Commento a “Problemi etici nel trapianto renale da vivente”

Book Cover: Commento a "Problemi etici nel trapianto renale da vivente"
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

COMMENTO A "PROBLEMI ETICI NEL TRAPIANTO RENALE DA VIVENTE

in Giornale Italiano di Nefrologia

anno 23, n. 5, 2006 pp. 512-514

512

Commentary on ethical issues in living renal transplantation

The paper by EA Friedman and AL Friedman, advocating suitable kidney sale legislation recently published in Kidney International, has aroused some controversy among the Italian Society of Nephrology Mailing List members (ML-SIN).

A previuos article reviewed the main issues and summarized Italian nephrologists opinions.

Generally speaking ML-SIN participants were critical towards this proposal, the most widespread opinion was that trade of organs for transplant purposes is unethical and that Friedman's legislative suggestion is unlikely to succeed in Italy,

To complete discussion, we report also the opinion of an authoritative Ethics expert. (G Ital Nefrol 2006; 23: 512-4)

KEY WORDS: Mailing List Kidney transplantation Kidney transplantation. Ethics Kidney transplantation Legislation

PAROLE CHIAVE: Mailing List, Trapianto di rene, Trapianto di rene: Etica, Trapianto di rene: Legislazione

Nota editoriale

Il Trapianto renale da vivente non apparentato ha suscitato un grande e appassionato dibattito tra i soci della Mailing List. Nello scorso numero del GIN abbiamo pubblicato il parere del clinico, il Prof. Ponticelli.

In questo numero, a completamento della discussione, pubblichiamo il parere di un esperto in bioetica, il Prof. Sandro Spinsanti.

Il Prof. Spinsanti, laureato in psicologia e in teologia, ha insegnato Etica medica nella facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma e Bioetica nell’Università di Firenze, ha fondato e dirige a Roma l’istituto Giano per le medicai humanities e il management in sanità, ed è Direttore della rivista “Janus. Medicina: cultura, culture”.

Di seguito è riportato il commento che il Prof. Spinsanti ha scritto per il GIN.

Considerazioni etiche sulla proposta di legalizzare la vendita di organi per trapianto

La compravendita degli organi ha bisogno di riflessione etica. Riflessione, piuttosto, che indignazione. Nella nostra cultura, con tradizioni giuridiche e organizzazione sociale della sanità lontane sia dal liberalismo mercantile che predomina negli Stati Uniti, sia dalla “deregulation” di diversi Paesi orientali, la proposta di mettere sul mercato organi umani suscita ripugnanza. Come ha ampiamente documentato il libro di Giovanni Berlinguer e Volnei Garrafa: La merce finale. Saggio sulla compravendita di parti del corpo (Baldini & Castoldi, Milano 1996), nel rifiuto confluiscono diverse tradizioni. Quella del socialismo umanitario, per esempio. Una voce in questo senso è quella di Victor Hugo nel romanzo “I miserabili” tramite il personaggio di Fantine. La donna, abbandonata dal suo seduttore, per allevare la figlia Cosette prima vende i suoi lunghi capelli biondi, poi i suoi denti incisivi, e infine si prostituisce. “La miseria offre, la società accetta”, commenta lo scrittore.

Nel contesto della tradizione socialista, polemica nei confronti di chi tende a ridurre tutto a merce, merita di essere citato il testo di Antonio Gramsci, che risale al 1918 (il testo, intitolato sinteticamente Merce, è stato di recente riproposto da AM, Rivista della Società italiana di antropologia medica: ottobre 2003, pp. 463-72). Partendo da una notizia di cronaca che riportava la sostituzione del cuore tra due cani, commentava Gramsci con verve polemica: “Da questo momento il cuore è diventato una merce: può essere scambiato, può essere comprato. Chi vuol cambiare

513

il suo cuore logoro, sofferente di palpitazioni, con un cuore vermiglio di zecca, povero, ma sano, povero, mia che ha sempre onestamente palpitato? Una buona offerta: c’è la famiglia da mantenere, l’avvenire dei figli preoccupa il genitore; si cambi dunque il cuore per non apparire di esserne sprovvisto”.

Ma anche la tradizione giuridica liberale è contraria a legalizzare questo mercato. Berlinguer cita l’opinione di Norberto Bobbio, per il quale ci sono beni che anche un fautore del liberalismo e del mercato deve sottrarre alla vendita; a esemplificazione cita il corpo umano e i voti nelle elezioni. Per queste diverse ragioni, la proposta di aprire un mercato di organi per lo più è accolta con uno sdegnoso rifiuto (in questo senso, vedi anche la “Mozione del Comitato Nazionale per la Bioetica sulla compravendita di organi a fini di trapianto” del 18 giugno 2004).

Ora, la ripugnanza è un sostegno quanto meno fragile all’etica. In alcuni casi possiamo sostenere che la ripugnanza sia l’espressione emotiva di una saggezza profonda, che eccede la capacità della ragione di esprimerla pienamente. Ma l’esperienza ci dimostra che siamo molto adattabili: la nostra avversione iniziale può diventare accettazione. La ripugnanza talvolta si dimostra errata (pensiamo agli interventi chirurgici di riassegnazione del sesso o alle pratiche di fecondazione medicalmente assistita che, escluse frange estreme, nel loro nucleo centrale sono diventate routine, senza peraltro distruggere i valori familiari). Alla ripugnanza possiamo solo assegnare la funzione di allertarci: ci indica un problema o una situazione alla quale dobbiamo prestare la massima attenzione.

Non è sufficiente, perciò, enfatizzare la ripugnanza o il rifiuto istintivo ad aprire un mercato degli organi e dei tessuti del corpo umano: bisogna argomentare l’accettazione e il rifiuto,-se non vogliamo che le due comunità morali, orientate secondo le due diverse posizioni, approfondiscano ulteriórmente le reciproche estraneità. La bioetica è sorta, appunto, con il sogno utopico di far incontrare e parlare gli “stranieri morali”, senza demonizzazioni reciproche.

Gli strumenti normativi che abbiamo per regolamentare i nostri comportamenti su questioni dibattute, come la compravendita degli organi, sono la legge e l’etica. I due sistemi di norme sono diversi e complementari. Sappiamo che nella nostra area geografico-culturale le leggi che regolano i trapianti di organi e di tessuti di origine umana escludono il mercato. Non solo la legge italiana: tutti i Paesi della Comunità Europea si sono impegnati a uniformare le loro legislazioni a principi espressi dalla Convenzione di Oviedo sulla bio-medicina (1997), completata dal protocollo aggiuntivo che riguarda appunto i trapianti (2002). D protocollo (cap. VI) proibisce esplicitamente il guadagno economico, consentendo solo compensazioni per il donatore vivente riferite a perdita di reddito o rimborso delle spese giustificabili.

Ai nefrologi italiani partecipanti alla discussione risulta chiaro che la presenza di una legge che proibisce la compravendita degli organi non è un argomento che dirima ogni discussione in merito 1. Qualora la sensibilità etica cambiasse e si giungesse a un ampio consenso, la legge potrebbe essere cambiata (questo è, tra l’altro, il senso degli interventi ospitati su Kidney International). Ma nella nostra società, allo specchio delle reazioni dei medici intervenuti nel dibattito, non si registra alcun cambiamento che vada in questa direzione. I principali argomenti ventilati nell’area culturale americana, riconducibili al principio di autodeterminazione, che comporterebbe il diritto di disporre del proprio corpo, non fanno breccia nel nostro contesto. Lo stesso argomento del vantaggio che si potrebbe procurare ai nefropatici in lista di attesa (nel linguaggio della bioetica: principio di beneficence, ovvero del bene del paziente) si scontra con la considerazione del danno che verrebbe inferto al donatore. I principi che sovxaintendono alla sfida del minimo morale, ovvero il principio di non-maleficità (primum non nocere) e quello di non-discriminazione (in questo caso, tutelare il corpo dell’indigente indotto a vendere un organo con lo stesso interesse con cui il sanitario si dedica a curare il ricco), prevalgono sui principi dell’autonomia e della beneficità.

Le argomentazioni etiche addotte da coloro che sono favorevoli al mercato degli organi ― in forma radicalmente liberalizzata o con modalità che prevedono limiti, come il mercato monopsonistico, in cui lo stato è l’unico acquirente ― non convincono i nefrologi italiani, orientati alla esclusione dello scambio per compravendita. Ma è da sottolineare positivamente la rinuncia a toni da crociata e di squalifica morale di chi la pensa diversamente: una evenienza rara nelle contrapposizioni senza esclusioni di colpi che invece caratterizzano la gran parte dei dibattiti in tema di bioetica.

Relativamente poca attenzione da parte dei nefrologi italiani hanno riscosso invece gli spunti, presenti nel dibattito internazionale, relativi alle proposte per incentivare le donazioni. Come non è sufficiente proibire la compravendita, se la proibizione non è sostenuta da un’ampia convinzione etica, così non basta predicare l’idealismo altruistico presupposto dalla categoria del dono. Può farlo una religione, ma una politica sanitaria ha bisogno di strumenti di sua competenza. Può darsi Che gli incentivi “etici” alla donazione, come alternativi alla compravendita, proposti da Delmonico et al. (2002) 2 non siano appropriati alla realtà italiana. Se così è, ne dovremmo promuovere altri. Ma purtroppo sembra che in Italia la riflessione su questo tema debba ancora cominciare.

Il quadro concettuale nel quale inserire le possibili forme di incentivazione non può prescindere dalla forma solidaristica che ha assunto il Servizio Sanitario nella nostra cultura, quale funzione dello Stato. L’universalismo dei servizi, tuttavia, non esclude la possibilità di creare un particolare “circuito di solidarietà”, nel quale condividere oneri e vantaggi. Ciò presuppone, in pratica, la possibilità riservata agli individui di escludersi, per propria decisione, dal circuito

514

di coloro che sono disponibili per ricevere o donare gli organi. Questa possibilità negativa diventa sempre più urgente nella società multietnica e pluriculturale nella quale viviamo. Nello stesso tessuto sociale convivono persone che non condividono le stesse convinzioni e non si orientano secondo identici ideali di “buona vita”. Per alcuni ricevere o dare organi è un tabù o una via impraticabile dal punto di vista morale (basti pensare alle combattive posizioni assunte dalla “Lega contro la predazione degli organi”...). Una società pluralistica deve trovare il modo di rispettare le scelte di chi si dichiara estraneo alla possibilità di trapianto, sia come soggetto ricevente che donante.

In senso positivo, la scelta di essere inclusi nel circuito della solidarietà, per quanto riguarda la circolazione di quel bene raro che sono organi e tessuti del corpo umano, comporta la decisione di rendersi disponibili al prelievo, per poter beneficiare del dono. Siamo disposti ad accettare che la disponibilità a offrire i propri organi costituisca criterio di priorità, nel caso di persone che ne abbiano bisogno come riceventi? È una questione delicata, che può sfociare nella creazione di due classi di cittadini, non più uguali di fronte al bisogno. Ancor più delicata diventa la questione quando il ricevente è un minore: dovremmo tener conto delle scelta dei genitori di iscriversi all’uno o all’altro circuito, oppure dovremmo tenerli fuori dalle preferenze dei loro genitori? Sono interrogativi con i quali ci dovremmo confrontare, qualora decidessimo di percorrere seriamente la via dell’incentivazione, piuttosto di quella, attualmente più frequentata, della moral suasion per indurre la disponibilità alla donazione.

Parallelamente, dobbiamo anche chiederci se non siano necessarie strategie di disincentivazione rispetto a comportamenti moralmente censurabili, come il ricorso al mercato clandestino degli organi. Questo è anche un crimine, perseguibile per legge. Benché il medico eviti di confondere i ruoli e non voglia assumere la funzione di poliziotto, può trovarsi in posizione di conflitto se un paziente, che ha effettuato un trapianto acquistando un organo in un Paese dove questa pratica è legale, ricorra ai suoi servizi per complicazioni sopraggiunte o per il follow-up. Il conflitto di coscienza può tradursi in un rifiuto di prestargli assistenza? Lo spirito dell’etica ippocratica inclina il medico a escludere dalle proprie considerazioni i meriti o demeriti morali del paziente: deve curare con la stessa dedizione la vittima e l’aggressore, il criminale e il santo. Ma potrebbero essere opportune, in situazioni di questo genere, normative di sanità pubblica. Per analogia, pensiamo ai casi, arrivati agli onori della cronaca, nei quali le autorità sanitarie inglesi hanno sottratto dalla copertura del Servizio sanitario nazionale interventi rivolti a donne che si erano sottoposte a pratiche di fecondazione medicalmente assistita in Italia, nel periodo in cui, in assenza di una legge, erano legali da noi procedure vietate in Inghilterra. La misura era rivolta appunto a disincentivare il ricorso al “turismo procreativo”, sottraendo all’assistenza medica pubblica le conseguenze di pratiche vietate in patria. Qualora si volesse ricorrere a sanzioni di questo genere per i trapianti illegali, per disincentivare il “turismo da trapianto,” dovrebbero però essere prese a livello di SSN, non come decisioni affidate all’iniziativa del singolo medico o di una categoria di professionisti.

Riassunto

La recente pubblicazione su Kidney International di un articolo favorevole alla regolamentazione del mercato per il reperimento di organi per trapianto, ha suscitato un acceso dibattito fra gli iscritti alla Mailing List della SIN (ML-SIN).

Nel precedente numero della rubrica dedicata alla ML-SIN, sono stati richiamati gli elementi principali della proposta auspicata dagli Autori e sono stati riassunti gli interventi degli iscritti.

I partecipanti alla discussione, pur con argomentazioni diverse; hanno generalmente assunto posizioni critiche nei confronti della proposta. L’opinione più diffusa è che la mercificazione degli organi sia, dal punto di vista etico, inaccettabile e che l’ipotesi legislativa su cessioni di organo a pagamento sia difficilmente proponibile nel nostro paese.

A completamento della disamina del problema, in questo articolo della sezione del GIN riservata alla ML-SIN viene riportata l’opinione di un autorevole esperto in Bioetica.

BIBLIOGRAFIA

1 Limido A., Fraticelli M., D’Amico M., Problemi etici nel trapianto renale da viventeG. Ital. Nefrol 2006; 23: 431-6.

2 Delmonico F.L., Arnold L., Scheper-Huges N., Siminoff LA, Kahn J., Youngner S.J. Ethycal incentives - not payment - for organ . donation, N. Engl J Med 2002; 346, 2002-5.

Conflitto di interessi

Book Cover: Conflitto di interessi
Part of the Bioetica sistematica series:
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

CONFLITTO DI INTERESSI

in Giornale Italiano di Endoscopia Digestiva

anno 3, volume 31, settembre 2008, pp. 257-259

257

Il medico deve fare il bene del malato,

ma deve farlo nel modo giusto

- rispettando la sua autonomia -

senza dimenticare i suoi doveri di assistenza

nei confronti di tutti quelli che hanno diritto e bisogno.

La scelta consapevole

Una novità vistosa del più recente codice di deontologia dei medici italiani (approvato nel dicembre 2006) è la presenza di un articolo dedicato al “conflitto d’interesse”, corredato di una linea-guida per l’applicazione. La descrizione del conflitto è contenuta nell’articolo 30: “riguarda aspetti economici e non, e si può manifestare nella ricerca scientifica, nella formazione e nell’aggiornamento professionale, nella prescrizione terapeutica e di esami diagnostici e nei rapporti individuali e di gruppo con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la Pubblica Amministrazione”. Le linee guida applicative dettano poi norme specifiche concernenti, rispettivamente, la ricerca scientifica, l’aggiornamento, la formazione e la prescrizione di farmaci. L’attenzione primaria del medico ― afferma il Codice ― non deve essere “indebitamente influenzata da un interesse secondario”.

È sicuramente apprezzabile lo sforzo del Codice deontologico di portare chiarezza in un ambito della professionalità medica tra i più discussi della nostra società. La richiesta al medico di prendere le proprie decisioni “in coscienza” (oltre che “in scienza”) non basta più. La sua coscienza va confrontata realisticamente con le diverse spinte che influiscono sulle decisioni. Anzitutto, bisognerà declinare al plurale l’interesse del medico. Il Codice deontologico ci autorizza a parlare degli interessi del medico come molteplici, e ognuno con un carattere di legittimità.

Mentre l’articolo 30 lascia intendere che il focus del medico sia uno solo ― la salute, appunto, dei cittadini ― l’articolo 6, dedicato alla qualità professionale del curante, ci presenta una realtà ben più complessa. Per essere un “buon dottore”, il professionista non può limitarsi a fornire le migliori cure al malato che ne ha bisogno, così come le identifica la scienza clinica oggi, ma deve contestualmente promuovere la capacità della persona di partecipare alle scelte che lo riguardano e tutelare l’accesso ai servizi sanitari dei più svantaggiati:

Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure

nel rispetto dell’autonomia della persona

tenendo conto dell'uso appropriato delle risorse.

Il medico è tenuto a collaborare

all’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario,

al fine di garantire a tutti i cittadini

stesse opportunità di accesso, disponibilità,

utilizzazione e qualità delle cure” (articolo 6).

Gli interessi del curante ― dai quali non può prescindere la buona medicina ― si estendono dalla somministrazione delle cure efficaci alla preoccupazione per un’equa allocazione delle risorse, passando per l’empowerment del cittadino. Gli interessi, perciò, sono plurali; l’idea che uno ― la salute del malato ― sia prioritario e gli altri vengano in seconda linea non

258

trova giustificazione in questa visione, il medico deve fare il bene del malato, ma deve farlo nel modo giusto ― rispettando la sua autonomia ― senza dimenticare i suoi doveri di assistenza nei confronti di tutti quelli che hanno diritto e bisogno.

Se la fiducia nel medico non basta

In questa prospettiva bisogna ripensare anche alla conflittualità tra gli interessi. La parola “conflitto” ha una connotazione per lo più negativa; sta a significare una situazione indesiderabile, che si dovrebbe prevenire o quanto meno risolvere, eliminando i problemi. Ma se gli interessi sono plurali, è ipotizzabile che possano scontrarsi tra di loro. Anzi, il conflitto dovrà essere previsto come la regola, piuttosto che come l’eccezione. E la saggezza consisterà non nel neutralizzare qualcuno dei legittimi interessi, ma nel comporli tra di loro, con soluzioni creative.

I conflitti hanno la loro radice profonda nella suddivisione del potere. In medicina è in corso una vera e propria “traslocazione” del potere. Il termine, mutuato dalla genetica, connota volutamente il potere come parte costitutiva, in termini genetici, dell’esercizio della professione. Nel modello tradizionale, che potremmo chiamare ippocratico, il medico esercita sul malato un potere esplicito, senza complessi di colpa e senza bisogno di giustificazioni. Il potere si regge intrinsecamente sulla finalità che lo ispira: è esercitato per il bene del paziente. Rodrigo De Castro, un curante del XVII secolo, nel suo trattato Medicus politicus arriva ad affermare: “il medico governa il corpo umano, così come il sovrano governa lo Stato e Dio governa il mondo”. Si tratta di un potere assoluto, in cui chi sta in posizione dominante (one up) determina in modo autoreferenziale di che cosa ha bisogno chi sta in posizione dominata (one down).

Nel caso specifico della medicina, il dottore stabilisce la diagnosi, indica l’opportuna terapia e la esegue, senza bisogno di informare il malato e senza necessità di ottenere un serio consenso, se non quello implicito nell’affidamento fiduciale. Questo modello, che costituiva la spina dorsale dell’etica medica, è stato in vigore in Occidente ininterrottamente per 25 secoli. La buona medicina poteva, e anzi doveva, interrogarsi se le decisioni prese “in scienza e coscienza” fossero giustificate dalle conoscenze mediche e se fossero davvero orientate al miglior interesse del malato. Non richiedeva però al professionista di includere le preferenze del paziente tra gli elementi che determinavano le decisioni. La volontà stessa dell’individuo era ― al limite ― irrilevante,qualora il medico fosse in grado di far valere il suo punto di vista.

La “dominanza medica” 1 non si esercitava solo sul paziente. Tra i professionisti che, a diverso titolo, collaboravano alla cura vigeva lo stesso rapporto one up/one down, con il medico in posizione dominante. Gli infermieri, culturalmente equiparati a “serventi” 2, in ogni caso ricondotti alla vasta categoria dei “para-medici”, erano solo esecutori delle decisioni cliniche. La strutturazione gerarchica dei rapporti faceva sì che i conflitti, qualora si fossero presentati, venissero risolti per via autoritaria.

Consenso informato: un cambiamento formale?

Un terzo ambito in cui vigeva questo stesso modello era quello che regolava i rapporti tra i medici e gli amministratori. I clinici, forti della loro posizione dominante, si richiamavano alla “libertà terapeutica” e pretendevano da politici e amministratori le risorse ― tecnologiche, farmaceutiche, organizzative ― che loro valutavano opportune per fare buona medicina. Il potere di prescrivere si traduceva in un potere su quanti dovevano provvedere a rendere disponibile ciò che il medico riteneva necessario per esercitare la cura.

La modernizzazione della medicina ha messo in crisi il modello tradizionale del potere del curante. Le radici del cambiamento di paradigma affondano nella rivendicazione di un potere di autodeterminazione da parte dell’individuo sulle decisioni che riguardano il suo corpo. Si tratta di quella “uscita da una minorità indebita”, indicata da Kant come il segno distintivo dell’entrata nei tempi nuovi. In medicina il cambiamento è stato registrato due secoli dopo la sua teorizzazione e con molto ritardo rispetto ad altri ambiti della vita, ma alla fine ha avuto luogo. Per avere un punto cronologico di riferimento, consideriamo la creazione del Tribunale dei diritti del malato; l’uscita pubblica del movimento è avvenuta nel giugno 1980, con la prima seduta dal titolo programmatico

Da malato a cittadino:

contro l’emarginazione,

per la gestione popolare delle strutture sanitarie.

L’onda lunga del cambiamento sarebbe poi arrivata in Italia negli anni Novanta. E purtroppo è arrivata più come reazione a eventi giudiziari (come la clamorosa condanna del chirurgo Carlo Massimo per omicidio preterintenzionale, a seguito della morte

259

della paziente che aveva operato senza il suo consenso) e all’escalation di conflittualità tra professionisti sanitari e cittadini, piuttosto che come sviluppo coerente con l’accettazione del paradigma fondamentale della modernità. È legittimo sospettare che molti dei cambiamenti intervenuti siano più formali che sostanziali. Basti pensare alla vicenda del consenso informato, introdotto nella pratica come misura difensiva piuttosto che come un modello diverso di prendere le scelte in medicina. Dovrebbe testimoniare una decisione consensuale, e invece significa il più delle volte una scelta fatta dal medico per conto del paziente, che la ratifica con una firma, spesso senza adeguata informazione e senza coinvolgimento nel processo decisionale. Il consenso informato va collocato piuttosto all’interno dello scenario evocato dall’espressione “empowerment del cittadino”.

L'empowerment è un cambiamento di rapporti complesso,

che ha luogo su diversi piani:

su quello sociale

(è la dimensione culturale),

nel rapporto tra professionisti sanitari e pazienti

(dimensione clinica)

e nell'ambito dei valori condivisi

(dimensione etica).

L'empowerment si colloca sulla stessa lunghezza d’onda della filosofia proposta dall’Oms sotto il nome di promozione della salute (health promoting): è un “processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla”. La redistribuzione del potere tra sanitari e malati implica l'orientamento delle decisioni secondo i valori della persona malata, che possono essere dissonanti rispetto a quelli del professionista medico, portato a privilegiare le azioni rivolte a salvare e prolungare la vita rispetto a quelle finalizzate a risparmiare inutili sofferenze. In una parola, l’empowerment è potere condiviso: questo è l’obiettivo della bioetica, intesa come trasformazione profonda dei rapporti vigenti in sanità.

Le traslocazioni del potere non riguardano solo ciò che è avvenuto nei rapporti tra medici e pazienti. Anche l’autocomprensione delle numerose professioni che contribuiscono alla cura e alla definizione delle relazioni reciproche hanno subito un forte cambiamento, culminato nella legge 43 del 2006 sulla riforma delle professioni sanitarie. Con la trasformazione dei collegi professionali esistenti in altrettanti ordini si sono poste le premesse per una ridistribuzione del potere e le creazioni di rapporti nuovi, non riconducibili al modello gerarchico del passato.

La politica in corsia

Ma un nuovo fatto sociale è intervenuto a rendere più complesso lo scenario. A partire dagli anni Novanta, a seguito della “riforma della riforma” che ha modificato il Servizio sanitario nazionale, il potere è trasmigrato tra le braccia dell’economia. Budget e diagnosis related group sono diventate le nuove parole d’ordine; i medici si sono dimostrati fin troppo propensi a misurarsi con la quantità, piuttosto che con la qualità. Sempre maggior spazio, inoltre, ha assunto la politica, nella forma più bassa di spartizione di quote di poltrone tra aggregazioni partitiche, nei diversi livelli decisionali delle aziende sanitarie. Con predilezione, ovviamente, per i vertici.

Malgrado le denunce pubbliche

e le battaglie ideali di alcuni pochi fautori della depoliticizzazione

nell’assegnazione delle cariche di gestione della sanità,

i criteri del merito e della competenza

svolgono ancora un ruolo secondario nelle scelte.

Sullo sfondo, infine,

non esplicito ma fortemente presente,

si delinea il potere di Big Pharma

nel guidare la ricerca e le scelte politiche farmacologiche.

È come dire che la genetica del potere è ancora più propensa a dar vita a dei mostri piuttosto che agli organismi “umani” che sogniamo. Più che con il denaro, i conflitti di interessi in medicina hanno dunque a che fare con il potere. Un potere da condividere, piuttosto che da utilizzare per prevalere sugli altri. Le linee-guida per districare queste situazioni conflittuali sono più difficili da scrivere che quelle che regolano i rapporti del medico con l’industria farmaceutica. Ma, prima o poi, bisognerà cominciare a mettervi mano.

BIBLIOGRAFIA 

E. Freidson, La dominanza medica, Franco Angeli Editore 2002.

V. Dimonte, Da servente a infermiere, CESPI 1995.

S. Spinsanti, Chi decide in medicina?, Zadig Editore 2004.

M. Bobbio, Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza, Einaudi Editore 2004.

NOTE

1 E. Freidson, La dominanza medica, Franco Angeli Editore 2002.

2 V. Dimonte, Da servente a infermiere, CESPI 1995.

Interessi plurali, interessi in conflitto nella pratica clinica

Book Cover: Interessi plurali, interessi in conflitto nella pratica clinica
Part of the Bioetica sistematica series:
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

INTERESSI PLURALI, INTERESSI IN CONFLITTO NELLA PRATICA CLINICA

in Etica della cura in oncologia

a cura di Luisella Battaglia, Ivana Carpanelli, Guido Tuveri

Carocci Faber, Roma 2010

pp. 182-186

182

Il recente Codice di deontologia medica (FNOMCEO, 2006), approvato nel dicembre 2006, contiene un articolo dedicato al conflitto di interesse, corredato di una linea guida per l'applicazione. È la prima volta che, nelle numerose versioni del codice che si sono succedute negli anni, si fa menzione del conflitto di interessi nella pratica della medicina. Finalmente, vorremmo dire: la possibilità che ci siano interessi in conflitto cessa di essere scotomizzata. Registriamo anche una singolare coincidenza cronologica: il codice esce esattamente a un secolo di distanza da una celebre formulazione di uno scenario di conflitto di interessi, quella che George B. Shaw ha affidato alla sua commedia Il dilemma del dottore, andata in scena a Londra per la prima volta nel 1906. Shaw immagina un medico di successo che, avendo introdotto un nuovo trattamento della tubercolosi tramite la vaccinazione, è assediato dalle richieste. Non potendo accogliere tutti, è costretto a fare una selezione. Grazie all'insistenza di una moglie, entra in scena un nuovo candidato: un giovane pittore, dall'equivoca posizione morale, ma indubbiamente dotato di talento. Il dottor Ridgeon, convinto che si tratti di un genio, in un primo tempo è incline a dargli la precedenza: «Non capita tutti i giorni una vita che meriti davvero di essere salvata. Dovrò far uscire un altro dall'ospedale; ma troverò sicuramente qualcuno peggiore di lui» (Shaw, 1984, p. 42).

Ma durante lo sviluppo della commedia gli interessi del dottore si spostano. Attratto dalla giovane moglie del pittore, considera che come vedova potrebbe essere un buon partito per sé stesso. Fa in modo, perciò, che il pittore tisico sia affidato a un altro medico, di cui conosce l'imperizia. Il trattamento ha un esito letale, ma il dottor Ridgeon non si colpevolizza: se il medico, argomenta, è obbligato come ogni altro a rispettare il comandamento "non uccidere", non è però tenuto ufficialmente a salvare Vile.

Dietro il dilemma del dottore, riconducibile al problema dell'allocazione delle risorse scarse, che non bastano per curare tutti, G.B Shaw lascia

183

intravedere il conflitto di interessi del medico. Gli strali satirici del commediografo, in realtà, non sono diretti contro la medicina in sé, bensì contro l'esercizio privato della professione e le incentivazioni economiche a esso connesse. Nella prefazione alla commedia scriveva Shaw (ivi, p. 97):

Che una nazione di uomini sani di mente, avendo constatato che la produzione di pane viene stimolata dai profitti conseguiti dai fornai, consenta ai chirurghi di trarne un profitto analogo dal taglio delle tue gambe, è un fatto di per sé sufficiente a farei perdere ogni fiducia nel consorzio civile. Eppure, è proprio questo che noi abbiamo autorizzato.

A suo avviso, l'esercizio privato della medicina è governato non dalla scienza (e tanto meno dalla coscienza!), ma dalla legge della domanda e dell'offerta; e la domanda può essere creata artificialmente, come sanno i commercianti più aggiornati: «Trasformando i medici in mercanti, noi li costringiamo ad apprendere i trucchi del mestiere, finendo per scoprire che ogni annata ha le sue mode non solo in materia di capelli, maniche, ballate e giochi, ma anche di cure, operazioni o medicine» (ibid). Inutile ripetere a

G. B. Shaw la formula della" scienza e coscienza" del medico come garante per il paziente: la considera una fragile barriera, facilmente aggirabile da più forti interessi. Eppure, ancora per un secolo le formulazioni deontologiche hanno ignorato altri interessi del medico, oltre quello del bene del malato, e hanno implicitamente invitato i cittadini ad affidarsi al suo discernimento scientifico e morale. Tanto più notevole è, perciò, la novità di un esplicito riconoscimento del conflitto di interessi contenuta nel nuovo codice.

La descrizione del conflitto è contenuta nell'art. 30 (FNOMCEO, 2006):

Riguarda aspetti economici e non, e si può manifestare nella ricerca scientifica, nella formazione e nell'aggiornamento professionale, nella prescrizione terapeutica e di esami diagnostici e nei rapporti individuali e di gruppo con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la Pubblica amministrazione.

Le linee guida applicative dettano poi norme specifiche riguardanti, rispettivamente, la ricerca scientifica, l'aggiornamento e formazione e la prescrizione di farmaci. L'interesse primario del medico, afferma il codice, non deve essere" indebitamente influenzato da un interesse secondario". La definizione di conflitto di interesse coincide ampiamente con quella già proposta da Bobbio (2004), secondo la quale si ha conflitto di interesse quando ci si trova in una condizione in cui il giudizio professionale riguardante un interesse primario (la salute del paziente o la veridicità dei risultati

184

di una ricerca o l'oggettività della prestazione di un'informazione) tende a essere indebitamente influenzata da un interesse secondario (guadagno economico, vantaggio personale).

Nel modello ideale di buona medicina che ci è stato lasciato in eredità dalla tradizione, gli interessi del medico e quelli del paziente erano allineati e confluenti. Il medico era idealmente rappresentato come un professionista disinteressato. La coscienza del medico, chiamato, secondo la formula standardizzata, a prendere le decisioni" in scienza e coscienza", era la migliore garante che il corso delle cose fosse volto a garantire il bene del paziente, a cui era richiesto di affidarsi al medico con fiducia. Soprattutto la tradizione della medicina liberale si è fatta paladina di questa strutturazione dei rapporti, coprendo con il manto della deontologia professionale ogni scenario di conflitto e tendendo a escludere come un'ingerenza indebita ogni intervento di terze parti nel rapporto medico-paziente, compresa la presenza stessa dello Stato con il suo Servizio sanitario.

L'ostilità degli ordini professionali dei medici alle modalità socializzate di assistenza sanitaria, in nome del modello liberale, si è espressa ovunque. Quando le assicurazioni obbligatorie di malattia si sono diffuse come forma di copertura, i medici si sono opposti a quello che veniva definito "pagamento di terze parti". È esemplare, in tale senso, la posizione dell'American Medical Association, che negli anni trenta del Novecento si opponeva all'assicurazione sanitaria nazionale: sosteneva che l'interferenza pubblica attraverso i sistemi assicurativi era chiaramente contraria agli interessi del paziente, difesi dall'etica medica tradizionale.

Ai nostri giorni il conflitto di interessi non è più un'ipotesi impronunciabile per descrivere ciò che avviene nell'ambito della medicina. Anche il Comitato nazionale per la bioetica (2006) ha prodotto un documento, Conflitti d'interessi nella ricerca biomedica e nella pratica clinica, che prende in considerazione un ampio ventaglio di conflitti ai quali è esposto sia il medico ricercatore che il clinico. L'inventario delle situazioni nelle quali possiamo identificare possibili conflitti è molto ampio: il conflitto può riguardare il rapporto tra ricerca e pratica clinica (gli obblighi dei ricercatori nei confronti del progetto di ricerca possono confliggere con i loro obblighi nei confronti dei singoli pazienti), tra didattica e terapia (l'uso dei pazienti per l'apprendimento degli studenti di medicina contrasta con il diritto del paziente di essere informato sull'abilità di chi interviene su di lui), tra sanità pubblica e medicina privata, tra gli interessi di aziende farmaceutiche e quelli di una medicina che si propone di evitare pericolosi abusi consumistici dei farmaci. Infine, quasi sinonimo di conflitto di

185

interessi in quanto tale, c'è l'incidenza del sistema di compensazione dell'attività del medico o di finanziamento degli ospedali.

Sotto accusa è il sistema dei DRG o modelli analoghi che compensano le prestazioni sanitarie secondo una modalità prospettica. Soprattutto suscita perplessità il sistema della managed care diffuso negli USA, che prevede accordi tra le organizzazioni e gli erogatori dei servizi (ospedali, specialisti, singoli medici ecc.) sulla base di un compenso globale e forfettario a quota capitaria (capitation), ovvero di una quantità di denaro determinata per ogni paziente, indipendentemente dall'effettiva erogazione delle prestazioni. La preoccupazione che emerge è che venga erosa alla base la fiducia stessa nei confronti del medico, se il suo vantaggio economico è inversamente proporzionale a quanto fa per il paziente. Tutti i sistemi di pagamento prospettico invertono la direzione dell'ago della bilancia: quando il medico è pagato all'atto, ha interesse a erogare il maggior numero di prestazioni al paziente, mentre con questa formula, meno fa più guadagna.

È sicuramente apprezzabile lo sforzo del codice deontologico di portare chiarezza in un ambito della professionalità medica tra i più discussi della nostra società. Tuttavia, sembra che questa prima formulazione dei conflitti di interesse presenti nella professione del medico sia ancora tentennante. L'incertezza emerge se confrontiamo l'art. 30 del codice, dedicato tematicamente al conflitto di interesse, con l'art. 6, che delinea la qualità professionale del medico. L'art. 30 lascia intendere che l'interesse del medico sia uno solo: la salute dei cittadini. Ciò che può entrare in conflitto con quell'interesse, così come viene esplicitato nelle linee guida applicative, ha un carattere contingente. L'art. 6 invece presenta una realtà ben più complessa. Per essere un buon medico, il professionista non può limitarsi a fornire le migliori cure al malato che ne ha bisogno, così come le identifica la scienza medica oggi, ma deve contestualmente promuovere la capacità della persona di partecipare alle scelte che lo riguardano e tutelare l'accesso ai servizi sanitari dei più svantaggiati. Secondo l'art. 6 (FNOMCEO, 2006):

Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell'autonomia della persona tenendo conto dell'uso appropriato delle risorse. Il medico è tenuto a collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità delle cure.

La formulazione del codice è ricalcata sulla carta della professionalità medica, promossa dalla European Federation of Internal Medicine e

186

dall'American Board of Internal Medicine, pubblicata congiuntamente da "Lancet" e dagli "Annals of Internal Medicine" nel 2002 (EFIM, ABIM, 2002). Nel descrivere le responsabilità dei medici la carta faceva riferimento ai tre principi fondamentali evidenziati dal movimento della bioetica: il principio della centralità del benessere dei pazienti, il principio dell'autonomia dei pazienti e il principio della giustizia sociale. In questa ottica il nuovo profilo della responsabilità professionale richiede di misurarsi non con un solo parametro (il bene del paziente) bensì con tre; né si può definire un buon esercizio della professione medica quello in cui il sanitario non abbia a cuore la promozione di tutti e tre questi obiettivi.

Gli interessi del medico, dai quali non può prescindere la buona medicina, si estendono dalla somministrazione delle cure efficaci alla preoccupazione per un'equa allocazione delle risorse, passando per l'empowerment del cittadino. Gli interessi perciò sono plurali: l'idea che uno, la salute del malato, sia prioritario e gli altri vengano in seconda linea non trova giustificazione in questa visione. Il medico deve fare il bene del malato, ma deve farlo nel modo giusto, rispettando la sua autonomia, senza dimenticare i suoi doveri di assistenza nei confronti di tutti quelli che hanno diritto e bisogno, promuovendo sistemi sanitari giusti. Questi interessi potrebbero essere idealmente allineati, ma realisticamente possiamo immaginarli in conflitto. Il conflitto di interessi, così formulato, ha un carattere non contingente ma necessario.

In questa prospettiva bisogna ripensare anche alla conflittualità tra gli interessi. La parola" conflitto" ha una connotazione per lo più negativa; significa una situazione indesiderabile, che si dovrebbe prevenire o quanto meno risolvere eliminando i conflitti. Ma se gli interessi sono plurali, è ipotizzabile che possano scontrarsi tra di loro. Anzi, il conflitto dovrà essere previsto come la regola, piuttosto che come l'eccezione; e la saggezza consisterà non nel neutralizzare qualcuno dei legittimi interessi, ma nel comporli tra di loro, con soluzioni creative.

Le linee guida allegate al codice deontologico del 2006 hanno di mira regole per impedire conflitti di interesse contingenti nell'ambito della sperimentazione, della formazione dei medici e della prescrizione di farmaci. Auspichiamo che siano efficaci, Ci sentiamo invece ancora al capolinea per quanto riguarda sussidi per affrontare i conflitti necessari, che sono quelli che oppongono i medici non all'industria, come nei casi menzionati, ma ai cittadini e ai manager. Potrebbero forse essere di aiuto i comitati per l'etica clinica. Ma avremmo bisogno di conoscere più esperienze positive in questo ambito.

Etica e malattie rare

Book Cover: Etica e malattie rare
Part of the Bioetica sistematica series:

R. Lala - G. Fenocchio - A. Musso

ETICA E MALATTIE RARE

Riflessioni su casi clinici

Nuova Elio Editrice, Torino 2005, pp. 5-6

5

PREFAZIONE

Non c'è etica nel regno della necessità. Solo quando siamo liberi di agire e di indirizzare le nostre scelte in direzioni diverse, sorge il problema di decidere. Occuparsi o no di chi è colpito nel corpo ― che sia la freccia che atterra il guerriero omerico o la malattia che interrompe lo stato di salute ―? Questo è l'interrogativo più antico.

La comunità umana si distingue dall'orda primitiva quando decide di prendersi cura del suo membro più fragile; la medicina diventa professione quando alla pietas unisce sistematicamente conoscenze scientifiche e organizzazione. Con lo sviluppo della medicina contemporanea l'ambito della libertà, e quindi delle scelte che richiedono decisioni etiche, si è molto ampliato. Se coloro dei quali la medicina si occupa sono bambini, abbiamo un primo giro di vite.

Se le malattie che colpiscono i bambini sono malattie rare, un secondo giro di vite stringe il legame che unisce chi eroga le cure e chi le riceve. Perché non si tratta solo della sopravvivenza del gruppo (quando lo scenario è quello della sopravvivenza della comunità, i bambini e gli anziani sono condannati a cedere il posto agli adulti nella lista delle priorità), ma di salvare la nozione stessa di umanità. Perché la scelta di curare le malattie rare mette sotto scacco la razionalità economica, che pur soggiace al sistema delle cure.

Il profilo morale alto ― altissimo ― della medicina che si occupa delle malattie pediatriche rare ci dice, però, che cosa dobbiamo fare nei singoli casi concreti. Le incertezze aumentano, così come non si accresce il ventaglio delle scelte. "Lasciar fare la natura" non

6

appare come regola etica attendibile. La medicina ha come missione proprio la lotta contro la fragilità e le malizie della natura.

Ma neppure la regola contraria è figlia della saggezza: l'accanimento contro la natura può produrre situazioni invivibili.

L'etica, come riflessione sistematica sul comportamento umano di fronte alle scelte, ha evidenziato principi e orientamenti condivisi.

La prima parte di questa pubblicazione ne presenta una lucida sintesi. Ma l'etica, anche assunta a dosi più ampie del formato in pillole, da sola non basta. Non c'è manuale, non c'è enciclopedia di bioetica che contenga l'indicazione della cosa giusta da fare nei casi concreti. E la medicina si esercita, invece, sui concretissimi casi singoli. Serena, Francesco, Davide: sono loro le malattie rare dei quali si occupano i medici. Se la malattia è rara, la persona è addirittura unica.

Per questo la seconda parte della pubblicazione, quella che presenta i casi sui quali ci si interroga, non è un'appendice.

È la prospettiva di cui ha bisogno l'etica clinica, se vuol sfuggire alla violenza dell'etica ideologica (quella che fa calare i principi sulla realtà come colpi di maglio, e tanto peggio per chi rimane schiacciato!). Solo i principi e i casi insieme forniscono la visione bifocale che dà profondità all'etica clinica. Ancor più: solo a questa condizione l'etica è un momento della cura, e non la sua caricatura.

Ethical foundations for a culture of safety

Book Cover: Ethical foundations for a culture of safety
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

ETHICAL FOUNDATIONS FOR A CULTURE OF SAFETY

in Accademia Nazionale delle Scienze detta dei Quaranta, Academia Scientiarum et Artium Europaea, Joint Autumnal Conference on: Large constructions versus safety

Rome, Thursday 30 October 2003

pp. 295-296

295

Simple acts such as getting on a plane, crossing a bridge or entering a hospital involve risk. These and other daily activities, beneficial for the quality of our life, could as well cause serious injury or even death. Technology cannot renounce to human intervention ― at least during project and execution phases in engineering constructions ― and therefore implies the possibility of error.

Errare humanum est: this proverb has appeased aggression from the victims of error, enforcing a sort of fatalistic behavior. A culture of risk control is antithetical to this attitude. Safety is firstly linked to a cultural transformation ― control vs. fatality ― than to technological improvement. The second element of this change is ethical. A culture of safety implies indeed orientation towards criticism rather than submission to authority, transparency rather than blind reliance, pragmatism rather than inclination to procedures or formal legal questions (who is responsible?).

Can this culture be imposed? The answer might be rhetorical: if a culture of safety is accepted in the most vulnerable sectors ― that of medicine ― there is hope that behavior may be changed also in other risk situations. This is exactly what is occurring: error control and prevention is becoming part of the agenda of contemporary medicine. This is the signal of hope that we want to receive.

The starting-point is unfavorable to our goal. Traditionally, an attitude of indulgence has prevailed, or even of impunity, with regards to the error made by heath care professionals. Bernardino Ramazzini, renowned author of the first book on work hygiene (De morbis artificum diatriba, 1700), in the chapter on illnesses of gravediggers points out that medicine owes a lot to them since «they bury the dead together with doctors’ errors». From a legal point of view, the attitude is that a doctor cannot be judged by the same standards as an ordinary person, considering the generai criteria of professional responsibility and taking into account his particular

296

social position. The law has adopted very wide criteria for professional error and considered excusable, unless professional shows very clear signs of ignorance. We can say that this attitude lasted, at least in Italy, until the end of the 1980s.

The change in social relations, that have concerned medicine as well as other activities based on professional authority and complementary interactions ― where decisions made by professionals and adopted without discussion ― has produced important legal disputes. Errors made by health care professionals (or considered such) are brought in court for criminal charges or compensation for damages. According to the data processing center of the Italian Supreme Court, in Italy sentences against doctors were 0,6% in 1950-1990 and 3,9% in 1991-2000. This judicial situation has not favored the growth of a culture of safety but has rather increased defensive medicine. Even «informed consent», a vital moment in a professional practice that aims at transparency and is oriented towards the participation of the patient in choices, has been used as a self-defense tool by the medical staff.

A completely different strategy is that found in initiatives such as those promoted by the USA Institute of Medicine in the «Chart of safety in medical and assistance practices» proposed by Cittadinanzattiva in Italy. The first started from a detailed analysis of errors occurring in medical practice (Report To err is human. Building a safer health system, 1999). The scope was to introduce in the medical practices ― where, according to the Institute of Medicine, every year in the USA 44.000 to 98.000 people die as a consequence of medical error ― the same error control management adopted in other areas with high risk of human error. For example, in aviation. The notion being that a person who enters a hospital deserves the same level of safety as one who gets on a plane.

The changes to be introduced, so that a culture of safety prevails, are many. The first is awareness of the risk. This aspect is particularly difficult in medicine because people are not used to believing that hospitals are unsafe places and that medicine may not only cure but also induce pathologies (Ivan Illich has called this aspect of medicine «clinical iatrogenesis»). However, not even medicine can avoid this process involving empowerment of people, which implies the right to know the benefits, risks, collateral effects, and possible complications linked to the interventions proposed to them by health care professionals.

A culture of safety requires a different approach by health care professionals regarding errors, clinical accidents or all those events that very often end with tragic results. There are better things that can be done with errors then hiding them. It is possible to use them in order to avoid further adverse situations. Errors can be helpful for the improvement of medical practices and, therefore, safety.

Il medico servo di tre padroni

Book Cover: Il medico servo di tre padroni
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

IL MEDICO SERVO DI TRE PADRONI

in I Quaderni di Vialba

anno 1, n. 1, ottobre 2000, pp. 19-21

19

«Non si può servire a due padroni». La sentenza evangelica è stata utilizzata da un illustre clinico per dare forma all'atteggiamento dei medici nei confronti dei sistemi di finanziamento delle prestazioni sanitarie introdotti negli anni novanta. Voleva affermare che l’unico «padrone» del medico è il paziente, al cui migliore interesse è finalizzato l'intervento del sanitario. Senza mettere in discussione l'intenzione di chi l'ha applicata alla sanità, bisogna precisare che il principio secondo cui non si può servire due padroni, sacrosanto nelle questioni di fede, non si applica alle scelte che deve fare il medico. Perché i padroni che deve servire sono almeno tre.

Proviamo ad accantonare la metafora dei padroni e ad affrontare la questione da un’altra angolatura. Per esempio, quella proposta da A.S. Relman sul New England Journal of Medicine per periodizzare l'evoluzione della medicina nella seconda metà del XX secolo 1. A suo avviso, dopo l'epoca dell’espansione dei servizi sanitari a fasce sempre più ampie della popolazione e quella del contenimento della spesa, ha avuto luogo la rivoluzione della valutazione e del comportamento responsabile (assessment and accountability). Il secondo termine è difficile da tradurre. L'Enciclopedia della gestione di qualità in sanità 2 riporta sotto accountability la pungente osservazione di Indro Montanelli: «parola chiave della democrazia anglosassone. In Italia non è stata ancora tradotta». Indica il dovere di fornire un rendiconto di ciò che si è fatto a chi ci ha dato l'incarico (e ci paga lo stipendio o ci mette a disposizione le risorse). Quando questa rivoluzione ha luogo, il sistema della rendicontazione si arricchisce di una voce in più. Delle proprie scelte il medico deve rendere conto, oltre che a se stesso, anche a tre altre istanze: la scienza, il paziente e la società. Sono questi i tre padroni da servire.

20

L’obbligo del medico di dar conto alla scienza non è nuovo. Già William Osler, il riformatore dello studio della medicina all'inizio del XX secolo, affermava che il medico non deve fare per il malato tutto ciò che è umanamente possibile, ma solo ciò che è scientificamente corretto. Si tratta di offrire i trattamenti efficaci, escludendo quelli dannosi o inutili. Il movimento della medicina basata sulle prove di efficacia non ha fatto che dare un giro di vite a un’esigenza che già esisteva nell'impianto della medicina ippocratica. È però una profonda innovazione nel comportamento di molti medici che adottano procedure diagnostiche e terapeutiche in modo autoreferenziale, ovvero solo perché sembrano funzionare.

Rispetto a un’organizzazione vecchia della medicina, gestita con autorità e paternalismo, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano.

L’irruzione della modernità in medicina ha portato l'esigenza di rendere conto anche al paziente di quanto si sta facendo a suo beneficio. Non basta fornire servizi di provata efficacia, bisogna anche farlo nel modo giusto. Ciò implica il rispetto dei valori soggettivi del paziente, la promozione della sua autonomia, la tutela della diversità culturale, intesa come un diritto rivendicabile. Rispetto a un passato in cui la medicina era organizzata in modo autoritario e gestita con stile paternalistico, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano 3. Buona medicina è quella che, oltre all'appropriatezza clinica, valutata dal professionista, considera auspicabile e rende possibile che il paziente partecipi alle decisioni che si ripercuotono sul suo benessere.

Nell’ambito della sanità intesa come pubblico servizio sta diventando quanto mai attuale il rendere conto delle scelte mediche alla comunità. La sanità pubblica, infatti, nasce da un «patto per la salute», come l'ha chiamato il Piano sanitario nazionale. L'attenzione dei sanitari e dei cittadini è stata deviata sugli accordi strategici tra i medici e il management delle aziende sanitarie per contenere la spesa, come se fosse questo l'obiettivo della nuova sanità. L'obiettivo è piuttosto quello di combattere sprechi e diseconomie per poter utilizzare al meglio le risorse comuni. Si tratta di mettere i servizi sanitari a disposizione di tutti quelli che ne hanno diritto e bisogno, contrastando le sperequazioni e le iniquità nell'accesso, che stanno creando un razionamento occulto sotto

21

forma di liste di attesa. Un obiettivo che i vertici delle aziende sanitarie, anche i più illuminati, non potranno mai raggiungere senza la collaborazione dei medici. Potrebbero, sì, ottenere il pareggio di bilancio operando dei tagli nei servizi erogati, ma mai sarebbero in grado di mettere in piedi una sanità equa, qualora i medici decidessero che questo non è un loro compito.

Come si fa a servire tre padroni contemporaneamente? È la domanda legittima che sintetizza in modo efficace il dilemma con cui si trova confrontata la medicina dei nostri giorni. Dovremo forse cercare di dare diritto di cittadinanza al compromesso. Il termine ha pessima fama: i moralisti lo aborriscono e gli eticisti lo combattono, perché sospettano che indebolisca i principi. Eppure sembra l'unica via percorribile per chi in sanità deve imparare a vivere con soluzioni buone, anche se non ottimali.

Se è impossibile eliminare i conflitti di interesse, molto si può fare per aumentare la trasparenza.

La via del compromesso ci conduce alla stessa conclusione a cui giunge E. Haavi Morreim nell’articolo dell'Encyclopedia of Bioethics 4 dedicato al conflitto di interessi. Mentre una volta il dovere che nasceva dalla fiducia che il paziente riponeva nel professionista consisteva soprattutto nell'astenersi dallo sfruttamento volgare, oggi l’obbligo di porre gli interessi del paziente prima dei propri deve avere dei limiti: «Una delle più importanti e difficili sfide della nuova economia che regola la medicina consiste nel considerare non solo ciò che i sanitari sono obbligati a dare ai loro pazienti, ma anche i limiti di questi obblighi». In altre parole, i conflitti di interesse costringono a riscrivere le regole del gioco tra tutti coloro che sono coinvolti nel sistema di erogazione delle cure. Se è impossibile eliminare i conflitti di interesse molto si può fare per aumentare la trasparenza, consentendo ai consumatori di svolgere un ruolo determinante.

BIBLIOGRAFIA

1 S.A. RelmanAssessment and accountability. The third revolution in medical car, New Engl J Med 1988; pp. 319:1220-1222.

2 Morosini-F. Perraro, Enciclopedia della gestione di qualità in sanità, Centro scientifico edizioni, Torino 1999.

3 Comitato nazionale per la bioetica, Informazione e consenso all'atto medico, Presidenza del Consiglio dei ministri, Roma 1992.

4 H. Morreim, Conflict of interest. In W. Reich (a cura di), Encyclopedia of bioethicsMacmillan, New York 1995, pp. 459-465.

Il medico: servo di tre padroni?

Book Cover: Il medico: servo di tre padroni?
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

IL MEDICO: SERVO DI TRE PADRONI?

in Colloqui

n. 3, 2002, pp. 99-101

99

«Non si può servire a due padroni». La sentenza evangelica è stata utilizzata da un illustre clinico per dar forma all'atteggiamento dei medici nei confronti dei sistemi di finanziamento delle prestazioni sanitarie introdotti negli anni ’90 dalle leggi di riordino del Servizio sanitario nazionale. Intendeva affermare che l’unico “padrone” del medico è il paziente, al cui migliore interesse è finalizzato l’intervento del sanitario. La formula è retoricamente efficace, tanto da assicurarle un’ampia circolazione nel mondo medico. Senza mettere in discussione l’intenzione di chi l’ha applicata alla sanità, bisogna tuttavia precisare che il principio secondo cui non si può servire due padroni, se può essere sacrosanto nelle questioni di fede, non si applica invece alle scelte che deve fare il medico. Perché i “padroni” che deve servire non sono solo due, ma almeno tre.

Proviamo ad accantonare la metafora dei padroni e ad affrontare la questione da un’altra angolatura. Per esempio, quella proposta da A.S. Relman in un editoriale del New England Journal of Medicine per periodizzare l’evoluzione della medicina nella seconda metà del XX secolo 1. A suo avviso, dopo l’epoca dell’espansione dei servizi sanitari a fasce sempre più ampie della popolazione e l’epoca del necessario contenimento della spesa, ha avuto luogo la terza rivoluzione: quella della “valutazione e del comportamento responsabile” (in inglese: assessment and accountability). Il secondo termine è particolarmente difficile da tradurre. L’Enciclopedia della Gestione di Qualità in Sanità riporta sotto “accountability” la pungente osservazione di Indro Montanelli: «Parola chiave della democrazia anglosassone. In Italia non è stata ancora tradotta» 2. Indica il dovere di documentare, di fornire un rendiconto di ciò che si è fatto a chi ci ha dato l’incarico (e ci paga lo stipendio o ci mette a disposizione le risorse). Quando questa rivoluzione ha luogo, il sistema della rendicontazione si

100

arricchisce di una voce in più. Delle proprie scelte il medico deve rendere conto, oltre che a se stesso ― nel foro interno della coscienza ― anche a tre altre istanze: la scienza, il paziente e la società. Sono questi i tre “padroni” da servire.

L’obbligo del medico di rendere conto alla scienza non è nuovo. Già William Osler, il riformatore dello studio della medicina all'inizio del XX secolo, affermava che il medico non deve fare per il malato tutto ciò che è umanamente possibile, ma solo ciò che è scientificamente corretto. Si tratta di offrire i trattamenti efficaci, escludendo quelli dannosi o inutili. Il movimento della medicina basata sulle prove di efficacia (Evidence based) non ha fatto che dare un giro di vite a un’esigenza che già esisteva da sempre nell’impianto della medicina ippocratica. La dimostrazione dell’efficacia va fatta a priori, non a posteriori, come avviene quando si escludono dei trattamenti di cui è risultata l’inappropriatezza clinica (per amore di concretezza, pensiamo alla rinuncia alla tonsillectomia, per lungo tempo eseguita quasi di routine sul maggior numero possibile di bambini). Per mutuare una formulazione incisiva di Gianfranco Domenighetti, oggi «qualunque prestazione deve essere considerata inefficace, finché non si è dimostrato il contrario» 3. È una profonda innovazione nel comportamento di molti medici che adottano procedure diagnostiche e terapeutiche in modo autoreferenziale, ovvero semplicemente perché “funzionicchiano”...

L’irruzione della modernità in medicina ha portato l’esigenza di rendere conto anche al paziente di quanto si sta facendo a suo beneficio. Non basta fornire i servizi di provata efficacia: bisogna anche che ciò sia fatto “nel modo giusto”. Ciò implica il rispetto dei valori soggettivi del paziente, la promozione della sua autonomia, la tutela della diversità culturale, intesa come un diritto rivendicabile. Rispetto a un passato anche molto recente, in cui la medicina era organizzata in modo autoritario e gestita con stile paternalistico, oggi si richiede un coinvolgimento attivo del paziente nelle decisioni che lo riguardano 4. Buona medicina è quella che, oltre all’appropriatezza clinica, valutata dal professionista sanitario, considera auspicabile e rende possibile che il paziente partecipi alle decisioni che si ripercuotono sul suo benessere.

Nell’ambito della sanità intesa come pubblico servizio sta diventando quanto mai attuale il rendere conto delle scelte mediche alla comunità. Quanto si è speso, ma soprattutto come si è speso. La sanità pubblica, infatti,

101

nasce da un “patto per la salute”, come l’ha chiamato il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000. L’attenzione dei sanitari e dei cittadini è stata deviata sugli accordi strategici tra i medici e il management delle aziende sanitarie per contenere la spesa, come se fosse questo l’obiettivo della nuova sanità. L’obiettivo è piuttosto quello di combattere sprechi e diseconomie per poter utilizzare al meglio le risorse comuni.

Si tratta di mettere i servizi sanitari a disposizione di tutti quelli che ne hanno diritto e bisogno, contrastando le sperequazioni e le iniquità nell’accesso, che stanno creando un razionamento occulto sotto forma di liste di attesa. Un obiettivo che i vertici delle aziende sanitarie, anche i più illuminati, non potranno mai raggiungere senza la collaborazione dei medici. Potrebbero, sì, raggiungere il pareggio di bilancio operando dei tagli nei servizi erogati, ma mai sarebbero in grado di mettere in piedi una sanità equa, qualora i medici decidessero che questo non è un loro compito.

Come si fa a “servire tre padroni” contemporaneamente? E la domanda legittima che sintetizza efficacemente il problema con cui si trova confrontata la medicina dei nostri giorni. Dovremo forse cercare di dare diritto di cittadinanza al compromesso. La parola ha pessima fama: i moralisti lo aborriscono (qualificandolo abitualmente come “sporco”) e gli eticisti lo combattono, perché sospettano che indebolisca i principi. Eppure sembra l’unica via percorribile per chi in sanità deve imparare a vivere con soluzioni buone, anche se non ottimali.

La via del compromesso ci conduce alla stessa conclusione a cui giunge E. Haavi Morreim nell’articolo dell’Encyclopedia of Bioethics (1995) dedicato al conflitto di interessi. Mentre una volta il dovere che nasceva dalla fiducia che il paziente riponeva nel professionista consisteva soprattutto nell’astenersi dallo sfruttamento volgare, oggi l’obbligo di porre gli interessi del paziente prima dei propri non può più essere per il professionista un obbligo senza limiti: «Una delle più importanti e difficili sfide della nuova economia che regola la medicina consiste nel considerare non solo ciò che i sanitari sono obbligati a dare ai loro pazienti, ma anche i limiti di questi obblighi». In altre parole, i conflitti di interesse obbligano a riscrivere le regole del gioco tra tutti coloro che sono coinvolti nel sistema di erogazione delle cure: ricercatori, professionisti sanitari, amministratori pubblici, divulgatori scientifici, cittadini. Se è impossibile eliminare i conflitti di interesse presenti pervasivamente nell’ambito della medicina, molto si può fare per aumentare la trasparenza, favorendo l'empowerment dei consumatori.

1 S.A. RelmanAssessment and accountability. The third revolution in medical care, in NEJM 1988, 319.

2 P. Morosini, F. Perraro, Enciclopedia della gestione di qualità in sanità, Centro Scientifico, Torino 1999.

3 G. Domenighetti, Educare i consumatori a rimanere sani, in «L’Arco di Giano», n. 11, (1996).

4 Cf. Comitato nazionale per la bioetica, Informazione e consenso all’atto medico, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1992.

Cattivi pensieri sugli errori in medicina

Book Cover: Cattivi pensieri sugli errori in medicina
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

CATTIVI PENSIERI SUGLI ERRORI IN MEDICINA

in Per un ospedale sicuro I quaderni di Janus, anno 2003

Zadig, Roma, 2003

p. 14-22

14

Per introdurre una riflessione sugli errori in medicina e sulla sicurezza in ospedale i “cattivi pensieri” appaiono più appropriati di quelli qualificabili come buoni. Il primo può essere formulato, grossolanamente, in questi termini: l’ospedale è un luogo pericoloso per la salute ed è meglio starne lontani il più possibile. In questo atteggiamento trova espressione la diffidenza tradizionale nei confronti dei luoghi di cura, riscontrabile in particolare nella cultura popolare. C’è un celebre sonetto del Belli ― poeta romanesco della metà dell’Ottocento ― che mette in scena due personaggi che si incontrano per strada. Uno dei due ha una cattiva cera e confessa all’altro che non sta molto bene. Il compare gli suggerisce allora di andare all’ospedale. La risposta del malato si sintetizza in un verso che è diventato tanto celebre da dare il titolo a una raccolta di sonetti del Belli, dedicati alla salute e alla pratica medica nella Roma papalina: “Ma nun sai ch’a lo spedale ce se more?”.

Accanto alla cultura popolare, che ha sempre cercato di evitare l’ospedale perché lo associa alla morte, c’è anche una tradizione più colta, rappresentata da studiosi e intellettuali che si sono opposti alla medicalizzazione (e all’ospedalizzazione) delle pratiche sanitarie, in nome della salute stessa. Il più celebre è il sociologo Ivan Illich, che con Nemesi medica. L’espropriazione della salute, del 1977, ha lanciato un attacco polemico alla credenza ingenua che più medicina significhi più salute. Nel capitolo dedicato alla “iatrogenesi culturale” descrive così la situazione: “L’inutilità di cure, peraltro innocue, è solo il minore dei mali che l’impresa medica proliferante infligge alla società contemporanea. La sofferenza, le disfunzioni, l’invalidità e l’angoscia, conseguente all’intervento della tecnica medica, rivaleggiano ormai con la morbosità provocata dal traffico, dagli infortuni sul lavoro e dalle stesse operazioni collegate alla guerra e fanno dell’impatto

15

della medicina una delle epidemie più dilaganti del nostro tempo. Fra i crimini che si commettono per via istituzionale, solo l’odierna malnutrizione fa più vittime della malattia iatrogena e delle sue varie manifestazioni”.

Questa denuncia, con il suo evidente estremismo, pecca di unilateralità e si condanna all’isolamento: affermare che i danni che provoca la medicina sono una vera e propria epidemia ha provocato un rifiuto generalizzato delle analisi del sociologo da parte del mondo medico. Anche tra la diffidenza popolare, rappresentata dal popolano di Belli, e le critiche degli studiosi della medicina non si è saldata alcuna alleanza.

Oggi solo qualche eccentrico ― soprattutto anziani, dei quali si può mettere in dubbio la completa lucidità nelle scelte ― continua a rifiutare di ricorrere all’aiuto che offre la medicina organizzata, con le sue istituzioni. In genere, invece, la popolazione fa ricorso anche troppo volentieri all’ospedale.

Anche tra gli intellettuali è rapidamente tramontata quella stagione di serrata critica della medicina, che è stata particolarmente intensa verso la fine degli anni '70. Sembra quasi una coincidenza: nel giro di due o tre anni si sono concentrate opere di grande rilievo come Nemesi medica di Ivan Illich, L’ordine cannibale. Vita e morte della medicina di Jacques Attali (1979), La medicina: mito, miraggio o nemesi? di Thomas McKeown (1978) e L’inflazione medica di Archibald Cochrane (1979). Quella messa sotto accusa della medicina è stata poi, a partire dagli anni ’80, metabolizzata e digerita: oggi si sentono per lo più voci come quella di Daniel Callahan, che richiamano la medicina alla dimensione del limite (cfr. D. Callahan, La medicina impossibile, Baldini & Castoldi, 2000) ma non rimesse in discussione così radicali come quelle di una trentina di anni fa. Anzi, il cattivo pensiero da cui siamo partiti (l'ospedale è un luogo pericoloso) oggi sembra quasi scomparso dai costumi, tanto da indurre qualcuno a suggerire che ai nostri giorni dovremmo piuttosto inserire nell’elenco delle priorità proprio la diffusione di questo cattivo pensiero tra la popolazione.

16

Un editoriale del prestigioso giornale British Medical Journal, rivista che gode di grande credito nell’ambito medico, sosteneva che dobbiamo controbilanciare quello che facciamo per migliorare i servizi sanitari con un’azione finalizzata ad agire anche sul versante delle attese, modificando quindi ciò che la popolazione si aspetta dalla medicina. È necessario risvegliare l’opinione pubblica e trasmettere alcune convinzioni che sono un po’ controcorrente. Secondo Richard Smith, direttore della rivista, all’opinione pubblica va detto finalmente che la morte è inevitabile. Ma, anche, che la maggior parte delle malattie gravi non può essere guarita. Che gli antibiotici non servono per curare l’influenza, che le protesi artificiali ogni tanto si rompono, che ogni farmaco ha effetti collaterali, che la maggioranza degli interventi medici danno benefici solo marginali e molti non funzionano affatto, che gli screening producono anche risultati falsi-negativi e falsi-positivi, che ci sono modi migliori di spendere i soldi che destinarli ad acquistare tecnologia medico sanitaria. E, soprattutto, che gli ospedali sono luoghi pericolosi.

A quanto pare, oggi il primo cattivo pensiero che abbiamo formulato ― l’ospedale è un luogo dal quale è preferibile stare lontani, a meno che non si sia assolutamente costretti a farvi ricorso ― non è anacronistico. È quanto mai opportuno, anzi, rinverdirlo e diffonderlo.

I medici nascondono gli errori?

Il secondo cattivo pensiero riguarda non l’ospedale in quanto istituzione, ma coloro che vi lavorano. Per conoscere i pericoli che si incontrano in ospedale, o in genere in qualsiasi prestazione sanitaria che si possa ricevere dentro e fuori l’ospedale, non ci si può fidare dei sanitari, perché questi tendono a nascondere gli errori. Il sospetto che i professionisti della sanità tendano a non far conoscere gli insuccessi che dipendono da loro è suffragato da molte strategie di nascondimento degli errori. Il più grossolano è certamente l’occultamento dei fatti (dalla manipolazione delle cartelle cliniche, dove a posteriori possono essere inseriti dati che nascondono le proprie omissioni, al tacere i danni ai pazienti ecc.). Le nostre apprensioni, in quanto cittadini-utenti, non sono tanto nutrite dagli interventi più grossolani di nascondimento

17

 

 

 

 

 

degli errori, quanto da quelli più sofisticati. Per esempio, una buona strategia è mettere in atto dei meccanismi di solidarietà corporativa, che può arrivare alla vera e propria complicità tra professionisti. L’appartenenza allo stesso corpo professionale, rafforzata dalle regole deontologiche che dissuadono dal rivelare ai “profani” le carenze dei colleghi, si traduce in una resistenza dei professionisti a rivelare un errore commesso da qualcuno di loro.

Una strategia per nascondere gli errori ancora più raffinata consiste nell’esagerare la fallibilità dell’operato medico. “Errare è umano”, si proclama come una constatazione evidente e indiscutibile, che dà diritto di cittadinanza all’errore in qualsiasi ambito dell’esperienza umana, compresa la medicina. Un progetto molto importante maturato negli Stati Uniti dall’Institute of medicine si presenta proprio con questo slogan: to err is human. Ma proprio il riconoscimento della fallibilità ― dire che siamo esseri umani e quindi sbagliamo, presentarsi

18

non immuni dagli errori ma quasi disarmati di fronte ad essi ― si rivela come una strategia sofisticata per nascondere i peccati di omissione nei confronti degli errori.

Una vignetta dell'umorista argentino Quino mostra in modo efficace, meglio di quanto saprebbe fare un discorso filosofico, il valore autogiustificatorio di questa dichiarazione di fallibilità. La vignetta rappresenta una sala operatoria, sulla cui porta è posto, in grandissima evidenza, lo slogan Errare humanum est. Se gli errori sono un destino e quindi sono imprevedibili, l’espressione compiaciuta dei chirurghi che stanno sulla porta è pienamente giustificata. Ma a fronte di questa interpretazione dell’errore, data dai professionisti, l’umorista ha collocato la visione che ne ha il paziente. Dal punto di vista di colui che l’infermiere sta portando in sala operatoria, la fallibilità che i medici esibiscono è molto inquietante. Al malato non dà alcuna sicurezza sapere che gli errori seguono l'essere umano in tutto quello che fa; sicuramente egli preferirebbe una realtà controllabile, e quindi prevedibile.

In passato era diffusa la visione un po’ fatalista, tradotta nel detto: “Gli errori dei medici li copre la terra” (nel senso che non ci si può fidare che si possa venire a conoscenza degli errori dei medici, perché con strategie o grossolane o sofisticate in ogni caso li nascondono). In modo più sofisticato ― ma non meno pungente ― Bernardino Ramazzini, il celebre autore del primo libro di igiene del lavoro (De morbis artificum diatriba...) nel capitolo dedicato alle malattie dei becchini osserva: “È giusto preoccuparsi della salute dei becchini la cui opera è tanto necessaria; è giusto dal momento che sotterrano i corpi dei morti insieme agli errori dei medici. È giusto che la medicina contraccambi, per quanto può, l’opera svolta dai becchini nel salvaguardare la reputazione dei medici”.

La risposta è la cultura del sospetto

Questo atteggiamento, tra rassegnato e indulgente, sta rapidamente cambiando. Nella nostra società si diffonde piuttosto la cultura del sospetto. A fronte dell’atteggiamento fatalista e rinunciatario del passato, oggi vediamo invece il proliferare di rivendicazioni di segno

19

opposto, che consistono nell’insinuare che ci siano stati errori dei sanitari anche quando il loro comportamento professionale è stato ineccepibile. È sufficiente che la situazione clinica evolva in un senso contrario rispetto a quello che il soggetto auspica, affinché si presupponga che ci sia stato errore.

Per questa strada l’aumento della litigiosità sta diventando un fenomeno sociale rilevante anche nella nostra società. Non lo conosciamo ancora nella misura americana, ma ci stiamo avviando verso quei traguardi (cause giudiziarie, richieste di risarcimento, aumenti di premi assicurativi per professionisti e per istituzioni), che costituiscono un grande problema sia sociale che professionale.

Abbiamo bisogno di trasparenza; ma ancor più sentiamo la necessità di un patto sociale diverso, che superi il modello culturale, ormai non più proponibile, dell’intangibilità della professione medico-infermieristica, protetta da un credito senza verifiche, e sviluppi un modello alternativo, fondato sulla trasparenza.

A questo punto ai due “cattivi pensieri” circa la sicurezza in ospedale si affianca una considerazione positiva: l’atteggiamento sia dei cittadini che dei sanitari nei confronti dell’errore in sanità può essere modificato. Anzitutto, in generale, può cambiare l’atteggiamento culturale verso l’errore. Un indice del cambiamento possiamo coglierlo nella filosofia di fondo che anima un giornalino fatto per la generazione futura. Si tratta di un quotidiano, intitolato Erasmo, rivolto ai ragazzi della scuola media, o anche più giovani.

La scelta soggiacente all’impostazione del giornale è quella di farne un veicolo di informazione positiva, dove la cronaca, oltre a trasmettere gli elementi informativi circa i fatti, fornisce spunti per domandarci, di fronte a eventi drammatici che cosa possiamo fare perché tutto ciò non si ripeta un’altra volta. Si tratta di una logica opposta a quella che anima la cronaca scandalistica dei giornali dei grandi. Questo giornale si propone di educare i giovani, attraverso il modo concreto di organizzare l’informazione, a non guardare alla notizia come a un fatto tragico e inevitabile, che dà spunto alla ricerca del colpevole, ma

20

come a un’occasione per domandarsi che cosa fare perché cose di questo genere non succedano.

Si fa strada la cultura del cambiamento

Esiste una cultura del cambiamento nell’ambito delle professioni sanitarie, dei medici e degli infermieri, che fa capo al movimento per la formazione continua. La formazione continua di cui parliamo è qualche cosa di diverso dell’aggiornamento. Si può stabilire un’analogia con quanto è avvenuto ― considerando i tempi un po’ più lunghi rispetto alla nostra breve memoria rappresentati dall’intero corso del secolo XX ― riguardo alla formazione medica. Si è registrata una cesura, che fa capo a un celebre rapporto redatto da un medico americano, Flexner, nel 1910.

Il rapporto ha portato a un cambiamento della modalità della formazione dei medici. Prima di quella data, fino all’inizio del secolo, la formazione del medico era poco più che un sistema di apprendistato, nel senso che la conoscenza medica veniva trasmessa allo studente attraverso il contatto con un tutore sperimentato e con casi clinici. Quello che si conosceva della medicina era la somma di testimonianze, di ricordi dei medici e di una relativamente piccola collezione di testi medici. Il rapporto Flexner ha segnato una transizione rispetto a questo consolidato modello di formazione medica.

Oltre a condannare le scuole dove si insegnava la ciarlataneria tipica del tempo, il rapporto Flexner ha provocato una trasformazione introducendo la scienza quale parametro su cui valutare la formazione. La portata della nostra breve memoria potrebbe indurci a credere che la medicina sia sempre stata fondata sulla scienza, ma non è così. Solamente a partire dagli anni '30, a seguito di questo rapporto, la formazione del medico ha cominciato a essere diversa.

Possiamo quindi stabilire un’analogia: oggi, all’inizio del XXI secolo, il movimento per la formazione continua sta portando nell’idea della formazione una frattura, una cesura analoga a quella che Flexner ha provocato all’inizio del secolo scorso. Fino a poco tempo fa la formazione

21

continua del medico e dell’infermiere si basava sull’accumulazione di esperienze, abitualmente relative a problemi pratici, trasmesse oralmente da chi aveva più esperienza a chi ne aveva meno. Tali conoscenze inoltre erano fortemente centrate sul principio di autorità: c’erano alcune autorevoli voci in ogni disciplina che non erano messe in discussione, perché rappresentavano le persone con maggiore credito scientifico.

Oggi noi siamo consapevoli che quel modo di procurare la formazione va cambiato. Le esigenze della pedagogia degli adulti e di altre discipline ci fanno capire che dobbiamo cambiare il modo della formazione, proponendone uno centrato sui problemi e con un ruolo più attivo del pensiero critico, dell’utilizzazione positiva degli errori. A questo fine svolge un ruolo strategico nelle aziende sanitarie l’ufficio per la formazione permanente, che non può limitarsi a gestire il traffico creato dal turismo congressuale. Deve essere invece un luogo fondamentale per l’elaborazione di una nuova modalità di formazione.

Per dare a questa indicazione di marcia un punto di riferimento concreto, possiamo fare riferimento a una pratica che si sta diffondendo negli Stati Uniti: le “Conferenze sulla malattia e la mortalità” (note con la sigla M&M). A cadenza settimanale, nei principali ospedali americani si tiene una conferenza aperta a tutti i medici, nel corso della quale vengono prese in esame le procedure che hanno portato alla morte di un paziente o non hanno comunque portato i risultati attesi. A queste riunioni siamo stati introdotti, come telespettatori, da alcune puntate di ERMedici in prima linea. Abbiamo imparato che lo stile con cui ci si confronta è ruvido, non certo quello compito dei galatei medici. Allo stesso tempo, però, abbiamo appreso che lo scopo delle conferenze M&M non è quello di squalificare professionalmente il collega che ha sbagliato, bensì di evidenziare i problemi di sistema o le procedure che hanno reso possibile l’errore. Per dirlo con le parole di un medico americano, “l’importante non è come impedire ai cattivi medici di danneggiare i pazienti, ma come impedire che succeda ai medici bravi”.

La finalità di iniziative come le conferenze M&M è di correggere i

22

sistemi che possono indurre in errore. La convinzione che anima queste strategie è che ci sono cose migliori che si possono fare con gli errori, piuttosto che nasconderli: si possono utilizzare perché non succeda ad altri un avvento avverso. Gli errori possono servire per migliorare la pratica medica.

Nella stessa direzione si muove anche un altro vistoso cambiamento che caratterizza lo scenario della medicina attuale: l’esigenza di valutare gli outcome, cioè di basarsi non su quello che noi riteniamo ovvio o evidente, ma su quello che è provato dai fatti (questo è il significato della parola inglese evidence). La raccolta sistematica delle prove, di ciò che funziona e di ciò che non funziona, dei successi e degli insuccessi, degli errori, dei quasi-errori, delle violazioni, del mancato rispetto delle procedure, degli incidenti provocati da cause organizzative: questa cultura degli outcome e della raccolta delle prove sta incominciando a cambiare il volto della medicina, che si incammina così per la strada che la porterà sempre più a essere una evidence base medicine. È la fondamentale premessa per introdurre una gestione degli errori diversa.

Quale etica per l’ebm?

Book Cover: Quale etica per l'ebm?
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

QUALE ETICA PER L'EBM?

in Bioetica & Società

anno II, n. 1, gennaio-aprile 2004, pp. 36-46

36

È riuscito il movimento dell’EBM a realizzare il suo intento dichiarato, ossia a promuovere una pratica della medicina di migliore qualità? La risposta alla domanda rischia di divaricarsi in posizioni estreme, alle quali non sono estranei pregiudizi e atteggiamenti acritici, sia a favore che contro. È più agevole, invece, trovare un consenso su un’affermazione apparentemente di basso profilo: il dibattito ha quanto meno prodotto un approfondimento di concetti spesso utilizzati senza avvertirne la problematicità. A cominciare ovviamente dalla stessa evidence. Tradotta in italiano in un primo tempo semplicisticamente con «evidenza» 1, ci si è dovuti rendere conto che nell’accezione comune la «medicina delle evidenze» era esattamente il contrario di quello che intendeva un anglofono quando proponeva una medicina basata sull'evidence (vale a dire sulle «prove di efficacia», come è invalso successivamente, almeno tra i più avvertiti circa i tranelli che può presentare la traduzione letterale dell’inglese) 2. Ma anche concetti quali «prova», «efficacia», «sperimentazione clinica», «scientificità», «protocollo» e «linee guida», «appropriatezza» sono passati attraverso un vaglio più rigoroso. Con un guadagno in consapevolezza rispetto alla medicina da promuovere e quella da scoraggiare.

Ci sentiamo autorizzati a chiederci: stabilendo un confronto tra l’EBM e l’etica, possiamo almeno aspettarci un beneficio analogo, ovvero la chiarificazione di che cosa intendiamo per «etica», quando la invochiamo in medicina? La ricerca di una buona medicina ― che è, in termini estremamente semplificato

1. Così anche in Pierluigi Morosini, Franco Perraro, Enciclopedia della gestione di qualità in sanità, Torino, Centro Scientifico Editore, 1999 (Evidence: «Prove e indizi a favore o a sfavore di una particolare ipotesi ― ad esempio sull’efficacia di un trattamento ― in particolare quelle derivabili dalla letteratura scientifica», p. 88).

2. Cfr. Le voci evidence/evidenza in Livio Hofman Cortesi, Bona Schmid, I segreti dell’ingleseBidizionario di falsi sinonimi e vere equivalenze tra italiano e inglese, Firenze, Sansoni, 1988.

37

la sostanza stessa dell'etica ― si rivela difficoltosa perché i criteri con i quali tale bontà viene valutata stanno cambiando. Per un lunghissimo periodo, che coincide praticamente con lo sviluppo o una valutazione riservata alla professione sanitaria. Coerente con questa impostazione era la delega al medico di tutto il processo decisionale: il medico doveva prendere le decisioni cliniche «in scienza e coscienza». Il principio etico che guidava la decisione era l’orientamento al bene del paziente (nella terminologia filosofica anglosassone si parla di «beneficence» come criterio etico). Quanto alla «scientificità» dei servizi erogati ai pazienti, la valutazione era per definizione sottratta a questi ultimi, dal momento che non erano in grado di accedere alle conoscenze che qualificano il medico in quanto medico.

In questo paradigma l’introduzione dell'evidence quale criterio per valutare la qualità delle decisioni cliniche (intendendo l’EBM, con Alessandro Liberati, come «l’uso coscienzioso ed esplicito delle migliori prove di efficacia per prendere decisioni circa l’assistenza ai pazienti e, più in generale, alle decisioni in sanità») non costituisce una innovazione. La richiesta di «scientificità» è la stessa di sempre; solo che oggi si fonda sulle acquisizioni dell’epidemiologia clinica e sulla metodologia degli studi clinici randomizzati. Rimane aperto il dibattito epistemologico se questo approccio sia sovrapponibile alla scientificità tout court, oppure se anche altre conoscenze ― precliniche e cliniche ― possono aspirare a chiamarsi scientifiche, pur essendo acquisite per vie diverse. Con questa argomentazione, ad esempio, Luigi Pagliaro richiede che la «scienza di buona qualità» (good science) sia coestensibile a tutto il sapere clinico, senza essere ridotta ai trial: «L’accento posto dall’EBM sulla ‘scienza di qualità’ può indurre medici entusiasti di questo nuovo ‘paradigma’ a trascurare le informazioni sulle scienze di base applicate alla clinica e alla diagnosi e gli studi osservazionali post-marketing, danneggiando implicitamente alcune categorie di pazienti» 3. Abbiamo bisogno non solo di una medicina basata sull'evidence, ma anche di una evidence basata sulla pratica clinica, che sappia ben utilizzare il ragionamento diagnostico.

L’etica medica non viene modificata da questa richiesta di prove rigorose: purché si offra al paziente ciò che la comunità scientifica ritiene corretto, siamo nell’ambito della buona medicina. Secondo questa impostazione ― che risale al paradigma ippocratico ― la medicina è un’arte, che va praticata dagli esperti secondo le regole che essi conoscono. L’ebm si inserisce perfettamente in questo modello, se ― per riferirci ancora alle definizioni di A. Liberati ―

3. Luigi Pagliaro et al., L’EBM: amica o nemica dei pazienti?, Janus, n. 3, 2001, pp. 34-42.

38

«per praticare l'EBM è necessario integrare la competenza clinica individuale con le migliori prove di efficacia derivate da revisioni sistematiche dei risultati della ricerca epidemiologica e clinica». Ancor più: l’EBM potrebbe rafforzare ulteriormente quella «dominanza medica» 4 che si fonda sulla insuperabile asimmetria tra coloro che decidono quali servizi sanitari vanno erogati e i pazienti che ricevono tali servizi.

È importante sottolineare che, in quanto modello di medicina, la scienza (epistéme) è essenziale per il medico, ma non è richiesto che questi la traduca in informazione per il paziente. Di fatto, nella medicina del passato l’informazione non era richiesta come una condizione di qualità dell’atto medico. L’informazione era un optional, che dipendeva dalle qualità umane del medico e da circostanze che potevano farla ritenere più o meno opportuna. La medicina poteva diventare sempre più scientifica, senza pagare nessun tributo di informazione ai suoi beneficiari. Un grande medico-filosofo della metà del XX secolo, Vicktor von Weizäcker, riteneva per l’appunto che lo sviluppo della medicina verso una sempre maggiore scientificità avrebbe potuto rivelarsi catastrofica dal punto di vista del rapporto medico-paziente:

Se si va avanti così per un certo tempo, potrà succedere un giorno che un’intera corporazione, la corporazione dei medici e degli scienziati, diventerà l’oggetto di una grande aggressione; non mi meraviglierei se, come la rivoluzione francese ha ucciso gli aristocratici e i preti, un giorno fossero uccisi medici e professori, e non benché si siano irrigiditi cercando riparo dietro la scienza impersonale, bensì proprio per questo motivo 5.

Il distacco tra terapeuti e cittadini non si è sviluppato secondo lo scenario tragico evocato da von Weizsäcker; non di meno, il degrado si è realizzato nel giro di pochi decenni. L’incontro medico-paziente è diventato per lo più scontro; la comunicazione si è trasformata in un rapporto lontano, freddo e pieno di sospetti; l’informazione è diventata la caricatura di se stessa, e altrettanto il «consenso informato» così come viene per lo più praticato (oggi il paziente prima di un intervento diagnostico-terapeutico si vede proposto un foglio da firmare: se va bene, viene informato su indicazioni, controindicazioni, rischi e alternative; se va male, il foglio contiene solo formule di de-responsabilizzazione e autotutela del medico, che cerca una posizione di sicurezza in caso di un possibile contenzioso giudiziario...).

È vero che la cultura e l’etica ai nostri giorni si sono alleate nella richiesta

4. Cfr. E. Freidson, La dominanza medica, Milano, Franco Angeli, 2002.

5. Viktor von WeizsäckerPathosophie, Göttingen, 1956, p. 207.

39

di un cambiamento in profondità nei rapporti tra coloro che erogano le aire e i cittadini che le ricevono, così da modificare la struttura stessa della comunicazione che intercorre tra di loro. Con una parola che sintetizza tutto il processo, ci si riferisce al fenomeno nel suo insieme come a un empowerment del paziente. La parola inglese contiene la nozione di «potere» (power). L’aspetto più visibile nel nuovo rapporto tra sanitari e cittadini è proprio quello di uno spostamento di potere tra le persone coinvolte nella relazione. Il potere a cui ci si riferisce non è quello di natura politica o, nei rapporti interpersonali, ciò che autorizza qualcuno a dare ordini, aspettandosi che altri obbediscano. Tutte le relazioni di cura e assistenza prevedono un potere, utilizzato in modo benefico a vantaggio di un altro: pensiamo al rapporto tra genitori e bambini, insegnanti e allievi, medici e malati, appunto. Il potere in questione è quello che, traducendosi in atto, si esprime in un atteggiamento di paternalismo benevolo.

Dal punto di vista semantico l’empowerment al quale ci riferiamo è un concetto molto più complesso di quello proposto dal dizionario di inglese Ragazzini, nella più recente revisione, che illustra il termine con «1 acquisizione del potere da parte delle donne». L'empowerment in sanità non equivale all’acquisizione del potere da parte del malato, sul modello dell’emancipazione proposto dal femminismo! Il modello dell’empowerment che proponiamo rispecchia la definizione che troviamo nell’Enciclopedia della Gestione della Qualità in Sanità:

Termine entrato in uso e di difficile traduzione in italiano per indicare la tendenza a dare più potere, più coinvolgimento nelle decisioni ai pazienti, al di là del consenso informato 6.

Il concetto di empowerment sostituisce quello di operatore sanitario come avvocato (o alleato) del paziente. Il primo in particolare presuppone un rapporto di dipendenza: il paziente ha bisogno di qualcuno che lo difenda. Empowerment invece sottolinea il concetto di autonomia. L’analisi di questo tipo di transazioni raggruppa rapporti di natura molto diversa nella categoria di «relazioni complementari». Sono quelle che si basano sulla differenza tra le posizioni coinvolte. Funzionano bene quando ognuno si attiene al suo ruolo e non pretende di fare la parte dell’altro. Dal punto di vista grafico, il modello che le rappresenta prevede due posizioni: una sovrastante (one up) e una di sottomissione (one down):

6. Pierluigi Morosini, Franco Perraro, op. cit., p. 82.

40

one up

__________

one down

Diverse invece sono le «relazioni simmetriche», nelle quali i protagonisti hanno uguale potere e non si comportano secondo ruoli fissi. Ce li possiamo immaginare l’uno di fronte all’altro, faccia a faccia, senza poter dire chi comanda e chi obbedisce 7.

Il senso del processo di empowerment del paziente non è quello di mettere quest’ultimo in posizione one up e il medico in posizione one down, invertendo i rapporti di potere che siamo soliti associare con l’esercizio della medicina (dove il medico è considerato tanto più bravo quanto più esercita un’autorità indiscutibile e induce il paziente a essere «osservante» o compliant). Non sarebbe un progresso se il medico diventasse l’esecutore delle decisioni prese dal paziente in posizione di completa autonomia; anzi ciò costituirebbe una minaccia per la salute, perché al paziente verrebbe a mancare il bagaglio di conoscenze proprie del sapere professionale del medico. L'empowerment è invece un cambiamento di rapporti complesso, che ha luogo su diversi piani.

Lo schema che proponiamo prevede dei cambiamenti significativi su tre diversi piani: sul piano sociale (o della cultura), nel rapporto clinico tra professionisti sanitari e pazienti, nell’ambito dei valori condivisi o dell’etica.

Empowerment del cittadino nel processo di cura

I. Dimensione culturale

― Autogestione della salute vs «espropriazione della salute» (I. Illich), mediante «un processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla loro salute e migliorarla» (Carta di Ottawa).

― Conoscenza dei propri diritti; rappresentanza attiva, anche organizzata («rivoluzione liberale» in medicina).

― Atteggiamento psicologico «adulto» verso medici, infermieri e altri professionisti sanitari.

― Coinvolgimento dei cittadini nel miglioramento dei servizi, sollecitando suggerimenti, anche critici.

7. Cfr. P. Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1971.

41

II. Dimensione clinica

― Raccolta sistematica di informazioni sui trattamenti proposti (ricerca; diagnosi; terapia) e sulle alternative.

― Promozione del «parere complementare» (second opinion).

― Accesso consapevole alle prestazioni sanitarie, grazie alla conoscenza di benefici attesi, effetti collaterali, rischi, complicazioni.

― Competenza nell’automedicazione semplice.

― Educazione all’autogestione delle patologie croniche.

III. Dimensione etica

― L’autonomia come principio etico che bilancia il principio del «bene del paziente» stabilito unilateralmente dal medico.

― Più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano (decisioni consensuali).

― Assumere la responsabilità per le scelte sanitarie e, più in generale, per la propria vita.

― Autodeterminazione personale (l’individuo, non la famiglia come referente delle informazioni e soggetto delle decisioni).

― Promozione delle direttive anticipate: living will o indicazione di persona delegata a decidere; disposizioni per la donazione di organi.

Nella dimensione culturale dell’empowerment individuiamo anzitutto l’adeguamento alla filosofia che ispira I’oms nota come «promozione della salute» (Health promotion). La carta di Ottawa (1986) l’ha descritta come «un processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla». L’autogestione è il contrario di quella «espropriazione della salute» che il classico saggio di Ivan Illich ― Nemesi medica (1977) ― imputava alla medicina, quando diventa un’impresa totalitaria che pretende di gestire la salute al posto del soggetto. La rivoluzione liberale, introdotta anche nell’ambito della medicina, presuppone la prospettiva dei diritti nelle relazioni che si instaurano nell’ambito della cura.

Dato il perdurare dell’asimmetria nei rapporti di potere, si tende a dare rilievo ai rappresentanti dei pazienti (ad es. gruppi organizzati di pazienti, di ex pazienti o di familiari) o a istituzioni di tutela dei diritti (tribunale dei diritti del malato, comitati consultivi misti ecc.). Iniziative di questo genere hanno contribuito in modo determinante a modificare l’atteggiamento psicologico di sudditanza che i malati in passato tendevano ad assumere, promuovendo un atteggiamento adulto.

42

Anche la prospettiva dell'«aziendalizzzazione» ha in sé la potenzialità di modificare socialmente i rapporti tra chi eroga i servizi sanitari e chi li riceve. Nel concetto di «cliente» è implicita la considerazione della soddisfazione di colui che riceve i servizi, nonché il suo coinvolgimento attivo nella valutazione della qualità ― quanto meno della dimensione soggettiva, che può essere percepita dall’utente ― delle prestazioni erogate. La dimensione del mercato applicata alla società è indubbiamente pericolosa, in quanto può stravolgere l'ethos ippocratico nel quale tradizionalmente la medicina si è riconosciuta; tuttavia può anche potenzialmente arricchire lo spessore sociale di chi riceve servizi sanitari, attribuendogli un ruolo critico e di promozione attiva della qualità.

Sul piano clinico ― ovvero nei rapporti che si instaurano tra medici, infermieri e altri professionisti sanitari da una parte, e il paziente e i suoi familiari dall’altra ― l’empowerment diventa effettivo solo attraverso un processo informativo sistematico. Il paziente va informato se ciò che gli viene proposto si inquadra in un progetto di ricerca (il consenso alla sperimentazione è diverso da quello che ha per oggetto un trattamento standard), in un’indagine diagnostica (eventualmente, qual è l’ipotesi che guida la ricerca diagnostica) o in un trattamento terapeutico. L’informazione non è completa se non include anche le alternative, i benefici attesi, gli effetti collaterali, i rischi e le complicazioni dei trattamenti proposti. E naturalmente nell’informazione va incluso, in termini comprensibili al singolo paziente, il grado di evidence del trattamento proposto.

Nel processo dell’informazione acquista oggi un peso nuovo il parere complementare (in inglese: second opinion), inteso come un diritto del paziente ad acquisire informazioni diverse presso altri professionisti. L'empowerment implica anche l’acquisizione delle conoscenze che permettono l’autogestione delle malattie croniche (le patologie dalle quali non si guarisce, qualunque cosa faccia il medico, sono oggi l’80%, rispetto a un 20% per le quali si può sperare la restitutio ad integrum). L’oms ha raggruppato questo tipo di interventi che favoriscono il controllo del paziente sulla propria malattia sotto l’etichetta «educazione terapeutica» 8. Nell’ambito clinico l'empowerment può essere fatto equivalere, in sintesi, a un maggiore «senso di padronanza» della situazione.

Questo modello di buona medicina ha un intreccio vitale con l’EBM. La buona medicina non deve limitarsi a fornire al paziente «le cose giuste» (nell’ipotesi dell’EBM: di provata efficacia), ma deve fornirle «nel modo giusto».

WHOTherapeutic Patient Education, Genève, 1998.

43

Ciò implica oggi il rispetto del diritto del paziente a partecipare alle scelte che lo riguardano. La condizione preliminare è che il soggetto che beneficia dei servizi medici sia messo in grado di partecipare, mediante un trasferimento sistematico di informazioni. L’EBM obbliga il sanitario a rispettare il diritto del paziente a conoscere l’efficacia, in termini assoluti e comparativi, delle prestazioni che gli vengono proposte, così da poter decidere su una base di conoscenze affidabili.

È ben vero che lo squilibrio delle conoscenze resterà incolmabile. Ancor più: godendo dell’appoggio autorevole dell'evidence, il sanitario potrà essere indotto a utilizzarlo come strumento di pressione per indurre il paziente ad aderire alla propria proposta. La disponibilità di conoscenze solide non comporta automaticamente che le si usi correttamente. Decidere con il paziente e non sul paziente (anche se «per il suo bene») implica un cambiamento nell’atteggiamento di fondo che non è, di per sé, un portato del movimento dell’EBM. L’orientamento all’empowerment del cittadino nei rapporti di cura è il frutto maturo della «rivoluzione liberale» in medicina; l’incontro con i valori che ispirano l’EBM è auspicabile, ma non è detto che avvenga spontaneamente. Il modello cui tendere potrebbe essere quello proposto da Tony Hope: una «Evidence-based Patient choice» 9. Ma dobbiamo essere chiaramente consapevoli che si tratta di due movimenti che si sono sviluppati in sanità a partire da logiche diverse.

La spinta verso una medicina basata sulle prove di efficacia e quella che nasce dalla richiesta di partecipare alle scelte da parte del cittadino potrebbero dare luogo a scenari di reciproca estraneità: l’EBM potrebbe porsi domande sempre più lontane dagli interessi esistenziali dei pazienti, ovvero dagli ambiti nei quali potrebbero partecipare alle scelte che li riguardano; il movimento che promuove l’autodeterminazione del cittadino potrebbe, a sua volta, prendere la strada della prevaricazione del paziente sul sanitario, attribuendogli la posizione one up che una volta aveva il medico e chiedendo a questi di mettersi in posizione one down, accogliendo tutte le scelte che il paziente fa in posizione di autonomia. Ciò che ci preoccupa non è tanto la perdita di potere dei medici, ma il danno che i cittadini potrebbero procurare a se stessi correndo dietro a terapie svincolate dal controllo del sapere scientifico.

Uno scenario infausto di questo genere può essere evocato con l’aiuto di alcuni versi di T.S. Eliot:

9. T. HopeEvidence-Based Patient Choice, King’s Fund.

44

Where is the wisdom we lost in knowledge?

Where is the knowledge we lost in information?

Il poeta presenta la saggezza, la conoscenza e l’informazione come se fossero poste su un piano inclinato, che degrada verso il basso. In inglese si parlerebbe di una slippery slope, ovvero di una china scivolosa. Passando da una all’altra, è come se stessimo perdendo qualcosa, in un processo che tende a un progressivo impoverimento.

Applicando queste categorie alla medicina, in particolare al rapporto tra chi cura e chi è curato, la situazione originaria è rappresentata dalla saggezza: la phrónesis secondo Aristotele, o prudentia per i latini, ovvero la saggezza pratica di chi prende le decisioni in base alla propria arte. È il sapere di cui dà prova il capitano della nave, applicando le regole generali della navigazione alle circostanze concrete in cui si trova a navigare. La conoscenza certa ― epistéme ― è quella che persegue la medicina adottando il metodo scientifico e che ha prodotto, come frutto maturo, l’EBM. L’auspicio è che le conoscenze di maggior rigore scientifico (per Eliot, knowledge) servano a prendere decisioni più sagge, mediante un inserimento esplicito nel processo deliberativo che conduce a decisioni partecipate; ma potrebbe anche avvenire che la conoscenza si renda autonoma rispetto alla sapienza, trovando proprio nella «scientificità» una ragione di totale autoreferenzialità.

Un gradino più in basso si pone la pura informazione. Fosse anche l’informazione corretta finalizzata a dare al paziente quel potere conoscitivo che lo abilita a prendere le decisioni in ambito clinico. La pura informazione da sola non costituisce il beneficio da cui ci aspettiamo una migliore medicina. Le informazioni possono diventare un momento di comunicazione, ma non devono sostituirsi alla comunicazione. Ovvero: un conto è scaricare le informazioni sul paziente, provocandogli più angustie, dilemmi e incertezze; un conto è inserire le informazioni ― evidence based! ― all’interno di un rapporto comunicativo.

La comunicazione comporta l’orientamento al bene del paziente, che è il valore etico centrale della medicina di ieri e di sempre, ma con una struttura di tutela, di accoglienza e di accompagnamento nel processo della cura. Le informazioni di cui è ricca l’EBM ― e che è anche un imperativo sociale disseminare, facendole conoscere sia ai sanitari che ai cittadini ― non ci danno automaticamente una buona medicina. Il criterio decisivo è quello del modo in cui vengono utilizzate: possono favorire l’incontro terapeutico o accentuare piuttosto la reciproca estraneità di sanitari e pazienti. Non possiamo neppure escludere che l’EBM venga messa a servizio della medicina difensiva (inducendo il sanitario a erogare non i servizi che reputa migliori per il bene del malato,

45

ma quelli che lo pongono in posizione di sicurezza in caso di contestazioni di malpractice, in quanto validati da linee guida).

Ci si deve anche interrogare sull’impatto che le conoscenze correlate all’EBM hanno sul rapporto fiduciale del paziente verso la medicina in genere e i medici a cui si rivolge in particolare: genera più fiducia la strategia di presentare una posizione unica, suggerendo che questa sia la sola risposta che la medicina offre ai problemi del paziente, o l’informazione circa le divergenze esistenti nel mondo medico? La fiducia va rapportata a tre livelli: i macrosistemi (come il ssn), le istituzioni intermedie (medicina ospedaliera o servizi offerti dalla medicina di base) e le microrelazioni (come quella che si instaura tra il medico e il singolo paziente). A tutti questi livelli l’EBM opera una notevole rimessa in discussione della fiducia e obbliga a ripensare il potere della medicina in termini di empowerment.

Un’evoluzione ulteriore ha compiuto l’etica applicata alla medicina: quella che ci porta a valutare i servizi erogati con le risorse impiegate. In termini molto generali, l’esigenza è quella dell'accountability, ovvero di rendere conto del proprio operato ― comprese le scelte di allocazione delle risorse ― all’organizzazione sociale. In concreto, per i sistemi sanitari a orientamento universalistico, come sono i Servizi sanitari nazionali, si tratta di coprire le esigenze di salute di tutti i cittadini con risorse che sono forzatamente limitate. L’etica dell’organizzazione richiede che «le cose giuste» ― fornite «nel modo giusto» che nasce dall'empowerment del cittadino ― pervengano «a tutti quelli che hanno diritto e bisogno». Il valore guida è quello della giustizia, all’interno dei servizi sanitari a carattere pubblico.

Per quanto riguarda il nostro servizio sanitario, si tratta di contrastare le sperequazioni e le iniquità nella possibilità di accedere ai servizi, che stanno creando un razionamento occulto sotto forma di liste di attesa per prestazioni essenziali. Il pareggio di bilancio ― vincolo esterno alle decisioni di politica sanitaria in epoca di sanità aziendalizzata ― tende a essere inteso come obiettivo. E a essere conseguito mediante tagli nei servizi erogati. Anche in questo scenario l’EBM potrebbe venir utilizzata in modo improprio, per supportare scelte di natura politica. Un sospetto che grava sull'EBM, e che contribuisce a screditarla, è proprio quello che si presti a un uso strumentale da parte di un management sanitario attento più al risparmio che alla qualità.

Certo, l’etica richiede oggi dal sanitario anche un’attenzione all’uso appropriato delle risorse. Il medico non può limitarsi a promuovere una scienza sempre più rigorosa, né a tutelare il maggior beneficio per il singolo paziente: non può ignorare anche i legittimi interessi della comunità. È la conclusione a cui giunge E. Haavi Morreim nell’articolo dell’Encyclopedia of Bioethics (1995) dedicato al conflitto di interessi. Mentre una volta il dovere che nasceva dalla fiducia che il paziente riponeva nel professionista consisteva

46

soprattutto nell’astenersi dallo sfruttamento volgare, oggi l’obbligo di porre gli interessi del paziente prima dei propri non può più essere per il professionista un obbligo senza limiti: «Una delle più importanti e difficili sfide della nuova economia che regola la medicina consiste nel considerare non solo ciò che i sanitari sono obbligati a dare ai loro pazienti, ma anche i limiti di questi obblighi» 10. In altre parole, i conflitti di interesse obbligano a riscrivere le regole del gioco tra tutti coloro che sono coinvolti nel sistema di erogazione delle cure: ricercatori, professionisti sanitari, amministratori pubblici, divulgatori scientifici, cittadini. Anche da questo punto di vista l’EBM contribuisce a mettere meglio a fuoco quale significato attribuiamo all’etica quando la invochiamo nell’ambito dell’organizzazione dei servizi sanitari.

10. E.H. MorreimEncyclopedia of Bioetkics, New York, Simon & Schuster Macmillan, 1995.

1 Così anche in Pierluigi Morosini, Franco Perraro, Enciclopedia della gestione di qualità in sanità, Torino, Centro Scientifico Editore, 1999 (Evidence: «Prove e indizi a favore o a sfavore di una particolare ipotesi ― ad esempio sull’efficacia di un trattamento ― in particolare quelle derivabili dalla letteratura scientifica», p. 88).

2 Cfr. Le voci evidence/evidenza in Livio Hofman Cortesi, Bona Schmid, I segreti dell’ingleseBidizionario di falsi sinonimi e vere equivalenze tra italiano e inglese, Firenze, Sansoni, 1988.

3 Luigi Pagliaro et al., L’EBM: amica o nemica dei pazienti?, Janus, n. 3, 2001, pp. 34-42.

4 Cfr. E. Freidson, La dominanza medica, Milano, Franco Angeli, 2002.

5 Viktor von WeizsäckerPathosophie, Göttingen, 1956, p. 207.

6 Pierluigi Morosini, Franco Perraro, op. cit., p. 82.

7 Cfr. P. Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1971.

8 WHOTherapeutic Patient Education, Genève, 1998.

9 T. HopeEvidence-Based Patient Choice, King’s Fund.

10 E.H. MorreimEncyclopedia of Bioetkics, New York, Simon & Schuster Macmillan, 1995.

Il valore della complessità e la metodologia clinica

Book Cover: Il valore della complessità e la metodologia clinica
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

IL VALORE DELLA COMPLESSITÀ E LA METODOLOGIA CLINICA 

tavola rotonda

in Annali Italiani di Medicina Interna

vol. 12, ottobre 1997, suppl. 2, pp. 19S-21S

19S

TAVOLA ROTONDA

La brevità delle considerazioni seguenti chiede di essere benevolmente interpretata come inversamente proporzionale all’importanza dell’etica per la Medicina Interna, che è entrata nell’era della complessità. Parlerò dell’etica, o piuttosto di “etiche”: questo plurale, anche se piuttosto inusuale, mi sembra correlarsi meglio alla complessità dei valori coi quali si deve confrontare oggi qualsiasi iniziativa terapeutica. Per visualizzare le diverse stagioni dell’etica in medicina, farò ricorso a uno schema, che le presenta in maniera sinottica (Tab. I).

Se mai la medicina è stata un’azione semplice ― si potrebbe sostenere con buoni argomenti che non lo è mai stata, anche prima dell’inizio dell’età della complessità ― l’elemento di semplificazione per eccellenza è stata l’etica. Per quanto difficile sia il percorso per arrivare a una diagnosi e a una terapia, quando si trattava di dire che cosa era doveroso fare per il malato, l’etica assicurava il tranquillo possesso di certezze da tutti condivise. Nell’ambito della medicina occidentale per 25 secoli si è costantemente ripetuto che bisogna fare quello che costituisce il bene del malato. L’etica medica si riassume nell'imperativo di procurare un beneficio al malato. Questa etica medica così lineare, che è rimasta inalterata passando attraverso tutte le trasformazioni che abbiamo avuto in occidente, forniva all’agire sia un contenuto ― fare il bene del malato, che nella teorizzazione della bioetica contemporanea è stato riassunto nel principio di “beneficità” ― sia una ragione formale, ossia il motivo che giustificava il comportamento prescritto. Il motivo è anch’esso riassumibile in una formula: l’ethos ippocratico.

Un libro importante, e spero non dimenticato, di Giacomo Mottura, dedicato al giuramento di Ippocrate, considerato in tutto lo sviluppo della storia della medicina, concludeva affermando che per i medici il giuramento di Ippocrate e l’ethos che ad esso si ispira non è tanto un blasone di cui fregiarsi, o un feticcio da appendere al muro: “Si tratta di dare una risposta al ‘chi me lo fa fare’, motto terribilmente sconfortante quando lo si sente usare cinicamente, appunto come replica senza risposta”.

Di fronte al malato il medico, anche se non era motivato come un buon samaritano, trovava un’ispirazione nell’ethos ippocratico che lo orientava a fare il bene del malato, all’interno di un rapporto che lo identificava come colui a cui il malato era autorizzato a rivolgersi per chiedere aiuto.

Questo è stato l’ideale dell’etica medica per 25 secoli. E speriamo che lo sia anche per i prossimi 25 secoli, perché questo nucleo fondamentale è un importante valore da conservare. Ma questo orientamento di valore oggi non basta più. Si può dire che l’etica medica è entrata in una fase di complessità quando è sopravvenuta una trasformazione epocale che ha portato la medicina nell’epoca moderna. La modernizzazione a cui mi riferisco è quell’insieme di rapporti diversi tra i soggetti sociali che possiamo far risalire all'illuminismo. Con la modernità la società civile comincia ad articolare le relazioni tra i cittadini

Tabella 1 - Stagioni dell'etica in medicina

Epoca premoderna

Etica medica

Epoca moderna

Bioetica

Epoca postmoderna

Etica dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento porta

maggior beneficio

al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato nei

suoi valori e

nell’autonomia

delle sue scelte

Quale trattamento

ottimizza l’uso delle risorse

e produce

un paziente/cliente

soddisfatto?

L’ideale

medico

Paternalismo benevolo

(scienza e coscienza)

Autorità

democraticamente

condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship

(fornitore di servizi-cliente)

Contratto di assistenza:

azienda/popolazione

20S

sulla base di diritti e mette a fondamento dell’agire l'autodeterminazione individuale (secondo la celebre definizione di Kant, “l’Illuminismo è l’uscita degli uomini dallo stato di minorità a loro stessi dovuto. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. A loro stessi è dovuta questa minorità, se la causa di essa non è un difetto dell'intelletto ma la mancanza di decisione e del coraggio di servirsene come guida”).

La medicina non è stata toccata da questo modello. Per un paio di secoli, dopo che la cultura europea aveva decretato la fine dell’assolutismo e l’introduzione del liberalismo in ogni ambito della vita sociale, ha continuato ad essere tranquillamente paternalista e orientata al valore della beneficità. Quando la medicina diventa moderna, i rapporti tra il medico e il paziente sono costretti a trasformarsi. Abbiamo una misura delle difficoltà che implica tale cambiamento nelle norme del Codice deontologico relative alle informazioni da dare ai pazienti e al loro consenso agli atti diagnostici e terapeutici. Solo nell’ultima revisione del Codice, quella del 1995, si è riconosciuto il “consenso informato” come base del rapporto terapeutico (Art. 31: “Il medico non può intraprendere alcuna attività diagnostica o terapeutica senza il consenso del paziente validamente informato”).

La nuova etica porta l’innovazione iscritta nel linguaggio stesso in cui si esprime. Mentre l’etica si articola riferendosi al bene/male (fare il bene del malato; non nuocere al malato: “primum non nocere”) l’etica dei diritti e dell’autonomia ricorre alle categorie di giusto/ingiusto. Il grande cambiamento introdotto nel rapporto tradizionale comporta che anche il bene del paziente, se è ottenuto contro la sua volontà o impedendogli di partecipare alle decisioni che lo riguardano (cfr. il documento del Comitato Nazionale per la Bioetica: Informazione e consenso all’atto medico del 1992: “Il consenso informato, che si traduce in una più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano...”), è ingiusto.

Accanto a questo modello noi dobbiamo oggi introdurre un terzo modello di etica che potremmo chiamare, per brevità, l’etica dell’organizzazione.

Per la sanità italiana il cambiamento è stato introdotto dalle leggi di riordino che hanno portato ad “aziendalizzare” le strutture che erogano servizi sanitari. Per “aziendalizzazione” non intendiamo soltanto una diversa organizzazione e l’introduzione di elementi economici ― che pur rivestono una fondamentale importanza nella nuova sanità ― ma anche un diverso rapporto con l’utente dei servizi, una sua centralità quasi fosse un “cliente” che va soddisfatto, una preoccupazione costante per ottimizzare l’uso di risorse limitate per rispondere a bisogni sempre maggiori.

Rispetto ai bisogni globali, noi possiamo trovare delle risposte che sono migliori ― perché più adeguate a rispondere alla domanda qualificata del maggior numero di persone ― o peggiori. L’appropriatezza sociale delle nostre scelte in sanità è l’imperativo etico dell’epoca postmoderna. Il linguaggio dell’etica diventa più complesso: accanto alle categorie bene/male e giusto/ingiusto che caratterizzano rispettivamente l’etica dell’epoca moderna e post-moderna, subentra la categoria migliore/peggiore che caratterizza l’appropriatezza delle nostre scelte.

Le tre epoche dell’etica in medicina, correlate con i cambiamenti culturali che hanno portato a modificare i rapporti tra sanitari e pazienti/utenti/clienti, possono essere visualizzate dalla tabella I, che presenta sinotticamente i valori ideali che costituiscono, rispettivamente, la buona medicina, il buon medico, il buon paziente, il buon rapporto tra di loro.

La pluralità di queste etiche costituisce già di per sé un elemento di “complessificazione”, perché non abbiamo più soltanto un modello etico o un solo linguaggio dell’etica. Abbiamo tre punti di riferimento, ovvero tre diversi aspetti della qualità dell’atto medico. Il problema principale è costituito dal modo in cui si decide di rapportare tra loro i tre modelli. Si potrebbe essere indotti a considerarli come diacronici, succedutisi nel tempo in modo che il modello più recente sostituisca quello precedente. Come dire: quando entriamo nell’epoca moderna non conta più quell’indicazione che si può ricondurre al bene del paziente così come lo vede il medico ― indicazione clinica ― ma conta solo ciò che vuole il paziente, il quale decide autonomamente quale prestazione ricevere. E nell’epoca post-moderna conta quello che l’azienda ritiene più appropriato rispetto agli obiettivi che si propone (fossero questi magari soltanto dei pareggi di bilancio...).

Personalmente ritengo che l’unico modo accettabile di considerare questi modelli etici è di vederli non come diacronici, ma come sincronici. Il risultato è un grafico tridimensionale, costituito da tre parametri, che rappresentano le tre priorità (Fig. 1). Nel modello pre-moderno l’unico elemento da considerare è il beneficio del paziente che può essere minimo o massimo. La modernità ha introdotto nello schema un altro parametro, indicato nello schema come asse delle preferenze. La buona decisione medica dovrà tener conto contemporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che è oggetto dell’indicazione clinica. La scelta

Figura 1 - Lo spazio dell'etica in medicina

21S

si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che spesso produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze; o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui). Se la contrattazione è necessaria, il buon clinico sa dove trovare il punto di accordo che consideri sia il punto di vista medico, sia le preferenze del paziente.

Il modello tridimensionale visualizza la “complessificazione” che si ottiene quando, contemporaneamente alle prime due dimensioni, si introduce la valutazione dell’appropriatezza sociale. Bisogna tener conto, infatti, che le nostre scelte devono anche mirare a un’ottimizzazione delle risorse, secondo quella concezione aziendale della sanità che mira, con le risorse date, a fare il meglio, rispondendo al bisogno di salute di tutta la popolazione alla quale l’azienda è legata da un implicito contratto. Anche qui troviamo una contrattazione, che non è più di natura individuale, ma di portata sociale. Questo modello tende a ricollocare l’etica nell’ambito delle decisioni pratiche, là dove l’aveva considerata Aristotele, sotto la guida della “frònesis” (che i latini hanno tradotto come prudentia).

Vorrei mostrare la natura operativa del modello mediante due esempi. Il primo si riferisce a quella contrattazione che ha luogo tra l’indicazione clinica e le preferenze del paziente. Lo traggo dal numero più recente di una rivista diretta ai medici di medicina generale: Occhio Clinico. Un medico scrive: “Viene il paziente che mi dice: ho bisogno di una settimana di mutua. Viene tutti gli anni, è sano come un pesce, ma vuole ogni anno una settimana di mutua. Gli dico che lui non ha niente, non gliela posso dare. Il paziente, questa brava persona, mi dice che preferisce trovarsi un altro medico. Niente da eccepire gli rispondo. Anzi, meglio così. Però poi rifletto e mi amareggio. Perché, se questa persona è disonesta, alla fine sono io a rimetterci?”.

Le preferenze del paziente, dal punto di vista morale, sono sotto lo zero. Non sempre il paziente ha delle preferenze di alto profilo etico. Peraltro va detto che anche il medico può muoversi nelle sue scelte in un’area criticabile dal punto di vista etico (non per niente il primo imperativo dell’ethos ippocratico è stato formulato come “primum non nocere”!).

“Probabilmente adesso cambierà medico tutta la famiglia, ben sei persone: allora, che fare? È mai possibile che per portare a casa quel cavolo di stipendio bisogna sempre ingoiare tutti i rospi del mondo? E voi colleghi, come vi comportate quando arriva un paziente di questo genere: stringete i denti e vi tappate occhi e orecchie?”.

La cosa che trovo molto importante è che questo tipo di interrogativo è stato raccolto da altri medici di medicina generale che in un sito di Internet hanno cominciato a dialogare su questo tema squisitamente etico. Che cosa fanno con pazienti di questo genere: si ribellano, si sottomettono? Ciò che trovo affascinante in questo esempio è che l’etica ritorna in mano ai medici. Non è data in appalto agli esperti (bioeticisti o altrimenti qualificati). Ritorna, anzi, addirittura, nel suo luogo originario: in piazza. Grazie alla telematica, ritorna là dove l’ha collocata Socrate, quando le ha dato forma in Occidente, come un domandarsi reciproco e un trovare insieme le soluzioni.

Il secondo brevissimo esempio che voglio portare presuppone un interrogativo che inquieta alcuni, di fronte alla prospettiva di coinvolgere i pazienti nelle scelte cliniche: se le decisioni non vengono più prese unilateralmente dai medici ― sulla base del proprio sapere clinico e della propria retta coscienza ― non avverrà che i pazienti ci trascineranno in un mercato ingestibile, in quanto chiederanno sempre il massimo e accresceranno continuamente il livello della domanda?

Un’indicazione di risposta può venire da un articolo di Wenberg, apparso nel New England Journal of Medicine (1990; 223: 1202-4). Il titolo ci colloca al centro della problematica che ci sta a cuore: “Ricerca sugli esiti, contenimento delle spese e la paura del razionamento in sanità”. L’articolo riporta una ricerca fatta coinvolgendo direttamente i pazienti nelle scelte di trattamenti alternativi per la cura dell’ipertrofia prostatica benigna. Ecco, nella conclusione, il risultato dello studio: “I livelli correnti di utilizzazione delle tecnologie mediche molto sofisticate sono più alti di quelli voluti dai pazienti. Perché quando occorre sottoporsi a un rischio per ridurre i sintomi o per migliorare la qualità della vita, i pazienti tendono a essere più riluttanti di quanto lo siano i medici. Se viene loro offerta una possibilità di scelta, i pazienti optano per strategie meno invasive di quanto facciano i medici. Se così è, la libera espressione di preferenza del paziente dovrebbe comportare un abbassamento della domanda. Ciò sembra vero anche nelle cure rivolte ai pazienti terminali. In quanto, di fronte all’inevitabilità della morte, i pazienti in molte situazioni preferiscono che si faccia dì meno piuttosto che di più. Una migliore informazione sugli esiti clinici, un miglior dialogo tra pazienti e medici sulle opzioni possibili, può, dunque, far diminuire la domanda di trattamenti più costosi”.

Non sono in grado di dire in che misura questa conclusione si possa generalizzare. Ma mi piace citarla come un esempio costruttivo di una considerazione sincronica delle tre etiche con cui in medicina ci si deve confrontare: l’etica che considera il bene del paziente, quella che rispetta i suoi diritti ― e soprattutto il diritto di partecipare alle scelte che lo riguardano ― e l’etica che considera l’interesse di tutta la società.