La persona è al centro della comunicazione

Book Cover: La persona è al centro della comunicazione
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

LA PERSONA È AL CENTRO DELLA COMUNICAZIONE

in Parole che curano

Atti del Convegno La comunicazione fra medico e paziente

Cuneo, 22-23 febbraio 2007

pp. 49-59

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Le regole del gioco

Ogni relazione standardizzata è un gioco di parti che può procedere se ci sono regole chiare e condivise. Anche il gioco della medicina sta a delle regole: se le regole cambiano il gioco naufraga.

Uno spot pubblicitario trasmesso in questi mesi può aiutarci a capire meglio il significato di un cambiamento di regole: in un campo da gioco, un giocatore passa con le mani il pallone ad un altro che sempre con la mano lo passa ad un altro ancora; quest'ultimo calcia il pallone e fa goal. Lo spot conclude con il commento "new rules". Nuove regole è l'osservazione che possiamo applicare a quello che viviamo oggi nella medicina. Immaginate come è diverso il gioco del pallone se lo facciamo con le regole del basket o con quelle del calcio. Nella pallacanestro il pallone si tocca con le mani: pensate che confusione viene fuori se si applicano alla pallacanestro le regole del calcio.

Regole attuate nella medicina per secoli convivono con altre regole e la rabbia per la mancata comunicazione tra giocatori è forte.

Un celebre film del '57 con Paul Newman tratto da una piece teatrale, La Gatta sul tetto che scotta, descrive il tipico atteggiamento (regola) consueta in passato: l'informazione sulla malattia veniva data ai famigliari, ma tenuta nascosta al paziente.

È interessante seguire questo cambiamento di regole nel rapporto medico-paziente nell'evoluzione del codice deontologico dei medici.

Nel Codice Deontologico del 1978, al Titolo III "Rapporti con il paziente", Capo IV "Informazione e consenso del paziente", recitava: "Una prognosi grave o infausta può essere tenuta nascosta al malato ma non alla famiglia...".

Al Capo IV, Titolo III del Codice Deontologico del 1989 si leggeva: "...il medico potrà valutare, segnatamente in rapporto con la reattività del paziente, l'opportunità

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di non rivelare al malato o di attenuare una prognosi grave o infausta, nel qual caso questa dovrà essere comunicata ai congiunti...".

Nel Codice del 1998, al Capo IV: "Il medico deve fornire al paziente la più idonea informazione… Il medico dovrà tener conto delle sue capacità di comprensione al fine di promuoverne la massima adesione alle proposte diagnostico-terapeutiche…"

"…le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenza alla persona, devono essere fornite con prudenza, usando terminologie non traumatizzanti e senza escludere elementi di speranza. La documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l'informazione deve essere rispettata".

Nel Codice Deontologico del 2006 si legge: "Il medico deve fornire al paziente la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate.

Il medico dovrà comunicare con il soggetto tenendo conto delle sue capacità di comprensione, al fine di promuoverne la massima partecipazione alle scelte decisionali e l'adesione alle proposte diagnostico-terapeutiche.

Ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere soddisfatta.

Il medico deve, altresì, soddisfare le richieste di informazione del cittadino in tema di prevenzione..."

Comunicazione: quali rapporti reciproci?

Comunicare senza informare

Il problema della comunicazione è diventato centrale nella medicina attuale. Questo fatto non depone a favore della comunicazione stessa.

Quando, infatti, nei rapporti interpersonali la comunicazione si fa centrale, ci sentiamo legittimati a dedurne che siamo di fronte a un indice di relazione "malata".

Lo conferma autorevolmente Paul Waztlawick, uno dei maggiori esperti della comunicazione umana:

Quanto più una relazione è spontanea e "sana", tanto più l'aspetto relazionale della comunicazione recede sullo sfondo. Viceversa, le relazioni "malate" sono caratterizzate da una Lotta costante per definire la natura della relazione, mentre l'aspetto di contenuto della comunicazione diventa sempre meno importante.

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È quanto possiamo verificare empiricamente nelle relazioni amorose: le coppie in crisi, invece di fare l'amore, imbastiscono eterni discorsi per definire il loro rapporto... Quando la comunicazione è inceppata, ci si accorge di essa, in quanto diventa un sintomo dolorante.

Qualcosa di analogo succede oggi in medicina. Si parla molto di comunicazione perché abbiamo l'impressione che siano sempre più frequenti e dolorosi i nodi della comunicazione. In particolare, la comunicazione si ingorga quando si decide, per motivi di diversa natura ― per ragioni di tempo e di opportunità, o anche per motivi etici ― di saltare il momento dell'informazione, andando direttamente all'azione terapeutica. L'enfasi posta sul fare, piuttosto che sul parlare informativo, danneggia il processo della guarigione e si traduce in un saldo negativo sul piano della comunicazione.

Se la comunicazione non fluisce in modo sano, ristagna patologicamente. Poiché, in ogni caso, non si può non comunicare. Questo è il primo assioma stabilito da Watzlawick nella sua Pragmatica della comunicazione umana. La comunicazione, infatti, è un comportamento; e non esiste l'opposto del comportamento. Chi, per esempio, in una situazione di vicinanza fisica, si chiude nel mutismo, comunica che non vuol comunicare. Le parole e il silenzio, l'attività e l'inattività: tutto, nell'interazione, ha il valore di messaggio. La questione, quindi, diventa: che cosa comunica il comportamento del medico, quando rifiuta di informare il malato? (evidentemente quello che crea problemi è la comunicazione di una prognosi infausta: dare buone notizie è invece una delle opportunità più piacevoli che la vita ci riserva, dentro e fuori la medicina).

Una risposta alla domanda possiamo ricavarla dalla descrizione seguente, in cui l'oncologo francese Léon Schwarzenberg tratteggia la situazione che si crea quando l'ambiente che circonda il malato opta per la congiura del silenzio:

È raro che i malati ripongano assoluta fiducia nel loro medico. Molti di essi credono che in questa valle di lacrime non esista bugiardo più grosso e patentato del medico, e che del resto egli eserciti l'unica professione nella quale la menzogna è d'obbligo. Inutile dire che a volte costoro hanno ragione. Ma dubbi e sospetti possono travalicare il medico stesso. Ve n'è che sospettano un complotto tra i loro stessi familiari, da parte dei loro amici. E, ancora una volta, spesso hanno ragione. La moglie o il marito, a volte il figlio maggiore che svolge il ruolo di capofamiglia ha deciso che "non bisogna dirglielo. Non possiamo farlo. Significherebbe ammazzarlo". E il medico dal canto suo non osa spingersi più in là e a sua volta si inchina alla volontà della famiglia. Purtroppo, però, accade che la maggior parte di

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noi medici si sia attori da quattro soldi, bugiardi da poco. Il malato avverte perfettamente che non tutti coloro che lo circondano sono sinceri con lui, lo legge loro in faccia, lo coglie dai loro silenzi più ancora che dalle loro parole, lo capisce dai loro errori, dai lapsus, dagli impappinamenti, si sente al centro degli argomenti che non vengono mai abbordati. Tutti recitano male, mentono peggio. Il malato, questo lo sa; e il medico ha il sospetto che il malato sappia. Ed ecco così istituirsi quel rapporto convenzionale, di perfetta cortesia: il malato sa che il medico sa, ma non ne parla.

In pratica, contesti comunicativi di questo genere trasmettono ― al di là della volontà di coloro che decidono, magari per motivazioni umanitarie molto nobili e generose, di sottrarre l'informazione al malato ― la "morte sociale" di questi. L'essere umano non è solo un organismo animato, ma è anche essenzialmente un membro della società. Quando viene reciso il legame vitale con la comunità, muore come essere umano. Questo tipo di morte non ricalca esattamente la morte fisica: può avvenire prima o dopo, rispetto alla cessazione della vita organica. Ci sono tribù in Africa che considerano morta una persona solo quando non si parla più di essa: è un esempio estremo che illustra la divaricazione possibile, anche in altri contesti culturali, tra morte sociale e morte organica.

La morte sociale, inoltre, non è un avvenimento "puntuale": si verifica a gradi. Attraversa vari stadi; come la malattia stessa, può essere leggera, grave, fatale, oppure reversibile. La progressione nella morte sociale è favorita dal fatto che la morte, nel modo in cui si verifica abitualmente, si prolunga nel tempo. Nel lungo periodo che la persona impiega a morire, si verifica gradualmente la sua morte sociale. L'ospedale è un osservatorio eccellente per rilevare in che modo si passa dal regno dei vivi a quello dei morti. Con il progredire della malattia, cessano le cure infermieristiche usuali, l'interesse medico si affievolisce fino a scomparire (a meno che non si tratti di un "caso interessante", in un ospedale che abbia anche finalità didattica e di ricerca), i morenti sono separati dai familiari, talvolta ricevono già i trattamenti riservati alle salme... Nell'esperienza dei più la morte sociale comincia quando si cessa di essere considerati soggetti che possono prendere decisioni responsabili sul proprio destino. La preoccupazione di evitare alla persona che non può guarire lo shock di conoscere la propria situazione porta coloro che sanno ― i sanitari e i familiari ― a farsi carico della gestione della parte finale della vita del malato, sottraendogli le informazioni. In questo modo lo si è già condannato a morte come soggetto, ancor prima che la patologia fisica porti a compimento il suo assalto all'organismo.

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Sia le parole che il silenzio hanno il loro lato tragico. Volendo evitare il dramma dell'informazione, si precipita in quello della mancanza di verità. Il silenzio, che può essere un salutare correttivo della retorica banalizzante delle parole e può talvolta offrire la solida consolazione derivante dalla muta solidarietà, in queste condizioni è solo un vuoto di parole. Comunica al malato inguaribile che non è più qualcuno con cui si possa comunicare. Gli comunica cioè, che socialmente può già considerarsi morto.

Ma i pazienti inguaribili, avviati verso la morte, vogliono sapere della loro situazione? Questo interrogativo continua a offrire lo spunto per innumerevoli dibattiti. L'abituale mancanza di informazioni al malato sulla prognosi infausta può essere letta in diversi modi. Qualcuno fa responsabile della "congiura del silenzio" i medici e i familiari: sono loro che non vogliono parlare, o per malinteso paternalismo, o per risparmiarsi il peso di dover sostenere emotivamente un paziente confrontato con una prospettiva tragica. Altri, invece, attribuiscono la volontà di non sapere ai pazienti: siccome essi rifiutano la verità, i sanitari si adeguano allo loro volontà e li preservano dal trauma di un'informazione non desiderata. O forse i malati fanno finta di non sapere, perché i medici e i familiari non vogliono parlare... Dove sta il torto e la ragione in questo scenario cangiante?

La pragmatica della comunicazione umana ci ha insegnato a sbrogliare matasse di questo genere riferendoci alla "punteggiatura" delle sequenze di eventi. Quando in un rapporto comunicativo si creano delle catene che tendono a prolungarsi all'infinito (l'esempio più tipico è quello di una coppia che litiga: lei brontola, lui si chiude in se stesso; lei brontola perché lui si chiude, lui si chiude perché lei brontola; allora lei brontola ancora di più, mentre lui risponde chiudendosi ancora di più: teoricamente, questa catena non ha fine...), ambedue i modi di punteggiare sono possibili e corretti. Non si tratta di dare ragione all'uno o all'altro, adottando la sua punteggiatura degli eventi, ma di trovare un modo di spezzare la catena.

Uno di questi modi sono le ricerche empiriche. Il tema del consenso informato ha stimolato una quantità di indagini, dalle quali risulta che la falsa attribuzione del desiderio di informazione è uno degli errori più comuni nella pratica clinica. Tra ciò che i pazienti desiderano conoscere e quello che i medici pensano che essi vogliono conoscere esistono discrepanze rilevanti. In una ricerca americana, ad esempio, condotta da Waitzkin e Stoeckle, sono stati registrati 336 incontri tra medici e pazienti in diversi contesti clinici, compresa la pratica privata e gli ambulatori ospedalieri. Si è chiesto ai medici di indovinare il desiderio dei pazienti di essere informati e l'utilità dell'informazione per il paziente. Anche ai pazienti si è domandato di fornire l'autovalutazione. La maggioranza dei pazienti desiderava conoscere quasi tutto e pensava che l'informazione sarebbe stata loro utile. Ma nel 65 degli incontri i medici sottovalutavano il desiderio di informazione e l'utilità clinica dell'informazione stessa. La stessa ricerca fornisce

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un altro dato importante. I ricercatori chiesero anche ai medici quanto tempo pensavano di aver dedicato a informare. Confrontando questa percezione soggettiva con il tempo oggettivamente risultante dalla registrazione degli incontri, risultò che in media i medici stimavano il tempo dedicato all'informazione nove volte più del reale.

Ai risultati prosaici, ma istruttivi, di questo tipo di ricerche empiriche sui comportamenti bisogna aggiungere l'esperienza di chi ha infranto la barriera del silenzio e si è messo, senza preconcetti, a parlare con i malati, anche quelli inguaribili e avviati verso la morte, sulla loro situazione, Fa ormai parte irrinunciabile del patrimonio di esperienza acquistata nell'accompagnamento dei morenti la convinzione che si muore meglio quando è possibile esprimere le proprie emozioni, comunicarle a qualcuno, condividere i propri stati d'animo. Da quando Elisabeth Kübler-Ross ha cominciato a disobbedire alla consegna del silenzio con i morenti, dominante negli ambienti ospedalieri, si è aperto un capitolo nuovo di conoscenze dell'animo umano e dei suoi bisogni nel momento in cui si avvicina alla soglia estrema della vita, Quanto sappiamo sugli stadi del morire, sull'organizzazione della speranza e sulle modalità simboliche della comunicazione fa parte ormai della medicina moderna, allo stesso modo della chimica dei neurotrasmettitori o delle reazioni immunologiche.

Informare senza comunicare

I fautori del modello "autonomista" ― espressione tipica di una medicina che si è aperta alla cultura della modernità, ovvero liberale ― si fanno spesso promo- tori di un'informazione a oltranza del malato, senza considerare la ripercussione che certe notizie possono avere nel malato stesso. Più che una questione di sensibilità morale, si tratta spesso di una concezione superficiale della comunicazione stessa. Non si considera a sufficienza, infatti, che la comunicazione non è costituita solo dagli aspetti verbali.

Il linguaggio ha sicuramente un'importanza unica per la specie umana, che da esso viene caratterizzata. Ma non è l'unico canale attraverso cui comunichiamo, Nella comunicazione umana si hanno due fondamentali possibilità di far riferimento a dei contenuti informativi: o rappresentandoli con un'immagine (come quando si disegna), oppure dando loro un nome. Tecnicamente si parla di comunicazione analogica, nel primo caso, e di comunicazione numerica, nel secondo, Comunicazione analogica è praticamente ogni comunicazione non verbale. Include le posizioni del corpo, i gesti, l'espressione del volto, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle parole stesse, come pure i segni di comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo un'interazione.

Il linguaggio numerico ha un'importanza particolare per gli esseri umani, perché serve a scambiare informazioni sugli oggetti e perché ha la funzione di trasmettere la conoscenza di epoca in epoca. C'è però tutto un settore in cui facciamo

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affidamento quasi esclusivamente sulla comunicazione analogica, spesso discostandoci assai poco dall'eredità che ci hanno trasmesso i nostri antenati mammiferi. Quando ci avviciniamo ai segmenti estremi della vita ― la nascita e la morte ― scopriamo con sorpresa quanto abbiamo ancora in comune con gli animali.

Le vocalizzazioni, i movimenti di intenzione e i segni di umore degli animali sono comunicazione analogica, mediante la quale definiscono la natura delle loro relazioni, in mancanza della capacità di fare asserzioni denotative sugli oggetti. Ciò che gli animali capiscono non è certo il significato delle parole, ma la ricchezza della comunicazione analogica che accompagna il discorso, Ogni volta che la relazione è il problema centrale della comunicazione, il linguaggio numerico cede il primato alla comunicazione analogica. È un fenomeno che non si verifica solo tra gli animali, ma in molte circostanze della vita umana, come quando si corteggia o si combatte, E anche quando si reca aiuto a una persona in stato di necessità, Per questo la comunicazione analogica, che è molto più ricca dell'informazione verbale, è centrale nel rapporto tra sanitari ― medici e infermieri ― e pazienti.

Lo stato di malattia, specie quando è grave ed è percepito come una minaccia alla vita, provoca una regressione che ci fa diventare, come i bambini e come gli animali, sommamente recettivi alla comunicazione analogica che accompagna il discorso. E anche se le parole si organizzano abilmente per sostenere delle menzogne ― comprese quelle "pietose" e a fin di bene ― i comportamenti tradiscono la verità. Perché è facile dichiarare qualcosa verbalmente, ma è difficile sostenere una bugia nel regno dell'analogico. Sembra un paradosso: le intenzioni più sublimi che possiamo attribuire agli esseri umani ― la solidarietà, l'amore, il prendersi cura ― passano attraverso il canale povero dei gesti e della comunicazione non verbale. Gli atti di cura corporea e il contatto fisico sono destinati a portare un peso metafisico che sembra quasi sproporzionato. Attraverso gli umili gesti della "carne comune" (Maurice Merleau-Ponty) si esprime il mistero della reciprocità delle coscienze. Questa percezione più acuta delle esigenze connesse con la comunicazione nell'ambito delle cure sanitarie, che eccede di molto i contenuti informativi che si possono trasmettere con le parole, ci permette di affrontare in modo più differenziato la questione inevitabile: bisogna comunicare o tacere una diagnosi infausta? La questione è diventata un luogo classico di dibattito in cui possiamo assistere allo scontro tra modelli di comportamento che aspirano ugualmente a realizzare un valore morale, ma nella pratica si scoprono come inconciliabili.

Di fatto, il confronto assomiglia di più a un dialogo tra sordi, in quanto si confrontano certezze profonde non disposte a farsi rimettere in discussione dagli argomenti contrari. Chi è convinto che una prognosi che si affaccia sulla morte non vada condivisa con il malato tutt'al più con i suoi familiari motiva questo

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comportamento con alti motivi ideali. È per risparmiare al malato un evento emotivamente catastrofico che si deve fare ogni sforzo per tenere lontano dal suo sguardo l'orrore della morte certa. Ma anche chi difende la posizione contraria, orientata a informare il malato della propria situazione, si giustifica con motivi ideali, che ruotano attorno al rispetto del malato e tendono a prevenire un altro tipo di sofferenze psicologiche: quelle che si aggrumano attorno al sistema di menzogne necessario per mantenere il malato nell'ignoranza della sua situazione.

L'incomprensione tra i partigiani delle due posizioni può raggiungere punte paradossali. Coloro che optano per la comunicazione della diagnosi si sentono ac-cusati di "crudeltà" nei confronti del malato; chi sceglie la menzogna pietosa, in nome della compassione, si trova sospettato di essere solo un piccolo egoista, che vuol risparmiarsi le situazioni più ingrate, con lo sforzo che la comunicazione di questo genere di notizie comporta. I tentativi di guadagnare l'altro alla propria posizione per lo più naufragano clamorosamente. Ciò non dipende dalla debolezza delle argomentazioni, ma dal fatto che gli atteggiamenti di fondo si nutrono di motivi che non sono solo razionali. La condivisione di determinati modelli culturali che privilegiano, rispettivamente, la famiglia e l'individuo, la coesione del gruppo o il controllo sulla propria vita da parte della persona può determinare in modo decisivo i comportamenti.

Il consenso scritto serve alla comunicazione?

Sembra che qualcuno in America abbia avuto l'idea di mettere in circolazione dei formulari rivolti a ottenere dal possibile partner di un incontro sessuale una dichiarazione esplicita firmata di consenso al rapporto. Perché ― ironizza l'autore della trovata ― un rapporto sessuale è un fatto pericoloso: dalla piacevolezza del talamo vi potreste trovare in tribunale, accusati di violenza! Basti pensare ai processi che hanno avuto per mesi l'onore delle cronache (dal giovane Kennedy al pugile Tyson) per rendersi conto dell'entità del pericolo. Meglio, dunque, tutelarsi raccogliendo le prove inequivocabili della volontà non ambigua del partner!

Può sembrare una provocazione accostare i goliardici formulari per il consenso al rapporto sessuale alle procedure per ottenere il consenso informato nel contesto sanitario. Il parallelo stabilito tra lo scherzo di un buontempone e una delle pratiche a cui sembra arridere più successo nell'ambito delle nuove regole che stanno ridisegnando i rapporti tra sanitari e cittadini non vuol essere irriverente. Un effetto di "straniamento" si produce nell'uno come nell'altro caso, per il fatto che si applicano nell'ambito dell'intimità le procedure che valgono tra estranei. Non ci sorprende che una transazione commerciale o l'atto di compravendita di un immobile debbano obbedire a precise procedure amministrative: in questi casi tutti ci consideriamo degli estranei, anche all'interno di una stessa famiglia. Una parola di promessa può avere un significato morale e creare

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obblighi profondi, ma non ha alcuna rilevanza giuridica. L'atto di un notaio è una garanzia per tutti, proprio perché ci tratta come estranei, anche se siamo consanguinei.

Ci troviamo invece completamente spiazzati quando le regole che valgono tra estranei vengono trasposte all'ambito dell'intimità. È impossibile fissare in un formulario da sottoscrivere la complessità di un rapporto amoroso: il consenso scritto appare come una caricatura del consenso, che si ottiene nel rapporto vissuto. Chi argomenta contro le procedure giudiziarie per stabilire se ci sia stato o no il consenso a un rapporto sessuale è in grado di produrre buone ragioni attinte dall'esperienza vissuta, dove l'assenso ci si presenta nella sua fondamentale ambiguità (conosciamo anche dei "no" che valgono per un "sì" o per un "forse"...). Soprattutto sappiamo che la comunicazione non verbale svolge una funzione interpretativa determinante: i "sì" o i "no" sono detti più dagli occhi o dal tono muscolare che dalle parole.

Quando il "no" significa "sì"?

Quando il "sì" significa "no"?

Il fatto è che quando state proprio lì lì per farlo con una ragazza una ragazza che non sia una prostituta o qualcosa del genere, voglio dire quella continua a dirvi tutto il tempo si smettere. Il mio guaio è che smetto. C'è tanti che non smettono mica. Ma è più forte di me. Non capite mai se quelle vogliono veramente che smettiate, o se hanno soltanto una paura d'inferno, o se vi dicono di smettere solo perché se voi continuate la colpa è vostra e non loro. Io smetto tutte le volte, ad ogni modo. Loro mi dicono di smettere e io smetto. Dopo che le ho riportate a casa mi mordo sempre le mani, ma continuo a smettere ogni volta (J. D. Salinger: Il giovane Holden)

Dobbiamo dire la stessa cosa del consenso scritto a un atto medico? In parte sì. Quello che si realizza tra il medico e il paziente che gli si affida va ricondotto al paradigma dell'intimità piuttosto che a quello dell'estraneità. Il consenso prende forma in un contesto imbevuto di emozioni molto forti: speranza, paura, fiducia, diffidenza, angoscia. Spesso si tratta di decisioni di vita o di morte; sempre, comunque, di scelte che coinvolgono il benessere e la qualità della vita.

Il consenso inoltre è un processo che si modifica nel tempo. Il malato può cambiare idea, sulla base di ulteriori informazioni che è riuscito ad assimilare o del vissuto della malattia: il rifiuto di ieri può diventare una richiesta di oggi, o vi-ceversa.

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C'è ancora un'ulteriore analogia con il consenso amoroso: quello che si realizza tra medico e paziente passa anche attraverso la comunicazione non verbale, i silenzi, gli atteggiamenti. Che cosa diventa tutto ciò, ricondotto entro il quadro rigido di un formulario di consenso da espletare come una procedura amministrativa?

Se il parallelo tra l'assenso a un atto amoroso e il consenso a un atto medico può sembrare troppo leggero, possiamo fare un rimando di ineccepibile spessore filosofico. In una pagina delle sue Ricerche filosofiche Ludwig Wittgenstein mette in evidenza la necessità di utilizzare l'esperienza vissuta come chiave interpretativa di un comportamento, come può essere l'esperienza di venir guidati:

Pensiamo all'esperienza vissuta del venir guidati!

Chiediamoci in che cosa consiste quest'esperienza, quando per esempio, veniamo guidati per una strada?

Immagina questi casi:

Sei in un campo sportivo, magari con gli occhi bendati, e qualcuno ti conduce per mano, ora a sinistra, ora a destra; tu devi sempre essere in attesa degli strattoni della sua mano e devi anche stare attento a non inciampare a uno strattone inaspettato.

Oppure: qualcuno ti conduce per mano, con forza, dove non vuoi.

O anche: il tuo compagno di ballo ti guida nella danza; tu ti rendi quanto più possibile recettivo per poter indovinare la sua intenzione a seguire anche la più lieve pressione.

Oppure: qualcuno ti conduce a fare una passeggiata; camminando conversate, e dove va lui vai anche tu.

O ancora: state camminando per un viottolo di campagna e lasci che ti guidi.

Tutte queste situazioni sono simili l'una all'altra; ma che cosa è comune a tutte le esperienze vissute?

Senza nessuna forzatura, possiamo applicare questa descrizione fenomeno logica così differenziata all'esperienza di essere guidati da un medico verso una decisione terapeutica. Inevitabilmente ci domandiamo: come può un formulario scritto rispecchiare la differenza sostanziale che esiste tra il venir guidati mediante strattoni e il lasciarsi portare insieme dal ritmo della danza?

Con tutte queste riserve sulla possibile deriva burocratica di un uso generalizzato dei formulari per raccogliere il consenso informato, dobbiamo tuttavia riconoscere

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che è giunta l'epoca in cui la medicina deve trovare linguaggio e gesti per coniugare la pratica terapeutica con il nuovo clima culturale che attribuisce grande valore all'autodeterminazione dell'individuo.

La questione, in definitiva, diventa quella dell'uso che si vorrà fare del consenso informato. Non è auspicabile che l'adozione di questa procedura sia svuotata della sua sostanza etica e ridotta a un espletamento formale, come un atto a carattere burocratico.

Al consenso informato, quale momento cruciale del rapporto che si instaura tra il professionista sanitario e il malato, non possiamo più sottrarci. E non perché ci siamo messi in testa di scimmiottare l'America: il consenso informato ci è richiesto dalla nuova cultura che sta unificando l'Europa, come indica in modo inequivocabile la Convenzione europea per la bioetica. Ma se vogliamo che l'unifichi per il meglio, non dovremmo dimenticare quella formulazione dell'etica orientata al "prendersi cura" reciproco, come struttura primordiale dell'esistenza umana. Ci possiamo realizzare come essere liberi e autonomi perché l'etica delle cure reciproche fa sì che qualcuno si prenda cura di noi, mentre noi ci occupiamo, in una circolarità delle cure, di coloro che hanno bisogno di noi. Nella salute e nella malattia. Ma soprattutto nella malattia.

Per la pratica della medicina dell'epoca moderna ― quella che ha interiorizzato il principio del rispetto delle decisioni che nascono dall'autonomia dell'individuo, ma nello stesso tempo non abbandona il valore tradizionale costituito dal legame di una particolare alleanza che si stabilisce tra chi offre le cure e chi le riceve ― il consenso informato è uno strumento. Senza mitizzarlo, è opportuno trattarlo in quanto tale, continuando a domandarci a quale modello di medicina vogliamo farlo servire. E soprattutto bisognerà convincerci che sull'uso del consenso informato abbiamo ancora tanto da imparare.

L’accanimento diagnostico e terapeutico

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Sandro Spinsanti

L’ACCANIMENTO DIAGNOSTICO E TERAPEUTICO

in Salute e territorio

anno XVI, n. 93, novembre-dicembre 1994, pp. 23-25

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Il confine umano, clinico, bioetico oltre il quale nasce il dilemma della difesa della vita

Se per una prima approssimazione al tema ci lasciamo guidare dalla risonanza che l’enunciato ha nell’opinione pubblica, dobbiamo registrare un netto sbilanciamento a favore dell’accanimento terapeutico. Se ne parla molto, e con molta passione. Ciò non significa che se ne parli con appropriatezza. Anzi, a ben vedere l’uso corrente dell’espressione è viziato da un prevalere di pathos, che ne fa uno dei cavalli di battaglia di chi accusa la medicina di «disumanizzazione». In pratica, quando gli sforzi per salvare la vita a un malato non hanno risultato, vengono bollati come accanimento terapeutico e sui medici viene gettato il sospetto di comportarsi come tecnici disumani, che prolungano un’azione inutile mirando a fini personali, più che al bene del malato. Se invece l’intervento medico ha successo, i sanitari vengono lodati per la loro perizia e dedizione alla causa della guarigione del malato, vista come fine unico della medicina. Si tratta, quindi, di un giudizio «ex post», e non di un’accurata descrizione del delicato processo di decisione clinica, dove al medico è richiesto di trovare «ex ante» la giusta misura per il suo intervento, in un precario equilibrio tra l’eccesso e la carenza, tra il «troppo» e il «troppo poco», tra l’ostinazione cieca e l’abbandono prematuro del paziente, in quella condizione di incertezza che è intrinseca a ogni decisione medica.

È comprensibile che i medici reagiscano per lo più con irritazione all’accusa approssimativa di accanimento terapeutico. Soprattutto quando viene filtrata da un’informazione vorace e spettacolare, che deforma il contesto in cui vengono prese le decisioni. Basti pensare — per fissare in un episodio una scenografia ripetitiva — alla ridda di insinuazioni e accuse rivolte ai medici che hanno assistito Fellini negli ultimi giorni di vita. La facile etichettatura di accanimento terapeutico ferisce inoltre i medici che lottano per tenere in vita i malati, perché misconosce il fatto che i risultati positivi in medicina sono il frutto di molta tenacia. Se dopo aver mobilitato tutte le energie della mente e del corpo per contrastare la morte, il medico si sente rivolgere l’accusa di aver indulto all’accanimento terapeutico, è molto probabile che possa lasciarsi prendere dallo sconforto.

L’accanimento terapeutico è, dunque, solo il frutto di malintesi? Dipende esclusivamente dalla incompetenza degli informatori e dei cittadini, che equivocano sul significato degli sforzi medici per prolungare la vita dei malati? L’accanimento terapeutico va accantonato come un falso problema? Prima delle dovute risposte a questi interrogativi, esaminiamo che cosa avviene, sempre a livello di opinione pubblica, circa l’accanimento diagnostico. Qui lo scenario è completamente diverso. Non c’è mobilitazione dei media, scambi di accuse e difese; l’argomento non viene problematizzato sotto la spinta di forti emozioni. Raramente capita che qualcuno si lamenti per troppe indagini diagnostiche. Semmai la categoria invocata per valutare eventuali abusi è quella dello spreco delle risorse, non quella dell’accanimento. Visto dalla parte del paziente, l’eccesso diagnostico non sembra un pericolo per la salute: meglio un test in più che uno in meno...

Registrate le differenze tra i due ordini di problemi e l’inadeguatezza del termine «accanimento» a indicarli — anche per la connotazione moralistica che lo accompagna e le reazioni che suscita in chi viene fatto oggetto di accusa — resta tuttavia l’interesse a cercare una possibile convergenza tra la ricerca della giusta misura tanto nell’ambito della terapia quanto in quello della diagnosi. Un centro comune esiste. Esso va individuato — in termini

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molto generali — in un cambiamento di paradigma che è avvenuto nell’etica in medicina. Nel giro di una generazione siamo passati — che ce ne siamo accorti o no — dall’etica medica alla bioetica.

Se questo passaggio non viene risolto semplicemente in un cambio di etichetta per indicare lo stesso contenuto, rimanda all’introduzione in medicina di un punto di vista che abitualmente non era tenuto in considerazione: quello del paziente stesso. Tradizionalmente, l’unico criterio sul quale doveva misurarsi la qualità morale dell’atto medico era la sua capacità di realizzare il «bene del paziente». E il bene del paziente veniva praticamente a coincidere con l’ambito delle possibilità stesse della medicina (le quali, per altro, erano molto più limitate di quanto i medici amassero concedere e far sapere ai pazienti... ). La prima seria divaricazione tra il possibile e l’auspicabile è avvenuta con l’acquisizione della possibilità di mantenere in vita un paziente mediante le tecniche di respirazione artificiale, verso la metà del nostro secolo.

Alcune possibili indicazioni

Già nell’ambito dell’etica medica si sono registrati i primi tentativi di introdurre delle distinzioni che fossero d’aiuto ai medici nelle decisioni che erano costretti a prendere. Negli anni ’50 fu molto apprezzata la distinzione, proposta da Pio XII, tra «mezzi ordinari» e «mezzi straordinari». Secondo tale criterio, gli sforzi rivolti a salvare la vita o a prolungare uno stato di particolare sofferenza possono essere lecitamente tralasciati quando hanno un carattere di straordinarietà. La distinzione ha avuto molto successo ed è stata ampiamente adottata anche dalla cultura laica. Mira a individuare gli interventi medici ritenuti obbligatori — identificati con quelli ordinari — distinguendoli da quelli che possono essere omessi senza colpa morale.

Nella pratica sanitaria il criterio della straordinarietà è di difficile utilizzazione, a meno che non sia abbinato a qualche altro criterio; per esempio: valutare se l’intervento terapeutico previsto prolunghi la vita o soltanto il processo del morire. Progressivamente nell’ambito dell’etica medica si è avvertita l’inadeguatezza della distinzione tra mezzi ordinari e mezzi straordinari a guidare le decisioni in situazioni di conflitto. Nella stessa morale cattolica si è sentito il bisogno di un superamento di quella distinzione. La dichiarazione sull’eutanasia della pontificia Commissione per la dottrina della fede (1980) ha registrato e ratificato il cambiamento di parametro di valutazione: «Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso di mezzi ‘straordinari. Oggi però tale risposta, sebbene valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi ‘proporzionati e ‘sproporzionati’».

L’idea di proporzionalità rimanda necessariamente a un fine, a una gerarchia soggettiva di valori, a una valutazione del tipo di vita che la persona considera conciliabile o inconciliabile con il proprio modello di «buona vita». Siamo così rinviati a un giudizio di qualità di vita che non può essere posto al di fuori dei valori di riferimento del soggetto. Quando ci muoviamo in questo orizzonte, siamo entrati nell’ambito della bioetica.

Per la bioetica non è «buona medicina» quella che si preoccupa esclusiva- mente di procurare il bene del paziente, prescindendo dal coinvolgimento del paziente stesso nella determinazione di tale bene. L’autodeterminazione del paziente entra a far parte costitutivamente di quella ricerca della giusta misura — che si colloca tra il troppo e il troppo poco, come dicevamo all’inizio — che determina la qualità dell’atto medico. Il «consenso informato» è il pilone portante di questa pratica della medicina che nasce dall’inclusione dei valori soggettivi del paziente nella decisione clinica.

In questa prospettiva diventa più comprensibile il fantasma dell’accanimento terapeutico, che turba tanti nostri contemporanei. Esso nasce dal timore che il proprio metro di valutazione dei trattamenti possibili venga disatteso da un mondo di professionisti sanitari sintonizzati unicamente sui valori del prolungamento della vita. Non è necessario immaginare chissà quale disumano infierire su un corpo incapace di difendersi per attivare la fantasia dell’accanimento: basta la preoccupazione di una decisione presa su di noi, invece che con noi. Conseguentemente, la risposta positiva alla possibile deriva della pratica medica verso questa violazione della persona e del rispetto che le è dovuto non si restringe a delle limitazioni nell’impiego dell’intero arsenale terapeutico quando il malato ha iniziato il processo irreversibile del morire. La risposta adeguata inizia prima, mediante l’accettazione della prospettiva teorica e pratica proposta dalle «cure palliative».

Ciò implica la pari dignità tra la medicina finalizzata a invertire il corso della malattia o a contrastare la morte e quella che ha come obiettivo il prendersi cura del paziente e accompagnarlo nel cammino inevitabile, lenendo i sintomi e rendendo possibile la «buona morte». La filosofia sottostante alle cure palliative è l’antidoto appropriato a quelle forme di abuso alle quali ci si riferisce quando si parla di accanimento terapeutico.

Più remotamente ancora, la prevenzione di quegli abusi implica l’accettazione di quella nuova modalità di rapporto tra medico e paziente presupposta dalla pratica del «consenso informato». Il documento del Comitato nazionale per la bioetica Informazione e consenso all’atto medico (20 giugno 1992) ne ha disegnato chiaramente i contorni. Ma non è esagerato dire che finora tale innovazione non ha avuto nessuna recezione nel mondo medico. La Commissione regionale toscana per la bioetica ha di recente elaborato un documento analogo, che cerca di individuare linee applicative a livello locale. Vedremo nel prossimo futuro se i generosi propositi sono destinati a tradursi in atto.

L’accanimento diagnostico

L’orizzonte generale della bioetica ci è d’ausilio anche nel collocare i problemi

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posti dal cosiddetto accanimento diagnostico. L’imputato qui non può essere il clinico nella sua volontà di stabilire una diagnosi. Questo resta il primo e ineliminabile passo per una corretta procedura medica. L’etica medica tradizionale ha anche curato che l’intenzione diagnostica fosse guidata dalla volontà di procurare il bene del malato. Nei confronti di questi, infatti, non è giustificabile un sapere per il sapere, ma solo quello che si apre su una operatività terapeutica. Non è un buon diagnosta il clinico incompetente, che copre la propria ignoranza in fatto di diagnosi differenziale scandagliando alla cieca e moltiplicando indagini diagnostiche a tappeto.

Finché siamo guidati da queste preoccupazioni, ci muoviamo ancora nell’ambito dell’etica medica. Entriamo nell’orizzonte della bioetica quando chiediamo al medico di farsi carico anche della preoccupazione per l’efficienza dei servizi sanitari e del contenimento delle spese per la salute sostenute dal sistema sanitario. Oltre che il tradizionale principio della beneficità e quello moderno dell’autodeterminazione del paziente, oggi il sanitario è chiamato in modo crescente a tener presente nelle sue scelte cliniche l’esigenza di ottimizzare l’uso delle risorse, che diventano sempre più scarse con il crescere della domanda. Il medico in epoca di sviluppo della medicina — e di espansione economica — poteva immaginare di lasciarsi guidare dalla domanda: «Che cosa posso fare di più per il malato che ho in cura?». Oggi sarebbe irresponsabile se ragionasse ancora in questi termini. Deve invece chiedersi: «Di che cosa posso fare a meno, pur ottenendo lo stesso risultato di qualità nella cura del paziente?». In altre parole, il criterio dell’economicità nell’uso delle risorse, a cominciare da quelle diagnostiche, deve entrare nel perimetro dei principi che circoscrivano la «buona medicina». Anche l’intenzione diagnostica deve proporsi la giusta misura: quella che si colloca dopo il «troppo poco» e prima del «troppo».

Quando inizia l’accanimento diagnostico e terapeutico?

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Sandro Spinsanti

QUANDO INIZIA L’ACCANIMENTO DIAGNOSTICO E TERAPEU-TICO?

in Le terapie di seconda linea. Quali obiettivi?

XI Riunione biennale Associazione Italiana di Oncologia medica - Sezione regionale Lazio

Roma, Centro Congressi Frentani, 1 aprile 2000

pp. 49-52

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Tra i comportamenti medici che nell'opinione pubblica esprimono con più forza il malessere dei cittadini uno dei primi posti spetta all’accanimento terapeutico. Se ne parla molto, e con molta passione. Ciò non significa che se ne parli con appropriatezza. Anzi, a ben vedere l’uso corrente dell’espressione è viziato da un prevalere di pathos, che ne fa uno dei cavalli di battaglia di chi accusa la medicina di “disumanizzazione”. In pratica, quando gli sforzi di salvare la vita a un malato non hanno risultato, vengono bollati come accanimento terapeutico e sui medici viene gettato il sospetto di comportarsi come tecnici disumani, che prolungano un’azione inutile mirando a fini personali, più che al bene del malato. Se invece l’intervento medico ha successo, i sanitari vengono lodati per la loro perizia e dedizione alla causa della guarigione del malato, vista come fine unico della medicina. Si tratta, quindi, di un giudizio ex post, e non di un’accurata descrizione del delicato processo di decisione clinica, dove al medico è richiesto di trovare ex ante la giusta misura per il suo intervento, in un precario equilibrio tra l’eccesso e la carenza, tra il “troppo” e il “troppo poco”, tra l’ostinazione cieca e l’abbandono prematuro del paziente, in quella condizione di incertezza che è intrinseca a ogni decisione medica.

È comprensibile che i medici reagiscano per lo più con irritazione all’accusa approssimativa di accanimento terapeutico. Soprattutto quando viene filtrata da un’informazione vorace e spettacolare, che deforma il contesto in cui vengono prese le decisioni. È sufficiente ricordare ― per fissare in un episodio una scenografia ripetitiva ― la ridda di insinuazioni e accuse rivolte ai medici che hanno assistito Fellini negli ultimi giorni di vita.

La facile etichettatura di accanimento terapeutico ferisce inoltre i medici che lottano per tenere in vita i malati, perché misconosce il fatto che i risultati positivi in medicina sono il frutto di molta tenacia. Se, dopo aver mobilitato tutte le energie della mente e del corpo per contrastare la morte, il medico si sente rivolgere l’accusa di aver indulto all’accanimento terapeutico, è molto probabile che possa lasciarsi prendere dallo sconforto. E quella alleanza tacita tra il terapista e il paziente, che costituisce tradizionalmente lo scheletro dell’arte terapeutica, viene ulteriormente scossa.

L’accanimento terapeutico è, dunque, solo il frutto di malintesi? Dipende esclusivamente dall’incompetenza degli informatori e dei cittadini, che equivocano sul significato degli sforzi medici per prolungare la vita dei malati? L’accanimento terapeutico va accantonato come un falso problema? Prima delle dovute risposte a questi interrogativi, esaminiamo che cosa avviene, sempre a livello di opinione pubblica, circa l'accanimento diagnostico. Qui lo scenario è completamente diverso. Non c’è mobilitazione dei media, scambi di accuse e difese; l’argomento non viene problematizzato sotto la spinta di forti emozioni. Raramente capita che qualcuno si lamenti per troppe indagini diagnostiche. Semmai la categoria invocata per valutare eventuali abusi è quella dello spreco delle risorse, non quella dell’accanimento. Visto dalla parte del paziente, l’eccesso diagnostico non sembra un pericolo per la salute: meglio un test in più che uno in meno...

Registrate le differenze tra i due ordini di problemi e l’inadeguatezza del termine “accanimento” a indicarli ― anche per la connotazione moralistica che l’accompagna e le reazioni che suscita in chi viene fatto oggetto di accusa ― resta tuttavia l’interesse a cercare una possibile convergenza tra la ricerca della giusta misura tanto nell’ambito della terapia quanto in quello della diagnosi.

Un cambiamento strategico in questa direzione consiste nell’introduzione in medicina di un punto di vista che abitualmente non era tenuto in considerazione: quello del paziente stesso. Tradizionalmente, finché l’unico criterio sul quale doveva misurarsi la qualità morale dell’atto medico era la sua capacità di realizzare il “bene del paziente”, questo veniva praticamente a coincidere con l’ambito delle possibilità stesse della medicina (le quali, per altro, erano molto più limitate di quanto i medici amassero concedere e far sapere ai pazienti...). La prima seria divaricazione tra il possibile e l’auspicabile è avvenuta con l’acquisizione della possibilità di mantenere in vita un paziente mediante le tecniche di respirazione artificiale, verso la metà del nostro secolo.

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Già nell’ambito dell’etica medica si sono registrati i primi tentativi di introdurre delle distinzioni che fossero d'aiuto ai medici nelle decisioni che erano costretti a prendere. Negli anni '50 fu molto apprezzata la distinzione, proposta dal magistero pontificio di Pio XII, tra “mezzi ordinari” e “mezzi straordinari”. Secondo tale criterio, gli sforzi rivolti a salvare la vita o a prolungare uno stato di particolare sofferenza possono essere lecitamente tralasciati quando hanno un carattere di straordinarietà. La distinzione ha avuto molto successo ed è stata ampiamente adottata dall’etica sviluppatasi senza riferimenti religiosi. Mira a individuare gli interventi medici ritenuti obbligatori ― identificati con quelli ordinari ― distinguendoli da quelli che possono essere omessi senza colpa morale.

Nella pratica sanitaria il criterio della straordinarietà dei mezzi è di difficile utilizzazione, a meno che non sia abbinato a qualche altro criterio; per esempio: valutare se l’intervento terapeutico previsto prolunghi la vita o soltanto il processo del morire. Progressivamente nell’ambito dell’etica medica si è avvertita l’inadeguatezza della distinzione tra mezzi ordinari e mezzi straordinari a guidare le decisioni in situazioni di conflitto. Nella stessa morale cattolica si è sentito il bisogno di un superamento di quella distinzione. La Dichiarazione sull’eutanasia della pontificia Commissione per la dottrina della fede (1980) ha registrato e ratificato il cambiamento di parametro di valutazione:

Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati alluso di mezzi “straordinari Oggi però tale risposta, sebbene valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l'imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi “proporzionati” e “sproporzionati”.

L’idea di proporzionalità rimanda necessariamente a un fine, a una gerarchia soggettiva di valori, a una valutazione del tipo di vita che la persona considera conciliabile o inconciliabile con il proprio modello di “buona vita”. Siamo così rinviati a un giudizio di qualità di vita, che non può essere posto al di fuori dei valori di riferimento del soggetto. Quando ci muoviamo in questo orizzonte, siamo entrati nella prospettiva etica che abbiamo identificato come propria dell’epoca moderna, in quanto integra il valore dell’autonomia individuale nel disegnare ciò che è appropriato all’ideale personale del singolo. L’autodeterminazione del paziente entra a far parte costitutivamente di quella ricerca della giusta misura ― nel delicato equilibrio tra il troppo e il troppo poco ―, che determina la qualità dell’atto medico.

In questa prospettiva diventa più comprensibile il fantasma dell’accanimento terapeutico, che turba tanti nostri contemporanei. Esso nasce dal timore che il proprio metro di valutazione dei trattamenti possibili venga disatteso da un mondo di professionisti sanitari sintonizzati unicamente sui valori del prolungamento della vita. Non è necessario immaginare chissà quale disumano infierire su un corpo incapace di difendersi per attivare la fantasia dell’accanimento: basta la preoccupazione di una decisione presa su di noi, invece che con noi. Conseguentemente, la risposta positiva alla possibile deriva della pratica medica verso questa violazione della persona e del rispetto che le è dovuto non si restringe a delle limitazioni nell’impiego dell’intero arsenale terapeutico quando il malato ha iniziato il processo irreversibile del morire. La risposta adeguata inizia prima, mediante l’accettazione della prospettiva teorica e pratica proposta dalle “cure palliative”.

Ciò implica la pari dignità tra la medicina finalizzata a invertire il corso della malattia o a contrastare la morte e quella che ha come obiettivo il prendersi cura del paziente e accompagnarlo nel cammino inevitabile, lenendo i sintomi e rendendo possibile la “buona morte”. La filosofia sottostante alle cure palliative è l’antidoto appropriato a quelle forme di abuso alle quali ci si riferisce quando si parla di accanimento terapeutico.

L’orizzonte generale della bioetica ci è d’ausilio anche nel collocare i problemi posti dal cosiddetto accanimento diagnostico. L’imputato qui non può essere il clinico nella sua volontà di stabilire una diagnosi. Questo resta il primo e ineliminabile passo per una corretta procedura medica. L’etica medica tradizionale ha anche curato che l’intenzione diagnostica fosse guidata dalla volontà di procurare il bene del malato. Nei confronti di questi, infatti, non è giustificabile un sapere per il sapere, ma solo quello che si apre su una operatività terapeutica. Non è un buon diagnosta il clinico incompetente, che copre la propria ignoranza in fatto di diagnosi differenziale scandagliando alla cieca e moltiplicando indagini diagnostiche a tappeto.

La ricerca della “giusta misura” richiede un ruolo più attivo del paziente, in tutto l’arco delle decisioni sia diagnostiche che terapeutiche. Un’indicazione importante in questo senso viene dalla promozione del “secondo parere” e, in generale, dagli strumenti conoscitivi che permettono al paziente di rivolgere al medico le domande appropriate.

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Una chiara esemplificazione di questo approccio è offerta da ricerche che coinvolgono direttamente i pazienti nei trattamenti e nel percorso diagnostico, fornendo loro le informazioni necessarie. Una indagine condotta in America circa trattamenti alternativi per la cura dell’ipertrofia prostatica benigna è giunta alle seguenti conclusioni: «I livelli correnti di utilizzazione di tecnologie mediche molto sofisticate sono più alti di quelli voluti dai pazienti, poiché quando occorre sottoporsi a un rischio per ridurre i sintomi o per migliorare la qualità della vita, i pazienti tendono a essere più riluttanti di quanto lo siano i medici. Se viene loro offerta una possibilità di scelta, i pazienti optano in genere per strategie meno invasive di quanto facciano i medici. Se così fosse, la libera espressione delle preferenze del paziente dovrebbe comportare un abbassamento della domanda. Ciò sembrerebbe vero anche nelle cure rivolte ai pazienti terminali, in quanto di fronte all’inevitabilità della morte i pazienti, in molte situazioni, preferiscono che si faccia di meno piuttosto che di più. Una migliore informazione sugli esiti clinici, un miglior dialogo tra pazienti e medici sulle opzioni possibili può, dunque, far diminuire la domanda di trattamenti più costosi» (Wennberg, 1990).

Sul versante delle preferenze del paziente coinvolto, mediante l’informazione appropriata, nelle scelte diagnostiche è istruttiva la recente ricerca condotta da Gianfranco Domenighetti nel Canton Ticino. A due campioni di popolazione è stato richiesto se desideravano essere sottoposti a uno screening per individuare un cancro al pancreas precocemente, quando è ancora asintomatico.

A un gruppo di intervistati è stata fornita l’informazione di base («Durante una visita medica abituale il suo medico le chiede se lei è disposto a sottoporsi a un test ― che consiste in un semplice esame del sangue ― in grado di identificare precocemente se lei ha un cancro al pancreas; il che significa che la malattia sarà identificata prima che lei si accorga di qualsiasi sintomo»); a un altro gruppo, invece, oltre all’informazione di base, è stato aggiunto che:

● il test non è molto preciso: solo il 30% di coloro che risultano positivi all’esame hanno un cancro al pancreas;

● di conseguenza tutti coloro che sono positivi dovranno sottoporsi a ulteriori indagini ― compresa una risonanza magnetica nucleare ― al fine di confermare la diagnosi;

● ogni anno in Svizzera solo 11 persone su 100.000 hanno una diagnosi confermata di cancro al pancreas;

● il cancro al pancreas è poco curabile (su cento persone con cancro al pancreas solo tre sono ancora in vita dopo cinque anni).

Le persone interrogate potevano scegliere di sottoporsi o no al test, oppure decidere di chiedere un “secondo parere”. Solo il 13,5% di coloro che hanno ricevuto l’informazione estesa ha dichiarato la propria disponibilità di sottoporsi al test, contro il 60% di coloro ai quali era stata fornita solo l’informazione di base (Domenighetti, 1999).

È interessante la conseguenza di politica sanitaria che il Canton Ticino ha tratto da ricerche di questo genere. Al fine di promuovere la partecipazione più attiva possibile dei cittadini, il Dipartimento Opere sociali, da cui dipende il sistema sanitario, ha distribuito a tutti gli abitanti un libretto Sì e no per la salute, presentato come «una piccola guida per capire e per decidersi», che invita la popolazione ad atteggiamenti più critici nei confronti di quanto la medicina può offrire, sia sul versante diagnostico che terapeutico. Sono state esplicitate, tra l’altro, le domande che il paziente dovrebbe porre al medico. Le riportiamo, a vantaggio anche dei pazienti italiani:

In generale:

● Perché questo trattamento (questa procedura) è necessario?

● Quali sono i benefici attesi e i rischi potenziali?

● Cosa mi capiterebbe e (con quale probabilità) se questo trattamento non fosse eseguito?

● Esistono uno o più trattamenti alternativi? Se sì, quali sono i rischi e i benefici in rapporto a quello proposto?

● Il trattamento (la procedura) è scientificamente fondato (evidence-based)l

● Al mio posto lei si sarebbe sottoposto al medesimo trattamento? L’avrebbe proposto ai suoi familiari? Se no, per quale motivo?

Per prestazioni diagnostiche e di screening:

● Che malattia lei può diagnosticare con l’esame (il test) che mi propone?

● Qual è la precisione del test? Qual è la probabilità di avere risultati “falsi positivi” e “falsi negativi”?

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● La malattia che lei intende diagnosticare potrà poi essere curata? E con quali probabilità di successo?

Quando siamo guidati dalla preoccupazione di promuovere un ruolo attivo del cittadino e di coinvolgerlo nelle decisioni che lo riguardano, abbiamo fatto la transizione dell’etica medica tradizionale alla bioetica. Entriamo nell’ordine problematico che è tipico della sanità contemporanea quando chiediamo al medico di farsi carico anche della preoccupazione per l’efficienza dei servizi sanitari e del contenimento delle spese per la salute sostenute dal sistema sanitario. Oltre che il tradizionale principio della beneficità e quello moderno dell’autodeterminazione del paziente, sancito dal consenso informato, oggi il sanitario è chiamato in modo crescente a tener presente nelle sue scelte cliniche l’esigenza di ottimizzare l'uso delle risorse, che diventano sempre più scarse con il crescere della domanda.

Il medico in epoca di sviluppo della medicina ― e di espansione economica ― poteva immaginare di lasciarsi guidare dalla domanda: «Che cosa posso fare di più per il malato che ho in cura?». Oggi sarebbe irresponsabile se ragionasse ancora in questi termini. Deve invece chiedersi: «Di che cosa posso fare a meno, pur ottenendo lo stesso risultato di qualità nella cura del paziente?». In altre parole, il criterio dell’economicità nell’uso delle risorse, a cominciare da quelle diagnostiche, deve entrare nel perimetro dei principi che circoscrivano la “buona medicina”. Anche l’intenzione diagnostica deve proporsi la giusta misura: quella che si colloca dopo il “troppo poco” e prima del “troppo”.

Le separazioni nella vita

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S. Spinsanti - L. Pinkus - G. Gatti - M. Perroni - B. Simmons - M.Tejera de Meer - R. Ghidelli - G. Fregni - G. Guerra - J. Kleemann

LE SEPARAZIONI NELLA VITA

Aspetti psicologici e spirituali

a cura di Sandro Spinsanti

Cittadella Editrice, Assisi 1985

pp. 7-13

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LE RELAZIONI DI AIUTO NELLE SITUAZIONI DI SEPARAZIONE

Le separazioni fanno provare già in vita il sapore della morte. Eppure non c’è vita senza separazioni: dalla separazione dal corpo materno, alla nascita, fino a quella definitiva dal proprio corpo, che si realizza con la morte, passando attraverso le separazioni dai genitori e di questi dai propri figli, nel normale processo di crescita che si conclude con l’autonomia e l’indipendenza; le separazioni dal coniuge, sempre più frequenti in una società che favorisce la mobilità piuttosto che la stabilità dei legami, l’onestà dei propri sentimenti, il vincolo della responsabilità; la separazione da coloro che ci precedono nella morte, senza dimenticare le separazioni dalla salute e dalle proprie forze, nonché dall’immagine di sé efficiente, a seguito di malattie invalidanti o del normale processo di invecchiamento 1. L’esistenza di ognuno è

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scandita da una sequenza ininterrotta di separazioni: volute o imposte, fisiologiche o traumatiche, tragiche o salutari.

In alcune di queste separazioni i protagonisti sollecitano l’intervento professionale di coloro che, a vario titolo, offrono delle relazioni di aiuto. Ciò può avvenire all’insegna del sacro e della religione, nella persona di sacerdoti e operatori pastorali; oppure in nome di un servizio svolto da psicoterapeuti, consulenti familiari, assistenti sociali.

Per il secondo incontro interdisciplinare tra psicoterapeuti e operatori pastorali, promosso dalla Cittadella Editrice e svoltosi nella Cittadella di Assisi nel novembre del 1984, il tema di confronto è stato proprio quello delle separazioni. Più specificamente, sono state prese in considerazione le separazioni coniugali, quelle tra genitori e figli e le separazioni dai morti. Ma la riflessione non poteva evitare di toccare il vissuto delle separazioni in generale, in quanto costituiscono per la vita psichica e spirituale dell’individuo un rischio o una «chance». Pur nel rispetto della varietà e della specificità delle diverse relazioni di aiuto, emergono delle questioni di fondo che sono comuni alle diverse pratiche professionali. Soprattutto se ci proponiamo di definire quale tipo di aiuto va offerto alle persone che si trovano nel crogiolo di una separazione.

Il compito principale di un professionista di una relazione di aiuto è quello di attutire, con i

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mezzi a sua disposizione, il dolore della separazione, per renderlo tollerabile? Volendo dare alla questione la forma di un dilemma: si deve tendere a eliminare il dolore della separazione o a elaborarlo in senso psicologico/spirituale? Le separazioni sono sinonimo di sofferenza; staccarsi da qualcuno o qualcosa fa male. Il dolore morale per la perdita dell’oggetto amato è una variabile personale: non tutti lo sentono nelle stesse situazioni e con la stessa intensità. Per alcuni la sofferenza massima è connessa con la morte, per il suo carattere di evento definitivo; per altri con le separazioni da relazioni amorose, nelle quali va distrutta l’identificazione conseguita mediante il rapporto d’amore. La richiesta di aiuto può essere facilmente interpretata come una più o meno esplicita richiesta di consolazione. Ciò sembra addirittura quasi ovvio per la prassi pastorale, intesa molto spesso come l’agenzia che dispensa le «consolazioni della religione»; ma il fantasma della consolazione si aggira anche tra la psicoterapia e i suoi equivalenti. La tentazione dell’approccio umanistico ― nota Daniel Widlöcher ― è quella di «ammansire le separazioni, e la più angosciosa di tutte, la morte, in una specie di nuova religione, quella dell’approccio psicologico, filosofico, che nega l’angoscia esistenziale» 2. Nell’antagonismo tra speranza di vita e angoscia di morte, implicito in ogni processo di separazione, l’approccio umanistico si appoggia alla concezione filosofica che sa vedere nella morte non lo scandalo o il fallimento, bensì il compimento

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del destino umano in senso trascendente. La separazione perde così il suo aspetto più drammatico e può addirittura essere integrata organicamente in un processo di «crescita» e di «autorealizzazione», aperto su un orizzonte transpersonale. Ma non rischiamo di trovarci così immersi in una consolazione a buon mercato, che toglie al dolore della separazione il suo pungiglione? Senza cedere a nessuna celebrazione retorica della sofferenza, e pur distanziandoci dal dolorismo, dobbiamo tuttavia concedere al dolore un valore maieutico. E il dolore non porterebbe i suoi benefici, anche se frutti dell’amarezza, se fosse troppo sollecitamente rimosso da una prassi consolatoria, svolta dal professionista delle relazioni di aiuto.

Si profila così un interrogativo antropologico, al quale colui che esercita una professione di aiuto non può sottrarsi: qual è il modello di uomo da promuovere e la capacità da favorire? Si rende un miglior servizio alla persona aiutandola a sviluppare la capacità ad essere sola, oppure incrementando la sua capacità di stabilire rapporti? Tanto chi annuncia la fede, quanto chi offre un servizio psicoterapeutico, fa implicitamente anche un’opera pedagogica. Soprattutto nei confronti dell’ultima separazione, la morte, è inevitabile domandarsi: ci si prepara meglio ad essa potenziando la capacità di essere soli, oppure la capacità di essere insieme? Ovvero questo è un falso dilemma, e la risposta consiste nel rendere possibile un’esperienza che incrementi contemporaneamente sia l’una che l’altra capacità?

Nella presentazione dell’edizione italiana del volume collettivo Le separazioni dalla nascita alla morte, Giuseppe Di Chiara svolge una serrata

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riflessione sulla psicoanalisi e la separazione, che può fornire una traccia per la composizione del dilemma. Il punto di partenza è offerto da un’osservazione di Bion, che parla dell’analista e del paziente come «isolati all’interno del loro intimo rapporto». Perché l’esperienza della separazione si realizzi, dunque, è necessario preliminarmente l’incontro, come, peraltro, il rifiuto sistematico e ostinato dell’incontro, tipico di alcune personalità, sottende una paura della separazione. Incontro e separazione si implicano reciprocamente: «La coppia investita dall’esperienza psicoanalitica lo sa bene, quando, superate le difese, rotti gli indugi, lavora alacremente alla scoperta del mondo interiore e delle relazioni che lo regolano e sa che questo lavoro la porta sempre più vicina al momento del reciproco commiato, tanto più vicino quanto migliore è il lavoro svolto. Lo sa la coppia dei genitori che vede crescere bene i figlioli che, se andranno per la loro via, proprio perché ben cresciuti, non potranno realizzarsi che con il distacco dai genitori. Esperienze qualitativamente della stessa natura compiono gli insegnanti che assistono e promuovono la crescita dei loro discepoli, per essere alla fine contenti del loro distacco» 3. Rapporto e separazione non si escludono, ma si richiamano. Colui che è capace di incontrare saprà anche separarsi, così come la separazione è il prerequisito di ogni incontro. Come pure, d’altra parte, l’incapacità di separarsi è fonte di sofferenza e di patologia.

Il professionista che si trova coinvolto in una

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relazione di aiuto può porsi talvolta il concreto interrogativo se favorire o contrastare le separazioni. L’angoscia da separazione può portare, infatti, ad aggrapparsi disperatamente all’oggetto amato. Ora, se separarsi fa male, talvolta non separarsi fa peggio! Il non separarsi è un capitolo importante dell’«arte di rendersi infelici», di cui Watzlawick ha scritto delle brillanti istruzioni 4. È vero che il tempo, come afferma la saggezza popolare, guarisce ferite e dolori causati dalle separazioni; ma chi vuol essere infelice non si scoraggi: esistono molti espedienti per proteggersi da questo effetto del tempo! Tra i meccanismi che ha a disposizione chi vuol fare del passato una fonte di infelicità, due meritano una particolare menzione. Il primo è l’esaltazione del passato, guardandolo attraverso un filtro che lasci trasparire il buono e il bello nella luce più trasfigurante. Il secondo meccanismo è quello che Watzlawick chiama la ricetta dell’«ancora lo stesso»: «Questo meccanismo ― annota in modo grafitante ― può essere sfruttato anche da principianti, senza che sia necessaria una formazione specifica; è anzi talmente diffuso da offrire notevoli redditi, fin dai tempi di Freud, a generazioni di specialisti, dai quali tuttavia esso non è chiamato "La ricetta dell’ancora lo stesso”, bensì nevrosi. Basta essere ostinatamente fedeli ad adattamenti e soluzioni che in passato si rivelarono sufficienti, efficaci, o forse perfino gli unici possibili... Tale ricetta per l’infelicità la si vede in azione in certe relazioni amorose ripetitive: dopo un fallimento, si riallaccia un’identica relazione

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con un partner del tutto simile, per quanto diverso possa sembrare superficialmente ...».

Quando ci si vuol risparmiare il «lavoro della separazione», si gettano solo le basi per aggiustamenti malsani alla realtà, fonte di ulteriori sofferenze. In una società che non sa più fornire le categorie concettuali e i modelli comportamentali per elaborare il lutto, in tutte le sue dimensioni 5, i professionisti delle relazioni di aiuto possono essere chiamati sempre più spesso a confrontarsi con le conseguenze patologiche di separazioni non avvenute. Invece di rimuovere le separazioni, o di nasconderle come la spazzatura sotto il tappeto, bisogna imparare a elaborarle. Il compito terapeutico e pastorale assume qui una dimensione sapienziale, o quanto meno pedagogica: insegnare ― non in astratto, ma in un rapporto vissuto ― l’arte di separarsi, corrispettiva all’arte di incontrarsi. Ciò che emerge alla fine è il ritmo stesso della vita, fatta di tempi d’avvicinamento e di tempi di allontanamento. C’è un tempo per tutto sotto il cielo, direbbe l’Ecclesiaste: «un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dall’abbraccio, un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via» (Qo 3, 5-6).

Note

1 La panoramica più completa della fenomenologia della separazione, con i problemi psicologici e spirituali connessi alle diverse forme, si può trovare in H.J. Schultz (a cura di), Trennung, Stuttgart 1984. Vi sono contenuti saggi sulla separazione connessa alla nascita e sulla perdita dei genitori da parte dei figli, sull’esodo dall’infanzia e sulle separazioni coniugali, sul lutto e sulla vecchiaia e il pensionamento, sull’emigrazione e sul significato teologico della separazione nella Bibbia.

2 Nella prefazione a Le separazioni dalla nascita alla morte, a cura di P. Ferrari, tr. it. Roma 1979, p. XXVII.

3 G. di Chiara, «La psicoanalisi e la separazione», in Le separazioni..., cit., p. XIII seg.

4 P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, tr. it., Milano 1984.

5 Cfr. F.J. IllhardtTrauer. Eine moraltheologische und anthropologische Untersuchung, Düsseldorf 1982.

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Le professioni della salute si incontrano

Book Cover: Le professioni della salute si incontrano
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S. Spinsanti - A. Malliani - C. Brutti - L. Boggio Gilot - B. Giordani - M.C. Koch Candela - L. Bovo - M.C. Picciotti - C. Pontalti - R. Menarini - D. Franzoni - N. Borri

L'ASCOLTO CHE GUARISCE

Psicoguide, Cittadella Editrice, Assisi 1989

pp. 5-9

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PRESENTAZIONE

LE PROFESSIONI DELLA SALUTE SI INCONTRANO

Questo libro nasce da un incontro. È un fatto molto frequente: dopo un congresso, o un simposio, o un convegno di studio, quando organizzatori e partecipanti sono soddisfatti del livello dei contributi e della discussione, nasce il desiderio di lasciarne una traccia permanente. La pubblicazione degli atti è la via più seguita, al fine di far circolare le idee in un ambito più vasto. Anche per l’incontro tra operatori della salute, tenutosi ad Assisi nel novembre 1988, sul tema dell’«ascolto che guarisce», è avvenuto lo stesso: niente di singolare in questa procedura. Nel nostro caso non è tanto la pubblicazione degli atti, quanto piuttosto l’incontro stesso tra psicoterapeuti, sanitari e operatori pastorali, raccolti nella comune denominazione di «operatori della salute», a costituire un fatto singolare, che merita qualche riflessione.

La cura della salute nelle società sviluppate si è differenziata, frazionando l’accumulo di compiti che nelle culture più arcaiche caratterizza la funzione terapeutica. Chi si occupa dell’anima non ha più contatto con chi cura i corpi malati; anche il trattamento dei mali

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psichici si è reso autonomo, con gli psicoterapeuti come professionisti della salute mentale e del benessere emotivo. Nella società contemporanea, caratterizzata dalla complessità, non si può prescindere dalla divisione dei compiti. Ma la situazione tende a deteriorarsi, in quanto la specializzazione delle funzioni porta l’operatore a gravitare sempre più perifericamente rispetto alla persona bisognosa di cure, nella sua unità e unitarietà. Ormai non solo tra medici e psicoterapeuti non c’è più unità di linguaggio e di interessi, ma si può dire che neppure i medici costituiscono una categoria omogenea: i cardiologi si incontrano con i cardiologi, gli ostetrici vanno ai convegni di ostetricia, e ognuno legge solo le riviste che riguardano la propria specialità. In questo contesto, un incontro che faccia convenire insieme operatori così diversi come quelli che si occupano del corpo, della psiche e dello spirito, in forza della comune destinazione della loro opera al recupero e potenziamento della salute, costituisce un fatto di dirompente novità nel panorama della nostra cultura. Presuppone che a tutti questi diversi operatori sia riconosciuto che la loro azione si colloca entro un profilo professionale. Rispetto a questa esigenza, non tutti si trovano allo stesso livello. Se all’azione medica ― almeno a quella che si svolge nell’ambito che convenzionalmente è riconosciuto come proprio della medicina scientifica ― non viene contestato il carattere di professione, quella psicoterapeutica ha maggiore difficoltà a farsi riconoscere e accettare nella sua specifica professionalità. Questa incertezza ha bloccato per anni in Italia la realizzazione di un quadro legislativo che desse riconoscimento al

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l’esercizio della professione di psicoterapeuta; solo di recente tale inquadramento è giunto in porto, con una legge che peraltro non è riuscita a ottenere il consenso di tutti gli operatori del settore.

Coloro che si occupano del bene spirituale delle persone, poi, sono ancor più emarginati dal discorso sanitario, dopo che la medicina si è emancipata dalla religione e la psicologia ha, a sua volta, rivendicato un’azione autonoma sulla psiche umana. Spesso la loro presenza nelle istituzioni sanitarie è solo benevolmente tollerata, con un abbondante condimento di scetticismo 1. Ma anche gli operatori

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sanitari non pregiudizialmente ostili alla dimensione religiosa avrebbero più di una riserva da fare alla proposta di considerare il cappellano d’ospedale non come un operatore di secondo ordine e in qualche modo pleonastico, bensì come un collaboratore a pieno titolo in un’opera unitaria. La maggior parte dei medici, anche credenti, sentirebbe la proposta come offensiva della propria professionalità.

Non basta, tuttavia, che le diverse relazioni di aiuto trovino il loro profilo professionale: bisogna, in un secondo momento, operare un superamento dialettico della frammentazione che esse presuppongono. Solo inserita in un vasto progetto unitario l’opera professionale specifica ― esercitata da medici, infermieri, psicoterapeuti, assistenti sociali, cappellani ospedalieri ― contribuisce a quella autorealizzazione dell'uomo che si chiama salute. Un incontro destinato agli operatori della salute comporta, in definitiva, la richiesta di una nuova cultura della salute, che sappia coniugare salute e salvezza; ed è esso stesso un contributo non insignificante a tale nuova cultura. Ad Assisi, all'ombra discreta della Pro Civitate Christiana, questo progetto si va formulando, aggregando persone di diverso orientamento ideologico e di differenti ambiti professionali.

Le esigenze che la partecipazione a questo discorso impone sono quelle richieste da qualsiasi vero dialogo: non prendere se stesso ―

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la propria visione delle cose, la propria pratica professionale ― come unità di misura; il rispetto della diversità; la disponibilità alla scoperta, anche se questa passa attraverso il rovesciamento di architetture ideologiche consolidate. I benefici di incontri rivolti a ricostruire l’interezza del processo di intervento terapeutico sono sicuri, anche se ancora difficilmente immaginabili in tutta la loro portata. Si può, quanto meno, prevedere un esercizio della professione meno afflitto da frustrazioni, a causa dei compartimenti stagni entro cui è abitualmente compresso dalla frammentazione.

È auspicabile che l’incontro tra operatori della salute sull’ascolto che guarisce non sia un episodio isolato senza seguito, ma il punto di arrivo di una ricerca, la risposta a un’esigenza culturale autentica e l’inizio di un lungo cammino, che porti a ricostruire, a un livello superiore, il disegno unitario dell’azione terapeutica, in quell’ampio orizzonte in cui salute e salvezza si toccano.

Note

1 Una ragione dell’ostilità va cercata, a onor del vero, nella scarsa professionalità che caratterizza molti operatori pastorali, soprattutto nell’ambito della Chiesa cattolica. Ecco come descrive la situazione, in termini fortemente autocritici, Henri Nouwen, saggista religioso degli Stati Uniti: «Dopo quattro anni di formazione teorica, un medico ha bisogno di almeno due anni di internato, prima di poter praticare da solo. Uno psicologo non può cominciare a lavorare autonomamente prima di essersi sottomesso a un lungo tirocinio sotto la guida di un esperto... Ma che dire del sacerdote? Molti preti, dopo quattro anni di teologia sono buttati immediatamente nel lavoro pastorale senza alcuna esperienza d’internato. Tra coloro che hanno la possibilità di beneficiare di un anno di pastorale, solo alcuni ricevono la necessaria supervisione che permetta loro di fare della pratica pastorale una reale esperienza di apprendimento (...). Chi ha loro insegnato a domandarsi se le loro attese pastorali erano irrealistiche o se i loro desideri o bisogni tollerabili? Chi ha loro insegnato a fare scelte intelligenti e ad accettare possibili sconfitte? Chi li ha aiutati a esplorare i loro limiti, ad affrontare il problema della loro relazione con l’autorità e con i loro fedeli? Chi li ha accompagnati nel processo d’integrazione di nuove esperienze? In poche parole, chi ha fatto di essi dei veri professionisti?»; H. Nouwen, Intimacy, Pastoral theological Essays, Fides, Notre-Dame 1970, pp. 135. Da questa presa di coscienza è nato il movimento dell’educazione pastorale clinica, diffuso soprattutto nell'America del Nord. In Italia è appena sorto l’istituto pastorale «Camillianum», che si occupa della formazione degli operatori pastorali che svolgono la loro attività in ambito sanitario.

La formazione culturale del curante

Book Cover: La formazione culturale del curante
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

LA FORMAZIONE CULTURALE DEL CURANTE

in Affettività e cura

Atti degli incontri con la cittadinanza promossi dall'ADVAR

Treviso, 1999

pp. 74-98

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Camillo Barbisan

L’incontro di questa sera conclude la ricerca che l’ADVAR ha proposto intorno al tema “Affettività e cura". Le prime due relazioni hanno evidenziato che il rapporto tra i due termini ― affetti e cure ― è tutt’altro che da considerare formale o da consegnare alle passioni o alle predisposizioni dei singoli. Il tema di questa particolare forma di relazione intersoggettiva è stato posto sotto il segno della NECESSITA', di un vincolo che trova riferimento nella dimensione del deontologico e del giuridico ma che, ulteriormente, ha urgenza di trovare una forte radicazione culturale ed una altrettanto incisiva azione educativa.

È forte ― in questi ultimi tempi ― in ambito sanitario una sorta di bisogno maniacale di predisporre “protocolli di comportamento” che siano capaci di propiziare una giusta relazione tra le varie soggettività protagoniste dell’esperienza del curare. Il “protocollo” si pone utilmente come un vincolo che, tuttavia, sottende una duplice forma di ingenuità: il protocollo è un mezzo che è tale in relazione ad una realtà più grande che si configura come un fine/bene da realizzare; “anche” quest’ultimo ha da essere identificato, riconosciuto, compreso. Inoltre, il protocollo non “funziona” e non “produce automaticamente” il risultato alla luce del fatto che la relazione che si vuol normare è tra soggetti e non con delle “cose”! Queste fugaci note sono più. che sufficienti ad evidenziare la necessità inderogabile che ricade su ogni persona che metta a disposizione del curare passione e professione: una consistente formazione culturale capace di integrare tutta la doverosa competenza tecnica con l’altrettanto doverosa formazione che globalmente definiamo umanistica.

Quest’ultima ha una propria pertinenza nell’ambito di una “formazione completa del curante”; ha una propria tradizione culturale, ha una propria disciplina, un proprio linguaggio... Di tutto questo, nel contesto italiano, è sicuramente un testimone di assoluta rilevanza SANDRO SPINSANTI Direttore dell’Istituto Giano per le Medical Humanities, della Rivista l’Arco di Giano ed autore di numerosi saggi dedicati al tema della umanizzazione

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in medicina. Segnaliamo in particolare la sua ultima opera: “Curare e prendersi cura. L’orizzonte antropologico della nuova medicina”, Roma 1998.

Sandro Spinsanti

La situazione creata dall’ADVAR nella realtà cittadina di Treviso, ma con influenza anche su altri gruppi che praticano le cure palliative, è quella di un laboratorio continuo di riflessioni, di esplorazioni di tematiche che ci stanno tutte a cuore ma che non trovano mai dei luoghi veri di approfondimento e confronto. A questi temi appartengono, con priorità, quelli connessi con la cura. Le riflessioni che vi proporrò vertono sulla formazione che devono avere le persone che si occupano di cura. La risposta dipende in gran parte da ciò che intendiamo per cura. Solo dopo aver chiarito che cosa intendiamo potremo accordarci sulla formazione necessaria alle persone coinvolte per essere in grado di curare bene.

Vi propongo tre diversi scenari o contesti, in cui è appropriato parlare di cura; nelle tre diverse situazioni cambiano il ruolo dei curanti e quello delle persone curate, e quindi la formazione necessaria per esercitare adeguatamente il compito. La prima ha a che fare con le situazioni in cui noi abbiamo bisogno di cura a causa di una malattia della quale vogliamo liberarci. Andiamo da un professionista ― medico, fisioterapista, infermiere... ― che per mestiere si occupa delle situazioni di crisi della nostra salute.

Il modello si realizza con la massima linearità ed efficacia nelle situazioni in cui ha luogo una guarigione. Possiamo visualizzarle pensando al giorno felice in cui diciamo: “Dottore, mi sento bene, adesso”; o alla scena in cui è il dottore a venire al nostro letto di malato per comunicarci: “Lei adesso è guarito, da domani si può alzare”. Pensiamo che finalmente la cura ha raggiunto il suo obiettivo: siamo “curati”, perché siamo giunti alla guarigione. Il processo di recupero della salute è finito; da domani saremo magari un po’ convalescenti, ma stiamo di nuovo bene. È il modello della cura ― il più semplice, il più spontaneo, il più desiderabile ―

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in cui l’intervento del professionista ci riporta alla situazione precedente. Attraverso la cura si chiude la parentesi aperta della malattia. Con un'espressione latina, questa guarigione si chiama “restitutio ad integrum”.

L’idea che ci possa essere restituita l’integrità iniziale è un po' ingenua, se presuppone che il corpo non conservi la memoria delle ferite. Ma vogliamo immaginare, con generosità, che se ho avuto una frattura grave e resto alquanto claudicante, sono autorizzato a proclamare di essere guarito, anche se ho uno stigma sotto forma di una memoria corporea di quello che ho avuto (per non parlare della memoria emotiva dell’evento). Quante volte si sente dire che dopo una malattia grave le persone si considerano diverse da prima. Specialmente dopo una grave malattia, quando si è stati vicini a morire, ci si sente diversi; anche se si è pienamente recuperata la salute, permane una memoria affettiva, perché attraversare certe situazioni cambia completamente la vita.

Questo è dunque il primo scenario del processo di cura: quello che restituisce la salute e rende la malattia un ricordo del passato (un ricordo fisico o ancor più un ricordo emotivo). Ora stiamo di nuovo bene: la cura ha raggiunto il suo obiettivo. Il secondo modello di cura è quello che i classici dell’antichità, sia medici che filosofi, chiamavano la “guarigione sufficiente”. Si tratta della misura di guarigione necessaria per continuare a vivere. Quello che per gli antichi poteva essere una evenienza rara, quasi eccezionale, ai nostri giorni è diventato l’esito più frequente del processo di cura. Il primo modello di cura ― ho una malattia, vado dal professionista competente che mi prescrive una terapia e ritorno come prima ― si realizza ormai solo nel 20% delle nostre malattie, cioè in una minoranza delle situazioni. E nell’altro 80% di casi patologici che cosa succede? Avviene che la medicina non riesce a dare la guarigione, intesa come restituzione all’integrità, alla salute piena, ma dà la guarigione sufficiente, in quanto capacità di continuare a vivere malgrado la mia malattia. La stragrande maggioranza delle malattie che ci portano a bussare alla porta del medico sono di questo tipo. Sempre più spesso, quindi, quando

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andiamo dal medico dobbiamo abbandonare il sogno ingenuo che usciremo prima o poi, con un percorso lungo o contorto, dal tunnel della malattia per tornare alla salute.

Un documento molto importante dello “Hastings Center” dedicato ai fini della medicina, redatto con il coinvolgimento di studiosi ed esperti di 14 paesi, ha descritto la situazione in questi termini: “Nelle società sempre più vecchie del nostro tempo, dove le malattie croniche sono la causa più comune di dolore, di sofferenza, di morte ― dove, in altre parole, le infermità sono destinate a continuare indipendentemente da quello che fanno i medici ― l’assistenza alla persona, il prendersi cura di lei diventa ancora più importante, riacquistando un primato dopo l’epoca in cui era sempre apparsa una seconda scelta. Nei casi di infermità cronica, i pazienti devono esser aiutati a dare un senso personale alla propria condizione, ad affrontarla, a conviverci, magari in permanenza. A settant’anni, per lo più, hanno una malattia cronica, a ottanta ne hanno tre o più. Dopo gli ottanta, almeno la metà dei casi hanno bisogno di un aiuto significativo per far fronte alle comuni attività della vita quotidiana. Nei confronti dei malati cronici, che devono imparare ad adattarsi a un sé nuovo e alterato, il lavoro del personale medico dovrà concentrarsi non già sulla terapia, ma sulla gestione della malattia, dove per gestione si intende l’assistenza psicologica empatica e continua a una persona che in un modo o nell’altro deve accettare la realtà della malattia e conviverci. Qualcuno ha osservato che la medicina, a volte, deve aiutare il malato cronico a forgiarsi una nuova identità”.

In questo contesto il significato di cura è, dunque, diverso. Ciò vuol dire che per un numero crescente di persone ― già ora enorme, l’80% ― la medicina non dà risposte risolutive: offre solo, se riusciamo a coglierla, la capacità di continuare a vivere con il nostro diabete, con il nostro asma, con la nostra insufficienza cardiaca, con le due (o tre quattro cinque) malattie croniche che si avvolgono le une sulle altre dopo una certa età.

Molte delle malattie che in passato erano considerate acute oggi non sono più tali. Se con una malattia ci posso combattere e

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vivere cinque o sei anni, o anche più, devo considerarla in qualche modo cronica. Il cancro fa parte di queste: in molti casi si può guarire, in altri si vive a lungo, combattendo. Addirittura oggi una malattia che nell’ultimo tempo si è valsa la drammatica fama di essere una malattia a decorso rapido e fatale, l’AIDS, è gradualmente diventata una malattia cronica: le attuali terapie permettono di vivere con l’AIDS per molti anni; non si può quindi considerarla come una malattia che, una volta contratta, è sinonimo di morte (questo è vero almeno per noi paesi privilegiati, che possiamo avere i farmaci necessari; cosa diversa è in Africa, dove contrarre il virus è sinonimo di morte in breve tempo). Oggi con i nuovi trattamenti farmacologici si può aspettare parecchi anni prima che la malattia si annunci e ancora tanti anni prima che abbia un esito fatale.

Lo scenario prevalente ai nostri giorni è, dunque, per lo più caratterizzato da cure che non sono rivolte alla restituzione della salute, ma sono finalizzate a darci la capacità necessaria per continuare il nostro processo vitale, malgrado le patologie dalle quali non possiamo liberarci. A questo scenario di cura dobbiamo aggiungere una terza e più ampia categoria di salute, che dà luogo a un altro modello di cura. La prima accezione di salute è la mancanza di sintomi ― sono in salute quando non ho nessuna patologia, oppure, qualora fossi malato, la medicina ha le riposte giuste per farmi ritornare di nuovo in salute e quindi liberarmi dal sintomo ―; il secondo modello presuppone la salute intesa come un equilibrio continuo e instabile tra sintomi dai quali non sempre sono in grado di liberarmi, ma con i quali posso continuare a convivere e sviluppare il mio progetto esistenziale.

Per indicare il terzo concetto di salute mutuo un’espressione da un filosofo che ha avuto personalmente una lunga e tribolata storia di malattie, ed è morto relativamente giovane: Friedrich Nietzsche. Possiamo quasi parlare della sua filosofia come di una risposta alle sue malattie, alla sua salute carente. In una lettera afferma, in modo molto incisivo, che attraverso le sue malattie è arrivato alla “Grande Salute”. Proprio questa espressione ― “la

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grande salute” ― voglio prendere in prestito per riferirmi a quella “salute” che non presuppone né l’assenza di malattie, né la convivenza con esse, bensì la realizzazione del nostro progetto di uomini e donne che, attraverso le vicende del corpo, realizzano un destino che dipende da loro e che trascende il piano corporeo (non chiedo ― evidentemente ― a Nietzsche di sottoscrivere questa visione; mi limito ad appoggiarmi alla sua lucida espressione).

Possiamo riscrivere la nostra storia di uomini e donne dicendo che attraverso la descrizione dalla nostra “patografia” ― cioè del pathos che noi viviamo ― scriviamo la nostra autobiografia; o ancora che la nostra autobiografia non è altro che la nostra “patografia”, cioè una serie di sofferenze, dolori, prove, legati alla nostra esistenza corporea. Elementi centrali di questa “patografia” sono le malattie, ma non solo queste. Non è sicuramente una malattia generare un figlio, ma forse nella storia di una donna l’aver generato un figlio è elemento costruttivo della sua biografia “corporea” come pochi altri elementi.

Potremmo raccontare tante di queste storie che costituiscono la vita: per “allevare” un figlio non è bastato generarlo, ma si è dovuto educarlo; tutte le storie dell’educazione di un figlio adolescente non hanno forse a che fare con la nostra salute? La salute non è soltanto quello che risulta nel libretto sanitario, ma è l’equivalente della nostra vita. Anche l’invecchiare è un momento della salute. Basta pensare a coloro che rifiutano di invecchiare, per avere un’immagine molto chiara di come accettare o non accettare la decadenza del corpo sia un elemento critico della salute. Ancora un esempio: la menopausa non è solo un evento di tipo clinico ma biografico, in senso più ampio, che richiede l’accettazione della fine della fase feconda della propria vita.

In sintesi, potremmo dire che la “grande salute” non è altro che la storia del nostro corpo attraverso momenti patologici o fisiologici che noi possiamo registrare come la storia della nostra realizzazione. Noi, esseri umani corporei, la nostra storia, con il suo significato immanente e anche quello trascendente, la scriviamo con il nostro corpo: con il nascere, crescere, ammalarsi,

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guarire, ammalarsi e non guarire e perciò convivere con la malattia; con il nostro invecchiare, con il nostro decadere, con il nostro morire. Da questo punto di vista la “grande salute” non è il contrario della morte. Anche la morte la possiamo definire come un momento della “grande salute”. Sono cosciente del paradosso, ma il saper morire non è in contraddizione con la salute. Anzi, lo possiamo definire come un momento fondamentale della grande salute.

I tre modelli di cura che siamo andati descrivendo possono essere presentati sinteticamente con uno schema grafico (Fig. 1).

La cura: modi e gradi

Restitutio

ad integrum

La guarigione

sufficiente

La Grande Salute

La descrizione

del processo

terapeutico

Togliere il sintomo

o la condizione patologica

Rendere possibile

la continuazione

del progetto esistenziale

Giungere,

attraverso la patologia,

a una più piena autorealizzazione

della persona

Il ruolo

del terapeuta

Professionista-tecnico: Propone

la cura efficace

(“to cure”)

Educatore:

favorisce l'empowerment

del malato

Counselor

(testimone partecipe):

Si prende cura

(“to care”)

La partecipazione consapevole

del paziente

Auspicabile

Necessaria

Indispensabile

La formazione dei curanti, che è il nostro tema, cambia a seconda che parliamo della cura intesa come restituzione della salute come integrità, della cura come aiuto per vivere con le nostre malattie, oppure della cura intesa come l’appoggio di cui abbiamo bisogno per diventare uomini e donne realizzati attraverso quello che la vita, dalla nascita alla morte, ci fornisce. Ognuno dei tre modelli ha bisogno di curanti diversi, così come diversi

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siamo noi in quanto persone che beneficiano della cura. Nello schema cambiano, rispettivamente, il ruolo del terapeuta e la partecipazione consapevole della persona, del paziente.

Nel primo modello dobbiamo registrare un cambiamento abbastanza notevole, che sta avvenendo sotto i nostri occhi, in questi anni. Il fatto è tanto più notevole in quanto questo modello si è mantenuto inalterato nel tempo durante molti secoli. Questo schema di comportamento regolava i rapporti in modo molto lineare: per restituire la salute, là dove è possibile, faceva intervenire un professionista che conosce l’arte del curare, sa cosa va fatto quando c’è una frattura, un infarto, una ferita. È lui che, in scienza e coscienza, decide per il paziente. La partecipazione del paziente a questo processo era tradizionalmente sintetizzata nella richiesta di docilità alle prescrizioni mediche. Un medico spagnolo che ha riflettuto su questi temi, Gregorio Marañon, diceva ― fotografando quella che era la tradizione medica ― : “Il paziente comincia a guarire quando obbedisce al medico”.

Nel modello tradizionale della cura il paziente doveva esercitare esclusivamente le virtù dell’obbedienza. Sulla cura, intesa in questa accezione, si sarebbe potuto mettere il cartello: “Non parlate al conducente”. Qualche medico l’interpretava anche in maniera letterale; mi hanno detto di un primario ― per altro bravo, competente ― che quando qualche paziente gli faceva delle domande sul proprio stato di salute, lo interrompeva subito dicendogli: “Lei è in ospedale per guarire, non per fare domande”. Il medico è il capitano della nave o dell’aereo; lui conosce la rotta e lavora tanto meglio quanto meno viene disturbato. La consapevolezza richiesta al paziente era minima.

Anche questo modello sta cambiando nel nostro tempo. Oggi, sempre di più, la partecipazione consapevole è opportuna, auspicabile. Tra chi propone la cura efficace, con tutta la competenza professionale richiesta ― “scienza e coscienza” sono sempre necessarie! ― e chi la riceve si richiede una maggiore simmetria, che esclude l’affidamento passivo nelle mani del medico (non sono rari i pazienti che rifiutano ogni coinvolgimento nelle decisioni

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diagnostico ― terapeutiche: “È lei il dottore, non voglio sapere niente, faccia lei”...). Nella nostra società questo comportamento, definito paternalistico, oggi non è più accettato da buona parte dei cittadini. Tuttavia, finché ci muoviamo all’interno di questo modello di cura, in fondo i ruoli sono abbastanza ben definiti.

La formazione necessaria per il curante può essere definita dalle attese del paziente: dal medico il malato si aspetta in primo luogo la competenza. Se mi dovesse succedere di avere un infarto, io vorrei che il cardiologo cui mi affido non sia tanto pieno di buoni sentimenti ― se ci sono, tanto meglio! ― o di empatia, ma vorrei che fosse aggiornatissimo sullo stato attuale della cardiologia e sulle linee guida internazionali sul trattamento dell’infarto. Non vorrei, per esempio, che mi tenesse a letto due settimane, perché quando ha cominciato a fare il cardiologo si diceva che l’infartuato doveva stare a letto per tutto questo tempo: oggi lo stato della scienza dice che l’infartuato a letto deve stare tre giorni, dopo di che si deve alzare. Deve sapere se i trombolitici vanno o non vanno somministrati, sulla base dei più seri studi clinici. Da questo curante voglio che sia scientificamente aggiornato, perché da lui mi aspetto la competenza tecnica, prima di tutto; se poi è anche gentile, e se mi si rivolge con il “lei” invece che con il “tu”, lo apprezzo; tuttavia non è questo l’arco portante di un trattamento medico di buona qualità.

La formazione necessaria, quella che fa di lui un medico, oggi si riassume sotto l’etichetta di “evidence based medicine”, cioè una medicina basata non sulle opinioni o le credenze, ma sulle prove di efficacia. È necessario che sappia quale trattamento è meglio rispetto a un altro, per restituire la salute e si regoli secondo linee guida scientificamente valide e non secondo tradizioni di scuola che hanno fissato certi comportamenti. Oggi il cittadino non è più disposto ad accettare delle disparità di trattamento, per cui la stessa patologia viene curata diversamente a seconda dell’ospedale a cui ci si rivolge (qualche volta, all’interno dello stesso ospedale, il trattamento cambia a seconda dell’unità operativa

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o del medico, all’interno di uno stesso servizio). I cittadini non rinunciano a trattamenti di alto standard qualitativo, perché anche in Italia vogliamo la medicina che sia all’altezza di quella che si fa a Parigi, a Huston nel Texas, a Tokio: la medicina che universalmente è riconosciuta come efficace.

Questa alta misura di competenza, è richiesta a tutti i professionisti sanitari: al medico, all’infermiera e al fisioterapista. L’infermiere deve sapere che cosa va fatto per prevenire le piaghe da decubito: non è questione di buoni sentimenti o di parole, ma di conoscenze professionali. Questo non basta ancora: la competenza professionale richiede oggi che il medico ― il luminare ― non solo sappia come va trattata una patologia, ma che lo comunichi al paziente, coinvolgendolo nelle scelte che lo riguardano. È quello che oggi si chiama “consenso informato”. Se io non dò ― nella misura in cui sono disposto e capace ― il consenso alle cure, queste, anche se scientificamente corrette, non corrispondono alle regole che nella nostra società definiscono la buona medicina. Non accettiamo di essere trattati come dei bambini: vogliamo e dobbiamo partecipare alle cure, sapendo che cosa ci viene fatto e dando il nostro consenso.

La formazione scientifica seria oggi si completa con la formazione anche al rispetto dei diritti civili delle persone. Il malato non va trattato come un povero cristo: non è un “paziente”. Nell’ultima revisione del loro codice deontologico avvenuta nel 1998, i medici hanno fatto un cambiamento molto vistoso, in quanto hanno cancellato la parola “paziente”. Dove una volta c’era il rapporto medico-paziente, trovate il rapporto medico-cittadino, medico-persona, medico-cliente... Apprezziamo lo sforzo, ma i rapporti non si modificano cambiando le parole: c’è ancora tanto lavoro culturale da fare.

Quando ci orientiamo alla restitutio ad integrum richiediamo che da parte del sanitario ci sia la competenza, la scienza e anche il rispetto delle regole, secondo lo stile del rapporto che nella nostra società esprime la nuova cultura dei diritti. Per ritornare in salute questo ci basta. Se invece lo scenario è il secondo,

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la situazione diventa più complessa. Il rapporto che si instaura quando lo scenario è quello della salute sufficiente, o necessaria a convivere con una patologia inalienabile, è diverso da quello che predomina nelle malattie acute. Può esserci utile lo schema elaborato da Jean-Philippe Assal ― un medico di Ginevra che si occupa particolarmente della terapia e dell’educazione dei pazienti diabetici ― per descrivere la differenza tra la medicina acuta e la medicina cronica (Fig. 2)

ANALISI COMPARATIVA DI DUE MODELLI DI ASSISTENZA

MEDICINA ACUTA

MEDICINA CRONICA

Sinonimi

pronto soccorso,

diagnosi,

assistenza ospedaliera

Assistenza a lungo termine,

assistenza ambulatoriale,

seguire il paziente

Modello:

biomedic

bio-psico-sociale e

pedagogico

Malattia

Caratteristiche

acuta, visibile, esterna

silente, nascosta,

presente da tempo

Tipo di visita

visita non programmata,

su richiesta esterna

visita programmata

dal medico

Luogo

del trattamento

struttura

ospedaliera

ambulatorio

Medico

Ruolo

unico ruolo:

intervento diretto

doppio ruolo:

1) intervento indiretto

2) esperto

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MEDICINA ACUTA

MEDICINA CRONICA

Medico

Attività

biomedica e tecnica

psico-pedagogica e tecnica

Attenzione,

concentrazione

in relazione alla situazione di emergenza, di origine esterna

dipendente

dalla motivazione interna

Formazione

Eccellente

1) biomedica: eccellente:

2) psico-sociale: scarsa;

3) educativa; nulla

Identità medica

ben definita

confusa, a causa

dell’aspetto psico-sociale

Emotività del medico

non complessa,

non coinvolta

coinvolta a lungo termine

dalla malattia

Ruolo terapeutico

- si occupa dell’emergenza;

il paziente è passivo

- relazione genitore-figlio

- deve portare

il paziente a contare

su se stesso

- relazione adulto-adulto

Azione del medico

diretta, mirata all’emergenza

indiretta,

condivisa con il paziente

Visibilità

dell’azione

azione del medico

visibile e dimostrabile

medicina silente,

azione poco visibile

Paziente

Ruolo

passivo,

deve sottomettersi

attivo, deve partecipare

al proprio trattamento

Malattia

emergenza

che può essere “guarita”

malattia persistente,

deve essere curata tutti i giorni

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MEDICINA ACUTA

MEDICINA CRONICA

Pazienteg

Rapporto con il medico

gratitudine, ammirazione

rapporto adulto-adulto

con scarsa gratitudine

Familiari del paziente

da informare

devono partecipare alla cura

Controllo della malattia

esterno,

gestito dal personale sanitario

interno,

gestito dal paziente e dai suoi familiari

Trattamento

attività

équipe terapeutica

multidisciplinare

paziente-medico;

autogestione

funzionamento

identificazione delle malattie e loro trattamento

lo stesso, più ciò che il paziente sa realizzare da solo

fallimento terapeutico

“abbiamo fatto tutto il possibile”

complesso di colpa del medico

età del medico

più giovane del paziente

rapporto fra età più omogeneo

presentazione del trattamento

di breve durata,

di tipo biomedico

media e lunga durata,

bio-psico-socio-pedagogico

rischio terapeutico

visibile; possibilità di correzione immediata

meno visibile e riparabile;

correzione spesso lenta e tardiva

giudizio di valore attribuito all’atto terapeutico

ammirazione e gratitudine per l’efficienza medica

scarsa gratitudine

visibile per la cura prestata

durata del trattamento

gestione diretta,

di breve durata

gestione indiretta,

a medio termine

stress del terapista

stress acuto, esaurimento fisico e nervosismo, impegni gravosi, burn-out

stress insidioso, esaurimento legato a monotonia e alla difficoltà di controllo diretto, assenza di gratitudine esplicita, burn-out

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Prendiamo, per esempio, le caratteristiche della malattia: mentre la malattia acuta si presenta come qualche cosa di visibile, esterno, la medicina cronica conosce la malattia come qualcosa di silente, nascosto, presente da molto tempo. Sono diversi, di conseguenza, il luogo del trattamento, il ruolo del medico, l’attività, l’attenzione, la formazione. Prendiamo l’identità medica: mentre per la medicina acuta l’identità medica è ben definita ― se io ho problemi cardiaci, è il cardiologo la persona competente ― invece per quanto riguarda la cura necessaria per la malattia cronica l’identità del medico è confusa, a causa dell’aspetto psicosociale: il medico più che tecnico diventa psicologo, consulente, insomma la persona con cui devo condividere molto più che con il tecnico.

È diverso anche il ruolo terapeutico: mentre nella medicina acuta il medico si occupa dell’emergenza e il paziente è passivo, nella medicina cronica il medico ha l’obiettivo di portare il paziente a contare su se stesso; nella medicina acuta il rapporto è spesso genitore ― figlio: il medico prende un ruolo di genitore e guida con autorevolezza; invece nella medicina cronica la relazione si modella piuttosto sul rapporto adulto ― adulto. Nella medicina acuta, quella che si risolve nella guarigione, il rapporto con il medico è caratterizzato da gratitudine e ammirazione: il medico che mi risolve il mio caso è un grande medico (magari a Natale gli mando anche una cassetta di vini!). Nel rapporto colla malattia cronica, invece, c’è spesso scarsa gratitudine: ogni volta il medico mi dice le stesse cose; lui si annoia ― me ne rendo conto ― e anch’io mi annoio, perché il mio problema di salute è sempre lì. Il rapporto è pervaso da un risentimento profondo, da una parte e dall’altra. Il medico è frustrato, perché si trova a combattere sempre con la stessa situazione, e anche il paziente ce l’ha con il medico, che non risponde alle sue attese. Diversa è la reazione anche al fallimento terapeutico: mentre nella medicina acuta c’è un senso anche di sicurezza (“Abbiamo fatto anche tutto il possibile”), in quella cronica il fallimento terapeutico suscita depressione e sensi di colpa... (“Se avessimo usato un’altra strategia..., se fossi riuscito a convincerlo”...).

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Nei due scenari cambia anche lo stress del terapeuta. Mentre il medico che fa medicina acuta ― pensiamo alle situazioni acute per eccellenza: quelle del pronto soccorso, i medici di “ER” ― può trovarsi sotto pressione, ma in fondo è sempre molto gratificato, lo stress del terapeuta che ha a che fare con pazienti che non guariscono è insidioso: è un esaurimento legato a monotonia, a difficoltà di controllo diretto, assenza di gratitudine esplicita, logoramento. In generale, la medicina per i malati che non vanno verso la guarigione ma si trovano in una situazione di stabile cronicità, domanda un numero maggiore di aspetti educativi.

L’educazione non sta per indottrinamento. Spesso si intende l’educazione sanitaria come insegnare al paziente ad assumere determinati comportamenti (non fumare, non assumere sostanze dannose, non mangiare dolci se si è diabetici...).

L’educazione di cui parliamo non si limita a insegnare determinate regole. Come avviene nell’educazione degli adulti, vuol dire sostanzialmente cercare insieme obiettivi, negoziarli, verificarli, per poi ridefinirli da capo. È un rapporto adulto-adulto, fondato sul rispetto e la stima; quello che è importante non è un’autorità che uno può giocare dall’alto, ma il rapporto che si stabilisce col tempo.

La personalità del paziente cronico si modifica progressivamente: si può gradualmente arrivare a delle decisioni che forse qualche tempo prima non erano condivise o condivisibili. Per amore di concretezza, possiamo riferirci alla notizia apparsa molto tempo fa nei giornali riferita a un sacerdote, in dialisi per tanti anni, che ha chiesto che la cura fosse interrotta. La decisione era determinata sia dalla sua percezione della qualità della vita, per il degrado connesso con la progressiva perdita delle sue facoltà, sia dalla sua situazione spirituale, in quanto persona con un orizzonte trascendente, per il quale la morte non era la fine di tutto. Il bilancio tra i benefici della terapia e gli effetti negativi connessi a un certo punto si è rovesciato, inducendolo a chiedere che si lasciasse fare alla natura. Si badi bene: non è un caso di eutanasia, tant’è vero che la decisione l’ha presa con il consenso

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del vescovo e del suo direttore spirituale. Mi sembra che il caso illustri bene l’evoluzione di una situazione clinica, così che una scelta razionale in un determinato momento possa diventare accanimento terapeutico successivamente.

In questo contesto, nell’attività di cura l’accento va a cadere sull’attenzione da prestare alla persona malata, per capire cosa sta vivendo, per ascoltarlo e accompagnarlo nelle sue decisioni. Questo l’atteggiamento del curante è soprattutto necessario se ci spostiamo nel terzo modello di cura, dove cura non è più soltanto un’attività di tipo professionale. La cura necessaria per poter arrivare alla “grande salute” non è soltanto quella che fornisce il medico o l’infermiere, ma è un’attività in parte professionale e in parte non professionale. Un mito molto suggestivo, riportato da Igino, uno scrittore romano del II secolo d.C., ci parla di una dea molto singolare: Cura. Secondo il mito, “Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso: ne raccolse un po' e incominciò a dargli forma. Era intenta a osservare che cosa aveva fatto, quando intervenne Giove. Cura lo pregò allora di dare lo spirito alla forma: Giove acconsentì volentieri e la forma divenne un uomo. Cura allora pretese di imporre il proprio nome alla forma umana, ma Giove non acconsentì e volle che fosse imposto il proprio. I due disputavano sul nome, quando intervenne anche la Terra, reclamando che fosse imposto il proprio nome, perché lei aveva dato alla forma una parte di se stessa. I contendenti elessero Saturno a giudice, che emise la seguente salomonica sentenza: “Tu, Giove, hai dato lo spirito e al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra hai dato il corpo, e riceverai il corpo. Ma fu Cura che per prima diede forma a questo essere, e per questo fin che vive essa lo possederà”.

Finché noi viviamo, dalla nascita alla morte, siamo figli di Cura. Questa non è rappresentata solo dai professionisti con il camice bianco, ma anche da padri, madri, fratelli, vicini, volontari... Per essere curanti in questo grande e più ampio significato ― in maniera tale che attraverso le vicende del nostro corpo, quelle felici e quelle tristi, la generazione della vita, la crescita, la decadenza,

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e la morte, noi possiamo autorealizzarci ― più che un sapere tecnico si rende necessaria la capacità di essere presenti e di esercitare un ascolto attivo: l’ascolto che guarisce.

Possiamo chiamarlo anche “counselling”, non intendo però la consulenza nel senso di indurre un altro a fare qualcosa. “Counselling” è una presenza all’altra persona, sapendo che la cosa di cui noi abbiamo più bisogno non è tanto qualcuno che faccia per noi o che ci dia consigli, ma fondamentalmente che sia presente. La misura della consapevolezza necessaria per entrare in questo processo è massima: nessuno ci può far crescere, se noi non lo vogliamo. Non è detto che questi processi di nascita, crescita, decadenza, vita, morte producano degli esseri consapevoli. Non è detto che noi moriamo come quegli “uomini” che saremmo dovuti diventare. La fine della nostra vita come pienezza non è scontata: è un processo molto aleatorio. L’esperienza quotidiana ce lo conferma: ci sono delle persone che attraverso le dure vicende del corpo diventano migliori, maturano nel senso che acquisiscono maggiore umanità; ce ne sono altre che attraverso vicende analoghe si chiudono, diventano più ostili, più egoiste, ancora meno apprezzabili dal punto di vista dell’autorealizzazione umana.

Nessuno ci può condurre per mano alla “grande salute”: essa è la mia autorealizzazione. Neppure la persona che mi ama di più può darmi la possibilità di realizzarmi come essere umano. Soltanto io posso farlo; ma per questo ho bisogno dell’aiuto di persone che mi amano, mi rispettano e mi ascoltano. Se queste persone hanno anche il camice bianco, benissimo; ma sono benvenuti tutti coloro che possono garantire una vera presenza.

Vorrei concludere riportando le parole di una volontaria, raccolte nel bellissimo libro “Le notti azzurre”, per esprimere le ragioni per cui ha scelto di fare la volontaria: “Sono sempre stata contraria a una società nella quale hanno diritto di vivere soltanto i perfetti, una società che esalta la bellezza, l’autosufficienza, l’efficienza a tutti i costi. E il fatto di essere malati non deve impedire di poter vivere una vita degna di essere vissuta. Io dedico un

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giorno della settimana al volontariato, poi mi dedico a tutto il resto. Quando sono con il malato, mi do totalmente; poi stacco, continuo a vivere. Con la mia presenza è come se volessi dire alla persona che sta male: io ci sono, io sono qui con te, qualunque situazione tu viva, in qualunque stato tu sia.”

Grazie

DIBATTITO

Camillo Barbisan

Di provocazioni ne sono arrivate in abbondanza, usiamo bene il tempo perché tra un’ora dobbiamo chiudere, per consentire il ritorno a Roma al professor Spinsanti.

Se già c’è qualcuno con qualche richiesta... qualcuno che vuol farsi “curare”...

Primo intervento

Faccio parte di un’associazione che segue i malati psichici.

Domandavo al professore se ― dato che le malattie psichiche sono spesso malattie croniche ― egli pensa che il quadro fatto, dei medici, del volontariato e di tutto il resto, possa ritrovarsi anche in questo settore. Dal mio piccolo punto di vista, io penso di sì, ho cioè visto tanti aspetti che sono simili, si assomigliano, però ovviamente il parere di un esperto mi interessa molto.

Secondo intervento

Sono Lidia, una volontaria.

Prima il professore diceva che forse qualcuno non avrebbe condiviso il fatto che l’uomo talvolta non realizzi se stesso, nella vita. Sono naturalmente d’accordo, e penso che ciò sia molto spesso dovuto ― come ha accennato lungo la sua conversazione, ― al fatto che l’uomo spesso non ha una progettualità della sua vita.

Non solo, ma non trae, talvolta o molto spesso, vantaggio dalle prove, dalle patologie, dalle difficoltà che lungo la vita si trova continuamente ad affrontare. Ecco, a me pare che sia

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importante un’autoeducazione lungo tutto il percorso della vita e una definizione appunto di un progetto, affinché anche queste prove che, lo sappiamo benissimo, ci aspettano, possano esser affrontate e condivise con le persone che ci stanno vicine. Purtroppo, sappiamo benissimo che anche i curanti non sempre sono all’altezza, però io credo che il curato, se ha chiara la sua condizione, o in qualche modo vi ha riflettuto, possa dare una collaborazione migliore anche al curante.

Terzo intervento

Sono medico: potrebbe indicarci le fonti alle quali educarci? C’è una sete di sapere, bisogna conoscere dove trovare l’elemento da bere.

Sandro Spinsanti

Ovviamente quello che ho illustrato, presentando tre diversi scenari della cura, è uno schema; come tutti gli schemi fa un po’ violenza alla realtà, perché necessariamente la semplifica. Se in questo schema introduciamo la malattia psichica, abbiamo uno scenario più complesso. Il nostro schema, tuttavia, può ancora essere applicato. Anzitutto perché oggi, più che in passato, possiamo invocare il primo modello, quello della “restitutio ad integrum”, anche a proposito delle malattie mentali. Possiamo giustamente essere orgogliosi della nostra psichiatria, sia nel suo versante medico-farmacologico, sia nel suo versante più sociale ― antropologico. Ha fatto enormi progressi tanto la psichiatria che sa trovare i farmaci giusti per vincere la depressione, quanto quella che combatte le malattie psichiche creando modelli alternativi all’esclusione o alla reclusione nei manicomi. Fino a tempi molto recenti il “matto” è stato soprattutto un oggetto di scherno e di isolamento nelle nostre società. C’è stata anche la stagione, la più infausta possibile, durata poco ma che ha lasciato una traccia profonda nella nostra memoria, in cui il malato psichico poteva ― anzi doveva ― essere eliminato. I programmi eutanasici nazisti chiamavano i malati psichici “pesi morti”

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della nazione; e per i pesi morti non c’era altro che l’eutanasia.

Sia come società civile che come organizzazione medica possiamo dire che abbiamo risposte efficaci per la malattia psichica, molto più che in passato. È però vero che c’è un ampio spazio della malattia psichica che entra nella seconda categoria, quella della “guarigione sufficiente”: con molti sintomi siamo costretti a convivere. Segnalo ne “L’Arco di Giano” n. 18, dedicato a “l’Educazione come terapia”, già citato, un articolo sull’educazione dei pazienti e dei familiari dei pazienti psicotici vista come una risorsa. Sono esperienze che si vanno facendo, dalle quali risulta che si può vivere anche con una malattia psichica e con un malato psichico, in casa o nel proprio ambiente sociale. Bisogna però che ci sia una formazione appropriata. Forse non è fuori luogo menzionare anche il terzo modello, che equivale ad affermare che, malgrado la mia pazzia, ovvero la parte difettosa e carente della mia psiche, posso anche arrivare a un’autorealizzazione.

Alla signora Lidia vorrei dire brevemente che è vero che è importante avere un progetto nella vita, ma credo che sia non meno importante accettare ciò che la vita ci impone. Attraverso il percorso del nostro corpo noi siamo spesso portati là dove non vorremmo e costretti a rivedere i nostri progetti. E forse le realizzazioni più importanti nella nostra vita non sono nell’ambito di ciò che avevamo progettato, ma avvengono quando siamo sbalzati di sella. Non dico questo per auspicare che ciò avvenga; vorrei solo ricordare che può avvenire. Spesso eventi traumatici, che ci privano della salute, devastano i nostri progetti di vita, ci tolgono il rapporto con le persone care, possono diventare altri progetti. La sensibilità e la disponibilità a cambiare progetti è un elemento di “salute”.

La domanda relativa a dove andare a cercare i valori per educarci mi mette in imbarazzo. Io non lo so. Vorrei tuttavia cercare di dare una risposta indiretta. Cerchiamo di non essere presuntuosi, pensando che “noi” siamo portatori di valori da far conoscere agli altri. Le due prospettive sottostanti possono essere illustrate

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da due diverse versioni del codice deontologico degli infermieri (gli infermieri hanno da poco rifatto il loro codice deontologico: c’è veramente da essere orgogliosi della professione infermieristica, che ha saputo elaborare così bene le proprie regole di comportamento). Il codice precedente, che era del 1977, era molto enfatico; iniziava con la frase: “L'infermiere deve aiutare il paziente ad amare la vita”. La versione attuale ha tutt’altro tono, molto più modesto. Dice che l’infermiere “ascolta il paziente, i suoi valori, e lo aiuta a realizzarli”. Dal confronto di questi due atteggiamenti noi abbiamo una lezione importante da ricavare. Finché noi pensiamo che come medici, come infermieri, come professori, come preti, come padri, come madri... siamo portatori di valori ― dobbiamo portare gli altri ad amare la vita ― siamo avviati per una strada molto presuntuosa, e siamo facili candidati all’insuccesso. Se riduciamo un po’ le pretese, e ci mettiamo in ascolto di quali sono i valori delle persone, abbiamo qualche opportunità di fare delle piacevoli scoperte.

Quarto intervento

Io mi rifaccio alla sua conclusione.

Ha citato la frase della volontaria. “Io ci sono...” e ha detto: questa è la prima cosa che si riesce a trasmettere, e questo ci permette di arrivare alla “grande salute” .

Non ho capito, e le chiedo un chiarimento, se ad arrivare alla “grande salute” è il malato che riceve l’assistenza come presenza, come serenità, eccetera, o è il curante, chiunque sia, o volontario o altro. E mi permetto di puntualizzare: Io, come curante, non arrivo mai alla grande salute, ho un senso quasi di colpa davanti al malato terminale, perché avverto la sproporzione tra la mia impotenza e la situazione che ho di fronte. Le sarei grata se chiarisse “chi” arriva alla grande salute.

Quinto intervento

Sono Antonio, un volontario e desidero farle gli auguri per la nuova attività a livello nazionale, e spero che alla facoltà, oltre

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alla libertà di pensare, le venga data anche la libertà di agire.

La domanda è questa: premesso che lei condivide pienamente quello che ha espresso nella relazione, e mi trova sullo stesso piano, vorrei allora dirle: lei potrebbe condividere diciamo una frase che andava di moda durante la rivoluzione culturale cinese: “La teoria diventa una forza materiale non appena si impadronisce delle masse", nel senso che è auspicabile che questi concetti, dei quali è stata impregnata la sua relazione, vengano recepiti dalla maggior parte delle persone, non solo nella nostra ma anche in altre realtà.

Volevo farle una seconda domanda, per analizzare una sua affermazione.

Lei prima ha detto che ci sono varie posizioni di idee. Non condivido, in quanto, secondo me, il confronto di idee nasconde un confronto di interessi e di potere.

La ringrazio

Sandro Spinsanti

Le due questioni sono entrambe molto importanti. Parto dall’ultima affermazione di Antonio e la sviluppo in una domanda: gli scontri avvengono sulle idee o sugli interessi? Che cos’è che divide gli esseri umani: il fatto che la pensiamo diversamente, oppure perché siamo motivati da interessi diversi? È vero che gli interessi delle parti in causa nel processo di cura sono diversi. Gli interessi del curante non sempre sono gli interessi del curato. Non penso soltanto alle forme più volgari o più criminali di conflitto di interessi, cioè quando il curante cerca di lucrare sul malato. Mi riferisco piuttosto a forme un po’ più alte e nobili di conflitti di interessi: per esempio, tra ricerca e cura. Al curante potrebbe interessare di più portare il paziente dentro un braccio di ricerca che fare il vero interesse del paziente stesso. E magari maliziosamente si potrebbe pensare che anche questo interesse per la ricerca non è poi così neutro, perché dietro ci sono i grandi interessi delle ditte farmaceutiche...

Queste sono forme di conflitti di interesse nei confronti delle

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quali come cittadini dobbiamo essere sempre più avvertiti. Ci piacerebbe che i comportamenti dei sanitari fossero motivati soltanto da filantropia, idealismo e missionarietà, ma purtroppo non è così. Per prendere un esempio dall’ambito dell’ostetricia: quanti dei parti cesarei che vengono eseguiti sono per l’interesse della paziente o sono fatti piuttosto a vantaggio dei sanitari e della struttura? E ancora: quanti pediatri sanno, dicono e scrivono che il modo migliore in assoluto di allevare un bambino è l’allattamento al seno e poi invece prescrivono i latti artificiali (se ne sono inventati di tutti i colori: antiallergici, antirigurgito...: questa è l’ultima moda!). Sanno che per essere buoni pediatri dovrebbero consigliare a tutte le madri l’allattamento al seno; ma d’altra parte la loro formazione scientifica, i loro congressi, i loro macchinari sono pagati dalle ditte che producono latti... Come cittadini dobbiamo stare con gli occhi aperti e non scandalizzarci che la medicina sia un ambito di conflitti di interessi non diverso da altri ambiti di conflitti. Senza scandalizzarci troppo, dobbiamo ammettere l’esistenza di tali conflitti.

Non possiamo più permetterci di essere dei consumatori sprovveduti: come quando prendiamo una bottiglia d’acqua minerale dobbiamo andare a vedere la composizione e studiare l’etichetta, così dobbiamo farlo per i farmaci e per i servizi che ci vengono offerti. Non è detto che siano per il nostro miglior interesse: potrebbero essere anche semplicemente per l’interesse dell’azienda. Oggi le aziende sanitarie hanno il “budget”, devono produrre fatturato. Allora: conflitti di idee o conflitti di interesse? Sono convinto con lei che spesso dietro i conflitti di idee ci sono grandi conflitti di interesse; oggi tuttavia ci viene chiesto di prendere parte attiva mediante “l’empowerment" dei cittadini. Non abbiano una parola adeguata in italiano per esprimere il rovesciamento dei ruoli implicito. “Empowerment” è prendere il potere, ma non secondo gli slogan dei sessantottini. Il potere coincide con la conoscenza; tanto più siamo dei consumatori consapevoli, cioè che conoscono, tanto più abbiamo potere e possiamo difenderci nei conflitti d’interessi.

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La domanda relativa al problema del curante ― cioè se anche il curante arriva alla “grande salute”, o se vi possa arrivare soltanto il curato ― suscita molte considerazioni. Secondo lo schema che abbiamo presentato, occuparci di qualcuno è anche il modo migliore per occuparci di noi stessi. E quindi dare cura è anche il modo migliore per prendere cura di noi stessi. Questa è però una risposta astratta: in concreto, le attività di cura sono enormemente stressanti; sono così provanti che rischiano di portarci fuori dal nostro equilibrio.

Una illustrazione convincente di quanto sto dicendo è offerta dal libro Grazia e Grinta di Ken Wilber (ed. Cittadella, Assisi, 1995). L’autore è uno psicologo, esponente della psicologia transpersonale ― la corrente più sensibile a quella dimensione dell’autorealizzazione che si situa oltre i problemi dell’io ―, ha vissuto sulla propria pelle i problemi della cura. La sua giovane moglie ha scoperto proprio alla vigilia del viaggio di nozze di avere un nodulo al seno. Di lì una lunga battaglia contro il cancro, durata cinque anni. Questo libro è il racconto visto dalle due parti: il diario di Treya ― la moglie ― e il commento fatto dal marito.

Il sottotitolo della traduzione italiana illustra la tesi di fondo del libro: “La malattia mortale come situazione di crescita”. Il fatto paradossale è che la “grande salute” non è incompatibile con la morte, perché si può morire anche in maniera positiva vivendola attivamente, come un’autorealizzazione. Ma questa affermazione, affinché non sia retorica o poesia, va confrontata con i problemi del curante. Vi segnalo un capitolo tra i più impressionanti in questo libro in cui l’autore, innamoratissimo della moglie, persona anche molto sviluppata spiritualmente e culturalmente, che fa della cura della moglie un obiettivo di vita, deve riconoscere il pericolo che per il curante (in inglese esiste un termine intraducibile in italiano: “caregiver”, cioè colui che fornisce “care”, che si prende cura) esiste incombente il pericolo del “burn-out”, del bruciare le proprie risorse. C’è un momento drammatico in questa storia in cui, il marito, dopo essere passato attraverso una caduta nell’alcoolismo, si accorge, come svegliandosi da un

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sogno, di essere andato in un negozio dove ha comprato una pistola, e non sa se per uccidere la moglie o se stesso. È il momento più drammatico di una vicenda in cui curante e curato si stanno dilaniando reciprocamente. Poi riescono a rincontrarsi e a vivere la fine come una realizzazione piena.

Con uno stesso fiato di voce con cui diciamo che prendersi cura è un’attività sublime e nobile, dobbiamo dire che prendersi cura in situazioni di questo genere è un’attività enormemente provante. Soltanto quando le cose vanno bene, alla fine, colui che cura e colui che è curato si sono dati reciprocamente la possibilità di autorealizzarsi. Vorrei leggervi, in conclusione, un brano che descrive la morte di Treya: “Negli ultimi sei mesi della sua vita io e Treya eravamo entrati in una straordinaria sintonia spirituale e l’uno serviva l’altro in ogni modo possibile. Avevo smesso di lamentarmi, quell’autocompatimento tanto normale nelle persone di sostegno [è la traduzione in italiano di “caregiver”], derivante dal fatto che per cinque anni avevo messo da parte la mia carriera per poterla aiutare. Tutto questo era finito. Non avevo assolutamente alcun rimpianto; provavo solo gratitudine per la sua presenza, per la grazia straordinaria di servirla. Lei aveva smesso di lamentarsi perché il suo cancro aveva “mandato in pezzi” la mia vita. Il fatto puro e semplice è che noi due avevamo fato un patto, a un livello profondo, che entrambi avremmo partecipato fino alla fine alla sua prova, quale che ne fosse l’esito. Fu una scelta profonda, sulla quale eravamo entrambi molto, molto lucidi, in particolare negli ultimi sei mesi. Prestavamo semplicemente il nostro servizio reciproco scambiando sé e altro e pertanto riuscivamo a intravedere quello Spirito eterno che trascende sé e altro, “me” e “mio”.

Ecco, in concreto, che cosa vuol dire “transpersonale”. Quando si realizzano queste condizioni non c’è più “io mi curo” ... “io ti curo”... “io mi realizzo” ... “tu ti realizzi” ... “io ti ascolto”. Il livello del “mio” e “tuo” è trasceso, per accedere a una nuova dimensione. Ma bisogna procedere con molta cautela: questo “passaggio a sud-ovest” è molto burrascoso, come sanno tutti quelli che ci passano.

Il rapporto medico-paziente: modello in transizione

Book Cover: Il rapporto medico-paziente: modello in transizione
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

IL RAPPORTO MEDICO-PAZIENTE: MODELLO IN TRANSIZIONE

in Diciotto

anno 5, suppl. al n. 19, febbraio 2000, p. 22-24

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Il giubileo evoca, secondo la tradizione biblica, un periodo di più intensa comunicazione tra i membri della comunità: vengono rimessi in libertà gli schiavi, condonati i debiti, appianate le divergenze. Possiamo applicare questo modello all’ambito delle cure sanitarie e ai rapporti che intercorrono tra professionisti e cittadini malati? Per quanto audace possa sembrare l’ipotesi, ci sentiamo autorizzati a proporre un “giubileo sanitario”, considerato il grande malessere che si sta diffondendo

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a macchia d’olio nella nostra società tra medici e cittadini.

Per illustrare la situazione con due soli esempi, possiamo riferirci al libro-denuncia Camici e pigiami (Laterza, 1999), a cui ha arriso un grande successo di pubblico, tanto da moltiplicare in poco tempo le edizioni e da diventare una rubrica fissa nel supplemento settimanale dedicato alla salute di un diffuso quotidiano. La contrapposizione tra camici e pigiami è sottolineata dalla grafica della copertina: medici e pazienti sono rappresentati come lupi e agnelli, in una lotta continua (mors tua, vita mea...). Speculare a quest’opera di aggressione ai medici riscontriamo il consolidarsi di una loro reazione di difesa. Dall’editoriale della rivista Toscana medica (ottobre/novembre 1999), intitolato programmaticamente “È ora di difendersi”, ricaviamo la sensazione che per molti medici la misura sia colma: “Quando gli attacchi sono continui e mettono sullo stesso piano i ― pochi per fortuna ― pessimi medici con tutti coloro che quotidianamente cercano di fare del loro meglio in un campo sempre più difficile e ostico, allora per difendere la buona medicina occorre scendere in campo per tutelare chi la pratica, cioè i medici. Ormai lo sport della colpevolizzazione del medico ha raggiunto vertici impensati”.

Pochi spiriti profetici hanno avvertito che il rapporto tra medici e pazienti, così consolidato che è potuto passare indenne attraverso i tanti cambiamenti della cultura e della società, avrebbe potuto andare incontro a un mutamento brusco e radicale. Tra questi possiamo annoverare il medico e filosofo tedesco Victor von Weizsäcker (1886-1957), teorico della “medicina antropologica”. Era consapevole che il modello di medicina che si era andato elaborando nella prima metà del nostro secolo avrebbe potuto portare a una svolta drammatica nel rapporto tra i medici e i cittadini malati. I medici sono soliti richiedere ai pazienti una fiducia incondizionata. Non prendono neppure in considerazione che si possa dubitare della loro volontà di fare il bene del malato ― della loro “coscienza”, quindi ―, e che abbiano le capacità necessarie per farlo: quelle riassunte nella “scienza”. Tradizionalmente il rapporto medico-paziente è stato interamente rappresentato da questo modello: scienza e coscienza da parte del medico, fiducia e docilità da parte del malato.

Quando questo rapporto entra in crisi ― nel senso, per esempio, che il malato si accinge a ritirare la sua fiducia ― i medici sono soliti adottare una strategia di difesa, trincerandosi per lo più dietro l’autorità della scienza, concepita come una grandezza impersonale di cui essi sono i servitori. Ma attenzione, ammoniva von Weizsäcker nel suo libro Pathosophie, pubblicato nel 1956: se i medici si comportano come una corporazione, chiudendosi in una posizione difensiva, un giorno l’intera corporazione può essere oggetto di una seria reazione: “Se si va avanti così per un certo tempo, potrà succedere un giorno che un’intera corporazione, la corporazione dei medici e degli scienziati, diventerà l’oggetto di una grave aggressione; non mi meraviglierei se, come la rivoluzione francese ha ucciso gli aristocratici e i preti, un giorno fossero uccisi medici e professori, e non benché si siano irrigiditi cercando riparo dietro alla scienza impersonale, bensì proprio per questo motivo”. Anche i medici rischiano di fare la fine di tutti i poteri assoluti e di essere spazzati via da una rivoluzione! La fosca previsione rivoluzionaria non si è avverata. Per fortuna. La medicina sta entrando nella sua epoca moderna in modo incruento; non però senza traumi e contrapposizioni frontali, che sconvolgono i rapporti che intercorrono tra chi eroga servizi sanitari e chi li riceve.

Il modello paternalista di esercizio della medicina è rimesso in discussione da una cultura che ha cambiato i presupposti di fondo. Il paziente non è un “povero cristo” da trattare benevolmente, magari abbinando all’efficacia dei trattamenti anche una dose di “umanizzazione”, ma un cittadino che esercita il diritto di ricevere un trattamento. Un cittadino colto, informato, consapevole delle sue scelte; e, qualora non lo fosse, ha diritto che chi esercita la medicina si prenda il tempo e la cura di informarlo, per farlo accedere alla condizione in cui ricevere un trattamento non equivale a essere oggetto di un atto di benevolenza, bensì un esercizio di libertà civile e di responsabilità.

Il malato di oggi non vuole più essere trattato

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come un Pinocchio recalcitrante, che una materna fatina deve convincere, con modi seducenti, a mandar giù la medicina. Non vuol essere un bambino, e tanto meno un burattino, ma un adulto che sa coniugare i suoi diritti con le responsabilità che ne derivano. Ne consegue che, anche senza i sommovimenti di una rivoluzione, il clima che regna oggi tra il professionista che offre le cure e colui che le riceve è profondamente diverso dal passato. L’innovazione è in corso e richiede di cambiare comportamenti che si sono consolidati nei secoli.

L’esame degli aspetti concreti del cambiamento ci presenta in primo luogo la formazione di un binomio indiscutibile tra medicina ed etica. Più che la frequenza dei riferimenti all’etica, sono nuovi i contenuti. Tradizionalmente il richiamo all’etica in medicina faceva riferimento ― per lo più implicitamente ― allo spirito che doveva animare chi, a diverso titolo di professionalità, era coinvolto nell’erogazione di cure sanitarie. L’etica rimandava allo spirito con cui questo lavoro va fatto: con altruismo, abnegazione, mettendo gli interessi legittimi di chi riceve i servizi prima degli interessi dei professionisti. Etica ― in altre parole ― richiamava l’esigenza per chi si occupa della salute altrui di esercitare le attività di cura in modo coinvolto, prendendosi cura delle persone malate. Per dirlo con un’immagine profondamente radicata nella tradizione religiosa, chi si occupa dei malati deve ispirarsi al modello del “buon Samaritano”.

L’etica in medicina che è diventata l’oggetto dei nostri discorsi si riferisce al “che cosa fare”, più ancora che allo spirito con il quale farlo. Nei due decenni che abbiamo alle spalle i principali problemi che si sono posti alla riflessione sono quelli relativi a “dare le cose efficaci” (escludendo i trattamenti dannosi o inutili), “nel modo giusto” (rinunciando all’atteggiamento paternalista tradizionalmente assunto dai sanitari), “a tutti quelli che ne hanno diritto e bisogno” (contrastando le sperequazioni e le inequità nell’accesso ai servizi). Per rispondere a queste domande l’etica è invocata a soccorso.

Non basta fornire i servizi di provata efficacia: bisogna anche che sia fatto “nel modo giusto”. È quanto esige il pilastro centrale della cultura della modernità, vale a dire il rispetto dei valori soggettivi del paziente, la promozione della sua autonomia, la tutela della diversità culturale, intesa come un diritto da rivendicare. Rispetto a un passato molto recente, in cui la medicina era organizzata in modo autoritario e gestita con stile paternalistico, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano. Buona medicina è quella che, oltre all’appropriatezza clinica, valutata dal professionista sanitario, considera auspicabile e rende possibile che il paziente partecipi alle decisioni che si ripercuotono sul suo benessere.

Il richiamo all’etica in sanità rimanda, infine, ai problemi dell’allocazione delle risorse e ai cambiamenti necessari affinché il principio solidaristico che sta alla base dei sistemi di welfare sia tradotto in pratica. Dopo aver disegnato, con generosità e una buona dose di utopia, lo stato sociale che si occupi della salute di tutti i cittadini, indipendentemente dal ruolo sociale e dalle capacità economiche, ora l’imperativo etico è di riformarlo senza deflettere dal patto di solidarietà che l’ha ispirato. Sanità fa rima con equità: anche questa è diventata un’emergenza etica degli ultimi anni.

Il segreto nel rapporto con il paziente sieropositivo

Book Cover: Il segreto nel rapporto con il paziente sieropositivo
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

IL SEGRETO NEL RAPPORTO CON IL PAZIENTE SIEROPOSITIVO E AIDS CONCLAMATO: CRITERI ETICI DI ORIENTAMENTO

in L'AIDS e i suoi messaggi. Dalla conoscenza alla sanità, a cura di Antonietta Cargnel

Edizioni Unicopli, Milano 1997

pp. 121-131

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L'epidemia infettiva dell'AIDS ci ha costretto socialmente a cambiare alcuni comportamenti, a seguito dell'acquisita consapevolezza del pericolo costituito da alcuni liquidi vitali. In senso molto generale, la crisi innescata da questa consapevolezza è analoga a quella che ha portato, verso la fine del secolo scorso, la scoperta che l'acqua ― proprio "le chiare, fresche, dolci acque''...― era il veicolo di epidemie. Di colpo, dopo l'acquisizione del pericolo potenziale insito nell'acqua, tutti i comportamenti igienici, per quanto di durata secolare, dovevano essere rimessi in discussione. Si è imparato a distinguere l'acqua potabile da quella che non lo era. Oggi sarebbe un comportamento inammissibile bere una qualsiasi acqua, senza essersi prima assicurati che sia batteriologicamente innocua.

Sul finire del nostro secolo, la rimessa in discussione tocca ai nostri comportamenti che si riferiscono a liquidi corporei di vitale importanza: il sangue, lo sperma e i liquidi vaginali. In quanto potenziali veicoli dell'infezione da HIV, questi liquidi, di alto valore simbolico e correlati con comportamenti di grande spessore antropologico ― il dono del sangue, i rapporti sessuali e quella specie di comunione che si instaura tra i tossicodipendenti che usano la stessa siringa (qualunque sia il valore sociale e morale che vogliamo attribuire al gesto) ―, vanno maneggiati con una circospezione che non era richiesta in passato.

Ci stiamo rendendo conto di quanto sia difficile introdurre nei comportamenti quotidiani quelle misure di prevenzione che nessuno osa mettere in discussione dal punto di vista teorico. In ambito sanitario, per esempio, è consigliato assumere verso tutti i pazienti delle misure cautelative nelle procedure che portano a contatto con i liquidi vitali e sono perciò possibile veicolo di

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contagio (le cosiddette precauzioni universali, previste dalla legge n. 135 del 1990, che tutti gli operatori sanitari devono usare routinariamente come misure di barriera, nei casi in cui si preveda un contatto accidentale con il sangue o con altri liquidi biologici di tutti i pazienti). I comportamenti prudenziali, per quanto razionalmente condivisi, non sono ancora diventati routine (i sanitari oscillano tra una disinvoltura incosciente ― quanti prelievi di sangue fatti ancora senza la minima precauzione ― e un eccesso di misure protettive, come quando si presentano bardati da astronauti al letto dei malati di AIDS...).

Ancor più lontana dall'attuazione è la modifica di comportamenti nell'ambito della sessualità. Ancora molti ― troppi ― rischiamo il contagio con rapporti sessuali non protetti proprio in una fase in cui l’epidemia è sconfinata dai gruppi a rischio all'insieme della popolazione e viaggia attraverso gli eterosessuali non altamente promiscui (due-tre partner sessuali). La strada da percorrere, tuttavia, è obbligatoria: non potremo più accostarci disinvoltamente al sesso e al sangue, così come in precedenza abbiamo dovuto interiorizzare una perdita di innocenza nei confronti dell'acqua.

Una questione ancora più delicata riguarda quei comportamenti prescritti e socialmente condivisi che corrispondono alla etica medica: l'epidemia dell’AIDS ci costringerà a cambiare anche l'etica medica? Sarebbe fuori luogo enfatizzare l'etica medica, presentandola come un codice di comportamento monolitico, destinato a passare inalterato attraverso i secoli, prescrivendo a tutti i sanitari, di qualsiasi cultura e latitudine, gli stessi atteggiamenti nei confronti dei malati. Abbiamo a che fare, piuttosto, con norme di diverso peso e importanza che, alla prova dei fatti, dimostrano la loro tenuta nel tempo o la loro caducità.

Alcune sono uscite inalterate, anzi piuttosto rafforzate, dal loro incontro con questa nuova malattia infettiva. È il caso, in particolare, dell'obbligo del sanitario di prestare la propria opera dando la priorità al beneficio del malato (il principio di “beneficenze", teorizzato dalla bioetica anglosassone), piuttosto che alla propria autotutela. All'inizio del contagio si sono avute notizie ― sporadiche, per la verità, ma non per questo meno allarmanti ― di medici e infermieri che, sotto la spinta emotiva delle "demonizzazioni" a cui la malattia è stata soggetta nella opinione pubblica e delle inesatte informazioni allarmistiche

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diffuse in una prima fase sui pericoli di contagio, si sono rifiutati di presentare le cure sanitarie a persone affette da AIDS o sieropositive. Di fronte al pericolo di smantellamento di uno dei capisaldi dell’etica medica tradizionale, gli organismi professionali hanno reagito richiamando gli obblighi morali che vincolano a dare la priorità al bene del paziente. Si tratta delle regole tradizionali, che i medici hanno già stabilito quando peste e vaiolo facevano strage. Valga, a titolo di esempio, l’elencazione delle norme deontologiche ribadite dal Consiglio dell’Ordine dei medici in Francia, già nel marzo 1987. Secondo tali norme, in caso di AIDS i medici sono tenuti a

curare con la stessa coscienziosità e lo stesso rispetto ogni malato, qualunque siano le sue condizioni, la sua reputazione e i sentimenti che ispira: la quantità delle cure non può dipendere dall’amore del medico e dalle sue simpatie; rispettare e far rispettare le misure igieniche e profilattiche attualmente stabilite per il personale curante: questo non deve, a causa di negligenze, correre un rischio aggravato di contagio.

Senza incertezze, viene ribadito il punto cardine del rapporto professionale in sanità: il bisogno del malato rappresenta una domanda a cui medico e infermiere non si possono sottrarre, neppure se le attività di cura rappresentano un rischio personale.

Su altri punti del comportamento professionale del medico si sono abbandonate senza esitazioni le norme tradizionali. Così è avvenuto rispetto alla comunicazione della diagnosi al malato. Fino ad un recente passato, il sottrarre la verità al malato, quando questa era per lui traumatica o infausta, era considerato non solo legittimo, ma doveroso. In questo senso si esprimeva la Corte d'Appello di Milano in una sentenza del 16 ottobre 1964, a proposito di una causa in cui l'informazione prima di una operazione chirurgica a rischio era stata data ai familiari, e non alla persona interessata:

Risponde ai criteri di ragionevolità che devono caratterizzare la valutazione dei fatti umani oltre l'astrattezza e il formalismo delle norme, che il chirurgo taccia al malato la gravità del suo male e il rischio che un'operazione comporta, criterio sanzionato da una prassi tramandata a noi da tempi antichissimi e consacrata nei principi deontologici secondo cui il celare all'ammalato la nuda verità è precipuo dovere, forse il più nobile, del medico cui spetta di vagliare ciò che il paziente debba sapere e quanto debba essergli nascosto |per un inquadramento della sentenza nel contesto dello sviluppo

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storico dell'informazione medica al malato nel contesto italiano, cfr. Spinsanti, Pappalepore, 1995, pp. 62-67).

Basta pensare alla prassi diffusa nei confronti di malattie oncologiche per rendersi conto di quanto questo orientamento guidi ancora l’operato dei medici.

Ma nell'ambito dell'infezione da HIV non si è dubitato neppure un istante che, per quanto traumatica e infausta l'informazione possa essere per il malato, questa gli è dovuta. Ed è dovuta a lui, e a nessun altro. Più che la prospettiva dei diritti civili e la accettazione del nuovo modello di rapporto che si ispira al consenso informato, in questo caso ha influito la necessità di responsabilizzare il portatore del virus infettivo, affinché assuma i comportamenti adeguati per evitare di propagare il contagio.

Qualunque sia la motivazione, resta il fatto che "una prassi tramandata a noi da tempi antichissimi e consacrata nei principi deontologici" ― come si esprimeva enfaticamente il Tribunale di Milano ― non è stata neppure presa in considerazione nel caso dell’AIDS. Ha avuto luogo un superamento della menzogna ― o bugia pietosa, o restrizione mentale, comunque la si voglia concettualizzare ― quale comportamento atteso dal medico. Dare false rassicurazioni sarebbe gravemente scorretto dal punto di vista etico (oltre che probabilmente perseguibile da quello penale).

Possiamo a questo punto chiederci come si situi il capitolo tradizionale dell’etica medica relativo al segreto professionale: fa parte dei comportamenti che hanno superato indenni la crisi dell'AIDS o di quelli che vanno rimessi in discussione? Alcuni elementi del quadro sociale contribuiscono a rendere più acuta la problematica del segreto connesso con l'infezione da HIV. Si stanno diffondendo notizie allarmistiche su soggetti recalcitranti a ogni misura di autocontrollo, i quali costituiscono quindi una minaccia per la salute pubblica.

Forse alcune di queste notizie possono essere messe sul conto delle "leggende metropolitane”, come quella che ― in contesti diversi ― parla di un uomo o di una donna infettati che, per spirito di vendetta, hanno deliberatamente rapporti sessuali con molte persone, al fine di trascinare il più gran numero con sé nella rovina (è diventato classico il racconto dell'uomo che, dopo un incontro occasionale, trova scritto al mattino sullo specchio del bagno: "Benvenuto nel mondo dell’AIDS”...). Anche

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se è prudente fare la tara a questi racconti, non si può negare che diversi operatori ― medici, psicologi, assistenti di comunità ― conoscono casi, che fanno parte della propria esperienza professionale, di persone sieropositive che rifiutano di informare il coniuge o partner e proibiscono al sanitario di farlo. Situazioni di questo genere creano conflitti morali estremi nei sanitari, che si sentono complici di fatto di un grave danno inferto a degli innocenti.

Alcune delle spinte a rimettere in discussione il vincolo del segreto professionale vengono da interessi di terze parti, come le assicurazioni o i datori di lavoro, che vorrebbero conoscere la condizione sierologica delle persone per fini diversi da quelli del medico. La normativa italiana ha ritenuto opportuno ribadire, anche nel caso di malati di AIDS, il vincolo del segreto professionale. Ma l’etica non può limitare il suo sapere argomentato alle norme giuridiche: deve trovare nell’ambito dei valori quanto serve a motivare i comportamenti. Ora, proprio la tutela del segreto medico illustra il conflitto insanabile tra valori contrapposti che si può instaurare in alcune situazioni.

Un esempio da manuale è costituito dal "caso Tarasoff", molto discusso nell'ambito della bioetica americana (cfr. Veatch, 1981, pp. 108 sgg.). Il caso si è creato quando la famiglia di Tatiana Tarasoff ha denunciato lo psichiatra che aveva in cura l'ex-fidanzato della ragazza, un giovane con evidenti disturbi psichici, che aveva minacciato di uccidere la ragazza, responsabile di aver rotto il fidanzamento, una volta che lei fosse tornata da un viaggio. Lo psichiatra aveva sollecitato il ricovero del suo paziente in una casa di cura, dalla quale tuttavia era stato ben presto dimesso. Ritenendosi vincolato dal segreto, non aveva avvertito delle minacce né la polizia, né la famiglia. Purtroppo il suo paziente aveva dato seguito ai suoi propositi uccidendo Tatiana.

Dagli atti processuali risulta che la giuria si divise in due posizioni contrapposte. Una parte considerava lo psichiatra colpevole di negligenza professionale, argomentando che il terapeuta ― come qualsiasi altro cittadino ― è tenuto a proteggere la vita di una persona in pericolo. Il diritto di tutela della confidenzialità (privacy) è scavalcata dal pubblico interesse per la sicurezza dall’aggressione violenta.

La posizione sostenuta da coloro che nella giuria approvavano il comportamento dello psichiatra considerava altri valori:

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non soltanto i diritti del paziente, ma il bene stesso della comunità. Mantenendo le regole della confidenzialità, lo psichiatra ha contribuito al bene pubblico, in quanto tali norme deontologiche sono finalizzate proprio a creare un clima di fiducia nei confronti del sanitario, così che molte persone in difficoltà si sentano incoraggiate a ricorrere al suo aiuto professionale. Se il paziente psichiatrico non fosse sicuro che il terapeuta manterrà il segreto, sarebbe dissuaso dal ricercarlo. D'altra parte, la maggioranza di coloro che minacciano omicidi è innocua; se tutti costoro venissero internati con un trattamento psichiatrico obbligatorio, non potrebbero beneficiare dell'aiuto psichiatrico.

Si deve riconoscere che, con tutte le differenze, il caso Tarasoff porta un contributo rilevante all'inquadramento della problematica del segreto nei rapporti con i malati di AIDS. Emerge la natura pro-sociale, e non solo individualistica, del segreto medico. A chi ritiene che il segreto in medicina sia inflazionato, avendo assunto l’aura sacrale del segreto religioso della confessione ― cfr. Muller, Belavoine, 1991 ― si può contrapporre la natura essenzialmente utilitaristica del vincolo posto al sanitario. Esso è sorto ben prima che in medicina si annunciasse quella "rivoluzione liberale" che ha portato anche nell'ambito delle cure mediche la rivendicazione dei diritti personali (cfr. Gracia, 1993, p. 174). Il segreto professionale è nato dalla convinzione che non c'è medicina senza fiducia, non c'è fiducia senza confidenza, non c’è confidenza senza segreto.

Che cosa fare quando il segreto diventa intollerabile pesante da portare, come nelle situazioni in cui la volontà della persona contagiata di non informare i propri intimi mette questi ultimi pesantemente a rischio? L'aneddotica in merito è molto ricca. Si pensi al caso di un medico che conosce la sieropositività di un proprio paziente e sa che la ex-moglie di questi, ora separata, ha contratto un nuovo matrimonio e vuole generare un figlio. È moralmente tollerabile il vincolo del segreto anche in situazioni così estreme, dove il silenzio si traduce in una pratica complicità a danno di innocenti? Il segreto ha un carattere assoluto, oppure il suo mantenimento dipende da una valutazione di opportunità da parte dell'operatore? Ma se il segreto è lasciato alla sua discrezione, è ancora un segreto?

Coloro che si orientano secondo la bioetica standard sviluppata nell'ambito cultuale anglosassone ― la bioetica dei

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quattro principi, elaborata originariamente da Beauchamp e Childress e diventata un punto di riferimento molto diffuso: Beauchamp, e Childress, 1979 ― cercheranno una guida nel risolvere conflitti di questo genere nell'impegno morale a rispettare, prima facie, l'autonomia delle persone, la beneficità, la non-maleficità e la giustizia. Tali principi tuttavia, pur fornendo un quadro analitico generale e un linguaggio morale comune in una società pluralista, non sono traducibili in regole facilmente operative. Prima facie ― un termine introdotto dal filosofo inglese W.D. Ross ― significa che il principio è vincolante, a meno che non entri in conflitto con un altro principio morale; se ciò avviene, dobbiamo scegliere fra di essi.

L'approccio dei quattro principi non fornisce un metodo per scegliere. Ciò è fonte di insoddisfazione per coloro che suppongono che l'etica consista in un insieme di regole prescritte e che, una volta fornita l'informazione rilevante, un algoritmo o un computer forniranno la risposta. A questa immagine Raanon Gillon, pur proponendo un’etica medica basata sui quattro principi, preferisce sostituire quella del giocoliere. Quando dobbiamo conciliare principi opposti, siamo simili a un giocoliere che tenta di tenere molte palle in movimento. Come il giocoliere, dobbiamo fare il nostro meglio per migliorare la nostra abilità, che consiste nel far piroettare per aria il maggior numero di palle per il maggior tempo possibile, evitando che qualcuna cada per terra (Gillon, 1994). Sappiamo tuttavia che qualcuna inevitabilmente ci sfuggirà (e che gli spettatori circostanti additeranno quella caduta, non tutte le altra che continuano a rimanere in aria...).

Un approccio diverso è quello che troviamo in Malherbe, più in sintonia con la tradizione etica del continente europeo, dove l'etica ha prioritariamente una funzione critica e antiideologica. Nell'opera Il cittadino, il medico e l'AIDS, la crisi provocata dal diffondersi dell’epidemia viene messa in rapporto con tre ambiti: quello delle relazioni interpersonali, quello dell'etica medica e infine con la crisi sociale del soggetto contemporaneo, per l’irruzione dell'AIDS nel suo spazio simbolico. Per quanto riguarda la crisi dell'etica medica, Malherbe appunta le sue osservazioni critiche soprattutto sull'individualismo che caratterizza l’etica medica tradizionale, la quale non ha sviluppato un giusto bilanciamento tra i diritti dell’individuo e il bene pubblico. A suo avviso, la confidenzialità e la solidarietà pubblica

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appaiono come due pilastri di uno stesso imperativo etico, in un ripensamento dell'etica della comunicazione.

Anche le indicazioni di Malherbe, tuttavia, si rivelano poco conclusive quando si tratta di aiutare l'operatore sanitario a uscire dal conflitto nel caso specifico di un'informazione confidenziale, che porterebbe beneficio a una terza persona. Riportiamo il suo testo più esplicito al proposito:

Il problema più delicato è di sapere cosa fare quando il paziente rifiuta che venga informata una terza persona legittimamente interessata. In linea di principio il medico non deve scavalcare la volontà del paziente. Per quanto riguarda le istituzioni, la cosa non fa eccezione. Per quanto riguarda le persone, non si può escludere che il medico sia preso da un conflitto di doveri e che, dopo aver fatto ricorso a tutta la sua capacità di persuasione, ritenga di dover scegliere il comportamento che implichi le conseguenze meno dannose. Ci sembra tuttavia che queste conseguenze debbano essere rigorosamente soppesate prima di prendere una decisione. Difatti, un medico che sia a conoscenza di un grave rischio a proposito del quale è interrogato da una persona che possa addurre un interesse legittimo (cioè in questo caso una persona che corra il rischio a causa dei suoi rapporti con il paziente sieropositivo), malgrado il suo dovere di proteggere questa persona, non ha il diritto di comunicarle un’informazione ottenuta sotto il vincolo del segreto e che la fiducia del suo primo paziente gli impone di mantenere riservata. Certamente, il medico così preso tra l'incudine e il martello dei suoi due doveri contraddittori si troverà in una situazione molto scomoda. Ma questo non l'autorizza a sacrificare un principio essenziale della democrazia a favore dell'interesse del suo secondo paziente né, a maggior ragione, per sua comodità personale. Ma prima di optare per il male minore, farà il possibile per persuadere il suo primo paziente a informare il suo partner (Malherbe, 1991, pp. 86 sgg.).

L'indicazione di privilegiare il dialogo sulla coercizione e la persuasione sulla denuncia è facilmente condivisibile. Rimane tuttavia difficile vedere in quale concreta direzione orienti la scelta del male minore.

Una indicazione più precisa ci è offerta dall'approccio alla bioetica dei princìpi proposto da Diego Gracia. Secondo lo studioso spagnolo, i quattro principi individuati dalla riflessione anglosassone ― non-maleficità ("Primum non nocere”), beneficità, autonomia e giustizia ― configurano obblighi diversi del sanitario nei confronti del paziente. Il primo dovere, assolutamente fondamentale, è quello di non recare detrimento al malato. La scuola ippocratica l'ha formulato come "Primum non nocere”. La non-maleficità ha a che vedere con il principio generale che tutti gli esseri umani devono essere trattati con

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uguale considerazione e rispetto. Per questo non dipende direttamente dalla volontà delle persone. Non possiamo fare del male a qualcuno, neanche se è lui stesso che ce lo chiede! Anche il principio della giustizia obbliga allo stesso modo. Sul piano sociale si commette un'ingiustizia quando le persone non vengono trattate con uguale considerazione e rispetto, qualunque siano le loro preferenze soggettive.

Se non è lecito fare del male a qualcuno o trattarlo ingiustamente, indipendentemente dalla sua volontà, lo stesso non può dirsi riguardo all'obbligo morale di fare il suo bene (principio di beneficità). Il bene va sempre riferito alla situazione concreta di una persona, a ciò che nella sua valutazione corrisponde a un valore: non si può fare del bene a un altro contro la sua volontà, benché siamo obbligati a non fargli del male anche se, per assurdo lo desiderasse. La beneficità dipende sempre dal sistema di valori che è proprio di una persona e ha perciò un carattere più soggettivo che oggettivo. L'autonomia della persona è il limite invalicabile posto alla tutela di questo bene.

Nel sistema bioetico di Diego Gracia i quattro principi vengono così posti su due livelli gerarchici: uno più fondamentale dove l’azione è diretta dai principi di non-maleficità e di giustizia, e un altro, che potremmo chiamare di secondo livello, ispirato alla beneficità e controllato dalla autonomia dell'individuo. Il primo corrisponde all'etica del minimo, alla quale siamo obbligati per forza superiore, mentre il secondo ― letica del massimo ― dipende dal sistema di valori personale, dagli ideali di perfezione e felicità che abbiamo fatto nostri. Una è l'etica del dovere, l'altra è l'etica della felicità.

Il sistema è stato sviluppato da Gracia per rispondere a problemi molto generali posti dall’etica medica della nostra società. Esso tuttavia svolge un utile funzione di orientamento anche nei confronti del problema contingente ― il segreto nel rapporto con il paziente sieropositivo ― di cui ci stiamo occupando. Quando il paziente fosse indotto a dare la preferenza ai propri interessi, formulati in modo da accaparrarsi il beneficio delle cure mediche, ma vincolando il sanitario al segreto, per non recare detrimento all'immagine che il .malato stesso ha in seno alla famiglia o al gruppo sociale, non può invocare a tutela delle sue scelte il principio di autonomia.

Qualora l'autodeterminazione confligga con i principi di non-maleficità e di giustizia, deve cedere a questi che si collocano a

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un livello gerarchico più fondamentale. In altre parole, il sanitario non deve temere se, facendo entrare nella costruzione storica dell'etica medica il principio dell'autonomia personale, il suo ruolo sia derubricato a quello di mero esecutore della volontà del paziente. Al contrario, il sanitario può e deve attestarsi nella difesa del minimo morale, che corrisponde ai comportamenti che si misurano con i principi di non-maleficità (in questo caso il detrimento alla salute, anzi alla vita stessa di persone esposte inconsapevolmente ai comportamenti di sieropositivi irresponsabili e di giustizia (tutti meritano uguale considerazione e rispetto: non solo il paziente tutelato dal segreto medico, ma anche le persone che si collocano al di fuori dell’alleanza terapeutica).

Possiamo rendere visivamente più perspicua questa impostazione immaginando che tra la regolamentazione del comportamento medico propria della lunga stagione dell'etica medica e quella nata con l'emergere della bioetica ― la prima quale espressione del paternalismo medico, la seconda prodotta dall'ingresso in medicina dai valori dell’autodeterminazione delle persone, che sono propri dell'epoca moderna ― si crei un campo di tensioni feconde, che sono oggetto di una continua contrattazione. L’etica medica, guidata dall'ideale che consiste nel procurare il maggior beneficio possibile al paziente, non aveva altro vincolo che ciò che il medico (in scienza e coscienza) riteneva benefico per il malato. Con la bioetica lo scenario della relazione terapeutica si è modificato. Sono entrate a pieno diritto le preferenze del paziente, che fanno riferimento al suo universo morale, ai suoi valori e al suo modo di intendere la vita.

Ciò non vuol dire che ci muoviamo sempre a grandi altezze... Come dimostrano i casi che suscitano tanta perplessità morale nei sanitari, i valori di pazienti che preferiscono mettere a repentaglio la vita del proprio coniuge piuttosto che compromettere la propria rispettabilità, si collocano ben al di sotto dei valori minimi della decenza morale. Ma proprio questa complessità, dovuta all’irrompere in medicina degli universi morali soggettivi, porta a valorizzare la partecipazione attiva della coscienza morale del sanitario. Tra chi offre cure e assistenza ― medico, infermiere, psicologo, assistente sociale ― e chi ne beneficia si apre uno spazio di contrattazione. La soggettività del paziente con i suoi valori e disvalori attiva la soggettività

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del sanitario. Questi può far valere le proprie condizioni per prestare assistenza, senza che ciò possa essere qualificato come un'espressione di arroganza che deriva dal potere. La difesa dell’etica del minimo, al di sotto della quale si diventa complici della sopraffazione, può essere una delle condizioni per accettare l'alleanza terapeutica con il malato.

BIBLIOGRAFIA

Beauchamp T., Childress J., Principles of biomedical ethics, Oxford University Press, New Jork-Oxford 1979.

Gillon R., "Medical ethics: four principles plus attention to scope", British Medical Journal, 309, 1994, pp. 184-188.

Gracia D., Fondamenti di bioetica, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1993.

Malherbe J.-F., Zorilla S. Spinsanti., Il cittadino, il medico e l'AIDS, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1991.

Muller D. Balavoine J.-F., SIDA: le secret médical menacé, Folia Bioethica, Genève 1991

Spinsanti S., Pappalepore V., Dall'educazione sanitaria al consenso informato, Mediamix, Milano 1996.

Veatch R., A theory of medical ethics, Basic Books, New York 1981.

La decisione cardiochirurgica: aspetti etici

Book Cover: La decisione cardiochirurgica: aspetti etici
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

LA DECISIONE CARDIOCHIRURGICA: ASPETTI ETICI

in Cuore e Salute

anno V, n. 2-3, maggio 1987, pp. 10-14

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La “in-decisione” come momento etico

A una prima considerazione, l’intervento di una riflessione etica nella decisione cardiochirurgica relativa alle patologie della prima infanzia può sembrare pleonastico; può essere addirittura recepito con fastidio, come un’intrusione indebita, dallo specialista medico: non è egli già in possesso di tutti gli elementi tecnici per valutare la situazione e prendere la decisione più appropriata? Per una decisione cardiochirurgica è veramente necessario il contributo di un filosofo etico o di un moralista che si ispiri a principi e valori religiosi?

Il punto di intersezione tra la prassi medica del cardiochirurgo e l’istanza etica è costituito precisamente dalla “decisione”. Questa è un atto umano che, pur derivando essenzialmente dalla volontà, presuppone la considerazione attenta di tutti gli elementi conoscitivi che rendono l’azione legittima e giustificata. A questo fine la decisione ― qualunque essa sia: di intervento o di astensione dall’intervento stesso ― deve necessariamente comprendere una dimensione di indecisione”. Non intendo, ovviamente, l'indecisione di natura psicologica, che è piuttosto un’espressione di irrisolutezza.

Chi agisce a un livello tecnico come quello chirurgico non può essere un “indeciso”: non è concepibile un’esitazione con il bisturi laser in mano... L’“in-decisione” che ha rilevanza per l’etica è piuttosto quella dimensione dell’azione che scaturisce dalla valutazione di tutti gli aspetti della realtà sulla quale si agisce: quelli umani come quelli tecnici, la modalità di intervento come il fine che ci si propone, le conseguenze non meno degli obiettivi, la salute in senso somatico insieme a quella in senso psicologico, spirituale e sociale. È questa “in-decisione”, la cui caratteristica essenziale è il trattino ― pausa o intervallo nell’azione ― che si inserisce tra l’intenzione e l’esecuzione, che garantisce la qualità umana della decisione, la innerva di saggezza e la premunisce dal degradarsi in interventismo.

Un elemento importante che scandisce il tempo dell’“in-decisione” finalizzata a una decisione che abbia tutte le caratteristiche essenziali di un atto umano è la considerazione degli aspetti etici dell’azione medica. “Più veloce va il mondo, più forte è la tentazione dell’ignoto, e più dobbiamo saper prendere tempo: il tempo della misura che chiamerei il tempo dello scambio e della riflessione, cioè il tempo della morale”. Non è a un “moralista” di professione che risale

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quest’affermazione, bensì a François Mitterand, il presidente della Repubblica francese, in occasione di un’assemblea (Parigi, 6-7 dicembre 1984) dedicata al bilancio di un anno di lavoro del “Comitato nazionale di etica per le scienze della vita e della salute”, da lui stesso istituito.

La riflessione finalizzata alla giusta decisione medica ha diversi aspetti, che non si esauriscono nella domanda della fattibilità tecnica. Il medico responsabile si interrogherà sugli aspetti medico-legali della sua azione. Mettersi al riparo dalla giustizia o dalle possibili citazioni in giudizio per la rifusione dei danni è una preoccupazione comprensibile e più che legittima. Anche la deontologia professionale, che trova la sua espressione più obbligante nel Codice deontologico pubblicato dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, fornisce utili indicazioni per il comportamento “corretto”, secondo le finalità che la professione persegue e lo spirito che la deve animare.

La normatività legale e quella deontologica, tuttavia, non esauriscono il campo delle considerazioni che devono essere fatte affinché la decisione ― nel caso specifico, quella di operare nelle cardiopatie della prima infanzia ― abbia tutto lo spessore che le compete. Il medico che deve prendere una decisione di questo genere non può esimersi dal valutarne anche gli aspetti etici, vale a dire quelli connessi con la questione del bene e del male rispetto ai valori ai quali si aderisce.

Il trattamento di bambini che nascono con gravi malformazioni presenta oggi dei dilemmi tra i più angoscianti nell’ambito dell’intera etica bio-medica. Il problema confina con le questioni etiche relative all’aborto e all’eutanasia; ciò che permette di circoscriverlo è il fatto che il nodo dei conflitti si concentra intorno a un bambino già nato, la cui vita dipende esclusivamente dall’intervento medico. La protezione e il sostegno della vita sono sempre e assolutamente giustificati? Si può identificare un punto in cui possono rivolgersi contro il migliore interesse di colui a cui sono rivolti, diventando disumani? Il diritto alla vita è anche obbligo alla vita, in qualsiasi condizione? Tra i principi etici a cui la nostra società si ispira e gli interessi in conflitto, è possibile trovare un orientamento di soluzione?

La novità dei dilemmi etici neonatali

È opportuno cogliere in primo luogo la novità di questa problematica. Fino a un passato molto recente, la situazione dei bambini che nascevano con gravi malformazioni si

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risolveva molto rapidamente con la morte.

In futuro, siamo autorizzati a credere, i progressi della medicina potranno offrire trattamenti efficaci e risolutivi, addirittura prima che il bambino nasca, con terapie intrauterine. Ma nella fase intermedia, in cui ci troviamo, la presente situazione sanitaria pone dilemmi angosciosi ai genitori, ai medici, alla società civile.

Molti neonati malformati possono, grazie a un’attenzione chirurgica o medica di routine, rimanere in vita. Sopravviveranno magari per lunghi periodi, ma gravemente handicappati nel loro potenziale di soddisfazione umana e di comunicazione. Pensiamo ai casi di malformazioni aperte della colonna vertebrale (“spina bifida”), in seguito alle quali i bambini non saranno mai in grado di camminare o di controllare la vescica e l’intestino.

Oppure ai neonati che, per lesioni cerebrali da mancata ossigenazione o da emorragia, saranno completamente spastici, incapaci persino di muoversi nel letto. Oppure agli affetti da grave idrocefalo, con conseguenza di ritardi mentali profondi e cecità. In certi casi è possibile essere assolutamente certi dell’esito infausto; in altri, invece, la prognosi è incerta. Inoltre coloro che soffrono di menomazioni usufruiranno dei benefici della medicina che prolungheranno loro la vita. È appurato, ad esempio, che tra i bambini mongoloidi affetti da un difetto cardiaco, che resistano già con gli antibiotici ad affezioni un tempo mortali, uno su tre vedrà il proprio cuore corretto da un bisturi chirurgico.

La morale pubblica ufficiale ― quella rappresentata dalle leggi, dai codici deontologici medici, dalle posizioni morali religiose ― afferma il principio della difesa della vita e inorridisce di fronte all’ipotesi spartana di lasciare morire i non adatti. Ma se si passa da ciò che si predica a ciò che si pratica, la divaricazione è notevole. È vero che sono pochi i casi in cui positivamente si decide di sopprimere un neonato o di lasciarlo morire con un procedimento di eutanasia passiva; tuttavia sempre più raramente l’assunzione del compito di far crescere un handicappato fisico o psichico profondo è considerata un valore. Socialmente prevale un atteggiamento contrassegnato dall’ipocrisia, per cui a una affermazione formale di tutela della vita, in tutte le sue forme, non fa assolutamente riscontro un efficace sostegno alle famiglie che si trovano schiacciate dai problemi dell’assistenza, abbandonate in una società in cui dominano incontrastati i modelli competitivi che non lasciano posto a chi si trova sotto lo standard, sprovviste di adeguati sussidi medico-pedagogici.

Perché queste gravi decisioni non siano lasciate solo al vortice dell’emotività, l’etica può fornire un utile contributo di riflessione. Un primo passo sarà quello di chiarire i principi etici e gli interessi che entrano in conflitto. La prassi medica, abitualmente guidata dal principio della “beneficialità”, che si traduce nell’impegno a conservare la vita e a vincere le malattie, si trova confrontata con la possibilità che la sua opera non sia un “beneficio” per l’interessato. Come ai tempi di Ippocrate, anche attualmente la prima regola della condotta medica è di non procurare del male: primum non nocere; ma oggi il “fare un danno” può essere più sottile che in passato; può addirittura passare attraverso il suo apparente contrario, cioè le tecnologie che salvano la vita.

Interessi in conflitto

La scelta etica non può prescindere, a questo punto, da una riflessione antropologica: qual è il meglio, e per chi? Qual è l’interesse del bambino, della sua famiglia, della società? Il migliore interesse del bambino sembra includere, a priori, la conservazione della vita. Ma questa certezza comincia a incrinarsi se si considera anche la sua futura qualità della vita, che comprende il benessere fisico, la capacità intellettuale e l’adattamento sociale. Se si vuole prendere in considerazione questa prospettiva, non si può più procedere aprioristicamente; bisogna piuttosto considerare in modo differenziato le diverse categorie di deficit che si presentano alla nascita.

Due sono le principali variabili: la qualità della vita mentale associata all’handicap fisico e la speranza di vita. Completamente

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diverso appare, per esempio, il profilo di un caso con difetto fisico in condizioni statiche (come cecità, deformità, ecc.) associato a intelligenza normale, e quello di condizioni fisiche progressive, non trattabili, associate a ritardo mentale. In questo caso il vigore della lotta contro l’inevitabile morte precoce non può essere paragonabile a quello richiesto da un’affezione fisica non progressiva. E ciò senza mettere in discussione il principio del valore di ogni vita umana.

Parlando degli interessi in conflitto, bisogna tener presenti le diverse parti in causa. Quando si prende una decisione “nell’interesse del paziente” ― in questo caso di un paziente che non è in grado di parlare per sé e di esprimere le sue preferenze ― si fa sempre un’opera di interpretazione. In pratica, equivale a domandarsi: se fosse in grado di esprimersi, il bambino che si trova in quelle condizioni chiederebbe l’impiego di sistemi artificiali di prolungamento della vita? Dicendo che la qualità della vita del bambino sarà tollerabile o intollerabile, noi proiettiamo di fatto la nostra esperienza. Questo processo ci può portare anche molto lontano dalla reale esperienza dell’interessato.

Rimane comunque l’angosciosa situazione di dover prendere delle decisioni che riguardano un’altra persona, quella del bambino, con il rischio che questi troverà la qualità della sua vita assolutamente inaccettabile. Si immagini la situazione che si crea nei casi di poliomielite acuta, quando si salva mediante il polmone di acciaio bambini i cui muscoli respiratori sono paralizzati, e che quindi per la loro esistenza dipenderanno perpetuamente da una macchina. Oppure l’incontinenza fecale persistente presso una adolescente che fu salvata alla nascita, ma il cui sfintere anale fu perduto nell’operazione di salvataggio... “E se un giorno ci maledicesse per averla fatta vivere?”, si domanderanno angosciosamente alcuni genitori.

L’interesse della famiglia è più difficile da esprimere. Ci può essere una vera resistenza ad ammettere che l’impegno ad assistere un bambino gravemente handicappato può essere sentito come un gravissimo peso rispetto agli altri figli, alla vita coniugale, alla situazione economica della famiglia. Dimostrerebbe, comunque, ben poca empatia chi ritenesse che, dal punto di vista dei genitori, non possono esistere seri motivi per negare il trattamento; oppure chi volesse colpevolizzare le famiglie per aver, magari con lo spirito straziato, preso una tale decisione.

Un vero dilemma sorge per il medico quando la famiglia, valutando che i propri interessi abbiano maggior perso degli interessi del neonato, abbia optato per il non trattamento.

Anche gli interessi della società non vanno minimizzati. È chiaro che la decisione dei medici e dei genitori sarà fortemente condizionata dalle risorse pubbliche disponibili per l’assistenza e l’educazione dei bambini handicappati. Se la società vede il proprio interesse esclusivamente nel favorire le forme di vita più adattate, secondo un giudizio di valore che privilegia l’efficienza e la produttività, l’interesse affettivo dei genitori a far vivere il proprio bambino, anche se handicappato, si scontrerà con le scelte sociali. Solo gli interessati possono valutare se hanno possibilità di reggere in confronto o se rischiano di soccombere in un conflitto impari. Con spirito realistico va ricordato che le risorse per l’assistenza a lungo termine sono scarse in tutto il mondo. Di fronte all’alternativa

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se impiegare le somme ingenti richieste dall’assistenza sul fronte della prevenzione della nascita di bambini malformati, la scelta di qualsiasi politica cadrà sulla seconda ipotesi.

A chi spetta la decisione?

Chi deve prendere la decisione se curare o lasciar morire un neonato gravemente malformato? Dal momento che il bambino non può decidere per se stesso, la decisione sulla sua vita spetta ad altri. Il medico ha più informazioni: sa, ad esempio, la qualità di vita che spetta a un bambino affetto da “spina bifida” o il decorso di una malattia a prognosi infausta. Nell’insieme i medici sono piuttosto inclini, per l’ethos professionale e per i possibili risvolti penali del non-trattamento, ad attenersi a una linea di intervento ad ogni costo. Dal momento che negare il trattamento è illegale (anche dare consigli o fare raccomandazioni ai genitori può esporre il medico a un processo con imputazione di concorso in omicidio), il medico è ostacolato nel seguire l’eventuale desiderio dei genitori che si rinunci a misure eccezionali per salvare la vita del figlio anormale.

I genitori sono raramente in grado di decidere serenamente. Lo shock, insieme a sentimenti di colpa, vergogna e collera, li paralizza; tendono ad affidarsi al medico, pur sapendo che le conseguenze maggiori del trattamento o della sua omissione ricadranno su di loro. Nei paesi anglosassoni si fa talvolta ricorso in questi casi ai comitati etici.

Senza pretendere che questi costituiscano un’istanza etica superiore, alla quale medici e genitori possano, deresponsabilizzandosi, demandare le decisioni, non si può negare che tale organo può apportare un punto di vista più imparziale e offrire un servizio a coloro a cui spetta il peso della decisione. Un altro espediente è quello di nominare un difensore che rappresenti gli interessi del bambino nelle discussioni tra genitori e medico. Anche questo sistema può essere utile, purché non comprometta il rapporto tra medico e genitori, che deve basarsi sulla riservatezza e la fiducia. Il ricorso a terzi, tuttavia, dovrebbe avere sempre il carattere di consulenza. In ultima istanza, la decisione deve provenire dalla diade medico-genitori, chiamata a decidere, caso per caso, che cosa si deve fare e che cosa è opportuno omettere.

Qualora la decisione di non sottoporre a trattamento un neonato malformato sembri la più appropriata, subentrano i problemi etici connessi con l’eutanasia. Anche se si valuta il non-trattamento come equivalente a un atto di eutanasia passiva e non attiva, sarà molto difficile giustificare gli sforzi fatti per mantenere in vita un neonato che si è deciso di lasciar morire; porre fine direttamente alla vita, evitando sofferenze inutili, sembrerà facilmente la soluzione più umana all’interno di una scelta, secondo altri parametri legali ed etici, va considerata disumana: probabilmente, “la scelta migliore fra scelte peggiori”. Sapendo, tuttavia, che in questo caso agire come si ritiene corretto secondo coscienza vuol dire andare contro la legge ed essere esposti ai suoi rigori.

Aspetti etici della relazione medico-paziente

Book Cover: Aspetti etici della relazione medico-paziente
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

ASPETTI ETICI DELLA RELAZIONE MEDICO-PAZIENTE

in Dimensione SNAMID

anno VI, n. 19, giugno-luglio 2000, pp. 20-26

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Stagioni dell’etica in medicina

Dall’etica ci aspettiamo che sappia identificare il comportamento ideale rispetto ai valori condivisi (il comportamento buono, corretto, giusto...) e che fornisca la spinta motivazionale che induce a tradurlo in atto. Ciò vale per l’assistenza sanitaria, non meno che per altre attività umane. Meno attenzione dedichiamo generalmente al fatto che l’etica stessa in medicina è soggetta a cambiamenti. La nostra idea di ciò che corrisponde a buona o cattiva medicina è cambiata, così come sono cambiate le nostre attese nei confronti di un ospedale o del servizio sanitario pubblico. Più precisamente, possiamo dire che ci troviamo presi in un processo storico che ha visto il susseguirsi di almeno tre grandi modelli di buona medicina, ognuno dei quali prospetta in modo coerente come si devono comportare i diversi protagonisti

STAGIONI DELL'ETICA IN MEDICINA

Epoca premoderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca postmoderna

Etica

dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento

porta

maggior beneficio

al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato nei

suoi valori e

nell’autonomia

delle sue scelte

Quale trattamento

ottimizza l’uso delle

risorse e produce un

paziente/cliente

soddisfatto?

L’ideale

medico

Paternalismo benevolo

Autorità

democraticamente condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship (fornitore di servizi-cliente)

Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

Chi prende

le decisioni

Il medico,

in "scienza e coscienza

Il medico e il malato

insieme:

decisione consensuale

La direzione aziendale

insieme ai dirigenti

delle unità operative

(negoziazione)

Principio

guida

Beneficità

Autonomia

Giustizia

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del sistema delle cure: i medici, i malati, le varie professioni sanitarie, la società nel suo insieme. Ogni modello che si sussegue nel tempo ci obbliga a ripensare ogni volta la medicina intera sotto una diversa luce di qualità. In modo sintetico, possiamo dire che i tre modelli rappresentano tre diverse stagioni dell’etica in medicina.

Per illustrare i cambiamenti di tutto ciò che associamo all’idea di “buona” medicina, ci serviremo di uno schema. Ogni schema, introduce una certa semplificazione nella realtà delle cose, ma ha il vantaggio di concentrare l’attenzione sui punti nevralgici del cambiamento.

Il primo modello presentato dallo schema può essere chiamato pre-moderno. Ha caratteristiche di grande antichità e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, in quanto in occidente risale almeno a Ippocrate. Ma anche la sua forza è notevole, in quanto non esiste in tutta la tradizione occidentale un modello culturale che abbia resistito tanto a lungo. L’occidente ha cambiato una quantità di cose nell’organizzazione sociale ― l’economia, la famiglia, la religione, il diritto, la politica ― dall’antichità greco-romana a oggi. La medicina stessa si è profondamente modificata nel corso del tempo, sia nei modelli teorici che nel modo di fornire aiuto ai malati.

Tra il medico seguace di Galeno ― che interpreta le malattie secondo la teoria degli umori ― il medico scienziato dell’ottocento ― che ricorre al metodo della scienza sperimentale per spiegare come funziona l’organismo sano o malato ― e il medico della nostra epoca ― che è capace di ricondurre le malattie a un difetto del corredo genetico ed è in grado di prevederne l’insorgenza con anni di anticipo ― le differenze sono enormi. La stessa cosa si può dire riguardo al ricorso di salassi, ai vaccini e all’ingegneria genetica. La diversità tra questi mezzi terapeutici, quanto a efficacia ed efficienza, è incolmabile.

Per l’etica, invece, non è avvenuto così. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli. Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall’epoca di Ippocrate fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

Ci possiamo riferire a quest’epoca come alla stagione pre-moderna dell’etica in medicina. Sinteticamente la denominiamo etica medica. L’aggettivo è giustificato. L’etica a cui ci riferiamo, infatti, è sostanzialmente l’etica “del medico”. È il medico che la determina e la professione medica che se ne fa garante. In questa etica sono prescritti comportamenti per i malati, per i familiari, per le professioni che collaborano con il medico; tutti svolgono, tuttavia, funzioni subordinate e sono chiamati a modellarsi sulle richieste che provengono dai medici, i quali hanno un ruolo decisivo nello stabilire che cosa sia buona medicina, sia in senso clinico che in senso etico. La qualifica di “paramedici” data a coloro che esercitano professioni sanitarie non mediche rispecchia bene questa situazione di centralità del medico. Anche l’etica dei non medici in questa stagione è un’etica “paramedica".

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell’epoca pre-moderna è: “Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?”. Troviamo questa preoccupazione già nel giuramento di Ippocrate, nella cosiddetta clausola terapeutica:

Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa.

Tutta l’azione del medico è diretta a procurare un beneficio al paziente, in quanto mira a risolvere i problemi posti dalla patologia. Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione: per il medico dell’antichità era la “dieta” (cioè il regime terapeutico che tendeva a ristabilire nella vita del malato l’equilibrio turbato); per il medico dei nostri giorni i trattamenti appropriati saranno gli antibiotici o i trapianti di organo. Qualunque sia la scienza di riferimento, il modello rimane tuttavia lo stesso: il medico si impegna a fare il bene del paziente.

Questa accentuazione è presente anche in altre tradizioni mediche che afferiscono al filone ippocratico. Pensiamo, ad esempio, alla medicina omeopatica. Il libro fondamentale di Samuel Hahnemann, l’Organon dell’arte di guarire, inizia con una frase programmatica, che circoscrive il dovere del medico in un perimetro molto preciso: il compito unico del medico è guarire presto, dolcemente, durevolmente. Tutto il resto dell’opera è dedicato al “come” ottenere la guarigione, vale a dire ai rimedi appropriati alle patologie:

Scopo principale e unico del medico è di rendere sani i malati, ossia di guarirli.

La guarigione ideale è la restaurazione rapida, dolce, duratura della salute, ossia la rimozione del male nella sua totalità nel modo più rapido, più sicuro e innocuo (Hahnemann, 1993, p. 15).

La prima frase compendia il

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fondamento etico di tutta l'impresa terapeutica, ricondotta alla volontà di procurare la guarigione del paziente. Finché un medico può rispondere alla domanda perché fa quello che fa dicendo che lo fa per il bene del paziente, sa che ha dietro di sé il sostegno dell’etica medica a legittimare il suo operato.

I principi fondamentali di questa etica, riconducibili all’imperativo di procurare un beneficio alla salute del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista: il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il suo impegno e tutta la dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa duplice guida è riassunta da una formuletta, molto amata e citata dai medici, quando rivendicano a se stessi l’obbligo di prendere le decisioni “in scienza e coscienza”. Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio della beneficence, ovvero di “beneficità”.

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all’atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare, è di diventare “paziente”, in tutti i significati del termine (anche in senso morale, in quanto la pazienza è la principale virtù che è chiamato ad esercitare). Il buon paziente è il paziente “osservante”. A lui si richiede di entrare nel trattamento mediante la compliance. Come affermava l’illustre spagnolo Gregorio Marañon. che ha rappresentato nella prima metà del secolo il permanere dell’ideale ippocratico: “Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire”.

In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all’opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine “alleanza” fa parte della tradizione religiosa. Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell’alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze.

Nell’alleanza religiosa si tratta del legame che si instaura tra la potenza della divinità, in quanto fonte della potenza che produce la salvezza, e la situazione di necessità propria del popolo che ha bisogno di redenzione. L’unione dei due mediante l’alleanza salva dalla condizione di bisogno (schiavitù, peccato ecc.). Analogamente, la guarigione in medicina, nel modello tradizionale, si ottiene mediante l’unione tra la scienza-coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza. Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia come medici che come pazienti. Soltanto quando diventiamo “moderni” il modello entra in crisi.

L'osservanza della prescrizione medica è la condizione essenziale perché l’alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Il contraente dell’alleanza, che è il malato, si deve affidare e accettare le condizioni che gli vengono poste per la guarigione; il medico, che concede l’alleanza, lo guida verso il suo proprio bene. Dai collaboratori del medico, in quanto “paramedici”, ci si attende che collaborino anche a indurre i malati a essere “osservanti". Questo modello riconduce la qualità etica dell’atto medico a un unico parametro: quello costituito da un vettore che visualizza la maggiore o minore rispondenza di ciò che si fa al paziente a ciò che gli porta un beneficio, in quanto è clinicamente indicato. Graficamente è rappresentato nella tabella a pag. 20.

I valori che indicano il beneficio da procurare al paziente sono rappresentati in maniera scalare per alludere al fatto che il bene procurato al paziente può essere maggiore o minore (e anche, nei casi estremi, nullo o addirittura costituire un fatto nocivo; per questo l’etica medica ippocratica ha messo come guardiano di tutto l’edificio costituito dai doveri del medico l’imperativo fondamentale: Primum non nocere).

La stagione della bioetica

Quando comincia l’epoca moderna? I manuali di filosofia e di storia generalmente fanno iniziare la modernità con l’Iluminismo, nel XVIII secolo. Ci dicono che nella cultura dell’occidente è avvenuto un cambiamento profondo, una di quelle fratture che hanno ripercussioni generalizzate su tutta la struttura dell’esistenza. L’Illuminismo ha progressivamente modificato l’insieme della vita politica e sociale; solo in un ambito non è entrato: in medicina.

Nei rapporti sociali che si stringono attorno a chi somministra e a chi riceve le cure sanitarie, l’epoca moderna non è incominciata fino a pochissimo tempo fa. Soltanto da una ventina di anni sono diventati visibili i segni di una frattura che indica

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che la medicina è entrata nell’epoca moderna. Di conseguenza, cambiano tutti i parametri che costituiscono il modello di buona medicina caratteristico dell’epoca pre-moderna.

Indichiamo la transizione come il passaggio dall’epoca dell’“etica medica” a quello della “bioetica”.

Lo schema al quale ci stiamo riferendo ci aiuta a mettere delle parole chiave attorno a questi cambiamenti. Lo scopo generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se tratta il malato da adulto, rispettandolo nei suoi valori e nell’autonomia delle sue scelte. Nell’epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di autodeterminare le proprie scelte.

L’autonomia della persona è fondamentale nell’epoca moderna. Così lo ha espresso Immanuel Kant nel famoso saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? L’Illuminismo comincia quando si decide di uscire dallo stato di minorità dovuta all’uomo stesso, intendendo per minorità “l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro”. Il primo paragrafo dello scritto, che sintetizza il programma di vita dell’uomo moderno, termina con l’esortazione : “Sapere aude”: abbi il coraggio di servirti dell’intelletto come guida. L’epoca moderna comincia in medicina quando il programma generale dell’emancipazione si estende anche a quella “minorità non dovuta” che vige tra il medico e il paziente.

Il malato dell’epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello secondo cui nella medicina tradizionale il malato è per definizione uno che non può determinare da solo i fini e i mezzi per conseguirli. Riconosciamo l’influenza di concezioni antiche, come quelle che ha espresso Aristotele quando ha affermato che il malato, proprio per la sua condizione, non è capace di dare giudizi razionali, in quanto è turbato dalle passioni, come ad esempio la paura per la propria vita; nello stato di malattia deve quindi subentrare la struttura paternalistica di contenimento: qualcun altro prende le decisioni per il bene del malato, dal momento che questi non lo può fare. Dire che la medicina entra nell’epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione questo paradigma profondo, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (le scelte di queste ultime essendo determinate dalle prime).

Nell’epoca moderna i valori del malato, intesi come quadro di riferimento che guida l’autonomia delle sue scelte, diventano un momento fondamentale di un’attività sanitaria eticamente giustificabile. La potente ed efficace medicina che la scienza, abbinata alla tecnologia, ci mette oggi a disposizione si apre su scenari diversi. L’arsenale medico è potente e vario, e ci mette di fronte ad alternative create dai valori soggettivi. A seconda del concetto soggettivo di buona vita ― ovvero di ciò che vogliamo fare della nostra vita ― un intervento medico può essere appropriato o no.

Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere alla domanda: “Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?”. Non basta stabilire ― per esempio ― che l’atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i suoi valori e le sue decisioni, non possiamo giustificare eticamente l’intervento, anche se è rivolto a tutelare il bene della salute o della vita stessa. L’autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente) diventa un criterio di qualità. L’intervento sanitario non può essere più deciso unilateralmente dal medico che si basa sul sapere della sua professione, ma deve essere individuato insieme al paziente, spesso con un faticoso processo di contrattazione.

Superato il paternalismo benevolo, l’ideale medico in questo modello diventa un’autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il consenso informato, secondo la terza delle diverse accezioni che abbiamo esaminato precedentemente. L’idea di qualità dell’atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l’intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, vale a dire il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano. Questa specificazione ci permette di dissociarci dall’uso del consenso informato che si va diffondendo anche in Italia, concepito per lo più in funzione difensiva del medico, non finalizzato a promuovere l’autonomia del paziente.

Nella prospettiva che abbiamo adottato, il paziente non ha più solo diritti ma anche dei doveri. La sua posizione non è solo di privilegio, ma anche di scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo

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decisionale. Non possiamo escludere che talvolta il paziente potrebbe preferire piuttosto di delegare la decisione e di demandarla al medico (“Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!”). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di essere un “buon paziente”. Per diventarlo non basta che si limiti a non far storie, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il buon paziente ha anche un compito etico: deve accettare il coinvolgimento nelle scelte che lo riguardano, condividendo l’orizzonte di incertezza che è proprio delle decisioni cliniche. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

Il termine “utente” può suscitare delle associazioni che sembrano fuori luogo in sanità. Per ricondurlo entro l’ambito appropriato, basta pensare al senso etimologico della parola. L’utente è colui che “usa” la competenza del medico; in quanto utente, ha il dovere di usarla bene, responsabilmente, per fare insieme al professionista le scelte appropriate.

L’idea di qualità, dunque, include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica, che usiamo per designare questo modello di qualità dell’atto medico, è un neologismo, adatto a un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina appropriata per la stagione dell’etica in medicina che abbiamo chiamato “moderna” (non nel senso di maggiore attualità, ma con riferimento alla modificazione culturale promossa dalla cultura del liberalismo).

Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell’ambito dell’etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell’accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, insieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell’ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica entra la società, l’etica civile, l’accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli “stranieri morali”.

Questo modello di qualità, che nella nostra cultura non abbiamo nemmeno ben cominciato ad articolare, si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Si avverte che è necessario accrescere le conoscenze e mobilitare tutte le energie concettuali e morali, al fine di entrare in questo modello. Tanto i professionisti della sanità quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale; spostandosi da un modello all’altro i valori si modificano, tanto che possiamo affermare che stiamo assistendo all’inaugurazione di una nuova epoca della qualità e dell’etica nella medicina.

Per evitare facili equivoci e smantellare almeno alcune riserve ― quelle che nascono dal timore che si intenda dell’etica medica tradizionale ― è necessario sottolineare che i due modelli non sono diacronici, ma sincronici. In altre parole, non si susseguono nel tempo, sostituendo con il modello moderno i valori tradizionali, ma sono chiamati a convivere. Le scelte in medicina si collocano su un piano a due dimensioni: la contrattazione tra l’indicazione clinica e le preferenze del paziente.

Quando la sanità si organizza come un’azienda di servizi

Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l'epoca post-moderna. Ci stiamo muovendo, infatti, secondo quanto prescrivono sia lo spirito che la lettera della più recente riforma sanitaria, verso l’introduzione dello “stile azienda” in sanità. Il modello di qualità comporta un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente possiamo dire che non solo deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un “cliente”. Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con il riordino del Servizio sanitario nazionale e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la sopravvivenza dell’azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all’altra, porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell’azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un’altra struttura, l’azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell’azienda.

Il modello di qualità postmoderno comporta delle variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti entro cui si svolge l’azione sanitaria. Innanzi tutto l’interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia delle responsabilità nelle scelte

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ruoterà intorno a elementi della qualità di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l’uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell’interrogativo etico viene modificata.

Nell’etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l’azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione o lenisce i sintomi dolorosi); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se l’azione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure; la nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l’azione sia appropriata rispetto ai fini da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l’equità sociale, sia l’acquisizione di un atteggiamento che abbini la soddisfazione del cittadino/cliente con l’attenzione agli interessi dell’azienda.

La qualità, che include il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli precedenti, ma integrarsi con essi. La “buona” medicina è sempre quella che ― per rifarci alla formulazione incisiva di Hahnemann ― deve mirare a guarire in maniera rapida, efficace e duratura. Questo continua a essere l’obiettivo della medicina e il criterio con cui valutare la sua qualità; tuttavia ma non è più sufficiente: la medicina per essere buona deve anche preoccuparsi di essere “giusta”, rispettando i diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono, nell’ottica dell’organizzazione efficiente della sanità, anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell’orizzonte della giustizia, in considerazione dell’accesso ai servizi e dell’equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina, quella dotata di qualità, è quella che nasce dall’integrazione cumulativa delle esigenze che nascono dall'etica medica, da quelle della bioetica e delle esigenze, infine, di quella nuova stagione dell’etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell’economia, e che possiamo chiamare etica dell’organizzazione. Per la precisione, da tutt’e tre contemporaneamente. Le stagioni dell’etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell’assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze contemporanee e contestuali.

La modernità, con l’introduzione dell’autonomia del paziente, ha introdotto un altro parametro, indicato nello schema come asse delle preferenze. La buona scelta medica dovrà tener conto temporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che il malato ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che non di rado produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze; o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungerne una terza, così che la decisione clinica ci appare collocata in uno spazio tridimensionale. Dobbiamo considerare, infatti, anche l’appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell’appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una “contrattazione” molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l’indicazione clinica (il bene del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il consenso informato) e infine l’appropriatezza sociale. L’assistenza sanitaria, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare ai requisiti di scientificità, ci appare più che mai un’arte.

L’ideale medico dell’epoca post-moderna è una leadership morale. Il modello paternalista non funziona più là dove si assume lo stile dell’azienda post-moderna: è necessario dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la vision, cioè la visione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell’équipe.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato; ma bisogna subito aggiungere che il nostro obiettivo non è il cliente in qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì il cliente giustamente soddisfatto. Considereremo più sotto quali elementi caratterizzano la giusta soddisfazione, differenziandola da quella ingiusta. Il buon rapporto è la stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio, in un raffronto costante con la qualità offerta da altri erogatori (bench-marking).