La professione del medico in un contesto nuovo

Book Cover: La professione del medico in un contesto nuovo
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

LA POFESSIONE DEL MEDICO IN UN CONTESTO NUOVO

in Prospettive Sociali e Sanitarie

anno XXIV, n. 3, 15 febbraio 1994, pp. 1-3

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Un’esperienza di formazione nella Usl 12 di Ancona

Cosa sta cambiando nella medicina degli ultimi vent’anni? Quali sono le “regole del gioco” che un medico, oggi, deve imparare a gestire? E come affrontare i conflitti generati dalla nuova medicina e migliorare la qualità dell'assistenza sanitaria nei nostri servizi?

Innanzitutto si modifica l'equilibrio del rapporto medico-paziente. Da una prospettiva centrata sul medico, fino ad ora ritenuto l'unico in grado di conoscere effettivamente il bene e il male per il paziente e di prendere decisioni su cosa fare per il bene e cosa per evitare il male, si rivaluta il paziente come soggetto di diritti, luogo di competenze, attore nelle decisioni di costruzione della propria salute.

Dal paternalismo medico, antico e “assoluto” nelle sue decisioni, al processo lento, conflittuale, necessario, del “consenso informato”.

Ma questo è solo un aspetto della rivoluzione in atto nella medicina. Il medico, oggi, è chiamato ad ampliare la sua visione di intervento e, quindi, di competenza, è chiamato a fare i conti con aspetti di ordine sociale ed economico, a chiedersi, ad esempio, come gestire le risorse seguendo criteri di economicità e di giustizia. Così anche, al medico di oggi, viene chiesto un coinvolgimento attivo nelle scelte che riguardano l'organizzazione del servizio alla salute. L'immagine del medico, la sua professionalità, appaiono quindi più ampie, più sfaccettate: ci si aspetta da questa figura professionale non solo una competenza specifica, scientifica, ma anche un equipaggiamento di cultura e di esperienza che non ha mai fatto parte dei programmi formativi del medico. Nel contributo che presentiamo qui di seguito Sandro Spinsanti, che da anni si occupa di bioetica e di “medical humanities” ci propone una esperienza di formazione rivolta ai medici della “nuova medicina”.

“Umanizzazione dei servizi sociali e sanitari”

è una rubrica promossa dall’Irs,

coordinata da Emanuele Ranci Ortigosa e Anna Rotondo

con la collaborazione di Paola Ielasi

Un’ampia ricerca ― “Il futuro della sanità in Europa” ― che ha coinvolto 3000 esperti di dieci Paesi, ha identificato due sfide comuni a tutti i sistemi sanitari: migliorare la qualità dei servizi offerti e contenere i costi.

Se questo è l’imperativo che predominerà nello scenario della sanità in Europa nel prossimo quinquennio, rimane da determinare in quali modi concreti potremo avvicinarci all’obiettivo.

Per quanto riguarda più specificamente l’Italia, bisogna considerare anche l’appuntamento costituito dalla “riforma della riforma” sanitaria. Tra le maggiori innovazioni introdotte dal decreto 502 del dicembre 1992 si deve registrare la gestione della sanità pubblica con criteri aziendali.

La figura del “manager” sanitario evoca contraddittorie speranze e timori. Malgrado le resistenze, si deve registrare un atteggiamento diffuso di disponibilità al cambiamento. C’è un fiorire di iniziative di corsi, seminari, proposte formative. L’innovazione viene proposta con diverse etichette, che presuppongono varie metodologie e costrutti teorici di riferimento: economia sanitaria, managerialità, gruppi di VRQ (Verifica e Revisione di Qualità), gestione ottimale delle risorse, etica.

È difficile orientarsi a priori verso l’una o l’altra proposta, scartando le offerte improvvisate per privilegiare quelle che offrono migliori garanzie. La verifica dei risultati delle proposte innovative diventa, a questo punto, un criterio empirico affidabile per valutare quale, tra

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i numerosi progetti in corso, sia effettivamente in grado di modificare la pratica della sanità pubblica, mediante il miglioramento della qualità dei servizi e il contenimento dei costi.

Da questa verifica empirica si può dire che esca molto bene il programma messo in atto dalla USL 12 di Ancona. Il progetto è stato avviato nella primavera 1993. All’insegna di un programma globale ― “Per una sanità anconitana migliore” ―, l’Amministratore straordinario della Usl ha invitato 25 primari e responsabili di servizi nei quattro ospedali cittadini a partecipare a un corso teorico-pratico di “Pitica ed economia in sanità”.

Le lezioni dei tre giorni del corso gravitavano attorno ai punti focali costituiti dall’etica (“Problemi di giustizia in sanità nell’orizzonte della bioetica”; “Micro e macro allocazioni di riserva”; “Decisioni cliniche e contenimento dei costi”), dall’economia (“Efficienza, efficacia e rendimento dei servizi sanitari”, “Analisi ‘cost-benefit e costi-risultati’ nell’azienda sanità”) e dal management (“Le competenze manageriali in sanità”, “La gestione delle risorse”, “La progettazione per obiettivi e la verifica dei progetti”). Le innovazioni erano trasparenti in tutta l’impostazione del corso.

Quelle culturali, anzitutto. Il corso ha inteso focalizzare l’attenzione dei clinici su aspetti della loro cultura medica che non derivano dal sapere medico-scientifico, rna da altri ambiti disciplinari afferenti a quel vasto complesso di conoscenze che vanno sotto il nome di medical humanities. Tra queste, l’etica e l’economia sono le più gravide di conseguenze per l’organizzazione concreta della sanità.

Detto in altre parole: chi si preoccupa oggi di fare “buona medicina”, non può limitarsi a considerare le ultime acquisizioni della ricerca e della clinica, mediante la consultazione accurata delle pubblicazioni scientifiche registrate da “Medline” o “Index Medicus”. Oltre a questo, deve anche considerare l’impatto che sulle scelte cliniche ha il riferimento ai valori condivisi e tener presente le limitazioni che derivano dal contenimento dei costi.

Per quanto diversi come saperi normativi, etica ed economia guardano nella stessa direzione e agiscono in sinergia nel promuovere una pratica della medicina commisurata ai bisogni umani, così come si presentano in concreti contesti. Bisogna essere consapevoli che questo approccio si discosta fortemente dall’impostazione tradizionale del ruolo medico, secondo la quale il sanitario nelle sue scelte cliniche deve lasciarsi guidare unicamente dalla considerazione del bene del malato.

L’etica ha rinforzato la voluta estraneità del medico dall’economia. Viene investita di valore positivo solo la decisione medica che valuta il beneficio terapeutico del inalato, indipendentemente dalla capacità di questi di pagare la prestazione.

L’idea del diritto delle cure mediche per tutti, e non solo degli abbienti, è considerata una acquisizione irrinunciabile della nostra civiltà. La socializzazione delle cure sanitarie ha allontanato ancora di più il medico dall’orizzonte di gestione delle risorse secondo criteri di equità e di giustizia. L’ideale a cui il rapporto medico-paziente è andato sempre più ispirandosi è quello che traspariva nell’affermazione del medico di Bismark: “Quando io curo un malato, siamo io e lui da soli su un’isola deserta”. Un ideale, in altre parole, di assoluta estraneità a considerazioni di ordine sociale ed economico, che vengono lasciate ad altri agenti sociali.

L’inclusione dell’etica e dell’economia nella decisione clinica, quali elementi essenziali che definiscono una “buona medicina”, sollecita il medico ad affrontare problematiche che riteneva aliene alla sua professione. L’impatto sul profilo del professionista può essere dirompente.

L’altro aspetto innovativo del corso promosso per le figure di vertice della sanità anconitana è la considerazione dell’aspetto organizzativo, o manageriale, quale componente della professionalità medica.

Dopo la stagione che ha visto la presenza invadente ― e spesso incompetente ― dei politici nella gestione della sanità, il pendolo torna a oscillare verso un coinvolgimento diretto del corpo sanitario nelle scelte che riguardano l’allocazione delle risorse e l’organizzazione del servizio alla salute.

Il cambiamento non si ispira alla nostalgia per un’epoca in cui il medico, come “capitano della nave”, guidava la rotta in modo assolutistico. La società complessa non rende più possibile un modello di tal genere, anche se ispirato al paternalismo più illuminato. Non si tratta, quindi, di auspicare la regressione verso un modello di medico onnisciente, ma piuttosto di promuovere la crescita professionale integrando il sapere e il saper fare del medico in ambito terapeutico con competenze organizzative.

Il cambiamento della cultura medica che ciò implica non è di poco conto. La “produttività” ― termine bandito dall’orizzonte delle preoccupazioni del medico perché considerato contrario al rispetto dovuto al malato ― dovrà entrare nel linguaggio quotidiano del medico.

Anche l’etica, intesa come rispetto per la soggettività del paziente e come attenzione per la qualità del servizio prestato e per la soddisfazione del paziente, deve avere nella pratica quotidiana della medicina uno spazio non marginale. E di tale etica i medici devono essere i soggetti attivi: non darla semplicemente in appalto a filosofi, teologi, bioeticisti e altri esperti, per limitarsi al consumo di prescrizioni comportamentali elaborate da altri.

La conquista di un ruolo attivo nell’elaborazione di una riflessione etica, nella gestione delle risorse e nella promozione della qualità si rivela anche come la via regia

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per la rimotivazione dei professionisti. Anche il medico più disincentivato, reso amaro da fluttuazioni nella sanità che sembrano aver sempre più esautorato il ruolo della professione, può ritrovare un antico entusiasmo attraverso la rivitalizzazione del suo ruolo.

L'avvertenza che bisogna avere ò quella di non offrire ricette o formule rigide da applicare. Questo è invece un pericolo in cui l’etica e l’economia ― saperi prescritti ― possono facilmente cadere. In questo modo vengono mollificate le capacità pianificatrici degli individui.

Ai Primari e figure apicali che hanno partecipato al corso è stato evitato di essere ridotti a scolari che devono semplicemente applicare quanto altri hanno pensato per loro. Durante il corso intensivo erano stati invitati a individuare delle aree critiche e ad elaborare progetti specifici per superare le problematiche esistenti e migliorare l’efficienza e la qualità dell’assistenza. I progetti dovevano soddisfare alcune condizioni: essere di rapida attuazione; a costi economici bassi o nulli (in pratica, si trattava di lavorare utilizzando le risorse esistenti); coinvolgere sanitari di diverse aree, per creare obiettivi condivisa e promuovere una cultura omogenea.

Di questi progetti i medici stessi hanno avuto la gestione completa: dall’individuazione dei problemi nelle diverse aree critiche della realtà sanitaria locale, nonché ai tempi c ai modi di realizzazione.

Sono stati formulati sci possibili progetti e si sono costituiti altrettanti gruppi di lavoro. A scadenza periodica hanno avuto luogo incontri di verifica e di affinamento dei progetti, sia nei contenuti che nel metodo; una volta al mese i singoli gruppi hanno discusso lo stato di avanzamento del progetto, le difficoltà incontrate e i cambiamenti necessari con gli esperti che seguivano lo sviluppo del programma fin dalla proposta teorica fornita con il corso intensivo.

La presentazione ai colleghi dei progetti elaborati dai gruppi di lavoro, atre mesi dall’avvio del programma, ha costituito il banco di prova dei Primari che hanno accettato la sfida del rinnovamento.

I sei progetti riguardavano: la riduzione dei tempi di attesa degli esami durante il ricovero; il migliore utilizzo della struttura ospedaliera (agendo sull’appropriatezza del ricovero e sulla piena utilizzazione delle giornate di degenza); incremento dell’autotrasfusione, in un progetto più globale di buon uso del sangue; riorganizzazione del Day Hospital, sulla base delle indicazioni legislative; razionalizzazione dell’uso degli antibiotici in chirurgia; promozione di informazione e comunicazione sistematiche tra le varie figure professionali appartenenti allo stesso sistema locale di sanità e tra i professionisti e i cittadini (costruzione di un manuale per operatori interni della Usl 12, di un opuscolo di reparto da consegnare all’utente che usufruisce di prestazioni ambulatoriali e di una guida per chi si ricovera in ospedale).

Dopo tre mesi di elaborazione, i progetti sono stati presentati, in una giornata di confronto pubblico, ai colleghi medici e altre figure di vertice della Sanità anconitana.

I risultati sono stati così incoraggianti che il gruppo originario ha deciso di continuare a lavorare con la modalità della progettazione per obiettivi, ampliando e differenziando i progetti già avviati. Inoltre ― a dimostrazione che l’entusiasmo nato dalla riscoperta delle potenzialità della professione è contagioso ― una cinquantina di altre figure apicali si sono iscritte al corso. Il quale è stato ripetuto, nella sua duplice scansione teorica e pratica, per raddoppiare il numero dei Primari, aiuti e direttori di servizi che aderiscono al nuovo modello gestionale.

Il successo del modello appare legato a condizioni che non possono essere scorporate dall’insieme. Emergono in grande rilievo: l’autorevolezza delle proposte, evidenziate dal diretto investimento istituzionale (il coinvolgimento del vertice della Usl, nella figura del suo amministratore, appare decisivo); l’assegnazione di un reale potere di interlocutori (i primari considerati non come funzionari di una amministrazione impersonale, ma come soggetti sommamente responsabilizzabili); l’omogeneità dell’intervento, che avviene su una realtà dai confini delimitabili, come una Usl.

Tecnologie riproduttive ed educazione al giudizio etico

Book Cover: Tecnologie riproduttive ed educazione al giudizio etico
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Sandro Spinsanti

TECNOLOGIE RIPRODUTTIVE ED EDUCAZIONE AL GIUDIZIO ETICO

in Nuova secondaria

anno IV, n. 9, 15 maggio 1987, pp. 22-24

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È stato detto e ridetto: l’introduzione della tecnologia biomedica a servizio della riproduzione umana è un fatto nuovo nella storia dell'umanità. Sta avvenendo sotto i nostri occhi; a ritmo incalzante, sempre nuovi traguardi vengono raggiunti e superati. L’ultima clamorosa conquista è l’acquisizione della capacità di determinare il sesso del nascituro, mediante opportuna selezione dei gameti paterni. Ogni nuova conquista fa sorgere immancabilmente cori di voci osannanti o critiche, problematiche o dogmatiche, rassicuranti o inquietanti. E ogni volta, puntualmente, si ripropone l’identica polarizzazione tra coloro che invocano un autorevole orientamento etico e coloro che diffidano di un magistero, religioso o laico, che si imponga alla coscienza.

È il tempo delle incertezze, e la stessa comunità cristiana non è immune dall’aria che spira nella nostra epoca. Il travaglio della ricerca ci aiuta a ricordare opportunamente alcune verità che non solo i laici, ma i credenti stessi tendono a dimenticare: che anche chi pensa e agisce nell’ambito di una religione rivelata è chiamato a condividere le incertezze connesse con l’interpretazione del messaggio e la sua traduzione in esigenze etiche commisurate alle sfide del tempo; che il primato appartiene alla coscienza, rispetto alle regole morali; che la coscienza va formata ed educata a riconoscere la chiamata che Dio rivolge e il comportamento morale che si impone.

Ora, proprio l’ambito di novità che si apre all’agire umano relativamente alla riproduzione con l’ausilio delle tecnologie bio-mediche può rivelarsi una chance per la formazione di un giudizio etico, specialmente presso i giovani. E ciò proprio grazie alla novità, alle incertezze e alla problematicità di questo settore. Su altri comportamenti grava il peso di una tradizione, che si è già confrontata con essi e ha eventualmente espresso un suo giudizio, di accettazione e di condanna. La formazione morale è troppo spesso interpretata come la trasmissione di tali giudizi, ai quali i giovani sono invitati a uniformarsi, modellando il proprio comportamento di conseguenza. Ai nostri giorni, inoltre, bisogna registrare una collusione perversa tra questo tipo di formalismo morale e il linguaggio telematico, che costituisce l’ambiente culturale nel quale

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siamo immersi. Questo linguaggio è quello dello 0-1, del  e del no, che esclude il forse. È universalmente deprecato che oggi vengano formate persone che sanno usare le macchine, ma che non sanno pensare. Questa carenza è fatale in campo etico, perché la semplice osservanza delle regole morali, considerate come regole di procedimento, non basta a creare il comportamento moralmente buono.

 L’educatore che ha a cuore di sviluppare la capacità di passare da un giudizio a un ragionamento etico che lo fonda potrà accogliere le opportunità che gli vengono offerte da un dibattito che affronti tematicamente la valutazione etica delle tecnologie riproduttive: è bene o è male, dal punto di vista morale, ricorrere alle risorse che la tecnologia mette a servizio della medicina per ottenere esiti di riproduzione così nuovi e così lontani dalle modalità naturali? Un primo passò consisterà nell’analizzare se, dietro l’apparenza .di un giudizio etico, non si debba in realtà riscontrare nient’altro che una presa di posizione emotiva, sorretta dalla propria Weltanschauung. Per lo più i diversi modelli antropologici veicolano indirettamente dei giudizi etici, che possono essere esplicitati e resi consapevoli.

A due poli estremi possiamo trovare, da una parte una fede nella scienza, considerata come l’unica risposta efficace a tutte le miserie umane; una fede che sconfina volentieri nell’entusiasmo acritico. Ogni nuova realizzazione viene salutata come un «miracolo della medicina», che fa indietreggiare ulteriormente la barriera dell’impossibile. Una tale fede implicita è rintracciabile anche sotto la patina di freddezza con cui amano presentarsi gli scienziati.

All’altro estremo troviamo la diffidenza astiosa verso l’intrusione degli uomini di scienza nell’ambito della «natura». Per rafforzare l’intoccabilità della natura e dei suoi processi, la si riveste talvolta del carattere di sacralità, correlandola con la «volontà di Dio creatore». Tanto le posizioni più violente di rifiuto, quanto quelle di accettazione incondizionata di ogni nuova tecnologia, lasciano trasparire in filigrana una mistica implicita: quella della natura e della biologia come limite che non si può valicare senza peccare di hybris, da una parte; la mistica del Grande Progresso Illimitato, di cui parla Erich Fromm, dall’altra.

Un diverso atteggiamento di fondo si rispecchia anche nella funzione che si attribuisce alle regole morali applicate alle tecnologie riproduttive. Da esse ci si può aspettare che fungano da diga contro l’irrompere dell’arbitrio e l’agire irresponsabile; oppure che diano esse stesse impulsi positivi alla ricerca e alla sperimentazione, promuovendo l’opera di umanizzazione implicita nella scienza stessa. La facies dell’etica cambia sostanzialmente, quando si attribuisce alle regole morali una finalità di contenimento, oppure di promozione dell’opera dello scienziato. Nel primo caso tenderà a prevalere un’impostazione casistica che vorrà entrare nei dettagli per porre freno con precisi dettati comportamentali ai veri o presenti straripamenti della scienza; nel secondo, l’accento cadrà di preferenza sui valori da promuovere, lasciando all’uomo di scienza l’autonomia e la responsabilità per le sue scelte comportamentali.

Dei giudizi etici impliciti si nascondono, oltre che nelle concezioni antropologiche — la qualità umana dell’uomo, il suo rapporto con la natura, la funzione delle norme etiche per l’individuo e per la comunità — anche nei termini con cui le nuove pratiche vengono designate. La semantica è un veicolo privilegiato di giudizi etici che si sottraggono al confronto di argomentazioni razionali. Tra tutti i termini con cui gli interventi bio-medici nella riproduzione vengono designati, «manipolazione» è quello più carico di connotazioni etiche negative. Se si chiamano manipolazioni questi interventi bio-medici nel campo della riproduzione, li si colora a priori di un sospetto di illiceità morale.

Al contrario, la designazione di «terapie dell’infertilità» copre tali metodiche col mantello di Esculapio, facendo ricadere su di esse l’aura di accettabilità morale riservata a tutto ciò che è finalizzato alla guarigione. La formalità terapeutica permette di considerare in una luce diversa taluni aspetti pratici dei procedimenti biomédici. Così, ad esempio, le riserve dei moralisti cattolici sulla modalità di raccolta dello sperma tendono a estinguersi quando l’atto masturbatorio è considerato all’interno di un progetto terapeutico globale. Le pratiche finalizzate alla procreazione artificiale, sottolineano con vigore i medici e i biologici che vi sono coinvolti, non sono arbitrarie manipolazioni della natura, bensì interventi terapeutici sotto forma di «aiuto alla natura». Spesso i protagonisti rispondono con irritazione a coloro che condannano moralmente tali pratiche, agitando fantasmi di totalitarismo tecnologico. Per quanto stravaganti possano apparire al senso comune, gli interventi bio-medici vogliono essere essenzialmente una risposta all’infertilità.

Quando i medici rivendicano a queste procedure la qualifica di «terapia dell’infertilità», implicitamente richiedono una valutazione etica positiva del loro operato, quella stessa valutazione che accompagna ogni azione finalizzata alla salute e al benessere. In tal senso orienta anche la designazione di «procreazione assistita». Ma il beneficio della «terapia» può essere esteso a tutto l’arsenale oggi disponibile di tecnologie riproduttive? In alcuni casi si tratta chiaramente della realizzazione di un desiderio, quando non addirittura di un capriccio (donne che vogliono un figlio senza avere un rapporto sessuale con un uomo; oppure si illudono di generare un genio facendosi inseminare con i gameti di un premio Nobel...; per non parlare di chi fa ricorso a «uteri in affitto» per futili motivi, e non per ovviare all’impossibilità biologica della gestazione).

Anche il fatto di considerare la sterilità una «malattia» e il rimedio all’infertilità un’opera terapeutica, solleva alcuni problemi dal punto di vista antropologico. Se la medicina si proponesse di rispondere a tutti i desideri e le convenienze della popolazione, le conseguenze sarebbero di enorme portata, tanto sul piano della politica sanitaria, quanto su quello della deontologia medica. Una medicina sociale dovrebbe rendere accessibili a tutti le costose pratiche della procreazione artificiale. Nella concezione liberale della sanità, invece, il medico, trasformato in prestatore di servizi, si troverebbe inevitabilmente preso nell’ingranaggio commerciale che regola la domanda e l’offerta, perdendo la facoltà di discernere tra le richieste, come richiede una corretta deontologia professionale.

Una terza categoria generale, usata per riferirsi a questa vasta gamma di interventi bio-medici, è quella di «tecnologie riproduttive». Anche questa designazione veicola implicitamente un giudizio etico, e precisamente quello soggiacente alla nozione stessa di tecnologia. Nell’ambito culturale dell’Occidente, profondamente compenetrato dell’umanesimo greco della techne e della spiritualità biblica del «dominate è soggiogate la terra», le azioni riconducibili alla tecnologia godono, a priori, di una considerazione positiva. In seno al cristianesimo ecclesiale, da questo punto di vista, non sono mai stati coltivati atteggiamenti sospettosi verso la scienza medica, come invece troviamo in alcuni gruppi settari, quali i Testimoni di Geova. La nozione filosofico-teologica di «natura» quale criterio etico («è buono ciò che è conforme alla natura e alla naturalità dell’atto») non ha escluso l’intervento correttivo sulla natura stessa. Oggi, tuttavia, la valenza etica positiva di ciò che è espressione di tecnologia si è incrinata. O piuttosto: siamo diventati più consapevoli dell’ambivalenza della tecnologia, che può anche rivolgersi contro l’uomo. L’homo faber, maggiorato in homo technologicus, sente più fortemente che la tentazione a giocare a fare Dio è carica di minacce per l’umanità. Preferiscono parlare di tecnologie riproduttive coloro che vogliono evitare designazioni condizionate da connotazioni rigide, a vantaggio di quel processo di discernimento critico che è costitutivo dell’etica.

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L’esame dettagliato della terminologia ci aiuta a diventare consapevoli della pregnanza semantica dei termini che si usano, nonché delle valutazioni morali implicite che essi contengono. Ai medici e agli scienziati questo lavoro filosofico può forse venire a noia; ma tutto lascia credere che una buona filosofia sia il sale che impedisce alla tecnica di corrompersi. Un ripiego di comodo è quello di invocare per il medico un ruolo solo tecnico, che lo tenga lontano dai dilemmi morali. Il medico si esenta dal coinvolgimento nei problemi umani ed etici, col risultato che questi vengono gestiti da istanze separate dalla medicina, quali sono appunto la filosofia, o il diritto, o la teologia. La prassi viene allora a scontrarsi con l’etica nel suo aspetto più duro, cioè come normatività che cade quasi dall’alto. Se invece la prassi medica accetta di riflettere su se stessa, producendo norme man mano che si rendono necessarie per salvaguardare i valori che il sanitario vuol promuovere, l’etica medica crescerà dal basso, invece di cadere dall’alto.

Il cattolico che cercasse un orientamento etico nella dottrina della Chiesa ha delle indicazioni di principio e autorevoli prese di posizione delle chiese locali (conferenze episcopali australiana, inglese, canadese, francese), ma ancora nessun documento del magistero pontificio. (Come anticipato nell’introduzione di pag. 22, l’articolo è stato scritto prima della pubblicazione dell’«Istruzione su il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione», v. Materiali in inserto a pag. 41, n.d.r.). L’analisi della terminologia è solo apparentemente un ambito di riflessione pre-etico. In realtà può costituire un laboratorio ideale per avvicinarsi all’etica considerandola non nei suoi aspetti prescrittivi e formali, ma sostanziali: il campo dei valori in cui la decisione operativa è chiamata a confrontarsi criticamente col modello antropologico che si persegue.

Soprattutto i problemi che sorgono nelle tecnologie applicate alla riproduzione si prestano a una verifica della concezione diffusa della morale. Questa viene spesso rappresentata come un corpo estraneo che non si amalgama col desiderio umano, ma lo frustra sistematicamente col divieto. Non possiamo escludere in modo assoluto che il discorso etico non abbia rappresentato talvolta un aspetto di questo genere; anzi, specialmente in ambito bio-medico, continua molto spesso a presentarlo.

Medici e scienziati mostrano una comprensibile allergia verso l’etica concepita come un sapere dogmatico precostituito, che viene elaborato in altra sede: la sede, appunto, dove le istituzioni totalitarie forgiano le loro credenze. Temono che la loro coscienza e il loro operato siano in qualche modo colonizzati da un’istanza esterna, unica accreditata a giudicare ciò che è bene e ciò che è male, morale o immorale, conforme o no alla natura umana. Ciò spiega, ad esempio, perché chi opera nel campo delle tecnologie riproduttive preferisca spesso fare appello all’aspetto tecnico piuttosto che a quello umano, e tenda a navigare lontano dagli insidiosi dibattiti sui principi etici, appellandosi al pragmatismo. Medici e biologi temono che l’etica sia il cavallo di Troia che può introdurre nella cittadella della scienza la violenza dell’ideologia.

Quando si invoca l’etica nell’ambito delle tecnologie riproduttive si alza in volo la paura che vengano dei «chierici» (ideologi e funzionari di partito, oppure teologi, progressisti o integristi che siano) a dire ai sanitari che cosa devono fare in questo o quel caso. Purtroppo l’etica e la morale sono sinonimi — soprattutto in Europa, terra di inveterati conflitti ideologici — di intolleranza. Evocano il tentativo di imporre agli altri la propria visione, di tracciare sentieri obbligati per la verità, di eliminare mediante la sopraffazione il pluralismo e le divergenze. Ancora una volta, quindi, osserviamo che il dibattito sugli aspetti etici della riproduzione assistita può essere opportunamente utilizzato come occasione privilegiata per fare della «meta-etica», verificando operativamente la natura del discorso etico e i compiti che gli si attribuiscono.

In particolare, l’etica è convocata nelle cliniche dove si combatte la sterilità e nei laboratori dove vengono messe a punto procedure di controllo della riproduzione col compito di operare un discernimento critico ed ermeneutico del desiderio di procreare. Dal punto di vista della morale religiosa, può essere considerato come esemplare il procedimento adottato da un documento dei vescovi francesi (Vita e morte su richiesta, novembre 1984). Invece di far cadere sulle pratiche di riproduzione assistita una sentenza sommaria di condanna o di assoluzione, il documento rivolge loro degli interrogativi e traccia le tappe della crescita antropologica e spirituale necessaria per sottrarsi alle insidie delle nuove tecnologie bio-mediche. Le confronta, più precisamente, con la duplice logica che le sottende: quella del sentimento e quella tecnica: l’una non accetta un principio regolatore del desiderio, l’altra tende a trasformare il dominio della natura in tecnocrazia. Spesso — affermano i vescovi francesi — la qualifica morale (cioè la vera portata umana di un comportamento) non appare subito chiaramente. Solo esaminando le ripercussioni sugli altri e le conseguenze a lungo termine se ne scopre la fondatezza o, al contrario, gli effetti perversi. È necessaria anche una grande libertà di spirito, perché non ci si libera facilmente della duplice logica del sentimento e della tecnica. Condotta in questo modo, ci sembra che la riflessione etica possa diventare uno strumento pedagogico di formazione della coscienza, e quindi un fattore di umanizzazione.

Cancro e persona umana: considerazioni etiche

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Sandro Spinsanti

CANCRO E PERSONA UMANA: CONSIDERAZIONI ETICHE

in Incontro Lega contro i Tumori Informa

anno X, n. 1, giugno-agosto 1992, pp. 8-10

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Molte situazioni nuove, create dal progresso della biologia e della medicina, creano perplessità profonde. La difficoltà a valutarle sulla base dei tradizionali criteri morali che ci hanno guidato finora ha fatto sorgere una nuova disciplina: la bioetica.

Per alcuni studiosi di bioetica la categoria di "persona" è sembrata una risorsa concettuale molto promettente. Di fatto, almeno in alcuni ambiti sembra che il riferimento alla persona umana — quale soggetto di diritti, dotato di una dignità inalienabile — possa fornire utilmente dei criteri per distinguere il lecito dall'illecito. Appare come un'affermazione ragionevole, per esempio, dire che la dignità della persona umana proibisce il commercio degli organi; oppure che la qualità di persona non è limitata all'utilità sociale dell'individuo o alla sua capacità di pagare le prestazioni sanitarie, per cui il malato ha diritto ad essere curato indipendentemente dalle sue possibilità economiche.

In particolare, la categoria di persona si rivela molto utile per definire i limiti etici di pratiche sanitarie intriganti legate ai segmenti iniziali e finali della vita umana, quali creazione di embrioni per la riproduzione medicalmente assistita, trattamento di malati in coma vegetativo, interventi eroici per salvare la vita a neonati affetti da gravi deformazioni ecc. In questi casi la nozione di persona e il criterio operativo del suo rispetto — l'essere umano deve essere tutelato dal primo istante della sua esistenza fino alla sua morte — si rivelano utili. Si potrà discutere dal punto di vista antropologico sulla estensione della qualità di persona, ma si troverà facilmente il consenso sul fatto che, là dove si ha una persona umana, la libertà di azione dell'uomo è soggetta a vincoli particolari. La persona va trattata come persona; essa non può essere considerata come un mezzo per favorire il progresso della scienza medica, ma è piuttosto un criterio per valutare la moralità degli interventi

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sull'uomo. Si può dire la stessa cosa per i problemi etici che nascono nel trattamento di malati affetti da neoplasie? Qui lo scenario è diverso da quello offerto dai casi limite che hanno reso popolare la riflessione bioetica. Non si tratta di violenti conflitti di diritti, ma di spostamenti più sottili avvenuti nell'ambito degli orientamenti profondi che reggono le decisioni mediche (tanto profondi da essere, per lo più inconsapevoli o quanto meno non verbalizzati: il medico di solito non ha bisogno di fermarsi a riflettere, ma "sa" quello che deve fare con il paziente, avverte di intuito qual è la decisione clinica giusta e quella sbagliata, in una commistione inestricabile tra aspetti sanitari ed aspetti etici).

Tradizionalmente il medico ha orientato la sua azione al beno o miglior interesse del paziente: guarigione e ristabilimento della salute, sollievo delle sofferenze, mantenimento delle capacità residue, palli azione dei sintomi. Tutto ciò è incluso nel concetto che l'intervento medico si ispira al criterio della "beneficità" (la bioetica di lingua inglese parla a questo proposito di "beneficence"),

In questa prospettiva non si prendono in considerazione i valori del paziente, né si ipotizza la loro possibile dissonanza rispetto a quelli del medico: l'orientamento sotteso all'azione del sanitario e la motivazione che spinge il paziente a ricercare l'aiuto medico tendono a coincidere.

Questo paradigma era valido fino a un passato recente, mentre non rispecchia più lo stato dell'assistenza sanitaria nei Paesi ad alto sviluppo tecnologico, così come si sta evidenziando sotto i nostri occhi: nella medicina più avanzata i valori del paziente e le potenzialità di intervento possono divergere in modo clamoroso.

La coincidenza tra gli obiettivi soggettivi del paziente e le capacità della medicina si è realizzata armoniosamente durante lo sviluppo che la sanità ha conosciuto nei Paesi industrializzati negli anni '40 e '50 del nostro secolo. Le malattie paradigmatiche di quel periodo erano le affezioni infettive. Se i pazienti avevano, per esempio, la polmonite ed esisteva un farmaco efficace come la penicillina per curare la malattia potenzialmente fatale del paziente, l'azione medica si trovava circoscritta entro tre parametri ben definiti: le conoscenze cliniche del medico, la volontà del paziente di ricevere il trattamento e l'intervento appropriato.

Lo scenario dei nostri anni vede invece come predominanti le malattie cardiovascolari, il cancro, le affezioni degenerative e croniche. Rispetto a queste malattie, i parametri tradizionali sono rimessi in discussione e la precaria armonia raggiunta nella generazione precedente è compromessa. Diventa sempre più difficile trovare un consenso sugli interventi medici migliori.

Se tradizionalmente l'azione del medico e le aspettative del paziente coincidevano, oggi, i valori del paziente e le potenzialità di intervento possono divergere in modo clamoroso.

Non è più evidente che il paziente voglia ricevere ogni trattamento possibile, e forse neppure il trattamento standard, in quanto il suo punto di vista soggettivo, i suoi valori e le sue preferenze potrebbero essere in stridente contrasto con quanto gli viene proposto dalla prassi medica.

In questo spazio aperto alla soggettività, emergono le differenze non appianabili tra gli individui.

Le scelte, modulate sulla gerarchia personale dei valori, possono divergere sensibilmente.

Qualcuno potrà rivolgere, ad esempio, la sua preferenza ai trattamenti che gli assicurano un massimo di lunghezza di vita, non importa in quali condizioni; qualcun altro, invece, darà la priorità al controllo del dolore, anche a scapito di una quantità maggiore di vita; altri infine potranno mettere in primo piano nella propria scala dei valori la dignità, la libertà personale, la capacità di tenere sotto controllo la situazione.

In pratica, la decisione clinica riferita a questo insieme di malattie ― di cui il cancro può essere assunto come caso paradigmatico ― diventa molto più complessa, perché

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deve prendere in considerazione un numero maggiore di variabili. Se nel trattamen-to di un caso di cancro bisogna procedere con un intervento chirurgico, o ir-radiante, o con l'esposizione del paziente a una chemioterapia tossica, oppure è preferibile rinunciare a qualsiasi intervento perché il beneficio del paziente è irrile-vante rispetto ai costi umani o economici; quale trattamento, o astensione dal trattamento, sia più consono alle scelte di vita del paziente e favorisca maggiormente la sua autorealizzazione esistenziale: tutte queste considerazioni necessarie per far oggi della "buona medicina", sviluppano un clima di incertezza che non concede sicurezze a priori. Il ricorso all'evidenza scientifica e tecnica non basta; la clinica delle malattie più tipiche del nostro tempo richiede un coinvolgimento profondo nelle aspettative personali e nei valori soggettivi che le sostengono.

Poiché le persone sono uniche e le opzioni del trattamento sono molteplici la "buona medicina" richiede scelte che favoriscano l'autonomia individuale.

Un'espressione di questo diverso clima che circonda le decisioni cliniche sono le dichiarazioni sempre più frequenti dei medici che, rinunciando all'aura di onniscienza e onnipotenza, invitano i pazienti a elaborare insieme al medico la scelta terapeutica che sia più in sintonia con i loro valori e preferenze. Ciò vale in modo paradigmatico per il trattamento del cancro del seno; ma esprime anche, da un punto di vista più generale, l'orientamento che sentiamo più conforme allo spirito che anima la medicina del nostro tempo.

Nel linguaggio della bioetica, ciò equivale a un passaggio dal predominio dell'orientamento al principio della beneficità a quello della autonomia del paziente, ovvero alla promozione della sua autodeterminazione. A questo punto ritroviamo il concetto di "persona" in quanto portatrice di soggettività. Poiché le persone sono uniche, non vanno trattate tutte in modo uniforme; e poiché le opzioni del trattamento medico sono molteplici, la "buona medicina" richiede che le scelte vengano fatte in modo da favorire l'autonomia individuale.

Promuovere l'etica nel contesto della nostra medicina, a profilo prevalentemente paternalista, equivale a far emergere le esigenze del rispetto della persona in tutte le fasi del processo terapeutico: dall'accoglienza del paziente alle procedure diagnostiche; dalla comunicazione della diagnosi e della prognosi alla ricerca comune della strategia terapeutica; dalla debita tensione a ottenere risultati nella lotta alla malattia, impiegando tutte le risorsi; utili e appropriate, alla necessaria modulazione dell'azione sulla ragionevole accettazione dell'inevitabile.

L'etica di oggi, in quanto centrata sulla persona umana, ci impedisce di attribuire a ogni essere, anche se malato — anche se malato di una malattia mortale — quella che Kant chiamava "una minorità non dovuta".

Senza dimenticare, però, che promuovere la persona umana non è sinonimo di scelte di carattere radicalmente individualista. La persona si costruisce, si sviluppa e si sostiene nella relazione. Ognuno, specialmente se malato, ha bisogno di sostegno. Per questo la relazione medico-paziente, anche se corretta da una necessaria iniezione di orientamento al rispetto dell'autonomia delle persone, non potrà mai assomigliare a quella che un cliente stabilisce con chi offre merci o servizi. Il nostro ideale rimane l'alleanza terapeutica. Non, quindi, un freddo rapporto burocratico che si limita a raccogliere desideri e preferenze del cliente, lasciandolo però solo con l'angoscia che accompagna scelte di vita e di morte, ovvero di qualità della vita e di qualità della morte; ma un rapporto che della persona umana sappia riconoscere ed accogliere il bisogno di creare dei legami. In particolare quando la vita è minacciata e c'è qualcuno — un sanitario, con la necessaria competenza tecnica e relazionale — che per professione può e deve offrire il suo aiuto.

L’etica in medicina

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Part of the Bioetica sistematica series:

L’ETICA IN MEDICINA

Intervista a Sandro Spinsanti

a cura di Michele Gangemi

in Medico e bambino

vol. 30, n. 6, 30 giugno 2011, pp. 387-388

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La bioetica è una disciplina che si occupa delle questioni morali collegate alla ricerca biologica o alla medicina (Wikipedia). Concordi con questa definizione o ritieni che vada meglio precisata?

Per definire la bioetica si può fare di meglio. Naturalmente non si può escludere che ci sia anche chi fa di peggio... Quando sentiamo parlare, per esempio, della bioetica come parte integrante del programma di un partito, o di un sottosegretario del governo con delega per la bioetica, praticamente la si viene a identificare con le norme giuridiche che si ritiene debbano delimitare i comportamenti accettabili nell’ambito della biologia e della medicina, ovvero con il biodiritto. In pratica questo modo di concepire la bioetica la identifica con il contenzioso sociale riguardo a ciò che una società possa permettere o debba proibire. La definizione di Wikipedia non è così ristretta; il suo limite tuttavia è di non delineare i confini delle “questioni morali” rilevanti nella pratica biomedica. C’è una notevole differenza se abbiamo in mente solo i problemi che nascono sul confine estremo del progresso tecnologico o dell’intervento sulla vita (come la clonazione, i trapianti di organi, la procreazione medicalmente assistita, la sopravvivenza in coma vegetativo...) o le situazioni più semplici e routinarie. Per identificare questo ambito Giovanni Berlinguer ha proposto l’etichetta “bioetica del quotidiano”. Personalmente mi oriento a considerare la bioetica come un cambiamento di paradigma rispetto alla tradizionale “etica medica”, che modifica i comportamenti anche rispetto a tutto ciò che non si presenta come vistosamente eccezionale o di frontiera. Fare medicina applicando le regole comportamentali della bioetica è diverso dal farla seguendo quelle formulate dall’etica medica, quand’anche le patologie trattate fossero le stesse e i trattamenti non fossero il prodotto della tecnologia più avanzata.

Quali sono i principali nodi bioetici in pediatria?

La pediatria si presta bene a illustrare la differenza tra le due concezioni della bioetica che possiamo chiamare, appunto, bioetica di frontiera e bioetica del quotidiano. Nella prima accezione si tratta del sapere appropriato per affrontare questioni scottanti come il nuovo ambito della procreazione medicalmente assistita, con tutto il suo arsenale di tecniche rivolte a scavalcare l’incapacità ad avere figli attraverso la via prevista da madre natura. Oppure pensiamo alla clonazione, alla ricerca che utilizza gli embrioni, alla diagnosi prenatale; per non parlare dei problemi dell’assistenza a neonati ad alto rischio e del limite necessario alle cure intensive neonatali. Se invece la bioetica non è confinata alle questioni legate al progresso tecnologico, in quanto si identifica con la pratica della medicina in quanto tale, ma con altre “regole del gioco” rispetto al modello trasmesso dalla tradizionale etica medica, allora il nodo principale è costituito dal superamento del paternalismo medico. Questo era in vigore non solo in pediatria ma in tutto l’ambito della medicina. In pratica, consisteva nel trattare i pazienti ― di qualsiasi età, qualunque fosse la loro condizione mentale ― come un buon padre (o una buona madre) tratta un infante. Non dimentichiamo che “in-fante” significa, etimologicamente, chi non è in grado di parlare; la pratica della medicina alla quale attribuiamo l’atteggiamento paternalistico non aveva bisogno della parola del paziente (Virgilio nell’Eneide per parlare di un medico dice che esercitava la “muta ars”...). Secondo il modello paternalistico chi sta nella posizione dominante ritiene di sapere qual è il bene per la persona di cui ha la responsabilità, senza bisogno di ascoltarla; e persegue il migliore interesse di questa prendendo decisioni che non richiedono il consenso. In breve, mentre il modello paternalistico, promosso dall’etica medica, tratta gli adulti come bambini, il rapporto che si iscrive dentro le regole della bioetica deve tendere a trattare anche i bambini come adulti (almeno potenziali). E naturalmente la bioetica richiede che gli adulti siano pienamente coinvolti nel processo decisionale.

Quali discipline sono collegate alla bioetica e quale è la tua formazione?

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Tra i neologismi si va diffondendo, parallelamente alla bioetica, anche “bioeticista”, per indicare il professionista che si occupa di bioetica. La novità della disciplina ci autorizza ad affermare che non ci sono bioeticisti prodotti da uno specifico sapere accademico (così come studiando il diritto si diventa giuristi, la biologia produce biologi o la conoscenza della storia fa gli storici...). Direi che cultori di bioetica si diventa, muovendo oltre la propria disciplina specifica. Ci sono studiosi che hanno portato un notevole contributo a questo ambito partendo dalla filosofia, o dal diritto, o dalle scienze sociali, o dalla storia. Nel volume La bioetica. Biografie per una disciplina (ed. Franco Angeli, 1995) ho tracciato il profilo di 25 bioeticisti che, all’epoca, godevano di una più alta considerazione a livello internazionale. Ebbene, nella generazione dei pionieri della bioetica non ho riscontrato un percorso che assomiglia a un altro: ognuno ha seguito una traiettoria biografica e concettuale diversa. Personalmente il mio cammino si è svolto a partire dalla teologia e dalla psicologia. Ma in generale direi che è più importante considerare verso dove si va, piuttosto che da dove si muove.

Narrazione e bioetica: quale relazione si può stabilire tra questi due approcci?

Da qualche tempo si parla molto di Narrative Based Medicine. Nell’interpretazione più diffusa è presentata come un correttivo all’Evidence Based Medicine, intesa come rigoroso riferimento alle prove di efficacia che legittimano qualsiasi trattamento medico. Mentre l’Evidence confronta il clinico come il rigore della scienza, la narrazione lo riporterebbe alla soggettività e al vissuto di malattia, diverso da persona a persona. Anche senza artificiose contrapposizioni tra EBM e NBM, possiamo affermare che la narrazione è intrinseca a quel nuovo approccio alle decisioni in medicina che abbiamo chiamato bioetica, nel senso estensivo e quotidiano. Questa presuppone, infatti, che la decisione sia presa insieme, dal clinico e dal soggetto coinvolto. In ambito pediatrico, poi, bisogna ulteriormente considerare che la persona a cui si rivolgono le cure è un minore, la cui autonomia si sta sviluppando su un asse temporale e psicologico, e che la famiglia è necessariamente coinvolta nella sua interezza. Ebbene, la condivisione della decisione presuppone, prima ancora dell’informazione, l’ascolto. È questo il luogo originario della narrazione. Ogni paziente racconta la sua storia ha intitolato Lisa Sanders il saggio in cui delinea “l’arte della diagnosi” richiesta dalla medicina del nostro tempo (tr. it. Einaudi, 2009). Trovare la cura giusta per il paziente giusto è l’impresa ardua che neppure il clinico più competente può portare a termine senza la collaborazione attiva del soggetto che viene curato. In questa prospettiva medicina narrativa e bioetica vengono praticamente a sovrapporsi.

Quale ruolo può giocare il Comitato Etico nella ricerca in ambito pediatrico? È utile la presenza di un pediatra nel Comitato?

Partiamo all’atteggiamento di fondo verso la ricerca: se la si considera un optional, o un espediente per avere accesso al ricco budget di qualche azienda farmaceutica, è impossibile coniugare ricerca ed etica. Anche se il protocollo riceve l’approvazione di un Comitato Etico, la qualità morale della ricerca risulta molto discutibile (se non altro perché molte ricerche condotte con questo spirito non mirano a risolvere quesiti clinici veri e rilevanti). La ricerca è necessaria non solo per poter disporre, in futuro, di farmaci più efficaci, ma per migliorare l’esercizio stesso della quotidiana prassi di diagnosi e cura. Un accento particolare va poi messo sulla necessità della ricerca in pediatria. Le conoscenze che derivano dai grandi trial clinici non sono a misura di bambino. I farmaci vengono sperimentati su soggetti adulti, così che in pediatria anche i farmaci di più provata validità scientifica sono spesso off label. Naturalmente il Comitato Etico deve garantire che la ricerca sia condotta con tutte le garanzie richieste di sicurezza e tutela dei soggetti fragili. Se non è visto come un mero organismo burocratico, il Comitato può diventare un alleato dei migliori ricercatori. La presenza di un pediatra (e/o “medico di libera scelta”, specificano i decreti ministeriali istitutivi dei Comitati) è prevista. Diventa preziosa se riesce a esplicitare la necessità di portare anche in pediatria l’approccio della ricerca, proprio della migliore medicina.

Alcune Regioni ― per esempio il Veneto e la Toscana ― hanno istituito anche una rete di Comitati per l’etica clinica, parallela a quella dei Comitati che si occupano della ricerca. Quale può essere l’utilità di questi Comitati?

Dipende dall’uso che ne fanno i clinici. Potrebbero essere utilizzati come strategia per scaricare le proprie responsabilità (“Facciamo come ci ha prescritto il Comitato”...). Ciò porterebbe fatalmente a un impoverimento della qualità etica delle professioni sanitarie. Ma i Comitati possono anche essere vissuti come un luogo dove emergono le perplessità che incontrano i clinici e si elaborano comportamenti condivisi. Facciamo solo un esempio. Non molto tempo fa a Treviso la stampa ha dato una pubblicità negativa alle decisioni dei medici del reparto di Patologia neonatale di mettere un limite a dei trattamenti rivolti a un bambino che stava andando inevitabilmente verso la fine, permettendogli di morire in modo meno straziante, in seno alla famiglia. Il fatto è stato ricondotto dentro la logica dei fronti bioetici contrapposti ― quella bioetica caricaturale che ama contrapporre posizioni “pro vita” ad altre accusate di essere “pro morte”― e denunciato come esempio di “eutanasia” neonatale, alternativa alla logica della sacralità della vita. Ma la polemica è stata subito disinnescata dalla diffusione delle linee-guida, discusse preventivamente dal Comitato con i clinici e diffuse dal documento: “L’accompagnamento del bambino e della sua famiglia al momento della fine della vita”. Un Comitato che lavori in questo modo, dando voce ai clinici e sostenendo la loro ricerca dei comportamenti eticamente giustificabili, può essere un valido aiuto per i molti dilemmi che si presentano a chi pratica una medicina che deve cercare di definire in modo nuovo che cosa è appropriato fare e che cosa invece merita la condanna morale del “troppo” o del “troppo poco”.

La boxe: un problema di etica medica?

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Sandro Spinsanti

La boxe: un problema di etica medica?

in Medicina e Morale

fasc. 1, 1985, pp. 92-98

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LA BOXE: UN PROBLEMA DI ETICA MEDICA?

Il ring uccide. Senza produrre ecatombi come la circolazione stradale, è tuttavia fatale per un numero considerevole di pugili. Secondo le statistiche, dal dopoguerra ad oggi 357 pugili sono rimasti vittime del ring, con una media annua di dieci pugili, tra dilettanti e professionisti. Uno stillicidio, una lenta emorragia. Tanto basta, però, per chiedersi se non si possa o si debba fare qualcosa per evitare quelle morti. Quando un pugile cade in coma o muore nel corso di un combattimento, divampa per un momento la polemica tra abolizionisti e antiabolizionisti della boxe; poi la questione scivola via dal campo di interesse, ed è presto dimenticata.

Una risonanza maggiore ha avuto l’intervento dell’Associazione medica mondiale, nel corso della sua XXXV assemblea tenutasi a Venezia nell’ottobre 1983. Tema della giornata di studio dell’assemblea era l’etica medica. In quel contesto venne presentata una risoluzione che auspica l’interdizione della boxe e, nel frattempo, raccomanda che vengano assunte alcune misure precauzionali per limitarne la nocività.

La voce che si leva da un organismo che rappresenta le organizzazioni mediche di tutto il mondo non poteva essere ignorata. Le valutazioni dell’A.M.M. sono rimbalzate sui giornali, rinfocolando la polemica sulla boxe. Il dibattito è aperto su diversi fronti. Si discute se non sia possibile minimizzare i rischi della boxe senza abolirla in quanto competizione sportiva (per es. responsabilizzando i manager o creando un’organizzazione di tipo sindacale che tuteli gli interessi morali e materiali della categoria dei pugili). Un palliativo — sostengono alcuni — potrebbe essere anche una presenza più efficace del medico a bordo ring, con facoltà di interrompere l’incontro quando, a suo avviso, sia in pericolo l’integrità fisica di uno dei pugili.

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Ma il dibattito si accende soprattutto sulla questione di fondo: hanno diritto i medici a intervenire in merito alla boxe in quanto sport? In nome di quale istanza la condannano e ne propongono l'abolizione? Al di là dell’interesse che si può avere per i problemi sociali ed etici che solleva la boxe, il dibattito sotto questa angolatura è un’occasione per verificare i presupposti e la portata dell’etica medica.

Ci domandiamo anzitutto: la presa di posizione contro la boxe da parte degli organismi rappresentativi dei medici equivale a un giudizio morale? A conclusione del congresso mondiale di Venezia i medici si sono premurati di chiarire la natura del loro intervento. Pur ammettendo di non avere i mezzi per modificare la situazione di fatto, hanno dichiarato di non poter continuare ad assistere senza prendere posizione al continuo massacro di pugili in ogni parte del mondo; con la loro dichiarazione rimandano alle «responsabilità di chiunque agisca nel mondo della boxe, senza con ciò voler avere l’aria di missionari o di moralisti, in quanto abbiamo a cuore la tutela dell’uomo». L’ultima distinzione merita un’attenta considerazione: pur appellandosi a «principi di ordine morale», i medici pretendono di non fare del moralismo, e di parlare da un punto di vista che è quello di professionisti che hanno a cuore la salute dell’uomo. I medici non solo non vogliono fare del moralismo, nel senso deteriore che solitamente si attribuisce a questo termine, ma neppure possono e vogliono far credere che la medicina sia in grado di fornire un giudizio ultimativo sulla moralità o immoralità della boxe.

La valutazione etica di questo comportamento è diversa, a seconda dei valori ai quali ci si riferisce. Inoltre, gli interessi personali possono insinuarsi e contaminare il giudizio etico. Per i pugili questa attività sportiva è molto appagante in senso narcisistico: venendo per lo più da ambienti sociali segnati dall’emarginazione e dalla deprivazione, tendono a banalizzare il rischio e i danni con i quali pagano il successo. Per il mondo che gravita attorno alla boxe sono gli interessi economici che turbano la serenità della valutazione morale. Un diffuso quotidiano ha visualizzato — non saprei dire se consapevolmente o no — questo aspetto del problema della boxe. La pagina che riportava la presa di posizione del congresso medico in Venezia era divisa simmetricamente in due parti: quella superiore condannava la boxe, mentre quella inferiore reclamizzava un incontro pugilistico in

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televisione, sponsorizzato da una marca di liquori, invitando alla «Grande Notte della Boxe»... A livello di massa, l’accettabilità morale della boxe è confusa con l’attrazione e l’entusiasmo che essa esercita sullo spettatore, al quale fornisce la possibilità di vivere proiettivamente la propria aggressività repressa.

Sulla condanna morale della boxe non c’è un consenso sociale, che si basi su valori condivisi da tutti. È emblematica, in questo senso, la reticenza della morale cattolica. Si possono registrare, è vero, posizioni di singoli moralisti che valutano severamente la boxe in quanto sport 1. Così G. Perico, partendo dal presupposto che la violenza è l’anima del pugilato e che la tendenza insita nel combattimento stesso è quella di danneggiare l’avversario, giunge a una conclusione molto critica, che tuttavia non si spinge fino alla condanna: «Sul piano della valutazione morale, tenuto conto dei danni psicofisici che un pugile cerca di infliggere all’altro per metterlo fuori combattimento, devono essere sollevate forti riserve sia nei confronti del pugilato dilettantistico che di quello professionistico». Pur disapprovando la boxe, non la considera un comportamento inequivocabilmente proibito per il cristiano, in quanto azione che contrasta col comandamento di non uccidere o con il supremo valore della carità 2.

Posizioni più possibilistiche erano offerte dalla morale manualistica tradizionale. Un dibattito sulla moralità del pugilato, avvenuto verso la metà degli anni ’50 e condotto pubblicamente su riviste come Famiglia Cristiana e Palestra del clero, aveva visto posizioni contrastanti. P. Palazzini, sintetizzando la posizione prevalente della morale di scuola, parlava di «giudizi in sé troppo severi» pronunciati nella polemica. A suo avviso, la lesione sportiva può essere tollerata in considerazione dell’effetto buono. In base ai principi dell’azione con duplice effetto, riteneva sufficiente alla liceità di tali sport pericolosi che esistesse una causa proporzionatamente grave. Per la pratica di

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sport che espongono a pericolo prossimo escludeva come motivo il divertimento e il lucro, ma accettava come sufficiente «l’educazione della volontà e la formazione del carattere» 3. Le posizioni dei singoli moralisti mostrano una certa oscillazione, accentuata dal fatto che manca in materia una presa di posizione ufficiale del supremo magistero ecclesiastico; nell’insieme, tuttavia, la boxe non è considerata un’attività per natura sua incompatibile con lo standard morale che si richiede a un cristiano.

Si assumeranno, dunque, i medici il compito di condannare moralmente la boxe, quando la Chiesa stessa non ha voluto farlo? Proibiranno le associazioni mediche ai loro iscritti di collaborare in quanto medici alla realizzazione di incontri pugilistici, dichiarando questa attività incompatibile con l’esercizio della professione medica? Menzioniamo questa possibilità perché essa è, astrattamente, possibile. Il meccanismo invocato in tali casi è quello delle normative deontologiche, particolarmente se codificate. Le norme deontologiche vietano alcuni atti in quanto incompatibili con la professione. Il criterio non è quello della malvagità morale dell’atto — che può essere, secondo i criteri etici di ognuno, valutato diversamente —, quanto piuttosto quello della coerenza con lo spirito che anima la pratica della medicina. Se qualche procedura compromette socialmente l’immagine del medico, ne offusca il buon nome — la doxa, di cui parla il giuramento di Ippocrate —, travisa il significato della professione e incrina il rapporto di fiducia che sorregge la pratica della medicina, i responsabili dell’organizzazione professionale si premuniscono, imponendo ai medici di astenersene. Questo era il caso, per esemplificare, della proibizione fatta ai medici di partecipare a pratiche abortive, in vigore fino alla revisione del codice deontologico avvenuta nel 1978. L’interruzione della gravidanza per motivi non terapeutici, al di là della valutazione morale personale dell’atto, era inconciliabile col senso della professione medica, nella fisionomia da questa assunta in interscambio con la realtà sociale. Analogamente possiamo considerare la partecipazione del medico alla tortura.

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Se la collaborazione del medico allo svolgimento di incontri pugilistici fosse incompatibile con la professione e compromettesse socialmente la sua immagine, sarebbe possibile ricorrere alla proibizione per motivi deontologici. Di fatto, nessun codice deontologico lo vieta. Esiste, per contro, una commissione medica della Federboxe. Anche se i poteri del medico a bordo ring sono rigorosamente limitati — non può intervenire di propria iniziativa, ma solo se chiamato dall’arbitro — in qualche maniera offre di fatto una certa copertura alle riunioni pugilistiche e la sua presenza fornisce un comodo alibi. Probabilmente è questa implicita chiamata in correo del medico che assiste agli incontri, quando muore un pugile, che ha suscitato il progetto di condanna dell’Associazione medica mondiale. La complicità, ovviamente, è solamente morale, senza rilevanza giuridica: la boxe è infatti — come è stato notato — l’unico sport in cui, se qualcuno rimane ucciso, a chi è responsabile di questa morte non arriva comunicazione giudiziaria.

Se, dunque, i medici non prendono posizione contro la boxe in nome di una valutazione etica con cui la giudicano immorale, né elevano contro di essa una barriera di norme deontologiche, che valore rimane alla dichiarazione della massima assemblea mondiale? È un interrogativo che si estende anche ad altre dichiarazioni emesse con scadenza regolare dall’A.M.M. Fin dalla sua creazione, nel 1948, F Assemblea si pronunciò su numerosi problemi, suggerendo ai medici linee di condotta in linea con principi etici severi. Così la dichiarazione di Sidney del 1968 sulle precauzioni tecniche nel determinare la morte di un donatore d’organo; quella di Helsinki del 1964, rivista a Tokyo nel 1975, sulla sperimentazione con soggetti umani e sulle ricerche biomediche; quella di Tokyo del 1975 sulla tortura e le altre pene e trattamenti crudeli, disumani o avvilenti in relazione alla detenzione e alla carcerazione. In tutti questi problemi le associazioni mediche, pur non potendo pretendere l’unanimità del giudizio morale di tutti i medici, orientano la prassi secondo un «ethos» professionale più rigorista di quello che si rispecchia nella comune moralità.

È un atteggiamento che vediamo già in atto nell’antichità, quando ha preso forma il primo nucleo di quell’etica medica a cui costante- mente ci si richiamerà in Occidente. Il cosiddetto giuramento di Ippocrate rispecchia un allineamento con la morale pitagorica, molto più restrittiva, rispetto ai costumi greco-romani, per ciò che riguarda

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l’interruzione della gravidanza, l’aiuto dato ai sucidi e le cruente pratiche chirurgiche. Senza diventare una «super-morale», che faccia cadere giudizi in nome di una cattedra etica più alta di quelle della religione e della filosofia, l’ethos medico ha trovato nel riferimento costante alla promozione della vita un’ispirazione che ha guidato i comportamenti professionali, talvolta distaccandosi dalla comune sensibilità morale dell’epoca. Quando Albert Schweitzer, alla ricerca di un principio auto-evidente da porre a fondamento di tutta la costruzione concettuale dell’etica, lo trovò nel «rispetto della vita» (Lebensehrfurcht, dove Ehrfurcht dice molto più di «rispetto», richiamando il timore reverenziale che confina con il fascinosum et tremendum del sacro), rispecchiava in qualche modo quell’ethos 4. E Schweitzer era, per l’appunto, un medico.

Lasciandosi guidare da tale principio, che fa corpo con il senso della professione medica stessa, il medico può trovarsi schierato su posizioni che magari non hanno il supporto della sensibilità comune, e forse neppure quello di un’argomentazione di filosofia morale stringente. Tale sembra essere il caso della boxe. Il preambolo della dichiarazione di Venezia è sintomatico. Senza menzionare come referenti principi filosofici o religiosi, si richiama al dato di fatto incontrovertibile che la boxe è uno sport pericoloso per la vita e l’incolumità fisica: «contrariamente agli altri sport, lo scopo fonda- mentale della boxe è quello di infliggere un danno corporale all’avversario. La boxe può provocare la morte e avere una pericolosa incidenza sulle lesioni cerebrali croniche». Tanto basta al medico per sentire e dichiarare l’inconciliabilità della pratica della boxe con quello che è lo scopo che persegue con la sua professione, e quindi la sua inaccettabilità dal punto di vista medico.

Ci vorrà certamente del tempo prima che questa sensibilità compenetri la mentalità comune; ancor più tempo perché, smantellati gli interessi economici colossali che vi girano attorno, si possa

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eventualmente arrivare a misure politiche di abolizione o radicale modifica. I medici avranno fatto, nel frattempo, qualcosa di più che una solenne dichiarazione per sgravio di coscienza: avranno portato un contributo, attingendo dall’eredità del proprio ethos professionale, a far maturare le coscienze su un aspetto particolare della difesa della vita.

1 A questa luce considera la boxe E. ChiavacciMorale della vita fisica, Bologna 1976, p. 32, giungendo a una «condanna morale... netta e senza riserve». Nel pugilato e nella lotta, a suo avviso, «le capacità fisiche si misurano direttamente le une sulle altre, e il metro è direttamente la supremazia fisica sull’altro, che non può esprimersi che nel danno fisico che si è in grado di arrecare all’altro». La sua ferma condanna di tale attività sportiva in se stessa è una voce isolata nell’insieme della teologia morale cattolica.

2 G. Perico, «Sport», in Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma 1973, p. 1041.

3 F. Roberti e P. PalazziniDizionario di teologia morale, Roma 1955, pp. 1392-1395. Con lo stesso criterio veniva risolto il problema dell'imputabilità delle lesioni: «Si verifica il doppio effetto; l’uno buono (vittoria sull’avversario), e questo è voluto; l’altro cattivo (una eventuale lesione, qualunque fessa sia), e questo è soltanto tollerato. Né si reca ingiuria all’avversario, il quale, almeno praticamente, acconsente ed accetta l’aggressione con i suoi effetti».

4 Cfr. A. SchweitzerMa vie et ma pensé, Paris 1960. Il rispetto della vita nell’etica di Schweitzer implica non solo un rispetto timido e per così dire passivo della vita, ma un atteggiamento attivo che si manifesta in uno sforzo per incoraggiare la vita, e non solamente nella preoccupazione di proteggerla e di astenersi dal distruggerla. In questo senso il principio del «rispetto della vita» può diventare un pilone portante di: tutta l’etica: favorire la vita è bene, distruggerla è male. Vedi anche A. MinderRayonnement d'Albert Schweitzer, Colmar 1975.

Implicazioni etiche dell’obiezione di coscienza nella professione medica

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Sandro Spinsanti

Implicazioni etiche dell’obiezione di coscienza nella professione medica

in Medicina e Morale

fasc. 1-2, 1977, pp. 144-165

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IMPLICAZIONI ETICHE DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA

NELLA PROFESSIONE MEDICA

Quando qualcuno nell’esercizio della sua professione si appella alla coscienza suscita istintivamente rispetto. La coscienza individuale nella gerarchia di valori del nostro universo culturale occupa il posto più alto. Ad essa si attribuisce la decisione ultima. Dalla coscienza dipende la qualità etica del comportamento: ciò che è in accordo con essa ha un valore morale positivo; l’infrazione del dettato della coscienza inquina la moralità anche di un atto in sé buono. Il ricorso alla coscienza è circonfuso da un’aura ancor più sacrale quando si tratta della professione medica, dal momento che il medico ha il potere sulla vita di altri esseri umani.

La coscienza è, per sua natura, un’istanza insindacabile. Ciò non la sottrae però a qualsiasi forma di critica. In particolare, non può essere elusa la questione fondamentale: c’è veramente la coscienza dietro gli appelli alla coscienza? I «maestri del sospetto» ci hanno fatto aprire gli occhi sull’abisso esistente tra il linguaggio e la realtà. Non sempre siamo soggettivamente coscienti delle mistificazioni. Talvolta ci limitiamo a considerare le relazioni sociali apparenti, senza avvertire la realtà sociale di sopraffazione che nascondono. Oppure ci accontentiamo di ciò che le difese del pensiero cosciente lasciano filtrare, ignorando la realtà psichica repressa. Non soltanto chi è andato a scuola dal marxismo e dalla psicoanalisi è stato educato al sospetto sistematico. Anche l’uomo della strada ha imparato a diffidare delle parole altisonanti, a distinguere tra ciò che il linguaggio rivela e ciò che nasconde.

Le mistificazioni possono essere involontarie; per questo sono così pericolose. Specialmente quando coinvolgono la coscienza, il

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frutto più sublime e più fragile che l’educazione etica dell’umanità ha prodotto. Corruptio optimi pessima: lo sapevano anche gli antichi.

Poiché dunque l’appello alla coscienza può dar adito a mistificazioni, grossolane o raffinate che siano, è opportuno sottoporre l’obiezione di coscienza in campo medico a una riflessione critica. Non al fine di screditare l’obiezione, o per scoraggiare il ricorso ad essa, ma piuttosto per mettere in evidenza le condizioni che la rendono autentica e credibile; dunque, in sostanza, per promuovere un’obiezione di coscienza di qualità etica ineccepibile.

Il nostro interesse non va alla casistica, bensì al processo psicologico-morale-sociale dell’obiezione di coscienza in quanto tale. L’appellarsi alla coscienza è come un sasso gettato in acque stagnanti, una provocazione alla prassi comune. Lasciando le nostre riflessioni estendersi come il gioco dei centri concentrici sull’acqua, entreremo in un complesso di interrogativi inquietanti che concernono l’esercizio della professione, le motivazioni del comportamento, l’esperienza religiosa. In sostanza, sottoporremo l’obiezione di coscienza a una progressiva chiarificazione semantica a un triplice livello: deontologico, etico e religioso.

Il ricorso alla coscienza professionale

Quando un medico dichiara: «Questo, in coscienza, non lo posso fare», oppure: «La coscienza me lo vieta», si riferisce per lo più all’«ethos» che caratterizza la professione medica; la coscienza a cui fa appello è detta, più comunemente, «coscienza professionale» 1.

A un’analisi ulteriore l’ethos connesso a una professione appare dotato di una duplice rilevanza, giuridica ed etica. Il primo punto di vista costituisce il diritto professionale, strutturato come un insieme di prescrizioni di legge legate a una determinata professione. Esso specifica le obbligazioni di chi la esercita. Le infrazioni di tale normativa sono perseguibili penalmente. Ma l'ethos professionale non è ristretto a quanto può portare di fronte al giudice. C’è anche un

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insieme di doveri che dipende da un’altra fonte, quella che abbiamo chiamato l’istanza etica. Sono i doveri che costituiscono la deontologia di una professione (deontologia significa, letteralmente, «scienza dei doveri»).

In senso lato ogni professione impone dei doveri, quindi ha una deontologia 2. Quando la professione si organizza, tende a darsi uno statuto codificato, o almeno delle usanze che precisano i doveri dei membri. Le formulazioni deontologiche codificate, emanate dagli organi ufficiali della professione, godono di autorevolezza. È considerato legittimo il ricorso alle sanzioni (che possono andare dalle censure puramente morali fino alla sospensione o esclusione del professionista dal gruppo), affinché i membri del gruppo rispettino i doveri che hanno accettato con la loro adesione. Tali formulazioni deontologiche sono regole che i professionisti considerano essenziali per il buon esercizio della professione comune. Sono, dunque, più che un semplice regolamento; piuttosto uno spirito che deriva da una percezione collettiva dell’attività socialmente svolta e del senso di questa attività. La deontologia non si definisce però riferendosi a concetti astratti. Essa tende a concretizzarsi, mira ai casi incontrati dal professionista nella pratica quotidiana. Con riferimento a simili casi le prescrizioni deontologiche danno imperativamente soluzioni pratiche e precise, che definiscono i doveri del professionista. Nella forma di codici deontologici la deontologia assomiglia così un po' a una casistica.

Ricorrendo a un’immagine, potremmo dire che la deontologia è analoga ai consigli che i fabbricanti pongono alla fine del depliant allegato alle macchine che si vendono. Quando questi foglietti sono ben fatti, vi si trova, dopo l’inventario dei pezzi della macchina e l’enunciato dei principi del suo funzionamento, un insieme di regole per l’uso, seguite dagli accorgimenti per la migliore utilizzazione possibile della macchina. Con ciò il produttore non fa altro che indicare come rispettare la natura della macchina, sulla base di esperienze e osservazioni del passato fornite dagli utenti stessi.

L’analogia ha certo bisogno di correzioni. Soprattutto va precisato

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che la deontologia non deriva da uno spirito di efficienza utilitaristica. Essa si sviluppa nel campo delle professioni liberali, che hanno per oggetto l’uomo e i suoi valori; nel campo della medicina in primo luogo, per lunga tradizione umanistica. Nell’insieme tuttavia l’analogia con le «istruzioni per l’uso» è convincente. Essa evidenzia il carattere empirico delle norme deontologiche. Queste non equivalgono a una morale professionale, vale a dire a un insieme di precetti elaborati per deduzione da un’etica generale, considerando l’incidenza in un’attività professionale dei valori etici ai quali ci si riferisce. Sono piuttosto il frutto di una riflessione collettiva, stimolata dai problemi suscitati dalla professione e che superano l’ambito dei regolamenti e dalla routine. Protagonisti della riflessione deontologica sono professionisti coscienti e critici, che hanno di mira una prassi professionale efficiente e socialmente ineccepibile.

Quest’ultimo punto merita uno sviluppo; esso ci aiuta a identificare la funzione propria delle norme deontologiche. Queste mirano alla salvaguardia di certi valori, specialmente necessaria nelle attività che fanno appello alla fiducia del cliente verso la persona del professionista. Per questo le professioni liberali sono così sensibili all’onore e alla dignità professionali. L’osservanza delle norme deontologiche è destinata a mantenere la fiducia nel corpo professionale, salvaguardandone la reputazione; si tratta, in ultima analisi, di una forma di autodifesa del corpo professionale. La deontologia, quindi, non è una morale. Le regole della morale vigente possono, in modo contingente, essere incorporate alla deontologia professionale, dal momento che atti valutati come immorali dalla sensibilità etica dominante possono essere pregiudizievoli al professionista. Tuttavia la deontologia non è, in sé, una specie di morale laica, quel minimo comun denominatore etico che fornirebbe un luogo di incontro comune a tutti i membri della professione.

Questo equivoco si verifica spesso a proposito della deontologia medica. Si vuol vedere in essa una sintesi di quei principi etici che tutti i medici riconoscerebbero come obbliganti, qualunque siano le ulteriori specificazioni confessionali e personali 3. In questo senso è

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anche diffusa la concezione che vede nel giuramento di Ippocrate il simbolo di un ethos perenne, soggiacente a tutte le trasformazioni culturali ed etiche, al quale il corpo medico si sarebbe sempre attenuto. Esso sarebbe espressione di una convergenza unanime sull’obiettivo etico della professione medica: la difesa o restaurazione della salute 4. Sotto il vestito alla greca si vuol ritrovare lo stesso medico che cura in camice bianco.

Il riferimento costante al giuramento di Ippocrate come simbolo di un’etica medica sovratemporale rende necessaria una rettifica. Generazioni di medici hanno assunto il giuramento come magna charta della deontologia medica. Ma già H.E. Sigerist, il fondatore della moderna storia della medicina, appurava che il suo significato originale non sarebbe quello attribuitogli dalla venerazione successiva che lo ha considerato come la fissazione dei principi etici a cui tutti i medici si attenevano 5. La letteratura medica, da Ippocrate a Galeno, è tutt’altro che unanime circa le ingiunzioni del giuramento. Si sa, in

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particolare, che i medici erano soliti prestare il loro aiuto per il suicidio e per l’aborto; e Galeno, che si voleva così ippocratico, criticò i suoi maestri e praticò la chirurgia. Il senso del giuramento va piuttosto cercato nella direzione indicata dall’unico voto positivo contenuto nel giuramento («Conserverò santa e pura la mia vita e la mia arte»), rafforzato dalla clausola finale: «Se mantengo fedelmente questo giuramento ...possa essere stimato da tutti in ogni tempo». La sua funzione era proprio quella di garantire al medico il buon nome, il credito, la reputazione («doxa»). In una società, infatti, in cui non veniva concessa un’approvazione formale per l’esercizio della medicina, il buon nome del medico era la sua unica legittimazione. Tanto più là dove la medicina «laica» doveva vincere la forte concorrenza della terapeutica sacrale praticata nei santuari di Esculapio.

Ricondotto al suo senso originario, il giuramento viene a trovarsi sorprendentemente vicino alla deontologia medica nel significato che abbiamo sopra stabilito. Esso equivale a una misura di autodifesa della categoria medica in vista di quella credibilità e quella fiducia necessaria per l’esercizio della professione. È superfluo forzare il giuramento di Ippocrate, caricandolo di un significato che né storicamente, né obiettivamente può avere. Parimenti è ingiusto partire lancia in resta contro il giuramento, come fosse il principale responsabile di una falsa autocomprensione della medicina dal punto di vista sociale, in quanto giuramento corporativistico che intrattiene una mentalità settaria 6. La sua funzione storica è comprensibile e giustificabile. Oggi una corretta deontologia svolge il compito originariamente affidato al giuramento.

Il bisogno di validazione sociale della professione medica mediante un riferimento deontologico è vivo ai nostri giorni più che mai. Nel contesto odierno, che vede i medici da stregoni in camice

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bianco diventare imputati di incompetenza e malafede, una severa deontologia contribuisce alla credibilità della classe medica e alla fiducia degli utenti verso di essa. Per svolgere questa funzione la deontologia deve rimanere entro il proprio ambito. Non ha bisogno di svilirsi a «galateo medico» 7, né di maggiorarsi a morale laica capace di riscuotere il consenso unanime della classe medica, in tutti i tempi e sotto tutte le latitudini.

A livello deontologico l’obiezione di coscienza del medico ha un preciso significato: vuol dire adesione a quella normativa casistica che la prudenza dei più seri professionisti considera necessaria per garantire un rapporto fiducioso con la clientela. I medici hanno diritto di obiettare che certi interventi loro richiesti, a prescindere dalla valutazione etica dell’intervento stesso che personalmente il medico possa dare, compromettono la loro credibilità in quanto operatori sanitari. Quando obietta in nome della coscienza professionale, il medico non salvaguardia un valore eterno o un principio etico, ma la «doxa» della propria categoria. Ciò non equivale alla difesa di un meschino interesse corporativistico; serve piuttosto alla tutela di quel tacito patto sociale che giustifica l’esercizio della medicina. Questo patto non è fatto di clausole giuridiche; la fiducia di chi affida se stesso al medico è la parte essenziale. Di qui la sua fragilità e la necessità di prevenire le possibili incrinature.

Le considerazioni precedenti ci costringono a prendere coscienza che l’obiezione in nome della coscienza professionale ha implicazioni di vasta portata sociale. L’obiezione deontologica ha riferimento alla prassi professionale dell’intera categoria e al patto sociale che la mantiene in essere. Per quanto riguarda specificamente la deontologia medica, la prospettiva sociale fa emergere la difficoltà capitale di tutta la questione. Ci troviamo infatti in un periodo di transizione che rimette in discussione proprio la collocazione sociale della classe medica e la funzione della medicina. Riaffermare la legittimità, anzi la necessità, di una deontologia professionale e dell’obiezione di coscienza per motivi deontologici non tocca ancora il nocciolo del

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problema. Il quale può essere riassunto in questi termini essenziali: c’è ancora posto per la medicina liberale nella nostra società? La deontologia tradizionale è infatti funzionale alla medicina liberale 8. Ora, appunto, la medicina liberale è attualmente sotto accusa; le si rimproverano carenze che la rendono inadeguata per un’organizzazione sociale che va verso una maggiore socializzazione dei servizi. La deontologia tradizionale, quella che si basa sui pilastri della libertà terapeutica del medico, del segreto medico e dell’accordo personale sulla retribuzione, non risponde alle esigenze di una politica sanitaria 9. Uno dei limiti più vistosi di tale deontologia è quello di considerare unicamente i doveri del medico nei confronti del singolo malato che lo consulta, mentre ignora i compiti profilattici della medicina e la sua organizzazione sociale.

Una medicina politicizzata sarà l’alternativa futura alla deontologia? L’interrogativo è inquietante. L’accento sul sociale non garantisce infatti automaticamente l’umanizzazione della medicina. Questo orizzonte di problemi doveva però essere almeno menzionato per spiegare perché oggi la sensibilità comune non accetta che l’appello alla coscienza in senso deontologico costituisca l’ultima parola nelle questioni che sorgono nell’esercizio della professione medica.

La coscienza come istanza etica

Per situarci d’emblée nell’ordine della coscienza etica pensiamo alla situazione che evoca l’accorata domanda: «Dottore, che decisione prenderebbe se si trattasse di sua figlia o di sua moglie?». La domanda presuppone che esista un’istanza diversa da quella della coscienza professionale. Se il medico è interpellato in quanto medico può lasciarsi guidare dall’ethos deontologico; ma, interpellato in quanto uomo, e dovendo prendere una decisione «in coscienza», dovrà ispirarsi a un altro ordine di valori.

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La domanda da cui partiamo evidenzia alcuni tratti che connotano la coscienza morale. Questa è una relazione intrinseca dell’uomo con se stesso, grazie alla quale l’individuo può conoscersi in modo immediato e privilegiato, e perciò giudicarsi con sicurezza. L’accesso alla coscienza di un altro non può essere forzato; la coscienza non si apre dall’esterno ma solo dall’interno, per libera automanifestazione del singolo all’altro uomo. La sfera d’interiorità costituita dalla coscienza è avvertita come realtà superiore e privilegiata. In quanto organo per la veracità e l’onestà, conferisce alle azioni caratteristiche peculiari: le rende libere, responsabili; in una parola: morali.

In questa sommaria descrizione della coscienza si sarà riconosciuta la concezione che, dall’illuminismo in poi, rappresenta l’ideale più alto di civiltà nell’ambito della cultura occidentale. L’uomo emancipato è quello che ha superato l’«etoronomia» — sia quella parentale del bambino che quella sociale del primitivo — per accedere all’«autonomia», vale a dire a una condotta guidata dalla coscienza. Un’azione compiuta secondo coscienza suscita un rispetto che confina con la venerazione. Si può addirittura parlare di una «religione della coscienza» come caratteristica della cultura illuministica di cui siamo figli.

Nessuno si sognerebbe oggi di contestare il ruolo preminente attribuito alla coscienza nella gerarchia di valori. Prima però che la coscienza possa rivendicare i suoi privilegi di istanza inappellabile e suprema, deve rispondere ad alcune questioni della massima importanza. Quali sono le decisioni che vengono veramente prese in coscienza? Esistono validazioni in grado di accreditare o inficiare gli appelli alla coscienza? Come si forma e come si evolve la coscienza?

Iniziamo dall’ultima questione. Parlare di formazione della coscienza implica una prospettiva dinamica ed evolutiva, secondo la quale la coscienza non esiste come un elemento immutabile, simile ai tratti trasmessi tramite il meccanismo dell’eredità genetica. La coscienza esiste, piuttosto, in potenza; spetta all’educazione creare le condizioni per il suo sviluppo. La coscienza del bambino non si lascia comparare con quella dell’adulto. Gli adulti sono così lontani dal continente perduto dell’infanzia che stentano a rendersi conto che persino la nozione di «intenzionalità» è acquisita. Per l’adulto la

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presenza di un’intenzione, pur non essendo sempre un fatto percettibile, è però un dato di cui occorre sempre tener conto per valutare la qualità di un’azione. Non così, invece, per il bambino. Gli studi di J. Piaget 10 hanno dimostrato che il pensiero infantile è per lungo tempo permeato di realismo, che comporta il primato dei dati percettivi su quelli rappresentativi. Il bambino deve percorrere un lungo cammino prima di giungere a scindere la presenza di un’intenzione dal risultato concreto dell’azione che essa suscita o guida, e a rendersi così conto che a una stessa intenzione possono corrispondere risultati diversi o, viceversa, che può verificarsi uno stesso risultato benché le intenzioni siano diverse. A Piaget dobbiamo l’ipotesi dell’esistenza di due moralità: una eteronoma o di costrizione, l’altra autonoma e fondata sulla cooperazione. Secondo la prima, che si ritrova nei bambini più piccoli, ciò che la regola o l’adulto comandano deve essere fatto e la disobbedienza è comunque un atto riprovevole; secondo la morale autonoma, che si impone più tardi sostituendosi — talvolta non interamente — alla prima, una regola ha quel valore che concordemente si decide di darle.

Affermando che la persona adulta e matura è solo quella che si lascia guidare nel suo agire da motivazioni di coscienza, si ottiene senza difficoltà il consenso generale. Non esiste invece un modello di sviluppo della coscienza che si imponga in modo indiscutibile. A titolo orientativo ci riferiamo a quello proposto da Charles Hampden-Turner, che si ispira alle teorie della personalità proposte dalla corrente nota come «psicologia umanistica» 11. Secondo questo modello, prima di giungere all’azione orientata alla coscienza si passa per numerose fasi, che possono essere così schematizzate:

― Orientamento di obbedienza (analogo alla moralità eteronoma di Piaget). L’azione è motivata dalla volontà di evitare punizioni o fastidi. Deferenza somma verso il potere; concezione oggettiva e non ancora soggettiva della responsabilità (Piaget lo chiama «realismo morale»: convinzione che commettere certi atti è cosa in sé

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cattiva e costituisce una colpa, indipendentemente da ogni considerazione del contesto psicologico che precede o accompagna il loro svolgersi).

― Orientamento egoistico strumentale. L’azione è orientata al soggetto stesso e ai propri bisogni: è giusta quella che li soddisfa. Questo atteggiamento non esclude eventualmente l’orientamento a bisogni degli altri. Determinante di questa fase è la concezione che non esistano valori assoluti: ogni valore è relativo ai bisogni e alle prospettive del singolo agente.

― Orientamento al ruolo. La formazione della personalità individuale passa attraverso l’accettazione di un ruolo. Questa accettazione permette di prevedere le azioni degli altri e di adattarvi la propria condotta. Una condotta orientata al ruolo implica la conformazione alle immagini stereotipate della maggioranza e l’intenzione di adattarsi al giudizio sociale su ciò che è naturale per un certo ruolo. Prototipo di questo atteggiamento è il bambino adattato che, pur di piacere, compiace. In ognuno che sia passato attraverso il processo di socializzazione è presente il «bravo ragazzo», teso a riscuotere l’approvazione altrui.

― Orientamento alla legge. È l’orientamento a mantenere l’autorità e l’ordine sociale come fine a se stesso. Ispira il comportamento di coloro che «fanno il proprio dovere», ne sono fieri e appagati. La concordanza personale con quanto si presenta con le caratteristiche di «ordine» esaurisce le esigenze morali presenti a questo livello.

― Orientamento al contratto sociale. Il dovere è qui definito in termini di contratto. È presupposto che ci si sia resi conto che nelle norme e nei ruoli c’è un elemento arbitrario, che dipende da un accordo sociale. L’azione ispirata ad esso intende evitare di violare il volere o i diritti degli altri e vuol favorire la volontà e il benessere della maggioranza.

― Orientamento ai principi o alla coscienza. È il comportamento di chi, al di là dell’orientamento alle regole sociali effettivamente ordinate, si ispira a principi di libera scelta personale. A questo livello il principio direttivo delle azioni è la coscienza. Il giudizio che si basa sui principi e sulla coscienza è la forma più

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elevata di giudizio morale. È proprio della persona matura, che ha completato la formazione della propria coscienza.

L’obiezione di coscienza è un caso particolare, di origine conflittuale, del comportamento morale adulto, ispirato ai principi etici. Prima però di considerare questo caso particolare, completiamo il quadro della personalità dell’uomo eticamente maturo.

La persona matura, che si ispira ai principi, non equivale al «dogmatico». Utilizzando la distinzione messa in uso da Rokeach 12, diremo che, a differenza del dogmatico, è dotato di un quadro mentale «aperto», non «chiuso». Ciò vuol dire che la sua percezione abbraccia tutta la realtà, compresa l’intera gamma dei dilemmi. La sua è una percezione decentrata, capace di cogliere i bisogni degli altri, anche quelli che contraddicono i propri.

Grazie a una personalità tanto forte da non conformarsi alle aspettative di ruolo imposte alla persona dall’ambiente culturale, la coscienza adulta può affrontare la drammatica eventualità della situazione di conflitto. Può avvenire infatti che il soggetto etico si trovi nella situazione in cui l’orientamento ai principi e alla coscienza si oppone alle altre istanze. Non è una eventualità da presumere con troppa facilità. Normalmente le varie istanze si integrano abbastanza armonicamente, o quanto meno convivono; e solo una minima parte dei nostri atti morali fa appello diretto alla coscienza. Ma il caso eccezionale in cui l’orientamento alla coscienza si opponga agli altri orientamenti può darsi. Allora la struttura etica è messa alla prova e il soggetto si trova di fronte a un dilemma: o sacrifica il riferimento alla coscienza, appoggiandosi a una delle altre motivazioni (secondo lo schema gerarchico che abbiamo proposto: esegue il comando che gli evita la punizione, si orienta secondo i propri bisogni, fa ciò che ci si aspetta da lui, ciò che prescrive la legge, agisce secondo gli impegni che si è assunto verso la società); oppure investe tutto il suo potenziale morale sui principi affrontando le conseguenze del conflitto. Le quali possono essere, in una tragica escalation, la soppressione del

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contratto sociale, lo scontro con il rigore delle leggi vigenti, la disapprovazione sociale per il non adempimento delle aspettative di ruolo, il disagio personale e, infine, la punizione. Due esempi luminosi di opposizione per motivo di coscienza, con la morte inflitta come epilogo, sono le vicende di Socrate e di Tommaso Moro.

La semplice menzione dei due simboli più noti, nella nostra cultura, della trascendenza della coscienza ci fa intravvedere quale straordinaria efficacia possa avere l’obiezione di coscienza. Il principio per amore del quale si è disposti a mettere in gioco ogni cosa sollecita negli altri una reazione di conferma, che travolge i contratti sociali, le leggi e le aspettative di ruolo; tale principio può diventare una nuova base per la convivenza civile, una nuova legge, un nuovo modello di ruolo. Non è retorica affermare che i progressi etici dell’umanità non sono avvenuti per accumulazione progressiva, come quelli scientifici, ma per salti qualitativi dovuti a coscienze singolari, come appunto quelle di Socrate e di Tommaso Moro (se i due esempi sembrano eccessivamente patetici per la tragica fine degli obiettori, si pensi a Francesco di Assisi, nudo di fronte al padre: è anche questa un’immagine fortemente espressiva della radicalità cui può portare la motivazione di coscienza).

La descrizione fenomenologica della motivazione di coscienza che abbiamo sviluppato come risposta alla domanda iniziale sulla formazione della coscienza ci offre gli elementi per discernere un’obiezione di coscienza da ciò che non lo è. Non è sufficiente che ci sia un atto di ribellione alle leggi e al contratto sociale perché si abbia obiezione di coscienza. La ribellione può manifestarsi tanto nella fase più formalmente etica quanto nelle fasi precedenti, in cui il comportamento si orienta ad altro che ai principi etici. Se la persona non si è maturata moralmente fino a raggiungere la capacità di un’azione orientata ai principi, non si può parlare di obiezione di coscienza. Quante persone raggiungono questo stadio? Il nostro narcisismo culturale, avvezzo a mettere il comportamento dell’homo sapiens su un piedistallo tanto più elevato di quello dell’animale, vorrebbe lasciarsi illudere che la motivazione di coscienza è l’atmosfera etica in cui si muove abitualmente l’umanità. Probabilmente la realtà è ben diversa. Pensiamo all’anestesia delle coscienze, al conformismo e all’adattamento

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generalizzato che costituiscono la triste base su cui poggiano tutti i regimi totalitari. Motivo di riflessioni non meno deprimenti ci offrono i risultati dell’esperimento di Stanley Milgram sull’acquiescenza all’autorità. I soggetti sperimentali ai quali fu ordinato di somministrare scariche elettriche a cavie umane (benché in realtà, all’insaputa dei protagonisti dell’esperimento, si trattasse di attori abili nel mimare il dolore), elevarono il voltaggio, su comando, fino a livelli mortali per la cavia. Soltanto pochissimi soggetti rifiutarono le direttive degli sperimentatori. Evitiamo di sollecitare conclusioni troppo ampie dall’esperimento, anche se è stato confermato da esperimenti analoghi condotti in Italia; una cosa, tuttavia, appare certa: non tutti, forse addirittura poche persone, sono capaci di ribellarsi. Se la capacità di opporre resistenza per motivo di coscienza fosse così diffusa come la fede nel valore della vita umana, i risultati degli esperimenti sull’acquiescenza agli ordini immorali sarebbero ben diversi (e non ci sarebbero stati né Auschwitz né l’arcipelago Gulag).

È facile passare da queste considerazioni al campo specificamente sanitario. I suoi operatori professano il principio dell’intangibilità della vita e svolgono un’attività volta a fini terapeutici; eppure si trovano spesso, di fatto, al centro di un campo di forze contrarie alla vita. Contrariamente alle attese, le obiezioni di coscienza non sono frequenti. Se consideriamo con realismo quanto raramente il comportamento umano si orienti ai principi e alla coscienza, non troveremo nel fatto un motivo per stracciarsi le vesti. Del resto, in base alle osservazioni precedenti sappiamo di non essere in grado di inferire con certezza dal fatto in sé della ribellione ad attese di ruolo o a prescrizioni legali un’obiezione di coscienza. Per definizione la coscienza è autoevidente ed autoriferentesi: essa esclude perciò qualsiasi forma di diretta verifica dall’esterno. Un comportamento di ribellione potrebbe essere orientato a tutt’altro che alla coscienza. A livello sociale le questioni di coscienza sono circondate da un velo di agnosticismo: «ignoramus et ignorabimus». La società infatti, pur considerando la motivazione di coscienza come il vertice supremo della moralità umana, si regge non sulla coscienza, bensì sugli altri ordini di moralità. Non sarebbe possibile una convivenza civile se

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l’unico ordine di riferimento fosse il dettato della coscienza individuale. Ciò ci permette di capire il carattere irritante che ha, a livello sociale, l’obiezione di coscienza. L’appello alla coscienza è un fatto anomalo che sembra sospendere le altre forme di moralità che garantiscono la convivenza civile, in particolare l’ordinamento giuridico e il contratto sociale. Tanto più che la coscienza individuale è un’istanza che sfugge a qualsiasi controllo sociale (di cui le riserve nei confronti della disposizione che accompagna la legge del 1973 circa il diritto di obiezione di coscienza al servizio militare, secondo cui una commissione deve giudicare le motivazioni di coscienza; la dispos- zione contraddice il concetto stesso di obiezione di coscienza).

Quali risorse restano alla società per difendere se stessa dalle obiezioni di coscienza spurie? La possibilità delle verifiche indirette. Il gruppo sociale, il quale non può rinunciare alla collaborazione dei suoi membri, per evitare che l’obiezione di coscienza sia solo la copertura di un disimpegno di comodo, può avanzare richieste di un impegno compensatorio. Così nel caso dell’obiezione di coscienza al servizio militare la comunità dovrà richiedere una equivalente e impegnativa prestazione civile (purché non diventi in pratica una forma di penalità). Quando poi l’obiezione cada su alcuni punti che il gruppo ritiene di valore sostanziale per la convivenza civile, la società, pur non potendo richiedere un’esecuzione contro coscienza, potrà esigere che si subisca la pena o si esca dal gruppo 13. È un’eventualità che, come abbiamo illustrato sopra, è insita nella nozione stessa di obiezione di coscienza.

Questi principi etici possono essere applicati ai casi di obiezione di coscienza che riguardano i medici nell’esercizio della loro professione; in particolare alla prestazione della loro opera per procurare l’aborto. Tutte le legislazioni dei paesi democratici che hanno varato normative in proposito hanno previsto la figura giuridica del medico obiettore di coscienza (alcune l’hanno estesa anche ad istituzioni sanitarie in quanto tali). Più che le concrete determinazioni di tali norme, ci interessa valorizzare il fatto in sé dell’obiezione prevista dal

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legislatore e la tensione tra la società legiferante e il medico obiettore che ciò presuppone. Si crea così uno spazio per l’inquietudine e l’interrogazione. Il gruppo sociale, ammettendo nella propria normativa, in maniera del tutto anomala, la possibilità dell’obiezione, confessa la propria insicurezza. Il patto sociale non è perfetto, se la coscienza di alcuni può essere prevedibilmente offesa da qualche norma e la legge stessa, che pur dovrebbe garantire l’armoniosa convivenza, si vede costretta a prevedere vistose deroghe. Ammettendo l’obiezione di coscienza, la società proclama implicitamente che si tratta di una situazione transitoria e di emergenza, che reclama di essere superata mediante una crescita qualitativa della moralità comune.

La tensione dialettica tra coscienza individuale obiettante e normative sociali apre inoltre uno spazio di interrogazione per colui che obietta. È la sua una vera obiezione di coscienza? Per essere tale non basta infatti che l’azione obbedisca a una qualsiasi convinzione, ma deve derivare da un principio fondamentale. Questo, a sua volta, non esiste isolato, ma fa corpo con tutto l'organismo etico dell’individuo. Non si può, se non a prezzo di una contraddizione insanabile, difendere un principio in una circostanza e poi rinnegarlo allegramente in tutto il resto della propria attività professionale. Oltre i casi di più smaccata ipocrisia, c’è tutta una gamma di incoerenze personali e istituzionali che attendono la seria verifica dell’obiezione di coscienza per essere messe in luce. Di fronte al tribunale della coscienza, si sa, ognuno è solo; ma l’essere il testimone della propria immoralità può essere una ben dura condanna, di quelle che si scontano a vita.

L’obiezione per motivi religiosi

L’obiezione di coscienza per motivi religiosi è uno dei casi in cui l’autorealizzazione etica dell’individuo tocca i vertici. È noto come storicamente sia stato il protestantesimo a rivalutare l’obiezione di coscienza come espressione dello spirito cristiano; con la protesta in nome del Vangelo stesso il libero esame, mediato dalla coscienza individuale, ha spezzato la monolitica unità garantita dall’istituzione ecclesiastica. In ambito cattolico si è fatto a lungo resistenza al

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principio della libertà di coscienza. Tanto la concezione protestante quanto quella illuministica erano giudicate come un’indebita semplificazione dell’organismo etico, di cui fa parte essenziale anche il riferimento all’autorità. Il concilio Vaticano II ha ratificato un processo di rivalutazione della coscienza individuale avvenuto anche tra i cattolici. Nella dichiarazione Dignitatis humanae l’istanza dottrinale di vertice, il magistero, ha preso ufficialmente posizione a favore della libertà religiosa; la dichiarazione, pur non richiamandosi all’obiezione di coscienza, afferma i principi dai quali deriva il diritto all’obiezione.

problemi suscitati dalla coscienza religiosa sono numerosi e delicati. Ciò che interessa il nostro assunto è la possibilità di un’obiezione di coscienza nella professione medica in nome di un’incompatibilità con i propri principi religiosi. Procederemo come abbiamo già fatto per le altre due istanze, quella deontologica e quella etica. Ciò che ne risulterà non sarà una casistica spicciola, ma piuttosto una specie di radiografia dell’obiezione stessa. Il nostro scopo è di mostrare quali sono le condizioni che garantiscono la consistenza interna e l’accettabilità sociale dell’obiezione religiosa.

Specifichiamo in primo luogo che l'appello alla propria coscienza religiosa può avere valenze diverse. In sé, esso dice riferimento alle istanze dottrinali e morali della comunità di fede religiosa a cui si appartiene (dal momento che una religione non è mai un fatto puramente individuale). Tuttavia il legame con la comunità e il suo apparato dottrinale-autoritario può essere di qualità molto diversa. L’autenticità e la profondità del legame ammettono una vasta gamma di possibilità. Per prendere gli estremi, si può andare dall’adesione nominale — a cui magari possono non essere estranei interessi materiali o vantaggi sociali —, all’identificazione sofferta (si pensi al caso di Galileo, preso nella morsa del contrasto tra la propria visione scientifica e la fedeltà all’autorità dottrinale della chiesa). Anche qui, come già nel caso dell’appello ai principi etici, la possibilità di una verifica obiettiva del grado di autenticità è esclusa a priori. La possibilità del «tartufismo» è purtroppo da mettere in conto, anche se non può essere una ragione sufficiente per accogliere con sospettoso pregiudizio qualsiasi riferimento a principi religiosi.

Solo il credente stesso può sapere se si riferisce unicamente alla

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struttura esterna del gruppo confessionale, oppure ne partecipa l’intima sostanza in modo personale; in altri termini: se la sua religiosità è pura appartenenza sociologica oppure si fonda su un’esperienza religiosa.

Quando l’appello alla coscienza attinge le profondità esistenziali dell'esperienza religiosa personale, viene a qualificarsi come un momento che ha la stessa tessitura etica del comportamento motivato da principi individuali. L’esperienza religiosa in quanto tale è difficile da definire. Fa parte di una di quelle esperienze psicologiche che Abraham Maslow ha definito peak experiences; vale a dire esperienze di ordine superiore che permettono all’individuo di compiere sintesi di coscienza improvvise, panoramiche e fuori dell’esperienza comune 14. Esperienze di questo tipo vengono sentite come auto-validanti, auto-giustificanti, recanti in sé il proprio intrinseco valore.

Secondo I.T. Ramsey, per intendere a quale tipo di situazioni fa riferimento l’esperienza religiosa bisogna unire insieme due fattori: «discernimento» e «impegno». Il primo può essere illustrato con quelle situazioni, familiari alla psicologia della Gestalt, in cui «qualcosa scatta», «il ghiaccio si spezza», una persona «prende vita»; l’impegno è una risposta incondizionata a qualcosa «che è al di fuori di noi» 15. Si tratta, in ogni caso, di approssimazioni. Non può esistere una descrizione che metta in grado di capire un’esperienza senza farne l’esperienza.

L’esperienza è la sostanza della fede. Questa ha come unico parametro interno di autenticità l’esperienza religiosa, in quanto nasce da essa o tende verso di essa. Ciò non esclude il momento comunitario e la conseguente tensione tra spontaneità e normatività delle istituzioni. Ma i due termini devono essere lasciati coesistere dialetticamente; un modo costruttivo di risolvere la tensione non potrebbe essere quello di sopprimere uno dei due.

In che senso l’esperienza religiosa ha un’incidenza nella questione

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dell’obiezione di coscienza? Ci pare di poterlo indicare nel fatto che l’esperienza religiosa costituisce una fonte di motivazione etica. In quanto espressione di somma autorealizzazione umana (una realizzazione che in alcune religioni storiche è esplicita come dono connesso all’incontro con il «Tu» divino), l’esperienza religiosa è percepita dal credente come un’esistenza nuova, da cui deriva un’esigenza morale nuova. Cambia il suo essere, cambia il suo agire. Lo sboccio della novità, elemento comune ai vissuti esistenziali culminanti, è esigente. Nell’esperienza si esprime un’autorità superiore alla quale il credente non può — non vuole sottrarsi, perché con essa si identifica. Il comportamento etico dell’uomo religioso si fonda sull’autorità di Dio, come istanza irriducibile alle altre. È difficile definire in termini antropologici come sia determinata la coscienza dell’uomo che l’esperienza religiosa ha aperto a una dimensione nuova dell’essere. Non si tratta di «autonomia», la conquista che l’individuo post-illuministico ha strappato alle determinazioni sociali e che difende come «libertà di coscienza»; neppure si tratta dell’«eteronomia» della coscienza non emancipata. Bisogna ricorrere a un termine proposto da alcuni teologi: «teonomia» della coscienza. Si tratta di un rapporto di «libera dipendenza» dall’istanza autoritaria suprema, un rapporto esperibile ma non descrivibile.

La descrizione delle coscienze normate dal loro rapporto con Dio ha un carattere astratto. Di fatto però noi abbiamo conosciuto l’esistenza di tali coscienze non per opera di speculazione; queste coscienze si sono storicamente mostrate. Pensiamo a Cristo di fronte a Pilato. Due universi etici polarmente opposti. Non è soltanto la qualità delle azioni che li fa divergere, ma, in radice, l’autorità etica a cui la loro coscienza fa riferimento. Cristo fa osservare a Pilato che non avrebbe autorità su di lui se non gli fosse stata data da chi gli sta sopra; il suo potere è mutuato da un organismo politico-sociale (nel caso, di oppressione imperialista!) che lo sostiene e lo giustifica. Di fronte a lui Gesù di Nazaret è uomo di un altro mondo non solo metafisico, ma etico. Il suo potere non dipende da un’istanza gerarchica esterna: lo ha dentro di sé, in quel centro di esperienza esistenziale in cui è uno con Dio. Pilato, il detentore del potere, è eteronomamente

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determinato come uno schiavo; Gesù, il suddito, è teonomamente libero.

Considerazioni analoghe si potrebbero sviluppare in margine alla disputa tra Gesù e i sommi sacerdoti a proposito della sua autorità (cfr. Mc. 11, 27-33). I rappresentanti dell’istituzione religiosa, che avevano con l’autorità divina un rapporto basato sulla tradizione e sulla formalità legale e gerarchica, non potevano capire di dove venisse l’autorità di chi portava in sé la salvezza di Dio.

Gli ebrei, tuttavia, non escludevano a priori l’esistenza di esperienze di Dio che fondassero una nuova esigenza spirituale ed etica. Tutta la loro storia sacra, in particolare la vicenda dei profeti, stava a dimostrarlo. Per questo l’«obiezione di coscienza» dei primi discepoli di Gesù («Se sia giusto davanti agli occhi di Dio obbedire a voi piuttosto che a Dio, giudicatelo voi stessi. Quanto a noi, non possiamo non rendere pubblico quanto abbiamo visto e ascoltato», Atti 4, 19-20) fece particolare impressione sul sinedrio; e in seguito, dietro l’intervento di Gamaliele, espressione della saggezza spirituale del popolo di Dio (Atti 5, 34-39), rinunciarono a perseguirli con la forza.

La coscienza religiosa, dunque, si modella essenzialmente sull’evento dell’esperienza religiosa, più che sul precetto. Ha bisogno anche del precetto come pedagogo; ma il precetto da solo è uno scheletro senza vita, un’armatura opprimente. La legge è solo pallida memoria dell’evento. La coscienza che si riferisce esclusivamente alla legge non conosce la creatività. Un ultimo elemento: l’autorità morale radicata nell’esperienza religiosa costituisce l’individuo nella sua unicità, ma non lo isola dalla comunità. Non crea degli «illuminati», sganciati da qualsiasi riferimento al gruppo con cui condividono l’esperienza religiosa. La convinzione intima che si ha davanti a Dio è un diritto inviolabile, che assegna alla coscienza convinta un primato assoluto. Essa non è tuttavia l’ultima istanza. La carità fraterna è l’orizzonte più universale, che supera anche i diritti della coscienza. Paolo ha formalizzato questi principi intervenendo nella questione del diritto dei cristiani di mangiare la carne sacrificata agli idoli (I Cor. 8). Il cristiano che ha incontrato il Dio vivente sa che gli idoli sono un nulla; in coscienza è perciò libero di mangiare la carne loro sacrificata. «Badate però — continua l’Apostolo — che questa vostra

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libertà non diventi pietra d’inciampo per i deboli... Peccando in tal modo contro i fratelli e offendendo la loro debole coscienza, voi peccate contro Cristo. Perciò se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò carne in vita mia per non scandalizzare il mio fratello».

Anche se rinunciamo ad applicazioni concrete, è facile intuire quale incidenza possa avere il riferimento alla coscienza religiosa nella prassi professionale. Può, ad esempio, un medico trovare nel proprio vissuto religioso — nella sua esperienza religiosa come in quella della comunità di fede di cui è parte — un motivo per obiettare in coscienza contro prestazioni richiestegli? Certamente sì. Tuttavia l’articolazione delle considerazioni precedenti ci autorizza a dire che l'obiezione di coscienza per motivi religiosi deve essere trattata con estrema delicatezza. Essa mette in moto un insieme di gravi interrogativi circa la qualità e la profondità del vissuto religioso dell’individuo, il suo rapporto con l’istituzione religiosa, i diritti della verità e quelli della carità, le interferenze tra la coscienza del singolo e la legislazione sociale. La qualità etica e religiosa di un tale atto esige che sia trattato con il massimo rispetto, senza sollecitazioni subdole, senza pressioni indebite 16. Una delle acquisizioni etiche più indiscutibile su cui si basa la cultura umanistica è che l’uomo è fine, non mezzo. Questo principio acquista la sua massima forza quando è riferito a quell’atto che riconosciamo come più specificamente umano, vale a dire il comportamento motivato in coscienza, religiosa o laica che sia. L’obiezione di coscienza non deve essere strumentalizzata per qualsivoglia battaglia ideologica. Sarebbe una violenza fatta alla coscienza, un «peccato contro lo Spirito».

In conclusione, possiamo sintetizzare l’ampio sviluppo delle riflessioni affermando che l’obiezione di coscienza può essere tanto il più alto atto di moralità di una persona, quanto un atto situabile a livello pre-morale; l’obiezione di coscienza deve essere perciò il punto

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di partenza di un processo di discernimento soggettivo e di verifica indiretta da parte della società.

Con ciò non abbiamo dato una risposta diretta ai problemi concreti che si pongono. Ma un esame sereno e profondo delle implicazioni etiche dell’obiezione di coscienza, delle sue grandezze e delle sue miserie, è più costruttivo; è inoltre un bisogno urgente dell’ora presente, se vogliamo evitare che la passione di parte giunga a servirsi delle coscienze come mezzo. Nell’attuale crisi dei valori la coscienza va difesa come un bene assoluto: perché se il sale diventa scipito, con che gli si ridarà sapore?

1 Per le opportune distinzioni tra «ethos», codice etico, etica medica e moralità del medico cfr. B. Häring, (1973), Etica medica, Roma, pp. 47-73.

2 R. Savatier (1971), Déontologie, in Encycl. universalis, Paris, vol. V, pp. 436-439.

3 Per alcuni la deontologia medica è addirittura la morale religiosa secolarizzata. Valga come esempio la voce Deontologia professionale in Enciclopedia medica italiana, Firenze 1952, vol. III, 694, in cui si può leggere: «La materia (della d. pr.) viene estesamente considerata dai codici deontologici, reperibili presso gli Ordini dei medici. In sintesi si possono compendiare nelle due massime: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, e fà agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Con questa eccezione, tuttavia: che non sempre il medico si deve interessare del soddisfacimento della volontà attuale del paziente, ma del vantaggio futuro; onde deve con la propria autorità imporsi al malato in modo da vincere la sua capricciosa resistenza a prestazioni terapeutiche che gli possono essere utili o la sua richiesta di prestazioni che gli possono essere di danno».

4 Nel linguaggio di Gedda: «Come lo sportivo di Maratona aveva il dovere di portare e difendere la fiamma olimpica, così il medico ippocratico ha il dovere di difendere la fiamma della vita. Se anche nella casistica terapeutica Ippocrate non è aggiornato, sui principi necessari, oggi come allora, egli è di un’attualità morale sorprendente e imprescindibile: medico vuol dire sacerdote della vita; ad altri, se occorre, il compito, a volte il dovere, di limitare la vita. A noi quello di facilitarla, di difenderla e di salvarla»: L. Gedda, (1954), Il giuramento di Ippocrate oggi, Roma, p. 19.

5 H.E. Sigerist, Die Heilkunst im Dienste der Menschheit, Stuttgart 1954. L’analisi filologica e storica più esauriente del giuramento di Ippocrate è stata condotta da L. Edelstein, Der Hippokratische Eid, Zürich-Stuttgart 1969. Per Edelstein il giuramento sarebbe stato fissato dopo la morte di Ippocrate, nella seconda metà del IV sec. a. C. Fino a Galeno, Ippocrate fu considerato come una scuola di medicina tra le altre. Poi l’atteggiamento cambiò. I padri della chiesa lo citano con rispetto e per i medici diventò egli stesso ben presto un padre della chiesa.

6 È l’appunto che deve essere fatto al capitolo che dedica al giuramento il libro, peraltro pregevole, di P. LüthDie Leiden des Hippokrates, oder Medizin als Politik, Darmstadt 1975. Va notato che il bisogno di un giuramento che simbolizzi l’impegno etico che si assume il medico è presente anche nei paesi a configurazione sociale collettivista; cfr. il giuramento dei medici sovietici, in cui agli impegni assunti viene dato un senso chiaramente politico.

7 È la concezione presente nella voce Medico (di A. Tizzano) nell'Enciclopedia italiana, vol. XXII, p. 736.

8 G. Caro, (1974), La médecine en question, Paris 1974; soprattutto il capitolo dedicato al concetto di medicina liberale, pp. 7-61.

9 H. Cleempoel, (1971), De la déontologie médicale à une éthique de la santé, in Pour une politique de la santé, Bruxelles, pp. 101-105.

10 J. Piaget (1932), Le jugement moral chez l'enfant, Paris.

11 Hampden Turner (1970), The Radical Man, Cambridge (Mass.).

12 M. Rokeach, (1960), The Open and the Closed Mind, New York. Il dogmatismo per Rokeach compare sotto forma di «totalità cognitiva di idee e rappresentazioni, che son organizzate in sistemi relativamente chiusi».

13 G. Davanzo, (1973), Obiezione di coscienza, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma, pp. 676-681.

14 A.H. Maslow, (1971), Verso una psicologia dell’essere, Roma. Tutto il libro, costruito sulle esperienze e i momenti più sani nella vita della gente comune, vuol dimostrare che gli esseri umani possono essere nobili e creativi, che sono capaci di seguire i valori e le aspirazioni più elevate.

15 I.T. Ramsey, (1970), Il linguaggio religioso, Bologna; specialmente pp. 17-76.

16 A questo proposito va fatto rilevare che le norme attualmente in discussione in Italia sull’obiezione di coscienza del medico all’aborto vanno piuttosto in senso contrario a quello qui auspicato. Esse sembrano prestarsi a misure intimidatorie e discriminatorie.

Legge, deontologia ed etica

Book Cover: Legge, deontologia ed etica
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

Legge, deontologia ed etica: il gioco delle regole nell’ambito della procreazione medicalmente assistita

in Legalità e Giustizia

n. 1-2, 1999, pp. 6-16

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LEGGE, DEONTOLOGIA ED ETICA: IL GIOCO DELLE REGOLE

NELL’AMBITO DELLA PROCREAZIONE MEDICALMENTE ASSISTITA

1. L’orizzonte culturale delle nuove pratiche procreative

Lo scandalo ci sarebbe, anche senza quel gran soffiare sul fuoco a opera dei mass media e la pubblicità clamorosa che talvolta vien fatta ai protagonisti. Uno scandalo giustificato: quello che sta avvenendo nell’ambito della procreazione non ha antecedenti nella storia dell'umanità. La tecnologia applicata alla medicina sconvolge il nostro modo abituale di pensare la maternità-paternità e la figliolanza. Intorno alla procreazione le società hanno posto delle regole morali e delle norme giuridiche, che costituiscono come una griglia che protegge dagli abusi e dalla licenza la delicata funzione di trasmettere la vita. Le cose non sono sempre andate nel migliore dei modi: adultèri, procreazioni illegittime, disconoscimento dei figli sono storie vecchie quanto la memoria dell’umanità; ma nell’insieme ci si poteva accontentare.

Le barriere che ai nostri giorni vengono infrante non sono più soltanto quelle del diritto e della morale, bensì quelle che sembravano più inamovibili, perché poste dalla biologia stessa. Per fare un figlio era pur sempre necessario un rapporto sessuale tra uomo e donna, per quanto clandestino e irregolare potesse essere. Oggi non è più così. Il legame tra sessualità, corpo e riproduzione si è sciolto. Inseminazione artificiale, fecondazione in vitro, dono del seme o dell'ovulo, trapianto degli embrioni, locazione dell’utero, inseminazione post mortem; le «vicende dell’amore e del caso», che erano il tradizionale bersaglio delle farse sul matrimonio, impallidiscono di fronte a ciò che i metodi di procreazione artificiale hanno reso possibile.

E pazienza se si trattasse solo di farse o di rebus per i giuristi (di chi è figlio il bambino concepito in provetta con l’ovulo di una donna, impiantato nell’utero di un’altra donna portatrice e partorito da questa, per essere consegnato alla committente?). Talvolta purtroppo le commedie sfociano in drammi. Succede, infatti, che il bambino, concepito per inseminazione artificiale ricorrendo al seme di un donatore anonimo, col consenso del marito, venga successivamente disconosciuto come proprio figlio da quest’ultimo: il bambino può venirsi a trovare nella situazione di non avere né un genitore maschile né uno femminile. È successo in alcuni casi che il bambino,

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«commissionato» a una donna locatrice del proprio utero, sia nato malformato, e per questo è stato rifiutato tanto dai committenti, quanto da colei che lo aveva generato. In casi più benevoli il neonato è stato conteso dalla committente e dalla madre per procura, convertitasi alla maternità durante la gravidanza. Quanto basta, insomma, per convincere della necessità di intervenire con misure legislative in un campo così nuovo, soprattutto per tutelare i bambini procreati con i metodi artificiali.

Trovare leggi giuste e sagge è certamente un’urgenza del momento. Ancor più importante appare però l’inizio di una valutazione morale serena delle tecnologie applicate alla riproduzione. Proprio qui incontriamo invece le maggiori difficoltà. Quello che tende a prevalere è un giudizio emotivo, agitato da più o meno espliciti fantasmi. Giustificate o no che siano le preoccupazioni degli umanisti che si interrogano sul futuro, questa angolatura rischia di travisare irrimediabilmente le procedure di procreazione artificiale. La loro demonizzazione, in nome del fantasma del totalitarismo tecnologico, risulta irritante per coloro che sono coinvolti in queste pratiche. Le quali vogliono essere essenzialmente una risposta all’infertilità.

Questa prospettiva getta un’altra luce sull’insieme delle procedure in questione. Bisogna tentare innanzi tutto di immaginare la portata di una sofferenza legata all’assenza di un bambino, quando è ardentemente desiderato. Per rimediare a questa tragica incapacità di generare, ci sono uomini e donne disposti a tutto. E questa non è solo una caratteristica dei nostri contemporanei. Viene spontaneo ricordare le mogli dei patriarchi biblici. Sara, sterile, ordina ad Abramo di darle un figlio unendosi alla propria schiava Agar: «Vedi, il Signore mi ha impedito di dare alla luce dei figli; và, ti prego, dalla mia serva; forse potrò avere prole da lei» (Gen. 16,1). Dopo due generazioni, la stessa strategia è ripetuta da Rachele. Il dramma intimo della sterilità è per lei ancora più drammatico: «Dammi dei figli ― dice a Giacobbe ― altrimenti ne morirò». E anche lei propone al marito: «Ecco la mia serva Bilha: unisciti a lei; essa partorirà sulle mie ginocchia e io pure avrò figli per mezzo di lei» (Gen. 30,1-3).

La sofferenza spirituale per l’impossibilità di avere un figlio è dunque la stessa, oggi come ieri. Con in più, per gli uomini e le donne del nostro tempo, il rifiuto della frustrazione dei propri desideri e l’abolizione della parola «rassegnazione» dal vocabolario. Per chi vuole un figlio a ogni costo, non c’è prezzo che lo trattenga. C’è chi paga un prezzo in lunghi ed estenuanti esami medici, peregrinazioni presso gli specialisti del mondo intero, interventi invasivi ripetuti. E c’è chi è disposto a pagare un prezzo in denaro.

L’aspetto economico di certe maternità per procura è in sé un elemento secondario, che però suscita grande sensazione e rischia di monopolizzare tutto il discorso. L’opinione pubblica è rimasta molto scossa dalla notizia

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che ci sono uomini che offrono il loro seme per l’inseminazione artificiale dietro compenso; e ancor più che delle donne si lasciano fecondare per conto di una donna sterile e si fanno pagare per portare il bambino fino alla nascita. L’immagine della maternità diventata una merce provoca uno shock: la concezione sacrale di una madre, che fa parte del nostro retaggio culturale, viene brutalmente modificata. In un mondo dove tutto si compra e si vende, si vorrebbe che almeno la generazione dei figli rimanesse immune dal denaro. L’assunto implicito è che tutto ciò che dipende da rapporti di denaro sia corrotto, mentre la relazione gratuita fa cadere le obiezioni.

L’atteggiamento del rifiuto del denaro, in particolare per remunerare la madre sostituta, ha indubbiamente una parte di verità istintiva. È doveroso però ascoltare le contro-argomentazioni dei fautori della maternità per delega. I quali rifiutano l’etichetta svalutante di «uteri in affitto» affibbiato alle donne che accettano di portare un bambino per conto di una donna che non può farlo (per mancanza di utero, per esempio). In realtà, non si può parlare né di affitto, né di prestito. Si tratta di una donna che si separa per sempre da un bambino che ha portato, con cui ha scambiato delle informazioni biologiche e tessuto dei legami, che ha vissuto in lei e ha risposto alle sue sollecitazioni. È una donna che si autorizza ad avere una gravidanza, una gestazione e un parto, senza accettare di essere madre dopo il parto. Questo, e non tanto il denaro che eventualmente entra nella transazione, è il cuore del problema.

Finora la maternità era un tutto composto di alcuni elementi concatenati: produrre un ovulo, essere fecondata, portare il feto per nove mesi della gestazione e partorirlo, allevare il bambino. Ora è possibile scindere la sequenza che tradizionalmente costituiva il «fare un figlio». Donne diverse possono intervenire in ciascuna delle fasi; l’aspetto biologico si scinde da quello volitivo-affettivo-spirituale. È questa la vera posta in gioco, che modifica il modo abituale di concepire la maternità. Su questo tema dovremmo essere chiamati a confrontarci e a decidere se far entrare questa prassi nei nostri costumi, senza lasciarci troppo suggestionare dal ruolo, tutto sommato secondario, che può giocarvi il denaro.

Ma prima di dibattere sull’opportunità di far entrare il denaro nella procreazione, dovremmo avere chiare le conseguenze, a breve e a lunga scadenza, del primato dato alla generazione attraverso il cuore e lo spirito. Le maternità sostitutive dietro pagamento non fanno che rendere più esplicito un fenomeno che è già ampiamente presente nella nostra società: la disponibilità di alcune persone a passare sopra alla paternità-maternità biologiche, a favore di quella adottiva, educativa, affettiva. È un atteggiamento al quale viene attribuito un carattere di nobiltà, quando si esprime attraverso l’adozione, oppure di turpitudine, quando ricorre all’acquisto illegale di un bambino da rendere proprio figlio.

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La compravendita dei neonati è un fenomeno sommerso, ma tutt’altro che raro. Diminuite o rese più difficili giuridicamente le possibilità di adozione, la volontà di avere un figlio a ogni costo non recede neppure di fronte a pratiche condannate dalla legge e dalla sensibilità morale comune. La società, chiamata a decidere se dare o no diritto legale di cittadinanza alle nuove tecnologie riproduttive, si trova confrontata in primo luogo non con l’avidità e il cinismo dei mercanti, ma con il desiderio esasperato di maternità-paternità, disposto ad ignorare i legami che una volta si dicevano della carne e del sangue e che oggi si chiamano genetici, a favore dei legami del cuore.

Che la generazione spirituale sia possibile lo dimostrano gli innumerevoli casi di adozione felicemente riuscita. E non saranno certo i paesi di tradizione culturale cristiana a dimenticarlo: il cristianesimo, infatti, ha proposto con la «Sacra Famiglia» la più clamorosa trasgressione alla concezione biologica della generazione! Le nuove pratiche ci inducono a riflettere più profondamente sull’adozione che è implicita in ogni processo generativo. Intanto perché un padre e una madre che mettono in comune un patrimonio cromosomico per avere un figlio non ottengono mai un bambino come copia identica di sé stessi, ma il risultato di una roulette genetica. Questo bambino in parte simile e in parte diverso — a cominciare dal sesso, che è anch’esso parte di questo gioco delle probabilità ―, dovranno poi in qualche modo «adottarlo», perché diventi figlio proprio. Ma affinché la generazione riesca e sia completa, l'«adozione» è necessaria anche dall’altra parte. Il figlio, che non ha scelto i propri genitori, dovrà «adottarli»: e perché questo avvenga, i genitori dovranno dimostrarsene degni.

Questa dimensione affettiva e spirituale fa parte integrante del processo della trasmissione della vita umana. La separazione del processo biologico da quello relazionale, resa possibile dalle nuove tecnologia, ci aiuta a ricordarlo. Ma, in quanto umanità, siamo così evoluti da poter impunemente sganciare la generazione spirituale da quella biologica? Siamo talmente «Figli del Regno» da poter considerare nostri padri-madri-fratelli-sorelle coloro che fanno la volontà di Dio, piuttosto che quella con cui dividiamo una manciata di cromosomi? La litigiosità meschina tra genitori che, stando alle cronache, si sviluppa intorno ai bambini nati con l’aiuto della tecnologia ci avverte che questo traguardo spirituale l’umanità non l’ha ancora conseguito.

2. Controllo sociale e regolazione del desiderio procreativo

Mentre la crescita morale domanda tempo, affinché tutti gli aspetti umani di un problema emergano, ci sono situazioni in cui non si può rimandare l’azione. L’opinione pubblica è troppo allarmata dal diffondersi delle nuove pratiche di procreazione medicalmente assistita perché le autorità pubbliche possano

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rinunciare a intervenire con i mezzi che sono loro propri. Da quando le notizie di cronaca hanno cominciato a enfatizzare il vuoto normativo che rende possibile qualsiasi intervento ― è diventato uno dei luoghi comuni più ripetuti parlare del Far West della procreatica ― è andata crescendo la richiesta di un controllo sociale nell’ambito della procreazione che fa ricorso alle nuove tecnologie.

A un esame più accurato il controllo sociale invocato risulta meno univoco di quanto l’espressione stessa lascia intendere. Potremmo identificare due partiti: quello del punto interrogativo e il partito del punto esclamativo. Il punto interrogativo esprime l’atteggiamento di chi rifiuta «a priori» l’idea stessa di un controllo sociale nell’ambito della riproduzione. È la voce, ovviamente, di coloro che hanno già trovato un business di notevoli dimensioni nell’offerta di tali servizi medico-sanitari a una popolazione numericamente ridotta ma estremamente determinata nel perseguimento dei propri obiettivi. Ma è anche la voce di coloro che ritengono gli interventi di controllo sociale come illiberali, necessariamente contaminati da pregiudizi e viziati di moralismo, repressivi nei confronti di scelte individuali. L’opzione espressa da tale atteggiamento è a favore della scelta individuale e della non intrusione di istanze di controllo.

Come partito del punto esclamativo potremmo caratterizzare, invece, le richieste del segno opposto, che spingono verso un restringimento delle possibilità di intervento riproduttivo tecnologicamente assistito, regolate attualmente dal «mercato» della domanda e dell’offerta. Confluiscono in questo gruppo di pressione esponenti di posizioni morali fondamentaliste, così come reazioni emotive ai casi più trasgressivi rispetto alla moralità comune resi noti dai media (la madre-sorella per dono di ovocita, locazioni di utero con eventuali strascichi giudiziari per riconoscimento della maternità, donazioni di embrioni ecc.). Il punto esclamativo può essere simbolicamente assunto come richiesta di uno sbarramento posto autorevolmente al dilagare di pratiche ritenute moralmente aberranti.

Né punto interrogativo, né punto esclamativo, e tanto meno un punto fermo... Nel dibattito sociale un’alternativa, che può essere vista come un contributo positivo per uscire dall’impasse delle rigide posizioni a confronto, è costituita dall’opportuna distinzione tra controllo sociale e regolazione del desiderio di paternità/maternità che induce a far ricorso alle tecnologie di riproduzione. Per esprimere d’emblée una tesi: controllo e regolazione sono due diverse istanze che non vanno confuse, né utilizzata l’una al posto dell’altra. Sia il controllo sociale che la regolazione della riproduzione umana ― tanto di quella «naturale» come di quella medicalmente assistita ― sono necessari; il controllo e la regolazione hanno però una diversa logica e modalità di esercizio.

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Una certa regolazione del desiderio di paternità/maternità è collegata al bisogno di altri per procreare. Anche se si vuol assumere la famiglia legale come elemento culturalmente determinato e non insuperabile, rimane il fatto che il desiderio e la disponibilità di un’altra persona a procreare costituiscono un elemento di regolazione del desiderio individuale. Nei casi in cui bisogna far ricorso alla tecnologia, per una insufficienza riproduttiva, la soggettività del medico che mette a disposizione il suo sapere e il suo potere si aggiunge alla regolazione intersoggettiva dei procreanti. In altre parole, la volontà del medico di contribuire a una determinata procreazione, assistendola con i supporti tecnologici, costituisce un elemento di regolazione del desiderio procreativo di una persona o di una coppia.

Nel dibattito pubblico si tende a sorvolare su questo elemento di regolazione. C’è una diffidenza generalizzata verso la capacità di medici e ricercatori di intervenire come elemento attivo di regolazione, mediante una deontologia corretta e trasparente. Per lo più ci si appella a un controllo sociale di queste pratiche mediante un’adeguata legislazione, saltando il momento deontologico. Schiacciata tra la legge e l’etica, la deontologia stenta a trovare un suo ruolo costruttivo. Eppure basta considerare quale apporto una seria riflessione deontologica, quale quella condotta in Francia dal circuito delle équipes CECOS, ha fornito alla stessa ricerca di una legislazione equilibrata in quel Paese (tra le regole deontologiche stabilite dal CECOS, menzioniamo la richiesta del dono gratuito dello sperma nel caso di inseminazioni eterologhe, la condizione che il dono avvenga da parte di una coppia con figli, con l’esplicito consenso della moglie del donatore: tutte condizioni rivolte a elevare le motivazioni sia dei donatori che dei riceventi).

L’intervento del medico nell’ambito del desiderio soggettivo di un individuo o di una coppia è certamente un processo delicato. Potrebbe dare adito a prevaricazioni venate di paternalismo. Eppure non si deve rinunciare a rivendicare per il medico una «competenza» che non riguarda esclusivamente il piano della patologia della funzione riproduttiva e dell’eventuale risposta tecnologica. Se e in quanto questi interventi restano atti medici, richiedono una valutazione globale che deve tener presente le conseguenze psicologiche e sociali per tutti i protagonisti di questo tipo di riproduzione. Eventualmente la competenza medica potrà essere coadiuvata da quella di altre professionalità ― come psichiatri, psicologi, assistenti sociali ―, ma non evacuata di questa dimensione essenziale della professione del medico: l’essere cioè ordinata al bene del paziente (la bioetica americana parla a questo proposito del «principle of beneficence» come criterio di discernimento etico dell’azione medica).

Se la deontologia professionale perde questo delicato equilibrio e inclina dalla parte del controllo, perde la sua capacità di contribuire alla regolazione

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del desiderio di paternità/maternità. Il pericolo è ancora più grave per l’etica. Molti propendono per un’utilizzazione dell’etica come forma di controllo del desiderio, considerato minaccioso e sregolato in se stesso. Per salvare l’intrinseca vocazione dell’etica a operare con la modalità della regolazione, piuttosto che con quella del controllo, bisogna puntare decisamente sulla sua funzione di educazione del desiderio.

3. Per una pedagogia del giudizio etico

Il tempo delle incertezze, caratteristico di una società complessa come la nostra, può sviluppare delle singolari opportunità per la formazione del giudizio etico. L’ambito della riproduzione con l’ausilio delle tecniche bio-mediche si rivela singolarmente adatto a questo compito, proprio grazie alle sue novità, mentre su altri comportamenti grava il peso di una tradizione che si è confrontata con essi e ha eventualmente espresso un suo giudizio, di accettazione o di condanna.

La «formazione morale» è troppo spesso interpretata come la trasmissione di tali giudizi, ai quali i giovani sono invitati a uniformarsi, modellando il proprio comportamento di conseguenza. Ai nostri giorni, inoltre, bisogna registrare una collusione perversa tra questo tipo di formalismo morale e il linguaggio telematico, che costituisce l’ambiente culturale nel quale siamo immersi. Questo linguaggio è quello del 0-1, del «sì» e del «no», che esclude il «forse». È universalmente deprecato che oggi vengano formate persone che sanno usare le macchine, ma che non sanno pensare. Questa carenza è fatale in campo etico, perché la semplice osservanza delle regole morali, considerate come regole di procedimento, non basta a creare il comportamento moralmente buono.

L’educatore che abbia a cuore di sviluppare la capacità di passare da un giudizio a un ragionamento etico che lo fonda, potrà accogliere le opportunità che gli vengono offerte da un dibattito che affronti tematicamente la valutazione etica delle tecnologie riproduttive: è bene o è male, dal punto di vista morale, ricorrere alle risorse che la tecnologia mette al servizio della medicina per ottenere esiti di riproduzione così nuovi e così lontani dalle modalità naturali? Un primo passo consiste nell’analizzare se, dietro l’apparenza di un giudizio etico, non si debba in realtà riscontrare nient’altro che una presa di posizione emotiva, sorretta dalla propria Weltanschauung. Per lo più i diversi modelli antropologici veicolano indirettamente dei giudizi etici. Un obiettivo prioritario dell’educazione al giudizio morale è proprio quello di esplicitare e rendere consapevoli tali modelli.

Un elemento costitutivo della Weltanschauung è la «fede». La formazione deve aiutare a discernere in che maniera si coagula la fiducia fondamentale che orienta in profondità le attese della persona. Là dove la «fede» punta sulla scienza, questa viene considerata come l’unica risposta efficace a

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tutte le miserie umane. Da essa ci si aspetta che faccia continuamente indietreggiare la barriera dell’impossibile, mediante qualche nuovo «miracolo» della medicina. Anche sotto la diffidenza astiosa nei confronti dell’intrusione degli uomini di scienza nell’ambito di ciò che è «naturale» è possibile riconoscere una fede implicita. Talvolta è rivestita di un carattere di sacralità, in quanto è correlata con la volontà di Dio creatore. La natura nella sua dimensione biologica può allora apparire come limite che non si può valicare senza peccare di «hybris».

Un altro elemento che ha bisogno di chiarificazione è la funzione che viene implicitamente attribuita alle regole morali nell’ambito della tecnologia applicata alla riproduzione. Da esse ci si può aspettare che fungano da diga contro l’irrompere dell’arbitrario e l’agire irresponsabile; oppure che diano esse stesse impulsi positivi alla ricerca e alla sperimentazione, promuovendo l’opera di umanizzazione implicita nella scienza stessa.

La «facies» dell’etica cambia sostanzialmente, quando si attribuisce alle regole morali una finalità di contenimento, oppure di promozione dell’opera dello scienziato e del medico. Nel primo caso tenderà a prevalere un’impostazione casistica che vorrà entrare nei dettagli per porre freno con precisi dettati comportamentali ai veri o presunti straripamenti della scienza; nel secondo, l’accento cadrà di preferenza sui valori da promuovere, lasciando all’uomo di scienza l’autonomia e la responsabilità per le sue scelte comportamentali.

Giudizi etici impliciti si nascondono, oltre che nelle concezioni antropologiche ― la qualità umana dell’uomo, il suo rapporto con la natura, la funzione delle norme etiche per l’individuo e per la comunità ― anche nei termini con cui le nuove pratiche vengono designate. La semantica è un veicolo privilegiato di giudizi etici che si sottraggono al confronto di argomentazioni razionali. Tra tutti i termini con cui gli interventi bio-medici nella riproduzione vengono designati, «manipolazione» è quello più carico di connotazioni etiche negative. Se si chiamano manipolazioni questi interventi bio-medici nel campo della riproduzione, li si colora a priori con un sospetto di illiceità morale.

Al contrario, la designazione di «terapie dell’infertilità» riflette su tali pratiche l’aura di accettabilità morale riservata a tutto ciò che è finalizzato alla guarigione. La formalità terapeutica permette di considerare in una luce diversa taluni aspetti pratici dei procedimenti bio-medici. Così, ad esempio, alcuni moralisti cattolici si sentono giustificati a sospendere le loro riserve sulla modalità abituale di raccolta dello sperma considerando l’atto masturbatorio all’interno di un progetto globale, che lo connota in senso terapeutico, piuttosto che edonistico.

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Le pratiche finalizzate alla procreazione artificiale ― sottolineano con vigore i medici e i biologi che vi sono coinvolti — non sono arbitrarie manipolazioni della natura, bensì interventi terapeutici sotto forma di «aiuto alla natura». Per quanto stravaganti possano apparire al senso comune, gli interventi bio-medici vogliono essere essenzialmente una risposta all’infertilità. Quando si rivendicano per queste procedure la qualifica di «terapia dell’infertilità», implicitamente si richiede una loro valutazione etica positiva, quella stessa valutazione che accompagna le azioni finalizzate alla salute e al benessere.

In tal senso orienta anche la designazione di «procreazione assistita». Ma il beneficio della «terapia» può essere esteso a tutto l’arsenale oggi disponibile di tecnologie riproduttive? Qui si apre un campo importante per il discernimento etico. L’estensione della categoria di «terapia» a situazioni in cui prevale un desiderio a connotazioni psicopatologiche, o motivazioni futili, o addirittura confinanti con il capriccio, è abusiva. Lo sforzo per delimitare ciò che è terapeutico da ciò che non lo è si rivela un momento costitutivo della formazione di un giudizio etico.

Il fatto di considerare la sterilità una «malattia», e il rimedio all’infertilità un’opera terapeutica, solleva alcuni problemi dal punto di vista antropologico. Se la medicina si proponesse di rispondere a tutti i desideri e le convenienze della popolazione, le conseguenze sarebbero di enorme portata, tanto sul piano della politica sanitaria, quanto su quella della deontologia medica. Una medicina sociale dovrebbe rendere accessibili a tutti le costose pratiche della procreazione artificiale. Nella concezione liberale della sanità, invece, il medico, trasformato in prestatore di servizi, si troverebbe inevitabilmente preso nell’ingranaggio commerciale che regola la domanda e l’offerta, perdendo la facoltà di discernere tra le richieste, sulla base dell’orientamento dell’attività medica alla salute, come richiede una corretta deontologia professionale.

Una terza categoria generale, usata per riferirsi a questa vasta gamma di interventi bio-medici, è quella di «tecnologie riproduttive». Anche questa designazione veicola implicitamente un giudizio etico, e precisamente quello soggiacente alla nozione stessa di tecnologia. Nell’ambito culturale dell’Occidente, profondamente compenetrato dell’umanesimo greco della techne e della spiritualità biblica del «Dominate e soggiogate la terra», le azioni riconducibili alla tecnologia godono, a priori, di una considerazione positiva. In seno al cristianesimo ecclesiale, da questo punto di vista, non sono mai stati coltivati atteggiamenti sospettosi verso la scienza medica, come invece troviamo in alcuni gruppi settari.

La nozione filosofico-teologica di «natura» quale criterio etico («è buono ciò che è conforme alla natura e alla naturalità dell’atto») non ha escluso

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l’intervento correttivo sulla natura stessa. Oggi, tuttavia, la valenza etica positiva di ciò che è espressione di tecnologia si è incrinata. O piuttosto: siamo diventati più consapevoli dell’ambivalenza della tecnologia, che può anche rivolgersi contro l’uomo. L'homo faber, maggiorato in homo technologicus, sente più fortemente che la tentazione a «giocare a fare Dio» è carica di minacce per l’umanità. Il ricorso alla designazione di «tecnologie riproduttive» non consente di evitare un confronto con gli interrogativi etici, come se questi interventi fossero solo tecnologia applicata. Quando la tecnologia acquista un così grande potere, è la tecnologia in se stessa che diventa oggetto di riflessione etica.

L’analisi della terminologia è solo apparentemente un ambito di riflessione pre-etico. In realtà può costituire un laboratorio ideale per avvicinarsi all’etica considerandola non nei suoi aspetti prescrittivi e formali, ma sostanziali: il campo dei valori in cui la decisione operativa è chiamata a confrontarsi criticamente col modello antropologico che si persegue.

Soprattutto i problemi che sorgono nelle tecnologie applicate alla riproduzione si prestano a una verifica della concezione diffusa della morale. Questa viene spesso rappresentata come un corpo estraneo che non si amalgama col desiderio umano, ma lo frustra sistematicamente col divieto. Non possiamo escludere in modo assoluto che il discorso etico non abbia rappresentato talvolta un aspetto di questo genere; anzi, specialmente in ambito bio-medico, continua molto spesso a presentarlo.

Medici e ricercatori mostrano una comprensibile allergia verso l’etica concepita come un sapere dogmatico, precostituito, che viene elaborato in altra sede: la sede, appunto, dove le istituzioni totalitarie forgiano le loro credenze. Temono che la loro coscienza e il loro operato siano in qualche modo colonizzati da un’istanza esterna, unica accreditata a giudicare ciò che è bene e ciò che è male, morale e immorale, conforme o no alla natura umana. Ciò spiega, ad esempio, perché chi opera nel campo delle tecnologie riproduttive preferisca spesso fare appello all’aspetto tecnico piuttosto che a quello umano, e tenda a navigare lontano dagli insidiosi dibattiti sull’etica, appellandosi al pragmatismo. Medici e biologi temono che l’etica sia il cavallo di Troia che può introdurre nella cittadella della scienza la violenza dell’ideologia.

Quando si invoca l’etica nell’ambito delle tecnologie riproduttive, si alza in volo la paura che vengano dei «chierici» (ideologi e funzionari di partito, oppure teologi, progressisti o integristi che siano) a dire ai sanitari che cosa devono fare in questo o quel caso. Purtroppo l’etica e la morale sono sinonimi ― soprattutto in Europa, terra di inveterati conflitti ideologici ― di intolleranza. Evocano il tentativo di imporre agli altri la propria visione, di tracciare sentieri obbligati per la verità, di eliminare mediante la sopraffazione

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il pluralismo e le divergenze. Ancora una volta, quindi, osserviamo che il dibattito sugli aspetti etici della riproduzione assistita può essere opportunamente utilizzato come occasione privilegiata per fare della «meta-etica», verificando operativamente la natura del discorso etico e i compiti che gli si attribuiscono.

In particolare l’etica è convocata nelle cliniche dove si combatte la sterilità e nei laboratori dove vengono messe a punto procedure di controllo della riproduzione, col compito di operare un discernimento critico ed ermeneutico del desiderio di procreare. Ci sembra che la riflessione etica, condotta in questo modo, possa diventare uno strumento pedagogico di formazione della coscienza, e quindi un fattore di umanizzazione. Lasciando ad altre istanze la funzione di controllo sociale della volontà di procreare, l’etica così intesa identifica come suo compito la regolazione del desiderio, mediante lo sviluppo della capacità di formulare giudizi morali.

Il giudizio morale è fuori dall’emotività

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Sandro Spinsanti

IL GIUDIZIO MORALE È FUORI DALL'EMOTIVITÀ

in La famiglia oggi

anno VII, n. 12, pp. 28-31

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Di fronte ai progressi medici sulla «fecondazione artificiale», l’implicazione etica che interpreti lo «spirito di Cristo» è un’impresa delicata che passa attraverso indispensabili distinzioni. È necessario individuare i falsi giudizi portati dai modelli culturali a salvaguardia della scienza medesima che rischia di corrompersi senza la fondamentale «qualità umana dell’uomo».

Sull’onda dell’euforia che ha accompagnato le varie tappe dell’applicazione della tecnologia alla riproduzione, il pubblico è venuto familiarizzandosi con le diverse tecniche. Ormai anche il consumatore di informazione tramite i rotocalchi conosce i procedimenti fondamentali che portano a ottenere una inseminazione artificiale con lo sperma del marito o di un donatore, o la fecondazione a cielo aperto, in vitro, o il dono da una donna all’altra di un ovulo da fecondare o di un embrione (embryo-transfer).

Non sempre, però, la presa di coscienza e il dibattito etico procedono parallelamente alla divulgazione scientifica e al diffondersi di tali pratiche. Non si può certo dire che i risultati delle tecnologie riproduttive passino inosservati o che non siano accompagnati da animate prese di posizione, pro o contro. È proprio questo è il punto: la reazione emotiva non va confusa con un giudizio etico. Succede frequentemente che dietro l’apparenza di un giudizio etico, si debba riscontrare ― in realtà ― nient’altro che una presa di posizione emotiva, sorretta dalla propria visione del mondo. Ai due poli estremi possiamo trovare da una parte una fede nella scienza (considerata come la risposta efficace a tutte le miserie umane). Una fede che sconfina volentieri nell’entusiasmo acritico.

Ogni nuova realizzazione viene salutata come un «miracolo della medicina», che fa indietreggiare ulteriormente la barriera dell’impossibile. Una tale fede implicita è rintracciabile anche sotto la patina di freddezza con cui amano presentarsi gli scienziati. All’altro estremo troviamo la diffidenza astiosa verso l’intrusione degli uomini di scienza nell’ambito del “naturale”. Per rafforzare l’intoccabilità della natura e dei suoi processi, alcuni la rivestono col carattere di sacralità. Quando, per fare un esempio, un teologo francese parla della fecondazione artificiale come del «frutto di una menzogna iniziale, adulterio consumato con tecniche veterinarie», abbiamo la sensazione di trovarci di fronte a una reazione umorale sotto forma di giudizio etico.

Tanto le posizioni più violente di rifiuto, quanto quelle di accettazione incondizionata di ogni nuova tecnologia, lasciano trasparire in filigrana una ideologia implicita: la concezione della natura (e della biologia) come limite che non si può valicare, senza peccare di “hybris”. Ovvero la mistica del grande progresso illimitato, di cui parla E. Fromm.

Il diverso atteggiamento di fondo si rispecchia anche nella funzione che si attribuisce alle regole morali applicate alle tecnologie riproduttive. Da esse ci si può aspettare che fungano da diga contro

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l’irrompere dell’arbitrio e l’agire irresponsabile. Oppure che diano esse stesse impulsi positivi alla ricerca e alla sperimentazione, promuovendo l’opera di umanizzazione implicita nella scienza stessa. La “facies” dell’etica cambia sostanzialmente a seconda che si attribuisca alle regole morali una finalità di contenimento, oppure di promozione dell’opera dello scienziato. Nel primo caso tenderà a prevalere un’impostazione casistica che vorrà entrare nei dettagli, per porre freno con precisi dettati comportamentali ai veri o presunti straripamenti della scienza. Nel secondo, l’accento cadrà di preferenza sui valori da promuovere, lasciando all’uomo di scienza l’autonomia e la responsabilità per le sue scelte comportamentali.

Rimanendo ancora nell’ambito del «non detto» (veicolato dal discorso etico sulle nuove possibilità riproduttive), è opportuno tener presente che i termini stessi, con cui viene designato questo settore bio-medico, connotano un giudizio etico. Il termine “manipolazione” è il più carico di connotazioni negative. Anche se la manipolazione ― intesa come cambiamento pianificato della natura ― può avere un significato accettabile o anche buono, nell’uso che ne fanno alcuni; la manipolazione ― come osserva B. Häring ― è «una parola nuova per dire peccato». Se si chiamano manipolazioni questi interventi bio-medici, li si colora (a priori) di un sospetto di illiceità morale.

Alcune riserve da parte dei moralisti

Al contrario, la designazione di «terapie dell’infertilità» copre tali metodiche col mantello di Esculapio, facendo ricadere su di esse l’aura di accettabilità morale riservata a tutto ciò che è finalizzato

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alla guarigione. La formalità terapeutica permette di considerare in una luce diversa taluni aspetti pratici dei procedimenti bio-medici. Così, ad esempio, le riserve dei moralisti cattolici sulla modalità di raccolta dello sperma tendono a estinguersi quando l’atto masturbatorio è considerato all’interno di un progetto terapeutico globale.

La risposta medica ai desideri umani

Il beneficio della terapia non può essere, però, esteso a tutto l’insieme degli interventi presi in considerazione: in alcuni casi si tratta chiaramente della realizzazione di un desiderio, quando non addirittura di un capriccio. Anche il fatto di considerare la sterilità una malattia e il rimedio dell’infertilità un’opera terapeutica, solleva alcuni problemi dal punto di vista antropologico.

Se la medicina si proponesse di rispondere a tutti i desideri e le convenienze della popolazione, le conseguenze sarebbero di grande portata, tanto sul piano della politica sanitaria, quanto su quello della deontologia medica. Il medico, trasformato in prestatore di servizi, si troverebbe inevitabilmente preso nell’ingranaggio commerciale che regola la domanda e l’offerta.

Una terza categoria generale, usata per designare questa vasta gamma di interventi bio-medici, è quella di «tecnologie riproduttive». Anch’essa veicola implicitamente un giudizio etico, e precisa- mente quello soggiacente alla nozione stessa di tecnologia. Nell’ambito culturale dell’Occidente, profondamente compenetrato dell'umanesimo greco della

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techne e della spiritualità biblica del «Dominate e soggiogate la terra», le azioni riconducibili alla tecnologia godono, di per sé, di una considerazione del tutto positiva.

In seno al cristianesimo ecclesiale, da questo punto di vista, non sono mai stati coltivati atteggiamenti sospettosi verso la scienza medica, come invece troviamo in alcuni gruppi settari come i Testimoni di Geova. La nozione filosofica-teologica di “natura”, quale criterio etico (è buono ciò che è conforme alla natura o alla naturalità dell’atto), non ha escluso l’intervento correttivo sulla natura stessa.

Ambivalenza della tecnologia

Oggi tuttavia la valenza etica positiva di ciò che è espressione di tecnologia si è incrinata. O piuttosto: siamo diventati più consapevoli dell’ambivalenza della tecnologia, che può anche rivolgersi contro l’uomo. L'homo faber, maggiorato in un uomo tecnologico, sente più fortemente che la tentazione a «giocare a fare Dio» è carica di minacce per l’umanità. Preferiscono parlare di tecnologie riproduttive coloro che vogliono evitare designazioni condizionate da connotazioni rigide, a vantaggio di quel processo di discernimento critico che è proprio dell’etica.

Perché si possa accedere al livello dell’etica vera e propria, è necessario dapprima individuare e rendere inoperanti i falsi giudizi etici, veicolati dai modelli culturali, e semplici legittimazioni di questi ultimi. È opportuno anche diventare consapevoli della pregnanza semantica dei termini che si usano, nonché delle valutazioni morali implicite che contengono. Ai medici e agli scienziati, questo lavoro filosofico, può forse venire a noia; ma tutto lascia credere che una buona filosofia sia il sale che impedisce alla tecnica di corrompersi, perdendo il punto di riferimento costituito dalla qualità umana dell’uomo.

Questa disciplina mentale è necessaria anche ai cristiani che vogliono ispirarsi nel loro orientamento morale ai valori della fede. Portare un giudizio morale su pratiche così nuove, che non hanno nessun riscontro nel passato, è un’impresa delicata, che deve essere protetta dalle sovrapposizioni dell’emotività. Spacciare una reazione emotiva per un giudizio etico è ancora più grave, quando questo giudizio vuol essere un’interpretazione dello spirito di Cristo.

È di per sé legittimo ricondurre le tecnologie riproduttive alla lotta contro le insufficienze della natura per vincere la sterilità. Fa parte del compito affidato all’uomo di amministrare con intelligenza la natura. Quando la natura “sbaglia”, l’uomo può e deve correggerla. La sterilità non è un male necessario, da accettare con rassegnazione, specialmente oggi che la scienza può effettivamente porvi rimedio.

Vi sono tuttavia dei limiti, che la morale cristiana opportunamente richiama. Il primo è che la procreazione avvenga all’interno del matrimonio. Per questo motivo la Chiesa si è sempre opposta alla fecondazione artificiale che prevede il ricorso allo sperma di un donatore che non sia il marito.

L’aspetto più delicato e problematico

Un altro limite è costituito da una gestione del processo riproduttivo in cui il prodotto del concepimento sia considerato fin dall’inizio come una persona umana. Questo è l’aspetto più delicato e problematico che presentano le tecnologie riproduttive. Si sa, infatti, che ― data l’alta percentuale di insuccessi ― vengono abitualmente prelevati dalla donna e fecondati più ovuli contemporaneamente, dei quali uno solo viene impiantato nell’utero, perché prosegua il suo sviluppo. Gli altri vengono distrutti: e questo ― dal punto di vista della morale cattolica ― equivale a un aborto.

La condanna, in questo caso, cade su una prassi che di fatto accompagna la fecondazione artificiale, non su quest’ultima in se stessa. Saper distinguere è necessario per un giudizio morale maturo.

L’incertezza medica incontra la bioetica

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Sandro Spinsanti

L’INCERTEZZA MEDICA INCONTRA LA BIOETICA

in La parola e la cura

autunno 2008, pp. 21-23

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A fronte di questa incertezza, di senso comune, merita un'attenzione specifica l'incertezza che è stata l'oggetto delle scienze sociali a partire dalla metà del XX secolo. Il nome di riferimento in questo ambito è quello della sociologa americana Renée Fox.

Quante e quali forme assume l’incertezza per coloro che, a diverso titolo, come professionisti o come fruitori dei servizi, si incontrano sul palcoscenico della medicina? E come si correla questa incertezza con quell’orizzonte di interrogativi sociali ed etici che ha assunto il nome di bioetica? L’incertezza che consideriamo non è quella che, tradizionalmente, viene invocata quando si ha a che fare con le azioni dei medici (quella ― per intenderci ― che ha già trovato una prima formulazione arcaica nel detto ippocratico che riconosce la fallacia dell’esperienza; “La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione è fugace, l’esperienza è fallace, il giudizio è difficile”: è il primo dei celebri Aforismi attribuiti a Ippocrate). Gli esiti incerti dei trattamenti medici hanno consigliato prudenza, e non di rado hanno alimentato l’ironia nei confronti della prosopopea di certi medici.

A fronte di questa incertezza, di senso comune, merita un’attenzione specifica l’incertezza che è stata l’oggetto delle scienze sociali a partire dalla metà del XX secolo. Il nome di riferimento in questo ambito è quello della sociologa americana Renée Fox.

Con coerenza e passione essa si è dedicata a esplorare il ruolo che ha l’incertezza nella formazione dello studente di medicina, nella socializzazione del medico e nella condizione umana dei professionisti della salute; l’incertezza è il filo rosso che lega le sue ricerche, il suo insegnamento, i suoi scritti (Fox, 1957; 1959; 1974; 1988). L’insieme della sua opera ci permette di registrare i profondi cambiamenti che il problema della certezza in medicina ha subito nel giro di una generazione.

Discepola del sociologo Talcott Parsons, R. Fox ha cominciato a occuparsi, fin dagli anni Cinquanta, della socializzazione degli studenti in medicina. Il saggio che raccoglieva la sua ricerca recava il titolo emblematico di Training for Uncertainty (1957). La formazione del medico comprendeva, a suo avviso, un itinerario finalizzato a fornire la capacità di gestire l’incertezza. Questo lungo allenamento era centrato attorno a tre tipi fondamentali di incertezza. Il primo è quello che deriva da un dominio incompleto o imperfetto del sapere disponibile: nessuno può possedere tutte le qualificazioni e tutte le conoscenze del sapere medico. Il secondo tipo di incertezza dipende dai limiti propri della conoscenza medica attuale (esistono immensi problemi ai quali nessun medico, per quanto esperto, può dare ancora risposta, anche se è legittimo sperare che lo si possa fare in futuro). Una terza causa di incertezza è quella che consiste nella difficoltà di distinguere l’ignoranza o incapacità personale dai limiti specifici della conoscenza medica attuale; ovvero, in parole semplici, se l’eventuale

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fallimento vada imputato al medico o alla scienza.

All’occhio dello studioso dei comportamenti sociali risulta agevole stabilire un rapporto tra l’incertezza del sapere medico e quella intrinseca dalla condizione umana, nella quale i fatti relativi alla salute, malattia, benessere, morte, sofferenza sono sempre problemi critici di significato. Ma il sociologo è in grado di descrivere anche i meccanismi attraverso i quali gli studenti di medicina in formazione riescono ad adattarsi all’incertezza 1. Al termine dell’“allenamento all’incertezza”, gli studenti diventavano capaci di accettare l’incertezza come inerente alla medicina, di distinguere i propri limiti da quelli della scienza, di affrontare l’incertezza con un certo candore e una positiva filosofia scettica. Una singolare condensazione di questo atteggiamento si può trovare nello humour tipico degli ambienti medici, miscuglio unico di ironia, empietà e autoderisione.

Le ricerche successive di Renée Fox hanno messo in evidenza l’evoluzione dell’incertezza medica, la sociologia ha registrato una marcata differenza tra quella degli studenti di medicina degli anni Cinquanta e quella tipica dei nostri giorni. La nuova e più forte sensibilizzazione all’incertezza medica, i cui inizi si possono far risalire alla metà degli anni Settanta, presuppone l’affermarsi della nuova biomedicina e di quella riflessione critica, che con i nomi di filosofia della medicina e di bioetica, si è diffusa soprattutto nell’ambito culturale anglosassone. Il contesto sociale è cambiato, e quindi anche il profilo dell’incertezza. Questa non si situa più solo all’interno della scienza medica, ma piuttosto alla frontiera tra la medicina, la politica e l’etica.

Le problematiche bioetiche danno all’incertezza connotazioni molto più ampie. Un significato emblematico assume in questo senso la perplessità relativa alla ricerca con manipolazione del DNA.

Il presentimento che la capacità di manipolare i geni potrebbe alla fine provocare una catastrofe si abbina a dubbi circa i limiti delle regolamentazioni relative alla ricerca scientifica («Chi decide a chi competono le decisioni?»). Un discorso analogo si può fare circa gli effetti nocivi di prodotti chimici e di farmaci sull’ambiente e sulla salute umana (prodotti cancerogeni o mutageni). La stessa metodologia della ricerca (per esempio, la validità dei testi di sostanze cancerogene fatti sull’animale) crea problemi notevoli di incertezza. La pratica di prescrivere delle norme e di tormentarsi su questa prescrizione (cfr. il ricorso alle “moratorie” in vari ambiti: ingegneria genetica, trapianti sperimentali di organi ― xenotrapianti, ossia trapianti sull’uomo di organi animali geneticamente modificati ― ricerca sull’embrione, clonazione) lascia emergere una figura inedita di incertezza che potremmo chiamare “incertezza di secondo livello”, ovvero “incertezza dell’incertezza”.

La maggior parte dei problemi posti attualmente dall’incertezza e dal rischio non si può ridurre entro il quadro analitico di una sola disciplina o di una singola professione. Le incertezze associate ai progressi scientifici e tecnici più recenti (come il trapianto di organi, il depistaggio di malattie a base genetica e la consulenza genetica, la chemioterapia per il cancro) sono legate a metaquestioni che eccedono l’ambito dell’incertezza medica. Sia che si parli dei rischi potenziali paragonati ai vantaggi eventuali, delle conseguenze aleatorie che determinati interventi terapeutici possono comportare per la salute e la sopravvivenza, di predittività, oppure della qualità della vita, inevitabilmente incontriamo problemi fondamentali della società e della stessa condizione umana.

Dall’analisi dell’evoluzione dell’incertezza medica nel corso di un trentennio, Renée Fox è giunta alla conclusione che «esiste almeno una coscienza collettiva latente del fatto che le nostre istanze politiche, legislative e professionali attuali non possono inglobare completamente, né risolvere convenientemente il senso profondo delle nostre questioni morali e metafisiche riguardanti l’incertezza

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relativa alla salute e alla medicina».

Questa lettura dello sviluppo del sapere medico e delle nuove dimensioni che ha assunto in esso l’incertezza ci predispone a un proficuo incontro con la bioetica. A condizione che questa si presenti non come il luogo dove vengono respinti dubbi e perplessità che gli operatori delle professioni sanitarie non vogliono o non sono in grado di trattare, ma piuttosto come un metodo per riappropriarsi della riflessione come una dimensione che accompagna necessariamente l’azione. La bioetica aiuta a confrontarci con l’incertezza, dopo averla liberata dalla rimozione istituzionale che ha subito nell’ambito della scienza positivistica. Essa colloca di nuovo i problemi della decisione medica entro il contesto appropriato, che è quello di un orizzonte che si apre sulle questioni metafisiche, accessibili non solo al sapere scientifico ma a quello che si nutre di medical humanities.

Questo, almeno, è il percorso che la bioetica ha seguito in molti paesi. Tra i quali non si può, purtroppo, includere l’Italia. Da noi la bioetica è diventata in misura crescente sinonimo di ideologie che, per definizione, non lasciano spazio alle incertezze. Alla bioetica è stato attribuito il ruolo di contestare il “relativismo”, identificato come la malattia che corrode dall’interno la nostra civiltà. Nel discorso pubblico bioetica e “principi non negoziabili” sono spesso considerati come sinonimi. Quando questo uso linguistico prevale, incertezza e bioetica non possono più coabitare: al contrario, la bioetica equivale a uno sfratto intimato all’incertezza. Non solo Renée Fox e il movimento internazionale della bioetica non si riconoscono in questa sicurezza artificialmente indotta, ma anche molti nostri concittadini vogliono voltare le spalle a questo vicolo cieco in cui è andata a cacciarsi la bioetica di casa nostra.

RIFERIMENTI BIBLOGRAFICI  

Fox R.C., Training for incertainty, in Merton R.K., Reader G. (a cura di), The student physician, Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1957, pp. 207-41.

Fox R.C., Experiment perilous: physicians and patiens facing the unknown, Free Press, Glencoe (III), 1959.

Fox R.C., The process of professional socialization: is there a “new” medical student? A comparative view of medical socialization in the 1950s and in the 1970s, in L.R. TancrediEthics of medical care, National Academy of Science, Washington, 1974.

Fox R.C., L'incertitude medicale, CIACO, Louvain-la-Neuve, 1988.

NOTE

1 “Sezionare un cadavere e partecipare a un’autopsia iniziavano gli studenti alla natura profonda del lavoro del medico, che si fonda principalmente sulla dualità della vita e della morte [...]. Praticamente tutti i medici procedono a esami e all’anamnesi, emettono una diagnosi e applicano una terapia. Questi aspetti quotidiani del loro lavoro li obbligano e li autorizzano ad auscultare, scrutare, toccare, manipolare, esplorare e penetrare il corpo dei loro pazienti, ad analizzare le loro urine, le loro feci, il loro sangue, il loro muco, così come a ogni altra sostanza o secrezione corporea, introducendosi così nella loro vita personale e nei loro sentimenti più intimi. Osservando regole rigorose di asepsi, vestiti di bianco inamidato o di verde astringente, penetrando gli orifici del corpo umano che sono fisiologicamente o simbolicamente associati alle sue più nobili e alle sue più basse funzioni, per estrarne certe sostanze quale il sangue umano, per esempio, considerato nella nostra cultura come allo stesso tempo impuro o sacrosanto. In patologia clinica, nel corso di diagnosi fisiche e nelle loro diverse funzioni cliniche, ho osservato come gli studenti di medicina imparano non solo a padroneggiare le tecniche che questi esami implicano, ma anche a controllare le loro reazioni emotive. Ciò che gli studenti ritenevano particolarmente “sconcertante” (per usare le loro parole) si ritrova nelle situazioni mediche in cui i problemi di incertezza e di significato sono legati: per esempio, quando assistevano a un’autopsia da cui non derivava nessuna spiegazione definitiva sulla causa della morte del paziente, o quando erano a contatto con un paziente che soffriva di un cancro doloroso e incurabile e che subiva i gravi effetti secondari della terapia”: R. Fox, The Evolution of Medical Uncertainty, Milbank Memorial Fund, New York 1980.

La bioetica: una via per la crescita della coscienza

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Sandro Spinsanti

La bioetica: una via per la crescita della coscienza

in Il futuro dell'uomo

anno XVII, 1990, n. 2, pp. 5-12

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LA BIOETICA: UNA VIA PER LA CRESCITA DELLA COSCIENZA

Partecipando al primo convegno europeo della «International Transpersonal Association», tenutosi a Bruxelles nel 1984, Elisabeth Kübler Ross ha sorpreso molti di quelli che l’ascoltavano con una sua affermazione. Presentando se stessa e il suo lavoro, la celebre psichiatra affermava: «Io non ho mai fatto ricorso a droghe psichedeliche per alterare gli stati di coscienza; non so stare ferma a fare meditazione, né conosco stati di illuminazione o esperienze mistiche. Tutto quello che so fare è stare accanto alle persone gravemente malate, stare ad ascoltarle, accompagnarle fino alla morte. Questo è il mio contributo alla realizzazione transpersonale mia e degli altri».

Con le sue parole confermava l’impressione di molti: nella casa del transpersonale vi sono molte dimore. Con rara tollerarla, in questo movimento si tende più a includere che ad escludere. Non predomina la tendenza a uniformare i comportamenti delle persone, a far camminare tutti con lo stesso passo. Nel transpersonale non si entra come in una religione, mediante una conversione, lasciando dietro di sé la propria vita precedente. Riconoscersi nel transpersonale è piuttosto questione di un «insight», che modifica la percezione della propria attività abituale, ma ci rimanda ad essa. Anche pratiche così care a chi si colloca in questo ambito, come la meditazione o l’azione rivolta a modificare gli stati della coscienza, non sono un obbligo o una via prescritta per nessuno.

La Kübler Ross, rappresentante eminente dello sforzo attuale di umanizzare la medicina, non ha semplicemente voluto, con una «plaisanterie», evitare un inquadramento rigido e riduttivo nel movimento transpersonale. Ha piuttosto avanzato un suggerimento metodologico: considerare il transpersonale non come un «hortus conclausus»,

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ma come un paradigma interpretativo che si può applicare a diverse realtà.

Accettando la sua indicazione, ci possiamo chiedere: la bioetica ha qualche rapporto con il transpersonale? Ovvero: quella riflessione sistematica sulla qualità morale e l’accettabilità civile di comportamenti resi possibili dal progresso della biologia e della medicina, diffusasi con il nome di bioetica, contribuisce a quell’obiettivo di crescita della coscienza dell’umanità, che è proprio del movimento transpersonale?

È difficile rispondere con un «sì» o un «no» univoci, perché si può fare bioetica in diversi modi, che hanno legami più o meno stretti con il livello transpersonale. Procedendo in modo piuttosto schematico, si possono prendere in considerazione tre diversi scenari. In tutt’e tre la riflessione e l’azione connessa possono legittimamente richiamarsi alla bioetica, ma con implicazioni diverse rispetto a ciò che costituisce l’interesse specifico del transpersonale, cioè la modificazione degli stati di coscienza. In breve, possiamo dire che i tre scenari implicano percezioni diverse del rapporto dell’uomo con la vita.

Il primo scenario colloca tutta la novità della bioetica nella consapevolezza di nuovi doveri dell’uomo nei confronti del mondo e della vita, a seguito delle capacità di manipolazione della natura rese possibili dal progresso tecnologico. La bioetica che nasce in questo orizzonte si può sinteticamente ricondurre al «principio di responsabilità», formulato dal filosofo Hans Jonas. A suo avviso, la tecnica moderna ha introdotto azioni, oggetti e conseguenze di dimensioni così nuove, che l’ambito dell’etica tradizionale non è più in grado di abbracciarli. La natura si è dimostrata vulnerabile e l’avventura dell’umanità sulla terra risulta essere minacciata. Ancor più, ci si è resi conto che l’irresponsabilità dell’uomo può compromettere la vita stessa sul pianeta: sia che ciò avvenga attraverso la bomba atomica — timore prevalente fino a poco tempo fa —, sia attraverso la «bomba biologica», secondo le più recenti paure.

Questo atteggiamento responsabile nei confronti della vita apre orizzonti nuovi per la moralità e introduce nell’ethos comune sensibilità finora assenti. Per fare solo qualche esempio: solo ora la vita animale non umana sembra affacciarsi entro l’orizzonte della preoccupazione etica. Finora l’uomo, almeno nella tradizione occidentale,

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ha pensato nei confronti degli animali di avere solo diritti, non anche doveri. Questa sicurezza da padrone dispotico sta cedendo il posto ad atteggiamenti più riflessi; anche se sono pochi coloro che si lasciano sedurre dagli ideali estremisti della «animal liberation», un senso di moderazione nei rapporti con i viventi non appartenenti alla specie umana sta entrando nei costumi.

Un secondo esempio è l’apertura dall’etica alla prospettiva delle generazioni future. Il bene e il male hanno anche una misura temporale. Da questo punto di vista, Hans Jonas ha potuto riformulare l’imperativo kantiano introducendo la responsabilità verso le generazioni non ancora nate: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione rendano possibile la continuazione della vita sulla terra». L’uomo dell’epoca postindustriale ritrova così un aspetto ben presente nell’etica delle culture tradizionali. Jeremy Rifkin riferisce, in un suo saggio recente, di un capo di una tribù di Irochesi che esprimeva così la procedura deliberativa del suo popolo: «Quando dobbiamo decidere qualcosa, ci domandiamo: La decisione che ora prendiamo, andrà a beneficio della settima generazione? Se possiamo rispondere in senso affermativo, prendiamo la decisione; altrimenti decidiamo in senso contrario».

Per riassumere quest’etica della responsabilità nei confronti della vita, possiamo ricorrere a uno slogan che è stato recentemente utilizzato per promuovere una nuova rivista internazionale di bioetica. Fino al XX sec. il motto era: «Nul n’est censé ignorer la Loi» (ovvero: «Nessuno può incolpevolmente ignorare la legge»); nel XXI secolo sarà: «Nul n’est censé ignorer la Vie» («Nessuno può incolpevolmente ignorare la vita»).

Non possiamo che rallegrarci di questa attenzione alla vita. Tuttavia non è in questa direzione che troviamo la novità che interessa chi si orienta secondo la dimensione transpersonale. La vita di cui ci si preoccupa e nei cui confronti ci si vuol comportare responsabilmente è per il soggetto ancora una cosa, che può essere rappresentata dal pronome neutro «esso». Il paradigma entro cui si muove questa bioetica è «Io-esso» in inglese: (I-it).

Un secondo scenario di dibattito bioetico è quello rappresentato dal paradigma reso celebre da Martin Buber: quello del rapporto «Io-Tu» (I-You). Si tratta del paradigma che regola i rapporti interpersonali. L’eticità è qui misura di riconoscimento reciproco, che

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comporta uguale dignità, rispetto e presa in carico reciproca (con un corollario che riguarda chi non è in grado di rivendicare i propri diritti: questi deve essere preso in carico da altri).

Nella bioetica contemporanea il criterio personalista è un punto di riferimento centrale. La dignità della persona è invocata per tutelare da comportamenti in cui l’attenzione esclusiva al lato tecnico e a risultati di efficienza può esporre a prevaricazioni gravi nei confronti di altri soggetti.

Il progresso tecnologico ha, infatti, anche un lato d’ombra, che produce clamorosi tradimenti dei valori umanistici. Dire che la persona umana va tutelata dall’inizio alla fine della sua vicenda corporea, significa mettere dei limiti a ciò che siamo in grado di fare con la biologia e la medicina di cui disponiamo oggi: non ci è lecito fare tutto ciò che siamo capaci di fare.

Le associazioni mentali più spontanee sono quelle collegate con l’inizio e la fine della vita umana. Si tratta dei problemi che la divulgazione della bioetica ha fatto conoscere anche al grande pubblico: fecondazione artificiale e tecnologie applicate alla riproduzione, diagnosi prenatale e interruzione della gravidanza; e poi ancora: rinuncia all’accanimento terapeutico ed eutanasia, comunicazione della diagnosi, rispetto della volontà del paziente che vuol mettere dei limiti alla cure che gli vengono somministrate, trattamento di malati in stato vegetativo permanente, accompagnamento dei morenti.

Non esistono delle formule capaci di risolvere tutti i problemi connessi con i segmenti iniziali e finali della vita, là dove le categorie antropologiche vengono meno, tanto che nei casi specifici non sappiamo se si tratta già di vita umana (embrioni in stato precocissimo di sviluppo), o se c’è ancora vita umana (stato vegetativo permanente). Tuttavia il criterio personalista costituisce una valida indicazione di principio: «Stabilisci con l’altro un rapporto Io-Tu; tratta l’altro — anche l’altro che è l’embrione, o il malato terminale — come te stesso». È superfluo dire quanto questa via sia difficile, ma anche quante possibilità offra di crescere in umanità.

Lo scenario personalista, che pur stenta a ottenere il consenso unanime nel dibattito pubblico, non è l’orizzonte ultimo per la bioetica. Pur valorizzando al massimo le possibilità offerte dal paradigma «Io-Tu», dobbiamo considerare una terza possibilità di concettualizzare i rapporti con la vita: è quella che ci è offerta dal paradigma

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«Io-Sé» (I-Self). L’evocazione del Sé può suonate come dottrina iniziatica a chi non sia familiarizzato con il linguaggio del movimento transpersonale. Lasciando alla letteratura specifica gli appropriati approfondimenti, possiamo indicare nella prospettiva che trascende la persona il contributo originale che questo movimento offre alla cultura temporanea: il richiamo a un punto di convergenza al di là del livello personale, quale si realizza all’interno di un’esperienza vissuta del reale come totalità (Wholeness).

In questo scenario l’etica e la vita si correlano attraverso un rapporto non di possesso responsabile (Io-esso), né di incontro interpersonale (Io-Tu), ma di sottomissione partecipativa. Il soggetto vivente si scopre parte della vita come un Tutto; si sperimenta come Io nel Sé e grazie al Sé, in un processo esperienziale diretto. Nella visione olistica promossa dall’istanza transpersonale l’io, senza essere abolito, si risolve in un Tutto, che lo comprende a un livello superiore.

Tutto ciò si riduce a delle formule, finché il vissuto non le traduce in possibilità esistenziali. L’accesso a questa dimensione della vita che si staglia al di là della «persona» — sintesi suprema, ma anche maschera; epifania, ma anche parziale eclissi dell’Essere — è quello che la tradizione considera tipico della mistica. Ma è anche proprio di ogni esperienza — religiosa o areligiosa, quotidiana o straordinaria, in modo privilegiato attraverso le possibilità offerte dall’amore universale e dalla creatività artistica — che porta a un superamento della percezione duale della realtà.

Adottare la prospettiva transpersonale per la bioetica implica una radicale correzione dell’antropocentrismo (la bio-etica è già per sua naturale vocazione correlata alla bio-sfera) e l’accesso a quell’atteggiamento verso la vita che è tipico della tradizione religiosa-sapienziale. La vita si presenta allora essenzialmente un dono, a cui si partecipa mediante la modalità della comunione.

Questo, che è lo stato di coscienza tipico dell’uomo spirituale, è anche l’ideale di una bioetica che non voglia essere semplicemente una disciplina che si limita a registrare il consenso sociale sui nuovi interventi in campo biologico-medico.

La prospettiva transpersonale può arricchire anche la riflessione bioetica che si sviluppa entro un paradigma di riferimento interpersonale (Io-Tu). Essa corrobora, ad esempio, l’imperativo di non ridurre

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mai l’altro entro uno schema interpretativo. Questo può essere biologico (come avviene correntemente nella medicina organicista: il malato identificato con la sua malattia), ma anche morale. Questo secondo aspetto merita una spiegazione più dettagliata perché è più difficile da identificare.

Possiamo partire dal senso di colpa. Non esiste solo il senso di colpa per qualcosa che si è commesso. Questo è il più ovvio e il più frequente; ma esiste anche un senso di colpa esistenziale, collegato con il tradimento dell’essere: per non aver realizzato le potenzialità di cui si era dotati, per aver trascurato qualche dimensione del proprio essere (l’affettività, per esempio, a vantaggio dell’intellettualità o della realizzazione professionale; oppure per aver soffocato la propria crescita spirituale). La prospettiva transpersonale ci presenta appunto il senso di colpa non come un esito spiacevole dello sviluppo dell’individuo, da eliminare con adeguato intervento psicoterapeutico: esso ci appare piuttosto come un’ombra che accompagna permanentemente lo sviluppo della persona.

Accettare l’altro come persona significa aprire una linea d’orizzonte più ampia di ogni riduzione, comprese quelle riduzioni che operano fomentando nell’individuo il senso di colpa. Non mi riferisco solo alle colpevolizzazioni più grossolane (come quelle messe in atto nei confronti dei malati di Aids, quando sono dichiarati puniti da Dio e meritevoli di ciò che si sono andati a cercare...), ma anche a quelle più sottili, anche a quelle che non provengono dall’esterno ma sono elaborate dall’individuo stesso.

Il rapporto Io-Tu, quando è compreso sullo sfondo costituito dalla dimensione transpersonale, mette in contatto con l’essenza personale che sta dietro alla maschera; rifiuta di ridurre l’altro a ciò che appare (un grumo di cellule ancora indifferenziato, un organismo devastato dal male, un progetto di libertà deformato dalla propria colpa); sa cogliere l’eccedenza della persona rispetto a tutto ciò che la limita. Nel rapporto interpersonale autentico il «Tu» produce un’interpellazione, che ci porta a evadere dalle prigioni dell’Ego. Compresa la prigione che ci costruiamo da soli con la colpa esistenziale. L’incontro con il «Tu» fa risuonare una promessa liberatoria: «Io sono più grande di me stesso!».

Una seconda dimensione di ampliamento della coscienza resa possibile dalla dimensione transpersonale è quella del «pathos». La

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bioetica si trova molto impegnata a mettere dei confini al desiderio: al desiderio di generare, di generare figli con certe caratteristiche e a certe condizioni, di prolungare la vita o di abbreviarla, di modificare il patrimonio genetico, ecc. In breve, la bioetica è confrontata con le mille trasformazioni dell’eros. Questo ci presenta la vita, propria e altrui, come un campo di intervento illimitato, grazie all’aumento di possibilità dovuto al progresso scientifico e tecnologico. L’ebbrezza di interventismo attivo sulla vita, tipica della cultura occidentale, centrata sulle possibilità di tutto conoscere e tutto cambiare, ha bisogno di un correttivo: questo è il «pathos», cioè quella modalità di esistenza che dipende non da ciò che facciamo, ma da ciò che subiamo.

La determinazione volontaria è entrata pesantemente anche in fatti esistenziali che prima venivano fatti dipendere dal caso o dalla Provvidenza: come il numero e la temporalità delle nascite, e anche il momento di arrendersi alla morte. Tutto ciò ora tende a dipendere dall’azione dell’uomo.

Questo sbilanciamento unilaterale verso l’azione produce una deformazione antropologica: l’uomo che aumenta il potere arbitrario su se stesso non diventa ancora più uomo, ma una caricatura d’uomo. Abbiamo bisogno di integrare la modalità «pratica» dell’esistenza nel repertorio dei comportamenti che costituiscono l’umano autentico. La «passione», infatti, e non solo l’azione, costituisce una possibilità di crescita.

Anzi, la pazienza — intesa in senso etimologico, come virtù del «pathos» — ci può far arrivare là, dove l’azione non ci può portare. «Passività di crescita» ha chiamato Teilhard de Chardin questi eventi dell’esistenza che richiedono la pazienza come risposta comportamentale. La passività costituisce, rispetto all’azione, l’altro braccio con cui Dio ci attira a sé; la pazienza è la virtù che si appropria di queste possibilità di crescita.

La bioetica non ha il compito, come un gendarme, di mettere dei limiti e delle scadenze al desiderio. Il suo obiettivo, espresso positivamente, è quello di far emergere l’interpellazione presente in ciò che la vita ci fa subire. Deve educare il desiderio a riconoscere la voce del «pathos», ad aprirsi a questo «Tu» che ci viene incontro nella durezza di ciò su cui non abbiamo potere.

Possiamo ancora designare col nome di «bioetica» l’orizzonte

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di autorealizzazione che si apre all’essere umano a questo livello? Il termine sembra scricchiolare sotto il peso di un tale ideale. Siamo molto lontani dalle accurate misurazioni del lecito e dell’illecito nell’ambito della genetica, della biologia e della nuova medicina, con le quali abitualmente si associa tale disciplina. Ma se è l’etica che deve farsi guidare dalla vita, allora è questa coscienza della vita come dono a cui come viventi partecipiamo che deve ispirare la riflessione e l’azione. Ed è compito di chi promuove quello stato di coscienza partecipativo dell’Essere, quale è concettualizzato all’interno del movimento transpersonale, stimolare la riflessione bioetica a confrontarsi anche con questo ultimo orizzonte.