Il medico e il paziente, una relazione complessa

Book Cover: Il medico e il paziente, una relazione complessa
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti - Vito Pappalepore

IL MEDICO E IL PAZIENTE, UNA RELAZIONE COMPLESSA

Dall'educazione sanitaria al consenso informato

Presentazione di Antonio Panti

Mediamix Edizioni Scientifiche, Milano 1995

pp. 220

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INDICE

pg

9      Presentazione

13    Autori

PARTE GENERALE

IL CONSENSO INFORMATO NELLA SOCIETÀ MODERNA

19     I - Cosa si intende per “consenso informato”

19          Introduzione

21          La ricerca biomedica con soggetti umani

25          Trattamenti invasivi e procedure potenzialmente pericolose

27          Il coinvolgimento del paziente nelle scelte terapeutiche

31    II - La normativa

31          La “Legge dell’autodeterminazione” (USA, 1991)

34          Il consenso informato nella legislazione italiana

37          “Informazione e consenso all’atto medico” (Comitato nazionale per la bioetica, 1992)

40         Codici deontologici dei medici italiani (1978, 1989, 1995)

44         Leggi di riordino della disciplina in materia sanitaria

45         Parlamento europeo

49   III - Consenso informato e bioetica

49         L'evoluzione dell’etica in medicina

49            L’etica medica come etica dei medici

53            La stagione della bioetica

56            L’ospedale come azienda di servizi

60        Consenso informato e buona medicina

60           L’ “alleanza terapeutica”

62           Terapie e diritti della persona

67           La responsabilità per la propria salute

72           I limiti alle terapie: problemi antropologici ed etici

76          Il paziente è “un cliente che ha sempre ragione”?

81   IV - Consenso informato tra comunicazione e informazione

81          Comunicare senza informare

86          Informare senza comunicare

89         Come utilizzare il consenso scritto

93    Epilogo - Tra medico e paziente, nuovi diritti, nuovi doveri

93    Riferimenti bibliografici

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PARTE SPECIALE

IL CONSENSO NELLA PRATICA CLINICA

Vito Pappalepore

V - Apparato cardiovascolare

103    1. Cardiopatia ischemica

107    2. Ipertensione arteriosa

111    3. Scompenso cardiaco

115    4. Varici

VI - Apparato respiratorio

121    5. Bronchite cronica ed enfisema polmonare

125    6. Asma e rinite allergici

129    7. Malattie infettive delle vie respiratorie

VII - Apparato osteoarticolare

135    8. Mal di schiena

139    9. Artrosi

VIII - Apparato digerente

145    10. Ulcera gastroduodenale

149    11. Ernia iatale e reflusso gastro-esofageo

153    12. Epatite acuta e cronica, cirrosi epatica

157    13. Colelitiasi

IX Apparato urogenitale

163    14. Ipertrofia prostatica

167    15. Carcinoma della prostata

171    16. Prostatiti

175    17. Nefrolitiasi

X - Apparato genitale femminile

181    18. Contraccezione

185    19. Menopausa

189    20. Diagnostica strumentale in ginecologia e ostetricia

193    21. Infezioni ginecologiche

XI Sistema nervoso

199    22. Depressione

203    23. Cefalea

Metabolismo

209    24. Obesità

213    25. Diabete mellito

217    26. Dislipidemia

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PRESENTAZIONE

Forse qualche medico di medicina generale pensa ancora, o è tentato di pensare, che il problema del consenso informato, che sta diventando uno dei temi più impegnativi nella revisione odierna del rapporto tra medico e paziente, sia esterno o almeno ininfluente sul suo agire quotidiano.

Il consenso informato è infatti invocato nella ricerca clinica che utilizza soggetti umani e, sempre di più, quando si eseguono procedure che comportano rischi per il paziente e, di conseguenza, anche per il medico. Un rischio di diversa natura ma di quasi identica frequenza, o forse, di questi tempi, quasi più probabile per il medico, è la cosiddetta “malpractice”: il paziente rischia danni o, talora, la vita; il medico rischia denunce civili e penali. Il medico deve imparare meglio a tutelarsi, perché la pratica del consenso informato soltanto marginalmente ha un siffatto valore.

Ma tutto ciò non è ancora troppo lontano dalla pratica del medico di medicina generale?

Non lo credo affatto. Il medico di medicina generale non può sottrarsi a quel cambiamento di fondo che Sandro Spinsanti descrive come “l'entrata della medicina nella modernità”. Ciò significa un diverso rapporto col paziente, divenuto cittadino e soggetto di diritti, all'interno di una cultura complessiva che ha cominciato a coniugare le cure con i precetti costituzionali, abbandonando la carità per la giustizia e la filantropia per la solidarietà.

Il medico di medicina generale, ancor più dello specialista, è nella condizione ideale per vivere, recepire e condividere tali mutamenti.

“L'aria della città rende liberi”, si declamava all'inizio dell'epoca che, con l’inurbamento e la fine (a volte più presunta che reale) del paternalismo e della sudditanza, ha favorito la nascita di nuovi rapporti sociali. Ora l'aria della “cittadinanza” circola anche nella sanità, per quanto a fatica o talora con qualche intralcio o incomprensione.

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Un'aria siffatta si insinua persino negli studi dei medici di famiglia. E sono proprio i cittadini nel ruolo di malati, consapevoli dei loro doveri, propensi a ricorrere alla medicina quasi come a una panacea del benessere, e poco disposti ad adottare stili di vita sani, sono ormai questi i pazienti che quotidianamente affollano gli studi dei medici di medicina generale.

Il medico di medicina generale, nella sua posizione di tramite rispetto alla medicina di livello specialistico, tanto sofisticata sul piano tecnologico quanto fredda sul piano umano, occupa un posto strategico rispetto a un consenso informato che si colloca quasi come il paradigma di una medicina inscritta nell'orizzonte del moderno concetto di persona.

Anche se le procedure di traduzione pratica dell'informazione data al malato e di raccolta del consenso, scritto o verbale che sia, poco coinvolgono il medico di medicina generale perché attengono all'attività specialistica, tuttavia ben sappiamo come il vero, concreto consenso informato si avvia nel suo studio, nel rapporto che egli instaura col paziente. Anzi, allo specialista che oggi, volente o nolente, non può sottrarsi dall'introdurre sistematicamente il consenso informato nella sua pratica diagnostica e terapeutica, il medico di medicina generale può apportare un notevole contributo: quello della sua frequentazione quotidiana col paziente di oggi e quello della sua relazione fiduciaria e personale col singolo cittadino.

La fiducia è, infatti, il valore fondante e permanente nel rapporto di cura, tra chi presta la sua opera e chi la riceve. Nella sua specificità ― riconosciuta anche dall'ordinamento ― di medico di fiducia, il medico di medicina generale può promuovere un'informazione che sintetizza il rispetto nei confronti del cittadino con la scelta professionale della cura e che comporta, in pari misura, l'affidamento da parte del paziente e la disponibilità del medico; l'alleanza terapeutica di cui parlano Pellegrino e Thomasma (Per il bene del paziente, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 1993).

Se la prospettiva giuridica, infatti, pone l'accento sul consenso (non è privo di ragione se nell'espressione corrente consenso è il sostantivo e informato l'aggettivo qualificativo), il medico di fiducia sa, tuttavia, che centrale è l'informazione quale espressione del livello di comunicazione tra medico e paziente, e quindi di lealtà e di rispetto reciproci. Il consenso è, quindi, conseguente all'informazione, che, se manipolata, non avrebbe né dignità morale né validità giuridica.

Ne deriva che l'informazione non è uno dei tanti atti medici, ma l'atto medico per eccellenza, perché rappresenta il processo evolutivo del rapporto

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fiduciario, base e fondamento della relazione terapeutica.

L'informazione avviene in tempi e per gradi successivi e susseguenti nasce dalla collaborazione di più attori: il paziente e tutti i medici che intorno a lui prestano la loro opera. Perché il processo sia significativo, cioè esprima il livello di comprensione, di adesione, di partecipazione e quindi di convincimento del malato, con le conseguenze positive che tutti conoscono, centrale è il ruolo del medico di famiglia.

Quante volte il medico di medicina generale vede tornare il paziente in studio, dopo una visita specialistica, per sentirsi chiedere consiglio sulle prescrizioni dello specialista? E non solo nei casi, ovvi, di intervento chirurgico o di accertamenti con qualche rischio, ma di fronte a terapie anche banali. Alla fiducia del paziente il medico deve rispondere con la propria lealtà e correttezza, consapevole del dovere di non far mai perdere la speranza.

Ciò significa che anche in una società come la nostra, propensa a comportamenti collettivi e a stereotipi televisivi, ciascun individuo vuole il riconoscimento della propria peculiarità.

Protocolli e linee guida, auspicabili per evitare l'eccessiva dispersione delle decisioni cliniche, non possono far dimenticare l'individualità del malato che ci sta di fronte. Una società multietnica e capace di far convivere diverse culture e comportamenti, di tollerare devianze e di aiutare disabilità, non consente l'adozione di modelli standardizzati. Per questo siamo lontani dalla culture nordamericana del consenso scritto a ogni costo, estranea com'è questa pratica a una cultura che diffida ancora di ogni scritto come di un imbroglio. Ma dobbiamo comprendere che il ruolo di medici di medicina generale si gioca anche nel contribuire alla crescita nei nostri pazienti della consapevolezza dell'essere cittadini, e, nei medici stessi, del rispetto per l'autonomia della persona.

Antonio Panti

Segretario Nazionale Fimmg

Presidente dell'Ordine dei Medici di Firenze

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AUTORI

Antonio Panti

Laureato in medicina a Firenze, è stato assistente in semeiotica e in cardiologia, ma ha sempre svolto l’attività di medico di medicina generale, che tuttora svolge a tempo pieno. Da molti anni si occupa di organizzazione sanitaria, sia attraverso il sindacalismo ― è segretario nazionale della FIMMG, il sindacato dei medici di medicina generale ― sia attraverso gli organismi professionali ― è presidente dell’Ordine di Firenze e della Federazione toscana degli Ordini. La Federazione nazionale degli Ordini lo ha delegato a presiedere la Commissione nazionale VRQ, la Commissione per i problemi delle tossicodipendenze e a far parte della Commissione per la stesura del Codice deontologico e per il rinnovo della legge istitutiva degli Ordini. Giornalista pubblicista, collabora a riviste mediche e dirige Toscana Medica, organo della Federazione toscana degli Ordini dei medici.

Sandro Spinsanti

Ha insegnato Etica medica presso l’Università Cattolica del S. Cuore e Bioetica nella Facoltà di Medicina dell’Università di Firenze. Ha diretto il Centro internazionale di studi sulla famiglia (Milano) e il Dipartimento di scienze umane dell'Ospedale Fatebenefratelli all’isola Tiberina (Roma). È direttore scientifico dell'Istituto per l'analisi dello stato sociale e coordinatore della ricerca presso l’Ospedale Fatebenefratelli di Roma. È membro della Commissione ministeriale di studio per la procreazione medico-assistita e del Comitato nazionale per la valutazione tecnico-scientifica e umana dei servizi e degli interventi sanitari. Tra le sue opere più recenti, Bioetica in sanità. Nuova Italia Scientifica, Roma, 1993; La Bioetica, Biografie per una disciplina, Ed. Franco Angeli, 1995. Ha fondato e dirige la rivista di “medical humanities” L’Arco di Giano.

Vito Pappalepore

Ha manifestato la sua vocazione fin dall’inizio della carriera, lasciando l’incarico di assistente in ospedale per dedicarsi alla medicina generale. Fondatore e responsabile della sezione provinciale milanese della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG), dal 1990 è segretario provinciale della sezione di Milano della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale. È direttore responsabile del periodico Medici a Milano.

Hanno collaborato:

Marco Sghirinzetti

Nicoletta Monferroni

Anna Fantini

Medici di medicina generale

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PARTE GENERALE

IL CONSENSO INFORMATO

NELLA SOCIETÀ MODERNA

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SOMMARIO

PARTE GENERALE

IL CONSENSO INFORMATO NELLA SOCIETÀ MODERNA

Sandro Spinsanti

19     I.   - Cosa si intende per “consenso informato”

31     II.  - La normativa

49     III. - Consenso informato e bioetica

81     IV. -  Consenso informato tra comunicazione e informazione

93     Epilogo - Tra medico e paziente, nuovi diritti, nuovi doveri

95     Riferimenti bibliografici

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I

COSA SI INTENDE PER CONSENSO INFORMATO

INTRODUZIONE

La relazione che si instaura tra chi presta cure mediche e chi le riceve cambia a un ritmo diverso dal sapere terapeutico. Nel giro di appena un paio di secoli abbiamo visto passare la medicina dal ricorso a salassi e clisteri alla somministrazione di antibiotici, per puntare ormai all’ingegneria genetica. Eppure il rapporto di fondo tra terapeuta e malato potrebbe teoricamente essere lo stesso. Su quella che Edward Shorter ha chiamato "la tormentata storia del rapporto medico-paziente" (Shorter, 1986) influiscono più i cambiamenti nell’organizzazione sociale delle cure che i progressi scientifici della medicina. Soprattutto incide quella realtà impalpabile ma reale costituita dalla cultura del tempo.

Il cambiamento culturale che sta avendo luogo sullo scorcio del XX secolo ― a partire dagli anni '70 nei Paesi anglosassoni e solo molto più di recente da noi ― ha trovato un punto di riferimento nel “consenso informato”, quale condizione di esercizio della medicina in un contesto in cui prevalgono modelli ideali diversi rispetto al passato. Ma è possibile dare al “consenso” lo stesso significato in tutta l’ampia gamma di interventi che costituiscono una terapia?

Pretendere che colui che viene sottoposto a un trattamento terapeutico dia un consenso dello stesso tipo, quando i trattamenti sono così

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diversi, non rischia di creare intorno al consenso informato un alone insanabile di ambiguità?

Ciò a cui si consente è profondamente diverso ― per prendere le due situazioni estreme dello spettro ― in psicoterapia e in chirurgia estetica. Quando si inizia una terapia psicologica, né il terapeuta né il paziente sanno con esattezza dove la terapia li condurrà. Il paziente ricorre allo psicoterapeuta perché ― mettiamo il caso ― è afflitto da un bisogno compulsivo di bere alcolici, che non riesce a frenare con il semplice esercizio della volontà.

Chiede di essere aiutato a liberarsi dal sintomo. Insieme al terapeuta inizia un percorso che lo porterà a rimettere in discussione comportamenti e motivazioni in aree anche molto lontane da quelle in cui il sintomo si esprime (la sua autorealizzazione nel lavoro o nei legami affettivi, per esempio, oppure il rapporto con la madre, per giungere magari ad affrontare una tendenza omosessuale repressa...). Evidentemente sarebbe irrealistico pensare che, prima di iniziare il trattamento, il terapeuta sia in grado di dare al paziente un’informazione precisa dei cambiamenti che sarà necessario introdurre nella sua vita per ottenere il risultato previsto e, ottenuto il suo consenso, dare avvio alla terapia!

Situazione opposta si configura in chirurgia estetica. In questo caso il terapeuta è tenuto non solo a mettere in atto gli interventi terapeutici appropriati per ottenere il risultato atteso, ma ha l’obbligo del risultato stesso. Lo ha sancito giuridicamente il Tribunale di Milano (sentenza 04394 dell’8 agosto 1985), chiamato a dirimere una curiosa causa legale: una ballerina e spogliarellista ha citato per danni un chirurgo estetico che, nel rifarle il seno, ha prodotto delle cicatrici, della cui presenza la paziente non era stata avvertita. Il Tribunale ha accolto le sue richieste, in forza dell’obbligo di risultato che incombe sulla chirurgia estetica. Nella massima della sentenza si legge che il dovere di informazione che grava sul professionista in questo caso non riguarda solo le potenziali cause di invalidità o di inefficacia della prestazione professionale, “ma anche le ragioni che questa rendano inutile in rapporto al risultato sperato dal cliente”.

Il chirurgo estetico, in altre parole, non può limitarsi a prospettare i possibili rischi del trattamento suggerito, ma deve anche informare il cliente se il miglioramento estetico da questi perseguito è conseguibile o meno. Nel caso in questione il chirurgo avrebbe dovuto sottoporre alla spogliarellista delle foto relative al residuato di cicatrici prodotte da interventi di analoga natura.

È ovvio che il chirurgo, in questi casi, sarà obbligato a fare ricorso a

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un’informazione la più accurata possibile, a ottenere il consenso e a documentarlo in modo inoppugnabile.

Nell’infinita gamma di situazioni terapeutiche che si presentano tra i due casi estremi della psicoterapia e della chirurgia estetica, variano sia il grado di informazione appropriata, sia la possibilità del paziente di dare il suo consenso all’intervento terapeutico, sia, infine, la modalità del consenso stesso (tacito o esplicito, verbale o per iscritto, personale o per interposta persona). Possiamo fare una prima opera di chiarificazione identificando alcune situazioni tipiche in cui viene invocato il consenso informato.

La ricerca biomedica con soggetti umani

Nell’elenco dei casi in cui è richiesto il consenso informato, il primo posto spetta agli interventi che devono essere qualificati come ricerca biomedica. La priorità è anzitutto quella cronologica, in quanto il problema del consenso è stato sollevato originariamente in rapporto agli interventi finalizzati non a ottenere una guarigione, ma a perseguire una conoscenza, eventualmente utilizzabile a fini terapeutici.

La società, nel suo insieme, accettando l’introduzione del metodo scientifico in medicina, ha implicitamente avallato la sperimentazione come via per la crescita del sapere.

I primi seri interrogativi sulla liceità della ricerca biomedica risalgono a quando si è venuti a conoscenza, all’indomani della seconda guerra mondiale, delle sperimentazioni ciniche e insensate, espressione di sadismo più che di amore per la scienza, eseguite dai medici nazisti su prigionieri nei lager. La fiducia incondizionata nell’ethos professionale dei medici, come garante contro la possibilità di abusi, è stata messa a dura prova. Sull’onda dell’emozione e nel ricordo dell’orrore, si è fatta strada la convinzione che fosse necessario procedere a una severa regolamentazione in questo ambito.

Frutto di questa presa di coscienza è stato il cosiddetto Codice di Norimberga, elaborato nel 1946: un documento in dieci punti inteso a limitare le possibili sperimentazioni mediche su soggetti umani.

Come condizioni necessarie per giustificare moralmente un esperimento con esseri umani, il Codice di Norimberga prevede esplicitamente, oltre all’utilità e all’innocuità dell’esperimento, il consenso del

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soggetto sottoposto a sperimentazione. Il consenso è, precisamente, il primo dei dieci punti che costituiscono il documento:

Il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente essenziale. Ciò significa che la persona in questione deve avere capacità legale di dare il consenso, deve essere in grado di esercitare il libero arbitrio senza l’intervento di alcun elemento coercitivo, inganno, costrizione, falsità o altre forme di imposizione o violenza; deve avere sufficiente conoscenza e comprensione degli elementi della situazione in cui è coinvolto, tali da metterlo in posizione di prendere una decisione cosciente e illuminata”.

Successivamente l’Associazione Medica Mondiale si è occupata a più riprese di dare norme deontologiche ai medici che fanno ricerche con soggetti umani. La Dichiarazione sulle ricerche bio-mediche (nota come Dichiarazione di Helsinki, promulgata nel 1964, rivista poi a Tokyo nel 1975, a Venezia nel 1983 e a Hong Kong nel 1989) è più analitica del Codice di Norimberga. Tra le regole più significative troviamo ancora quella del consenso:

Art. 9

Al momento di ogni ricerca sull’uomo, l’eventuale soggetto sarà informato in modo adeguato sugli obiettivi, i metodi, i benefici previsti e sui rischi potenziali e sugli svantaggi che potrebbero derivargliene.

Egli (ella) dovrà anche essere informato (a) che è libero (a) di disimpegnarsi in qualsiasi momento. Il medico dovrà ottenere il consenso libero e cosciente del soggetto, preferibilmente per iscritto”.

Nei vari sviluppi della normativa ― dichiarazioni internazionali e linee guida ― risulta evidente che l’interesse è rivolto alla protezione del soggetto soprattutto sul versante della sua libera partecipazione alla sperimentazione. Quello che si vuol prevenire è l’arruolamento di soggetti mediante la costrizione, l’inganno, le intimidazioni o le incentivazioni che utilizzano la debolezza di persone che si trovano in posizione di vulnerabilità

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(detenuti, militari, persone che versano in condizioni di estrema indigenza ecc...).

Progressivamente l’accento si è spostato dalla libertà del consenso alla qualità dell’informazione che lo precede. È evidente, infatti, che lo scienziato e il soggetto sottoposto a sperimentazione non si trovano su due posizioni equiparabili, quanto a conoscenze e a potere decisionale. È facile estorcere un consenso, sottraendo o manipolando le informazioni. L’autonomia dell’individuo è rispettata solo se, prima di acconsentire a essere arruolato nell’esperimento, egli ha ricevuto le informazioni necessarie, le ha comprese e ha valutato tutta la portata della sua partecipazione alla ricerca. Questo insieme di condizioni viene per lo più evocato dalla dizione abbreviata “consenso informato”.

È questa l’espressione che troviamo, per esempio, in una delle normative di ultima generazione: le Linee guida etiche internazionali per la ricerca biomedica sui soggetti umani, pubblicate nel 1993 dal CIOMS (Consiglio per le Organizzazioni Internazionali delle Scienze Biomediche), in accordo con l’OMS.

La prima linea-guida riguarda, appunto, il “consenso informato individuale”:

Per ogni ricerca biomedica sulla specie umana il ricercatore deve ottenere il consenso informato del soggetto che potrebbe essere incluso nella sperimentazione o, nel caso di individui non in grado di fornire il consenso informato, il consenso surrogato da parte di un rappresentante ”.

Lo scenario concreto in cui il medico attualmente ha la maggiore probabilità di venire a contatto con la ricerca biomedica è quello dei trial clinici, condotti per lo più in modo multicentrico, con la sponsorizzazione da parte di industrie farmaceutiche. La necessità di adottare regole comuni, almeno all’interno della Comunità Economica Europea, ha portato all’elaborazione di norme molto dettagliate, note come Good Clinical Practice.

Fin dal 1985 la Comunità Economica Europea ha elaborato un documento destinato a essere il naturale punto di riferimento per il mercato unico europeo dei farmaci. Il documento ― Norme di buona pratica clinica nei trial su prodotti farmaceutici condotti nella Comunità Europea, in sigla GCP (Good Clinical Practice) ― dopo diverse revisioni, è stato pubblicato nella sua forma definitiva l’11 luglio 1990.

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Il documento fornisce una descrizione approfondita di quali siano le regole da seguire, e di come applicarle dal punto di vista operativo per la preparazione; conduzione e analisi dei dati di uno studio clinico su prodotti farmaceutici.

Il documento CEE:

― contiene indicazioni su come “salvaguardare” il soggetto che venga arruolato in uno studio clinico;

― descrive i compiti e le competenze del comitato etico (per esempio la verifica dell’eticità del protocollo e dell’opportunità o meno che lo stesso venga svolto);

― illustra le responsabilità delle persone coinvolte nello studio (medico sperimentatore, personale dell’azienda sponsor e monitor dello studio).

L’Italia ha recepito il documento della CEE con un decreto del Ministero della Sanità (27 aprile 1992): Disposizioni sulle documentazioni tecniche da presentare a corredo delle domande di autorizzazione all’ammissione in commercio di specialità medicinali per uso umano, in attuazione della direttiva n° 91/507/CEE.

“L’obiettivo di queste linee guida è di stabilire i princìpi dello standard delle norme di buona pratica clinica (GCP) per la sperimentazione nell’uomo di medicinali nell’ambito della CEE.

... I documenti, riguardanti lo studio clinico (che devono essere archiviati dallo sperimentatore e poi conservati per almeno 10 anni dopo il termine dello stesso), includono il protocollo, copie delle richieste di autorizzazione e delle approvazioni da parte delle autorità ministeriali, locali e del comitato etico, il curriculum vitae di tutti i medici e del personale (infermieri, biologici, ecc...) coinvolti nella sperimentazione, il modulo del consenso informato, i rapporti di monitoraggio, i certificati di audit, la corrispondenza relativa allo studio, i valori normali di riferimento, i dati grezzi, una copia delle schede raccolta dati compilate e il rapporto finale.

Capitolo 1: Salvaguardia dei soggetti partecipanti allo studio e consultazione dei comitati etici.

L’integrità personale e il benessere dei soggetti coinvolti in uno studio è responsabilità primaria dello sperimentatore in rapporto allo studio; ma una garanzia indipendente che i soggetti sono tutelati è fornita da un comitato etico e dal consenso informato liberamente ottenuto.

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Nessun soggetto può essere obbligato a partecipare a uno studio. Ai soggetti e ai loro parenti o, se necessario, rappresentanti legali deve essere data ampia opportunità di informarsi sui dettagli dello studio. L’informazione deve chiarire che il rifiuto di partecipare allo studio o l’abbandono dello stesso in qualsiasi momento non andrà a scapito delle successive cure che il soggetto continuerà comunque a ricevere. Ai soggetti dovrà essere dato tempo sufficiente per decidere se vogliono o meno partecipare allo studio.

Se un soggetto, dopo una completa ed esauriente esposizione dello studio (che includa i suoi scopi, i benefici attesi per i soggetti o altre persone, i trattamenti di confronto ― costituiti da principi attivi e/o placebo ― rischi e inconvenienti e, quando appropriato, un’illustrazione della terapia medica alternativa standard riconosciuta), acconsente a partecipare allo stesso, il consenso deve essere registrato in modo appropriato.

Il modulo del consenso deve pertanto essere firmato e datato dal partecipante alla ricerca (consenso informato scritto) oppure deve essere firmato e datato da un testimone non coinvolto nella ricerca in atto che attesti il fatto che il soggetto abbia, a suo parere, perfettamente compreso quanto contenuto nel testo del consenso e che acconsenta a partecipare allo studio (consenso informato testimoniato).

Il consenso deve sempre essere firmato dal soggetto nel caso di studio non terapeutico, cioè quando non sia previsto beneficio clinico diretto per il soggetto.

Capitolo 2.5: Responsabilità dello sperimentatore... (punto h): fornire informazioni a tutto il personale coinvolto nello studio o in altri aspetti correlati al trattamento del paziente”.

Trattamenti invasivi e procedure potenzialmente pericolose

Seppure inserita in un contesto terapeutico, una situazione diversa viene a crearsi nell’ambito di procedure diagnostiche e di trattamenti a carattere non sperimentale che comportano un certo grado di pericolosità e la possibilità di comparsa di eventi avversi di una certa gravità.

Una trasfusione di sangue, per esempio, è quanto di più standardizzato

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si possa immaginare in medicina, eppure non è esente da rischi. Ci rendiamo sempre più conto che, pur avendo il medico la delega sociale a fare per il paziente ciò che secondo lo stato dell’arte medica risulta appropriato, e magari anche la richiesta esplicita da parte del paziente a fare tutto il possibile per raggiungere il risultato terapeutico, non sarebbe corretto nei confronti del paziente stesso nascondergli i potenziali rischi.

Per alcune di queste procedure esiste un vero e proprio obbligo formale di informare il soggetto e di chiedergli il consenso alle procedure (come per esempio in caso di trasfusioni di sangue: vedremo in seguito le norme di riferimento). Inoltre, per tutte le procedure terapeutiche possiamo perlomeno parlare di obbligo morale all’informazione.

Indipendentemente dall’intenzione ― più che legittima ― del medico di mettersi al riparo da future possibili rivendicazioni del paziente che possono, a volte, arrivare fino alle aule giudiziarie, non è accettabile che egli si assuma in prima persona la responsabilità di decidere un intervento che potrebbe essere dannoso per il paziente.

Anche se, per esempio, è una procedura ormai standardizzata sottoporre le gestanti quarantenni alla diagnosi prenatale, non sarebbe corretto da parte del medico ― dal punto di vista morale, indipendentemente da qualsiasi obbligo giuridico ― non informare la donna della percentuale di rischio per la vita del feto insita nell'intervento diagnostico dell’amniocentesi. Allo stesso modo in cui non sarebbe corretto non informare la paziente della probabilità di avere un bambino malformato.

Talvolta il tentare “il tutto per tutto”, anche in condizioni di incertezza sull’esito, può essere sollecitato dal paziente stesso, indotto dalla situazione a giocare anche la carta della disperazione. Ma il consenso del paziente a sperimentazioni terapeutiche non può essere semplicemente presunto.

Le differenze da persona a persona possono essere molto marcate; inoltre, per la stessa persona, la volontà di sottoporsi a terapie sperimentali può variare nelle diverse fasi del decorso della malattia. Non si può assumere che “tutto il possibile” sia la misura giusta per tutti. Il consenso esplicito del paziente a ciò che gli viene proposto è la condizione che rende umanamente e moralmente giustificabile gli interventi terapeutici di questo genere.

Un’illustrazione chiara di quest’accezione di consenso informato si può trovare in alcune pubblicazioni concepite a uso degli specialisti, per fornire loro sussidi didattici nelle procedure diagnostiche e negli interventi terapeutici di loro competenza. Citiamo, per esemplificare, Il consenso

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informato in cardiologia (Antonio Lotto et al., Mediamix Edizioni Scientifiche, 1995). Ognuna delle procedure diagnostiche (test ergometrici da sforzo, test farmacologici nel contesto di procedure diagnostiche ecografiche e scintigrafiche, pericardiocentesi, biopsia endomiocardica, coronarografia, angiografia) e degli interventi terapeutici (cardioversione elettrica, impianto di pace-maker, angioplastica coronarica, by-pass aorto-coronarico, sostituzione valvolare, fino al trapianto cardiaco) sono analizzati sia dal punto di vista strettamente medico, sia in modo da poter essere descritti, anche con l’aiuto di appropriate figure, in maniera comprensibile al paziente. Al medico vengono ricordate le indicazioni e controindicazioni di ciascuna procedura o intervento, compresi i rischi connessi e le eventuali alternative. Si tratta, in pratica, di ciò che il clinico deve sapere, in base allo stato attuale delle conoscenze specifiche. Il paziente riceve un’informazione precisa riguardo alla finalità della procedura diagnostica o terapeutica e alla modalità di esecuzione, ai rischi e alle alternative, agli effetti collaterali e alle conseguenze della non esecuzione dell’indagine o dell’intervento. La firma posta in calce a un modulo, accanto a quella del medico che ha fornito l’informazione, è il momento conclusivo di tutto il processo informativo.

Per quanto riguarda l’impianto di pace-maker ― per fare un esempio ― è corretto informare il paziente della possibilità, che varia dallo 0,1% allo 0,6%, dell’insorgenza di complicanze e di rischi correlati alle varie metodiche d’intervento, ma anche che attualmente non ci sono alternative specifiche al pace-maker: il paziente che rifiuta di sottoporsi all’intervento mantiene, perciò, un alto rischio di mortalità altrimenti non controllabile. Se consideriamo l’angiografia in generale, bisognerà informare il paziente che esistono valide alternative all’angiografia classica, che permettono di acquisire immagini delle cavità cardiache e dei vasi in modo meno invasivo e con minori rischi.

Il coinvolgimento del paziente nelle scelte terapeutiche

L’ultimo scenario del consenso informato si apre sulla situazione in cui esistono alternative terapeutiche con diversa ricaduta sull’aspettativa e sulla qualità di vita del paziente. La nuova frontiera del consenso informato non è, infatti, l’autorizzazione data dal paziente ai trattamenti che lo

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riguardano, ma la sua partecipazione attiva nella scelta delle alternative possibili.

Sempre più spesso, infatti, le scelte terapeutiche si divaricano in diverse direzioni. Per fare un esempio, prendiamo il trattamento del cancro alla mammella. I più accreditati specialisti nell’ambito specifico ammettono oggi che la malattia si può aggredire con almeno una dozzina di strategie terapeutiche. Ognuno di questi protocolli di trattamento ha delle ripercussioni di grande portata sia sulle aspettative di sopravvivenza, sia sulla qualità della vita (in quanto più o meno mutilanti, più o meno invasivi o provanti per l’organismo). La partecipazione attiva del paziente a scelte di così grande importanza non è un “optional”: è indispensabile dal punto di vista non di una medicina difensiva, ma di una medicina rispettosa dei valori personali dell’individuo.

Se si vuole assicurare la partecipazione del paziente, in quanto protagonista delle scelte che lo riguardano, il baricentro si sposta sull’informazione, più che sul consenso. Mentre il consenso a un trattamento non è difficile da ottenere ― specialmente se il medico sa far buon uso delle emozioni del paziente ― dare le informazioni utili e necessarie perché il paziente possa essere il regista delle decisioni che lo riguardano è molto arduo. Ci rendiamo conto che la dizione di “consenso informato”, con tutte le sue ambiguità e inadeguatezze, ci sta portando a una strutturazione nuova del rapporto tra medico e paziente, che, pur conservando i tratti essenziali di ciò che ci ha trasmesso il passato, è sostanzialmente da inventare.

In base alla nuova concezione di consenso informato, il ruolo del medico di medicina generale diviene cruciale. In merito a questa affermazione, qualcuno potrebbe obiettare che il medico di medicina generale non è chiamato direttamente in causa nell’ottenere il consenso informato legato alla ricerca e alla sperimentazione; si potrebbe inoltre obiettare che anche le procedure diagnostiche invasive e pericolose non sono, sostanzialmente, di sua competenza. Si potrebbe sostenere che i problemi legati alle alternative terapeutiche, che hanno una diversa incidenza sull’aspettativa di vita e sulla sua qualità, vengono per lo più discussi nell’ambito della medicina specialistica, e non nello studio del medico di medicina generale. Ma il consenso informato in quanto partecipazione attiva del paziente alle decisioni che lo riguardano è sicuramente un processo, più che un atto isolato.

Se questo processo non viene ben avviato, attraverso la comunicazione che si instaura con il medico di medicina generale, e ben proseguito, anche dopo l’intervento del presidio ospedaliero e del singolo

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medico specialista, è possibile che i problemi di rapporto con il paziente vengano a trovarsi su un binario morto, in una situazione che li rende insolubili.

La comunicazione con il paziente, che rende possibile quel modello di medicina in cui la giusta decisione va presa in due, deve incominciare a monte. Essa dipende in modo determinante dal rapporto che si instaura con il medico di medicina generale, in una situazione che ha fondamentalmente un valore educativo. Dato che il modello di buona medicina a cui ci avvia il consenso informato è un modello inedito, che nessuno degli interlocutori possiede in proprio, si tratterà di una co-educazione: medico e paziente dovranno educarsi insieme.

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II

LA NORMATIVA

La “Legge dell’autodeterminazione” (USA, 1991)

Iniziamo la presentazione di una serie di normative che regolano il consenso all’atto medico riportandone una che è molto lontana dalla pratica dei medici italiani: la “Legge dell’autodeterminazione” (Self Determination Act) americana.

È bene tenerla presente non perché costituisca di fatto un vincolo o un punto di riferimento obbligante per il medico italiano, ma per il suo valore esemplare, in quanto fornisce l’illustrazione estrema degli sviluppi e della teorizzazione della posizione di privilegio che deve avere l’autonomia del paziente.

La legge, entrata in vigore il 1° dicembre 1991, stabilisce che ogni istituzione sanitaria che riceve pazienti assistiti dai due programmi federali “Medicare” e “Medicaid” è tenuta a fornire ai pazienti in modo sistematico, al momento della loro ammissione in ospedale, informazioni riguardo alle leggi statali relative alle “advance directives” (vale a dire le disposizioni previe che la persona impartisce per il caso in cui non sia più in grado di intendere e di volere) e a sollecitare l’autodeterminazione del paziente.

Il senatore Dandforth, proponente della legge e suo accanito difensore durante il travagliato iter parlamentare e l’acceso dibattito che l’ha accompagnata, l’ha giustificata sostenendo: “Per la prima volta ai pazienti adulti viene fornita la conoscenza dei loro diritti legali per prendere le decisioni relative ai trattamenti sanitari”.

La legge dell’autodeterminazione obbliga, infatti, gli ospedali e le case di riposo per anziani a istituire dei meccanismi per rendere edotti i

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pazienti dei loro diritti legali, che prevedono la facoltà di accettare o rifiutare il trattamento medico; qualora diventassero incapaci di prendere le decisioni che li riguardano, sono state approvate dai diversi stati americani procedure giuridiche volte a individuare in modo chiaro chi sia autorizzato a parlare in nome del paziente e a prendere le decisioni al posto suo (come il “living will” ― noto in Europa come “testamento biologico” ― le “advance directives”, il “durable power of attorney” ecc...).

Sullo sfondo della legge americana, che obbliga le istituzioni sanitarie a sollecitare l’autodeterminazione del malato, sta la necessità di avere delle indicazioni chiare circa la volontà del paziente, qualora questi non sia più in grado di esprimerla.

Il dato con cui bisogna fare i conti è la statistica fornita dall’American Medicai Association: negli Stati Uniti ormai il 70 per cento delle morti sopravviene dopo la decisione di rinunciare a un possibile trattamento medico o di interrompere quello in corso.

È facile immaginare i dilemmi e le angosce che questo tipo di decisione suscita nei sanitari e nei familiari, nonché i possibili risvolti legali, in un Paese, come appunto gli Stati Uniti, in cui la litigiosità giudiziaria in campo sanitario raggiunge livelli per noi impensabili e, vista la nostra "ossequiosità" nei confronti della classe medica, inconcepibili. Periodicamente, l’opinione pubblica americana si appassiona o per un caso in cui i familiari vogliono interrompere un trattamento che prolunga la vita, ritenendo di esprimere o interpretare la volontà del proprio congiunto (famosi i casi di Karen Ann Quinlan e di Nancy Cruzan), o per un caso di segno opposto: lo scontro tra i medici che vorrebbero interrompere un trattamento ormai divenuto “futile” (oltre che inutilmente costoso), mentre i congiunti si oppongono, adducendo la volontà del congiunto, a qualunque procedura che potrebbe abbreviare la vita.

La legislazione americana relativa all’autodeterminazione non è solo una risposta alla diffusione di cause per “malpractice” o una misura per prevenirle: alla base è chiaramente avvertibile anche una preoccupazione etica. Soprattutto in America il movimento della bioetica ha operato uno spostamento d’accento dalla prospettiva centrata sulla professione (autorizzata a valutare il “bene del paziente” e a perseguirlo con ogni mezzo appropriato) a una tutela della volontà del malato, dei suoi valori e delle sue preferenze. Da questo punto di vista, la “Legge dell’autodeterminazione” può essere considerata uno dei frutti tardivi del movimento per i diritti civili, che tante innovazioni ha portato nella vita civile del Paese nelle ultime due decadi.

Il consenso informato svolge nella pratica medica lo stesso ruolo che

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il richiamo alla libertà ha avuto nel movimento dei diritti civili.

Esso è costituito da tre importanti elementi:

― l’informazione (con il problema connesso della capacità del soggetto di comprendere l’informazione medica);

― la libertà da coercizioni o da pressioni nelle scelte, con i due corollari dell’autonomia del paziente e del paternalismo professionale dei medici

― la capacità del paziente di prendere una decisione in modo competente.

La scelta americana di imporre il consenso informato per legge (con il rinforzo di un meccanismo economico: le istituzioni sanitarie non sono rimborsate se non dimostrano di aver ottemperato alle procedure previste dalla “Legge dell’autodeterminazione”) ha suscitato molti contrasti.

L’aspetto più preoccupante è il fatto che l’attenzione alla volontà e ai valori del paziente in questo modo slitta dal piano dell’etica ― o magari della “parenetica”, cioè dell'esortazione ― a quello della legge. Il consenso informato diventa un documento legalmente vincolante.

I fautori della legge hanno voluto vedervi il punto di arrivo di due decenni di bioetica, tesa a portare dentro la pratica della medicina i valori dell’autonomia e dell’autodeterminazione, in accordo con l’aspirazione tipicamente americana a salvaguardare in ogni caso la libertà individuale.

Ma è sufficiente che un’idea sia buona, perché lo diventi anche la legge che la traduce in pratica? Un consenso legalmente valido può non coincidere con uno moralmente valido. Lo strumento legislativo è troppo grossolano per cogliere tutte quelle sfumature intermedie della capacità di intendere e di volere, e quindi di prendere delle decisioni relative alla vita e alla salute, che si collocano tra due estremi: quello del paziente riconosciuto ufficialmente incapace e quello che abbia, invece, il pieno possesso delle sue facoltà. I casi quotidiani più numerosi e problematici con cui si confronta il medico sono invece quelli che prevedono una capacità di autodeterminarsi che può rivelarsi dubbia o mutevole.

Il rischio peggiore è che il consenso informato imposto per legge si traduca in un ulteriore atto burocratico. E facile fare dell’ironia in proposito

Conosciamo tutti, per averla ripetutamente vista al cinema, la procedura della polizia americana che consiste nel leggere al cittadino che viene arrestato la lista dei sui diritti. Nel gergo della polizia, l’arrestato viene “mirandizzato” (dal nome della "Legge Miranda"), che ha introdotto la tutela di questo tipo di diritti). Sappiamo che si tratta di una procedura: è importante eseguirla (altrimenti qualsiasi avvocato può contestare l’arresto, per vizio di forma), non che la persona interessata vi prenda parte in modo consapevole. Si può ipotizzare che, in modo analogo, per la burocrazia

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ospedaliera possa diventare rilevante solo sapere se il paziente è stato debitamente “danforthizzato” (il senatore del Missouri Danfoth ha legato, come abbiamo menzionato, il suo nome alla legge dell’autodeterminazione), senza curarsi del senso e del modo in cui la procedura viene realizzata... Il rischio che si profila è quello di un ulteriore impoverimento del tessuto relazionale che costituisce la dimensione umana della professione medica.

Il consenso informato nella legislazione italiana

Niente di analogo esiste in Italia. L’attività medica viene tendenzialmente vista come un’area in cui le normative giuridiche sono inappropriate, in quanto la medicina è in grado di regolare i rapporti tra terapeuti e pazienti in modo autonomo.

Sullo sfondo possiamo leggere il rapporto conflittuale tra medicina e diritto, che è stato tratteggiato in modo eloquente da Francesco D’Agostino, filosofo del diritto e attuale presidente del Comitato nazionale per la bioetica:

I medici non amano i giuristi. I giuristi sospettano dei medici. Il problema del rapporto tra medicina e diritto, che in sé non è mai stato facile, sembra poi essere divenuto particolarmente difficile oggi, per il suo intrecciarsi con le più complesse questioni bioetiche. Il diritto vede nella medicina un’attività benefica sì, ma pericolosamente suscettibile di rovesciarsi in una minaccia per l’uomo: e cerca di approntare tutte le tecniche a sua disposizione per garantire il paziente contro il medico. La medicina, a sua volta, tende a vedere nel diritto un ossessivo e formalistico sistema di norme generali e astratte, incapaci di adattarsi alle molteplici e imprevedibili esigenze dei casi concreti, e che impongono al terapeuta il rispetto di procedure spesso burocratiche e antiquate, e in definitiva irrilevanti per gli interessi dei pazienti" (D’Agostino, 1993, p. 51).

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In Italia, forse a causa di questa tensione di fondo, l’ambito della pratica medica si è sviluppato senza specifiche normative giuridiche. La legge regola attualmente solo alcune pratiche tra quelle che creano perplessità etiche e giuridiche.

Si tratta:

― della donazione di organi (la legge n. 458/1967 ha disciplinato il prelievo e il trapianto del rene tra viventi; la legge n. 644/1975 a proposito di espianto di organi da cadavere ha disposto che, in assenza di un’esplicita dichiarazione di donazione in vita, il coniuge non separato o i figli maggiorenni possano dissentire all’espianto);

― del transessualismo (legge n. 164/1982, che permette la modificazione del sesso fenotipico);

― della sterilizzazione volontaria (che risulta in pratica legalizzata dall’abolizione, da parte della legge n. 194/1978, degli articoli del codice che la proibivano);

― dell’interruzione di gravidanza (regolamentata dalla legge n. 194/1978).

In tutte queste leggi c’è una considerazione più o meno rilevante dell’autodeterminazione del cittadino, al quale viene riconosciuto il diritto di influenzare con la propria volontà le scelte che vengono fatte in medicina sulla sua salute e sul suo corpo.

Il concetto di consenso informato entra, invece, esplicitamente nella legislazione italiana solo con la legge n. 107/1990 sulle trasfusioni di sangue. Per la prima volta nelle norme che disciplinano le trasfusioni di sangue umano e dei suoi componenti per la produzione di plasmaderivati viene previsto il consenso informato:

Art. 3

Per donazione di sangue e di emocomponenti sì intende l'offerta gratuita di sangue intero o plasma o piastrine o leucociti previo ‘consenso informato’ e la verifica dell’ idoneità fisica del donatore”.

Il D.M. del 15 gennaio 1991 specifica che il motivo per cui la trasfusione di sangue necessita del consenso informato del ricevente è che costituisce “una pratica terapeutica non esente da rischio”. Lo stesso D.M. specifica ulteriormente che il consenso del candidato donatore

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“deve essere dato per iscritto, dopo che la procedura è stata spiegata in modo comprensibile per il donatore, ponendolo in condizioni di fare domande ed eventualmente rifiutare il consenso” (art. 26).

Più di recente il consenso informato è stato previsto, in uno dei decreti del ministro della Sanità per disinnescare l’emergenza sangue, prima della trasfusione o del trattamento con emoderivati.

Il decreto (Gazzetta Ufficiale n. 240, 13 ottobre 1995) riporta anche un modello previsto per il consenso informato.

Io sottoscritto/a ……………………………………………………………………………………………

nato/a a …………………………………………………… il ………………………………………………

sono stato informato dal dott. ………………………………………………………………………

che per le mie condizioni cliniche potrebbe essere necessario ricevere trasfusioni di sangue omologo/emocomponenti*, che tale pratica terapeutica non è completamente esente da rischi (inclusa, la trasmissione di virus dell’immunodeficienza, dell’epatite ecc). Ho ben compreso quanto mi è stato spiegato dal dott. ……………………………………………………………… sia in ordine alle mie condizioni cliniche, sia ai rischi connessi alla trasfusione come a quelli che potrebbero derivarmi se non mi sottoponessi alla trasfusione. Quindi acconsento/non acconsento* a essere sottoposto presso codesta struttura al trattamento trasfusionale necessario per tutto il decorso della mia malattia.

Data ……………………………………………

Firma …………………………………………

Cancellare quanto non interessa

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Informazione e consenso all’atto medico”

(Comitato nazionale per la bioetica, 1992)

Passando dal versante della legge a quello dell’etica, troviamo un importante documento prodotto dal Comitato nazionale per la bioetica: “Informazione e consenso all’atto medico” (20 giugno 1992).

Il Comitato affronta il problema del consenso agli atti medici di diagnosi e cura, portando l’attenzione sulla quantità e qualità dell’informazione necessaria affinché il consenso sia moralmente valido.

Il documento vero e proprio è accompagnato da un’ampia relazione, che tocca i più diversi aspetti del tema: i modelli di medicina a cui il binomio informazione/consenso può essere riferito; l’esperienza clinica relativa al consenso informato; la giustificazione dell’atto medico dal punto di vista dei fondamenti giuridici; la posizione dei codici deontologici dei vari Paesi circa l’informazione e il consenso; l’applicazione di queste tematiche all’età pediatrica.

Il solido impianto di documentazione sembra essere una tacita manovra di supporto per far passare una concezione del rapporto medico-paziente molto innovativa rispetto a quella trasmessaci dalla tradizione. Il documento constata che, sotto il profilo sociologico, il nuovo contesto culturale, di cui la bioetica è espressione, richiede non tanto l’aggiunta di qualche nuova procedura, quanto la rimessa in discussione dei presupposti stessi dell’atto medico:

Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società; si ritiene tramontata la stagione del 'paternalismo medico' in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell'esercizio della professione, legittimato nell’ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente, e a trasgredirle quando fossero in contrasto con l’indicazione clinica in senso stretto”.

L’informazione che il Comitato vuol promuovere “è finalizzata non a colmare la inevitabile differenza di conoscenze tecniche tra medico e paziente, ma a porre un soggetto (il paziente) nella condizione di esercitare correttamente i suoi diritti e quindi di formarsi una volontà che sia

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effettivamente tale; in altri termini, porlo in condizione di scegliere.

Un’informazione corretta è perciò soprattutto chiara nell’indicare i passaggi decisionali fondamentali in una direzione o in un’altra, e cioè le alternative che si presentano: spetterà al curante presentare le ragioni per le quali viene consigliato un determinato provvedimento piuttosto che un altro”.

Dai passaggi citati risulta evidente che la proposta del Comitato non si identifica con la sostituzione dell’impianto paternalistico tradizionale a vantaggio di un modello di rapporto di tipo contrattuale-autonomistico. Al contrario, il documento mette in guardia dalle interpretazioni burocratiche del principio di autonomia applicato al rapporto tra medico e paziente:

Nella ricerca sistematica, e quasi ossessiva, di un’adesione a ogni atto medico si può giungere a un ricorso indiscriminato a ‘moduli’ in cui raccogliere 'il consenso informato scritto': una modulistica del genere, pure se redatta con diligenza, non copre tutte le imprevedibili situazioni della realtà clinica e rischia di burocratizzare e di distorcere il peculiare carattere della fiducia a cui è improntato il rapporto”.

Al Comitato sta a cuore la difesa dell’alleanza terapeutica e l’ideale di piena umanizzazione dei rapporti in sanità, cui aspira la società attuale. L’informazione necessaria per garantire al consenso il suo carattere etico, e non soltanto giuridico, è quella che passa attraverso una comunicazione interpersonale (“Non basta una informazione fredda e distaccata, pur se legalisticamente precisa”).

Malgrado la continuità sostanziale di quanto proposto dal documento del Comitato per la bioetica con le esigenze di sempre associate a una “buona medicina”, il modello soggiacente a informazione e consenso all’atto medico si distacca da quello abitualmente coltivato dai medici. La diversità si rivela in alcuni snodi fondamentali, come quello del rapporto con i familiari. Il documento è esplicito al riguardo:

È indiscutibile che un paziente adulto e in condizioni diintendere e di volere sia l’interlocutore vero (e talvolta l’unico) del medico”.

Il rapporto con i familiari o fiduciari è importante per acquisire elementi

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utili a comprendere la psicologia del paziente e a inquadrare la situazione personale; non può essere invece il foro dove si prendono le decisioni “per il bene” del malato, a sua insaputa. Quando il medico viene invitato dai familiari a non fornire informazioni veritiere o complete al malato, non deve accondiscendere al loro desiderio. Secondo il Comitato, il medico è tenuto a fornire al paziente le informazioni che lo riguardano, seppur nelle modalità suggerite dalla prudenza:

Notizie esatte ma prive di drammaticità, caratterizzate dal corredo di elementi che facciano intravvedere al paziente qualche speranza nel futuro che sarebbe disumano negare ”.

In occasione della pubblicazione del documento è insorta una divergenza di vedute tra il presidente del Comitato, Adriano Bompiani, e il presidente della FNOMCeO, Danilo Poggiolini, in merito alla competenza del Comitato nazionale per la bioetica a intervenire sul tema.

Il punto centrale della discussione può essere ricondotto alla domanda:

"L’etica medica è competenza esclusiva degli Ordini professionali, oppure anche altre istituzioni sono legittimate a prendere posizione in merito?"

Il punto di vista del presidente della Federazione degli Ordini tendeva a proporre l’autonomia della professione, attraverso la deontologia e la medicina legale, ogni volta che si renda necessario dare nuove norme o rivedere quelle vecchie relative al comportamento professionale dei sanitari.

L’intervento del Comitato in tema di informazione e consenso è stato quindi recepito come un’indebita intrusione. Attraverso il suo presidente, il Comitato per la bioetica ha ribadito che i suoi pareri hanno un valore solo consultivo, non normativo: il rilievo e l’autorevolezza che tali pareri potranno acquisire presso il potere legislativo e in genere nella società civile dipenderanno essenzialmente dal loro rigore e dalla loro coerenza intrinseca.

Tuttavia il Comitato non esclude che i suoi interventi, provenendo da un organismo interdisciplinare, possano toccare ambiti limitrofi a quelli della bioetica: questa eventualità deve essere intesa “come riprova e conferma del carattere ultimativamente unitario dei problemi della medicina contemporanea”.

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Codici deontologici dei medici italiani

(1978, 1989, 1995)

La reazione dei vertici degli Ordini dei medici al documento del Comitato per la bioetica è più comprensibile se si pone la proposta del Comitato in rapporto con le posizioni proprie dei medici, riflesse nei loro codici deontologici.

Questi, nelle successive modifiche, documentano un progressivo avvicinamento al modello di rapporto medico-paziente proprio della concezione moderna di consenso informato. Tuttavia questo sviluppo ha comportato un parallelo distacco dal modello tradizionale, che viene designato con l’espressione “paternalismo medico”. L’informazione in tale modello è in funzione della finalità propria dell’atto medico, rivolto al bene del malato. Il medico deve gestirla tenendo presente la propria valutazione di ciò che reca beneficio o danno al malato, ed eventualmente la valutazione della famiglia; il malato, in quanto parte in causa, è per lo più ritenuto incapace di valutare quanta e quale informazione sia benefica per il suo stato.

Quando la prognosi è infausta o senza speranze di guarigione, l’impostazione paternalista tende a vedere come dovere del medico fare di tutto per proteggere il malato, non facendogli pervenire l’informazione. È coerente con questa posizione il coinvolgimento della famiglia, chiedendo ai familiari di condividere le decisioni del medico e di dare il consenso alla linea terapeutica proposta.

Tale concezione è rispecchiata nella sentenza della Corte d’Appello di Milano che in data 16.10.1964 rovesciava la decisione di primo grado del Tribunale di Milano, secondo la quale doveva ritenersi “irrilevante, dal punto di vista giuridico, il consenso prestato dal padre di un maggiorenne non interdetto”.

Secondo la Corte d’Appello, al comportamento del medico volto a nascondere la verità può corrispondere un alto valore morale: “Risponde ai criteri di ragionevolezza che devono caratterizzare la valutazione dei fatti umani oltre l’astrattezza e il formalismo delle norme, che il chirurgo taccia al malato la gravità del suo male e il rischio che un’operazione comporta, criterio sanzionato da una prassi tramandata a noi da tempi antichissimi e consacrata nei princìpi deontologici secondo cui il celare all’ammalato la nuda verità è precipuo dovere, forse il più nobile, del medico cui spetta di vagliare ciò che il paziente debba sapere e quanto debba essergli nascosto”.

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Non stupisce perciò trovare nel Codice deontologico medico del 1978, tra le regole generali di comportamento che esprimono i doveri del medico nei confronti del paziente:

Art. 30

Una prognosi grave o infausta può essere tenuta nascosta al malato, ma non alla famiglia. In ogni caso la volontà del paziente, liberamente espressa, deve rappresentare per il medico un elemento al quale egli ispirerà il suo comportamento".

Un articolo successivo (art. 39) prevede il consenso del paziente per atti medici che “comportino un rischio”. Tale consenso è richiesto in modo personale e non delegabile.

Nella revisione del codice approvata nel 1989, la posizione dei medici italiani relativamente al problema se comunicare una diagnosi infausta al paziente o alla famiglia rimane sostanzialmente immutata. La nuova formulazione suona:

Il medico potrà valutare l’opportunità di tenere nascosta al malato e di attenuare una prognosi grave o infausta, la quale dovrà essere comunque comunicata ai congiunti”.

La seconda parte dell’articolo, relativa alla volontà del paziente come guida all’operato del medico, viene poi ripresa letteralmente. Oltre a un’attenuazione nella forma (“il medico potrà valutare”...), l’unica modifica di rilievo è la sostituzione del riferimento alla “famiglia” con quello di “congiunti”. Evidentemente anche in Italia l’immagine tradizionale di famiglia, in cui le relazioni esistenti di fatto rispecchiano sostanzialmente ciò che risulta all’anagrafe, cede il passo a situazioni più mobili e “irregolari”.

La nuova formulazione permette di equiparare alla famiglia del malato anche un convivente, ovvero chiunque di fatto abbia un rapporto significativo con il malato stesso. Al di là di questo ampliamento nel numero e nelle caratteristiche degli interlocutori del medico, l’impianto della deontologia resta immutato: il medico è tenuto a rispettare la

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volontà del malato, ma si riserva la valutazione delle informazioni che è opportuno dare allo stesso.

La spinta culturale al cambiamento deve essere notevole, se nel giro di poco più di un lustro l’Ordine dei medici ha sentito la necessità di varare una nuova versione del codice di comportamento dei professionisti (giugno 1995). Hanno fatto notizia soprattutto le prese di posizione restrittive dei medici italiani nei confronti delle procedure di riproduzione medicalmente assistita.

Molto più carichi di conseguenza nella pratica quotidiana della medicina sono invece gli articoli (artt. 29-31) dedicati al consenso agli atti medici. Il principio secondo cui al paziente devono essere date le informazioni necessarie per essere messo in grado di essere il protagonista delle decisioni che lo riguardano è accettato senza esitazioni.

La posizione è tanto più meritevole di attenzione, in quanto i medici italiani nel 1995 vengono ad allinearsi con quanto auspicato dal documento “Informazione e consenso all’atto medico” nel 1992, e allora respinto dai supremi organismi rappresentativi dell’Ordine.

Riportiamo, per facilitare la documentazione, gli articoli del nuovo codice relativi a “Informazione e consenso del paziente” (Capo IV).

Art. 29

Il medico ha il dovere di dare al paziente, tenendo conto del suo livello di cultura e di emotività e delle sue capacità di discernimento, la più serena e idonea informazione sulla diagnosi, la prognosi, le prospettive terapeutiche e le loro conseguenze, nella consapevolezza dei limiti delle conoscenze mediche, al fine di promuovere la migliore adesione alle proposte diagnostiche-terapeutiche .

Ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere comunque soddisfatta.

Le informazioni relative al programma diagnostico e terapeutico possono essere circoscritte a quegli elementi che cultura e condizione psicologica del paziente sono in grado di recepire e accettare, evitando superflue precisazioni di dati inerenti gli aspetti scientifici.

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Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazioni e sofferenze particolari al paziente, devono essere fornite con circospezione, usando terminologie non traumatizzanti senza escludere mai elementi di speranza.

La volontà del paziente, liberamente e attualmente espressa, deve informare il comportamento del medico, entro i limiti della potestà, della dignità e della libertà professionale.

Spetta ai responsabili delle strutture di ricovero stabilire le modalità organizzative per assicurare la corretta informazione ai pazienti in condizione di degenza, in accordo e collaborazione con il medico curante”.

Art. 30

Il medico è tenuto a informare i congiunti del paziente che non sia in grado di comprendere le informazioni relative al suo stato di salute o che esprima il desiderio di rendere i suddetti partecipi delle sue condizioni”.

Art. 31

Il medico non può intraprendere alcuna attività diagnostica o terapeutica senza il consenso del paziente validamente informato.

Il consenso informato deve essere documentato in forma scritta in tutti i casi in cui per la particolarità delle prestazioni diagnostiche o terapeutiche o per le possibili conseguenze sull'integrità fisica, si renda opportuna una manifestazione inequivoca della volontà del paziente.

Il procedimento diagnostico e il trattamento terapeutico che possono comportare grave rischio per l’incolumità del paziente, devono essere intrapresi, comunque,

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solo in caso di estrema necessità e previa informazione sulle possibili conseguenze, cui deve far seguito un’opportuna documentazione del consenso.

In ogni caso, in presenza di esplicito rifiuto del paziente capace di intendere e di volere, il medico deve desistere da qualsiasi atto diagnostico e curativo, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà del paziente, ove non ricorrano le condizioni di cui al successivo articolo 33”.

Leggi di riordino della disciplina in materia sanitaria

Dall’insieme dei provvedimenti legislativi che costituiscono il nuovo volto che la sanità italiana degli anni ’90 si sta dando, risultano delle indicazioni autorevoli nella direzione generale di una cultura del consenso informato.

Nel disegno generale dei decreti legislativi n. 502/1992 e n. 517/1993 l’opinione pubblica ha colto soprattutto gli aspetti relativi alla “aziendalizzazione” delle USL, ai diversi sistemi di finanziamento, finalizzati a dare al sistema una forte spinta in direzione dell’efficienza, e agli elementi di competitività introdotti tra le strutture erogatrici di servizi sanitari. Non sono questi gli unici elementi di novità nel riordino del sistema.

Ancor più innovativa è la funzione di guida attribuita ai cittadini nell’orientare il Servizio sanitario nazionale verso livelli di qualità. I DD.LL. sviluppano questa prospettiva nel Titolo IV: “Partecipazione e tutela dei diritti dei cittadini”, in particolare nell'art. 14. Sarà compito del ministro della Sanità definire degli “indicatori di qualità dei servizi e delle prestazioni sanitarie” relativamente, in particolare, alla personalizzazione e umanizzazione dell’assistenza e al diritto all’informazione. Nella prospettiva che attribuisce una centralità strategica al cittadino-utente dei servizi l’informazione appare come un valore cruciale per valutare la qualità della prestazione.

È appropriato invocare a questo proposito lo spirito aziendale, non in una prospettiva economicistica, bensì come uno stile diverso di rapporti, di cui hanno bisogno tutte le amministrazioni e i servizi del settore pubblico (Cassese, 1994; Osborne, Gaebler, 1992).

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Un’indicazione ancor più esplicita in questo senso viene dalla Carta dei servizi pubblici sanitari, emanata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dal Ministero della sanità (2 maggio 1995).

Al cittadino viene attribuito un “potere di controllo diretto sulla qualità dei servizi erogati”. Non si tratta ― precisa la Carta ― di una tutela dei diritti degli utenti intesa come mero riconoscimento formale di garanzie al cittadino. Il ruolo forte assegnato ai cittadini nell’orientare l’attività dei pubblici servizi deriva direttamente dall’idea di azienda di pubblico servizio, la cui “missione” è quella di fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti. Non potrà espletare il suo compito se non metterà gli utenti dei servizi in condizione di pilotare la ricerca della qualità.

Il consenso informato, in questa prospettiva, ci appare non tanto come condizione di legittimità degli interventi, per il rispetto formale dei diritti individuali, quanto piuttosto come una strategia di buona conduzione aziendale di una struttura di servizi destinati alla persona.

Parlamento europeo

Il consenso informato ha trovato anche un’esplicita collocazione nelle normative che l’Europa, che si va faticosamente costruendo come realtà culturale e politica omogenea, si è data in materia di bioetica.

Il punto culminante è costituito dalla Convenzione sulla bioetica (per la precisione: “Progetto di convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e della dignità dell'essere umano nei confronti delle applicazioni della biologia e della medicina”), approvata dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nella sessione 30 gennaio ― 3 febbraio 1995.

Per comprendere quale immenso sforzo di accordo la Convenzione comporti, è opportuno collocarla sullo sfondo del travagliato cammino che ha dovuto percorrere l’Europa per giungere a una normativa vincolante per tutti i Paesi che la costituiscono.

Ancor prima che i più recenti progressi nella biologia e nella medicina richiamassero l’attenzione sulle possibilità di abusi e di azioni contrarie alla dignità umana, l’Europa ha dovuto confrontarsi con

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scandalose violazioni del “minimo morale”, avvenute sotto il segno delle politiche eugenetiche e delle sperimentazioni con esseri umani di marca “nazista”. Una delle barriere innalzate per prevenire quelle ricadute nella barbarie è stata la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, approvata nel 1950 dai 23 Stati membri del Consiglio d’Europa.

La Convenzione vuol essere una garanzia collettiva sul piano europeo di alcuni dei princìpi enunciati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, rafforzata da un controllo internazionale giudiziario, le cui decisioni devono essere rispettate da tutti gli Stati. Gli organi di controllo sono la Commissione europea dei diritti dell’uomo e il Tribunale europeo dei diritti dell’uomo, che hanno la loro sede a Strasburgo.

Tuttavia, le nuove pratiche biomediche rischiano di infrangere tali diritti, pur senza superare il livello di guardia costituito dalla Convenzione. Il Tribunale europeo dei diritti dell’uomo è stato chiamato negli ultimi anni a intervenire su questioni che esulano completamente dal quadro problematico per il quale è stato istituito e per le quali i suoi strumenti giuridici appaiono quantomeno inadeguati.

Per esemplificare: una signora danese nel 1983 è ricorsa al Tribunale dichiarando di essere stata sottoposta a “tortura” perché l’uso di un nuovo strumento, in un’operazione volontaria di sterilizzazione che non aveva avuto successo, aveva costituito un esperimento senza il suo consenso.

Un altro caso riguarda il ricorso al Tribunale per la condanna da parte del governo francese delle organizzazioni che aiutano le coppie a cercare madri “gestazionali” (altrimenti dette “uteri in affitto”). Il Tribunale è stato chiamato anche a deliberare circa i diritti di un donatore di seme olandese, il quale chiedeva che gli fosse concesso il diritto di visita nei confronti di un bambino nato dalla sua donazione.

Dalla metà degli anni ’ 80 si è incominciato a sentire in maniera acuta in Europa la carenza di una riflessione adeguata nell’ambito bioetico, come supporto per normative omogenee. Nel 1985 i ministri della Giustizia del Consiglio d’Europa si dichiaravano per un fronte comune, affermando che le leggi nazionali sarebbero state inefficaci se non ci fosse stato un allineamento dei Paesi vicini. Il diffondersi delle nuove pratiche scuote la società nelle sue convinzioni più profonde. Anche chi non sia turbato dalle questioni metafisiche o dai dubbi etici, non può comunque non vedere almeno la dimensione economica dei problemi. In Europa ci stiamo avvicinando inesorabilmente al “grande mercato”, che si aprirà con la caduta delle barriere nazionali. Poiché la pratiche biomediche hanno una ricaduta economica di enorme importanza, quando gli

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investimenti privati potranno circolare liberamente si rischierà di vederli risucchiati da Paesi con una legislazione più tollerante, a danno di quelli che pongono ai propri ricercatori limitazioni più severe in nome della sicurezza e dell’etica. È una prospettiva che diventa inquietante quando si prende in considerazione la commercializzazione del corpo umano.

Le iniziative per creare una legislazione comune in materia di bioetica hanno dovuto affrontare il dibattito se, in linea di principio, tale unificazione sia possibile o auspicabile. Coloro che sono contrari a una legiferazione in questo ambito adducono come argomento l’insufficiente consenso che esiste attualmente su alcune questioni antropologiche cruciali, come l’inizio e la fine della vita, lo status giuridico deH’embrione, l’impatto delle tecnologie riproduttive e della genetica. L’impegno comune, per esempio, a rispettare la vita umana ha poco senso quando gli stati divergono radicalmente in questioni come l’aborto o l’uso di embrioni nella ricerca.

Coloro, peraltro, che sollecitano misure di regolazione giuridica, considerano i benefici di una legislazione a diversi livelli. La legge da sola non modifica le convinzioni morali delle persone, tuttavia ne può influenzare il comportamento dal punto di vista della morale comune. Non avere nessuna legge equivale all’anarchia. Tra una legge inefficace e un’abdicazione di responsabilità da parte dello stato, è meglio correre il rischio di un’eventuale inefficacia. Una legislazione anche imperfetta, inoltre, avrebbe effetti contagiosi positivi su altri Paesi, che potrebbero ispirarvisi e migliorarla.

In una situazione di incertezza diffusa sulle questioni di fondo, la linea di accordo è passata attraverso un progetto di Convenzione sulla bioetica. I progetti per una bioetica europea sembrano troppo ambiziosi, se si considerano tutte le diversità di cui si deve tener conto. L’Europa è infatti un mosaico di realtà culturali, che si estende dall'Irlanda alla Turchia: dal Paese ― per intenderci ― che ha introdotto l’illegittimità dell’aborto nella costituzione e ha discusso a lungo se togliere il passaporto a una minorenne che intendeva recarsi all’estero per interrompere una gravidanza frutto di un incesto, al Paese che considera per motivi religiosi l’integrità del corpo come inviolabile e si oppone perciò a qualsiasi pratica di trapianto di organi.

Con differenze culturali e religiose così radicali, è difficile immaginare un cammino europeo verso la bioetica che proceda allo stesso passo. Un nuovo insieme di regole, che sappia combinare norme giuridiche, morali e diritti dell’uomo per tutelare i valori minacciati dalle pratiche biomediche, è ancora lontano. Tanto più significativo è il fatto, perciò, che uno dei

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punti di accordo ottenuti con maggiore facilità nella Convenzione sulla bioetica del 1995 riguardi la necessità di ottenere il consenso per ogni intervento su una persona in ambito sanitario, sia per diagnosi, prevenzione, terapia, riabilitazione o ricerca. Il documento, infatti, prevede che:

Art. 5

Nessun intervento in materia di salute può essere effettuato su una persona senza il suo consenso informato, libero, esplicito e specifico”.

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III

CONSENSO INFORMATO E BIOETICA

L’evoluzione dell’etica in medicina

L’etica medica come etica dei medici

Oggi, alla fine del XX secolo, cerchiamo una “buona” medicina per rispondere ai nostri problemi di salute, non meno di quanto abbiano fatto i nostri antenati o i nostri padri, soltanto una generazione fa. Ma la nostra idea di ciò che corrisponde a buona o cattiva medicina è cambiata, così come sono cambiate le nostre attese nei confronti di un ospedale o del servizio sanitario pubblico. Più precisamente, possiamo dire che ci troviamo presi in un processo storico che ha visto il susseguirsi di almeno tre grandi modelli di buona medicina, ognuno dei quali prospetta in modo coerente come si devono comportare i diversi protagonisti del sistema delle cure: i medici, i malati, le varie professioni sanitarie, la società nel suo insieme. Ogni modello che si sussegue nel tempo ci obbliga a ripensare ogni volta la medicina intera sotto una diversa luce per quello che riguarda la qualità.

Per illustrare i cambiamenti di tutto ciò che associamo all’idea di “buona” medicina, ci serviremo di uno schema riportato nella tabella successiva. Come ogni schema, introduce una certa semplificazione nella realtà delle cose, ma ha il vantaggio di concentrare l’attenzione sui punti nevralgici del cambiamento.

Il primo modello presentato dallo schema può essere chiamato premoderno. Ha caratteristiche di grande antichità e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, in quanto in Occidente risale almeno

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STAGIONI DELL'ETICA IN MEDICINA

Epoca premoderna

Etica medica

Epoca moderna Bioetica

Epoca postmoderna

Etica

dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento

porta maggior

beneficio al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato

nei suoi valori e

nell’autonomia

delle sue scelte

Quale trattamento

ottimizza l’uso delle

risorse e produce un

paziente/cliente

soddisfatto?

L’ideale

medico

Paternalismo benevolo

(scienza e coscienza)

Autorità

democraticamente condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-

utente)

Stewardship

(fornitore di

servizi-cliente)

Contratto di assistenza:

azienda/popolazione

a Ippocrate. Ma anche la sua forza è notevole, in quanto non esiste in tutta la tradizione occidentale un modello culturale che abbia resistito tanto a lungo. L’Occidente ― dall’antichità greco-romana a oggi ― ha cambiato una quantità di cose nell’organizzazione sociale: l’economia, la famiglia, la religione, il diritto, la politica. La medicina stessa si è profondamente modificata nel corso del tempo, sia nei modelli teorici che nel modo di fornire aiuto ai malati. Tra il medico seguace di Galeno ― che interpreta le malattie secondo la teoria degli umori ― il medico scienziato dell’Ottocento ― che ricorre al metodo della scienza sperimentale per spiegare come funziona l’organismo sano o malato ― e il medico della nostra epoca ― che è capace di ricondurre le malattie a un difetto del corredo genetico ed è in grado di prevederne l’insorgenza con anni di anticipo ― le differenze sono enormi. La stessa cosa si può dire riguardo al ricorso ai salassi, ai vaccini e all’ingegneria genetica. La diversità tra questi mezzi terapeutici, quanto a efficacia ed efficienza, è incolmabile.

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Per l’etica, invece, non è avvenuto così. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato, sono rimaste relativamente stabili per secoli. Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall’epoca di Ippocrate fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

Ci possiamo riferire a quest’epoca come alla stagione premoderna dell'etica in medicina. Sinteticamente la denominiamo etica medica. L’aggettivo è giustificato. L’etica a cui ci riferiamo, infatti, è sostanzialmente l’etica “del medico”. È il medico che la determina ed è la professione medica che se ne fa garante. In quest’etica sono prescritti comportamenti per i malati, per i familiari, per le professioni che collaborano con il medico; tutti svolgono, tuttavia, funzioni subordinate e sono chiamati a modellarsi sulle richieste che provengono dai medici, i quali hanno un ruolo decisivo nello stabilire che cosa sia “buona” medicina. La qualifica di “paramedici”, data a coloro che esercitano professioni sanitarie non mediche, rispecchia bene questa situazione di centralità del medico. Anche l’etica dei non medici in questa stagione è un’etica “paramedica”.

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell’epoca premoderna è: “Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?”. Troviamo questa preoccupazione già nel giuramento di Ippocrate, nella cosiddetta clausola terapeutica:

Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa”.

Tutta l’azione del medico è diretta a procurare il bene del paziente, identificato con la risoluzione dei problemi posti dalla patologia.

Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione: per il medico dell’antichità era la “dieta” (cioè il regime terapeutico che tendeva a ristabilire nella vita del malato l’equilibrio turbato); per il medico dei nostri giorni i trattamenti appropriati potranno essere, per esempio, gli antibiotici o i trapianti di organo. Qualunque sia la scienza di riferimento, il modello

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rimane tuttavia lo stesso: il medico si impegna a fare il bene del paziente.

Quest’accentuazione è presente anche in altre tradizioni mediche che afferiscono al filone ippocratico. Pensiamo, per esempio, alla medicina omeopatica. Il libro fondamentale di Samuel Hahnemann, l'Organon dell’arte di guarire, inizia con una frase programmatica, che circoscrive il dovere del medico in un perimetro molto preciso: “L’unico compito del medico è guarire presto, dolcemente, durevolmente”. Tutto il resto dell’opera è dedicato al “come” ottenere la guarigione, vale a dire ai rimedi appropriati alle patologie. La prima frase compendia il fondamento etico di tutta l’impresa terapeutica, ricondotta alla volontà di procurare la guarigione del paziente. Finché un medico può rispondere alla domanda “perché fa quello che fa”, dicendo che lo fa per il bene del paziente, sa che ha dietro di sé il sostegno dell’etica medica a legittimare il suo operato.

I principi fondamentali di questa etica, riconducibili all'imperativo di fare il bene del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista: il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il suo impegno e tutta la dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa duplice guida è riassunta da una formuletta, molto amata e citata dai medici, quando rivendicano a se stessi l’obbligo di prendere le decisioni “in scienza e coscienza”. Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio della “beneficence”, ovvero di “beneficio per il paziente”.

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all’atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce .per il suo bene. Tutto quello che il malato deve fare, è di diventare “paziènte”, ni tutti i significati del termine (anche in senso morale, in quanto la pazienza è la principale virtù che è chiamato a esercitare). Il buon paziente è il paziente “osservante”. A lui si richiede di entrare nel trattamento mediante la “compliance”. Come affermava l’illustre spagnolo Gregorio Marañon, che ha rappresentato nella prima metà del secolo il permanere dell’ideale ippocratico: “Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire”.

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In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all’opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine “alleanza” fa parte della tradizione religiosa. Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell'alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze. Nell’alleanza religiosa si tratta del legame che si instaura tra la potenza della divinità, in quanto fonte di forza e di salvezza, e la situazione di necessità propria del popolo che ha bisogno di redenzione. L’unione dei due mediante l’alleanza fa salvezza. Analogamente, la guarigione in medicina, nel modello tradizionale, si ottiene mediante l’unione tra scienza e coscienza del medico (unione che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza.

Il seguire la prescrizione medica è la condizione essenziale perché l’alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Il contraente dell’alleanza, che è il malato, si deve affidare al terapeuta e accettare le condizioni che gli vengono poste per la guarigione; il medico, che concede l’alleanza, lo guida verso il suo proprio bene.

Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia come medici che come pazienti. Soltanto quando diventiamo “moderni” il modello entra in crisi.

La stagione della bioetica

Quando comincia l’epoca moderna? I manuali di filosofia e di storia generalmente fanno iniziare la modernità con l’Illuminismo, nel XVIII secolo. Ci dicono che nella storia è avvenuto un cambiamento profondo, una di quelle fratture che hanno ripercussioni generalizzate su tutta la struttura dell’esistenza. L’Illuminismo ha progressivamente modificato l’insieme della vita politica e sociale; solo in un ambito non è entrato: in medicina.

Nei rapporti sociali che si stringono attorno a chi somministra e a chi riceve le cure sanitarie, l’epoca moderna non è incominciata fino a pochissimo tempo fa. Soltanto da una ventina di anni sono diventati visibili i segni di una frattura che indica che la medicina è entrata nell’epoca moderna. Di conseguenza, cambiano tutti i parametri che costituiscono il modello di “buona medicina” caratteristico dell’epoca premoderna.

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Rinunciando a una descrizione approfondita, ci limitiamo, seguendo lo schema fin qui adottato, a mettere delle parole chiave attorno a questi cambiamenti. Lo scopo generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se tratta il malato da adulto, rispettandolo nei suoi valori e nell’autonomia delle sue scelte.

Nell’epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di autodeterminare le proprie scelte.

L’autonomia della persona è basilare nell’epoca moderna. Così lo ha espresso Immanuel Kant nel famoso saggio “Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?”. L’Illuminismo comincia quando si decide di uscire dallo stato di minorità dovuta all’uomo stesso, intendendo per minorità “l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro”. Il primo paragrafo dello scritto, che sintetizza il programma di vita dell’uomo moderno, termina con l’esortazione: “Sapere aude”, abbi il coraggio di servirti dell’intelletto come guida. L’epoca moderna in medicina comincia quando il programma generale dell’emancipazione si estende anche a quella “minorità non dovuta” che vige tra il medico e il paziente.

Il malato dell’epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello secondo cui nella medicina tradizionale il malato è per definizione uno che non può determinare se stesso. Riconosciamo l’influenza di concezioni antiche, come quelle che ha espresso Aristotele affermando che il malato, proprio per la sua condizione, non è capace di dare giudizi razionali, in quanto è turbato dalle passioni, come per esempio la paura per la propria vita; nello stato di malattia deve quindi subentrare la struttura paternalistica di contenimento: qualcun altro prende le decisioni per il bene del malato, dal momento che questi non lo può fare. Dire che la medicina entra nell’epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione questo paradigma profondo, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (le scelte di queste ultime essendo determinate dalle prime).

Nell’epoca moderna i valori del malato, intesi come quadro di riferimento che guida l’autonomia delle sue scelte, diventano un momento

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fondamentale del fare “buona” medicina. La potente ed efficace medicina che la scienza, abbinata alla tecnologia, ci mette oggi a disposizione si apre su scenari diversi. L’arsenale medico è potente e vario, e ci mette di fronte ad alternative create dai diversi valori soggettivi. A seconda del concetto soggettivo di buona vita, ovvero di ciò che vogliamo fare della nostra vita, un intervento medico può essere appropriato o no.

Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere alla domanda: “Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?”. Non basta stabilire ― per esempio ― che l’atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i suoi valori e le sue decisioni, non possiamo parlare di buona medicina. L’autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente), diventa un criterio di qualità. L’intervento sanitario non può essere più deciso unilateralmente dal medico che si basa sul sapere della sua professione, ma deve essere individuato insieme al paziente, spesso con un faticoso processo di contrattazione.

Superato il paternalismo benevolo, l’ideale medico in questo modello diventa un’autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il “consenso informato”, secondo l’ultima delle diverse accezioni che abbiamo esaminato precedentemente. L’idea di qualità dell’atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l’intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, vale a dire il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano. Questa specificazione ci permette di dissociarci dall’uso del consenso informato che si va diffondendo anche in Italia, concepito per lo più in funzione difensiva del medico, non finalizzato a promuovere l’autonomia del paziente.

Nella prospettiva che abbiamo adottato, il paziente non ha più solo diritti ma anche dei doveri. La sua posizione non è solo di privilegio, ma anche di scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo decisionale. Non possiamo escludere che talvolta il paziente potrebbe preferire di delegare la decisione e di demandarla al medico (“Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!”).

Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di diventare un buon paziente. Per diventarlo non basta che si limiti a non far storie, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il

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buon paziente ha anche un compito etico: deve realizzare tutto quello che è necessario per essere un buon paziente. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

Il termine “utente” può suscitare delle associazioni che sembrano fuori luogo in sanità. Per ricondurlo entro l’ambito appropriato, basta pensare al senso etimologico della parola. L’utente è colui che “usa” la competenza del medico; in quanto utente, ha il dovere di usarla bene, responsabilmente, per fare insieme al professionista le scelte appropriate.

L’idea di qualità, dunque, include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica, usato per designare questo modello di qualità dell’atto medico, è un neologismo, appropriato per un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina appropriata per la stagione dell’etica in medicina che abbiamo chiamato “moderna”.

Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell’ambito dell’etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell’accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, insieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell’ambito del consenso sociale. Nella bioetica, quindi, entra la società, l’etica civile, l’accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli “stranieri morali”.

Questo modello di qualità, che nella nostra cultura non abbiamo nemmeno ben cominciato ad articolare, si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Si avverte che è necessario accrescere le conoscenze e mobilitare tutte le energie concettuali e morali, al fine di entrare in questo modello. Tanto i professionisti della sanità quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. E un passaggio epocale; spostandosi da un modello all’altro i valori si modificano, possiamo dire che stiamo assistendo all’inaugurazione di una nuova epoca della qualità e dell’etica nella medicina.

L’ospedale come azienda di servizi

Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l’epoca postmoderna. Ci stiamo muovendo, infatti, secondo quanto prescrivono

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sia lo spirito che la lettera della più recente riforma sanitaria, verso l’introduzione dello “stile azienda” in sanità. Il modello di qualità comporta un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente possiamo dire che non solo il paziente deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un “cliente". Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con la riforma della riforma e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la sopravvivenza dell’azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all’altra, si porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. E importante, quindi. una gestione oculata dell’azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un’altra struttura, l’azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per l’interesse dell'azienda.

Il modello di qualità postmoderno comporta delle variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti entro cui si svolge l’azione sanitaria. Innanzi tutto l'interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia delle responsabilità nelle scelte ruoterà intorno a elementi di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l’uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell’interrogativo etico viene modificata.

Nell’etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l'azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione, lenisce i sintomi dolorosi); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se l’azione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure. La nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l’azione sia appropriata rispetto ai fini da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l’equità sociale, sia l’acquisizione di un atteggiamento che abbini la soddisfazione del cittadino/cliente con l’attenzione agli interessi dell’azienda.

La qualità, ovvero il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli precedenti, ma integrarsi con essi. La “buona” medicina è quella che, come diceva Hahnemann, deve mirare a guarire in maniera rapida, efficace e duratura. Ma questo non basta: deve anche preoccuparsi di essere

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“giusta”, rispettando i diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono poi anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell’orizzonte della giustizia in considerazione dell’accesso ai servizi e dell’equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina, quella dotata di qualità, è quella risultante dall’integrazione delle esigenze che nascono dall’etica medica, da quelle della bioetica, e delle esigenze, infine, di quella nuova stagione dell’etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell’economia, e che possiamo chiamare etica dell’organizzazione. Per la precisione, da tutt’e tre contemporaneamente. Le stagioni dell’etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell’assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze contemporanee e contestuali.

Lo schema seguente, che pone le scelte in uno spazio tridimensionale, può visualizzare la complessità della situazione attuale.

Finché la qualità dell’intervento sanitario sul paziente si misurava esclusivamente con il metro del beneficio del paziente (epoca premoderna), maggiore era il beneficio ― nello schema viene indicato simbolicamente con una retta numerata da 0 a 15 ― che il malato riceveva da quello che si poteva fare per lui, maggiore era la qualità, anche etica,

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dell’atto medico. La modernità, con l’introduzione dell’autonomia del paziente, ha introdotto un altro parametro, indicato nello schema come asse delle preferenze. La buona scelta medica dovrà tener conto temporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che il malato ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che spesso produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze, o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungere una terza, così che la decisione clinica ci appare collocata in uno spazio tridimensionale. Dobbiamo considerare, infatti, anche l’appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell’appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una “contrattazione” molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l’indicazione clinica (il “bene” del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il “consenso informato”) e infine l’appropriatezza sociale. L’assistenza sanitaria, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare alle esigenze della scienza, ci appare più che mai un’arte.

L’ideale medico dell’epoca postmoderna è una leadership morale. Il modello paternalista non funziona più là dove si assume lo stile dell’azienda postmoderna: è necessario dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la “vision”, cioè la visione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell’équipe.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato; ma bisogna subito aggiungere che il nostro obiettivo non è il cliente in qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì il cliente giustamente soddisfatto. Il buon rapporto è la stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio.

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Consenso informato e buona medicina

L’alleanza terapeutica

Lo sviluppo dell’etica in medicina ha attraversato epoche diverse, ognuna delle quali ha comportato dei problemi particolari nei confronti del consenso informato, inteso come una modalità di esercizio della medicina che richiede la partecipazione attiva del paziente alle decisioni cliniche che lo riguardano.

Nel modello tradizionale, che abbiamo chiamato premoderno, il consenso informato non aveva né una collocazione teorica, né un’espressione pratica. Tutto quello che si richiedeva era l’assenso del paziente, che si traduceva nell’obbediente esecuzione delle prescrizioni mediche.

Non sarebbe giusto, però, valutare l’etica medica del passato a partire da ciò che in essa troviamo di carente. Essa è stata caratterizzata, invece, da grandi valori ideali, in un orizzonte di filantropia.

La pratica della medicina è stata sostanzialmente vincolata dalla volontà dei medici di mettere tutto il loro sapere al servizio della salute dei pazienti, cercando di tutelare al meglio lo stato di benessere nel soggetto. Comunque lo si voglia formulare, questo fondamentale dovere ha tradizionalmente improntato la professione medica.

Per verificare la sostanziale tenuta nei secoli di tale impegno, possiamo confrontare la “clausola terapeutica” del Giuramento di Ippocrate con una delle più recenti formulazioni dell’etica ippocratica. Essa risale al 1988. In tale data, il tradizionale incontro scientifico-commerciale di Milano-Medicina è stato inaugurato da un simbolico “processo a Ippocrate”: intellettuali e studiosi di diverse discipline sono stati mobilitati per un’analisi approfondita del celebre giuramento e dell’etica medica da esso rappresentata.

Valutati i pro e i contro di uno dei documenti fondamentali della tradizione culturale dell’occidente, considerate tutte le riserve, le condanne sommarie e le apologie d’ufficio, si è optato alla fine per la redazione di un nuovo testo del giuramento, elaborato da un comitato di esperti del Corriere medico.

Se raffrontiamo la nuova versione della clausola terapeutica con quella antica, possiamo constatare che lo spirito dello storico giuramento resta immutato:

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Accoglierò con umanità e sensibilità coloro che a me si affidano perché li curi, e parteciperò loro la mia dottrina affinché possano da uomini liberi trarre conforto e aiuto dall’arte medica, in salute e in malattia. E sarà mio impegno stare sempre vicino al paziente con pazienza pari alla sua. E stare sempre dalla sua parte, e soltanto dalla sua, con passione tutta mia.

Eserciterò la mia arte secondo un sapere che mi impegno ad accrescere costantemente, e prescriverò farmaci secondo un giudizio che manterrò puro e retto, e che sempre mi guiderà nello scegliere quei rimedi che sicuramente si siano dimostrati giovevoli. Non farò della mia arte ingiusto lucro, né anteporrò alcun interesse a quello del malato, nemmeno se richiesto dal potere di chi amministra e governa la cosa pubblica’’.

Al di sotto degli aggiornamenti, dei raffinamenti stilistici e degli ampliamenti retorici, è facilmente riconoscibile in filigrana l’antico testo. L’atteggiamento di fondo è il medesimo: il rispetto dell’etica medica è un dovere del sanitario, al quale non fa riscontro, però, un diritto giuridicamente rivendicabile da parte del malato.

L’elevatezza morale del modello a cui il medico cerca di adeguare il suo comportamento dà ancora più rilievo all’essenziale asimmetria del rapporto con il paziente. Il professionista sanitario è colui che sa qual è la scelta terapeutica ideale per ottenere il pieno benessere del malato e mette tutto il suo impegno per applicarla.

I medici cresciuti all’interno di questo modello mostrano notevoli resistenze ad abbandonarlo e hanno dalla loro parte delle buone ragioni. Innanzi tutto, una giustificata resistenza deriva dalla constatazione quotidiana di quanto sia illusorio un rapporto simmetrico tra sanitario e paziente: lo stato di malattia comporta naturalmente una condizione di bisogno, e quindi di fondamentale disparità. Qualcuno arriva a pensare che parlare di rapporto simmetrico tra chi fornisce le cure e chi le riceve sia un discorso puramente demagogico. L’autonomia del paziente, infatti, non può essere data per scontata, in quanto essa è più il risultato finale di un’educazione e di una crescita, che un pacifico punto di partenza.

Ma ci può essere anche una ragione di più alto profilo nell’aderire agli ideali veicolati per secoli dalla medicina ippocratica: per esempio il mondo non anglosassone, in particolare quello di tradizione latina, si

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trova più a suo agio in una formulazione dell’etica che non sia centrata sull’individuo, autonomo e rivolto alla difesa dei propri diritti, ma si orienti piuttosto verso il “prendersi cura” reciproco, come struttura primordiale dell’esistenza umana (cfr. Rodotà, 1995).

Quest’ultimo è un punto di vista molto familiare a quelle professioni sanitarie, che in genere sentono come estraneo il linguaggio della bioetica elaborato a partire dalla prospettiva dei diritti individuali, della privacy, dell’autonomia. Nel mondo culturale latino, infatti, è più familiare l’etica della virtù, rispetto a quella dei diritti (Gracia, 1993); dall’etica ci si aspetta che guidi l’azione verso la qualità eccellente, piuttosto che si ponga a tutela dell’individuo, vigilando pertanto affinché non sia violato nella sua autodeterminazione.

Ogni medico coscienzioso sa, per esempio, che sarebbe irresponsabile da parte sua limitarsi a registrare richieste e rifiuti da parte dei pazienti. Le decisioni, infatti, sono spesso prese sotto l’influenza di stati d’animo turbati.

Un medico consapevole dei suoi doveri, e “alleato” con il paziente nella ricerca del miglior interesse dello stesso, non può rinunciare a esercitare l’arte della persuasione. Per esempio: un intervento demolitivo ― specie se devastante per l’immagine corporea, come la mastectomia per una donna ― potrebbe essere rifiutato di primo acchito, mentre la bilancia potrebbe, una volta valutato serenamente il rapporto rischio-beneficio, pendere dalla parte del beneficio procurato da tale scelta.

Il paternalismo non può essere rifiutato in blocco, quasi fosse uno stigma vergognoso di tutta la medicina premoderna.

C’è ancora e ci sarà sempre nella pratica della medicina un ampio spazio dove il medico può espletare quella funzione di sostegno che nella vita normale si identifica con ciò che fa un buon padre o una buona madre, è opportuno che il medico difenda, anche per la medicina del futuro, la convinzione che la buona cura comincia con il prendersi cura.

Terapie e diritti della persona

Il cambiamento nel rapporto tra medico e paziente, che nello schema generale di evoluzione dell’etica in medicina abbiamo sintetizzato come processo di “modernizzazione” (nel preciso senso culturale di passaggio all’epoca “moderna”, sinonimo di democrazia politica e di liberalismo economico, che ha progressivamente modificato tutte le

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aree della vita sociale), comporta una trasformazione che si può paragonare a un radicale cambiamento delle “regole del gioco”. Le regole del gioco sono una cosa importante nella convivenza umana: che si tratti di sport o di sanità, di elezioni politiche o di accesso alle prestazioni erogate del Servizio sanitario nazionale. Chiunque ha a cuore che i cambiamenti avvengano in modo da non pregiudicare il pacifico svolgimento della vita sociale deve dare una priorità assoluta alle regole. Le modifiche delle regole vanno notificate a tutti, per tempo, ripetutamente, verificando che l’informazione arrivi a ognuna delle persone coinvolte e che ci sia un adeguato consenso al cambiamento.

Ebbene, in medicina, il passaggio all’epoca moderna comporta un cambiamento delle regole. Il primo sospetto che ci assale è che la trasformazione non sia accompagnata da un’informazione accurata, scrupolosa e capillare, come certamente accadrebbe se cambiassero le regole del gioco del calcio. A questo sospetto c’è da aggiungere la constatazione che, solitamente, al cambiamento delle regole viene opposta resistenza.

I comportamenti umani, infatti, sono vischiosi, tendono a resistere al cambiamento, in particolare quando la “perseverazione” è favorita da una coesione omogenea di tutto un gruppo professionale.

Nel caso particolare della professione medica, si tratta di comportamenti motivati in senso altamente etico e umanitario. I medici hanno di se stessi una comprensione centrata sul beneficio da arrecare alla salute dei pazienti; l’azione medica vuol essere intesa come rivolta al miglior interesse del malato. Dall’interno del mondo medico si sviluppa perciò una forte resistenza al cambiamento delle regole, proprio perché quelle precedentemente in vigore appaiono ispirate ai più alti ideali.

Le cure sanitarie oggi si devono ancor più armonizzare con il rispetto dei diritti della persona. Questa formulazione sintetica del cambiamento. che l’epoca moderna comporta, acquista contenuto quando consideriamo analiticamente tali diritti. Proviamo a prendere come punto di riferimento ùna delle formulazioni più note dei diritti umani: la dichiarazione di indipendenza degli Stati americani redatta da Thomas Jefferson nel 1776. Tra le verità che non hanno bisogno di essere dimostrate, in quello storico documento viene citato il fatto che tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti e che sono dotati di certi diritti innati, dei quali non possono essere privati a nessun patto: come il “diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità (“the pursuit of happiness”).

C’è inoltre da sottolineare che gli sviluppi biomedici più recenti

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costringono la società a confrontarsi anche con il diritto alla vita, inteso come limite invalicabile. Le sicurezze che ci hanno accompagnato per secoli si incrinano di fronte a fatti nuovi. Chi va protetto, in nome del suo irrinunciabile diritto alla vita? Questo diritto si estende al feto, e a partire da quale fase dello sviluppo embrionale? è un diritto esclusivo degli esseri umani o si estende anche ad altre forme di vita animale? E ancora: fino a che punto va protetto il diritto alla vita? Il diritto alla vita va tutelato anche quando una vita ha perduto le qualità umane più fondamentali? Quelli sopraccitati sono altrettanti scottanti capitoli della bioetica contemporanea.

Tuttavia, a noi qui interessa soprattutto analizzare il nuovo rapporto con il secondo dei diritti dell’uomo menzionati nella dichiarazione di indipendenza americana: il diritto alla libertà. In termini sociali, tale diritto è stato fatto equivalere all’autonomia, intesa come capacità dell’individuo di autodeterminarsi nelle scelte, comprese quelle che vengono fatte nell’ambito delle cure sanitarie. Nel modello tradizionale le regole del gioco prevedevano una specie di sospensione dell’autonomia, quando l’individuo veniva a trovarsi nello stato di malattia: il medico ― spesso in collaborazione con la famiglia del malato ― è autorizzato a valutare quali informazioni fornirgli, a scegliere il trattamento appropriato e i percorsi da fargli seguire nell’accidentato camminò verso la salute (e ancor più in quello verso la morte).

Il diritto alla libertà, nella sua versione di diritto a scelte autonome, è apparso, sullo scenario della sanità, come un diritto di seconda generazione, rispetto ai diritti fondamentali che costituiscono il tessuto delle società democratiche, diritti per i quali sono state fatte le rivoluzioni liberali dell’epoca moderna. Secondo lo storico della medicina Diego Gracia, fino agli anni più recenti la rivoluzione liberale e democratica ha stentato a imporsi in medicina, nonostante avesse già modificato altri ambiti della vita sociale: “Nel mondo della salute la rivoluzione sociale ha preceduto in molti casi la rivoluzione liberale... Il liberalismo è sempre stato il grande ‘argomento in sospeso’ nella medicina occidentale” (Gracia, 1993, p.174).

La pratica del diritto alla libertà in medicina è stata coltivata soprattutto negli Stati Uniti, anche per la propensione degli americani a indulgere alla litigiosità giudiziale. L’impatto della prospettiva dei diritti sul modello tradizionalmente vigente in sanità, centrato sull’ideale umanitario e sul dovere del medico di orientare la sua azione al bene del malato, è stato dirompente.

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Una delle prime formulazione del diritto del paziente al rispetto della propria autonomia anche in ambito sanitario è quella del giudice Benjamin Cardozo, in una sentenza del 1914: “Ogni essere umano adulto e capace di intendere e di volere ha diritto di decidere che cosa viene fatto al suo corpo” (Faden, Beauchamp. 1986). Come l’albero nel seme, in questa frase è contenuto tutto lo sviluppo, avvenuto negli ultimi due decenni, della regolamentazione del consenso informato e della tutela sempre più minuziosa del diritto del paziente a essere coinvolto nelle decisioni cliniche che lo riguardano. La “Legge dell’autodeterminazione’' del 1991, che abbiamo analizzato nei riferimenti normativi, può essere considerata come il punto di arrivo finale dell’intera parabola del diritto alla libertà applicato alla sanità.

Malgrado la sorda resistenza dei medici formati in una tradizione più ispirata al principio del beneficio per il paziente e al paternalismo che al rispetto dell’autonomia, il movimento della “modernizzazione” della pratica medica si è esteso a tutti i Paesi dell’area occidentale. L’informazione del paziente e l’acquisizione abituale del consenso non sono più un “optional”, ma tende a diventare un obbligo deontologico e, in alcuni casi, anche legale.

Questi sviluppi dell'autonomia del paziente e del suo diritto all’informazione, tuttavia, potrebbero evolvere anche verso un esito infausto, è possibile, infatti, immaginare che lo spostamento di accento dal beneficio per il paziente alla sua autonomia avvenga in un clima avvelenato dalla diffidenza e dal risentimento per il potere perduto, col triste risultato che il diritto alla libertà si possa tramutare nella sua caricatura. ossia nel “diritto” a essere lasciato solo, proprio nel momento in cui il malato ha maggior bisogno della presenza benevola ed efficace di un sanitario che lo assista, non solo con i mezzi che la scienza gli mette a disposizione, ma anche con la sua completa umanità. Lo sviluppo della richiesta di un consenso informato ― anche se redatto, per fini burocratici, su un modulo standard preconfezionato ― potrebbe risultare come un espediente per rifilare al malato la responsabilità per decisioni che andrebbero invece condivise.

L’integrazione tra il diritto all’informazione e il rispetto dell’autonomia personale nella pratica della medicina dovrebbe avvenire senza rinunciare ai valori che sono assolutamente impliciti nella medicina ispirata al bene del paziente. Se qualcosa deve finire, questo qualcosa non devono essere sicuramente gli ideali della medicina ippocratica, bensì la pratica della medicina “del silenzio”, ovvero di quella medicina muta ars che ritiene di poter fare a meno del dialogo col paziente.

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Questo anche perché i veri benefici per il malato, quelli che rispettano i suoi valori e le sue scelte di vita ― quel beneficio che presuppone un’intelligente negoziazione tra le enormi potenzialità della medicina di oggi e le aspirazioni qualitative che reggono la vita di una persona ― non possono essere assolutamente individuate senza una vera comunicazione.

La formulazione dei diritti umani, dalla quale tutto il nostro argomentare ha preso le mosse, menzionava, tra le “verità che non hanno bisogno di essere dimostrate”, anche il diritto innato dell’uomo alla “ricerca della felicità”. Nei confronti di quest’ultimo diritto noi europei siamo stati sempre piuttosto scettici. La “ricerca della felicità” l’abbiamo lasciata all’iniziativa individuale del cittadino, chiedendo allo Stato di occuparsi solo di due “inviolabili” diritti: la protezione della vita e la tutela della libertà. La ricerca della felicità non l’abbiamo inclusa nell’elenco dei diritti costituzionali, e tanto meno abbiamo considerato un possibile legame tra essa e la pratica della medicina. Eppure niente sembra più attuale di questa nuova frontiera di diritti, che potremmo chiamare “diritti di terza generazione”. Essi emergono insieme a quello che è sicuramente una nuova richiesta di salute, non solo limitata alla lotta contro la malattia, ma identificata con il pieno benessere: fisico, psichico, sociale e spirituale.

Quella che si profila è una diversa fisionomia globale della medicina, per la quale è stata coniata l’espressione “medicina del desiderio”. Il modellamento del corpo sul desiderio diventa l’elemento trainante della ricerca di salute nella società ad alto sviluppo economico. Il ventaglio degli interventi richiesti a questo tipo di medicina è molto ampio. Comprende ― tanto per nominarne alcuni ― i trattamenti anti-stress ed estetici; la regolazione della fertilità (fecondazione in vitro, gravidanza dopo la menopausa, programmazione del sesso del nascituro, modifiche dell’eredità genetica) che va spesso oltre, e talvolta contro, i limiti posti dalla natura; la determinazione da parte del soggetto della quantità e qualità delle cure che determinano la lunghezza della vita giunta al termine (dai limiti posti all’accanimento terapeutico mediante disposizioni previe ― “living will” o testamento biologico ― alla richiesta di eutanasia, in condizioni di vita giudicate soggettivamente intollerabili).

Il nodo etico di questo tipo di domanda di salute, radicata nella personale “ricerca della felicità” concepita come un diritto, si stringe intorno all’espropriazione della tradizionale delega al medico di decidere, in “scienza e coscienza” che cosa dovesse essere fatto al malato. In una medicina di questo profilo al sanitario sembra sottratta qualsiasi facoltà di intervenire con un proprio giudizio etico in merito all’azione appropriata

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da intraprendere. Quello che ci si attende da lui è solo una prestazione d’opera, finalizzata a realizzare degli obiettivi che gli vengono imposti da un paziente promosso ormai a “utente”, quando non addirittura a “cliente”.

L’obiezione di coscienza rimane un’estrema barriera contro l’avanzata del desiderio, spesso nel suo significato di componente irrazionale dell’agire umano, in medicina, che minaccia di travolgere il tradizionale modello di rapporto medico-paziente. Questa possibilità ha avuto un esplicito riconoscimento nel caso dell’interruzione di gravidanza (legge 194 del 1978). Più di recente, l’ultima revisione del codice deontologico dei medici italiani (1995) ha dichiarato incompatibili con la seria professionalità del medico le pratiche di fecondazione medicalmente assistita che più si allontanano dal profilo di intervento medico a un problema di sterilità della coppia. E forse opportuno prendere in considerazione la possibilità che la non disponibilità del medico, per ragioni di coscienza, possa essere invocata anche in altre circostanze create dalla medicina del desiderio, in modo da garantire al sanitario il pieno rispetto dell’autonomia della sua decisione etica, caratteristica che gli spetta in quanto singolo soggetto.

La responsabilità per la propria salute

Nel contesto culturale che abbiamo visto come tipico dell’epoca moderna, cambiano, in modo direttamente correlato, sia i diritti che i doveri del medico e del paziente. L’altra faccia del diritto del paziente a entrare attivamente nel processo decisionale che lo porterà, insieme al medico, alle scelte terapeutiche che meglio esprimono i suoi valori personali, è costituita dal suo dovere di rendersi responsabile per la propria salute e per la qualità della propria vita. La prima conseguenza concreta è che il paziente diventa compartecipe dell’incertezza del medico.

Nessuno ha contribuito in misura maggiore della sociologa americana Renée Fox a mettere a fuoco il posto che occupa l’incertezza nel sapere medico. Da più di un trentennio la studiosa si dedica a esplorare il ruolo che ha l’incertezza nella formazione dello studente di medicina, nella socializzazione del medico e nella condizione umana dei professionisti della salute; l’incertezza è il filo rosso che lega le ricerche, l’insegnamento, gli scritti della Fox. L’insieme della sua opera ci permette di registrare i profondi cambiamenti che il problema della certezza in

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medicina ha subito nel giro di una generazione.

Discepola del sociologo Talcott Parsons, Renée Fox ha cominciato a occuparsi, fin dagli anni ’50, del modo in cui gli studenti di medicina vengono “socializzati” nella professione. Nel saggio che raccoglie la sua prima ricerca ― intitolato Training for uncertainty (Fox, 1957) ― giungeva alla conclusione che ciò che è specifico della formazione medica è di essere un itinerario finalizzato a fornire la capacità di gestire l’incertezza.

Nel corso del suo lungo allenamento il medico in formazione si può confrontare con tre tipi fondamentali di incertezza. Il primo è quello che deriva da un dominio incompleto o imperfetto del sapere disponibile: nessuno è in grado di possedere tutte le qualificazioni e tutte le conoscenze del sapere medico. Il secondo tipo di incertezza dipende dai limiti propri della conoscenza medica attuale (esistono immensi problemi ai quali nessun medico, per quanto esperto, può dare ancora una risposta, anche se è legittimo sperare che lo si possa fare in futuro). Una terza causa di incertezza è quella che consiste nella difficoltà di distinguere l’ignoranza o l’incapacità personale dai limiti specifici della conoscenza medica attuale; ovvero, in parole semplici, se l’eventuale fallimento vada imputato all’ignoranza del medico o a quella della scienza.

All’occhio dello studioso dei comportamenti sociali risulta agevole stabilire un rapporto tra l’incertezza del sapere medico e quella intrinseca alla condizione umana, nella quale i fatti relativi a salute, malattia, benessere, morte, sofferenza sono sempre problemi critici per quanto riguarda il loro stesso significato. Ma il sociologo è in grado di distinguere anche i meccanismi attraverso i quali gli studenti di medicina in formazione riescono ad adattarsi all’incertezza. Al termine dell'allenamento all’incertezza”, gli studenti diventano capaci di accettare l’incertezza come parte integrante della pratica professionale della medicina, di distinguere i limiti propri da quelli della scienza, di affrontare l’incertezza con un certo candore e una positiva filosofia venata di scetticismo.

Studiando l’evoluzione dell’incertezza medica, Renée Fox ha notato una marcata differenza tra quella degli studenti in medicina degli anni ‘50 e l’incertezza tipica dei decenni successivi (Fox, 1974 e 1980). La nuova e più forte sensibilizzazione all’incertezza medica, i cui inizi si possono far risalire alla metà degli anni ’70, presuppone l’affermarsi della nuova biomedicina e di quella riflessione critica che ha preso il nome di bioetica. Il contesto sociale è cambiato, e quindi è cambiato

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anche il profilo dell’incertezza. Questa non si situa più solo all’interno della scienza medica, ma piuttosto alla frontiera tra la medicina, la politica e l’etica.

Le problematiche bioetiche danno all’incertezza connotazioni molto più ampie. Un significato emblematico assume in questo senso la perplessità relativa a un iter sperimentale che preveda la manipolazione del DNA. Il presentimento che la capacità di manipolare i geni potrebbe alla fine provocare una catastrofe si abbina a dubbi circa i limiti delle regolamentazioni relative alla ricerca scientifica (“Chi decide a chi competono le decisioni?”). Un discorso analogo si può fare circa gli effetti nocivi che prodotti chimici e farmaci possono determinare sull’ambiente e sulla salute dell’uomo (prodotti cancerogeni o mutageni). La stessa metodologia della ricerca ― per esempio, la validità dei test, riguardanti sostanze cancerogene, fatti sull’animale ― crea problemi notevoli di incertezza. La pratica di prescrivere delle norme e di tormentarsi su questa prescrizione (vedi il ricorso alle “moratorie” in vari ambiti: ingegneria genetica, trapianti sperimentali di organi, ricerca sull’embrione) lascia emergere una figura inedita di incertezza che potremmo chiamare “incertezza di secondo livello”, ovvero “incertezza dell’incertezza”.

La maggior parte dei problemi posti attualmente dall’incertezza e dal rischio non si può ridurre entro il quadro analitico di una sola disciplina o di una singola professione. Le incertezze associate ai progressi scientifici e tecnici più recenti (come il trapianto di organi, il depistaggio di malattie genetiche e la diagnosi prenatale, la chemioterapia per il cancro) sono legate a metaproblemi che eccedono l’ambito dell’incertezza medica. Sia che si parli di rischi potenziali paragonati ai vantaggi eventuali, di conseguenze aleatorie che determinati interventi terapeutici possono comportare per la salute e la sopravvivenza, di capacità predittiva di test diagnostici, oppure di qualità della vita, inevitabilmente si incontrano problemi fondamentali della società e della stessa condizione umana (cfr. Spinsanti, 1991).

Dall’analisi dell’evoluzione dell’incertezza medica nel corso di un trentennio, Renée Fox giunge alla conclusione che esiste almeno una coscienza collettiva latente del fatto che le nostre istanze politiche, legislative e professionali attuali non possono inglobare completamente, né risolvere convenientemente il senso profondo delle nostre questioni morali e metafisiche riguardanti l’incertezza relativa alla salute e alla medicina (Fox, 1980). Nella medicina attuale sembra giunta all’estrema maturazione quell’incertezza che già il primo, e il più celebre, degli Aforismi attribuiti a Ippocrate considerava come l’orizzonte naturale in cui si esercita l’arte medica:

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La vita è breve,

l’arte lunga,

l’occasione fuggevole,

l’esperienza fallace,

il giudizio difficile”.

L’incertezza è, dunque, con gli aspetti etici connessi, l’orizzonte connaturale alla decisione clinica. Il delicato equilibrio del sapere medico, perpetuamente oscillante tra la certezza e l’incertezza (ivi comprese le certezze autentiche e quelle ideologiche, che presuppongono una semplificazione deformante della realtà, le incertezze paralizzanti e quelle creative, perché si aprono su orizzonti di senso più ampio), è dovuto al fatto che oggetto della medicina non sono propriamente le malattie, ma uomini malati, è il soggetto umano il centro attorno al quale ruota il sapere medico. Ogni sapere relativo alla patologia che, per diventare certo, escluda il soggetto, si condanna con ciò stesso a fallire il suo obiettivo.

Senza il soggetto, non si capisce la malattia; senza il soggetto, non si realizza la guarigione. Forse si può avere la guarigione in senso riduttivo, intesa come restaurazione di uno “status quo ante”. Ma in senso antropologico pieno, la guarigione ― che differisce dal recupero dello stato di salute previo all’irrompere della malattia e comprende variabili quali l’aumento della consapevolezza, il cambiamento dello stile di vita, l’acquisizione di una conoscenza di sé che includa quella parte di ombra che probabilmente gioca un certo ruolo nella creazione della malattia ― non può essere raggiunta e considerata tale senza la partecipazione del soggetto.

Quello che osserviamo nella prassi medica quotidiana è, invece, proprio la sistematica esclusione del soggetto, inteso come momento fondamentale unificatore, in cui il biologico, lo psichico e il sociale si riuniscono sotto la categoria del biografico. Quando si pretende di dar ragione della malattia considerando come insignificante la dimensione soggettiva dell’uomo, si produce una dipendenza, che è allo stesso tempo psicologica e istituzionale, dall’apparato sanitario, cui corrisponde un’implicita delega agli “esperti” di attuare la guarigione.

Questo abbandonarsi passivo trova spesso riscontro nella volontà esplicita, proprio di coloro che rappresentano il sapere medico, di escludere le complicazioni che derivano da un coinvolgimento del soggetto. Il messaggio: “Tu non c’entri per niente con la tua malattia”, trasmesso,

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almeno implicitamente, attraverso una gestione del tutto impersonale del fatto morboso, produce un irreparabile impoverimento antropologico della malattia, ma anche una semplificazione del processo terapeutico che può risultare allettante tanto per il sanitario, quanto per il malato.

La guarigione, intesa come evento sostanziale più pregnante, più globale del semplice recupero della salute, cioè come una possibilità di riappropriarsi di se stesso, non può avvenire soltanto adattandosi alle regole di comportamento che i rituali sanitari stabiliscono per il “buon” paziente. Nessuno può sapere, al posto del soggetto, qual è il cammino verso la guarigione, nel suo equilibrio assolutamente singolare di opposizione e resa, di male da combattere e male da accettare.

La resistenza dei sanitari ad accettare la partecipazione del soggetto ― che può sottointendere il significato personale della malattia e della guarigione nell’insieme del processo terapeutico ― è solo una parte della verità. L’altra metà del fallimento del programma di antropologizzare la malattia va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove si incontra la propria partecipazione al fatto di essere malato e dove si è chiamati ad assumere la propria responsabilità per la guarigione.

Un approccio etico positivo, che rispetti il senso soggettivo della malattia e della guarigione e non deresponsabilizzi il malato ma lo guidi, piuttosto, a riprendersi la responsabilità della sua vita proprio attraverso la vicenda patologica che sta attraversando, ha un difficile compito davanti a sé. Il principale ostacolo è costituito dalla contrapposizione corrente tra due atteggiamenti di fondo nei confronti del sintomo morboso: comprendere ed eliminare.

L’approccio psicoterapeutico ha fatto proprio il primo. Per lo psicoterapeuta il sintomo va interrogato, affinché lasci trapelare il suo senso; la guarigione viene fatta coincidere non con la semplice eliminazione del sintomo, ma con l’appropriazione del suo significato da parte del soggetto. Tuttavia, questa concezione si è estesa tutt’al più alle somatizzazioni nevrotiche, ma non al resto delle malattie somatiche di competenza della medicina. La pratica terapeutica di quest’ultima si è sempre più identificata con l’approccio che si propone di eliminare il sintomo.

La clinica si può rinnovare solo se, senza ratificare questa contrapposizione tra il comprendere e l’eliminare, instaura una pace tra queste due dimensioni o concezioni dell’atto terapeutico. E necessario abolire

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la distinzione artificiale, o soltanto di comodo, tra clinica delle malattie somatiche e clinica della patologia di tipo psicologico, che si basa su un dualismo che la medicina cosiddetta psicosomatica ha solo sfumato, senza riuscire ad abolirlo.

Il mettere pace inizia con il dissipare gli equivoci: coloro che sono tutti tesi verso la strategia dell’eliminazione sospettano coloro che inclinano verso il comprendere, quasi fossero alleati della malattia, conniventi con il male; per contro, coloro che si collocano sul versante del comprendere accusano pesantemente i sanitari che sono sul versante dell’eliminazione di praticare una specie di veterinaria applicata all’uomo, riducendo il proprio ruolo a quello di meccanici dell’organismo. Queste due modalità non vanno contrapposte, ma integrate.

Quando alla malattia si dà il permesso di parlare fino in fondo e si esercita verso di essa un ascolto totale, si può realizzare la chiusura del circolo ermeneutico, mediante un comprendere che non è antitetico ma complementare all’eliminare. Solo questo è un processo terapeutico completo, che comporta l’esigenza di dare alla malattia dell’uomo tutto lo spessore soggettivo che le compete.

I limiti alle terapie: problemi antropologici ed etici

Tra i comportamenti medici che suscitano con più forza il malessere dell’opinione pubblica, uno dei primi posti spetta all’accanimento terapeutico. Se ne discute molto, e con molta passione. Ciò, però, non significa che se ne parli con appropriatezza. Anzi, a ben vedere, l’uso corrente dell’espressione è viziato da un prevalere di “pathos” che ne fa uno dei cavalli di battaglia di chi accusa la medicina di “disumanizzazione”. In pratica, quando gli sforzi di salvare la vita a un malato non hanno risultato, vengono bollati come “accanimento terapeutico” e sui medici viene gettato il sospetto di comportarsi come tecnici disumani, che prolungano un’azione inutile mirando a fini personali, più che al bene del malato. Se invece l’intervento medico ha successo, i sanitari vengono lodati per la loro perizia e dedizione alla causa della guarigione del malato, vista come fine unico della medicina. Si tratta, quindi, di un giudizio “ex post”, e non di un’accurata descrizione del delicato processo di decisione clinica, dove al medico è richiesto di trovare “ex ante” la giusta misura per il suo intervento, in un precario equilibrio tra l’eccesso e la carenza, tra il “troppo” e il

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"troppo poco”, tra l’ostinazione cieca e l’abbandono prematuro del paziente, in quella condizione di incertezza che è intrinseca a ogni decisione medica.

È comprensibile che i medici reagiscano per lo più con irritazione all'accusa approssimativa di accanimento terapeutico, soprattutto quando viene filtrata da un’informazione vorace e spettacolare, che deforma il contesto in cui vengono prese le decisioni. Basti pensare alla ridda di insinuazioni e accuse rivolte ai medici che hanno assistito Fellini negli ultimi giorni di vita. La facile etichettatura di accanimento terapeutico ferisce i medici che lottano per tenere in vita i malati perché misconosce il fatto che i risultati positivi in medicina sono il frutto di molta tenacia. Se, dopo aver mobilitato tutte le energie della mente e del corpo per contrastare la morte, il medico si sente rivolgere l’accusa di aver indulto all’accanimento terapeutico, è molto probabile che possa lasciarsi prendere dallo sconforto. È quell’alleanza tacita tra il terapista e il paziente, che costituisce tradizionalmente lo scheletro dell’arte terapeutica, viene ulteriormente scossa.

L’accanimento terapeutico è, dunque, solo il frutto di malintesi? Dipende esclusivamente dall’incompetenza degli informatori e dei cittadini, che equivocano sul significato degli sforzi medici per prolungare la vita dei malati? L’accanimento terapeutico va accantonato come un falso problema? Prima delle dovute risposte a questi interrogativi, esaminiamo che cosa avviene, sempre a livello di opinione pubblica, circa l’accanimento diagnostico. Qui lo scenario è completamente diverso. Non ci sono mobilitazione dei media, scambi di accuse e difese; l’argomento non viene problematizzato sotto la spinta di forti emozioni. Raramente capita che qualcuno si lamenti per troppe indagini diagnostiche. Semmai la categoria invocata per valutare eventuali abusi è quella dello spreco delle risorse, non quella dell’accanimento. Visto dalla parte del paziente, l’eccesso diagnostico non sembra un pericolo per la salute: meglio un test in più che uno in meno...

Registrate le differenze tra i due ordini di problemi e l’inadeguatezza del termine “accanimento” utilizzato per indicarli ― anche per la connotazione moralistica che lo accompagna e le reazioni che suscita in chi viene fatto oggetto di accusa ― resta tuttavia l’interesse per la ricerca della giusta misura tanto nell’ambito della terapia quanto in quello della diagnosi.

Un cambiamento strategico in questa direzione consiste nell’introduzione in medicina di un punto di vista che abitualmente non era tenuto in considerazione: quello del paziente stesso. Anche sotto questa prospettiva

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vediamo l’utilità di promuovere il modello di rapporto incentrato sul consenso informato. Tradizionalmente, finché l’unico criterio sul quale doveva misurarsi la qualità morale dell’atto medico era la sua capacità di realizzare il “bene del paziente”, questo veniva praticamente a coincidere con l’ambito delle possibilità stesse della medicina (le quali, peraltro, erano molto più limitate di quanto i medici amassero concedere e far sapere ai pazienti...). La prima seria divaricazione tra il possibile e l’auspicabile è avvenuta, verso la metà del nostro secolo, con l’acquisizione della possibilità di mantenere in vita un paziente mediante le tecniche di respirazione artificiale.

Nel medesimo periodo anche nell’ambito dell’etica medica si sono registrati i primi tentativi di introdurre delle distinzioni che fossero d’aiuto ai medici nelle decisioni che erano costretti a prendere. Negli anni ‘50 fu molto apprezzata la distinzione, proposta da Pio XII, tra “mezzi ordinari” e “mezzi straordinari”. Secondo tale criterio, gli sforzi rivolti a salvare la vita o a prolungare uno stato di particolare sofferenza possono essere lecitamente tralasciati quando hanno un carattere di straordinarietà. La distinzione ha avuto molto successo ed è stata ampiamente adottata dall’etica sviluppatasi senza riferimenti religiosi. Mira a individuare gli interventi medici ritenuti obbligatori ― identificati con quelli ordinari ― distinguendoli da quelli che possono essere omessi senza colpa morale.

Nella pratica sanitaria il criterio della straordinarietà dei mezzi è di difficile utilizzazione, a meno che non sia abbinato a qualche altro criterio come, per esempio, valutare se l’intervento terapeutico previsto prolunghi la vita o soltanto il processo del morire. Progressivamente nell’ambito dell’etica medica si è avvertita l’inadeguatezza della distinzione tra mezzi ordinari e mezzi straordinari a guidare le decisioni in situazioni di conflitto. Nella stessa morale cattolica si è sentito il bisogno di un superamento di quella distinzione. La dichiarazione sull’eutanasia della pontificia Commissione per la dottrina della fede (1980) ha registrato e ratificato il cambiamento di parametro di valutazione: “Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso di mezzi ‘straordinari’. Oggi però tale risposta, sebbene valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi ‘proporzionati’ e ‘sproporzionati’ ”.

L’idea di proporzionalità rimanda necessariamente a un fine, a una gerarchia soggettiva di valori, a una valutazione del tipo di vita che la persona considera conciliabile o inconciliabile con il proprio modello di

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“buona vita”. Siamo così rinviati a un giudizio di qualità di vita, che non può essere posto al di fuori dei valori di riferimento del soggetto. Muovendoci in questo orizzonte, siamo entrati nella prospettiva etica che abbiamo identificato come propria dell’epoca moderna, in quanto essa integra il valore dell’autonomia individuale nel disegnare ciò che è appropriato all’ideale personale del singolo.

L’autodeterminazione del paziente entra a far parte costitutivamente di quella ricerca della giusta misura ― che si colloca tra il troppo e il troppo poco ― che determina la qualità dell’atto medico.

In questa prospettiva diventa più comprensibile il fantasma dell’accanimento terapeutico, che turba tanti nostri contemporanei. Esso nasce dal timore che il proprio metro di valutazione dei trattamenti possibili venga disatteso da un mondo di professionisti sanitari sintonizzati unicamente sui valori del prolungamento della vita. Non è necessario immaginare chissà quale disumano infierire su un corpo incapace di difendersi per attivare la fantasia dell’accanimento: basta la preoccupazione di una decisione presa su di noi, invece che con noi. Conseguentemente, la risposta positiva alla possibile deriva della pratica medica verso questa violazione della persona e del rispetto che le è dovuto non si restringe a delle limitazioni nell’impiego dell’intero arsenale terapeutico quando il malato ha iniziato il processo irreversibile del morire, ma la risposta adeguata inizia prima, mediante l’accettazione della prospettiva teorica e pratica proposta dalle “cure palliative”.

Ciò implica la pari dignità tra la medicina finalizzata a invertire il corso della malattia o a contrastare la morte e quella che ha come obiettivo il prendersi cura del paziente e accompagnarlo nel cammino inevitabile, lenendo i sintomi e rendendo possibile la “buona morte”. La filosofia sottostante alle cure palliative è l’antidoto appropriato a quelle forme di abuso alle quali ci si riferisce quando si parla di accanimento terapeutico.

L’orizzonte generale della bioetica ci è d’ausilio anche nel collocare i problemi posti dal cosiddetto accanimento diagnostico. L’imputato qui non può essere il clinico nella sua volontà di stabilire una diagnosi. Questo resta il primo e ineliminabile passo per una corretta procedura medica. L’etica medica tradizionale ha anche curato che l’intenzione diagnostica fosse guidata dalla volontà di procurare il bene del malato. Nei confronti di questi, infatti, non è giustificabile un sapere per il sapere, ma solo quello che si apre su un’operatività terapeutica. Non è un buon diagnosta il clinico incompetente, che copre la propria ignoranza in fatto di diagnosi differenziale scandagliando alla cieca e moltiplicando

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indagini diagnostiche a tappeto. Finché siamo guidati da queste preoccupazioni, ci muoviamo ancora nell’ambito dell’etica medica. Entriamo nell’ordine problematico che è tipico della bioetica quando chiediamo al medico di farsi carico anche della preoccupazione per l’efficienza dei servizi sanitari e per il contenimento delle spese per la salute sostenute dal sistema sanitario.

Oltre che il tradizionale principio del beneficio per il paziente e la comunità e quello moderno dell’autodeterminazione del paziente, sancito dal consenso informato, oggi il sanitario è chiamato in modo crescente a tener presente nelle sue scelte cliniche l’esigenza di ottimizzare l’uso delle risorse, che diventano sempre più scarse con il crescere della domanda.

Il medico, in epoca di sviluppo della medicina ― e di espansione economica ― poteva immaginare di lasciarsi guidare dalla domanda: "Che cosa posso fare di più per il malato che ho in cura?". Oggi sarebbe irresponsabile se ragionasse ancora in questi termini. Deve invece chiedersi: "Di che cosa posso fare a meno, pur ottenendo lo stesso risultato di qualità nella cura del paziente?". In altre parole, il criterio dell’economicità nell’uso delle risorse, a cominciare da quelle diagnostiche, deve entrare nel perimetro dei principi che circoscrivono la "buona medicina". Anche l’intenzione diagnostica deve proporsi la giusta misura: quella che si colloca dopo il "troppo poco" e prima del "troppo". In questo orizzonte il problema del consenso informato confluisce in quello della ricerca della giusta soddisfazione del paziente.

Il paziente è “un cliente che ha sempre ragione”?

Il modello della qualità della prestazione medica, che si impone in epoca di ottimizzazione nell’uso delle risorse che abbiamo chiamato “aziendale” o postmoderno, è particolarmente insidioso. Quando portiamo nella sanità lo stile azienda e consideriamo il rapporto con il paziente come cliente, dobbiamo essere consapevoli che abbiamo anche messo le premesse per affossare valori importantissimi che ci sono stati trasmessi in 25 secoli di medicina, come l’orientamento al bene del paziente. Promuovendo il paziente-cliente, non dobbiamo dimenticare che la soddisfazione del paziente non è un imperativo assoluto, sciolto cioè da vincoli morali. Qualsiasi azienda, ma soprattutto l’azienda sanitaria, deve essere sottoposta alle esigenze dell’etica. Il paziente non va soddisfatto in qualsiasi modo, ma solo in modo giusto.

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Un supporto sistematico per visualizzare i problemi della soddisfazione in rapporto con le esigenze dell’etica può essere fornito dallo schema riportato di seguito.

IL QUADRILATERO DELLA SODDISFAZIONE

giustamente soddisfatto

giustamente insoddisfatto

ingiustamente soddisfatto

ingiustamente insoddisfatto

Le ragioni dell’insoddisfazione sono diverse, è ovviamente insoddisfatto il paziente a cui, per incuria o incompetenza, non sia stato diagnosticato e trattato il suo male: egli ha diritto che, secondo il modello dell’etica medica, sia messo in atto tutto ciò che gli procura il beneficio che è autorizzato ad aspettarsi. Ma sarà insoddisfatto anche il paziente diabetico ― per fare un esempio ― che venga “messo a insulina” per decisione autoritaria del “professore”, senza che gli sia spiegato il significato e la necessità della decisione terapeutica, i vantaggi che ne ricava e le esigenze di “compliance”. La soddisfazione del paziente non può diventare un assoluto, ma va confrontata con alcune esigenze imprescindibili, in base alle quali possiamo dire che il paziente è giustamente soddisfatto. Per portare un esempio tratto dal “nursing”: come sanno gli infermieri che lavorano in ambito geriatrico, gli anziani spesso non sentono lo stimolo della sete e rifiutano di bere. Sarebbe soddisfatto, ma ingiustamente, l’anziano che fosse lasciato semplicemente alle sue preferenze e non trattato secondo le esigenze della scienza infermieristica. In questo caso ciò che determina se la soddisfazione soggettiva del paziente sia giusta o ingiusta è il sapere che è proprio del professionista. Il primo e fondamentale criterio con cui la soddisfazione del paziente si deve misurare, se vogliamo che si realizzi una giusta soddisfazione, è quello della scienza. La coscienza del sanitario deve vigilare perché sia

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rispettata la prima e più fondamentale esigenza dell’arte medica: "Primum non nocere". Non si può e non si deve arrecare un danno, anche se questo, paradossalmente, comportasse la soddisfazione del paziente.

modi di ottenere una soddisfazione ingiusta possono essere molti. Alcuni a danno del paziente (si può arrivare anche a dargli delle informazioni inesatte, fino al vero e proprio imbroglio), altri a danno di terzi (è chiaro che il paziente a cui faccio, per un privilegio, saltare la lista i’attesa è soddisfatto, ma è ingiustamente soddisfatto se considero le esigenze di equità).

Se la soddisfazione non è l’ultimo criterio di qualità, ma va piuttosto misurata con le esigenze dell’etica, la stessa cosa possiamo dire dell’insoddisfazione. Ci sono casi in cui il paziente è ingiustamente insoddisfatto. Questo è il caso del paziente che va dal medico di medicina generale con la sua richiesta di un farmaco (magari quello che ha fatto tanto bene al vicino o di cui si parla di più...), oppure vuole un trattamento di compiacenza, come un certificato falso di malattia. Se questo paziente non viene soddisfatto, cioè gli si nega ciò che richiede in modo illegittimo, allora è ingiustamente insoddisfatto.

La prospettiva interessante che apre il “quadrilatero della soddisfazione” è quella di proporre una visione dinamica dell’etica. Troppo spesso identifichiamo l’etica con un’istanza che giudica i comportamenti ― buono o cattivo, giusto o ingiusto, appropriato o non appropriato ― ma meno adatta a ottenere delle trasformazioni significative dei comportamenti.

La prospettiva cambia se, tenendo a mente il quadrilatero della soddisfazione, ci domandiamo: quale intervento dobbiamo mettere in atto affinché un paziente, che nel grafico si trova in un quadrante inferiore, passi in uno superiore? L’obiettivo ideale è che si collochi nel primo a sinistra, tra coloro che sono giustamente soddisfatti; ma se ciò non è possibile, almeno nel secondo, vale a dire che il paziente sia giustamente insoddisfatto (questa possibilità di un’insoddisfazione insanabile ci ibera da un complesso di onnipotenza: non possiamo far sì che tutti siano soddisfatti, ma possiamo evitare almeno che lo siano ingiustamente...).

L’etica ci appare così uno strumento operativo: ci stimola a fare qualcosa per modificare una situazione. L’etica è essenzialmente un insieme di interventi dinamici, tesi a un risultato. La qualità dell’intervento sanitario, infine, sta nella sua capacità di integrare i diversi elementi,

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ossia che la scienza medica ritiene assodato e raccomandabile (da questo punto di vista non si potrà mai accettare in medicina una logica del “cliente” che ha sempre ragione...), ciò che è conciliabile con le esigenze dei diritti umani e con l’autodeterminazione del paziente, ciò che promana dall’orizzonte dell’ottimizzazione delle risorse che inaugura l’era delle aziende sanitarie.

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IV

CONSENSO INFORMATO TRA COMUNICAZIONE E INFORMAZIONE

Comunicare senza informare

La scena di un vecchio film ci permette di visualizzare, grazie a una situazione tipica, in che modo si realizza una comunicazione senza informazione. Si tratta del film Vivere di Akira Kurosawa, del 1952, un classico della storia del cinema. Il protagonista, un umile capufficio del catasto, va a farsi visitare da un medico per persistenti dolori allo stomaco. In sala di attesa ha un colloquio con un “veterano” degli ambulatori medici, il quale dapprima gli descrive esattamente i sintomi del cancro dello stomaco, poi passa a predirgli il comportamento del medico. Se questi, guardando la radiografia, minimizza, nega risolutamente che si tratti di cancro, scherza e gli dice che può mangiare tutto quello che vuole, si può essere certi: la diagnosi di cancro è confermata! Al malato restano solo pochi mesi di vita. E proprio in questo modo indiretto il nostro capufficio verrà a conoscere la sentenza che lo riguarda. Anche in assenza di una informazione veritiera, la comunicazione relativa al suo stato di salute è giunta fino a lui.

Il problema della comunicazione è diventato centrale nella medicina attuale. Questo fatto non depone a favore della comunicazione stessa. Quando, infatti, nei rapporti interpersonali la comunicazione si fa centrale, ci sentiamo legittimati a dedurre che siamo di fronte a un indice di relazione “malata”. Lo conferma autorevolmente Paul Waztlawick, uno dei maggiori esperti della comunicazione umana: “Quanto più una relazione è spontanea e ‘sana’, tanto più l’aspetto relazionale della comunicazione recede sullo sfondo. Viceversa, le relazioni ‘malate’ sono caratterizzate

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da una lotta costante per definire la natura della relazione, mentre l’aspetto di contenuto della comunicazione diventa sempre meno riportante” (Watzlawick, 1971), è quanto possiamo verificare empiricamente nelle relazioni amorose: le coppie in crisi, invece di fare l’amore, imbastiscono eterni discorsi per definire il loro rapporto... Quando la comunicazione è inceppata, ci si accorge di essa, in quanto diventa un sintomo dolorante.

Qualcosa di analogo succede oggi in medicina. Si parla molto di comunicazione perché abbiamo l’impressione che siano sempre più frequenti e dolorosi i nodi della comunicazione. In particolare, la comunicazione si ingorga quando si decide, per motivi di diversa natura ― mancanza di tempo e di opportunità, o anche motivi etici ― di saltare il lomento dell’informazione, andando direttamente all’azione terapeutica. L’enfasi posta sul fare, piuttosto che sul parlare informativo, danneggia il processo della guarigione e si traduce in un saldo negativo sul piano della comunicazione.

Se la comunicazione non fluisce in modo sano, ristagna patologicamente, poiché, in ogni caso, non si può non comunicare. Questo è il primo assioma stabilito da Watzlawick nella sua Pragmatica della comunicazione umana. La comunicazione, infatti, è un comportamento; non esiste l’opposto del comportamento. Chi, per esempio, in una situazione di vicinanza fisica, si chiude nel mutismo, comunica che non vuol comunicare. Le parole e il silenzio, l’attività e l’inattività: tutto, nell’interazione, ha il valore di messaggio. La questione, quindi, diventa: che cosa comunica il comportamento del medico, quando rifiuta di informare il malato? (evidentemente quello che crea problemi è la comunicazione di una prognosi infausta: dare buone notizie è invece una delle opportunità più piacevoli che la vita ci riserva, dentro e fuori la medicina).

Una risposta alla domanda possiamo ricavarla dalla descrizione seguente, in cui l’oncologo francese Léon Schwarzenberg tratteggia la situazione che si crea quando l’ambiente che circonda il malato opta per i congiura del silenzio:

“È raro che i malati ripongano assoluta fiducia nel loro medico. Molti di essi credono che in questa valle di lacrime non esista bugiardo più grosso e patentato del medico, e che del resto egli eserciti l’unica professione nella quale la menzogna è d’obbligo. Inutile dire che a volte costoro hanno ragione. Ma dubbi e sospetti possono travalicare il medico stesso. Ve n’è che sospettano un complotto tra i loro stessi familiari o anche da parte dei loro amici. E, ancora una volta, spesso hanno ragione.

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La moglie o il marito, a volte il figlio maggiore che svolge il ruolo di capofamiglia ha deciso che “non bisogna dirglielo. Non possiamo farlo. Significherebbe ammazzarlo”. E il medico dal canto suo non osa spingersi più in là e a sua volta si inchina alla volontà della famiglia. Purtroppo, però, accade che la maggior parte di noi medici si sia attori da quattro soldi, bugiardi da poco. Il malato avverte perfettamente che non tutti coloro che lo circondano sono sinceri con lui, lo legge loro in faccia, lo coglie dai loro silenzi più ancora che dalle loro parole, lo capisce dai loro errori, dai lapsus, dagli impappinamenti, si sente al centro degli argomenti che non vengono mai abbordati. Tutti recitano male, mentono peggio. Il malato, questo lo sa; e il medico ha il sospetto che il malato sappia. Ed ecco così istituirsi quel rapporto convenzionale, di perfetta cortesia: il malato sa che il medico sa, ma non ne parla” (Schwartzenberg, Vianson-Ponté, 1975).

In pratica, contesti comunicativi di questo genere trasmettono ― al di là della volontà di coloro che decidono, magari per motivazioni umanitarie molto nobili e generose, di sottrarre l’informazione al malato ― la “morte sociale” di questi. L’essere umano non è solo un organismo animato, ma è anche essenzialmente un membro della società. Quando viene reciso il legame vitale con la comunità, muore come essere umano.

Questo tipo di morte non ricalca esattamente la morte fisica: può avvenire prima o dopo, rispetto alla cessazione della vita organica. Ci sono tribù in Africa che considerano morta una persona solo quando non si parla più di essa (Thomas, 1982): è un esempio estremo che illustra la divaricazione possibile, anche in altri contesti culturali, tra morte sociale e morte organica.

La morte sociale, inoltre, non è un avvenimento “puntuale”: si verifica a gradi, e attraversa vari stadi; come la malattia stessa, può essere leggera, grave, fatale, oppure reversibile. La progressione nella morte sociale è favorita dal fatto che la morte, nel modo in cui si verifica abitualmente, si prolunga nel tempo. Nel lungo periodo che la persona impiega a morire, si verifica gradualmente la sua morte sociale. L’ospedale è un osservatorio eccellente per rilevare in che modo si passa dal regno dei vivi a quello dei morti. Con il progredire della malattia, cessano le cure infermieristiche usuali, l’interesse medico si affievolisce fino a scomparire (a meno che non si tratti di un “caso interessante”, in un ospedale che abbia anche finalità didattica e di ricerca), i morenti sono separati dai familiari, talvolta ricevono già i trattamenti riservati alle salme...(cfr. Sudnow, 1970).

Nell’esperienza dei più la morte sociale comincia quando si cessa di

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essere considerati soggetti che possono prendere decisioni responsabili sul proprio destino. La preoccupazione di evitare alla persona che non può guarire lo shock di conoscere la propria situazione porta coloro che sanno ― i sanitari e i familiari ― a farsi carico della gestione della parte finale della vita del malato, sottraendogli le informazioni. In questo modo lo si è già condannato a morte come soggetto, ancor prima che la patologia fisica porti a compimento il suo assalto all’organismo.

Sia le parole che il silenzio hanno il loro lato tragico. Volendo evitare il dramma dell’informazione, si precipita in quello della mancanza di verità. Il silenzio, che può essere un salutare correttivo della retorica più banale e può talvolta offrire la solida consolazione derivante dalla muta solidarietà, in queste condizioni è solo un vuoto di parole. Fa capire al malato inguaribile che non è più qualcuno con cui si possa comunicare. Gli comunica, cioè, che socialmente può già considerarsi morto.

Ma i pazienti inguaribili, avviati verso la morte, vogliono sapere della loro situazione? Questo interrogativo continua a offrire lo spunto per innumerevoli dibattiti. L’abituale mancanza di informazioni al malato sulla prognosi infausta può essere letta in diversi modi. Qualcuno ritiene responsabili della “congiura del silenzio” i medici e i familiari: sono loro che non vogliono parlare, o per malinteso paternalismo, o per risparmiarsi il peso di dover sostenere emotivamente un paziente che si confronta con una prospettiva tragica. Altri invece, attribuiscono la volontà di non sapere ai pazienti: siccome essi rifiutano la verità, i sanitari si adeguano alla loro volontà e li preservano dal trauma di un’informazione non desiderata. O forse i malati fanno finta di non sapere, perché i medici e i familiari non vogliono parlare... Dove sta il torto e la ragione in questo scenario mutevole?

La pragmatica della comunicazione umana ci ha insegnato a sbrogliare matasse di questo genere riferendoci alla “punteggiatura” delle sequenze di eventi (cfr. Watzlawick, 1971). Quando in un rapporto comunicativo si creano delle catene che tendono a prolungarsi all’infinito (l’esempio più tipico è quello di una coppia che litiga: lei brontola, lui si chiude in se stesso; lei brontola perché lui si chiude, lui si chiude perché lei brontola; allora lei brontola ancora di più, mentre lui risponde chiudendosi ancora di più: teoricamente, questa catena non ha fine...), ambedue i modi di punteggiare sono possibili e corretti. Non si tratta di lare ragione all’uno o all’altra, adottando la sua punteggiatura degli eventi, ma di trovare un modo di spezzare la catena.

Le ricerche empiriche sono uno di questi modi. Il tema del consenso informato ha stimolato una quantità di indagini, dalle quali risulta che la

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falsa attribuzione del desiderio di informazione è uno degli errori più comuni nella pratica clinica. Tra ciò che i pazienti desiderano conoscere e quello che i medici pensano che essi vogliano conoscere esistono discrepanze rilevanti.

In una ricerca americana, per esempio, condotta da Waitzkin e Stoeckle, sono stati registrati 336 incontri tra medici e pazienti in diversi contesti clinici, compresa la pratica privata e gli ambulatori ospedalieri. Si è chiesto ai medici di indovinare il desiderio dei pazienti di essere informati e quale utilità derivasse ai pazienti dal ricevere l’informazione stessa. Anche ai pazienti si è domandato di fornire l’autovalutazione.

La maggioranza dei soggetti desiderava conoscere quasi tutto e pensava che l’informazione sarebbe stata loro utile. Ma nel 65 per cento degli incontri i medici sottovalutavano il desiderio di informazione e l’utilità clinica dell’informazione stessa (Waitzkin, Stoeckle, 1976).

La stessa ricerca fornisce un altro dato importante. I ricercatori chiesero anche ai medici quanto tempo pensavano di aver dedicato a informare il paziente.

Confrontando questa percezione soggettiva con il tempo oggettivamente risultante dalla registrazione degli incontri, risultò che in media i medici stimavano il tempo dedicato all’informazione nove volte di più del reale!

Ai risultati prosaici, ma istruttivi, di questo tipo di ricerche bisogna aggiungere l’esperienza di chi ha infranto la barriera del silenzio e si è messo, senza preconcetti, a parlare con i malati, anche quelli inguaribili e avviati verso la morte, della loro situazione.

Fa ormai parte irrinunciabile del patrimonio di esperienza acquistata nell’accompagnamento dei morenti la convinzione che si muore meglio quando è possibile esprimere le proprie emozioni, comunicarle a qualcuno, condividere i propri stati d’animo.

Da quando Elisabeth Kübler-Ross ha cominciato a disobbedire alla consegna del silenzio con i morenti, dominante negli ambienti ospedalieri, si è aperto un capitolo nuovo di conoscenze dell’animo umano e dei suoi bisogni nel momento in cui si avvicina alla soglia estrema della vita.

Quanto sappiamo sugli stadi del morire, sull’organizzazione della speranza e sulle modalità simboliche della comunicazione fa parte ormai della medicina moderna, allo stesso modo della chimica dei neurotrasmettitori o delle reazione immunologiche (Kübler-Ross, 1984).

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Informare senza comunicare

I fautori del modello “autonomista”, espressione tipica di una medicina che si è aperta alla modernità, si fanno spesso promotori di un’informazione a oltranza del malato, senza considerare la ripercussione che certe notizie possono avere nel malato stesso. Più che una questione di sensibilità morale, si tratta spesso di una concezione superficiale della comunicazione stessa. Non si considera a sufficienza, infatti, che la comunicazione non è costituita solo dagli aspetti verbali.

Il linguaggio ha sicuramente un’importanza unica per la specie umana, che da esso viene caratterizzata, ma non è l’unico canale attraverso cui comunichiamo. Nella comunicazione umana si hanno due fondamentali possibilità di far riferimento a dei contenuti informativi: o rappresentandoli con un’immagine (come quando si disegna), oppure dando loro un nome. Tecnicamente si parla di comunicazione analogica nel primo caso, e di comunicazione numerica nel secondo, comunicazione analogica è praticamente ogni comunicazione non verbale. Include le posizioni del corpo, i gesti, le espressioni del volto, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle parole stesse, come pure i segni di comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo un’interazione.

Il linguaggio numerico ha un’importanza particolare per gli esseri umani, perché serve a scambiare informazioni sugli oggetti e perché ha la funzione di trasmettere la conoscenza di epoca in epoca. C’è però tutto un settore in cui facciamo affidamento quasi esclusivamente sulla comunicazione analogica, spesso discostandoci assai poco dall’eredità che ci hanno trasmesso i nostri antenati. Quando ci avviciniamo ai segmenti estremi della vita ― la nascita e la morte ― scopriamo con sorpresa quanto abbiamo ancora in comune con gli animali.

Le vocalizzazioni, i movimenti di intenzione e i segni di umore degli animali fanno parte della loro comunicazione analogica, mediante la quale definiscono la natura delle relazioni, in mancanza della capacità di fare asserzioni denotative sugli oggetti. Ciò che gli animali capiscono non è certo il significato delle parole, ma la ricchezza della comunicazione analogica che accompagna il discorso. Ogni volta che la relazione è il problema centrale della comunicazione, il linguaggio numerico cede il primato alla comunicazione analogica, è un fenomeno che non si verifica solo tra gli animali, ma in molte circostanze della vita umana, come quando si corteggia o si combatte. E anche quando si reca soccorso. Per

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questo la comunicazione analogica, che è molto più ricca dell’informazione verbale, è centrale nel rapporto medico-paziente.

Lo stato di malattia, specie quando è grave ed è percepito come una minaccia per la vita, provoca una regressione che ci fa diventare, come i bambini e come gli animali, sommamente recettivi alla comunicazione analogica che accompagna il discorso. E anche se le parole si organizzano abilmente per sostenere delle menzogne ― comprese quelle “pietose” e a fin di bene ― i comportamenti tradiscono la verità. Perché è facile dichiarare qualcosa verbalmente, ma è difficile sostenere una bugia nel regno dell’analogico. Sembra un paradosso: le intenzioni più sublimi che possiamo attribuire agli esseri umani ― la solidarietà, l’amore, il prendersi cura ― passano attraverso il canale povero dei gesti e della comunicazione non verbale. Gli atti di cura corporea e il contatto fisico sono destinati a portare un peso metafisico che sembra quasi sproporzionato. Attraverso gli umili gesti della “carne comune” (Maurice Merleau-Ponty) si esprime il mistero della reciprocità delle coscienze.

Questa percezione più acuta delle esigenze connesse con la comunicazione nell’ambito delle cure sanitarie, che eccede di molto i contenuti informativi che si possono trasmettere con le parole, ci permette di affrontare in modo più differenziato la questione inevitabile: bisogna comunicare o tacere una diagnosi infausta? La questione è diventata un luogo classico di dibattito in cui possiamo assistere allo scontro tra modelli di comportamento che aspirano ugualmente a realizzare un valore morale, ma nella pratica si scoprono come inconciliabili.

Di fatto, il confronto assomiglia di più a un dialogo tra sordi, in quanto si confrontano certezze profonde non disposte a farsi rimettere in discussione dagli argomenti contrari. Chi è convinto che una prognosi infausta non vada condivisa con il malato ― tutt’al più con i suoi familiari ― motiva questo comportamento con alti motivi ideali. È per risparmiare al malato un evento emotivamente catastrofico che si deve fare ogni sforzo per tenere lontano dal suo sguardo l’orrore della morte certa. Ma anche chi difende la posizione contraria, orientata a informare il malato della propria situazione, si giustifica con motivi ideali, che ruotano attorno al rispetto del malato e tendono a prevenire un altro tipo di sofferenze psicologiche: quelle che si aggrumano attorno al sistema di menzogne necessario per mantenere il malato nell’ignoranza della sua situazione.

L’incomprensione tra i partigiani delle due posizioni può raggiungere punte paradossali. Coloro che optano per la comunicazione della diagnosi si sentono accusati di “crudeltà” nei confronti del malato; chi sceglie

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la menzogna pietosa, in nome della compassione, si trova sospettato di essere solo un piccolo egoista, che vuol risparmiarsi le situazioni più ingrate, con lo sforzo di comunicazione che comportano. I tentativi di guadagnare l’altro alla propria posizione per lo più naufragano clamorosamente. Ciò non dipende dalla debolezza delle argomentazioni, ma dal fatto che gli atteggiamenti di fondo si nutrono di motivi che non sono solo razionali.

Alcuni di questi elementi sono stati messi in luce da uno studio pilota sui comportamenti e sugli atteggiamenti culturali dei medici circa la diagnosi e la prognosi di cancro. La ricerca è stata condotta da un’antropologa americana, Deborah Gordon, su un campione di medici toscani. Il merito della ricercatrice è stato quello di non limitarsi a contare quanti sono per il “dire” e quanti sono per il “tacere”. Ha studiato invece come questi orientamenti sono collegati, in profondità, con le convinzioni che riguardano la vita, la morte e la sofferenza; con il modo di gestire le ‘cattive notizie”, anche in contesti diversi da quello della salute; con i modelli fondamentali di educazione (orientata a promuovere l’autonomia personale oppure consolidare la dipendenza dai genitori e dalla famiglia); con le modalità che vengono utilizzate preferenzialmente per aiutare qualcuno in difficoltà. Ne risulta che anche in una regione relativamente omogenea, come la Toscana, i medici si orientano secondo due modelli profondamente diversi.

Trattandosi di uno studio antropologico, potremmo dire che formano due tribù. Per quella orientata in senso tradizionale, le decisioni relative a cure e trattamenti sono responsabilità del medico (e della famiglia), che scelgono ciò che “è meglio” per il paziente. Di fronte alla morte, l’obiettivo prioritario diventa la difesa del “fragile” dalla cattiva notizia, tenendolo all’oscuro. Per l’altra tribù, invece, l’informazione riguardo alla diagnosi, alla prognosi e al trattamento appartiene al paziente; è un suo diritto, perché deve conoscere e capire per poter decidere. L’ideale a cui tende è quello di rendere il paziente giudice di ciò che è meglio per lui.

Sono tribù molto compatte. I convincimenti di fondo ― riguardo alla vita e alla morte, agli eventi critici e al modo più appropriato per farvi fronte, al compito dei sanitari e al ruolo della famiglia ― sono condivisi da tutti e fortemente contrapposti a quelli dell’altro raggruppamento. Se dalla forma arcaica di lotta tra tribù si vuol passare a una forma più proficua di convivenza sociale, è necessario anzitutto convincersi che la posizione contraria non è solo errore o malafede. Ognuna ha valori importanti da difendere. In una società dove nessuno sembra più disposto

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ad ascoltare le ragioni dell’altro, la questione della comunicazione della diagnosi al paziente può diventare una palestra di dialogo, nel senso che era caro a Socrate. Quel dialogo che ci fa scoprire quanta ignoranza c’è dietro il nostro sapere, e quanto abbiamo bisogno di mettere insieme frammenti di verità per costruire la saggezza.

Come utilizzare il consenso scritto

Sembra che qualcuno in America abbia avuto l’idea di mettere in circolazione dei formulari rivolti a ottenere dal possibile partner di un incontro sessuale una dichiarazione firmata di consenso al rapporto. Perché ― ironizza l’autore della trovata ― un rapporto sessuale è un fatto pericoloso: dalla piacevolezza del talamo vi potreste trovare in tribunale, accusati di stupro! Basti pensare ai processi che hanno avuto per mesi l’onore delle cronache (dal giovane Kennedy al pugile Tyson) per rendersi conto dell’entità del pericolo. Meglio, dunque, tutelarsi raccogliendo le prove inequivocabili della volontà non ambigua del partner!

Può sembrare una provocazione accostare i goliardici formulari per il consenso al rapporto sessuale alle procedure per ottenere il consenso informato nel contesto sanitario. Il parallelo stabilito tra lo scherzo di un buontempone e una delle pratiche a cui sembra arridere più successo nell’ambito delle nuove regole che stanno ridisegnando i rapporti tra sanitari e cittadini non vuol essere irriverente. Un effetto di “straniamento” si produce nell’uno come nell’altro caso, per il fatto che si applicano nell’ambito dell’intimità le procedure che valgono tra estranei. Non ci sorprende che una transazione commerciale o l’atto di compravendita di un immobile debbano obbedire a precise procedure amministrative: in questi casi tutti ci consideriamo degli estranei, anche all’interno di una stessa famiglia. Una parola di promessa può avere un significato morale e creare obblighi profondi, ma non ha alcuna rilevanza giuridica. L’atto di un notaio è una garanzia per tutti, proprio perché ci tratta come estranei.

Ci troviamo invece completamente spiazzati quando le regole che valgono tra estranei vengono trasposte all’ambito dell’intimità, è impossibile fissare in un formulario da sottoscrivere la complessità di un rapporto amoroso: il consenso scritto appare come una caricatura del consenso, che si ottiene nel rapporto vissuto. Chi argomenta contro le procedure

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giudiziarie per stabilire se ci sia stato o no il consenso a un rapporto sessuale attinge all’esperienza vissuta, dove l’assenso ci si presenta nella sua fondamentale ambiguità (conosciamo dei “no” che valgono per un “sì” o per un “forse”...). Soprattutto sappiamo che la comunicazione non verbale svolge una funzione interpretativa determinante: i “sì” o i “no” sono detti più dagli occhi o dal tono muscolare che dalle parole. Dobbiamo dire la stessa cosa del consenso scritto a un atto medico?

In parte sì. Quello che si realizza tra il medico e il paziente che gli si affida va ricondotto al paradigma dell’intimità piuttosto che a quello dell’estraneità. Il consenso prende forma in un contesto imbevuto di emozioni molto forti: speranza, paura, fiducia, diffidenza, angoscia. Spesso si tratta di decisioni di vita o di morte; sempre, comunque, di scelte che coinvolgono il benessere e la qualità della vita.

Il consenso inoltre è un processo che si modifica nel tempo. Il malato può cambiare idea, sulla base di ulteriori informazioni che è riuscito ad assimilare o del vissuto della malattia: il rifiuto di ieri può diventare una richiesta di oggi, o viceversa. C’è ancora un’ulteriore analogia con il consenso amoroso: quello che si realizza tra medico e paziente passa anche attraverso la comunicazione non verbale, i silenzi, gli atteggiamenti. Che cosa diventa tutto ciò, ricondotto entro il quadro rigido di un formulario di consenso da espletare come una procedura amministrativa?

Se il parallelo tra l’assenso a un atto amoroso e il consenso a un atto medico appare forse troppo leggero, possiamo fare un rimando di ineccepibile spessore filosofico. In una pagina delle sue Ricerche filosofiche, Ludwig Wittgenstein mette in evidenza la necessità di utilizzare l’esperienza vissuta come chiave interpretativa di un comportamento, come può essere l’esperienza di venir guidati.

Pensiamo all’esperienza vissuta del venir guidati! Chiediamoci: In che cosa consiste quest’esperienza, quando per esempio, veniamo guidati per una strada?

― Immagina questi casi:

Sei in un campo sportivo, magari con gli occhi bendati, e qualcuno ti conduce per mano, ora a sinistra ora a destra; tu devi sempre essere in attesa degli strattoni della sua mano e devi anche stare attento a non inciampare a uno strattone inaspettato.

Oppure: qualcuno ti conduce per mano, con forza, dove non vuoi.

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O anche: il tuo compagno di ballo ti guida nella danza; tu ti rendi quanto più possibile recettivo per poter indovinare la sua intenzione a seguire anche la più lieve pressione.

Oppure: qualcuno ti conduce a fare una passeggiata; camminando conversate, e dove va lui vai anche tu.

O ancora: stai camminando per un viottolo di campagna e lasci che ti guidi.

Tutte queste situazioni sono simili l’una all’altra; ma che cosa è comune a tutte le esperienze vissute?”

(Wittgenstein, 1974, p. 94s).

Senza nessuna forzatura, possiamo applicare questa descrizione fenomenologica così differenziata all’essere guidati da un medico verso una decisione terapeutica. Inevitabilmente ci domandiamo: come può un formulario scritto rispecchiare la differenza sostanziale che esiste tra il venir guidati attraverso strattoni e il lasciarsi portare insieme dal ritorno della danza?

Con tutte queste riserve sulla possibile “deriva burocratica” di un uso generalizzato dei formulari per raccogliere il consenso informato, dobbiamo tuttavia riconoscere che è giunta l’epoca in cui la medicina deve trovare linguaggio e gesti per coniugare la pratica terapeutica con il nuovo clima culturale che attribuisce grande valore all’autodeterminazione dell’individuo. In un articolo dedicato a “Gli sviluppi del diritto alla salute in Italia” (L’Arco di Giano, n.4, 1994, pp. 53-73), Amedeo Santosuosso ricostruisce il percorso che ha portato, all’inizio degli anni ’90, all’esplicito e pieno riconoscimento del diritto alla salute come regola interna del rapporto medico-paziente e come cardine del processo decisionale. Benché sia diventata evidente ― a suo dire ― la distanza “tra la vecchia rivendicazione dei medici di procurare ‘il bene’ del paziente (anche senza la sua volontà) e il riconoscimento che il paziente è arbitro della valutazione della qualità della propria vita e che il medico non può sostituire la propria concezione della qualità della vita a quella del paziente” (p. 71), è possibile pensare a un’evoluzione, piuttosto che alla sostituzione di un modello con un altro, previa una dolorosa lacerazione.

La questione, in definitiva, diventa quella dell’uso che si vorrà fare del consenso informato. Non è auspicabile che l’adozione di questa procedura sia svuotata della sua sostanza etica e ridotta a un espletamento formale.

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Al consenso informato, quale momento cruciale del rapporto che si instaura tra il professionista sanitario e il malato, non possiamo più sottrarci. E non perché ci siamo messi in testa di scimmiottare l’America: il consenso informato ci è richiesto dalla nuova cultura che sta unificando l’Europa. Ma se vogliamo che l’unifichi per il meglio, non dovremmo dimenticare quella formulazione dell’etica orientata al “prendersi cura” reciproco, come struttura primordiale dell’esistenza umana. Ci possiamo realizzare come essere liberi e autonomi perché l’etica delle cure reciproche fa sì che qualcuno si prenda cura di noi, mentre noi ci occupiamo, in una circolarità delle cure, di coloro che hanno bisogno di noi. Nella salute e nella malattia, ma soprattutto nella malattia.

Per la pratica della medicina dell’epoca moderna ― quella che ha interiorizzato il principio del rispetto delle decisioni che nascono dall’autonomia dell’individuo, ma nello stesso tempo non abbandona il valore tradizionale costituito dal legame di una particolare alleanza che si stabilisce tra chi offre le cure e chi le riceve ― il consenso informato è uno strumento. Senza mitizzarlo, è opportuno trattarlo in quanto tale, continuando a domandarci a quale modello di medicina vogliamo farlo servire. E soprattutto bisognerà convincerci che sull’uso del consenso informato abbiamo ancora tanto da imparare. Una medicina preoccupata della dimensione umanistica e interpersonale (così come, a livello normativo, ci viene richiesto anche dal riordino del Sistema sanitario nazionale: D.L. 517/1993, art. 14: “partecipazione e tutela dei diritti dei cittadini”) dovrà farne un tema privilegiato di ricerca.

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Il nuovo profilo della pratica medica che abbiamo tracciato non richiede solo un sanitario diverso, ma anche la formazione di un paziente più consapevole del compito che incombe su di lui nel cercare la giusta risposta ai problemi di salute in collaborazione con il medico. Affinché queste considerazioni abbiano il tono della concretezza, presentiamo in conclusione un elenco di consigli al paziente.

Il “buon paziente” dei nostri tempi non è solo colui che tace, si sottomette e segue alla lettera le prescrizioni. Essere un buon paziente oggi richiede intelligenza, volontà e un certo numero di virtù. Per questo, quando si è malati occorre, ricordare che:

― un buon medico non esiste senza un buon paziente. Si può fare molto, in quanto pazienti, per migliorare Io stato della medicina, cominciando a disporsi ad essere un buon paziente. Gli orientali dicono:“Quando il discepolo è pronto, arriva il maestro”;

― il buon paziente non è quello che sopporta e tace. Parlare della propria malattia non è soltanto un diritto, ma un dovere;

― non lasciarsi intimidire dalle apparecchiature diagnostiche. Anche il medico più orientato in senso tecnologico ha bisogno del racconto del paziente per capire che cosa la malattia significa per lui;

― il medico non è né il padrone, né il robot: egli non può esigere un atteggiamento servile, il paziente non deve cercare di ridurlo a un puro esecutore dei suoi desideri;

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― non fare del medico il proprio complice per piccole frodi (certificati compiacenti, ricette “facili” ecc...): quello che si potrebbe guadagnare su un piano, lo si perderebbe su quello della stima reciproca e della qualità del rapporto;

― la medicina oggi può fare molto. Qualche volta può fare perfino troppo, per esempio prolungando la vita in condizioni che il paziente considera indegne. Per prevenire queste situazioni, occorre far conoscere al medico qual è il proprio confine accettabile tra la buona terapia e l’accanimento terapeutico;

― tra il paziente e il medico ci possono essere divergenze insanabili in materia di scelte etiche. Il medico non deve fare violenza alla coscienza del paziente, ma neppure quest’ultimo deve farla alla coscienza del medico. Esaurite tutte le possibilità di dialogo, non resta che cambiare medico.

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PARTE SPECIALE

IL CONSENSO NELLA PRATICA CLINICA

Vito Pappalepore

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V - Apparato cardiovascolare

103 1. Cardiopatia ischemica

107 2. Ipertensione arteriosa

111 3. Scompenso cardiaco

115 4. Varici

VI- Apparato genitale femminile

121 5. Bronchite cronica ed enfisema polmonare

125 6. Asma e rinite allergici

129 7. Malattie infettive delle vie respiratorie

VII - Apparato osteoarticolare

135 8. Mal di schiena

139 9. Artrosi

VIII - Apparato digerente

145 10. Ulcera gastroduodenale

149 11. Ernia iatale e riflusso gastro-esofageo

153 12. Epatite acuta e cronica, cirrosi epatica

157 13. Colelitiasi

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SOMMARIO

IX - Apparato urogenitale

163 14. Ipertrofia prostatica

167 15. Carcinoma della prostata

171 16. Prostatiti

175 17. Nefrolitiasi

X - Apparato genitale femminile

181 18. Contraccezione

185 19. Menopausa

189 20. Diagnostica strumentale in ginecologia e ostetricia

193 21. Infezioni ginecologiche

XI - Sistema nervoso

199 22. Depressione

203 23. Cefalea

XII - Metabolismo

209 24. Obesità

213 25. Diabete mellito

217 26. Dislipidemia

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V

APPARATO CARDIOVASCOLARE

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1 - CARDIOPATIA ISCHEMICA

Inquadramento generale

È una condizione dovuta a diverse eziologie aventi in comune lo stesso meccanismo Fisiopatologico, cioè la discrepanza fra richieste metaboliche e disponibilità di ossigeno al miocardio. Le manifestazioni cliniche sono: ischemia miocardica silente, riscontrabile con l’elettrocardiografia, ma non accompagnata da angina; infarto miocardico acuto; morte improvvisa; insufficienza ventricolare sinistra secondaria a danno ischemico; angina pectoris.

L'angina può essere stabile, cioè correlata con regolarità a un determinato fattore scatenante (per es. uno sforzo fisico), oppure instabile (angina di recente insorgenza, a riposo, oppure ingravescente per frequenza, intensità, durata).

L’iter diagnostico procede dall’anamnesi (valutazione del dolore toracico e sua diagnosi differenziale) alla coronarografia, procedura fondamentale preliminare alla rivascolarizzazione. Fra questi due estremi si collocano: l'ECG a riposo, per lo screening di base; il test ergometrico, per la diagnosi di angina e la valutazione della sua soglia e della performance cardiaca; l'ECG dinamico secondo Holter, per la ricerca di slivellamenti del tratto ST e di episodi di ischemia silente; la diagnostica con radionuclidi (scintigrafia di perfusione miocardica con tallio, tomografia a emissione di positroni) per l’identificazione di aree di ischemia reversibile, suscettibili di rivascolarizzazione.

Eziologia

La causa più comune di ischemia è la malattia aterosclerotica delle arterie coronarie epicardiche; seguono lo spasmo coronarico e altre condizioni cardiache, come l’ipertrofia ventricolare (dovuta a ipertensione arteriosa, stenosi aortica), o extracardiache (ipertiroidismo, grave anemia), in grado di causare insufficienza coronarica.

Terapia

Il piano terapeutico prevede:

• l’informazione e la rassicurazione del paziente;

• la riduzione dei fattori di rischio;

• il trattamento delle forme morbose associate e aggravanti l’angina;

• la terapia farmacologica specifica;

• la rivascolarizzazione meccanica.

I nitrati per via sublinguale alleviano prontamente il dolore nell’attacco anginoso; nella prevenzione a lungo termine dell’angina, invece, sono impiegati, da soli o variamente associati, i nitrati longacting, i betabloccanti e i calcioantagonisti; l’acido acetilsalicilico viene impiegato nella prevenzione dell’infarto miocardico.

La rivascolarizzazione meccanica è affidata all’angioplastica percutanea transluminale

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delle coronarie (PTCA) e al by-pass aortocoronarico. L’indicazione classica all’angioplastica è rappresentata dalle stenosi prossimali, uniche, di breve lunghezza e non calcificate. Il by-pass è, invece, rivolto alle lesioni del tronco comune, alla malattia trivascolare, alle stenosi multiple e distali.

Informazioni al paziente

La prevenzione primaria della cardiopatia ischemica risiede nell’eliminazione dei fattori di rischio accertati e modificabili. Sono pertanto di estrema importanza:

• l'abolizione del fumo;

• il trattamento dell’ipertensione arteriosa;

• il controllo dei lipidi sierici con la dieta e gli eventuali farmaci ipolipemizzanti;

• il controllo metabolico del diabete mellito;

• il trattamento delle condizioni morbose concomitanti e potenzialmente aggravanti (broncopneumopatie, esposizione all’ipossia, ipertiroidismo, anemie);

• l'esercizio fisico: sia i programmi di prevenzione della cardiopatia ischemica, sia i programmi riabilitativi del post-infarto prevedono un’attività fisica regolare.

L'esercizio fisico ottiene un effetto condizionante, cioè un adattamento emodinamiche si traduce in un miglioramento della contrattilità cardiaca e in un innalzamento della soglia di angina. Le attività di benessere cardiovascolare sono quelle aerobiche, che aumentano l’estrazione dell’ossigeno: camminare, correre, saltare, nuotare, andare in bicicletta, remare, sci di fondo. Sono controindicati gli esercizi isometrici (per es. sollevare pesi). La nitroglicerina sublinguale, di grande utilità nel sollievo immediato del dolore anginoso, è utile anche a scopo preventivo, prima di esporsi ai fattori scatenanti le crisi anginose (sforzo, attività sessuale, freddo...),

Se il dolore anginoso non recede, non bisogna esitare a recarsi in ospedale: nel caso infarto miocardico la prospettiva di sopravvivenza è legata alla tempestività dell'intervento terapeutico (massima entro le prime sei ore).

L'angioplastica coronarica (PTCA) ha avuto grande diffusione negli ultimi anni: il suo successo è legato alla possibilità per il paziente di evitare il tavolo operatorio e l'anestesia generale. È una procedura che in buone mani ha una mortalità bassa attorno all’1%). Consiste nell’inserimento nell’arteria femorale od omerale di un catetere, che reca un palloncino, che a livello della stenosi coronarica, viene gonfiato fino a dilatare il restringimento arterioso e poi retratto. Il paziente è cosciente oppure moderatamente sedato, con l’ausilio di analgesici e anestesia locale. La PTCA, tuttavia, non è esente da rischi: complicanze immediate possono essere la dissezione di un vaso coronarico, la trombosi, lo shock cardiogeno, l’infarto miocardico, il by-pass di emergenza. Nonostante un successo immediato nel 90% dei casi, la ristenosi si presenta entro 6 mesi nel 30-40% dei soggetti.

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Figura 1 - Coronarografia. Il catetere intraaortico è collocato all’imbocco del tronco comune della coronaria sinistra.

Aorta

Catetere

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Figura 2 - By-pass aortocoronarico con arteria mammaria interna su IVA e con vena safena su coronaria destra e ramo circonflesso.

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2 - IPERTENSIONE ARTERIOSA

Inquadramento generale

L’ipertensione arteriosa è una condizione morbosa a patogenesi multifattoriale caratterizzata dall’aumento della pressione arteriosa sistemica a valori superiori alla norma (secondo l’OMS in soggetti dai 35 ai 65 anni la pressione arteriosa non deve superare i valori di 140/90 mm Hg rilevati in tre visite consecutive effettuate a distanza di settimane).

Eziologia

Di fronte al riscontro di ipertensione arteriosa, l’unico problema è la diagnosi differenziale tra la forma essenziale e quella secondaria. La percentuale di ipertensione secondaria è inferiore al 5% dei casi e si associa ad altre patologie quali nefropatie parenchimali bilaterali (per es. glomerulonefrite, malattia policistica del rene, uropatia ostruttiva), aldosteronismo primitivo, sindrome di Cushing, feocromocitoma, ipertiroidismo, coartazione dell’aorta, nefropatie vascolari. L’ipertensione arteriosa primaria o essenziale rappresenta invece più del 95% dei casi e non è possibile, invece, riconoscerne la causa. Il suo esordio avviene tra i 25 e i 55 anni e spesso è presente una familiarità positiva. Si sono, inoltre, riconosciuti altri fattori predisponenti, quali: un aumentato apporto di cloruro di sodio (sale da cucina), l’età, il fumo, l’ipercolesterolemia, l’aumento di peso corporeo, lo stress.

Terapia

L’ipertensione arteriosa è asintomatica; eventuali sintomi e segni sono espressione di complicanze a carico degli organi bersaglio; poiché anche in soggetti normotesi possono comparire gli stessi sintomi e segni, essi non sono patognomonici di ipertensione. Fra i sintomi troviamo: vertigini, flush al volto, cefalea, affaticabilità, epistassi nervosismo.

Le eventuali complicanze sono costituite da: insufficienza ventricolare sinistra, cardiopatia aterosclerotica, essudati ed emorragie retiniche, edema della papilla, accidenti vascolari, insufficienza renale e cerebrovascolare. La terapia medica può ridurre in grande percentuale l’insorgenza di eventuali complicanze cerebrovascolari e la mortalità per cause cardiache e coronariche.

Informazioni al paziente

L’ipertensione arteriosa costituisce una causa importante e, almeno in parte, prevenibile di patologia cardiovascolare.

In assenza di un trattamento adeguato, l’ipertensione aumenta significativamente il rischio di scompenso cardiaco, coronaropatia, ictus

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emorragico e trombotico e insufficienza renale. Per questo motivo è fondamentale che il paziente effettui dei periodici controlli dei valori pressori presso il proprio medico curante. È, inoltre, importante ricordare che si possono rilevare notevoli variazioni dei livelli pressori in conseguenza di stimoli emotivi. Per questo un buon rapporto con il proprio medico facilita un’affidabile valutazione diagnostica e quindi prognostica. Quando si diagnostica un’ipertensione arteriosa sarà il medico curante, che, dopo un’accurata valutazione anamnestica, sottoporrà il paziente agli esami diagnostici fondamentali per escludere l’eventuale insorgenza di ipertensione secondaria o di eventuali complicanze di ipertensione primaria, esami da eseguirsi sono:

• esami ematochimici, con un quadro renale (creatininemia, azotemia, uricemia, eventualmente reninemia e catecolamine), lipidico, elettrolitico e tiroideo;

• ECG ed ecocardiogramma;

• fondo oculare.

Esclusa l’insorgenza di un’ipertensione secondaria, che prevede interventi elettivi mirati anche chirurgici, è necessario valutare l’approccio terapeutico migliore per la forma essenziale, di gran lunga più comune. La terapia prevede in prima istanza misure di ordine alimentare e comportamentale, che nell’ipertensione lieve possono talora evitare la somministrazione di farmaci.

Tali misure comprendono:

• «pensione del fumo, che aumenta negli ipertesi di due volte il rischio di infarto miocardico;

• attività fisica isotonica: camminare, correre, nuotare 3-4 volte/settimana per 30-45 minuti;

• dieta iposodica e ipolipidica: corrisponde a una normale dieta con scarso apporto disale aggiunto, pane e grassi, preferendo cibi freschi a quelli conservati, ed eventualmente utilizzando sali esistenti in commercio con meno contenuto di sodio e più potassio;

• consumo moderato di vino, superalcolici e caffè;

Qualora, dopo aver seguito per tre mesi queste abitudini generali, la pressione si mantenesse elevata, è opportuno associare la terapia farmacologica. Attualmente si hanno a disposizione numerosi tipi di farmaci: diuretici, ACE-inibitori, calcioantagonisti, betabloccanti. La risposta è diversa da paziente a paziente, per cui la terapia va personalizzata per ogni soggetto.

Sarà compito del medico curante, che si baserà sulla profonda conoscenza della storia e della personalità del proprio paziente, adeguare la terapia, assicurando l'aderenza al programma terapeutico (che deve essere continuo per tutta la vita), in quanto la prevenzione delle complicanze dell’ipertensione arteriosa rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica.

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Figura 1 - Approccio graduale nel trattamento dell’ipertensione arteriosa.

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Figura 2 - Ipotesi di meccanismi eziopatogenici dell’ipertensione arteriosa nello stress.

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3 - SCOMPENSO CARDIACO

Inquadramento generale

È l’incapacità del cuore a mantenere una gettata sufficiente al fabbisogno metabolico dei tessuti a una normale pressione di riempimento diastolico ventricolare.

I sintomi del paziente scompensato sono secondari a una ridotta perfusione tessutale (astenia e affaticabilità) e a elevate pressioni di riempimento cardiaco con congestione del piccolo circolo (dispnea, ortopnea, dispnea parossistica notturna, edemi periferici). I segni fisici tipici sono: la distensione delle vene giugulari, il terzo tono cardiaco, i rantoli inspiratori, l'ottusità polmonare, l'epatomegalia.

Nella pratica corrente due presidi diagnostici sono di grande utilità: la radiografia del torace e l’ecocardiografia. La radiografia del torace ci fornisce il rapporto cardio-toracico, cioè il rapporto tra il massimo diametro trasverso cardiaco e il diametro trasverso toracico, che supera il valore di 0,5 nelle cardiomegalie; le strie B di Kerley sono un segno radiologico di scompenso cardiaco conseguenti alla stasi linfatica; l’esame evidenzia, inoltre, la ridistribuzione apicale del flusso.

L’ecocardiografia consente di valutare la contrattilità del miocardio con la misurazione della frazione di accorciamento, cioè del rapporto tra i diametri telesistolico e telediastolico ventricolari, indice indiretto della frazione di eiezione.

Eziologia

Cause determinanti sono le condizioni di depressa funzionalità ventricolare (cardiopatie congenite, valvolari, ischemica, dilatativa, ipertensiva) e di ridotto riempimento ventricolare (stenosi mitralica, cardiomiopatie restrittive e malattie pericardiche).

Cause scatenanti sono: l'embolia polmonare con elevazione della pressione in arteria polmonare; le infezioni (febbre, iperpiressia, aumentato fabbisogno metabolico); l’anemia (ridotto trasporto di O2); la gravidanza e l'ipertirodismo (aumentato fabbisogno metabolico); le aritmie (ridotto riempimento ventricolare e perdita dell’efficacia di contrazione); le miocarditi e le endocarditi; l'infarto miocardicoabusi fisici, dietetici (eccesso di sodio), ambientali ecc.

Meccanismi compensatori fisiologici sono: la stimolazione simpatica e la liberazione di catecolamine, con conseguente aumento dell’inotropismo, l’aumento del tono venoso e del pre-load; l’attivazione del sistema renina angiotensina-aldosterone e l’aumento del pre-load; la liberazione del peptide atriale natriuretico ad azione vasodilatatrice; l’ipertrofia cardiaca eccentrica (da sovraccarico di volume) e concentrica (da sovraccarico di pressione). Questi meccanismi con il passare del tempo non riescono più a compensare e si passa alla fase dei sintomi e segni conclamati.

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Terapia

Il trattamento si propone sostanzialmente quattro obiettivi: 1) riduzione del carico di lavoro cardiaco; 2) controllo della eccessiva ritenzione idrica; 3) aumento dell’inotropismo; 4) riduzione del post-carico.

Il primo punto prevede la riduzione dell’attività fisica, fino all’allettamento. La ritenzione di liquidi viene opportunamente trattata con la restrizione sodica e con i diuretici: tra questi, i diuretici dell’ansa (furosemide, bumetanide e acido etacrinico) sono i più potenti e conservano la loro efficacia natriuretica anche quando la volemia si è normalizzata, ciò che gli altri diuretici non fanno. I tiazidici sono meno potenti, ma utili quando la filtrazione glomerulare è > 50%.

Spironolattone, amiloride e triamterene sono di minore efficacia ma prevengono la deplezione potassica: pericolosa la loro associazione con gli ACE-inibitori per il rischio di iperkaliemia. L’inotropismo cardiaco può essere incrementato con la digitale e le amine simpaticomimetiche. La digitale stimola la contrattilità, aumenta la frazione di eiezione e la portata cardiaca; riduce pressione e volume telediastolici e quindi la congestione polmonare. Si impiega nello scompenso secondario a disfunzione sistolica del ventricolo sinistro (cardiopatia ischemica, ipertensione) e in quello associato ad aritmie quali il flutter atriale e la fibrillazione atriale con elevata frequenza ventricolare. Non è indicata, invece, nelle pericardiopatie, nelle miocardiopatie restrittive, nella stenosi mitralica, ed è controindicata nella miocardiopatia ostruttiva e nei blocchi A-V.

Le amine simpaticomimetiche, adrenalina, isoproterenolo, dopamina e dobutamina, vengono impiegate negli scompensi intrattabili, specie nelle riacutizzazioni, sotto monitoraggio continuo, possibilmente anche della pressione polmonare di incuneamento, in unità di terapia intensiva. Inotropi positivi più recenti sono arminone, milrinone, enoximone. I vasodilatatori sono utilizzati per ridurre l’after-load quelli arteriosi, il pre-load quelli venosi; i vasodilatatori arteriosi come l’idralazina aumentano la gettata, mentre quelli venosi (nitrati) riducono la congestione polmonare. Grande importanza hanno assunto gli ACE-inibitori, che si comportano come vasodilatatori misti, e si sono dimostrati capaci di prolungare la sopravvivenza negli scompensi di grado avanzato.

Informazioni al paziente

Il fondamento della terapia è la restrizione dell’attività fisica: da una modesta riduzione dell’attività nei casi lievi, al riposo a letto nei casi più gravi. I pasti dovranno essere piccoli ed è opportuno rimuovere le situazioni di stress emotivo. Nei soggetti obesi è necessaria restrizione calorica in quanto la perdita di peso riduce il lavoro cardiaco.

Si deve ridurre l’apporto alimentare di sodio evitando l’uso del sale nella cottura dei cibi.

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Figura 1 - Manifestazioni cliniche dello scompenso cardiaco conclamato.

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Figura 2 - Stadi di gravità dell’insufficienza cardiaca secondo la classificazione della New York Heart Association (NYHA).

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4 - VARICI

Inquadramento generale

Le varici sono dilatazioni sacculate e tortuose permanenti delle vene superficiali, perforanti o profonde. Inizialmente le vene superficiali appaiono tese e si possono anche palpare senza essere ancora visibili; successivamente, diventano visibilmente dilatate e tortuose.

I sintomi non sono necessariamente correlati alle dimensioni e al grado delle varici; arti severamente interessati possono essere asintomatici, mentre vi possono essere pazienti sintomatici in corrispondenza di piccoli siti visibili di varicosità. I sintomi e segni sono rappresentati da dolenzia, stanchezza, senso di peso (soprattutto serale), edema ortostatico.

La diagnosi è facilmente eseguibile con la semplice visita medica e non necessita di ulteriori approfondimenti. L’unico esame strumentale utile per confermare la diagnosi clinica è l'eco-Doppler venoso, che dimostra il livello e le sedi specifiche di incontinenza valvolare.

Eziologia

Le varici sono conseguenti ad alterazioni delle pareti vasali e delle valvole venose, che sono assenti o scarse per fattori congeniti o divenute insufficienti per fattori acquisiti. Ne consegue un ristagno cronico di sangue nel letto venoso con successivo danno delle pareti venose e dei tessuti degli arti inferiori per alterazioni del microcircolo.

Oltre ai fattori congeniti e familiari, esistono fattori acquisiti che aggravano le varici esistenti; fra questi troviamo: la stazione eretta prolungata (per es. pazienti con professioni in cui è necessario stare per lungo tempo in piedi senza movimento), l’obesità, l’aumento della pressione endoluminale, l’ascite, la fase avanzata della gravidanza.

Terapia

La terapia deve essere il più possibile precoce e comprende:

• norme comportamentali, con l’utilizzo di calze elastiche contenitive;

• terapia chirurgica classicasafenectomia;

• scleroterapia.

Varici non adeguatamente trattate possono dar luogo a complicanze quali le tromboflebiti superficiali. Si tratta di processi flogistici della parete con occlusione trombotica di una vena; il paziente avverte febbre, dolore localizzato, indurimento del vaso che assume un colore rosso-bruno e può facilmente andare incontro a rottura ed emorragia in seguito a piccoli traumi. Le varici, una volta guarite con ricanalizzazione delle vene profonde, possono provocare un’incontinenza delle valvole, la cosiddetta sindrome post-flebitica, che si manifesta con pigmentazione, eczema, edema, indurimento sottocutaneo e ulcerazione cronica.

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Informazioni al paziente

Le varici degli arti inferiori rappresentano una patologia estremamente frequente soprattutto nelle donne. La diagnosi è semplice, ed è essenziale che il paziente si rivolga prontamente al proprio medico in modo da poter affrontare la terapia migliore, e da evitare spiacevoli complicanze come le tromboflebiti, molto più lunghe da curare, soprattutto nelle fasi iniziali sarà il medico curante a consigliare alcune norme comportamentali semplici, ma che permettono di evitare un aggravamento e quindi passaggio a terapie più invasive. I consigli utili per questi pazienti sono i seguenti:

• impiego di calze elastiche: evitando però l’uso di bendaggi elastici, che provocano un effetto di laccio emostatico soprattutto sul polpaccio;

• evitare la stazione eretta o seduta prolungata e la vita sedentaria;

• eseguire movimenti di flesso-estensione sulla punta dei piedi;

• sollevare il materasso di 15-20 cm per il riposo notturno;

• in estate, al mare, non esporre le gambe al sole prolungatamente e camminare ungo la riva con l’acqua a mezza gamba;

• ridurre il peso corporeo;

• frequentare una palestra almeno due volte la settimana.

Nei quadri clinici più conclamati o nelle flebiti ricorrenti è, invece, indicato l’intervento chirurgico, con la classica safenectomia o stripping della vena safena.

L'intervento non presenta complicanze, tuttavia occorre mettere in guardia il paziente sulla possibilità di comparsa di nuove varici, che comunque si possono trattare mediante iniezione di soluzioni sclerosanti. La scleroterapia con compressione è, invece, una tecnica recente, usata attualmente per il trattamento di qualunque varice. Deve, però, essere effettuata da mani esperte; determina l’obliterazione totale della vena mediante fibrosi (iniezione di materiale sclerosante nel vaso e bendaggio per almeno tre settimane); non necessita l’ospedalizzazione e il paziente deve riprendere immediatamente (anche durante il bendaggio) la sua normale attività, camminando il più possibile per promuovere il drenaggio venoso degli arti. Se non effettuata in modo adeguato, provoca facilmente recidive e richiede un nuovo trattamento. Si sono, inoltre, osservate alcune reazioni allergiche e i pazienti vanno avvisati della possibile comparsa di pigmentazione bruna della cute, che usualmente regredisce in poco tempo.

In conclusione, di fronte a questa patologia, il paziente, dopo essersi consigliato con proprio medico curante, può trarre grandi benefici dalle tecniche terapeutiche oggi a nostra disposizione, che consentono già in una fase precoce una risoluzione definitiva del problema.

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Figura 1 - Vene varicose.

Figura 2 - Esempio di esercizio fisico da praticare stando sdraiati sul dorso a gambe sollevate: flettere le dita dei piedi e poi estenderle alternativamente per circa 30 secondi.

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Figura 1 - Esempio di esercizio fisico da praticare in posizione eretta: sollevarsi alternativamente sulle punte dei piedi e ruotare all’esterno i talloni.

Figura 2 - Esercizio da praticare in posizione supina con gambe sollevate o appoggiate su un piano: flettere ed estendere i piedi alternativamente per circa 30 secondi.

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VI

APPARATO RESPIRATORIO

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5 - BRONCHITE CRONICA ED ENFISEMA POLMONARE

Inquadramento generale

Per bronchite cronica si intende un’affezione respiratoria caratterizzata da tosse e catarro per almeno tre mesi all’anno per un periodo di due anni consecutivi. È determinata da un’infiammazione più o meno diffusa dell’albero bronchiale non imputabile a nessun’altra malattia broncopolmonare o cardiaca. Carattere distintivo è l’ostruzione bronchiale, che accomuna anche altre due patologie, cioè l’enfisema polmonare e l'asma bronchiale, nella broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Nella maggior parte dei casi la bronchite cronica evolve gradualmente nell’enfisema polmonare, in cui la normale architettura dei polmoni viene distrutta con rottura delle pareti alveolari fino alla formazione di sacche d’aria di varie dimensioni. Le alterazioni possono essere marcate soprattutto al centro (enfisema centrolobulare) o sparse diffusamente a tutto il lobulo (enfisema panacinare).

Eziologia

Fattori causali della bronchite cronica sono: il fumo, l’inquinamento ambientale, i fattori climatici (ambienti umidi), la mucoviscidosi, le immunodeficienze. L’insorgenza delle sue manifestazioni subcliniche avviene abitualmente dopo 15-20 anni di esposizione al fumo, con sintomi iniziali quali tosse mattutina ed espulsione di modeste quantità di escreato. Successivamente, la sintomatologia clinica diventa più eclatante con l'aggravamento della tosse e il sovrapporsi nei mesi freddi di episodi di bronchite acuta febbrile, con risposte lunghe alla terapia. In alcuni soggetti la malattia può terminare qui il suo decorso, in altri può evolvere nella forma enfisematosa, in cui ai precedenti sintomi si associa dispnea a volte con caratteri accessionali. La fase delle complicanze rappresenta il periodo terminale della malattia, caratterizzato dal progressivo sviluppo di una cardiopatia destra (cuore polmonare cronico), con dispnea accentuata, edemi perimalleolari, fino a fasi di riacutizzazione di insufficienza respiratoria che spesso conseguono a una sovrapposizione infettiva.

La diagnosi strumentale e di laboratorio comprende i seguenti esami: Rx torace (che evidenzia un aumento della trama bronchiale); esami ematochimici (emocromo, che mostra un’eritrocitosi nei pazienti cronicamente ipossici); ECG (con eventuale ipertrofia e sovraccarico di atrio e ventricolo destro); test di funzionalità respiratoria ed emogasanalisi (per la valutazione del difetto ventilatorio e dell’eventuale ipossia).

Terapia

La terapia varia a seconda della fase patologica in cui ci si trova: l’abolizione del fumo è una condizione terapeutica essenziale; in secondo luogo abbiamo a disposizione una terapia rivolta alla bronchite cronica e una terapia delle complicanze. La terapia in

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fase cronica comprende: i farmaci broncodilatatori (teofillinici), i mucolitici, la fisiochinesiterapia respiratoria, la profilassi e la terapia antibiotica negli episodi infettivi, i cortisonici. Nella fase avanzata e/o complicata si associano ai precedenti approcci: i farmaci diuretici e la digitale (nel cuore polmonare cronico), la correzione di eventuali squilibri elettrolitici, l'ossigenoterapia.

Informazioni al paziente

La bronchite cronica è una patologia con storia lunga e insidiosa. Per questo motivo è importante che il paziente si rivolga al proprio medico già nelle sue prime manifestazioni (tosse mattutina). Sottovalutare queste fasi iniziali e presentarsi alla visita con quadri clinici più avanzati condiziona una diagnosi più severa e una terapia non sempre risolutiva. Nella fase precoce la visita dal proprio medico curante, associata ad alcuni esami semplici (Rx torace ed esami ematochimici), permette di porre diagnosi.

Gli obiettivi del trattamento saranno mirati a:

• migliorare la qualità della vita riducendo i sintomi e consentendo l’attività lavorativa;

• interrompere o ritardare l’eventuale componente infiammatoria, secretiva e di broncospasmo;

• prevenire le infezioni sovrapposte.

Le norme igieniche rappresentano il primo punto del trattamento: è necessario che il paziente abbia fiducia e collabori con il proprio medico seguendone i consigli, abolendo il fumo e allontanandosi da ambienti di vita o di lavoro inquinati. Doverosa è la profilassi antinfluenzale, che va eseguita in autunno; contrastata e non sempre efficace è, invece, la profilassi con terapia immunomodulante aspecifica. Molto utile è il soggiorno periodico in località a clima secco o temperato (eventuali terme dove eseguire cicli di aerosolterapia). Nelle fasi di sintomatologia più avanzata, invece, la terapia è multifattoriale e mirata a fluidificare le secrezioni e inibire la tosse. Utili, oltre ai farmaci, sono l’umidificazione dell’ambiente e l’abbondante somministrazione di liquidi. Broncodilatatori e antibiotici sono prescritti dal medico nelle forme dispnoiche e infettive. Sono essenziali, comunque, per il paziente l’assoluta costanza e l’aderenza alla terapia assegnata; in caso di esacerbazioni il contatto con il medico curante deve essere repentino per poter instaurare una terapia immediata. In situazioni di ipossia acuta è necessaria l’ospedalizzazione; nelle ipossie croniche il paziente verrà, invece, istruito dal proprio medico all’utilizzo razionale e controllato dell’ossigenoterapia. Esistono in commercio concentratori di ossigeno (costosi ma pratici), oppure sistemi di ossigeno liquido che possono essere utilizzati anche durante la deambulazione.

In conclusione, per ottenere dei buoni risultati da questi obiettivi terapeutici è fondamentale che il paziente segua strettamente, oltre ai convenzionali mezzi terapeutici farmacologici, la lunga opera educativa del proprio medico di fiducia per un regime igienico di vita idoneo e un’attenta e costante terapia riabilitativa.

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Figura 1 - Modalità di risposta della trachea e dei bronchi a diversi stimoli.

A. Condizioni fisiologiche

B. Modificazioni in caso di colpo di tosse

C. Modificazioni in caso di infiammazione

D. Modificazioni in caso di enfisema

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Figura 2 - Bronchite cronica: aumento del contenuto aereo a livello dei sacchi alveolari (A) e iperplasia dell’epitelio bronchiale con restringimento delle vie aeree e aumento a valle del contenuto aereo (B).

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6 - ASMA E RINITE ALLERGICA

Inquadramento generale

L’asma bronchiale è una malattia delle vie aeree determinata da una ipersensibilità dell’albero bronchiale a stimoli di varia natura. Clinicamente è caratterizzata da attacchi di dispnea parossistica e ricorrente, accompagnata da segni obiettivi e soggettivi (tosse e sibili respiratori) di ostruzione bronchiale totalmente o parzialmente reversibili fra le crisi.

Eziologia

Distinguiamo i seguenti tipi di asma:

• asma estrinseco o allergico: è frequente nelle persone giovani (sotto i 30 anni rappresenta 1’80-90% dei casi di asma), mentre con il passare degli anni il riscontro di una causa allergica diventa sempre più improbabile.

Rappresenta un’evoluzione negativa della semplice rinite allergica, che è un’ipersensibilizzazione delle mucose nasali di fronte ad agenti esterni, con improvvisa e abnorme iperemia congiuntivale e nasale. La rinite allergica e l’asma allergico possono essere di tipo stagionale, da sensibilità ai pollini presenti nell’area dove il soggetto vive, o di tipo perenne, dovute a sensibilità ad allergeni presenti di continuo quali acari della polvere, o derivati epidermici di animali domestici;

• asma intrinseco o non allergenico: è causato da fattori non allergenici quali infezioni, o sostanze irritanti (fumo di sigaretta, aria fredda, fumi di benzina o vernici). In molti individui sia i fattori allergenici che non allergenici appaiono giocare un ruolo significativo nello scatenare le crisi. Fattori emozionali possono, inoltre, aggravare la sintomatologia asmatica.

La diagnosi si basa, innanzitutto, su un’attenta raccolta anamnestica del paziente e su un accurato esame obiettivo. In seconda istanza, vanno eseguiti: test di funzionalità respiratoria (per la valutazione del grado di bronco-ostruzione); Rx torace (che può evidenziare un’eventuale iperdistensione polmonare con possibili aree di atelettasia); ECG (nei casi gravi possibili segni di cuore polmonare). Nell’asma allergico è necessario effettuare le prove cutanee e RAST, atti all’evidenziazione di IgE specifiche per i vari allergeni. Nei casi dubbi è possibile effettuare test di provocazione bronchiale.

Terapia

La terapia è così differenziata nella fase acuta e cronica:

• trattamento dell’attacco acutofarmaci cortisonici per via e.v., adrenergici e broncodilatatori (1-2 puff di salbutamolo ogni 4 ore e teofillinici per via e.v.); ossigenoterapia nelle forme gravi;

• trattamento cronico: provvedimenti generali ed educativi a seconda delle varie cause di asma; terapia che inibisce l’iperreattività bronchiale, attiva sull'infiammazione,

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a posologia differenziata a seconda della gravità del caso; terapia broncodilatatrice; immunoterapia specifica nella forma allergica.

Informazioni al paziente

L’asma intrinseco, ma soprattutto quello allergico, è una patologia in aumento negli ultimi anni. Poiché una storia naturale di allergia o di asma viene ritrovata in più della metà degli asmatici, è importante che il paziente si rivolga subito, all’esordio dei primi sintomi, al proprio medico curante, favorendone la raccolta anamnestica e permettendo una diagnosi precoce. Una volta effettuate la diagnosi e la ricerca eziologica, il medico dovrà fare in modo di prevenire e curare le forme acute, prescrivendo, poi, una terapia adeguata di mantenimento. Parlando di prevenzione è fondamentale istruire il paziente a utilizzare alcuni provvedimenti generali. Ove siano presenti manifestazioni di rinite prima, e asma allergico poi, con identificazione della causa allergenica, l’igiene ambientale può migliorare in modo sostanziale la sintomatologia. In particolare, il paziente dovrà allontanare la causa di tale allergia, quali animali domestici, tappeti o moquettes, sito preferito di polveri. Si raccomanda, comunque, in tutte le forme di asma di abolire il fumo, evitare stress fisici e psichici, l’inalazione di aria fredda e gli ambienti inquinati. Sarà sempre il medico a consigliare eventuali vaccini contenenti gli allergeni individuati, che di solito vengono somministrati qualora le precedenti precauzioni non diano miglioramenti consistenti.

È molto importante, inoltre, che il paziente venga istruito a prendere immediatamente precisi provvedimenti terapeutici, qualora si verifichi una crisi e non vi sia la possibilità di un rapido intervento medico. Ricordiamo che i segni di esacerbazione aumentano più facilmente durante la notte e in rapporto a piccoli sforzi. In tal caso il medico suggerirà al paziente di iniziare un breve ciclo di steroidi, o di aumentare le dosi croniche, di tenere sempre a disposizione dei beta-adrenergici (aerosol di salbutamolo) che hanno una rapida azione e permettono di bloccare l’evoluzione dei primi sintomi in una crisi franca.

Il paziente verrà, inoltre, spronato a controllare il peso corporeo e a curare possibili condizioni aggravanti quali lo scompenso di circolo. Nei giovani è di assoluta importanza la pratica di un esercizio fisico costante; tra i vari tipi di sport va preferito il nuoto, che viene normalmente ben tollerato dal paziente asmatico.

Perciò, nonostante nella fase acuta i sintomi di questa patologia siano importanti al punto che nel paziente asmatico resta la paura di soffocare, seguendo le istruzioni comportamentali impartite dal proprio medico e aderendo strettamente alla terapia farmacologica, oggigiorno è possibile affrontare questo problema con serenità, con la certezza di una qualità di vita assolutamente buona senza rischi di alcun genere.

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Figura 1 - Anatomia delle vie aeree superiori e rapporti con la trachea

A. Naso

B. Bocca

C. Faringe

D. Laringe

F. Trachea

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Figura 1 - Attacco asmatico. Aumento della secrezione (A) e contrazione della parete bronchiale (B).

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7 - MALATTIE INFETTIVE DELLE VIE RESPIRATORIE

Inquadramento generale

Per polmonite si intende un’infezione acuta del parenchima polmonare che interessa gli spazi alveolari e il tessuto interstiziale; l’interessamento può essere di un intero lobo (polmonite lobare), di un segmento di un lobo (polmonite segmentale o lobulare), di alveoli congiunti a bronchi (broncopolmonite) o del tessuto interstiziale (polmonite interstiziale).

Eziologia

I fattori predisponenti l’insorgenza delle malattie infettive respiratorie sono rappresentati da infezioni respiratorie virali, alcolismo, vecchiaia, malnutrizione, neoplasie bronchiali, immunodeficienza, diabete, eventuali manovre endoscopiche o di intubazione. Le cause più comuni negli adulti sono rappresentate dai batteri: Streptococcus pneumoniae (più frequente in assoluto), Staphylococcus aureus, Haemophilus influenzae, Legionella e Klebsiella. Nella seconda infanzia e nei giovani adulti la polmonite è per lo più causata dal Mycoplasma pneumoniae, mentre nella prima infanzia i principali agenti patogeni sono i virus.

I sintomi sono rappresentati di solito da: temperatura elevata (fino a 38-40°C), brividi, tosse con produzione di materiale purulento, dolore toracico, scadimento delle condizioni generali. Tendenzialmente la forma virale o da micoplasmi ha un accesso più acuto, mentre un quadro meno eclatante (febbre meno elevata, tosse secca) può riconoscere una eziologia batterica. Tuttavia, la diagnosi richiede, oltre a un attento esame clinico (presenza di soffio bronchiale, aumento del fremito vocale tattile, rumori umidi più o meno diffusi), l’effettuazione di un Rx torace, di esami ematochimici (che evidenziano leucocitosi ed aumento degli indici infiammatori) e di un esame colturale sull’escreato.

In particolare, il binomio esame clinico/quadro radiologico fornisce elementi basilari anche per un’iniziale diagnosi eziologica, indicando il trattamento più opportuno.

Terapia

La terapia comprende:

• terapia sintomatica generale: consigli generali comportamentali, trattamento antiflogistico e analgesico; eventualeossigenoterapia;

• antibioticoterapia specifica: nonostante la penicillina sia sempre stato l’antibiotico di elezione nella polmonite pneumococcica (la più frequente fra le forme batteriche), attualmente si preferisce utilizzare un macrolide, in quanto assicura una copertura sia nei confronti dello Pneumococco sia del Micoplasma e della Legionella. Sono stati, inoltre, anche osservati recentemente ceppi di Pneumococchi resistenti alla penicillina. Le forme virali non sono ovviamente sensibili alla terapia antibiotica; tuttavia va sottolineata l’opportunità di ricorrere ugualmente a un trattamento

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protettivo antibiotico nei confronti di una sovrapposizione batterica.

Fanno eccezione a questo schema terapeutico:

• soggetti anziani, fumatori, bronchitici cronici, ove si può sospettare un’eziologia da Gram-negativi (Klebsiella pneumoniae): si preferisce impiegare allora una terapia antibiotica con una cefalosporina (attiva anche su anaerobi), utilizzata anche nei pazienti ospedalizzati (fra cui troviamo pazienti con un’alta frequenza di germi resistenti agli antibiotici, pazienti immunodepressi per neoplasie o interventi chirurgici recenti);

• soggetti che presentano un rialzo termico e segni di consolidamento nel corso di un’epidemia influenzale: in questo caso è da sospettare una sovrapposizione batterica da Pneumococco, ma anche da Staphylococcus aureus ed Haemophilus influenzae; in assenza di dati microbiologici conviene associare una penicillina con un chinolonico di III generazione.

Informazioni al paziente

Le polmoniti sono abitualmente di facile diagnosi in base alla combinazione dei dati obiettivi e radiologici, ma, essendoci varie forme eziologiche-cliniche, il trattamento va personalizzato da caso a caso. Di fronte al sospetto di polmonite il medico prescriverà l’effettuazione di un esame radiologico del torace urgente per impostare l’antibioticoterapia nel più breve tempo possibile. Inoltre, il paziente andrà istruito a mantenere al meglio le proprie condizioni generali. Fondamentale è il riposo a letto evitando perfrigerazioni; la dieta è libera, con alto contenuto di liquidi e ipercalorica. In caso di dolore il medico prescriverà una terapia analgesica e per alleviare la tosse verrà associato un trattamento fluidificante. Oltre a questi consigli di base, il medico curante adatterà l’antibioticoterapia secondo gli schemi sopra, descritti. È essenziale che il paziente segua strettamente la posologia assegnata continuando il trattamento per tutto il periodo consigliato; anche se la sintomatologia dovesse migliorare in pochi giorni la terapia antibiotica verrà sospesa solo quando il medico scioglierà la prognosi. Infatti, in tutti i casi, prima di interrompere il trattamento, va eseguita una radiografia di controllo per assicurarsi della risoluzione del focolaio. Di fronte a una sintomatologia aspecifica con iperpiressia e tosse, il paziente non deve mai intraprendere una terapia antibiotica di sua iniziativa senza aver prima consultato il proprio medico; infatti, un trattamento erroneo (per esempio nelle sindromi influenzali non complicate) provocherebbe solo una selezione di ceppi resistenti, senza risolvere la patologia di base. Nelle polmoniti resistenti alla terapia, nei casi in cui il paziente sviluppi torpore psichico, ove si presentino dispnea severa, scompenso o altre complicazioni cardiocircolatorie (aritmia, edema polmonare acuto), si rende necessario il ricovero ospedaliero urgente. Attualmente, comunque, la terapia delle polmoniti ha raggiunto eccellenti risultati, la prognosi è sempre ottima soprattutto se lo stato generale del paziente è buono.

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Figura 1 - Anatomia delle vie respiratorie

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Figura 2 -Area di infiammazione polmonare (polmonite)

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VII

APPARATO OSTEOARTICOLARE

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8 - MAL DI SCHIENA

Inquadramento generale

Il dolore osteoarticolare rappresenta il sintomo più frequentemente riferito dal paziente al medico di medicina generale (17.6%); fra i dolori osteoarticolari la localizzazione lombo-sacrale rappresenta da sola il 4.6% di tutti i sintomi. Il dolore lombosacrale o “mal di schiena”, come lo chiama il paziente, può essere acuto o cronico; può avere origine dal midollo spinale o da strutture più profonde: rene, pancreas, colon, organi pelvici, tumori retroperitoneali. Le cause raggiungerebbero l’incredibile cifra di 841.

Eziologia

In un’elevata percentuale di pazienti non è possibile formulare una diagnosi eziologica certa. Sicuramente il ruolo della psiche (somatizzazione dell’ansia) influenza l’aumento progressivo delle forme funzionali.

• Lombalgia acutaLombalgia miogena: evidenza anamnestica di uno sforzo improvviso o di un trauma acuto; il dolore è localizzato e accompagnato da spasmo della muscolatura spinale, grave limitazione funzionale con assenza di irradiazione all’inguine e alle gambe. Fratture vertebrali: presenza all’anamnesi di una caduta sulle gambe o di un trauma in flessione. In caso di fratture patologiche per la presenza di osteoporosi, morbo di Paget, mieloma multiplo, metastasi ossee, il trauma può anche essere molto lieve o assente. Erniazioni dei dischi intervertebrali lombari: la localizzazione più frequente è L5-S1, quindi L4-L5, più raramente L3-L4. Parestesie e ipoalgesie indicano il coinvolgimento di una radice nervosa, così come l’indebolimento del riflesso achilleo (radice Sio S2) o del riflesso patellare (L3-L4). Sintomi vescicali o intestinali indicano una lesione del cono terminale del midollo spinale o della coda equina.

• Lombalgia cronicaOsteoartrosi: è un processo degenerativo delle vertebre lombari con formazione di osteofiti, restringimento del canale midollare lombare o del forame di coniugazione con conseguente compressione delle radici nervose. I sintomi sono spesso unilaterali. Un dolore che si accompagna durante la deambulazione a parestesie o debolezza a entrambe le gambe indica una sindrome da canale midollare ristretto, che può essere confermata dalla TAC o dalla RMN.

Spondilite anchilosante: colpisce giovani uomini con una lombalgia che si irradia a entrambe le cosce. Nel 90% dei casi è presente positività per l’antigene HLA-B27. L’evoluzione della malattia è caratterizzata da cifosi progressiva con limitazioni all’espansibilità toracica, obliterazione delle articolazioni sacroiliache e deformazione del rachide che assume una conformazione a canna di bambù.

Tra le cause di lombalgia cronica bisogna poi ricordare: le neoplasie ossee, le metastasi ossee, l'osteomielite.

• Dolore riflesso di origine viscerale. Le patologie pelviche proiettano il dolore alla regione sacrale, le affezioni dei due quadranti addominali inferiori alla regione lombare L3-L5, le malattie dei due quadranti addominali superiori al confine toraco-lombare T10-L2.

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Caratteristicamente, ampi movimenti del rachide non aggravano il dolore e non vi sono segni di contrattura e rigidità.

Terapia

È senza dubbio importante prevenire il mal di schiena mantenendo in buone condizioni la muscolatura del tronco con periodici esercizi fisici ed evitando il sovrappeso. In caso di dolore sono utili il riposo e un blando supporto lombosacrale. La terapia farmacologica si avvale principalmente degli analgesici (propossifene, paracetamolo). Se si sospetta una componente infiammatoria, i FANS possono essere utili. Nel caso di stiramento muscolare i miorilassanti sono spesso dei validi coadiuvanti.

Informazioni al paziente

L’informazione del malato rappresenta un punto importante nel programma terapeutico del paziente con dolore lombo-sacrale.

I malati in genere ignorano la natura, il decorso e le possibilità di prevenzione della loro malattia. Il dolore cronico lombare è spesso considerato dai medici come qualche cosa di ineluttabile e questa sensazione si riflette sui pazienti, che assumono verso la malattia una rassegnata passività. Se gli accertamenti mettono in evidenza una precisa causa viscerale, il paziente sarà informato adeguatamente sulla diagnosi, prognosi e terapia della malattia. Se gli accertamenti escludono una causa viscerale od organica, il paziente dovrà essere informato delle possibilità di prevenzione, di possibili errori posturali come causa della malattia, e del ruolo che può assumere l’ansia nel generare la contrattura muscolare e come la contrattura possa generare dolore, così come il dolore può, a sua volta, generare la contrattura, instaurando in entrambi i casi un circolo vizioso. Si può rassicurare il paziente dicendogli che il 35% delle sindromi algide lombari si risolve spontaneamente entro un mese, il 70% entro due mesi, l’85% entro tre mesi. Esisterebbero certamente meno problemi alla schiena se i soggetti obesi o in sovrappeso seguissero una dieta dimagrante, o se i soggetti adulti effettuassero al mattino esercizi di rafforzamento della muscolatura spinale e lombare. Il dormire con la schiena iperestesa è una condizione di disagio per il paziente con mal di schiena, che può trarre beneficio dal sollevare durante il sonno le gambe con un cuscino. In auto, un sedile mal disegnato, lo schienale reclinato (va invece mantenuto a 90° gradi), o il mantenere la medesima posizione a lungo possono provocare disagio a un paziente con mal di schiena. Durante il lavoro, una prolungata posizione in flessione è nociva. La schiena deve essere ben appoggiata sulla sedia. Anche in questo caso lo schienale deve essere inclinato a 90°. Se è necessario sollevare un peso, le gambe vanno piegate, la colonna lombare va tenuta dritta, e il peso portato vicino al tronco.

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Figura 1

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Figura 2

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9 - ARTROSI

Inquadramento generale

L’artrosi, chiamata anche osteoartrosi o malattia articolare degenerativa, è una patologia caratterizzata da un’alterazione regressiva della cartilagine articolare con formazione di nuovo osso e di tessuto connettivo all’interno dell’articolazione.

Il dolore articolare, di cui l’artrosi è la causa di gran lunga più comune, è il sintomo in assoluto più frequente nell’ambulatorio di medicina generale (17.3%). Come patologia, sempre in medicina generale, l’apparato osteoarticolare è al primo posto nel sesso femminile e al secondo nel sesso maschile dopo le malattie vascolari. La prevalenza aumenta con l’età: nel sesso femminile è del 2% nella popolazione di età inferiore a 45 anni, del 30% tra i 45 e i 64 anni, del 68% sopra i 65 anni.

Eziologia

L’inizio del processo patologico è caratterizzato da una diminuzione della rete di collagene della cartilagine con riduzione della concentrazione dei protoglicani, incremento di enzimi condrolesivi, e del contenuto idrico; frammenti cartilaginei possono essere inglobati a livello della sinovia determinando flogosi. L’osso subcondrale va incontro a un processo di eburneizzazione e sclerosi ossea con formazione di osteofiti. Nella maggior parte dei casi l’artrosi è primaria senza che vi siano chiari fattori predisponenti. Nelle forme secondarie sono presenti alterazioni che accelerano la patogenesi dell’artrosi come l'artrite settica, che, distruggendo la cartilagine, innesca il processo degenerativo dell’artrosi. Altre cause sono: anomalie anatomiche congenite, traumi e alterazioni del carico articolare come meniscectomia, obesità, microtraumatismi articolari professionali.

Le localizzazioni più’ frequenti sono le ginocchia (75%), le mani (60%), i piedi (40%). Nelle mani le articolazioni maggiormente coinvolte sono le interfalangee distali (con formazione dei cosidetti noduli di Heberden) e la carpometacarpale del pollice. Nei piedi comune è l’interessamento della metatarsofalangea dell’alluce. Meno frequentemente interessate sono le articolazioni del rachide cervicale e lombare, delle caviglie, e delle spalle. L’osteoartrosi colpisce una sola o un numero ristretto di articolazioni. Il dolore si aggrava dopo particolari attività fisiche che comportino carico per l’articolazione. Nell’80% dei pazienti è presente rigidità mattutina, solitamente di 10-30 minuti; raramente supera l’ora. Il dolore può insorgere anche di notte o per inattività. Talvolta il paziente avverte degli scrosci. È presente una riduzione della mobilità articolare e col tempo si verificano deformazioni e sublussazioni.

La diagnosi è clinica e radiologica. Tutti gli esami ematochimici e i test reumatici sono negativi. I segni radiologici più importanti sono la riduzione dell’interlinea articolare, la sclerosi dell’osso subcondrale, gli osteofiti marginali, le cisti subcondrali.

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Terapia

Non esiste un trattamento eziologico dell’artrosi. La terapia sintomatica ha lo scopo di ridurre il dolore e deve essere indirizzata al mantenimento e alla prevenzione della riduzione della motilità osteoarticolare. Nelle forme più lievi può essere sufficiente rassicurare il paziente sul decorso dell’artrosi, istruirlo a non abusare dell’articolazione e all’uso occasionale degli analgesici.

Nella terapia farmacologica dell’artrosi la superiorità dei FANS rispetto agli analgesici non è mai stata dimostrata, né è dimostrata la capacità dei FANS di rallentare l’aggravamento dell’artrosi. Se sono presenti segni di flogosi è più razionale utilizzare i FANS. Fra gli analgesici sono da preferirsi per i minori effetti collaterali il paracetamolo e il propossifene, in particolare in quei pazienti in cui i FANS sono controindicati. L’uso intraarticolare di steroidi può determinare in alcuni pazienti un miglioramento duraturo, ma le infiltrazioni non vanno ripetute più di 3-4 volte l’anno. Utile è la fisioterapia. Nei casi più gravi si procede alla chirurgia.

Informazioni al paziente

Il paziente va tranquillizzato informandolo che l’artrosi nella maggior parte dei casi è un processo degenerativo cronico, la cui evoluzione lenta può essere condizionata da opportune regole di vita. Fanno eccezione le forme più gravi e avanzate, che richiedono provvedimenti chirurgici quali l’inserimento di una protesi totale di anca o ginocchio.

L'artrosi può essere provocata da un incongruo carico articolare. Può essere utile eliminare posture scorrette, o l’uso di un corsetto ortopedico che possa modificare una iperlordosi lombare. La riduzione di un eccessivo carico articolare sulle ginocchia, legato all’obesità, può evitare l’inevitabile progressione della malattia. Se l'artrosi del ginocchio è secondaria a una condizione di ginocchio varo o valgo, può essere indicato l’intervento di osteotomia. In tutti i casi delle buone calzature sportive possono distribuire meglio il peso sul piede e sulle ginocchia e ridurre i microtraumi legati alla deambulazione.

Tutti i pazienti sofferenti di artrosi traggono giovamento anche dal potenziamento della muscolatura satellite. Non è facile per il paziente potenziare la muscolatura senza un carico adeguato della stessa. Il fisioterapista, con opportuni esercizi isometrici, o utilizzando un carico graduale, può correggere l’ipotrofia muscolare legata al dolore e alla conseguente ipofunzione. Anche la stimolazione elettrica transcutanea può dare buoni risultati sulla muscolatura. Il calore applicato sulle articolazioni riduce il dolore e la rigidità prima dell’esercizio fisico. La forma di calore più comoda per il paziente è certamente il bagno o una doccia calda. In un numero ridotto di casi il paziente trae giovamento dall’applicazione di freddo.

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Figura 1 - - Articolazione artrosica.

A. Riduzione della concentrazione di acqua e diminuzione della rete di collagene.

B. Infiammazione della sinovia.

C. Capsula ispessita.

D. Sclerosi ossea con formazione di ostefita.

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Figura 2 - Alterazioni artrosiche a carico della mano.

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VIII

APPARATO DIGERENTE

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10 - ULCERA GASTRODUENALE

Inquadramento generale

La malattia ulcerosa è certamente tra quelle di più comune riscontro nella pratica clinica ambulatoriale, interessando il 40% circa di tutti i pazienti di pertinenza gastroenterologica. L’età di insorgenza è assai variabile, ma le fasce di età più interessate sono la quarta, la quinta e la sesta decade di vita.

La sintomatologia è assai variabile e va dall’assoluta mancanza di sintomi, nel qual caso la malattia può manifestarsi soltanto per la comparsa di una complicanza (per es. emorragia digestiva), ai tipici casi di dolore epigastrico a digiuno per l’ulcera duodenale, e post-prandiale per l’ulcera gastrica, a sintomatologie variegate e complesse, in grado di simulare altre malattie addominali ed extra-addominali.

La diagnosi è attualmente assai semplice con l’ausilio delle metodiche radiologiche e di quelle endoscopiche, che hanno ormai quasi completamente sostituito le prime, e che hanno sensibilità e specificità assai vicine al 100%.

La storia clinica della malattia, che si riteneva potesse durare 20-30 anni e non era stata sostanzialmente modificata dall’avvento, per altri versi determinante, dei farmaci anti-secretori, sembra attualmente radicalmente modificata dalla scoperta del ruolo patogenetico dell’Helicobacter pylori e dall’efficacia delle terapie attuate per la sua eradicazione.

Eziologia

L’eziopatogenesi dell’ulcera gastroduodenale non è univoca, in quanto con questa dizione si comprendono entità nosologiche diverse e assimilabili soltanto per l’epifenomeno ulcera, che le caratterizza.

È, infatti, assai diversa l’eziologia di un’ulcera gastrica che esprime la necrosi di un tessuto neoplastico, da un’ulcera acuta da antinfiammatori (gastrica o duodenale), da un’ulcera bulbare classica, la cui eziopatogenesi riconosce certamente un ruolo da parte dell’Helicobacter pylori, da un’ulcera da eccessiva increzione di gastrinacome nella sindrome di Zollinger-Ellison.

Ciò che accomuna la patogenesi di queste forme è, comunque, l’importanza dell’aggressione della mucosa da parte dell’acido cloridrico, che condiziona un pH endoluminale di circa 1. Infatti, non è possibile che si formi una lesione ulcerativa in assenza di acido cloridrico.

La mucosa gastrica è in grado di resistere all’aggressione acida grazie a complessi meccanismi di difesa, che prendono il nome di barriera mucosa, comprendenti componenti fisiche, chimiche e fisiologiche.

L’ulcera si forma, dunque, qualora risulti alterato l’equilibrio tra fattori aggressivi e fattori protettivi, a vantaggio dei primi; ciò può avvenire per riduzione dell’efficacia della barriera mucosa, come nei primi due casi citati, o per l’eccesso di secrezione acida, come nella sindrome di Zollinger-Ellison, o per l’insieme delle due

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cose, come verosimilmente avviene nell’ulcera associata all’Helicobacter pylori.

Terapia

La terapia è assai differente, in relazione al tipo di patologia ba sale, e sarà dunque esclusivamente chirurgica nell'ulcera associata a neoplasia gastrica e, al contrario, medica, negli altri casi.

I presidi farmacologici fondamentali sono i farmaci antisecretori, sempre più potenti e maneggevoli, a cui andranno, però, sempre associati i protettori di mucosa nei casi di ulcere da FANS, e gli antibiotici contro l’Helicobacter pylori nell’ulcera associata a quest’ultimo.

Informazioni al paziente

L’atteggiamento del paziente nei confronti della malattia è di importanza fondamentale nella corretta gestione della stessa. Infatti, un atteggiamento di sottovalutazione della malattia da parte del paziente, può condurre a un’aumentata incidenza di complicanze e quindi di ospedalizzazione e mortalità. Ad aumentare la possibilità di sottovalutazione concorre, purtroppo, l’efficacia stessa sui sintomi, oltre che sulla guarigione della lesione, dei farmaci antisecretori, che conduce frequentemente a un loro uso improprio, spesso sintomatologico. Inoltre, l’efficacia sui sintomi degli antisecretori può a volte condurre a una scorretta diagnosi, mascherando di fatto una situazione più grave dell’atteso (ulcera su cancro) e riducendo le possibilità di una diagnosi precoce, attualmente facilitata dall’endoscopia. Al contrario, la sopravvalutazione dei sintomi e della gravità stessa della malattia può portare a un eccesso di esami e/o cure, che si può riflettere negativamente sulla salute del paziente stesso. Non bisogna, infatti, dimenticare che ogni esame diagnostico presenta un minimo di rischio (per es. patologia da raggi, complicanze degli esami invasivi...), e che ogni terapia farmacologica può determinare effetti collaterali anche importanti.

Sarà, dunque, compito del medico informare correttamente il paziente della natura della malattia, della sua presumibile storia clinica, delle terapie disponibili e dei possibili esiti delle stesse, non dimenticando di citare le possibili complicanze conseguenti, o indipendenti da una scorretta condotta diagnostica e/o terapeutica.

Sarà, infine, assai frequentemente richiesto dal paziente un suggerimento sulla dieta più indicata per controllare la malattia. A questo riguardo il paziente ulceroso non necessita di alcuna dieta punitiva. Sarà sufficiente astenersi dagli alcolici e dagli abusi che possano in qualche modo causare generici disturbi della digestione (grassi in eccesso, pasti troppo abbondanti ecc.). Necessario è, infine, eliminare il fumo.

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Figura 1 - Insieme delle componenti del processo cicatriziale dell’ulcera peptica, con l’area proliferativa ai margini mentre il fondo dell’ulcera è costituito da tessuto di granulazione.

Figura 2 - Bilancio tra i fattori aggressivi e difensivi che controllano l’integrità della mucosa gastroduodenale.

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Figura 3 - Immagine endoscopica di un'ulcera gastrica (per gentile concessione del dr. E. Fesce)

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11 - ERNIA IATALE E REFLUSSO GASTRO-ESOFAGEO

Inquadramento generale

La patologia da reflusso gastro-esofageo è di inquadramento relativamente recente e pertanto ancora spesso miscono sciuta. Si presenta con quadri clinici assai variabili per aspetti funzionali e anatomo-patologici e presenta una sintomatologia, pure variabile, ma assai caratteristica e che generalmente ben si differenzia dalla sintomatologia della malattia ulcerosa, con cui spesso viene confusa.

I sintomi più tipici sono la pirosi retrosternale e il rigurgito, che possono però essere mascherati e presentarsi come sapore acido o amaro in bocca, sensazione di bruciore orale, di facile ripienezza gastrica ed episodi frequenti di vomito. Ad essi si possono associare sintomi atipici come la disfagia e l'odinofagia, e dolori toracici simil-anginosi. Infine, la patologia può essere causa di sintomatologia extraesofagea, in particolare laringea e polmonare.

La prevalenza è assai difficilmente stimabile, perché la diagnosi non è sempre semplice per varie ragioni: il paziente tende frequentemente a sottostimare la sintomatologia, che giudica “nei limiti della norma”; altre volte la sintomatologia può essere del tutto assente, e, infine, la diagnosi deriva spesso da un’anamnesi accurata e mirata al problema piuttosto che dall’evidenza strumentale di lesioni e/o disturbi funzionali. Questi concetti hanno condotto a rappresentare la malattia da reflusso gastro-esofageo come un iceberg (Castell, 1985), in cui ciò che emerge dall’acqua è soltanto la minima parte del problema e rappresenta i pazienti più gravi, che necessitano di un’attenta sorveglianza e continua terapia; vi è poi una fascia di popolazione in cui il problema è modesto e facilmente sottovalutato, rappresentata dalla parte di ghiaccio appena sotto il pelo dell’acqua; infine, vi è la maggior parte della patologia nascosta sotto la superficie, come la parte sottomarina dell’iceberg.

Dati recenti indicano una prevalenza della sintomatologia da reflusso in oltre il 30% nella popolazione nordamericana, mentre in Europa la percentuale sarebbe inferiore al 20%.

Fattori che possono influenzare l’insorgenza di una patologia da reflusso sono l’età, il consumo di alcol e il fumo, mentre l’influenza del sesso (con un rapporto M:F superiore a 2:1) è limitata all’esofagite documentata, che è presente soltanto nel 60% circa dei pazienti.

L’ernia iatale si riscontra nel 60% dei pazienti con esofagite da reflusso e, d’altro canto, soltanto il 10% dei pazienti con ernia iatale lamenta sintomi da reflusso.

Per quanto riguarda l’ernia iatale, la sua incidenza è strettamente dipendente dall’età, con una prevalenza che supera il 50% a 50 anni e si avvicina al 100% in età senile.

Eziologia

La causa prima della malattia è la presenza di un reflusso gastro-esofageo patologico. Lo sfintere esofageo inferiore (LES), non è una valvola a continenza assoluta e pertanto il

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reflusso è un meccanismo, entro certi limiti, fisiologico. Può essere causa di malattia in varie situazioni: quando è più frequente e/o abbondante per motivi di vario tipo (incontinenza del LES, con o senza ernia iatale, rallentato svuotamento gastrico, presenza di reflusso duodeno-gastrico), quando l’esofago ha una motilità patologica, che non consente una rapida e completa pulizia del refluito e, infine, in analogia alla patologia di tipo ulceroso-peptico, quando la mucosa esofagea si presenta più vulnerabile, per riduzione dei meccanismi di difesa (barriera mucosa).

Terapia

La terapia dipende strettamente dal grado di severità della malattia. Se, infatti, nelle forme con sintomi tipici, ma senza segni obiettivi di esofagite, saranno sufficienti norme comportamentali e dietetiche, con l’ausilio di farmaci antiacidi, antisecretori, citoprotettori e procinetici al bisogno, ben diverso sarà il comportamento nelle forme moderate o severe. In questi casi, infatti, sarà necessario, oltre alle norme suddette, instaurare una terapia regolare con antisecretori e procinetici, da proseguire anche in regime di “mantenimento”, a dosi più elevate nei casi più gravi. La terapia chirurgica andrà effettuata in caso di inefficacia della terapia medica (per reale inefficacia o scarsa compliance), forte tendenza alle recidive, insorgenza di complicanze.

Informazioni al paziente

Da quanto esposto appare evidente che l’informazione al paziente sia, oltre che un obbligo deontologico, anche un importante presidio terapeutico. Bisogna, infatti, spiegare al paziente le caratteristiche di presentazione della sintomatologia e l’importanza di non sottovalutarla, per non rischiare di aggravare la malattia e di andare incontro alle sue complicanze. È, d’altro canto, tranquillizzante sapere che una buona condotta terapeutica riduce le complicanze e praticamente azzera la mortalità.

Le norme comportamentali riguardano in primo luogo l’alimentazione. Sono da evitare i grassi in eccesso, la menta, le spezie, l’aglio, la cipolla e il cioccolato, l’alcol. Caffè, tè e bibite gassate dovranno essere limitate. Il fumo aumenta gli episodi di reflusso e riduce la capacità di svuotamento dell’esofago e andrà, dunque, sospeso. Infine, sarà necessario diminuire di peso, non coricarsi prima di 2-3 ore dalla fine del pasto, non indossare abiti stretti in vita, mantenere l’intestino pulito e, in caso di sintomatologia notturna, sollevare la testata del letto con un rialzo di 10-15 cm.

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Figura 1 - Sede e irradiazione del dolore e della pirosi nel reflusso gastro-esofageo.

Figura 2 - Il concetto di Castell che rappresenta la malattia da reflusso gastro-esofageo come un iceberg.

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Figura 3 - Durante il riposo a letto del paziente, la parte superiore del corpo va rialzata di circa 15 cm per ovviare al reflusso gastro-esofageo.

Figura 4 - Immagine endoscopica di esofagite erosiva (per gentile concessione del dr. E. Fesce).

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12 - EPATITE ACUTA E CRONICA, CIRROSI EPATICA

Inquadramento generale

Le malattie epatiche sono assai numerose. Tra esse un ruolo preminente è occupato dalle epatiti virali acute, con la loro possibile evoluzione in epatiti croniche e cirrosi.

La prevalenza è assai variabile in relazione all’eziologia e quindi alla regione geografica di rilevamento, con prevalenza delle forme virali, rispetto a quelle alcoliche e autoimmuni, nelle regioni più meridionali e a basso tenore igienico.

In Italia i portatori di virus dell'epatite sono 2.000.000, i pazienti affetti da epatite cronica sono 500.000, 16.000 sono i casi di cirrosi con esito letale all’anno.

Eziologia

L'eziologia delle epatiti acute e croniche è varia: va da quella virale classica a quella etilica, a quella da farmaci, all’autoimmune, a cui si aggiungono le forme più rare, come il morbo di Wilson (da accumulo di rame). Altre forme esordiscono già con aspetti di cronicità, o addirittura di cirrosi, come la colangite sclerosante (a eziologia ignota), l'emocromatosi (da alterato metabolismo del ferro), la cirrosi biliare primitiva (a eziologia non del tutto nota, ma di tipo autoimmunitario), ecc.

I virus che causano epatite sono innumerevoli, ma quelli più importanti sono il virus dell’epatite A, quello dell’epatite B e quello dell’epatite C.

L'infezione da virus A decorre asintomatica nel 90% dei casi, mentre assume le caratteristiche dell’epatite acuta nel 10%. Nella stragrande maggioranza dei casi, evolve verso la guarigione, con rari casi di decorso prolungato e casi eccezionali di epatite fulminante (1:1000). La cronicizzazione non è descritta.

Anche l’infezione da virus B decorre asintomatica nel 90% dei casi, ma la forma fulminante è più frequente (1% delle forme acute) e la cronicizzazione avviene nel 10% circa dei soggetti contagiati, sintomatici o no. Tra questi, il 40% può essere considerato portatore sano, mentre il restante 60% sviluppa un’epatite cronica di vario tipo, con possibile evoluzione verso la cirrosi e l’epatocarcinoma.

Ben diverso è, invece, il comportamento del virus dell’epatite C, che causa epatite acuta soltanto nel 5% dei casi, con rarissimi casi di epatite fulminante, ma che in una elevata percentuale di casi (fino al 70%), conduce all’epatite cronica, la cui evoluzione verso la cirrosi riguarda almeno la metà dei casi. Anche il virus dell’epatite C, infine, aumenta la probabilità di insorgenza di epatocarcinoma.

Il ruolo dell’alcol nell’insorgenza dell’epatite e nella sua evoluzione verso la cirrosi, in Italia, è attualmente minore. Sono, infatti, pochi i casi a eziologia esclusiva- mente alcolica, mentre sono molto frequenti i casi di associazione virus-alcol.

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Terapia

La terapia delle epatiti virali acute è ancora, nella maggior parte dei casi, soltanto di sostegno. È comunque possibile l’uso, in alcuni casi, dell’interferone e di altri farmaci antivirali (peraltro ancora in sperimentazione). Nell’epatite alcolica e da farmaci il presidio terapeutico fondamentale, è la sospensione della noxa patogena.

Nella cirrosi la terapia riguarda prevalentemente le complicanze, anche se è stato recentemente riconosciuto ai farmaci antifibrotici (colchicina) un ruolo terapeutico li rallentamento della progressione della malattia. Un’importante chance terapeutica è offerta oggi dal trapianto epatico, che ha raggiunto un’efficacia e un’affidabilità elevatissime, consentendo la “guarigione” di epatiti fulminanti e cirrosi considerate terminali.

Informazioni al paziente

Le conoscenze attuali su epatite e cirrosi consentono certamente una netta riduzione di morbilità e mortalità, se si attua una corretta opera di informazione. Infatti, la vaccinazione contro l’epatite B (oggi obbligatoria in età infantile), consentirebbe, se diffusa anche all’adulto, la completa eradicazione della malattia. Analogo discorso per l’epatite A, in cui l’infezione decorre in forma più grave nell’adulto e per cui, pertanto, è oggi importante proporre la vaccinazione su larga scala.

Per quanto riguarda, infine, l’epatite C, non essendo ancora disponibile il vaccino, sarà molto importante informare sui comportamenti “a rischio” e sulle conseguenti precauzioni da attuare per ridurre la probabilità di infezione.

Il principale fattore di rischio è la tossicodipendenza, responsabile dell’infezione nel 36% dei casi. Altri fattori di rischio specifici sono: le trasfusioni (5%), i rapporti sessuali e la convivenza (13%), il rischio lavorativo (3%) e la dialisi (1%), mentre un fattore del tutto aspecifico, è il basso livello socio-economico, presente nel 55% degli infetti.

Gli effetti dell’alcol, infine, sono ormai ben noti a tutti, ma un impegno da parte del medico di medicina generale non potrà che giovare e consentire di ridurre ulteriormente le conseguenze deleterie del suo abuso e di rallentare la progressione delle epatopatie ad eziologia etilica esclusiva o associata.

Il paziente cirrotico, infine, deve essere informato della natura cronica e della lenta evolutività della sua malattia, deve imparare a convivere con essa, cercando di non accelerarne l’evoluzione e di controllarne, con l’aiuto del medico, le complicanze.

In particolare, non andrà mai sottovalutato il rischio di degenerazione neoplastica, che impone un frequente controllo con esami ematochimici ed ecografici (almeno 2 volte l’anno), anche nei casi ben compensati e apparentemente stabili.

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Figura 1 - Rappresentazione schematica del virus dell’epatite A.

Figura 2 - Rappresentazione schematica del virus dell’epatite B.

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Figura 3 - Il virus A penetra per via orale, provoca la malattia ed è eliminato con le feci.

FOTO 4

Figura 4 - Vie di penetrazione (orale: 1; parenterale: 2) e patogenesi dei virus B e C.

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13 - COLELITIASI

Inquadramento generale

La colelitiasi, o presenza di calcoli nella colecisti, rappresenta una patologia estremamente frequente in entrambi i sessi, particolarmente al di sopra dei 50 anni. I calcoli, il cui principale componente è di solito il colesterolo, si formano più facilmente in pazienti che presentino alcuni fattori di rischio quali obesità, ipercolesterolemia, consumo di una dieta ricca di grassi. La colelitiasi può essere asintomatica, ed essere diagnosticata nel corso di una valutazione effettuata per altri motivi, oppure sintomatica con disturbi da lievi (dispepsia, nausea, intolleranza verso alcuni cibi quali i fritti) fino a una sintomatologia più importante con vomito e dolore addominale intenso, localizzato al quadrante superiore destro, irradiato posteriormente (colica biliare).

La diagnosi viene effettuata con i seguenti esami:

• esami ematochimici, per la valutazione degli indici di stasi (transaminasi e fosfatasi alcalina);

• ecografia addominale superiore;

• colecistografia, utilizzando un mezzo di contrasto per via orale;

• colecistocolangiografia, utilizzando un mezzo di contrasto per via endovenosa (poco utilizzata attualmente).

Eziologia

I calcoli delle vie biliari sono fondamentalmente di due tipi: i calcoli di colesterolo e quelli di pigmento. I primi, che sono certamente i più comuni, riconoscono come causa prima della loro formazione la sovrasaturazione di colesterolo della bile, che condiziona la nucleazione di cristalli di colesterolo e, in condizioni di alterazione del pool di acidi biliari o malfunzionamento della colecisti, formazione dei calcoli.

I calcoli di pigmento, invece, contengono prevalentemente bilirubina e si distinguono in neri e marroni, in relazione alla presenza, insieme alla bilirubina, di fosfati, carbonati e palmitati di calcio e colesterolo. I calcoli neri si associano all’emolisi, quelli marroni alla colestasi extraepatica (da ostruzione dei dotti biliari).

Terapia

La terapia va dall’approccio medico a quello chirurgico:

• la terapia farmacologica si avvale dell’acido ursodesossicolico e chenodesossicolico;

• il trattamento chirurgico comprende la classica colecistectomia e tecniche di più recente acquisizione (per es. l’accesso per via laparoscopica);

• una tecnica particolare è la litotrissia a onde d’urto.

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Informazioni al paziente

Teoricamente si possono verificare tutte le possibili conseguenze cliniche legate alla formazione dei calcoli. La maggior parte dei pazienti resta asintomatica per lunghi periodi; tuttavia, i calcoli possono attraversare il dotto cistico determinando un’ostruzione transitoria con conseguente colica biliare della durata anche di alcune ore. Un’ostruzione persistente del dotto cistico può determinare un’infiammazione, la cosiddetta colecistite acuta, in cui si associano al dolorenausea e vomito, tipici della colica biliare, e anche febbre alta, brivido e ittero. Per avere la possibilità di prevenire una simile complicanza è importante che il paziente si rivolga al proprio medico non appena compaiono i primi sintomi sordi, quali la difficoltà di digestione e l'intolleranza nei confronti di alcuni cibi. I metodi per lo studio della colelitiasi sono migliorati negli ultimi anni: i due approcci di scelta sono l’ecografia e la colecistografia. L’ecografia è un esame altamente sensibile, assolutamente non invasivo per il paziente e trova i suoi limiti nella presenza di tessuto adiposo, di ossa e di gas intestinale e nell’abilità dell’operatore. La colecistografia riveste un ruolo importante nella valutazione funzionale della colecisti e dell’eventuale radiotrasparenza dei calcoli (parametri fondamentali nell’approccio terapeutico); il suo limite è rappresentato dall’assunzione da parte del paziente di mezzo di contrasto per via orale, che non sempre può essere utilizzato (per es. nei danni epatocellulari o nelle allergie ai mezzi di contrasto).

Una volta effettuata la diagnosi è importante il seguente approccio terapeutico:

1) colelitiasi asintomatica: non si prevede nessuna terapia; tuttavia, al paziente è consigliata una dieta a scarso contenuto di grassi e con maggiore contenuto proteico (latte scremato, prosciutto magro, carne di manzo, pesce), limitando l’assunzione di cibi irritanti quali caffè, tè, alcol, agrumi, cioccolata;

2) colelitiasi sintomatica: il trattamento farmacologico non ha dato a tutt’oggi buoni risultati; solo in una piccola percentuale di casi si è avuta una dissoluzione dei calcoli dopo due anni di trattamento, che peraltro presenta numerosi effetti collaterali (per es. nausea, diarrea). Perciò, la terapia medica può essere consigliata limitatamente ai soggetti anziani o con patologie concomitanti che non possono essere sottoposti ad altri trattamenti. Sicuramente più efficace è il trattamento con litotritore, generatore di onde d’urto extracorporeo, che permette in modo non invasivo la frammentazione dei calcoli senza che il paziente venga sottoposto né ad anestesia né a sedativi. Anche in questo caso ci sono però delle limitazioni: la colecisti deve essere funzionante, i calcoli radiotrasparenti e con dimensioni non inferiori ai 10 mm. La colecistectomia rappresenta, quindi, il trattamento di elezione nei pazienti sintomatici: si tratta di un intervento chirurgico sicuro, per lo più privo di complicanze soprattutto con le nuove tecniche (via laparoscopica, che evita un taglio addominale di una certa invasività), senza causare problemi nutrizionali, né restrizioni alimentari e di vita nel periodo post-operatorio.

In conclusione, attualmente i criteri di scelta sia diagnostica sia terapeutica nella colelitiasi sono vasti e danno ottimi risultati, ma solo un rapido e chiaro approccio con il proprio medico di famiglia potrà permettere al paziente di poterne usufruire al meglio.

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Figura 1 - Incisioni laparoscopiche più in uso per l’intervento di colecistectomia.

Figura 2 - Rapporto della cistifellea con gli organi vicini.

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Figure 3/4 - fasi dell'intervento tradizionale di colecistectomia.

A. Fegato

B. Cistifellea

C. Punti di sutura

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IX

APPARATO UROGENITALE

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14 - IPERTROFIA PROSTATICA

Inquadramento generale

Malattia associata al processo di invecchiamento, l’ipertrofia prostatica benigna (IPB), o adenoma prostatico, ha un’incidenza crescente a partire dalla quarta decade di vita, colpisce il 50% dei maschi alla sesta decade e più del 70% alla settima decade.

Nell'IPB è presente, una disfunzione dello sfintere liscio vescicouretrale e della muscolatura liscia del detrusore, che si trovano sotto il controllo del sistema nervoso autonomo (alfa-adrenergico).

Le manifestazioni cliniche sono tipicamente legate al grado di disfunzione sfinterodetrusoriale e di ostruzione uretrale. Il paziente lamenta ritardo della minzione, riduzione del calibro e della forza del flussogocciolamento terminale, nicturia, pollachiuria, minzione imperiosa, sensazione di svuotamento incompleto; possono comparire disturbi di maggiore entità e complicanze più o meno tardive, quali l'ematuria, le infezioni delle vie urinarie, la ritenzione acuta o cronica, i diverticoli vescicali, i calcoli prostatici, l'insufficienza renale.

Eziologia

La prostata normale è ormonodipendente: possiede recettori specifici per gli androgeni e per gli estrogeni, i quali esercitano effetti sinergici sulla crescita dell’organo. Nell'IPB risulta preponderante l’influenza androgenica, che si esplica principalmente sull’epitelio prostatico e in minor misura sulla componente stromale.

L’IPB origina dalla “zona di transizione” della prostata, costituita da due piccoli lobuli che si trovano in stretto rapporto con lo sfintere preprostatico; si tratta di una zona anatomicamente separata dalla porzione periferica della ghiandola periuretrale.

Terapia

La terapia dell’IPB è di tipo chirurgico e di tipo medico. La terapia chirurgica è l’unica che permette di risolvere completamente l’ostruzione e di annullare il rischio di complicanze.

Terapia chirurgica. Due sono le modalità operative: l'intervento di enucleazione a cielo aperto e l'ablazione endoscopica. L’intervento di enucleazione a cielo aperto è elettivo nelle ipertrofie voluminose, nei diverticoli e nelle calcolosi vescicali non asportabili endoscopicamente. L’approccio è addominale, previa incisione trasversale sovrapubica, cui segue l’enucleazione dell’adenoma.

L’elettroresezione endoscopica della prostata (TUR) è un intervento di minore invasività, che viene effettuato nella maggior parte dei pazienti; viene normalmente praticato in anestesia generale e solo in una piccola frazione di pazienti selezionati può essere praticato in anestesia locoregionale con sedazione endovenosa. Consiste nell’inserimento per via transuretrale di un resettore che procede all’asportazione

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del tessuto adenomatoso mediante resezione a fette, sotto visione endoscopica. È indicato nelle ipertrofie moderate, nei lobi medi di piccole dimensioni, nella sclerosi del collo vescicale.

I trattamenti alternativi alla chirurgia sono rappresentati da procedure poco invasive quali la dilatazione uretrale con palloncino e l’inserimento di stent uretrali e l’ipertermia; si tratta di trattamenti palliativi, eseguiti per lo più per garantire sollievo dai sintomi al paziente in attesa di un intervento risolutivo.

La terapia medica si avvale di alfa-bloccanti, che riducono le resistenze uretrali; di inibitori delle 5-alfa-reduttasi e di progestinici, che interferiscono sull’azione del testosterone sulla prostata; di farmaci di estrazione vegetale per lo più ad azione anticongestivante, la cui efficacia è ancora in discussione.

Informazioni al paziente

Sebbene il soggetto affetto da ipertrofia prostatica sia attratto da proposte terapeutiche alternative oggi disponibili, perché scarsamente o affatto invasive, occorre ricordare che l’efficacia di tali trattamenti è chiaramente inferiore a quella della chirurgia, e che solo quest’ultima resta a tutt’oggi il trattamento risolutivo.

L’intervento va praticato nei casi in cui l’ostruzione comporti importanti sintomi soggettivi o complicanze gravi: sono indicazioni assolute la totale incapacità a urinare, il catetere a dimora, i calcoli, i diverticoli, l’idronefrosi.

rischi dell'intervento, a parte quelli generici rappresentati da concomitanti cardiopatie, pneumopatie, coagulopatie, sono i seguenti:

● l'emorragia è la più frequente complicanza intra e post-operatoria, può richiedere l’emotrasfusione e pertanto è opportuno il predeposito di sangue;

● le stenosi uretrali sono una complicanza frequente (fino al 10% dei casi) specie in seguito a TUR;

● l’incontinenza da stress è una sequela frequente, ma tende a migliorare col tempo e risponde alla terapia medica.

Mentre sono complicanze piuttosto rare l'infezione della ferita chirurgica, l'orchiepididimite, e le fistole transitorie in sede di ferita, i disturbi della sfera sessuale risultanti dall’intervento meritano attenzione: una sequela praticamente inevitabile è l’eiaculazione retrogada. L'impotenza, invece, tende ad essere sopravvalutata, e un deficit erettile da causa organica connesso all’intervento incide probabilmente in misura assai bassa. La mortalità dell’intervento è inferiore al 5%.

I tempi di degenza media sono: 10 giorni per l’intervento a cielo aperto, 7 per la TUR; il paziente deve portare il catetere a dimora per circa 7 giorni nel primo caso, per 3 nel secondo.

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Figura 1 - Apparato urinario maschile. Si evidenzia ipertrofia prostatica (A) con riduzione del lume uretrale (B).

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Figura 2 - Schematizzazione delle diverse tecniche di intervento per l’asportazione chirurgica dell’adenoma prostatico.

Figure 3/4 - L'adenoma prostatico (A) causa una ostruzione che compromette il normale deflusso urinario, e un ispessimento progressivo della parete vescicale (B).

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15 - CARCINOMA DELLA PROSTATA

Inquadramento generale

il carcinoma della prostata rappresenta una delle neoplasie più frequenti nel sesso maschile. L’evoluzione della malattia è alquanto variabile e può dipendere anche dal fatto che il carcinoma prostatico può rimanere a lungo asintomatico, o esordire invece in forma conclamata e sintomatica.

I sintomi sono spesso di scarsa entità, per lo più ostruttivi e imputabili alla componente adenomatosa della ghiandola; sono da ricordare la disuria o stranguria; l’ematuria; il dolore (perineale, vescicale, uretrale, rettale, sciatico).

L’inquadramento diagnostico prevede l'esplorazione rettale, l’ecografia transrettale, la biopsia ecoguidata, la ricerca di markers tumorali specifici, in particolare l’antigene prostatico specifico (PSA), che si correla allo stadio clinico e patologico, al grading e al volume della neoplasia.

Eziologia

L’eziologia della malattia è in gran parte sconosciuta; è comunque multifattoriale, derivando dalla complessa interazione di molti fattori (predisposizione genetica, influenze ormonali, ambientali, dietetiche).

Terapia

La scelta del trattamento dipende da una valutazione globale comprendente l’età del paziente (solitamente avanzata), il decorso subclinico della malattia, l’aspettativa di vita, i fattori prognostici specifici del tumore (grado di differenziazione, volume, stadio, PSA), le malattie concomitanti.

Nell’ipotesi di un intervento chirurgico si impone una laparoscopia preliminare con linfoadenectomia di stadiazione, per escludere forme avanzate potenzialmente non suscettibili di guarigione. Tra le procedure ricordiamo:

― la prostatectomia radicale: indicata elettivamente nei tumori localizzati (carcinoma intracapsulare).

Si effettua con due modalità:

● approccio retropubico: consente una linfadenectomia preliminare ed è pertanto preferibile all’approccio perineale;

● l’approccio perineale: relativamente avascolare, consente una più semplice anastomosi vescico-uretrale; è elettivo per gli obesi;

― la chirurgia endoscopica (TUR): trova principale indicazione nella disostruzione palliativa.

Le maggiori remore al ricorso alla chirurgia radicale della prostata derivano da importanti complicanze, di grande impatto psicologico e funzionale, quali l’impotenza e l’incontinenza urinaria.

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È oggi possibile, tuttavia, mantenere una certa funzionalità dei nervi erettori per lo meno nei giovani in presenza di tumori di basso stadio e grado.

L’incontinenza da stress può essere definitiva, ma rara, mentre un’incontinenza post-catetere è solitamente transitoria. Altri tipi di terapia comprendono:

● la radioterapia: il suo ruolo è in corso di valutazione, non avendo finora ottenuto risultati ottimali. La radioterapia esterna con megavoltaggio (acceleratore lineare) è impiegata a scopo radicale; la radioterapia interstiziale è attuata mediante infissione di aghi di iodio radioattivo, dopo linfoadenectomia di staging;

● la terapia medica: trova impiego nelle forme avanzate e nelle recidive, ed è casata sulla modificazione dell’equilibrio ormonale. Si utilizzano inibitori ormonali goserelin), antiandrogeni (ciproterone acetato, flutamide, nilutamide, aminoglutetimide) ed estrogeni.

Informazioni al paziente

Date le scarse conoscenze sull'eziopatogenesi del carcinoma prostatico, poche sono anche le misure atte a prevenirlo. Nessun fattore di rischio modificabile è stato identificato con certezza. Tuttavia possono essere fatte alcune considerazioni:

● si ritiene che il fattore di rischio più importante sia l’età: tale rischio triplica o quadruplica nei soggetti con familiarità positiva (parente di primo grado) per cancro della prostata, e comunque aumenta se sussiste familiarità per neoplasie;

● alcuni studi hanno evidenziato una correlazione tra cancro della prostata ed esposizione al cadmio (proveniente, per esempio, dal fumo di sigaretta);

● sembra esistere un rapporto tra consumo di grassi, soprattutto quelli provenienti dalla carne, dalle uova, dal latte, e aumentato rischio di carcinoma.

A tutt’oggi, quindi, le sole misure preventive raccomandabili sono la limitazione lei fumo e dell’apporto di grassi con la dieta.

L’esplorazione digitale rettale è una manovra diagnostica di screening su cui vi è ampio consenso da parte dei medici. Nonostante i suoi limiti di sensibilità, l’American Cancer Society ne raccomanda l’esecuzione in tutti i soggetti al di sopra dei 40 anni asintomatici, permettendo contemporaneamente anche il depistaggio delle neoplasie rettali.

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Figura 1 - Carcinoma prostatico in stadio avanzato, infiltrante le strutture circostanti.

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Figura 2 - Intervento di prostatectomia radicale.

A. Le linee tratteggiate rappresentano le sezioni di taglio sul collo vescicale e sull’uretra;

B. Approccio sovrapubico;

C. Approccio perineale

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16 - PROSTATITI

Inquadramento generale

Le infiammazioni della ghiandola prostatica, rare in età prepuberale, sono di frequente riscontro nel soggetto adulto.

Trascurando le forme non comuni di prostatite specifica (gonococcica, tubercolare, micotica, parassitarla) e non specifica (granulomatosa), possiamo sostanzialmente distinguere i seguenti tipi di prostatite di più frequente riscontro:

batterica (acuta e cronica);

non batterica;

prostatodinia.

Eziologia

La prostatite batterica acuta è solitamente sostenuta da germi aerobi Gram negativi: E. Coli e Pseudomonas sono i più frequenti.

Fattori patogenetici sono: l’infezione uretrale ascendente, il reflusso urinario nei dotti prostatici, la diffusione di germi per via ematica e linfatica.

L’esordio clinico può essere drammatico, con febbre, brividi, malessere generale, sintomi disurici irritativi e ostruttivi.

La diagnosi è generalmente possibile con il semplice ausilio dell’urinocoltura.

La prostatite cronica è causata per lo più dagli stessi germi responsabili della forma acuta; il momento patogenetico fondamentale è rappresentato dal reflusso intraprostatico di urina.

Il quadro sintomatologico è piuttosto variegato: lieve o moderata disfunzione della minzione, dolore o fastidio in sede sovrapubica, o perineale, o scrotale, o peniena, occasionalmente dolore post-eiaculatorìo o emospermia. Ma la caratteristica principale e più frequente è rappresentata dalle infezioni delle vie urinarie (IUV) ricorrenti, spiegabili con la permanenza dei batteri nel liquido prostatico, e conseguente possibilità di reifezione a distanza.

I calcoli prostatici, di riscontro molto frequente con l’avanzare dell’età, entrano verosimilmente in causa come possibile serbatoio di infezione cronica.

La diagnosi delle prostatiti batteriche croniche si avvale, oltre che dell’esame delle urine, dell’esame microscopico e colturale del liquido prostatico e dello sperma.

Le prostatiti non battericheabatteriche, sono in realtà sindromi in cui, accanto a una eziologia batterica ipotizzabile, ma non documentata con certezza, si affiancano forme infiammatorie non infettive.

Tra i batteri si riconosce una potenziale causalità all’Ureaplasma urealyticum e alla Chlamydia trachomatis: la scarsa conoscenza degli agenti eziologici e la loro difficile individuazione con le usuali procedure diagnostiche rende ragione della difficoltà nell’eradicare la flogosi.

La definizione di prostatodinia si riferisce ai seguenti disturbi:

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tensione mialgica del pavimento pelvico;

anomalie funzionali della minzione;

disturbi emozionali da stress.

Si tratta di forme in cui giocano un ruolo eziopatogenetico disfunzioni del sistema nervoso autonomo (il simpatico pelvico nella tensione mialgica) e disordini psichici.

Terapia

La terapia antibiotica delle prostatiti acute è solitamente efficace e solo in rari casi si impone il ricovero per ritenzione urinaria acuta.

Il maggiore problema terapeutico nelle prostatiti croniche è rappresentato dalla scarsa diffusibilità degli antibiotici attivi contro i Gram negativi nel liquido prostatico. Ciò comporta trattamenti antimicrobici prolungati, che talora si possono rivelare inefficaci, e in alcuni casi si rende necessaria una terapia soppressiva continua a basse dosi di antibiotici.

Nelle prostatiti abatteriche il trattamento antibiotico è empirico, deve essere protratto per più settimane e diviene importante informare il paziente della sua condizione, rassicurandolo della sostanziale benignità della forma morbosa, nonostante la tendenza alla cronicità.

Per controllare i disturbi irritativi della minzione, farmaci anticolinergici e antinfiammatori saranno utili.

Nella prostatodinia sono utili i miorilassanti, gli ansiolitici, gli alfabloccanti, e l’esecuzione di esercizi fisioterapici.

Informazioni al paziente

Nella prostatite acuta il paziente deve stare a riposo a letto, ricevere un’adeguata idratazione e utilizzare una sedia più soffice. Oltre che con i comuni analgesici, il dolore può anche essere alleviato da semicupi e da piccoli clisteri caldi. A questi, nelle prostatiti croniche, potrà aggiungersi il massaggio prostatico. Nelle prostatiti non batteriche il paziente potrà esercitare una regolare attività fisica e sessuale e non avrà limitazioni dietetiche particolari, salvo la restrizione degli alcolici e dei cibi piccanti.

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Figura 1 - Rapporti della prostata con gli organi vicini.

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Figura 2 - Vie di diffusione dell’ascesso prostatico nelle strutture contigue.

Figura 3 - Prostatite tubercolare.

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17 - NEFROLITIASI

Inquadramento generale

La calcolosi renale è una malattia estremamente frequente nei paesi ad alto grado di sviluppo; predilige i soggetti maschi di razza bianca con anamnesi familiare positiva per nefrolitiasi, nonché portatori di patologie flogistiche intestinali, infezioni delle vie urinarie, gotta, fratture patologiche.

Eziologia

Il meccanismo patogenetico è costituito dalla sovrasaturazione di ioni nelle urine e dal loro successivo combinarsi in fase solida attraverso un processo di nucleazione: perché ciò avvenga è necessaria un'abnorme escrezione urinaria di calcio e di ossalato, nonché di acido urico.

L’ipercalciuria può essere imputabile a: un aumentato assorbimento di calcio a livello intestinale e a successiva inibizione del riassorbimento tubulare; un difetto renale di riassorbimento; un aumentato riassorbimento osseo, come accade nell’iperparatiroidismo primario.

L’iperuricosuria è associata a un eccessivo apporto di purine: l’elevata escrezione di urato monosodico a pH normale induce la cristallizzazione dell’ossalato di calcio.

L’iperossaluria è dovuta soprattutto a un aumentato assorbimento di ossalato nel corso di malattie flogistiche intestinali, a malassorbimento lipidico, a resezioni o by-pass ileali.

Un fattore predisponente la sovrasaturazione è, inoltre, l’ipocitraturia, causata da acidosi tubulare e metabolica; il citrato agisce, infatti, da chelante.

Nella cistinuria, malattia autosomica recessiva, vi è un errore congenito di trasporto degli aminoacidi bibasici a livello del tubulo prossimale; la cistina è scarsamente solubile e la cistinuria promuove la cristallizzazione dell’ossalato e del fosfato di calcio.

Terapia

La manifestazione clinica più tipica della nefrolitiasi è la colica renale, ma talora il paziente lamenta solo una lombalgia, oppure è totalmente asintomatico. La diagnosi si avvale dell’urografia, che tende a escludere eventuali anomalie delle vie escretrici, e dell’ecografia, che ha il vantaggio di una minore invasività.

Nel trattamento della nefrolitiasi, la terapia medica ha un ruolo limitato alla cura sintomatica della colica e delle sue complicanze; d’altro canto, disponiamo oggi di procedure terapeutiche alternative a quella medica, che consentono un approccio incruento o scarsamente invasivo e limitano la chirurgia convenzionale a una

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ridotta percentuale di pazienti (meno del 10%). Ricordiamo la terapia endoscopica con estrattori e la litotrissia con ureterorenoscopio nelle calcolosi ureterali; la chemiolisi attraverso catetere transuretrale o nefrostomico; la litotrissia percutanea renale mediante nefroscopio introdotto nelle cavità renali; la litotrissia extracorporea a onde d’urto (ESWL), con la quale possono essere frantumati i calcoli renoureterali nella maggior parte dei casi, a patto di una buona funzionalità renale, di normalità della via escretrice e di dimensioni contenute del calcolo.

Informazione al paziente

Il problema clinico più importante per il medico che deve curare il soggetto affetto da nefrolitiasi è la tendenza della malattia a recidivare. Pertanto, rivestono un ruolo determinante le misure profilattiche, che il paziente deve conoscere e mettere in atto.

Trattamento idropinico: bisogna assumere liquidi in quantità sufficiente ad assicuare una diuresi di almeno due litri al giorno, ripartendo bevande varie nelle 24 ore. È necessario porre particolare attenzione al rischio di disidratazione connesso all’attività sportiva o ai viaggi.

Apporto sodico: è raccomandabile una restrizione, poiché un’elevata assunzione di sodio aumenta la concentrazione urinaria di calcio e favorisce la cristallizzazione dell’ossalato di calcio.

Dieta: è da evitare una drastica riduzione del calcio, che provocherebbe un aumentato assorbimento di ossalato. Un apporto moderato di calcio (550-650 mg giornalieri), equivalente a un unico pasto di prodotti caseari, è ragionevole.

Nella litiasi urica occorre ridurre l’apporto di purine (frattaglie, uova di pesce, cioccolato, selvaggina). Gli individui affetti da gotta presentano un elevato rischio di nefrolitiasi da urati, poiché nella gotta il pH urinario è generalmente acido (inferiore a 5.5) e in tali condizioni l’acido urico precipita in cristalli. Da qui l’opportunità li alcalinizzare le urine, che il medico attuerà con farmaci, mentre il paziente potrà ritradurre nella dieta latticini, legumi verdi e frutta.

La litiasi ossalica è, come abbiamo detto, associata a patologie infiammatorie del tubo digerente: tuttavia, può dipendere anche da un’eccessiva assunzione di ossalati con i cibi; quelli che ne costituiscono una fonte sono: il cacao, il tè, gli spinaci, il rabarbaro, i fichi, il pepe.

Sono, invece, ricchi di fosfato i formaggi, le uova, i legumi secchi, i frutti di mare li cui è opportuno ridurre il consumo nella litiasi fosfatica; il fosfato è presente nei calcoli di magnesio-ammonio-fosfato, frequentemente associati alle infezioni da microrganismi del tratto urogenitale.

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Figura 1 - Rappresentazione schematica della localizzazione dei calcoli renali.

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Figura 2 - La litotrissia percutanea renale permette la frantumazione dei calcoli mediante un nefroscopio introdotto nelle cavità renali.

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X

APPARATO GENITALE FEMMINILE

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18 - CONTRACCEZIONE

Inquadramento generale

Il metodo anticoncezionale ideale dovrebbe possedere 4 requisiti essenziali:

● efficacia, ossia garanzia che non si verifichino gravidanze indesiderate;

● innocuità, ossia non produrre effetti dannosi;

● reversibilità, ossia poter tornare alle condizioni di fertilità alla cessazione;

● accettabilità, non interferenza con le abitudini sessuali e/o convinzioni etiche personali.

Metodi naturali: presentano, in genere, un’elevata percentuale di insuccesso.

Coito interrotto: insuccesso legato a mancato controllo dell’eiaculazione o a fuoriuscita “precoce” degli spermatozoi; a lungo termine si può verificare un deterioramento dei meccanismi affettivi di coppia.

Metodo Ogino-Knaus: astensione dai rapporti sessuali nei giorni immediatamente precedenti e successivi l’ovulazione; per individuare il momento dell’ovulazione si utilizza una formula matematica e un periodo di 1 anno di osservazione dei cicli mestruali.

Misurazione della temperatura basale: a metà ciclo, dopo in brevissimo abbassamento, si innalza di circa 0,5/1 °C; vengono pertanto considerati sicuri i giorni seguenti il terzo dall’innalzamento della temperatura (rialzi febbrili possono indurre errori di calcolo).

Metodo Billings, o del muco cervicale: il muco cervicale, sotto stimolazione estrogenica, all’avvicinarsi dell’ovulazione, aumenta in quantità, diviene fluido, trasparente e filante: nel momento dell’ovulazione può essere disteso fino a 10 cm. Rapporti “sicuri” si possono avere prima delle suddette modificazioni e alla loro scomparsa.

Metodo sintotermico: è la combinazione del metodo della temperatura basale e del muco cervicale.

Metodi chimici: da usarsi sempre in associazione con metodi di barriera; sono costituiti dagli spermicidi (disponibili in gel, ovuli, crema).

Metodi di barriera: sono nel complesso dei metodi efficaci. Ricordiamo in particolare:

il preservativo maschile: è l’unico metodo che, usato durante i rapporti, protegge dalle malattie a trasmissione sessuale (HIV, epatite, ecc...), sempre che venga correttamente utilizzato;

il diaframma: è una semisfera di gomma che va introdotta prima del rapporto, e va mantenuta per 6-8 ore dopo il termine dello stesso;

il preservativo femminile: è costituito da una guaina in poliuretano che, introdotta in vagina, si distende creando una barriera al passaggio degli spermatozoi.

Metodi meccanici:

spirale, o dispositivo intrauterino (I.U.D.): è costituito da una struttura in plastica ricoperta di rame; viene introdotta e rimossa dal ginecologo; la permanenza utile

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nell’utero va dai 2 ai 5 anni. Controindicazioni assolute sono: gravidanza in atto o presunta, infiammazioni acute o ricorrenti della pelvi o del canale cervicale, anomalie uterine, tumori certi o sospetti, allergia al rame.

Spesso provoca, specie nei mesi immediatamente successivi alla sua introduzione, un aumento del flusso mestruale e una maggiore durata dello stesso.

Metodi ormonali:

pillola: la combinazione fra estrogeni e progestinici è in grado di sopprimere l’ovulazione. Altri meccanismi accessori completano e rafforzano quest’attività, come le modificazioni endometriali e mucocervicali e modificazioni della peristalsi tubarica. Controindicazioni assolute sono: gravi patologie epatiche, processi flebitici o tromboflebitici, diabete grave, ipertensione arteriosa, patologie tumorali.

Numerosi studi hanno dimostrato in pazienti che hanno assunto contraccettivi orali una minor incidenza di tumori ovarici e dell’endometrio. Come pure di eventi tromboembolici in donne non fumatrici.

La pillola del giorno dopo è una contraccezione di emergenza; gli estrogeni in alte dosi prevengono l’impianto dell’ovulo fecondato.

Informazioni al paziente

Nella scelta iniziale e nell’uso continuativo di un metodo contraccettivo giocano molti fattori ma almeno tre sono i requisiti fondamentali che si richiedono a questo: efficacia del metodo, sicurezza e sua accettabilità.

Alla prima visita il ginecologo eseguirà un esame obiettivo generale e pelvico dettagliato e cercherà di creare un rapporto di fiducia con la donna e soprattutto con l’adolescente anche se non sessualmente attiva, in modo da poter correttamente individuare le concomitanti o future problematiche, correlate alla contraccezione. Solo così il medico potrà prescrivere alle pazienti il tipo di contraccettivo più adatto.

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Figura 1

Figura 2 - A) Spermatozoi

B) Muco cervicale

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Figura 1 - Modalità d’inserimento del diaframma.

A. Diaframma

B. Inserimento in vagina

C. Diaframma posizionato sul collo uterino

D. Controllo inserimento corretto

Figura 2 - Tecnica di inserimento della spirale.

A. Spirale nell’inseritore

B. C. D. Stadio d’inserimento in utero

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19 - MENOPAUSA

Inquadramento generale

Si intende per menopausa il momento dell’ultimo ciclo mestruale, e compare in media intorno ai 50 anni, ma con una grossa variabilità, tanto che sono possibili menopause precoci anche intorno ai 40 anni.

Eziologia

Il substrato anatomo-fisiologico è rappresentato da una alterazione del meccanismo ovulatorio, e successivamente dall’esaurimento dei follicoli primari ovarici; la variabilità prima e la diminuzione poi della produzione di progesterone sono responsabili delle diverse sindromi del periodo del climaterio (dal greco Klimater, scala a gradini), periodo di transizione, che dura 2-3 anni, in cui distinguiamo:

premenopausa: la riduzione dell’attività luteale determina una situazione di iperestrogenismo relativo, con predisposizione ai tumori genito-mammari, mastodinia frequente, aumento di peso determinato sia da ritenzione idrica di tipo premestruale che regredisce più difficilmente, sia da una bulimia sostenuta da fattori psicologici.

I cicli mestruali si fanno progressivamente più irregolari, fino ad arrestarsi nella menopausa vera e propria in cui insorge il segno classico della menopausa, le vampate di calore, reazione dei centri vasomotori centrali alla diminuzione estrogenica.

Si manifestano poi dei fenomeni involutivi a carico dei depositi adiposi sovrapubici e mammari, e a carico del tessuto ghiandolare mammario.

Insieme alla cessazione della funzione riproduttiva si hanno disturbi del comportamento quali insonnia, depressione più o meno grave, alterazione della libido e del comportamento sessuale.

Postmenopausa: cessano in genere tutti i fenomeni di ordine vasomotorio; si accentuano i fenomeni involutivi, e compare l’osteoporosi.

Terapia

È fondamentale l’approccio psicologico alla paziente che si avvicina alla menopausa; in certi casi può essere indicata la psicoterapia.

Sulla necessità o meno del trattamento ormonale esistono due posizioni estreme: da un lato non trattare alcuna paziente, basandosi sul fatto che la menopausa è un fenomeno fisiologico, e che ogni terapia non fa che prolungare questo periodo; all’opposto trattare tutte le pazienti per prevenire i fenomeni ossei, cardiovascolari e involutivi, attraverso l’uso di estrogeni o di estroprogestinici. Ma queste due posizioni estreme non tengono conto del “fattore donna”: una paziente con disturbi severi da privazione o con ansia, o timore dell’invecchiamento, mal sopporterà un atteggiamento di attesa, e si rivolgerà a un altro medico, così come un’altra paziente finirà

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per interrompere un trattamento ormonale di cui non senta la necessità. L’uso degli estrogeni è rigorosamente proscritto nel caso di presenza o anche solo di anamnesi positiva per neoplasia genito-mammaria; sono da evitare, inoltre, in caso di patologie che regrediscono spontaneamente alla riduzione estrogenica (per es. fibroma uterino).

Idealmente, il trattamento ormonale sostitutivo deve avvicinarsi il più possibile a quanto si intende sostituire: vale a dire 17-(3-estradiolo e progesterone; lo schema terapeutico, la posologia e la modalità di somministrazione vanno considerati in funzione della reale e specifica carenza estrogenica della donna, delle sue specifiche aspettative nella vita di relazione, scegliendo fra la somministrazione per os, la via percutanea e le forme iniettabili-ritardo. In genere quando si decide di sospendere il trattamento, si sceglieranno via via farmaci sempre meno potenti, arrivando a una sospensione graduale della terapia.

Un caso a parte sono le menopause precoci, o di tipo idiopatico o chirurgico: sono donne in cui il trattamento è fortemente indicato, sia per prevenire fenomeni di osteoporosi precoce, sia per evitare l’involuzione dei caratteri sessuali; spesso sono pazienti altamente motivate ad assumere il trattamento.

Una domanda che spesso pongono le pazienti è la relazione tra estrogeni e tumore: non vi è una totale uniformità di giudizio. Per quanto riguarda il seno, non sembra esserci, sui grandi numeri, un aumento significativo dell’insorgenza cancerosa; tuttavia, per il possibile ruolo carcinogenetico degli estrogeni non si inizia una terapia in presenza di un nodulo al seno di cui non sia stata accertata la natura.

L’associazione di estroprogestinici con progesterone sembra essere protettiva nei confronti dell’insorgenza del cancro endometriale; questo tipo di tumore compare nell’80% dei casi dopo la menopausa, e la sua relazione con un’anomala stimolazione estrogenica sembra dimostrata: l’uso del solo estrogeno incrementa considerevolmente il rischio di insorgenza.

L’osteoporosi è, entro certi limiti, un fenomeno fisiologico; la menopausa accelera un processo inesorabile di osteopenia e la terapia sostitutiva esercita un effetto protettivo sia con un suo proprio meccanismo d’azione sia in sinergia con la calcitonina. A oggi non possiamo prevedere quali donne andranno incontro a una vera e propria patologia ossea, ed è parere ancora controverso se la prevenzione dell’osteoporosi giustifichi da sola una terapia ormonale sostitutiva.

Informazioni al paziente

Il rischio per la donna di rimanere incinta è presente per un anno dopo l’ultima mestruazione se questa è insorta oltre i 50 anni, per due anni se questa è insorta prima dei 50. In considerazione dell’elevato rischio di Sindrome di Down nella prole, il medico dovrebbe consigliare un’adeguata terapia anticoncezionale.

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Figura 1 - Formulazione transdermica di estrogeni da associare a progestinici per via orale.

Figura 2 - Vampate di calore: un tipico disturbo della menopausa.

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Figura 1 - Osteoporosi: conseguenza frequente, talvolta grave, della menopausa.

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20 - DIAGNOSTICA STRUMENTALE IN GINECOLOGIA E OSTETRICIA

Inquadramento generale

Una valutazione periodica dello stato di salute della donna effettuata anche mediante l’ausilio di indagini strumentali fornisce al medico l’opportunità di formulare diagnosi precoci o di prevenire l’insorgenza di eventuali patologie.

Metodiche di indagini ginecologiche.

Colposcopia: permette di visualizzare l’epitelio del collo uterino, la sua vascolarizzazione, e il tessuto connettivo sottostante. È un mezzo incruento e obiettivo per controllare l’intero tratto genitale inferiore comprendente vulva, vagina, esocervice e bassa endocervice (vulvo-vaginoscopia). Quest’ultima è particolarmente interessante nel caso di infezioni da papilloma virus e ci permette, inoltre, di poter effettuare, ove lo riteniamo necessario, un prelievo bioptico.

Ecografia pelvica e transvaginale: incruenta, utile per la diagnosi di patologie pelviche e intraddominali, utile anche per guidare procedure ginecologico-ostetriche invasive. Poiché la sezione ecografica è molto limitata, l’elaborazione di una diagnosi si basa sulla sommatoria di sezioni multiple a due dimensioni; l’operatore deve, quindi, ricostruire l’anatomia ricreando uno spazio tridimensionale.

Isterosalpingografìa: è la radiografia dell’utero e delle tube resi radiopachi con mezzo di contrasto. Quando l’ambito di indagine sia quello della sterilità può essere considerata una metodica di scelta per la valutazione della pervietà tubarica. Controindicazioni sono: infezioni pelviche, gravidanza presunta o accertata.

Isteroscopia: è l’esplorazione endoscopica della cavità uterina; permette di individuare cause di metrorragia, di infertilità, di ricercare lesioni intracavitarie, ecc. Mediante l’isteroscopia operativa possiamo eseguire biopsie endometriali, polipecto- mie, rimuovere “lost IUD”, effettuare una sterilizzazione tubarica. Controindicazioni sono: infezioni pelviche, gravidanza presunta o accertata.

Laparoscopia: è l’esplorazione endoscopica della cavità addomino-pelvica. Nel corso di essa possono essere effettuati interventi chirurgici a livello ovarico, tubarico o peritoneale.

Vabra: aspirazione di materiale endometriale che viene in seguito sottoposto ad esame citologico, utile per la diagnosi differenziale tra metrorragie disfunzionali, iperplasie endometriali e carcinoma endometriale.

Metodiche di indagini ostetriche.

Ecografia: si esegue normalmente nel secondo e nel terzo trimestre della gravidanza. La prima si effettua a 18/20 settimane, permette di evidenziare patologie del tubo neurale, lunghezza degli arti, anomalie dell’apparato urinario, gastroenterico, cardiovascolare, respiratorio, genitale, del cranio e del collo. La seconda ecografia ci permette di stabilire la maturità del polmone fetale e della placenta.

Amniocentesi: consiste nel prelievo di liquido amniotico nel periodo intorno alla 16a settimana (amniocentesi precoce) e dopo la 25a settimana (amniocentesi tardiva),

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allo scopo di determinare il corredo cromosomico fetale per escludere anomalie cromosomiche, il sesso per malattie recessive legate al sesso, effettuare il dosaggio di alfafeto-proteine la cui concentrazione aumenta in caso di patologie del tubo neurale i dosaggi enzimatici nelle cellule fetali per evidenziare malattie metaboliche del feto. L’amniocentesi tardiva è effettuata oggi di rado, per diagnosticare l’immunizzazione matemo-fetale.

Prelievo dei villi coriali: viene eseguito alla 9a-12a settimana e permette di determinare il corredo cromosomico, o errori congeniti del metabolismo del feto. Si possono avere falsi positivi (1-2%) o malformazioni agli arti superiori anche se all’esame dei villi il cariotipo appariva normale.

Funicolocentesi: esame invasivo eseguibile tra la 18a e 22a settimana, consiste nel prelevare, sotto guida ecografica, un campione di sangue fetale tramite puntura di uno dei vasi del cordone ombelicale. Le indicazioni sono le stesse del prelievo dei villi coriali oltre alla possibilità di diagnosticare l’avvenuta infezione fetale di virus della rosolia o da toxoplasma.

Informazioni al paziente

Per quanto riguarda la ginecologia le due pratiche più comunemente utilizzate sia come mezzo diagnostico che come mezzo operativo e terapeutico sono l’isteroscopia e la laparoscopia. La prima può essere eseguita ambulatoriamente, è incruenta e poco dolorosa se si esegue in fase preovulatoria nella donna fertile, oppure preparando il collo uterino con estrogeni locali nella donna in post-menopausa.

La seconda metodica è invasiva e deve essere praticata in ospedale e in anestesia generale o locale.

In campo ostetrico il comportamento che il medico deve tenere con le gestanti è quello di dare informazioni sulle metodiche di diagnosi prenatale illustrando le singole possibilità. L’amniocentesi è, per esempio, uno degli esami più discussi; alcuni consiglierebbero la sua esecuzione per tranquillizzare al massimo la coppia, altri sono dubbiosi anche nei casi particolarmente utili (età materna superiore ai 35 anni, precedenti patologie a carico del feto) oltre che per i rischi di abortività legati a questa indagine.

Per quanto riguarda la funicolocentesi, sia per l’alta percentuale di aborti conseguente alla tecnica (2-5%), sia per i falsi positivi prima ricordati, tale tecnica è da eseguirsi presso pochi centri specializzati e come esame di secondo livello.

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FOTO 1

Figura 1 - Isteroscopia.

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FOTO 2

Figura 2 - Amniocentesi.

A. Siringa per il prelievo del liquido amniotico

B. Sonda ecografica

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21 - INFEZIONI GINECOLOGICHE

Inquadramento generale

Le infezioni ginecologiche sono patologie frequenti, spesso recidivanti e possono propagarsi ad altri organi della riproduzione fino a compromettere la fertilità della donna.

Vengono classificate in: infezioni della vulva, della vagina, della cervice e degli organi pelvici. Possono dipendere da infezioni esogene causate cioè da microrganismi esterni, o endogene dovute ai normali saprofiti del tratto inferiore dell’apparato genitale. La flora batterica vaginale è dinamica, modificandosi in dipendenza dell’età, della fase del ciclo mestruale, delle terapie farmacologiche, della gravidanza, ecc.

Dal menarca fino alla menopausa, predominano i lattobacilli, che mantengono il pH a valori di acidità. L’ambiente acido vaginale è meno favorevole all’attecchimento di microrganismi patogeni che prediligono un ambiente alcalino.

Eziologia

I microrganismi causa di vulviti, vaginiti, cerviciti, salpingiti, cistiti ed endometriti sono rappresentati, con maggior frequenza, da: Candida albicans, Trichomonas vaginalis, Gardenella vaginalis, Chlamydia vaginalis, herpes virus tipo 1 e tipo 2, papilloma virus, gonococchi e germi piogeni (E. coli).

● Miceti: la Candida albicans è un fungo, saprofita del tubo digerente, che in condizioni favorevoli può proliferare. I sintomi legati all’infezione da Candida sono irritazione e prurito alla vulva, perdite biancastre. A volte può associarsi dolore dopo la minzione a causa del contatto dell’urina con il tessuto vulvare infiammato e/o di un concomitante interessamento delle vie urinarie. Anche il partner può lamentare prurito e manifestare papule o vescicole a livello del glande. In caso di infezioni recidivanti bisogna sempre ricordare che il serbatoio intestinale può essere fonte di infezione continua.

● Trichomonas vaginalis: protozoo ubiquitario la cui via di trasmissione principale è quella sessuale. Il quadro clinico più frequente è una vulvo-vaginite subacuta caratterizzata da perdite giallo-verdi di aspetto schiumoso; il prurito non è costante, spesso è presente dispareunia intensa. Le recidive sono frequenti.

● Chlamydia: è una delle più frequenti malattie a trasmissione sessuale; in 1/3 dei casi può interessare, anche in modo grave, la zona pelvica.

● Batteri piogeni/gonococco: la comparsa di un’infezione da piogeni è favorita da diversi fattori, quali una concomitante infezione gonococcica; quest’ultima raramente si manifesta con sintomi di flogosi vaginale e può decorrere in maniera asintomatica fino alla comparsa di sintomi riguardanti la risalita del batterio nella pelvi (salpingiti). Frequente è anche la colonizzazione delle ghiandole del Bartolini (bartolinite).

● Gardenella vaginalis: è frequentemente il responsabile di vaginiti spesso asintomatiche. L’eritema e la congestione vulvare non sono acute, la leucorrea è scarsa ma presenta un caratteristico odore sgradevole (fish odor).

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● Virus: herpes simplex tipo 1 e tipo 2: entrambi possono provocare infezioni genitali, anche se implicato è più spesso il tipo 2. La diagnosi di vulvo-vaginite herpetica in fase acuta è semplice per la presenza delle caratteristiche vescicole; nei casi asintomatici solo l’isolamento del virus permette una corretta diagnosi.

● Papilloma virus: è oggi ritenuto uno dei più importanti virus, che causano patologie a trasmissione sessuale, per il rapporto tra infezione e sviluppo di tumori maligni al collo dell’utero. La diagnosi clinica si basa sull’individuazione delle classiche lesioni epiteliali a livello vulvo-vaginale e cervicale (condilomi acuminati, condilomi piatti).

Terapia

Il ketoconazolo, il miconazolo e la ciclopiroxolamina sono le sostanze attive più utilizzate per il trattamento delle infezioni da Candida. Il trattamento delle infezioni da T. vaginalis si avvale di antibiotici della classe dei metronidazolici (metronidazolo, ornidazolo, timidazolo) per via orale o topica, mentre quello delle infezioni da Chlamydia si avvale di tetracicline, rifampicina e macrolidiPenicilline o doxiciclina sono impiegate nelle infezioni da piogeni/gonococchi. Nel trattamento delle infezioni da G. vaginalis si usa il metronidazolo 500 mg/die per os per 8 giorni anche per il partner.

Il trattamento delle infezioni virali da herpes simplex si avvale dell’aciclovir. Il trattamento delle forme da papilloma virus è essenzialmente fisico (diatermocoagulazione laser CO²)

Informazioni al paziente

La diagnosi clinica di vaginite si fonda sulla presenza di sintomi soggettivi quali prurito, bruciore, perdite vaginali, oltre all’osservazione di segni oggettivi di flogosi.

È possibile, talvolta, identificare l’agente eziologico con la sola osservazione dei segni e dei sintomi; altre volte è evidenziabile solo con l’aiuto di un esame colturale.

È importante valutare attentamente patogenicità e carica batterica dell’agente eziologico. Per esempio, la presenza di una bassa carica di germi saprofiti non giustifica un accanimento terapeutico, mentre il riscontro di un solo gonococco richiede un pronto trattamento. La terapia in corso di infezioni ginecologiche deve essere sempre mirata; la via topica risulta essere quella di prima scelta per vulviti e vaginiti, a meno che l’agente patogeno responsabile non abbia la tendenza a localizzarsi in sedi extra-genitali o a propagarsi all’apparato generale interno.

È sempre importante il trattamento del partner, anche se asintomatico, per evitare contaminazioni ripetute. È necessario informare la paziente di non interrompere spontaneamente una terapia correttamente prescrittale alla scomparsa dei primi sintomi soggettivi, con conseguente mancata “sterilizzazione” del focolaio infettivo.

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FOTO 1

Figura 1 - Vie ascendenti di infezione gonococcica.

A. Vagina

B. Utero

C. Salpingi

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FOTO 2

Figura 2 - Prelievo endocervicale per la ricerca di clamydia.

FOTO 3

Figura 3 - Infezione della ghiandola del Bartolino (frequente complicanza nell’infezione da mycoplasma)

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XI

SISTEMA NERVOSO

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22 - DEPRESSIONE

Inquadramento generale

Il 7% della popolazione europea soffre di depressione maggiore, l’1.8 è colpito dalla forma minore (distimia) e l’8.3 presenta sintomi di depressione senza essere peraltro affetto dalla malattia conclamata. Le donne hanno una probabilità doppia di essere colpite da depressione maggiore rispetto agli uomini. Nonostante l’elevata incidenza della malattia e l’efficacia della terapia, un terzo dei pazienti depressi non viene trattato.

Eziologia

La depressione è attualmente compresa tra i disturbi dell’umore, caratterizzati da esagerazioni estreme e alterazioni della sfera affettiva cui concomitano disfunzioni cognitive e psicomotorie. Sono il risultato di interazioni fra il corredo genetico e l’ambiente. È ormai accettato il ruolo (ipoattività funzionale relativa e/o iporegolazione dei recettori postsinaptici) dei neurotrasmettitori centrali, noradrenalina, serotonina, dopamina. Le sindromi più importanti per il medico di medicina generale in questo gruppo sono la depressione maggiore (disturbo unipolare), la sindrome maniacodepressiva (disturbo bipolare), la distimia, la depressione atipica e i sintomi depressivi primitivi o secondari a patologie organiche (malattie cardiovascolari, neoplasie maligne, ecc.) e a farmaci (glucocorticoidi, alfametildopa, propranololo, benzodiazepine, reserpina, neurolettici, cimetidina, indometacina, antineoplastici). La diagnosi di un episodio depressivo maggiore si basa sui criteri (A, B, C, D) riportati dalla quarta edizione del Diagnostic and Statistical of Mental Disorders (DSM-IV).

A. Almeno cinque dei seguenti sintomi devono essere presenti contemporaneamente per due settimane, di cui uno deve essere l’umore depresso o la perdita di interesse o di piacere: 1) umore depresso o irritabile; 2) marcata e stabile diminuzione di interesse o di piacere per quasi tutte le attività; 3) significativa perdita o aumento di peso; 4) insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno; 5) agitazione o rallentamento psicomotorio, osservati dagli altri e non soggettivi; 6) affaticabilità e mancanza di energie quasi ogni giorno; 7) sentimenti di svalutazione o sensi di colpa; 8) diminuita capacità di concentrazione e di decisione; 9) ricorrenti pensieri di morte o di suicidio.

B. Un fattore organico non ha iniziato o mantenuto il disturbo, che non rappresenta una reazione normale alla morte di una persona amata.

C. Quindici giorni prima, dopo la sindrome depressiva, e durante, non si sono manifestati deliri o allucinazioni.

D. Disturbo non sovrapposto a schizofrenia, o a un disturbo delirante o psicotico.

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Terapia

La terapia si avvale dei farmaci triciclici e di inibitori della ricaptazione della serotonina. I triciclici richiedono 10-20 giorni per ottenere il massimo effetto. I loro principali effetti collaterali sono: secchezza delle fauci, midriasi, ritardo della minzione.

Controindicazioni sono: ipertrofia prostatica, glaucoma, epilessia, gravi cardiopatie, terapia con MAO-inibitori. Sono considerati i farmaci di prima scelta per la depressione. L’efficacia dei vari prodotti è sovrapponibile. Ricordiamo l’amitriptili- na, la doxepina (se prevalgono ansia e disturbi del sonno), la clomipramina, l’imi- pramina e la nortriptilina (se prevalgono, invece, astenia e inibizione). Nei casi lievi e moderati si utilizzano gli inibitori della ricaptazione della serotonina: fluoxe- tina, sertralina, paroxetina; questi farmaci sono meglio tollerati. Nelle forme di minore gravità, in particolare nelle forme reattive e nevrotiche, si utilizzano: trazodone, mianserina, minaprina, amineptina.

Se la terapia farmacologica è inefficace può essere utile la psicoterapia, associata eventualmente alla terapia farmacologica.

Informazioni al paziente

Oltre che tranquillizzare il paziente circa la sua malattia, è ai Daziente necessario spiegare al paziente che la terapia è efficace

nell’80% dei casi. Il trattamento si avvale di farmaci, consigli di vita ed eventualmente della psicoterapia. La terapia consente al paziente di affrontare e superare la malattia. I farmaci devono essere assunti con precisione e costanza informando il paziente che potrebbero passare alcune settimane prima di ottenere beneficio. È possibile che il paziente debba provare diversi tipi di farmaci prima di sentirsi meglio. Alcuni consigli di vita adattati individualmente ad ogni paziente possono essere utili: 1) cercare situazioni che fanno sentir bene; 2) proporsi obiettivi realistici; 3) approfondire la conoscenza della depressione facendosi suggerire un buon libro sull’argomento dal medico di famiglia; 4) riflettere su quali problemi familiari possano aver aggravato la depressione; 5) cercare di tenersi attivi; 6) non allontanarsi dalle altre persone; 7) discutere con il medico, i familiari, o gli amici, di eventuali pensieri suicidi.

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FOTO 1

Figura 1 - Le passeggiate, gli amici, lo stadio, il teatro, la musica, lo sport: abitudini di vita che "fanno star bene".

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FOTO 2

Figura 2 - Evitare fumo, alcol, caffè e sedativi.

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23 - CEFALEA

Inquadramento generale

Si ritiene che circa l’80-90% della popolazione adulta normale lamenti manifestazioni cefalalgiche ricorrenti; di queste, il 30-50% sono gravi o disabilitanti. L’incidenza nel sesso femminile è fino a tre volte superiore che nel sesso maschile. Le più comuni sono la cefalea muscolotensiva, l’emicrania classica, quella comune, la cefalea a grappolo.

Eziologia

Cefalea muscolo-tensiva. È il tipo più frequente. È sostenuta da una contrattura muscolare del collo e da trigger-point situati a livello dell’inserzione occipitale del trapezio e del passaggio cervico-dorsale, nonché da trigger-point secondari sullo sternocleidomastoideo e sullo splenio del capo. Il dolore è spesso continuo, quotidiano, riferito alla regione periorbitale, o alla fronte, o all’occipite. Può avere andamento ciclico. Sono fattori favorenti le scorrette posture cervicali; frequentemente, specie nell’anziano, coesiste un’artrosi unco-disco-vertebrale, ma spesso, e soprattutto nel giovane, si tratta di una somatizzazione dell’ansia che ha per bersaglio la muscolatura del collo. Si associano spesso vertigini e cenestesiopatie secondarie ad alterazione dell’informazione propriocettiva del collo.

Emicrania classica ed emicrania comune. Il momento iniziale è una vasocostrizione che, nella forma classica, è in grado di produrre ischemia encefalica con i sintomi ad essa correlati: scotomi, fotopsia, parestesie ed emiparesi fugaci, confusione vertigini. Alla vasocostrizione fa seguito una vasodilatazione responsabile della tipica cefalea pulsante, accompagnata da nausea e vomito. Nella forma comune la vasocostrizione non è tale da provocare sintomi neurologici. L’attacco emicranico classico dura 2-6 ore, il dolore è unilaterale e alleviato dal sonno. Nell’emicrania comune il dolore è uni o bilaterale, accompagnato da nausea ma non da vomito né da disturbi visivi; può persistere per giorni, talora si associa o si sovrappone a cefalea muscolo-tensiva.

Cefalea a grappolo. Così definita per il raggruppamento di episodi in un dato ambito temporale: svariati attacchi nella stessa giornata, ripetuti per diverse settimane, seguiti da lunghi intervalli (mesi o anni). Si tratta di parossismi violenti, generalmente notturni, caratterizzati da dolore urente retrorbitario unilaterale, con lacrimazione e congestione nasale e congiuntivale unilaterale.

Altre forme di cefalea sono: cefalea da sinusite: flogosi acute dei seni paranasali che si accompagnano a dolore esacerbato dalla pressione del seno affetto; la sinusite cronica è una frequente causa di cefalea intercorrente. Cefalea da sforzo: (scatenata da tosse, sternuti, attività sportiva, coito); dovuta a modificazioni della pressione intracranica, è generalmente di breve durata; può essere intensa e tipicamente recidivante con il ripetersi dell’attività scatenante.

Una considerazione a parte merita l’arterite a cellule giganti, nota anche come

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arterite temporale, una vasculite che colpisce le grosse arterie dell’intero organismo, specialmente le carotidi esterne e le loro branche, ed è associata in circa il 50% dei pazienti alla polimialgia reumatica. L’esordio avviene oltre il cinquantesimo anno di età. Il dolore può essere localizzato, oltre che a livello temporale, anche ad altre aree craniche superficiali. Nei casi più tipici è associato alla deglutizione, alla masticazione, ai movimenti delle braccia. Il paziente lamenta sovente calo ponderale, debolezza dei muscoli dei cingoli scapolare e pelvico, e talora va incontro a cecità a rapida insorgenza, parziale o completa, per neuropatia ischemica del nervo ottico. Il test di screening più utile è la VES, che risulta elevatissima, mentre la diagnosi di certezza è fornita dalla biopsia dell’arteria temporale.

Terapia

Oltre ai comuni analgesici, la terapia della cefalea muscolotensiva prevede l’uso delle benzodiazepine; è utile associare tecniche di elettroanalgesia, di rilassamento (training autogeno, biofeedback), blocchi anestetici locali, psicoterapia.

Nell’emicrania classica e in quella comune il dolore lieve può essere alleviato da analgesici come ibuprofene o acetoaminofene; gli attacchi severi, invece, richiedono l’uso di ergotamina tartrato associata a caffeina, ripetibile fino a 4-6 volte/die ogni 30-60 minuti. La profilassi dell’emicrania può essere tentata nei pazienti che lamentano parecchi attacchi mensili con propranololoassociazioni della belladonna con ergotamina e fenobarbital, amitriptilina, calcioantagonisti (nifedipina e verapamil). La metisergide andrà usata con cautela per il rischio di fibrosi retroperitoneale.

La terapia della cefalea a grappolo si avvale dell’ergotamina; l'ossigeno al 100% allevia il dolore nelle crisi di breve durata. Nella profilassi sono utili il prednisolone e i sali di litio. La terapia dell’arterite a cellule giganti è affidata al prednisolone, a dosi iniziali piuttosto elevate (60-80 mg/die) con successiva riduzione scalare.

Informazioni al paziente

Il massaggio del cuoio capelluto e della muscolatura del collo, eventualmente associato a metodiche di rilassamento, oltreché un colloquio informativo con il medico circa la natura benigna della condizione morbosa, sono utili nella cefalea muscolo-tensiva. Molti sono i fattori in grado di scatenare un attacco di emicrania, per esempio i farmaci, nitrati, vasodilatatori, indometacina, contraccettivi orali. In altri casi è in gioco lo stress psicologico, già in causa nella cefalea tensiva. Può essere utile eliminare l’abuso di caffè, le malattie dentali, la mancanza di riposo. In soggetti sensibili possono causare emicrania: vino e altre bevande alcoliche, cioccolato, formaggio.

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Figura 1 - Cefalea muscolo tensiva: trigger point situati sul trapezio (A), sullo sternocleidomastoideo (B) e sullo splenio del capo (C).

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Figura 2 - Arterite a cellule giganti: principali manifestazioni cliniche.

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XII

METABOLISMO

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24 - OBESITA'

Inquadramento generale

Si può parlare di obesità quando il peso corporeo supera del 20% il peso corporeo ideale. L’obesità causa un aumento della morbilità e mortalità principalmente per coronaropatie e vasculopatie determinate per lo più attraverso l’ipertensione arteriosa, l’iperlipemia, il diabete. Tuttavia, anche quando queste complicazioni sono assenti permane, in misura minore, un rischio legato all’obesità in quanto tale. L’obesità può essere classificata come lieve (dal 20 al 40% di sovrappeso), moderata (dal 41 al 100%), severa (> 100%). L’obesità lieve comporta rischi modesti, mentre un’obesità severa eleva il tasso di mortalità a un valore dieci volte superiore.

Eziologia

L’obesità è generalmente dovuta a errate abitudini alimentari e alla sedentarietà. Quando l’assunzione calorica supera il dispendio, le calorie in eccesso vengono immagazzinate nel tessuto adiposo e se questo bilancio calorico positivo persiste compare obesità. Influenze ambientali, culturali e genetiche contribuiscono a indurre obesità.

L’obesità secondaria può essere causata da diverse malattie. L'ipotiroidismo, riducendo il fabbisogno calorico può favorire l’obesità; tuttavia, solo una parte degli ipotiroidei manifesta obesità e solo una piccolissima percentuale di obesi presenta una ipofunzione della tiroide. L’impiego di ormoni tiroidei in modo indiscriminato è negativo, perché la riduzione di peso è soprattutto a carico della componente muscolare e gli effetti collaterali sono importanti. Il morbo di Cushing, l'insulinoma e alcuni disordini ipotalamici possono indurre in una piccolissima percentuale dei casi obesità. L’obesità ha un impatto notevole sul diabete mellito e sulle dislipi- demie attraverso una riduzione della secrezione e della sensibilità all’insulina. Inoltre, la grande obesità per stress meccanico aggrava l’osteoartrosi, le varici, le tromboembolie, le ernie addominali e iatali e la colelitiasi. Infine, l’obesità aggrava l’ipertensione arteriosa e la sindrome da ipoventilazione polmonare,

Terapia

La terapia dell’obesità deve prevedere non solo una restrizione calorica, ma anche una modificazione permanente dello stile di vita secondo un programma di attività fisica in sintonia con le possibilità e l’ambiente che circonda il paziente.

Dalla valutazione del fabbisogno giornaliero (grossolanamente 33 Kcal / kg di peso corporeo) si può individuare il deficit giornaliero necessario per raggiungere una certa riduzione ponderale, tenendo conto che, generalmente, mantenendo costante l’attività fisica, un deficit di 7700 Kcal porta a una perdita di peso corporeo di 1 kg. La diminuzione di peso settimanale deve essere compresa tra 0.5 e 1 kg. Devono

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essere evitati trattamenti drastici come diete dimagranti a basso contenuto calorico (< 1200 Kcal), un’attività fisica troppo intensa, l’assunzione di alimenti dietetici e di farmaci, che modificando lo stile di vita in modo troppo repentino e innaturale, sono difficili da mettere in pratica e impossibili da mantenere. Dietilpropione e fenfluramina sono i farmaci anoressizzanti che inducono minor assuefazione.

Informazioni al paziente

Il medico deve informare il paziente che raggiungere e mantenere il peso desiderato sono legati a una revisione delle sue abitudini alimentari e a un programma di attività fisica.

Si devono analizzare i motivi che spingono il paziente ad affrontare un programma di dimagramento, considerando che l’obiettivo finale dovrà essere raggiunto gradualmente in modo da ottenere una modificazione permanente dello stile di vita. I consigli più utili per il paziente possono essere:

1 dividere la razione alimentare giornaliera in tre o quattro pasti; si consiglia di non saltare i pasti poiché tale pratica è controproducente;

2. la dieta deve essere equilibrata per evitare carenze di sostanze nutritive;

3. aumentare il consumo di verdura cotta e cruda;

4. il consumo di acqua naturale o gassata è libero, lo stesso vale per il caffè, il tè, la camomilla, purché non zuccherati;

5. le spezie utilizzate nella preparazione dei cibi (pepe, peperoncino, aglio, cipolla ecc.) sono completamente libere, i cibi cucinati e saporiti sono da preferire ai cibi pronti;

6. tutti i modi di cucinare i cibi sono validi; evitare però la frittura perchè i cibi assorbono l’olio;

7. consumare pesce almeno due volte alla settimana;

8. limitare a un cucchiaino la quantità di olio aggiunta come condimento;

9. evitare dolci, zucchero, bevande zuccherine; sostituire lo zucchero con dolcificanti come aspartame e saccarina;

10. mangiare lentamente, evitando durante il pasto di guardare la televisione o leggere il giornale; allontanare i piatti di portata dopo esservi serviti;

11. quando si deve acquistare del cibo preparare una lista a cui attenersi;

12. limitare le tentazioni: conservare il cibo, di cui si vuole limitare l’assunzione, lontano dalla vista;

13. aumentare l’attività fisica: utilizzare le scale al posto dell’ascensore, muoversi a piedi per i piccoli spostamenti, utilizzare i mezzi pubblici invece dell’automobile, scendere dall’autobus una fermata prima.

14. programmare l’attività fisica: camminare un’ora al giorno a passo sostenuto, fare della ginnastica, della cyclette in casa o in palestra.

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Figura 1 - Preferire mezzi di trasporto che consentano di svolgere attività fisica.

Figura 2 - Evitare atteggiamenti sedentari e praticare un’attività fisica quotidiana.

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Figura 3 - Utilizzare le scale invece dell’ascensore è un modo per aumentare l’attività fisica.

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25 - DIABETE MELLITO

Inquadramento generale

Il diabete mellito è una sindrome che risulta dall’interazione tra fattori ereditari e ambientali, caratterizzata da un’anomala secrezione di insulina, livelli ematici elevati di glucosio e complicanze d’organo come la nefropatia, la retinopatia, la neuropatia e un’accelerata aterosclerosi.

Eziologia

L’attuale classificazione comprende 5 classi:

● diabete mellito insulino-dipendente (Tipo I): si riconosce una eziologia in parte genetica, virale e immunomediata (autoimmunità diretta contro le isole pancreatiche). Ha un’insorgenza precoce con carenza assoluta di insulina, iperglicemia elevata e chetoacidosi;

● diabete mellito non insulino-dipendente (Tipo II): l’eziologia è sconosciuta. Insorge nell’adulto, presenta una carenza relativa di insulina, non chetoacidosi;

● diabete secondario a patologie pancreatiche (carcinoma, pancreatite cronica, asportazione chirurgica), endocrine (sindrome di Cushing, feocromocitoma, acromegalia, iperaldosteronismo), somministrazione di farmaci;

● diabete gestazionale che compare solo in gravidanza;

● diabete da alterata tolleranza ai carboidrati la glicemia a digiuno è nella norma, ma la curva da carico di glucosio è alterata. Evolve verso il diabete conclamato se non si eliminano eventuali concause, quali obesità, dislipidemie, ipertensione, stress.

Il primo segno dell’iperglicemia è la poliuria, per l’effetto diuretico osmotico del glucosio. Iperglicemia e glicosuria protratte causano sete, fame e perdita di peso. La microangiopatia causa insufficienza renale se sono interessati i capillari glomerulari, o alterazioni della vista se sono interessati i capillari retinici. Inoltre, circa il 30% dei diabetici ha probabilità di sviluppare vasculopatie periferiche, con gravi complicanze quali amputazioni dei piedi. Per l’aumentata incidenza e la precoce comparsa di aterosclerosi, il rischio di morte per cause cardiovascolari è 3,5 volte superiore alla norma. La forma più frequente di neuropatia diabetica è la polineuropatia distale bilaterale, con ridotta sensibilità dei piedi e ulcere plantari penetranti senza dolore. Nella polineuropatia diabetica si verificano diarrea acquosa intermittente, disturbi della sudorazione, ipotensione posturale e negli uomini impotenza sessuale.

La diagnosi si basa sulla determinazione di: glicemia basale e nell’arco della giornata (profilo glicemico); glicosuria, eseguita a digiuno, che esprime la presenza di iperglicemia nelle ore che hanno preceduto la minzione; emoglobina glicosilata, che permette la valutazione della glicemia media di un periodo di 2-3 mesi; carico orale di glucosio (OGTT), effettuato di solito solo nel sospetto di diabete mellito in gravidanza, in presenza di neuropatia o vasculopatia periferica.

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Terapia

Si basa su tre approcci fondamentali:

dieta: va stabilito il livello energetico ottimale, in considerazione dell’età del paziente, peso corporeo, attività fisica abituale. Qualitativamente la dieta deve essere “quasi normale” con un 55-60% di carboidrati, 30% di lipidi, 10-15 % di protidi.

Ipoglicemizzanti orali: sulfaniluree, biguanidi e associazioni dei due tipi di farmaci sono riservati ai pazienti con diabete di tipo II.

Terapia insulinica: indispensabile in tutti i pazienti con diabete insulino-dipendente, nel coma chetoacidosico o quando viene meno la risposta agli ipoglicemizzanti orali.

Informazioni al paziente

Il diabete va diagnosticato e curato precocemente per evitare gravi complicanze. Il medico, una volta riconosciuti i soggetti a rischio (familiarità positiva, presenza di sintomi indicativi, obesità), può fare diagnosi solo con esami ematologici. Più difficile è la terapia alla cui base sta la dieta; il medico deve preparare uno schema con i cibi concessi e quelli da evitare. In linea generale è preferibile utilizzare diete ricche di fibre vegetali idrosolubili (fave, fagioli, ceci, piselli, mele, pere, carote, fagiolini, cavoli, verza). Come dolcificanti è da preferirsi l’aspartame che è acalorico; è opportuno moderare il consumo di uova e formaggi e utilizzare come condimento solo olio di oliva. Quando la dieta e l’esercizio fisico non sono sufficienti si associa la terapia farmacologica orale. La terapia insulinica viene, invece, impostata solo nei casi già citati utilizzando i vari tipi di insulina disponibili (ad azione lenta, rapida o intermedia) in modo da riprodurre la situazione fisiologica. Importante in questi casi è il monitoraggio glicemico, effettuato anche dal paziente stesso a casa, attraverso apposite strisce (stick) su cui si versa una goccia di sangue e un lettore che evidenzia la glicemia nell’arco della giornata. Recente è l’utilizzo dell’apparecchio infusore, costituito da un serbatoio a siringa che instilla piccole quantità di insulina ad intervalli di tempo variabili fra 1’ e 30’ nelle 24 ore. È più sicuro in quanto determina una curva glicemica fisiologica, e permette una normale conduzione di vita.

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Figura 1 - Siringa per insulina.

Figura 2 - Come praticare l’iniezione di insulina.

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ALIMENTI CONCESSI

Verdure, ortaggi e legumi

Frutta

Carni, pollame, selvaggina

Pesce

Carne e pesci conservati, salumi ed insaccati

Uova

Latte e derivati

Formaggi

Pane, pasta, riso e altri prodotti da forno

Condimenti e varie

Bevande

Dolcificanti

fresche o surgelate o conservate in scatola al naturale. Legumi (piselli, ceci, fave, lenticchie, fagioli)

fresca o conservata in scatola al naturale

vitello, manzo, cavallo, pollo, tacchino, coniglio, agnello, maiale, selvaggina scelta nelle parti più magre e accuratamente private del grasso visibile.

fresco o surgelato

carne in scatola in gelatina, tonno al naturale.

Prosciutto crudo o cotto sgrassato, bresaola

in quantità non superiori a due la settimana, cucinate a piacere tranne che preparate con burro e panna

latte magro o parzialmente scremato, yogurt magro

fiocchi di latte magro, ricotta, mozzarella, tornino, crescenza, quartirolo, robiola

bianco o integrale nelle quantità previste dallo schema dietetico. Il pane può essere sostituito da pasta o riso nella seguente misura: g 50 di pane = g 40 di pasta o riso = g 180 di patate

olio di oliva o di semi di mais, girasole, soja, vinacciolo; brodo sgrassato, gelatina di carne. Sale in modeste quantità, aceto, succo di limone, erbe aromatiche (basilico, origano, ecc.), verdure per condimenti (aglio, cipolla, ecc.), sottaceti, spezie

té, caffè, camomilla ed altri infusi (non zuccherati), acqua minerale o naturale; spremute di frutta (solo in sostituzione della frutta). Vino e birra dietro prescrizione medica

aspartame, saccarina

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Inquadramento generale

Le malattie cardiovascolari rappresentano la più frequente causa di morte e di invalidità in Italia. Numerosi sono i fattori che aumentano il rischio cardiovascolare: il fumo, l’ipertensione arteriosa, il diabete, il sovrappeso, l’ipercolesterolemia. I dati epidemiologici dimostrano che il rischio cardiovascolare si riduce con il diminuire dei livelli plasmatici di colesterolo totale e del rapporto LDL/HDL colesterolo, tuttavia non è possibile stabilire un livello soglia unico di protezione o di rischio. La riduzione dei livelli di colesterolo totale diminuisce il rischio cardiovascolare in modo proporzionato all’età: ridurre il livello plasmatico del 10% riduce il rischio cardiovascolare del 50% a 40 anni e del 20% a 70 anni.

Eziologia

Le iperlipidemie sono disturbi del trasporto lipidico che derivano da una accelerata sintesi o da una ritardata degradazione delle lipoproteine vettrici. Si dividono in forme primarie e in forme secondarie.

Iperlipidemie primarie. L’Ipercolesterolemia poligenica: forma più comune di dislipidemia, i valori di colesterolo non sono in genere superiori a 300 mg/dl. È dovuta all’interazione tra fattori genetici e abitudini di vita non corrette. Ipercolesterolemia familiare: disordine su base genetica da deficit del recettore, con una prevalenza di 1 a 500 per gli eterozigoti e 1 a 1.000.000 per gli omozigoti. Nei pazienti eterozigoti i valori di colesterolo variano da 300 a 500 mg/dl e sono presenti xantomatosi tendinea, e/o ipercolesterolemia in un parente di I grado, e/o storia familiare di cardiopatia ischemica (C.I.) o vasculopatia periferica. Altri tipi di ipercolesterolemia familiare sono: la Iper-apo-B lipoproteinemia (di recente individuazione in cui il difetto genetico è nella mutazione dell’apolipoproteina e non nel recettore), l’ipercolesterolemia congenita e le forme combinate. Queste sono caratterizzate da ipercolesterolemia (colesterolo totale tra 300 e 500 mg di) e/o C.I. o vasculopatia periferica in un parente di primo grado, livelli elevati di apo-B-lipoproteine, presenza di almeno un allele e4 dell’apolipoproteina E. Iperlipidemia familiare: si distingue una forma semplice (trigliceridi superiori a 200 mg/dl) e una forma multifenotipica con trigliceridi > 200 mg/dl, e colesterolo HDL >175 mg/dl. Ipo-alfa-lipoproteinemia familiare: colesterolo HDL < 35 mg/dl. Tutte queste tre forme devono presentare xantomatosi eruttiva, iperlipemia e/o cardiopatia ischemica o vasculopatia periferica in un parente di primo grado.

Iperlipidemie secondarie. Compaiono in corso di diabete mellito, eccessiva assunzione di etanolo, obesità; l’assunzione di diuretici tiazidici e betabloccanti può innalzare i valori plasmatici dei trigliceridi o aggravare una preesistente ipertrigliceridemia; l’ipotiroidismo, la malattia di Cushing, la colestasi, la sindrome nefrosi- ca, i contraccettivi orali possono elevare le concentrazioni piasmatiche di colesterolo

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e dei trigliceridi o aggravare una dislipidemia preesistente.

Terapia

Studi clinici controllati sono favorevoli all’impiego di terapie ipocolesterolemizzanti nelle forme primarie e familiari, ma non sono conclusivi per le altre forme. La terapia deve basarsi su un intervento globale sui fattori di rischio cardiovascolare: il fumo, il sovrappeso, la sedentarietà. In molti casi l’iperlipidemia si normalizza con una dieta adeguata. È bene aumentare il consumo di carboidrati complessi, frutta, verdura, olio di oliva. Nelle iperlipidemie primarie e familiari caratterizzate dalla sola ipercolesterolemia si utilizzano le statine, le resine, l'acido nicotinico. Quando si associa un’ipertrigliceridemia, se i valori sono < 400 mg/dl i farmaci utilizzati sono le statine e le resine, se i valori dei trigliceridi sono > 400 mg/dl si utilizza una terapia combinata (acido nicotinico, fibrati, statine). Una terapia di associazione si può impiegare tutte le volte che la monoterapia non è sufficiente. Se il colesterolo HDL è < 35 mg/dl, si raccomandano il controllo del peso, l’effettuazione di un’adeguata attività fisica, la cessazione del fumo.

Informazioni al paziente

Il primo obiettivo di riduzione del rischio cardiovascolare è al paziente l’abolizione del fumo. La terapia sostitutiva con nicotina può essere utile. La dieta è alla base del trattamento di ogni forma di dislipidemia e va proseguita per almeno 6-12 mesi prima di iniziare una terapia farmacologica. Una dieta appropriata prevede l’assunzione di non più di 200 mg al giorno di colesterolo, i grassi non devono rappresentare più del 30% delle calorie complessive, i grassi saturi non devono superare il 7%. Una dieta adeguata può ridurre il colesterolo di 50 mg e normalizzare i trigliceridi. In caso di ipertrigliceridemia vanno ridotti gli alcolici. L’attività fisica è estremamente utile: consente non solo di bruciare calorie e mantenere un corretto peso corporeo, ma anche di diminuire il colesterolo LDL e i trigliceridi, aumentando il colesterolo HDL. È bene incoraggiare un minimo di 30-60 minuti di attività moderata 3-4 volte alla settimana (camminare, andare in bicicletta, ecc.), aumentare le attività quotidiane (fare le scale a piedi, utilizzare il meno possibile l’automobile) dopo aver valutato il rischio nei pazienti cardiopatici con un test da sforzo. Dieta e attività fisica devono essere rigorose se il peso corporeo supera del 30% il peso ideale rapportato all’altezza. È infine indispensabile il controllo dei valori pressori e della glicemia.

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Figura 1 - Fasi iniziali (strie lipidiche, A) e avanzate (placca fibro-calcifica, B) del processo aterosclerotico.

Figura 2 - Complicanze d’organo imputabili alla dislipidemia.

A. Infarto miocardico

B. Ischemia cerebrale

C. Vasculopatia periferica

D. Aneurisma dei grossi vasi

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Curare e prendersi cura

Book Cover: Curare e prendersi cura
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

CURARE E PRENDERSI CURA

Collana La Biblioteca di Giano

Edizioni Cidas, Roma 2000

pp. 198

INDICE

pg

5         Introduzione - L’orizzonte antropologico della nuova medicina

9         1. Quale modello antropologico per la medicina del futuro?

21       2. Certezze e incertezze del sapere medico

33       3. Salute oggettiva, salute percepita e benessere

51       4. Chi curare? La fragilità nella storia del pensiero sanitario

81       5. Prevenire le malattie, promuovere la salute

109     6. Curare le malattie o migliorare la natura umana? Interrogativi etici
sulla terapia genica

123     7. Conoscere o ignorare? I dilemmi dello screeningdi massa

133     8. La responsabilità professionale in sanità

147     9. La regolazione sociale dei trapianti di organo

159     10. Ospedale o domicilio? Lo scenario delle cure

175     11. Umanizzare la morte per prevenire l’eutanasia

185     12. Mondo dell’uomo, mondo degli animali

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Introduzione

L’orizzonte antropologico della nuova medicina

Per descrivere il cambiamento che è avvenuto nella pratica della medicina degli ultimi vent’anni uno storico americano ha fatto ricorso a un’immagine efficace: attorno al letto del malato si sono affollate molte persone, professionisti di diversa formazione e competenza, dei quali in passato non si sentiva affatto il bisogno. “Estranei al capezzale” (Strangers at the bedside): è l’istantanea che David Rothman ha posto come titolo del libro dedicato alla trasformazione della pratica della medicina in America.

La lista degli estranei è lunga. In nome della “umanizzazione” delle cure sono accorsi psicologi e assistenti sociali. La bioetica ha convocato i filosofi (a questo proposito, è molto appropriata l’osservazione di Stephen Toulmin, per il quale la medicina contemporanea ha “salvato la vita alla filosofia”: dal mondo rarefatto dei dibattiti accademici i filosofi sono stati tirati dentro problemi concreti e pratici, di grande rilevanza per il vasto pubblico, come sono le questioni etiche legate alle decisioni cliniche, alla ricerca della salute, alla vita e alla morte). Giuristi ed esperti di diritto sono intervenuti per dirimere questioni di malpractice, per riformulare le regole che sovrintendono alla somministrazione

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delle cure sanitarie mediante il ricorso alla categoria dei “diritti”, per definire i limiti del “consenso informato” alle procedure diagnostiche.

Quello che avviene tra il medico e il malato è stato sottratto alla sacralità di un rapporto che si nutriva di segretezza, per essere riportato in piena luce. Un po’ ― ha fatto notare con una punta di malignità lo storico della medicina Albert Jonsen ― come avviene nelle culture più arcaiche, dove l’atto di guarigione è realizzato in pubblico e “guardare il dottore” è una delle attività sociali predilette dalla folla...

Molte ragioni spiegano l’esplosione di interesse sociale per ciò che avviene oggi in medicina. Le cure rivolte al recupero o al mantenimento della salute sono un’esemplificazione tipica del paradigma della complessità che caratterizza sia il nostro sapere, sia l’organizzazione della società. Fare “bene” medicina comporta ai nostri giorni conoscenze che eccedono quelle tradizionalmente richieste al medico. Che cosa farà il professionista sanitario di fronte a queste sfide? Si ritirerà come una divinità offesa, concentrandosi sugli aspetti “tecnici” del suo lavoro? Rinuncerà di buon grado al potere assoluto che una volta era il suo, ma delegando ad altri specialisti ― con l’etichetta di manager, di bioeticisti, di psicologi clinici o di qualsiasi altra professionalità ― aspetti essenziali di una competenza che una volta gli era richiesta in prima persona?

Una reazione comprensibile di fronte alla sfida della complessità è quella di limitarsi agli aspetti tecnici del proprio lavoro. Fare “bene” la professione medica in quest’ottica equivale a concentrare il proprio interesse sulla dimensione dell’efficacia delle cure offerte. Più in generale, posizioni di questo genere sono riconducibili al cosiddetto “codice Hemingway”.

Secondo il celebre scrittore, una delle ripercussioni sulla vita morale delle situazioni in cui non si vede via d’uscita ― quella a cui si riferisce più specificatamente è il carnaio della guerra

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civile in Spagna, descritto in Per chi suona la campana?― è di indurre a concentrare tutto il proprio impegno nel fare ciò che si fa così come deve essere fatto, senza lasciarsi distrarre da questioni relative al significato e allo scopo della propria azione. Combattere “bene” è tutto l’ideale morale del combattente, mettendo completamente tra parentesi la domanda circa il perché si combatte. “Quando spari non pensare che spari a un uomo, ma che colpisci un bersaglio!”: è il consiglio che riceve da un vecchio miliziano il protagonista del romanzo, ancora troppo turbato da i suoi dubbi di intellettuale.

La versione militare e omicida del “codice Hemingway” può suonare offensiva per i medici che si dedicano a salvare la vita dei malati. Tuttavia, pur con tutte le differenze, evoca efficacemente una scelta diffusa nel mondo medico: sopraffatti dalla complessità, molti professionisti si concentrano con una determinazione totale e ostinata sugli aspetti operativi della pratica della medicina, evitando di confrontarsi con le questioni del significato. L’antropologia medica è il correttivo proposto a una medicina ridotta a un insieme di mosse strategiche contro il bersaglio della malattia.

“Per il medico il concetto è un amore infelice, ma non un’infelicità”. La sentenza di Viktor von Weizsäcker ― il medico-filosofo tedesco che ha gettato le basi del movimento noto come “Medicina antropologica” ― circoscrive efficacemente il compito di una riflessione che metta a tema le domande sull’uomo, così come si pongono nella pratica medica. Oggi chi opera in sanità è costretto ― volente o nolente ― a confrontarsi con i numeri e le quantità (budget, controllo di gestione, Drg...). Ma, se non vorrà smarrire la propria identità, dovrà continuare a interrogarsi anche sui concetti: la salute e la malattia, la guarigione e il benessere, la cura e la prevenzione, la giusta e l’ingiusta soddisfazione di coloro che ricevono le prestazioni. Sono concetti di questo tipo che danno alla medicina il suo spessore antropologico. E ne assicurano la qualità.

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Quale modello antropologico per la medicina del futuro?

In ambito medico l’invito alla riflessione non è visto in genere di buon occhio. Specialmente quando questo venga da chi rappresenta un’ “antropologia”, cioè un sapere sistematico e riflesso sull’uomo (più propriamente in questo caso si tratta di antropologia filosofica; l’antropologia biologica, che studia i caratteri morfologici, fisiologici e patologici dei popoli della terra, estinti e attuali, nonché i rapporti con le altre specie animali, è parente stretto della medicina scientifica e deriva dallo stesso ceppo positivistico: non suscita perciò diffidenza tra i medici).

C’è un sospetto pregiudiziale verso una concezione dell’uomo che venga imposta alla scienza da un’istanza esterna, filosofica o religiosa che sia. La medicina sembra essersi acquistata questo diritto di autonomia da quando, nella cultura greca, si è emancipata dalla tutela della religione. Nel secolo scorso, reagendo alle speculazioni sulla natura proposte dal romanticismo e scegliendo la metodologia delle scienze della natura, la medicina ha fatto un passo ulteriore verso l’empirismo. È questo radicamento nell’approccio naturalistico che mantiene vivo il sospetto nei confronti di un’antropologia che si presenti come speculazione filosofica.

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1. La medicina come scienza naturale

La medicina come insieme di interventi terapeutici per ristabilire la salute è antica quanto l’uomo; anche in quanto scienza ― vale a dire come complesso di conoscenze sistematiche sul corpo, le sue funzioni fisiologiche, la sua patologia ― non è nata ieri: per quanto riguarda l’Occidente, va fatta risalire almeno alla medicina greca. Quel che invece è relativamente recente è la medicina concepita come scienza della natura. In quanto tale si è formata in Germania nella prima metà del XIX sec., opponendosi alla medicina speculativo-romantica.

Uno dei suoi padri fondatori, Rudolf Virchow, nel primo articolo dell’“Archiv für pathologische Anatomie” (1847) ne stabiliva il programma in questi termini: «Il punto di vista che noi intendiamo mantenere è semplicemente quello delle scienze della natura. L’ideale al quale tendiamo, per quanto le nostre forze ce lo permettono, è la medicina pratica come fisiologia teoretica applicata, e la medicina teoretica come fisiologia patologica».

Assumendo lo statuto epistemologico delle scienze naturali, la medicina ha cercato di adeguarsi a quella forma particolare di conoscenza che è fondata sulla razionalità e si acquista con l’osservazione o l’esperimento, secondo una particolare metodologia “critica”. In quanto scienza naturale, la medicina procede dunque empiricamente. La sua base è costituita da fisiologia e patologia. Disfunzione e malattia sono considerati come conseguenze di disturbi di processi materiali-organici.

Il metodo analitico e il microscopio hanno mostrato che la cellula è la sede reale del male. Nella sua opera più importante, La patologia cellulare(1858), Virchow paragonava il corpo umano a uno stato di cui ogni cellula sarebbe il cittadino; la malattia è rappresentata come una guerra civile in seno allo stato. La malattia non è più qualcosa che capita all’uomo nel suo insieme, ma qualcosa che succede ai suoi organi. Lo studio delle cause della malattia si restringe alla ricerca di mutamenti locali nei tessuti. Il fatto morboso si ritiene capito quando si può spiegare stabilendo il rapporto causa-effetto, sulla base delle leggi che regolano i fatti fisico-chimici.

Tra l’uomo che cura e quello che è curato si insinua un terzo

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elemento, completamente senz’anima: lo strumento. Il medico, in quanto essere umano con la sua capacità di interpretare i sintomi e stabilire in una sintesi creatrice la diagnosi, tende a diventare superfluo: il microscopio scopre per lui il germe batterico, lo strumento misura il ritmo cardiaco e la velocità del sangue, la radiografia sostituisce il suo sguardo.

Lo strapotere della tecnica trionferà in medicina solo più tardi, con l’ingresso nell’era tecnologica che stiamo vivendo, ma tutti i presupposti sono già presenti nella svolta che ha portato la scienza del guarire ad allinearsi alle altre scienze della natura. La razionalizzazione di tipo naturalistico porta a spogliare la malattia di ogni carattere storico e personale. La patologia dell’individuo è significativa per il medico solo in quanto caso “tipico”.

La stessa organizzazione della clinica riposa sul modello organicistico: le malattie vengono suddivise per reparti come le merci di un supermercato; e i medici, passando di letto in letto come tecnici a una catena di montaggio, si dedicano a scoprire le cause del guasto per riparare l’organo malato.

Quando la medicina si è organizzata come scienza della natura, ha adottato il metodo già usato con successo dalle discipline scientifiche più progredite, cioè il metodo analitico messo a punto per la chimica e la fisica. Ad esso la medicina deve i successi stupefacenti che ha ottenuto in un secolo e mezzo. Non si può non riconoscere nel periodo del laboratorio una delle fasi più brillanti della storia della medicina. I progressi della chirurgia, della batteriologia, della farmacologia non sarebbero stati ottenuti se la medicina non si fosse allineata tra le scienze della natura.

Tuttavia la strada imboccata non era senza pericoli. Senza misconoscere i momenti positivi della concezione natural-scientifica (in particolare il principio della ricerca empirica esatta e il significato fondamentale del lavoro di indagine di tipo fisiologico e biochimico), si deve però riconoscere che, quando l’uomo è considerato semplicemente come un pezzo di natura tra gli altri, si opera una violenta mutilazione antropologica.

La riflessione su questo presupposto della medicina come scienza della natura costituisce il nucleo della moderna “crisi della medicina”. Storicamente i primi sintomi della crisi vanno collocati nel periodo

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di fermentazione culturale che è seguito alla prima guerra mondiale, dopo il crollo degli ideali dello scientismo positivista e della cultura liberal-borghese. Li ha colti molto bene un profano di medicina, un umanista, lo scrittore Stephan Zweig, in un libro singolare pubblicato nel 1931 e dedicato alla “guarigione attraverso lo spirito”.

Si tratta di tre biografie di personaggi che apparentemente non hanno nulla in comune: Mesmer, Mary Baker-Eddy e Freud. In tutti e tre lo scrittore ha visto realizzato un fenomeno significativo, addirittura un “segno dei tempi”: al di fuori della medicina scientifica, spesso anzi contro di essa, hanno fatto ricorso alle forze psichiche e spirituali per guarire. Mesmer si serviva del rafforzamento della volontà di salute mediante la suggestione; la fondatrice della Christian Science attingeva alla fede estatica; Freud alla conoscenza di sé, che permette la soluzione dei conflitti psichici che gravano inconsciamente.

Attraverso strade diverse i tre “guaritori attraverso lo spirito” hanno reagito alla frammentazione dell’uomo malato in organi malati, operata dalla medicina scientifica, esprimendo l’identico bisogno di conoscere non le singole malattie che colpiscono l’uomo, ma la sua stessa personalità. Lo sguardo rivolto alla “totalità” dell’essere umano era per Zweig la vera inversione di tendenza della medicina come scienza della natura, tendente all’analisi e al dettaglio (“to know more and more about less and less”).

In una pagina dell’introduzione, che nulla ha perso di attualità, malgrado sia trascorso più di mezzo secolo, così Stefan Zweig descriveva il bisogno di una nuova medicina che si percepiva nella cultura del tempo: «Il trionfo di cure e sistemi psichici non dimostra affatto il torto della medicina scientifica, bensì solo di quel dogmatismo che si irrigidisce sul metodo terapeutico appena scoperto, considerandolo come universale e unico possibile, e deride gli altri come non moderni, non giusti e non possibili. Solo questa boria autoritaria ha sofferto un duro colpo. Attraverso i successi, ormai innegabili, dei metodi di cura psichici, è subentrato un salutare ripensamento proprio presso i leadersculturali della medicina. Tra le loro fila è iniziato un leggero sospetto, ma già percepibile anche da parte di noi profani, che cioè la pura concezione

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batteriologica delle malattie abbia condotto la medicina in un vicolo cieco; che attraverso lo specialismo da una parte e il predominio del calcolo quantitativo al posto della diagnosi della personalità dall’altra, la terapia da servizio all’uomo abbia cominciato lentamente a mutarsi in qualcosa di fine a se stesso e estraneo all’uomo; che già ― per ripetere una formula eccellente ― «il medico è diventato troppo scienziato medico». Quella che oggi si chiama «crisi di coscienza della medicina» non è una questione che riguarda solo un ristretto settore specialistico; è inclusa nel fenomeno globale dell’insicurezza europea, nel relativismo generale che, dopo decenni di pretese dittatoriali e rifiuti incondizionati in tutti i settori della scienza, insegna agli specialisti a voltarsi finalmente indietro e a interrogarsi” (Zweig, 1931, p. 11).

2. Antropologia medica nell’epoca della bioetica

Oggi abbiamo sempre maggiori difficoltà ad accettare come esclusivo in medicina il punto di vista delle scienze della natura. Il ripensamento, che trascende l’ambito della medicina, è legato al superamento del positivismo. Inteso come rispetto dei fatti osservati, il positivismo costituisce una delle acquisizioni della storia moderna a cui non si può rinunciare. Ma l’uomo di scienza, legandosi ad esso, aveva creato situazioni parziali e tendenziose, illudendosi sulla professata obiettività impersonale dei fatti. Ciò si verificava soprattutto quando oggetto della scienza era l’uomo.

Possiamo farci un’idea intuitiva dello spirito proprio del positivismo rileggendo il celebre “incipit” del romanzo di Dickens Tempi difficili:

«Ora quello che voglio sono Fatti. Insegnate a questi ragazzi e a queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!»

Le frasi roboanti sono la dichiarazione di fede positivistica di Thomas Gradgrind, un personaggio che si compiace di essere un

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uomo “eminentemente pratico”. Nella scuola, così come nella propria famiglia e nella vita in generale, ritiene che basti attenersi ai fatti: «In questa vita abbiamo bisogno di Fatti. Fatti e nient’altro».

È sufficiente questa citazione per intuire quanto siano lontani i lidi ai quali siamo approdati, rispetto a quelli che la medicina era solita frequentare nel secolo scorso. La medicina era concepita come una scienza pura, fondata su fatti, su nudi fatti. Si proponeva di essere neutra o indifferente rispetto alle questioni collegate ai valori. La scienza medica, nella sua purezza, si riteneva collocata al di là del bene e del male.

Questo orizzonte ideale è divenuto arcaico come un reperto archeologico. Dapprima nelle scienze umane, e poi anche in quelle naturali, lo scienziato contemporaneo ha imparato che quelli che il positivismo considerava come “fatti” erano il prodotto delle nostre operazioni. Il metodo condiziona i risultati della ricerca. Una soggettività misconosciuta si insinua perciò anche nelle osservazioni considerate più obiettive.

Per la medicina come scienza della natura superare il positivismo implicava la scoperta della illusoria obiettività dei “fatti” biologici, quali li isola la prospettiva dell’osservatore. Dal punto di vista del metodo, veniva rimessa in discussione l’autosufficienza dell’analisi. Per tornare dalla chimica all’uomo, era necessario recuperare la capacità di sintesi, la percezione della “totalità”, che è più della somma delle parti: la “totalità” è la persona umana nei suoi rapporti con il mondo. La nosologia frazionante è inevitabilmente un tradimento del vissuto.

La classificazione delle malattie sulla base degli organi colpiti, inventata dalla medicina come scienza della natura, è una grossolana approssimazione che ci prende nella trappola della sua semplicità. Nella prospettiva della “totalità” la malattia non solo è un fatto biologico-organico; essa traduce lo squilibrio della persona nel suo rapporto col mondo, includendo elementi psicologici, sociali ed ecologici.

Aprendosi alla preoccupazione della “totalità”, la medicina ritrova una continuità profonda con lo spirito originario della medicina scientifica occidentale. È il ceppo dell’ippocratismo che

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torna a germogliare. Il maestro Ippocrate, sotto il platano nell’isola di Cos, insegnava ai suoi discepoli a mettere in relazione diretta i fatti del microcosmo con quelli del macrocosmo. L’organismo era concepito come un’unità, in rapporto con l’ambiente naturale. Il medico non poteva studiare il singolo paziente senza considerare l’ambiente geografico, il clima e le stagioni. I dati ambientali condizionano l’igiene, l’alimentazione, le abitudini di vita.

Ambiente è anche la vita sociale, con i suoi riflessi sulle condizioni di lavoro, sulla vita familiare, sulla psicologia del singolo individuo. Sarà certamente diverso ― sosteneva Ippocrate, raggiungendo una consapevolezza che per molti secoli la medicina non sarà più in grado di recuperare ― un paziente schiavo da uno libero, un paziente che vive in una società democratica che uno che vive in una società monarchica, e così via. Nella medicina ippocratica a questa integrazione nell’ambiente andava connessa l’integrazione nella storia, sia sociale che individuale.

È la nozione di “anamnesi”, che restò poi fondamentale nella medicina. Bisognava ricostruire la storia del malato per comprendere ― e per fargli comprendere, secondo una istanza costante dell’ippocratismo ― la serie di processi che stanno a monte della malattia attuale. L’anamnesi completa aveva anche una dimensione sociale: per fare la diagnosi del presente bisognava anche tracciare le linee essenziali dello svolgimento della civiltà (Vegetti, 1970, p. 126 ss.).

Al recupero del punto di vista sintetico e globale nella medicina non si è giunti in un momento. Alcuni stimoli sono venuti dalla stessa medicina scientifica. Basterebbe pensare allo sviluppo dell’endocrinologia. La scoperta delle ghiandole a secrezione interna portò un contributo decisivo all’orientamento sintetico, in quanto permise di capire le interrelazioni tra le differenti funzioni vegetative dell’organismo. Le ricerche attuali vanno indicando che la maggior parte delle funzioni delle ghiandole a secrezione interna è probabilmente soggetta, in ultima analisi, alla funzione dei centri più elevati dell’encefalo, vale a dire alla vita psichica. E un passo avanti decisivo verso l’integrazione.

Il merito principale della reazione alla concezione

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meccanicistica della malattia va attribuito a Freud e al movimento psicoanalitico. Grazie alla sua opera, lo sviluppo analitico unilaterale della medicina nella seconda metà del XIX sec. ha subito una inversione di tendenza.

L’organismo come unità è stato riportato al centro dell’interesse medico. La psicoanalisi, pur basandosi sullo studio preciso e particolareggiato (“analisi”, appunto), è un’attività scientifica rivolta alla sintesi, cioè allo sviluppo e alla funzione della personalità. Essa ci ha insegnato che, per comprendere quella unità sintetica che noi chiamiamo corpo, dobbiamo tener presenti i bisogni, consci e inconsci, che l’individuo con la sua attività, normale o patologica, cerca di soddisfare.

Non si può perciò rendere conto della patologia limitandosi alle alterazioni cellulari rilevate dalla ricerca di laboratorio. Ai suoi inizi la psicoanalisi si dedicò a un problema di diagnosi pratica: l’espressione somatica delle nevrosi, e a un problema teorico: la psicogenesi di certe affezioni organiche. Freud stesso aveva escluso dalle sue preoccupazioni lo studio delle malattie psicosomatiche, nel senso ampio del termine.

Ma la psicoanalisi ha aperto gli occhi, a chi voleva vedere, sul ruolo giocato dallo psichismo nella genesi delle malattie organiche. La “conversione isterica” fu sempre più considerata un caso particolare di un meccanismo più generale, piuttosto che il caso anomalo. Il medico non poteva più esimersi dall’attribuire ai conflitti emotivi un valore altrettanto reale e concreto di quello che spetta ai germi patogeni. Non si trattava solo di aggiungere un microscopio psicologico a quello ottico ― né tanto meno di sostituire l’uno all’altro ― ma di affrontare in modo nuovo la vita e la malattia del paziente, per arrivare a una sintesi fra i processi fisiologici interni e le relazioni dell’individuo con il suo ambiente sociale. La malattia non è in se stessa né fisica né psichica: l’elemento fisico e quello psichico sono solo un prodotto del metodo col quale ci avviciniamo al malato, che è un’unità completa nella sua totalità.

È intuitivo quali conseguenze questa prospettiva possa avere nel pensiero teoretico e nella pratica della medicina. Si potrebbe

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addirittura ipotizzare qualcosa come una rifondazione della medicina a partire dal punto di vista antropologico della “totalità”. Di fatto, però, non è avvenuto così. E successo piuttosto che una nuova specializzazione è sorta accanto alle altre: la “psicosomatica”. Agli specialisti di questo settore ― psichiatri, psicoanalisti o psicologi in genere ― viene indirizzato il malato di fronte al quale il medico clinico si sente impotente. Quando non si riesce a individuare un organo malato, o non si riscontra la base fisiopatologica della malattia, ci si ritiene autorizzati a credere che si tratti di una malattia “di testa”. Malattie “funzionali”, per distinguerle da quelle organiche, ritenute le sole vere e proprie malattie.

L’itinerario tipico per il paziente “psicosomatico” è quello che lo porta dal medico generico allo specialista, da uno specialista all’altro, e infine sul divano dello psicoanalista. Lo iato che separa la medicina organica ― che possiamo chiamare “medicina della mano”, in quanto si riferisce alla materia che impressiona i sensi ― dalla medicina psichica ― o “medicina della parola”, che si rapporta alle idee e al mondo dei significati ― tende ad approfondirsi. I due approcci della malattia, ambedue legittimi e parzialmente validi, non rispondono però al nostro bisogno di ritrovare una medicina capace di avvicinarsi al malato in una maniera globale, che non lo mutili nella sua esperienza concreta, che sia capace di far fronte terapeuticamente a quelle forme patologiche sempre più diffuse, in cui i confini tra somatico e psichico sono confusi e nella cui eziologia troviamo in modo prevalente il malessere della nostra civiltà.

3. Verso una medicina della persona

Abbiamo tracciato il profilo di un cammino che dalla concezione meccanicistica della malattia, passando per quella psicosomatica, conduce verso una prospettiva di “totalità”. L’interesse si sposta progressivamente dalle malattie all’uomo malato. La medicina come scienza di cause-effetti-terapia conosce solo quadri clinici che chiama “malattie”. Essa ha limiti evidenti. Ci

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pianta in asso quando il sintomo morboso non può essere ricondotto eziologicamente al sostrato corporeo; non spiega neppure il decorso delle malattie, anche organiche, diverso secondo le varie persone. Tutto il settore della soggettività rimane tagliato fuori dalla medicina orientata alle scienze della natura: il modo in cui l’uomo in una situazione per lui significativa reagisce con la malattia, e come la elabora personalmente.

Paradossalmente, è stato proprio il pensiero scientifico delle scienze della dimostrazione (o della natura) che ha ostacolato lo sviluppo di una scienza dell’uomo nell'ambito della medicina. Per rendere conto del modo specificatamente umano di essere malati è necessario fare riferimento a un’antropologia diversa da quella implicita nella medicina scientifica. Ciò implica una rottura con il naturalismo, che considera l’uomo come un essere vivente in tutto e per tutto simile agli altri e si attiene a una neutralità metodologica nei confronti degli aspetti psichici, spirituali, storico-biografici e sociali dell’esistenza umana.

La medicina oggi ha bisogno di recuperare il suo oggetto, cioè l’uomo in quanto essere umano; ha bisogno dell’antropologia come scienza dello specifico umano. Non una “doctrina geminae naturae humanae” ― la doppia natura, corpo e anima ―, come la proponeva la filosofia dell’Umanesimo. La definizione di animal rationale, che emerge dall’antichità, è opposta a quell’antropologia che tende al recupero dell’uomo “totale”. L’umanesimo razionalista, che servirà da modello culturale all’antropologia filosofica dell’Occidente finché non sarà sostituito dal razionalismo cristiano, si fonda sul “conosci te stesso” di Socrate. È la qualità razionale dell’uomo la “misura di tutte le cose”.

Il concetto di antropologia che si è formato nei tempi moderni, a partire da Kant, è concreto, non filosofico-deduttivo. Kant, che riduceva tutta la metafisica al problema dell’uomo, distingueva due aspetti dell’antropologia: quella “fisiologica” ― che considerava quello che la natura fa dell’uomo ― e quella “pragmatica” ― che riguarda ciò che l’uomo come essere libero fa, oppure può e deve fare di se stesso ― . La classificazione in un certo senso è rimasta.

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Anche oggi il termine antropologia è usato in una duplice accezione. In quanto “antropologia fisica”, studia i caratteri biologici dell’uomo (l’essere umano nella sua struttura somatica, nei suoi rapporti con l’ambiente, nelle sue classificazioni razziali, nel suo passato paleontologico, nella sua dotazione genetica). In quanto “antropologia culturale”, invece, considera l’uomo nelle caratteristiche che gli derivano dai suoi rapporti sociali e si occupa della cultura in quanto sistema integrato con cui i gruppi sociali interagiscono con l’ambiente.

Ambedue queste dimensioni dell’antropologia medica sono state profondamente rinnovate dall’emergere della bioetica nell’orizzonte culturale del nostro tempo. Per quanto riguarda l’incrocio dell’antropologia fisica con la bioetica, è più che una curiosità storica che il termine stesso “bioetica” sia stato coniato e utilizzato da Van Rensselaer Potter, fin dall’inizio degli anni ’70, in una prospettiva di antropologia fisica. La tesi fondamentale sostenuta dallo studioso era che i valori etici non possono essere separati dai fatti biologici; la sopravvivenza dell’intero ecosistema dipende dalla creazione di un ponte tra queste due culture: la “bioetica”, appunto (Potter, 1971).

Questa nuova scienza, finalizzata a garantire la sopravvivenza della vita, si fonda in uguale misura sui valori umani e sulle conoscenze biologiche, in particolare quelle dell’ecologia (indispensabili per l’uomo, essendo questi inserito in un ambiente naturale), della genetica (in quanto studio dei meccanismi ereditari che in parte vincolano e in parte spiegano la natura umana) e della fisiologia. La bioetica, che Petter definisce come «tentativo di patto fra uomo e natura per rendere ancora possibile la nostra esistenza su questo pianeta», promuove la ricerca di norme etiche basandosi esclusivamente su principi razionali e naturalistici, e quindi utilizzando gli stessi criteri della scienza.

L’antropologia medica che prende le mosse ― per attenerci alla distinzione stabilita da Kant ― da ciò che l’uomo, in quanto essere libero “fa e deve fare di se stesso”, volge la sua attenzione alla cultura che l’uomo crea per rispondere alle sfide dell’ambiente e dalla quale è a sua volta modellato. L’antropologo

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valuta le differenze del comportamento umano nei confronti della salute e delle cure mediche come un’espressione tipica di quella divaricazione tra i diversi gruppi umani che è prodotta dalla cultura. L’antropologia medica che si è sviluppata da questa prospettiva ha assunto il rilievo di una vera e propria disciplina, specialmente nei paesi anglosassoni, dove è conosciuta con il nome di medicalanthropology.

Nella definizione che ne dà David Landy, essa è «lo studio dei modi umani di confrontarsi con la malattia e l’infermità, e degli accomodamenti adattivi (cioè medicine e sistemi medici) fatti dai gruppi umani per far fronte a quei pericoli che minacciano sempre e ovunque gli esseri umani» (Landy, 1977). Il campo di lavoro dell’antropologia medica comprende tra i suoi argomenti tematici: i sistemi medici e le teorie relative alla malattia e alla guarigione; gli stati emotivi e costrizioni culturali (etnopsichiatria); ecologia ed epidemiologia delle malattie; status e ruolo del paziente e del terapeuta; trasformazione dei sistemi medici nel cambiamento sociale e culturale, specialmente nel processo di modernizzazione.

Sullo sfondo di questa attenzione costante che l’antropologia, in quanto scienza sociale, ha dedicato alla medicina, possiamo collocare il dialogo più recente che si sta sviluppando tra l’antropologia medica e la bioetica. L’antropologia, fondata sulla ricerca empirica, fornisce una informazione vitale circa il contesto socioculturale della pratica biomedica, inclusa la conoscenza dei sistemi di credenze (beliefsystems) dei pazienti e dei sanitari.

La critica che l’antropologia medica può, a buon diritto, rivolgere alla bioetica è di essersi sviluppata da radici che affondano nella teologia, nel diritto e nella filosofia morale, muovendo cioè da discipline che non hanno una tradizione di ricerche empiriche. Queste discipline si basano, invece, sulla ortodossia della verità ricevuta, sulla legislazione esistente e sull’analisi formale; prescindono dall’esame critico dei complessi contesti sociali e culturali nei quali vengono fatte le scelte mediche rilevanti per la bioetica.

Il ruolo potenziale che può avere l’antropologia culturale per la bioetica è eloquentemente illustrato dagli studi pionieristici di

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Renée Fox (sulla “formazione all’incertezza” nel training medico, sul ruolo dell’autopsia nel curriculum formativo degli studenti di medicina, sul trapianto di organi e la dialisi, sulla reazione dei pazienti e dei sanitari al cuore artificiale), di Andrea Sankar (sulla home caree l’assistenza domiciliare ai malati terminali) di Deborah Gordon (sulla comunicazione della diagnosi ai malati di cancro). Sono le ricerche che terremo presenti nei capitoli successivi, affrontando alcuni nodi della pratica medica.

Riferimenti bibliografici

LandyD., (a cura di), Culture, disease and healing: Studies in medical anthropology, Macmillan, New York-London, 1977.

PotterV.R., Bioethics. Bridge to the future, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1971.

VegettiM., Le scienze della natura e dell'uomo nel V sec., in Storia del pensiero filosofico e scientifico, Garzanti, Milano,1970, vol. I.

ZweigS., Die Heilung durch den Geist, Salzburg, 1931.

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Certezze e incertezze del sapere medico

La vita è breve, l’arte lunga,

l’occasione fuggevole, l’esperienza fallace,

il giudizio difficile.

IppocrateAFORISMI

Il primo, e il più celebre, degli aforismi attribuiti a Ippocrate è la più appropriata introduzione al tema del rapporto tra certezza e incertezza del sapere che è proprio della medicina. Il soggetto interessa indubbiamente la sociologia della conoscenza, nonché la filosofia nella sua funzione di riflessione epistemologica. Ma neppure l’etica è indifferente alla problematica dell’incertezza. Anzi, si può dire che questo è il contesto in cui vanno abitualmente collocati i maggiori conflitti etici riferiti a quel processo che gli anglofoni chiamano decision making. L’incertezza è l’orizzonte connaturale alla decisione clinica; anche gli aspetti etici connessi partecipano di tale incertezza.

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Una considerazione attenta della certezza e dell’incertezza del sapere medico può promuovere in modo del tutto naturale la riflessione etica tra gli operatori sanitari, orientandoli tra i pericoli opposti delle false certezze e delle incertezze paralizzanti.

1. Ricette per rendersi ignoranti (e infelici)

Tutti conoscono la storiella dell’ubriaco che, di notte, sta cercando per terra la chiave di casa, sotto la luce di un lampione. Un poliziotto che lo incontra dapprima cerca di aiutarlo; poi, insospettito, gli domanda se è proprio lì che ha perduto la chiave. «No ― risponde l’ubriaco ― l’ho persa là: ma là è buio!».

Qualcuno racconta la storia come una barzelletta, per far ridere, e si stupisce che di solito quasi nessuno ride all’udirla. Tutt’al più si riesce a strappare un sorrisino di superiorità da parte di coloro che l’interpretano come una “storia con moralità” (come se volesse suggerire un giudizio del tipo; «Quanto sono sciocchi gli uomini...!»). In realtà, non si tratta di una storia comica, ma di un apologo filosofico. Considerata in profondità, vale quanto un intero trattato di epistemologia. Illustra efficacemente un assioma che sta al fondo di tutto il problema della conoscenza: gli uomini conoscono solo quello che si mettono in grado di conoscere.

Un uso molto acuto della storiella dell'ubriaco è stato fatto da Paul Watzlawick, che se ne serve come storia didattica in senso psicologico nel libro in cui fornisce insegnamenti sul modo in cui “rendersi infelici” (Watzlawick, 1984). Il cercare nel posto sbagliato, per la “buona” (?!) ragione che ci si vede meglio, gli sembra un’illustrazione lampante di una delle ricette più diffuse ed efficaci per rendersi infelici: la ricetta che si può chiamare “sempre di più la stessa cosa”. Quel che possiamo osservare dal punto di vista psicologico è che l’adattamento ci porta a sviluppare determinati modelli di comportamento, che tendiamo a ritenere come eternamente praticabili. Quando il disagio cresce, non mettiamo in discussione i comportamenti, ma attribuiamo piuttosto la loro inefficacia al non esserci dati sufficientemente

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da fare. Raddoppiamo allora gli sforzi, sempre nello stesso senso e verso la stessa direzione: ancora lo stesso, sempre di più la stessa cosa...; con l’effetto assicurato di ottenere l’aumento del malessere!

L’ipotesi che Watzlawick adotta per spiegare questo comportamento è che l’uomo di fatto non cerchi, come sostiene, la felicità bensì l’infelicità («Parliamoci chiaro: come e dove saremmo senza la nostra infelicità? Essa ci è, nel vero senso della parola, dolorosamente necessaria»). Una boutadeprovocatoria? Un paradosso? Un paradosso, comunque, che svolge bene il suo compito di portarci a considerare la realtà da un punto di vista non scontato, né convenzionale. Come è inquietante (ma anche illuminante) la prospettiva dell’attaccamento all’infelicità per capire il comportamento umano!

Facendo un passo ulteriore nella direzione indicata da Watzlawick, consideriamo l’ipotesi che la ricetta del “sempre di più la stessa cosa” valga non solo per rendersi infelici, ma anche per rendersi ignoranti. La modalità di funzionamento della ricetta è identica. Supponiamo che l’adattamento ci abbia portato alla convinzione che per trovare qualcosa ci vuole la luce, e che quindi il posto migliore per cercare sia là dove c’è più luce. Se non si trova, basta attribuire i cattivi risultati al poco impegno e raddoppiare gli sforzi, senza cambiar posto... Con questa strategia, i risultati di ignoranza sono assolutamente garantiti. È una ricetta di ignoranza che vale per tutti i campi del sapere, compreso quello relativo alla malattia.

Il punto cruciale è proprio quello di stabilire se l’uomo vuole veramente la conoscenza, o non preferisce piuttosto l’ignoranza. Qui si trova anche, nella sua massima concentrazione, la questione epistemologica: per stabilire qual è il sapere valido, dobbiamo domandare, prima di qualsiasi questione di contenuto e di metodo, se la conoscenza che si raggiunge corrisponde effettivamente a una volontà di sapere.

La storiella a carattere didattico dell’ubriaco ci soccorre quando ci accingiamo a spiegare che cosa sta attualmente succedendo nell’ambito della medicina. La situazione può essere descritta come una combinazione di infelicità e di ignoranza, in reciproco equilibrio. In questi termini la presenta Edward Shorter, introducendo la sua ricostruzione della vicenda che ha efficacemente chiamato La tormentata storia del rapporto medico-paziente:

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Al termine di qualche anno di studio [afferma in termini autobiografici] pensavo ormai di capire che cosa fosse la medicina: l’apprendimento della realtà scientifica, in modo che, scoperto il danno all’interno del malato, grazie allo sguardo ai raggi X acquisito, la conoscenza della realtà avrebbe consentito di operare la guarigione. E questo è quanto credono della medicina non soltanto quasi tutti i profani, bensì anche molti medici. Con questo libro intendo dimostrare invece la fallacia di questo modo di vedere, essendomene accorto anch’io in un secondo tempo come tanti medici. Ma quelli che non se ne sono accorti, medici e pazienti, sono coloro che oggi si dichiarano insoddisfatti gli uni degli altri. Questo libro è allora destinato a quei pazienti irati e a quei medici disorientati, i quali vorrebbero capire il perché di tanto risentimento quando si viene a parlare del vissuto della pratica clinica (Shorter, 1986, p. 9).

Nasce il sospetto che gli sforzi, pur sinceri, per eliminare il malessere che domina nella sanità naufraghino per il persistere di una strategia che non conduce da nessuna parte. È come se i medici e i pazienti, mentre manifestano il desiderio sincero di poter tornare a casa, si ostinino a cercar la chiave sotto il lampione, per il motivo che qui c’è più luce, invece che là dove l’hanno smarrita.

Ancora una volta, la ricetta è quella del “sempre di più la stessa cosa”: il passato ha portato a elaborare un comportamento sanitario, ritenuto l’unico possibile; al malessere di oggi si risponde raddoppiando gli sforzi, sempre nella stessa direzione (per esempio: sempre più ricerca scientifica, nella direzione finora seguita per colmare i vuoti della scienza...): senza però cambiar posto, senza spostarsi in un luogo forse più buio, ma dove ci possono essere maggiori chancesdi trovare quello che si cerca.

2. Piccola apologia dell’incertezza

Se l’apologo dell’ubriaco ci ha permesso di scoprire i limiti della certezza ― vale a dire di quel sapere apparentemente solido e certo, ma solo perché si tiene lontano dalle zone d’ombra ― non abbiamo

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però ancora affrontato le dimensioni peculiari dell’incertezza del sapere medico. Ci possiamo attendere, a priori, che essa abbia anche un valore positivo, simmetricamente al fatto che la certezza, considerata un valore altamente auspicabile, può invece essere un ostacolo alla realizzazione di un’esistenza umana sotto il segno del pathos.

Il discorso relativo al posto che ha l’incertezza nel sapere medico passa necessariamente per un confronto con le ricerche della sociologa americana Renée C. Fox. Da più di quarant'anni la studiosa si dedica a esplorare il ruolo che ha l’incertezza nella formazione dello studente di medicina, nella socializzazione del medico e nella condizione umana dei professionisti della salute; l’incertezza è il filo rosso che lega le sue ricerche, il suo insegnamento, i suoi scritti (Fox, 1957; 1959; 1974; 1988). L’insieme della sua opera ci permette di registrare i profondi cambiamenti che il problema della certezza in medicina ha subito nel giro di una generazione.

Discepola del sociologo Talcott Parsons, R. Fox ha cominciato a occuparsi, fin dagli anni cinquanta, della socializzazione degli studenti in medicina. Il saggio che raccoglieva la sua ricerca recava il titolo emblematico di Training far Uncertainty(1957). La formazione del medico comprendeva, a suo avviso, un itinerario finalizzato a fornire la capacità di gestire l’incertezza. Questo lungo allenamento era centrato attorno a tre tipi fondamentali di incertezza. Il primo è quello che deriva da un dominio incompleto o imperfetto del sapere disponibile: nessuno può possedere tutte le qualificazioni e tutte le conoscenze del sapere medico. Il secondo tipo di incertezza dipende dai limiti propri della conoscenza medica attuale (esistono immensi problemi ai quali nessun medico, per quanto esperto, può dare ancora risposta, anche se è legittimo sperare che lo si possa fare in futuro). Una terza causa di incertezza è quella che consiste nella difficoltà di distinguere l’ignoranza o incapacità personale dai limiti specifici della conoscenza medica attuale; ovvero, in parole semplici, se l’eventuale fallimento vada imputato al medico o alla scienza.

All’occhio dello studioso dei comportamenti sociali risulta agevole stabilire un rapporto tra l’incertezza del sapere medico e quella intrinseca dalla condizione umana, nella quale i fatti relativi alla salute, malattia, benessere, morte, sofferenza sono sempre problemi critici di significato.

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Ma il sociologo è in grado di descrivere anche i meccanismi attraverso i quali gli studenti di medicina in formazione riescono ad adattarsi all’incertezza 1. Al termine dell’“allenamento all’incertezza”, gli studenti diventavano capaci di accettare l’incertezza come inerente alla medicina, di distinguere i propri limiti da quelli della scienza, di affrontare l’incertezza con un certo candore e una positiva filosofia scettica. Una singolare condensazione di questo atteggiamento si poteva trovare nello humour tipico degli ambienti medici, miscuglio unico di ironia, empietà e autoderisione.

Renée Fox, studiando l’evoluzione dell’incertezza medica, ha notato una marcata differenza tra quella degli studenti di medicina degli anni cinquanta e quella tipica dei nostri giorni. La nuova e più forte sensibilizzazione all’incertezza medica, i cui inizi si possono far risalire alla metà degli anni settanta, presuppone l’affermarsi della nuova biomedicina e di quella riflessione critica che ha preso il nome di bioetica. Il contesto sociale è cambiato, e quindi anche il profilo dell’incertezza. Questa non si situa più solo all’interno della scienza medica, ma piuttosto alla frontiera tra la medicina, la politica e l’etica.

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Le problematiche bioetiche danno all’incertezza connotazioni molto più ampie. Un significato emblematico assume in questo senso la perplessità relativa alla ricerca con manipolazione del Dna. Il presentimento che la capacità di manipolare i geni potrebbe alla fine provocare una catastrofe si abbina a dubbi circa i limiti delle regolamentazioni relative alla ricerca scientifica («Chi decide a chi competono le decisioni?»). Un discorso analogo si può fare circa gli effetti nocivi di prodotti chimici e di farmaci sull’ambiente e sulla salute umana (prodotti cancerogeni o mutageni).

La stessa metodologia della ricerca (per esempio, la validità dei test di sostanze cancerogene fatti sull’animale) crea problemi notevoli di incertezza. La pratica di prescrivere delle nonne e di tormentarsi su questa prescrizione (cfr. il ricorso alle “moratorie” in vari ambiti: ingegneria genetica, trapianti sperimentali di organi, ricerca sull'embrione, clonazione) lascia emergere una figura inedita di incertezza che potremmo chiamare “incertezza di secondo livello”, ovvero “incertezza dell’incertezza”.

La maggior parte dei problemi posti attualmente dall’incertezza e dal rischio non si può ridurre entro il quadro analitico di una sola disciplina o di una singola professione. Le incertezze associate ai progressi scientifici e tecnici più recenti (come il trapianto di organi, il depistaggio di malattie a base genetica e la consulenza genetica, la chemioterapia per il cancro) sono legate a metaquestioni che eccedono l’ambito dell’incertezza medica. Sia che si parli dei rischi potenziali paragonati ai vantaggi eventuali, delle conseguenze aleatorie che determinati interventi terapeutici possono comportare per la salute e la sopravvivenza, di predittività, oppure della qualità della vita, inevitabilmente incontriamo problemi fondamentali della società e della stessa condizione umana.

Dall’analisi dell’evoluzione dell’incertezza medica nel corso di un trentennio, Renée Fox giunge alla conclusione che «esiste almeno una coscienza collettiva latente del fatto che le nostre istanze politiche, legislative e professionali attuali non possono inglobare completamente, né risolvere convenientemente il senso profondo delle nostre questioni morali e metafisiche riguardanti l’incertezza relativa alla salute e alla medicina».

Questa lettura dello sviluppo del sapere medico e delle nuove dimensioni

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che ha assunto in esso l’incertezza ci permette di delineare un profilo non ambiguo della bioetica. Questa ci appare non come il luogo dove vengono respinti dubbi e perplessità che gli operatori delle professioni sanitarie non vogliono o non sono in grado di trattare, ma piuttosto come un metodo per riappropriarsi della riflessione come una dimensione che accompagna necessariamente l’azione. La bioetica ci aiuta a confrontarci con l’incertezza, dopo averla liberata dalla rimozione istituzionale che ha subito nell’ambito della scienza positivistica. Colloca di nuovo i problemi della decisione medica entro il contesto appropriato, che è quello di un orizzonte che si apre sulle questioni antropologiche, accessibili non al sapere scientifico ma a quello filosofico.

Il sapere umano ci appare così costituito di diversi gradi, organicamente collegati con il non sapere. All’aforisma iniziale di Ippocrate possiamo così aggiungere, al termine di questo percorso nel sapere medico, un aforisma di Niels Stensen (il celebre Stenone, medico, scienziato e teologo del XVII secolo): Pulchra sunt quae videntur, pulchriora quae sciuntur, longe pulcherrima quae ignorantur(«Belle sono le cose che vediamo, più belle quelle che conosciamo, di gran lunga più belle quelle che ignoriamo»).

3. Le esigenze di una medicina antropologica

Il delicato equilibrio del sapere medico, perpetuamente oscillante tra la certezza e l’incertezza (ivi comprese le certezze autentiche e quelle ideologiche, che presuppongono una semplificazione deformante della realtà, le incertezze paralizzanti e quelle invece che si aprono su orizzonti di senso più ampi), è dovuto al fatto che oggetto della medicina non sono propriamente le malattie, ma uomini malati. E il soggetto il centro di gravitazione del sapere medico. Ogni sapere relativo alla patologia che, per diventare certo, escluda il soggetto, si condanna con ciò stesso a fallire il suo obiettivo.

Non è una caratteristica esclusiva dei nostri giorni mettere sul banco degli accusati quella medicina che, aderendo al positivismo scientifico, pretende di portare una luce oggettiva e incontrovertibile sui fatti biologici che riguardano l’uomo, mettendo sistematicamente

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tra parentesi quelle caratteristiche che lo rendono unico tra i viventi. Tra le tante proposte correttive mi limito a citare la “Medicina antropologica” delineata da Viktor von Weizsäcker (cfr. Spinsanti, 1988). Anche se a questo indirizzo, che si è proposto di combinare la scienza biologica di laboratorio con il sapere sull’uomo sviluppatosi nell’ambito della pratica psicanalitica e della riflessione filosofica fenomenologica, non è arriso un successo clamoroso neppure nella nativa Germania, non ha affatto perduto la sua freschezza e la capacità di stimolare a una pratica terapeutica più aderente all’umano nella sua interezza. Più di recente, del resto, una ripresa di interesse editoriale nei confronti di von Weizsäcker, anche nel nostro Paese, lascia sperare che i semi del suo pensiero possano ancor germogliare.

«Introdurre il soggetto in biologia» è una delle formule concise con cui von Weizsäcker amava presentare il progetto globale che lo animava. Nell’espressione è implicita una protesta contro l’approccio tipico delle scienze della natura che, applicando il metodo analitico-sperimentale, hanno prodotto una concezione meccanicistica anche dell’essere vivente. Rivendicare l’introduzione del soggetto nell’ambito delle scienze biologiche vuol dire sciogliere l’incantesimo dell’oggettività, ritrovare quelle componenti della malattia come fatto dell’essere vivente che sfuggono al microscopio.

Abbandonando il dualismo cartesiano, per lavorare con l’ipotesi dell’unità corpo-psiche, von Weizsäcker apriva, con la sua “Medicina antropologica”, un ambito per la comprensione della malattia che la medicina come scienza della natura si era precluso. Per dirlo in modo sintetico, con le sue stesse parole: «La malattia dell’uomo non è il guasto di una macchina, bensì la sua malattia non è altro che lui stesso; o meglio, la sua possibilità di diventare se stesso».

Senza il soggetto, noi non capiamo la malattia; senza il soggetto noi non realizziamo la guarigione. Forse si può avere la guarigione in senso riduttivo, intesa come restaurazione di uno status quo ante. Ma in senso antropologico pieno la guarigione che differisce dal recupero della salute come stato precedente e comprende variabili quali l’aumento di consapevolezza, il cambiamento dello stile di vita, l’acquisizione di una conoscenza di sé che include quella parte di ombra che probabilmente gioca un certo ruolo nella creazione

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della malattia, non può darsi senza la partecipazione attiva del soggetto.

Quello che osserviamo nella prassi medica quotidiana è, invece, proprio la sistematica esclusione del soggetto, inteso come momento fondamentale unificatore, in cui il biologico, lo psichico e il sociale si riuniscono sotto la categoria del biografico. Quando si pretende di dar ragione della malattia evacuando il soggetto, si registra una dipendenza, che è allo stesso tempo psicologica e istituzionale, dall’apparato sanitario, cui corrisponde un’implicita delega agli “esperti” di attuare la guarigione.

Questo abbandonarsi passivo trova spesso riscontro nella volontà esplicita di coloro che rappresentano la medicina scientifica di escludere le complicazioni che derivano da un coinvolgimento del soggetto. Il messaggio: «Tu non c’entri per niente con la tua malattia», trasmesso almeno implicitamente attraverso una gestione del tutto impersonale del fatto morboso, produce un irreparabile impoverimento antropologico della malattia.

La guarigione, intesa come un evento sostanziale più pregnante, più globale del semplice recupero della salute, cioè come una possibilità di riappropriarsi di se stesso, non può avvenire soltanto adattandosi alle regole di comportamento che i rituali sanitari stabiliscono per il “buon” paziente. Nessuno può sapere al posto nostro qual è il cammino verso la guarigione, nel suo equilibrio assolutamente singolare di resistenza e resa, di male da combattere e male da accettare.

La resistenza dei sanitari ad accettare il soggetto ― e quindi il significato personale della malattia e della guarigione nell’insieme del processo terapeutico ― è solo una parte della verità. L’altra metà del fallimento del programma di antropologizzare la malattia va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove si incontra la propria partecipazione al fatto di essere malato e dove si è chiamati ad assumere la propria responsabilità per la guarigione.

Per quale ragione non vogliamo integrare salute e malattia in un progetto esistenziale? La domanda suona retorica. Anche la risposta rischia di esserlo, in quanto non può che rimandare all’idea più generale che ci facciamo dell’umanità. Ovvero, per utilizzare un’espressione

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metaforica: quella forma diffusa di stoltezza che chiamiamo “sapere scientifico” ― in quanto staccato da ogni interrogativo di natura antropologica ― non è altro che un’espressione particolare della stoltezza più generale dell’umanità. Se siamo un’umanità stolta, come potremmo avere una medicina saggia? Se non vogliamo vedere la verità in altri campi della nostra vita spirituale, perché dovremmo vedere la verità e cercare il bene proprio là dove si manifesta sotto forma di malattia e di morte? Un’umanità ostinata che, posta di fronte all’alternativa tra capire o morire, sceglie il “martirio dell’ignoranza”, quale altro atteggiamento potrebbe conoscere di fronte alla malattia?

Con interrogativi di questo genere la riflessione antropologica in medicina assolve il suo compito più alto: quello di essere coscienza critica dell’umanità. Non possiamo avere un orientamento giusto verso il bios, verso la vita in tutte le sue manifestazioni ― vita sana, vita malata, vita carente, vita morente ― se non aderiamo a un’etica che favorisce un movimento di integrazione di tutta la nostra esistenza. Un approccio etico positivo, che rispetti il senso soggettivo della malattia e della guarigione e non deresponsabilizzi il malato, ma lo guidi piuttosto a riprendersi la responsabilità della sua vita proprio attraverso la vicenda patologica che sta attraversando, ha un difficile compito davanti a sé.

Il principale ostacolo è costituito dalla contrapposizione corrente tra due atteggiamenti di fondo nei confronti del sintomo morboso: comprendere ed eliminare. L’approccio psicoterapeutico ha fatto proprio il primo. Nella pratica della psicoterapia il sintomo va interrogato, affinché lasci trapelare il suo senso; la guarigione viene fatta coincidere non con la semplice eliminazione del sintomo, ma con l’appropriazione del suo significato da parte del soggetto.

Questa concezione si è estesa tutt’al più alle somatizzazioni nevrotiche, ma non al resto delle malattie somatiche di competenza della medicina. La pratica terapeutica di quest’ultima si è sempre più identificata con l’approccio che si propone di eliminare il sintomo. La clinica si può rinnovare solo se, senza ratificare questa contrapposizione tra il comprendere e l’eliminare, instaura una pace tra queste due dimensioni o concezioni dell’atto terapeutico. E necessario abolire la distinzione artificiale, o soltanto di comodo, tra clinica delle malattie somatiche e clinica della patologia di tipo psicologico, che si basa

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su un dualismo che la medicina cosiddetta psicosomatica ha solo sfumato, senza abolirlo.

Mettere pace inizia con il dissipare gli equivoci. Coloro che sono tutti tesi verso l’eliminare sospettano coloro che inclinano verso il comprendere, quasi fossero alleati della malattia, conniventi con il male; per contro, coloro che si collocano sul versante del comprendere accusano pesantemente i sanitari che sono sul versante dell’eliminare di esercitare una specie di veterinaria applicata all’uomo, riducendo il proprio ruolo a quello di meccanici dell’organismo. Queste due modalità non vanno contrapposte, ma integrate.

Quando alla malattia si dà il permesso di parlare fino in fondo e si esercita verso di essa un ascolto totale, si può realizzare la chiusura del circolo ermeneutico, mediante un comprendere che non è antitetico ma complementare all’eliminare. Solo questo è un processo terapeutico completo, che presuppone l’esigenza di dare alla malattia dell’uomo tutto lo spessore soggettivo che le compete.

Riferimenti bibliografici

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FoxR.C., L’incertitude medicale, CIACO, Louvain-la-Neuve, 1988.

FoxR.C., The process of professional socialization: is there a “new” medical student? A comparative view of medical socialization in the 1950s and in the 1970s, in L.R. Tancredi, Ethics of medical care, National Academy of Science, Washington, 1974.

FoxR.C., Training for incertainty, in Merton R.K., Reader G.(a cura di), The student-physician, Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1957, pp. 207-41.

ShorterE., La tormentata storia del rapporto medico-paziente, Feltrinelli, Milano, 1986.

SpinsantiS., Guarire tutto l'uomo. La medicina antropologica di Viktor von Weizsäcker, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1988.

WatzlawickP., Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano 1984.

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Salute oggettiva, salute percepita e benessere

1. L’epidemiologia e la misurazione della salute oggettiva

Lo storico della medicina Mirko Grmek ha ricostruito in modo esemplare il percorso che ha portato l’epidemiologia nel corso del XX secolo a una mutazione radicale, ampliando il suo campo d’azione e ridefinendo i suoi compiti. «Essa è passata dall’ambito delle epidemie in senso stretto, cioè delle malattie infettive che colpiscono nello stesso tempo e nella stessa località un numero rilevante di soggetti, a quello delle malattie non contagiose, per interessarsi sempre di più degli stati al confine fra normalità e patologia. Attualmente il suo scopo è quello di registrare e sottoporre ad analisi statistiche tutti i fenomeni di morbilità che si manifestano in una popolazione. Oggi quindi gli epidemiologi si sforzano di misurare nel modo più preciso possibile la morbilità in tutti i suoi aspetti» (Grmek, 1992).

Per giungere a questi risultati l’epidemiologia ha dovuto affrontare e risolvere problemi concettuali e metodologici di grande peso, che sarebbe fuori luogo ripercorrere qui per esteso. Mi limiterò a due

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flash, quasi in senso letterale, in quanto consistono in due figure che visualizzano alcuni nodi teorici.

Jénicek e Cléroux (Epidemiologie. Principes, techniques, applications, 1982) hanno proposto un grafico che illustra la variabilità del profilo sanitario in funzione dei diversi modi di percepire la morbilità (Fig. 1). Quando l’epidemiologia ha assunto la morbilità, piuttosto che la mortalità, come indice dello stato sanitario di una popolazione, ha operato un cambiamento decisivo per la disciplina. Ma, allo stesso tempo, si è molto complicato il suo lavoro. Il decesso è un avvenimento che si verifica, salvo rare eccezioni, in modo indiscutibile, limitato nel tempo e, dal punto di vista della statistica, senza equivoci. La malattia, invece, è un fenomeno biologico molto complesso, che resiste a una chiara concettualizzazione univoca e costante e a una registrazione esauriente. I tassi si morbilità non sono gli stessi se ci si occupa della malattia come viene vissuta dai malati o come è considerata da chi assiste il malato, oppure della malattia quale viene effettivamente diagnosticata dai medici sui pazienti, dalle équipes di ricerca su campioni di popolazione o dai patologi sui cadaveri.

Fig. 1 – Variabilità del profilo sanitario in funzione dei diversi modi di percepire la morbilità. (da Jénicek e Cléroux, 1982)

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La morbilità registrata, così come compare nelle statistiche, è solo una frazione della morbilità reale: la si può paragonare alla parte visibile di un iceberg. Oppure agli strati più interni di una cipolla (Fig. 2). Non oserei ricorrere a un’immagine così scanzonata se non fosse già stata proposta da seri studiosi (Imhof e Larsen, Sozialgeschichte der Medizin, 1976). L’immagine mostra la diminuzione del numero reale di malati quando si passa dalla semplice indisposizione alla consultazione medica, all’ospedalizzazione e infine alla morte. Quando si valutano i dati in cifre della morbilità, bisogna considerare quale strato di questa “cipolla” viene preso in esame.

Fig. 2 ― La cipolla della morbilità (da Imhof e Larsen, 1976)

Come regola generale sono registrati con approssimazione soddisfacente soltanto i due strati interni. Una malattia cronica, che indebolisce senza uccidere, può rappresentare un problema medico e sociale più importante di una malattia acuta, di breve durata e quasi sempre fatale; ma la statistica della morbilità darà più peso a quest’ultima, che è più “visibile” attraverso la documentazione di base.

Esiste ovviamente una morbilità “oggettiva”, senza sintomi clinici, la cui ampiezza supera quella della morbilità dovuta a

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malattie sentite come disturbo funzionale dalle persone colpite. La statistica generale della morbilità non la tiene in considerazione, ma essa può diventare oggetto di speciali inchieste epidemiologiche, realizzate attraverso il dépistagesistematico all’interno di una collettività. E quanto si è proposto e ha realizzato lo studio epidemiologico longitudinale ILSA, nell’ambito del Progetto Finalizzato Invecchiamento del CNR. La ricerca è partita dal presupposto che i dati relativi alla salute “percepita” dagli anziani, quali possiamo ricavare annualmente dal Rapporto ISTAT, non coincidono con la salute “effettiva”, indagata con strumenti appositi. Lo studio si è proposto perciò di misurare la faccia nascosta della morbilità totale della fascia anziana della popolazione, andando a scovare sistematicamente i disturbi che non vengono portati se non sporadicamente all’attenzione del medico. Possiamo salutarlo, senza retorica, come un punto d’arrivo dell’epidemiologia contemporanea. Di questo studio, e dell’epidemiologia che esso presuppone, possiamo a giusta ragione essere fieri.

2. La salute oggettiva: un “trionfo della medicina”?

Studi longitudinali come l’ILSA ci pongono su un piano di indagine in cui i fatti patologici sono rilevati in modo oggettivo, misurati con apparecchiature, quantificati e comparati. Dobbiamo riconoscervi un “trionfo della medicina”? Mettiamo tra virgolette questa espressione perché intendiamo riferirci all’uso che ne è stato fatto da uno scrittore francese, già molti decenni fa. Il riferimento è ovviamente a Jules Romains e alla sua commedia Knock o il trionfo della medicina. Andata in scena per la prima volta nel 1923, non ha cessato di godere un successo di cartellone ininterrotto (almeno in Francia). Ne è stata fatta anche una riuscita versione cinematografica, con Jouvet nel ruolo del protagonista. La piècedescrive il “trionfo della medicina”, ad opera del dottor Knock, in un paese di provincia, Saint-Maurice. Knock è guidato da un’idea, quella che aveva sostenuto come tesi di dottorato in medicina:

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Sì, trentadue pagine in ― ottavo: Sui pretesi stati di salute, con questa epigrafe, che ho attribuito a Claude Bernard: “I sani sono dei malati che si ignorano”.

All'inizio della pièceil dott. Knock rileva la condotta medica dal vecchio dott. Parpalaid, che la lascia ben volentieri per andare ad aprire uno studio in città. Il dott. Knock fa, informalmente, un’inchiesta epidemiologica presso il collega. Lo interroga sulla morbilità e mortalità della regione, nonché sulle possibilità di farsi una buona clientela. Il paese è pieno di “reumatizzanti”, ma il dott. Knock non deve farsi illusioni. Gli spiega il dott. Parpalaid:

Alla gente di qui non verrebbe in mente di andare da un medico per un reumatismo, così come voi non andreste dal parroco per far piovere.

Quanto alle polmoniti e alle pleuriti ― prosegue il vecchio medico ― sono rare:

Il clima è rude. Tutti i neonati cagionevoli muoiono nei primi sei mesi, senza che il medico debba intervenire, beninteso. Quelli che sopravvivono sono dei fusti robustissimi. Tuttavia abbiamo degli apoplettici e dei cardiaci. Ma non ne hanno il minimo sospetto e muoiono d’un colpo verso la cinquantina.

Potremmo dire che il problema della salute a Saint-Maurice non si pone neppure sotto forma di preoccupazione per lo stato di salute soggettivo. I contadini in questione non sono inclini a osservare i sintomi, a interrogarsi su come si sentono. Ma ci penserà il dott. Knock a produrre quel cambiamento culturale ― di costumi, idee, credenze ― che porterà “l’era medica” a Saint-Maurice. La piècepresenta nel secondo atto l’esecuzione del programma.

L’avanzata della medicina avviene anzitutto sul piano delle idee. Per esempio, mediante la ridefinizione dei concetti di salute e malattia:

La salute non è che una parola e non ci sarebbe nessun inconveniente a cancellarla dal nostro vocabolario. Da parte

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mia, non conosco che persone più o meno colpite da malattie più o meno numerose, a evoluzione più o meno rapida. Naturalmente, se voi andate a dire loro che stanno bene, non domandano altro che di credervi. Ma voi li ingannate.

Ma soprattutto l’era medica si afferma sul piano dei comportamenti. Con una strategia da esperto di marketing, il dott. Knock manda il banditore pubblico ad annunciare:

Il dott. Knock, successore del dott. Parpalaid, presenta le sue felicitazioni alla popolazione della città e del cantone di Saint-Maurice, e ha l’onore di farle sapere che, in uno spirito filantropico, e per arginare il progresso inquietante di malattie d’ogni genere che invadono da qualche anno le nostre regioni una volta così salubri, farà tutti i lunedì mattina, dalle nove e trenta alle undici e trenta, una visita interamente gratuita, riservata agli abitanti del cantone.

Quale sia il risultato di quest’abile promozione di un nuovo stile di cura della salute lo scoprirà tre mesi dopo il dott. Parpalaid, quando torna a Saint-Maurice per riscuotere la sua rata per la cessione della condotta al giovane collega. Siamo al terzo atto. La locanda si è trasformata in ospedale, e non si trova un posto.

Bisogna credere che ai miei tempi la gente stesse meglio», fa notare velenosamente il vecchio dottore alla proprietaria della locanda. «Non dite questo, signor Parpalaid. La gente non aveva l’idea di curarsi: è tutta un’altra cosa.

E il dott. Knock celebra il trionfo della medicina che ha avuto luogo a Saint-Maurice difendendo il cambiamento di fronte agli scrupoli del dott. Parpalaid:

Voi mi date un cantone popolato da qualche migliaio di individui neutri, indeterminati. Il mio ruolo è quello di determinarli, di condurli all’esistenza medica. Io li metto a letto e guardo ciò che ne potrà venir fuori: un tubercoloso, un neuropatico, un arteriosclerotico, ciò che si vorrà, ma qualcuno,

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buon Dio!, qualcuno! Niente mi irrita come quell’essere né carne né pesce che voi chiamate essere sano.

La popolazione di Saint-Maurice, iniziata all’“esistenza medica” dal dott. Knock, ha imparato ad attribuire la massima importanza alla questione del “come si sente”. Ne è pienamente soddisfatta: l’ingresso nell’era della medicina è vista come un salto di qualità. È superfluo sottolineare con quali riserve Jules Romains accolga, da parte sua, questo apparente “trionfo della medicina”.

Lasciamoci per un momento contagiare dallo spirito iconoclasta di Jules Romains e immaginiamo che il “trionfo della medicina” non sia ancora completo. Manca un passaggio: quello dalla salute soggettiva alla salute oggettiva. Potremmo fantasticare che, accanto alle otto città coinvolte nel Progetto Finalizzato Invecchiamento per lo studio ILSA, anche Saint-Maurice sia inclusa nella ricerca.

Settant’anni dopo l’inaugurazione dell’era medica da parte del dott. Knock, a Saint-Maurice arrivano i ricercatori per reclutare il campione dei 704 anziani che farà parte della popolazione globale di 5632 individui, tra i 65 e gli 84 anni, dei quali si vuole misurare la salute oggettiva. Non è difficile arruolare le centinaia di anziani necessari: a Saint-Maurice da tempo non si muore più a cinquant’anni, di colpo apoplettico. Anche qui è avvenuta la “transizione epidemiologica”, che si registra nell’area dello sviluppo economico e industriale: da un regime di alta mortalità si è passati a uno di alta morbilità (questa transizione è così rilevante che all’inizio degli anni ’80 è stata creata una Health Transition Reviewper studiarla!).

Anche nell’ipotetico Saint-Maurice, quindi, si muore di meno, ma la gente è sempre più malata. Gli anziani lo sentono. Ma i ricercatori che vengono a Saint-Maurice non si accontentano di domandare loro come si sentono: vogliono sapere come stanno! Per tutti i 704 anziani di Saint-Maurice sarà eseguita la procedura prevista dallo studio ILSA: dall’intervista personale sui sintomi e sulla storia medica all’esame fisico, con vari test diagnostici. Il tutto sarà ripetuto dopo tre anni dall’inizio dello studio.

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Torna la domanda che ci ponevamo sopra: possiamo dire che, nell’ipotetico Saint-Maurice, come nelle realissime otto città coinvolte nella ricerca, abbia avuto luogo un “trionfo della medicina”? Anche senza far nostra la vis polemicadi Jules Romains contro quella medicalizzazione che sfocia alla fine in una “espropriazione della salute” (Ivan Illich), non possiamo sottrarci a seri interrogativi sull’ambivalenza che accompagna ogni nuova fase di conoscenze circa la morbilità di una popolazione.

3. Vivere con la malattia

Deve essere sopravvenuta una grande mutazione nella medicina della nostra epoca ― nonché, evidentemente, nella società e nella cultura di cui è espressione ― se “vivere con la malattia” sembra oggi una tematica estranea alla medicina, mentre era del tutto coerente con la concezione delle cure mediche trasmessaci dal passato. La scienza medica che ci è familiare è correlata con la guarigione. Gli obiettivi delle politiche sanitarie sono stati formulati, per opera delle istituzioni internazionali, in termini che, in altri contesti, non esiteremmo a definire trionfalistici: promozione della “piena salute”, “salute per tutti” (per l’anno 2000!).

È vero che la transizione epidemiologica che si registra nell’area dello sviluppo economico e industriale ha spento molti ardori millenaristici suscitati dallo sviluppo di una medicina di provata efficacia, dalla metà del nostro secolo in avanti; tuttavia ciò non ha comportato un’inversione di tendenza rispetto alla rappresentazione essenziale che ci facciamo delle cure sanitarie: la medicina serve per combattere le malattie, allontanare la morte, sconfiggere i nemici della salute.

Accogliendo il suggerimento del filosofo della medicina G.J. Annas, dobbiamo orientarci verso la metafora centrale che sostiene la pratica della medicina, intesa come una impresa militare (Annas, 1995). La popolarità che sta riscuotendo attualmente la metafora del mercato ― con tanto di aziendalizzazione, calcoli di efficienza dei servizi rapportati ai ricavi, con i pazienti promossi al ruolo di clienti ― si è sovrapposta alla metafora guerresca, senza peraltro scalzarla. C’è dunque una buona dose di provocazione nell’enunciare che come

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esseri umani dobbiamo mettere in conto che la malattia è una realtà che non può essere completamente eliminata, e che dalla medicina ci aspettiamo un aiuto anche a vivere con la malattia. Le patologie che ci affliggono non riusciremo mai a debellarle, né sul mercato riusciremo ad acquistare una merce che realizzi il sogno della piena salute.

Probabilmente i medici del passato avevano un orecchio più disposto a raccogliere un richiamo di questo genere. Non solo perché l’arsenale terapeutico di cui potevano disporre era molto modesto e la scienza medica non era stata enfatizzata come risposta a tutti i mali. La pratica medica, che ruotava ancora fondamentalmente intorno all’ascolto del malato, aveva insegnato ai più sensibili tra i medici che una buona parte dei mali per i quali si chiedono gli interventi della medicina ha radici più profonde della patologia organica e richiede perciò risposte più dalle medical humanitiesche dalla scienza medica.

Una illustrazione eloquente di questo atteggiamento è offerta dal racconto di Cechov, Un caso di pratica medica(pubblicato in originale nel 1898: riproduce, quindi, una medicina molto antecedente a quella che avrebbe preso il sopravvento nella seconda metà del nostro secolo). Il protagonista è un medico di Mosca che viene chiamato a visitare, a parecchie ore di strada dalla capitale, la figlia della proprietaria di una fabbrica. La giovane donna sta male, anche se per la medicina “non ha niente”. Con il linguaggio di oggi, la si chiamerebbe una malata “psicosomatica”. Vive praticamente reclusa con la madre vedova e una governante, accanto alla fabbrica di loro proprietà; la bruttezza fisica ne fa una naturale candidata a uno sterile celibato, mentre l’intelligenza non può che aumentare la sua infelicità.

Nelle ore che il dottor Korolëv è costretto a trascorrere accanto alla malata, in attesa di riprendere il treno il giorno dopo, si rende conto che tutta la situazione è malata: gli operai sfruttati e abbruttiti, i proprietari vittime dell’ingiustizia di cui sono gli artefici. Nel cuore della notte, passata quasi insonne, il dottore fa ancora una visita alla malata. La giovane donna gli dichiara di sentirsi incoraggiata a parlare di tutto:

Voglio dirvi cosa penso. Credo di non essere malata; ma mi tormento e ho paura, perché deve essere così e non può essere

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altrimenti. Una persona qualunque, anche la più sana, non può non inquietarsi se sotto la sua finestra vive un brigante. Sono continuamente curata. Certo, ne sono riconoscente, non contesto l’utilità della medicina, però vorrei parlare non con un medico, ma con qualcuno che fosse vicino al mio spirito: un amico che mi comprendesse mi saprebbe dire se ho ragione o torto.

― Non avete amici?

― Sono sola, ho una madre e l’amo; tuttavia sono sola. La mia vita è andata così... (...)

Sorrise nuovamente e alzò gli occhi verso il dottore. Il suo sguardo era pieno di malinconia, d’intelligenza. Parve a Korolëv che avesse fiducia in lui e volesse parlargli sinceramente; che avesse dei pensieri simili ai suoi. Ma ella taceva e forse attendeva che fosse lui a parlarle.

Egli sapeva che cosa avrebbe potuto dirle. Era chiaro che bisognava ch’ella abbandonasse al più presto quei cinque fabbricati e il milione, se lo possedeva, e che lasciasse là il diavolo che di notte l’agguantava. Era ugualmente chiaro, per Korolëv, che ella pensava lo stesso, e che aspettava che qualcuno, di cui avesse fiducia, glielo dicesse.

Disse ciò che voleva, non con un discorso filato, ma in maniera tortuosa:

Siete scontenta della vostra situazione di proprietaria di una fabbrica e di ricca ereditiera, non credete ai vostri diritti e non dormite. Questo è sicuramente meglio che se voi foste soddisfatta, e dormiste pensando che va tutto bene. La vostra insonnia è rispettabile e, checché ne sia, è un buon segno (Cechov, pp.1177 s.).

Invece di limitarsi a guarire togliendo il sintomo, il dottor Korolëv esercita quella che Jung avrebbe chiamato la funzione “pastorale” (Seelsorge) della medicina. È vero che, a suo avviso, chi si deve occupare dei fatti spirituali, connessi con la ricerca del significato, non dovrebbe essere il medico, ma il curatore d’anime; se il medico se ne occupa, è a causa della scarsa credibilità dei pastori (Jung, pp. 311-329).

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Resta il fatto che, secondo la medicina più tradizionale, la restitutio ad integrumnon è l’unico modo con cui l’arte medica opera la guarigione. Già gli scritti ippocratici di contenuto chirurgico insegnavano a distinguere tra la “guarigione totale” e la “guarigione sufficiente”, la quale si limita a ottenere che il paziente, malgrado la deformità o la limitazione funzionale che la malattia lascia nel suo corpo, possa continuare a fare la sua vita abituale (Laín Entralgo, 1988, p. 359). Il concetto di “salute sufficiente” rimanda necessariamente all’individuo e alla società in cui è inserito, all’utopia della guarigione totale e al mondo dei valori della persona.

L’incapacità della nostra cultura a mettere in correlazione vita e malattia ― considerando la malattia come un elemento intrinseco, e per alcuni versi anche salutare, della vita stessa ― ci si presenta come un fatto che corre parallelo al posto sempre crescente che è andata assumendo la medicina nell’esistenza delle persone.

4. Il “pathos” nella vita dell’uomo

Il “caso di pratica medica” immaginato da Cechov, in cui l’azione terapeutica consiste nel cercare, insieme al paziente, il senso di una patologia ― considerata un male minore rispetto a una salute che maschera una vita sbagliata ― ci invita a riflettere sul valore e sul limite della parola nella relazione medica. Ci sono situazioni in cui la parola è assolutamente fuori posto. Anche la parola buona, come quella che intende portare conforto. Ci può essere capitato di rendercene conto in presenza di persone che, in visita a qualcuno malato o colpito da lutto, moltiplicavano parole per cercare di consolare; ma sul volto di coloro che erano nel dolore non appariva la consolazione, bensì il fastidio.

Il dolore non è oggetto di conversazione, neppure di conversazione religiosa. Quando il dolore è espressione dell’irruzione del mostruoso che lacera il senso e l’ordine di una esistenza, allora l’ammutolimento è l’unico comportamento degno dell’uomo. La sua grandezza non è affatto diminuita se accetta di perdere la parola. In tali circostanze il silenzio è il grido più alto.

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Il correttivo del silenzio è raccomandabile soprattutto in ambiti che esplicitamente si riferiscono a una visione religiosa della vita. Il dolore attira, per tradizione, fiumi di parole religiose. Oltre a quelle dette, anche quelle scritte. Esiste una foltissima letteratura di tipo consolatorio rivolta a malati e sofferenti. Il dolore viene soprattutto esaltato in quella che viene chiamata talvolta “la spiritualità cristiana”. Spiritualità ― sofferenza ― accettazione sono, nella “vulgata” del cristianesimo più diffusa, considerati quasi sinonimi. Il postulato non rimesso in discussione è costituito dalla convinzione che l’atteggiamento che risponde alla qualifica di cristiano sia quello dell’accettazione della sofferenza, quale occasione di prova e condizione meritoria in senso soprannaturale (quanta esaltazione retorica è stata fatta della “buona sofferenza”!).

Esiste il serio pericolo di spacciare per sofferenza cristiana forme deviate e confinanti con il morboso. Le possiamo catalogare con il nome generico di “dolorismo”. Questa concezione non è frutto esclusivo del cristianesimo, in seno al quale può essere espressione di una polarizzazione esasperata sulla croce e il suo simbolismo (“portare la propria croce”...). La ritroviamo anche in altre antropologie che, per motivi diversi, attribuiscono al dolore una funzione centrale nella vita dell’uomo. Molta celebrazione romantica del dolore, ad esempio, vede in esso un’occasione per una crescita estetica e morale dell’uomo che lo subisce. «Gli uomini malati ― afferma Heinrich Heine ― sono veramente sempre migliori di quelli sani; solo l’uomo malato infatti è un uomo: le sue membra hanno una storia di dolore, sono spiritualizzate». E il poeta Novalis, riferendosi all’esperienza della propria vita: «Ogni novità è cominciata con una malattia».

Non sorprende il fatto che chi soffre talvolta si trovi a suo agio in posizioni intellettuali e spirituali di tipo doloristico. Uno dei rischi della sofferenza è proprio quello di erigere se stessa a valore supremo. In alcune persone la sofferenza legata a malattie fisiche o psichiche crea delle vere e proprie regressioni psicologiche, diventando il valore a cui ci si aggrappa in funzione di compensazione. Meccanismo psicologico comprensibile ma da non favorire, perché si sviluppa a danno dello sviluppo della personalità.

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A fronte di una ipertrofia di parole finalizzate a spiegare e in qualche modo a contenere il dolore, dobbiamo registrare un fenomeno antitetico: la scomparsa delle parole capaci di significare la sofferenza. La denuncia più vigorosa di questa tendenza è contenuta in un libro che ha fatto epoca: Nemesi medica, del sociologo Ivan Illich. Più di un ventennio è ormai trascorso da quel saggio, che metteva sotto accusa la medicina moderna in quanto, con la medicalizzazione delle cure, si risolve in una espropriazione della salute. Illich ha chiamato “iatrogenesi culturale” l’aspetto più insidioso del fenomeno, che ha luogo quando l’impresa medica distrugge nelle persone la volontà di soffrire la propria condizione reale. «La medicina organizzata professionalmente ― afferma Illich in quel pamphlet, che non ha perduto la sua attualità ― è venuta assumendo la funzione di un’impresa morale dispotica tutta tesa a propagandare l’espansione industriale come una guerra contro ogni sofferenza. Ha così minato la capacità degli individui di far fronte alla propria realtà, di esprimere propri valori e di accettare il dolore e la menomazione inevitabili e spesso irrimediabili, la decadenza e la morte» (Illich, 1977, p. 139).

Il culmine di questa impresa è individuato nella “soppressione del dolore”. Ciò ha portato a una società anestetizzata. Con questa espressione non si intende mettere sotto accusa quanto la medicina è in grado di fare per impedire di sentire sulla propria pelle la sferza del dolore, ma ciò che viene messo in atto per impedire che il dolore si trasformi in un’esperienza personale. Ogni cultura dispone di quattro fondamentali risorse per trasformare il dolore: parole, miti (spiegazioni religiose e mitiche del senso e della funzione del dolore), modelli morali (“arte di soffrire bene”) e farmaci. Con la medicalizzazione del dolore assistiamo alla crescita elefantiaca di quest’ultima risorsa e alla decadenza di tutte le altre.

L’atto di accusa formulato da Ivan Illich trova un riscontro illuminante nelle parole con cui recentemente il professor Daniel Weinberg, direttore della Divisione clinica dei disordini mentali dell’istituto nazionale di salute mentale (NIMH) di Bethesda, Washington, illustrava alla stampa i risultati della ricerca sulle

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malattie mentali: «Per ora della schizofrenia conosciamo veramente solo le cause genetiche, biologiche. E gli effetti positivi dei farmaci sui sintomi. Tutto il resto è poesia». Ciò che un’affermazione così carica di scientismo svaluta come “poesia”, è tutta la dimensione umana della sofferenza mentale.

La soppressione del dolore nella sua capacità significativa è correlata al processo più ampio di distacco dal corpo come “parlante”. Il “pathos” dell’uomo ha perso il valore di un messaggio da decifrare. Rispetto a questa prospettiva le professioni sanitarie hanno diversa sensibilità e ricettività. La risoluzione della patologia in linguaggio è stata operata felicemente dalla psicanalisi relativamente ai sintomi di natura psichica ed emotiva, mentre non è avvenuta per le malattie a carattere somatico. La cultura psicanalitica ― salvo rare eccezioni ― le ha trascurate, mentre quella medica le ha rese mute, togliendo loro la possibilità stessa di far udire la voce.

Questo “silenzio” del corpo si rivela, a un più attento esame, come una attribuzione implicita di “follia” dell’evento morboso. La medicina scientifica, tutta tesa all’abolizione del sintomo, tradisce una unilateralità che la rende la maggiore responsabile dell’impoverimento in senso antropologico che affligge la cultura dell’Occidente relativamente al “pathos”.

Una medicina veramente umana si costruisce solo sull’assunto ― base opposto a quello corrente, il quale implicitamente presume che la malattia abbia un carattere di “in-sensatezza”. La prassi corrente sottolinea la richiesta fatta al malato di affidarsi a chi è deputato alla cura del suo male. Le aspettative istituzionalizzate ― vale a dire, ciò che la società abitualmente si aspetta dal malato, e a cui questo deve uniformarsi se non vuole che il suo comportamento sia considerato come anomalo ― mirano esclusivamente all’abolizione del sintomo, non all’interrogazione appassionata di esso, affinché lasci nelle mani del malato qualche traccia del messaggio esistenziale che ha per lui. L’uomo malato viene così apparentemente decolpevolizzato, mentre in realtà è deresponsabilizzato.

La conquista del senso nascosto nel “pathos” partecipa del carattere notturno e misterioso della lotta di Giacobbe con l’angelo (cfr. Gen. 33,23-33). La benedizione che rimane nelle mani del

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lottatore può avere un carattere doloroso, che lo costringerà a zoppicare per tutta la vita. Nel quadro dell’antropologia teologico-biblica, là dove la guarigione è iscritta dentro l’opera della salvezza, l’emergere del senso della sofferenza ci appare come un momento costitutivo del processo della “soterìa” (una realtà più vasta della guarigione in senso clinico, in quanto partecipa del carattere trascendente della salvezza). L’acquisizione di senso ottiene che dalla passività distruttiva di ciò che l’uomo subisce nel corpo scaturisca una possibilità di crescita.

Il senso non può essere donato a nessuno: va trovato all’interno dell’esperienza, grazie a un vero e proprio “lavoro semantico”. La creazione del senso della propria patologia è come una porta che si apre solo dal di dentro: nulla si ottiene cercando di forzarla. Ma la ricerca può essere facilitata o impedita. Chi si vuol porre in relazione d’aiuto ― come professionista sanitario o come essere umano solidale ― ha bisogno più di esprit de finesse che di esprit de géométrie. Dovrà ricorrere ― in un dosaggio ogni volta da inventare ― all’azione e alla omissione (nel senso di rinuncia a operare con ostinazione), alla parola e al silenzio, alla presenza e alla distanza.

5. Malessere e “mal d’essere”, benessere e essere bene

A questo punto, dopo questo ampliamento dell’orizzonte problematico con considerazioni di natura propriamente antropologica, possiamo ritornare alla nostra questione: che cosa dobbiamo fare perché la medicalizzazione della vita non si traduca in “espropriazione della salute”? Come impedire che la nostra conoscenza dello stato oggettivo della salute diventi un “trionfo della medicina”, nel senso di una colonizzazione indebita della vita con interventi che non sono appropriati? La risposta rimanda necessariamente a una problematizzazione del senso e fine della medicina. Credo che non sia difficile raggiungere il consenso almeno su alcune indicazioni generali:

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― ognuno di noi ha bisogno di una medicina che sia a servizio della sua salute, non di un’idea di salute che faccia astrazione dai condizionamenti specifici della persona. Ad esempio, la medicina per l’anziano non può essere l’estensione alla vecchiaia del modello della “medicina riparatoria”, che pur è perfettamente adeguata per altre fasi della vita. Un vecchio può essere “sano” anche se ha l’artrite al ginocchio ed è duro d’orecchio (per non parlare dei valori del colesterolo nel sangue...!). Le procedure diagnostiche e terapeutiche non devono essere cieche rispetto al fattore età, così come ai valori e alle preferenze individuali;

― dobbiamo essere sempre più consapevoli che i malesseri che ci affliggono sono molte volte espressione del “mal-d’essere”. L’espressione rimanda a una patologia che si può diagnosticare con strumenti diversi da quelli che ha a disposizione la medicina di laboratorio. L’aver escluso sistematicamente la dimensione del “pathos” ― inteso come una componente ineliminabile dell’esistenza umana ― che ha origine da una vita come intrinsecamente limitata, ha prodotto una distorsione, che si esprime in un “mal-d’essere”. Le più sofisticate apparecchiature diagnostiche non sanno distinguere i malesseri somatici dal “mal-d’essere”; invece il medico come persona ― qualora decida di far ricorso alla propria umanità come fondamentale strumento diagnostico ― può operare tale discernimento;

― se ciò è vero, ne consegue che il benessere presuppone “l’essere bene”. Non possiamo immaginare un vero benessere umano che sia privo di dimensioni essenzialmente etiche, capaci di dare una direzione al nostro modo di comprendere la salute e la malattia, la vita e la morte. Non sto proponendo una fuga nello spiritualismo; ma non nascondo la mia convinzione che una risposta ai problemi della patologia che incontriamo nelle diverse vicende della vita non possa prescindere dalle risorse interiori dell’uomo. Questa spiritualità non è monopolio di nessuna religione e di nessuna antropologia specifica, in quanto da sempre se ne è fatta portavoce la philosophia perennis.

Forse non è inopportuno ripercorrere, seguendo una traccia letteraria ― il romanzo La coscienza di Zeno, pubblicato nel 1923,

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lo stesso anno in cui J. Romains proponeva il suo dottor Knock! ― lo sviluppo di un personaggio di Italo Svevo, alla conquista di un diverso atteggiamento nei confronti della salute. La parte essenziale del cammino è tutta interiore: «La salute non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio. Solo noi malati sappiamo qualcosa di noi stessi», sentenzia il protagonista Zeno Cosini. Dopo aver tentato tutte le analisi e tutte le risorse terapeutiche, il punto di pacificazione è solo quella crescita in saggezza che è la suprema terapia dei mali dell’uomo:

«Io soffro bensì di certi dolori, ma mancano d’importanza nella mia grande salute. Dolore e amore, poi, la vita, insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole».

Riferimenti bibliografici

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CechovA.P., Racconti, Garzanti, Milano, 19937.

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JungC.G., «I rapporti della psicoterapia con la cura d’anime», in Opere, Boringhieri, Torino, 1969-1992, vol. XI.

RomainsJ., Knock ou le triomphe de la médecine, Gallimard, Paris, 1989 (1aediz. 1923).

SvevoI., La coscienza di Zeno, Roma, Frassinelli, 1995 (1° ediz. 1923).

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Chi curare?

La fragilità nella storia del pensiero sanitario

Dobbiamo destinare le risorse sanitarie alla cura delle persone fragili? Ancor prima di aver proceduto alla necessaria specificazione dei destinatari delle cure, ci rendiamo conto che la formulazione stessa della questione rischia di sembrare di natura retorica, in quanto la risposta è obbligata. Un a priori ― che è inscindibilmente sociale, politico ed etico ― ci impedisce di escludere dall’orizzonte del nostro interesse coloro che hanno bisogno di cure mediche e di assistenza, pur non avendo i mezzi economici di procurarsele in modo autonomo. Abbiamo buoni motivi per essere fieri di una civiltà che si senta obbligata a inserire i più fragili nella trama delle cure.

Il dibattito si sposta allora sul “come” reperire le risorse per assicurare un’assistenza che diventa sempre più onerosa; il “perché” occuparsi dei fragili viene dato per scontato (oppure riservato all'ambito

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dell’esortazione morale, delle intenzioni o della spiritualità, là dove si attinge la spinta morale per un’attività molto esigente e logorante, quale è quella di occuparsi di malati che non vanno verso la guarigione, ma sono inchiodati nella cronicità). Eppure proprio questo interrogativo si dimostra il più fecondo, perché ci obbliga a renderci conto che le diverse giustificazioni ― il “perché”, appunto ― che possiamo dare alla cura dei più deboli determina le risposte pratiche. Il “perché” e il “come”, in altre parole, sono inestricabilmente connessi.

Volendo ripercorrere le diverse formulazioni che la cura e l’assistenza delle persone fragili hanno avuto nella storia culturale che sta alle nostre spalle, incontriamo dei modelli costanti. In modo schematico, il pensiero e le prassi sanitarie possono essere raggruppate attorno a quattro modelli fondamentali: le concezioni naturalistiche, il modello dell’ideale messianico, l’orientamento liberistico e quello mutuato dallo stato sociale. I modelli evidenziano valori diversi e presuppongono concezioni antropologiche e sociali non sovrapponibili l’una all’altra. Si sono sviluppati in senso diacronico, in epoche successive, e hanno una vitalità che ha permesso loro di trovare formulazioni nuove in contesti differenti.

1. Il modello naturalistico

Il primo dei fili che intessono la tradizione della medicina occidentale si sviluppa a partire da una posizione di riserva, o addirittura negativa, rispetto all’obbligo di fornire cure mediche a determinati gruppi di malati. Secondo questo modello, esistono dei limiti all’azione terapeutica, stabiliti dalla natura stessa. L’ampia categoria dei “fragili” può essere utilizzata per designare coloro che si trovano al di fuori dell’ambito in cui le cure sono giustificabili. Al terapeuta si domanda di discernere tra l’una e l’altra categoria, perché rivolgere le cure alle categorie che dovrebbero esserne escluse è sbagliato, dal punto di vista medico o secondo le esigenze dell’etica.

La posizione è rappresentata in modo evidente dall’antica medicina greca, nata dallo sforzo sistematico di riportare sia la spiegazione dei fenomeni patologici, sia la risposta terapeutica della medicina

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sul piano delle cause naturali, sottraendolo alla prospettiva religiosa. Il programma di questa medicina è limpidamente riassunto da un passo di Ippocrate: «Chi segue in tutto un piano razionale, non cambi il piano neppure se non sopravvengono fatti conformi ad esso, qualora resti del suo avviso iniziale» (cfr. Vegetti, 1970, p. 126 ss.). La conseguenza di questa decisa collocazione che demarca la medicina come scienza naturale dalle pratiche religiose e magiche è il carattere “naturalistico” che connota l’arte del guarire. Ciò vuol dire che il medico si colloca a fianco del malato, come suo alleato, per combattere i fatti patologici ― secondo il celebre aforisma ippocratico: «L’arte ha tre momenti: la malattia, il malato e il medico. Il medico è il ministro dell’arte: si opponga al male il malato insieme al medico» ― ma sempre entro il vincolo costituito dal rispetto della physis, cioè della natura.

Non solo la medicina greca è “fisiologica”, ma lo è anche l’etica che la sottende. La cultura moderna ci ha insegnato a contrapporre l’aspetto morale a quello fisico, il regno della libertà a quello della necessità; per i greci, invece, è buono ciò che occupa il suo posto nel kósmos, quale insieme ordinato di cose. Il concetto stesso di etica è quindi rigorosamente naturalistico.

Un altro elemento essenziale nel quadro antropologico della medicina greca è la definizione della salute come disposizione “naturale” (katà physin) e della malattia come disposizione “antinaturale” (parà physin). All’interno di quest’ultima vennero ben presto differenziati due tipi di malattie: quelle “per necessità ineliminabile della natura” e le malattie “casuali”. Queste ultime colpiscono l’uomo solo accidentalmente, mentre le altre aggrediscono la sua essenza o sostanza. Pertanto nei confronti delle prime l’arte del medico è efficace, mentre non lo è per le altre.

Si può dire che le prime sono “curabili” attraverso la tecnica medica, mentre le seconde sono generalmente “incurabili”; l’unica cosa che il medico può fare è alleviare le sofferenze del malato (cfr. Laín Entralgo, 1970). Per il medico è molto importante sapere quali mali possono essere curati e quali non possono esserlo. Come sentenziano gli aforismi ippocratici: «Quelle malattie che i medicamenti purgativi non curano, le cura il ferro; quelle che il ferro non cura, le cura il fuoco; quelle che il fuoco non cura, devono essere considerate incurabili» (Aforismi, VII, n. 87).

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Una lettura utilitarista di questo atteggiamento è quella che lo riconduce all’importanza per il medico ippocratico di saper prevedere fin dal primo contatto con il malato l’eventuale esito letale del male, affinché la morte non sia addebitata alla sua incompetenza: la capacità prognostica, infatti, era il principale strumento di cui si serviva una medicina la cui potenzialità terapeutica era quasi inesistente (cfr. la voce “Medicina ippocratica” in Dizionario di storia della salute, Einaudi, 1996). Senza escludere completamente un’interpretazione del comportamento dei medici come rivolto a proteggere la loro reputazione e la loro immagine nella società, non possiamo ignorare altre dimensioni del modello naturalista. Compreso il fatto di obbedire a un’etica coerente con questa impostazione.

Un aspetto etico era costituito dall’orientamento a una nozione di giustizia intesa come “aggiustamento” all’ordine della natura. L’ordine giusto si identifica con il bene comune; ma il bene comune non è uguale per tutti: dipende dalla posizione che ognuno occupa per natura nell’ambito della società. La giustizia applicata alle cure sanitarie richiede che ciascuno riceva proporzionalmente alla sua posizione 2. In base a questa nozione di giustizia, che indica una proporzionalità secondo natura, per tutta l’antichità e durante il medioevo si distinsero tre grandi livelli di assistenza medica: quello degli strati più poveri della società (servi, schiavi...), quello degli artigiani e quello dei cittadini liberi e ricchi. Secondo il modello naturalista, quindi, non sarebbe giusto trattare i “fragili” dal punto di vista

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medico ― comprendendo nella categoria quelli che vanno verso la morte, i cronici e coloro che non possono essere restituiti alla salute ― allo stesso modo di coloro che fragili non sono.

Non possiamo ignorare che il discernimento tra ciò che rispetta la natura e ciò che ne viola le leggi aveva anche una connotazione religiosa, che non è andata perduta neppure quando l’arte terapeutica ha assunto come suo campo di azione quello della scienza. La concezione è rispecchiata nel linguaggio del mito. In quello che riporta la vicenda di Asclepio, l’eroe primordiale dell’arte medica, così come è riferito da Pindaro nell’ode Pitica terza, la trasgressione come superamento dei confini naturali (hybris) costituisce il pericolo intrinseco della medicina. Asclepio, infatti, iniziato dal centauro Chirone all’arte di “guarire i morbi dolorosi degli uomini”, sarebbe morto fulminato da Giove. La sua colpa: aveva accettato, per denaro, di procedere a un atto terapeutico illecito, salvando dalla morte un uomo destinato dalla natura a morire (“rapire da morte un uomo ormai catturato”).

Nella concezione naturalistica la vera forza terapeutica è la vis sanatrix naturae. Il medico possiede solo una potenza che gli viene prestata, per breve tempo, per porsi a servizio della natura stessa. Egli è un medico tanto più bravo, quanto più si piega all'insightdell’inevitabile 3. Anche per la medicina il naturalismo richiede un discernimento che si fonda su una virtù che Aristotele ha chiamato phrónesise i latini prudentia, vale a dire la “capacità di distinguere ciò che è buono”. La physiscostituiva la base dell’etica, la

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norma della moralità essendo data dall’applicazione del logos(ragione) alla conoscenza dell’ordine della physis. In altre parole: è buono ciò che segue l’ordine della natura, è cattivo ciò che altera questo ordine.

L’assunzione della medicina “fisiologica” dell’antichità da parte del cristianesimo medievale ha rafforzato questa concezione naturalistica: l’uomo deveadattarsi all’ordine della natura, che in ultima analisi è un ordine divino, in quanto Dio è creatore della natura e delle sue leggi; ciò facendo egli realizza la “giustizia” (nel senso fondamentale di “giustezza o aggiustamento” alle leggi naturali) e la “virtù”. Ma l’orientamento alla lex naturalis, come partecipazione alla lex aeterna, non offre più un criterio di discernimento per l’uomo della nostra epoca. Caratteristica della tecnica moderna, a differenza di quella greca e medievale, è di produrre “artificialmente degli esseri naturali” (per usare una formula del filosofo spagnolo Xavier Zubiri). Non produce più solo degli “arte-fatti”, contrapposti alle realtà naturali, ma interviene in zone sempre più ampie dell’essere vivente, producendo le stesse cose della natura e dotate della stessa attività naturale. L’“artificialità” non è più, in sé, un criterio negativo di valutazione morale 4.

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Alla diversa logica della tecnica si sovrappone il posto che nella cultura contemporanea viene attribuito al desiderio. Ambedue tendono a porre la soggettività al di sopra di ogni norma etica; anzi, la bontà morale dell’azione viene correntemente commisurata sulla sua rispondenza al desiderio: è bene ciò che porta al soddisfacimento di ciò che è sentito soggettivamente come desiderabile. Non si accetta un principio regolatore del desiderio, come se questo non avesse altra regola che se stesso. La logica tecnica, d’altra parte, induce a perseguire ogni fine realizzabile, spingendo il progetto di dominio della natura fino alla completa disposizione del proprio corpo. In fondo a questo progetto si delinea la figura mitologica dell'autopòiesis, cioè l’autocreazione dell’uomo.

Più che altri settori della medicina nei quali pur si esprime il ruolo principe che assume il desiderio ― da quello più ovvio della medicina estetica al ricorso alle tecnologie nell’ambito della cosiddetta “procreatica”, con il variegato ricorso alle tecnologie applicate alla riproduzione ― il prolungamento della vita illustra la ripercussione che l’atteggiamento moderno verso la natura ha nei confronti della fragilità. La riemergenza del problema dei limiti è dovuto alla riflessione sistematica su questo tema che da circa dieci anni sta svolgendo il filosofo della medicina Daniel Callahan, nell’ambito dello Hastings Center di New York, di cui è stato direttore. Lo ha fatto con opere che hanno suscitato un acceso dibattito. Ricordiamo: Setting limits: Medical goals in an aging society(1987), What kind of life: The limits of medical progress(1990) e The troubled dream of life: Living with mortality(1993). Anche la ricerca internazionale promossa e coordinata dallo Hasting Center: “Gli scopi della medicina: nuove priorità” (1997) si muove nella stessa direzione.

Daniel Callahan è stato uno dei primi ad avvertire che la bioetica, che negli anni ’80 è diventato un discorso pubblico di ampia risonanza, era chiamata a spostare la sua attenzione dai problemi derivanti dai diritti personali e dalla tutela dell'autonomia dei pazienti nelle scelte cliniche ai problemi della giustizia. Piuttosto a disagio nei confronti della bioetica standard (quella centrata sui dilemmi morali e sulle scelte talvolta tragiche che l’individuo è chiamato a fare, ed eventualmente sulle linee-guida che possono aiutare a risolvere tali

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conflitti), Callahan è invece interessato ai cambiamenti che la medicina introduce nella società, nel nostro modo di considerare la vita, nella cultura di cui facciamo parte.

Una di tali trasformazioni critiche è la conquista della vecchiaia da parte della medicina, a partire dalla acquisita capacità di prolungare la vita umana. Tentar di procurare cure sanitarie sempre più efficaci per gli anziani è diventata la più estesa delle frontiere della medicina. Un ideale anche di natura morale: si rifiuta come una discriminazione indegna della medicina l’idea che l’età del paziente possa essere una variabile da prendere in considerazione, qualora ci siano i mezzi tecnici di potergli portare dei benefici (gli standard di trattamento vogliono essere programmaticamente ciechi nei confronti dell’età).

Callahan mette in discussione gli assunti fondamentali di tale concezione. La versione semplificata della sua tesi, messa in circolazione dai media, è stata identificata con la proposta di sottrarre le cure mediche alle persone anziane, dopo una certa età: intanto perché è dubbio che queste cure diano agli estremi anni strappati alla morte una qualità tollerabile; e poi perché, anche se lo volessimo, ben presto non ce lo potremmo più permettere, per l’aumento delle spese per la sanità e la modifica della curva demografica.

Ma il progetto di Callahan ha maggior spessore di quello che la divulgazione semplificata del suo pensiero lascia indovinare. La crisi dell’allocazione delle risorse è il solo punto di partenza per interrogativi più fondamentali: se dobbiamo cominciare a fare delle scelte e a stabilire delle priorità nella distribuzione delle risorse, diventa prioritario decidere che cosa vogliamo che la medicina nel suo insieme faccia per noi. In altri termini, la crisi finanziaria della sanità ci offre una preziosa occasione, anche se dolorosa, di sollevate degli interrogativi di fondo sulla salute e sulla vita umana, sugli obiettivi della medicina e della sanità contemporanea. Le poste in gioco sono quindi sostanzialmente le questioni antropologiche.

In questo quadro vanno lette le considerazioni di Callahan sulla necessità di “porre dei limiti”. La sua proposta non si riduce a un razionamento delle scarse risorse sanitarie, ma fondamentalmente richiede di considerare la vita umana come limitata. Callahan parla di natural life span: la vita si sviluppa “naturalmente” entro un arco

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temporale, che comprende un inizio, una crescita, una decadenza e una fine, con la morte come suo correlato naturale. Siamo incapaci, e lo saremo inevitabilmente anche in futuro, di fare felici gli anziani spendendo sempre più per la loro sanità. L’incapacità è connaturata a una cultura che non sa pensare la vita umana nell’orizzonte del limite. Anche se, per ipotesi, le risorse ci permettessero sforzi sempre maggiori per curare le malattie ed estendere i limiti cronologici delle nostre vite ― aiutando sempre più persone a vivere sempre più a lungo ―, non andrebbe a nostro beneficio seguire questa strada.

Anche quanto Callahan ha scritto sull’allocazione delle risorse va ricondotto a una riflessione sui limiti del progresso medico. Il problema della sanità non è quello che appare in superficie, cioè una questione di maggiori finanziamenti, di efficienza e di giustizia nell’accesso alle cure. È piuttosto una crisi circa il significato e la cura della salute, circa il posto che la ricerca della salute deve avere nella nostra vita; in definitiva, riguarda il “tipo di vita” (What kind o flife) ― la “buona vita” ― da condurre. Per questo la soluzione della crisi non sarà offerta dal ricorso a terapie meno costose o a nuove e più efficienti strategie di servizio sanitario. Bisogna imparare a “vivere con la mortalità” (Living with mortality).

La direzione in cui Callahan propone di muoverci presuppone una distinzione tra gli interventi medici destinati a curare le malattie e quelli rivolti a prendersi cura del malato. Come società, non possiamo permetterci di curare ognuno, ma dobbiamo invece sentirci obbligati a prenderci cura di tutti. Compito della società è di migliorare il carattere della vita nel suo insieme, di contenere il periodo di morbilità che affligge l’ultima parte della nostra vita, di prevenire morti premature. Parallelamente, siamo chiamati a favorire il cambiamento che ci permette di trasformare il nostro modo di comprendere la malattia, la vita, la salute e la morte: in definitiva, di rimediare a una pericolosa mancanza di direzione morale.

L’argomentazione antropologica di Callahan sui limiti “naturali” da rispettare sfuma in una perorazione per il recupero di un atteggiamento rispetto alla vita ispirato alla saggezza: «La medicina moderna è stata la beneficiaria della fede nel progresso e della volontà di perdonare i fallimenti della tecnologia ― e questo è abbastanza insolito ―, forse perché abbiamo lasciato che

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la nostra fede e la nostra speranza si allontanassero dal senso comune. È ancora tempo di fermarsi e di capire che siamo ancora creature finite e limitate» (Callahan, 1994, p. 85). Il naturalismo, che ha avuto la prima formulazione nella medicina greca, non ha ancora esaurito la sua carica propulsiva, obbligandoci a ripensare il senso e il limite delle attività di cura.

2. Il modello messianico

Il mondo classico è arrivato indubbiamente a formulare l’ideale a cui il medico deve aspirare e gli obblighi che acquisisce nei confronti del malato in termini di misericordia, di solidarietà, di fratellanza universale: in una parola, come “etica della filantropia”. In particolare, quando sul filone della concezione ippocratica si è innestato l’umanesimo stoico, ha preso forma un modello di pratica della medicina che richiedeva al medico specifiche virtù professionali. L’espressione più compiuta si trova negli scritti di Scribonio Largo (I sec. d.C.), per il quale il medico come filantropo deve misericordia et humanitasa ognuno dei suoi malati, sulla base della fratellanza fra gli uomini. L’amore dell’umanità, che si esprime in un sentimento di simpatia universale, diventa la virtù professionale del medico (Laín Entralgo, 1969).

È legittimo chiedersi se l’ideale etico del medico formulato dal cristianesimo delle origini si collochi in posizione di continuità o di rottura con il modello di umanesimo medico espresso dal mondo pagano. La risposta alla domanda non è semplice: è imbricata con le questioni fondamentali del rapporto tra fede e storia, chiesa e cultura, trascendenza della salvezza offerta e incarnazione del messaggio. Possiamo individuare due linee di orientamento, che identifichiamo rispettivamente come sincretistica e apologetica. La prima ha “cristianizzato” l'ethosmedico che si era coagulato intorno al giuramento ippocratico, considerando quell’etica come naturalitercristiana. L’alta considerazione del medico in ambiente cristiano, in quanto la sua attività lo fa assomigliare al Cristo terapeuta, ha favorito l’assimilazione dell’ideale del

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medico filantropo, che esercita la professione con amore disinteressato nei confronti di tutti coloro che hanno bisogno della sua opera.

La seconda linea è quella che ha evidenziato piuttosto i cambiamenti che il cristianesimo ha introdotto nell’eredità greco-romana, con l’intenzione di metterne in evidenza la superiorità. Questo orientamento si è espresso soprattutto nel tema del Christus medicus. Nella letteratura patristica il motivo del “Cristo medico” è presente in Girolamo, Ambrogio, Agostino e in diversi Padri minori. L’analisi teologica delle citazioni (Hübner, 1985) ha messo in evidenza che la tematizzazione di Cristo come medico non è stata fatta per dibattere questioni etiche; l’immagine del Christus medicusera utilizzata prevalentemente per interessi dogmatici, o piuttosto catechetici: i Padri latini se ne servivano per spiegare come avviene la redenzione, presentando il Cristo come il medico che per mezzo della grazia risana la natura corrotta.

Gli aspetti pratici dell’attività terapeutica del medico sono nella letteratura patristica accennati solo di sfuggita. Nel rapporto tra medico e paziente si evidenzia un contrasto: mentre è il malato che deve rivolgersi al medico, il medico divino assume lui l’iniziativa con il paziente; si parla del gusto amaro delle medicine che vengono prescritte e dell’efficacia del farmaco che guarisce le cause: sono solo spunti retorici per illustrare il processo della salvezza inteso in senso teologico.

Oltre alle implicazioni per la dottrina della soteriologia, il motivo del Christus medicusha svolto anche una funzione apologetica: il titolo di “Medicus” è stato attribuito a Cristo per contrapporlo a Esculapio, il dio greco della medicina. La tesi è stata difesa nel XIX secolo da A. von Harnack e da altri storici, i quali ritenevano che la devozione popolare a Esculapio costituisse una minaccia per il cristianesimo (Harnack, 1892). Il culto asclepiadeo era concentrato in alcuni santuari; i più celebri tra i circa 200 santuari nell’ambito greco-ellenistico si trovavano a Epidauro, Kos, Pergamo, Roma. Il santuario di Epidauro, in particolare, è stato descritto come una Lourdes dell’antichità...

La ricerca storica contemporanea tende a minimizzare la contrapposizione di Cristo medico a Esculapio (Schadewaldt, 1967). L’ostilità degli apologisti cristiani nei confronti di Esculapio è della stessa natura di quella che ha indotto la chiesa antica ad avversare le

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divinità greco-romane e la mitologia pagana, senza che al dio della medicina possa essere attribuito un ruolo particolare di contraltare all’immagine del Salvatore proposta dal cristianesimo. Tuttavia è legittimo sostenere che tra i due culti esisteva una diversità fondamentale circa l’universalità della salvezza. A differenza di Esculapio, che si accosta solo a qualcuno, il Cristo “Soter” porta la salvezza a tutti.

Questa concezione di natura religiosa non è stata priva di conseguenze per quanto riguarda il rapporto tra medico e malato. I cristiani non hanno certo inventato la medicina, che nel mondo classico aveva autonomamente sviluppato sia una grande tradizione scientifica, sia un nobile ethos; ma il cristianesimo ha trasferito in essa un’esigenza di universalismo, che affonda le radici nella dottrina teologica dell’universalità della salvezza rivolta a tutti gli uomini, senza distinzione. In forza di questa universalità, il medico cristiano si sente rigorosamente impegnato verso qualsiasi uomo sofferente. Notava l’imperatore Giuliano, nel IV sec.: «Ciò che fa forti [i cristiani] è la loro filantropia nei confronti degli estranei e dei poveri... È vergognoso per noi [pagani] che i galilei non esercitino la misericordia solo con quelli che condividono la loro fede, ma anche con quelli che venerano gli idoli» (cfr. Schipperges, 1965).

Una prima conseguenza pratica: la deontologia medica classica, che escludeva gli inguaribili dal trattamento, non poteva più essere accettata dal punto di vista cristiano. Il medico del mondo classico si asteneva dal curare i malati per i quali non c’erano prospettive di guarigione, non per carenza di etica professionale, ma per un motivo fondamentalmente religioso. La medicina ippocratica, infatti, affidava come compito al medico quello di agire secondo la physise il logos. Non forzare la natura era quindi espressione di una certa pietas physiologica.

La sequela del Cristo conduceva invece ad anteporre la philanthropiaalla physiophilia, superando la concezione di una natura divinizzata. La cura dei malati più abbandonati e dei derelitti diventò perciò un segno caratteristico della caritascristiana e della missione della chiesa. I primi ospedali, sorti nel IV sec., dopo la svolta costantiniana, sono un’espressione di quella cura dei malati senza discriminazione, con predilezione per coloro che la scienza medica abbandona, che deriva direttamente dall’insegnamento evangelico.

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Dietro il motivo teologico del Christus medicuscome simbolo della salvezza universale pulsa il ricordo storico della dedizione di Gesù ai malati. Esso ha influenzato la pratica sanitaria propria della chiesa antica. Ne è derivato anche un nuovo tipo di rapporto con il malato, che si discosta da quello in vigore nella medicina dell’antichità. Anche quando il modello etico derivato dall’ideale della filantropia avrà raggiunto la sua espressione più compiuta, nella medicina pre-cristiana si nota una considerevole distanza e freddezza nel rapporto tra medico e paziente. La comunità cristiana, invece, non abbandona i malati, ma li fa piuttosto oggetto di un’attenzione particolare.

Il motivo del Christus medicus, benché si sia sviluppato con preoccupazioni principalmente dottrinali, ha svolto anche il compito di fornire nuovi parametri di comportamento in ambito sanitario. In obliquo, ha connotato un modo nuovo di fare il medico, con una passione per l’uomo colto nella dimensione della fragilità. Un indice che il motivo non avesse solo valore simbolico, con riferimento alla redenzione, è costituito dal fatto che è stato usato con predilezione proprio dai Padri che, come Agostino e Ambrogio, si sono occupati di più della cura dei malati.

Il medico che si ispira al cristianesimo trova perciò nella sequela di Gesù un nuovo ethos. Poiché il Cristo nel motivo del Christus medicusviene descritto come il «medico eccellente che si interessa solo del bene del paziente» (Clemente Alessandrino, † 212), anche il medico cristiano deve concepire se stesso come strumento di Dio, con la philanthropiadivina come motivazione. Come afferma Gregorio di Nissa († 395) in una lettera al medico Eustasio, suo amico (OperaIII, 1,1): «Per tutti voi che esercitate la medicina, l’amore degli uomini è un’abitudine quotidiana. Mi sembra perciò che giudichino bene, senza esagerare, quelli che pongono la vostra scienza al di sopra di tutte nella vita».

Indirettamente viene espressa una grande considerazione per il medico che agisce come il Cristo, dando alla philanthropialo stesso orizzonte della soterìa. In questo senso anche il rapporto medico-paziente ha ricevuto una nuova dimensione dall’avvento del cristianesimo. Il confronto fra l'ethosdel medico dell’antichità greco-romana e quello che si è venuto gradualmente formulando all’interno della

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comunità cristiana ci permette di individuale l’elemento che specifica l’etica medica ispirata alla sequela messianica. Il principio formale dell’etica delle primitive comunità cristiane è l’azione modellata su quella del Cristo storico.

In questa prospettiva il malato diventa un luogo privilegiato della prassi messianica e l’attività terapeutica acquista, secondo il significato etimologico originario di therapeuein, il valore di un “servizio”. Per riprendere un’espressione del cristianesimo medievale, che si riferiva agli infermi chiamandoli “i signori malati”, questi non sono oggetto di assistenza, ma piuttosto dei “signori” da servire. Questo ideale etico si demarca da quello naturalistico, in misura analoga a quanto le virtù teologali si differenziano dall’intenzione filantropica.

Che cosa, in concreto, implichi l’assunzione del modello messianico nei confronti dei malati emerge dai tratti che conosciamo della comunità cristiana delle origini. In essa il malato è considerato un membro cui spetta un posto privilegiato all’interno della comunità. Gli occhi del credente vedono la sua vera realtà, al di là che ciò che gli occhi della carne riescono a scorgere. E anche là dove la visione degli occhi, sia pure illuminati dalla fede, fa difetto, le mani hanno accesso diretto alla realtà della salvezza.

Secondo la formulazione di Mt 25,37-40, nel malato c’è Gesù stesso («Signore, quando ti abbiamo visto malato o prigioniero, e ti abbiamo visitato?... In verità, ogni volta che lo avete fattoal più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me»). La mano del credente, posta nella sequela messianica, si apre a condividere, secondo le esigenze radicali della comunità fraterna (cfr. At 2,44-47) e a «sostenere i deboli e gli infermi» (cfr. 1Ts 5,14). È ancora la prassi della mano quella che vediamo nell’unzione con l’olio, che allevia il dolore e salva il malato (cfr. Gc 5,14-16).

La speranza si traduce in una pratica dell’assistenza ai malati atipica rispetto a quella della società, compresa la pratica d’Israele veterotestamentaria. Guardando all’assistenza agli infermi messa in atto dalla comunità cristiana dei primi secoli, Origene († 255 ca.) poté scrivere, con tono di leggero trionfalismo apologetico: «Con i loro bei discorsi, Platone e gli altri saggi greci sono simili a quei medici che trattano solo le classi elevate e disprezzano la

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gente del volgo; mentre i discepoli di Gesù si preoccupano che tutta la tavola riceva un alimento sano» (Contra Celsum, 7, 60).

L’attività terapeutica che si sviluppa sulle orme del Messia affonda le radici nelle virtù teologali e fiorisce in comportamenti di ampiezza universale, altruistici e disinteressati nella motivazione. La professionalità del medico che vi si ispira non ha bisogno di complicati codici deontologici, in previsione dei diversi casi che si possono presentare. Anche perché questa medicina, ricca di sentimenti di amore e di accoglienza, è stata tradizionalmente povera, fino ad epoca molto recente, di mezzi terapeutici veramente efficaci. L’ospedale, che raccoglie pellegrini e poveri, non è un luogo dove viene praticata la guarigione, ma piuttosto dove colui che non può guarire viene amorevolmente assistito, fino alla sua morte. Della città ospedaliera di Cesarea, fondata da Basilio († 379), Gregorio Nazianzeno († 390) scriveva: «La malattia vi era sopportata con pazienza; la disgrazia era considerata con gioia e veniva messa alla prova la compassione di fronte alla sofferenza altrui» (In laudem Basilii, 43).

Non molto di più si può dire degli ospedali medievali, la cui funzione era quella di permettere ai malati di fare una morte cristiana. In quelle istituzioni si praticava un’etica della morte, più che un’etica della malattia (a differenza di ciò che avveniva nella medicina per ricchi e altolocati: la minuziosa deontologia scolastica valeva per il medico che si occupava delle classi privilegiate, in senso sociale ed economico).

Che questa prospettiva non sia oggi del tutto anacronistica lo dimostrano iniziative come quelle di Madre Teresa di Calcutta, rivolte a raccogliere i morenti della strada e permettere loro una morte umana. È una riemergenza, ad alta densità simbolica, dell’etica della sequela messianica, che ha dato frutti così luminosi in ogni epoca della storia della chiesa: dagli ospedali dell’antichità e del medioevo alle diverse istituzioni create per assistere handicappati fisici e mentali, considerati dalla società come casi-limite che non rientrano nello standard di coloro che fruiscono dell’assistenza medica (come i vari ‘cottolenghi’, cronicari ecc.). L’estensione di questa attività di assistenza ai malati di Aids dei nostri giorni non è che un’ulteriore illustrazione della mobile frontiera della medicina messianica.

La prassi che ha ricevuto il nome di “accompagnamento dei

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morenti” è diventata un argomento di grande attualità anche nel mondo occidentale sviluppato. Anzi, soprattutto in questa parte del mondo. Un infausto concorso di diversi fattori culturali ha spinto i morenti ai margini estremi della nostra società, facendone i più poveri tra i poveri. La tabuizzazione della morte, infatti, stringe intorno al morente una cortina di reticenze, di dissimulazione o di menzogne, che produce come risultato finale la solitudine più totale di colui che affronta la morte.

La scienza medica, d’altro lato, è tutta sbilanciata sul fronte della lotta contro la malattia e del prolungamento della vita. Persegue questo obiettivo anche quando l’azione terapeutica si manifesta come insensata e controproducente: più che prolungare la vita, infatti, prolunga l’agonia e impedisce che la fase finale della vita si concluda nella dignità che spetta a un essere umano. Il furor sanandiche porta talvolta il medico a impiegare tutto l’arsenale terapeutico di cui dispone, senza domandarsi se ciò sia auspicabile e se faccia effettivamente il bene del malato, ha creato una situazione diffusa di morte sempre più disumana. In queste condizioni l’impegno medico, per quanto lodevole nelle sue intenzioni, è disastroso nei risultati; non aggiunge, infatti, vita alla vita, ma solo sofferenze a un morire dilatato nel tempo.

Non è per caso che proprio negli ambienti segnati da una sensibilità cristiana verso gli ultimi sia sorta di recente una nuova attenzione verso i morenti. L’etica messianica mostra di voler raccogliere la sfida che viene dalla nostra cultura tanatofobica, identificando il nuovo bisogno di presenza e rispondendo all’appello muto dei morenti del nostro tempo. Iniziative concrete, come quella degli hospice, sono state intraprese nel nome della carità cristiana. Prototipo di questa istituzione è il St. Christopher’s Hospice di Londra.

L’intento dell'hospiceè quello di fornire congiuntamente l’assistenza medica più adeguata insieme a quella affettivo-relazionale. Ciò implica in primo luogo la scelta dell’ambiente più adatto per concludere la vita. In contrasto con la tendenza a medicalizzare tutti i fatti della vita biologica, dal nascere al morire, con il corollario costituito dall’ospedalizzazione, coloro che si dedicano a umanizzare il morire tendono a riportare l’evento del decesso nel suo luogo naturale: la casa. Quando non è possibile trasportare l’ospedale in casa,

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fornendo domiciliarmente le cure necessarie, la struttura dell’hospicecostituisce un valido compromesso. Si tratta, infatti, di una realtà intermedia tra l’ospedale e l’albergo, nella quale viene prestata attenzione al comfortda fornire al morente e ai suoi familiari, nella stessa misura con cui ci si preoccupa della terapia, in particolare di quella rivolta a lenire il dolore.

Il protagonista di questo tipo di “medicina messianica” è meno il medico in prima persona, quanto la comunità nelle sue diverse articolazioni. L’intervento della realtà comunitaria è decisivo per tutte quelle cure nelle quali il sintomo non è una disfunzione passeggera che va rimossa, ma piuttosto l’indice di un malessere profondo. Si pensi, come esemplificazione, ai fenomeni di alcolismo e di tossicodipendenze. La medicina concepita come intervento professionistico settoriale fallisce regolarmente con questo tipo di mali, anche se dotata di mezzi terapeutici efficaci, mentre hanno successo le cure povere, ma ad alta concentrazione affettiva (gruppi di self-helpcome gli Alcolisti Anonimi, comunità terapeutiche...). Il Christus medicusche emerge in queste situazioni come archetipo del guaritore è la personalità corporativa, che può essere accostata a quello che, da s. Paolo in poi, è chiamato corpo mistico.

La prospettiva messianica sembra modificare l’opera propriamente terapeutica del medico; in realtà, invece, la dilata. L’atteggiamento verso la malattia e la guarigione che abbiamo chiamato messianico si differenzia da due altre prospettive di natura religiosa, ampiamente rappresentate nel mondo biblico e presenti anche al di fuori di esso: quella sacerdotale e quella profetica.

Dal punto di vista della religiosità sacerdotale, la malattia è un’impurità; il malato va, di conseguenza, segregato dalla comunità, in particolare da quella cultuale (si vedano le nonne per il trattamento di ciò che è impuro contenute nei capp. 12-13 del libro biblico del Levitico). La prospettiva profetica adotta, invece, il linguaggio del “dono-debito” (o peccato): la malattia è considerata come la manifestazione corporea del peccato del cuore, come castigo di una trasgressione etica, come segno di un cammino fuori dell’alleanza (cfr. Deteronomio28,15-22). Nella considerazione sacerdotale la risposta alla malattia è la purificazione, mentre in quella profetica è la conversione. I rischi dei due atteggiamenti si manifestano

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nelle rispettive estremizzazioni: il legalismo per l’una, il moralismo per l’altra.

Al tempo di Gesù i due linguaggi sulla malattia coesistevano. Gesù differenzia il suo atteggiamento messianico tanto dal legalismo (cfr. Mc 7,1-16), quanto dalla ricerca di una colpa personale dietro ogni manifestazione patologica (il conflitto con l’estremizzazione della prospettiva profetica riveste nell’episodio del cieco nato i toni della polemica teologica: cfr. Gv 9,1-3). Nella prospettiva messianica l’infermità va relazionata all’azione di Dio: in particolare a quella che si manifesta attraverso il suo Messia.

Il Vangelo che egli annuncia con il ministero della parola e con quello della mano, con l’annuncio del perdono e con i gesti della compassione, è una forza che fa vivere. La salute che egli concede non è semplicemente un’assenza di sintomi morbosi, ma un riflesso, sul piano della persona totale, della soterìa, cioè della vita nella sua massima espressione: dal piano somatico a quello spirituale. La terapia messianica elimina i sintomi e guarisce gli affetti, apre all’azione di Dio e reintegra i rapporti comunitari. Si tratta di un’azione risanante totale, che supera quella che la scienza e la società riconoscono come specifica all’opera sanitaria organizzata dalle professioni e collocata in un sistema ufficiale di cure.

3. Tradizione liberale, giustizia e medicina

Il movimento liberale, che crebbe in Europa nel XVIII e XIX secolo, ebbe una profonda ripercussione anche sull’organizzazione delle cure sanitarie. Il pilastro centrale del liberalismo è una concezione antropologica che privilegia l’individuo quale artefice del proprio destino; l’accento è posto sulle libertà politiche e culturali, con una diffidenza marcata verso lo stato e il suo ruolo intrusivo, quand’anche i suoi interventi fossero pensati a beneficio dei più deboli. Nella tradizione liberale lo strumento più efficace per la distribuzione dei beni è considerato il sistema economico del libero scambio, o mercato.

La posizione liberale è classicamente rappresentata dalla raccomandazione che Adam Smith fa all’uomo, che ha «costantemente

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bisogno dell’aiuto dei suoi fratelli»: non attenda l’aiuto dalla benevolenza degli altri uomini, ma dal loro interesse: «Egli avrà maggiori possibilità di ottenerlo se riuscirà a volgere a proprio favore la cura che quelli hanno del proprio interesse e a dimostrare che torna a loro vantaggio fare ciò di cui li richiede. Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio che noi aspettiamo il pranzo, ma dalla considerazione che essi fanno del proprio interesse. Noi ci rivolgiamo non alla loro umanità ma al loro interesse e non parliamo mai delle nostre necessità, bensì dei loro vantaggi». La celebre immagine della “mano invisibile” e provvidenziale, che dallo scontro degli interessi privati fa scaturire l’armonia dell’insieme, viene a identificarsi, praticamente, con il mercato.

La teoria liberale della giustizia ha acquistato nuovo vigore e attualità nella veste moderna che le ha attribuito Robert Nozick in Anarchia, stato e utopia(1974). Si può considerare “giusto” solo lo stato che si limita alla protezione dei diritti individuali dei cittadini, impedendo che siano violati: «È giustificato solo uno stato minimo, limitato alle strette funzioni di protezioni contro la violenza, il furto, la frode, l’osservanza dei contratti ecc.; uno stato con maggiori funzioni violerebbe il diritto delle persone di non essere obbligate a fare certe cose, e non è giustificabile. Da quanto detto scaturiscono due notevoli conseguenze: vale a dire, che lo stato non può utilizzare il suo apparato coercitivo per obbligare dei cittadini ad aiutarne altri, o per proibire alla gente delle attività per il lorobene o per proteggerli».

La teoria libertaria dei diritti individuali rivendica solo il diritto negativo alla salute (in altre parole: lo stato deve impedire che qualcuno attenti alla mia integrità fisica), non il diritto positivo all’assistenza sanitaria. Per la tradizione liberale ― e per il neoliberalismo economico del nostro tempo ― il diritto all’assistenza sanitaria non esiste, almeno come un capitolo della giustizia (dove finisce la giustizia si apre il terreno di altre virtù: benché la giustizia affermi che non siamo obbligati a contribuire al benessere degli altri, la carità ci ordina di aiutare coloro che non possono rivendicare il diritto al nostro aiuto).

La filosofia liberale ha avuto una ripercussione importante nell’organizzazione delle cure sanitarie. Secondo la concezione della “medicina liberale”, il mercato sanitario si sarebbe dovuto reggere secondo

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le leggi del libero scambio, senza intervento di terzi; l’intervento dello stato nei rapporti tra medico e paziente è considerato come una ingerenza indebita. Per tutto il XIX secolo la deontologia medica ha disapprovato che il medico diventasse uno stipendiato ― di istituzioni private o dello stato ―. L’ostilità degli ordini professionali medici alle forme socializzate di assistenza sanitaria, in nome del modello liberale, si è espressa in tutti i paesi. Quando le assicurazioni obbligatorie di malattia sono diventate la quasi totalità dell’assistenza sanitaria, i medici si sono opposti a quello che veniva definito “pagamento da parte di terzi”, così come l’American Medical Association negli anni ’30 del nostro secolo era contraria all’assicurazione sanitaria nazionale: sosteneva che l’interferenza pubblica attraverso i sistemi assicurativi era chiaramente contraria agli interessi del paziente, difesi dall’etica medica tradizionale 5.

Per i poveri, che non potevano accedere al sistema liberale di prestazioni sanitarie, era previsto il ricorso alla “beneficenza”: carità individuale o di istituzioni religiose, grandi ospizi o istituti per pauperesinfirmi(«Tra i due si realizzava uno scambio reciproco di significati, facendo dell’uno e dell’altro, alternativamente, un attributo e un sostantivo: l’infermo povero e il povero infermo. Essi esprimevano una categoria composita, senza troppa distinzione tra indigenza economica ed emergenza sanitaria: la folla ― in una parola ― dei malati inguaribili»: Cosmacini, 1998). Ma anche la risorsa della beneficenza fu avversata in nome del liberalismo. È così che l’economia politica si guadagnò, nell’ambito linguistico inglese, l’appellativo di dismal science― “scienza spietata” ―.

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Secondo l’interpretazione più radicale del liberalismo, fornita da Malthus, la beneficenza è non solo un’attività “antieconomica” (dato che i malati non pagano le prestazioni ricevute), ma anche “nociva”. La miseria, infatti, è una conseguenza “assolutamente necessaria” delle leggi di natura e da essa derivano la malattia e la morte prematura di gran parte della popolazione. Le istituzioni benefiche, anche se attivate con i propositi più caritatevoli, alla lunga riusciranno solo a procrastinare le sofferenze degli esseri condannati dalla natura stessa allo sterminio.

Malthus attacca in modo particolare le poor lawsinglesi, che a suo avviso tendono a peggiorare la situazione generale dei poveri: «Si può dire che, in una certa misura, queste leggi creano i poveri che poi manterranno. E dato che le provviste del paese, in conseguenza dell’aumento della popolazione, devono essere distribuite in parti minori per ognuno, appare evidente che il lavoro di chi non gode della pubblica assistenza avrà un potere d’acquisto inferiore, e quindi crescerà il numero delle persone obbligate a ricorrere all’assistenza» (Malthus, 1977; ed. orig. 1798). Lungi dall’essere un’azione virtuosa, l’assistenza offerta alle frange più fragili della società risulta dannosa 6.

Sottostante alle concezioni liberaliste più rigide emerge un moralismo che attribuisce ai “fragili” la volontà di trarre profitto dalla loro situazione. Sempre secondo Malthus, se si concede “confortevoli ritiri dove rifugiarsi nei periodi più duri”, i soggetti verso i quali si esercita un’assistenza sociale o sanitaria saranno indotti ad accomodarvisi, rifuggendo alle loro responsabilità.

Troviamo un’eco satirica di questa concezione liberista estrema nel celebre romanzo satirico di Samuel Butler: Erewhon. Nel mondo capovolto che immagina, il malato deve essere indotto a sentirsi colpevole della sua malattia. Commentando il processo che si conclude

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con la severa condanna di un ammalato per il “grave delitto di tubercolosi polmonare”, Butler esplicita la logica che sottende la paradossale condanna:

Il giudice era fermamente convinto che la punizione inflitta al debole e all’ammalato fosse il solo modo di prevenire il diffondersi del decadimento fisico e delle malattie e che, alla resa dei conti, l’apparente severità della sentenza avrebbe risparmiato alla società una sofferenza dieci volte maggiore di quella subita dall’accusato (Butler, 1975, p. 89).

Il paradosso del malato colpevolizzato è stato realizzato dalla nostra società dal diffondersi dell’atteggiamento etichettato come victim blaming. Si stanno studiando diversi modelli che vanno dal taglio del salario in caso di malattia “per colpa” (per esempio, un incidente stradale in stato di ubriachezza), ai malati “parziali” (ci si reca al lavoro con una gamba rotta, perché la frattura è stata provocata sciando).

La posizione liberista è riapparsa con vivacità nell’orizzonte culturale contemporaneo con il neoliberismo economico. Non si tratta solo di un dibattito culturale: stagioni intere di politica economica e sociale ne sono state influenzate, come l’epoca di Reagan negli Stati Uniti e quella della Thatcher in Inghilterra. Anche sul riordino del nostro Servizio sanitario nazionale, avviato negli anni ’90, spira un vento neoliberista, in particolare per il ruolo attribuito al mercato nel produrre l’efficienza dei servizi.

La bioetica ha sentito l’influenza del pensiero liberale, soprattutto con riferimento al dibattito sull’assicurazione sanitaria obbligatoria. Il pensiero contrattualista, influenzato dalle posizioni di Rawls e Nozick sulla giustizia, ha portato alcuni studiosi a negare il diritto all’assistenza sanitaria. «Un diritto umano fondamentale ― afferma Tristam Engelhardt ― a fornire l’assistenza sanitaria, anche se limitata a un minimo decente di assistenza sanitaria, non esiste». A suo avviso, ogni tentativo di giustificazione di una prestazione sanitaria deve fondarsi sul principio di beneficità, non su quello di giustizia (la necessità dell’assistenza ―

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in altre parole ― si può giustificare solo con il dovere di fare del bene, non con la rivendicazione di diritti economici, sociali e culturali).

Un paragrafo molto eloquente di Engelhardt è dedicato alla necessità di “convivere con le diseguaglianze e la tragedia”: «Arti e scienze sanitarie sono attività di uomini e donne finiti, in possesso di risorse finite, che vivono ed esercitano le loro professioni rispettando limiti morali, che non consentono loro di tentare tutto ciò che vorrebbero per conseguire il bene. Tutte le attività umane sono caratterizzate da limiti. Ciò è particolarmente doloroso nel caso della medicina, che deve convivere con le sofferenze di individui indifesi e innocenti e tentare di confortarli, assisterli e, quando è possibile, guarirli. La lotteria naturale e quella sociale, l’esistenza di diritti di proprietà privati e le conseguenze delle libere scelte, sia individuali, sia pubbliche, destinano gli individui a vivere vite diverse, quanto a opportunità e a soddisfazione. Fino a un certo punto, sarà opportuno tentare di eliminare queste diseguaglianze. Ci saranno dei limiti ai tentativi moralmente ammissibili. Questi limiti stabiliranno quando le diseguaglianze e i risultati sfortunati non saranno iniqui» (Engelhardt, 1991, p. 392).

Una versione più mite del liberalismo, ma non priva di conseguenze nel sistema delle cure rivolte ai più fragili, è quella che propone il passaggio dalla copertura universalistica all’assegnazione di un “bonus” ai cittadini, affidando a loro la responsabilità delle scelte assicurative. È noto che la proposta di un “bonus” è stata originariamente avanzata nel 1955 dall’economista Milton Friedman, in un’ottica neo-liberale, per dare efficienza al sistema scolastico: i cittadini, dotati di un voucher, o buono di acquisto a destinazione vincolata, avrebbero deciso di spenderlo nelle strutture scolastiche, pubbliche o private, che avessero trovato più adeguate. Questo sistema è finalizzato a innescare una competizione tra i fornitori di servizi, che condurrebbe a un miglioramento della qualità dei servizi erogati.

L’estensione di tale idea all’ambito sanitario è stata sostenuta dall'Institute of Economie Affairs di Londra. In Italia la proposta è stata fatta propria da Mario Timio: con il “bonus” i fondi statali andrebbero non alle strutture sanitarie, pubbliche o private, ma ai singoli cittadini, che pagherebbero con esso il premio di un’assicurazione

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sanitaria o di un piano assicurativo di propria scelta (Timio, 1996; 1997). La proposta è stata ampiamente dibattuta con vari interventi su L’Arco di Giano(Mapelli, 1997; Petrangolini, 1997; Infantini, 1997). Questa versione moderna della vecchia ricetta liberista, che preferisce la distribuzione in denaro alla distribuzione in natura dei servizi, è vista come sinonimo di libertà di scelta per tutti i cittadini e vuol coniugare mercato, concorrenza e solidarietà. Ma non sono irrilevanti le preoccupazioni di chi teme che anche in questa forma moderata di medicina liberale i più fragili avrebbero una condizione svantaggiata e si dovrebbe riscoprire per loro qualcosa che assomiglia da vicino alla pubblica beneficenza. La proposta ha tuttavia il merito di costringerci a confrontarci con il modello di welfaresanitario che vogliamo scegliere.

4. Fragilità e welfare community

Il quarto modello entro cui pensare la risposta alle varie forme di fragilità è quello che le affida all’intervento attivo della pubblica amministrazione. Il contesto è in questo caso quello dello “stato sociale”. Dobbiamo anzitutto renderci conto della relativa novità della organizzazione che affida allo stato la risposta ai bisogni dei più fragili. Un volume recente dedicato alla riforma della pubblica amministrazione sottolinea in apertura i cambiamenti costanti nei confronti di ciò che affidiamo allo stato e ciò che attribuiamo ad altre forme di solidarietà allargata: «Un tempo erano le armerie dello stato a fabbricare le armi e nessuno avrebbe mai pensato di lasciare una cosa così importante alle industrie private. Oggi, nessuno si sognerebbe mai di affidarla allo stato. Un tempo nessuno si aspettava che lo stato si facesse carico degli indigenti, il welfare statenon esisteva prima che Bismarck ne creasse uno nel 1870. Oggi, non solo la maggior parte delle amministrazioni dei paesi sviluppati si fa carico degli indigenti, ma addirittura stanzia fondi per garantire l’assistenza sanitaria e pensionistica a tutti i cittadini. Un tempo, nessuno si aspettava che spegnere gli incendi fosse compito della pubblica amministrazione. Oggi non potrebbe esistere un’amministrazione

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nel cui contesto non sia previsto un dipartimento dei vigili del fuoco» (Osborne, Gaebler, 1995, p. 24).

Una progressiva estensione dei compiti dello stato ha portato alla prevalenza del modello universalistico di tutela della salute. Un pregiudizio favorevole cade sui più fragili, quando si accetta il principio ― politico e morale insieme ― che nessuno deve essere escluso dalla rete della solidarietà allargata che gli fornisce le cure di cui ha bisogno: se tutti sono uguali, il debole è “più uguale degli altri”! Il favor iuriscade a favore del più fragile.

L’orientamento universalistico, per quanto nobile, ha dovuto confrontarsi con una realtà sociale ed economica avara nei confronti dei progetti più generosi di assistenza misurata sui bisogni. Così è avvenuto, in particolare, per la sanità italiana estesa a tutti, secondo il Servizio sanitario nazionale del 1978. Come si è espresso il Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-96, «la prima caratteristica di una prospettiva contemporanea è quella di presentarsi come un orizzonte di risorse limitate. Non esiste più il sogno utopistico di uno stato che si proponga di rispondere a tutti i bisogni di salute dei cittadini; in sanità sarà sempre più pesante la divaricazione tra domanda e offerta, perché la società invecchia ed è sempre più affetta da malattie degenerative. Questi cambiamenti di scenario impongono la dura necessità di fare delle scelte, sia a livello macro sia a livello microeconomico».

La necessità di fare delle scelte ― una condizione che, sul finire di un secolo che ha visto l’ampliamento progressivo della copertura sanitaria a tutti i cittadini, si impone a tutti i sistemi sanitari dell’area dello sviluppo ― fa emergere in medicina problemi etici che non hanno riscontro in nessun’altra epoca. Non solo quelli, ormai ben identificati, che si è soliti catalogare come questioni di bioetica (in pratica, questioni relative alla necessità di porre dei limiti a quello che siamo in grado di fare con la potentissima medicina tecnologica che è la nostra). Oltre ai problemi di bioetica, si fanno oggi urgenti i dilemmi sociali circa l’estensione delle cure, nella prospettica delle risorse limitate.

All’inizio del nostro secolo i problemi etici delle scelte in sanità si ponevano ― quando si ponevano ― in una prospettiva individuale.

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Una rappresentazione letteraria è quella offerta da G. B. Shaw nella pièce Il dilemma del dottore (1906). Il dilemma si presenta come una questione di priorità, legata a un potere di vita o di morte: quando le risorse sono scarse e non bastano per curare tutti, è compito del medico decidere quale vita meriti di essere salvata?

Il “dilemma” del dottore ― che si trova a scegliere tra la vita di un giovane pittore geniale e quella di persone senza rilievo sociale ― offre materia caustica a Bernard Shaw, quanto mai scettico circa la capacità della professione medica di risolvere i suoi problemi secondo coscienza e determinato a mettere in guardia i possibili pazienti dall’affidarsi a essa. Novant'anni dopo la prima messa in scena della commedia, ci sentiamo autorizzati a vedervi un’anticipazione di dilemmi di ben altro spessore che si pongono oggi alle società industriali avanzate, in questo scorcio di secolo.

Ci stiamo affacciando su scelte drammatiche che non riguardano più solo le “micro-allocazioni” (scegliere tra diversi candidati, che hanno bisogno di un trattamento disponibile in misura limitata, e quindi entrano in conflitto tra di loro), bensì le “macroallocazioni”: quante e quali risorse la nostra società è disposta a destinare alle cure sanitarie? In che maniera garantire l’accesso ai servizi sanitari che la società decide di fornire a tutti i cittadini, indipendentemente delle loro capacità economiche? In questo più ampio scenario i dilemmi non sono più solo quelli del singolo dottore, ma della società intera.

Il modello di stato sociale che nella maggior parte dei paesi è stato creato nella seconda metà del secolo sta perdendo terreno ovunque: la società civile non è più capace di prevenire e riassorbire le situazioni di emarginazione sociale. Le ripercussioni più gravi della restrizione dello stato sociale si registrano nella sanità. Se il patto di civiltà che ha dato origine allo stato sociale si rescinde, si registra inevitabilmente una divaricazione tra le opportunità dei cittadini di accedere alle cure sanitarie: i ceti economicamente più forti si scrolleranno dalle spalle il peso costituito dalle categorie più fragili e si costruiranno una sanità a propria misura. Le famiglie, che già ora sono in prima linea nel fornire cure e assistenza nelle situazioni di cronicità, saranno sempre

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più gravate dalle richieste di supplire alle carenze di uno stato sociale in ritirata.

Pur riconoscendo la necessità di rivedere quegli aspetti dello stato sociale che sono all’origine di comportamenti consumistici e di diseconomie, procedendo a un coraggioso riassetto istituzionale e organizzativo dell’esistente, lo stato sociale in quanto tale va difeso come una irrinunciabile conquista di civiltà. Le turbolenze che accompagnano la nostra navigazione, mentre cerchiamo di traghettare lo stato sociale verso un’organizzazione della sanità più efficiente e più equa, sono molto serie; non tanto drammatiche, comunque, da farci ritenere che la nave andrebbe a fondo se non ci decidessimo a scaricare in acqua alcuni passeggeri. Un “dilemma del dottore” di questa entità neppure Bernard Shaw lo poteva immaginare. La humanitasci induce a impegnarci con tutte le forze della ragione e della volontà perché una vergogna di questo genere ci sia risparmiata.

La riflessione filosofica, politica, etica ed economica degli ultimi anni si è dedicata attivamente al problema di un’allocazione delle risorse che cerchi di conciliare l’universalismo della loro destinazione con le esigenze di una gestione economica. La stagione delle scelte allocative è stata inaugurata dal modello, che ha ormai assunto un valore emblematico, elaborato dallo stato americano dell’Oregon. La commissione incaricata ha stabilito delle correlazioni di diagnosi e di trattamenti con un ordine di priorità, privilegiando i trattamenti efficaci che assicuravano un alto quoziente di QUALY, cioè di anni di vita attesa di buona qualità (cfr. Bucci, 1996).

La distinzione tra le patologie a cui tutti ― compresi i poveri, con il ricorso alle risorse dei sistemi assicurativi pubblici ― avevano diritto, da quelle lasciate alla disponibilità economica degli individui veniva fatta tracciando una linea che divideva in due parti la lista delle prestazioni. Il modello Oregon è così discutibile che la Corte Suprema degli Stati Uniti lo ha respinto, in quanto incompatibile con i diritti dell’individuo. In ogni caso ha però un valore storico, quale primo tentativo, metodologicamente grossolano, di fare ciò che, secondo il presidente del senato dell’Oregon, dovrà essere un compito di tutte le società avanzate: stabilire una

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lista delle priorità (Kitzhaber, 1993).

Due altri modelli, elaborati da altrettante commissioni nazionali, meritano un’attenta considerazione: quello olandese (Le scelte in sanità, 1991) e quello svedese (Priorità nell’assistenza sanitaria, 1997). Alla domanda fondamentale ― qual è l’assistenza che vogliamo garantire a tutti i cittadini (il basic package), indipendentemente dalla loro capacità economica, in forza del principio di solidarietà che sta alla base dello stato sociale ― la Commissione olandese risponde indicando dei criteri procedurali per fare le scelte. I criteri sono rappresentabili come quattro successivi filtri o setacci: entrerà nel pacchetto base da offrire a tutti i cittadini soltanto quella domanda di salute che riuscirà a passare attraverso tutt’e quattro i setacci.

Il primo filtro proposto è quello di presentarsi come “cura necessaria”. La Commissione propone come criterio di necessità il fatto di garantire l’esistenza del cittadino come membro della comunità. Se questo è il criterio che mette in moto la solidarietà, il demente, ad esempio, o il malato in coma vegetativo permanente hanno diritto alle cure necessarie perché possano essere cittadini. Qualunque sia il costo, la cura necessaria supera il primo filtro. I più fragili ricevono una tutela sicura da questo meccanismo procedurale. L’efficacia, l’efficienza e la responsabilità individuale sono gli altri tre criteri che filtrano la domanda.

Anche il lavoro della Commissione svedese parte dal presupposto che, se si vuole mantenere la fiducia del cittadino nella sanità, devono essere formulate apertamente e discusse le motivazioni fondamentali che stanno alla base delle misure adottate e delle priorità scelte. È necessario attivare un processo che porti a una più chiara definizione della sanità nei confronti della società e a una più netta delimitazione delle varie responsabilità.

Come criterio per la scelta della priorità in campo sanitario la Commissione ha indicato una “piattaforma etica” costituita da tre principi: il principio della dignità umana (ogni essere umano ha una uguale dignità e gli stessi diritti, indipendentemente dalle caratteristiche individuali e dalle funzioni svolte nella comunità), il principio del bisogno e della solidarietà (le risorse devono essere dedicate a quei settori che presentano i maggiori bisogni) e il principio

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del costo-efficienza (nello scegliere fra differenti settori di attività o diverse misure terapeutiche, si deve mirare a un rapporto ragionevole fra costo ed effetti ottenuti, misurati in termini di miglioramento della salute e della qualità di vita. Il principio del costo-efficienza deve essere applicato solo per confrontare metodi di trattamento della stessa patologia).

«L’ordine assegnato a questi tre principi vede il principio della dignità umana prevalere su quello di bisogno e solidarietà, mentre quest’ultimo precede il principio di costo-efficienza. Poiché il principio di bisogno e solidarietà predomina su quello di costo-efficienza, le malattie gravi e le gravi compromissioni della qualità della vita devono avere la precedenza su malattie e compromissioni di minor entità, anche se l’assistenza alle patologie più gravi è di gran lunga più costosa. Il principio costo-efficienza non può pertanto giustificare l’astensione dalle (o una riduzione della qualità delle) cure dedicate ai morenti, ai malati gravi o cronici, agli anziani, ai dementi, ai ritardati mentali, ai gravi handicappati, o altre persone la cui cura non abbia un ritorno economico per la società» (Commissione del parlamento svedese..., 1997, p. 120).

La scelta delle priorità in sanità, indotta dalla pressione economica, può essere un’occasione per ripensare gli scopi stessi della medicina: è quanto suggerisce la ricerca internazionale, promossa dallo Hastings Center di New York, Gli scopi della medicina: nuove priorità(Hastings Center, 1997). È la stessa direzione verso la quale indirizzava il Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-96, quando indicava l’inversione di rotta, cui il momento attuale costringe, come una opportunità per “un miglioramento che si sviluppa sotto il segno della qualità, più che della quantità” e invitava a un “cambiamento di paradigma” che consiste nell’immaginare un servizio alla salute che accetti in senso positivo la sfida dell’autolimitazione.

5. Conclusione

Abbiamo considerato i quattro modelli di risposta al “perché”

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e al “come” occuparci dei più fragili dal punto di vista sanitario in senso diacronico. Dovremo però tener presente che sono anche simultaneamente presenti, in senso sincronico, nel nostro orizzonte. Proprio come la trama di un tessuto è l’intreccio di fili disposti non nella stessa direzione, ma in direzioni opposte, così la trama delle cure con cui la nostra società avvolge le persone fragili è costituita da orientamenti diversi. Alcuni ― come il modello aturalista e quello liberale ― tendono piuttosto a limitare l’impegno, mentre altri ― il modello messianico e quello ispirato alla concezione sociale ― indirizzano in senso contrario. I modelli si limitano e si completano reciprocamente. La politica sanitaria è l’arte di tenerli insieme.

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Prevenire le malattie, promuovere la salute

1. Modelli di etica e prevenzione

Se vogliamo mettere in rapporto prevenzione ed etica, ci troviamo subito confrontati a una questione previa: se l’etica abbia qualcosa da dire sulla prevenzione che non sia riconducibile a preoccupazioni di efficacia (quali misure preventive ottengono i risultati auspicati e quali no?), di economia (quanto costa fare prevenzione? Valutando i costi e i benefici, da quale parte pende la bilancia?) o di politica sanitaria (privilegiando tra i vari sistemi di organizzazione della sanità quello che promuove nel migliore dei modi la prevenzione). Quando si fa appello all’etica, si presuppone che, oltre a questi punti di vista, ne esista uno specifico correlato con le questioni che ci poniamo relativamente a ciò che è bene/male, giusto/ingiusto, auspicabile/deplorabile: questo è il metro con cui, in termini molto generici, valutiamo eticamente i comportamenti. Le considerazioni etiche che proporremo su quello che spetta all’individuo e alla società nella prevenzione delle

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malattie e nella promozione della salute ruotano precisamente intorno ai valori etici che ci permettono di formulare un giudizio sulle scelte comportamentali.

Va subito chiarito che all’etica non dobbiamo domandare troppo. In particolare, non possiamo attribuirle il compito di giustificare la medicina preventiva, o addirittura di sostenere la sua aspirazione a rivendicare un primato rispetto a quella curativa. Quando si ripete: «È meglio prevenire che curare», quel “meglio” non fa riferimento a una preferenza personale (molte persone non sono disposte ad adottare stili di vita molto restrittivi, per poter... morire sani! I vantaggi della prevenzione, inoltre, non sono sempre percepibili all’individuo: per salvare una sola vita in un incidente stradale, 400 persone devono allacciare le cinture di sicurezza per tutta la loro esistenza; 399 persone, dunque, non otterranno alcun beneficio dal loro comportamento: Vineis, 1997, p. 163), né a un vantaggio economico (l’analisi dei costi della cura e della prevenzione non dimostra la convenienza di quest’ultima in modo inequivocabile), né a una giustificazione clinica (la sempre maggiore capacità diagnostica può rilevare patologie che sarebbero rimaste silenti, e quindi dar luogo a un interventismo che è causa di patologie iatrogeniche), né ― infine ― a una chiara indicazione di politica sanitaria (a causa del paradosso inerente alla medicina preventiva: tanto maggiore è l’efficienza di un intervento per la collettività, tanto minore è la rilevanza che esso assume per il singolo: cfr. Tombesi, 1997).

Affermare che la prevenzione è un obiettivo privilegiato rispetto alla cura costituisce ― in ultima analisi ― una affermazione autoreferenziale. Per dirlo con le parole di conclusione a cui giunge Geoffrey Rose dopo l’accurata analisi a cui sottomette quel “meglio” nel volume The strategy of preventive medicine: «È meglio essere sani che malati o morti. Questo è l’inizio e la fine del solo argomento reale a favore della medicina preventiva. Ed è sufficiente» (Rose, 1992).

Il richiamo all’etica ha dunque una funzione più modesta che fornire un fondamento o una giustificazione razionale per la medicina preventiva. Cerchiamo, più semplicemente, di confrontare quanto viene intrapreso in nome della promozione della salute con i valoriche l’etica propone. Medicina ed etica non sono in coppia solo da quando sono esplose le problematiche della bioetica: costituiscono da sempre due poli che si attraggono reciprocamente. Il rapporto tra l’arte terapeutica e i valori che permettono di qualificare l’operato come buono/giusto/auspicabile non è però così univoco come appare a prima vista.

Più precisamente, possiamo individuare almeno tre diversi modelli di eticariferita alla medicina, ognuno con un valore dominante. Ognuno

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dei tre modelli, che si sono strutturati in successione cronologica, richiede ai diversi soggetti ― l’operatore sanitario, il paziente, la società nei suoi rappresentanti politici ― comportamenti adeguati, che si presentano come una “Gestalt” coerente e omogenea. Schematicamente, possiamo rappresentarci nel modo seguente i modelli di etica in medicina:

Epoca pre-moderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca post-moderna

Etica dell’organizzazione

La buona medicina

“Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?”

“Quale trattamento rispetta il malato nei suoi valori e nell’autonomia delle sue scelte?”

“Quale trattamento ottimizza l’uso delle risorse e produce un paziente/cliente soddisfatto

Il valore dominante

Principio di beneficità

Principio di autonomia

Principio di giustizia (uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte al diritto alla salute

Il buon paziente

Obbediente (compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente soddisfatto e consolidato

Il buon rapporto

Alleanza terapeutica (il dottore con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship

(fornitore di servizi-cliente)

Contratto di assistenza:

Azienda/ popolazione

La medicina preventiva

Assicurare una vita senza malattie

e morti precoci.

Sviluppare

la “piena salute”

Dare ai

cittadini/ consumatori

il controllo

della propria salute

(“empowerment”)

Promuovere una società

“salutogenica”

(vs. “patogenica”)

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A seconda del modello che consideriamo, cambiano le questioni che poniamo alla pratica della medicina in generale, e alla medicina preventiva in particolare. Analizziamo i tre modelli separatamente.

2. La prevenzione e i suoi benefici

Il principio che regola il modello tradizionale di etica in medicina è essenzialmente riconducibile a una proposizione che si presenta armata della forza dell’evidenza: è bene fare tutto ciò che produce un beneficio al paziente. Trasposto dalla medicina curativa ― dove il bene da procurare al paziente equivale alla diagnosi accurata e alla terapia efficace della patologia in atto ― alla medicina preventiva, il principio comporta l’attribuzione di un valore positivo a tutte le azioni rivolte ad assicurare una vita senza malattie e a impedire morti precoci. C’è anche chi si spinge a richiedere alla medicina che non miri solo a sconfiggere le malattie e a prevenirle, ma tenda a promuovere la “piena salute”, cioè lo sviluppo delle potenzialità umane al loro massimo, avendo come parametri di riferimento non gli scostamenti patologici dalla normalità, bensì le realizzazioni umane eccellenti (Lombardi Vallauri, 1989).

L’enfasi posta sui compiti positivi della medicina ― dalla lotta alle malattie alla loro prevenzione, dalla tutela della salute alla promozione della “piena salute” ― va probabilmente corretta. È questa una delle conclusioni a cui è giunta l’importante ricerca internazionale sui fini della medicina, promossa dallo Hastings Center. Ponendosi la questione se il compito per eccellenza della medicina non sia quello di potenziare l’autodeterminazione individuale per permettere a ciascuno di vivere pienamente la propria vita, il documento risponde:

Se è vero che la salute accresce la possibile libertà, è tuttavia un errore pensare che tale libertà sia un fine della medicina. La salute è necessaria, ma non è condizione sufficiente per l’autonomia, e la medicina non può fornire ciò che è necessario a tal fine. Siccome molte altre istituzioni, come l’educazione, promuovono quella libertà, la medicina non è l’unica in grado o capace di promuovere il bene dell’autonomia, anche se a volte può dare importanti contributi per accrescerla (Hastings Center, 1997).

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Per quanto si voglia ridimensionare il compito della medicina di contribuire alla piena realizzazione dell’essere umano, resta tuttavia indiscutibile che, da quando l’epidemiologia e la biostatistica hanno fornito strumenti analitici a favore della salute, individuando i cambiamenti da introdurre nella società e nei comportamenti individuali per impedire lo sviluppo di fenomeni patologici, la medicina ha aggiunto un nuovo compito a quelli tradizionali.

I migliori tra i medici si sono sentiti impegnati non solo a curare i pazienti per l’enfisema o il cancro ai polmoni, ma a prevenire le malattie respiratorie lottando per la salubrità dei posti di lavoro ed educando i pazienti ad astenersi dal fumo; non si limitano ad assistere i traumatizzati da incidenti stradali, ma fanno pressione per ottenere maggiore sicurezza nelle auto da parte delle case produttrici e l’imposizione dell’obbligo delle cinture di sicurezza da parte delle autorità civili. Questa è la medicina preventiva cresciuta sul tronco della medicina del passato e ispirata al suo stesso valore fondamentale: fare ciò che è nel migliore interesse dell’individuo e della sua salute.

I bilanci dei risultati ottenuti dall’impegno profuso, come sappiamo, non sono sempre positivi. Da che cosa dipende? Una risposta facile è quella formulata da Harold Fruchtbaum: «È forse inevitabile in una società capitalista che ogni progetto rivolto a proteggere la salute pubblica che minacci un interesse economico trovi opposizione» (Fruchtbaum, 1978, p. 1397). La relativa inefficacia della medicina preventiva nell’impedire i comportamenti nocivi alla salute viene così ricondotta a un conflitto di interessi, nel quale la medicina, animata dalle migliori intenzioni e rivolta verso fini ineccepibili, svolge il ruolo positivo, mentre alla società ― capitalista! ― spetta la parte del “cattivo”.

La citazione è tratta da un articolo della prima edizione della Encyclopedia of bioethics, curata da Warren Reich, del 1978, dedicato alla “Public health”. All’inizio della riflessione bioetica la difficoltà a introdurre i cambiamenti necessari per la promozione della salute viene addebitata esclusivamente all’inerzia o resistenza attiva del corpo sociale. Può essere istruttivo notare che nell’articolo su “Health

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promotion and health education” della seconda edizione, completamente rifatta, della stessa opera, apparsa nel 1995, l’estensore dalla voce giunga a esprimere dei dubbi sulla qualità etica di molte attività di promozione della salute. Esse non sarebbero ― in altre parole ― così totalmente finalizzate a promuovere il bene della persona cui sono rivolte, così come pretendono e così come appare prima facie.

A un esame spassionato, le motivazioni che guidano le attività di promozione ed educazione alla salute possono apparire meno allineate sul valore del bene del paziente (beneficence). Tali iniziative, infatti, possono sostituire iniziative pubbliche efficaci rivolte a eliminare rischi per la salute: omettendo di introdurre normative circa la sicurezza di certi prodotti, lo stato si potrebbe limitare ad addestrare i consumatori all’uso oculato di tali prodotti; invece di proibire sostanze tossiche, come il tabacco, le autorità preposte alla tutela della salute pubblica si accontenterebbero semplicemente di ammonire il pubblico a non abusarne...

In altre parole: richiamandosi all’educazione sanitaria, le autorità pubbliche avanzerebbero la pretesa di star difendendo la salute, mentre di fatto evitano di intraprendere azioni efficaci che confliggono con gli interessi di coloro che traggono profitti da comportamenti non sani (Wickler, Beauchamp, 1995, p. 1127). L’educazione sanitaria come alibi, dunque: porta un beneficio ai destinatari, ma solo come surrogato del vero beneficio che una politica sanitaria efficace sarebbe in grado di produrre, qualora lo volesse; costituisce un palliativo, non la cura radicale dei mali che minacciano la salute.

Una seconda critica che si può rivolgere alle campagne preventive ed educative è che corrono parallele alle divisioni esistenti di classe e di razza, anzi finiscono per rafforzarle. Ciò significa che gli interventi di educazione hanno portato beneficio soprattutto alle classi medio-alte, che già godono di un migliore stato di salute. In America, i poveri fumano tre volte più dei ricchi, benché negli anni ’60 ― quando iniziarono sul serio le campagne contro il fumo ― la proporzione fosse la stessa. La correzione delle disparità di classe richiederebbe dalle pubbliche autorità di decidere di allocare più denaro per raggiungere i poveri, togliendo fondi dall’educazione delle classi più agiate

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(Wickler, Beauchamp, ibi). La domanda spregiudicata con cui bisognerebbe confrontare i risultati di interventi di prevenzione indubbiamente benefici è: a chi nella società portano beneficio ?

Un altro aspetto dell’etica orientata al “bene del paziente” merita di essere sottolineato: essa è caratterizzata da un tratto marcatamente paternalistico. Nel modello culturale paternalistico il beneficio che viene al soggetto da un intervento di terapia ― in questo caso, di prevenzione ― è stabilito da una auctoritasscientifica della quale il cittadino non è un interlocutore attivo, ma il presunto beneficiario. Così avviene, ad esempio, negli screeningdi massa. Quando si decide di intervenire su ciascun individuo di una popolazione definita mediante idonei test clinici, strumentali o di laboratorio, con lo scopo di identificare particolari fattori di rischio o patologie in fase preclinica, la popolazione oggetto dell’intervento (donne in una determinata fascia d’età per la prevenzione di carcinomi dell’utero o della mammella, uomini per il carcinoma della prostata...) viene mobilitata in nome di una autorità scientifica che ha deciso ― per il benedelle persone interessate ― che cosa deve essere fatto.

Nei casi più felici la proposta di screening è corredata di una dimostrazione di efficacia (documentata riduzione di mortalità totale o almeno specifica; assenza di eventi invalidanti) e di appropriatezza (il test di screening deve essere accettabile, non pericoloso, economico e dotato di buona sensibilità). Ma talvolta così non avviene. È il caso, ad esempio, dello screeningHCV ― per l’epatite C ― proposto ai cittadini italiani. La vicenda supera l’aspetto aneddotico per acquistare un significato esemplare di cattivo uso della prevenzione, discutibile non solo dal punto di vista scientifico ma anche etico.

Nel febbraio 1996 televisione e giornali diffondono spot e locandine nei quali si invitano tutti i cittadini a controllare le transaminasi. Non ci si può fidare di sentirsi bene, in quanto ― insinua la campagna pubblicitaria ― i sintomi dell’epatite C sono subdoli: “aspetto sano, appetito normale, assenza di dolore”. L’iniziativa, promossa dalla Lega per la lotta contro le malattie virali, riceve l’appoggio del Ministero della sanità. La stampa per medici e quella rivolta al pubblico riferiscono l’iniziativa con devozione. I dubbi espressi da qualche medico di famiglia vengono trattati in modo sprezzante dall’infettivologo promotore,

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che definisce “trogloditiche” le valutazioni critiche del progetto.

La campagna procede come previsto, con incursioni in nove città italiane di roulotte della Croce rossa per dosare le transaminasi ai passanti fermati per strada. Solo un anno dopo l’avvio della campagna i promotori indicono una “conferenza di consenso” per valutare se sia opportuno condurre uno screeningnella popolazione generale. La risposta ― a sorpresa ― è negativa e la campagna viene revocata (per il resoconto dettagliato della vicenda: Satolli, 1997). Non si tratta solo di uno spiacevole incidente provocato da un eccesso di zelo per il “bene del paziente”: è un episodio emblematico di quanto possa spingersi lontano nell’ “espropriazione della salute” (per riprendere l’espressione classica di Ivan Illich in Nemesi medica) una medicina preventiva pensata sul modello paternalista.

Lo slittamento di finalità della medicina è intrinseco al passaggio dalla medicina curativa a quella preventiva. Sullo sfondo ideologico di quest’ultima individuiamo la concezione di salute quale pieno benessere fisico, psichico e sociale, e non solo assenza di malattia, diffusa dall'Oms (nel cui statuto è inclusa la dichiarazione che «il godimento della salute al più alto livelloè uno dei diritti fondamentali dell’essere umano, senza distinzione di razza, di religione, di ideologia politica, di condizione economica e sociale»). A differenza della malattia, la presenza della salute non è oggettivamente verificabile. O meglio: lo stato di salute o malattia è funzione dell’impegno diagnostico profuso.

Se già nel 1923 la commedia di Jules Romains sul dottor Knock poteva mettere in dubbio l’utilità sociale di un “trionfo della medicina” che trasforma i sani in malati ― secondo il credo del dottor Knock: “I sani sono dei malati che si ignorano”...―, la situazione si è radicalizzata con l’impegno dei medici a rendere la pratica della medicina economicamente compatibile con i suoi costi. È un fenomeno particolarmente vistoso nei paesi che hanno adottato sistemi di pagamento a tariffa, Drg, managed careo altre modalità che incentivano l’accanimento diagnostico. Secondo una brillante descrizione di ciò che sta avvenendo negli ospedali americani, «un paziente in buona salute è solo uno che non è stato sottoposto ad adeguati accertamenti. Una volta in ospedale, gli accertamenti “confermeranno” problemi

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multipli di salute e sostanziali opportunità per un Drg creep― cioè l’insidioso scorrimento verso l’alto delle categorie di Drg ― per massimizzare le entrate» (Maynard, Bloor, 1995).

Non possiamo impedirci di sviluppare un salutare sospetto sistematico che quanto viene presentato al paziente dalla medicina curativa e da quella preventiva “per il suo bene” sia veramente nel suo migliore interesse. Saranno necessarie volta a volta delle prove di efficacia, tanto per l’una quanto per l’altra medicina: accanto alla evidence based medicine, dunque, anche una evidence based prevention.

3. Sotto il segno dell’autonomia

Il secondo modello di etica in medicina al quale ci possiamo riferire per valutare eticamente ciò che viene intrapreso per guarire o prevenire le malattie è quello che ha come principio guida il rispetto dell’autonomia della persona. Secondo questo modello, che caratterizza il passaggio dall’epoca premoderna a quella moderna ― e quindi dall’etica medica alla bioetica ― non basta fare il bene del paziente, ma bisogna farlo con il suo consenso, in modo da rispettare il diritto a gestire le scelte che riguardano il corpo e la salute. In una parola, la medicina deve rispettare il diritto all’autodeterminazione personale.

Anche la medicina preventiva può infrangere i valori tutelati dall’autonomia della persona. Il ventaglio delle violazioni è molto ampio e differenziato. In ordine di gravità, il primo posto spetta alle misure preventive che ricorrono alla coercizione violenta per impedire il sorgere delle malattie o la trasmissione di caratteri genetici indesiderati.

L’eugenismo ― soprattutto quello praticato in Germania dal regime totalitario nazista ― si è guadagnato la triste fama di aver calpestato i diritti fondamentali della persona in nome della tutela della razza. Ci piacerebbe poter affermare almeno che questa modalità di prevenzione sia stato un caso isolato, al quale la coscienza morale dell’Occidente ha tolto ogni diritto di cittadinanza. Purtroppo non è così. Sono trapelate di recente informazioni secondo le quali la sterilizzazione forzata è stata praticata per legge nei paesi scandinavi fino a non molto tempo fa.

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Le leggi per la sterilizzazione di “tipi razziali inferiori” sono entrate in vigore in Danimarca nel 1929, in Norvegia nel 1934 e in Svezia nel 1935, e hanno continuato a giustificare interventi su soggetti ― soprattutto donne con handicap e “indigenti di razza mista” ― che ufficialmente risultavano sottoporsi alla sterilizzazione volontariamente. La legge in Svezia è stata abolita in sordina solo nel 1976. A quasi 100.000 donne nei tre paesi scandinavi sarebbe stato negato, in modo coercitivo, il diritto alla riproduzione, per ridurre la probabilità che tra le generazioni future vi fossero persone non sane, che potessero quindi pesare sulla società. Anche sulla Francia si è estesa l’ombra della violazione sistematica di diritti umani: stando alle denunce della stampa, nel paese si è praticata e si continua a praticare la sterilizzazione forzata di handicappati e minorati mentali, contro la loro volontà o a loro insaputa.

Il problema della tutela dei diritti, abbinato al rispetto della privacy, è emerso a proposito dello screening per l’HIV, da praticare obbligatoriamente su quanti vengono a contatto con operatori sanitari, per proteggere questi ultimi dai rischi di infezione. Sono state proposte anche indagini obbligatorie sui sanitari, per tutelare i pazienti dalla trasmissione del virus da parte di operatori infetti. La tendenza prevalente è stata quella di non far ricorso a misure coercitive.

Per i sanitari è sembrata meno dirompente nei confronti del rapporto fiduciario con i pazienti l’indicazione di prendere in ogni caso le precauzioni prescritte quando nella pratica medica o di nursing vengono a contatto con i liquidi organici dei pazienti che possono trasmettere l’infezione. Per quanto riguarda i pazienti, dal momento che il rischio è estremamente ridotto, il bene pubblico può richiedere loro di non esercitare il diritto di sapere se il medico che li cura è sieropositivo, qualora questo intervento nella privacydovesse peggiorare la situazione di tutti, compromettendo la qualità dei rapporti (Daniels, 1992).

La casistica delle situazioni in cui, in nome della salute e della sicurezza, vengono richiesti dei test relativi alla salute del personale nell’ambito del lavoro, è molto ampia (Murray, 1995). Si possono ricercare informazioni sullo stato di salute attuale o futuro (individuando la predisposizione genetica a determinate malattie); test appropriati possono rilevare se la persona nella sua vita privata fuma, beve

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alcolici o fa uso di droghe; in alcuni posti di lavoro si va a ricercare ― sotto l’etichetta di “rischi riproduttivi” ― se le donne sono incinte o, più generalmente, fertili. La giustificazione di intrusioni così pesanti nella vita delle persone può assumere una triplice forma: il test può essere motivato o come protezione offerta al lavoratore, per il suo stesso bene (una motivazione tipicamente paternalistica); o per proteggere terze parti (questa ragione ha più potere persuasivo, anche se in pratica è rilevante sono in pochi casi eccezionali negli ambienti di lavoro); oppure per tutelare il datore di lavoro da eventuali costi per spese sanitarie.

La tentazione di ricorrere ― in chiave preventiva ― a sistematiche misure di indagine sul personale dipendente o su quello da assumere andrà sicuramente crescendo. Per questo è necessario che, in nome del principio etico dall’autodeterminazione, si vigili per assicurare a tutti uguale trattamento e uguali opportunità. In particolare quando le misure preventive interferiscono con gli “stili di vita”. Con questa espressione spesso si considerano insieme comportamenti relativi al fumo e al consumo di alcol e droghe, nonché pratiche sessuali associate al rischio di Hiv.

Dal momento che questi comportamenti, a differenza del patrimonio genetico, sono considerati dipendenti dalla volontà, i test relativi non sono disapprovati dall’opinione pubblica tanto fortemente quanto le indagini genetiche. E un motivo per proteggere con più attenzione l’ambito della vita privata da controlli etichettati come medicina preventiva, che da intrusività molesta potrebbero degenerare in totalitarismo soft da “Grande Fratello” orwelliano. In nome della salute, del benessere sociale o del controllo dei costi si rischia di esercitare una pressione, inconciliabile con i valori democratici della libertà e della dignità, su intere classi di persone.

Con il principio dell’autodeterminazione ― infine ― dobbiamo confrontare una serie di interventi di prevenzione ed educazione sanitaria che, senza essere né coercitivi, né intrusivi ― come gli esempi che abbiamo preso in considerazione ― possono tuttavia compromettere la libertà personale. «Nella misura in cui la promozione della salute e l’educazione sanitaria sono intese come alternative alla regolazione coercitiva dei comportamenti, esse non minacciano l’autodeterminazione degli individui, bensì la potenziano. Di fatto l’educazione aumenta l’autonomia, in quanto fa emergere le conseguenze del proprio comportamento e le possibili alternative. Tuttavia c’è una zona grigia tra l’innocua offerta di informazioni

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e la coercizione sfacciata, e in questa categoria vanno inclusi alcuni degli strumenti utilizzati dagli educatori della salute» (Wickler, Beauchamp, 1995, p. 1127). Non è necessario giungere a forme di coercizione non democratica perché si ravvisi un uso inaccettabile delle conoscenze mediche per far pressione su larghi gruppi di popolazione, affinché cambino i loro comportamenti “non sani”.

Le campagne di educazione sanitaria non sono una neutra esposizione di fatti; esse cercano di convincere a modificare comportamenti e abitudini, e perciò frequentemente si servono della manipolazione. I più efficaci programmi “educativi” riescono a far sentire in colpa o a disagio il soggetto quando assume comportamenti giudicati non sani (l’utopia di un mondo capovolto immaginata da Samuel Butler nel celebre Erewhonsi muoveva nella stessa direzione: il malato era indotto a sentirsi colpevole per la sua malattia; e ciò appunto «per prevenire il diffondersi del decadimento fisico e delle malattie», come spiega il giudice che nel cap. XI del romanzo condanna il malato per il “grave delitto di tubercolosi polmonare”: Butler, p. 89).

Altre strategie manipolative sono quelle di sovrastimare il rischio (per esempio, per indurre le persone a vaccinarsi volontariamente, mentre i non vaccinati sono in genere protetti dalla vasta maggioranza di quelli che lo sono) e di nascondere il grado di cambiamenti necessari per promuovere la salute, se questa informazione rischia di tradursi in una non compliance. Senza voler sostenere che qualsiasi manipolazione “educativa” sia incompatibile con il principio etico del rispetto dell’autonomia personale, bisogna tuttavia riconoscere che non è questo l’ideale verso il quale si muove quella promozione della salute che vede il suo obiettivo nell’empowermentdei consumatori.

Secondo Domenighetti, il necessario contrappunto e antidoto all’insufficienza delle conoscenze mediche e alle incertezze che dominano la pratica professionale è la responsabilizzazione dei consumatori (Domenighetti, 1996). Questa comporta sia un’autogestione della salute (quanto meno nella fonila dell’automedicazione semplice), sia un accesso più consapevole alle prestazioni, sia un atteggiamento adulto verso i professionisti della salute (Fig. 2).

In senso positivo il principio dell’autodeterminazione diventa rilevante nella medicina preventiva in rapporto alla situazione che si crea quando si dispone di informazioni di natura probabilistica e si è costretti a prendere delle decisioni in condizioni di incertezza. Lo

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storico della medicina Diego Gracia ha osservato che il passaggio dall’etica medica alla bioetica è accompagnato da una profonda trasformazione che riguarda il sapere medico, nella sua dimensione scientifica e logica: «A una logica deterministica e casualistica sta subentrandone un’altra, statistica e probabilistica (...). La medicina deve prendere continuamente delle decisioni in conformità con quella che viene definita “teoria della decisione razionale”, che ci insegna a decidere in situazioni di “incertezza”, senza poter arrivare alla certezza. Queste decisioni si basano sempre sul calcolo delle probabilità. La decisione razionale è ovviamente la più probabile. Ma non si può esigere niente di più da nessuno» (Gracia, p.210).

Ciò vuol dire che al posto della prognosi sicura (“dire la verità”) e al posto della diagnosi certa subentra un ventaglio di probabilità diagnostiche, di prognosi e di terapie riferite al singolo caso. Questo è l’orizzonte in cui si muove, in particolare, la “medicina predittiva”. È fuorviante immaginare che la predittività vada intesa come previsione di un evento clinico certo: ci muoviamo sempre nell’ambito delle probabilità. L’incertezza rimane l’orizzonte connaturale alla decisione clinica, anche quando vi introduciamo le conoscenze rese disponibili dalla genetica medica e dal counselinggenetico. La dimensione etica che la caratterizza è sostanzialmente riconducibile all’ippocratico “giudizio difficile”. La difficoltà del giudizio deriva dall’incertezza del sapere su cui le decisioni devono essere prese.

La medicina predittiva ci costringe a confrontarci con questioni etiche che erano implicite anche nella decisione clinica del passato, ma che ora non possono più essere disattese. Il processo di decision makingacquista una maggiore complessità e risulta “difficile” in una misura impensabile nella prospettiva ippocratica tradizionale. Non si tratta solo di prendere delle decisioni in quella particolare forma di sapere che è la probabilità statistica (quale guida all’azione si ricava dal fatto di conoscere che il feto ha il 50 o il 75 per cento di probabilità di contrarre la malformazione indesiderata? La mente umana, a differenza dei computer e dei “sistemi esperti”, è molto povera quando si tratta di lavorare con una serie di probabilità); la medicina predittiva apre la porta a una quantità di fattori umani che intervengono nella decisione, rendendo l’esito imprevedibile.

La decisione non deriva, per un processo lineare, dalla diagnosi

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o alla prognosi, ma si modella sulle convinzioni sociali e morali dei protagonisti. Non è un’entità astratta e neutra ― “la medicina” ― che determina le decisioni, ma sono piuttosto le convinzione sull’uomo, sulla vita, sul mondo, sulla felicità e sulla “buona vita”, sul futuro. Sono decisive le scelte filosofiche incarnate nei nostri credi personali e nelle nostre ideologie collettive. Proprio la medicina predittiva ci costringe a renderci conto di quanta normatività implicita sia presente nelle cosiddette “indicazioni mediche”, che pretendono di rivestire con l’autorità della medicina decisioni che non dipendono dalla sola medicina.

Questa prospettiva ha costretto la clinica tradizionale ad ampliare l’orizzonte di riferimento entro cui si era soliti prendere le decisioni. L’ampliamento è consistito nell’introdurre la considerazione della “qualità della vita” come criterio per le decisioni cliniche. Nella bioetica contemporanea questa prospettiva si è imposta con forza nelle decisioni che riguardano i trattamenti che prolungano la vita. Un gruppo di lavoro dell’autorevole Hastings Center ha elaborato, già alcuni anni fa, delle linee-guida per scelte cliniche centrate sulla valorizzazione del criterio della qualità della vita. Il documento prodotto afferma, tra l’altro:

La qualità della vita è un concetto etico essenziale, che prende in considerazione il bene dell’individuo, il genere di vita possibile, considerate le condizioni della persona, e se tale condizione permette all’individuo di avere la vita che egli considera degna di essere vissuta (...). Permettendo al paziente e a chi lo rappresenta di fare scelte che considerano la “qualità della vita”, diminuiamo il rischio di imporre vite di dolore, indegnità o pesi insostenibili a coloro che sono incapaci di difendersi (Guidelines..., 1987).

Il dibattito sulla “qualità della vita” evoca uno scenario che ribalta il significato che siamo soliti attribuire all’azione medica, facendo apparire una medicina che si presenta come costrizione violenta, invece che come beneficio; un apparato ostile e insensibile al vissuto soggettivo, invece che simpatetico aiuto nelle situazioni più drammatiche; una struttura autoritaria con cui si deve lottare per avere il diritto di uscirne, piuttosto che rivendicare il privilegio di entrarvi. Anche se il criterio

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della “qualità della vita” è stato inizialmente utilizzato con riferimento alle scelte che si pongono sul versante del prolungamento (“artificiale”) della vita, la sua applicazione si è generalizzata a contesti sempre più ampi e a momenti sempre più precoci dell’esistenza. Anche nell’ambito della medicina predittiva la considerazione della “qualità della vita” è il perno attorno a cui ruotano le decisioni, di natura clinica e inscindibilmente anche etica.

Il riferimento “alla qualità della vita” obbliga a riconsiderare in profondità concezioni tradizionalmente acquisite, ma non più appropriate alla situazione attuale, circa gli scopi stessi della medicina. La lotta contro la malattia e la morte deve integrare anche il controllo del dolore e mirare a prevenire le indegnità della condizione patologica; il prolungamento della medicina deve far posto alla capacità di adattarla alle esigenze soggettive di fruibilità.

La preoccupazione tradizionale a far coincidere il fine della medicina con la volontà di procurare al paziente il bene della salute ― identificato in ciò che la scienza, di cui il sanitario è portatore, sa e può fornire ― deve commisurarsi con il diritto del paziente stesso a determinare (o per lo meno a co-determinare, all’interno dell’alleanza terapeutica che struttura il rapporto fondamentale) il proprio bene. Ritroviamo così ancora una volta il “principio di autonomia”, che completa e controbilancia il tradizionale “principio di beneficità”. Più che contrapposti, i due principi vanno integrati. Senza il correttivo che l’uno apporta all’altro, ambedue possono guidare l’azione verso scelte estreme, alle quali la maggior parte delle persone ragionevoli negherebbe il proprio consenso morale.

4. Per una società “salutogenica”

Il terzo modello di etica riferito alla medicina è quello che dà maggior risalto, quale valore-guida, alla giusta distribuzione delle risorse in modo da promuovere la salute come bene di tutta la società. In questa prospettiva il rapporto considerato non è quello che lega il paziente singolo al suo medico di riferimento, bensì l’intreccio di fattori sociali che sono all’origine delle malattie e che determinano la loro trasmissione,

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oppure ― se si interviene su di essi ― possono produrre un miglioramento della salute nell’insieme della popolazione o in sue parti rilevanti.

La percezione della dimensione sociale della salute non è nuova. Per mantenerci nell’epoca a noi più prossima, possiamo risalire almeno alla metà del secolo scorso e all’opera pionieristica nella medicina pubblica svolta da Rudolf Virchow (l’assunto fondamentale del quale era di considerare la medicina come una «scienza sociale e la politica nient’altro che medicina su vasta scala»). Nel nostro secolo gli impulsi decisivi alla medicina nel suo compito di promuovere la salute pubblica sono venuti dalle grandi istituzioni internazionali, soprattutto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L’impegno ― questa volta non a dimensione nazionale, ma planetaria ― a incrementare la salute ha trovato espressione in due celebri programmi, rivolti a definire la medicina di base in termini di Primary health care: la Dichiarazione di Alma Ata: “Salute per tutti per l'anno 2000”, del 1978, e il suo rilancio a 20 anni dallo storico documento: “Salute per tutti verso il XXI secolo”, pubblicato il 28 aprile 1997.

Nella formulazione del nuovo programma viene superata l’euforia fastidiosa che induceva a porre una data come termine entro il quale assicurare una “salute per tutti”. Invece di una scadenza temporale si prospetta una linea di valori per il secolo che sta per sorgere. Viene con più vigore correlata la salute con lo sviluppo, affermando che non può esserci sviluppo senza salute, né salute senza sviluppo; per raggiungere l’uno e l’altra occorre sconfiggere la povertà.

Le indicazioni ricalcano sostanzialmente quanto già era emerso dal documento della Banca mondiale: Investing in health, del 1993, nel quale la salute viene detta componente intrinseca dello sviluppo e si addita come responsabilità dei governi tutelarla. Questi sono tenutiad assicurare a tutti i cittadini alcuni servizi essenziali: un pacchetto di servizi di sanità pubblica che include le vaccinazioni, i trattamenti di massa per infezioni parassitane, sussidi e integrazioni alimentari, pianificazione familiare, igiene ambientale, prevenzione dell’Aids e delle malattie sessualmente trasmesse; un pacchetto di servizio clinici essenziali da erogare a livello distrettuale (dispensari, centri di salute, ospedali distrettuali): assistenza prenatale e del parto,

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trattamento dei bambini malati, della tubercolosi, delle malattie sessualmente trasmesse, delle infezioni minori e dei traumi, la gestione di alcune emergenze, come le fratture e l’appendicectomia.

La Banca mondiale arriva a specificare quanto i governi devono investire per garantire l’offerta gratuita di tali servizi: 12 dollari pro capite (4 per i servizi di sanità pubblica e 8 dollari per i sevizi clinici essenziali) (TheWorld Bank, 1993, p. 66). La cifra indicata per alcuni paesi poveri rappresenta il triplo di quanto viene attualmente speso per l’intero sistema sanitario (Maciocco, 1994). Le prescrizioni della Banca mondiale (i governi “sono tenuti”, “devono”...) indicano con tutta chiarezza la dimensione etica delle politiche di sanità pubblica. Nel profilo etico del medico ― come di qualsiasi altro professionista sanitario ― agli obblighi che ha nei confronti del paziente che a lui fa ricorso (nella prospettiva dell’etica medica tradizionale) si aggiunge una responsabilità verso la società nel suo insieme, e in particolare verso le persone la cui salute è minacciata.

La medicina sociale confronta il medico con la responsabilità etica di modificare le situazioni patogeniche. La professione medica rivela a questo punto dei confini molto esili rispetto all’impegno politico. Quando, ad esempio, si dimostri la funesta influenza di un’industria sulla salute non solo di coloro che vi lavorano ma della stessa comunità in cui è localizzata ― si pensi alla crescente consapevolezza dell’origine ambientale del cancro ― l’azione educativa può non essere più sufficiente; è richiesto un intervento personale del sanitario in quanto cittadino, con un passaggio dal piano educativo a quello della politica.

Ibsen nel dramma Un nemico del popolo, scritto nel 1882, ha creato una situazione paradigmatica: il dottor Stockmann, medico di uno stabilimento di bagni termali, ha acquistato la certezza, dopo lunghe analisi tenute segrete, che le acque dello stabilimento sono inquinate e costituiscono un perenne veicolo di malattie infettive. Quando propone la chiusura temporanea dello stabilimento, con il rischio della rovina economica della città, si guadagna l’ostilità generale e diventa, appunto, “un nemico del popolo”.

I conflitti etici dei nostri giorni sono meno spettacolari, ma non meno reali di quelli letterari. «I medici e le comunità ― sostiene l’articolo dedicato alla “medicina sociale” della Encyclopedia of bioethics― devono cominciare a confrontarsi con un nuovo conflitto etico: in che modo modificare il paradosso del capitalismo democratico, che ha bisogno di porre

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un freno alla motivazione del profitto per proteggere la comunità da uno sfruttamento distruttivo» (Silver, Sidel, 1995, p. 2402). Questa dimensione rende più acuto il problema etico tradizionale della medicina sociale, cioè il possibile contrasto tra le esigenze del bene comune e la libertà degli individui in una società democratica, quando le rivoluzioni necessarie nella salute pubblica devono essere fatte al prezzo di intrusioni nelle libertà individuali.

Ai nostri giorni gli aspetti etici dominanti di una medicina sensibile all’interfaccia con la società viene dal problema dei limiti. Anzitutto quelli economici, per l’incapacità, diventata sempre più manifesta, di qualsiasi sistema sanitario di sostenere il peso di un’assistenza sanitaria in espansione e dai costi crescenti. Non si tratta solo di un razionamento occulto o esplicito delle risorse, mettendo in atto meccanismi di contenimento della spesa e sottoponendo a un controllo pubblico le misure di allocazione di risorse scarse. I limiti ― suggerisce Daniel Callahan, al quale si deve la prima esplicita formulazione del problema del setting limitscome priorità della medicina contemporanea: Callahan, 1987 ― vanno riportati sul modello stesso di vita umana proposto dalla nostra cultura e sul ruolo che attribuiamo alla scienza per realizzare tale modello.

L’era dei limiti si può aprire su un duplice scenario: su un razionamento, che fa sentire il suo peso soprattutto sui soggetti più deboli della società, oppure su quella che Arnold Relman ha chiamato “la terza rivoluzione” in sanità (Relman, 1988), vale a dire l’“epoca della valutazione e della responsabilità” (assessment and accountability). Dopo l’era dell’espansione, iniziata con al fine degli anni ’40, e l’era del contenimento dei costi (che per la società americana si è tradotta nell’introduzione di sistemi di remunerazione delle prestazioni sanitarie a tipo prospettico ― Drg, Health maintenance organizations, managed care... ― fin dall’inizio degli anni ’70), la rivoluzione della valutazione ci domanda di sapere di più sulla sicurezza, l’appropriatezza e l’efficacia dei farmaci, delle procedure diagnostiche e terapeutiche, sui successi e fallimenti delle prestazioni, a seconda dei diversi sistemi organizzativi.

Non si possono più ignorare le valutazioni di efficacia (management degli outcome). Qualunque prestazione deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario. Questa esigenza non si pone solo per la medicina curativa, ma anche per quella preventiva. Mediante la dimostrazione di efficacia, deve “meritare” le risorse che vi vengono investite.

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La trasformazione globale che la medicina deve affrontare quando entra nel modello post-moderno comprende anche i valori etici di riferimento assunti come criteri di valutazione. Il principio di giustizia ― che implica un’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini di fronte al diritto alla salute ― acquista la centralità che nel modello premoderno aveva l’orientamento al bene del paziente e in quello moderno il rispetto della sua autonomia.

La tradizionale estraneità del medico a considerazioni che non fossero riferite al miglior interesse del paziente che aveva in trattamento (ideale sintetizzato dalla frase attribuita al medico del cancelliere Bismarck: «Quando io curo un malato, siamo io e lui soli su un’isola deserta») è stata ulteriormente aggravata dalla socializzazione delle cure sanitarie nei vari programmi di welfarestate. La presenza di un terzo pagante ― la mutua, il Servizio sanitario nazionale ― ha dispensato sempre di più il medico dal gestire le risorse secondo criteri di economicità e di giustizia. Quella stagione della medicina deve essere considerata come tramontata. È stata avviata obbligatoriamente la terza rivoluzione in sanità, che comporta l’obbligo morale di valutare se i nostri interventi sanitari vanno in direzione di una società “salutogenica”. Da ora in poi la qualità etica e quella economico-gestionale negli interventi sanitari, di cura e di prevenzione, si implicano reciprocamente.

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Curare le malattie o migliorare la natura umana?

interrogativi etici sulla terapia genica

1. Stagioni della genetica, stagioni dell’etica

Nessuna forma di potere che l’uomo ha potuto esercitare in passato sulla natura è paragonabile al dominio sulla vita che è stato reso possibile dalle scoperte recenti nel campo della genetica e dalla messa a punto di tecnologie che permettono di intervenire nel substrato più profondo della natura vivente. A questo traguardo non siamo giunti improvvisamente. Possiamo riconoscere periodi ben differenziati nello sviluppo della genetica, ai quali corrispondono altrettante stagioni dell’etica. Ogni fase, infatti, della crescita del sapere e del potere dell’uomo sul meccanismo della trasmissione della vita ha mobilitato la riflessione etica in modo differente.

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La genetica quale scienza dell’ereditarietà, tenuta a battesimo dall’abate Mendel poco più di un secolo fa, non ha mostrato subito le potenzialità di cui era dotata. Si è comportata come quegli alunni considerati sottodotati dagli insegnanti, che sembrano scaldare i banchi di scuola per anni, finché un giorno escono dal bozzolo, in maniera folgorante. Le scoperte di Mendel, riconosciute come leggi generali dell’ereditarietà solo all’inizio del secolo XX, sono apparse portatrici di conseguenze pratiche solo per i fondatori dell’eugenismo.

Questo movimento è nato come un progetto per migliorare la specie umana mediante un controllo esercitato sulla procreazione, favorendo la trasmissione dei caratteri ereditari auspicati e impedendo la riproduzione di quelli valutati come negativi. Il dizionario Larousse del XX secolo, pubblicato nel 1928, attribuiva come finalità alla “nuova scienza” dell’eugenismo di «eliminare gli indesiderabili e di conservare e perfezionare gli elementi sani e robusti».

Le basi scientifiche dell’eugenetica erano tutt’altro che solide. È bastata, tuttavia, la sola patina di scientificità perché nel periodo tra le due guerre mondiali programmi eugenetici fossero intrapresi dal governo nazista in Germania ― che si servì dell’eugenismo per giustificare la sua criminale politica razzista ― e altri ne fossero realizzati nei paesi scandinavi e negli Stati Uniti (con la stessa inconsistenza scientifica e nullità di risultati quanto al miglioramento della specie, ma con il totalitarismo nazista in meno). Gli errori del passato hanno gettato il discredito sui programmi eugenetici autoritari, inequivocabilmente condannati anche dal punto di vista morale, in quanto violano il fondamentale diritto della persona all’autodeterminazione.

Se le scoperte di Mendel corrispondono alla preistoria e l’eugenismo alla storia antica della genetica (il miglioramento della specie mediante l’eliminazione dei tarati era, del resto, la politica sanitaria corrente anche a Sparta, con risultati molto meno brillanti ― a quanto ci dice la storia della civiltà ― di quelli ottenuti ad Atene...), la storia moderna della genetica comincia a metà degli anni ’50 del nostro secolo, con l’identificazione del modo in cui si trasmettono i cromosomi e la scoperta della struttura molecolare del Dna. Gli anni seguenti furono segnati dal progressivo, paziente studio del modo

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in cui il “messaggio” ereditario, contenuto nel Dna dei cromosomi sotto forma di una successione di geni, poteva essere tradotto in proteine. Si trattava però ancora di conoscere il processo come avviene in natura, senza mettervi le mani; l’intervento dell’etica in questa fase ― superata la fascinazione dell’eugenismo quale misura politica che ricorre alla costrizione ― non eccede l’interesse rivolto alle conoscenze scientifiche di base, senza alcun particolare segnale di allarme, in quanto di per sé neutre.

La “manipolazione” segna l’ultima tappa del progresso della genetica. Sono passati appena cinque lustri ― i primi lavori di questo genere sono del 1973 ― da quando gli scienziati hanno messo a punto una tecnica per introdurre all’interno del patrimonio ereditario di una cellula un frammento di Dna estraneo, ottenuto mediante sintesi chimica. Tecnicamente si parla in questo caso di “Dna ricombinante”. Si tratta di molecole di Dna costruite al di fuori delle cellule viventi, che vengono congiunte a segmenti di Dna, al fine di farli replicare in una cellula vivente.

Impadronirsi della chiave con cui si trasmettono i caratteri ereditari significa poter smontare la catena del Dna e pilotarne la ricostruzione a volontà. In pratica, l’elica del Dna (quel lunghissimo filamento che contiene le istruzioni di crescita per ogni organismo) viene tagliata per inserire altri frammenti, con informazioni diverse, che modificano lo sviluppo della cellula. È un lavoro di microchirurgia, in cui il bisturi viene sostituito da enzimi che attaccano e incidono il Dna, mentre dei batteri trasportano i geni scelti per la ricombinazione.

Le applicazioni possibili sono apparse le più varie: incroci tra piante diverse, nonché tra cellule vegetali e cellule animali; creazione di nuove specie vegetali, con caratteri modificati, come grano capace di crescere nel deserto od ortaggi che resistono al gelo; realizzazione in laboratorio di animali transgenici ― per così dire “su misura” ― per disporre di modelli sperimentali per la ricerca e l’osservazione in vitrodei meccanismi di azione di determinate patologie a base genetica, nonché come fornitori di organi peri trapianti (xenotrapianti); nel settore diagnostico-terapeutico, infine, creazione di sostanze organiche ― come l’interferone e l’ormone che regola la crescita ― e interventi terapeutici, grazie ai quali si trasferiscono geni tra organismi diversi

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per correggere, attivare o disattivare un gene difettoso o inserirne uno mancante perché trasmetta in modo corretto il suo codice.

Tuttavia, insieme alle promesse che fanno balenare l’ingegneria genetica come l’Eldorado dell’era tecnologica, si evidenziarono ben presto i dubbi. Si paventò il pericolo che le manipolazioni genetiche portassero alla creazione e moltiplicazione di germi patogeni nuovi, come batteri mutanti resistenti agli antibiotici e non trattabili con i mezzi farmacologici in nostro possesso. I problemi della sicurezza nei confronti di microrganismi geneticamente modificati smorzarono l’euforia creata dall’ingegneria genetica e sollevarono l’interrogativo etico della liceità dell’intervento dell’uomo in processi biologici che modificano la natura stessa degli organismi viventi.

Il primo allarme nasceva nell’ambito stesso degli scienziati che si occupavano di ingegneria genetica. Nel luglio 1974 un gruppo di specialisti lanciava con una lettera aperta un appello all’autoregolazione e gli esperimenti di modificazione genetica degli organismi venivano congelati da una moratoria. Ma nella conferenza di Asilomar, in California, tenutasi nel 1975, veniva decisa la ripresa dei lavori. In seguito le regolamentazioni e le misure precauzionali prese dai governi si sono succedute con ritmo discontinuo: a restrizioni e severi controlli hanno fatto seguito edulcorazioni permissive.

Per quanto riguarda le regole internazionali sulla genetica e le biotecnologie elaborate da organismi sovranazionali (Consiglio d’Europa e Comitato internazionale di bioetica dell’Unesco), una mappa dettagliata è tracciata da Adriano Bompiani (Bompiani, Brovedani, Cirotto, 1997). I risultati sono nell’insieme deludenti: a fronte di riaffermazioni enfatiche di principi (quali: dignità della persona umana, libertà della ricerca, solidarietà tra gli uomini), non si riscontrano conclusioni generalizzabili, da tradurre in precise norme legislative. L’impressione formulata da Bompiani è che «la continua, frammentata e sterile discussione avviata su molteplici organismi non faccia altro che favorire il mantenimento dello “status quo”, propizio alla ricerca scientifica non controllata» (p. 133).

Una nuova fase dell’appello all’etica nell’ambito della genetica si è aperta nella primavera del 1997, con la notizia della clonazione di un mammifero a partire da una cellula differenziata di adulto (la

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pecora Dolly), ottenuta nei laboratori dal Roslin Institute di Edimburgo (notizia apparsa su Naturedel 27 febbraio 1997). La risonanza mondiale dell’evento è stata favorita dall’ipotesi di un’applicazione agli esseri umani della stessa tecnologia, per produrre a questo punto degli “uomini su misura” (Harris, 1997). La reazione generalizzata, tanto di istanze religiose ― come l’intervento del magistero cattolico nella persona del pontefice Giovanni Paolo II ― quanto di quelle politiche e secolari ― come il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che ha istituito una commissione per indagare sull’eticità di queste procedure e ha annunciato una moratoria sul finanziamento pubblico delle ricerche sulla clonazione umana ―, è stata di condanna. In questa fase l’etica è apparsa sulla scena principalmente sotto forma di ampio coinvolgimento dell’opinione pubblica, mobilitazione di emozioni, pressioni per il controllo dell’attività degli scienziati, piuttosto che come ricerca di orientamenti per l’azione attinti dalla riflessione filosofica.

2. La riflessione bioetica: nella continuità o nella novità?

Se ci limitiamo a osservare il tono generale del discorso etico che accompagna il vertiginoso sviluppo della genetica, sia tra filosofi e teologi di professione che tra il grande pubblico, possiamo ricondurre gli atteggiamenti prevalenti nei dibattiti a due modelli di fondo: il primo più centrato sulla novitàdei problemi etici posti dalla nuova genetica, il secondo più sensibile alla continuità. Coloro che si orientano secondo il primo modello tendono a sottolineare la rottura con il passato costituita dalla decodificazione del codice genetico dei viventi, con la possibilità tecnologica di intervenire in esso.

Rispetto ai metodi selettivi tradizionali, viene messo in evidenza il ruolo attivo preso dall’uomo: non si tratta più soltanto di incidere marginalmente nell’evoluzione delle specie viventi, ma di diventare l’agente della propria evoluzione. Inoltre, quale che sia la novità qualitativa dei cambiamenti, l’accelerazione degli stessi è tale che non trova nessun confronto con quanto è avvenuto nei millenni precedenti. Questo approccio inclina verso un’enfatizzazione delle conseguenze della

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nuova biologia: tanto positive (l'ingegnerizzazione della vita costituisce un salto di qualità nella lotta contro le patologie e permette di modellare i discendenti secondo i propri desideri, scegliendo i caratteri genetici dei nascituri), quanto negative (riassumibili nell’espressione retorica di “bomba biologica”, che fa immaginare conseguenze tanto catastrofiche per le applicazioni della biologia quanto quelle della bomba atomica).

Il secondo modello ideale ama, invece, sottolineare la continuità: ciò che sta avvenendo con il contributo dell’ingegneria genetica non è essenzialmente diverso da quanto l’umanità ha conosciuto in passato. Questa visione induce a gettare acqua sul fuoco tanto degli entusiasmi, quanto delle preoccupazioni. Rispetto alle premesse mirabolanti, si fa notare che, in un riscontro preciso, la realtà dei fatti subisce un forte ridimensionamento.

Di molte specie vegetali modificate con la biotecnologia ― per fare un esempio ― non sappiamo che uso farne: quelle selezionate nel corso del tempo sembrano rispondere ai nostri bisogni meglio di quelle ingegnerizzate. Nell’ambito delle applicazioni cliniche, l’intervento su cui si sono concentrati i maggiori sforzi, cioè la terapia genica del cancro (terapia in senso lato, in quanto gli interventi non mirano a ripristinare una normale funzione genica neoplastica, ma a potenziare le terapie esistenti, rendendo i soggetti meno sensibili alla tossicità dei chemioterapici) non hanno portato finora i risultati sperati.

Forse anche le minacce connesse con queste tecnologie non sono così gravi come si era paventato in un primo momento. Del resto, se ci manteniamo in una prospettiva storica, non riusciamo a prevedere niente di così tremendo che l’uomo non abbia già fatto senza l’ingegneria genetica. Ricordando gli orrori che l’umanità è stata capace di produrre, possiamo sentirci autorizzati a ritenere che il peggio non stia davanti a noi, ma piuttosto alle nostre spalle.

Questa sommaria tipologia di due orientamenti di fondo nei confronti della genetica si rivela utile soprattutto se ipotizziamo che esistano corrispondenti atteggiamenti rispetto all’etica. Nel primo modello viene enfatizzato il bisogno di una nuova etica, adeguata alla situazione inedita che si è venuta a creare. La “bioetica” ― neologismo che ha la stessa età anagrafica dell’ingegneria genetica, essendo stato

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proposto per la prima volta nel 1971 ― viene a gran voce invocata come l’adeguata risposta al fatto che i progressi della biologia, e della genetica in particolare, ci hanno fatto entrare in una no man's land, che richiede nuove regole etiche.

Una nuova regolamentazione è considerata necessaria soprattutto nell’ambito della sperimentazione. La normazione, infatti, dell’attività di ricerca su soggetti umani che, con notevole fatica, si è ottenuta in ambito medico (quella linea che va dal codice di Norimberga del 1946 alle dichiarazioni dell’Associazione Medica Mondiale di Helsinki, nel 1962 ― e successivi emendamenti del 1975,1983 e 1989 ― relative alle ricerche biomediche e che nella Comunità Europea ha prodotto la direttiva unitaria del 1990: “Norme di buona pratica clinica nei trial su prodotti farmaceutici”) non trova applicazione nel campo di ricerche che non hanno per oggetto un paziente, ma utilizzano del materiale genetico, ovvero degli embrioni.

In nome della bioetica sta avvenendo una mobilitazione generale sulla frontiera della nuova biologia, per prevenire che la genetica procuri dei gravi mali all’umanità, così come è avvenuto con la fisica. Non si tratta solo di standard relativi alla sicurezza del contenimento fisico e biologico degli organismi geneticamente modificati, ma fondamentalmente di una revoca dell’autorizzazione all’autocontrollo che la società ha tradizionalmente concesso a scienziati biologici e medici.

Il secondo atteggiamento che abbiamo individuato propende, invece, a minimizzare il bisogno di un’etica specifica, tagliata su misura della nuova biologia. Semmai è l’etica di sempre che è necessaria, per richiamare tutti i soggetti, secondo i diversi livelli di operatività, ad agire con senso di responsabilità.

Può essere sensato e opportuno farsi attraversare da una vena di sospetto nei confronti dell’interesse con cui, in diversi ambienti, viene promossa la bioetica, quale nuova prassi di dibattito etico all’interno della società. La bioetica potrebbe essere piegata a svolgere una funzione ideologica, servendo ― come ogni ideologia ― a interessi camuffati. L’ideologia offre una spiegazione deformata della realtà, non in quanto dice delle cose in sé false, ma perché nasconde i rapporti di potere su cui la realtà si fonda.

La bioetica sembra assecondare quel movimento che tende a

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pilotare lo sguardo nel terreno dell’intimo, dei piccoli gruppi, delle relazioni corte o delle questioni ultime (dalle manipolazioni genetiche, alle tecniche di riproduzione medicalmente assistita, all’eutanasia), lasciando però in ombra ciò che appartiene al terreno politico e sociale. Ciò che sta avvenendo nell’ambito della nuova biologia andrebbe forse più utilmente esplorato mediante interrogativi che nascano dall’etica dell’informazione (come si parla della tecnologia genetica? Quante false notizie vengono diffuse? In che modo il pubblico viene informato su benefici e rischi propri delle biotecnologie? Come viene manipolata l’opinione pubblica per ottenere il consenso su progetti faraonici, scavalcando il momento del dibattito scientifico?), oppure richiamandosi all’etica economica (in base a quali criteri vengono distribuiti i fondi per la ricerca? Come vengono stabilite le priorità degli investimenti?).

Per dirlo riferendoci al grande codice morale che sta alla base della civiltà occidentale ― il Decalogo ―, mentre la bioetica che è vivacemente presente nei mass media è portata a valutare i nuovi problemi in base al quinto e al sesto comandamento (“non uccidere”, con riferimento anche alle forme embrionali di vita; “non fornicare”, quale criterio per giudicare le nuove forme di riproduzione con l’aiuto della tecnologia biomedica), è distratta nei confronti del settimo e dell’ottavo, che proibiscono rispettivamente la menzogna e il furto... Questa distrazione sembra più voluta e pilotata ― ecco il ruolo dell’ideologia! ― che occasionale.

Le legittime riserve nei confronti di un uso ideologico e strumentale della bioetica non devono, tuttavia, indurci a trascurare le possibilità insite in un dibattito che sottolinei la novità, piuttosto che la continuità. La bioetica ― intesa, in senso estensivo, come riflessione che nasce dall’impatto che i progressi nelle scienze biologiche e le loro applicazioni tecnologiche hanno nell’ambiente, nella pratica medica e nei comportamenti sociali ― può essere vista come un’occasione per imparare a esercitare la riflessione etica.

È necessario, preliminarmente, non dare per acquisito che noi sappiamo già che cosa significa pensare ed agire eticamente. La novità delle biotecnologie può essere valorizzata per evidenziare il superamento dei modelli di pensiero tradizionali. Uno stimolo a utilizzare

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la novità per un rinnovamento anche dell’etica ci è fornito dalla constatazione della relativa inefficacia di questa disciplina a guidare le scelte. La nostra società esprime una diffusa richiesta di “leadership”, di un’istanza morale che sappia indicare la giusta direzione nelle scelte che ci stanno di fronte. L’etica, come noi la conosciamo dalla tradizione filosofica e teologica, si dimostra inadeguata a tale compito. Invece di porsi autorevolmente davanti agli scienziati, ai ricercatori e ai politici, per mostrare il cammino, si colloca per lo più alle loro spalle, per criticarli.

La figura più familiare all’opinione pubblica è quella del moralista che alla notizia dell’ennesima novità bio-tecnologica che sconvolge i nostri parametri di riferimento tradizionali ― ieri l’ingegneria genetica, oggi la clonazione di un animale ― scuote il “dito didattico” per ammonire che non è lecito. Questo relativo insuccesso dell’etica ad assumere un magistero morale autorevole può essere assunto come occasione per fare una revisione critica del modo di condurre la riflessione etica.

3. Nuova genetica e funzioni dell’etica

Nella nostra società non c’è solo un pluralismo di sistemi etici, ma anche una pluralità di funzioni dell’etica. Antonio Autiero nella presentazione dell’edizione italiana del volume curato da E.E. Shelp, Bioetica e teologia(Autiero, 1989), ipotizza tre funzioni dell’etica: di controllo, di gestione e di legittimazione. L’ipotesi si trova confermata dall’analisi fenomenologica degli appelli all’etica nell’ambito della nuova genetica. All’etica si domanda di definire i confini da non oltrepassare; di valutare prezzi da pagare e rischi da correre in rapporto ai benefici sperati; di stabilire un legame fra il piano operativo e gli alti valori ideali. Queste tre funzioni dell’etica possono offrire sinergicamente un orientamento efficace nell’ambito degli interventi genetici sull’uomo.

La funzione di controlloè diventata prioritaria nella fase attuale dello sviluppo della genetica e delle possibilità di intervento sulla struttura del vivente. Il controllo, con linee chiaramente tracciate tra ciò che si può fare e ciò che non si deve consentire, è finalizzato

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a impedire che la fattibilità diventi la sola ragione per cui una cosa sia fatta. La funzione di controllo dell’etica confina con la legge e tende a confondersi con essa. È una vicinanza svantaggiosa per l’etica, che rischia di non saper far valere la sua specificità. La legge morale non può sottostare alle regole della maggioranza, come avviene in regime di democrazia. La norma giuridica è a sua volta sottoposta a un giudizio etico, così come deve confrontarsi con un’istanza eccedente la legge, ad esempio i diritti dell’uomo.

Il consenso etico si forma e cresce mediante un paziente lavoro di ragione dialogica, grazie al quale nasce a poco a poco una sensibilizzazione e una sintonizzazione delle coscienze, in una dimensione di intersoggettività. Il consenso di natura etica si misura sul fatto che è frutto del dialogo e che può essere discusso. Tra le varie forme di dialogo necessario per costituire il consenso etico, nessuna appare così urgente come il dialogo tra l’etica religiosa e l’etica laica. Malgrado le difficoltà di procedere a una delimitazione concreta del lecito, a causa delle diverse antropologie, un consenso di fondo si sta delineando in Occidente proprio sulla linea della difesa dell’uomo da interventi di manipolazione in contraddizione con i valori che sono riconosciuti tanto dalle tradizioni religiose, quanto da quelle secolari. La barriera posta, a voce unanime, alla clonazione dell’essere umano è un esempio chiaro di tale consenso.

Nell’ambito della funzione di gestioneattribuita all’etica, il contributo che questa può dare è quello di rendere esplicite le scelte e i criteri sui quali si fondano. Più che porre divieti o linee da non oltrepassare ― come fa l’etica nella funzione di controllo ― la gestione chiede all’etica di sviluppare norme capaci di regolare un ordinato svolgimento delle nuove pratiche.

Per quanto importante sia il criterio della responsabilità nel valutare il passaggio all’azione ― come ha ripetutamente proposto Hans Jonas proprio nell’ambito della nuova biologia (Jonas, 1990) ― non bisogna sottovalutare la continua urgenza di sottoporsi al criterio della razionalità. L’etica è e deve rimanere un luogo privilegiato dell’esercizio di una spietata ragione critica. Tanto più necessaria, quanto più la biologia contemporanea, a fronte di impressionanti risultati pratici, sembra essere carente di elaborazione razionale.

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Di fronte alla genetica, sembra strutturarsi un nuovo “incanto del mondo” (nel senso di Max Weber); l’etica deve contribuire al necessario processo di disincanto.

Questo scrupoloso esercizio della ragione pratica domanda anzitutto la sforzo di distinguere il vero dal falso. Non è un compito semplice, come sembrerebbe a prima vista. Lo dimostrano clamorose “gaffes” di notizie diffuse per vere e rivelatesi successivamente delle mistificazioni. E fin troppo facile ingannare un’opinione pubblica abituata ad attendersi dal fronte della tecnologia biologica successi sempre più clamorosi che offuscano i precedenti, mentre le conoscenze specialistiche diventano così sofisticate che solo un numero sempre più ristretto di scienziati è in grado di controllarle.

Un secondo esercizio di razionalità consiste nel distinguere l’importante dall’accidentale. L’elenco di ciò che è possibile ottenere mediante l’ingegneria genetica assomiglia alla “lista della lavandaia”, dove troviamo mescolati i capi di abbigliamento più disparati. Scegliere il colore degli occhi dei propri figli ― supposto che sia tecnicamente possibile ― non può essere messo sullo stesso piano della possibilità di prevenire una grave anomalia genetica.

È necessario inoltre differenziare il giudizio dalle emozioni. Di ingegneria genetica e affini si parla per lo più con un linguaggio evocativo-mitologico: opera di “apprendisti stregoni”, “bomba biologica”, creazione del super-uomo e dello “scimpanzuomo”. È un linguaggio per lo più intimidatorio, fatto per creare forti emozioni ― di arresa alla ricerca nella speranza o di rifiuto di essa nella paura ― piuttosto che riflessione critica. Di fronte a stati d’animo di questo genere la funzione di “gestione” dell’etica è destinata a naufragare clamorosamente.

La terza funzione dell’etica ― quella che abbiamo chiamato di legittimazione ― ci porta a correlare le conoscenze genetiche di base e le applicazioni della bioingegneria con i più alti ideali umani. Questi registrano un consenso generale circa l’alto valore morale della terapia. La possibilità di correggere un difetto genetico mediante l’inserimento nel genoma di un individuo di una copia sana del gene difettoso ha aperto una nuova etica nella storia della medicina. Esiste un accordo generalizzato, espresso da documenti ufficiali di comitati etici

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e da regolazioni legislative, a limitare ― almeno provvisoriamente ― tali interventi alle cellule somatiche, escludendo le cellule della linea germinale (una modifica del genoma di questo genere trasmetterebbe l’alterazione alla progenie). I motivi dell’esclusione sono di natura prudenziale: questi interventi non hanno una base sperimentale sufficientemente solida, tale da giustificare l’applicazione all'uomo. La terapia genica umana sulla linea germinale non può essere però esclusa per principio (Munson, Davis, 1992).

Per quanto riguarda la legittimazione degli interventi di ingegneria genetica che tendono al miglioramento della natura umana, ci muoviamo nell’ambito di quell’aspirazione al Bonumche è carattere essenziale dell’Essere, insieme al Verume al Pulchrum; ci troviamo così in una regione che confina con l’aspirazione metafisica e religiosa.

In quanto ricerca del “vivere bene”, possiamo identificare una dimensione fondamentale dell’esistenza umana con la quale la nuova genetica deve confrontarsi. Essa deve preoccuparsi di tutelare il valore personale, ovvero di garantire a ciascuno di poter aver stima di sé. Una condizione essenziale per questo è che all'uomo sia attribuito un valore personale senza altre qualificazioni, sulla base della semplice appartenenza alla specie umana.

Ciò impedisce che chiunque possa avanzare la pretesa di farsi giudice e decidere per chi valgano i diritti umani. Non si è cooptati come membri della società umana sulla base di determinate qualità, bensì ognuno vi entra in forza di un proprio diritto. La nuova biologia deve vigilare su questa condizione, che possiamo chiamare “proibizione di una definizione”.

La biologia ― in altre parole ― non deve prestarsi a un’operazione che porti a escludere dal diritto di essere accettato come essere umano se non si è in possesso di determinate caratteristiche, ritenute indispensabili per partecipare all’esistenza. Non deve essere il corredo biologico che ci porta a definire l’umanità, ma semmai il contrario: i sentimenti di umanità ― che includono la pietase la sollicitudoper coloro che sono meno dotati dalla natura, compresi coloro che hanno dei deficit genetici ― devono guidare la biologia a

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non mettere le sue conoscenze a servizio della selezione tra uomo e uomo.

Riferimenti bibliografici

AutieroA., Prefazione all’edizione italiana di E.E. Shelp (a cura di ), Teologia e bioetica, tr. it. Ed. Dehoniane, Bologna, 1989.

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Conoscere o ignorare?

I dilemmi dello screeningdi massa

Un progetto elaborato dall’Asl 8 di Milano, finalizzato alla diagnosi precoce del tumore mammario, prevede il coinvolgimento dei medici di medicina generale. Per la realizzazione del progetto le donne tra i 50 e i 69 anni dovranno sottoporsi allo screeningmammografico. L’Asl chiede ai medici di collaborare, offrendo loro peraltro la possibilità di tre diversi programmi di partecipazione. I medici generalisti che offrono il più elevato coinvolgimento nel programma si impegnano ad assicurare una chiamata attiva di tutte le proprie assistite nella fascia di età 50-69 anni, invitando la donna a un colloquio con appuntamento, nel corso del quale il medico fornirà counselingalla prevenzione primaria, rinforzerà la motivazione della donna allo screening e assicurerà una prenotazione diretta della mammografia.

Il progetto prevede anche degli incentivi economici per il medico, sulla base delle prenotazioni mammografiche attuate direttamente o indirettamente dal medico stesso. Un medico che facesse effettuare o registrare ad es. 200 mammografie di screeningin altrettante

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donne correttamente eligibili, percepirebbe una somma di circa tre milioni di lire (che potrebbero salire teoricamente fino a oltre 3,5 milioni in un massimalista che convincesse tutte le sue assistite eligibili).

L’associazione dei medici di base di Milano est ha accolto con favore il progetto e ha invitato i propri iscritti ad aderire con la modalità di partecipazione del più alto coinvolgimento. Tuttavia, con lettera del 30 giugno 1999 si è rivolta ai vertici manageriali dell’azienda sanitaria sollevando alcune perplessità. Dopo aver espresso riserve relativamente alle informazioni in possesso dei medici, la lettera formula un’esplicita contrarietà dell’associazione alla modalità di pagamento ai medici che partecipano allo screening: «Una retribuzione legata al numero di mammografie fatte eseguire svilisce il senso della nostra partecipazione, che è prima di tutto etico, e l’impegno e le risorse di ciascuno di noi è chiamato a mettere in campo. Chiediamo pertanto che vengano individuate forme diverse di remunerazione; nel caso che ciò non venga preso in considerazione, decidiamo sin d’ora di devolvere i fondi a noi riservati ad associazioni senza fini di lucro».

Le riserve formulate dalla lettera dei medici milanesi aprono numerosi interrogativi. Il collegamento tra attività mediche ― in questo caso la promozione di una partecipazione la più ampia possibile delle donne a un progetto di screeningritenuto giustificato dal punto di vista di tutela della salute ― e incentivazione economica suscita un chiaro imbarazzo. Viene invocata l’etica per escludere un legame diretto tra l’opera del medico e i compensi previsti dal progetto. Sembra confermata l’osservazione che, in senso molto generale, ha fatto lo storico della medicina Albert Jonsen: medicina, economia ed etica sono tre sistemi generali la cui coabitazione ha suscitato sempre disagio. «La medicina e le cure sanitarie ― afferma Jonsen ― sono ora esplicite imprese finanziarie. L’etica della medicina subisce al giorno d’oggi chiaramente la pressione delle diverse costrizioni economiche. I medici, gli economisti e i filosofi devono imparare a capirsi meglio gli uni con gli altri, e a sostituire la coabitazione imbarazzante con qualcosa che si avvicini a una chiarezza contrattuale». (Jonsen, 1986).

L’accenno all’etica nella reazione dei medici di Milano est è così

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vago da lasciar adito a diverse interpretazioni. Lo si potrebbe leggere come un richiamo ai valori formulati dall'“ethos” ippocratico tradizionale, secondo i quali l’azione del medico è motivata dal bene da procurare al paziente. Con i termini divulgati dalla bioetica anglosassone più recente, si parla di azione orientata al principio di “beneficità” (beneficence).

Un libro di Edmund Pellegrino ha formulato efficacemente questo orientamento affermando che l’etica tradizionale chiede al medico da attuare sempre e solo “per il bene del paziente” (Pellegrino, Thomasma, 1992). In questo senso, l’ipotesi di un incentivo economico addizionale potrebbe essere rifiutata come incongruente con ciò che ispira il medico. È come se i medici milanesi affermassero: noi promuoviamo lo screeningmammario perché lo riconosciamo adatto a tutelare la salute e perché ci sta a cuore il bene delle pazienti, e non perché ci viene in tasca un tanto a mammografia, come un incentivo di produzione concesso a un dipendente (allo stesso modo di un agente di una compagnia di assicurazioni, che riceve un premio per ogni polizza piazzata...).

La formula con cui viene rifiutata la proposta non esclude, tuttavia, altre interpretazioni. L’accenno a «l’impegno e le risorse che ciascuno di noi è chiamato a mettere in campo» potrebbe giustificare una lettura di segno opposto: la promozione di una mentalità di diagnosi precoce eccede ciò che come medici siamo chiamati a fare; si tratta di un lavoro diverso e aggiuntivo (convocare le donne, spiegare, motivare, facilitare le prenotazioni, interpretare i risultati dei test, calmare le ansie e ricominciare da capo, con il senso di frustrazione che per lo più accompagna l’attività di educazione alla salute, contrapposta alle gratificazioni di un intervento efficace sulla patologia: cfr. il dossier de L'Arco di Gianon. 18, 1998: “L’educazione come terapia”). La richiesta di “diverse forme di remunerazione” andrebbe allora letta come l’esigenza di essere presi in maggiore considerazione dall’azienda sanitaria che promuove il progetto di screening. La rinuncia ai fondi destinati a incentivare l’attività del medico di medicina generale tradirebbe un moto sdegnoso, per la sottovalutazione della quantità e della qualità del lavoro richiesto ai medici di medicina generale che partecipano al progetto.

Il testo, nella concentrazione che lo rende enigmatico, si presta

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anche a un’altra interpretazione. Condizionando la loro partecipazione alle esigenze dell’etica, i medici in questione possono volersi riallacciare al dibattito che sta attraversando oggi la medicina, riassumibile sotto la parola-chiave “conflitto di interessi”. L’interesse al tema è documentato dai copiosi riferimenti bibliografici, soprattutto in inglese: Medlinefornisce più di 200 voci riferite al conflitto di interessi soltanto negli anni 1997 e 1998.

L’inventario delle situazioni studiate è molto ampio: il conflitto può riguardare il rapporto tra ricerca e pratica clinica (gli obblighi dei ricercatori nei confronti del progetto di ricerca possono confliggere con i loro obblighi nei confronti dei singoli pazienti), tra didattica e terapia (l’uso dei pazienti per l’apprendimento degli studenti di medicina contrasta con il diritto del paziente di essere informato sull’abilità di chi interviene su di lui), tra sanità pubblica e medicina privata, tra gli interessi delle aziende farmaceutiche e quelli di una medicina che si propone di evitere i pericolosi abusi consumistici dei farmaci. Tuttavia, la stragrande maggioranza delle riflessioni converge sul tema che è quasi diventato sinonimo del conflitto di interessi in quanto tale: l’incidenza del sistema di compensazione dell’attività del medico o di finanziamento degli ospedali (Rodwin, 1993).

Sotto accusa è il sistema dei Drg o forme analoghe che compensano le prestazioni sanitarie secondo una modalità prospettica. Soprattutto suscita perplessità il sistema della managed careche si sta diffondendo negli Stati Uniti, che prevede accordi tra le organizzazioni e gli erogatori dei servizi ― ospedali, specialisti, singoli medici ― sulla base di un compenso globale e forfettario a quota capitaria (capitation), ovvero di una quantità di denaro determinata per ogni paziente, indipendentemente dall’effettiva erogazione di prestazioni. La preoccupazione che emerge è che venga erosa alla base la fiducia stessa nei confronti del medico, se il suo vantaggio economico è inversamente proporzionale a quanto fa per il paziente. Tutti i sistemi di pagamento prospettico invertono la direzione dell’ago della bilancia: quando il medico è pagato all’atto, ha interesse a erogare il maggior numero di prestazioni al paziente, mentre con questa formula meno fa, più guadagna.

L’allarme suscitato dal conflitto di interessi che nasce dai nuovi

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sistemi di finanziamento è giustificato, anche se tende a eccedere nella misura. Soprattutto viene enfatizzata la novità del conflitto, mettendo in ombra il fatto che un possibile conflitto di interessi esiste in ogni sistema di retribuzione delle prestazioni sanitarie, anche se di segno contrario. Un’accurata analisi del problema delle compensazioni in base alla quota capitaria, pubblicata nel New England Journal of Medicine, giunge alla conclusione che «ridurre a zero i conflitti di interesse economici non è né possibile né auspicabile».

Gli autori dell’articolo formulano tuttavia alcune opportune linee-guida etiche per minimizzare i potenziali conflitti di interesse legati al sistema di compensazione prospettico, senza compromettere l’integrità etica delle decisioni mediche relative alle cure che spettano ai singoli pazienti: gli incentivi economici devono rispettare rigorose caratteristiche circa la quantità del compenso, il numero di medici e pazienti da coinvolgere; bisogna accuratamente definire il target ― non compensare direttamente la diminuzione di specifici servizi ― è necessario mantenere l’equilibrio tra incentivo economico a breve termine, legato alla diminuzione dei servizi, e l’incentivo ai medici affinché affrontino quanto è necessario per promuovere la prevenzione, la soddisfazione dei pazienti e il miglioramento degli outcomeclinici (Pearson et al., 1998). Potremmo dire che l’incentivo economico che, nell’ambito del progetto dell’Asl 8 di Milano, premia i medici di medicina generale si iscrive con precisione in quest’ultima esigenza di medicina preventiva.

Ma, a voler essere rigorosi, dobbiamo riconoscere che il disegno del progetto di screening mammografico passa disinvoltamente accanto ad alcune perplessità che sono sorte proprio in questo settore e che possono fornire una giustificazione più profonda alle riserve formulate dall’associazione dei medici milanesi. Anche qui dobbiamo invocare l’etica: non tanto quale garante del possibile conflitto tra gli interessi economici del medico e gli interessi di salute del cittadino, ma piuttosto quale esigenza di rispettare diverse formulazioni legittime del proprio interesse.

La bioetica contemporanea ci ha sensibilizzato al principio etico della promozione dell’autonomia della persona, anche nella condizione di paziente. Ciò vuol dire che nell’ambito delle attività di tutela della salute nessuno è autorizzato a decidere per l’altro ciò che va fatto od omesso, in base a una considerazione del bene del

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paziente, sia a livello curativo che preventivo, che presuma di essere “oggettiva” e in quanto tale si ritenga dispensata dal confrontarsi con i valori e le preferenze della persona coinvolta.

Questa impostazione teorica generale è diventata attuale anche nell’ambito di una delle attività di sanità pubblica e medicina preventiva più consolidate: lo screeningmammografico per la diagnosi precoce del tumore della mammella nelle donne anziane. I medici sono stati incoraggiati a promuovere il test e a indurre le donne a sottoporvisi in base a un bilancio positivo, ritenuto incontrovertibile dalla ricerca epidemiologica, tra rischi e benefici. Questa sicurezza incomincia a vacillare.

I dati di uno studio, condotto in Svezia tra il 1987 e il 1996, hanno messo in evidenza possibili esiti problematici di questa pratica 7.Lo studio ha seguito 600.000 donne, di età tra i 50 e i 69 anni, che sono state invitate a sottoporsi allo screeningogni due anni (per un totale di 1.932.353 mammografie e una partecipazione di circa l’80% delle donne invitate). La riduzione della mortalità è risultata solo dello 0,8%, vale a dire 55 morti evitate. Ma sull’altro piatto della bilancia pesano 100.000 diagnosi falsamente positive; inoltre circa 16.000 donne hanno avuto la diagnosi di cancro anticipata di tre anni, senza che si sia potuto fare nulla per evitare loro la morte, ma deteriorando con certezza la qualità della loro vita.

Estrapolando dai dati pubblicati e in base ai registri di tumori svizzeri, Gianfranco Domenighetti ha calcolato che in Svizzera, su 1000 donne di età superiore a 50 anni, lo screeningsalverebbe la vita solo a 4 donne delle 32 che sviluppano un cancro al seno, mentre da 100 a 250 sarebbero le mammografie falsamente positive (di cui da 15 a 30 biopsie dovute a questi esiti falsamente positivi) e 25 donne avrebbero una diagnosi confermata 3 anni prima, senza alcun aumento della speranza di vita (Domenighetti, 1999).

Ciò che si può legittimamente concludere da questi studi non è una rimessa in discussione dell’utilità dello screeningmammografico, ma un diverso approccio ad esso, considerando gli effetti negativi che

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vanno imputati allo screeningstesso (falsi positivi e peggioramento della qualità della vita a seguito di una diagnosi precoce, non compensata dalla possibilità di incidere sul decorso del processo morboso). Un’etica medica rispettosa del valore dell’autonomia dovrebbe mirare a far sì che la decisione di sottoporsi o no allo screening sia una scelta individuale.

Il problema diventa quindi quello della qualità dell’informazione da fornire alle donne arruolate nello screening, affinché conoscano gli esiti, le controindicazioni e le alternative, decidendo autonomamente quale percorso seguire. Come ha affermato Maureen Roberts ― direttore clinico dell’Edinbourgh Breast Cancer Screening, morta di cancro alla mammella ― la decisione spetta alle donne, non agli epidemiologi o ai medici: «La decisione spetta a loro e un resoconto affidabile dei fatti deve essere disponibile sia al pubblico che alle singole pazienti» (Roberts, 1991). Anche se ciò che deve essere detto alle donne non corrisponde a ciò che esse vorrebbero sentirsi dire.

Ma è così, in pratica? Qual è la qualità dell’informazione fornita, relativamente ai rischi e ai benefici dello screening mammografico? Una ricerca australiana, pubblicata sul British Medical Journal, ha preso in esame 58 brochuresrivolte alle donne per sensibilizzarle allo screening. Nel comunicare i rischi di cancro alla mammella, l’accento viene messo quasi esclusivamente sull’incidenza, ovvero sul rischio di sviluppare il cancro nel corso della vita, piuttosto che su quello di morire di cancro (solo una brochure fornisce l’informazione sulla mortalità). Tre informano sulla sopravvivenza al cancro alla mammella, ma in termini molto approssimativi («più del 70% delle donne sopravvivono”, “due terzi delle donne sopravvivono», «la maggior parte delle donne sopravvivono a questa malattia»). L’informazione sull’accuratezza dei test di screeningè fornita solo occasionalmente («la mammografia individua il 90% dei cancri alla mammella»; tre brochures affermano che le mammografie non sono accurate al 100%, ma senza ulteriori dettagli). La conclusione dello studio è molto negativa relativamente alla qualità dell’informazione fornita. Si può manipolare la partecipazione allo screeningnon solo con i mezzi più grossolani dello spavento indotto alle donne, ma anche mediante una comunicazione parziale dei dati epidemiologici: «la decisione informata

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da parte dei consumatori richiede una presentazione disinteressata di tutti i fatti pertinenti» (Slaytor, Word, 1998).

A conclusioni analoghe giunge Domenighetti, dopo aver analizzato il contenuto di brochuressvizzere destinate a promuovere lo screeningtra donne sopra i 50 anni. I messaggi centrali riguardano i seguenti fatti: il cancro alla mammella è il tumore più frequente nelle donne; nel corso della vita una donna su 10 sviluppa un carcinoma mammario; la diagnosi precoce è il miglior modo per combattere questo cancro e per ridurre la mortalità; l’efficacia del trattamento dipende strettamente dalla precocità della diagnosi; partecipare al programma di screening mammografico è il miglior modo di combattere questo cancro; se la mammografia rivelasse qualche anomalia, il medico inviterà la donna a sottomettersi a indagini ulteriori (ma la grande maggioranza di anomalie non sono cancri).

Il ontenuto dell’informazione fornita è essenziale per una sottostima o sovrastima dei reali rischi e benefici. Partendo dal dato epidemiologico che, tra 1000 donne che si sottopongono allo screening ogni due anni per 10 anni, si ottiene la riduzione di mortalità solo per 4 casi ― e conseguentemente 996 donne si sottoporranno alle procedure di screening senza alcun aumento di speranza di vita ― giungiamo alla conclusione che la partecipazione allo screening non avrà lo stesso valore per tutte le donne eligibili. Una scelta informata, a livello individuale, sulla base di quel “resoconto fedele dei fatti” auspicato da Maureen Roberts, si apre su scenari diversi. In concreto, possiamo immaginare che, soppesati accuratamente rischi e benefici, una donna possa anche decidere responsabilmente di non sottoporsi allo screening.

A questo punto le perplessità espresse dai medici milanesi acquistano un’altra fisionomia. Il tempo e l’impegno informativo dedicati a rendere possibile una scelta autonoma e responsabile da parte della donna non sarebbero valutati, dal momento che si assume come indicatore solo il numero delle mammografie eseguite. Il paradosso finale è che una procedura eticamente discutibile ― come una mammografia indotta terrorizzando la donna o fornendo informazioni incomplete o reticenti ― avrebbe in ogni caso un incentivo economico, mentre un comportamento clinicamente ed eticamente eccellente sarebbe

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sanzionato negativamente se avesse come esito una decisione della donna contraria alla mammografia. Il meccanismo dell’incentivazione economica si rivela troppo grossolano per modellarsi sulle esigenze di una medicina che prende sul serio il coinvolgimento consapevole e responsabile del cittadino nelle decisioni cliniche che lo riguardano.

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La responsabilità professionale in sanità

Gli interrogativi più frequenti relativi alla responsabilità del professionista sanitario sono solitamente declinati al presente. Medici e infermieri si pongono concrete domande, comprensibili e giustificate: “Che cosa mi succede se mi comporto in questa maniera? Chi paga se le cose vanno male? A chi spetta fare che cosa? A chi devo rispondere del mio operato?”. Sono interrogativi pienamente legittimi, che circoscrivono lo spazio della responsabilità professionale.

Senza negare la centralità e l’urgenza di domande così rilevanti per la sicurezza nell’esercizio della professione, è necessario contestualizzarle entro un orizzonte più ampio che supera le dimensioni della responsabilità propriamente di natura giuridica. In concreto, dobbiamo cercare di coniugare il verbo che esprime la responsabilità per gli atti sanitari non solo al presente (“Sono responsabile?”; oppure: “Chi è responsabile, e rispetto a che cosa è responsabile?”), ma anche nei tempi del passato ― passato prossimo e passato remoto ― e del futuro ― futuro prossimo e futuro anteriore.

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1. La responsabilità in medicina quale professione liberale

Per quanto riguarda il passato prossimo, il riferimento obbligato è a quella tradizione che colloca la medicina nel contesto di un esercizio delle professioni liberali. Il concetto di professione liberale isola, tra le diverse occupazioni professionali, quelle professioni che non sono come le altre. A colui che le esercita spetta una collocazione particolare nella società. Di conseguenza, anche la responsabilità di chi esercita la professione liberale è articolata come una responsabilità sui generis.

La responsabilità professionale in molte cose si distingue dalla responsabilità morale comune, in quanto il professionista di una professione liberale non risponde in tutto e per tutto come qualsiasi altro cittadino. Grazie alla morale professionale, nelle relazioni sociali viene concessa ad alcune persone ― identificate appunto come professionisti ― una autorità speciale, a cui consegue una impunità per certi atti. Che cosa succede se le cose vanno male al professionista liberale? A meno che non ci siano quelle colpe che per la medicina sono state classicamente riassunte in imperizia, imprudenza e negligenza ― colpe che in ogni caso devono essere dimostrate, e di solito non è un’impresa facile ― se le cose non hanno l’esito previsto non succede niente.

L’assunto può essere illustrato con un esempio letterario. Lo troviamo nella Madame Bovarydi Flaubert. Charles Bovary, il marito della protagonista, che esercita la professione di medico, a un certo punto decide di procurare un miglioramento qualitativo alla vita del garzone della locanda, che ha un piede equino. Con il consenso di tutta la cittadina ― e con l’assenso estorto al povero giovane, al quale vengono decantati i benefici ma non i rischi ― gli pratica la rescissione del tendine. Dall’operazione si aspetta riconoscimento e fama: se ne parlerà anche nei giornali di Parigi.

L’operazione, come era prevedibile, va male, molto male: non solo il garzone non migliora l’uso del piede, ma sopravviene un processo infiammatorio; la gamba va in setticemia e deve essere amputata. Che cosa succede a Charles Bovary? Semplicemente che fa una brutta figura, sia

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agli occhi dei concittadini che a quelli della moglie (che nel disprezzo per il marito si sente giustificata a fare un passo in più verso l’adulterio). La vicenda letteraria può essere assunta come un esempio chiaro della pratica impunità di cui ha goduto, nel passato prossimo da cui proveniamo, la medicina quale professione liberale.

Le professioni liberali sono caratterizzate da conoscenze scientifiche e tecniche particolari, ma soprattutto dall’adesione a un ideale di servizio che giustifica la professione stessa. Questa convinzione fa parte dei “miti” che circondano le professioni liberali. La qualifica di miti non va intesa in senso svalutativo, ma in quanto partecipano alla condizione di convinzioni non verificate, che si coagulano intorno alla professione.

I miti di cui si sono nutrite le professioni liberali sono: la scelta della professione come “vocazione”, l’altruismo e l’ideale di servizio alla società, la peculiarità della formazione ricevuta, l’impossibilità per il cliente di valutare la prestazione professionale, l’autoregolazione e il segreto professionale. Tutti questi elementi sono appunto “miti”, non in senso denigratorio ma descrittivo; conferiscono un profilo particolare alla professione liberale, in conseguenza del quale la professione gode di quella specie di extraterritorialità nella società stessa che si ritiene necessaria affinché la professione possa svolgere la propria funzione sociale. Quando sentiamo dire che il professionista medico prende le sue decisioni “in scienza e coscienza”, siamo esattamente in questo ambito.

L’impunità, dunque, è la prima fondamentale caratteristica di cui dobbiamo tener conto: parlare di una responsabilità penale per Charles Bovary, che ha fatto per il garzone della locanda ciò che riteneva essere per il suo bene, è un vulnus inferto all’identità della professione liberale. Un’ulteriore domanda che ci possiamo fare è se questa identità abbia un carattere classista; in altre parole, l’impunità vale per tutti o si applica in modo differenziato?

Un’altra citazione di un classico della letteratura ― Il malato immaginariodi Molière ― può suggerire una risposta. Benché ambientato un paio di secoli prima della fioritura delle professioni liberali, che avverrà nell’ottocento, presenta già il profilo essenziale delle professioni tipiche dell’epoca moderna. Il malato immaginario sa che il farmacista ha un figlio che studia medicina; gli chiede se pensa di favorire il futuro di suo figlio trovandogli un

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posto a corte, date le relazioni che ha. Il farmacista risponde in senso negativo, perché ― spiega

il nostro mestiere presso i grandi non mi è mai sembrato gradevole: ho sempre trovato che è meglio per noi rimanere con il popolo. Il popolo è di facile contentatura. Non avete da rispondere delle vostre azioni a nessuno. Il fastidio tra i grandi è che quando si ammalano vogliono assolutamente che il medico li guarisca.

Non voglio dire con ciò che ci sia una forma di classismo implicito nella concezione dell’etica professionale. Bisogna certo ammettere che è stata talvolta invocata accentuando il suo carattere autorefenziale, senza un corretto riferimento alla qualità delle cure vista dalla prospettiva dei cittadini oggetto delle cure. Tuttavia, anche se qualcuno ha utilizzato male l’etica professionale che sta nel nostro passato prossimo ― con un senso appunto di impunità che poneva il professionista al di sopra di ogni responsabilità ― è pur vero che questo modello ha veicolato un insieme di valori molto importanti, legati al fatto che la professione richiede di essere esercitata con uno spirito particolare. Ciò è vero soprattutto perla medicina. Questa richiede una dedizione al malato, che è l’anima stessa della professione. Si è soliti chiamare “ethos ippocratico” questo spirito particolare che anima la medicina, giustificando con questo riferimento ideale lo statuto particolare del rapporto che lega il professionista medico al suo cliente. In un libro scritto da un medico, Giacomo Mottura, deceduto qualche anno fa ― un medico che ha molto meritato sia per la medicina che per la vita civile e politica della sua città ― si trova un’efficacissima descrizione del senso e della funzione dell’orientamento ai valori che si richiamano a Ippocrate.

Si tratta di un libro dedicato al giuramento di Ippocrate, dove vengono dettagliatamente esaminate le vicissitudini storiche e le trasformazioni dell’etica ippocratica nel corso dei secoli. Al termine del libro, proprio nell’ultima pagina, Mottura si domanda se abbia ancora una giustificazione riferirsi a Ippocrate al giorno d’oggi. La sua risposta è positiva: «Si tratta di dare una risposta al “chi me lo fa fare”, motto terribilmente sconfortante quando lo si sente usare cinicamente, appunto come replica senza risposta (...) Le ragioni del fare, quando il

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fare è gravoso, non risultano sempre spianate e convincenti dalla bocca di coloro che la sanno lunga sul Padre Eterno o da coloro che trattano con mirabile destrezza di filosofia. La risposta pare avvicinarsi quando, invece che al “perché” si pensa al “per chi”, che è il prossimo, qualche volta anche dimenticando se l’azione può riuscire, se è utilitariamente conveniente, preferendo il gratuito, non rifuggendo da ciò che pare impraticabile» (Mottura, 1986).

Quando il motivo dell’azione professionale non sono i soldi, né la carriera; quando si aggiungono anche le responsabilità personali, l’etica ippocratica ci rinvia a un’eccedenza, un qualcosa in più che induce il professionista a fare il bene del paziente in derivazione da quello spirito del tutto particolare che anima la professione.

Per illustrare l’affermazione Mottura conclude il libro con un aneddoto. Si tratta della vicenda di Celestina, che aveva conosciuto come giovane montanara nell’“alpe superiore”, dedita ai lavori della pastorizia. Dopo aver assistito i suoi genitori, a sua volta nella vecchiaia è costretta da un duplice carcinoma a ricoverarsi nell’ospedale, dove riceve professionalmente le cure che lei ha prestato per amore filiale ai suoi cari. Pochi giorni prima di morire, disse a chi la curava: «Io non credo nel miracolo facile, ma è un miracolo vedere come tanti si sono dati da fare per aiutarmi». In questo episodio di normale routine sanitaria, che non ha in sé niente di spettacolare, è racchiuso lo spirito che anima, al suo meglio, le professioni sanitarie: medici e infermieri insieme hanno fatto per questa donna quello che lei stessa ha fatto per i suoi genitori; si sono presi cura di lei con assoluta dedizione, facendo per professione l’analogo di ciò che lei ha fatto per pietasfiliale.

Noi veniamo, come passato prossimo, da questa tradizione. I due aspetti che caratterizzano l’etica professionale del sanitario ― da una parte un grande valore morale: la medicina praticata da professionisti animati da spirito filantropico e dall’altra, come correlato, la loro collocazione al di sopra della responsabilità comune, quella riconducibile a norme e parametri validi per tutti ― appaiono intimamente intrecciati. Tuttavia questa prospettiva che ci fornisce il passato prossimo non basta: noi non riusciamo a capre

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la medicina liberale se non teniamo conto anche del passato remoto.

2. Le radici sacrali della professione medica

La concezione della medicina occidentale risale propriamente all’epoca greca ed è antecedente alla stessa formulazione ippocratica. In quest’ultima, infatti, è confluito un modello sacrale o religioso, molto più arcaico e fondamentale. La responsabilità professionale articolata dalla medicina che si è espressa nella professione liberale in realtà è ereditaria di un modello a valenza più religiosa che giuridica. Siamo in grado di cogliere la transizione da un modello all’altro se prendiamo a guida proprio due parole chiave: professione e responsabilità.

Sappiamo che il termine “professione”, comune nelle lingue neo romanze, viene dal latino professio. Ha come radice il verbo fassiofassus, che ritroviamo in due parole: professione e confessione. L’idea contenuta nella radice si esprime, con due articolazioni diverse, sia nella professione ― come gruppo di persone che esercitano un’attività organizzata a beneficio di altri ― sia nella confessione. Questa ha il significato di pubblica promessa, di consacrazione.

I due termini si sono molto ravvicinati quando nel medioevo il termine “professione” ha avuto una valenza religiosa esplicita, in quanto è stato utilizzato con riferimento alla vita monastica; anche oggi parliamo di “professione di fede” o di qualcuno che professa una religione. In questi casi diventa esplicito il significato fondamentale di una consacrazione, che è insito nella professione.

Un percorso analogo ci fa fare il secondo termine: responsabilità. Viene dal latino spondeo, che significa prendere un impegno solenne a carattere religioso. Il modello fondamentale per l’antica cultura latina era il padre, il quale spondebatla figlia. Il padre si impegnava a dare in matrimonio la figlia, la quale ― in quanto sponsa― era l’oggetto della promessa; quindi sponderesignifica dare esecuzione a un adempimento solennemente assunto; colui che spondebatrispondeva alla sua promessa.

“Rispondere” significa impegnarsi in qualcosa mediante una promessa vincolante e “responsabilità” rimanda alla condizione

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di chi si è impegnato. Quindi la responsabilità nella sua eccezione fondamentale ha un carattere metagiuridico: è un impegno di donazione assoluta e perpetua, che si può assumere solo con azioni transgiuridiche, ovvero con ragioni morali o religiose.

Vediamo perciò profilarsi due forme di responsabilità: una “forte” e una “debole” (cfr. Gracia, 1993, p. 65). La responsabilità forte è quella che caratterizza alcune professioni (oppure la responsabilità che vediamo in azione negli sponsali storici: in questi, infatti, a differenza della responsabilità che si assume mediante un contratto giuridico, la figlia “sponsa” rimaneva promessa; questi sponsali erano intesi come indissolubili, in opposizione al matrimonio moderno, che riposa sulla volontà degli sposi di mantenere il legame). Abbiamo quindi due tipi di professioni: le professioni propriamente dette e i mestieri. Questi ultimi sono caratterizzati da una responsabilità giuridica, mentre le professioni hanno una responsabilità quasi religiosa.

Tradizionalmente sono tre le attività umane che hanno beneficiato di questa forma di responsabilità forte: il sacerdozio, la regalità― con il potere giuridico correlato della magistratura ― e la medicina. Queste tre attività sono state intese come professioni forti, nel senso sacrale; di conseguenza, hanno goduto di una responsabilità forte, in quanto la responsabilità che si contrae in questa professione eccede il contratto giuridico.

Il professionista è responsabile della persona che gli si affida o che ha bisogno di lui, in modo molto più vincolante rispetto alla responsabilità che si contrae facendo, per esempio, un contratto di compravendita, soggetto a clausole di rescissione. Nella responsabilità forte delle professioni che mantengono l’aureola sacrale di cui si sono fregiate ― professioni regali, sacerdotali e mediche ― questo concetto transgiuridico di responsabilità esercita tuttora la sua influenza.

3. La transizione verso la modernità

Ci si potrebbe domandare se questo cammino a ritroso, che dal passato prossimo della medicina liberale ci ha portato a parlare del passato remoto di una medicina concepita come professione a carattere sacro, sia pura erudizione o abbia una vera incidenza sul presente.

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Ritengo che questa luce radente del passato ― prossimo e remoto ― dia rilievo al presente e ci aiuti a preparare il futuro. Il passato e il presente sono in rotta di collisione. Infatti il modello forte di responsabilità ― che considera il professionista sanitario responsabile per il malato indipendentemente da quello che la legge o altri vincoli contrattuali di natura giuridica possono obbligarlo a fare, responsabile per una forma di dedizione che eccede quanto può essere radicato nel contratto sociale; una dedizione che è la contropartita etica dei rapporti di natura paternalistica ― non si può più coniugare con la cultura moderna.

Il conflitto che si delinea sta scuotendo equilibri secolari nell’ambito dell’etica che regola la medicina: i valori etici che sono stati veicolati dalla concezione sacrale e da quella libero-professionale devono confrontarsi oggi con una società in cui non c’è più, da una parte una persona che in forza della sua dedizione è vincolata da obblighi quasi unilaterali, come l’impegno a orientarsi a fare il bene del malato, anche contro il proprio interesse, e dall’altra un malato, visto unicamente sotto l’angolatura del suo stato fragile e di bisogno. Il sanitario ha di fronte un altro individuo, con il quale entra in un rapporto di responsabilità condivisa, che assomiglia sempre di più alla responsabilità debole, cioè a quella giuridica. Un documento ufficiale del Comitato nazionale per la bioetica ― Informazione e consenso all’atto medico, del 1992 ― descrive questa transizione con parole molto appropriate e pertinenti al tema della responsabilità:

«Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società. Si ritiene tramontata la stagione del paternalismo medico, in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell’esercizio della professione, legittimato a ignorare le scelte e le inclinazioni del paziente e a trasgredirle quando fossero in contrasto con le indicazioni cliniche in senso stretto».

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La transizione si gioca quindi tra il modello sacrale ― rafforzato dalla concezione dell’etica medica liberale ― e il modello moderno, dove al paziente spetta un ruolo attivo (“partecipazione alle decisioni che lo riguardano”, specifica il Comitato nazionale per la bioetica). Il consenso informato è il luogo critico dove si traduce questa nuova modalità di praticare la medicina.

Fino a qualche tempo fa non avremmo mai immaginato di trovare in libreria un libro rivolto al comune lettore con il titolo: Come riconoscere il medico giusto e difendere i vostri diritti di pazienti. Potremmo prenderlo come un segnale del fatto che nella nostra società il modello della responsabilità assoluta del medico, su base sacrale, sta battendo in ritirata. Nel libro in questione troviamo un paragrafo intitolato: “Il medico informa e propone, l’ammalato decide”. La transizione, riassunta intermini così drastici, può far sorgere qualche perplessità. Ma la ricostruzione storica cui si appoggia è incontrovertibile: «Per molti secoli al medico ci si rivolgeva un po’ come al proprio confessore: a quest’ultimo si comunicavano le inquietudini dello spirito, al dottore i mali del corpo. E il medico, come il sacerdote, trattava il malato con modi quasi paternalistici. Questa visione ha dominato nel mondo della medicina fino a qualche decennio fa; poi si è gradualmente fatta strada una nuova filosofia che ha finito per rivoluzionare il rapporto tra medico e paziente. Oggi prima di iniziare qualsiasi terapia il primo passo da fare è quello di ottenere il cosiddetto consenso informato del paziente» (Merli, Tatsos, 1994).

In che misura e attraverso quali modalità il modello moderno è entrato nella cultura sanitaria di oggi? Qualcuno sostiene che i pazienti italiani si attengono ancora ai modelli di comportamento premoderni. Non vorrei che certezze soggettive di questo genere corrispondessero alla realtà come la convinzione dell’indiano che, con l’orecchio appoggiato al terreno, ritiene che i bufali siano lontanissimi (mentre lo stanno per incornare) per il motivo che è sordo! È possibile che coloro che ritengono che i pazienti siano ancora molto lontani dalla modernità siano afflitti da qualche difetto di udito, tanto da non riuscire a percepire il rumore della transizione culturale...

L’attenzione al paziente e ai suoi diritti di informazione dovrebbe svilupparsi, se non per motivi di etica, almeno per prevenire che molte insoddisfazioni nel trattamento prendano la via del Tribunale per i diritti del malato o diventino un contenzioso legale. Il paziente oggi

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non domanda più soltanto di essere guarito (come nobili e potenti al tempo di Molière!) ma ― nella misura in cui è diventato moderno ― richiede l’informazione quale condizione previa per partecipare all’atto medico (cfr. Santosuosso, 1995). Sono frequenti le situazioni in cui il contenzioso che arriva davanti al giudice ha come antefatto una cattiva ― o addirittura nessuna ― informazione data al paziente.

Per il passaggio dal modello premoderno al modello moderno è essenziale monitorare il problema del buon uso del consenso informato, evitando di ridurlo alla firma apposta sotto un formulario, presentato in qualche maniera (“Firmi là dove c’è la crocetta...”). Non è raro che i medici affidano questo incarico agli infermieri, chiedendo la loro collaborazione per far riempire dei moduli concepiti in forma difensiva dai professionisti sanitari, ma senza modificare sostanzialmente il rapporto paternalistico con i pazienti.

Il problema va affrontato anche in termini formativi. Se si tratta, infatti, di cambiare un atteggiamento di fondo, è necessario che ci sia un investimento rilevante nella formazione permanente, in quanto nessun medico che viene fuori oggi dall’università ha interiorizzato il modello moderno, ma ha costruito la sua identità su rapporti strutturati in senso paternalistico.

4. Il futuro anteriore, ovvero l’aziendalizzazione in sanità

Seguendo lo schema temporale, ci rimane di coniugare la responsabilità professionale al futuro. Non mi riferisco al futuro semplice: non sono in grado di estrapolare dalla situazione presente quale sarà il rapporto futuro tra sanitari e malati (anche perché ciò dipende da alcune variabili incerte, come lo sforzo formativo che saremo disposti a fare per mettere le professioni sanitarie in grado di modificare i comportamenti). Mi limiterò a coniugare la responsabilità professionale al “futuro anteriore”, vale a dire quel tempo che, secondo la grammatica, indica un evento futuro che precede altri eventi, pure del futuro, costituendo una sorta di “passato nel futuro”. Il futuro anteriore della responsabilità dei professionisti sanitari, condizione per il nostro futuro prossimo,

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è facilmente individuabile: è scritto nelle leggi di riordino della sanità italiana, elaborate agli inizi degli anni ’90.

La responsabilità va misurata su un altro parametro ancora: quello che la correla con il famigerato processo di aziendalizzazione. Là dove quest’ultima non è stata intesa soltanto in termini riduttivi economicistici, affidandole il compito di pareggiare i conti della sanità in epoca di risorse limitate, appare come una diversa organizzazione del lavoro; e quindi anche come una nuova modalità di rapportarsi tra i professionisti e coloro che ricorrono ai loro servizi.

Traggo da un libro dedicato alla “qualità totale” un’affermazione attribuita a un manager giapponese nell’incontro con dei colleghi inglesi: «Per voi l’essenza del management consiste nel tirare fuori le idee dalla testa del dirigente per metterle nelle mani degli operatori. Per noi l’essenza del management è precisamente l’arte di mobilitare le risorse intellettuali di tutto il personale al servizio dell’azienda. Dato che noi abbiamo valutato meglio di voi le sfide economiche e tecnologiche, sappiamo che l’intelligenza di un gruppo di dirigenti, per quanto brillanti e capaci essi siano, non è sufficiente per garantire il successo» (Galgano, 1990).

La responsabilità del futuro presuppone, dunque, un nuovo modo di organizzare il lavoro in cui dal modello verticistico si passa a un coinvolgimento di tutti nell’azione, per ottenere il conseguimento dell’obiettivo comune. Riusciamo con difficoltà a immaginare che cosa comporti questo in sanità, ma sappiamo che presuppone uno sconvolgimento del modello tradizionale.

In uno dei documenti più importanti della nuova sanità, il testo del Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-1996, è indicato esplicitamente che, se vogliamo realizzare la nuova sanità, dobbiamo prima di tutto investire in formazione dei quadri della dirigenza e dei quadri intermedi. Di questa formazione vengono forniti quattro contenuti specifici, il primo dei quali è «un approccio alla gestione orientata al raggiungimento di obiettivi più che alla esecuzione di compiti».

È interessante notare che la «padronanza dei criteri della gestione economica» ― che secondo alcuni sintetizza il cambiamento in atto nella sanità ― viene solo in secondo luogo. Se noi vogliamo rinnovare la sanità introducendo in essa “lo stile azienda”, non dobbiamo mettere come priorità la capacità di fare i conti, ma piuttosto il passaggio

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da una modalità di lavoro orientata alla esecuzione di compiti ― il mansionario che caratterizza alcune professioni è soltanto un modo, anche se il più vistoso, di parcellizzare il lavoro, delimitando al tempo stesso le responsabilità ― a quella ispirata agli obiettivi. L’obiettivo si raggiunge soltanto se si riesce a immaginare e a realizzare un coinvolgimento di tutti, trasversale alle professioni.

La nuova sanità ha introdotto una modifica negli obiettivi ai quali deve tendere l’erogazione di servizi sanitari. L’etica medica tradizionale ha identificato come unica finalità cui deve tenere l’impegno professionale dei sanitari il bene del paziente: devono fare ciò che è appropriato per la guarigione del paziente, dal momento che non sono più soltanto i potenti e le classi nobili che vogliono essere guariti, ma tutti pretendono di avere accesso alle risorse più efficaci della medicina. Il paradigma moderno ci dice che il paziente vuol partecipare alle decisioni, quale soggetto attivo e responsabile. Nel modello postmoderno, che identifichiamo con l’organizzazione di tipo aziendale, i sanitari sono invitati a trattare questo paziente come un cliente.

Come un cliente, infatti, il paziente che accede ai servizi sanitari vuole essere soddisfatto: richiede il rispetto delle procedure, servizi appropriati e un trattamento civile, attento alla dignità della persona. E quanto costituisce la qualità percepita dall’utente, prevista dall’art. 14 dei Dd.Ll. 502/1992 e 517/1993, della quale conosciamo gli indicatori (decreto del ministero della sanità del 15 ott. 1996).

Gli indicatori ci orientano a considerare l’umanizzazione delle strutture,

L’1% dei clienti fa un reclamo formale

(potenzia le richieste di risarcimento per negligenza medica)

Il 10% non reclama ma va altrove

(perdita di incassi. Difficoltà a riconquistare i clienti)

Di questo 10% ciascuno racconta ad altri della sua insoddisfazione.

Gli altri preferiscono andare altrove.

Maggiore perdita di introiti.

La cattiva reputazione impiega anni per essere eliminata.

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l’informazione, il comfort alberghiero e l’attività di prevenzione delle malattie. Non possiamo più soltanto limitarci a preoccuparci per il paziente così come può essere visto nell’ottica clinica, ma dobbiamo introdurre anche altre dimensioni. Secondo il manuale di John Ovretveit, La qualità nel servizio sanitario, la qualità ha tre dimensioni, riferite all’angolatura di chi la valuta: il professionista, l’organizzazione e i pazienti in qualità di clienti (Ovretveit, 1996). Cosa succede se i pazienti che si riferiscono alle strutture sanitarie ― e quindi ne costituiscono a tutti gli effetti i clienti ― non sono soddisfatti? Il libro di Ovretveit mostra in un grafico i risultati di indagini fatte in Inghilterra sulla soddisfazione rispetto al servizio sanitario nazionale (Fig. 1).

Risulta che i reclami formali rappresentano solo la punta dell'icebergdell’insoddisfazione totale: ciò che emerge è solamente un decimo dell’insoddisfazione dei cittadini; di questo decimo, soltanto una minima parte degli insoddisfatti fa un reclamo formale con potenziale richiesta di risarcimento dei danni (peraltro un problema notevole ora per le aziende, che dal fondo economico loro destinato dovranno detrarre le spese per le cause di malpracticee per le richieste di risarcimento). I pazienti insoddisfatti, anche se non reclamano, vanno altrove, con perdita di incassi per l’azienda, difficoltà a riacquistare clienti e immagine negativa per la struttura (gli insoddisfatti del servizio infatti, ne parlano con altri...). Se i sanitari non vogliamo trattare bene i pazienti per motivi umanitari ed etici, sono in ogni caso costretti a farlo per motivi aziendali!

Riferimenti bibliografici

GalganoA., La qualità totale, Ed. Il Sole 24-ore, Milano, 1990.

GraciaD., Fondamenti di bioetica. Sviluppo storico e metodo, San Paolo, Cinisello, 1993.

MerliI., TatsosM., Come riconoscere il medico giusto e difendere i vostri diritti di pazienti, Franco Angeli, Milano, 1994.

MotturaG., Il giuramento di Ippocrate. I doveri del medico nella storia, Ed. Riuniti, Roma, 1986.

OvretveitJ., La qualità nel servizio sanitario, Edises, Napoli, 1996.

SantosuossoA. (a cura di), Il consenso informato. Tra giustificazione per il medico e diritto del paziente, Cortina, Milano, 1996.

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La regolazione sociale dei trapianti di organo

I trapianti d’organo sono una delle pratiche della nuova medicina che più ci danno la misura della rapidità del cambiamento. Nel giro di pochissimi anni ― abbiamo da poco festeggiato il decennale del primo trapianto di cuore effettuato in Italia ― un intervento di natura tanto audace da meritare di essere catalogato tra i “miracoli” laici della moderna tecnologia biomedica ha perso il carattere di sperimentazione ed è diventato routine. Dai fasti della cronaca i trapianti di organo sono passati rapidamente a costituire un capitolo della storia della medicina.

Abbiamo già una proposta di suddividere tale capitolo in ere. Il suggerimento autorevole viene da J. Hors, segretario nazionale di France Transplant (Hors, 1995). Egli osserva che, se consideriamo il rapporto che i trapianti di organo hanno con la società, si può rilevare uno svolgimento ciclico ricorrente, qualunque sia l’organo o il paese. In una prima fase ― che potremmo chiamare l’èra dei pionieri ― l’immagine dei trapianti che si riflette attraverso i media e i sondaggi

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d’opinione è esaltante; l’opinione pubblica risponde con la meraviglia per la padronanza della tecnica e ricolma di lodi i medici che si dedicano ai trapianti. Dal punto di vista organizzativo, la priorità assoluta va ad assicurare la diagnosi di morte cerebrale 24 ore su 24. In questo stadio le regole per la ripartizione degli organi sono rudimentali.

La fase successiva è l’èra dei coordinatori. Dopo che il trapianto di organi è diventato un intervento terapeutico di routine, la preoccupazione si sposta sull’organizzazione. Là dove questa ha successo, la pratica dei trapianti conosce uno sviluppo esponenziale. E quanto avviene negli anni ’80, fino ai primi anni ’90. Un ruolo centrale spetta al coordinatore: sia nell’informazione rivolta al grande pubblico e ai medici, sia nella verifica dei dispositivi di prelievo nei centri autorizzati, sia infine nella preparazione di nuovi centri. In questa fase dello sviluppo le legislazioni europee cominciano a dare risposte normative, pur divergendo nelle condizioni poste per autorizzare i prelievi e nel ruolo da attribuire alla famiglia e al consenso al trapianto.

La terza èra ― sempre seguendo la periodizzazione proposta da J. Hors ― è quella del cittadino. L’atteggiamento del grande pubblico ha cominciato a modificarsi. Oltre a un bisogno di sicurezza, che si traduce nella richiesta di conoscere i rischi di contrarre malattie infettive con il trapianto d’organo o di un tessuto, due altri bisogni si impongono in questa fase: quello della trasparenza e il bisogno di un’etica universale.

La trasparenza è richiesta soprattutto nei criteri di allocazione degli organi. La disperazione dei malati posti in lunghe liste d’attesa ― anche più di 10 anni per avere il trapianto di un rene ― nutre il sospetto circa la scelta dei donatori. L’euforia filantropica propria dell’èra dei pionieri cede il posto ad atteggiamenti di esplicita xenofobia: non si vogliono privilegiare i non residenti o, per quanto riguarda l’Italia, i cittadini di quelle regioni che si dimostrano totalmente insensibili al reperimento degli organi.

Un altro punto caldo del dibattito è diventato quello dell’etica sottostante alla pratica dei trapianti. Mentre le associazioni dei donatori continuano a proporre l’ideale di un dono gratuito, anonimo e liberamente consentito, la società deve affrontare in pratica la diffusione rapida di un mercantilismo che si affianca al modello della gratuità: gli organi vengono venduti e comprati, in transazioni che superano

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i confini nazionali e coinvolgono donatori viventi spinti dalla miseria a vendere un organo per sopravvivere. Nello stesso tempo si fanno sentire voci di protesta di cittadini che giudicano la pratica dei trapianti inaccettabile da un punto di vista sia antropologico (dissenso sul criterio cerebrale nel riconoscimento della morte), sia etico. Si veda in Italia, in tal senso, la “Lega contro la predazione degli organi”.

Nel nostro paese l’èra del cittadino è particolarmente turbolenta. Ciò spiega in buona parte le difficoltà incontrate nel raggiungere un consenso sulle modifiche da apportare alla legge del 1975, che pur era ritenuta unanimemente superata. L’opinione pubblica sembra aver abbandonato l’entusiasmo degli inizi ed esprime sempre maggiori riserve. L’inversione di segno nell’opinione pubblica è stata influenzata soprattutto dalle notizie relative a comportamenti condannabili dal punto di vista morale: commercio di organi, prelievi non autorizzati, addirittura omicidi perpetrati per avere “pezzi d’uomo di ricambio”.

Quante di queste notizie sono fondate e attendibili? Quanto va, invece, addebitato alla fiorente fabbrica delle “leggende metropolitane”, quelle storie false ma verosimili che si diffondono a macchia d’olio tra la gente, senza possibilità di esercitare su di esse un controllo? Coloro che per mestiere devono fornire le informazioni, nei giornali o alla televisione, molto spesso non sono d’aiuto per rispondere a queste domande.

I trapianti hanno cattiva stampa, nel duplice significato dell’espressione: se ne parla male, se ne parla in modo incompetente. Giornalisti e conduttori televisivi non si impegnano a riportare il discorso sulla terra ferma dei fatti e della ragione. Rimestano nelle emozioni, aggiungendo tocchi di colore. Si diffonde così presso il pubblico ― che in Italia non ha mai brillato per il grado d’informazione scientifica ― un’immagine grossolana delle pratiche dei trapianti. Il coma viene confuso con la morte cerebrale. Si accredita la fantasia di pratiche di prelievo di organi fatte artigianalmente nelle camere mortuarie, quando invece proprio la tecnologia richiesta impedisce la clandestinità.

Cresce così la diffidenza verso ogni forma di trapianto. I medici che li eseguono sentono aumentare il malessere attorno a sé, quasi fossero dediti a un’attività riprovevole. Non li circonda più l’aureola

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del tempo dei pionieri. La disponibilità a donare organi decresce. Siamo già in Europa il paese con minor numero di donazioni, seguiti solo dalla Grecia. Il futuro è ancor più nero, in quanto non si avverte un’inversione di tendenza e i paesi europei ai quali eravamo soliti rivolgerci per i trapianti hanno dichiarato che non sono più disponibili a fornirci organi, in assenza di un impegno da parte nostra a favore delle donazioni. Dovremmo, dunque, dichiarare conclusa l’epoca dei trapianti?

Non si tratta semplicemente di mettersi alla ricerca dei responsabili dell’impasse, puntando il dito sull’uno o sull’altro. Le cause del malessere che accompagna la medicina dei trapianti sono molteplici e differenziate, spesso non evidenti al primo sguardo. Possiamo rendercene conto analizzando il quadro legislativo che regola i trapianti di organo. Nella lunga e intricata “telenovela” della legge italiana sui trapianti di organo possiamo isolare un episodio, di per sé marginale, ma che offre l’opportunità di alcune riflessioni sui problemi di fondo che ostacolano il diffondersi dell’ auspicata cultura delle donazioni. Ancor più: la riflessione sul trapianto degli organi ― e sulla loro donazione, che ne è il presupposto ― ci permette di cogliere alcuni importanti elementi del funzionamento di ogni comunità umana.

L’episodio a cui ci riferiamo riguarda la legge n° 311 relativa ai trapianti di cornea. Si tratta di un testo breve ― riducibile a quattro articoli, di neppure quaranta righe in tutto ―, scorporato dalla legge generale sui trapianti. Il motivo addotto per lo scorporo è quello della relativa aproblematicità dei trapianti di cornea, trattandosi di un tessuto e non di un organo, tanto meno di un organo vitale.

La legge è stata approvata il 12 agosto 1993 (già la data merita un’attenta considerazione: il periodo intorno a ferragosto non è certo l’epoca dell’anno in cui gli spiriti sono più vigili, pronti a cogliere la portata di un intervento legislativo...). In accordo con l’intenzione della legge, che era quella di facilitare i trapianti di cornea, la facoltà di eseguire i trapianti veniva estesa anche a strutture private non autorizzate o convenzionate. La pericolosità di questa innovazione sarebbe risultata solo pochi mesi dopo, quando scoppiò lo scandalo per denunce di prelievi abusivi di cornee, provenienti dall’estero, a Roma e in altre città italiane. Si può facilmente immaginare quale forma di

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deregulationpotesse nascere dalla rinuncia delle strutture pubbliche a controllare tutto il processo dell’espianto e trapianto.

Ma gli aspetti più innovativi della legge sono quelli che riguardano il consenso come condizione per il prelievo della cornea. Se il defunto ha manifestato in vita il rifiuto della donazione, la legge impedisce di procedere al prelievo. Se invece ha manifestato la volontà di donarla, è necessario l’assensodel coniuge, oppure dei figli maggiorenni o, in assenza di questi, dei genitori. La famiglia, insomma, deve autorizzare esplicitamente il prelievo presso il proprio congiunto che in vita ha espresso la volontà di donare il tessuto corneale.

La norma si presentava come un’innovazione sostanziale rispetto alla legge 844 del 1975, che era ancora in vigore per l’insieme delle pratiche dei trapianti di organi, finché non si fosse pervenuti a una nuova normativa ( per la quale i cittadini italiani hanno dovuto aspettare fino al 1999). La legge 844 prevedeva, infatti, l'opposizionedei parenti, fino al secondo grado, attribuendo loro la facoltà di annullare la volontà del defunto espressa in vita.

Il passaggio dalla facoltà di opporsi (opposizione da esprimere per iscritto, per di più!) alla richiesta rivolta esplicitamente alla famiglia affinché dia il suo assenso è un vero e proprio stravolgimento dell’impianto legislativo che regola i trapianti d’organo. Alla volontà del defunto, concepita come imperativo a cui orientarsi, viene sostituita la famiglia, cui si attribuisce implicitamente qualcosa che può assomigliare a un diritto di proprietà sul cadavere. Le perplessità non sono dirette in primo luogo verso le tentazioni mercantilistiche, che così possono attecchire più facilmente sulla pratica dei trapianti (la famiglia potrebbe essere più incline a vendere quella proprietà, piuttosto che a donarla). Più grave ancora è l’ostacolo che l’assenso dei parenti pone al diffondersi della cultura della disponibilità del cadavere, quale forma moderna di solidarietà.

Non sappiamo se siano state perplessità concettuali di questo genere o problemi di ordine pratico che hanno indotto il ministro della sanità, ad appena un anno dalla legge, ad annunciare un nuovo disegno di legge, approvato dal consiglio dei ministri nel settembre 1994, in cui il prelievo e innesto delle cornee vengano sottratti al consenso dei parenti. Il nuovo si presenta dunque, come

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un ritorno all’antico.

Leggere in questo processo altalenante solo l’inconsistenza e l’improvvisazione dei nostri legislatori è riduttivo. In filigrana possiamo intravedere anche problemi di maggiore spessore, soprattutto di natura antropologica, posti da una pratica che rivendica per gli organi che passano da un soggetto umano all’altro il carattere di dono.

Nel dono si riflettono alcuni tratti di quella complessa rete di rapporti che costituisce la società. È quanto osservò l’antropologo culturale e sociologo Marcel Mauss in un celebre scritto apparso nel 1923: “Saggio sul dono: forma e motivi dello scambio nelle società arcaiche”. Il contributo di Mauss ha una forma che è sembrata quasi definitiva, tanto che pochi studiosi hanno ripreso l’argomento. C’è da segnalare, all’inizio degli anni ’70, la riflessione di Titmus, riferita soprattutto al dono del sangue (Titmus, 1971). Più di recente ha rivisitato il tema del dono il sociologo francese Jacques Godbout, in un’opera imponente: Lo spirito del dono(Godbout, 1993).

A suo avviso, il dono è una categoria che ci permette di capire il funzionamento non solo delle società arcaiche, ma anche di quella contemporanea. Il punto di partenza di questa riflessione è fornito dalle conclusioni di Mauss, secondo il quale nelle società arcaiche il dono ha la funzione di “fatto sociale totale”: esso mette in moto la totalità delle società e delle sue istituzioni. Il dono è espressione dello scambio sociale e costituisce la precondizione perché una società sia possibile.

La fenomenologia delle nostre società è ovviamente diversa. La solidarietà allargata si esprime in altre forme rispetto a quelle riscontrabili nei raggruppamenti sociali arcaici; le moderne democrazie, ad esempio, hanno risposto ai bisogni di salute, sicurezza e assistenza attraverso la creazione del welfare state. Tuttavia il dono ― inteso in senso ampio, non solo come regalo, ma includendo anche ogni bene e servizio ― continua a rimanere centrale anche nell’organizzazione della società.

La principale differenza tra il dono arcaico e quello che traduce in atto il principio della ridistribuzione universalistica dei beni nelle nostre società è che il nostro è un dono senza destinatario. Lo stato sociale non distribuisce i beni nel modo in

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cui essi circolano nelle società primarie (di cui la famiglia è l’istituzione centrale). La solidarietà moderna accentua la separatezza, l’indipendenza degli attori sociali. Nella ridistribuzione dei beni promossa dallo stato, gli individui sono sottratti dal sistema di interdipendenza che vige nelle reti che nascono dai legami primari: la solidarietà che lega i cittadini nello stato sociale è diversa da quella che vige all’interno di una tribù o di una famiglia; essa presuppone tra loro una “estraneità” analoga a quella che regola i rapporti tra sconosciuti.

Tenendo presente lo scenario dello stato sociale, che costituisce una novità nell’organizzazione della convivenza, possiamo affermare che la circolazione dei beni e servizi contribuisce al legame tra gli individui nella società in tre modi diversi e inconfondibili (cfr. Di Nicola, 1994). C’è anzitutto la modalità del sistema reciprocità-dono, che vediamo realizzato nelle società arcaiche e permane sempre attuale nella famiglia. Esso si fonda sul principio che il dono crea il debito in colui che lo riceve; beni e servizi nella loro circolazione legano le persone direttamente le une alle altre.

All’estremo opposto troviamo il mercato, in cui i beni circolano indipendentemente dal legame tra le persone: la transazione si conclude con lo scambio tra merci e denaro, senza alcuno strascico di rapporti interpersonali. In posizione intermedia si situa la modalità di circolazione dei beni che ha lo stato come promotore. In questa dimensione i soggetti, liberati dai legami interpersonali diretti, sono trattati secondo il principio dell’uguaglianza e ricevono in base ai loro bisogni, senza tuttavia che si crei il debito e l’obbligo della riconoscenza che si ha quando il dono ha un destinatario diretto.

Mercato, stato e sfera della reciprocità sono retti da principi diversi, non riconducibili l’uno all’altro e non interscambiabili. Proprio la situazione del bene costituito dagli organi per i trapianti può illustrare le tre diverse modalità. In condizione di mercato, l’organo è considerato un bene oggetto di transazione economica: colui che offre e colui che acquista sono in contatto solo in vista del passaggio della merce dall’uno all’altro. Onorato il contratto, non c’è debito e non c’è riconoscenza. Nel caso invece di una donazione di organo

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all’interno della famiglia (rene da vivente, trapianto di midollo...), il legame rinforza quello esistente, col risultato di portare l’interdipendenza a punte parossistiche (complicate talvolta da ricatti morali, colpevolizzazioni del familiare renitente al dono, senso esasperato di debito in colui che accetta il sacrificio o il rischio del familiare donante...).

La donazione di organi come pratica inserita nella cura della salute offerta dallo stato, pur nelle diverse organizzazioni del servizio sanitario, garantisce il criterio universalistico di accesso alle risorse, senza tuttavia creare dei legami. Il destinatario di un organo donato, infatti, abitualmente non sa da dove proviene il dono, né è tenuto a contraccambiare, come sempre avviene quando si crea un senso di debito. La stessa organizzazione di strutture che gestiscono il dono degli organi mira a evitare le personalizzazioni del dono stesso e a impedire che questa pratica graviti entro il sistema reciprocità-dono che è proprio dei legami interpersonali.

Malgrado la persistenza del dono nelle forme di convivenza sociale moderne e post-moderne in cui si concretizza il bisogno primario insuperabile di legami basati sulla interdipendenza, per noi oggi ha un valore centrale il meccanismo di solidarietà allargata e istituzionale, gestita dallo stato. Solo questa modalità di “dono” può garantire, nella moderna società complessa, i modelli minimi di uguaglianza e correggere le disparità più stridenti legate al censo e ai privilegi.

È necessario continuare a coltivare forme di reciprocità, modernizzando le loro espressioni (il volontariato e le associazioni di mutuo aiuto sono, da questo punto di vista, eccellenti realizzazioni che attualizzano i sistemi di reciprocità-dono). Tuttavia la reciprocità non può sostituire quel sistema universalistico di distribuzione di beni e servizi che offre oggi lo stato mediante la sua organizzazione pubblica del servizio sanitario.

Questa prospettiva ci offre una diversa chiave di lettura di quell’episodio legislativo da cui abbiamo preso le mosse per la nostra riflessione. L’oscillazione tra possibile opposizione della famiglia ed esplicito consenso di questa al prelievo delle cornee può essere vista anche come un’esitazione tra diverse modalità di circolazione dei beni

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e concezioni alternative del ruolo della famiglia. Concedere alla famiglia di mantenere il controllo sul cadavere del congiunto significa privilegiare un disegno dei rapporti sociali in cui la reciprocità e il dono vigenti nelle società arcaiche prevalgono sulle forme moderne di redistribuzione dei beni che fanno perno sullo stato.

Ci si può chiedere se la resistenza massiccia al diffondersi di una cultura del dono di organi che registriamo in Italia non sia riconducibile a una fondamentale diffidenza nei confronti dello stato, a beneficio di quelle modalità di circolazione dei beni che privilegiano la reciprocità, come appunto avviene nella famiglia. L’ostilità alla donazione potrebbe così essere interpretata come un segno ulteriore di quel ritardo nella maturazione di un senso civico dello stato, che caratterizza la cultura italiana.

Un’ultima considerazione, infine, merita la proposta di sostenere il passaggio verso la concezione solidaristica che presuppone lo stato sociale ricorrendo a forme di incentivazione. Una di queste può essere costituita dalla creazione di un particolare “circuito della solidarietà”, nel quale condividere oneri e vantaggi. Ciò presuppone, in pratica, la possibilità per coloro che non sono disponibili per ricevere e donare gli organi di escludersi dal circuito.

Questa possibilità negativa diventa sempre più urgente nella società multietnica e pluriculturale nella quale viviamo. Nello stesso tessuto sociale convivono degli “stranieri morali”, vale a dire persone che non condividono le stesse convinzioni e non si orientano secondo gli stessi ideali di “buona vita”. Per alcuni ricevere e dare organi è un tabù o una via impraticabile dal punto di vista morale. Una società pluralistica deve trovare il modo di rispettare queste scelte.

In senso positivo, la richiesta di essere inclusi nel circuito della solidarietà, per quanto riguarda la circolazione di quel bene raro che sono organi e tessuti del corpo umano, comporta la scelta di rendersi disponibili al prelievo, per poter a propria volta beneficiare del dono in caso di bisogno. Lo strumento del circuito privilegiato per la donazione e il trapianto si situa a metà strada tra lo strumento pedagogico e la misura amministrativa per ottimizzare l’uso di risorse scarse. Tuttavia, se si vuol evitare di creare due classi di cittadini, è necessario che la scelta di appartenere

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a l’uno o all’altro circuito sia pienamente informata e consapevole. Non possiamo evitare, perciò, di passare attraverso un dibattito che coinvolga tutta la società e giunga capillarmente a ogni cittadino, permettendogli di decidere con piena consapevolezza a quale circuito iscriversi.

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Ospedale o domicilio? Lo scenario delle cure

1. La cultura delle cure domiciliari

La proposta delle cure domiciliari e dell’ospedalizzazione a domicilio non è più una novità in Italia. Mentre ovunque nella sanità ci scontriamo con analisi divergenti dei fatti e con opinioni contrastanti sulle misure da prendere, in questo settore tutto sembra fluire verso un pacifico consenso: le ragioni dell’etica e le analisi sociologiche, i conti degli economisti e gli interessi degli utenti. I fautori delle cure domiciliari hanno infatti a loro favore argomenti difficilmente confutabili, tanto di ordine sanitario (inadeguatezza delle strutture ospedaliere rispetto alle esigenze dei malati anziani e cronici), quanto economico (relativo minor costo delle prestazioni fornite a domicilio) e umanistico (compreso il problema etico di garantire quella migliore qualità di vita che induce le persone ad affermare la vita stessa).

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Eppure le cure domiciliari stentano a decollare. Non mancano esperienze in atto: queste sono tuttavia sostanzialmente marginali e si rivelano incapaci di incidere in modo efficace sul sistema abituale di erogazione delle cure sanitarie, centrato sull’ospedale. Senza indulgere a quel moralismo che parte alla ricerca del colpevole, cerchiamo di capire anche quei motivi di resistenza che non dipendono solo dalla cattiva volontà umana, dall’inerzia delle istituzioni o dagli ostacoli politici.

Il passaggio dalle cure ospedaliere a quelle domiciliari è più che una questione organizzativa: implica un cambiamento profondo nel modo di concepire la medicina, il rapporto con il paziente, il senso e il fine dell’attività terapeutica. In pratica, il passaggio dalle cure ospedaliere a quelle somministrate al domicilio del paziente equivale a un cambiamento di paradigma. Ciò spiega più adeguatamente di qualsiasi analisi parziale il motivo di quella resistenza che sembra condannare le cure domiciliari a rimanere nel limbo dei pii desideri.

Quando si passa dall’ospedale al domicilio del paziente, a prima vista il cambiamento sembra irrilevante. Il malato resta lo stesso, la sua patologia non muta; si modifica solo il contesto in cui la cura viene somministrata. Ma proprio questo contesto, apparentemente secondario, merita di essere considerato con molta attenzione. Esso rivela, a un’analisi più accurata, un influsso decisivo nel modellare i comportamenti, tanto del sanitario quanto del paziente. Una ricerca originale, capace di rilevare elementi contestuali di solito disattesi, è quella condotta dall’antropologa americana Andrea Sankar sull’impatto delle cure domiciliari sul comportamento dei medici (Sankar, Gubrium, 1990). La ricerca è stata condotta in una facoltà di medicina il cui curriculum richiedeva agli studenti la partecipazione a un programma di Home Care, nell’ambito del tirocinio di due mesi in “ Family Medicine ”.

Le ricerche comportamentali in ambito sanitario si basano solitamente sulla diade medico-paziente: il contesto è invisibile, in quanto è dato per scontato. Andrea Sankar ha analizzato, invece, i cambiamenti del comportamento dei tirocinanti proprio in funzione del contesto in cui avveniva la somministrazione delle cure. Al livello più esterno, la trasformazione qualitativa del modo di comportarsi dei tirocinanti si esprime nel cambiamento della prossemica, ovvero nel

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la comunicazione interpersonale che avviene mediante l’uso dello spazio (Hall, 1968). Rispetto all’ospedale, in casa cambiano le relazioni spaziali. Il sanitario, abituato a muoversi nel setting ospedaliero, solitamente improntato a denotare l’autorità professionale e l’efficienza tecnologica, può trovarsi in situazioni di perplessità; per esempio: dove e quando mettersi a sedere? Prendere l’iniziativa di questo gesto, oppure aspettare di esservi invitati? I tirocinanti presi in considerazione nella ricerca a cui ci riferiamo all’inizio tendevano a comportarsi da medici, prendendo l’iniziativa di sedersi senza essere invitati. Ben presto, però, si rendevano conto della stonatura e cambiavano atteggiamento.

Uno dei tirocinanti ha usato, per esprimere il suo vissuto, la metafora sportiva del giocare “fuori casa”: «La home careè un gioco tutto diverso... Tu sei a casa loro, nel loro campo da gioco, ed è difficile comandar loro... Il risultato è che, se vuoi avere qualche successo, sei obbligato a sviluppare un tipo di rapporto più significativo con il paziente. Non te la puoi cavare con le chiacchiere superficiali con cui di solito te la cavi con i pazienti ricoverati». In questa osservazione possiamo intravedere alcune implicazioni più profonde di questa specie di “svolta copernicana” che fa muovere verso il paziente colui che, nel contesto ospedaliero, è il sole immobile verso cui gravita il malato in cerca di guarigione. Il campo da gioco è il simbolo di una modalità di rapporto che mette in questione il potere.

Giocando fuori casa, il medico si rende conto che non ha più il controllo usuale sul paziente. La visita fisica, ad esempio, deve essere in qualche modo negoziata. Il paziente ha il potere, soprattutto nello stabilire i confini della privacy: decide lui se e fino a che punto svestirsi. Il passaggio alla visita richiede una transizione verbale, spesso anche uno stacco fisico: il sanitario deve passare dall’atteggiamento di ospite a quello di medico.

Anche il congedo richiede negoziazioni complicate. Il malato vuol contraccambiare la prestazione medica con gesti di ospitalità, per esempio offrendo un caffè o pasticcini. Giunge così alla massima evidenza il fatto che il setting domiciliare tende a strutturare il rapporto medico/paziente sulla modalità ospite/ospitante ( divergendo dai rapporti propri dell’ospedale, dove il medico, oltre ad avere una posizione dominante per la sua attività professionale, è

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anche l’ospitante, e il malato l’ospite). Il domicilio, quindi, diventa la sintesi più concentrata della territorialità e del potere a essa connesso.

Il cambiamento del contesto non ha solo conseguenze sulla modificazione del comportamento esterno: provoca qualcosa che è riconducibile a una nuova Gestalt(vale a dire, secondo la psicologia della percezione, di un tutto strutturato che è più della somma delle parti e tende a imporsi al soggetto percipiente). Nel setting domiciliare emerge qualcosa di nuovo: il contesto da sfondo diventa figura.

L’accentuazione di questo aspetto percettivo ci permette di modulare diversamente il rapporto tra l’etica e le cure domiciliari. Si è soliti mettere a fondamento dell’etica medica la “responsabilità” per l’altro. Tradotto in termini di cure domiciliari, ciò equivale all’impegno a conferire all’assistenza medico-sanitaria quella misura che meglio corrisponde alle esigenze del malato. La preferenza data alle cure domiciliari si fonda allora sulla volontà di rispettare i bisogni affettivi e cognitivi del paziente, non sottraendogli ciò che contribuisce in modo privilegiato alla sua identità.

Senza mettere in discussione questo aspetto, va però richiamata anche una dimensione dell’etica che è più fondamentale ancora della responsabilità: l’attenzione. Correlare le cure domiciliari all’attenzione all’altro implica la capacità per l’operatore sanitario di “vedere” dimensioni del paziente e della sua malattia che nel setting ospedaliero non avrebbero mai la possibilità di emergere.

Nella nuova Gestalt, che si struttura quando il contesto da sfondo diventa figura, la malattia acquista un diverso profilo. Tutto nella casa parla del paziente e della sua famiglia in modo diverso rispetto all’ospedale. La malattia, specie se cronica, non può più essere ridotta a una patologia definita in termini del sapere bio-medico. Emerge in primo piano tutto il non biologico ― i fattori sociali, psicologici e spirituali ― che specialmente nella malattia a lungo termine si connettono con quelli biologici in modo inseparabile. Nelle cure domiciliari l’ideologia della medicina olistica ― curare tutto l’uomo, considerando tutto il paziente come persona ― da discorso accademico e ideale, a carattere esortativo, può diventare una concreta realtà operativa.

La Home Carenon è, quindi, un semplice trasferimento logistico nell’abitazione del paziente di ciò che si fa in ospedale. Comporta,

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piuttosto, un diverso modello di cure mediche, quasi un cambiamento di paradigma in medicina. E forse questa trasformazione può essere individuata come la causa delle maggiori resistenze tra i sanitari al diffondersi delle cure domiciliari. Basti pensare ― per citare solo uno degli elementi di maggior rilievo ― alla considerazione che in questo paradigma dovrebbe spettare alla famiglia del malato. Essa non può più essere un elemento di contorno, che si cerca il più possibile di isolare (riducendo la sua presenza alle ore di visita in ospedale). Va considerata come fondamentale risorsa per la cura del malato, oppure come il principale ostacolo a essa: un bene, il più delle volte, ambivalente, ma imprescindibile per ogni vero progetto terapeutico. La stessa Andrea Sankar ha studiato, sempre con gli strumenti dell’antropologia, come avviene la comunicazione tra familiari e sanitari, in particolare nell’assistenza domiciliare ai morenti (Sankar, 1991).

Allo stesso tempo, però, entrare nel “territorio della famiglia” comporta l’ingresso in un ambito estraneo alla formazione professionale che ha avuto il medico, allontanandosi da ciò che è socialmente accettato come “fare medicina”. Un atteggiamento di questo genere è registrato anche presso i giovani medici del programma di cure domiciliari osservati da Andrea Sankar. Uno di questi giunge, dopo due mesi di tirocinio, alla conclusione che «qualcun altro dovrebbe prendersi cura dei malati cronici, non il medico»; altri tirocinanti hanno sviluppato una specie di nichilismo terapeutico, ritenendo che, piuttosto che dagli interventi medici, il benessere del paziente dipende da quelli sociali e psicologici.

Le cure domiciliari provocano nei sanitari un vero disagio, in quanto modificano la filosofia stessa della medicina. Al tempo stesso questa prospettiva ci permette di dare maggior spessore all’appello all’etica. Non si tratta solo di legittimare o delegittimare determinati comportamenti: l’etica comincia con l’attenzione, ovvero con la capacità di vedere. Il più delle volte ciò indica una destrutturazione di schemi e forme precedenti, parziali anche se validi. Tra questi dobbiamo considerare la concezione della malattia e del malato che fa corpo con la medicina ospedaliera.

“Curare la persona intera” rimarrà una esortazione moralistica, finché la formazione medica e la pratica sanitaria dipenderanno solo

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dal setting ospedaliero. Si delinea qui un orizzonte di crescita per il medico di medicina generale: non solo verso la riconquista di un profilo positivo di qualificazione professionale, ma anche verso la scoperta di quanto di peculiare può apportare a questa diversa concezione della medicina. È una prospettiva particolarmente importante nei confronti della malattia cronica e della geriatria. La visita domiciliare si rivela uno strumento educativo privilegiato per formare l’operatore sanitario a una concezione rispettosa della realtà.

2. Le cure a domicilio: considerazioni etiche

Scegliere lo scenario per la cura e l’assistenza dei malati ― l’ospedale o il domicilio ― è un nodo decisionale molto delicato. Dalla scelta dipendono sviluppi di grande importanza, con ricadute sia sulla quantità di vita che si può fornire al malato, sia sulla qualità della stessa. Se all’etica non attribuiamo solo un carattere esortativo-predicatorio, ma anche una funzione di aiuto nella scelta tra le alternative, dobbiamo chiederle di guidare in forma metodica la decisione relativa all’ambiente migliore per assistere il malato, in modo particolare nella fase finale della sua vita.

Intuitivamente comprendiamo che un luogo possa essere “migliore”, cioè più appropriato, dell’altro. Dall’etica ci aspettiamo che ci aiuti a ragionare valutando in che cosa consista il meglio. Per procedere in forma schematica, sottoponiamo la scelta preferenziale a due interrogativi: meglio per chi?E: meglio rispetto a che cosa?Il primo aspetto rimanda piuttosto agli aspetti procedurali dell’etica (chi deve prendere la decisione? quali parti in causa hanno diritto di far valere le proprie esigenze? in caso di conflitto, gli interessi di chi hanno diritto di priorità?). Il secondo interrogativo ci orienta verso gli aspetti sostantivi nell’etica, cioè i valori che le scelte intendono tutelare.

Sembra ovvio che quando ci si domanda se sia meglio l’ospedale o la casa per assistere il malato, soprattutto nella fase terminale della vita, si pensi al suo bene. Così è, così deve essere.

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L’etica medica tradizionale ha affidato in particolare al medico il ruolo di “avvocato” del malato, sapendo che questi si trova in una condizione di fragilità da cui altri potrebbero trarre un indebito vantaggio. Perché intorno al letto di un malato ― in particolar modo di un malato cosiddetto “terminale” ― si addensano numerosi interessi, che possono entrare in conflitto.

I familiari, ai quali spesso spetta la decisione finale sull’alternativa tra casa e ospedale, portano nella scelta motivazioni e interessi diversi, senza escludere quelli che pescano nel torbido. La famiglia, che magari ha assicurato un’assistenza logorante per un tempo lunghissimo, potrebbe propendere per una soluzione che acceleri la fine. Oppure potrebbe volere, sempre per motivi poco nobili, proprio il contrario. Un esempio, tratto da un caso non inventato, può illustrare quest’ultima situazione.

Il signor Francesco, 93 anni, da mesi sta andando verso la fine. È assistito a casa da una signora molto più giovane, che nel corso degli anni da infermiera è diventata sua convivente. Non hanno mai celebrato le nozze, per una promessa che il signor Francesco aveva fatto, molti anni addietro, a sua moglie sul letto di morte, che non si sarebbe più risposato. Tuttavia i parenti sanno che parte consistente del notevole patrimonio è destinata nel testamento alla convivente. I nipoti iniziano una causa per far dichiarare il signor Francesco incapace di intendere e di volere, con l’intento di impugnare il testamento. L’udienza è fissata per metà gennaio. Poco prima di Natale, l’anziano malato sta declinando rapidamente, a casa, dove ha sempre voluto restare, assistito dalla convivente, che ha organizzato un servizio infermieristico 24 ore su 24. I nipoti del morente accusano la donna di non fare quanto era medicalmente appropriato per il malato. Fanno pressione sul medico di famiglia perché sia trasferito nell’ospedale della cittadina dove risiede. La convivente non può opporsi, per non destare sospetti, e deve accettare un trasferimento straziante per il vecchio, che è ancora lucido.

In ospedale le condizioni peggiorano. I parenti, preoccupati che il malato non possa farcela per l’udienza di metà gennaio,

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brigano perché sia trasferito in un grande ospedale di una città vicina, che è dotato del servizio di rianimazione. Arrivano anche a offrire una somma consistente al primario della rianimazione, perché lo accetti e lo tenga in vita fino all’udienza. Il primario rifiuta, sdegnato. Il signor Francesco riesce a morire nei primi giorni di gennaio.

Anche senza essere così spudoratamente disonesti, gli interessi della famiglia possono essere in rotta di collisione con il miglior interesse del malato. Oggi, in epoca di ospedali resi responsabili dei bilanci e di sanità confrontata con i vincoli dell’economia, il medico ― e i familiari ― potrebbero trovarsi a dover difendere il malato da chi vorrebbe dimetterlo dall’ospedale, perché curarlo a casa è meno dispendioso per l’“azienda”. Il malato va tutelato nei confronti di interpretazioni ragioneristiche dei Drg, che potrebbero portare a utilizzare le modalità di pagamento a tariffa contro l'interesse del malato ad avere le cure appropriate, nel luogo appropriato.

La tutela del malato dalle misure restrittive che derivano dall’attuale “scarsità fiscale” costituisce un’attualizzazione nuova di quella “avvocatura” che è parte essenziale dell’etica medica di ieri e di sempre.

La scelta tra gli interessi delle parti in causa non è sempre un processo lineare. Esistono, infatti, dei legittimi diritti, sia dei familiari che della società, che possono porre dei limiti al diritto del malato stesso che si faccia per lui tutto il possibile. Al caso clinico precedente, tratto dall’esperienza vissuta, accostiamo un riferimento letterario, che sa cogliere in modo drammatico il conflitto tra i diritti dei vivi e i diritti dei morenti, che si ripercuote sulle scelte cliniche.

Attingiamo l’esemplificazione da La montagna incantatadi Thomas Mann. Lo scenario è quello del Berghof, un sanatorio dove sono curati i malati di tubercolosi; date le limitate capacità terapeutiche dell’epoca, spesso l’esito della malattia era il decesso. Uno di coloro che sono arrivati al capolinea è un gentiluomo austriaco. Una infermiera spiega a due altri ospiti del sanatorio la situazione:

Da un pezzo aveva dato prova di essere un gentiluomo tenace,

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ma negli ultimi tempi nessuno riusciva a capire con che cosa respirasse; vero è che da qualche giorno si teneva su con enormi quantità di ossigeno e solo nelle ultime ventiquattro ore aveva consumato la bellezza di quaranta bombole da sei franchi l’una.

Era una grossa spesa, come i signori potevano calcolare, senza dire che la moglie, tra le cui braccia era deceduto, era assolutamente priva di mezzi.

Questa scelta suscita la vivace disapprovazione di uno dei malati: A che scopo prolungare la tortura e quella costosa vita artificiale in un caso del tutto disperato? Certo, non c’era da prendersela con lui se aveva consumato alla cieca il prezioso gas vitale, considerando che glielo avevano imposto. I curanti avrebbero invece dovuto essere più ragionevoli e lasciarlo andare in santa pace per il suo inevitabile cammino, prescindendo dalla condizione finanziaria o anzi tenendone conto. Anche i vivi hanno i loro diritti.

In notevole anticipo sui tempi ― il romanzo è apparso nel 1924 ― Thomas Mann ha colto un conflitto di interessi tra le parti in causa nell’allocazione delle risorse, che avrebbe reso sempre più difficili le decisioni cliniche sul finire del secolo. Ci ricorda che la decisione clinica va collocata concretamente in un contesto fatto di rapporti affettivi, legami, conflitti; il bene del malato non può essere isolato dal bene della famiglia e, essendo spesso il malato in queste condizioni incapace di prendere le decisioni per se stesso, dalle interpretazioni che i familiari sono costretti a fare del suo bene.

Anche la considerazione degli interessi della società può essere soggetta a un’interpretazione positiva. Le cure “futili” ― in quanto il gradimento del malato non compensa i notevoli costi per la società, che ha a disposizione solo risorse limitate per la sanità ― non superano la prova della “appropriatezza sociale”. Il bene dell’individuo e il bene della società non possono ignorarsi reciprocamente, ma vanno opportunamente bilanciati.

Per quanto riguarda gli aspetti procedurali dell’etica, un prezioso aiuto è offerto dai principi, elaborati dalla bioetica americana. Si tratta degli ormai celebri principi di beneficità (beneficence), non maleficità,

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autonomia e giustizia. Le scelte, comprese quelle relative al luogo dove concludere la vita, vanno confrontate con l’orientamento condiviso costituito dai principi. Dobbiamo domandarci, in altre parole, se la scelta del domicilio o dell’ospedale faccia il bene del malato (beneficence), non gli procuri un danno (“non maleficità”), rispetti la sua decisione autonoma e sia in accordo con le esigenze dell’ equità. Un apporto ulteriore alla bioetica dei principi è stato offerto da Diego Gracia, il quale ha proposto una gerarchizzazione tra i principi stessi (Grecia, 1993). Ciò vuol dire che, quando entrano in conflitto, prevale il principio gerarchicamente più alto.

Al primo posto devono essere collocati i due principi della “non maleficità” e della giustizia. Questi dipendono dalla convinzione generale che tutti gli esseri umani vanno tutelati da interventi nocivi e vanno trattati con uguale considerazione e rispetto. I comportamenti collegati a questi principi non dipendono direttamente dalla volontà delle persone. Non possiamo fare del male a qualcuno, anche se ce lo chiede. Lo stesso avviene con la giustizia: sul piano sociale si commette un’ingiustizia quando le persone non vengono trattate con uguale considerazione e rispetto, qualunque siano le loro preferenze soggettive. Gli obblighi della “non maleficità” e della giustizia si possono stabilire con criteri universali e comuni, che valgono per tutti, e vincolano indipendentemente dalla volontà delle persone.

Il principio di autonomia, invece, richiede che i valori e le preferenze delle persone siano rispettati. Per quanto importante sia, gerarchicamente è inferiore alle esigenze della “non maleficità” e della giustizia. Il principio di beneficità, a sua volta, richiede che il bene (beneficence) sia riferito alla situazione concreta di una persona, a ciò che nella sua valutazione corrisponde a un valore: non si può fare del bene a un altro contro la sua volontà, benché siamo obbligati a non fargli del male anche se, per assurdo, lo desiderasse.

Nel sistema etico proposto da Diego Gracia il livello in cui l’azione è retta dai principi di “non maleficità” e di giustizia corrisponde all’etica del minimo”, alla quale siamo obbligati tutti per forza superiore; il livello ispirato alla beneficità e controllato dall’“autonomia” dell’individuo corrisponde “all’etica del massimo”. Quest’ultimo dipende dal sistema di valori personali, dagli ideali di perfezione e felicità

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che abbiamo fatto nostri. Una è l’etica del dovere, l’altra è l’etica della felicità.

I valori e le preferenze del paziente hanno un grande peso quando la decisione relativa allo scenario delle cure ― l’abitazione, l’ospedale, l'hospice, la RSA? ― incide sull’ideale di “buona vita” a cui la persona tende. Da questo punto di vista, nessuno è in grado più del paziente stesso di decidere quale sia “il meglio” per lui. La situazione familiare, l’articolazione personale della speranza, i legami residui, il grado di evoluzione spirituale realizzata, la tollerabilità dei sintomi sono altrettante variabili che rendono “migliore” l’uno o l’altro ambiente.

Questa prospettiva, che attribuisce pieno rilievo alla “beneficità” del trattamento così come è percepita dal paziente stesso, costringe il sanitario a rimettere in discussione la prospettiva tipica dell’etica medica tradizionale, che identifica nel prolungamento della vita l’unico bene da perseguire. L’etica medica, centrata sulla difesa del “minimo morale”, ha piuttosto valore di controllo e di tutela dagli abusi; la bioetica, che promuove l’autonomia e l’autodeterminazione, è l’orizzonte proprio della modernità. L’una non può far a meno dell’altra, se vogliamo procedere verso la giusta decisione.

Le cure domiciliari richiedono una pratica della medicina in cui i servizi di diagnosi e cura non siano inferiori allo standard fornito dalle istituzioni ospedaliere; allo stesso tempo, per il fatto di svolgersi nel domicilio stesso del paziente, la dimensione personalizzata delle cure è destinata a soddisfare le più alte richieste di qualità avanzate dalla medicina umanistica.

Una quantità di figure professionali ― medici, infermieri, fisioterapisti, operatori tecnici ausiliari, assistenti sociali, psicologi ― assicurano, insieme a prestatori di opera non professionali ― familiari, volontari ― lo svolgimento delle cure domiciliari. Ogni professionista sanitario orienta la propria azione secondo le esigenze normative espresse dal codice deontologico della propria professione. Le linee-guida comportamentali che suggeriamo non sostituiscono i codici deontologici. Si limitano a proporre le esigenze etiche comuni che, al di là dei vincoli delle singole professioni, devono guidare le decisioni di tutti coloro che sono coinvolti nelle cure domiciliari.

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3. Un codice deontologico per le cure domiciliari

Sulla base delle precedenti considerazioni teoriche, si può procedere a delineare alcuni orientamenti comportamentali che traducono in modo più operativo le esigenze etiche delle cure domiciliari:

1. Il paziente a domicilio

Le cure domiciliari costituiscono una singolare opportunità di dare forma vissuta al “diritto alla salute”, che la Costituzione riconosce al cittadino e che la pratica sociale ha sviluppato come diritto all’autodeterminazione. La cura a domicilio può essere così intesa come un’opportunità che realizza concretamente la libertà di scelta delle persone rispetto al modo di curarsi.

2. Cure domiciliari e autonomia della persona

La cura a domicilio tutela, più di quanto possa fare il contesto ospedaliero, l’autorealizzazione delle persone, la qualità della vita e l’armonizzazione dell’attività sanitaria con i valori soggettivi, le convinzioni e le preferenze del paziente.

3. La famiglia

Ogni famiglia è costituita da una rete di relazioni vissute e da un insieme di valori condivisi. Nella rete dei rapporti familiari si sviluppano altresì relazioni conflittuali, che possono costituire occasioni di prevaricazione sui più deboli.

I professionisti sanitari devono saper valorizzare la famiglia, che costituisce una risorsa preziosa e molto spesso il presupposto stesso perché si possano fornire cure domiciliari. Tuttavia dovranno essere avvertiti delle dinamiche in atto nella famiglia ed essere in grado di controllarle, affinché non diventino un limite alla libertà del paziente.

4. L’informazione

Il consenso del paziente a sottomettersi alle cure che gli sono state proposte è una condizione fondamentale perché le cure mediche e infermieristiche possano essere eticamente giustificate. Solo l’informazione adeguata rende possibile l’autodeterminazione. Essa è necessaria per un consenso moralmente valido. illecito usare la coercizione o la manipolazione

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per ottenere il consenso del paziente.

Nell’ambito delle cure domiciliari l’informazione deve mettere il paziente in grado di valutare il livello e il tipo di cure che riceve a casa (rispetto a quelle possibili in un presidio ospedaliero), nonché benefici e limiti dell’assistenza domiciliare.

Al medico, all'infermiere e agli altri operatori sanitari spetta di informare il paziente e di rispondere alle sue richieste di informazione, ognuno per il proprio ambito di competenza. Qualora le domande superino le proprie conoscenze o competenze, il paziente sarà rinviato al professionista che sia in grado rispondere alla richiesta.

Nelle cure domiciliari il diritto del paziente a partecipare attivamente al trattamento e a fare le scelte essenziali che riguardano la vita e la salute in conformità con i propri valori ― diritto sempre più riconosciuto dal consenso contemporaneo sulla buona pratica medica ― è il principio che ispira tutti i professionisti.

5. Diritto alla riservatezza

La privacye il diritto alla riservatezza al domicilio del paziente si impongono con forza particolare. Il sanitario è ammesso nel domicilio in qualità di ospite: anche nell’esercizio di attività professionali di cura, non dimenticherà gli obblighi connessi con le regole dell’ospitalità.

Il diritto alla riservatezza si estende a tutte le informazioni che l’operatore sanitario acquisisce al domicilio del paziente. Memore della restrizione già contenuta nel Giuramento di Ippocrate ― «Tutto quello che durante la cura e anche all’infuori di essa avrò visto e avrò ascoltato sulla vita comune delle persone e che non dovrà essere divulgato, tacerò come cosa sacra» ― il professionista che pratica le cure domiciliari si atterrà scrupolosamente al segreto professionale (salvo i limiti previsti dalla legge, di cui il paziente dovrà essere messo al corrente).

6. Gli operatori

Le cure domiciliari richiedono l’intervento di un’équipe affiatata e collaborativa (pur facendo ogni figura professionale riferimento alle regole della propria professione e al proprio codice deontologico). I diversi operatori devono essere formati alla modalità di lavoro interprofessionale e al rispetto di un piano di lavoro personalizzato, da tutti condiviso.

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La collaborazione tra i diversi professionisti non deve mettere in ombra il principio che esiste un’unica responsabilità della cura.

7. Conflitti etici del medico curante

Le richieste del paziente, capace di intendere e di volere, possono entrare in conflitto con le convinzioni morali del sanitario. L’esercizio della sua libertà di coscienza lo autorizza in questi casi a rifiutarle.

Qualora il conflitto sia con le richieste della famiglia, il medico orienterà il suo operato alla tutela del migliore interesse del paziente.

Nel conflitto con gli interessi di terze parti, prevalgono i criteri professionali ed etici del medico. Il medico orienterà la propria azione alle indicazioni del codice deontologico e a quelle dell’Ordine professionale.

8. Conflitti etici dell’attività di nursing

Nelle cure domiciliari la figura dell’infermiere tende ad assumere funzioni che di fatto eccedono i compiti che la cultura sanitaria e l’ordinamento giuridico gli attribuiscono. Di conseguenza, l’infermiere può venire a trovarsi in conflitti ― con il paziente, con i familiari, con terze parti ― analoghi a quelli del medico. In tal caso, gli orientamenti precedenti valgono anche per l’infermiere.

9. I consulenti e gli specialisti

L’intervento di consulenti e specialisti non deve oscurare il principio dell’unitarietà della cura, che si esprime mediante la programmazione e un piano di assistenza personalizzato. Ne deriva come corollario le responsabilità del medico curante.

10. La formazione alle cure domiciliari

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Le figure professionali coinvolte nelle cura domiciliari dovranno essere accreditate mediante un training formativo che tenga in considerazione le particolari condizioni di esercizio della medicina a domicilio del paziente. La formazione dovrà sviluppare le competenze degli operatori anche nell’ambito dei problemi etici e relazionali.

Nella convinzione che l’etica delle cure domiciliari è fondamentalmente una ethics in progress, le linee-guida dovranno essere sottoposte a una revisione periodica.

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Umanizzare la morte per prevenire l’eutanasia

1. Morire oggi, nelle braccia fredde della medicina

Una volta si sapeva morire. Lo si imparava così come si apprendeva qualsiasi altro comportamento, guardando cioè come facevano gli altri. Le morti erano più frequenti, prima che i progressi della medicina e le migliori condizioni igieniche prolungassero la vita media in modo così spettacolare in soli pochi decenni. E per di più erano pubbliche. A meno che non si trattasse di morte violenta o d’incidente, si moriva nel proprio letto, circondati dai familiari. I bambini non erano tenuti lontano dal capezzale dei morenti; anzi, sarebbe parso una crudeltà privarli di quell’ultimo contatto.

La “buona morte” era uno spettacolo edificante. C’era quasi un obbligo morale di avvertire colui che stava per morire, nel caso in cui non avesse già sentito l’approssimarsi della fine, perché non mancasse il grande momento. Morire senza rendersene conto era la sciagura

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più paventata dai devoti (a subitanea et improvisa morte: libera nos, Domine, si pregava nelle litanie dei santi). La preparazione alla morte ha costituito, fino a un’epoca molto recente, un cardine della predicazione e della devozione privata. Si viveva per morire, e si moriva per la vita eterna. “Morire bene” era un’arte: aveva i suoi maestri (i morenti che avevano fatto del loro trapasso una specie di solenne liturgia, e che venivano citati ad esempio dai predicatori), i suoi testi (le artesmoriendi, appunto), i suoi cultori (potenzialmente, tutte le persone timorate di Dio).

Ieri come oggi la morte faceva paura. Ma la ragione dell’angoscia era diversa: in passato il credente aveva paura di ciò che faceva seguito alla morte, del giudizio di Dio e della sorte eterna che gli era destinata; oggi teme di più i tormenti dell’agonia. La paura che abita molti di noi è soprattutto di finire in quella terra di nessuno che si estende tra il mondo dei vivi e quello dei morti, di diventare uno di quei corpi vegetanti che non finiscono mai di morire.

Il rischio maggiore di morire in modo disumano è connesso con le malattie degenerative, come il cancro. Per questo il cancro è diventato il tabù principale del nostro tempo (almeno per quanto riguarda la nostra società). Attorno ad esso si è formata una specie di mitologia popolare, fatta di immagini raccapriccianti, di sensi di colpa, di paure irrazionali di contagio (Sontag, 1997). Simbolo della malattia mortale per eccellenza, nessuno osa nominarlo.

Eppure in Italia muoiono di cancro centodiecimila persone ogni anno. Quante probabilità hanno di sapere che cosa sta loro capitando, di programmare la propria vita residua, di essere fino alla fine responsabili delle decisioni che li riguardano? Pochissime. Attorno a loro si estende la congiura del silenzio. L’uno o l’altro familiare si vanterà poi di aver saputo celare al morente la natura del suo male fino all’ultimo.

Alcuni non sanno perché non vogliono sapere: anche questo è un loro diritto. Ma quanti malati terminali soffrono nell’anima dolori più atroci di quelli del corpo perché non possono parlare con nessuno delle loro emozioni di fronte alla fine che sentono imminente?

Il compito di dare l’annuncio della morte in passato era riservato al sacerdote. Finché la morte era un atto religioso ― il passaggio da questo mondo a Dio ― era compito dei ministri della chiesa assistere il morente nella liturgia della sua morte. I sacramenti offrivano il sigillo

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della presenza divina; i familiari facevano corona, come ecclesia domestica, al mistero del trapasso dal tempo all’eternità. In epoca di secolarizzazione, allorché si muore non per destino o per chiamata di Dio all’altra vita, ma per il fallimento della scienza medica che non riesce a prolungare la vita oltre un certo limite, la posizione del sacerdote è diventata precaria. “Chiamare il prete” vuol dire, nel linguaggio popolare, che il medico ammette di essere arrivato al termine delle sue possibilità terapeutiche, che bisogna abbandonare ogni speranza di guarigione e “pensare all’anima”. Equivale praticamente a una sentenza di morte. Per non spaventare il morente, che si è continuato a illudere con pie menzogne, si rimanda il più possibile.

Quando il ministro giunge al capezzale, si trova per lo più di fronte a un essere senza coscienza.

Tutto quello che ci si aspetta da lui è che amministri i sacramenti. Come possono i sacramenti, in tali condizioni, essere dei “segni della fede”? Quella del morente può essere solo supposta; né è pensabile che tali gesti gli diano, ex opere operato, quel “conforto” che pretendono gli annunci mortuari.

La vaga religiosità residua nell’ambiente familiare, che domanda, per proprio sgravio di coscienza, che il sacerdote “faccia tutto quello che deve fare” sul morente, è per lo più lontanissima dalla partecipazione che domanderebbe la celebrazione di un sacramento. Non ci stupisce allora il malessere dei sacerdoti quando si vedono ridotti da annunciatori del Vangelo a stregoni che praticano riti incomprensibili intorno agli agonizzanti. La disaffezione dei sacerdoti dai riti tradizionali e l’impossibilità pratica di parlare al morente della sua fine, quando tutti attorno a lui hanno scelto il partito del silenzio, aumentano la solitudine totale di chi è arrivato al termine dei suoi giorni.

2. Perché abbiamo emarginato la morte?

Non possiamo accontentarci di costatare come muore l’uomo d’oggi nella società che abbiamo costruito. Vogliamo anche capire perché si è arrivati a prescrivere un tale comportamento al morente. L’ordine sociale, che non può sussistere senza una certa uniformità, è garantito mediante una sottile, spesso informale, regolazione dei comportamenti.

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Tra quelli devianti, alcuni vengono tollerati, altri puniti. Anche se non c’è un’autorità ufficiale che sancisce a quali regole ci si deve attenere, tutti sappiamo che ci sono alcune cose che “non si fanno” ed altre che “si fanno”.

Anche il modo di morire è determinato dalla cultura in cui viviamo: c’è un morire ammesso, corretto, decente, e uno che cade sotto il biasimo sociale. Inconsciamente ci sforziamo di morire come ci si attende da noi, anche se questa morte in sordina è sempre più angosciosa, sempre meno degna dell’uomo. In altre culture si muore ― e naturalmente si vive ― diversamente. Non è facile convincersene, perché abbiamo la tendenza ad assolutizzare la nostra esperienza. È necessaria un’opera di educazione che ci indirizzi lo sguardo oltre i confini geografici e quelli del tempo. La prima è opera dell’antropologo, la seconda dello storico.

Una folta pubblicistica ci ha fornito negli anni più recenti una quantità di informazioni sulla morte e i costumi sociali legati ad essa. Un esempio del lavoro antropologico ci è fornito dall’opera di L.V. Thomas. Il procedimento scelto dall’antropologo è quello comparativo; confrontando tra loro le diverse risposte culturali al problema della morte, si mette in evidenza tanto le differenze, quanto l’unità della natura umana. Thomas ha istituito un confronto tra una società arcaica attuale, cioè il mondo tradizionale negro-africano, e la società industriale, meccanizzata, produttivistica, che è la nostra.

Nel mondo africano il gruppo si fa carico dell’individuo dalla nascita alla morte: lo integra ai differenti ambienti sociali, moltiplica i riti di passaggio, lo assiste e rassicura in caso di malattia, insegna come morire, organizza funerali e lutto. Nel nostro ambiente culturale, al contrario, l’individuo si trova isolato di fronte ai suoi problemi (insicurezza, angoscia, traumi): muore solo, non è più circondato da simboli e riti che tranquillizzano, niente è previsto per aiutarlo a fare il lutto per la perdita della vita propria e altrui. La conclusione che l’antropologo tira dal confronto è tagliente: «C’è una società che rispetta l’uomo e accetta la morte: l’africana; ce n’è un’altra, mortifera, tanatocratica, ossessionata e terrificata dalla morte: quella occidentale» (Thomas, 1976).

La posizione che la morte occupa nel nostro pensiero è ambigua. Le si accorda troppo, dal momento che le si attribuisce il potere di annullare completamente l’essere; ma non le si dà abbastanza, perché

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la si riduce a un avvenimento puntuale, privo di spessore simbolico, senza radici nell'immaginario. Il riferimento al caso africano ha un valore illustrativo, più che normativo. Altri studi antropologici ― con riferimento, per esempio, a culture dell’area geografica del Brasile (cfr. Ziegler, 1978) ― portano alla stessa conclusione: esistono società che hanno fatto circa la morte scelte più sagge delle nostre. In esse i problemi legati alla morte sono risolti in modo da salvaguardare gli interessi sia dell’individuo che del gruppo.

Un altro modo per sottrarci all’azione ipnotica che esercita su di noi l’esperienza culturale che viviamo è quello di confrontarla con il passato. Per correggere la nostra miopia storica possiamo ricorrere al lavoro di ricerca di Philippe Ariès. Con numerosi saggi e opere sistematiche (Ariès, 1978; 1980), ha ricostruito gli sviluppi del sentimento della morte in Occidente nell’ultimo millennio. La sua ipotesi è che esista una correlazione tra l’atteggiamento davanti alla morte e le variazioni della coscienza di sé e dell’altro, il senso del destino individuale e del grande destino collettivo. Una forte incidenza esercita anche la credenza nella sopravvivenza individuale e nell’esistenza del male.

Cambiando questi elementi, nel periodo che va dal medioevo all’epoca contemporanea si trasforma anche l’atteggiamento verso la morte. Lo storico delle mentalità riesce a coglierlo nei mille dettagli della vita quotidiana (fonti letterarie e iconografiche, liturgie ufficiali e devozioni private dei fedeli, sepolture e cimiteri, testamenti e atti notarili). Affondando lo sguardo nel passato dell’Occidente, ci rendiamo conto che non esiste un unico atteggiamento verso la morte ― il nostro! ―, come ingenuamente siamo portati a credere. Abbiamo piuttosto diversi modelli, irriducibili l’uno all’altro.

Seguendo la sistematizzazione di Ariès, si sono avuti successivamente: la “morte addomesticata” (l’atteggiamento patriarcale in cui la morte è insieme prossima, familiare e insensibile, accettata come cosa ovvia ― ”tutti moriamo” ―, elemento dello scenario familiare) ; la “morte di sé” (quando il senso del destino si è spostato dalla comunità all’individuo, e la morte è stata vista come la distruzione della propria identità, staccata ormai dal destino collettivo); la “morte romantica” (che Ariès chiama anche “morte di te”, per evidenziare che l’affettività, prima diffusa, si è ormai concentrata su alcuni rari esseri, dai quali non si sopporta

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più di separarsi): è l’epoca delle “belle morti”, impregnate di patetico, e del culto dei morti; la “morte rovesciata”, infine, il modello del nostro tempo.

Rispetto alle idee e ai sentimenti tradizionali è avvenuto un rivoluzionamento totale: la morte si cancella fino a sparire, è nascosta allo stesso morente. Morire diventa qualcosa di sporco, da sottrarre anche agli sguardi dei congiunti. La medicalizzazione della morte, iniziata con i primi successi terapeutici della medicina scientifica, celebrerà i suoi trionfi nell’ospedale concepito come istituzione totalitaria. La morte scompare così definitivamente dall’universo domestico.

A rendere totale l’esclusione della morte basterà un ultimo tratto: la soppressione del lutto. I sopravvissuti che mostrino in pubblico il dolore per la perdita del congiunto sentono il gelo attorno, la rarefazione dei rapporti sociali. Il lutto è diventato uno dei comportamenti sociali devianti che la nostra società, basata sulla salute ― giovinezza ― felicità, non tollera più.

Lo storico si limita a registrare la rivoluzione nei sentimenti e nei costumi relativi alla morte; i critici della cultura si domandano il perché. Come mai siamo arrivati a tacere sistematicamente della morte, a negarne in maniera organizzata l’evento, a rimuovere dal campo della nostra coscienza tutto ciò che si riferisce ad essa? Il fenomeno della diffusione del tabù della morte in Occidente può essere interpretato in modi diversi. Qualcuno pensa che l’evacuazione della morte sia da attribuire al predominio dello spirito capitalistico che cementa il nostro ordine sociale. Secondo Groethuysen, nel corso del processo di emancipazione la borghesia non è riuscita a trovare nella nuova concezione della vita una soluzione al problema della morte. Di fronte alla morte non si sapeva fare altro che tacere o negarla: «Il borghese è un figlio di questa terra. La sua vita gli basta. Così egli combatte il primato della morte» (Groethuysen, 1964).

Altri critici della cultura attribuiscono al pensiero scientifico la responsabilità della progressiva scomparsa della morte dal quadro di vita quotidiano della nostra civiltà. Le scienze naturali hanno oscurato la visione dell’aldilà; il pensiero scientifico ha riportato anche la morte entro l’orizzonte che è proprio della secolarizzazione. Così la morte, dopo essere stata per secoli una realtà religiosa inviolabile, è

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potuta diventare oggetto di ricerca scientifica. Anzi, ha preso un posto di primo piano nel sapere scientifico moderno relativo alle scienze umane: è la tesi dell’epistemologo Michel Foucault.

Nell’opera La nascita della clinicaFoucault ha applicato allo sguardo medico il suo metodo “archeologico”, che intende ricostruire ciò che in profondità rende conto di una cultura. Ha analizzato lo sviluppo della medicina tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo: appena mezzo secolo, ma decisivo per l’instaurarsi di un nuovo rapporto tra la percezione del corpo e il linguaggio sul corpo. Nasce in questo periodo quel modo singolare di considerazione del corpo e la malattia che sarà chiamato “occhio clinico”.

La disciplina che lo costituisce è l’anatomia patologica, cioè quel processo di verifica delle “cause” del decesso che ha luogo dopo la morte; il docente è il cadavere: il cadavere aperto ed esteriorizzato è l’intima verità della malattia. La morte, fissata nei suoi meccanismi, non più confusa con la malattia, diventa la grande analista. La malattia, vista dal cadavere, perde il suo aspetto enigmatico; con l’autopsia l’invisibile diventa visibile. La vita rimane oscura finché non è vista a partire dal cadavere: allora la vita stessa diventa limpida come il cadavere.

L’anatomia patologica ha dissipato in medicina la paura della morte. Per tendenza immemorabile gli occhi del medico si volgevano verso l’eliminazione della malattia, verso la salute da rispristinare; la morte restava alle sue spalle come la minaccia del suo sapere e del suo potere. Ora lo sguardo medico chiede conto alla morte della malattia e della vita stessa. La medicina ha integrato la morte «in un insieme tecnico e concettuale in cui essa assume i suoi caratteri specifici e il suo valore fondamentale di esperienza» (Foucault, 1969).

3. Il diritto di morire senza dolore

La preoccupazione dei medici di far sì che il paziente non muoia nel dolore è relativamente recente. Essa introduce un cambiamento notevole nell’etica medica tradizionale. Per rendersene conto, si può confrontare la sensibilità attuale con una situazione ideale, rispecchiata letterariamente in un episodio del romanzo I Buddenbrook, di Thomas Mann. In una scena culminante l’anziana madre del console Thomas

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Buddenbrook giace sul letto di morte. L’agonia si protrae dolorosamente. La morente, in grandi difficoltà respiratorie, chiede ai due medici che l’assistono un calmante per dormire. Supplica: “... Qualcosa per dormire... Dottori, per pietà! Qualcosa per dormire!”. Ma i medici sanno che l’azione di un sedativo abbrevierebbe la vita, per cui respingono la richiesta, rifacendosi a dei vaghi motivi etici che non sanno articolare, ma che nondimeno sentono come vincolanti.

Ma i medici ― annota lo scrittore ― conoscevano il loro dovere. Bisognava in ogni caso conservare ai parenti il più a lungo possibile quella vita, mentre un calmante avrebbe subito provocato la resa dello spirito senza più opposizione. I medici non sono al mondo per facilitare la morte, ma per conservare la vita a qualunque prezzo. In favore di ciò spingono anche certi principi religiosi e morali, dei quali avevano sentito parlare all’università, anche se in quel momento non se li ricordavano bene... (Mann, 1992, p. 346; ed. orig. 1901).

Le considerazioni dei medici sintetizzano efficacemente il punto di vista della tradizionale etica medica. La quale, dopo un secolo dalla scena ipotizzata dal romanzo, non potrebbe più sottoscrivere quella posizione. Il prolungamento della vita non può più essere l’unico obiettivo dell’azione medica. L’etica del medico deve saper accogliere la supplica del malato, che domanda il lenimento delle sofferenze. L’elaborazione di un discorso etico che sappia integrare la gestione etica dei problemi creati dal trattamento efficace del dolore ― mediante l’introduzione di categorie come azione diretta e indiretta, mezzi ordinari e straordinari, proporzionati o sproporzionati ― è una grande novità degli ultimi decenni.

Ma non è ancora lanovità. Finché l’etica medica girerà attorno al medico, alla sua scienza e alla sua coscienza, continueremo a muoverci in uno scenario tolemaico. L’etica medica ha bisogno di una rivoluzione copernicana. Questa avviene mediante l’introduzione del paziente come soggetto, e non solo come oggetto di trattamento (quand’anche fosse un trattamento umanitario, consapevole anche delle implicazioni etiche). Il paziente come soggetto ha valori unici, articola scelte e preferenze, si autodetermina in base alla sua concezione della qualità della vita.

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È un universo molto più complicato quello che ci si apre di fronte dopo aver abbandonato la fissità tolemaica. Non si può neppure dire che ora sia il medico a gravitare attorno al paziente, diventando semplice esecutore dei suoi desideri. L’uno e l’altro, conservando la specifica identità ― come la considerazione paritetica e non gerarchizzata dei principi di beneficità e di autonomia ci permette di fare ― sono chiamati a entrare in un processo decisionale dove il rispetto delle procedure diventa essenziale.

La novità per l’etica medica è che il rispetto di questa dimensione soggettiva non è indifferente per qualificare eticamente l’atto medico. La sistematica omissione dell’ascolto della volontà del paziente e delle procedure messe in atto per renderne possibile l’esplicitazione ― comunicazione della diagnosi; sollecitazione del consenso agli interventi diagnostici e terapeutici; rispetto di policies― tradiscono un’etica che non ha ancora osato fare il passo che la porta nell’epoca moderna, dove l’autonomia qualifica la persona umana. Il nuovo modello, in cui le scelte nella fase terminale della vita nascono da un rapporto qualitativamente diverso tra medico e paziente nel contesto clinico, stenta a farsi strada nella cultura contemporanea. Possiamo assumere come indicatore del malessere la crescita della domanda di eutanasia.

Perché tante persone vogliono appropriarsi decisione circa il momento della morte e propongono iniziative legislative in tal senso? Ha forse l’istinto di morte preso il sopravvento su quello della vita? Il diffondersi di un movimento a favore dell’eutanasia è un fenomeno da interpretare. Se letto in profondità, ci può portare a capire un cambiamento culturale che sta avvenendo grazie, o a causa, della medicina, e ci induce a rispondere a tale cambiamento in maniera adeguata. La morte ci preoccupa, anche se buona parte della nostra attività conscia è organizzata in modo da tenerne lontano il pensiero. In questo senso la morte, oltre a essere una modalità esistenziale dell’essere umano, è anche un fantasma.

Uno dei fantasmi che bisogna tener presente per capire il fenomeno della domanda così insistente di poter decidere della propria morte, è quello di cader in mano, alla fine della propria vita, a un certo tipo di medici. Vorrei togliere da questa espressione ogni senso di polemica malevola. Abbiamo certo timore di essere curati da medici incompetenti

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(che pur esistono...); ma non è minore il timore che suscita una competenza non abbinata a umanità. La paura di molti nostri contemporanei è che la nostra morte sia gestita da un medico e, paradossalmente, da un medico tanto bravo e coscienzioso, che farà di tuttoper impedire la morte.

Ora, questo “tutto” è diventato “troppo”. Le possibilità della tecnologia applicate alla medicina hanno esteso a un limite impensabile in passato la possibilità di opporsi alla morte, e quindi di protrarre nel tempo la condizione di morente. In rapporto a questo stato sorge il fantasma della morte negata. A questo punto l’opera del medico subisce un rovesciamento di senso: da alleato del malato nella lotta contro la morte, sembra mutarsi in insidioso nemico che priva il morente della sua morte.

La rivendicazione di un diritto a morire, paradossale quanto si voglia ― perché se esiste un diritto è quello di vivere, non quello di morire! ― mostra il suo significato se la si colloca sullo sfondo di un’eccessiva medicalizzazione del morire. Essa comporta la rottura di un patto implicito esistente tra il medico e il malato. Tale patto esiste tradizionalmente in tutte le formulazioni deontologiche e di etica medica, e a buon diritto lo si fa risalire al giuramento di Ippocrate: il medico si impegna a non dare la morte; non è opera sua abbreviare la vita o affrettare la morte.

La semplice riproposta di tale impegno, nelle mutate condizioni medico-sanitarie e culturali, può portare a un profondo travisamento di questo tradizionale dovere dell’etica professionale medica. È proprio il medico “ippocratico” quello che rischia di essere vissuto come un avversario, un nemico. Quando il medico dice: “Io non farò niente per abbreviare la vita”, la sua promessa rischia di essere percepita come una minaccia: “Io farò di tutto per non permetterti di morire”.

L’impegno ippocratico ha un senso psicodinamico positivo molto valido. Sapere che il medico non farà niente per abbreviare la vita dà a me, in quanto essere umano che oggi o domani può cadere in una situazione terminale, una profonda sicurezza. Mi libera da una fantasia paranoica possibile e diffusa in quello stato, quando il controllo della situazione mi sfugge di mano, lo stato terminale si prolunga e io sento che divento un peso per me e per gli altri. Il sospetto che qualcuno possa volermi

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togliere di torno, che quell’iniezione che ricevo e quell’intervento che non capisco non siamo rivolti a procurarmi un beneficio, ma potrebbero accelerare la mia morte, fa scattare con una certa frequenza un atteggiamento paranoico e persecutorio. Per questo motivo l’impegno formale del medico, la parola di tranquilizzazione rivolta al paziente: “Io non ti darò mai la morte, non farò mai niente per abbreviare la tua vita; puoi fidarti”, assumono un importante significato positivo.

Ma oggi il paziente non si affida più perché ha paura che quello che il medico farà non corrisponda al suo vero profondo interesse. Teme cioè che il medico metta tutti i suoi sforzi e impieghi tutte le possibilità che l’arte medica gli mette oggi a disposizione soltanto sul versante del prolungamento della vita, ma faccia mancare proprio quello che il morente in fase terminale richiede. Si tratta essenzialmente di due cose: non soffrire e non essere lasciato solo.

Per questo non è sufficiente oggi ripetere, appoggiandosi sulla deontologia professionale, sull’etica medica o sulla morale religiosa, un “no” all’eutanasia. Bisogna dare positivamente una risposta ai bisogni dei malati terminali, reimparando l’arte dell’accompagnamento dei morenti.

Riferimenti bibliografici

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ArièsPh., L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi, Laterza, Roma - Bari, 1980.

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Thomas L.V., Antropologia della morte, Garzanti, Milano, 1976.

ZieglerJ., I vivi e la morte, Mondadori, Milano, 1978.

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Mondo dell’uomo, mondo degli animali

1. La storia di Titus

La vita di Titus è finita in uno dei più profondi gironi dell’inferno. All’inizio c’era invece un idilliaco paradiso terrestre: una foresta tropicale delle Filippine. Qualcuno potrebbe pensare che i simboli del paradiso e dell’inferno non siano appropriati per Titus, il quale non apparteneva al genere homo sapiens, bensì a quello delle scimmie. Insieme ad altri sedici compagni Titus è stato catturato nella foresta e inviato nell’istituto per la ricerca comportamentale di Silver Spring, nel Maryland (Stati Uniti).

Le scimmie furono affidate a Edward Taub, uno psicologo che aveva programmato una ricerca, finanziata dal National Institute of Health (NIH), per studiare la rigenerazione dei nervi. La ricerca prevedeva la “deafferentazone” degli arti superiori degli animali. Il termine scientifico nascondeva una realtà ben poco poetica. Private della sensibilità, le scimmie mutilavano

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loro arti e mangiavano le loro stesse dita. Lasciati in uno stato di totale trascuratezza ― da due anni nessun veterinario era entrato nell’ambiente in cui erano custoditi ― gli animali erano trattati da “materiale da laboratorio”: esseri viventi su cui condurre ricerche.

La loro vicenda ebbe una svolta spettacolare nel 1981. Alex Pacheco, un attivista del movimento degli animali e co-fondatore del PETA (“People for the Ethical Treatment far Animals”), si fece assumere come volontario nel laboratorio dove Titus e i suoi compagni languivano e riuscì a raccogliere, di nascosto, una documentazione impressionante sulla condizione degli animali. Le foto e un film provocarono un forte shock sull’opinione pubblica. La polizia fu indotta a mettere sotto sequestro il laboratorio e a impadronirsi delle scimmie.

Seguì un processo, a seguito del quale il dott. Taub fu condannato, secondo il codice del Maryland, per crudeltà verso gli animali. Gli esiti del processo, tuttavia, furono rovesciati in appello: il giudice stabilì che un ricercatore che lavorava su un progetto finanziato da governo federale non era soggetto alla legge anti-crudeltà di uno stato.

L’odissea delle diciassette scimmie, invece, era appena iniziata. L’Istituto di Silver Spring voleva trasferire la proprietà al NIH, per liberarsene; quest’ultimo la rifiutava, adducendo il motivo che non aveva un protocollo di ricerca adeguato in cui utilizzare gli animali. Il PETA e la Lega internazionale di protezione dei primati premevano per avere in custodia le scimmie, con l’intenzione di condurle in una riserva per primati, ma si scontrarono con l’opposizione determinata di molte organizzazioni scientifiche.

Queste premevano perché fosse portato a termine l’esperimento originario di Taub, ovvero se ne avviasse un altro. La loro preoccupazione era che, se si fosse concesso a gruppi per la protezione degli animali di impadronirsene, si sarebbe stabilito un precedente che riconosceva a tali organizzazioni di poter accedere ai tribunali a favore di animali coinvolti nelle sperimentazioni. Anche l’Associazione degli industriali del farmaco e varie associazioni mediche esprimevano le stesse riserve

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nei confronti degli attivisti per i diritti degli animali, considerati come terroristi con i quali non si doveva scendere a nessun compromesso, né concedere loro alcun credito.

E le scimmie? Rifiutate sia dall’istituto di Silver Spring che dal NIH, continuavano da anni a rimaner parcheggiate in piccole gabbie, in attesa di destinazione. Nel 1986 un gruppo consistente di membri del Congresso ― più di trecento deputati ― inoltrò una petizione al NIH, chiedendo che gli animali fossero trasferiti in una riserva. Il NIH rifiutò, difendendo il valore degli animali per la ricerca. Nel frattempo cinque scimmie furono trasferite nello zoo di San Diego e otto morirono. Le ultime quattro furono trattenute per conto del NIH in un centro per primati della Tulane University.

Nel gennaio 1990 si fece un esperimento su Billy, e subito dopo lo si uccise. La stessa sorte toccò, via via, alle altre scimmie. L’ultimo a soccombere fu Titus, nell’aprile del 1991: sottoposto a un’ultima batteria di esperimenti, fu poi messo a morte.

2. Le scimmie di Silver Spring e la Bibbia

Anche se può sembrare un tardivo risarcimento simbolico, cerchiamo di mettere Titus e i suoi compagni di sventura in rapporto con i più alti valori spirituali dell’Occidente, rappresentati dalla Bibbia. Potremmo interrogarci sul rapporto tra le motivazioni dei protagonisti della vicenda e l’insieme del patrimonio di idee e valori trasmessi dalla spiritualità biblica. In altre parole: coloro che si sono impegnati per la liberazione degli animali e quelli che invece si sono adoperati per utilizzare gli animali per la ricerca hanno un qualche legame con la Bibbia?

Esplicitamente, no: né gli attivisti della animal liberation, né la comunità degli scienziati hanno adottato argomentazioni religiose o si sono riferiti in qualche modo alla Bibbia. Ma non possiamo escludere coinvolgimenti più profondi con il mondo dei valori trasmessi dalla tradizione etica da questa rappresentata. In particolare, sappiamo che è stato da tempo avviato un dibattito culturale sulla buona coscienza con cui molti si sentono autorizzati a usare gli animali: nelle

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sperimentazioni scientifiche come in molti altri usi. L’atteggiamento nella Bibbia nei confronti degli animali sembra ad alcuni che abbia fornito un alibi per lo sfruttamento dei viventi non umani. La responsabilità della religione ebraica-cristiana nel dissesto ecologico è stato un tema caro a molta “controcultura” nata intorno al 1968.

L’attribuzione al giudeo-cristianesimo di una responsabilità morale per la dissacrazione della natura operata dal mondo occidentale è una teoria che ha un’ascendenza di tutto rispetto. Max Weber ha parlato per primo della liberazione della natura dai suoi accenti sacrali a opera della religione biblica come di un “disincanto”. Ciò avrebbe reso possibile l’approccio della natura con intento operativo, quale condizione preliminare assoluta per lo sviluppo della mentalità scientifica e della tecnica.

In epoca più recente, la teoria secondo cui l’origine del malessere ecologico vada ricercata nell’atteggiamento nei confronti della natura promosso dalla religione ebraico-cristiana è diventata quasi un luogo comune. Possiamo riferirci al saggio dello storico americano Lynn White, pubblicato nel 1967 ― Le radici storiche della nostra crisi ecologica ―, che metteva in risalto l’antropocentrismo proprio del modo in cui la visione biblica considera il posto dell’uomo nell’universo. La dottrina della creazione, che pone l’uomo al vertice gerarchico dei viventi, sembra giustificare, secondo questa tesi cara agli ambienti radicali e della “controcultura”, la degradazione della natura e lo sfruttamento degli animali (White, 1967).

Con ben altro equipaggiamento intellettuale ha ripreso il tema il teologo tedesco Eugen Drewermann nella monografia Der tödliche Fortschritt. Von der Zerstörung der Erde und des Menschen im Erbe des Christentums (Il progresso mortale. La distruzione della terra e dell'uomo come conseguenza del cristianesimo). Lo studioso mette sotto accusa l’estraniamento della realtà religiosa dalle energie inconsce della natura umana. L’ostilità delle religioni istituzionalizzate nei confronti dei viventi è fatta derivare dall’angoscia che consegue a questa rimozione. L’uomo, lacerato in se stesso dall’angoscia, non può che essere distruttivo verso i propri fratelli, le piante e gli animali, e bellicoso verso i propri simili (Drewermann, 1981).

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Adottando griglie interpretative di questo genere, potremmo forse trovare un filo rosso che lega la tranquilla coscienza dei ricercatori che usano gli animali e delle strutture scientifiche che li supportano con le legittimazioni che discendono dalla Bibbia, fondate sul ruolo predominante dell’uomo rispetto agli altri viventi. Un altro collegamento indiretto tra la storia delle scimmie di Silver Spring e la Bibbia potrebbe essere quello che si riferisce alla Bibbia come al “Grande Codice” della cultura occidentale. La definizione, divulgata dal critico letterario Northrop Frye, ci ha aperto gli occhi sul modello biblico presente in una quantità di narrazioni della nostra tradizione.

Potrebbe essere un compito interessante studiare quanto il forte impatto che la vicenda delle diciassette scimmie ha avuto sull’opinione pubblica americana dipenda dal fatto che è modellata su archetipi biblici: la loro peregrinazione ricorda l’esodo; l’intera vicenda ha un sapore sacrificale, con gli animali nel ruolo delle vittime designate da immolare sull’altare della scienza; i tribunali dimostrano lo stesso indifferente opportunismo di quello di Pilato... Ma invece di collegare Titus e i suoi compagni alla Bibbia attraverso percorsi che potrebbero interessare gli storici delle idee e i semiologi, è preferibile affrontare la pista offerta dalla bioetica contemporanea. E un cammino forse meno diretto, ma non meno istruttivo.

3. Biosfera, bioetica, etica della vita animale

La bioetica, quale nuova disciplina nata sull’onda dei recenti progressi della medicina e delle scienze biologiche, è per lo più identificata presso il grande pubblico con la funzione di controllo che ad essa si attribuisce. Ci si aspetta che essa sappia vigilare e prevenire i possibili esiti disumanizzanti del progresso bio-medico e della tecnologia applicata alla vita. Si è soliti correlare la bioetica con pratiche quali fecondazioni in vitro, ingegneria genetica, prolungamento artificiale della vita, trattamenti sperimentali.

Una descrizione della bioetica così concepita è sicuramente appropriata, ma parziale. Anche altri compiti spettano alla bioetica. Se l’etica è la dottrina dei doveri, la bioetica si può definire come l’elaborazione dei doveri dell’uomo che nascono da quell’ampliamento della coscienza collegato al concetto di biosfera.

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Piante e animali sono entrati nella nostra coscienza. È un avvenimento di grande importanza per la crescita spirituale dell’umanità, uno di quei gradini che segnano un salto di qualità. Parliamo della presenza della natura vivente alla coscienza nel duplice significato di questa parola: come qualcosa di cui ci si accorge, e come una realtà che crea un obbligo morale, cioè verso cui ci si sente obbligati.

L’elaborazione di una dottrina dei doveri è avvenuta sempre intorno all’uomo come persona. L’uomo si considera “signore e padrone della natura” (Cartesio); la regola fondamentale dell’etica razionalista stabilita da Kant (trattare l’altro come un fine, non come un mezzo) si applicava solo a quell’ “altro” in cui veniva riconosciuto carattere umano, non ai viventi in genere.

Contro quest’etica, che pretende di considerare come irrilevanti gli altri viventi non umani, si erge, come un duro atto di accusa, l’affermazione di Albert Schweitzer: «Un’etica che si occupa solo degli esseri umani è disumana». Oggi sentiamo il bisogno di far posto agli animali e alle piante nei nostri sistemi etici e di rivedere, di conseguenza, comportamenti che negli orientamenti etici del passato venivano considerati come indifferenti, o addirittura lodevoli. L’uso degli animali nella sperimentazione è uno dei casi più problematici, dove il vecchio e il nuovo sono destinati a scontrarsi.

4. Etica e pathos

Probabilmente sono in pochi oggi a sostenere posizioni radicali, che negano agli animali qualsiasi rilevanza etica. Come punto di riferimento estremo, possiamo considerare il posto che il filosofo razionalista Spinoza attribuisce agli animali nella sua Ethica:

La legge che proibisce di ammazzare gli animali è fondata piuttosto sopra una vana superstizione e una femminea compassione, anziché sulla sana ragione. Il dettame della ragione di ricercare il nostro utile prescrive, bensì, di stringere

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rapporti di amicizia con gli uomini, ma non coi bruti o con le cose la cui natura è diversa dalla natura umana... E tuttavia io non nego che i bruti sentano, ma nego che per questa ragione non sia lecito provvedere alla nostra utilità o servirci di essi a nostro piacere, e trattarli come meglio ci conviene, giacché essi non si accordano per natura con noi, e i loro affetti sono per natura diversi dagli affetti umani.

È chiaro che Titus e i suoi compagni di sventura potrebbero trovare ben poca protezione presso scienziati che si ispirassero a filosofie di questa impostazione.

Si va diffondendo un consenso sul fatto che il dibattito sul comportamento da tenere con gli animali deve essere sottratto alle divagazioni salottiere e alle contrapposizioni regolate più dal “pathos” che dalla ragione. Se ne deve parlare nella sede più appropriata, che è quella della riflessione filosofica. Tuttavia il compito filosofico si dimostra deludente per chi cercasse orientamenti condivisi su larga base. I filosofi morali sono lontani dall’aver raggiunto un consenso sostanziale su questioni fondamentali, a cominciare da quella relativa allo statuto morale degli animali.

A un’analisi filosofica accurata, la nozione di statuto morale rivela due significati: uno debole, nel senso di avere rilevanza per la vita morale, e uno forte, vale a dire riconoscere che gli animali sono portatori di diritti. Nella prima accezione l’accordo tra gli studiosi sembra più facile da raggiungere: le concezioni più estreme, che hanno razionalizzato il potere indiscriminato dell’uomo sugli animali ricorrendo a costrutti di tipo spiritualista (negando cioè l’anima immortale agli animali) o di un tipo razionalista (riservando la ragione in esclusiva all’uomo), non hanno più corso.

Nessuna teoria etica è disposta ad avallare un comportamento insensato o deliberatamente crudele nei confronti degli animali, con argomenti tratti dall’uno o dall’altro arsenale ideologico. Tuttavia, a un certo punto il consenso si infrange: in caso di conflitto di interessi, alcuni sono più propensi a concedere all’uomo un ragionevole uso degli animali. Quando la vita umana può essere migliorata e la sofferenza dell’uomo diminuita mediante l’uso appropriato di creature

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non umane, molti continuano ancora a votare per l’uomo.

È una via che invece non sono disposti a seguire i filosofi che riconoscono agli animali uno statuto morale in senso forte e parlano, di conseguenza, di diritti degli animali. Alcuni studiosi per promuovere la causa degli animali seguono una via cognitiva, trovando un forte alleato in Charles Darwin, il quale ha più volte asserito che non si riscontra alcuna fondamentale differenza tra l’uomo e i mammiferi superiori nelle loro facoltà mentali: non appare lecito, quindi, discriminare gli animali in quanto mancanti della ragione.

La maggior parte dei filosofi, tuttavia, argomenta con categorie proprie della filosofia utilitarista ― secondo la quale le azioni sono moralmente giuste nella misura in cui tendono a produrre la più grande felicità per il più grande numero ― e fonda la protezione da accordare agli animali sulla loro capacità di sentire dolore. Secondo questi filosofi, per stabilire i confini della comunità morale bisogna riferirsi a una base più ampia di quella costruita su misura per l’essere umano adulto, razionale, sano, pienamente funzionante.

Se utilizziamo non solo la razionalità, ma anche facoltà come l’empatia e la compassione, dovremmo riconoscere che la condizione sufficiente per far parte della comunità morale è quella di essere un soggetto vivente; e questa è una condizione che gli animali condividono con l’uomo. Le tesi più estreme in questa direzione sono quelle sostenute dal filosofo australiano Peter Singer nel libro sulla “ liberazione animale”: è immorale concedere meno considerazione alla sofferenza di un animale di quella che diamo a una sofferenza simile di un essere umano (Singer, 1987).

Le vie tracciate della riflessione filosofica devono confrontarsi, oltre che con la valutazione delle argomentazioni addotte, anche con un dato di fatto che molti filosofi tendono a ignorare: il giudizio morale relativo alle nostre azioni non dipende solo da una valutazione razionale, ma anche da sentimenti e interessi. Ciò vale anche per i comportamenti umani nei confronti degli animali.

Un’illustrazione convincente è fornita da una ricerca condotta in un laboratorio da uno psicologo americano, Herold Herzog, “sullo statuto morale dei topi”. Le affermazioni massimalistiche dei filosofi

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sui diritti degli animali si scontrano con un fatto: come aveva già scoperto Orwell ne La fattoria degli animali, alcuni animali sono “più uguali degli altri” ! Inevitabilmente, noi facciamo una distinzione tra parassiti, animali nocivi e animali da compagnia, e modelliamo i nostri comportamenti su tali categorie. Nel laboratorio studiato da Herzog risultava che, conformemente alla nostra tendenza ad assegnare ruoli ed etichette, i topi venivano suddivisi secondo una triplice tipologia: quelli buoni, sui quali erano condotti gli esperimenti, venivano trattati secondo le nonne “umanitarie” previste dai regolamenti federali americani: quelli “cattivi” (per lo più topi fuggiti dalle colture, che minacciavano di inquinare, e quindi rendere inservibili per le ricerche, quelli “buoni”) erano destinati a essere catturati in modo crudele, facendoli invischiare su tavole rivestite di pece; e infine topi da “mangime”, allevati appositamente per nutrire i serpenti dello stesso laboratorio.

La conclusione dello studio è che la psicologia, meglio della filosofia, ci permette di capire come gli esseri umani arrivino alle decisioni morali, in quanto i giudizi etici sono inestricabilmente intrecciati in una matassa fatta di emozioni, logica e interessi. Il dibattito dell’uso degli animali nella ricerca, perciò, non potrà essere risolto in modo soddisfacente né ricorrendo unicamente alla logica, né facendo appello alle emozioni

Il discorso, così controverso, sullo statuto morale degli animali e sui loro presunti “diritti” non è l’unica via per discutere i problemi morali della sperimentazione animale, ma solo una via tra le altre. Il fatto che il dibattito filosofico sia ancora così tentennante su questa nuova provincia dei suoi interessi non ci autorizza a congelare, nel frattempo, la ricerca di procedure più corrette ed esigenti nel trattamento degli animali sui quali vengono condotte sperimentazioni.

In tale direzione spinge la regola delle tre R, alla quale cercano di attenersi gli sperimentatori. Si tratta, rispettivamente, di Restriction(limitazione del numero degli animali impiegati), Refinement(miglioramento delle metodologie, con particolare riguardo a risparmiare dolore agli animali) e Replacement(sostituzione con altri modelli biologi o con modelli computerizzati).

La ricerca di un consenso su concrete regole procedurali, pur rimanendo aperte fondamentali questioni di etica sostantiva, esprime

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efficacemente l’aspetto pragmatico della bioetica contemporanea, intesa come un momento cruciale dell’etica civile.

5. Bioetica e religione

Il comportamento verso gli animali non può essere assunto, da solo, come criterio di eticità. Non basta proclamare e difendere i diritti degli animali per collocarsi nell’ambito dei valori che definiscono la “buona” vita. Un’illustrazione impressionante della dissociazione possibile tra l’amore verso gli animali e l’etica è offerta dal romanzo di fantascienza Cacciatore di androidi, di Philip Dick (il romanzo su cui si basa la sceneggiatura del celebre film di Ridley Scott, BladeRunner). Gli androidi in questione sono dei “doppi dell’uomo”: anche se costruiti, hanno le sembianze di esseri umani; e come gli uomini pensano e provano emozioni. Quando questi perfetti automi si ribellano alla soggezione dell’uomo, devono essere uccisi; o piuttosto “ritirati dalla circolazione”, come si esprimono con linguaggio eufemenistico coloro che si dedicano alla loro caccia.

Nel mondo supertecnologico che ha fatto seguito a un’ipotetica terza guerra mondiale, a carattere nucleare, gli animali sono quasi del tutto scomparsi. Per questo sono oggetto di cure e quasi di culto; possederne almeno uno ― se non vero, almeno artificiale ― e accudirlo, è più che uno “status symbol”: è un imperativo sociale e un segno di moralità. Chi non ha un animale vero è guardato con disprezzo: «Sai com’è la gente ― commenta Dick Deckard, il cacciatore di androidi ― e come giudichi immorale e anti-empatico non prendersi cura di un animale. Cioè non è un crimine, come lo era dopo la Fine della Guerra del Mondo, ma questa impressione è rimasta nella gente».

Nella giornata in cui il protagonista ha ritirato tre androidi ― cioè li ha uccisi a sangue freddo ― qualcosa non ha funzionato. Per riconquistare la fiducia in se stesso, per ritrovare le sue capacità, investe i guadagni della caccia agli androidi nell’acquisto di una capra. E la giornata di sangue si può concludere in una contemplazione estasiata, insieme alla moglie, di un animale vero.

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L’amore degli animali in sinergia con l’aggressività verso gli uomini è più che una trovata di un romanzo che distilla neri umori: è una combinazione che ci capita sovente di ritrovare nella realtà. E che ci richiama alla necessità di correlare, anche nel comportamento morale, la parte con il tutto. O con il Tutto.

La prospettiva del tutto è quella della religione. La religione a cui qui ci riferiamo non è direttamente ed esclusivamente quella che si esprime nelle istituzioni religiose. La bioetica, in quanto comportamento responsabile che nasce dalla coscienza dell’uomo di appartenere a quella realtà più grande di sé che è la biosfera, offre un percorso privilegiato per questa etica che si fonda su una concezione sacrale della vita come un Tutto a cui si partecipa.

Possiamo lasciarci guidare, come uno dei percorsi possibili, dalla riflessione etica di Albert Schweitzer. Il suo punto di partenza è rigidamente filosofico. Nel suo progetto di fondare meta-eticamente l’etica, non si accontenta né del fondamento posto da Kant, né di quello di Cartesio. Il dato più immediato della coscienza umana non è, a suo avviso, il Cogito ergo sum, bensì la percezione della vita: «Io sono vita che vuol vivere, circondata da vita che vuol vivere». L’essenza dell’uomo e del mondo è l’aspirazione della vita a mantenersi, e inoltre a svilupparsi, a propagarsi, a espandersi.

L’intuizione della volontà universale di vivere richiede però un giudizio di valore: il culto istintivo della vita conduce, da solo, alle peggiori prevaricazioni. «L’affermazione del mondo e della vita in sé ― afferma Schweitzer ― non può produrre che una civiltà imperfetta e incompleta. Soltanto spiritualizzandosi e diventando etica produce una volontà di progresso capace di distinguere il principale dall’accessorio e di tendere verso una civiltà che non consiste solo nell’acquisizione della scienza e della tecnica, ma si sforza innanzi tutto di far progredire l’individuo e l’umanità nella dimensione etica e spirituale».

La fondazione dell’etica che rispetta ineludibili esigenze di affermare la vita e di introdurre in essa un giudizio di valore è riassumibile, secondo Schweitzer, nell’orientare il proprio comportamento secondo “il rispetto della vita”. L’imperativo categorico che

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fonda l’etica può essere formulato come: “Agisci in modo da favorire la vita”. I criteri etici per valutare i comportamenti devono essere ricondotti ai principi fondamentali: è bene ciò che protegge e incrementa la vita; male ciò che la distrugge e la danneggia.

Il termine che esprime il rispetto ― Ehrfurcht― nell’espressione originale tedesca ha un senso più forte di quello che abbia nella nostra lingua. E impastato di timore reverenziale che nasce di fronte alla rivelazione del sacro (tremendum); esprime partecipazione vissuta ed esperienza di natura mistica della vita alla quale si partecipa (fascinosum); implica non solo un rispetto timido e per così dire passivo della vita, ma un atteggiamento attivo che si manifesta nell’impegno per promuoverla; comporta le limitazioni necessarie, che hanno il nome di abnegazione e sacrificio. Quell’etica nel rispetto della vita, in una parola, che trova la migliore illustrazione nell’esistenza stessa del medico Albert Schweitzer.

Riferimenti bibliografici

DickPh., Cacciatore di androidi, Editrice Nord, Milano, 1986.

DrewermannE., Der tödliche Fortschritt. Von der Zerstörung der Erde und des Menschen im Erbe des Christentums, Regensburg, 1981.

FryeN., Il grande codice, Bibbia e letteratura, Einaudi, Torino 1986.

SchweitzerA., Die Lehre von der Ehrfurcht vor dem Leben, München, 1966.

SingerE., In difesa degli animali, Lucarini, Roma, 1987.

WhiteL., «The historical roots of our ecological crisis», in Science155, 1967, pp. 1203-1207.

1«Sezionare un cadavere e partecipare a un’autopsia iniziavano gli studenti alla natura profonda del lavoro medico, che si fonda principalmente sulla dualità della vita e della morte [...]. Praticamente tutti i medici procedono a esami e all’anamnesi, emettono una diagnosi e applicano una terapia. Questi aspetti quotidiani del loro lavoro li obbligano e li autorizzano ad auscultare, scrutare, toccare, manipolare, esplorare e penetrare il corpo dei loro pazienti, ad analizzare le loro urine, le loro feci, il loro sangue, il loro muco, così come ogni altra sostanza o secrezione corporea, introducendosi cosi nella loro vita personale e nei loro sentimenti più intimi. Osservando regole rigorose di asepsi, vestiti di bianco inamidato o di verde astringente, penetrano gli orifici del corpo umano che sono fisiologicamente o simbolicamente associati alle sue più nobili e alle sue più basse funzioni, per estrarne certe sostanze quale il sangue umano, per esempio, considerato nella nostra cultura come allo stesso tempo impuro e sacrosanto. In patologia clinica, nel corso di diagnosi fisiche e nelle loro diverse funzioni cliniche, ho osservato come gli studenti di medicina imparano non solo a padroneggiare le tecniche che questi esami implicano, ma anche a controllare le loro reazioni emotive. Ciò che gli studenti ritenevano particolarmente “sconcertante” (per usare le loro parole) si ritrova nelle situazioni mediche in cui i problemi di incertezza e di significato sono legati: per esempio, quando assistevano a un’autopsia da cui non derivava nessuna spiegazione definitiva sulla causa della morte del paziente, o quando erano a contatto con un paziente che soffriva di un cancro doloroso e incurabile e che subiva i gravi effetti secondari della terapia»: R. Fox, The Evolution of Medical Uncertainty, Milbank Memorial Fund, New York, 1980.

2Questo aspetto della “giusta medicina” nella prospettiva naturalistica può essere illustrato con chiarezza dalla posizione di Platone, che nella Repubblica polemizza con la medicina “pedagogica” estesa a tutti. A ognuno nella società ideale deve essere dato secondo la misura appropriata, che è determinata dal posto che occupa: «Un falegname, quando è ammalato, vuole dal medico una pozione che gli faccia vomitare la malattia, o che lo liberi da essa con una evacuazione intestinale, con una cauterizzazione o un’incisione. E se gli viene prescritta una lunga dieta, o gli si consiglia di portare un copricapo di lana o di fare altre cose simili, se ne va immediatamente, dicendo che non ha tempo di stare malato né vale la pena di vivere in queste condizioni, curando la malattia senza potersi occupare del lavoro che lo aspetta. E quindi manda a farsi benedire il medico e riprende la sua vita e, o guarisce e vive il resto dei suoi giorni badando alle sue cose, oppure, se il suo corpo non riesce a superare la malattia, muore, liberandosi così da ogni preoccupazione» (Repubblica, III, 15; 406). Su questa stessa base Platone ha sviluppato la nota distinzione tra medicina degli schiavi e medicina degli uomini liberi.

3Con un’audace interpretazione di alcune fiabe della raccolta dei Fratelli Grimm ― corredate da innumerevoli parallelismi in altre tradizioni e culture ― il teologo e psicanalista Eugen Drewermann ha saputo ricostruire la permanenza del tema nel nostro immaginario (Drewermann, 1990). Il punto di partenza per descrivere il rapporto tra il medico e le malattie mortali nella cultura tradizionale è la fiaba “Comare Morte” (“Gevatter Tod” ― il padrino Morte ― nell’originale tedesco). Protagonista è un medico che ha ricevuto dalla Morte, sua madrina di battesimo, il dono di riconoscere se il paziente presso cui è chiamato a prestare la sua opera professionale è destinato a vivere o a morire: se la morte ― che solo lui ha il privilegio di vedere ― si trova al capezzale del malato, questi vivrà; se invece sta ai suoi piedi, è destinato a morire. Il medico per due volte ― essendosi ammalato il re e successivamente sua figlia ― dà scacco alla morte, ricorrendo all’astuzia di far girare il letto, così che la morte venga a trovarsi al capezzale dell’infermo; ma paga la trasgressione con la propria vita. Secondo questo modello, dunque, il buon medico è colui che sa discernere tra i malati da curare e quelli che sono destinati alla morte.

4Anche l’etica moderna presuppone un rapporto dell’uomo con la natura che è fatto di trascendimento, più che di adattamento. L’agire dell’uomo non è dettato dalla natura, ma eccede quanto la natura suggerisce. «Ciò che ho fatto, te lo giuro, mai un animale lo avrebbe fatto». È la prima frase intellegibile che un pilota, caduto nella neve delle Ande e dato per disperso dopo vane ricerche, pronuncia a coloro che gli vanno incontro quando riappare dopo sette giorni, durante i quali ha camminato ininterrottamente, giorno e notte, per non restare congelato. Saint Exupéry, che dedica un capitolo commosso a questo suo collega in Terre des hommes, identifica in questo “ammirevole orgoglio di uomo” la gerarchia di valori che caratterizza l’essere umano (Saint-Exupéry, 1953, p. 165). Fare ciò che un animale, mosso dall’istinto di conservazione, non avrebbe mai fatto, è tipico dell’uomo che, per senso di responsabilità ― «Mia moglie, se crede che io sono vivo, crede che sto camminando. I compagni credono che sto camminando. Hanno fiducia in me. E sono un mascalzone se non cammino», si ripete l’aviatore per contrastare la voglia di fermarsi ― sovrasta i comportamenti naturali. Il trascendimento della natura fa parte non solo dell’etica eroica, ma dell’etica moderna in quanto tale, così come si rappresenta il modo di essere dell’uomo sulla terra. Questa prospettiva è particolarmente importante per giustificare la cura dei più fragili che è propria della specie umana. Essa supera le esigenze della ragione e la misura stessa che si può derivare dalla natura, nel senso di comportamenti istintivamente rivolti alla sopravvivenza della specie. Potremmo anche qui assumere come modello l’orgogliosa dichiarazione dell’aviatore: facciamo con i più fragili cose che gli animali non farebbero mai! L’economia “biologica” delle società animali viene surrogata da una rete medico-sanitaria a maglie strette.

5L’uso ideologico dell’etica medica, per proteggere e prolungare un sistema che assicura alla maggior parte dei medici una situazione di classe privilegiata, è stato denunciato da diversi critici della medicina liberale. Secondo l’analisi della medicina liberale fatta a Guy Caro, il riferimento ai principi deontologici farebbe parte delle armi con cui i conservatori difendono l’ordine sociale esistente e si oppongono ai cambiamenti storicamente necessari: «Associando, sotto il concetto di medicina liberale, da una parte dei principi che condizionano in parte la qualità della medicina e suscitano con ciò la fiducia del malato nel suo medico, e dei principi, d’altra parte, che permettono al medico di controllare il livello dei suoi redditi, i medici potevano far credere che gli interessi del malato e quelli dei medici colludessero. Facendosi, come i proprietari di cui parla Emmanuel Mounier, “professori di virtù per difendere i loro interessi”, guadagnano su due campi: quello del loro livello di vita e quello della stima in cui erano tenuti» (Caro, 1974, p. 58).

6In un saggio molto documentato Emma Rothschild ha sostenuto che le concezioni di sicurezza sociale presenti nell’economia politica del liberalismo degli ultimi anni del XVIII secolo erano due, e nettamente contrapposte, associate rispettivamente a Condorcet e a Malthus. Benché sia prevalsa l’opposizione alla sicurezza sociale che Malthus derivò dalle idee di Adam Smith e l’influenza di Malthus sul pensiero economico successivo sia stata maggiore di quella dell’illuminista Condorcet, nel pensiero di Smith e dei suoi amici lo sviluppo sociale non è un ostacolo ma piuttosto una condizione per la crescita economica. Secondo E. Rothschild, le idee di integrazione sociale di Condorcet e gli altri illuministi possono dare un contributo ai nostri dibattiti in materia di politica economica e sociale (Rothschild, 1997).

7La ricerca è stata pubblicata dalla rivista dell’Associazione medica svedese (disponibile all’indirizzo internet http://www.farmanet.com) e ripresa dal British Medical Journal. In Italia è stata presentata da Tempo Medicon. 626, 24 marzo 1999.

Chi ha potere sul mio corpo?

Book Cover: Chi ha potere sul mio corpo?
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

CHI HA POTERE SUL MIO CORPO ?

Nuovi rapporti tra medico e paziente

Figlie di San Paolo, Milano 1999

pp. 209

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SOMMARIO

7      Introduzione: Dall’alleanza al patto

    

11    capitolo I - UNA SVOLTA NELLA CULTURA SANITARIA

11      1. Medici e malati hanno cessato di capirsi?

18      2. Tre scenari, tre ruoli per il paziente

26      3. L’attualità del dibattito sul consenso informato

34      4. Tribunali e dintorni

42      5. La qualità dei servizi sanitari

53    capitolo II - LA TRAMA DELLE NORME

53      1. La legge americana sull’Autodeterminazione del paziente

57      2. Il consenso informato nelle leggi italiane

60         Informazione e consenso all’atto medico

63         Codici di deontologia dei medici italiani (1978, 1989, 1995, 1998)

73         La regolamentazione della ricerca biomedica

77         La protezione dei dati personali (privacy)

97         Gli accordi europei sulle nuove regole in bioetica

109   capitolo III - MODELLI ETICI PER IA NUOVA MEDICINA

109     1. Stagioni dell’etica in medicina

125     2. La ricerca di una buona medicina

149   capitolo IV - INFORMAZIONE, COMUNICAZIONE, CONSENSO

149     1. Comunicare senza informare

155     2. Informare senza comunicare

159     3. Come utilizzare il consenso scritto

163     4. Consenso e formazione del personale sanitario

169   capitolo V - LE DECISIONI SULLA FINE DELLA VITA

169      1. Il ruolo della famiglia in prossimità della morte

181      2. Quando comincia l’accanimento diagnostico e terapeutico?

189      3. Sacralità della vita, qualità della vita: due criteri da conciliare

199     4. Quale etica per le cure palliative?

205   epilogo - TRA MEDICO E PAZIENTE, NUOVI DIRITTI E NUOVI DOVERI

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Introduzione

DALL’ALLEANZA AL PATTO

Per tranquillizzare gli spiriti più pavidi, diciamo subito che il cambiamento che questo libro vuol descrivere non è una rivoluzione. Nel senso, almeno, in cui la parola è collegata all’evento traumatico da cui ha avuto origine la configurazione del mondo moderno: la rivoluzione francese che ha posto fine dlV Ancien Regime. Lo ha fatto tagliando la testa a coloro che incarnavano il potere esercitato in modo assolutistico: il re, i nobili, l’alto clero. Il cambiamento che è in corso nei rapporti tra medici e pazienti nella nostra società non ha preso la via della rivoluzione.

Qualcuno ha temuto che ciò potesse avvenire. Il medico e filosofo tedesco Viktor von Weizsäcker (1886-1957), teorico della «medicina antropologica», era così consapevole del malessere serpeggiante tra i pazienti, nella prima metà del nostro secolo, che ipotizzò nei suoi scritti una svolta drammatica nel rapporto tra i medici e i cittadini malati. I medici sono soliti richiedere ai pazienti una fiducia incondizionata. Non prendono neppure in considerazione che si possa dubitare della loro volontà di fare il bene del malato  della loro «coscienza», quindi  e che abbiano le capacità necessarie per farlo: quelle riassunte nella «scienza».

Tradizionalmente il rapporto medico-paziente è stato interamente rappresentato da questo modello: scienza e coscienza da parte del medico, fiducia e docilità da parte del malato. Quando questo rapporto si

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rompe o si incrina  nel senso, per esempio, che il malato si accinge a ritirare la sua fiducia  i medici sono soliti adottare una strategia di difesa, trincerandosi per lo più dietro l’autorità della scienza, concepita come una grandezza impersonale di cui essi sono i servitori. Ma attenzione, ammoniva von Weizsäcker: se i medici si comportano come una corporazione, chiudendosi in una posizione difensiva, un giorno l’intera corporazione può essere oggetto di una seria reazione: «Se si va avanti così per un certo tempo, potrà succedere un giorno che un’intera corporazione (Stand), la corporazione dei medici e degli scienziati, diventerà l’oggetto (Gegenstand) di una grave aggressione; non mi meraviglierei se, come la rivoluzione francese ha ucciso gli aristocratici e i preti, un giorno fossero uccisi medici e professori, e non benché si siano irrigiditi cercando riparo dietro alla scienza impersonale, bensì proprio per questo motivo» (Weizsäcker, 1956. Vedi riferimenti bibliografici, p. 207).

Il gioco di parole proposto dallo studioso tedesco (la contrapposizione tra «corporazione», Stand, e «oggetto», Gegenstand), va irrimediabilmente perduto nella traduzione italiana; il suo pensiero, tuttavia, risulta chiaro: anche i medici rischiano di fare la fine di tutti i poteri assoluti e di essere spazzati via da una rivoluzione! La fosca previsione rivoluzionaria non si è avverata. Per fortuna. La medicina sta entrando nella sua epoca moderna in modo incruento, anche se non senza traumi.

Il modello paternalista di esercizio della medicina è rimesso in discussione da una cultura che ha cambiato i presupposti di fondo. Il paziente non è un «povero cristo» da trattare benevolmente, magari abbinando all’efficacia dei trattamenti anche una dose di «umanizzazione», ma un cittadino titolare del diritto di ricevere un trattamento. Un cittadino colto, informato, consapevole delle sue scelte; e, qualora non lo fosse, ha diritto che chi esercita la medicina si prenda

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il tempo e la cura di informarlo, per farlo accedere alla condizione in cui ricevere un trattamento non equivale a essere oggetto di un atto di benevolenza, bensì un esercizio di libertà civile e di responsabilità.

Il malato di oggi non vuole più essere trattato come un Pinocchio recalcitrante, che una materna farina deve convincere, con modi seducenti, a mandar giù la medicina. Non vuol essere un bambino, e tanto meno un burattino, ma un adulto che sa coniugare i suoi diritti con le responsabilità che ne derivano. Ne consegue che, anche senza gli sconvolgimenti di una rivoluzione, il clima che regna oggi tra il professionista che offre le cure e colui che le riceve è profondamente diverso dal passato. L’innovazione è in corso e richiede di cambiare comportamenti che si sono consolidati nei secoli.

L’angolatura che abbiamo adottato per presentare il cambiamento è quella riassunta sinteticamente da due parole: il passaggio dall'alleanza al patto. Anche se molti dizionari propongono i due termini come sinonimi, di fatto essi rimandano a due modalità molto diverse di organizzare i rapporti tra i professionisti che erogano cure sanitarie e i malati. L’alleanza è carica di implicazioni religiose e comporta una relazione asimmetrica. L’espressione più alta di questo modo di rapportarsi è il giuramento. Da Ippocrate in poi, fino al nuovo giuramento premesso alla più recente revisione del Codice deontologico, nel 1998, i medici giurano di difendere il malato da ogni cosa nociva e di dedicarsi a promuovere il suo bene. L’asimmetria è evidente: il malato non ha alcun giuramento da fare, ma è il beneficiario passivo dell’impegno preso solamente dal medico.

Il patto invece implica, per definizione, una reciprocità. Si fa tra uguali, anche se i ruoli possono essere diversi. Come segno dei nuovi tempi, che sono iniziati nell’ambito della sanità, possiamo citare il «Patto

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con il cittadino», proposto dagli infermieri nella loro giornata nazionale del 1997 e ripreso come introduzione al loro recente Codice deontologico (febbraio 1999). A livello istituzionale più alto, il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000 si presenta come «Un patto di solidarietà per la salute»:

Il contesto sociale mutevole e complesso pone l’esigenza di avviare nel Paese un vero e proprio patto di solidarietà per la salute, che impegni le istituzioni preposte alla tutela della salute e una pluralità di soggetti: i cittadini, gli operatori sanitari, le istituzioni, il volontariato, i produttori, non profit e for profit, di beni e servizi di carattere sanitario, gli organi e strumenti della comunicazione, la comunità europea e internazionale. I risultati di salute non dipendono, infatti, solo dalla qualità tecnica delle prestazioni, ma trovano radici più profonde nella responsabilizzazione dei soggetti coinvolti nella loro capacità di collaborare.

I tempi sono cambiati, anche se ci sono ancora medici che mostrano di non essersene resi conto. Molti continuano a comportarsi con i pazienti come hanno sempre fatto. Forse nella professione attingono anche a solide conoscenze di medicina scientifica e sanno tenersi lontani dalle tentazioni del potere esercitato sugli ignoranti. Ma se alla scienza e alla coscienza non hanno imparato ad abbinare l’informazione, quello che fanno non corrisponde più alla «buona medicina» come la concepiamo oggi. Così sono passati, senza saperlo, tra i parrucconi dell’Ancien Régime. Ci penseranno i pazienti a togliere loro la parrucca  la testa, no: mi raccomando...  e a costringerli a confrontarsi con le esigenze della nuova cultura sanitaria.

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I.

UNA SVOLTA NELLA CULTURA SANITARIA

1. Medici e malati hanno cessato di capirsi ?

Per apprezzare veramente il cambiamento che, nel susseguirsi di un breve giro di anni, sta avvenendo in medicina, dovremmo poter beneficiare di un’esperienza simile a quella di Rip van Winkle. Questo è un personaggio letterario creato dallo scrittore Washington Irving nella prima metà del XIX secolo e da allora molto familiare soprattutto agli anglosassoni: Rip è noto in America come Pinocchio in Italia e Gargantua in Francia. Nel racconto Rip è un colono americano, di origine olandese, che un certo giorno va nel bosco a far legna. Incontra strani personaggi, beve del vino da loro offerto e si addormenta. Al risveglio torna al villaggio, ma non riconosce nessuno e nessuno riconosce lui. Tutto è cambiato. La spiegazione è semplice: Rip van Winkle aveva semplicemente dormito vent’anni. Il successo del raccontino è garantito dall’essere storicamente collocato a ridosso della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, il 4 luglio 1776. Quando Rip si addormenta c’erano ancora le colonie inglesi; quando si sveglia, si trova in un Paese tutto nuovo, perché è cambiato dalle fondamenta, in quanto è stato modificato il sistema politico che lo governava.

L’allegoria del racconto di W. Irving si applica perfettamente al mondo della sanità. Se avessimo dormito vent’anni, potremmo scoprire, con lo stupore del ride-stato,

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che ai nostri occhi si presenta un paesaggio nuovo. In un paio di decenni, una «rivoluzione» è avvenuta a nostra insaputa: si tratta di uno sconvolgimento non meno radicale di quello politico che ha potuto trasformare delle colonie in madrepatria. Rispetto ai discorsi che ci erano familiari soltanto un paio di decenni fa, saremmo colpiti dal binomio indiscutibile che si è creato tra medicina ed etica. Più che la frequenza dei riferimenti all’etica, sono nuovi i contenuti.

Tradizionalmente il richiamo all’etica in medicina faceva riferimento  per lo più implicitamente  allo spirito che doveva animare chi, a diverso titolo di professionalità, era coinvolto nell’erogazione di cure sanitarie. L’etica rimandava allo spirito con cui questo lavoro va fatto: con altruismo, abnegazione, mettendo gli interessi legittimi di chi riceve i servizi prima degli interessi dei professionisti. Etica  in altre parole  richiamava l’esigenza per chi si occupa della salute altrui di esercitare le attività di cura in modo coinvolto, prendendosi cura delle persone malate.

L’etica in medicina che è diventata l’oggetto dei nostri discorsi si riferisce al «che cosa fare» più ancora che allo spirito con il quale farlo. Nei due decenni che abbiamo alle spalle i principali problemi che si sono posti alla riflessione sono quelli relativi a «dare le cose efficaci» (escludendo i trattamenti dannosi o inutili), «nel modo giusto» (rinunciando all’atteggiamento paternalistico, tradizionalmente assunto dai sanitari), «a tutti quelli che ne hanno diritto e bisogno» (contrastando le sperequazioni e le iniquità nell’accesso ai servizi): cfr. Bonaldi et al., 1994. Per rispondere a queste domande l’etica è invocata a soccorso.

Il primo interrogativo ha a che fare con la dimostrazione di efficacia. La restrizione delle risorse ha portato in primo piano la valutazione degli esiti delle prestazioni. Per riprendere l’efficace formulazione di Gianfranco Domenighetti, oggi «qualunque prestazione

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deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario» (Domenighetti, 1995). Per giudicare come eticamente accettabile un trattamento, dobbiamo sapere di più sulla sicurezza, l’appropriatezza e l’efficacia dei farmaci, delle procedure diagnostiche e terapeutiche, sui successi e fallimenti delle prestazioni, a seconda dei diversi sistemi organizzativi. Tutto ciò non è solo un risultato secondario dell’introduzione di nuovi sistemi di rimunerazione delle prestazioni (prima l’ospedale veniva pagato in base alla giornata di degenza, ora sulla base dei Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi: tanto per un’appendicectomia e tanto la cura di una broncopolmonite...!), ma il portato di quella che è stata salutata come la «rivoluzione che ci ha introdotti nell’era della valutazione e del comportamento responsabile» in medicina (assessment and accountability: Relman, 1988).

Non basta fornire i servizi di provata efficacia: bisogna anche che ciò sia fatto «nel modo giusto». È quanto esige il pilastro centrale della cultura della modernità, vale a dire il rispetto dei valori soggettivi del paziente, la promozione della sua autonomia, la tutela della diversità culturale, intesa come un diritto da rivendicare. Rispetto a un passato molto recente, in cui la medicina era organizzata in modo autoritario e gestita con stile paternalistico, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano. Buona medicina è quella che, oltre all’appropriatezza clinica, valutata dal professionista sanitario, considera auspicabile e rende possibile che il paziente partecipi alle decisioni che si ripercuotono sul suo benessere (Kassirer, 1994).

La terza scansione dell’etica in sanità è quella che si riferisce ai problemi dell’allocazione delle risorse e ai cambiamenti necessari affinché il principio solidaristico che sta alla base dei sistemi di welfare sia tradotto in pratica. Dopo aver disegnato, con generosità e una buona

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dose di utopia, lo stato sociale che si occupi della salute di tutti i cittadini, indipendentemente dal ruolo sociale e dalle capacità economiche, ora l’imperativo etico è di riformarlo senza deflettere dal patto di solidarietà che l’ha ispirato. Sanità fa rima con equità: anche questa è diventata un’emergenza etica degli ultimi anni.

Un cambiamento, infine, che caratterizza il modo in cui negli ultimi anni l’etica ha cominciato a essere invocata nell’ambito medico è la delegittimazione dei sistemi etici intolleranti. L’etica di cui la medicina ha bisogno è un’etica per un «piccolo pianeta», dove i risultati del miglioramento delle condizioni di vita possono essere ottenuti solo dalla sinergia di tutti. Questa prospettiva richiede il superamento della contrapposizione polemica tra etica laica ed etica religiosa (Maguire, 1999).

La belligeranza delle religioni contro la modernità ― che include la contestazione della possibilità di elaborare un progetto secolare veramente morale  ha suscitato come reazione la belligeranza delle etiche laiche contro le religioni, mettendo in discussione la loro pretesa di determinare l’agire umano come buono per una via diversa da quella puramente razionale. Il confronto fondamentalista non è una soluzione accettabile, così come non lo è l’alleanza strategica su temi specifici (per es., contro il controllo delle nascite), che però non comporti un rapporto corretto tra sistemi normativi religiosi e laici.

La via di soluzione passa, da una parte, per lo scrupoloso rispetto della libertà religiosa di tutte le persone e, dall’altra, per l’accettazione, da parte delle religioni, dei minimi etici che lo Stato deve esigere coercitivamente da tutti, cioè l’etica civile. Questa deve essere stabilita mediante procedimenti partecipativi e democratici, e pertanto deve rispettare il parere di tutti, secondo i meccanismi che portano alla formazione della maggioranza.

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È vero che le opinioni morali  anche quelle della maggioranza  possono essere sbagliate (o almeno può sembrare ad alcuni che lo siano). Ma questa condizione autorizza solo a iniziare un dibattito o un processo di educazione morale della società, nel quale esercitare la propria capacità di convincere gli altri, con argomenti razionali, a far proprie le ragioni addotte. Ogni altro procedimento, che invece di proporre ed educare cerchi di imporre, deve considerarsi, in linea di principio, inaccettabile nella nostra epoca.

Sulla tela di fondo costituita dall'emergere, in medicina, di interrogativi che si correlano con l’etica, acquista particolare risalto il cambiamento relativo al rapporto tra medico e paziente. La relazione che si instaura tra chi offre cure mediche e chi le riceve si modifica a un ritmo diverso dal sapere terapeutico. Nel giro di appena un paio di secoli abbiamo visto passare la medicina dal ricorso a salassi e clisteri alla somministrazione di antibiotici, per puntare ormai all’ingegneria genetica. Eppure il rapporto di fondo tra terapeuta e malato potrebbe teoricamente essere lo stesso. Su quella che lo storico della medicina Edward Shorter ha chiamato «la tormentata storia del rapporto medico-paziente» (Shorter, 1986) influiscono più i cambiamenti nell’organizzazione sociale delle cure che i progressi scientifici della medicina. Soprattutto incide quella realtà impalpabile ma reale costituita dalla cultura del tempo.

Il cambiamento culturale che sta avendo luogo sullo scorcio del XX secolo  a partire dagli anni Settanta nei Paesi anglosassoni e solo molto più di recente da noi  ha trovato un punto di riferimento nel «consenso informato», quale condizione di esercizio della medicina in un contesto in cui prevalgono modelli ideali diversi rispetto al passato. Ma è possibile dare al «consenso» lo stesso significato in tutta l’ampia gamma di interventi che costituiscono una terapia?

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Pretendere che colui che viene sottoposto a un trattamento terapeutico dia un consenso dello stesso tipo, quando i trattamenti sono così diversi, non rischia di creare intorno al consenso informato un alone insanabile di ambiguità?

Ciò a cui si consente è profondamente diverso  per prendere le due situazioni estreme dello spettro  in psicoterapia e in chirurgia estetica. Quando si inizia una terapia psicologica, né il terapeuta né il paziente sanno con esattezza dove la terapia li condurrà. Il paziente  mettiamo il caso  ricorre allo psicoterapeuta perché è afflitto da un bisogno compulsivo di bere alcolici che non riesce a frenare con il semplice esercizio della volontà. Chiede di essere aiutato a liberarsi dal sintomo. Insieme al terapeuta inizia un percorso che lo porterà a rimettere in discussione comportamenti e motivazioni in aree anche molto lontane da quelle in cui il sintomo si esprime (la sua autorealizzazione nel lavoro o nei legami affettivi, per esempio, oppure il rapporto con la madre, per giungere magari ad affrontare una tendenza omosessuale repressa...). Evidentemente sarebbe irrealistico pensare che, prima di iniziare il trattamento, il terapeuta sia in grado di dare al paziente un’informazione precisa dei cambiamenti che sarà necessario introdurre nella sua vita per ottenere il risultato previsto e, ottenuto il suo consenso, dare avvio alla terapia!

Situazione opposta in chirurgia estetica. In questo caso il terapeuta è tenuto non solo a mettere in atto gli interventi terapeutici appropriati per ottenere il risultato atteso, ma ha l’obbligo del risultato stesso. Lo ha sancito giuridicamente il Tribunale di Milano (sentenza 04394 dell’8 agosto 1985), chiamato a dirimere una curiosa causa legale: una ballerina e spogliarellista ha citato per danni un chirurgo estetico che, nel rifarle il seno, ha prodotto delle cicatrici, della cui presenza la paziente non era stata avvertita. Il Tribunale ha accolto

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le sue richieste, in forza dell'obbligo di risultato che incombe sulla chirurgia estetica.

Nella massima della sentenza si legge che il dovere di informazione che grava sul professionista, in questo caso non riguarda solo le potenziali cause di invalidità o di inefficacia della prestazione professionale, «ma anche le ragioni che questa rendano inutili in rapporto al risultato sperato dal cliente». Il chirurgo estetico, in altre parole, non può limitarsi a prospettare i possibili rischi del trattamento suggerito, ma deve anche informare il cliente se il miglioramento estetico da questi perseguito è conseguibile o no. Nel caso in questione, il chirurgo avrebbe dovuto sottoporre alla spogliarellista delle foto relative al residuato di cicatrici prodotte da interventi di analoga natura. È ovvio che il chirurgo in questi casi sarà obbligato a fare ricorso a un’informazione la più accurata possibile, a ottenere il consenso e a documentarlo in modo inoppugnabile, in vista di un possibile contenzioso giudiziario.

Nell’infinita varietà di situazioni terapeutiche che si presentano tra i due casi estremi della psicoterapia e della chirurgia estetica, variano sia il grado di informazione che è appropriata, sia la possibilità del paziente di dare il suo consenso all’intervento terapeutico, sia infine la modalità del consenso stesso (tacito o esplicito, verbale o per iscritto, personale o per interposta persona). Forse niente visualizza meglio di un modulo da firmare, prima di un intervento diagnostico o terapeutico, il senso di estraneamento che proverebbe un ipotetico Rip van Winkle, ridestato dopo vent’anni, che si presentasse oggi a un medico. Medici e malati hanno cessato di capirsi nella maniera spontanea  o quanto meno regolata da una codificazione implicita delle regole  propria del passato? Quali nuovi rapporti stanno prendendo forma? A quali regole deve obbedire oggi la pratica medica, per essere eticamente giustificabile?

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2. Tre scenari, tre ruoli per il paziente

Per cercare di mettere ordine in un intreccio di rapporti molto diversificati, distingueremo tre situazioni tipiche. L’intento è quello di mostrare che il coinvolgimento della persona cui sono rivolti i trattamenti è diverso nei tre scenari; di conseguenza, anche il concetto di «consenso» del paziente all’atto medico acquista significati diversi.

● La partecipazione volontaria alla ricerca biomedica.

Nell’inventario delle situazioni che hanno modificato il rapporto tradizionale tra medico e paziente, il primo posto spetta agli interventi che devono essere qualificati come ricerca biomedica. La priorità è anzitutto quella cronologica, in quanto il problema del consenso è stato sollevato originariamente in rapporto ad atti e procedure finalizzate non a ottenere una guarigione, ma a perseguire una conoscenza, eventualmente utilizzabile a fini terapeutici.

La società, nel suo insieme, accettando l’introduzione del metodo scientifico in medicina, ha implicitamente avallato la sperimentazione come via per la crescita del sapere. I primi seri interrogativi sulla liceità della ricerca bio-medica risalgono al trauma avvenuto nell’opinione pubblica quando si è venuti a conoscenza, all’indomani della seconda guerra mondiale, delle sperimentazioni ciniche e insensate, espressione di sadismo più che di amore per la scienza, eseguite da medici nazisti su prigionieri nei lager. La fiducia incondizionata nell'ethos professionale dei medici, come garante contro la possibilità di abusi, è stata messa a dura prova.

Sull’onda dell’emozione e nel ricordo dell’orrore, si è fatta strada la convinzione che fosse necessario procedere a una severa regolamentazione in questo ambito. Frutto di questa presa di coscienza è stato il

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cosiddetto Codice di Norimberga, elaborato nel 1946: un documento in dieci punti inteso a limitare le possibili sperimentazioni mediche su soggetti umani.

Come condizioni necessarie per giustificare moralmente un esperimento con esseri umani, il Codice di Norimberga prevede esplicitamente, oltre all’utilità e all’innocuità dell’esperimento, il consenso del soggetto sperimentale. Il consenso è, precisamente, il primo dei dieci punti che costituiscono il documento:

Il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente essenziale. Ciò significa che la persona in questione deve avere capacità legale di dare il consenso, deve essere in grado di esercitare il libero arbitrio senza l’intervento di alcun elemento coercitivo, inganno, costrizione, falsità o altre forme di imposizione o violenza; deve avere sufficiente conoscenza e comprensione degli elementi della situazione in cui è coinvolto, tali da metterlo in posizione di prendere una decisione cosciente e illuminata.

Successivamente l’Associazione Medica Mondiale si è occupata a più riprese di dare norme deontologiche ai medici che fanno ricerche con soggetti umani. La Dichiarazione sulle ricerche bio-mediche, (nota come dichiarazione di Helsinky, promulgata nel 1964, rivista poi a Tokyo nel 1975, a Venezia nel 1983 e a Hong Kong nel 1989) è più analitica del Codice di Norimberga. Tra le regole centrali troviamo ancora quella del consenso:

Art. 9. Al momento di ogni ricerca sull’uomo, l’eventuale soggetto sarà informato in modo adeguato sugli obiettivi, metodi, benefici scontati e sui rischi potenziali e sugli svantaggi che potrebbero derivargliene. Egli (ella) dovrà anche essere informato (a) che è libero (a) di disimpegnarsi in qualsiasi momento. Il medico dovrà ottenere il consenso libero e cosciente del soggetto, preferibilmente per iscritto.

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Nei vari sviluppi della normativa  dichiarazioni internazionali e linee guida  risulta evidente che l’interesse è rivolto alla protezione del soggetto, soprattutto sul versante della sua libera partecipazione alla sperimentazione. Quello che si vuol prevenire è l’arruolamento di soggetti in ricerche cliniche e sperimentazioni mediante la costrizione, l’inganno, le intimidazioni o le incentivazioni che utilizzano la debolezza di persone che si trovano in posizione di vulnerabilità (detenuti, militari, persone che versano in condizioni di estrema indigenza, ecc.).

Progressivamente, l’accento si è spostato dalla libertà del consenso alla qualità dell’informazione che lo precede. È evidente, infatti, che lo scienziato e il soggetto sperimentale non si trovano su due posizioni equiparabili, quanto a conoscenze e a potere decisionale. È facile estorcere un consenso, sottraendo o manipolando le informazioni. L’autonomia dell’individuo è rispettata solo se, prima di acconsentire a essere arruolato nell’esperimento, la persona coinvolta ha ricevuto le informazioni necessarie, le ha comprese e ha valutato tutta la portata della propria partecipazione alla ricerca. Questo insieme di condizioni viene per lo più evocato dalla dizione abbreviata «consenso informato».

Analizzeremo nel secondo capitolo, in dettaglio, le norme recenti che regolano la sperimentazione, attraverso accordi protocollari che hanno ormai una dimensione internazionale: le regole della sperimentazione con gli esseri umani sono uguali in tutto il mondo. Qui ci interessa evidenziare che nell’ambito della ricerca è stata raggiunta per prima la consapevolezza che l’affidamento fiduciario che tradizionalmente si richiedeva al paziente non è più compatibile con lo spirito del nostro tempo, quando si tratta di ricerca e trattamenti sperimentali. é diritto del soggetto essere informato e dare il proprio consenso.

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● Uno scenario diverso si crea nell’ambito di procedure diagnostiche e trattamenti a carattere non sperimentale, quindi in un contesto terapeutico, ma che comportano un certo grado di pericolosità e di effetti collaterali negativi. Una trasfusione sanguigna, per esempio, è quanto di più standardizzato si possa immaginare in medicina; eppure non è esente da rischi. Ci rendiamo sempre più conto che, pur avendo il medico la delega sociale a fare per il paziente ciò che secondo lo stato dell’arte medica risulta appropriato, e magari anche da parte del paziente la richiesta esplicita a fare tutto il possibile in vista del risultato terapeutico, non sarebbe corretto nei confronti del paziente nascondergli i rischi.

Per alcune di queste procedure esiste un vero e proprio obbligo formale di informare il paziente e di chiedergli il consenso alle procedure (così nel caso delle trasfusioni sanguigne: vedremo più sotto le norme di riferimento). Per tutte, possiamo parlare di obbligo morale. Indipendentemente dall’intenzione  più che legittima  del medico di mettersi al riparo da future possibili rivendicazioni del paziente per via giudiziaria, non è accettabile che il medico si assuma in prima persona la responsabilità di decidere un intervento che potrebbe essere dannoso per il paziente. Anche se, per esempio, è una procedura ormai standardizzata sottoporre le gestanti quarantenni alla diagnosi prenatale, non sarebbe corretto  dal punto di vista morale, indipendentemente da qualsiasi obbligo giuridico  da parte del medico non informare la donna della percentuale di rischio per la vita del feto insita nell’intervento diagnostico dell'amniocentesi. Allo stesso modo in cui non sarebbe corretto non informare la paziente della probabilità di avere un bambino malformato.

Talvolta il tentare «il tutto per tutto», anche in condizioni di incertezza sull'esito, può essere sollecitato dal paziente stesso, indotto dalla situazione a giocare anche la carta della disperazione. Ma il consenso

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del paziente a tentativi terapeutici che abbiano un carattere sperimentale non può essere semplicemente presunto. Le differenze da persona a persona possono essere molto marcate; e anche, per la stessa persona, la volontà di sottoporsi a terapie estreme può variare nelle diverse fasi del decorso della malattia. Non si può assumere che «tutto il possibile» sia la misura giusta per tutti. Il consenso esplicito del paziente a ciò che gli viene proposto è la condizione che rende umanamente e moralmente giustificabili gli interventi terapeutici di questo genere.

Un’illustrazione chiara di questa modalità di rapporto con il paziente e della specifica informazione che essa richiede si può trovare in alcune pubblicazioni concepite a uso degli specialisti, per fornire loro sussidi didattici nelle procedure diagnostiche e interventi terapeutici di loro competenza. Citiamo, per esemplificare, Il consenso informato in cardiologia (Lotto et al., 1995), a cura del «Progetto di educazione sanitaria A. Menarmi». Ognuna delle procedure diagnostiche (quali: test ergometrici da sforzo, test farmacologici nel contesto di procedure diagnostiche ecografiche e scintigrafiche, periocardiocentesi, biopsia endomiocardica, coronarografia, angiografia) e degli interventi terapeutici (cardioversione elettrica, impianto di pace-maker, angioplastica coronarica, trial clinici, by-pass aorto-coronarico, sostituzione valvolare, fino al trapianto cardiaco) sono analizzati dal punto di vista medico e descritti, anche con l’aiuto di appropriate figure, per il paziente. Al medico vengono ricordate le indicazioni e controindicazioni di ciascuna procedura o intervento, compresi i rischi connessi e le eventuali alternative.

Si tratta, in pratica, di ciò che il clinico deve sapere, in base allo stato attuale delle conoscenze specialistiche. Il paziente riceve un’informazione precisa riguardo alla finalità della procedura diagnostica o

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terapeutica e alla modalità di esecuzione, ai rischi e alle alternative, comprese le conseguenze della non esecuzione dell’indagine o dell’intervento. La firma posta in calce a un modulo, accanto a quella del medico che ha fornito l’informazione, è il momento conclusivo di tutto il processo informativo.

Per quanto riguarda l’impianto di pace-maker, per fare un esempio, è corretto informare il paziente della possibilità, che varia dallo 0,1% allo 0,6%, di complicanze e rischi, ma anche che attualmente non ci sono alternative specifiche al pace-maker, il paziente che rifiuta di sottoporsi all’intervento mantiene, perciò, un alto rischio di mortalità altrimenti non controllabile. Se consideriamo l’angiografia in generale, bisognerà informare il paziente che esistono valide alternative all’angiografia classica, che permettono di acquisire immagini delle cavità cardiache e dei vasi in modo meno invasivo e con minori rischi.

Un esempio impressionante di come la quantità e la qualità dell’informazione fornita al paziente modifichi la disponibilità di quest’ultimo all’intervento, è offerto da una ricerca condotta da G. Domenighetti nel Canton Ticino. Lo studio intendeva valutare se, e quanto, l’informazione riferita alle prove di efficacia cambia la disponibilità delle persone a sottoporsi allo screening per la diagnosi precoce di determinate patologie. A un campione di 1000 persone è stato chiesto se accettavano le procedure di screening per la diagnosi precoce del cancro al pancreas. A un gruppo la domanda è stata posta nel modo seguente: «Durante una visita di routine, il medico le chiede se è disposto ad accettare un test diagnostico (che consiste in un semplice esame del sangue) che è in grado di diagnosticare precocemente se lei ha un cancro al pancreas (ciò vuol dire che la malattia sarà identificata prima che lei avverta qualsiasi sintomo)». Il 60% degli intervistati ha risposto che accettava; solo il 32%

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non accettava il test e l’8% desiderava avere un secondo parere.

A un altro gruppo, oltre all’informazione di base, è stata fornita un’informazione più estesa, che includeva le seguenti precisazioni: 1. il test non è molto accurato: solo il 30% di quelli che risultano positivi al test hanno veramente un cancro al pancreas; 2. di conseguenza, tutte le persone positive devono sottoporsi a esami supplementari per confermare la diagnosi di cancro, che richiedono il ricovero di qualche giorno in ospedale; 3. ogni anno in Svizzera solo 11 persone su 100.000 hanno una diagnosi di cancro pancreatico confermata; 4. il cancro al pancreas praticamente non può essere guarito: di 100 persone diagnosticate, dopo cinque anni solo tre sono ancora in vita. Il gruppo che ha ricevuto un’informazione più accurata ha reagito diversamente rispetto al primo: solo il 13,5% accetta il test, il 72% non accetta, mentre il 14,5% vorrebbe il parere di un altro medico. «Paziente informato... mezzo salvato»? Forse è così. In ogni caso sembra certo che, quando il paziente è informato, risulta molto meno invaso dalla più aggressiva tecnologia medica.

● Il coinvolgimento del paziente nelle scelte terapeutiche.

Ma non siamo ancora all’ultimo scenario del nuovo rapporto tra medico e paziente. Questo non si limita alla situazione in cui esistono alternative terapeutiche con diversa ricaduta sulla quantità e sulla qualità di vita del paziente. La nuova frontiera della relazione terapeutica è la partecipazione attiva della persona a cui le cure sanitarie sono rivolte, in modo che possa essere un soggetto responsabile e coinvolto nelle scelte che lo riguardano.

Il nuovo rapporto non si applica alle sole procedure a rischio; questo scenario è piuttosto quello proprio della medicina nel suo esercizio quotidiano.

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Sempre più spesso, infatti, le scelte terapeutiche si divaricano in diverse direzioni. Per fare un esempio, prendiamo il trattamento del cancro alla mammella. Gli specialisti, ai quali è riconosciuto il maggior credito nella comunità scientifica, riconoscono oggi che la malattia si può aggredire con almeno una dozzina di strategie terapeutiche. Ognuno di questi protocolli di trattamento ha ripercussioni di grande portata sia sulla speranza di vita, sia sulla qualità della vita (in quanto più o meno mutilanti, più o meno invasivi o provanti per l’organismo).

La partecipazione attiva del paziente a scelte di così grande importanza non è un optional: è indispensabile dal punto di vista non di una medicina difensiva, ma di una medicina rispettosa dei valori personali dell’individuo. Per assumere un esempio anche in ambito maschile, pensiamo alla prostatectomia. È vero che l’asportazione chirurgica può essere una decisione clinica indicata, forse anche altamente raccomandata. Tuttavia non sarebbe corretto non informare il paziente che uno degli effetti secondari può essere l’impotenza. Riguardo alla prospettiva di essere privato dell’esercizio della sessualità per il resto della propria vita, le reazioni sono diverse da persona a persona: per qualcuno può essere un prezzo da pagare per una prospettiva di vita più lunga, per qualcun altro no.

Se si vuole assicurare la partecipazione del paziente, in quanto protagonista delle scelte che lo riguardano, il baricentro si sposta sull’informazione, più che sul consenso. Mentre il consenso a un trattamento non è difficile da ottenere  specialmente se il medico sa fare un uso accorto delle emozioni del paziente , dare le informazioni utili e necessarie perché il paziente possa essere il regista delle decisioni che lo riguardano è molto arduo. Ci rendiamo conto che l’esigenza della partecipazione del paziente alle scelte di natura clinica che lo riguardano ci introduce in una strutturazione

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nuova del rapporto tra medico e paziente, che conservi i tratti essenziali di ciò che ci ha trasmesso il passato, ma che sostanzialmente è da inventare.

Il ruolo del medico di medicina generale, affinché si realizzi questa modalità di rapporto che renda il malato attivo e responsabile, è cruciale. Si potrebbe sostenere che i problemi legati alle alternative terapeutiche, che hanno una diversa incidenza sulla speranza di vita e sulla sua qualità, vengono per lo più discussi nell’ambito della medicina specialistica, e non nello studio del medico di medicina generale. Ma la partecipazione attiva del paziente alle decisioni che lo riguardano è un processo, più che un atto isolato. Se il processo non viene ben avviato, attraverso la comunicazione che si instaura con il medico di medicina generale, e ben proseguito, anche dopo l’intervento della medicina ospedaliera e specialistica, è possibile che i problemi di rapporto con il paziente vengano a trovarsi su un binario morto, in una situazione che li rende insolubili.

La comunicazione con il paziente che rende possibile quel modello di medicina in cui la giusta decisione va presa in due, deve incominciare a monte. Essa dipende in modo determinante dal rapporto che si instaura con il medico di fiducia, in una situazione che ha fondamentalmente un valore educativo. Dato che il modello di buona medicina che ci viene richiesto dalla cultura contemporanea è un modello inedito, che nessuno degli interlocutori possiede in proprio, si tratterà di una co-educazione: medico e paziente dovranno educarsi insieme.

3. L'attualità del dibattito sul consenso informato

Il cambiamento che è in atto tra i protagonisti  professionisti sanitari da una parte, cittadini dall’altra ― dei processi di diagnosi e cura delle malattie è sempre

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più frequentemente riassunto, in modo stenografico, nel concetto di «consenso informato». Lo dimostra il numero crescente di pubblicazioni in questo ambito. A carattere internazionale, anzitutto. Prendendo un anno a caso, la ricerca su Medline della produzione scientifica alla voce «Informed consent» dà più di settecento articoli di riviste e libri tra gennaio e settembre 1997. Il problema dell’informazione rivolta al paziente, della comunicazione della diagnosi e del rapporto medico-paziente, a cui si fa riferimento, non è più limitato all’ambito linguistico e culturale anglosassone: troviamo ricerche avvenute in Grecia, nell’Arabia Saudita, in Giappone. In una ricerca promossa dal Dana-Farber Institute di Boston, ad esempio, dal titolo Il bambino con il cancro. Influsso della cultura nel dire la verità e nella cura del paziente, una trentina di Paesi hanno partecipato nel cercare di identificare le variazioni culturali nell’informare della diagnosi, promuovendo, allo stesso tempo, una migliore comunicazione tra gli oncologi a livello internazionale.

Per quanto riguarda la situazione italiana, vanno segnalate almeno due importanti pubblicazioni recenti: Amedeo Santosuosso (a cura di), Il consenso informato. Tra giustificazione per il medico e diritto del paziente, ed. Cortina, Milano 1996, e Sergio Fucci, Informazione e consenso nel rapporto medico-paziente, Masson, Milano 1996.

Il primo volume riflette la convinzione che il consenso informato sia una tipica questione che richiede un approccio multidisciplinare. Almeno tre punti di vista devono essere rappresentati: quello del clinico, quello dello psicologo e quello del giurista. Amedeo Santosuosso ha curato il concerto di voci e competenze diverse che hanno affrontato sia le questioni di principio (le regole specifiche formulate dall’attuale cultura giuridica, le dinamiche psicologiche della relazione medico-paziente, il ruolo dell’informazione per una decisione clinica razionale), sia le diverse situazioni

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in cui il consenso può essere espresso: il paziente inguaribile in età avanzata, i minorenni e le persone incapaci, la sperimentazione clinica.

Il volume di Sergio Fucci riflette la situazione creata dal codice di deontologia medica del 1995, che ha innovato la posizione tradizionale relativa al consenso informato. Il consenso del paziente è sancito come requisito imprescindibile della nuova relazione medico-paziente. Nella ricostruzione del quadro normativo, fatta da Fucci, vi sono i presupposti per riconoscere in un trattamento posto in essere senza la volontà del paziente (esclusione fatta, ovviamente, per i casi in cui il riferimento a tale volontà è impossibile) un trattamento arbitrario, che comporta per il medico responsabilità non solo sotto il profilo civile, ma anche sotto quello penale. Fucci giunge ad auspicare un intervento legislativo che introduca una specifica ipotesi di reato diretta a sanzionare l’intervento medico posto in essere senza il consenso del paziente.

In un articolo dedicato a una valutazione globale della saggistica italiana recente sul consenso informato, l’esperta di diritto Patrizia Borsellino valuta positivamente la maturazione che sta avvenendo nella nostra cultura: «L’esame dei nodi problematici del consenso informato ha condotto a posizioni condivise a cui guardare come a veri e propri punti fermi nella riflessione sul tema, pur nel permanere, rispetto a talune questioni, di opinioni ancora assai diversificate, tra le quali è necessario tenere aperto il confronto e intensificare i tentativi di mediazione» (Borsellino, 1996, p. 115).

In particolare, dall’esame della letteratura sul tema risulta un sostanziale consenso nel superamento dei classici cavalli di battaglia di coloro che non condividono gli entusiasmi dei fautori di una medicina imperniata sul rispetto della volontà del malato, come l’enfatizzazione delle situazioni di urgenza e necessità, che giustificano un intervento senza o anche contro il

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consenso del malato; l’insistenza sulle situazioni in cui gli interventi riguardano soggetti incapaci di manifestare la propria volontà; la drammatizzazione del problema dell’informazione, necessaria perché ci sia una partecipazione consapevole alla decisione clinica; la subordinazione del consenso alla buona prassi clinica, intesa come la prassi più adeguata dal punto di vista dell’etica medica tradizionale, che porta a privilegiare il bene del paziente valutato con parametri biologici, e in ogni caso oggettivi. Tuttavia  osserva ancora P. Borsellino  l’accordo crescente sulle linee di tendenza per risolvere i nodi tradizionali del consenso informato non giustifica alcun ottimismo intempestivo: sull’uso di uno strumento come il consenso informato resta ancora tanto da imparare. E, soprattutto, bisogna evitare una sua mitizzazione, sacrificando valori importanti in nome dell’autonomia.

Tra gli apporti più interessanti della ricerca italiana recente, riferita in modo più o meno diretto al consenso informato, segnaliamo l’indagine antropologica, condotta da Deborah Gordon ed Eugenio Paci in Toscana, circa la pratica di informare o non informare i malati di cancro (Gordon, Paci, 1997). Nello spirito di una ricerca etnografica  che mira a comprendere i comportamenti e le motivazioni che li ispirano a partire dall’ottica dei protagonisti, escludendo ogni intento valutativo o normativo  lo studio mirava a esplorare le pratiche dominanti, i vissuti e i costrutti teorici che le giustificano diffusi tra i professionisti sanitari circa la comunicazione:

a) con i pazienti in generale;

b) con i pazienti affetti da cancro o da altre malattie potenzialmente fatali;

c) con le persone in contesti non sanitari.

Le domande rivolte con questionario rispecchiavano l’ipotesi che le pratiche comunicative riferite al cancro non sono comportamenti isolati, ma rappresentano

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un approccio tipico a problemi di natura analoga. Le pratiche mediche e i vissuti relativi alla malattia e alla cura del paziente (chi prende le decisioni, chi detiene le informazioni, gli assunti relativi a che cosa serve per stare meglio, dove attingere la speranza, il significato da attribuire al cancro, in che cosa consiste una «buona morte») si coagulano in modo coerente intorno a due modelli, che portano l'uno a rivelare al malato il male da cui è affetto, l’altro a nasconderglielo. Le modalità di comunicazione relative al cancro sono costitutive di vissuti e pratiche di portata più ampia.

Gordon e Paci non si sono limitati a contare quanti tra gli operatori sanitari sono per il «dire» e quanti per il «tacere». Hanno studiato, invece, come questi orientamenti sono collegati, in profondità, con le convinzioni che riguardano la vita, la morte e la sofferenza; con il modo di gestire le «cattive notizie» anche in contesti diversi da quello della salute; con i modelli fondamentali di educazione (orientata a promuovere l’autonomia personale oppure a consolidare la dipendenza dai genitori e dalla famiglia); con le modalità che vengono utilizzate preferenzialmente per aiutare qualcuno in difficoltà. A questi modelli globali Gordon e Paci danno il nome di narrazione culturale. Essa dà ragione di ciò che si intende produrre con le proprie azioni (e omissioni). Schematicamente, la narrazione culturale di protezione sociale organizza i comportamenti con l’intento di proteggere il paziente, mentre la narrazione che possiamo chiamare di autonomia-controllo si prefigge di favorire il controllo della situazione da parte dell’individuo.

La narrazione della protezione sociale potrebbe cominciare così: «In principio c’erano Dio e la famiglia, che hanno creato i bambini e proteggono i deboli nei momenti di difficoltà». La vita e le persone sono fondamentalmente fragili e bisognose di protezione. La sofferenza non può essere eliminata, ma può e deve essere ridotta al minimo, in parte attraverso la protezione

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del gruppo sociale: qualsiasi mezzo utilizzato dal gruppo a questo fine è buono, anche inventare storie e mentire. Ai duri colpi della vita si fa fronte mantenendo la continuità della vita quotidiana.

La maturità non è un processo lineare: si rimane bambini per tutta la vita di fronte a Dio, ai genitori, alle persone più anziane. Questo comporta che in caso di malattie ci saranno altri che assumeranno in toto la responsabilità delle cure. Il primo dovere è proteggere gli altri dalla sofferenza, non dare «dispiaceri». Lo stile comunicativo predilige il silenzio, l’ambiguità dei messaggi, la comunicazione indiretta. Il campo sociale è immaginato come un’efficace difesa di fronte a verità che farebbero soffrire (come, appunto, una diagnosi di cancro). Per questo la narrazione della protezione sociale tende a una pratica comunicativa in cui chi detiene le informazioni sulla malattia  il medico e la famiglia  non le trasmette al malato.

La narrazione sottostante alla pratica della comunicazione aperta della diagnosi  che in ambito medico si traduce soprattutto nella promozione del consenso informato  potrebbe iniziare il suo racconto della creazione con: «In principio c’era l’individuo...». Nella narrazione culturale di autonomia-controllo, infatti, l’individuo è sovrano: sulla sua vita, sul suo corpo, sulla sua identità personale. Solo la persona coinvolta sa cosa è meglio per se stessa ed è davvero capace di prendere le decisioni che la riguardano. L’autonomia e l’autodeterminazione sono valori primari e rappresentano diritti fondamentali di ogni essere umano. L’informazione è essenziale per poter scegliere. Per questo è necessaria una comunicazione chiara ed esplicita.

Vista dalla prospettiva della narrazione dell'autonomia e del controllo, la non rivelazione della diagnosi appare come una grossolana negazione dei diritti umani e impedisce il controllo della propria vita, del corpo, della mente. Il medico e la famiglia che sottraggono

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l’informazione appaiono in questo modello oppressivi e paternalistici. In modo schematico, le due narrazioni culturali possono essere rappresentate come segue:

Narrazione culturale:

Autonomia-controllo

Vissuti e pratiche

Narrazione culturale:

Protezione sociale

individuo

Priorità

gruppo sociale

paritario

Natura del mondo sociale

gerarchico

mondo fisico, «oggettività»

Chi o che rosa stabilisce la verità

mondo sociale, autorità

individuo,

esseri umani, scienza,

tecnologia, progresso,

conoscenza e azione

Fonte di speranza

gruppo sociale, Dio, destino,

protezione sociale,

unità/continuità del quotidiano,

«non sapere»

trasferimento di informazioni

Modalità prevalenti

di vivere la comunicazione

parola detta

come capace di evocare

una situazione oltre che

di trasferire informazione

controllo attraverso

la conoscenza,

azione preventiva

Modi prevalenti di affrontare il pericolo

adattamento,

cercare di creare un’altra storia,

protezione sociale

«soluzione del problema»,

oggettività, condivisione

Modi prevalenti di

affrontare la sofferenza

evitare di pensare

e di parlare del problema,

distrarre, proteggere

infinitamente perfettibile

e conoscibile

Natura della vita

misteriosa, imprevedibile,

sempre problematica

L’apporto della ricerca è di dare uno sfondo antropologico-culturale ai problemi del consenso informato, che evidenzia la frattura tra i diversi modi di praticare la medicina e le giustificazioni teoriche che vengono offerte dei comportamenti:

In Italia diventa sempre più chiaro che le pratiche tradizionali devono attraversare un processo di

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cambiamento. Si osserva un’insoddisfazione diffusa nei confronti della comunicazione che si instaura nelle situazioni, ancora relativamente frequenti, in cui non si rivela la diagnosi: diversi pazienti hanno l’impressione che la mancanza di informazione significa «non riconoscerli come persone»; che fornire loro una diagnosi diversa da quella reale significa «mentire» od organizzare una «congiura del silenzio»; la protezione è vissuta come oppressione, potere, atteggiamento difensivo («risparmiare l’altro» vuol dire solo risparmiare se stesso). Molte famiglie continuano a non rivelare la diagnosi al paziente, ma psicologicamente si sentono isolate e senza sostegno; molti medici non se la sentono di continuare a vivere con la menzogna, ma sono costretti a continuare a comportarsi in questo modo sotto la spinta delle famiglie e della propria incertezza. Anche le tensioni che si registrano sono da imputare alla presenza contemporanea, all’interno del sistema, di queste due diverse versioni di narrazioni e pratiche divergenti relativamente alla rivelazione della diagnosi (Gordon, Paci, 1997, p. 97).

Non si tratta di contrapporre semplicisticamente una cultura «americana», basata sull’individuo, l’autonomia, l’informazione, a una cultura europea o ancor più italiana, centrata sulla protezione che il gruppo sociale  in particolar modo la famiglia  offre al singolo. I mondi culturali «locali» sono trasversali a queste distinzioni macroscopiche. Le diverse posizioni riguardo all’informazione dipendono dal mondo esistenziale in cui le persone vivono, anche in aree culturalmente omogenee (come la Toscana, in cui è stata condotta la ricerca).

La pratica del consenso informato dovrà cercare di realizzare un nuovo equilibrio che permetta una maggiore espressione dell’individualità all’interno

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dei rapporti molto avvolgenti della famiglia e di un mondo sanitario protettivo, ma contemperi allo stesso tempo l’individualismo estremo del modello autonomista, preservando l’importanza dell’appartenenza al gruppo sociale.

4. Tribunali e dintorni

Esercitare la professione medica non ha mai comportato l’impunità. Anche se la malevolenza diffusa contro i medici ha con piacere insinuato che questi pretendono di porsi su un piano in cui è difficile chiamarli a rendere conto delle loro azioni, la pratica della medicina si è sostanzialmente sentita vincolata dalla volontà dei medici di mettere tutto il loro sapere a servizio della salute dei pazienti. Così è stata interpretata la «clausola terapeutica», contenuta nel giuramento di Ippocrate, che vincola il medico a prescrivere ai malati «ciò che loro convenga»: dunque, ciò che procura un beneficio alla loro salute. Comunque lo si voglia formulare, questo fondamentale dovere ha tradizionalmente regolato la professione medica.

Sulla griglia di fondo del modello ippocratico, suona come inaudita la conclusione di un processo destinato a segnare per la medicina italiana la fine dell’orientamento, pacifico e consensuale, all'ethos che attribuiva ai medici la responsabilità per le decisioni da prendere nel miglior interesse del malato. Nel 1990 la Corte di Assise di 1° grado di Firenze condannava un chirurgo per il reato di omicidio preterintenzionale con riferimento a un intervento chirurgico conclusosi con la morte della paziente. L’addebito non gli veniva sollevato per uno dei classici motivi di ricorso penale  in quanto cioè il chirurgo avrebbe agito con imperizia, imprudenza o negligenza . La motivazione della condanna introduce temi

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nuovi rispetto alla pratica giuridica e medico-legale del passato (Santosuosso, 1991).

fatti sono noti. Un’anziana signora ultraottantenne era stata ricoverata in ospedale per un intervento di asportazione transanale di un adenoma villoso. Discutendo con il medico prima dell’intervento, ella aveva escluso esplicitamente l’ipotesi di un’amputazione del retto: considerando la propria età e le condizioni generali, rifiutava la prospettiva di dover vivere il resto dei suoi giorni con un ano preternaturale. Durante l’esecuzione dell’intervento, invece, il chirurgo aveva proceduto in questa seconda maniera. La paziente aveva risentito profondamente dell’intervento avvenuto contro la sua volontà; era deceduta poche settimane dopo, in condizioni fisiche e psichiche deplorevoli.

Il chirurgo è stato riconosciuto colpevole  leggiamo nella sentenza di primo grado  per un intervento demolitivo «in completa assenza di necessità e urgenza terapeutiche che giustificassero un tale tipo di intervento e soprattutto senza preventivamente notiziare la paziente o i suoi familiari, che non erano stati interpellati in proposito né minimamente informati dell’entità e dei concreti rischi del più grave atto operatorio che veniva eseguito, e non avendo comunque ricevuto alcuna forma di consenso a intraprendere un trattamento chirurgico di portata così devastante».

La linea di difesa dell’operato del chirurgo, impostata sulla necessità di un intervento finalizzato nelle intenzioni a salvare la vita della malata, è stata esplicitamente rifiutata dal tribunale. La Corte, considerando l’espressa volontà della paziente, che aveva consentito solo a un intervento per via transanale, riconosceva a quest’ultima «il diritto di rifiutare le cure mediche, lasciando che la malattia segua il suo corso anche fino alle estreme conseguenze». Questo atteggiamento non implica il riconoscimento di un diritto positivo al suicidio, ma è invece  sempre secondo la Corte  «la riaffermazione

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che la salute non è un bene che possa essere imposto coattivamente al soggetto interessato dal volere, o peggio dall’arbitrio altrui, ma deve fondarsi esclusivamente sulla volontà dell'avente diritto, trattandosi di una scelta che riguarda la qualità della vita e che, pertanto, lui e lui solo può legittimamente fare».

L’orizzonte di argomentazioni e di valori in cui si muove il tribunale fiorentino  la cui sentenza, peraltro, sarà successivamente convalidata da tutte le istanze superiori di giustizia  diverge notevolmente da quello che ha tradizionalmente regolato la pratica della medicina. Sono intervenuti nella nostra cultura cambiamenti importanti, che hanno spostato sensibilmente l’asse dei diritti e dei doveri.

La giurisprudenza legata all’informazione in medicina si è arricchita di recente di alcune sentenze che si muovono in modo molto deciso verso quella riscrittura dei rapporti medico-paziente che è promossa dalla cultura della modernità. Due sentenze recenti hanno, in particolare, avuto ampia risonanza nei mass media. La prima in ordine di tempo è quella della Corte di Cassazione  sezione III civile  n. 364 (30 aprile 1996-15 gennaio 1997). La Cassazione è intervenuta contro la sentenza del tribunale di Ancona che, in data 17.10.1988, rigettava la richiesta di risarcimento di danni da parte di una signora che, in occasione di un intervento chirurgico, aveva avuto un’anestesia mediante puntura lombare mal eseguita, che le aveva cagionato un’invalidità permanente totale.

Sia il Tribunale che la Corte d’appello di Ancona avevano ritenuto di respingere la richiesta, escludendo l’esistenza di una colpa grave dell’anestesista (attribuendo la patologia insorta a «naturale rischio imponderabile in un’operazione chirurgica») e negando la necessità di un’informazione apposita circa la modalità dell’anestesia praticata («L’anestesia epidurale era

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quella astrattamente più indicata per l’intervento che doveva essere praticato. Doveva ritenersi esistente, quindi, un consenso presunto all’anestesista, la cui scelta era stata astrattamente rispondente alle norme tecniche: non potrebbe pretendersi, del resto, che il medico informi il paziente di ogni remota possibilità di reazione abnorme del corpo umano al recepimento di sostanze chimiche, essendo egli tenuto anche a non spaventarlo rendendolo edotto di tutti i possibili rischi prevenibili»). Nell’impostazione argomentativa del Tribunale si legge con grande chiarezza la concezione tradizionale che ha guidato la pratica della medicina: l’autolegittimazione dell’attività medica e la sufficienza del consenso presunto.

La Cassazione, nell’annullare le due sentenze di primo e secondo grado, si basa su una diversa concettualizzazione della relazione terapeutica. Se la paziente poteva presumere la necessità di essere sottoposta ad anestesia, non altrettanto si può dire per la specifica metodologia adoperata; l’iniezione lombare, infatti, comportava un rischio specifico. Secondo la Cassazione, «la scelta di una delle tre tecniche metodologiche anestetiche, comportando diversi fattori di rischio, avrebbe dovuto ottenere un valido e consapevole consenso della paziente». La formazione del consenso presuppone una specifica informazione su quanto ne forma oggetto.

Nella motivazione della sentenza, la Cassazione approfondisce la dottrina del consenso informato, in particolare nell’ambito degli interventi chirurgici:

«Il dovere di informazione concerne la portata dell’intervento, le inevitabili difficoltà, gli effetti conseguibili e gli eventuali rischi, sì da porre il paziente in condizioni di decidere sull’opportunità di procedervi o di ometterlo, attraverso il bilanciamento di vantaggi e rischi. L’obbligo si estende ai rischi prevedibili e non anche agli esiti anomali, al limite del fortuito, che non

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assumono rilievo secondo l’id quod plerumque accidit, non potendosi disconoscere che l’operatore sanitario deve contemperare l’esigenza di informazione con la necessità di evitare che il paziente, per una qualsiasi remotissima eventualità, eviti di sottoporsi anche ad un banale intervento (...). L’obbligo di informazione si estende, inoltre, ai rischi specifici rispetto a determinate scelte alternative, in modo che il paziente, con l’ausilio tecnico-scientifico del sanitario, possa determinarsi verso l’una o l’altra delle scelte possibili, attraverso una cosciente valutazione dei rischi relativi e dei corrispondenti vantaggi».

Appoggiandosi su tali principi, la Cassazione ritiene che la Corte che ha giudicato il caso non avrebbe potuto riferirsi a un consenso meramente presunto in relazione all’intervento richiesto, ma avrebbe dovuto accertare se i vari metodi anestesiologici comportassero, insieme ai vantaggi, rischi di diversa intensità, e in particolare se l’anestesia epidurale comportasse rischi maggiori. Nel caso discusso, quindi, si sarebbe dovuto richiedere un esplicito consenso: «Se è vero che la richiesta di uno specifico intervento chirurgico avanzata dal paziente può farne presumere il consenso a tutte le operazioni preparatorie e successive che vi sono connesse, ed in particolare al trattamento anestesiologico, allorché più siano  come nel momento presente  le tecniche di esecuzione di quest’ultimo, e le stesse comportino rischi diversi, è dovere del sanitario, cui pur spettano le scelte operative, informarlo dei rischi e dei vantaggi specifici ed operare la scelta in relazione all’assunzione che il paziente ne intenda compiere».

Una seconda sentenza recente che ha suscitato molto scalpore è stata quella con cui la Corte d’appello di Trieste il 21 aprile 1997 ha condannato un ginecologo per non aver informato una paziente che il feto era malformato. I fatti si sono svolti nell’ospedale di

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Sacile, vicino Pordenone, nel 1990. L’ecografia, eseguita nel settimo mese di gravidanza, aveva rivelato che il feto, concepito da una madre portatrice sana di una «traslocazione robertsoniana», era gravemente malformato. Il medico, aiuto di ostetricia e ginecologia, considerando che in ogni caso un aborto terapeutico non avrebbe potuto essere preso in considerazione, per lo stato avanzato della gravidanza, aveva deciso di tacere l’informazione ai genitori. La piccola è nata priva degli avambracci e di una gamba, ha malformazioni a un piede e alla lingua, non è autosufficiente, ma è lucida di mente.

Portato in tribunale con l’imputazione di «omissione di atti d’ufficio», il ginecologo era stato assolto sia in primo grado (Tribunale di Pordenone, 1992) che in appello (Corte di Trieste, nel 1995): secondo i giudici, non essendoci più tempo per interrompere la gravidanza, l’omissione della verità non costituiva reato. Ma nel marzo 1996 la Cassazione aveva disposto un nuovo giudizio, ritenendo non sufficientemente motivata la sentenza. Secondo la VI sezione penale della Cassazione, infatti, «la paziente ha diritto di essere preparata allo specifico parto che l'attende. Tale preparazione è idonea ad incidere sulla salute psichica della gestante, nonché su quella del nascituro, affinché lo stesso possa trovare fin dall’inizio la migliore accoglienza». Da questa ottica deriva il rovesciamento della sentenza, con la condanna del ginecologo da parte della Corte d’appello di Trieste.

Nell’eco che la sentenza ha avuto sulla stampa è stata sottolineata soprattutto la forte accentuazione, a opera della Cassazione, del concetto di salute psicologica. Secondo la Cassazione, infatti, i riferimenti normativi sono la legge 833, che istituisce il Servizio sanitario nazionale (la quale «espressamente tutela la salute psichica della persona»), e la legge 194 che, nel normare l’interruzione volontaria della gravidanza, «ha costantemente

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riguardo alla situazione psichica della paziente in gravidanza». L’informazione era dovuta in quanto «adeguati supporti e terapie psicologiche avrebbero dovuto essere avviati nell’intervallo che separava il parto, onde evitare l’ulteriore complicazione di un’improvvisa e inaspettata rivelazione». È importante notare che il riferimento non è a un diritto del paziente all’informazione, ma alla tutela della salute del paziente  estesa anche alla dimensione psichica  attraverso l’informazione. La sentenza della Cassazione, da questo punto di vista, risulta meno innovativa nel rapporto medico-paziente di quanto appaia a prima vista.

Le sentenze relative all’obbligo dell’informazione devono essere collocate in un contesto più ampio, che vede un aumento del contenzioso giudiziario. Una specie di «epidemiologia giudiziaria» è quella che si può ricavare dall’indagine della Regione Lombardia sui rischi e danni derivati dalle attività nel 1996 (Bertolini, 1997). Pur con qualche limite circa la completezza dei dati  al questionario d’indagine hanno risposto 42 Asl su 44 e 15 aziende ospedaliere su 16  risulta inequivocabilmente che le querele contro medici e servizi sanitari sono un numero considerevole. Al 30 giugno 1996 le Usi e aziende sanitarie lombarde avevano in corso 228 procedimenti penali. La maggioranza riguarda ipotesi di omicidio colposo (art. 589 C.P) e il 20% lesioni personali colpose (art. 590 C.P.).

Di solito la maggior parte dei procedimenti si conclude con assoluzioni di vario grado; tuttavia il 20% di condanne è un dato di notevole entità. Anche la ricaduta economica delle misure assicurative ammontava complessivamente a oltre 32 miliardi; solo per la responsabilità civile, nel 1996, sono stati spesi 20 miliardi, con aumenti previsti per il 1997. Le aziende ospedaliere pagano in premi assicurativi da 1.46 a 14.49 lire per ogni 1000 di spesa per il personale (il che equivale

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da 1 a 13 lire ogni 1000 di ricavo per DRG*). Le Asl pagano da 1 a 10 lire ogni 1000 lire di spesa per il personale (addirittura fino a 65 lire se si considera solo il personale ospedaliero) e da 1.38 a 51 lire per ogni 1000 ricavate da attività ospedaliere.

Le ragioni dell’aumento del contenzioso medico-paziente sono riconducibili sostanzialmente a una maggiore conoscenza dei propri diritti da parte dei malati e dei loro familiari. Sempre più numerose sono le associazioni e gli organismi sorti a tutela dei malati. La diffusione delle Carte dei servizi sanitari ha reso i cittadini più agguerriti. Anche la prospettiva di avere diritto a un rimborso per i danni subiti  ben sostenuta da studi legali che vanno specializzandosi in questo settore  stimola il ricorso alla magistratura.

Secondo la Regione Lombardia, che ha promosso l’indagine, i rimedi proposti ruotano intorno a un dipartimento di prevenzione che controlli le professioni sanitarie e i rischi specifici. Almeno un operatore amministrativo dovrebbe seguire a tempo pieno le cause legali, ricevendo tempestivamente le segnalazioni di casi e fatti che potrebbero comportare la richiesta di risarcimento. Gli eventi da monitorare in via prioritaria sono: i morti entro le prime 24 ore dal ricovero; la mortalità intra e post-operatoria durante il ricovero; gli incidenti gravi intraoperatori; incidenti e complicanze

* DRG (Diagnosis Related Groups): sistema di classificazione della casistica ospedaliera di ricovero fondato sul principio di attribuzione dei pazienti a classi omogenee rispetto a caratteristiche cliniche e assistenziali e, quindi, presumibilmente omogenee rispetto ai profili di trattamento e alle risorse consumate. Il sistema è stato introdotto negli Stati Uniti per valutare il prodotto ospedaliero; attualmente è utilizzato da vari Paesi come strumento per determinare il finanziamento degli ospedali. In Italia i DRG (chiamati ROD: Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi) sono stati introdotti dalla riforma sanitaria negli anni 1992-1993. Il sistema individua 489 DRG, collegati ai tariffari regionali, utilizzati per finanziare i ricoveri ospedalieri. In pratica, gli ospedali non sono più pagati in base alle giornate di degenza del paziente, ma al «raggruppamento» diagnostico a cui è ricondotto il caso trattato (un’appendicectomia sarà compensata all’ospedale diversamente da un infarto acuto del miocardio, un parto naturale diversamente da un parto cesareo).

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da vaccinazioni e trasfusioni; la natimortalità e i nati malformati; gli infortuni avvenuti in strutture sanitarie a persone diverse dagli addetti; la mortalità materna per gravidanza e parto; gli indici di qualità dell’assistenza (tassi di infezione ospedaliera, piaghe da decubito, casi di tromboembolia venosa, errori nella somministrazione dei farmaci). Nessuna prevenzione, tuttavia, può sortire un effetto comparabile all’impegno per cambiare la cultura di base nel rapporto tra sanitari e cittadini, promuovendo il superamento di quelle modalità di rapporto che non corrispondono più alla cultura che sta cambiando.

5. La qualità dei servizi sanitari

● Il movimento per l ’umanizzazione in medicina.

Il richiamo alla qualità nell’insieme dei servizi rivolti alla persona, in particolare nella cura delle malattie e nella promozione della salute, ha diverse connotazioni, a seconda del contesto nel quale lo collochiamo. Il contenitore più ampio  ma anche meno differenziato  è quello costituito dal movimento per l’«umanizzazione» della medicina. Il suo humus è costituito dalla diffusa sensazione che nella pratica della medicina sia andato perduto qualcosa di essenziale, che è necessario e urgente reintrodurre, se non si vuole snaturare ciò che tradizionalmente costituisce l’«arte della guarigione» (Voltaggio 1992). Rivendicare la qualità dei trattamenti sanitari equivale, in questa accezione, a un richiamo ai valori che hanno tradizionalmente ispirato la pratica della medicina.

L’accusa di disumanizzazione non colpisce solo il ventaglio di comportamenti  da quelli esplicitamente criminali a quelli semplicemente arroganti o insensibili al vissuto di una persona ammalata  che emergono periodicamente nella rubrica «malasanità». La richiesta

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di umanizzazione non nasce là dove la sanità è allo sfascio, ma proprio dove dà le migliori prove di efficacia ed efficienza. A suscitarla non è soltanto la collera  giustificatissima  di pazienti maltrattati in ospedali-lager o malversati da medici incompetenti o truffaldini, ma il deterioramento dei rapporti che dilaga a ridosso di prestazioni mediche di grande efficacia, quali le generazioni precedenti non avrebbero immaginato neppure nei loro sogni più audaci.

Fino a un passato non molto lontano, il dottore si limitava a tenere la mano di un bambino che moriva di difterite: non poteva far niente per salvargli la vita. Il medico era impotente, ma tutti erano contenti di lui. Oggi, al bambino gravemente ammalato vengono somministrati antibiotici potenti ed efficacissimi, tanto che dopo qualche giorno è di nuovo a giocare con gli altri bambini in cortile. Eppure si è scontenti del dottore. Il contrasto tra le due situazioni, che sono paradigmatiche nonostante la loro schematicità, fotografa il degrado del rapporto tra medico e paziente. A questo degrado, nelle sue varie manifestazioni, il movimento dell’umanizzazione in medicina vuol porre rimedio.

● Salute e cultura moderna dei diritti.

Un secondo ambito nel quale è emerso il discorso della qualità dei servizi di cura della salute è quello della cultura moderna dei diritti. Si è potuto distinguere un susseguirsi storico di diverse concezioni dei diritti applicati alla salute, quasi una sequenza ordinata di «generazioni dei diritti» (Gracia, 1993). I diritti umani di prima generazione  che comprendono il diritto alla vita, alla salute e alla libertà di coscienza  sono stati teorizzati dalle concezioni illuministiche di diritti dell’uomo e introdotti nei costumi dai regimi liberali.

Verso la metà del XIX secolo si è delineata una nuova generazione di diritti, centrati sull’idea di uguaglianza e di giustizia, così come i precedenti lo erano sull’idea

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di libertà. Si è sviluppata così la coscienza del diritto di ogni essere umano all’educazione, all’abitazione, al lavoro, al sussidio di disoccupazione, alla pensione, all’assistenza sanitaria.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, promulgata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, nell’art. 2 definisce in questi termini il diritto all’assistenza sanitaria:

Ogni persona ha diritto a un livello di vita adeguato che le assicuri, così come alla sua famiglia, la salute e il benessere, e in particolare il cibo, il vestito, l’abitazione, l’assistenza medica e i servizi sociali necessari; ha anche diritto agli aiuti in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o altri casi di perdita dei mezzi di sussistenza, per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

In Italia, l’introduzione del Servizio sanitario nazionale (legge 833/1978) intese rendere effettiva l’idea portante del welfare state: separare la cura della salute dal benessere economico di chi ha bisogno delle cure, rendendole disponibili a tutti (Calamo Specchia 1994). La «riforma della riforma», ovvero il riordino in atto nel nostro servizio sanitario pubblico, noto come processo di aziendalizzazione, avviato agli inizi degli anni ’90, per quanto innovativa, si costruisce sul fondamento dello stato sociale, che continua a rimanere un’acquisizione non rimessa in discussione nei nostri orientamenti di politica sanitaria.

La terza generazione dei diritti riferiti alla salute è quella che registra la possibilità per l’individuo di orientarsi nelle scelte che hanno a che fare con le cure sanitarie in modo sintonico con i propri valori, preferenze e concezioni di vita. La qualità in questo contesto equivale alla capacità di rivendicare un diritto già previsto dalla Dichiarazione americana del 1776, quale uno dei diritti inalienabili che tutti hanno fin dalla nascita:

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il diritto a cercare la felicità (the pursuit of happiness). La vita non è solo un bene sacro, non disponibile né per l’individuo, né per lo Stato: essa ha anche una qualità di fruibilità soggettiva («felicità»), che l’individuo con le sue scelte può promuovere o pregiudicare.

Introdurre questa prospettiva dell’autodeterminazione delle scelte relative alla vita e alla salute significa, secondo lo storico della medicina Diego Gracia, far fare alla medicina la «rivoluzione liberale»  con due secoli di ritardo...!  dopo che attraverso lo stato sociale è stata fatta la rivoluzione sociale: «Nel mondo della salute la rivoluzione sociale ha preceduto in molti casi la riduzione liberale... Il liberalismo è sempre stato il grande “argomento in sospeso” della medicina occidentale» (Gracia, 1993, p. 174).

Un’articolazione più recente, infine, nella nuova cultura dei diritti è quella che vuol rendere operativi i diritti della persona nella concreta erogazione del servizio pubblico. La Carta dei servizi pubblici  direttiva del 27 gennaio 1994, promulgata dal ministro Cassese  stabilisce sia i principi fondamentali che devono essere rispettati da tutti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, sia gli strumenti concreti per promuovere la qualità del servizio (adozioni di standard, informazioni agli utenti, trasparenza nei rapporti e riconoscibilità degli operatori, valutazione della qualità dei servizi). Non è un caso che la prima Carta dei servizi promulgata sia stata quella relativa alla sanità: Carta dei servizi pubblici sanitari (Presidenza del Consiglio dei ministri e Ministero della sanità: 2 maggio 1995).

● La qualità dell’assistenza.

Un terzo ambito da cui la considerazione della qualità irrompe nello scenario della sanità è la ricerca metodica della qualità dell’assistenza erogata da parte dei professionisti stessi. La valutazione dell’assistenza sanitaria non può limitarsi a misurare la quantità delle risorse

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utilizzate: deve anche verificare se queste risorse sono state utilizzate in modo corretto da un punto di vista tecnico-scientifico e di interazione umana. L’obiettivo della valutazione della qualità dell’assistenza è stato così definito dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): «La valutazione della qualità dell’assistenza tende a far sì che ogni paziente riceva l’insieme di atti diagnostici e terapeutici che portano ai migliori esiti in termini di salute, tenendo conto dello stato attuale delle conoscenze scientifiche, con il minor costo possibile e i minori rischi iatrogeni, ottenendo la sua soddisfazione rispetto agli interventi ricevuti, agli esiti ottenuti e alle interazioni umane avute all'interno del sistema sanitario».

L’Oms ha promosso, con l’autorevolezza che compete a questa istituzione internazionale, la valutazione della qualità dell’assistenza. Nel 1984 il Comitato regionale per l’Europa dell’Oms ha approvato 38 obiettivi nell’ambito del progetto «Salute per tutti, nell’anno 2000». Due obiettivi in particolare, il 31 e il 38, hanno definito l’impegno per gli stati membri ad attivare sistemi di monitoraggio della qualità delle prestazioni sanitarie e a rendere la valutazione parte integrante del lavoro degli operatori sanitari.

Obiettivo 31. Assicurare la qualità delle prestazioni.

Entro il 1990 tutti gli stati membri dovranno aver istituito efficaci meccanismi di controllo della qualità delle cure fornite ai pazienti nel quadro dei vigenti sistemi di assistenza sanitaria. Per raggiungere questo risultato occorrono metodi e procedure di sorveglianza continua e sistematica delle cure prestate ai pazienti e attività permanenti di controllo e valutazione da parte dei professionisti della sanità, mentre tutto il personale sanitario dovrà essere addestrato a garantire la qualità delle prestazioni.

Obiettivo 38. Buon uso delle tecnologie sanitarie. Entro il 1990 tutti gli stati membri dovranno aver istituito

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un meccanismo ufficiale per la valutazione sistematica del corretto impiego delle tecnologie sanitarie e della loro efficacia, efficienza, sicurezza, accettabilità e per stabilire in quale misura esse siano conformi alle politiche nazionali adottate e compatibili con le difficoltà economiche del Paese. Tutto ciò sarà possibile se i governi adotteranno una chiara politica di valutazione sistematica e totale di tutti i nuovi dispositivi tecnici destinati al settore sanitario, e se tale politica sarà adatta alle caratteristiche di ciascun Paese; sarà inoltre necessaria la creazione di un sistema internazionale di scambio delle informazioni relative a tali tecnologie.

La qualità dell’assistenza, intesa come capacità di migliorare lo stato di salute di una popolazione nei limiti concessi dalle tecnologie, dalle risorse disponibili e dalle caratteristiche dell’utenza, nel frattempo ha messo radici anche in Italia. Si è costituita una società italiana di Verifica e revisore della qualità (Vrq) che pubblica un suo periodico e promuove le diverse tecnologie validate a livello internazionale: l’autovalutazione, l’audit (valutazione retrospettiva delle prestazioni attraverso la revisione della documentazione), la verifica e revisione della qualità o QA (Quality assurance), definita da uno dei maggiori esperti del settore come «il rapporto tra i miglioramenti ottenuti nelle condizioni di salute e i miglioramenti massimi raggiungibili sulla base dello stato attuale delle conoscenze, delle tecnologie disponibili e delle condizioni dei pazienti» (Donabedian, 1989), il Cqi (Continuous quality improvement) che applica al sistema sanitario l’approccio della Total Quality adottato nell’industria (Galgano, 1990).

La Vrq si presenta come un mezzo di concreta valutazione della qualità delle prestazioni per migliorarle nell’interesse dei medici e dei cittadini, lontano da ogni aspetto fiscale, disciplinare o comunque sanzionatorio dell’attività dei medici. Una certa ambiguità è

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tuttavia sopravvenuta in Italia per il fatto la Vrq è stata recepita nella normativa precedente gli accordi di lavoro del 1990 per il personale del comparto del Servizio sanitario nazionale. Il Dpr 384 del 28 novembre 1990 ha istituito Commissioni per la verifica e la revisione della qualità dei servizi e delle prestazioni sanitarie a livello di Regioni e Usl, affidando loro compiti precisi. Le Commissioni regionali hanno lo scopo sia di proporre progetti di Vrq alle singole Usl, sia di validare i progetti provenienti da queste.

Nel 1991, infine, è stato istituito presso il Ministero della Sanità un «Comitato nazionale per la valutazione della qualità tecnico-scientifica e umana dei servizi e degli interventi sanitari», con il compito di coordinare le attività del Vrq previste dal contratto di lavoro. La vicenda di questo Comitato, che si è dissolto senza aver prodotto neppure il classico documento da mettere nel cassetto, è istruttiva circa il percorso a ostacoli che l’approccio della qualità deve percorrere all’interno delle istituzioni sanitarie.

● La medicina e la sfida della qualità.

L’enfasi sulla qualità delle prestazioni sanitarie può anche suonare sospetta. Non sempre, infatti, c’è accordo su che cosa vada messo sotto questa etichetta. Qualcuno ha ricordato polemicamente, a questo proposito, le riflessioni sulla qualità contenute in un libro che è stato caro alla cultura «alternativa»: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert M. Pirsing. Un manuale scritto «per valutare e migliorare l’assistenza sanitaria» (Bonaldi et al., 1994, p. 23) ha voluto mettere in esergo, ad ammonimento, la seguente citazione di Pirsing:

La qualità... Sappiamo cos’è, eppure non lo sappiamo. Questo è contraddittorio. Alcune cose sono meglio di altre, hanno cioè più qualità. Ma quando provi a dire in che cosa consiste la qualità

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astraendo dalle cose che la posseggono, paff, le parole ti sfuggono. Ma se nessuno sa cos’è, ai fini pratici non esiste per niente. Invece esiste, eccome. Su cos’altro sono basati i voti, se no? Perché mai la gente pagherebbe una fortuna per certe cose, e ne getterebbe altre nella spazzatura? Ovviamente alcune cose sono meglio di altre... Ma in che cosa consiste il «meglio»?

Oltre all’indeterminatezza del concetto stesso di qualità applicata all’ambito sanitario, criticabile è anche la possibile utilizzazione strumentale che ne viene fatta. La retorica sulla qualità può servire a mascherare restrizioni sul versante della quantità: che si tratti di «razionamento occulto» (Collicelli, 1996) o di veri e propri tagli di servizi alla popolazione. I sospetti che accompagnano lo spostamento di attenzione sulla qualità in medicina sono legati inoltre al contesto di competitività tra i diversi erogatori di servizi  competitività tra pubblico e privato, ma anche tra i diversi erogatori pubblici  introdotta dal nuovo disegno normativo conosciuto come «riforma della riforma».

Soprattutto coloro che alla sanità pubblica hanno dato il meglio delle loro energie intellettuali e organizzative fanno resistenza all’introduzione di modelli che sentono estranei, in quanto tradizionalmente caratterizzanti la sanità privata (accento sul comfort, qualità percepita, soddisfazione degli utenti). Per non dire di quei sanitari che recepiscono la logica del «servizio», nel suo riferirsi a criteri di valutazione non esclusivamente autoreferenziali ad opera dei professionisti, come una frattura rispetto allo spirito proprio dell’erogazione delle cure sanitarie, così come è stato formulato e mantenuto vivo per secoli dalla tradizione ippocratica.

È necessario riportare l’attenzione alla qualità entro un contesto più ampio, che consideri le successive riformulazioni degli obiettivi della medicina. Il modello elaborato dalla medicina che si ispira all'ethos ippocratico

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ha identificato come qualità delle prestazioni quella che si traduce in un beneficio tangibile per il paziente. Che non sia un modello anacronistico risulta in modo convincente dall’esposizione che ne hanno fatto Edmund Pellegrino e David Thomasma, Per il bene del paziente (1988, tr. it. 1992), identificando nel principio della «beneficità» il nucleo permanente e irrinunciabile dell’etica medica. In questa prospettiva i conflitti derivanti dalla scarsità delle risorse erano molto marginali e praticamente riservati a situazioni eccezionali, nelle quali era necessario ricorrere al triage. La preoccupazione di fare la cosa migliore per il paziente attingeva ispirazione a una duplice fonte: la coscienza del sanitario e la scienza.

Quanto alla preoccupazione di commisurare il proprio intervento con le esigenze della scienza, dovremo tracciare una parabola che va dall’ammonizione di William Osler: «Per il proprio paziente non si deve fare tutto ciò che è umanamente possibile, ma solo tutto ciò che è scientificamente corretto», al Quality assessment promosso nella seconda metà del nostro secolo dalla epidemiologia clinica (cfr. Liberati, 1996), fino all’attuale interesse per la Evidence based medicine, che ha ripreso e radicalizzato la richiesta di Archie Cochrane di far entrare nella pratica clinica solo i trattamenti sicuri e efficaci, e dopo averne considerato i costi (Cochrane, 1972).

La congiuntura attuale di contrazione delle risorse economiche non ha modificato questo modello, bensì ha dato più risalto alla questione dell’appropriatezza clinica. Proprio perché non possiamo più permetterci di pagare cose inutili, dobbiamo focalizzare maggiormente i nostri sforzi nel discernere ciò che serve veramente al bene del paziente da ciò che va eliminato, perché inefficace o futile.

La tendenza a escludere dalle prestazioni e servizi offerti ai cittadini quelli che non rispondono all’esigenza

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fondamentale della qualità  l’efficacia dimostrata  sembra andare in senso contrario a quella propria della modernità, che promuove il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte cliniche che li riguardano. C’è il timore che, di fronte ad alternative, le loro preferenze andrebbero univocamente verso la medicina più costosa, rendendo in tal modo vano ogni sforzo di contenimento delle spese. Ma è vero che i pazienti sono orientati a chiedere qualsiasi intervento che porti loro un beneficio, anche minimo, o addirittura interventi futili, senza alcuna considerazione dei costi associati?

Certo, non è realistico pensare che un paziente rinunci a un trattamento nel quale ripone qualche speranza, in considerazione del fatto che in questo modo sottrae risorse utili ad altri cittadini. Ma, se l’informazione è corretta, è prevedibile che i pazienti mettano in gioco delle considerazioni di natura utilitaristica nelle quali l’orientamento al proprio bene  in questo caso, la qualità della vita  pone un freno ai trattamenti possibili. Questa almeno è la conclusione a cui giunge uno studio condotto da Wennberg, coinvolgendo direttamente i pazienti nella scelta di trattamenti alternativi per la cura dell’ipertrofia prostatica benigna. La conclusione della ricerca suggerisce che:

I livelli correnti di utilizzazione di tecnologie mediche molto sofisticate sono più alti di quelli voluti dai pazienti, perché quando occorre sottoporsi a un rischio per ridurre i sintomi o per migliorare la qualità della vita, i pazienti tendono a essere più riluttanti di quanto lo siano i medici. Se viene loro offerta una possibilità di scelta, i pazienti optano in genere per strategie meno invasive di quanto facciano i medici. Se così è, la libera espressione di preferenze del paziente dovrebbe comportare un abbassamento della domanda. Ciò sembrerebbe vero anche nelle cure rivolte ai pazienti terminali, in quanto di fronte all’inevitabilità della morte

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i pazienti, in molte situazioni, preferiscono che si faccia di meno piuttosto che di più. Una migliore informazione sugli esiti clinici, un migliore dialogo tra pazienti e medici sulle opzioni possibili può, dunque, far diminuire la domanda di trattamenti più costosi (Wennberg, 1990).

La conclusione suona come una illustrazione convincente della possibilità di tradurre in atto le indicazioni del Piano sanitario nazionale 1994-1996, secondo il quale:

«Il più»  nel senso di interventismo terapeutico, di innovazione tecnologica e di investimento economico  non coincide sempre con «il meglio» (...) Se «il più» non equivale al meglio, analogamente «il meno» non corrisponde necessariamente al peggio: molti pazienti riceveranno benefici se la pressione esercitata dal contenimento dei costi limiterà gli interventi non necessari, ridurrà i danni iatrogeni e punterà più sulla qualità della cura, che equivale spesso a un prezzo minore.

A evitare facili trionfalismi sarà bene ricordare che la qualità, anche quella dimensione della qualità che consiste nella partecipazione del paziente alle scelte che lo riguardano, ha i suoi costi. Perché la condivisione delle scelte sia possibile, si richiede che l’accento si sposti dal consenso  non arduo, in fondo, da ottenere: nelle situazioni cliniche il potere è sempre sbilanciato a favore del medico  all’informazione. E l’informazione per essere trasmessa e recepita ha bisogno di un contesto comunicativo, ma soprattutto di tempo. Affinché il paziente abbia effettivamente quel ruolo centrale che il modello moderno gli attribuisce, è necessario attingere in misura abbondante alla risorsa più scarsa e, quindi, più preziosa: il tempo professionale di chi lavora in sanità.

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II.

LA TRAMA DELLE NORME

1. La legge americana sull'Autodeterminazione del paziente

Le norme che regolano il nuovo rapporto tra medico e paziente sono numerose e di natura diversa: legale, amministrativa, deontologica ed etica. Alcune hanno portata nazionale, altre trascendono i limiti geografici. Iniziamo la presentazione di una serie di normative riportando la Legge sull’Autodeterminazione (Self Determination Act) americana. Essa non vincola medici e pazienti italiani; la priorità che le attribuiamo è legata al suo valore esemplare, in quanto fornisce l’illustrazione estrema degli sviluppi della linea teorica che privilegia l’autonomia del paziente.

La legge, entrata in vigore il 10 dicembre 1991, stabilisce che ogni istituzione sanitaria che riceve pazienti assistiti dai due programmi federali Medicare e Medicaid è tenuta a fornire ai pazienti in modo sistematico, al momento della loro ammissione in ospedale, informazioni riguardo alle leggi statali relative alle advance directives (vale a dire le disposizioni previe che la persona impartisce per il caso in cui non sia più in grado di intendere e di volere) e sollecitare l’autodeterminazione del paziente.

Il senatore Dandforth, proponente della legge e suo accanito difensore durante il travagliato iter parlamentare e l’acceso dibattito che l’ha accompagnata, l’ha giustificata sostenendo: «Per la prima volta ai pazienti

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adulti viene fornita la conoscenza dei loro diritti legali per prendere le decisioni relative ai trattamenti sanitari». La legge per l’autodeterminazione obbliga, infatti, gli ospedali e le case di riposo per anziani a istituire dei meccanismi per rendere edotti i pazienti dei loro diritti legali, che prevedono la facoltà di accettare o rifiutare il trattamento medico; qualora diventassero incapaci di prendere le decisioni per sé, sono state approvate dai diversi stati americani procedure giuridiche volte a individuare in modo chiaro chi è autorizzato a parlare in nome del paziente e a prendere le decisioni al posto suo (come il living will  noto in Europa come «testamento biologico»  e le «direttive anticipate»: advance directives, il durable power of attorney, ecc.).

Sullo sfondo della legge americana che obbliga le istituzioni sanitarie a sollecitare l’autodeterminazione del malato sta la necessità di avere indicazioni chiare circa la volontà del paziente, qualora questi non sia più in grado di esprimerla. Il dato con cui bisogna fare i conti è la statistica fornita dall’American Medical Association: negli Stati Uniti ormai il 70 per cento delle morti sopravviene dopo la decisione di rinunciare a un possibile trattamento medico o di interrompere quello in corso. È facile immaginare i dilemmi e le angosce che questo tipo di decisione suscita nei sanitari e nei familiari; nonché i possibili risvolti legali, in un Paese in cui la litigiosità giudiziaria in campo sanitario raggiunge livelli impensabili nella nostra tradizione.

Periodicamente, l’opinione pubblica americana si appassiona o per un caso in cui i familiari vogliono interrompere un trattamento che prolunga la vita, ritenendo di esprimere o di interpretare la volontà del proprio congiunto (famosi i casi di Karen Ann Quinlan e di Nancy Cruzan), o per un caso di segno opposto: lo scontro tra i medici che vorrebbero interrompere un trattamento ormai «futile» (oltre che inutilmente costoso), mentre i congiunti si oppongono, adducendo la

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volontà del congiunto che non si intraprenda niente che potrebbe abbreviare la vita.

La legislazione americana relativa all’autodeterminazione non è solo una risposta alla diffusione di cause per malpractice o una misura per prevenirle: sullo sfondo è chiaramente avvertibile anche una preoccupazione etica. Soprattutto in America, il movimento della bioetica ha operato uno spostamento d’accento dalla prospettiva centrata sulla professione (autorizzata a valutare il «bene del paziente» e a perseguirlo con ogni mezzo appropriato) a una tutela della volontà del malato, dei suoi valori e delle sue preferenze. Da questo punto di vista, la legge dell’Autodeterminazione può essere considerata uno dei frutti tardivi del movimento per i diritti civili, che tante innovazioni ha portato nella vita civile del Paese nelle due decadi precedenti.

Il consenso informato, nella pratica medica, è l’equivalente della libertà nel movimento dei diritti civili. Esso è costituito da tre importanti elementi: l'informazione (con il problema connesso della capacità del soggetto di comprendere l’informazione medica); la libertà da coercizione o da pressioni nelle scelte, con i due corollari dell’autonomia del paziente e del paternalismo professionale dei medici; la capacità del paziente di prendere una decisione in modo competente.

La scelta americana di imporre il consenso informato per legge (con il rinforzo di un meccanismo di sanzione economica: le istituzioni sanitarie non sono rimborsate se non dimostrano di aver ottemperato alle procedure previste dalla legge dell’Autodeterminazione) ha suscitato molti contrasti. L’aspetto più preoccupante è il fatto che l’attenzione alla volontà e ai valori del paziente, in questo modo, slitta dal piano dell’etica ― o magari della «parenetica», cioè dell’esortazione  a quello della legge. Il consenso informato diventa un documento legalmente vincolante. I fautori della legge hanno voluto vedervi il punto di arrivo di due decenni

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di bioetica, tesa a portare dentro la pratica della medicina i valori dell’autonomia e dell’autodeterminazione, in accordo con l’aspirazione, tipicamente americana, a salvaguardare in ogni caso la libertà individuale.

Ma è sufficiente che un’idea sia buona, perché lo diventi anche la legge che la traduce in pratica? Un consenso legalmente valido può non coincidere con uno moralmente valido. Lo strumento legislativo è troppo grossolano per cogliere tutte quelle sfumature intermedie della capacità di intendere e di volere, e quindi di prendere delle decisioni relative alla vita e alla salute, che si collocano tra i due estremi del paziente riconosciuto ufficialmente incapace e di quello nel più pieno possesso delle sue facoltà. I casi quotidiani più numerosi e perplessi con cui è confrontato il medico sono, invece, quelli che prevedono una capacità di autodeterminarsi dubbia o mutevole.

Il rischio peggiore è che il consenso informato imposto per legge si traduca in un ulteriore atto burocratico. È facile fare dell’ironia a proposito. Conosciamo tutti, per averla ripetutamente vista al cinema, la procedura della polizia americana che consiste nel leggere al cittadino che viene arrestato la lista dei suoi diritti. Nel gergo della polizia, l’arrestato viene «mirandizzato» (dal nome della legge Miranda, che ha introdotto la tutela di questo tipo di diritti). Sappiamo che si tratta di una procedura: è importante eseguirla (altrimenti qualsiasi avvocato può contestare l’arresto, per vizio di forma), non che la persona interessata vi prenda parte in modo consapevole. Si può ipotizzare che, in modo analogo, per la burocrazia ospedaliera possa diventare rilevante solo sapere se il paziente è stato debitamente «danforthizzato» (il senatore del Missouri Danfoth ha legato, come abbiamo menzionato, il suo nome alla legge sulla autodeterminazione), senza curarsi del senso e del modo in cui la procedura viene realizzata... Il rischio che si profila è quello di un ulteriore

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impoverimento del tessuto relazionale che costituisce la dimensione umana della professione medica.

2. Il consenso informato nelle leggi italiane

Niente di analogo in Italia. L’attività medica viene tendenzialmente vista come un’area in cui le normative giuridiche sono inappropriate, in quanto la medicina sa regolare i rapporti tra terapeuti e pazienti in modo autonomo. Il contesto è offerto dal rapporto conflittuale tra medicina e diritto, che è stato tratteggiato in modo eloquente da Francesco D’Agostino, filosofo del diritto e già presidente del Comitato nazionale per la bioetica:

I medici non amano i giuristi. I giuristi sospettano dei medici. Il problema del rapporto tra medicina e diritto, che in sé non è mai stato facile, sembra poi essere divenuto particolarmente difficile oggi, per il suo intrecciarsi con le più complesse questioni bioetiche. Il diritto vede nella medicina un’attività benefica sì, ma pericolosamente suscettibile di rovesciarsi in una minaccia per l’uomo: e cerca di approntare tutte le tecniche a sua disposizione per garantire il paziente contro il medico. La medicina, a sua volta, tende a vedere nel diritto un ossessivo e formalistico sistema di norme generali e astratte, incapaci di adattarsi alle molteplici e imprevedibili esigenze dei casi concreti, e che impongono al terapeuta il rispetto di procedure spesso burocratiche e antiquate, e in definitiva irrilevanti per gli interessi dei pazienti (D’Agostino, 1993, p. 51).

Forse a causa di questa tensione di fondo, in Italia l’ambito della pratica medica si è sviluppato senza specifiche normative giuridiche. La legge regola, attualmente, solo alcune poche pratiche tra quelle che creano perplessità etiche e giuridiche. Si tratta della donazione di

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organi (la legge 458/1967 ha disciplinato il prelievo e il trapianto del rene tra vivente; la legge 644/1975 a proposito di espianto di organi da cadavere ha disposto che, in assenza di una esplicita dichiarazione di donazione in vita, il coniuge non separato o i figli maggiorenni possano dissentire all’espianto; la recente legge 91/1999, che riordina la disciplina dei trapianti, instaura la distinzione tra silenzio “informato”  che equivale a un assenso alla donazione  e un silenzio “non informato”  che esprime un rifiuto della donazione ); del transessualismo (legge 164/1982, che permette la modificazione del sesso fenotipico); della sterilizzazione volontaria (che risulta in pratica legalizzata dall’abolizione, da parte della legge 194/1978, degli articoli del codice che la proibivano); dell’interruzione di gravidanza (regolamentata dalla legge 194/1978). In tutte queste leggi c’è una considerazione più o meno rilevante dell’autodeterminazione del cittadino malato, al quale viene riconosciuto il diritto di influenzare con la propria volontà le scelte che vengono fatte in medicina sulla sua salute e sul suo corpo.

Il concetto di consenso informato entra, invece, esplicitamente nella legislazione italiana solo con la legge 107/1990 sulle trasfusioni di sangue. Per la prima volta nelle norme che disciplinano le trasfusioni di sangue umano e dei suoi componenti per la produzione di plasmaderivati viene previsto il consenso informato:

Art. 3: Per donazione di sangue e di emocomponenti si intende l'offerta gratuita di sangue intero o plasma o piastrine o leucociti previo «consenso informato» e la verifica dell’idoneità fisica del donatore.

Il D.M. del 15 gennaio 1991 specifica che il motivo per cui la trasfusione di sangue necessita del consenso informato del ricevente è che costituisce «una pratica terapeutica non esente da rischio». Lo stesso D.M. specifica ulteriormente che il consenso del candidato donatore «deve essere dato per iscritto, dopo che la

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procedura è stata spiegata in modo comprensibile per il donatore, ponendolo in condizioni di fare domande ed eventualmente rifiutare il consenso» (art. 26).

Successivamente il consenso informato è stato previsto, in un decreto del ministro della Sanità finalizzato a disinnescare l’emergenza sangue, prima della trasfusione o del trattamento con emoderivati. Il decreto (Gazzetta Ufficiale n. 240, 13 ottobre 1995) riporta anche un modello previsto per il consenso informato:

Modello per il consenso informato alla trasfusione allegato al decreto ministeriale

Io sottoscritto/a …………………………………………………………………………………

nato/a a …………………………………………… il ……………………………………………

sono stato informato dal dott ……………………………………………………………

che per le mie condizioni cliniche potrebbe essere necessario ricevere trasfusioni di sangue omologo/emocomponenti*, che tale pratica terapeutica non è completamente esente da rischi (inclusa la trasmissione di virus dell’immunodeficienza, dell’epatite, ecc.). Ho ben compreso quanto mi è stato spiegato dal dott ……………………

sia in ordine alle mie condizioni cliniche, sia ai rischi connessi alla trasfusione come a quelli che potrebbero derivarmi se non mi sottoponessi alla trasfusione. Quindi acconsento/non acconsento* a essere sottoposto presso codesta struttura al trattamento trasfusionale necessario per tutto il decorso della mia malattia.

Data …………………………

Firma …………………………………….

* Cancellare quanto non interessa.

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3. Informazione e consenso all’atto medico (Comitato nazionale per la bioetica, 1992)

Passando dal versante della legge a quello dell’etica, troviamo un importante documento prodotto dal Comitato nazionale per la bioetica: Informazione e consenso all’atto medico (20 giugno 1992). Il Comitato affronta il problema del consenso agli atti medici di diagnosi e evira, portando l’attenzione sulla quantità e qualità dell’informazione necessaria affinché il consenso sia moralmente valido. Il documento vero e proprio è accompagnato da un’ampia relazione, che tocca i più diversi aspetti del tema: i modelli di medicina a cui il binomio informazione/consenso può essere riferito; l’esperienza clinica relativa al consenso informato; la giustificazione dell’atto medico dal punto di vista dei fondamenti giuridici; la posizione dei codici deontologici dei vari Paesi circa l’informazione e il consenso; l’applicazione di queste tematiche all’età pediatrica.

Il solido impianto di documentazione sembra essere una tacita manovra di supporto per far passare una concezione del rapporto medico-paziente molto innovativa rispetto a quella trasmessaci dalla tradizione. Il documento constata che, sotto il profilo sociologico, il nuovo contesto culturale, di cui la bioetica è espressione, richiede non tanto l’aggiunta di qualche nuova procedura, quanto la rimessa in discussione dei presupposti stessi dell’atto medico:

Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano, è sempre più richiesto nelle nostre società; si ritiene tramontata la stagione del «paternalismo medico» in cui il sanitario si sentiva, in virtù del mandato da esplicare nell’esercizio della professione, legittimato nell’ignorare le scelte

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e le inclinazioni del paziente, e a trasgredirle quando fossero in contrasto con l’indicazione clinica in senso stretto.

L’informazione che il Comitato vuol promuovere «è finalizzata non a colmare l’inevitabile differenza di conoscenze tecniche tra medico e paziente, ma a porre un soggetto (il paziente) nella condizione di esercitare correttamente i suoi diritti e, quindi, di formarsi una volontà che sia effettivamente tale; in altri termini, porlo in condizione di scegliere. Un’informazione corretta è perciò soprattutto chiara nell’indicare i passaggi decisionali fondamentali in una direzione o in un’altra, e cioè le alternative che si presentano: spetterà al curante presentare le ragioni per le quali viene consigliato un determinato provvedimento piuttosto che un altro».

Dai passaggi citati risulta all’evidenza che la proposta del Comitato non si identifica con la sostituzione dell’impianto paternalistico tradizionale, a vantaggio di un modello di rapporto di tipo contrattuale-autonomistico. Al contrario, il documento mette in guardia dalle interpretazioni burocratiche del principio di autonomia applicato al rapporto tra medico e paziente.

Nella ricerca sistematica, e quasi ossessiva, di un’adesione a ogni atto medico si può giungere a un ricorso indiscriminato a «moduli» in cui raccogliere il «consenso informato scritto»: una modulistica del genere, pure se redatta con diligenza, non copre tutte le imprevedibili situazioni della realtà clinica e rischia di burocratizzare e di distorcere il peculiare carattere della fiducia a cui è improntato il rapporto.

Al Comitato sta a cuore la difesa dell’alleanza terapeutica e l’ideale di piena umanizzazione dei rapporti in sanità, cui aspira la società attuale. L’informazione necessaria per garantire al consenso il suo carattere etico, e non soltanto giuridico, è quella che passa attraverso una comunicazione interpersonale («Non

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basta un’informazione fredda e distaccata, pur se legalisticamente precisa»).

Nonostante la continuità sostanziale di quanto proposto dal documento del Comitato per la bioetica, con le esigenze da sempre associate a una «buona medicina», il modello soggiacente a Informazione e consenso all’atto medico si distacca da quello abitualmente coltivato dai medici. La diversità si rivela in alcuni snodi fondamentali, come quello del rapporto con i familiari. Il documento è esplicito al riguardo: «È indiscutibile che un paziente adulto e in condizioni di intendere e di volere sia l’interlocutore vero (e talvolta l’unico) del medico».

Il rapporto con i familiari o fiduciari è importante per acquisire elementi utili a comprendere la psicologia del paziente e a inquadrare la situazione personale; non può essere, invece, il foro dove si prendono le decisioni «per il bene» del malato, a sua insaputa. Quando il medico viene invitato dai familiari a non fornire informazioni veritiere o complete al malato, non deve accedere al loro desiderio. Secondo il Comitato, il medico è tenuto a fornire al paziente le informazioni che lo riguardano, seppur nelle modalità suggerite dalla prudenza: «Notizie esatte ma prive di drammaticità, caratterizzate dal corredo di elementi che facciano intravedere al paziente qualche speranza nel futuro che sarebbe disumano negare».

In occasione della pubblicazione del documento si è espressa una divergenza di vedute tra il presidente del Comitato, Adriano Bompiani, e il presidente della Federazione nazionale che rappresenta gli Ordini dei medici, Danilo Poggiolini, in merito alla competenza del Comitato nazionale per la bioetica a intervenire sul tema.

Il punto centrale della discussione può essere ricondotto alla domanda: l’etica medica è competenza esclusiva degli Ordini professionali, oppure anche altre

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istituzioni sono legittimate a prendere posizione in merito? Il punto di vista del presidente delle Federazione degli Ordini tendeva a proporre l’autonomia della professione, attraverso la deontologia e la medicina legale, e a normare i comportamenti dei sanitari. L’intervento del Comitato in tema di informazione e consenso è stato recepito come una indebita intrusione.

Attraverso il suo presidente, il Comitato nazionale per la bioetica ha ribadito che i pareri del Comitato hanno un valore solo consultivo, non normativo: il rilievo e l’autorevolezza che tali pareri potranno acquisire presso il potere legislativo e in genere nella società civile dipenderanno essenzialmente dal loro rigore e dalla loro coerenza intrinseca. Tuttavia il Comitato non esclude che i suoi interventi, provenendo da un organismo interdisciplinare, possano toccare ambiti limitrofi a quelli della bioetica: questa eventualità deve essere intesa «come riprova e conferma del carattere ultimativamente unitario dei problemi della medicina contemporanea».

4. Codici di deontologia dei medici italiani (1978, 1989, 1995, 1998)

La reazione dei vertici dell’ordine dei medici al documento del Comitato per la bioetica è più comprensibile se si pone la proposta del Comitato in rapporto con le posizioni proprie dei medici, riflesse nei loro codici deontologici. Questi, attraverso successive modifiche, documentano un progressivo avvicinamento al modello di rapporto proprio della concezione moderna di consenso informato. Lo sviluppo ha comportato, parallelamente, un graduale distacco dal modello tradizionale, che viene designato con l’espressione «paternalismo medico».

L’informazione in tale modello è in funzione della finalità propria dell’atto medico, rivolto al bene del

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malato. Il medico deve gestirla tenendo presente la propria valutazione di ciò che reca beneficio o danno al malato, ed eventualmente il giudizio della famiglia su ciò che sia opportuno o inopportuno far sapere al malato; quest’ultimo, in quanto parte in causa  e quindi troppo direttamente ed emotivamente coinvolto  è per lo più ritenuto incapace di valutare quanta e quale informazione sia benefica per il suo stato.

Quando la prognosi è infausta, o senza speranze di guarigione, l’impostazione paternalistica tende a vedere come dovere del medico l'orientamento a fare di tutto per proteggere il malato, impedendo che gli giunga l’informazione circa la diagnosi, le alternative terapeutiche e le prospettive relative alla quantità e qualità di vita residua. È coerente con questa posizione il coinvolgimento della famiglia, chiedendo ai familiari di condividere le decisioni del medico e di dare il consenso alla linea terapeutica proposta.

Troviamo un chiaro rispecchiamento di tale concezione nella sentenza della Corte d’Appello di Milano che in data 16.10.1964 rovesciava la decisione di primo grado del Tribunale di Milano, secondo la quale doveva ritenersi irrilevante, dal punto di vista giuridico, il consenso prestato dal padre di un maggiorenne non interdetto. Secondo la Corte d’Appello, al comportamento del medico rivolto a nascondere la verità può corrispondere un alto valore morale: «Risponde ai criteri di ragionevolezza che devono caratterizzare la valutazione dei fatti umani, oltre l’astrattezza e il formalismo delle norme, che il chirurgo taccia al malato la gravità del suo male e il rischio che un’operazione comporta, criterio sanzionato da una prassi tramandata a noi da tempi antichissimi, e consacrata nei princìpi deontologici, secondo cui il celare all’ammalato la nuda verità è precipuo dovere, forse il più nobile, del medico cui spetta di vagliare ciò che il paziente debba sapere e quanto debba essergli nascosto».

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Non stupisce perciò trovare nel Codice deontologico medico del 1978  fedele, nella sostanza e nella forma, al primo codice elaborato dai medici italiani nel 1954, il cosiddetto «codice Frugoni» , la seguente formulazione delle regole generali di comportamento a cui il medico deve attenersi nei confronti del paziente:

Art. 30: Una prognosi grave o infausta può essere tenuta nascosta al malato, ma non alla famiglia. In ogni caso, la volontà del paziente, liberamente espressa, deve rappresentare per il medico un elemento al quale egli ispirerà il suo comportamento.

Un articolo successivo (art. 39) prevede il consenso del paziente per atti medici che «comportino un rischio». Tale consenso è richiesto in modo personale e non delegabile.

Nella revisione del codice approvata nel 1989 la posizione dei medici italiani relativamente al problema se comunicare una diagnosi infausta al paziente o alla famiglia rimane sostanzialmente immutata. La nuova formulazione suona così:

Il medico potrà valutare l’opportunità di tenere nascosta al malato e di attenuare una prognosi grave o infausta, la quale dovrà essere comunque comunicata ai congiunti.

La seconda parte dell’articolo, relativa alla volontà del paziente come guida all’operato del medico, viene poi ripresa letteralmente. Oltre a un’attenuazione nella forma («il medico potrà valutare»...), l’unica modifica di rilievo è la sostituzione del riferimento alla «famiglia» con quello di «congiunti». Evidentemente anche in Italia l’immagine tradizionale di famiglia, in cui le relazioni esistenti di fatto rispecchiano sostanzialmente ciò che risulta all’anagrafe, cede il passo a situazioni più mobili e irregolari, vale a dire la «famiglia di fatto». La nuova formulazione permette di equiparare

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alla famiglia del malato anche un convivente, ovvero chiunque di fatto abbia un rapporto significativo con il malato. Oltre a questo allargamento degli interlocutori del medico, l’impianto della deontologia resta immutato: il medico è tenuto a rispettare la volontà del malato, ma si riserva la valutazione delle informazioni che è opportuno dare al malato. Sulla base di questa impostazione si giustifica il rifiuto di accettare, nel 1992, le indicazioni del Comitato nazionale per la bioetica, che abbiamo visto sopra, relative al consenso informato e al ruolo che spetta alla famiglia del malato.

La spinta culturale al cambiamento deve essere notevole, se nel giro di poco più di un lustro l’Ordine dei medici ha sentito la necessità di varare una nuova versione del codice di comportamento dei professionisti (giugno 1995). Hanno fatto notizia soprattutto le prese di posizione restrittive dei medici italiani nei confronti delle procedure di riproduzione medicalmente assistita. Molto più carichi di conseguenze nella pratica quotidiana della medicina sono, invece, gli articoli 29-31 dedicati al consenso agli atti medici.

Il principio secondo cui al paziente devono essere date le informazioni necessarie per essere messo in grado di essere il protagonista delle decisioni che lo riguardano è accettato senza esitazioni. La posizione è tanto più meritevole di attenzione, in quanto i medici italiani, nel 1995, si allineano con quanto auspicato dal documento Informazione e consenso all’atto medico, redatto solo tre anni prima, e respinto dai supremi organismi rappresentativi dell’Ordine.

Gli articoli del nuovo codice, relativi a «Informazione e consenso del paziente», sono così riformulati (Capo IV):

Art. 29: Il medico ha il dovere di dare al paziente, tenendo conto del suo livello di cultura e di emotività e delle sue capacità di discernimento, la più serena e idonea informazione sulla diagnosi, la prognosi, le prospettive terapeutiche e le loro conseguenze, nella consapevolezza dei limiti delle conoscenze mediche, al fine di promuovere la migliore adesione alle proposte diagnostiche-terapeutiche.

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Ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere comunque soddisfatta.

Le informazioni relative al programma diagnostico e terapeutico possono essere circoscritte a quegli elementi che cultura e condizione psicologica del paziente sono in grado di recepire e accettare, evitando superflue precisazioni di dati inerenti gli aspetti scientifici.

Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazioni e sofferenze particolari al paziente, devono essere fornite con circospezione, usando terminologie non traumatizzanti senza escludere mai elementi di speranza.

La volontà del paziente, liberamente e attualmente espressa, deve informare il comportamento del medico, entro i limiti della potestà, della dignità e della libertà professionale.

Spetta ai responsabili delle strutture di ricovero stabilire le modalità organizzative per assicurare la corretta informazione ai pazienti in condizione di degenza, in accordo e collaborazione con il medico curante.

Art. 30: Il medico è tenuto a informare i congiunti del paziente che non sia in grado di comprendere le informazioni relative al suo stato di salute o che esprima il desiderio di rendere i suddetti partecipi delle sue condizioni.

Art. 31: Il medico non può intraprendere alcuna attività diagnostica o terapeutica senza il consenso del paziente validamente informato.

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Il consenso informato deve essere documentato in forma scritta in tutti i casi in cui per la particolarità delle prestazioni diagnostiche o terapeutiche o per le possibili conseguenze sulla integrità fisica, si renda opportuna una manifestazione inequivoca della volontà del paziente.

Il procedimento diagnostico e il trattamento terapeutico che possono comportare grave rischio per l’incolumità del paziente, devono essere intrapresi, comunque, solo in caso di estrema necessità e previa informazione sulle possibili conseguenze, cui deve far seguito una opportuna documentazione del consenso.

In ogni caso, in presenza di esplicito rifiuto del paziente capace di intendere e di volere, il medico deve desistere da qualsiasi atto diagnostico e curativo, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà del paziente, ove non ricorrano le condizioni di cui al successivo articolo 33.

La redazione del codice deontologico lascia trapelare la convivenza delle diverse anime etiche che convivono nei comportamenti pratici dei medici. La novità che consiste nell’accettazione del principio liberale del consenso quale legittimazione unica dell’atto medico è registrata con chiarezza nel nuovo codice. Coerentemente, viene accettato l’orientamento a riconoscere l’individuo come il soggetto cui spetta di diritto l’informazione, non la sua famiglia (l’art. 30 autorizza l’informazione alla famiglia solo quando il paziente non è in grado di intendere e di volere, ovvero ha precedentemente autorizzato a fornire informazioni ai congiunti).

Tuttavia sussistono tracce dell’impostazione paternalistica tradizionale. La più esplicita è quella dell’art. 29, dove sembra che il dovere del medico consista nel dare una informazione per promuovere la migliore

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adesione alle proposte diagnostiche-terapeutiche: l’informazione, in altre parole, è presentata come una tattica per ottenere la compliance del paziente. I modelli etici dell’epoca premoderna e moderna  che presenteremo analiticamente più sotto  appaiono giustapposti, più che fusi in una nuova modalità di comportamento.

L’impostazione del Codice deontologico del 1995 è ripresa e confermata nella versione più recente, dell’ottobre 1998, nel quale tutto il corpo IV del capitolo che tratta i nuovi «Rapporti con il cittadino» è dedicato a «Informazione e consenso».

Art. 30: Informazione al cittadino. Il medico deve fornire al paziente la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate; il medico nell’informarlo dovrà tenere conto delle sue capacità di comprensione, al fine di promuoverne la massima adesione alle proposte diagnostico-terapeutiche.

Ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere soddisfatta.

Il medico deve, altresì, soddisfare le richieste di informazione del cittadino in tema di prevenzione. Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste, o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenza alla persona, devono essere fornite con prudenza, usando terminologie non traumatizzanti e senza escludere elementi di speranza. La documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata.

Art. 31: Informazione a terzi. L’informazione a terzi è ammessa solo con il consenso esplicitamente espresso dal paziente, fatto salvo quanto previsto

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all’art. 9 allorché sia in grave pericolo la salute o la vita di altri.

In caso di paziente ricoverato il medico deve raccogliere gli eventuali nominativi delle persone preliminarmente indicate dallo stesso a ricevere la comunicazione dei dati sensibili.

Art. 32: Acquisizione del consenso. Il medico non deve intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l’acquisizione del consenso informato del paziente.

Il consenso, espresso in forma scritta nei casi in cui per la particolarità delle prestazioni diagnostiche e/o terapeutiche o per le possibili conseguenze delle stesse sulla integrità fisica si renda opportuna una manifestazione inequivoca della volontà della persona, è integrativo e non sostitutivo del processo informativo di cui all’art. 30.

Il procedimento diagnostico e/o il trattamento terapeutico che possano comportare grave rischio per l’incolumità della persona, devono essere intrapresi solo in caso di estrema necessità e previa informazione sulle possibili conseguenze, cui deve far seguito una opportuna documentazione del consenso.

In ogni caso, in presenza di documentato rifiuto di persona capace di intendere e di volere, il medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona, ove non ricorrano le condizioni di cui al successivo articolo 34.

Art. 33: Consenso del legale rappresentante. Allorché si tratti di minore, interdetto o inabilitato, il consenso agli interventi diagnostici e terapeutici, nonché al trattamento dei dati sensibili, deve essere espresso dal rappresentante legale.

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In caso di opposizione da parte del rappresentante legale al trattamento necessario e indifferibile a favore di minori o di incapaci, il medico è tenuto a informare l’autorità giudiziaria.

Art. 34: Autonomia del cittadino. Il medico deve attenersi, nel rispetto della dignità, della libertà e dell’indipendenza professionale, alla volontà di curarsi, liberamente espressa dalla persona.

Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso.

Il medico ha l’obbligo di dare informazioni al minore e di tenere conto della sua volontà, compatibilmente con l’età e con la capacità di comprensione, fermo restando il rispetto dei diritti del legale rappresentante; analogamente deve comportarsi di fronte a un maggiorenne infermo di mente.

Il codice deontologico dei medici dà ormai per acquisita la nuova cultura che presuppone il superamento del paternalismo medico e il riconoscimento dell’autonomia del paziente. Il cambiamento viene evidenziato dall’abbandono del termine stesso «paziente», in quanto suscettibile di evocare un atteggiamento di passività. Il paziente viene promosso a «cittadino»; l’informazione gli è dovuta non solo per poter essere un buon paziente  e quindi partecipare, mediante una decisione consensuale, alle decisioni che lo riguardano  ma per esercitare un suo diritto civile. L’informazione viene estesa anche all’ambito della prevenzione (tema estremamente attuale, dal momento che la medicina va ampliando la sua capacità «predittiva», con il progredire delle conoscenze sul patrimonio genetico degli individui).

Sempre più chiaro risulta nella più recente revisione del codice deontologico che il titolare dell’informazione

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sanitaria è il soggetto. Ai familiari  anche a quelli animati dalle migliori intenzioni di protezione e tutela del malato  non è riconosciuto il diritto di gestire l’informazione. La menzione dei «dati sensibili», tra i quali sono da annoverare le informazioni relative alla salute, dimostra la penetrazione nella deontologia medica della nuova sensibilità sociale che ha prodotto la legge 675 del 1996 sul trattamento dei dati personali (o sulla privacy). Il codice suggerisce che, in caso di ricovero, venga chiesto preventivamente al paziente quali persone sono autorizzate a ricevere le informazioni che lo riguardano.

Da sottolineare ancora che l’art. 32 si limita a richiedere, in caso di trattamenti che possano comportare dei rischi, che il consenso del paziente sia accompagnato da una «opportuna documentazione». La firma in calce a un apposito modulo può rispondere a questa esigenza, senza tuttavia costituire la via unica ed esclusiva.

Il codice contiene, infine, anche un’apertura verso la pratica del «testamento biologico» o (living will). Questo consiste in un’indicazione della volontà del paziente in vista delle decisioni cliniche da prendere quando questi non è in grado di esercitare tale diritto (perché è in coma, per esempio). La redazione del 1995 prevedeva, all’art. 29, che «la volontà del paziente, liberamente e attualmente espressa, deve informare il comportamento medico». La condizione che la volontà del paziente debba essere «attuale» poteva indurre a rifiutare, come irrilevanti, espressioni della volontà precedente allo stato di incapacità in cui il paziente può venirsi a trovare per un aggravamento della sua situazione clinica. Il nuovo codice, senza entrare nei dettagli della delicata disciplina che dovrà accompagnare la pratica, riconosce tuttavia la legittimità di considerare la volontà espressa in precedenza dal paziente. Si tratta di tener conto che il paziente rimane

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persona, anche in assenza della capacità attuale di esercitare le funzioni intellettive e di esprimere la propria volontà.

5. La regolamentazione della ricerca bio-medica

L’ambito della medicina in cui la «globalizzazione» fa sentire più prepotentemente i suoi effetti è quello della sperimentazione di nuovi farmaci. I tre grandi poli mondiali della ricerca  Stati Uniti, Europa e Giappone  sono necessitati a tener conto gli uni degli altri, in quanto il mondo della sperimentazione è di fatto unitario. Ciò vale anche per le regole etiche che devono guidare la ricerca. I grandi trial clinici, condotti per lo più coinvolgendo diversi centri di nazioni diverse, con la sponsorizzazione di potenti multinazionali del farmaco, hanno costituito un forte incentivo ad adottare comportamenti comuni. Per quanto riguarda l’Europa, tali norme molto dettagliate sono note come Good Clinical Practice e sono vincolanti per tutti i Paesi aderenti all’Unione Europea.

Fin dal 1985, la Comunità Economica Europea ha elaborato un documento destinato a essere il naturale punto di riferimento per il mercato unico europeo dei farmaci. Il documento  Norme di buona pratica clinica nei trials su prodotti farmaceutici condotti nella Comunità Europea, in sigla Good Clinical Practice  dopo diverse revisioni, è stato pubblicato nella sua forma definitiva l’11 luglio 1990. Il documento della CEE recepisce gli elementi fondamentali della strategia di protezione dei soggetti umani coinvolti nella sperimentazione, ossia il consenso informato e la revisione dei protocolli sperimentali a opera dei comitati di etica. Inoltre, fornisce una dettagliata concretizzazione dei principi sul piano operativo.

L’Italia ha recepito il documento della CEE con

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un decreto del Ministero della Sanità (27 aprile 1992): Disposizioni sulle documentazioni tecniche da presentare a corredo delle domande di autorizzazione all’ammissione in commercio di specialità medicinali per uso umano, in attuazione della direttiva n. 91/507/CEE.

Il decreto ministeriale fornisce anzitutto alcune definizioni, che dovrebbero entrare nel lessico non solo dei ricercatori, ma anche dei cittadini, per poter essere coinvolti consapevolmente nelle sperimentazioni.

Come Norme di buona pratica clinica si intende lo standard in base al quale gli studi clinici sono programmati, eseguiti e relazionati, in modo che vi sia pubblica garanzia di attendibilità dei dati e di protezione dei diritti, dell'integrità e della confidenzialità dei soggetti.

Per consenso informato si intende l’assenso volontario di un soggetto a partecipare a uno studio e la relativa documentazione. Tale assenso dovrebbe essere richiesto solo dopo aver fornito le informazioni sullo studio che includano i suoi obiettivi, i potenziali benefici, rischi e inconvenienti, nonché i diritti e le responsabilità del soggetto.

Il lessico premesso alle linee-guida ci porta anche a fare la conoscenza di una struttura di recente istituzione nell’ambito bio-medico: il comitato etico. Questo è definito come una struttura indipendente, costituita da medici e non, il cui compito è di verificare che vengano salvaguardati la sicurezza, l’integrità e i diritti umani dei soggetti partecipanti a uno studio, fornendo in questo modo una pubblica garanzia. I comitati etici debbono essere istituiti e operare in modo tale che l’idoneità degli sperimentatori, delle strutture e di protocolli, i criteri di selezione dei gruppi di soggetti per tali studi e l’idoneità delle salvaguardie di riservatezza possano essere obiettivamente e imparzialmente esaminati, indipendentemente dallo sperimentatore, dallo sponsor e dalle autorità coinvolte.

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Dal documento ministeriale con cui sono recepite le norme di buona pratica clinica (G.C.P.) europee appare evidente che queste sono finalizzate soprattutto a fornire salvaguardia ai soggetti che partecipano alle ricerche:

L’integrità personale e il benessere dei soggetti coinvolti in uno studio è responsabilità primaria dello sperimentatore in rapporto allo studio; ma una garanzia indipendente che i soggetti sono tutelati è fornita da un comitato etico e dal consenso informato liberamente ottenuto.

Nessun soggetto può essere obbligato a partecipare a uno studio. Ai soggetti e ai loro parenti o, se necessario, rappresentanti legali deve essere data ampia opportunità di informarsi sui dettagli dello studio. L’informazione deve chiarire che il rifiuto di partecipare allo studio o l’abbandono di esso in qualsiasi momento non andrà a scapito delle successive cure del soggetto. Ai soggetti dovrà essere dato tempo sufficiente per decidere se vogliono o meno partecipare allo studio.

Se un soggetto acconsente a partecipare dopo una completa ed esauriente esposizione dello studio (che includa i suoi scopi, i benefici attesi per i soggetti o altre persone, i trattamenti di confronto/placebo, rischi e inconvenienti e, quando appropriato, una illustrazione della terapia medica alternativa standard riconosciuta), il consenso deve essere registrato in modo appropriato.

Il consenso deve essere documentato o dalla firma datata del soggetto o dalla firma di un testimone indipendente che attesta l’assenso del soggetto.

Il consenso deve sempre essere firmato dal soggetto nel caso di studio non terapeutico, cioè quando non è beneficio clinico diretto per il soggetto.

Le linee-guida dell’Unione Europea riguardanti la Good Clinical Practice sono state aggiornate negli anni

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Novanta; anche la versione più recente è stata recepita dall’Italia, mediante decreto del ministero della Sanità n. 191 del 18 agosto 1997.

L’innovazione di maggior impatto nel controllo etico della sperimentazione è il decentramento dei comitati etici, deliberato con decreto ministeriale del 18 marzo 1998: Linee guida di riferimento per l’istituzione e il funzionamento dei comitati etici. Questi organismi, indipendenti per natura, vengono istituiti in ciascuna azienda sanitaria locale e in ciascuna azienda ospedaliera. La loro composizione deve garantire che all’interno del comitato ci siano globalmente le competenze necessarie per valutare gli aspetti sia etici, sia scientifico-metodologici delle ricerche proposte. È prevista, a questo fine, la presenza di componenti estranei alla professionalità medica e alle professionalità tecniche (compresi anche rappresentanti del volontariato e dell’associazionismo di tutela dei pazienti).

Ai comitati etici passano compiti che prima erano gestiti centralmente dal ministero della Sanità, come il cosiddetto «giudizio di notorietà» relativo a farmaci di non nuova istituzione, per i quali si certifica che si conosce sia la composizione, sia la non nocività. L’orientamento è, quindi, verso un minore impegno autorizzativo centrale, a favore di una maggiore responsabilizzazione delle strutture di controllo locali. Il mandato principale del comitato etico è di valutare gli aspetti etici delle ricerche sottoposte alla sua attenzione:

I soggetti coinvolti a qualunque titolo nella sperimentazione non possono essere sottoposti a indagini o terapie non necessarie per la loro patologia, se tali indagini o terapie arrecano danno, o sofferenza, o espongono a rischi. Essi non possono essere inclusi in una sperimentazione se non avranno dato preliminarmente un consenso informato, ritenuto idoneo dal comitato etico per contenuti informativi e per modalità di richiesta.

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Riusciranno i nuovi comitati a sfuggire al pericolo di diventare commissioni di controllo burocratico? La promessa insita nella loro creazione è quella di stabilire un’effettiva comunicazione tra mondo della ricerca e società, integrando gli aspetti scientifici con quelli etici. Perché ciò avvenga, sarà necessario investire molte risorse nella formazione dei membri dei comitati.

6. La protezione dei dati personali (privacy)

● La via italiana alla privacy.

L’8 maggio 1997 è entrata in vigore la legge 675 del 31 dicembre 1996 relativa alla protezione dei dati personali, nota come legge sulla privacy. La legge  il cui titolo proprio è «Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali»  disciplina la tutela dei diritti della personalità e protegge il diritto alla riservatezza e all’identità personale. Quest’ultimo diritto  formulato nella tradizione giuridica inglese come the right to be let alone  equivale al diritto di non subire interferenze nella propria vita privata. Il pilastro portante della legge è il divieto di far circolare dati personali senza il consenso degli interessati. Riguarda imprese, aziende, enti di varia natura, tutti gli uffici della pubblica amministrazione, oltre a banche, assicurazioni, ospedali, cliniche private, giornali, associazioni culturali, partiti politici e sindacati.

La recezione della legge ha portato allo scoperto l’impreparazione della cultura diffusa rispetto al cambiamento che la nuova normativa presuppone. L’opinione pubblica si è dimostrata prevalentemente irritata per l’inondazione di moduli da parte di enti e organizzazioni di ogni genere  banche, assicurazioni, professionisti  con richieste di consenso, per lo più astruse, sul trattamento dei dati personali in loro possesso. L’interpretazione più diffusa propendeva per

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qualificarla come un'escalation burocratica, irrilevante per gli interessi del cittadino.

Se consideriamo la realtà italiana, dobbiamo riconoscere che la legge 675 cade in un terreno poco recettivo. «Gli italiani scoprono la privacy, ma pochi sanno bene che cosa sia», titolava senza perifrasi un articolo di Furio Colombo. A suo avviso, nel mondo che discende dal diritto romano il concetto di privacy non esiste e manca persino la parola (Colombo, 1998). La privacy è un bene dell’individuo, ed è un bene valorizzato dove l’individuo è forte e centrale e lo Stato è descritto, per prima cosa, a partire dai limiti che deve avere.

Altre tradizioni culturali e sociali hanno da tempo introdotto norme che tutelano il cittadino come individuo. In una delle prime sentenze emesse sulla tutela della privatezza da una corte inglese, verso la fine degli anni Cinquanta, fu sancito il principio che nessuno aveva il diritto di «violare la cittadella della privacy» di un altro. Secondo la descrizione immaginifica fornita dalla corte, «quando una persona alza il ponte levatoio a difesa della sua vita privata, nessuno può in alcun modo abbassarlo contro la sua volontà».

Nella realtà italiana, il culto della privatezza non si sovrappone alla cultura della privacy cresciuta in tradizioni caratterizzate in senso democratico e liberale, bensì con l’atteggiamento, di basso profilo, di «farsi i fatti propri». Da una parte sussiste l’ambito familiare, nel quale l’individuo si sente protetto e tutelato (il «grembo della famiglia» è anche il terreno di coltura delle piccole e grandi forme di omertà); dall’altro c’è il terreno pubblico, come luogo in cui la persona è indifesa. Fino al]'entrata in vigore della legge, chiunque poteva raccogliere, trattare e anche cedere ad altri informazioni su qualunque persona, senza informare nessuno, neppure i diretti interessati.

In una società di massa e informatizzata, dove accumulare notizie su una persona è facilissimo, la vita

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privata rischia di diventare terreno di conquista di chiunque abbia interesse ad acquisire dei dati. La legge 675/96 intende riparare alla disattenzione verso il diritto dei cittadini di non subire interferenze nella vita privata. Lo fa introducendo i principi del consenso e del controllo: chi vuol elaborare dati che riguardano una persona, deve prima chiederle il permesso. Ognuno, inoltre, ha diritto di sapere quali informazioni sul proprio conto sono contenute in un certo archivio; e di chiederne la correzione o il completamento.

● Il contesto europeo.

Il fatto stesso che per designare la realtà da proteggere si sia costretti a far ricorso a una parola tratta dal lessico inglese  privacy  lascia indovinare quanto pratiche di questo genere siano estranee alla tradizione culturale italiana. Tuttavia, la tutela della vita privata e dell’informazione è perfettamente in linea con la sensibilità ai nuovi valori sui quali si sta costruendo la casa comune europea.

Due documenti forniscono gli orientamenti che dal Consiglio d’Europa sono proposti agli stati membri, affinché questi adeguino ad essi le proprie legislazioni. Il primo è la «Convenzione europea per la protezione dei diritti dell’uomo e la biomedicina», approvata dal Consiglio d’Europa il 19 novembre 1996 e successivamente sottoposta alla firma degli stati membri (torneremo più diffusamente su questo documento per illustrare le sue ricadute nel rapporto tra medico e paziente, per quanto riguarda l’informazione e il consenso).

Il Capitolo III della Convenzione tutela la vita privata e il diritto all ’informazione.

Art. 10:

● Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata allorché si tratta di informazioni relative alla propria salute.

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● Ogni persona ha il diritto di conoscere ogni informazione raccolta sulla propria salute. Tuttavia, la volontà di una persona di non essere informata deve essere rispettata.

● A titolo eccezionale, la legge può prevedere, nell’interesse del paziente, delle restrizioni all’esercizio dei diritti menzionati al paragrafo 2.

Il diritto al rispetto della propria vita privata, per le informazioni relative alla salute, formulato dal primo paragrafo, riafferma il principio contenuto nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo (art. 8) e ripreso nella Convenzione per la protezione delle persone circa il trattamento automatizzato dei dati a carattere personale. Tuttavia alcune restrizioni del rispetto dovuto alla vita privata sono possibili: per esempio, l’autorità giudiziaria potrà ordinare la realizzazione di un test con lo scopo di identificare l’autore di un crimine (eccezione fondata sulla prevenzione delle infrazioni penali) o la ricerca di un legame di filiazione (eccezione fondata sulla protezione dei diritti di altri).

Il secondo paragrafo definisce il diritto di ogni persona di conoscere, se lo desidera, ogni informazione raccolta sulla sua salute: che si tratti di diagnosi, di prognosi o di qualsiasi altro elemento riguardante la salute. È un diritto armonizzabile con l’esercizio del «consenso informato», descritto nell’art. 5 della stessa Convenzione. Parallelamente al diritto di sapere, è formulato il «diritto di non sapere». Per ragioni personali, un paziente può desiderare di non conoscere alcuni elementi relativi alla propria salute. Tale volontà deve essere rispettata. L’esercizio da parte del paziente del suo diritto a non conoscere l’una o l’altra informazione sulla sua salute non è considerata come un ostacolo alla validità del suo consenso a tale intervento; così, ad esempio, potrà validamente consentire all’asportazione di una cisti, anche se ha espresso il desiderio di non conoscerne la natura.

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Sia il diritto di sapere che quello di non sapere possono, in circostanze determinate, subire alcune restrizioni, sia nell’interesse del paziente stesso, sia per proteggere i diritti di un terzo o della collettività. Il terzo paragrafo stabilisce che, a titolo eccezionale, la legge nazionale può prevedere delle restrizioni al diritto di sapere o non sapere nell’interesse della salute del paziente (per esempio una prognosi fatale, la cui comunicazione immediata al paziente potrebbe, in certi casi, nuocere gravemente al suo stato). Si può stabilire un conflitto tra l’obbligo del medico di informare  previsto dall’art. 4 della Convenzione  e gli interessi di salute del paziente. Appartiene al diritto interno delle nazioni membro della Comunità Europea risolvere questo conflitto, tenendo conto del contesto sociale e culturale nel quale si iscrive. La legge può così giustificare che il medico taccia talvolta una parte dell’informazione, o che in ogni caso la trasmetta con precauzione («necessità terapeutica»).

La conoscenza di informazioni raccolte sulla salute di una persona, che ha espresso la volontà di non conoscerle, può rivelarsi di importanza capitale per essa. Per esempio, la conoscenza dell’esistenza della predisposizione a una malattia potrebbe essere il solo mezzo che permette all’interessato di prendere delle misure (preventive) potenzialmente efficaci. In questo caso il dovere del medico di curare  il riferimento è ancora all’art. 4 della Convenzione  potrebbe entrare in contraddizione con il diritto del paziente di non sapere. Può ugualmente essere opportuno informare una persona del suo stato quando sussiste un pericolo non solo per lei, ma anche per terze persone. Anche in questo caso apparterrà al diritto nazionale indicare se il medico può, nelle circostanze specifiche, fare un’eccezione al diritto di non sapere.

Parallelamente, alcune informazioni raccolte sulla salute di una persona che ha espresso la volontà di non

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conoscerle possono rappresentare uno straordinario interesse per terze persone (per esempio, nel caso di un’infezione o di una condizione trasmissibile ad altri). Quando il diritto dell’interessato a non sapere si oppone all’interesse di un’altra persona a essere informata, i loro interessi devono trovare una composizione nella legislazione interna delle nazioni europee.

Il secondo documento d’importanza europea è la «Raccomandazione n. 5», del Comitato dei Ministri agli stati membri, adottata il 13 febbraio 1997, relativa alla protezione dei dati sanitari. La raccomandazione nasce dalla consapevolezza che la crescente diffusione di sistemi informativi per il trattamento automatizzato dei dati sanitari costituisce un pericolo, in quanto se ne potrebbe fare un uso non rispettoso dei diritti e delle libertà fondamentali dell’individuo, in particolare del diritto alla vita privata (privacy).

La raccomandazione si riferisce a «dati di carattere personale» (quelle informazioni che riguardano una persona fisica identificata o identificabile; quando una persona non è identificabile, i dati sono anonimi), «dati sanitari» (dati di carattere personale relativi alla salute di una persona) e «dati genetici» (quelli che riguardano i caratteri ereditari di un individuo o che sono in rapporto con quei caratteri che formano il patrimonio di un gruppo di individui affini).

Tra le numerose e dettagliate indicazioni, per le quali i governi degli stati membri devono preoccuparsi che il loro diritto e le loro normative nazionali siano conformi, segnaliamo le seguenti:

● Rispetto della vita privata.

Il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, in particolare il diritto alla vita privata, deve essere garantito sia nella raccolta che nel trattamento dei dati sanitari.

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I dati sanitari non possono essere raccolti e trattati se non conformemente ad appropriate garanzie, che debbono essere previste dal diritto interno. Di regola, la raccolta e il trattamento di dati sanitari non debbono essere effettuati se non da professionisti della sanità o da persone o organismi che operano per conto di operatori sanitari.

● Raccolta e trattamento di dati sanitari.

La raccolta e il trattamento di dati sanitari devono essere effettuati con mezzi leciti e leali, e soltanto per finalità determinate.

Di regola, i dati sanitari debbono essere raccolti direttamente presso la persona interessata. Essi non possono essere raccolti da altre fonti, se non a condizione che questo sia necessario per realizzare la finalità del trattamento o che la persona interessata non sia in condizione di fornire i dati.

I dati sanitari relativi al nascituro devono essere trattati come dati a carattere personale e godere di una protezione comparabile a quella dei dati sanitari di un minorenne.

● Dati genetici.

I dati genetici raccolti e trattati a fini di prevenzione, di diagnostica o a fini terapeutici nei riguardi della persona interessata o per ricerca scientifica non dovranno essere utilizzati se non per quel fine o per consentire alla persona interessata di prendere una decisione libera e chiara a quel proposito.

Il trattamento di dati genetici per le necessità di un procedimento giudiziario o di un procedimento penale dovrà essere oggetto di una legge specifica che offra garanzie appropriate. I dati dovranno servire esclusivamente a verificare l’esistenza di un collegamento genetico ai fini della raccolta delle prove, della prevenzione di un concreto pericolo o della repressione

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di una specifica infrazione penale. In nessun caso dovranno essere usati per individuare altre informazioni che possano essere collegate geneticamente.

Anche il più recente Codice di deontologia medica (1998) dimostra di aver recepito l’orientamento europeo verso una maggiore tutela della vita privata, anche nella pratica medica. Si muove in questa direzione la regolamentazione delle informazioni rivolta a terze persone, formulata nell’art. 31:

L’informazione a terzi è ammessa solo con il consenso esplicitamente espresso dal paziente, fatto salvo quanto previsto all’art. 9 allorché sia in grave pericolo la salute o la vita di altri.

In caso di paziente ricoverato, il medico deve raccogliere gli eventuali nominativi delle persone preliminarmente indicate dallo stesso a ricevere la comunicazione dei dati sensibili.

I familiari non sono, quindi, legittimati a interporsi  anche con le migliori intenzioni  tra il paziente e i sanitari, per filtrare le informazioni: è il paziente il titolare delle informazioni che riguardano la sua salute.

Anche le regole tradizionali riguardanti il segreto professionale sono state riscritte con attenzione alla salvaguardia della privacy. L’art. 9  a cui rimanda l’art. 31, che norma l’informazione a terzi  include tra le cause che costituiscono «giusta causa di rivelazione» anche «l’urgenza di salvaguardare la vita o la salute di terzi, anche nel caso di diniego dell’interessato»; tuttavia in questo caso è necessaria l’autorizzazione previa del Garante per la protezione dei dati personali.

● Dati sensibili e dati inerenti alla salute.

Secondo la legge italiana sulla privacy, è necessario distinguere tre tipi di informazioni, per le quali è prevista una diversa tutela:

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1. informazioni per cui è libera la raccolta (per es., notizie usate a fini di ricerca);

2. informazioni per le quali occorre il permesso dell’interessato (per es., dati raccolti nello svolgimento di promozioni commerciali) ;

3. informazioni sensibili (religione, opinioni politiche, salute, vita sessuale...), per le quali è necessaria anche l’autorizzazione del Garante.

Il punto nodale della tutela che la legislazione italiana vuol concedere a chi accede ai servizi sanitari è costituito dagli articoli 22 (Dati sensibili) e 23 (Dati inerenti alla salute).

Art. 22 (Dati sensibili)

1. I dati personali idonei a rivelare l’origine razziale e etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni e organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante.

2. Il Garante comunica la decisione adottata sulla richiesta di autorizzazione entro 30 giorni, decorsi i quali la mancata pronuncia equivale a rigetto. Con il provvedimento di autorizzazione, ovvero successivamente, anche sulla base di eventuali verifiche, il Garante può prescrivere misure e accorgimenti a garanzia dell’interessato, che il titolare del trattamento è tenuto ad adottare.

3. Il trattamento dei dati indicati al comma 1 da parte di soggetti pubblici, esclusi gli enti pubblici economici, è consentito solo se autorizzato da espressa disposizione di legge nella quale siano specificati i dati che possono essere trattati, le operazioni eseguibili e le rilevanti finalità di interesse pubblico perseguite.

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Art. 23 (Dati inerenti la salute)

1. Gli esercenti le professioni sanitarie e gli organismi sanitari possono, anche senza l’autorizzazione del Garante, trattare i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute, limitatamente ai dati e alle operazioni indispensabili per il perseguimento di finalità di tutela dell’incolumità fisica e della salute dell’interessato. Se le medesime finalità riguardano un terzo o la collettività, in mancanza del consenso dell’interessato, il trattamento può avvenire previa l’autorizzazione del Garante.

2. I dati personali idonei a rivelare lo stato di salute possono essere resi noti all’interessato solo per il tramite di un medico designato dall’interessato o dal titolare.

3. L’autorizzazione di cui al comma 1 è rilasciata, salvi i casi di particolare urgenza, sentito il Consiglio superiore di Sanità. È vietata la comunicazione dei dati ottenuti oltre i limiti fissati con l’autorizzazione.

4. La diffusione dei dati idonei a rivelare lo stato di salute è vietata, salvo nel caso in cui sia necessaria per finalità di prevenzione, accertamento o repressione dei reati, con l’osservanza delle norme che regolano la materia.

L’opinione di numerosi commentatori, per i quali la legge è stata formulata in modo troppo rigoroso e senza considerare la sua effettiva praticabilità, ha trovato riscontro nelle difficoltà che il trattamento dei dati, in modo rispettoso della privacy, ha posto in numerose situazioni. Una quantità di quesiti sono stati posti al Garante (un organo collegiale, che opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione). I quesiti riguardavano situazioni specifiche; per esempio: la banca è autorizzata a verificare se su un determinato conto corrente esistono fondi sufficienti per coprire l’assegno emesso?

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I comunicati del Garante, emessi con una certa frequenza, offrono un vasto campionario di tali quesiti. Nel comunicato del 23.2.1998, il Garante si è dichiarato allarmato dal «persistere di leggende metropolitane e da una certa disinformazione che rischia di disorientare i cittadini». Quali esempi di tali macroscopici fraintendimenti della legge vengono citati:

― «è del tutto falso che la legge preveda sanzioni penali per chi smarrisca un’agendina;

― è del tutto falso che i familiari di un ricoverato in ospedale non possano essere informati del ricovero».

Riguardo a quest’ultimo punto, anche il comunicato del 2.6.1998 precisa:

In alcune strutture sanitarie si sta dando un’attuazione del tutto errata sulla tutela della riservatezza: qualche dirigente ospedaliero, infatti, dà direttive alle strutture a contatto con i visitatori di negare ogni informazione sulla presenza dei degenti nei reparti ospedalieri. Ciò contrasta con la natura del servizio pubblico sanitario, che di norma prevede, entro determinati orari e con precise modalità, la possibilità di parenti, conoscenti e organismi del volontariato di accedere ai reparti per far visita e anche aiutare i degenti. Tutto ciò è anche disciplinato puntualmente nella «Carta dei servizi pubblici sanitari», che prevede solo come eccezione che un degente possa chiedere che la sua presenza non venga resa nota.

La gestione dei dati relativi alla salute ha fatto sorgere anche altri dubbi e perplessità. Forse il caso che ha destato più sensazione è stata l’interpretazione della legge data dall’Ordine dei medici di Pescara, secondo la quale il rispetto della privacy richiederebbe che nelle certificazione sanitarie destinate alle Aziende sanitarie locali sia omessa la diagnosi...

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Dagli Ordini provinciali sono affluiti alla Federazione nazionale degli Ordini dei medici e dagli odontoiatri vari quesiti relativi a un’applicazione letterale di ciò che il dettato della legge sembrava imporre. La Fnomceo ha presentato una serie di quesiti all’Ufficio del Garante per la protezione dei dati personali. In data 30 giugno 1997 il Garante ha dato ufficialmente riscontro ai quesiti relativamente alle modalità applicative della legge 675 ai medici di medicina generale e alla pubblicità degli albi professionali dei medici e degli odontoiatri.

Un quesito specifico riguardava la possibilità che il medico di medicina generale consenta al sostituto l’utilizzo del proprio schedario di pazienti. «Nulla osta  è la risposta del Garante  che in vista delle sostituzioni operate formalmente, specie nei periodi feriali, il paziente esprima un consenso specifico autorizzando al trattamento dei dati che lo riguardano sia il medico di fiducia, sia all’occorrenza i sostituti». Poiché i dati personali comprendono informazioni idonee a rivelare lo stato di salute, il consenso deve essere manifestato necessariamente per iscritto. Il consenso è necessario sia per i dati raccolti successivamente alla data di entrata in vigore della legge 675, sia per le informazioni acquisite anteriormente a tale data, nel caso in cui siano comunicate o diffuse. Per facilitare la raccolta del consenso, la Fnomceo ha proposto sia un modulo di consenso, sia un modello di comunicazione per gli assistiti, da affiggere nella sala d’aspetto dello studio medico.

«In caso di studio associato, come gestire il patrimonio comune di informazioni da parte di tutti i componenti dello studio medesimo?»: era un altro dei quesiti posti al Garante. L’Autorità di tutela nella sua risposta osserva che i professionisti che si associano per l’esercizio della professione medica possono regolare diversamente i propri rapporti per quello che concerne il trattamento di dati personali, realizzando, a seconda dei casi:

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a) una gestione individuale e separata dei dati in possesso di ciascun professionista, il quale assumerà singolarmente la qualità di «titolare» del trattamento;

b) una contitolarità da parte di tutti o di alcuni dei professionisti, i quali condividono a titolo personale le prerogative e le responsabilità del titolare del trattamento dei dati;

c) un’unica attività di elaborazione dei dati personali effettuata nell’ambito di un’associazione o di un organismo che assumerà per se stesso la qualità di titolare del trattamento.

«È evidente», osserva il Garante, «che la scelta fra l’una e l’altra delle soluzioni, oltre a dover corrispondere ai rapporti realmente instaurati, comporta diverse conseguenze per ciò che riguarda i ruoli e le sfere di responsabilità, i rapporti con gli assistiti, le dichiarazioni di consenso e le stesse deroghe che la legge riconosce in favore delle persone fisiche esercenti le professioni sanitarie, anziché delle associazioni o degli organismi da esse create: cfr. art. 23, comma 1».

«Come tutelare le certificazioni, le cartelle cliniche e i referti rilasciati dai laboratori di analisi o da altri organismi sanitari

Secondo il Garante, le certificazioni e le cartelle cliniche possono essere anche ritirate da persone diverse dal diretto interessato, purché sulla base di una delega scritta e mediante la consegna dei documenti in busta chiusa.

La legge 675, nel prevedere che i dati personali siano resi noti all’interessato solo per il tramite di un medico, permette di svolgere questa funzione di intermediazione in vario modo:

a) attraverso la consegna di dati al medico di fiducia, il quale a sua volta li renderà noti all’interessato;

b) attraverso una spiegazione orale da parte di un medico designato dal laboratorio di analisi o dall’organismo

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sanitario titolare del trattamento dei relativi dati personali;

c) un giudizio scritto del medico designato dal laboratorio di analisi o dall’organismo sanitario titolare del trattamento dei relativi dati personali.

Per quanto riguarda i quesiti relativi alla pubblicità degli albi professionali dei medici chirurghi, il Garante ha precisato che, anche dopo l’entrata in vigore della legge 675, per i registri, gli elenchi, gli atti o i documenti da considerare pienamente pubblici, in quanto sono conoscibili da chiunque per espressa disposizione di una legge o di un regolamento, e per quelli la cui conoscibilità sia circoscritta, devono essere osservate le regole che subordinano la pubblicità degli atti a quanto stabilito dalle suddette disposizioni normative. Pertanto la legge 675 non frappone ostacoli alla consegna di dati contenuti negli albi dei medici alle aziende sanitarie locali, ad altri enti pubblici o ad altri Ordini provinciali. Gli Ordini e la Fnomceo possono comunicare e diffondere a privati e a enti pubblici economici i dati personali contenuti negli albi. Quanto alle richieste da parte dei privati di professionisti specializzati, spetta a ciascun Ordine e alla Federazione il compito di valutarne la praticabilità.

● Ulteriori dubbi e quesiti.

Non tutte le questioni sollevate dall’applicazione della legge sulla privacy  in particolare dall’articolo 23 che disciplina il trattamento dei dati inerenti alla salute per gli esercenti le professioni sanitarie  sono state sciolte dall’intervento del Garante. Soprattutto i medici di medicina generale si trovano confrontati con numerosi dilemmi, che sono stati ben individuati dal presidente nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg) in una richiesta ufficiale di chiarificazione. In attesa che i quesiti siano autorevolmente risolti, merita conto prenderne atto. Li elenchiamo così come sono stati formulati dalla Fimmg:

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Consenso dell'interessato

Il punto nodale riguarda l’applicazione del comma 1, periodo 1° dell’art. 23, cioè la necessità o meno che il paziente rilasci il consenso, in forma specifica e documentato per iscritto, al medico prescelto al quale si rivolge per conoscere la natura dei propri problemi di salute e ottenere le prescrizioni terapeutiche utili per ottenerne la remissione.

Il primo atto che il medico compie è quello di raccogliere l’anamnesi e di compilare una scheda sanitaria del paziente. Tale adempimento è specificamente prescritto per il medico di medicina generale (medici di famiglia) dall’accordo collettivo nazionale (DPR 22.7.1996 n. 484), che regolamenta l’incarico loro conferito dal Servizio sanitario nazionale.

Gli assistiti del Ssn (Servizio sanitario nazionale) hanno il diritto di scegliere liberamente il proprio medico curante, sulla base di una fiducia personale, ed esercitano tale diritto per iscritto presso la propria Azienda sanitaria locale. E, quindi, implicito, nel rapporto di fiducia che si viene a instaurare con il proprio medico curante, il consenso dell’assistito affinché il medico gestisca, ovviamente entro i limiti necessari alla diagnosi e terapia, i suoi dati sanitari e si ponga come unico referente a conoscenza del suo quadro clinico complessivo.

Per questa somma di ragioni si ritiene opportuno suggerire che, a integrazione e a semplificazione pratica della norma in questione (art. 23, comma 1), sia emanato un provvedimento che consenta di derogare, per i medici di famiglia titolari e per i relativi sostituti formalmente incaricati ai sensi del DPR 484/1996, dalla necessità di acquisire il consenso scritto da parte dei pazienti che a lui si rivolgono per loro libera scelta, autorizzandone il trattamento dei dati inerenti la salute «per fini di diagnosi e terapia», rimanendone confermati gli altri vincoli e obblighi previsti dalla legge,

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nonché il vincolo di riservatezza contemplato dal Codice di deontologia medica.

Referti diagnostici

Per quanto riguarda l’applicazione pratica del comma 2 dell’art. 23, l’Autorità garante ha già espresso, con lettera del 30.6.97 diretta alla Federazione nazionale degli Ordini, le opportune indicazioni circa le indicazioni possibili. La Federazione dei medici di medicina generale, nella considerazione che il medico curante rappresenta la figura di riferimento che conosce il quadro clinico complessivo del proprio paziente, ritiene che sarebbe estremamente utile che sui referti rilasciati dai laboratori di analisi o da altre strutture sanitarie, in aggiunta a una breve spiegazione sul significato dei dati, fosse inserita la seguente avvertenza: «la valutazione dei risultati e le conclusioni diagnostiche sono di pertinenza del medico curante, che è a conoscenza del quadro clinico complessivo».

Certificati di incapacità lavorativa

Per i lavoratori dipendenti privati, l’art. 2 L. 29.2.1980 n. 33 prevede che, in caso di malattia comportante incapacità lavorativa, il medico curante rilasci un certificato in duplice copia: una con l’indicazione di diagnosi e prognosi deve essere trasmessa dal lavoratore all’Inps, cui spetta di pagare l’indennità di malattia con la possibilità di effettuare la visita fiscale di controllo; l’altra, con l’indicazione della sola prognosi, deve essere trasmessa dal lavoratore al proprio datore di lavoro. Con tale sistema si persegue il fine della riservatezza della natura della malattia, nei confronti del datore di lavoro, a tutela del lavoratore privato.

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Per i dipendenti pubblici non esiste alcuna prescrizione di legge; la materia risulta regolamentata dai contratti collettivi di lavoro, i quali prevedono l'obbligo di produrre un certificato di malattia senza altre prescrizioni. Il certificato è rilasciato al dipendente pubblico in un unico esemplare, che deve essere inoltrato alla rispettiva amministrazione. Si domanda se, a tutela della riservatezza della malattia nei confronti dell’amministrazione pubblica, il medico curante debba limitarsi a indicare nel certificato soltanto la prognosi, omettendo la diagnosi, in analogia a quanto già previsto a favore dei dipendenti privati.

Certificazioni a richiesta dell’interessato. Al medico curante sono richiesti dai pazienti certificati di malattia, per i fini più diversi (ottenere una dieta particolare presso la mensa aziendale; il venditore con posto fisso nei mercatini per giustificare la mancata presenza e non perdere la piazzola; la mamma, in caso di malattia del figlio minore di tre anni, per ottenere il permesso di assentarsi dal lavoro, ecc.). Al curante, in tali casi, è consentito indicare sul certificato la diagnosi o deve limitarsi ad attestare uno stato generico di malattia?

Soggetti anziani affetti da patologie cerebrali

È di frequente ricorrenza il caso di soggetti anziani, formalmente in possesso della capacità di agire ma sostanzialmente incapaci di intendere e di manifestare liberamente la propria volontà a causa di patologie cerebrali. Per varie ragioni di ordine sociale, rarissimamente è fatto luogo all’interdizione; quindi tali soggetti occupano una sorta di zona grigia nella quale, per la legge, sono capaci di intendere e di volere, mentre di fatto sono privi di tale facoltà, con tutte le conseguenze

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sulle decisioni ai fini delle terapie da seguire, sui ricoveri in ospedale o in residenze socio-assistenziali, ecc.

Spesso può farsi luogo da parte delle autorità sanitarie al riconoscimento dell’invalidità assoluta del soggetto per patologia cerebrale, con tutti i benefici conseguenti, rimanendo giuridicamente invariata, però, la capacità di intendere e di volere. In tali casi si determinano situazioni non certamente lineari riguardo ai vari atti da compiere, con perplessità e chiare difficoltà sia da parte dei medici, sia di altri soggetti coinvolti nell’interesse di tali persone.

● Tutela della privacy: i nuovi obblighi per i sanitari.

L’utente che si rivolge al medico, all’ospedale o all’ambulatorio consegna una serie di dati di varia importanza, che richiedono un trattamento diversificato: ad esempio, risultati di precedenti esami, cartelle cliniche di altri ricoveri, pareri medici antecedenti, giudizi conseguenti e consulti non possono essere trattati alla stregua di informazioni quali dati anagrafici, residenza e professione. Analoga considerazione va fatta per la conservazione dei dati: quelli sensibili godono di maggior tutela e devono essere conservati in modo che non siano accessibili a tutti.

Il primo livello di tutela della privacy previsto dalla legge 675 riguarda i dati personali, ovvero quelle informazioni che permettono di rendere una persona identificata o identificabile. Tali informazioni in possesso di una struttura sanitaria sono:

nome

― indirizzo (dimora, residenza, domicilio)

― dichiarazione di stato civile

― data e luogo di nascita

― recapito telefonico

― professione

― cittadinanza

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― dichiarazioni di natura fiscale (esenzioni dalla partecipazione alla spesa sanitaria non solo in base alle patologie interessate, ma anche alla situazione del nucleo familiare e delle condizioni di reddito).

Una tutela di maggior livello richiedono i dati sensibili, ovvero quelle informazioni che possono offrire occasione per discriminare le persone. A questa categoria appartengono eminentemente i dati personali idonei a rilevare lo stato di salute e la vita sessuale. Questi dati possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante.

Professionisti sanitari e strutture pubbliche possono trattare i dati personali riferiti alla salute soltanto allo scopo di tutelare la salute del paziente. Tali dati possono essere resi noti all’interessato solo per il tramite di un medico designato dal titolare. La diffusione di dati sensibili è vietata, salvo quando sia necessaria a scopo di prevenzione o per la repressione di reati.

Gli erogatori di servizi sanitari sono così soggetti a nuovi obblighi:

― informare il soggetto, cui i dati si riferiscono, sulle finalità e modalità del trattamento; dare notizia all’interessato della natura obbligatoria o facoltativa della comunicazione dei dati; richiedere il consenso per il trattamento dei dati personali;

― utilizzare i dati sensibili solo esclusivamente con il consenso scritto dell’interessato e con l’autorizzazione del Garante;

― adottare, a tutela dei dati trattati, cautele e precauzioni di carattere organizzativo (istruzione del personale, procedure di conservazione, ecc.), precauzioni di tipo procedurale, misure di sicurezza termica.

Il percorso dell’utente nelle strutture sanitarie  con relativi obblighi di tutela dei dati da parte dei sanitari  può essere così tratteggiato: quando l’utente entra in rapporto con la struttura (pubblica o privata)

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alla quale richiede una prestazione, l’incaricato richiede all’interessato i dati personali indispensabili per la registrazione e chiede il consenso per la registrazione degli stessi. Il consenso può essere fornito in senso orale o mediante modulo sottoscritto.

Se l’interessato consegna anche una documentazione  visite precedenti, accertamenti, esami  questa rientra tra i dati sensibili, soggetti a particolari condizioni di trattamento. La consegna di risultati di analisi, esami, radiografie, certificati deve essere effettuata in busta chiusa direttamente all’interessato o a persona munita di delega.

Le informazioni sullo stato di salute del ricoverato devono essere fornite all’interessato  direttamente o per il tramite del medico di fiducia  oppure a persona espressamente delegata.

La dichiarazione attestante la visita, Tesarne o il ricovero effettuato deve essere formulata in modo tale che estranei non possano derivarne informazioni sullo stato di salute della persona interessata: ad esempio, l’attestato di visita effettuata presso un ospedale o un ambulatorio, da presentarsi quale giustificazione per assenza dal lavoro, non deve recare il tipo di esame effettuato, ma riportare genericamente il termine «visita».

Gli archivi che contengono i dati personali del paziente possono essere utilizzati solo dagli addetti delle strutture stesse per le finalità che i compiti di lavoro impongono; non possono essere trasferiti all’esterno, se non sulla base di precise disposizioni normative e organizzative.

Il medico di medicina generale può, in caso di sostituzione, consentire al sostituto l’utilizzo del proprio schedario di pazienti, ma vi deve essere un consenso specifico del paziente per il trattamento dei dati che lo riguardano.

In caso di studio associato, il patrimonio comune di informazioni può essere gestito dai componenti

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dello studio secondo una delle tre modalità indicate dal Garante: gestione individuale e separata dei dati, contitolarità di tutti i professionisti, attività unificata di elaborazione dei dati personali.

Le certificazioni (ad esempio, cartelle cliniche) rilasciate dagli organismi sanitari possono essere ritirate anche da persone diverse degli interessati, sulla base di una delega scritta e con inclusione dei documenti in busta chiusa.

Anche per i dipendenti di una struttura sanitaria esiste la tutela della privacy, che deve essere garantita. I dati personali e sensibili (come l’iscrizione ai sindacati, ai fini dell’effettuazioni delle trattenute; i dati inseriti nelle certificazioni mediche, ai fini dell’attitudine a determinati lavori; i dati relativi all’appartenenza a organismi religiosi, ai fini della verifica di permessi per festività) potranno essere comunicati o diffusi a terzi, solo previo espresso consenso dei dipendenti.

7. Gli accordi europei sulle nuove regole in bioetica

● Regole comuni per l'Europa.

L’informazione e il consenso trovano anche un’esplicita collocazione nelle normative che l’Europa, che si va faticosamente costruendo come realtà culturale e politica omogenea, si è data in materia di bioetica. Il cammino per portare l’Europa ad adottare, nell’ambito della biologia e della medicina, normative vincolanti per tutti i Paesi che la costituiscono è lungo e travagliato. Ancor prima che i più recenti progressi nella biologia e nella medicina richiamassero l’attenzione sulle possibilità di abusi e di azioni contrarie alla dignità umana, l’Europa ha dovuto confrontarsi con scandalose violazioni del «minimo morale», avvenute sotto il segno delle politiche eugenetiche e delle sperimentazioni con esseri umani di marca nazista.

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Una delle barriere innalzate per prevenire quelle ricadute nella barbarie è stata la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, approvata nel 1950 dai 23 stati membri del Consiglio d’Europa.

La Convenzione vuol essere una garanzia collettiva sul piano europeo di alcuni dei princìpi enunciati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, rafforzata da un controllo internazionale giudiziario, le cui decisioni devono essere rispettate da tutti gli Stati. Gli organi di controllo sono la Commissione europea dei diritti dell’uomo e il Tribunale europeo dei diritti dell’uomo, che hanno la loro sede a Strasburgo.

Tuttavia, le nuove pratiche biomediche rischiano di infrangere tali diritti, pur senza superare il livello di guardia costituito dalla Convenzione. Il Tribunale europeo dei diritti dell’uomo è stato chiamato, negli ultimi anni, a intervenire su questioni che esulano completamente dal quadro problematico per il quale è stato istituito e per le quali i suoi strumenti giuridici appaiono quantomeno inadeguati. Per esemplificare: una signora danese, nel 1983, è ricorsa al tribunale dichiarando di essere stata sottoposta a «tortura», perché l’uso di un nuovo strumento, in una operazione volontaria di sterilizzazione che non aveva avuto successo, aveva costituito un esperimento senza il suo consenso. Un altro caso riguarda il ricorso al Tribunale per la condanna, da parte del governo francese, delle organizzazioni che aiutino le coppie a cercare madri «gestazionali» (altrimenti dette «uteri in affitto»). Il Tribunale è stato chiamato anche a deliberare circa i diritti di un donatore di seme olandese, il quale chiedeva che gli fosse concesso il diritto di visita nei confronti di un bambino nato dalla sua donazione.

Dalla metà degli anni Ottanta si è incominciato a sentire in maniera acuta, in Europa, la carenza di una riflessione adeguata nell’ambito bioetico, come supporto per normative omogenee. Nel 1985, i ministri

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della Giustizia del Consiglio d’Europa si dichiaravano per un fronte comune, affermando che le leggi nazionali sarebbero state inefficaci se non ci fosse stato un allineamento dei Paesi vicini. Il diffondersi delle nuove pratiche scuote la società nelle sue convinzioni più profonde. Chi non è turbato dalle questioni metafisiche o dai dubbi etici, non può non vedere almeno la dimensione economica dei problemi. In Europa ci stiamo avvicinando a passi inesorabili al «grande mercato», che fa seguito al progressivo smantellamento delle barriere nazionali.

Poiché la pratiche biomediche hanno una ricaduta economica di enorme importanza, quando gli investimenti privati hanno la possibilità di circolare liberamente si rischia di vederli risucchiati da Paesi con una legislazione più tollerante, a danno di quelli che pongono ai propri ricercatori limitazioni più severe in nome della sicurezza e dell’etica. È una prospettiva che diventa inquietante quando si prende in considerazione la commercializzazione del corpo umano.

Le iniziative per creare una legislazione comune in materia di bioetica hanno dovuto affrontare il dibattito se, il linea di principio, tale unificazione sia possibile o auspicabile. Coloro che sono contrari a una legiferazione in questo ambito adducono come argomento l’insufficiente consenso che esiste attualmente su alcune questioni antropologiche cruciali, come l’inizio e la fine della vita, lo status giuridico dell’embrione, l’impatto delle tecnologie riproduttive e della genetica. L’impegno comune, per esempio, a rispettare la vita umana ha poco senso quando gli Stati divergono radicalmente in questioni come l’aborto o l’uso di embrioni nella ricerca.

Coloro, peraltro, che invece sollecitano misure di regolazione giuridica, considerano i benefici di una legislazione a diversi livelli. La legge da sola non rende morale la gente; tuttavia, essa influenza il comportamento

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morale. Non avere nessuna legge equivale all’anarchia. Tra una legge inefficace e un’abdicazione alla responsabilità da parte dello Stato, è meglio correre il rischio di un’eventuale inefficacia. Una legislazione anche imperfetta, inoltre, avrebbe effetti contagiosi positivi su altri Paesi, che potrebbero ispirarvisi e migliorarla.

● La Convenzione europea di bioetica.

In un mondo che va facendosi sempre più piccolo e transitabile in tutte le direzioni; in un’Europa che punta ormai a una completa integrazione culturale, oltre che economica e politica, non è accettabile che in tema di bioetica si possa continuare a procedere in ordine sparso. Da questa convinzione è nato il progetto di una «convenzione» europea in tema di biomedicina, che orienti lo sviluppo futuro del diritto sanitario, oltre che della deontologia. Dopo quasi cinque anni di lavoro e animati dibattiti  avvenuti, per la verità, più all’estero che in Italia  il Comitato direttivo per la bioetica del Consiglio d’Europa (CDBI) ha proposto un testo di convenzione che è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 19 novembre 1996 e successivamente sottoposto alla firma degli Stati membri del Consiglio d’Europa. Si tratta dei 38 articoli della «Convenzione per la protezione dei diritti dell’uomo e la dignità dell’essere umano riguardo alle applicazioni della biologia e della medicina», più semplicemente indicata come «Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina».

Una metà circa dei 40 Paesi dell’Unione europea ha sottoscritto la Convenzione. Successivamente, il documento dovrà essere ratificato dai parlamenti degli Stati firmatari. Rispetto, infatti, alle «Raccomandazioni» del Consiglio d’Europa e ai «Trattati», che si limitano all’enunciazione di princìpi, lo strumento della «Convenzione» trae la sua forza dal fatto che diviene vincolante per gli Stati che la ratificano, obbligandoli all’applicazione delle sue norme all'interno dei singoli

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ordinamenti nazionali. Il significato della Convenzione non è, dunque, «esortativo» per gli Stati che la sottoscrivono, bensì normativo.

Dopo le disposizioni generali di apertura, la Convenzione propone subito due grandi temi rilevanti per il nuovo rapporto tra sanitari e cittadini nell’ambito sanitario: il consenso agli atti diagnostici e terapeutici e vita privata e diritto all’informazione:

Capitolo II: Consenso

● Art. 5: Regola generale  Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato.

Questa persona riceve innanzi tutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi.

La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso.

● Art. 6: Proiezione delle persone che non hanno la capacità di dare consenso  Un intervento non può essere effettuato su una persona che non ha capacità di dare il consenso, se non per un diretto beneficio della stessa.

Quando, secondo la legge, un minore non ha la capacità di dare il consenso a un intervento, questo non può essere effettuato senza l’autorizzazione del suo rappresentante, di un’autorità o di una persona o di un organo designato dalla legge.

Il parere di un minore è preso in considerazione come un fattore sempre più determinante, in funzione della sua età e del suo grado di maturità.

Allorquando, secondo la legge, un maggiorenne, a causa di un handicap mentale, di una malattia o per un motivo similare, non ha la capacità di

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dare il consenso a un intervento, questo non può essere effettuato senza l’autorizzazione del suo rappresentante, di un’autorità o di una persona o di un organo designato dalla legge.

La persona interessata deve, nei limiti del possibile, essere associata alla procedura di autorizzazione.

Il rappresentante, l’autorità, la persona o l’organo menzionati ai paragrafi 2 e 3 ricevono, alle stesse condizioni, l’informazione menzionata all’art. 5.

L’autorizzazione menzionata ai paragrafi 2 e 3 può, in qualsiasi momento, essere ritirata nell’interesse della persona interessata.

Art. 7: Tutela delle persone che soffrono di un disturbo mentale  La persona che soffre di un disturbo mentale grave non può essere sottoposta, senza il proprio consenso, a un intervento avente per oggetto il trattamento di questo disturbo se non quando l’assenza di un tale trattamento rischia di essere gravemente pregiudizievole alla sua salute e sotto riserva delle condizioni di protezione previste dalla legge comprendenti le procedure di sorveglianza e di controllo e le vie di ricorso.

Art. 8: Situazioni d’urgenza  Allorquando, in ragione di una situazione d’urgenza, il consenso appropriato non può essere ottenuto, si potrà procedere immediatamente a qualsiasi intervento medico indispensabile per il beneficio della salute della persona interessata.

Art. 9: Desideri precedentemente espressi ― I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione.

Art. 10: Vita privata e diritto all’informazione  Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita

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privata, allorché si tratta di informazioni relative alla propria salute.

Ogni persona ha il diritto di conoscere ogni informazione raccolta sulla propria salute. Tuttavia, la volontà di una persona di non essere informata deve essere rispettata.

A titolo eccezionale, la legge può prevedere, nell’interesse del paziente, delle restrizioni all’esercizio dei diritti menzionati al paragrafo 2.

Un commento essenziale a queste indicazioni autorevoli della Convenzione ci porta a osservare che con l’art. 5 è consacrata, sul piano internazionale, una regola ormai ben chiara: nessun intervento può, in linea di principio, essere imposto a una persona, senza il suo consenso. L’individuo deve dunque poter liberamente dare o rifiutare il proprio consenso a qualsiasi «intervento» (inteso nell’accezione più ampia, vale a dire ogni atto medico con finalità di prevenzione, di diagnosi, di terapia, di rieducazione o di ricerca). È la regola fondamentale che nasce dal riconoscimento dell’autonomia del paziente, nel rapporto con i professionisti sanitari.

Il consenso del paziente può essere libero e informato solo se è dato facendo seguito a un’informazione oggettiva fornita dai sanitari responsabili relativamente alla natura e alle conseguenze possibili dell’intervento previsto o alle alternative. Il secondo paragrafo menziona gli elementi più importanti relativi all’informazione che deve precedere l’intervento. I pazienti devono essere informati in particolare sui miglioramenti che possono risultare dal trattamento, sui rischi che comporta (natura e grado di probabilità), nonché del suo costo. Quanto ai rischi dell’intervento o delle sue alternative, l’informazione dovrebbe riguardare non solo i rischi inerenti al tipo di intervento previsto, ma anche i rischi riferiti alle caratteristiche individuali di ogni persona

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(come l’età o la presenza di altre patologie). Si deve rispondere in maniera adeguata alle richieste di informazione complementare formulate dai pazienti.

L’informazione deve essere fornita in un linguaggio comprensibile alla persona che subisce l’intervento medico. Il paziente deve essere messo in grado di misurare, mediante un linguaggio che sia alla sua portata, l’obiettivo e le modalità dell’intervento quanto alla sua necessità o alla semplice utilità, confrontandolo con i rischi, con i disagi o con le sofferenze provocate.

Il consenso può rivestire forme diverse: può essere esplicito o implicito, verbale o in forma scritta. L’art. 5 della Convenzione ha una portata generale e vuol abbracciare situazioni molto diverse tra loro, per cui non esige una forma particolare. Questa dipenderà dalla natura dell’intervento. È generalmente condiviso che il consenso esplicito sarebbe inappropriato per i molteplici interventi della medicina quotidiana. Questo consenso è dunque spesso implicito, purché l’interessato sia sufficientemente informato. Tuttavia in certi casi  per esempio quando si tratta di interventi diagnostici o terapeutici invasivi  si può esigere un consenso espresso. Per quanto riguarda la ricerca, l’art. 16 della stessa Convenzione richiede che ci sia sempre un consenso espresso e specifico (la persona che si presta a una ricerca deve essere «informata dei suoi diritti e delle garanzie previste dalla legge per la sua protezione»).

Il terzo paragrafo dell’art. 5 esplicita che la libertà di consenso implica la possibilità per l’interessato in qualsiasi momento di ritirare il suo consenso. La casistica medica può prevedere situazioni in cui il ritiro del consenso del paziente nel caso di un’operazione potrebbe non essere rispettato, se ciò comportasse un grave pericolo per la salute dell’interessato (in questi casi prevalgono le norme e gli obblighi professionali). Inoltre bisogna considerare l’art. 7 (Protezione delle persone che non hanno la capacità di dare il consenso), l’art. 8

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(Situazioni d’urgenza) e l’art. 9, che definiscono ipotesi nelle quali l’esercizio dei diritti contenuti nella Convenzione, compresa la necessità del consenso, può subire una restrizione.

L’informazione è un diritto del paziente, ma  come prevede l’art. 10  la sua eventuale volontà di non essere informato deve essere rispettata. Ciò non dispensa, tuttavia, dalla necessità di ricercare il consenso all’intervento proposto al paziente.

● Gli sviluppi auspicabili.

Sulla trama di queste osservazioni di contenuto va inserita qualche annotazione di merito. È anzitutto notevole il fatto che un accordo di fondo di questo genere sia stato realizzato. Non tutti sono d’accordo con la portata stessa della Convenzione, in particolare coloro che avrebbero desiderato delle prese di posizione più marcate su problemi molto dibattuti, come l’ambito della procreazione medicalmente assistita, la clonazione degli embrioni o l’ingegneria genetica. Ma un consenso europeo su una base così ampia di principi, ai quali devono ispirarsi le legislazioni nazionali, è indice di una notevole maturazione nell’ambito della bioetica. Come ha osservato Carlos De Sola, segretario del CDBI: «A causa delle difficoltà di trovare un ampio accordo su questa questione molto complessa, l’esistenza stessa della Convenzione è un successo. Alcuni possono trovare questo testo insufficiente. Diciamolo chiaramente: è vero che è incompleto su molti aspetti. Tuttavia, contiene una serie di principi e di regole (come la preminenza della persona sulla scienza, il rispetto dell’autonomia della persona, la protezione della sua integrità e della sua dignità, la confidenzialità dell’informazione medica e genetica, la non-commercializzazione del corpo umano...) che costituiscono un corpus giuridico coerente, vero diritto comune europeo della bioetica».

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Se è vero che la Convenzione merita l’appunto che suoi contenuti sono stati stabiliti per sottrazione, affidando i punti più controversi a protocolli addizionali  sono già in preparazione protocolli relativi alla ricerca medica, al trapianto di organi, alla protezione degli embrioni e di feti umani, alla genetica  è ancor più evidenziato il valore della base su cui si è trovato un consenso. Il ruolo attribuito all’informazione da dare al paziente e alla sua partecipazione attiva al processo clinico fa parte appunto di questo nucleo. Nel corso dell’elaborazione della Convenzione  e soprattutto nei dibattiti di assemblea parlamentare  è stato sollevato il dubbio che l’enfasi posta sul diritto di autodeterminazione, che implica la libertà decisionale del paziente, mettesse in ombra la libertà professionale e di coscienza del medico. Il concetto di «obiezione di coscienza» (o clausola di coscienza) in termini giuridici non è stato espressamente accolto nell’articolato, nel timore che l’appello a tale clausola potesse essere abusato dal medico per sottrarsi indiscriminatamente a obblighi assistenziali gravosi, anche al di fuori del genuino «caso di coscienza». L’obiezione di coscienza è stata ritenuta implicita nello schema «contrattualistico» che domina l’orientamento prevalente della medicina contemporanea (cfr. Bompiani, 1998).

Concorda con questa interpretazione la valutazione della Convenzione europea fatta dal nostro Comitato nazionale per la bioetica in un parere datato 21 febbraio 1997. In precedenza il Comitato si era espresso in modo molto critico sulle versioni iniziali del testo. Il giudizio globale sulla stesura sottoposta alla ratifica è positivo, in particolare per quanto riguarda il ruolo attribuito al soggetto:

«Il CNB valuta positivamente la notevole sottolineatura data al principio della doverosità dell’informazione e del consenso, come base giustificativa dell’esercizio della medicina, affermato dalla Convenzione

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nella linea dell’ormai consolidata dimensione etica dei rapporti medico-paziente e delle elaborazioni contenute nei vari Codici deontologici nazionali. Valuta, inoltre, positivamente il fatto che sia stato affermato il principio che ogni persona, come ha diritto ad essere informata e ad esprimersi liberamente in merito alla tutela della salute del proprio corpo, così ha il diritto di revocare il proprio consenso all’intervento medico qualora lo ritenga opportuno (art. 5 comma 3)».

Come già previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, gli Stati possono, al momento della ratifica, formulare riserve su un tema particolare della Convenzione, nel caso in cui una legge in vigore nel proprio territorio non sia conforme alle disposizioni della Convenzione. Realizzando il proprio compito istituzionale, il CNB si chiede perciò quali disposizioni legislative italiane potrebbero essere in contrasto con lo strumento internazionale. Il Comitato non individua nessun contrasto né per quanto riguarda il consenso informato, così come è stato tratteggiato nel nuovo Codice deontologico dei medici del 1995, né rispetto alla tutela della privacy. Riguardo a questa, così si esprime il CNB:

Il diritto alla protezione della vita privata e alla riservatezza della protezione dati (art. 10), già sancito a livello internazionale dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (art. 8), ripreso nella Convenzione sulla protezione dell ’individuo riguardo alla elaborazione dei dati personali del 1981 (art. 6), è in linea con la nuova normativa italiana approvata dalla Camera il 18.12.1996 sulla tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali. La recente legge protegge la privacy informatica assicurando la riservatezza nel trattamento dei dati, richiede il consenso dell’interessato prima di procedere alla raccolta dei suoi dati personali, specifica i

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diritti e i limiti all’esercizio degli stessi, mentre per i dati particolari, quelli c.d. sensibili (idonei cioè a rilevare lo stato di salute e la vita sessuale) prevede non solo il consenso scritto dell’interessato ma la previa autorizzazione del Garante per il trattamento e la diffusione di tali dati.

Il dibattito bioetico ha il compito di chiarire nell’immediato futuro le modalità di applicazione dei principi sui quali si è trovato un accordo. Citiamo, a titolo esemplificativo, l’indicazione dell’art. 9 relativa alla considerazione in cui dovranno essere tenuti i desideri, precedentemente espressi, relativi all’estensione delle cure nella fase terminale della vita. Siccome questo è un tema in cui non sussiste un fondamentale dissidio tra vari orientamenti della bioetica  in particolare, sia quelli che si ispirano a una visione dell’uomo religiosa, sia quelli di indirizzo laico sono favorevoli al rispetto della volontà della persona nel determinare la misura delle cure in armonia con i propri valori  sarà relativamente facile trovare strumenti che possano rendere operativo un diritto proclamato in astratto dalla Convenzione.

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III.

MODELLI ETICI PER LA NUOVA MEDICINA

1. Stagioni dell’etica in medicina

Dall’etica ci aspettiamo che sappia identificare il comportamento ideale rispetto ai valori condivisi (il comportamento buono, corretto, giusto...) e che fornisca la spinta motivazionale che induce a tradurlo in atto. Ciò vale per l’assistenza sanitaria, non meno che per altre attività umane. Meno attenzione dedichiamo generalmente al fatto che l’etica stessa in medicina è soggetta a cambiamenti.

La nostra idea di ciò che corrisponde a buona o cattiva medicina è cambiata, così come sono cambiate le nostre attese nei confronti di un ospedale o del servizio sanitario pubblico. Più precisamente, possiamo dire che ci troviamo presi in un processo storico che ha visto il susseguirsi di almeno tre grandi modelli di buona medicina, ognuno dei quali prospetta in modo coerente come si devono comportare i diversi protagonisti del sistema delle cure: i medici, i malati, le varie professioni sanitarie, la società nel suo insieme. Ogni modello che si sussegue nel tempo ci obbliga a ripensare ogni volta la medicina intera sotto una diversa luce di qualità. In modo sintetico, possiamo dire che i tre modelli rappresentano tre diverse stagioni dell’etica in medicina.

Per illustrare i cambiamenti di tutto ciò che associamo all’idea di «buona» medicina, ci serviremo di

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uno schema. Come ogni schema, introduce una certa semplificazione nella realtà delle cose, ma ha il vantaggio di concentrare l’attenzione sui punti nevralgici del cambiamento.

STAGIONI DELL'ETICA IN MEDICINA

Epoca pre-moderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca post-moderna

Etica

dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento

porta maggior

beneficio al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato nei

suoi valori e

nell’autonomia

delle sue scelte

Quale trattamento

ottimizza l’uso delle

risorse e produce un

paziente/cliente

soddisfatto?

L’ideale

medico

Paternalismo benevolo

(scienza e coscienza)

Autorità

democraticamente condivisa

Leadership

morale, scientifica,

organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship

(fornitore di servizi-cliente)

Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

Chi prende

le decisioni

Il medico,

in "scienza e coscienza

Il medico e il malato

insieme:

(decisione

consensuale)

La direzione aziendale

insieme ai dirigenti

delle unità operative

(negoziazione)

Principio

guida

Beneficità

Autonomia

Giustizia

Il primo modello presentato dallo schema può essere chiamato pre-moderno. Ha caratteristiche di grande antichità e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, in quanto in Occidente risale almeno a Ippocrate. Ma anche la sua forza è notevole,

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in quanto non esiste in tutta la tradizione occidentale un modello culturale che abbia resistito tanto a lungo. L’Occidente ha cambiato una quantità di cose nell’organizzazione sociale  l’economia, la famiglia, la religione, il diritto, la politica  dall’antichità greco-romana a oggi. La medicina stessa si è profondamente modificata nel corso del tempo, sia nei modelli teorici, sia nel modo di fornire aiuto ai malati. Tra il medico seguace di Galeno  che interpreta le malattie secondo la teoria degli umori  il medico scienziato dell’ottocento ― che ricorre al metodo della scienza sperimentale per spiegare come funziona l’organismo sano o malato  e il medico della nostra epoca , che è capace di ricondurre le malattie a un difetto del corredo genetico ed è in grado di prevederne l’insorgenza con anni di anticipo  le differenze sono enormi. La stessa cosa si può dire riguardo al ricorso di salassi, ai vaccini e all’ingegneria genetica. La diversità fra questi mezzi terapeutici, quanto a efficacia ed efficienza, è incolmabile.

Per l’etica, invece, non è avvenuto così. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli. Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall’epoca di Ippocrate fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

Ci possiamo riferire a quest’epoca come alla stagione premoderna dell’etica in medicina. Sinteticamente la denominiamo etica medica. L’aggettivo è giustificato. L’etica a cui ci riferiamo, infatti, è sostanzialmente l’etica «del medico». È il medico che la determina e la professione medica che se ne fa garante. In questa etica sono prescritti comportamenti per i malati, per i familiari,

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per le professioni che collaborano con il medico; tutti svolgono, tuttavia, funzioni subordinate e sono chiamati a modellarsi sulle richieste che provengono dai medici, i quali hanno un ruolo decisivo nello stabilire che cosa sia buona medicina, sia in senso clinico, sia in senso etico. La qualifica di «paramedici» data a coloro che esercitano professioni sanitarie non mediche rispecchia bene questa situazione di centralità del medico. Anche l’etica dei non medici in questa stagione è un’etica «paramedica».

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell’epoca pre-moderna è: «Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?». Troviamo questa preoccupazione già nel giuramento di Ippocrate, nella cosiddetta clausola terapeutica:

«Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa».

Tutta l’azione del medico è diretta a procurare un beneficio al paziente, in quanto mira a risolvere i problemi posti dalla patologia. Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione: per il medico dell’antichità era la «dieta» (cioè il regime terapeutico che tendeva a ristabilire nella vita del malato l’equilibrio turbato); per il medico dei nostri giorni, i trattamenti appropriati saranno gli antibiotici o i trapianti di organo. Qualunque sia la scienza di riferimento, il modello rimane tuttavia lo stesso: il medico si impegna a fare il bene del paziente.

Questa accentuazione è presente anche in altre tradizioni mediche che afferiscono al filone ippocratico. Pensiamo, ad esempio, alla medicina omeopatica. Il libro fondamentale di Samuel Hahnemann, l'Organon dell’arte di guarire, inizia con una frase programmatica, che circoscrive il dovere del medico in un perimetro molto preciso: il compito unico del medico è guarire

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presto, dolcemente, durevolmente. Tutto il resto dell’opera è dedicato al «come» ottenere la guarigione, vale a dire ai rimedi appropriati alle patologie:

Scopo principale e unico del medico è di rendere sani i malati, ossia di guarirli. La guarigione ideale è la restaurazione rapida, dolce, duratura della salute, ossia la rimozione del male nella sua totalità nel modo più rapido, più sicuro e innocuo (Hahnemann, 1993, p. 15).

La prima frase compendia il fondamento etico di tutta l’impresa terapeutica, ricondotta alla volontà di procurare la guarigione del paziente. Finché un medico può rispondere alla domanda sul perché agisce in un determinato modo, affermando che lo fa per il bene del paziente, sa che ha dietro di sé il sostegno dell’etica medica a legittimare il proprio operato.

I principi fondamentali di questa etica, riconducibili all’imperativo di procurare un beneficio alla salute del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista: il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il proprio impegno e tutta la dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa duplice guida è riassunta da una formuletta, molto amata e citata dai medici, quando rivendicano a se stessi l’obbligo di prendere le decisioni «in scienza e coscienza». Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio della beneficence, ovvero di «beneficità».

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non

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ha, di per sé, nulla da dire in merito all’atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare, è di diventare «paziente», in tutti i significati del termine (anche in senso morale, in quanto la pazienza è la principale virtù che è chiamato a esercitare). Il buon paziente è quello «osservante». A lui si richiede di entrare nel trattamento mediante la compliance. Come affermava l’illustre medico spagnolo Gregorio Marañon, che ha rappresentato nella prima metà del secolo il permanere dell’ideale ippocratico: «Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire».

In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all’opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine «alleanza», come abbiamo già sottolineato, fa parte della tradizione religiosa. Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell’alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze.

Nell’alleanza religiosa si tratta del legame che si instaura tra la potenza della divinità, in quanto fonte della potenza che produce la salvezza, e la situazione di necessità propria del popolo che ha bisogno di redenzione. L’unione dei due, mediante l’alleanza, salva dalla condizione di bisogno (schiavitù, peccato, ecc.). Analogamente, la guarigione in medicina, nel modello tradizionale, si ottiene mediante l’unione tra la scienza-coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza. Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia come medici, sia come pazienti. Soltanto quando diventiamo «moderni» il modello entra in crisi.

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L’osservanza della prescrizione medica è la condizione essenziale perché l’alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Il contraente dell’alleanza, che è il malato, si deve affidare e accettare le condizioni che gli vengono poste per la guarigione; il medico, che concede l’alleanza, lo guida verso il suo proprio bene. Dai collaboratori del medico, in quanto «paramedici», ci si attende che collaborino anche a indurre i malati a essere «osservanti». Questo modello riconduce la qualità etica dell’atto medico a un unico parametro: quello costituito da un vettore che visualizza la maggiore o minore rispondenza di ciò che si fa al paziente a ciò che gli porta un beneficio, in quanto è clinicamente indicato. Graficamente lo possiamo rappresentare in questo modo:

Modello

premoderno

I valori che indicano il beneficio da procurare al paziente sono rappresentati in maniera scalare per alludere al fatto che il bene procurato al paziente può essere maggiore o minore (e anche, nei casi estremi, nullo o addirittura costituire un fatto nocivo; per questo l’etica medica ippocratica ha messo come guardiano di tutto l’edificio costituito dai doveri del medico l’imperativo fondamentale: Primum non nocere).

● La stagione della bioetica.

Quando comincia l’epoca moderna? I manuali di filosofia e di storia generalmente fanno iniziare la modernità con l’illuminismo, nel XVIII secolo. Essi affermano

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che nella cultura dell’occidente è avvenuto un cambiamento profondo, una di quelle fratture che hanno ripercussioni generalizzate su tutta la struttura dell’esistenza. L’Illuminismo ha progressivamente modificato l’insieme della vita politica e sociale; solo in un ambito non è entrato: in medicina.

Nei rapporti sociali che si stringono attorno a chi somministra e a chi riceve le cure sanitarie, l’epoca moderna non è incominciata fino a pochissimo tempo fa. Soltanto da una ventina di anni sono diventati visibili i segni di una frattura che indica che la medicina è entrata nell’epoca moderna. Di conseguenza, cambiano tutti i parametri che costituiscono il modello di buona medicina caratteristico dell’epoca premoderna. Indichiamo la transizione come il passaggio dall’epoca dell’«etica medica» a quello della «bioetica».

Lo schema al quale ci stiamo riferendo ci aiuta a mettere delle parole chiave attorno a questi cambiamenti. Lo scopo generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se tratta il malato da adulto, rispettandolo nei suoi valori e nell’autonomia delle sue scelte. Nell’epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di autodeterminare le proprie scelte.

L’autonomia della persona è fondamentale nell’epoca moderna. Così lo ha espresso Immanuel Kant nel famoso saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? L’Illuminismo comincia quando si decide di uscire dallo stato di minorità dovuta all’uomo stesso, intendendo per minorità «l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro». Il primo paragrafo dello scritto, che sintetizza il programma di vita dell’uomo moderno, termina con l’esortazione: «Sapere aude»: abbi il coraggio di servirti dell’intelletto come guida. L’epoca moderna comincia, in medicina,

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quando il programma generale dell’emancipazione si estende anche a quella «minorità non dovuta» che vige tra il medico e il paziente.

Il malato dell’epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello secondo cui  nella medicina tradizionale  il malato è per definizione uno che non può determinare da solo i propri fini e i mezzi per conseguirli. Riconosciamo l’influenza di concezioni antiche, come quelle che ha espresso Aristotele quando ha affermato che il malato, proprio per la sua condizione, non è capace di dare giudizi razionali, in quanto è turbato dalle passioni, come ad esempio la paura per la propria vita; nello stato di malattia deve, quindi, subentrare la struttura paternalistica di contenimento: qualcun altro prende le decisioni per il bene del malato, dal momento che questi non lo può fare. Dire che la medicina entra nell’epoca moderna significa, prima di tutto, rimettere in discussione questo paradigma profondo, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (le scelte di queste ultime essendo determinate dalle prime).

Nell’epoca moderna i valori del malato, intesi come quadro di riferimento che guida l’autonomia delle sue scelte, diventano un momento fondamentale di un’attività sanitaria eticamente giustificabile. La potente ed efficace medicina che la scienza, abbinata alla tecnologia, ci mette oggi a disposizione si apre su scenari diversi. L’arsenale medico è potente e vario, e ci mette di fronte ad alternative create dai valori soggettivi. A seconda del concetto soggettivo di buona vita  ovvero di ciò che vogliamo fare della nostra vita  un intervento medico può essere appropriato o inappropriato.

Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere all’interrogativo: «Questo intervento

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porta oggettivamente un beneficio al paziente?». Non basta stabilire, per esempio, che l’atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i valori e le sue decisioni dell’ammalato, non possiamo giustificare eticamente l’intervento, anche se è rivolto a tutelare il bene della salute o della vita stessa. L'autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente) diventa un criterio di qualità. L’intervento sanitario non può essere più deciso unilateralmente dal medico, che si basa sul sapere della sua professione, ma dev’essere individuato insieme con il paziente, spesso attraverso un faticoso processo di contrattazione.

Superato il paternalismo benevolo, l’ideale medico in questo modello diventa un’autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il consenso informato, secondo la terza delle diverse accezioni che abbiamo esaminato precedentemente. L’idea di qualità dell’atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l’intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, vale a dire il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche che lo riguardano. Questa specificazione ci permette di dissociarci dall’uso del consenso informato che si va diffondendo anche in Italia, concepito per lo più in funzione difensiva del medico, non finalizzato a promuovere l’autonomia del paziente.

Nella prospettiva che abbiamo adottato, il paziente non ha più solo diritti ma anche dei doveri. La sua posizione non è solo di privilegio, ma anche di scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo decisionale. Non possiamo escludere che, talvolta, il paziente potrebbe preferire piuttosto di delegare

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la decisione e di demandarla al medico («Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!»). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di essere un «buon paziente». Per diventarlo non basta che si limiti a non far storie, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il buon paziente ha anche un compito etico: deve accettare il coinvolgimento nelle scelte che lo riguardano, condividendo l’orizzonte di incertezza che è proprio delle decisioni cliniche. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

Il termine «utente» può suscitare delle associazioni che sembrano fuori luogo in sanità. Per ricondurlo entro l’ambito appropriato, basta pensare al senso etimologico della parola. L’utente è colui che «usa» la competenza del medico; in quanto utente, ha il dovere di usarla bene, responsabilmente, per fare insieme al professionista le scelte appropriate.

L’idea di qualità, dunque, include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica, che usiamo per designare questo modello di qualità dell’atto medico, è un neologismo, adatto a un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina appropriata per la stagione dell’etica in medicina che abbiamo chiamato «moderna» (non nel senso di maggiore attualità, ma con riferimento alla modificazione culturale promossa dalla cultura del liberalismo).

Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell’ambito dell’etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell’accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, insieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell’ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica

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entra la società, l’etica civile, l’accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli «stranieri morali».

Questo modello di qualità, che nella nostra cultura non abbiamo nemmeno ben cominciato ad articolare, si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Si avverte che è necessario accrescere le conoscenze e mobilitare tutte le energie concettuali e morali, al fine di entrare in questo modello. Tanto i professionisti della sanità, quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale; spostandosi da un modello all’altro i valori si modificano, tanto che possiamo affermare che stiamo assistendo all’inaugurazione di una nuova epoca della qualità e dell’etica nella medicina.

Per evitare facili equivoci e smantellare almeno alcune riserve  quelle che nascono dal timore che si intenda liberarsi dell’etica medica tradizionale  è necessario sottolineare che i due modelli non sono diacronici, ma sincronici. In altre parole, non si susseguono nel tempo, sostituendo con il modello moderno i valori tradizionali, ma sono chiamati a convivere. Le scelte in medicina si collocano su un piano a due dimensioni: la contrattazione tra l’indicazione clinica e le preferenze del paziente.

Piano della contrattazione beneficio-preferenze

Modello moderno

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● Quando la sanità si organizza come un’azienda di servizi.

Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l'epoca post-moderna. Ci stiamo muovendo, infatti, secondo quanto prescrivono sia lo spirito che la lettera della più recente riforma sanitaria, verso l’introduzione dello «stile azienda» in sanità. Il modello di qualità comporta un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente possiamo dire che non solo deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un «cliente». Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con il riordino del Servizio sanitario nazionale e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la sopravvivenza dell’azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all'altra, porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell’azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un’altra struttura, l’azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell’azienda (e, in ultima analisi, della loro stessa possibilità di lavoro).

Il modello di qualità postmoderno comporta variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti entro cui si svolge l'azione sanitaria. Innanzi tutto l’interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia responsabilità nelle scelte ruoterà intorno a elementi della qualità di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l’uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell’interrogativo etico viene modificata.

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Nell’etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l’azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione o lenisce i sintomi dolorosi); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se l’azione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure; la nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l’azione sia appropriata rispetto ai fini da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l’equità sociale, sia l’acquisizione di un atteggiamento che abbini la soddisfazione del cittadino/cliente con l’attenzione agli interessi dell’azienda.

La qualità, che include il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli precedenti, ma integrarsi con essi. La «buona» medicina è sempre quella che  per rifarci alla formulazione incisiva di Hahnemann  deve mirare a guarire in maniera rapida, efficace e duratura. Questo continua a essere l’obiettivo della medicina e il criterio con cui valutare la sua qualità; tuttavia non è più sufficiente: la medicina per essere buona deve anche preoccuparsi di essere «giusta», rispettando i diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono, nell’ottica dell’organizzazione efficiente della sanità, anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell’orizzonte della giustizia, in considerazione dell’accesso ai servizi e dell’equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina, quella dotata di qualità, è quella che nasce dall’integrazione cumulativa delle esigenze, che nascono dall'etica medica, dalla bioetica e dalle esigenze, infine, di quella nuova stagione dell’etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell’economia, e che possiamo chiamare etica dell'organizzazione.

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Per la precisione, da tutt’e tre contemporaneamente. Le stagioni dell’etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell’assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze contemporanee e contestuali. Lo schema seguente, che pone le scelte in uno spazio tridimensionale, può visualizzare la complessità della situazione attuale:

Spazio della contrattazione beneficio-preferenze-appropriatezza

Modello postmoderno

(Idea grafica di patrizio Pasqualetti)

Lo schema si costruisce mediante la sovrapposizione di dimensioni che si aggiungono le une alle altre. La prima dimensione è quella del bene del paziente, propria dell’etica medica tradizionale. Finché la qualità dell’intervento sanitario sul paziente si misurava esclusivamente con il metro del beneficio del paziente (epoca premoderna), maggiore era il beneficio  nello schema viene indicato simbolicamente con una retta numerata da 0 a 15  che il malato riceveva da quello che si poteva fare per lui, maggiore era la qualità, anche etica, dell’atto medico.

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La modernità, con l’introduzione dell’autonomia del paziente, ha aggiunto un altro parametro, indicato nello schema come asse delle preferenze. La buona scelta medica dovrà tener conto temporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che il malato ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che non di rado produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze; o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungere una terza, così che la decisione clinica ci appare collocata in uno spazio tridimensionale. Dobbiamo considerare, infatti, anche l’appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell’appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una «contrattazione» molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l’indicazione clinica (il bene del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il consenso informato) e infine l’appropriatezza sociale. L’assistenza sanitaria, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare ai requisiti di scientificità, ci appare più che mai un’arte.

L’ideale medico dell’epoca post-moderna è una leadership morale. Il modello paternalista non funziona più là dove si assume lo stile dell’azienda post-moderna:

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è necessario dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la vision, cioè la visione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell’équipe.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato; ma bisogna subito aggiungere che il nostro obiettivo non è il cliente in qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì il cliente giustamente soddisfatto. Considereremo più sotto quali elementi caratterizzano la giusta soddisfazione, differenziandola da quella ingiusta. Il buon rapporto è la stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio, in un raffronto costante con la qualità offerta da altri erogatori (bench-marking).

2. La ricerca di una buona medicina

● Sotto il segno dell’alleanza terapeutica.

Ognuna delle epoche che lo sviluppo dell’etica in medicina ha attraversato comporta problemi particolari nei confronti del rapporto medico-paziente. Nel modello tradizionale, che abbiamo chiamato pre-moderno, l’informazione al paziente e la sua partecipazione attiva nelle decisioni cliniche che lo riguardano non avevano né una collocazione teorica, né un’espressione pratica. Tutto quello che si richiedeva era l’assenso del paziente, che si traduceva nell'obbediente esecuzione delle prescrizioni mediche.

Non sarebbe giusto valutare l’etica medica del passato a partire da ciò che in essa troviamo di carente. Essa è stata caratterizzata, invece, da grandi valori ideali, in un orizzonte di filantropia. La pratica della medicina si è sostanzialmente sentita vincolata dalla volontà dei medici di mettere tutto il loro sapere a servizio

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della salute dei pazienti, promuovendo il loro miglior interesse. Comunque lo si voglia formulare, questo fondamentale dovere ha tradizionalmente regolato la professione medica.

Per verificare la sostanziale tenuta nei secoli di tale impegno, possiamo confrontare la «clausola terapeutica» del Giuramento di Ippocrate, sopra riportata, con una delle più recenti formulazioni dell’etica ippocratica. Essa risale al 1988. In tale data, il tradizionale incontro scientifico-commerciale di Milano-Medicina è stato inaugurato da un simbolico «processo a Ippocrate»: intellettuali e studiosi di diverse discipline sono stati mobilitati per un’analisi in profondità del celebre Giuramento e dell’etica medica che esso rappresenta. Valutati i pro e i contro di uno dei documenti fondamentali della tradizione dell’Occidente, considerate tutte le riserve, le condanne sommarie e le apologie d’ufficio, si è optato alla fine per la redazione di un nuovo testo del Giuramento, elaborato da un comitato di esperti del Corriere medico.

Se raffrontiamo la nuova versione della clausola terapeutica con l’antica, possiamo constatare che lo spirito dello storico Giuramento resta immutato:

Accoglierò con umanità e sensibilità coloro che a me si affidano perché li curi, e parteciperò loro la mia dottrina affinché possano da uomini liberi trarre conforto e aiuto dall’arte medica, in salute e in malattia. E sarà mio impegno stare sempre vicino al paziente con pazienza pari alla sua. E stare sempre dalla sua parte, e soltanto dalla sua, con passione tutta mia.

Eserciterò la mia arte secondo un sapere che mi impegno ad accrescere costantemente, e prescriverò farmaci secondo un giudizio che manterrò puro e retto, e che sempre mi guiderà nello scegliere quei rimedi che sicuramente si siano dimostrati

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giovevoli. Non farò della mia arte ingiusto lucro, né anteporrò alcun interesse a quello del malato, nemmeno se richiesto dal potere di chi amministra e governa la cosa pubblica.

Sotto gli aggiornamenti, i raffinamenti stilistici e gli ampliamenti retorici, è facilmente riconoscibile in filigrana l’antico testo. L’atteggiamento di fondo che ispira l’etica medica è lo stesso: si tratta di un dovere del medico, al quale non fa riscontro, però, un diritto giuridicamente rivendicabile da parte del malato.

L’elevatezza morale del modello a cui il medico cerca di adeguare il suo comportamento dà ancora più rilievo all’essenziale asimmetria del rapporto con il paziente. Il professionista sanitario è colui che sa qual è il bene del malato e mette tutto il suo impegno a realizzarlo.

Le resistenze dei medici, cresciuti all’interno di questo modello, ad abbandonarlo hanno dalla loro parte delle buone ragioni. Intanto la constatazione quotidiana di quanto sia illusorio un rapporto simmetrico tra sanitario e paziente: lo stato di malattia comporta naturalmente una condizione di bisogno, e quindi di fondamentale disparità. Qualcuno arriva a pensare che parlare di rapporto simmetrico tra chi fornisce le cure e chi le riceve sia un discorso puramente demagogico.

Per le nozioni di interazioni complementari o simmetriche dobbiamo rifarci alla «pragmatica della comunicazione umana». Secondo la descrizione che fa Watzlawick della relazione complementare, le posizioni che assumono i due partner si rispecchiano l’una nell’altra. Un partner assume la posizione superiore o primaria (detta in inglese one-up), mentre l’altro tiene la posizione inferiore o secondaria corrispondente (one-down). È quanto si realizza nelle relazioni madre-figlio, medico-paziente, insegnante-allievo. «Un partner

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non impone all’altro una relazione complementare, ma piuttosto ciascuno si comporta in un modo che presuppone il comportamento dell’altro, mentre al tempo stesso gliene fornisce le ragioni» (Watzlawick et al., 1971, p. 61 s.). Certo, l’autonomia del paziente non può essere data per scontata. È più il risultato finale di un’educazione e di una crescita che un pacifico punto di partenza.

Ma c’è anche una ragione di più alto profilo nell’aderire agli ideali veicolati per secoli dalla medicina ippocratica: il mondo non anglosassone, specialmente quello di tradizione latina, si trova più a suo agio in una formulazione dell’etica che non sia centrata sull’individuo autonomo e rivolto alla difesa dei propri diritti, ma si orienti piuttosto verso il «prendersi cura» reciproco, come struttura primordiale dell’esistenza umana (cfr. Rodotà, 1995).

La prospettiva è molto familiare alle professioni sanitarie, che in genere sentono come estraneo il linguaggio della bioetica elaborato a partire dalla prospettiva dei diritti individuali, della privacy, dell’autonomia. Nel mondo culturale latino è più familiare l’etica della virtù, rispetto a quella dei diritti (Gracia, 1993); dall’etica ci si aspetta che guidi l’azione verso la qualità eccellente, piuttosto che si ponga a tutela dell’individuo, vigilando perché non sia violato nella sua autodeterminazione autonoma.

Ogni medico coscienzioso sa, ad esempio, che sarebbe irresponsabile da parte sua limitarsi a registrare richieste e rifiuti da parte dei pazienti. Le decisioni spesso sono prese sotto l’influenza di stati d’animo turbati. Un medico consapevole dei suoi doveri, e «alleato» con il paziente nella ricerca del suo miglior interesse, non può rinunciare a esercitare l’arte della persuasione. Per esempio: un intervento demolitivo  specie se devastante per l’immagine corporea, come la mastectomia per una donna  potrebbe essere rifiutato

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di primo acchito, mentre la bilancia potrebbe, in un altro momento, pendere della parte del beneficio procurato da tale scelta.

Il paternalismo non può essere rifiutato in blocco, quasi fosse uno stigma vergognoso di tutta la medicina premoderna. C’è ancora e ci sarà sempre nella pratica della medicina un ampio spazio dove il medico può espletare quella funzione di sostegno che nella vita normale si identifica con ciò che fa un buon padre o una buona madre. È opportuno che il medico difenda, anche per la medicina del futuro, la convinzione che la buona cura comincia con il prendersi cura.

● Cure sanitarie e diritti della persona.

Il cambiamento nel rapporto tra medico e paziente che nello schema generale di evoluzione dell’etica in medicina abbiamo sintetizzato come processo di «modernizzazione» (nel preciso senso culturale di passaggio all’epoca «moderna», sinonimo di democrazia politica e di liberalismo economico, che ha progressivamente modificato tutte le aree della vita sociale) comporta una trasformazione che si può paragonare al cambiamento delle regole del gioco. Queste sono una cosa importante nella convivenza umana: che si tratti di sport o di sanità, di elezioni politiche o di accesso alle prestazioni erogate del Servizio sanitario nazionale.

Chi ha a cuore che i cambiamenti avvengano in modo da non pregiudicare il pacifico svolgimento della vita sociale deve dare una priorità assoluta alle regole. Le modifiche delle regole vanno notificate a tutti, per tempo, ripetutamente, verificando che l’informazione arrivi a ognuna delle persone coinvolte e che ci sia un adeguato consenso al cambiamento.

Ebbene, in medicina, il passaggio all’epoca moderna comporta un cambiamento delle regole. Il primo sospetto che ci assale è che la trasformazione non sia accompagnata da un’informazione accurata, scrupolosa

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e capillare, come certamente faremmo se cambiassero le regole del gioco del calcio. Di solito, al cambiamento delle regole viene opposta resistenza. I comportamenti umani, infatti, sono vischiosi: tendono a resistere al cambiamento, in particolare quando la perseverazione è favorita da una coesione omogenea di tutto un gruppo professionale.

Nel caso particolare della professione medica, si tratta di comportamenti motivati in senso altamente etico e umanitario. I medici hanno di se stessi una comprensione centrata sul beneficio da arrecare alla salute dei pazienti; l’azione medica vuol essere intesa come rivolta al miglior interesse del malato. Dall’interno del mondo medico si sviluppa perciò una forte resistenza al cambiamento delle regole, proprio perché quelle precedentemente in vigore appaiono ispirate ai più alti ideali.

Le cure sanitarie, oggi, si devono armonizzare con il rispetto dei diritti della persona. Questa formulazione sintetica del cambiamento che comporta l’epoca moderna acquista contenuto concreto quando consideriamo analiticamente tali diritti. Proviamo a prendere come punto di riferimento una delle formulazioni più note dei diritti umani: la dichiarazione di indipendenza degli Stati americani redatta da Thomas Jefferson nel 1776. Tra le verità che non hanno bisogno di essere dimostrate, in quello storico documento è citato il fatto che tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti e che sono dotati di certi diritti innati, dei quali non possono essere privati a nessun patto: come il «diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità (the pursuit of happiness)».

Gli sviluppi bio-medici più recenti costringono la società a confrontarsi anche con il diritto alla vita, come limite invalicabile. Le sicurezze che ci hanno accompagnato per secoli si incrinano di fronte a fatti nuovi. Chi va protetto, in nome del suo irrinunciabile

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diritto alla vita? Questo diritto si estende al feto, e a partire da quale fase dello sviluppo embrionale? È un diritto esclusivo degli esseri umani o si estende anche ad altre forme di vita animale? E ancora: fino a che punto va protetto il diritto alla vita? Il diritto alla vita va tutelato anche quando una vita ha perduto le qualità umane più fondamentali? Sono altrettanti capitoli scottanti della bioetica contemporanea.

A noi, qui, interessa soprattutto analizzare il nuovo rapporto con il secondo dei diritti dell’uomo menzionati nella dichiarazione di indipendenza americana: il diritto alla libertà. In termini sociali, tale diritto è stato fatto equivalere all’autonomia, intesa come capacità dell’individuo di autodeterminarsi nelle scelte. Comprese quelle che avvengono nell’ambito delle cure sanitarie. Nel modello tradizionale, le regole del gioco prevedevano una specie di sospensione dell’autonomia, quando l’individuo veniva a trovarsi nello stato di malattia: il medico  spesso in collaborazione con la famiglia del malato  è autorizzato a valutare quali informazioni fornirgli, a scegliere il trattamento appropriato e i percorsi da fargli seguire nell’accidentato cammino verso la salute (e ancor più in quello verso la morte).

Il diritto alla libertà, nella sua versione di diritto a scelte autonome, è apparso nello scenario della sanità come un diritto di seconda generazione, rispetto ai diritti fondamentali che costituiscono il tessuto delle società democratiche e per i quali sono state fatte le rivoluzioni liberali dell’epoca moderna. Secondo lo storico della medicina Diego Gracia, fino agli anni più recenti la rivoluzione liberale e democratica ha stentato a imporsi in medicina, così come invece ha modificato altri ambiti della vita sociale.

La pratica del diritto alla libertà in medicina è stata coltivata soprattutto negli Stati Uniti, anche per la propensione degli americani a risolvere i conflitti per via

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giudiziaria. L’impatto della prospettiva dei diritti sul modello tradizionalmente vigente in sanità, centrato sull’ideale umanitario e sul dovere del medico di orientare la sua azione al bene del malato, è stato dirompente.

Una delle prime formulazioni del diritto del paziente al rispetto della propria autonomia anche in ambito sanitario è quella del giudice Benjamin Cardozo, in una sentenza del 1914: «Ogni essere umano adulto e capace di intendere e di volere ha diritto di decidere che cosa viene fatto al suo corpo» (Faden, Beauchamp, 1986). Come l’albero del seme, in questa frase è contenuto tutto lo sviluppo, avvenuto negli ultimi due decenni, verso la regolamentazione del consenso informato e la tutela sempre più minuziosa del diritto del paziente a essere coinvolto nelle decisioni cliniche che lo riguardano. La legge dell’Autodeterminazione del 1991, che abbiamo analizzato nei riferimenti normativi, può essere considerata come il punto di arrivo finale dell’intera parabola del diritto alla libertà applicato alla sanità.

Nonostante la sorda resistenza dei medici formati in una tradizione più ispirata al principio di beneficità e al paternalismo che al rispetto dell’autonomia, il movimento della «modernizzazione» della pratica medica si è esteso a tutti i Paesi dell’area occidentale. L’informazione del paziente e l’acquisizione abituale del consenso non è più un optional: tende a diventare un obbligo deontologico, e in alcuni casi anche legale.

Questi sviluppi dell’autonomia del paziente e del suo diritto all’informazione potrebbero procedere anche verso uno scenario infausto. È possibile immaginare che lo spostamento di accento dalla beneficità all’autonomia del paziente avvenga in un clima avvelenato dalla diffidenza e dal risentimento per il potere perduto, col triste risultato che il diritto alla libertà si tramuti nella sua caricatura: cioè nel «diritto» a essere lasciato solo, proprio nel momento in cui il malato

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ha maggior bisogno della presenza benevola ed efficace di un sanitario che lo assista, non solo con quanto la scienza gli mette a disposizione, ma anche con la sua completa umanità. Lo sviluppo della richiesta di un consenso informato  magari redatto su un modulo apposito per fini burocratici  potrebbe risultare come un espediente per rifilare al malato la responsabilità per decisioni che andrebbero invece condivise.

L’integrazione del diritto all’informazione e del rispetto dell’autonomia personale nella pratica della medicina, dovrebbe avvenire senza rinuncia ai valori impliciti nella medicina, ispirata al bene del paziente. Se qualcosa deve finire, non sono gli ideali della medicina ippocratica, bensì la pratica della «medicina del silenzio», ovvero di quella medicina come muta ars (questa efficace definizione della medicina si trova nell'Eneide di Virgilio), che ritiene di poter fare a meno del dialogo col paziente. Perché i veri benefici per il malato, quelli che rispettano i suoi valori e le sue scelte di vita  quel beneficio che presuppone una intelligente negoziazione tra le enormi potenzialità della medicina di oggi e le aspirazioni qualitative che reggono la vita di una persona  non si possono individuare senza una vera comunicazione.

La formulazione dei diritti umani dalla quale abbiamo preso le mosse menzionava, tra le «verità che non hanno bisogno di essere dimostrate», anche il diritto innato dell’uomo alla «ricerca della felicità». Nei confronti di quest’ultimo diritto, noi europei siamo stati sempre piuttosto scettici. La «ricerca della felicità» l’abbiamo lasciata all’iniziativa individuale del cittadino, chiedendo allo Stato di occuparsi solo dei primi due diritti: la protezione della vita e la tutela della libertà. La ricerca della felicità non l’abbiamo scritta tra i diritti costituzionali, e tanto meno abbiamo considerato un possibile legame tra questa e la pratica

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della medicina. Eppure niente sembra più attuale di questa nuova frontiera di diritti, che potremmo chiamare «diritti di terza generazione». Essi emergono insieme a una nuova richiesta di salute, non più limitata alla lotta contro la malattia, ma identificata con il pieno benessere: fisico, psichico, sociale e spirituale.

Quella che si profila è una diversa fisionomia globale della medicina, per la quale è stata coniata l’espressione «medicina del desiderio». Il modellamento del corpo sul desiderio diventa l’elemento trainante della ricerca di salute nella società ad alto sviluppo economico. Il ventaglio degli interventi richiesti a questo tipo di medicina è molto ampio. Comprende  tanto per nominarne alcuni  i trattamenti antistress ed estetici; la regolazione della fertilità oltre, e talvolta contro, i limiti posti dalla natura (fecondazione in vitro, gravidanza dopo la menopausa, programmazione del sesso del nascituro, modifiche dell’eredità genetica); la determinazione da parte del soggetto della quantità e qualità delle cure che determinano la lunghezza della vita giunta al termine.

Il nodo etico di questo tipo di domanda di salute, radicata nella personale «ricerca della felicità» concepita come un diritto, si stringe intorno all’espropriazione della decisione  che era insieme di natura clinica ed etica  che tradizionalmente era di competenza del medico. In una medicina di questo profilo, al sanitario sembra sottratta qualsiasi facoltà di intervenire con un proprio giudizio etico sull’azione appropriata. Quello che ci si attende da lui è solo una prestazione d’opera, finalizzata a realizzare obiettivi che gli sono imposti da un paziente promosso ormai a «utente», quando non addirittura a «cliente».

L’obiezione di coscienza rimane un’estrema barriera contro l’avanzata del desiderio in medicina, che minaccia di travolgere il tradizionale modello di rapporto medico-paziente. Questa possibilità ha avuto un

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esplicito riconoscimento nel caso dell’interruzione di gravidanza (legge 194 del 1978). Le più recenti revisioni del codice deontologico dei medici italiani (1995 e 1998) hanno innalzato una barriera contro le pratiche di fecondazione medicalmente assistita che più si allontanano dal profilo di aiuto medico a un problema di sterilità della coppia. Viene ribadita inoltre l’indisponibilità del medico alla richiesta di mettere fine alla vita del paziente o di affrettare l’esito inevitabile. È forse opportuno prendere in considerazione la possibilità che la non disponibilità del medico, per ragioni di coscienza, possa essere invocata anche in altre circostanze create dalla medicina del desiderio, per garantire al sanitario il pieno rispetto dell’autonomia della sua decisione etica, che gli spetta come soggetto.

● La responsabilità per la propria salute.

Nello scenario culturale che abbiamo visto come tipico dell’epoca moderna cambiano correlativamente sia i diritti, sia i doveri del medico e del paziente. L’altra faccia del diritto del paziente a entrare attivamente nel processo decisionale che lo porterà, insieme al medico, alle scelte terapeutiche che meglio esprimono i suoi valori personali, è costituita dal suo dovere di rendersi responsabile per la propria salute e per la qualità della propria vita. La prima conseguenza concreta è che il paziente diventa compartecipe dell’incertezza del medico.

Nessuno ha contribuito in misura maggiore della sociologa americana Renée Fox a mettere a fuoco il posto che occupa l’incertezza nel sapere medico. Da più di un trentennio, la studiosa si dedica a esplorare il ruolo che ha l’incertezza nella formazione dello studente di medicina, nella socializzazione del medico e nella condizione umana dei professionisti della salute; l’incertezza è il filo rosso che lega le sue ricerche, il

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suo insegnamento, i suoi scritti. L’insieme della sua opera ci permette di registrare i profondi cambiamenti che il problema della certezza in medicina ha subito nel giro di una generazione.

Discepola del sociologo Talcott Parsons, Renée Fox ha cominciato a occuparsi, fin dagli anni Cinquanta, del modo in cui gli studenti di medicina vengono socializzati nella professione. Nel saggio che raccoglieva la sua prima ricerca  intitolato Training for uncertainty, Fox, 1957  giungeva alla conclusione che ciò che è specifico della formazione medica è di essere un itinerario finalizzato a fornire la capacità di gestire l’incertezza.

Durante il lungo allenamento, il medico in formazione è confrontato con tre tipi fondamentali di incertezza. Il primo è quello che deriva da un dominio incompleto o imperfetto del sapere disponibile: nessuno è in grado di possedere tutte le qualificazioni e tutte le conoscenze del sapere medico. Il secondo tipo di incertezza dipende dai limiti propri della conoscenza medica attuale (esistono immensi problemi ai quali nessun medico, per quanto esperto, può dare ancora una risposta, anche se è legittimo sperare che lo si possa fare in futuro). Una terza causa di incertezza è quella che consiste nella difficoltà di distinguere l’ignoranza o l’incapacità personale dai limiti specifici della conoscenza medica attuale; ovvero, in parole semplici, se l’eventuale fallimento vada imputato all’ignoranza del medico o a quella della scienza.

All’occhio dello studioso dei comportamenti sociali risulta agevole stabilire un rapporto tra l’incertezza del sapere medico e quella intrinseca alla condizione umana, nella quale i fatti relativi a salute, malattia, benessere, morte, sofferenza sono sempre problemi critici di significato. Ma il sociologo è in grado di distinguere anche i meccanismi attraverso i quali gli studenti di medicina in formazione riescono ad adattarsi all’incertezza. Al termine dell’«allenamento all’incertezza»,

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gli studenti diventano capaci di accettare l’incertezza come inerente alla pratica professionale della medicina, di distinguere i limiti propri da quelli della scienza, di affrontare l’incertezza con un certo candore e una positiva filosofia venata di scetticismo.

Studiando l’evoluzione dell’incertezza medica, Renée Fox ha notato una marcata differenza tra quella degli studenti in medicina degli anni Cinquanta e l’incertezza tipica dei decenni successivi (Fox, 1974 e 1980). La nuova e più forte sensibilizzazione all’incertezza medica, i cui inizi si possono far risalire alla metà degli anni Settanta, presuppone l’affermarsi della nuova biomedicina e di quella riflessione critica che ha preso il nome di bioetica. Il contesto sociale è cambiato, e quindi anche il profilo dell’incertezza. Questa non si situa più solo all’interno della scienza medica, ma piuttosto alla frontiera tra la medicina, la politica e l’etica.

Le problematiche bioetiche danno all’incertezza connotazioni molto più ampie. Un significato emblematico assume in questo senso la perplessità relativa alla ricerca con manipolazione del DNA. Il presentimento che la capacità di manipolare i geni potrebbe alla fine provocare una catastrofe si abbina a dubbi circa i limiti delle regolamentazioni relative alla ricerca scientifica («Chi decide, a chi competono le decisioni?»). Un discorso analogo si può fare circa gli effetti nocivi di prodotti chimici e di farmaci sull’ambiente e sulla salute dell’uomo (prodotti cancerogeni o mutageni). La stessa metodologia della ricerca  per esempio, la validità dei test di sostanze cancerogene fatti sull’animale  crea problemi notevoli di incertezza. La pratica di prescrivere delle norme e di tormentarsi su questa prescrizione (vedi il ricorso alle «moratorie» in vari ambiti: ingegneria genetica, trapianti sperimentali di organi, ricerca sull’embrione) lascia emergere una figura inedita di incertezza che potremmo chiamare «incertezza di secondo livello», ovvero «incertezza dell’incertezza».

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La maggior parte dei problemi posti attualmente dall’incertezza e dal rischio non si può comprimere entro il quadro analitico di una sola disciplina o di una singola professione. Le incertezze associate ai progressi scientifici e tecnici più recenti (come il trapianto di organi, il depistaggio di malattie genetiche e la diagnosi prenatale, la chemioterapia per il cancro) sono legate a metaproblemi che eccedono l’ambito dell’incertezza medica. Sia che si parli dei rischi potenziali paragonati ai vantaggi eventuali, delle conseguenze aleatorie che determinati interventi terapeutici possono comportare per la salute e la sopravvivenza, di capacità predittiva di test diagnostici, oppure della qualità della vita, inevitabilmente incontriamo problemi fondamentali della società e della stessa condizione umana (cfr. Spinsanti, 1991).

Dall’analisi dell’evoluzione dell’incertezza medica nel corso di un trentennio, Renée Fox giunge alla conclusione che «esiste almeno una coscienza collettiva latente del fatto che le nostre istanze politiche, legislative e professionali attuali non possono inglobare completamente, né risolvere convenientemente il senso profondo delle nostre questioni morali e metafisiche riguardanti l’incertezza relativa alla salute e alla medicina» (Fox, 1980).

Nella medicina attuale sembra giunta all’estrema maturazione quell’incertezza che già il primo, e il più celebre, degli Aforismi attribuiti a Ippocrate considerava come l’orizzonte naturale in cui si esercita l’arte medica:

La vita è breve,

l’arte lunga,

l’occasione fuggevole,

l’esperienza fallace,

il giudizio difficile.

L’incertezza è, dunque, l’orizzonte connaturale alla decisione clinica, con gli aspetti etici connessi. Il delicato equilibrio del sapere medico, perpetuamente oscillante

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tra la certezza e l’incertezza (ivi comprese le certezze autentiche e quelle ideologiche, che presuppongono una semplificazione deformante della realtà, le incertezze paralizzanti e quelle creative, perché si aprono su orizzonti di senso più ampio) è dovuto al fatto che oggetto della medicina non sono propriamente le malattie, ma uomini malati. È il soggetto umano il centro di gravitazione del sapere medico. Ogni sapere relativo alla patologia che, per diventare certo, escluda il soggetto, si condanna con ciò stesso a fallire il suo obiettivo.

Senza il soggetto, non si capisce la malattia; senza il soggetto, non si realizza la guarigione. Forse si può avere la guarigione in senso riduttivo, intesa come restaurazione di uno status quo ante. La guarigione in senso antropologico pieno differisce dal recupero dello stato di salute previo all’irrompere della malattia e comprende variabili quali l’aumento della consapevolezza, il cambiamento dello stile di vita, l’acquisizione di una conoscenza di sé che includa quella parte di ombra che probabilmente gioca un certo ruolo nella creazione della malattia. Una guarigione con questo spessore non può darsi senza la partecipazione del soggetto.

Quello che osserviamo nella prassi medica quotidiana è, invece, proprio la sistematica esclusione del soggetto, inteso come momento fondamentale unificatore, in cui il biologico, lo psichico e il sociale si riuniscono sotto la categoria del biografico. Quando si pretende di dar ragione della malattia, evacuando il soggetto, si produce una dipendenza, che è allo stesso tempo psicologica e istituzionale, dall’apparato sanitario, cui corrisponde un’implicita delega agli «esperti» di attuare la guarigione.

Questo abbandonarsi passivo trova, spesso, riscontro nella volontà esplicita di coloro che rappresentano il sapere medico di escludere le complicazioni che derivano da un coinvolgimento del soggetto. Il messaggio: «Tu non c’entri per niente con la tua malattia»,

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trasmesso almeno implicitamente attraverso una gestione del tutto impersonale del fatto morboso, produce un irreparabile impoverimento antropologico della malattia, ma anche una semplificazione del processo terapeutico che può risultare allettante tanto per il sanitario, quanto per il malato.

La guarigione, intesa come evento sostanziale più pregnante, più globale del semplice recupero della salute, cioè come una possibilità di riappropriarsi di se stesso, non può avvenire soltanto adattandosi alle regole di comportamento che i rituali sanitari stabiliscono per il «buon» paziente. Nessuno può sapere al posto del soggetto qual è il cammino verso la guarigione, nel suo equilibrio assolutamente singolare di resistenza e resa, di male da combattere e male da accettare.

La resistenza dei sanitari ad accettare la partecipazione del soggetto  e quindi, come antropologia implicita, il significato personale della malattia e della guarigione nell'insieme del processo terapeutico  è solo una parte della verità. L’altra metà del fallimento del programma di dare spessore antropologico alla medicina va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove si incontra la propria partecipazione al fatto di essere malato e dove si è chiamati ad assumere la propria responsabilità per la guarigione.

Un approccio etico positivo, che rispetti il senso soggettivo della malattia e della guarigione e non deresponsabilizzi il malato ma lo guidi, piuttosto, a riprendersi la responsabilità della sua vita proprio attraverso la vicenda patologica che sta attraversando, ha un difficile compito davanti a sé. Il principale ostacolo è costituito dalla contrapposizione corrente tra due atteggiamenti di fondo nei confronti del sintomo morboso: comprendere ed eliminare.

L’approccio psicoterapeutico ha fatto proprio il primo. Per lo psicoterapeuta il sintomo va interrogato,

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affinché lasci trapelare il suo senso; la guarigione viene fatta coincidere non con la semplice eliminazione del sintomo, ma con l’appropriazione del suo significato da parte del soggetto. Questa concezione si è estesa tutt’al più alle somatizzazioni nevrotiche, ma non al resto della malattie somatiche di competenza della medicina. La pratica terapeutica di quest’ultima si è sempre più identificata con l’approccio che si propone di eliminare il sintomo.

La clinica si può rinnovare solo se, senza ratificare questa contrapposizione tra il comprendere e l’eliminare, instaura una pace tra queste due dimensioni o concezioni dell’atto terapeutico. È necessario abolire la distinzione artificiale, o soltanto di comodo, tra clinica delle malattie somatiche e clinica della patologia di tipo psicologico, che si basa su un dualismo che la medicina cosiddetta psicosomatica ha solo sfumato, senza riuscire ad abolirlo.

Il mettere pace inizia con il dissipare gli equivoci: coloro che sono tutti tesi verso la strategia dell’eliminazione sospettano coloro che inclinano verso il comprendere, quasi fossero alleati della malattia, conniventi con il male; per contro, coloro che si collocano sul versante del comprendere accusano pesantemente i sanitari che identificano il proprio compito con l’eliminazione della patologia di praticare una specie di veterinaria applicata all’uomo, riducendo il proprio ruolo a quello di meccanici dell’organismo. Queste due modalità non vanno contrapposte, ma integrate.

Quando alla malattia si dà il permesso di parlare fino in fondo e si esercita verso di essa un ascolto totale, si può realizzare la chiusura del circolo ermeneutico, mediante un comprendere che non è antitetico ma complementare all’eliminare. Solo questo è un processo terapeutico completo, che comporta l’esigenza di dare alla malattia dell’uomo tutto lo spessore soggettivo che le compete.

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● La soddisfazione è l ’anima della nuova medicina.

Prendiamo le mosse per le nostre considerazioni da un caso esemplare: l’organizzazione di un centro per la cura del diabete.

Il servizio di diabetologia di un ospedale di provincia ha un numero di prestazioni che eccede la pur notevole disponibilità personale dei medici e delle infermiere che vi lavorano. Le richieste aumentano e il personale non riesce a farvi fronte. Volendo modellarsi su un ideale di massima accessibilità, gli operatori non hanno voluto introdurre né filtri, né sistemi di prenotazione: chiunque può recarsi nell’ambulatorio e richiedere la visita. La sala di attesa è sempre affollata. Sono per lo più persone anziane, per le quali qualche ora di attesa non è pesante; anzi, utilizzano il tempo per chiacchierare con altri pazienti, scambiare racconti di malattia, interagire con le infermiere. Nell’insieme i pazienti diabetici che frequentano il servizio sono soddisfatti; ma si può dire che siano giustamente soddisfatti?

L’interrogativo sorge quanto l’analisi della distribuzione delle visite nel corso di un anno  resa facile dal fatto che tutta la documentazione dell’attività del servizio è informatizzata  mostra che il numero maggiore delle visite, assoluto e percentuale, è dedicato ai pazienti nella fascia di età compresa tra 60 e 80 anni. Questi pazienti ricevono in media 4 visite per anno. La stessa percentuale di visite per anno tocca ai pazienti più giovani, ventenni e trentenni. Ma i pazienti giovani, affetti da diabete di tipo I e trattati con insulina, dovrebbero avere  secondo i protocolli di buona pratica clinica  almeno 6 visite l’anno, mentre per gli anziani, con diabete di tipo II e non insulinodipendenti, viene assunto un fabbisogno medio di due visite l’anno (cfr. linee-guida riportate dalla rivista Il diabete, vol. 6, Suppl. al n. 1, marzo 1994).

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Secondo queste linee-guida, dunque, nel servizio di diabetologia in questione gli anziani sono sovratrattati e i giovani sottotrattati. Le condizioni in cui viene offerto il servizio incidono sulla diversità di accesso: l’assenza di prenotazione, infatti, dissuade i giovani  con attività lavorativa  a fare le numerosi ore di attesa, che sono invece gradite agli anziani. Considerando l'indicazione clinica (ovvero la risposta alla domanda: «Qual è il miglior beneficio per il paziente?») e l'appropriatezza sociale («Come ottimizzare l’uso delle risorse?»), la soddisfazione/insoddisfazione dei vari gruppi di pazienti riceve una diversa connotazione morale: i pazienti sovratrattati, per quanto soddisfatti, lo sono «ingiustamente» (in quanto utilizzano a proprio vantaggio in misura eccessiva la risorsa scarsa costituita dal tempo professionale dei sanitari); i pazienti sottotrattati, se sono soddisfatti  magari perché non informati correttamente del numero di visite necessario per seguire in modo appropriato il decorso della malattia  sono «ingiustamente» soddisfatti; se sono invece insoddisfatti, perché l’organizzazione del servizio non rende loro agevole usufruirne senza sacrificare troppo tempo nell’attesa di una visita, lo sono giustamente.

La soddisfazione/insoddisfazione degli utenti del servizio  considerati in questo caso come «clienti» , qualora sia correlata con la preoccupazione di fare «la cosa giusta», diventa lo stimolo a introdurre dei cambiamenti che migliorino la qualità del servizio.

Da «pazienti» a «utenti»: l’innovazione linguistica è stata introdotta dalla Carta dei servizi pubblici sanitari (1995), dove si indica «la tutela dei diritti degli utenti» quale obiettivo della Carta dei servizi e si individua la mission del servizio pubblico: «fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti». Il percorso da paziente a utente  già preparato dai decreti di riordino del Ssn, che parlano di «diritti» dei cittadini e

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orientano verso indicatori della qualità del servizio che ricevono, dal punto di vista di tali diritti: D.L. 517/1993, art. 14  implica il superamento del rapporto tradizionale tra sanitari e malati, in cui questi sono considerati esclusivamente come «pazienti».

Da utenti a «clienti», il passo è breve. Anche se la dizione non appare nei documenti ufficiali che definiscono il profilo della nuova sanità, è il modo sempre più frequente di qualificare i rapporti tra coloro che erogano i servizi sanitari e coloro che li ricevono. Il manuale di J. Ovretveit: La qualità del servizio sanitario, EdiSES, Napoli, 1996, tanto per fare un esempio, parla senza esitazione della qualità valutata «dal punto di vista del cliente».

Nel mondo sanitario si registra un’esplicita avversione ad adottare la nuova terminologia. Il rifiuto è motivato dall’oscura percezione di una profonda trasformazione che verrebbe introdotta nel rapporto tra professionista sanitario e malato. Bisogna riconoscere, tuttavia, che il cambiamento che ciò implica non è uguale per tutti. Chi pratica la medicina su base privatistica  lo specialista nel suo studio privato o la clinica convenzionata  sa già bene che il paziente va trattato come un cliente, della cui soddisfazione si deve tener conto: un paziente insoddisfatto è un cliente perso (e una pessima pubblicità per la propria struttura).

Completamente diversa è la posizione di chi offre servizi in un regime di monopolio, o comunque nell’ambito di un servizio pubblico al quale, fino alla recente «riforma della riforma», non veniva richiesta l'efficienza e il suo correlato, vale a dire il consolidamento dell’utente e la sua fedeltà alla struttura; a queste condizioni la soddisfazione di colui che riceve il servizio è un optional, lasciato per lo più alla sensibilità dell’operatore e ai suoi sentimenti umanitari.

In una posizione intermedia si collocano i medici di medicina generale. Non possono permettersi di ignorare la soddisfazione/insoddisfazione dei loro iscritti, per

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la buona ragione che questi hanno la facoltà di cambiare medico. La discussione tra medici di medicina generale, avviata in un sito di Internet, relativa alla misura di compiacenza tollerabile nei confronti di un paziente, che chiede giorni di malattia non giustificati dal suo stato clinico riflette con esattezza tale posizione.

Considerare il paziente come un cliente  con il corollario inevitabile di prendere a cuore la sua soddisfazione  comporta indubbiamente un cambiamento nella pratica della medicina. I timori relativi al pericolo che in questo passaggio possano andar persi dei valori tradizionali e si introducano elementi deformanti non sono ingiustificati. Prima, tuttavia, di considerare tale via non percorribile, proviamo a vedere quale scenario si apre se introduciamo il correttivo della «giusta» soddisfazione.

Scopo della medicina non è di ottenere una qualsiasi soddisfazione da parte del paziente/utente/cliente, ma solo quella soddisfazione che possa essere qualificata come «giusta». Possiamo prendere come punto di partenza una fenomenologia della soddisfazione che, coniugata con ciò che la rende giusta o ingiusta, dà luogo a quattro posizioni di base:

IL QUADRILATERO DELLA SODDISFAZIONE

giustamente soddisfatto

giustamente insoddisfatto

ingiustamente soddisfatto

ingiustamente insoddisfatto

Lo schema può avere un’utilizzazione di tipo intuitivo. Visualizza, infatti, un ridimensionamento della soddisfazione o insoddisfazione del paziente, da considerare non come l’ultimo criterio della qualità, ma come il penultimo. Invita a riferirsi a dei valori che possono rendere

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tanto la soddisfazione quanto l’insoddisfazione giusta o ingiusta. Soddisfazione e insoddisfazione devono, in altre parole, misurarsi con le esigenze dell’etica.

La soddisfazione del paziente non può diventare un assoluto, ma va confrontata con alcune esigenze imprescindibili. I modi di ottenere una soddisfazione ingiusta possono essere molti: alcuni a danno del paziente (si può arrivare anche a dargli delle informazioni inesatte, fino al vero e proprio imbroglio), altri a danno di terzi (è chiaro che il paziente a cui faccio, per un privilegio o un favoritismo, saltare la lista d’attesa è soddisfatto; ma è ingiustamente soddisfatto in rapporto con le esigenze dell’equità, la quale richiede che tutti siano trattati con uguale considerazione e rispetto).

Non mancano neppure situazioni nelle quali, intuitivamente, possiamo catalogare come ingiusta l’insoddisfazione eventualmente espressa dal paziente. È il caso, ad esempio, del paziente che va dal medico con la sua richiesta di un farmaco (magari quello che ha fatto tanto bene al suo vicino di casa o di cui ha sentito la pubblicità...) e che si vede respinta la sua richiesta; oppure vuole un trattamento di compiacenza, come un certificato falso di malattia.

Per essere pienamente apprezzato, lo schema richiede che si passi da una impressione sulla giusta/ingiusta soddisfazione elaborata in maniera intuitiva a un giudizio argomentato, riferito a dei modelli espliciti di etica. O piuttosto di etiche, al plurale. Perché nell’ambito delle decisioni di natura sanitaria possiamo riconoscere la presenza dei tre modelli etici, che abbiamo presentato sistematicamente più sopra. Secondo il modello paternalista, che ha sostanziato l’etica medica di stampo ippocratico, buona medicina è quella che procura il maggior beneficio al paziente. Si assume implicitamente che il paziente si affidi al medico, lasciando a lui il compito di scegliere  «in scienza e coscienza»  la via diagnostica e gli interventi terapeutici che vanno a suo vantaggio.

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Il modello etico della modernità, diffuso ai nostri giorni soprattutto dalla bioetica, ha invece come valore centrale l’autonomia del paziente e la sua partecipazione alle decisioni che lo riguardano, facendo valere i suoi diritti e orientando la scelta secondo i valori che danno forma alla sua vita. Secondo questo modello, non si può fare il bene del paziente «contro» le sue preferenze o ignorando tutte quelle procedure informative che possono metterlo in grado di essere protagonista del processo di cura.

Il terzo modello di buona medicina è quello che nasce nell’orizzonte di una sanità che si confronta seriamente con l’era dei limiti che è la nostra. Il valore dominante è quello dell’uso ottimale di risorse limitate, che permetta una vera solidarietà con i soggetti più fragili e una ripartizione equa di oneri e benefici. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell’appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La qualità dell’intervento sanitario sta nella sua capacità di integrare i tre elementi rispetto ai quali va valutato: ciò che la scienza medica ritiene provato  Evidence based medicine  e raccomandabile (da questo punto di vista non si potrà mai accettare in medicina una logica del «cliente che ha sempre ragione»...); la conciliabilità con le esigenze dei diritti umani e con l’autodeterminazione del paziente; la sostenibilità dell’intervento con le esigenze di efficienza e di ottimizzazione delle risorse.

Infine, vale la pena di sottolineare che il «quadrilatero della soddisfazione» ci propone una visione dinamica dell’etica. Troppo spesso l’etica è identificata con una istanza che giudica i comportamenti  buono o cattivo, giusto o ingiusto, appropriato o non appropriato  ma meno adatta a ottenere trasformazioni significative

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dei comportamenti. La prospettiva cambia se, tenendo in mente il quadrilatero, ci domandiamo: quale intervento dobbiamo mettere in atto affinché un paziente, che nel grafico si trova in un quadrante inferiore, passi a uno superiore? L’obiettivo ideale è che si collochi nel primo a sinistra, tra coloro che sono giustamente soddisfatti; ma se ciò non è possibile, almeno nel secondo, vale a dire che il paziente sia almeno giustamente insoddisfatto. Quest’ultima possibilità ― di una insoddisfazione insanabile  ci libera da un complesso di onnipotenza: non possiamo far sì che tutti siano soddisfatti, ma possiamo evitare almeno che lo siano ingiustamente.

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IV.

INFORMAZIONE, COMUNICAZIONE, CONSENSO

1. Comunicare senza informare

La scena di un vecchio film ci permette di visualizzare, grazie a una situazione tipica, in che modo si realizza una comunicazione senza informazione. Si tratta del film Vivere di Akira Kurosawa, del 1952, un classico della storia del cinema. Il protagonista, un umile capoufficio del catasto di Tokyo, va a farsi visitare da un medico per persistenti dolori allo stomaco. In sala di attesa ha un colloquio informale con un veterano degli ambulatori medici. Dapprima il paziente gli descrive esattamente i sintomi del cancro dello stomaco; poi passa a predire il comportamento del medico: se questi, guardando la radiografia, minimizza, nega risolutamente che si tratta di cancro, scherza e gli dice che può mangiare tutto quello che vuole, si può essere certi: la diagnosi di cancro è confermata! Al malato restano solo pochi mesi di vita. È proprio in questo modo indiretto il nostro capoufficio verrà a conoscere la sentenza che lo riguarda. Anche in assenza di un’informazione veritiera, la comunicazione relativa al suo stato di salute è giunta fino a lui.

Il problema della comunicazione è diventato centrale nella medicina attuale. Questo fatto non depone a favore della comunicazione stessa. Quando, infatti, nei rapporti interpersonali la comunicazione si fa centrale, ci sentiamo legittimati a dedurne che siamo di fronte a

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un indice di relazione «malata». Lo conferma autorevolmente Paul Waztlawick, uno dei maggiori esperti della comunicazione umana: «Quanto più una relazione è spontanea e “sana”, tanto più l’aspetto relazionale della comunicazione recede sullo sfondo. Viceversa, le relazioni “malate” sono caratterizzate da una lotta costante per definire la natura della relazione, mentre l’aspetto di contenuto della comunicazione diventa sempre meno importante» (Watzlawick, 1971). È quanto possiamo verificare empiricamente nelle relazioni amorose: le coppie in crisi, invece di fare l’amore, imbastiscono eterni discorsi per definire il loro rapporto... Quando la comunicazione è inceppata, ci si accorge di essa, in quanto diventa un sintomo dolorante.

Qualcosa di analogo succede oggi in medicina. Si parla molto di comunicazione, perché abbiamo l’impressione che siano sempre più frequenti e dolorosi i nodi della comunicazione. In particolare, la comunicazione si ingorga quando si decide, per motivi di diversa natura  per ragioni di tempo e di opportunità, o anche per motivi etici  di saltare il momento dell’informazione, andando direttamente all’azione terapeutica. L’enfasi posta sul fare, piuttosto che sul parlare informativo, danneggia il processo della guarigione e si traduce in un saldo negativo sul piano della comunicazione.

Se la comunicazione non fluisce in modo sano, ristagna patologicamente. Poiché, in ogni caso, non si può non comunicare. Questo è il primo assioma stabilito da Watzlawick nella sua Pragmatica della comunicazione umana. La comunicazione, infatti, è un comportamento; e non esiste l’opposto del comportamento. Chi, per esempio, in una situazione di vicinanza fisica, si chiude nel mutismo, comunica che non vuol comunicare. Le parole e il silenzio, l’attività e l’inattività: tutto, nell’interazione, ha il valore di messaggio. La questione, quindi, diventa: che cosa comunica il comportamento del medico, quando rifiuta di informare il

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malato? (evidentemente quello che crea problemi è la comunicazione di una prognosi infausta: dare buone notizie è, invece, una delle opportunità più piacevoli che la vita ci riserva, dentro e fuori la medicina).

Una risposta alla domanda possiamo ricavarla dalla descrizione seguente, in cui l’oncologo francese Léon Schwarzenberg tratteggia la situazione che si crea quando l’ambiente che circonda il malato opta per la congiura del silenzio:

È raro che i malati ripongano assoluta fiducia nel loro medico. Molti di essi credono che in questa valle di lacrime non esista bugiardo più grosso e patentato del medico, e che del resto egli eserciti l’unica professione nella quale la menzogna è d’obbligo. Inutile dire che, a volte, costoro hanno ragione. Ma dubbi e sospetti possono travalicare il medico stesso. Vi sono alcuni che sospettano un complotto tra i loro stessi familiari, da parte dei loro amici. E, ancora una volta, spesso hanno ragione. La moglie o il marito, a volte il figlio maggiore, che svolge il ruolo di capofamiglia, ha deciso che “non bisogna dirglielo. Non possiamo farlo. Significherebbe ammazzarlo”. E il medico, dal canto suo, non osa spingersi più in là e, a sua volta, si inchina alla volontà della famiglia. Purtroppo, però, accade che la maggior parte di noi medici si sia attori da quattro soldi, bugiardi da poco.

Il malato avverte perfettamente che non tutti coloro che lo circondano sono sinceri con lui, lo legge loro in faccia, lo coglie dai loro silenzi più ancora che dalle loro parole, lo capisce dai loro errori, dai lapsus, dagli impappinamenti, si sente al centro degli argomenti che non vengono mai abbordati. Tutti recitano male, mentono peggio. Il malato, questo lo sa; e il medico ha il sospetto che il malato sappia. Ed ecco così istituirsi quel rapporto convenzionale,

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di perfetta cortesia: il malato sa che il medico sa, ma non ne parla (Schwartzenberg, Vianson-Ponté, 1975).

In pratica, contesti comunicativi di questo genere trasmettono  al di là della volontà di coloro che decidono, magari per motivazioni umanitarie molto nobili e generose, di sottrarre l’informazione al malato  la «morte sociale» di questi. L’essere umano non è solo un organismo animato, ma è anche essenzialmente un membro della società. Quando viene reciso il legame vitale con la comunità, muore come essere umano. Questo tipo di morte non ricalca esattamente la morte fisica: può avvenire prima o dopo, rispetto alla cessazione della vita organica. Ci sono tribù in Africa che considerano morta una persona solo quando non si parla più di essa (Thomas, 1982): è un esempio estremo che illustra la divaricazione possibile, anche in altri contesti culturali, tra morte sociale e morte organica.

La morte sociale, inoltre, non è un avvenimento «puntuale»: si verifica a gradi. Attraversa vari stadi; come la malattia stessa, può essere leggera, grave, fatale, oppure reversibile. La progressione nella morte sociale è favorita dal fatto che la morte, nel modo in cui si verifica abitualmente, si prolunga nel tempo. Nel lungo periodo che la persona impiega a morire, si verifica gradualmente la sua morte sociale. I .'ospedale è un osservatorio eccellente per rilevare in che modo si passa dal regno dei vivi a quello dei morti. Con il progredire della malattia, cessano le cure infermieristiche usuali, l’interesse medico si affievolisce fino a scomparire (a meno che non si tratti di un «caso interessante», in un ospedale che abbia anche finalità didattica e di ricerca), i morenti sono separati dai familiari, talvolta ricevono già i trattamenti riservati alle salme... (cfr. Sudnow, 1970).

Nell’esperienza dei più, la morte sociale comincia quando si cessa di essere considerati soggetti che possono

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prendere decisioni responsabili sul proprio destino. La preoccupazione di evitare alla persona che non può guarire lo shock di conoscere la propria situazione porta coloro che sanno  i sanitari e i familiari  a farsi carico della gestione della parte finale della vita del malato, sottraendogli le informazioni. In questo modo lo si è già condannato a morte come soggetto, ancor prima che la patologia fisica porti a compimento il suo assalto all’organismo.

Sia le parole che il silenzio hanno il loro lato tragico. Volendo evitare il dramma dell’informazione, si precipita in quello della mancanza di verità. Il silenzio, che può essere un salutare correttivo della retorica banalizzante delle parole e può, talvolta, offrire la solida consolazione derivante dalla muta solidarietà, in queste condizioni è solo un vuoto di parole. Comunica al malato inguaribile che non è più qualcuno con cui si possa comunicare. Gli comunica, cioè, che socialmente può già considerarsi morto.

Ma i pazienti inguaribili, avviati verso la morte, vogliono sapere della loro situazione? Questo interrogativo continua a offrire lo spunto per innumerevoli dibattiti. L’abituale mancanza di informazioni al malato sulla prognosi infausta può essere letta in diversi modi. Qualcuno fa responsabile della «congiura del silenzio» i medici e i familiari: sono loro che non vogliono parlare, o per malinteso paternalismo, o per risparmiarsi il peso di dover sostenere emotivamente un paziente confrontato con una prospettiva tragica. Altri, invece, attribuiscono la volontà di non sapere ai pazienti: siccome essi rifiutano la verità, i sanitari si adeguano allo loro volontà e li preservano dal trauma di un’informazione non desiderata. O forse i malati fanno finta di non sapere, perché i medici e i familiari non vogliono parlare... Dove sta il torto e la ragione in questo scenario cangiante?

La pragmatica della comunicazione umana ci ha insegnato a sbrogliare matasse di questo genere riferendoci

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alla «punteggiatura» delle sequenze di eventi (cfr. Watzlawick, 1971). Quando in un rapporto comunicativo si creano delle catene che tendono a prolungarsi all’infinito (l’esempio più tipico è quello di una coppia che litiga: lei brontola, lui si chiude in se stesso; lei brontola perché lui si chiude, lui si chiude perché lei brontola; allora lei brontola ancora di più, mentre lui risponde chiudendosi ancora di più: teoricamente, questa catena non ha fine...), ambedue i modi di punteggiare sono possibili e corretti. Non si tratta di dare ragione all’uno o all’altro, adottando la sua punteggiatura degli eventi, ma di trovare un modo di spezzare la catena.

Uno di questi modi sono le ricerche empiriche. Il tema del consenso informato ha stimolato una quantità di indagini, dalle quali risulta che la falsa attribuzione del desiderio di informazione è uno degli errori più comuni nella pratica clinica. Tra ciò che i pazienti desiderano conoscere e quello che i medici pensano che essi vogliono conoscere esistono discrepanze rilevanti.

In una ricerca americana, ad esempio, condotta da Waitzkin e Stoeckle, sono stati registrati 336 incontri tra medici e pazienti in diversi contesti clinici, compresa la pratica privata e gli ambulatori ospedalieri. Si è chiesto ai medici di indovinare il desiderio dei pazienti di essere informati e l’utilità dell’informazione per il paziente. Anche ai pazienti si è domandato di fornire l’autovalutazione. La maggioranza dei pazienti desiderava conoscere quasi tutto e pensava che l’informazione sarebbe stata loro utile. Ma nel 65 per cento degli incontri, i medici sottovalutavano il desiderio di informazione e l’utilità clinica dell’informazione stessa (Waitzkin, Stoeckle, 1976).

La stessa ricerca fornisce un altro dato importante. I ricercatori domandarono anche ai medici quanto tempo pensavano di aver dedicato a informare. Confrontando questa percezione soggettiva con il tempo oggettivamente risultante dalla registrazione degli incontri,

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risultò che in media i medici stimavano il tempo dedicato all’informazione nove volte di più del reale!

Ai risultati prosaici, ma istruttivi, di questo tipo di ricerche empiriche sui comportamenti bisogna aggiungere l’esperienza di chi ha infranto la barriera del silenzio e si è messo, senza preconcetti, a parlare con i malati, anche quelli inguaribili e avviati verso la morte, sulla loro situazione. Fa ormai parte irrinunciabile del patrimonio di esperienza acquistata, nell’accompagnamento dei morenti, la convinzione che si muore meglio quando è possibile esprimere le proprie emozioni, comunicarle a qualcuno, condividere i propri stati d’animo.

Da quando Elisabeth Kübler-Ross ha cominciato a disobbedire alla consegna del silenzio con i morenti, dominante negli ambienti ospedalieri, si è aperto un capitolo nuovo di conoscenze dell’animo umano e dei suoi bisogni nel momento in cui si avvicina alla soglia estrema della vita. Quanto sappiamo sugli stadi del morire, sull’organizzazione della speranza e sulle modalità simboliche della comunicazione fa parte ormai della medicina moderna, allo stesso modo della chimica dei neurotrasmettitori o delle reazioni immunologiche (Kübler-Ross, 1984).

2. Informare senza comunicare

I fautori del modello «autonomista»  espressione tipica di una medicina che si è aperta alla modernità  si fanno spesso promotori di un’informazione a oltranza del malato, senza considerare la ripercussione che certe notizie possono avere nel malato stesso. Più che una carenza di sensibilità umana, in questi casi entra in gioco una concezione superficiale della comunicazione stessa. Non si considera a sufficienza, infatti, che la comunicazione non è costituita solo dagli aspetti verbali.

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Il linguaggio ha sicuramente un’importanza unica per la specie umana, che da esso viene caratterizzata. Ma non è l’unico canale attraverso cui comunichiamo. Nella comunicazione umana si hanno due fondamentali possibilità di far riferimento a contenuti informativi: o rappresentandoli con un’immagine (come quando si disegna), oppure dando loro un nome. Tecnicamente si parla di comunicazione analogica, nel primo caso, e di comunicazione numerica, nel secondo. Comunicazione analogica è praticamente ogni comunicazione non verbale. Include le posizioni del corpo, i gesti, l’espressione del volto, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle parole stesse, come pure i segni di comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo un’interazione.

Il linguaggio numerico ha un’importanza particolare per gli esseri umani, perché serve a scambiare informazioni sugli oggetti e perché ha la funzione di trasmettere la conoscenza di epoca in epoca. C’è però tutto un settore in cui facciamo affidamento, quasi esclusivamente, sulla comunicazione analogica, spesso discostandoci assai poco dall’eredità che ci hanno trasmesso i nostri antenati mammiferi. Quando ci avviciniamo ai segmenti estremi della vita  la nascita e la morte  scopriamo con sorpresa quanto abbiamo ancora in comune con gli animali.

Le vocalizzazioni, i movimenti di intenzione e i segni di umore degli animali sono comunicazione analogica, mediante la quale definiscono la natura delle loro relazioni, in mancanza della capacità di fare asserzioni denotative sugli oggetti. Ciò che gli animali capiscono non è certo il significato delle parole, ma la ricchezza della comunicazione analogica che accompagna il discorso. Ogni volta che la relazione è il problema centrale della comunicazione, il linguaggio numerico cede il primato alla comunicazione analogica.

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È un fenomeno che non si verifica solo tra gli animali, ma in molte circostanze della vita umana, come quando si corteggia o si combatte. E anche quando si reca aiuto a una persona in stato di necessità. Per questo la comunicazione analogica, che è molto più ricca dell’informazione verbale, è centrale nel rapporto tra sanitari  medici e infermieri  e pazienti.

Lo stato di malattia, specie quando è grave ed è percepito come una minaccia alla vita, provoca una regressione che ci fa diventare, come i bambini e come gli animali, sommamente recettivi alla comunicazione analogica che accompagna il discorso. E anche se le parole si organizzano abilmente per sostenere delle menzogne  comprese quelle «pietose» e a fin di bene  i comportamenti tradiscono la verità. Perché è facile dichiarare qualcosa verbalmente, ma è difficile sostenere una bugia nel regno dell’analogico. Sembra un paradosso: le intenzioni più sublimi che possiamo attribuire agli esseri umani  la solidarietà, l’amore, il prendersi cura  passano attraverso il canale povero dei gesti e della comunicazione non verbale. Gli atti di cura corporea e il contatto fisico sono destinati a portare un peso metafisico che sembra quasi sproporzionato. Attraverso gli umili gesti della «carne comune» (per usare l’espressione coniata dal filosofo Maurice Merleau-Ponty) si esprime il mistero della reciprocità delle coscienze.

Questa percezione più acuta delle esigenze connesse con la comunicazione nell’ambito delle cure sanitarie, che eccede di molto i contenuti informativi che si possono trasmettere con le parole, ci permette di affrontare in modo più differenziato la questione inevitabile: bisogna comunicare o tacere una diagnosi infausta? La questione è diventata un luogo classico di dibattito, in cui possiamo assistere allo scontro tra modelli di comportamento che aspirano ugualmente a realizzare un valore morale, ma nella pratica si scoprono come inconciliabili.

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Di fatto, il confronto assomiglia di più a un dialogo tra sordi, in quanto si confrontano certezze profonde non disposte a farsi rimettere in discussione dagli argomenti contrari. Chi è convinto che una prognosi che si affaccia sulla morte non vada condivisa con il malato  tutt’al più con i suoi familiari  motiva questo comportamento con alti motivi ideali. È per risparmiare al malato un evento emotivamente catastrofico che si deve fare ogni sforzo per tenere lontano dal suo sguardo l’orrore della morte certa. Ma anche chi difende la posizione contraria, orientata a informare il malato della propria situazione, si giustifica con motivi ideali, che ruotano attorno al rispetto del malato e tendono a prevenire un altro tipo di sofferenze psicologiche: quelle che si aggrumano attorno al sistema di menzogne necessario per mantenere il malato nell’ignoranza della sua situazione.

L’incomprensione tra i partigiani delle due posizioni può raggiungere punte paradossali. Coloro che optano per la comunicazione della diagnosi si sentono accusati di «crudeltà» nei confronti del malato; chi sceglie la menzogna pietosa, in nome della compassione, si trova sospettato di essere solo un piccolo egoista, che vuol risparmiarsi le situazioni più ingrate, con lo sforzo che la comunicazione di questo genere di notizie comporta. I tentativi di guadagnare l’altro alla propria posizione per lo più naufragano clamorosamente. Ciò non dipende dalla debolezza delle argomentazioni, ma dal fatto che gli atteggiamenti di fondo si nutrono di motivi che non sono solo razionali. La condivisione di determinati modelli culturali che privilegiano, rispettivamente, la famiglia e l’individuo, la coesione del gruppo o il controllo sulla propria vita da parte della persona (si veda la ricerca antropologica di D. Gordon ed E. Paci, alla quale ci siamo già riferiti) può determinare in modo decisivo i comportamenti.

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3. Come utlizzare il consenso scritto

Sembra che qualcuno, in America, abbia avuto l’idea di mettere in circolazione dei formulari rivolti a ottenere, dal possibile partner, una esplicita dichiarazione, firmata, di consenso al rapporto sessuale. Perché  ironizza l’autore della trovata  un rapporto sessuale è un fatto pericoloso: dalla piacevolezza del talamo vi potreste trovare in tribunale, accusati di violenza! Basti pensare ai processi che hanno avuto per mesi l’onore delle cronache (dal giovane Kennedy al pugile Tyson), per rendersi conto dell’entità del pericolo. Meglio, dunque, tutelarsi raccogliendo le prove inequivocabili della volontà non ambigua del partner!

Può sembrare una provocazione accostare i goliardici formulari per il consenso al rapporto sessuale alle procedure per ottenere il consenso informato nel contesto sanitario. Il parallelo stabilito tra lo scherzo di un buontempone e una delle pratiche a cui sembra arridere più successo, nell’ambito delle nuove regole che stanno ridisegnando i rapporti tra sanitari e cittadini, non vuol essere irriverente. Un effetto di «straniamento» si produce nell’uno come nell’altro caso, per il fatto che si applicano nell’ambito dell’intimità le procedure che valgono tra estranei. Non ci sorprende che una transazione commerciale o l’atto di compravendita di un immobile debbano obbedire a precise procedure amministrative: in questi casi tutti ci consideriamo degli estranei, anche all’interno di una stessa famiglia. Una parola di promessa può avere un significato morale e creare obblighi profondi, ma non ha alcuna rilevanza giuridica. L’atto di un notaio è una garanzia per tutti, proprio perché ci tratta come estranei, anche se siamo consanguinei.

Ci troviamo, invece, completamente spiazzati quando le regole che valgono tra estranei vengono trasposte all’ambito dell’intimità. È impossibile fissare, in un formulario

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da sottoscrivere, la complessità di un rapporto amoroso: il consenso scritto appare come una caricatura del consenso che nasce in un intenso rapporto interpersonale. Chi argomenta contro le procedure giudiziarie per stabilire se ci sia stato o no il consenso a un rapporto sessuale è in grado di produrre buone ragioni, attinte dall'esperienza vissuta, dove l’assenso ci si presenta nella sua fondamentale ambiguità (conosciamo anche dei «no» che volgono per un «sì» o per un «forse»...). Soprattutto sappiamo che la comunicazione non verbale svolge una funzione interpretativa determinante: i «sì» o i «no» sono detti più dagli occhi o dal tono muscolare che dalle parole. Dobbiamo dire la stessa cosa del consenso scritto a un atto medico?

In parte sì. Quello che si realizza tra il medico e il paziente che gli si affida va ricondotto al paradigma dell’intimità, piuttosto che a quello dell’estraneità. Il consenso prende forma in un contesto imbevuto di emozioni molto forti: speranza, paura, fiducia, diffidenza, angoscia. Spesso si tratta di decisioni di vita o di morte; sempre, comunque, di scelte che coinvolgono il benessere e la qualità della vita.

Il consenso inoltre è un processo che si modifica nel tempo. Il malato può cambiare idea, sulla base di ulteriori informazioni che è riuscito ad assimilare o del vissuto della malattia: il rifiuto di ieri può diventare una richiesta di oggi, o viceversa. C’è ancora un’ulteriore analogia con il consenso amoroso: quello che si realizza tra medico e paziente passa anche attraverso la comunicazione non verbale, i silenzi, gli atteggiamenti. Che cosa diventa tutto ciò, ricondotto entro il quadro rigido di un formulario di consenso da espletare come una procedura amministrativa?

Se il parallelo tra l’assenso a un atto amoroso e il consenso a un atto medico può sembrare troppo leggero, possiamo fare un rimando di ineccepibile spessore filosofico. In una pagina delle sue Ricerche filosofiche,

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Ludwig Wittgenstein mette in evidenza la necessità di utilizzare l’esperienza vissuta come chiave interpretativa di un comportamento, quale può essere l’esperienza di essere guidati:

Pensiamo all’esperienza vissuta dell’essere guidati! Domandiamoci: In che cosa consiste quest’esperienza, quando per esempio, siamo guidati per una stradai Immagina questi casi:

Sei in un campo sportivo, magari con gli occhi bendati, e qualcuno ti conduce per mano, ora a sinistra ora a destra; tu devi sempre essere in attesa degli strattoni della sua mano e devi anche stare attento a non inciampare a uno strattone inaspettato.

Oppure: qualcuno ti conduce per mano, con forza, dove non vuoi.

O anche: il tuo compagno di ballo ti guida nella danza; tu ti rendi quanto più possibile recettivo, per poter indovinare la sua intenzione a seguire anche la più lieve pressione.

Oppure: qualcuno ti conduce a fare una passeggiata; camminando conversate, e dove va lui vai anche tu.

O ancora: stai camminando per un viottolo di campagna e lasci che ti guidi.

Tutte queste situazioni sono simili l’una all’altra; ma che cosa è comune a tutte le esperienze vissute? (Wittgenstein, 1974, p. 94s.).

Senza nessuna forzatura, possiamo applicare questa descrizione fenomenologica, così differenziata, all’essere guidati da un medico verso una decisione terapeutica. Inevitabilmente ci domandiamo: come può un formulario scritto rispecchiare la differenza sostanziale che esiste tra l’essere guidati mediante strattoni e il lasciarsi portare insieme dal ritmo della danza?

Con tutte queste riserve sulla possibile deriva burocratica di un uso generalizzato dei formulari per raccogliere

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il consenso informato, dobbiamo tuttavia riconoscere che è giunta l’epoca in cui la medicina deve trovare linguaggio e gesti per coniugare la pratica terapeutica con il nuovo clima culturale che attribuisce grande valore all’autodeterminazione dell’individuo. In un articolo dedicato a Gli sviluppi del diritto alla salute in Italia, Amedeo Santosuosso ricostruisce il percorso che ha portato, all’inizio degli anni Novanta, all’esplicito e pieno riconoscimento del diritto alla salute, come regola interna del rapporto medico-paziente e come cardine del processo decisionale. Benché sia diventata evidente  a suo dire  la distanza «tra la vecchia rivendicazione dei medici di procurare “il bene” del paziente (anche senza la sua volontà) e il riconoscimento che il paziente è arbitro della valutazione della qualità della propria vita e che il medico non può sostituire la propria concezione della qualità della vita a quella del paziente» (Santosuosso, 1994, p. 71), è possibile pensare a un’evoluzione, piuttosto che alla sostituzione di un modello con un altro, previa una dolorosa lacerazione.

La questione, in definitiva, diventa quella dell’uso che si vorrà fare del consenso informato. Non è auspicabile che l’adozione di questa procedura sia svuotata della sua sostanza etica e ridotta a un espletamento formale, come un atto a carattere burocratico.

Al consenso informato, quale momento cruciale del rapporto che si instaura tra il professionista sanitario e il malato, non possiamo più sottrarci. E non perché ci siamo messi in testa di scimmiottare l’America: il consenso informato ci è richiesto dalla nuova cultura che sta unificando l’Europa, come indica in modo inequivocabile la Convenzione europea per la bioetica. Ma se vogliamo che l’unifichi per il meglio, non dovremmo dimenticare quella formulazione dell’etica orientata al reciproco «prendersi cura», come struttura primordiale dell’esistenza umana. Ci possiamo realizzare

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come essere liberi e autonomi, perché l’etica delle cure reciproche fa sì che qualcuno si prenda cura di noi, mentre noi ci occupiamo, in una circolarità delle cure, di coloro che hanno bisogno di noi. Nella salute e nella malattia. Ma soprattutto nella malattia.

Per la pratica della medicina dell’epoca moderna ― quella che ha interiorizzato il principio del rispetto delle decisioni che nascono dall’autonomia dell’individuo, ma nello stesso tempo non abbandona il valore tradizionale costituito dal legame di una particolare alleanza che si stabilisce tra chi offre le cure e chi le riceve  il consenso informato è uno strumento. Senza mitizzarlo, è opportuno trattarlo in quanto tale, continuando a domandarci a quale modello di medicina vogliamo farlo servire. E soprattutto bisognerà convincerci che sull’uso del consenso informato abbiamo ancora tanto da imparare. Una medicina preoccupata della dimensione umanistica e interpersonale dovrà farne un tema privilegiato di ricerca.

4. Consenso e formazione del personale sanitario

Una legge non è mai stata sufficiente per cambiare i comportamenti. Ciò vale anche per le normative ― sia deontologiche che amministrative: vedi gli indicatori per la qualità dei servizi sanitari dalla parte dell’utente  relative al consenso informato. Tanto più che in questo caso si tratta di modificare dei comportamenti che hanno alle spalle una lunghissima storia culturale. Per molti medici la gestione paternalistica delle informazioni non merita neppure di essere presa in considerazione: «si è fatto sempre così»; non vedono perché un modello che ha funzionato per 25 secoli debba essere rimesso in discussione. Considerando queste resistenze, possiamo affermare che l’informazione e il coinvolgimento dei

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pazienti entrerà nella prassi sanitaria attraverso un’opera profonda e capillare di formazione.

La formazione del personale sanitario ha una funzione strategica nel passaggio alla nuova sanità. Presentando al parlamento inglese il programma del suo nuovo governo, il premier Tony Blair ha esordito dicendo che tutto il programma si poteva riassumere in tre parole: «Education, education, education». Possiamo applicare tranquillamente questa figura retorica anche alla sanità italiana: tutto quello di cui ha bisogno è la formazione del personale.

Non mancano, d’altra parte, autorevoli indicazioni ufficiali in questo senso. Un documento di indirizzo come il Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-1996 dedica tutto il cap. 7 alla formazione del personale. Una fonte importante dei riferimenti normativi è costituita dai Piani sanitari regionali. Molte politiche regionali si dichiarano sensibili al fatto che, in linea generale, la formazione e l’aggiornamento costituiscono uno strumento strategico per lo sviluppo delle aziende sanitarie. Tutti i piani sanitari regionali contengono un capitolo, talvolta molto ampio, relativo alla formazione del personale. La tematica è abitualmente suddivisa in diverse aree:

● la formazione di base dei profili professionali di interesse del sistema sanitario regionale, gestita con azione integrata (protocolli regionali di intesa e specifici accordi tra aziende Usi e aziende ospedaliere e università, IRCCS ed enti di ricerca) ;

● la formazione permanente del personale, come aggiornamento tecnico-scientifico delle diverse professionalità e formazione per lo sviluppo dei servizi;

● l’educazione sanitaria (programmi di educazione alla salute connessi alle specificità locali);

● area manageriale (formazione degli operatori apicali con responsabilità dirigenziale nei diversi

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servizi sanitari e amministrativi delle aziende sanitarie e ospedaliere).

Una grande opportunità di formazione è collegata al processo di «aziendalizzazione» della sanità che è in corso. Purtroppo, il termine «azienda», anche quando è riferito alla sanità, evoca per lo più una ricerca di profitti a ogni costo. Avviene molto raramente, invece, che l’aziendalizzazione applicata all’organizzazione del servizio sanitario, invece che rimandare al profitto e all’interesse della proprietà, induca associazioni mentali positive, quali: una sana attenzione ai vincoli economici, che porti a identificare ed eliminare gli sprechi; un senso di appartenenza tra tutti coloro che operano nell’azienda, nato dalla consapevolezza che l’obiettivo (in questo caso: servizi alla salute efficaci, che producano dei pazienti/clienti soddisfatti) richiede l’interdipendenza di tutti coloro che lavorano nell’azienda; lo sviluppo di una mission comune (quella che la Carta dei servizi pubblici sanitari formula come: «fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti»); una nuova cultura organizzativa, che premi la creatività nella ricerca di soluzioni che abbinino economia ed etica, efficacia, efficienza e qualità percepita; nuove regole tra strutture che erogano servizi sanitari e popolazione, tra professionisti e dirigenza; un nuovo equilibrio, in breve, tra diritti e doveri di tutti. Finché l’evocazione dell’azienda non ci porterà ad associare questi obiettivi al lavoro che si svolge intorno al malato, l’aziendalizzazione della sanità sarà osteggiata da coloro che vedono nel progetto una minaccia per i valori sui quali la medicina tradizionalmente si regge.

Il cambiamento della cultura medica che ciò implica non è di poco conto. La «produttività»  termine bandito dall’orizzonte delle preoccupazioni dei sanitari, perché considerato contrario al rispetto dovuto al malato  dovrà entrare nel linguaggio quotidiano di

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chi lavora in sanità. Anche l’etica, intesa come rispetto per la soggettività del paziente e come, attenzione per la qualità del servizio prestato e per la soddisfazione del paziente, deve avere nella pratica quotidiana della medicina uno spazio non marginale. E di tale etica i sanitari devono essere i soggetti attivi: non darla semplicemente in appalto a filosofi, teologi, bioeticisti ed altri esperti, per limitarsi al consumo di prescrizioni comportamentali elaborate da altri.

Vogliamo fornire un’indicazione concreta delle potenzialità che può sviluppare la formazione al nuovo rapporto tra sanitari e cittadini malati portando l’esempio della programmazione regionale della Toscana. Il Consiglio regionale ha deciso la costituzione di una Commissione regionale di bioetica (L.R. n. 37, 13 agosto 1992), con il compito di promuovere la trattazione di tematiche bioetiche nel servizio sanitario in modo da «sviluppare la diffusione dei valori, legati al concetto di piena autonomia e autodeterminazione dell’utente del Servizio sanitario, basato sull’instaurarsi di idonei livelli di informazione, consapevolezza e di assenso personali nei trattamenti delle cure mediche». Uno dei primi atti della Commissione è stata la formulazione di un documento: Il consenso informato nei trattamenti sanitari, approvato nell’ottobre 1994. Il Consiglio regionale, con una delibera, ha fatto propri gli indirizzi concernenti l’introduzione di procedure per l’acquisizione del consenso informato nei trattamenti sanitari.

Coerentemente con questa impostazione, la regione Toscana ha individuato le tematiche bioetiche tra le attività di formazione permanente del personale dipendente del Ssn per l’anno 1996/97. In questo ambito è stato valutato di particolare importanza approfondire gli aspetti legati all’informazione e al consenso nell’ambito delle procedure diagnostiche e terapeutiche.

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Ma su quale realtà si inserisce un intervento formativo? Per rispondere a questo interrogativo  di grande importanza per contestualizzare la formazione  è stata condotta un’indagine preliminare, volta a conoscere le modalità di acquisizione del consenso in un grande policlinico come l’ospedale di Careggi, a Firenze. L’indagine è stata condotta mediante un questionario indirizzato a 116 Unità operative dell’ospedale, delle quali hanno risposto 93 unità, pari al 92%, e rileva la situazione in atto nel periodo ottobre 1996  febbraio 1997.

Il questionario raccoglieva informazioni sulla utilizzazione di un modulo scritto di consenso informato e sulla fonte dalla quale i moduli adottati erano tratti; sollecitava anche l’opinione dei clinici sul significato e l’utilità dei moduli e sul ricorso a altre forme di informazione (opuscoli, informazione orale, con o senza figure di testimoni).

Commentando le risposte, Alfredo Zuppiroli e Gianni Meucci, autori della ricerca, rilevano che circa due terzi degli intervistati dichiara di utilizzare un modulo da oltre due anni; nella metà dei reparti considerati, il modulo è lo stesso per qualsiasi procedura, mentre nell’altra metà si usano moduli diversificati. Coloro che hanno dichiarato di aver deliberatamente scelto di non usare mai alcun modulo sostengono che questo costituisce un rischio di allontanamento tra medico e paziente, perché accentuerebbe il significato legalistico, generando sospetti e indebolendo la qualità della relazione in atto.

L’ottica giuridica sembra prevalente. Infatti più della metà degli intervistati ritiene che il modulo possa avere un ruolo di «protezione» legale per il medico, mentre poca attenzione viene posta alla qualità dell’informazione (oltre la metà considera il modulo di per sé sufficiente a garantire l’informazione). Alla domanda relativa a chi spetti di informare il paziente e ottenerne il consenso, il 97% risponde che spetta al

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medico, mentre solo il 74% individua nel medico colui che deve consegnare e ritirare la modulistica: ciò lascia apparire un altro aspetto della deriva burocratica che minaccia la pratica del consenso informato (Zuppiroli, Meucci, 1997).

Non è infondato pensare che la situazione rispecchiata dalla ricerca, condotta nel grande ospedale fiorentino, pur con tutte le sue carenze, sia da considerare come molto progredita, se raffrontata alla realtà sanitaria di molte altre zone del Paese. Ciò conferma la necessità che, se si intende far evolvere i comportamenti  e non si vuole che questi cambino sotto la spinta delle azioni giudiziarie!  i responsabili della sanità si convincano della priorità che spetta agli investimenti per la formazione degli operatori.

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V.

LE DECISIONI SULLA FINE DELLA VITA

1. Il ruolo della famiglia in prossimità della morte

● «Anche i vivi hanno i loro diritti».

Le decisioni cliniche, con i loro inevitabili risvolti etici, non hanno come protagonisti solo il medico e il malato: coinvolgono anche, come terza parte, la famiglia di quest’ultimo. Ciò avviene in uno scenario che spesso assume il carattere di «scelte tragiche» quando si avvicina la fine della vita. La dimensione familiare dell’etica clinica è emersa in modo clamoroso attraverso casi giudiziari nei quali i familiari del paziente intendevano prendere decisioni, nell’interesse di questi, in contrasto con l’opinione dei medici e delle amministrazioni ospedaliere: i casi Quinlan, Baby Doe e Nancy Cruzan  per riferirci alla cronaca americana  sono punti di riferimento che hanno fatto epoca nella breve ma molto movimentata storia della bioetica. Non si tratta, però, di una novità assoluta nell’etica medica.

Per prendere un riferimento letterario, possiamo attingere al romanzo La montagna incantata di Thomas Mann (1924). Lo scenario è quello del Berghof, un sanatorio dove sono curati i malati di tubercolosi: date le limitate capacità terapeutiche dell’epoca, spesso l’esito della malattia è il decesso. Uno di coloro che sono arrivati al capolinea è un gentiluomo austriaco. Un’infermiera spiega a due altri ospiti del sanatorio la situazione:

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Da un pezzo aveva dato prova di essere un gentiluomo tenace, ma negli ultimi tempi nessuno riusciva a capire con che cosa respirasse; vero che da qualche giorno si teneva su con enormi quantità di ossigeno e solo nelle ultime ventiquattro ore aveva consumato la bellezza di quaranta bombole da sei franchi l’una. Era una grossa spesa, come i signori potevano calcolare, senza dire che la moglie, tra le cui braccia era deceduto, era assolutamente priva di mezzi.

Questa scelta suscitava la vivace disapprovazione di uno dei malati:

A che scopo prolungare la tortura e quella costosa vita artificiale in un caso del tutto disperato? Certo, non c’era da prendersela con lui se aveva consumato alla cieca il prezioso gas vitale, considerando che glielo avevano imposto. I curanti avrebbero invece dovuto essere più ragionevoli e lasciarlo andare in santa pace per il suo inevitabile cammino, prescindendo dalle condizioni finanziarie o anzi tenendone conto. Anche i vivi hanno i loro diritti.

In notevole anticipo sui tempi, il romanziere coglie un conflitto di interessi tra le parti in causa nell’allocazione delle risorse che avrebbe reso sempre più difficile le decisioni cliniche sul finire del secolo. La decisione clinica va collocata, concretamente, in un contesto fatto di rapporti affettivi, legami, conflitti; il bene del malato non può essere isolato dal bene della famiglia e  essendo spesso il malato incapace di prendere le decisioni per se stesso  dalle interpretazioni che i familiari sono costretti a fare del suo bene.

Per dare concretezza al tema con un altro esempio ― non letterario, questo, né ricavato dai casi esemplari che costellano la letteratura della bioetica, ma tratto dalla quotidianità della vita ospedaliera , riporterò in dettaglio un caso riferitomi da un medico.

«Il signor M., di 70 anni, era ricoverato nel nostro

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ospedale (una clinica specializzata in pneumologia). Da una broncoscopia risultò un tumore polmonare in stato avanzato, che aveva già raggiunto i due bronchi e la trachea. La forte dispnea aveva reso necessario l’immediato ricorso a una laserterapia, con un leggero e provvisorio miglioramento della dispnea. Quattro giorni dopo il ricovero, il signor M. stava peggio e la sua morte era imminente.

La famiglia era stata informata della prognosi infausta. Resomi conto della situazione critica, feci chiamare subito la famiglia. Questa era composta dalla moglie, due figli verso la quarantina, con rispettive mogli, e una figlia di circa 30 anni.

Il figlio più grande mi parlò per primo e volle sapere come si fosse arrivati allo stato attuale. Gli spiegai che, come già sapeva, il padre soffriva di un tumore maligno progressivo. Ciò fu fortemente contestato dal figlio: affermò che nessuno glielo aveva detto. Mi informai presso l’infermiera, la quale mi disse di essere stata presente al colloquio con cui erano stati informati i figli. Cercai di spiegare la situazione ancora una volta al figlio; gli dissi che il padre soffriva di un tumore progressivo dei bronchi e che le nostre possibilità terapeutiche erano giunte al termine. La morte sarebbe probabilmente sopravvenuta entro poche ore. Il figlio rimase interdetto. Disse più volte che questo non poteva essere: la settimana prima il padre stava seduto in giardino; poteva ben essere un tumore maligno, ma una morte così rapida non era possibile. Mi supplicò di fare tutto il possibile per suo padre: la medicina è oggi così progredita che deve essere in grado di fare ancora qualcosa; avremmo potuto applicare ancora la laserterapia, ricorrere alla respirazione artificiale o alla macchina cuore-polmoni: per suo padre doveva essere tentato tutto il possibile. Anche l’altro figlio era d’accordo con il fratello: si doveva tentare ogni trattamento, anche il più aggressivo.

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Un colloquio con il primario, che discusse di nuovo la situazione con i due figli del paziente, non li soddisfece. Nell’équipe medica discutemmo se non era ancora possibile un intervento con il laser. Ci appariva rischioso e, anche se fosse riuscito, avrebbe assicurato al paziente solo una breve sopravvivenza molto dolorosa, in estrema dispnea e senza la possibilità di essere dimesso dall'ospedale. La nostra conclusione era che gli svantaggi sarebbero stati maggiori dei benefici. Tutti noi medici eravamo d’accordo che non avremmo dato il consenso per un tale trattamento, nel caso in cui si fosse trattato di nostro padre.

Nel frattempo il signor M. era entrato in coma. Discutemmo la situazione ancora una volta al letto del malato, dicendo in parole semplici a tutta la famiglia ciò che prima avevamo deliberato tra di noi. Il primario ripeté ancora che l’intervento comportava un altissimo rischio e che egli perciò lo sconsigliava. Chiese poi all’infermiera, che era presente, quale fosse la sua opinione. Questa disse spontaneamente che lei avrebbe lasciato la decisione alla famiglia.

Il primario tracciò ancora una volta i due scenari: da una parte il paziente in uno stato di assopimento, verosimilmente senza dolori, vicino alla morte che incombe circondato dalla sua famiglia (diventata nel frattempo ancora più numerosa); dall’altra, un intervento medico aggressivo, che potrebbe portare alla morte sul tavolo della broncoscopia, molto probabilmente senza alcuna possibilità di tornare ancora una volta a casa sua. La sua opinione era che il “non fare” era la migliore via da seguire: ma in ogni caso era pronto a eseguire l’intervento, se la famiglia proprio lo voleva.

La famiglia si consultò per circa mezz’oretta; dopo di che, ci comunicò che non voleva nessun altro intervento. La moglie e la figlia ci fecero capire chiaramente che erano d’accordo con noi, mentre per i figli fu più difficile accettare il “non volere fare qualcosa”.

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Il signor M. morì un’ora più tardi. La famiglia ci ringraziò; lasciò l’ospedale in grande cordoglio, ma senza collera».

● Le regole elaborate dalla deontologia medica.

Che posto occupa la famiglia in quel processo deliberativo attraverso il quale i curanti cercano di fare della buona medicina? Il racconto del caso clinico  assolutamente non eccezionale, nel quale potremmo trovare realizzato un modello diffuso di pratica medica consapevole  ci ha parlato di un’attenzione rivolta alla famiglia del malato. Questa è stata coinvolta nel processo di decisione circa il corso dell’azione, con rallentamenti, esitazioni, discussioni, esercizio dell’arte della persuasione. Alla fine la decisione solo apparentemente era la stessa proposta inizialmente dall’équipe curante. In realtà, il processo che ha coinvolto tutti li ha anche modificati.

Rispetto alla complessità e ricchezza dei rapporti vissuti nel concreto della decisione clinica, sorprende che i codici deontologici che esprimono le regole di comportamento ufficiali passino relativamente sotto silenzio il ruolo della famiglia. Uno dei primi tentativi di dare ai sanitari europei un codice di comportamento omogeneo, la Guida europea di etica medica, approvata da una Conferenza degli Ordini dei medici della CEE nel 1987, non fa alcun riferimento alla famiglia del malato. La guida presuppone, dal punto di vista teorico, una concezione assolutamente individuale del rapporto medico-paziente. I valori centrali, che devono guidare la deliberazione dal punto di vista etico, sono il beneficio del paziente e l’indipendenza professionale del medico (cfr. artt. 5, 24-5). Questa indipendenza rende il medico impermeabile a qualsiasi tentativo di regolazione sociale della pratica sanitaria (in modo del tutto coerente con quest’ottica, diventano del tutto irrilevanti i problemi che derivano dai costi della salute).

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D’altro lato, la forte accentuazione del criterio costituito dal beneficio del paziente presuppone una concezione antropologica che della persona sottolinea più l’individualità che la relazionalità. Il rapporto medico-paziente che ispira la Guida europea è concepito come un contratto tra due individualità radicali, delle quali una ha assunto l’impegno di procurare beneficio alla salute dell’altro (è la «clausola terapeutica» del Giuramento di Ippocrate). Completamente estranea a tale prospettiva è la concezione dell’essere umano come persona relazionale, che si costituisce, dalla nascita alla morte, in una rete di rapporti, dei quali la famiglia è il referente simbolico.

Nell’ambito culturale mediterraneo sembra, a prima vista, che la famiglia occupi uno spazio maggiore di quello che gli concede la Guida europea. Abbiamo visto, seguendo l’evoluzione del Codice deontologico dei medici italiani nelle quattro diverse redazioni che si sono susseguite in vent’anni, che della famiglia è stata fatta sempre menzione in quella particolare situazione che per un medico di cultura latina costituisce il dilemma etico per antonomasia: si deve o no comunicare una diagnosi a prognosi infausta a un paziente?

La graduale accettazione dell’autodeterminazione, come un valore da difendere e promuovere, ha portato al superamento sia del paternalismo medico (in forza del quale si presuppone che il medico sappia meglio del paziente che cos’è la cosa migliore per lui...) sia del «familismo», che immerge la volontà del singolo in un gruppo che la ingloba in un modo indistinto 1. Ormai anche le regole professionali elaborate

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da una cultura che ha sempre attribuito un primato alla famiglia si sono adeguate a un orientamento generale: la famiglia non è autorizzata a decidere al posto della persona malata.

● Prendersi cura e rispettare la giustizia: due orientamenti etici?

Possiamo, a questo punto, ipotizzare due modelli ideali nelle decisioni cliniche riferite alla fine della vita, dando all’uno e all’altro la funzione che la sociologia chiama di “tipo ideale” (Idealtypus): uno è centrato sull’individuo ed è rivolto a tutelare la sua autonomia; l’altro è orientato alla persona nella sua dimensione relazionale e si preoccupa di promuovere la solidarietà. Come spesso avviene nella riflessione etica, il nostro primo sforzo deve essere rivolto a evitare quella forma di dualismo che induce a collocare il bene e il male tutto da una parte. E neppure dobbiamo cedere alla tentazione di considerare un modello come segno della modernità, svalutando l’altro come permanenza di una tradizione antiquata, destinata a cedere il passo a una concezione più progressista.

Oggi è diventato corrente, nella riflessione bioetica internazionale, denunciare i limiti di un’«etica della giustizia», centrata sul rispetto dell’autonomia personale, che non sappia integrare un’«etica del prendersi cura» (ethics of care, nella teorizzazione di Carol Gilligan, 1987). Quest’etica della giustizia, finalizzata a rendere operante il principio dell’autonomia, non porta a rafforzare i vincoli interpersonali (famiglia, comunità), ma piuttosto a formare fragili relazioni basate sui motivi di utilità. L’etica del prendersi cura, invece, parte dall’assunzione che le persone sono dinamicamente interconnesse e che ogni situazione richiede una valutazione contestuale delle interrelazioni. Non basta, quindi, il consenso su ciò che è «giusto» (fairness): il consenso deve tendere a salvare le relazioni. Il

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giudizio morale non può accontentarsi di un metodo razionale; deve includere anche un metodo relazionale.

Qualunque sia il credito che si voglia dare all’etica del prendersi cura, quale correttivo dell’unilateralità dell’etica della giustizia e dell’autonomia, non bisogna mai spingersi fino a gettare su quest’ultima l’ombra del discredito. L’autonomia è un valore importante e va promossa, soprattutto in quelle culture nelle quali l’etica medica tende ancora a regolarsi secondo criteri paternalistici. Dobbiamo riconoscere che in Italia la considerazione del paziente come soggetto, e quindi come agente autonomo, non è ancora parte della buona medicina; è piuttosto una scelta preferenziale, legata all’orientamento personale del medico.

In un’altra direzione ancora è utile promuovere l’autonomia: non solo per porre un limite al paternalismo medico, ma per proteggere l’individuo dalle intrusioni della famiglia. Questa rischia di essere una realtà agglutinante, che si sovrappone all’individuo. Il consenso che il medico, in questo contesto, consegue con la famiglia, può acquistare piuttosto i tratti di una collusione, consapevole o inconsapevole, ai danni del paziente. Quando parliamo di collusione non dobbiamo pensare solo a situazioni in cui i familiari prendono accordi criminosi con il medico, relativamente all’una o all’altra strategia terapeutica che abbia incidenza sulla sopravvivenza del malato, per interessi che possono essere tanto concreti quanto un testamento o un’eredità. Questi sono casi che interessano il codice civile e il giudice, piuttosto che l’etica. Mi riferisco, invece, a situazioni in cui la collusione con la famiglia ha aspetti molto più sottili e motivazioni attinte dalle più alte idealità etiche.

Un esempio convincente è offerto da un approfondito studio antropologico condotto da Deborah Gordon sulla comunicazione della diagnosi a donne affette da cancro alla mammella in Italia. La ricerca è stata

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svolta a Firenze, ma i suoi risultati possono essere ritenuti indicativi per la cultura del Paese in generale. Anche nel caso del cancro alla mammella l’antropologa ha trovato confermato quanto già emergeva da altre ricerche relative a pazienti affetti in generale da neoplasie: la diagnosi non viene comunicata al paziente (oppure quanto viene comunicato non è degno di essere chiamato corretta informazione, perché è fatto di eufemismi e reticenze, quando non addirittura di menzogne), ma alla famiglia; invariabilmente è la famiglia che sceglie, d’accordo con il medico, di sottrarre l’informazione al paziente.

Tutto ciò avviene con l’esplicita finalità di tutelare il paziente dallo shock: «per il suo bene». Il contributo della ricerca è quello di aver analizzato a fondo i meccanismi culturali sottostanti a questa scelta, che prima facie si presenta ispirata da motivi irreprensibili di solidarietà. Nella cultura italiana, dove esiste ancora una forte associazione del cancro con la morte, con la sofferenza e con la mancanza di speranza, la non comunicazione della diagnosi equivale a un meccanismo rivolto a mantenere il «condannato» nel mondo sociale, lasciando la morte e la sofferenza nell’«altro». Quello che domina è la realtà sociale; informare un paziente della diagnosi viene sentito come equivalente alla morte sociale. Osserva Deborah Gordon:

La pratica di non informare accresce per molti pazienti l’esperienza di un mondo diviso. In molti modi il cancro è una malattia di divisione, di disunione, di estraneità. La malattia stessa è spesso vissuta come «altro», allo stesso modo della persona che ha il cancro. Sia il linguaggio medico che il modo popolare di esprimersi la presentano come una battaglia tra il «bene» e il «male», tra una realtà «benigna» e una «maligna», riaffermando così quella concezione del mondo ordinata e dicotomica che il cancro, in realtà, rimette in discussione.

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Se questa interpretazione può essere confermata  se, in altre parole, la pratica di non comunicare la diagnosi può essere vista come l’eliminazione dal tessuto comunitario dell’«altro», inteso come simbolo della morte che minaccia il corpo sociale , allora l’apparente modello solidaristico in cui il medico cerca il consenso della famiglia per proteggere il paziente dall’angoscia di morte mostra tutta la sua ambiguità: quell’alleanza è in realtà una collusione, che costerà al paziente una maggiore angoscia e un più radicale isolamento 2.

Questa «etica del prendersi cura» avrebbe bisogno, in realtà, di una buona iniezione di «autonomia» come correttivo. E il medico, invece di cercare il consenso della famiglia, dovrebbe osare di affrontare la disapprovazione di questa, per tutelare il diritto del malato a gestire la propria vita. Il processo di acquisizione del consenso con la famiglia, invece di essere sempre e ovunque una garanzia di una medicina ad alto profilo etico, rischia di costituire una prevaricazione.

● Prendere la famiglia sul serio.

È importante a questo punto notare che, mentre l’etica clinica di stampo tradizionale, che è ancora la più diffusa in Europa, si sente pungolata dal dibattito bioetico in corso a riconoscere l’autonomia della persona come modulatore delle decisioni cliniche, la bioetica americana comincia un percorso che la sta portando a rivalorizzare la famiglia. Nel discorso bioetico è stato messo in evidenza che alcune pratiche biomediche contemporanee hanno un forte impatto sulla famiglia. È diventato, per esempio, quasi un luogo comune ripetere che le tecnologie riproduttive scardinano punti di riferimento antropologici che si ritenevano

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saldamente fondati sulla biologia (identità del padre e della madre, linea delle generazioni).

Anche la diffusione delle tecniche di diagnosi prenatale può modificare l’atteggiamento di fondo dei genitori verso il bambino, promuovendo un orientamento da consumatori che scelgono il prodotto desiderato secondo il proprio standard di qualità, invece dell’accettazione di una nuova vita come un dono (e l’assunzione delle incertezze e dei rischi connessi). L’attenzione, pur legittima, rivolta a queste pratiche ha distolto dal considerare l’impatto sulla famiglia che hanno anche le decisioni cliniche quotidiane, non riconducibili agli interventi che modificano in modo così vistoso i processi naturali della nascita e della morte.

Di fatto, la medicina e la famiglia sono due grandi sistemi che tendono a funzionare autonomamente e fanno ricorso l’uno all’altro solo quando si scontrano con i propri limiti. È vero che, in misura crescente, l’organizzazione sociale dell’erogazione delle cure ha tolto alla famiglia questo compito, affidandolo alle istituzioni deputate (e ben lo avvertono i familiari, che sentono di essere una presenza estranea in ospedale, solo tollerata entro ambiti di tempo e di spazio ben delimitati). Ma la famiglia espropriata rischia di essere investita di nuovo, e in modo pesante, del compito di cura e assistenza quando la medicina pubblica istituzionale fa fatica a far fronte ai suoi impegni. Si parla allora di coinvolgimento della famiglia per la cura dei malati cronici e per l’assistenza di malati in fase terminale.

Alla famiglia dobbiamo riconoscere solo un valore strumentale, oppure le spetta un ruolo di soggetto, con propri valori e preferenze che vanno considerate nelle decisioni cliniche? Nella pratica della medicina l’attenzione va abitualmente agli interessi individuali del paziente: la sua vita e la sua salute in primo luogo; eventualmente anche le scelte dipendenti dalla sua

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concezione di qualità della vita. L’individuo è per lo più considerato in uno splendido isolamento e i legami con coloro che condividono la sua vita e le sue scelte sono passati sotto silenzio, come irrilevanti. Ora, nelle altre scelte che costituiscono il tessuto quotidiano dell’esistenza non è così: non si sceglie un lavoro, e neppure una semplice vacanza, indipendentemente dal «sistema famiglia», che ne subisce i contraccolpi. Non si capisce perché dovrebbe essere altrimenti nelle scelte che riguardano le cure sanitarie.

Sono interrogativi che cominciano ad essere posti nella bioetica americana (Hardwing, 1990; Lindemann Nelson, 1992). Quello che dà loro rilievo sono gli aspetti economici delle decisioni cliniche, in quanto la cura della salute in un sistema sanitario che non è totalmente socializzato ricade pesantemente sul bilancio della famiglia. Un calcolo al rene, per fare un esempio, può essere rimosso con un’operazione chirurgica oppure con la moderna procedura di dissoluzione dei calcoli mediante litotritore. La seconda opzione può essere preferibile per molti motivi: non richiede anestesia, non provoca dolore ed è più veloce. Ma è molto più costosa ed è abbastanza probabile che non sia rimborsabile dalla maggior parte delle assicurazioni.

In un caso di questo genere, è legittimo  si domandano gli studiosi di bioetica in America  tenere in considerazione solo gli interessi individuali del paziente e non anche quelli della sua famiglia? Non dovremmo, piuttosto, pensare che il processo decisionale dovrà coinvolgere considerazioni che esulano da una valutazione puramente clinica? Gli interessi della famiglia: quelli economici («I diritti dei viventi» di cui parlava Thomas Mann), ma anche quelli di altro profilo. Nel caso clinico che ha fornito l’avvio alle nostre considerazioni si trattava di problemi emotivi, come l’elaborazione del distacco e la sensazione di «aver fatto tutto il possibile». Anche questi problemi non sono

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irrilevanti in medicina; si deve prestare loro attenzione e tenerli nella debita considerazione.

Non siamo in grado di indicare una formula risolutiva che abbia validità universale. Non possiamo dire, semplicisticamente, che il coinvolgimento della famiglia e il suo consenso nelle decisioni cliniche sia un di più facoltativo, come sembra lasciar intendere la bioetica centrata sull’autonomia dell’individuo. Ma non possiamo neppure affermare che la considerazione prioritaria della famiglia e dei suoi interessi salvaguardi sempre le esigenze dell’etica: potrebbe, al contrario, essere uno strumento di prevaricazione.

2. Quando comincia l ’accanimento diagnostico e terapeutico?

Tra i comportamenti medici che nell’opinione pubblica esprimono con più forza il malessere dei cittadini, uno dei primi posti spetta all’accanimento terapeutico. Se ne parla molto, e con molta passione. Ciò non significa che se ne parli con appropriatezza. Anzi, a ben vedere l’uso corrente dell’espressione è viziato da un prevalere di pathos, che ne fa uno dei cavalli di battaglia di chi accusa la medicina di «disumanizzazione».

In pratica, quando gli sforzi di salvare la vita a un malato non hanno risultato, vengono bollati come accanimento terapeutico e sui medici viene gettato il sospetto di comportarsi come tecnici disumani, che prolungano un’azione inutile mirando a fini personali, più che al bene del malato. Se, invece, l’intervento medico ha successo, i sanitari vengono lodati per la loro perizia e dedizione alla causa della guarigione del malato, vista come fine unico della medicina. Si tratta, quindi, di un giudizio ex post, e non di un’accurata descrizione del delicato processo di decisione clinica, dove al medico è richiesto di trovare ex ante la giusta misura per il suo intervento, in un precario equilibrio tra l’eccesso e la carenza, tra il «troppo» e il «troppo poco», tra l’ostinazione cieca e l’abbandono

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prematuro del paziente, in quella condizione di incertezza che è intrinseca a ogni decisione medica.

È comprensibile che i medici reagiscano per lo più con irritazione all’accusa approssimativa di accanimento terapeutico. Soprattutto quando viene filtrata da un’informazione vorace e spettacolare, che deforma il contesto in cui vengono prese le decisioni. È sufficiente ricordare  per fissare in un episodio una scenografia ripetitiva  la ridda di insinuazioni e accuse rivolte ai medici che hanno assistito Fellini negli ultimi giorni di vita.

La facile etichettatura di accanimento terapeutico ferisce inoltre i medici che lottano per tenere in vita i malati, perché misconosce il fatto che i risultati positivi in medicina sono il frutto di molta tenacia. Se, dopo aver mobilitato tutte le energie della mente e del corpo per contrastare la morte, il medico si sente rivolgere l’accusa di aver indulto all’accanimento terapeutico, è molto probabile che possa lasciarsi prendere dallo sconforto. E quella alleanza tacita tra il terapeuta e il paziente, che costituisce tradizionalmente lo scheletro dell’arte medica, viene ulteriormente scossa.

L’accanimento terapeutico è, dunque, solo il frutto di malintesi? Dipende esclusivamente dall’incompetenza degli informatori e dei cittadini, che equivocano sul significato degli sforzi medici per prolungare la vita dei malati? L’accanimento terapeutico va accantonato come un falso problema? Prima delle dovute risposte a questi interrogativi, esaminiamo che cosa avviene, sempre nell’ambito generico dell’opinione pubblica, circa l’accanimento diagnostico. Qui lo scenario è completamente diverso. Non c’è mobilitazione dei media, scambi di accuse e difese; l’argomento non viene problematizzato sotto la spinta di forti emozioni. Raramente capita che qualcuno si lamenti per troppe indagini diagnostiche. Semmai la categoria invocata per valutare eventuali abusi è quella dello spreco delle risorse, non quella dell’accanimento. Visto dalla parte del paziente,

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l’eccesso diagnostico non sembra un pericolo per la salute: meglio un test in più che uno in meno...

Registrate le differenze tra i due ordini di problemi e l’inadeguatezza del termine «accanimento» a indicarli  anche per la connotazione moralistica che l’accompagna e le reazioni che suscita in chi viene fatto oggetto di accusa  resta tuttavia l’interesse a cercare una possibile convergenza tra la ricerca della giusta misura tanto nell’ambito della terapia quanto in quello della diagnosi.

Un cambiamento strategico in questa direzione consiste nell’introduzione in medicina di un punto di vista che abitualmente non era tenuto in considerazione: quello del paziente stesso. Tradizionalmente, finché l’unico criterio sul quale doveva misurarsi la qualità morale dell’atto medico era la sua capacità di realizzare il «bene del paziente», questo veniva praticamente a coincidere con l’ambito delle possibilità stesse della medicina (le quali, per altro, erano molto più limitate di quanto i medici amassero concedere e far sapere ai pazienti...). La prima seria divaricazione tra il possibile e l’auspicabile è avvenuta con l’acquisizione della possibilità di mantenere in vita un paziente mediante le tecniche di respirazione artificiale, verso la metà del nostro secolo.

Già nell’ambito dell’etica medica si sono registrati i primi tentativi di introdurre delle distinzioni che fossero d’aiuto ai medici nelle decisioni che erano costretti a prendere. Negli anni Cinquanta fu molto apprezzata la distinzione, proposta dal magistero pontificio di Pio XII, tra «mezzi ordinari» e «mezzi straordinari». Secondo tale criterio, gli sforzi rivolti a salvare la vita o a prolungare uno stato di particolare sofferenza possono essere lecitamente tralasciati quando hanno un carattere di straordinarietà. La distinzione ha avuto molto successo ed è stata ampiamente adottata anche dall’etica sviluppatasi senza riferimenti religiosi. Mira a

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individuare gli interventi medici ritenuti obbligatori  identificati con quelli ordinari  distinguendoli da quelli che possono essere omessi senza colpa morale.

Nella pratica sanitaria, il criterio della straordinarietà dei mezzi è di difficile utilizzazione, a meno che non sia abbinato a qualche altro criterio; per esempio: valutare se l’intervento terapeutico previsto prolunghi la vita o soltanto il processo del morire. Progressivamente nell’ambito dell’etica medica si è avvertita l’inadeguatezza della distinzione tra mezzi ordinari e mezzi straordinari a guidare le decisioni in situazioni di conflitto. Nella stessa morale cattolica si è sentito il bisogno di un superamento di quella distinzione. La Dichiarazione sull’eutanasia della pontificia Commissione per la dottrina della fede (1980) ha registrato e ratificato il cambiamento di parametro di valutazione:

Finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso di mezzi «straordinari». Oggi però tale risposta, sebbene valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi «proporzionati» e «sproporzionati».

L’idea di proporzionalità rimanda necessariamente a un fine, a una gerarchia soggettiva di valori, a una valutazione del tipo di vita che la persona considera conciliabile o inconciliabile con il proprio modello di «buona vita». Siamo così rinviati a un giudizio di qualità di vita, che non può essere posto al di fuori dei valori di riferimento del soggetto. Quando ci muoviamo in questo orizzonte, siamo entrati nella prospettiva etica che abbiamo identificato come propria dell’epoca moderna, in quanto integra il valore dell’autonomia individuale nel disegnare ciò che è appropriato all’ideale personale del singolo. L’autodeterminazione del paziente entra a far parte costitutivamente di quella ricerca

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della giusta misura  nel delicato equilibrio tra il troppo e il troppo poco  che determina la qualità dell’atto medico.

In questa prospettiva diventa più comprensibile il fantasma dell’accanimento terapeutico, che turba tanti nostri contemporanei. Esso nasce dal timore che il proprio metro di valutazione dei trattamenti possibili venga disatteso da un mondo di professionisti sanitari sintonizzati unicamente sui valori del prolungamento della vita. Non è necessario immaginare chissà quale disumano infierire su un corpo incapace di difendersi per attivare la fantasia dell’accanimento: basta la preoccupazione di una decisione presa su di noi, invece che con noi. Conseguentemente, la risposta positiva alla possibile deriva della pratica medica, verso questa violazione della persona e del rispetto che le è dovuto, non si restringe a delle limitazioni nell’impiego dell’intero arsenale terapeutico quando il malato ha iniziato il processo irreversibile del morire. La risposta adeguata inizia prima, mediante l’accettazione della prospettiva teorica e pratica proposta dalle «cure palliative».

Ciò implica la pari dignità tra la medicina finalizzata a invertire il corso della malattia, o a contrastare la morte, e quella che ha come obiettivo il prendersi cura del paziente e accompagnarlo nel cammino inevitabile, lenendo i sintomi e rendendo possibile la «buona morte». La filosofia sottostante alle cure palliative è l’antidoto appropriato a quelle forme di abuso alle quali ci si riferisce quando si parla di accanimento terapeutico.

L’orizzonte generale della bioetica ci è d’ausilio anche nel collocare i problemi posti dal cosiddetto accanimento diagnostico. L’imputato qui non può essere il clinico nella sua volontà di stabilire una diagnosi. Questo resta il primo e ineliminabile passo per una corretta procedura medica. L’etica medica tradizionale

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ha anche curato che l’intenzione diagnostica fosse guidata dalla volontà di procurare il bene del malato. Nei confronti di questi, infatti, non è giustificabile un sapere per il sapere, ma solo quello che si apre su una operatività terapeutica. Non è un buon diagnosta il clinico incompetente, che copre la propria ignoranza in fatto di diagnosi differenziale scandagliando alla cieca e moltiplicando indagini diagnostiche a tappeto.

La ricerca della «giusta misura» richiede un ruolo più attivo del paziente, in tutto l’arco delle decisioni sia diagnostiche, sia terapeutiche. Un’indicazione importante in questo senso viene dalla promozione del «secondo parere» e, in generale, dagli strumenti conoscitivi che permettono al paziente di rivolgere al medico le domande appropriate.

Sul versante delle preferenze del paziente coinvolto, mediante l’informazione appropriata, nelle scelte diagnostiche è istruttiva la recente ricerca condotta da Gianfranco Domenighetti nel Canton Ticino. A due campioni di popolazione è stato richiesto se desideravano essere sottoposti a uno screening per individuare un cancro al pancreas precocemente, quando è ancora asintomatico.

A un gruppo di intervistati è stata fornita l’informazione di base («Durante una visita medica abituale il suo medico le domanda se lei è disposto a sottoporsi a un test  che consiste in un semplice esame del sangue  in grado di identificare precocemente se lei ha un cancro al pancreas; il che significa che la malattia sarà identificata prima che lei si accorga di qualsiasi sintomo»); a un altro gruppo, invece, oltre all’informazione di base, è stato aggiunto che:

● il test non è molto preciso: solo il 30% di coloro che risultano positivi all’esame hanno un cancro al pancreas;

● di conseguenza tutti coloro che sono positivi dovranno sottoporsi a ulteriori indagini, compresa una

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risonanza magnetica nucleare, al fine di confermare la diagnosi;

● ogni anno in Svizzera solo 11 persone su 100.000 hanno una diagnosi confermata di cancro al pancreas;

● il cancro al pancreas è poco curabile (su cento persone con cancro al pancreas, solo tre sono ancora in vita dopo cinque anni).

Le persone interrogate potevano scegliere di sottoporsi o no al test, oppure decidere di chiedere un «secondo parere». Solo il 13,5% di coloro che hanno ricevuto l’informazione estesa ha dichiarato la propria disponibilità di sottoporsi al test, contro il 60% di coloro ai quali era stata fornita solo l’informazione di base (Domenighetti, 1999).

È interessante la conseguenza di politica sanitaria che il Canton Ticino ha tratto da ricerche di questo genere. Al fine di promuovere la partecipazione più attiva possibile dei cittadini, il Dipartimento Opere sociali, da cui dipende il sistema sanitario, ha distribuito a tutti gli abitanti un libretto Sì e no per la salute, presentato come «una piccola guida per capire e per decidersi», che invita la popolazione ad atteggiamenti più critici nei confronti di quanto la medicina può offrire, sia sul versante diagnostico che terapeutico. Sono state esplicitate, tra l’altro, le domande che il paziente dovrebbe porre al medico. Le riportiamo, a vantaggio anche dei pazienti italiani:

In generale:

● Perché questo trattamento (questa procedura) è necessario?

● Quali sono i benefici attesi e i rischi potenziali?

● Cosa mi capiterebbe e (con quale probabilità) se questo trattamento non fosse eseguito?

● Esistono uno o più trattamenti alternativi? Se sì, quali sono i rischi e i benefici in rapporto a quello proposto?

● Il trattamento (la procedura) è scientificamente fondato (evidence-based)?

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● Al mio posto lei si sarebbe sottoposto al medesimo trattamento? L’avrebbe proposto ai suoi familiari? Se no, per quale motivo?

Per prestazioni diagnostiche e di screening:

● Che malattia lei può diagnosticare con l’esame (il test) che mi propone?

● Qual è la precisione del test? Qual è la probabilità di avere risultati «falsi positivi» e «falsi negativi»?

● La malattia che lei intende diagnosticare potrà poi essere curata? E con quali probabilità di successo?

Quando siamo guidati dalla preoccupazione di promuovere un ruolo attivo del cittadino, e di coinvolgerlo nelle decisioni che lo riguardano, abbiamo fatto la transizione dall’etica medica tradizionale alla bioetica. Entriamo nell’ordine problematico che è tipico della sanità contemporanea, quando chiediamo al medico di farsi carico anche della preoccupazione per l’efficienza dei servizi sanitari e del contenimento delle spese per la salute sostenute dal sistema sanitario. Oltre che il tradizionale principio della beneficità e quello moderno dell’autodeterminazione del paziente, sancito dal consenso informato, oggi il sanitario è chiamato in modo crescente a tener presente nelle sue scelte cliniche l’esigenza di ottimizzare l’uso delle risorse, che diventano sempre più scarse con il crescere della domanda.

Il medico in epoca di sviluppo della medicina  e di espansione economica  poteva immaginare di lasciarsi guidare dalla domanda: «Che cosa posso fare di più per il malato che ho in cura?». Oggi sarebbe irresponsabile se ragionasse ancora in questi termini. Deve invece chiedersi: «Di che cosa posso fare a meno, pur ottenendo lo stesso risultato di qualità, nella cura del paziente?». In altre parole, il criterio dell’economicità nell’uso delle risorse, a cominciare da quelle diagnostiche, deve entrare nel perimetro dei principi che circoscrivono

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la «buona medicina». Anche l’intenzione diagnostica deve proporsi la giusta misura: quella che si colloca dopo il «troppo poco» e prima del «troppo».

3. Sacralità della vita, qualità della vita: due criteri da conciliare

● Quando la vita umana ha «qualità»?

Nel dibattito contemporaneo l’espressione «qualità della vita» ha progressivamente acquisito una semantica peculiare, che si discosta da significati più tradizionali. Siamo lontani, in particolare, da quella ricerca della qualità che è quasi sinonimo di consistenza e omogeneità di un progetto etico, nell’uso del termine accreditato dal grande romanzo di Robert Musil L’uomo senza qualità. Ulrich, il protagonista del romanzo, ha singole qualità, ma non ha «la» qualità; Musil lo assume perciò a simbolo dell’uomo del Novecento, che ha subito la perdita del centro e, di conseguenza, la direzione finalistica del suo progetto esistenziale («Con meravigliosa acutezza egli vedeva in sé  ad eccezione del saper guadagnare denaro, che non gli occorreva  tutte le capacità e qualità che il suo tempo apprezzava di più, ma aveva perduto la possibilità di applicarle»).

La ricerca della qualità percorre oggi altre strade. «Qualità della vita» ha assunto, in senso descrittivo, un significato che fa equivalere l’espressione a un sinonimo di vita umana. L’interrogativo che essa veicola è quello relativo alla presenza della qualitas umana nelle diverse espressioni della vita. Specialmente all’inizio e alla fine del segmento dell’esistenza, si creano sempre più frequentemente situazioni-limite. Solo per riferirci a quelle che ricorrono con più frequenza: si può parlare ancora di vita umana in stati di coma apallico, quando le funzioni cerebrali sono

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compromesse in modo irreversibile e quelle vitali possono essere prolungate solo artificialmente? È già presente la qualità umana nelle primissime fasi di sviluppo di un embrione derivante da fecondazione dei gameti in vitro?

La difficoltà di trovare un consenso su questi problemi non deriva solo dal pluralismo delle antropologie. La principale responsabilità va attribuita al fatto che il linguaggio relativo alla qualitas umana della vita solo apparentemente è descrittivo: in realtà implicitamente è valutativo, e quindi veicola una funzione prescrittiva.

Il linguaggio prescrittivo è quello di cui si serve l’etica, nel suo intento di determinare la qualità morale delle azioni. I verbi che esso usa non sono coniugati all’indicativo, ma all’imperativo. La «qualità di vita» in questo senso è intesa come norma di moralità e criterio per l’azione. Indica che cosa va fatto o omesso in determinate situazioni conflittuali.

Per esemplificare alcune di tali situazioni, possiamo riferirci al prolungamento di cure rianimative a pazienti in coma irreversibile, o che si avvicinano ai criteri clinici della morte cerebrale; oppure all’omissione di interventi terapeutici a neonati con gravissime malformazioni. Notevole clamore ha suscitato, in questo senso, la proposta di un gruppo francese  che si è attribuito la denominazione di «Associazione per la prevenzione dell’infanzia handicappata»  di sopprimere, o lasciar morire, i bambini più gravi entro i primi tre giorni di vita, nei casi in cui «il bambino presenti una infermità inguaribile e tale da far prevedere che non potrà mai avere una vita degna di essere vissuta». È chiaro che in questo caso il criterio di qualità della vita viene equiparato a quello della fruibilità della vita stessa.

L’equivalenza del criterio della qualità della vita con la desiderabilità del nascituro si riscontra praticamente nel ricorso all’aborto selettivo, in caso di embrioni geneticamente alterati o di feti con gravi malformazioni.

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La decisione di interrompere la gravidanza, in questi casi, è abitualmente motivata con la bassa qualità di vita che si prevede per il nascituro. Anche il dettato della legge italiana 194 del 1978, relativa all’interruzione volontaria della gravidanza  la quale prevede la possibilità di intervento abortivo «quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazione del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute psichica o fisica della donna»  è per lo più interpretato, in pratica, come fondante un diritto ad avere un figlio sano.

Possiamo rilevare che, a rigore, questo tipo di interruzione della gravidanza solo impropriamente può essere chiamato «aborto terapeutico». La legge stessa, infatti, riserva questa denominazione agli interventi abortivi effettuati dopo i primi 90 giorni di gravidanza in presenza di «imminenza di un pericolo di vita» della donna (art. 7). Resta il fatto che la diffusione di interruzione della gravidanza nel caso in cui la diagnosi prenatale rilevi anomalie del feto, anche in assenza di pericolo di vita per la madre, viene correntemente motivata con il ricorso al criterio di qualità della vita.

Lo stesso argomento ricorre frequentemente come motivazione per proposte di introdurre la legalizzazione della cosiddetta eutanasia passiva, che prevede in determinati casi la rinuncia al proseguimento degli interventi che tengono in vita una persona in fase terminale. Anche qui il criterio decisivo che si è soliti addurre è quello della povera qualità della vita, che rende il continuare a vivere non più desiderabile.

Tra i cultori dell’etica bio-medica c’è una diffusa diffidenza nei confronti della qualità della vita, invocata come criterio per prendere delle decisioni anche in campo sanitario. Tale criterio appare come inaffidabile, impreciso nei suoi contenuti e connivente con il lassismo morale della civiltà consumista che è la nostra. Ad esso viene contrapposto, soprattutto a opera

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dei moralisti cattolici, il criterio della santità della vita. Questo ricorso non è esclusivo della morale religiosa; può essere condiviso dai sistemi etici a fondazione deontologica, piuttosto che utilitaristica.

Il criterio della santità della vita può essere ricondotto al principio secondo il quale è bene tutto quello che va a favore della vita, male ciò che la mette in pericolo. Nel modo più stringato, così P. Giacomo Perico formula il criterio: «la vita umana, per se stessa, indipendentemente cioè dai suoi livelli di qualità, resta il valore più alto». I moralisti di ispirazione religiosa tendono a far coincidere il principio con il rispetto della vita in quanto dono di Dio, sottratta alla disponibilità dell’uomo, quale bene al quale non è lecito attentare.

● Criteri per guidare le scelte in medicina.

Cercando di passare dalla considerazione generica del valore sacro della vita a un criterio operativo, nell’orientamento ispirato alla santità della vita possiamo individuare i seguenti elementi:

1. la vita è un bene prezioso;

2. deve essere rispettata e protetta;

3. di ogni essere umano vivente si presume che abbia diritto alla vita;

4. nessuno ne deve essere privato senza adeguata giustificazione.

Su tali valori è facile trovare un consenso: difficile è invece tradurli in regole di comportamento. A un esame più ravvicinato, infatti, il criterio della santità della vita si dimostra molto meno operativo di quanto promette di essere. La vita è un valore conflittuale. La volontà di proteggerla e affermarla può scontrarsi con valori etici (come l’altruismo e la solidarietà: è considerata virtù aiutare chi ha bisogno, anche a rischio della propria vita) e con valori sociali (a esempio la tutela della collettività: con questi argomenti si

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è tradizionalmente trovata una giustificazione dal punto di vista morale sia alla pena di morte, sia alla guerra giusta).

La religione, inoltre, apre un altro fronte che può anch’esso entrare in collisione con la tutela della vita. La Chiesa, ad esempio, venera come martiri coloro che non esitano a rinunciare alla vita per non venir meno all’adorazione di Dio. Ancor più, essa considera la stessa difesa di certe qualità  come la verginità  un valore superiore, a cui può essere subordinata la vita fisica.

Anche in ambito medico, il principio della sanità della vita è potuto diventare un criterio per le concrete scelte morali solo grazie a una decisiva mitigazione delle sue pretese assolute. La dottrina che distingue tra mezzi ordinari e straordinari è servita per un lungo periodo egregiamente a tale scopo. Quando si tratta di mettere in atto interventi medici che prolungano la vita, solo i primi sono obbligatori, mentre i secondi sono facoltativi.

Nelle condizioni attuali dello sviluppo della medicina, che ha elaborato la capacità di prolungare quasi indefinitamente le funzioni vitali dell’organismo, anche quando le funzionalità corticale e la vita relazionale sono definitivamente compromesse, il criterio della santità della vita può facilmente degradarsi, se non è opportunamente mitigato. Se fosse spinto all’estremo, ne deriverebbe un vitalismo riduttivo, ovvero una celebrazione della vita ricondotta ai soli parametri biologici. Ciò risulta contrario sia allo spirito dell’umanesimo, sia alla stessa visione cristiana dell’uomo.

Sarebbe paradossale che il cristianesimo, dopo aver per secoli tradizionalmente mostrato una certa indifferenza verso la vita terrena (pensiamo solo alle schiere di giovanissime educande e religiose che, fin verso i primi decenni del nostro secolo, andavano gioiosamente verso una morte prematura, dispensando

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parole di conforto ai genitori, che restavano in un mondo da esse percepito come estraneo allo spirito: questo anelito alla vita oltre il corpo era considerato un modello di esemplare virtù cristiana), diventasse ora un difensore a oltranza del prolungamento incondizionato della vita fisica. Più che un’evoluzione della morale cristiana, dovremmo vedere, in un simile cambiamento di fronte, una frattura profonda con la tradizione.

● Alla ricerca di decisioni «ragionevoli»,

Per rendere la qualità della vita un criterio praticabile anche per chi si orienta verso una concezione etica di tipo deontologico, o si muove in un ambito segnato dall’esperienza religiosa della vita come un dono, bisogna demarcarlo da interpretazioni riduttive. Una di queste è quella che mette il criterio al servizio di un utilitarismo egoista. Tanto più pericoloso, quando non è il soggetto stesso, ma altri a decidere per lui se, nelle concrete circostanze e considerata la proporzione tra costi e benefici, la sua vita conservi ancora la qualità che la rende degna di essere vissuta.

Lo stesso linguaggio costi/benefici, per quanto possa sembrare raggelante al primo impatto a un umanista, è passibile di un’interpretazione non riduttiva. Basta considerare tra i «benefici» non solo quelli economici, ma quelli di natura simbolica. Per un gruppo sociale, infatti, l’impiego anche di grandi risorse umane e tecnologiche per salvare una vita umana o prolungare un’esistenza può essere passivo dal punto di vista economico, ma molto produttivo rispetto a valori di cui la società ha bisogno per la propria coesione, quali l’altruismo, l’abnegazione e la solidarietà.

Per salvare il criterio della qualità della vita dai rischi di utilizzazione a servizio dell’egoismo, basta ricorrere a un riferimento antropologico più ampio, che consideri anche gli elementi di cui l’approccio

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esclusivamente biologico-medico non tiene conto. Può essere utile, a tal fine, la formula proposta da Antony Shaw: QVi = CN (F+S).

La qualità della vita (QVi) non è funzione esclusiva delle capacità naturali (CN) dell’individuo. Bisogna tener conto anche di due altri elementi: famiglia (F) e società (S). Se, per ipotesi, le capacità naturali fossero uguali a zero (come nel caso di un bambino anencefalo), la qualità della vita sarà sempre nulla, per quanto grande sia l’impegno della famiglia e della società (Shaw, 1977).

Questi due fattori influiscono sulle capacità naturali, tanto negativamente quanto positivamente. Un bambino, pur dotato del migliore corredo genetico e salute fisica, ma che non abbia il minimo supporto familiare (nasca, per esempio, nel ghetto urbano di una grande metropoli da una madre minorenne, non sposata, dedita agli stupefacenti...), possiamo prevedere che avrà una bassissima qualità di vita. Secondo la formula, se la famiglia è zero, la somma sarà zero. A meno che la società non supplisca alle carenze della famiglia, prendendosi cura del bambino. Questa variabile può ancora modificare positivamente la futura qualità di vita dell’individuo, conferendo valori più alti alla formula di equazione.

Come si può rilevare, la prospettiva della qualità della vita ha esiti contraddittori. Può condurre a una svalutazione dell’esistenza di una persona, qualora come punto di riferimento per valutare la qualità di vita si assuma il criterio dello standard sociale, escludendo il punto di vista soggettivo della persona, oppure quello delle capacità naturali, prescindendo dalla famiglia e dalla società. Per contro, la preoccupazione per la qualità può produrre esiti indiscutibilmente positivi per il soggetto.

È quanto si può riscontrare, ad esempio, nell’indirizzo che ha portato allo sviluppo delle cure palliative per

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malati per i quali non si può più prevedere una guarigione. Questa pratica si basa su una visione antropologica che dà la priorità alla qualità rispetto alla quantità («Quando il problema principale non è la quantità, ma la qualità»: è il motto programmatico della Società italiana di cure palliative).

È vero che l’approccio della qualità della vita può essere soggetto ad abusi. Lo stesso può avvenire, però, con l’adozione del principio della santità della vita. Sarà pur sempre necessario tracciare una linea tra mezzi ordinari e straordinari (o proporzionati e sproporzionati); e la linea può passare troppo al di qua o troppo al di là del giusto confine.

La contrapposizione tra il criterio della qualità e quello della santità della vita è, in ultima analisi, artificiale. Ognuno dei due è inadeguato, da solo, a offrirci indicazioni valide per risolvere i dilemmi etici che incontriamo; se condotto all’estremo, senza gli aggiustamenti correttivi che vengono dall’altro criterio, provoca scelte etiche in violento contrasto con il senso comune. L’esortazione del moralista cattolico Richard McCormick a considerare i due criteri come complementari è, perciò, quanto mai opportuna:

Il criterio della qualità della vita si deve considerare a partire dalla riverenza e dal rispetto per la vita, come un’estensione del rispetto stesso per la santità della vita. Tuttavia, ci sono occasioni in cui preservare la vita di colui che si trova incapacitato, per gli aspetti della vita che consideriamo umani, è una violazione della santità stessa della vita. Pertanto, separare i due aspetti e chiamare uno santità della vita e l’altro qualità della vita è una falsa spaccatura intellettuale e molto facilmente suggerisce che il termine «santità della vita» sia usato in forma esortativa.

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Si tratta, in altre parole, di fare un giudizio di qualità della vita in modo tale che esso esprima e rinforzi il nostro interesse per la santità della vita. Concretamente, bisogna cercare di tracciare la linea che demarca l’impegno a proteggere la vita in modo che esso non tradisca la vita stessa, né per eccesso, né per difetto. Ciò avverrà secondo un criterio sintetico, che potremmo approssimativamente chiamare «criterio di ragionevolezza». Stabilito questo orientamento generale, bisognerà, volta a volta, esplicitare i parametri che le persone ragionevoli usano per prendere le decisioni. E, anzitutto, distinguere tra le decisioni che riguardano il soggetto stesso e quelle, invece, che concernono altre persone.

Le prime sono relativamente più semplici. Se consideriamo, ad esempio, la decisione del soggetto relativa a quel prolungamento di cure, essenziali a mantenere in vita, che possa essere ritenuto ragionevole, ci accorgiamo quanto variano da persona a persona le opzioni moralmente accettabili. Tre valori fondamentali vanno presi in considerazione: la preservazione della vita, la libertà umana e l’assenza di dolore.

Nel suo ruolo di protagonista del proprio morire, il soggetto può modulare i valori in conflitto in modi diversi. Tra la difesa della propria libertà e la lotta al dolore, qualcuno potrà scegliere di massimalizzare la libertà, rifiutando il ricorso ad analgesici che deprimono la vigilanza cosciente, anche a costo di sopportare dolore; qualcun altro, invece, opterà per minimizzare il dolore a prezzo della riduzione del grado di libertà che si esprime nella consapevolezza, e magari anche di un abbreviamento della durata della vita.

Per alcuni il prolungamento della vita, anche solo di pochi giorni, è l’obiettivo supremo; altri, invece, preferiscono una vita di minore durata, ma di cui possano essere fino alla fine gli artefici orchestranti. Il mondo soggettivo si dispiega con tutta la sua poliedrica

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varietà, con motivazioni di ordine spirituale (la fede in un’altra vita può essere una variabile importante), psicologico e affettivo (il desiderio di abbreviare la durata della propria fine può nutrirsi di intenzioni altamente altruistiche, come il desiderio di non gravare sui propri cari o non trascinarli alla rovina economica con spese sanitarie insensate).

Quando lasciamo emergere la soggettività, il bene del paziente non può essere stabilito a priori e in modo esterno al suo mondo di valori, sulla base di parametri esclusivamente organici. Questo confronto con il soggetto è una sfida per l ’approccio medico tradizionale. L’azione medica è chiamata a tutelare e favorire l’autodeterminazione del paziente, evitando quel paternalismo che consiste nel decidere al posto dell’altro ciò che costituisce il suo miglior beneficio.

Il rispetto dell’«autonomia» del soggetto diventa un’impresa di enorme difficoltà, quando la persona non è in grado di decidere per se stessa. È il caso dei malati in coma, o ridotti a una condizione di degrado psichico che li rende incapaci di prendere delle decisioni su se stessi. Ciò avviene, regolarmente, quando medici e genitori devono prendere decisioni circa la vita di neonati o bambini. Se per gli adulti, anche se incapaci di intendere e di volere, possiamo ancora basarci su una volontà precedentemente espressa o sul trattamento che presumibilmente la maggior parte delle persone desidererebbe per sé, se si trovasse in quelle condizioni, nel caso dei bambini mancano anche questi punti di riferimento.

Il criterio sintetico della ragionevolezza non può qui assumere la funzione di una formula matematica da applicare meccanicamente. La duplice considerazione della qualità e della santità della vita fa assomigliare la decisione morale a un’opera di creatività spirituale, dalla quale, tuttavia, non si può sempre escludere una parte di male necessario.

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4. Quale etica per le cure palliative ?

La pratica medica che si occupa dei malati che non vanno verso la guarigione, bensì verso la fine della vita, è intensamente pervasa di dibattiti etici. L’etica coinvolta non è solo quella protesa a difendere valori e a promuovere stabili disposizioni interiori verso il bene («etica delle virtù»). Con le decisioni che nascono sull’estrema soglia della vita si confronta anche l’etica correlata con la difesa dei diritti, a partire da quello fondamentale di dare forma e contenuto al bene morale soggettivamente inteso. In questo senso, parlare di «etica delle scelte e delle decisioni» è più che una tautologia (se non c’è scelta, siamo nel dominio della necessità e quindi non nell’ambito dell’etica). Se sul fatto di morire non abbiamo controllo, e quindi capacità di decidere, possiamo però intervenire ampiamente sul quando (anticipare o ritardare la morte), sul dove (in ospedale, a casa, in un hospice...; perfino davanti all’occhio della televisione, per un programma «educativo» destinato alla BBC!) e, soprattutto, sul come (quanto medicalizzare la morte o riservarsi spazi per gestire anche la fine della vita, secondo propri valori e preferenze).

Collocarsi risolutamente nell’ambito delle scelte e delle decisioni ha delle implicazioni anche per i sanitari che praticano le cure palliative. Vuol dire riconoscere, implicitamente, che i propri comportamenti nei confronti dei malati che vanno verso la morte sono influenzati, abitualmente, più da altre forze che da quell’attività di pensiero razionale e dialogico (nel senso canonico attribuito al dialogo da Socrate: come risposta a domande che scompigliano luoghi comuni) che chiamiamo etica. Un modo concreto per fondare i propri comportamenti sull’etica  piuttosto che sui costumi e le mode sociali o sulla retorica, che non risparmia neppure le cure palliative  può essere quello

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di confrontarli con i principi proposti dalla bioetica contemporanea, che si è imposta come lingua franca nel dibattito sulle scelte e le decisioni che hanno a che fare con la vita e la morte.

Accogliendo l’impostazione teorica proposta da Diego Gracia, i principi con cui confrontare i comportamenti non vanno semplicemente allineati l’uno accanto all’altro, decidendo di privilegiare quello più in sintonia con le proprie preferenze (Gracia, 1993). I principi vanno piuttosto disposti su due livelli, che tutelano rispettivamente il «minimo morale» e il «massimo morale». I minima moralia identificano  per riprendere la formulazione di Th. W. Adorno  quel livello di moralità al di sotto del quale regna l’immortalità, anche se nella società fosse accettato per consenso generale. I principi di «non maleficità» e di «giustizia» tutelano questo minimo morale. È una dimensione non negoziabile, dove l’etica può e deve mostrare i muscoli, formulando  quando è il caso  dei no decisi.

Il principio della non nocività — il classico primum non nocere— tradizionalmente è stato fatto equivalere al rifiuto di utilizzare la medicina per dare la morte. Questa posizione costante dell’etica medica lega, ad esempio, il giuramento di Ippocrate con la revisione più recente del codice deontologico dei medici italiani (ottobre 1998). Il giuramento che precede il codice ― un giuramento «laico», fatto davanti alla propria coscienza e senza invocazione di alcuna divinità  elenca tra gli impegni presi solennemente quello di «non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente». Il nuovo giuramento professionale apre però la porta a una novità, proponendo al medico di giurare «di astenersi dall'accanimento diagnostico e terapeutico».

Si è fatta strada nel frattempo la consapevolezza che si può nuocere al paziente non solo privandolo della vita, ma anche con un eccesso di diagnosi e cure,

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che costringono la persona a prolungare una vita in condizioni innaturali, contro la sua volontà e il suo miglior interesse (in questo caso il filologo potrebbe rispolverare il significato che la parola «paziente» aveva originariamente: nel francese medievale il termine «patient» era riservato al condannato a morte che, prima dell’esecuzione, veniva torturato...!)

Il secondo principio che presidia il minimo morale è quello della giustizia. Esso richiede che a ogni persona, in una società giusta, sia attribuita uguale considerazione e uguale rispetto. L’essere più vicino alla morte non può essere una discriminante accettabile rispetto alla tutela che spetta a ogni cittadino. Sarebbe al di sotto del livello morale minimo una società che decidesse di sottrarre le cure necessarie a qualcuno, anche se la decisione fosse presa in maniera democratica, con il consenso di tutti, addirittura all’unanimità. Oggi il pericolo si presenta sotto forma di un economicismo a oltranza, che riduca il valore della vita a parametri esclusivamente economici.

Un preoccupante segnale d’allarme in questo senso è fornito dall’indagine, fatta da un economista sanitario e pubblicata sul New England Journal of Medicine (16 luglio 1998), sul «potenziale risparmio in termini economici che deriva dalla legalizzazione del suicidio assistito». La conclusione potrebbe suonare rassicurante (la stima parla di 627 milioni di dollari, pari a meno dello 0,07 per cento della spesa totale degli Stati Uniti per la sanità: «il risparmio che seguirebbe dalla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito rappresenta una frazione molto piccola della spesa sanitaria»); profondamente inquietante è, invece, il fatto stesso che una rivista così prestigiosa e autorevole ospiti studi di questo genere.

L’opinione pubblica si è molto allarmata quando è sembrato che, nel caso divulgato dalla stampa come «Child B», a una bambina inglese di dieci anni, affetta

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da leucemia, fosse stato negato un secondo trapianto di midollo perché il costo del trattamento non era proporzionato alle scarse possibilità di esito positivo. È un indice che ancora il razionamento delle risorse sanitarie, a danno delle persone che hanno minori possibilità di cavarsela, è percepito come lesivo della giustizia. Cominceremmo a preoccuparci seriamente qualora fatti di questo genere suscitassero reazioni scandalizzate.

Perché il livello minimo di giustizia sia garantito, non bastano le condanne e le esortazioni: è necessaria un’efficace politica sanitaria che privilegi la tutela dei soggetti deboli. Il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000 presenta, per la prima volta nella storia della sanità italiana, un impegno in questa direzione. L’assistenza alle persone nella fase terminale della vita fa parte integrante del «patto di solidarietà per la salute» con cui lo stato si impegna a offrire l’assistenza per i deboli. È quasi un luogo comune affibbiare al Piano sanitario nazionale la qualifica di «libro dei sogni». In questo caso, se alla proclamazione non seguisse impegno adeguato, l’accusa sarebbe pienamente giustificata.

I principi che presiedono al «massimo morale» hanno la caratteristica di richiedere la partecipazione attiva a coloro il cui bene e i cui interessi devono essere tutelati (e in questo caso la qualifica di «pazienti» è quanto mai appropriata, se il termine connota, oltre al pathos che affligge chi è malato, anche un ruolo passivo). Questi principi sono riconducibili al classico orientamento dell’azione medica al «bene del paziente» e al rispetto dell’«autonomia» del malato, inteso come soggetto che ha diritto di prendere le decisioni che lo riguardano.

La situazione clinica di cui si occupano le cure palliative non sospende l’imperativo a procurare un beneficio al malato, con cui l’intervento dei sanitari si deve misurare; tuttavia, il fatto che, per definizione, parliamo

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di patologie per le quali non esistono rimedi curativi e di soggetti che, in tempi più o meno lunghi, si stanno avviando alla morte, costituisce un cambiamento di scenario con rilevanti implicazioni etiche.

Come nelle figure ambigue, rese celebri dalla corrente psicologica della Gestalt, l’inversione del rapporto figura/sfondo cambia ciò che si percepisce, allo stesso modo lo scenario della situazione clinica inguaribile modifica ciò che si percepisce come figura (leggi: priorità clinica) e ciò che invece retrocede sullo sfondo. Quando la malattia può essere debellata, la priorità spetta alla cura, mentre il «prendersi cura» sta sullo sfondo (anche se nessuno, che non sia in malafede, oserà sostenere che gli aspetti relazionali, intesi con il «prendersi cura», non siano importanti anche per il malato che si trovi in una condizione di patologia reversibile).

Il contrario avviene quando prevale il momento della palliazione. Non intendo dire con questo che le cure palliative debbano identificarsi con l'high touch, abbandonando completamente la sponda dell'high teck. l’uso della terapia appropriata, anche molto sofisticata, può essere richiesto per un trattamento efficace dei sintomi. Ma è chiaro che nel decorso di un programma di cure palliative gli interventi aggressivi, con ampio ricorso alla tecnologia, sono chiamati a lasciare progressivamente la scena per ricoprire un ruolo di sfondo, a vantaggio di interventi nei quali protagonisti principali sono i cinque sensi, in uno stretto rapporto interpersonale (cfr. Gallucci, 1998).

In questo cambiamento del rapporto figura/sfondo, nell’identificazione del bene del paziente collochiamo anche il progressivo spostamento dell’attenzione sui sintomi, a cominciare dal più importante: il controllo del dolore. Finché prevale l’atteggiamento curativo, la preoccupazione per i sintomi può passare in secondo piano (benché anche qui sia necessario ripetere

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l’osservazione precedente: non può essere chiamata buona medicina quella che è talmente concentrata sul progetto curativo da trascurare sistematicamente le sofferenze del malato). Quando però si annuncia la condizione di terminalità, combattere i sintomi diventa l’imperativo prioritario. Queste scelte richiedono l’ascolto del malato e una continua negoziazione, per trovare il punto di equilibro tra ciò che la medicina può fare per il malato e ciò che questi trova appropriato, in quanto congruente con il proprio concetto di qualità di vita.

È proprio questo ruolo attivo e propositivo della persona malata che il principio di autonomia vuol promuovere. Nella pratica il passaggio alla cultura della modernità e dei diritti in medicina viene fatto corrispondere con un prevalere di aspetti giuridico-formali (vedi l’uso burocratico e difensivistico del «consenso informato», fatto sottoscrivere al paziente come una liberatoria per il medico...). Nell’ambito delle cure palliative un ruolo di questo genere rischiano di ricoprire le «direttive anticipate» (living will), se non sono l’espressione di un diverso modo di concepire il rapporto tra medico e paziente e non presuppongono un cambiamento culturale. La cultura del consenso informato nelle cure palliative dovrebbe tendere a rendere possibile ciò che Rilke, in termini poetici, chiedeva a Dio nel suo Libro d’ore:

Signore, dà a ciascuno la sua morte

la morte che da quella vita viene

in cui ebbe amore, anima, angoscia.

Perché noi siamo solo guscio e foglia.

La grande morte che ciascuno ha in sé

è il frutto attorno a cui tutto si volge.

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epilogo

TRA MEDICO E PAZIENTE, NUOVI DIRITTI NUOVI DOVERI

Il nuovo profilo della pratica medica che abbiamo tracciato non richiede solo un sanitario diverso, ma anche la formazione di un paziente più consapevole del compito che incombe su di lui nel cercare la giusta risposta ai problemi di salute in collaborazione con il sanitario. Affinché queste considerazioni abbiano il tono della concretezza, presentiamo in conclusione un elenco di consigli al paziente.

Il «buon paziente» dei nostri tempi non è solo colui che tace, si sottomette e segue alla lettera le prescrizioni. Essere un buon paziente oggi richiede intelligenza, volontà e un certo numero di virtù. Per questo, quando si è malati, occorre ricordare che:

● un buon medico non esiste senza un buon paziente. Si può fare molto, in quanto pazienti, per migliorare lo stato della medicina, cominciando a disporsi a essere un buon paziente. Gli orientali dicono: «Quando il discepolo è pronto, arriva il maestro»;

● il buon paziente non è quello che sopporta e tace. Parlare della propria malattia non è soltanto un diritto, ma un dovere;

● non lasciarsi intimidire dalle apparecchiature diagnostiche e dalle macchine. Anche il medico più orientato in senso tecnologico ha bisogno del racconto del paziente per capire che cosa la malattia significa per lui;

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● il medico non è né il padrone, né il robot. Lui non può esigere un atteggiamento servile; il paziente non deve cercare di ridurlo a un puro esecutore dei suoi desideri;

● non fare del medico il proprio complice per piccole frodi (certificati compiacenti, ricette «facili» ecc.): quello che si potrebbe guadagnare su un piano, lo si perderebbe su quello della stima reciproca e della qualità del rapporto;

● la medicina, oggi, può fare molto. Qualche volta può fare perfino troppo, per esempio prolungando la vita in condizioni che il paziente considera indegne. Per prevenire queste situazioni, far conoscere al medico qual è il proprio confine accettabile tra la buona terapia e l’accanimento terapeutico;

● tra il paziente e il medico ci possono essere divergenze insanabili in materia di scelte etiche. Il medico non deve fare violenza alla coscienza del paziente, ma neppure quest’ultimo deve farla alla coscienza del medico. Esaurite tutte le possibilità di dialogo, non resta che cambiare medico.

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1 L'ethos di quella struttura familiare che la ricerca antropologica sulla famiglia meridionale ha chiamato “familismo” (ctr. E.C. BanfieldLe basi morali di una società arretrata, traci, it. Il Mulino, Bologna 1976) comporta meccanismi di controllo sociale che orientano le scelte degli individui e dei gruppi familiari: A. De SpiritoAntropologia della famiglia meridionale, Janua, Roma 1983.

2 Una eloquente documentazione a conferma delle ricerche antropologiche di Deborah Gordon è offerta dalla pubblicazione Donna e salute. Dall'esperienza di malattia a una diversa cultura, Firenze 1989, che raccoglie inchieste svolte tra donne affette da cancro al seno.

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L’alleanza terapeutica

Book Cover: L'alleanza terapeutica
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

L'ALLEANZA TERAPEUTICA

Le dimensioni della salute

Città Nuova, Roma 1988

pp. 171

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In ogni società evoluta la funzione terapeutica si differenzia. Così è avvenuto nella cultura dell'Occidente: il compito di guarire è svolto dal medico per ciò che riguarda le malattie somatiche, dallo psicoterapeuta per i disagi di tipo psichico, emotivo e relazionale, e dal sacerdote per ciò che concerne i mali di natura spirituale.

La differenziazione è utile e produttiva, e non è pensabile un cammino a ritroso, verso l’indeterminatezza. È pensabile, però, un cammino in avanti, verso l’integrazione dei diversi saperi e pratiche terapeutiche. Si può dire, di più, che l’acquisizione di una prospettiva «distica» per comprendere la patologia che affligge l’uomo e per fornire una risposta soddisfacente è un imperativo culturale e pratico del nostro tempo.

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INTRODUZIONE

UN'ARTE DELLA GUARIGIONE PER L'EPOCA POST-MODERNA

Ci sono libri che nascono a seguito di una lenta coagulazione del materiale intorno a un’idea germinale. Li potremmo chiamare libri «organici», in quanto ricordano molto da vicino il dinamismo di crescita degli organismi vegetali e animali: stadio embrionale, sviluppo, differenziazione delle parti... finché il nuovo essere è là, individuato e autonomo, pronto per affrontare l’impatto con il mondo. Non è questa la storia del libro presente. Avrebbe forse potuto esserlo: la nozione di «alleanza terapeutica» si presta magnificamente alla funzione di idea seminale, suscettibile di sviluppi organici. Ma non è andata così.

Il libro è nato dall’attività dispersa che costituisce la croce e la delizia di chi si trova oggi a operare sulla frontiera di una medicina più umana. Nessuna possibilità di otium (non solo nel senso di oziosità, ma anche in quello nobile e antico di tempo dedicato alla contemplazione e allo studio): si è presi nell’occhio del ciclone di una realtà culturale-sociale-politica tra le più dinamiche, continuamente sollecitati a interventi di vario genere. Conferenze, dibattiti, articoli; il più sovente abbozzi di riflessioni, più che idee sviluppate fino in fondo. Forse materiali che non si ha il coraggio di presentare ai propri colleghi dediti a severi studi accademici, ma nei confronti dei quali è facile sentire una particolare predilezione, in quanto nati dal confronto vivo con la vita, là dove questa si fa interrogazione su valori così carnali e spirituali a un tempo: la salute e la malattia, la guarigione e la morte, il dolore e la compassione, il curare e il consolare,

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il male da combattere e l’inevitabile arrendersi che può aprire l’accesso a un’altra dimensione dell’essere.

Il libro è dunque nato da scritti di natura occasionale, originati da sollecitazioni di diverso genere. Gli scritti tuttavia non sono stati semplicemente assemblati. La nozione di «alleanza terapeutica» ha conferito loro un legame organico e una reale unità, evidenziando una struttura che esisteva in essi previamente, anche se in modo implicito. L’alleanza si impone, con l’evidenza di un insight che ristruttura gli elementi già presenti nel campo percettivo, dando loro una nuova Gestalt, quando consideriamo le esigenze attuali della sanità. Della medicina di domani, ancor più di quella di oggi. Essa sarà — dovrà essere, se non vuol tradire se stessa — medicina di relazione, piuttosto che medicina di organo. E la categoria di alleanza, con l’alone sociale che l’accompagna, evoca meglio di qualsiasi concetto il progetto di un nuovo modello di impresa terapeutica.

Anzitutto per la sua vastità. Nell’universo biblico, infatti, l’alleanza non è una categoria esclusiva, ma inclusiva. Il credente non conosce solo l’alleanza particolare con Abramo e la sua discendenza, in vista della storia della salvezza (che per i cristiani si conclude con la Nuova Alleanza e la salvezza messianica), ma anche un’alleanza universale di Dio con tutti gli uomini. Essa è stata stabilita con Noè (cf. Gn 9,8-13) e si riflette nella stabilità e nell’ordine del creato.

Di questa alleanza l’immaginario religioso ha evidenziato il segno simbolico: l’arcobaleno. Ma essa, come tutte le alleanze bibliche, contiene anche la promessa di altri segni reali. Sono le «benedizioni», che accompagnano ogni alleanza. Queste hanno un carattere concreto e una portata cosmica; consistono nella sicurezza, felicità, salute, fertilità del suolo, armonia col mondo circostante. A tutta l’umanità l’alleanza promette che il vivere sulla terra nell’ordine universale costituirà la benedizione del Signore. Proprio questa dimensione cosmica, implicante un giusto rapporto con la natura, costituisce la solida base della medicina di domani. Essa dovrà essere — o tornare ad essere — medicina della totalità,

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olistica. Dovrà concepirsi come un’alleanza con la natura, piuttosto che un’impresa bellica contro di essa. Le conseguenze di questo cambiamento di prospettiva portano lontano. Adottando questo atteggiamento, il corpo ci appare non solo come oggetto di un potere che l’uomo esercita su di esso, ma come alleato. Anche il corpo malato. Riferita a un quadro antropologico più completo, la malattia mostra la sua ambivalenza: riveste il significato di sregolamento e pazzia del corpo, ma anche di saggezza. Elaborare la malattia, facendola diventare un momento significativo del proprio cammino biografico, è opera più delicata e difficile che la semplice lotta a oltranza contro di essa; ma è forse anche l’opera di creatività più personale che l’essere umano possa fare nel frammento di storia che è chiamato a vivere.

Il carattere interpersonale dell’alleanza richiama inoltre un altro tratto, che emerge inequivocabilmente dalla fisionomia che dovrà assumere in futuro l’azione terapeutica. Parallelamente al crescere dell’efficacia dei farmaci, al moltiplicarsi e al raffinarsi della possibilità di intervento nel corpo umano, a livello non più di organo o cellula, ma di atomo, si va riscoprendo che la medicina fondamentale, e assolutamente insostituibile, rimane il medico stesso. Una medicina personalizzata: non la richiedono a gran voce solo i malati. Anche i sanitari che esercitano la professione in modo burocratico e mercantile si accorgono di pagare il successo materiale con ansia ed esaurimento della motivazione, fino a quella sindrome che nei Paesi di lingua inglese è stata chiamata di burn-out: il sanitario «bruciato», privo di ogni idealità, non trova più alcun appagamento nel proprio lavoro, assume un atteggiamento cinico verso i pazienti, diventa anaffettivo anche nella vita privata, oltre che nella professione.

Il luogo della rifondazione di una medicina di relazione è più l’ospedale che la Facoltà universitaria. La medicina di scuola rischia di morire per obesità scientifica; trascinata dal desiderio di essere sempre più rigorosamente scienza, perde il malato. Nell’ospedale, invece, la realtà ingombrante della persona malata — con le sue molteplici esigenze, con la rivendicazione

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di diritti, con la richiesta sempre rinnovata di un’alleanza della mente, del cuore e delle mani del sanitario col corpo sofferente del malato — non si lascia eliminare. Qui è destinata a sorgere, con la forza dirompente della profezia, la nuova cultura sanitaria, centrata sul malato. Di questo nuovo sapere teorico-pratico qualitativamente diverso che nasce nell’ospedale, ci limitiamo a presentare per esteso, nel corso del libro, due proposte: il «Dipartimento di Scienze umane» e i Comitati di etica ospedalieri.

La posta in gioco è così importante, che nessun progetto concreto va lasciato inesplorato. Si tratta di arrivare a far si che le vicende patologiche del corpo e dello spirito dell’uomo non siano una landa desolata, ma una terra abitabile, addirittura feconda.

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I. UN’ALLEANZA NUOVA CON IL CORPO

I. 1 - il corpo come espressione e come comunicazione

Il linguaggio dei gesti corporei non si insegna in nessuna scuola; eppure tutti arrivano a capirlo, a parlarlo correttamente, a comunicare con gli altri esseri umani senza gravi intoppi. Non parla solo la nostra lingua, formulando parole, ma parlano anche le mani, i piedi, gli occhi, il corpo intero. Gli studiosi del comportamento umano hanno già messo nel dovuto rilievo la nostra capacità di usare dei segni per comunicare. Una disciplina in grande sviluppo, la semiotica, ne ha fatto l’oggetto di una trattazione specifica. L’attenzione a quella particolare classe di segni che sono i gesti corporei è passata di recente dal livello della curiosità a quello di un sapere organizzato, anzi di una vera a propria scienza, nell’ambito delle scienze del comportamento o sociali. Tra i numerosi studi disponibili, preferiamo rivolgere un’attenzione privilegiata a un’opera di Desmond Morris. Anche se di taglio piuttosto divulgativo e datato già di qualche anno, L’uomo e i suoi gesti 1 rimane un punto di riferimento non trascurabile e ci permette di fare considerazioni di portata più generale.

Tra tutti i segni che attraversano l’universo conoscitivo dell’uomo, Morris prende in particolare considerazione quelli che formula il corpo. Un repertorio di gesti corporei, quindi. Ma fondato su ben altri presupposti ideologici che, poniamo, La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano di De

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Jorio (1832), che Morris cita come uno dei primi tentativi precursori del suo lavoro. Nel mezzo è passato Darwin, sollevando la questione scientifica dell’origine della specie umana.

È noto che Darwin si occupò, nella sua prospettiva evolutiva, dell’espressione fisica delle emozioni in un’opera (L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali) che, fino a un’epoca più recente, non ha goduto la meritata attenzione degli scienziati. Eppure è proprio quest’opera la vera antenata della ricerca di Morris. La sua analisi dei gesti dell’uomo è più che un’antologia comparativa, in senso sincronico, come potrebbe compilarla uno studioso del folklore o di antropologia culturale. Non può essere neppure schedata tra le ricerche che si occupano della funzione del corpo nella semantica e nella pragmatica della comunicazione umana 2. Desmond Morris è uno studioso del comportamento animale, un etologo; anzi, più crudamente: uno zoologo. Direttore della sezione mammiferi dello zoo di Londra dal 1959 al 1967, studioso in particolare dei primati, deve la sua fama mondiale al libro con cui nel 1967 ha sorpreso — affascinato — scandalizzato milioni di lettori: La scimmia nuda 3. Partiva dal presupposto che per capire l’uomo bisogna considerarlo, né più né meno, che come una delle 193 specie di scimmie viventi; con una sola particolarità: che è nuda, mentre le altre sono coperte di pelo. Per l’evoluzionismo darwiniano ottocentesco, l’uomo deriva dalla scimmia; per Morris, l'homo sapiens è rimasto scimmia.

Le opere successive di Morris, Lo zoo umano e Il comportamento intimo, confermavano la sua fama di enfant terrible

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della divulgazione scientifica. Il disagio maggiore derivava dal non sapere che valore dare alle sue affermazioni: erano asserzioni scientifiche o boutades impertinenti? L’uomo e i suoi gesti, frutto di 10 anni di lavoro sul campo e di un esauriente vaglio della letteratura precedente, aiuta a risolvere l’interrogativo. Abbandonato il tono provocatorio e la scrittura semplificatrice — che seducevano i lettori quando i suoi scritti venivano pubblicati a puntate nel «Daily Mirror» —, vuol fare ora un esplicito lavoro scientifico. Il programma di Morris è di applicare allo studio del comportamento umano i principi che l’etologia ha elaborato per quello animale. Il titolo originale, più pedante ma più preciso, esprime meglio l’intento del suo lavoro: ManwatchingA Field Guide to Human Behaviour. Si tratta di osservare l’uomo, in modo che il suo stesso comportamento lasci trasparire il proprio senso biologico; vale a dire, la sua funzione nella soddisfazione dei bisogni e, in ultima analisi, nel mantenimento della specie.

Il libro vuol essere al tempo stesso un’opera divulgativa, nel senso che si rivolge a un’ampia cerchia di lettori. Tuttavia qui Morris esce dal cliché costruitosi con le sue opere precedenti. Sulla questione di fondo, cioè la legittimazione di un’etologia umana, si pronuncia in termini sfumati ed evasivi: «Non vi è nulla di insultante nello studiare gli esseri umani come animali. Dopotutto, noi siamo animali. L'homo sapiens è un primate, un fenomeno biologico regolato da leggi biologiche, come ogni altra specie. La natura umana non è che un tipo particolare di natura animale. Certo, l’uomo è un animale straordinario; ma anche tutte le altre specie lo sono, ognuna a suo modo, e l’osservatore scientifico dell’animale umano può portare molti nuovi contributi allo studio della specie, se mantiene questo atteggiamento di umiltà evolutiva». Rinuncia alle provocazioni per assumere il tono più suasivo del richiamo all’evidenza. Le sue analisi del significato dei vari gesti non hanno la forza di un’argomentazione stringente; il loro valore dimostrativo risiede nell’assenso intuitivo che riescono a evocare nel lettore.

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Ciò che viene costruito su una base antropologica così ristretta ha stabilità diseguale. Molta parte del lavoro è salda; quando invece l’analisi si estende ai comportamenti ad alta densità simbolica, allora la costruzione pencola paurosamente e minaccia di franare. Così, per esempio, quando viene affrontato il comportamento religioso («azioni effettuate per ingraziarsi divinità forgiate dalla nostra immaginazione», dice il sottotitolo del capitolo), oppure quando si traccia una biologia dell’estetica o si analizza il comportamento etico. La spiegazione del comportamento altruistico è esemplare. Assumendo come base del comportamento umano la pura finalità biologica, l’altruismo in quanto tale è un assurdo. Per Morris l’animale umano si comporta in modo «apparentemente altruistico»; come tutti gli altri animali, non può essere geneticamente programmato ad agire con vero altruismo. I gesti che pretendono la qualifica di altruistici, comprese le più alte vette dell’auto-sacrificio e della filantropia, sono tutti a servizio dell’«ego». Là dove ciò non è evidente, lo si deve a un processo di simbolizzazione — il vedere una cosa come la metafora di un’altra —, responsabile dell’estensione ad altri dell’impulso fondamentale a ricercare il proprio vantaggio.

Se in passato filosofi e teologi hanno preteso di dare ragione del comportamento umano prescindendo completamente dalla scienza che si occupa dei fatti biologici, ora il dogmatismo sembra prendere dimora tra gli scienziati: la biologia, e nient’ altro che la biologia, per spiegare il comportamento umano. Non è nostra intenzione mostrare l’inadeguatezza dell’approccio etologico quando viene esteso anche a quei comportamenti che specificano l’uomo in quanto tale. Tanto meno vogliamo negare la legittimità dell’approccio etologico in sé, purché rinunci alla sua pretesa imperialistica di ridurre tutto entro i suoi schemi. In particolare, non vorremmo che le doverose riserve che avanziamo circa l’antropologia riduzionistica di Morris (= «l’uomo non è altro che...») ci impediscano di partecipare alla festa dei gesti a cui la ricerca ci invita.

Come specie «gesticolante» non abbiamo l’uguale nel regno

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animale! La nostra inventiva in questo campo è tanto grande che nessuno ha finora seriamente tentato di compilare un esauriente dizionario internazionale dei gesti umani. Anche il voluminoso lavoro di Morris resta un primo abbozzo parziale di una ricerca destinata ad occupare gli studiosi per parecchi decenni. Premessa una classificazione con intenti sistematici (i gesti vengono divisi in: accidentali, espressivi, mimici, schematici, simbolici, tecnici e codificati), inizia la grande, fantasiosa rassegna del linguaggio fatto non di parole, ma di azioni: gesti di affermazione o negazione, il linguaggio dello sguardo, i gesti con cui segnaliamo la nostra posizione nell’ordine di preminenza sociale, le reazioni al pericolo, i gesti e riti di trionfo, fino al comportamento di riposo. La lista dei gesti presi in considerazione da Morris potrebbe essere allungata indefinitamente. In breve, è tutto il comportamento umano che qui viene indagato nella prospettiva del corpo come soggetto espressivo.

L’espressività del corpo è il perno di tutta questa ricerca, al di là dell’analisi eto-antropologica dei gesti dell’uomo. Anche il recupero della gestualità è un elemento di quel ritorno al corpo che è uno dei tratti salienti della cultura attuale 4. Mentre la società industriale avanzata persegue il suo progetto di esproprio del corpo — sostituendolo col surrogato di un corpo come oggetto di consumo —, le contro-culture, specialmente quelle giovanili, avanzano progetti alternativi centrati sulla riappropriazione del corpo.

Per il moralista supercilioso, preoccupato per le trasformazioni del costume, la pornografia delle edicole e il nudismo dei naturisti si equivalgono. In realtà, si tratta di comportamenti che non sono riconducibili a un denominatore comune. È proprio l’atteggiamento verso il corpo che marca maggiormente la differenza. Mentre la pornografia è un segno dell’ulteriore decadimento del corpo a merce, la caduta dei tabù in certi contesti può essere ricondotta a quel vasto movimento che incentra la crescita spirituale dell’uomo

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nell’occuparsi seriamente del corpo. Ciò che lo distingue dal banale culto del corpo promosso dalla società del benessere è proprio l’elemento spirituale, in quanto nel corpo si considera l’uomo intero. In tal senso il ritorno al corpo è parte costitutiva di quel Growth Movement in cui confluiscono le correnti più diverse dello spiritualismo moderno.

Non si tratta di ridurre l’uomo al corpo, come fa il consumismo, bensì di fare del corpo il punto di partenza di un processo di crescita che coinvolga tutto l’uomo. Quando si dice oggi: «Tu sei il tuo corpo», non lo si intende nel senso di un riduzionismo crassamente materialista. È piuttosto un invito a considerare che l’uomo come totalità trova nel funzionamento del corpo, in quanto luogo in cui si coagulano azioni ed emozioni, la condizione del suo completo benessere. Tornare al corpo equivale a mettere in moto un processo che inverte la tendenza a una sempre maggiore estraneità rispetto alla nostra dimensione somatica. Il suo linguaggio naturale non ci è più trasparente: non siamo più neppure in grado di interpretare i suoi segni di malessere, per i quali deleghiamo l’onnipotente macchina medica. L’autopercezione è il fattore critico della nostra esistenza nel mondo: se si atrofizza, è compromessa radicalmente la nostra esistenza in quanto uomini, ivi compresa la possibilità di comunicare con gli altri.

L’incremento dell’autopercezione del corpo comincia con la presa di coscienza che ci sono differenze nella tensione muscolare nelle diverse parti del corpo, intimamente connesse con le emozioni e con il benessere o malessere psichico e spirituale. È necessario mettere in moto la percezione del proprio corpo, porre a contatto le sensazioni profonde con le azioni esterne, al fine di mobilitare le energie originarie. Per eliminare i conflitti che si inscrivono nel corpo e rafforzare la capacità di sentire, in contrasto con i modelli di reazione offertici dalla cultura tecnologica, sono state messe a punto diverse tecniche corporee. Alcune sono tradizionali e derivano dalla secolare pratica dello yoga, diffusasi anche in Occidente. Altre, più moderne, possono essere comprese sotto la

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denominazione comune di «terapie a base corporea» (intendendo terapia non come quel processo che interviene per riparare uno stato patologico, ma come un mezzo tecnico per rendere il processo di crescita più consapevole e soddisfacente) 5.

Il movimento femminista ha assunto in proprio l’istanza di un ritorno al corpo. La donna ha sofferto più dell’uomo della scissione schizofrenica tra corpo e spirito. Idealizzata, talvolta, dalla mistica della femminilità e ridotta ad avere un rapporto col proprio corpo solo per delega, mediante il riferimento al corpo dell’uomo, oppure, talaltra, relegata nel puro biologico della funzione generatrice. Riappropriarsi del proprio corpo vuol dire, per le donne, oltre al raggiungimento di obiettivi di rivendicazioni contingenti, gettare le basi di una cultura femminile.

Dall’analisi del comportamento gestuale umano alle pratiche che incrementano l’autopercezione, il filo conduttore è costituito dall’interesse per il corpo in quanto strumento privilegiato per l’espressione e la comunicazione. L’accenno ai movimenti che promuovono la riappropriazione del corpo ci apre una prospettiva sulle possibilità pedagogiche offerte da una migliore conoscenza del corpo umano nella sua gestualità. Il primo campo di applicazione è indubbiamente quello della sessualità. La grande miseria della sessualità contemporanea non deriva primariamente dalla mancanza di principi morali o dalla carenza di informazione. Lo squilibrio è causato piuttosto dall’atrofizzazione dell’autopercezione del corpo (o dalla sua esasperazione patologica nelle forme che la biologia del comportamento chiamerebbe «supernormali»). Una vera educazione sessuale non può aver luogo finché non diventa chiaro che il vero protagonista del dialogo sessuale è il corpo pienamente umanizzato.

La sessualità umana è essenzialmente relazione, un legame che passa per il contatto fisico. Nel suo capitolo sui segni

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di legame per contatto fisico, Morris lascia cadere la cifra di 457 forme di contatto fisico finora individuate dagli studiosi del comportamento. Conosciamo per esperienza quotidiana l'estrema varietà e sottigliezza di queste azioni: ogni giorno interpretiamo migliaia di questi segni di legame e ne inviamo centinaia a quanti ci circondano. La conoscenza raffinata del linguaggio espressivo del corpo è indispensabile soprattutto per i legami amorosi, i quali appunto si nutrono di contatto fisico. Di gesti ha bisogno l’amore per esprimersi, per crescere, per dissipare equivoci, per evitare il tramonto dei sentimenti per usura e per carenza di stimoli.

La stessa conoscenza del proprio corpo è meno una questione di tavole anatomiche che di emozioni. Oltre alle zone tabù di competenza della censura, ci sono quelle create dall’educazione. Un’interessante ricerca-pilota in questo campo è ampiamente illustrata da Morris nel suo libro. La ricerca è stata fatta su giovani laureati negli Stati Uniti. Il corpo venne suddiviso in dodici zone di contatto; poi si chiese ai soggetti quanta probabilità avevano di essere toccati in quelle aree da: 1) madre, 2) padre, 3) amici dello stesso sesso, 4) amici del sesso opposto. Ne è emerso che ogni rapporto ha una propria combinazione peculiare di zone tabù e non-tabù. Variano non solo da cultura a cultura, ma anche da persona a persona, per il tramite dell’educazione familiare.

Ciò di cui sentiamo oggi la necessità non sono le trasgressioni provocatorie, che ci liberino dal formalismo puritano del passato, veicolo talvolta più di ipocrisia che di valori. Abbiamo bisogno di un’adeguata formazione emotiva al rapporto sereno, disinibito e armonioso con il corpo proprio e con quello degli altri. In quest’ottica di un corpo che è anche spirito accettiamo di buon grado il richiamo a ritornare alla fondamentale essenzialità dei gesti. I gesti dell’uomo sono così importanti perché solo l’uomo, tra le 193 specie di scimmie, con questi gesti può ricevere e trasmettere l’amore.

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I. 2 - la malattia e la saggezza del corpo

Malattie per guarire

P., un attore quarantenne, è in psicoanalisi da alcuni anni. I suoi sintomi principali sono l’alcolismo e l’instabilità affettiva. È fortemente identificato con la madre, iperattiva e dominante, che non può sopportare «debolezze» di nessun genere. Si rifugia anche lui nell’iperattività, viaggia di spettacolo in spettacolo, ha una relazione amorosa dopo l’altra (omosessuale, si lega a ragazzi molto più giovani di lui e ha relazioni brevi e tempestose). Non riesce a lasciarsi andare in nulla, deve sempre avere il controllo: lasciarsi andare significherebbe essere debole. E così, malgrado il suo successo professionale esterno, internamente è vuoto, depresso, può calcare il palcoscenico solo dopo essersi ubriacato... Improvvisamente una grave infezione gastro-intestinale lo inchioda a letto. Per la prima volta è in grado di viversi «debole» e di accettarlo. Non ha più bisogno di reprimere la passività, la tristezza, il senso di «non poterne più»; anzi sperimenta questa nuova esperienza come benefica, rilassante, sanante. Dopo la malattia la sua vita si stabilizza, i suoi sintomi nevrotici regrediscono vistosamente.

Franz Kafka. Per cinque anni è fidanzato con Felice Bauer; per cinque anni si tormenta con esitazioni e ripensamenti, se deve o no porre fine al fidanzamento. Teme di non poter più scrivere, se si lega con un saldo rapporto ad un’altra persona. Alla fine ha un’emottisi, si sente enormemente alleviato e poco dopo scioglie il fidanzamento. Scrive al suo amico Max Brod: «Talvolta mi sembra che cervello e polmoni si siano messi d’accordo, a mia insaputa. Così non può più andare avanti, ha detto il cervello; e dopo cinque anni i polmoni si sono dichiarati pronti a dare una mano».

Due flash, uno clinico e l’altro biografico, che strappano lo stesso commento: di malattia non solo ci si ammala, ma di malattia si guarisce! Sia gli esempi, che la tesi provocatoria

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sono tratti dall’ultimo libro di Dieter Beck, La malattia come auto guarigione 6. Ultimo in senso assoluto: il libro è uscito postumo. Beck, che era psichiatra e direttore del Dipartimento di Psicosomatica nella clinica universitaria di Basilea, è stato ucciso, nella primavera del 1980, da un suo ex-paziente con un colpo di pistola. Elisabeth Kübler-Ross nella postfazione ne tesse un elogio ammirato e commosso, descrivendo il suo incontro personale col giovane psichiatra svizzero a Shanti Nilaya, il Centro in California in cui tiene i suoi seminari sulla morte e il morire 7. Beck si era aperto al problema dell’accompagnamento dei morenti e aveva in animo di estendere la sua attività in questa direzione. L’eredità che ha lasciato è stata invece un’altra: un libretto scarno e lucido come una scheggia, che stimola a ripensare da capo il significato della malattia.

Senza circonlocuzioni, ad apertura di libro espone il suo pensiero a tutto tondo: «In questo libro vorrei proporre una tesi che negli ultimi anni del mio lavoro come medico psicosomatico mi ha fatto capire meglio molti pazienti e mi ha mostrato la loro malattia in una nuova visuale. La tesi suona: le malattie somatiche rappresentano spesso il tentativo di compensare una ferita psichica, di riparare una perdita intima o di risolvere un conflitto inconscio. La malattia del corpo è spesso un tentativo di autoguarigione psichica. Il tentativo di autoguarigione può avere successo, più sovente invece fallirà. La peculiarità di questa concezione della malattia sta nel fatto che al male fisico viene attribuito un valore più positivo di quanto si faccia di solito. In genere la malattia viene considerata come un molesto incidente nella nostra vita ispirata all’ideale della massima efficienza... Qui invece vengono evidenziate le facoltà sintetiche dell’io e le tendenze creative del Sé, che pongono le malattie somatiche al servizio dell’autoriparazione».

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Una tesi inaudita? Non certo nel senso che la concezione della malattia qui presupposta non abbia riscontro in altre formulazioni, anche molto autorevoli. Ne cito una emblematica, che risale già a una cinquantina di anni fa, dovuta a Viktor von Weizsäcker, il neurologo psicoanalista di Heidelberg che, introducendo la psicoanalisi nella medicina interna, voleva fondare una patologia generale che non separi le malattie psichiche e psicosomatiche da quelle organiche, bensì le unisca in una considerazione unica. Ciò presupponeva che venisse trasferito anche all’ambito delle malattie somatiche il presupposto che sorregge la teoria e la prassi della psicoanalisi: vale a dire che il sintomo non sia considerato un evento insensato, ma abbia un senso psicodinamico ed emotivo.

Von Weizsäcker propose di abbandonare il dualismo cartesiano e di lavorare con l’ipotesi dell’unità corpo-psiche. Era consapevole che la svolta era così decisiva per la medicina, che per realizzarla sarebbe stata necessaria una mente geniale, «un Paracelso per i nostri tempi». Pur non riconoscendosi tale genialità, si dedicò a fare un lavoro preparatorio. Cercò un caso tipico, redasse uno studio e lo sottopose a Freud 8.

Si trattava di un paziente che soffriva di disturbi della minzione di natura nevrotica. Come confermò Freud nella corrispondenza con von Weizsäcker, l’analisi del caso era stata condotta in modo soddisfacente, tanto dal punto di vista genetico (analizzando da «che cosa» era nata la malattia), quanto da quello dinamico (lotta tra la sessualità e la funzione urinaria per il possesso dell’organo, lotta della libera volontà con il bisogno naturale, lotta dell’io con l’Es). Eppure l’analisi non aveva portato all’eliminazione del sintomo: non era avvenuta — come si esprimeva von Weizsäcker — quella «svolta che è una trasformazione» (die Wandlung, welche eine Venvandiung ist). Ma lo sviluppo del caso nel corso del trattamento

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doveva riservare allo studioso un elemento «sorpresa», fecondo dal punto teoretico. Il fatto, semplice ed eloquente, consisté in un’angina, che tenne il malato per due settimane lontano dalla psicoterapia; una volta ristabilitosi, il sintomo era scomparso. Allo stesso tempo, anche la psicoterapia sembrava aver fatto una svolta di qualità. Si inaugurava una nuova fase, incentrata sul problema della professione e del rapporto con la realtà, non più sui problemi edipici.

La malattia come evento biografico

Come può l'angina avere qualcosa a che fare con la nevrosi? L’ipotesi appare inverosimile al solo formularla. Ma solo finché si rimane condizionati dalla suddivisione dell’uomo in due ambiti, «psichico» e «somatico», con le rispettive causalità ed espressioni fenomeniche. Von Weizsäcker considerò invece anche questo fatto organico come relazionato alla persona che lo subisce; in qualche modo la nuova malattia, come già il sintomo nevrotico, andava iscritta nella colonna dell’avere, in quanto comportava un certo guadagno esistenziale. Il salto nella malattia cambia la situazione in cui il malato si trova; avviene un capovolgimento, una svolta (Umkehrung). La malattia acuta è come un vertice drammatico che si realizza in una biografia. In questo caso specifico, l’angina acquista il significato di un tentativo di sfuggire alla nevrosi, sostituendola con qualcosa d’altro. Attraverso l’angina avviene la «quadratura del circolo nevrotico».

Diversi anni più tardi, considerando a distanza quel momento cruciale della sua ricerca, von Weizsäcker scriveva in un libro autobiografico: «Il sorgere di un’angina nel corso del trattamento di una nevrosi era un reperto secondario; il mio merito fu di non prenderlo come una casualità, ma come un fatto significativo. Questo, Freud non l’aveva fatto. Mi è successo qualcosa come nella scoperta dei raggi X da parte di Roentgen. La mia preoccupazione era di capire il disturbo della minzione, vale a dire come mai il muscolo occlusore

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della vescica del paziente funzionasse in modo avversivo. Risultava che qui la psicoanalisi, con la sua scoperta di forze e controforze psichiche, permetteva una comprensione migliore della teoria riflessologica del sistema nervoso; di più: la teoria fisiologica non spiegava niente, mentre la psicologia spiegava quasi tutto. Quando però fu inclusa l’angina, ne derivò, quasi inavvertitamente, una specie di nuova antropologia, una visione dell’uomo genetico-dinamica, nella quale le idee centrali della psicoanalisi erano ancora presenti, ma che andava sostanzialmente oltre la psicologia, in quanto la costellazione dell’ambiente era inclusa insieme all’organismo nel concetto di uomo... Quando un nevrotico ha un disturbo funzionale della vescica, si può trovare questo fatto tanto poco misterioso quanto uno sbadiglio per la noia. Ma quando qualcuno per motivi psichici ha un’angina, allora il tema della nevrosi è superato. Si potrebbe pensare a questo punto a una minaccia che incombe sulla medicina in quanto scienza della natura» 9.

Se la capacità di strutturare la malattia appartiene non solo alla psiche ma anche alla materia, è lecito concludere che il corpo ha più ragionevolezza di quanto siamo soliti attribuirgliene, Von Weizsäcker può essere stato condotto a questa conclusione da un’estensione all’ambito somatico del procedimento proprio della psicoanalisi, che insegna a riconoscere le ragioni della «pazzia»; ma può aver anche seguito l’intuizione di Lou Andreas-Salomé. In una lettera a von Weizsäcker, la geniale letterata e psicoanalista gli aveva detto che, malgrado tutti gli stupefacenti successi della psicoanalisi, le restava l’impressione'che il mistero della corporeità fosse ancora maggiore di quello dello spirito 10.

Freud, pur sottoscrivendo l’interesse delle osservazioni di von Weizsäcker, non era disposto a seguirlo per la strada che doveva condurlo a elaborare la sua Anthropologische Medizin.

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Dopo avere esaminato il manoscritto di Körpergeschehen und Neurose, scriveva a von Weizsäcker: «La parte del suo lavoro in cui lei cerca di stabilire punti di vista comuni per la malattia psichica e per quella organica ci porta qualcosa che per noi è nuovo e ci fa tendere l’orecchio, appunto perché osservazioni occasionali ci hanno fatto avvicinare ai confini di questo territorio inesplorato. Siamo diventati attenti ai fattori psicogeni delle malattie organiche, abbiamo potuto capire che spesso una malattia subentra a una nevrosi; anche la stupefacente immunità di alcuni nevrotici rispetto a infezioni e raffreddori e la perdita di essa dopo il miglioramento psichico non ci è passata inosservata. I punti di vista comuni ad ogni malattia — interruzione, svolta, crisi, ecc. — ci preparano grandi novità» 11. Tuttavia, mentre esprimeva all’internista la propria riconoscenza per l’ampliamento della prospettiva psicoanalitica, Freud dichiarava, nella stessa lettera, che la psicoanalisi non avrebbe seguito quella strada. Egli aveva tenuto lontani gli analisti da tali ricerche, aggiungeva, per motivi pedagogici: dovevano limitarsi a pensare in modo psicologico, usando cioè postulati, teorie e metodi specificamente psicologici 12.

Von Weizsäcker, nonostante la sua alta considerazione per il maestro di Vienna, non era disposto a lasciar cadere l’importante osservazione che le formazioni nevrotiche e quelle organiche possono alternarsi ed essere reciprocamente interscambiabili. Se con l’irrompere dell’evento organico si riordinano giudizi, desideri, sensazioni, la concezione stessa

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della malattia ne deve tirare una conclusione. Ciò che è determinante non è la natura dell’evento, se psicogenetico o somatogenetico, bensì la posizione che il soggetto assume nei confronti di esso. E ciò può esprimersi solo in quel procedimento che von Weizsäcker ha chiamato «indagine biografica» (biographische Erforschung): il malato deve esser portato a parlare della sua vita. Questa è, a suo avviso, la strada che conduce oltre la svolta copernicana della psicoanalisi.

«Quando Freud scoprì la psicoanalisi, la paragonò alla svolta copernicana: il sole e le stelle non ruotano intorno alla terra, bensì è la terra che gira, e la nostra tranquilla sicurezza su di essa non era che illusione. A questa si aggiunge l’umiliazione per opera di Darwin, quando questi affermò che l’uomo non deriva dagli dèi, bensì dalla scimmia: un secondo colpo per il nostro orgoglio. La psicoanalisi ci mostra che neppure nella nostra coscienza siamo padroni di casa, bensì dipendiamo da potenze inconsce, molto più di quanto potevamo supporre. Ora bisogna fare un quarto passo. Comporterà anch’esso un tale scoraggiamento come gli altri? Dobbiamo renderci conto che la nostra sofferenza non è una macchina che possiamo guidare, bensì è essa stessa una specie di psiche, un uomo nell’uomo, spesso nemica, ma anche amica; spesso caparbia, ma anche nostra maestra. Spesso si comporta da sciocca; ma è anche, a volte, saggia, astuta, ragionevole e passionale. Quest’ultimo passo non è perciò solo una diminuzione, ma questa volta una speranza. La svolta che avviene produce nella malattia, come l’embrione alla madre, un altro ego, un Io nell’io, un essere che non sono lo e che tuttavia sono Io. Si avverte ora che la psicologia nella medicina produce un risultato inatteso. Essa deve portare non solo la conoscenza della psiche; piuttosto ha illuminato il corpo in maniera tale, che questo appare in un’altra luce, del tutto nuova. Il corpo ora non è più ciò che prima appariva e che l’anatomia e la fisiologia insegnano. La fisiologia rimane solo una cosa attraverso la quale scopriamo una qualità sepolta del corpo. Anche la medicina psicologica si interessa del corpo, ma esso è qualcosa di completamente

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diverso. Lo dobbiamo chiamare “corpo animato” (Leib); con ciò intendiamo dire che la sua materia (da mater) è il ritratto vivente e il compagno dello stesso rango della psiche, anche se non sempre è facile viverci insieme; è ugualmente partner in un matrimonio indissolubile» 13.

La medicina antropologica di von Weizsäcker, introducendo il soggetto, attua una duplice operazione: recupera la totalità, in una prospettiva distica, e indica la presenza, dietro ogni malattia, di un soggetto desiderante. Questi struttura la sua malattia, ne fa un elemento della propria biografia, dice,' con il linguaggio del corpo, qualcosa a se stesso e al suo ambiente. Solo se si tiene presente ciò che la malattia è (antropologia), tenendo uniti fattualità e significato, si può aprire la malattia al poter essere del malato (etica), dal momento che la malattia dell’uomo — per ricorrere ancora una volta a un’espressione di von Weizsäcker — «non è il guasto di una macchina, bensì la sua malattia non è altro che lui stesso; o meglio, la sua possibilità di diventare se stesso» 14.

Sulla traccia di von Weizsäcker, esplicitamente assunto come punto di riferimento teoretico, Dieter Beck si muove partendo da una concezione antropologica che restituisce al soggetto la sua centralità. La soggettività diventa la via obbligata per l’ermeneutica della malattia. Questa prospettiva si distacca da quella psicosomatica, in tutte le sue varianti. Anche le ricerche sulla natura psicosomatica di alcune malattie (ulcera, ipertensione, carcinoma...) presuppongono sempre tacitamente che la malattia sia un principio dannoso e nemico dell’io del paziente. Nell’ottica biografica, invece, assumendo il punto di vista della soggettività, risulta non solo che la malattia ha un significato psichico, ma che questo è (o almeno può essere) positivo. La valutazione antropologica

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dell’evento morboso cambia di segno: può essere espressione addirittura della saggezza del corpo. La deprecata «fuga nella malattia» diventa un’inconscia realizzazione dell’io (Ich-Leistung) a servizio dell’Io stesso. Ciò vuol dire, in concreto, che emicranie, dolori intestinali cronici o una gamba rotta possono essere preferibili per il paziente all’essere confrontato col suo lutto, col vuoto, col suo narcisismo ferito, con la sua disperazione.

Ancor più: l’essere malato può offrire un aiuto per la soluzione di problemi psichici pressanti che hanno bisogno di un’elaborazione e di una risposta. La dinamica psicofisica indicata da Beck per le malattie che si risolvono in un'autoguarigione è quella del reculer pour mieux sauter. Durante la moratoria della malattia somatica avviene una regressione a servizio dell’io, che comporta un riflusso di pensieri e di emozioni verso una fase precedente dello sviluppo. La malattia offre l’opportunità di ritirarsi in ambienti che assomigliano a quelli curati e protetti dell’infanzia.

In questo stato di regressione, che è connesso con un reinvestimento di carica libidica sul corpo, una risomatizzazione degli effetti e una rianimazione di un Sé corporeo arcaico, si sviluppano le tendenze autoguaritive dell'Io. Nella regressione attuata grazie all’aiuto della malattia somatica, l’io effettua una ristrutturazione psichica. Nelle riserve serene delle prime fasi dello sviluppo possono essere riscoperte e rivitalizzate facoltà «dimenticate»; possono essere fatte nuove esperienze emotive, da utilizzare per far fronte a ciò che opprime in campo psichico. Se questa impresa ha successo, alla fine il paziente può rinunciare ai suoi sintomi somatici.

Il senso adattivo della malattia somatica può realizzarsi secondo diverse dinamiche. La più frequente consiste in un ampliamento dell’io tramite le emozioni. È il caso dell’attore che abbiamo citato all’inizio. Nella malattia sopravviene una frattura e una rinascita psichica, che il paziente sperimenta come liberatoria. Dopo la malattia si sente come un altro essere, più autentico e più vero, avendo integrato delle parti scisse della personalità. Oltre a questa, Beck descrive e illustra

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con esempi clinici altre dinamiche: la malattia come elaborazione di una perdita (funzione della malattia in questo caso è di offrire un aiuto per l’elaborazione del lutto; coloro che reagiscono a una perdita con una malattia somatica, avevano con l’oggetto perduto un rapporto almeno parzialmente narcisistico); la malattia come espiazione (a causa di un senso di colpa inconscio; dalla malattia può risultare una ristrutturazione del paziente, che stabilisce un rapporto senza tensioni tra l’io e il Super-Io; se invece il tentativo di operare una riparazione nell’ambito della coscienza mediante la malattia fallisce, la persona rimane la stessa e riproporrà la stessa dinamica più tardi); la malattia come riparazione narcisistica (il malato si vive come centro del mondo: appaga dei bisogni infantili e si dispensa dalle esigenze della realtà).

Queste sono solo le costellazioni più frequenti, e non ne escludono altre. Ancor più importante della dinamica psicofisica, è il momento biografico della malattia. Malattie o incidenti sopravvengono di rado per caso: solo se vengono collocati nella storia della vita della persona può diventare chiaro perché si è ammalata ora, non prima e non dopo. È il momento biografico in cui il male fa la sua apparizione che manifesta lo speciale significato individuale che esso ha per ogni paziente.

«Io sono la mia malattia»

Ammalarsi non è, dunque, un evento insensato; piuttosto, cadere malato a un certo punto della vita può essere un modo di procedere verso la guarigione. Per quanto possa essere convincente e affascinante questa dimensione di profondità della malattia, in cui viene messo in valore tutto il suo significato antropologico, bisogna riconoscere che la presa che esercita su di noi è fortemente contrastata: la tesi suona come «inaudita». Le pagine di Beck hanno lo smalto dell’intelligenza e la forza persuasiva delle cose semplici e vere. Eppure non possiamo negare l’inclinazione a sottrarci alla

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forza delle argomentazioni per ripiegare su posizioni più sicure, perché meno esposte. Tali suonano per noi quelle su cui riposa abitualmente la prassi medica e che si fregiano del titolo di «scientifiche». La resistenza del mondo medico ad accettare l’ipotesi di tendenze riparative nel paziente è spinta per lo più fino alla negazione di queste tendenze stesse. Secondo Beck, l’ipotesi è sentita come offensiva da molti medici, perché limita il sentimento di onnipotenza terapeutica.

Il modello che prevale nella medicina corrente si basa sul presupposto implicito che solo l’esperto, cioè il medico, sa spiegare la malattia, mentre il malato è all’oscuro di tutto ciò che sta avvenendo in lui. Inoltre il malato non ha praticamente rapporto con la propria malattia, né con la propria salute. Se cade malato, è perché diventa «vittima» di un capriccio della natura, di un virus o di un germe patogeno, oppure di un programma genetico sbagliato.

Anche la guarigione, in questa prospettiva, è qualcosa che avviene al di fuori della persona del malato. Essa va attribuita al medico che ha fatto la diagnosi giusta, o ha prescritto l’antibiotico appropriato, o al chirurgo che ha fatto l’operazione necessaria. Il solo contributo del malato è di attenersi alle prescrizioni del medico e di non intralciare la sua opera. L’azione del medico è tutta rivolta all’eliminazione del disturbo. Quando ciò avviene, l’individuo torna in salute. La malattia? «Un inutile incidente!».

In questa concezione tutto ha una sua coerenza interna: «La malattia diventa una scienza degli errori; la clinica, un’officina per le riparazioni; la tecnica, l’eliminazione dei disturbi; l’obiettivo da raggiungere, uno stato ideale» 15. Considerare le malattie come azioni creative del soggetto, al pari delle opere d’arte, è una prospettiva non integrabile con il pensiero e la prassi della medicina scientifica. La mutilazione antropologica che questa ha preteso sembra irreversibile.

Su questi presupposti si appoggia il rapporto medico-paziente, armonizzando così l’etica con l’antropologia. In

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questo rapporto avviene una trasmissione di responsabilità al medico; chi si scopre un disturbo che intralcia il proprio benessere, si aspetta dal medico che glielo elimini; e il medico attende da se stesso la capacità di eliminarlo. La malattia (il sintomo, il disturbo) viene privata di ogni senso personale. Von Weizsäcker parla di Es-Stellung nei confronti della malattia: essa è un non-Io, qualcosa di spiacevole che capita, che aggredisce l’organismo dall’esterno. Al polo opposto troviamo la Ich-Stellung, che si realizza quando il malato accetta di essere il soggetto «strutturante», tanto della propria malattia, quanto della propria guarigione 16.

La teoria e la prassi della medicina adottano esclusivamente la Es-Stellung. La responsabilità di questa situazione va attribuita ai medici? La resistenza dei medici ad accettare il soggetto — e quindi il significato personale della malattia in medicina — è solo una parte della verità. L’altra metà del fallimento del programma di antropologizzare la malattia va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove si è chiamati ad assumersi la propria responsabilità.

Von Weizsäcker, da acuto osservatore, nota: «I malati si aggrappano all’Es per sfuggire all'Io, ed esercitano una seduzione sul medico perché percorra con loro questa via che offre minore resistenza. La seduzione è dunque reciproca». L’opposizione a interpretare psicologicamente la malattia è perciò, semmai, il risultato di una collusione tra il medico e il paziente. Questa opposizione è così forte — osserva ancora — che è difficile credere che derivi dalle creazioni più superficiali della psiche: «Si ha l’impressione che il malato non solo sperimenti la naturale estraneità della sua malattia all’io, ma ne abbia bisogno» 17. I medici si comportano da

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medici perché tanti pazienti desiderano rinunciare alla loro responsabilità per la propria salute.

Il vero rinnovamento in medicina non può avvenire se non si giunge a intaccare il rapporto fondamentale tra medico e paziente. Proprio dall’etica, la quale esige che ognuno dei due partners dell’azione terapeutica acceda al livello della piena responsabilità, riceviamo quindi la principale spinta a costituire una scienza medica come scienza del soggetto. Per questa via le due subculture — quella medica e quella psicoterapeutica —, attualmente collocate in un parallelismo non interattivo, potranno integrarsi per la formazione di una vera cultura della salute.

I. 3 - Dimensioni spirituali del corpo

Spiritualità del corpo: una contraddizione in termini?

Perché al solo formulare l’ipotesi di una «spiritualità del corpo» siamo presi da un senso di disagio? Perché soggiaciamo all’impressione di un’operazione culturale ibrida, o addirittura di una forzatura semantica? È un fatto: nell’ambito della cultura occidentale siamo tutti, in misura maggiore o minore, influenzati da una scansione della realtà umana in termini dualistici, che ci fa opporre la materia — il corpo — allo spirito 18. L’esistere nel corpo sembra uno stato che fa resistenza alle varie forme di trascendimento, sia mistico-religiose che intellettuali.

Più di recente il corpo è diventato estraneo non solo alle avventure spirituali, ma alla stessa esistenza quale si coglie

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attraverso l’esperienza dei sensi. L’estraneità del corpo è un dato maggiore della nostra antropologia vissuta. Le ragioni per cui vi si è pervenuti sono varie. Tra gli studiosi, chi preferisce accusare la metafisica greca, chi punta il dito contro la scienza moderna (la quale, assumendo la distinzione cartesiana tra soggetto e oggetto, ha favorito una concezione del corpo come res extensa su cui si esercita il dominio del soggetto). Il corpo è oggetto di manipolazione, come tutta la materia. Mentre la medicina tecnologica procede a sostituzioni sempre più sofisticate di organi del corpo, come pezzi di ricambio di una macchina, l’ingegneria genetica estende le possibilità di intervento verso confini fantascientifici. Più cresce il potere di manipolare il corpo, più sembra che il corpo stesso si faccia lontano dall’esperienza vissuta.

Nel momento stesso in cui formuliamo queste osservazioni sullo Zeitgeist, con tono di rammarico per l’impoverimento dell’esperienza corporea che esso implica, ci rendiamo conto di essere parziali. Possiamo attribuire validità generale all’atteggiamento verso il corpo che abbiamo evocato solo se accettiamo l’implicito diktat egemonico del sapere scientifico. Ma ci sono più cose, tra il cielo e la terra, di quante ne conosca la scienza accademica...! Ci sono più atteggiamenti nei confronti del corpo di quello tecnico-manipolativo. Anche in Occidente. Un rapido inventario dei modi non «reificati» di rapportarsi al corpo presenti anche nella cultura contemporanea, dentro e fuori l’esperienza religiosa, ci può indurre a dare un inatteso senso di concretezza alla «spiritualità del corpo».

Il corpo nella cultura olistica della salute

La medicina costituisce un osservatorio privilegiato degli umori e delle tendenze del nostro tempo circa il corpo. Nel dibattito antropologico contemporaneo è diventato quasi un luogo comune ripetere che la medicina ha «cosificato» il corpo. Se ne attribuisce la responsabilità alla medicina come

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scienza della natura, così come si è formata nella prima metà del secolo scorso, opponendosi alla medicina speculativo-romantica. Quando l’uomo è considerato semplicemente come un pezzo di natura tra gli altri, si opera una violenta mutilazione antropologica. Le tendenze attuali, che a noi sembrano significative dal punto di vista della spiritualità del corpo, si muovono nella direzione opposta, verso un recupero della «totalità» e della persona umana.

Ritroviamo questo approccio specificamente umano del corpo in molte espressioni della medicina contemporanea, a condizione che ci allontaniamo dall’ambito accademico in cui predomina tuttora la concezione meccanicista ispirata dal positivismo. Le correnti più disparate di medicina umanistica convergono nel tentativo di temperare e ammorbidire la prospettiva fredda, scientifica della «natura come nemico» propria della scienza medica allopatica. Convinti che l’uomo moderno ha deviato dall’antica saggezza ispirata da un contatto diretto con la natura, e con il corpo in particolare, molti pazienti hanno voltato le spalle al trattamento ortodosso, dando la preferenza a sistemi medici e a pratiche che si muovono in un orizzonte di unità cosmica. Il pensiero orientale e nuove filosofie dei sistemi biologici hanno introdotto sulla scena occidentale il concetto che l’interazione tra l’individuo e il mondo è un processo in cui fluisce l’energia vitale. Antiche e nuove idee orientali — agopuntura, t’ai chi ch’uan, aikidoyoga, meditazione, terapie di polarità — si sono unite a nuove idee occidentali, dando vita a una diversa concezione del fatto morboso e della terapia.

Questi sistemi mirano al bilanciamento delle energie nel campo «corpo/universo», piuttosto che alla «normalità» come misurazione statica standardizzata della salute. Colui che fornisce la terapia manipola energia, invece che chimismo e strutture. Il cliente è visto come un sistema di interazioni, non in termini di sintomi isolati o di errori cellulari.

Possiamo chiamare «olistica» questa concezione della salute e del modo di curarla. La prospettiva olistica riconosce che la vita dell’individuo è un processo di dispiegamento

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continuo, e la malattia l’interruzione di questo flusso. Tutto può influenzare la nostra salute: fattori grossolani e sottili, fisici, emotivi, mentali, spirituali e ambientali; tutti sono correlati. La prospettiva olistica insegna a guardare al di là del sintomo immediato, a situarlo in un contesto più comprensivo.

Una disarmonia nella vita si rifletterà sintomaticamente nel corpo, comunicandoci — se vi prestiamo attenzione — che è necessario un cambiamento. La malattia è allora un messaggio, una specie di feed-back del processo della vita che ci informa che qualcosa turba l’armonia e ci richiama ad agire con coscienza, a prendere parte attiva allo sviluppo del nostro benessere, ad assumere responsabilità per la propria vita. Il presupposto olistico è che il corpo sa come curare se stesso, essendo un sistema naturale di guarigione che tende alla buona salute. Il nostro compito è di sgomberare il campo da ciò che ci impedisce di intendere le ragioni del corpo. Rimosso l’ostacolo, la buona salute emerge dall'interno della persona 19.

Mentre la rivalutazione del corpo come armonico sistema naturale fa il suo timido ingresso in medicina, il corpo trionfa nelle correnti più recenti di psicoterapia. Nella psicoterapia analitica ortodossa il corpo continua ad essere metodologicamente escluso dal trattamento. Lo dimostra lo stesso setting analitico, che dispone l’analizzato e l’analista in modo tale che il corpo resti escluso dal campo visivo; l’unico legame tra i due è la parola Nelle nuove forme di psicoterapia, invece, il corpo è posto al centro del processo terapeutico. Specialmente nelle terapie di gruppo. «Le nuove forme di gruppo riscoprono ciò che era al centro delle psicoterapie di gruppo all’alba della nostra civiltà — nella Grecia antica e a Roma, con i baccanali, i riti dionisiaci — e che si è mantenuto

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in Africa nelle “terapie da trance”, quelle “terapie da possesso” che Roger Bastide chiama “cure motrici”» 20.

Tracciare una mappa delle psicoterapie centrate sul corpo è un’impresa che supera i limiti di questo generico accenno. Basterà indicare il filone centrale costituito dallo sviluppo delle intuizioni di W. Reich (lo studioso che, con i suoi studi sulla psicologia del gesto e del movimento del corpo e l’analisi del carattere individuale in quanto sistema cui spetta la funzione di regolare l’utilizzazione dell’energia, resta il principale precursore dell’introduzione del corpo sulla scena della terapia). La corrente più autorevole è attualmente la bioenergetica di A. Lowen. Presupponendo un parallelismo tra la dimensione psichica e la dimensione corporea, la bioenergetica mira a individuare i nodi di tensione muscolare, che tengono bloccata l’energia, ad allentare la tensione con opportuni esercizi di catarsi, e a restituire infine l’energia al libero fluire nel respiro, nel movimento del corpo, nella percezione delle sensazioni.

«Psicoterapia con il corpo»: un paradosso verbale affine a quello implicito nella «spiritualità del corpo». Nell’uno come nell’altro caso, si delinea un superamento della divisione dell’uomo in compartimenti stagni, grazie alla valorizzazione del corpo come realtà pregnante in cui è contenuto tutto l’umano. Perché questa comunicazione tra corpo, psiche e spirito si realizzi, è necessario che la realtà corporea non sia privata della sua valenza simbolica. È l’istanza che caratterizza la conoscenza esoterica del corpo, nelle diverse epoche e culture.

Salvezza per il corpo nel rinnovamento carismatico

La salvezza cristiana è rivolta all’uomo intero: corpo, spirito e anima. I credenti raggiunti dal movimento carismatico dovevano riscoprire questa verità, e proprio loro, in genere

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nere accusati di «spiritualismo», ricordare a tutti i cristiani il ruolo del corpo nella salvezza 21. Nei gruppi di preghiera neo-pentecostali il corpo occupa, in generale, un posto centrale. La preghiera non è intesa in modo cerebrale o intellettualistico. Essa trascina, permettendo la partecipazione di tutto l’essere. Le mani trovano il ritmo per sottolineare il canto, le membra si sciolgono, la preghiera in lingue gorgoglia spontaneamente. Il corpo intero, fatto per la comunicazione interpersonale, vive con intensità questa sua destinazione originaria.

La valorizzazione del corpo in seno ai gruppi di preghiera carismatici doveva portare però ancora più lontano, fino alla riscoperta del carisma delle guarigioni. «La fede guarisce»: è l’esperienza quotidiana nei gruppi di preghiera. L’antecedente culturale di questa fusione di fede e azione terapeutica è costituito, specialmente in America, da una tradizione, risalente al secolo scorso, di guaritori carismatici. Sono di casa nelle sètte, di cui la più nota è la Christian Science.

Questi fenomeni sono rimasti marginali alle Chiese istituzionali, in particolare a quelle della Riforma, tradizionalmente ostili ad espressioni emotive che esulano dal puro servizio della Parola 22. In genere le guarigioni miracolose che avvengono nelle sètte non godono buona reputazione. Si è soliti associarle a macchinazioni di fanatici, all’uso di violente suggestioni di massa, a superstiziosi esorcismi. Il pericolo

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di abusi è reale. Tuttavia, la funzione delle sètte è sempre stata quella di richiamare la Chiesa di fronte a carenze, trascuratezze e deviazioni da ciò che è originario nel messaggio cristiano. È facile distanziarsi con sufficienza e commiserazione dalle iniziative settarie; più difficile, ma più utile per le Chiese, cercare di accogliere ciò che c’è di genuino nelle loro istanze.

L’esperienza di guarigioni mediante la fede dei carismatici cattolici non si innesta direttamente sulla tradizione settaria. Il suo antecedente immediato è una prassi più moderata, stabilitasi nelle comunità ecclesiali che le avevano dato diritto di cittadinanza. Una certa decantazione è avvenuta nei decenni scorsi, soprattutto in ambienti episcopaliani e presbiteriani 23. Progressivamente si sono stabiliti dei criteri a tutela della qualità delle guarigioni: tendere a che il fine ultimo dei servizi di guarigione sia l’adorazione; capire in quale senso la malattia può dipendere da una dissociazione nella relazione con Dio e con il prossimo; mantenere il contatto con i medici e non sottovalutare l’utilità delle cure tecniche; prevenire ogni atmosfera di malsana eccitazione; passare all’imposizione delle mani solo come climax di un lungo cammino di preghiera, non come atto magico davanti a un uditorio affamato di sensazionale.

La pratica della preghiera per la guarigione che troviamo nei gruppi di preghiera e rinnovamento cattolici è sintonizzata con questo clima spirituale. Le riserve circa l’uso indiscriminato dei poteri di guarigione continuano a farsi sentire; anzi, secondo un osservatore attento, «i cattolici romani tendono ad avvicinarsi al guaritore per fede con una diffidenza e uno scetticismo immensi. Essi sospettano un inganno inteso ad allettare i credenti e a spingerli negli errori del fanatismo entusiasta» 24. I pentecostali cattolici sono restii

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ad usare il termine «taumaturgo» per indicare le persone che sembrano possedere il carisma di guarire. Nel loro linguaggio, il potere di ridare la salute è proprio di Dio solo; grazie al battesimo e al dono dello Spirito, esso è partecipato a ogni credente. Ciò vuol dire che il potere di Dio è messo a sua disposizione, sia che egli diventi un ministro riconosciuto, sia che non lo diventi 25. I ministri di questi carismi non si comportano come dei taumaturghi, ma come degli oranti. Sono fratelli che pregano per altri fratelli, non detentori di un potere autonomo.

La riscoperta della preghiera collettiva per la guarigione dei malati è avvenuta spontaneamente, sul filo degli avvenimenti entusiastici che hanno caratterizzato gli inizi del movimento carismatico. Attualmente è diventata prassi comune dei gruppi di preghiera. «I carismatici non danno l’idea di voler impiantare un qualche ufficio di costatazione medica, proprio come non si occupano di registrare il parlare in lingue per vedere se c’è qualche lingua straniera. Essi vivono i carismi in funzione dell’incontro con Dio e con gli uomini. Quel che importa ad essi è che il Signore è vivo, oggi come ieri, che la salvezza non concerne l’“anima” soltanto, ma tutto l’uomo, il corpo compreso, e che in questo campo neanche il Vangelo predica la rassegnazione, bensì la speranza» 26.

La preghiera per la guarigione si recita il più delle volte in sedute di preghiera a parte, che hanno luogo dopo i regolari incontri di gruppo. La preghiera comune è accompagnata dall’imposizione delle mani, quasi un gesto di comunione cristiana attorno a chi soffre. Non è mai una sola persona che prega e impone le mani.

Nei gruppi pentecostali cattolici il ministero della guarigione è comunitario, non individuale. Si pone cura nell’evitare il miracolismo. La guarigione stessa, del resto, non è

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considerata come l’avvenimento fisico che lascia strabiliati e perplessi i rappresentanti della scienza. È vista come un processo che inizia dall’intimo risanamento spirituale, vale a dire dall’esperienza di essere stati afferrati da Gesù e posti nella vita stessa della famiglia di Dio. La guarigione fondamentale consiste nella conversione stessa. Dalla certezza di questa presenza della salvezza nella propria esistenza rinnovata scaturisce una forza nuova per affrontare i mali della vita, presente e passata. Qualsiasi esperienza di rifiuto, di oppressione e di non-amore può essere guarita, comprese le ferite provocate dalle vicende traumatiche del passato. I carismatici amano parlare, a questo proposito, di «guarigione delle memorie». Con questa espressione si vuole indicare la purificazione dei sentimenti subconsci di ansia, paura, vacuità e inutilità. È il presupposto per la soluzione dei problemi di natura emotiva 27. Alla pace interiore è attribuita una grande potenza terapeutica: quando la coscienza è piena d’amore, di gioia, di pace, di pazienza, di bontà, di benevolenza, di fede, di dolcezza, di padronanza di sé (cioè di quanto Paolo in Gal 5,22 chiama «frutti dello Spirito»), possiede una forza di guarigione contro ogni male, comprese le malattie del corpo.

A seguito della preghiera comunitaria, avvengono anche guarigioni di mali fisici. Secondo l’autorevole testimonianza di Mac Nutt, «la metà di coloro per la cui guarigione noi preghiamo vengono guariti (o migliorati notevolmente) dalle loro malattie fisiche, e circa i tre quarti dai loro problemi emozionali o spirituali».

Guarigione, anche straordinaria, non vuol dire miracolo. Almeno, non nel senso dell’apologetica. Quello che interessa non è l’accertamento di un fatto che costituisce un’eccezione alle leggi naturali e permetta quasi di sorprendere Dio in azione, per dimostrarlo all’incredulo. Il ministero delle

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guarigioni recupera l’aspetto religioso della guarigione stessa. Essa è un momento dell’incontro con Dio, il quale si fa presente con i suoi doni. Ma è Dio stesso, non i suoi doni, che è al centro dell’interesse del credente. Non si prega per mettere la potenza di Dio a servizio dell’uomo. L’incontro personale è preferito al risultato, il ringraziamento alla domanda. I servizi di guarigione tendono a ristabilire la relazione esistenziale dell’uomo con se stesso, con Dio e con gli altri. La fede che guarisce è la fede che crea rapporti di comunione, la fede che apre all'amore.

La comunità dei credenti vi scopre così un ruolo terapeutico singolare. Non perché offre asilo e incoraggiamento ai «guaritori», ai quali anche la società moderna, malgrado la medicina scientifica, sembra non sia ancora in grado di rinunciare. La comunità cristiana guarisce in quanto diventa quello che deve essere: la casa di coloro che sono colpiti dal potere di emarginazione e dissociazione del male in tutte le sue forme 28. Allora essa è un riflesso autentico dello spirito e offre ai malati, handicappati, anziani, ai sofferenti nel corpo e nello spirito quello spazio in cui sono possibili relazioni umane ravvicinate, accettazione, sostegno, conforto: ciò di cui l’uomo ha bisogno per riconciliarsi con la vita e lasciar agire le forze di guarigione. Così anche le comunità cristiane del XX secolo possono essere un riflesso fedele di Colui che «passò guarendo e facendo del bene» (cf. At 10,38).

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L'uomo e i suoi corpi: la conoscenza esoterica

Esiste un fiume sotterraneo di conoscenza del corpo, irriducibile a quello rappresentato dall’anatomia-fisiologia-psicologia scientifiche. Come un corso d’acqua carsico, appare talvolta in superficie con manifestazioni vistose, poi si lascia riassorbire, per riapparire più in là sotto altro aspetto. Una delle ultime apparizioni, in ordine di tempo, è quella che può essere chiamata «fenomeno Castaneda». Le opere di questo scrittore hanno suscitato in tutto il mondo occidentale un interesse che trascende quello dell’etnologia e dell’antropologia culturale 29. Il successo non può essere spiegato senza riferirsi all’insoddisfazione diffusa per le visioni materialistiche dell’uomo e alla nostalgia di una natura che sia qualcosa di più di ciò che la scienza intende per natura. Castaneda, entrato in rapporto con indios messicani depositari di tradizioni esoteriche, ha divulgato una «via di liberazione» analoga a quelle ben note dell’Oriente: taoismo, yoga, vedanta e zen. Un mondo impensato si rivelava agli occhi dei figli della civiltà tecnologica: un mondo in cui la sapienza viene trasmessa per via di iniziazione; la natura, da oggetto passivo del dominio dell’uomo, si anima per assumere i contorni del mysterium fascinosum et tremendum; il potere dell’uomo si dilata, in quanto l’iniziato diventa, attraverso la conoscenza, uno strumento in mano alla Potenza.

Il punto di vista esoterico può essere sintetizzato in un aforisma: niente in questo mondo ha solo un significato; tanto meno l’uomo e il suo corpo. Una concezione puramente fisica è limitata: la scienza non esplora che l’anticamera di ciò che l’uomo è realmente. La visione esoterica fornisce una conoscenza progredita dell’entità umana a tutti i livelli nei quali opera. Questo tipo particolare di conoscenza ha

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un’ascendenza molto autorevole. Tradizioni antichissime si sono occupate del corpo umano e delle sue funzioni, della mente e delle sue potenzialità. Le troviamo in Egitto, in Israele, in Grecia, in India e in Cina, nelle civilizzazioni precolombiane del Nord e del Centro America. A innumerevoli generazioni hanno fornito una profonda conoscenza dell’uomo nella sua totalità; tuttora non sono solo oggetto della ricerca storica e antropologico-culturale erudita, ma una fonte viva a cui anche le generazioni attuali continuano ad attingere.

Una delle credenze più persistenti dell’umanità, che troviamo in ogni epoca e sotto tutte le latitudini, è che la forma fisica del corpo è solo il riflesso di una serie di altre realtà, o «corpi»; nella loro totalità queste forme invisibili e interpenetranti riflettono l’Uomo cosmico, la natura stessa di Dio 30. Scritti e insegnamenti spirituali e filosofici di tutte le epoche hanno indicato nello studio dell’uomo la chiave per penetrare nella natura dell’universo e di Dio; ma l’uomo a cui si riferivano era una realtà molto più complessa di quella fisico-biologica che cade sotto i sensi. «L’uomo è più della sua ombra», si può dire con il mistico indiano Shankara, con riferimento al corpo umano.

Tutti i temi ricorrenti nelle concezioni esoteriche del corpo — il corpo come tempio in cui abita la divinità; la dottrina delle proporzioni armoniche disegnate dal Creatore; i significati occulti della fisiotassi; il legame organico tra microcosmo e macrocosmo, nonché tra il corpo e gli elementi fondamentali, tra il corpo e i segni zodiacali 31 — presuppongono

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una visione dinamica. Il corpo è una realtà irradiante, al centro di un campo di energie. Anche la rappresentazione tradizionale di una triplice divisione — corpo fisico, anima e spirito — è dinamica: la sua ragione d’essere sta in una circolazione d’energia tra ciò che è sopra (spirito) e ciò che è sotto (materia), dove l’anima gioca un ruolo decisivo nella trasformazione. La gradazione di sostanza si traduce in una gradazione di coscienza.

In tutte le tradizioni esoteriche la comprensione di questi piani di coscienza interrelati è fondamentale per l’anatomia dinamica dell’uomo. La concezione più elaborata dei centri energetici si trova nella dottrina indiana dei chakras; ma in modo diverso è presente in tutte queste tradizioni. Numerose tecniche — in primo luogo la meditazione — sono state messe a punto per favorire quella circolazione interna e cosmica di energie a cui si può ricondurre, in ultima analisi, ogni sistema dottrinale e pratico che meriti il nome di «spiritualità». La convinzione comune a tutte le tradizioni esoteriche è che la vita del corpo è una «chance» per una realizzazione spirituale. Nella loro concezione sacramentale del mondo, infatti, il corpo e la materia sono mediatori dello spirito.

C’è il rischio di un malinteso di fondo, quando si considerano le conoscenze esoteriche del corpo: quello di confondere le analogie verbali e figurative, di cui si serve questo tipo di conoscenza, con la realtà stessa. Esse non sono altro che dita che indicano la luna, non sono la luna! La conoscenza esoterica domanda di essere trasformata in esperienza. In ciò il cammino esoterico presenta singolari analogie con la concezione oggi emergente di teologia spirituale come via esperienziale.

Verso una spiritualità cristiana del corpo

Sulla soglia di ogni trattazione tematica della spiritualità cristiana del corpo, ci imbattiamo nell’inevitabile questione: esiste un rifiuto religioso del corpo? L’ostilità del cristianesimo

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al corpo è stata così spesso ripetuta che sembra diventata un truismo. Il problema è difficilmente solubile finché ci si limita a un confronto di testimonianze dottrinali favorevoli o contrarie alla tesi. Se ne trovano, infatti, sia nell’uno che nell’altro senso. Non è difficile allungare la lista degli atteggiamenti, sia dottrinali che pratici, che riflettono una valutazione negativa del corpo: dalle pratiche più fantasiose di mortificazione della carne, in uso tra gli anacoreti, alla tradizionale educazione repressiva nei confronti del patrimonio istintuale del corpo (identificato con la sessualità), fino alla lussureggiante letteratura ascetica, dedita alle peggiori intemperanze verbali quando si tratta di diffamare il corpo e di esaltare ciò che lo umilia, come le malattie 32.

Per contro, lo stesso insegnamento tradizionale cristiano, che ruota attorno alla dottrina dell'Incarnazione — caro cardo salutis (la carne perno della salvezza) secondo il principio patristico — è ricco di elementi di grande umanità nei confronti del corpo. I più accreditati maestri di spirito sono unanimi nel ritenere che un cristiano non potrebbe disinteressarsi del corpo senza danno 33. Ogni rottura dell'armonia tra corpo e anima nuoce a tutt’e due. L’equilibrio fisico è perciò necessario per l’esercizio della vita cristiana.

Per dare concretezza a questo insegnamento tradizionale, ci si può riferire a san Francesco. Nel Poverello di Assisi è presente, con marcate caratteristiche medievali, la disciplina ascetica per il dominio del corpo. Egli amava parlare di «fratello asino», per indicare che il corpo deve essere sottomesso all’anima come il servo al suo padrone. Ma riteneva,

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allo stesso tempo, che bisognava dare al corpo la sua giusta parte di cibo, bevanda, sonno: «Il servo di Dio deve provvedersi ragionevolmente, affinché fratello corpo non possa mormorare». «Fratello asino» è, dunque, anche «fratello corpo» 34.

L’antropologia cristiana nella riflessione recente ha messo in primo piano l’esigenza che la corporeità venga sperimentata come valore. L’assunzione della propria corporeità appartiene al processo di identificazione dell’essere umano. Ciò presuppone che l’uomo venga accettato dagli altri nella sua corporeità, in una educazione positiva al valore del corpo. L’equilibrio può venir compromesso tanto dal disprezzo o dall’indifferenza verso il corpo, quanto dal culto esagerato di esso. In concreto, influenze stimolanti nel campo della spiritualità, anche cristiana, sono state esercitate dal programma di «riappropriazione del corpo» che ha caratterizzato l’ormai mitico movimento di «controcultura» del ’68. Alcune sue influenze sono state meno effimere. Molte esigenze avanzate dallo human potential movement americano sono state assunte in ambito spirituale. L’integrazione di corpo, emozioni, psiche e spirito è diventata un programma anche per molte persone che intendono vivere lo spirito del Vangelo. Di qui l’interesse per le tecniche, di sviluppo recente, che mirano al conseguimento di questa «totalità» integrata (wholeness, in inglese; Ganzheitlichkeit, in tedesco; l’italiano manca, purtroppo, di parole così espressive; le perifrasi con cui le traduciamo perdono di efficacia): tecniche per il rilassamento, esercizi per liberare l’aggressività, terapie relazionali intese al potenziamento della comunicazione corporea 35.

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La maggior attenzione al corpo che si sviluppa da parte di persone interessate al divenire spirituale dell’uomo è di tutt’altra qualità rispetto a quella che produce il culto del corpo. La sensualità dilagante, infatti, non è di per sé indice di accettazione del corpo. Non è difficile scoprire, infatti, dietro a certe espressioni della celebrazione neopagana del corpo — il corpo giovane, bello e sexy: uno degli ultimi miti creati con l’intento scoperto di servire alla civiltà dei consumi — una segreta ostilità verso il corpo stesso. Accettare la realtà corporea propria e degli altri significa rispondere positivamente al corpo nella sua espressività umana, anche quando non ha una perfetta forma fisica. Nella valorizzazione spirituale del corpo è contenuta anche una critica del culto idolatrico di esso, che si riduce, in definitiva, a una caricatura del corpo come realtà umana.

Se passiamo a considerare la letteratura teologica che si occupa della vita spirituale, registriamo con piacere che non è restata impermeabile all’attuale rivalutazione teologica del corpo. Possiamo segnalare, ad esempio, studi relativi alla partecipazione del corpo alla preghiera, alla meditazione corporea, al servizio carismatico di guarigione. Tralasciando di entrare nei dettagli di tali sviluppi, vogliamo piuttosto richiamare l’attenzione sulla necessità che la teologia spirituale sviluppi una riflessione non occasionale sul corpo. Nel corpo si coagula la vita psichica e spirituale, essendo il luogo centrale della nostra esperienza umana; ad esso spetta una posizione centrale anche nella riflessione sistematica che caratterizza quella disciplina — la teologia spirituale — che è stata chiamata a buon diritto «mistagogia della vita cristiana». Come primo tentativo esemplare in tal senso ci si può riferire all’opera di Vladimir Truhlar. L’autore è ben referenziato: con i suoi 25 anni di insegnamento di teologia spirituale alla Gregoriana e le sue numerose pubblicazioni, padre Truhlar può essere considerato uno dei fondatori di questa disciplina a livello accademico. È noto come padre Truhlar, alla ricerca di un centro unificatore che desse coerenza sia al metodo che al contenuto della teologia spirituale, lo abbia individuato

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nel concetto di «esperienza dell’assoluto». La via esperienziale indicata come nucleo germinale della vita spirituale non è di tipo irrazionalistico (come la categoria dell’Erlebnis nella fenomenologia della religione). Essa si situa piuttosto su un piano in cui l’antinomia «razionale-irrazionale» è inappropriata, in quanto la via esperienziale partecipa di una situazione gnoseologica sui generis.

Il sapere di cui è questione nella vita spirituale non è il «pensare» concettuale, né quella conoscenza della realtà che si acquisisce mediante la sperimentazione: è il sapere relazionato all’esperienza del proprio essere e dell’assoluto, comune a tutti gli uomini. Nella via esperienziale l’essere «si sente»: non mediante determinate percezioni sensitive, immaginative, concettuali; e neppure per il tramite della volontà e del sentimento (il Gefühl dei tedeschi, in quanto si oppone alla conoscenza). L’accesso all’essere passa al di sopra di tali categorie: è diretto, «acategoriale». Si perviene a questo contatto immediato con l’essere indirizzando l’attenzione non verso gli oggetti così come sono nell’uomo, ma verso ciò che li accompagna e in cui essi sono immersi, verso ciò che costituisce il loro orizzonte. Questa esperienza dell’essere accompagna ogni categoria dell’attività umana, benché come tale non possa mai essere afferrata con i concetti. È una possibilità dell’essere umano, anche se non si realizza per tutti e con frequenza. Condizione indispensabile è che il centro personale dell’uomo si rivolga ad essa mediante una certa attenta apertura.

L’importanza del concetto di «esperienza» nella teologia spirituale si rivela nelle sue conseguenze. Tutta la disciplina ne risulta ampliata nei suoi interessi e «centrata». Perché la via esperienziale conduce a un centro, in cui tutto l’uomo è presente come nel punto di partenza della sua vita intera. Tutto è unificato: lo spirito, la psiche, l’immaginazione, i sensi. L’esperienza dell’assoluto si manifesta attraverso il corpo, si iscrive nella respirazione 36. La spiritualità, grazie a

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questa integrazione del corpo, perde il carattere rarefatto che il termine era solito evocare, per assumere la concretezza poliedrica della vita umana.

La via indicata dall’opera di padre Truhlar rimane un’indicazione autorevole in un’epoca in cui, dopo l’ebbrezza dei miti del progresso e della macchina, ci stiamo ripiegando sul corpo per difendere la fragile realtà che si chiama «la qualità umana».

Riflessioni conclusive

Al termine della nostra panoramica ritorniamo al corpo, la nostra realtà gioiosa e dolorante che ci è così familiare 37. Le diverse vie alternative che abbiamo preso in considerazione sono unanimi, pur nella loro irriducibile diversità, nel ritenere che la via d’uscita dal malessere culturale attuale nei confronti della corporeità punta verso l’alto: un rapporto equilibrato col corpo non è un bene di consumo da aggiungere a quelli che promette la società costruita sul mito del progresso illimitato. L’essere «bene» dell’uomo (il benessere) è solo quello che deriva da un essere «più». L’esperienza del corpo, che prende avvio dall’alienazione che conosciamo oggi, rilancia esistenzialmente una ricerca antropologica. È la nostra concezione dell’uomo che viene messa in discussione e ripresa. La riappropriazione del corpo si apre quindi, in definitiva, sul processo dell’ominizzazione.

L'impasse della civilizzazione attuale dimostra all’evidenza che l’ominizzazione comprende la vita dello spirito.

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L’umanità non può sopravvivere senza un «super-vivere» 38. La vera riappropriazione del corpo non è dunque un’operazione riduttiva, bensì integrativa. Non si tratta di realizzare il corpo contro lo spirito, o prescindendo dallo spirito. Le avanguardie della nuova umanità intendono intraprendere l’integrazione del corpo con lo spirito, dal momento che sempre l’uomo è in questione tutto intero.

Anche alcuni cristiani, che respirano lo spirito del tempo, riscoprono nel corpo una via privilegiata della comunicazione con Dio. Michelangelo lo ha espresso simbolicamente dipingendo la creazione dell’uomo sulla volta della Cappella Sistina. Al posto della creazione per mezzo della parola subentra un contatto personale, sensibile; attraverso le dita che si toccano fluisce la corrente che congiunge il cielo e la terra. Per affermare la reciprocità tra Dio e l’uomo, l’artista non ha tolto il corpo all’uomo, ma ne ha prestato uno a Dio. La nostra epoca è provocata ad esplorare il mistero della corporeità, come altre epoche hanno esplorato quello della spiritualità. Ai cristiani di domani, ancor più che a quelli di oggi, sarà dato di vivere lo Spirito col corpo.

I. 4 - il corpo e il rito

La liturgia sul modello della comunicazione angelica

Esclusi i giovanissimi, non vi è sacerdote anziano o di mezz’età che non ricordi la cura scrupolosa con cui i cerimonieri e i responsabili della formazione istruivano i neodiaconi sul modo di celebrare la Messa. Nessuna parte del corpo, nessun gesto sfuggiva a una minuziosa standardizzazione: come dovevano essere tenute le mani, a che altezza e in che postura; inchini e genuflessioni, esattamente misurati per evitare sia il troppo che il troppo poco; anche il tono

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della voce e le diverse sfumature con cui dovevano essere pronunciate le parole prescritte venivano minuziosamente regolati. Il giovane celebrante veniva in definitiva addestrato a uno stile di celebrazione che realizzava un tipico modello di «comunicazione paradossale»: doveva pronunciare, infatti, la frase culminante del rito — Hoc est corpus meum — in modo che il proprio corpo, ingabbiato dentro la stereotipia cerimoniale, non comparisse affatto. Non solo era privato personalmente, in quanto presidente di una celebrazione fatta in nome di Cristo e per la comunità, di ogni rilevanza storica e personale, ma addirittura il suo corpo, con cui realizzava la celebrazione, veniva ridotto all’invisibilità, grazie alla rigida standardizzazione di ogni gesto.

Perché questo Hoc est corpus meum, detto per il tramite di un corpo ridotto a un «non-corpo»? Una prima indicazione di senso la troviamo riferendoci alla funzione comunicativa del gesto stereotipato. Questo manifesta tutta la sua potenzialità nelle situazioni in cui si vuol evitare la comunicazione interpersonale. Si pensi — si parva licet componere magnis! — a ciò che avviene in una sfilata di moda. Gli atteggiamenti delle presentatrici di moda si riducono alla concatenazione di gesti congelati, stereotipati, eleganti ma impersonali. È il ruolo stesso di indossatrice che comporta una spersonalizzazione, allo scopo di favorire l’identificazione della donna con l’abito che indossa: è questo, e non l’indossatrice, che deve imprimersi nella memoria dello spettatore. La funzione del gesto stereotipato è qui chiaramente quella di distogliere l’attenzione dalla comunicazione interpersonale, a vantaggio di quella funzionale.

L’analogia non ha nessuna finalità dissacratoria; vuole soltanto aiutare a cogliere il funzionamento della stereotipia nella comunicazione sociale. Quando si passa dalla presentazione di un prodotto a una celebrazione liturgica, ben altri sono, ovviamente, i significati in causa. La spersonalizzazione del ministro del culto è finalizzata alla comunicazione del mistero. Tutto il disciplinamento del corpo promosso dalla Chiesa (anche altre agenzie sociali lo realizzano, con esiti

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molto più vistosi di quelli della Chiesa: si pensi all’esercito, per esempio) mira a uno scopo di trascendimento dell’esperienza mondana. La finalità della liturgia è precisamente quella della koinonia con la realtà divina. Ora, il linguaggio del corpo, se rapportato a questo fine trascendente, si rivela come clamorosamente inadeguato, o quanto meno come gravido di malintesi e di fraintendimenti; esso rimane tuttavia l’unico di cui, in quanto esseri umani, possiamo disporre.

Una riflessione esemplare su questa funzione del corpo fu elaborata dalla teologia scolastica. Questa considerò la comunicazione umana come limitata, imperfetta e decaduta, rispetto alla potenza del verbo adamitico e soprattutto nei confronti della comunicazione angelica. Grazie a quest’ultima, dei puri spiriti comunicano immediatamente, senza segno sensibile, neppure spirituale: gli angeli dischiudono se stessi gli uni agli altri mediante la translucidità. Il corpo umano è opaco; il pensiero fatica ad aprirsi la strada attraverso la parola. L’angelo, invece, non ha corpo: è pura voce senza corpo 39. Nella sua immaterialità, la voce angelica realizza la comunicazione più efficace: mentre la voce dell’angelo dell’Annunciazione «in-forma» la Vergine del disegno divino, il Figlio di Dio viene modellato nel suo corpo 40. La stereotipia dei gesti del culto ha la funzione di supplire alle carenze del corpo umano nella communicatio in sacris, rendendo la comunicazione liturgica meno dissimile da quella angelica.

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Coscienza religiosa di sé e rifiuto del corpo

Quale reazione possiamo aspettarci da un ministro del culto, che un rigido cerimoniale priva della propria libera espressività corporea? Non escludiamo il disagio e l’imbarazzo, soprattutto se questa negazione del corpo viene messa in correlazione con un più generale atteggiamento negativo verso il corpo attribuito al cristianesimo. Un giudizio così sommario non rende giustizia alla verità storica e va indubbiamente sfumato 41. Resta tuttavia difficilmente contestabile che lo spessore corporeo che la fede mostra nei Vangeli e nella pratica messianica di Gesù non è più riscontrabile nella cristianità successiva, in più o meno «ellenizzata». È soprattutto l’inquietante corporeità di Gesù, unico e inconfondibile nel suo tempo e nel suo ambiente 42, che è stata ben presto neutralizzata ad opera dei modelli culturali — siano essi patriarcali, matriarcali o androgini — con cui è stata successivamente interpretata.

L’ideale di acorporeità, o addirittura di negazione del corpo, può tuttavia creare anche una sottile gratificazione in colui che vi aderisce. La fede, quella cristiana in particolare, è in grado di fornire un solido appoggio alla denegazione di una parte di sé, nel processo generale di sublimazione. Infatti il cristianesimo fornisce un sistema che iscrive il soggetto in una totalità perfettamente inglobante, con un’origine e una conclusione oltre i limiti temporali della storia. L’identificazione inoltre avviene sotto il segno dell’ideale: amato da Dio con amore infinito, il credente è chiamato a partecipare all'immagine perfetta di Dio, che è il Figlio. L’identificazione, infine, è dotata di un carattere prescrittivo: tutto ciò che il credente deve fare, pensare ed essere, è prescritto da una tradizione che lo avvolge e lo precede.

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L’adesione al mondo dischiuso dalla fede può essere talmente appagante per la coscienza di sé narcisistica, da diventare il punto di appoggio di una denegazione che rende il soggetto estraneo a tutta una parte di se stesso: il corpo, in questo caso, con l’insieme pulsionale che lo correda. Nella misura in cui ciò avviene, il cristianesimo realizza una figura particolare di quell’allontanamento dal corpo che contraddistingue la civilizzazione occidentale nel suo insieme. Un distanziamento che nei casi estremi ha prodotto una vera e propria alienazione.

Il corpo, con la sua genuina molteplicità di sensi, passioni e desideri, è stato fatto oggetto, nella cultura laica non meno che in quella religiosa, di una gabbia di contenzione costituita da proibizioni e comandamenti. Attraverso una catena di misure repressive, il corpo è stato reso uno stupido «servitore muto». L’ideale proposto più frequente nella pedagogia e nella direzione spirituale tradizionale era quello di una testa fredda e di un cuore caldo, mentre il ventre ― vale a dire, la dimensione corporeo/viscerale dell’uomo — era completamente dimenticato, o tenuto in uno stato di soggiogamento, di cui P«uomo spirituale» menava vanto. È proprio questo modello che è venuto a cadere, sotto la spinta di vari movimenti rivendicanti una «riappropriazione del corpo» 43. Non solo il celebrante, ma anche i partecipanti a un rito rischiano oggi, in clima di ritorno al corpo, di sentire come frustranti le ridotte possibilità di comunicazione conseguenti alla subalternità del corpo.

Ritualità e inconscio

Alcune delle concezioni più in voga della riappropriazione del corpo, oltre a essere spesso culturalmente ingenue, perché ignorano l’ambivalenza del fenomeno, rischiano un

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appiattimento del corpo, a danno di una delle lezioni più feconde della psicoanalisi. La disciplina del profondo ha reso possibile, infatti, un altro sguardo sul corpo. I sintomi, letti in profondità, si sono rivelati segni di una saggezza strategica che denuncia il contrasto susseguente alla separazione del corpo e dello spirito.

Una delle vie più feconde di introspezione è stata proprio la traccia fornita dal rito, o piuttosto dai rituali o cerimoniali che si trovano spesso nella vita di persone affette da nevrosi ossessiva. Questa parte della teorizzazione psicoanalitica è nota anche al di là dall’ambito clinico, perché è stata sviluppata all’estremo da Freud stesso nei suoi saggi relativi al significato psicoanalitico della religione (specialmente Totem e tabù, 1912 e Mosè e il monoteismo, 1934). Il rito religioso è considerato da Freud, al pari dei cerimoniali patologici, come un sintomo; esso sarebbe l’equivalente socializzato dei rituali ossessivi mediante i quali il nevrotico cerca di scongiurare l’angoscia provocata dalle sue pulsioni represse.

La debolezza teorica di questi sviluppi del pensiero freudiano ha fatto cadere in discredito le dottrine psicoanalitiche sul significato psicodinamico del rito. Né oggi si trova chi sia disposto a scendere in campo per difenderle. Tuttavia un punto essenziale va ritenuto, per non buttar via il bambino con l’acqua sporca: la ritualità ci fa affacciare sull’orlo dell’abisso che si spalanca sull’inconscio.

Un decisivo impulso a valorizzare questa possibilità del corpo è venuta da quei movimenti della psicologia contemporanea che si aprono sulla dimensione umanistica e transpersonale 44. La via era stata già aperta dalle scienze antropologiche. Ad esse si deve lo studio di quelli che potremmo chiamare «stati somatici trascendentali», ovvero del ruolo del corpo nelle esperienze umane di trascendenza. Tutte le culture

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assumono stati somatici di qualità particolare, che espandono la coscienza 45. I più spettacolari sono la trance e l’estasi; ma possono anche avvenire nel quadro della vita quotidiana, ed essere indotti con l’ausilio di bevande, droghe e digiuni; oppure con la meditazione, che si avvale di tecniche di respirazione, coltivate soprattutto dalla tradizione dell’Oriente. Secondo Maslow, tali esperienze sono parte integrante della potenzialità del corpo umano e costituiscono delle peak-experiences 46. Attraverso di esse il corpo conosce la vertigine dell’assoluto.

Nell’ambito di una religione rivelata, com’è il cristianesimo, e che sottolinea con tutto il vigore possibile la trascendenza del divino, può sembrare irritante parlare di vicinanza o lontananza di Dio in rapporto con tecniche corporee, o affermare che in fondo agli stati mistici di coscienza unitiva ci sono tecniche del corpo. Tuttavia una condanna troppo radicale di queste espressioni di religiosità naturale porterebbe a un isolamento controproducente per i valori spirituali, i quali, senza essere monopolio delle religioni organizzate, si radicano in esperienze che sono comuni a tutti. Il rito religioso acquista un profondo rilievo, se considerato su questo sfondo: in rapporto, cioè, all’«inconscio superiore» 47, sede della

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creatività e della realizzazione delle possibilità religiose dell’essere umano, invece che in rapporto all’inconscio pulsionale o inferiore, come ha fatto la psicoanalisi freudiana.

Corpo e comunicazione

Il tradizionale interesse per lo studio del comportamento di comunicazione verbale, considerato con fierezza come caratteristica peculiare dell'homo sapiens, ha visto scalfito il suo monopolio da un crescente espandersi della ricerca scientifica sulla comunicazione non verbale. L’antropologia sembra quasi aver preso le distanze da un approccio esclusivamente «logocentrico» dell’essere umano. Questo aveva portato a minimizzare le risorse espressive del corpo, a vantaggio della parola, ma a danno delle possibilità espressive globali 48.

Le scienze antropologiche dell’Occidente oggi tendono a spostare la loro attenzione sui movimenti, gesti, posture ed espressioni del corpo fisico. E non solo con quella curiosità etnografica che induceva a studiare il corpo dei primitivi ― la nudità, la danza, il tatuaggio — con lo scopo recondito di ricondurre le diversità inquietanti registrate in altre culture entro i limiti della razionalità occidentale. Se il «logocentrismo» è visto come causa di alienazione, il «somatocentrismo» è considerato, al contrario, come un aiuto a tornare all’umano nella sua integralità (la body experience come self experience). È ancora troppo presto per celebrare la fine della monocultura della parola, che affligge l’Occidente. Ma abbiamo almeno cominciato a renderci conto che l’eccessiva dipendenza dal linguaggio verbale, la cui caratteristica essenziale è l’arbitrarietà, ha portato all’atrofia le risorse di comunicazione:

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siamo diventati ciechi e sordi ai potenti simboli espressivi del corpo. Ridare al linguaggio del corpo la priorità rispetto a quello verbale nell’espressione individuale e nella comunicazione sociale equivale a una rivoluzione antropologica. Ed è una rivoluzione che va fatta non come una fuga in avanti, ma piuttosto con un recupero di ciò che la cultura occidentale ha lasciato per strada nel suo cammino.

Attraverso il corpo, che è lo strumento plastico e sensibile della comunicazione non verbale, possiamo talvolta capire di più di quanto sappiamo attraverso i processi cognitivi che ci vengono insegnati nel corso del processo di inculturazione. É una comunicazione diretta, che può essere chiamata un «corpo a corpo». Le scienze antropologiche ritrovano così un’indicazione già formulata dai filosofi che hanno condotto una riflessione sul corpo a partire da un approccio fenomenologico-esistenziale 49. Il corpo — notava M. Merleau-Ponty — ci unisce a quella chair commune, che non ha inizio con noi, ma che troviamo già là prima di diventare capaci di consapevolezza. La vita è precedente a noi, e da essa emergiamo. Il nostro corpo ci isola da questa grandezza collettiva, da questa chair commune (possiamo riferirci ad essa considerandola, con uno sguardo sempre più ampio, come l'umanità, o come il regno del bios, o come il kosmos). Benché il corpo ci separi come individui dal fiume della vita, allo stesso tempo ci unisce organicamente ad esso. Il corpo è confine, vale a dire contemporaneamente realtà che ci separa e ci unisce al tutto.

Questa prospettiva antropologica consente di dare tutto il dovuto rilievo alla ritualità, comunque essa si esprima: nell’ambito del sacro come in quello profano. Il rituale è una forma di comunicazione a mediazione corporea, che si presenta come una forma di compromesso tra la distanza-separazione e l’intimità. In esso si esprime tanto il bisogno, quanto la paura del contatto. Solo l’intimità che si realizza

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nella comunicazione interpersonale permette una partecipazione alla chair commune, senza che i confini che ci individuano siano aboliti.

Come sostitutivo e surrogato dell’intimità, facciamo ricorso ai rituali. Ad essi spetta un posto discreto ma non insignificante nella gamma delle nostre possibilità espressive e comunicative. Se il rito si affaccia, da una parte, sull’abisso dell’inconscio e ci fa provare la vertigine dell’assoluto, dall’altra, sui piano interpersonale, ci avvicina alla comunione tra gli esseri.

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II. LA MEDICINA SOTTO IL SEGNO DELL'ALLEANZA

II. 1 - gli ideali etici nella professione del medico, ieri e oggi

L’attenzione ai problemi della medicina è tradizionale nel cristianesimo. A. von Harnack ha potuto addirittura affermare che il cristianesimo è essenzialmente una religione medica. Il Vangelo stesso è apparso sulla terra come annuncio di un guaritore e di una guarigione. Di conseguenza, la religione cristiana non può essere assente là dove si tratta di contribuire con la riflessione a una delle questioni pratiche che si ripropongono ogni volta che lo sviluppo culturale giunge a una svolta critica: a quali condizioni un medico può essere considerato un «buon medico»?

Vir bonus, sanandi peritus: parallelamente all’evolversi delle conoscenze e abilità prerequisite sul versante della competenza scientifica, si delinea in ogni epoca una bonitas richiesta al medico per meritare la fiducia che l’individuo e la società gli concedono, e sulla quale si fonda il permesso di esercitare l’arte terapeutica.

La bonitas non ha una connotazione esclusivamente religiosa. Anche il pensiero della società civile converge nell’esigere dal medico che abbia buoni costumi. Nella tradizione dell’Occidente il filone laico è rappresentato emblematicamente dal costante riferimento a Ippocrate e all'ethos detto appunto ippocratico. Senza mores non esiste vero medico: è il senso di quell’ippocratismo che produrrà, in epoca scolastica, minuziosi trattati di etichetta medica, precorritori dei

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moderni codici deontologici. La formazione morale è parallela a quella intellettuale, e non meno importante di quest’ultima. Questa esigenza troverà un’espressione «ecumenica» nei tre rami della medicina scolastica — araba, ebraica e cristiana —, unanimi nel richiedere al medico una perfetta correlazione tra un corpo sano e uno spirito moralmente irreprensibile. «Il filosofo — troviamo scritto nel trattato Pratica etica del medico, scritto in arabo da al-Ruhawi, un cristiano nestoriano — cerca solo il vantaggio dello spirito, mentre il medico virtuoso deve cercare il vantaggio tanto del corpo quanto dell’anima. Il medico è così l’uomo che imita, tanto quanto può, gli stessi atti di Dio».

In forza di questa visione religiosa, non si è esitato a considerare l’esercizio della medicina, fino in epoca moderna, come una professione a regime speciale: più «missione» che professione. La missionarietà è stata considerata come fonte di esigenze specifiche, riguardanti sia le motivazioni, sia le modalità con cui la medicina viene esercitata al quotidiano. È un ordine di problemi che, dopo un apparente affossamento a favore di una concezione esclusivamente scientifica e socializzata della professione, è ritornata di attualità sull’onda del dibattito relativo all’«umanizzazione» della medicina. Si è voluto identificare, infatti, nella perdita di idealità e di ispirazione filantropica tra coloro che esercitano l’arte sanitaria una causa del calo preoccupante di qualità che si registra nella pratica medica. Se non si contrasta l’emorragia di anima tra i professionisti della sanità, si avrà una medicina in rapido degrado, malgrado i crescenti progressi tecnici.

Essere un «buon» medico è per un cristiano un’esigenza che richiede un’ulteriore specificazione della bonitas. Un primo livello di quest'ultima è, nei casi di conflitto di valore, la coerenza delle scelte con le esigenze della morale cristiana. Un medico cristiano potrà dire di avere una vita morale conforme alla sua vocazione se si adegua alle norme della morale cristiana nelle situazioni concrete che si presentano nella pratica della professione. A tal fine si è sviluppato, all’interno

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della teologia morale, il capitolo della «morale medica» (ampliatasi più di recente, dal punto di vista contenutistico, con i problemi affluenti dalla biologia; in conseguenza di questo ampliamento tematico, è diventata frequente la designazione di questo ambito della morale col nome di «bioetica»). La morale medica ha formalizzato in un corpo dottrinale le regole a cui il medico cristiano deve attenersi in merito all’aborto, all’eutanasia, alla contraccezione, al trapianto di organi, alla sterilizzazione, al prolungamento artificiale della vita, alla fecondazione «in vitro», alla creazione e utilizzazione di embrioni, alla sperimentazione con esseri umani, ecc.

Oltre a questo aspetto formale — è un buon medico cristiano colui che segue le regole morali autorevolmente proposte dalla Chiesa, nelle diverse articolazioni del suo magistero dottrinale — emerge oggi sempre di più la ricerca di un habitus, morale, consistente soprattutto nelle virtù che si attualizzano non solo nei casi di conflitto più clamoroso, ma anche in quella prassi che potremmo chiamare «etica al quotidiano». Da questo punto di vista, un buon medico cristiano è chiamato a sviluppare delle virtù personali, tanto teologali che cardinali; a introiettare una concezione antropologica che lo porti ad accostare l’altro essere umano così come ce lo presenta la rivelazione cristiana; a elaborare uno «stile» di esercizio professionale che lasci trasparire, nel tessuto della sanità contemporanea, quella particolare sensibilità che fa del cristianesimo una «religione medica».

Medico ippocratico e/o medico cristiano

Uno degli argomenti con cui frequentemente si sente rifiutare un confronto specifico del medico con la morale cristiana è quello della «sufficienza» dell’etica professionale elaborata fin dall’antichità, e nella quale tutti i medici fondamentalmente si riconoscono. Per il medico, in altre parole, sarebbe sufficiente modellarsi sull’ideale della medicina ippocratica:

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tanto basta per essere un «buon» medico. Tale ideale richiede al medico un atteggiamento fatto di accoglienza di qualsiasi malato, di preoccupazione per il bene del malato stesso, di filantropia. L’ispirarsi ad un ideale cristiano può essere, in quest’ottica, un «di più» opzionale, che si può prendere o lasciare senza intaccare la struttura di fondo dell’etica richiesta dalla professione medica.

Il richiamo all’ippocratismo etico non ha necessariamente una valenza anticristiana. Talvolta ci si riferisce all’ideale ippocratico con la speranza di poter arrivare a un accordo sostanziale sui problemi di fondo della pratica della medicina, malgrado il pluralismo di orientamenti etici che può far sembrare il dialogo irrealizzabile. Tuttavia, se non vogliamo cadere in uno schematismo semplicista (facendo magari dell’ippocratismo uno schermo su cui ognuno proietta il modello ideale di medico che auspica), dobbiamo considerare diversamente il rapporto tra l'ethos medico che deriva con continuità storica dal mondo antico e quello che si ispira ai valori cristiani. A un esame storico, il generico ideale ippocratico si sfaccetta in una pluralità di modelli. Non c’è dubbio che il mondo classico sia arrivato a formulare l’ideale a cui il medico deve aspirare, e gli obblighi che acquisisce verso il malato, in termini di misericordia, solidarietà, fratellanza universale: in una parola, come un’«etica della filantropia». Ma questo ideale non è stato l’unico, né si è imposto unitariamente in Lutto l’ambiente medico dell’antichità. I diversi modelli che il mondo greco-romano ha espresso hanno un rapporto peculiare con l’animazione etica della professione che deriva la sua linfa dal cristianesimo.

Nell’epoca classica della civiltà greca il comportamento del medico non si ispirava agli obblighi verso l’umanità. Negli scritti veramente ippocratici (V sec. a.C.) la «filantropia» è intesa come gentilezza e buone maniere, in pratica come contrapposto della misantropia. I suggerimenti impartiti al medico riguardavano i comportamenti più efficaci da tenere nel corso del suo lavoro, al fine di conseguire la fiducia del paziente e distinguersi dai numerosi guaritori ciarlatani. In

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altri termini, si tratta più di «etichetta» che di etica medica. In questa fase dello sviluppo delle norme per essere un buon medico, l'ethos è quello di una corretta prestazione esterna. Il medico era, in pratica, un artigiano ed esercitava la sua arte (techne) come gli altri artigiani. L’età classica, come risulta dagli scritti platonici, giudicava il lavoro manuale sulla base della competenza e dell’efficienza. Nessuna particolare idealizzazione esaltava la medicina al di sopra delle altre professioni: era considerata un’arte come le altre, estranea a valori come l’intenzione interiore, la motivazione e il cuore. In pratica, a chi esercitava un’arte, la filosofia classica non attribuiva la possibilità di un’autorealizzazione etica tramite la professione.

Il medico artigiano aveva una sola credenziale: la buona reputazione. L’acquistava con l’apprendimento, l’abilità, la coscienziosità, la corretta prognosi, e in generale conducendo una vita onesta. Attraverso la porta bassa della ricerca della, buona fama (doxa) — non certo l’ideale più sublime che possiamo concepire dal punto di vista etico! — è entrato così nella cultura dell’Occidente il principio che la medicina è un’arte in cui la conoscenza è inseparabile dalla moralità.

Il secondo stadio dell’evoluzione dell’ethos medico dell’antichità pre-cristiana presuppone la trasformazione spirituale che si è espressa nell’insegnamento pitagorico e nella filosofia stoica. La filosofia pitagorica comprendeva ideali di giustizia, fortezza, purezza e santità, e soprattutto di profondo rispetto per la vita. Il celebre giuramento attribuito a Ippocrate è molto probabilmente un prodotto dell’etica pitagorica, applicata alla medicina. I medici pitagorici potrebbero averlo redatto come un programma di riforme, e forse anche come protesta contro le pratiche correnti, tutt’altro che ispirate al rispetto per la vita. In seguito il giuramento fu considerato opera del grande Ippocrate, allo stesso modo in cui gli furono ascritte le opere mediche della biblioteca di Alessandria, secondo un processo di accreditamento comune nell’antichità. Gli ideali rappresentati dalla scuola pitagorica fecero da ponte tra il paganesimo e il cristianesimo, il quale,

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elevando il rispetto e la promozione della vita a imperativo etico fondamentale, avrebbe cambiato i fondamenti della civiltà antica anche per quanto riguarda l'ethos della pratica medica.

Dobbiamo soprattutto alla filosofia stoica l’aver reso possibile a ogni stato di vita, compreso quello dell’artigiano, il perseguimento di un ideale etico. Anche l'ethos dell’artigiano medico fu riformulato e la medicina elevata al rango di arte filantropica. La moralità della prestazione esterna, caratteristica dell’epoca classica, cedette così il posto alla moralità dell’intenzione: il medico, secondo Gallieno, non può non essere filosofo. Si struttura così in modo compiuto l’umanesimo medico dell’antichità. Esso trova la sua espressione letteraria negli scritti deontologici del Corpus Hippocraticum: il giuramento in primo luogo, ma anche i Precetti, Sul medico, Sul decoro. Composti in epoca ellenistica o addirittura cristiana, rispecchiano nella sua forma più compiuta l’ideale del medico come amore per l’umanità, cioè come filantropia.

A un’analisi più accurata, si riconoscono nei vari scritti sfumature filosofiche diverse. Così nello scritto Sul medico predominano le virtù della scuola aristotelica: il medico deve essere onesto, prudente, gentile. La sintesi suprema è costituita dal primo paragrafo di questo libro, nel quale il comportamento abituale prescritto al medico è detto kalós kai agathós, «bello e buono». Riconosciamo subito la suprema eccellenza dell’uomo nel mondo omerico, la kalokagathia. Questa non è più privilegio fisico e morale delle stirpi nobili, bensì una virtù accessibile a coloro che praticano con decoro un’arte, in questo caso quella di curare. Il buon medico diventa moralmente un aristos, un «nobile».

Precetti e lo scritto Sul decoro mettono piuttosto l’accento su valori stoici, come la saggezza e la scelta razionale. Negli scritti di Scribonio Largo — I secolo d.C. — l’etica della prestazione materiale e quella dell’intenzione interiore sono diventate un’unità inseparabile. L’umanesimo stoico trasmesso da Cicerone diventa per Scribonio Largo il fondamento

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di specifiche virtù professionali. Il medico come filantropo deve misericordia e humanitas a ognuno dei suoi malati, sulla base della fratellanza tra gli uomini. L’amore dell’umanità, che si esprime in un sentimento di simpatia universale, diventa la virtù professionale del medico.

L’ideale etico del medico cristiano dell’antichità si colloca in posizione di continuità o di rottura con l’ideale pagano? La risposta a questa domanda non è semplice: è imbricata con le questioni fondamentali del rapporto tra fede e storia, Chiesa e cultura, trascendenza della salvezza offerta ed incarnazione del messaggio. I rapporti tra i valori cristiani e quelli espressi dal mondo greco-romano non sono unidirezionali; è più facile spiegarli mediante un’influenza reciproca. Col diffondersi del cristianesimo il pensiero pitagorico era il più adatto a creare un ponte tra l’ambiente culturale pagano e la nuova fede. Ciò permise la «cristianizzazione» dell’ethos medico che si era coagulato attorno al giuramento ippocratico: quell’etica fu considerata, infatti, naturaliter cristiana. D’altra parte, l’alta considerazione del medico in ambiente cristiano, in quanto la sua attività lo fa rassomigliare al Cristo terapeuta, può aver influito sullo sviluppo dell’ideale stoico del medico-filantropo, che esercita la professione con amore disinteressato nei confronti di tutti coloro che hanno bisogno della sua opera.

Una chiarificazione ulteriore dei rapporti tra comunità cristiane e mondo classico nell’ambito della cura della salute ci viene dagli sviluppi del tema del Christus medicus nella letteratura patristica.

Christus medicus: le implicazioni etiche di un tema teologico

Un luogo privilegiato per osservare i cambiamenti che il cristianesimo, assumendo l’eredità greco-romana, ha provocato in essa, è il tema del Christus medicus. La designazione di Cristo come medico si trova già nei Padri apostolici. Per Ignazio di Antiochia «esiste un solo medico, Gesù Cristo,

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nostro Signore. Uno è il medico, di carne e di spirito al tempo stesso, generato e increato, Dio apparso nella carne, vera vita nella morte, proveniente da Maria così come da Dio, prima passibile e poi impassibile, Gesù Cristo, il nostro medico»50. In un libro di Atti degli Apostoli apocrifo troviamo una preghiera in cui ci si rivolge a Gesù con queste parole: «Tu che sei il solo protettore di questi servi e medico che guarisce senza compenso, tu solo sei misericordioso e ami gli uomini (philanthropos), tu sei il solo salvatore (soter) e giusto» 51.

Nella letteratura patristica latina il motivo del Cristo medico è ripreso da Girolamo, Ambrogio, Agostino e diversi Padri minori. L’immagine offre l’opportunità di riferirsi ad alcuni aspetti del comportamento professionale del medico, stabilendo al tempo stesso un parallelo con l’azione di Cristo nei confronti del credente. Così, per quanto riguarda ik primo contatto tra il medico e il paziente, viene sottolineato che è il malato che deve rivolgersi al medico, affinché si instauri il rapporto di fiducia; il medico divino, invece, assume lui l’iniziativa con il paziente. Un altro contrasto sottolineato in tutto lo sviluppo storico del motivo è quello tra l’amarezza della medicina usata e l’efficacia terapeutica del mezzo usato dal medico. Secondo Agostino, il Cristo ha bevuto per primo l’amaro calice della rinuncia e del dolore, affinché il paziente sia animato ad affrontare l’amara ma salutare medicina 52: «Medicina autem ideo inventa est, ut pellatur vitium ed sanetur natura. Venir ergo Salvator ad genus humanum, nullum sanum invenit, ideo magnus medicus venit» 53. Nell’omiletica di Agostino, nella quale il motivo raggiunge la sua massima fioritura, il medico divino guarisce la natura dell’uomo, è un medico dell’umanità, piuttosto che del singolo

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individuo. Il tema diventa così una metafora tra le altre per indicare l’opera della Redenzione.

Anche gli altri Padri latini, nell’insegnamento catechetico, si servono dell'immagine di Gesù medico per spiegare come avviene la Redenzione. Il Salvator opera la guarigione. La minaccia di una malattia è assunta come simbolo della peccaminosità. «Ciò che la malattia e le ferite sono per il corpo, lo è il peccato per l’anima» 54. Altre analogie utilizzate sono quelle della penitenza come medicina: «Vulnus medicum quaerit, medicus confessionem exigit» 55; oppure quella del medico che per soccorrere il paziente gli deve procurare dolore, incidendo o cauterizzando. Per Agostino il motivo del Christus medicus è soprattutto simbolo della dottrina teologica della grazia: nello schema della natura e della grazia (la giustificazione come processo di guarigione della natura), il Cristo nella sua morte guarisce col suo sangue, è per il peccatore al tempo stesso medicus e medicamentum 56. La «medicina» non si può perciò separare dal medico, come un’energia risanante che agisce per forza autonoma; nel farmaco, piuttosto, si comunica il medico stesso.

Il motivo del Cristo medico non è stato, dunque, tematizzato per dibattere questioni etiche; è stato piuttosto utilizzato per interessi dogmatici o, più esattamente, catechetici: simbolizzare l’evento della Redenzione, presentando il Cristo come il medico che, per mezzo della grazia, risana la natura corrotta. Gii aspetti pratici dell’attività terapeutica del medico nel motivo del Cristo medico sono accennati solo di sfuggita (l’iniziativa del medico o del malato, la prescrizione della medicina amara, l’efficacia del farmaco che guarisce le cause), in quanto offrono spunti per illustrare il processo della salvezza in senso teologico.

Oltre alle implicazioni soteriologiche, il motivo ha anche altre finalità? In passato gli storici hanno molto discusso

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sul possibile intento apologetico dell’attribuzione del titolo di medicus a Cristo, per contrapporlo al dio greco della medicina, Esculapio. La tesi è stata difesa da Harnack e da altri storici, i quali ritenevano che la devozione popolare ad Esculapio avesse costituito una minaccia per il cristianesimo. Il culto asclepiadeo era concentrato in alcuni santuari; i più celebri, tra i circa 200 santuari dell’ambito greco-ellenistico, si trovavano a Epidauro, Kos, Pergamo, Roma. Il santuario di Epidauro, in particolare, è descritto come una Lourdes dell’antichità...

La contrapposizione polemica di Cristo medico a Esculapio non sembra, alla rilettura attuale del cristianesimo delle origini, così centrale come era stata fatta sembrare. L’ostilità degli apologisti cristiani nei confronti di Esculapio è della stessa natura di quella che ha indotto la Chiesa antica ad avversare le divinità greco-romane e la mitologia pagana. Esculapio non costituì un particolare contraltare all’immagine del Salvatore proposta dal cristianesimo. Oggi si tende anche a relativizzare la tesi che proprio la devozione a Esculapio avrebbe indotto a privilegiare il titolo di Salvator (soter) attribuito a Cristo.

Tra i due culti esisteva una diversità fondamentale circa l’universalità della salvezza. A differenza di Esculapio, che si accosta solo a qualcuno, il Cristo Soter porta la salvezza a tutti. Questa concezione di natura religiosa non è stata priva di conseguenze per quanto riguarda il rapporto tra medico e malato. I cristiani non hanno certo inventato la medicina, che nel mondo classico aveva autonomamente sviluppato sia una grande tradizione scientifica, sia un nobile ethos; ma il cristianesimo ha trasferito in essa un’esigenza di universalità, che affonda le radici nella dottrina teologica dell’universalità della salvezza. In forza di questa universalità, il medico cristiano si sente rigorosamente impegnato verso qualsiasi uomo sofferente. Notava l’imperatore Giuliano, nel IV secolo: «Ciò che fa forti (i cristiani) è lavoro filantropia nei confronti degli estranei e dei poveri... È vergognoso per noi (pagani) che i galilei non esercitino la misericordia solo con

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quelli che condividono la loro fede, ma anche con quelli che venerano gli idoli».

Una prima conseguenza pratica: la deontologia medica classica, che escludeva gli inguaribili dal trattamento, non poteva più essere accettata dal punto di vista cristiano. Il medico del mondo classico si asteneva dal curare i malati per i quali non c’erano prospettive di guarigione, non per carenza di etica professionale, ma per un motivo fondamentalmente religioso. La medicina ippocratica, infatti, affidava come compito al medico quello di agire secondo la physis e il logos. Non forzare la natura era quindi espressione di una certa pietas physiologica. La sequela del Cristo conduceva invece ad anteporre la philanthropia alla physiophilia, superando la concezione di una natura divinizzata. La cura dei malati più abbandonati e dei derelitti diventò perciò un segno caratteristico della caritas cristiana e della missione della Chiesa. I primi ospedali, sorti nel IV secolo, dopo la svolta costantiniana, sono un’espressione di quella cura dei malati senza discriminazione, con predilezione per coloro che la scienza medica abbandona, che deriva dall’insegnamento di Gesù.

Anche dietro il motivo teologico del Christus medicus come simbolo della salvezza offerta a tutti gli uomini pulsa il ricordo storico della dedizione di Gesù ai malati. Esso ha influenzato la pratica sanitaria propria della Chiesa antica. Ne è derivato anche un nuovo tipo di rapporto con il malato, che si discosta da quello in vigore nella medicina dell’antichità. Anche quando il modello etico derivato dall’ideale della filantropia avrà raggiunto la sua espressione più compiuta, nella medicina precristiana si nota una considerevole distanza e freddezza nel rapporto tra medico e paziente. La comunità cristiana, invece, non abbandona i malati, ma li fa piuttosto oggetto di un’attenzione particolare. Il modello del comportamento stesso di Gesù con i malati sta sullo sfondo di questa innovazione introdotta nell’atteggiamento verso colui che soffre.

Il motivo del Christus medicus, benché si sia sviluppato

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con preoccupazioni principalmente dottrinali, ha svolto anche il compito di fornire nuovi parametri di comportamento in ambito sanitario. In obliquo, ha connotato un modo nuovo di fare il medico, con una passione per l’uomo derivante da un orizzonte di salvezza universale. Un indice che il motivo non avesse solo valore simbolico in riferimento alla Redenzione è costituito dal fatto che è stato usato con predilezione proprio dai Padri che, come Agostino e Ambrogio, si sono preoccupati di più della cura dei malati. Il medico che si ispira al cristianesimo trova perciò nella sequela di Gesù un nuovo ethos.

Poiché il Cristo nel motivo del Christus medicus viene descritto come il «medico eccellente», che si interessa solo del bene del paziente (Clemente Alessandrino), anche il medico cristiano deve concepire se stesso come strumento di Dio, con la philanthropia divina come motivazione. Come afferma Gregorio di Nissa in una lettera al medico Eustasio, suo amico: «Per tutti voi, che esercitate la medicina, l’amore degli uomini è un’abitudine quotidiana. Mi sembra perciò che giudichino bene, senza esagerare, quelli che pongono la vostra scienza al di sopra di tutte nella vita» 57. Indirettamente viene espressa una grande considerazione per il medico che agisce come il Cristo, dando alla philanthropia lo stesso orizzonte della soteria. In questo senso anche il rapporto medico-paziente ha ricevuto una nuova dimensione dall’avvento del cristianesimo.

Essere medico nella prospettiva messianica

Il confronto tra l'ethos del medico dell’antichità grecoromana e quello che si è venuto gradualmente formulando all’interno della comunità cristiana ci permette di individuare l’elemento che specifica l’etica medica ispirata alla sequela messianica. Il principio formale dell’etica delle primitive comunità cristiane è l’azione modellata su quella del Cristo

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storico. In questa prospettiva, il malato diventa un luogo privilegiato della prassi messianica e l’attività terapeutica acquista, secondo il significato etimologico originario di therapeuein, il valore di un «servizio».

Questo ideale etico si demarca da quello naturalistico, in misura analoga a quanto le virtù teologali si differenziano dall’intenzione filantropica. Il terapeuta cristiano tende ad adeguare la sua prassi a quella messianica di Gesù. Nella pratica degli occhi e degli orecchi (vedere la realtà e ascoltarne l’appello) si esprime la fede; nella pratica dei piedi (camminare dietro al Messia, dopo aver abbandonato barca e reti, famiglia, sicurezza) prende corpo la speranza; la pratica delle mani (fasciare le ferite e versarvi sopra l’olio, come il buon samaritano) equivale alla carità.

Che cosa, in concreto, implichi l’assunzione del modello messianico nei confronti dei malati, emerge dai tratti che conosciamo della comunità cristiana delle origini. Il malato è considerato in essa un membro cui spetta un posto privilegiato all’interno della comunità. Gli occhi del credente vedono la sua vera realtà, al di là di ciò che gli occhi della carne riescono a scorgere. E anche là dove la visione degli occhi, benché illuminati dalla fede, fa difetto, le mani hanno accesso diretto alla realtà della salvezza. Secondo la formulazione di Mt 25,39-40, nel malato c’è Gesù stesso («Signore, quando ti abbiamo visto malato o prigioniero, e ti abbiamo visitato?... In verità, ogni volta che lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me»). La mano del credente, posta nella sequela messianica, si apre a condividere, secondo le esigenze radicali della comunità fraterna (cf. At 2,44-47) e a «sostenere i deboli e gli infermi» (cf. 1Ts 5,14). È ancora la prassi della mano quella che vediamo nell’unzione con l’olio, che allevia il dolore e salva il malato (cf. Gc 5,14-16).

La speranza si traduce in una pratica dell’assistenza ai malati atipica rispetto a quella della società, compresa la pratica d’Israele nell’Antico Testamento. Guardando all’assistenza agli infermi messa in atto dalla comunità cristiana dei

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primi secoli, Origene poté scrivere, con tono di leggero trionfalismo apologetico: «Con i loro bei discorsi, Platone e gli altri saggi greci sono simili a quei medici che trattano solo le classi elevate e disprezzano la gente del volgo; mentre i discepoli di Gesù si preoccupano che tutta la tavola riceva un alimento sano» 58.

L’attività terapeutica che si sviluppa sulle orme del Messia affonda le radici nelle virtù teologali e fiorisce in comportamenti di ampiezza universale, altruistici e disinteressati nella motivazione. La professionalità del medico che vi si ispira non ha bisogno di complicati codici deontologici, in previsione dei diversi casi che si possono presentare. Anche perché questa medicina, ricca di sentimenti di amore e di accoglienza, è stata tradizionalmente povera, fino ad epoca molto recente, di mezzi terapeutici veramente efficaci. L’ospedale, che raccoglie pellegrini e poveri, non è un luogo dove viene procurata la guarigione, ma piuttosto dove colui che non può guarire viene amorevolmente assistito, fino alla sua morte. Gli ospedali dell’antichità si prolungano in quelli medievali, predisposti anch’essi per poveri e incurabili. Della città ospedaliera di Cesarea, fondata da san Basilio, Gregorio Nazianzeno scriveva: «La malattia vi era sopportata con pazienza; la disgrazia era considerata con gioia e veniva messa alla prova la compassione di fronte alla sofferenza altrui» 59. Non molto di più si può dire degli ospedali medievali, la cui funzione era quella di permettere ai malati di fare una morte cristiana. In quelle istituzioni si praticava un’etica della morte, più che un’etica della malattia (a differenza di ciò che avveniva nella medicina per ricchi e altolocati; la minuziosa deontologia scolastica, sopra menzionata, valeva per il medico che si occupava delle classi privilegiate, in senso sociale ed economico).

Che questa prospettiva non sia del tutto anacronistica lo dimostrano iniziative come quella di Madre Teresa di Calcutta,

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rivolte a raccogliere i morenti dalla strada e permettere loro una morte umana. È una riemergenza, ad alta densità simbolica, dell’etica della sequela messianica, che ha dato frutti così luminosi in ogni epoca della storia della Chiesa: dagli ospedali dell’antichità e del Medioevo alle diverse istituzioni create per assistere handicappati fisici e mentali, considerati dalla società come casi-limite che non rientrano nello standard di coloro che fruiscono dell’assistenza medica (come i vari «Cottolengo», cronicari, ecc.). L’estensione di questa attività di assistenza ai malati di AIDS dei nostri giorni non è che un’ulteriore illustrazione della mobile frontiera della medicina messianica.

La prassi che ha ricevuto il nome di «accompagnamento dei morenti» è diventata un argomento di grande attualità anche nel mondo occidentale sviluppato. Anzi, soprattutto in questa parte del mondo. Un infausto concorso di diversi fattori culturali ha spinto i morenti ai margini estremi della nostra società, facendone i più poveri tra i poveri. La «tabuizzazione» della morte, infatti, stringe intorno al morente una cortina di reticenze, di dissimulazione o di menzogna, che produce come risultato finale la solitudine più totale di colui che affronta la morte. La scienza medica, d’altro lato, è tutta sbilanciata sul fronte della lotta contro la malattia e del prolungamento della vita. Persegue questo obiettivo anche quando l’azione terapeutica si manifesta come insensata e controproducente: più che prolungare la vita, infatti, prolunga l’agonia e impedisce che la fase finale della vita si concluda nella dignità che spetta a un essere umano. Il furor sanandi che porta il medico a impiegare tutto l’arsenale terapeutico di cui dispone, senza domandarsi se ciò sia ragionevole e se faccia effettivamente il bene del malato, ha creato una situazione diffusa di morte sempre più disumana. L’impegno medico, per quanto lodevole nelle sue intenzioni, è disastroso nei risultati: non aggiunge, infatti, vita alla vita, ma solo sofferenze a un morire dilatato nel tempo.

Non è per caso che proprio negli ambienti segnati da una sensibilità cristiana verso gli ultimi sia sorta di recente

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una nuova attenzione verso i morenti. L’etica messianica mostra di voler raccogliere la sfida che viene dalla nostra cultura tanatofobica, identificando il nuovo bisogno di presenza e rispondendo all’appello muto dei morenti del nostro tempo. Recenti documenti ufficiali di Conferenze episcopali hanno mobilitato la coscienza dei cristiani su questo problema. Iniziative concrete, come quella degli hospices, sono state intraprese nel nome della carità cristiana. Prototipo di questa istituzione è il St. Christopher’s hospice di Londra.

L’intento dell’hospice è quello di fornire congiuntamente l’assistenza medica più adeguata insieme a quella affettivo-relazionale. Ciò implica in primo luogo la scelta dell’ambiente più adatto per concludere la vita. In contrasto con la tendenza a medicalizzare tutti i fatti della vita biologica, dal nascere al morire, con il corollario costituito dall’ospedalizzazione, coloro che si dedicano a umanizzare il morire tendono a riportare l’evento del decesso nel suo luogo naturale: la casa. Quando non è possibile trasportare l’ospedale in casa, fornendo domiciliarmente le cure necessarie, la struttura dell'hospice costituisce un valido compromesso. Si tratta, infatti, di una realtà intermedia tra l’ospedale e l’albergo, nella quale viene prestata attenzione al confort da fornire al morente e ai suoi familiari nella stessa misura con cui ci si preoccupa della terapia, in particolare di quella rivolta a lenire il dolore.

Il soggetto di questo tipo di «medicina messianica» è meno il medico in prima persona, quanto la comunità nelle sue diverse articolazioni. L’intervento della realtà comunitaria è decisivo per tutte quelle cure nelle quali il sintomo non è una disfunzione passeggera che va rimossa, ma piuttosto l’indice di un malessere profondo. Pensiamo, come esemplificazione, ai fenomeni di alcolismo e alle tossicodipendenze. La medicina concepita come intervento professionistico settoriale fallisce regolarmente con questo tipo di mali, anche se dotata di mezzi terapeutici efficaci, mentre hanno successo le cure «povere», ma ad alta concentrazione affettiva (gruppi di Alcolisti Anonimi, Comunità terapeutiche...). Il

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Christus medicus che emerge in queste situazioni come archetipo del guaritore è la personalità corporativa che, da san Polo in poi, è chiamata «corpo mistico». Essa ha nella concreta comunità dei credenti il suo segno sacramentale e il suo strumento privilegiato di azione.

La prospettiva messianica sembra mortificare l’opera propriamente terapeutica del medico; in realtà, invece, la dilata. L’atteggiamento verso la malattia e la guarigione, che abbiamo chiamato «messianico», si differenzia da due altre prospettive di natura religiosa, ampiamente rappresentate nel mondo biblico e presenti anche al di fuori di esso: quella sacerdotale e quella profetica. Dal punto di vista della religiosità sacerdotale, la malattia è un’impurità; il malato va, di conseguenza, segregato dalia comunità, in particolare da quella cultuale (cf . Lv 12,2-8). La prospettiva profetica adotta, invece, il linguaggio del «dono-debito» (o peccato): la malattia è considerata come la manifestazione corporea del peccato del cuore, come castigo di una trasgressione etica, come segno di un cammino fuori dell’Alleanza (cf. Dt 28,15-22). Nella considerazione sacerdotale la risposta alla malattia è la purificazione, mentre in quella profetica è la conversione. I rischi dei due atteggiamenti si manifestano nelle rispettive estremizzazioni: il legalismo per l’una, il moralismo per l’altra.

Al tempo di Gesù i due linguaggi sulla malattia coesistevano. Gesù differenzia il suo atteggiamento messianico tanto dal legalismo (cf. Mc 7,1-16), quanto dalla ricerca di una colpa personale dietro ogni manifestazione patologica (il conflitto con l’estremizzazione della prospettiva profetica riveste nell’episodio del cieco nato i toni della polemica teologica: cf. Gv 9,1-3). Nella prospettiva messianica l’infermità va relazionata all’azione di Dio: in particolare a quella che si manifesta attraverso il suo Messia. Il Vangelo che egli annuncia con il ministero della Parola e con quello della mano, con l’annuncio del perdono e con i gesti della compassione, è una forza che fa vivere. La salute che egli concede non è semplicemente un’assenza di sintomi morbosi, ma un riflesso,

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sul piano della persona totale, della soteria, cioè della vita nella sua massima espressione: dal piano somatico a quello spirituale.

La terapia messianica elimina i sintomi e guarisce gli affetti, apre all’azione di Dio e reintegra i rapporti comunitari. Il medico cristiano, che si situa nella sequela del Messia, promuove consapevolmente un’azione risanante totale, che supera quella che la scienza e la società riconoscono come specifica della sua professione.

Essere medico nella cultura della complessità

Nella nostra società non esiste più un consenso unanime su un modello di uomo da promuovere e sui valori irrinunciabili, in quanto costitutivi dello specifico umano. La situazione è particolarmente acuta nell’ambito della malattia e della salute: le opinioni su ciò che è bene o male — e ancor più su ciò che rispetta o offende la dignità dell’uomo — divergono in modo inconciliabile.

Un caso emblematico è quello delle nuove possibilità procreative, grazie al ricorso a tecnologie biomediche. Su fecondazione extra-corporea, donazione di gameti, madri surrogate, scelta del sesso del figlio, le valutazioni etiche sono le più disparate. L’unico «magistero» che sembra si sia disposti ad ascoltare, nella cultura della tecnologia avanzata, è quello che si presenta con l’autorità della scienza. Anche le istituzioni più radicate nella tradizione hanno difficoltà a far trapassare i valori umanistici nella coscienza di coloro che aderiscono ad esse. La Chiesa cattolica, ad esempio, in tutto l’ambito della riproduzione, della difesa e del rispetto della vita ha impegnato fortemente la propria autorità morale, per promuovere presso i fedeli una prassi in armonia con la concezione personalista cristiana. E tuttavia le indagini sociologiche rilevano che, per quanto attiene ai metodi contraccettivi, all’aborto e al ricorso alle svariate possibilità della «procreatica» in caso di sterilità, anche i cattolici tendono a

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orientarsi secondo quanto è proposto con l’avallo della scienza medica, piuttosto che in conformità con le indicazioni dottrinali del magistero ecclesiastico.

Nell’ambito dei nuovi poteri che l’uomo ha acquisito sulla vita e sulla morte, la questione centrale è quella di sapere se una tecnica assicura un progresso per la persona e per la comunità umana, o se, al contrario, comporta un regresso o veicola un rischio di disumanizzazione. Secondo un documento dell’Episcopato francese (Vita e morte su richiesta, 1984), per arrivare a discernere ciò che, nell’ambito di tutto ciò che è fattibile tecnicamente, è compatibile con le esigenze morali, bisogna superare l’ostacolo costituito da una duplice logica corrente: quella del sentimento e quella della tecnica. Ambedue tendono a porre la soggettività al di sopra di ogni norma etica; anzi, la bontà morale nell’azione viene correntemente commisurata sulla sua rispondenza al desiderio: è bene ciò che porta al soddisfacimento di ciò che è sentito soggettivamente come desiderabile. Non si accetta un principio regolatore del desiderio, come se questo non avesse altra regola che se stesso. La logica tecnica, d’altra parte, induce a perseguire ogni fine realizzabile, spingendo il progetto di dominio della natura fino alla completa disposizione del proprio corpo. In fondo a questo progetto si delinea la figura mitica dell’autopoiesis, cioè l’autocreazione dell’uomo.

La situazione attuale di complessità e di pluralismo di orientamenti etici espone il medico a un confronto con richieste che esigono, più che in passato, il discernimento che si fonda sulla virtù della prudenza. Anche l’etica greca richiedeva dai medico la phronesis, ovvero, secondo la definizione di Aristotele, «la capacità di distinguere rettamente ciò che è buono» nelle cose che riguardano il singolo. Il compito etico del medico era tuttavia facilitato dal fatto che la physis costituiva la base dell’etica, la norma della moralità essendo data dall’applicazione del logos alla conoscenza dell’ordine della physis. In altre parole, nell’etica a orientamento «deontologico» è buono ciò che segue l’ordine della natura, è cattivo ciò che altera questo ordine. L’assunzione della medicina

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«fisiologica» dell’antichità da parte del cristianesimo medievale ha rafforzato questa concezione naturalista: l’uomo non può e non «deve essere» (deontos) altra cosa che il servitore della natura, adattandosi all’ordine della natura 60, che in ultima analisi è un ordine divino — in quanto Dio è il creatore della natura e delle sue leggi — l’uomo realizza la «giustizia» e la «virtù».

L’orientamento alla lex naturalis, partecipazione della lex aeterna 61, non offre più un criterio di discernimento per l’uomo della nostra epoca. Caratteristica della tecnica contemporanea, a differenza di quella greca e medievale, è di produrre «artificialmente degli esseri naturali» (Zubiri). Non produce più soltanto degli «arte-fatti», contrapposti alle realtà naturali, ma interviene in zone sempre più ampie dell’essere vivente, producendo le stesse cose della natura e dotate della stessa attività naturale. L’«artificialità» non è più, in sé, un criterio di valutazione morale.

Il medico si trova oggi sempre più spesso sollecitato a interventi che non si situano entro il quadro dell’opera «terapeutica» in senso formale. Pensiamo alla richiesta di un figlio «a ogni costo», mediante il ricorso a uno dei numerosi artifici che rendono possibile attualmente generare un figlio, qualunque sia l’impedimento naturale: interventi che non possono essere qualificati come «terapia della sterilità» in senso stretto, a meno che la sofferenza a causa della sterilità non venga considerata, in quanto tale, una «malattia» da cui la coppia domanda di essere liberata. La decisione di fare un figlio con l’aiuto della tecnologia biomedica può provenire da una donna nubile, o da una coppia omosessuale; può rispondere al desiderio di evitare un rischio fondato di trasmissione di malattia genetica, ma anche a quello di avere un figlio con determinate caratteristiche (si veda il ricorso a inseminazione artificiale con gameti di premi Nobel...).

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Altre situazioni possono essere ancor più problematiche. La richiesta di cambiamento di sesso è una di queste. Il transessuale, che vive il proprio corpo come «sbagliato» rispetto all'identità sessuale che ha acquisito, può domandare al medico di uniformare la propria realtà somatica a quella «giusta», vale a dire al sesso che ha scelto nel corso del processo di acquisizione dell’identità sessuale. Anche alcuni interventi di chirurgia plastica cadono nella terra di confine tra la medicina come impresa terapeutica e la medicina come possibilità di servizi a vantaggio del desiderio soggettivo.

Ancor prima che l’esplosione della «medicina del desiderio» esponesse il medico a un confronto così radicale con una richiesta che può esprimere valori in conflitto con quelli ai quali aderisce, la professione medica ha elaborato dei criteri per filtrare le richieste che le vengono rivolte. Uno di questi è la deontologia professionale. Questa stessa funzione ha svolto il richiamo costante all’ethos ippocratico, contenente l’impegno formale del medico a non offrire la sua opera per l’interruzione volontaria della gravidanza e per l’eutanasia attiva. L’elaborazione di norme deontologiche, alle quali tutti i professionisti si attengono in nome della «dignità» e del corretto esercizio della professione, è una possibilità poco utilizzata nell’ambito medico, mentre potrebbe offrire ai medici un aiuto di non poco conto per discernere ciò che si concilia con lo spirito che anima la professione medica e ciò che invece la contraddice in modo insanabile.

La deontologia corrente si limita, negativamente, a menzionare la possibilità che il medico si opponga sollevando l’obiezione di coscienza, nel caso in cui gli vengano richieste prestazioni professionali in contraddizione con la sua visione etica. Si ha obiezione di coscienza, in senso giuridico, quando il cittadino rifiuta di adempiere un compito, demandatogli dalla legittima autorità, perché tale compito contrasta con i suoi principi morali. L’obiezione di coscienza, espressione di una concezione sociale liberal-democratica, è riconosciuta in Italia dalla Carta Costituzionale (cf. artt. 2, 19, 21) e costituisce un modo corretto di risolvere il contrasto tra la coscienza

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individuale e la sensibilità sociale, di cui la norma giuridica è espressione.

Il caso più frequente di obiezione di coscienza in ambito sanitario è quello della partecipazione a una interruzione volontaria della gravidanza. La possibilità è prevista dalla Legge n. 194 del 1978, che ha introdotto in Italia l’aborto legale. L’art. 9 della Legge indica nel «personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie» coloro che possono legittimamente esprimere il dissenso, pur restando cittadini integrati nella struttura statuale. L’esonero riguarda esclusivamente le attività specificamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, non le altre attività sanitarie che eventualmente precedono o seguono l’intervento. La possibilità legale e deontologica di sollevare obiezioni di coscienza nei confronti dell’aborto è stata ampiamente utilizzata in Italia dai medici, sia in nome delle proprie credenze religiose, sia in nome delle convinzioni etiche secolari.

La recente «Guida europea di etica medica», proposta dalla Conferenza degli Ordini dei Medici della Comunità Europea (gennaio 1987), prevede: «È conforme all’etica che il medico, in ragione delle proprie convinzioni, rifiuti di intervenire nel processo di riproduzione o nel caso di interruzione della gravidanza o di aborto, invitando gli interessati a ricorrere al parere di altri medici» (art. 18). È importante notare l’allargamento della tradizionale obiezione all’aborto anche ad altri casi indicati genericamente come «interventi nel processo di riproduzione». Ciò si applica ad alcuni metodi contraccettivi, come l’uso della spirale intrauterina. La modalità di azione dei dispositivi intrauterini non è del tutto chiara dal punto di vista fisiologico; la spiegazione più probabile è che impediscano l’impianto dell’ovulo fecondato nell’utero. Equivalgono quindi, in pratica, a un aborto precocissimo. Molti medici, che sono contrari per principio all’aborto, estendono il loro rifiuto a prestare l’opera professionale anche a questo procedimento contraccettivo.

L’indicazione della Guida europea può estendersi anche a numerose situazioni della «procreatica», ovvero della procreazione

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medicalmente assistita. Senza erigersi a giudice della coscienza altrui, il medico può tuttavia sottrarsi, in nome della deontologia che accetta nel momento in cui entra nella professione, a richieste che ritiene dissonanti con la finalità terapeutica della sua professione.

II. 2 - i comitati per un’etica del dialogo

Attraverso i Comitati, l’etica rientra in medicina

Il ruolo svolto dai Comitati di etica non può essere pienamente compreso se non partendo da una costatazione: fino a pochi anni fa, l’etica sembrava rilevante per i comportamenti della vita privata e per alcuni aspetti della vita sociale (come la guerra, la giustizia sociale, lo sviluppo), ma era stata completamente evacuata dall’ambito della prassi medica. Oggi invece la questione etica riferita alla biologia e alla medicina è diventata un topos tra i più caratteristici del dibattito culturale: oltre a straripare nei mass-media, citata a proposito e, talvolta, a sproposito, ha acquistato la dignità di disciplina accademica col nome di «bioetica». L’etica medica ci si presenta come uno di quei vecchi cavalli sui quali nessuno è disposto a scommettere un soldo, che improvvisamente ha una ripresa inaspettata e si rivela come un cavallo vincente.

Molti fattori hanno contribuito al suo successo. In questo contesto vogliamo mettere in evidenza il contributo di primissimo piano che hanno dato i Comitati di etica alla riemergenza della questione etica in campo biomedico. Tuttavia, per aver presente la vicenda nelle sue articolazioni più importanti, bisognerà partire dal rifiuto dell’etica in medicina: i motivi con i quali è stato giustificato e gli atteggiamenti emotivi, anche inconsci, che l’hanno alimentato.

Prima che avesse luogo la svolta a cui abbiamo accennato, l’atteggiamento più diffuso tra i sanitari era quello di difesa

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nei confronti di un’interferenza sentita come un’ingerenza indebita. Là dove tale atteggiamento ancora persiste, l’etica viene respinta con varie argomentazioni. La più frequente è l’appello a una concezione scientifico-posivista e tecnologica della medicina. Si presume che la scienza, compresa quella medica, si sviluppi in regime di obiettività e abbia a che vedere solo con i fatti; è interesse della scienza tenersi lontana da ogni commistione come le ideologie: i dibattiti sulle idee vanno lasciati ai filosofi e agli avvocati! Anche se la massiccia fede positivistica del XIX secolo si è da tempo dissolta alla luce della epistemologia e della filosofia della scienza contemporanee, la concezione di una scienza medica indipendente dai valori continua a motivare il rifiuto dell’etica. L’inizio dell’èra tecnologica in medicina sembra aver radicalizzato la tendenza.

Ancora più polemica contro ogni idealizzazione della professione è la rappresentazione della medicina come una forma di artigianato; niente di più che un abile artigianato. In quest’ottica, essere un «buon» medico equivale a fare «bene» il proprio lavoro, valutando tale bontà con il criterio dell’efficienza e della qualità della prestazione tecnica. Posizioni di questo genere sono riconducibili al cosiddetto «codice Hemingway»; secondo lo scrittore, infatti, una delle ripercussioni sulla vita morale delle situazioni in cui non si vede via di uscita — quella a cui si riferisce più specificamente è il carnaio della guerra di Spagna descritto nel romanzo Per chi suona la campana — è quella di portare a concentrare tutto il proprio impegno nel fare ciò che si fa così come deve essere fatto, astraendo del tutto la questione dal suo significato (combattere «bene» è tutto l’ideale morale del combattente, mettendo completamente tra parentesi la domanda circa il perché si combatte; di qui il consiglio che riceve il protagonista del romanzo: «Quando spari non pensare che spari a un uomo, ma che colpisci un bersaglio!»).

Mentre la prima ragione del rifiuto dell’etica può essere etichettata come scientismo, la seconda può esserlo come efficientismo. La medicina si presta a un’interpretazione efficientistica,

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in quanto evoca spontaneamente un ambito in cui il primato non spetta al pensare, ma al fare; in cui si è chiamati a rimboccarsi le maniche e a mettere le mani in pasta, piuttosto che a prendere le distanze e a riflettere. I risultati della medicina si misurano nelle guarigioni: queste monopolizzano tutto l’interesse del sanitario. «L’essenziale è guarire: tutto il resto non conta», si sente spesso ripetere da parte di chi opera nella sanità. Lo slogan serve a giustificare sia le grossolane o sottili trasgressioni che avvengono nella prassi medica e ospedaliera ai danni dei diritti del malato, sia la programmatica esclusione di ogni preoccupazione di ordine morale.

Un’altra motivazione con cui viene sostenuto il rifiuto dell’etica è l’affermazione della sua inutilità, avendo già il medico nel diritto codificato e nella deontologia professionale tutto ciò di cui ha bisogno per risolvere le situazioni conflittuali. È ben vero che il riferimento deontologico occupa nella pratica della professione medica un ruolo indubbiamente maggiore rispetto a quanto avviene nelle altre professioni. Nella storia della professione medica è emersa precocemente la convinzione che fosse opportuno codificare non solo le conoscenze relative alla patologia e alla terapia, ma anche le regole concernenti il comportamento che il medico deve tenere con il paziente. Indicazioni sul comportamento corretto sono frequenti nei trattati medievali di medicina. Non mancano neppure abbozzi di una regolazione dei rapporti con gli altri medici, all’interno della professione. Col tempo si è formato un corpo di regole pratiche che costituiscono ciò che potremmo chiamare la «etichetta» medica. A partire dal secolo XIX, questo corpo precettistico sarà a più riprese codificato nei codici deontologici.

Nella deontologia confluiscono sia l'ethos filantropico che affonda le sue radici nella tradizione ippocratica, che le norme che regolano il comportamento dei medici tra di loro e coi pazienti. Le norme non sono dedotte da un’etica, religiosa o laica che sia, ma derivate da un corpo sociale intermedio tra lo Stato e l’individuo, con cui il medico si identifica:

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il gruppo professionale. La codificazione del comportamento serve agli interessi del gruppo; e indirettamente a quelli degli utenti dei servizi medici. La deontologia comprende un insieme specifico di doveri (il termine significa appunto, etimologicamente, «scienza dei doveri»), ai quali sono tenuti i membri di una professione, diversi da quelli imposti dalla legge o derivanti dall’etica alla quale l’operatore sanitario personalmente si riferisce. Sono i doveri che derivano dal fatto di esercitare una determinata professione 62.

Aderendo alla professione, i membri del gruppo si impegnano a rispettare le norme ritenute essenziali per il buon esercizio della professione stessa. Le norme deontologiche sono, dunque, più che un semplice regolamento: le si potrebbe chiamare uno «spirito» comune, che deriva da una percezione collettiva dell’attività svolta, del senso di quest’attività e del suo articolarsi con l’organizzazione sociale.

Questo riferimento alla deontologia, al suo significato e alla sua funzione, va tenuto presente per capire l’appassionato richiamo ad essa da parte dei medici. Essi additano con legittima fierezza il corpus deontologico, notevole per mole e per valore morale, costituito da prese di posizione da parte di organismi professionali e assemblee autorevoli, nazionali ed internazionali: giuramenti, codici, dichiarazioni, carte dei diritti, raccomandazioni 63.

Nella deontologia si esprimerebbe completamente, secondo alcuni medici, tutta la preoccupazione per il «giusto» comportamento professionale, esaurendo così l’ambito della normatività in medicina. In nome della deontologia molti sanitari si sentono autorizzati a respingere qualsiasi riflessione etica sulla pratica medica. Ammettono, semmai, che la deontologia possa venire ampliata e potenziata, inglobando tutto

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ciò che si presenta come un dovere per il medico: sia che derivi da norme del diritto positivo che da esigenze etiche, da fattori consuetudinari o da quelli validati come correttezza professionale 64.

È legittimo supporre che le argomentazioni con cui viene esplicitamente sostenuto il rifiuto dell’etica in campo biomedico non esauriscono tutta la resistenza contro di essa. Oltre ai motivi razionali che inducono a respingerla lontano dal letto del malato o dai laboratori del ricercatore, esistono dei motivi che affondano le radici in un atteggiamento difensivo alimentato da un’emotività più o meno consapevole. Possiamo parlare di fantasmi, o di paure inconsce 65. La più corposa è la paura del «prete», che cioè colui che introduce e rappresenta l’etica sia un «dogmatico». L’insegnamento dell’etica medica si risolverebbe in tal caso nella trasmissione di un sapere costituito, elaborato in altra sede — la sede, per l’appunto, dove le istituzioni totalitarie forgiano le loro

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certezze — e venga poi trasmesso nell’ambito della formazione medica. E che quindi, in pratica, l’etica medica venga ad essere una specie di colonizzazione della coscienza e dell’operato del medico ad opera di un’istanza esterna.

Assumiamo qui il termine «prete» in senso molto estensivo, includendo tutte le forme di dogmatismi, non solo quelli religiosi. Esistono le certezze che si fondano sulle dottrine rivelate e le certezze che si fondano sui dogmi di Stato. Non è per caso che nell’ambito europeo le uniche istituzioni che prevedono l’insegnamento dell’etica obbligatorio per tutti gli studenti di medicina sono alcune università cattoliche (Roma, Lovanio, Cork e poche altre) e le università della Repubblica Democratica Tedesca, dove l’etica medica viene insegnata alla luce della dottrina ufficiale di Stato, il marxismo-leninismo. Secondo quest’ultima forma di dogmatismo, c’è una medicina buona, quella che è conforme alla dottrina socialista, e una medicina cattiva, che è la medicina borghese...

Nelle pubblicazioni accademiche di Paesi socialisti si incontrano attacchi sistematici alla medicina borghese, alla quale viene contrapposta la medicina veramente «scientifica», cioè quella che si basa sull’interpretazione marxista-leninista della realtà. L’etica marxista è incorporata sistematicamente nella medicina, determinandone le scelte e gli orientamenti.

Troviamo un riscontro di questa impostazione nel giuramento che il presidente del Soviet Supremo ha imposto nel 1971 a tutti i medici russi. Il modello tradizionale del giuramento ippocratico è abbandonato, per dare rilievo al significato politico del gesto. Al posto del dovere umanitario e filantropico nei confronti del singolo paziente, subentra l’impegno del medico a servire gli interessi della società. Il giovane medico si impegna ad esercitare là dove la società ha bisogno della sua opera e ad aderire internamente ai principi marxisti e all’etica comunista che regolano la società: «Giuro... di lasciarmi guidare in tutte le mie azioni dai principi della morale comunista, di ricordarmi sempre dell’alta vocazione

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del medico sovietico e della responsabilità nei confronti del popolo e del governo sovietico» 66.

La paura del «prete», vale a dire la paura di soggiacere a chi si fa tramite della comunicazione di certezze dogmatiche, in concreto per noi in Occidente non è tanto riferita alla prevaricazione da parte di ideologie totalitarie socialiste, quanto piuttosto alla «colonizzazione» di tipo religioso. C’è un precedente storico, che è un dato di fatto: l’etica medica ha come antenato immediato la morale medica cristiana, che è stata elaborata tempestivamente man mano che si configura l’accelerazione del progresso della medicina e ne derivava una divaricazione tra quello che è possibile fare in campo biomedico e quello che è lecito od opportuno fare. Proprio in questo momento dell’accelerazione, contestualmente alle prime massicce applicazioni della tecnologia alla medicina, è nata in ambito cattolico una riflessione che ha avuto una grande e autorevole voce in Pio XII, e che ha portato all’elaborazione di una precisa morale medica.

Scopo di questa morale era l’applicazione, nel campo dei problemi di coscienza che sorgono nella prassi medica, della visione antropologica ed etica derivante dal sistema dottrinale cristiano, fondato su una rivelazione divina. La finalità è quella di normare il comportamento dei credenti, di portarli ad essere consoni con la morale della Chiesa.

Questa morale medica insegnata dai teologi, ed elaborata alcune volte anche piuttosto maldestramente, è stata veramente così invadente, così prevaricatrice, da giustificare atteggiamenti di chiusura diffidente? Personalmente non sono di questa opinione. Condivido piuttosto la formula di J.F. Malherbe, secondo il quale tra morale medica e medicina si è stabilita una «coesistenza non interattiva». La normazione del comportamento dei medici credenti e dei fedeli cristiani è stata più velleitaria che reale. Resta comunque il fatto che una delle paure maggiori è quella che qualcuno, intervenendo dall’esterno della medicina, obblighi o violenti la coscienza

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del medico, influenzandola in modo prevaricatorio, nel senso di sottometterla a regole precostituite.

È possibile individuare una seconda paura che serpeggia nel mondo medico e ispira il rifiuto di tutto ciò che non si presenti con il paludamento della «scienza»: quella dello psicologo. La paura nei confronti dello psicologo è seconda soltanto a quella verso il dogmatico; negli ambienti medici lo psicologo è considerato come un terapeuta poco serio, che si occupa dei «resti scomodi» della medicina: mentre il medico tratta i malati veri, lo psicologo si occupa di quelli che, secondo il medico, «non hanno niente»...

Il punto di vista che suscita in questo caso perplessità e resistenza presso i medici è quello che si prefigge di sbrogliare la matassa relazionale che si instaura là dove un malato interpella il medico e devono essere elaborate delle decisioni conflittuali. Costantino Iandolo designa questo punto di vista come «etica medica clinica» 67. In questo caso chi rappresenta l’etica medica non è tanto qualcuno che trasmette un sapere precostituito e dogmatico, quanto piuttosto un facilitatore del processo decisionale, nel senso di favorire la consapevolezza e la coscienziosità del processo stesso. È questa connotazione fortemente psicologica dell’etica che rende sospettosi alcuni oppositori in campo medico. Si mettono in guardia per evitare che, attraverso il varco dell’etica medica, entrino nell’ambito del positivismo della scienza medica i turbamenti e le indeterminatezze della psiche.

Un’altra paura ancora ha nutrito la resistenza all’ingresso dell’etica nel campo biomedico: la paura del filosofo. Esiste tra gli operatori, biologi e medici, un sospetto pregiudiziale verso tutti coloro che «parlano» la realtà, invece di agire. Il filosofo è considerato dagli scienziati, per antonomasia, come colui che parla. Nel campo dell’etica medica il filosofo è colui che pone delle questioni scomode: che cos’è che conferisce un carattere etico a un’azione? E soprattutto: su che

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cosa si fonda un’etica?' Qual è il criterio che ci permette di discriminare ciò che è bene e ciò che è male? Al filosofo compete la ricerca del fondamento dei giudizi etici, ponendo gli interrogativi che si è convenuto di chiamare «questioni meta-etiche», cioè di fondazione dell’etica, ed esplorando l’interrelazione tra la meta-etica e i giudizi etici pratici.

Non che il compito del filosofo sia quello di distribuire certezze. Piuttosto, il filosofo sottopone a un’analisi critica i fondamenti dell’etica. In concreto: il «non uccidere» come imperativo etico non lo posso trasmettere a nessuno, usando argomentazioni convincenti per obbligarlo a farlo proprio; posso, però, da un punto di vista meta-etico, analizzare su che cosa si fonda la certezza dell’imperativo: su un comandamento di Dio? Su una valutazione antropologica? E ancora: come si è formata la coscienza che fa proprio l’imperativo? Quali sono le tappe costitutive del suo sviluppo storico e individuale? Come si articola questa certezza morale del non uccidere con le decisioni mediche concrete? Quando, in concreto, si giunge alla determinazione di staccare dal respiratore un malato in coma depassé, si tratta di un atto che può essere qualificato come omicidio? Ecco alcune vie possibili di articolazione tra le decisioni operative concrete e il fondamento etico. Oppure, ancora: dire una bugia al malato, o dissimulare la verità della diagnosi, è mentire o no? Si può mentire con l’intenzione di fare del bene? Questo è il tipo dei problemi che hanno bisogno di una chiarificazione filosofica, qualunque sia poi l’indirizzo filosofico a cui si aderisce (il fondamento del giudizio etico può essere di tipo fideistico, o razionalistico, ovvero di tipo utilitaristico, come sta prevalendo nella bioetica elaborata negli Stati Uniti).

Del filosofo si ha paura in quanto si teme che potrebbe portare nella medicina, che ha maturato il suo statuto scientifico facendo ricorso al positivismo, delle problematiche contro le quali i medici si sentono vaccinati. La filosofia è sospettata di essere il tramite di un violenza di tipo particolare, quella dell’ideologia.

Certamente l’etica è un prodotto dell’ideologia. Non

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soltanto quella che voglia essere etica medica «cattolica» o «comunista», e quindi con delle qualificazioni aggettivali che la legano a una determinata Weltanschauung; più radicalmente, anche l'ethos ippocratico tradizionale e la deontologia professionale sono ideologici, nel senso di essere al servizio di certi interessi, e perciò di mostrare una parte della realtà e contemporaneamente di nasconderne un’altra.

Ma la scienza non è essa stessa un prodotto dell’ideologia? La pretesa che la nostra conoscenza attinga ciò che vale semper et ubique, come non esiste per il bene, così non esiste neppure per il vero; neppure per il vero scientifico. Gira nelle università americane una boutade attribuita a un docente di medicina, il quale sarebbe solito dire agli studenti: «La metà di quello che insegniamo oggi è sbagliato; purtroppo, non sappiamo dirvi quale metà...».

Quello che costituisce la scienza non è epistemologicamente un sapere semper et ubique valido, bensì il metodo della ricerca della verità. Ciò vale anche per l’etica: cioè per la ricerca del bonum, non solo per quella del verum. Anche l’etica è una riflessione metodica, vale a dire condotta con metodo, e sistematica, in vista di un agire responsabile. L’etica non mira al raggiungimento del bonum in assoluto, ma del bonum umano che si coniuga con l’agire con responsabilità; vale a dire con la conoscenza della conflittualità che si sviluppa nelle situazioni concrete della vita.

Purtroppo, in Europa, per la nostra tradizione storica, noi abbiamo portato nell’etica la violenza dell’ideologia. Verso chi parla di etica si forma, perciò, un sospetto pregiudiziale, in quanto considerata sinonimo di intolleranza, cioè di imposizione agli altri della propria visione. Non si sa accettare la fluidità, l’indeterminatezza, che invece è costitutiva dell’etica. Il filosofo, considerato come costruttore di sentieri obbliganti per la verità, può assurgere a nemico della vita.

Da ultimo vogliamo menzionare un’altra paura ancora, che contribuisce al rifiuto dell’etica: la paura del «moralista». Con questo termine non intendiamo il cultore della filosofia o della teologia morale, bensì colui che, in senso molto

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riduttivo, «fa la morale» agli altri. Nel caso della pratica medica, si comporta da moralista colui che ama richiamare i medici e il personale sanitario agli ideali umanitari e filantropici tradizionalmente connessi con le professioni terapeutiche, accusandoli di allontanarsi da essi in modo più o meno vistoso.

Anche l’esaltazione della professione medica, considerata come «missione», conduce allo stesso risultato: confrontato con un modello troppo idealizzato — qualcuno spinge l'idealizzatore fino a considerare le professioni sanitarie come una specie di «sacerdozio» della salute — il medico tende a ripiegare sulla rassegnazione o sul cinismo 68. I risultati di simili campagne di moralizzazione sono per lo più nulli. Quando non addirittura controproducenti: i sanitari, sentendosi sotto accusa, si chiudono in se stessi corporativisticamente, oppure rispondono alle critiche, percepite come aggressione ostile, con altrettanta ostilità. Sulla base di una tale reciproca incomprensione non si può costruire nessun progetto di riumanizzazione della medicina. Si scava, piuttosto, un fossato sempre più ampio di indifferenza, proprio in un ambito in cui il rapporto di fiducia è tutto.

Per una questione di giustizia, e non per una manovra tattica ad captandam benevolentiam, a coloro che lavorano nell’ambito della sanità bisogna anzitutto tributare il riconoscimento che non svolgono un lavoro come gli altri: per la particolare situazione del malato — talvolta in lotta drammatica per la vita e la salute, in stato di particolare tensione emotiva sempre — i sanitari sono coinvolti e sollecitati a una partecipazione umana che supera quella di qualsiasi altro lavoro. Quando, per umanizzare la medicina, si pigia esclusivamente

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il pedale dei sentimenti, colpevolizzando al tempo stesso i sanitari di non mettere abbastanza cuore in quello che fanno, la morale, da terreno saldo di consenso sulla base della condivisione degli stessi valori umanitari, rischia di tramutarsi in un insidioso terreno di sabbie mobili.

Un particolare pericolo è insito nelle argomentazioni moraleggianti di tipo religioso. Quando, ad esempio, si presenta unilateralmente il lavoro sanitario sotto la metafora del buon samaritano, e a medici e infermieri viene richiesto un comportamento tutto modulato sull’oblatività, l’abnegazione e l’amore del prossimo, si incrementa al tempo stesso il senso di inadeguatezza e quello di colpa. Ciò che ne consegue è per lo più una brusca interruzione di contatto con chi si presenta con la proposta di un ideale così manifestamente lontano da ogni applicabilità. E ciò a discapito, ovviamente, della causa dell’umanizzazione della medicina che si intende servire. Da questo punto di vista, più che di un rifiuto dell’etica, bisognerebbe parlare di rifiuto delle «prediche», nel senso angustiante e oppressivo del termine.

Questa ampia panoramica sul rifiuto dell’etica, sulle forme che esso assume, sulle argomentazioni con cui in ambito sanitario ci si difende dal discorso etico e sulle motivazioni profonde del rifiuto, è lo sfondo necessario per capire la novità costituita dall’introduzione di Comitati di etica. L’etica, in sanità non ha vita facile. Prima di acquistare il diritto di cittadinanza, deve liberarsi dai sospetti che gravano su di essa. Quest’opera di depurazione è obiettivamente più difficile nel contesto della tradizione culturale del nostro Paese, in cui pluralismo e tolleranza non sono mai stati valori coesivi nella vita sociale. Sarà accettata solo un’etica che non equivalga a indottrinamento; che non sostituisca delle regole puramente formali al ruolo critico della coscienza; che metta in pieno valore i soggetti: tanto il malato in quanto soggetto che riceve il servizio terapeutico, quanto il sanitario che lo fornisca.

Questa apertura del mondo della sanità alle esigenze dell’etica, così difficile in casa nostra, è avvenuta invece in

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altri Paesi, e precisamente attraverso la via regia costituita dai Comitati di etica. È questo sviluppo che vogliamo ora documentare, trattando separatamente le due principali articolazioni dei Comitati stessi: i Comitati nazionali e i Comitati ospedalieri.

Comitati nazionali

Il tempo dell’etica per la pratica della biologia e della medicina in alcuni Paesi è già giunto. Un ruolo d’avanguardia in questo settore hanno svolto gli Stati Uniti. Nell’ultimo ventennio si è delineato oltre Atlantico un vivace movimento di reazione a una medicina senza interessi etici e umanistici, una medicina unicamente impegnata sul versante scientifico e tecnologico. Qualcuno afferma che quella che si è messa in moto è una rivoluzione nel modo di concepire la medicina (una rivoluzione che, come le rivoluzioni più riuscite, non è solo innovazione, ma anche recupero di valori del passato che erano stati dimenticati).

Oltre ad avere conquistato una solida testa di ponte nel curriculum degli studi medici, il punto di vista dell’etica ha trovato un’udienza attenta negli ambienti scientifici e presso l’opinione pubblica. Un’azione impareggiabile per la sensibilizzazione del grande pubblico hanno svolto due Commissioni, a livello nazionale, susseguitesi nel giro di pochi anni: la National Commission for the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behavioral Research e la cosiddetta Presidenti Commission. La prima, creata dal Congresso nel 1974, ha svolto i suoi lavori fino al 1978 69. È stata incaricata di elaborare i principi di etica che devono regolare la ricerca che utilizza i soggetti umani, con particolare riferimento a quella condotta in istituzioni di ricerca sovvenzionate dal governo federale.

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Nel corso del decennio che ha preceduto la creazione della Commissione, l’opinione pubblica ha cominciato a interessarsi alla sperimentazione con esseri umani a seguito di numerosi allarmi creati dalla stampa. L’attenzione si era concentrata su alcuni progetti di ricerca discutibili dal punto di vista etico: studio degli effetti della sifilide su soggetti negri, proseguito anche dopo che era diventato disponibile un nuovo trattamento efficace; iniezioni di cellule cancerogene su anziani, a loro insaputa; infezione di bambini con il virus dell’epatite in un istituto per malati mentali; somministrazione di placebo a pazienti che credevano di ricevere pillole anticoncezionali; utilizzazione di prigionieri per la ricerca. Pur esistendo dei Comitati istituzionali di controllo (Review Boards), questi venivano indiziati di inefficienza nel prevenire gli abusi. La Commissione, creata sotto la pressione dell’opinione pubblica, ha svolto un lavoro considerevole, tenendo numerose udienze e visitando i centri di ricerca. A conclusione sono stati pubblicati una decina di resoconti (riguardanti specificamente la ricerca sui feti, la ricerca con utilizzazione dei prigionieri, di bambini e di ritardati mentali, la psicochirurgia) e un insieme di raccomandazioni per il controllo dell’attività di ricerca. Seguite o no, queste raccomandazioni hanno segnato un punto di partenza e hanno svolto una notevole influenza nell’elaborazione di una politica di controllo. Hanno avuto, in particolare, un’influenza a lungo termine, contribuendo alla riflessione etica e dimostrando che, in un’epoca il cui il pluralismo è riconosciuto sia come fatto che come valore, è possibile ottenere l’unanimità sui diversi problemi critici di etica della ricerca. Anche se i membri della Commissione non erano d’accordo sui principi, giungevano a un accordo sulle conclusioni: così che l’analisi di problemi di etica da parte di un gruppo responsabile, con un compito ben definito, può condurre a un’intesa pratica autentica 70.

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Il lavoro di questa Commissione può essere additato come l’inizio di un fenomeno moderno, a dimensione internazionale, che A.M. Capron ha chiamato «un dibattito etico aperto». Lo stesso Capron ha presieduto la Commissione appositamente stabilita dal Presidente degli Stati Uniti per studiare i problemi etici della medicina e della ricerca scientifica. La Commissione — nota come President's Commission — ha svolto i suoi lavori dal gennaio 1980 al marzo 1983, col supporto finanziario di un fondo di 20 milioni di dollari.

Era costituita da eminenti personalità del mondo del diritto, della medicina, della filosofia e della teologia. In tre anni di lavoro sono stati prodotti undici volumi, di cui nove relazioni su problemi specifici e una guida sui comitati locali che si occupano della ricerca con esseri umani. La sua competenza era più ampia di quella della Commissione precedente; oltre ai problemi specifici della sperimentazione, sono stati affrontati tutti i problemi etici maggiori della pratica biomedica contemporanea. Alla luce dei valori che costituiscono il tessuto di fondo della vita civile americana — libertà, onestà, rispetto per la dignità umana — sono stati presi in considerazione gli interrogativi più inquietanti che turbano la sensibilità etica degli Americani nell’ultimo quarto di secolo: quanto devono essere protratti i trattamenti che prolungano la vita umana? La società deve assicurare a ogni cittadino l’assistenza sanitaria, e in che misura? Devono, i sanitari, dire la verità ai pazienti, anche se infausta? Chi deve pagare i danni che subiscono i soggetti umani sui quali si fa la ricerca? Che cosa si deve tentare nel campo delle manipolazioni genetiche, e dove eventualmente arrestarsi? Queste sono alcune tra le domande principali alle quali si è voluto rispondere.

La Commissione presidenziale non era autorizzata a dare risposte conclusive o direttive moralmente obbliganti. «Il fatto che una commissione pubblica — ha dichiarato Capron — studi un problema, non dovrebbe significare che la risposta pubblica (sotto forma di regolamenti o di legislazione) sia una conclusione decisa già in anticipo. Il pubblico

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può trarre profitto da un dibattito aperto su un problema difficile (come la decisione di sospendere gli ultimi trattamenti che mantengono qualcuno in vita), soprattutto quando questo dibattito è condotto da medici seri e da intellettuali che provengono da ambiti diversi: filosofia, diritto, religione, ecc. Un tale processo ha il vantaggio di accrescere la comprensione pubblica e professionale di un problema, e forse anche di migliorare la qualità delle decisioni individuali, senza imporre tuttavia una decisione particolare in tutti i casi mediante regole statali o sanitarie».

L’esperienza delle due Commissioni americane è stata nel complesso positiva e incoraggiante. Malgrado il pluralismo e lo scetticismo etico dominanti nella cultura contemporanea, si è vista la possibilità di raggiungere dei punti di convergenza, invertendo la rotta del progressivo scollamento tra la pratica della biologia e della medicina e gli interessi umanistici. Tuttavia le diverse aree culturali sono così diversificate, con proprie tradizioni e istituzioni, che prima di arrivare a una discussione internazionale e a una cooperazione internazionale formale è auspicabile che ogni Paese proceda autonomamente alla creazione di Commissioni o Comitati nazionali, secondo le esigenze e nelle modalità specifiche di ciascuno.

In Europa la via è stata aperta dalla Francia. Il Presidente Mitterrand ha costituito nel dicembre 1983 un Comitato, designato ufficialmente «Comitato consultivo nazionale di etica per le scienze della vita e della salute». Il contesto culturale che ha indotto alla creazione del Comitato è analogo a quello degli Stati Uniti e di tutte le società ad alto sviluppo tecnologico: le pratiche biomediche di avanguardia sconvolgono i valori tradizionali legati alla vita, alla sua trasmissione e alla sua fine; i governi sono chiamati a fare urgentemente delle scelte politiche, che richiedono un dibattito pubblico preliminare; l’opinione pubblica dibatte vivacemente i problemi bioetici e ha bisogno di giungere a un consenso democratico, in assenza dell’adesione a un magistero.

Nel discorso di insediamento del Comitato, Mitterrand

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metteva lucidamente in evidenza la necessità e l’urgenza di superare il quadro di riferimento costituito dalla semplice razionalità scientifica, aprendosi al punto di vista etico: «Abbiamo creduto per qualche tempo che la razionalità sarebbe bastata per servirci da guida, una razionalità senza debolezze e senza dogmatismi, ed ecco che il successo stesso della scienza ci sta dando torto. La medicina e la biologia moderne cercano delle ragioni che la sola ragione non giunge sempre a cogliere». Una triplice attesa si è creata intorno ai problemi bioetici: quella dei cittadini, che cercano dei punti di riferimento nei progressi vertiginosi che scandiscono i parametri tradizionali; quella dei ricercatori e dei medici, che si sentono spesso soli di fronte alle conseguenze gigantesche del loro operato; quella infine dei poteri pubblici, che hanno spesso bisogno di consigli e di raccomandazioni. La pressione delle aspettative non deve creare una fretta precipitosa, ma piuttosto una feconda pausa di attesa: «Più in fretta va il mondo, più forte è la tentazione dell’incognito — ha affermato ancora Mitterrand nella stessa occasione — e più dobbiamo saper prendere tempo: il tempo della misura, che chiamerei il tempo dello scambio e della riflessione, cioè il tempo della morale».

Come laboratorio di ricerca filosofica e luogo di mediazione tra la sensibilità collettiva e l’intervento dei pubblici poteri, il Comitato di etica è stato investito del compito di dare dei pareri sui problemi morali sollevati dalla ricerca nell’ambito della biologia, della medicina e della sanità. Questa delimitazione della competenza è importante. L’ambito dei problemi che può porre la pratica medica al di fuori del quadro della ricerca continua ad essere competenza della deontologia professionale, del diritto e dell’etica, secondo la delimitazione delle reciproche specificità. La costituzione del Comitato rispecchia i punti di vista e le esperienze più diverse: pensatori e filosofi sono presenti accanto a specialisti di varie discipline; esponenti di tradizioni e famiglie religiose diverse sono ugualmente rappresentati. I trentasei membri devono rappresentare l’insieme delle famiglie di pensiero (filosofiche

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e spirituali, secondo la diversificazione confessionale) e tutti i settori della ricerca biologica e medica.

I compiti del Comitato possono essere ricondotti a due: emettere dei pareri sui problemi sollevati dalla ricerca e organizzare ogni anno una conferenza, nel corso della quale sono affrontate pubblicamente le questioni etiche importanti nell'ambito delle scienze della vita e della sanità. Le conferenze annuali, giunte già nel 1987 alla quarta edizione, fungono da cassa di risonanza per i lavori del Comitato e servono ad amplificare il dibattito. Quanto ai pareri, non hanno valore vincolante; tuttavia, dopo l'adeguata diffusione, possono contribuire a formare l'opinione pubblica, a ispirare le amministrazioni competenti e a influenzare la giurisprudenza dei tribunali.

A partire dall'inizio della sua attività, il Comitato ha espresso una quantità di pareri. Alcuni non sono stati resi pubblici: sono quelli relativi a progetti di ricerca puntuali, richiesti da equipe mediche o da organismi di ricerca. Altri invece, di portata generale, sono stati presentati all'opinione pubblica. Si tratta, nell'ordine, delle questioni etiche poste dall'utilizzazione, a fini terapeutici, diagnostici e scientifici, dei tessuti di embrioni umani morti; dalla sperimentazione di farmaci e nuovi trattamenti sugli esseri umani; dalle nuove tecniche di riproduzione artificiale; dai registri medici per gli studi epidemiologici e di prevenzione; dalle diagnosi pre e peri-natali; dalla valutazione dei rischi di AIDS mediante la ricerca di anticorpi specifici dei donatori di sangue; dalla sperimentazione sui malati in stato vegetativo cronico; dalle ricerche sull'embrione umano in vitro.

Il prof. Jean Bernard, presidente del Comitato, nella sua allocuzione nel corso delle giornate annuali di etica del 1985 ha messo in evidenza le critiche rivolte ai lavori del Comitato di etica. Critiche apertamente contraddittorie: «"Pretendete di irreggimentare tutto", dice qualcuno. "Filosofeggiare esageratamente tra voi", dice qualche altro. "Vi preoccupate esageratamente dei dettagli", dice l'uno. "Restate deliberatamente nel vago", dice l'altro. "Vi occupate

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unicamente della persona, mentre è il corpo ad essere interessato", dice questi. "Vi limitate alle viscere e ai muscoli, mentre dovreste elevare il vostro pensiero", dice quello. Alcuni ci rimproverano ora una rigidità eccessiva, ora una spiacevole morbidezza. "Penetrate indiscretamente nella nostra vita quotidiana", dice un gruppo. "Dimenticate le nostre contingenze e restate puri metafisici", dice un altro gruppo. "Siete sempre in ritardo di una guerra", ci dice ancora l'uno. "Ci proiettate in un avvenire di cui non sappiamo che fare", dice l'altro.

La varietà delle reazioni critiche al lavoro del Comitato è una dimostrazione convincente della difficoltà dei problemi affrontati e della pluralità delle opinioni che suscitano le questioni bioetiche. Una dimostrazione, al tempo stesso, della funzione stimolante che il Comitato svolge. I suoi pareri che suscitano, svolgono un'opera pedagogica nei confronti di tutto il Paese, aiutando a identificare la dimensione etica del progresso biomedico e a confrontarsi con la molteplicità delle opinioni.

Accanto a Comitati nazionali americano e francese, con uno spettro di interessi a largo raggio, vanno menzionate le Commissioni ad hoc, create in alcuni Paesiper acquisire informazioni ed elaborare direttive etiche relativamente a problemi specifici. Ricordiamo la Commissione Warnoch, creata in Inghilterra per lo studio degli aspetti etici e giuridici della fecondazione artificiale e l'embriologia umana (Report of the comittee of inquiri into human fertilization and embryology, London 1984), Un vivace dibattito ha suscitato, in particolare, il paragrafo del Rapporto che stabilisce un limite temporale alla facoltà di usare embrioni per la ricerca. La Commissione Warnoch raccomanda, infatti, che si stabilisca una legislazione che legittimi le sperimentazioni sugli embrioni risultati da una fecondazione in vitro fino al quattordicesimo giorno dopo la fecondazione, proibendola invece dopo questo limite. Le concezioni antropologiche che riconoscono lo statuto di persona umana all'embrione fin dal momento del

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concepimento hanno denunciato come inaccettabile la delimitazione temporale delle due settimane.

Un documento analogo è stato pubblicato anche dalla Commissione Benda, un gruppo di lavoro costituito nella Repubblica Federale Tedesca ad opera congiunta del Ministero della Ricerca e della Tecnologia e di quello della Giustizia (In-Vitro-Fertilisation, München 1985). Il Rapporto, che vuole servire come base ai lavori legislativi in materia e fornire elementi al dibattito etico che si svolge nell’opinione pubblica, prende in considerazione le diverse applicazioni, da parte dell’uomo, delle nuove metodiche di biologia cellulare e di genetica: la fecondazione in vitro, il dono di embrioni, le maternità sostitutive, la ricerca sugli embrioni, l’analisi genetica e la terapia genetica.

Anche la Spagna ha avuto la sua Commissione speciale per lo studio della fecondazione in vitro e dell’inseminazione artificiale umana. Terminati i lavori, la Commissione ha presentato le sue raccomandazioni e i suoi suggerimenti al Congresso dei deputati, nell’aprile 1986. Secondo il parere della Commissione, l’atteggiamento con cui far fronte alla realtà attuale è quello che individui le condizioni etiche razionali minime per proteggere la dignità di tutta la società. Questa etica minima dovrà essere basata su quello che si potrebbe chiamare «l’etica civile», cioè senza influenza confessionale o di partito politico.

Non possiamo terminare questa rassegna senza porci una precisa domanda: esistono in Italia i presupposti per la costituzione di un Comitato di etica nazionale? La Costituzione tende a decentrare le competenze; tuttavia non impedisce che, in sede centrale, si possano attivare delle Commissioni per lo studio di particolari tematiche. Una di queste Commissioni con un oggetto attinente all’etica biomedica è stata la cosiddetta «Santosuosso», dal nome del suo presidente, per lo studio dei problemi attinenti alle pratiche di fecondazione artificiale. L’esperienza maturata dal lavoro di simili Commissioni ad hoc ci inclina in senso pessimistico rispetto alla prospettiva di realizzare un Comitato nazionale

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nel nostro Paese. La preoccupazione per l’assetto politico e per lo schieramento ideologico dei membri del Comitato tenderebbe a prendere il sopravvento, a scapito della finalità specifica di un servizio alla riflessione etica. È preferibile, perciò, favorire piuttosto altre forme di apertura alla presenza di una preoccupazione etica in campo biomedico, quali possono essere i Comitati di etica negli ospedali, in attesa di una maturazione che proceda parallelamente alla crescita della coscienza civile.

I Comitati di etica negli ospedali

Passiamo ora a considerare un altro tipo di realtà istituzionale: i Comitati che si formano negli ospedali. Lo scenario in questo caso cambia. Non si tratta del parere di «saggi», ai quali viene richiesto di farsi interpreti e mediatori di una valutazione morale di determinate pratiche biomediche; la preoccupazione dominante non è quella di salvare dei valori nella cultura o nella legislazione, bensì l’aiuto da offrire a persone concrete — operatori sanitari, pazienti, familiari, amministratori di istituzioni ospedaliere — che si trovano nella difficile situazione di dover prendere delle decisioni conflittuali dal punto di vista etico.

Anche questo tipo di Comitati è stato concepito e ha avuto le prime realizzazioni negli Stati Uniti d’America. Possiamo addirittura individuare con esattezza le circostanze concrete che hanno provocato l’avvio dell’istituzione. Si è cominciato a parlare di Comitati di etica negli ospedali nel 1976, a proposito del dibattutissimo caso di Karen Ann Quinlan. La vicenda ha assunto un ruolo emblematico nel dibattito sul prolungamento artificiale della vita e ha avuto il merito di portare questo problema di etica medica a livello della coscienza popolare. La ragazza era caduta in coma profondo, con lesioni cerebrali irreversibili, che non le avrebbero permesso di tornare indietro da una sopravvivenza puramente vegetativa. I genitori (adottivi) chiesero ai medici di lasciarla morire in pace; questi invece, in nome dell’etica

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professionale che impone loro di fare di tutto per prolungare la vita, rifiutarono, e le applicarono un polmone di acciaio. Ne segui un processo a più riprese, che vide schieramenti appassionati pro e contro il desiderio dei genitori. Questi ottennero infine dalla Corte suprema del New Jersey la sospensione delle misure di rianimazione, anche se la povera Karen doveva ancora «vegetare» per anni, prima di spegnersi naturalmente.

La proposta di formare un Comitato di etica è contenuta esplicitamente nella sentenza emessa dalla Corte del New Jersey. Il valore storico della sentenza consiste nel riconoscimento che i principi etici del singolo medico o dell’Ordine dei medici in tato non possono essere decisivi nel giudicare se la soluzione più ragionevole — o, se vogliamo, più «giusta» dal punto di vista morale — sia la sospensione delle cure o il loro prolungamento. La Corte sentenziò, testualmente: «Dietro richiesta del tutore e della famiglia di Karen, nel caso in cui i medici curanti arrivino alla conclusione che non esiste alcuna ragionevole possibilità che Karen riemerga dal presente stato comatoso ad uno stato di piena coscienza e che l’apparato che attualmente permette il suo mantenimento in vita deve essere staccato, essi devono consultare il “comitato di etica” od organismo similare esistente nell’ospedale in cui Karen è ricoverata. Se l’organismo consultato confermasse che non sussiste nessuna ragionevole possibilità che Karen riemerga dal presente stato comatoso a uno stato di piena coscienza, il presente sistema di mantenimento in vita può essere staccato, e detta azione non comporterà alcuna responsabilità, né civile né penale, a carico dei partecipanti: tutore, medici, o altro personale dell’ospedale».

La sentenza propone la valorizzazione dei Comitati di etica per uscire dall'impasse di una medicina rianimati va che può trasformarsi in accanimento terapeutico. Tuttavia le sue indicazioni sono gravate da una notevole ambiguità, quella stessa ambiguità che ancora non ci permette di definire in senso univoco la natura e i compiti dei Comitati di etica negli ospedali.

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Secondo la Corte, infatti, una volta che la famiglia e il medico si fossero trovati d’accordo sulla sospensione delle cure, la questione doveva essere sottoposta a quell’organismo che la Corte chiama «comitato di etica». Ad esso, secondo la sentenza, era assegnato un solo compito: confermare che non c’era «nessuna ragionevole possibilità che Karen riemergesse dallo stato di coma ad uno stato di piena coscienza». Sembra quindi trattarsi di un controllo tecnico, non di valutazione etica, del caso presentato. Questo punto è decisivo, quando si voglia stabilire la fisionomia di un Comitato di etica ospedaliero: ha la funzione di valutare fatti tecnici, medici (come, ad es., le prognosi), oppure deve valutare gli aspetti etici e i valori collegati ad una decisione, quale quella di sospendere le cure (una volta che la prognosi sia già stata stabilita)? La scelta dell’una o dell’altra funzione si riverbera immediatamente sulla costituzione del Comitato stesso, con la predominanza, nel primo caso, di esperti di scienze biomediche, e di scienze umane nel secondo. Inoltre, la Corte sembra prevedere il ricorso al Comitato come una «liberatoria» da responsabilità di ordine penale.

Questa commistione tra ordine etico ed ordine giuridico contribuisce a rendere più confusa la fisionomia di un Comitato di etica ospedaliero. Tuttavia, anche se apparentemente i Comitati di etica sono partiti con il piede sbagliato — almeno per quanto riguarda la loro finalità — sono stati tenuti a battesimo da una situazione clinica e umana di forte impatto. Karen ha legato il suo nome ai Comitati di etica, legittimandone con il suo dramma la necessità.

Prima di affrontare i problemi specifici attinenti ai Comitati di etica, soffermiamoci ancora un momento su un altro caso esemplare, per circoscrivere più esattamente gli ambiti di applicazione dell’opera dei Comitati. Prendiamo ancora un fatto sanitario dai risvolti etici, che ha scosso l’opinione pubblica americana nella primavera del 1982. Una bambina (identificata al pubblico come Baby Doe) era nata con sindrome di Down e con una fistola tra la trachea e l’esofago.

I genitori furono informati che il difetto poteva essere

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corretto chirurgicamente con «normale possibilità di successo»; se invece non si fosse intervenuti sulla fistola, questa avrebbe condotto ben presto la bambina alla morte per inanizione o per polmonite. I genitori, che avevano già due bambini sani, decisero di non fornire alla bambina né cibo né il trattamento chirurgico, «lasciando che la natura facesse il suo corso». La bambina morì sei giorni dopo la nascita, mentre i medici cercavano di ottenere dal tribunale un’autorizzazione a procedere chirurgicamente. I genitori furono incriminati. Il caso di Baby Doe ci confronta con uno dei problemi più angoscianti che si presentano oggi nell’etica biomedica: il trattamento dei bambini che nascono con gravi malformazioni. Il problema confina con le questioni di fondo relative all’aborto e all’eutanasia; ciò che permette di circoscriverlo, è il fatto che il nodo dei conflitti si concentra attorno al bambino già nato, la cui vita dipende esclusivamente dall’intervento medico. La protezione e il sostegno della vita sono sempre e assolutamente giustificati? C’è un punto oltre il quale possono rivolgersi contro il migliore interesse di colui a cui sono rivolti, diventando disumani? Tra i principi etici e gli interessi in conflitto, è possibile trovare un orientamento di soluzione?

La morale pubblica ufficiale — quella rappresentata dalle leggi, dai codici deontologici medici, dalle posizioni morali religiose — afferma il principio della difesa della vita e inorridisce di fronte all’ipotesi spartana di lasciar morire i non adatti. Ma se si passa da ciò che si predica a ciò che si pratica, la divaricazione è notevole. È vero che sono pochi i casi in cui positivamente si decide di sopprimere un neonato o di lasciarlo morire con un procedimento di eutanasia passiva; tuttavia sempre più raramente l’assumersi il compito di far crescere un handicappato fisico o psichico profondo è considerato un valore. Socialmente prevale un atteggiamento contrassegnato dall’ipocrisia, per cui a un’affermazione formale di tutela della vita, in tutte le sue forme, non fa assolutamente riscontro un efficace sostegno alle famiglie che si trovano schiacciate dai problemi dell’assistenza, abbandonate in

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una società in cui dominano incontrastati i modelli competitivi che non lasciano posto a chi si trova sotto lo standard, e sprovviste di adeguati sussidi medico-pedagogici.

In una situazione come quella descritta, si crea un vortice di interessi in conflitto: del bambino, della famiglia, della società. Tra le diverse parti in causa, chi deve prendere la decisione se curare o lasciar morire un neonato gravemente malformato? Dal momento che il bambino non può decidere per se stesso, la decisione sulla sua vita spetta ad altri. Il medico ha più informazioni: può prevedere, ad esempio, la qualità di vita che spetta a un bambino affetto da «spina bifida», o il decorso di una malattia a prognosi infausta. Nell’insieme i medici sono piuttosto inclini, per l'ethos professionale e per i possibili risvolti penali dell’omissione di trattamento, ad attenersi a una linea di intervento ad ogni caso. Dal momento che negare il trattamento è illegale (anche dare consigli o fare raccomandazioni ai genitori in tal senso può esporre il medico ad un processo con imputazione di concorso in omicidio), il medico, nel seguire l’eventuale desiderio dei genitori, non può rinunciare ad applicare misure eccezionali per salvare la vita del figlio anormale; col rischio, però, di sconfinare nell’accanimento terapeutico.

I genitori sono raramente in grado di decidere serenamente. Lo choc, insieme a sentimenti di colpa, vergogna e collera, li paralizza; tendono ad affidarsi al medico, pur sapendo che le conseguenze maggiori del trattamento o della sua omissione ricadranno su di loro. In questo contesto di incertezza e di smarrimento il ricorso a una istituzione come un Comitato di etica mostra tutta la sua valenza positiva. Non è auspicabile che il Comitato sia concepito come un’istanza etica superiore, alla quale medici e genitori possano, deresponsabilizzandosi, demandare le decisioni; ciò che gli si richiede è piuttosto di apportare un punto di vista più imparziale, offrendo un servizio di consulenza a coloro cui spetta il peso della decisione 71.

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Un’altra situazione tipica dello sviluppo biomedico contemporaneo può ancora essere indicata come luogo da cui nasce un appello alla formazione di un Comitato di etica all’interno di un’istituzione sanitaria: si tratta della ricerca che utilizza dei soggetti umani. Abbiamo già visto che l’allarme diffuso sulle possibili violazioni dei diritti umani nell’ambito della ricerca e delle sperimentazioni è stato il detonatore che ha fatto esplodere la denuncia contro le pratiche biomediche e ha indotto alla creazione di Commissioni di etica a dimensione nazionale. Dopo le Commissioni americane, anche il Comitato consultivo nazionale francese è stato sollecitato ad esprimere il suo parere sui problemi etici della sperimentazione dei farmaci sull’uomo.

Il documento, pubblicato nell’ottobre 1984, nei suoi contenuti non si discosta dai principi essenziali stabiliti da autorevoli prese di posizione di organismi preoccupati della deontologia medica, come le dichiarazioni dell’Associazione medica mondiale 72. Anche secondo il Comitato francese, una sperimentazione dei farmaci sull’uomo, per rispondere alle esigenze dell’etica, deve essere preceduta da ricerche di laboratorio, in vitro e su animali; il bilancio rischi/benefici deve essere considerato accettabile dal soggetto; il paziente deve fornire un consenso libero e informato; non si possono

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tentare nuovi metodi terapeutici su un paziente, se questi non garantiscono un beneficio almeno equivalente alle tecniche già approvate.

Ma la novità più rilevante proposta dal Comitato consultivo francese va ravvisata in una proposta operativa: l’istituzione di una rete di Comitati di etica, distribuiti su tutto il territorio nazionale, ai quali vanno sottomessi obbligatoriamente tutti i protocolli di ricerca con utilizzazione di soggetti umani. Tali Comitati dovranno esaminare tutti i problemi morali sollevati dalla ricerca nell’ambito della biologia, della medicina e della salute (anche la dichiarazione dell’Associazione medica mondiale sulle ricerche biomediche prevede che «il progetto e l’esecuzione di ogni fase della sperimentazione riguardante l’uomo devono essere chiaramente definiti in un protocollo sperimentale, che deve essere sottoposto a un comitato indipendente nominato appositamente a tale scopo per pareri e consigli»).

L’innovazione dei Comitati di etica ha la potenzialità di diventare, più che un organo di controllo e di repressione degli abusi, un aiuto positivo per il singolo ricercatore. Potrà assisterlo nei problemi etici che deve affrontare, in modo che le decisioni abbiano un carattere di collegialità e si instauri il costume della condivisione delle responsabilità. Questo aspetto partecipativo condizionerà fortemente il volto che potrà assumere la medicina di domani. Ovviamente il problema non riguarda tutti gli ospedali, ma quei presidi sanitari nei quali, oltre alla terapia, si conduce anche la ricerca, come possono essere gli istituti di ricerca o i policlinici universitari.

Qual è la situazione dei Comitati di etica ospedalieri in Italia? La prima osservazione da fare è che nel nostro Paese si registra un reale interesse verso questa nuova istituzione. C’è anche diffidenza e scetticismo, soprattutto negli ambienti medici; ma non si può negare la presenza di un desiderio di conoscerne il funzionamento, di valutarne le potenzialità e di predisporne l’utilizzazione. Tuttavia anche in coloro che sono più favorevolmente predisposti si nota una certa prudenza,

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soprattutto di fronte alla prospettiva di una costituzione capillare di Comitati di etica nelle Unità Sanitarie e nei presidi ospedalieri.

È troppo vivo in Italia il ricordo della vicenda dei Consultori familiari. Stabiliti per legge nel 1975, non hanno portato i frutti sperati: forse perché paracadutati dall’alto, senza l’adeguata predisposizione ad accoglierli che presuppone un’informazione e una richiesta; forse perché le modalità di funzionamento non sono state accuratamente collaudate; forse per l’estrema ideologizzazione delle istituzioni, prese nella spirale delle contrapposizioni tra pubblico e privato, religioso e laico. Forse per tutte queste cause insieme e altre ancora... Sta di fatto che gli stessi fautori dei Comitati di etica ospedalieri suggeriscono di procedere con prudenza, per non ricadere negli stessi errori.

Per il momento prevale il momento informativo, dando la precedenza al conoscere rispetto al fare. Vanno segnalate, in tal senso, le iniziative rivolte a stabilire i bilanci dell’esperienza dei Comitati di etica ospedalieri a livello internazionale. Primo in ordine di tempo è stato il Simposio internazionale svoltosi a Milano dal 23 al 25 maggio 1986, per iniziativa della Fondazione Internazionale Fatebenefrateili e del Centro Internazionale Studi Famiglia. Sono state ascoltate e valutate le esperienze statunitensi, canadesi e dei principali Paesi europei; dei Comitati di etica sono stati esplorati i presupposti filosofici, antropologici, psicologici, giuridici, teologici 73. Anche nel corso dell’edizione 1986 della rassegna «Milano Medicina», una giornata di studio, dedicata alla bioetica, ha preso in considerazione i Comitati di etica in ospedale, mettendo a confronto le esperienze europee con le prime realizzazioni italiane 74.

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Tra i Comitati già attivi, il primato spetta a quello che si è costituito nell’ambito degli Istituti Clinici di Perfezionamento di Milano. L’iniziativa è partita da un gruppo di medici degli Istituti ostetrico-ginecologici «Luigi Mangiagalli», già nel 1984. La loro richiesta riguardava un Comitato che fosse preposto alla valutazione etica di alcune pratiche connesse con la sperimentazione in campo umano e fetale (amniocentesi precoce, fetoscopie, prelievo di villi coriali, ecc.), a loro parere non scevre da rischi. Nel settembre 1985 veniva deliberata la costituzione di un «Comitato paritetico per la valutazione etica della sperimentazione in campo umano e fetale». L’ambito di intervento del Comitato, sempre con carattere consultivo, è stato individuato nel riferimento ai seguenti problemi: la sperimentazione clinica con finalità di ricerca su soggetti ammalati; il comportamento clinico-terapeutico nei confronti di pazienti con affezioni non guaribili o terminali; la soppressione della coscienza nel controllo del dolore; la regolazione della procreazione con metodi contraccettivi pericolosi per la possibilità di eventuali gravidanze future; la valutazione critica delle cure prestate in un ospedale.

Un secondo Comitato di etica già istituito e operante è quello dell’Istituto Scientifico H. San Raffaele, di Milano. A norma di regolamento, il Comitato è chiamato a definire questioni etiche connesse con le attività scientifiche, assistenziali, didattiche e amministrative dell'istituto. In pratica, ha il compito di valutare gli aspetti etici della sperimentazione farmacologica, della ricerca biologica e medica in generale; di valutare le decisioni economico-amministrative nei momenti in cui sono in gioco delicate questioni morali. Quanto alla composizione del Comitato, ne fanno parte, oltre ad esperti di discipline medico-biologiche, anche un giurista, un teologo, un esperto di deontologia medica e uno psicologo.

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Tra i Comitati in via di costituzione ne è stato annunciato uno presso la Facoltà di medicina dell’Università Cattolica, a Roma, con il compito esclusivo di sopraintendere agli aspetti etici della ricerca clinica e farmacologica.

La riflessione sviluppatasi sull’esperienza dei Comitati di etica in ospedale ci permette di ricondurre questo sviluppo così prolifico e multiforme di iniziative entro il quadro di alcuni modelli. Seguendo l’analisi fatta da Robert M. Veatch 75, possiamo distinguere quattro tipi generali di Comitati, a seconda delle funzioni che vengono loro attribuite. In primo luogo, i Comitati che valutano i risvolti etici delle decisioni di ordine clinico, riferite a singoli casi. Loro compito è quello di portare un giudizio sulla appropriatezza delle cure, arrivando a decidere se sono ragionevoli o no, ordinarie o straordinarie, proporzionate o no. Questo tipo di Comitato può essere chiamato in causa quando si tratta di decidere se sospendere o proseguire le cure nel caso specifico: per esempio, se staccare o no il respiratore artificiale in pazienti in coma irreversibile.

Un secondo modello è quello di un Comitato chiamato ad occuparsi di decisioni etiche e politiche di livello più generale: per esempio, i Comitati per la protezione dell’essere umano nella ricerca biomedica (il Comitato potrebbe deliberare se permettere o no una determinata ricerca, anche se il paziente è consenziente, in quanto troppo pericolosa o inutile) o per la distribuzione delle risorse limitate (il Comitato potrebbe essere coinvolto quando si tratta di stabilire criteri di priorità tra diversi pazienti bisognosi di emodialisi, o per decidere su quali potenziamenti delle istituzioni dirottare le risorse).

Un terzo tipo di Comitato può essere definito come «Comitato di consulenza», con la funzione specifica di offrire consulenza e sostegno a chi deve prendere decisioni difficili: sia ai medici, che ai pazienti e ai loro familiari. Deve essere

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composto prevalentemente da persone esperte nel counseling: psicologi, assistenti sociali, sacerdoti, esperti di etica. Un tale Comitato, specialmente se rappresentativo della sensibilità morale della comunità, potrebbe costituire la giusta cassa di risonanza per i dubbi degli operatori sanitari.

Una funzione particolare dei Comitati è quella di confermare una prognosi, conformemente a quanto prospettato nella sentenza relativa al caso Quinlan. Decidere sulla prognosi di un paziente può non essere una questione esclusivamente tecnica. Sempre più ci si rende conto che il confine tra fatti e valori è incerto. Il Comitato di prognosi, con la partecipazione di persone che non siano esclusivamente degli esperti in senso tecnico, permette di evitare di dipendere dalla valutazione di prognosi di un singolo medico. Tuttavia, riguardo alla funzionalità di un Comitato di etica così concepito, valgono le riserve fatte sopra.

A questi quattro modelli, identificati da Veatch, ne aggiungiamo un quinto, caratteristico di ambienti in cui prevalgono delle preoccupazioni di natura confessionale. Compito di Comitati di etica di questo genere è la difesa dell’identità delle istituzioni, contribuendo a chiarire quali pratiche sanitarie siano conciliabili o inconciliabili, dal punto di vista etico, con l’ideologia religiosa alla quale l’istituzione si richiama.

Pensiamo, in concreto, a un ospedale religioso e al conflitto che si origina quando ciò che viene richiesto (per es. pratiche di interruzione della gravidanza, fecondazione artificiale, sterilizzazione, eutanasia) è in contrasto con la morale a cui l’istituzione aderisce.

Come modello concreto, possiamo riferirci al Comitato di etica costituito, e da anni operante, nell’ospedale San Juan de Diós di Barcellona. Il Comitato risulta composto da membri d’ufficio (il superiore della comunità religiosa a cui appartiene l’ospedale, un esperto di etica, un rappresentante della pastorale ospedaliera, il direttore sanitario) e da membri numerari (due medici dell’ospedale, un rappresentante del servizio infermieristico, un rappresentante dell’area non

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assistenziale). Altri membri ad casum possono essere aggiunti, secondo i problemi presi in considerazione.

Le funzioni attribuite al Comitato sono tre: decidere nelle questioni strettamente etiche; dar pareri in quelle nelle quali possono essere implicati dei problemi etici; promuovere iniziative di formazione e informazione relativamente a problemi etici. La differenza tra le sue prime funzioni è essenziale. Essendo l’organismo creato appositamente per vigilare sull’identità cattolica dell’ospedale, il Comitato rivendica un potere decisionale quando sono in questione pratiche che contraddicano la morale cattolica (azioni eutanasiche, interruzioni della gravidanza, pratiche contraccettive, situazioni in cui possa essere compromessa la libertà di coscienza, problemi di discordanza flagrante tra l’indicazione terapeutica e l’accettazione familiare).

La seconda funzione, invece, rispetto alla quale il Comitato può essere interpellato in via consultiva, si riferisce a situazioni in cui la considerazione dei valori etici può arricchire una determinata problematica (pensiamo ai problemi di umanizzazione dell’ospedale, a quelli dei rapporti interpersonali e interprofessionali, alle questioni relative al lavoro, come contrattazioni, retribuzioni, promozioni. Senza, tuttavia, che il Comitato sostituisca le funzioni esecutive e di governo che spettano alle istituzioni apposite dell’ospedale),

La fisionomia di questo tipo di Comitato di etica, che si iscrive dentro la logica di un’istituzione confessionale, può essere resa problematica dal pluralismo circa l’interpretazione, all’interno dello stesso mondo di appartenenza, del ruolo e della funzione delle norme etiche. L’osservazione si applica anche a un mondo relativamente omogeneo come quello della Chiesa cattolica: esistono approcci significativamente diversi nel concepire il rapporto tra le norme ecclesiastiche e le concrete decisioni di etica medica, nonché circa il ruolo che spetta alla coscienza 76.

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Qualsiasi forma assuma un Comitato di etica, non sembra predestinato ad una vita facile. Verrà inevitabilmente a trovarsi al centro di un vortice, costituito da concezioni ideologiche, politiche e istituzionali non riconducibili a unità. Non sarà certamente la panacea del malessere pluriforme che travaglia la pratica della medicina; tuttavia potrà contribuire in modo singolare ad affrettare l’avvento di una medicina dal volto umano. Ancor più: l’azione dei Comitati di etica potrà valicare l’ambito delle pratiche biomediche e costituirsi come momento formativo per un’educazione al giudizio etico in generale. Proprio l’impatto delle nuove pratiche in sanità e dei nuovi problemi può avere un benefico effetto dirompente rispetto ad una morale concepita come semplice ricezione passiva di valori e modellamento del comportamento su standard prefissati.

I nuovi problemi che sorgono in campo biomedico non hanno lo svantaggio di altri aspetti dell’etica, già più volte arati in tutti i sensi dal dibattito filosofico e teologico, gravati dal peso della tradizione che ha già formulato i suoi giudizi di accettazione o di condanna. Ciò che viene penalizzato è la creatività necessaria perché il giudizio etico diventi davvero un prodotto umano.

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La «formazione morale» è troppo spesso concepita come la trasmissione dei giudizi morali elaborati dalle generazioni precedenti, ai quali le nuove sono invitate a uniformarsi. Ai nostri giorni, inoltre, bisogna registrare anche una collusione perversa tra questo tipo di formalismo morale e il linguaggio telematico, che costituisce l’ambiente naturale nel quale siamo immersi. Questo linguaggio è quello dello 0-1, del «sì» e del «no», con l’esclusione del «forse». È universalmente deprecato che oggi vengano formate persone che sanno usare le macchine, ma che non sanno pensare. Questa carenza è fatale in campo etico, in quanto la semplice osservanza delle regole morali,, considerate come regole di procedimento, non basta a creare il comportamento moralmente buono. Non si tratta d’imparare ad associare «giusto» o «sbagliato» a determinate risposte, saltando il momento creativo della «produzione» di etica.

Comitati di etica possono svolgere una funzione socialmente utile anche da questo punto di vista, costituendosi come laboratorio di formazione al giudizio etico. La riflessione etica che in essi si esercita, in clima di ricerca, di tolleranza e di ascolto reciproco, può diventare uno strumento pedagogico di formazione della coscienza, e quindi un autentico fattore di umanizzazione.

Il pluralismo sarà d’obbligo in una riflessione etica di questo genere: non possiamo illuderci che un Comitato possa giungere a conclusioni da tutti unanimemente considerate valide e obbliganti. Non potrà perciò produrre regole che valgono per tutti. Ma sarà già un risultato considerevole sviluppare, tutti insieme, una sensibilità che ci permetta di riconoscere i problemi etici nell’ambito della salute e delle scienze della vita, di risolvere quelli che è possibile risolvere, e di imparare a vivere con quelli che non ammettono soluzione.

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II 3 - il «dipartimento di scienze umane»: un progetto pilota

Il malessere della sanità

Guardando alla situazione attuale della sanità, dobbiamo costatare lo stato inequivocabile di malessere che vi regna. Da qualsiasi parte affrontiamo questo immenso pianeta, la collera dei malati e il disorientamento dei sanitari ci colpiscono sgradevolmente. Le diagnosi del male sono le più diverse. Potremmo quasi dire: tot capita, tot sententiae... Qualcuno individua le origini della deviazione nel profondo cambiamento verificatosi nel modo di concepire la sanità. Nel rapido volgersi di pochi decenni la medicina si è socializzata (con la conseguenza che oggi si può parlare di un diritto alla salute, o quanto meno a ricevere le cure sanitarie, non sulla base del censo o di altri privilegi, ma per il fatto stesso di essere cittadini portatori di bisogni), sindacalizzata (portando all’interno dell’ospedale la logica del confronto lavoratori/azienda, che è nata e si è sviluppata in fabbrica), politicizzata (soprattutto dopo la Riforma sanitaria, che ha fatto considerare la sanità come una provincia ulteriore, in cui si è estesa la lotta tra i partiti politici; di qui lo slogan tanto spesso ripetuto in questi giorni, considerato da alcuni come la formula magica del risanamento: «Fuori i politici dalla sanità!»).

Un altro aspetto della sanità spesso indiziato di essere la causa dei mali è la perdita dell’ideale filantropico e umanitario da parte di coloro che esercitano le professioni sanitarie, in primo luogo i medici. Accusati di essersi prostituiti al denaro e al successo, come ex-missionari che si siano messi a fare i mercanti, i medici sono spesso oggetto di passionali campagne moralizzatrici. Si vorrebbe veder splendere intorno alla loro testa un’aureola come — secondo l’iconografia tradizionale — attorno a quella dei santi Cosma e Damiano, quando si occupano dei malati... Da parte dei sanitari, invece, le lamentele sulla mancanza di virtù si ribaltano sui malati:

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sono essi che, con le loro richieste esorbitanti, le loro infantili pretese del «tutto e subito», le plateali infrazioni alle esigenze del vivere sano, frappongono ostacoli all’opera terapeutica.

Per altri ancora i mali della nostra sanità sono da individuare nell’arretratezza tecnologica e nell’inadeguatezza delle strutture medico-sanitarie esistenti. La via d’uscita, di conseguenza, è cercata nell’aumento del sapere scientifico e in maggiori investimenti per avere una tecnologia sempre più sofisticata.

Molte volte si ha l’impressione che la ricerca delle cause del malessere nella sanità non sia una vera ricerca, ma solo una tattica di autogiustificazione. Assomiglia, infatti, più all’individuazione di un capro espiatorio, sul quale riversare tutte le responsabilità, e poter proclamare così la propria innocenza. Per poter risolvere efficacemente i mali della sanità, il punto di partenza è costituito da una vera ricerca dei motivi della «malasanità».

Non basta però cercare: bisogna anche cercare nel posto giusto! Ci aiuta a formulare questa esigenza la vecchia storiella dell’ubriaco che, di notte, sta cercando per terra la chiave di casa sotto la luce di un lampione; alla guardia che gli chiede se è proprio lì che l’ha persa, risponde: «No, l’ho persa più lontano, ma là è buio...»!

Commentando la storiella, lo psichiatra americano P. Watzlawick vi vede una felice illustrazione di una delle «ricette per rendersi infelici», come le chiama con ironia. La ricetta è quella dell’«ancora la stessa cosa»: sotto la pressione del bisogno, si raddoppiano gli sforzi nella stessa direzione, facendo sempre più «la stessa cosa», nella convinzione che il male derivi dal non essersi ancora dati sufficientemente da fare... Cercare nel posto sbagliato, con sempre maggior zelo e accanimento, per la «buona» (?!) ragione che ci si vede meglio, è anche una efficace ricetta per rendersi infelici (e ignoranti...), quando si vuol proporre rimedi ai mali della sanità.

Se si vuol veramente tornare a casa, bisogna mettersi a cercare la chiave là dov’è stata effettivamente smarrita. Fuori

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di metafora, se la medicina è diventata disumana, è perché ha perso l’uomo; se la si vuol riumanizzare, bisogna individuare dov’è avvenuto lo scollamento tra l’opera sanitaria e i veri interessi dell’uomo. Bisogna cercare a monte, anche se ciò significa andare a tastoni nel buio...

Il recupero antropologico del soggetto

Il malessere della medicina è analizzato adeguatamente solo se si mette a fuoco la perdita dell’uomo some soggetto. L’inizio di questo processo va ricondotto al momento in cui la medicina si è strutturata come scienza della natura, nella prima metà del secolo XIX. Assumendo io statuto epistemologico delle scienze naturali, la medicina ha cercato di adeguarsi a quella forma particolare di conoscenza che è fondata sulla razionalità e si acquisisce con l’osservazione e l’esperimento, secondo una particolare metodologia «critica». In quanto scienza naturale, la medicina procede empiricamente. La sua base è costituita da fisiologia e patologia; disfunzione e malattia sono considerate come conseguenze di disturbi di processi materiali-organici.

In questa prospettiva, la malattia non è più qualcosa che capita all’uomo nel suo insieme, ma qualcosa che succede ai suoi organi. Lo studio delle cause della malattia si restringe alla ricerca di mutamenti locali nei tessuti, nelle strutture cellulari e nella stessa costituzione delle molecole biochimiche fondamentali. Il fatto morboso si ritiene compreso quando si può spiegare stabilendo il rapporto causa-effetto, sulla base delle leggi che regolano i fatti fisicochimici.

La razionalizzazione di tipo naturalistico porta a spogliare il fatto morboso di ogni carattere storico e personale. Esso è significativo per la medicina solo in quanto è un caso «tipico». La stessa organizzazione della clinica riposa sul modello organicistico: le malattie vengono suddivise per reparti, come le merci di un supermercato; e i medici, passando

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di letto in letto come tecnici a una catena di montaggio, si dedicano a scoprire le cause del guasto, per riparare l’organo malato. Questa medicina è la medicina dei pezzi; e, con la specializzazione crescente, di pezzi sempre più piccoli.

Da quando la medicina si è organizzata come scienza della natura, è cominciato per l’arte del guarire un periodo di splendore, sotto l’egida dell’efficacia. I. progressi della chirurgia, della batteriologia, della farmacologia non sarebbero stati ottenuti, se la medicina non si fosse allineata tra le scienze della natura. Proprio questi successi, fungendo da rinforzo positivo, portano a consolidare la convinzione che la strada imboccata era quella giusta, impedendo di rendersi conto dei pericoli insiti in essa. Senza misconoscere i momenti positivi della concezione natural-scientifica (in particolare il principio della ricerca empirica esatta e il significato fondamentale del lavoro di indagine di tipo fisiologico e biochimico), si deve però acquistare coscienza che, quando l’uomo è considerato semplicemente come un pezzo di natura tra gli altri, si opera una violenta mutilazione antropologica.

La crisi nella medicina non sarà superata finché non avremo rifiutato di considerare come esclusivo il punto di vista delle scienze della natura. L’«umanizzazione» da introdurre nella pratica dell’arte sanitaria è più radicale del semplice recupero degli aspetti filantropici da includere, oltre a quelli di competenza professionale, nel rapporto con il malato. La disposizione interiore dell’oblatività e le virtù personali sono ovviamente necessarie per l’esercizio dell’arte sanitaria: vir bonus, sanandi peritus, definiva il medico la tradizione ippocratica; le stesse esigenze valgono per chiunque — infermiere, tecnico, ausiliare — avvicini il malato. Ma questa bonitas non basta, da sola, a umanizzare la medicina, se questa non recupera la prospettiva della totalità dell’essere umano.

Ciò vuol dire, in pratica, che il sapere mutuato dalle scienze della natura deve essere abbinato con quello che è specifico delle cosiddette «scienze umane»; la storia, la sociologia, la psicologia, l’antropologia culturale, il diritto, la filosofia,

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la teologia, solo per menzionare le più importanti. Esse meritano il nome di «umane» perché considerano nell’uomo la formalità che lo specifica, ciò per cui l’uomo si differenzia dagli altri esseri animati: la sua storicità, interiorità, individualità, spiritualità. In una parola, l’uomo come soggetto. Mentre invece è procedimento tipico delle scienze della natura evacuare il soggetto, per considerare l’uomo come un pezzo di natura tra gli altri. Questo è un esito particolarmente infausto in medicina, dove invece è più evidente. Nel suo linguaggio codificato, il malato scompare; la sua presenza è puramente oggettuale. Com’è stato detto efficacemente, per essere più scienza, la medicina perde il malato. Con altra formula a effetto, qualcuno ha denunciato che la medicina rischia di morire di obesità scientifica...

Finché l’uomo malato non sarà considerato anche secondo il punto di vista delle scienze della natura, sarà sempre «mal-trattato», anche se, per ipotesi, il trattamento fosse irreprensibile dal punto di vista sia sanitario che deontologico.

La congiuntura culturale sembra oggi favorevole a una medicina che voglia ricucire lo strappo creatosi tra scienza della natura e scienze umane. Un primo fatto positivo da segnalare è la raggiunta maturità delle scienze umane, le quali non danno più segno di nutrire quel complesso di inferiorità che le ha tradizionalmente caratterizzate nei riguardi delle prime. Un secondo elemento congiunturale è la crisi in atto nelle scienze naturali: crisi non di disgregazione, ma di crescita.

Secondo l’analisi di Th. Kuhn, si sta registrando nelle scienze un tipico periodo di transizione dalla «scienza normale» al caos che precede il cambiamento di paradigma. L’epistemologia contemporanea ci ha reso consapevoli che le scienze non procedono per accumulo lineare di conoscenze, ma per rivoluzioni, nel corso delle quali ha luogo un cambiamento di paradigma. Si pensi al passaggio dalla fisica di Aristotele a quella di Newton, e da questa alla fisica di Einstein; al passaggio dal sistema geocentrico di Tolomeo all’astronomia di Copernico e di Galileo; alla transizione dalla

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teoria del flogisto alla chimica di Lavoisier: altrettanti esempi di una ristrutturazione del sapere sulla base di un «nuovo paradigma» che emerge dal caos 77. Lo stesso clima si può cogliere oggi nelle scienze biomediche.

È legittimo attendersi che nel nuovo paradigma emerga un’antropologia diversa da quella implicita nella medicina scientifica finora invalsa. Ciò comporta una rottura con il naturalismo, che considera l’uomo come un essere vivente in tutto e per tutto simile agli altri esseri viventi, e si attiene a una metodologia che esclude sistematicamente gli aspetti psichici, spirituali, storico-biografici e sociali dell’esistenza umana (o quanto meno non li ritiene rilevanti per il processo patologico e per quello terapeutico).

Un progetto di Dipartimento

I presupposti teorici per una medicina umana che abbiamo appena esposto non hanno nulla di originale: in questi stessi termini, o in altri poco diversi, sono stati ridetti un’infinità di volte. Ciò di cui si sente in maniera crescente il bisogno è piuttosto la progettazione concreta di un nuovo modo di fare medicina, che faccia seguito alle riflessioni di ordine teorico. È in risposta a questa esigenza che osiamo presentare il «Dipartimento di Scienze umane» dell’ospedale Fatebenefratelli all’isola Tiberina, a Roma, diretto dall’Ordine ospedaliero di S. Giovanni di Dio.

L’illustrazione del Dipartimento può essere prematura: essendo stato il progetto appena avviato, ha un bagaglio di realizzazioni quanto mai modesto da presentare. Se, malgrado ciò, decidiamo di esporre in pubblico questa creatura ancora balbettante, lo facciamo mossi dal bisogno di confronto. Da molte parti si sta tentando di rendere operativa la richiesta di una medicina più umana. Progetti intesi a questo fine devono emergere alla luce del sole. Per il conforto di coloro

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che si impegnano in questa direzione, anzitutto, e per vincere l’impressione di star conducendo isolatamente battaglie donchisciottesche... Per ricevere critiche e stimoli, in secondo luogo. Uscendo in pubblico quando ci si sente ancora un abbozzo imperfetto, si rischia di essere strapazzati. Ma un progetto di questo genere non assomiglia a un seme, che cresce per forza autonoma, e tanto più quanto meno lo si disturba; è simile piuttosto alla pasta, che riesce meglio quanto più è «malmenata»...!

La denominazione di Dipartimento non è occasionale. Fa piuttosto riferimento a una modalità organizzativa esplicitamente prevista dalla legislazione italiana in campo universitario e in quello sanitario 78. Secondo la Legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, gli ospedali vanno articolati in Dipartimenti, «in base al principio dell’integrazione tra le divisioni, sezioni, servizi affini e complementari, ... nonché a quello della gestione dei dipartimenti stessi sulla base dell’integrazione delle competenze» (Legge 833, art. 17).

La ragione principale dell’organizzazione ospedaliera su base dipartimentale risiede nel fatto che a livello operativo in una struttura sanitaria esistono una serie di attività comuni (ad es., organizzazione del lavoro, ricerca scientifica) e di risorse a gestione comune tra le diverse divisioni (ad es., sale operatorie, ambulatori) che, se coordinate, possono produrre effetti di accresciuta efficacia e di economia ben superiori a quelli di una gestione atomizzata e individualistica. Gli obiettivi principali che si propone l’organizzazione dipartimentale possono essere così descritti:

1) coordinare e integrare le diverse professionalità e conoscenze scientifiche presenti nell’ambito della stessa area dipartimentale;

2) realizzare economie di gestione e più efficaci controlli sui costi;

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3) partecipare in modo più attivo alle decisioni interne;

4) sviluppare in un modo integrato la ricerca scientifica, la didattica e l’aggiornamento;

5) allacciare collegamenti esterni con i Servizi territoriali.

Elevare quantitativamente e qualitativamente ii livello delle prestazioni e ridurre le spese di impianto e di esercizio sono, in sintesi, gli obiettivi dell’istituzione dei Dipartimenti medici di un ospedale 79. Questi si possono dire ispirati, in profondità, da una logica di efficienza e di razionalità.

L’ospedale Fatebenefratelli all’isola Tiberina si è dato struttura dipartimentale, istituendo Dipartimenti medici (chirurgico, di medicina interna, materno-infantile, dell’emergenza, della testa), dei servizi e il Dipartimento di Scienze umane. Se nell’organigramma dell’ospedale quest’ultimo è omogeneo agli altri Dipartimenti, diversa è però la logica che lo ispira. Non nasce, come gli altri, dalla volontà di portare anche in una struttura che si occupa di salute una mentalità manageriale, bensf dal progetto di rendere effettiva l'«umanizzazione» dell’ospedale.

Sul «progetto-umanizzazione» si è incentrato negli ultimi anni lo sforzo di rinnovamento dell’Ordine ospedaliero di S. Giovanni di Dio, che riconosce come suo specifico il carisma dell’«ospitalità», ovvero il servizio ai malati 80. Per calare

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nella vita ospedaliera quotidiana il messaggio dell’umanizzazione, nell’ospedale dell’isola Tiberina si è costituito, tra il 1984 e il 1986, il «Consiglio Socio-Istituzionale» 81. Esso ha costituito l’antecedente storico del Dipartimento, realizzando già fondamentalmente l’incontro e la collaborazione di varie figure professionali (lo psicologo, il sociologo, l’assistente sociale, il cappellano, il volontario ospedaliero), con intento interdisciplinare.

Il passaggio alla nuova fase istituzionale è stato favorito da una duplice maturazione. Ci si è resi conto, da una parte, che un organismo di consulenza — pronto, magari, ad essere coscienza critica di una struttura tendente alla disumanizzazione — doveva cedere il posto a un organismo più incisivo e ufficiale, presente ai livelli decisionali dell’ospedale. Parallelamente era avvenuto un approfondimento del concetto stesso di «umanizzazione»: il progetto «ri-umanizzante» appariva più chiaramente come la convocazione delle scienze umane a collaborare con quelle biomediche per ricomporre, in una prospettiva olistica, l’integralità del soggetto e dei suoi bisogni. L’ospedale appare, in questa prospettiva, come luogo designato per la rifondazione di un sapere teorico-pratico intorno all’uomo malato.

Come indica la delibera che istituisce il Dipartimento di Scienze umane, questo è costituito dall’aggregazione di diversi Servizi e attività svolti nell’ambito dell’ospedale: i Servizi di psicologia, di assistenza sociale, di assistenza spirituale, di bioetica, e l’attività di volontariato ospedaliero. Integrando l’attività assistenziale fornita da questo Dipartimento con quella dei Dipartimenti medici, l’ospedale si apre, a 360 gradi, sui bisogni dell’uomo malato nella sua singolarità.

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La pluralità dei bisogni dell'uomo malato

L’evento morboso non si consuma mai esclusivamente al livello del corpo: oltre a provocare un dissesto somatico, turba l’equilibrio emotivo e spirituale della persona e sconvolge i suoi rapporti sociali. Questi ultimi possono talvolta essere così rilevanti, che la persona colpita costituisce un «caso sociale». Il Servizio sociale è l’agenzia di sostegno appropriata in queste situazioni; gli assistenti sociali sono chiamati a fornire professionalmente una relazione di aiuto.

L’assistenza sociale si è sviluppata come professione dal contesto delle reti di solidarietà messe in atto dallo Stato assistenziale. Queste costituiscono dei sistemi organizzati di risorse per far fronte ai bisogni di cittadini particolarmente a rischio di emarginazione e di deprivazione economica e sociale. L’obiettivo di questo tipo di Servizi è di fornire un processo di aiuto individuale e collettivo a persone in difficoltà nei propri rapporti sociali.

Uno sviluppo del Servizio sociale già previsto dagli ordinamenti legislativi è quello che lo colloca all’interno delle istituzioni ospedaliere. Già la Legge di riforma ospedaliera n. 132 (del 12.2.1968) ha disposto che vi possa essere all’interno degli ospedali regionali e provinciali un «Servizio di assistenza sanitaria e sociale». In base ad essa, diversi ospedali hanno provveduto a inserire degli assistenti sociali nei propri organici.

In uno scritto che riveste un alto grado di ufficialità, il ruolo dell’assistente sociale nei presidi ospedalieri è indicato nei seguenti termini: «Rapporto con gli utenti (su segnalazione o per richiesta diretta) per interventi di consulenza socio-assistenziale volti alla soluzione di problemi che si evidenziano o nascono in concomitanza con il ricovero e al migliore utilizzo delle risorse presenti nella struttura o sul territorio, con particolare riferimento all’ambiente di provenienza, in modo che possano venire soddisfatti i bisogni di informazione, di rapporto, di non emarginazione dell’utente durante il

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periodo di permanenza nella struttura, e facilitato un positivo reinserimento sociale alla dimissione» 82.

Passando, in concreto, all’attività che svolge il Servizio sociale nell’ambito dell’ospedale Fatebenefratelli, si possono individuare diversi tipi di utenti: il malato ospedalizzato, quello ambulatoriale e il personale ospedaliero. Quanto al primo, il Servizio sociale è chiamato a intervenire sia al momento dell’accettazione (particolarmente importante è portare il malato a conoscenza dell’iter burocratico e aiutarlo a districarsi nel labirinto dell’ospedale: un compito che è facilitato da un apposito «Libretto del malato», il quale fornisce al malato le informazioni più importanti), sia durante il ricovero. L’operatore sociale può aiutare il malato a integrarsi con l’ambiente, assumendo i necessari cambiamenti di routine; può favorire e promuovere i contatti con il mondo esterno, particolarmente con i familiari; può aiutare il malato ad accettare diagnosi e trattamenti (con le minorazioni temporanee o permanenti che possono eventualmente far seguito). Al momento della dimissione, la relazione d’aiuto può concretarsi in un fattivo contributo a superare le difficoltà materiali e sociali che il malato può incontrare: difficoltà di una sistemazione logistica al di fuori della struttura ospedaliera o nell’iter burocratico relativo all’assistenza (pensione, riconoscimento di invalidità e varie altre risorse previdenziali e assistenziali).

Quanto agli interventi diretti al personale ospedaliero, il Servizio sociale offre attività di sostegno per affrontare eventuali problemi di natura professionale e familiare che possono avere un’incidenza negativa sull’attività lavorativa, e quindi sui rapporti interpersonali con i pazienti.

Il Servizio sociale, in sintesi, è l’espressione dell’obbligo che ha la società verso i suoi membri più indifesi e bisognosi. Integrando questo Servizio in modo organico nella stuttura ospedaliera, il concetto di salute risulta ampliato, in quanto

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include la capacità dell’individuo di provvedere ai propri bisogni fondamentali. Se questa condizione non si verifica, la persona non può essere considerata «sana», anche se da un punto di vista somatico può non abbisognare di cure. Soprattutto nella prospettiva di una popolazione ospedaliera costituita in misura crescente da malati cronici e anziani, l’intervento «sanante» dell’assistenza sociale diventa indispensabile. Il Dipartimento di Scienze umane, che permette di integrarlo nel contesto ospedaliero, lo valorizza pienamente e contribuisce a razionalizzare l’erogazione dei servizi al cittadino. Una seconda area di bisogni che integra quella sociale è la dimensione psico-emotiva del malato. All’interno del Dipartimento quest’area è occupata dal Servizio di psicologia. Istituito già nel 1982, tale Servizio è diventato un punto di riferimento costante per ogni tentativo di inserimento della psicologia in ospedale.

Va subito precisato che il Servizio si propone un ambito di azione più ampio della psicologia clinica in senso rigoroso, cioè quello proprio di quel ramo medico della psicologia che si occupa dei disturbi di natura mentale ed emotiva. Anche se ancora con diffidenza e ostilità, la psicologia clinica ha acquistato un diritto di cittadinanza in ambito sanitario relativamente alla cura di malattie diagnosticate come mentali. Il Servizio di psicologia ospedaliero prevede invece l’attività di uno psicologo che affianca e completa l’opera del medico presso malati organici che hanno particolari bisogni di ordine psico-emotivo. Pensiamo, per concretezza, a pazienti che devono subire interventi chirurgici invalidanti o che modificano l’immagine del proprio corpo (come l’amputazione di un arto, mastectomia o isterectomia per le donne); a pazienti in rianimazione 83, a pazienti con prognosi infausta, che hanno

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bisogno di essere accompagnati e assistiti per tutto il travagliato processo dell’elaborazione del lutto; al sostegno psicologico di cui hanno bisogno i genitori di bambini gravemente handicappati; al beneficio che ricevono le partorienti da un uso sistematico di metodi psicoprofilattici nella preparazione al parto.

L’elencazione non è certo esaustiva; è tuttavia sufficiente a individuare la presenza di problemi psichici anche nell’ambito di una malattia somatica. La psicologia in ospedale è chiamata perciò a occuparsi di ogni malattia, non solo di quelle etichettate come «mentali», e neppure di quella ambigua area grigia designata, spesso con molta approssimazione, come ambito della malattia «psicosomatica». L’istituzione di un Servizio di psicologia ospedaliera non è altro che la conseguenza operativa del principio stabilito con autorità da uno degli esperti di psicologia medica di maggior credito, Pierre Schneider: «L’uomo, quando è ammalato, lo è nella sua totalità. Egli reagisce affettivamente a qualunque modificazione dello stato fisiologico» 84.

L’aspetto emotivo è parte integrante del rapporto medico-paziente. I medici e l’altro personale sanitario, di conseguenza, non possono esimersi dal farsi carico dell’aspetto psicologico della malattia. Sarebbe uno sviluppo infausto, da questo punto di vista, se la presenza dello psicologo in ospedale fornisse il pretesto a un meccanismo di delega, che esoneri i sanitari dall’occuparsi del malato, anche dal punto di vista psicologico. Lo psicologo in ospedale non deve, perciò, abbassare mai la guardia, per evitare che della sua presenza si faccia un uso perverso, che porti a un ulteriore impoverimento del rapporto medico-malato. La sua principale attività sarà rivolta ai sanitari stessi, sensibilizzandoli alle dinamiche psicologiche che accompagnano ogni fatto morboso e costituiscono il tessuto più solido della relazione terapeutica.

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Una terza articolazione costitutiva del Dipartimento di Scienze umane è il Servizio pastorale, o di assistenza religiosa. Esso evidentemente non è nuovo, né tantomeno esclusivo cieli'ospedale Fatebenefratelli: di diritto e di fatto, esiste in tutte le istituzioni ospedaliere. L’opera del pastore in ospedale, tuttavia, è gravata di numerosi malintesi, spesso emarginata e di fatto screditata. Benché non negata per principio — salvo nei casi di flagrante anticlericalismo —, l’assistenza fornita dal ministro della religione viene scorporata dal complesso di Servizi che costituiscono, nella loro interezza, la «sanità». Assistenza sanitaria e Servizio pastorale solitamente corrono paralleli, senza agganci o interferenze reciproche. Cappellano da una parte, medici e personale infermieristico dall’altra, svolgono, per lo più ignorandosi rispettivamente, un’attività il cui senso e finalità non sembrano riconducibili a nessun comun denominatore.

Le diverse figure professionali sono concepite come finalizzate a obiettivi divergenti: i sanitari mirano a restituire la salute o, quanto meno, a prolungare il più possibile la vita; i ministri della religione sono per lo più chiamati «quando non c’è più niente da fare» e si ritiene giunto il momento di pensare alla salvezza dell’anima. Può avvenire che la differenziazione si approfondisca ulteriormente, fino a sfiorare la concezione caricaturale dell’antagonismo tra i due tipi di presenza e di servizio all’uomo malato: come se il personale sanitario si mobilitasse per restituire il malato alla vita, mentre l’intento del cappellano sarebbe quello di boicottare quest’opera, a vantaggio dell’«altra vita». In questo caso può avvenire che la presenza del ministro della religione sia più o meno apertamente osteggiata, oppure tollerata con sufficienza, salvo l’impegno per neutralizzare gli effetti demoralizzanti del passaggio della tonaca tra i letti della corsia...

Affinché l’assistenza spirituale al malato non decada in caricature di questo genere — con conseguente disaffezione dei pastori stessi per un lavoro caduto in discredito — bisogna che sia garantita la sua saldatura con la struttura funzionale dell’ospedale. L’integrazione di un Dipartimento può

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svolgere questa funzione, riscattando il Servizio pastorale da una certa marginalità, di cui soffre attualmente nelle istituzioni ospedaliere.

L’opera di colui che fornisce assistenza spirituale deve, a sua volta, svolgersi a un livello di seria professionalità. Ciò non si può affermare, purtroppo, se ci riferiamo a quanto si vede il più frequentemente in giro per gli ospedali. La prassi della fede è ridotta molto spesso a un’amministrazione routinaria dei sacramenti, tra i quali spicca, in ambiente ospedaliero, il viatico e l'«estrema unzione» (malgrado la rivalutazione teologica del sacramento dell’unzione degli infermi proposta autorevolmente dal Vaticano II e alcuni sporadici tentativi di rinnovarne la fisionomia liturgica, la più profonda comprensione spirituale di questo gesto sacramentale è lungi dall’essersi tradotta in atto. L’unzione continua, per lo più, ad essere sentita e praticata come l’atto che consacra il morire).

Anche il ministero dell’annuncio evangelico e della parola di conforto spesso si svolge in modo stanco e ripetitivo, non solo per le carenze umane, ma anche per la inaccurata teologia della sofferenza su cui si fonda. Il modello presupposto da un certo pietismo cristiano che parlava senza remore di rassegnazione e amore cristiano per la sofferenza oggi non ha più corso. All’inflazione di parole devozionali rivolte al cristiano malato è succeduto un silenzio imbarazzante: non il silenzio denso di presenza, nel comune ascolto del messaggio esistenziale e soprannaturale insito nel grumo del dolore umano, bensì l’ammutolimento di chi sente che le parole perdono il loro significato e scorrono via su una superficie impermeabile.

I modelli del passato di prassi pastorale presso i malati si rivelano sempre più rapidamente inadeguati. È un motivo ulteriore per sollecitare un’adeguata formazione per i pastori che si dedicano a questo ministero. La loro «professionalità» ha tutto da guadagnare se si demarca dai modelli generici, secondo i quali il cappellano è il referente per i bisogni «umani» indifferenziati: un «esperto in umanità» dotato

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spesso di buona volontà, ma senza la competenza adeguata. Se i Servizi specifici — come quello sociale, di psicologia e di etica, di cui diremo tra poco — vengono istituiti e incrementati, il Servizio pastorale ne trae beneficio, acquistando un volto più definito. Esso ha bisogno non della concorrenzialità, bensì dell’integrazione con gli altri Servizi rivolti al soggetto nella sua totalità.

Vecchi e nuovi bisogni etici nella sanità

All’interno della sanità gli interrogativi di tipo etico sono stati tradizionalmente rappresentali dalla richiesta, da parte delle istituzioni confessionali, che fossero rispettate le regole morali che derivano dal proprio credo religioso. Gli ospedali cattolici, in concreto, hanno rivendicato il diritto di poter seguire, anche nell’ambito della prestazione di cure sanitarie, i dettami della morale cattolica. Una pretesa legittima, che ha avuto anche la sua validazione giuridica nella legge che, introducendo in Italia l'interruzione volontaria della gravidanza, ha previsto la possibilità dell’obiezione di coscienza, tanto per i singoli, quanto per le istituzioni.

Chiunque sa, in pratica, che un ospedale cattolico non pratica interventi proibiti dalla morale religiosa, come aborti, sterilizzazioni contraccettive, somministrazione di contraccettivi condannati dalla Chiesa, eutanasia, fecondazione artificiale e simili. La difesa dell’identità confessionale domanda spesso una rigida demarcazione su questi punti della morale medica da posizioni che magari cittadini e sanitari onesti ritengono in coscienza compatibili con le proprie esigenze morali. Il problema sarà, semmai, quello della coerenza: affinché non avvenga che, a rigide posizioni morali su un fronte, facciano riscontro connivenze col male e compromessi su altri fronti...

L’emergenza tradizionale delle problematiche morali in campo sanitario non dovrebbe monopolizzare tutta l’attenzione del mondo cattolico, in modo da offuscare la nuova richiesta di riflessione etica. Questa è sorprendente, in quanto

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proviene proprio da quegli ambienti culturali che sembravano essere ormai irrimediabilmente sganciati dal riferimento a valori e a norme, in nome dell’oggettività e del sapere scientifico. Nel mondo della sanità si va facendo strada la consapevolezza che l’efficienza tecnica non basta: ci sono anche questioni di altro ordine, che non possiamo più evitare. La nuova domanda di etica è intrinseca alla promozione della salute, in quanto questa si presenta sempre più distintamente come un coagulo di valori che investono l’uomo nella sua totalità. La suprema questione etica che si presenta oggi in modo ineludibile in campo biomedico può sintetizzarsi in una domanda essenziale: l’enorme efficienza raggiunta è impiegata a vantaggio o a danno dell’uomo?

Sulla traiettoria di questo interrogativo si è costituita ― lo abbiamo già detto — in questi ultimi anni una disciplina, la «bioetica», come risposta alle provocazioni del progresso tecnologico, col compito di offrire orientamento e guida nelle situazioni conflittuali. Il progresso tecnologico ha reso infatti possibile interventi biomedici che suscitano perplessità e smarrimento. Basti pensare al prolungamento artificiale della vita, alle tecnologie applicate alla riproduzione, alla manipolazione farmacologica del comportamento, all’uso degli esseri umani per la ricerca e la sperimentazione, ai trapianti di organo e al ricorso agli organi artificiali, alle manipolazioni genetiche, alla diagnosi prenatale e agli interventi sulla vita intrauterina.

Sempre più esplicita si fa l’esigenza di una riflessione che accompagni le nuove acquisizioni, per non lasciarsi semplicemente aspirare dalla vertigine del possibile. Già prima che il progresso sviluppasse le potenzialità che conosciamo oggi, le menti più acute avevano visto il verme nascosto nella mela. Oggi non è più possibile chiudere gli occhi di fronte alla possibilità che la tecnologia, sganciata dai limiti che le impongono l’antropologia e l’etica, si risolva in un tradimento dell’uomo. Si avverte un senso del limite, oltre il quale si va contro l’uomo; e l’urgenza di fare delle scelte in armonia con la vita umana che auspichiamo.

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È innegabile ai nostri giorni l’interesse diffuso per queste problematiche etiche, straripato oltre gli ambienti religiosi, fino a coinvolgere tante persone che una vecchia etichetta ecclesiastica amava qualificare come «uomini di buona volontà». Non basta più richiamarsi alla scienza per conferire validità morale a tutto quello che si fa in suo nome. Sempre più la scienza, biologica o medica, va coniugata con la coscienza: vale a dire, con il senso di responsabilità.

Chi è animato dal senso cristiano di responsabilità per la vita non può che rallegrarsi di questa richiesta di riflessione etica che sorge in connessione con le situazioni-limite o inedite a cui ci ha condotto il progresso biomedico. Ne rispetta l’autonomia, non riducendo l’etica alla riflessione morale che si ispira alla luce della fede. La guarda con fiducia, senza vedervi un pericolo per la morale religiosa. Ma sarebbe riduttivo limitarsi solo alle questioni sensazionali, trascurando un bisogno di etica più fondamentale e quotidiano. L’etica è necessaria, infatti, per aiutare la medicina a uscire dalla crisi in cui versa, facendo ritrovare ai sanitari la loro giusta professionalità.

Non intendiamo con ciò indicare la necessità che chi lavora nella sanità eserciti la professione con altruismo e abnegazione: vale a dire, con quello spirito che, dagli ippocratici in poi, è designato come «filantropia». Questa è una necessità ovvia. Chiunque eserciti professioni molto esigenti dal punto di vista umano, ha bisogno di ripiegarsi periodicamente sulle intime motivazioni, contrastando l’inerzia che può nascere dalla routine o quel vizio dello spirito, che si forma spesso per un lento accumularsi di frustrazioni: il vizio che i maestri medievali chiamavano col nome di «accidia» (le scienze del comportamento americane parlano oggi in questi casi della «sindrome del burn-out»). Il richiamo alle virtù è opportuno: senza voler con questo «far la morale» a medici e infermieri...

Quando diciamo che l’etica è necessaria per sostenere la stessa professionalità dei sanitari, ci riferiamo piuttosto a quell’attività dello spirito umano che si interroga a quali

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condizioni l’azione umana ha carattere di «bontà» (o convenienza, giustizia, ecc.). Ora, nelle professioni sanitarie si è giustificatamente insinuato il dubbio che non tutto quello che si fa «per il bene del malato» sia effettivamente un bene per questi. I sanitari più riflessivi si interrogano sulla appropriatezza dei loro comportamenti, non solo nelle situazioni-limite a cui accennavamo più sopra, ma nella pratica quotidiana dell’arte del guarire. Alla loro insicurezza fa riscontro una diffidenza sempre più marcata da parte dei pazienti nei confronti di una medicina che pretende di fare il loro bene, dispensandosi però di mettersi al loro ascolto per sapere quali sono i loro bisogni.

Un caso emblematico è quello che sta avvenendo nell’area terminale della vita. Nelle malattie a prognosi infausta vengono routinariamente avviate dai medici delle pratiche terapeutiche che indirizzano il malato sul binario delle terapie intensive e dell’accanimento terapeutico. Di conseguenza, l’organizzazione medica della morte acquista un carattere sempre più disumano, perché si allontana dai bisogni emotivi, psicologici e spirituali del morente. Il compito dell’etica a questo livello non è quello di fornire orientamenti e regole di comportamento (dire o non dire la verità? Come ottenere un consenso informato alle strategie terapeutiche?), bensì, più fondamentalmente, quello di ricostituire l’alleanza terapeutica implicita in ogni atto sanitario. Se non permette al soggetto di esprimersi, il sanitario non saprà qual è il comportamento che risponde più adeguatamente — o meno inadeguatamente... — ai suoi bisogni. Senza questa condizione, anche l’atto medico più ineccepibile dal punto di vista tecnico non potrà essere «buono», nel senso di essere rivolto al bene della persona.

La questione cruciale non è tanto quella se sia o no opportuno introdurre l’etica nella sanità: l’etica vi sta di casa, di diritto e di fatto. Il punto determinante è piuttosto il modo in cui essa deve esprimersi. Sarebbe deleterio per il concetto stesso di etica, se la si importasse dalla filosofia (o dalla teologia morale) già confezionata, come un prodotto pronto

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per l’uso. Non sono pochi coloro che, quando invocano l’etica, hanno in mente solo regole da applicare, sulla base di una distinzione tra ciò che è lecito e ciò che è proibito. Oppure che la concepiscono come una serie di proibizioni, per dare bacchettate sulle mani ai biologi e medici più discoli...

Soprattutto in campo sanitario, è necessario che l’etica ritrovi il sapore del dialogo: un cercare insieme il Vero e il Bene, attraverso domande e risposte, con la fiducia che la coscienza dell’uomo è costitutivamente — un cristiano direbbe: così creata da Dio — aperta ai valori. Solo se è frutto di una ricerca comune, l’etica si sottrae al pericolo di diventare un ulteriore «bene di consumo».

Entro questi limiti, è comprensibile in ospedale anche un Servizio di bioetica, come luogo privilegiato per il dialogo che precede e accompagna la decisione etica, non come istanza autoritativa che si sostituisca alla coscienza. L’etica favorisce soprattutto il processo mediante il quale il malato ha accesso alla parola, reagendo a quella medicina muta che è per lo più sinonimo di oppressione della coscienza.

L’intelligenza del senso

Recuperato il soggetto, veniamo a scoprire una quantità di bisogni legati all’essere malato, che non entrano nei compiti dei sanitari; eppure, non si può dire che si stia facendo una «sanità» a misura d’uomo se non si risponde anche ad essi. Con la risposta professionale, quando ciò sia possibile: lo abbiamo visto considerando i bisogni sociali, psicologici, religiosi ed etici del malato; oppure in modo non professionale, nel senso che coinvolge dei professionisti, ma non per questo senza metodo. Questa prospettiva si applica in particolare a un ultimo bisogno che vogliamo considerare: il bisogno semantico, o di senso.

Nella concezione naturalistica prevalente si presuppone implicitamente che la malattia sia in-sensata. L’unico significato

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insito in essa è quello di essere effetto di una causa; è il significato che emerge quando il medico, con l’aiuto della biologia, della biochimica, o di un’altra scienza della natura, riesce a ricondurre il fatto morboso alle alterazioni organiche che lo provocano. Secondo questo modello, solo l’esperto, cioè colui che possiede il sapere biomedico, sa spiegare la malattia, mentre il malato sarebbe completamente all’oscuro rispetto a ciò che sta avvenendo in lui. Spiegare, in questo caso, non significa capire, nel senso esistenziale pieno della parola, ma solo mettere gli effetti patologici in rapporto con le cause, identificate nel piano fisico-chimico della realtà organica.

Se ci trasportiamo nel quadro dell’antropologia teologico-biblica, là dove la guarigione è iscritta dentro l’opera della salvezza, l’acquisizione del senso della malattia ci appare come un momento costitutivo del processo della soteria (una realtà più vasta della guarigione in senso clinico, in quanto confina con la «salvezza»). Mentre i contemporanei sollecitavano Gesù a dar loro il «perché» della malattia, egli li indirizza piuttosto verso la questione della finalità: verso il «per che cosa» della malattia-peccato-morte. È questa acquisizione di senso che può far si che nelle varie manifestazioni dell’«ombra» nell’esistenza umana si riveli la «gloria di Dio». L’acquisizione di senso ottiene che dalla passività distruttiva della malattia e della morte scaturisca una possibilità di crescita.

Il senso non può essere donato a nessuno: va trovato all’interno dell’esperienza; come una porta che si apre solo dal di dentro: nulla vale forzarla. Ma la ricerca può essere facilitata o impedita. In questa prospettiva proponiamo un Servizio del tutto particolare: il Volontariato ospedaliero. È noto lo spessore che le varie forme di volontariato stanno prendendo nei diversi campi della vita sociale. Ci sentiamo legittimati ad affermare che il fiorire delle attività di volontariato è un segno di maturazione sociale e spirituale: in ospedale come in carcere, nelle comunità terapeutiche e nell’assistenza domiciliare. Il Volontariato ospedaliero può

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essere interpretato in molti modi: da quello filantropico (compreso il valore di un semplice: «Fatti coraggio!»), a quello utilitaristico (supplire alle inevitabili carenze dell’organizzazione ospedaliera) 85. Tutte queste funzioni sono importanti e devono essere valorizzate, anche se è necessario vigilare costantemente che l’opera del Volontariato non sia utilizzata per delle supplenze inammissibili.

Offrire una buona parola al posto dei farmaci appropriati, del vitto caldo, delle lenzuola pulite, sarebbe una mistificazione.

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Nessuna parola di incoraggiamento deve servire a inculcare la rassegnazione a malati che si trovassero ad essere trattati in modo indecoroso e contrario al rispetto dei loro diritti come cittadini e come esseri umani. I malati non devono limitarsi ad aspettare che i sanitari si degnino paternalisticamente di tutelare i loro diritti; se è necessario, devono rivendicarli.

Ma la sanità non è solo l‘ambito di diritti e doveri reciproci tra malati e operatori della salute. È anche, e forse in primo luogo, lo spazio della solidarietà. Oltre a quella che si esprime mediante un aiuto professionale, esiste anche la solidarietà che non ha altro motivo per tradursi in atto che quello della comune umanità. E naturalmente il coinvolgimento nella sorte dell’altro che si fonda sulle parole di Gesù: «Ero malato e mi avete visitato...».

Se decidiamo di considerare il Volontariato in rapporto con la ricerca del senso, gli attribuiamo un ruolo eminentemente spirituale, pur rimanendo nell’ambito di ciò che è terapeutico. Il Volontariato cura mediante l’amicizia la dimensione socio-affettiva del malato. Quel «quasi nulla» che è la semplice disponibilità ad ascoltare — una merce così rara in una società tesa spasmodicamente al rendimento — opera miracoli: colui che sta attraversando il tunnel della prova, magari con l’oscura sensazione di star scivolando fuori della vita, può esprimere le sue emozioni, riorganizzare le proprie energie spirituali, scoprire magari per la prima volta il valore della gratuità nei rapporti interpersonali. La presenza del Volontario permette così che si crei un'atmosfera favorevole affinché il malato faccia il suo «lavoro semantico», cioè la creazione del senso della propria malattia.

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III. FIGURE DELL’ALLEANZA IN MEDICINA

III. 1 - la verità al malato

La verità e l'esigenza di una «nuova personalizzazione» della medicina

Il problema della verità nel rapporto tra medico e paziente si presenta sotto molte forme e in numerose situazioni. Tuttavia solo in un caso la comunicazione della verità assume aspetti che non è retorico chiamare drammatici: quando, cioè, si tratta di una malattia a prognosi infausta. Nessuno, neppure chi parla nella Chiesa e in nome della Chiesa, può pretendere di avere una ricetta per sciogliere il nodo di conflitti di coscienza che si stringe attorno al letto del malato, sulla cui testa pesa il destino di una morte imminente. Per quanto difficile, la ricerca del giusto atteggiamento è indilazionabile, se non si vuol prolungare il malessere che si addensa in misura crescente attorno alla fase terminale della vita.

Il giusto atteggiamento di fronte al malato senza speranza non è questione esclusiva di prescrizioni di tipo deontologico. Queste sono necessarie, ma non esauriscono da sole il problema cruciale: qual è la verità, di cui ha bisogno la persona umana per far fronte in modo positivo alle sfide che gli pone l’ultima malattia? La deontologia confina con l’etica, e questa a sua volta con la saggezza. È in questo contesto che la Chiesa si sente autorizzata e provocata a inserire la sua voce nella ricerca comune di un modo più umano di

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praticare la medicina. Il suo intervento non vuol essere un’intrusione indebita all’interno del rapporto medico-malato. Ma se ci orientiamo verso una medicina a misura d’uomo, preferendola a una medicina dominata dalla tecnologia pura e dall’efficientismo, incontriamo inevitabilmente l’esigenza che la relazione che si instaura tra il medico e il malato sia impregnata di valori etici.

La voce dell’insegnamento ufficiale della Chiesa cattolica è unanime in tale senso. Ci limitiamo a riportare due accenni del magistero pontificio recente. In un discorso del 27.10.1980, Giovanni Paolo li ricordava gli obiettivi della medicina ed esponeva i principi fondamentali dell’etica medica che ne conseguono. Tra questi attribuiva un posto privilegiato alla relazione interpersonale, che è parte essenziale del processo terapeutico: «È necessario impegnarsi in una “nuova personalizzazione” della medicina che, portando di nuovo a una considerazione più unitaria del malato, favorisca l’instaurarsi di un rapporto più umano con lui, in modo da non lacerare il legame tra la sfera psico-affettiva e il corpo sofferente. Il rapporto medico-malato deve basarsi di nuovo su un dialogo fatto di ascolto, di rispetto, di considerazione; esso deve essere di nuovo un incontro autentico tra due uomini liberi e, com’è stato detto, tra una “fiducia” e una “coscienza”».

Questo testo indica con chiarezza l’orizzonte entro cui si situa un intervento etico-sapienziale fatto in nome del cristianesimo: è quello di una concezione dell’uomo convenzionalmente nota come «personalismo». L’antropologia cristiana si oppone a ogni forma di dualismo e promuove l’unità della persona umana nella molteplicità delle sue dimensioni: corporea, psichica, spirituale e sociale.

In un discorso del 18.9.1975, rivolto ai medici partecipanti a un congresso di medicina psicosomatica, Paolo VI proponeva con determinazione il personalismo cristiano in campo medico: «Questa inclusione di tutte le dimensioni umane nel rapporto terapeutico ci sembra rispondere non solo alle più moderne esigenze scientifiche, ma anche alle richieste

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umane più profonde». Essendo l’uomo uno nella molteplicità delle sue dimensioni, il rapporto che si instaura nel processo terapeutico influisce nelle diverse direzioni: la cura somatica può portare conforto allo spirito del paziente, che spesso soffre più del corpo; la cura psicologica, morale o spirituale può rafforzare, d’altro lato, l’effetto somatico della terapia. Per questo motivo di fondo, una questione eminentemente etica e spirituale come quella della verità al malato costituisce un momento inevitabile di confronto per qualsiasi sanitario che abbia la preoccupazione di praticare una «buona» medicina.

Un’ultima osservazione preliminare: chi riflette sul problema della verità al malato dal punto di vista dell’antropologia cristiana trova una particolare consonanza con la situazione sanitaria in cui sorge questo tipo di problemi. La verità che il cristiano conosce per rivelazione e a cui si riferisce è qualcosa di diverso da ciò che evoca la nozione greca di verità (aletheia), cioè qualcosa che appare allo scoperto, che è espressa invece di essere tacita o nascosta. La Bibbia ha ereditato dal pensiero ebraico una nozione di verità correlata con la solidità, la sicurezza, la fedeltà, la costanza. «Dire la verità», in questo orizzonte semantico, evoca meno il problema dell’esattezza della dichiarazione, quanto la stabilità che deriva da un patto, dall’alleanza della salvezza. Così l’universo linguistico della Bibbia può parlare di un «uomo di verità» (Es 18,21), su cui si può contare; di una «pianta di verità» (Ger 2,21), da cui si ha diritto di aspettarsi un buon frutto; e la grazia di Dio è vera (1Pt 5,12), in quanto offre un fondamento sicuro.

Proprio questa concezione apparentemente più arcaica della verità appare, a un’analisi più attenta, più vicina a quella di cui è questione all’interno della situazione sanitaria. Il rapporto medico-paziente partecipa della natura di un’alleanza, e la verità che circola al suo interno è più di ordine salvifico che intellettuale. Un «dire la verità» che fosse solo la trasmissione di informazioni pur oggettivamente esatte da parte del sanitario, senza un impegno correlativo di solida

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fedeltà — «Sono con te e per te; non ti abbandono, comunque evolva la vicenda della tua malattia» — sarebbe solo una triste parodia della verità di cui ha bisogno il malato.

Parlare o tacere?

Se confrontiamo questi orientamenti di fondo con le opinioni correnti, ci rendiamo conto che queste ultime tendono a polarizzarsi intorno a due posizioni: quella che ritiene che comunicare diagnosi e prognosi al malato sia una inutile crudeltà, e quella che propende per un rapporto improntato alla franchezza e alla trasparenza. Trattenendoci dal correre frettolosamente a un giudizio di valore, cerchiamo prima di capire le ragioni dell’una e dell’altra posizione.

Chi nella prospettiva di una prognosi infausta propende per un comportamento improntato alla reticenza e alla menzogna, adduce come motivo gli inconvenienti della verità. Non sempre la diagnosi è esatta, e ancor meno la prognosi. Molti sostengono inoltre che dire la verità costituisca una crudeltà inutile nei confronti del malato. Lo shock della comunicazione di una malattia mortale può demoralizzare il malato e precipitarlo in una depressione in cui cessa ogni lotta per continuare a vivere. Vengono citati anche casi sporadici di suicidio di persone che la conoscenza della propria situazione clinica ha sprofondato nella disperazione. Sono numerosissimi i medici, forse la maggioranza della categoria, che da queste considerazioni si sentono autorizzati a concludere che non bisogna mai dire la verità al malato, qualora ciò significhi parlargli della sua morte.

Questo atteggiamento collude con la tendenza generale nella nostra società occidentale moderna a nascondere la morte. L’«umanesimo» del nostro tempo è incline a ritenere che guardare in faccia la propria morte sia un peso insostenibile per l’uomo d’oggi; proteggere, perciò, il morente da ogni avvisaglia della propria fine è considerato un gesto filantropico, quando non addirittura di carità fraterna. In questo

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spirito si sente talvolta i familiari di un defunto, commentando la sua morte, esclamare con orgoglio; «Non si è accorto di niente!». Attribuiscono così a se stessi e all’équipe sanitaria il merito di aver celato al proprio congiunto fino alla fine la cruda realtà della morte.

Ma il tacere non comporta degli inconvenienti? Chi prende partito per la franchezza con il malato a prognosi infausta sottolinea piuttosto gli effetti negativi del silenzio. Tacere instaura per lo più un clima di ipocrisia, con esiti dolorosi tanto per il paziente quanto per i suoi familiari. Colui che deve affrontare la fase terminale della propria vita e ha il presentimento della morte si sente abbandonato proprio nel momento più difficile della propria esistenza. Gli viene sottratta la possibilità di elaborare le proprie angosce, comunicandole a qualcuno. La sofferenza morale — fatta di solitudine, incomprensione, senso di incomunicabilità — è in questi casi maggiore di quella fisica. L’aneddotica ospedaliera può raccontare inoltre episodi in cui un malato grave, al quale tutti avevano nascosto la verità, viene a conoscerla casualmente; dalla cartella clinica, o da un’osservazione imprudente di qualcuno.

Un altro ordine di considerazioni è quello propriamente etico. Il diritto alla verità viene rivendicato come un diritto fondamentale della persona ed è espressione del rispetto che le si deve. Sottraendo la verità al malato grave, gli si impedisce di vivere l’ultima fase della propria vita da protagonista. Sapendo dell’avvicinarsi della fine, avrebbe forse preso delle decisioni importanti — che possono anche comprendere la regolazione di situazioni legali e finanziarie — e soprattutto avrebbe colto l’occasione per fare quel bilancio della propria vita che costituisce talvolta un momento di spiritualità particolarmente intenso.

La prospettiva della fine prossima può costituire un’ultima tappa di crescita: non solo dal punto di vista trascendente di un’altra vita, ma anche in un orizzonte di immanenza. Nella consapevolezza della morte si possono intrecciare quei dialoghi essenziali con il coniuge, i figli, gli amici, rinviati

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per una vita intera, e che costituiscono nella loro verità la più profonda consolazione di chi resta. E forse anche di chi è costretto a lasciare la vita.

La scelta della trasparenza

Se non ci fossero delle buone ragioni tanto per l’opzione del silenzio, quanto per quella della franchezza, sarebbe un falso conflitto. Invece parliamo della verità al paziente come di un problema, perché esso costituisce sovente un conflitto reale. Ciò non ci impedisce, tuttavia, di esprimere a chiare lettere la nostra preferenza per una linea di condotta che privilegi la trasparenza. In questa direzione si muove anche la consapevolezza degli obblighi professionali dei medici, che si esprime nelle codificazioni deontologiche.

Nel più recente Codice deontologico dei medici italiani (1978), tra le regole generali di comportamento che devono guidare i rapporti con il paziente viene esplicitamente menzionata la comunicazione della prognosi almeno alla famiglia e, in ogni caso, il rispetto della volontà del paziente: «Una prognosi grave o infausta può essere tenuta nascosta al malato, ma non alla famiglia. In ogni caso la volontà del paziente, liberamente espressa, deve rappresentare per il medico un elemento al quale ispirerà il suo comportamento» (art. 30).

La formulazione prudenziale del Codice deontologico indica con chiarezza che la comunicazione della verità al malato richiede l'esprit de finesse, più che l’esprit de géométrie. Tanto il diritto alla verità del malato, quanto il dovere corrispettivo del medico di comunicargliela, sono soggetti a limitazioni. L’esigenza etica della franchezza non va intesa come un assoluto. Il medico è tenuto, in ogni caso, a modulare il suo intervento in modo che non contraddica il proprio e fondamentale impegno che ha verso il malato: quello di fare il suo bene (un impegno che si può esprimere, negativamente, secondo l’assioma classico: primum, non nocere).

Ci sono casi in cui la verità — soprattutto la cruda verità, comunicata senza tatto — può essere pregiudizievole alla

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salute globale del malato, comportando crisi cardiache, stress intenso, angoscia, idee di suicidio. L’indicazione di operare «per il bene del malato», per quanto nobile dal punto di vista etico, può facilmente giustificare comportamenti paternalistici, quando questo «bene» viene stabilito unilateralmente dal medico, al posto del malato. In questo senso costituisce un prezioso correttivo l’accenno del Codice deontologico alla «volontà del paziente». Alcune volte questa è chiaramente espressa. Ci sono pazienti che dichiarano esplicitamente al medico di non voler sapere, se hanno un cancro o una malattia mortale. La libertà e l’autonomia della persona vanno rispettate. Un «accanimento» a far sapere la verità sarebbe in questo caso condannabile moralmente.

Tuttavia la persona può cambiare opinione. Le fasi psicologiche dell’evoluzione del malato grave, studiate e diffuse dalla dott.ssa Kübler-Ross, ci hanno familiarizzato con la conoscenza di un universo emotivo in trasformazione. Se il malato con il progredire della malattia evolve, il medico non deve restare congelato nell’atteggiamento iniziale. Anche l’alleanza tra il medico e il paziente, come quella salvifica che conosciamo dalla Rivelazione, è una realtà storica e mutevole. Ciò che non era legittimo ieri, può essere un’esigenza di oggi.

La volontà esplicita del malato — «Dottore, mi dica la verità; voglio sapere» — è non di rado una realtà insidiosa. Anche se il paziente non se ne rende conto esplicitamente, la domanda può essere costruita su una restrizione mentale: «Mi dica la verità, se mi è propizia; non me la dica, se è infausta». Il medico può essere confrontato a un vero e proprio problema ermeneutico, complicato dai diversi livelli della psiche. Non sarà in grado di stabilire che cosa il paziente vuol sapere veramente, se non ha una conoscenza generale previa della persona. L’interpretazione può esigere ripetuti colloqui.

Il diritto alla verità da parte del paziente riguarda inoltre le informazioni necessarie che gli permettono di fare una scelta illuminata circa la propria vita: il trattamento medico,

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l’amministrazione dei suoi beni, i suoi rapporti umani, le sue credenze religiose, ecc. Non implica la conoscenza di tutti i dettagli dell’evoluzione della malattia, né le statistiche sui casi simili, ancor meno la durata esatta della prognosi. La trasmissione di certi dettagli sortisce più l’effetto di scoraggiare e traumatizzare il malato, che di aiutarlo a prendere lucidamente le decisioni sulla propria vita.

In un documento dell’Episcopato tedesco (Morte degna dell’uomo e morte cristiana, 1978) il problema centrale nella comunicazione di diagnosi e prognosi viene opportunamente individuato come quello del sostegno che viene offerto al malato: «Ciò che è decisivo non è solo l’esattezza di ciò che si dice, ma la solidarietà nella situazione difficile, che va di pari passo con il prognostico inquietante di una malattia. Il punto più importante, in questo caso, è che il malato durante il corso dell’ultima tappa della sua vita non si senta lasciato solo da coloro che lo curano, nel momento stesso in cui comincia ad affrontare l’angoscia della morte. Molte testimonianze recenti dimostrano a quale punto la verità che si dice al malato possa avere una influenza liberatrice sulle relazioni tra il morente e coloro che lo assistono. Questo fatto ci autorizza a sperare che cresca la disponibilità ad affrontare la verità della morte. Questa è una condizione necessaria perché il morente possa vivere in maniera umana le ultime tappe della sua vita».

Aderiamo profondamente a questo orientamento e a questo auspicio. Ma mentre lo esprimiamo, ci rendiamo conto che la verità al malato non ha solo una dimensione etica e spirituale, ma anche una istituzionale. Per formulare più direttamente il problema: è possibile comunicare con il malato e crescere insieme a lui verso la verità in istituzioni ospedaliere che non sono organizzate in modo da favorire questo rapporto? Insieme a un impegno a cambiare l'ethos dominante negli ambienti sanitari, non dovremmo impegnarci anche a cambiare ambienti pensati per la guarigione, e non anche per garantire una morte umana a chi non può più guarire?

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III. 2 - l'alleanza con il morente

Perché una medicina per chi non guarisce?

Basta qualche affermazione, spigolata a caso nel contesto di quello che si presenta come lo scenario della medicina del futuro, per procurarci un senso di malessere morale; affermazioni come quella del prof. William Schwartz, dell’Università americana di Tufts, secondo il quale «la sola maniera di ridurre i costi è di privare certe persone delle cure mediche o di negare l’assistenza per certe malattie». Richard Lamm, governatore del Colorado, ha dichiarato che si spende troppo a mantenere in vita dei vecchi giunti all’ultimo stadio della malattia; è da preferire il sistema inglese, che ha già di fatto contingentato certe cure, ad esempio privando della dialisi i 2/3 dei sofferenti di insufficienza renale: i vecchi, ovviamente 86.

Istintivamente ci ribelliamo a programmi di questo genere, ritenendoli incompatibili con le esigenze etiche più fondamentali della nostra società. Ci sembra soprattutto inconcepibile che dall’ambito della medicina, che noi amiamo rappresentarci come un’impresa tutta tesa al prolungamento della vita, possano provenire proposte intese a porre dei limiti alla somministrazione delle cure. L’opera medica ci appare sottesa dall’impegno di fornire terapia anche a chi non ha possibilità di guarire: è un elemento costitutivo della nostra concezione della medicina, con quel carattere di evidenza che attribuiamo agli imperativi etici.

Questa «evidenza» non ha un carattere naturale, ma culturale: è legata alla nostra organizzazione del sapere sull’uomo e di quel fare che costituisce la vita sociale. Non la riscontriamo in altre culture, che si sviluppano in regime

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di sopravvivenza 87. Ma anche rimanendo nella nostra tradizione occidentale, può sembrare sorprendente che tale principio non facesse parte della medicina greca. Nell’etica platonica, ad esempio, la medicina era subordinata al bene della polis', di conseguenza, se il medico avesse sottratto alla comunità risorse, destinandole alla cura di chi, in quanto destinato a una morte certa, non avrebbe mai potuto restituire dei benefici alla comunità stessa, avrebbe infranto un suo preciso dovere professionale 88. Anche Aristotele impartisce al medico il consiglio di abbandonare il malato, la cui malattia sia inguaribile 89.

Il medico ippocratico — ma possiamo dire che ciò vale per il medico dell’antichità classica tout court — doveva ispirare la sua azione al principio sovrano della «necessità della natura» (ananke physeos), con l’obbligo di astenersi in caso di malattie ritenute incurabili «per necessità». L’astensione terapeutica in tali malattie non aveva solo un carattere etico, ma addirittura religioso; procedendo così, il medico rispettava con riverenza un decreto inappellabile della physis, alla quale veniva attribuito un carattere divino; accettando di limitare la propria arte, evitava di commettere la trasgressione tipica del peccato di hybris. Questo orientamento conferisce una connotazione particolare alla philan-thropia, che pur costituiva un ideale etico del medico greco. L’amore all’uomo era subordinato all’amore alla «natura» (physiophilia); il medico era «amico dell’uomo», in quanto era devoto della physis 90.

Avvenimenti della massima importanza, equivalenti in pratica a delle rivoluzioni, si sono frapposti tra la medicina

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dei Greci e la nostra concezione dei compiti del medico. L’avvento del cristianesimo è uno di questi. Il tema patristico del Christus medicus 91 ci permette di mettere a fuoco la differenza tra le due concezioni della medicina. I Padri si compiacciono di sottolineare che, a differenza del medico, il Cristo non offre la salvezza solo a qualcuno, ma a tutti. L’universalismo della salvezza, che propriamente è un assunto teologico, si riflette nella prassi sanitaria, in quanto i discepoli di Cristo non solo rifiutano di fare discriminazioni, ma offrono preferibilmente le loro cure proprio a coloro che sono abbandonati dalla medicina ufficiale. La cura degli inguaribili e l’attenzione agli emarginati è diventata ben presto un segno caratteristico della medicina messianica e della carità cristiana. Anche in una cultura secolarizzata come la nostra è rimasta una profonda traccia di ciò che concepiamo come un obbligo verso i più bisognosi (parafrasando Croce, si potrebbe affermare che, dal punto di vista dell’etica medica, «non possiamo non dirci messianici...»).

Una seconda variazione importante è il cambiamento intervenuto nel rapporto con la natura. Anche a questo proposito dobbiamo riferirci al filo della religione cristiana, intrecciato nella trama della cultura dell’Occidente. Al cristianesimo — più precisamente, all’asse giudaico-cristiano — è stata attribuita un’azione di demitizzazione e dissacrazione della natura. Max Weber ha parlato per primo della liberazione della natura dai suoi accenti sacrali ad opera della religione biblica come di un «disincanto». Tale disincanto, inteso non come disillusione ma come approccio della natura con intento operativo, avrebbe fornito la condizione preliminare assoluta per lo sviluppo della mentalità scientifica e della tecnica.

In epoca moderna gli uomini, pienamente svincolati dal mysterium fascinosum et tremendum che emanava ancora dalla physis della medicina ippocratica, si sentiranno, secondo la

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formula di Cartesio, maîtres et possesseurs de la nature. Le conseguenze in ambito sanitario di questo atteggiamento si sono rivelate con il tempo. La medicina è andata sempre più configurandosi come un’impresa professionale rivolta a sconfiggere la natura, nel suo fluire verso la morte. Dare scacco alla morte, conquistando sempre nuovi ambiti di intervento, non è percepito come un peccato di hybris, ma come il supremo vanto della nostra medicina: una grandezza che è al tempo stesso efficientistica e dell’ordine dei valori, quindi etica.

Non siamo troppo frettolosi nel rallegrarci incondizionatamente della più nobile concezione antropologica che caratterizza la nostra pratica terapeutica. In essa sono insiti dei limiti, che con l’accentuarsi del progresso hanno cominciato a dare frutti sempre più amari. L’efficacia della medicina scientifico-tecnologica ci obbliga a considerare che non sempre l’aumento quantitativo produce un aumento qualitativo. Ciò si verifica anche nell’ambito del prolungamento della vita. Non ci riferiamo solo ai problemi sociali che derivano dall’invecchiamento della popolazione, dai costi crescenti della cura dei malati cronici e anziani e dall’impossibilità di curare tutti nella misura del desiderio soggettivo: è l’angolatura da cui provengono le proposte di economia sanitaria citate all’inizio, e che abbiamo trovate inaccettabili secondo il comune senso etico. Ma c’è qualcosa di più e di diverso: il rifiuto di una medicina intesa a dare il massimo delle cure e a prolungare la vita ad ogni costo può venire dall’individuo stesso al quale le cure sono rivolte.

Due situazioni in particolare — rare, forse, dal punto di vista statistico, ma molto significative per i problemi di fondo che sollevano — vengono a sconvolgere la pratica medica di routine: la richiesta di morire e il rifiuto delle misure terapeutiche standard. «Dottore, mi faccia morire»; «Dottore, non voglio essere curato»: due domande che pongono il medico non solo di fronte a tormentosi problemi etici, ma a una frontale rimessa in discussione dell’alleanza terapeutica. Presuppongono implicitamente che l’adoperarsi del medico

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per prolungare a tutti i costi la vita del malato non sia a suo vantaggio, ma contro di lui.

Appellarsi semplicemente agli obblighi deontologici, che proibiscono al medico di praticare l’eutanasia e gli impongono di usare i ricorsi terapeutici atti a scongiurare la morte del malato, può costituire una scorciatoia, attraverso la quale però si evita di incontrare il malato. Prendendo invece sul serio le due domande, il terapeuta — e chiunque, a qualsiasi titolo, si trovi accanto al malato inguaribile — è obbligato a confrontarsi con questioni scomode che riguardano il senso e i limiti dell’azione terapeutica.

Il discernimento della volontà di morire

L’inequivocabile problema etico maggiore della vita a termine è la volontà di morire. Non sempre, infatti, la volontà intende ciò che le parole esprimono. Sollecitare la morte può significare un rimprovero rivolto a familiari e sanitari, o un disperato richiamo ad aspetti della propria situazione, come dolore fisico persistente o solitudine, che vengono disattesi. In questi casi, quando la richiesta implicita nella domanda di morte viene soddisfatta — per esempio, il malato riceve la terapia del dolore adeguata o l’attenzione che richiede — il morente recede dal suo desiderio di affrettare la morte. Ma non possiamo escludere che la volontà di morire possa essere anche una ricerca determinata e seria di porre fine alla propria vita, quale si manifesta nel modo più chiaro nella volontà di suicidarsi.

L’etica biomedica è chiamata in causa per chiarire l’obbligo di prevenire il suicidio. Esiste il dovere morale di salvare la vita di un altro essere umano contro la sua volontà? In questo caso entrano in conflitto due specie di obblighi: quello di difendere la vita e quello di rispettare la libertà, secondo il principio dell’autonomia personale; mentre il primo giustifica l’intervento, il secondo richiede la non interferenza (nel caso in cui si sia moralmente certi che la decisione

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suicidaria è stata presa in effettiva libertà, e non sotto costrizione). Pensiamo, in concreto, al conflitto in cui viene a trovarsi un medico chiamato a fornire l’alimentazione forzata a un detenuto politico che abbia deciso lo sciopero della fame a oltranza, facendo così fallire la deliberata intenzione del suo gesto.

Solo poche voci isolate propongono il rispetto assoluto della volontà di commettere il suicidio come condizione per salvaguardare la dignità umana. Più generalmente l’Occidente ha dato la preferenza all’obbligo di salvare la vita del suicida: in passato ricorrendo per lo più alle argomentazioni religiose che riferiscono il comandamento «non uccidere» anche alla vita del soggetto stesso; oggi prevalentemente con motivazioni mutuate dall’etica laica, ivi compreso il principio giuridico secondo cui il diritto alla vita va inteso come un diritto «assolutamente indisponibile», tutelato dallo Stato anche contro la volontà dell’individuo.

Con particolare mitezza si tende oggi a valutare i tentativi di porre fine alla propria vita da parte di persone che intendono sfuggire ai dolori intollerabili e ai trattamenti disumani nella fase terminale della malattia. Anche in questi casi non sussiste, almeno dal punto di vista dell’etica cristiana, alcun valido motivo per riformulare il giudizio morale che ritiene illecito ogni attentato contro la propria vita 92. Ma non dovremmo sentirci dispensati dal riflettere sul significato profondo di tali gesti suicidiari, nei quali molto spesso si riversa una vibrata protesta contro le condizioni di vita a cui sono costretti i malati terminali.

La prevenzione del suicidio non può ridursi allora alle misure coercitive; deve estendersi piuttosto alla modifica di quelle forme più generali di malessere le cui radici vanno fatte risalire all’organizzazione sanitaria del morire. Quando

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una persona giudica la propria vita come invivibile, non basta impedirgli di porvi fine: bisogna offrirgli l’aiuto necessario perché la sua vita ritrovi la qualità umana.

Appurato che si tratti di una vera volontà di morire, un’altra opera di discernimento è affidata all’etica: la distinzione tra la volontà sana e quella patologica. Non tutti accettano che possa esistere una sana volontà di morire. Per lungo tempo qualsiasi progetto autodistruttivo nei confronti della propria vita è stato etichettato come moralmente perverso. I comportamenti sociali verso i suicidi, comprendenti perfino il rifiuto delle esequie religiose, avevano prevalentemente una funzione di deterrente, affinché non si innescasse il fenomeno dell’imitazione; la valutazione morale era, in ogni caso, di condanna. A questo atteggiamento ha fatto seguito l’epoca dell’indulgenza, ma solo perché al gesto di chi si toglie la vita è stato attribuito un carattere patologico 93. La conoscenza delle radici socio-psicologiche del comportamento suicida ha aperto la strada a un atteggiamento di maggior comprensione. Peccato... pazzia...: la volontà di morire non può essere coniugata anche con la salute, sia morale che mentale?

L’istinto naturale per la vita e l’obbligo morale di preservarla sono indubbiamente il punto di partenza dell’etica della vita fisica. Ma la volontà di morire non può essere esclusa in assoluto dal progetto di vita umana. Essa può esprimere la positiva accettazione della propria umanità, come essenzialmente limitata nel tempo. La fantasia dell’immortalità è legata all’io; talvolta ne esprime l’ipertrofia: allora è la fantasia di immortalità, non la volontà di morire, ad avere carattere patologico 94. Quando l’individuo lascia che si

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sviluppi anche la dimensione traspersonale che trascende l’orizzonte dell’io, l’abbarbicamento esasperato alla vita corporea viene superato. A un certo livello di autorealizzazione, la persona si apre a una ispirazione mistico-unitiva con il Tutto, anche al di fuori dell’esperienza formalmente religiosa.

La volontà di morire può avere anche un risvolto di ribellione all’idolatria della vita, caratteristica della cultura immanentista nella quale siamo immersi. Quando la vita fisica è considerata il bene sommo e assoluto, al di sopra della libertà e della dignità, l’amore naturale per la vita si tramuta in idolatria. La medicina implicitamente promuove tale culto idolatrico, organizzando la fase terminale come una lotta a oltranza contro la morte. Ribellarsi a tale organizzazione — che per lo più espropria il malato di ogni autonomia, sottoponendolo ai rituali chirurgici e rianimatori dell'ostinazione terapeutica — può essere anche un gesto di disobbedienza mentalmente e moralmente sano 95. Dovremmo aspettarcelo soprattutto dal credente, che la fede ha reso libero dai miti

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(l’immortalità) e dagli idoli (la vita corporea come supremo valore).

Il compito dell’etica relativamente alla vita terminale si configura in maniera crescente come un’apertura di orizzonti antropologici e spirituali. Si ha l’impressione che finora abbia predominato la funzione normativa dell’etica, stabilendo limiti e fornendo, con un lavoro in continua evoluzione, le categorie per discriminare la qualità morale dell’azione, terapeutica e umanitaria insieme, che si rivolge al morente. Le trasformazioni del morire nella nostra cultura ci forniscono stimoli e provocazioni per far emergere dal patrimonio sapienziale cristiano contributi nuovi e più creativi. Questo processo di ampiamento di orizzonti — sia detto per inciso ― corrisponde esattamente agli obiettivi che il Vaticano II attribuisce alla teologia morale, in quanto destinata a «illustrare l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di portare frutto nella carità per la vita del mondo» 96.

I problemi etici non si concentrano solo sul momento della morte, ma su tutto il periodo che la precede. Se questo non acquista il senso di «vita da vivere» fino all’ultimo istante, acquisendo qualità umana, i problemi dei malati ai quali la medicina non può più offrire la guarigione possono diventare insolubili. Senza un progresso significativo nella gestione della vita terminale, l’eutanasia rischia di apparire a molti come la sola soluzione umana a una situazione intollerabile.

Tra i compiti sapienziali prioritari dell’etica c’è il discernimento della volontà di morire. La saggezza consiste nel trovare il giusto punto di flessione, che corrisponde alla dinamica intrinseca al flusso stesso della vita. Ciò dovrà avvenire né troppo presto, né troppo tardi. Quando la volontà di vivere fosse debilitata da cause contingenti removibili, il fratello in pericolo va sostenuto (secondo le parole del poeta St. John Perse: «Et si un homme auprès de vous vient à manquer à son visage de vivant, qu’on lui tienne de force la face

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dans le vent»). Ma quando, al contrario, il naturale movimento verso la morte, che può diventare anche un’esplicita «volontà di morire» — almeno nel senso dell’accettazione dell'inevitabilità della propria fine —, fosse ostacolato artificialmente, il fratello morente va aiutato ad appropriarsi del suo destino, fino a vedere in esso una chiamata del Signore della vita. In questo compito chi assiste i morenti può rischiare di scontrarsi con l’organizzazione medico-ospedaliera del morire, centrata sulla negazione della morte e sul prolungamento forzato della vita biologica.

L’ethos dell’uomo contemporaneo nei confronti della morte è costruito intorno a due punti: il controllo di essa e l’eliminazione del dolore, compreso il dolore morale di rendersi conto di star morendo. Questa antropologia ha eliminato due dimensioni molto valorizzate in passato, specialmente in ambito cristiano: la morte come pathos (una passività di valore positivo, come occasione della crescita umana suprema); il dolore come prova, che acquista significato attraverso la simbolizzazione (croce) e l’etica (accettazione). Gli eccessi di queste posizioni, identificabili nel provvidenzialismo e nel dolorismo, andavano corretti, ma senza evacuare i valori sottesi. Riproporli, può essere il compito profetico dell’etica cristiana del morire adatta al nostro tempo.

III. 3 - la deontologia professionale dello psicoterapeuta

Spero che la serietà del discorso non sia pregiudicata, se l’avvio ci è fornito, invece che da considerazioni accademiche, da due osservazioni riconducibili all’«insostenibile leggerezza»... del fare (più che dell’essere!). La prima è desunta da un’inchiesta svolta in America, mediante l’invio di un questionario a oltre cinquemila psichiatri scelti a caso tra gli iscritti all'American Medical Association. Oggetto dell’inchiesta: le relazioni sessuali degli psichiatri con i propri pazienti. Secondo le compagnie di assicurazione professionale, negli

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ultimi tempi si sarebbe registrato un aumento di denunce nei confronti dei professionisti per questo reato. I dati sono confermati dall’inchiesta. L’indagine indica, infatti, che il 6,4 per cento degli intervistati aveva allacciato contatti sessuali con i propri pazienti. In genere si tratta di psichiatri coinvolti con un solo paziente; ma non mancano casi di recidivi. Gli autori della ricerca ne deducevano la necessità di inserire nei piani di formazione degli psichiatri specifici programmi sui rischi di abuso sessuale dei pazienti.

In questo luogo ci interessa piuttosto rilevare il commento grafico fatto dal giornale italiano che ha riportato la notizia. Il testo è accompagnato da una vignetta: uno psichiatra invita, con un gesto della mano, la paziente a sdraiarsi sul classico divano psicoanalitico; la paziente lo guarda perplessa, con un gran punto interrogativo: qual è il significato dell’invito?

Lasciamo per ora il mondo fantasmatico della nostra paziente e rivolgiamoci a quello dello psicoterapeuta. Anche qui possiamo trovare germi di dubbio e di perplessità. L’esercizio di una professione di aiuto non è disgiunto dalla paura appena abbozzata, o forse neppure emergente a livello della coscienza, di «prostituirsi». Già da più di vent’anni gli studi sociologici della scuola neo-chicagoana hanno messo in evidenza la sovrapposizione tra fenomeni devianti e fenomeni normali nella società. Si sono rilevate, in particolare, le rassomiglianze tra prostituzione e scambio sessuale normale, come avviene, per esempio, nell’ambito del matrimonio. È un tema che è stato ripreso e sbandierato dal femminismo militante.

Ma il parallelo può essere ripreso e ampliato: c’è un’analogia sconcertante tra la prostituzione e l’esercizio di una professione, comprese quelle di aiuto. Nella prostituzione, infatti, si riscontrano tre caratteristiche: la concessione di favori sessuali in cambio di un guadagno materiale; compiacenza indiscriminata nei confronti di molte persone; dissociazione delle emozioni più profonde dell’atto fisico. Questi stessi elementi si riscontrano, mutatis mutandis, nell’esercizio

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di una qualsiasi professione: prestazione di un servizio per un onorario; assenza di discriminazione nella scelta della clientela; neutralità affettiva, che porta a dissociare i sentimenti più profondi dal servizio prestato. In forza di questo parallelismo strutturale, la prostituzione è spesso chiamata la più antica professione del mondo. In forza della stessa analogia, possiamo dire che i professionisti hanno sempre paura di prostituirsi.

Ci sentiamo autorizzati a immaginare, perciò, una perplessità dello psicoterapeuta speculare rispetto a quella della paziente, che abbiamo considerato prima. Ed è precisamente questo mondo di fantasmi che noi identifichiamo come il luogo proprio della deontologia professionale. È a questo livello che emergono le questioni della legittimità, prioritarie rispetto a quelle della legalità.

La deontologia, ovvero le condizioni di legittimità

Il dibattito avvenuto negli ultimi anni sull’esercizio professionale della psicoterapia è stato monopolizzato dal problema di un quadro legislativo che offra alla psicoterapia il carattere di legalità istituzionale. Questa esigenza non va certamente sottovalutata: la situazione attuale fa pesare sull’attività psicoterapeutica l’ombra dell’abusivismo; questo, pregiudicando l’immagine sociale di colui che si occupa della guarigione dei mali di natura psichica ed emotiva, nuoce sia ai professionisti che ai loro pazienti. Prima o poi verranno varate le adeguate misure legislative che conferiranno all’esercizio della professione psicoterapeutica l’auspicata legalità.

Tuttavia l’attuale deregulation, insieme a molti svantaggi, offre anche un’opportunità: quella di approfondire le condizioni che rendono legittimo l’esercizio della professione. Non essendo garantiti dalla legge, gli psicoterapeuti sono provocati a cercare una garanzia più profonda, derivante dal senso e dalla finalità della professione. La legittimità non si

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identifica, infatti, con la legalità. Quest’ultima richiede la conformità con le condizioni richieste dalla legge. Quando la normativa fisserà con chiarezza le condizioni di esercizio della psicoterapia, basterà attenervisi per sfuggire all’accusa di abusivismo nell’esercizio della professione; «ma non avremo allora — paventa già qualcuno — l’invasione di ciarlatani garantiti dalla legge?». La legalità non produce automaticamente la legittimità, che si pone a monte.

Entriamo nell’ambito della questione della legittimità quando cerchiamo di rispondere alla domanda: «Con quale diritto fai quello che stai facendo?». La divaricazione tra legalità e legittimità è evidente nei confronti del potere politico, almeno in alcune situazioni: certi comportamenti possono essere legali, in quanto conformi a leggi tirannicamente imposte, ma cadono sotto la condanna morale che ne denuncia l’illegittimità. È qui che interviene la deontologia, nella sua preoccupazione primaria di garantire le condizioni di legittimità nell’esercizio della professione.

La prima professione che si è seriamente preoccupata di elaborare le regole deontologiche che definiscono la modalità corretta del proprio esercizio è quella medica. Anticipata dal glorioso giuramento di Ippocrate e dalla tradizione che imponeva al medico norme di comportamento obbliganti in determinate situazioni, la deontologia del medico ha ricevuto nel secolo scorso una sua codificazione precisa. Il primo Codice medico ufficiale è, in ordine cronologico, quello emanato dall’American Medical Association nel 1847.

Ben presto il riferimento al Codice deontologico diventava il principale strumento per demarcare i medici seguaci della scienza medica ufficiale — unici detentori, in pratica, della delega da parte della società di esercitare l’arte sanitaria — dai «guaritori» di vario genere, non autorizzati. L’elaborazione di un Codice deontologico medico ha giocato una parte non irrilevante nella divisione presso l’opinione pubblica dei sanitari in due categorie: i medici attendibili e i ciarlatani.

Tenendo presente il modello medico, ci rendiamo conto

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che la deontologia professionale svolge un ruolo molteplice: legittima socialmente una modalità di esercizio della professione, differenziandola dalle altre; serve a costituire un corpo professionale omogeneo, grazie all’impegno di solidarietà e lealtà reciproche che assumono coloro che si astringono all’osservanza delle stesse norme; esplicita le «regole del gioco» che reggono la professione; favorisce un rapporto di fiducia presso gli utenti, i quali sanno così quali comportamenti possono aspettarsi dai professionisti «seri».

La medicina ha sentito la necessità di elaborare delle regole deontologiche per la natura particolare della professione, che prevede l’accesso di un estraneo nell’area dell’intimità corporea di un’altra persona. Nel caso della psicologia clinica il rapporto tra la deontologia e il lavoro professionale è ancor più serrato. La realtà che viene «manipolata», infatti, in questo caso non è il corpo, bensì quel supremo foro dell’interiorità che chiamiamo psichismo: pensieri, emozioni, ricordi, sentimenti.

Oltre al pudore che ci fa difendere il corpo, non esiste un’altra forma a protezione della sfera psichica della nostra realtà. Il rapporto psicoterapeutico ha una particolare delicatezza e fragilità per le interferenze fantasmatiche che in esso si realizzano. Un fiume sotterraneo di paure lo attraversa nei due sensi: paura dello sfruttamento e della seduzione, dello smantellamento di sé e della perdita dell’autonomia, dell’utilizzazione strumentale e del plagio, della violenza che passa per le vie tortuose del ricatto affettivo e della persecuzione.

Nei confronti di tali paure paranoiche le regole deontologiche agiscono in senso preventivo e profilattico, impedendo che si solidifichino e acquistino maggiore consistenza. Come tutte le norme di natura deontologica, servono a incrementare un rapporto di fiducia tra l’utente e il professionista, indispensabile per l’esercizio armonioso della professione stessa.

Mantenendoci ancora nell’ambito generale del concetto stesso di deontologia professionale, possiamo aggiungere che questa si colloca tra la legge e l’etica, senza identificarsi né

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con l’una, né con l’altra. Il termine in se stesso può essere fuorviarne, se lo prendiamo nella sua accezione etimologica. Nel suo conio originario (il primo a usarlo è stato il filosofo Jeremy Bentham nell’opera Deontology, or the science of morality, pubblicata nel 1834) aveva una valenza filosofica: tracciava i contorni dell’etica come scienza del «conveniente». Bentham intendeva proporre il principio utilitaristico come origine e fine del diritto, sostituendo la norma morale con la tendenza a seguire il piacere e a fuggire il dolore. Una sfumatura utilitaristica è rimasta nell’accezione moderna di deontologia, in quanto è finalizzata al vantaggio della professione che la elabora; tuttavia non equivale a una dottrina etica che si propone di normare l’agire umano secondo dei criteri di bontà morale.

Più di recente è prevalso l’uso giuridico del termine, che fa della deontologia l’equivalente del diritto professionale, ossia dell’insieme di diritti-doveri che impone ai professionisti l’esercizio della loro professione. Il concetto di deontologia che proponiamo non si lascia ridurre né all’etica, né alla legge. Le osservazioni precedenti sulla legalità e legittimità dovrebbero aver chiarito a sufficienza che la deontologia non si limita a esplicitare le condizioni in cui l’esercizio della professione è conforme alla legge. Un altro elemento di differenziazione è costituito dal fatto che le norme deontologiche non sono imposte da un’istituzione giuridica: esse sono elaborate dai professionisti stessi, attraverso gli organi rappresentativi: decidono di seguirle per una valutazione autonoma delle condizioni ottimali di funzionamento della professione.

L’etica, da parte sua, riflette sui principi ai quali ispirare il comportamento umano, in relazione alle domande sul bene e sul male, il giusto e l’ingiusto, il doveroso e il lecito. È chiaro che un’alta ispirazione morale è qualificante per professioni, quali sono quella del medico e dello psicoterapeuta, in cui ci si rapporta a un’altra persona sofferente per restituirla al benessere. Non è compito, tuttavia, della deontologia creare o alimentare tale atteggiamento ideale. Essa

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potrà essere chiamata, piuttosto, a porre un freno al possibile degrado patologico della volontà di far del bene, quando questa minacciasse di violare l’autonomia della persona che si trova in stato di bisogno fisico o psichico.

L’apporto della deontologia alla formazione della professionalità dello psicoterapeuta

Che cosa autorizza il professionista della salute mentale a intervenire con la terapia nel mondo psichico di un’altra persona? Sotto la trama delle norme, apparentemente arbitrarie, che costituiscono un Codice deontologico, individuiamo l’intenzione profonda di rendere ragione di ciò che costituisce la specifica professionalità dello psicoterapeuta, e quindi di giustificare perché fa quello che fa.

La volontà di aiutare non è una condizione sufficiente per giustificare l’intervento psicoterapeutico. La morale individuale a cui si aderisce può prevedere l’obbligo di assistere, con le proprie risorse materiali e spirituali, il prossimo in necessità. Ma lo spirito missionario, anche se espressione autentica di un essere umano che ha superato il narcisismo solipsistico per aprirsi alla dimensione della reciprocità, non conferisce di per sé un diritto a entrare nello spazio psicologico dell’altro. La professione psicoterapeutica non si può fondare sulla missionarietà: correrebbe il rischio di trasformarsi, prima o poi, in sottili forme di terrorismo. Le regole deontologiche costituiscono un contrappeso alle buone intenzioni, impedendo loro di scivolare verso la china delle relazioni «infernali».

Esclusa la missionarietà dell’operatore, la fondamentale condizione di legittimità della relazione terapeutica in quanto rapporto professionale rimane la richiesta di aiuto da parte del cliente. Subito si affaccia una questione di primaria importanza: basta il consenso, o è necessario un appello esplicito, che esprima un desiderio personale di entrare nel rapporto terapeutico? La questione del consenso

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«informato» 97 ritorna in tutti i Codici deontologici degli psicologi che svolgono la ricerca (particolare sensazione e divergenza di opinioni suscitano i procedimenti degli psicologi sociali che presuppongono l’inganno sistematico del soggetto sperimentale) 98.

La deontologia degli psicologi clinici, preoccupata di definire le condizioni che rendono possibile la relazione terapeutica, deve tener conto di una molteplicità di situazioni: clienti adulti o non ancora maggiorenni, ricoverati in istituti di cura o accedenti di propria iniziativa allo studio dello psicoterapeuta che esercita la libera professione, pazienti nevrotici o psicotici, con l’intervento o meno di un terzo pagante... In genere ci si allinea sulla condizione che all’inizio ci sia almeno il consenso. Lo psicoterapeuta si impegna, perciò, a rifiutare le situazioni in cui la sua opera costituirebbe una collusione con quanti esercitano una pressione — giuridica, psicologica o morale — sul paziente. La psicoterapia equivale a un’alleanza stabilita non con chi detiene di fatto l’autorità, ma col paziente.

I «contratti terapeutici», invalsi nella prassi di diverse scuole psicoterapeutiche, vogliono esprimere precisamente tale ancoraggio del rapporto terapeutico a una volontà previa del cliente, indipendentemente sia da quella del committente, sia da quella dello psicoterapeuta. Questi è consapevole che l’alleanza terapeutica è una realtà molto meno lineare e univoca di quello che vuol sembrare: è insidiata in profondità da reticenze, opposizioni, rifiuti, volontà inconscia di far fallire il terapeuta, oltre che da tutti i problemi controtrasferali di quest’ultimo; la domanda originale, inoltre, può — anzi, spesso deve — trasformarsi nel corso del processo terapeutico.

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Tutto ciò ci rende avvertiti che la corrispondenza tra la domanda e l’offerta in psicoterapia è di natura particolare, non equiparabile a quella che si realizza in altri tipi di transazioni. Tuttavia l’aggancio alla domanda, o più germinalmente al consenso, rimane una prima fondamentale condizione di esercizio legittimo della psicoterapia. Due comportamenti, di conseguenza, rimangono deontologicamente inammissibili: la subordinazione strumentale a chi detiene l’autorità e la manipolazione del paziente per suscitare un consenso con lo psicoterapeuta.

Una seconda condizione fondamentale legittima la professione della psicoterapia; la competenza dello psicoterapeuta. Il dibattito sull’inquadramento legale della professione è valso a mettere in evidenza che le condizioni requisite dalla legge per garantire una buona professionalità devono riposare su un accordo previo circa la competenza necessaria per instaurare il rapporto terapeutico. Non basta una conoscenza esaustiva delle realtà psicologiche per costituire tale competenza. Neppure il più ineccepibile sapere scientifico, ratificato da lauree universitarie, diplomi o attestati, può da solo fornire la garanzia della professionalità dello psicoterapeuta.

Da questo punto di vista, è pienamente comprensibile la richiesta, emersa dal dibattito recente, che l’accesso alla professione psicoterapeutica non dipenda unicamente dal conseguimento di una laurea, ma sia subordinato a un training didattico formale. Il rapporto di familiarità con le realtà psicologiche che conferisce una competenza psicoterapeutica è solo quello che si acquisisce sottoponendosi personalmente al processo della terapia. Per mutuare una formula a effetto attribuita a Cari Whitaker, chi pretende di stare nella posizione one up, senza essere prima stato in quella di one down, dà prova di malafede.

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Codici deontologici di psicoterapeuti

La deontologia non si costituisce mediante affermazioni di principi generali, dedotti da un sistema etico. Le norme deontologiche derivano, piuttosto, da una riflessione concreta sulla prassi professionale e sono finalizzate al buon funzionamento della professione. Di qui l’importanza dei Codici deontologici. Ancora una volta la professione medica costituisce un riferimento privilegiato 99. Essa ha elaborato il suo Codice deontologico prima di altre professioni, lo ha periodicamente aggiornato o riformulato, vigila mediante gli organismi appropriati affinché sia osservato dagli iscritti all’Ordine.

Gli psicologi italiani soci della SIPs hanno elaborato anch’essi un proprio Codice deontologico (approvato dall’assemblea generale il 24.9.1981). Comprende «l’insieme dei principi e degli orientamenti a cui ogni psicologo deve ispirarsi e delle regole che egli deve osservare nell’esercizio del suo lavoro e della sua professione». I doveri deontologici dello psicologo sono suddivisi, secondo uno schema già presente nelle opere di deontologia medica del XIX secolo, in rapporto all’utenza, alla committenza, ai colleghi e alla società.

Nel campo della professione psicoterapeutica non mancano esempi di Codici deontologici, sia in Italia che all’estero. Tra i più recenti, segnaliamo quello elaborato dall’Associazione Psicoterapeuti Italiani (depositato legalmente nel settembre 1985). Anche alcune scuole psicoterapeutiche hanno elaborato un Codice riconosciuto dai propri membri: così l’Associazione Europea di Analisi Transazionale

Le norme deontologiche più ricorrenti sono quelle relative agli ambiti che nella pratica professionale si sono rivelati a più alto rischio: la tutela della confidenzialità, il pericolo dello sfruttamento economico, la gestione delle pulsioni sessuali

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e aggressive. A titolo esemplificativo, nel Codice deontologico dell’ASPI leggiamo: «Lo psicoterapeuta deve attenersi alla regola del segreto professionale» (art. 9, con la specificazione casistica delle situazioni in cui la rivelazione del segreto è consentita); «Lo psicoterapeuta si opporrà ad ogni atto di violenza, dannoso a persone o a cose. Inoltre, consapevole dei contenuti distruttivi, rispetterà la regola di non passare mai, in ogni caso, all’atto sessuale, data la situazione transferenziale del cliente e la necessità di tutelare l’affidabilità della terapia» (art. 16); «È vietato qualunque accordo che favorisca l’invio di altri clienti dietro corrispettivo economico» (art. 27).

La formulazione tipica di un Codice deontologico è fatta, come si può osservare, nei termini prescrittivi dell’etica (lo psicoterapeuta «deve», «non deve», «è illecito», «è vietato», ecc.). L’intento, tuttavia, è quello che abbiamo più sopra indicato come caratteristico della preoccupazione deontologica: non tanto indicare il comportamento «buono» in senso morale, bensì quello «corretto» in senso professionale. In altre parole, le norme deontologiche circoscrivono il comportamento al quale il professionista intende attenersi, in quanto coerente con la concezione che egli ha maturato del fine della professione stessa, degli atteggiamenti che lo agevolano e di quelli che lo ostacolano.

L’elaborazione di un Codice di deontologia professionale, nel quale il più alto numero di psicoterapeuti, al di là dei diversi indirizzi e scuole di appartenenza, possa riconoscersi, appare il compito più pressante, rispetto alla situazione che sta attraversando la psicoterapia nel nostro Paese. Proprio perché la questione della legittimità è prioritaria rispetto a quella della legalità, l’accordo su un Codice di deontologia precede in urgenza la costituzione di un Albo di psicoterapeuti e la stessa legalizzazione dell’esercizio della professione. Il lavoro di elaborazione di un Codice ha un valore pedagogico per i professionisti che esercitano la psicoterapia: li obbliga a riflettere sulle condizioni di fondo che costituiscono la loro professionalità, crea una base di consenso sugli

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standard professionali e contribuisce a socializzare nella professione i nuovi psicoterapeuti.

Tutto è, dunque, roseo e innocente nell’ambito della deontologia professionale? Non sarà fuori luogo, prima di concludere queste considerazioni, fare almeno un cenno evocativo della parte che spetta all’avvocato del diavolo... L’interesse per le codificazioni deontologiche può servire anche cause meno nobili, come gli interessi corporativistici dei professionisti. La correttezza deontologica può costituire, com’è stato detto efficacemente, un sistema raffinato per «essere morali in luoghi immorali»... 100.

L’ipocrisia, che minaccia ogni persona e ogni gruppo organizzato, acquista in questo caso il volto concreto del doppio standard: sotto la patina della correttezza formale, a cui si attengono i professionisti, la professione brulica di incoerenze e trasgressioni rispetto alle esigenze morali. Il «buon» professionista può diventare così «l’uomo buono nel peggior senso della parola», di cui parla Mark Twain!

La deontologia professionale può trasmutarsi in una caricatura dell’etica: questa eventualità va tenuta presente. Non per rinunciare all’impresa di costruire dei parametri deontologici per gli psicoterapeuti solidi e trasparenti, bensì per non cadere negli inganni dell’impresa stessa.

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FONTI

Indicare le fonti in cui alcuni dei contributi che costituiscono il libro sono già stati pubblicati è per l’Autore più che un obbligo di correttezza: è un dovere di riconoscenza. La spinta centrifuga, infatti, che viene dalle diverse sollecitazioni, se da una parte distoglie dalla realizzazione di un progetto di lavoro più sistematico e profondo, dall’altra costituisce una notevole fonte di stimoli: dà concretezza alla riflessione, la feconda di nuovi punti di vista, la protegge dal solipsismo mediante l’obbligo del confronto.

― La malattia e la saggezza del corpo: costituisce una comunicazione tenuta al congresso di psichiatria «Le Psicosi e la Maschera» e pubblicata nel volume di atti omonimo, Roma 1986, pp. 259-256.

― Dimensioni spirituali del corpo: è la nuova stesura, in parte modificata, di un contributo all’opera collettiva: B. Calati (a cura di), Spiritualità. Fisionomia e compiti, Roma 1981, pp. 203-211.

― Il corpo e il rito: rielaborazione di una riflessione richiesta dall’istituto di Liturgia Pastorale per il convegno di studio su «Comunicazione e ritualità» (Torreglia, 6-8 maggio 1985), proposta originariamente con il titolo: «Il linguaggio del corpo e la comunicazione rituale».

― I comitati per un'etica del dialogo: pubblicato originariamente nella rivista «FPM. Giornale Italiano per la Formazione Permanente del Medico» 15 (1987), n. 2, pp. 118-133,

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col titolo: «I comitati di etica: funzione sociale e pedagogica».

― L’alleanza con il morente: il capitolo rielabora in parte una relazione tenuta al congresso dei moralisti italiani (Firenze, 1-4 aprile 1986) sul tema dell’eutanasia. La relazione è stata pubblicata per intero nel volume di AA.VV., Eutanasia, ed. Dehoniane, Bologna 1987, pp. 101-120.

― La deontologia professionale dello psicoterapeuta: relazione tenuta nella giornata di studio organizzata dall’Associazione Psicoterapeuti Italiana (Roma, 20 marzo 1987) sul tema della deontologia professionale.

― Gli ideali etici nella professione del medico, ieri e oggi: il capitolo ripropone il materiale confluito nella voce «Medico», redatta per il Nuovo dizionario di teologia morale, ed. Paoline (in corso di stampa).

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INDICE

INTRODUZIONE - Un’arte della guarigione per l’epoca postmoderna

I. UN’ALLEANZA NUOVA CON IL CORPO

1 - Il corpo come espressione e come comunicazione

17 2 - La malattia e la saggezza del corpo

17 Malattie per guarire

20 La malattia come evento biografico

26 «Io sono la mia malattia»

29 3 - Dimensioni spirituali del corpo

29 Spiritualità del corpo: una contraddizione in termini?

30 Il corpo nella cultura olistica della salute

30 Salvezza per il corpo nel rinnovamento carismatico

39 L’uomo e i suoi corpi: la conoscenza esoterica

41 Verso una spiritualità cristiana del corpo

46 Riflessioni conclusive

170

47 4 - Il corpo e il rito

47 La liturgia sul modello della comunicazione angelica

50 Coscienza religiosa di sé e rifiuto del corpo

51 Ritualità e inconscio

54 Corpo e comunicazione

57 II. LA MEDICINA SOTTO IL SEGNO DELL’ALLEANZA

57 1 - Gli ideali etici nella professione del medico, ieri e oggi

49 Medico ippocratico e/o medico cristiano

63 Christus medicus: le implicazioni etiche di un tema teologico

68 Essere medico nella prospettiva messianica

74 Essere medico nella cultura della complessità

79 2 - I Comitati per un’etica del dialogo

79 Attraverso i Comitati, l’etica rientra in medicina

91 Comitati nazionali

99 Comitati di etica negli ospedali

113 3 - Il «Dipartimento di Scienze umane»: un progetto pilota

113 Il malessere della sanità

115 Il recupero antropologico del soggetto

118 Un progetto di Dipartimento

122 La pluralità dei bisogni dell’uomo malato

128 Vecchi e nuovi bisogni etici nella sanità

132 L’intelligenza del senso

171

137 III. FIGURE DELL’ALLEANZA IN MEDICINA

137 1 - La verità al malato

137 La verità e l’esigenza di una «nuova personalizzazione» della medicina

140 Parlare o tacere?

142 La scelta della trasparenza

145 2 - L’alleanza con il morente

145 Perché una medicina per chi non guarisce?

149 Il discernimento della volontà di morire

154 La deontologia professionale dello psicoterapeuta

156 La deontologia, ovvero le condizioni di legittimità

160 L’apporto della deontologia alla formazione della professionalità dello psicoterapeuta

163 Codici deontologici di psicoterapeuti

167 FONTI

[quarta di copertina]

La piena salute propone testi che, pur nascendo sul terreno della medicina, della psicoterapia o della teologia pastorale, tengono presenti le esigenze dell'essere umano nella sua totalità e concepiscono l’impresa terapeutica come un’opera di sintesi, da cui non è esclusa la dimensione spirituale dell’uomo.

Fino a pochi anni fa, l'etica sembrava rilevante solo nei comportamenti della vita privata e in alcuni aspetti della vita sociale (guerra, giustizia sociale); oggi, invece, essa è riferita alla biologia e alla medicina, anzi è divenuta una delle questioni maggiori nel dibattito culturale, assurgendo al rango di disciplina, la «bioetica», come risposta alle sfide del progresso tecnologico, sempre più sofisticato, e con il compito di suggerire orientamento in situazioni conflittuali.

Secondo l'Autore, docente di Bioetica presso l’Università di Firenze e direttore del «Centro Studi Famiglia», la medicina deve recuperare la prospettiva della totalità dell’essere umano, ossia deve considerare il paziente come persona dall’unità psicosomatica che non può essere settorializzata. Ma se è vero che il medico deve considerare il paziente nella sua totalità, anche quest’ultimo deve prendere coscienza della propria unità psicofisica e valutare la malattia che lo colpisce non solo come una «follia», ma anche come «saggezza» del corpo. Questo il significato dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, che è poi il senso del guarire nell’epoca contemporanea.

In altri termini, l’Autore si batte per una nuova cultura della salute che rifiuti la «cosificazione» del paziente e il soffocamento dell'arte medica per «obesità scientifica». In questo libro, scritto in uno stile fluido e gradevole, si parla anche dei «Comitati di etica a livello nazionale e ospedaliero» sorti oramai in molti Paesi, i quali si rivelano interessanti e utili servizi di consulenza e di condivisione umana a quanti spetta a volte di prendere gravi decisioni.

1 D. Morris, L’uomo e i suoi gesti, tr. it., Milano 1978.

2 Pensiamo, per es., alla fortunata opera di J. Fast, Body language, 1970, (tr. it., Il linguaggio del corpo, Milano 1977), a cui si deve la popolarità del termine «linguaggio del corpo». Dello stesso Fast si veda anche Il corpo parla, tr. it., Milano 1979. Numerose sono le opere dello stesso genere. Ci limitiamo a ricordare: R. Kurtz - H. Prestera, Il corpo rivela, tr. it., Milano 1978 e J. Dropsy, Vivere nel proprio corpo, tr. it., Milano 1981.

3 D. Morris, La scimmia nuda, tr. it., Milano 1975.

4 S. Spinsanti, Il corpo nella cultura contemporanea, Brescia 1982.

5 Si veda in particolare W. Pasini - A. Andreoli, Eros et changement. Le corps en psychotherapie, Paris 1981.

6 D. Beck, La malattia come autoguarigione, tr. it., Assisi 1985.

7 Per la descrizione del contenuto e della dinamica dei seminari si veda E. Kübler-Ross, Working it through, New York 1982.

8 V. von WeizsäckerKörpergescheben und Neurose, Stuttgart 1947. Si tratta questa di una riedizione successiva, fatta dietro sollecitazioni di Alexander Mitscherlich. Per la prima volta fu pubblicato nella «Internationale Zeitschrift fiir Psychoanalyse», diretta da Freud, nel 1932.

9 V. von WeizsäckerNatur und Geist, Göttingen 1945, pp. 134 s.

10 V. von WeizsäckerBegegpungen und Entscheidungen, Stuttgart 1949, p. 58.

11 La lettera di Freud, non inclusa nel suo epistolario, è riportata integralmente da V. von Weizsäcker in Natur und Geist, cit., p. 125. Altre lettere di Freud a von Weizsäcker sono andate purtroppo distrutte durante la Seconda Guerra mondiale.

12 Già agli inizi del movimento psicoanalitico in una lettera a Fliess Freud aveva formulato il principio metodologico del «come se». «Non tendo affatto a conservare l’elemento psicologico senza la base organica. Tuttavia, oltre alla convinzione, non ho nulla, né di teoretico né di terapeutico, su cui fondarmi, e perciò devo comportarmi come se fossi di fronte solamente a fattori psicologici»: S. Freud, Le origini della psicoanalisi, Lettere a Wilhelm Fliess 1877-1902, Torino 1968 (lettera 96).

13 V. von WeizsäckerMeines Lebens bauptsächliches Bemühen, in H. Kern (a cura di), Wegweiser in der Zeitwende, München-Basel 1955, pp. 257 s.

14 V. von WeizsäckerWege psychophysischer Forschung, in Arzt und Kranker, Leipzig 1941, 1, p. 198.

15 V. von WeizsäckerPathosophie, Göttingen 1967, p. 346.

16 Cf. V. von WeizsäckerDer Kranke Mensch, Stuttgart 1951, p. 352.

17 V. von WeizsäckerGrundfragen medizinhcher Anthropologie, Tübingen 1948, p. 27.

18 Cf. J. Sarano, Significato del corpo, tr. it., Roma 1975, pp. 47 ss. Oltre che il fondamento filosofico dell’atteggiamento dualista, Sarano ne illustra la funzionalità. Il dualismo può svolgere il ruolo di momento e di strumento della totalità personale. La supremazia del Sé sul corpo anima l’impegno etico della lotta contro la malattia.

19 Si veda, come una chiara indicazione di tendenza, The holistic health handbook. A tool far attaining wholeness of body, mind and spirit, Berkeley 1979.

20 A. Ancelin-Schutzenberger - M.J. Sauret, Il corpo e il gruppo, tr. it., Roma 1978, p. 126.

21 La letteratura sul rinnovamento carismatico comincia ad essere notevole. Con speciale riferimento alla situazione italiana si veda M. Panciera, Il rinnovamento carismatico in Italia, Bologna 1977, corredato di abbondante bibliografia. Le opere più autorevoli sul ministero delle guarigioni sono quelle di E. Mac Nutt, Il carisma delle guarigioni, tr. it., Alba 1977, e M. Scanlan, Inner Healing, New York 1974. Un esauriente capitolo dedica all’argomento R. Laurentin, Il movimento carismatico nella Chiesa cattolica. Rischi e avvenire, tr. it., Brescia 1976, pp. 120-151.

22 Tuttavia alcuni teologi riformati hanno continuato ad interessarsi al carisma delle guarigioni. Vedi: B. MartinDie Heilung der Kranken als Dienst der Kirche, 1949; D. HochHeil und Heilung, 1954; H. DoerertDas Charisma der Krankenheilung, 1960.

23 Per un bilancio storico delle esperienze di guarigioni carismatiche agli ambienti di lingua inglese della Riforma si veda L.D. Weathernead, Psychology, Religion and Healing, New York 1951.

24 D. GelpiPentecostalism: a theological viewpoint, Paranus 1971, p. 154.

25 Cf. J. Pichler, I carismatici cattolici. Ricerca sociologica, tr. it., Brescia 1976, pp. 152 s.

26 R. Laurentin, op. cit., p. 121.

27 Il tema della guarigione interiore (o della rilevanza della fede per l’equilibrio e la guarigione) è stato trattato da teologi di indirizzo esistenzialista, in particolare P. Tillich.

28 La guarigione può essere considerata anche come un processo di restaurazione dell’unità della persona, che domanda interventi differenziati. «La guarigione si produce quando tutte le condizioni sono realizzate. Ci sono anche condizioni di ordine emozionale che possono essere rese presenti da quelli che sono formati in psicoterapia; e finalmente la guarigione richiede condizioni di natura spirituale, che non possono essere pienamente viste e facilitate che da quelli che sono formati e sperimentati nella viva tradizione della Chiesa cristiana. Tutti questi uomini, insieme, possono costituire un’“equipe” utilissima per il servizio del Signore». M. Kelsey, Healing and Chrhtianity, New York 1973, p. 359.

29 Le opere di Carlos Castaneda hanno avuto in Italia un notevole successo di pubblico. Va segnalata in primo luogo la trilogia: A scuola dallo stregone (1970), Una realtà separata (1971), Viaggio a Ixtlan (1972), integrata dalle opere successive L'isola del Tonai (1975) e Il secondo anello del potere (1978).

30 La teosofia ha diffuso la nozione della pluralità dei corpi, nei quali l’uomo abita, e la dottrina del «corpo sottile», secondo cui il corpo fisico sarebbe solo l’esteriorizzazione di un’invisibile incorporazione della vita psichica; anche il corpo sottile sarebbe di ordine materiale, ma di una natura più dinamica della sua cornice fisica sensibile, cf. G.R.S. Mead, The doctrine of the subtle body in Western tradition, London 1967; A. Besant, Man and his bodies, London 1896. Un’esposizione molto informativa sull’insieme delle dottrine esoteriche sul corpo è offerta da D.T. Tansley, The subtle body, London 1977.

31 Una rassegna completa delle dottrine arcane ed esoteriche del corpo, secondo le varie membra, nel volume enciclopedico di B. Walter, Body magic, London 1979.

32 La Preghiera per domandare a Dio il buon uso delle malattie, di B. Pascal, è il capostipite illustre di una straripante letteratura ascetico-consolatoria, che non ha conservato la nobiltà e l’equilibrio che pur erano presenti in Pascal. L’immagine del corpo che traspare in quelle opere rasenta talvolta il manicheismo. Per un’analisi di tale letteratura, cf. S. Spinsanti, Etica cristiana della malattia, Roma 1971. In quella sede abbiamo anche ricostruito le dipendenze della letteratura ascetica sulla malattia dalla scuola di spiritualità che fa capo.a P. de Berulle.

33 Cf. D. GeorgeCorps (spiritualité et hygiene), in Dict. de Spirit., II-2, Paris 1953, c. 2342.

34 Specchio di perfezione, n. 27, in Fonti francescane, I., Assisi 1977, pp. 1333 s.

35 Per un esempio dell’assimilazione delle istanze dello human potential movement in un progetto di spiritualità cristiana, cf. T. Rowe, Wholeness. Body, mind and spiritual man, London 1976. L’antropologia biblica, costruita su una triplice scansione dell’umano — corpo anima e spirito — offre possibilità integrative maggiori di qualsiasi antropologia dualistica. Cf. B. De Geradon, Le coeur, la langue, les mains. Une vision de l’homme, Paris 1974.

36 Si veda il capitolo dedicato all’integrazione del corpo in V. Truhlar, Concetti fondamentali di teologia spirituale, Brescia 1971, p. 72: «Bisogna inserire anche il corpo nella ricerca della via esperienziale, mettere anch’esso nell’impegno generale dell’uomo intero, affinché non sia un ostacolo, ma piuttosto un elemento che porta all’esperienza e che si unisce armonicamente nella percezione del proprio essere e dell’essere assoluto, nonché nell’estensione di questa percezione e di questo senso, in tutti i campi della vita umana... All’interno della realtà umana anche il corpo viene percepito e come penetrato dal senso dell’assoluto (Dio)».

37 H. Rosso - C. Chabaguier, L’expression corporelle, Paris 1974, p. 27.

38 J. Salk, La sopravvivenza dei più saggi, tr. it., Roma 1977.

39 Cf. A. Guy, Donner corps à la voix, in «Esprit», n. 62, febbraio 1982 (numero monografico dedicato a Le corps... entre illusion et savoirs), pp. 200-205. A questa luce va considerata tutta la tradizione iconografica che attribuiva agli angeli la musica strumentale. Lo strumento musicale illustra la concezione «strumentale» del corpo, che la Scolastica ha assunto dall’aristotelismo. Attribuito all’angelo, lo strumento musicale diventa il simbolo più felice di questi esseri senza corpo, che sono tuttavia dei punti di trasmissione del messaggio.

40 La metafora del figlio generato dall’orecchio risale a una formula di sant’Agostino: maritus sermo est et uxor auricola.

41 Un giudizio storico documentato si veda in F. Bottomley, Attitudes to the body in western Christendom, London 1979.

42 Cf. l’esemplare trattazione della corporeità di Gesù ad opera di H. Wolff, Gesù, la maschilità esemplare, tr. it., Brescia 1979, con il ricorso agli strumenti offerti dalla psicologia dinamica di Jung.

43 Per una rassegna di tali movimenti, cf. S. Spinsanti, Corporeità, in AA.VV., Diakonia; si veda anche D. Kamber - Ch. Wulf, Die Wiederkehr des Körpers, Frankfurt 1982.

44 Si veda U. Voelker (a cura di), Humanistische Psychologie, Weinheim-Basel 1980, specialmente il cap. «Der Körper und die gesunde Persönlichkeit», pp. 219-226. Una chiara presentazione della psicologia transpersonale è il volume di K. Wilber, Oltre i confini, tr. it., Assisi 1985.

45 Questo uso del corpo per sperimentare la trascendenza non è che un caso particolare di una più vasta penetrazione della cultura nel corpo stesso: «Il corpo sociale esercita una pressione sul modo in cui il corpo fisico è percepito. L’esperienza fisica del corpo, sempre modificata dalle categorie sociali attraverso le quali esso è conosciuto, conferma un particolare modo di vedere la società. C’è un continuo scambio di significato tra questi due generi di esperienza corporea, sicché ognuno rafforza le categorie dell’altro»: M. Douglas, Natural symbols: explorations in cosmology, London 1970, p. 65. Il corpo fisico come noi lo percepiamo è dunque un segmento della nostra «costruzione sociale della realtà». Ma malgrado la restrizione delle percezioni e dei processi cognitivi ad opera della società, attraverso il mio corpo talvolta capisco di più di quello che so attraverso la mia società.

46 Cf. A.H. MaslowReligions, values, and peak-experiences, New York 1970.

47 La distinzione tra inconscio inferiore e super-inconscio, o inconscio superiore, teorizzata da Roberto Assagioli, è comunemente assunta nell’ambito della psicologia transpersonale, che vuol essere una «psicologia dell’altezza», oltre che del profondo: cf. R. Assagioli, Psicosintesi, Roma 1977, pp. 170 s.; si veda anche L. Boggio Gilot, Uomo moderno e nevrosi, Cinisello Balsamo 1987/3.

48 Cf. J. Benthall - T. PolhemusThe body as a medium of expression, London 1975.

49 Una buona sintesi è Il corpo vissuto, un’antologia di scritti di M. Merleau-Ponty a cura di F. Fergnani, Milano 1979.

50 Eph., 7.

51 Acta apostolorum apokrypha, a cura di R.A. Lipsius e M. Bonnet, Leipzig 1983, vol. II, p. 2060.

52 Cf. Sermo 88, 7; PL 38, 543.

53 Sermo 155, 10; PL 38, 846 s.

54 Gerolamo, Dial. contrPel. III, 11; PL 23, 608.

55 Ambrogio, Ps 40, 14; CSEL 64, 237.

56 Cf. Sermo 302, 3; PL 38, 1387.

57 Opera III, 1, 1.

58 Contra Celsum 7, 60.

59 In laudem Basilii, 43.

60 Cf. STh., I-II, q. 95, a. 3.

61 Cf. STh., I-II, q. 91, a. 2.

62 R. Savatier, Déontologie, in Encyclopaedia Universalis, Paris 1971, vol. V, pp. 436-439.

63 Una raccolta della codificazione relativa alla pratica medica è fornita dal volume Documenti di deontologia e etica medica (a cura di S. Spinsanti), Cinisello 1985.

64 È la posizione rappresentata da M. Barni - G.A. Morelli, L'insegnamento dei diritti dell’uomo: tra etica e deontologia medica, in «Federazione medica», 37, n. 1 (1984), pp. 83-85. Trattandosi di una relazione ufficiale alla XXXV Assemblea Medica Mondiale, nella giornata di studio dedicata all’etica medica (Venezia, 28 ottobre 1983), la posizione può essere considerata rappresentativa del mondo medico italiano. La tesi sostenuta è che, essendo la deontologia la disciplina di quanto realizza un dovere per il medico, «anche i principi che si ispirano all’etica e alla morale medica devono essere in essa ricompresi»; alla deontologia va ricondotto «ogni argomento che ispiri ed obblighi un “giusto” comportamento professionale». La preoccupazione concreta che trapela dietro la difesa della portata onnicomprensiva della deontologia è quella che non venga introdotto un insegnamento autonomo dell’etica medica, accanto a quello della medicina legale: «È alla medicina legale, in estrema sintesi, che spetta il compito di insegnare la deontologia medica, e quindi l’etica medica che in essa si esprime».

65 In questi termini ne abbiamo parlato in occasione del convegno sull’etica medica organizzato dall’istituto Italiano di Medicina Sociale a Roma il 12 aprile 1983. Gli atti, L’etica medica, Roma 1983, sono stati pubblicati a cura dello stesso Istituto.

66 Cf. Documenti di deontologia..., cit., p. 36.

67 C. Iandolo, L’etica medica negli anni '80, in L’etica medica, cit., Roma 1983, pp. 17-27.

68 Da inchieste condotte in diversi Paesi risalta che tra gli studenti di medicina l’emorragia di idealismo lungo la strada della formazione è più vistosa che altrove: «All’inizio dei suoi studi lo studente si sente ancora chiamato ad aiutare l’ammalato, ma alla loro conclusione è diventato uno che raramente, come nessun membro di altri gruppi studenteschi, nutre pensieri di preoccupazione per gli altri uomini» (H. Küng, Vita eterna?, Milano 1983).

69 Cf. M.S. Yesley, La tâche accomplie par la Commission pour la protection des sujets humains, in AA.VV., Médecine et Expérimentation, Les Presses de l’Université de Laval, Québec 1982, pp. 195-209.

70 A.R. Jonsen - J.V. BradyL'éthique en recherche: l’expérience des Etats Unis, in AA.VV., Médecine et Expérimentation, cit., pp. 211-231.

71 Le possibilità offerte da un Comitato di questo genere sono valutate da un articolo, apparso su «Pediatrics» (1986, 78, pp. 566 ss.), che stabilisce il bilancio dell’attività del Comitato di bioetica dell’ospedale pediatrico di Pittsburgh, negli Stati Uniti, Il Comitato offre un servizio di consulenza su casi singoli. In dodici anni di attività, almeno il 30 per cento dei medici operanti nell’istituto ha richiesto almeno una volta il parere del Comitato, che ha valore consultivo. L’intervento è stato apprezzato sia dai medici, che dai genitori, perché ha rivestito una funzione di sostegno esterno, in occasioni particolarmente difficili. I quesiti più frequentemente sottoposti al Comitato hanno riguardato soprattutto casi di ventilazione assistita e valutazione dell’opportunità di instaurare o proseguire programmi di nutrizione parenterale totale.

72 Si veda soprattutto la Dichiarazione sulle ricerche biomediche, redatta inizialmente nel 1962, modificata a Helsinki nel 1964 e sottoposta ulteriormente a revisione a Tokyo nel 1975: S. Spinsanti (a cura di), Documenti di deontologia..., cit., pp. 39 ss.

73 Un volume, che raccoglie buona parte delle relazioni del simposio, è in corso di stampa presso le Edizioni Paoline (I Comitati di etica negli ospedali). La rivista «Famiglia Oggi» ha pubblicato un supplemento con una sintesi dei lavori dello stesso simposio (nel n. 23, settembre/ottobre 1986).

74 Gli interventi del convegno sono riportati nella rivista «Sanare infirmos» 5 (1987), n. 1; il fascicolo monografico, con un’ampia sezione dedicata all’etica, contiene articoli di Ch. Velia, J.F. Malherbe, E. Sgreccia, S. Spinsanti, A. Craveri, N. Lery.

75 R.M. VeatchHospital Ethics Committees: Is There a Role?, in The Hastings Center Report, Dec. 1983, pp. 22-25.

76 Una chiara esemplificazione di questa affermazione si può trovare nell’art. di B. HaringReligious Directives in Medical EthicsRoman Catholic Directives, in Encyclopaedia of Bioethics, Washington 1978, vol. IV, 1431-1435. L’illustre moralista istituisce un confronto istruttivo tra le «Direttive etiche e religiose per le istituzioni sanitarie cattoliche» emanate dai vescovi degli Stati Uniti nel 1971 e l’analoga «Guida medico-morale» dei vescovi canadesi del 1970, pur trattando le stesse questioni (pratiche contraccettive, sterilizzazione, masturbazione per analisi dello sperma, inseminazione artificiale, gravidanza ectopica), il ruolo attribuito al giudizio e alla decisione dell’operatore sanitario sono diversi: secondo le direttive statunitensi, le decisioni mediche sono una diretta applicazione delle norme ecclesiastiche e viene esclusa qualsiasi forma di pluralismo dottrinale, mentre quelle canadesi riconoscono una differenza tra il livello della norma e quello della concreta decisione. Secondo Häring, le norme «sono formulate in un modo che riflette il presente consenso, ma permette e incoraggia la libertà e la responsabilità personale in materia di legittimo dissenso». È prevedibile che queste ed altre divergenze di natura teologica ed ecclesiale si traducano in tensioni all’interno di Comitati di etica di ospedali cattolici.

77 Cf. ThKuhnThe Structure of scientific revolutions, Chicago 1962.

78 L’organizzazione dipartimentale dell’assistenza e quella della ricerca scientifica e didattica sono disciplinate rispettivamente dall’art. 17 della Legge n. 833 (23.12.1978) e dal D.P.R. n. 382 (11.7.1980), artt. 83-86.

79 A norma di regolamento, al Dipartimento dell’ospedale vengono demandate le seguenti funzioni: la gestione dei budgets, il coordinamento dell’uso di risorse comuni, l’organizzazione del personale medico, infermieristico e ausiliario, il lavoro di gruppo e interdisciplinare, lo sviluppo della ricerca scientifica e il miglioramento della qualità dell’assistenza, la programmazione annuale, l’individuazione e il controllo degli obiettivi di funzionalità.

80 Un’azione propositiva di grande significato in questa direzione è stata svolta dal Priore generale, padre Pierluigi Marchesi. Si veda, in particolare: L'umanizzazione, risposta del religioso di S. Giovanni di Dio a una svolta storica, ed. della Curia Generalizia dei Fatebenefratelli, Roma 1981; L’ospitalità dei Fatebenefratelli verso il 2000, Ufficio Stampa dell’Ordine ospedaliero di S. Giovanni di Dio, Roma 1986.

81 Un’informazione precisa su questa istituzione è offerta da uno dei suoi principali animatori, L. Canestrini: «Revisione critica di un approccio pratico all’umanizzazione ospedaliera», in: Ospedale Miulli, Ospedali più umani: come?, Acquaviva delle Fonti 1984, pp. 373-376.

82 Professioni sociali e università, Ministero dell’interno, novembre 1986.

83 Si veda lo studio esemplare di C. De Bertolini - G. Rupolo, La sofferenza psicologica in rianimazione, Bologna 1986. Analizzando le reazioni dello staff medico, dei pazienti e dei familiari in un’Unità di terapia intensiva, gli Autori giungono alla conclusione che è necessario dare un supporto «umanistico» alla cultura tecnico-biologica che domina in questo tipo di reparti, per permettere sia ai pazienti che agli operatori una migliore elaborazione dei fantasmi del dolore e della morte.

84 Cf. P.B. Schneider, Psicologia medica, Milano 1972.

85 Cf. E. Teresa Biavati, Quando arrivano i «Fatt’ curagg», Bologna 1986. A esemplificazione della chiarezza dei compiti istituzionali e del rigore necessario per un buon Servizio di volontariato, riportiamo alcune norme tratte dal «mansionario» dell’Associazione Volontari Ospedalieri Fatebenefratelli, che operano nell’ospedale dell’isola Tiberina: «Il volontario sii che l’efficacia del suo servizio è collegata ad un’armonica intesa con gli operatori sanitari, il servizio sociale, il servizio religioso, il consulente religioso ed i responsabili della associazione; per deontologia professionale, osserva l'assoluta riservatezza sulle notizie o confidenze apprese nel corso del suo servizio relativo sia alla persona ricoverata sia al funzionamento della struttura sanitaria; non può fornire notizie sulle condizioni fisiche della persona ricoverata tratte da eventuali informazioni o documenti di cui sia venuto a conoscenza, in quanto le medesime sono di esclusiva competenza del corpo medico; non è autorizzato a portare medicine alle persone ricoverate né a prendere disposizioni di ordine terapeutico da chicchessia. Nel caso di richiesta specifica di generi alimentari o di conforto, da parte della persona ricoverata, aderisce alla richiesta soltanto previo consenso del personale responsabile del reparto; non può ricevere dal personale ospedaliero alcuna disposizione di ordine gerarchico e vincolante né sostituirne i ruoli previsti dalla normativa legislativa e contrattuale, pur essendo aperto, per il bene della persona ricoverata, ad ogni tipo di collaborazione possibile con lo stesso; starà attento ad essere moderato e semplice in tutte le sue manifestazioni durante il servizio, convinto che la qualità e l’efficacia del suo operato sono legate al suo comportamento, al suo modo di presentarsi ed all’autenticità con la quale si mette a disposizione; vivrà i problemi che la persona ricoverata manifesta in maniera tale che, instaurato un rapporto aperto, improntato alla reciproca fiducia, possa esserle di aiuto nelle difficoltà che dovrà affrontare; contribuirà, come elemento di promozione umana, conscio dell’unicità ed irripetibilità della persona, a stimolare il mantenimento di tutte le attività quotidiane possibili (cura della persona, interessi culturali, ecc.); favorirà, nel periodo della degenza, lo scambio di rapporti interpersonali, sia con i familiari sia con le altre persone ricoverate».

86 Cf. F. Foschi, Lettera a un giovane del 2000 sulla salute, Abano Terme 1987, p. 189.

87 È la situazione rispecchiata dal film giapponese La ballata di Narayma, ripresentato dì recente con grande successo dal regista Imamura.

88 Cf. Conv., 186 b-c.

89 Cf. Eth. Nic., 1165 b 23-25.

90 Questi aspetti della medicina greca sono stati particolarmente approfonditi dagli studi storici di P. Laín Entralgo: cf. in particolare il suo saggio La etica medica hipocratica, in AA.VV., Deontologia, Derecho, Medicina, Madrid 1975, pp. 217-225.

91 Cf. J. HübnerChristus medicus. Ein Symbol des Erlösungsgeschehens und ein Modell ärztlichen Handels, in «Kerygma und Dogma» 31 (1985), n. 4, pp. 324-335.

92 L’ultimo richiamo in tale senso, in ordine di tempo, è quello contenuto nella dichiarazione sull’eutanasia della S. Congregazione per la dottrina della fede (1980): «La morte volontaria, ossia il suicidio, è inaccettabile al pari dell’omicidio: un simile atto costituisce, infatti, da parte dell’uomo, il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno di amore».

93 Anche il documento pontificio citato concede che «talvolta intervengano dei fattori psicologici che possono attenuare o addirittura togliere la libertà».

94 Da un punto di vista psicologico, la «naturale» aspirazione alla morte è stata difesa dalla corrente junghiana, che vede nella morte una tappa del processo di autorealizzazione del Sé: cf. M.-L. von Franz, La morte e i sogni, tr. it., Torino 1986.--

95 Valore esemplare in tale senso possiamo attribuire alla testimonianza fornitaci da P. Noli, Sul morire e la morte, tr. it., Milano 1985. Di fronte alla diagnosi di un cancro metastatizzato alla vescica, Noli preferisce le metastasi al differimento meccanico della morte. «“Speranza” — annota lucidamente — per i medici appare essere qualsiasi possibilità di prolungamento della vita. Io ho un altro concetto della speranza» (p. 50). Rifiuta l’operazione per non finire nella macchina chirurgico-radiologica, che gli avrebbe fatto perdere pezzo a pezzo la sua libertà: «Se avessi consentito all’operazione sarei diventato un paziente, mi sarei adeguato definitivamente nel ruolo di paziente per il resto della mia vita. Così invece non sono un paziente; non sono sanissimo, sono anzi mortalmente malato, ma non sono un paziente» (p. 104). Sperimenta così che la vita è più umana se la si vive così com’è, limitata nel tempo. Nella postfazione al libro autobiografico lo scrittore Max Frisch mette in evidenza come la decisione di Peter Noli sia stata segretamente ispirata dall’essere Noli un «cristiano disobbediente», nel senso in cui Gesù stesso è stato disobbediente ai poteri costituiti del suo tempo. La testimonianza di uomini liberati, che osano sapere quello che sanno circa la morte, svolge un ruolo critico nei confronti del rituale medico-tecnico del morire, uno dei poteri odierni che nessuno osa mettere in discussione.

96 Decreto sulla formazione sacerdotale, Optatam totius, 16.

97 W.E. VinackeDeceiving experimental subjects, in «American Psychol.» (1954), pp. 155 ss.

98 Norme etiche dell’Associazione degli Psicologi Americani (1972), in S. Spinsanti (a cura di), Documenti di deontologia e etica medica, Roma 1985, pp. 218-225; E.C. Kennedy (a cura di), Human rights and psycological research, New York 1975.

99 Cf. D. Konold - R.M. Veach., Codes of medica Ethics, in Encyclopaedia of Bioethics, Washington 1978, vol. IV, pp. 162-180.

100 G.F. ReedOn being moral in immoral places, in «Social Science and Medicine», 1981, pp. 19-26.

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Il bioetico non diventi un mandarino

Sandro Spinsanti

IL BIOETICO NON DIVENTI UN MANDARINO

in Tempo Medico

anno XXXV, n. 14, 14 aprile 1993, p. 2

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Quali sono le associazioni mentali più probabili,quando si sente parlare di bioetica? Il termine è andato sempre più affermandosi nel dibattito pubblico relativo agli aspetti moralmente più problematici dei progressi della medicina e della biologia.

Ma «bioetica» evoca anche un modo abbastanza stereotipato di trattare questi temi. In genere all’origine di una discussione di bioetica c’è «il caso»: un fatto concreto, che i mass media provvedono a enfatizzare adeguatamente. Può essere una nascita che segna un nuovo traguardo nell’ambito della procreazione artificia-le, un intervento spettacolare di terapia genica, un caso di eutanasia, un dibattito sull’aborto per le donne violentate in Bosnia.

A questo punto subentrano gli esperti. Opportunamente sollecitati, esprimono il loro parere. Il caso lo conoscono solo nella veste in cui è stato confezionato per l'informazione. Le esigenze dei media, inoltre, richiedono che il loro parere sia espresso in forma sintetica, efficace, con preferenza per gli schieramenti netti: sì o no, permesso o proibito, lecito o illecito.

Gli americani hanno un’espressione molto evocativa per questo tipo di interventi. Lo chiamano «to Shoot from the Hips». È il gesto del pistolero, che spara velocemente senza estrarre l’arma dalla fondina. I casi che arrivano all’attenzione del pubblico sembrano bersagli ideali per queste raffiche di giudizi etici, da parte di un gruppo ristretto e ben identificato di esperti che si vanno qualificando come «bioeticisti».

Non c’è da rallegrarsi per la popolarità che sta assumendo il dibattito sulle scelte connesse con i trattamenti sanitari e la ricerca biomedica. Si vede crescere una sensibilità per i dilemmi posti dal trattamento responsabile della vita. E tuttavia il diffondersi del modello di bioetica qui evocato suscita parecchie perplessità. Si possono riassumere le principali sotto due termini: «rilevanza» e «competenza».

Per rilevanza intendo la scelta di che cosa è ritenuto importante. Ebbene, nella bioetica dei mass media la riflessione viene messa in correlazione solo con i casi clamorosi ed estremi, quasi che quelli ordinari fossero irrilevanti. Semmai è vero il contrario: è soprattutto la pratica quotidiana della cura della salute e dell’assistenza agli infermi che è carica di perplessità e obbliga a scelte in cui si giocano importanti valori morali.

Non è solo il dilemma se staccare o no la spina del respiratore in un malato in coma irreversibile che presenta un problema etico, ma le mille piccole scelte connesse con il trattamento di una malattia grave o a prognosi infausta.

Se e come dare l’informazione, il consenso del paziente ai trattamenti che lo riguardano: sono solo alcuni degli aspetti che fanno della cura quotidiana della salute un fatto non solo tecnico ma relazionale. Quindi di rilevante importanza per l’etica.

Parlando di competenza mi riferisco invece ai soggetti autorizzati a svolgere tale riflessione etica. Ben vengano gli esperti di bioetica: purché, però, ciò non porti all’espropriazione dei veri titolari dell’etica. Vale a dire, di tutte le persone ragionevoli e responsabili. Una delle ragioni di non minor peso a favore del ricorso al termine bioetica, in luogo del più tradizionale «etica medica», è proprio il fatto che esso sposta l’accento dalla pretesa competenza esclusiva di un gruppo di professionisti, i medici, al coinvolgimento di tutti nelle decisioni che riguardano la vita e la sua cura.

Sarebbe una beffa se la bioetica, invece di promuovere il dialogo e la partecipazione attiva di tutti nelle scelte di natura terapeutica e nell’applicazione del sapere biomedico, favorisse l’emergere di nuovi mandarini del sapere etico.

Un rapporto difficile

Sandro Spinsanti

UN RAPPORTO DIFFICILE

in Rivista del Volontariato

anno II, n. 6, novembre-dicembre, 1993, pp. 26-29

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 Il volontariato e il malato di fronte al bisogno di significato

Abbiamo a disposizione diverse vie per cercar di capire il senso e la finalità del volontariato in ambito sanitario. Possiamo partire, ad esempio, da coloro che svolgono attività di volontariato domandandoci quali sono i motivi che li spingono, gli obiettivi che si propongono soggettivamente, le interazioni che stabiliscono con coloro ai quali si rivolgono. Questo approccio centrato sulla persona del volontario è praticabile e, soprattutto ai volontari stessi. Questi devono sapere che nei confronti della loro opera esistono, in misura corrispondente, prevenzioni positive e negative, entusiasmo e critiche.

Il volontario è, per chi lo considera dall’esterno, un personaggio enigmatico, soggetto a diversi tipi di decodificazione. C’è chi saluta come un fatto incondizionatamente positivo che delle persone dedichino gratuitamente parte del loro tempo agli altri, rivolgendosi in particolare a coloro che si trovano in situazione di sofferenza e di abbandono.

L'azione gratuita, in particolare, si distacca sul fondo di interessi economici, e non di rado di venalità, che cementa la nostra abituale convivenza sociale.

Ma c'’è anche chi reagisce con il sospetto di fronte a simili atti di abnegazione e di bontà. E non per la malvagità del proprio cuore, ma per aver imparato con l'esperienza che dietro i comportamenti più sublimi si nascondono spesso grovigli di vipere, destinati ad avvelenare i rapporti umani. Il corrispettivo amico che sancisce la prestazione di un’opera professionale può operare anche nel senso della libertà, mentre l'opera gratuita può lasciare i strascichi di dipendenza, può attivare un senso di debito irrisarcibile, può confondere il registro dei rapporti famigliari con quello dei rapporti sociali.

I volontari farebbero bene a non assumere un sistematico atteggiamento di difesa nei confronti di coloro che mettono in discussione l’opera di volontariato, con interrogativi seri e motivati. Accettando il sospetto e sottoponendosi al suo scrutinio, possono utilmente mettere la propria opera su una via di purificazione e chiarificazione, da cui può uscire migliorata.

Per quanto proficua possa essere questa prospettiva centrata sulla persona del volontariato e sulle sue motivazioni, quella che seguiremo guarda in un’altra direzione.

Preferiamo domandarci non tanto che cosa motiva il volontario, quanto piuttosto a quali bisogni del malato risponde questo tipo di opera. È un'inversione di prospettiva di non poco conto. Essa presuppone quel cambiamento tipico della medicina umanistica, che rifiuta di lasciar confinare l’opera sanitaria nel solo ambito somatico, riducendo inoltre l’intervento medico a qualche cosa che si gioca esclusivamente sul piano organicistico. La medicina umanistica vuol rimettere il paziente al centro dell’intervento terapeutico, riconoscendogli al tempo stesso una pluralità articolata di bisogni: somatici,ma anche psichici; sociali, ma anche spirituali.

A ognuno il suo ruolo

Il progetto della medicina umanistica non va confuso con l’aspirazione a una regressione culturale che mirasse a riportare la pratica sanitaria a forme arcaiche. La cura globale del malato non vuol dire interventi indifferenziati dal punto di vista professionale. Non è più possibile — né auspicabile — ricostruire la figura del guaritore che assomma in sé competenze scientifiche e valenze religiose, che si occupa con uno stesso intervento della guarigione di sintomi somatici, del ristabilimento dell'armonia con il

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modo dei valori religiosi ed etici, della reintegrazione del malato nella comunità sociale. Il differenziarsi di specifiche figure professionali— il medico, lo psicoterapeuta, il pastore spirituale, l’assistente sociale — riflette un processo di razionalità a cui la nostra società giustamente non è disposta a rinunciare.

Per dirlo in modo schematico, una condizione indispensabile perché oggi si possa esercitare una buona medicina è che ognuna delle figure professionali riconosca e rispetti l’ambito delle altre e non invada ciò che è di loro competenza. Il medico non deve fare l’assistenza spirituale, né il cappellano può surrogare lo psicologo, quando vi sono i presupposti perché questi intervenga con le conoscenze e gli strumenti professionali che gli sono caratteristici.

Questa sommaria suddivisione di compiti e di ambiti di intervento — suddivisione piuttosto grossolana e poco differenziata, ma essenziale per evitare intollerabili confusioni — va tenuta presente anche quando parliamo di volontariato in campo sanitario. Dal momento che il volontario non ha, per definizione, una sua precisa collocazione professionale, può succedere che si pensi di fargli svolgere una funzione di supplenza. In particolare, rischia di essere adibito come tappabuchi di carenze organizzative o di organico per mansioni ritenute più umili.

Non si dirà mai con sufficiente fermezza che il volontariato non è, di per sé, destinato a tali compiti di supplenza. Per ricorrere ancora a una formulazione piuttosto schematica ma chiara, bisognerà istruire il volontariato a non lasciarsi indurre a fare qualcosa per cui esiste una persona pagata per farlo. Si eviterà così la confusione con ruoli infermieristici e ausiliari.

Chiaroscuri dell’impegno volontario

L’utilizzo dei volontari per compiti che fanno parte del mansionario degli infermieri e del personale ausiliario è spesso vissuta da queste categorie professionali in modo ambivalente: con gratitudine verso i volontari perché, assumendosi qualche incombenza che spetterebbe a loro, li sgravano e permettono di riprendere fiato in una routine spesso pesante; ma anche con aggressività e insofferenza, perché i volontari rischiano di mettere in maggior rilievo le loro carenze. La non intrusione dei volontari nei compiti istituzionali di altre figure professionali evita malintesi e tensioni.

Questa definizione in negativo del volontariato — ciò che devono evitare di fare — lascia sovente perplessi e smarriti i volontari. Essi pretendono giustamente un’indicazione positiva del senso e della finalità della loro azione. Il tentativo di risposta in questa direzione ci obbliga a inoltrarci in un percorso di ricerca che implica una più profonda comprensione dell'uomo malato e dei suoi bisogni.

Il bisogno a cui risponde l’opera del volontariato è diverso da quelli ai quali rispondono le diverse figure professionali che operano nella sanità. Non è né il bisogno di cura, né quello di assistenza, al quale sono adibiti rispettivamente il personale curante, quello infermieristico e quello ausiliario. Né i volontari rispondono, a rigore, ai bisogni psicologici, sociali e di assistenza spirituale dei pazienti. Certo può accadere che occasionalmente siano indotti ad entrare nell’uno o nell’altro di questi ambiti; ma sempre tuttavia in maniera incidentale e senza che questi interventi possano definire lo specifico del volontario.

Per cogliere quest'ultimo, dobbiamo mettere a fuoco un bisogno al quale poco si presta attenzione nell’ambito sanitario. Possiamo chiamarlo «bisogno semantico», ovvero bisogno di significato. Per tentarne una descrizione, dobbiamo collocarlo sullo sfondo di quella profonda disgregazione che la malattia grave, e ancor più la malattia a prognosi infausta e ad esito mortale, provoca nell'esistenza dell’individuo.

Mettere in comunicazione il malato con la sua malattia

Qualsiasi aggressione alla salute viene vissuta in prima istanza come una violenza indebita. Il rifiuto della malattia è enfatizzato all’estremo della cultura medicalizzata che è la nostra. Per combattere la malattia, essa si serve di tutte le risorse terapeutiche di ordine bio-medico di cui dispone, ma anche di mezzi più sofisticati e non immediatamente trasparenti.

Un espediente di ordine propriamente culturale, ad esempio, è l'attribuzione alla malattia del carattere di insensatezza: all'evento morboso viene sottratto qualsiasi significato che ecceda quello comprensibile con la griglia interpretativa delle scienze biologico-naturali. Nel paradigma interpretativo standard tipico della nostra cultura, la malattia è ridotta a una «res» che aggredisce l’organismo dall’esterno, spogliata di qualsiasi significato personale e comprensibile solo nei termini «scientifici», quando cioè è ricondotta a quei cambiamenti che intervengono nelle strutture cellulari dell’organismo e sono esprimibili nel linguaggio delle scienze della natura.

Questo modo di rappresentarsi la malattia è funzionale a un approccio pragmatico e favorisce la lotta a oltranza contro di essa. Tende però a rendere impossibile un approccio «sapienziale», in cui la sofferenza legata al percorso accidentato della salute — sempre esposta a minacce, crisi, recupero, ulteriori disequilibri, nuovi adattamenti, fino alla definitiva perdita — diventa una parte essenziale della biografia della persona. Solo quando le minacce della salute, da accidentalità indebita e del tutto marginale alla persona, diventano una «crisi» biografica possono essere percepite come una chance offerta all’individuo di diventare se stesso.

Il compito di ricondurre la sofferenza legata alla patologia della salute nella sfera della persona è difficile, in quanto si trova a cozzare contro un’impresa terapeutica, gestita dalla medicina, tutta tesa a rimuovere la sofferenza come un'assurdità insensata, estranea al soggetto. Anche il linguaggio che il malato usa per designare

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la malattia illustra questo processo di allontanamento del fatto morboso dalla sfera personale. Nelle lingue che hanno anche il genere neutro questo pronome viene usato per distanziarsi dal fenomeno: il male fisico è «es» in tedesco, «it» in inglese... Ma le altre le conoscono dei modi che permettono al parlante di sottolineare l’estraneità della malattia da se stesso. Il linguaggio riduce la malattia a un soggetto agente che introduce nel corpo umano, inteso come luogo di un succedere che confina l'uomo al ruolo di «patients». L’uomo e la sua malattia rimangono, insomma, due realtà separate e non comunicanti.

Un compito culturale della massima importanza è quello di ridare spessore antropologico alla malattia, favorendo una graduale riappropriazione dell'evento morboso da parte del soggetto. Ciò avviene quando la malattia cessa di essere qualcosa che si ha, per diventare qualcosa che si è. A questo punto la personale e attiva partecipazione alla malattia (esistenzialmente: «io sono la mia malattia, in essa si realizza la mia modalità di essere al mondo») diventa una questione spirituale di prim’ordine. Solo a questa condizione la malattia e la sua evoluzione, tanto verso la salute quanto verso la morte, possono costituire degli avvenimenti «presso i quali si illumina la questione del senso della vita» (A. Mitscherlich).

Una vita di separazioni

In questa visione antropologica le malattia va inquadrata nella serie di separazioni che scandiscono l’evolversi della vita, come un processo che abbraccia tutta l'esistenza e la e tipicamente umana. Possiamo rappresentarci il decorso di un’esistenza come sequenza di separazioni: della separazione dal corpo materno, alla nascita, fino a quella definitiva del proprio corpo, che si realizza con la morte. Tra questi due eventi estremi dobbiamo necessariamente incontrare altre separazioni; quella dai genitori e di questi dai propri figli, nel normale processo di crescita che si conclude con l’autonomia e l’indipendenza; le separazioni dal coniuge, sempre più frequenti in una società che favorisce la mobilità piuttosto che la stabilità dei legami, la spontaneità dei sentimenti piuttosto che la responsabilità dei vincoli; la separazione da coloro che ci precedono nella morte. L’esistenza di ogni persona è scandita da una sequenza ininterrotta di separazioni: volute o imposte, fisiologiche o traumatiche, tragiche e distruttive oppure salutari. Sempre, tuttavia, tali separazioni sono accompagnate da sofferenza.

Il dolore morale per la perdita dell’oggetto amato è una variabile personale: non tutti lo sentono nelle stesse situazioni e con la stessa intensità. Per alcuni la sofferenza massima è connessa con la morte, per il suo carattere di evento definitivo; per altri la separazione dalla salute come stato di efficienza e dall’immagine integra del proprio corpo è un trauma peggiore della prospettiva stessa della morte (si pensi a che cosa significa di solito per una donna subire l'amputazione del seno per carcinoma...); per altri ancora il dolore supremo è quello legato a separazioni da relazioni amorose, nelle quali va distrutta l’identificazione conseguita mediante il rapporto d'amore.

Staccarsi da qualcuno o qualcosa fa male: se ciò vale per tutti, la reazione individuale al dolore della separazione, e soprattutto il modo in cui tale sofferenza viene integrata nella propria vita, è diverso da persona a persona. Chi è colpito dal doloroso processo delle separazioni — dalla salute, dagli affetti, dall’autonomia, dalla vita stessa e dal corpo — sollecita, direttamente o indirettamente, un aiuto. Questo non va però ridotto alla richiesta di conforto e di consolazione. È piuttosto un aiuto a far sì che la situazione critica contribuisca invece alla crescita della persona verso la piena misura della sua statura morale. Ciò comporta anzitutto un intervento sul piano sociale ed interpersonale, che giustifica appieno l’opera del volontariato. Bisogna considerare, infatti, che la sofferenza emerge nella vita interiore del soggetto sotto la figura primaria del distacco dalla comunità. Che sia colpito nella salute fisica, negli affetti o nel significato della propria vita, il sofferente è sempre seduto, come Giobbe, su un mucchio di letame, al di fuori del contatto vitale con la comunità. Da questo punto di vista la sofferenza è percepita come

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opera «diabolica». In senso letterale, infatti il «dia-bolos» (il «separatore», secondo l'etimologia della parola) è in azione quando la sofferenza infrange il senso di appartenenza beata a un «tutto»: a un corpo come strumento docile e armonioso dello spirito, a un altro essere umano, alla vita come insieme dotato di senso divino.

La condizione di isolato propria del sofferente crea un’interpellazione all’altro. Si tratta sempre fondamentalmente di una domanda di presenza. La comunità deve riaggregarsi attorno a colui che soffre e si sente da essa respinto. La risposta all’opera disgregatrice del «diabolos» è il «symbolon»: il mettere insieme i pezzi separati. Nei costumi dell'antica Grecia i frammenti di tessere o monete combacianti erano il «simbolo» che permetteva di riconoscere il portatore del frammento come ospite o amico. All’atto del confrontare — «sym-ballo» — avveniva un riconoscimento dell’identità dell’altro e della reciproca appartenenza. La forza motrice del simbolo è l'amore. Nel ricongiungimento «simbolico» il sofferente trova il fratello e nella comunione la risposta pratica alla sua interpellazione.

La risposta può consistere a volte in un concreto aiuto offerto in una situazione di necessità (da un intervento di natura economica fino al gesto supremo del dono di un organo che permette di salvare una vita minacciata). Altre volte il «simbolo» che dischiude la dimensione della fraternità, dando così una risposta alla sofferenza, è di natura solo spirituale.

La vera solidarietà, che si esprime nel «com-patire», anche se vissuto nell’impotenza a rimuovere le cause della sofferenza e a invertire il corso degli eventi, crea una «Gestalt» nuova. Il sofferente, scoprendosi parte di un tutto integrato, può fare della prova dolorosa la porta di accesso a una esperienza di appartenenza, che guarisce la lacerazione più profonda causata dalla sofferenza. È il sofferente stesso, e solo lui, che può cambiare segno all'esperienza che sta vivendo, facendo dell'evento morboso un'occasione per acquisire un senso di superiore appartenenza alla comunità umana, ma è la presenza del volontario al suo fianco che costituisce l’occasione privilegiata per tale sviluppo.

Un compagno di strada

La «compassione» è la via alla «pazienza». Questa è la seconda dimensione della crescita, intesa come un nuovo modo di sperimentare se stesso e la comunità umana. La sofferenza è scuola di pazienza. La prima accezione del termine «pazienza», così come è usato nel linguaggio comune, dice riferimento all’accettazione dei limiti. La sofferenza è legata alla vita nelle sue determinazioni concrete. È un esercizio umile, ma fondamentale, di pazienza accogliere la vita come processo oggettivo, e non solo come proiezione della soggettività. Il desiderio — di piena salute, di intesa interpersonale perfetta, di autoaffermazione e successo — deve confrontarsi col reale, pagando un prezzo di sofferenza per questa incarnazione. Con la pazienza si impara il peso dell’oggettività.

Una dimensione ulteriore della pazienza emerge se ci lasciamo guidare dalla traccia fornita dall’etimologia. La pazienza contiene il «pathos», cioè quella modalità dell’esistenza che dipende non da ciò che facciamo, ma da ciò che subiamo. La cultura tecnologica dell’Occidente tende a valutare esclusivamente l’azione. La determinazione volontaria è entrata abbondantemente anche in fatti esistenziali che prima dipendevano dal Caso o dalla Provvidenza: come il numero e la temporalità delle nascite, e anche il momento della resa alla morte (fino alla rivendicazione di un diritto di eutanasia, inteso come controllo della propria morte).

Questo sbilanciamento unilaterale verso l’azione produce una deformazione antropologica. La modalità «patica» dell’esistenza ha non solo diritto di cittadinanza negli atteggiamenti etici che costituiscono l’umano autentico, ma è un’esigenza per arrivare là dove l’azione non ci può portare.

«Passività di crescita» chiama Teilhard de Chardin questi eventi dell’esistenza, che richiedono la pazienza come risposta comportamentale. La passività costituisce l’altro braccio rispetto a quello dell'azione; con l’uno e l'altro braccio Dio ci attira a sé.

Anche su questo orizzonte la figura del volontario si stacca con un profilo particolare. In quanto compagno di strada di chi si avventura alla conquista della virtù fondamentale della pazienza, intesa come dimensione necessaria dell’essere umano, non è chiamato all'azione. Da lui non ci si aspetta né prediche, né esortazioni. Oltre che inopportune, sarebbero inutili: il significato è una porta che si apre solo dall’interno; se si esercita una pressione, si ottiene solo una chiusura più forte. Anche la testimonianza di una propria fede religiosa deve procedere con tocco leggero, quasi sulla punta dei piedi, per paura di snaturare lo stesso messaggio religioso, riducendolo a una manipolazione dell’altro che si trova in posizione di debolezza. Questo lavoro spirituale della conquista del significato dell'evento morboso si propone a ogni essere umano, che aderisca o no a una religione costituita. Il volontario accanto a colui che soffre è essenzialmente l'uomo presente sotto la cifra universale dell’umanità che unisce, al di sotto delle ideologie che differenziano.

In questo intimo santuario in cui l’individuo scrive e riscrive la storia personale della propria vita per dargli un senso compiuto, non si può entrare con un camice bianco, e neppure con la veste di una qualsiasi attività professionale. Un contatto è possibile solo se si instaura un rapporto da soggetto a soggetto, sulla nuda base della comune umanità. Accedere a questo livello richiede un duro lavoro sulle proprie motivazioni e una spoliazione ascetica che lo riconduca all'essenziale e lo renda capace di una presenza veramente gratuita, non solo in senso economico, ma sotto ogni aspetto. Questa purificazione è il beneficio di ritorno che il volontario riceve dalla propria opera.

Né troppo né poco

Sandro Spinsanti

NÉ TROPPO NÉ POCO

in Rivista del Volontariato

anno III, n. 2, 15 febbraio 1994, pp. 3-5

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Le modifiche strutturali della dimensione della famiglia nella società moderna; la ridistribu-zione dei compiti di cura e assistenza, la crisi del «welfare state» e la riduzione delle risorse disponibili per assicurare a tutti, dalla culla alla tomba, la copertura dei bisogni legati alla cura della salute, questi i tratti principali dello scenario in cui i Paesi industrializzati, sul finire del secolo XX, sono costretti a riconsiderare i problemi centrali dello Stato Sociale. In una situazione di questo genere viene spontaneo rivolgersi al passato, rifugiandosi nella ricostruzione idilliaca di un tempo, quando questi problemi non esistevano. Ma una simile idealizzazione del passato può essere, di fatto, giustificata?

Per illustrare una possibile evasione nella fantasia utopica, possiamo riferirci a una poesia, tratta dalla raccolta intitolata «Antologia di Spoon River». L’ha scritta un poeta americano, Lee Masters, nel 1915. Il poeta immagina di essere nel cimitero di un paesino del Middle-West, chiamato appunto Spoon River, e di ascoltare tra le tombe le voci dei defunti. Attraverso la propria lapide, il defunto parla di se stesso e cerca con dei flash, delle immagini, dei resoconti essenziali di avvenimenti e di rapporti personali, il senso della sua vita.

Nella raccolta c’è una poesia per alcuni aspetti diversa dalle altre, che attira subito l’attenzione. Il poeta suggerisce indirettamente il significato singolare della poesia, collocandola nel centro geometrico del libro. Inoltre, mentre tutti gli altri nomi dei defunti sono nomi di finzione, anche se i personaggi avevano numerosi tratti di realtà, in questa poesia il nome della protagonista è quello vero. Il personaggio è la nonna del poeta:

«Andavo a ballare a Chandlerville

e giocavo alle carte a Winchster.

Una volta cambiammo compagni

ritornando in carrozza sotto la luna di giugno,

e così conobbi Davis.

Ci sposammo e vivemmo insieme settant'anni,

stando allegri, lavorando, allevando i dodici figli,

otto dei quali ci morirono, prima che avessi sessant’anni.

Filavo, tessevo, curavo la casa, vegliavo i malati,

coltivavo il giardino e, la festa,

andavo a spasso per i campi dove cantano le allodole,

e lungo lo Spoon raccogliendo tante conchiglie,

e tanti fiori e tante erbe medicinali,

gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate.

A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto,

e passai a un dolce riposo.

Cos'è questo che sento di dolori e stanchezza,

e ira, scontento e speranze fallite?

Figli e figlie degeneri,

la Vita è troppo forte per voi

ci vuole vita per amare la Vita».

Ai nostri giorni i rapporti tra le generazioni sono talmente cambiati che Lucinda Matlock avrebbe difficoltà mai immaginate al suo tempo. A 96 anni avrebbe un buon numero di figli tra i settanta e gli ottanta anni, perché non le sarebbero morti otto figli su dodici: grazie alla medicina moderna, probabilmente sarebbero sopravvissuti dodici su dodici.

Ascoltavo di recente il racconto di un giovane medico che ricordava scene della sua infanzia, quando viveva in paese. Capitava frequentemente che mamma chiamasse: «Bambini, bambini, venite a vedere: passa un angioletto». Era la bara di un bambino che veniva portata al cimitero. Si trattava di uno spettacolo che non era carico di pathos, perché i bambini morivano, morivano come mosche. Non si poteva fare niente, se non difendersi mediante una razionalizzazione, facendoli diventare angioletti.

Oggi Lucinda Matlock avrebbe diversi figli ottantenni, di cui lei come madre dovrebbe occuparsi; ovvero, rovesciando la prospettiva, i figli ottantenni avrebbero il compito di occuparsi della madre novantaseienne... Anche augurando loro buona salute ― ma un tantino di arteriosclerosi gliela dovremmo concedere, e forse un po’ di Alzheimer! — rimane il problema: come fa un ottantenne a svolgere compiti di assistenza così gravosi? Credo che oggi l’ottimismo e il vitalismo di Lucinda Matlock sarebbero messi alla prova,in una situazione come questa.

È vero, «ci vuole vita per amare la vita». Così è stato tradotto in italiano, l’ultimo verso della poesia; ma la traduzione non rende bene l’ambivalenza dell’inglese

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che si può tradurre anche come: «Amare la vita, richiede la vita». L’amore della vita si paga con il prezzo della vita stessa. Questa è un’esperienza facilmente trasponitele anche nel contesto della nostra società. Occuparsi della vita degli altri, prolungare la vita, spesso domanda la vita a qualcun’altro. C’è sempre qualcuno che deve pagare, e sono prezzi alti, che non ammettono sconti.

Nel Far West era compito della donna assistere i malati. E non solo allora. Anche oggi, malgrado i numerosi cambiamenti che diversificano la nostra società e il profilo della famiglia rispetto a quelle di un secolo fa, accanto ai malati, agli anziani, ai disabili troviamo ancora le donne.

L’obbligo di «onorare il padre e la madre» — come recita il comandamento divino — è uguale per i maschi e per le femmine. Ma chi paga di fatto il prezzo richiesto dal prendersi cura della vita? Chi assiste i genitori, gli anziani, i bambini? Oggi parliamo di riportare la cura dall’ospedale alla casa, di home-care, di ospedalizzazione a domicilio. Sono bellissimi programmi: ragionevoli dal punto di vista economico e soprattutto saggi dal punto di vista etico e umano. Ma possono nascondere profonde ipocrisie, se non ci rendiamo conto, che occuparsi della vita degli altri richiede a qualcuno la vita. E chi paga i prezzi spesso sono le donne, non gli uomini. Questa iniqua distribuzione dei pesi tra i sessi e una delle cause non trascurabili del malessere etico che serpeggia nella nostra società.

I rapporti di cura e assistenza tra generazioni adulte e generazioni anziane non sono altro che un caso esemplare, un’esemplificazione dei rapporti familiari diversi prodotti dalla medicina moderna. Questi, a loro volta, stanno sullo sfondo a render ragione di quell’incertezza, di quei dubbi, di quella specie di paralisi della volontà che sembra caratterizzare la nostra civiltà nei confronti del compito di trasmettere la vita. Non è per caso che la fertilità in Italia sia ridotta a poco più di un bambino per donna fertile. Questa riduzione delle nascite ha diverse cause, ma non va sottovalutata neppure questa interiore esitazione che assomiglia a una paralisi, rispetto alla spensierata, gioiosa e disinteressata trasmissione della vita.

In altre parole, quello che emerge oggi è una specie di crisi ecologica della morale. Con «ecologia morale» intendo la capacità della nostra società di riconoscere istintivamente in maniera spontanea il bene pubblico.

Il concetto di ecologia è importante perché qualifica qualcosa di vitale, di organico. Allo stesso tempo, il dibattito contemporaneo ci ha abituato a correlare l’ecologia con la possibilità di estinzione: le specie si estinguono; la vita nel suo insieme è minacciata. Ma l'allarme

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si estende anche alla vita morale che, come un legame sotterraneo, tiene insieme le generazioni. Il progetto trasversale che fa sì che la vita si trasmetta, è inceppato. Questa crisi ecologica della morale è la più grave di tutte le situazioni critiche che dobbiamo affrontare.

La riflessione diffusa dalla bioetica ci ha reso familiari dilemmi e perplessità connesse con problemi che sorgono alle frontiere più avanzate del progresso bio-medico, ma niente è così fondamentale come questo problema bioetico trasversale profondo: la crisi del legame che tiene insieme le generazioni e fa sì che la fiaccola della vita passi da una generazione all’altra.

Siamo in grado di analizzare la sotterranea ingiustizia che regna tra le generazioni e i sessi nella famiglia. A questo punto dobbiamo domandarci: è questa soltanto un’analisi o è anche una terapia? Esistono forme di sapere che hanno esclusivamente funzione di analisi: possiamo fare, ad esempio, l’analisi della situazione economica dell’Italia; non per questo avremo più lire in tasca o più soldi nel bilancio.

Altre forme di sapere sono invece terapia. Il pensiero corre immediatamente al sapere psicoanalitico o psicoterapeutico in generale. Mentre noi acquistiamo conoscenza in noi stessi, ci guariamo. Come si esprimeva in un libro famoso di qualche anno fa Maria Cardinal, l’analisi le aveva fornito «le parole per dirlo». La psicoterapia era stata la ricerca di parole per dire un malessere che, essendo oscuro a se stesso, si trasformava in un sintomo. Trovando le parole per dire tutto il malessere, aveva trovato la via della guarigione.

Ebbene, dove situiamo l’etica: più fra la scienza che analizzano il malessere o quelle che lo guariscono? Direi che è a metà strada tra l’analisi e la terapia. Certo, è importante trovare le parole per dire il malessere etico che inquina la nostra convivenza familiare. Abbiamo la sensazione di aver perso la giusta misura. Qualche volta pensiamo di sbagliare facendo troppo poco: è troppo poco quello che facciamo per gli anziani o per i portatori di handicap, per i malati mentali. Qualche volta rischiamo di sbagliare facendo troppo: certi prolungamenti artificiali della vita, qualificati forse sbrigativamente come «accanimento terapeutico», ci creano veramente delle grandi perplessità. Anche se la volontà soggettiva dei sanitari non è quella di «accanirsi» contro il malato, ma di mettere la medicina a servizio della vita, rimane la sensazione che certe pratiche pecchino per eccesso di misura.

Bisogna tirare una linea tra il troppo e il troppo poco. Soprattutto le famiglie rischiano di crollare sotto il peso del troppo. Abbiamo bisogno di una grande lucidità razionale per analizzare il giusto ruolo della famiglia in questo periodo di trapasso. La riflessione bioetica può esserci di grande aiuto. Non domandare troppo poco alla famiglia, demandando tutti i compiti di cura e assistenza alla società. Ma neppure dobbiamo domandare troppo, perché la famiglia, se deve e può riappropriarsi di una parte dei compiti di assistenza, ha bisogno di essere aiutata.

E dobbiamo avere il coraggio di porci domande scomode. Per esempio, la seguente: non potendo dare tutto a tutti, come stabilire delle priorità? Dobbiamo introdurre la nozione del limite, collegata a quella di arco naturale della vita. L’idea di vecchiaia che è promossa dalla nostra cultura considera il confine della vita come qualcosa di elastico, che con una dolce e continua pressione deve essere sempre dilatato.

Se qualcuno muore, anche in tarda età, ci si mette sempre alla ricerca di qualche inefficienza della nostra organizzazione sanitaria. Si rifiuta la nozione di ciclo naturale della vita, che ha la morte come sua conclusione prevedibile e necessaria. L’ostinazione a fare tutto il possibile deve cedere alla ragionevolezza, quando colui che muore è una persona che ha compiuto il ciclo naturale della sua vita. Bisogna riconoscere i limiti: quelli della medicina, che deve smettere di lusingare le nostre aspirazioni all’onnipotenza; ma anche i limiti delle nostre possibilità di farci carico gli uni degli altri.

Tutto questo fa parte di un discorso razionale sui diritti e doveri nei confronti della vita. Ma dopo che avremo dato fondo alla capacità del pensiero e di analisi razionale, quando avremo creato nuove regole e reso espliciti i criteri di equità che devono regolare le nostre scelte, dovremo forse ammettere che il progetto etico di trasmettere la vita ha bisogno fondamentalmente di un atteggiamento interiore che va ricondotto all’ingenuità.

Una ingenuità alla Lucinda Matlock. Allora il compito di trasmettere la vita ridiventerà semplice, perché naturale, spontaneo, amoroso. Si avrà la forza di trasmettere la vita perché ci si sentirà convocati alla festa della Vita.

Impariamo a litigare

IMPARIAMO A LITIGARE

a cura di Sandro Spinsanti

in I quaderni di Janus

Zadig editore, Roma 2008

pp. 129-140

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QUANDO SI LITIGA SULL'ETICA

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Correlare le pratiche di cura e assistenza alla conflittualità inerente ai rapporti umani appare sorprendente. Se in un contesto medico siamo soliti evocare la guerra, è per lo più in senso figurato e retorico: si parla di guerra condotta contro la malattia. Una vistosa mutazione sociale sembra aver spostato i termini del conflitto: dal fronte comune, istituito dai professionisti sanitari, dalle persone malate e dai responsabili dell’organizzazione sanitaria contro le patologie attuali o possibili, si è passati a una conflittualità generalizzata. È come se tutti si sentissero in guerra contro tutti: i pazienti contro i sanitari e i sanitari contro i pazienti, in atteggiamento difensivo. «Casa di riposo?», ironizzava di recente un operatore sanitario. Chi lavora in quegli ambienti non li sperimenta come un’oasi di serenità, ma come un nido di vipere. E l’elenco di situazioni in cui parenti alterati minacciano denunce contro i sanitari si fa lungo e dettagliato, come riferisce Lara Bert. Lo stato d’animo diffuso si esprime, secondo Stefano Bartezzaghi, in un curioso lapsus linguistico, colto al volo: «Se il sintomo persiste, insultare il medico». È una delle “frasi matte” attraverso le quali l’inconscio ci telefona(o il non-detto sociale ci fa l’occhiolino...).

Anche volendo tacere i conflitti crescenti tra i vertici amministrativi delle aziende sanitarie e i professionisti, non possiamo ignorare la conflittualità inerente all’organizzazione. Alle tensioni tradizionali tra ospedale e medicina territoriale si sono aggiunte quelle tra professionisti di diverso profilo (basti pensare al rivoluzionamento del ruolo subalterno che tradizionalmente veniva

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attribuito agli infermieri, ora contestato da professionisti che si formano all’università, come i medici, e possono esibire una laurea). Sullo sfondo, poi, gli ineliminabili conflitti interpersonali che sorgono quando più persone lavorano insieme: le intolleranze individuali, i cortocircuiti caratteriali, le pure e semplici antipatie possono interferire anche con un lavoro di altissimo profilo etico, come è quello della cura della salute. I motivi per “litigare” sono infiniti.

In questo insieme composito di conflitti attuali o potenziali, due tipologie di conflitti meritano una particolare attenzione: i conflitti di interessi e quelli che hanno per oggetto i valori etici.

Il conflitto di interessi

Il recente Codice di deontologia dei medici italiani, approvato nel dicembre 2006, contiene un articolo dedicato al “conflitto d’interesse”, corredato di una linea guida per l’applicazione. È la prima volta che, nelle numerose versioni del Codice che si sono succedute negli anni, si fa menzione del conflitto di interessi nella pratica della medicina.

La descrizione del conflitto è contenuta nell’articolo 30: «Riguarda aspetti economici e non, e si può manifestare nella ricerca scientifica, nella formazione e nell’aggiornamento professionale, nella prescrizione terapeutica e di esami diagnostici e nei rapporti individuali e di gruppo con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la pubblica amministrazione». Le linee guida applicative dettano poi norme specifiche riguardanti, rispettivamente, la ricerca scientifica, l’aggiornamento e formazione e la prescrizione di farmaci. L’interesse primario del medico, afferma il Codice, non dev’essere «indebitamente influenzato da un interesse secondario». La definizione coincide

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ampiamente con quella già proposta da Marco Bobbio, secondo il quale si ha conflitto di interessi quando ci si trova in una condizione nella quale il giudizio professionale riguardante un interesse primario (la salute del paziente, la veridicità dei risultati di una ricerca o l’oggettività della prestazione di un’informazione) tende a essere indebitamente influenzato da un interesse secondario (guadagno economico, vantaggio personale).

Nel modello ideale di buona medicina che ci è stato lasciato in eredità dalla tradizione gli interessi del medico e quelli del paziente erano allineati e confluenti. Il medico era idealmente rappresentato come un professionista “disinteressato”. La coscienza del medico, chiamato secondo la formula standardizzata a prendere le decisioni “in scienza e coscienza”, era la migliore garante che il corso delle cose fosse rivolto a promuovere il bene del paziente, al quale era richiesto di affidarsi al medico con fiducia. Soprattutto la tradizione della medicina liberale si è fatta paladina di questa strutturazione dei rapporti, coprendo con il manto della deontologia professionale ogni scenario di conflitto e tendendo a escludere, come un’ingerenza indebita, ogni intervento di terze parti nel rapporto fra medico e paziente. Ai nostri giorni il conflitto di interessi non è più un’ipotesi impronunciabile per descrivere ciò che avviene nell’ambito della medicina. Anche il Comitato nazionale per la bioetica ha prodotto un documento, Conflitto d’interessi nella ricerca biomedica e nella pratica clinica, che prende in considerazione un ampio ventaglio di conflitti ai quali sono esposti sia il medico ricercatore sia il clinico. L’inventario delle situazioni nelle quali si possono identificare possibili conflitti è molto ampio: il conflitto può riguardare il rapporto tra ricerca e pratica clinica (gli obblighi dei ricercatori nei confronti del progetto di ricerca possono configgere con i loro obblighi nei confronti dei singoli pazienti), tra didattica e terapia (l’uso dei pazienti per l’apprendimento degli studenti di medicina

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contrasta con il diritto del paziente di essere informato sull’abilità di chi interviene su di lui), tra sanità pubblica e medicina privata, tra gli interessi delle aziende farmaceutiche e quelli di una medicina che si propone di evitare pericolosi abusi consumistici dei farmaci. Infine, quasi sinonimo di conflitto di interessi in quanto tale, c’è l’incidenza del sistema di compensazione dell’attività del medico o di finanziamento degli ospedali.

Sotto accusa è il sistema dei Diagnosis Related Groups (Drg, ossia raggruppamenti omogenei di diagnosi) o modelli analoghi che compensano le prestazioni sanitarie secondo una modalità prospettica. Soprattutto suscita perplessità il sistema della managed care diffuso negli Stati Uniti, che prevede accordi tra le organizzazioni e gli erogatori dei servizi (ospedali, specialisti, singoli medici) sulla base di un compenso globale e forfettario a quota capitaria, ovvero di una quantità di denaro determinata per ogni paziente, indipendentemente dall’effettiva erogazione delle prestazioni. La preoccupazione che emerge è che venga erosa alla base la fiducia stessa nei confronti del medico, se il suo vantaggio economico è inversamente proporzionale a quanto fa per il paziente. Tutti i sistemi di pagamento prospettico invertono la direzione dell’ago della bilancia: quando il medico è pagato all’atto, ha interesse a erogare il maggior numero di prestazioni al paziente, mentre con questa formula meno fa, più guadagna.

È sicuramente apprezzabile lo sforzo del Codice deontologico di portare chiarezza in un ambito della professionalità medica tra i più discussi della nostra società. Sembra, tuttavia, che questa prima formulazione dei conflitti di interessi presenti nella professione del medico sia ancora tentennante. L’incertezza emerge se si confronta l’articolo 30 del Codice, dedicato tematicamente al “conflitto di interesse”, con l’articolo 6, che delinea la qualità professionale del medico. L’articolo 30 lascia intendere che l’interesse del medico sia uno solo: la salute, appunto, dei cittadini.

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Ciò che può entrare in conflitto con quell’interesse, così come viene esplicitato nelle linee guida applicative, ha un carattere contingente. L’articolo 6, invece, presenta una realtà ben più complessa. Per essere un “buon medico”, il professionista non può limitarsi a fornire le migliori cure al malato che ne ha bisogno, così come le identifica la scienza medica oggi, ma deve contestualmente promuovere la capacità della persona di partecipare alle scelte che lo riguardano e tutelare l’accesso ai servizi sanitari dei più svantaggiati: «Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell’autonomia della persona tenendo conto dell’uso appropriato delle risorse. Il medico è tenuto a collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità delle cure».

La formulazione del Codice è ricalcata sulla “Carta della professionalità medica”, promossa dalla European Federation of Internai Medicine e dall'American Board of Internai Medicine. Nel descrivere le responsabilità dei medici, la Carta faceva riferimento ai tre principi fondamentali del movimento della bioetica: il principio della centralità del benessere dei pazienti, il principio dell’autonomia dei pazienti e il principio della giustizia sociale. In questa ottica il nuovo profilo della responsabilità professionale richiede di misurarsi non con un solo parametro ― il bene del paziente ― bensì con tre; né si può definire un buon esercizio della professione medica quello in cui il sanitario non abbia a cuore la promozione di tutti e tre questi obiettivi.

Gli interessi del medico, dai quali non può prescindere la buona medicina, si estendono dalla somministrazione delle cure efficaci alla preoccupazione per un’equa allocazione delle risorse, passando per l'empowerment del cittadino. Gli interessi, perciò, sono plurali; l'idea che uno ― la salute del malato ― sia prioritario e

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gli altri vengano dopo non trova giustificazione in questa visione. Il medico deve fare il bene del malato, ma deve farlo nel modo giusto: rispettando la sua autonomia, senza dimenticare i suoi doveri di assistenza nei confronti di tutti quelli che hanno diritto e bisogno, promuovendo sistemi sanitari giusti. Questi interessi potrebbero essere idealmente allineati, ma realisticamente si possono immaginare in conflitto. Il conflitto di interessi, così formulato, ha un carattere non contingente ma necessario.

In questa prospettiva bisogna ripensare anche alla conflittualità tra gli interessi. La parola “conflitto” ha una connotazione per lo più negativa; nel linguaggio comune sta a significare una situazione indesiderabile, che si dovrebbe prevenire o almeno risolvere, eliminando i conflitti. Ma se gli interessi sono plurali, è ipotizzabile che possano scontrarsi tra di loro. Anzi, il conflitto dovrà essere previsto come la regola, piuttosto che come l’eccezione. La saggezza non consisterà nel neutralizzare qualcuno dei legittimi interessi, ma nel comporli tra loro, con soluzioni creative. Le linee guida allegate al codice deontologico del 2006 mirano a impedire conflitti di interessi contingenti nell’ambito della sperimentazione, della formazione dei medici e della prescrizione di farmaci. Auspichiamo che siano efficaci. Ci sentiamo invece ancora al capolinea per quanto riguarda i sussidi per affrontare i conflitti necessari, che sono quelli che oppongono i medici non all’industria, ma ai cittadini e ai manager. Potrebbero forse essere di aiuto i comitati per l’etica clinica, ma ci sarebbe bisogno di conoscere più esperienze positive in questo ambito.

Etica, etiche: conflitti e composizioni

Un ambito in cui, inaspettatamente, la medicina si è trovata a confrontarsi con la pluralità e con i conflitti che ne derivano è

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quello delle regole morali alle quali per convenzione ci si attiene nell’esercizio dell’arte medica. La pluralità ha investito nel modo più eclatante proprio ciò che della medicina aveva resistito di più al cambiamento: l’etica medica. Nella storia dell’Occidente la medicina si è modificata più volte, da quando con i Greci è passata dal regime magico sacrale a quello del sapere scientifico. In venticinque secoli ha cambiato sia le spiegazioni dei processi patologici, sia le risposte terapeutiche. Quello che era rimasto immodificato era il sistema di valori identificato come etica medica (il riferimento tradizionale a Ippocrate serviva anche a sottolineare la pretesa atemporalità delle norme etiche in medicina). Proprio l’etica medica ci costringe oggi a parlare della medicina al plurale. Che cosa fare di fronte alla pluralità dei mondi etici? Di fronte a un mondo morale diverso, un comportamento che ci viene spontaneo è combatterlo. Quando qualcuno presenta un atteggiamento teorico o pratico diverso dal nostro nei confronti della vita, tendiamo a rispondere con la polemica. La polemica è un modo incruento di fare guerra (pólemos in greco è appunto la guerra) a chi la pensa diversamente da noi. Nella vita quotidiana la polemica fa uso di uno strumento semplicissimo ed estremamente efficace: il dissenso viene squalificato come disonestà morale, o come incapacità cognitiva. In inglese questa strategia si serve di due parole brevi e incisive: chi la pensa diversamente da me dal punto di vista morale è o bad (cattivo) o mad (pazzo); o è in mala fede, o non ragiona bene.

Una seconda scelta è tollerare chi la pensa diversamente. La tolleranza nella storia della civiltà occidentale praticamente comincia con l’illuminismo. Invece di fare la guerra (anche nella forma attenuata che è l’apologetica, che si esprime nel mettere la propria posizione in buona luce e nel dipingere con i colori più neri la posizione altrui) tolleriamo le differenze. La tolleranza è parte costitutiva di ciò che noi oggi qualifichiamo come civiltà.

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Una terza possibilità di fronte alle diverse scelte morali è quella che si potrebbe chiamare di regolamentazione. Possiamo regolamentare i conflitti che nascono dal pluralismo dei mondi morali con le leggi o con norme deontologiche. I codici deontologici, e soprattutto le leggi, sono dei tentativi di definire dei confini, delimitando i comportamenti accettabili da quelli non accettabili. La quarta proposta è quella che vede nell’etica un possibilità di gestione delle differenze morali. Questo è lo scenario che si affaccia quando rinunciamo a eliminare con la repressione o la polemica i mondi etici diversi dal nostro, li tolleriamo per quanto siano compatibili con la convivenza sociale, li regolamentiamo con le leggi dello Stato e con gli ordinamenti deontologici: a questo punto dobbiamo gestire le differenze etiche, per poter convivere. Ebbene, nell’ambito dei comportamenti che hanno a che fare con le decisioni di procreazione, di cure sanitarie e di morte, la bioetica è nata proprio con la finalità di mettere un certo ordine e soprattutto di creare una specie di lingua franca, per poter parlare tra “stranieri morali”.

Non sempre la bioetica, così come la conosciamo nell’esperienza culturale italiana, si è sviluppata in questo orizzonte. Invece del pluralismo, si è andata sempre più profilando una polarizzazione su due atteggiamenti speculari e contrapposti, che hanno preso, di volta in volta, il nome di bioetica laica e bioetica cattolica, valorizzazione a priori della sacralità della vita versus qualità della vita, ecc.

Dal dibattito sulla bioetica si rischia di scivolare verso la “biorissa”, che si serve di parole come corpi contundenti contro l’avversario: così le donne che abortiscono vengono chiamate “assassine”, la decisione di abbreviare le sofferenze intollerabili di persone consenzienti “assassinio”, per non parlare dell’uso strumentale di concetti a definizione variabile, come accanimento terapeutico o eutanasia. Anche quando il dibattito bioetico non è

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diventato luogo privilegiato della polemica, nutrita da ideologie che si giudicano inconciliabili, e non ha dato origine a espressioni di intolleranza, non ha mostrato grandi capacità di gestione delle differenze etiche.

Che cosa possiamo fare di fronte a un mondo morale che non condividiamo? La gestione delle differenze si può sviluppare: quando i mondi morali sono diversi, possiamo parlare con l’altro, facendo delle divergenze l’argomento di una conversazione. Un’eccellente presentazione delle possibilità che possiamo attribuire alla conversazione è offerta dal libro di Theodore Zeldin La conversazione. Di come i discorsi possono cambiarci la vita. Secondo Zeldin, la conversazione fa bene, cioè migliora la vita anche a livello emotivo, forse anche a livello fisico.

Mondi morali diversi sono molto importanti, perché ci possono arricchire. Nel capitolo intitolato “Di come la conversazione incoraggi lo scambio da mente a mente”, Zeldin afferma che «si tratta di invitare altre persone alle proprie conversazioni interiori per scoprire che ti vedono molto diversamente da come ti vedi tu». Ma proprio chi la pensa diversamente può portarci un arricchimento morale: «Considero particolarmente importanti le conversazioni che si collocano al confine tra ciò che capisco e ciò che mi sfugge, incontri con le persone diverse da me». Con un mondo morale diverso dal mio, io ci posso parlare. E la prima cosa che posso guadagnare da questa conversazione è un beneficio per me stesso, perché allargo il mio mondo morale: «Conversando con altri e mescolando voci diverse alla nostra, possiamo trasformare la nostra esistenza in un’opera d’arte originale. È vero che alla gente piace odiare. Zola diceva: “L’odio è sacro”. Grazie all’odio la gente sente di avere dei principi e delle opinioni. Eppure io ritengo che individuare un che di ammirevole o di commovente in una persona incomprensibile e odiosa sia fonte di soddisfazione altrettanto profonda. La sensazione di

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appartenere entrambi all’umanità, le lacrime che ci vengono agli occhi quando cogliamo la sofferenza in persone a noi del tutto estranee, sono tra le più profonde delle emozioni. Ogni volta che ne facciamo esperienza, riscopriamo di appartenere a quella enorme famiglia che è l’umanità. L’umanità non significa soltanto chiunque, significa anche gentilezza. Non sono molte le persone completamente prive di qualche traccia di gentilezza. Trovare questo filone d’oro, quando è nascosto in terreni apparentemente sassosi, è una delle sfide più entusiasmanti».

Anche Benedetta Craveri, con La civiltà della conversazione, dà corpo alla nostalgia di una maniera di vivere che trova nella conversazione il suo punto di forza. Ripercorrendo le vicende culturali della Francia prerivoluzionaria, fa emergere «un’ideale di socievolezza sotto il segno dell’eleganza e della cortesia, che contrapponeva alla logica della forza e della brutalità degli istinti un’arte di stare insieme basata sulla seduzione e sul piacere reciproco». Malgrado la distanza infinita che ci separa da quel mondo, non possiamo impedirci di sognare la cortesia che freni l’irruenza e impedisca lo scontro, anche verbale. E di immaginare che proprio la medicina, vissuta al plurale, possa essere il luogo della rigenerazione dell’esprit de société.

BIBLIOGRAFIA

S. Bartezzaghi, Non ne ho la più squallida idea. Mondadori, Milano, 2006.

L. Bert, “Casa di riposo: oasi di serenità o nido di vipere?”. In: La parola e la cura, autunno 2007.

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M. Bobbio, Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza. Einaudi, Torino, 2004.

Comitato nazionale per la bioetica, Conflitti d’interesse nella ricerca biomedica e nella pratica clinica, 2006.

B. Craveri, La civiltà della conversazione. Adelphi, Milano, 2001.

 European Federation of Internal Medicine, American Board of Internal Medicine, “Carta della professionalità medica”, in Janus 6 (estate 2002).

T. Zeldin, La conversazione. Di come i discorsi possono cambiarci la vita, Sellerio, Palermo, 2002.

Certezze e incertezze del sapere medico

BIOETICA E ANTROPOLOGIA MEDICA

a cura di Sandro Spinsanti

La Nuova Italia Scientifica, Roma 1991

pp. 71-81

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CERTEZZE E INCERTEZZE DEL SAPERE MEDICO

La vita è breve, l’arte lunga,

l’occasione fuggevole, l’esperienza fallace,

il giudizio difficile.

Ippocrate, Aforismi

Il primo, e il più celebre, degli aforismi attribuiti a Ippocrate è la più appropriata introduzione al tema del rapporto tra certezza e incertezza del sapere che è proprio della medicina. Il soggetto interessa indubbiamente la sociologia della conoscenza, nonché la filosofia nella sua funzione di riflessione epistemologica. Ma neppure l’etica è indifferente alla problematica dell’incertezza. Anzi, si può dire che questo è il contesto in cui vanno abitualmente collocati i maggiori conflitti etici riferiti a quel processo che gli americani chiamano decision making. L’incertezza è l’orizzonte connaturale alla decisione clinica, con gli aspetti etici connessi.

Una considerazione attenta della certezza e dell’incertezza del sapere medico può promuovere in modo del tutto naturale la riflessione etica tra gli operatori sanitari, orientandoli tra i pericoli opposti delle false certezze e delle incertezze paralizzanti.

4.1. Ricette per rendersi ignoranti (e infelici)

Tutti conoscono la storiella dell’ubriaco che, di notte, sta cercando per terra la chiave di casa, sotto la luce di un lampione. Un poliziotto che lo incontra dapprima cerca di aiutarlo; poi, insospettito, gli domanda se è proprio lì che ha perduto la chiave. «No ― risponde l’ubriaco ― l’ho persa là: ma là è buio!».

Qualcuno racconta la storia come una barzelletta, per far ridere, e si stupisce che di solito quasi nessuno ride all’udirla. Tutt’al più si riesce a strappare un sorrisino di superiorità da parte di coloro che l’interpretano come una “storia con moralità” (come se volesse suggerire un giudizio del tipo «Quanto sono sciocchi gli uomini...!»). In realtà, non si tratta di una storia comica ma di un

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apologo filosofico. Considerata in profondità, vale quanto un intero trattato di epistemologia. Illustra efficacemente un assioma che sta al fondo di tutto il problema della conoscenza: gli uomini conoscono solo quello che si mettono in grado di conoscere.

Un uso molto acuto della storiella dell’ubriaco è stato fatto da Paul Watzlawick, che se ne serve come storia didattica in senso psicologico nel libro in cui fornisce insegnamenti sul modo in cui “rendersi infelici” 1. Il cercare nel posto sbagliato, per la “buona” (?!) ragione che ci si vede meglio, gli sembra un’illustrazione lampante di una delle ricette più diffuse ed efficaci per rendersi infelici: la ricetta che si può chiamare “sempre di più la stessa cosa”. Quel che possiamo osservare dal punto di vista psicologico è che l’adattamento ci porta a sviluppare determinati modelli di comportamento, che tendiamo a ritenere come eternamente praticabili. Quando il disagio cresce, non mettiamo in discussione i comportamenti, ma attribuiamo piuttosto la loro inefficacia al non esserci dati sufficientemente da fare. Raddoppiamo allora gli sforzi, sempre nello stesso senso e verso la stessa direzione: ancora lo stesso, sempre di più la stessa cosa...; con l’effetto assicurato di ottenere l’aumento del malessere!

L’ipotesi che Watzlawick adotta per spiegare questo comportamento è che l’uomo di fatto non cerchi, come sostiene, la felicità, bensì l’infelicità. («Parliamoci chiaro: come e dove saremmo senza la nostra infelicità? Essa ci è, nel vero senso della parola, dolorosamente necessaria»). Una boutade provocatoria? Un paradosso? Un paradosso, comunque, che svolge bene il suo compito di portarci a considerare la realtà da un punto di vista non scontato, né convenzionale. Come è inquietante (ma anche illuminante) la prospettiva dell’attaccamento all’infelicità per capire il comportamento umano!

Facendo un passo ulteriore nella direzione indicata da Watzlawick, consideriamo l’ipotesi che la ricetta del “sempre di più la stessa cosa” valga non solo per rendersi infelici, ma anche per rendersi ignoranti. La modalità di funzionamento della ricetta è identica. Supponiamo che l’adattamento ci abbia portato alla convinzione che per trovare qualcosa ci vuole la luce, e che quindi il posto migliore per cercare sia là dove c’è più luce. Se non si trova, basta attribuire i cattivi risultati al poco impegno e raddoppiare gli sforzi, senza cambiar posto... Con questa strategia, i risultati di ignoranza sono assolutamente garantiti! È una ricetta di ignoranza

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che vale per tutti i campi del sapere, compreso quello relativo alla malattia.

Il punto cruciale è proprio quello di stabilire se l’uomo vuole veramente la conoscenza, o non preferisce piuttosto l’ignoranza. Qui si trova anche, nella sua massima concentrazione, la questione epistemologica: per stabilire qual è il sapere valido, dobbiamo domandare, prima di qualsiasi questione di contenuto e di metodo, se la conoscenza che si raggiunge corrisponde effettivamente a una volontà di sapere.

La storiella a carattere didattico dell’ubriaco ci soccorre quando ci accingiamo a spiegare che cosa sta attualmente succedendo nell’ambito della medicina. La situazione può essere descritta come una combinazione di infelicità e di ignoranza, in reciproco equilibrio. In questi termini la presenta Edward Shorter, introducendo la sua ricostruzione di La tormentata storia del rapporto medico-paziente:

Al termine di qualche anno di studio [afferma in termini autobiografici] pensavo ormai di capire che cosa fosse la medicina: l’apprendimento della realtà scientifica, in modo che, scoperto il danno all’interno del malato, grazie allo sguardo ai raggi X acquisito, la conoscenza della realtà avrebbe consentito di operare la guarigione. E questo è quanto credono della medicina non soltanto quasi tutti i profani, bensì anche molti medici. Con questo libro intendo dimostrare invece la fallacia di questo modo di vedere, essendomene accorto anch’io in un secondo tempo come tanti medici. Ma quelli che non se ne sono accorti, medici e pazienti, sono coloro che oggi si dichiarano insoddisfatti gli uni degli altri. Questo libro è allora destinato a quei pazienti irati e a quei medici disorientati, i quali vorrebbero capire il perché di tanto risentimento quando si viene a parlare del vissuto della pratica clinica 2.

Nasce il sospetto che gli sforzi, pur sinceri, per eliminare il malessere che domina nella sanità naufraghino per il persistere di una strategia che non conduce da nessuna parte. È come se i medici e i pazienti, mentre manifestano il desiderio sincero di poter tornare a casa, si ostinino a cercar la chiave sotto il lampione, per il motivo che qui c’è più luce, invece che là dove l’hanno smarrita.

Ancora una volta, la ricetta è quella del “sempre di più la stessa cosa”: il passato ha portato a elaborare un comportamento sanitario,

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ritenuto l’unico possibile; al malessere di oggi si risponde raddoppiando gli sforzi, sempre nella stessa direzione (per esempio: sempre più ricerca scientifica, nella direzione finora seguita, per colmare i vuoti della scienza...): senza però cambiar posto, senza spostarsi in un luogo forse più buio, ma dove ci possono essere maggiori chances di trovare quello che si cerca...

4.2. Piccola apologia dell’incertezza

Se l’apologo dell’ubriaco ci ha permesso di scoprire i limiti della certezza ― vale a dire di quel sapere apparentemente solido e certo, ma solo perché si tiene lontano dalle zone d’ombra ― non abbiamo però ancora affrontato le dimensioni peculiari dell’incertezza del sapere medico. Ci possiamo attendere, a priori, che essa abbia anche un valore positivo, simmetricamente al fatto che la certezza, considerata un valore altamente auspicabile, può invece essere un ostacolo alla realizzazione di un’esistenza umana sotto il segno del pathos.

Il discorso relativo al posto che ha l’incertezza nel sapere medico passa necessariamente per un confronto con le ricerche della sociologa americana Renée C. Fox. Da più di un trentennio la studiosa si dedica a esplorare il ruolo che ha l’incertezza nella formazione dello studente di medicina, nella socializzazione del medico e nella condizione umana dei professionisti della salute; l’incertezza è il filo rosso che lega le sue ricerche, il suo insegnamento, i suoi scritti 3. L’insieme della sua opera ci permette di registrare i profondi cambiamenti che il problema della certezza in medicina ha subito nel giro di una generazione.

Discepola del sociologo Talcott Parsons, R. Fox ha cominciato a occuparsi, fin dagli anni Cinquanta, della socializzazione degli studenti in medicina. Il saggio che raccoglieva la sua ricerca recava il titolo emblematico di Training for Uncertainty (1957). La

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formazione del medico comprendeva, a suo avviso, un itinerario finalizzato a fornire la capacità di gestire l’incertezza. Questo lungo allenamento era centrato attorno a tre tipi fondamentali di incertezza. Il primo è quello che deriva da un dominio incompleto o imperfetto del sapere disponibile: nessuno può possedere tutte le qualificazioni e tutte le conoscenze del sapere medico. Il secondo tipo di incertezza dipende dai limiti propri della conoscenza medica attuale (esistono immensi problemi ai quali nessun medico, per quanto esperto, può dare ancora risposta, anche se è legittimo sperare che lo si possa fare in futuro). Una terza causa di incertezza è quella che consiste nella difficoltà di distinguere l’ignoranza o incapacità personale dai limiti specifici della conoscenza medica attuale; ovvero, in parole semplici, se l’eventuale fallimento vada imputato al medico o alla scienza.

All’occhio dello studioso dei comportamenti sociali risulta agevole stabilire un rapporto tra l’incertezza del sapere medico e quella intrinseca dalla condizione umana, nella quale i fatti relativi alla salute, malattia, benessere, morte, sofferenza sono sempre problemi critici di significato. Ma il sociologo è in grado di descrivere anche i meccanismi attraverso i quali gli studenti di medicina in formazione riescono ad adattarsi all’incertezza 4. Al termine dell’“allenamento all’incertezza”, gli studenti diventavano capaci

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di accettare l’incertezza come inerente alla medicina, di distinguere i propri limiti da quelli della scienza, di affrontare l’incertezza con un certo candore e una positiva filosofia scettica. Una singolare condensazione di questo atteggiamento si poteva trovare nello humour medico, miscuglio unico di ironia, empietà e autoderisione.

Renée Fox, studiando l’evoluzione dell’incertezza medica, nota una marcata differenza tra quella degli studenti di medicina degli anni Cinquanta e quella tipica dei nostri giorni. La nuova e più forte sensibilizzazione all’incertezza medica, i cui inizi si possono far risalire alla metà degli anni Settanta, presuppone raffermarsi della nuova biomedicina e di quella riflessione critica che ha preso il nome di “bioetica”. Il contesto sociale è cambiato, e quindi anche il profilo dell’incertezza. Questa non si situa più solo all’interno della scienza medica, ma piuttosto alla frontiera tra la medicina, la politica e l’etica.

Le problematiche bioetiche danno all’incertezza connotazioni molto più ampie. Un significato emblematico assume in questo senso la perplessità relativa alla ricerca con manipolazione del Dna. Il presentimento che la capacità di manipolare i geni potrebbe alla fine provocare una catastrofe si abbina a dubbi circa i limiti delle regolamentazione relative alla ricerca scientifica. («Chi decide a chi competono le decisioni?».) Un discorso analogo si può fare circa gli effetti nocivi di prodotti chimici e di farmaci sull’ambiente e sulla salute umana (prodotti cancerogeni e/o mutageni). La stessa metodologia della ricerca (per esempio, la validità dei testi di sostanze cancerogene fatti sull’animale) crea problemi notevoli di incertezza. La pratica di prescrivere delle norme e di tormentarsi su questa prescrizione (cfr. il ricorso alle “moratorie” in vari ambiti: ingegneria genetica, trapianti sperimentali di organi, ricerca sull’embrione) lascia emergere una figura inedita di incertezza che potremmo chiamare “incertezza di secondo livello”, ovvero “incertezza dell’incertezza”.

La maggior parte dei problemi posti attualmente dall’incertezza e dal rischio non si può ridurre entro il quadro analitico di una sola disciplina o di una singola professione. Le incertezze associate ai progressi scientifici e tecnici più recenti (come il trapianto di organi, il depistaggio e la consulenza genetica, la chemioterapia per il cancro) sono legate a metaquestioni che eccedono l’ambito

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dell’incertezza medica. Sia che si parli dei rischi potenziali paragonati ai vantaggi eventuali, delle conseguenze aleatorie che determinati interventi terapeutici possono comportare per la salute e la sopravvivenza, di predittività, oppure della qualità della vita, inevitabilmente incontriamo problemi fondamentali della società e della stessa condizione umana.

Dall’analisi dell’evoluzione dell’incertezza medica nel corso di un trentennio, Renée Fox giunge alla conclusione che «esiste almeno una coscienza collettiva latente del fatto che le nostre istanze politiche, legislative e professionali attuali non possono inglobare completamente, né risolvere convenientemente il senso profondo delle nostre questioni morali e metafisiche riguardanti l’incertezza relativa alla salute e alla medicina».

Questa lettura dello sviluppo del sapere medico e delle nuove dimensioni che ha assunto in esso l’incertezza ci permette di delineare un profilo non ambiguo della bioetica. Essa ci appare non come il luogo dove vengono respinti dubbi e perplessità che gli operatori delle professioni sanitarie non vogliono o non sono in grado di trattare, ma piuttosto come un metodo per riappropriarsi della riflessione come una dimensione che accompagna necessariamente l’azione. La bioetica ci aiuta a confrontarci con l’incertezza, dopo averla liberata dalla rimozione istituzionale che ha subito nell’ambito della scienza positivistica. Colloca di nuovo i problemi della decisione medica entro il contesto appropriato, che è quello di un orizzonte che si apre sulle questioni metafisiche, accessibili non al sapere scientifico ma a quello filosofico e teologico.

Il sapere umano ci appare così costituito di diversi gradi, organicamente collegati con il non sapere. All’aforisma iniziale di Ippocrate possiamo così aggiungere, al termine di questo percorso nel sapere medico, un aforisma di Niels Stensen (il celebre Stenone, medico, scienziato e teologo del XVII secolo): «Pulchra sunt quae videntur, pulchriora quae sciuntur, longe pulcherrima quae ignorantur». («Belle sono le cose che vediamo, più belle quelle che conosciamo, di gran lunga più belle quelle che ignoriamo».)

4.3. Le esigenze di una medicina antropologica

Il delicato equilibrio del sapere medico, perpetuamente oscillante tra la certezza e l’incertezza (ivi comprese le certezze autentiche e quelle ideologiche, che presuppongono una semplificazione deformante della realtà, le incertezze paralizzanti e quelle invece che si aprono su orizzonti di senso più ampi), è dovuto al fatto

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che oggetto della medicina non sono propriamente le malattie, ma uomini malati. È il soggetto il centro di gravitazione del sapere medico. Ogni sapere relativo alla patologia che, per diventare certo, escluda il soggetto, si condanna con ciò stesso a fallire il suo obiettivo.

Non è una caratteristica esclusiva dei nostri giorni mettere sul banco degli accusati quella medicina che, aderendo al positivismo scientifico, pretende di portare una luce oggettiva e incontrovertibile sui fatti biologici che riguardano l’uomo, mettendo sistematicamente tra parentesi quelle caratteristiche che lo rendono unico tra i viventi. Tra le tante proposte correttive mi limito a citare la Medicina antropologica delineata da Viktor von Weizsäcker 5. Anche se a questo indirizzo, che si è proposto di combinare la scienza biologica di laboratorio con il sapere sull’uomo sviluppatosi nell’ambito della pratica psicanalitica e della riflessione filosofica fenomenologica, non è arriso un successo clamoroso neppure nella nativa Germania, non ha affatto perduto la sua freschezza e la capacità di stimolare a una pratica terapeutica più aderente all’umano nella sua interezza. Più di recente, del resto, una ripresa di interesse editoriale nei confronti di von Weizsäcker, anche nel nostro Paese, lascia sperare che i semi del suo pensiero possano ancor germogliare 6.

«Introdurre il soggetto in biologia» è una delle formule concise con cui von Weizsäcker amava presentare il progetto globale che lo animava. Nell’espressione è implicita una protesta contro l’approccio tipico delle scienze della natura che, applicando il metodo analitico-sperimentale, hanno prodotto una concezione meccanicistica anche dell’essere vivente. Rivendicare l’introduzione del soggetto nell’ambito delle scienze biologiche vuol dire sciogliere l’incantesimo dell’oggettività, ritrovare quelle componenti della malattia come fatto dell’essere vivente che sfuggono al microscopio.

Abbandonando il dualismo cartesiano, per lavorare con l’ipotesi dell’unità corpo-psiche, von Weizsäcker apriva, con la sua medicina antropologica, un ambito per la comprensione della malattia

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che la medicina come scienza della natura si era precluso. Per dirlo in modo sintetico, con le sue stesse parole: «La malattia dell’uomo non è il guasto di una macchina, bensì la sua malattia non è altro che lui stesso; o meglio, la sua possibilità di diventare se stesso».

Senza il soggetto, noi non capiamo la malattia; senza il soggetto noi non realizziamo la guarigione. Forse si può avere la guarigione in senso riduttivo, intesa come restaurazione di uno status quo ante. Ma in senso antropologico pieno la guarigione, che differisce dal recupero della salute come stato precedente e comprende variabili quali l’aumento di consapevolezza, il cambiamento dello stile di vita, l’acquisizione di una conoscenza di sé che include quella parte di ombra che probabilmente gioca un certo ruolo nella creazione della malattia, non può darsi senza la partecipazione attiva del soggetto.

Quello che osserviamo nella prassi medica quotidiana è, invece, proprio la sistematica esclusione del soggetto, inteso come momento fondamentale unificatore, in cui il biologico, lo psichico e il sociale si riuniscono sotto la categoria del biografico. Quando si pretende di dar ragione della malattia evacuando il soggetto, si registra una dipendenza, che è allo stesso tempo psicologica e istituzionale, dall’apparato sanitario, cui corrisponde un’implicita delega agli “esperti” di attuare la guarigione.

Questo abbandonarsi passivo trova spesso riscontro nella volontà esplicita di coloro che rappresentano la medicina scientifica di escludere le complicazioni che derivano da un coinvolgimento del soggetto. Il messaggio: «Tu non c’entri per niente con la tua malattia», trasmesso almeno implicitamente attraverso una gestione del tutto impersonale del fatto morboso, produce un irreparabile impoverimento antropologico della malattia.

La guarigione, intesa come un evento sostanziale più pregnante, più globale del semplice recupero della salute, cioè come una possibilità di riappropriarsi di se stesso, non può avvenire soltanto adattandosi alle regole di comportamento che i rituali sanitari stabiliscono per il “buon” paziente. Nessuno può sapere al posto nostro qual è il cammino verso la guarigione, nel suo equilibrio assolutamente singolare di resistenza e resa, di male da combattere e male da accettare.

La resistenza dei sanitari ad accettare il soggetto — e quindi il significato personale della malattia e della guarigione nell’insieme del processo terapeutico ― è solo una parte della verità. L’altra metà del fallimento del programma di antropologizzare la malattia va attribuita ai malati stessi. Sono essi che vogliono semplicemente

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liberarsi di un sintomo e non scendere fino alle radici della malattia, là dove si incontra la propria partecipazione al fatto di essere malato e dove si è chiamati ad assumere la propria responsabilità per la guarigione.

Per quale ragione non vogliamo integrare salute e malattia in un progetto esistenziale? La domanda suona retorica. Anche la risposta rischia di esserlo, in quanto non può che rimandare all’idea più generale che ci facciamo dell’umanità. Ovvero, per utilizzare un’espressione metaforica: quella forma diffusa di stoltezza che chiamiamo “sapere scientifico” non è altro che un’espressione particolare della stoltezza più generale dell’umanità. Se siamo un’umanità stolta, come potremmo avere una medicina saggia? Se non vogliamo vedere la verità in altri campi della nostra vita spirituale, perché dovremmo vedere la verità e cercare il bene proprio là dove si manifesta sotto forma di malattia e di morte? Un’umanità ostinata che, posta di fronte all’alternativa tra capire o morire, sceglie il “martirio dell’ignoranza”, quale altro atteggiamento potrebbe conoscere di fronte alla malattia?

Con interrogativi di questo genere la bioetica assolve il suo compito più alto: quello di essere coscienza critica dell’umanità. Non possiamo avere un orientamento giusto verso il bios, verso la vita in tutte le sue manifestazioni ― vita sana, vita malata, vita carente, vita morente ― se non aderiamo a un’etica che favorisce un movimento di integrazione di tutta la nostra esistenza.

Un approccio etico positivo, che rispetti il senso soggettivo della malattia e della guarigione e non deresponsabilizzi il malato, ma lo guidi, piuttosto, a riprendersi la responsabilità della sua vita proprio attraverso la vicenda patologica che sta attraversando, ha un difficile compito davanti a sé. Il principale ostacolo è costituito dalla contrapposizione corrente tra due atteggiamenti di fondo nei confronti del sintomo morboso: comprendere ed eliminare. L’approccio psicoterapeutico ha fatto proprio il primo. Nella sua pratica, il sintomo va interrogato, affinché lasci trapelare il suo senso; la guarigione viene fatta coincidere non con la semplice eliminazione del sintomo, ma con l’appropriazione del suo significato da parte del soggetto. Questa concezione si è estesa tutt’al più alle somatizzazioni nevrotiche, ma non al resto delle malattie somatiche di competenza della medicina. La pratica terapeutica di quest’ultima si è sempre più identificata con l’approccio che si propone di eliminare il sintomo.

La clinica si può rinnovare solo se, senza ratificare questa contrapposizione tra il comprendere e l’eliminare, instaura una pace tra queste due dimensioni o concezioni dell’atto terapeutico. È necessario

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abolire la distinzione artificiale, o soltanto di comodo, tra clinica delle malattie somatiche e clinica della patologia di tipo psicologico, che si basa su un dualismo che la medicina cosiddetta psicosomatica ha solo sfumato, senza abolirlo.

Il mettere pace inizia con il dissipare gli equivoci. Coloro che sono tutti tesi verso l’eliminare sospettano coloro che inclinano verso il comprendere, quasi fossero alleati della malattia, conniventi con il male; per contro, coloro che si collocano sul versante del comprendere accusano pesantemente i sanitari che sono sul versante dell’eliminare di esercitare una specie di veterinaria applicata all’uomo, di ridursi a un ruolo di meccanici dell’organismo. Queste due modalità non vanno contrapposte, ma integrate.

Quando alla malattia si dà il permesso di parlare fino in fondo e si esercita verso di essa un ascolto totale, si può realizzare la chiusura del circolo ermeneutico, mediante un comprendere che non è antitetico ma complementare all’eliminare. Solo questo è un processo terapeutico completo, che presuppone l’esigenza di dare alla malattia dell’uomo tutto lo spessore soggettivo che le compete.

Note

1 P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano 1984.

2 E. Shorter, La tormentata storia del rapporto medico-paziente, Feltrinelli, Milano 1986, p. 9.

3 Tra le pubblicazioni più importanti di R.C. Fox segnaliamo: Training for Uncertainty, in R.K. Merton, G. Reader (eds.), The Student-Physician, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1957, pp. 207-41; Experiment Perilous: Physicians and Patiens facing the Unknown, Free Press, Glencoe (Ill.) 1959; The Process of Professional Socialization: Is There a “New" Medical Student? A Comparative View of Medical Socialization in the 1950s and in the 1970s, in L.R. TancrediEthics of Medical Care, National Academy of Science, Washington 1974. Una raccolta antologica dei principali scritti di Renée Fox è tradotta in francese col titolo L’incertitude médicale, Ciaco, Louvain-la-Neuve 1988.

4 «Sezionare un cadavere e partecipare a un’autopsia iniziavano gli studenti alla natura profonda del lavoro medico, che si fonda principalmente sulla dualità della vita e della morte [...]. Praticamente tutti i medici procedono a esami e all’anamnesi, emettono una diagnosi e applicano una terapia. Questi aspetti quotidiani del loro lavoro li obbligano e li autorizzano ad auscultare, scrutare, toccare, manipolare, esplorare e penetrare il corpo dei loro pazienti, ad analizzare le loro urine, le loro feci, il loro sangue, il loro muco, così come ogni altra sostanza o secrezione corporea, introducendosi così nella loro vita personale e nei loro sentimenti più intimi. Osservando regole rigorose di asepsi, vestiti di bianco inamidato o di verde astringente, penetrano gli orifici del corpo umano che sono fisiologicamente o simbolicamente associati alle sue più nobili e alle sue più basse funzioni, per estrarne certe sostanze quale il sangue umano, per esempio, considerato nella nostra cultura come allo stesso tempo impuro e sacrosanto. In patologia clinica, nel corso di diagnosi fisiche e nelle loro diverse funzioni cliniche, ho osservato come gli studenti di medicina imparano non solo a padroneggiare le tecniche che questi esami implicano, ma anche a controllare le loro reazioni emotive. Ciò che gli studenti ritenevano particolarmente “sconcertante” (per usare le loro parole) si ritrova nelle situazioni mediche in cui i problemi di incertezza e di significato sono legati: per esempio, quando assistevano a un’autopsia da cui non derivava nessuna spiegazione definitiva sulla causa della morte del paziente, o quando erano a contatto con un paziente che soffriva di un cancro doloroso e incurabile e che subiva i gravi effetti secondari della terapia». R. FoxThe Evolution of Medical Uncertainty, Milbank Memorial Fund, New York 1980

5 Per una presentazione sistematica del pensiero di V. von Weizsäcker, cfr. S. Spinsanti, Guarire tutto l’uomo. La medicina antropologica di Viktor von Weizsäcker, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1988.

6 Mentre in Germania è in corso l’edizione completa delle opere di V. von Weizsäcker, in dieci volumi, due scelte antologiche dei suoi scritti sono apparse in italiano: P.A. Masullo (a cura di), Biologia e metafisica. Istruzioni per la condotta umana, Edizioni 10/17, Salerno 1987; Th. Henkelmann (a cura di), Filosofia della medicina, Guarini, Milano 1990.

Bioetica e deontologia professionale

Pio Lattarulo

BIOETICA E DEONTOLOGIA PROFESSIONALE

McGraw-Hill, 2011

pp. XIX-XXI

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PRESENTAZIONE

Abbiamo davanti a noi un manuale... Di che cosa, esattamente? Quando cerchiamo il nome appropriato per definirne il contenuto, ci rendiamo conto che trovare le parole giuste ci mette di fronte a inaspettate difficoltà. Sappiamo che il libro è dedicato ai mali che affliggono la pratica della medicina e ai correttivi necessari perché risponda alle nostre migliori aspettative. In termini clinici, il manuale è rivolto a formulare la diagnosi e indicare la terapia per le patologie che allontanano la medicina da ciò che vorremmo che fosse. Ma quando cerchiamo l’etichetta da apporre sul manuale, ci accorgiamo che le parole adatte ci sono state sottratte.

Si possono uccidere le persone: è un crimine che non finiremo mai di esecrare. Abbiamo reazioni meno viscerali quando vengono uccise le parole; eppure la perdita per l’umanità non è meno grave. La devastazione linguistica di cui parliamo non riguarda direttamente ciò che possiamo e dobbiamo fare per porre rimedio a ciò che disapproviamo nella pratica medica, ma ci toglie di bocca “le parole per dirlo” (per riprendere il titolo del celebre romanzo psicanalitico di Marie Cardinal con cui la scrittrice ha ripercorso il cammino che l’ha portata fuori dalla nevrosi che l’abitava: la sofferenza della sua anima, non trovando altra forma di espressione, non poteva che trasferirsi sul corpo, finché le parole giuste l’hanno liberata). Anche la pratica della medicina soffre di un grave malessere generalizzato. Abbiamo le “parole per dirlo”? E come chiameremo il rimedio che intendiamo proporre?

La prima parola a essere messa fuori gioco è stata “la morale”. Come correttivo al malessere generato da modalità di cura e assistenza non corrispondenti ai nostri bisogni, si era soliti in passato evocare la necessità di maggiore impegno morale. Ma la morale si è caricata di un senso accusatorio che rende la parola irredimibile. Chi può sostenere il sospetto di “voler fare la morale” a qualcun altro? Ai nostri giorni, poi, il degrado della parola è diventato insuperabile, perché coloro che osano evocare la necessità di una coerenza morale ― nella vita pubblica, così come nei comportamenti privati ― sono bollati come portatori infetti di “moralismo”...

Una certa diffidenza nei confronti della morale è raccomandabile. Se non altro perché, secondo lo scrittore americano David Thoreau, “non c’è odore peggiore di

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quello che proviene dalla bontà andata a male”. Corruptio optimi pessima, sentenziavano i latini; le persone con i più alti ideali cadono rapidamente al di sotto del comune livello di moralità, quando scendono la china (per non parlare di quella caricatura del bene morale costituita da coloro che meritano la definizione di Mark Twain: “Un uomo buono, nel peggior senso della parola”...). Coloro che, chiusi nella torre d’avorio della propria moralità superiore, pretendono di giudicare gli altri dall’alto in basso, suscitano antipatia e rigetto. Ancor peggio: mondi morali chiusi gli uni agli altri possono diventare luogo di scontro. La morale come sistema intollerante incombe nel contesto delle attività di cura. Queste mobilitano concezioni dell’uomo e sistemi di valori per nulla propensi a confrontarsi in maniera irenica; sono inclini piuttosto a innalzare sbarramenti “non negoziabili”.

Poi è venuta l’etica. L’abbiamo importata dall’ambito linguistico anglosassone, come traduzione pari pari di ethics. In italiano la parola è stata accolta come una liberazione: non provocava, come la morale, associazioni mentali oppressive. Il termine è approdato da noi nel nuovo conio di “bioetica”, sull’onda del movimento nato negli Stati Uniti negli anni ’70. Portava anche la promessa di superare le secche dell’etica medica, in quanto disciplina che rifletteva la centralità della professione medica: la bioetica non era, appunto, l’etica dei medici che si imponeva agli altri professionisti sanitari e ai cittadini stessi; la bioetica riguardava tutti e andava ricercata tutti insieme, superando quella posizione che i sociologi hanno descritto come “dominanza medica”. Con la bioetica nasceva anche la speranza di liberarsi dal paternalismo, che dell’etica medica ha costituito tradizionalmente il limite intrinseco.

Ma anche l’etica ― benché modernizzata in bioetica ― ha rapidamente esaurito la sua parabola positiva nelle attese di molte persone. Una disciplina (o piuttosto un approccio interdisciplinare e multidisciplinare) sorta con l’intento di introdurre nelle nostre società una modalità nuova di affrontare i problemi che pongono le scienze biomediche si è rivelata invece una palestra di vecchie e nuove intolleranze. La bioetica è diventata sinonimo di biodiritto; e questo, a sua volta, di biopolitica. Quanto dire che anche la bioetica, invece di costituire il toccasana per il nostro malessere, è venuta a identificare un ambito di attriti urticanti, che contrappongono le visioni della vita e i comportamenti legati alle scelte supreme, soprattutto quelle legate alla procreazione e alla morte.

Esistevano altre parole per indicare la cura di cui ha bisogno la pratica medica: “deontologia”, per esempio, e “umanizzazione”. Anche queste parole, però, erano zoppicanti di natura loro.

La deontologia ha una nobile tradizione. Ma ha il limite di evocare mondi professionali chiusi e autoreferenziali. Le principali professioni attive in ambito sanitario ― i medici e gli infermieri ― nelle loro periodiche revisioni dei codici deontologici (i medici hanno rivisto il proprio codice nel 1978, nel 1989, nel 1995, nel 1998 e nel 2006; gli infermieri nel 1977, nel 1999 e nel 2009) hanno dato prova di grande sensibilità per le mutazioni culturali in corso. Progressivamente hanno rimesso in discussione i rapporti tra curanti e curati modellati in senso asimmetrico e hanno saputo riconoscere il valore dell’autonomia del soggetto malato. Tuttavia non è verso la modifica delle regole deontologiche che si rivolgono le attese della nostra società.

Considerazioni diverse tendono a creare riserve circa l’uso di una terminologia che gravita intorno all’“umamzzazione”. Nei due sensi: accusa di “malasanità” ai servizi sanitari o di “disumanizzazione” ai professionisti e la richiesta di riumanizzazione come terapia per curare il malessere attuale. Per quante nobili parentele

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vogliamo trovare alla parola ― dalla humanitas latina alla gloriosa cultura dell’Umanesimo rinascimentale ― l’umanizzazione della medicina si rivela un progetto ambiguo. I sanitari che si sentono oggetto di un programma di umanizzazione si sentono inevitabilmente accusati di comportamenti “disumani”. È facile immaginare che la reazione più prevedibile sarà quella di risentita chiusura, o la ricerca di altri capri espiatori (gli amministratori della sanità, le condizioni di lavoro, le risorse carenti...). In ogni caso, sarà arduo avere come alleati in un programma di umanizzazione i professionisti che si sentono messi sotto accusa con quella parola.

Come qualificare, dunque, il male della medicina attuale, e il rimedio che si intende proporre? Un’alternativa è costituita da un prestito che possiamo fare dall’inglese: le Medicai Humanities. Proprio la sua estraneità linguistica si rivela un vantaggio: non fa scattare associazioni mentali ― come “morale”, “umanizzazione” ― o conflittuali ― come “bioetica” ―; non è fredda come “deontologia”, ma conserva il valore utopico di ciò che si colloca nel solco dell’umanesimo. E sopratutto chi usa questa denominazione ha l’obbligo di dar conto del suo progetto: non essendo intuitivo, lo deve spiegare. È quello che si accingono a fare gli Autori di questo manuale. Consapevoli di dover usare parole ambigue e in parte squalificate, si concentreranno piuttosto sul vissuto della cura, così come è richiesta e come è erogata. E condurranno una pacifica e fruttuosa “conversazione” con tutti quei professionisti che condividono la convinzione che esiste un’alternativa alla pratica del lamento e della denuncia: è la ricerca comune di alternative praticabili.