo della salute la rivoluzione sociale ha preceduto in molti casi la liberazione liberale... Il

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liberalismo è sempre stato il grande 'argomento in sospeso' della medicina occidentale" (Gracia 1993, p. 174).

Un'articolazione più recente, infine, nella nuova cultura dei diritti è quella che vuol rendere operativi i diritti della persona nella concreta erogazione del servizio pubblico. La "Carta dei servizi pubblici" ― direttiva del 27 gennaio 1994, promulgata dal ministro Cassese ― stabilisce sia i principi fondamentali che devono essere rispettati da tutti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, sia gli strumenti concreti per promuovere la qualità del servizio (adozioni di standard, informazioni degli utenti, trasparenza nei rapporti e riconoscibilità degli operatori, valutazione della qualità dei servizi). Non è un caso che la prima Carta dei servizi promulgata sia stata quella relativa alla sanità: Carta dei servizi pubblici sanitari (Presidenza del Consiglio dei ministri e Ministero della sanità: 2 maggio 1995).

Un terzo ambito da cui la considerazione della qualità irrompe nello scenario della sanità è la ricerca metodica della qualità dell'assistenza erogata da parte dei professionisti stessi. La valutazione dell'assistenza sanitaria non può limitarsi a misurare la quantità delle risorse utilizzate: deve anche verificare se queste risorse sono state utilizzate in modo corretto da un punto di vista tecnico-scientifico e di interazione umana. L'obiettivo della valutazione della qualità dell'assistenza è stato così definito dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms): "La valutazione della qualità dell'assistenza tende a far sì che ogni paziente riceva l'insieme di atti diagnostici e terapeutici che portano ai migliori esiti in termini di salute, tenendo conto dello stato attuale delle conoscenze scientifiche, con il minor costo possibile e i minori rischi iatrogeni, ottenendo la sua soddisfazione rispetto agli interventi ricevuti, agli esiti ottenuti e alle interazioni umane avute all'interno del sistema sanitario".

L'Oms ha promosso, con l'autorevolezza che compete a questa istituzione internazionale, la valutazione della qualità dell'assistenza. Nel 1984 il Comitato regionale per l'Europa dell'Oms ha approvato 38 obiettivi nell'ambito del progetto "Salute per tutti nell'anno 2000". Due obiettivi in particolare, il 31 e il 38, hanno definito l'impegno per gli stati membri ad attivare sistemi di monitoraggio della qualità delle prestazioni sanitarie e a rendere la valutazione parte integrante del lavoro degli operatori sanitari.

Obiettivo 31: Assicurare la qualità delle prestazioni: "Entro il 1990 tutti gli stati membri dovranno aver istituito efficaci meccanismi di controllo della qualità delle cure fornite ai pazienti nel quadro dei vigenti sistemi di assistenza sanitaria. Per raggiungere questo risultato occorrono metodi e procedure di sorveglianza continua e sistematica delle cure prestate ai

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pazienti e attività permanenti di controllo e valutazione da parte dei professionisti della sanità, mentre tutto il personale sanitario dovrà essere addestrato a garantire la qualità delle prestazioni".

Obiettivo 38: Buon uso delle tecnologie sanitarie: "Entro il 1990, tutti gli stati membri dovranno aver istituito un meccanismo ufficiale per la valutazione sistematica del corretto impiego delle tecnologie sanitarie e della loro efficacia, efficienza, sicurezza, accettabilità e per stabilire in quale misura esse siano conformi alle politiche nazionali adottate e compatibili con le difficoltà economiche del paese. Tutto ciò sarà possibile se i governi adotteranno una chiara politica di valutazione sistematica e totale di tutti i nuovi dispositivi tecnici destinati al settore sanitario, e se tale politica sarà adatta alle caratteristiche di ciascun paese; sarà inoltre necessaria la creazione di un sistema internazionale di scambio delle informazioni relative a tali tecnologie".

La qualità dell'assistenza, intesa come capacità di migliorare lo stato di salute di una popolazione nei limiti concessi dalle tecnologie, dalle risorse disponibili e dalle caratteristiche dell'utenza, nel frattempo ha messo radici anche in Italia. Si è costituita una società italiana di Verifica e revisore della qualità (Vrq) che ha avviato la pubblicazione di un suo periodico ― "QA" ― e promuove le diverse tecnologie validate a livello internazionale: l'auto valutazione, l'audit (valutazione retrospettiva delle prestazioni attraverso la revisione della documentazione), la verifica e revisione della qualità o QA (quality assurance, definita da uno dei maggiori esperti del settore come "il rapporto tra i miglioramenti ottenuti nelle condizioni di salute e i miglioramenti massimi raggiungibili sulla base dello stato attuale delle conoscenze, delle tecnologie disponibili e delle condizioni dei pazienti": Donabedian, 1989), il Cqi (continuous quality improvement) che applica al sistema sanitario l'approccio della Total Quality adottato nell'industria (Galgano 1990).

La Vrq si presenta come un mezzo di concreta valutazione della qualità delle prestazioni per migliorarle nell'interesse dei medici e dei cittadini, lontana da ogni aspetto fiscale, disciplinare o comunque sanzionatorio dell'attività dei medici. Una certa ambiguità è tuttavia sopravvenuta in Italia per il fatto la Vrq è stata recepita nella normativa precedente gli accordi di lavoro del 1990 per il personale del comparto del Servizio sanitario nazionale. Il Dpr 384 del 28 novembre 1990 ha istituito Commissioni per la verifica e la revisione della qualità dei servizi e delle prestazioni sanitarie a livello di Regioni e Usi, affidando loro compiti precisi. Le Commissioni regionali hanno lo scopo sia di proporre

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progetti di Vrq alle singole Usl, sia di validare i progetti provenienti da queste. Nel 1991, infine, è stato istituito presso il Ministero della sanità un "Comitato nazionale per la valutazione nella qualità tecnico-scientifica e umana dei servizi e degli interventi sanitari", con il compito di coordinare le attività del Vrq previste dal contratto di lavoro vigente.

Un quarto ambito, infine, è quello della promozione della qualità connessa con il riordino del Servizio sanitario nazionale. Dacché ha cominciato a evidenziarsi il bisogno di modificare il Ssn introdotto nel 1978, si è andato delineando un consenso sulla centralità che spetta in ogni processo di riordino alla promozione della qualità delle attività sanitarie, attraverso la costante attenzione degli operatori agli effetti delle cure prestate e alle modalità di erogazione delle stesse, nonché alla soddisfazione dell'utente. La sfida della qualità rappresenta la nuova frontiera del Ssn; la qualità può essere la risposta alla crisi in cui si dibatte la nostra sanità pubblica (Colozzi 1994).

Nelle Usi trasformate in aziende (Dlgs 502/1992 1 e successivamente Dlgs 517/1993 2) il controllo di qualità ha un ruolo strategico. Esso è esplicitamente previsto dall'art. 10:

"Allo scopo di garantire la qualità dell'assistenza nei confronti della generalità dei cittadini, è adottato in via ordinaria il metodo della verifica e revisione della qualità delle prestazioni, nonché del loro costo, al cui sviluppo devono risultare funzionali i modelli organizzativi e i flussi informativi dei soggetti erogatori e gli istituti normativi regolanti il rapporto di lavoro del personale dipendente, nonché i rapporti tra soggetti erogatori, pubblici e privati, e il Ssn".

L'art. 14, finalizzato a favorire la partecipazione dei cittadini e la tutela dei loro diritti, afferma:

"Al fine di garantire il costante adeguamento delle strutture e delle prestazioni sanitarie alle esigenze dei cittadini utenti del Ssn definisce con proprio decreto (...) i contenuti e le modalità di utilizzo degli indicatori di qualità dei servizi e delle prestazioni sanitarie relativamente alla personalizzazione e umanizzazione dell'assistenza, al diritto all'informazione, alle prestazioni alberghiere, nonché dell'andamento delle attività di prevenzione delle malattie.

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Le regioni utilizzano il suddetto sistema di indicatori per la verifica, anche sotto il profilo sociologico, dello stato di attuazione dei diritti dei cittadini, per la programmazione regionale, per la definizione degli investimenti di risorse umane, tecniche e finanziarie. Le regioni promuovono inoltre consultazioni con i cittadini e le loro organizzazioni anche sindacali e in particolare con gli organismi di volontariato e di tutela dei diritti, al fine di raccogliere informazioni sull'organizzazione dei servizi".

2. Qualità e soddisfazione

Man mano che, con il procedere della nostra rassegna dedicata a esplorare attraverso quali vie di accesso il dibattito sulla qualità è entrato nell'ambito sanitario, l'esigenza di qualità nei servizi sociali e sanitari andava prendendo concretezza, è diventato più evidente che il centro di gravitazione dell'interesse si sposta dal professionista che fornisce il servizio al cittadino/utente che ne usufruisce. In regime di paternalismo ― anche quello più illuminato ― il criterio di valutazione di ciò che viene offerto al malato o bisognoso è fornito dal professionista stesso. Il medico ha per secoli rivendicato il diritto-dovere di prendere le sue decisioni "in scienza e coscienza", come se il suo sapere e la sua morale totalizzassero tutte le forme di tutela che si possono offrire al paziente/utente. Chi ricorre a un professionista di servizi sanitari o sociali è un cliente molto particolare, perché i suoi bisogni non sono definiti da lui stesso, ma dal professionista che è accreditato a inserire la domanda entro la griglia offerta dal suo sapere. In tale schema la "soddisfazione del cliente" non è tenuta in alcuna considerazione. "Quando la prestazioni non sono adeguate, in una realtà di mercato libero i clienti cambiano fornitore, in una situazione di servizio pubblico, come quello sanitario, non rimane che la protesta" (Colozzi 1994).

Gli scenari legati al riordino del Ssn ci dicono che questa situazione sta cambiando. Un paziente/cliente insoddisfatto è già adesso una minaccia per la sanità privata. Con l'introduzione di una concorrenzialità tra pubblico e privato ― e anche tra pubblico e pubblico, per la creazione di una specie di mercato interno all'azienda sanitaria ― l'insoddisfazione del cliente costruirà una minaccia di destabilizzazione anche per il servizio pubblico. Questo non potrà permettersi di ignorare sistematicamente la soddisfazione del paziente/cliente, legata alla percezione della qualità dei servizi ricevuti. Il pubblico dovrà perseguire la soddisfazione del cliente non meno di quanto sia già oggi costretto a fare il privato.

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Ma proprio questa prospettiva suscita interrogativi scomodi. Perché avere un paziente soddisfatto non è tutto: bisogna vedere di che cosa e perché è soddisfatto. Se un paziente insoddisfatto è un pericolo per l'azienda, una minaccia ben più grande per la medicina potrebbe essere il diffondersi di pazienti ingiustamente soddisfatti. È meglio lasciare l'evocazione di questo scenario alla letteratura, piuttosto che ad analisi sociologiche o psicologiche. L'arte, più adeguatamente di qualsiasi sapere scientifico, può cogliere quel grano di follia che stravolge i comportamenti umani, anche i più nobili e generosi.

L'utopia negativa di masse di pazienti soddisfatti, ma inconsapevoli di essere defraudati della sostanza stessa della salute, ci è offerta dalla pièce di Jules Romains Knock o il trionfo della medicina. Andata in scena per la prima volta nel 1923, la commedia non cessa di inquietarci, a tanti anni di distanza, come un'anticipazione lungimirante di quella "medicalizzazione della vita" denunciata da Ivan Illich e da altri autorevoli critici della medicina contemporanea.

Il personaggio principale è il dott. Knock, che ha assunto come motto una frase attribuita a Claude Bernard: "I sani sono malati che si ignorano". Rileva una condotta di campagna dalle mani di un vecchio medico che si ritira e, nel giro di pochi mesi, converte al suo vangelo tutti gli abitanti di Saint-Maurice. Tutta la vita del paese si è trasformata, potendosi ora suddividere in due tappe o ere ben definite: prima o dopo il dottor Knock. Egli ha ispirato agli abitanti la paura delle malattie e della morte, e tutti si curano. La locanda è trasformata in clinica e tutti i posti sono occupati: anzi, si stanno prevedendo ampliamenti.

Quando il vecchio dottor Parpalaid torna alla sua condotta, dopo tre mesi, non riconosce più il paesaggio umano creato dall'intraprendente dott. Knock. In una scena-clou, questi lo invita a gettare uno sguardo dalla finestra su Saint-Maurice medicalizzato:

"Guardate un po' qui dott. Parpalaid. Era un paesaggio rude, appena umano, quello che contemplavate. Oggi ve lo offro tutto impregnato di medicina. In duecentocinquanta di quelle case ci sono duecentocinquanta letti in cui un corpo disteso testimonia che la vita ha un senso, e grazie a me ha un senso medico".

Ma ancora più inquietante della soddisfazione del medico è la soddisfazione degli abitanti di Saint-Maurice. La domestica della locanda-sanatorio non riconosce il dott. Parpalaid, che pur ha lasciato il paese solo da pochi mesi. Quando si presenta come medico, la donna risponde asciutta: "Non sapevo che ci fosse stato qui un medico prima del dott. Knock".

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Tra la padrona della locanda e il vecchio medico ha luogo il seguente dialogo:

Il dottore: "Bisogna credere che ai miei tempi la gente stesse meglio".

Madame Rémy: "Non dite questo, signor Parpalaid. La gente non aveva idea di curarsi: è tutta un'altra cosa. C'è chi immagina che nelle campagne siamo ancora dei selvaggi, che non abbiamo alcuna cura della nostra persona, che aspettiamo che la nostra ora sia venuta per crepare come gli animali, che i rimedi, le diete, gli apparecchi e tutti i progressi siano per le grandi città. Errore, signor Parpalaid. Noi ci apprezziamo come chiunque altro".

La riconoscenza degli abitanti del paese verso il dott. Knock, la loro piena soddisfazione per avere un medico "capace" ci lasciano un retrogusto amaro. L'ombra lunga del dott. Knock, con la sua straordinaria capacità di organizzare una medicina pienamente soddisfacente, si stende su tutto il secolo che ha visto, come nessun altro in precedenza, la piena medicalizzazione della vita. La qualità della soddisfazione che mostrano pazienti di questo genere ci fa francamente dubitare che questa possa essere assunta come criterio esclusivo per valutare l'atto medico.

La soddisfazione del paziente ci rimanda così, inevitabilmente, alle questioni di fondo della medicina: il suo scopo e i suoi limiti, gli effetti positivi e quelli negativi che un'efficiente organizzazione dei servizi sanitari ha sulla cura della salute. In altre parole, la soddisfazione dei pazienti non può essere una scorciatoia che ci dispensa dall'affrontare i problemi antropologici ed etici legati alla pratica della medicina.

3. Qualità, soddisfazione ed etica

La preoccupazione per la soddisfazione del paziente/cliente porta nella sanità un punto di vista che è fondamentalmente estraneo alla tradizione dei criteri di qualità dell'atto medico, così come è stata concettualizzata dall'etica medica. Se i professionisti della sanità stentano a farlo proprio, non si tratta solo della comprensibile resistenza di chi è indotto a muoversi al di fuori di un paradigma comportamentale familiare. Adducono anche delle buone ragioni, riconducibili alla preoccupazione di tutelare il paziente da ciò che potrebbe essergli nocivo e di promuovere il suo bene nel modo ritenuto appropriato dalla scienza medica e dalle conoscenze professionali di coloro che si dedicano all'assistenza.

"Ho il dovere morale ― protesta il medico ― di proporre al paziente la procedura terapeutica che risponde più efficacemente al suo problema di salute, non quella che riscuote di

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più la sua soddisfazione. Il bene del paziente è, secondo l'etica che ispira da sempre la medicina, l'imperativo che domina su tutti gli altri. L'amministratore dell'ospedale, per esempio, è più soddisfatto se prescrivo un farmaco meno costoso. Ma se io so che quello più costoso è più benefico per il paziente, mi avvarrò della libertà di prescrizione terapeutica, indipendentemente dalla soddisfazione di terze parti". Un professionista di nursing geriatrico, a sua volta, potrebbe obiettare: "Io so che il mio paziente è più contento se gli risparmio il bagno; ma non farei un nursing corretto se non inducessi l'anziano a fare il bagno almeno due volte alla settimana. Il mio anziano, inoltre, non prova lo stimolo della sete e non vuole bere: ma posso responsabilmente fargli correre il rischio della disidratazione, per avere un cliente soddisfatto?".

Se dall'aneddotica passiamo al livello teorico, ci rendiamo conto che la preoccupazione per il beneficio da procurare al paziente è il pilone portante dell'etica medica tradizionale. Il professionista sanitario ispira i suoi interventi in modo esclusivo al 'bene del paziente' (Pellegrino, Thomasma 1992): questo è il senso e la finalità intrinseca dell'atto medico. Nel giuramento di Ippocrate ― il documento più antico a cui si ispira il tradizionale "ethos" medico ― i confini etici dell'atto medico sono concisamente descritti dalla cosiddetta clausola terapeutica: "Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa".

Per cogliere il significato che questa concezione può rivestire anche per gli uomini del nostro tempo possiamo riferirci alla versione modernizzata che è stata redatta in occasione del 'Processo a Ippocrate' organizzato nell'ambito Milano-medicina del 1988. Un comitato di esperti ha così riformulato la clausola terapeutica:

"Eserciterò la mia arte secondo un sapere che mi impegno ad accrescere costantemente, e prescriverò farmaci secondo un giudizio che manterrò puro e retto, e che mi guiderà nello scegliere quei rimedi che sicuramente si siano dimostrati giovevoli. Non farò della mia arte ingiusto lucro, né anteporrò alcun interesse a quello del malato, nemmeno se richiesto dal potere di chi amministra e governa la cosa pubblica".

Dal confronto con l'originale ippocratico emerge la sostanziale continuità nell'orientamento al bene del paziente come giustificazione dell'atto medico. Gli elementi costitutivi del rapporto che lega il professionista sanitario al paziente/cliente sono: l'asimmetria dei rapporti (tra di loro non si

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stabilisce un contratto bilaterale tra uguali, ma piuttosto un'alleanza terapeutica, con forti connotazioni religiose); la subalternità del malato (in merito all'atto terapeutico il malato non ha propriamente niente da dire; è chiamato a strutturare l'atto medico solo fornendo i sintomi, di cui il sanitario interpreterà il significato: non è il malato che parla, ma i sintomi che si presentano alla lettura); il ruolo pilota della scienza (il medico è impegnato ad accrescere sempre di più il proprio sapere); il controllo fornito dalla coscienza e dal senso di responsabilità del medico (di qui la formuletta compendiosa 'in scienza e coscienza', solitamente utilizzata per tagliar corto nei lunghi discorsi sulle dimensioni etiche della pratica della medicina).

Questa concezione così lineare dell'atto terapeutico, che è giunta fino a noi attraverso i secoli sostanzialmente immutata, sta attraversando un processo di trasformazione di grandi conseguenze. La medicina moderna è stata costretta a diventare sensibile ai valori del paziente. Questi non accetta più la posizione di 'minorenne non emancipato' che il modello paternalistico di esercizio dell'arte sanitaria gli riservava. La pratica del consenso informato deriva dall'accettazione del principio dell'autonomia dell'individuo, in quanto soggetto capace di determinare i propri fini. Non è buono l'intervento sanitario o sociale che non consideri l'adulto come adulto, con il suo diritto/dovere di partecipare all'atto medico ed eventualmente di circoscriverlo entro i limiti stabiliti nell'esercizio dell'autonomia personale.

Ciò è tanto più vero, forte e dirompente nello stato attuale del progresso medico. Oggi la medicina dispone di un arsenale terapeutico molto vario e aperto su diversi esiti. E proprio là dove esiste una pluralità di scelte che i valori del paziente diventano rilevanti. Ciò che il paziente intende come salute, benessere, vita buona ― tutto ciò che, nel linguaggio conciso della rottura con l'assolutismo politico realizzato dagli indipendentisti americani era contenuto nel diritto al pursuit of happiness ― deve entrare strutturalmente nell'atto medico. La soddisfazione del paziente diventa un elemento intrinseco della qualità etica di un intervento sanitario, quando si riferisce al rispetto dei valori che costituiscono l'universo morale entro cui l'individuo costruisce la sua vita, in armonia con il progetto morale che gli è proprio.

Legare la qualità etica dell'atto medico ai valori del paziente non rischia di scardinare i criteri tradizionali? Se il professionista sanitario subordina la sua azione alla soddisfazione del paziente, non potrebbe diventare a sua volta subalterno a questi, senza alcuna possibilità di distinguere tra bisogni, desideri e magari anche capricci? Il pericolo paventato è quello che le professioni della salute decadano a livello di agenzie dei servizi (per le quali il cliente ha sempre

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ragione...: un atteggiamento che possono adottare solo perché ciò che è in gioco si situa infinitamente al di sotto di beni quali la salute o la vita stessa).

Di fronte a questi interrogativi e timori costituisce un punto di riferimento rassicurante la strumentazione concettuale che fornisce la riflessione bioetica contemporanea. Questa ci aiuta a distinguere due livelli: del 'minimo morale' e del 'massimo morale' (Gracia 1994). I minima moralia delineano quel livello al di sotto del quale non si può scendere, se non vogliamo che la società smarrisca i suoi tratti minimi essenziali di umanità. Il minimo morale non è legato al consenso, né alla soddisfazione. Anche se, per ipotesi, la maggioranza si accordasse su certi comportamenti o politiche che offendono i principi che tutelano il minimo di morale, non potrebbe addurre il consenso come prova di legittimità. Questo vale, per esempio, per i comportamenti ritenuti giusti in alcune epoche (come l'approvazione della schiavitù) o da certi regimi (l'eutanasia dei malati mentali e degli handicappati praticata dai medici sotto il nazismo). La maggioranza degli attori sociali ― per esemplificare ancora ― potrebbe ritenere economicamente vantaggioso e umanamente più conforme alla dignità non tenere in vita le persone in coma vegetativo permanente, ma queste scelte cadrebbero sotto il minimo morale (purché sia stabilito in modo incontrovertibile che abbiamo ancora a che fare con persone umane), qualunque sia la soddisfazione di coloro che decidono in tal senso.

I princìpi a guardia del minimo morale sono quelli di giustizia e di non-maleficità. Il primo richiede che tutti siano trattati con uguale considerazione e rispetto, senza privilegiare qualcuno a danno di altri. Il secondo ― che è un principio basilare nell'etica medica; è stato per lo più formulato fin dall'antichità come primum non nocere (cfr. Gracia 1990) ― impedisce di procurare danni anche se, paradossalmente, la persona fosse consenziente o addirittura lo richiedesse.

Al secondo livello troviamo i massimi morali, ovvero quei modi di organizzare la vita morale che dipendono dai valori soggettivi e trovano espressione nelle varie comunità morali di appartenenza (è quello che, per esempio, fa un testimone di Geova diverso da un musulmano, un cittadino educato in senso individualista e liberista da un altro che mette al primo posto i valori familiari e le reti di appartenenza). I principi di autonomia (o autodeterminazione) del paziente e di beneficità (orientare il corso dell'azione verso il miglior vantaggio del paziente/cliente) regolano i conflitti in questo livello.

L'orientamento alla beneficità tutela la qualità professionale dell'azione sanitaria. Il professionista ha appreso, con le regole dell'arte, quali sono le risposte efficaci ai bisogni che

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gli vengono presentati. La formazione che ha ricevuto lo autorizza a ritenersi qualcuno che "knows best". Il pericolo è quello di ridefinire i bisogni del paziente/cliente, facendoli rientrare nei propri schemi, che possono anche non essere i più illuminati o adeguati. Il rispetto dei valori soggettivi del paziente/cliente, che ha il diritto di costruirsi la sua "buona vita" secondo il modello di massimo morale a cui aderisce, oggi richiede che i professionisti dei servizi sociali e sanitari creino nuovi spazi per la contrattazione, vale a dire affinché le scelte siano fatte insieme al paziente. Presupposto fondamentale è quell'ascolto del paziente che gli permetta di partecipare alla scelta sulla base non solo dei suoi bisogni somatici, ma anche delle sue aspettative, preferenze morali, orientamenti di vita. Non stupisce che il paziente che si senta ascoltato in senso pieno sia anche più soddisfatto. In questi casi, almeno nei servizi sanitari, qualità, etica, capacità di gestione e soddisfazione del cliente tendono a coincidere.

4. Stagioni dell'etica e modelli di qualità in medicina

Noi oggi, alla fine del XX secolo, cerchiamo una "buona" medicina per rispondere ai nostri problemi di salute, non meno di quanto abbiano fatto i nostri antenati o i nostri padri, soltanto una generazione fa. Ma la nostra idea di ciò che corrisponde a buona o cattiva medicina è cambiata, così come sono cambiate le nostre attese nei confronti di un ospedale o del servizio sanitario pubblico. Più precisamente, possiamo dire che ci troviamo presi in un processo storico che ha visto il susseguirsi di almeno tre grandi modelli di buona medicina, ognuno dei quali prospetta in modo coerente come si devono comportare i diversi protagonisti del sistema delle cure: i medici, i malati, le varie professioni sanitarie, la società nel suo insieme. Ogni modello che si sussegue nel tempo ci obbliga a ripensare ogni volta la medicina intera sotto una diversa luce di qualità. In modo sintetico, possiamo dire che i tre modelli rappresentano tre diverse stagioni dell’etica in medicina, correlate a tre diverse accentuazioni della qualità.

Per illustrare i cambiamenti di tutto ciò che associamo all'idea di "buona" medicina, ci serviremo di uno schema. Come ogni schema, introduce una certa semplificazione nella realtà delle cose, ma ha il vantaggio di concentrare l'attenzione sui punti nevralgici del cambiamento.

Il primo modello presentato dallo schema può essere chiamato premoderno. Ha caratteristiche di grande antichità e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, in quanto in Occidente risale almeno a Ippocrate. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli.

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STAGIONI DELL'ETICA IN MEDICINA

Epoca pre-moderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca post-moderna

Etica dell'organizzazione

La buona medicina

"Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente"?

"Quale trattamento

rispetta il malato

nei suoi valori e

nell'autonomia

delle sue scelte"?

"Quale trattamento

ottimizza l'uso

delle risorse e produce

un paziente/cliente

soddisfatto"?

L'ideale medico

Paternalismo benevolo (scienza e coscienza)

Autorità

democraticamente

condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

Il buon paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e

consolidato

Il buon rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(contrattazione

professionista-

utente)

Stewardship

(fornitore di servizi-cliente) Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

Il buon infermiere

"Paramedico"

Esecutore delle

decisioni mediche;

Supporto emotivo

del paziente

Facilitatore

della comunicazione,

a beneficio di un

paziente autonomo

Manager

responsabile

della qualità

dei servizi forniti

Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall’epoca di Ippocrate fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell'epoca premoderna è: "Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?". Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione. I princìpi fondamentali di questa etica, riconducibili all'imperativo di fare il bene del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista. "Paternalismo" in questo contesto non equivale a un giudizio di valore: vuol essere solo la descrizione di una modalità di rapporto. Vuol dire che tra chi cura e colui che riceve le cure ce lo stesso rapporto asimmetrico che esiste tra un buon padre e una buona madre e i figli del cui bene sono responsabili. Il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il suo impegno e tutta la dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per

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esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio della "beneficence", ovvero di "beneficità".

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all'atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare, è di diventare "paziente", in tutti i significati del termine. Il buon paziente è il paziente "osservante". A lui si richiede di entrare nel trattamento mediante la "compliance". Come affermava l'illustre spagnolo Gregorio Maranon, che ha rappresentato nella prima metà del secolo il permanere dell'ideale ippocratico: «Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire».

In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all’opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine "alleanza" fa parte della tradizione religiosa. Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell'alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-ristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze. La guarigione in medicina, secondo questo modello, si ottiene mediante l'unione tra la scienza/coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza.

Il seguire la prescrizione medica è la condizione essenziale perché l'alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Questo modello riconduce la qualità etica di un atto medico a un unico parametro: quello costituito da un vettore che visualizza la maggiore o minore rispondenza di ciò che si fa al paziente a ciò che gli porta un beneficio, in quanto è clinicamente indicato. Graficamente lo possiamo raffigurare in questo modo:

Figura 1 Modello premoderno

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I valori sono rappresentati in maniera scalare per alludere al fatto che il bene procurato al paziente può essere maggiore o minore (e anche, nei casi estremi, nullo o addirittura costituire un fatto nocivo; per questo l'etica medica ippocratica ha messo come guardiano di tutto l'edificio costituito dai doveri del medico l'imperativo fondamentale: "Primum non nocere").

Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia dei professionisti che lavorano in sanità sia dei pazienti. Soltanto quando diventiamo "moderni" il modello entra in crisi. Nei rapporti sociali che si stringono attorno a chi somministra e a chi riceve le cure sanitarie, l'epoca moderna non è incominciata fino a pochissimo tempo fa. Soltanto da una ventina di anni sono diventati visibili i segni di una frattura che indica che la medicina è entrata nell'epoca moderna. Di conseguenza, cambiano tutti i parametri che costituiscono il modello di "buona medicina" proprio dell'epoca premoderna.

Il fine generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se rispetta il malato nei suoi valori e nell'autonomia delle sue scelte. Nell’epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di autodeterminare le proprie scelte.

Il malato dell’epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello secondo cui nella medicina tradizionale il malato è per definizione uno che non può audeterminarsi. Dire che la medicina entra nell'epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione il paradigma paternalista, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (le scelte di queste ultime essendo determinate dalle prime).

Nell’epoca moderna i valori del malato, intesi come un quadro di riferimento che guida l'autonomia delle sue scelte, diventano un momento fondamentale del fare "buona" medicina. Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere alla domanda: "Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?". Non basta stabilire ― per esempio ― che l'atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i suoi valori e le sue decisioni, non possiamo parlare di buona medicina. L'autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente) diventa un criterio di qualità. L'intervento sanitario

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non può essere più deciso unilateralmente dal medico che si basa sul sapere della sua professione, ma deve essere individuato insieme al paziente, spesso con un faticoso processo di contrattazione.

Superato il paternalismo benevolo, l'ideale medico in questo modello diventa un'autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il "consenso informato". L'idea di qualità dell'atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l'intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, che coincide con il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano.

Questa è la nozione di consenso informato che troviamo nell'importante documento dottrinale proposto dal Comitato nazionale per la bioetica: Informazione e consenso all'atto medico (20 giugno 1992): «Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società. Si ritiene tramontata la stagione del "paternalismo medico" in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell'esercizio della professione, legittimato a ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente, e a trasgredirle quando fossero in contrasto con l'indicazione clinica in senso stretto». La sottolineatura che specifica la natura del consenso informato quando lo consideriamo dal punto di vista etico ― "una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano" ― ci permette di dissociarci dall'uso del consenso informato che si va diffondendo anche in Italia, concepito per lo più in funzione difensiva del medico, non finalizzato a promuovere l'autonomia del paziente.

Nella prospettiva che abbiamo adottato, il paziente non ha più solo diritti ma anche dei doveri. La sua posizione non è esclusivamente di privilegio, ma anche di scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo decisionale. Non possiamo escludere che talvolta il paziente potrebbe preferire piuttosto di delegare la decisione, affidandola interamente al medico ("Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!"). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di diventare un buon paziente. Per diventarlo non basta che si limiti a non far storie, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il buon paziente ha anche un compito etico: deve realizzare tutto quello che è necessario per essere un buon paziente. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

L'idea di qualità, dunque, include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica, usato per designare questo modello di qualità dell’atto medico, è un neologismo, indicato

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per un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina appropriata per la stagione dell'etica in medicina che abbiamo chiamato "moderna". Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell'ambito dell'etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell'accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, insieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell'ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica entra la società, l'etica civile, l'accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli "stranieri morali".

Questo modello diqualità, che nella nostra cultura non abbiamo nemmeno ben cominciato ad articolare, si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Si avverte che è necessario accrescere le conoscenze e mobilitare tutte le energie concettuali e morali, al fine di entrare in questo modello. Tanto i professionisti della sanità quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale, che sposta l'accento della qualità da un modello a un altro, inaugurando un’altra epoca della qualità e dell'etica nella medicina.

Per evitare facili equivoci e smantellare almeno alcune riserve ― quelle che nascono dal timore che si intenda abbandonare l'etica medica tradizionale ― è necessario sottolineare che i due modelli non sono diacronici, ma sincronici. In altre parole, non si susseguono nel tempo, sostituendo con il modello moderno i valori tradizionali, ma sono chiamati a convivere. Le scelte in medicina si collocano su un piano a due dimensioni, dove la contrattazione tra l'indicazione clinica e le preferenze del paziente crea il punto d'incontro.

Piano della contrattazione beneficio-preferenze

Figura 2 Modello moderno

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Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l'epoca post-moderna. Ci stiamo muovendo, infatti, verso l'introduzione dello "stile azienda" in sanità. Il modello di qualità comporta anche un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente possiamo dire che non solo il malato deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un "cliente". Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con il riordino del nostro servizio sanitario pubblico e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la sopravvivenza dell'azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all'altra, porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell'azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un'altra struttura, l'azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per motivi ideali (carità cristiana o filantropia), oppure per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell’azienda.

Il modello di qualità postmoderno comporta delle variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti entro cui si svolge l'azione sanitaria. Innanzitutto l'interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia delle responsabilità nelle scelte ruoterà intorno a elementi della qualità di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l'uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell'interrogativo etico viene modificata.

Nell'etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l'azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se Fazione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure; la nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l'azione sia appropriata rispetto ai fini da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l'equità sociale, sia attraverso l'attenzione agli interessi dell'azienda.

La qualità, ovvero il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli precedenti, ma integrarsi con essi. La "buona” medicina è quella che deve mirare a guarire in maniera rapida, efficace e duratura, secondo le esigenze dell'etica medica più tradizionale. Ma questo non basta più:

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deve anche preoccuparsi di essere "giusta", rispettando i diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono poi anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell'orizzonte della giustizia, in considerazione dell'accesso ai servizi che la concezione dello Stato sociale apre a tutti coloro che hanno bisogno, indipendentemente dalla loro capacità economica, e dell'equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina, quella dotata di qualità, è quella che nasce dall’integrazione delle esigenze che nascono dall'etica medica, da quelle della bioetica e delle esigenze, infine, di quella nuova stagione dell'etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell'economia, e che possiamo chiamare etica dell'organizzazione. Per la precisione, da tutte tre contemporaneamente. Le stagioni dell’etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell’assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze contemporanee e contestuali. Lo schema seguente, che pone le scelte in uno spazio tridimensionale, può visualizzare la complessità della situazione attuale:

Spazio della contrattazione beneficio-preferenze-appropriatezza

Figura 3 Modello post-moderno

Idea grafica di Patrizio Pasqualetti

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Finché la qualità dell’intervento sanitario sul paziente si misurava esclusivamente con il metro del beneficio del paziente (epoca premoderna), maggiore era il beneficio che il malato riceveva da quello che si poteva fare per lui, maggiore era la qualità, anche etica, dell'atto medico. La modernità, con l'introduzione dell'autonomia del paziente, ha introdotto un altro parametro, indicato nello schema come asse delle preferenze. La buona scelta medica dovrà tener conto temporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che il malato ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che spesso produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze, o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungere una terza, così che la decisione clinica ci appare collocata in uno spazio tridimensionale. Dobbiamo considerare, infatti, anche l'appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell'appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una "contrattazione" molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l'indicazione clinica (il "bene" del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il "consenso informato") e infine l'appropriatezza sociale. L’assistenza sanitaria, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare alle esigenze della scienza, ci appare più che mai un'arte.

L'ideale medico dell'epoca post-moderna è una leadership morale. Il modello paternalista non funziona più là dove si assume lo stile dell'azienda postmoderna: è necessario dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la "vision", cioè la percezione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell'équipe, per un risultato che si può ottenere solo con la collaborazione di tutti.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato; ma ― come abbiamo visto nel paragrafo dedicato al rapporto tra soddisfazione ed etica ― il nostro obiettivo non è il cliente in

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qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì il cliente "giustamente soddisfatto". Il buon rapporto è la stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio. È il presupposto che sta alla base della "Carta dei servizi pubblici sanitari", predisposta nel 1995 dai ministri della Funzione pubblica e della Sanità. La Carta ― leggiamo nella presentazione ― intende assegnare "un ruolo forte sia agli enti erogatori dei servizi, sia ai cittadini nell'orientare l’attività dei servizi pubblici verso la loro 'missione': fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti".

Riferimenti bibliografici

Calamo Specchia F., "Sanità pubblica: ritorno al futuro", L'Arco di Giano, n. 5, 1994.

Colozzi I., "La qualità come risposta alla crisi del servizio del servizio sanitario nazionale: chi valuta, chi controlla, come si misura", L'Arco di Giano, n. 5, 1994.

Donabedian A., "L'abc della Quality assurance e del monitoraggio dell'assistenza sanitaria, QA, n.1-2, 1989 e n. 3-4, 1989.

Galgano A., (1990), La qualità totale, Il sole 24 ore Libri, Milano.

Gracia D., (1990), "Primum non nocere". El principio de nomaleficencia como fundamento del la ética médica, Real Academia de medicina, Madrid.

Gracia D., (1993), Fondamenti di bioetica, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo.

Gracia D., "I diritti in sanità nella prospettiva della bioetica", L'Arco di Giano, n. 4, 1994.

Pellegrino E., Thomasma D. (1992), Per il bene del paziente, trad. it., Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo.

Voltaggio F. (1992), L'arte della guarigione nelle culture umane, Bollati Boringhieri, Torino.

Note

1 Decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502: Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421.

2 Decreto legislativo 7 dicembre 1993, n. 517: Modificazioni al decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, recante riordino della disciplina sanitaria, a norma dell'art. 1 della legge 23 ottobre 992, n. 421.

Verso la medicina delle scelte

Book Cover: Verso la medicina delle scelte
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

Verso la medicina delle scelte

in L'Arco di Giano, n. 21, 1999, pp. 107-112

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Ivan CavicchiIl rimedio e la cura,

Editori Riuniti, Roma, 1999

Rimedio e guarigione non possono essere ridotti solo a clinica, perché la funzione del rimedio deriva la sua realtà dalla sua organizzazione, che non è un problema clinico, ma culturale, sociale, sanitario, economico» (p. 20). Per esprimere con altre parole la tesi centrale espressa di questa affermazione: la medicina. non si riferisce solo alla condizione naturale di un corpo afflitto da una patologia, ma comprende necessariamente la società che decide se e come curarlo. È dunque un gioco con tre protagonisti: la natura, la medicina e la società.

Da questa tesi di fondo... alle favole, il passo è breve. Cavicchi nel suo libro più recente, dedicato alla nuova cultura della cura, lo percorre senza perplessità. Nel suo arsenale concettuale non scarseggiano filosofi, sociologi, antropologi culturali di gran nome, che hanno studiato la realtà delle cure mediche come momento costitutivo di una convivenza sociale; eppure non esita a iniziare il suo percorso analitico confrontandosi audacemente con l’“insostenibile leggerezza” della fiaba. Attinge a piene mani racconti di guarigione dalle Fiabe italiane di Italo Calvino, dalle antiche fiabe russe e dallo scrigno inesauribile delle Mille e una notte. Cavicchi è affascinato dal “senso” che la guarigione rivela nei racconti fiabeschi e

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dal valore metaforico che ha il rimedio in quei contesto: non si tratta solo di eliminare una patologia, ma di dare una risposta alla fragilità intrinseca dell’esistenza umana, alla ricerca di significato e al bisogno di una norma di comportamento. I rimedi forniti dalle fiabe ― la penna di Hu, l’erba dei leoni o la rosa fatata ― non sono solo scientificamente più efficaci, ma anche metafisicamente più efficaci.

Ma c'è anche un altro morivo per dare alle fiabe una priorità nella riflessione sulla nuova cultura della cura. Le fiabe parlano in modo trasparente della cura come di un’attività che deve obbedire a delle regole. Nella visione mitologica le regole sono date e la possibilità di modificarle è molto limitata (ciò corrisponde alla “moralità eteronoma” teorizzata da Piaget: ciò che la regola o l’adulto comandano deve essere fatto e la disobbedienza è comunque un atto riprovevole: Piaget, 1932). Se praticata al di fuori delle regole o contro di esse, la cura da attività benefica può diventare una minaccia.

In un libro dedicato al rapporto tra il medico e la morte nelle fiabe, il celebre teologo e psicanalista tedesco Eugen Drewermann ha ricostruito con acume la trama delle regole che limitano il potere del terapeuta, a cominciare dal discernimento tra le malattie che possono essere curate e quelle che devono essere lasciate al loro decorso naturale (Drewermann, 1990). Come punto di partenza per descrivere il rapporto tra il medico e le malattie mortali nella cultura tradizionale Drewermann sceglie la fiaba ‘‘Comare Morte” (‘‘Gevatter Tod” ― il padrino Morte nell’originale tedesco, così come si trova nella raccolta dei fratelli Grimm). Protagonista è un medico che ha ricevuto dalla Morte, sua madrina di battesimo, oltre alla conoscenza dei rimedi curativi, anche il dono di riconoscere se il paziente presso cui è chiamato a prestare la sua opera professionale è destinato a vivere o a morire: se la Morte ― che solo lui ha il privilegio di vedere ― si trova al capezzale del malato, questi vivrà; se invece sta ai suoi piedi, è destinato a morire.

Il medico per due volte ― essendosi ammalato il re e successivamente sua figlia ― dà scacco alla morte, ricorrendo a un’astuzia: fa girare il letto, così che la morte venga a trovarsi al capezzale dell’infermo. La trasgressione delle regole viene tuttavia pagata a caro prezzo dal medico, condannato a morire lui stesso (Grimm, 1997, pp. 150-153). La cultura tradizionale, che si esprime attraverso il nostro immaginario, non conosce un potere illimitato alla scienza medica: la facoltà di invertire il corso naturale degli eventi può essere

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esercitata solo entro limiti definiti. La regola fondamentale che nel racconto fiabesco inquadra la cura è il rispetto dei limiti.

Per quanto paradossale possa sembrare, il problema dei limiti alle attività di cura e guarigione, posto in forma simbolica dalla fiaba, è diventato l'argomento centrale del dibattito filosofico-etico e politico dei nostri giorni. La riemergenza della necessità di porre dei limiti alla medicina è dovuta alla riflessione sistematica su questo tema che da un più di un decennio sta svolgendo il filosofo della medicina Daniel Callahan, nell’ambito dello Hastings Center di New York, di cui è stato direttore. Dal suo primo saggio: Setting limits: Medical goals in an aging society, nel 1987, alla ricerca internazionale promossa e coordinata dallo Hasting Center: Gli scopi della medicina: nuove priorità, del 1997, una rigorosa riflessione porta a proporre una distinzione tra gli interventi medici destinati a curare le malattie e quelli rivolti a prendersi cura del malato.

Come società, non possiamo permetterci si curare ognuno, ma dobbiamo invece sentirci obbligati a prenderci cura di tutti. Compito della società è di migliorare la vita nel suo insieme, di contenere il periodo di morbilità che abitualmente affligge l’ultima parte della nostra vita, di prevenire morti premature. Non si tratta semplicemente di procedere a un razionamento delle scarse risorse da destinare alla sanità, ma di affrontare le scelte a partire da una chiara visione che consideri la vita umana come naturalmente limitata. La crisi economica che si è abbattuta su tutti i sistemi sanitari dei paesi sviluppati ci sta offrendo una preziosa occasione ― anche se dolorosa ― di sollevare degli interrogativi di fondo sulla salute e sulla vita umana, sugli obiettivi della medicina e della sanità contemporanea. Non possiamo non seguire le argomentazioni di Callahan sui limiti “naturali”, anche quando sfociano in una perorazione per il recupero di un atteggiamento rispetto alla vita ispirato alla saggezza, consapevole dei limiti: «La medicina moderna è stata la beneficiaria della fede nel progresso e della volontà di perdonare i fallimenti della tecnologia ― e questo è abbastanza insolito ―, forse perché abbiamo lasciato che la nostra fede e la nostra speranza si allontanassero dal senso comune. È ancora tempo di fermarsi e di capire che siamo ancora creature finite e limitate» (Callahan, 1994, p. 85).

L’analisi che fa Cavicchi è sovrapponibile a quella proposta da Callahan: il malessere che serpeggia oggi nella medicina non si limita a mancanza di motivazione dei sanitari. È il rapporto stesso tra medicina e società che sta cambiando, a seguito di un mutamento nelle attese dei cittadini nei confronti

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dei rimedi e delle cure. Di conseguenza, la terapia che Cavicchi propone per la sanità malata non può essere solo la richiesta di un “supplemento d’anima” per i sanitari ― che non di rado si traduce in un progetto di “moralizzazione”, alla quale non sfuggono neppure certi programmi di correzione di rotta della medicina nati sotto l’egida della bioetica ―, bensì un massiccio intervento di medical humanities. Da questo punto di vista la riflessione di Cavicchi costituisce per la nostra rivista ― nata appunto con l’obiettivo esplicito di fornire alla cultura sanitaria italiana il correttivo di un ampio ricorso alle medical humanities ― un prezioso confronto e un’occasione di verifica della nostra rotta.

Il primo correttivo proposto per la medicina, quando passiamo dal rimedio “metafisico” (pp. 13-53) al “rimedio reale” (pp. 55-143), è di natura epistemologica. L’ampia disamina del carattere scientifico della medicina moderna porta Cavicchi a rimettere in discussione il monismo su cui si fonda: «Il monismo della medicina è il retaggio di secoli di scienza e di filosofia. Eredità, tra l’altro, che pure ha dato dei risultati (...). Il monismo medico oggi è in flagrante contraddizione con il pluralismo scientifico, etico, culturale, sociale, razziale, religioso della nostra società. Oggi siamo nella società delle società, nel mondo dei mondi. Ma siamo anche nella società che interconnette i mondi possibili» (p. 141). «Per quale motivo ― conclude retoricamente Cavicchi ― l’idea di una medicina non monista dovrebbe turbarci?» (p. 143).

I motivi della resistenza al superamento nel monismo sono analizzati in questa parte del saggio, che instaura un dialogo rigoroso con l’epistemologia moderna, determinata a superare le ipoteche del positivismo. A cominciare dalla concezione positivistica del “fatto”, quale oggetto del sapere scientifico che si sviluppa indipendentemente dai “valori”. Per respirare l’aria positivista che circola nelle strutture del sapere medico, in quanto ispirato all’ideale della scienza dei fatti, merita rileggere il celebre inizio del romanzo Tempi difficili di Charles Dickens (che è del 1854). In esso Thomas Gradgrind, un personaggio che si compiace di essere un uomo “eminentemente pratico”, proclama con frasi roboanti la sua fede positivistica di fronte a un gruppo di ragazzi e ai loro insegnanti: «Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnate a questi ragazzi e a queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente a nulla. Questo è il principio su cui ho

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allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!» (Dickens, 1984, p. 27). Dobbiamo riconoscere che, se allo scenario di una scuola, in cui pontifica Thomas Gradgrind, sostituiamo la medicina scientifica dei nostri giorni, l’assunto fondamentale del positivismo sembra straordinariamente attuale.

È stato lungo il percorso che ha portato a riconoscere nel “fatto” ― in quanto participio passato del verbo fare ― qualcosa di “costruito”. È quindi impregnato dei valori di chi lo determina. La decantata neutralità della scienza si rivela così come un mito. I pericoli insiti nel rigore scientifico, inteso come una strategia difensiva del mondo medico per tenersi lontano dalla complessità del reale, sono stati colti e denunciati da Viktor von Weizsäcker, il fondatore del movimento della “Medicina antropologica”, in un passo che anticipa con precisione lo scollamento che si sta creando tra la scienza medica più rigorosa ― magari anche Evidence based... ― e la domanda di cura della popolazione:

Se si va avanti così per un certo tempo, potrà succedere un giorno che un’intera corporazione (“Stand”), la corporazione dei medici e degli scienziati, diventerà l’oggetto (“Gegenstand”) di una grave aggressione; non mi meraviglierei se, come la rivoluzione francese ha ucciso gli aristocratici e i preti, un giorno fossero uccisi medici e professori, e non benché si siano irrigiditi mettendosi dietro alla scienza impersonale, bensì proprio per questo motivo (Weizsäcker, 1956, p. 344).

Lungi dal lasciarsi sedurre dall’enfasi attuale sulla “medicina dell’evidenza”, Cavicchi riconduce la rilevanza della cura al complesso intreccio di interessi e motivazioni dei protagonisti del rapporto terapeutico: “evidenza” dei fatti e intenzionalità di chi l’interpreta non sono separabili; allo stesso modo, la “prova” dell’efficacia è fornita anche dalla valutazione soggettiva del paziente (per il quale Cavicchi ha ripetutamente proposto come più appropriata la qualifica di “esigente”: cfr. Cavicchi, 1999).

La terza e quarta parte dell’opera, dedicate rispettivamente al “rimedio sociale” e al “rimedio concettuale”, delineano la medicina della scelta, che per Cavicchi è la risposta positiva alla crisi della medicina contemporanea. Scegliere vuol dire avere a disposizione per curare più riferimenti (farmacologici, biologici, antropologici, etici ecc.), cioè più logiche, più risorse. Tra queste risorse vi sono i mondi personali del malato e del medico. Nel momento in cui vengono meno le regole universali e giustificative della

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vecchia medicina, quando la sfida è posta dal soggetto con i suoi valori, nell’ambito di una società necessariamente pluralista, l’unico modo per rispondere è la libertà di scelta. «La scelta non corrisponde a un’idea impersonale e necessitante della medicina, un rimedio presuppone l’inevitabilità di una decisione. La decisione non esprime m realtà un nesso di necessità tra ipotesi terapeutica ed evidenza terapeutica, ma condizioni di possibilità tra evidenza terapeutica dei referenti e asserzioni terapeutiche corroborative. Nel caso di un rimedio, la separazione tra fatti terapeutici, valori terapeutici, teorie terapeutiche non è lecita» (p. 242).

La decisione tra più metodi non è considerata da Cavicchi una sconfitta della medicina o una ritirata strategica, ma una scelta pragmatica, rivolta a «garantire le condizioni di convenienza reciproca di un gioco a tre tra natura, scienza o società» (p. 243). Potremmo chiamarlo un compromesso. Ala un compromesso che non ha nulla di disonorevole, in quanto riconosce e presuppone nuove capacità da parte dei medici e dei malati, nonché nuove responsabilità degli uni come degli altri.

Riferimenti bibliografici

Callahan D., “Porre dei limiti: problemi etici e antropologici”, in L’Arco di Giano, n. 4, 1994, pp. 75-86.

Cavicchi I., “Il malato: da paziente a esigente”, in Prodomo R. (a cura di), Le nuove dimensioni della relazione terapeutica, Macroedizioni, Cesena, 1999, pp. 31-40.

Dickens Ch., Tempi difficili, Rizzoli, Milano, 1994 (1a ed. orig. 1854).

Drewermann E., Der Herr Gevatter. Arzt und Tod in Märchen, Walter, Freiburg i. B., 1990.

Grimm J. e W., Fiabe, Demetra, Bussolengo, 1997.

Hasting Center, “Gli scopi della medicina: nuove priorità, in Notizie di Politeia, n. 45, 1997.

Piaget J., Le jugement moral chez l’enfant, Paris, 1932.

Weizsäcker V. vonTathosophie, Göttingen, 1956.

Le regole del gioco

Book Cover: Le regole del gioco
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

LE REGOLE DEL GIOCO

in Attive

anno XXVII, n. 1, maggio 2011, p. 22

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Un’infermiera mi ha raccontato un episodio della sua vita professionale che è rimasto profondamente impresso nella sua memoria. È stata la prima volta che, completata la sua formazione, è entrata in sala operatoria. Doveva assistere le colleghe che stavano preparando una paziente per un intervento di asportazione del colon retto. Dopo l’operazione, la signora si sarebbe trovata con un ano preternaturale e la sua esistenza sarebbe stata condizionata dal sacchetto per le feci. La preparazione andava un po’ per le lunghe e la signora si è spazientita.

Ha esclamato: “Ma che cosa è tutta questa preparazione per delle emorroidi...!”. L’infermiera ricorda ancora lo sguardo che si sono scambiate le colleghe: evidentemente alla signora i medici non avevano detto quale era la sua patologia (un carcinoma, non delle banali emorroidi) e quanto sarebbe stato demolitivo l’intervento che le avrebbero fatto. Ma le infermiere non erano autorizzate a fornire le informazioni. Alla fine la paziente ha subito un rimbrotto da parte della caposala: “Ma signora: se il medico ha detto di fare così, non si discute!”. Vent’anni fa ― a tanto risale l’episodio ― questo modo di fare non era percepito come cattiva medicina. Al contrario: proteggere il malato dalle “cattive notizie” veniva considerato un dovere del medico, il quale, eventualmente, comunicava ai famigliari la vera diagnosi, riservando quella di comodo ― spesso delle vere e proprie menzogne, a fin di bene ― al malato. Il codice deontologico dei medici non parlava di un obbligo di informare il malato stesso, né presupponeva un diritto della persona malata di conoscere diagnosi e prognosi. Tantomeno prevedeva un obbligo del medico di chiedere il consenso del paziente a un intervento. Neppure in casi come quello a cui aveva assistito la giovane infermiera, che avrebbero modificato la vita della persona per sempre. Le decisioni le prendeva il medico “in scienza e coscienza”: non erano di competenza del malato.

Queste erano le regole in vigore fino alla revisione del codice deontologico dei medici del 1995.

A non più di 15 anni risale la formulazione esplicita dell’obbligo del medico di informare il malato (non il familiare di riferimento!) e di ottenere il suo consenso a qualsiasi intervento sul suo corpo.

Oggi, se un medico procedesse in questa maniera ― non informando il paziente e presupponendo il suo assenso all’intervento terapeutico egli ritenga più opportuno ― incorrerebbe in sanzioni legali.

E soprattutto sarebbe disapprovato dal punto di vista morale. Nel giro di pochi anni le norme di riferimento ― sia deontologiche che civili ― sono cambiate. La medicina, come qualsiasi altra interazione sociale tra più soggetti ha bisogno di regole condivise. Chiamiamole pure “regole del gioco”. Non si potrebbe giocare una partita se alcuni colpissero il pallone riferendosi alle regole del calcio e altri a quelle della pallacanestro. Allo stesso modo abbiamo bisogno di regole chiare e condivise in medicina. La partita che si gioca su questo campo ha per posta, infatti, la vita. E ― non meno importante ― la qualità della vita, ovvero ciò che ogni persona ritiene importante per se stessa.

La bioetica clinica

Book Cover: La bioetica clinica
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

LA BIOETICA CLINICA

Per un nuovo rapporto medico-paziente

in Fidia biomedical information

anno 8, n. 4/5, luglio 1991, pp. 15-16

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La qualificazione di “clinica” per la disciplina che si occupa delle applicazioni della filosofia morale al progresso della biologia e della medicina — un ambito per il quale quasi ovunque si è imposto il neologismo “bioetica” — può suonare insolita a più di un lettore. Che cosa si può intendere sotto l’etichetta di “bioetica clinica”? Le associazioni mentali possono essere le più disparate. Forse qualcuno può aver preso nota di un dibattito avvenuto un paio d’anni fa sulle pagine di “Medicina e Morale”. Un editoriale della rivista proponeva una definizione di bioetica clinica, intesa come Bioetica con la maiuscola. Secondo questa concezione, la Bioetica stabilisce i princìpi, sviluppa le argomentazioni e determina le norme comportamentali alle quali deve conformarsi un’azione in ambito biomedico per qualificarsi come etica; la bioetica clinica — come bioetica con la minuscola! — si occupa di applicare tutto ciò al letto del malato. Un illustre clinico si opponeva a questa definizione, rivendicando per la bioetica clinica un ruolo più attivo, non di semplice esecutore di quanto è stato stabilito da un’istanza accademica posta più in alto. Dopo un paio di scambi, il dibattito si arenò, senza alcun visibile cambiamento delle posizioni iniziali. Personalmente, ho avuto bisogno di un soggiorno di studio nella Cleveland Clinic Foundation a Cleveland, nell’Ohio — soggiorno resomi possibile da un ‘grant’ della Fidia — per conoscere dal vivo la realtà della bioetica clinica. La Cleveland Clinic Foundation occupa un posto di tutto rispetto nella medicina di avanguardia. Ha già 70 anni di storia alle spalle. È stata creata nel 1921, come alternativa alla pratica individuale dei medici e chirurghi dell’epoca. I quattro medici che l’hanno fondata credevano nella possibilità di migliorare sia la pratica della medicina, sia la ricerca e la formazione dei futuri medici, mediante la collaborazione di medici e scienziati in una stessa organizzazione.

Con un programma essenzialmente centrato sulla cooperazione e l’unità, ha preso l’avvìo una istituzione destinata a diventare uno dei più grandi centri medici del mondo. Grandi non solo nel senso delle dimensioni (benché anche queste siano del tutto rispettabili: con 14 edifici che costituiscono il ‘campus’, 8.500 dipendenti e uno staff di quasi 500 medici, eccede ampiamente le dimensioni alle quali siamo abituati in Italia), ma soprattutto nel senso della qualità. Lo staff medico ha una reputazione di eccellenza nel trattamento di casi clinici complessi, in modo particolare nelle malattie cardiocircolatorie e nei trapianti di organo. ‘Nothing but the best’: così ha sintetizzato il programma della CCF il dott. Floyd Loop, presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione, in occasione del 70° anniversario della Clinica, il 28 febbraio scorso. ‘Solo il meglio’: potrebbe essere uno slogan altisonante per la pubblicità, o una fastidiosa vanteria; alla CCF è semplicemente la sobria consapevolezza della propria eccellenza. Non sorprenderà che la Cleveland Clinic, leader in molti ambiti della ricerca e della pratica clinica, lo è anche in quello dell’integrazione delle scienze umane nella pratica della medicina, in particolare la bioetica. Più che un’abile scelta strategica per legare alla propria immagine una disciplina che gode crescente interesse nell’opinione pubblica, lo spazio concesso alla bioetica nella CCF appare coerente con l’aspirazione a praticare una buona medicina; anzi, la migliore possibile. Negli Stati Uniti, dopo venti anni di promozione delle ‘medical humanities’ e della bioetica, si è giunti alla consapevolezza che una buona pratica medica deve includere oggi anche una componente etica. Le decisioni che il medico è chiamato a prendere non sono solo tecniche — mediante l’applicazione delle conoscenze di base e delle scienze cliniche ai problemi del singolo paziente —, ma anche morali. Questa seconda dimensione cresce proporzionalmente alla prima: i valori culturali, le aspirazioni soggettive, la concezione della qualità della vita propria del paziente fanno sì che le ‘indicazioni mediche’, particolarmente quelle di una medicina così sofisticata e potente come è quella dei Paesi ad alto sviluppo tecnologico, non coincidano necessariamente con ‘il bene del paziente’. La componente

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tecnica della medicina dice quello che si può fare, mentre quella morale dice ciò che si dovrebbe fare. L’armonizzazione tra l’una e l’altra dimensione è il compito della bioetica clinica. Essa è una componente essenziale di una pratica sanitaria che si prefigga un alto livello di qualità.

Il decennio trascorso ha visto crescere, parallelamente allo sviluppo della riflessione bioetica negli ambiti della biologia, della genetica, dell’ecologia e delle politiche sanitarie, l’attenzione ai problemi etici che sorgono al letto del malato. L’etica (o bioetica, per sottolineare la novità dell’approccio e della disciplina correlata) clinica si è confrontata sempre più con l’identificazione, l’analisi e la soluzione di problemi etici collegati con la pratica medica. Molti studiosi vi hanno dedicato le migliori energie intellettuali e organizzative, con risultati soddisfacenti. Ora l’etica clinica è diventata un punto di riferimento nel pensiero e nella pratica di molte istituzioni sanitarie.

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza della disciplina può essere individuato nella creazione del Journal of Clinical Ethics, che ha iniziato la pubblicazione nel 1990. Sfogliando la rivista, troviamo puntualmente affrontati tutti gli interrogativi che accompagnano il sorgere di una nuova disciplina: da quelli relativi alla sua definizione e giustificazione, ai problemi concernenti la qualificazione professionale (chi è autorizzato a fare bioetica clinica: deve essere un medico o un filosofo? deve costituire una speciale professione o essere una dimensione del lavoro professionale del clinico?), dagli ambiti applicativi della disciplina (formazione, ricerca, istituzioni, come i comitati di etica) ai problemi didattici (a chi, quando e come insegnare la bioetica clinica?).

Il contatto diretto con la pratica della bioetica clinica nella CCF può rispondere a molti di questi interrogativi. Ivi la bioetica costituisce un dipartimento, integrato nella divisione che si occupa della formazione (‘Education’), con tre persone a tempo pieno e una rotazione continua di medici specializzandi e studenti di medicina, che vi trascorrono ‘stages’ di formazione di lunghezza variabile. Coordinatore del dipartimento è George Kanoti, al quale va il merito di avere introdotto la bioetica alla CCF fin dalla metà degli anni ’80. Non medico, con una formazione teologica e psicologica alle spalle, è riuscito tuttavia a entrare in perfetta sintonia con i bisogni della Clinica, proponendo esattamente il modello di etica clinica necessario al medico che deve prendere delle decisioni al letto del malato. Il sanitario non ha bisogno di un filosofo che gli insegni la teoria di Kant sulla “Ragione pratica”; tanto meno di un indottrinamento circa il lecito e l’illecito secondo una determinata morale confessionale. I suoi dilemmi morali sono riferiti al singolo paziente e ai conflitti che sorgono nel cercare di determinare, con il paziente e per il paziente (e non al posto del paziente, come predilige ancora fare la medicina di stampo paternalistico!) il trattamento che corrisponde per lui alla migliore qualità.

Questa prospettiva definisce subito il ruolo di colui che rappresenta la bioetica in ambito clinico: è essenzialmente un consulente. Non decide al posto del medico (e ovviamente non al posto del paziente!); porta il contributo delle conoscenze teoriche che gli derivano dall’etica come disciplina, affinché le parti in causa, cui spetta di prendere una decisione clinica, possano percorrere nel migliore dei modi il processo decisionale.

Un consulente di etica, non di problemi medico-legali! A coloro che insinuano che il grande sviluppo negli Stati Uniti dell’etica applicata alla medicina sia dovuto alla litigiosità giudiziaria propria di questo Paese e alla diffusione delle cause per malpractice (fatti incontestabili, del resto!) può esser fatto notare che un’istituzione come la CCF ha il suo proprio ufficio legale, che esercita l'opportuna consulenza in questo settore. Esso, tuttavia, non assorbe l’etica; anzi, la differenziazione delle funzioni favorisce che si evidenzi la rilevanza propria dei problemi etici.

Alcuni settori propri della pratica clinica costituiscono come la linea di fuoco del fronte, dove la presenza del consulente di etica è continua. A questi appartiene la pratica della terapia intensiva. In particolare, quando il paziente è inserito nella procedura del DNR (Do not Resuscitate, che prevede la rinuncia alla rianimazione in caso di arresto cardiocircolatorio): una situazione di questo genere è per definizione carica di interrogativi morali, che è necessario esplicitare e valutare. Oppure l’arresto della nutrizione e dell’idratazione artificiali in pazienti in stato di coma vegetativo permanente. Durante il mio soggiorno, un caso particolarmente drammatico di questo genere, riguardante una donna di 42 anni, mi ha permesso di valutare l’importanza della consulenza etica in un processo decisionale che coinvolge profondamente i familiari, i medici e il personale infermieristico.

Anche i trapianti di organo fanno parte delle pratiche cliniche che prevedono l’intervento sistematico del consulente di bioetica. Il colloquio che questi ha con il candidato al trapianto è rivolto a completare i dati più propriamente medico-clinici, esplicitando la consapevolezza che il paziente ha dell’intervento, verificando la congruenza con i suoi valori etici e spirituali, e sollecitando quelle che vengono chiamate le “advance directives”, cioè le disposizioni del paziente circa il corso del trattamento, nel caso in cui non sia più in grado di prendere personalmente delle decisioni (quanti casi drammatici di cosiddetto ‘accanimento terapeutico’ possono essere eliminati in questo modo!).

La presenza, discreta ma efficace, del consulente di bioetica non si limita a queste situazioni estreme: è integrata nella routine quotidiana. Come un membro dell’equipe medica, partecipa alla valutazione della decisione clinica più appropriata e al giro in corsia. In Europa si tende a fare dell’ironia su questi ‘bioetici in camice bianco’, a ritenere la loro presenza o molesta o superflua. Alla CCF si può avere una riprova empirica del contrario: quando propongono se stessi nel modo giusto, i consulenti di bioetica sono bene accolti e il loro contributo si rileva utile. Se non altro, perché con la loro presenza tengono aperto l’interrogativo sulla dimensione etica della pratica medica. Dal momento in cui l’etica viene esplicitata, resa visibile attraverso la funzione del consulente, si cominciano a vedere anche i problemi. “Noi vediamo solo quello che conosciamo”, ha affermato Goethe. C’è da chiedersi se la capacità della medicina di casa nostra di fare a meno dell’etica non dipenda dal fatto che, non conoscendo i problemi etici, non riesce neppure a vederli.

Obtaining Consent from the Family: A Horizon for Clinical Ethics

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Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

Obtaining Consent from the Family: A Horizon for Clinical Ethics

in The Journal of Clinical Ethics

n. 3, fall 1992, pp. 188-192

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Theoretical Aspects

OBTAINING CONSENT FROM THE FAMILY:

A HORIZON FOR CLINICAL ETHICS

Translated and edited by Patricia Mazzarella

Introduction

In clinical ethics, bioethicists are faced with the often difficult task of procuring the physician’s “consent” to cooperate with those who do not belong to the medical corpus but who attend to what occurs in medical practice. I believe that it is an experience common to many of us who are “outsiders” ― philosophers, bioethicists, theologians, and jurists ― that the physician’s first reaction with regard to our intervention in the medical field is one of diffidence and skepticism.

As we are laypersons from the doctor’s perspective, we must overcome a subtle barrier, which often can be seen in a small backward movement of the head, a raised eyebrow accompanied by a questioning look, and a barely detectable twitch of the mouth followed by a slightly ironic smile that says: “What makes you think you know medicine?” It is an invisible barrier, but one that is nevertheless real.

Some time ago, I mentioned to a physician friend that I was planning to participate in a conference on the topic of gaining consent in clinical practice. Immediately, I saw that skeptical expression (which I now know well) appear on her face.

At the same time, her mouth was formulating the question: “Consent, what is that?” I tried to explain briefly what I meant. It was not so difficult to overcome the barrier — at least that time. With a smile that signified insight, she told me that the week before there had been a case in her hospital, in which it was necessary to obtain consent from the family for one of the patients. It had been difficult, but ― after a long discussion-she had succeeded. Then she related the following story.

Case Study

Mr. M, aged seventy, was hospitalized in our unit, a clinic specializing in lung diseases. A bronchoscopy showed a pulmonary tumor in an advanced stage, having already reached the two bronchi and the trachea. Severe dyspnea [difficult or labored respiration] was slightly and temporarily relieved by an immediate laser resection. Four days after Mr. M’s admission, he was getting worse and death was imminent. I called his family, which included his wife, two sons about forty years of age and their respective wives, and a daughter of about thirty.

The elder son spoke to me first and asked to know the details of his father’s condition. I said to him that, as he already knew, his father was affected by a progressive malignant tumor. The son reacted strongly to this statement, claiming that he didn’t know, and that no one had informed him. When I checked with the nurse, however, she told me that she had been present at the discussion during which the two sons had been informed. I tried to explain the situation to the son once again. I told him that his fatherwas affected by a tumor of the bronchi in an advanced stage, that there was no possibility of treatment that would benefit him, and that death would probably occur in a few hours. He seemed astonished. He repeated several times that this was not possible. Just the week before, he said, his father had been sitting in the garden. It might well be a malignant tumor, but such a rapid death was not possible.

He pleaded with me to do everything I could for his father. Medicine today has made such progress, he said, that it must be possible to do more. Couldn’t we use laser treatments again? Or transfer him to the intensive care unit and let him breathe by a respirator? He insisted that every known therapy be tried for his father. The other son agreed with his brother that aggressive treatment ought to be attempted. Even a talk with the chief physician failed to dissuade them. The medical team discussed whether there might still be some benefit from laser treatment and came to the conclusion that the burdens would outweigh the benefits. Even if the treatment were successful, it would extend the patient’s life for only a very brief period. He would suffer from extreme dyspnea and would still not be in a condition to be discharged from the hospital. We agreed that none of us would have consented to the treatment if this were the father of any of us.

Meanwhile, the global respiratory insufficiency increased, and Mr. M went into a coma. We discussed the situation once more at the patient’s bedside. As simply and clearly as possible, the doctors told the family the opinion of the medical team. The chief physician explained that the surgery required anesthesia, which meant a high level of risk for a moribund patient. For that reason, it was not recommended. He then turned to the nurse and asked for her opinion.

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She replied spontaneously that she would let the family decide.

The chief physician once again outlined the two scenarios. If the medical team administered no additional treatment, the patient would be drowsy, very likely without pain, close to death, and surrounded by his extended family (many other members of the family had begun to arrive). If the team pursued aggressive treatment, however, the patient would endure a procedure during which he might die on the bronchoscopy table. If he were to survive, it would be with a respiratory insufficiency, and his condition would continue to deteriorate. There was no possibility that he would be able to return home. The physicians believed that the best decision would be to do nothing. However, they would treat aggressively if the family insisted upon this course of action.

The family talked among themselves for about half an hour, after which they informed us that they did not want any further intervention. The wife and daughter told us clearly that they agreed with us; it was the sons who found it difficult to accept the choice not to do something. Mr. M died an hour later. The family thanked us and left the hospital in great sorrow, but without any anger.

The Gestalt Phenomenology

When my friend finished relating the case, I told her that, in my opinion, she and the other members of the medical team had used an excellent approach to obtain the family’s consent not to treat. The family had acted as an agent in a double sense: as the representative of the patient, who was not in a condition to decide for himself, and as an agent for family members themselves, who were experiencing emotional pain and the need to grieve. “There”, I said, “these are the sorts of things we will speak of at the bioethics meeting”. She responded with what seemed like a non sequitur. “Well”, she said, “what happened to me is just like what happened to Monsieur Jourdain”. I was expecting another clinical case, this time concerning Monsieur Jourdain. My friend smiled at my ignorance and reminded me that Monsieur Jourdain is a character in Moliere’s comedy Le Bourgeois Gentilhomme. In the play, Monsieur Jourdain becomes rich and employs a tutor to teach him the things a gentleman should know. The first lesson includes an explanation about the difference between poetry and prose. After hearing what differentiates poetry from prose, Monsieur Jourdain reacts with amused surprise: “So, for forty years I have been speaking prose and I did not know it”. And then my friend made her point. “All of these years”, she said, “while I have been carrying out my daily work as a doctor, I have been obtaining informed consent and did not know it”.

This coincidence between the practice of medicine and the practice of ethics deserves something more than a bon mot. I maintain that those who practice ethics as a profession do not always realize that they are not importing ethics into the health field as a foreign product. They are, instead, utilizing the conceptual elements of ethics to highlight what is already being done as an intrinsic dimension of the practice of medicine.

Support for this position can be found in the notion of Gestalt as applied to perception. We do not perceive single elements separately, but we arrange them in structured systems: Gestalten. We then distinguish the elements that compose the figure from those that form the background, with the possibility of inverting their role, so that what was first a background becomes the figure 1. This notion gives rise to the “ambiguous figures” that were spread by the German current of Gestalt psychology. In these figures, the same item can be seen differently, depending on the relative role that is given to the figure or to the background. One well-known figure, for example, can be seen as a vase or as two facial profiles looking at each other; another can be seen as an old woman or a young one. No new element has been introduced; there is only a change in the interplay between the figure and the background.

It might be possible to describe the relation between the scientific aspect and the ethical aspect of medical practice from the perspective of Gestalt psychology. Good medicine carried out as a technical science and good medicine carried out as a humanistic and ethical endeavor are interrelated as figure and background. To conceptualize medical practice one way or the other does not require the introduction of new elements that are not already present in medicine. In order to practice medicine ethically, physicians do not have to change occupation or learn a conceptually different body of knowledge. Ethics is already an integral part of their profession. When bioethicists become aware of this state of affairs, they avoid behaving as missionaries who move about the medical field preaching to the ignorant. At least, they avoid the pedantic approach of Monsieur Jourdain’s tutor. As a result, they decrease the risk of prejudicial resistance from physicians and facilitate the insight that ethical behavior is part of the Gestalt of medical practice. I have called this the formation of “physician consent”. The ability to obtain this consent is not only necessary for successful acceptance by the medical community, but it is a standard of good practice for the bioethicist.

The Place of the Family in Bioethical Guidelines

We may now focus our attention on the role of the family in the decision-making process. From the case study we see that, in good medicine, the physician usually considers the family. Do we need to take this relational network of the

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patient into account when developing ethical guidelines for the physician? In order to answer this question, let us first take a look at the documents that have traditionally directed the conduct of European physicians on this matter.

On 6 January 1987, the “European Guide of Medical Ethics” was approved at the Conference of the European Economic Community Medical Order 2. If we look through the document, we do not find any references to the patient’s family. The guidelines presume, theoretically, an absolutely individual conception of the physician-patient relationship. The primary notions that are to guide the decision-making process are patient benefit and physician autonomy. The concept of physician autonomy removes the physician from the realm of social regulation regarding medical practice. As a result, problems of cost have no relevance when looking at the matter of consent from this perspective only. On the other hand, the strong emphasis put on beneficence implies an anthropological concept that considers the person as an individual instead of in relational terms.

The type of physician-patient relationship that inspired the European Guide is described as a contract between two autonomous individuals who can agree only by compromise. In contrast to this approach is the relational model, in which a human being constitutes himself or herself, from birth to death, in a network of relations of which the family is the symbolic referent. The first model, as instantiated in the European Guide, is the most successful attempt to integrate the principle of autonomy as developed in the American bioethical milieu 3. The second has been a de facto practice in the Mediterranean cultural environment throughout history.

It may seem as if, in the Latin context, the family occupies a more important position than the individual in medical decision making. The professional code of Italian physicians contains explicit mention of the family in the chapter that guides the physician-patient relationship. This is brought to the forefront in the situation that, for a doctor in a Latin culture, constitutes the ethical dilemma par excellence: Should an unfavorable diagnosis or prognosis be communicated to a patient? On this question, the Italian Medical Association stated in 1978, in Article 30: “A serious or unfavorable prognosis may be kept hidden from the patient, but not from his or her family”. A more recent version of this professional code, approved in 1989, stated in Article 39:

The doctor may take the opportunity, after evaluation, to minimize or hide from the patient the seriousness of an unfavorable prognosis; but it must be communicated to the intimate others. In any case, the wishes of the patient, expressed freely, must represent a determining element for the doctor, and his or her own behavior shall be inspired by the same.

From the comparison of these two versions, formulated ten years apart, some interesting observations arise. First of all, the word “family” has been replaced by “intimate others”. Evidently, even in Italy the traditional image of the family—in which the existing relations substantially reflect the close support system as legally registered-has given way to include more fluid and irregular situations. The new formulation would, in fact, include anyone who has a significant relationship with the patient.

A second element, which is substantially more important, is the section that refers to the patient’s wishes as an indicative standard. This is a new element in Italian medical professional ethics that implies the overcoming of two traditional attitudes: medical paternalism {the belief that the doctor knows what is best for his patient) and “familism” (the attitude that places the preferences of an individual second to that of the related group). With this concession to the principle of autonomy in the Italian physician’s code of ethics, there still remains culturally a relational orientation that makes it necessary for the doctor to take into consideration not only the wishes of the patient as an individual, but also the wishes of the patient’s family or intimate others, if possible. We may imagine two different models of consent: one is centered on the individual person and is intended to protect that individual’s autonomy; the other is oriented toward the person in his or her relational dimension and is intended to promote greater caring.

Ethics of Care and Ethics of Justice

As often happens in ethical thought, our first effort must aim at avoiding any form of dualism that tends to place good and evil on opposite sides. We must also be careful not to surrender to the temptation to value one model more highly because it is more “modern”, while devaluing the other because it is a continuation of a tradition that is “destined” to give way to a more progressive conception.

Certainly today it has become a trend in bioethical thought to denounce the limits of an “ethics of justice”, which does not integrate the “ethics of care” as first presented by Carol Gilligan 4. This ethics of justice, the final aim of which is to instantiate the principle of autonomy, does not lead to the strengthening of interpersonal ties in family and community; it perpetuates fragile relations based on utilitarian reasons. The ethics of

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care, however, is based on the assumption that persons are dynamically interconnected and that each situation requires a joint evaluation of the interreactions. Therefore, fairness in the consent process is not enough; the consent must be a factor in preserving the relations. As with any moral judgment, the process of forming consent cannot be reached by a solely rational method; it must also include a relational method.

Whatever credit might be given to the ethics of care as a corrective of the unilateral aspect of the ethics of justice and the application of autonomy, I believe we must never try to discredit the principle of autonomy. Autonomy is an important value and it must be promoted, especially in those cultures in which medical ethics still tends to be dominated by paternalism. I believe that in my country, Italy, considering the patient to be an autonomous agent is still not part of “good medicine”. Rather, informed consent is “optional”. The promotion of autonomy is not limited to the countering of medical paternalism; it is also an effort to protect the patient from intrusions of the family. We cannot afford to lose sight of the individual’s best interest. There is a need to be sensitive to the chance that the consent that the physician obtains from the family might be the result of a collusion (knowing or unknowing), that will work to the patient’s disadvantage.

When speaking of collusion, we must not only think of situations in which the family agrees with the doctor about one or another therapeutic strategy that will affect the survival of the patient. We must also consider, when there is agreement, what the material interests might be ― such as a will or inheritance. Such cases involve legal questions, and not just questions of ethical principles. There are, however, situations in which the physician’s collusion with the family is much more subtle. A convincing example of such a situation is offered in a detailed anthropological study carried out by Deborah Gordon, an American anthropologist, on physicians’ communication of the diagnosis of breast cancer to women in Italy 5. Gordon found confirmation of what had already emerged from other research involving patients with tumors: the diagnosis was not generally communicated to the patient but to the family. Even when the diagnosis was relayed to the patient, the conversation could not be truly called a communication because it was full of euphemisms, reticence, and — at times — intentional lies. In these cases, Gordon found that invariably the family chose, in agreement with the physician, to withhold information from the patient in order to protect the patient from shock. Families always considered this to be for “the patient’s own good”.

The Beneficence Model of Caring from a Justice Perspective

Anthropological studies have made a contribution by analyzing the cultural mechanisms underlying choices to withhold information, choices that appear prima facie to be ethically motivated. In the Italian culture — where there is still a strong association of cancer with death, suffering, and lack of hope ― the noncommunication of the diagnosis is equivalent to a mechanism that is designed to keep the “condemned” patient “with us” in the social world while leaving death and suffering in the “other”, distant world. Informing a patient of the diagnosis is equivalent to social death. Gordon observes:

This non-disclosure augments the experience of a divided world for many patients. In many ways cancer is an illness of divisions, of disunity, of otherness. The illness itself is often lived as “other”, the person with cancer the same. Both medical and popular accounts present a battle between the “good” and the “bad”, the “benign” and the “malign”, reasserting the orderly dichotomous understanding of the world that cancer in fact defies 6.

If this interpretation can be confirmed — if, in other words, the noncommunication of the diagnosis can be seen as the elimination of the “other” (a symbol of death that threatens the social body) from the fabric of the community — then what is apparently a caring model, in which the doctor seeks the consent of the family in order to protect the patient from the anguish of death, shows all of its ambiguous nature. Such an alliance becomes a collusion that will cost the patient great anguish and even extreme isolation.

Such an “ethics of care” needs a good injection of autonomy as a corrective agent. And the physician, instead of seeking the consent of the family, should try to face the family’s disapproval in order to protect the patient’s right to manage his or her own life. Obtaining the consent of the family, instead of always being a guarantee of good medicine practiced with a high ethical profile, may become instead a form of prevarication.

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Conclusion

What should we conclude from these considerations? As nearly always occurs when, in clinical practice, ethics acquires the importance of the Gestalt figure while scientific problems become the background, we cannot speak in terms of a unified theory that is universally valid. We cannot simply state that the involvement of the family in obtaining consent is an optional extra, as bioethical models centered on autonomy would lead us to imagine. In fact, in most of the protocols that are inspired by these models, there is no place for family involvement. As noted, however, we also cannot state that the consent of the family is always the most beneficent choice. Perhaps it is closer to reality when we state that the two ideal models must be integrated. Edmund Pellegrino and David Thomasma have offered a basis for this integration in a principle they term “beneficence-in-trust”:

But healing, as we define it, is a form of assistance in making the patient whole again by working through his or her body. If the values of patient welfare and patient autonomy remain in conflict, then authentic healing cannot take place. A physician, therefore, must become both a moderate autonomist and a moderate welfarist. This can be enhanced in a beneficence model such as the one we suggest 7.

The integration of beneficence and autonomy is not an easy process. Scientific medicine believes that informed consent is superfluous, claiming that the physician, in his or her experience with sick patients, has learned more about the sphere of human relations than other interested persons. Bioethicists have had greater success in providing for informed consent, and the benefi- cence-in-trust model is a unique theoretical approach to the integration of beneficence and autonomy. Most models, however, are not built on a relational basis and do not offer even a theoretical framework that might take the family into account.

After having looked at some of the considerations involved in developing such a model, we can conclude that the inclusion of the family in the informed-consent process is both caring and just. It is caring in that it reminds us that, without consideration of the human being as a relational being and without making decisions concerning the patient in the context of a network of interpersonal relations, respect for the person is not honored. It is just in that it includes those who are part of the patient’s Gestalt, those who form the network in which the patient lives and finds an identity. Without such a consideration, the patient is not seen and treated in context. It is only possible to practice “good medicine” in the clinical sense when the patient is understood from this wider perspective. And without good clinical medicine, there can be no ethical practice of medicine.

NOTES

1. F.D. Perls, R.F. Hefferline, and P. Goodman, Gestalt Therapy: Excitement and Growth in Human Personality (New York: Julian Press, 1951).

2. Conference of the European Economic Community Medical Order, “European Guide of Medical Ethics”, 6 January 1987. The guide has been published in l'hôpital Belge 185 (1987): 285-87. The guide makes two types of recommendations, relating to (1) general duties and (2) specific rules governing biomedical innovation encountered in such activities as human research and genetic screening. In the history of medical ethics, the first category was developed from the Hippocratic Oath and subsequent tradition. The second category, however, has been only vaguely defined, without specific reference to the directives of the Council for International Organization of Medical Sciences (Geneva) or to the International Code of Medical Ethics formulated by the World Medical Association in London (1949) and Sidney (1966).

3. Recently, some American bioethicists have expressed concern about the prevalent principle of individual autonomy, which ignores family interests in medical treatment decisions. See John Hardwig, “What About the Family?” Hastings Center Report 20 (March-April 1990): 5-10.

4. See C. Gilligan, In a Different Voice: Psychological Theory and Women’s Development (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1982). For the consequences of this approach as applied to society and health care in Italy, see S. Spinsanti, ed., Maschio, femmina: dall’uguaglianza alia reciprocità (Milan, Italy: Edizioni Paoline, 1990), 177-200.

5. D. Gordon, “Embodying Illness, Embodying Cancer”, Culture, Medicine, and Psychiatry, special issue: Traversing Boundaries Between Inside/Outside, Individual/Society, and European/North American Anthropology vol. 14 (June 1990): 275- 97. See also, E. Paci and A. Venturini, eds., Donna e salute. Dall'esperienza di malattia a una diversa cultura (Florence, Italy: Centro per lo studio e la prevenzione oncologica, 1989).

6. Ibid., 292.

7. E.D. Pellegrino and D.C. Thomasma, For the Patient’s Good: The Restoration of Beneficence in Health Care (New York: Oxford University Press, 1988), 35. For a valuable contribution to the integration of the models of autonomy and beneficence that arise from the “Mediterranean tradition” of sensitivity to family, see D.G. Guillen, “Una barriera tra stato e individuo”, Famiglia Oggi 37 (1989): 88-90.

I believe that in my country, Italy, considering the patient to be an autonomous agent is still not part of “good medicine”

We can conclude that the inclusion of the family in the informed-consent process is both caring and just

1 F.D. Perls, R.F. Hefferline, and P. Goodman, Gestalt Therapy: Excitement and Growth in Human Personality (New York: Julian Press, 1951).

2 Conference of the European Economic Community Medical Order, “European Guide of Medical Ethics”, 6 January 1987. The guide has been published in l'hôpital Belge 185 (1987): 285-87. The guide makes two types of recommendations, relating to (1) general duties and (2) specific rules governing biomedical innovation encountered in such activities as human research and genetic screening. In the history of medical ethics, the first category was developed from the Hippocratic Oath and subsequent tradition. The second category, however, has been only vaguely defined, without specific reference to the directives of the Council for International Organization of Medical Sciences (Geneva) or to the International Code of Medical Ethics formulated by the World Medical Association in London (1949) and Sidney (1966).

3 Recently, some American bioethicists have expressed concern about the prevalent principle of individual autonomy, which ignores family interests in medical treatment decisions. See John Hardwig, “What About the Family?” Hastings Center Report 20 (March-April 1990): 5-10.

4 See C. Gilligan, In a Different Voice: Psychological Theory and Women’s Development (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1982). For the consequences of this approach as applied to society and health care in Italy, see S. Spinsanti, ed., Maschio, femmina: dall’uguaglianza alia reciprocità (Milan, Italy: Edizioni Paoline, 1990), 177-200.

5 D. Gordon, “Embodying Illness, Embodying Cancer”, Culture, Medicine, and Psychiatry, special issue: Traversing Boundaries Between Inside/Outside, Individual/Society, and European/North American Anthropology vol. 14 (June 1990): 275- 97. See also, E. Paci and A. Venturini, eds., Donna e salute. Dall'esperienza di malattia a una diversa cultura (Florence, Italy: Centro per lo studio e la prevenzione oncologica, 1989).

6 Ibid., 292.

7 E.D. Pellegrino and D.C. Thomasma, For the Patient’s Good: The Restoration of Beneficence in Health Care (New York: Oxford University Press, 1988), 35. For a valuable contribution to the integration of the models of autonomy and beneficence that arise from the “Mediterranean tradition” of sensitivity to family, see D.G. Guillen, “Una barriera tra stato e individuo”, Famiglia Oggi 37 (1989): 88-90.

L’etica all’ombra del «tao»

Book Cover: L'etica all'ombra del «tao»
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

L'ETICA ALL'OMBRA DEL «TAO»

in Sanità Management, Il Sole 24 Ore

n. 3, marzo 2002, pp. 5-7

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Priorità & scelte ― Dalla tradizione cinese i criteri delle precedenze in medicina

Per decidere tra esigenze potenzialmente in conflitto, è sufficiente fare ampio uso di quel comportamento retto che nasce dal rispetto delle cose.

Perché solo in situazioni rare la giusta azione si impone da sé

«Quando il vero Tao va perduto, al suo posto subentra la morale. Se questa fallisce, si reclama a gran voce la legge. Se anche questa fallisce, regna il caos».

Questa sentenza del Tao te ching di Lao Tsu, che per 2.500 anni ha fornito ispirazione al pensiero e alla cultura cinesi, può offrire una traccia per riflettere sull’etica delle priorità in medicina. Questa formulazione concisa evoca uno scenario di priorità (al plurale!), potenzialmente o attualmente in conflitto, all’interno del quale bisogna scegliere, con l’aiuto dell’etica. Per la nostra riflessione è sufficiente un concetto intuitivo del Tao, identificato con quel comportamento retto che nasce dal rispetto delle cose. Nelle situazioni più felici ― e rare ― la giusta azione non dobbiamo deliberarla, programmarla, giustificarla e sforzarci di realizzarla: si impone da sola. Quando questa armonia è rotta, è necessario ricorrere a un sistema di regole, per guidare l’azione. Tra le varie forme di regole previste dal libro del Tao noi occidentali collocheremmo, tra la morale e la legge, il sistema normativo della deontologia. Anche per quanto riguarda quel nodo di comportamenti contrastanti a cui facciamo riferimento quando parliamo della necessità di stabilire delle priorità in medicina, sembra giunto il momento di ricorrere a qualche sistema di 5 regole formalizzate, perché... “il Tao è andato perduto”. Nel modello ideale di buona medicina che ci è stato lasciato in eredità dalla tradizione il problema non sembrava porsi, in quanto gli interessi del medico e quelli del paziente erano allineati e confluenti.

La coscienza del medico ― chiamato, secondo la formula standardizzata, a prendere le decisioni “in scienza e coscienza” ― era la migliore garante che il corso delle cose era rivolto a garantire il migliore interesse del paziente, che al medico si affidava. Soprattutto la tradizione della medicina liberale ha sostenuto questa strutturazione dei rapporti, coprendo con il manto della deontologia professionale ogni scenario di conflitto e tendendo a escludere, come un’ingerenza indebita, ogni intervento di terze parti nel rapporto medicopaziente, compresa la presenza stessa dello Stato, con la sua organizzazione pubblica dei servizi sanitari. L’ostilità degli ordini professionali dei medici alle forme socializzate di assistenza sanitaria, in nome del modello liberale, si è espressa ovunque. Quando le assicurazioni obbligatorie di malattia sono diventate la quasi totalità dell’assistenza sanitaria, i medici si sono opposti a quello che veniva definito “pagamento da parte di terzi”, così come l’American Medical Association negli anni ’30 del Novecento

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era contraria all’assicurazione sanitaria nazionale: sosteneva che l’interferenza pubblica attraverso i sistemi assicurativi era chiaramente contraria agli interessi del paziente, difesi dall’etica medica tradizionale. Oggi lo scenario è del tutto cambiato. Il conflitto di interessi non è più un’ipotesi impronunciabile per descrivere ciò che avviene nell’ambito della medicina. La presenza del tema nel dibattito dei nostri giorni è documentata da copiosi riferimenti bibliografici, soprattutto in inglese: Medline fornisce più di 200 voci riferite al conflitto di interessi soltanto negli anni 1997 e 1998.

Oggigiorno il conflitto d'interessi non è più un’ipotesi impronunciabile per dire quel che accade in campo medico

L’inventario delle situazioni studiate è molto ampio: il conflitto può riguardare il rapporto tra ricerca e pratica clinica (gli obblighi dei ricercatori nei confronti del progetto di ricerca possono confliggere con i loro obblighi nei confronti dei singoli pazienti), tra didattica e terapia (l’uso dei pazienti per l’apprendimento degli studenti di medicina contrasta con il diritto del paziente di essere informato sull’abilità di chi interviene su di lui), tra Sanità pubblica e medicina privata, tra gli interessi delle aziende farmaceutiche e quelli di una medicina che si propone di evitare i pericolosi abusi consumistici dei farmaci. Per questo sarà opportuno esercitare una vigilanza linguistica e parlare di conflitto di interessi, al plurale. Non esiste, infatti, solo l’area degli interessi economici tra ricercatori e sponsor, nonché tra la diffusione della conoscenza scientifica e le attività commerciali di impresa: gli interessi, e i loro possibili conflitti, si aprono su un ampio ventaglio.

Tra i vari ambiti di conflitto, quello che ha maggiormente mobilitato l’attenzione e il dibattito è il conflitto generato dai sistemi di compensazione dell’attività del medico e di finanziamento degli ospedali, con le loro ricadute sui comportamenti dei medici. Sotto accusa è il sistema dei Drg o procedure analoghe che compensano le prestazioni sanitarie secondo una modalità prospettica. Soprattutto suscita perplessità il sistema della managed care che si sta diffondendo negli Stati Uniti, che prevede accordi tra le organizzazioni e gli erogatori dei servizi ― ospedali, specialisti, singoli medici ― sulla base di un compenso globale e forfetario a quota capitaria (capitation), ovvero di una quantità di denaro determinata per ogni paziente, indipendentemente dall’effettiva erogazione di prestazioni. La preoccupazione che emerge è che venga erosa alla base la fiducia stessa nei confronti del medico, se il suo vantaggio economico è inversamente proporzionale a quanto fa per il paziente. Tutti i sistemi di pagamento prospettico invertono la direzione dell’ago della bilancia: quando il medico è pagato all’atto, ha interesse a erogare il maggior numero di prestazioni al paziente, mentre con questa formula meno fa, più guadagna.

L’allarme suscitato dai nuovi sistemi di finanziamento è giustificato, anche se tende a eccedere nella misura. Soprattutto viene enfatizzata la novità del conflitto, mettendo in ombra il fatto che un possibile conflitto di interessi esiste in ogni sistema di retribuzione delle prestazioni sanitarie. Un’accurata analisi del problema delle compensazioni in base alla quota capitaria, pubblicata nel New England Journal of Medicine (1998, vol. 339, 3, pp. 689-93), giunge alla conclusione che “ridurre a zero i conflitti di interesse economici non è né possibile né auspicabile”.

La compensazione prospettica inverte l’ago della bilancia e mette a rischio l’integrità delle scelte dei camici bianchi

Gli autori dell’articolo formulano tuttavia alcune opportune linee guida etiche per minimizzare i potenziali conflitti di interessi legati al sistema di compensazione prospettico, senza compromettere l’integrità etica delle decisioni mediche relative alle cure che spettano ai singoli pazienti: gli incentivi economici devono rispettare rigorose caratteristiche circa la quantità del compenso, il numero di medici e pazienti da coinvolgere; bisogna accuratamente definire il target ― non compensare direttamente la diminuzione di specifici servizi ―; è necessario mantenere l’equilibrio tra incentivo economico a breve termine, legato alla diminuzione dei servizi, e l’incentivo ai medici affinché affrontino quanto è necessario per promuovere la prevenzione, la soddisfazione dei pazienti e il miglioramento degli outcome clinici.

Il conflitto di interessi legato alle risorse e ai sistemi di finanziamento delle prestazioni si innesta su un conflitto più fondamentale, sul quale da circa trent’anni va riflettendo la bioetica: il contrasto tra i valori che sottendono le scelte del professionista sanitario e quelli a cui si ispira il paziente (cittadino). Con buona approssimazione, possiamo dire che il modello tradizionale di rapporto medico-paziente attribuiva al medico la responsabilità di

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scegliere quale percorso diagnostico-terapeutico il paziente dovesse seguire. Al paziente spettava il dovere morale di adeguarsi alle prescrizioni (compliance). La priorità che spettava al medico si fondava, oltre che su un’asimmetria conoscitiva, anche su una ripartizione molto squilibrata del potere. Per riprendere una formulazione molto concisa di un medico che rappresentava l’ideologia pre-moderna: «Il medico governa il corpo così come il sovrano governa lo Stato e Dio governa il mondo» (Rodrigo de Castro, Medicus Politicus, sec. XVII). La priorità del punto di vista medico non riguarda solo le conoscenze scientifiche, ma tracima nell’ambito delle competenze morali. Al medico spetta non solo decidere il corso dell’azione terapeutica, ma la gestione dell'informazione: gli è riconosciuto il diritto di sottrarre l’informazione al paziente, se ritiene che l’ignorare la diagnosi e la prognosi gli reca un vantaggio. Di questo modello dobbiamo parlare come di una realtà ormai definitivamente consegnata al passato. L’irruzione della modernità ― che equivale, in termini di storia della cultura, alla rivoluzione liberale ― in medicina ha portato l’esigenza di rendere conto anche al paziente di quanto si sta facendo a suo beneficio. Non basta fornire servizi di provata efficacia (evidence-based medicine): bisogna anche che ciò sia fatto “nel modo giusto”. Ciò implica il rispetto dei valori soggettivi del paziente, la promozione della sua autonomia, la tutela della diversità culturale, intesa come un diritto rivendicabile.

Rispetto a un passato anche molto recente, in cui la medicina era organizzata in modo autoritario e gestita con stile paternalistico, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano (cfr. Comitato nazionale per la bioetica, «Informazione e consenso all’atto medico», 1992).

Buona medicina è quella che, oltre all’appropriatezza clinica, valutata dal professionista sanitario, considera auspicabile e rende possibile che il paziente partecipi alle decisioni che si ripercuotono sul suo benessere. A questo nuovo ruolo si allude quando sinteticamente viene proposto l’empowerment del cittadino quale nuovo modello di rapporto, che deriva dall’irruzione dei valori della modernità in medicina.

Non basta fornire servizi di provata efficacia: deve esser fatto «nel modo giusto», nel rispetto dei valori soggettivi del paziente

Possiamo parlare di una “priorità del paziente” ― del suo punto di vista e delle sue preferenze, che nascono dal suo concetto di vita e di qualità della vita ― rispetto al medico? Ci rendiamo conto che questa prospettiva comporta una destrutturazione profonda rispetto alla tradizione. In pericolo non c’è solo il potere del medico: una priorità assoluta data alle preferenze del paziente può costituire una minaccia per la sua sicurezza e per la sua salute. La domanda di terapie senza fondamento scientifico e senza efficacia provata concretizza il pericolo che incombe sul paziente. Anche l’amministratore pubblico e il manager aziendale hanno ragioni per temere la priorità data alla domanda del cittadino, al rispetto delle sue preferenze e all’adozione del criterio della “soddisfazione dell’utente” per valutare la qualità dei servizi. C’è motivo di credere che la strategia della priorità attribuita alla domanda promuova in Sanità un atteggiamento consumista e porti la spesa sanitaria fuori controllo. Anche nella prospettiva dell’“aziendalizzazione” del servizio sanitario pubblico non si può prescindere dalla funzione tradizionale dell’“alleanza terapeutica”, che riflette l’asimmetria del sapere e del potere, ma obbliga il sanitario a mettere onestamente sia l’uno che l’altro a servizio del malato,“difendendolo da ogni cosa ingiusta e dannosa” (giuramento di Ippocrate).

State attenti all’eccesso di empowerment per il cittadino: è l’alleanza terapeutica a fornire la miglior tutela per il malato

L’alleanza terapeutica si traduce anche in uno sforzo di prevenire che il necessario processo di empowerment si traduca nel lasciar solo il paziente proprio nel momento della sua maggiore fragilità, in quanto rischia di diventare vittima del mercato all’esterno e delle emozioni all’interno.

In sintesi, la necessità di definire le priorità in medicina, per i conflitti di interessi che nascono quando un punto di vista o un valore tende a imporsi sugli altri, ci obbliga a riscrive-re le regole del gioco tra tutti coloro che sono coinvolti nel complesso sistema di produzione del sapere scientifico in medicina ed ella sua traduzione in cure erogate: ricercatori, aziende farmaceutiche, divulgatori scientifici, professionisti sanitari, amministratori pubblici, cittadini. È impossibile eliminare i conflitti di interessi, presenti pervasivamente in ogni ambito della medicina; molto tuttavia si può fare per aumentare la trasparenza ed evitare così la lenta deriva verso il caos.

Bioetica: problematiche emergenti e prospettive

Book Cover: Bioetica: problematiche emergenti e prospettive
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

BIOETICA: PROBLEMATICHE EMERGENTI E PROSPETTIVE 

in Recenti progressi in medicina

volume 97, n. 10, ottobre 2006, pp. 580-586

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Riassunto. La bioetica si è presentata sullo scenario delle norme che tradizionalmente hanno governato i rapporti tra sanitari e pazienti come una innovazione centrata su due capisaldi: il superamento del paternalismo medico e l'accettazione del pluralismo etico che caratterizza le nostre società. I nuovi rapporti che nascono dalla bioetica richiedono il riconoscimento e il rispetto dell'autonomia della persona, anche in condizione di malattia.

La pratica attuale del consenso informato tende invece a risolvere la richiesta del consenso, dopo un'informazione insufficiente o nulla, in una garanzia per l'operatore. Per quanto riguarda il pluralismo, la polarizzazione tra bio etica laica e bio etica religiosa (cattolica) prevalente in Italia tende a radicalizzare le posizioni. La bioetica, privata del dialogo, si dissolve nel biodiritto.

Parole chiave. Autodeterminazione, bio etica, consenso informato, Convenzione di Oviedo, direttive anticipate, diritti del malato, rapporto medico-paziente.

SummaryBioethics: emerging problems and perspectives.

Bioethics was born in an environment of rules that have traditionally governed relationships between health care providers and patients, as an innovation based on two strong points: the ability to transcend the paternalism of doctors and the acceptance of a plurality of ethics that characterize our societies. The new relationships that were born from bioethics require recognition and respect for the autonomy of the individual, even when they are sick. Instead of sincerely resolving a request for an agreement, the actual practice of informed consent, if any information is actually consented to at all, is more of a guarantee for the health care provider. With respect to pluralism, the polarization between secular bioethics and religious bioethics (Catholic), prevalent in Italy, tends to solidify the positions. Bioethics without dialogue is reduced to BioLaw.

Key words. Advance directives, bioethics, doctor-patient relationship, informed consent, Oviedo Convention, patient rights, self-determination.

Un cambiamento che è una "rivoluzione"

Riportiamo alla memoria la scena che si svolge tra il medico personale di un personaggio e il figlio di questi, in una celebre fiction. L'anziano genitore è appena tornato a casa da un soggiorno di sei settimane in una clinica, dove si è recato per accertamenti. L'accompagna l'annuncio trionfale da parte della moglie: l'operazione esplorativa ha dimostrato che non ha niente, solo un piccolo spasmo al colon.

Più gioioso di tutti è il diretto interessato, che festeggia in quel giorno 65 anni: «Mi hanno detto che vivrò. C'è un milione di sensazioni che voglio ancora provare. Tutte voglio gustarle!». Ma il medico confida, in privato, al figlio minore un'altra verità. Il referto è di segno del tutto opposto: è un tumore maligno ed è inoperabile. Non c'è speranza. Quando il giovane contrappone le buone notizie diffuse dal medico stesso, questi non esita a riconoscere: «Bugie. Ho mentito. Anche a lui ho mentito. Etica professionale».

Alla timida protesta del figlio: «È giusto illudere così il padre?», non c'è risposta. Il richiamo dell'etica professionale è risuonato come una sanzione superiore, senza appello, che non permette di mettere in discussione il comportamento del medico.

Qualcuno avrà riconosciuto il riferimento letterario: si tratta del dramma di Tennessee Williams "La gatta sul tetto che scotta", del 1955, trasportato nel 1958 in un film celebre, con Paul Newman ed Elisabeth Taylor nei ruoli principali. Le coordinate cronologiche sono importanti. Per quanto non siano trascorsi ancora cinquant'anni, le norme comportamentali alle quali si fa riferimento suonano del tutto arcaiche. Ai nostri giorni, nessuno potrebbe riproporle con la tranquilla sicurezza che esibisce il medico nel dramma di Williams.

E non solo negli Stati Uniti: anche nella più conservatrice Europa, le regole che sovraintendono al rapporto tra medici e pazienti e i loro familiari, sono cambiate in modo irreversibile.

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L'etica professionale dei medici non prescrive più la menzogna come espressione della pietas del sanitario nei confronti del malato su cui incombe una diagnosi a prognosi infausta, né i costumi sociali attribuiscono ai familiari il compito di gestire l'informazione al posto della persona interessata, quali diretti interlocutori del medico. Queste regole sono franate, a dispetto della loro secolare tenuta nel tempo: nel giro di pochi anni sono state riscritte, delineando un nuovo profilo di diritto e doveri tra le parti coinvolte.

Il cambiamento ha, dunque, il carattere di una rivoluzione, più che di un progresso lineare.

La trasformazione che è avvenuta non è stata solo repentina nel tempo, ma anche radicale nel modo di concepire i rapporti tra chi eroga professionalmente cure e chi le riceve.

Tennesse Williams: "La gatta sul tetto che scotta" (qui un fotogramma dell'omonimo film, diretto da Richard Brooks).

L'etica professionale del medico non prescrive più la menzogna come espressione di pietas nei confronti del malato, né i costumi sociali attribuiscono ai familiari il compito di gestire l'informazione al posto della persona interessata.

Potremmo illustrare anche questo aspetto del cambiamento richiamando la novella "Rip van Winkle" dello scrittore americano Washington Irving. Apparso nel 1819, il racconto aveva come protagonista un colono della Nuova Inghilterra. Di temperamento vagabondo, va a cacciare nelle Catskill Mountains di New York. Incontra strani abitanti della foresta che gli danno da bere un liquore. Beve e si addormenta. Quando si sveglia, torna al villaggio nativo, ma non lo riconosce più: la moglie è morta, la figlia bambina si è sposata...: aveva dormito vent'anni! La "pointe" del racconto, che l'ha reso molto popolare in America, è costituita dal momento in cui avviene il lungo sonno di Rip. Lo scrittore lo colloca a ridosso dell'indipendenza degli Stati Uniti. Quando Rip si addormenta era ancora suddito dell'Inghilterra, quando si sveglia era già avvenuta, nel 1776, la sollevazione che dava origine al nuovo stato democratico e federale.

Forzando appena l'analogia, possiamo dire che ciò che ha avuto luogo nell'ambito dei rapporti medico-paziente non è dissimile da quella clamorosa trasformazione politica. Chi si svegliasse dopo un sonno di vent'anni o, più realisticamente, chi fosse vissuto per questo tempo in missione in Africa, senza rapporti quotidiani con le trasformazioni culturali che stavano avendo luogo nelle società occidentali, troverebbe, come Rip van Winkle, un mondo sanitario tutto diverso: alla monarchia ha fatto seguito un tessuto repubblicano, il paternalismo è stato sostituito da rapporti egualitari, le regole etiche che riguardano l'informazione sono state riformulate.

Chi amasse scenari drammatizzati, potrebbe immaginare un nuovo Rip van Winkle che, ricoverato in ospedale per un intervento, si vedesse sottoposto un modulo di consenso informato da firmare. Avrebbe tutte le ragioni per domandarsi che cosa è avvenuto durante il sonno. Ma non meno stupiti sono i nostri concittadini che, in un periodo di tempo non superiore al sonno attribuito al personaggio letterario, hanno vissuto la trasformazione di rapporti consolidati nel tempo.

Il cambiamento in corso riguarda tutti: i professionisti sanitari, i cittadini nel ruolo di pazienti, i loro familiari.

Il Comitato Nazionale per la Bioetica e la Consulta Bioetica: una società tra due poli

Diversa è la valutazione se ci lasciamo guidare dai bilanci e dalle autovalutazioni di carattere istituzionale. La bioetica ha avuto di recente in Italia questa opportunità. L'occasione è stata offerta dal quindicesimo anniversario della istituzione del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), avvenuta nel 1990. Nel dicembre 2005 un convegno, articolato su più giorni, ha preso in esame i principali documenti elaborati dal comitato in quindici anni di attività e ha raccolto le riflessioni in un ponderoso volume ("Il Comitato Nazionale per la Bioetica: 1990-2005. Quindici anni di impegno"). Il Convegno è stato inaugurato dal presidente in carica, Francesco D'Agostino, con un «Elogio del Comitato Nazionale per la Bioetica». Fedele all'assunto, il bilancio stilato dal presidente non contiene alcuna critica all'operato dell'istituzione (anche se, per una captatio benevolentiae, si presenta, con le parole di Benedetto Croce, come un «contributo alla critica di se stesso»). La molteplice attività del CNB, tradottasi nella pubblicazione di più di 50 documenti, oltre a numerose raccomandazioni e pareri, viene elogiata per lo spirito che l'ha animata, sotto la costante guida delle virtù dell'umiltà, della tolleranza e della difesa della dignità dell'uomo.

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Una ricostruzione più analitica delle vicende iniziali del CNB lascia intravedere un percorso nella bioetica in Italia meno lineare e trionfalistico.

Con una mozione della Camera dei Deputati del 1988, il Parlamento aveva impegnato il governo a promuovere un confronto a livello nazionale sullo stato della ricerca biomedica, come punto di riferimento per future scelte legislative in grado di coniugare il progresso della scienza con il rispetto della dignità umana. Veniva così deliberato di istituire presso la Presidenza del Consiglio un Comitato che fosse in grado di formulare indicazioni per eventuali atti legislativi: uno strumento, dunque, pre-legislativo, vincolato alla volontà del legislatore di farne buon uso. I primi segni di vita del neonato organismo hanno mostrato le tensioni che avrebbero reso difficile l'attività futura. Il Comitato Nazionale, costituito per la prima volta presso il Ministero della Sanità nella primavera del 1989, ha avuto vita brevissima per la caduta del governo.

Ma la sua breve esistenza è stata istruttiva: appena resa nota la composizione, si è costituita a Milano, come contraltare, una Consulta di bioetica, a carattere laico. Era la reazione di un gruppo autorevole di studiosi e di operatori sanitari che non si sentiva rappresentato dal Comitato Nazionale nominato dal governo, perché lo sentiva sbilanciato in senso troppo confessionale.

Lo statuto affidava alla Consulta come compito istituzionale quello di promuovere una riflessione razionale sui problemi della bio etica, ispirata a una concezione "laica" della vita, cioè ragionando etsi deus non daretur.

Con la sua scelta, la Consulta rivendicava il carattere di pluralismo che devono avere le scelte pubbliche. La via italiana al pluralismo in bioetica sembra, però, essere la risposta di una società a due poli, dove l'esistenza di un polo rafforza l'identità dell'altro. La contrapposizione tra laici e cattolici appare come un modello da cui non sappiamo staccarci nella vita civile, quasi che lo scontro tra guelfi e ghibellini costituisca un "imprinting" definitivo dell'italianità. Eppure il superamento di quel modello polarizzato era precisamente l'opportunità offerta dall'orizzonte delle problematiche bioetiche: tutti sono chiamati alla difesa della vita e alla promozione del carattere umano degli interventi bio-medici, moltiplicando le risorse delle diverse tradizioni culturali ("famiglie spirituali" ha osato chiamarle la Francia, istituendo nel 1983 il suo "Comitato consultivo nazionale di etica per le scienze della vita e della salute") in senso collaborativo e sinergico, non con spirito antagonistico.

La fragilità che deriva al Comitato nazionale dalla mancata risposta all'esigenza di superare gli schieramenti polarizzati è diventata evidente con la crisi del 1994. Con decreto firmato dal Presidente del Consiglio, il 16 dicembre 1994 veniva rinnovato, con mandato quadriennale, il CNB. Aspre polemiche sono state innescate dalla mancata riconferma, quali componenti del Comitato, di alcuni studiosi riconosciuti come componenti di area laica.

La composizione generale del Comitato veniva spostata su una linea considerata "cattolica". Grande rilievo è stato dato dai media alla decisione di tre influenti membri laici di rassegnare le dimissioni, motivandole con l'impossibilità di continuare proficuamente il loro lavoro.

La Consulta di Bioetica ha fornito della vicenda una lettura non riducibile a un semplice scontro: «Si tratta di decidere se è possibile la convivenza libera tra persone che si riconoscono in diverse posizioni morali e che discutono in uno spirito di rispetto e di tolleranza, con l'obiettivo di accordarsi fra loro sul quadro giuridico che consente questa convivenza»

L'editoriale di "Bioetica", rivista della Consulta, rincarava l'analisi dei valori in gioco: «È necessario che l'antico tema della tolleranza, che sembrava ormai superato, in quanto proprio di altri periodi storici, ritorni nuovamente al centro del dibattito e che tutti, laici e cattolici, vengano richiamati a pronunciarsi su questo principio, che sta alla base delle moderne società liberali» ("Bioetica", n. 1, 1995).

La tolleranza e la dignità

Negli anni seguenti, i toni della polemica si sono smorzati, ma progressivamente la polarizzazione tra bioetica laica e bioetica cattolica si è trasferita dal Comitato alla società. Soprattutto l'acceso dibattito che ha accompagnato, prima, l'approvazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e, poi, il referendum abrogativo hanno portato la contrapposizione a schieramenti sempre più radicalizzati: pro o contro la vita, concezione sacrale o secolare dell'embrione, subordinazione o indipendenza dell'etica della legge. Nell'''Elogio del CNB" tracciato da Francesco D'Agostino la questione della tolleranza è data come risolta: «La tolleranza è sempre stata naturalmente ritenuta dal CNB una autentica virtù: sia nel significato debole e tradizionale, per cui è meglio non confrontarsi frontalmente con il male quando questo confronto può, anziché minimizzarlo o almeno ridurlo, moltiplicarlo all'infinito; sia nel significato forte e moderno, per cui tolleranza significa rispetto, comprensione e, al limite, ammirazione per il portato di verità che ogni opinione, ogni visione del mondo, ogni manifestazione dell'humanum portano con sé, anche se lontanissime dalle nostre. A queste due forme di tolleranza ― e in specie alla seconda ― il CNB è sempre restato fedele. Ciò a cui il CNB ha sempre consapevolmente detto di no è quella forma di tolleranza che non si avvede ― nella pretesa o nell'illusione di rispettare l'altro ― di dare pari legittimità a pratiche logicamente e pragmaticamente antitetiche e quindi inconciliabili, giungendo così ― contro le buone intenzioni dei "tolleranti" ― a ferire e spesso a distruggere quell'insieme di valori umani irrinunciabili, che siamo soliti riassumere nella parola dignità».

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Molti indicatori ci inducono, invece, a credere che nell'ambito della bioetica si registri un "revival" di intolleranza.

Il pluralismo dei mondi culturali nell'ambito della ricerca scientifica e delle decisioni bio-mediche, al quale la bioetica intende dare una risposta operativa, è ancor più difficile da comporsi quando il criterio scelto per demarcare i comportamenti è quello della dignità. Se è arduo tracciare una linea tra le scelte individuali che una società liberale può tracciare e quelle che non sono tollerabili (la compravendita degli organi? Le mutilazioni genitali femminili? Il suicidio assistito? L'astensione da trattamenti terapeutici su neonati malformati?), ancor più precario diventa il riferimento alla "dignità umana".

L'argomento della dignità della vita umana può servire contemporaneamente sia a promuovere un determinato comportamento, sia a giustificare il suo contrario.

In concreto, è utilizzato dalla bioetica autonomista per giustificare un'azione che mette fine a una vita incompatibile con i propri valori (ricerca di una "morte degna") e dalla bioetica a orientamento religioso per fondare l'interdizione, in nome della dignità umana, a disporre della propria vita (e anche a disporre della vita nelle sue primissime fasi embrionali).

Una qualifica così indefinibile con criteri che non siano soggettivi, così come è quella di "dignitoso" abbinato alla vita umana, si presta a radicalizzare la contrapposizione tra mondi morali diversi.

Il ricorso alla dignità può far appello tanto al principio dell'autonomia, in armonia con la valutazione di ciò che è ritenuto soggettivamente opportuno o desiderabile, in ogni caso "degno" della persona, quanto a una prospettiva paternalistica, in cui le modalità dell'azione sono stabilite dall'esterno (un'altra istanza, diversa dalla persona interessata, decide ciò che è conforme o no alla sua dignità: un'autorità religiosa, un professionista medico...).

La bioetica, invece di costituire quel linguaggio comune che permetta a degli "stranieri morali" di intendersi, diventa uno strumento per sottolineare l'appartenenza a mondi morali diversi, che per tradizione sono soliti correlarsi reciprocamente secondo la modalità della svalutazione reciproca e dell'intolleranza.

«L'isola per stranieri morali»: la sfida dell'utopia

È opportuno ricordare che il sogno utopico di molti pionieri che hanno promosso la nascita della bioetica è stata la possibilità di trovare ― per esprimersi con le parole di Tristam Engelhardt ― «un'isola per stranieri morali».

La condizione di «stranieri morali» non si verifica solo tra atei e credenti: anche all'interno dei due gruppi si identificano divergenze radicali sulle più importanti scelte etiche che caratterizzano la pratica della medicina e delle scienze biologiche. La sfida cui la bioetica ha immaginato di poter dare una risposta è quella di elaborare un'etica per le situazioni problematiche che possa parlare con autorità razionale alle più diverse concezioni morali. In un'epoca di incertezze, la bioetica vuol offrire la possibilità di condurre discussioni aperte, pacifiche, tra gruppi in disaccordo. Vuol essere la lingua franca di un mondo che, pur senza possedere una concezione etica comune, intende risolvere pacificamente i conflitti che nascono intorno alla vita (comprese le forme di vita non umane: il trattamento degli animali, in particolare il loro uso nella sperimentazione dei farmaci, è un tema molto caldo della bioetica), alla salute, alle cure, all'assistenza sanitaria.

Il rispetto della libertà degli agenti morali coinvolti è il nucleo centrale di un'etica per la società post-moderna e pluralista.

Questo ideale di una convivenza pacifica, che rinuncia alla repressione, a meno che non sia giustificata come risposta all'atto di forza ingiusto, ha un prezzo: bisogna tollerare possibili tragedie dei singoli ― le persone, nella loro libertà, possono fare scelte che altri considereranno sconsiderate e nocive ― e la moltiplicazione di concezioni morali alternative, che spesso renderanno impossibile un'azione comune in molti campi.

Bioetica e bio diritto

Quando nelle dichiarazioni programmatiche di natura politica sentiamo menzionare la bioetica, non è a questa pratica dialogica e contrattuale che si fa riferimento, ma a paletti invalicabili stabiliti per legge.

Si dice bioetica, ma si ha in mente un biodiritto.

L'intervento della legge nell'ambito della biomedicina, soprattutto all'interno delle decisioni cliniche riferite all'inizio e alla fine della vita, è una novità recente. In Italia, fino agli anni novanta leggi specifiche in ambito biomedico sono state molto rare, e solamente circoscritte ad alcune pratiche che creano particolari perplessità etiche e giuridiche: la donazione degli organi (1975; legge riformata, dopo lungo dibattito, nel 1999), il transessualismo (1978), l'interruzione volontaria della gravidanza (1978). Se a queste specifiche leggi ad hoc aggiungiamo le norme relative all'assistenza psichiatrica, quelle che regolano l'uso di sostanze stupefacenti o psicotrope e la lotta contro l'AIDS, abbiamo il quadro completo delle leggi che fino a poco tempo fa hanno interferito con la pratica della medicina. Questa era regolamentata con norme deontologiche o con decisioni prese dai sanitari "in scienza e coscienza". Negli ultimi anni, invece, la legislazione a cui ci si riferisce con la denominazione di bio etica ha preso un ritmo accelerato.

584

Soprattutto si è diffusa la convinzione che i comportamenti debbano essere uniformati per legge: così sulla procreazione medicalmente assistita (legge 40/2001), sulle decisioni di fine vita (eutanasia e direttive anticipate), sulla bioingegneria e sulla ricerca genetica.

Circa l'opportunità dell'intervento della legge nelle singole procedure diagnostiche e terapeutiche di cui si dibatte in bio etica, le opinioni sono divergenti (vedi box). Non c'è accordo in quali ambiti sia opportuno legiferare e in quali invece sia meglio affidarsi alle regolamentazioni deontologiche o al solo criterio dell'etica, lasciando ai cittadini la scelta di farvi ricorso o no. Soprattutto non c'è accordo fino a che punto debba estendersi un'eventuale legislazione bioetica: deve determinare analiticamente tutta la fattispecie, oppure è preferibile una normativa "leggera", che si limiti a una legge-quadro?

Il problema del rapporto tra bioetica e biodiritto non è solo italiano, ma ha una dimensione sovrana-zionale. In Europa, dalla metà degli anni Ottanta, si è cominciato a sentire in maniera acuta la carenza di una riflessione adeguata nell'ambito bioetico come supporto per normative omogenee. Già nel 1985 i ministri della giustizia del Consiglio d'Europa si dichiaravano per un fronte comune, affermando che le leggi nazionali sarebbero state inefficaci se non ci fosse stato un allineamento dei Paesi vicini.

Il diffondersi delle nuove pratiche che nascono dagli sviluppi della medicina, della biologia e della genetica scuote la società nelle sue convinzioni più profonde. Chi non è turbato dalle questioni metafisiche o dai dubbi etici non può non vedere, almeno, la dimensione economica dei problemi sul tappeto. In Europa sta diventando realtà il "grande mercato", che fa seguito allo smantellamento delle barriere nazionali. Poiché le pratiche biomediche hanno una ricaduta economica di enorme importanza, quando gli investimenti privati hanno la possibilità di circolare liberamente si rischia di vederli risucchiati da Paesi con una legislazione più tollerante, a danno di quelli che pongono limitazioni più severe in nome della sicurezza e dell'etica. È una prospettiva che diventa inquietante quando si prende in considerazione la commercializzazione del corpo umano. Ma anche il "turismo terapeutico" crea enormi problemi, quando al di qua e al di là di una frontiera sono in vigore leggi che rendono possibile in un Paese ciò che è vietato in un altro: dal "turismo" abortivo a quello per realizzare la procreazione medicalmente assistita (con varianti curiose: per la fecondazione eterologa gli svedesi si recano in Danimarca, dove non è obbligatoria l'identificazione del donatore e l'eventuale comunicazione dell'identità del genitore genetico del concepito...), senza dimenticare le migrazioni in Svizzera per le persone che cercano un aiuto per suicidarsi, risparmiando sanzioni penali a chi fornisce aiuto al suicidio.

Le iniziative per creare una legislazione comune in materia di bio etica hanno dovuto affrontare il dibattito se, in linea di principio, tale unificazione sia possibile o auspicabile.

CONTRA:

Coloro che sono contrari a una legiferazione in questo ambito adducono come argomento l'insufficiente consenso che esiste attualmente su alcune questioni antropologiche cruciali, come l'inizio e la fine della vita, lo status giuridico dell'embrione, l'impatto delle tecnologie riproduttive e della genetica. L'impegno comune, per esempio, a rispettare la vita umana ha poco senso quando le discipline giuridiche nazionali divergono radicalmente in questioni come l'aborto e l'uso di embrioni nella ricerca.

PRO:

Coloro che, invece, sollecitano misure di regolazione giuridica considerano i benefici di una legislazione a diversi livelli. La legge da sola non rende morali i cittadini; tuttavia essa influenza il comportamento morale. Non avere nessuna legge equivale all'anarchia. Tra una legge inefficace e un'abdicazione alla responsabilità da parte dello Stato è meglio correre il rischio di un'eventuale inefficacia. Una legislazione anche imperfetta, inoltre, può avere effetti positivi su altri Paesi, che potrebbero ispirarsi e migliorarla.

La Convenzione di Oviedo

È stato concepito e portato a compimento da parte del Consiglio d'Europa il progetto di una "Convenzione" europea in tema di biomedicina, che orienti lo sviluppo futuro del diritto sanitario, oltre che della deontologia professionale. Il testo della "Convenzione per la protezione dei diritti dell'uomo e la dignità dell'essere umano riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina" (nota anche come Convenzione di Oviedo) è stato approvato nel novembre 1996 e successivamente sottoposto alla firma degli Stati membri del Consiglio d'Europa.

Una metà circa dei 40 Paesi dell'Unione Europea ha sottoscritto la Convenzione. Il documento deve poi essere ratificato dai parlamentari degli stati firmatari. Rispetto, infatti, alle Raccomandazioni del Consiglio d'Europa e ai Trattati, che si limitano all'enunciazione di principi, lo strumento della Convenzione trae la sua forza dal fatto che diviene vincolante per gli Stati che la ratificano, obbligandoli all'applicazione delle sue norme all'interno dei singoli ordinamenti nazionali. La convenzione non ha, dunque, un significato esortativo per gli Stati che la sottoscrivono, bensì normativo. Il Parlamento italiano ha ratificato la Convenzione con la legge n° 145, il 25 marzo 2001.

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La Convenzione delinea in modo molto netto il nuovo rapporto tra sanitari e cittadini nell'ambito sanitario. Gli Stati che sottoscrivono la Convenzione si impegnano a non far prevalere una visione massificata della società («L'interesse e il bene dell'essere umano devono prevalere sul solo interesse della società e della scienza»); al tempo stesso, però, sono obbligati ad assicurare «un accesso equo a cure della salute di qualità appropriata». La Convenzione, in altri termini, non giustifica un liberalismo estremo, attento solo a tutelare i diritti dell'individuo, ma prevede un impegno parallelo da parte dello Stato a garantire i più deboli.

La Convenzione accetta pienamente l'orientamento fondamentale della modernità a riconoscere l'autonomia per il paziente nel rapporto con i professionisti sanitari. Nessun intervento può, in linea di principio, essere imposto a una persona senza il suo consenso (art. 5: «Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato»). L'individuo deve comunque poter liberamente dare o rifiutare il proprio consenso a qualsiasi intervento, inteso nell'accezione più ampia: ogni atto medico con finalità di prevenzione, di terapia, di educazione sanitaria o di ricerca.

Un'attenzione particolare merita l'art. 9 della Convenzione, relativo alle preferenze espresse in previsione di potersi trovare in condizione di non essere in grado di farlo: «I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente, che al momento dell'intervento non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione» (art. 9). L'indicazione è importante. Sono in discussione, infatti, nel Parlamento italiano, progetti di legge sulle dichiarazioni anticipate di volontà, rivolti a esentare il medico da ogni responsabilità conseguente al rispetto della volontà del paziente. È una situazione emblematica, nella quale la bio etica ha bisogno di un'adeguata protezione da parte del biodiritto.

Conclusioni e prospettive

Misurato sul modello ideale della Convenzione di Oviedo, il cambiamento intervenuto in Italia, sia nella legislazione che nella cultura diffusa, sembra lontano dall'aver incrementato il potere decisionale del cittadino nell'ambito della gestione del corpo e delle scelte di cura, che è la vera posta in gioco della modernità. Forse anche mezzo secolo è un lasso di tempo troppo breve perché la redistribuzione del potere possa aver luogo.

Probabilmente i "lavori in corso" nella bioetica sono solo l'inizio del cambiamento.

Anche un cammino lungo inizia con i primi passi. Ma non è fuori luogo ― proprio all'inizio del viaggio ― fermarsi e chiederei se con la polarizzazione tra bio etica laica e bioetica religiosa e con la priorità data al biodiritto abbiamo imboccato la strada giusta o non ci siamo piuttosto intrappolati in un vicolo cieco.

In sintesi: i punti chiave Bioetica: problemi e prospettive

OGGI

DOMANI

1

Al momento attuale l'atteggiamento tra-dizionalmente trasmesso dall'etica medica (fare per il bene del paziente il massimo che "la scienza e la coscienza" suggeri-scono al medico) tende a essere sostituito dalla medicina difensivistica (fare ciò che tutela maggiormente l'operatore da impu-tazioni civili e penali).

La prospettiva auspicabile è quella di un progressivo prevalere di una partecipazio-ne attiva del paziente nelle decisioni clini-che, che ridistribuisca diritti e responsabili-tà. Il cammino va dal "consenso informato" (come procedura a carattere burocratico con finalità di autotutela) alla decisione consensuale.

2

La famiglia è ancora ampiamente percepita come l'interlocutore del medico.

Specialmente in situazioni di malattie a prognosi infausta, l'informazione viene data al familiare piuttosto che al soggetto interessato.

Nel futuro avremo un rafforzamento del potere del sapere e di decidere della perso-na, in un progressivo allineamento delle pratiche sociali con il dettato dei codici deontologici recenti.

3

Quando il paziente non è più in grado di decidere, attualmente sono i sanitari e i familiari che decidono lo stop o la limi-tazione degli interventi.

In un futuro prossimo le direttive anticipa-te ("living will") dovranno diventare pratica corrente. Un riconoscimento giuridico di questo strumento è atteso da parte del Parlamento.

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Bibliografia essenziale

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Periodici

Bioetica ― Rivista interdisciplinare. Edizioni Angelo Guerini e Associati, viale Filippetti, 28 Milano, tel. 02.48713103.

Etica per le professioni ― Questioni di etica applicata. Redazione: Fondazione Lanza, via Dante, 55, 35139 Padova, tel./fax 049.87.56.788.

Janus ― Medicina: cultura, culture, Via Buonarroti, 7, 00185 Roma, tel. 06.77250540; e-mail: gianorom@tin.it.

Medicina e morale ― Rivista internazionale di bioetica, Direzione e Redazione: tel. 06.30154960, telefax 06.3051149; e-mail: medicinaemorale@rm.unicatt.it.

Quale etica per la medicina?

Book Cover: Quale etica per la medicina?
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

QUALE ETICA PER LA MEDICINA?

in Manuale di medical humanities, a cura di Roberto Bucci

Zadigroma editore, Roma 2006

pp. 135-157

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In un numero recente della rivista La Professione, mensile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurgici e odontoiatri, troviamo diversi indizi del malessere che circola tra i medici italiani. Una lettera (“Fango sui medici legali”) protesta sul discredito gettato sui medici che si occupano dei casi di responsabilità professionale, accusati di aver indotto un aumento dei costi assicurativi. Un articolo dedicato alla crisi del rapporto medico-paziente oscilla tra difesa e autocritica («Forse ci siamo distratti e non abbiamo seguito abbastanza l’evolversi della società, cosicché altri hanno preso il timone e ci hanno relegato solo ai remi»). A documentazione della crisi vengono citati tre articoli recenti su tre diversi giornali: la copertina dell’Espresso, con la foto di un medico e la didascalia «Ci possiamo ancora fidare di loro?»; l’articolo del Bisturi che riporta un’indagine del Tribunale dei diritti del malato: «I cittadini non si fidano dei medici specialisti del Ssn»; un articolo su un numero precedente della Professione dal titolo: “Il malessere di una categoria”. Illustra la crisi anche la notizia della costituzione di Amami, acronimo di Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente (raramente un acronimo è stato più efficace: sintetizza un percorso secolare in cui il rapporto tra professionisti e pazienti, che gravitava intorno a una richiesta reciproca di amore, è diventato una ricerca di tutela gli uni dagli altri). Potremmo continuare,

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citando dallo stesso numero della Professione a cui ci stiamo riferendo un altro ampio articolo dal titolo eloquente: “Il medico ‘aggredito’. Come difendersi”, che culmina con l’esortazione rivolta ai medici a «riappropriarsi dei propri atti», rifiutando la subalternità alle logiche di tipo efficientistico-finanziario che predominano oggi nelle aziende sanitarie. Ci fermiamo qui: quanto abbiamo spigolato è sufficiente a tracciare le coordinate della crisi, così come la vivono i medici.

Sull’altro versante, quello dei cittadini e dell’opinione pubblica sull’operato dei medici, il malessere si traduce spesso in accuse di sapore moralistico. Il principale capo di imputazione sembra nascere da una delusione: come dall’aver scoperto che quei professionisti, idealizzati come missionari della salute, in realtà siano dei mercanti, e che dietro le grandi parole ― filantropia, scienza, bene dell’umanità, stato sociale ― si nascondano interessi molto meschini. E se non tutti sono attrezzati per rilevare le carenze scientifiche nelle decisioni mediche prese “in scienza e coscienza”, cresce il numero di coloro che si ritengono autorizzati a sospettare della coscienza dei medici, quasi che tutti i professionisti della sanità, caduti dal piedistallo di un’etica superiore, fossero motivati da intenti quanto meno equivoci.

È molto arduo trovare una via d’uscita da un confronto articolato in termini di accuse e difese. L’impasse appare ancora più grave quando ci rendiamo conto che mancano chiarezza e consenso riguardo al rapporto medico-paziente così come dovrebbe essere. La linearità di parametri etici unitari e condivisi da tutti i protagonisti, professionisti e cittadini, è venuta meno. In una situazione caratterizzata dalla complessità è inevitabile che sorgano malintesi, quando la qualità morale dei comportamenti viene misurata con criteri diversi. Perché l’etica medica unitaria del passato si è moltiplicata in etiche diversificate, ovvero in punti di vista diversi su ciò che è giusto e appropriato nei rapporti di cura.

L’indicazione di un punto di vista va assunta in senso letterale, applicando all’etica le scoperte che Jean Piaget ha fatto nell’ambito dell’epistemologia genetica. Studiando lo sviluppo cognitivo dell’essere umano, Piaget ha analizzato come si forma la rappresentazione dello spazio nel bambino. Ha individuato una soglia che costituisce il passaggio dal pensiero concreto (che chiama “realismo intellettuale”) al pensiero astratto. Soltanto dopo aver passato quella soglia, collocabile cronologicamente intorno ai 7-8 anni, il bambino giunge a riconoscere l’esistenza di molteplici punti di vista spaziali, e soprattutto a comprendere che i rapporti spaziali fenomenici fra gli oggetti possono mutare cambiando punti di vista. Prima di allora il bambino, pur osservando le cosa da un punto di vista spaziale, ignora per lungo tempo l’esistenza contemporanea di altri punti di vista possibili; non

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è dunque in grado di rendersi conto che il suo è un punto di vista tra altri, e che quindi persone diverse vedono cose diverse, se la prospettiva che assumono cambia.

Ciò che vale per lo spazio si può applicare anche ai valori, e quindi all’etica. Anche l’etica medica è chiamata a uscire dall’infanzia epistemologica entrando nell’età adulta, caratterizzata dalla convivenza di molteplici prospettive, non riducibili le une alle altre. Si tratta di superare la fase di “realismo intellettuale”, che porta ad assolutizzare il proprio punto di vista, escludendo la possibilità che la qualità etica di comportamenti, buona o cattiva pratica della medicina, possa essere valutata diversamente a seconda dei punti di vista. In pratica, questo equivale alla piena acquisizione dello spazio tridimensionale, anche nell’etica. «L’etica è un’ottica»: il gioco di parole proposto dal filosofo francese Emmanuel Lévinas (lituano di nascita) muove nella stessa direzione: l’etica è condizionata dallo sguardo, da ciò che vediamo. L’accettazione della complessità richiede il passaggio dalla dimensione che è familiare a ciascuno, soprattutto se interiorizzata attraverso il processo di socializzazione in un determinato gruppo professionale, ad altre dimensioni. Con grande umorismo e insuperabile virtuosismo immaginativo, lo scrittore inglese Edwin Abbott ha tentato di realizzare qualcosa di questo genere nel racconto fantastico Flatlandia. Ha immaginato che cosa significhi passare da Flatlandia (Paese del piano), mondo bidimensionale, abitato da esseri totalmente piatti (segmenti, triangoli, quadrati, poligoni vari e sublimi circoli), alla Spacelandia, o Paese a tre dimensioni. La sfida per noi, abituati alla tridimensionalità, va nel senso contrario, ovvero immaginarci che cosa significhi vivere in Flatlandia:

Posate una monetina nel mezzo di uno dei vostri tavolini nello Spazio, e chinatavi a guardarla dall’alto. Essa vi apparirà come un cerchio. Ma ora, ritraendovi verso il bordo del tavolo, abbassate gradatamente l’occhio (avvicinandovi così sempre più alle condizioni degli abitanti della Flatlandia), e vedrete che la monetina diverrà sempre più ovale: finché da ultimo, quando avrete l’occhio precisamente all’altezza del piano del tavolino (cioè, come se foste un autentico abitante della Flatlandia), la moneta avrà cessato di apparire ovale, e sarà divenuta, per quanto potrete vederla, una linea retta.

Solo apparentemente ci siamo allontanati dalla rivisitazione del rapporto medico-paziente. In realtà, ci siamo collocati al centro del problema: la pluralità dei punti di vista su ciò che significano oggi il buon esercizio della medicina e la difficoltà di passare da una prospettiva piatta a una multidimensionale.

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I malesseri, tanto dei medici quanto dei cittadini, dai quali abbiamo preso le mosse sono un sintomo di crescita: il passaggio da Flatlandia a Spacelandia in medicina. È quanto cercheremo di vedere, sottoponendo a una disamina analitica i contenuti dei vari modelli etici che hanno corso oggi in sanità.

Stagioni dell’etica in medicina

Il superamento dell’etica medica

Parlare di etica medica presuppone concezioni di fondo, per lo più non esplicite, che abbiamo presenti quando esprimiamo un giudizio su ciò che intercorre tra medico (o altri professionisti sanitari) e paziente, attribuendogli un carattere morale positivo (buono) o negativo (cattivo). Le norme in questione determinano come devono comportarsi i diversi protagonisti del sistema delle cure: i medici, i malati, i professionisti della sanità, i familiari del malato, la società nel suo insieme.

Tradizionalmente l’insieme dei comportamenti auspicati seguiva questo schema:

Epoca premoderna

Etica medica

La buona medicina

«Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente»?

L’ideale medico

Paternalismo benevolo

Il buon paziente

Obbediente (compliance)

Il buon rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore con il suo paziente)

Il buon infermiere

“Paramedico”. Esecutore delle decisioni mediche;

supporto emotivo del paziente

Chi prende

le decisioni

Il medico, in "scienza e coscienza”

Principio-guida

Beneficità

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È un modello antico e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, e in Occidente risale alla medicina greca (etica ippocratica). Ma anche la sua forza è notevole: non esiste in tutta la tradizione occidentale un modello culturale che abbia resistito tanto a lungo. L’Occidente, dall’antichità greco-romana a oggi, ha cambiato molti aspetti dell’organizzazione sociale: l’economia, la famiglia, la religione, il diritto, la politica. La medicina stessa si è profondamente modificata nel corso del tempo, sia nei modelli teorici che nel modo di fornire aiuto ai malati. Tra il medico seguace di Galeno, che interpreta le malattie secondo la teoria degli umori, il medico scienziato dell’Ottocento, che ricorre al metodo della scienza sperimentale per spiegare come funziona l’organismo sano o malato e il medico della nostra epoca, che è in grado di ricondurre le malattie a un difetto del corredo genetico, così da prevederne l’insorgenza con anni di anticipo, le differenze sono enormi. La stessa cosa si può dire sul versante dell’arsenale terapeutico, che dal ricorso dai salassi è passato ai vaccini, agli antibiotici e all’ingegneria genetica. La diversità tra questi mezzi terapeutici, quanto a efficacia ed efficienza, è abissale.

L’etica, invece, non ha vissuto questo percorso: le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina e sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli. Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall’antichità greco-romana fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

Quest’insieme di regole morali valeva nella stagione premoderna dell’etica in medicina, e si può chiamare sinteticamente etica medica: l’etica a cui ci riferiamo, infatti, è sostanzialmente l’etica del medico. La dominanza della figura del medico descritta efficacemente da Eliot Freidson si esprime anche nell’etica, oltre che nell’organizzazione del lavoro. È il medico che determina i criteri della buona medicina, e la professione medica se ne fa garante. In quest’etica sono prescritti comportamenti per i malati, per i familiari e per gli operatori sanitari. Tutti svolgono, tuttavia, funzioni subordinate e sono chiamati a modellarsi sulle richieste che provengono dai medici, che hanno un ruolo esclusivo e decisivo nello stabilire che cosa sia la buona medicina in senso clinico ed etico. La qualifica di paramedico attribuita a chi esercita una professione sanitaria non medica rispecchia bene questa centralità del medico. Possiamo dire che anche l’etica dei non medici in questa stagione è un’etica paramedica.

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell’epoca premoderna è: “Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?”.

140

Troviamo questa preoccupazione già nel giuramento di Ippocrate, nella cosiddetta clausola terapeutica:

Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa.

L’operato del medico ha lo scopo di procurare un beneficio al paziente, in quanto mira a risolvere i problemi posti dalla patologia. Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione: per il medico dell’antichità era la “dieta” (cioè il regime terapeutico che tendeva a ristabilire nella vita del malato l’equilibrio turbato); per il medico dei nostri giorni i trattamenti appropriati potranno essere gli antibiotici o i trapianti di organo. Indipendentemente dal contesto scientifico di riferimento, il modello rimane tuttavia lo stesso: il medico si impegna a fare il bene del paziente, utilizzando le risorse terapeutiche che ha a disposizione. I principi alla base di quest’etica, riconducibili al precetto di procurare un beneficio alla salute del paziente, presuppongono un modello ideale del medico, fondamentalmente paternalista: il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, con tutto il suo impegno e con assoluta dedizione. La scienza, in continuo progresso, lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa doppia impostazione è riassunta da una formula molto amata e citata dai medici: il loro onere e onore è di prendere le decisioni “in scienza e coscienza”. Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio di “beneficità”. In inglese il termine utilizzato è beneficence, che bisognerà accuratamente evitare di tradurre, a orecchio, con “beneficenza”: il medico non fa beneficenza, ma procura al paziente il beneficio che la sua scienza gli permette di conoscere.

In quest’ottica il ruolo del malato si limita all’essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all’atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare è di diventare paziente, in tutti i significati del termine (anche in senso morale, perché la pazienza è la principale virtù che è chiamato a esercitare).

Il buon paziente è quello osservante. Gli si richiede di collaborare al trattamento prescritto con il comportamento chiamato compliance. Come sentenziava l’illustre medico e scrittore spagnolo Gregorio Marañón, che ha rappresentato nella prima metà del XX secolo la conservazione dell’ideale

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ippocratico, «il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire».

Il buon rapporto medico-paziente è quindi l’alleanza terapeutica tra chi si dedica all’opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine "alleanza” fa parte della tradizione religiosa, e il rapporto medico-paziente ha effettivamente una connotazione fortemente religiosa in senso ampio: proprio come l’alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali disuguaglianze. Nell’alleanza religiosa, si tratta del legame che si instaura tra la divinità, in quanto fonte della potenza che produce la salvezza, e la situazione di necessità propria del popolo che ha bisogno di redenzione. L’unione dei due mediante l’alleanza salva dalla condizione di bisogno (schiavitù, peccato, ecc). Analogamente, la guarigione in medicina, nel modello tradizionale, si ottiene mediante l’unione tra la scienza-coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi all’interno di questo rapporto di alleanza.

La corretta osservanza della prescrizione medica è la condizione essenziale perché l’alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Il contraente dell’alleanza, che è il malato, si deve affidare al medico e accettare le condizioni che gli pone per la guarigione. Il medico, che concede l’alleanza, lo guida verso la salvezza, identificata con la guarigione. Dai collaboratori del medico, in quanto paramedici, ci si attende che collaborino anche a indurre i malati a essere osservanti. L’informazione fornita al paziente non entra come un elemento costitutivo della buona medicina secondo il modello premoderno. Tutt’al più può essere utile, strumentalmente, per ottenere una maggiore collaborazione da parte del paziente (compliance), ma non si può in alcun modo parlare di un diritto del paziente a essere informato, né di un corrispettivo dovere del medico di informare. Questo schema costituisce ancora oggi la struttura alla base dei nostri comportamenti sociali, sia come medici che come pazienti. Soltanto quando diventiamo “moderni” il modello entra in crisi.

La modernizzazione dell’etica, ovvero la bioetica

Qual è la data d’inizio dell’epoca moderna? Secondo i manuali di filosofia e di storia la modernità comincia tipicamente con l’Illuminismo, nel XVIII secolo. Nella cultura dell’Occidente è avvenuto un cambiamento profondo, una di quelle fratture che hanno ripercussioni generalizzate su tutta la struttura dell’esistenza, e i valori della modernità hanno progressivamente modificato l’insieme della vita politica e sociale. Solo un ambito è rimasto

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tenacemente premoderno: la medicina. Solo negli ultimi due decenni si sono fatti visibili i segni di una frattura che indica la modernizzazione della medicina. Di conseguenza sono cambiati tutti i parametri che costituiscono il modello di buona medicina caratteristico dell’epoca premoderna. Per evidenziare il cambiamento del paradigma etico, indichiamo la transizione come il passaggio dall’epoca dell’etica medica a quello della bioetica.

  

Epoca premoderna

Etica medica

 

Epoca moderna

Bioetica

 

 

La buona

medicina

 

«Quale trattamento

porta maggior beneficio

al paziente»?

 

 

«Quale trattamento

rispetta il malato nei suoi valori e nell'autonomia delle sue scelte?»

 

L’ideale medico

 

Paternalismo benevolo

 

 

Autorità democraticamente

condivisa

 

 

Il buon paziente

 

Obbediente

(compliance)

 

 

Partecipante

(consenso informato)

 

Il buon rapporto

 

Alleanza terapeutica

(il dottore con il suo paziente)

 

 

Contratto di prestazione d'opera (partnership professionista-utente)

 

Chi prende

le decisioni

 

Il medico,

in “scienza e coscienza”

 

 

Il medico e il malato insieme

(decisione consensuale)

 

Principi-guida

 

Beneficità

 

 

Autonomia

 

Osservando sinotticamente le voci principali della struttura portante dell’etica medica, notiamo che nessuno dei suoi parametri è stato risparmiato dal cambiamento. Lo scopo generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se tratta il malato da adulto, rispettandolo nei suoi valori e nell’autonomia delle sue scelte. Il beneficio procurato non è l’unico indicatore della buona medicina: nell’epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di autodeterminare le proprie scelte. Il concetto dell’autonomia della persona è un pilastro fondamentale della modernità. Così lo ha espresso Immanuel Kant nel famoso saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?: l’Illuminismo comincia quando si decide di uscire dallo stato di minorità imputabile all'uomo stesso, intendendo per minorità «l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro». Il primo paragrafo del saggio, che sintetizza il programma

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di vita dell’uomo moderno, termina con l’esortazione «Sapere aude»: abbi il coraggio di servirti dell’intelletto come guida.

In medicina l’epoca moderna ha inizio quando il programma generale dell’emancipazione si estende anche a quella “minorità non dovuta” (in quanto non dipende dalla condizione di minorenne per età cronologica o dalla mancanza di capacità di intendere e di volere) del paziente rispetto al medico, secondo il modello paternalistico tradizionale.

Il buon malato dell’epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma si assume in prima persona il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano.

Questo mette in crisi il modello dell’etica medica, secondo cui il malato è per definizione in condizione di minorità, perché non può determinare da solo i fini e i mezzi per conseguirli. È la concezione antica, espressa già da Aristotele quando affermava che il malato, proprio per la sua condizione, non è capace di dare giudizi razionali, in quanto è turbato dalle passioni, come per esempio la paura per la propria vita. Nello stato di malattia deve quindi subentrare la struttura paternalistica di contenimento: qualcun altro prende le decisioni per il bene del malato, dal momento che lui non lo può fare. Dire che la medicina entra nell’epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione questo paradigma profondo, che presuppone una fondamentale disuguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (le scelte di queste ultime essendo determinate dalle prime), e assume che il malato, per il solo fatto di essere malato, perda il privilegio dell’autonomia.

Nell’epoca moderna un’attività sanitaria eticamente giustificabile non può prescindere dai valori del malato, cioè dal sistema di riferimento che guida le sue scelte in modo congruente con la “buona vita” che intende condurre. La potente ed efficace medicina che la scienza, abbinata alla tecnologia, ci mette oggi a disposizione non assomiglia per niente alla medicina del passato, povera di risposte terapeutiche. L’arsenale medico è abbondante e vario e ci mette di fronte ad alternative create dai valori soggettivi. A seconda del concetto personale di buona vita, ovvero di ciò che individualmente corrisponde a un’esistenza riuscita o fallita, un intervento medico può essere appropriato o meno.

La buona medicina non si può più limitare a rispondere alla domanda “Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?”. Non basta stabilire, per esempio, che l’azione del medico ha di fatto prolungato la vita del paziente: se va contro i suoi valori e le sue decisioni, l’intervento non è eticamente giustificabile, anche se è rivolto a tutelare la salute o la vita stessa. L’autodeterminazione del paziente è espressione dei suoi diritti (per capire la differenza con il modello tradizionale basti pensare che lì si

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parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente), e pertanto diventa un criterio di qualità. L’intervento sanitario non può più essere deciso unilateralmente dal medico che si basa sul suo sapere professionale, ma deve essere determinato insieme al paziente, spesso con un faticoso processo di negoziazione.

L’epoca moderna comporta una profonda modifica del modello ideale di autorità. Al potere assoluto (un medico del XVII secolo, Rodrigo de Castro, nell’opera Medicus politicus sosteneva che «il medico ha potere sul corpo umano così come il sovrano ha potere sullo Stato e Dio sul mondo») si sostituisce una condivisione di potere e di responsabilità. Con il superamento del paternalismo benevolo, l’ideale medico nel modello della bioetica diventa un’autorità democraticamente condivisa: il buon paziente è un paziente che prende parte alla decisione. Questa nuova posizione non è solo di privilegio, ma può costituire anche una scomoda responsabilità. Ai nuovi diritti del paziente si accompagnano anche dei nuovi doveri e all’antico dovere di esercitare la pazienza ed essere obbediente si sostituisce quello, più impegnativo, di partecipare al processo decisionale.

Non si può escludere che a volte il paziente potrebbe preferire, piuttosto, di delegare la decisione al medico («Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!»). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di essere un “buon paziente”, e per diventarlo non basta che si limiti a non creare difficoltà ai sanitari, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche. Ha anche un compito etico, deve accettare il coinvolgimento nelle scelte che lo riguardano, condividendo l’orizzonte di incertezza che è proprio delle decisioni cliniche. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

L’asimmetria nei rapporti di sapere e di potere resta, ma va contemperata con un uso consapevole e mirato dell’informazione. Il paziente si muove così verso la posizione di un utente. Il termine può suscitare delle associazioni che sembrano fuori luogo in sanità, ma per ricondurlo nell’ambito appropriato, basta pensare al senso etimologico della parola: l’utente è colui che usa la competenza del medico. In quanto utente, ha il dovere di usarla bene, responsabilmente, per fare insieme al professionista le scelte appropriate. Questo modello etico include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica è un neologismo, adatto a un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina appropriata per la stagione dell’etica in medicina che abbiamo chiamato “moderna” (non nel senso di maggiore attualità, ma con riferimento alla novità culturale che si identifica con la rivoluzione liberale e il rispetto illuministico dell’autonomia personale). L’adozione del termine “bioetica” al posto dell’etica medica è motivata anche dal fatto che non ci troviamo più nell’ambito dell’etica concentrata

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sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell’accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, insieme al paziente, che deve partecipare alle decisioni con i suoi valori nell’ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica entrano la società, l’etica civile, l’accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli “stranieri morali”.

Il cardine pratico di questa nuova etica è il consenso informato, nel senso proposto dal Comitato nazionale per la bioetica, in quanto «si traduce in una maggiore partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano». L’idea di qualità dell’atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l’intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, vale a dire il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche.

È da notare però che la diffusione di questo nuovo modello di qualità non è priva di difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Sia i professionisti della sanità sia i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale; spostandosi da un modello all’altro si modificano i punti abituali di riferimento, tanto che possiamo affermare che stiamo assistendo all’inaugurazione di una nuova epoca della qualità e dell’etica nella medicina.

Per evitare malintesi e per smantellare almeno alcune riserve (quelle che nascono dal timore che si intenda abbandonare il modello dell’etica medica tradizionale) è necessario chiarire che i due modelli non sono diacronici, ma sincronici: in altre parole, non si susseguono nel tempo, sostituendo con il modello moderno i valori tradizionali, ma sono chiamati a convivere. Riferendoci ai punti di vista dell’epistemologia genetica di Piaget, non si tratta di scalzare la prospettiva dominante in passato con un’altra, ma di uscire dalla concezione ingenua secondo cui esiste un solo punto di vista e mettere insieme più dimensioni dell’etica. La buona medicina dal punto di vista della professione medica e dal punto di vista del paziente (cliente) è diversa: la qualità etica ha più dimensioni.

Quando la sanità si organizza come un’azienda di servizi

Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l’epoca post-moderna. Ci stiamo muovendo, infatti, secondo quanto prescrivono

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sia lo spirito che la lettera della riforma sanitaria, avviata in Italia dall’inizio degli anni Novanta, verso l’introduzione dello “stile azienda” in sanità. Il modello di qualità comporta un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente, possiamo dire che chi riceve servizi sanitari non solo deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un cliente. Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con il riordino del Servizio sanitario nazionale e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la sopravvivenza dell'azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all’altra, si porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell’azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un’altra struttura, l’azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell’azienda.

Il modello di qualità postmoderno comporta delle variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti entro cui si svolge l’azione sanitaria. Innanzitutto l’interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia delle responsabilità nelle scelte ruoterà intorno a elementi della qualità di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l’uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell’interrogativo etico viene modificata.

Nell’etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l’azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione o lenisce i sintomi dolorosi); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se l’azione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure. La nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l’azione sia appropriata rispetto agli obiettivi da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l’equità sociale, sia l’acquisizione di un atteggiamento che abbini la soddisfazione del cittadino-cliente con l’attenzione agli interessi dell’azienda.

La qualità, che include il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli precedenti, ma integrarsi con essi. La buona medicina è sempre quella che deve mirare a «guarire in maniera rapida, efficace e duratura» (è il compito che Samuel Hahnemann affidava alla medicina omeopatica, ma che vale per la medicina tout court). Questo continua a essere l’obiettivo della medicina e il criterio con cui valutare la sua qualità, ma non è più sufficiente: per essere buona la medicina deve anche preoccuparsi di essere giusta, rispettando i

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diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono, nell’ottica dell’organizzazione efficiente della sanità, anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell’orizzonte della giustizia, in considerazione dell’accesso ai servizi e dell’equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina è quella che nasce dall’integrazione cumulativa delle esigenze che nascono dall’etica medica, da quelle della bioetica e delle esigenze, infine, di quella nuova stagione dell’etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell’economia, e che possiamo chiamare etica dell’organizzazione. Le stagioni dell’etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell’assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze contemporanee e contestuali. La qualità etica di un intervento sanitario prende forma mediante la sovrapposizione di dimensioni che si aggiungono le une alle altre. La prima dimensione è quella del bene del paziente, propria dell’etica medica tradizionale. Finché la qualità dell’intervento sanitario sul paziente si misurava esclusivamente con il metro del beneficio del paziente (epoca premoderna), maggiore era il beneficio che il malato riceveva da quello che si poteva fare per lui e maggiore era la qualità, anche etica, dell’atto medico.

La modernità, con l’introduzione dell’autonomia del paziente, ha introdotto un altro parametro: le preferenze del paziente stesso. La buona scelta medica dovrà tener conto temporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che non di rado produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze; o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungerne una terza, così che la decisione clinica ci appare collocata in uno spazio tridimensionale. Dobbiamo considerare, infatti, anche l’appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell’appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una contrattazione molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l’indicazione clinica (il bene del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il consenso

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informato) e infine l’appropriatezza sociale. L’assistenza sanitaria ci appare più che mai un’arte, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare ai requisiti di scientificità. L’ideale medico dell’epoca postmoderna è una leadership morale. Il modello paternalista non funziona più laddove si assume lo stile dell’azienda postmoderna: è necessario dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la vision, cioè la visione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell’équipe.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato, ma l’obiettivo non può essere quello di un cliente in qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì solo di un cliente giustamente soddisfatto, escludendo l’ingiusta soddisfazione. Il buon rapporto è la stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio, in un raffronto costante con la qualità offerta da altri erogatori (bench-marking).

Lo schema grafico completo delle dimensioni dell’etica in medicina assume quindi la seguente fisionomia:

Epoca premoderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca post-moderna Etica dell'organizzazione

La buona

medicina

«Quale trattamento

porta maggior beneficio

al paziente»?

«Quale trattamento

rispetta il malato nei suoi valori e nell'autonomia delle sue scelte?»

«Quale trattamento ottimizza l'uso delle risorse e produce un paziente-cliente soddisfatto?»

L’ideale medico

Paternalismo benevolo

Autorità democraticamente

condivisa

Leadership morale.

scientifica,

organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore con

il suo paziente)

Contratto di prestazione d'opera (partnership professionista-utente)

Stewardship (fornitore di servizi-cliente)

Contratto di assistenza: Azienda-popolazione

Chi prende

le decisioni

Il medico,

in "scienza e coscienza”

Il medico e il malato insieme

(decisione consensuale)

La direzione aziendale, insieme ai dirigenti

delle unità operative (negoziazione)

Principi-guida

Beneficità

Autonomia

Giustizia

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Verso l’empowerment del cittadino

La presenza contemporanea di tre modelli di buona medicina induce una modifica di fondo nei rapporti che intercorrono tra coloro che erogano le cure e i cittadini che le ricevono. Tutto il processo viene riassunto con un’espressione: empowerment del cittadino. La parola inglese contiene la nozione di potere (power), e l’aspetto più visibile è proprio quello di uno spostamento di potere tra le persone coinvolte nella relazione. Il potere in questione non è quello di natura politica o, nei rapporti interpersonali, ciò che autorizza qualcuno a dare ordini, aspettandosi che altri obbediscano. Il potere entra inevitabilmente in gioco quando qualcuno si prende cura di persone a lui affidate. Tutte le relazioni di cura e assistenza prevedono un potere, utilizzato in modo benefico a vantaggio di un altro: pensiamo al rapporto tra genitori e bambini, insegnanti e allievi, medici e malati, appunto. Questi rapporti sono di natura molto diversa, ma si basano tutti sulla differenza tra le posizioni coinvolte, e funzionano bene quando ognuno si attiene al suo ruolo e non pretende di fare la parte dell’altro. Il modello che le rappresenta prevede due posizioni: una sovrastante (one up) e una di sottomissione (one down).

Sono invece di altro tipo le relazioni simmetriche, nelle quali i protagonisti hanno uguale potere e non si comportano secondo ruoli fissi. Ce li possiamo immaginare, con Paul Watzlawick, l’uno di fronte all’altro, faccia a faccia, senza poter dire chi comanda e chi obbedisce.

L'empowerment non vuol dire che il paziente debba essere in posizione one up e il medico in posizione one down, invertendo i rapporti di potere che siamo soliti associare con l’esercizio della medicina (dove il medico è considerato tanto più bravo quanto più esercita un’autorità indiscutibile e induce il paziente a essere osservante, o compliant). Non sarebbe un progresso se il medico diventasse l’esecutore nelle decisioni del paziente anzi, questo costituirebbe una minaccia per la salute, perché al paziente verrebbe a mancare il bagaglio di conoscenze proprie del sapere professionale del medico. L’empowerment è invece un cambiamento di rapporti complesso, che ha luogo su diversi piani. Lo schema grafico contempla cambiamenti significativi: sul piano sociale (o della cultura), nel rapporto clinico tra professionisti sanitari e pazienti, nell’ambito dei valori condivisi o dell’etica. Questo schema rispecchia la definizione di empowerment data dall’Enciclopedia della Gestione della Qualità in Sanità:

Termine entrato in uso e di difficile traduzione in italiano per indicare la tendenza a dare più potere, più coinvolgimento nelle decisioni ai pazienti, al di là del consenso informato.

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SCHEMA: EMPOWERMENT DEL CITTADINO NEL PROCESSO DI CURA

Dimensione culturale

― autogestione della salute contrapposta a «espropriazione della salute» (Ivan Illich), mediante «un processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla loro salute e migliorarla» (Carta di Ottawa)

― conoscenza dei propri diritti; rappresentanza attiva, anche organizzata (“rivoluzione liberale” in medicina)

― atteggiamento psicologico “adulto” verso medici, infermieri e altri professionisti sanitari

― coinvolgimento dei cittadini nel miglioramento dei servizi,

sollecitando suggerimenti, anche critici

Dimensione clinica

― raccolta sistematica di informazioni sui trattamenti proposti (ricerca; diagnosi; terapia) e sulle alternative

― promozione del parere complementare (second opinion)

― accesso consapevole alle prestazioni sanitarie, grazie alla conoscenza di benefici attesi, effetti collaterali,

rischi, complicazioni

― competenza nell’automedicazione semplice

― educazione all’autogestione delle patologie croniche

Dimensione etica

― l’autonomia come principio etico che bilancia il principio del bene del paziente stabilito unilateralmente dal medico

― più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano (decisioni consensuali)

― assumere la responsabilità per le scelte sanitarie e,

più in generale, per la propria vita

― autodeterminazione personale (l’individuo, non la famiglia,

come referente delle informazioni e soggetto delle decisioni) I

― promozione delle direttive anticipate;

living will o indicazione di persona delegata a decidere;

disposizioni per la donazione di organi.

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La cultura dell’empowerment prevede anzitutto l’adeguamento alla filosofia che ispira l’Oms è nota come “promozione della salute” (health promotion). La carta di Ottawa (1986) l’ha descritta come «un processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla». L'autogestione è il contrario di quella «espropriazione della salute» che il classico saggio di Ivan Illich Nemesi medica imputava alla medicina, quando diventa un’impresa totalitaria che pretende di gestire la salute al posto del soggetto. La rivoluzione liberale, quando viene introdotta anche nell’ambito della medicina, comporta la nozione dei diritti nelle relazioni che si istaurano nell’ambito della cura: i diritti personali, in quanto i trattamenti non sono obbligatori, e i diritti civili, nel contesto dello stato sociale che garantisce livelli di assistenza sulla base del bisogno, non delle disponibilità economiche.

Per questo oggi si tende, visto anche il perdurare dell'asimmetria nei rapporti di potere, a dare importanza ai rappresentanti dei pazienti (per esempio gruppi organizzati di pazienti, di ex pazienti o di familiari) o a istituzioni di tutela dei diritti (tribunale dei diritti del malato, gruppi consultivi misti). Iniziative di questo genere hanno contribuito in modo determinante a modificare l’atteggiamento psicologico di sudditanza che i malati in passato tendevano ad assumere, promuovendo invece rapporti adulti.

Anche l’ottica postmoderna dell’aziendalizzazione ha la potenzialità di modificare socialmente i rapporti tra chi eroga i servizi sanitari e chi li riceve. Il concetto di cliente implica la considerazione della soddisfazione di chi riceve i servizi e il suo coinvolgimento attivo nella valutazione della qualità delle prestazioni erogate (almeno della dimensione soggettiva, che può essere percepita dall’utente). L’applicazione alla società dei principi del mercato è senza dubbio pericolosa, perché può stravolgere l’ethos ippocratico in cui tradizionalmente la medicina si è riconosciuta. Tuttavia può anche potenzialmente arricchire lo spessore sociale di chi riceve servizi sanitari, attribuendogli un ruolo critico e di promozione attiva della qualità.

Nei rapporti tra medici, infermieri e altri professionisti sanitari da una parte, e il paziente e i suoi familiari dall’altra, l'empowerment diventa effettivo solo attraverso un processo informativo sistematico. Il paziente dev'essere informato se ciò che gli viene proposto si inquadra in un progetto di ricerca (il consenso alla sperimentazione è diverso da quello che ha per oggetto un trattamento standard), in un’indagine diagnostica (a partire dall’ipotesi che guida il percorso diagnostico) o in un trattamento terapeutico. L’informazione non è completa se non include anche le alterative, i benefici attesi, gli effetti collaterali, i rischi e le complicazioni dei trattamenti proposti.

In questo senso acquista oggi un peso nuovo il parere complementare

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(second opinion), inteso come un diritto del paziente ad acquisire informazioni diverse presso altri professionisti (per esempio nel caso di un intervento chirurgico elettivo, oppure ascoltare il parere di un internista, dopo aver raccolto quello di un chirurgo). L'empowerment implica anche l’acquisizione delle conoscenze che permettono l’autogestione delle malattie croniche (le patologie dalle quali non si guarisce, qualunque cosa faccia il medico, sono oggi l’80 per cento, rispetto a un 20% per le quali si può sperare la restitutio ad integrum). L’Oms ha raggruppato sotto l’etichetta di educazione terapeutica questo tipo di interventi che favoriscono il controllo del paziente sulla propria malattia.

In tutto ciò va anche sottolineato che la maggior parte dei problemi di salute sono piccoli disturbi, curabili con i farmaci di automedicazione. Lo sviluppo di una cultura di automedicazione, fondata su un dialogo tra consumatore, farmacista e medico, aiuta il consumatore a orientare le sue scelte di cura. Secondo l’Anifa, l’associazione che raggruppa le industrie dei farmaci di automedicazione, in Italia è ancora poco diffuso l’uso dei farmaci che non richiedono la prescrizione medica (pur essendo sottoposti agli stessi controlli previsti per i farmaci da prescrizione). Sintetizzando, nell’ambito clinico l'empowerment può essere considerato equivalente a una maggiore padronanza della situazione, mentre dal punto di vista etico è legato al passaggio dal modello ideale dell’etica medica a quello della bioetica, che abbiamo descritto. Per evitare banali semplificazioni (del tipo «prima il potere era tutto del medico, ora è tutto del paziente») è utile ripetere che l’orientamento della medicina a fare il bene del paziente rimane ovviamente valido, ma si deve conciliare con quanto del proprio bene può e deve definire il paziente stesso. Il paziente non può essere solo passivo, ma deve essere chiamato a collaborare attivamente con il medico nella definizione degli obiettivi dell’intervento sanitario (compresa la decisione se privilegiare le azioni rivolte a salvare e prolungare la vita o quelle finalizzate a risparmiare inutili sofferenze). L'empowerment è strettamente collegato con la responsabilizzazione dell’individuo per le decisioni che lo riguardano.

In questa visione dei rapporti, il ruolo centrale spetta coerentemente al soggetto, anche nei confronti della sua famiglia. Per quanto i familiari possano essere ben intenzionati nei suoi confronti, nessuno meglio della persona stessa può interagire con i professionisti sanitari per giungere alla decisione che meglio salvaguardi tutti i valori in gioco. Nel caso in cui il soggetto sia incapace di esprimere la propria volontà, i familiari possono essere coinvolti, in quanto fonte privilegiata, per conoscere le preferenze della persona (living will o disposizioni di volontà anticipate), tanto più se c’è stata un’esplicita autorizzazione previa a consultare un familiare o un congiunto in caso di propria incapacità. Come nel caso dell’espressione di

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volontà per la donazione degli organi dopo la morte, l'empowerment tende a valorizzare le preferenze individuali e a rispettarle anche al di fuori del contesto in cui hanno un valore giuridico.

L'empowerment del cittadino è l’atto finale della rivisitazione del rapporto medico-paziente che la situazione attuale della complessità ci costringe a intraprendere. Per il mondo sanitario, chiamato a esplorare la pluralità delle dimensioni nelle quali si articola l’atto di cura, è quanto mai appropriata la dedica che Abbott prepone a Flatlandia: «Agli abitanti dello spazio in generale è dedicata quest’opera da un umile nativo di Flatlandia nella speranza che, come egli fu iniziato ai misteri delle tre dimensioni avendone sino allora conosciute soltanto due, così anche i cittadini di questa Regione Celeste possano aspirare sempre più in alto ai segreti delle quattro cinque o addirittura sei dimensioni».

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RISORSE

i volumi

E. Abbott, Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni, Adelphi, Milano 1966.

L. Battaglia, Etica e diritti degli animali, Laterza, Roma-Bari 1997.

L. Battaglia, Alle origine dell’etica ambientale, Dedalo, Bari 2002.

P. Benciolini, C. Viafora (a cura di), Etica e medicina generale. Il rapporto medico-paziente, Quaderni di Etica e Medicina, n. 7, nuova serie, Cic, Roma 1999.

G. Berlinguer, Bioetica quotidiana, Giunti, Firenze 2000.

P. Borsellino, Bioetica tra autonomia e diritto, Zadig, Milano 1999.

P. Cattorini, E. D’Orazio, V. Pocar (a cura di), Bioetiche in dialogo. Zadig, Milano 1999.

Comitato etico Fondazione Floriani, Alla fine della vita, Angelo Guerini e Associati, Milano 2002.

F. D’Agostino, Parole di bioetica. Giappichelli, Torino 2004.

C.A. Defanti, Vivo o morto. Zadig, Milano 1999.

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le riviste

JanusMedicina: cultura, culture

Via Buonarroti 7 - 00185 Roma

Tel: 06.77250540 

Bioetica. Rivista interdisciplinare

Angelo Guerini e Associati

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Tel: 02.48713103

Medicina e morale. Rivista internazionale di bioetica

Tel: 06.30154960 Fax: 06.3051149

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Etica per le professioni. Questioni di etica applicata

Fondazione Lanza

Via Dante, 55 - 35139 Padova

Tel/Fax: 049.87.56.788

Bioetica e cultura

Facoltà Teologica di Sicilia

Piazza S. Domenico - 95024 Acireale

Tel: 095.7631324 Fax: 095.7634931

i centri e le società

Centro di bioetica dell'Università cattolica del Sacro Cuore

www.rm.unicatt.it/cdb

Largo Francesco Vito, 1 - 00168 Roma

Tel: 06.3015.4205-4960

Fax: 06 3051.14

 

Fondazione Lanza

www.fondazionelanza.it

Via Dante, 55 - 35139 Padova

Tel/Fax: 049.87.56.788

 

 

Istituto siciliano di bioetica

www.gte.it/isb

Piazza S. Domenico - 95024 Acireale

Tel: 095.7631324 Fax: 095.7634931

 

Facoltà di Bioetica dell’Ateneo pontificio Regina Apostolorum

www.upra.org/seccion.phtml?se=3

Via degli Aldobrandeschi 190 - 00163 Roma

Tel: 06.66527800

Fax: 06.66527814

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Politeia

www.politeia-centrostudi.org

Via Cosimo del Fante 13 - 20122 Milano

Tel: 02.58.31.39.88

Fax: 02.58.31.40.72

Consulta di bioetica

Via Cosimo del Fante 13 - 20123 Milano

Tel/Fax: 02.58300423

www.consultadibioetica.org

Istituto Giano

Via Buonarroti 7 - 00185 Roma

Tel: 06.77250540

www.istitutogiano.it

Istituto italiano di bioetica Campania

Via Girolamo Santacroce 15 - Napoli (sede legale)

Istituto Nazionale Tumori - Fondazione “Pascale” (sede operativa)

www.istitutobioetica.org

i documenti

Tutti i documenti prodotti dal Comitato italiano di bioetica (pareri e mozioni) sono scaricabili dal sito www.palazzochigi.it/bioetica

L’etica nella vita del medico

Book Cover: L'etica nella vita del medico
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

L’ETICA NELLA VITA DEL MEDICO

in Quaderni CUAMM

n. 25, settembre 1988, pp. 5-36

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Fondazione dell’etica e della deontologia

Ia Parte

Voi che mi ascoltate fate parte di una categoria di persone in cui le motivazioni professionali per la medicina si abbinano ad aspirazioni di ordine filantropico, umanitario. L’idealismo che vi anima vi sottrae a priori al sospetto che il vostro essere medici obbedisca a finalità meno che nobili. Tuttavia io voglio cominciare con l’inquietarvi, assumendo la parte che di solito è attribuita all’avvocato del diavolo. Dovunque voi siate destinati ad esercitare la professione di medico — in Tanzania come in Italia — porterete indubbiamente il vostro impegno morale, la vostra intelligenza, la vostra passione; ma è bene che apriate gli occhi sul pericolo di veicolare clandestinamente, insieme alla vostra abilità professionale, anche qualcosa di cui non siete consapevoli.

Voglio darvi una prima approssimazione a ciò che intendo dire ricorrendo a una vecchia storiella. Alla dogana si presenta un signore con fare un po’ losco; ha una bicicletta e vuole passare la frontiera. Nel portapacchi della bicicletta ha una cassettina con della sabbia. L’impiegato delle dogane è subito messo in allerta e pensa che stia facendo del contrabbando. Esamina bene la bicicletta, passa al settaccio la cassetta sospetta ma non trova niente, e deve lasciarlo passare. La settimana seguente lo stesso individuo si ripresenta. Si svolge l’identico rituale con la cassetta. L’impiegato impazzisce nel cercare di indovinare che cosa stia contrabbandando, ma invano: nella cassetta c’è solo sabbia. La storia va avanti, ripetendosi tutte le settimane, fino a che arriva l’età della pensione per l’impiegato della dogana. Allora prende da parte questo signore e gli fa un discorso a quattr’occhi: «Senti, per me è l’ultimo giorno di lavoro: domani vado in pensione. Non ti posso fare più niente; toglimi però almeno la curiosità. Io so che tu stai contrabbandando qualche cosa, anche se non sono mai riuscito a scoprirti. Dimmi: che cosa stai contrabbandando? E il contrabbandiere, con un sorriso serafico: «È ovvio: biciclette!».

Il modo meno vistoso, e quindi più sicuro, per nascondere una cosa è di metterla bene in mostra. La storiella mi serve per lanciarvi in un piccolo interrogativo: voi, in quanto medici, in Africa o in qualsiasi altro luogo, rischiate di contrabbandare biciclette? Certamente vi sarà fatto un esame accurato delle vostre conoscenze di tipo medico, della vostra competenza clinica. Io voglio immaginare che anche l’indagine più meticolosa non trovi assolutamente niente di eccepibile nel bagaglio di conoscenze che portate con voi. Non rischiate tuttavia di far passare clandestinamente — non per truffa, in questo caso, ma a vostra stessa insaputa — qualcosa di macroscopico come la bicicletta

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stessa della storiella? Io avanzo un’ipotesi: ciò che voi rischiate di portare con voi di contrabbando è il malessere di fare una professione di cui si va perdendo la definizione e il senso di gratificante appartenenza.

Se non avete consapevolezza di questo pericolo e non sapete esercitare l’autocritica, rischiate di esportare questo malessere ovunque voi esercitate la professione. Ma questa eventualità acquista il carattere di una particolare gravità se questo contrabbando avviene ai danni di una cultura che non ha questo senso di malessere profondo connesso con la professione della medicina. In questo caso voi esportereste dei virus pericolosissimi.

Ciò che notiamo oggi nel mondo medico e in coloro che fruiscono della medicina è uno scollamento profondo e preoccupante tra il sapere, il saper fare e la coscienza di fare la cosa giusta. Questo senso di malessere è la spia di una profonda crisi etica che attraversa la medicina occidentale contemporanea.

Voglio subito chiarire che non sto parlando di crisi etica nel senso di un calo di motivazione e di valori. Alcuni, è pur vero, pensano alla crisi etica in questi termini, affermando sostanzialmente che i medici sono una categoria di individui che pensa solo al proprio interesse — economico, di carriera e di promozione sociale — e ha dimenticato che la sua ragione d’essere è la dedizione al benessere del malato. Questa accusa moralistica punta l’indice accusatorio sui medici, come persone chiamate a fare i missionari e che poi, invece si mettono a fare i mercanti.

Questa accusa ai medici di non avere degli ideali o di aver rinunciato all’orientamento altruistico non è per la precisione quello che personalmente voglio identificare come crisi etica. È vero, mancano le virtù in ambito medico. Ma, siamo onesti, forse che le virtù abbondano fra i pazienti? È vero che ci sono in giro tanti medici che non sono aureolati, che non servono i pazienti come i Santi Cosma e Damiano o che non baciano i lebbrosi come San Francesco; ma ci sono tante persone tutt’altro che sante anche dall’altra parte.

I medici non sono meno virtuosi della maggior parte della popolazione. Non è questo il centro della crisi etica.

C’è un cambiamento profondo del modo di fare il medico che è intervenuto nell’area geografica-culturale nella quale noi siamo inseriti, con la conseguenza di innescare negli operatori sanitari una grave crisi di identità. Questa, è a mio avviso, una delle radici esterne, di natura sociale, del malessere. Schematizzando, possiamo dire che questa crisi si manifesta come una socializzazione della malattia e del servizio sanitario, per cui l’offerta e la consumazione dell’opera del medico non avvengono all'interno di uno scambio duale: io ho bisogno di terapia, scelgo il medico, gli domando il suo servizio, gli pago la prestazione, e il mio rapporto è finito in questo scambio interpersonale. Così è avvenuto,

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e in parte ancora avviene, entro il contesto della medicina libero-professionale. Se voglio rifarmi il naso, perché non mi piace il mio, mi scelgo il chirurgo plastico e instauro con lui una transazione sulla base della domanda e dell’offerta.

Ma questa medicina opzionale, che pur coesiste insieme ad altre forme, è diventata secondaria rispetto ad una medicina che ora si struttura in senso sociale. Avere accesso al sistema di cura della salute è un diritto garantito a tutti. Ciò ha portato all’inserimento del medico in una struttura sociale in cui la componente interpersonale, e quindi la libera scelta e la libertà di prescrizione, che sono i pilastri della medicina liberale, vengono profondamente modificate.

Insieme alla socializzazione del rapporto medico-paziente c’è un’altra componente molto importante: la sindacalizzazione delle professioni sanitarie. La conseguenza è che quella conflittualità, che è nata originariamente nelle fabbriche tra il datore di lavoro e il lavoratore, è stata esportata all'interno della sanità, negli ospedali. Di qui la logica dei rapporti di potere e degli scontri frontali, blocco contro blocco. Di qui l’uso dello sciopero come strumento di lotta.

È un fatto nuovo, che non ha ancora terminato di esercitare il suo effetto traumatizzante: «Ma come! I medici fanno sciopero?». Un metodo di lotta elaborato per i luoghi di produzione è stato introdotto in ospedale, dopo che la cura della salute è diventata un lavoro socializzato e sindacalizzato.

La sindacalizzazione ha favorito la crescita, sull’altro versante, di un tipo di paziente diverso dal passato.

Emerge oggi un paziente che è molto più consapevole dei propri diritti. La cura della salute non è qualche cosa che egli riceve dalla buona volontà o dalla generosità di un medico, ma è un suo preciso, formale diritto. Per la tutela di questi diritti, oggi siamo arrivati alla creazione di tribunali per i diritti del malato. Possiamo vedere in essi l’espressione più tipica del cambiamento del paradigma fondamentale di rapporto tra il medico e il paziente. Quella specie di delega implicita al medico, sulla base di una fiducia incondizionata che egli avrebbe fatto in ogni caso ciò che era meglio per il paziente, oggi non esiste più.

La famosa formula del medico, che si riservava di giudicare le situazioni e di decidere «in scienza e coscienza», non ha più una validità sostanziale. Continua a risuonare molto ambiziosa; ma si riduce per lo più a un elegante “escamotage” da parte dei medici, che pretendono che si continui a far credito alla loro coscienziosità. Ma i pazienti di oggi sono diffidenti; temono il “bluff’ ed esigono che si giochi a carte scoperte.

Che cosa significa oggi agire secondo coscienza? Quando la contrapposizione fra diritti e doveri diventa così acuta, vediamo riemergere la crisi profonda del senso della professione. Un altro elemento,

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anch’esso esterno, è l’allarme nato nel mondo occidentale nei confronti degli abusi della medicina nel campo della sperimentazione sull’uomo.

In America, dove già 10-15 anni fa si è delineato un forte movimento d’opinione, sono state proprio le notizie relative alle sperimentazioni a gettare il sasso nello stagno.

Sfogliando certe pubblicazioni scientifiche è emerso che, per esempio, venivano inoculate delle cellule cancerogene, a titolo di sperimentazione, su bambini handicappati mentali, o venivano fatte ricerche biomediche su prigionieri, in cambio di una agevolazione della pena.

È stato traumatizzante per l’opinione pubblica venire a conoscenza di una ricerca che veniva fatta sulla sifilide nei negri del sud degli Stati Uniti. Dopo che i progressi farmacologici avevano reso disponibile un nuovo farmaco capace di curare efficacemente, si è continuato a trattare queste persone con i farmaci precedenti, per poter studiare l’effetto a lungo termine dei farmaci somministrati, benché avessero un effetto terapeutico inferiore.

In questa vicenda certamente erano in gioco delle componenti emotive molto forti — perché erano dei neri, quindi discriminati; perché erano delle persone con una malattia sessuale —. Questa notizia, unita alle numerose altre emerse nello stesso periodo, ha dato un decisivo impulso a far sorgere un movimento per la rivendicazione del rispetto dei diritti dell’uomo nel campo della sperimentazione medica. Su questa scia sono poi sorti i comitati di etica, da parte dei quali in molte nazioni viene richiesto un parere obbligante per poter fare ricerca sull’uomo.

Chi collabora con le grandi riviste internazionali sa che i lavori, anche se ineccepibili dal punto di vista della scientificità, non vengono accertati se il protocollo di ricerca non è stato preliminarmente sottoposto ad un comitato di etica. Quando si tratta di ricerca sugli esseri umani, sia clinica che di base, il comitato dà il suo parere favorevole solo dopo essersi assicurato che tutti i diritti umani siano rispettati, e che la persona abbia dato il suo consenso informato alla ricerca.

Possiamo quindi affermare che, all’esterno della medicina, a partire dalle modalità in cui l’arte terapeutica viene esercitata nella società, emerge una decisa spinta a ridefinire le «regole del gioco» e si fa appello al momento etico come elemento obbligante dell’agire del medico e del ricercatore. Non si può fare buona medicina se vengono infrante le regole etiche: buona medicina non è soltanto quella efficace, in quanto ottiene i risultati clinici auspicati. Ciò che ci si presenta qui sotto forma di novità non è che il recupero di qualche cosa di antico e permanente: la preoccupazione di essere un buon medico.

Che cos’è che rende buono un medico? Quale elemento discriminante rende un medico “buono” e un altro “cattivo”? La competenza sicuramente, comprendente le conoscenze indispensabili per svolgere bene la propria professione. Ma ciò non basta. Bisogna anche includere

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il riferimento ad un’altra istanza, che chiamiamo “istanza etica”. Questa, oggi come ieri, è indispensabile per poter essere un buon medico.

Nel fornire un’interpretazione della crisi della medicina come conseguenza dello scollamento tra la competenza terapeutica, la competenza diagnostica e la competenza etica, non abbiamo ancora individuato i veri nodi della crisi. Questi sono piuttosto legati al fatto che la tecnologia applicata alla medicina ha fatto sorgere oggi dei conflitti particolari, che in passato non esistevano.

Basti pensare, per intenderci, a tutto il grosso campo della tecnologia applicata alla riproduzione. Qualsiasi tra i molti modi che la tecnologia mette oggi a disposizione di una persona che voglia avere un figlio andrà ugualmente bene, purché si ottenga il risultato desiderato? Oppure bisogna includere delle altre esigenze, dei valori che fanno sì che i procedimenti non sono tutti uguali, non tutti possono essere considerati buona medicina?

Pensate al grande capitolo del prolungamento artificiale della vita. Qui la questione etica è emersa con un caso molto noto, che funge anche da riferimento storico: la vicenda di Mary Ann Quinlan. In questo caso il problema etico si presenta come la dimensione più importante della medicina di oggi nell’ambito della vita terminale. Il potere tecnico di prolungare la vita in un numero crescente di situazioni si presenta come un potere ambivalente: non produce sempre effetti buoni, ma anche effetti non auspicati, deleteri, disumani.

La tesi sostenuta dai genitori di Mary Quinlan era che tenerla in vita artificialmente in quelle condizioni era disumano, in quanto quella non era vita umana, ma il prolungamento di uno stato vegetativo: la ragazza per i genitori era morta. E quindi la medicina era chiamata a ratificare questa situazione. La medicina ha acquisito la capacità di separare, per determinati fini terapeutici, il livello della sopravvivenza delle funzioni organiche fondamentali dalle funzioni che costituiscono la vita mentale superiore. Nel caso di una distruzione irreversibile di queste facoltà, i genitori richiedevano che la medicina rinunciasse alla sua facoltà di p< iter dilazionare artificialmente la morte.

A volte i conflitti sono formulabili in modo chiaro, come nelle classiche situazioni descritte dalla morale medica: come il caso, per esempio, di due gemelli siamesi, in cui per far vivere uno bisogna uccidere l’altro, o di due gemelli in situazione intrauterina, quando si può ottenere la vita almeno di uno se si uccide l’altro. È lecito uccidere uno dei due bambini?

Ma il conflitto può sorgere, non soltanto dal punto di vista individuale, bensì anche dal punto di vista sociale. È il grave conflitto che si presenta oggi in merito alla distribuzione delle risorse limitate disponibili per la sanità. I bisogni sono sproporzionati, rispetto alle risorse.

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Lo vediamo oggi in maniera molto acuta per quanto riguarda i trapianti di organi: siamo continuamente bombardati da notizie di stampa che informano che le richieste da parte di persone in lista d’attesa sono 10-20 volte superiori al numero di organi effettivamente disponibili. È facile sentirsi colpevolizzati, se si pensa alle persone che muoiono per mancanza di donatori. Ma anche se arrivassimo ad una cultura diversa, in cui tutti spontaneamente lasciano i loro organi a disposizione per i trapianti, questi non sarebbero ancora sufficienti, per una società che è più longeva e, usurandosi di più, ha bisogno di infiniti pezzi di ricambio. Da questa necessità qualcuno ha dedotto l’idea stravagante di creare degli organi appositamente previsti per il ricambio, magari ricorrendo a degli esseri creati dall’ibridazione scimmia-uomo. Una simile proposta allucinante ha senso solo in quanto denuncia la reale divaricazione tra le richieste e le disponibilità.

Proprio perché le risorse sono limitate, qualche volta i conflitti emergono in maniera drammatica. Se ci sono tre persone che possono essere salvate, e c’è un solo respiratore artificiale, bisogna scegliere: lasciarne morire due e far vivere una. Chi scegliere, e con quale criterio? Ha più diritto il padre di famiglia, lo scienziato, il bambino? E una persona in necessità, che magari sia un criminale notorio, ha uguale diritto? C’è una vita che vale di più e una che vale di meno? Proprio questo tipo di conflitti rende la pratica della medicina qualcosa di diverso da un semplice sapere tecnologico.

Forse anche un ingegnere può avere dei conflitti di coscienza, ma non dello stesso genere di quelli del medico. Per questo i conflitti non sono solo riservati ai casi-limite, ma pervadono la pratica quotidiana. Lasciatemi osservare — tra parentesi — che proprio questo è uno dei limiti dell’etica biomedica che è arrivata alla ribalta oggi; se ne parla sempre in riferimento a casi eccezionali: l’utero artificiale, il bambino in provetta, l’eutanasia per il malato che domanda spettacolarmente la morte, l’intervento o l’omissione dell’intervento nel caso del bambino che nasce con gravi handicap e potrebbe essere salvato con l’impiego di mezzi straordinari... Certo, questi casi hanno il potere di evidenziare il conflitto; ma dovrebbero servire a dar rilievo ai conflitti insiti nella pratica quotidiana della medicina, non invece a sacrificarli alla spettacolarità dei casi eccezionali.

Pur evidenziando ambiti reali della crisi della medicina, non ne abbiamo però toccato il nucleo più profondo, là dove la crisi etica raggiunge tutto il suo spessore. Per esprimermi in maniera un po’ assiomatica (ma la mia intenzione tra di voi non è quella di distribuire certezze dogmatiche, bensì di proporre ipotesi da discutere): la crisi più radicale della medicina va individuata nel fatto che tratta l’essere umano solo come oggetto, e non come soggetto. A mio avviso dobbiamo partire di qui, se vogliamo trovare una risposta efficace alla crisi etica della medicina.

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Lasciatemelo dire ancora una volta con un’immagine, che traggo da una storiella. È quella dell’ubriaco che di notte cerca per terra la chiave di casa. La cerca sotto il lampione. Gli si avvicina la guardia e si mette a cercare la chiave con lui. Dopo un lungo periodo di ricerche infruttuose, alla guardia viene un sospetto e domanda all’ubriaco: ma è qui che ha perso la chiave? L’ubriaco di risposta: no, l’ho persa là; ma là dove l’ho persa è buio!

Non è una storiella per far ridere. Ha piuttosto un contenuto filosofico, di natura più precisamente epistemologica. In altre parole, serve a rispondere a domande del tipo: come conosciamo ciò che conosciamo? La sapienza che possiamo dedurre da questa storiella può essere ricondotta a due assiomi:

a) si trova quello che si cerca

b) se cerchiamo nel posto sbagliato non troveremo mai.

Lo psichiatra americano Watzlawick cita la storiella dell’ubriaco come esempio che illustra una tendenza che abbiamo tutti: quella di fare la nostra infelicità. Ha scritto un libretto molto spiritoso e polemico: «Istruzioni per rendersi infelici». Una regola fondamentale per procurare la propria infelicità, a suo avviso, è questa: fare sempre di più la stessa cosa sbagliata.

Molte volte nella vita otteniamo ciò che ci proponiamo con i nostri sforzi. Ci accusiamo allora di non essere sforzati abbastanza e riteniamo quindi di doverci sforzare ancora di più. Per rimanere nell’esempio della storiella, continuiamo a cercare con più accuratezza, sotto il lampione. In realtà l’unica via verso la felicità, e per uscire da qualsiasi impasse conoscitiva, è spostarsi dalla luce e andare verso l’ombra o la penombra. È la strada più difficile, ma è l’unica per ottenere un risultato.

Questa ricetta per rendersi infelici e ignoranti può essere seguita anche nel campo della medicina. Basta, per esempio, che identifichiamo il problema della crisi della medicina con un problema di strutture: allora ci dedicheremo con tutte le forze a modificare le strutture. Se non otteniamo il risultato, basta credere che non ci siamo sforzati abbastanza, e insistere sempre di più nella stessa direzione. Oppure circoscrivere la crisi nella dimensione morale: e allora moralizziamo, colpevolizziamo, raddoppiamo l’intensità delle campagne moralizzatrici.

L’unica strategia, invece, che può portare qualche risultato è quella di cercare nel posto giusto, cioè là dove la medicina ha sbagliato strada, là dove ha perso la chiave per entrare. Ritorno qui all’assunto che ho annunciato precedentemente: secondo me, la chiave per fare una medicina che risponda a dei veri bisogni umani si è persa quando la medicina ha preso la via esclusiva delle scienze della natura.

Sottolineo “esclusiva”: la medicina non ha sbagliato, infatti, in quanto ha optato per il metodo e i contenuti delle scienze naturali. Quelli che noi conosciamo oggi come successi strepitosi della medicina

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sono dovuti al fatto che la medicina nel secolo scorso è diventata una scienza esatta, facendosi sorella della biologia. Più precisamente, la medicina ha deciso di diventare una biologia applicata.

Questo è stato sicuramente positivo. Ma è diventata “solamente” scienza della natura, e questo “solamente” è il vizio di fondo, l’inizio di una strada sbagliata. Le ha fatto mancare l’oggetto proprio della medicina, che è un soggetto. Non trovando il soggetto, la medicina ha messo le basi per la sua crisi più radicale, che è insieme epistemologica ed etica.

A mio avviso, l’etica non consiste semplicemente nell’uniformarsi a questa o a quella regola. Pur essendo formalmente ineccepibili riguardo alle regole, potremmo essere fondamentalmente fuori strada riguardo alla sostanza.

Prendiamo, per intenderci, l’esempio dell’eutanasia. Poniamo il caso-limite classico: il paziente che domanda al medico: «dottore mi faccia morire; non voglio più vivere». Noi immaginiamo già la risposta del medico che nel suo comportamento si ispiri a una precisa etica. Gli dirà: «Io, medico ippocratico, non posso usare la mia arte per uccidere nessuno»; oppure: «Io, medico cristiano, rispetto la vita come dono di Dio e osservo il comandamento di non uccidere».

Giustissime, l’una e l’altra risposta. Oppure possiamo immaginare un altro tipo di risposta: «Io, come cittadino, non voglio certo andare in prigione». Anche questa, perché no? È una risposta corretta e comprensibile. Poiché rispetto la legge, mi adeguo alle regole deontologiche, seguo la morale cristiana, alla tua domanda di eutanasia io rispondo: «no!».

Certo, colui che risponde così è un medico che osserva tutte le regole: la legge, la deontologia e l’etica. È perfettamente corretto. Ma potremmo vedere la sua risposta anche da un altro punto di vista.

Potrebbe anche darsi che il ricorso alla legge gli serva soltanto come barriera da alzare tra sé e il soggetto che gli rivolge la domanda di morte. Lui, il medico, si sente a posto; ma può essere totalmente inadempiente nei confronti dell’esigenza etica fondamentale della sua professione, che lo mette in contatto con un altro essere umano. Non ha visto l’estrema disperazione che la richiesta esprimeva, non l’ha interpretata. Si è limitato a respingerla come moralmente inaccettabile. Il rispetto della norma gli è servito per trattare l’altro come un oggetto, e non come un soggetto.

La peggiore immoralità è, in questo come in altri casi, quella delle persone “morali”, le quali si riferiscono alla legge morale per evitare il vero problema: entrare in contatto con un altro essere umano. Quando è un soggetto che fa una domanda, questa è sottomessa a tutte le regole dell’ambiguità che accompagnano le parole e le emozioni di un essere umano.

Che cosa vuol dire — per rimanere nell’ambito dell’esempio — una persona che chiede la morte al medico? Forse non chiede propriamente

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la morte. Se diamo credito a coloro che hanno acquisito molta esperienza nei rapporti con i malati terminali, la domanda: «dottore, mi faccia morire» va interpretata in un altro senso. Il malato vuol dire: «dottore, soffro terribilmente; calmi il mio dolore»; oppure vuol esprimere il suo senso di vuoto: «dottore, mi sento non considerato, mi sento arrivato su un binario morto in cui nessuno si occupa di me; non sono più neppure un caso clinico interessante; nessuno vuol vedere la morte in faccia guardando me, e quindi mi considerano già morto. Io domando di essere quello che sono già ai vostri occhi: un morto! Perciò, dottore, mi faccia morire».

Per interpretare questa domanda, per farne quindi un’ermeneutica, è necessario prendere in considerazione il soggetto che sta dietro a questa domanda. Ciò è tanto vero, che gli esperti più autorevoli nel campo della medicina palliativa e nell’accompagnamento dei morenti affermano che quando queste esigenze fondamentali vengono soddisfatte — quando, cioè, viene fatta una efficace terapia del dolore, tenendo sotto controllo questo fattore che è il più angosciante di tutti, e quando il malato viene considerato una persona, smettendo di guardarlo già come un cadavere — la domanda di morte non viene più ripetuta.

Dunque, dietro questa domanda c’è un soggetto; l’interpretazione della richiesta vera del soggetto soltanto mediante un lungo, paziente lavoro, che domanda soprattutto un rapporto interpersonale. È questo che dà la sostanza etica all’attività del medico, non la semplice conformità a delle regole.

Se finora ci siamo mossi nell’ambito delle domande esplicite, voglio fare un passo ulteriore. Sarà come muovere dalla penombra al buio. Ci addentriamo nel buio più totale quando assumiamo il sintomo (la malattia) come un’espressione del soggetto. Ci muoviamo qui in un ambito che è tutt’altro che evidente, in quanto noi siamo abituati a considerare la malattia come l’espressione di un cattivo funzionamento dell’organismo: come una macchina che si è rotta, e non come un soggetto che parla. Questa prospettiva l’assumiamo inconsapevolmente, insieme all’approccio medico che, per guarire il malato, lo parcellizza e riduce il suo male ai sintomi da rimuovere.

Lasciatemi raccontare un’altra storiella per illustrare questa affermazione. La prendo da un romanzo indiano: «I figli della mezzanotte», scritto da S. Rushdie. È stato un best-seller di grande successo. L’inizio del romanzo è ambientato nell’india del principio del nostro secolo. In un villaggio inizia la sua attività un giovane medico che ha studiato medicina in Europa.

Il principale possidente del villaggio lo chiama un giorno a visitare la figlia, che è malata. Pur avendo studiato a Berlino, il medico per visitare la ragazza deve adattarsi ai costumi locali (che all’inizio del secolo

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erano anche più arcaici di oggi). Le regole della decenza impongono che egli non veda la donna. Le domestiche mettono tra lui e la ragazza un lenzuolo, nel quale hanno praticato un foro di piccole dimensioni.

Poiché la ragazza ha mal di stomaco, il foro inquadra lo stomaco. Il medico diagnostica, prescrive la terapia e la ragazza guarisce. Dopo qualche tempo, viene chiamato di nuovo, perché la ragazza ha male alla caviglia sinistra. Stesso rituale: il lenzuolo si sposta, facendo vedere al medico la caviglia sinistra. Anche questa volta il medico diagnostica e guarisce.

I malanni però si succedono gli uni agli altri: è la volta della spalla destra, poi del gomito, poi di un’altra parte del corpo... Il giovane medico vedrà i pezzi del corpo in una sequenza destinata a durare due anni. Nel corso di questo tempo, gli si è sempre più scaldata la fantasia e acceso il cuore, innamorandosi di questa ragazza, che non è mai riuscito a vedere per intero. Dopo due anni, una provvidenziale malattia agli occhi gli permetterà di inquadrare il volto della ragazza, la quale gli sorride con intesa. Anche lui le risponde con un sorriso. Sono il nonno e la nonna del protagonista del romanzo.

In questa invenzione romanzesca, i sintomi sono uno stratagemma consapevole della ragazza, la quale tiene sulla corda lungamente l’uomo-medico, gli fa vedere pezzettini del suo corpo, accendendo abilmente la curiosità e il desiderio. Le sue malattie sono più o meno simulate, un astuto espediente, appunto. Ma pensate a trasportare questa immagine del romanzo in un altro contesto.

Provate a immaginare che effettivamente tutte le nostre malattie siano dei sintomi, dietro cui c’è un soggetto che gioca — inconsapevolmente, questa volta — a rivelarsi e a nascondersi allo stesso tempo. In questa prospettiva, il mio mal di fegato non è più solo un sintomo fastidioso che io faccio rimuovere dal medico: piuttosto, io produco il mio mal di fegato, e sto dicendo a me stesso con quel sintomo qualche cosa, come lo dico a chi mi sta attorno.

Soltanto il recupero di questa profonda unità, che presenta il soggetto nella sua qualità di artefice strutturante la malattia, ci dà una malattia umana, essenzialmente diversa da una malattia veterinaria.

L’autentica prospettiva antropologica è quella che ci permette di capire il soggetto come soggetto, nella pluralità di dimensioni che gli sono proprie: quella somatica come quella psichica, la dimensione sociale insieme a quella spirituale. La malattia diventa in tal modo una produzione dell’individuo, così come lo è anche la salute.

Questa prospettiva globale risulta molto chiaramente dall’incidenza che ha l’effetto placebo nella guarigione. Questo ci dimostra quanto lo psichismo svolga un ruolo determinante nel processo di guarigione. Ce lo conferma anche l’esperienza clinica, quando ci mostra che di

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due malati, con la stessa sintomatologia e con identica prognosi, uno guarisce e l’altro muore.

Un amico, di recente, mi raccontava il caso di suo padre e di suo zio. Tutti e due sono stati ammalati di un cancro allo stomaco (possiamo dedurre che ci fosse una certa predisposizione genetica). Ambedue i fratelli si sono ammalati più o meno alla stessa età della vita. Erano però due uomini profondamente diversi: lo zio era un essere depresso, quello che nella psicologia dei rotocalchi si chiama un “perdente”. Operato per il cancro, in due anni è morto. Il padre di questo mio amico invece è una persona molto aggressiva, volitiva, amante della vita. Appena si è svegliato dall’operazione ha detto, «col cavolo che io muoio di cancro!». Sono quindici anni che è stato operato e sta bene. È questa una constatazione quotidiana: la volontà di vivere, la motivazione è una variabile fondamentale per l’acquisizione della salute, o per incamminarsi, invece, verso la morte.

Ora, è il soggetto umano, con tutte queste sue componenti psicologiche, volitive, spirituali, il vero oggetto della medicina. Se il sapere e il potere terapeutici si esercitano solo nei confronti di un oggetto, noi non abbiamo più una medicina umana.

Queste considerazioni antropologiche possono sembrare lontane dagli interessi dell’etica. Invece ci conducono proprio al centro di essa. Ne costituiscono la sua fondazione essenziale e la preservano dal degradarsi a una normativa formale del comportamento umano.

Ho fatto finora un discorso di fondazione antropologica dell’etica, che assicura a quest’ultima il suo spessore. Se la medicina che voi imparate e praticate è una medicina senza soggetto, è molto probabile che voi abbiate un senso di profondo malessere. Malgrado tutta la vostra buona volontà, sarete insoddisfatti della vostra professione e questa insoddisfazione la porterete in giro con voi per il mondo, in Africa o in Italia. Nascosta, magari, in modo che nessun doganiere si possa accorgere di che cosa state contrabbandando...

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Principi di etica medica in alcuni documenti recenti di organismi internazionali

IIa Parte

La seconda parte della conversazione sarà dedicata alla presentazione di alcuni documenti relativi all’etica e alla deontologia medica. L’etica è fondamentalmente una questione di parole. Non intendo questa espressione in senso dispregiativo. Voglio piuttosto riferirmi al fatto che l’etica si muove nell’universo linguistico, e tra le parole che esprimono e veicolano l’etica un ruolo particolare l’hanno i documenti.

Ci sono dei documenti classici, come il giuramento di Ippocrate. La tradizione ne ha prodotti alcuni che sono di una certa importanza e che andrebbero conosciuti. Per esempio, la «preghiera quotidiana del medico», attribuita a Mosé Maimonide, un illustre medico ebreo cresciuto nella cultura araba del XII secolo. Ma i documenti che vengono più spesso citati sono i documenti più recenti.

Essi fondamentalmente appartengono a due agenzie: la prima ha una dimensione internazionale e come obiettivo l’impegno per la tutela dei diritti dell’uomo; le articolazioni di questa agenzia sono: l’Associazione Medica Mondiale, l’ONU, la Comunità Europea.

La seconda agenzia è quella che si occupa della promozione dell’uomo in campo medico e sanitario, in armonia con determinate concezioni antropologiche. In questa seconda categoria comprendiamo soprattutto le istanze di tipo confessionale, come ad esempio la chiesa cattolica. Non soltanto il cristianesimo, ma anche altre religioni si occupano di etica medica. Potrei citarvi, a esemplificazione, il codice islamico di etica medica. (Un’utile raccolta di questo tipo di documenti è quella pubblicata dalle ed. Paoline, con il titolo Documenti di deontologia ed etica medica, Milano 1985).

Qual è la differenza tra queste due fondamentali fonti di codificazione? I codici che derivano dalla preoccupazione per la tutela dei diritti dell’uomo sono stati molto sensibilizzati dai problemi degli abusi commessi dalla medicina e dalla ricerca biomedica. Il testo fondamentale in questo campo è la famosa dichiarazione di Ginevra del 1948, pubblicata proprio a ridosso del grande shock avuto dall’Occidente quando vennero alla luce i crimini commessi dai ricercatori e dai medici nazisti, i quali hanno usato esseri umani per fare delle ricerche.

Il codice di Norimberga, del 1946, e antecedente alla dichiarazione di Ginevra, costituisce la magna charta su cui si è riformato il giuramento di Ippocrate. È molto interessante rilevare che la massima pubblicità al giuramento di Ippocrate è stata fatta dalla medicina del regime

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nazista, che lo presentava come un documento “ariano”. Possiamo assumere tale fatto come indice del possibile uso ideologico di questi documenti.

Per differenziarsi dal giuramento di Ippocrate, così volgarmente strumentalizzato, l’Europa libera dopo il nazismo ha prodotto, a tutela dei diritti umani, questi codici e dichiarazioni. I più interessanti per noi sono i documenti dell’Assemblea Medica Mondiale, che raggruppa gli ordini dei medici dei diversi Paesi.

Su che cosa si è pronunciata l’Assemblea Medica Mondiale? Anzitutto sulle ricerche biomediche. Il documento più importante sull’argomento è conosciuto come la dichiarazione di Helsinki, rivista poi a Tokyo nel 1962. Inoltre si è pronunciata sull’aborto terapeutico, sulla tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani, o avvilenti, in relazione alla detenzione o alla carcerazione.

Si è espressa sull’impiego e l’abuso di sostanze psicotrope, sulla dichiarazione del momento della morte, sulla fase finale della malattia. L’ultima assemblea di due anni fa a Venezia ha pubblicato una dichiarazione sulla boxe; in essa i medici condannano la boxe come uno sport che è contrario al senso dell’etica medica, in quanto è inteso a procurare dei danni fisici a un’altra persona.

Alcune dichiarazioni dell’ONU sono di ordine più circoscritto, in quanto semplici dichiarazioni di diritti. In questo settore troviamo la dichiarazione sui diritti delle persone minorate e la dichiarazione delle persone ritardate mentali. Il consiglio d’Europa ha fatto nel 1976 una raccomandazione relativa ai diritti dei malati e dei morenti. Possiamo collegare a queste dichiarazioni dei diritti anche certe carte dei diritti dei pazienti.

Altre dichiarazioni, spesso molto pubblicizzate, sono quelle che derivano dalle agenzie di tipo religioso. La più recente è quella della Congregazione romana della Dottrina della Fede, riguardante la ricerca sugli embrioni, la dignità della nascita, le manipolazioni sui feti e la procreazione artificiale. Diverse dichiarazioni di questo genere fanno parte del patrimonio dottrinale della chiesa cattolica, come per esempio la dichiarazione sull’eutanasia, sempre della Congregazione per la Dottrina della Fede, e quella sull’aborto.

Alcuni di questi interventi dottrinali hanno un accento più formale, cioè dicono quello che è compatibile e quello che è incompatibile con la dottrina morale cattolica, e sono quindi da considerarsi come vincolanti in coscienza per il credente; altre sono delle dichiarazioni non tanto formali — cioè non si limitano a precisare che cosa è e che cosa non è peccato — bensì individuano dei compiti e dei bisogni nuovi, reinterpretando le esigenze evangeliche rispetto alle mutate situazioni.

Come esempio voglio citare un documento della Conferenza Episcopale tedesca di qualche anno fa sulla morte e la situazione dei morenti nella nostra società e i nuovi compiti per la chiesa e per i cristiani,

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dal punto di vista etico, in risposta a tale realtà. Dunque, non una dichiarazione di tipo dottrinale, ma di tipo piuttosto pastorale.

Così anche una dichiarazione analoga dei vescovi francesi, intitolata «Vita e morte su richiesta», che prende in considerazione due comportamenti apparentemente molto lontani tra di loro: la procreazione ad ogni costo e la richiesta di eutanasia. Il documento non si propone di indicare precettivamente qual è la dottrina morale cattolica in questi campi; intende invece indicare le trasformazioni che sono avvenute nella nostra società e i compiti nuovi che si pongono ad una comunità cristiana che voglia far fronte a queste situazioni cambiate.

Nella stessa linea possiamo anche considerare diversi interventi recenti degli episcopati di varie nazioni sul tema dell’AIDS: non per anatemizzare i malati o demonizzare la malattia, ma per considerare i compiti delle comunità cristiane di fronte all'epidemia.

Il bene del paziente

Il percorso dei documenti, di diversa natura e finalità, ci porta a formulare la domanda centrale: Qual il bene del paziente? Identifichiamo qui il problema etico fondamentalmente al quale si cerca in vari modi di dare una risposta.

Fa parte della tradizione deontologica del medico occuparsi del bene del paziente. Nella tradizione ippocratica il suo dovere è espresso in maniera negativa con il famoso imperativo: «primum non nocere». Vale a dire: la cosa prioritaria per il medico è non recare danno. La formulazione positiva è che il medico si impegni a fare il bene del paziente. Badate: non è la stessa cosa! Qui il discorso ci porta molto lontano, proprio alla radice stessa della professione medica, del suo significato e dei suoi compiti.

In pratica, noi ci accorgiamo che oggi le possibilità di intervento della medicina sono cambiate e ci troviamo di fronte alla necessità di ridefinire il disegno di questa professionalità. Basterebbe prendere in considerazione questo interrogativo fondamentale: il compito della medicina è quello di curare le malattie o di creare un’umanità migliore? Basta spostare l’obiettivo, e cambia completamente la finalità dell’opera medica.

Un’altra trasformazione importante deriva dal fatto che ci può essere una profonda divergenza tra quello che il medico ritiene essere il bene del malato e quello che il malato valuta come il proprio bene.

Cerchiamo di fare dei casi concreti, per maggiore chiarezza. Una donna va dal medico e dice: «io sono sterile e voglio un figlio; non sono sterile per cause somatiche, ma per cause psicologiche».

Ora è interessante notare che, dal punto di vista statistico, la sterilità psicogena è soltanto il 5 per cento dei casi di sterilità di cui non si

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conoscono le cause. Tuttavia, al di là della frequenza statistica, un caso di questo genere è importante, perché ci presenta una situazione esemplare di conflitto tra un bene apparente e un bene reale. Il conflitto non è soltanto tra il medico e il paziente, ma risiede più in profondità, all'interno stesso del paziente, senza che magari questi ne sia consapevole. Quando c'è una sterilità di ordine psicogenico — quindi tutto l’apparato fisiologico e funzionale è di per sé atto al concepimento, e tuttavia la persona non concepisce — non sempre si è in grado di dare delle spiegazioni. Certo, oggi sappiamo sempre di più come ciò sia legato anche all’equilibrio ormonale e quale incidenza abbiano le emozioni. Sappiamo, per esempio, che le cause di stress incidono in maniera notevole sulla sterilità maschile, e che ciò avviene anche per la donna. Ci sono delle donne, dunque, che, pur potendo concepire, non concepiscono per dei motivi che possiamo chiamare, in senso lato, “psicologici”.

Il conflitto in questo caso è inconsapevole: la donna stessa non si rende conto che c’è un contrasto tra la volontà esplicita di volere un figlio e la volontà nascosta di non volerlo.

Concepire e generare un figlio può essere per una donna l’occasione che attiva un conflitto profondo possibile. Con il figlio, infatti, avviene una trasformazione profonda del proprio corpo e della propria immagine; inoltre l’idea di avere un figlio può risvegliare conflitti con i propri genitori che sono in stato di quiescenza, là dove siano stati rimossi. Da queste minacce la psiche della donna si difende mediante l’infecondità. Lei non sa — pur sapendolo inconsciamente — che diventare madre per lei è cosa minacciosa, che può rompere un equilibrio. Dunque la psiche si difende con la sterilità. La volontà esplicita della donna invece vuole un figlio; magari anche la volontà del marito e la pressione sociale vanno in questo senso. La donna stessa è soggettivamente convinta di volere un figlio. Una medicina che in questa situazione si limitasse a rimuovere il sintomo — non puoi avere un figlio? Semplicissimo: prendiamo l’ovocita, lo fecondiamo in provetta e lo collochiamo nell’utero, dove l’embrione continuerà il suo sviluppo — è una medicina che fa il bene di questa donna o no?

Questi problemi sono diventati macroscopici con il diffondersi delle fecondazioni artificiali. Ci siamo resi conto che le fecondazioni artificiali, anche quelle che pongono relativamente meno problemi dal punto di vista etico, come le fecondazioni omologhe, che utilizzano cioè i gameti dei coniugi, portano a dei conflitti molto gravi all’interno della coppia. Sono come delle bombe ad orologeria a scoppio ritardato, che magari possono scoppiare dopo anni. Uno dei due coniugi può arrivare a utilizzare la fecondazione artificiale, a cui pur ha aderito liberamente, come motivo per aggredire il coniuge. Negli ambienti psichiatrici ci si interroga seriamente sull’incidenza che le pratiche della

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tecnologia applicata alla riproduzione hanno sull’equilibrio emotivo individuale e della coppia.

Il medico, che oggi è in grado con un intervento quasi banale di superare le difficoltà di ordine biologico, dando un figlio a chi lo vuole ad ogni costo, può permettersi il lusso, se vuol fare una medicina umana, di ignorare la componente psicologica e relazionale? Può fare semplicemente una medicina su richiesta? È etico accondiscendere a questo desiderio? Alcune volte il carattere psicopatologico della richiesta è abbastanza evidente. Se una donna dice: «Io voglio una fecondazione artificiale, perché non voglio un rapporto sessuale: il sesso mi fa schifo, ma desidero un figlio. Chi mi nega il diritto di avere un figlio?». Il medico è tenuto a vagliare le richieste, rifiutando quelle che ritiene equivoche o psicopatologiche?

E come deve comportarsi in un caso come quello riportato sopra, in cui la persona stessa ha due desideri — diventare madre e non diventarlo — e il desiderio conscio è in conflitto con il desiderio-inconscio? Qui stiamo mettendo il piede in un terreno paludoso da cui il medico positivista, che si ritiene soprattutto un biologo, o nei casi peggiori un veterinario dell’uomo, si è sempre tenuto lontano. La motivazione più frequente è una critica a questo approccio: queste sono fumoserie degli psicologi; io faccio medicina, non mi occupo di queste cose! Ma se il suo intervento di medico deve rispondere a un criterio di “bontà”, intendendolo nel senso etico di fare il bene della persona, ci rendiamo conto che non può fare economia di problemi anche di questo tipo.

Un caso analogo a quello che ho menzionato, e statisticamente molto più frequente, è l’ambito della chirurgia plastica. Come psicoterapeuta sono venuto a contatto con un certo numero di persone che dopo un’operazione di chirurgia plastica hanno avuto bisogno di una psicoterapia. In particolare si tratta di donne che hanno creduto di risolvere il problema dell’accettazione di sé mediante una plastica al seno; sono precipitate, invece, in un vortice inarrestabile di depressione, perdita della propria immagine, negazione di sé.

Invece di risolvere attraverso l’intervento somatico la situazione psicologica, hanno avuto un duplice danno: non possono più identificare la svalutazione di sé con il difetto fisico («non mi piaccio perché ho il seno cadente o troppo piccolo») e sono costrette ad affrontare la negazione di sé allo stato puro, senza la mediazione del sintomo. Sarebbe molto interessante cominciare a vedere, adottando una prospettiva più globale e più avvertita in senso psicologico, quanti danni fanno gli interventi di chirurgia plastica.

La medicina oggi si trova sempre più spesso a fare i conti con il desiderio. Intendo con questo termine la volontà di intervento su di sé, plasmando la propria realtà somatica. Dal punto di vista etico è quasi

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donchisciottesco pensare di dire: «no! bisogna rispettare la natura!». È impresa destinata al fallimento opporre il rispetto della natura come una barriera a questo dilagare del desiderio. Oltretutto questo atteggiamento non corrisponde a quello che storicamente è proprio della medicina. Questa ha come suo obiettivo l’andare al di là dei limiti naturali: poter dare scacco matto alla natura, in quanto questa è una minaccia o un limite per l’uomo.

Voglio precisare che questa concezione non è in contrasto con l’etica cristiana. Al contrario, si può affermare che è un prodotto della concezione ebraico-cristiana del mondo e del posto dell’uomo in esso il fatto che la natura sia concepita come oggetto dell’intervento dell’uomo.

Il grande cambiamento nella storia culturale dell'umanità è avvenuto grazie a quello che Max Scheler ha chiamato «il disincanto della natura». La rivelazione ebraico-cristiana ha indicato nella natura un’opera di Dio, la creazione; di conseguenza, la natura non è da venerare, in quanto divina; siccome, piuttosto, la natura è creazione di Dio, l’uomo può agire su di essa, con il lavoro e la tecnica.

Qui c’è una differenza profondissima anche con la medicina greca. Questa non è una medicina “laica”, in senso moderno, ma è ancora una medicina religiosa. In essa la “natura” — physis — è la norma; compito del medico nella concezione ippocratica è quello di rispettare la natura come norma. La sua opera non è rivolta a scavalcare la natura o dare scacco ad essa, bensì deve favorirla.

Possiamo rendercene conto considerando un’applicazione estrema di tale pensiero. Il medico ippocratico, cioè quello della cultura greco-romana, fa un’infrazione etica se cura un ammalato che, per natura, è inguaribile. Per noi è inconcepibile che sia un dovere etico del medico astenersi dal prestare le cure professionali a un malato: eppure nella medicina dell’antichità è così. Nella Republica di Platone è detto esplicitamente che il medico deve abbandonare il malato inguaribile: è la natura che fa il suo corso; e se la natura ha deciso che questa persona deve morire, il medico non deve andare contro la natura.

Più che amare l’uomo, il medico ama la natura, la physis. Il cambiamento fonda-entale inizia con la concezione teologica in cui la natura, in quanto creata, non è venerata o intangibile, ma è un campo di azione per l’uomo. Il seme, che è stato gettato nella rivelazione giudaico-cristiana di 2000 anni fa, si è con il tempo sviluppato in un albero gigantesco. Come nel «Piccolo Principe», ora ci troviamo di fronte a un pianetino in cui ci sono dei baobab divenuti talmente grandi, che fanno scoppiare il pianeta...

Da quel piccolo seme della concezione giudaico-cristiana, secondo cui l’uomo può intervenire nella natura senza infrangere la volontà di Dio, in quanto è Dio stesso che ha creato l’uomo in una posizione di

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predominio gerarchico sulla natura, oggi ci troviamo in una situazione cresciuta fino al parossismo. Ciò dipende dal fatto che abbiamo degli strumenti d’intervento straordinaria-ente efficaci, che prima non erano disponibili.

Oggi possiamo modificare la struttura genetica, prolungare la vita, far nascere chi non potrebbe nascere; possiamo rendere possibile la vita a dei bambini che in passato sarebbero sicuramente morti. Quanti bambini con gravi malformazioni soggiacevano in passato alla «selezione naturale», in quanto non adatti alla vita. Oggi invece noi li possiamo far vivere.

Un caso molto discusso nella letteratura bioetica è successo in America. È noto come il caso di Baby Doe, una bambina che è nata con sindrome di Down e con un’atresia duodenale. Questa ultima costituisce una malformazione facilmente rimovibile con un intervento chirurgico. I genitori di questa bambina, però, hanno chiesto che non fosse operata, ma che si lasciasse «fare alla natura», quindi in pratica che la si lasciasse morire.

I medici, che si sentivano anche minacciati dal punto di vista legale, hanno fatto ricorso alla magistratura, chiedendo l’interdizione della “patria potestas” dei genitori. Il tribunale concesse ai medici l’autorizzazione a procedere chirurgicamente, ma nel frattempo la bambina morì. Ne nacque un caso emblematico, analogo a quello di Mary Ann Quinlan relativamente al prolungamento artificiale della vita. I problemi esistevano già; questi casi hanno avuto il merito di renderli visibili, imponendoli all’attenzione e al dibattito pubblico.

Dunque oggi possiamo salvare la vita dei bambini che, secondo la natura, in passato sarebbero morti. Ma in questa maniera facciamo il bene dei bambini, oppure provochiamo loro un male, obbligandoli a vivere in una situazione di estrema carenza? Ritorniamo così alla questione fondamentale: chi decide qual è il bene per un’altra persona?

Se assumiamo un punto di vista paternalistico, possiamo attribuire a qualcuno la facoltà di decidere quello che è bene per noi. Il medico spesso ha preteso di sapere qual’era il bene del malato. I casi che vi ho presentato — non certo quotidiani, ma tipici delle possibilità oggi acquisite dalla medicina — ci rendono perplessi di fronte alla generalizzazione di questa certezza.

Qual è il bene del malato? Pensate a tutta la problematica del prolungamento della vita: il bene del malato consiste nella possibilità di vivere qualche mese in più (o qualche giorno, o qualche ora) soltanto in più, in certe condizioni: per esempio, in situazione di terapia intensiva, isolato, senza nessuno attorno? Finire intubato, in una camera di rianimazione, senza qualcuno che gli tocchi la mano, che gli stia vicino; oppure avere una vita più breve, ma con la possibilità di avere qualcuno accanto per accompagnarlo nel trapasso. Qual è, effettivamente,

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il bene maggiore del malato? C'è qualcuno, soprattutto, che rispetto a queste questioni supreme possa scegliere al posto suo?

Vi ho presentato alcune situazioni in cui il malato non può dire qual è il suo bene, perché non lo sa: il bambino che nasce con gravi malformazioni non può dire se il suo bene è vivere o non vivere. Altre volte quello che il malato chiede rischia di rivolgersi contro di lui, nuocendogli: per esempio, una donna che vuole una gravidanza a tutti i costi, con il rischio di avere dopo la gravidanza una crisi psicotica.

Ritroviamo qui, sotto forma casistica, il nucleo fondamentale di quanto ho presentato nella prima parte della conversazione in modo più teorico: l’etica nasce da quel rapporto soggetto-soggetto, che è la sostanza dell’arte medica. L’etica non è la deduzione da regole astratte e impersonali. Purtroppo noi siamo molto svantaggiati da una concezione dogmatica dell’etica, secondo cui esiste intemporalmente qualcosa che è prescritto come bene e qualcosa che è proibito come male; per cui basterebbe applicare le regole per avere, in pratica, il comportamento buono.

Più ancora che da questo pensiero dogmatico, noi siamo oggi contagiati, in modo ancora più sottile, dal pensiero telematico, di cui siamo figli. La comunicazione telematica, quella che fa funzionare i computers, ha, come sapete, soltanto due forme: zero, uno; si, no; non c’è il forse.

Applicato all’etica, il pensiero telematico ama utilizzare una scansione dualista; questo comportamento è lecito o non è lecito, è bene o è male. L’ho sperimentato direttamente qualche mese fa. Sono un umanista di formazione e mi sono sempre tenuto lontano dalla cibernetica, dai computers. Ebbene, mi sono preso una settimana di tempo per imparare il linguaggio dei computers e seguire con alcuni medici e altri operatori sanitari, alla Cattolica in Roma, un corso di didattica interattiva. Al termine del corso, ogni partecipante doveva approntare un programma per l’autoapprendimento. Mi sono reso conto che per alcune discipline — per esempio la radiologia o l’anatomia patologica ― questo sistema di apprendimento funziona in modo stupendo: lo studente impara in maniera graduale, in quanto il programma non gli permette di andare avanti se non dà le risposte giuste.

I miei colleghi di corso hanno preparato tutti dei bei programmi, chi per l’insegnamento della radiologia, chi per leggere i vetrini... Io ho voluto sperimentare la preparazione di un programma per l’insegnamento della bioetica. Mi sono arreso subito: ho visto che quello che stavo facendo non era l’etica, ma la caricatura dell’etica. Lo strumento non permette il discernimento delle sfumature, che è essenziale al discorso etico.

In quanto figli del pensiero telematico, crediamo che il pensiero binario — si, no; giusto, sbagliato — si applichi all’etica! Ma il luogo

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dove nasce l’etica non è un’applicazione teorica di una regola rispetto a cui ci sia un “giusto” o uno “sbagliato”, bensì è il rapporto soggetto-soggetto, in cui circola un desiderio che spesso deve essere chiarito a se stesso, magari anche permettendo l’incontro tra la sua dimensione inconscia con quella conscia. In epoca post-psicanalitica, non possiamo più ridurre l’uomo a ciò che emerge alla superficie; e il soggetto-medico può svolgere un ruolo fondamentale nell’ermeneutica del desiderio stesso.

È molto difficile fare etica medica in questa prospettiva, assumendo cioè che l’etica sia fondamentalmente una domanda sul bene che si pone alFinterno di un rapporto fra soggetto e soggetto. Il motivo più frequente del rifiuto dell’etica nel campo medico non dipende dal fatto che i medici non sentano il bisogno di un’etica, ma perché viene presentata in chiave prescrittiva, come un insieme di regole a cui confermarsi.

Cerchiamo ora di approfondire, sulla base delle vostre domande, che cosa implica fare etica all’interno di un rapporto interpersonale.

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DIBATTITO

Ia Parte

D. Mi domando se questa difficoltà del medico ad avvicinare il malato non sia legata proprio ad una vulnerabilità psicologica del medico, che forse ha perso il senso della malattia, della morte. Perciò preferisce curare il sintomo, piuttosto che vedere l’uomo nel suo complesso, in quanto ciò lo coinvolgerebbe molto di più.

R. È veramente un’osservazione importante. Certo dipende dal medico. Però, ancora una volta, non alziamo il dito accusatore sul medico: il medico si limita a fare una medicina sintomatica, perché il paziente vuole una medicina sintomatica.

C’è una sinergia o, se volete, una collusione perversa, per cui il medico fa la medicina che il malato domanda. E il malato siamo tutti noi. Tutti noi preferiamo una medicina che curi i sintomi a una medicina antropologica, che ci porterebbe a scoprire la nostra particolare partecipazione alla malattia.

Se io mi rendo conto che sono io che faccio la mia malattia, sono indotto di conseguenza a dover interpretare questa malattia come un segno che nella mia vita c’è qualcosa che non va, perciò a cambiare la vita; il che è scomodo. A livello molto più banale, quante sono le persone che hanno una vita insana, ne portano i sintomi e pretendono di eliminare i sintomi, ma senza cambiare la vita.

Il caso più classico è quello del fumo. Ancora più significativo quello dello stress. Quando si arriva a un punto di rottura, si intraprende magari una cura sintomatica dello stress, continuando però una vita senza vuoti e pieni, senza lavoro e riposo, senza un equilibrio interno. Si pretende di fare una cura dello stress senza toccare la propria organizzazione emotiva. Togliere soltanto i sintomi con gli psicofarmaci è più comodo.

I medici lamentano il fenomeno dell’automedicazione. Arrivano i malati che già domandano un farmaco determinato: lo conoscono perché ne hanno sentito il nome in giro. Si potrebbero moltiplicare all’infinito gli esempi della collusione esistente tra il medico che decide di non vedere altro che il sintomo e il paziente che non vuole prendersi quello spazio, quella distanza contemplativa rispetto a sé, alla propria vita, che permette alla malattia di parlare.

D. Non le sembra che questo rapporto globale con il malato, così carente nei nostri studi di medicina, sia invece presente in altri tipi di

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medicina: come, per esempio, quella che noi definiamo ciarlataneria o altre medicine in cui il rapporto con il malato è meno sintomatologico?

R. Non si possono mettere le medicine tradizionali o le medicine etnologiche sullo stesso livello di quelle che sono le medicine eterodosse o ciarlatane da noi. Quelle sono, infatti, delle vere medicine: la medicina cinese, quella indiana, la medicina africana o le varie medicine culturali sono delle vere medicine. Curano l’uomo in tutte le sue componenti, anche quella emotiva e sociale.

Nelle medicine tradizionali c’è un approccio più integrato, in cui la componente sociale è molto importante. Le analisi di tipo antropologico-culturale delle medicine alternative rilevano l’utilizzazione in queste medicine del rapporto interpersonale. Chi va dal guaritore, fa ricorso a delle risorse che, magari, non sono affidabili dal punto di vista strettamente medico-scientifico e delle quali la medicina non può riconoscere l’efficacia; però il fatto di avere un rapporto personale, di coinvolgersi con un guaritore che dà l’impressione di occuparsi del malato come persona, tutto questo procura alcune volte dei risultati spettacolari, perché è una mobilitazione delle energie inconsce delle persone.

Per esempio, un fatto impressionante, ben documentato, è questo: per la cura del cancro ogni tanto sorge la medicina-miracolo, si fa avanti qualcuno che ha trovato nello sterco delle capre il rimedio assolutamente sicuro...

Di recente c’è stata in Argentina una mobilitazione nazionale per un prodotto contro il cancro tratto dal veleno di certi serpenti. Quando si crea questa enorme aspettativa, alcune persone guariscono, o almeno migliorano temporaneamente.

Il fatto osservato è questo: quando questi pretesi effetti miracolosi vengono pubblicamente smentiti, malati che erano rimasti in vita finché hanno creduto in questo rimedio improvvisamente muoiono. La caduta della fiducia nel rimedio provoca un crollo immediato delle resistenze dell’individuo. Ci sono numerosi studi che illustrano il fatto che il rapporto di fiducia con i guaritori ha un effetto terapeutico indubbio.

Voglio concludere questa prima parte dicendo che ci sono modi sicuramente diversi e complementari di analizzare la crisi della medicina. Tutti sono in parte validi, ma nessuno è esauriente. È vero che la crisi della medicina dipende dal tipo di società in cui viviamo e dai rapporti che si creano in essa; ovvero che dipende

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dall’organizzazione politica della sanità; ovvero dalle strutture di tipo economico-industriale, come l’industria farmaceutica; oppure dalla strutturazione degli studi medici.

Tutte queste analisi sono vere, ognuna per la sua parte. Io ho voluto aggiungere ad esse un altro tipo di analisi, che non vuole essere vera al posto delle altre. Però deve essere, a mio avviso, ritenuta almeno egualmente vera. Qualsiasi causa di disfunzione della medicina presuppone anche una disfunzione più profonda, riguardante il modo di considerare l’essere umano, che si manifesterà successivamente nel modo in cui facciamo politica, o come organizziamo un ospedale o come usiamo i farmaci. Questa causa più profonda l’ho identificata come una causa di tipo antropologico. In essa ha sede anche la crisi etica.

Questo tipo di analisi non ci dispensa dall’impegno a organizzare meglio la sanità, o a correggere le interferenze politiche, o a rivedere il curriculum degli studi medici. E anche a considerare le esigenze dell’etica nel prendere le decisioni. Tenendo tuttavia presente che non avremo una medicina umana se non perseguiremo l’obiettivo di una medicina dell’uomo, cioè una medicina che tenga conto di tutto il suo spessore antropologico.

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DIBATTITO

IIa Parte

D. Se non ho capito male, questo vuol dire che una risposta alla domanda: «qual è il bene?» la si può avere solo nel rapporto soggetto-soggetto. Ciò può voler dire che, a seconda di come viene vissuto questo rapporto, le risposte possono essere diverse. Ciò va contro quella che è pure un’esigenza della persona, cioè di vedere le cose un po’ chiare, di avere delle regole. Mi piace questo approccio etico, soprattutto in campo sanitario, perché privilegia l’aspetto personalizzato del rapporto, mette in evidenza la medicina per la persona e con la persona; tuttavia mi sembra che lasci anche un po’ tutto vago. Io medico, con tutte le mie dinamiche psichiche, so di avere un rapporto con il malato in un certo modo, e quindi alla fine per me il bene è una cosa, mentre per un altro medico, con i suoi psichismi, il bene può essere un’altra cosa.

R. Bellissima questa domanda: come ci difendiamo dall’arbitrio del soggettivo? È una domanda vecchia nell'umanità: non è sorta in rapporto alla pratica della medicina. Se quello che è bene per me è male per te, come ci difendiamo, nella società, da questa riduzione soggettiva di ciò che è bene e ciò che è male?

Io vorrei che non dimenticaste che nella realtà umana e sociale non c’è solo l’etica; ci sono due altre realtà normative che fanno riferimento a questi nostri problemi: la legge e la deontologia. È importante tenerle presenti, perché la legge noi l’abbiamo creata proprio per offrire una base di consenso in una società in cui, essendo le persone diverse, ci sono interpretazioni divergenti di ciò che è bene, male, opportuno, conveniente.

Nessuno di noi ritiene — almeno voglio sperare — che seguire la legge equivalga al bene etico: se non altro perché ci sono delle situazioni in cui le leggi sono ingiuste. Se c’è una legge ingiusta, noi diciamo che il bene etico è non osservare quella legge. Sotto i nazisti c’erano le leggi che imponevano lo sterminio degli ebrei o la denuncia degli ebrei. Se uno osservava la legge era nella legalità, ma sicuramente non era nel bene morale.

Tra la legge e la moralità ci può essere anche una dissonanza forte. Oggi, per esempio, per riferirci ad un caso di etica medica, secondo la legge è legale interrompere la gravidanza in certi casi. Questo è un esempio molto interessante, in quanto ci permette di capire la diversità fra legge, deontologia ed etica.

Secondo la deontologia professionale, è lecito o non interrompere la gravidanza? Il medico, dal punto di vista deontologico, può procurare

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o no un aborto volontario? Il codice deontologico (del 1978) dice che il medico, per quanto riguarda l’interruzione della gravidanza, si regola secondo la legge. Con questo la deontologia professionale si demarca sia dalla legge che dall’etica. Il problema etico dell’aborto è un’altra questione: che il medico sia abortista o non abortista non riguarda la deontologia professionale, ma la coscienza. E ognuno in coscienza decide se per lui, in quanto essere umano, in quanto cittadino, in una società che accetta nel suo ordinamento legale l’interruzione volontaria della gravidanza, sia bene o male prestare la sua opera per un intervento abortivo.

La legge non ricopre tutto l’ambito del normativo. La deontologia ha una sua funzione molto importante, quella cioè di prescrivere i comportamenti a cui il medico si attiene non in forza di un bene o di un male di ordine morale, ma in ragione del buon funzionamento della professione medica. In altre parole, la deontologia indica i comportamenti a cui, in questo determinato momento storico, i medici si attengono, per loro libera scelta. E i membri della società che ricorrono alla loro opera sanno che i medici, in quanto medici, si attengono a determinate regole, che sono valide per tutti i professionisti.

Quello dell’interruzione della gravidanza è il caso classico; ma ci sono dei cambiamenti sottili, anche più importanti. Per esempio, pensate al cambiamento delle norme deontologiche circa la verità al malato. La legge tace: non è evidentemente un problema di ordine legale. È un problema di ordine etico? Se, come abbiamo detto prima, l’etica rilevante per la medicina è quella che si struttura all’interno di un rapporto da soggetto a soggetto, il punto fondamentale diventa: qual è il bene per questa persona? Che cosa vuole, questa persona concreta, rispetto alla sua morte? Sapere o non sapere? Andare incontro alla morte guardandola in faccia, oppure entrare in essa camminando a ritroso, negandola fino all’ultimo momento?

Anche qui ci troviamo di fronte al grande problema ermeneutico dell’interpretazione della parola. Quando il malato dice: «Dottore, mi dica la verità: ho un cancro?», che cosa vuol veramente sapere? È una vera richiesta di conoscere la diagnosi, o c’è sotto una restrizione mentale del tipo: mi dica la verità se non è un cancro, ma non me lo dica se lo è? Ancora una volta: qual è il bene per il paziente? Che cosa vuol sapere? Non lo posso decidere a priori!

Il problema etico di fare il bene del malato nasce all’interno di un rapporto. Tra una legge che non si occupa di questo, e un’etica che è invischiata al massimo grado nella dimensione soggettiva, che

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nasce dal rapporto tra le coscienze, esiste una istanza intermedia, molto importante pur nella sua modestia: quella della deontologia. In essa si esprime il cambiamento dei costumi, della sensibilità e dello stile di fare il medico.

In questo senso è molto importante notare che il rispetto della volontà del paziente comincia a emergere a livello deontologico. In passato i medici si impegnavano a stabilire quale era il corretto esercizio della professione, perché questa era il referente della deontologia: non ciò che è bene o è male dal punto di vista del paziente in senso etico, ma ciò che è corretto e ciò che non lo è. Oggi invece sempre di più i sanitari si rendono conto che non possono fare correttamente medicina, se non prendono in considerazione il problema della informazione del paziente.

Diventa allora interessante notare l’innovazione introdotta dal codice deontologico dei medici italiani del 1978. Nel capitolo del rapporto con il malato, afferma: «una prognosi infausta può essere nascosta al malato, ma non alla sua famiglia». Ciò vuol dire che, per fare correttamente il medico, oggi non ci si può sottrarre al problema della verità. Magari è una verità che si ritiene di non poter dire direttamente al paziente (ma questo è un problema da discutere, dal punto di vista etico!). Tuttavia, se il medico non coinvolge il paziente o il suo gruppo familiare, nell’organizzazione di una malattia che non va verso la guarigione, ma verso la morte, oggi non è più corretto dal punto di vista professionale. Questa è un’innovazione, non è presente nei codici deontologici precedenti.

Così pure è molto interessante vedere che la Guida europea di etica medica, che è stata emanata per i medici dei Paesi aderenti alla Comunità, per quanto riguarda il capitolo dell’etica della vita terminale all’articolo 13 afferma: «La medicina induca in ogni circostanza il rispetto costante della vita, dell’autonomia morale e della libera scelta del paziente. Tuttavia il medico può, in caso di malattia incurabile e terminale, limitarsi ad alleviare le sofferenze fisiche e morali del paziente, dandogli trattamenti appropriati e mantenendo finché è possibile la qualità della vita che finisce».

Questo articolo ha indotto alcuni a gridare: ma allora i medici riconoscono l’eutanasia! No: si tratta piuttosto di una conseguenza deontologica del fatto che la disponibilità enorme, straripante, di mezzi terapeutici di cui oggi disponiamo può essere controproducente. Applicarli indiscriminatamente può risultare contrario al migliore interesse del malato, in quanto può dar adito al famigerato accanimento terapeutico. La norma deontologica significa che il desiderio del malato e la sua volontà devono essere rispettati. La

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limitazione nell’uso dei mezzi terapeutici, quando si giunge alla conclusione che il malato non può più guarire, fa parte di un comportamento corretto dal punto di vista della professionalità medica.

Riassumendo, è importante che fra la legge e l’etica ci sia come costante punto di riferimento anche la deontologia. Certo, la deontologia può servire anche per creare degli alibi al medico e favorire dei comportamenti ipocriti. Possiamo ipotizzare dei casi estremi: per esempio, il medico che nel rapporto con il paziente si attiene unicamente alla deontologia, evitando l’incontro tra soggetti, che è propriamente il piano dell’etica; oppure si regola in base alle norme deontologiche senza discernimento (siccome la deontologia mi prescrive di dire la verità al malato, lo metto brutalmente di fronte ai fatti: «lei è spacciato, ha tre mesi di vita»...).

Con la riserva che la deontologia può essere usata male, vale a dire come alibi o in modo ideologico, per favorire l’ipocrisia piuttosto che il coinvolgimento e la verità umana, rimane però vero che la deontologia costituisce un punto di riferimento obbligante ed è importante proprio per quel bisogno di norme, di contenimento dell’ansia derivante dall’incertezza, così come è stato puntualizzato dalla domanda che mi è stata posta.

È certo che l’etica, nella sua dimensione di rapporto intersoggettivo, ci dà un’impressione quasi di smarrimento, perché ci confronta con l’emergenza del desiderio, con tutta la sua ambiguità. Le norme son utili per contenere quest’ansia. Intanto abbiamo delle norme di tipo legale.

È importante avere delle leggi appropriate, sapendo che le leggi vengono sempre dopo che ne è fatta sentire la necessità. Oggi, per esempio, sentiamo il bisogno che ci sia anche una legislazione relativa alle nuove pratiche di fecondazione artificiale. Non perché, quando ci sarà una legge, sapremo quello che è giusto o quello che non è giusto, dal punto di vista morale. La legge tutela semplicemente il minimo dei diritti: in questo caso, il diritto del bambino ad avere dei genitori riconosciuti.

È importante che parallelamente i medici facciano lo sforzo di riflettere su ciò che è corretto e ciò che non lo è dal punto di vista della professione. Purtroppo questo momento di riflessione è trascurato. È necessario elaborare delle norme, non per dar corpo ai massimi valori etici, ma per armonizzare il comportamento professionale con il modo in cui la società e i medici stessi intendono l’esercizio della medicina.

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Ancora una volta dobbiamo rilevare una carenza formativa in ciò che viene trasmesso dall'università. Potrete sapere tutto su di una malattia che incontrerete magari una volta sola nella vita; ma sui problemi quotidiani, dal punto di vista etico e deontologico, non vi viene detto niente.

D. Io penso che la prima cosa da fare come risposta a questi problemi è proprio quello di rifletterci sopra. A me pare manchi moltissimo, non solo a livello medico, ma anche a livello di tutta la società, una riflessione e un confronto di idee su questi temi. Inoltre, perché si realizzi un rapporto fra persona e persona, ci vuole il tempo e la volontà di conoscere la persona che si ha di fronte, nonché di conoscere se stessi. In terzo luogo, il rapporto del medico con la legge e la deontologia deve essere sempre un rapporto libero, nel senso che non deve essere mai preso a scusante per evitare di porsi certi problemi di coscienza. Deve essere un rapporto libero, ma che include la critica. Ultima cosa: più ci si addentra in questi problemi, più ci si accorge dei limiti dell’uomo e ci si rende conto che la religione ha una parte importantissima in tali questioni.

D. Secondo me, al di là della legge, della deontologia e dell’etica, quello che manca è una qualità di struttura, di approccio, di intervento tale da creare il rapporto medico-paziente. In alternativa, si prende la strada dell’oggettivizzazione di questo rapporto, e qui il discorso crolla.

D. L’impressione è che si cerchi di avere delle certezze, e di trovare le vie istituzionali per cui queste certezze si possano realizzare. Secondo me deve esistere, per quanto riguarda il medico, uno stato di perenne crisi. Non esiste una verità data una volta per tutte, ma la verità il medico se la deve cercare continuamente, ogni giorno, secondo modi via via diversi.

D. Secondo me la deontologia e l’etica sono un continuo divenire. Mi rifaccio alla domanda che lei poneva prima: come fare per difenderci dall’arbitrio del soggettivo? Ovvero: come ci comportiamo davanti ad una cosa che per un soggetto è bene e per un altro è male? Io credo che, nel divenire della deontologia, la risposta la stabilisca la considerazione media della risoluzione di determinati problemi. Quello che più conta è che tale media è soggetta a lente variazioni. Esempio tipico è l’aborto, che in molti Paesi è considerato lecito. Questa liceità deriva dall’accettazione della maggioranza delle persone, se non di un nuovo valore, almeno di una nuova situazione che è stata recepita come normale. Alla minoranza, che non accetta

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tale situazione come morale, viene anche riconosciuta la possibilità di sottrarsi. Si riserva al medico la possibilità di ricorrere all’obiezione di coscienza.

Questo per ribadire come la deontologia sia un continuo divenire e debba sempre riferirsi a quelli che sono i valori e le esigenze emergenti della società. Io non credo che sia giusto creare la sicurezza frenando lo sviluppo dell’intero corpo sociale. Le certezze, infatti, vanno bene in una società tribale di piccole dimensioni, dove i comportamenti sono sempre ripetuti, e quindi si sa ciò che è bene, perché è stato sperimentato per anni, e ciò che è male.

R. La morale, cioè la valutazione di ciò che è bene e ciò che è male, cambia con i tempi e la società? È vero: è un dato di fatto. Il medico deve uniformarsi ai cambiamenti? In parte non può non uniformarsi; egli è necessariamente figlio del suo tempo. La deontologia, in particolare, è necessariamente la normalizzazione dei comportamenti professionali che si basa sull’attesa della società nei confronti di coloro che esercitano la professione sanitaria. Il caso che citavo prima relativo alla modifica delle norme deontologiche che regolano l’interruzione della gravidanza è emblematico. Il medico in pratica dice: dato che in questa società, che esprime le sue convinzioni nella legislazione, la maggioranza pensa che sia opportuno, per il bene della società o della persona, prevedere la possibilità di interrompere la gravidanza, in certi limiti io mi adeguo.

In una facoltà di medicina un ginecologo era solito dire: «Come posso sapere io quello che è bene o male riguardo alla fecondazione artificiale? Io mi regolo molto semplicemente: pongo la domanda agli studenti del sesto anno di medicina: secondo voi, noi medici dobbiamo fare la fecondazione artificiale eterologa, cioè con il seme di un donatore? Ebbene, 10 anni fa il 90 per cento della classe mi ha detto no. Allora anch’io ho detto no. Oggi rifaccio la stessa domanda ed il 90 per cento della classe mi dice sì. Di conseguenza, io faccio la fecondazione artificiale eterologa perché cambiano i costumi, cambia la valutazione di ciò che è lecito e non è lecito. Dal punto di vista deontologico, io mi adeguo».

Personalmente accetto il relativismo per la deontologia, non per l’etica. Credo che questa, oltre a una dimensione temporale che la rende mutevole, ne abbia anche una sovratemporale. Ciò la rende indipendente dal cambiare dei costumi e della percezione dei valori che evolve nel tempo. È un fatto: le grandi coscienze, che hanno lasciato un’impronta nella storia etica dell’umanità, sono spesso andate contro il loro tempo. Pensiamo, solo per fare un esempio, a Socrate, il quale preferisce bere la cicuta, piuttosto che rinnegare

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il suo “daimon” interiore. Le grandi crescite etiche dell’umanità passano spesso attraverso lo scontro con i valori riconosciuti dalla società.

Gandhi, quando propone la non violenza come mezzo di lotta politica, è minoritario, talmente solo da far sembrare la sua scelta etica come un’utopia velleitaria, talmente contro i valori riconosciuti da sembrare contrario al buon senso. La sua percezione etica non è neppure oggi popolare, né condivisa dalla maggioranza, sia in India che altrove. Il fatto di non essere condivisa dalle masse — e che forse non lo sarà mai! — non inficia però minimamente l’altissimo valore etico di quella concezione dei rapporti umani.

Certo, chi non aderisce alla professione dei valori che predominano e si mette così contro la società deve essere pronto a pagarne il prezzo. È quanto avviene con l’obiezione di coscienza. Nell’obiezione di coscienza — purché non sia un pretesto per conseguire ipocritamente un vantaggio personale — ci si riferisce a una propria percezione dei valori, che è in contrasto con quelli riconosciuti dalla società, e magari sanciti dalla legge. Ci si mette, così, al di fuori del consenso sociale, e si porta il peso della propria dissidenza.

Considerata così, l’etica non equivale certamente all’adeguamento a ciò che la massa considera come buono, secondo la dinamica dell’evoluzione dei costumi. Sono sempre singole persone che hanno la percezione dei valori.

A questa constatazione si aggancia la questione del conflitto tra le istituzioni e il singolo. Dobbiamo puntare tutto sulle coscienze individuali, o mirare al rinnovamento delle istituzioni? Formulata in questi termini, la questione è un falso problema. Tra il singolo e le istituzioni non c’è solo disgiunzione (o - o), ma anche congiunzione (e - e).

Dobbiamo renderci conto che, se noi pigiamo soltanto l’acceleratore della formazione delle coscienze, se motiviamo le persone senza cambiare niente nelle strutture, possiamo esporre le persone alla minaccia del senso di fallimento. L’esperienza ripetuta dello scacco provoca la sindrome che in America chiamano “sindrome del burn-out”. La si verifica presso i sanitari e altri professionisti di professioni molto cariche di valori ideali, i quali partono lanciati, pieni di entusiasmo e creatività, e dopo un po’ diventano rassegnati, conformisti, cinici, perché lo scontro con una realtà ostile all’idealismo li fa ripiegare su se stessi.

Cambiare anche le istituzioni è molto importante, affinché questa visione ideale di una medicina antropologica, umana, in cui viene

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dato più spazio al soggettivo, possa avere anche gli strumenti per agire. A questo proposito, posso dire che non si tratta solo di un’aspirazione generica al cambiamento istituzionale. Già qualcosa sta avvenendo. Accenno soltanto a due realizzazioni, nelle quali sono impegnato in prima persona: il «Dipartimento di scienze umane» all’ospedale «Fatebenefratelli» di Roma e il comitato di etica dell’ospedale «Meyer» di Firenze. Sono due strutture completamente diverse nelle finalità e nel funzionamento. Le cito perché sono convinto che è necessario dare forza al cambiamento individuale attraverso istituzioni adeguate.

Un’ultima cosa: è anche importante non dissolvere in una gelatina non strutturata questo appello all’umano. È vero che la percezione di ciò che è umano e di ciò che introduce nella vita dell’uomo la qualità, la scienza non ce l’ha in proprio: la letteratura, la mistica, la religione, la poesia e la musica hanno veicolato questa percezione e continuano a farlo. In particolare, la nostra attenzione va alla strutturazione di questo sapere che si esprime nelle cosiddette “scienze dell’uomo”; la psicologia, la sociologia, le scienze giuridiche, l’antropologia culturale, la storia, l’etica, la teologia. La sfida culturale del nostro tempo circa l'umanizzazione della medicina non può avere buon esito, se non riportando queste scienze, tanto nel loro aspetto conoscitivo quanto in quello pratico, all'interno dell’esercizio della medicina. Questo è il senso di un Dipartimento di scienze umane, come abbiamo creato nell’ospedale Fatebenefratelli. Per rispondere ai bisogni integrali del paziente, ci serviamo del servizio di psicologia, del servizio sociale, del servizio pastorale, del servizio di etica. Cerchiamo di coinvolgere nella dimensione della cura sanitaria anche la parte umana che sta al di là di quella biologica, nel tentativo di fare una medicina globale.

Istruzioni per boicottare la bioetica

Book Cover: Istruzioni per boicottare la bioetica
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

ISTRUZIONI PER BOICOTTARE LA BIOETICA

in Quaderni acp

vol. 13, n. 3, maggio-giugno 2006, pp. 93-94

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Abstract

Instructions to boycott bioethics

Any kind of change is bothersome. Together with the forces wanting a change there are equal forces against it. This kind of scheme is applicable also for the change occurring in medicine as a passage from medical ethics to bioethics.

Quaderni acp 2006; 13(3): 93-94

Key words Ethics. Bioethics. Informed consent

Ogni forma di cambiamento è scomoda. Parallelamente alle forze che il cambiamento lo vogliono e cercano di attuarlo, ci sono altrettante forze che ad esso si oppongono. Questo schema è applicabile anche a quel cambiamento che sta avvenendo in medicina sotto forma di passaggio dall’etica medica tradizionale alla bioetica.

Parole chiave Etica. Bioetica. Consenso informato. Diritti del malato

Se è vero che il cambiamento, ogni forma di cambiamento, è scomodo, possiamo ipotizzare che, parallelamente alle forze che il cambiamento lo vogliono e cercano di attuarlo, ci saranno in atto altrettante forze che ad esso si opporranno. Questo schema è applicabile anche a quel cambiamento che sta avvenendo in medicina sotto forma di passaggio dall’etica medica tradizionale alla bioetica. Cambiamento tanto più destabilizzante, in quanto implica l’abbandono di schemi di comportamento che sottostanno alla pratica medica fin dall’epoca ippocratica. È comprensibile che il mondo medico faccia resistenza. Se un certo modo di esercitare la medicina ha dato i suoi buoni frutti per venticinque secoli, ininterrottamente, perché mai dovremmo abbandonarlo? Eppure queste buone ragioni appaiono perdenti. L’aria del nostro tempo gonfia le vele della bioetica. Mettere in dubbio il dogma bioetico dell’autonomia del paziente suona blasfemo. Sono ben pochi i medici che osano farlo con quella bella sicurezza che ancora fino a poco tempo fa capitava di sentire proclamare: “In quarant’anni di pratica medica non mi è mai capitato...”; e giù affermazioni taglienti contro la pretesa volontà del paziente di voler conoscere diagnosi infauste e di rinunciare a interventi che prolungano la sopravvivenza, costi quel che costi. Coloro che osteggiano la bioetica hanno vita difficile. Anzi, diciamolo chiaramente, sono destinati a soccombere alla sua marcia trionfale. Se non vogliamo essere iscritti nel novero degli opportunisti che sono sempre disposti ad accorrere in aiuto ai vincitori, ecco una buona occasione per dare, generosamente, una mano ai resistenti che hanno la sconfitta nel loro futuro. Che almeno si difendano fino alla fine. Giocando anche sporco, se necessario. Ecco, allora, qualche semplice ricetta per ostacolare l’avanzata della bioetica.

● La prima ricetta è quella resa celebre dal Gattopardo: cambiare tutto perché niente cambi (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”). Prendiamo il nodo centrale del potere: decidere che cosa va fatto per il malato. Tradizionalmente era il medico a decidere, “in scienza e coscienza”. Tutt’al più con l’appoggio dei familiari del malato, ma senza coinvolgerlo nella decisione. Ora la bioetica sbandiera il diritto del paziente a partecipare alle decisioni che lo riguardano, esige il suo consenso: addirittura rivendica il “consenso informato”. La strategia del Gattopardo è semplice: basta far finta che sia il paziente a decidere, mentre si mantiene saldamente la decisione nelle mani del medico. Al paziente si farà firmare un modulo. Meglio se scarsamente leggibile. L’informazione può essere o ridotta all’osso, oppure essere così abbondante o dettagliata che neppure un laureato in medicina potrebbe capirne qualcosa: avete presente quei moduli di 17 pagine fatti firmare a pazienti oncologici per arruolarli in un protocollo sperimentale di una terapia di seconda o terza linea? In questo modo la bioetica si tiene in mano un foglio, ma il potere di decidere continua ad averlo il medico.

● La seconda ricetta consiste nel passare a un altro tavolo da gioco. Nell’ambito delle relazioni personali equivale a suggerire di farsi un amante, se si hanno difficoltà di rapporto con il partner. Il dialogo con il paziente, ora che la bioetica gli attribuisce il diritto di esprimere valori personali e preferenze, è diventato difficile. Ci si scontra quasi periodicamente con pazienti che rifiutano quel ruolo di alleato “compilante” che l’etica medica attribuiva loro. Ebbene, si può evitare tutta questa fatica flirtando con l’amante di turno. Oggi questo ruolo di amante lo svolge la legge. La bioetica diventa così il biodiritto. E' una strategia suggerita anche dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB). Riguardo ai laceranti problemi decisionali che sorgono quando il paziente non è più in grado di esprimere la sua volontà: tenere o no in considerazione desideri precedentemente espressi? Avvalersi dei familiari come co-decisori? E se i familiari non sono d’accordo, quale voce ascoltare? Il CNB dà il suo avallo alla liceità delle dichiarazioni anticipate di trattamento; ma, per risolvere ogni ambiguità residua, auspica che “il legislatore intervenga esplicitamente in materia”... “che la legge obblighi il medico a prendere in considerazione le dichiarazioni anticipate, escludendone espressamente il carattere vincolante, ma imponendogli, sia che le attui sia

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che non le attui, di esplicitare formalmente e adeguatamente in cartella clinica le ragioni della sua decisione” (Dichiarazioni anticipate di trattamento, 18 dicembre 2003). La legge risparmia così al medico le noiose incertezze e le logoranti negoziazioni con il paziente, prescrivendogli (con la luminosa linearità della legge, che per definizione è uguale per tutti) che cosa deve fare. Sarà così sventata la smodata richiesta della bioetica di una medicina “tagliata su misura” del singolo paziente. Passi in questa direzione sono stati già fatti. Nel campo della procreazione medicalmente assistita, per esempio, il medico sa già, per legge, quanti embrioni deve creare, quanti ne deve impiantare, quali interventi sono entro il perimetro della legge e quali sono esclusi. Si tratta solo di proseguire per la strada intrapresa, mettendo la legge là dove prima c’era l’etica.

● La terza ricetta per contrastare l’avanzata della bioetica consiste nel giocare d’anticipo, scommettendo sulla sconfitta di questa. Se l’etica medica deve perdere, che almeno non vinca la bioetica; se la dominanza medica deve retrocedere, che il potere non passi al paziente! In sintesi, à la guerre comme à la guerre. Nessuna partnership con il paziente ma, sotto la veste della correttezza formale, trattare il paziente come un potenziale nemico e prendere tutte le misure cautelari del caso (del resto, lo sappiamo: cresce il numero dei medici che, toccati più o meno direttamente da avvisi di garanzia o da confrontazioni dure da parte dei pazienti, nutrono nei loro confronti un atteggiamento ostile). Munirsi di una buona assicurazione, naturalmente. Ma soprattutto imparare tutte le mosse della medicina difensivistica. Così da trovarsi in una botte di ferro, se domani ci si venisse a trovare in uno scontro giudiziario con il paziente o i suoi familiari.

L’una o l’altra di queste tre ricette dovrebbe funzionare. Meglio ancora tutt’e tre insieme. Se la medicina etica del passato deve scomparire, almeno che venda cara la pelle e renda la vita difficile ai vincitori.