La formazione del personale sanitario in bioetica clinica

Sandro Spinsanti

LA FORMAZIONE DEL PERSONALE SANITARIO IN BIOETICA CLINICA

in La rivista della Società medico-chirurgica vicentina

anno III, n. 3, settembre 1993, pp. 4-5

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Quali sono le associazioni mentali più probabili, quando sentiamo parlare di “bioetica”? Il termine è andato sempre più affermandosi nel dibattito pubblico relativo agli aspetti più problematici, dal punto di vista morale, dei progressi della medicina e della biologia. Ma, oltre a determinati contenuti, “bioetica” evoca anche un modo abbastanza stereotipato di trattarli. In genere all’origine di una discussione di bioetica c’è “il caso”: un fatto concreto, che i mass media provvedono a enfatizzare adeguatamente. Può essere una nascita che segna un nuovo traguardo nell’ambito della procreazione artificiale, un intervento spettacolare di terapia genica, un sofisticato trapianto di organi, un caso di eutanasia o di suicidio assistito, il dibattito su aborto o non aborto per le donne violentate in Bosnia. Praticamente, quasi ogni giorno possiamo aspettarci che la stampa ci fornisca, a grandi titoli, “il caso”.

A questo punto subentrano gli esperti. Opportunamente sollecitati, esprimono il loro parere. “Il caso” lo conoscono solo nella veste in cui è stato confezionato per l’informazione. Le esigenze mediologiche, inoltre, richiedono che il loro parere sia espresso in forma sintetica, efficace, con preferenza per gli schieramenti netti: sì o no, permesso o proibito, lecito o illecito. Gli adattamenti redazionali provvedono a fare gli opportuni raffronti tra le opinioni degli esperti, in modo da mettere in evidenza le contrapposizioni.

Gli americani hanno un’espressione molto evocativa per questo tipo di interventi. Lo chiamano to shoot from the hips. È il gesto del pistolero, che spara velocemente senza estrarre l’arma dalla fondina. I “casi” che arrivano all’attenzione del pubblico sembrano bersagli ideali per queste raffiche di giudizi etici, da parte di un gruppo ristretto e ben identificato di esperti che si vanno qualificando come “bioeticisti”.

Non possiamo che rallegrarci per la popolarità che sta assumendo il dibattito sulle scelte connesse con i trattamenti sanitari e la ricerca biomedica. Vediamo crescere una sensibilità per i dilemmi posti del trattamento responsabile della vita. E tuttavia il diffondersi del modello di bioetica qui evocato — con tratti ironici, ma spero non caricaturali — suscita parecchie perplessità. Possiamo riassumere le principali sotto tre termini: “rilevanza”, “competenza” e “metodo”.

Per “rilevanza” intendiamo la scelta di che cosa è ritenuto importante o degno di attenzione, e che cosa invece no. Ebbene, nella bioetica da mass media la riflessione etica viene messa in correlazione solo con i casi clamorosi ed estremi, quasi che quelli ordinari fossero irrilevanti. Semmai è vero il contrario: è soprattutto la pratica quotidiana della cura della salute e dell’assistenza agli infermi che è carica di perplessità e obbliga a scelte in cui si giocano importanti valori morali. Non è solo il dilemma se staccare o no la spina dal respiratore in un malato in coma irreversibile che presenta un problema etico, ma le mille piccole scelte connesse con il trattamento di una malattia grave o a prognosi infausta. Se e come dare l’informazione, il consenso del paziente ai trattamenti che lo riguardano, la ripercussione delle scelte terapeutiche non solo sulle possibilità di guarigione ma anche sulla qualità di vita: sono solo alcuni degli aspetti che fanno della cura quotidiana della salute un fatto non solo tecnico ma relazionale. Di rilevante importanza per l’etica, quindi, anche quando non si presenta sotto l’aspetto di un caso clamoroso.

Parlando di “competenza”, mi riferisco invece ai

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soggetti autorizzati a svolgere tale riflessione etica. Ben vengono gli esperti di bioetica: purché, però, ciò non porti all’espropriazione dei veri titolari dell’etica. Vale a dire, di tutte le persone ragionevoli e responsabili. Una delle ragioni di non minor peso a favore del ricorso al termine bioetica, a preferenza del più tradizionale “etica medica”, è proprio il fatto che esso sposta l’accento dalla pretesa competenza esclusiva di un gruppo di professionisti — etica “medica”, intesa come etica propria “dei medici”, determinata dal loro sapere specifico — al coinvolgimento di tutti nelle decisioni che riguardano la vita e la sua cura. Sarebbe una beffa se la bioetica, invece di promuovere il dialogo e la partecipazione attiva di tutti nelle scelte di natura terapeutica e nell’applicazione del sapere biomedico, favorisse l’emergere di nuovi mandarini del sapere etico.

Il terzo motivo di perplessità nei confronti della bioetica quale viene messa in atto nei dibattiti pubblici è riferibile al metodo. Si ha l’impressione che il confronto sui principi e gli schieramenti ideologici abbia la precedenza. I diversi “casi” clamorosi, dei quali ama occuparsi la stampa e la televisione, vengono utilizzati in quanto portano materiale argomentativo per consolidare tesi precostituite.

Il disagio maggiore verso una bioetica di questo tipo lo esprimono quei sanitari che sono più sensibili e più impegnati sul fronte dell’etica clinica. Sentono una certa qual estraneità di quel procedere argomentativo che è proprio della bioetica — interessato ai principi più che ai fatti clinici nella loro concretezza e singolarità, e teso a produrre una sorta di sapere normativo, che pretende di guidare in modo del tutto esterno e per così dire “automatico” l’azione di chi opera nel contesto sanitario — rispetto al punto di partenza di ogni processo decisionale che è proprio del medico: la diagnosi, la prognosi e la considerazione comparativa dei rischi e benefici.

I clinici hanno sempre saputo che le decisioni che si prendono al letto del malato non sono illustrazioni astratte di teoremi morali, ma vere e proprie “creazioni” che nascono nell’orizzonte di incertezza che è proprio della medicina. Così è sempre avvenuto fin dal tempo della saggezza ippocratica e della filosofia aristotelica, la quale collocava le decisioni pratiche che devono essere prese in medicina nell’ambito dell’“arte” (techne), piuttosto che in quelle del sapere scientifico (episteme).

Qualunque sia il ruolo specifico che sono chiamati a svolgere — come medici, come pazienti o come familiari — coloro che devono prendere delle decisioni difficili in cui sono implicati fatti obiettivi e valori personali, benefici e danni, preferenze e scelte che fanno corpo con l’unicità irripetibile di una vita individuale, tendono a diffidare di filosofi e teologi. Questi propongono magari soluzioni ineccepibili, ma che spesso hanno il difetto di adattarsi alle situazioni.

L’etica clinica, senza essere sinonimo di pressapochismo, è un esercizio particolare della razionalità umana: quella che deve essere esercitata nel contesto di un sapere incerto e deve tener conto contemporaneamente della norma e delle eccezioni, dei principi e delle circostanze, di ciò che è formalmente “corretto” e di ciò che in una situazione concreta risulta “bene” o “male minore”. Questo ragionamento pratico ha il suo coronamento non nella deduzione astratta, ma in quel giudizio prudenziale che Aristotele chiama phrónesis e che i latini hanno tradotto con il termine prudentia.

Il medico che si è esercitato nel giudizio “prudente” sa che non è stato mai possibile praticare una buona medicina che non fosse anche intrinsecamente etica, ovverossia penetrata di quella razionalità comune alle decisioni cliniche e alle scelte morali. Oggi cambia semmai il ruolo del paziente, al quale si richiede maggiore disponibilità a lasciarsi coinvolgere nei diversi scenari terapeutici e nelle scelte conseguenti, rinunciando ad affidarsi a quel paternalismo medico che ama nascondersi dietro il generico appello alla “scienza e coscienza”. Ma la struttura dell’etica clinica resta la stessa e il giudizio prudenziale continua ad essere la sua pietra angolare.

Se i medici sentono la bioetica come estranea al sapere che è loro proprio, i “bioeticisti” (come si comincia a chiamarli, con un brutto neologismo di stampo americano) farebbero bene a farne l’occasione per un ripensamento della loro disciplina, E magari a domandarsi come integrare nel dibattito pubblico sulle scelte a cui la medicina ci obbliga quel sapere morale allo stesso tempo universale e concreto, cieco come la giustizia ma anche parziale come l’amore, che caratterizza le buone scelte etiche che si fanno al capezzale del malato.

La formazione del personale delle aziende sanitarie

Book Cover: La formazione del personale delle aziende sanitarie
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

LA FORMAZIONE DEL PERSONALE DELLE AZIENDE SANITARIE

in Rapporto Sanità '97. I nodi del cambiamento, a cura di Marco Trabucchi, Fondazione Smith Kline

Società Editrice il Mulino, Bologna 1997

pp. 235-259

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1. La formazione nel quadro di riferimento normativo

Nell’ampio ambito della formazione del personale sanitario si possono individuare due aree: la formazione dei profili professionali di interesse del sistema sanitario e la formazione permanente del personale, come aggiornamento tecnicoscientifico delle diverse professionalità, per lo sviluppo dei servizi. La prima possiamo chiamarla formazione al lavoro, la seconda formazione sul lavoro.

I D.Lgs. 502/1992 e 517/1993 nel riordinare il Ssn dedicano la loro attenzione alla formazione dei profili professionali, ampiamente trattata nell’art. 6: «Rapporti tra Ssn e università». Alle regioni viene demandato il compito di stipulare specifici protocolli d’intesa per disciplinare la collaborazione con le università in vista della formazione degli specializzandi, considerando le particolari esigenze del Ssn. L’accento viene posto sul bisogno di creare una «rete formativa» tra i sistemi Ssn e quelli dell’università.

Il cambiamento più rilevante nella formazione al lavoro riguarda il personale infermieristico. I decreti di riordino disponevano che la formazione degli infermieri avvenisse in ambito universitario. Negli anni seguenti le scuole regionali sono state progressivamente portate all’estinzione, a vantaggio dei Diplomi universitari in scienze infermieristiche. Nel 1994 il provvedimento sui profili professionali individuava la sfera di competenza e di responsabilità dell’infermiere, dando un ulteriore contributo alla trasformazione della professione (D.M. 14 sett. 1994, n. 739: Profilo professionale infermieristico: «Art. 1. È individuata la figura professionale

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dell’infermiere con il seguente profilo: l’infermiere è l’operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale, è responsabile dell’assistenza generale infermieristica»).

Per la professione dell’infermiere si apriva un periodo travagliato di transizione. Resistendo alle spinte verso una frammentazione della professione, gli infermieri si sono opposti alla creazione di separazioni artificiali tra infermieri diplomati nei corsi universitari e diplomati nelle scuole regionali. La fine del doppio canale formativo ― vecchie scuole e Du di nuova istituzione ―, prevista entro il 1996, ha accelerato il processo di transizione, ma ha anche evidenziato differenze locali di notevole entità: mentre alcune regioni hanno provveduto per tempo a stipulare protocolli di intesa con le università, procedendo a chiudere o a trasformare le scuole per infermieri preesistenti, altre si sono trovate del tutto impreparate alla scadenza. Là dove i Du sono stati attivati, il dibattito si è spostato sulle norme relative agli ordinamenti didattici dei corsi universitari e sulla questione della loro direzione (se dovrà essere affidata a medici o a infermieri). La professione infermieristica nel suo insieme ha dimostrato di saper cogliere il significato della formazione universitaria per una qualificazione del ruolo, che in altri paesi europei è già stato raggiunto.

Un altro documento di indirizzo che contiene indicazioni importanti circa la formazione del personale sanitario è il Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-96. Tutto il cap. 7 formula indirizzi relativi alla formazione del personale. Le priorità nel triennio in questione sono indicate dal documento nel recepimento di due direttive della Comunità europea relative ai neolaureati in medicina: la preparazione mediante un tirocinio teorico-pratico dei medici indirizzati alla pratica della medicina generale e la riduzione della pletora delle specializzazioni, tipica dell’Italia, che è chiamata ad adeguarsi alla tipologia riconosciuta a livello comunitario. Ambedue le innovazioni sono state introdotte. Per quanto riguarda la seconda, il Ssn ha potuto contribuire positivamente, mediante le sue strutture e il suo personale, allo svolgimento di attività

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didattico-formativa per i medici specializzandi, che sono stati integrati nell’attività assistenziale. La professionalizzazione degli specializzandi all’interno delle strutture del Ssn è stata una scelta che ha contrapposto università e ministero della Sanità. Il conflitto è stato risolto a favore di un itinerario formativo all’interno delle strutture del servizio sanitario pubblico, nelle quali il futuro specialista è destinato a operare.

La seconda novità del Piano nazionale nell’ambito della formazione del personale sanitario è l’attivazione dei corsi per il rilascio dei diplomi universitari. La formazione universitaria, anche nella forma abbreviata, è destinata ad avere un grande impatto sulle figure professionali che vi accedono per la prima volta, nonché sull’attività del Servizio nazionale, che può integrare degli impegni professionali più qualificati.

Una fonte importante dei riferimenti normativi è costituita dai Piani sanitari regionali. Molte politiche regionali si dichiarano sensibili al fatto che, in linea generale, la formazione e l’aggiornamento costituiscono uno strumento strategico per lo sviluppo delle aziende sanitarie. Tutti i piani sanitari regionali contengono un capitolo, talvolta molto ampio, relativo alla formazione del personale. La tematica viene abitualmente suddivisa in diverse aree:

● la formazione di base dei profili professionali di interesse del sistema sanitario regionale, gestita con azione integrata (protocolli regionali di intesa e specifici accordi tra aziende Usi e aziende ospedaliere e università, Irccs ed enti di ricerca);

● la formazione permanente del personale, come aggiornamento tecnico-scientifico delle diverse professionalità e formazione per lo sviluppo dei servizi;

● l’educazione sanitaria (programmi di educazione alla salute connessi alle specificità locali);

● area manageriale (formazione degli operatori apicali con responsabilità dirigenziale nei diversi servizi sanitari e amministrativi delle aziende sanitarie e ospedaliere).

In molti piani regionali si sottolinea la necessità di un approccio sistematico ai problemi della formazione permanente da parte della regione, cui compete la programmazione della spesa. Viene anche auspicata una strategia di attuazione

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che superi la situazione attuale di frammentarietà ed episodicità. Tra i problemi più ricorrenti nell’articolato dei piani sanitari regionali c’è quello dei controlli di qualità dei programmi di formazione. Le cronache ― anche giudiziarie ― possono documentare le perplessità circa la corretta gestione e conduzione di corsi di formazione a responsabilità regionale (fondi stornati, contenuti dei programmi insufficienti, formazione al di sotto dello standard professionale...). Anche per quanto riguarda le iniziative formative di ampio respiro rivolte a quadri intermedi e di vertice del Ssn, di competenza delle regioni, il bilancio è piuttosto deludente (cfr. Boni, 1992).

Una attenzione particolare meritano quei piani regionali che non si limitano a specificare gli interventi di formazione, ma che affrontano anche il contesto culturale che caratterizza la formazione in sanità. Ad esempio il documento «L’azione programmata della formazione nel II Piano sanitario della regione» ― con riferimento alla regione Emilia-Romagna ― parte dalla constatazione che è necessario inserire la formazione in un piano più ampio di «iniziative volte a decodificare il tema dell’umanizzazione della medicina e a responsabilizzare gli amministratori e gli operatori dei servizi». L’orizzonte della «personalizzazione e umanizzazione dell’assistenza» individuato anche dalle linee di indirizzo del riordino nazionale quale articolazione della «partecipazione e tutela dei diritti dei cittadini»: D.Lgs. 502/1992, Tit. IV ― attribuisce alla formazione non solo un ordine di priorità, ma anche una specificazione contenutistica.

Tra gli obiettivi generali di piano dell’Emilia-Romagna afferenti alla nuova filosofia del servizio sanitario troviamo anche una modifica del rapporto utente-istituzione: «Tale modifica deve orientarsi nel senso di porre nel tempo un’attenzione crescente sulla importanza della centralità delle domande espresse dall’utente rispetto alla centralità che l’attuale modello pone sugli obiettivi organizzativi. La soddisfazione dei bisogni del cittadino connessi con la salute fisica, psichica e relazionale dovrà costituire quindi il criterio primario di valutazione del miglioramento del livello qualitativo e dell’efficacia delle prestazioni del Servizio sanitario, garantendo nel contempo il rispetto dei fini istituzionali. L’obiettivo

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indicato comporta l’assimilazione graduale, da parte degli operatori, di valori professionali di riferimento che considerino i bisogni dell’utente insieme con le necessità di un sistema integrato e interagente. Occorre quindi preliminarmente mettere in grado gli operatori del Servizio sanitario di operare una efficace mediazione tra l’utente e le strutture, sviluppando la capacità di effettuare corrette letture dei reali bisogni e di fornire le risposte adeguate».

Le indicazioni del piano sanitario colgono un punto nevralgico del cambiamento da introdurre nella sanità italiana: un diverso rapporto dei sanitari con i cittadini-utenti e dei professionisti che lavorano in sanità con le istituzioni con le quali operano. Il cambio di rotta, che verrà formalizzato agli inizi degli anni '90 con i D.Lgs. 502 e 527, era già avvertito come una necessità imprescindibile a metà del decennio precedente. Nella ricostruzione che ne fa lo storico della sanità italiana Giorgio Cosmacini, la discussione non riguardava solo la validità della legge di riforma che aveva istituito il Servizio sanitario nazionale (la 833 del 1978) e il contrasto tra chi ribadiva l’esigenza del monopolio pubblico su un servizio sociale com’è quello sanitario e chi proponeva un libero mercato della salute («meno stato e più mercato») con largo spazio al mercato. Sottostante alle problematiche reali della compatibilità economica di un servizio sanitario confrontato con una domanda incontenibilmente in crescita, esisteva un malessere originato dal degrado dei rapporti all’interno delle strutture che erogano i servizi, in particolare i grandi ospedali. Opportunamente Cosmacini attribuisce un particolare valore simbolico, quale espressione del bisogno di una «riforma della riforma», al documento elaborato nel 1985 da sei medici milanesi, etichettato dalla stampa come «Manifesto bianco». Si legge nel manifesto: «Il grande ospedale, indiscusso presidio di alta specialità e qualità della medicina e bene prezioso di ogni cittadino, è diventato simbolo di inefficienza, disumanità e scadente qualità (...) In controtendenza rispetto al boom tecnologico, è cominciato negli anni Settanta un altrettante esplosivo processo di imbarbarimento (...) La barbarie ospedaliera ha varie manifestazioni: la disaffezione del personale al proprio lavoro, talora un vero e proprio rancore per

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la struttura che dà loro da vivere, un’indifferenza assoluta per i bisogni del malato, un’ansia irragionevole di avere sempre di più dando sempre di meno» (Cosmacini, 1994, p. 337 s.).

Da questo humus nasceva la proposta di «aziendalizzare» la sanità italiana, quale iniezione di nuove competenze e rapporti necessari per la sopravvivenza stessa del servizio pubblico. L’introduzione delle logiche economiche e gestionali delle aziende era solo la parte hard del progetto. Quella soft ― ma di non minore importanza ― consisteva nel ricorrere alla concezione aziendalistica per modificare i rapporti tra erogatori di servizi e cittadini che ne beneficiano e per intervenire sul legame e senso di appartenenza degli operatori nei confronti delle istituzioni sanitarie. È quanto dire che il cambiamento da introdurre in sanità appariva sostanzialmente come una questione di formazione del personale sanitario.

2. La formazione manageriale: progetto e realtà

Il Piano sanitario nazionale 1994-96 ha dato una grande evidenza alla formazione manageriale, quale strumento destinato a traghettare la sanità italiana sulla sponda del nuovo modello organizzativo:

«La priorità deve essere data alle esigenze formative della dirigenza e dei quadri intermedi di tutti i ruoli. La transizione da un sistema centralistico ad uno nuovo fondato su responsabilità distinte, ma coordinate, tra l’autorità centrale e i governi regionali, l’adozione di nuovi compiti e responsabilità gestionali, il passaggio dalla remunerazione dei fattori di produzione alla remunerazione del prodotto richiedono un’autentica riconversione delle risorse umane».

Il documento programmatico si limita a individuare i grandi obiettivi che devono dare omogeneità al processo di formazione manageriale:

● un approccio alla gestione orientata al raggiungimento di obiettivi più che alla esecuzione di compiti;

● una padronanza nella conduzione di strutture aziendali fondata su criteri della gestione economica;

● una competenza nell’impiego di risorse umane e strumentali

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e di metodologie e tecniche organizzative supportate dalle nuove tecnologie telematiche ed informatiche;

● una capacità di valutazione della qualità dei servizi resi e dell’efficienza del sistema.

La formazione manageriale deve essere rivolta a tutti coloro che hanno una responsabilità di decisioni relative all’allocazione delle risorse: non, quindi, soltanto ai responsabili della gestione, ma anche ai medici, agli infermieri e alle altre professioni. In una prospettiva di lungo periodo, dovranno essere coinvolti nella formazione manageriale non solo i ruoli dirigenziali, ma «la generalità delle categorie professionali e dei livelli decisionali operanti nell’ambito del Ssn».

La formazione della dirigenza del Ssn era, agli occhi del legislatore, di «straordinaria necessità ed urgenza»: così, infatti, il D.Lgs. n. 419 del 30 giugno 1994 definiva il progetto di istituire dei «corsi di alta formazione di dirigenti amministrativi e sanitari del Ssn, di durata biennale» (art. 9). Il D.Lgs. stabiliva anche la data di inizio dei corsi: il 1° novembre 1994. Il programma formativo e l’organizzazione dei corsi sarebbero state oggetto di: «specifiche convenzioni tra il ministero della Sanità e la Scuola superiore della pubblica amministrazione, istituzioni universitarie o idonee istituzioni private». Anche a questo proposito una data: il 30 settembre 1994, entro la quale stipulare le convenzioni. Un paragrafo del D.Lgs. esplicitava anche gli oneri del progetto di formazione, quantificati con 1 miliardo di lire per anno. Ma tali fondi riposano tranquilli: il Decreto non è stato convertito in legge, né i corsi di formazione sono stati riproposti in sede di reiterazione del D.Lgs.

La finalità esplicita del decreto che intendeva istituire corsi di formazione manageriale per i dirigenti della sanità pubblica era quella di «promuovere la diffusione delle metodologie e degli strumenti necessari ad attuare il nuovo modello gestionale dei servizi sanitari»: in altre parole, rendere possibile l’auspicata «riforma della riforma» agendo sulle persone che avrebbero dovuto attuarla. Secondariamente, l’attuazione del decreto avrebbe permesso di dare omogeneità di contenuti e uniformità di standard al «mercato» della formazione manageriale. Nella sanità, infatti, si sono andate sviluppando negli ultimi anni iniziative molteplici per fornire ai dirigenti quelle

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competenze manageriali che non trovano spazio nei curricoli universitari.

I nuovi bisogni formativi, rispecchiati solo in parte dall’evoluzione dei corsi di laurea del personale amministrativo e del tutto ignorati nel corso degli studi di medicina, sono stati in parte suppliti da proposte che facevano appello agli interessi personali dei destinatari, attirati dal prestigio professionale che un master di questo genere avrebbe potuto fornire. Sul versante dell’offerta, va segnalato l’interesse delle università e delle istituzioni formative di cercare sul mercato nuove fonti di finanziamento. Il risultato è stato un pullulare di iniziative spontaneistiche di formazione manageriale, di qualità spesso discutibile: «“Corsi” e “corsetti” tra i quali districarsi non è facile, difficilissimo poi discernere quei prodotti effettivamente di valore e soprattutto utili non solo ai fini “notarili” di una graduatoria di titoli nel curriculum vitae, ma soprattutto come strumenti di valorizzazione del lavoro quotidiano» (Cambieri, 1995, p. 114). L’organizzazione della formazione manageriale per i dirigenti del Ssn avrebbe potuto introdurre una certa «regulation» in un settore cresciuto in maniera anarchica. Purtroppo questa opportunità non si è realizzata.

A fronte delle inadempienze dei vertici statali nell’offrire alla sanità pubblica la formazione di cui hanno bisogno i suoi dirigenti, spiccano iniziative di gruppi professionali di specialisti, rivolte a offrire ai propri soci le conoscenze necessarie per la transizione. Segnaliamo, a titolo esemplificativo, i corsi di economia e management organizzati dai cardiologi ospedalieri (Anmco), dei gastroenterologi (iniziativa congiunta delle tre società Sige, Aigo e Sied: «Progetto Giano»), degli anestesisti e rianimatori (sindacato Aaroi). Tutti questi corsi si sono svolti nel 1995-96, grazie alla sponsorizzazione di aziende farmaceutiche.

Non esistono dati ufficiali sulla estensione di iniziative formative nell’ambito della formazione manageriale in Italia. Una preziosa ricerca è quella condotta da Andrea Cambieri, analizzando l’offerta (Cambieri, 1995). Dalla sua indagine ricaviamo che numerose istituzioni ― pubbliche e private, accademiche e aziendali ― sono presenti sul mercato, con un’offerta molto differenziata rispetto al target, all’impegno richiesto,

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all’offerta di contenuti e ai costi.

Riportiamo da Cambieri la tabella delle istituzioni che hanno risposto alla rilevazione effettuata, quale mappa non esaustiva ma certamente molto rappresentativa delle agenzie di formazione manageriale in sanità:

1. Accademia nazionale di medicina, Forum per la formazione biomedica (Roma, Genova)

2. Scuola di direzione aziendale ― università Bocconi (Milano)

3. Università degli studi di Roma «Tor Vergata», facoltà di medicina e chirurgia

4. Università degli studi di Genova, facoltà di medicina e chirurgia

5. Università degli studi di Bari

6. Cresa (Centro di ricerca per l’economia, l’organizzazione e l’amministrazione della sanità), Torino

7. Libera Università Internazionale degli studi sociali (Luiss), Scuola di Management, Roma

8. Usl 12, Ancona

9. Università degli studi di Bologna

10. Istituto superiore di studi sanitari (Roma)

11. Università degli studi di Roma «La Sapienza», facoltà di medicina e chirurgia

12. Cours Universitaires d'Eté (Sezione sanitaria), Bellinzona, Svizzera

13. Università degli studi di Firenze, facoltà di medicina e chirurgia

14. Sago, Firenze

15. Pontificia Università Gregoriana ― Istituto dermopatico dell’Immacolata, Roma

16. Ordine provinciale di Roma dei medici chirurghi e degli odontoiatri

17. Istituto Superiore di Sanità

18. Ceida, Roma

19. Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma, facoltà di medicina e chirurgia.

L’indagine di Cambieri analizza tutti gli aspetti più significativi delle proposte formative rivolte ai dirigenti sanitari:

― il corpo docente (ruolo predominante delle università, ma con presenze non irrilevanti di docenti provenienti dal

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mondo delle istituzioni sanitarie o dalla pubblica amministrazione; supporto ai discenti attraverso il meccanismo del tutoring come guida dell’apprendimento individuale),

― contenuti dei corsi (elementi di economia sanitaria, legislazione sanitaria, scienza dell’organizzazione, programmazione sanitaria, gestione delle risorse umane, principi di amministrazione ― contabilità, controllo di gestione, budgeting ―, valutazione del prodotto e della qualità in sanità, tecniche decisionali, statistica sanitaria, informatica sanitaria; sporadicamente vengono inseriti anche elementi di etica, di sociologia, di marketing sanitario);

― durata e articolazione interna degli interventi formativi (da alcuni giorni per i corsi più brevi ad anni per quelli di maggior ampiezza e impegno; il meccanismo di articolazione più comune ― che ha il vantaggio di permettere la regolare prosecuzione delle attività professionali ― è quello dei moduli, spesso di durata settimanale e con cadenza mensile);

― costi (tra i formatori privati di tipo profit, di norma non agganciati a meccanismi di sovvenzionamento pubblico, il prezzo medio di una singola giornata di corso si aggira sulle 300.000 mila lire; i prezzi dei corsi offerti dalle università statali appaiono dimezzati rispetto a quelli della formazione privata; per tutti i corsi, inoltre, vanno aggiunti gli oneri economici costituiti dalla logistica per i corsi fuori sede e il valore delle ore lavorative non effettuate).

Mentre rinviamo alla documentata ricerca di Cambieri per altri aspetti relativi ai corsi di formazione manageriale rivolta ai sanitari (accessibilità per profili professionali, metodologia didattica utilizzata, valutazione critica dell’apprendimento e del conseguimento degli obiettivi della formazione manageriale), ci limitiamo a riportare le sue conclusioni circa un quadro di estrema disomogeneità delle iniziative di formazione manageriale in campo sanitario attualmente presenti nel nostro paese. Talune esperienze hanno ormai superato i quindici anni di vita, nel corso dei quali i meccanismi operativi e i

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contenuti formativi dei corsi sono stati progressivamente adeguati alle esigenze e ai vincoli del contesto sanitario esterno. Altre esperienze sono nate con specifiche e nuove connotazioni (affiancare, ad esempio, la formazione manageriale sanitaria a una più ampia formazione in campo etico, ovvero preparare manager sanitari per il settore dell’assistenza agli anziani o per l’organizzazione sanitaria dei paesi in via di sviluppo). In altri casi, invece, si coglie soprattutto una certa fretta organizzativa, dalla quale traspare come dominante la finalità di coprire specifici vuoti di mercato (Cambieri, 1995, p. 123).

L’analisi dell’offerta, con le sue luci e le sue ombre, conferma l’opportunità di un approfondimento teorico sulla fisionomia che dovrebbe assumere la formazione, quale elemento strategico centrale del cambiamento in sanità. In questa direzione si muovono le osservazione che seguiranno: lasciando la descrizione dell’esistente, ci avventureremo a delineare i tratti salienti della formazione possibile.

3. Formazione per il cambiamento in sanità

3.1. Il processo di cambiamento nella sanità italiana: rischi e opportunità

Gli slogan che riassumono presso il grande pubblico il riordino in atto nel nostro sistema sanitario ruotano intorno alla aziendalizzazione e al ruolo attivo svolto dai manager nella conduzione delle aziende sanitarie. Ospedali-aziende e medici-manager: due fantasmi più adatti a creare equivoci che a ricondurre il riordino in corso a quella solida progettazione normativa che sta alla sua base. La conduzione aziendale delle istituzioni che erogano servizi sanitari viene così associata a una ricerca di profitti a ogni costo. È naturale sollevare obiezioni in nome dell’etica: la salute non può essere trattata come una merce, né i servizi sanitari sottoposti alle leggi del mercato, regolato dalla domanda e dall’offerta.

Avviene molto raramente, invece, che il termine «azienda» applicato all’organizzazione del servizio sanitario, invece che al profitto e all’interesse della proprietà, induca associazioni

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mentali positive, quali: una sana attenzione ai vincoli economici, che porti a identificare ed eliminare gli sprechi; un senso di appartenenza tra tutti coloro che operano nell’azienda, nato dalla consapevolezza che l’obiettivo (in questo caso: servizi alla salute efficaci, che producano dei pazienti/clienti soddisfatti) richiede l’interdipendenza di tutti coloro che lavorano nell’azienda; lo sviluppo di una «mission» comune (quella che la Carta dei servizi pubblici sanitari formula come: «fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti»); una nuova cultura organizzativa, che premi la creatività nella ricerca di soluzioni che abbinino economia ed etica, efficacia, efficienza e qualità percepita; nuove regole tra strutture che erogano servizi sanitari e popolazione, tra professionisti e dirigenza; un nuovo equilibrio ― in breve ― tra diritti e doveri di tutti. Finché l’evocazione dell’azienda non ci porterà ad associare questi obiettivi al lavoro che si svolge intorno al malato, l’«aziendalizzazione» della sanità sarà osteggiata da coloro che vedano nel progetto una minaccia per i valori sui quali la medicina tradizionalmente si regge.

Il cambiamento della cultura medica che ciò implica non è di poco conto. La «produttività» ― termine bandito dall’orizzonte delle preoccupazioni dei sanitari, perché considerato contrario al rispetto dovuto al malato ― dovrà entrare nel linguaggio quotidiano di chi lavora in sanità. Anche l’etica, intesa come rispetto per la soggettività del paziente e come attenzione per la qualità del servizio prestato e per la soddisfazione del paziente, deve avere nella pratica quotidiana della medicina uno spazio non marginale. E di tale etica i sanitari devono essere i soggetti attivi: non darla semplicemente in appalto a filosofi, teologi, bioeticisti ed altri esperti, per limitarsi al consumo di prescrizioni comportamentali elaborate da altri.

La conquista di un ruolo attivo nell’elaborazione di una riflessione etica, nella gestione delle risorse e nella promozione della qualità si rivela anche come la via regia per la rimotivazione dei professionisti. Della svolta verso la «aziendalizzazione» della sanità non si deve sottovalutare un elemento fondamentale dell’organizzazione del lavoro richiesto dall’azienda: la condivisione di obiettivi comuni, allineando tutte le forze in un piano strategico comune. Il coinvolgimento

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di tutti gli operatori nelle logiche organizzative dell’azienda appare come il punto centrale che qualifica un’azienda organizzata secondo la logica della «Qualità Totale». In questi termini presentava un manager giapponese, K. Matsushita, ai colleghi inglesi la differenza della nuova organizzazione aziendale rispetto a quella tradizionale: «Per voi l’essenza del management consiste nel tirar fuori le idee dalla testa del dirigente per metterle nelle mani degli operatori (uffici e reparti). Per noi l’essenza del management è precisamente l’arte di mobilitare le risorse intellettuali di tutto il personale, al servizio dell’azienda. Dato che noi abbiamo valutato meglio di voi le sfide economiche e tecnologiche, sappiamo che l’intelligenza di un gruppo di dirigenti, per quanto brillanti e capaci essi siano, non è più sufficiente per garantire il successo» (Galgano, La Qualità Totale, 1990).

Tutti i dipendenti di un’azienda sanitaria devono essere mobilitati perchè ci sia qualche possibilità che la sfida della qualità possa essere affrontata con esiti positivi. L’impostazione efficientistica che predomina nella fase attuale dell’aziendalizzazione della sanità tende ad accentuare unilateralmente la produttività. Ma la «catena di montaggio» è contro la qualità dei prodotti, soprattutto se si tratta di atti medici. Tra qualità e quantità ― che sono due dimensioni necessarie e irrinunciabili di una pratica responsabile della medicina ― dovrà stabilirsi un equilibrio «ecologico» (come avviene in quelle nicchie ambientali dove vivono specie interdipendenti: se le volpi ― per fare un esempio ― mangiano tutti i conigli, il loro successo si tramuta in una catastrofe, che porta alla loro stessa estinzione...). Il trionfo della quantità delle prestazioni, a danno della qualità, può essere visto come una catastrofe annunciata.

Tutti gli operatori dei servizi sanitari ― non solo i medici, ma anche coloro che svolgono ruoli più tecnici e complementari ― devono collaborare per poter fornire servizi che siano percepiti dai cittadini come servizi di qualità, pena la fuga dei pazienti dalle strutture che mirano solo alla quantità dei prodotti. Per questo la qualità non potrà essere ottenuta solo da qualcuno: dovrà essere l’impegno congiunto di tutti. Di qui l’importanza di rivolgere i progetti di formazione a tutti

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indistintamente i dipendenti dell’azienda sanitaria.

Non minori sono gli equivoci generati dal termine manager. A cominciare da quelli semantici. Come ci ricorda Beppe Severgnini, un «italiano con la valigia» che viaggiando ha imparato a conoscere gli strani destini delle parole: «Manager non vuol dire “alto dirigente” (che si dice executive); in Inghilterra si può essere manager di un negozio di bottoni» (Severgnini, 1992, p.22). Ma in Italia il manager, identificato con il non plus ultra del sapere organizzativo, viene per lo più sentito come lontano dal livello decisionale di chi, come medico, sta in prima linea sul fronte operativo. La sanità in mano ai manager suona come un’ulteriore espropriazione, mentre il senso del riordino in atto nella sanità è proprio il contrario: riportare l’accento sulla centralità dei decisori finali nelle scelte, per avere un sistema sanitario che garantisca non solo efficacia e qualità, ma anche efficienza ed equità distributiva.

Bisogna riconoscere che i fraintendimenti sono favoriti da espressioni poco meditate. Quando, ad esempio, capita di imbattersi in frasi quali: «Obiettivo fondamentale del progetto “medico-manager” deve essere quello di mettere il primario in condizione di gestire il proprio business»; oppure: «Il primo passo da compiere è quello di costruire un modello di riferimento ― basato su componenti sia di efficienza sociosanitaria sia di efficienza economica ― il cui obiettivo sia rappresentato dall’equilibrio socio-economico» (Benardon, 1994, p. 52), la reazione di rifiuto dei medici più consapevoli del loro mandato ― «Medico-manager? No, grazie» ― appare pienamente giustificata.

Se invece di lasciarci guidare dagli slogan cerchiamo di ricostruire i grandi tratti della congiuntura culturale in cui nasce il progetto di riordino della nostra sanità, individuiamo in primo luogo la necessità di rendere più europea la nostra amministrazione, ponendo gli uffici pubblici al servizio degli utenti. Secondo l’analisi autorevole di Sabino Cassese, il ministro della funzione pubblica che nel governo Ciampi ha coraggiosamente affrontato la questione amministrativa, «la sfiducia nelle istituzioni che ha aperto la quinta fase costituzionale dell’Italia unita, dopo quella oligarchica (dall’unità alla fine del secolo scorso), quella liberaldemocratica (dall’inizio del secolo

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al 1922), quella fascista (1922-1943) e quella democratica (1943-1994), non si deve solo ai pessimi voti raccolti dai partiti che sono scomparsi, ma anche alla brutta pagella dell’amministrazione italiana» (Cassese, 1994 a, p. 275). La questione amministrativa, fino all’aprile 1993, attirava scarsa attenzione. Non che l'inefficienza dell’amministrazione non fosse percepita dal pubblico, ma la politica mostrava disinteresse verso l’amministrazione: «Come tutto ciò che non interessa, il funzionamento dell’amministrazione rimaneva affidato alla buona volontà di poche persone. Si può dire che l’amministrazione era lasciata esistere (...). Proprio perché staccata dalla società, l’amministrazione era introflessa, poco attenta a quello che accadeva intorno, alle esigenze degli utenti» (Cassese, ibi).

L’inversione di tendenza consisteva nel puntare a un’amministrazione al servizio del cittadino e degli utenti consumer oriented, operante non solo nell’interesse pubblico, ma nell’interesse del pubblico. L’impulso che il breve ma deciso Ministero di Sabino Cassese imprimeva alla amministrazione pubblica in Italia intendeva far allineare il nostro Paese con le riforme amministrative già in atto negli Stati Uniti d’America (decisivo è stato, a questo proposito, il rapporto a cui è stato attribuito il programmatico «Reinventare il governo. In che modo lo spirito aziendale sta trasformando il settore pubblico»: Oborne, Gaebler, 1992), nel Regno Unito (in particolare con i controlli di efficienza e la «Carta dei cittadini») e in Francia (Cassese, 1994 b). L’operazione di ridare sovranità agli utenti non poteva non coinvolgere in modo prioritario la sanità, uno dei pubblici servizi erogati dallo stato di maggiore importanza nella lista delle priorità.

Un secondo tratto del rivolgimento culturale nel quale va collocato il riordino della sanità in atto nella nostra società è la fine, voluta e prevista, di quella vistosa degenerazione che il sistema pubblico di erogazione delle cure ha subito progressivamente, dopo l’introduzione della riforma sanitaria nel 1978, ad opera dei partiti politici. Gli osservatori della sanità non avevano difficoltà a denunciare senza mezzi termini la situazione come patologica: «La politica ha prestato alla sanità i suoi uomini, il simbolismo della sua parola ― nella versione più fatua, quella caratterizzata da logorrea e vacuità ― e,

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purtroppo, il più importante dei suoi vizi: il clientelismo» (Di Michele, 1993, p. 116). Il progetto originario sottostante alla riforma sanitaria e all’introduzione del Ssn è stato deviato, dando origine alla sanità dei partiti.

L’invasione dei politici sulla scena della sanità è stata qualificata da voci autorevoli come una colonizzazione. Il processo correttivo per riportare la sanità alla sua originaria vocazione equivale, quindi, a una «decolonizzazione». Il senso metaforico di questa parola esprime con sufficiente chiarezza il bisogno di fare piazza pulita con personaggi che nella sanità si sono comportati come funzionari coloniali nelle terre occupate. Ma il riferimento alla decolonizzazione, intesa come un processo culturale, può essere interpretato in modo molto più proprio di quanto è concesso a una metafora.

Sulla decolonizzazione si è dovuto riflettere intensamente quando, circa tre decenni fa, sono giunti al tramonto degli ultimi regimi coloniali. Agli inizi degli anni sessanta il libro di Frantz Fanon I dannati della terra costituiva la lettura d’obbligo degli intellettuali progressisti. Fanon, psichiatra e politico, era arrivato alla conclusione che la colonizzazione non cessa automaticamente il giorno in cui si dichiara l’indipendenza politica di un paese. Cambia il regime, ma le strutture più profonde che reggono il modo di pensare e di comportarsi rimangono le stesse. Con la sua solita abilità a fornire formule trasparenti, Jean Paul Sartre riconduceva il tema della decolonizzazione a una questione psicopatologica: «L’indigenato è una nevrosi introdotta e mantenuta dal colono nei colonizzati con il loro consenso» (Fanon, 1962, p. XVII).

Non sembri sproporzionato mettere in rapporto questi processi con quello che avviene nella sanità in Italia. Se è vero che il Sistema sanitario è stato colonizzato dal lato peggiore della politica, è ipotizzabile che nei sanitari si riscontrino le deformazioni tipiche dei coloni. Come tratti caratteristici della nevrosi del colonizzato si possono menzionare la propensione al lamento sterile, l’autodenigrazione, le recriminazioni velleitarie e l’impressione di essere straniero a casa propria. La decolonizzazione è effettiva solo quando i coloni si liberano dalla strutture mentali che hanno interiorizzato. Per i professionisti sanitari ciò implica l’abbandono di quella impotenza

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consensuale ― anche se opera a livello inconscio, come tutte le nevrosi ― che porta ad attendere la soluzione dei problemi dal di fuori: dai politici e dagli amministratori. La quintessenza di questo processo di decolonizzazione è la rinuncia da parte di chi lavora professionalmente in medicina alla condizione psicologica di «indigeno» e la riappropriazione del ruolo che gli compete nella gestione quotidiana del sistema di somministrazione delle cure. Questa è, ricondotta all’istanza di fondo che la regge, la svolta verso la managerialità con cui si intende rispondere ai mali della nostra sanità.

3.2. Qualità, soddisfazione ed etica

Le tematiche attuali relative alla qualità delle prestazioni sanitarie, così come è percepita dal paziente, che è il loro destinatario, sono in parte nuove e in parte tradizionali. La novità risalta soprattutto se confrontiamo i diversi contesti in cui tali tematiche si collocano. Tradizionalmente la preoccupazione per la qualità è stata legata al dibattito sulla centralità del paziente nel sistema delle cure. Un sinonimo di tale prospettiva era l’«umanizzazione» della medicina. Fino a poco tempo fa l’umanizzazione dell’ospedale e della sanità è stata una tematica prevalentemente religiosa. Nasceva dalla preoccupazione di riversare nel sistema delle cure quel coinvolgimento profondo tra due esseri umani che è proprio di chi vede nell’assistenza al fratello malato una delle realizzazioni più trasparenti dell’ideale evangelico. In questa prospettiva le cure più umanizzate erano quelle che maggiormente si avvicinavano al modello del «buon samaritano».

Ma l’ispirazione religiosa non era esclusiva. Anche la medicina sviluppatasi nel solco della tradizione ippocratica conosceva e intendeva promuovere una «alleanza terapeutica» tra medico e paziente. Il significato dei richiami all’umanizzazione della medicina nati in questo orizzonte era soprattutto quello di opporre una barriera alla spersonalizzazione dei rapporti, al prevalere della dimensione tecnica e burocratica, a scapito della calda corrente di sentimenti tra professionisti dell’arte terapeutica e i pazienti. Rimaneva, tuttavia, proprio

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di questa impostazione un riferimento alle intenzioni e motivazioni dell’operatore sanitario, quale caratteristica di una medicina «umanizzata».

Al momento attuale il discorso sull’umanizzazione in sanità è al centro del dibattito, ma promosso da altre istanze. Intanto c’è da segnalare che per la prima volta il disegno normativo dello Stato ha introdotto esplicitamente «la personalizzazione e l'umanizzazione dell’assistenza», nonché il diritto all’informazione e alle prestazioni alberghiere, tra gli obiettivi del servizio sanitario offerto ai cittadini (cfr. D.L. 517/ 1993, art. 14). Negli ultimi anni è andata inoltre crescendo l’attenzione al fatto che i servizi sanitari si iscrivono dentro la logica di un servizio pubblico e devono perciò essere ispirati ai valori che sono costitutivi della buona amministrazione.

È significativo che il primo documento ufficiale di questa nuova stagione del servizio pubblico sia proprio la Carta dei servizi pubblici sanitari, destinata a tracciare le nuove regole per i rapporti tra i cittadini e le amministrazioni. L’idea ispiratrice è che i servizi sanitari, se vogliono orientare la loro attività verso la «mission» che è loro propria devono assegnare un ruolo forte ai cittadini nell’orientare le loro scelte. La qualità ― in altre parole ― presuppone l’ascolto del paziente, in modo che questi sia messo in grado di partecipare alle decisioni medico-sanitarie che lo riguardano non solo in base ai suoi bisogni somatici, ma anche delle sue aspettative, preferenze morali, orientamenti di vita.

L’attenzione alla qualità così come la percepisce e la valuta il paziente si modifica passando dal contesto dell’umanizzazione a quello della buona gestione. Da mobilitazione di buoni sentimenti o mozione degli affetti diventa una strategia gestionale che la sanità deve adottare, se vuole assumere lo «stile» di un’azienda (cfr. L’Arco di Giano, n. 7,1995:«Lo stile azienda in sanità»). Se il malato, in una concezione moderna della sanità, è un cittadino che rivendica l’assistenza in forza di diritti acquisiti, e non in nome della carità o della filantropia degli operatori, nell’epoca post-moderna deve essere considerato come un «cliente». Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la

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sopravvivenza dell’azienda sanitaria. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all’altra, si porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell’azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un’altra struttura, l’azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell’azienda (che viene poi a coincidere con l’interesse a conservare il proprio posto di lavoro...).

Il modello della qualità della prestazione medica che si impone in epoca di ottimizzazione nell’uso delle risorse proprio di una sanità che si prefigge uno stile «aziendale», è particolarmente insidioso. Quando portiamo nella sanità lo stile azienda e consideriamo il rapporto con il paziente come cliente, dobbiamo essere consapevoli che mettiamo le premesse per affossare valori importantissimi che ci sono stati trasmessi in 25 secoli di medicina, come l’orientamento dell’azione sanitaria al bene del paziente (cfr. Pellegrino, Thomasma, 1992). Promuovendo il paziente-cliente, non dobbiamo dimenticare che la soddisfazione del paziente non è un imperativo assoluto, sciolto cioè da vincoli morali. Qualsiasi azienda, ma soprattutto l’azienda sanitaria, deve essere sottoposta alle esigenze dell’etica. Il paziente non va soddisfatto in qualsiasi modo, ma solo in modo giusto. Un supporto per visualizzare i problemi della soddisfazione in rapporto con le esigenze dell’etica può essere fornito dal seguente schema:

Il quadrilatero della soddisfazione

giustamente soddisfatto

giustamente insoddisfatto

ingiustamente oddisfatto

ingiustamente insoddisfatto

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Le ragioni dell’insoddisfazione possono avere diverso significato e diverso peso. È ovviamente insoddisfatto il paziente a cui, per incuria o incompetenza, non sia stato diagnosticato e trattato il suo male: egli ha diritto che, secondo il modello dell’etica medica, sia messo in atto tutto ciò che gli procura il beneficio che è autorizzato ad aspettarsi. Ma sarà insoddisfatto anche il paziente diabetico ― per fare un esempio ― che venga «messo a insulina» d’autorità, senza che gli sia spiegato il significato e la necessità della decisione terapeutica, i vantaggi che ne ricava e le esigenze di «compliance».

Lo stile autoritario o paternalistico non è più accettabile in epoca moderna e lascia i malati insoddisfatti, quand’anche le decisioni prese mirassero al loro bene oggettivo. La soddisfazione del paziente non può diventare un assoluto, ma va confrontata con alcune esigenze imprescindibili, in base alle quali possiamo dire che il paziente è giustamente soddisfatto. La prima e più fondamentale condizione per stabilire se la soddisfazione soggettiva del paziente sia giusta o ingiusta è che questa sia giustificabile dal punto vista del sapere che è proprio del professionista. La soddisfazione del paziente si deve misurare, se vogliamo che si realizzi una giusta soddisfazione, con i criteri della scientificità. La coscienza del sanitario deve vigilare perché sia rispettato il primo imperativo etico dell’arte medica: «Primum non nocere». Non si può e non si deve arrecare un danno, anche se questo, paradossalmente, comportasse la soddisfazione del paziente.

I modi di ottenere una soddisfazione ingiusta possono essere molti. Alcuni a danno del paziente (si può arrivare anche a dargli delle informazioni inesatte, fino al vero e proprio imbroglio), altri a danno di terzi. È chiaro che il paziente a cui, per privilegio, si fa saltare la lista d’attesa è soddisfatto; ma è ingiustamente soddisfatto se consideriamo le esigenze di equità che chiedono il rispetto di tutti coloro che si trovano in un uguale stato di bisogno. In questo caso è danneggiato chi è in lista d’attesa per ottenere la stessa prestazione sanitaria. Ma il danno può ricadere su tutta la comunità: pensiamo, per esempio, ai falsi certificati di invalidità (che pure hanno prodotto molta soddisfazione in coloro che li hanno ricevuti...).

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Se la soddisfazione non è l’ultimo criterio di qualità, ma va piuttosto misurata con le esigenze dell’etica, la stessa cosa possiamo dire dell’insoddisfazione. Ci sono casi in cui il paziente è ingiustamente insoddisfatto. Questo è il caso del paziente che va dal medico di medicina generale con la sua richiesta di un farmaco ( magari quello che ha fatto tanto bene al vicino o di cui si parla di più...), oppure vuole un trattamento di compiacenza. Se questo paziente non viene soddisfatto, cioè gli si nega ciò che richiede in modo illegittimo, allora è ingiustamente insoddisfatto.

La prospettiva interessante che apre il «quadrilatero della soddisfazione» è quella di proporre una visione dinamica dell’etica. Troppo spesso identifichiamo l’etica con una istanza che giudica i comportamenti ― buono o cattivo, giusto o ingiusto, appropriato o non appropriato ― ma meno adatta a ottenere delle trasformazioni significative dei comportamenti. Il nostro modo di vedere l’etica cambia se, tenendo a mente il quadrilatero della soddisfazione, ci domandiamo: quale intervento dobbiamo mettere in atto affinché un paziente, che nel grafico si trova in un quadrante inferiore, passi in uno superiore? L’obiettivo ideale è che si collochi nel primo a sinistra, tra coloro che sono giustamente soddisfatti; ma se ciò non è possibile, almeno nel secondo, vale a dire che il paziente sia giustamente insoddisfatto (questa possibilità di una insoddisfazione insanabile ci libera da un complesso di onnipotenza: non possiamo far sì che tutti siano soddisfatti, ma possiamo evitare almeno che lo siano ingiustamente...).

L’etica ci appare così uno strumento operativo: ci stimola a fare qualcosa per modificare una situazione. L’etica è essenzialmente un insieme di interventi dinamici, tesi a un risultato. La qualità dell’intervento sanitario, infine, sta nella sua capacità di integrare i diversi elementi: ciò che la scienza medica ritiene assodato e raccomandabile (da questo punto di vista non si potrà mai accettare in medicina una logica del «cliente» che ha sempre ragione...), ciò che è conciliabile con le esigenze dei diritti umani e con l’autodeterminazione del paziente, e infine ciò che promana dall’orizzonte dell’ottimizzazione delle risorse che inaugura l’era delle aziende sanitarie.

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3.3. Formazione ed educazione dello sguardo

Possiamo descrivere la sfida che la formazione rappresenta per la sanità servendoci di una analogia, che desumiamo dalla epistemologia genetica di Jean Piaget. Secondo il celebre studioso dello sviluppo cognitivo dell’essere umano, nella rappresentazione dello spazio propria del bambino si può individuare una soglia che costituisce il passaggio dal pensiero concreto (nella terminologia di Piaget: «realismo intellettuale») a quello del pensiero astratto. Soltanto dopo aver passato questa soglia ― che secondo le ricerche di Piaget va collocata intorno ai 7/8 anni ― il bambino giunge a riconoscere l’esistenza di molteplici punti di vista spaziali, e soprattutto a comprendere che i rapporti spaziali fenomenici fra gli oggetti possono mutare col mutare dei punti di vista. Prima di allora il bambino, pur osservando le cose da un punto di vista spaziale, ignora per lungo tempo l’esistenza contemporanea dì altri punti di vista possibili; non è dunque in grado di rendersi conto che il suo stesso è «un punto di vista».

Lo studio sperimentale che ha portato a individuare queste tappe evolutive (Piaget, 1948) è stato condotto, tra gli altri espedienti, mediante un plastico che riproduceva delle montagne. Un pupazzetto era allocato, successivamente, accanto a ognuno dei quattro lati del plastico; al soggetto veniva chiesto di indicare in qual modo ogni volta il paesaggio era visto dal pupazzo-osservatore:

Fig. 1. Studio sperimentale

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Finché nei bambini predomina il pensiero concreto, risultano incapaci di differenziare la prospettiva relativa al punto in cui essi si trovano dalle altre prospettive possibili. I bambini non sono consapevoli che le posizioni relative delle tre montagne mutano col mutare del punto di osservazione; in altre parole: il bambino che ancora si muove nell’ambito del pensiero concreto non riesce a immaginare che altri possano vedere la realtà diversamente da come la vede lui, dalla sua prospettiva.

La formazione che è necessario introdurre in sanità può essere ricondotta a una educazione dello sguardo, acquistando la capacità di cogliere altre dimensioni della qualità delle prestazioni sanitarie che sfuggono ai professionisti della salute che non sanno immaginare altri punti di vista oltre il proprio. Anche per il sanitario si tratta di superare una fase di «realismo intellettuale» che porta ad assolutizzare il proprio punto di vista. La qualità valutata dall’operatore è stata finora l’unico parametro di riferimento. A questa bisognerà affiancare la qualità valutata dal paziente e la qualità organizzativa, che permette a un’azienda sanitaria di onorare il contratto di assistenza che ha con l’insieme della popolazione. La nuova sanità ci costringe a muoverci in uno spazio tridimensionale.

Forse la priorità assoluta nella formazione va data all’arricchimento dell’immaginazione. Non è inopportuno ricordare che il Piano sanitario nazionale 1994-96 identifica come compito della nuova sanità la ridefinizione del progetto di civiltà sanitaria («La necessità di ripensare a fondo il profilo stesso di un programma sanitario per il Paese si presenta come una straordinaria opportunità per ridefinire il progetto di civiltà, che è l’obiettivo di una politica della salute») e sollecita l’immaginazione per dare contenuto a un miglioramento che si sviluppi sotto il segno della qualità, più che della quantità («La pressione della scarsità delle risorse orienta a immaginare un servizio alla salute che accetti in senso positivo la sfida dell’autolimitazione»).

La sfida all’immaginazione è costituita dal passaggio della dimensione che è familiare a ciascuno ― soprattutto se interiorizzata attraverso il processo della socializzazione in un determinato

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gruppo professionale, che induce ad assumere intuitivamente il punto di vista del medico, dell’infermiere, dell’amministratore ecc. ― a un’altra dimensione. O a diverse altre dimensioni. Anche per la sanità possiamo assumere il compito che con insuperabile humour ha fatto proprio Edwin Abbott nel racconto fantastico Flatlandia: passare da un mondo bidimensionale, abitato da esseri totalmente piatti, segmenti, triangoli, quadrati, poligoni vari e sublimi circoli ― la Flatlandia, o Paese del Piano ― alla Spacelandia, o Paese a tre dimensioni. Possiamo assumere la sua dedica (Abbott, 1996) come un richiamo per il mondo della sanità a continuare a esplorare le sue dimensioni e quindi a reinventare la qualità delle prestazioni: «Agli abitanti dello spazio in generale è dedicata quest’opera da un umile nativo di Flatandia nella speranza che, come egli fu iniziato ai misteri delle tre dimensioni avendone sino allora conosciute soltanto due, così anche i cittadini di quella Regione Celeste possano aspirare sempre più in alto ai segreti delle quattro cinque o addirittura sei dimensioni».

BIBLIOGRAFIA

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Severgnini B., L'inglese. Lezioni semiserie, Rizzoli, Milano 1992.

Un diritto gentile

Book Cover: Un diritto gentile
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

UN DIRITTO GENTILE

in Toscana Medica

anno XXXIII, n. 1, gennaio 2015, p. 54

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C'è fermento in questo periodo tra i componenti del gruppo che si è dato per obiettivo di promuovere "un diritto gentile in medicina". Costituitosi nella primavera del 2012, al gruppo di lavoro aderiscono giuristi, bioeticisti, medici, psicologi, infermieri, sotto la guida di Paolo Zatti, professore emerito dell'Università di Padova. Non si tratta di "anime belle", motivate da intenti idealistici sotto il segno dell'amabilità. Non vogliono edulcorare il diritto; hanno un obiettivo molto concreto: ricollocare il diritto sanitario là dove è di casa, ossia nella relazione terapeutica. Auspicano delle regole che evitino la violenza e rispettino la dignità delle persone, soprattutto nelle decisioni che riguardano la fine della vita. La pluralità delle professioni coinvolte nel progetto ci ricorda che costruire una rete di norme giuridiche corrette in sanità è un compito che non può essere delegato ai soli giuristi: richiede il contributo attivo di tutti i protagonisti della cura.

Ma che cosa è la "gentilezza" con cui vogliono qualificare il diritto? È più facile definirla in negativo: basta aver presente il clima che vigeva in Italia cinque anni fa, nel pieno della polemica intorno ai casi Welby ed Englaro (a rinfrescare la memoria aiuta il film di Marco Bellocchio: Bella addormentata!). La polemica senza esclusione di colpi, la polarizzazione delle posizioni ideologiche, i progetti di legge non ad personam, ma addirittura contra personam... Ebbene, i promotori di un "diritto gentile" si dissociano da quel clima e auspicano normative che, invece di ridurre la complessità a caricatura, ricollochino la questione giuridica nel contesto di un rapporto di cura, che ha dimensioni psicologiche, comunicative e organizzative.

L'euforia che serpeggia nel movimento ha un solido motivo: il 2 ottobre è stata pubblicata la sentenza del Consiglio di Stato relativa alla legittimità del provvedimento con cui la Regione Lombardia ha respinto la richiesta avanzata da Beppino Englaro, in qualità di tutore della figlia Eluana, in stato di coma vegetativo permanente, nel rispetto della volontà precedentemente da lei espressa; il tutore chiedeva alla Regione di mettere a disposizione una struttura per il distacco del sondino naso-gastrico che la alimentava e nutriva artificialmente. I commenti compiaciuti che circolano in rete tra i componenti del gruppo circa la sentenza riposano sulla sostanziale sovrapponibilità tra le proposte avanzate dagli studiosi e quanto sostenuto dal Consiglio di Stato. Questo, infatti, nel respingere le argomentazioni con cui la Regione Lombardia ha sostenuto il suo rifiuto, riconduce la struttura giuridica sottintesa alle decisioni di fine vita al principio ― fondato costituzionalmente ― del consenso informato. Questo comporta la facoltà di rifiutare la terapia o di interromperla: "Il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche eventualmente di rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte la fasi della vita, anche in quella terminale".

A evitare ogni abusiva semplificazione, la sentenza richiama l'alleanza terapeutica, che può legittimamente prevedere una strategia della persuasione, offrendo un supporto di solidarietà concreta nelle situazioni di debolezza e sofferenza. Senza per questo rinnegare il principio dell'autonomia personale, garantito dal diritto vigente nelle relazioni di cura. È questo il principale motivo di esultanza per i promotori del "diritto gentile": la sentenza conferma la loro convinzione che non c'e incertezza del diritto intorno alle questioni di fine vita. Un eventuale intervento legislativo non deve scardinare il diritto vigente, ma solo esplicarlo e rafforzarlo.

Un'ulteriore osservazione: proprio la particolare fisionomia del "diritto gentile" in medicina giustifica la presenza dei medici nel gruppo di ricerca. Distanziandosi da chi immagina disegni legislativi contro i medici, bisogna affermare con forza che in medicina il diritto può essere legittimo solo se prende forma con loro, dando voce alla saggezza che nasce dall'esercizio consapevole della professione. I medici italiani, del resto, hanno saputo dare una felice formulazione, nel codice deontologico del 2006, delle regole che conferiscono "qualità professionale" al loro agire quotidiano: "Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell'autonomia della persona tenendo conto dell'uso appropriato delle risorse" (art. 6). La ricerca dell'equilibrio tra bene del paziente, rispetto dell'autonomia e considerazioni di ordine sociale (il movimento di Slow Medicine parla di medicina sobria-rispettosa-giusta) rende la pratica attuale della medicina un'arte molto più complessa che in passato. È importante sapere che coloro che la esercitano in questo modo non praticano qualcosa di arbitrario, ma hanno il pieno sostegno del diritto che tiene insieme il nostro Paese.

Troppe domande ancora senza risposta

Book Cover: Troppe domande ancora senza risposta
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

TROPPE DOMANDE ANCORA SENZA RISPOSTA

in Toscana Medica

anno VIII, n. 7, luglio-agosto 1990, pp. 27-28

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Il codice deontologico cambia con piccole modifiche, ma nell’insieme è rimasto tale e quale, da quando si è formata la fisionomia moderna della professione medica, cioè praticamente da Percival che ha stilato il primo codice di deontologia medica nei principi dell’Ottocento. Fino a oggi l’impianto del codice deontologico è sempre quello: doveri primari del medico, doveri del medico verso il paziente, dovere del medico verso i colleghi o eventualmente verso terzi. Anche nell’insieme il codice non è cambiato. Le trasformazioni pratiche nella realtà, che stanno oggi avvenendo, sono così gravi che forse ci dobbiamo domandare se non sia giunto il momento di fare non più un adattamento dello stesso schema, ma piuttosto un vero e proprio cambiamento di paradigma. Nel mondo della Sanità ci sono, a mio avviso, tre grandi cambiamenti. Di questi, due non sono presi in considerazione dal codice deontologico, mentre l’altro sì.

Non è stato preso in considerazione il fatto che l’azione medica non si svolge più con un rapporto duale, con un contratto, ma con la presenza di un terzo elemento, relativo all’enorme esplodere dei problemi della giustizia o dei problemi della distribuzione delle risorse. Un’altra realtà ancora più significativa è data dall’ambivalenza del progresso biomedico; questo, invece, è preso in considerazione dal codice. Quando il codice parla di rinuncia all’accanimento terapeutico è perché si è reso conto che quello che la medicina oggi può fare è estremamente efficace, tanto efficace che può produrre anche una controproduttività. Quindi sorge anche la necessità di porre dei limiti a quello che la medicina può fare; in particolare i capitoli nuovi che riguardano le tecnologie riferite alla riproduzione sono un altro esempio del fatto che il medico non può semplicemente sottoscrivere e incrementare qualsiasi forma di impiego di tecnologie, ma deve creare un criterio di discernimento. Quello che a mio avviso manca nel nuovo codice è quest’emergere di un paziente diverso, ovvero l’emergere dell’autonomia, o meglio ancora l’emergere del paziente come soggetto morale. Questo cambia profondamente l’impianto della deontologia perché, l’impianto del codice deontologico è quello del medico ippocratico, di un medico cioè che conosce soltanto i propri doveri. Ma in questa concezione dei doveri il soggetto paziente è soltanto qualcuno verso cui il medico è obbligato in forza del suo sapere, in forza della sua filantropia, in forza della sua capacita e volontà di fargli del bene; l’altro soggetto è il paziente, non è un soggetto che ha la capacità di determinare il proprio bene. Un esempio concreto di questo è il problema della verità, che è stato esposto nell’art. 39. C’è un cambiamento rispetto al codice precedente, dove si parlava soltanto del consenso del paziente, già molto chiaro. In altre parole: io medico ti faccio il tuo bene e devo ottenere il tuo consenso, ma non ti chiedo qual è il bene che vuoi, perché so io qual è il tuo bene. Qui c’è un piccolo cambiamento, c’è informazione e consenso, già un fatto in cui si ipotizza che il paziente deve non soltanto dare un consenso, ma deve essere informato. In ogni caso l'informazione o, diciamo, il problema della verità, inquadrato in questo contesto, è un problema del medico, cioè il medico è un amministratore del problema della verità.

Per questo medico ippocratico, parlare di diritti del paziente è un assurdo; ora invece il paziente, in quanto soggetto morale, è alla base di una grandissima rivoluzione nella medicina moderna, per cui quando il medico sta di fronte al paziente, la tavola dei valori del paziente deve essere tenuta in considerazione quanto la tavola o la scala dei valori ematici del paziente; i valori del paziente sono essenziali per fare una buona medicina, cioè questa medicina in cui il paziente è anche un soggetto morale. Ciò non è facile da esprimersi in un codice, non perché non lo si voglia, ma perché questo codice è condizionato da una visione soltanto di filantropia: è considerato soltanto il dovere del medico. È vero comunque che sono state registrate delle novità, per esempio il medico oggi non può procedere come vuole nei confronti del paziente, per quanto riguarda ad esempio la ricerca biomedica e la sperimentazione clinica: questo è tutto un capitolo nuovo del codice. Nella professionalità del medico non c’è soltanto la terapia, ma c’è la ricerca che è necessaria, e allora i problemi dell’informazione, del consenso nella ricerca, sono problemi nuovi che modificano profondamente il rapporto con il paziente. E qui si è sentito il bisogno di introdurre altre figure; per esempio c’è nell’art. 50 un’allusione alle commissioni etico-scientifiche. La sperimentazione, recita il codice, deve essere programmata secondo adeguati protocolli, della cui validità e scientificità sono garanti “apposite commissioni etico-scientifiche”. Allora io domando subito: che cos’è questa commissione e qual è la sua funzione? Garantire la scientificità è un conto, garantire

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l’etica è un altro. E se la commissione ha una funzione di garante dell’etica, il mio sospetto è che ciò sia come una foglia di fico, perché se la ricerca è garantita eticamente, dietro queste ricerche garantite si possono fare ― e infatti si fanno ― anche vere e proprie mascalzonate nei confronti del paziente. In ogni caso il senso della commissione etica non è quello di qualcuno che dà una garanzia esterna, una specie di avallo per cui, dato che la ricerca è garantita, allora è etica; la profonda novità sta nel fatto che la commissione può dire che sono problemi di tutti e tutti ne devono parlare. Quando, negli anni ’40 il grande soggetto del dibattito etico era la fisica, il drammaturgo Dürenmatt ha scritto un dramma, I fisici, appunto, in cui mette in scena il problema di coscienza di un ricercatore che si rende conto che i risultati del suo lavoro possono essere dannosi e in quel contesto pronuncia una frase che ritengo significativa: “quando è in gioco la vita non può essere uno solo che decide, ma non è etica quella decisione che non comprende il coinvolgimento di tutti”, (la frase è citata a memoria). Oggi non siamo più soltanto di fronte a una medicina riparativa, bensì a una medicina che ha altre ambizioni, in bene o in male, una medicina che potremmo dire, afflitta o affetta dal complesso di Pigmalione; Pigmalione fa una statua perfetta e la anima. Noi non vogliamo soltanto riparare le malattie, noi vogliamo fare una lettura umana perfetta, migliorarla, è qui che si inserisce allora la medicina estetica o qualsiasi altra cosa. Lombardi Vallauri ha scritto un saggio molto bello sulla medicina della piena salute, interpretandolo in senso positivo. Ora, in questo contesto in cui quello che viene chiesto al medico non è soltanto di guarire la malattia, ma di essere uno strumento del desiderio soggettivo, di essere cioè un Pigmalione, di modificare il proprio corpo, la propria natura, come cambiano i rapporti? Qui ancora una volta ci sono due soggetti, il medico non è più soltanto il garante di una concezione di natura sana. Poniamo l’esempio di uno che va dal medico e gli dice: “mi cambi sesso, io non mi sento maschio, mi sento femmina, mi dia gli ormoni e poi vado dal chirurgo e mi faccio fare l’operazione”, è una tipica forma estrema di medicina del desiderio, ma ha, se non altro, il vantaggio di capire questa ideologia pigmalionica di fare il corpo, di crearsi il sesso, di fare un figlio maschio invece che femmina o di fare un figlio ad ogni costo; ci sono tante forme di interventi in cui è il soggetto che decide, che propone l’intervento, che propone il trattamento, e questo cambia ancora una volta fondamentalmente il tipo di rapporto con il paziente.

Può dare il codice una risposta a questo tipo di problema? Io credo che esso sia stato proprio pensato per un altro tipo di situazione, e per questo che dico che secondo me occorre un cambiamento di paradigma. Tento un’ultima conclusione, facendo un ultimo esempio più semplice, in cui non credo che nemmeno questo codice potrebbe darci una risposta: un medico ha in trattamento un paziente e questo paziente è sieropositivo perché, per esempio, ha anche una vita omosessuale che tiene nascosta alla moglie, e non vuole che il medico comunichi questa “scoperta” alla moglie.

C’è un primo problema: il medico è legato, dalla confidenzialità, a questo segreto? Può infrangerlo o no? Complichiamo un po’ la cosa: questo matrimonio si scioglie, questa persona parte ― è un caso estremamente gratuito ― parte e se ne va, la moglie non ha saputo niente, non sa niente della sieropositività del marito, la moglie si risposa e vuol fare un figlio. Comincia a diventare drammatico, a questo punto, il caso di coscienza per il medico; egli è legato al paziente, è legato a questa comunità allargata, deve fare il bene anche di questa donna, del futuro bambino.

Lo ripeto, sono problemi forse eccezionali, pero il codice da una risposta a questo tipo di problemi? Ecco allora che, un’ulteriore esemplificazione può avere dimostrato che il codice deontologico ha sì opere di restauro, modifiche, allargamenti, è senza dubbio pregevole, ma nell’insieme lo trovo uno strumento che non riflette appieno i maggiori cambiamenti che si sono registrati nell’ambito della sanità e che hanno profondamente modificato il rapporto medico-paziente.

Scienza e coscienza come responsabilità morale

Book Cover: Scienza e coscienza come responsabilità morale
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

SCIENZA E COSCIENZA COME RESPONSABILITÀ MORALE

in Toscana medica

anno XVIII, n. 10, dicembre 2000, pp. 16-19

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SCIENZA E COSCIENZA COME RESPONSABILITÀ MORALE

Medicina sicura, medicina buona, medicina eccellente: vorremmo che non fossero tre medicine, ma una sola pratica, quale ci richiede la società complessa nella quale viviamo

In medicina l’incertezza è di casa,ancor più che in altre attività umane. Il primo degli Aforismi attribuiti a Ippocrate riconosce che “l’esperienza è fallace e il giudizio difficile”. Se l'incertezza è l’orizzonte connaturale alla decisione clinica, i medici non si sono per questo sottratti all’onere di scegliere ciò che, a loro avviso, andava a maggior beneficio del paziente, riservandosi di sciogliere le perplessità delle decisioni cliniche “in scienza e coscienza”

Tradizionalmente la formuletta è stata ripetuta ogni volta che si annunciava un dibattito circa la portata della responsabilità medica, quasi a troncare sul nascere ogni possibilità di pensare in modo diverso il rapporto medico-paziente. In pratica, valeva come criterio di scelta del tutto autoreferenziale; il sapere e i valori del medico non potevano essere messi in discussione da chi non condividesse la stessa “missione” professionale.

Epoca Premoderna

Etica medica

Epoca Moderna

Bioetica

Epoca Postmoderna

Etica

dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento

porta maggior

beneficio al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato nei

suoi valori e

nell’autonomia

delle sue scelte?

Quale trattamento

ottimizza l’uso delle

risorse e produce un

paziente/cliente

soddisfatto?

L’ideale

medico

Paternalismo benevolo

Autorità

democraticamente condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-utente)

Stewardship (fornitore di servizi-cliente)

Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

Il buon

infermiere

"Paramedico" esecutore

delle decisioni mediche

Supporto emotivo

del paziente

Facilitatore della

comunicazione,

a beneficio di

un paziente autonomo

Manager responsabile

della qualità

dei servizi forniti

Chi prende

le decisioni

Il medico,

in "scienza e coscienza"

Il medico e il malato

insieme:

decisione consensuale

La direzione aziendale

insieme ai dirigenti

delle unità operative

(negoziazione)

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sempre più imbarazzante ripetere la formula, fino a che è praticamente scomparsa dall’uso comune. Il riferimento alla “scienza” ha acquistato progressivamente rigore: prima la VRQ, poi la Evidence based medicine hanno cominciato a chiedere le prove di efficacia, smantellando quei riferimento alla scienza che erano solo un paravento per mascherare mancanza di razionale clinico, pregiudizi di scuola o semplice pigrizia a uscire dalla routine. L’accordo con la scienza non si può presumere, ma va dimostrato.

Per quanto riguarda il riferimento alla “coscienza” del medico, lo smantellamento dell’autoreferenzialità è stato ancor più rapido e radicale. Nei casi peggiori, si è messo addirittura in dubbio che la coscienza del medico orienti le sue scelte in modo da dare la priorità al vantaggio per la salute che ne deriva al paziente. Si è andata progressivamente sfaldando la fiducia che le decisioni cliniche siano libere da conflitti di interesse, anche pesanti. Il successo di pubblico che ha avuto la contrapposizione tra “camici e pigiami” (lupi gli uni, agnellini gli altri...) la dice lunga. Nel linguaggio della fiaba, si alimenta il sospetto che quando il medico, mascherato da lupo, dice al paziente che ciò che decide per lui è nel suo migliore interesse (“Per curarti meglio, bambino/a mio/a!”), il paziente sia autorizzato a vedersi ben altre intenzioni, questo, appunto, nei casi peggiori. In quelli migliori, anche se attribuire intenzioni fameliche al medico, è stato sufficiente il diffondersi del concetto di autodeterminazione del paziente, promosso dal movimento della bioetica, per contrapporre alla coscienza e ai valori del medico altre coscienze e altri valori con i quali si deve confrontare. È quanto dire, in buona sostanza, che il ricorso a "scienza e coscienza", come via abbreviata per giustificare le decisioni cliniche, non è più percorribile.

La transizione implica che la responsabilità del medico non può essere più considerata in modo esclusivo nel contesto dell’esercizio delle professioni liberali. Il concetto di professione liberale isola, tra le diverse occupazioni professionali, quelle che non sono come le altre. A colui che le esercita spetta una collocazione particolare nella società. Di conseguenza, anche la responsabilità di chi esercita la professione liberale è articolata come una responsabilità sui generis, per cui il professionista non risponde in tutto e per tutto come qualsiasi altro cittadino.

Grazie alla morale professionale, nelle relazioni sociali al professionista viene concessa un’autorità speciale, a cui consegue un’impunità per certi atti. Che cosa succede se le cose vanno male al professionista liberale? A meno che non ci siano quelle colpe che per la medicina sono state classicamente riassunte in imperizia, imprudenza e negligenza ― colpe che in ogni caso devono essere dimostrate, e di solito non è un’impresa facile ― se l’azione non consegue l’esito previsto non succede niente. L'impunità era la principale caratteristica della medicina esercitata secondo l’“ethos” proprio delle professioni liberali. I due aspetti che caratterizzano L’etica professionale

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Diritto alla salute: modelli a confronto

da: A. Donabedian, 1973

Valori/temi

Posizione liberista

Posizione egualitaria

Importanza della riuscita

personale e della libertà

individuale rispetti ai

poteri di coercizione politica

Importanza della equità

di distribuzione

della equità

Responsabilità

personale

ogni compenso

(tra cui le cure sanitarie)

deve essere meritato

certi beni (come i servizi

sanitari e l'educazione)

sono più diritti che

privilegi

Coscienza sociale

La carità, la filantropia

sono mezzi per aiutare

coloro che non riescono

Lo stato deve porre in atto

meccanismi per evitare

il ricorso alla carità

degradante per l'individuo

Libertà

L'intervento dello Stato

limita le libertà individuali

Lo Stato deve assicurare

che le libertà individuali

si esprimano,

cioè che sia possibile

per l'individuo fare scelte

Eguaglianza

Riafferma l'eguaglianza

davanti alle Leggi

È necessario che

le opportunità siano uguali

perché le persone

possano realizzarsi

del sanitario ― da una parte un’alta ispirazione morale, in quanto i professionisti si presentano come animati da spirito filantropico; dall’altra, come correlato, la loro collocazione al di sopra della responsabilità comune, quella riconducibile a norme e a parametri validi per tutti ― appaiono intimamente intrecciati. Questo modello di responsabilità tramandatoci dal passato è in rotta di collisione con la modernità.

Il conflitto che si delinea sta scuotendo equilibri secolari neH’ambito dei rapporti che regolano le interazioni tra medici e pazienti. Nella nostra società non c’è più, da una parte una persona che in forza della sua dedicazione alla professione è vincolata da obblighi unilaterali che si collocano al di sopra del tessuto di diritti/doveri che regolano la nostra convivenza ― come l’impegno a orientarsi a fare il bene del malato, anche contro il proprio interesse-, e dall'altra un malato, visto unicamente sotto l'angolatura del suo stato di fragilità e di bisogno. Il sanitario ha di fronte un altro individuo, con il quale entra in un rapporto di responsabilità condivisa.

E non è tutto: all’orizzonte si è già delineato un altro modello di responsabilità, veicolato dai ripetuti interventi di riordino nel sistema sanitario pubblico. Il famigerato processo di “aziendalizzazione” è stato per lo più inteso in termini riduttivi, quali che suo unico obiettivo fosse quello di pareggiare i conti della sanità in epoca di risorse limitate. L'anima dell’aziendalizzazione è invece una diversa organizzazione del lavoro, da cui consegue una diversa modalità di rapportarsi tra professionisti e con coloro che ricorrono ai loro servizi.

La nuova responsabilità ― che possiamo definire come postmoderna ― ha a che fare con una organizzazione che si distacca dal modello gerarchico e verticistico, promuovendo un coinvolgimento di tutti nell’azione, per ottenere il conseguimento dell'obiettivo comune. Nel primo Piano sanitario nazionale ― quello per il triennio 1994-96 concepito parallelamente ai decreti legislativi di riforma che hanno introdotto l’aziendalizzazione in sanità ― era indicato esplicitamente come la prima condizione per realizzare la nuova sanità fosse un investimento in formazione della dirigenza e dei quadri intermedi. Di questa formazione il documento fornisce quattro contenuti specifici, il primo dei quali è “un approccio alla gestione orientato al raggiungimento di obiettivi più che alla esecuzione dei compiti”. Si delinea così un diverso profilo di responsabilità per i professionisti che lavoravano in sanità.

La nuova sanità ha introdotto una modifica negli obiettivi ai quali deve tendere l'erogazione dei servizi sanitari. L’etica medica tradizionale ha identificato come unica finalità cui deve tendere l’impegno professionale dei sanitari il bene del paziente: devono fare ciò che è appropriato per la sua

 

Tab. 1 ― Il comportamento obbligato

● a che cosa siamo tenuti:

- per legge?

- per deontologia professionale?

- per regolamenti e normative aziendali?

● verifica: quali conseguenze

medico-legali (penali, civilistiche)

e deontologiche possono derivare

dal comportamento in questione.

 

guarigione, riabilitazione, palliazione. Il paradigma moderno ci dice che il paziente vuol partecipare alle decisioni che lo riguardano, quale soggetto attivo e responsabile. Nel modello postmoderno, che identifichiamo in modo sommario con l’organizzazione di tipo aziendale, i sanitari sono invitati a trattare questo paziente come un cliente, includendo la sua soddisfazione tra gli obiettivi a cui tendere. La buona medicina dei nostri giorni non è più solo

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Tab. 2 - Il comportamento eticamente giustificabile

A. La difesa del minimo morale

1. Evitare ciò che nuoce o danneggia il paziente (principio di non maleficità)

- Il paziente potrebbe ricevere un danno per la salute o per la sua integrità dal trattamento previsto?

- si sta omettendo un intervento che potrebbe impedire un abbreviamento della vita del paziente o un danno permanente?

2. Opporsi a discriminazioni e ingiustizie (principio di giustizia)

- In una società giusta tutte le persone meritano uguale considerazione e rispetto. In questo caso il paziente è discriminato per motivi di ordine ideologico, sociale, razziale o economico?

- esistono considerazioni di ordine sociale (aziendale) che inclinano a offrire al paziente un livello di assistenza medica inferiore a quanto clinicamente appropriato?

B. La promozione del massimo morale

3. L’orientamento al bene del paziente (principio di beneficità)

- Sulla base della diagnosi e della prognosi, quale trattamento medico ― scientificamente corretto ― si può proporre?

- Tale trattamento influenza positivamente la prognosi nel caso specifico?

- Come vengono valutati rispettivamente i benefici e i danni?

- Esistono alternative terapeutiche e ognuna di queste alternative quali aspetti potrebbe comportare(abbreviazione della vita, sofferenze fisiche e morali,peggioramento dello stato di benessere)?

4. Il coinvolgimento del paziente nelle decisioni che lo riguardano (principio di autonomia)

- Chi prende la decisione diagnostico/terapeutica (il medico, la famiglia del malato, il malato stesso)?

- Se decide il malato, attraverso quale processo informativo è stato messo in grado di decidere(semplice presentazione delle alternative; modulo scritto da firmare; calde raccomandazioni di aderire al progetto terapeutico)?

- Che cosa si conosce del sistema di valori del paziente e del suo atteggiamento nei confronti dei trattamenti medici (intensivi, rianimativi, palliativi)?

- Il paziente è stato informato circa i trattamenti proposti, i rischi e benefici potenziali e le possibili alternative?

- È stata offerta al paziente la possibilità di avere un secondo parere (“second opinion”)?

- Se il paziente non può essere coinvolto nella valutazione e nella scelta chi può fare le veci del paziente nel prendere le decisioni?

quella eticamente giustificabile, ma quella che si propone la qualità eccellente: sia la qualità valutabile dell'operatore, sia quella valutabile del cittadino che usufruisce dei servizi.

Il concetto di responsabilità del medico si è così dilatato e complessificato. Se intendiamo la responsabilità in senso letterale, ovvero come la capacità di fornire risposte a delle esigenze che costituiscono dei vincoli all’azione, possiamo distinguere tre diversi livelli di responsabilità. Il primo e più elementare è quello dell’osservanza delle norme ― legali, deontologiche o altro ― che regolano i operato dei sanitario. In primo luogo ci dobbiamo chiedere a che cosa siamo tenuti. L'osservanza delle norme ci dà una medicina "sicura”: schematicamente:

Senza svalutare l'importanza, specie in epoca di conflittualità giudiziaria crescente, di una pratica della medicina che offre sicurezza al professionista, dobbiamo però riconoscere che non siamo ancora nell'ambito di una medicina “buona”, ovvero eticamente giustificabile. Lo schema seguente propone un percorso, guidato dai classici principi formulati dalla bioetica contemporanea, a cui sottoporre una decisione clinica concreta.

Tab. 3 - Il comportamento eccellente

● Riferendoci al “quadrilatero della soddisfazione”,

possiamo ottenere che le persone coinvolte

nel trattamento del caso (professionisti, pazienti,

familiari, autorità sanitarie)

raggiungano la posizione della “giusta soddisfazione”

(o almeno della “giusta insoddisfazione”)?

giustamente soddisfatto

giustamente insoddisfatto

ingiustamente soddisfatto

ingiustamente insoddisfatto

● Quale svolgimento dovrebbe avere il caso clinico

per poter essere raccomandato

come una storia di “buona sanità”?

L'etica non totalizza la qualità: certe scelte possono essere eticamente ineccepibili ― e il medico sentirsi in armonia con la propria coscienza ― senza tuttavia rispondere al terzo livello della responsabilità, riferito al perseguimento della qualità che accompagna le interazioni percepite come eccellenti.

Anche a questo proposito un insieme di interrogativi sistematici può guidare la ricerca.

Medicina sicura, medicina buona, medicina eccellente: vorremmo che non fossero tre medicine, ma una sola pratica, quale ci richiede la società complessa nella quale viviamo.

La liceità dell’atto medico: considerazioni etiche

Book Cover: La liceità dell'atto medico: considerazioni etiche
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

LA LICEITÀ DELL'ATTO MEDICO: CONSIDERAZIONI ETICHE

in Toscana Medica

anno X, n. 10, dicembre 1992, pp. 13-15

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Prima ancora che la società si preoccupasse di stabilire norme e regole entro le quali l’attività terapeutica può essere considerata lecita, la professione medica si è data cura di riflettere su ciò che legittima dall’interno l’intervento sul corpo malato, a partire dal senso e dalla finalità intrinseche dell’atto medico. Questo approccio è prioritariamente deontologico, in quanto si fonda sulle regole consensualmente stabilite dai professionisti; tuttavia ha legami profondi con l’etica, ovvero con i valori condivisi da una determinate società.

Tradizionalmente l’ethos ippocratico ha fatto derivare la liceità dell’atto medico dal bene che esso intende procurare al paziente. Nel giuramento di Ippocrate questa giustificazione si esprime nella cosiddetta “clausola terapeutica”: “Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa”. Per cogliere le potenzialità che ha questa concezione di parlare anche agli uomini del nostro tempo, possiamo riferirci alla versione modernizzata che è stata redatta in occasione del “processo a Ippocrate” organizzato nell’ambito di “Milanomedicina” del 1988. Un comitato di esperti ha cosi riformulato la “clausola terapeutica”:

Eserciterò la mia arte secondo un sapere che mi impegno ad accrescere costantemente, e prescriverò farmaci secondo un giudizio che manterrò puro e retto, e che sempre mi guiderà nello scegliere quei rimedi che sicuramente si siano dimostrati giovevoli. Non farò della mia arte ingiusto lucro, né anteporrò alcun interesse a quello del malato, nemmeno se richiesto dal potere di chi amministra e governa la cosa pubblica”.

Dal confronto con l’originale ippocratico emerge la sostanziale continuità nell’orientamento al “bene del paziente” come giustificazione dell’atto medico. Gli elementi costitutivi del rapporto medico-paziente sono: asimmetria dei rapporti (non si stabilisce un contratto bilaterale, ma piuttosto un’alleanza terapeutica”, con forti connotazioni religiose); subalternità del malato (in merito all’atto terapeutico il malato non ha propriamente niente da dire; è chiamato a strutturare l’atto medico solo fornendo i sintomi, di cui il sanitario interpreterà il messaggio: non è il malato che parla, ma i sintomi che si prestano alla lettura); ruolo pilota della scienza (il medico è impegnato ad accrescere sempre più il proprio sapere); controllo fornito dalla coscienza e dal senso di responsabilità del medico (di qui la formuletta compendiosa: “in scienza e coscienza”, solitamente utilizzata per tagliar corto nei lunghi discorsi sulle dimensioni etiche della pratica della medicina).

Di fronte a questa concezione così lineare della medicina, che è giunta fino a noi attraverso i secoli sostanzialmente immutata, ci dobbiamo domandare: è ancora valida ― salvo qualche piccola azione di cosmesi, per darle un volto più attuale ―, oppure dobbiamo elaborare un nuovo paradigma? È questo l’interrogativo di fondo che deve affrontare oggi l’etica dell’atto medico.

Per annunciare subito la mia tesi: quando l’atto medico diventa “moderno”, si sottrae al paradigma ippocratico e deve essere ripensato con altre categorie, devo pero subito specificare che non intendo “moderno” nel senso più ampio del termine, per esempio come ciò che è più aggiornato secondo gli ultimi ritrovati della tecnologia, ma nel senso storiografico.

L’epoca moderna è quella che inizia, per definizione, con l'Illuminismo. È l’epoca che Kant annunciava nel suo scritto “Che cos’è l'Illuminismo?” con quella frase molto incisiva che abbiamo trovato sui libri di scuola quando studiavamo filosofia: l'Illuminismo è l'uscita da ogni minorità non dovuta”; “sapere aude: abbi il coraggio di servirti della tua ragione, rinunciando ad ogni minorità non dovuta”.

La caratteristica fondamentale di una medicina che voglia essere “moderna” è di accettare questo cambiamento. Esso ha progressivamente modificato la vita politica, i rapporti sociali, quelli economici e perfino la vita religiosa, mentre è rimasto sempre al di fuori della medicina. Quando l’atto medico diventa “moderno”, comporta l'uscita di quella “minorità non dovuta” che è la malattia e l’abbandono dall’atteggiamento paternalistico che dà a qualcuno la facoltà di decidere per l’altro qual è il suo bene.

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La modernità porta a un rovesciamento di prospettiva: il primato non spetta all’orientamento a fare il bene dell’altro (principio di beneficità), ma al rispetto della sua caratteristica di soggetto autonomo (principio di autonomia).

Per l’etica di Kant l’autonomia è un principio formale, non un principio materiale. Non ci dice qual è l’azione buona, ma quali sono le condizioni perche l’azione sia buona. Se adottiamo questo punto di vista, non possiamo più chiamare buona l’azione per il fatto che produce buoni risultati. È buona l’azione che rispetta il principio formale dell’autonomia e dell’autodeterminazione del soggetto. Salvare la vita di un paziente con un intervento medico è indubbiamente un bene, dal punto di vista di un’etica contenutistica; ma se per salvargli la vita si dovesse far violenza alla sua volontà sana e autodeterminata, calpestando valori che orientano la sua vita, non sapremmo più giustificare eticamente la pur nobile azione rivolta a ottenere un bene. Perche l’azione sia buona, anche nell'ambito della cura della salute, bisogna che sia corretta non solo sotto l’aspetto dei contenuti, ma anche di quello delle procedure.

Questo, in sostanza, è il contenuto del principio del consenso informato introdotto in medicina. Spesso si tende a vedere le pratiche americane del consenso informato, diffuse anche al di fuori degli Stati Uniti, sotto l’aspetto medico-legale, cioè come se fossero procedure rivolte unicamente a proteggere il medico dalle possibili conseguenze di ordine giudiziario dei suoi atti. Credo che questa prospettiva manchi il bersaglio. Anche se l’autotutela del medico è un elemento dell’insieme, nella pratica del consenso informato il senso profondamente etico deriva dall’accettazione dell’autonomia dell’individuo, in quanto soggetto capace di determinare i propri fini. Non è buono, in altri termini, l’atto che non considera l’adulto come adulto. Anche se si tratta di un atto medico. Anche se si tratta di un atto che salva la vita del paziente, infrangendo però limiti che questi abbia posto in maniera autonoma.

Ne consegue che questa medicina moderna diventa molto sensibile ai valori del paziente. E questo è tanto più vero, forte e dirompente nello stato attuale del progresso medico. Oggi la medicina dispone di un arsenale terapeutico molto vario e aperto su diversi esiti. È proprio là dove esiste una pluralità di scelte che i valori del paziente diventano rilevanti. Ciò che il paziente intende come salute benessere, vita buona ― di conseguenza, i suoi obiettivi etici ― deve entrare strutturalmente nell’atto medico. Come modello teorico di questa medicina che ha adottato pienamente il paradigma della modernità mi limito a rimandare a un’opera che ormai è conosciuta anche in Italia: Il Manuale di Bioetica di Tristam Engelhardt, pubblicato dal Saggiatore: presenta nel modo più radicale il rovesciamento della medicina dall’orientamento secondo il principio di beneficità al rispetto formale e assoluto del principio di autonomia.

Di fronte a questa medicina che è entrata nell’epoca moderna e si è modificata in conseguenza, notiamo due atteggiamenti fondamentali. Uno è quello dell’ostilità aprioristica. In Italia l’ostilità è molto diffusa ― non lo dico in senso accusatorio, ma analitico ― soprattutto nel mondo medico. I medici per lo più preferiscono rimanere all’interno del paternalismo, magari riproposto in forme più blande. Hanno molti motivi per considerare la malattia come una situazione in cui in fondo l’autonomia personale viene sospesa, in quanto l’adulto ritorna in uno stato di dipendenza. La dipendenza viene talvolta cercata esplicitamente: il malato si mette nelle mani del sanitario, con la speranza che questi, in conformità all’ethos ippocratico, si sia impegnato a sviluppare un sapere massimo e che oltre alla scienza, si sia formato una coscienza che gli impedisca di prevaricare, traendo vantaggi dalla situazione del paziente. In questa strutturazione del rapporto è il medico che, spesso in collusione con i familiari e magari da questi sollecitato, decide quali informazioni dare al paziente e sceglie per lui il trattamento più indicato. Il medico sceglie quali percorsi il malato deve seguire verso la salute, e soprattutto decide per lui il cammino verso la morte.

L’altro atteggiamento estremo nei confronti del paradigma “moderno” della medicina è l’accettazione acritica e incondizionata dell’autonomia del paziente. Questa resa totale al modello autonomista si traduce in pratica in un’informazione indifferenziata, data in qualsiasi modo, senza alcuna considerazione dell’emotività del paziente. Oppure nel ricorso puramente strumentale ai “protocolli di consenso informato”: un mezzo per mettere in chiaro, nero su bianco, che il paziente è stato informato, a tutela del sanitario. Oppure nelle deleghe deresponsabilizzanti ai Comitati di etica.

È possibile assumere, rispetto a questo cambiamento di paradigma in medicina, un atteggiamento che non sia né di rifiuto aprioristico, né di accettazione critica? A mio avviso, la modernizzazione dell’etica medica deve essere considerata come un fenomeno irreversibile: in tempi più o meno lunghi, cambierà anche nella nostra società il criterio per considerare “buona” o “cattiva” la medicina dal punto di vista etico. Di conseguenza, è sospesa per i medici l’autorizzazione a procedere a qualsiasi misura terapeutica che essi ritengano vada a beneficio del malato, sulla base di un criterio esclusivamente medico. Questo spazio dell’assolutismo ― assolutismo, anche se illuminato e benefico! ― in cui, come una specie di pater-familias, il medico decideva qual era il bene del malato, dobbiamo considerarlo come un’altra regione conquistata dallo spirito moderno.

L’informazione e l’acquisizione

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del consenso saranno quindi sempre meno un optional e sempre più un obbligo non solo giuridico e deontologico ma etico, quindi una condizione perché si possa parlare di buona medicina. Certo, è possibile immaginare uno scenario infausto di sviluppo della modernità in cui, per esempio, questo diritto alla libertà decisionale si tramuti in un diritto ad essere lasciato solo, senza alcun sostegno, e in cui il consenso informato venga utilizzato come un espediente per rifilare al malato la responsabilità di decisioni che invece andrebbero condivise.

Tra le due strade della riproposta del paternalismo medico e della resa incondizionata al principio di autonomia nella sua versione più individualista, con i possibili risvolti di isolamento, solitudine e in fondo di rottura dell’alleanza terapeutica, sentiamo il bisogno di una via media. Le vie medie non sono soltanto difficili da seguire: la aurea mediocritas, non significa non essere né carne né pesce, ma implica la capacità di stare veramente al centro, abbracciando gli estremi. Oltre che da seguire, queste vie medie sono molto difficili anche da concettualizzare.

C’è sicuramente una competizione tra i due modelli che attualmente si stanno contendendo il primato: uno è il modello ippocratico, l’altro è il modello liberatorio autonomista; l’uno punta tutto sul bene del paziente, l’altro ha a cuore solo la sua autodeterminazione; da una parte tutto il potere al medico, dall’altra tutto il potere al malato. Ciò che ci impedisce di abbracciare una delle due alternative non è solo una scelta teorica, ma la consapevolezza che adottare l’uno o l’altro modello in maniera esclusiva comporta un prezzo molto alto di sofferenza. Da una parte la sofferenza dei malati: non quella legata alla malattia, ma quella più sottile ― ma non per questo meno reale ― di dipendere come bambini eterodeterminati, di essere espropriati di diritti che nessun codice potrà mai convalidare, ma che sono proprio quelli che ci fanno uomini: il diritto di decidere quello che ci riguarda di più nella vita e soprattutto di fronte alla morte. Ma non bisogna neppure dimenticare le sofferenze legate al modello autonomista a oltranza: quelle dei malati, abbandonati spesso alle loro angosce, e quelle dei medici, degradati a puri esecutori di desideri e di preferenze, in una medicina ridotta a un supermercato.

Ho l’impressione che siano soltanto all’inizio di questa ricerca della via media. Ma per non terminare in modo troppo generico mi permetto, in conclusione, di citare un modello che a mio avviso merita un’attenta considerazione: l’approccio all’etica medica di Edmund Pellegrino e David Thomasmann. Il loro libro più recente, appena tradotto in italiano, ha un titolo provocatorio per l’etica centrata sull’autonomia: Per il bene del paziente. Tradizione e innovazione nell’etica medica” (ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1992). È un serio tentativo di trovare una via media che concili beneficità e autonomia, vedendole come due dimensioni essenziali dell’atto medico. Il punto focale rimane il bene del paziente, che deve essere garantito. La considerazione esclusivamente autonomista lascia il paziente nella sua vulnerabilità e umanità ferita ― non per niente ― è “in-firmus”, cioè non solido ―; l’autonomia spesso non è presente come un dato obiettivo, ma come una meta. L’autonomia è qualche cosa da far crescere, tendendo ad essa come a un obiettivo.

Alla via intermedia Pellegrino e Thomasmann attribuiscono il nome programmatico di “beneficità nella fiducia”. Mi rendo conto che la formula in quanto tale dice ben poco; ha bisogno di essere illustrata in modo analitico. Ma un punto essenziale è possibile cogliere intuitivamente: questo modello domanda che ci sia una rispondenza intrinseca tra il “buon medico” e il “buon paziente”. Non ci può essere, in altri termini, una buona medicina che non domandi anche una crescita etica del paziente, affinché entri in modo costruttivo nel rapporto di “beneficità nella fiducia”.

Per questo la nuova etica che deve regnare in medicina non può essere elaborata unilateralmente dalla professione medica. Il buon medico e il buon paziente hanno dei mutui obblighi all’interno del rapporto terapeutico: questa crescita comune è essenziale per identificare la via media che mette insieme autonomia e beneficità.

La decisione in medicina come problema etico

Book Cover: La decisione in medicina come problema etico
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

LA DECISIONE IN MEDICINA COME PROBLEMA ETICO

in Toscana Medica

anno XVI, n. 3, marzo 1998, pp. 14-18

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Il modello di medicina condiziona le decisioni del medico. Quindi la scelta clinica si muove in un intreccio antropologico i cui fili spesso si indirizzano in senso contrario. Solo una consapevole politico sanitaria può tenerli insieme.

Chi deve prendere le decisioni in medicina ― chi va curato e in che modo va curato ― e in base a quali criteri? Il dibattito attuale, sviluppatosi in oncologia, tocca in realtà un problema centrale in tutta la storia del pensiero medico e dell’organizzazione sociale delle cure. Può essere utile ricostruire per sommi capi la storia di questi interrogativi, per collocare il problema che ci occupa oggi sullo sfondo delle diverse risposte che sono state date.

In modo schematico, il pensiero e le prassi sanitarie possono essere raggruppate attorno a quattro modelli fondamentali: le concezioni naturalistiche, il modello dell’ideale messianico, l’orientamento liberistico e quello mutuato dallo stato sociale.

I modelli evidenziano valori diversi e presuppongono concezioni antropologiche e sociali non riconducibili l’una all’altra. Si sono sviluppati in senso diacronico, in epoche successive, e hanno una vitalità che ha permesso loro di trovare formulazioni nuove in contesti differenti.

Il sapere medico si espande e si frammenta, ma nel confronto con i bisogni di salute delle persone richiede un modo di pensare olistico. Le esigenze delle istituzioni sanitarie e la domanda di salute della popolazione e delle persone richiedono adattamenti del sistema formativo con l’inserimento, tra l’altro, della bioetica nel curriculum degli studi delle professioni sanitarie”.

Comitato Nazionale di Bioetica:

Bioetica e Formazione nel sistema sanitario

Documento del 7.9.91

1. Il modello naturalistico

Il primo dei fili che intessono la tradizione della medicina occidentale si sviluppa a partire da una posizione di riserva, o addirittura negativa, rispetto all’obbligo di fornire cure mediche a determinati gruppi di malati. Secondo questo modello, esistono dei limiti stabiliti dalla natura stessa all’azione terapeutica. L’ampia categoria dei “fragili” può essere utilizzata per designare coloro che si trovano al di fuori dell’ambito in cui le cure sono giustificabili. Al terapeuta si domanda di discernere tra l’una e l’altra categoria, perché rivolgere le cure alle categorie che dovrebbero esserne escluse è sbagliato, dal punto di vista medico o secondo le esigenze dell’etica.

La posizione è rappresentata in modo evidente dall’antica medicina greca, nata dallo sforzo sistematico di riportare sia la spiegazione dei fenomeni patologici, sia la risposta terapeutica della medicina dalla dimensione religiosa al piano delle cause naturali. La conseguenza di questa decisa collocazione che demarca la medicina come scienza naturale dalle pratiche religiose e magiche è il carattere “naturalistico” che connota l’arte del guarire. Ciò vuol dire che il medico si colloca a fianco del malato, come suo alleato, per combattere i fatti patologici ― secondo il celebre aforisma ippocratico: «L’arte ha tre momenti: la malattia, il malato e il medico. Il medico è il ministro dell’arte: si opponga al male il malato insieme al medico» ― ma sempre entro il vincolo costituito dal rispetto della “physis ”, cioè della natura.

Nella concezione naturalistica la vera forza terapeutica è la “vis sanatrix naturae”. Il medico possiede solo una potenza che gli viene prestata, per breve tempo, per porsi a servizio della natura stessa. Egli è un medico tanto più bravo, quanto più si piega all’insight dell’inevitabile. La “physis

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costituiva la base dell’etica, la norma della moralità essendo data dall’applicazione del logos (ragione) alla conoscenza dell’ordine della physis. In altre parole: è buono ciò che segue l’ordine della natura, è cattivo ciò che altera questo ordine.

Caratteristica della tecnica moderna, a differenza di quella greca e medievale, è di produrre “artificialmente degli esseri naturali” (per usare una formula del filosofo spagnolo Xavier Zubiri). Non produce più solo degli “arte-fatti”, contrapposti alle realtà naturali, ma interviene in zone sempre più ampie dell’essere vivente, producendo le stesse cose della natura e dotate della stessa attività naturale. L’“artificialità” non è più, in sé, un criterio negativo di valutazione morale. La medicina, di conseguenza, non si sente più impegnata a intervenire nell’ambito circoscritto dalla natura, ma considera lecito ― anzi doveroso ― andare oltre la naturalità.

Tabella - Stagioni dell'etica in Medicina

Epoca Premoderna

Etica medica

Epoca moderna Bioetica

Epoca Postmoderna

Etica

dell'organizzazione

La buona

medicina

Quale trattamento

porta maggior

beneficio al paziente?

Quale trattamento

rispetta il malato nei

suoi valori e

nell’autonomia

delle sue scelte

Quale trattamento

ottimizza l’uso delle

risorse e produce un

paziente/cliente

soddisfatto?

L’ideale

medico

Paternalismo benevolo

(scienza e coscienza)

Autorità

democraticamente condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

Il buon

paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante

(consenso informato)

Cliente giustamente

soddisfatto e consolidato

Il buon

rapporto

Alleanza terapeutica

(il dottore

con il suo paziente)

Partnership

(professionista-

utente)

Stewardship (fornitore di servizi-cliente)

Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

Il buon

infermiere

Paramedico”

Esecutore delle decisioni

mediche.

Supporto emotivo

del paziente

Facilitatore della

comunicazione,

a beneficio di un

paziente autonomo

Manager

responsabile della qualità

dei servizi o forniti

Il prolungamento della vita illustra le possibili conseguenze che ha l’atteggiamento moderno verso la natura. La riemergenza del problema dei limiti è dovuto alla riflessione sistematica su questo tema che da circa dieci anni sta svolgendo il filosofo della medicina Daniel Callahan, nell’ambito dello Hastings Center di New York, di cui è stato direttore.

Callahan è interessato ai cambiamenti che la medicina introduce nella società, nel nostro modo di considerare la vita, nella cultura di cui facciamo parte. Una di tali trasformazioni critiche è la conquista della vecchiaia da parte della medicina, a partire dalla acquisita capacità di prolungare la vita umana. Tentar di procurare cure sanitarie sempre più efficaci per gli anziani è diventata la più estesa delle frontiere della medicina. Un ideale anche di natura morale: si rifiuta come una discriminazione indegna della medicina l’idea che l’età del paziente possa essere una variabile da prendere in considerazione, qualora ci siano i mezzi tecnici di potergli portare i benefici (gli standard di trattamento vogliono essere programmaticamente ciechi nei confronti dell’età).

In questo quadro vanno lette le considerazioni di Callahan sulla necessità di “porre dei limiti”. La sua proposta non si riduce a un razionamento delle scarse risorse sanitarie, ma fondamentalmente richiede di considerare la vita umana come limitata. Callahan parla di “natural life span”: la vita si sviluppa “naturalmente” entro un arco temporale, che comprende un inizio, una crescita, una decadenza e una fine, con la morte come suo correlato naturale. Siamo incapaci, e lo saremo inevitabilmente anche in futuro, di fare felici gli anziani spendendo sempre più per la loro sanità. L’incapacità è connaturata a una cultura che non sa pensare la vita umana nell’orizzonte del limite. Anche se, per ipotesi, le risorse ci permettessero sforzi sempre maggiori per curare le malattie ed estendere i limiti cronologici delle nostre vite ― aiutando sempre più persone a vivere sempre più a lungo ―, non andrebbe a nostro beneficio seguire questa strada.

La direzione in cui Callahan propone di muoverci presuppone una distinzione tra gli interventi medici destinati a curare le malattie e quelli rivolti a prendersi cura del malato. Come società, non possiamo permetterci di curare ognuno, ma dobbiamo invece sentirci obbligati a prenderci cura di tutti. Compito della società è di migliorare il carattere della vita nel suo insieme, di contenere il periodo di morbilità che affligge l’ultima parte della nostra vita, di prevenire morti premature. Parallelamente, siamo chiamati a favorire il cambiamento che ci permette di trasformare il nostro modo di comprendere la malattia, la vita, la salute

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e la morte: in definitiva, di rimediare a una pericolosa mancanza di direzione morale.

L’argomentazione antropologica di Callahan sui limiti “naturali” da rispettare sfuma in una perorazione per il recupero di un atteggiamento rispetto alla vita ispirato alla saggezza: «La medicina moderna è stata la beneficiaria della fede nel progresso e della volontà di perdonare i fallimenti della tecnologia ― e questo è abbastanza insolito ―, forse perché abbiamo lasciato che la nostra fede e la nostra speranza si allontanassero dal senso comune. È ancora tempo di fermarsi e di capire che siamo ancora creature finite e limitate». Il modello naturalistisco, quindi, tanto nelle forme tradizionali come in quelle contemporanee, tende a escludere dagli interventi terapeutici coloro che la natura ha avviato verso la fine.

2. Il modello messianico

          Forse alcuni hanno introdotto nella sfera pubblica i cosiddetti valori della efficienza e del profitto al punto di incrinare sia il servizio che intendevano offrire sia la disponibilità della gente a dedicargli il proprio impegno. Occorre trovare un nuovo equilibrio. Con ogni probabilità terreno esemplare di questa ricerca sarà l’assistenza medica, in considerazione della sua importanza per gli individui, dei suoi costi e della sua collocazione al confine tra vincoli globali e opportunità locali

Ralf Dahrendorf

Quadrare il cerchio

Il mondo classico è arrivato indubbiamente a formulare l’ideale a cui il medico deve aspirare e gli obblighi che acquisisce nei confronti del malato in termini di misericordia, di solidarietà, di fratellanza universale: in una parola, come “etica della filantropia”. È legittimo chiedersi se l’ideale etico del medico formulato dal cristianesimo delle origini si collochi in posizione di continuità o di rottura con il modello di umanesimo medico espresso dal mondo pagano.

Possiamo individuare due linee di orientamento, che identifichiamo rispettivamente come sincretistica e apologetica. La prima ha “cristianizzato” l'ethos medico che si era coagulato intorno al giuramento ippocratico, considerando quell’etica come naturaliter cristiana. L’alta considerazione del medico in ambiente cristiano, in quanto la sua attività lo fa assomigliare al Cristo terapeuta, ha favorito l’assimilazione dell’ideale stoico del medico filantropo, che esercita la professione con amore disinteressato nei confronti di tutti coloro che hanno bisogno della sua opera.

Il confronto fra l’‘ethos’ del medico dell’antichità greco-romana e quello che si è venuto gradualmente formulando all’interno della comunità cristiana ci permette di individuare l’elemento che specifica l’etica medica ispirata alla sequela messianica. Il principio formale dell’etica delle primitive comunità cristiane e l’azione modellata su quella del Cristo storico. In questa prospettiva il malato diventa un luogo privilegiato della prassi messianica e l’attività terapeutica acquista, secondo il significato etimologico originario di therapeuein, il valore di un ‘servizio’. Per riprendere una espressione del cristianesimo medievale, che si riferiva agli infermi chiamandoli “i signori malati”, questi non sono oggetto di assistenza, ma piuttosto dei “signori” da servire. Questo ideale etico si demarca da quello naturalistico, in misura analoga a quanto le virtù teologali si differenziano dall’intenzione filantropica.

Il protagonista di questo tipo di ‘medicina messianica’ è meno il medico in prima persona, quanto la comunità nelle sue diverse articolazioni. L’intervento della realtà comunitaria è decisivo per tutte quelle cure nelle quali il sintomo non è una disfunzione passeggera che va rimossa, ma piuttosto l’indice di un malessere profondo. La terapia messianica elimina i sintomi e guarisce gli affetti, apre all’azione di Dio e reintegra i rapporti comunitari. Si tratta di un’azione risanante totale, che supera quella che la scienza e la società riconoscono come specifica all’opera sanitaria organizzata dalle professioni e in un sistema ufficiale di cure. Secondo questo modello, nessuno va privato di cure e assistenza: ogni vita, ogni frammento di vita, è prezioso e anche il massimo dello sforzo, pur in presenza di un risultato minimo, è giustificato.

3. Tradizione liberale, giustizia e medicina

Il movimento liberale, che crebbe in Europa nel XVIII e XIX secolo, ebbe una profonda ripercussione anche sull’organizzazione delle cure sanitarie. Il pilastro centrale del liberalismo è una concezione antropologica che privilegia l’individuo quale artefice del proprio destino; l’accento è posto sulle libertà politiche e culturali, con una diffidenza marcata verso lo Stato e il suo ruolo intrusivo, quand’anche i suoi interventi fossero pensati a beneficio dei più deboli. Nella tradizione liberale lo strumento più efficace per la distribuzione dei beni è considerato il sistema economico del libero scambio, o mercato.

La teoria libertaria dei diritti individuali rivendica solo il diritto negativo alla salute (in altre parole: lo Stato deve impedire che qualcuno attenti alla mia integrità fisica), non il diritto

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positivo all’assistenza sanitaria. Per la tradizione liberale ― e per il neoliberalismo economico del nostro tempo ― il diritto all’assistenza sanitaria non esiste, almeno come un capitolo della giustizia (dove finisce la giustizia si apre il terreno di altre virtù: per quanto la giustizia affermi che non siamo obbligati a contribuire al benessere degli altri, la carità ci ordina di aiutare coloro che non possono rivendicare il diritto al nostro aiuto).

La filosofia liberale ha avuto una ripercussione importante nell’organizzazione delle cure sanitarie. Secondo la concezione della “medicina liberale”, il mercato sanitario si sarebbe dovuto reggere secondo le leggi del libero scambio, senza intervento di terzi; l’intervento dello Stato nei rapporti tra medico e paziente è considerato come una ingerenza indebita. Per i poveri, che non potevano accedere al sistema liberale di prestazioni sanitarie, era previsto il ricorso alla “beneficienza”: carità individuate o di istituzioni religiose, grandi ospizi o istituti per “pauperes infirmi” («Tra i due si realizzava uno scambio reciproco di significati, facendo dell’uno e dell’altro, alternativamente, un attributo e un sostantivo: l’infermo povero e il povero infermo. Essi esprimevano una categoria composita, senza troppa distinzione tra indigenza economica ed emergenza sanitaria: la folla ― in una parola ― dei malati inguaribili»: G. Cosmacini: “Medicina e inguaribilità. Una prospettiva storica” in L’Arco di Giano, n. 16, 1998). Ma anche la risorsa della beneficienza fu avversata in nome del liberalismo. È così che l’economia politica si guadagno, nell’ambito linguistico inglese, l’appellativo di “dismal science” ― scienza spietata.

La posizione liberista è riapparsa con vivacità nell’orizzonte culturale contemporaneo con il neoliberismo economico. Non si tratta solo di un dibattito culturale: stagioni intere di politica economica e sociale ne sono state influenzate, come l’epoca di Reagan negli Stati Uniti e quella della Thatcher in Inghilterra. Anche sul riordino del nostro Servizio sanitario nazionale, avviato negli anni ’90, spira un vento neoliberista, in particolare per il ruolo attribuito al mercato nel produrre l’efficienza dei servizi.

La bioetica ha sentito l’influenza del pensiero liberale, soprattutto con riferimento al dibattito sull’assicurazione sanitaria obbligatoria. Il pensiero contrattualista, influenzato dalle posizioni di Rawls e Nozik sulla giustizia, ha portato alcuni studiosi a negare il diritto all’assistenza sanitaria. «Un diritto umano fondamentale ― afferma il bioeticista americano Tristam Engelhardt ― a fornire l’assistenza sanitaria, anche se limitata a un minimo decente di assistenza sanitaria, non esiste». A suo avviso, ogni tentativo di giustificazione di una prestazione sanitaria, deve fondarsi sul principio di beneficità, non su quello di giustizia (la necessità dell’assistenza ― in altre parole ― si può giustificare solo con il dovere di fare del bene, non con la rivendicazione di diritti economici, sociali e culturali).

Una versione più mite del liberalismo, ma non priva di conseguenze nel sistema delle cure rivolte ai più fragili, è quella che propone il passaggio dalla copertura universalistica all’assegnazione di un “bonus” ai cittadini, affidando a loro la responsabilità delle scelte assicurative. È noto che la proposta di un “bonus” è stata originariamente avanzata nel 1955 dall’economista Milton Friedman, in un’ottica neo-liberale, per dare efficienza al sistema scolastico: i cittadini, dotati di un voucher, o buono di acquisto a destinazione vincolata, avrebbero deciso di spenderlo nelle strutture scolastiche, pubbliche o private, che avessero trovato più adeguate. Questo sistema è finalizzato a innescare una competizione tra i fornitori di servizi, che condurrebbe a un miglioramento della qualità dei servizi erogati.

L’estensione di tale idea all’ambito sanitario è stata sostenuta dall’Institute of Economic Affairs di Londra. In Italia la proposta è stata fatta propria da Mario Timio: con il “bonus” i fondi statali andrebbero non alle strutture sanitarie, pubbliche o private, ma ai singoli cittadini, che pagherebbero con esso il premio di un’assicurazione sanitaria o di un piano assicurativo di propria scelta. Questa versione moderna della vecchia ricetta liberista, che preferisce la distribuzione in denaro alla distribuzione in natura dei servizi, è vista come sinonimo di libertà di scelta per tutti i cittadini e vuol coniugare mercato, concorrenza e solidarietà. Ma non sono irrilevanti le preoccupazioni di chi teme che anche in questa forma moderata di medicina liberale i più fragili avrebbero una condizione svantaggiata e si dovrebbe riscoprire per loro qualcosa che assomiglia da vicino alla pubblica beneficienza. La proposta ha tuttavia il merito di costringerci a confrontarci con il modello di welfare sanitario che vogliamo scegliere.

4. Fragilità e “welfare community”

Il quarto modello entro cui pensare le decisioni relative a chi e come curare è quello che le affida all’intervento attivo della pubblica amministrazione. Il contesto è in questo caso quello dello “stato sociale”. Una progressiva estensione dei compiti dello stato ha portato alla prevalenza del modello universalistico di tutela della salute. Un pregiudizio favorevole cade sui più fragili, quando si accetta il principio ― politico e morale insieme ―che nessuno deve essere escluso dalla rete della solidarietà allargata che gli fornisce le cure di cui ha bisogno: se tutti sono uguali, il debole è “più uguale degli altri”! Il “favor iuris” cade a favore del più fragile.

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L’orientamento universalistico, per quanto nobile, ha dovuto confrontarsi con una realtà sociale ed economica avara nei confronti dei progetti più generosi di assistenza misurata sui bisogni. Così è avvenuto, in particolare, per la sanità italiana estesa a tutti, secondo il Servizio sanitario nazionale del 1978. Come si è espresso il Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-96, «la prima caratteristica di una prospettiva contemporanea è quella di presentarsi come un orizzonte di risorse limitate. Non esiste più il sogno utopistico di uno stato che si proponga di rispondere a tutti i bisogni di salute dei cittadini; in sanità sarà sempre più pesante la divaricazione tra domanda e offerta, perché la società invecchia ed è sempre più affetta da malattie degenerative. Questi cambiamenti di scenario impongono la dura necessità di fare delle scelte, sia a livello macro sia a livello microeconomico».

La necessità di fare delle scelte ― una condizione che, sul finire di un secolo che ha visto l’ampliamento progressivo della copertura sanitaria a tutti i cittadini, si impone a tutti i sistemi sanitari dell’area dello sviluppo ― fa emergere in medicina problemi etici che non hanno riscontro in nessuna altra epoca. Non solo quelli ormai ben identificati, che si è soliti catalogare come questioni di bioetica (in pratica, questioni relative alla necessità di porre dei limiti a quello che siamo in grado di fare con la potentissima medicina tecnologica che è la nostra). Oltre ai problemi di bioetica, si fanno oggi urgenti i dilemmi sociali circa l’estensione delle cure, nella prospettica delle risorse limitate.

Nulla è più necessario alla cultura che la meditazione, e nulla è meno adatto alla meditazione che la struttura interna di una società democratica. Come fermarsi a riflettere quando intorno tutto si agita? Oggi, quel che occorre fare è trattenere lo spirito umano nella teoria; già da solo corre verso la pratica e sarebbe bene distogliervelo per innalzarlo alla contemplazione delle cause prime

Alexis de Tocqueville

Scritti politici

All’inizio del nostro secolo i problemi etici delle scelte in sanità si ponevano ― quando si ponevano ― in una prospettiva individuale. Una rappresentazione letteraria è quella offerta da G.B. Shaw nella pièce Il dilemma del dottore (1906). Il dilemma si presenta come una questione di priorità, legata a un potere di vita o di morte: quando le risorse sono scarse e non bastano per curare tutti, è compito del medico decidere quale vita meriti di essere salvata?

Il “dilemma” del dottore ― che si trova a scegliere tra la vita di un giovane pittore geniale e quella di persone senza rilievo sociale ― offre materia caustica a Bernard Shaw, quanto mai scettico circa la capacità della professione medica di risolvere i suoi problemi secondo coscienza e determinato a mettere in guardia i possibili pazienti dall’affidarsi a essa. Novant’anni dopo la prima messa in scena della commedia, ci sentiamo autorizzati a vedervi un’anticipazione di dilemmi di ben altro spessore che si pongono oggi alle società industriali avanzate, in questo scorcio di secolo. Ci stiamo affacciando su scelte drammatiche che non riguardano più solo le “micro-allocazioni” (scegliere tra diversi candidati, che hanno bisogno di un trattamento disponibile in misura limitata, e quindi entrano in conflitto tra di loro), bensì le “macro-allocazioni”: quante e quali risorse la nostra società è disposta a destinare alle cure sanitarie? In che maniera garantire l’accesso ai servizi sanitari che la società decide di fornire a tutti i cittadini, indipendentemente delle loro capacità economiche? In questo più ampio scenario i dilemmi non sono più solo quelli del singolo dottore, ma della società intera.

La scelta delle priorità in sanità, indotta dalla pressione economica, può essere una occasione per ripensare gli scopi stessi della medicina: è quanto suggerisce la ricerca internazionale, promossa dallo Hastings Center di New York, Gli scopi della medicina: nuove priorità (1997). È la stessa direzione verso la quale indirizzava il Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-96, quando indicava l’inversione di rotta, cui il momento attuale costringe, come una opportunità per «un miglioramento che si sviluppa sotto il segno della qualità, più che della quantità» e invitava a un “cambiamento di paradigma” che consiste nell’immaginare un servizio alla salute che accetti in senso positivo la sfida dell’autolimitazione.

Abbiamo considerato i quattro modelli di risposta al “perché” e al “come” occuparci dei più fragili dal punto di vista sanitario in senso diacronico. Dovremo però tener presente che sono anche simultaneamente presenti, in senso sincronico, nel nostro orizzonte. Proprio come la trama di un tessuto è l’intreccio di fili disposti non nella stessa direzione, ma in direzioni opposte, così la trama delle cure con cui la nostra società avvolge le persone fragili è costituita da orientamenti diversi. Alcuni ― come il modello naturalista e quello liberale ― tendono piuttosto a limitare l’impegno, mentre altri ― il modello messianico e quello ispirato alla concezione sociale ― indirizzano in senso contrario. I modelli si limitano e si completano reciprocamente. La politica sanitaria e l’arte di tenerli insieme.

Etica e terapia

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Sandro Spinsanti

Etica e terapia

in Toscana Medica

anno VII, n. 9/10, settembre-ottobre 1989, pp. 10-12

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ETICA E TERAPIA

Il bene del malato, la sua autonomia di giudizio, la giustizia nei suoi confronti debbono sempre ispirare l'agire del medico.

L'accanimento terapeutico, considerato spesso descrittivamente nella comune accezione, è in realtà un importante concetto valutativo che contiene un’accusa nemmeno tanto velata rivolta alla classe medica. Siamo di fronte ad un principio estremamente ambiguo, inattendibile per quanto riguarda l’analisi del comportamento, carente di qualsiasi riferimento giuridico, suscettibile di trasformarsi, in certi casi, da azione riprovevole in atto eroico. Il termine stesso “accanimento terapeutico” non nasce dalla pratica medica, ma dalla pubblica opinione, è espressione di un umore e quasi un grido di protesta; si presenta quindi come concetto utile per spiare uno stato di reale malessere, quasi come rottura di un patto implicito, di un’alleanza profonda di un sincero affidamento.

L’analisi di questo malessere è un compito che il medico si deve sobbarcare, pur essendo autorizzato a respingere a priori l’accusa di fare dello scientismo e della sperimentazione gratuita.

Pensiamo a due scenari diversi, per capire la relatività di quello che, essendo prassi quotidiana, ci viene facile concepire come ovvio ed unico comportamento.

Pensiamo dapprima alla medicina greca, quella di Ippocrate, Platone, Aristotele. L’atteggiamento di questa concezione medica di fronte al malato che non guarisce è espressa con aperte parole nell’opera di Platone: l’obbligo morale prevedeva che il medico dell’antica Grecia semplicemente abbandonasse il paziente che andava verso la morte, il medico era solamente un servitore della natura e se la natura destinava una persona a morte, egli doveva entrare in sintonia con questo dettame, favorire con serenità il normale corso degli eventi e non opporsi in nessun modo.

Pensate adesso ad un altro scenario, fra 100, 200 anni, con i discendenti di una umanità, la nostra, che, sgomenta, già oggi sta prendendo sempre maggiore coscienza dei limiti dello sviluppo, dell’aumento delle persone anziane, del conseguente invecchiamento della popolazione, dell’impossibilità di trovare cure adeguate per tutti. Per il momento abbiamo solamente dei prodromi, dei segni di cosa avverrà in un futuro nemmeno tanto lontano: in certi ospedali vige una sorta di “codice di non rianimazione”, i pazienti che escono da certi parametri non devono essere rianimati. In Svezia vengono emesse legislazioni che escludono dai trapianti o dalle terapie intensive gli ultra-sessantenni, un medico americano afferma testualmente:“la sola misura di ridurre i costi è di privare certe persone di cure mediche o di negare l’assistenza per certe malattie”.

Di fronte a questi scenari, del passato e del futuro, siamo portati a protestare. Diciamo che la medicina, non può e non deve abbandonare mai il malato.

Che cosa è dunque avvenuto tra la nostra concezione medica e quella dell’antica Grecia, che cosa si è solidificato nei principi deontologici ai quali oggi ci rifacciamo? Sicuramente si è verificato un cambiamento nell’attribuzione dei valori alla persona umana e nei nostri rapporti con la natura, per cui il dominio e la lotta ad oltranza con essa sono diventati un fine umano di grande valore etico e la tecnologia è stata messa al servizio di questa volontà. Sono inoltre avvenute anche delle trasformazioni antropologiche di grandissima importanza, come la eliminazione dell’idea di una vita necessariamente finita, di un uomo destinato a morire, la rimozione della morte non soltanto dal discorso, ma anche dall’universo dei fini: la medicina viene utilizzata per questa lotta ad oltranza contro la morte ed il nulla.

Qui necessariamente si inserisce il discorso sulla tanto nominata “eutanasia”. A questo proposito non si può negare che uno dei più grossi contributi al discorso etico sarebbe forse proprio l’abolizione di questa parola dal vocabolario: non si può parlare di eutanasia e cercare di descrivere molte situazioni che non hanno niente a che vedere l’una con l’altra. Il riconoscimento della morte, non ha niente a che fare con la cosiddetta eutanasia attiva o con l’interruzione di un tentativo di cura e nemmeno con la cosiddetta “deconnessione”, cioè la somministrazione di quel tanto di farmaci in grado di provocare un obnubilamento della coscienza e, forse anche un abbreviamento della vita.

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È indubbio che di fronte al malato terminale noi assumiamo sempre lo stesso atteggiamento di fondo, cioè ricorriamo a tecniche correttive artificiali che in altre situazioni sono risultate più o meno efficaci. In queste situazioni l’etica laica, come quella religiosa, non può offrire indicazioni o dogmi.

Si presenta allora il problema di non fare né troppo, né troppo poco, di non arrestarsi prima di quanto sia giusto, legittimo ed auspicabile, ma di non fermarsi nemmeno dopo, quando ormai sia troppo tardi. Non siamo di fronte ad una regola etica, ma più semplicemente ad un problema di saggezza. I medici devono riprendere in mano i termini del discorso; quando sentiamo questa tentazione, vorrei chiamarla così, di ricorrere alla legge pensando che poi, una volta stabilita, avremo le soluzioni dei nostri problemi, noi stiamo scavalcando quel momento essenziale che è il momento veramente etico, cioè la libertà decisionale del medico.

Il problema è complicato dal fatto che i criteri tradizionali proposti dall’etica come guida verso una giusta azione, sono oggi diventati più sfumati e confusi.

Il criterio tradizionale di ogni etica medica, quello del bene del malato, si è attualmente caricato di nuove problematiche. Quello che infatti è il bene per il malato, cioè il prolungamento della vita, può diventare talvolta un male, inteso nel senso di qualità della vita. Per questo molte persone ricorrono ai testamenti di vita, alle associazioni per la degna morte, spaventate dall’incubo di andare a finire in un binario morto dove non si finisce mai di morire, dove non si è più né vivi né morti, dove la medicina diventa necessariamente fredda ed impersonale, dove non si ha più beneficio alcuno, ma soltanto una qualità impoverita della vita.

Il volere prolungare a tutti costi la vita entra spesso in collisione con un altro concetto fondamentale dell’etica, oggi portato in primissimo piano: il principio della autonomia. È il paziente stesso che decide la quantità e la qualità della vita che vuole, che determina quale e quanta medicina assumere ed in che condizioni. A questa peraltro irrinunciabile autonomia segue una rottura, talvolta drammatica, tra quello che il medico intende fare per il bene del paziente e quello che il paziente stesso pretende per se. Spesso pero da parte del malato non c’è una vera volontà di morte, quanto piuttosto l’esigenza di una autonomia decisionale su quale e quanta vita condurre.

Un altro elemento viene ulteriormente a complicare questo quadro già molto complesso: il principio della giustizia. Che cosa deve fare il medico che ha disposizione un solo respiratore e tre persone che chiedono di essere salvate? Che cosa dovremmo fare in futuro, quando avremo sempre mezzi necessariamente scarsi e tantissime persone in attesa fuori della porta? Questi tre principi: beneficialità, autonomia e giustizia sono gli orientamenti di cui l’etica produttivamente si serve per aiutare a prendere la giusta strada; sono spesso in rotta di collisione tra di loro, per cui una decisione di saggezza diventa ancora più complicata.

In ultima analisi i medici devono assolutamente tornare i protagonisti delle decisioni etiche, senza demandare ad altri, né politici, né bioetici di professione.

PRINCIPI DI ETICA MEDICA EUROPEA

Articolo 1

Compito del medico è la difesa della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della vita e della dignità della persona umana senza discriminazioni di età, di razza, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, d’ideologia politica e di qualsiasi altra natura in tempo di pace come in tempo di guerra.

Impegno del medico

Articolo 2

Nell’esercizio della professione il medico s’impegna a dare priorità agli interessi della salute del malato. Il medico non può utilizzare le proprie conoscenze professionali che per migliorare e conservare la salute di coloro che si affidano a lui a loro richiesta; in nessun caso egli può agire a loro danno.

Articolo 3

Il medico non può imporre al paziente le proprie opinioni personali, filosofiche, morali e politiche nell’esercizio della sua professione.

Articolo 4

Salvo il caso d’urgenza, il medico illustrerà al malato gli effetti e le conseguenze prevedibili della terapia. Acquisirà il consenso del paziente, soprattutto quando gli atti proposti comportino un rischio serio.

Il medico non può sostituire la propria concezione della qualità della vita a quella del suo paziente.

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OPINIONI A CONFRONTO

L’atteggiamento della società è profondamente mutato di fronte alle istanze connesse con il problema della morte. Se la antica medicina greca imponeva al medico di abbandonare il malato che non aveva più speranza di guarigione, per non ostacolare i voleri della Natura, la scienza medica cerca oggi con tutti i mezzi di opporsi al corso naturale dell'evento patologico, trascendendo da ogni concetto di ordine etico o filosofico.

Da questa lotta, fatta di sconfitte inevitabili ed insperati trionfi, sono derivati i concetti di eutanasia attiva e passiva, di accanimento terapeutico, di corretta assistenza al morente.

Nonostante la gravità dei problemi sollevati, la totale incertezza regna sovrana, in assenza di un qualsiasi riferimento giuridico o di una strada tracciata da etica e morale; il medico si trova cosi solo con la sua coscienza di fronte a scelte che talvolta sembrano insopportabili.

La confusione totale, è stato detto nel dibattito, nasce anche a livello, per così dire, tecnico; i termini “morte cerebrale”, “coma depassé”, “morte encefalica” sono sovente usati in modo improprio e fuorviante; come dice lo studioso di Bioetica, non si può usare sempre la stessa parola “eutanasia” per definire situazioni ben diverse tra loro. Le legislazioni che trattano di questa materia non aiutano certo a definire i contorni reali del problema e tutto risulta ancor più aggravato dalla mancanza talvolta angosciante di mezzi e strutture: pazienti in coda per accedere ai Centri di Terapia Intensiva e “turn over” spesso tragicamente garantito soltanto dalla legge di Natura.

L’accanimento terapeutico, tecnicismo spietato fine a se stesso o atto eroico in difesa ad oltranza della vita, a seconda dei punti di vista, è un aspetto di tutto quel mondo ideologico che ruota intorno al concetto di “morte”. Ma quale morte, viene da chiedersi? Quella biologica, quella sociale, cellulare o cerebrale? Ecco allora la chiusura del cerchio intorno ad un problema ancora tutto da chiarire.

I relatori che hanno partecipato a questo dibattito sono fondamentalmente arrivati alla medesima conclusione, partendo ognuno da punti di vista e premesse diverse.

La gestione del malato terminale, in senso lato, il ricorso o meno alle tecniche del cosiddetto accanimento terapeutico, sono problemi che investono inevitabilmente ogni aspetto del rapporto profondo medico-malato, intesa impossibile a ridursi entro i limiti fissati da qualsiasi legislazione.

Bioetica clinica per operatori sanitari

Book Cover: Bioetica clinica per operatori sanitari
Part of the Bioetica sistematica series:

Sandro Spinsanti

BIOETICA CLINICA PER OPERATORI SANITARI:

L’ORGANIZZAZIONE DI UN CORSO DI FORMAZIONE

in Toscana Medica

anno VIII, n. 10, dicembre 1990, pp. 4-8

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Il Prof. Sandro Spinsanti, associato di bioetica presso l'Università di Firenze e direttore del corso di bioetica clinica di Montecatini, traccia, in questo articolo, un bilancio contenutistico del corso. È un bilancio più che soddisfacente che dà la misura dell’impegno dei docenti e dei partecipanti. Toscana Medica, organo dell’Ordine dei Medici di Firenze, rivendica il merito di aver contribuito a diffondere l'esigenza della riflessione etica tra i medici. Il progetto, ambizioso ma non irrealizzabile, è quello di includere i valori etici nel metodo clinico e di inserire l'etica nella formazione del medico per promuovere una maggior consapevolezza nell’affrontare i tanti conflitti morali che insorgono nella pratica quotidiana della professione. Se è sempre stato vero, da Ippocrate ai nostri giorni, che il giudizio etico è elemento costitutivo della professionalità del medico e l'etica il valore fondante della nostra “arte”, tanto più la mediazione tra ricerca scientifica, prassi terapeutica e valutazione morale dell'uomo e del mondo e, pur tra i dubbi e le incertezze di un concreto ragionamento morale, l’unica guida possibile in un cammino arduo e terribile che la medicina, come scienza biologica e come scienza dell’uomo, deve proseguire tra sfide sempre più alte, dall’ingegneria genetica alla salvaguardia dell’ambiente, dalle accelerazioni tecnologiche ai mutamenti sociali. Sola guida ideologica di un simile progetto non può essere altro che il rispetto reciproco e la tolleranza.

Nei primi mesi del 1990, da gennaio a maggio, si è svolto un corso di bioetica per il personale del Servizio Sanitario Nazionale organizzato dalla Regione Toscana, con sede nella città termale di Montecatini.

Un primo motivo di interesse è costituito dall’interscambio tra le diverse istanze istituzionali che hanno promosso il Corso. L’iniziativa risale originariamente

Un’iniziativa dell’Ordine di Firenze che ha coinvolto la Facoltà di Medicina e la Regione Toscana

all’Ordine dei medici di Firenze. Dopo alcuni incontri di sensibilizzazione sul tema, l’organismo direttivo dell’Ordine riteneva di dover aggiungere la bioetica a quell'insieme di conoscenze di cui attualmente il medico non può fare a meno per una corretta professionalità. Iscrivere la bioetica nella formazione permanente del medico è stata quindi la mossa di apertura dell’Ordine professionale dei medici. La seconda istituzione promotrice è stata la Facoltà di medicina dell’Università fiorentina, su sollecitazione dell’Ordine dei medici.

La Facoltà è intervenuta con le sue strutture didattiche, che comprendono anche un docente di bioetica (la Facoltà di Medicina di Firenze è stata tra le prime in Italia a inserire nel proprio ordinamento degli studi un insegnamento di tale disciplina).

L’amministrazione regionale, infine, ha reso possibile il corso mediante un adeguato stanziamento di fondi e l’offerta di una segreteria organizzativa. Riteneva però opportuno allargare l’invito dai medici ad altre figure professionali del personale sanitario dipendente dal servizio pubblico di tutta la regione Toscana, rimanendo tuttavia l’accesso al corso limitato a un numero ristretto di partecipanti. Oltre ai medici il corso veniva proposto anche a dirigenti di professioni infermieristiche, psicologi clinici, assistenti sociali.

Dell’organizzazione del Corso veniva investita la struttura che si occupa della formazione permanente. La bioetica trovava così il suo alveo naturale all'interno di un progetto di formazione del personale sanitario, laddove formazione non si identifica con attività legate alle vicende organizzative dei servizi e non produce solo risultati misurabili in termini di efficienza.

Inserire la bioetica nella formazione permanente significa promuovere la dimensione morale nella pratica quotidiana

Aprendosi all’orizzonte dell’etica, la formazione aggredisce quel livello che comprende la soggettività degli operatori sanitari, i valori che la guidano, le loro scelte, le loro opinioni

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Inserire la bioetica tra le attività di formazione permanente è una decisione di notevoli conseguenze. Vuol dire differenziarla da una bioetica che gravitasse di più, per esempio, attorno a dei “comitati di etica”. Mentre in questi tenderebbe a prevalere la funzione di controllo dei comportamenti attribuita all’etica, nell’ambito della formazione permanente l'etica acquista soprattutto la finalità di promuovere una gestione più consapevole della dimensione morale insita nella pratica quotidiana di una professione sanitaria. La logica è ancora quella del servizio pubblico, in quanto si vuol fornire indirettamente ai cittadini la garanzia che gli operatori sanitari stabiliscano con gli utenti un rapporto accompagnato da una seria riflessione sulle implicazioni della loro azione.

La formazione al giudizio etico è elemento costitutivo di una professionalità all’altezza dei tempi

In tal modo il corso riceveva il massimo di autorevolezza istituzionale. Allo stesso tempo mediante tale iniziativa veniva ufficialmente riconosciuto che esiste un interesse sociale a promuovere la competenza di natura etica tra i professionisti che lavorano in ambito sanitario: la sensibilizzazione e la formazione al giudizio etico sono elementi costitutivi di una professionalità all’altezza dei tempi.

Il testo e il contesto

Quale tipo di conoscenza può trasmettere un corso di bioetica? Il programma di presentazione del corso era piuttosto generico a questo proposito. Parlava di formazione all’insegna della bioetica, intesa come disciplina che riprende l’eredità dell’etica professionale tradizionale in ambito sanitario e la sistematizza nell’orizzonte delle problematiche più recenti e inedite, che hanno modificato il contesto di esercizio della medicina. Sempre secondo il programma, la bioetica, che si propone di favorire “il matrimonio tra pragmatismo e umanesimo” (Joseph Fletcher), ha acquistato una posizione centrale di mediazione tra il pensiero e la ricerca ispirati alle scienze della natura e le modalità di conoscenza proprie delle scienze umane.

Questo annuncio, seppur sommario, conteneva le parole chiave che sottendevano la concezione contenutistica del corso. Anzitutto la diade “scienze della natura” e “scienze umane”. Le due modalità di conoscenza del fenomeno umano venivano indicate come sinergiche, non antitetiche: come una visione bioculare, che conferisce spessore all’immagine solo quando integra le due prospettive.

I partecipanti al corso incontravano l’apporto delle scienze umane soprattutto in quella parte del programma che veniva esplicitato come “antropologia medica”.

Ognuno dei sei moduli del corso, che si estendeva per un intero fine settimana, dal venerdì alla domenica, era dedicato a un’area problematica: l’etica in medicina; il medico, il paziente, il farmaco; il rapporto medico-paziente; l’inizio della vita; il malato inguaribile; la fine della vita. In ognuno di questi diversi ambiti era previsto un contributo che illustrasse i confini medico-legali del settore e gli obblighi deontologici. La società e il diritto, infatti, si modificano nel tempo e condizionano in modo decisivo l’esercizio di una “buona” medicina, la dove la bontà equivale all’accettabilità sociale.

Ma soprattutto erano programmati apporti da parte di specialisti di discipline storico-sociali-comportamentali. Il fine esplicito era quello di ampliare la base di conoscenze riconducibili a un’“antropologia medica”, intesa come una riflessione sull’uomo stimolata dalla pratica sanitaria e condotta con l’apporto delle diverse scienze dell’uomo. Sono queste che hanno il compito di illustrare i cambiamenti che intervengono nella società riguardo a certe categorie fondamentali dell’esistenza biologica ― normalità e salute, guarigione, ciclo vitale, qualità della vita, dominio umano sulla nascita e sulla morte ― e possiedono gli strumenti concettuali per farlo.

La ricognizione antropologica dal punto di vista medico costituisce piuttosto il “contesto” di un programma di formazione in bioetica. Il “testo”, invece, è fornito dalla pratica sanitaria stessa; in concreto, dall’esame di singoli casi clinici mediante una griglia interpretativa che permette di mettere in evidenza non solo gli aspetti medico-clinici, ma anche quelli etici. Il corso di Montecatini si è servito a tale scopo del “Protocollo di Bochum”, elaborato da H.M. Sass e H. Viefhues.

La bioetica clinica e il sapere proprio del terapeuta, costruito con l'apporto delle conoscenze mediche, biologiche e umanistiche

La figura e lo sfondo

La scelta di procedere su due binari ― le lezioni di ordine culturale e l’analisi dei casi in gruppo ― presupponeva una concezione implicita del modo e della funzione della bioetica che per i partecipanti al corso si è andata esplicitando progressivamente. Espressa in termini di negazione, essa può essere ricondotta al rifiuto di attribuire alla bioetica, quanto meno alla bioetica clinica, lo statuto di una disciplina subalterna. La bioetica clinica non è un sapere sussidiario di un altro sapere, ma è il sapere proprio del terapeuta, anche se è costruito con l'apporto delle conoscenze più diverse, medico-biologiche e umanistiche.

Il Corso prevedeva un filone di lezioni di filosofia morale.

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Mediante la trattazione organica dei concetti principali di questa disciplina veniva così offerta ai partecipanti la possibilità di familiarizzarsi con la modalità argomentativa tipica dell’etica e di acquisire progressivamente uno strumentario lessicale e concettuale comune. Tuttavia la formazione in bioetica clinica non era finalizzata a trasformare i partecipanti del Corso in “filosofi morali” in formato ridotto. Né la bioetica clinica veniva ipotizzata come un sapere sussidiario del diritto, o della teologia morale. E neppure della psichiatria (l’interesse accentuate di alcuni psichiatri, esperti nell’analisi delle relazioni interpersonali e in particolare nella conduzione di “gruppi Balint”, a partecipare come animatori di gruppi di discussione sui casi clinici rischiava di infeudare la bioetica a modalità di approccio psichiatriche). La bioetica clinica non è essenzialmente che un ampliamento del metodo clinico, già familiare ai medici e per analogia ad altre professioni sanitarie, fino ad includere i valori etici e le scelte ad essi connessi; ovvero, fino a includere nell’atto medico anche il soggetto morale.

Un’immagine che può servire a illustrare questa concezione della bioetica clinica come coincidente con la pratica medica, eppure diversa, è quella dell’alternanza figura/sfondo, che ci è stata resa familiare in particolare dalla psicologia della Gestalt. Reagendo ad una concezione della percezione visiva secondo cui nell’atto di vedere qualcosa il vedente raccoglie una serie di frammenti visivi e li raggruppa nell’oggetto visto, la psicologia della Gestalt ha affermato che il vedere è organizzato fin dall’inizio, ovvero che il vedere è una Gestalt o configurazione. Il campo ottico di un individuo è strutturato in termini di “figura” e “sfondo”.

Includere nell’atto medico il soggetto morale significa mettere a fuoco il caso clinico come problema professionale-scientifico (che richiede l’arte del curare) e come problema professionale-etico (che richiede la valutazione dei valori in gioco spesso in conflitto tra di loro)

La “figura” costituisce il punto focale di interesse, mentre lo “sfondo” ne è rinquadratura o il contesto. Tra l’una e l’altra esiste un’interazione dinamica, cosicché lo sfondo di un insieme percettivo può diventare figura, mentre lo “sfondo” ne è l’inquadratura o il contesto. Tra l’una e l’altra esiste un’interazione dinamica, cosicché lo sfondo di un insieme percettivo può diventare figura, mentre la precedente figura diventa sfondo. A illustrazione di questo fenomeno nei testi scolastici vengono addotte le immagini ambigue. La più nota di queste può essere vista, alternativamente, come un calice su sfondo scuro, oppure due profili scuri, uno di fronte all’altro, su uno sfondo chiaro. In un’altra di tali immagini ambigue si può vedere una giovane donna rivolta di tre quarti verso sinistra; ma una persona su cinque, in media, organizza i dati percettivi in modo da vedere il profilo di una vecchia strega. Si può tuttavia favorire il passaggio da una Gestalt all’altra, aiutando a cambiare il ruolo rispettivo della figura e dello sfondo. Allora si riesce a vedere la figura di cui, nella prima organizzazione dei dati percettivi, non si supponeva neppure l’esistenza. Quando ciò avviene, si ha un’esperienza che gli psicologi della Gestalt e i fenomenologi hanno denominate “esperienza aha”, per l’esclamazione che in genere l’accompagna. Il termine inglese per tale vissuto è insight.

Si tratta di una riorganizzazione improvvisa della percezione: senza che nulla sia state aggiunto nel campo, si vede un’altra figura che prima era presente come sfondo. Il processo è spontaneo, e tuttavia è suscettibile di essere in qualche modo “insegnato”, in quanto si può addestrare un percipiente a passare da una figura ad un’altra. E dopo un certo numero di prove anche l’immagine più enigmatica è agevolmente interpretabile: segno che l’apprendimento è possibile anche in un processo che pur si presenta con il carattere della spontaneità

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È facile ora concettualizzare, riferendoci ai diversi elementi della psicologia della percezione secondo la Gestalt, il rapporto tra dimensione scientifica e dimensione etica della medicina clinica considerandole come due possibili “figure”, che si stagliano sullo sfondo costituito dall’altra dimensione. Lo stesso materiale che costituisce un caso clinico può essere messo a fuoco come problema professionale-scientifico (in quanto chiede al sanitario una risposta secondo le regole dell’arte del curare) o come problema professionale-etico (nel quale la risposta è modulata sui valori in gioco, che sono non di rado in conflitto).

Il vantaggio di questa concettualizzazione è che l'etica può essere considerata elemento costitutivo del campo fornito dalla situazione clinica, già presente in esso, anche se in funzione di sfondo, rispetto al curare quale figura dell’atto medico.

L’“insegnamento” dell’etica non è essenzialmente diverso da quell’opera di facilitazione con cui si addestra un inesperto a passare da una Gestalt all’altra, permettendogli di “riconoscere” ciò che già “sa”.

L’educazione alla competenza etica e un processo unitario che può essere analitica-mente scomposto in diversi elementi. Implica l'acquisizione delle capacità di percepi-re e identificare conflitti etici presenti nell’esercizio della professione; l'ampliamento della consapevolezza del proprio sistema di valori e delle proprie convinzioni etiche, incrementando contemporaneamente la competenza comunicativa che rende pos-sibile un confronto con altri nel dialogo; l'ampliamento, infine, della competenza del singolo operatore sanitario nel comprendere i conflitti etici con i rapporti con i pa-zienti e nell'elaborare modelli di comportamento da assumere come punto di riferi-mento nelle tipiche situazioni problematiche

L'insight che accompagna questo genere di nuove figure non ha solo un carattere di urgenza morale (“mea res agitur”), ma esprime anche una vera e propria sorpresa e familiarità insieme. Senza dimenticare quelle connotazioni dell’emozione del “riconoscimento” che possono legittimamente essere qualificate come estetiche. In altre parole, questa modalità di accesso all’etica provoca un soprassalto gioioso, che deriva da un contatto più profondo con l’Essere, e quindi con le sue caratteristiche trascendentali di Verità, Bontà, Bellezza (verum, bonum et pulchrum convertuntur, dicevano gli Scolastici).

In ogni caso, l'adesione spontanea all’etica quale elemento costitutivo della propria attività professionale che questo approccio comporta, senza manipolazioni e moralismi colpevolizzanti, dimostra che l'insegnamento dell'etica è possibile, e che esso non equivale a un indottrinamento.

Ma è possibile valutare se un processo di “esposizione all’etica”, come è appunto un corso di formazione, produce effettivamente i risultati attesi? Ed, eventualmente, in che modo effettuare la valutazione? Da quando si è passati dall’insegnamento informale a quello formale dell’etica professionale, ci si è spesso interrogati sull’efficacia dell’insegnamento e sui criteri di valutazione.

La formazione etica individua il dubbio come punto di partenza del ragionamento morale

Un contributo chiarificante è stato quello di mettere in evidenza che nel caso dell’etica professionale non si tratta di insegnare i valori morali, bensì il ragionamento morale. Ciò permette una verifica più obiettiva dell’eventuale cambiamento di valori e meno intrusiva nella soggettività dell'operatore sanitario.

Spingendosi più oltre nella linea del rispetto della soggettività, il Corso di Montecatini ha optato per la valorizzazione massima di questa dimensione e ha proposto che la valutazione dei risultati del Corso consistesse in una autovalutazione. Questa è stata tuttavia parzialmente strutturata e favorita mediante un espediente. All’inizio del Corso è stato fornito ai partecipanti un caso clinico (si trattava di una signora alla quale era stato diagnosticato un cancro del retto: la paziente aveva rifiutato l’operazione demolitiva e aveva chiesto al medico di non trasmettere l’informazione sulla sua malattia alla famiglia; successivamente, in occasione di un ricovero ospedaliero susseguente a un collasso, era stata operata su autorizzazione del marito, senza peraltro alcun miglioramento della sua speranza di vita).

È stato chiesto ad ognuno di individuare i problemi etici presenti nel caso in questione e di indicare un proprio suggerimento di soluzione. Alla fine del corso, passati cinque mesi di tempo, è stato di nuovo fornito lo stesso caso con l’identico compito relativo all’individuazione degli aspetti etici in esso presenti e al suggerimento di proposte di risoluzione dei conflitti. Redatta la risposta, a ognuno è stata restituita la prima versione ed è stata chiesta un’autovalutazione tramite confronto tra le due redazioni.

Scorrendo le autovalutazioni, si notano cambiamenti sia formali che contenutistici. Un cambiamento diventato evidente a molti partecipanti è il passaggio da uno schema di rigide certezze a una disposizione più fluttuante (“ero molto più schematico; le idee che avevo in

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campo etico erano chiare, i dubbi non molti. Ora mi trovo più dubbioso”: “Da alcune false certezze sono arrivato a una sana, dubbiosa incertezza”). Il dubbio viene individuate non come una situazione paralizzante, ma come un produttivo punto di partenza di un ragionamento etico.

L’incertezza non viene vissuta come angosciosa. Si può ipotizzare che ciò sia dovuto alla parallela acquisizione di un metodo. Molti partecipanti sottolineano, confrontando la propria analisi dello stesso caso a cinque mesi di distanza, il passaggio da una rigidità schematica e difensiva a una metodicità che può convivere con il dubbio (“sensazioni epidermiche si sono strutturate in modo più razionale e consapevole”; “ho acquistato un ordine mentale più razionale e meno emotivo”). È molto probabile che gran parte del merito vada attribuita all’appropriazione di un metodo di lavoro quale quello fornito dall’uso di un protocollo (in questo caso il “protocollo di Bochum”).

Esso si è rivelato particolarmente adeguato alle esigenze della discussione di un caso clinico in gruppo, con funzione di contenitore delle forti emozioni e dei coinvolgimenti personali che l’analisi etica dei casi sollecita.

Passando ai cambiamenti che i partecipanti hanno notato comparando i contenuti delle due successive analisi di un caso, l’indicazione univoca è quella dell’acquisizione di una maggiore sensibilità per il punto di vista del paziente e per il rispetto dei suoi valori. Il principio di autonomia è stato per alcuni sanitari, soprattutto medici, una vera e propria scoperta. Parallelamente si sono resi conto che il proprio comportamento relativamente agli aspetti etici era ispirato da un paternalismo sicuro del proprio buon diritto.

L’emergere di aspetti contenutistici nuovi è stato favorito anche dall’ampliamento di orizzonte, grazie al confronto con operatori della salute di diversa professionalità.

Il setting della discussione del caso in gruppo attribuiva uguale rilevanza a percezioni di aspetti umani, di vissuti, di gerarchizzazioni di valori che variavano da una professione all’altra. Il punto di vista medico era così confrontato con quello infermieristico, quello di un assistente sociale con quello di uno psicologo. Il risultato di questa pluralità di prospettive è stato vissuto dalla maggioranza dei partecipanti al corso come un fecondo arricchimento del proprio.

Domande a Sandro Spinsanti

Book Cover: Domande a Sandro Spinsanti
Part of the Bioetica sistematica series:

DOMANDE A SANDRO SPINSANTI, a cura di Noemi Romanelli

in Lievito del mondo

anno VIII, n. 2, ottobre 1985, pp. 5-9

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Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo

e soffiò nelle sue narici un alito di vita

e l'uomo divenne un essere vivente.

Il Signore Dio prese l'uomo

e lo pose nei giardino di Eden,

perché lo coltivasse e lo custodisse.

Genesi 2

D. Come redazione di una rivista rivolta a dei giovani, ci poniamo di fronte al tema della vita, con tutte le problematiche che, oggi più che mai, essa comporta nel mondo della scienza e dell’etica. Può darci degli elementi scientifici di base per situare, anche se nelle sue linee generali, un problema di fondo così importante, come quello relativo alla genetica?

R. Poco più di un secolo è trascorso da quando venivano scoperte le leggi che regolano la trasmissione dei caratteri ereditari. Ma in pratica soltanto nell’ultimo decennio è avvenuta l’accelerazione, grazie alla quale la genetica è diventata una frontiera per l’umanità, fonte di grandi speranze e di altrettanto grandi timori. Proprio come l’energia nucleare. L’accostamento ha fatto la fortuna dell’espressione «la bomba biologica».

La scienza dell’eredità, tenuta a battesimo dall’abate Mendel, non ha mostrato subito le potenzialità di cui era dotata. Le scoperte di Mendel, riconosciute solo all’inizio del secolo XX, sono apparse portatrici di conseguenze pratiche solamente per i fondatori dell’«eugenismo».

Questo è stato concepito come un progetto di migliorare la razza umana mediante un controllo della procreazione, favorendo la trasmissione dei caratteri ereditari auspicati e impedendo la riproduzione di quelli giudicati negativi. Il dizionario Larousse del XX secolo, pubblicato nel 1928, attribuiva come finalità alla «nuova scienza» dell’eugenismo quella di «eliminare gli indesiderabili» e di «conservare e perfezionare gli elementi sani e robusti».

Se le scoperte di Mendel sono la preistoria e l’eugenismo la storia antica, la storia moderna della genetica comincia con l’identificazione del modo in cui si trasmettono i cromosomi e la scoperta, realizzata da Watson e Crick nel 1953, della struttura molecolare del Dna. Gli anni seguenti furono segnati dal progressivo paziente studio del modo in cui il «messaggio» ereditario, contenuto nel Dna dei cromosomi sotto forma di una successione di geni, poteva essere tradotto in proteine. Si trattava però ancora di conoscere il processo come avviene in natura, senza mettervi le mani. La «manipolazione» segna l’ultima tappa del progresso della genetica: e siamo così all’attualità, anzi al futuro prossimo già cominciato.

Sono passati appena dieci anni — i primi lavori di questo genere sono del 1973 — da quando gli scienziati hanno messo a punto una tecnica per introdurre all’interno del patrimonio ereditario di una cellula un frammento di Dna estraneo, ottenuto mediante sintesi chimica. Tecnicamente si parla di Dna ricombinato. Si tratta di molecole di Dna costruite al di fuori delle cellule viventi, che vengono congiunte a segmenti di Dna, al fine di farli replicare in una cellula vivente.

Il profano ha difficoltà a capire la portata di questa

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intrusione dell’uomo nell'infinitesimamente piccolo. Impadronirsi della chiave del meccanismo con cui si trasmettono i caratteri ereditari significa poter smontare la catena del Dna e pilotarne la ricostruzione a volontà. In pratica, l’elica del Dna (quel lunghissimo filamento che contiene le istruzioni di crescita per ogni organismo) viene tagliata per inserire altri frammenti, con informazioni diverse, che modificano lo sviluppo della cellula. È un lavoro di microchirurgia, in cui il bisturi viene sostituito da enzimi che attaccano e incidono il Dna, mentre dei batteri trasportano i geni scelti per la ricombinazione.

Lo scienziato si è lanciato in un’audace esplorazione delle infinite possibilità che si aprono. Incroci tra le piante più diverse, nonché tra cellule vegetali e cellule animali; creazione di specie animali giganti o di nuove specie vegetali, come grano capace di crescere nel deserto... L’ingegneria genetica sembra essere la terra promessa, che risolverà il problema dell’alimentazione per tutta l’umanità. Oppure, cambiando scenario, può essere la causa di una catastrofe immane. E allora l’ingegneria genetica diventa un incubo. Un incubo, in questo caso, creato non dal sonno della ragione, bensì dalla ragione tecnica nel suo esercizio più vigile ed efficace.

Subito dopo aver messo a punto i procedimenti descritti, un allarme si è diffuso nell’ambiente degli scienziati. Nel luglio 1974 un gruppo di specialisti lanciava con una lettera aperta un appello all’autoregolazione e gli esperimenti di ingegneria genetica venivano congelati da una moratoria. Ma nella conferenza di Asilomar, in California, tenutasi nel 1975, veniva decisa la ripresa dei lavori. In seguito le regolamentazioni e le misure precauzionali prese dai governi si sono succedute con un ritmo discontinuo: a restrizioni e severi controlli hanno fatto seguito edulcorazioni permissive. Il pericolo paventato è che le manipolazioni genetiche portino alla creazione e moltiplicazione di germi patogeni nuovi, come potrebbe essere la produzione di batteri mutanti resistenti agli antibiotici. Dai laboratori d’ingegneria genetica potrebbero allora diffondersi malattie nuove, non trattabili con i mezzi medici in nostro possesso. Per conquistarsi l’opinione pubblica, l’ingegneria genetica si presenta sotto l’aspetto utilitaristico. Mentre la risposta al problema della fame è ancora a livello di progetto, sembra invece più vicina quella che riguarda la salute. Le bio-tecnologie hanno raggiunto infatti risultati considerevoli in campo terapeutico. Gli scienziati sono in grado di utilizzare organismi microscopici, come i batteri, per far loro fabbricare sostanze specifiche, dominando e dirigendo la loro capacità di realizzare reazioni chimiche tra molecole organiche estremamente complesse. Si possono così produrre sinteticamente vaccini o sostanze come l’insulina, l’interferone, le gonadotropine. La coltura delle «cellule trasformate» costituisce, in teoria, una fonte inesauribile di molecole proteiche. La bio-tecnologia si apre qui sulla bio-industria, suscitando comprensibili appetiti nelle case farmaceutiche.

D. In qual modo incidono, come sono interpretate, vissute, le continue ricerche e scoperte da un punto di vista etico? Rileggendo il libro della Genesi, è possibile oggi riuscire a «soggiogare, dominare, coltivare, custodire la terra»?

R. Il campo delle manipolazioni genetiche, con le sue applicazioni di bio-tecnologia e di bio-industria, richiede urgentemente che sia preso in considerazione il punto di vista dell’etica. La posizione della morale cattolica si muove tra l’accettazione e l’ammonimento alla prudenza. Non c’è, infatti, di fondo una preclusione di principio al dominio dell’uomo sulla natura. In linea con tutta la tradizione ebraico-cristiana, si può vedere nel progetto scientifico di comprendere i meccanismi della riproduzione e di intervenire in essi una forma di obbedienza al comando di dominare la terra e di sottometterla. Come afferma Bernhard Häring, la manipolazione non è un sinonimo di peccato: essa può avere anche un significato accettabile, come cambiamento pianificato della natura biologica a servizio dell’uomo.

Ma il compito di dominare la terra non è disgiunto dalla responsabilità di «custodirla». In questa prospettiva possiamo rileggere il discorso che Giovanni Paolo II ha tenuto all’Unesco nel giugno 1980. Non soltanto — ha richiamato il Papa — la ricerca scientifica e l’applicazione tecnologica devono avvenire nel pieno rispetto delle norme morali; ma la scienza deve essere accompagnata e controllata dalla saggezza che appartiene al patrimonio spirituale permanente dell’umanità. A questo punto dell’evoluzione la saggezza è necessaria non per vivere meglio, ma per sopravvivere. E ciò è vero non solo in riferimento alla bomba atomica, ma anche alla bomba biologica. Perplessità, dilemmi. La medicina moderna è anche quésto. Problemi che nascono dal suo straordinario sviluppo, dalle possibilità nuove che si sono aperte quando l’arte medica del guarire ha preso al suo servizio la tecnologia. Problemi di ordine morale, rispetto ai quali, cioè, ci si interroga su ciò che è bene e ciò che è male, ciò che va a vantaggio dell’uomo e ciò che lo danneggia. Solo in pochi casi il dibattito si apre al grande pubblico. Ciò è successo, ovviamente, a proposito del problema morale dell’interruzione volontaria della gravidanza e sta avvenendo attualmente intorno all’eutanasia e alla fecondazione artificiale (bambini in provetta). Questi grossi problemi rischiano però di monopolizzare tutto il dibattito, nascondendo la selva di interrogativi e dilemmi etici che attraversano tutto il mondo della sanità.

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D. Riguardo alla «bioetica» ci può fare un accenno a com’è nata, e ad alcuni tra i trattamenti, oggi più in uso, relativi alla vita?

R. Un vivace movimento di reazione a una medicina senza interessi etici e umanistici si è delineato negli Stati Uniti. Qualcuno afferma che quella che si è messa in moto è una rivoluzione nel modo di concepire la medicina. Per orizzontarci nel labirinto America seguiamo il filo d’Arianna che ci fornisce la «bioetica», cioè la nuova disciplina che si è formata per affrontare i problemi etici che nascono dalla biologia e dalla medicina contemporanee. Il Centro per la bioetica del Kennedy Institute of Ethics, nell'Università di Georgetown, a Washington, ne è il santuario, Università fondata dai gesuiti nel 1789.

Dirige il centro per la bioetica Edmund Pellegrino dagli inizi degli anni '60 e vede come primi protagonisti soprattutto assistenti spirituali e cappellani dei campus universitari e facoltà di medicina.

Nel 1968 fu fondata una «Society for health and human values». La società profuse un impegno senza pari in campo educativo, venendo a svolgere la funzione di università specializzata senza pareti. L’obiettivo di questo periodo pionieristico era quello di suscitare l’interesse e di stimolare progetti concreti all’interno delle scuole di medicina degli anni ’80, non esiste scuola medica o infermieristica in America che non faccia posto all’etica come parte integrante del curricolo di formazione dei professionisti della sanità.

Riguardo alla seconda parte della domanda, i trattamenti relativi alla vita e i problemi che ne derivano sono infiniti. Ne accenno alcuni.

Nasce un bambino con un deficit genetico e un gravissimo ritardo mentale. È affetto anche da una malformazione intestinale, che può, però, essere rimossa mediante una semplice operazione chirurgica. È un dovere morale operarlo? Oppure è meglio lasciarlo al suo destino, permettendo alla «natura» di fare il suo corso e di operare la «selezione naturale»?

Una persona affetta da cancro passa da una crisi all’altra; ogni volta la rianimazione intensiva la riporta in vita, ma la prospettiva che la attende è di andare incontro a sempre maggiori dolori con la perdita progressiva della coscienza e della capacità di decidere. Può disporre che, in occasione della prossima crisi, i medici non lo rianimino, rivendicando un «diritto a morire con dignità»?

Si sta sperimentando un nuovo farmaco. Per una conoscenza scientificamente sicura del suo effetto, bisogna che sia somministrato a un campione di pazienti, e che i risultati siano poi paragonati a quelli ottenuti con altri trattamenti terapeutici. È un diritto del paziente essere informato che si sta facendo un esperimento su di lui?

Quanto rischio si può far correre al paziente di somministrargli una cura meno efficace di un’altra, in considerazione del fatto che le conoscenze scientifiche acquisite da un esperimento andranno a vantaggio di altri pazienti in futuro?

Gli argomenti più delicati appaiono essere quelli dell’intervento medico nella riproduzione umana, del prolungamento artificiale della vita e dei progressi nelle neuroscienze, con la possibilità di alterare non solo l’umore, ma anche i pensieri e le emozioni.

Quanto al primo ambito di problemi, basti citare il dato numerico di 10.000 bambini l’anno che nascono per inseminazione artificiale. La Commissione, oltre a registrare il disaccordo sulla valutazione etica di questa pratica, denuncia la situazione caotica della legge a tale riguardo. Il caos giuridico ed etico che circonda l’inseminazione artificiale si amplia per ciò che riguarda la fertilizzazione in vitro, l’embryotransfer, il dono di ovuli e gli uteri in affitto.

D. Si può soffermare nell’ambito della procreazione in particolare, considerando la problematica che si pone a chi non riesce ad avere un figlio?

R. Quello che sta avvenendo nell’ambito della procreazione non ha antecedenti nella storia dell’umanità. La tecnologia applicata alla medicina sconvolge il nostro modo abituale di pensare la maternità-paternità e la figliolanza. Intorno alla procreazione le società hanno posto delle regole morali e delle norme giuridiche, che costituiscono come una griglia che protegge la delicata funzione di trasmettere la vita dagli abusi e dalla licenza.

Le barriere che ai nostri giorni vengono infrante non sono più soltanto quelle del diritto e della morale, bensì quelle che sembravano più inamovibili, perché poste dalla biologia stessa. Per fare un figlio

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era pur sempre necessario un rapporto sessuale tra un uomo e una donna, per quanto clandestino e irregolare potesse essere. Oggi non è più così. Il legame tra sessualità, corpo e riproduzione si è sciolto. Inseminazione artificiale, fecondazione in vitro, dono del seme e dell’ovulo, trapianto degli embrioni, locazione dell’utero, inseminazione post mortem, le «vicende dell’amore e del caso», che erano il tradizionale bersaglio delle farse sul matrimonio, impallidiscono di fronte a ciò che i metodi di procreazione artificiale hanno reso possibile.

E pazienza se si trattasse solo di farse o di rebus per i giuristi (di chi è figlio il bambino concepito in provetta con l’ovulo di una donna, impiantato nell’utero di un’altra donna portatrice e partorito da questa, per essere consegnato alla committente?). Talvolta purtroppo le commedie sfociano in drammi. Succede, infatti, che il bambino, concepito per inseminazione artificiale ricorrendo al seme di un donatore anonimo, col consenso del marito, venga successivamente disconosciuto come proprio figlio da quest’ultimo: il bambino si troverà così a non avere padre. Ancor peggio, il bambino può venirsi a trovare nella situazione di non avere né un genitore maschile, né uno femminile. È successo in alcuni casi in cui il bambino, «commissionato» a una donna locatrice del proprio utero, è nato malformato ed è stato rifiutato tanto dai committenti, quanto da colei che lo aveva generato. In casi più benevoli il neonato è stato conteso dalla committente e dalla madre per procura, convertitasi alla maternità durante la gravidanza. Quanto basta, insomma, per convincere della necessità di intervenire con misure legislative in un campo così nuovo, soprattutto per tutelare i bambini procreati con i metodi artificiali.

Trovare leggi giuste e sagge è certamente un’urgenza del momento. Ancor più importante appare però l’inizio di una valutazione morale serena delle tecnologie applicate alla riproduzione. Proprio qui incontriamo invece le maggiori difficoltà. Quello che tende a prevalere è un giudizio emotivo. Dopo la minaccia dei fisici, ecco spuntare quella proveniente dai biologi, accusati di contribuire alla distruzione dell’umanità con le loro manipolazioni del substrato biologico. Tutte queste pratiche vogliono essere essenzialmente una risposta all’infertilità. Questa prospettiva getta un’altra luce sull’insieme delle procedure in questione. Bisogna tentare anzitutto di immaginare la portata di una sofferenza legata all’assenza di un bambino, quando è ardentemente desiderato. Per rimediare a questa tragica incapacità di generare, ci sono uomini e donne disposti a tutto. E questa non è solo una caratteristica dei nostri contemporanei. Viene spontaneo in questo contesto ricordare le mogli dei patriarchi biblici. Sara, sterile, ordina ad Abramo di darle un figlio unendosi alla propria schiava Agar: «Vedi, il Signore mi ha impedito di dare alla luce dei figli, va’, ti prego, dalla mia serva, forse potrò avere prole da lei» (Gen. 16, 1). Dopo due generazioni, la stessa strategia è ripetuta da Rachele.

Il dramma intimo della sterilità è per lei ancora più drammatico: «Dammi dei figli — dice a Giacobbe — altrimenti ne morirò». E anche lei propone al marito: «Ecco la mia serva Bilha: entra in lei, essa partorirà sulle mie ginocchia e io pure avrò figli per mezzo di lei» (Gen. 30, 1-3).

La sofferenza spirituale per l’impossibilità di avere un figlio è dunque la stessa, oggi come ieri. Con in più, per gli uomini e le donne del nostro tempo, il rifiuto della frustrazione dei propri desideri e l’abolizione della parola «rassegnazione» del vocabolario. Per chi vuole un figlio ad ogni costo, non c’è prezzo che lo trattenga. C’è chi paga un prezzo in lunghi ed estenuanti esami medici, peregrinazioni presso gli specialisti del mondo intero, operazioni chirurgiche ripetute. E c’è chi è disposto a pagare un prezzo in denaro. L’aspetto economico di certe maternità per procura è in sé un elemento secondario, che però suscita grande sensazione e rischia di monopolizzare tutto il discorso. L’opinione pubblica è rimasta molto scossa alla notizia che ci sono uomini che offrono il loro seme per l’inseminazione artificiale dietro compenso; e ancor più che delle donne si lasciano fecondare per conto di una donna sterile e si fanno pagare per portare il bambino fino alla nascita. L’immagine della maternità diventata una merce provoca uno shock: la concezione sacrale della madre, che fa parte del nostro retaggio culturale, viene brutalmente modificata. In un mondo dove tutto si compra e si vende, si vorrebbe che almeno la generazione dei figli rimanesse immune dal denaro. L’assunto implicito è che tutto ciò che dipende da rapporti di denaro sia corrotto, mentre la relazione gratuita fa cadere le obiezioni.

L’atteggiamento del rifiuto del denaro, in particolare per rimunerare la madre sostituta, ha indubbiamente una parte di verità istintiva. È doveroso però ascoltare le controargomentazioni dei fautori della maternità per delega. I quali rifiutano l’etichetta svalutante di «uteri in affitto» affibbiata alle donne che accettano di portare un bambino per conto di una donna che non può farlo (per mancanza di utero, per esempio). In realtà, non si può parlare né di affitto, né di prestito. Si tratta di una donna che si separa per sempre da un bambino che ha portato, con cui ha scambiato delle informazioni biologiche e tessuto dei legami, che è vissuto in lei e ha risposto alle sue sollecitazioni. È una donna che si autorizza ad avere una gravidanza, una gestazione e un parto, senza accettare di essere madre dopo il parto.

Questo, e non tanto il denaro che eventualmente entra nella transazione, è il cuore del problema. Finora la maternità era un tutto composto di alcuni elementi concatenati: produrre un ovulo, essere fecondata, portare il feto per i nove mesi della gestazione e partorirlo, allevare il bambino. Ora è possibile scindere la sequenza che tradizionalmente costituiva il «fare un figlio». Donne diverse possono intervenire in ciascuna delle fasi; l’aspetto biologico si scinde da quello volitivo-affettivo-spirituale. È questa la vera

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posta in gioco, che modifica il modo abituale di concepire la maternità. Su questo tema dovremmo essere chiamati a confrontarci e a decidere.

D. In questa linea ci può fare un accenno sull’adozione?

R. Le maternità sostitutive dietro pagamento non fanno che rendere più esplicito un fenomeno che è già ampiamente presente nella nostra società: la disponibilità di alcune persone a passare sopra alla paternità-maternità biologiche, a favore di quella adottiva, educativa, affettiva. È un atteggiamento al quale viene attribuito un carattere di nobiltà, quando si esprime attraverso l’adozione, oppure di turpitudine, quando ricorre all’acquisto illegale di un bambino da rendere proprio figlio. La compravendita dei neonati è un fenomeno sommerso, ma tutt’altro che raro. Diminuite o rese più difficili giuridicamente le possibilità di adozione, la volontà di avere un figlio a ogni costo non recede neppure di fronte a pratiche condannate dalla legge e dalla sensibilità morale comune.

La società, chiamata a decidere se dare o no diritto legale di cittadinanza alle nuove tecnologie riproduttive, si trova confrontata in primo luogo non con l’avidità e il cinismo dei mercanti, ma con il desiderio esasperato di maternità-paternità, disposto ad ignorare i legami che una volta si dicevano della carne e del sangue, e che oggi si chiamano genetici, a favore dei legami del cuore.

Che la generazione spirituale sia possibile lo dimostrano gli innumerevoli casi di adozione felicemente riuscita. E non saranno certo i cristiani a dimenticarlo, che hanno in Gesù e nella «Sacra Famiglia» la più clamorosa trasgressione alla concezione biologica della generazione !

Le nuove pratiche ci inducono a riflettere più profondamente sull’adozione che è implicita in ogni processo generativo. Intanto perché un padre e una madre che mettono in comune la metà del proprio patrimonio cromosomico per avere un figlio non ottengono mai un bambino come copia identica di se stessi, ma il risultato di una roulette genetica. Questo bambino, in parte simile e in parte diverso ― a cominciare dal sesso, che è anch’esso parte di questo gioco delle probabilità —, dovranno poi in qualche modo «adottarlo», perché diventi figlio proprio. Ma affinché la generazione riesca e sia completa, l’«adozione» è necessaria anche dall’altra parte. Il figlio, che non ha scelto i propri genitori, dovrà «adottarli»: e perché questo avvenga, i genitori dovranno dimostrarsene degni.

Questa dimensione affettiva e spirituale fa parte integrante del processo della trasmissione della vita umana. La separazione dell’aspetto biologico da quello relazionale, resa possibile dalle nuove tecnologie, ci aiuta a ricordarlo. Ma in quanto umanità siamo così evoluti da poter impunemente sganciare la generazione spirituale da quella biologica? Siamo talmente «figli del Regno» da poter considerare nostri padri-madri-fratelli-sorelle coloro che fanno la volontà di Dio, piuttosto che quelli con i quali condividiamo una manciata di cromosomi? La litigiosità meschina tra genitori che, stando alle cronache, si sviluppa intorno a tanti bambini nati con l’aiuto della tecnologia ci avverte che questo traguardo spirituale l’umanità non l’ha ancora conseguito.

L’opinione pubblica di diversi Paesi è sufficientemente allarmata dal diffondersi delle pratiche di riproduzione artificiale perché le autorità pubbliche possano rinunciare a intervenire con i mezzi che sono loro propri. In Italia una circolare del ministro della Sanità ha recentemente ristretta la pratica dell’inseminazione artificiale negli ospedali e strutture pubbliche ai coniugi e conviventi; viene perciò esclusa l’inseminazione con donatore esterno alla coppia. Una commissione è nel frattempo al lavoro per preparare una legge che tuteli la dignità della persona umana e la salute psico-fisica del nascituro nei confronti di situazioni di paternità e maternità ignota o incerta. La funzione principale della legge è di sottrarre il bambino al gioco sinistro di appropriazione che può scoppiare tra i genitori e impedire che, per eccesso opposto, resti sprovvisto di una tutela genitoriale.

Il compito della riflessione etica che accompagna le nuove pratiche della riproduzione artificiale è invece più ampio: deve ricordare che non è tanto il contenuto materiale dell’atto ciò che conta, quanto piuttosto i valori che lo sottendono. Deve anche favorire l’azione responsabile, che è quella in cui, prima di agire, ci si domanda quali beni e quali mali quell’atto procurerà a tutte le persone che vi sono interessate. Questa riflessione etica non l’attendiamo da alcuni specialisti, che pensino al posto degli altri, ma da tutta la comunità civile, coinvolta in una trasformazione culturale di enorme portata.