Vita fisica

Sandro Spinsanti

VITA FISICA

in Diaconia - Etica della persona

a cura di Tullo Goffi - Giannino Piana

Queriniana, Brescia 1983

pp. 127-267

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 I.

LA NORMATIVITÀ ETICA NEL CAMPO BIO-MEDICO

INTRODUZIONE - L’istanza etica nelle professioni sanitarie

Una continua riflessione etica accompagna l’insieme delle professioni rivolte alla cura della salute, in particolare la professione medica. L’aspirazione ad essere non solo un medico, ma un «buon» medico, è una costante che, lungo tutta la storia della medicina, corre parallelamente ai progressi dell’arte sanitaria. I criteri per stabilire che cosa costituisca la «bontà» di chi si dedica alla cura delle malattie variano da cultura a cultura, così come si evolvono nel tempo anche all’interno di una stessa tradizione culturale. Gli ideali personali e i valori morali si intrecciano con le richieste sociali; le norme che si ispirano alla religione con quelle che si fondano sulla ragione. Per misurare la complessa varietà di questo «di più» che si richiede a chi svolge una professione sanitaria, basta pensare alle diverse forme letterarie che ne sono state l’espressione e il veicolo: preghiere (come quella apocrificamente attribuita a Mosè Maimonide, ma autentica espressione dei valori trasmessi dalla tradizione giudaico-cristiana), giuramenti (dal capostipite, che reca il nome di Ippocrate, al giuramento che il Soviet supremo ha imposto ai medici russi), codici deontologici, civili e penali.

Il criterio scelto, volta a volta, per stabilire delle norme può essere religioso o razionale; l’istanza obbligante può essere la coscienza, la società o il corpo professionale. Conseguentemente, variano anche la qualità e la forza delle sanzioni. La «bontà» deontologica è diversa da quella che deriva dalle più alte aspirazioni morali ispirate dalla religione; tuttavia, nella loro diversità, si richiamano e si integrano a vicenda. In questa prospettiva la morale medica cristiana si presenta come un insieme di esigenze che, pur derivando la loro forza obbligante dalla rivelazione

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divina in Gesù Cristo, sono intimamente connesse con le altre istanze etiche.

Neppure la morale medica, tuttavia, esaurisce le esigenze connesse con un esercizio delle professioni sanitarie pienamente connaturato con il suo oggetto, che è l’uomo sofferente. Anche la migliore morale medica ha dei limiti intrinseci. È costruita su casi astratti e lascia fuori il vissuto personale, l’angolatura particolare che le vicende del corpo assumono per il fatto di essere inserite in un’esistenza individuale. Senza che sia infranto formalmente nessun caposaldo della morale, il trattamento del malato, specialmente nella struttura ospedaliera, può diventare una ruota che stritola la dignità della persona, causa sofferenze e umiliazioni, provoca addirittura alterazioni della personalità.

Il fronte su cui i cristiani sono chiamati a schierarsi è quello di una medicina per l’uomo intero. La medicina scientifica, pur con i suoi meriti indiscutibili, è viziata da un presupposto positivista. Per ricondurre la malattia a qualcosa di obiettivo, da spiegare sulla base delle leggi fisico-chimiche che regolano i fatti della natura, ha escluso la considerazione dell’uomo malato. Tutti i caratteri storici e personali della malattia sono messi tra parentesi: il malato interessa solo quando è ridotto a un «caso» clinico. La medicina non è organizzata intorno all’uomo malato, ma intorno alia malattia, o piuttosto all’organo malato. Lo si può vedere dal modo come è disposto l’ospedale tipico: le malattie vengono suddivise per reparto come le merci in un supermercato; e i medici, passando di letto in letto come tecnici a una catena di montaggio, si dedicano a scoprire le cause del guasto per riparare l’organo malato.

Oggi c’è un bisogno diffuso di superare la concezione meccanicista della malattia. L’oggetto proprio della medicina non sono i singoli organi che non funzionano, ma l’uomo malato, inteso come una totalità. La tradizione filosofica cristiana ha espresso questo punto di vista parlando dell’uomo come persona. Il contributo che i cristiani possono portare a un'umanizzazione della medicina va al di là di una specifica morale medica, per diventare una proposta di «medicina della persona», che si ispiri all’antropologia cristiana. Più che una prassi medica accanto alle altre, la medicina della persona è uno spirito con il quale la medicina deve essere praticata. Include la tecnica, pur non limitandosi ad essa; presuppone l’apertura alla conoscenza antropologica moderna, ma non vi si identifica. L’antropologia cristiana ha una propria, irriducibile specificità, che diventa a sua volta una fonte di normatività, o quanto meno di esigenze pratiche, nel campo bio-medico. Essa porta nella prospettiva della «totalità» (od olistica) un punto di vista ancora più ampio, che colloca l’uomo nell’ascolto di una chiamata. Il cristiano lo ha imparato

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da Gesù, il terapeuta. Il quale, nel calore dell’incontro interpersonale, curava uomini malati, non riparava macchine organiche; e al tempo stesso collocava la vita degli individui nell’orizzonte del Regno di Dio.

1. L’ethos professionale

1.1. Il giuramento di Ippocrate nel contesto storico

Il giuramento di Ippocrate appartiene a quei documenti che costituiscono il nucleo essenziale del patrimonio spirituale dell’Occidente. Sono poche righe, estremamente concise, specchio di una prassi medica segnata dal tempo. Tuttavia hanno attraversato i secoli, sempre continuamente citate come portatrici di un ideale che trascende il' proprio tempo e la propria cultura. Il giuramento ha contribuito in modo determinante a far diventare Ippocrate un eroe culturale in tradizioni tutt’altro che inclini all’ecumenismo: cristiani ed ebrei, musulmani e illuministi gli hanno unanimemente tributato un rispetto che confina con la venerazione. Giuramento ippocratico ed etica medica sono diventati due concetti correlati, un binomio inscindibile. Tuttavia, quante ombre dietro questa apparente luminosità!

La realtà storica del giuramento è probabilmente molto diversa da quella immaginaria che ha permesso nei secoli di renderlo simbolo delle più alte idealità che possono ispirare il medico nella sua professione. Presentando una moderna edizione del giuramento, il curatore faceva un, bilancio della situazione dal punto di vista storiografico: «Qual è la data del giuramento? è mutilato o interpolato? chi faceva il giuramento: tutti i medici o solo gli appartenenti a una corporazione? quale forza obbligante c’è dietro la sua sanzione morale? era una realtà o un semplice ‘consiglio di perfezione’? L’onesto ricercatore deve dire di non saperne nulla» 1. In seguito, studi storici di grande valore hanno portato un po’ di luce su alcuni di questi interrogativi. I risultati della ricerca storica mettono in crisi molti luoghi comuni circa l’origine, il significato e l’utilizzazione del giuramento.

Passiamo brevemente in rassegna le principali acquisizioni, dovute principalmente agli studi di Edelstein e Sigerist 2. Sono problemi che

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non interessano solo gli eruditi, ma tutti coloro che si interrogano sul rapporto tra etica e medicina. Rituffandoci nelle origini, nel momento in cui per la prima volta la cultura occidentale ha intuito il legame e ha cercato di formularlo, ritroviamo lo stato germinale di ciò che si configurerà come «ethos» medico.

È opportuno, in primo luogo, considerare il contenuto e la struttura del giuramento. Dopo l’invocazione degli dei — Apollo, Esculapio, Igea e Panacea —, la prima parte è dedicata ai doveri verso la famiglia del maestro. Colui che giura si impegna a condividere i propri beni col maestro e a considerare i figli di lui come propri. La seconda parte è il vero e proprio codice etico, che enumera i doveri che il medico si assume verso i pazienti. È costruito in modo simmetrico. Al centro troviamo la sola affermazione positiva di tutto il giuramento: «conserverò casta e pura da ogni delitto sia la mia vita che la mia arte». È preceduta da tre proibizioni: non recare danno o ingiustizia al malato, non somministrare a nessuno medicine letali, non provocare rimedi abortivi alle donne. La clausola di purità è seguita da tre altre proibizioni: non praticare la chirurgia, non avere rapporti sessuali con nessun membro della famiglia del paziente, non divulgare segreti uditi nell’esercizio della professione. L’ultimo paragrafo, infine, indica che la ricompensa per l’osservanza del giuramento sarà la fama e la buona reputazione, il disonore invece colpirà lo spergiuro.

La nobiltà dei propositi giurati non paralizza il senso critico dello storico. Per il quale le clausole del giuramento presentano dissonanze vistose con quanto egli conosce circa la pratica della medicina nella Grecia classica. L’enigma più evidente è quello dell’esercizio della chirurgia. Sappiamo con certezza che il medico ippocratico era anche chirurgo. Anzi, gli scritti chirurgici sono tra i migliori del Corpus Hippocraticum, e sono spesso attribuiti al maestro stesso. Un problema presenta anche la clausola dell’aborto: come conciliare questa proibizione con il fatto accertato che l’aborto era generalmente praticato in Grecia, non solo dalle levatrici ma anche da medici ippocratici, che era accettato dalla società e perfino raccomandato dai maggiori filosofi, come Platone? Anche per quanto riguarda l’eutanasia la clausola del giuramento è in contrasto con quanto sappiamo della civiltà greco romana. Il suicidio,

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soprattutto per influenza dello stoicismo, era generalmente accettato; conosciamo molti casi in cui il veleno è stato somministrato da medici.

Queste contraddizioni patenti rendono impossibile allo storico sottoscrivere l’immagine del giuramento come strumento, già in uso al tempo di Ippocrate, per inculcare al medico un’etica particolare, impregnata di idealismo o di filantropia, che lo impegna per il fatto stesso di abbracciare la professione medica. I discorsi convenzionali che si fanno sul giuramento ippocratico come simbolo di un ethos perenne, soggiacente a tutte le trasformazioni morali ed etiche, al quale il corpo medico si sarebbe sempre attenuto fino dagli albori della civiltà greca 3, non hanno un riscontro storico. Già in una prima ricognizione di quanto è storicamente appurato Jones escludeva che il testo trasmessoci dalla tradizione possa essere considerato come un giuramento da deporre obbligatoriamente per essere ammessi nella corporazione dei medici asclepiadi 4. La prima parte del giuramento, sotto forma di un accordo contrattuale, lega l’aspirante medico al maestro e alla sua famiglia, non a una corporazione. Se non si tratta, dunque, di un giuramento corporativo, qual è la sua natura? Le ipotesi formulate da Jones, e confermate poi dagli studi successivi, partono dalle informazioni storicamente attendibili che possediamo sull’età classica. Sappiamo da Platone (cfr. Protagora 311 B) che i medici insegnavano la medicina ai loro figli, e che Ippocrate insegnava ad altri discepoli dietro compenso. Siamo inoltre informati che nel periodo migliore della medicina greca c’erano delle scuole esclusive che restringevano il loro insegnamento ai membri di un clan (genos) e ad esterni, che venivano in qualche modo adottati. È probabile che questi membri adottati facessero un giuramento e firmassero un contratto legale. Gli studenti apprendisti venivano in qualche modo assunti nella famiglia e assumevano diritti e doveri dei membri della famiglia. Il giuramento, accordo privato tra il maestro e l’apprendista, definiva le relazioni tra quest’ultimo e la società in cui entrava, nonché le regole di condotta a cui quella società si attendeva che egli si conformasse. Nel corso del tempo può essersi evoluto un formulario, non proprio stereotipato e universale, ma con omissioni, alterazioni o addizioni, per adattarsi

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al periodo, alla scuola o al luogo. Nello schema, oltre alle promesse fatte al maestro, erano incorporate le clausole che avevano come oggetto la probità e l’onore medico. Questa l’ipotetica evoluzione del giuramento, la sua funzione e il suo contenuto originari.

Tuttavia il giuramento che la tradizione ci ha consegnato, attribuendolo a Ippocrate, non può essere identificato con il giuramento ipoteticamente in uso nelle scuole ippocratiche del V e IV sec. a. C. Le clausole etiche che definiscono il rapporto del medico col malato, infatti, sono inconciliabili con ciò che conosciamo della pratica medica nel mondo classico. Sigerist è perentorio: «La spiegazione di tutte queste contraddizioni è semplicemente che il giuramento ebbe origine in un ambiente che era totalmente differente da quello di Cos o di Cnido: cioè in un ambiente filosofico, tra i Pitagorici» 5. Egli fonda la sua opinione sugli studi più conclusivi sull’argomento, che sono quelli condotti da Edelstein. A differenza di chi considera il giuramento come un messaggio di validità universale, unanimamente accettato nell’ambito della grande medicina greca dell’epoca classica, Edelstein lo fa risalire a un gruppo che rappresentava un piccolo segmento dell’opinione greca. Gli scritti medici, dall’epoca di Ippocrate a quella di Gallieno, dimostrano la violazione sistematica e costante di quasi tutte le ingiunzioni del giuramento. Soltanto verso la fine dell’epoca classica avvenne un profondo cambiamento, le cui radici affondano nella filosofia pitagorica, che cominciò a definirsi verso la fine del IV sec. a.C. La filosofia pitagorica includeva ideali di giustizia, fortezza, purezza e santità, e di rispetto della vita. Al greco medio non possiamo attribuire un rispetto della vita come valore. Basti pensare all’esposizione di bambini deboli o deformi, pratica diffusa non solo a Sparta, ma anche ad Atene. C’erano tuttavia gruppi religiosi nella società greca, specialmente orfici e pitagorici, i quali, forse sotto influenza indiana, nutrivano un profondo rispetto per la vita. Nel loro ambito ci si ispirava a una moralità più stretta rispetto all’etica platonica e aristotelica, o alla pratica medica comune. Il giuramento ippocratico è storicamente attendibile solo se lo consideriamo come un prodotto dall’etica pitagorica, applicata alla medicina. Il suicidio e l’aborto erano condannati dai pitagorici; di conseguenza, fu considerato non etico per il medico prestare la propria mano per azioni che conducevano alla distruzione della vita. La chirurgia fu separata dalla medicina generica. Il medico che si ispirava alla nuova filosofia poteva così lasciare al chirurgo lo spargimento del sangue e il rischio che il paziente morisse sotto il bisturi. In tate ambiente il giuramento cominciò a diventare popolare. I medici pitagorici potrebbero averlo redatto come un programma

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di riforme, e forse anche come protesta contro le pratiche correnti. In seguito fu considerato opera del grande Ippocrate, così come gli furono ascritte le opere mediche della biblioteca di Alessandria, ricorrendo a un processo di accreditamento comune nell’antichità. Il suo studio divenne parte del curriculum medico, idealmente la prima opera con cui lo studente di medicina si familiarizzava. I commentatori supposero che il maestro avesse scritto il giuramento come primo dei suoi libri e imposero al principiante di leggere questo trattato per primo 6.

La scuola pitagorica fece il ponte tra il paganesimo e il cristianesimo, il quale doveva cambiare i fondamenti della civiltà antica. Il cristianesimo si trovò in accordo con i princìpi pitagorici relativi alla vita e alla medicina. E proprio alla sua consonanza con il cristianesimo il giuramento ippocratico deve il successo che lo fece diventare il nucleo di tutta l’etica medica. Appena menzionato in epoca precristiana, godette invece di popolarità una volta entrato nell’area culturale cristiana. I padri della chiesa abbondarono nelle lodi di Ippocrate e della sua regolazione pratica della medicina 7; in seguito Ippocrate fu egli stesso considerato come un «padre della chiesa» dai medici, e la sua autorità mai rimessa in discussione. L’ideale etico che traspare dal giuramento fu proiettato sugli altri scritti, e in genere su tutta la medicina dell’antichità. Emergeva così la figura del medico come «filantropo», che si impegnava con un giuramento di dedicarsi al servizio dei malati. Ma la finalità del giuramento medico era realmente la «filantropia»? Ulteriori precisazioni vengono dalle ricerche storiche recenti. Alcune indicazioni possono essere ricavate dall’analisi sia del contenuto che della struttura del documento. Le clausole tengono a stabilire non quello che il medico dovrebbe fare per essere un buon medico, ma le azioni dalle quali astenersi. Il fine è quello messo in rilievo dall’unica clausola positiva, posta architettonicamente al centro della seconda parte: conservare la vita pura per accrescere la propria «reputazione» (doxa). Sigerist ha particolarmente insistito su questa finalità del giuramento e dell’etica medica greca 8. Il medico era costretto ad occuparsi della propria reputazione, e ciò in forza delle condizioni della pratica medica dell’antichità. Il medico era, in pratica, un artigiano; esercitava la sua arte (techne) come gli altri artigiani, passando da un luogo all’altro. La buona reputazione e la fama che lo precedevano erano condizioni indispensabili per l’affermazione professionale 9.

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Non esistendo nessuna licenza per praticare la medicina concessa dallo stato o da altra organizzazione, la reputazione era la sola credenziale che il medico possedesse. L’acquistava con l’apprendimento, l’abilità, la coscienziosità, la corretta prognosi, e in generale conducendo una vita onesta. Il giuramento si colora così di una luce utilitaristica. Comprendiamo quindi perché, ai fini della reputazione, il medico si allineasse mediante il giuramento con le posizioni etiche più rigide, come quelle diffuse dai pitagorici, che richiedevano dal medico più di quanto gli imponevano la morale e la pratica corrente.

Queste precisazioni storiche fanno forse scendere il medico che nell’antichità usava il giuramento ippocratico dal piedistallo del semidio filantropico, ma gli conferiscono anche, a suo vantaggio, uno spessore di umanità che lo rende più credibile. Anche attraverso la porta della ricerca della reputazione — non certo l’ideale più sublime che possiamo concepire dal punto di vista etico — entrava nella cultura il principio che la medicina è un’arte in cui la conoscenza è inseparabile dalla moralità. Cominciava così a delinearsi la figura del medico come vir bonus sanandi peritus.

Le conoscenze storiche acquisite ci mettono in grado di tracciare un quadro meno aprioristico dell’evoluzione dell’ethos medico nel mondo greco-romano, e del ruolo svolto dal giuramento ippocratico 10. Non c’è dubbio che il mondo classico sia arrivato a formulare l’ideale che deve ispirare il medico, e gli obblighi che acquisisce verso il malato, nei termini di misericordia, solidarietà, fratellanza universale: in una parola, come un’«etica della filantropia». Tuttavia questo ideale non è stato l’unico, né si è imposto in tutto l’ambiente medico. Nell’epoca classica della civiltà greca il comportamento del medico non si ispirava agli obblighi verso l’umanità. La «filantropia» negli scritti ippocratici (V sec.) è intesa come gentilezza e buone maniere, contrapposta alla misantropia. I suggerimenti impartiti al medico riguardano i comportamenti più efficaci da tenere nel corso del suo lavoro, al fine di conseguire la fiducia del paziente e distinguersi dai ciarlatani. In altri termini, si tratta più di «etichetta» medica che di etica. L’ethos medico è quello di una corretta prestazione esterna. L’età classica, come risulta dagli scritti platonici, giudicava il lavoro manuale sulla base della competenza e dell’efficienza. Nessuna idealizzazione esaltava la medicina sopra le altre professioni: era considerata un’arte come le altre, estranea a valori come l’intenzione interiore e il cuore.

Il secondo stadio dell’evoluzione dell’ethos medico presuppone la trasformazione spirituale che si è espressa nell’insegnamento pitagorico

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e nella filosofia stoica, che considerava possibile a ogni stato di vita seguire le regole dell’etica. Anche l’ethos dell’artigiano medico fu riformulato in accordo con vari sistemi filosofici. Nell’arco di tempo che si estende dal IV sec. a.C. al II sec. d.C. la medicina è stata elevata al rango di arte filantropica. La moralità della prestazione esterna, caratteristica dell’epoca classica, cede ora alla moralità dell’intenzione: il medico, secondo Gallieno, non può non essere filosofo. Sorge così l’umanesimo medico dell’antichità. La sua espressione letteraria sono gli scritti deontologici del Corpus Hippocraticum: il giuramento in primo luogo, ma anche i Precetti, Sul medico, Sul decoro. Composti in epoca ellenistica o addirittura cristiana, rispecchiano l’ideale completo del medico come amore dell’umanità, filantropia. A un’analisi più accurata si riconoscono nei vari scritti sfumature filosofiche diverse. Così nello scritto Sul medico predominano le virtù della scuola aristotelica: il medico deve essere onesto, prudente, gentile. I Precetti e Sul decoro rivelano valori stoici, come la saggezza e la scelta razionale. Negli scritti di Scribonio Largo — il quale, incidentalmente, è il primo autore a menzionare il giuramento ippocratico nella prefazione al Compositiones: I sec. d.C. — l’etica della prestazione esterna e dell’intenzione interiore sono diventate ormai un’unità inseparabile. L’umanesimo stoico trasmesso da Cicerone diventa per Scribonio Largo il fondamento di specifiche virtù professionali. Il medico come filantropo deve simpatia (misericordia) e umanità (humanitas) a ognuno dei suoi malati, sulla base della fratellanza tra gli uomini. L’amore dell’umanità diventa la virtù professionale del medico.

Anche se l’umanesimo medico è rimasto ristretto a una piccola minoranza di medici, resta tra gli ideali più sublimi concepiti dall’antichità. Il giuramento di Ippocrate assume il suo pieno significato solo se interpretato nel modo in cui fu compreso da Scribonio e dai suoi successori. E proprio perché ci è stato consegnato dall’antichità incastonato nell’ideale dell’etica della filantropia, di cui si è fatto supporto, ha potuto costituire nel corso dei secoli un punto di riferimento costante.

1.2. La tradizione e l’uso moderno del giuramento

La ricerca storica contemporanea ha esteso lo studio dei trattati ippocratici, oltre alla loro origine e alla formazione del Corpus Hippocraticum, anche al ruolo che hanno svolto nella storia del pensiero e della pratica medica 11. Ippocrate è stato, nelle epoche e culture più diverse, lo schermo

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di proiezione di un ideale, la perfetta incarnazione dell’atteggiamento medico volta a volta ritenuto più appropriato, spesso molto lontano dalla pratica effettiva dei medici del tempo. Il giuramento a lui attribuito ha contribuito in modo determinante alla cristallizzazione dell’etica medica attorno al suo nome.

L’opera degli storici, che ha portato a profonde revisioni del quadro oleografico che vedeva nella professione medica dell’antichità un gruppo omogeneo di guaritori con nobili intenzioni, dediti ai sublimi ideali del «sacro giuramento», non ha risparmiato neppure le visioni più convenzionali relative al medioevo. Lo standard etico del medico durante l’epoca che si estende dalla disgregazione dell'Occidente fino alle prime regolazioni ufficiali della professione, ad opera di Federico il, risulta notevolmente poco elevato. I medici non erano soggetti né a misure penali e legali, né all’organizzazione di una corporazione universale. Durante il primo medio evo i medici furono esposti a due influenze divergenti, che abbiamo già visto operanti nell’antichità; una idealistica, l’altra pratica: in altri termini, «etica» ed «etichetta». L’etichetta medica quotidiana che troviamo nei trattati dell’epoca 12 consiste in ammonizioni al medico a evitare eccessi di vino e ostentazione nell’abbigliamento, all’esercizio della pazienza con malati difficili, a non dar prova di avarizia nell’esigere il pagamento delle tariffe. Le motivazioni del comportamento medico quotidiano non dimostrano un orizzonte più alto di quello dell’opportunismo. Anche nell’ambito della cristianità, il comportamento concreto del medico si modella secondo criteri che chiameremmo secolari. Per quanto riguarda l’etica, invece, gli scritti a nostra disposizione combinano gli ideali ippocratici (in senso filantropico) con quelli cristiani. Si configura cioè un «ippocratismo cristiano», in cui i precetti ippocratici — in particolare le ingiunzioni circa la somministrazione di veleni, l’aborto e la violazione della fiducia del paziente — non costituivano un codice di condotta imposto da un’istanza professionale dotata di autorità, ma piuttosto un insieme di ideali che il medico di nobili intenzioni era esortato a seguire. La forma più vistosa dell’ippocratismo cristiano è la revisione del giuramento «in modo che un cristiano possa giurarlo» 13. L’invocazione ad Apollo e alle altre divinità viene sostituita

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con quella della Trinità; cadono le clausole relative all’esercizio della chirurgia e alla condivisione dei beni e conoscenze con i membri della famiglia del maestro; permangono invece le proibizioni tradizionali relative a veleni, aborto e divulgazione dei segreti. La modifica della parte del giuramento concernente i rapporti tra maestro e discepolo può essere interpretata come superamento di una concezione elitaria, incompatibile con l’universalismo cristiano. Più radicalmente, le clausole che codificano gli obblighi assunti dal discepolo all’essere cooptato nella famiglia del maestro non avevano più ragione di esistere, essendo cambiate le modalità dell’insegnamento della medicina. Non è escluso che si possa riconoscere un’eco del senso di fratellanza cristiana nell’impegno a «insegnare quest’arte a chiunque Io richieda, senza invidia e senza richiedere un contratto». In epoca medievale le influenze del giuramento ippocratico sono rintracciabili anche al di fuori dell’area cristiana. Le ritroviamo nel «giuramento di Asaf», contenuto in un manoscritto del VII secolo, la più antica opera medica della letteratura ebraica. Il giuramento appare anche in versione musulmana, in cui la sola modifica significativa è la sostituzione del pantheon greco con affermazioni in armonia con la teologia islamica 14.

Nella transizione dal medioevo alla civiltà occidentale moderna il giuramento di Ippocrate continuò ad essere modello per l’ideale etico dei medici. In alcune scuole di medicina si richiese, al termine del curriculum e prima di iniziare ufficialmente l’esercizio della professione, di tenere il giuramento nella sua forma originale: una pratica che non è del tutto scomparsa neppure al giorno d’oggi. La valorizzazione più enfatica del giuramento fu quella che ne fece il regime nazista in Germania. Si tratta, piuttosto, di una cinica strumentalizzazione. Himmler ne fece fare un’edizione di cui egli stesso scrisse la prefazione. Il giuramento, a suo dire, «contiene un’eredità di pensiero ariana, che attraverso duemila anni ci parla un linguaggio vivo» 15. Sotto la pressione nazista il giuramento, che aveva avuto per lo più un’esistenza marginale, fu diffuso ampiamente nell’ambito medico. Esso fu assunto a simbolo di un’etica particolare del corpo medico, che il regime distorceva nel senso di una fedeltà e lealtà dei medici agli indirizzi ideologico-sanitari del nazismo 16.

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Dopo il nazismo il giuramento ippocratico cadde in sospetto. Una delle prime preoccupazioni dell1’Associazione Medica Mondiale, nell’assemblea generale tenutasi a Ginevra nel 1948, fu una dichiarazione che restaurasse l’immagine della medicina dedita ai fini umanitari, dopo i crimini medici che agghiacciarono l’opinione pubblica al processo di Norimberga. Pur abbandonando lo schema ippocratico tradizionale, la dichiarazione di Ginevra non rinuncia al simbolo del giuramento. Un giuramento laico, ormai, in cui l’istanza suprema a cui si fa appello è l’onore del medico che assume gli impegni. Affinché il giuramento potesse essere applicabile alle condizioni moderne della prassi medica, le affermazioni circa le responsabilità del medico di fronte al suicidio, all’eutanasia e all’aborto sono sfumate in generalizzazioni. Il medico si impegna a «mantenere il massimo rispetto per la vita umana fin dal tempo del concepimento, a non usare, anche sotto minaccia, le conoscenze mediche contrariamente alle leggi dell’umanità».

Un’esplicita ostilità al giuramento di Ippocrate, quale simbolo dell’etica capitalistica, è nutrita nei paesi socialisti. Gli studi dedicati all’«ethos ippocratico» dalla sezione marxista-leninista della facoltà di medicina di Halle, nella Rep. popolare tedesca, possono valere come illustrazione didattica dell’ideologia medica socialista 17. L’interpretazione marxista della storia non può accettare l’esistenza di un’etica medica atemporale. L’etica, come tutte le sovrastrutture, è determinata dai rapporti socio-economici esistenti nella società. Di qui si passa conseguentemente ad auspicare una nuova etica medica, espressione della nuova società socialista. L’ethos medico socialista viene praticamente ad equivalere alle esigenze sociali della professione: il medico, prima che professionista, va considerato come un membro dello Stato socialista; più che un tecnico, un operatore attivo del nuovo ordine sociale. Tale concezione esula completamente dall’ottica del giuramento di Ippocrate. Nonché, più in generale, da tutto l’umanesimo medico dell’antichità. Secondo Edelstein 18, il solo tratto che distingue l’umanesimo pagano dall’atteggiamento cristiano e da quello che sarà proprio dei riformatori umanisti del XIX sec., è la mancanza di ogni riconoscimento di responsabilità sociali da parte del medico. Benché alcune malattie fossero ricondotte alle condizioni sociali, l’evangelo dell’amore fraterno considerava solo la relazione

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tra il singolo medico e il singolo paziente. L’etica medica socialista non riesce perciò a fare l’opera di assimilazione del documento ippocratico che invece è felicemente riuscita ad altri orientamenti e culture. Gli ideologi comunisti tedeschi, pur riservando al giuramento il rispetto dovuto a un documento storico del passato, auspicano la creazione di un nuovo giuramento, che renda ragione degli aspetti peculiari dell’etica medica socialista 19.

L’auspicio ha trovato realizzazione nel giuramento che il Presidium del Soviet Supremo ha imposto a tutti i medici russi, nel 1971. Anche se il giuramento ippocratico ha fatto da padrino, non sopravvivono più neppure le rassomiglianze formali. Il giuramento ha un significato esplicitamente politico. Il giovane medico si impegna ad esercitare là dove la società ha bisogno della sua opera e ad aderire internamente ai princìpi marxisti e all’etica comunista che regolano la società («...lasciarmi guidare in tutte le mie azioni dai princìpi della morale comunista, ...ricordarmi sempre dell’alta vocazione del medico sovietico e della responsabilità nei confronti del popolo e del governo sovietici»). All’ideale di dovere umanitario nei confronti del singolo paziente è sovrapposto l’impegno del medico a servire gli interessi della società.

1.3. Pro e contro il giuramento ippocratico

Generazioni di medici hanno considerato il giuramento di Ippocrate come la «magna charta» dell’etica medica. Eppure oggi l’unanime rispetto che la tradizione ha creato attorno a questo documento è infranto da alcune voci critiche. Non è più sufficiente nominarlo, per evocare l’indiscusso riferimento dei medici alle più alte idealità umanitarie. Nei confronti del giuramento ippocratico è subentrato un certo disincanto, indubbiamente facilitato dalla divulgazione degli studi filologici e storici che hanno permesso di comprenderne con più precisione la natura e la finalità. Oggi sappiamo che l’antichità è stata molto meno «ippocratica» di quanto una certa tradizione, nutrita di retorica, ha voluto far credere. Per alcuni critici l’interpretazione del giuramento ippocratico in ambito medico è l’esempio eclatante delle distorsioni che ha subito la storia ad opera dei medici, a servizio della loro concezione elittaria ed esclusiva della professione: gli aspetti corporativi e utilitaristici del giuramento sono stati passati sotto silenzio; il giuramento ha potuto così essere reso simbolo di un ethos astorico, con pretese universalistiche.

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Non è un caso — osservano alcuni con fastidio — che il giuramento venga puntualmente tirato in ballo dall’ala meno progressista dei medici quando si discute di problemi di etica o di politica sanitaria, per brandirlo contro una concezione più sociale della medicina. Presso i rappresentanti della medicina liberale il giuramento, magari riprodotto in formato pergamena, è contornato di una venerazione che non può essere rapportata al suo effettivo contenuto. In alcune facoltà viene anche oggi consegnato in forma solenne ai neo-laureati in medicina. Anche persone non sospette di faziosità partigiana hanno espresso le loro riserve rispetto a questa pratica. I giovani medici — nota ironicamente lo storico della medicina Sigerist — giurano che non eseguiranno operazioni chirurgiche, che sono pronti a condividere lo stipendio con i loro insegnanti e a considerare i loro figli come figli propri. Eppure i medici non esitano a fare operazioni, e molti pochi medici hanno condiviso le loro entrate con il loro professore e adottato i suoi figli; tradiscono segreti professionali, quando si tratta dell’interesse della comunità. I problemi dell’aborto sono regolati dalla legge e una gravidanza viene interrotta quando esiste indicazione medica 20. Il giuramento nel suo tenore tradizionale è chiaramente inadeguato a offrire direttive etiche per il lavoro pratico del medico di oggi. Se una parte dei medici vi resta così tenacemente attaccata, si spiega non con il contenuto del giuramento, bensì con il significato simbolico che ha acquisito. Esso esprime non un’etica comune al corpo medico, ma l’esprit de corps che unisce i medici; fonda miticamente l’ordine di un gruppo. Coloro che avversano l’organizzazione corporativistica della medicina sono ostili al giuramento, in quanto con la sua semi-sacralità rituale consacra un’autocomprensione della classe medica come una casta. Secondo Lüth, la funzione del giuramento ippocratico sarebbe analoga a quella dell’araldica e continuerebbe ad accreditare una concezione della storia della professione medica come di una successione quasi-apostolica...

Le critiche non si rivolgono, dunque, al giuramento nella sua realtà storica, bensì all’uso che viene fatto, e alla comprensione dell’identità professionale del medico che su di esso si fonda. Si rimprovera al giuramento di ostacolare il passaggio a una concezione della medicina meno impregnata di sacralità, più agganciata al gioco dei rapporti democratici, nella rispondenza rispettiva dei diritti e dei doveri. Esso rispecchia inoltre una visione della medicina centrata sulla persona del medico. Nel giuramento manca qualsiasi riferimento ai collaboratori del medico, che ― ieri come oggi — sono parte essenziale di qualsivoglia impresa terapeutica. Anzi, oggi ancor più di ieri, perché la medicina è in misura

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determinante lavoro d’équipe, opera di collaborazione. Tuttavia la figura del medico come eroe che si staglia solitario sulla massa, obbligato da un ethos particolare, è resistente a ogni trasformazione; l’uso di un giuramento per essere introdotti nella professione contribuisce a perpetuarla. È assolutamente aliena al giuramento un’ottica relazionale, in cui emerga anche il paziente come soggetto di' diritti e di doveri, in un rapporto di cooperazione che non esclude il conflitto. Nel giuramento il paziente è sospinto sullo sfondo, come oggetto cui è riservata la nobile abnegazione del medico.

Non c’è, dunque, più posto nella nostra epoca per il giuramento medico, ippocratico o «revisionato» che sia? La conclusione sarebbe affrettata. Lo dimostra l’uso del giuramento nell’Unione Sovietica. La concezione socialista della medicina, della sua articolazione con la realtà sociale e dello statuto professionale del medico, sono «toto coelo» diverse da quelle dell’area culturale che ha prodotto la medicina liberale. Eppure si è preferito rimodellare il giuramento, piuttosto che rinunciarvi del tutto.

Oggi siamo più che in passato acutamente coscienti delle ambiguità che possono deformare il senso del giuramento. Ciò non giustifica però nessun tentativo di ridurre l’«ethos ippocratico» a un puro flatus vocis. Esso è venuto a significare l’obbligo che ha il medico di servire non solo l’uomo in carne ed ossa che si affida alle sue cure, ma l’umanità. Una dottrina utopica che ha, tra l’altro, il merito non trascurabile di evidenziare lo scarto tra l’ideale e la pratica quotidiana. Come tutte le dottrine utopiche, anche l’ethos ippocratico — e il giuramento che ne è diventato simbolo — apre al reale l’orizzonte del possibile.

2. La deontologia medica

2.1. Dall’«etichetta» medica alla deontologia

Nella storia della professione medica è emersa precocemente la convinzione che fosse opportuno codificare non solo le conoscenze di patologia e di terapia, ma anche le regole relative al comportamento che il medico deve tenere con il paziente. In Occidente svolgono il ruolo di antenati gli scritti ippocratici di natura deontologica (Sul decoro, Sul medico, Precetti...).

Indicazioni sul comportamento corretto sono frequenti nei trattati medioevali di medicina. Non mancano neppure abbozzi di una regolamentazione dei rapporti con gli altri medici, all’interno della professione. Lentamente si è formato un corpo di regole pratiche che costituiscono

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ciò che potremmo chiamare l’«etichetta» medica. Mentre l’ethos ippocratico, simboleggiato dal giuramento e ripensato in termini cristiani, continuava a costituire il punto di riferimento ideale della medicina occidentale, sulla base dell’«etichetta» medica si veniva a costruire, fin dall’inizio del XIX sec., un corpo precettistico che sarà a più riprese codificato nei codici deontologici.

Prima di discutere la nozione tecnica di deontologia, ne vogliamo fornire un’immagine diretta riferendoci all’opera che svolge indiscutibilmente la funzione di prototipo: la Medical Ethics di Thomas Percival (1740-1804). Il trattato, scritto nel 1794 e pubblicato nel 1803 21, si inseriva in un dibattito molto vivo nell’ambiente medico del tempo. Ben presto gli fu riconosciuto un’autorità indiscussa, consacrata successivamente dall’essere stato assunto a modello per il codice dell'American Medical Association del 1847. Il motivo del nostro particolare interesse per l’etica di Percival risiede nel fatto che questi, nel proporre ai medici il primo disegno organico di condotta professionale, faceva trapelare l’ideologia che diventerà tipica della professione medica moderna e che continua a sottendere la nozione stessa di deontologia.

Il materiale era distribuito in quattro sezioni, che trattavano rispettivamente della condotta del medico negli ospedali, del comportamento da tenersi nell’esercizio privato della professione, del rapporto dei medici con i farmacisti e dei doveri professionali in determinati casi che richiedono la conoscenza della legge. La sezione di maggiore interesse per la deontologia è la seconda: su di essa si fonderà appunto, mezzo secolo più tardi, il codice deontologico americano, il primo della storia della medicina. Gli obblighi di un medico vengono fatti risalire alle diverse istanze obbliganti: il medico stesso in quanto persona, il rispetto dei colleghi, farmacisti e altro personale impegnato nella cura dei malati, e infine la legge. Quanto al primo aspetto, ad esempio, Percival considera il medico come un «gentleman». Molte regole di comportamento vengono dedotte da questo carattere fondamentale. In quanto gentleman, il medico «deve unire la delicatezza con la fermezza, la condiscendenza con l’autorità»; in camera operatoria deve regnare un «silenzio decoroso»; il medico deve cambiare il grembiule tra un’operazione e l’altra; deve essere puntuale, temperante e ricevere «una regolare educazione accademica». Gli aggettivi ricorrenti per qualificare il medico-gentleman sono: prudente, ragionevole, autoritativo ma umile, autocritico,

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colto. La condotta ideale che il medico doveva a se stesso in quanto gentleman si rifletteva ovviamente nel rapporto con i pazienti e con i colleghi.

La preoccupazione principale che traspare in questo primo corpo di norme deontologiche è quella di costruire un rapporto di fiducia con il paziente. A tal fine il medico deve dar prova delle virtù che fanno parte del patrimonio etico di qualsiasi persona — umanità, costanza, segretezza, delicatezza —; in più gli sono richiesti, nel rapporto con il paziente, alcuni comportamenti particolari: un ragionevole numero di visite; non abbandonare il paziente condannato; ammonire il paziente che sta soffrendo il fio del suo peccato (!); astenersi da previsioni fosche, eccetto quando il paziente debba predisporre la propria morte. Vengono anche prese in considerazione le norme per il trattamento economico: le tariffe devono essere commisurate alla condizione economica del paziente.

Un secondo polo attorno a cui si distribuiscono le regole è quello del rapporto con gli altri medici. Vengono dettagliatamente prese in considerazione le procedure da seguire nelle varie situazioni: il consulto con colleghi che hanno ricevuto una formazione accademica e con medici «selvaggi»; come subentrare a un altro medico nella cura del paziente; la salvaguardia della reputazione del corpo medico, astenendosi dalle critiche ai colleghi. Su questo ultimo punto Percival afferma testualmente: «L’Esprit de corps è un principio di azione fondato sulla natura umana e, quando è debitamente regolato, è razionale e lodevole. Chiunque entri in una fraternità si impegna, mediante un tacito contratto, non solo a sottomettersi alle leggi, ma a promuovere l’onore e l’interesse dell’associazione nella misura in cui coincidono con la moralità e con il bene generale dell’umanità. Il medico, perciò, dovrebbe con ogni attenzione guardarsi da ciò che potrà recare ingiustizia alla rispettabilità in genere della sua professione; e dovrebbe evitare quelle immagini che sono offensive per la facoltà nel suo insieme; tutte le accuse generiche contro la probità; e di indulgere allo scetticismo, simulato o per gioco, circa l’efficacia e l’utilità dell’arte terapeutica».

Per Percival la buona condotta andava a vantaggio sia del medico e della professione, che del paziente. Studi recenti 22 hanno messo in evidenza che questo primo abbozzo di deontologia professionale si inserisce nel dibattito allora vivo tra i medici in Inghilterra e rispecchia la concezione conservatrice dell'Illuminismo medico (che Percival fosse permeato di ideali illuministici lo dimostra la sua corrispondenza con Voltaire, Diderot, D’Alembert). L’etica che Percival produce a nome del

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corpo medico va vista come una risposta al liberalismo di Adam Smith. A differenza di Smith, Percival si oppone alle tendenze individualistiche nell’organizzazione sociale e al vantaggio economico come spinta sociale motivante. Alla concezione economica liberale contrappone una professione che trascende l’interesse personale e si ispira a un ideale che solo un uomo di indirizzo morale superiore può seguire. In tal modo evita che all’interno del corpo medico si introduca il tarlo della competizione; ma allo stesso tempo rafforza la struttura corporativa della medicina. L’ideale etico e le norme che lo incarnano mostrano la loro funzionalità: dare alla medicina uno statuto professionale differente, sottratto alla logica del liberalismo economico. Il comportamento uniforme dei medici, secondo le regole che si sono liberamente imposti, diventa così un insuperabile strumento di integrazione professionale.

Dalla presentazione, benché sommaria, del progetto di Percival e dello spirito che lo anima, emerge l’orizzonte ideologico in cui si colloca la deontologia fin dai suoi primi inizi. La sua funzione è quella di sviluppare standards di condotta che permettano al medico di curare correttamente i malati, e allo stesso tempo di incrementare la dignità della professione. Tanto il tradizionale ethos ippocratico quanto l’etichetta che regola il comportamento dei medici tra di loro sono fusi in un progetto organico.

Le norme non sono dedotte da un’etica, religiosa o laica che sia, ma derivate da un corpo sociale intermedio tra lo Stato e l’individuo, e con cui il medico si identifica: il gruppo professionale. La codificazione del comportamento serve agli interessi del gruppo; e indirettamente a quelli degli utenti dei servizi medici. Il mantenimento del codice è riservato al gruppo professionale stesso. Addirittura Percival esclude l’idea di un ricorso a sanzioni per coloro che si discostano dal comportamento normativo. Il potere inerente alla deontologia è quello della ragione: i medici hanno un solo modo razionale di comportarsi e, una volta mostrato in quella specie di rivelazione della ragione che opera il codice deontologico, lo seguiranno. Il compito del codice è dunque quello di essere la voce della ragione. Percival lascia trasparire in ciò la sua dipendenza dal pensiero illuministico.

Distaccandoci dal primo modello fornito dall’etica medica di Percival, possiamo a questo punto descrivere la deontologia in un modo più formale, che si avvicina quasi a una definizione. Essa comprende un insieme specifico di doveri (letteralmente significa appunto «scienza dei doveri»), ai quali sono legati i membri di una professione, diversi da quelli imposti dalla legge o derivanti dall’etica alla quale ognuno individualmente si riferisce. Sono i doveri che derivano dal fatto di esercitare una

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determinata professione 23. Quando la professione si organizza, tende a darsi uno statuto codificato, o almeno delle usanze che precisano i doveri dei membri. Le formulazioni deontologiche codificate, emanate dagli organi ufficiali della professione, godono di autorevolezza. È generalmente considerato legittimo il ricorso alle sanzioni (che possono andare dalle censure puramente morali fino alla sospensione o esclusione del professionista dall’album professionale), affinché i membri del gruppo rispettino i doveri che hanno accettato con la loro adesione. Tali formulazioni deontologiche sono regole che i professionisti considerano essenziali per il buon esercizio della professione comune. Sono, dunque, più che un semplice regolamento. Le si potrebbe chiamare uno «spirito», che deriva da una percezione collettiva dell’attività svolta, del senso di questa attività e del suo articolarsi con l’organizzazione sociale. La deontologia non si definisce però riferendosi a concetti astratti. Essa tende a concretizzarsi, ha di mira i casi incontrati dal professionista nella pratica quotidiana. Con riferimento a simili casi, le prescrizioni deontologiche danno imperativamente soluzioni pratiche e precise, che definiscono i doveri del professionista. Nella forma di codici deontologici la deontologia assomiglia così un po’ a una casistica.

Ricorrendo a un’immagine, potremmo dire che la deontologia è analoga ai consigli che i fabbricanti pongono alla fine del depliant illustrativo allegato alle macchine che vendono. Quando questi foglietti sono ben fatti, vi si trova, dopo l’inventario dei pezzi della macchina e l’enunciato dei princìpi del suo funzionamento, un insieme di regole per l’uso, seguite dagli accorgimenti per la migliore utilizzazione possibile della macchina. Con ciò il produttore non fa altro che indicare come rispettare la natura della macchina, sulla base di esperienze e osservazioni del passato fornite dagli utenti stessi.

L’analogia ha certo bisogno di correzioni. Sarebbe improprio far derivare la deontologia unicamente dalla preoccupazione di efficienza utilitaristica. Essa si è sviluppata nel campo delle professioni liberali, che hanno per oggetto l’uomo e i suoi valori. Nel campo della medicina la deontologia si innesta sulla lunga tradizione umanistica ed è strettamente intrecciata con l’ethos ippocratico. Nel complesso, tuttavia, l’analogia con le «istruzioni per l’uso» è convincente. Essa evidenzia il carattere empirico delle norme deontologiche. Queste non equivalgono a una morale professionale, vale a dire a un insieme di precetti elaborati per deduzione da un’etica generale, considerando l’incidenza in un’attività professionale dei valori etici ai quali ci si riferisce. Sono piuttosto il frutto di

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una riflessione collettiva, stimolata dai problemi suscitati dalla professione, e che superano l’ambito dei regolamenti e della routine. Protagonisti della riflessione deontologica sono professionisti coscienti e critici, che intendono promuovere una prassi professionale efficiente e socialmente ineccepibile.

Quest’ultimo punto merita uno sviluppo: esso ci aiuta a identificare la funzione propria delle norme deontologiche. Queste mirano alla salvaguardia di alcuni valori, necessari in modo particolare nelle attività che fanno appello alla fiducia del cliente verso la persona del professionista. Per questo le professioni liberali sono così sensibili all’onore e alla dignità professionali. L’osservanza delle norme deontologiche è destinata a mantenere la fiducia nel corpo professionale, salvaguardandone le reputazione; si tratta, in ultima analisi, di una forma di autodifesa della professione stessa.

La deontologia, quindi, non è una morale. Le regole della morale possono, in modo contingente, essere incorporate alla deontologia professionale, dal momento che atti valutati come immorali dall’ethos dominante possono essere pregiudizievoli al professionista, e vanno perciò evitati. Tuttavia la deontologia non è, in sé, una specie di morale laica, quel minimo comun denominatore etico che fornirebbe un luogo di incontro comune a tutti i membri della professione. È un equivoco che si verifica spesso a proposito della deontologia medica, quando si vuol vedere in essa una sintesi di quei princìpi etici che tutti i medici riconoscerebbero come obbliganti, qualunque siano le ulteriori specificazioni confessionali e personali. La deontologia medica è invece una realtà contingente, che varia anche con il tempo. Ne offrono una prova i codici deontologici. Non sono una realtà astorica, immutabile; devono essere, invece, costantemente revisionati, al fine di riflettere le variazioni della sensibilità etica generale e dell’organizzazione della sanità. Una breve scorsa all’origine e all’evoluzione di alcuni codici deontologici medici lo conferma.

2.2. I codici di deontologia medica

Il primo codice medico ufficiale è, in ordine cronologico, quello emanato dall'American Medical Association nel 1847. Ne abbiamo già parlato accennando al legame con l’opera di Percival. La portata innovativa di questa regolamentazione professionale del comportamento medico emerge solo se la ricollochiamo nel suo contesto storico. Gli anni ’30 e ’40 del XIX sec. hanno visto, in America, un vivace confronto fra la medicina accademica e le tendenze contestative che confluivano nel «Popular

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Health Movement» 24. Questo non era che il fronte medico di un’agitazione sociale generale, fomentata dai movimenti femminista e operaio. Il movimento era un attacco radicale all’élite medica e una vigorosa affermazione della tradizionale medicina del popolo. «Every man his own doctor»: era il motto di un’ala estremista del «Popular Health Movement». Per certe sue iniziative il Movimento per la salute confluiva negli obiettivi del movimento femminista: come per esempio le «Ladies Physiological Societies», che impartivano semplici istruzioni di anatomia e igiene personale, sotto la spinta a «riappropriarsi del corpo». Il movimento non rivendicava una maggiore quantità di cure mediche, ma prospettava piuttosto una cura della salute di tipo radicalmente differente. Era una sfida alla medicina ufficiale, sia al modo in cui veniva praticata, sia al suo edificio concettuale: un vero e proprio progetto di «medicina alternativa» ante litteram.

All’azione destabilizzante del Movimento Popolare della Salute va aggiunta la concorrenza della medicina omeopatica e dei guaritori. Il centinaio di medici riuniti a New York nel 1846 per fondare l'American Medical Association si sentivano in stato di assedio. Si posero come scopo quello di riformare l’educazione medica negli Stati Uniti, di sviluppare standards di comportamento che avrebbero migliorato la professione medica «regolare». Ritenevano infatti essenziale distanziarsi dagli «irregolari», e accreditarsi come unica istanza professionale cui competeva la cura della salute. Il codice etico che emerse l’anno seguente si inseriva dunque in un progetto esplicito di validazione della professione contro ogni concorrenza da parte dei corpi paralleli. La fiducia del pubblico doveva essere indirizzata esclusivamente verso i medici che avevano ricevuto la formazione accademica e si attenevano alle norme stabilite dal codice deontologico. La professione si univa in una crociata contro i guaritori di appartenenza settaria e contro i ciarlatani. Il codice stabiliva, a tal fine, che i medici regolari non dovessero accettare consulti con chiunque non avesse una licenza ufficiale per esercitare, approvata dall’organizzazione medica locale. Per rendersi conto di quanto fosse esclusivo il gruppo che così veniva a formarsi, basti pensare che prima del 1870 le società mediche regolari non accettavano come membri e proibivano consulti con medici donne e medici negri, e per la seconda metà del secolo con medici che accettassero una qualsiasi designazione settaria. L’osservanza delle norme del codice deontologico autoimpostosi

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dalle società mediche sortiva così anche un effetto secondario, ma non imprevisto: quello di organizzare i medici in un gruppo sociale e professionale compatto, omogeneo all’interno e chiuso all’esterno.

Dal punto di vista del contenuto, il codice deontologico del 1847 è suddiviso in tre parti, che riguardano rispettivamente: doveri dei medici verso i loro pazienti e obblighi dei pazienti verso i loro medici; doveri dei medici verso gli altri e verso la professione; doveri della professione verso il pubblico e del pubblico verso la professione. Nelle linee fondamentali il codice americano riprende le norme etiche di Percival. Se ne distacca solo in alcuni punti. Nelle regole per la condotta economica, per esempio. Mentre Percival raccomanda di discriminare tra pazienti di diversa disponibilità economica, il codice propone la tariffa a prezzo fisso. Così rispetto al consulto con i medici senza preparazione accademica: mentre Percival lo considera possibile, il codice dell’AMA lo proibisce. Inoltre il codice pone restrizioni maggiori al segreto medico: non poteva essere altrimenti, volendo rafforzare la fiducia del pubblico verso la professione.

Il codice deontologico americano resta un prototipo, anche se fu riformulato in parecchie riprese (nel 1903, 1912, 1949, 1957). Numerosi altri codici, in altri paesi, son sorti sulla sua scia. I governi nazionali se ne servirono per regolamentare la professione medica 25. Nei codici deontologici dei nostri giorni sono stati inclusi problemi di origine recente. L’accento cade in genere sui problemi dell’aborto, della retribuzione e del segreto professionale. I progressi e i cambiamenti sociali hanno richiesto la determinazione di linee di condotta su problemi particolari: i trapianti di organi (norme dell'AMA del 1968 e dichiarazione di Sidney della Associazione Medica Mondiale sulle precauzioni tecniche nel determinare la morte di un donatore d’organo); rianimazione e trattamento delle malattie terminali («Il medico e il morente», AMA 1973); sperimentazione con soggetti umani e ricerche biomediche (Ass. Med. Mond., Helsinki 1964-Tokyo 1975); l’aborto terapeutico (Ass. Med. Mond., Oslo 1970); «la tortura e le altre pene e trattamenti crudeli, disumani o avvilenti in relazione alla detenzione e alla carcerazione» (Ass. Med. Mond., Tokyo 1975).

L’Associazione Medica Mondiale, stabilitasi nel 1948, incoraggiò i medici a sviluppare degli standards internazionali di etica medica. Il codice internazionale fu adottato nel 1949. Superate ormai le precedenti regolamentazioni dettagliate di etichetta per i consulti e nei rapporti con gli altri medici, la cadenza dominante è quella del riferimento ai valori.

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Il comportamento del medico dovrebbe essere sostanzialmente ispirato alla «regola d’oro» («fai agli altri ciò che vorresti che fosse fatto a te»), così come viene specificata dalla pratica. I problemi dell’aborto e dell’eutanasia vengono solo accennati, con riferimento alla responsabilità del medico di preservare la vita. L’afflato idealistico è trapassato anche nella revisione del codice deontologico americano del 1957: invece della casistica tipica dei codici deontologici, comprende «dieci princìpi» di valore generale.

Per quanto riguarda direttamente l’Italia, l’organo competente per stabilire un codice deontologico è la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici. Di recente ha provveduto a rivedere il codice precedente, che datava dal 1956. Il nuovo codice, pubblicato nel 1978, consta di cento articoli, che suddividono la materia in: doveri generali del medico, rapporti con il paziente, rapporti con i colleghi, rapporti con i terzi, enti pubblici e privati. Rispetto al codice precedente, sono state introdotte innovazioni, anche di notevole rilievo. Le innovazioni sono ovvie, qualora si tenga presente la natura particolare della deontologia e la sua differenza dall’etica. Inserendosi come cerniera tra il corpo professionale e la società, la deontologia deve cambiare con il cambiare di questo rapporto. Compito dei responsabili della professione è di favorire quei cambiamenti che mantengono inalterato il rapporto di fiducia degli utenti nei confronti del corpo professionale.

La novità più eclatante introdotta dalla nuova stesura del codice di deontologia medica italiano è la caduta del tradizionale rifiuto dei medici a partecipare a interventi abortivi: «L’interruzione della gravidanza è regolamentata con legge dello Stato» (a. 46). Dal momento che la normativa introdotta con la legge 194 prevede, a certe condizioni, la possibilità di praticare l’aborto, il corpo professionale medico rinuncia a porre obblighi deontologici ai suoi membri in quei casi. Infrazione deontologica («gravissima»), in particolare se fatta a scopo di lucro, è solo la partecipazione ad aborti all’infuori dei casi previsti dalla legge (a. 47). Da notare, in merito all’interruzione della gravidanza, la volontà di limitare le funzioni del medico all’ambito strettamente sanitario, rifiutando la figura del medico-giudice: «Il medico non è tenuto ad esprimere giudizi su circostanze che esulano dalla necessità primaria della salute psicofisica della donna». Ricco di spunti innovativi è anche il capitolo che riguarda i rapporti con il paziente. Nella pratica comune questo rapporto è fortemente asimmetrico: al medico tutto il sapere e il potere, al malato la docile soggezione. Il nuovo codice presuppone un malato che prenda parte attiva al processo terapeutico. La verità gli è dovuta; se non direttamente a lui, la prognosi grave o infausta deve essere almeno comunicata alla famiglia. «In ogni caso la volontà del paziente, liberamente

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espressa, deve rappresentare per il medico un elemento al quale egli ispirerà il suo comportamento» (a. 30). Dal momento che i nuovi mezzi tecnici permettono di prolungare la vita biologica al di là dei limiti richiesti dall’umanità, i medici si impegnano a rinunciare all’accanimento terapeutico e a limitare la propria opera alla «terapia atta a risparmiare al malato inutili sofferenze» (a. 40).

2.3. Oltre la deontologia professionale

La deontologia professionale costituisce per i medici un motivo di fierezza. Amano vedervi una specie di blasone nobiliare, una garanzia dell’impegno etico che contraddistingue la loro professione. Non tutti condividono però tale entusiasmo; o, quanto meno, non rinunciano a considerare criticamente i limiti e le possibili distorsioni della deontologia medica. Essa si presenta come l’espressione della benevola dedizione del medico al bene del suo paziente e dell’umanità; ma può essere assunta a servizio di cause meno nobili, come potrebbe essere un progetto monopolistico. Nel saggio di Berlant già citato, il carattere monopolistico è fatto risalire all’etica medica di Percival, che ha preparato la strada ai codici deontologici. Il conservatore Percival scrisse infatti la sua etica in un’epoca in cui le corporazioni mediche inglesi, a struttura elitaria, erano sottoposte a un attacco democratico, particolarmente ad opera della concezione economica liberale. Come apologia delle corporazioni, l’opera di Percival era superba; come strumento per integrare la professione, insuperabile. Mentre creava solidarietà tra i medici, estendeva i controlli monopolistici del Royal College of Physicians alle nuove professioni di chirurghi e farmacisti. Era uno strumento per sopprimere la competizione tra differenti tipi di professionisti che avrebbe potuto essere esacerbata dall’apparire di un numero crescente di corporazioni professionali. L’etica medica americana, formalizzata nelle diverse stesure dei codici deontologici, favorì la monopolizzazione ancor più di quella di Percival. Abbiamo già visto come sia servita a distinguere il gruppo dei medici accademici dagli «irregolari», e ad accreditarlo presso il pubblico come l’unico corpo cui spettava di diritto la cura professionale della salute. Nelle varie edizioni del codice si rileva una fluttuazione circa il grado di controllo dell’associazione sulla condotta del singolo medico. Mentre il codice del 1847 non poneva come condizione l’affiliazione dell'AMA, ma si limitava a suggerire un certo numero di criteri etici per determinare i confini che legittimavano la professione, quello del 1903 richiedeva invece obbligatoriamente di diventare membri dell’associazione. Per evitare di cadere nei rigori della legge anti-trust, i controlli vennero successivamente allentati, per riemergere con il codice del 1949.

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Neppure i critici più severi arrivano a sostenere che tutto sia monopolistico nell’ambito della deontologia medica. Tuttavia è difficilmente contestabile che le norme deontologiche, da mezzo per ordinare la condotta dei medici, possono facilmente diventare un mezzo per legittimare i privilegi monopolistici della professione nei confronti dello Stato e del pubblico. In definitiva, tutte le misure volte a indurre nel pubblico la fiducia verso la professione possono risolversi nel senso della monopolizzazione. Esse creano infatti un rapporto paternalistico con il paziente, prevenendo l’organizzarsi dei consumatori per una mutua auto-protezione. Mediante l’atomizzazione del pubblico in pazienti vulnerabili, il paternalismo si risolve nel trattare, da parte dei professionisti, con individui frammentati, invece che con gruppi con una propria forza contrattuale. Il potere del medico trova un alleato nelle fantasie di salvezza del paziente. Questi è incline a considerare ogni ostacolo tra sé e il medico come una minaccia personale; di conseguenza, accetta di buon grado il desiderio dei professionisti medici di non trattare con altre controparti che non siano il singolo paziente.

Un attacco più a fondo alla deontologia medica viene sferrato da quanti vi individuano uno dei capisaldi ideologici della «medicina liberale». Nell’uso comune si intende per medicina liberale quella il cui esercizio obbedisce ai princìpi della libera scelta del medico da parte del malato, libertà di prescrizione medica, pagamento diretto degli onorari, segreto professionale. Nell’opinione pubblica la medicina liberale è più che un insieme di istituzioni in cui si organizza la cura della salute: è anche un concetto simbolico, con una determinata colorazione etica. La discussione in merito scivola facilmente dal livello dei fatti al confronto di Weltanschauungen: un appuntamento obbligatorio per ogni dibattito sul rapporto tra medicina e politica. I più ardenti difensori della medicina liberale si limitano a opporre un mito ornato di qualità (colloquio singolare, indipendenza, medicina umana) a un mito coperto di difetti che servono da deterrente (medicina statizzata, burocratizzata, servizio sanitario nazionale). Per gli oppositori, la medicina liberale non è che una mistificazione. Spogliata dei suoi paludamenti etici, essa non è che liberalismo economico applicato alla medicina, il modo di produzione capitalista trasportato in ambito sanitario. L’ideologia mistificatrice della medicina liberale è accusata di proteggere e mantenere un sistema che assicura alla maggioranza dei medici una situazione di classe privilegiata. Secondo Guy Caro, autore di una delle disanime più impietose della medicina liberale, essa si baserebbe su un’impostura: «Associando, sotto il concetto di medicina liberale, da una parte dei princìpi che condizionano in parte la qualità della medicina e suscitano con ciò la fiducia del malato nel suo medico, e dei princìpi, d’altra parte, che permettono al medico

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di controllare il livello dei suoi redditi, i medici potevano far credere che gli interessi dei malati e quelli dei medici colludessero. Facendosi, come i proprietari di cui parla Emmanuel Mounier, «professori di virtù per difendere i loro interessi», guadagnano su due campi: quello del loro livello di vita e quello della stima in cui erano tenuti» 26. Per gli oppositori della medicina liberale, il suo riferirsi ai princìpi deontologici servirebbe a mantenere la confusione tra la difesa del livello di reddito dei medici e quella della qualità della medicina; questa confusione farebbe parte delle armi dei conservatori dell’ordine sociale esistente per impedire i cambiamenti storicamente necessari.

Anche coloro che non si spingono così lontano nel valutare la deontologia medica tradizionale non possono mancate di rilevare le sue carenze circa i doveri sociali del medico. Essa infatti considera esclusivamente i doveri del medico nei confronti del malato che lo consulta, ma resta muta quando si tratta di prevenire la malattia o di occuparsi dei malati che, a causa di barriere economiche, psicologiche o sociali, non accedono al medico. Di fatto i doveri tradizionali del medico non concernono che il malato individuale, mai la comunità. Se si introduce il punto di vista della responsabilità sociale del medico, i punti qualificanti della medicina liberale subiscono forti limitazioni 27. La libertà terapeutica assoluta non può più giustificarsi: a parità di efficacia, il medico ha il dovere di prescrivere la medicazione meno costosa per il malato e per la società. Il segreto medico è in conflitto con una efficace politica sanitaria. Questa, infatti, ha bisogno di basarsi su dati certi riguardanti la morbidità, su inchieste epidemiologiche, sociologiche ed economiche. Salvo restando il diritto del malato alla sua privacy, il segreto medico non può essere considerato oggi un assoluto. L’organizzazione sociale della medicina richiede un difficile equilibrio tra un’indispensabile discrezione, la cui assenza porrebbe una barriera all’accesso del paziente presso il medico, e il bisogno di raccogliere i dati necessari all’elaborazione di una vera politica della salute. Anche l’altro pilastro della medicina tradizionale, il pagamento all’atto, non è più sostenibile. Il sistema di retribuzione tra il medico e il paziente era funzionale alla società liberale. Gli onorari erano, per principio, proporzionali al servizio reso, alla notorietà del medico e alla situazione finanziaria del malato. Questo sistema, perfettamente coerente, è stato reso caduco dall’evoluzione sociale. Il corpo medico ha accettato di rinunciare al principio del pagamento all’atto e di entrare nel sistema assicurativo, con il rimborso forfettario degli atti

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medici. Un passo ulteriore è stato fatto con la creazione di un servizio sanitario nazionale. La nuova politica della salute, fondata su una concezione sociale della medicina, sconvolge l’ideologia liberale e mette in questione la deontologia professionale che su di essa si fonda. Le codificazioni tradizionali del comportamento medico — preghiere, giuramenti, codici deontologici — riposano, infatti, sul presupposto che i doveri del medico si strutturano sul rapporto diadico medico-paziente. La medicina sociale ha radicalmente rimesso in discussione proprio tale concezione. È diventato chiaro che gli aspetti sociali della prevenzione e cura delle malattie non possono essere adeguatamente trattati all’interno del rapporto medico-paziente. Il «modello cinese» del medico al servizio del popolo 28 costituisce certamente un’utopia per l’Occidente. La sua divulgazione ha contribuito, cionondimeno, a coagulare le richieste di un’alternativa alla medicina derivante dall’organizzazione capitalistica della società. La medicina sociale provoca uno spostamento di ottica che ha conseguenze decisive per l’etica: dalla cura alla prevenzione, dalla patologia localizzata alle cause strutturali che risiedono nelle condizioni di vita, dal servizio al singolo paziente all’obbligo verso tutti i cittadini. Non solo al singolo medico, ma alla professione in quanto tale si domanda di cambiare l’atteggiamento verso la società. Solo abbandonando la mentalità corporativistica i medici riescono a vedere il proprio ruolo all’interno di una più vasta organizzazione, che abbraccia tutti i professionisti della salute. Il servizio alla società ad essi richiesto si apre allora su un impegno etico molto più ampio di quello contemplato dai codici deontologici.

La rifondazione della deontologia su base sociale non è ancora avvertita in ambito medico. Le formulazioni fatte dai medici stessi, anche le più recenti, sono impregnate di paternalismo: è il medico che determina quale azione sia più conforme agli interessi sia del medico che del paziente. Al polo opposto, le «carte dei diritti del malato» sorgono su base rivendicativa: i consumatori dei servizi medici richiedono di essere presi in considerazione come soggetti nelle questioni che riguardano il loro benessere. In una situazione che si configura come di transizione, la deontologia medica ha ancora una sua utilità; ma in futuro dovranno essere raggiunte nuove frontiere etiche, in cui le prospettive unilaterali della deontologia saranno incluse in una prospettiva più ampia dell’interazione sociale.

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3. La morale medica cristiana

3.1. Il richiamo attuale a un’etica in campo bio-medico

Fra le istanze normatrici del comportamento relativo alla salute e alla malattia l’etica si distingue per una propria specificità, che la differenzia tanto dai parametri che si riferiscono all'ethos tradizionale, quanto da quelli deontologici. L’etica, in quanto sistema inteso a regolare il comportamento umano al fine di salvaguardare e realizzare valori, ha il suo Sitz im Leben nell’azione; e l’azione sanitaria è quanto mai intessuta di riferimenti ai valori. Si rivolge, infatti, all’uomo nei suoi vissuti esistenziali più pregnanti, come sono la nascita, la morte, la decisione riproduttiva, la crisi della malattia e la ricerca della salute; investe il campo della vita sociale, in cui va necessariamente collocata la malattia; tocca i confini in cui l’uomo si pone di fronte alla natura in quanto «homo faber», con crescenti poteri tecnologici di intervento su quello che è il dato naturale. L’etica ha come suo compito quello di situare l’azione sanitaria nell’orizzonte delle scelte di fondo.

La linea di incontro tra la prassi medica e l’etica si è andata sempre più ampliando. Fino a un’epoca recente la morale medica era associata ad alcuni casi-limite: l’aborto, l’eutanasia, i trapianti di organo, la sterilizzazione, la fecondazione artificiale. Oggi è praticamente tutta la medicina che richiede un quadro etico di riferimento. Aumentano, infatti, vertiginosamente le conoscenze di ordine bio-medico (si calcola che, al ritmo attuale, tale patrimonio ogni venti anni praticamente si raddoppia), ma si fa sempre più lontano il consenso su un modello antropologico che permetta di discriminare tra ciò che è proprio dell’uomo e ciò che non lo è più. Parallelamente, la tecnologia applicata alla medicina accresce le capacità di intervento. La vita può essere interrotta non solo all’inizio (aborto) o alla fine (eutanasia), ma manipolata in mille maniere: manipolazione del patrimonio genetico («ingegneria genetica»), sperimentazione sugli embrioni, embrio transfert, trapianti di organi di ogni genere, naturali e artificiali, interferenza sul processo naturale del morire (accanimento terapeutico e distanasia). Gli stessi confini tra ciò che è proprio della ricerca e sperimentazione biologica, e ciò che appartiene al campo della terapia medica, tendono a sfumare. La questione della liceità, tradizionalmente posta nei confronti di alcune pratiche mediche, viene straordinariamente ampliata: oggi ci troviamo a domandarci non solo che cosa si può fare e che cosa no, ma se è lecito fare tutto ciò che la tecnologia bio-medica è in grado di fare 29.

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L’ampliamento dell’etica medica è avvenuto anche su altri fronti. La sua portata si è estesa al di là del rapporto interpersonale (one-to-one) quale si stabilisce tra il medico e il paziente. Le azioni attuali dell’uomo, per gli effetti cumulativi delle rotture di equilibrio, hanno gravi conseguenze per le generazioni future. La nuova coscienza ecologica ci ha reso consapevoli che anche verso le forme di vita non umana l’uomo ha una grave responsabilità. Siamo in grado di vedere diritti dove l’etica tradizionale non li aveva considerati: diritti dell’ambiente, degli animali, delle piante. L’agire responsabile deve essere allargato anche a questo ambito di fenomeni vitali. Anche altre professioni, oltre a quella medica, sono coinvolte dagli interrogativi etici: il personale infermieristico e paramedico, i professionisti della medicina preventiva e dell’igiene mentale, gli assistenti sociali ed altri «social workers». Lo spostamento, infine, della prospettiva dai doveri del medico ai diritti del malato, ad opera del movimento che ha portato anche nell’ambito della sanità il dibattito sui diritti civili, ha ulteriormente modificato il quadro di riferimento dell’etica medica tradizionale 30.

In conseguenza delle numerose trasformazioni, si preferisce oggi sottolineare la novità dell’approccio dando a tale riferimento ai valori il nome di «bioetica». Secondo la definizione che ne dà l’autorevole Encyclopedia of Bioethics, la bioetica è «lo studio sistematico della condotta umana nell’area delle scienze della vita e della cura della salute, in quanto questa condotta è esaminata alla luce dei valori e dei princìpi morali» 31. Ha una portata più ampia, rispetto all’etica medica, in quanto include i problemi in rapporto ai valori che insorgono in tutte le professioni sanitarie (oggi, in primo piano, quelle relative al trattamento dei disturbati mentali e «sociopatici» in genere); si estende alla ricerca biomedica e comportamentale; abbraccia un vasto raggio di problemi sociali, come il controllo demografico; si estende al di là della vita e della salute umana, includendo i problemi dell'ambiente. Gli interessi della bio-etica si estendono ulteriormente se consideriamo la cura della salute in senso ampio, come ricerca del pieno sviluppo umano bio-psico-socio-spirituale, secondo la definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: «lo stato di completo benessere corporeo, mentale e sociale, e non solo l’assenza di malattia e infermità» 32.

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Emerge la tendenza a vedere nella bioetica una risposta alla crisi attuale della medicina e alla richiesta di un esplicito riferimento della prassi bio-medica a valori e fini propri dell’uomo. Soprattutto nei paesi anglosassoni nell’ultimo decennio si è verificata un’espansione considerevole dell’etica medica o bio-etica, che è stata introdotta come disciplina nel curriculum della formazione dei medici. Alla bioetica arride negli USA una larga popolarità, anche al di fuori delle scuole di medicina. Occupa il posto centrale dell’interesse che negli anni ’60 spettava all’etica della guerra e dei diritti civili 33.

Tra i problemi teoretici che la bioetica come disciplina è chiamata a risolvere, il più delicato è quello del proprio statuto epistemologico, chiarendo il rapporto che intercorre tra legalità e moralità, nonché tra religione ed etica; deve inoltre affrontare l’articolazione tra i due aspetti, valutativo e normativo, dell’etica. Se i problemi relativi al significato, ai metodi e ai modelli dell’etica — vale a dire, tutto l’ambito della «meta-etica» — sono di pertinenza specifica della filosofia morale, la questione del rapporto tra l’etica empirica e l’etica normativa fa parte integrante dell’etica medica. Dal punto di vista normativo interessa stabilire come i medici «dovrebbero» agire nelle circostanze concrete, in armonia con i princìpi dell’etica, laica o religiosa. Quando sorgono conflitti tra differenti prospettive, diventa imprescindibile una chiarificazione metaetica e un buon ancoraggio empirico. Ma soprattutto si rivela spesso risolutivo un approfondimento valutativo. Salute e malattia, infatti, sono variabili antropologiche suscettibili di indefinite variazioni culturali. Il medico non può elaborare in modo autonomo definizioni di vita e di morte, di salute e di qualità della vita, al di fuori dei luoghi dove si elaborano socialmente i significati. Ciò implica che oggi la medicina non può svolgere adeguatamente il suo compito senza un interscambio con le scienze dell’uomo. L’etica medica è il luogo appropriato di tale comunicazione. In essa confluiscono le acquisizioni della sociologia, della psicologia medica, dell’antropologia culturale; senza dimenticare l’apporto della linguistica e della letteratura.

Tra i problemi didattici emerge quello degli scopi che deve proporsi l’insegnamento dell’etica medica. Una commissione americana, creata per analizzare i problemi dell’insegnamento della bioetica, ha pubblicato un rapporto in cui vengono indicate le principali finalità 34. In primo luogo

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si tratta di mettere gli studenti in grado di saper riconoscere i problemi etici, distinguendoli dalle questioni puramente tecniche. La distinzione si rivela opportuna anche quando il medico o sanitario non sia coinvolto in prima persona nel processo della decisione. Se è consapevole delle diverse possibilità di risolvere i conflitti etici, potrà presentare i problemi al paziente in modo da permettere un’appropriata soluzione da parte del paziente stesso. Tuttavia il medico dovrà avere anche personalmente una certa preparazione che lo abiliti a sviluppare strategie per analizzare i problemi morali che si pongono in medicina e a mettere in riferimento i princìpi morali con i casi contingenti. Non ci si può aspettare che un medico risolva ogni problema etico in modo infallibile e all’istante; ma non può esimersi dall’essere preparato per il tipo di casi che incontrerà più frequentemente. Per quanto, infatti, la maggior parte delle decisioni vengano prese dal paziente o dal gruppo degli utenti delle cure mediche, alcune scelte etiche devono essere fatte da coloro che forniscono le cure (si pensi alla quantità di informazioni da trasmettere al paziente circa una particolare diagnosi; oppure all’infermiera che deve decidere se obiettare, per motivi etici, a un determinato trattamento). Per risolvere i conflitti intrapersonali e interpersonali che emergono, bisogna ricorrere a una decisione etica. Pur essendo le decisioni atti pragmatici di volontà, non sono necessariamente capricciose. L’intento dell’etica medica è appunto quello di elaborare teorie razionali per ottimalizzare le decisioni 35.

Quanto abbiamo detto della richiesta attuale di un’etica medica o bioetica per rispondere all’esigenza rinnovata di riferirsi ai valori in campo bio-medico, della natura, dei compiti e dei problemi metodologici di questa disciplina, ci dispone a considerare ora la morale medica che si fonda non sulla ragione, bensì sulla rivelazione biblica e sull’insegnamento autorevole della chiesa.

3.2. Profilo storico della morale medica cristiana

Con notevole anticipo rispetto al costituirsi nelle facoltà di medicina di una disciplina specificamente dedita allo studio dei risvolti etici della

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prassi sanitaria, la dottrina morale cattolica ha elaborato una trattazione organica di questi stessi temi. Già negli anni ’50 la morale medica è riconosciuta come disciplina teologica, le è riservato un insegnamento accademico, dispone di una serie di manuali e produce pubblicazioni e riviste specializzate.

Il principale fattore di sviluppo di questa disciplina va ravvisato nella preoccupazione pastorale. Attualizzando il ministero di insegnamento e di salvezza di Gesù Cristo stesso, il magistero ecclesiastico impartisce direttive religiose ed etiche dettagliate; offre così una guida autorevole alla coscienza dei fedeli, affinché si uniformino alla volontà salvifica di Dio in ciò che concerne la difesa e l’incremento della vita. Anche la disciplina del diritto canonico ha contribuito nell’ambito della Chiesa cattolica allo sviluppo di una morale medica molto analitica. Essa ha prodotto, infatti, delle normative dettagliate relative all’amministrazione di alcuni sacramenti in momenti critici dell’esistenza umana, per i quali si è resa necessaria un’esatta conoscenza medica: la definizione della morte per l’amministrazione dell’«estrema unzione»; conoscenze embriologiche per l’amministrazione del battesimo, anche intrauterino (con trattazioni specifiche di Sacra embryologia...); casistica di patologia sessuale per le cause di nullità matrimoniale.

Le principali fasi dello sviluppo storico della morale medica cattolica possono essere individuate in una sequenza che vede, in un primo tempo, la costituzione della teologia morale come disciplina autonoma, all’inizio dell’epoca moderna. Nella Summa moralis di S. Antonino, vescovo di Firenze (1383-1459), che esercitò un grande influsso fino al XVII secolo (si contano venti edizioni complete, dal 1477 al 1740!) troviamo una prima sintesi dottrinale di morale medica. Nel tomo terzo tutto il titolo settimo — «De statu medicorum» — tratta «de officio, vitiis, ac salariis medici». Troviamo elencati i problemi relativi alla competenza del medico, all’assistenza dei morenti, alla moralità dei rimedi prescritti, all’aborto. Parallelamente al costituirsi della medicina legale, ad opera di Paolo Zacchia (le Quaestiones medico-legales sono del 1621), vengono pubblicate opere di medicina pastorale ed etica medica, benché non si possa parlare ancora di una disciplina autonoma. A esemplificazione: il Ventilabrum medico-theologicum di M. Boudewyns (1666) sui casi che più frequentemente si presentano al medico; il De ortu infantium di Th. Raynaudus (1637), sulla moralità del parto cesareo e altre circostanze relative alla nascita, ecc. Nell’insieme, le Institutiones theologiae moralis di S. Alfonso de’ Liguori forniscono le seduzioni morali più seguite nei problemi dibattuti, fino al rinnovamento della morale verso la metà del nostro secolo.

La medicina pastorale propriamente detta si forma nel corso del XIX

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secolo e fiorisce fino alla metà del XX. Il suo scopo è di fornire ai sacerdoti le conoscenze mediche necessarie allo svolgimento del loro compito pastorale, e ai medici cattolici i princìpi morali e le direttive precise a cui attenersi nella casistica concreta relativa a sterilizzazione, aborto, contraccezione, rianimazione, trapianti di organo. La medicina pastorale si occupava di questioni relative alla difesa della vita (aborto, operazioni chirurgiche, uso dei medicinali) e all’area del sesto comandamento (uso della sessualità e matrimonio), nonché dei comandamenti della chiesa, relativamente alle regole del digiuno e dell’astinenza. La «summa» più autorevole di medicina pastorale è costituita dall’opera, in sei volumi, di A. Niedermeyer, Handbuch der speziellen Pastoral Medizin, 1948-1952, completa e innovativa nel suo impianto, tanto da affrontare anche questioni relative al trattamento psichiatrico e psicoterapeutico.

Lo sviluppo rapido della medicina dopo la seconda guerra mondiale ha fatto sorgere problemi inediti di etica medica. Ad essi ha offerto una tempestiva risposta il pontefice Pio XII, in una nutrita serie di discorsi e allocuzioni a medici e scienziati 36. Le soluzioni morali da lui proposte, rivolte di per sé solamente ai fedeli della chiesa cattolica, hanno spesso trovato udienza anche al di là dei confini ecclesiali, in quanto riflettevano il più sovente l’ethos umanitario proprio della medicina ippocratica. Il dialogo con l’etica laica era favorito dal fatto che la sapienza cristiana relativa agli obblighi circa la vita veniva fondata più sulla «legge naturale» che sulle sacre Scritture.

La struttura dottrinale propria della chiesa cattolica si riflette anche nella morale medica. Il peso del magistero papale — e in particolare del Sant’Uffizio — si è fatto sentire in tutte le questioni più cruciali. Tra il 1884 e il 1902, per esempio, il Sant’Uffizio rispose a numerose domande circa l’aborto, ed eliminò alcune eccezioni che non erano state espressamente condannate. Così pure le encicliche Casti Connubii (1930) e Humanae vitae (1968) presero posizione dettagliatamente sulla contraccezione e condannarono tutti i metodi contraccettivi, salvo quelli naturali. Benché fosse generalmente riconosciuto che l’insegnamento nell’area dell’etica medica non rientra nella categoria dell’insegnamento infallibile, l’autorevolezza magisteriale concludeva, in pratica, i dibattiti ed escludeva le opinioni divergenti dei moralisti. Lo spirito della Humani Generis

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(1950) — secondo cui, dopo un pronunciamento pontificio su un argomento controverso, i teologi non possono più dibatterlo liberamente — ha gravato anche sulla morale medica. Anche le direttive religiose ed etiche promulgate più di recente dalla gerarchia di alcuni episcopati — citiamo, a titolo di esempio, le Ethical and Religious Directives for Catholic Health Care Facilities dei vescovi americani del 1971, relativamente alla contraccezione, alla sterilizzazione, alla masturbazione per analisi dello sperma, all’inseminazione artificiale e alla gravidanza ectopica — tendono a presentarsi alla coscienza del fedele come legge apodittica, che impone decisioni uniformi nei casi concreti e domanda solo di essere messa in atto senza eccezione 37. Simili direttive mirano a modellare la convinzione personale dei cattolici sui problemi dibattuti e a influenzare la posizione delle istituzioni sanitarie cattoliche, affinché rifiutino pratiche quali l’aborto o la sterilizzazione.

Un’altra caratteristica specifica della morale medica cattolica è il suo riferimento alla «legge naturale». Da un punto di vista teologico, si riconosce che la natura umana, insieme alla ragione, costituisce per il cristiano una fonte di conoscenza etica. Metodologicamente la teologia cattolica dell’epoca preconciliare vuol coniugare armonicamente fede e ragione, sacra Scrittura e legge naturale. Secondo la teoria tomista, a cui si riferiscono i manuali di morale medica, la legge naturale è la partecipazione della creatura razionale alla legge eterna, vale a dire al piano della sapienza divina che dirige ogni azione verso la meta finale, secondo la natura propria di ogni creatura. Essendo l’uomo una creatura razionale, la legge naturale per l’uomo comporta il regolarsi secondo ragione. In armonia con questa impostazione, la ragione è capace di giungere a formulare i princìpi e le prescrizioni universalmente validi della legge naturale. Di qui il carattere statico dei princìpi e delle loro applicazioni. Dal momento che la qualità etica di azioni che attentano alla vita e all’integrità dell’uomo — quali l’aborto, la contraccezione, la sterilizzazione, l’eutanasia, ecc. — deriva, per una deduzione logica, dai princìpi generali, non ci si può aspettare modifiche rilevanti delle valutazioni morali.

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Condanne e prese di posizione su nuovi problemi si riducono, per lo più, alla riproposizione dei princìpi generali, che vengono semplicemente applicati ai casi particolari.

Nei manuali degli anni ’50 la trattazione casistica è spesso preceduta da un breve sommario dei princìpi che regolano la morale medica cattolica. I più importanti sono: il diritto alla vita, come diritto naturale e inalienabile (di conseguenza, l’uccisione diretta di un innocente, di propria autorità, è sempre male); il principio di totalità (il bene del tutto è il fattore determinante nei confronti delle parti, per cui si può disporre delle parti a vantaggio del tutto; nell’antropologia cristiana bisogna inoltre tener presente la finalità spirituale della persona, per cui il singolo organo è subordinato non solo al bene del corpo, ma al bene della persona); il principio del duplice effetto, nelle azioni che hanno due o più effetti, compreso uno cattivo (è il principio chiamato in causa per giustificare la possibilità dell’uccisione indiretta, dell’aborto indiretto, o della cooperazione materiale indiretta. Le condizioni requisite sono: che l’atto sia in sé buono o moralmente indifferente; l’intenzione dell’individuo deve essere buona; ci deve essere un motivo proporzionatamente grave per porre l’azione). Per quanto riguarda la sessualità e la procreazione, le facoltà sessuali devono essere usate secondo la finalità intesa da Dio creatore e rispecchiata dalla natura. Il fine degli organi e delle funzioni sessuali è duplice: la procreazione e l’unione nell’amore. Ogni loro uso, in cui positivamente si interferisca per impedire o frustrare la finalità intrinseca dell’atto, è immorale. Di qui la condanna della contraccezione e della sterilizzazione contraccettiva.

3.3. Nuovi orientamenti

L’interesse teologico-pastorale per i problemi dell’etica medica, già in pieno sviluppo negli anni ’50 e ’60, ha prodotto una ricca messe di saggi e manuali, che si consultano ancor oggi con qualche profitto. La stagione post-conciliare ha portato però un profondo rinnovamento anche in questo settore, come già in altri ambiti del pensiero e della prassi della Chiesa. L’«aggiornamento» della morale medica cattolica è dovuto, in maniera eminente, all’opera di Bernhard Häring 38. Nel suo Etica medica (Roma 1972) raccoglieva la ricca eredità della riflessione precedente. La

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situava però nel nuovo contesto, costituito dai progressi della medicina e della biologia, da una parte, e dai nuovi sviluppi della teologia cattolica durante e dopo il Vaticano II, dall’altra. «Non diamo risposte una volta per tutte, né risposte già pronte per tutti i nuovi problemi. Dobbiamo oggi impegnarci lealmente per restare fedeli alla nostra eredità con le esigenze dei tempi nuovi, soprattutto nel dialogo interdisciplinare», proclamava P. Häring nell’introduzione. Come criterio fondamentale per valutare i problemi attuali della professione medica e del paziente assumeva la libertà e l’integrità della persona umana.

Uno sviluppo ulteriore venne con Medicina e manipolazione (Roma, 1976). La manipolazione medica, comportamentale e genetica veniva inserita nell’insieme delle manipolazioni insidiose che minacciano quasi ogni settore della vita moderna; senza però ignorare le possibilità offerte di liberarci da condizionamenti sfavorevoli allo sviluppo del genere umano. «Che cosa significa la manipolazione nella e per la storia della libertà e della liberazione?», si domandava il teologo moralista. I criteri per il discernimento dei limiti etici della manipolazione venivano cercati nello spirito della teologia della liberazione.

L’ultimo sviluppo della riflessione di Häring sulla morale medica cristiana si trova nel terzo volume della sua nuova sintesi di morale: Liberi e fedeli in Cristo (Roma 1981), che si apre appunto con un’articolata trattazione della «bioetica». In questo contesto Häring adotta un’angolatura che conferisce alla morale della vita fisica un maggiore spessore teologico. La sua preoccupazione non è quella di fornire soluzioni morali «allargate» ai problemi tradizionali, e tantomeno compromessi, bensì di acquisire la giusta prospettiva, operando scelte evangeliche di valore e di senso. Colloca la promozione e protezione della vita, la salute e la terapia, la morte e il morire nel contesto del più ampio dovere, che incombe ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà, di unire le forze per la costruzione di un mondo più sano. «Tutta la redenzione è un’opera di risanamento, di guarigione. Di conseguenza tutta la teologia, e segnatamente la teologia morale, ha un’essenziale dimensione terapeutica. Cristo, il Salvatore, è anche Medico, Colui che guarisce. Egli è venuto a guarire la persona singola nelle sue relazioni, ma ha pure proclamato il Regno, un regno che abbraccia tutto, e quindi anche un mondo sano in cui vivere. I cristiani sono, in Cristo, dei terapeuti, della gente che fa opera di guarigione. Essi hanno la missione di guarire se stessi, di guarirsi gli uni gli altri e di lavorare uniti per la creazione di un mondo più sano» 39. L’etica medica si configura così come una parte dell’etica sociale, cioè della nostra corresponsabilità nel mondo e per il mondo.

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L’opera di P. Häring rappresenta in modo emblematico il rinnovamento avvenuto all’interno della monolitica morale medica dell’epoca preconciliare. Le principali caratteristiche della nuova riflessione possono essere ricondotte al superamento del concetto teorico di «legge naturale» e al diverso tenore dell’insegnamento autoritativo del magistero. Quanto al primo aspetto, la teoria della legge naturale è stata sottoposta alla critica di favorire un certo fisicalismo morale, che identifica l’aspetto morale dell’atto umano con l’aspetto fisico dell’atto. Teologicamente, mentre cadeva nel dibattito conciliare la teoria delle «due fonti» della rivelazione e prevaleva la concezione storico-salvifica (cfr. D.V., 2-6), diventava difficile giustificare una terminologia che potesse indurre a intendere la «natura», con le sue leggi, quale sorgente autonoma di moralità. La teologia veniva provocata a un «ressourcement» storico-salvifico da un tratto caratteristico della cultura contemporanea: la maggiore coscienza storica, che accentua la crescita, lo sviluppo, l’elemento individuale e contingente.

Un fermento di novità ha toccato anche l’aspetto formale della morale medica cattolica, vale a dire il fatto che fosse autoritativamente insegnata dal magistero gerarchico. Il consenso unanime si è infranto con le reazioni discordi alla Humanae Vitae: ci sono stati teologi che hanno rivendicato il diritto al dissenso rispetto a insegnamenti morali specifici, non garantiti dall’infallibilità magisteriale. Su questioni particolari — la contraccezione, la sterilizzazione, la masturbazione per analisi seminali, l’inseminazione artificiale — emerge un pluralismo impensabile per la manualistica preconciliare. Anche nei documenti magisteriali va registrata qualche novità. Accanto a quelli che, come in passato, sono emanati con l’intenzione di chiarire, con l’autorità del magistero autentico, punti controversi e di guidare la coscienza dei fedeli (come, ad es., la Dichiarazione sull’aborto procurato, emanata il 18.11.1974 dalla Congregazione per la dottrina della fede, o la dichiarazione della stessa Congregazione sull’Eutanasia, del 5.5.1980), compaiono anche documenti pastorali, finalizzati a sensibilizzare i fedeli su nuovi problemi relativi alla vita e alla salute.

Di tal genere sono due documenti, dovuti rispettivamente alla conferenza episcopale tedesca e a quella francese, relativi alla morte e al morire nelle condizioni culturali attuali e ai problemi etico-pastorali che ne derivano 40. La comunità cristiana, attraverso la voce dei suoi pastori, si mobilita per rispondere all’interpellazione che deriva dalla disumanizzazione strutturale del morire. Anche la morale medica cristiana identifica

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in tal modo il suo compito nel contribuire a servire l’uomo migliorando la qualità della vita.

4. L’obiezione di coscienza nelle professioni sanitarie

Quando qualcuno nell’esercizio della sua professione si appella alla coscienza suscita istintivamente rispetto. La coscienza individuale nella gerarchia di valori del nostro universo culturale occupa il posto più alto. Ad essa si attribuisce la decisione ultima. Dalla coscienza dipende la qualità etica del comportamento: ciò che è in accordo con essa ha un valore morale positivo; l’infrazione del dettato della coscienza inquina la moralità anche di un atto in sé buono. Il ricorso alla coscienza è circonfuso da un’aura ancor più sacrale quando si tratta delle professioni sanitarie, dal momento che in esse si esercita un potere sulla vita di altri esseri umani.

La coscienza è, per sua natura, un’istanza insindacabile. Ciò non la sottrae però a qualsiasi forma di critica. In particolare, non può essere elusa la questione fondamentale: c’è veramente la coscienza dietro gli appelli alla coscienza? I «maestri del sospetto» ci hanno fatto aprire gli occhi sull’abisso esistente tra il linguaggio e la realtà. Non sempre siamo soggettivamente consapevoli delle mistificazioni. Talvolta ci limitiamo a considerare le relazioni sociali apparenti, senza avvertire la realtà di sopraffazione che nascondono. Oppure ci accontentiamo di ciò che le difese del pensiero cosciente lasciano filtrare, ignorando la realtà psichica repressa. Non soltanto chi è andato a scuola dal marxismo e dalla psicoanalisi è stato educato al sospetto sistematico. Anche l’uomo della strada ha imparato a diffidare delle parole altisonanti, a distinguere tra ciò che il linguaggio rivela e ciò che nasconde.

Le mistificazioni possono essere involontarie; per questo sono così pericolose. Specialmente quando coinvolgono la coscienza, il frutto più sublime e più fragile che l’educazione etica dell’umanità ha prodotto.

Corruptio optimi pessima, insegnava la sapienza degli antichi. Poiché dunque l’appello alla coscienza può dar adito a mistificazioni, grossolane o raffinate che siano, è opportuno sottoporre l’obiezione di coscienza in campo sanitario a una riflessione critica. Non al fine di screditare l’obiezione, o per scoraggiare il ricorso ad essa, ma piuttosto per mettere in evidenza le condizioni che la rendono autentica e credibile; dunque, in sostanza, per promuovere un’obiezione di coscienza di qualità etica ineccepibile. A tale scopo è necessario sottoporre l’appello alla coscienza a una progressiva chiarificazione semantica, a un triplice livello: deontologico, etico e religioso.

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4.1. La coscienza come istanza medica

Per situarci d’emblée nell’ordine della coscienza etica pensiamo alla situazione che evoca l’accorata domanda: «Dottore, che decisione prenderebbe se si trattasse di sua figlia o di sua moglie?». La domanda presuppone che, oltre alla coscienza professionale, esista un’altra istanza. La cosiddetta «coscienza professionale» non è altro che l’ethos che caratterizza una determinata professione. A un’analisi ulteriore l’ethos professionale risulta dotato di una duplice rilevanza: giuridica ed etica. Il primo punto di vista costituisce il diritto professionale, strutturato come un insieme di prescrizioni di legge legate a una determinata professione. Esso specifica le obbligazioni di chi la esercita. Le infrazioni di tale normativa sono perseguibili penalmente. Ma l’ethos professionale non è ristretto a quanto può portare di fronte al giudice. C’è anche un insieme di doveri che dipende da un’altra fonte. Sono i doveri che, come abbiamo visto nel secondo capitolo, costituiscono la deontologia di una professione. Oltre a questa coscienza professionale, esiste un’istanza superiore, a cui si può far appello in situazioni eccezionali. Se il medico è interpellato in quanto medico, può lasciarsi guidare dall’ethos deontologico; ma, interpellato in quanto uomo, e dovendo prendere una decisione «in coscienza», dovrà ispirarsi a un altro ordine di valori.

La domanda da cui siamo partiti evidenzia alcuni tratti che connotano la coscienza morale. Questa è una relazione intrinseca dell’uomo con se stesso, grazie alla quale l’individuo può conoscersi in modo immediato e privilegiato, e perciò giudicare con sicurezza. L’accesso alla coscienza di un altro non può essere forzato; la coscienza non si apre dall’esterno ma solo dall’interno, per libera automanifestazione del singolo all’altro essere. La sfera d’interiorità costituita dalla coscienza è avvertita come realtà superiore e privilegiata. In quanto organo per la veracità e l’onestà, conferisce alle azioni caratteristiche peculiari: le rende libere, responsabili; in una parola: morali.

In questa sommaria descrizione della coscienza si sarà riconosciuta la concezione che, dall’illuminismo in poi, rappresenta l’ideale più alto di civiltà nell’ambito della cultura occidentale. L’uomo emancipato è quello che ha superato l’«eteronomia» — sia quella parentale del bambino che quella sociale del primitivo — per accedere all’«autonomia», vale a dire una condotta guidata dalla coscienza. Un’azione compiuta secondo coscienza suscita un rispetto che confina con la venerazione. Si può addirittura parlare di una «religione della coscienza» come caratteristica della cultura illuministica di cui siamo figli.

Nessuno si sognerebbe oggi di contestare il ruolo preminente attribuito alla coscienza nella gerarchia di valori. Prima però che la coscienza

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possa rivendicare i suoi privilegi di istanza inappellabile e suprema, deve rispondere ad alcune questioni della massima importanza. Quali sono le decisioni che vengono veramente prese in coscienza? Esistono validazioni in grado di accreditare o inficiare gli appelli della coscienza? Come si forma e come si evolve la coscienza?

Iniziamo dall'ultima questione. Parlare di formazione della coscienza implica una prospettiva dinamica ed evolutiva, secondo la quale la coscienza non esiste come un elemento immutabile, simile ai tratti trasmessi tramite il meccanismo dell’eredità genetica. La coscienza esiste, piuttosto, in potenza; spetta all’educazione creare le condizioni per il suo sviluppo. La coscienza del bambino non si lascia comparare con quella dell’adulto. Gli adulti sono così lontani dal continente perduto dell’infanzia che stentano a rendersi conto che persino la nozione di «intenzionalità» è acquisita. Per l’adulto la presenza di un’intenzione, pur non essendo sempre un fatto percettibile, è però un dato di cui occorre sempre tener conto per valutare la qualità di un’azione. Non così, invece, per il bambino. Gli studi di J. Piaget 41 hanno dimostrato che il pensiero infantile è per lungo tempo permeato di realismo, che comporta il primato dei dati percettivi su quelli rappresentativi. Il bambino deve percorrere un lungo cammino prima di giungere a scindere la presenza di un’intenzione dal risultato concreto dell’azione che essa suscita o guida, e a rendersi così conto che a una stessa intenzione possono corrispondere risultati diversi o, viceversa, che può verificarsi uno stesso risultato benché le intenzioni siano diverse. A Piaget dobbiamo l’ipotesi dell’esistenza di due moralità: una eteronoma o di costrizione, l’altra autonoma e fondata sulla cooperazione. Secondo la prima, che si ritrova nei bambini più piccoli, ciò che la regola o l’adulto comandano deve essere fatto e la disobbedienza è comunque un atto riprovevole; secondo la morale autonoma, che si impone più tardi sostituendosi — talvolta non interamente — alla prima, una regola ha quel valore che concordemente si decide di darle.

Affermando che la persona adulta e matura è solo quella che si lascia guidare nel suo agire da motivazioni di coscienza, si ottiene senza difficoltà il consenso generale. Non esiste invece un modello di sviluppo della coscienza che si imponga in modo indiscutibile. A titolo orientativo ci riferiamo a quello proposto da Charles Hampden-Turner, che si ispira alle teorie della personalità proposte dalla corrente nota come «psicologia umanistica» 42. Secondo questo modello, prima di giungere all’azione

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orientata alla coscienza si passa per numerose fasi, che possono essere così schematizzate:

― Orientamento di obbedienza (analogo alla moralità eteronoma di Piaget). L’azione è motivata dalla volontà di evitare punizioni o fastidi. Deferenza somma verso il potere; concezione oggettiva e non ancor soggettiva della responsabilità (Piaget lo chiama «realismo morale»: convinzione che commettere certi atti è cosa in sé cattiva e costituisce una colpa, indipendentemente da ogni considerazione del contesto psicologico che precede o accompagna il loro svolgersi).

― Orientamento egoistico strumentale. L’azione è orientata al soggetto stesso e ai propri bisogni: è giusta quella che li soddisfa. Questo atteggiamento non esclude eventualmente l’orientamento a bisogni degli altri. Determinante in questa fase è la concezione che non esistano valori assoluti: ogni valore è relativo ai bisogni e alle prospettive del singolo agente.

― Orientamento al ruolo. La formazione della personalità individuale passa attraverso l’accettazione di un ruolo. Questa accettazione permette di prevedere le azioni degli altri e di adattarvi la propria condotta. Una condotta orientata al ruolo implica la conformazione alle immagini stereotipate della maggioranza e l’intenzione di adattarsi al giudizio sociale su ciò che è naturale per un certo ruolo. Prototipo di questo atteggiamento è il bambino adattato che, pur di piacere, compiace. In ognuno che sia passato attraverso il processo di socializzazione è presente il «bravo ragazzo», teso a riscuotere l’approvazione altrui.

― Orientamento alla legge. È l’orientamento a mantenere l’autorità e l’ordine sociale come fine a se stesso. Ispira il comportamento di coloro che «fanno il proprio dovere», ne sono fieri e appagati. La concordanza personale con quanto si presenta con le caratteristiche di «ordine» esaurisce le esigenze morali presenti a questo livello.

― Orientamento al contratto sociale. Il dovere è qui definito in termini di contratto. È presupposto che ci si sia resi conto che nelle orme e nei ruoli c’è un elemento arbitrario, che dipende da un accordo sociale. L’azione ispirata ad esso intende evitare di violare il volere o i diritti degli altri e vuol favorire la volontà e il benessere della maggioranza.

― Orientamento ai princìpi o alla coscienza. È il comportamento di chi, al di là dell’orientamento alle regole sociali effettivamente ordinate, si ispira a princìpi di libera scelta personale. A questo livello il principio direttivo delle azioni è la coscienza. Il giudizio che si basa sui princìpi e sulla coscienza è la forma più elevata di giudizio morale. È proprio

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della persona matura, che ha completato la formazione della propria coscienza.

L’obiezione di coscienza è un caso particolare, di origine conflittuale, del comportamento morale adulto, ispirato ai princìpi etici. Prima però di considerare questo caso particolare, completiamo il quadro della personalità dell’uomo eticamente maturo. La persona matura, che si ispira ai princìpi, non equivale al «dogmatico». Utilizzando la distinzione messa in uso da Rokeach 43, diremo che, a differenza del dogmatico, è dotata di un quadro mentale «aperto», non «chiuso». Ciò vuol dire che la sua percezione abbraccia tutta la realtà, compresa l’intera gamma dei dilemmi. La sua è una percezione decentrata, capace di cogliere i bisogni degli altri, anche quelli che contraddicono i propri.

Grazie a una personalità tanto forte da non conformarsi alle aspettative di ruolo imposte dall’ambiente culturale, la coscienza adulta può affrontare la drammatica eventualità della situazione di conflitto. Può avvenire infatti che il soggetto etico si trovi nella situazione in cui l’orientamento ai princìpi e alla coscienza si oppone alle altre istanze. Non è un’eventualità da presumere con troppa facilità. Normalmente le varie istanze si integrano abbastanza armonicamente, o quanto meno convivono; e solo una minima parte dei nostri atti morali fa appello diretto alla coscienza. Ma il caso eccezionale in cui l’orientamento alla coscienza si opponga agli altri orientamenti può crearsi. Allora la struttura etica è messa alla prova e il soggetto si trova di fronte a un dilemma: o sacrifica il riferimento alla coscienza, appoggiandosi a una delle altre motivazioni (secondo lo schema gerarchico che abbiamo proposto: esegue il comando che gli evita la punizione, si orienta secondo i propri bisogni, fa ciò che ci si spetta da lui, ciò che prescrive la legge, agisce secondo gli impegni che si è assunto verso la società); oppure investe tutto il suo potenziale morale sui princìpi, affrontando le conseguenze del conflitto. Le quali possono essere, in una tragica escalation: la soppressione del contratto sociale, lo scontro con il rigore delle leggi vigenti, la disapprovazione sociale per il non adempimento delle aspettative di ruolo, il disagio personale e, infine, la punizione. Due esempi luminosi di opposizione per motivo di coscienza, con la morte inflitta come epilogo, sono le vicende di Socrate e di Tommaso Moro.

La semplice menzione dei due simboli più noti, nella nostra cultura, della trascendenza della coscienza ci fa intravvedere quale straordinaria

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efficacia possa avere l’obiezione di coscienza. Il principio per amore del quale si è disposti a mettere in gioco ogni cosa sollecita negli altri una reazione di conferma, che travolge i contratti sociali, le leggi e le aspettative di ruolo; tale principio può diventare una nuova base per la convivenza civile, una nuova legge, un nuovo modello di ruolo. Non è retorica affermare che i progressi etici dell’umanità non sono avvenuti per accumulazione progressiva, come quelli scientifici, ma per salti qualitativi dovuti a coscienze singolari, come appunto quelle di Socrate e di Tommaso Moro (se i due esempi sembrano eccessivamente patetici per la tragica fine degli obiettori, si pensi come situazione emblematica a Francesco d’Assisi, nudo di fronte al padre: è anche questa un’immagine fortemente espressiva della radicalità a cui può portare la motivazione di coscienza).

La descrizione fenomenologica della motivazione di coscienza che abbiamo sviluppato come risposta alla domanda iniziale sulla formazione della coscienza ci offre gli elementi per discernere un’obiezione di coscienza da ciò che non lo è. Non è sufficiente che ci sia un atto di ribellione alle leggi e al contratto sociale perché si abbia obiezione di coscienza. La ribellione può manifestarsi tanto nella fase più formalmente etica quanto nelle fasi precedenti, nelle quali il comportamento si orienta ad altro che ai princìpi etici. Se la persona non si è maturata normalmente fino a raggiungere la capacità di un’azione orientata ai princìpi, non si può parlare di obiezione di coscienza. Quante persone raggiungono questo stadio? Il nostro narcisismo culturale, avvezzo a mettere il comportamento dell'homo sapiens su un piedistallo tanto più elevato di quello dell’animale, vorrebbe lasciarsi illudere che la motivazione di coscienza è l’atmosfera etica in cui si muove abitualmente l’umanità. Probabilmente la realtà è ben diversa. Pensiamo all’anestesia delle coscienze, al conformismo e all’adattamento generalizzato che costituiscono la triste base su cui poggiano tutti i regimi totalitari. Motivo di riflessioni non meno deprimenti ci offrono i risultati dell’esperimento di Stanley Milgram sull’acquiescenza all’autorità. I soggetti sperimentali ai quali fu ordinato di somministrare scariche elettriche a cavie umane (benché in realtà, all’insaputa dei protagonisti dell’esperimento, si trattasse di attori abili nel mimare il dolore), elevarono il voltaggio, su comando, fino a livelli mortali per la cavia. Soltanto pochissimi soggetti rifiutarono le direttive degli sperimentatori. Evitiamo di sollecitare conclusioni troppo ampie dall’esperimento, anche se è stato confermato da esperimenti analoghi condotti in Italia; una cosa, tuttavia, appare certa: non tutti, forse addirittura poche persone, sono capaci di ribellarsi. Se la capacità di opporre resistenza per motivo di coscienza fosse così diffusa come la fede nel valore della vita umana, i risultati degli esperimenti sull’acquiescenza agli

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ordini immorali sarebbero ben diversi (e non ci sarebbero stati né Auschwitz né l’arcipelago Gulag).

È facile passare da queste considerazioni al campo specificamente sanitario. I suoi operatori professano il principio dell’intangibilità della vita e svolgono un’attività volta a fini terapeutici; eppure si trovano spesso, di fatto, al centro di un campo di forze contrarie alla vita. Contrariamente alle attese, le obiezioni di coscienza non sono frequenti. Se consideriamo con realismo quanto raramente il comportamento umano si orienti ai princìpi e alla coscienza, non troveremo nel fatto un motivo per stracciarci le vesti. Del resto, in base alle osservazioni precedenti sappiamo di non essere in grado di inferire con certezza dal fatto in sé della ribellione ad attese di ruolo o a prescrizioni legali un’obiezione di coscienza. Per definizione la coscienza è autoevidente ed autoriferentesi: essa esclude perciò qualsiasi forma di diretta verifica dall’esterno. Un comportamento di ribellione potrebbe essere orientato a tutt’altro che alla coscienza. A livello sociale le questioni di coscienza sono circondate da un velo di agnosticismo: «ignoramus et ignorabimus». La società infatti, pur considerando la motivazione di coscienza come il vertice supremo della moralità umana, si regge non sulla coscienza, bensì sugli altri ordini di moralità. Non sarebbe possibile una convivenza civile se l’unico ordine di riferimento fosse il dettato della coscienza individuale. Ciò ci permette di capire il carattere irritante che ha, a livello sociale, l’obiezione di coscienza. L’appello alla coscienza è un fatto anomalo che sembra sospendere altre forme di moralità che garantiscono la convivenza civile, in particolare l’ordinamento giuridico e il contratto sociale. Tanto più che la coscienza individuale è un’istanza che sfugge a qualsiasi controllo sociale (di qui le riserve nei confronti della disposizione che accompagna la legge del 1973 circa il diritto di obiezione di coscienza al servizio militare, secondo cui una commissione deve giudicare le motivazioni di coscienza; la disposizione contraddice il concetto stesso di obiezione di coscienza).

Quali risorse restano alla società per difendere se stessa dalle obiezioni di coscienza spurie? Rimane la possibilità delle verifiche indirette. Il gruppo sociale, il quale non può rinunciare alla collaborazione dei suoi membri, per evitare che l’obiezione di coscienza sia solo la copertura di un disimpegno di comodo, può avanzare richieste di un impegno compensatorio. Così nel caso dell’obiezione di coscienza al servizio militare la comunità dovrà richiedere una equivalente e impegnativa prestazione civile (purché non diventi in pratica una forma di penalità). Quando poi l’obiezione cada su alcuni punti che il gruppo ritiene di valore sostanziale per la convivenza civile, la società, pur non potendo richiedere un’esecuzione contro coscienza, potrà esigere che si subisca la pena o si

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esca dal gruppo 44. È un’eventualità che, come abbiamo illustrato sopra, è insita nella nozione stessa di obiezione di coscienza.

Questi princìpi etici possono essere applicati ai casi di obiezione di coscienza che riguardano i sanitari nell’esercizio della loro professione; in particolare alla prestazione della loro opera per procurare l’aborto. Tutte le legislazioni dei paesi democratici che hanno varato normative in proposito hanno previsto la figura giuridica del medico obiettore di coscienza; alcune l’hanno estesa anche ad istituzioni sanitarie in quanto tali. Più che le concrete determinazioni di tali norme, ci interessa valorizzare il fatto in sé dell’obiezione prevista dal legislatore e la tensione tra la società legiferante. e il medico obiettore che ciò presuppone. Si crea così uno spazio per l’inquietudine e l’interrogazione. Il gruppo sociale, ammettendo nella propria normativa, in maniera del tutto anomala, la possibilità dell’obiezione, confessa la propria insicurezza. Il patto sociale non è perfetto, se la coscienza di alcuni può essere prevedibilmente offesa da qualche norma e la legge stessa, che pur dovrebbe garantire l’armoniosa convivenza, si vede costretta a prevedere vistose deroghe. Ammettendo l’obiezione di coscienza, la società proclama implicitamente che si tratta di una situazione transitoria e di emergenza, che reclama di essere superata mediante una crescita qualitativa della moralità comune.

La tensione dialettica tra coscienza individuale obiettante e normative sociali apre inoltre uno spazio di interrogazione per colui che obietta. È la sua una vera obiezione di coscienza? Per essere tale non basta infatti che l’azione obbedisca a una qualsiasi convinzione, ma deve derivare da un principio fondamentale. Questo, a sua volta, non esiste isolato, ma fa corpo con tutto l’organismo etico dell’individuo. Non si può, se non a prezzo di una contraddizione insanabile, difendere un principio in una circostanza e poi rinnegarlo allegramente in tutto il resto della propria attività professionale. Oltre i casi di più smaccata ipocrisia, c’è tutta una gamma di incoerenze personali e istituzionali che attendono la seria verifica dell’obiezione di coscienza per essere messe in luce. Di fronte al tribunale della coscienza, si sa, ognuno è solo; ma l’essere il testimone della propria immoralità può essere una ben dura condanna, di quelle che si scontano a vita.

4.2. L'obiezione per motivi religiosi

L’obiezione di coscienza per motivi religiosi è uno dei casi in cui l’autorealizzazione

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etica dell’individuo tocca i vertici. È noto come storicamente sia stato il protestantesimo a rivalutare l’obiezione di coscienza come espressione dello spirito cristiano; con la protesta in nome del Vangelo stesso, il libero esame, mediato dalla coscienza individuale, ha spezzato la monolitica unità garantita dall’istituzione ecclesiastica. In ambito cattolico si è fatto a lungo resistenza al principio della libertà di coscienza. Tanto la concezione protestante quanto quella illuministica erano giudicate come un’indebita semplificazione dell’organismo etico, di cui fa parte essenziale il riferimento all’autorità. Il concilio Vaticano II ha ratificato un processo di rivalutazione della coscienza individuale avvenuto anche tra cattolici. Con la dichiarazione Dignitatis humanae l’istanza dottrinale di vertice, il magistero, ha preso ufficialmente posizione a favore della libertà religiosa; la dichiarazione, pur non richiamandosi all’obiezione di coscienza, afferma i princìpi dai quali deriva il diritto all’obiezione.

I problemi suscitati dalla coscienza religiosa sono numerosi e delicati. Ciò che interessa il nostro assunto è la possibilità di un’obiezione di coscienza nella professione medica in nome di un’incompatibilità con i propri princìpi religiosi. Procederemo come abbiamo già fatto per le altre due istanze, quella deontologica e quella etica. Ciò che ne risulterà non sarà una casistica spicciola, ma piuttosto una specie di radiografia dell’obiezione stessa. Il nostro scopo è di mostrare quali sono le condizioni che garantiscono la consistenza interna e l’accettabilità sociale dell’obiezione religiosa.

Specifichiamo in primo luogo che l’appello alla propria coscienza religiosa può avere valenze diverse. In sé, esso dice riferimento alle istanze dottrinali e morali della comunità di fede religiosa a cui si appartiene (dal momento che una religione non è mai un fatto puramente individuale). Tuttavia il legame con la comunità e il suo apparato dottrinale-autoritario può essere di qualità molto diversa. L’autenticità e la profondità del legame ammettono una vasta gamma di possibilità. Per prendere gli estremi, si può andare dall’adesione nominale — a cui magari possono non essere estranei interessi materiali o vantaggi sociali —, all’identificazione sofferta (si pensi al caso di Galileo, preso nella morsa del contrasto tra la propria visione scientifica e la fedeltà all’autorità dottrinale della Chiesa). Anche qui, come già nel caso dell’appello ai princìpi etici, la possibilità di una verifica obiettiva del grado di autenticità è esclusa a priori. La possibilità del «tartufismo» è purtroppo da mettere in conto, anche se non può essere una ragione sufficiente per accogliere con sospettoso pregiudizio qualsiasi riferimento a princìpi religiosi.

Solo il credente stesso può sapere se si riferisce unicamente alla struttura

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esterna del gruppo confessionale, oppure ne partecipa l’intima sostanza in modo personale; in altri termini: se la sua religiosità è pura appartenenza sociologica, oppure si fonda su un’esperienza religiosa.

Quando l’appello alla coscienza attinge le profondità esistenziali dell’esperienza religiosa personale, viene a qualificarsi come un momento che ha la stessa tessitura etica del comportamento motivato da princìpi individuali. L’esperienza religiosa in quanto tale è difficile da definire. Fa parte di una di quelle esperienze psicologiche che Abraham Maslow ha definito peak experiences; vale a dire esperienze di ordine superiore, che permettono all’individuo di compiere sintesi di coscienza improvvise, panoramiche e fuori dall’esperienza comune 45. Esperienze di questo tipo vengono sentite come auto-validanti, auto-giustificanti, recanti in sé il proprio intrinseco valore.

Secondo I.T. Ramsey, per intendere a quale tipo di situazioni fa riferimento l’esperienza religiosa bisogna unire insieme due fattori: «discernimento» e «impegno». Il primo può essere illustrato con quelle situazioni, familiari alla psicologia della Gestalt, in cui «qualcosa scatta», «il ghiaccio si spezza», una persona «prende vita»; l’impegno è una risposta incondizionata a qualcosa «che è al di fuori di noi» 46. Si tratta, in ogni caso, di approssimazioni. Non può esistere una descrizione che metta in grado di capire un’esperienza senza farne l’esperienza!

L’esperienza è la sostanza della fede. Questa ha come unico parametro interno di autenticità l’esperienza religiosa, in quanto nasce da essa o tende verso di essa. Ciò non esclude il momento comunitario e la conseguente tensione tra spontaneità e normatività delle istituzioni. Ma i due termini devono essere lasciati coesistere dialetticamente; un modo costruttivo di risolvere la tensione non potrebbe essere quello di sopprimere uno dei due.

In che senso l’esperienza religiosa ha un’incidenza nella questione dell’obiezione di coscienza? Ci pare di poterlo indicare nel fatto che l’esperienza religiosa costituisce una fonte di motivazione etica. In quanto espressione di somma autorealizzazione umana (una realizzazione che in alcune religioni storiche è esplicitata come dono connesso all’incontro con il «Tu» divino), l’esperienza religiosa è percepita dal credente come un’esistenza nuova, da cui deriva un’esigenza morale nuova. Cambia il suo essere, cambia il suo agire. Lo sboccio della novità, elemento comune ai vissuti esistenziali culminanti, è esigente. Nell’esperienza si esprime

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un’autorità superiore alla quale il credente non può — non vuole sottrarsi, perché con essa si identifica. Il comportamento etico dell’uomo religioso si fonda sull’autorità di Dio, come istanza irriducibile alle altre. È difficile definire in termini antropologici come sia determinata la coscienza dell’uomo che l’esperienza religiosa ha aperto a una dimensione nuova dell’essere. Non si tratta di «autonomia», vale a dire la conquista che l’individuo post-illuministico ha strappato alle determinazioni sociali e che difende come «libertà di coscienza»; neppure si tratta dell’«eteronomia» della coscienza non emancipata. Bisogna ricorrere a un termine proposto da alcuni teologi: «teonomia» della coscienza. Si tratta di un rapporto esperibile ma non descrivibile.

La descrizione delle coscienze normate dal loro rapporto con Dio ha un carattere astratto. Di fatto però noi abbiamo conosciuto l’esistenza di tali coscienze non per opera di speculazione; queste coscienze si sono storicamente mostrate. Pensiamo a Cristo di fronte a Pilato. Due universi etici polarmente opposti. Non è soltanto la qualità delle azioni che li fa divergere, ma, in radice, l’autorità etica a cui la loro coscienza fa riferimento. Cristo fa osservare a Pilato che non avrebbe autorità su di lui se non gli fosse stata data da chi gli sta sopra; il suo potere è mutuato da un organismo politico-sociale (nel caso, di oppressione imperialista!) che lo sostiene e lo giustifica. Di fronte a lui Gesù di Nazaret è un uomo di «un altro mondo» non solo metafisico, ma etico. Il suo potere non dipende da un’istanza gerarchica esterna: lo ha dentro di sé, in quel centro di esperienza esistenziale in cui è uno con Dio. Pilato, il detentore del potere, è eteronomamente determinato come uno schiavo; Gesù, il suddito, è teonomamente libero.

Considerazioni analoghe si potrebbero sviluppare in margine alla disputa tra Gesù e i sommi sacerdoti a proposito della sua autorità (cfr. Mc 11,27-33). I rappresentanti dell’istituzione religiosa, che avevano con l’autorità divina un rapporto basato sulla tradizione e sulla formalità legale e gerarchica, non potevano capire di dove venisse l’autorità di chi portava in sé la salvezza di Dio.

Gli ebrei, tuttavia, non escludevano a priori l’esistenza di esperienze di Dio che fondassero una nuova esigenza spirituale ed etica. Tutta la loro storia sacra, in particolare la vicenda dei profeti, stava a dimostrarlo. Per questo l’«obiezione di coscienza» dei primi discepoli di Gesù («Se sia giusto davanti agli occhi di Dio obbedire a voi piuttosto che a Dio, giudicatelo voi stessi. Quanto a noi, non possiamo non rendere pubblico quanto abbiamo visto e ascoltato»: At 4,19-20) fece particolare impressione sul sinedrio; e in seguito, dietro l’intervento di Gamaliele, espressione della saggezza spirituale del popolo di Dio (At 5,34-39), fu deciso di rinunciare a perseguirli con la forza.

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La coscienza religiosa, dunque, si modella essenzialmente sull’evento dell’esperienza religiosa, più che sul precetto. Ha bisogno anche del precetto come pedagogo; ma il precetto da solo è uno scheletro senza vita, un’armatura opprimente. La legge è solo pallida memoria dell’evento. La coscienza che si riferisce esclusivamente alla legge non conosce la creatività. Un ultimo elemento: l’autorità morale radicata nell’esperienza religiosa costituisce l’individuo nella sua unicità, ma non lo isola dalla comunità. Non crea degli «illuminati», sganciati da qualsiasi riferimento al gruppo con cui condividono l’esperienza religiosa. La convinzione intima che si ha davanti a Dio è un diritto inviolabile, che assegna alla coscienza convinta un primato assoluto. Essa non è tuttavia l’ultima istanza. La carità fraterna è l’orizzonte più universale, che supera anche i diritti della coscienza. Paolo ha formalizzato questi princìpi intervenendo nella questione del diritto dei cristiani di mangiare la carne sacrificata agli idoli (1 Cor 8). Il cristiano che ha incontrato il Dio vivente sa che gli idoli sono un nulla; in coscienza è perciò libero di mangiare la carne loro sacrificata. «Badate però — continua l’Apostolo — che questa vostra libertà non diventi pietra d’inciampo per i deboli... Peccando in tal modo contro i fratelli e offendendo la loro debole coscienza, voi peccate contro Cristo. Perciò se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò carne in vita mia per non scandalizzare il mio fratello».

È facile intuire quale incidenza possa avere il riferimento alla coscienza religiosa nella prassi professionale. Può, ad esempio, un medico trovare nel proprio vissuto religioso — nella sua esperienza religiosa privata o in quella della comunità di fede di cui è parte — un motivo per obiettare in coscienza contro prestazioni richiestegli? Certamente sì. Tuttavia l’articolazione delle considerazioni precedenti ci autorizza a dire che l’obiezione di coscienza per motivi religiosi deve essere trattata con estrema delicatezza. Essa mette in moto un insieme di gravi interrogativi circa la qualità e la profondità del vissuto religioso dell’individuo, il suo rapporto con l’istituzione religiosa, i diritti della verità e quelli della carità, le interferenze tra la coscienza del singolo e la legislazione sociale. La qualità etica e religiosa di un tale atto esige che sia trattato con il massimo rispetto, senza sollecitazioni subdole, senza pressioni indebite. Una delle acquisizioni etiche più indiscutibili su cui si basa la cultura umanistica è che l’uomo è fine, non mezzo. Questo principio acquista la sua massima forza quando è riferito a quell’atto che riconosciamo come più specificamente umano, vale a dire il comportamento motivato in coscienza, religiosa o laica che sia. L’obiezione di coscienza non deve essere strumentalizzata a servizio di qualsivoglia ideologia. Sarebbe una violenza fatta alla coscienza, un peccato contro lo Spirito.

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II.

FONDAMENTI ANTROPOLOGICO-TEOLOGICI

DELLA MORALE MEDICA CRISTIANA

INTRODUZIONE - Salute e cultura, oggi

La salute è diventata uno dei nodi cruciali della cultura contemporanea. Le polemiche scatenate dal varo della riforma sanitaria e della sua difficile attuazione (scioperi dei medici, disagi degli utenti dei servizi sanitari, degrado e burocratizzazione dell’assistenza) hanno contribuito a portare in primo piano nell’opinione pubblica i problemi organizzativi della sanità. Ma soprattutto matura lentamente la convinzione che al di sopra delle questioni di politica sanitaria campeggi il problema della salute dell’uomo, e che questo sia essenzialmente un problema di civiltà. Come suggerivano di recente i vescovi francesi in un documento dedicato al mondo della sanità, si sta operando insensibilmente uno slittamento tra due tipi di civiltà: mentre il XIX sec. metteva in risalto soprattutto il diritto al lavoro, il nostro tempo insiste sul diritto alla felicità. È uno spostamento di prospettiva che incide non solo sui problemi della salute, ma sulla concezione stessa dell’uomo.

Il problema della salute, al centro dell’opinione pubblica e delle preoccupazioni personali, sta diventando una discriminante culturale e politica. Su di esso si manifestano in tutta la loro diversità le concezioni antropologiche che sottendono la convivenza civile. Ciò crea tensioni, che fanno del mondo sanitario un luogo di vivaci conflitti. Ne osserviamo anzitutto in sede di programmazione economica. Le spese per la salute pongono all’economia politica di tutti i paesi ad alto sviluppo industriale problemi ardui. Aumentano ovunque in modo esponenziale, secondo una progressione geometrica, qualunque sia il sistema dei servizi adottato 47. I responsabili della politica economica si trovano di fronte

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al dilemma di conciliare la qualità del servizio con la sua efficacia ed economicità. La difficoltà del problema è costituita dal fatto che l’economia politica applicata alla salute deve tener conto di numerose variabili che trascendono l’ambito tecnico di questa disciplina. La salute e la malattia sono infatti realtà sociali che riflettono ogni minima variazione culturale, ivi compresi i cambiamenti che avvengono nella scala dei valori. Una politica della salute conduce inevitabilmente a delle scelte, determinate dagli orientamenti prioritari verso certe classi di età, verso determinate patologie o finalità sociali.

Mai, in ogni caso, una tale politica potrà lasciarsi guidare esclusivamente da considerazioni del tipo costi/benefici, perché la vita umana non è un bene omogeneo agli altri beni. Anche l’economia politica, quando deve decidere degli investimenti da fare, non può sottrarsi ad interrogativi di tipo etico. Questo è il motivo per cui in campo sanitario si scontrano così violentemente le ideologie. Il dibattito diventa più acceso quando si toccano temi come l’aborto o la pianificazione delle nascite o la cura dei tossicodipendenti, ma praticamente sottende qualsiasi decisione nel campo della salute. Qui vengono infatti a collisione i diversi progetti che si hanno sull’uomo, sul suo divenire e la sua felicità, nonché le diverse concezioni della società. I partiti politici sono aggressivamente presenti in questo settore: non possono infatti dimenticare che nella sanità pubblica l’aspetto organizzativo ha un’importanza capitale. Spesso coesistono interessi contrari: il liberalismo, sostenuto dal corpo medico, si scontra col centralismo tecnocratico, rappresentato dall’amministrazione, e con i progetti decentrati e partecipativi, promossi dai movimenti ad ispirazione socialista. Da quest’ultima area vengono anche le spinte più decisive verso il rifiuto della condizione di «assistito», tradizionalmente riservato al malato.

Coadiuvata dal processo psicologico di regressione che accompagna spesso l’installarsi della malattia, la condizione del malato è quella di colui che riceve. La dipendenza totale da chi gli presta le cure lo espone a molti arbitrii. Per difendere il malato e conferirgli un ruolo attivo, si parla ora dei suoi «diritti»; si cerca di diffondere informazione, affinché il malato non si rassegni, delegando in tutto il medico 48. La convinzione

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che la salute sia un prodotto industriale come un altro, il cui aumento dipende dal volume degli stanziamenti che si fanno nel settore, porta con sé anche l’attesa che il gruppo professionale che si occupa della salute gestisca in toto il settore. Un’educazione sanitaria accurata dovrebbe contrastare tale tendenza, permettendo all’individuo di affrontare da protagonista tutto quello che gli capita nel campo della salute. Questa è non solo un diritto da rivendicare alla società, ma anche un «dovere» che domanda un impegno positivo; una «virtù», come la chiama I. Illich. La salute non si può ricevere, bisogna «farla».

I conflitti a cui abbiamo accennato sono i più macroscopici. Al di sotto, uno sguardo accurato scopre che le questioni della salute confrontano l’uomo non solo con scelte sociali, politiche e ideologiche diverse, ma con il problema maggiore dell’umanesimo nella sua totalità: il rapporto che l’uomo ha con il suo corpo. I vescovi francesi nel documento «Il mondo della sanità e la chiesa» esprimono il problema di fondo in questi termini: «Se gli ‘utenti’ e i ‘professionisti’ vogliono veramente fare opera durevole, devono porsi contemporaneamente di fronte ai poli importanti dell’esistenza umana: le profondità psicologiche della sessualità e la precarietà di cui la morte è il momento essenziale. Nonostante siano sempre vissuti in una dimensione politica ed economica, questi due poli non si lasciano rinchiudere in queste dimensioni. In questo caso non si può barare, si è obbligati a prendere posizione di fronte a se stessi, si è portati ad accettare la propria condizione umana o fuggire in mille modi. Il processo interiore è identico, anche se ognuno lo vive secondo il proprio livello intellettuale. Ciò si spiega perché nel medesimo slancio curanti e utenti sono portati a porsi di fronte a un aspetto fondamentale del mistero dell’uomo: la precarietà dell’uomo e della società. Il mondo della salute nasce forse da questa tensione tra un’organizzazione che tende a soddisfare i bisogni dell’uomo, così come altre funzioni collettive, e un’aspirazione fondamentale a vivere, sopravvivere o vivere meglio. È forse questo il luogo dell’esperienza umana fondamentale, e tutto ciò che in esso si vive ne è immediatamente impregnato o la rimette direttamente in causa. E ciò, ben lungi dal chiudersi su un piccolo mondo, apre su un universo e crea una nuova mentalità».

Lo stadio attuale di civiltà industriale avanzata in cui ci troviamo ci pone di fronte al corpo, come luogo dell’esperienza esistenziale più pregnante, in modo diverso rispetto al passato. Abbiamo superato, forse definitivamente,

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il dualismo tradizionale che contrapponeva l’anima al corpo. In polemica con lo spiritualismo dualista — il corpo come pura materialità e l’anima come principio spirituale — il pensiero moderno ha ritrovato l’unità dell’uomo reale. La corporeità, vista come momento essenziale del soggetto, è la mediazione che rende il soggetto spirituale presente al mondo oggettivo e alla soggettività delle altre persone umane. Tuttavia oggi la nostra presenza nel mondo tramite il corpo è legata a varie forme di disagio. Si diffonde la convinzione che a un rapporto sbagliato con la natura, oggetto del vivace dibattito ecologico, si accompagni la perversione del rapporto con la concreta struttura biologica del nostro corpo.

La perdita dell’armonia corporea è una delle malattie più gravi della civiltà. Abbiamo disimparato il linguaggio delle funzioni vegetative. Il corpo sembra aver perso la sua trasparenza: ci è diventato estraneo, quasi nemico. L’alienazione ha assunto un aspetto biologico ben definito, che passa attraverso il rapporto che abbiamo col nostro corpo. «Riappropriazione del corpo» è diventato lo slogan di diversi movimenti culturali, che propugnano un salto nella qualità della vita. Riappropriarsi del corpo è il presupposto per vivere da protagonisti l’avventura della salute.

Come si situano i cristiani in questa questione cruciale per la nostra civiltà? Alla concezione materialistica dell’uomo che si diffonde nel mondo della sanità i cristiani non hanno da opporre uno spiritualismo esasperato, bensì la visione dell’uomo «totale» che deriva dalla storia della salvezza. L’attività terapeutica di Gesù resta il luogo privilegiato di questa riflessione. Il contributo antropologico che può offrire la teologia cristiana si articola essenzialmente sul concetto stesso di salute, alla luce dell’esperienza creaturale e di quella salvifica, e sull’apporto della fede e della comunità fraterna al processo della guarigione.

1. La salute nella storia della salvezza

1.1. Malattia e salute nella prospettiva dell’alleanza

Uno dei punti qualificanti dell’insegnamento e della prassi messianica di Gesù è il superamento della concezione biblica del legame tra malattia e peccato personale. Accenniamo solamente ad alcuni passi biblici, che dovrebbero essere esaminati dettagliatamente nel loro contesto: la malattia di Saul (1 Sam 16,14); punizione del servo cupido di Eliseo, colpito da lebbra (2 Re 5,27); malattia e guarigione del re Ezechia (2 Re 20,1-11);

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a proposito del re Joram (2 Cor 21,11-19); malattia e morte di Alcimo, che aveva preteso di abbattere il muro di separazione tra l’atrio degli israeliti e quello dei pagani (1 Mac 9,54-56); malattia e morte dell’empio Antioco IV Epifane (2 Mac 9,11-12); malattia mortale del re Nabucodonosor (Dn 4,28-30). Oltre che nelle precedenti narrazioni, il rapporto tra malattia e peccato personale è stato affermato anche da testi poetici (tra gli altri Sal 31(32),3-5; 37(38),4; Sir 38,15; Gb 22,5-14 che esprime la tesi degli amici di Giobbe, difensori della dottrina ufficiale del giudaismo). Le affermazioni sulla malattia come punizione del peccato, già ufficialmente categoriche nella Bibbia, sono state successivamente raccolte ed elaborate fino all’esasperazione negli ambienti religiosi giudaici. Se già gli amici di Giobbe interpretavano un caso di malattia secondo le regole: «Nessuna punizione senza colpa» e: «Dove c’è il patire c’è stato prima il peccato», in seguito il giudaismo portò agli estremi questa concezione. I giudei devoti affermavano che Dio vigila affinché peccato e punizione corrispondano alla regola: «misura per misura». Così la gravità della punizione cresce con la gravità del peccato: le più grosse catastrofi che possono capitare ai singoli o alla comunità, hanno per presupposto i più gravi peccati. Così non solo si presumeva di sapere quale disgrazia facesse seguito a determinati peccati ma si poteva anche risalire dalla sventura di un uomo al suo peccato! La malattia diventava un segno per riconoscere la colpa.

Gli ebrei al tempo di Gesù erano impregnati di queste concezioni. Nella guarigione del cieco nato ritroviamo in modo evidentissimo le tracce delle teorie dei rabbini. «Maestro — domandano i discepoli di Gesù ― chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?» (Gv 9 2). Gesù recide alla radice questa problematica, tipicamente di scuola: «Non ha peccato né lui, né i suoi genitori». Ugualmente rifiuta di credere che le vittime di Pilato e gli uomini schiacciati dal crollo della torre di Siloe siano stati puniti dalla disgrazia per loro particolari peccati (Lc 13-1-9). L’insegnamento di Gesù è categorico: se la malattia è un segno, non lo è necessariamente di una colpa personale, e perciò non è lecito inferire dalla malattia o disgrazia a un peccato antecedente 49. Il quale del resto, non offre un’opportunità per la vita religiosa. Ogni incontro di Gesù rifiuta con decisione la teoria della malattia come conseguenza di un peccato personale; ma non rifiuta con la stessa radicalità la prospettiva religiosa che vede nella malattia un segno della situazione dell’uomo davanti a Dio. È tipico, a questo proposito, il racconto della guarigione del paralitico (cfr. Mt 9,1-8). Perdono dei peccati e guarigione del corpo sono associati, senza per questo avallare le idee relative alla

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malattia come punizione. Resta dunque una certa relazione tra la sofferenza fisica e il peccato, anche quando si rinuncia a legarli come causa ed effetto. La teologia ha cercato di far luce su questo punto oscuro introducendo la nozione di peccato originale. Il dolore sarebbe la conseguenza non del peccato personale, bensì del peccato che tutta l’umanità ha compiuto mediante i progenitori. Nel linguaggio religioso popolare ricorre abitualmente questo tipo di «spiegazione». Non è opportuno affrontare qui la questione del rapporto tra malattia e peccato originale, che appartiene alle nozioni più radicalmente rimesse in questione dai teologi e dagli esegeti. Un approccio del problema più consono alla terminologia biblica e più accessibile alla mentalità moderna consiste nel considerare la malattia nella prospettiva dell’alleanza tra Dio e il suo popolo 50.

La prima osservazione che siamo portati a fare è che Israele ha, sì, accettato le categorie culturali che vedevano nei mali un intervento della divinità, ma le ha integrate nella sua idea della vita di fede come un rapporto di vassallaggio, che obbliga reciprocamente un signore — in questo caso Dio, Jahvé — e un suddito — il popolo d’Israele —. Alleanze di questo tipo venivano stipulate mediante formulari fissi, dei quali faceva parte una minuta elaborazione di benedizioni e maledizioni condizionali. Vale a dire, di benedizioni o maledizioni che seguiranno se il partner si atterrà o, al contrario, non si atterrà alle clausole stipulate. Valga come esempio particolarmente eloquente il c. 28 del Deuteronomio. Nei testi biblici in cui si parla di malattia come punizione, la malattia non è isolata, ma ricorre insieme ad altre calamità, quali la carestia, le cavallette, i nemici, ecc. E anche là dove la malattia ricorre da sola, è sempre la prospettiva di fondo dell’alleanza che bisogna presupporre.

Per entrare nella prospettiva biblica è importante rendersi conto che benedizioni e maledizioni non vanno considerate come premi e castighi estrinseci, usati pedagogicamente per tenere il partner umano nell’alleanza, ma sono parte integrante dell’alleanza stessa. L’alleanza infatti è finalizzata alla «salvezza» dell’uomo, e questa, in quanto salvezza per l’«uomo», non è disincarnata, ma lo investe nella sua dimensione terrena, corporea, concreta. Per questo la terra, la sicurezza dai nemici, la salute del corpo, il cibo e il vestito fanno parte della salvezza, sono la salvezza accordata da Jahvé al suo popolo. Finché Israele resta fedele al suo Dio non può che partecipare della salvezza, e quindi della terra promessa, della salute, della longevità, del benessere.

Evidentemente questa prospettiva non risolve tutti i problemi, anzi ne pone di particolarmente acuti. La sofferenza del giusto resta un enigma

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che non trova spiegazione adeguata in uno schema di natura giuridica, fosse pure quello dell’alleanza. Se le benedizioni sono intrinseche all’alleanza, lo scriba e il rabbino non vedevano come potessero venir meno, qualora non si fosse peccato contro Dio infrangendo così l’alleanza. Apparterrà agli scrittori sapienziali e ai salmisti di inquadrare il problema posto dalla sofferenza del giusto e di risolverlo, non rinunciando ai princìpi generali dell’alleanza, bensì approfondendoli. Il vertice di questa riflessione sarà raggiunto dal libro di Giobbe. L’importante è che il problema della sofferenza del giusto, che emotivamente tende ad accaparrare tutta l’attenzione, non offuschi il disegno di fondo dell’alleanza. Salute e malattia acquistano un senso religioso in quanto Israele è in relazione di alleanza con Dio. Esse entrano a far parte integrante del disegno di salvezza, come ne fanno parte la vita e la morte. Malattia, morte e peccato appaiono come realtà comunicanti e congiuranti contro l’uomo, dalle quali Dio lo libererà mediante la storia della salvezza che ha messo in atto. È appunto la prospettiva della storia della salvezza che permette alla malattia di svolgere la funzione di segno della condizione dell’uomo in alleanza con Dio.

La malattia dice relazione non solo all’uomo e al suo bisogno di salvezza, ma anche al piano di Dio che offre la salvezza. Come l’esilio e la schiavitù, essa appare come la realtà provvisoria, la cui sparizione sarà il segno dei tempi nuovi. Il significato religioso della malattia è legato non solo a un passato di peccato, ma anche a un avvenire di salvezza. Numerosi testi biblici ci parlano della malattia precisamente come della realtà che dovrà essere abolita all’apparizione dei tempi escatologici, che saranno anche tempi di guarigione. Nel mondo nuovo, inaugurato dalla nuova alleanza (cfr. Ger 31,31-34), la malattia sarà soppressa: non ci saranno più né ciechi, né sordi, né muti, né zoppi («lo zoppo salterà come un cervo»: Is 25,8; 65,19). In questi passi profetici la guarigione è messa in rapporto con la liberazione, l’abbondanza, la pace; anzi, la guarigione è adoperata come metafora per indicare la salvezza completa e perfetta. Se la parola di Dio è una parola per la vita, nella prospettiva della storia della salvezza bisogna considerare in modo privilegiato il momento in cui l’alleanza tra Dio e l’uomo ha stretto il suo nodo definitivo. Nell’esistenza umana e nella parola di Gesù si è reso manifesto quale è la vita che Dio intende per l’uomo. Solo una riflessione sul mistero della salvezza nella sua maggiore densità, vale a dire nella pasqua del Cristo, ci mostrerà come la sofferenza fisica possa cambiare di segno ed esprimere anch’essa, paradossalmente, la grande benedizione con cui Dio ha benedetto l’umanità.

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1.2. L’attività terapeutica di Gesù

Che la morale cristiana si costruisca a partire dalla vita e dall’insegnamento di Gesù sembra ovvio. Ogni insegnamento morale che si voglia cristiano cerca di agganciarsi a quella dottrina e a quella prassi. Il problema sorge quando confrontiamo le diverse accentuazioni, o addirittura le differenti interpretazioni di ciò che è essenziale nel cristianesimo. Troviamo così che nel mistero di Cristo alcuni accentuano prevalentemente la passione e la morte, vista come l’agire definitivo in ordine alla salvezza: con le sue sofferenze, col sangue e con la croce, Gesù ha redento gli uomini dal peccato. Altri invece sottolineano la prassi liberatrice di Gesù, che ha condotto una lotta contro il male in tutte le sue espressioni, nelle sue conseguenze come nelle sue cause.

La differenza di prospettiva è particolarmente evidente quando si parla del malato in riferimento a Cristo. Alcuni privilegiano la prospettiva che converge sulla croce, ritenendo che la sofferenza fisica collochi il malato in una situazione di particolare partecipazione alla passione di Cristo. Di qui l’identificazione abituale della malattia con la croce. D qui, anche, le esortazioni ad accettare la malattia come modo di continuare a soffrire con Cristo e di cooperare alla salvezza del mondo.

Ma dopo le prospettive aperte per la liturgia e la teologia dalla riconsiderazione del valore di salvezza proprio della risurrezione, anche la teologia morale non può più esimersi dal considerare il mistero del Cristo nella sua integralità. Il Cristo ci ha salvato compiendo la sua pasqua. Se consideriamo la salvezza come un evento connesso con l'intera vicenda personale del Cristo che compie la sua pasqua nella condizione umana, il raggio degli avvenimenti che portano e significano la salvezza si estende prima e dopo la croce. Gesù ha operato la salvezza dell’uomo non solo perdonandolo, ma dandogli vita in modo sovrabbondante; egli doveva non solo riparare una colpa, ma dare una nuova vitalità all’uomo. E la trasformazione dell’uomo non avviene senza l’azione dello Spirito nel cuore, quello Spirito che è dato da Gesù risorto. È tutta la vita di Gesù, culminante nella risurrezione, che è salvezza, comunicazione di vita nuova.

In particolare, l’attività terapeutica di Gesù non appare più marginale, o destinata soltanto a fornire carte di credito per l’annuncio della parola: essa fa parte integrante dell’opera della salvezza. Questa è, ds resto, la conclusione cui ci conduce la considerazione dei dati biblici 51.

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Essi documentano a sufficienza ché le guarigioni hanno costituito una parte importante del ministero di Gesù. L’evangelista Matteo così riassume l’attività di Gesù in Galilea: «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e sanando ogni malattia e infermità del popolo. E giunse la sua fama in tutta la Siria, e gli portarono tutti i malati oppressi da varie malattie e tormentati, indemoniati, lunatici e paralitici, ed egli li guarì» (Mt 4,23-24). Anche se qui si tratta di un sunto del redattore, non viene infirmato il carattere storico della testimonianza secondo la quale Gesù svolse un’attività terapeutica a favore di tutti, guarendo da ogni specie di infermità.

Non solo l’universalità, ma anche l’abbondanza delle guarigioni è l’ambiente indispensabile per capire il Gesù dei vangeli. Ci colpisce la sproporzione numerica tra le pochissime guarigioni riferite dall’AT. e le tante riportate dal NT. Perché questa profusione improvvisa di miracoli? Il motivo è il momento particolare della storia della salvezza (il kairós) rappresentato dalla venuta di Gesù Cristo. Per capire il senso delle guarigioni miracolose di Gesù è illuminante il quadro costruito da Luca per dare solennità all’inaugurazione del ministero di Gesù. Il giovane rabbi prende la parola nella sinagoga di Nazaret. Legge dal profeta Isaia (61,1-2) quanto si riferisce all’attività del messia nell’anno della salvezza universale: «Lo Spirito è sopra di me; per questo mi ha consacrato, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella, ad annunziare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi il recupero della vista, a mettere in libertà gli oppressi, a promulgare un anno di grazia del Signore». Gesù commenta la citazione profetica dicendo semplicemente: «Oggi si avvera per voi che mi ascoltate questa profezia» (Lc 4,21). L’anno giubilare ebraico (Lv. 25,8-18.23-55), con cui è raffigurata la salvezza escatologica, è iniziato; il grande sabato della fine dei tempi è arrivato. Le guarigioni di Gesù in giorno di sabato, così scandalose per i legalisti, volevano appunto alludere a questo grande anno sabbatico.

Le guarigioni, con il loro numero e la loro prodigiosità, hanno precisamente il compito di essere segno dei nuovi tempi che sono arrivati. In quanto segno sono un avvenimento indicativo di qualche cosa; l’elemento straordinario attira l’attenzione e la dirige sulla realtà nascosta, il regno di Dio, appunto, che sta venendo. Le guarigioni taumaturgiche di Gesù sono l’annuncio e l’inserzione nel tempo d’un ordine nuovo, quello escatologico e definitivo, inaugurato dai tempi messianici.

Quando i profeti annunciavano il regno futuro, ne descrivevano la venuta attraverso una serie di segni: la consolazione, l’abbondanza, la pace, la guarigione (Is 61,1-3; Mic 4,1-4; Ger 33,6; Is 35,5-6). Come l’esilio e la schiavitù, la malattia appare come la realtà provvisoria, la

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cui sparizione indicherà la venuta dei tempi nuovi. Con la guarigione sarà benedetto il popolo che entra nell’area dell’alleanza definitiva. Le malattie hanno, in generale, quella funzione di segno che Gesù attribuisce in particolare alla cecità del cieco nato: «Né lui, né i suoi genitori hanno peccato, ma è così affinché si manifestino in lui le opere di Dio» (Gv 9,3). La cecità ci appare qui come l’occasione nella quale Dio manifesta la realtà e la potenza della grazia nel quadro della missione di Gesù. La malattia non è spiegata: essa è là per essere vinta dall’intervento travolgente del Dio fedele all’uomo. Questa è l’interpretazione che Gesù dà esplicitamente della fioritura di guarigioni attorno alla sua persona. Rispondendo alla domanda perentoria della delegazione del Battista: «Sei tu quello che deve venire?», Gesù rimanda ai segni messianici ben conosciuti dai lettori della Bibbia: «Andate e riferite a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è annunciata la buona novella» (Mt 11,2-6). Per amore di chiarezza Luca, riportando lo stesso episodio, aggiunge: «In quel momento egli guarì molte persone da malattie, da infermità e da spiriti maligni e restituì la vista a molti ciechi» (Lc 7,21). L’elemento più caratteristico in queste guarigioni è che esse non vogliono essere un semplice ristabilimento della salute come equilibrio organico, ma espressione della venuta d’un ordine nuovo, in cui il male non ci sarà più. Per questo le guarigioni sono così spesso collegate con il perdono dei peccati. È un segno che Dio, attraverso il suo Spirito, riprende possesso di tutta la creazione che gli si è alienata.

Il perdono dei peccati ha dunque lo stesso significato della guarigione. Questa concretizza il perdono (cfr. soprattutto Mc 2,1-12); ma l’uno e l’altro insieme attestano la venuta dei tempi nuovi in cui gli uomini sono guariti e perdonati, liberati e saziati. Le guarigioni di Gesù sono un vero atto di salvezza, la conseguenza necessaria della nuova alleanza: dopo aver dato all’uomo un cuore nuovo, ecco che Dio «fa nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Anche questi segni della salvezza partecipano della tensione tra «già» e «non ancora» che è propria del momento attuale della storia sacra. Se, da un lato, Cristo ha vinto la morte (e la malattia) nella propria risurrezione, dall’altro è chiaro che non l’annienterà definitivamente che alla sua parusia (cfr. 1 Cor 15,26). I vangeli stessi ci aiutano a non interpretare in modo trionfalistico i segni del regno. Sottolineano che tali segni si realizzano in un contesto così sprovvisto di potenza, che possono diventare tanto occasione di scandalo, quanto occasione di fede (Mt 11,6). Le guarigioni operate da Gesù non sono destinate a inaugurare in modo glorioso un’èra di felicità sulla terra, sul tipo

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dei miti millenaristici, ma solo a porre dei segni della presenza del Figlio dell’uomo e della prossimità del regno. Il Figlio dell’uomo non realizza la sua missione terrena trionfalmente. Si comporta precisamente in quel modo umile e inglorioso con cui Isaia aveva tracciato il destino del «servo sofferente di Jahvé» (Is 42,1-7; 49,1-6; 50,4-9; 52,13; 53,12). La missione di Gesù è stata una missione salvatrice condotta nella debolezza umana pienamente abbracciata. Gesù guarisce, ma lo fa caricandosi della miseria umana. A tal punto, che il «segno» decisivo non saranno le guarigioni delle malattie, ma il «segno di Giona» (cfr. Mt 12,38-40), cioè la croce e la risurrezione.

1.3. Gesù e il male fisico

Nella vita di Gesù possiamo individuare due risposte alla provocazione del male fisico: quella del profeta-terapeuta che guarisce per annunciare e instaurare l’ordine nuovo, e quella del servo di Jahvé che trasforma il dolore facendone un momento della salvezza. Tra i due atteggiamenti è possibile una sintesi superiore, dialettica, alla luce del mistero pasquale nella sua interezza. Se consideriamo l’opera di Gesù dal punto di vista del mistero pasquale, dobbiamo tener presenti gli elementi che costituiscono la categoria biblica della pasqua. Li possiamo sintetizzare in questa espressione: da una situazione di morte (schiavitù, peccato, alienazione), per opera di Dio, scaturisce una vita nuova. Questo è il significato della prima pasqua: un passaggio dalla schiavitù in Egitto e dalla condizione di «non-popolo» alla condizione di «popolo di Dio», grazie all’intervento travolgente e gratuito di Jahvé (cfr. Dt 7,7-8). Gli stessi elementi ritroviamo nella pasqua di Gesù, quella che darà origine all’alleanza nuova e definitiva. Solidarizzatosi con gli uomini, egli ha voluto operare, per sé e per tutti, un passaggio dallo stato di lontananza da Dio — che il linguaggio biblico descrive come «secolo presente», sotto il potere di satana — alla condizione di perfetta alleanza con Dio, cioè di «figli di Dio», sempre secondo il linguaggio della Bibbia. Ma la pasqua di Gesù non è stata opera di potenza folgorante: egli ha accettato la condizione umana di impotenza di fronte al male e l’ha vissuta senza deflettere minimamente dal dono di sé al Padre e ai fratelli. Il valore di salvezza insito nella vicenda umana di Gesù — che raggiunge l’apice nella passione e nella morte — consiste nel fatto che diventa espressione dell’amore fedele al Padre e agli altri uomini: un amore tanto più radicale, quanto è più totale la debolezza in cui si esprime, fino a quel vertice unico di fedeltà e di debolezza proclamato dal grido di Gesù morente: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito» (Lc 23,46). In risposta

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a questa fedeltà «Dio ha costituito signore (Kyrios) e messia» questo Gesù crocifisso dai suoi (cfr. At 2,36) e lo ha reso sorgente di spirito e di vita nuova per tutti (cfr. 1 Cor. 15,45). In questo senso preciso le sofferenze di Gesù e la croce sono state redentrici.

Il dinamismo pasquale della vita del Cristo rende ragione di ambedue gli atteggiamenti di fronte al male fisico: la lotta a oltranza di Gesù terapeuta e l’accettazione di Gesù quale servo di Jahvé. Gesù ha voluto lottare contro il male, perché la salute è una delle «benedizioni» della nuova alleanza e il suo recupero è uno dei segni della vicinanza del regno, anzi del fatto che il regno è già presente nel mondo come lievito nella pasta (Mt 13,33). Ma ha lottato senza adottare un atteggiamento di titanismo, bensì nella debolezza umana. Ha impedito però che il male lo allontanasse dal Padre; ne ha fatto anzi il mezzo per dimostrare un amore fedele a oltranza, assumendo il dolore nella sua vicenda pasquale. Con ciò Gesù ha vinto realmente il male fisico nel suo aspetto più pericoloso, cioè quello di bloccare il progetto esistenziale umano nella sua maturazione in senso personale e sociale. Per questo il credente può lanciare, con s. Paolo, la sfida: «Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15,55). Il male fisico non deve esistere e un giorno, nel regno — anticipato ora nel corpo glorioso di Gesù — non esisterà più. Se esiste ancora — in quanto la «consumazione» non è ancora venuta — esso è vinto, perché può diventare espressione di amore fedele in colui che non si lascia sviare dal suo atteggiamento di dedizione di se stesso sul modello di quello di Gesù. Non è facile sintetizzare l’atteggiamento di Gesù di fronte al male fisico in una sola espressione. Dopo la considerazione della dialettica pasquale, non possiamo parlare semplicemente di lotta contro il male o semplicemente di accettazione: rischieremmo di deformare il messaggio biblico, mutilandolo. Quel che è certo è che nella vita di Gesù trova espressione concreta e visibile quella «costanza» (hypomoné) nella quale i primi cristiani hanno individuato, a livello morale, la novità cristiana nel mondo 52. Questa novità sono chiamati a vivere, anche quando sono colpiti dalla malattia, coloro che si sono messi alla sua sequela.

2. La fede che guarisce

In tutte le società arcaiche il potere sul corpo è di pertinenza del sacro

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e l’uomo di religione amministra poteri terapeutici che riguardano tanto il corpo che l’anima. Alla religione è riconosciuta un’efficacia terapeutica ovvia, dal momento che mette in contatto con l’onnipotenza divina. La guarigione nell’ambito dell’esperienza religiosa è assunta tipicamente nella categoria del miracolo. Nel quadro di riferimento proprio dell’esperienza religiosa, il miracolo — inteso non solo nel senso tecnico dell’apologetica, ma in generale quale segno dell’irruzione del divino nell’ambito dell’umano — non è un evento straordinario, bensì assolutamente ordinario. Nella cultura occidentale, parallelamente allo sviluppo dell’idea di «natura» e di un «ordine naturale» in cui si sviluppano i fenomeni, ha prevalso l’accezione del miracolo come avvenimento eccezionale, che esula dalla normalità prevista dalle leggi note all’uomo. L’apologetica cristiana si è inserita in questa prospettiva e ha utilizzato il miracolo come argomento contro il razionalismo, per dimostrare in maniera inconfutabile, proprio perché basata sulla ragione stessa, che il miracolo configura una infrazione delle leggi della natura ad opera della causa soprannaturale.

L’approccio apologetico delle guarigioni che avvengono nell’ambito dell’esperienza religiosa manifesta palesi carenze. Deve prendere in considerazione, anzitutto, un numero molto ristretto di guarigioni straordinarie, quelle cioè che, secondo i criteri scientifici, non possono essere attribuite a cause «naturali». L’interesse si concentra su alcune poche guarigioni straordinarie incontestabili (per l’argomentazione apologetica è sufficiente, al limite, dimostrare l’esistenza di un solo miracolo indubitabile!). Si evita accuratamente tutto ciò che cade sotto il sospetto di isteria o di suggestione, eliminando in tal modo tutto il settore, così importante dal punto di vista del vissuto esistenziale, delle affezioni funzionali o psicosomatiche. Fra le guarigioni miracolose si ritengono solo quelle che si riferiscono a malattie organiche certe, evidenti, giudicate inguaribili da numerosi medici; la guarigione stessa deve essere caratterizzata da istantaneità o da stupefacente rapidità. L’ufficio medico di Lourdes e noto per la rigidità con cui seleziona le guarigioni che aspirano a farsi riconoscere come miracoli. Solo poche pretese guarigioni miracolose resistono al vaglio degli eminenti medici preposti a quel comitato; e tra queste molte vengono poi scartate successivamente dai vescovi responsabili del giudizio canonico. Questa concezione è soggetta a una critica teologica. È responsabile, infatti, di un impoverimento della categoria antropologico-religiosa del miracolo, se la confrontiamo con il senso che esso ha nella Bibbia 53.

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Già nell’A.T. l’elemento distintivo del miracolo non sta nel carattere prodigioso e stupefacente, bensì nel potere di rivelazione — vale a dire, Dio che si manifesta nelle sue opere — che esso contiene. Il vero miracolo è Dio stesso, che si rivela in ciò che fa per l’uomo. In alcuni momenti, tuttavia, l’esperienza del rapporto tra Dio e l’uomo, nell’alleanza, si intensifica; e la religiosità popolare riconosce nei segni teofanici, o miracolosi, questa presenza più intensa. Anche il N.T., specialmente il vangelo di Giovanni, presenta il miracolo ricorrendo alla categoria di «segno», riferito alla presenza salvifica di Gesù come messia, che si propone alla fede del credente.

Un risultato positivo della difesa da parte della chiesa delle caratteristiche apologetiche delle guarigioni miracolose è stato quello di acuire lo spirito critico e di tenersi a distanza dai pericolosi estremismi delle sètte. Nell’ambito delle sètte, anche a denominazione cristiana, l’uso della fede per ottenere guarigioni miracolose è degenerato spesso in macchinazioni di fanatici ed estatici, grossolano disprezzo di fattori corporali, uso di violente suggestioni primitive, attraverso le quali si suscita un legame di schiavitù col guaritore, fanatici tentativi di esorcismi, confinanti con la superstizione 54. Un valore quasi tipico ha assunto la «Christian Science». La fondatrice, Mary Baker, personalmente debole di salute e sofferente, s’interessò di magnetismo e di omeopatia, insieme alla meditazione della Bibbia. Andò sempre più convincendosi che non sono le medicine a guarire, ma la fede dell’infermo, perché tutte le malattie hanno la loro causa in un turbamento dello spirito. Nel 1875 pubblicò un libro, Science and Health, che divenne normativo'per i suoi seguaci; l’anno seguente fondò la «Christian Science Association», da cui si sviluppò in seguito una chiesa. Gli «scientisti» non hanno sacerdoti o pastori, ma soltanto dei lettori, che durante le riunioni leggono la Bibbia e il libro della fondatrice, e infermieri, detti practitioners, che guariscono gli infermi col loro «metodo mentale». La dottrina scientista, di tendenza panteista, insegna che l’unica realtà è lo spirito di Dio. Il peccato, la materia e la morte non sono reali, bensì illusioni che diventano potenze solo per l’uomo che dimentica Dio e sprofonda nei godimenti materiali dei sensi. Le malattie si devono curare togliendo queste illusioni dalla mente dell’uomo.

Una concezione così radicale non corrisponde al «sensus fidei» sottostante alla pratica della preghiera per la guarigione, costantemente tenuta

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viva specialmente nel cristianesimo popolare. La fede nella guarigione in risposta alla preghiera come fatto normale nella vita del credente (secondo le promesse di Cristo in Mc 16,17-18 e Gv 14,12) si è sempre coniugata con un rispetto delle cause seconde. Ciò ha premunito dal diffondersi di atteggiamenti miracolistici e pratiche aberranti, in cui il superamento del razionalismo medico diventa sfida alla ragione, disprezzo dei fattori corporei, e i carismatici difficilmente si distinguono dai ciarlatani.

Di recente un forte impulso a riscoprire la componente terapeutica della fede è venuto dal movimento carismatico 55. Esso ha le sue radici nel pentecostalismo: non tanto quello originario, sorto in America agli inizi del secolo, colorato di settarismo e incline alle manifestazioni spettacolari, bensì quello più moderato sviluppatosi negli ultimi decenni, disposto a restare nelle chiese storiche e ad animarle dall’interno. A partire dagli anni ’70, il movimento pentecostale, o rinnovamento dello Spirito, è diventato un fatto ecclesiale considerevole anche all’interno della chiesa cattolica, coinvolgendo tanto la base quanto la gerarchia.

Una delle pratiche più singolari riproposta dal movimento è appunto quella della guarigione mediante l’imposizione delle mani e la preghiera. Punto di riferimento è la comunità cristiana primitiva, delle cui pratiche terapeutiche carismatiche siamo abbondantemente informati dagli Atti degli Apostoli. I primi cristiani, a loro volta, si rifacevano alla prassi di Gesù stesso, nel cui ministero profetico le guarigioni sono state uno dei principali «segni dei tempi» messianici (cfr. Lc 4,16-22). Il ministero della guarigione fa parte del mandato missionario di cui è investita la chiesa (Lc 9,1-2; 10,8-9).

L’ambito terapeutico della fede si estende ad esperienze umane che trascendono la guarigione medica o il miracolo apologetico. Il fatto antropologico che è toccato dalla forza guaritrice della fede è, più che la malattia in senso clinico, quel «mal-essere» come fenomeno globale che investe il corpo, la psiche e lo spirito dell’uomo 56. La guarigione è un

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processo che comincia dall’interno per riflettersi sul corpo malato. Ha inizio con l’intimo risanamento spirituale, vale a dire con l’esperienza di essere stati afferrati da Gesù e posti nella vita stessa della famiglia di Dio. Questa conversione è come una nuova nascita, ed equivale al battesimo nello Spirito Santo. Dalla certezza della presenza della salvezza nella propria esistenza scaturisce una forza nuova per affrontare i mali della vita, presente e passata. Qualsiasi esperienza di rifiuto, oppressione, non-amore può essere guarita, comprese le ferite provocate dalle esperienze passate (la «guarigione delle memorie»). I carismatici amano parlare della potenza terapeutica della pace di Gesù. Quando la coscienza è piena d’amore, di gioia, di pace, di pazienza, di bontà, di benevolenza, di fede, di dolcezza, di padronanza di sé (cioè di quelli che Paolo in Gal. 5,22 chiama i «frutti dello Spirito»), possiede una forza di guarigione contro ogni male, compresi quelli fisici.

In questo tipo di guarigioni un ruolo decisivo gioca la comunità. Essa assicura un ambiente di amore e di sollecitudine, in vista del sostegno fraterno del singolo. Allora la guarigione arriva al suo pieno sviluppo, fino ad essere cioè guarigione delle relazioni. Credendo in sé e negli altri, accettandosi e sentendosi accettato, il credente è motivato a sperare non solo in un semplice ristabilimento della salute, ma in una vita qualitativamente diversa. L’imposizione delle mani, che ha luogo durante la preghiera, esprime simbolicamente la comunione cristiana intorno a chi soffre e aiuta a visualizzare l’energia terapeutica che circola nella comunità. La pratica della guarigione attraverso la preghiera apparirà meno singolare qualora si consideri l’uomo nella reale unità psico-fisica-sociale della sua esistenza. Se già, come qualcuno ha osservato, il cinquanta per cento di ogni psicoterapia consiste in un rapporto diretto e caloroso col paziente, come si può sottovalutare l’effetto psico-somatico di un’esperienza come quella che assicura il gruppo di preghiera? L’attenzione si sposta così all’altro elemento antropologico fondamentale della morale medica cristiana: la comunità e il ruolo che essa svolge nella guarigione.

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Prima, tuttavia, di parlare della funzione terapeutica della comunità, un ultimo accenno ad alcuni problemi etici connessi con il ricorso alla fede e alla preghiera per la guarigione 57. È necessario, in primo luogo, che la pretesa di guarire con la fede non si risolva in un danno della salute. Il principio classico del primum non nocere, come imperativo etico di chiunque svolge un compito terapeutico, è del tutto pertinente anche in questo campo. La salute, o addirittura la vita, possono essere minacciate quando si dilaziona o si tralascia l’intervento medico. Le cure religiose possono essere complementari o addizionali alle cure mediche, ma non sostitutive, se non si vuole perpetrare gravi danni fisici. Ciò è avvenuto quando, per esempio, casi di anoressia mentale o di isteria sono stati trattati come possessioni diaboliche e sottratti alla competenza medica, con pregiudizio della salute. E anche con pregiudizio della fede, che viene accusata di incrementare atteggiamenti oscurantisti.

Un secondo problema etico che si pone al medico è quello dell’interferenza tra le proprie convinzioni circa le guarigioni per fede e quelle del paziente. I pregiudizi possono essere tanto in un senso, come nell’altro. Chi non crede nel potere terapeutico della fede può vedere i guaritori religiosi o come sinceri e disinformati, o come coscientemente ingannatori e interessati; nell’uno come nell’altro caso, tenderà a dissuadere dal farvi ricorso. Chi crede nelle guarigioni religiose e le pratica, invece, tenderà a comunicare agli altri questa sua personale convinzione, e magari a far del proselitismo. In ogni caso l’onestà richiede che si sappia distinguere tra ciò che si conosce come rispondente a verità, e ciò che si spera o si crede che sia vero.

3. La comunità integrante

Tra i poteri che ha la malattia, uno dei più temibili è quello di separare l’individuo colpito dalla comunità di appartenenza. Nei contesti culturali religioso-sociali l’esclusione è collegata con la rappresentazione della malattia come punizione di una colpa. Il mondo greco ha espresso questa convinzione con un mito legato alla figura di Filottete, protagonista di uno dei drammi più umani di Sofocle. Il grande arciere era stato morso durante la guerra dal serpente che stava a guardia del sacrario della dea, nell’isola di Crise. La ferita si rivelò inguaribile. Il poveretto, in preda ad atroci dolori, gridava in maniera tanto angosciosa che i suoi lamenti demoralizzavano l’esercito greco. Ma il ferito Filottete era più che un

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elemento di disgregazione dell’efficienza bellica: era un segnato dagli dei. Con la sua presenza di malato contaminava la spedizione. Se era respinto dall’Olimpo, bisognava respingerlo anche dalla comunità degli uomini. Mettersi dalla parte di colui che gli dei avevano colpito avrebbe significato sfidare la divinità. Perciò, su consiglio di Ulisse, Filottete fu abbandonato nell’isola di Lemno 58. Non solo nella cultura greca la malattia e la disgrazia erano punizioni per l’offesa recata a forze sacre e terribili; anche nel mondo biblico la malattia viene interpretata come segno di una rottura nei rapporti tra Dio e l’uomo. Il Vecchio Testamento considera la malattia quasi esclusivamente come giudizio punitivo di Dio per i peccati. Solo con Gesù, come abbiamo visto, viene contestata l’equiparazione della malattia a segno di una colpa personale.

La malattia e la disgrazia pongono colui che è colpito al di fuori della comunità dell’alleanza. Giobbe, seduto sul letamaio, ne esprime simbolicamente la condizione all’interno del popolo di Dio. Finché non sarà guarito, non potrà essere reintegrato. I lebbrosi non erano cacciati via dal consorzio civile per motivi igienici. Quel che premeva era esprimere in modo netto che la comunità dei santi prendeva le distanze da chi portava nella carne il segno del giudizio di Dio.

La tendenza alla segregazione si acutizza in alcuni movimenti religiosi al tempo di Gesù. Già i farisei tendevano a escludere dalla comunità escatologica tutti coloro che non osservassero alla perfezione la Torah. Gli esseni portavano alle estreme conseguenze i princìpi della loro matrice farisaica. Escludevano dalla loro comunità indegni e imperfetti; e non tolleravano nelle assemblee liturgiche coloro che fossero affetti da imperfezioni fisiche. Diceva testualmente la regola della comunità: «Tutti coloro che sono colpiti nella carne, storpiati ai piedi o alle mani, zoppi o ciechi o sordi o muti o visibilmente imperfetti nel fisico; ovvero un vecchio decrepito che non sa reggersi in piedi nella comunità riunita, costoro non possono venire a porsi in mezzo all’assemblea degli uomini del Nome, perché i santi angeli sono nella comunità» 59.

In contrasto marcato con queste concezioni risalta l’opera di Gesù. Egli ha rifiutato di realizzare la comunità messianica del «resto di Israele» basandosi sul principio della emarginazione. Fu scandaloso, provocatorio e perturbatore lo spettacolo di Gesù che rifiutava le tipiche pretese farisaiche ed esseniche di realizzare il «santo resto» per esclusione e si rivolgeva di preferenza proprio a coloro che venivano messi ai margini

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delle comunità dei perfetti. Il suo annuncio era di una grazia senza limiti e senza condizioni; predicava Dio come padre dei deboli e dei perduti, benevolo verso i peccatori (cfr. Lc 15,7.10). E guariva tutti (cfr. Mt 4, 23-24; Mt 14,34-35). Quel «tutti», più che in senso quantitativo e statistico, va preso nel senso che Gesù guariva malati di ogni sorta, di tutti gli ambienti, senza discriminazioni preliminari. Proprio questo era scandaloso per i suoi avversari, e doveva essere recepito come un’audace infrazione delle regole di purità religiosa 60. Lasciarsi toccare da quelle folle innumerevoli ed eterogenee era un’abominazione dal punto di vista dei farisei e degli esseni. La prassi messianica di Gesù era basata sull’integrazione, e non sulla segregazione. Nei sistemi sacrali in cui vige la distinzione puro/impuro, la comunità si difende dalle tendenze disgregatrici escludendo chi non corrisponde alle esigenze legali di purezza. Ha bisogno, in un certo senso, di impuri ai suoi margini, per mantenere compatto l’organismo comunitario. È un principio che sopravvive alla caduta della mentalità sacrale: anche nelle società basate sull’efficienza avviene un’emarginazione o eliminazione di coloro che sono al di sotto dello standard competitivo.

L’opera messianica di Gesù avviene nella comunità ed è diretta alla comunità. È la base su cui si costruisce il popolo di Dio dei tempi escatologici. «Nella missione e nel messaggio di Gesù Cristo la sua opera di guarigione non era una conseguenza secondaria, ma il vero e proprio mezzo per proclamare, istituire e ampliare la nuova èra, sotto la signoria di Dio. L’attività terapeutica del Cristo non era in primo luogo un’azione privata tra l’uomo e Dio, una prova spirituale individuale e una ricompensa per il malato, bensì un «segno efficace». Le guarigioni non erano unicamente segni efficaci in cui Cristo e il guarito fossero i soli attori, bensì segni a cui tutti i presenti prendevano parte, non ultimi quelli che deridevano. Erano segni efficaci pubblici» 61.

I miracoli di guarigioni non avvengono solo «di fronte» al pubblico. «Tra di voi» ha un carattere più pregnante: essi, il pubblico, sono il malato che è curato. Il malato rappresenta la loro malattia, l’esclusione è il sintomo. Le guarigioni operate da Gesù sono giudizio e risanamento

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della comunità in cui avvengono. La malattia di un individuo è una forma di crisi, espressa dall’emarginazione, che offre a tutto il gruppo una possibilità di bene o di male. È un’opportunità di grazia che termina in un nuovo equilibrio, vale a dire un legame comunitario rinsaldato. Gesù che guarisce è quello stesso che, risorto, ai discepoli di Emmaus e agli apostoli in riva al lago dopo la pesca si rivelerà come Maestro nella condivisione (cfr. Lc 24,13-35 e Gv 21,1-14).

Facendo memoria dell’attività terapeutica di Gesù, la comunità cristiana si interroga sulla propria funzione nel campo della sanità. Il punto di partenza della sua azione è la constatazione che anche oggi, sotto nuove forme, la malattia opera come elemento disgregante dei legami sociali.

Gli sviluppi del servizio sanitario hanno portato a privilegiare le strutture pubbliche, in primo luogo l’ospedale. Quando pensiamo al malato, l’immagine che ci viene spontaneo evocare è quella del degente all’ospedale, separato dalla famiglia e dalla società, inserito in una struttura di assistenza che si occupa di lui finché non può essere restituito alla sua vita normale. Parallelamente al progresso dell’intervento pubblico, si son venute atrofizzando le strutture terapeutiche tradizionali, vale a dire la famiglia e i vicini. Anche se ricoverato in un ospedale attrezzato ed efficiente, e perfettamente accudito, il malato si sente un isolato, penosamente rigettato ai margini della collettività. Ciò soprattutto quando la malattia si stabilizza e non ci sono più speranze di remissione. Oggi ci si rende conto che la soluzione ai problemi più gravi della sanità esige una risposta comunitaria e il potenziamento dell’interdipendenza. Così per il problema degli anziani, della malattia mentale (per la prevenzione e la guarigione di queste malattie le relazioni personali sono indubbiamente il fattore più importante), degli handicappati.

Il principio che segretamente ispira il rinnovamento della presenza ecclesiale nel settore della sanità è proprio il recupero di quell’aspetto delle guarigioni di Gesù che faceva di esse una parabola della famiglia di Dio dei tempi messianici, in cui gli emarginati sono integrati. Il rinnovamento del rito dell’unzione degli infermi, voluto dal Concilio (L.G. 11; S.C. 73) e realizzato dalla congregazione per il culto divino (1972), va in questo senso 62. Le norme teologico-pastorali che precedono il rito lo inseriscono in un ampio contesto di gesti e iniziative pastorali che tendono al pieno reinserimento del malato nella comunità, in netto contrasto col processo di emarginazione. La comunità si stringe solidarmente attorno al malato che difende la vita per poter continuare a donarla. Questo è il significato antropologico ed ecclesiale del sacramento degli infermi.

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Non «estrema unzione», rito del passaggio cruciale attraverso la morte, come era diventato in pratica; bensì evento che attualizza la dimensione comunitaria del piano di Dio per la vita. La comunità cristiana abbraccia il fratello per trasmettergli la forza di Colui che ha vinto le potenze distruttive che disgregano la persona umana e la spingono ai margini della società. Tale gesto fraterno è destinato a servire alla vita. Forse alla vita del corpo; certamente serve alla vita nello Spirito d’amore. Questo sacramento chiede pertanto d’essere celebrato quando il malato si trova nel pieno della lotta per la vita — non è quindi, di per sé, il sacramento dell’agonia, che di questa lotta è l’ineluttabile conclusione —; esso rivela inoltre tutto il suo senso quando è celebrato in forma comunitaria, così come in più parti si va sperimentando.

Il servizio che la comunità dei credenti in Gesù può rendere a coloro che la malattia emargina, al fine di integrarli con gesti religiosi, non si esaurisce nella celebrazione del sacramento dei malati. Anche la visita e la comunione frequente contribuiscono a rinsaldare i legami umani con la comunità. Le istruzioni contenute nel rituale per il sacramento dell’unzione e per la cura pastorale degli infermi raccomandano: «Tutti i cristiani devono far propria la sollecitudine di Cristo e della chiesa verso gli infermi. Cerchino quindi, ognuno secondo le possibilità del proprio stato, di prendersi cura premurosa dei malati, visitandoli e confortandoli nel Signore e aiutandoli fraternamente nelle loro necessità». Nella comunità cristiana la preghiera comune resta il modo fondamentale per esprimere la solidarietà e per stringere i legami. Nella preghiera dei fedeli durante la liturgia domenicale una vera comunità, oltre al ricordo dei malati in generale, saprà indicare alla sollecitudine dei fratelli quelli in particolare che la malattia ha messo in grave stato di necessità.

Un modo di tradurre in pratica il nuovo senso di solidarietà con i malati che s’instaura all’interno della comunità cristiana può essere l’attività di volontariato. Il volontariato è di casa nella chiesa. Basti pensare al servizio ai poveri e ai malati svolto dalle conferenze di S. Vincenzo. Negli ultimi anni, tuttavia, il volontariato è diventato di particolare attualità. Una vivace polemica sulla dialettica «pubblico»-«privato» ha portato a proposte estreme e unilaterali: o tutta l’attività assistenziale allo Stato, o tutta alla libera iniziativa. Il volontariato è diventato in tal modo il pomo della discordia per coloro che pensavano in termini di alternativa. Negli anni ’70 si è avuta una vera e propria campagna di opinione contro ogni espressione che non fosse rigidamente statuale e un’azione di emarginazione nei confronti degli interventi di volontariato. Attualmente tende ad affermarsi un’immagine più articolata del «sociale», che supera la diatriba e valorizza il pluralismo. La comunità cristiana

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si trova in prima linea nella ridefinizione del volontariato socio-assistenziale 63. Esso costituisce un superamento dell’eccesso di burocratizzazione della vita quotidiana, una proposta di nuova qualità della vita, una riorganizzazione soggettiva del rapporto lavoro-tempo libero. Per la soluzione di alcuni problemi sociali acutissimi (si pensi ai drogati, agli handicappati, agli anziani, all’umanizzazione delle strutture ospedaliere...) il volontariato fornisce una risposta originale e insostituibile. L’attività volontaristica apporta inoltre un correttivo alla mentalità di Welfare State, che conduce alla progressiva deresponsabilizzazione della popolazione e al vertiginoso dilatarsi della spesa pubblica in servizi socio-sanitari gestiti dagli enti statali. Attraverso il proprio coinvolgimento, i cittadini vengono rieducati al senso di responsabilità. Anche la legge che ha introdotto in Italia la riforma sanitaria ha sancito il diritto del volontariato come uno dei soggetti abilitati a concorrere all’attuazione della riforma stessa.

Oggi, quindi, il dibattito si sposta dalla validità dell’esistenza del volontariato ai suoi aspetti e modalità; in particolare, all’articolazione dell’intervento volontaristico con il lavoro del personale delle istituzioni e alla formazione dei volontari. L’ingenuità e lo spontaneismo di chi fa un’opera di volontariato tanto per fare qualcosa non sono ammissibili nel campo della sanità, dove si interferisce continuamente con i più delicati problemi posti dalla sofferenza.

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III.

PROBLEMI DI ETICA DELLA VITA FISICA

1. La tutela della vita

1.1. Il valore della vita

Sin da quando l’uomo ha potuto riflettere sulla condizione del suo esistere, ha percepito che un mistero grande ed ineffabile avvolge la sua vita. Essa gli sfugge e lo affascina, lo incuriosisce e lo meraviglia. Per darsi risposte meno inadeguate sul nascere, il vivere e il morire, l’uomo si affaccia alla comprensione dei problemi della sua vita con un atteggiamento di rispetto per il mistero che essa contiene: colloca la vita nell’orizzonte di quelle realtà sacre che possono essere comprese, ma mai per intero.

La santità della vita è la prima categoria che introduce nella riflessione sull’esistere umano. Questa santità, però, viene percepita non solo come esigenza di fronte al mistero; essa viene rivelata e comunicata all’uomo, quando egli si apre alla luce con cui Dio gli illumina il cammino.

La santità della vita, la sua sacralità, è il cuore della rivelazione cristiana. In essa Dio è il Vivente. La vita è sua prerogativa. Egli ne è la fonte e l’origine. L’Antico Testamento esprime questa fede profonda quando attesta che «Jahweh vive» (Sal 18,47). Su questa fede, più che su speculazioni metafisiche, si fonda l’esperienza di Israele, che riconosce la «vitalità» del suo Dio nella creazione, nella storia della salvezza e nel governo personale con cui Dio circonda, accompagna e guida il suo popolo.

Se la vita è anzitutto prerogativa di Dio, se Egli è il «vivente in eterno» (Dt 32,40), Colui che ha la vita da se stesso (Gv 5,26), in contrasto con gli idoli (Abac 2,19), l’uomo attinge alla fonte della vita che è Dio e diventa anch’egli un vivente. Dio che fa morire e fa vivere (Dt 32,39), effonde il suo soffio e tutto prende vita. Tutte le creature debbono la loro esistenza all’alito di Dio (Gn 2,7). Esse piombano nel nulla se Dio ritira il suo sostentamento vitale, «diventano cadaveri, ritornano nella loro polvere» (Sal 104,29). A differenza di ogni altra creatura, l’uomo partecipa in modo del tutto singolare alla prerogativa di vita che è propria di Dio. Anche se è un essere creato, come tutte le altre cose, l’uomo porta in sé un’impronta maggiormente luminosa della vita che Dio come Signore gli dona. Egli è «immagine» (Gn 1,27) del Dio vivente, creato per diventare simile al suo Creatore. Perciò la vita che egli porta

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in sé non è comprensibile nella sua totalità, se non in stretto riferimento al Dio dal quale ha origine ogni vita (At 17,25).

Il Nuovo Testamento approfondisce l’idea di vita e la mette in relazione con la vita del Signore Gesù, morto e risorto. Qui troviamo la dimensione vera del valore della vita umana, intesa come vita destinata a non perire mai. In Paolo soprattutto riscontriamo una tensione salutare tra vita nel tempo e vita nell’eternità, non secondo una dialettica di contrapposizione, ma secondo una tensione escatologica. Gesù è il Signore della vita, Egli che ha vinto la morte, ha portato alla luce la vita senza tramonto (2 Tim 1,10); poiché in Lui è la vita (1 Gv 5,11), Egli è la guida della vita (At 3,15) e come uomo nuovo porta l’uomo alla piena comprensione della sua umanità.

La vita dell’uomo viene concepita, allora, come partecipazione alla vita del Risorto che, mediante lo Spirito, compie l’opera della «nuova creazione» (Rm 5,18). Per i credenti la vita è «nascosta con Cristo in Dio», secondo la parola dell’Apostolo (Col 3,4). Essa quindi va accolta con gratitudine, poiché è un dono, e con riverenza, poiché è un mistero che si va a svelare progressivamente e che può essere compreso pienamente solo nella parusìa.

L’etica cristiana è pervasa da questa dimensione di povertà del cuore di fronte alla vita da accogliere come dono. In questa povertà, che troviamo tematizzata nella prima beatitudine (Mt 5,3), si annida il criterio fondamentale della morale della vita fisica. L’umanità contemporanea si mostra particolarmente attenta e sensibile verso questo immenso ambito della vita etica e ricerca con impegno e passione la verità sui numerosi e gravosi problemi che la condizione dell’esistenza ai nostri giorni pone. La chiesa, da parte sua, in continuità e fedeltà con l’esperienza religiosa del popolo dell’antica alleanza e in ascolto dello Spirito del Signore risorto, ha sempre destinato molto interesse per il rispetto e l’inviolabilità della vita. L’istanza etica fondamentale a questo riguardo è riassunta nella parola lapidaria delle tavole della legge mosaica. «Non uccidere» (Es 20,13) ha rappresentato sin dai tempi remoti l’appello di Dio a garanzia della vita dell’uomo. Su questa parola di vita la chiesa ha orientato il suo magistero a difesa della vita umana, determinando una lunga tradizione etica che, con diverso dosaggio e modalità differenziate, si è lasciata occupare dalla determinazione concreta di questa istanza morale. Ne è nato così tutto il ricco patrimonio della tradizione morale cristiana.

Ma l’epoca contemporanea richiama l’attenzione dei credenti, e di quanti sentono la passione per la vita umana, con vivacità forse mai così intensa. Diversi fattori pongono sul tappeto i problemi morali connessi con la sfera della corporeità e talvolta li rendono carichi di speranze e di preoccupazioni.

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Non si può non considerare l’estrema tecnicizzazione con cui si esercita oggi la pratica medica. Trattamenti terapeutici di grande precisione, insieme ad attrezzature di rigore ed efficienza, hanno mutato il volto dell’esercizio della professione medica; mentre contribuiscono alla soluzione di problemi nel passato irrisolti, creano problemi nuovi 64. Anche sul piano politico la gestione della salute umana ha subito un vistoso mutamento. L’atmosfera di privatezza in cui nel passato avveniva, per lo più, il rapporto medico-paziente, ha ceduto il passo a una sempre più chiara presa di responsabilità della comunità, anche nel settore della salute del singolo. La socializzazione del servizio sanitario, estesa sempre più in tutti i paesi del mondo, non può non apportare un effetto salutare nella cura e l’interesse per la salute umana. La partecipazione ai servizi contribuisce ad acutizzare le comuni responsabilità di fronte al bene della vita e della salute umana, liberando le energie più nascoste di solidarietà e di condivisione della sofferenza, della malattia e della speranza di guarigione.

Un’altra dimensione che sembra caratterizzare l’accoglienza e il servizio della vita, oggi, è quella che tende a personalizzare la cura medica. Proporzionatamente alla crescita dei livelli tecnologici e strumentali, si può correre il rischio di mettere in ombra o finanche occultare lo spessore umano singolare e irripetibile della persona del paziente di cui si prende cura. La macchina della salute, con strutture ed impianti di efficienza talvolta superba, può inghiottire la persona del malato, traducendola in numero, in cartella clinica fatta di indici e di dati, senza volto né storia, senza legami né problemi. L’etica medica contemporanea si mostra particolarmente vigilante, per inculcare nel personale medico e infermieristico, e più in generale in chiunque partecipa alla vicenda sanitaria, uno spiccato senso dell’umanità. Il malato, prima ancora di essere un organismo guasto, è una persona ferita; uno spiazzato che ha perduto un equilibrio. La cura che di lui ci si assume non può trascurare questi elementi determinanti che sono in grado di incidere positivamente o negativamente sulla stessa riuscita del trattamento terapeutico 65.

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Infine il richiamo alla prevenzione fornisce nuove proporzioni al compito etico connesso con la vita fisica. Oggi si è più consapevoli che un gran numero di disturbi sono il risultato di un cattivo rapporto con l’ambiente o di un impiego sregolato di alimenti, farmaci, sostanze, energie. Occorre, perciò, ricostruire una misura di equilibrio ed operare sulle condizioni di vita che previamente possono risolvere problemi di patologie. La grande sfera della medicina preventiva costituisce la promessa per un futuro migliore per tutta l’umanità. Da sola la medicina curativa e quella riabilitativa non possono garantire una sufficiente sicurezza di vita, come invece può fare la medicina preventiva 66.

Nel vocabolario e nell’attenzione della cultura contemporanea questo nuovo ambito viene spesso individuato con l’espressione «qualità della vita». La ricerca di una vita secondo qualità sembra essere l’impegno che in strati multipli e differenziati tutti richiedono ed assumono. Forse nei decenni passati, uscendo dalle strettoie della grande congiuntura costituita dagli eventi bellici, l’umanità — soprattutto quella dell’emisfero occidentale — ricercava la possibilità di una sopravvivenza che, date le minacce incombenti, si limitava alla semplice condizione dell’esistere. Minore attenzione si poneva alla qualità di un tale esistere, anche perché le effettive possibilità di assicurare una buona qualità dell’esistenza erano scarse, remote o addirittura inesistenti. Quando però lo sforzo comune ha garantito la sopravvivenza ed ha assicurato l’esistere, e il progresso scientifico insieme a migliori condizioni di disponibilità economiche e di attrezzature sociali ha dato un impulso verso una migliorata modalità di vita, allora si è fatta più viva la preoccupazione per una qualità di vita sempre più pienamente umana. Il dibattito sulla qualità della vita contiene in sé elementi ambivalenti che non devono essere trascurati. Difatti spesso ci si trova di fronte a giudizi sulla qualità dell’esistenza di persone o popoli che sono raccapriccianti. Essi sorgono frequentemente da una cattiva comprensione delle reali dimensioni della qualità della vita. Chi

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vive immerso in una mentalità consumistica o in una cultura del profitto, non di rado finisce per giudicare la «qualità della vita» secondo criteri quantitativi. Tende a valutare il valore di un’esistenza personale con il metro dell’efficienza che questa persona può garantire. Diventa sommamente precaria, in tale scala di misura, la vita di chi è portatore di un handicap, o dell’anziano, poiché scarsamente utilizzabile per la produzione e per il profitto.

Non può mancare un richiamo, dal punto di vista della morale cristiana, a correggere l’asse distorto di una simile concezione della qualità della vita. La correzione è praticabile mediante la categoria complementare di «santità della vita». La ricerca della qualità della vita deve fondarsi sulla fede incrollabile nella santità dell’esistenza, che è comunque un dono di Dio da accogliere con gratitudine e ammirazione. Un richiamo del tutto pertinente a riproporre il senso cristiano della vita qualitativamente umana viene dall’episcopato francese, in una nota dottrinale della commissione episcopale per la famiglia (13 febbraio 1971). Esso dice: «Per la Bibbia la vita è benedizione di Dio. Questa benedizione si comprende in funzione dell’alleanza fra Dio e il suo popolo. La benedizione in senso pieno e assoluto è l’alleanza, ma la condizione normale per entrare nell’alleanza è di esistere sulla terra. Certo, la vita corporale non è un assoluto in sé... Ma essa è la condizione per ricevere il dono e assumere la responsabilità di un fine che noi chiamiamo la vita di figli di Dio nel regno del Padre e che altri chiamano, senza ben precisare il significato delle parole: ‘la vita gioiosa’. Sulla via che conduce a questo fine si possono incontrare, talvolta fin dall’inizio, difficoltà o mali che possono far dire e che hanno fatto dire: la vita, in queste condizioni, è piuttosto una maledizione che giustifica un intervento che la sopprima. Ma questo modo di parlare va contro la fede e la speranza in Dio nostro Creatore che ci salva con la croce del suo Figlio. Noi speriamo, nonostante e contro tutto, che i disegni del Creatore si compiano, e si compiranno. Noi speriamo, nonostante e contro tutto, che le speranze insite in una vita che comincia non siano mai vane. Noi speriamo che gli uomini possano migliorare la loro condizione di esistenza sulla terra e inventare comunità in cui tutti possono trovare il loro posto e in cui valga la pena che si porti fino alla fine il peso della vita: l’avventura umana richiede sempre coraggio».

1.2. La vita prenatale

I documenti anagrafici pongono l’inizio della storia di una persona nel giorno della sua nascita. Le vicende che lo toccano come protagonista

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o come spettatore non sono mai anteriori al giorno in cui, come si suol dire nel linguaggio corrente, l’uomo «vede la luce». In realtà esiste un tempo, anteriore a questo evento, nel quale l’essere umano si è già affacciato all’orizzonte della vita e le sue vicende hanno già rilevanza di storia.

La ricerca scientifica nel campo dell’embriologia umana continua a svelare risultati sorprendenti sulla vitalità del neo-concepito, mentre è ancora nel seno materno. Anzi, sempre più frequentemente si tenta di interpretare la qualità di alcuni comportamenti ed atteggiamenti umani proprio risalendo alle condizioni della vita prenatale, la quale come preistoria o protostoria del soggetto umano, non può non incidere sul futuro dell’esistenza personale 67.

La considerazione della vita prenatale è carica di implicazioni sul piano etico, relativamente a problemi antichi e nuovi. Ma esiste una questione previa che va affrontata ed impostata in maniera corretta, per avviare su una giusta pista i problemi morali connessi.

a) La qualità della vita prenatale

Soprattutto in questi ultimi anni, sotto l’influsso di movimenti di pensiero laicista e femminista, la vita prenatale è stata considerata in modo del tutto riduttivo. Il frutto del concepimento è stato ed è pensato come l’aggregato bio-fisico di cellule appartenenti a un processo nuovo di vita con rilevanza esclusivamente biologica. Talvolta si è ritenuto che l’embrione e il feto non fosse che un’appendice del corpo uterino e che, quindi, non dovesse essergli riconosciuta alcuna dignità individuale. Come oggetto di appartenenza all’utero ospitante, esso sarebbe sotto l’esercizio del diritto della donna a disporne. Si comprende facilmente quanto queste affermazioni possono pregiudicare la valutazione etica di ogni problema connesso con la manipolazione embrionale e fetale e, in definitiva, con l’aborto. Non a caso la bandiera di simili affermazioni è stata agitata proprio in sede di una pretesa rivendicazione del diritto della donna a disporre del frutto del concepimento, e quindi ad abortire.

Nella sua costante tradizione dottrinale e morale, e in sintonia con le più autorevoli scuole antropologiche, giuridiche e mediche, la chiesa

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ha affermato la dignità della vita umana, anche nella fase prenatale. Questo pur senza ignorare la varietà con cui, lungo la storia, si è affrontato il delicato problema dell’inizio della caratteristica umana della vita 68.

Padri della chiesa e i teologi medievali avevano dato al problema una soluzione di tipo filosofico, compenetrando però l’argomentazione filosofica con quella teologica. Per loro l’inizio della vita umana coincideva con l’infusione dell’anima da parte di Dio, sicché sin dal momento del concepimento si poteva parlare di soggetto umano, essendo il neo-concepito dotato di anima e di corpo. In questa direzione si poneva Tertulliano, quando scriveva nel De anima (27,1): «La sostanza del corpo e dell’anima è prodotta insieme, oppure l’una precede l’altra? Diciamo senz’altro che entrambe sono insieme accolte, elaborate, perfezionate».

Solo successivamente si è formulata l’opinione, comune a molti Padri e specialmente ai teologi medievali, della cosiddetta «animazione ritardata». Si riteneva, cioè, che fintanto che il corpo non avesse preso una sua certa consistenza, esso non era materia adatta a ricevere la «forma» che è appunto l’anima. L’infusione dell’anima veniva così differita in un tempo successivo al concepimento. Interprete autorevole di tale posizione è S. Agostino, nel commentare il testo di Es 21,22-23. Nelle Quaestiones in Heptateucum (PL 34, 626) egli introduce una distinzione tra feto perfettamente formato e feto non ancora perfettamente formato. Con tale distinzione si riteneva che il feto venisse perfettamente formato (cioè gli venisse infusa l’anima) solo in un secondo momento. Su questa linea troviamo anche le affermazioni dei teologi medievali. Di particolare peso l’opinione di S. Tommaso d’Aquino, il quale riteneva che l’anima venisse infusa per azione della virtus creativa di Dio successivamente al concepimento (De Potentia q. 3, art. 9, ad 9).

Non si può negare che, seppure importante sotto il profilo filosofico, la questione dell’animazione è di difficile approccio nella cultura contemporanea, sia per il linguaggio su cui essa riposa, sia per una precomprensione che la condiziona. Difatti, la questione dell’animazione marcava fortemente la visione dell’uomo come composto di anima e di corpo, in un regime facilmente esposto al dualismo. La maggiore attenzione a una visione unitotale dell’uomo come essere somatopsichico, oltre che ovviare alle insufficienze della questione dell’animazione, più facilmente conduce

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alla considerazione della qualità umana della vita sin dal suo concepimento. Infatti, «prima della fecondazione esistono due cellule, maschile e femminile, certamente, vive della vita dell’uomo e della donna, ma destinate a perire a breve termine, come tante altre, a meno appunto che non si congiungano. Dalla loro fusione risulta una cellula unica, dotata di dinamismo proprio, che da sé porterà l’individuo fino alla morte, anche se questa sopravviene in estrema vecchiaia. Dal suo inizio l’ovulo fecondato contiene tutto il programma originale del nuovo essere. I biologi, restando nei limiti della loro competenza, non sono chiamati a pronunziarsi sulla personalità; possono tuttavia e devono riconoscere che la persona adulta si ricollega senza soluzione di continuità a questa cellula primitiva che differisce nella sua struttura dalle cellule paterne e materne. Il solo momento determinabile per assegnare un inizio alla vita umana è dunque quello della fecondazione. Tale affermazione si impone sia dal punto di vista scientifico sia da quello filosofico» (Dichiarazione dell’episcopato belga, 6 aprile 1973).

Su questa linea la chiesa esprime la sua ferma convinzione sulla qualità umana della vita prenatale, sin dal momento della fecondazione. Essa tuttavia riconosce la legittimità di un dibattito teorico circa l’inizio della vita umana, dibattito che non può essere condotto se non in una modalità interdisciplinare, dove i dati della genetica e dell’embriologia umana vengano completati con quelli dell’antropologia filosofica e teologica. Il dibattito teorico su tale questione non tocca però le coordinate della decisione morale che attribuisce alla vita prenatale il rispetto dovuto a una vita pienamente umana. Un autorevole documento della sacra Congregazione per la dottrina della fede ha precisato i diversi ambiti del pensiero filosofico e della morale: «Non c’è su tale punto (= infusione dell’anima spirituale) tradizione unanime e gli autori sono ancora divisi. Per alcuni, essa ha inizio sin dal primo istante; per altri, essa non può precedere almeno l’annidamento. Non spetta alla scienza di prendere posizione, perché l’esistenza di un’anima immortale non appartiene al suo campo. È una discussione filosofica, da cui la nostra affermazione morale rimane indipendente per due ragioni: 1) pur supponendo un’animazione tardiva, esiste già una vita umana, che prepara e richiede quest’anima, nella quale si completa la natura ricevuta dai genitori; 2) d’altronde, basta che questa presenza dell’anima sia probabile (e non si proverà mai il contrario) perché toglierle la vita significhi accettare il rischio di uccidere un uomo, non soltanto in attesa, ma già provvisto della sua anima» (Dichiarazione sull’aborto procurato del 18 nov. 1974, nota n. 19).

b) Il problema dell’aborto

L’umanità ha conosciuto, sin dai tempi più remoti, una serie di pratiche e

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di interventi tesi a bloccare il processo vitale originatosi con il concepimento di una nuova vita umana. La storia dei costumi è attraversata da una costante che mostra quanto presente, operante e vivo sia da sempre il problema dell’aborto. Anche l’opinione pubblica e il controllo sociale sono stati da sempre interessati alla pratica abortiva e alla regolamentazione degli effetti morali e sociali derivanti da tale pratica 69.

Testi molto antichi ci informano della presenza del fenomeno abortivo e delle sanzioni con cui la collettività tendeva a valutare, arginare e punire l’aborto. A cominciare dalla legislazione babilonese (II millennio a.C.), giuntaci nel famoso codice di Hammurabi. Vi leggiamo: «Se qualcuno avrà percosso la figlia di un nobile, e l’avrà fatta abortire, pagherà 10 sicli d’argento per il suo feto perduto. Se questa donna morirà, venga uccisa la figlia del colpevole». La condanna che cade sull’aborto ha in questi tempi arcaici la connotazione di una lesione inflitta alla proprietà.

Il giuramento di Ippocrate fa promettere al medico di disporre la sua professione a servizio della vita, garantendo che l’esercizio della medicina sia sempre rivolto al mantenimento e miglioramento delle condizioni favorevoli alla vita, senza prestarsi a dare farmaci mortali o a fornire mezzi abortivi. La tradizione delle scuole mediche più rappresentative, che si sono ispirate all’ethos ippocratico, si è sostenuta sull’affermazione dell'illiceità dell’aborto e del dovere etico del medico di non collaborare, consigliare o operare in tal senso. Anche la chiesa nella sua storia ha sempre riconosciuto come suo compito quello di salvaguardare la vita sin dal suo primo istante. Ha fatto ciò mediante una ferma e costante condanna dell’aborto direttamente procurato.

Dobbiamo riconoscere, tuttavia, che oggi ci troviamo dinanzi a una nuova situazione. Da una parte sono fortemente migliorate le tecniche abortive, così da ridurre di molto il controllo sociale. Dall’altra, si è esteso il riconoscimento legislativo delle possibilità di sottoporsi a procedimento abortivo, senza incorrere in alcuna sanzione. Sempre più numerosi sono i paesi del mondo che consentono l’aborto legalizzato e che lo favoriscono mediante sistemi di assistenza sanitaria e sociale. Diventa, quindi, molto più urgente ribadire l’insegnamento morale della

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chiesa e promuovere un’autentica coscienza etica che sappia discernere e giudicare l’aborto come un disvalore, dal punto di vista non soltanto etico, ma anche sociale e umano.

Il cristianesimo si trovò a confrontarsi con la cultura greco-romana, il cui atteggiamento di fronte al fenomeno abortivo si caratterizzava per una larga permissività. Si riscontrava con frequenza il ricorso all’aborto procurato con l’aiuto di farmaci o di espedienti messi in opera da praticoni consenzienti. Ricorrevano alle pratiche abortive tanto le classi agiate quanto quelle meno abbienti; sia per scelte di egoismo pragmatico, sia per dissolutezza senza responsabilità. L’elemento più grave nella cultura con la quale il cristianesimo è venuto ad imbattersi era la pregiudiziale convinzione che «partus nondum editus homo non recte fuisse dicitur» («il bambino non ancora nato non è un uomo»), come si afferma nel diritto romano. L’aborto, quindi, non si configura tra i crimini contro la vita, poiché la vita fetale non assurge a dignità umana. È vero che non manca nel mondo greco-romano la sanzione punitiva nei riguardi di chi ricorre all’aborto o lo provoca. Ma, a ben considerare, la radice della sanzione consiste nel fatto che provocando l’aborto si lede il diritto di proprietà che il marito ha sulla moglie e sulla prole. Non è difficile percepire a questo punto quanto scadente ed avvilita fosse l’immagine della donna, oltre che quella della vita prenatale.

Su questa civiltà e cultura si è innestato il cristianesimo, che si è sentito provocato dai costumi lassisti a mettere a fuoco una predicazione morale quanto mai necessaria. La chiesa presenta subito la sua convinzione morale concernente l’aborto, come concezione di netto e radicale rifiuto di esso. Il primo testo cristiano extrabiblico, la Didaché, ammonisce: «Non farai perire il bambino con l’aborto, né l’ucciderai dopo che è nato» (II, 2). E dello stesso tono è il testo delle Costituzioni Apostoliche: «Non ucciderai tuo figlio con aborto né ammazzerai il nato: invero ogni essere formato, ricevendo l’anima da Dio, se ucciso andrà vendicato, in quanto ingiustamente fatto perire» (7,3,2).

La condanna dell’aborto trova la sua fondazione nella S. Scrittura. Nell’Antico Testamento troviamo il testo più esplicito in Es 21,22-23, dove si legge: «Quando gli uomini rissano e urtano una donna incinta, così da farla abortire, se non vi è altra disgrazia si esigerà un’ammenda, secondo quanto imporrà il marito della donna e il colpevole pagherà per mezzo di arbitri. Ma se vi è una disgrazia, allora tu dovrai dare vita per vita». È facile rilevare una certa analogia tra questo testo biblico e quello del codice di Hammurabi sopra riportato. Anche qui è ancora sottesa l’idea di un danno grave da risarcire, nel caso di morte del feto; ma il danno ancor più grave è la morte della donna, e questa va compensata con la legge del taglione. Tuttavia l’importanza di questo testo

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si accresce a partire dalla traduzione che di esso è stata fatta nel III sec. a.C. in lingua greca. L’attenzione fu spostata dalla vita della donna a quella del feto e i due casi contemplati furono: morte di un feto perfettamente formato e morte di un feto non ancora perfettamente formato. Un simile spostamento è motivato dalla visione embriologica greco-alessandrina, nel cui ambiente fu effettuata la traduzione dei LXX. L’antropologia sottesa è di carattere dualistico, nella dialettica materia/forma, corpo/anima. Questa visione della vita fetale è sottesa a una distinzione che molto seguito ebbe nella tradizione cristiana, dai primi secoli sino al secolo scorso: si distinse, cioè, il «feto inanimato» dal «feto animato».

L’uso di questa discriminazione fu molto ampio e portò non pochi moralisti a valutare con diversità di peso la pratica abortiva su feto in stadio di prima vitalità e su feto di vitalità avanzata. Ma il magistero della chiesa mise in guardia contro un impiego indiscriminato di questa distinzione, quando condannò, sebbene solo «ut minimum tamquam scandalosae et in praxi perniciosae» (DS 2166), la tesi lassista secondo la quale si ammette la liceità di opinioni diverse circa il momento dell’animazione, purché posto prima del parto. Sulla base di questa premessa, l’opinione contenuta nella tesi si estendeva anche al giudizio che l’aborto non doveva essere considerato un omicidio (cfr. DS 2135).

Se la concezione di una distinzione tra feto animato e feto inanimato ha potuto indurre ad opinioni relativamente diversificate sulla liceità morale dell’aborto, essa oggi è praticamente superata. Le conoscenze embriologiche e la visione antropologica concordano nel far ritenere che col concepimento ha inizio un processo vitale autonomo e autogeno che percorre le tappe proprie di uno sviluppo che conduce fino all’essere con piena identità personale.

La condanna della chiesa per l’aborto si fonda formalmente sulla rivelazione, nella quale tra le opere della carne che si contrappongono alle opere dello Spirito viene menzionato anche il ricorso a sostanze che procurano l’aborto — pharmakeia di Gal 5,18-21 e di Ap 9,21 —. Tuttavia essa trova un riscontro e una convalida presso la moderna conoscenza antropologica. Con diversi interventi, sia del magistero centrale che di quello dei singoli episcopati, la chiesa non smette di riproporre il messaggio morale che oppone un fermo rifiuto all’aborto procurato, rifiuto fondato sul diritto inalienabile che l’essere umano ha alla vita. Nella Dichiarazione sull’aborto procurato della sacra Congregazione per la dottrina della fede (18 nov. 1974) si legge: «Il primo diritto di una persona umana è la sua vita. Essa ha altri beni, e alcuni sono più preziosi, ma quello è fondamentale, condizione di tutti gli altri. Perciò esso deve essere protetto più di ogni altro. Non spetta alla società, non spetta alla pubblica autorità, qualunque ne sia la forma, riconoscere questo diritto

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ad alcuni e non ad altri: ogni discriminazione è iniqua, sia che si fondi sulla razza o sul sesso, sia sul colore o sulla religione. Non è il riconoscimento da parte degli altri che costituisce questo diritto; esso esige di essere riconosciuto ed è strettamente ingiusto il rifiutarlo» (n. 11).

Oggi un mal compreso pluralismo e una imprecisa convinzione di laicità dello Stato potrebbero portare a credere che il rifiuto dell’aborto sia legato alla fede cristiana e che la norma morale tocchi i credenti soltanto. In realtà, invece, «il rispetto della vita umana non si impone soltanto ai cristiani: è sufficiente la ragione a esigerlo, basandosi sull’analisi di ciò che è e deve essere una persona. Dotato di natura ragionevole, l’uomo è un soggetto personale, capace di riflettere su se stesso, di decidere dei propri atti, e quindi del proprio destino; egli è libero. È, di conseguenza, padrone di sé, o piuttosto, poiché egli si realizza nel tempo, ha i mezzi per diventarlo: questo è il suo compito. Creata immediatamente da Dio, la sua anima è spirituale e, quindi, immortale. Ma egli vive nella comunità dei suoi simili, si nutre della comunicazione interpersonale con essi, nell’indispensabile ambiente sociale. Di fronte alla società e agli altri uomini, ogni persona umana possiede se stessa, possiede la propria vita, i suoi diversi beni, per diritto; la qual cosa esige da tutti, nei suoi riguardi, una stretta giustizia» (ivi, n. 8).

La norma morale con la quale la chiesa valuta e rifiuta l’aborto è chiara e inequivocabile. Essa è preoccupata soprattutto della dignità della vita del soggetto umano indifeso, mentre è ancora nell’utero materno. Ma al tempo stesso la chiesa si apre con preoccupazione pastorale verso quelle persone — oggi disgraziatamente sempre più numerose — che in modi diversi sono implicate nel dramma dell’aborto. La ferma condanna della condotta abortiva non si traduce in isolamento o abbandono di queste creature, spesso indotte da malcompresi stati di necessità a scelte traumatiche e drammatiche, oltre che eticamente negative.

Il campo pastorale che la chiesa ha davanti è grande e carico di responsabilità 70. Esso va dall’accoglienza delle persone singole alla promozione di iniziative atte alla educazione delle coscienze. Una via di somma importanza per la soluzione del problema dell’aborto è l’appoggio che la chiesa può dare e difatti dà a coloro che, scienziati, medici, operatori sociali e culturali, determinano l’atmosfera generale delle scelte etiche, mediante l’influsso esercitato sulla pubblica opinione. La passione con cui la chiesa

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si rivolge a queste persone traspare nelle parole di papa Giovanni Paolo n: «In questo contesto si colloca il vostro compito. Esso consiste in primo luogo in un’azione, intelligente ed assidua, di sensibilizzazione delle coscienze circa l’inviolabilità della vita umana in tutti i suoi stadi, in modo che il diritto ad essa sia efficacemente riconosciuto nel costume e nelle leggi, come valore fondante di ogni convivenza che voglia dirsi civile; esso si esprime, poi, nella coraggiosa presa di posizione contro ogni forma di attentato alla vita, da qualunque parte esso provenga; esso, infine, si traduce nell’offerta, disinteressata e rispettosa, di aiuti concreti alle persone che incontrano difficoltà nel conformare il proprio comportamento ai dettami della coscienza. Si tratta di un’opera di grande umanità e di generosa carità, che non può non raccogliere l’approvazione di ogni persona consapevole delle possibilità e dei rischi a cui va incontro questa nostra società. Non vi scoraggino le difficoltà, le opposizioni, gli insuccessi che potete incontrare sul vostro cammino. È in questione l’uomo, e quando è in gioco una simile posta, nessuno può chiudersi in un atteggiamento di rassegnata passività senza con ciò abdicare a se stesso» (Al congresso europeo dei movimenti per la vita, 26 febbraio 1979).

L’impegno dei cristiani a favore della vita prende consistenza in iniziative concrete, ispirate dalla stima di tutta la vita e di ogni vita. La dimensione politica di questo impegno deve essere vista come la naturale realizzazione e traduzione in opere delle convinzioni etiche profonde. Per questo la chiesa incoraggia e sostiene coloro che operano nei settori della vita pubblica e offrono la loro collaborazione per la soluzione dei grandi problemi da cui l’umanità è afflitta. I vescovi canadesi raccomandano: «Per imperiose che siano la sollecitudine e l’attività dei singoli in questi numerosi settori, esse non bastano. I cristiani d’oggi devono essere presenti con tutta la loro generosità ed abilità là dove gli uomini si incontrano per scambiarsi le idee e prendere decisioni che favoriscono o sminuiscono il rispetto per la vita umana: parlamenti, consigli municipali, direzioni d’imprese commerciali, agenzie d’assistenza, ospedali, scuole, strumenti della comunicazione sociale. In tutti questi campi, uomini e donne di ogni posizione sociale dovrebbero lasciarsi guidare da un senso profondo di amore e di servizio verso la vita umana» (Dichiarazione pastorale dell’episcopato canadese, 30 nov. 1971).

L'aborto e un male. Sotto il profilo etico esso è la privazione del diritto inalienabile di un essere umano alla propria sopravvivenza 71.

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Sotto il profilo psicologico esso è spesso vissuto come dramma lacerante e rottura dell’equilibrio personale, di coppia, di famiglia. Sotto il profilo sociale esso viene spesso invocato come diritto civile da parte delle donne di autogestire la propria maternità, senza nessun riferimento al rispetto dovuto a chi, mediante l’esercizio della sessualità, e stato suscitato alla vita. Comunque l’aborto è un disvalore. Esso va combattuto come condotta negativa e come fatto disumanizzante, oltre che come elemento di rifiuto della vita che è dono del Signore, fonte di ogni vita.

Combattere l’aborto significa qualcosa di più che il semplice impedire che la gente vada ad abortire. Significa, al positivo, ricomporre gli elementi di una vita umanamente scadente; correggere tendenze e ideologie che sottraggono la gestione della sessualità a un alto senso di responsabilità, sia verso il partner che verso chi potrebbe nascere dall’atto sessuale; imparare il rispetto della vita, senza discriminazione; sostenere chi nella vita affronta situazioni di particolare precarietà, come gli ammalati, i vecchi, gli indifesi, i poveri.

Combattere l’aborto è sviluppare un senso spiccato di gratitudine a Dio per il dono della vita e di solidarietà con l’umanità cui ogni vita e destinata. Solo chi coltiva la passione per il futuro dell’uomo e della famiglia umana può capire fino in fondo cosa significa, al di là della semplice espressione negativa e al di là della sia pur ferma condanna, operare per sradicare la piaga dell’aborto.

Combattere l’aborto non è compito di singoli cittadini soltanto o di gruppi di cittadini. Combattere l’aborto è un dovere etico di primaria grandezza cui la comunità intera e lo Stato in particolare devono sottostare. In talune nazioni si è operata una distinzione tra legge morale e legge civile, su questa delicata materia, così come su altre non meno impegnative. La chiesa ricorda che «è chiaro dovere dello Stato proteggere la vita umana. Esso ha una particolare responsabilità di fronte alla vita che, per un motivo o per un altro, è minacciata, come pure di fronte alla vita di quanti non sono in grado di sovvenire alle proprie necessità, come i vecchi, gli invalidi, i ritardati mentali, i malati e i deboli di mente. Ciò vale anche per l’essere umano che non è ancora nato. Ma non è competenza dello Stato misurare il valore delle diverse forme di

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esistenza umana, attribuendo, ad esempio, per legge, maggior diritto all'esistenza ai sani anziché ai malati, ai più dotati a svantaggio dei meno dotati, ai giovani piuttosto che ai vecchi. Solo quando lo Stato protegge il diritto dell’individuo più debole a un’esistenza umana integrale, esso può pretendere d’essere una comunità pienamente rispettosa dei diritti dell’uomo» (Conferenza episcopale della Scandinavia, Dichiarazione collettiva, luglio 1971).

La responsabilità dello Stato non consiste solo nell’impedire l’aborto o nell’evitare legislazioni abortiste. Mediante le sue strutture legislative e sociali, esso deve garantire la creazione e la promozione delle condizioni di vivibilità della vita a dimensione veramente umana. «Spetta alla legge il dovere di promuovere una riforma della società e delle condizioni di vita in tutti gli ambienti — a cominciare da quelli meno favoriti — affinché sia resa possibile, sempre e dappertutto, ad ogni bambino che viene in questo mondo, un’accoglienza degna dell’uomo. Sussidi alle famiglie e alle madri nubili, aiuti destinati ai bambini, statuto per i figli naturali e conveniente regolazione dell’adozione: è tutta una politica positiva, questa, da promuovere, perché si abbia sempre un’alternativa concretamente possibile ed onorevole all’aborto» (Congregazione per la dottrina della fede, Dichiarazione sull’aborto procurato, 18 nov. 1974, n. 23).

Chiarificazione della norma etica, indicazione di valori in alternativa ed educazione delle coscienze dei singoli e dei popoli: è questo il compito della chiesa di fronte all’aborto. Ed è anche il servizio alla vita che essa, nella fedeltà al vangelo del Signore dei viventi, è chiamata a svolgere.

c) La diagnostica prenatale

Il grande progresso della genetica umana costituisce uno dei capitoli più interessanti e insieme preoccupanti della storia e del futuro umano. Nella genetica si condensa l’alto potenziale di quell'insieme di minacce che è stato chiamato «la bomba biologica». Le immense possibilità che questo progresso apre sono nelle mani dell’uomo e richiedono un senso più acuto di sensibilità morale e di responsabilità.

Un tempo, della vita prenatale non si era in grado di conoscere altro che l’esistenza. La gestante sentiva dentro di sé la presenza di un nuovo essere che stava formandosi e informava l’ambiente circostante di una tale presenza mediante il segno visibile dello stato gravidico. Oggi, invece, della vita prenatale non solo si conosce l’esistenza, ma si è in grado di individuarne anche caratteristiche, composizione, informazione genetica, eventuali malformazioni. La cartella clinica di un essere umano, allo stato

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attuale del progresso bio-medico, può essere iniziata già prima della sua nascita e può essere estesa alla fase prenatale del suo esistere. Non si può non vedere con meraviglia questo progresso ed esprimere gratitudine al Signore della vita, il quale mediante le conoscenze scientifiche dà luce sufficiente per esplorare l’insondabile mistero della vita. A ciò si aggiunge la riconoscenza per l’impegno di quegli scienziati che forniscono, talvolta con spiccato senso di altruismo e di abnegazione, i dati necessari per mettere a punto sistemi efficienti di analisi delle modalità intrauterine della vita umana.

L’apprezzamento per una simile conquista della scienza sale ancora di più quando si considera che molti disturbi e malattie hanno una loro ben precisa base nella qualità del corredo genetico, che trasmette le informazioni necessarie allo sviluppo dell’organismo. Nasce subito la possibilità di impiego delle conoscenze scientifiche al fine di migliorare la qualità di vita del soggetto umano.

Fino a non molti anni fa, la diagnostica genetica riguardava esclusivamente l’analisi della situazione genetica di una futura coppia, allo scopo di consigliare o sconsigliare un matrimonio e la conseguente trasmissione della vita. Ma gli odierni progressi nelle metodiche hanno aperto un nuovo passaggio nella consultazione prenatale, intervenendo direttamente sul nascituro e prendendo in esame la sua concreta situazione genetica. Ci riferiamo qui alla cosiddetta «amnioanalisi». Il prelievo e l’analisi del liquido amniotico, dal sacco amniotico di una donna incinta, tra la 12a e la 15a settimana di gravidanza, permette di individuare la presenza di eventuali disordini genetici.

A parte il tasso di rischio che l’operazione amnioanalitica può comportare, con l’eventualità di ledere il feto e di provocare danni talvolta irreparabili, o anche un aborto a seguito di un’infezione, non si può formulare un giudizio negativo, relativamente alla pratica in generale. Non esistono, cioè, elementi oggettivi ed intrinseci tali da dover far ritenere immorale l’intervento amnioanalitico. Il giudizio morale su di esso si specifica a seconda della destinazione e dell’intenzione con cui vi si ricorre.

Non si può negare il vantaggio enorme che la conoscenza di eventuali malformazioni genetiche può costituire, allo scopo di ricorrere precocemente a terapia. Inoltre una tale diagnosi può tranquillizzare coppie geneticamente esposte, affinché scartino l’ipotesi di interruzione di gravidanza e vivano nella serenità psicologica il processo gravidico. Non esiste, quindi, una pregiudiziale negativa al ricorso alla diagnostica prenatale, qualora essa sia finalizzata a terapia fetale o alla terapia precoce del neonato. Anzi, nei casi in cui sorgessero fondati sospetti sulla eventualità di una qualche malformazione, e con intenzioni positivamente rivolte alla soluzione

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terapeutica di tali disordini, il ricorso alla diagnostica prenatale potrebbe essere un’apprezzabile articolazione del dovere etico di trasmettere una vita sana al nascituro. Ma questo dovere etico va misurato con i livelli di rischio che il ricorso può comportare, cosicché non di rado può capitare che non ci sia una ragionevole proporzione tra la speranza di scoprire un disordine genetico o la probabilità della presenza di una seria malattia genetica da un lato, e i rischi della procedura amioanalitica, dall’altro.

Di ben altro segno morale è l’impiego della diagnostica prenatale con l’intento di far ricorso all’aborto, quando ci si venisse a trovare dinanzi a una malformazione genetica. Eppure pare che nel costume di molta parte dell’umanità contemporanea sia proprio questo l’intento con cui si mettono a fuoco tecniche avanzate ed efficienti di diagnostica prenatale 72.

L’aborto selettivo diventa sempre più frequentemente la risposta ad una gravidanza in cui il prodotto del concepimento non è quello desiderato dagli interessati, o per disturbata qualità genetica del nascituro o, talvolta, addirittura semplicemente per il suo sesso, non corrispondente alle attese o ai desideri della coppia generante.

Nella condanna dell’aborto la chiesa ha incluso sempre anche l’aborto cosiddetto «eugenetico». La previsione di una malformazione nel nascituro non sottrae a questi il diritto di vivere, né costituisce i genitori o la società come giudici della sua sopravvivenza.

Non si può negare che la previsione o la realtà di un figlio malformato impegna la responsabilità dei genitori, della famiglia e della società in modo del tutto particolare. Ma il peso che queste situazioni rappresentano non può eludere il diritto alla vita, comunque essa sia. La risposta adeguata a questo terribile problema umano e sociale non consiste nella soppressione di tali soggetti, bensì nell’impegno personale e collettivo a favore di strutture adatte di sostegno e di accoglienza di questi soggetti più bisognosi. «Una società che consiglia l’aborto in casi in cui si possono temere o prevedere serie anomalie, mostra di non essere capace di portare il peso delle sue debolezze. Un tale segno non presagisce niente di valido per la soluzione di tanti altri problemi sociali che ci assillano. Così speriamo

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che la questione che oggi viene portata davanti all’opinione pubblica sia per tutti l’occasione per un esame di coscienza» (Episcopato francese, Nota dottrinale della commissione per la famiglia, 13 febbraio 1971).

Una certa corsa alla diagnostica prenatale, in vista di aborto selettivo, è un segno inequivocabile della paura con cui una parte dell’umanità contemporanea affronta il futuro, la vita, la salute e la sofferenza. La difficoltà, e spesso l’incapacità, ad accogliere una vita che richiede particolari cure e la messa in discussione di criteri di valutazione del valore dell’esistenza, sono generate non di rado da un rifiuto della sofferenza e del suo valore. «Anche la visione cristiana di un senso possibile della sofferenza umana può e deve essere menzionata... Non si tratta, in questo, di una glorificazione disumana della sofferenza: il cristiano deve far di tutto per prevenirla, risanarla, mitigarla. Gesù ha guarito molti, anche contro i pregiudizi religiosi del suo tempo (cfr. Gv 9). Anzi la libertà con cui, in giorno di sabato, contro la legge guariva gli uomini, divenne per i suoi nemici l’occasione per tentare di toglierlo di mezzo (Mc 3,6). Però dobbiamo evitare la tendenza a ritenere una determinata concezione dell’integrità umana come così assoluta da propendere a far scomparire a tutti i costi ogni sofferenza, eventualmente facendo scomparire la vita umana stessa. In una tale mentalità il senso della vita umana viene a essere troppo equiparato con l’essere liberi dalla sofferenza» (Episcopato olandese, Dichiarazione dottrinale, 24.2.1971).

In alcune occasioni la diagnostica prenatale e la prospettiva di un aborto selettivo, al di là della qualità genetica del neo-concepito, sono legate alla individuazione del sesso del nascituro e alla decisione di accettarlo o di respingerlo. Chi vuole ad ogni coso un figlio maschio, selezionerà il neo-concepito, finché esso non sia del sesso atteso e desiderato. Una simile pratica diagnostica è da sé eloquente, e il giudizio morale non può essere che di condanna. La vita umana è un bene in sé, e non per quello che essa rappresenta per la coppia generante o per la società. Perciò non può essere approvata alcuna discriminazione arbitraria, meno che meno quella legata al sesso del nascituro.

Non si può negare il potere manipolatorio che l’informazione ha su scelte di questo genere. Come pure non si può non includere queste tendenze in un contesto di cultura e di costume più ampio, fondato sul profitto, sull’utilitarismo, sull’irresponsabilità nei confronti di beni che sono più grandi dell’uomo stesso, come appunto è il bene della vita. Come correttivo, si profila la necessità di un’educazione globale al senso dei valori di umanità, di gratuità, di solidarietà, quale antidoto a una cultura della manipolazione. Una tale educazione tocca anche la sfera della responsabilità nella trasmissione della vita, perché essa sia il più possibile sana. Ma l’insieme dei criteri che valutano la «sanità» di una

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vita umana deve essere rivisto sulla base di una gerarchia che metta ai primi posti i valori di umanità e non quelli dell’efficienza. Se una consulenza diagnostica genetica e prenatale deve essere invocata e adottata, essa deve ispirarsi al senso profondo del compito umano che consiste nel servizio accogliente e grato alla vita, nei suoi molteplici aspetti. Qui si comprende come coppie di coniugi con alta sensibilità e responsabilità umana ed etica, seppure geneticamente esposti o portatori di disturbi, riescono a servire la vita molto meglio di chi, pur essendo biologicamente sano e ricevendo figli senza difetti genetici, non è in grado di aprirli ad una vita umanamente carica di valori e di amore. Come pure, coniugi di vita semplice ed onesta rendono alla vita un servizio migliore rispetto ad altri che, avviluppati nella rete degli egoismi e dell’utilitarismo, sono solo gelidi calcolatori del loro benessere individuale.

d) La ricerca fetale

Un altro immenso campo di indagine e di intervento, reso possibile dai progressi della scienza, è la ricerca fetale. Il frutto del concepimento non è più una realtà che sfugge alla conoscenza, ma può essere raggiunto con buoni gradi di penetrazione, sia nell’individuazione della sua struttura che delle sue funzioni.

Sistemi avanzati di fetoscopia e di analisi del vissuto fetale fanno sì che anche questo mistero, prima graniticamente chiuso nel seno materno, oggi possa essere in buona parte svelato ed osservato con una precisione apprezzabile. Parallelamente alla conoscenza della vita fetale, delle sue strutture e delle sue funzioni, cresce da una parte la possibilità di intervento su di essa e, dall’altra la domanda morale sulla legittimità o meno di un simile intervento. Il fronteggiare questi nuovi problemi morali è il compito della scienza etica nel nostro tempo.

Una questione pregiudiziale consiste nella considerazione che si ha della qualità e della dignità della vita prenatale. Chi considera il feto nient’altro che un’appendice del corpo materno, privo di consistenza umana, tende a non porsi confini di natura etica nella ricerca e nella sperimentazione embrionale. Come «cosa» il feto è disponibile, si dice da parte di costoro, e nessuna barriera può essere posta all’indagine scientifica. Anche se la ricerca non può non essere finalizzata a migliorare le possibilità conoscitive e curative, la soglia di tale ricerca è flessibile ed è a discrezione dei ricercatori stessi.

Questa posizione, non così remota come potrebbe apparire, elude la domanda sulla qualità di vita del feto e perciò sembra rispondere insufficientemente alle istanze etiche. Chi crede nella qualità «umana» della vita prenatale non può non far derivare da una simile convinzione una

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norma etica fondamentale riguardante il rispetto indiscusso per la vita fetale. «La vita in gestazione necessita di protezione dal momento stesso del concepimento; è intoccabile come la vita di un bambino già nato. Dobbiamo attenerci a questo principio inviolabile, che corrisponde al costante insegnamento della chiesa. La vita umana è sotto il potere discrezionale di Dio. È, in parole povere, il fondamentale, il legale diritto e, per questo, di importanza prevalente. Essa merita altissima considerazione ed è affidata in particolar modo all’amore del prossimo, dei nostri simili. Questo vale non solo per una vita già venuta alla luce, ma anche per quella che sta per nascere. L’uomo non è libero di disporre a suo piacere della vita che ha ancora da nascere, così come non può disporre arbitrariamente di quella già nata» (Episcopato tedesco, Dichiarazione sulla protezione della vita in gestazione, 23 giugno 1971).

Questo criterio di «disponibilità/indisponibilità» della vita prenatale sembra poter essere assunto per una valutazione etica della ricerca fetale. Come vita già appartenente all’orizzonte umano, la vita fetale è indisponibile agli altri, a meno che l’intervento dell’esterno non sia destinato a un vantaggio direttamente orientato a questo stesso essere. Si apre qui, allora, una distinzione tra ricerca fetale benefica e non-benefica, o, come alcuni preferiscono dire, terapeutica e non-terapeutica.

La radice della distinzione è, come si diceva, nel riconoscimento della qualità umana della vita prenatale. Come ogni altra vita, essa può essere «manipolata» solo per produrre un reale vantaggio di carattere curativo, laddove ci si trovasse di fronte a minaccia della sua sopravvivenza o a rischio di una morbosità. Una valutazione etica della ricerca fetale a scopo terapeutico non può essere pregiudizialmente negativa. Essa deve, tuttavia, calcolare bene i tassi di rischio che la manipolazione stessa comporta, e commisurarli al bene che si intende procurare mediante la terapia. Non ogni speranza o previsione di miglioramento garantisce contro eventuali effetti, talvolta più deleteri dei disturbi che si vogliono eliminare. Anche in questo delicato settore della pratica scientifica ed embriologica può valere il cosiddetto «principio di totalità», in base al quale è legittimo un intervento manipolatorio, purché esso sia diretto al bene dell’intero organismo. Ma questo stesso principio di totalità richiede di essere applicato con estremo discernimento, quanto meno per due ordini di motivi. Il primo riguarda l’enorme delicatezza della materia sulla quale si interviene. Questa, come si è detto, non consiste in un grumo di cellule umane viventi, ma in un essere umano in sviluppo, con caratteristiche e qualità chiaramente umane. Ciò comporta un preciso senso di rispetto e somma cautela nel programmare ed attuare interventi di manipolazione, considerando anche che la ricerca fetale è in uno stadio non così avanzato da mettere al riparo da spiacevoli sorprese.

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L’altro ordine di considerazioni riguarda la finalità dell’intervento terapeutico. Come si è detto, esso si legittima se è in vista del bene di «tutto» l’organismo. Ora, talvolta è per l’appunto questo «tutto» che è messo in discussione. Se la totalità dell’essere è intesa in forma quantitativa e corrisponde a modalità di efficienza e di produttività, allora si giustificherà ogni intervento, seppure rischioso, purché sia risolutore di disturbi della sfera quantitativa. Ma è proprio questa la «totalità» dell’essere umano? O si deve, piuttosto, ritenere che essa consista nella capacità reale di un individuo di accettare la sua condizione umana, aperta alla trascendenza e alla solidarietà? Allora individui anche segnati da disturbi possono e debbono essere considerati pienamente «persone», in quanto dotati della capacità di amare e di donare.

Resta da considerare il discorso della ricerca fetale non-terapeutica. Lo scopo di tale pratica consiste nella volontà di conoscere la realtà della vita intrauterina, nella sua intima struttura e nelle sue funzioni principali. È chiaro che non si può ritenere privo di interesse un simile studio e la semplice sperimentazione di ricerca fetale. Essa certamente è carica di buone promesse di aiuto all’umanità, se non ancora al presente, quanto meno in futuro. Ma i livelli di manipolazione del singolo feto e le implicazioni che essa determina mettono in guardia contro un uso degli embrioni a scopo unicamente di ricerca. Questa valutazione negativa, dal punto di vista morale, non vuole essere dettata da avversione senza motivi contro la scienza in sé. Piuttosto è ispirata a un rispetto radicale della vita, sin dal suo concepimento 73.

In questa linea concordano anche le preoccupazioni di non poche associazioni mediche, nazionali ed internazionali, quando si danno dei codici etici non certamente permissivi al riguardo. Certo non bastano i codici deontologici. Occorre la convinzione di rispetto e di servizio alla vita di coloro che sono implicati in tali pratiche. È necessario chiarificare le intenzioni profonde e le aspirazioni sottese a un impegno così gravoso e delicato. Si richiede inoltre un preciso senso di attaccamento ai valori umani insiti nell’uomo e alla sua apertura all’esperienza religiosa e trascendente.

Come si può notare, in sintesi, occorre porre molta attenzione all’ethos del ricercatore: verificarne la verità, smascherarne gli inganni nascosti,

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i guadagni sospirati. Ma tutto questo da solo non basta. Ci vuole un limite derivante dalla situazione oggettiva, che si determina quando si assume che l’essere su cui si agisce e che si manipola è un essere umano. Questo si traduce nella comprensione concreta che non ogni buona intenzione o una corretta finalità rende automaticamente buoni tutti i mezzi di cui ci si serve. Nonostante le buone intenzioni, questi possono essere e rimanere irrispettosi dell’uomo che quel feto è destinato ad essere, della sua libertà e della sua dignità.

2. L’integrità naturale

Il valore della vita umana, come vita di un soggetto-persona, porta con sé numerose conseguenze. Tra queste, una è che la vita venga mantenuta in uno stato di soddisfacente «integrità» naturale. La verità di questa affermazione va compresa a fondo onde evitare delle distorsioni. Infatti, si potrebbe credere che l’impegno etico sia rivolto a garantire un’integrità naturale di carattere quantitativo, ispirata dalla volontà di un rispetto assoluto della quantità biologica su cui si innesta l’esistenza della persona umana.

Non è certamente questo lo scopo dell’etica cristiana, quando domanda la difesa e la promozione dell’integrità naturale. Piuttosto essa muove dalla convinzione di un rapporto profondo tra «essere biologico» ed «essere personale». Il corredo biologico che la persona possiede non è eterno, mentre il suo essere personale si sottrae alla limitazione del tempo. Il corpo, nella sua accezione biologica, tuttavia, è il supporto insostituibile che permette alla persona umana di vivere collocata in una dimensione spazio-temporale e di costruire umanità e storia, mediante la capacità, garantita dal corpo, di entrare in relazione interpersonale con gli altri e con l’ambiente.

Non si può non riconoscere, in questo rapporto tra essere biologico ed essere personale, un elemento fortemente implicativo, sotto il profilo antropologico e, per conseguenza, sotto il profilo morale. Dato questo stretto e inalienabile rapporto tra biologicità e personalità, la ricerca e la tutela dell’integrità naturale del corredo biologico entra nel cuore stesso dell’etica della vita, ponendosi come uno tra i doveri morali fondamentali. Relativamente a se stessi, questo dovere comporta il compito, eticamente rilevante, di non omettere nulla di quanto possa essere richiesto per mantenere la propria vita biologica in un buono stato di integrità e di fare, positivamente, tutto quanto è necessario per la promozione di una tale integrità. Relativamente agli altri, questo dovere determina il

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compito di concorrere alla tutela della integrità altrui: negativamente, non provocando lesioni parziali o totali; positivamente, collaborando per il miglioramento delle condizioni di vita del prossimo.

La coscienza cristiana è diventata più consapevole dei molteplici comportamenti che attentano e minacciano l’integrità della vita. Con gravi parole i vescovi europei hanno rivolto un richiamo alla coscienza civile ed etica dei loro fedeli: «L’uomo non può attentare arbitrariamente alla vita umana, perché essa è dono di Dio all’uomo e il rispetto della vita costituisce un diritto fondamentale della persona. Questo diritto è misconosciuto in molti paesi d’Europa: si pensi alla pratica dell’aborto, del terrore, della violenza. Di fronte a tale situazione, dobbiamo dichiarare solennemente che ogni uomo ha diritto alla vita, dal momento del concepimento fino alla sua morte naturale, e che ogni uomo e l’intera società umana hanno il dovere di proteggere questo diritto in tutta la sua estensione» (Vescovi d’Europa, Dichiarazione collettiva, 28 sett. 1980). La tutela e la promozione dell’integrità naturale diventa un problema concreto e preoccupante in molte pratiche, antiche e moderne, della medicina e della ricerca scientifica. Accenniamo alle più importanti.

2.1. Le mutilazioni

È l’intervento mediante il quale si provoca la privazione di una funzione esercitata da un organo. Essa può essere intesa in senso stretto, quando è l’organo stesso che viene asportato, e in senso largo, quando si provoca solo la sospensione funzionale dell’organo.

Poiché la biologicità, nella sua integrità, è il supporto storico e concreto per l’esistenza personale, la mutilazione è un attentato alla persona umana stessa, prima che uno squilibrio nel suo organismo biologico. La valutazione morale, di conseguenza, esige che la gravità morale della mutilazione non venga stabilita solo sulla base della gravità quantitativa della lesione provocata, ma anche in vista della menomazione — più o meno ampia — della capacità della persona di esprimere pienamente e liberamente se stessa. Quando è l’odio o la volontà di sopraffazione a dettare un simile intervento e a ledere a tal punto la dignità e l’integrità della persona, non è difficile capire il motivo della immoralità del gesto mutilante. Questo vale sia che si tratti di una mutilazione inferta al corpo di un altro, sia ancora che si tratti di una automutilazione per disprezzo verso la propria vita e per rifiuto della propria corporeità.

La dottrina morale della chiesa insegna che «gli uomini... non hanno altro dominio sulle membra del proprio corpo che quello che spetta al loro fine naturale, e che non possono distruggerle o mutilarle o per altro

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modo rendersi inetti alle funzioni naturali, se non nel caso in cui non si può provvedere per altra via al bene di tutto il corpo» (Pio XI, Casti connubii). Quanto qui è detto sull’indisponibilità relativamente al proprio corpo, vale a maggior ragione per l’indisponibilità del corpo altrui. Ma l’eccezione che il testo prevede apre una distinzione etica di non poco interesse circa la cosiddetta mutilazione terapeutica. Talvolta una parte dell’organismo minaccia il bene dell’intero, a causa di un cattivo funzionamento di una parte, che contagia il tutto. In questi casi un intervento mutilante si pone come la via irrinunciabile per mettere in salvo il bene totale dell’organismo, e perciò della persona. La moralità di un simile atto, sul proprio e sull’altrui corpo, si fonda sul principio di totalità che Papa Pio XII così ha formulato: «In virtù del principio della totalità, del diritto cioè di utilizzare i servizi dell'organismo come un tutto, l’uomo può disporre di parti individuali per distruggerle o mutilarle, quando e nella misura richiesta per il bene dell’essere nel suo insieme, per assicurare l’esistenza o per evitare e, naturalmente, per riparare gravi e durevoli danni che altrimenti non potrebbero essere allontanati né riparati» (Allocuzione del 13.9.52).

A prescindere dall’eccezione terapeutica — sulla quale la dottrina e la coscienza morale si orienta abbastanza agevolmente — il tema delle mutilazioni si presenta non privo di drammatiche conseguenze e preoccupazioni relativamente all’uso che in molte parti della terra si fa di esse, allo scopo di estorcere consensi, punire devianze politiche, ideologiche e sociali. Contro l’uso della tortura psicologica e fisica deve sapersi levare, sempre attenta e vigile, la coscienza di ogni uomo, a difesa del proprio simile, contro la prepotenza e l’odio. La voce dei cristiani deve distinguersi nel coro per il rifiuto di ogni compromesso, quando è in gioco la dignità dell’uomo.

Un caso particolare di mutilazione è quella che si rivolge contro l’integrità sessuale, ovvero la castrazione. Nel passato si è ritenuto in modo abbastanza comune che fosse lecito intervenire nei confronti di soggetti colpevoli di particolari crimini, comminando la pena dell’asportazione degli organi sessuali. La motivazione di tale pena aveva sia una funzione deterrente, per scoraggiare eventuali futuri rei, sia una funzione cautelativa, per evitare che il colpevole potesse continuare a nuocere.

Contro l’uso coattivo della castrazione come pena si erge la comprensione odierna dell’importanza antropologica della dimensione sessuale e la convinzione che l’intervento in tale sfera della persona non compromette solo l’integrità materiale del corpo, ma condiziona fortemente anche l’identità globale dell’essere umano. È questo il motivo per cui una norma morale, enucleata alla luce di tali convinzioni, riprova tale pratica come attentato grave alla dignità della persona. Per quanto possa essere

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grave la colpa della quale ci si carica mediante reati di natura sessuale, essa non giustifica una lesione così profonda e irreversibile dell’armonia della persona.

2.2. L’ingegneria genetica

La conoscenza della struttura di base della costituzione genetica umana e la capacità di decodificare il DNA hanno fornito la possibilità di inserirsi nel nucleo più intimo e un tempo misterioso della struttura umana, con la conseguenza di potervi addurre modificazioni. La serie di interventi possibili su questa linea viene indicata con la suggestiva espressione di «ingegneria genetica». Essa costituisce il campo delle nuove possibilità aperte dinanzi all’uomo contemporaneo, reso capace di immettere nel circuito cellulare informazioni recate da geni, con l’intento di modificare il comportamento cellulare e la conseguente realtà personale.

Vista nella sua luce affascinante e minacciante, l’ingegneria genetica ha impressionato l’umanità per le implicazioni sconvolgenti che il suo impiego può fornire. Nella visione cristiana, l’uomo è colui che, creato da Dio, è stato posto come amministratore attento, creativo e fedele dei beni che Dio gli ha affidato. Il suo compito nel mondo è quello di portare avanti l’opera di Dio. Egli partecipa alla prerogativa del Signore creatore, come con-creatore e come pro-creatore. Questo pone una premessa molto importante per le conseguenze etiche 74. L’antropologia cristiana propone un’immagine «dinamica» dell’uomo e del suo compito nella storia: «L’attività umana individuale e collettiva, ossia quell’ingente sforzo con il quale gli uomini nel corso dei secoli cercano di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde alle intenzioni di Dio. L’uomo, infatti, creato ad immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità (cfr. Gn 1,26-27; 9,2-3; Sap 9,2-3), e così pure di riportare a Dio se stesso e l’universo intero, riconoscendo in Lui il Creatore di tutte le cose; in modo che nella subordinazione di tutta la realtà all’uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra (cfr. Sal 8,7.10)» (Gaudium et Spes, 34).

La signoria dell’uomo sulle realtà create è una conseguenza del suo essere immagine di Dio. Ma tale signoria non può essere esercitata in

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modo corretto se non resta aperta la subordinazione dell’uomo a Dio: la giustizia e la santità richiamate nel testo conciliare sono appunto espressioni della riverenza con cui la creatura umana si colloca di fronte al suo Signore e lo riconosce Creatore e fonte della vita, e insieme adora la sua divina volontà. Lavorare per migliorare le condizioni di vita sulla terra è, quindi, un compito squisitamente umano e cristiano. Un tempo, questo compito era limitato. Oggi esso è enormemente cresciuto, in rapporto alle nuove conoscenze che l’uomo ha di sé, dell'ambiente, del mondo. È esteso non più solo alle condizioni periferiche dell’esistenza umana, ma tocca il centro e il cuore di questa stessa esistenza, ed entra nel tessuto della sua composizione genetica. Se ne deduce che un giudizio etico sull’ingegneria genetica non deve essere aprioristicamente negativo. Anche l’ingegneria genetica può essere finalizzata al compito di «migliorare le condizioni di vita umana». Questa impostazione nasce dalla meraviglia, carica di gratitudine, con cui il credente è chiamato a valutare queste nuove frontiere dell’esistenza umana. Ma, affinché la meraviglia non generi un facile e superficiale ottimismo, occorre che essa sia temperata dal giusto riconoscimento della signoria di Dio. Non di rado, infatti, sorprende, in taluni uomini impegnati nelle ricerche di ingegneria genetica, un senso di sufficienza e di onnipotenza che li colloca al di fuori di un atteggiamento di lode di Dio, della sua grandezza e della sua assoluta signoria. Se è così diffuso il timore di disastrose conseguenze e complicazioni connesse alla ricerca nel campo della genetica, ciò va addebitato alla minaccia di manipolazioni da parte di gruppi che esercitano nuove e più preoccupanti forme di potere.

La valutazione morale della pratica di ingegneria genetica va perciò fondata sul discernimento, i cui criteri sono riconducibili a diversi fattori. Anzitutto è importante chiarificare l’immagine e la visione di uomo a cui si ispira. In quanto intervento di modificazione della qualità umana dell’esistere, l’ingegneria genetica deve basarsi su un’antropologia. Se la visione di uomo che si assume come modello è quella dell'homo faber ― dell’uomo, cioè, obbediente al sistema di produzione/profitto —, allora la sua modificazione sarà incanalata verso lo sviluppo dei contenuti genetici riguardanti la sua resa efficientistica. Nelle mani dei pochi ingegneri genetici l’uomo di domani potrebbe venire prefabbricato come servo del sistema produttivo, limitato nelle sue capacità autotrascendenti, intento solo a procurarsi beni di carattere materiale. Si capisce, a questo punto, come le riserve e i timori per una simile opera non siano infondati. Anzi essi sono dettati da una fede profonda nell’uomo, nella sua umanità, nella sua dignità. Se, invece, il riferimento antropologico che si ha presente è basato su un’immagine dell’uomo come homo sapiens, riconosciuto nella sua qualità di essere aperto alla trascendenza e alla solidarietà,

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allora la ricerca di un miglioramento del suo corredo genetico potrà essere investita nel senso di un reperimento di quelle risorse di umanità che favoriscono una crescita integrale dell’uomo e della famiglia umana. Una simile opera di ingegneria genetica si porrebbe nell’alveo di quel compito di con-creazione e di pro-creazione che l’uomo riceve da Dio e che è il segno dell’essere creato a immagine e somiglianza del Creatore.

Per giungere a una simile visione antropologica, i cultori della ricerca genetica non possono isolarsi nel chiuso dei loro laboratori. Il pericolo dell’isolamento sta proprio nella difficoltà più radicale a elaborare una reale e positiva immagine dell’uomo. Occorre, allora, che venga coltivato un proficuo dialogo interdisciplinare, onde costruire, assieme a filosofi, teologi, psicologi, educatori ed uomini di spiccata sensibilità umanistica, un’immagine di uomo dal volto umano.

Non sembri estraneo ai criteri etici che ispirano una valutazione dell’ingegneria genetica considerare il rischio di riduzionismo cui sono esposti gli operatori della ricerca genetica. La consuetudine prolungata con il microcosmo genetico può chiudere gli scienziati nella morsa di una valutazione appiattita e non differenziata della qualità tipicamente umana della genetica umana. Questi scienziati, cui vanno riconosciuti meriti indubbi, possono perdere di vista l’unità sostanziale dell’essere umano, che è fatto di determinazioni genetiche, sì, ma anche di inserimento in un ambiente socio-culturale e di capacità di autodecisione.

Non può essere occultata — cosa che purtroppo avviene non di rado ― l’interazione tra corredo genetico, ambiente e libertà. Questo è il costitutivo tipicamente umano della persona. Chi agisce per creare migliori condizioni di vita non può lavorare solo nel senso di una di queste vie, ma deve essere attento alla globalità e alla reciprocità di tutte e tre, per garantire una reale crescita umana. Un uomo, determinato geneticamente, anche se orientato verso scelte positive, indotte da elementi genetici di sostegno, non è ancora un essere cresciuto all’altezza della sua qualità umana di vita, se non ha sviluppato un maggior senso di rapporto con l’ambiente e, soprattutto, un più spiccato esercizio della sua libertà, della sua responsabilità e della sua autodeterminazione.

Il pessimismo sul deterioramento genetico, che fa accelerare la ricerca e i programmi di intervento di ingegneria genetica, è un segnale chiaro di una visione riduzionista della quale molti cultori della genetica sono affetti. Perché la loro opera possa essere positiva, costoro devono assumere la consapevolezza che il degrado dell’uomo non si spiega con il solo degrado genetico, ma va valutato in ordine a un ambiente umano sfavorevole e a una volontà di bene affievolita. Adoperiamo qui l’espressione «ingegneria genetica» in senso stretto. La riferiamo, cioè, solo alla ricerca per modificazione; non vi includiamo quindi la dimensione terapeutica,

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della quale diremo in seguito. Questa accezione ristretta del termine porta con sé anche una valutazione etica particolarmente stretta del fenomeno. Infatti, non essendo un intervento terapeutico, l’ingegneria genetica si configura come puro ambito di ricerca per un cambiamento migliorativo non immediatamente richiesto per la correzione di un disturbo. Come tale essa va considerata con particolare prudenza, commisurando non solo le intenzioni e le prospettive, ma anche i reali tassi di incidenza di disturbi che essa può indurre.

Se i cultori della genetica, in dialogo interdisciplinare con altri operatori, riusciranno a integrare la loro visione in una dimensione squisitamente umana dell’uomo, la loro opera non potrà non contenere germi positivi per un effettivo miglioramento del futuro dell’umanità. Ciò non svuota di senso le preoccupazioni e i giudizi morali cautelativi. Se, per principio, il bene della vita, come realtà creata, è affidato alla saggezza e alla fedeltà creativa dell’uomo, non si può condannare il desiderio dell’uomo di migliorare la base genetica della sua esistenza. Ma al tempo stesso è necessario aprire gli occhi di fronte ai molteplici pericoli che una prassi di ricerca genetica può comportare, se essa non è ispirata da un profondo senso dell’umano che sa anche sottostare, oltre che alla signoria del Creatore, anche a forme di autoregolazioni e autodefinizioni dei confini da non oltrepassare. In questo senso è da vedere positivamente lo sforzo che tante agenzie di pensiero e di controllo sociale vanno facendo per dare codici di comportamento sui quali si esprima il consenso e la fiducia collettiva.

L’etica cristiana può fornire gli elementi necessari per individuare i valori e per chiarificare i disvalori e i rischi insiti nella ricerca genetica; così come pure può indicare le soglie di vera umanità e di crescita integrale della persona a cui devono ispirarsi, successivamente, i codici deontologici della ricerca. Non esiste nessun nuovo compito che non implichi nuove forme di responsabilità, tanto più acuta e vincolante, quanto più alta e impegnativa è la posta in gioco. E qui la posta in gioco non è altro che l’uomo, il suo avvenire, la sua umanità.

2.3. La terapia genetica

Sopra abbiamo adoperato l’espressione «ingegneria genetica» in senso rigorosamente ristretto, come pratica di ricerca e di modificazione delle qualità genetiche dell’umanità. Alcuni impiegano la stessa espressione in senso lato e vi includono anche quelle pratiche di interventi genetici tesi a curare disturbi concreti, di pazienti singoli. È preferibile, al fine di evitare confusioni, designare questo secondo ambito con il nome di

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«terapia genetica», lasciando all’ingegneria genetica il suo senso stretto.

Le conoscenze mediche degli ultimi tempi hanno rivelato come una gran parte di patologie prima sconosciute siano da ricondurre a squilibri di carattere genetico. La lista delle malattie ereditarie è soggetta a crescere sempre più. Ciò indica non solo l’importanza che il corredo genetico ha per la salute umana, ma anche la fondatezza delle speranze poste nella terapia genetica, come risposta adeguata alla natura ereditaria di tante malattie.

L’ottimismo con cui molti guardano alla terapia genetica è, sì, motivato, ma deve essere corretto con un senso di realismo: la scienza biologica allo stato attuale è in grado di intervenire su alcuni disturbi, ma numerosi altri le restano ancora sottratti e ignoti. La terapia genetica, dal punto di vista morale, va giudicata con criteri analoghi a quelli che normano altre forme di terapia. Vale a dire, per il bene dell’intero organismo non solo è lecito, ma anche necessario sottoporsi a terapia. Questo principio va integrato, e se necessario corretto, con il criterio della proporzionalità tra rischio che si corre ed effetto benefico che si intende procurare. Nel campo della terapia genetica questa proporzione non sempre può essere stabilita con buona approssimazione, data la novità della procedura terapeutica e la conoscenza appena iniziale degli esiti a lunga scadenza. Tuttavia non si può formulare un giudizio di massima negativo, data la finalità terapeutica dell’intervento in questione. Ciò nonostante, però, non deve essere privo di discernimento l’operato in un settore così delicato 75. Non tutte le forme di terapia genetica, infatti, presa sia in senso lato che in senso stretto, sono rispondenti alla dignità dell’uomo. Una forma ante litteram di «terapia genetica» la si può riscontrare già nel costume dell’antichità classica di rifiutare i neonati deboli. Una pratica non lontana da questo costume può essere individuata nell’intento di chi vorrebbe attuare una specie di terapia genetica, mediante una selezione naturale di soggetti esposti a disturbi. Costoro, eliminati perché non assistiti da alcuna cura, non pregiudicherebbero il futuro della specie, la quale verrebbe così «purificata» da elementi sfavorevoli alla qualità del patrimonio genetico. Una simile pratica è contraria alla dignità dell’uomo, oltre che contraddire al compito etico di difendere la vita, curando le malattie. Lasciar morire senza cura bambini affetti da malattia curabile è disumano, e non rende credibile l’impegno di miglioramento della specie.

Anche la forzata sterilizzazione — permanente o temporanea — di

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soggetti geneticamente pericolosi non può essere giudicata che come una forma grave di violazione del diritto di autodecisione che caratterizza la persona umana. È evidente che occorre un’opera educativa al fianco di questi soggetti, perché vivano con responsabilità la loro funzione riproduttiva; ma nessuna coazione può risolvere moralmente il problema, qualora sia assente il rispetto della libertà personale.

Si è già detto sopra a proposito dell’aborto eugenetico. Per alcuni esso sarebbe nient’altro che la cura di un disturbo in atto. Ma la chiesa, nel suo magistero e nella valutazione dei teologi, ha sempre espresso un giudizio negativo nei confronti di questa pratica, che non sopprime solo il disturbo genetico, ma anche la stessa vita del soggetto. Sommamente pericoloso diventa l’uso «politico» di una simile pratica abortiva e la storia, nel passato a noi non troppo lontano, ci ha già mostrato la mostruosa manipolazione di chi ha annientato centinaia di migliaia di individui, perché «malati». Ma non si deve andare solo a questi infausti ricordi. Basta vedere con quanta superficialità il fenomeno si prolunga mediante i persuasori occulti della pubblica opinione che reclamizzano la facoltà dei genitori a selezionare i figli «sani», sbarazzandosi di quelli «tarati».

Queste forme di terapia genetica non sono accettabili, a causa del disprezzo della dignità umana che in esse è insito. Apprezzabile, invece, è l’impegno di coloro che, o mediante terapia genetica diretta, o mediante forme indirette, tentano la correzione di informazioni genetiche sbagliate, costituendo una buona speranza di salute per i singoli e la comunità.

La terapia dei geni è un campo non ancora del tutto esplorato; ma esso risponde a una precisa responsabilità che si ha verso persone singole, portatrici di handicap genetico, così come verso l’umanità futura. È proprio in nome di questa responsabilità che si deve considerare con attenzione la precisa modalità delle singole terapie genetiche, per valutarne, insieme alle speranze di guarigione, anche i rischi e le minacce per l’intero organismo. In questo contesto va collocata una precisa forma ' di terapia genetica che oggi si presenta carica di promesse. È la «transduction»: un gene non-patogeno viene immesso nel sistema genetico cellulare, unitamente a una cellula che fa da vettore. Il rischio di una simile procedura può essere quello di esercitare, da parte del gene immesso, un effetto su tutti gli altri geni. È evidente che un simile effetto non è indifferente, dal punto di vista etico. Occorre, perciò, agire con prudenza, onde evitare che l’effetto della modificazione terapeutica sia più letale del male stesso che si intende curare.

Nella visione globale del problema è preferibile, allo stato attuale della ricerca, dare maggiore importanza alla terapeutica genetica indiretta, laddove essa può affrontare la cura di squilibri. Questa, infatti, garantisce

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una non nocività che deve essere sempre ricercata, soprattutto in un settore così delicato. Diete, provvista di fattori mancanti, impegno immunologia), sono rimedi non disprezzabili e che devono sempre essere tentati, prima di affrontare, con i suoi rischi e i suoi problemi, la terapia genetica diretta. Occorre inoltre una corretta informazione genetica diffusa. La prevenzione può fare molto in questo, come in altri campi della salute umana. Un’informazione adeguata e costante è già un’opera di profilassi apprezzabile; se congiunta con altri interventi, può aiutare di molto la soluzione delle insufficienze e degli squilibri genetici.

2.4. La sperimentazione sull’uomo

La medicina, come scienza, si fonda sul metodo induttivo. Essa ha come suo statuto epistemologico il ricorso alla formulazione di un’ipotesi che deve essere sperimentata e verificata, per poter dare i suoi risultati. L’esperimento nella scienza medica è un insostituibile canale di conoscenza, di esplorazione e di acquisizione di dati che vengono poi estesi ed entrano a far parte del patrimonio medico comune. Ciò porta a comprendere la necessità della sperimentazione per il futuro della pratica medica. Dei progressi della medicina diventano direttamente ed immediatamente beneficiari gli uomini, come singoli e come umanità.

La storia delle sperimentazioni in medicina è antica e si coestende alla storia della medicina stessa 76. Da sempre, infatti, la pratica medica si è basata sull’esperienza accumulata nei diversi tentativi fatti e nella valutazione dei risultati acquisiti. Quello che caratterizza l’epoca contemporanea, sotto questo profilo, è non solo una maggiore diffusione della pratica sperimentale, ma anche un ricorso sistematico ad essa, anche laddove si avesse già a disposizione un metodo terapeutico. La sperimentazione, si può dire, oggi viene assunta a sistema, sicché ci troviamo di fronte ad una vera e propria scienza della sperimentazione.

La via ordinaria della sperimentazione medica (farmacologica o chirurgica) passa attraverso l’impiego dell’animale. La specie animale è la prima sede di collaudo di una tecnica chirurgica nuova, o di un farmaco di

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nuova composizione. Ma l’originalità dell’essere umano e la novità qualitativa delle risposte del suo organismo richiedono che, dopo una certa procedura su animali, si passi a sperimentare direttamente sull’uomo. E qui sorgono i più rilevanti problemi etici.

Il rispetto della vita sub-umana non è di carattere finale, ma funzionale. Benché tutto ciò che esiste sia opera di Dio e come tale meriti rispetto e riverenza, tuttavia nessun imperativo etico rende, a priori, le opere del creato indisponibili all’uomo. Tutto, infatti, è stato creato per lui e per il proprio bene l’uomo può adoperare tutto, tranne la vita del proprio simile. Da qui, allora, l’origine della dimensione etica del problema della sperimentazione sull’essere umano.

Un’ulteriore premessa riguarda la nozione di «rischio». Ogni passaggio dalla sfera animale a quella umana comporta un rischio, non sempre prevedibile. Ma il rischio è una dimensione costante dell’agire umano. Nessun campo dell’attività dell’uomo è sottratto alla sorpresa di una non calcolata reazione, con l’imprevedibilità di conseguenze non ipotizzate.

Ci sono dei rischi «normali», cioè abitualmente connessi con l’agire. Da taluni questi rischi vengono chiamati anche «statistici», proprio perché è l'indice statistico che li rivela con la loro normalità. Altri rischi, invece, sono prodotti da elementi che all’occasione vengono immessi e che, per le loro implicazioni, accrescono il tasso di pericolosità di un determinato comportamento. Si è soliti chiamare i rischi di questo secondo tipo rischi «specifici». L’area di rischio nella vita umana non si limita al solo campo della medicina. Si parla di rischio in molteplici zone, da quella ecologica a quella industriale, da quella sportiva a quella medica.

Queste due premesse aiutano a collocare il problema etico della sperimentazione sull’uomo in un contesto più ampio, dove, attutita una precomprensione emotiva spesso operante, se ne veda la sua reale dimensione. Gli obiettivi della sperimentazione su soggetti umani sono molteplici. La loro diversità modifica anche la specie morale, per cui la distinzione tra i diversi tipi di sperimentazione è importante.

Si può finalizzare la sperimentazione di un nuovo farmaco o di una nuova tecnica chirurgica a uno scopo immediatamente curativo. Parliamo allora di sperimentazione terapeutica. Nella cura di un disturbo incombe, al medico da una parte e al paziente dall’altra, il dovere morale di esperire ogni mezzo per poter superare efficacemente lo stato morboso.

Dunque, in linea di principio, il ricorso a terapie è un dovere. Ma talune terapie non sono ancora così collaudate da garantire esiti favorevoli. Si impone allora la necessità di tentativi sperimentali. Alcuni di questi, però, rivelano una scarsa proporzione tra vantaggi che garantiscono

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e rischio che comportano. In questo caso si pone legittimamente la domanda se sia utile il ricorso a una simile procedura.

Nella sua dottrina morale la chiesa si è soffermata su una distinzione tra mezzi terapeutici ordinari e mezzi terapeutici straordinari, riconoscendo che il ricorso ai primi rientra in un dovere etico stretto, mentre il ricorso ai secondi va valutato con diversa cogenza, partendo da elementi aggiuntivi (come la pericolosità del mezzo, la sua costosità, le speranze implicate ecc.). Con riferimento a questi parametri, non si può negare che il ricorso alla sperimentazione terapeutica risulti spesso condizionato e scoraggiato. In verità però va detto anche che mezzi terapeutici ieri ritenuti straordinari, oggi possono considerarsi sempre più ordinariamente adoperati: anche strutture ospedaliere di piccola dimensione spesso posseggono strumenti e possibilità di alta specializzazione. Per cui il ricorso a terapie sperimentali sembra essere assunto, oggi, come prassi comune.

C’è da dire anche che la stima dei progressi della medicina e l’effettiva garanzia che medici ed attrezzature forniscono ispirano fiducia a molti pazienti e alle loro famiglie nel sottoporsi a procedure, anche eccezionali. Tutto questo costituisce l’ambiente concreto in cui situare il giudizio etico sulla sperimentazione terapeutica su soggetti umani.

Nell’insieme essa può essere ritenuta morale, poiché il bene dell’individuo malato la richiede. Ma due altre esigenze etiche devono essere tenute presenti. Per prima cosa la competenza professionale di chi conduce l’esperimento. Non tutti, infatti, sono in grado di avventurarsi in strade così rischiose, seppur animati da buona volontà. Il medico o l’équipe medica che conduce la sperimentazione deve attentamente valutare le sue capacità, le modalità più opportune per produrre il massimo vantaggio possibile al paziente e il rischio più contenibile. Questa istanza etica è iscritta nella deontologia professionale e non può essere dimenticata, soprattutto quando si tratta di interventi delicati e complicati.

C’è ancora un’altra esigenza. Il paziente non è un «oggetto» da amministrare. È una persona che deve, compatibilmente al suo stato di malattia, partecipare attivamente al cammino di guarigione, se questa è ancora possibile o, in caso contrario, deve essere messo in condizione di acquisire la consapevolezza, relativamente al suo stato di recettività, delle sue reali condizioni. Questo comporta nel medico il dovere di un’informazione adeguata da dare al paziente o a chi lo rappresenta. Non tutti i pazienti e non sempre i familiari sono in grado di comprendere bene le prospettive, il linguaggio e le metodiche implicate. Ciò non dispensa il medico da un dovere di informazione, vera, chiara ed onesta. Anzi, il rapporto fiduciale che si stabilisce tra medico e paziente e che ha una sua specifica valenza terapeutica, al di là dei mezzi impiegati, potrebbe

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risultare deluso da un intervento messo in opera senza il consenso informato da parte dell’interessato.

Parimenti non sembra indegna dell’uomo, anzi talvolta è da lodare, la condotta di taluni pazienti i quali, pur nutrendo solo remote speranze di guarigione, si sottopongono ugualmente a interventi di sperimentazione, al fine di lasciar accrescere le opportune conoscenze scientifiche nel campo specifico del loro disturbo. Qui siamo ancora nell’ambito della sperimentazione terapeutica, ma insieme al principio di totalità troviamo anche la presenza del principio di carità che giustifica degli interventi, oltre che per la speranza di un bene in sé, anche per la costruzione di un bene per l’intera umanità 77.

Accanto alla sperimentazione terapeuticamente finalizzata, si conosce anche la sperimentazione pura o, come si suol dire, di ricerca. Qui il destinatario non è un soggetto malato, ma un sano; lo scopo non è un tentativo terapeutico, ma l’accrescimento delle nozioni mediche. La qualità morale di tale caso è molto differente e richiede un apparato di criteri ben identificato.

Anzitutto chi conduce la ricerca deve essere molto competente nel suo campo, e anche costantemente aperto a verifica delle sue procedure. Per questo i codici deontologici prevedono un sistema formale di controllo professionale e sociale sulle équipes dei ricercatori. Questo controllo serve a misurare il rapporto proporzionale tra danni operati attraverso la pericolosità degli esperimenti e obiettivi vantaggiosi in programma. Ma il controllo aiuta anche i ricercatori a chiarificare sempre meglio a se stessi le intenzioni, le prospettive e il reale servizio che essi rendono o intendono rendere all’umanità.

Un ulteriore criterio morale consiste nel rispetto della persona su cui si compie l’esperimento. Il termine che correntemente designa i soggetti di un esperimento è quello di «cavie». Un simile appellativo, non casualmente, fa capire quanta poca stima della dignità umana vi sia in talune procedure sperimentali. L’uomo non è mai cavia di un altro uomo, fosse anche allo scopo di contribuire a un eventuale bene per l’umanità futura. Da qui il dovere, a cui tutti i codici etici richiamano, di procedere nella sperimentazione di ricerca su soggetti umani solo in presenza di un consenso libero e informato da parte di chi vi si sottopone. Gli abusi che spesso si sono verificati, specialmente con soggetti socialmente

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impediti ad un consenso libero e informato (si pensi ai carcerati, ai prigionieri politici, ai ritardati mentali, ecc.), hanno giustamente scosso la sensibilità dell’opinione pubblica. Di qui la richiesta di una rigidità deontologica ed etica tutta particolare per tali sperimentazioni su soggetti umani.

Se questi criteri regolano la qualità morale sul versante del ricercatore, anche dalla parte di chi si sottopone alla sperimentazione devono esserci dei requisiti che diano valenza etica positiva al suo gesto. L’uomo non è il padrone assoluto del suo corredo biologico. Come creatura egli non si appartiene; scopre la sua signoria sul creato, ma non su se stesso. Purtuttavia l’essere umano non è completamente realizzato, ma è piuttosto un potenziale di inestimabile ricchezza per il suo e l’altrui bene. È questo bene, in definitiva, la sua vera mèta; a questo traguardo si rivolge il progetto della sua piena umanizzazione. In quanto potenziale, egli può investire questa sua ricchezza per il bene umano, presente e futuro. Per questo egli può sottoporsi a sperimentazione di ricerca, qualora questa non comprometta in maniera duratura e grave la sua integrità naturale.

Ma non basta solo il dosaggio del danno che, eventualmente, si può riportare. Molto contribuisce la disposizione interiore del soggetto che si sottopone alla pratica sperimentale. Questa dà significato moralmente positivo all’azione se è mossa da uno slancio altruistico, interessato al bene dell’umanità. Solo il principio di carità, già menzionato, rende legittimo il ricorso a procedure che implicano la spendibilità, da parte dell’uomo, del suo corredo biologico. Interessi di lucro, in chi sperimenta come in chi si sottopone all’esperimento; volontà di autoaffermazione, nell’uno come nell’altro; cinismo; mancanza di rispetto (o disprezzo) per la propria umanità: sono tutti elementi da considerare attentamente, quando ci si accinge a un giudizio morale su questa delicata materia. È del tutto opportuna la severità con cui i codici deontologici (vedi il codice di Helsinki, 1964), convergenti con il magistero della chiesa (cfr. l’allocuzione del 14.9.52 di Pio XII), richiedono responsabilità e impegno da parte dei ricercatori e di tutta la società.

2.5. I trapianti di organo

Il problema dei trapianti si è posto con singolare urgenza negli ultimi decenni e ha richiesto una puntualizzazione etica, per i numerosi aspetti connessi 78.

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Per trapianto si intende il prelievo di una parte di tessuto o di un intero organo da un organismo donatore e il successivo impianto su un organismo ricevente. Si può dare il caso anche di cosiddetto «autotrapianto» (quando coincidono donatore e ricevente); tuttavia la discussione morale a tale riguardo non è così delicata come nel caso di un omotrapianto (trapianto tra donatore e ricevente della stessa specie). L’autotrapianto è regolato, nella sua valutazione etica, in base al principio di totalità, per il quale il bene dell’intero organismo può richiedere anche lo spostamento di una sua parte.

Nel caso dell’omotrapianto, il problema morale va posto sotto molteplici profili. Anzitutto, relativamente al donatore: c’è da distinguere se il prelievo d’organo è fatto da un vivente, o da un morto. La cura dell’integrità della propria vita fisica impone che non si disponga del proprio corredo biologico provocando un danno grave o una deformazione indelebile al proprio corpo. Per questo è contro la morale privarsi di organi vitali, insostituibili, seppure a scopo altruistico. Il dono, per es., del proprio cuore, mentre si è ancora in vita, è una illecita privazione che ha come conseguenza la morte. Altre privazioni, invece, comportano sì una limitazione, ma che non implica una deformazione grave, e quindi possono essere effettuate, laddove il vantaggio che ne può derivare è di vitale importanza per un proprio simile. In questo caso rientra la problematica relativa al dono di organo pari (rene, ad es.). La moralità del gesto del donatore si comprende alla luce del principio di carità, che nobilmente suggerisce un gesto di così acuto altruismo.

Diversi sono gli interrogativi morali quando si tratta di prelievo di organo da cadavere. Se gli organi interessati sono quelli che hanno una brevissima sopravvivenza alla morte clinica del soggetto, diventa importante la definizione del momento di morte del donatore. Proprio sotto la spinta della pratica dei trapianti, oltre che a seguito di una comprensione più chiara del ruolo che svolge il cervello nella vita dell’uomo, oggi si è portati a valutare la morte clinica non come arresto cardiaco, ma come irreversibile inattività della corteccia cerebrale. L’arresto della funzione elettrica del cervello (riscontrabile mediante il segnale piatto dell’EEG), insieme ad altri elementi congiunti (assoluta assenza del riflesso alla luce; assenza totale di riflessi muscolari e tendinei; assenza di respirazione spontanea), fanno ritenere clinicamente morto il soggetto e, perciò, eseguibile l’operazione di prelievo di un suo organo a scopo di trapianto.

Ci si potrebbe, a questo punto, chiedere quale disponibilità si abbia

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sul cadavere. Ciò è indubbiamente importante ai fini della valutazione morale dell’atto di prelievo. Questa domanda va risolta ricorrendo alle intenzioni e alla volontà, talvolta esplicita, del defunto stesso, il quale prima di morire avrà potuto dichiarare disponibile il suo cadavere. In assenza di tali elementi, si può sostituire l’esplicita disposizione del soggetto ricorrendo alla volontà e alla dichiarazione di disponibilità dei suoi familiari o rappresentanti legali.

Un compito preciso della classe medica è quello di avere la certezza (relativamente agli elementi che nella professione medica vengono richiesti) della morte clinica del soggetto. Non è rispettoso della natura umana del morente considerare superficialmente il momento della sua morte, per disporre di organi da trapiantare. La possibilità di salvare una vita in pericolo, mediante trapianto, non deve comportare un pericolo alla vita del donatore, della cui morte bisogna essere del tutto certi.

Il trapianto pone anche dei problemi relativamente al danno che l’immissione di un organo «estraneo» può arrecare in un soggetto. L’organismo non è disposto a ricevere un qualsiasi organo dal di fuori, e si difende dall’intrusione mediante il rigetto. Occorre, anche qui, misurare proporzionatamente danni e vantaggi, per intervenire in modo opportuno.

Questa preoccupazione diventa ancor più incombente laddove si ipotizzi il trapianto di organi che condizionano sostanzialmente l’identità personale del ricevente. Siamo ancora lontani dalle possibilità tecniche di eseguire trapianti del cervello; tuttavia la minaccia di una simile pratica non può lasciare indifferenti. La persona è strutturalmente condizionata dalla materia cerebrale, organo base delle funzioni superiori dell’essere umano. Un trapianto relativo a questa regione dell’organismo comporterebbe un’alterazione sostanziale dell’identità personale. Anche se il trapianto del cervello non sarà mai tecnicamente realizzato, la morale lo prende in considerazione ipoteticamente per indicarlo come una frontiera non valicabile.

Nelle legislazioni civili e nei codici deontologici vengono formulate delle precise normative in tema di trapianti. Esse tendono a evitare forme di violenza sia sul donatore che sul ricevente, e a salvaguardare l’integrità, non tanto quantitativa, ma qualitativa e personale tanto di chi intende donare una parte del proprio organismo, quanto di chi la riceve. È compito dell’etica illuminare anche le intenzionalità profonde che guidano la decisione di lasciar disporre del proprio corpo. Solo per una sensibilità morale matura, tutta pervasa da uno stile di disponibilità e di carità verso il prossimo, si può comprendere il significato positivo del dono di sé, mediante il dono del proprio corpo.

Va aggiunto, infine, che è compito dello Stato intervenire con opportune normative, affinché non si addivenga a una indegna compra-vendita

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degli organi da trapiantare. Un simile commercio contrasta con la qualità altruistica del dono di organi del proprio corpo, che può essere dettato solo da senso di solidarietà e di carità.

3. La sterilizzazione

La sterilizzazione, in quanto intervento sugli organi riproduttivi al fine di privarli della loro funzione generativa, è talvolta un esito inevitabile di alcuni procedimenti medici. In questo caso non ha alcuna rilevanza etica o giuridica. Altre volte l’aspetto terapeutico dell’intervento è meno immediato; oppure la facoltà procreativa è soppressa al fine di un radicale controllo delle nascite; ovvero si fa ricorso alla sterilizzazione per scopi eugenetici, o addirittura per punire dei colpevoli. Le diverse categorie di sterilizzazione cadono sotto giudizi morali diversi, per cui è più opportuno considerarle separatamente. Alcuni aspetti della sterilizzazione, pur non avendo interesse dal punto di vista strettamente medico, sono importanti per una valutazione globale. Il primo è quello della volontarietà o obbligatorietà dell’intervento. Le misure coercitive hanno contribuito a creare la definitiva connotazione disumana alle misure di sterilizzazione eugenetica prese dal regime nazista, e sono responsabili dei fallimenti pratici nei paesi del Terzo mondo, dove è stata imposta per controllare l’esplosione demografica.

Un secondo aspetto non trascurabile è quello della reversibilità o irreversibilità dell’operazione. L’interesse è soprattutto giuridico, dal momento che una sterilizzazione reversibile sfugge ai rigori penali che cadono su chi cagiona una diminuzione permanente dell’integrità fisica. Per riflesso, la chirurgia è stata stimolata a mettere a punto metodiche meno demolitrici, in vista di una sterilizzazione efficace ma reversibile.

3.1. La sterilizzazione eugenetica

La prima forma di sterilizzazione che storicamente ha provocato il magistero della chiesa a una netta presa di posizione è stata quella imposta dal regime nazista al fine di garantire la «sanità della razza». La enciclica di Pio XII Casti connubii (1930) ha condannato le misure di politica sanitaria volte a impedire che per trasmissione ereditaria sia generata una prole difettosa. Dopo aver contestato il diritto dello Stato di disporre delle membra dei cittadini in modo di privarli delle facoltà naturali, l’enciclica estende la stessa proibizione morale all’individuo rispetto al proprio corpo. Veniva così gettato il primo fondamento stabile della

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dottrina cattolica relativa alla sterilizzazione. «Le pubbliche autorità non hanno alcuna potestà diretta sulle membra dei sudditi» quindi è che, se non sia intervenuta colpa alcuna, né vi sia motivo alcuno di infliggere una pena cruenta, non possono mai in alcun modo ledere direttamente o toccare l’integrità del corpo, né per ragioni «eugeniche», né per qualsiasi altra cagione. Questo insegna pure S. Tommaso d’Aquino mentre, proponendo la questione se i giudici umani per prevenire mali futuri possono recar danno al suddito, lo concede quanto a certi altri mali, ma a ragione lo nega per quanto riguarda la lesione corporale. ‘Mai, secondo il giudizio umano, alcuno deve essere punito, senza colpa con pena di battiture, per essere ucciso, o per essere mutilato o flagellato’ (S. Th. II-II, 108,4 ad 2). Del resto la dottrina cristiana insegna, e la cosa è certissima anche al lume naturale della ragione, che gli stessi uomini privati non hanno altro dominio sulle membra del proprio corpo che quello che spetta al loro fine naturale, e che non possono distruggerle o mutilarle o per altro modo rendersi inetti alle funzioni naturali, se non nel caso in cui non si può provvedere per altra via al bene di tutto il corpo» 79.

Successivamente la condanna è stata ripetuta, con analoghi accenti, da Pio XII nel discorso ai partecipanti al Primo simposio internaz. di genetica medica (7.IX.1953): «Il nostro predecessore Pio XI e Noi stessi siamo stati indotti a dichiarare contraria alla legge naturale non soltanto la sterilizzazione eugenica, bensì qualsiasi sterilizzazione diretta di un innocente, definitiva o temporanea, dell’uomo o della donna. La nostra opposizione alla sterilizzazione era e rimane ferma, perché, malgrado il tramonto del ‘razzismo’, non si è smesso di desiderare e di tentare di sopprimere mediante la sterilizzazione una discendenza carica di malattie ereditarie».

Attualmente la sterilizzazione forzata continua essere proposta nei casi di malattia mentale che impedisca l’autocontrollo del comportamento, soprattutto se rischia di essere perpetuata mediante la trasmissione ereditaria.

Per sfuggire ai fantasmi delle misure naziste, si invoca almeno il consenso di coloro che ne hanno la tutela. La condanni della chiesa cattolica resta inflessibile. È da considerare un’eccezione, non sostenuta dalla dottrina ufficiale, la posizione di alcuni moralisti cattolici che giustificano la sterilizzazione — qualificata come «indiretta» — nel caso di una ragazza ritardata mentale che potrebbe rimanere incinta qualora qualcuno abusasse di lei. La condanna della sterilizzazione si estende anche a quei casi in cui la richiesta di sterilizzazione per prevede la trasmissione di

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malattie ereditarie provenga dal soggetto stesso. La volontarietà del procedimento non lo riscatta dell’illiceità morale, agli occhi della morale cattolica.

3.2. Sterilizzazione terapeutica

Una distinzione che per lungo tempo ha validamente orientato i moralisti cattolici nei casi in cui gli interventi sterilizzanti sono rivolti alla salute dell’individuo è quella tra sterilizzazione «diretta» e «indiretta». Il senso della distinzione è quello di indicare un criterio oggettivo per discernere tra i diversi atti di sterilizzazione medicalmente possibili. Si intende per sterilizzazione diretta quella che, per sua natura, ha come effetto immediato quello di rendere impossibile la procreazione; è sterilizzazione indiretta quella rivolta a sopprimere la funzione endocrina, in quanto attualmente nociva all’organismo per processi patologici in corso o seriamente prevedibili. In concreto, se l’intervento è unicamente motivato dalla volontà di evitare future gravidanze, si ha sterilizzazione diretta.

La sterilizzazione terapeutica è, in sé, una forma di sterilizzazione indiretta. La finalità intesa dall’intervento medico è quella di curare l’organismo, sacrificando un organo o una funzione. La morale cattolica non solleva obiezioni alla moralità di simili interventi perché in essi trova applicazione il «principio di totalità». Secondo le parole di Pio XII (discorso ai partecipanti al I Congresso del sistema nervoso, 13.IX.1952): «In virtù del principio della totalità, del diritto cioè di utilizzare i servizi dell’organismo come un tutto, l’uomo può disporre di parti individuali per distruggerle o mutilarle, quando e nella misura richiesta per il bene dell’essere nel suo insieme, per assicurare l’esistenza stessa e per evitare, e naturalmente per riparare, gravi e durevoli danni che altrimenti non potrebbero essere allontanati né riparati».

Per la moralità della sterilizzazione terapeutica sono richieste alcune condizioni particolari (oltre a quelle connesse con qualsiasi mutilazione, come il libero e informato consenso dell’interessato e le serie probabilità cliniche di successo). Le condizioni sono state così esplicitate da Pio XII, rispondendo al quesito se sia moralmente lecita l’amputazione di un organo sano per sopprimere il male che attacca un altro organo (ai partecipanti al XXVI congresso della Soc. Ital. di Urologia, 8.X. 1953): «Tre cose concorrono per la legalità morale di un intervento chirurgico che comporti una mutilazione anatomica o funzionale: prima di tutto che la conservazione o funzionalità di un organo particolare nell’insieme dell’organismo provochi in questo un danno serio o costituisca una minaccia; in

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secondo luogo, che questo danno non possa essere evitato, o almeno diminuito notevolmente, che con la mutilazione in proposito e che l’efficacia di questa sia ben sicura; finalmente (in terzo luogo) che si possa ragionevolmente assicurare che l’effetto cattivo, cioè la mutilazione e le sue conseguenze, sarà compensato dall’effetto positivo: soppressione del pericolo per l’intero organismo, attenuazione dei dolori, ecc.».

Secondo tali princìpi, per la liceità morale della sterilizzazione si richiede che sia ordinata al bene di tutto il corpo; che l’intervento sia necessario e sia l’unico rimedio efficace; che sia necessaria nel momento attuale. Ogni elemento va attentamente vagliato, per le false conseguenze che se ne potrebbero trarre. Per quanto riguarda il benessere del corpo inteso come totalità, alcuni moralisti cattolici hanno proposto di estendere il concetto oltre il significato della salute corporea, includendo anche gli aspetti psichici e relazionali che costituiscono la persona nella sua interezza. Se si adotta una visione distica della persona umana, della salute e della terapia, la sterilizzazione potrebbe essere considerata necessaria quando il principale responsabile del malessere della persona non è il suo apparato riproduttore, bensì la sua psiche. Ci si può riferire, a esemplificazione, alle psicosi gravidiche, in cui l’ansia per l’eventualità di una gravidanza corrode l’equilibrio mentale della donna e si ripercuote sulle relazioni di coppia. Perché la sterilizzazione, in questi casi, possa essere qualificata come terapeutica, bisogna presupporre una lettura del significato antropologico della sessualità umana che è estranea alla tradizione cattolica. I moralisti cattolici che la sostengono non possono perciò appoggiarsi sull’autorità del magistero; la loro proposta ha il valore di una personale rilettura della dottrina tradizionale.

Per quanto riguarda la necessità dell’intervento, questa occorre sia quando gli organi della riproduzione sono direttamente malati, sia quando la loro funzione si ripercuote negativamente sull’organismo nel suo insieme. A tal proposito, Pio XII nel discorso dell’8.X.1953, citato: «Il punto cruciale qui non è che l’organo amputato o reso incapace di funzionare sia malato; ma che la sua conservazione o la sua funzionalità apportino direttamente o indirettamente una seria minaccia per tutto il corpo. È certamente possibile che un organo sano, con la sua funzionalità normale, eserciti su di un organo malato un’azione nociva tale da aggravare il male con le sue ripercussioni su tutto il corpo».

Una terza precisazione: perché l’intervento sterilizzante abbia la liceità di un’azione terapeutica, deve essere necessario nel momento attuale. Ciò non si verifica quando si procede alla sterilizzazione solo per prevenire un’eventuale gravidanza, che magari potrebbe avere di fatto conseguenze negative per l’organismo. La sterilizzazione non è più allora terapeutica, bensì contraccettiva, e come tale va moralmente considerata. Pio XII,

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nello stesso discorso, ha apportato delle precisazioni per dissipare possibili false applicazioni del principio di totalità: «Non raramente, quando delle complicazioni ginecologiche comportano un intervento chirurgico, o anche indirettamente da questo, si estirpano le ovaie e si rendono incapaci di funzionare per prevenire una nuova gravidanza e i gravi pericoli che potrebbero forse derivare per la salute o anche per la vita della madre, pericoli dei quali la causa dipende da altri organi ammalati, come i reni, il cuore, i polmoni, ma che si aggravano in caso di gravidanza. Per giustificare l’asportazione delle ovaie si allega il principio citato prima, e si dice che è normalmente permesso di intervenire su degli organi sani, quando il bene del tutto lo esige. Ma qui ci si richiama erratamente a questo principio. Perché, in questo caso, il pericolo che corre la madre non proviene, direttamente o indirettamente, dalla presenza o dalla funzionalità normale delle ovaie, né dalla loro influenza sugli organi ammalati, reni, polmoni, cuore. Il pericolo appare solo se l’attività sessuale libera causa una gravidanza che potrebbe minacciare gli organi suddetti troppo deboli o malati. Le condizioni che permettono di disporre di una parte in favore del tutto in virtù del principio di totalità mancano. Non è dunque permesso moralmente di intervenire sulle ovaie sane».

Quando il fine perseguito è semplicemente la regolazione delle nascite, parametri si trasformano, in quanto subentrano i princìpi che reggono la concezione cattolica della paternità responsabile.

3.3. Sterilizzazione contraccettiva

Alla sterilizzazione si può far ricorso tanto per controllare la propria fecondità individuale (o di coppia), quanto come una misura per portare efficacemente a termine un programma di contenimento della crescita demografica. In questo secondo caso, i governi che vi hanno fatto ricorso hanno per lo più preso misure repressive, che rendevano la sterilizzazione obbligatoria dopo un certo numero di nascite. A simile politica demografica coercitiva è possibile estendere la condanna della sterilizzazione obbligatoria da parte delle autorità pubbliche già formulata da Pio XI nella Casti connubii contro le pratiche del regime nazista. Lo hanno fatto i vescovi dell’India, prendendo posizione contro le misure sterilizzanti imposte dal governo di Indirà Gandhi. Un messaggio del comitato permanente della Conferenza episcopale indiana (maggio 1976) afferma: «La chiesa cattolica disapprova tutte queste misure e in particolare quella della sterilizzazione obbligatoria, come è stata proposta dal governo del Maharashatra, poiché ciò implica l’arresto del dinamismo procreativo dell’amore coniugale. Se la sterilizzazione obbligatoria dovesse

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diventare una procedura normale, la dignità umana e la libertà sarebbero poste in grave pericolo a detrimento del senso morale e del bene generale della nazione». Anche il sinodo generale dei vescovi cattolici, nell’ottobre 1980, ha ripetuto la condanna, come una grave offesa alla dignità umana e alla giustizia, verso le attività dei governi che tentano in qualsiasi modo di limitare la libertà dei coniugi nel decidere del numero dei figli; esplicitamente viene respinta la violenza esercitata mediante la sterilizzazione.

La sterilizzazione è però anche una pratica a cui numerosi individui si sottopongono volontariamente per risolvere radicalmente il problema del controllo della propria fecondità. In questa forma è particolarmente diffusa nei paesi dell’emisfero nord-occidentale a grande sviluppo economico. La congiuntura culturale sembra favorevole alla sterilizzazione, sia maschile che femminile, come metodo contraccettivo. È ampliamente reclamizzata come il metodo più sicuro e più innocuo; è raccomandata per la sua praticità; è «nobilitata» in vari modi, soprattutto elogiando il senso di responsabilità che dimostrano coloro che vi si sottopongono. Alla crescente accettazione sociale della pratica non fa riscontro la benché minima modifica del giudizio morale della chiesa cattolica. Le dichiarazioni magisteriali di condanna vanno dalla condanna del S. Uffizio del 1940 (al dubbio se sia lecita la sterilizzazione diretta, sia perpetua che soltanto temporanea, dell’uomo o della donna, il S. Uffizio risponde: «No: ed è proibita dalla legge naturale»), alle numerose prese di posizione di Pio XII, fino all’enciclica Humanae vitae («È parimenti da escludere, come il magistero della chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna»).

Singoli moralisti hanno proposto una parziale accettazione della sterilizzazione, a determinate condizioni: quando esiste un’indicazione medica, per curare non solo l’organismo (sterilizzazione terapeutica), ma la persona nella sua totalità; quando la sterilizzazione è, di fatto, l’unico mezzo concretamente possibile per attuare la paternità responsabile, ovvero costituisce il minor male (rispetto all’aborto, per esempio); c’è anche chi, infine, attenua la condanna nei confronti della contraccezione quando questa si presenta come reversibile: in questo caso, più che di una grave mutilazione, si dovrebbe parlare di una sospensione della facoltà procreativa.

Queste isolate proposte innovative non hanno intaccato la lineare posizione della dottrina cattolica ufficiale. Il costante «no» alla via della sterilizzazione come mezzo per controllare la fecondità va ricondotto ai principi personalistici che sottendono la morale cattolica relativa alla vita fisica. Come afferma esplicitamente la Humanae vitae, la considerazione della persona è il motivo che guida la chiesa nel difendere la morale

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coniugale e della riproduzione nella sua integrità; lo scopo è quello di contribuire all’instaurazione di una civiltà veramente umana, dove l’uomo non abdichi alla propria responsabilità per consegnarsi a dei mezzi tecnici che impoveriscono il patrimonio delle sue forze psichiche e morali. La norma etica, con la sua intransigenza, viene a svolgere, in definitiva, una funzione di argine protettivo a vantaggio dell’uomo, contro quanto di fatto lo mutila e lo coarta, anche se si presenta sotto l’aspetto seducente della permissività. La sterilizzazione come mezzo contraccettivo è contraria alla dignità dell’uomo, e perciò non può essere per il suo bene, malgrado gli aspetti di praticità e di efficienza che presenta.

Da un punto di vista pratico, va segnalato il documento emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede (13.III.1975), relativo alla sterilizzazione negli ospedali cattolici. Ricordati i punti qualificanti della dottrina tradizionale, che proibisce la sterilizzazione diretta, il documento impartisce le seguenti direttive a chi gestisce gli ospedali cattolici: «Qualunque loro cooperazione istituzionale approvata o ammessa ad azioni per se stesse (ossia per loro natura e condizione) ordinate a un fine contraccettivo, e cioè affinché siano impediti gli effetti connaturali degli atti sessuali deliberatamente compiuti da un soggetto sterilizzato, è assolutamente interdetta. Infatti, l’approvazione ufficiale della sterilizzazione diretta e ancor più la sua regolazione ed esecuzione recepita negli statuti degli ospedali è cosa oggettivamente, per sua natura, ossia intrinsecamente, cattiva alla quale un ospedale cattolico per nessuna ragione può cooperare. Qualunque cooperazione così prestata sarebbe del tutto sconveniente alla missione affidata a siffatte istituzioni e sarebbe contraria alla necessaria proclamazione e difesa dell’ordine morale».

3.4. Sterilizzazione punitiva

È una forma di castrazione con cui vengono colpiti talvolta i colpevoli di reati sessuali che costituiscono un pericolo permanente per la società. Unisce, dunque, una punizione privata alla difesa del bene pubblico. Il magistero della chiesa cattolica non ha mai condannato questo tipo di sterilizzazione. La Casti connubii ha escluso esplicitamente dalla condanna morale della sterilizzazione la castrazione del reo. Il documento non può però essere citato come approvazione della castrazione penale: semplicemente, l’enciclica non l’ha voluta includere nel principio generale che nega allo Stato il potere diretto sull’integrità delle membra dei cittadini. I moralisti che accettano la sterilizzazione penale la giustificano in quanto considerano l’effetto sterilizzante come «indiretto», dal momento che ciò che è direttamente inteso è la punizione.

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Oggi il clima culturale è generalmente ostile a queste misure repressive. Alcuni medici vi si oppongono per motivi deontologici, perché vi vedono una perversione del ruolo proprio del medico: in questo caso, infatti, diventano agenti dello Stato nell’esercitare le sue funzioni penali. Anche alcuni moralisti cattolici tendono a sottrarre il loro sostegno alla sterilizzazione penale 80. Auspicano, anzi, che la chiesa si faccia in questo campo coraggiosa tutrice dei diritti della persona, nello spirito della Gaudium et spes, la quale, condannando ciò che viola l’integrità della persona umana, menziona esplicitamente le mutilazioni (n. 27).

4. Tecnologie riproduttive

Il processo della riproduzione umana — nelle sue fasi decisive: fecondazione mediante l’incontro di un gamete maschile con uno femminile, gestazione nell’utero materno e parto — si è avvalso ampiamente dei progressi tecnologici della biologia e della medicina, tanto da poter modificare vistosamente il decorso «naturale». Non prendiamo qui in considerazione gli interventi di tipo manipolativo del substrato biologico, sia a finalità propriamente scientifico-conoscitiva, sia con intendimento eugenetico. Ci occupiamo delle tecnologie messe a servizio della riproduzione al fine di ovviare a diversi tipi di patologie, che impediscono il processo naturale della fecondazione e della gestazione; tecnologie, quindi, con finalità terapeutica. La valutazione da parte della morale cattolica degli altri tipi di intervento sul materiale biologico riproduttivo è riportata nel capitolo relativo alla sperimentazione sull’uomo e alla manipolazione biologica (ingegneria genetica). Concentriamo qui la nostra attenzione sugli interrogativi antropologici ed etici che sollevano i due procedimenti più diffusi: l’inseminazione artificiale e la fecondazione «in vitro».

4.1. I dati biologico-medici

Ai fini di una valutazione etica va stabilita una distinzione fondamentale tra l’inseminazione artificiale che si avvale del contributo di un donatore (eterologa, o A.I.D., secondo la terminologia inglese entrata

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in uso) e quella che avviene con il liquido seminale del marito (omologa, ovvero A.I.H.). Tanto l’accettazione sociale e le implicazioni antropologiche, quanto il giudizio morale sui due diversi tipi di inseminazione artificiale differiscono sostanzialmente. Le indicazioni mediche per l’inseminazione omologa comprendono: difficoltà fisiche o psicologiche che impediscono l’inseminazione mediante rapporto sessuale e casi di oligospermia. All’inseminazione eterologa si fa medicalmente ricorso nei casi di sterilità del marito, di malattie ereditarie o di oligospermia non ovviabile mediante la concentrazione di più eiaculati.

Per rendere possibile l’A.I.D. sono stati costituiti centri di prelievo, conservazione e utilizzazione dello sperma umano, correntemente noti con il nome di «banche dello sperma». Ad esse si rivolgono donne potenzialmente feconde per avere le dosi di sperma necessario per l’inseminazione. Ciò che varia, spesso sostanzialmente, da una banca di sperma all’altra sono le condizioni poste dalle équipes responsabili. Mentre alcune accettano indiscriminatamente qualsiasi indicazione — specialmente le organizzazioni a dichiarato fine di lucro, che praticamente effettuano la inseminazione su semplice richiesta, qualunque sia la motivazione della donna che vi fa ricorso —, altre si riservano di discriminare tra le richieste, e procedono all’inseminazione solo a certe condizioni. Dal momento che quasi in nessun paese l’inseminazione artificiale è regolata da una legislazione apposita, queste norme deontologiche, a cui i vari operatori si impegnano per decisione autonoma, hanno una funzione primaria di tutela professionale. Esse costituiscono una carta di garanzia fornita dai diversi centri operativi. Elevando lo standard delle condizioni poste, si qualificano dal punto di vista medico-professionale e si distanziano dagli operatori a scopo di speculazione economica. Varia di conseguenza anche la prassi di un compenso pecuniario per i donatori nel caso dell’A.I.D.: mentre alcuni centri lo prevedono, altri lo escludono categoricamente. Anche questa misura ha più una rilevanza deontologica che etica: la moralità del procedimento inseminativo non ne viene per questo modificata sostanzialmente.

Un aspetto del procedimento, praticamente insignificante per la medicina, ma non per la morale, è la modalità di raccolta dello sperma. Si fa abitualmente ricorso all’autostimolazione o masturbazione. Solo in casi sporadici, per sfuggire alle esplicite riserve della morale cattolica, è stato proposto il ripiego su procedimenti indiretti (come la raccolta di sperma mediante un condom parzialmente perforato, nel corso di un normale rapporto sessuale). Da un punto di vista medico, però, tali procedimenti risultano non funzionali e ingiustificati 81.

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Per quanto riguarda la fertilizzazione «in vitro», se si prescinde dagli esperimenti biologici in cui degli ovuli vengono fertilizzati, tenuti in coltura per qualche tempo a fini investigativi e poi distrutti, l’unica indicazione medica di questa tecnologia rimangono i casi in cui è impossibile la fecondazione naturale nelle tube falloppiane. Quando le tube sono assenti o danneggiate, è tecnicamente possibile prelevare un ovulo dall’ovaio, fertilizzarlo «in vitro» e reimpiantarlo in utero, dopo adeguata preparazione dell’endometrio mediante trattamento ormonale. L’incidenza statistica di danni alle tube sembra essersi elevata di recente: in tutti questi casi la fecondazione «in vitro» è l’unica via praticabile per una maternità. Anche nel caso della fertilizzazione «in vitro» è possibile che intervenga una terza persona, oltre i coniugi, analogamente alla inseminazione artificiale. Il ruolo di «donatore» in questo caso è svolto da una donna che si offre per il prelievo dei propri ovuli. Tecnicamente e praticamente è possibile che l’ovulo fecondato sia reimpiantato non sulla donatrice, ma su un’altra donna. In tal caso il procedimento è più prossimo alla manipolazione arbitraria del processo naturale che all’intervento terapeutico.

Un tratto psicologico-clinico che i medici hanno spesso rilevato è la disponibilità dei pazienti che fanno ricorso alle diverse tecnologie riproduttive per rimediare alla propria sterilità. Il desiderio acutissimo di paternità/maternità li rende in qualche modo vulnerabili, pronti a sottoporsi a qualsiasi procedimento. È una situazione che deve essere seriamente considerata per il suo impatto sulla capacità di giudizio morale, il quale può subire un offuscamento od ottundimento.

4.2. Implicazioni antropologiche

Per valutare eticamente il gesto di chi fa ricorso alle tecnologie riproduttive per superare l’handicap di un’incapacità naturale alla procreazione è necessario tener conto della situazione umana nella sua globalità. La motivazione entra a far parte dell’azione e la qualifica. I medici stessi, se non vogliono essere ridotti al rango di tecnici disponibili a qualsiasi intervento loro richiesto, non possono ignorare la diversa fisionomia che assume un’inseminazione artificiale come ultimo approdo per una coppia che ha lungamente desiderato e ricercato un figlio, rispetto a un analogo intervento richiesto solo per futili motivi estetici o addirittura sulla base di una motivazione psicopatologica.

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La coppia che chiede l’inseminazione ha già fatto probabilmente un lungo cammino; un altro tratto ne deve ancora fare. Perché l’inseminazione abbia qualche chance di inserirsi organicamente nel progetto di vita della coppia, questa deve aver già «fatto il lutto» della propria infecondità. Ciò implica il superamento dei sensi di colpa (l’infecondità come punizione è legata a fantasmi ancestrali; se ne trovano tracce anche nel mondo biblico), del complesso di inferiorità del coniuge infecondo e dei risentimenti di quello fecondo. Positivamente, alla coppia che si accinge a far ricorso a una tecnologia riproduttiva — inseminazione artificiale o fecondazione «in vitro» — è richiesta una solida unione e una vita sessuale soddisfacente. Se la fecondazione artificiale, infatti, supplisce alle carenze biologiche, non può surrogare quell’intesa sessuale che garantisce il legame di coppia.

Si può affermare, con una certa dose di paradosso, che, dal punto di vista rappresentato dalla psicologia e dall’etica, è pronta ad affrontare la fecondazione artificiale solo quella coppia che ha accettato la sterilità, colmando il suo vuoto con un supplemento di generosità e d’amore, e facendone un luogo di creatività umana. Quell’uomo e quella donna sono pronti, a questo punto, all’avventura di una maternità e paternità reali, sfidando le difficoltà frapposte dall’ordine biologico naturale 82.

Per le coppie che abbiano una maturità sufficiente, suffragata da una lunga esperienza di vita in comune e da un impegno autentico nel desiderio di procreare insieme, l’inseminazione artificiale offre delle opportunità che non sono paragonabili a quelle dell’adozione. Il bambino è inserito in modo più stretto nella problematica della coppia. L’inseminazione fa partecipare i genitori, con tutte le loro risorse affettive, al progetto, alla gestazione, alla nascita, ai primi mesi di vita, in quei momenti cruciali in cui si tessono i legami più profondi e sicuri. In questi casi siamo lontani dalla fredda ingegneria genetica del «bambino in provetta»: la presenza di questi valori umani non può essere ignorata quando si procede a una valutazione etica. Quando la finalità dell'inseminazione è quella di mettere le risorse tecnologiche a servizio di un atto specificamente umano, quale è il desiderio della prole, compensando le carenze naturali, il giudizio del moralista cattolico non può non essere condizionato dai valori sottesi. Tuttavia qualsiasi valutazione benevola dello spessore umano dell’atto non può offuscare il parametro obiettivo con cui la morale cattolica valuta questo tipo di intervento.

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4.3. Valutazione della morale cattolica

Il giudizio morale sull’impiego di tecnologie medico-biologiche per conseguire la fecondazione è condizionato dalla visione antropologica adottata. Là dove la paternità/maternità è considerata esclusivamente o prevalentemente come una relazione che si instaura in seguito allo svolgimento effettivo di un ruolo paterno/materno, piuttosto che sulla base della trasmissione del proprio patrimonio cromosomico, il giudizio portato sull’inseminazione artificiale (anche eterologa) sarà benevolo. Così pure, chi considera l’essere umano come trascendente a ogni «legge di natura» e da essa slegato, non sarà turbato dalla scissione che inseminazione artificiale e fecondazione «in vitro» creano tra sessualità e generazione di una nuova vita. Non è questo però il punto di vista della morale cattolica rappresentata dal magistero ufficiale della chiesa.

I parametri fondamentali sono stati stabiliti da Pio XII nel discorso tenuto al IV Congresso Intern. dei Medici Cattolici (30.IX.1949). Affermata la necessità di sottoporre la pratica della fecondazione artificiale a un giudizio morale e giuridico, oltre che biologico-medico, Pio XII articola la dottrina cattolica nei seguenti punti:

1) «La fecondazione artificiale, fuori del matrimonio, deve essere condannata puramente e semplicemente come immorale». La ragione addotta dal Pontefice è che la procreazione di una nuova vita non può essere, per la legge naturale attuata attraverso la fecondazione artificiale fuori dall’unione coniugale. Nessuna divergenza di opinione è possibile tra i cattolici.

2) «La fecondazione artificiale nel matrimonio, ma prodotta mercè l’elemento attivo di un terzo, è del pari immorale e come tale va condannata senza appello». La valutazione morale non cambia, anche se lo sposo è consenziente: «solo gli sposi, infatti, hanno un diritto reciproco sul loro corpo per generare una nuova vita, diritto esclusivo, non cedibile, inalienabile».

3) Quanto alla liceità della fecondazione artificiale nel matrimonio, il pontefice ricorda alcuni principi di diritto naturale: «Il semplice fatto che il risultato a cui si mira è raggiunto per tale via, non giustifica l’uso del mezzo stesso; né il desiderio, in sé pienamente legittimo negli sposi, di avere un bambino, può bastare a provare la legittimità del ricorso alla fecondazione artificiale, che appagherebbe tale desiderio». Sulla base degli stessi principi, stabilisce che il liquido seminale non può essere procurato lecitamente mediante atti contro natura. «Benché non si possano escludere a priori metodi nuovi, per la sola ragione della loro novità, tuttavia per quanto concerne la fecondazione artificiale non soltanto si deve essere estremamente riservati ma bisogna assolutamente escluderla.

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Dicendo ciò non si prescrive necessariamente l’uso di taluni mezzi artificiali destinati unicamente sia a facilitare l’atto naturale, sia a procurare il raggiungimento del proprio fine all’atto naturale normalmente compiuto».

Esplicitando, in un ulteriore discorso (All’Unione Cattolica Italiana Ostetriche, 29.X.1951), i motivi antropologici-etici per cui è da ritenersi esclusa dal matrimonio la fecondazione artificiale, Pio XII afferma: «Ridurre la coabitazione dei coniugi e l’atto coniugale a una pura funzione organica per la trasmissione dei germi sarebbe come convertire il focolare domestico, santuario della famiglia, in un semplice laboratorio biologico. L’atto coniugale, nella sua struttura naturale, è un’azione personale, una cooperazione simultanea e immediata dei coniugi, la quale, per la stessa natura degli agenti e la proprietà dell’atto, è l’espressione del dono reciproco, che, secondo la parola della Scrittura, effettua l’unione «in una carne sola». Ciò è molto più della unione di due germi, la quale si può effettuare anche artificialmente, vale a dire senza l’azione naturale dei coniugi. L’atto coniugale, ordinato e voluto dalla natura, è una cooperazione personale, alla quale gli sposi, nel contrarre il matrimonio, si scambiano il diritto». L’accento dell’argomentazione cade sulla naturalità dell’atto — «ordinato e voluto dalla natura» —. Il rispetto delle modalità naturali è una caratteristica distintiva della morale medica cattolica, caratteristica che non soffre eccezioni.

La cautela con cui Pio XII nel discorso del 1949 non escludeva alcuni tipi di intervento artificiale — precisamente, quelli «destinati unicamente sia a facilitare l’atto naturale, sia a procurare il raggiungimento del proprio fine all’atto naturale normalmente conseguito» — indusse alcuni moralisti cattolici a ipotizzare forme di inseminazione omologhe in cui l’artificialità si ridurrebbe a «pilotare» l’atto naturale. Affinché non si deducesse abusivamente uno smussamento della dottrina cattolica, Pio XII è ritornato formalmente sull’argomento nel discorso ai partecipanti al II Congresso mondiale della fertilità e della sterilità (19.V.1956), riaffermando il rifiuto per principio della fecondazione artificiale: «La fecondazione artificiale sorpassa i limiti del diritto acquisito dagli sposi in virtù del contratto matrimoniale, vale a dire, quello di esercitare pienamente la loro capacità sessuale naturale nel compimento naturale dell’atto matrimoniale. Tale contratto non conferisce ad essi il diritto alla fecondazione artificiale, perché un tale diritto non è in alcun modo espresso nel diritto all’atto coniugale naturale e non potrebbe esserne dedotto... Ne segue che la fecondazione artificiale viola la legge naturale ed è contraria al diritto e alla morale». Nello stesso discorso estende la condanna ai tentativi di fecondazione artificiale umana» «in vitro», come immorali e assolutamente illeciti.

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Il senso positivo del rifiuto cattolico del ricorso indiscriminato alle tecnologie riproduttive artificiali va individuato nella difesa di alcuni valori umano-cristiani fondamentali. Tra questi: il significato della sessualità umana, inseparabilmente costituita dall’elemento unitivo e da quello procreativo; il significato del matrimonio e della paternità/maternità, che esclude la forzata divaricazione tra generazione biologica e funzione parentale; il valore da attribuire alla percezione spontanea di ciò che è giusto o sbagliato, al di là delle argomentazioni fornite da un adeguato processo di riflessione. Ora, quanto a quest’ultimo punto, il giudizio morale «istintivo» continua a rifiutare l’impiego di tecnologie in funzione della riproduzione, nonostante la loro effettiva diffusione. La morale cattolica rispetta e valorizza tali giudizi morali atematici e preriflessi, in forza della capacità della coscienza di cogliere la legge naturale 83.

5. Regolazione delle nascite

5.1. Il rifiuto della contraccezione

La morale cattolica non è disponibile a inversioni di rotta, semplicemente per essere al passo con i tempi o per amore di consensi: lo dimostra, tra l’altro, il costante rifiuto ad avallare pratiche contraccettive. La valutazione etico-sociale di tali pratiche nella cultura dell’Occidente ha conosciuto diverse vicissitudini.

Nel mondo antico la filosofia e la medicina greco-romana non hanno dimostrato praticamente interesse per la moralità della contraccezione.

Il cristianesimo invece ha proposto una rigida etica sessuale, di cui faceva parte la condanna della contraccezione. In realtà la condanna cadeva globalmente su un insieme di pratiche che avevano finalità abortive-contraccettive-magiche, difficilmente isolabili e riconducibili alle nostre classificazioni. La comunità delle origini ha considerato peccaminoso tale ricorso ai pharmakeia (cfr. Gal 5,20; Apol 9,21; 21,8; 22,15), opponendosi alle tendenze culturali dell’epoca.

La disputa dottrinale contro lo gnosticismo indusse i custodi dell’ortodossia

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cristiana a cercare un alleato nella filosofia stoica. Da questa il cristianesimo mutuò la norma etica della conformità alla «legge di natura». Nel caso della sessualità, gli stoici consideravano secondo natura solo il rapporto mirante alla procreazione, non al piacere; le pratiche contraccettive erano perciò condannate per principio come un’offesa alla natura. Il pensiero cristiano si perfezionò ulteriormente in occasione della polemica antimanichea, condotta in prima persona da S. Agostino. L’ideologia manichea, che vedeva nella procreazione il sommo male, favoriva la contraccezione. Ad essa Agostino contrappose un’etica matrimoniale che giustificava il rapporto sessuale proprio in considerazione del bene della prole. In tal modo alla fine dell’antichità aveva preso forma completa il pensiero cristiano che condannava ogni forma di contraccezione. Vi confluivano l'ethos ebraico — che riconosceva nella prole una benedizione divina —; l’alta spiritualità neotestamentaria, culminante nella concezione sacramentale del matrimonio; il rifiuto del dualismo manicheo; la dottrina stoica della legge naturale. La cristianità medievale non apportò modifiche a tale concezione. Anzi, l’ostilità della chiesa alle pratiche contraccettive fu rafforzata dalle norme del diritto canonico, dall’insegnamento dei teologi (cfr. Tommaso d’Aquino, De malo 15,2), e dall’azione educativa dei confessori. La rottura intervenuta con la riforma protestante non infranse tale unanimità: anche i Riformatori condannavano la contraccezione.

L’opinione etica tradizionale ha cambiato di segno solo in epoca relativamente recente. Per lungo tempo, nonostante il vivace dibattito provocato da Th. Maltus sul problema demografico, la mentalità medica e l’opinione pubblica rimasero ostili alla contraccezione. Ma anche quando questa ottenne l’appoggio dell’etica umanista dell’Occidente, l’atteggiamento della chiesa cattolica non mutò. Una trasformazione vistosa si verificò invece nelle chiese protestanti. A cominciare dalla confessione anglicana (conferenza di Lambeth del 1930), i pastori e i teologi delle diverse chiese accettarono il principio del controllo della natalità da parte dei cristiani mediante il ricorso a metodi contraccettivi. Nella chiesa cattolica il magistero ha continuato a riproporre invariabilmente la condanna tradizionale. Nei termini dell’enciclica Casti connubii essa suona: «Ogni uso del matrimonio nell’esercizio del quale l’atto è privato da un’azione dell’uomo del suo naturale potere di procreare la vita, viola la legge di Dio e della natura».

5.2. La problematica più recente

L’ultima occasione, in ordine di tempo, in cui il supremo magistero della chiesa cattolica è intervenuto sulla regolamentazione delle nascite

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è l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI (1968). La rilevanza di questo documento è in relazione con gli sviluppi nel frattempo avvenuti nel pensiero teologico relativamente al matrimonio e alla fecondità 84. La lunga diffidenza nei confronti della sessualità coniugale — praticamente riscattata solo dal fine procreativo nella visione agostiniana — ha ceduto il posto a una considerazione positiva del rapporto in sé, a prescindere dalla sua finalità procreativa. Questa prospettiva, implicita già nella concezione canonistica del «debito coniugale», è stata assunta ed ha avuto la più autorevole consacrazione dal concilio Vaticano II. «Il matrimonio non è stato istituito soltanto per la procreazione, ma il carattere stesso di patto indissolubile tra persone e il bene dei figli esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità» (Gaudium et spes, 50). Il rapporto sessuale nel matrimonio, dunque, non mira solo al concepimento di una nuova vita, ma anche a manifestare e a promuovere l’amore coniugale.

Un secondo principio entrato nella teologia cattolica è quello noto come «paternità responsabile». Anch’esso ha un antecedente nella dottrina tradizionale, che indicava come fine del matrimonio la procreazione e l’educazione dei figli. L’educazione religiosa della prole introduceva un principio qualitativo come prioritario rispetto a quello semplicemente quantitativo. In termini più attuali, il senso di «responsabilità» nel mettere al mondo dei figli è stato acutizzato dal diffondersi delle preoccupazioni per l’esplosione demografica e dalle restrizioni che la vita urbanizzata provoca alle dimensioni della famiglia nei paesi ad alto sviluppo industriale. Anche il principio della paternità responsabile è stato ufficialmente consacrato dal Vaticano II: «I coniugi (nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla) adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità, e con docile riverenza verso Dio, con riflessione e impegno comune si formeranno un retto giudizio, tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno, valutando le condizioni di vita del proprio stato di vita, tanto nel loro aspetto materiale che spirituale... Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi» (Gaudium et spes, 50).

La posizione della chiesa cattolica in merito alla generazione non può essere identificata con il cliché che la vuole promotrice a ogni costo di una famiglia numerosa, o «natalista» a oltranza, proclamando la «provvidenzialità» di ogni nascita. Pur difendendo la fecondità come valore, tanto

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su un piano umano che in una ottica religiosa, la chiesa ha progressivamente fatto emergere la legittimità, anzi la necessità, di una regolazione delle nascite. Nel linguaggio dei documenti ecclesiastici si parla di «paternità responsabile». Il senso di responsabilità può domandare sia una promozione della natalità, sia una contrazione della natalità stessa, a seconda del contesto sociale in cui la coppia si trova inserita. La regolazione delle nascite non è contro l’ordine morale, bensì è richiesta dall’ordine morale stesso.

Sulla base di queste acquisizioni dottrinali, diversi teologi cattolici ritennero che si potesse procedere a una parziale accettazione della contraccezione, quando questa fosse a servizio di un progetto di paternità responsabile e servisse a rafforzare l’unione dei coniugi. Il dibattito fu alimentato dall'apparire della «pillola», ovvero della contraccezione ormonale, che induceva una infecondità nella donna inibendone il processo ovulatorio. Per un decennio nell’ambito della teologia cattolica si dibattè vivacemente sull’accettabilità o no della contraccezione ormonale. Nella commissione pontificia creata per approfondire tutti gli aspetti della questione si delineò una maggioranza, guidata dall’eminente moralista J. Fuchs, a favore dell’accettabilità morale di questo metodo di regolazione della fecondità. Tuttavia l’enciclica Humanae Vitae (25.7.1968) di Paolo vi ripeté la condanna di ogni pratica contraccettiva nei termini usuali. Venne affermato il principio tradizionale della non interferenza con finalità contraccettiva nel decorso del normale atto coniugale — «La chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto per sé alla trasmissione della vita» —, in forza dell’unione naturale tra il significato procreativo ed unitivo dell’atto stesso. L’enciclica ribadì che sono vie non lecite di regolazione delle nascite: l’interruzione del processo generativo; la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto nell’uomo che nella donna; la contraccezione: ovvero, «ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale o nel suo compimento o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga come scopo o come mezzo di rendere impossibile la procreazione» (nn. 12-15).

5.3. I «metodi naturali» di regolazione delle nascite

Una vistosa deroga al rifiuto di ogni forma di contraccezione è costituita dall’accettazione di metodi che si fondano sul ricorso ai periodi naturalmente infecondi.

Il principio era già stato posto da Pio XI nella Casti connubii, in cui stabiliva che non si dovesse ritenere che agivano «contro l’ordine naturale delle cose i coniugi che usano del loro diritto, benché per cause

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naturali o di tempo o di qualsiasi difetto non ne possa scaturire una nuova vita». Pio XII nei discorsi vertenti sull’etica medica prese esplicitamente posizione a favore del metodo Ogino-Knaus, che negli anni ’50 era il solo metodo naturale noto. «L’avvantaggiarsi della sterilità temporanea naturale, nel metodo di Ogino-Knaus, non viola l’ordine di natura, poiché le relazioni naturali rispondono alla volontà del Creatore. Quando questo metodo è usato per motivi seri proporzionati esso si giustifica moralmente» (Al VII Congresso Intern. di Ematologia, 12.9.1958; vedi anche il discorso all'Unione Cattolica Italiana Ostetriche, 29.10.1959). La formulazione più completa della dottrina cattolica è quella che si trova nella enciclica Humanae Vitae di Paolo VI: «Se per distanziare le nascite esistono seri motivi, derivanti o dalle condizioni fisiche o psicologiche dei coniugi, o da circostanze esteriori, la chiesa insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle funzioni generative per l’uso del matrimonio nei soli periodi infecondi... La chiesa è coerente con se stessa sia quando ritiene lecito il ricorso ai periodi infecondi, sia quando condanna come sempre illecito l’uso dei mezzi direttamente contrari alla fecondazione, anche se ispirati da ragioni che possono apparire oneste e gravi. In realtà, i due casi differiscono completamente tra di loro: nel primo caso i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell’altro caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali» (n. 16).

La chiesa cattolica non è isolata nel promuovere e raccomandare i metodi naturali di regolazione della fertilità. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità dedica un interesse crescente ai metodi che si propongono di determinare il periodo fertile, in vista di una regolazione della famiglia con metodi naturali 85. Ciò che qualifica la posizione della chiesa non sono preoccupazioni di ordine sanitario ed ecologico, bensì una coerente visione teologica, con la sua implicita antropologia. Questa è costruita attorno alla categoria di «persona», come soggetto chiamato al dialogo della salvezza con Dio, fonte di dignità inviolabile e di responsabilità.

Una seconda nota dominante della dottrina cattolica sulla paternità responsabile, organicamente articolata nel rifiuto della contraccezione e nell’accettazione dei «metodi naturali» per il controllo della fecondità, è il richiamo costante alla «legge naturale». Le diverse concezioni etiche che postulano la nozione di legge naturale presuppongono che certe cose siano giuste o sbagliate, buone o cattive, per loro propria natura; e che,

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di conseguenza, quelle buone siano obbliganti, mentre quelle cattive siano proibite. La moralità insita nella natura delle cose non è conosciuta per via rivelativa, bensì mediante il lume della ragione, da parte di ogni adulto normale. Da un punto di vista teologico, la teoria della legge naturale riconosce nella ragione e nella natura umana una fonte di saggezza etica, in armonia con quella fornita dalla rivelazione biblica e accessibile alla fede. Secondo la formulazione scolastica, particolarmente in S. Tommaso, la legge eterna ha il fondamento nella natura di Dio e costituisce il piano secondo cui la sapienza divina conduce tutte le cose verso un fine, in conformità con la propria natura. In base alle strutture ontologiche della natura umana, dotata di razionalità, la ragione è capace di giungere a princìpi universalmente validi e alle prescrizioni della legge naturale.

Malgrado una certa disaffezione — o addirittura un’aperta ostilità — da parte di alcuni teologi cattolici verso la dottrina della legge naturale (vi influiscono: il declino della sintesi scolastica; il favore per un’etica ad indirizzo personalistico o situazionista; la prospettiva biblico-evangelica, che sottovaluta il potere della ragione nello stabilire ciò che è bene o male, e privilegia la S. Scrittura come fonte di conoscenza della volontà di Dio), il magistero della chiesa cattolica ha continuato ininterrottamente a riferirvisi, specialmente nelle questioni di bioetica. La Humanae Vitae, in particolare, riposa sul presupposto di un ordinamento intrinseco dell’atto coniugale alla procreazione, che non può essere frustrato senza contraddire alla volontà del Creatore: «Paternità responsabile comporta un più profondo rapporto all’ordine morale chiamato oggettivo, stabilito da Dio e di cui la retta coscienza è la vera interprete. L’esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia di valori. Nel compito di trasmettere la vita, essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della chiesa» (H.V., 10). L’ordine morale oggettivo si radica, nella prospettiva cattolica, nel rispetto della natura biologica e dei dinamismi interni della sessualità umana: «In rapporto ai processi biologici, paternità responsabile significa conoscenza e rispetto delle loro funzioni: l’intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che riguardano la persona» (ibi).

Sono così tracciati i confini entro cui si muove la morale cattolica in tema di regolazione delle nascite: rifiuto della contraccezione intesa come possibilità arbitraria di frustrare l’atto coniugale, intervenendo nel suo

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dinamismo o nelle sue conseguenze; rispetto della natura dell’atto stesso, lasciando però all’intelligenza umana la capacità di riconoscere e di utilizzare il naturale ritmo di fecondità e infecondità, in vista di una procreazione responsabile; opzione per i «metodi naturali» di regolazione delle nascite, senza che ne risulti privilegiato nessuno in particolare, purché non violentino la naturalità biologica e siano conformi alle esigenze della dignità umana. Un motivo antropologico che rinforza tale scelta può essere individuato nel fatto che i metodi naturali favoriscono il dialogo tra i coniugi, domandano la responsabilizzazione di ambedue i partners, non presentano controindicazioni dal punto di vista igienico ed ecologico, e incrementano la conoscenza del proprio corpo da parte della donna.

6. La morte inflitta

Due modalità particolari della fine della vita meritano una considerazione a sé: la morte inflitta dall’autorità giudiziaria e la morte che il suicida infligge a se stesso. La loro rilevanza per la professione medica è solo indiretta, tuttavia portano un sostanziale completamento al quadro dei diritti dell’uomo concernenti la vita fisica e alla dottrina morale cattolica relativa alla tutela della vita. Esaminiamo i due problemi separatamente.

6.1. La pena di morte

A livello di insegnamento ufficiale della chiesa, non è mai stata messa in discussione la legittimità della pena di morte inferta dall’autorità pubblica. Benché la dottrina non possa beneficiare di una positiva validazione fondata sull’autorità della Bibbia (i testi dell’Antico Testamento che prevedono la pena di morte per alcuni tipi di reato dipendono in queste normative del comportamento sociale dalla cultura del tempo; nel Nuovo Testamento, poi, non abbiamo nessun riferimento specifico alla pena di morte), la tradizione cristiana ha costantemente accettato il principio della pena di morte, nel caso in cui sia considerata necessaria per il bene comune. L’argomento del «bene comune» è presente già nelle summe teologiche medievali. Tommaso d’Aquino, ad esempio, sostiene: «Si aliquis homo sit periculosus communitati et corruptivus ipsius propter aliquod peccatum, laudabiliter et salubriter occiditur, ut bonum commune conservetur... hominem peccatorem occidere potest esse bonum, sicut occidere bestiam: peior enim est malus homo bestia, et plus nocet» (S. Th., II-II, 64, 2). Il «potere della spada» teorizzato dalla concezione teologico-giuridica

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della cristianità medievale prevedeva esplicitamente la pena di morte, che doveva però essere inflitta dal «braccio secolare». Esiste una prescrizione risalente all’anno 1210, motivata dalla contestazione di questo punto della dottrina cattolica da parte dei Valdesi, che obbliga i Valdesi che vogliono convertirsi ad ammettere il diritto del potere secolare di comminare la pena di morte.

Il pensiero cristiano ha fatto lungamente resistenza al movimento di opinione illuministico che avrebbe portato, in breve volger di tempo, a sopprimere la tortura e a limitare l’applicazione della pena di morte. Lo prova, tra l’altro, la condanna all’indice del libro di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, nel 1776, due anni dopo la pubblicazione. Là dove Beccaria confutava la pretesa di considerare la pena di morte un «diritto», cioè qualcosa che potesse aver a che fare con la legge, la chiesa vedeva una minaccia al potere dello Stato.

A livello di magistero ufficiale, nessuna diretta revisione di tale insegnamento è avvenuta negli ultimi tempi. Allusioni ad esso, in obliquo, si ritrovano nei documenti pontifici che condannano l’aborto. Specificano sempre che la sua malizia dipende dal fatto che con l’aborto viene ucciso «un innocente». Nell’enciclica Casti connubii si afferma che il diritto di uccidere un feto non può spettare neppure all’autorità pubblica; il diritto all’esecuzione capitale (jus gladii), infatti, può essere esercitato solo contro i colpevoli (in solos reos).

La teologia morale cattolica ha fatto per lo più eco alle posizioni della dottrina ufficiale. I moralisti accettano, in astratto, il principio della liceità della pena di morte; in concreto, considerano di buon grado il fatto che la pena capitale sia praticamente scomparsa in quasi tutti i paesi, come un addolcimento dei costumi sotto il segno dell’umanitarismo.

Per completezza vanno però registrate alcune voci isolate tra i teologi, che auspicano che la dottrina ufficiale della chiesa si evolva, fino a prendere esplicitamente posizione contro la pena di morte 86. Come tutti gli oppositori della pena di morte, questi esponenti del pensiero cattolico considerano non probanti gli argomenti con cui se ne prospetta l’utilità sociale. A loro avviso, alla pena capitale non può essere riconosciuto né un valore esemplare, né retributivo (nel senso della vindicatio, cioè del ripristino dell’ordine violato), né difensivo per l’ordine sociale, né tanto meno correttivo o «medicinale» nei confronti del reo. Ma soprattutto l’avversano perché la considerano contraria allo spirito dell’insegnamento di Gesù. Nello spirito del Regno di Dio, quando l’ordine è violato non si restaura facendo cadere il rigore del giudizio sul reo, ma moltiplicando D bene. L’atteggiamento di Gesù nei confronti dell’adultera (cfr. Gv 8,1-11),

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condannata alla lapidazione dalla legge, ma salvata dal messia affinché impari a vivere secondo l’amore, è la fonte del «diritto evangelico» per le creature nuove del Regno. Annunciando questa possibilità la chiesa si distanzia dalla logica degli ordinamenti giuridici con cui viene regolata la convivenza civile. La sua prospettiva è quella della profezia, in dipendenza da quella vita nuova di cui Gesù è il profeta.

La possibilità di un’evoluzione della dottrina della chiesa, nel senso di riconoscere l’inconciliabilità tra l’accettazione della pena di morte e lo spirito del Vangelo, deriva dal principio teologico stabilito dal Vaticano II, secondo cui la comprensione della rivelazione cresce con «l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali» (Dei Verbum, 8). La comprensione che i cristiani hanno oggi della persona e dell’insegnamento di Gesù — soprattutto del suo messaggio di non violenza —, nonché la testimonianza vissuta di molti suoi discepoli, potrebbero portare a rinnovare una dottrina ecclesiastica tradizionale, nel senso di un’evoluzione nella continuità. Nel frattempo ambedue le opinioni — tanto quella di coloro che considerano la pena di morte armonizzabile con lo spirito cristiano, tanto quella di coloro che la escludono ― rimangono moralmente probabili.

6.2. Il suicidio

Anche il suicidio è una morte inflitta: non è il potere giudiziario che la decide e l’eseguisce, ma il vivente stesso che la commina a se stesso. Alcuni fattori hanno contribuito a dargli un rilievo di attualità, tanto agli occhi degli studiosi del comportamento umano, quanto a quelli dei moralisti cristiani. L’analisi del comportamento suicidiario con gli strumenti analitici offerti dalla psicologia e dalla sociologia ha sconvolto gli approcci esclusivamente filosofico-etici, facendo emergere dimensioni di questo comportamento che sfuggivano alle valutazioni aprioristiche 87. In particolare, la possibilità di prendere una decisione «razionale» di commettere il suicidio è tutt’ora oggetto di animato dibattito. Un altro importante motivo di attualità va ricercato nelle trasformazioni culturali

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relative al morire, a seguito delle quali il porre fine deliberatamente alla propria vita, come mezzo estremo per sottrarsi a trattamenti medici disumanizzanti, ha acquisito una nuova legittimazione nell’opinione pubblica. Rinviando al capitolo sull’eutanasia la trattazione dei limiti da riconoscere al diritto del paziente di rifiutare il trattamento, ci limitiamo qui a considerare unicamente i casi in cui positivamente e deliberatamente il paziente terminale ricorre al suicidio per affrettare la conclusione del suo processo vitale.

Il pensiero dell’etica cristiana sul suicidio va differenziato, a seconda che si consideri il principio astratto o l’aspetto esistenziale-concreto delle persone che prendono tale decisione. Dal punto di vista formale, il suicidio è sempre proibito. Questo è il messaggio che la costante lettura esegetica ha tratto dalle fonti che trasmettono la rivelazione ebraico-cristiana. La Bibbia contiene il racconto di alcuni suicidi, commessi da personaggi della storia santa, talvolta senza una particolare enfasi di condanna morale (Saul e il suo scudiero si trafiggono con la propria spada per non cadere in mano ai nemici: 1 Sam 31,3-5; Ahitofel si impicca dopo il fallimento del suo intrigo politico; 2 Sam 17,23; Sansone fa crollare il tempio addosso a sé e ai Filistei: Giud 16,23-31; il sacerdote Razis viene addirittura lodato, perché «scelse generosamente di morire piuttosto che cadere in mani criminali e subire oltraggi indegni della sua nascita»; 2 Macc 15,42). Tuttavia la tradizione ebraico-cristiana è unanime nel ritenere che il suicidio è contro la volontà di Dio. Ci si riferisce, sia alla volontà positiva espressa dal comandamento «non uccidere» (Es 20,23) o dalla punizione per chi versa il sangue umano (cfr. Gen 9,5-6: nell’uno come nell’altro caso, la proibizione di attentare alla propria vita è vista come inclusa nella proibizione generale, che non è accompagnata da specificazioni), sia alla volontà di Dio implicita nel fatto stesso della vita. La vita è concepita teologicamente come un dono; il «comandamento» di vivere — cioè, di volere la vita — è contenuto nel fatto stesso di essere stato posto in vita. La sovranità di Dio sulla vita del singolo fonda in tutta la tradizione religiosa monoteistica la proibizione del suicidio. Nei termini della morale dell’alleanza, caratteristica della rivelazione ebraico-cristiana, il suicidio sottrae unilateralmente, per iniziativa umana, un partner al dialogo della salvezza.

A queste argomentazioni di natura religiosa, accessibili solo a chi si muove nell’universo della fede, vanno aggiunte quelle di tipo tradizionale, elaborate sia dai teologi che dai filosofi dell’Occidente. In tale prospettiva il suicidio è proibito dagli obblighi che l’individuo ha verso gli altri e la comunità: è l’argomentazione che Tommaso d’Aquino mutua da Aristotele: ogni essere umano è parte di un gruppo sociale; uccidendo se stesso, l’individuo priva la communitas delle proprie risorse e offende gli altri

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membri del gruppo (cfr. S. Th. II-II, 64, 5). Il suicidio è dunque ingiusto in quanto viene ad essere una «iniura communitati».

Un altro argomento che si ritrova nelle discussioni sulla moralità del suicidio è la sua condanna in nome degli obblighi verso se stesso. Nella medesima trattazione S. Tommaso si appella anche al fatto che la vita è un bene naturale, che la persona ha un istinto naturale per la vita, e che perciò abbiamo l’obbligo di preservare la nostra vita. La proibizione del suicidio viene così radicata nella «legge naturale».

Nelle formulazioni dottrinali più recenti il suicidio è condannato in quanto azione «contro la vita». Così nella Gaudium et spes del Vaticano II il suicidio volontario è elencato insieme agli altri comportamenti contro la vita; nel loro insieme sono valutati come «vergognosi»; di essi il documento conciliare afferma che «mentre guastano la civiltà umana, ancor più inquinano sia coloro che così si comportano, che quelli che li subiscono; e ledono grandemente l’onore del Creatore» (n. 27). Gli obblighi verso se stessi, verso gli altri membri della comunità e verso la sovranità di Dio, che rendono immorale il suicidio, vengono così fusi in una visione unitaria.

Quando dal livello astratto o dei principi si passa alla considerazione del suicidio nella sua fattualità concreta, ci si imbatte nella valutazione del carattere morale delle persone che commettono il suicidio. Mettere fine alla propria vita può essere — nelle circostanze in cui può venirsi a trovare una persona — un atto umano, o addirittura lodevole? La tradizione occidentale, sia quella religiosa che quella filosofica, ha condannato i suicidi, valutando il loro atto come non riscattabile da alcun motivo nobile. Anche il suicidio per la tutela di valori superiori — come quello di alcune donne che, secondo i racconti agiografici, si sono date volontariamente la morte per evitare un’offesa alla loro virtù — non ha riscosso l’approvazione di tutti gli autorevoli scrittori cristiani dell’antichità. Alcuni hanno inneggiato alla loro virtù eroica; altri, come S. Agostino, le hanno presentate come modelli da non imitare. Le disposizioni ecclesiastiche che privavano i suicidi di riti e onori funebri normalmente attribuiti ai defunti avevano un intento pedagogico, volendo inculcare la riprovazione morale del suicidio.

Oggi la conoscenza delle radici socio-psicologiche del suicidio ha attutito la durezza del comportamento verso i suicidi; anche la valutazione morale di fondo in alcuni casi è soggetta a ripensamento. La sensibilità contemporanea è particolarmente provocata da alcune forme di suicidio che rappresentano una rinuncia alla vita per motivi idealisti — altruistici, fino quasi a configurare una specie di «suicidio d’amore». Particolarmente apprezzato è il comportamento di chi fa del proprio sacrificio della vita un’arma di lotta politica, nel senso della liberazione degli

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oppressi. In tale chiave vanno letti gesti dimostrativi clamorosi, come il suicidio di Jan Palach in Cecoslovacchia, dei bonzi in Vietnam o dei prigionieri politici in Irlanda, mediante lo sciopero della fame a oltranza. I criteri morali con cui valutare questi suicidi sono quelli che trovano applicazione nella lotta violenta: perché di questa si tratta; anche se la violenza è rivolta verso se stessi, piuttosto che verso altri.

Un capitolo aperto di particolare attualità è quello relativo all’obbligo di prevenire il suicidio. Si dibatte se esista il dovere morale di salvare la vita di un altro essere umano contro la sua volontà. In questi casi entrano in conflitto due specie di obblighi: quello di difendere la vita e quello di rispettare la libertà; mentre il primo giustifica l’intervento, il secondo richiede la non interferenza (nel caso che sia moralmente certo che la decisione suicidiaria sia presa in effettiva libertà, e non sotto costrizione). Solo poche voci isolate propongono la libertà di commettere il suicidio come condizione per salvaguardare la dignità umana. In genere l’Occidente ha dato la preferenza al primo obbligo; in passato mediante le argomentazioni religiose che abbiamo prima passato in rassegna, oggi prevalentemente con motivazioni secolari, ivi compreso il principio giuridico secondo cui il diritto alla vita va inteso come un diritto «assolutamente indisponibile», tutelato dallo Stato anche contro la volontà dell’individuo.

Con particolare mitezza si tende oggi a valutare i tentativi di suicidio di persone che intendono sfuggire ai dolori intollerabili e a trattamenti disumani in certe condizioni di malattie terminali. In tutti questi casi non sussiste, dal punto di vista della morale cristiana, alcun valido motivo per riformulare il giudizio da portare sull’illeceità di ogni attentato contro la propria vita. La funzione che può avere nel contesto attuale tale riaffermazione cristiana è quella di portare a riflettere, in termini positivi, sul significato profondo dei gesti suicidiari. Essi possono essere letti come una disperata invocazione perché si presti attenzione alle persone in stato di sofferenza estrema, si offra aiuto, si condivida solidarmente.

La prevenzione del suicidio in termini cristiani non si riduce a misure costrittive (come l’alimentazione forzata o il controllo istituzionale). Si estende piuttosto alla modifica di quelle forme più generali di malessere, le cui radici vanno fatte risalire all’organizzazione della convivenza sociale, che possono condurre a giudicare la propria vita come invivibile.

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7. L’eutanasia

7.1. La chiesa e il diritto a morire umanamente

Tra le numerose singolarità che ha assunto il morire oggi, acquista un particolare rilievo l’impegno della chiesa per assicurare il diritto a una morte «umana». Per la sua propria natura e funzione, infatti, la chiesa sembra chiamata a un altro compito: quello di adoperarsi per rendere possibile una morte «religiosa» ai credenti. Di fatto, per lungo tempo, è stato così. L’azione dei ministri della chiesa e dei religiosi aveva come principale connotazione la funzione pastorale, in armonia con una visione antropologica soprannaturale, che vede l’uomo come destinato alla vita eterna e attribuisce al momento della morte un valore incomparabile. La morte fissa infatti per sempre la sorte spirituale dell’uomo: questo il motivo del particolare interesse, tanto dottrinale che pratico, che la chiesa ha sempre avuto per la morte. La preparazione alla morte ha costituito, fino a un’epoca molto recente, un cardine della predicazione e della devozione privata. Il cristiano viveva per morire, e moriva per la vita eterna. Il sacerdote era lo specialista della morte, in quanto cerniera tra la vita terrena nel corpo e «l’altra vita». L'ars moriendi, come genere letterario, ha goduto un’estrema diffusione e popolarità dalla fine del medioevo fino all’epoca moderna inoltrata. La «buona morte» che il credente si augurava e che i ministri della chiesa intendevano facilitare, era la morte «cristiana». In armonia con la morte di Gesù, essa era vissuta nella prospettiva del Regno di Dio (del paradiso), come momento di suprema unione con Dio, in un atteggiamento penitenziale, nonché nell’abbandono filiale alla volontà del Padre (cfr. Mt 26,42; Lc 23,46).

Senza rinnegare questa prospettiva, oggi vediamo però piuttosto la presenza della chiesa su un fronte nuovo: quello della difesa e della promozione della qualità «umana» della morte. Ciò presuppone un giudizio antropologico-etico che qualifica le modalità culturali che ha assunto oggi la morte come «disumane». Il giudizio di valore non è riferito solo alle distorsioni che subisce l’essere umano, nella sua natura e nel suo destino, quando è amputato di ogni riferimento alla trascendenza e allo spirito. Anche in un orizzonte laico e immanentistico il morire è diventato disumano, cioè violento e deformato; risulta «innaturale» anche se lo si valuta col metro di un’antropologia non religiosa. L’ampliamento delle possibilità terapeutiche, grazie all’uso sistematico della tecnologia da parte della medicina moderna, non è senza ambivalenza. In regime di medicalizzazione intensiva, si è modificata la durata della morte. I progressi della medicina continuano ad allungare il processo del morire. Al limite, esso tende a dipendere dalla volontà del medico, che deve decidere

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se mettere in atto, tenere in funzione o arrestare le complesse apparecchiature della rianimazione artificiale. Il morente non è più che un povero oggetto privo di volontà, e spesso di coscienza. Il personale ospedaliero può prevedere l’ora della morte, ma la regola a cui si attiene è quella della dissimulazione. La conoscenza completa e condivisa della propria sorte da parte del malato grave è un caso eccezionale. I segni della morte sfuggono al malato; i medici e le infermiere, che sono in grado di interpretarli, preferiscono nasconderglieli. Il morente non ha più uno «status» sociale. L’assistenza tecnologica prolunga l’esistenza dei malati, ma non li aiuta a morire.

Gli interrogativi etici e antropologici che si affastellano sulla fase terminale della vita sono stati così riassunti in una dichiarazione della conferenza episcopale tedesca: «Quando deve essere combattuta ed evitata la morte, anche a un prezzo elevato? Quando è nostro compito di familiarizzarci con essa, di confrontarci con essa e di accettarla? Quali conseguenze ha tale discussione per una morte degna dell’uomo e per l’assistenza ai morenti? Tali domande si modificano alla luce della fede cristiana? Che senso conserva ai nostri giorni «l’arte del morire» della tradizione cristiana, quella che chiamavano l'ars moriendi?» 88.

Le questioni tradizionalmente considerate dalla morale medica relativamente alla fine della vita sono acuite dalla situazione medico-culturale attuale. Il compito della chiesa è quello di riaffermare i princìpi acquisiti, destinati a guidare l’azione in momenti comprensibilmente carichi di pathos e quindi facilmente esposti alle prevaricazioni dell’emotività. Il «no» inequivocabile all’eutanasia è il pilone portante della tradizionale difesa della vita terminale da parte della morale cattolica. La condizione attuale del morente domanda di procedere oltre, estendendo l’attenzione alle nuove articolazioni che assume la minaccia alla qualità umana della morte. In questo senso va intesa la presenza della chiesa sul fronte umanistico di un «diritto alla morte».

7.2. Il rifiuto dell’eutanasia attiva

Per eutanasia attiva — o positiva — si intende l’azione con cui, di propria iniziativa o su richiesta dell’interessato, si pone fine a una vita umana. Storicamente il termine godette di una sinistra popolarità quando fu formulato come punto programmatico del progetto sanitario nazista di eliminare le «vite senza valore» (lebensunwerte Leben). Oggi ricorre

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nel contesto delle modificazioni che ha assunto il morire per i progressi della medicina 89. Le deformazioni del processo naturale hanno portato alcuni a parlare di «distanasia», per contrapporvi l’«eutanasia» come programma correttivo. Secondo la recente Dichiarazione della s. Congregazione per la dottrina della fede in merito all’eutanasia (5.10.1980), «nella società moderna, nella quale non di rado sono posti in causa gli stessi valori fondamentali della vita umana, la modificazione della cultura influisce sul modo di considerare la sofferenza e la morte; la medicina ha accresciuto la sua capacità di guarire e di prolungare la vita in determinate condizioni, che talvolta sollevano alcuni problemi di carattere morale. Di conseguenza, gli uomini che vivono in un tale clima si interrogano con angoscia sul significato dell’estrema vecchiaia e della morte, chiedendosi conseguentemente se abbiano il diritto di procurare a se stessi o ai loro simili ‘la morte dolce’, che abbrevierebbe il dolore e sarebbe, ai loro occhi, più conforme alla dignità umana».

Dopo aver specificato che per eutanasia si intende, in senso stretto, «un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore», l’autorevole documento ripete la condanna, in linea con la costante tradizione della morale cattolica, di interventi di tale natura. «Niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di un’offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità. Il documento prosegue precisando che ragioni di ordine affettivo — come il dolore prolungato e insopportabile — possono indurre qualcuno a ritenere di poter legittimamente chiedere la morte o procurarla ad altri. In tali casi la responsabilità personale può essere diminuita o perfino non sussistere; tuttavia l’errore di giudizio della coscienza — fosse pure in buona fede — non modifica la natura dell’atto omicida, che in sé rimane inammissibile per la morale cattolica. Anche se ci si deve astenere dal giudicare coloro che, in casi limite, siano stati indotti dalla compassione a porre fine a una vita ritenuta intollerabilmente penosa, l’annuncio della chiesa rimane immutato.

Per questo motivo la chiesa è ostile a ogni tentativo di legittimare l’eutanasia mediante un testo di legge o dichiarazioni etiche provenienti

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da alte personalità. In un documento dei vescovi francesi viene messo in evidenza che dietro la domanda di eutanasia proveniente dal malato c’è sempre una richiesta angosciata di aiuto e di affetto, un bisogno di calore umano e soprannaturale. Il documento prosegue: «L’‘alleviate il mio dolore e ascoltatemi’ del malato è una domanda difficile da soddisfare. È più facile lasciare il malato alla sua solitudine e lasciarlo soffrire finché le sue sofferenze diventino intollerabili, intollerabili a lui e a quelli che lo circondano, e allora mettere fine alla sua vita. Una società che legittimasse l’eutanasia sarebbe senza dubbio una società che cerca di sfuggire a uno dei suoi doveri più elementari: quello della fraternità umana, con i più poveri tra i suoi membri. Per dei credenti l’accettazione dell’eutanasia significherebbe senza dubbio la paura di vivere questo mistero della presenza umana al morente, simbolo della Presenza stessa di Dio».

7.3. La lotta contro il dolore

La compassione, che induce alcuni a spingersi fino ad acconsentire alla morte di un altro essere umano, è provocata per lo più dalla visione delle sofferenze che accompagnano certe malattie allo stadio terminale. Quando la morale cattolica ha stabilito come punto invalicabile l’intangibilità della vita umana, non ha esaurito il suo compito. Per rendere possibile una morte «umana», bisogna che il dolore sia contenuto entro limiti sopportabili. La resistenza al dolore è una variabile culturale, oltre che individuale. Dipende dal livello di motivazione, dal significato che si attribuisce al dolore, nonché dall’atteggiamento sociale. Ora, è difficilmente contestabile che la civilizzazione tecnologica occidentale ha creato un clima in cui l’attribuzione di un senso al dolore è resa più ardua. Di conseguenza, la soglia psicologica di tolleranza del dolore si è abbassata.

Se guardiamo la situazione come si presenta dal punto di vista medico-sanitario, non notiamo un interesse a lenire le sofferenze del malato equiparabile a quello rivolto al prolungamento della vita. Mentre il rifiuto dell’eutanasia è un punto qualificante della deontologia medica fin dal giuramento di Ippocrate, l’impegno medico sul piano della lotta alla sofferenza è rimasto in qualche modo marginale nei progressi della medicina. Come osserva il documento dei vescovi francesi, «il problema dell’attenuazione delle sofferenze del malato, in realtà, è molto complesso e non basta, per risolverlo, una larga somministrazione di analgesici. La sofferenza umana non è, infatti, un puro fenomeno fisiologico: essa è nutrita dall’apprensione di vedere crescere il dolore e dall’angoscia di colui che si sente gravemente minacciato nel suo corpo. È per questo che per alleviare la sofferenza è richiesto di saper maneggiare i trattamenti

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(medicazioni che vanno dall’aspirina alla morfina, interventi chirurgici, irradiazioni...), ma anche di colmare l’ansietà o l’angoscia del malato. Ciò implica una relazione personale con lui. Ora, la relazione col malato grave è angosciante per il personale curante, tanto più se la morte è prossima o la sofferenza ribelle ai trattamenti».

Per quanto riguarda il trattamento del dolore, i punti essenziali della dottrina morale cattolica comprendono: liceità ma non obbligatorietà del ricorso ai mezzi atti a lenire il dolore; liceità del ricorso ad analgesici che portano anche alla perdita della coscienza, purché questo mezzo sia giustificato da un intento terapeutico; accettazione di trattamenti antalgici che hanno come effetto secondario quello di abbreviare la vita, purché motivi veramente gravi lo giustifichino. Quanto al primo punto, la dottrina cristiana valorizza il dolore, soprattutto quello degli ultimi momenti della vita, attribuendogli un denso significato antropologico e salvifico. Senza tuttavia farne un idolo, perché non è il dolore in sé che purifica e salva, ma solo la grazia che produce l’amore. Spesso è stato indebitamente attribuita al cristianesimo la coltivazione malsana del dolore. Il «dolorismo» può essersi appoggiato al cristianesimo, ma non ne è un suo figlio legittimo. Sarebbe soprattutto illegittimo motivare con argomentazioni religiose l’eventuale dimissione del personale sanitario di fronte al compito di contenere il dolore e addolcire la fine dei pazienti. La posizione cristiana è quella di un giusto equilibrio tra il feticismo del dolore, che lo fa considerare come il valore supremo, e la fobia di esso, che lo identifica con il non-valore assoluto 90. Se è vero che il dolore costringe l’uomo a porsi nuovamente le questioni fondamentali del proprio destino, della propria posizione nei confronti di Dio e degli altri uomini, della propria responsabilità individuale e collettiva, del senso del proprio pellegrinaggio terreno (cfr. Pio XII, Ai partecipanti al Symposium sulle malattie delle coronarie, 9.5.56), d’altra parte è anche possibile costatare che il dolore aggrava lo stato di debolezza e di esaurimento fisico, ostacola lo slancio dell’anima, logora le forze morali e può fornire l’occasione di nuove colpe (cfr. Pio XII, Ai partecipanti al IX Congresso della Società Italiana di Anestesiologia, 24.2.1957). Il principio a cui si ispira la morale cattolica suona, nella formulazione di Pio XII: «Il paziente desideroso di evitare o di calmare il dolore può, senza inquietudine di coscienza, avvalersi dei mezzi trovati dalla scienza». Dal punto di vista pratico, vanno tenute presenti le indicazioni del documento della s. Congregazione per la dottrina della fede: «Non deve meravigliare se alcuni cristiani desiderano moderare l’uso degli analgesici, per accettare volontariamente

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almeno una parte delle loro sofferenze e associarsi così in maniera cosciente alle sofferenze di Cristo crocifisso (cfr. Mt 27,34). Non sarebbe tuttavia prudente imporre come norma generale un determinato comportamento eroico. Al contrario, la prudenza umana e cristiana suggerisce per la maggior parte degli ammalati l’uso dei medicinali che siano atti a lenire o a sopprimere il dolore, anche se ne possono derivare come effetti secondari torpore o minore lucidità. Quanto a coloro che non sono in grado di esprimersi, si potrà ragionevolmente presumere che desiderino prendere tali calmanti e somministrarli loro secondo i consigli del medico». (Dichiarazione della s. Congregazione per la dottrina della fede: Eutanasia, 5.5.1980).

L’uso intensivo degli analgesici pone dei problemi morali che sono già stati affrontati da Pio XII nel discorso del 24.2.1957, che costituisce una esaustiva trattazione dei quesiti religiosi e morali concernenti l’analgesia. Un primo problema è la liceità, dal punto di vista della morale cristiana, dei trattamenti che conducono alla privazione totale o parziale della coscienza di sé. Per quanto riguarda la soppressione o diminuzione della coscienza e dell’uso delle facoltà superiori, Pio XII applica gli stessi princìpi che regolano la soppressione del dolore. La narcosi risulta così «permessa dalla morale naturale e compatibile con lo spirito del Vangelo», quando è volta a un fine terapeutico: «preservare l’equilibrio psichico e organico; evitare il suo violento sconquasso, costituisce per il chirurgo e per il paziente un importante obiettivo, che la narcosi soltanto permette di ottenere».

Un caso particolare è costituito dall’uso degli analgesici presso coloro che sono afflitti da malattie incurabili, quando l’attenuazione dell’intollerabile dolore probabilmente si effettuerà a spese della durata della vita, che ne viene raccorciata. Nell’insegnamento morale di Pio XII, «se tra la narcosi e l’abbreviamento della vita non esiste alcun nesso causale diretto, posto per volontà degli interessati o per la natura delle cose (il caso sarebbe, se la soppressione del dolore non potesse essere ottenuta che con l’abbreviazione della vita); e se al contrario la somministrazione dei narcotici cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita, è lecita; bisogna ancora vedere se vi è tra i due effetti proporzione ragionevole, e se i vantaggi dell’uno compensano gli inconvenienti dell’altro». Entro questi limiti, e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali, la soppressione della coscienza per mezzo dei narcotici è permessa dalla morale cristiana al medico e al paziente: «l’ideale dell’eroismo cristiano non impone, almeno in modo generale, il rifiuto di una narcosi d’altronde giustificata, sia pure all’avvicinarsi della morte: tutto dipende dalle circostanze concrete. La risoluzione più perfetta

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e più eroica può trovarsi tanto nell’accettazione che nel rifiuto» (Pio XII, ibi). L’intera questione è ripresa ed esposta più incisivamente dallo stesso pontefice in un’allocuzione del 9.9.1958: «Se il moribondo acconsente, è permesso utilizzare con moderazione narcotici che ne allevieranno le sofferenze, ma porteranno anche a una morte più rapida; in tal caso, però, la morte non è direttamente voluta, ma è inevitabile, e motivi proporzionati autorizzano misure che ne affrettano la venuta».

Il documento dei vescovi francesi aggiunge, dopo il richiamo della posizione morale tradizionale, delle considerazioni relative alla pratica cosiddetta di «deconnessione», vale a dire l’uso di droghe che precipitano totalmente nell’incoscienza. Tali interventi sono qualcosa di intermedio tra il trattamento analgesico del dolore e l’eutanasia: viene provocata non la morte fisica, in quanto arresto delle funzioni organiche, ma una parte di essa, cioè lo spegnimento della coscienza. «Tali pratiche sono, in realtà, la confessione di un fallimento: significano che il personale curante non è riuscito ad alleviare il malato da sofferenze e angosce intollerabili per lui. Parlare di tali pratiche richiede molta prudenza: da una parte, perché la questione è delicata; dall’altra per non aumentare senza valida ragione il malessere e il senso di colpevolezza dei sanitari che le usano: è molto angosciante per essi rinnovare giorno dopo giorno fino alla morte le perfusioni che mantengono il malato nell’incoscienza. A parer nostro, oggi queste pratiche non dovrebbero essere né legittimate, né condannate. Non legittimate, perché le ricerche intraprese in alcuni centri mostrano che dovrebbe essere possibile alleviare la sofferenza del malato senza giungere a tali decisioni. E neppure condannate, perché oggi, considerata la mancanza di formazione del personale curante e l’organizzazione attuale dei centri ospedalieri, la deconnessione resta senza dubbio in certi casi la soluzione meno disumana».

7.4. La verità al morente

Gli atteggiamenti nei confronti del malato terminale si agglutinano intorno a due modelli prevalenti: quello che tende a nascondergli la prognosi e la realtà della fine imminente, e quello invece che favorisce la esplicita informazione del paziente. Mentre il primo modello è diventato caratteristico del personale sanitario, il secondo è promosso da quanti considerano il bene del malato in una prospettiva più ampia del solo prolungamento della vita fisica. Tradizionalmente l’opzione per la franca comunicazione della verità è stata rappresentata dai ministri della religione. Oggi anche dal campo delle scienze dell’uomo si alzano vive perorazioni a favore di un rapporto comunicativo col morente. Numerose ricerche

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empiriche, condotte da sociologi, antropologi culturali e psichiatrici, hanno dimostrato infatti gli effetti psicologici negativi del silenzio e dissimulazione sistematici nei confronti dei malati terminali. Per promuovere una migliore igiene mentale le scienze del comportamento si sono accinte a elaborare programmi di formazione del personale sanitario, sulla base delle conoscenze che si vanno acquisendo del processo psicologico del morire, al fine di provvedere un’assistenza totale al malato, anche quando non sussistono più speranze di vita.

Quest’opera può essere vista, dal punto di vista cristiano, come un indispensabile complemento dell'assistenza spirituale, che è compito della pastorale. La morale cristiana opta per la consapevolezza, e quindi per la comunicazione interpersonale che la rende possibile. Coerentemente alla sua visione antropologica, il cristianesimo considera la morte come il momento di massima realizzazione della libertà e della responsabilità umana; riconosce perciò al morente il diritto di conoscere la verità sul proprio stato, nella misura in cui voglia effettivamente conoscerla 91. Il problema della «verità» al malato grave non equivale però a quello di un partito preso aprioristico per una brutale comunicazione che «non c'è più niente da fare». La veracità non esaurisce le esigenze della verità, in senso cristiano. Queste comprendono in primo luogo l’amore, e quindi anche il rispetto dell’altro. La verità «umana» può domandare la gradualità, ed emerge solo all’interno di un dialogo. «Il problema fondamentale, quando la malattia prende fatalmente la via della morte, sta nella verità da dire al morente. Al riguardo, dire la verità non vuol dire fare delle dichiarazioni senza tatto e intempestive sullo stato del malato. Non consiste neppure nella diagnosi o nella prognosi circa il momento preciso della morte. Si tratta qui della capacità di colui che assiste di stabilire col paziente una relazione tale che questi sia in grado di chiedere informazioni sulle sue condizioni e di trarre le opportune conseguenze» (Conferenza episcopale tedesca: Morte degna dell’uomo e morte cristiana).

Il servizio ai morenti che svolge chi si ispira alla fede cristiana si radica in un clima di speranza: una speranza che va oltre la conclusione della vita terrena, nel legame di solidarietà reso possibile dall’amore fraterno.

NOTE

1 W.H.S. JonesHippocrates, London 1923, I, 291-297.

2 L. EdelsteinThe Hippocratic Oath: Test, Translation and Interpretation, in The Bull, of the History of Medicine, Suppl. 1, Baltimore 1948; Id., The Professional Ethics of the Greek Physician, in O. Temkin (ed.), Ancient Medicine, Selected Papers of Ludwig Edelstein, Baltimore 1967, 319-348. Sigerist, il fondatore della moderna storia della medicina, si è occupato a più riprese del giuramento e dell’ethos ippocratico. Segnaliamo i riferimenti principali: H.E. Sigerist, Grosse Aerzte, Eine Geschichte der Heilkunde in Lebensbildern, München 1923; Id.. «On Hippocrates», in Bulletin of the Hist. of Medicine 2 (1934) 190-214, ripreso nella raccolta On the History of Medicine, N. York 1960, 97-119; Id., Die Heilkunst im Dienste der Menschheit, Stuttgart 1954. La trattazione più completa è quella che Sigerist riserva a Ippocrate nella monumentale storia della medicina, progettata in otto volumi, ma che la morte gli impedì di portare a termine: A History of Medicine, vol. II: Early Greek, Hindu and Persian Medicine, N.Y. 1961.

3 Tradizionalmente l'ethos medico espresso dal giuramento è individuato nella difesa della vita o della salute. «Come lo sportivo di Maratona aveva il dovere di portare e difendere la fiamma olimpica, così il medico ippocratico ha il dovere di difendere la fiamma della vita. Se anche nella casistica terapeutica Ippocrate non è aggiornato, sui princìpi necessari, oggi come allora, egli è di un’attualità morale sorprendente e imprescindibile: medico vuol dire sacerdote della vita; ad altri, se occorre, il compito, a volte il dovere di limitare la vita. A noi quello di facilitarla, di difenderla e di salvarla»: L. Gedda, Il giuramento di Ippocrate oggi, Roma 1954, p. 19.

4 W.H.S. JonesThe Doctor’s Oath: an essay in the history of medicine, Cambridge 1924. Vedi anche l’introduzione alle opere di Ippocrate, cit. n. 1.

5 H.E. Sigerist, A History of Medicine, cit., p. 303.

6 Cfr. L. EdelsteinThe Hippocratic Oath, cit.

7 Cfr. Gregorio di Naz., PG XXXV, col. 767 A: Girolamo, Epist. 52, 15 PL XII, col. 539.

8 Vedi specialmente H.E. Sigerist, On Hippocrates, cit.

9 Per il medico che arrivava come straniero il modo migliore per guadagnare la fiducia era di fare una prognosi corretta. Ciò rende ragione, secondo Edelstein, della posizione centrale che ha la prognosi nella medicina ippocratica.

10 Seguiamo soprattutto il saggio di L. Edelstein, The Professional Ethics of Greek Physician, cit.

11 Cfr. i risultati del colloquio di Strasburgo, tenuto nell’ottobre 1972: La collection hippocratique et son rôle dans l’histoire de la médecine, Leiden 1975. La stessa attenzione è presente in W.D. Smith, The Hippocratic Tradition, Ithaca-London 1979.

12 Una visione d’insieme, basata sull’analisi di un certo numero di trattati composti dal V al XII sec., nel saggio di L.C. Mac Kinney, Medical Ethics and etiquette in the early Middle Ages: The persistance of hippocratic ideals, in C.R. Burns (ed.), Legacies in ethics and medicine, New York 1977, 173-203.

13 Il giuramento modificato in senso cristiano è riprodotto in tre codici. Due di essi — l’Urbinate 64 della Bibl. Vaticana e l’Ambrosiano B113 — dispongono il testo in modo che ne risulti una croce. La cristianizzazione del giuramento di Ippocrate risulta così anche graficamente. Queste versioni del giuramento sono state pubblicate per la prima volta da W.H.S. Jones, The Doctor's Oath: an essay in the history of medicine, Cambridge 1924.

14 Per riferimenti più dettagliati, cfr. D. Konold, Codes of medical ethics, in Encyclopedia of medical Ethics, N.Y. 1978, I, 162-171. Per riferimenti più dettagliati, cfr. D. Konold, Codes of medical ethics, in Encyclopedia of medical Ethics, N.Y. 1978, I, 162-171.

15 Gravitz (ed.), Hippokrates, Gedanken ärztlicher Ethik aus dem Corpus Hippocraticum, Prag. 1942.

16 La discussione sul ruolo giocato dalle organizzazioni professionali dei medici nel realizzare la politica sanitaria del Terzo Reich comincia solo oggi, dopo un silenzio di parecchi decenni. Il «Gesundheitstag» tenutosi a Berlino nel maggio 1980 ha scelto, per la prima volta, come tema di discussione il rapporto tra medicina e nazionalsocialismo. Un’attenzione particolare è andata all’etica professionale come ideologia vincolante che ha messo i medici a servizio del regime. Cfr. gli atti dell’assemblea: G. Baader e V. Shultz (ed.), Medizin und Nationalsozialismus. Tabuisierte Vergangenheit-Ungebrochene Tradition? Berlin 1980.

17 E. Luther e B. Thaler (ed.), Das hippokratische Ethos. Untersuchungen an Ethos und Praxis in deutschen Aerztenschaft, Halle (Saale) 1967.

18 L. EdelsteinThe Professional Ethics, cit. Nella nota 43 adduce abbondante materiale a sostegno della sua tesi.

19 E. Luther e B. Thaler, cit., p. 156.

20 H.E. SigeristDie Heilkunst im Dienste der Menschheit, Stuttgart 1954.

21 Th. PercivalMedical Ethics, or a Code of Institutes and Precepts Adapted to the Professional Conduct of Physicians and Surgeons, London 1803. L’opera è stata ristampata nel 1975 con un’introduzione storica di C.R. Burns dedicata a Percival come prodotto dell’illuminismo.

22 Jeffrey L. BerlantProfession and Monopoly: study of Medicine in the United States and Great Britain, Berkeley 1975.

23 R. SavatierDéontologie, in Encyclopaedia Universalis, Paris 1971, vol. V, pp. 436-439.

24 Sul «Popular Health Movement» cfr. R.H. ShyockMedicine in America: Historical Essays, J. Hopkins Press 1966; J. Kett, The Formation of the American Medical Profession: The Role of Institutions, 1780-1860, Yale University Press 1968; più brevemente, e da un’ottica femminista: B. Ehrenreich - D. EnglishWitches, Midwives and Nurses. A History of Women Healers, The Feminist Press, New York 1974.

25 Cfr. D. KonoldCodes of Medical Ethics, in Encycl. of Bioethics, New York 1978, I, 162-171.

26 G. Caro, La médicine en question, Paris 1974, p. 58.

27 Cfr. H. Cleempoel, «De la déontologie médicale à une étique de la santé», in Aa.Vv., Pour une politique de la santé, Bruxelles 1968, pp. 101-105.

28 Cfr. V.W. Sidel e R. SidelServe the People, New York 1973.

29 Cfr. C.P. SporkenDarf die Medizin, was sie kann? Probleme der medizinischen Ethik, Düsseldorf 1971.

30 Per una panoramica degli aspetti fenomenologici socio-culturali che hanno fatto crescere l’esigenza di un riferimento più articolato con i valori e le norme morali, cfr. A. Autiero - G. Mattai, Medicina e società, in L. Lorenzetti (ed.), Trattato di etica teologica, vol. 3, Bologna 1980, pp. 279-309.

31 W.T. ReichEncyclopedia of Bioethics, vol. 1, New York 1978, p. XIX.

32 Su questa definizione di salute U. Eibach, Salute e malattia, in Aa. Vv., Chiamati alla libertà, Roma 1980, pp. 205-234, sviluppa riflessioni antropologiche ed etiche sul concetto e sul senso di salute e di malattia.

33 Tra le numerose pubblicazioni dedicate alla situazione americana, cfr. soprattutto R.M. Veatch (ed.), The Teaching of Medical Ethics, New York 1973; una rassegna della situazione che comprende anche l’Europa in S. Spinsanti, La formazione etica del medico: nuovi orientamenti, in Laboratorio di scienze dell’uomo 1 (1981) 81-86; 2 (1981) 197-200.

34 Cfr. R.M. VeatchMedical ethics education, in Encycl. of Bioethics, vol. II, 873.

35 La teoria più elaborata sul processo decisionale in medicina (medical decision making) è quella di E.A. Murphy, The logic of Medicine, Baltimore 1976; cfr. anche D.V. Lindley, Making decision, New York 1971. Mentre in passato l’etica medica si è espressa in termini sillogistici, ora si preferisce ripensarla nel quadro di una teoria più generale della decisione probabilistica. Sia i benefici (sollievo da un’infermità, bellezza, fecondità, accresciuto senso del benessere), sia le penalità (perdita della vita, dolore, infermità, vergogna, perdita di denaro ecc.) possono essere condensate in una formazione matematica delle variabili sulle quali la decisione deve basarsi. Alla formula matematica che ne deriva si dà il nome teorico di cost function. Se il costo eccede il beneficio, il trattamento non sembra autorizzato.

36 I principali interventi sono raccolti nel volume Pio XII: Discorsi ai medici, Roma 1963. Praticamente tutti i punti nevralgici della morale medica sono stati trattati da Pio XII: il valore e l’inviolabilità della vita umana in riferimento all’aborto, alla contraccezione e alla sessualità coniugale; la fecondazione artificiale; la sterilizzazione; i limiti nella ricerca e nella sperimentazione sull’uomo; la chirurgia in rapporto alle mutilazioni anatomiche e funzionali; la rianimazione e i problemi dell’analgesia; il parto indolore; problemi etici della neuropsicofarmacologia; princìpi di morale applicati alla psicoterapia.

37 «Queste direttive proibiscono quei procedimenti che, allo stato attuale di conoscenze, sono riconosciuti come chiaramente erronei. I valori morali assoluti di fondo che queste direttive sottolineano non sono soggetti a cambiamento, benché possano essere modificate delle particolari applicazioni, nella misura in cui la ricerca scientifica e lo sviluppo teologico schiudono nuovi problemi o gettano una nuova luce su quelli vecchi»: il preambolo delle direttive statunitensi riflette un approccio della problematica medico-morale secondo cui le decisioni mediche sono una diretta applicazione delle norme ecclesiastiche, ed escludono il pluralismo. Per un esame critico, con un utile raffronto con l’approccio diverso che anima la Guida Medico-Morale dei vescovi canadesi del 1970, cfr. B. Häring, Religious Directives in Medical Ethics, Roman Catholic Directives, in Enc. of Bioethics, cit., IV, 1431-1435.

38 Per un abbozzo sistematico della morale medica di Häring, con particolare attenzione al metodo e ai princìpi a cui si ispira, vedi B. Soane, The literature of medical ethics: B. Häring, in Journ. of med. ethics, 1973/3, pp. 85-92. Nella miscellanea in onore di P. Häring, Chiamati alla libertà, Roma 1980, si può consultare con utilità il saggio di P. Beretta, Sintesi e sviluppo della teologia di B. Häring, pp. 379-391.

39 B. Häring, Liberi e fedeli in Cristo, vol. III, Roma 1981, p. 13.

40 I due documenti sono riprodotti, con un commento, in S. Spinsanti, Umanizzare la malattia e la morte, Roma 19822.

41 J. PiagetLe jugement moral chez l’enfant, Paris 1932. [Tr. it., Il giudizio morale nel fanciullo, Firenze].

42 C. Hampden TurnerThe Radical Man, Cambridge (Mass.) 1970.

43 M. RokeachThe Open and the Closed Mind, New York 1960. Il dogmatismo per Rokeach compare sotto forma di «totalità cognitiva di idee e rappresentazioni, che sono organizzati in sistemi relativamente chiusi».

44 G. Davanzo, Obiezione di coscienza, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma 1973, pp. 676-681.

45 A.H. Maslow, Verso una psicologia dell’essere, Roma 1971. Tutto il libro, costruito sulle esperienze e i momenti più sani nella vita della gente comune, vuol dimostrare che gli esseri umani possono essere nobili e creativi, che sono capaci di seguire i valori e le aspirazioni più elevate.

46 I.T. Ramsey, Il linguaggio religioso, Bologna 1970; specialmente pp. 17-76.

47 Ampia documentazione in G.P. Cabanel, Médecine libérale ou nationalisée?, Paris 1979. L’autore presenta un dossier in cui vengono passate in rassegna le soluzioni che hanno dato ai problemi della salute alcune delle grandi nazioni del mondo, adottando differenti sistemi sanitari. La Svizzera è presente come prototipo del liberalismo europeo; la Repubblica federale tedesca ha organizzato anche la salute secondo i princìpi dell’economia sociale di mercato; la Gran Bretagna e la Svezia hanno spinto l’intervento dello Stato quanto più potevano, senza violare i limiti posti dai principi della vita democratica; gli Stati Uniti hanno scandito il sistema sanitario sui princìpi fondamentalmente liberali che governano il paese; Russia e Cina rappresentano due esempi eminenti della scelta socio-politica antitetica a quella del liberalismo, affidando allo Stato la gestione del sistema sanitario. Il confronto tra le diverse risposte date da differenti sistemi economico-politici fa emergere quanto sia necessario che gli interventi tecnici, di competenza dell’economia politica, siano pensati nel contesto di un approccio umanistico del problema della salute. Anche dietro la politica sanitaria indoviniamo il profilo dell’etica, che ci invita a cercare risposte che tengono presente tutto l’uomo.

48 Uno dei segni dei tempi più promettenti in questo senso è la formazione di un vasto movimento di opinione che investe l’ospedale, così come nel più recente passato è avvenuto per la fabbrica e per la condizione della donna. I malati, che molto spessa sono afflitti più dalla rabbia per il trattamento umiliante che ricevono che dai loro mali fisici, non vogliono più essere dei «pazienti». Chiedono in primo luogo che cessi la violazione dei diritti umani nei luoghi adibiti alla cura. In questo spirito è sorto, per impulso del Movimento Federativo Democratico, un «Tribunale per i diritti del malato»: cfr. G. Quaranta, L’uomo negato, Roma 19823.

49 Cfr G. Crespy, «Maladie et guérison dans le N.T.», in Lum. et Vie, 86 (1968) 45-69.

50 Cfr. J. L’Hour, La morale dell’Alliance, Paris 1966.

51 Una buona sintesi degli studi storico-esegetici dei racconti di guarigione nei Vangeli in G. Crespy, La guérison par la foi, Neuchâtel 1952; Sulle implicazioni etiche del rapporto di Gesù col male fisico, cfr. S. Spinsanti, Etica cristiana della malattia, Roma 1971.

52 Il concetto latino di patientia esprime, secondo il suo valore etimologico, l’atteggiamento di disponibilità al dolore, che si estrinseca nell’accettazione e nella sopportazione del dolore. Invece l’equivalente greco — «hypomoné» —, usato nella traduzione greca dei Settanta e nel N.T., ha un significato prevalentemente attivo: cfr. G. Bornkamm, Geduld, in R.G.G,3, II, col. 1242; vedi anche C. Spicq, Patientia, in R.S.Ph.Th. 19 (1930) 95-106.

53 Gli aspetti apologetici e teologici del miracolo sono studiati correlativamente da L. Monden, Miracle, signe de salut, Paris 1963.

54 Un bilancio storico delle esperienze di guarigione carismatiche negli ambienti di lingua inglese della Riforma è offerto da L.D. Weatherhead, PsychologyReligion and Healing, New York 1951. Nella sua rassegna sul fattore terapeutico nelle religioni indugia soprattutto sulla Christian Science. Di contro a tanti abusi, tende a elaborare norme equilibrate per l’esercizio della funzione terapeutica nel cristianesimo.

55 Per il dono delle guarigioni, cfr. F. Mac Nutt, Il carisma delle guarigioni, Alba 1947; M. Scanlan, Inner Healing, N. York 1974; per una valutazione del movimento carismatico nel suo insieme, cfr. R. Laurentin, Il movimento carismatico nella chiesa cattolica. Rischi e avvenire, Brescia 1976.

56 La riflessione teologica più approfondita sul rapporto tra «salvezza» e «guarigione» è quella di P. Tillich, Systematic Theology III, Chicago 1963, pp. 277-282. Tratta dell’esistenza di una guarigione spirituale, della correlazione con altre vie di guarigione, e in particolare con quel genere di guarigione che nel linguaggio religioso è chiamata «salvezza». Si può ricondurre la trattazione molto articolata di Tillich a due princìpi: 1) L’impatto terapeutico della Presenza Spirituale non sostituisce le vie di guarigione valevoli nelle differenti dimensioni della vita. Nel campo della salute, della malattia e della guarigione si rende evidente l’unità multidimensionale della vita umana. Le differenti dimensioni che costituiscono l’essere umano non sono solo unite; sono anche distinte, e capaci di reagire con relativa indipendenza. Non c’è assoluta dipendenza nella dinamica delle differenti dimensioni, ma non c’è neppure un’assoluta indipendenza. Il grado in cui prevale l’unità o l’indipendenza decide il modo più adeguato di guarigione. Un approccio unilaterale alla guarigione deve essere risolutamente respinto; ma anche un approccio da più o da tutti i lati è inadeguato in alcuni casi. Anche quando vi fosse una linea di causa-effetto tra un comportamento peccaminoso e la malattia, la guarigione non è una questione di solo perdono, ma anche una questione di cure mediche e psicologiche. 2) Le altre vie di guarigione non possono sostituire il potere terapeutico dello Spirito. Ciò va tenuto presente soprattutto nei confronti della psicoterapia, che si è venuta a costituire come via di guarigione indipendente tanto dalla medicina quanto dalla religione. La pretesa psicoterapeutica di superare la negatività nella situazione esistenziale dell’uomo — ansia, colpa, disperazione, vuoto — può giungere fino a negare la linea verticale dell’incontro dell’uomo con la realtà.

57 Cfr. H.Y. VanderpoolMiracle and faith healing, in Encycl. of Bioethics, vol. III, pp. 1120-1125.

58 Il mito di Filottete è stato utilizzato da V.E. von Gebsattel, Der Bogen des Philiktet, per la sua riflessione antropologica centrata sulla persona.

59 Esauriente documentazione in J. Jeremias, Teologia del Nuovo Testamento: I. La predicazione di Gesù, Brescia 1972, pp. 199-205.

60 «Nell’atmosfera del tempo, il fatto che Gesù guarisse tutti i malati doveva passare per una specie di empietà: anche se non li guariva tutti in senso quantitativo e statistico, ne guariva di ogni sorta, di tutti gli ambienti, ed è questo che era scandaloso per i suoi avversari»: P. Bonnard, L’évangile selon St. Mathieu, Neuchâtel 1963, p. 52. Lo stesso Bonnard fa notare che questa e simili pericopi, in cui Gesù è rappresentato come guarente tutti in massa, indistintamente, hanno la funzione di ricordarci che Gesù aveva ricevuto la missione di esercitare il suo ministero presso il popolo intero, e non a beneficio di alcuni privilegiati o specialisti della vita religiosa. Questa prassi era in stridente contrasto con la teologia dei farisei e degli esseni (ibi, p. 224).

61 R.A. LambourneCommunityChurch and Healing, London 1965.

62 Cfr. Aa. Vv., Il sacramento dei malati. Aspetti antropologici e teologici della malattia, Torino 1975.

63 Cfr. Aa. Vv., Riforma sanitaria e comunità cristiana, Varese 1979. Sul volontariato segnaliamo: Volontariato d’ispirazione cristiana (a cura della Caritas italiana), Bologna 1979; A. Oberti, Il volontariato segno di liberazione, Roma 1978. Sulle forme di volontariato specificamente rivolte al settore socio-sanitario, R. Ziglioli, Volontariato socio-sanitario. Una proposta, Varese 1980.

64 La rimessa in discussione più radicale della medicina moderna è quella di I. Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Milano 1976. Con verve polemica l’accusa di operare un decurtamento antropologico, a seguito del quale gli stessi progressi tecnologici della medicina si rivoltano contro l’uomo stesso. I medici sono così accusati di costituire, in definitiva, una «professione mutilante», dal punto di vista della promozione della vita. In un’ottica analoga segnaliamo M. Wilson, La salute è di tutti, Roma 1980. Rileva che la medicina moderna, moltiplicando le specializzazioni e tecnicizzando la pratica terapeutica, tende a dimenticare il lato umano della cura della salute.

65 Cfr. H. van der Bruggen, Il malato protagonista sconosciuto, Roma 1980. Rivendica la necessità nella professione sanitaria di una visione sapienziale della malattia e della morte, che si instaura quando si considera la condizione di malattia come un evento specificamente umano, che domanda una risposta personalizzata. Utili considerazioni antropologiche ed etiche anche in G. Colombero, La malattia. Una stagione per il coraggio, Roma 1981. L’A. presenta la malattia in tutta la sua poliedrica complessità, come una modalità esistenziale della vita umana. Per il malato la malattia è una minaccia alla propria libertà; una sfida a riscoprire il corpo, che assume altre dimensioni; una provocazione rivolta all’identità psicologica; una minaccia di emarginazione sociale, che comincia con il trauma di trovarsi smarrito nei labirinti dell’ospedale; una crisi esistenziale, in cui bisogna spesso dare un nuovo contenuto alla speranza che animava il proprio progetto di vita; un sovvertimento di valori, che ha il suo riflesso anche nella vita religiosa. Mentre nel modello medico dominante la guarigione consiste nel «togliere il male» — vale a dire, nell’eliminare il sintomo —, in un modello antropologico allargato guarisce non colui a cui è tolta l’infermità, ma chi vive positivamente tutte le opportunità per la propria autorealizzazione umana e spirituale che la malattia gli offre.

66 Le istanze della medicina preventiva confluiscono oggi nel movimento che propone una concezione «distica» della vita e della salute umana: cfr. K.R. Pelletier, Holistic medecine, New York 1980.

67 Sulle percezioni sensoriali fetali e neonatali, vedi E. Herbinet e M.C. Busnel, L’aube des sens, Paris 1981. Una dettagliata rassegna delle ricerche recenti per conoscere la realtà fisiologica e psicologica della vita prenatale e della nascita si può trovare in A. Macfarlane, Psicologia della nascita, Torino 1980. Vengono prese in considerazione successivamente le varie tappe del processo della nascita: vita intrauterina, parto, i primi minuti del bambino, le sue conoscenze sensoriali, le prime fasi del processo di socializzazione. Il significato antropologico-spirituale di questi studi va individuato nel fatto che offrono un sostegno scientifico alla norma etica che esige un rispetto della vita umana fin dal suo primo formarsi.

68 Una documentata panoramica storica delle varie posizioni sull’aborto, seguendo la traccia della letteratura biblica, patristica e teologica, fino alle attuali discussioni intorno alla definizione di «essere umano», in P. Sardi, L’aborto ieri e oggi, Brescia 1975. Per quanto riguarda più specificamente il giudizio etico sull’aborto nell’area della teologia cattolica, vedi Aa. Vv., L’aborto nella discussione teologica cattolica, Brescia 1977. Un’utile antologia di documenti del magistero ecclesiastico, sia papale che episcopale, esposti in maniera sistematica, in G. Concetti, Il diritto alla vita, Roma 1981. Da tale volume attingiamo le citazioni di documenti magisteriali riportate nel testo.

69 Cfr. Aa. Vv., L’aborto nel mondo, Milano 1970. Sulla legislazione civile ed ecclesiastica relativa al procurato aborto, vedi Aa. Vv., Sul problema dell’abortoAspetti medico-giuridici, Milano 1975. Benché l’interruzione volontaria della gravidanza come comportamento sia antichissima, la letteratura scientifica sull’aborto ha carattere recente: alla conoscenza del profilo socio-psicologico dell’aborto si sovrappongono le prese di posizione morale. Una rassegna ragionata di bibliografia e metodologia in J. Kellerhals e W. Pasini, Perché l'aborto?, Milano 1977, pp. 78-95. Questo volume va segnalato come una delle poche ricerche che intendono mettere in luce i moventi che inducono la donna alla richiesta, talvolta ripetuta, di aborto.

70 Vedi D. Tettamanzi, La comunità cristiana e l’aborto, Bari 1975 e Aa. Vv., Obiezione di coscienza e aborto, Milano 1978. L’obiezione di coscienza regola il rapporto del sanitario cristiano con le leggi dello Stato che prevedono l’interruzione volontaria della gravidanza, ma non esaurisce il compito pedagogico che compete alla comunità cristiana. Il nucleo centrale di quest’ultimo va ravvisato nella creazione di una mentalità di accoglienza responsabile della vita.

71 Un giudizio morale più sfumato va portato sul cosiddetto «aborto terapeutico». La dottrina morale della chiesa ha sempre negato la liceità di un’interruzione della gravidanza per salvare la vita della madre. La Casti connubii a questo proposito si richiama esplicitamente al principio che non si può fare del male perché ne segua il bene. Quindi l’interruzione della gravidanza di un feto non vitale non può essere considerata una terapia lecita per la madre, anche quando sia l’unica che ne possa impedire la morte. Molti teologi protestanti, invece, giustificano l’interruzione della gravidanza, quando la salute della madre ne uscirebbe gravemente danneggiata. Va menzionata, tuttavia, la prudente posizione di P. Häring: «Non dovremmo opporci alla legislazione dello Stato pluralistico, che in questi casi lascia liberi i medici e le madri di decidere secondo la loro coscienza [...]. Per quanto le nostre convinzioni possano essere ben fondate, non dovremmo essere intolleranti al punto da provocare una reazione generale contro le posizioni cattoliche»: B. Häring, Liberi e fedeli in Cristo, vol. III, Roma 1981, p. 80.

72 La decisione procreativa, influenzata dalle conoscenze e dalle tecniche avanzate della genetica umana, è spesso accompagnata da una forte carica di ansia. Lo illustra lo studio sperimentale di J. FletcherThe Brink: The Parent-Child Bond in the Genetic Revolution, in Theological Studies 33 (1972) pp. 457-485. L’A. si riferisce al processo decisionale delle coppie attraverso i momenti cruciali; ricerca della consulenza genetica e decisione di amniocentesi; decisione successiva al risultato della diagnosi; decisioni dopo l'aborto, la sterilizzazione o la nascita del bambino. La diagnosi positiva di una devianza genetica scatena un sofferenza personale acutissima, congiunta per lo più con la decisione di aborto e di sterilizzazione.

73 Un fenomeno interessante è la reazione contraddittoria di molti che accettano il diritto della donna ad abortire, ma si oppongono a una sperimentazione che usi i feti espulsi. P. Häring vi vede una conferma del fatto che i sentimenti più profondi non accettano realmente la teoria che il feto è «nient’altro» che una cosa da manipolare: «La gente è particolarmente colpita se il medico considera un feto, ancora dotato di sensibilità dopo l’aborto, come un materiale da esperimento invece che come un paziente»: B. Häring, Medicina e manipolazione, Roma 1976, p. 152.

74 Fondamentali considerazioni antropologico-teologiche sono state sviluppate da K. Rahner, Il problema della manipolazione genetica, in Nuovi saggi, III, Roma 1969, pp. 337-385. Anche se Rahner intende la manipolazione genetica come riferita alla tecnologie riproduttive, l’impostazione teologica del problema è pertinente anche all’accezione attuale di manipolazione.

75 Per una valutazione delle nuove frontiere terapeutiche aperte della genetica alla luce della «sapienza» evangelica, vedi J.-M. Moretti e O. de Dinechin, Le défi génétique, Paris 1982, specialmente pp. 72-86.

76 La sperimentazione clinica, che qui prendiamo in considerazione, è di specie morale diversa rispetto alla sperimentazione cinica e selvaggia su esseri umani ad opera di medici e ricercatori del Terzo Reich. Alla fine della guerra tali orrori nazisti sono venuti alla luce e hanno provocato un forte shock nella coscienza di molti medici, che hanno visto tradito l'ethos tradizionale della loro arte. A seguito dell’emozione e della presa di coscienza della necessità di una severa regolazione in questo campo sono stati elaborati il Codice di Norimberga «sulle sperimentazioni mediche permesse» (1949) e la dichiarazione di Helsinky sulle ricerche cliniche (1964). Il testo completo di quest’ultima in B. Häring, Etica medica, cit., pp. 342-345.

77 L’ampliamento e l’integrazione del principio di totalità mediante il principio di carità ha avuto luogo nel campo della bioetica dapprima relativamente al problema dei trapianti e delle mutilazioni: cfr. G. Kelly, The morality of Mutilation: towards a revision of the Treatise, in Theological Studies, 1956, pp. 334 ss. L’applicazione del principio di carità si è rivelato risolutivo per numerose problematiche della morale medica. Vedi l’utilizzazione che ne fa E. Chiavacci, Morale della vita fisica, Bologna 1976, p. 70 e passim.

78 Per un approfondimento del problema dei trapianti vedi G. Perico, Trapianti (umani), in Dizionario encicl. di teol. morale, Roma 19743, 1162-1171 e A.L. Jameton, Organ Donation, in Enc. of Bioethics, 1152-1160. I princìpi della morale cattolica sui trapianti di organo sono stati posti dall’insegnamento di Pio XII: AAS 44 (1952) 779-789; AAS 48 (1956) 461-462.

79 Pio xi, Casti connubii, in AAS 22 (1930) 550 ss.

80 «Riteniamo che sia pienamente confermata l’opinione che la dottrina tradizionale sia ormai da respingere, e che ogni sterilizzazione a scopo penale o di difesa sociale debba essere combattuta come immorale: una legge del genere sarebbe «inhonesta» e perciò da disobbedirsi — come grave dovere di coscienza — da parte del suddito (giudice, poliziotto, esecutore) cattolico»: E. Chiavacci, Morale della vita fisica, cit., p. 76.

81 Secondo Häring, il massaggio finalizzato a ottenere dello specimen seminale a fini medici non dovrebbe essere etichettato come masturbazione. Cita, a conforto della sua tesi, l’autorevole opinione del Lexikon für Theologie und Kirche, pubblicato sotto gli auspici dei vescovi tedeschi: B. Häring, Religious Directives in Medical Ethics, in Encycl. of Bioethics, cit., p. 1433.

82 Per il profilo psicologico delle coppie sterili che desiderano figli mediante inseminazione artificiale o adozione si veda il numero monografico di Échanges 115 (1974): «Adoption? Insémination artificielle?» (specialmente l’articolo di G. Semenov-Ségur, Approche psychologique de la demande).

83 Il ricorso alle categorie classiche di natura e legge naturale per elaborare giudizi etici relativamente alla pratica dell’inseminazione artificiale non è condiviso da tutti i moralisti cattolici. Per R. Simon, Expérimentations et déplacements éthiques. A propos de l'insèmination artificielle, in Rech. Sc. Rel. 62 (1974) 515-539, la fecondazione artificiale e un luogo tipico per vedere in azione la «creazione morale» susseguente allo spostamento della problematica mediante tecniche innovative. La posizione di R. Troisfontaines, L’insémination artificielle. Problèmes éthiques, in Nouv. Revue Théol. 95 (1973) 764-778 è più in linea con la morale tradizionale, pur ispirandosi a criteri personalisti: accetta l’inseminazione omologa, ma rifiuta, come incompatibile con tale criterio, l’A.I.D.

84 Una documentazione del processo di crescita e chiarificazione teologica relativamente a questi temi è offerta da A. Valsecchi, Regolazione delle nascite. Un decennio di riflessioni teologiche, Brescia 19683.

85 Cfr. T. Spieler, Interesse dell’OMS per i metodi naturali di regolazione della fertilità. Valutazione clinica dell’efficienza del metodo dell’ovulazione, in A. Cappella (ed.), Liberi e responsabili collaboratori di Dio Creatore, Roma 1981, pp. 75-93. Cfr. T. Spieler, Interesse dell’OMS per i metodi naturali di regolazione della fertilità. Valutazione clinica dell’efficienza del metodo dell’ovulazione, in A. Cappella (ed.), Liberi e responsabili collaboratori di Dio Creatore, Roma 1981, pp. 75-93.

86 E. Chiavacci, Morale della vita fisica, cit., pp. 177 ss.

87 Il tentativo più riuscito di integrare gli aspetti empirici e fenomenologici del suicidio con quelli teologici è quello di A. Holderegger, Il suicidio. Risultati delle scienze umane e problematica etica, Assisi 1979. Ascoltando le conclusioni cui giungono le ricerche statistico-sociologiche, clinico-psichiatriche e psicodinamiche, il suicidio va considerato nella maggior parte dei casi la conclusione di un’evoluzione psichica che con buone ragioni può essere considerata morbosa. Per Holderegger, se un discorso filosofico leale sfocia nell’incapacità a prendere posizione, il punto di vista etico-teologico è chiaro: il disporre di sé appare giustificato come dono e sacrificio per la vita di un altro, mentre è ingiustificata la causazione diretta della morte per una situazione di carenza.

88 Il documento, insieme a quello analogo della conferenza episcopale francese, citato più sotto, è raccolto nel volume Umanizzare la malattia e la morte, Roma 1980, a cura di S. Spinsanti.

89 Una presentazione storica, giuridica ed etica dell’eutanasia in Aa. Vv., Morire sì, ma quando?, Roma 1977.

90 Tutta la questione del rapporto del cristiano con la malattia e il dolore è trattata per esteso in S. Spinsanti, Etica cristiana della malattia, Roma 1971.

91 Il morire come tema di prassi ecclesiale è affrontato da numerose pubblicazioni recenti. In rapporto al morire tipico dell’uomo contemporaneo la chiesa è chiamata a una funzione critica e a una proposta alternativa. Vedi Aa. Vv., La pastorale dell’uomo nell’ora della morte, Varese 1979; A. Mauder, L’arte di morire, Brescia 1976.

L’etica cristiana della malattia

Book Cover: L'etica cristiana della malattia

Sandro Spinsanti

L'ETICA CRISTIANA DELLA MALATTIA

Edizioni Paoline, Roma 1971

pp. 238

INDICE

pg

  7      Presentazione

 11     Introduzione

1. - PARTE STORICA

 25     Cap. Primo - L’atteggiamento morale del cristiano malato nelle opere ascetiche, parenetiche e                    pastorali

 49     Cap. Secondo - L’atteggiamento morale del cristiano malato nel Magistero pontificio

 73   Cap. Terzo - Il superamento dell'ascesi di accettazione

133     Excursus - Gli antecedenti storico-letterari dell’ascesi di accettazione

2. - PARTE SISTEMATICA

147     Cap. Primo - La malattia nell’etica creaturale

163     Cap. Secondo - La malattia nella morale pasquale:

163                     1) La malattia come segno nella storia della salvezza

177                     2) La vittoria di Cristo sul male nel mistero pasquale

201                     3) La vita pasquale del cristiano malato

223     Conclusione

227     Bibliografia

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PRESENTAZIONE

Le situazioni più comuni sono quelle delle quali sappiamo parlare meno bene di tutte le altre perché sono le più fondamentali e riflettono più ampiamente il mistero che avvolge la nostra esistenza. La malattia è una di queste; quando la vita è in crisi, il problema del suo senso e del suo valore si impone con drammaticità. Per il cristiano la sofferenza è stata anche un paradigma per decifrare il mistero della redenzione, da quando la Croce è stata innalzata come segno della definitiva vittoria sul male.

Per questo la teologia della sofferenza ha avuto sempre numerosi cultori. Ma spesso essa ha risentito del formalismo e della superficialità che accompagna ogni discorso fatto a tavolino e lontano quindi dall’esistenza.

Anche per il problema della malattia deve essere sollecitata nella Chiesa la riflessione degli interessati: la parola agli ammalati perché la Chiesa e la teologia acquistino un linguaggio autentico, che non risuoni vuoto, come spesso accade.

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Le riflessioni di Sandro Spinsanti vogliono appunto preparare questo evento: vogliono cioè indurre gli ammalati a prendere la parola nella Chiesa, perché la malattia venga vissuta come un momento di salvezza. Per fare questo egli ha liberato il campo da alcune interpretazioni parziali, che a volte hanno impedito alla teologia di cogliere il senso profondo della malattia. Esse si fondavano su una concezione parziale ed insufficiente della redenzione, giacché la riducevano alla soddisfazione offerta da Cristo al Padre per mezzo della sofferenza e della morte. La redenzione, invece, è molto di più: è il dono integrale della vita fattoci da Dio attraverso Cristo risorto. Senza resurrezione non vi sarebbe stata liberazione dell’uomo e noi saremmo ancora nei nostri peccati. Non avremmo speranza: e la malattia come ogni stato di sofferenza può essere vinta solo per la speranza.

È stata una tentazione frequente quella di costruire un tipo di teologia consolatoria, che, richiamandosi esclusivamente all’esempio di Cristo sofferente, esalta la malattia come un momento positivo in se stesso. Questa teologia, abbastanza facile da svilupparsi, sollecita un falso atteggiamento di rassegnazione, quando non mette in moto impulsi autolesivi.

In se stessa la malattia, come la povertà ed ogni altra privazione di beni vitali non sono positive. Il loro valore è funzionale: esse valgono solo nella misura in cui consentono di chiarire il mistero dell’esistenza,

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di valutare l’importanza o la relatività delle cose, di cogliere l’amore redentivo di Dio.

Per questo l’evangelizzazione dei sofferenti resta anche oggi un segno dell’opera messianica (Vaticano II, Ministero e vita sacerdotale, n. 6; cita Lc 4,18). Amare e quindi scegliere o desiderare la malattia è consentito solo per viverla come momento di salvezza, per condurre coloro che vi si trovano indipendentemente dalla loro volontà a credere nonostante tutto all’amore di Dio.

Soprattutto quando la malattia è frutto dell’errore degli uomini o del loro odio distruttore, la libera scelta di uno stato di sofferenza diventa la testimonianza concreta dell’amore redentivo di Dio. È l’annuncio concreto che: in qualsiasi condizione di male, di lotta o di sofferenza l’uomo si venga a trovare, l’amore di Dio è tale che può condurlo alla pienezza della vita.

Come ogni mistero anche quello della malattia non può essere definitivamente risolto in alcuni schemi e trasmesso per mezzo di formule redatte una volta per tutte: ogni generazione deve rinnovarne la scoperta e continuarne l’annuncio in forma nuova. La Chiesa sa che per comprendere il mistero di Cristo crocifisso e morto deve essere costantemente vicina a chi vive il dramma di ogni sofferenza. Ella sa che solo accanto a loro è possibile scoprire in modo autentico il senso dell’amore redentivo di Dio perché un giorno Gesù ha detto: «Tutto quello che voi avete fatto ad uno

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di questi miei fratelli più piccoli (ed erano gli ammalati, gli affamati, i carcerati: i sofferenti) lo avete fatto a me» (Mt 25,40). Finché non sarà chiara la ragione di questa identità, la malattia conserverà per sé il proprio segreto e solleciterà la nostra riflessione, presuntuosa, spesso e ribelle, a verificare queste misteriose parole, che certe situazioni vissute in autenticità rendono così suadenti.

Mi auguro che il libro di D. Spinsanti possa servire a questo scopo.

Carlo Molari

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INTRODUZIONE

Un lavoro sulla teologia morale della malattia è obbligato anzi tutto a rispondere a una domanda preliminare: è proprio necessario rivangare ancora un campo che non ha mai cessato di essere lavorato, aggiungere ancora un contributo alla letteratura sul dolore e la malattia, che è già immensa?

La ripresa di questa materia potrebbe trovare già una giustificazione nel desiderio di una trattazione rigorosamente teologica di un argomento che è lasciato, per lo più, o all’ascetica più retorica o alla parenesi più pietista.

Dobbiamo costatare, infatti, che la teologia scolastica si è poco occupata di ciò che costituisce il quadro reale e concreto della vita umana. Ci sarebbe moltissimo da dire sui silenzi della teologia...! Per farcene un’idea rifacciamo una esperienza tentata recentemente da un teologo che desiderava conoscere la dottrina che fornisse il significato cristiano degli impegni concreti

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della vita umana 1: andiamo cioè a sfogliare l’insieme monumentale del Dictionnaire di Théiologie Catholique, che — al dire del suo Direttore «abbraccia tutte le questioni che interessano il Teologo» 2.

Ebbene, che cosa vi troviamo a proposito del nostro argomento? A Souffrance: niente; a Maladie: un articolo che comincia con queste parole: «Sotto questo titolo raggruppiamo diversi casi di esenzione dalla legge, che il cattivo stato di salute comporta per i malati»!; a Mal: venticinque colonne di profonda trattazione filosofica...; a Salut: niente. «I silenzi del Dictionnaire de Théologie Catholique sono oggi sentiti come una sorprendente carenza» 3.

Un serio sguardo teologico, dunque, sulla condizione del cristiano malato e l’elaborazione di un’etica corrispondente sono acquisizioni relativamente recenti e bisognose di una rigorosa sistemazione.

Ma c’è anche un altro motivo che ci suggerisce di prendere in considerazione i problemi teologici e morali della malattia, in vista di una rielaborazione.

Infatti dobbiamo costatare che, almeno in

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certi ambienti, l’atteggiamento pratico nei confronti della malattia ha subito, negli ultimi decenni, un mutamento radicale: possiamo parlare addirittura di una rivoluzione nel porsi di fronte alla malattia.

La dimostrazione dettagliata di questo assunto è riservata al terzo capitolo della prima parte. Qui vogliamo solo riportare, a titolo di testimonianza significativa, due espressioni tipiche di questa evoluzione di mentalità e di atteggiamenti: una riguardante il punto di partenza e l’altra il punto di arrivo.

Le desumiamo ambedue dall’ambiente francese, che è stato senza dubbio il più sensibile a tale mutamento.

Come espressione tipica dell’atteggiamento dottrinale e pratico tradizionale nei confronti della malattia, riportiamo alcune espressioni tratte dal bollettino «Le Message. Organe mensuel de l'Apostolat des Malades», del giugno 1937.

Già la facciata stessa è chiaramente indicativa, in quanto riporta le condizioni richieste per far parte dell'Apostolato dei Malati: «1) Accettare umilmente le proprie sofferenze dalla mano di Dio; 2) sopportarle pazientemente in unione con Nostro Signore; 3) offrirle a Dio per la venuta del suo Regno».

Ma i dati più interessanti li desumiamo dai numerosi testi sulla malattia e la sofferenza riportati dallo stesso bollettino. Sono affermazioni

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delle personalità ecclesiastiche più rappresentative del momento e riflettono le idee e gli atteggiamenti più comuni nella Chiesa. Ne trascriviamo alcuni:

«La nostra religione ha veramente trasfigurato il dolore! Unendo le loro sofferenze a quelle del Cristo, i nostri cari malati danno loro un valore tutto divino e chiamano così su se stessi, sulla Chiesa, sul loro paese, tutte le benedizioni di Dio. Quale conforto, quale coraggio, quale gioia un tal pensiero può dare a quelli che soffrono!» (Card. Verdier).

«Beati quelli che sanno riconoscere che la sofferenza è buona. Beati quelli che sanno soffrire in unione con Gesù crocifisso» (Card. Tisserant).

«Il Salvatore, dopo la cruenta giornata del Calvario, ha cessato di soffrire. Ma, poiché l’opera redentrice deve prolungarsi fino alla consumazione dei secoli, egli ha voluto e si è preparato dei continuatori. Siete voi, cari Malati, che accettando, sopportando, offrendo la vostra perpetua e cruenta immolazione, siete questi privilegiati, che la scelta del Divino Amico onora infinitamente» (F. Rivière, Vescovo di Monaco).

«Amare e soffrire! Da un intenso amore verso Dio nasce l’amore della sofferenza. Beati quelli che soffrono, perché in ciò che essi hanno da patire rivive il Dio del Calvario e si illuminano di nuovo splendore le piaghe divine da cui viene la redenzione per tutto il genere umano. Preghiamo per quelli che soffrono e facciamo nostri i loro dolori, le loro torture, le loro agonie, per partecipare, in una certa misura, alle gioie della loro beatitudine» (Card. Salotti).

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Questo era il modo abituale di parlare dei malati e ai malati una trentina d’anni fa. Di qui la preoccupazione pastorale di aiutare i malati ad accettare la loro situazione e di incoraggiarli — come si esprime, nello stesso bollettino, il Card. Pacelli, a nome del Pontefice stesso — a «unirsi con una generosità sempre più grande al Cristo sofferente, facendo così della loro prova stessa uno strumento di fecondo apostolato».

Ascoltiamo ora la voce di un malato, Robert Philippe, in un recente articolo apparso su Témoignage, giornale dell’Azione Cattolica francese, intitolato «Un malato impegnato nell’azione temporale vi parla». Il fatto stesso che siano ora i malati a prender la parola e ad esigere che li si ascolti, prima di parlar loro, non è senza significato.

«Nella sua sfera, in cui ha tendenza a diventare prigioniero, il malato o infermo, ha di fronte problemi terribili.

Il malato non ha particolarmente bisogno che gli si parli della sua sofferenza; ciò di cui ha bisogno è di imparare a viverne.

E, forte di una certa esperienza (sono paralizzato da quattordici anni), credo di poter dire con molti dei miei compagni che la malattia e l’infermità, per colui o colei che ne è affetto, possono essere un potente e vigoroso appello all’azione e alla testimonianza».

Il malato-articolista passa allora a spiegare perché tale azione è richiesta: il mondo nel quale

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il malato si dibatte, non solo l’ignora, ma lo schiaccia, sia sul piano economico, sia sul piano assistenziale, sia sul piano dell’impiego professionale.

Bisogna cambiare questa situazione, ristabilire il malato e l’infermo nella loro dignità di uomini e di figli di Dio; a questo fine è necessario che i malati stessi si raggruppino e si organizzino.

«È certo bello trovarsi tra malati sul terreno dell’amicizia, dello scambio, del divertimento, perfino sul piano della spiritualità. Ma non bisogna restai lì, perché i malati e gli infermi sono degli uomini, di fronte a problemi d’uomo. È dunque da uomini che devono reagire. Non è più amicizia in vaso chiuso, dalle frontiere sbarrate, ma al contrario una porta spalancata sul mondo! Il malato e l’infermo non sono più fuori del mondo e fuori della città. Si sentono uomini e donne responsabili dei loro fratelli».

Non c’è bisogno di sottolineare la diversità di tono e di clima nei confronti delle esortazioni tratte dal bollettino dell’Apostolato dei Malati: sembra di essere in un altro mondo spirituale.

Eppure anche questa seconda testimonianza proviene da persone che vogliono vivere la propria malattia da cristiani, pur rifiutando ciò che abitualmente viene presentato come il modo cristiano di affrontare la malattia.

Che cosa è avvenuto, in questi ultimi decenni, nel mondo dei malati? Per quali vie si è arrivati a un superamento del modo abituale di vedere

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e di vivere cristianamente la malattia? Quali sono le esigenze che deve soddisfare una teologia morale della malattia che voglia essere in consonanza con l’attuale mondo dei malati? Si può trovare una prospettiva teologica che ci metta in grado di assumere le nuove esigenze e di operare una sintesi feconda con la parte più valida dell’atteggiamento tradizionale?

Questi interrogativi mostrano a sufficienza la necessità di riprendere in mano una materia che sembrava aver raggiunto la sua formulazione definitiva, ma che in realtà ha subito la sorte di tutte le cose viventi.

A questi problemi appunto il nostro lavoro vuol abbozzare una risposta.

Viene spontaneo notare il radicamento di questa nuova problematica della malattia nel contesto culturale della secolarizzazione.

Non voglio sostenere, con questo, che ci sia una dipendenza causale diretta della nuova spiritualità del malato dalla secolarizzazione. Ma è indubbio che l’uomo dell’età secolare è portato a vivere anche la sua malattia in modo sempre meno «religioso». Nel suo compito di rendere abitabile il mondo è inclusa anche la lotta a fondo contro tutti i condizionamenti negativi, tra i quali la malattia tiene il posto principale. È una lotta condotta mediante l’impiego di tutte le potenzialità fisiche e intellettuali di cui l’uomo dispone,

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nella esaltante costatazione che i limiti delle sue possibilità recedono ogni giorno di più.

L’uomo secolare può diventare il «secolarista», imprigionato da una ideologica concezione del mondo chiusa a ogni trascendenza 4, ma può anche diventare l’uomo di fede, che vive la sua esperienza umana della malattia nella dimensione di amore apertagli dalla sua vita nuova «in Cristo Gesù», inserito nel suo mistero pasquale.

Benché lo scopo primo di questo studio sia di fare un’opera di teologia morale, non gli sono aliene tuttavia finalità pastorali. Anche se, mantenendosi il discorso a livello morale, non vi si i troveranno spesso sviluppate le implicazioni pastorali, pretende di avere una forte incidenza pastorale. Perché se la pastorale non è intesa nel senso di puro empirismo o di tecnica del dialogo, non può fare a meno di fondarsi sulla morale e, ultimamente, sul dogma.

La pastorale spicciola dei malati — quando esiste — è fortemente condizionata da un certo cliché, fatto passare per l’unico atteggiamento veramente cristiano di fronte alla malattia. In realtà si tratta di assolutizzazioni di alcune verità , ed estremizzazioni di alcuni atteggiamenti di per sé parzialmente validi. Il messaggio cristiano è

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ben più ricco di come viene abitualmente presentato ai malati!

Per questo la pastorale non può prescindere da un’etica cristiana della malattia, stabilita mediante un rinnovato ascolto della Parola di Dio da parte del malato del XX secolo.

Purtroppo è più facile incontrare ancora posizioni teologiche e pastorali stancamente ricalcate su affermazioni ricevute acriticamente. Il risultato è che cresce sempre più la distanza tra un mondo di malati che prende progressivamente coscienza di sé ed è alla ricerca di un modo più autentico di vivere cristianamente la propria malattia, e gli atteggiamenti teologici e pastorali più diffusi.

Il nostro lavoro, perciò, si assume anche il compito di sensibilizzare a un ascolto sincero del mondo dei malati in movimento, prima di ogni approccio pastorale. Vuol essere inoltre un invito a ripensare certe formule fatte e certi luoghi comuni, per «inventare» una presentazione del messaggio evangelico che raggiunga il malato d’oggi nella sua situazione vitale.

La trattazione si articola in due parti: la prima di carattere storico, la seconda piuttosto sistematica.

Nella prima parte vogliamo appunto mostrare il passaggio, avvenuto negli ultimi decenni, da un certo modo tradizionale di porsi di fronte

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alla malattia a considerazioni nuove sull’atteggiamento del cristiano malato.

Un primo capitolo sarà dedicato alla descrizione dei tratti salienti dell’atteggiamento tradizionale, che chiamiamo «ascesi di accettazione». A questo fine abbiamo scelto, come filone di ricerca, piuttosto che i trattati di morale e le opere teologiche propriamente dette, il sottobosco delle opere parenetiche indirizzate ai malati (libri di meditazione, di formazione, di pietà) e delle opere di pastorale indirizzate ai sacerdoti che devono occuparsi dei malati. La scelta è stata determinata dalla convinzione che una simile letteratura rispecchia meglio l’atteggiamento più diffuso nella Chiesa, alla base — se così si può dire.

In un secondo capitolo confronteremo i risultati della nostra ricerca con la dottrina del Magistero ordinario degli ultimi Pontefici. Vedremo che la visione della malattia che ne emerge e l’atteggiamento morale inculcato ai cristiani per lo più ricalcano da vicino le posizioni tradizionali dell’ascesi di accettazione. Rileveremo però anche taluni rari spunti che se ne distaccano, riflesso della mutata spiritualità di alcuni ambienti.

Il terzo capitolo della parte storica vuol documentare i tentativi di superamento dell’atteggiamento di accettazione, che pure sembra ormai indubitabilmente acquisito. Saranno studiate le diverse nozioni rimesse in discussione e vi si riferirà

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dei vari tentativi di riformulazione teologica ed etica.

Diverse reazioni sembrano di carattere piuttosto emotivo; alcuni tentativi di nuove formulazioni appaiono esagerati o maldestri. Ma tutte queste discussioni fanno emergere elementi nuovi, valori o temi non ancora utilizzati dalla teologia, dalla morale e dalla pastorale dei malati.

Tutto ciò sarà il materiale prezioso con cui cercheremo di tracciare, nella parte sistematica, un’etica del cristiano malato che inglobi le nuove istanze.

La seconda parte comprende due capitoli. Nel primo tratteremo del comportamento di fronte alla malattia nel quadro dell’etica creaturale, cioè di quel complesso di doveri che coinvolgono l’uomo in quanto creatura. La vita ci appare come un valore, un dono affidato all’uomo, per essere custodito, difeso e sviluppato. Al comandamento di vivere, l’uomo risponde con la sua lotta per essere uomo. Ciò comporta l’impegno personale e sociale di debellare tutte le potenze di diminuzione che la malattia porta con sé.

Il secondo capitolo considererà la malattia alla luce del mistero pasquale; ciò non rinnega ma comprende la prospettiva precedente. Secondo la S. Scrittura, infatti, la malattia ha anche un’altra dimensione, oltre quella creaturale: è un segno della condizione dell’uomo rispetto alla salvezza. Secondo il linguaggio dell'Alleanza, malattia e salute

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fanno parte delle benedizioni o maledizioni condizionali che conseguono l’osservanza o l’infrazione del patto stipulato.

Il male fisico sarà visto dapprima nella vicenda pasquale del Cristo. Mediante la sua attività terapeutica, egli ha combattuto la malattia, quale segno della lontananza dell’uomo da Dio. Le sue guarigioni sono così segno della venuta del Regno e mezzo per farlo venire.

Gesù però ha realizzato la missione messianica non nella potenza, ma nella debolezza del Servo di Jahvè. Per questo ha «patito» il male fisico, fin nella sua espressione più compiuta: la morte; ma lo ha patito con l’amore del Figlio, sventandone così il potere di allontanare da Dio e facendone il mezzo di una comunione più profonda col Padre.

Dopo questa considerazione del male fisico nella vicenda pasquale del Cristo, rivolgeremo l’attenzione al cristiano. Egli vive tutta la sua vita morale «in Cristo», «con Cristo». Questa verità di fede dà l’indicazione più feconda per determinare il comportamento morale del cristiano malato: è un atteggiamento «pasquale», che comporta una dialettica di lotta-accettazione, illuminato dalla fede nel Kyrios Gesù e sostenuto dalla speranza nei beni escatologici già posseduti in pegno.

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1.

PARTE STORICA

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capitolo primo

L’ATTEGGIAMENTO MORALE DEL CRISTIANO MALATO

NELLE OPERE ASCETICHE, PARENETICHE E PASTORALI

Punto di partenza della nostra indagine sarà la descrizione dell’atteggiamento morale inculcato al cristiano malato precedentemente al movimento di rinnovamento ora in corso.

Cercheremo perciò di vedere come la teologia morale e ascetica tradizionalmente parlavano del malato e al malato.

A questo scopo si rivela infruttuosa la consultazione dei manuali di teologia morale. Lo stato di malattia e il comportamento relativo del cristiano esulano dal loro schema e non vi sono mai, perciò, espressamente considerati.

Se ne parla talvolta a proposito degli atti della virtù di religione o dei sacramenti, ma in chiave casistica: in quali circostanze la malattia scusa

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dall’obbligo di ascoltare la Messa o dispensa i canonici dall’obbligo della residenza...! 5

Al capitolo dedicato al quinto comandamento è demandata abitualmente la trattazione degli obblighi riguardo alla propria vita. Dopo aver trattato dei delitti contro la propria vita (suicidio, mutilazione, ecc.), vi si ripete che c’è l’obbligo di curare la propria salute, ma l’obbligo grave concerne solo i mezzi ordinari 6.

Evidentemente non è seguendo i manuali che riusciremo a sapere quale fosse l’insegnamento tradizionale sulla malattia e come di fatto questa venisse vissuta moralmente dal popolo cristiano. Ma a questo fine abbiamo un filone di ricerca di primaria importanza, cioè il folto campo della produzione letteraria ascetico-consolatoria rivolta ai malati stessi e le opere di pastorale compilate

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per i sacerdoti incaricati di occuparsi dei malati.

Per una ricerca fruttuosa, nella congerie di operette di tal genere, s’impone una scelta. Noi abbiamo preso in considerazione specialmente le opere che, a giudicare dal numero di edizioni e dall’uso che ne hanno fatto altri autori, hanno avuto più diffusione. Un elenco più completo di tali pubblicazioni si può trovare nella bibliografia.

In tutte le opere in questione, l’atteggiamento da assumere di fronte alla malattia non è mai posto in maniera problematica: è dato per certo e per scontato che l’unico atteggiamento veramente cristiano sia quello dell’accettazione della malattia 7.

Il compito che si assumono questi scrittori è allora solo quello di industriarsi a trovare motivi per rendere plausibile, naturalmente e soprannaturalmente, tale accettazione.

A questo proposito è sintomatica la posizione di Gautrelet. Nel suo metodo per assistere i malati,

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ha un intero capitolo intitolato «Come disporre il malato ad accettare la malattia con rassegnazione». Egli spiega che «la condotta del malato nel corso della sua malattia e i frutti che ne deve trarre dipendono quasi interamente dal modo in cui la considera e dalle disposizioni nelle quali la riceve. Non c’è dunque niente di più importante che fargliene comprendere i vantaggi e disporlo a sopportarne i rigori in uno spirito di fede. Per questo, bisogna d’un lato persuaderlo dell’utilità della malattia e dei numerosi frutti che ne può trarre; e dall’altro distruggere i differenti pretesti di cui ci si serve per oscurare questi pensieri di fede e nutrire le ripugnanze della natura» 8.

Nessuno — spiega più oltre — può sottrarsi alla triste necessità di soffrire, essendo questa una conseguenza necessaria della nostra natura e dell’unione dell’anima con un corpo viziato dal peccato originale e dai peccati attuali 9. Non rimane, quindi, che rassegnarsi e accettare.

Ma siccome questa rassegnazione è difficile alla nostra natura, vengono in aiuto gli scritti devozionali, sottoponendo alla riflessione dei fedeli i motivi che la rendono più facile.

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Motivi per accettare pazientemente la malattia

Il primo motivo, che ricorre con insistenza, è che la malattia è una giusta punizione del peccato. «È certo che abbiamo meritato l’inferno, se abbiamo commesso in vita nostra un solo peccato mortale, ed altresì, avevamo pur meritato di essere esclusi dal paradiso col peccato originale. Perciò, quando siamo infermi, consoliamoci col pensare: «Quello che soffro è assai meno di ciò che ho già meritato (...). Avendo pazienza, e giovandomi della malattia per convertirmi e darmi al perfetto servizio di Dio, posso con questi pochi e brevi dolori schivare un’eternità di tormenti» 10.

In forma più suasoria, così esprime lo stesso pensiero Pertusati: «Conciossiaché è dovere di chi si allontana dall’ordine per disubbidienza, vi ritorni per il castigo; è cosa giustissima che chi si allontanò da Dio con la sua superbia, ritorni a lui colla umiliazione della infermità; è doverosa cosa che l’asprezza della malattia succeda alle ingannatrici dolcezze della voluttà; che la colpa sia susseguita dalla pena, che il piacere che proviene dal peccato sia punito col dolore, e che il mal uso della vita sia terminato colla morte. Ecco la penitenza la più necessaria e la più conveniente a un peccatore qual io mi sono; e poiché sono persuaso che ella mi è comandata dalla vostra giustizia,

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io l’abbraccio e mi ci confermo in castigo dei miei peccati» 11.

Dello stesso tono sono le considerazioni di Elena Guerra: «Quando tu sei malato, pensi molto al presente, ma poco al passato e all’avvenire: sicché la tua mente, occupata così sempre nel pensiero dei dolori che soffre il corpo, non riflette al bene che può derivarne all’anima; ma se ti venisse fatto di rivolgerti indietro, e ripensare i tuoi decorsi traviamenti, vedresti nella malattia che ti ho mandato un’occasione opportuna di salutare espiazione, e così, non che lagnartene, infastidirtene, l’avresti anzi cara» 12.

Questa considerazione ha come corollario che la malattia sopportata con rassegnazione libera dalle pene del purgatorio. «Rimessa la colpa rimane a scontare la pena, o nella vita presente, o in purgatorio (...). Dunque la malattia è una cara misericordia di Dio, è una sua dolce giustizia, poiché ci cambia i dolori del purgatorio nei dolori presenti, i quali ci possono del tutto o quasi del tutto purificare, se li sosteniamo con grande pazienza» 13.

Ascoltiamo anche qui Elena Guerra: «T’ho mandato questa malattia perché tu possa espiare i tuoi peccati con pene incomparabilmente minori

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di quelle del Purgatorio, e di più ti vengo mostrando il modo di cavarne i più preziosi vantaggi. Quando soffrirai più violenti dolori, non dimenticare mai il Purgatorio, e di’ teco stesso così: “Questo è tanto fuoco di meno”. Se bene intendi l’importanza di questa espiazione, non devi neppure tanto desiderar di guarire, perché potrebb’essere che tu desiderassi il tuo male, e non il tuo bene. Piuttosto devi rimettere a me tutto il pensiero, e sta pur con quiete, che i tuoi veri interessi li so fare, e li faccio meglio di te» 14.

Ma questi non sono che i motivi più negativi che spingono ad accettare la malattia. Essa infatti è destinata non solo a farci evitare l’inferno o il purgatorio, ma a farci acquistare il paradiso. «La malattia — spiega Gautrelet — nei disegni di Dio deve avere per effetto di assicurare la nostra felicità eterna. Da che cosa dipende la nostra sorte eterna? Dalla maniera in cui noi muoriamo e dalle disposizioni nelle quali ci troveremo in quel momento decisivo. Ora, che cosa di più efficace della malattia per aiutare a prepararvicisi?» 15.

La malattia è, per questi autori, un eccellente sistema pedagogico per distaccare l’uomo dalla terra e svezzarlo dalle gioie sensibili. «Quando siamo forti e robusti, molte volte ci affezioniamo alle vanità del mondo, invece di amare Dio di

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tutto cuore e mente: vale a dire, ci allontaniamo dal nostro fine e ci mettiamo in pericolo di perderci eternamente. Che fa dunque il misericordioso Signore? Ci manda un salutare avviso, affinché conosciamo come tutto è instabile in questo mondo, tutto è ombra fugace; ci visita con una malattia, acciocché rivolgiamo i nostri occhi al cielo e a lui medesimo, che è la nostra vera felicità (...). Ond’è che, sebbene ci dispiacciano le malattie, le dobbiamo sopportare con pazienza, pensando che sono una misericordia del Signore, il quale ci fa elevare la mente al gaudio del paradiso, ov’è il nostro fine beato, ed ove non avremo malattie mai più» 16.

Una tale considerazione della provvidenzialità della malattia può raggiungere degli estremi veramente irritanti per la nostra sensibilità: «Voglio ora farti persuaso di una tale verità che al primo aspetto ti parrà strana, e sai qual è? È questa: che tu sei più fortunato di chi gode buona salute, ricchezze ed onori (...). La ringraziasti mai la Provvidenza perché ti mise in tale stato che ti fa come alieno al mondo, e perché ti ha mandato questa malattia per distaccartene affatto, e forse acciocché tu non corressi pericolo di andare coi ciechi mondani alla perdizione?» 17.

«È una grazia manifesta per tutti, e così per i cristiani come per i figli del mondo, benché con

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minore suprema opportunità, è una grazia adorabile l’atto con cui la Provvidenza permette alla malattia di tirar fuori un uomo da questo torrente dei giorni che lo trascina, e di metterlo per un po’ di tempo in disparte dal mondo in compagnia di Dio che conosce appena, della sua anima che conosce meno ancora, e della sofferenza, che sa così bene condurre dal corpo all’anima e dall’anima a Dio» 18.

Per essere ancor più convincente, Stub argomenta con ragioni di «economia» spirituale ancor più urtanti: «Il tempo della malattia è anche il tempo di fare buoni negozi per il cielo, acquistando meriti e mettendo in pratica le virtù (...) Oh come saremo lieti per tutta l’eternità, quando potremo ricordare che abbiamo sopportato con rassegnazione, con pazienza, con gratitudine al Signore, quel poco di tribolazione che provavamo nel tempo di una malattia!

E per divenire lieti e gloriosi per sempre in Paradiso, non dobbiamo servirci della malattia come di una bella occasione propizia di fare un negozio infinitamente lucroso?» 19.

«Sono tante le occasioni di acquistar merito anche per chi vive tranquillamente, e per chi gode buona salute. Ma per chi è ammalato sono quelle occasioni molto più frequenti, di modo che

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l’infermo, anche in un giorno solo di malattia, può farsi ricco di celesti tesori» 20.

È sorprendente come uno stesso scrittore passi con disinvoltura da una argomentazione all’altra. Pertusati per esempio, mentre presenta, in modo così convincente, la malattia come castigo dei peccati, scrive nel capitolo seguente: «Un Cristiano non riguarda le sue pene come un flagello di Dio, ma sì come un mezzo che impiega la sua misericordia per ristabilire o per conservare in lui il regno della sua grazia: un discepolo del Salvatore riguarda e riceve le afflizioni come un esercizio di virtù che gli viene preparando corone nel cielo, e come una semente che in sé racchiude una messe abbondante di gloria per l’eternità» 21.

Evidentemente queste argomentazioni non derivano da un organico approfondimento teologico della situazione del cristiano malato, ma sono piuttosto accostate esteriormente, quando non piuttosto affastellate confusamente, per far derivare la loro forza probativa più dal numero che dalla profondità.

Per chi non fosse rimasto convinto dalle precedenti motivazioni teologiche della necessità di accettare la malattia con rassegnazione, rimane in serbo l’argomento dei vantaggi temporali della pazienza nella malattia. «La pazienza che ci fa

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ottenere grandi beni spirituali alleggerisce eziandio i nostri presenti mali, e arreca più facilmente il risanamento del corpo. Perocché la pazienza ci assoggetta tranquillamente alla cura necessaria dei medici, lascia miglior corso agli umori del nostro fisico, ci fa evitare le agitazioni della mente, ed è come un balsamo che ristora. Per opposto, la impazienza, che ci fa perdere i meriti pel cielo, aggrava di più la malattia conturbando il corso del sangue e sconvolgendo il cuore e il capo, e talvolta espone la vita stessa a più evidente pericolo» 22.

In modo più incisivo osserva Gautrelet: «Non servirebbe a niente lasciarmi andare all’afflizione, e all’impazienza. Non farei che aggravare la malattia del corpo e vi aggiungerei un male più funesto ancora, quello dell’anima» 23.

Elena Guerra sottolinea i benefici dell’accettazione paziente sull’equilibrio fisico: «Gli effetti di questa virtù (della pazienza) non riguardano l’anima soltanto, ma sibbene anche il corpo. Vedi come le persone iraconde e rotte allo sdegno sono di frequente convulse, agitate; e quindi con non lieve danno alla sanità, e forse anche qualche grave malattia? Talché fino alcuni medici protestanti hanno dovuto confessare che la calma di uno spirito cattolicamente rassegnato giova moltissimo

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ad alleviare le infermità, ed anche a farne risorgere» 24.

La virtù che rende possibile l’accettazione della malattia è la pazienza. Le svariate considerazioni sui vantaggi spirituali e fisici derivanti dalla rassegnazione si concludono con l’esortazione alla pazienza.

«Pazienza, dunque, o carissimo figlio; pazienza nei dolori del corpo, nelle angustie dello spirito e in tutte le spiacevoli conseguenze della malattia. Pazienza, se vuoi evitare il Purgatorio; pazienza se vuoi arricchirti di virtù e di meriti; pazienza, se vuoi che la grazia santificante sempre più aumenti nell’anima tua; pazienza se vuoi assomigliarmi ed essere caro al cuor mio; pazienza, finalmente, se vuoi esser da me coronato di gloria nel Cielo» 25.

Nella stessa opera troviamo la seguente descrizione della virtù della pazienza richiesta al malato: «La pazienza è virtù nobile e generosa, che consiste in un tranquillo soffrire, senza corruccio, senza sdegno, senza lamenti, le cose avverse e dolorose (...). La pazienza dev’essere serena e tranquilla, deve fuggire i lamenti, non deve incolpare nel suo patire né persone né cose, ma ricevere dalle mie mani la Croce, abbracciarla

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e tenerlasi cara come dono di Dio. Ecco la vera pazienza» 26.

Amore per la sofferenza

Ma secondo i nostri autori questa accettazione rassegnata della sofferenza non è che un primo passo verso l’utilizzazione completa della malattia che può fare il cristiano. Ciò che differenzia l’accettazione cristiana del dolore da quella stoica è il suo amore per esso. Il cristiano non accetta solo la malattia come un ineluttabile a cui rassegnarsi, ma l’abbraccia con amore.

«È poco per un’anima cristiana l’essere paziente nei mali di questa vita; che debb’ella riporre in essi la sua consolazione e la gloria sua (...). La nostra felicità e la consolazione nostra sta nel dar prova, fra i tormenti e fra i più atroci dolori, della sincerità dell’amor nostro per Dio, e della santità della religione» 27. «L’allegrezza e il giubilo di un Cristiano nei dolori e nelle malattie che lo avvicinano al fin dei suoi giorni quaggiù, è una prova del disprezzo che esso fa dei beni di questo mondo, e dell’ardente desiderio ch’ei nutre di ritornare a Dio» 28.

Questo atteggiamento ideale del cristiano di

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fronte al dolore è stato realizzato, secondo lo stesso autore, dai martiri: «Una sì ammirevole costanza, una gioia sì viva, manifestata da essi in mezzo agli strazi, la sola lettura dei quali fa raccapriccio anche agli uomini più intrepidi, non dovrebbe, anima mia, ravvivare il tuo coraggio nei dolori tanto meno aspri che tu soffri? Le tue prove non sono già da paragonarsi alle loro. O quale dolore! O qual dolcezza! esclamavano quelle anime penetrate dall’amore di Gesù, che salvate le aveva coi patimenti; e oh! qual giubilo e qual dolcezza spargete Voi su i mali che ebbero per Voi tanto fiele e tanta amarezza. I rigori Vostri hanno per noi tali attrattive che sono inesprimibili; eccitate Voi dunque in noi il desiderio di soffrire più ancora che non soffriamo, affinché ne gustiamo maggiormente il piacere» 29.

Mons. De Segur presenta questo atteggiamento di amore e di ricerca della malattia, illustrandolo poi con numerosi esempi: «Anime molto ferventi desiderano l’infermità e, lungi dal desolarsene, quando essa si presenta l’accolgono come un’amica (...). La vostra infermità è una grossa particella della vera Croce: onoratela, e sappiate apprezzarla in tutto il suo valore. Non rallegratevi troppo se essa viene a scomparire» 30.

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Elena Guerra intrattiene lungamente i suoi lettori con sentenze e massime di alcuni santi circa le malattie e l’amore per la sofferenza. «Dice S. Vincenzo de’ Paoli che se conoscessimo qual prezioso tesoro sono le infermità, le riceveremmo con quel medesimo giubilo con cui riceviamo i maggiori benefici, e le sopporteremmo senza lamenti e senza mai mostrarcene annoiati.

Comparve il Signore alla B. Battista Verrani, e le disse: — Sappi che non peccare è un gran bene, maggiore il fare delle buone opere, ma il massimo di tutti è patire.

La B. Angela da Foligno, richiesta come potesse ricevere e soffrire con tanta allegrezza i patimenti, rispose: — Credetemi che la nobiltà e il valore dei patimenti non è da noi conosciuto, perché se lo conoscessimo bene, ci si renderebbero oggetto di rapina, e ognuno vorrebbe procacciarsi sempre nuove occasioni di patire.

Un santo vecchio solito di stare per lo più ammalato, in un anno che si vide libero da ogni male se ne afflisse molto, e diceva che Dio lo doveva avere abbandonato perché non Io visitava più. Così pure pensavano S. Francesco e S. Andrea Avellino, che in quel giorno nel quale non avevano patito qualcosa per amore di Dio, stimavano ch’Egli si fosse dimenticato di loro e li avesse abbandonati (...). Così anche noi dovremmo avere in conto di vere misericordie del

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Signore le nostre infermità con tutte le altre tribolazioni che le accompagnano» 31.

Per ogni cristiano un tale amore per la sofferenza resta l’ideale e la mèta, anche se tanto alta da non essere raggiungibile se non grazie a un dono di Dio: «O anima mia, dei tu forse esitare un momento a riguardare questo amore per patimenti, e ad accettarlo dalla mano liberale del tuo Dio come il più eccellente e il più salutare di tutti i doni?» 32.

Beaudenom arriva a dire: «Il segreto della vita cristiana va fino alla passione per la sofferenza» 33.

La malattia e la croce

Non bisogna lasciarsi trarre in inganno da alcune espressioni poco felici: qui non siamo in presenza di un amore malsano del dolore, ma ci troviamo ancora in campo cristiano. Al fondo giacciono, anche se non sempre esplicitate, delle motivazioni teologiche ben precise. C’è anzitutto il desiderio di conformarsi all’Amato, il Cristo crocifisso. Con molta facilità si procede a una identificazione tra malattia e croce, per cui il malato che soffre nel suo letto rassomiglia strettamente a Cristo che agonizza in croce.

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«Udisti mai che un ammalato paragonasse il suo letto alla Croce mia? (...). Fallo pure questo confronto; ma intanto, giacché tu nomini la croce, voglio che l’abbi altresì nel cuore e che la mediti spesso, e massime quando maggiormente soffri e del tuo soffrire ti lamenti» 34.«Vedi qual bene immenso ti faccio io col tenerti in questo letto, che tu devi considerare come la tua Croce? Ma croce senza paragone più lieve della mia; Croce, nondimeno, che ti offre innumerevoli opportunità di acquistar meriti, e di renderti a me somigliante» 35.

La fecondità soprannaturale della sofferenza

Dall’identificazione con la Croce deriva la convinzione della fecondità soprannaturale della sofferenza.

Contrariamente a quanto potremmo supporre a priori, la valorizzazione ascetico-teologica di questo aspetto della sofferenza non è avvenuta che piuttosto recentemente. Possiamo seguire R. Plus quando distingue nella storia della spiritualità cristiana della croce tre periodi con fisionomie nettamente differenziate. Nel primo, che ruota intorno a S. Bernardo e a S. Francesco d’Assisi, si insiste sul «compatire» col Crocifisso;

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nel secondo, originato dall’opera di S. Margherita M. Alacoque, si vuol «compensare» le ingratitudini che feriscono il Cristo; nel terzo, proprio dell’età moderna, si mira a «completare», mediante l’apostolato della sofferenza, ciò che manca ai patimenti del Cristo 36.

L’opera che per prima ha messo l’accento su questa terza finalità del soffrire cristiano è stata «L’Apostolat de la Souffrance» di Lyonnard. Questo libro, scritto un secolo fa, è restato classico in materia e, anche con i suoi difetti, può considerarsi la monografia più completa sopra questo problema: poche cose sono state dette posteriormente sopra l’apostolato della sofferenza che non stessero già nello schema di quest’opera. È la prima opera che usi il termine «apostolato della sofferenza», e sembra avere nella Mystici Corporis una conferma ufficiale della sua dottrina 37.

L’idea-chiave è tanto semplice quanto suggestiva: «È attraverso le sue sofferenze e la sua morte che Gesù ha salvato il mondo, e quando voi soffrite pazientemente con lui e gli offrite i vostri dolori per la salvezza delle anime, è Gesù che soffre in voi e che continua a salvare il mondo attraverso voi» 38.

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La ragione teologica è fatta risalire al fatto che Gesù è nostro capo e col battesimo siamo diventati suoi membri. Perciò quando un cristiano diventa infermo, cade malato o è agonizzante, è un membro di Gesù Cristo che è infermo, malato, agonizzante. È Gesù Cristo che continua in questi membri sofferenti del suo corpo mistico le infermità, i dolori, le agonie e tutte le sofferenze della sua vita mortale, soprattutto la sua passione 39.

Per illustrare questa idea fondamentale dell’intimità d’unione che esiste tra Cristo e i cristiani sofferenti, Lyonnard aggiunge altre ragioni a quella dell’unione mistica delle membra col capo. «Una seconda ragione è che quando noi soffriamo per l’amore di Gesù Cristo, noi rendiamo sue le nostre sofferenze, per mezzo dell’offerta che gliene facciamo sopportandole per amor suo (...). Un’ultima ragione è che noi non sopportiamo cristianamente queste infermità, queste malattie, queste angosce dell’agonia che attraverso il suo soccorso e la grazia dello Spirito Santo che ci comunica; è dunque lui che mescola alle nostre sofferenze questo elemento che dà loro un sì gran pregio, e senza il quale esse sarebbero inutili e di nessun valore» 40.

Non discutiamo qui la possibilità di ricondurre

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l’unione psicologica dell’offerta d’amore e quella spirituale, attraverso lo Spirito inabitante, alla unione fisico-sacramentale, che resta fondamentale; forse così si potrebbe unirle insieme più organicamente. Quello che interessa è piuttosto la conseguenza che viene tratta da tale comunione vitale: l’apostolato della sofferenza.

Come Cristo ha salvato attraverso le sue sofferenze, così il cristiano sofferente unito a Cristo è per la sua sofferenza stessa un apostolo.

Questa costatazione spinge Lyonnard a rivolgere la seguente esortazione appassionata ai sofferenti: «O voi tutti, fratelli diletti, infermi, malati, agonizzanti, che la vostra principale occupazione sia di tenervi dolcemente uniti a Gesù, vostro divin capo, alle sue intenzioni e alle sue disposizioni. Più questa unione delle membra col loro capo sarà stretta, cioè più voi avrete cura, nella vostra infermità, nei vostri dolori, nelle angosce della vostra agonia, di tenervi strettamente uniti a Gesù infermo, sofferente, agonizzante, morente; soprattutto più voi avrete cura di tenervi strettamente uniti alle sante disposizioni d’umiltà, di sottomissione, di dolcezza, di pazienza, di zelo, d’amore, con le quali Gesù sopportò tutti i suoi dolori, più voi gli diventerete simili, maggior gloria e consolazione procurerete al suo amabile cuore, maggiori benedizioni celesti attirerete su di Voi e sulle vostre famiglie, maggiormente contribuirete con efficacia alla salvezza

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delle anime, maggiormente infine sarete dei veri apostoli della sofferenza» 41.

Secondo questa elevata concezione, dunque, la vocazione di ogni cristiano malato è di mettere a frutto le sue sofferenze per un fine apostolico. Si rende così plausibile non solo l’accettazione, ma addirittura l’amore per le sofferenze.

Le vittime volontarie

Ma questa limpida visione generale della vocazione del cristiano ad essere apostolo attraverso la sofferenza per il fatto stesso della comunione mistica col Cristo viene turbata dalla presentazione che Lyonnard fa successivamente delle anime-vittime. Egli afferma che Dio si è scelto in tutti

tempi delle anime ferventi, per farne delle vittime gradite ai suoi occhi, che devono espiare le colpe dei fratelli e placare Dio ricevendo ciò che la sua giustizia riservava sia a una città, sia a una nazione, sia alla sua Chiesa stessa. «Dio, per dei fini a lui solo noti, si sceglie in tutti i ranghi della società cristiana delle vittime speciali, e comunica loro, per la salvezza dei loro fratelli, una più larga partecipazione alle sofferenze del suo divin Figlio, e per conseguenza al suo titolo e alla sua funzione di vittima» 42.

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Ciò portò il P. Lyonnard a patrocinare la fondazione di un’associazione di cristiani che accettassero questo ideale e lo vivessero. Si tratta della «Société des victimes volontaires» 43. Egli stesso traccia a grandi linee lo statuto spirituale dell’associazione: «La società delle vittime volontarie, che proponiamo, è una associazione di persone pie, ferventi, dedicate alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime, che si concertano e si uniscono per mettere in comune i loro lavori, le loro pene, le loro sofferenze e il sacrificio della loro vita, in un pensiero e per uno scopo apostolico, cioè per ottenere alla Chiesa e alle nazioni, soprattutto alle nazioni cattoliche dell’Europa, una maggiore abbondanza di soccorsi spirituali nel tempo malvagio in cui viviamo» 44.

Per il P. Lyonnard è evidente che il semplice fatto di trovarsi ammalato sia per il cristiano un segno della sua chiamata ad essere «vittima volontaria», cioè ad utilizzare apostolicamente le proprie sofferenze. Il cristiano malato sarà apostolo mediante la sua sola malattia accettata con rassegnazione, o meglio abbracciata per amore.

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«Altri sono chiamati a predicare, a insegnare, a dedicarsi negli ospedali alla cura dei malati, cioè a perpetuare Gesù che predica, che insegna, che guarisce gli infermi. Per voi la vostra parte, la vostra missione è di soffrire, cioè di fare ciò che Gesù, vostro divin capo, ha fatto durante tutta la sua vita, dalla culla fino alla tomba. Soffrite dunque in unione con lui, con le sue disposizioni, con le sue intenzioni e per gli stessi fini; mescolate le vostre sofferenze alle sue sofferenze (...). Voi sarete apostoli per mezzo della sofferenza nella malattia e nella morte» 45.

Il nostro sommario esame di alcune significative opere ascetiche o pastorali indirizzate ai malati o a chi deve prendersi cura di loro, viene a concordare in pieno con il rapido schizzo della spiritualità dei malati tracciato da J. M. Robert: «All’inizio del secolo si domandava soprattutto al malato di accettare e di “offrire la sua sofferenza” o di rassegnarsi (tutte formule che avrebbero richiesto di essere purificate dai loro equivoci); in quel tempo soprattutto in cui si parlava troppo facilmente della «buona sofferenza del cristiano» si cercava di portargli consolazione; egli era per eccellenza il paziente, colui che soffre e che riceve; lo si circondava di opere caritative assistendolo nei suoi bisogni, morali e materiali, o procurandogli

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i sacramenti, in particolare l’Estrema Unzione, che gli apriva il cielo» 46.

Ma in questo mezzo secolo l’atteggiamento tradizionale, articolato nei vari aspetti evidenziati dalla nostra indagine — atteggiamento che, d’ora in poi, per amore di brevità chiameremo «ascesi di accettazione», pur con i limiti già accennati di questa denominazione — è stato profondamente modificato. Stiamo così assistendo, negli ambienti più sensibili a questi problemi, a una radicale rimessa in questione dell’atteggiamento del cristiano di fronte alla malattia.

Questo superamento è talmente importante e così ricco di idee teologiche nuove, che merita di essere studiato in un capitolo a parte.

Prima però, per completare il quadro dell’atteggiamento tradizionale di fronte alla malattia, vediamone i riflessi nel Magistero ordinario dei Pontefici.

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capitolo secondo

L’ATTEGGIAMENTO MORALE DEL CRISTIANO MALATO

NELL’INSEGNAMENTO DEL MAGISTERO PONTIFICIO

Osservazioni generali sul valore dottrinale dei documenti del Magistero

Per la nostra ricerca in merito a un’etica cristiana della malattia il Magistero pontificio resta un campo privilegiato. Ma lo studio dei documenti del Magistero che si riferiscono alla malattia esige un sottile discernimento e un’attenzione particolarmente accurata. In certi ambienti, infatti, in cui si coltiva una spiritualità dei malati ispirata all’ascesi di accettazione, si fa una considerazione enorme di tali documenti, specialmente di quelli più consoni alla propria visione della malattia. Ma per ricavare il significato teologico delle affermazioni del Magistero, è necessario che i documenti siano considerati nel loro

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contesto e nella loro evoluzione, nonché nella loro totalità. Non è quindi lecito estrarre da un discorso una qualsiasi affermazione per attribuirle un valore assoluto e definitivo.

Dallo studio dei documenti del Magistero ci riproponiamo di ricavare una immagine fedele del sentire cristiano, dal momento che la dottrina del Magistero, anche ordinario, è sempre conforme per natura alla fede universale di tutta la Chiesa. Con ciò indichiamo anche i limiti della dottrina del Magistero: essa ha fatto le sue manifestazioni esplicite quasi sempre con ritardo rispetto alla fede universale dei fedeli. Le determinazioni dottrinali della Chiesa «docens» sono sempre state, dentro una linea parallela, un po’ posteriori alle manifestazioni dottrinali della Chiesa «discens» 47.

Un’altro limite deriva dalla occasionalità degli interventi. Nessun pontefice ha trattato ex professo in un documento del Magistero ordinario o straordinario i problemi della teologia della malattia e della conseguente etica del cristiano malato. Per lo più si tratta — come fa notare J. M. Robert a proposito del magistero di Pio XII 48 ― di due generi di tesi: discorsi direttamente

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rivolti a malati, condotti sul tono dell’esortazione spirituale, e discorsi rivolti ai medici e al personale curante. In quest’ultimo caso si tratta prevalentemente di morale professionale; Pio XII approfitta di questi incontri per rispondere a precise questioni poste da specialisti o tecnici.

Il carattere occasionale e la problematica particolare di questi testi ci impediscono di prenderli come guida unica per l’elaborazione teologica di una spiritualità del cristiano malato. Ciò non toglie nulla alla loro preziosità come espressione del modo in cui la comunità ecclesiale recepisce e vive il messaggio evangelico concernente questo aspetto della vita umana.

È secondo questa visuale che ci accingiamo a leggere i documenti del Magistero.

1. ― Il Magistero di Pio XII

È opportuno adottare la distinzione tra i discorsi parenetici ai malati e allocuzioni a medici e personale assistente. Dopo aver esposto la dottrina esplicita ed evidenziato le concezioni teologiche sottese nei discorsi dei due gruppi, potremo procedere a un proficuo confronto dei risultati delle due indagini.

Tra i discorsi rivolti ai malati stessi, due spiccano per particolare importanza: il radiomessaggio in occasione della giornata dei malati dell’anno

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Mariano (14 febbraio 1954) e l’allocuzione ai membri del «Centro volontari della Sofferenza» (7 ottobre 1957).

Di fronte alla malattia — insegna Pio XII — si aprono al cristiano due possibili atteggiamenti conciliabili con la sua vocazione. Il primo, di gran lunga più diffuso, fino a considerarsi normale, è «l’Amen della rassegnazione e della pazienza». È compito della fede e della riflessione cristiana ordinare le argomentazioni al fine di inculcare questo atteggiamento: «La fede non vi farà certo amare la sofferenza per se stessa, ma vi farà intravedere per quali nobilissimi fini la malattia può essere serenamente accettata e perfino desiderata» 49.

Gli argomenti atti a favorire la paziente rassegnazione sono gli stessi che abbiamo trovato abbondantemente sviluppati nella letteratura spirituale e pastorale: la malattia può essere una punizione del peccato; può portare al malato notevoli vantaggi spirituali, come l’irrobustimento del carattere e il distacco della vita mondana 50; può diventare una fonte di bene, nella misura in cui il malato accetta pazientemente il dolore e imita il Cristo nella sua passione 51; attraverso la malattia

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si può esercitare l’apostolato della sofferenza.

Quest’ultimo aspetto del dolore è stato studiato in modo particolare da A. Guzman del Val. In merito all’insieme del Magistero pontificio egli afferma che «la dottrina della Chiesa (dei Romani Pontefici) è andata sempre dietro alla linea evolutiva della teologia della sofferenza. Con questo vogliamo dire solamente che il suo insegnamento ha subito un’evoluzione, come lo ha subito tutta la teologia, è che d’altro canto è stato sempre posteriore alla dottrina dei teologi. All’inizio — ci riferiamo alla fine del secolo scorso — quando si è cominciato a scrivere circa il valore apostolico della sofferenza 52, i documenti pontifici continuano a considerare la sofferenza unicamente nei suoi aspetti di «espiazione», «riparazione» (ancora carenti di ogni senso di corredenzione). Un po’ più tardi si nota già un influsso più chiaro dell’aspetto sociale e comunitario; si vede l’aspetto di soddisfazione per i peccatori. E solo con gli ultimi Pontefici possiamo dire che comincia a farsi ufficiale la dottrina del valore apostolico del dolore» 53.

Soltanto alla fine di una lunga evoluzione si considera come vittimale la condizione normale di vita di un cristiano, senza alcun fenomeno straordinario, ma con un certo senso di offerta alla

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Chiesa. «La dottrina del valore apostolico della sofferenza si trova pienamente sviluppata in Pio XII» 54.

Si possono trovare accenni alla utilizzazione apostolica della malattia accettata con rassegnazione nel radiomessaggio ai malati del 21.11.1949 e nella allocuzione al pellegrinaggio nazionale americano di malati del 25.10.1953 55.

Ma l’espressione più compiuta di questa dottrina si ha nel discorso rivolto al «Centro Volontari della Sofferenza» nel decennale della fondazione: «La Passione di Gesù — quindi la Redenzione — deve essere completata (cfr. Col 1,24) dalla nostra sofferenza. Voi dunque non siete inutili. Col vostro dolore soprannaturale offerto, voi potete conservare tante innocenze, richiamare sul retto cammino tanti traviati, illuminare tanti dubbiosi, ridare serenità a tanti angosciati» 56.

Sembra che l’accettazione e l’offerta sia tutto ciò che l’ideale cristiano chiede al malato: «fate la volontà di Dio. Chi più di voi può compierla tutta e con la massima semplicità? A voi, infatti, non si domanda di agire; a voi si chiede di accettare; serenamente sempre, gioiosamente, se possibile. In questa accettazione del vostro stato

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è il compimento della volontà di Dio in voi» 57.

Nella serie di documenti citati ritroviamo così una riaffermazione dell’ideale ascetico di accettazione. Questo è presentato come il primo e ineliminabile passo per il malato che voglia vivere l’ideale cristiano. Tale atteggiamento di accettazione gli sarà tanto più facile, quanto più considererà il valore positivo della malattia, vista come correzione del peccato, come occasione di una ascensione umana, come imitazione della passione di Gesù e come mezzo di fecondo apostolato.

Se l’atteggiamento di accettazione resta un’esigenza imprescindibile per ogni cristiano malato, le possibilità di un’etica cristiana non si fermano qui: oltre «L’Amen della pazienza e della rassegnazione», c’è l’amore e la ricerca della sofferenza.

«Non sempre vi sono anime ribelli, che imprecano sotto la pressione della sofferenza. Vi sono, grazie a Dio, anime rassegnate alla divina volontà; vi sono anime serene, anime liete, anime, perfino, che hanno positivamente cercato la sofferenza (...). Migliaia di anime che si offrono a Dio in silenzioso olocausto» 58.

Non è superfluo far rilevare la discrezione con

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cui si accenna all’amore per la sofferenza. È un fatto che ci sono stati grandi cristiani, ed anche dei santi, animati di tale amore per il patire; è un fatto che il desiderio di unione alle sofferenze del Cristo rimane un aspetto essenziale della vita del cristiano; ma non si sarà mai abbastanza discreti nel proporre come ideale cristiano «simpliciter» quell’atteggiamento che, nei confronti della malattia e della sofferenza, hanno assunto alcuni cristiani.

Ecco, dunque, in sintesi, la concezione dell’etica della malattia, quale risulta dal primo gruppo di documenti del magistero di Pio XII: il cristiano accetta con rassegnazione la malattia, che lo ssimila al Cristo della Passione, e offre le sue sofferenze con fine apostolico; alcuni si spingono fino all’amore e alla ricerca della sofferenza. L’insegnamento dei discorsi rivolti ai malati deve essere completato con quello emergente dalle allocuzioni rivolte ai medici. Le udienze concesse ai partecipanti a Congressi e Simposi d’ordine scientifico o sociale offrirono infatti a Pio XII l’occasione di svolgere un eccelso ministero, affrontando i problemi etico-religiosi più attuali e più ardui.

Se vogliamo anche qui individuare, tra la congerie dei numerosissimi discorsi, l’intervento più significativo, possiamo ricorrere al discorso rivolto il 24.2.1957 all’Assemblea internazionale dei medici e chirurgi. Vi vien trattato il problema

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religioso e morale dell’analgesia 59. Ciò che a noi più interessa in questo svolgimento perfetto di un problema etico non è tanto la conclusione particolare («l’anestesiologia, come scienza e come arte, non solleva obiezioni»), quanto l’accento posto sulla lotta contro il dolore fisico nel complesso dell’atteggiamento morale del cristiano malato; essa è dichiarata «compatibile con lo spirito del Vangelo»: «Si può evitare il dolore senza mettersi affatto in contraddizione con la dottrina del Vangelo. Il dovere di rinuncia e di purificazione interiore, che incombe ai cristiani, non è d’ostacolo all’impiego della analgesia, perché si può compierlo in altro modo».

Un altro elemento di estremo interesse in questo discorso è l’estensione della nozione di «croce» a tutta la vita del cristiano, superando così l’identificazione della croce con la malattia e la sofferenza fisica.

Ci troviamo di fronte ad affermazioni che hanno un suono di novità perché non si riscontrano nei discorsi pastorali dello stesso Pio XII, tutti incentrati sull’accettazione e sulla valorizzazione apostolica.

E non si tratta di un’affermazione isolata: in quasi tutti i discorsi rivolti a medici o a personale assistente il Pontefice insiste sul valore umano

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e cristiano della lotta contro la malattia 60.La malattia vi appare piuttosto come un male che attenta all’integrità dell’uomo e di fronte a cui la comunità umana e cristiana deve mettersi in stato di lotta. Anche dal punto di vista dell’etica individuale è sottolineato il diritto, e talvolta l’obbligo, di opporsi al dolore fisico.

La diversità di tono rispetto ai discorsi pastorali ai malati stessi può essere spiegata con l’occasionalità e con le esigenze particolari dell’uditorio. Resta il fatto, però, che i valori volta a volta sottolineati sono diversi, cosicché si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad aspetti di dottrina non bene amalgamati tra di loro.

2. ― Magistero di Giovanni XXIII

Le occasioni in cui Giovanni XXIII ha parlato di passaggio della sofferenza sono molto numerose 61 Seguiamo anche qui quella distinzione dei documenti in due categorie, che si è rivelata così utile per lo studio del magistero di Pio XII.

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Tra i discorsi rivolti ai malati non ci sorprende trovarne uno, indirizzato al Centro Volontari della Sofferenza, che può essere assunto come esempio eloquente della tradizionale ascesi di accettazione 62. Tutti i temi che ormai ci sono familiari vi sono puntualmente ripresi: la rassegnazione paziente nella prova, l’amore alla sofferenza, la conformità a Cristo sofferente, la fecondità apostolica del dolore e la conseguente elezione particolare da parte di Dio per colui che è destinato a soffrire. Rivolgendosi alla «eletta schiera di anime fortunate» dei membri del Movimento, li saluta come «i prediletti del Cuore di Gesù». «La Passione di Gesù vi rivelerà la fecondità immensa della sofferenza per la santificazione delle anime e per la salvezza del mondo. Volete somigliare a Gesù?... Ecco, nella malattia, lo strumento offerto a voi dalla Provvidenza per completare le sofferenze di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa (Col 1,24). Ecco il grande compito dei sofferenti, che anime generose attuano fino all’eroismo dell’accettazione e dell’offerta» 63.

Ma qualcosa di nuovo troviamo nel filone delle

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istruzioni al popolo cristiano, in cui Papa Giovanni è stato maestro inarrivabile. Si tratta della affermazione che la vita di ogni cristiano — e non solo del malato — si svolge sotto il segno della Croce di Cristo. «La Pasqua rappresenta la vittoria assoluta del Cristo. Anche in questo trionfo tutti saremo partecipi. Ad una condizione, però: quella di saper accettare, con generoso cuore, l’aspra via che ad esso conduce: il sacrificio. Tutti, nessuno eccettuato, devono, infatti, percorrere tale cammino. Senza la Croce non c’è vittoria, non si sale alla gloria, non vi sono meriti» 64. Per il Pontefice la vita cristiana quotidiana è una specie di martirio, analogo alla effusione del sangue proprio di Cristo e dei martiri 65.

L’ampliamento di prospettiva si riflette su tutta la visione ascetica. Per quanto riguarda la penitenza, la sofferenza fisica perde il posto di preminenza, anzi di esclusività, che tendeva ad avere. «Penitenza è accettare le sofferenze e i dolori della vita quotidiana, specialmente quelli che derivano dalla scrupolosa osservanza del proprio dovere e dall’esercizio della virtù cristiana» 66. Nella «Mater et Magistra» il lavoro stesso viene considerato come fonte di santificazione e di diffusione dei frutti della redenzione.

Non dovrebbero sfuggire le conseguenze che

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un tale allargamento di prospettiva può avere per la teologia e l’etica della malattia. Viene infatti suggerito che il punto di vista migliore per capire questa realtà è la vocazione comune del cristiano all’imitazione del Cristo sofferente. La malattia diventa allora uno dei modi in cui può essere vissuta questa vocazione comune, ma non necessariamente il più sublime per valore intrinseco. La malattia non è la «croce» per antonomasia, ma — come diceva già Pio XII — il cristiano può trovarvi la sua croce 67.

Per quanto riguarda l’etica, il comportamento del malato non sarà un caso a parte, ma obbedirà agli stessi principi e leggi che animano la vita morale dell’uomo inserito nel mistero pasquale di Gesù Cristo.

Naturalmente questi sviluppi non si trovano nel magistero giovanneo, anzi non vi sono neppure esplicitamente suggeriti. Li consideriamo so lo come fermenti impliciti che possono aiutarci per una formulazione più soddisfacente dell’atteggiamento morale del cristiano malato.

Il secondo gruppo di discorsi concernenti la malattia, quelli cioè rivolti da Giovanni XXIII ad assemblee di carattere scientifico, non ha certamente l’importanza dottrinale del corrispondente magistero di Pio XII.

Il tono e i temi di fondo sono però gli stessi.

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La malattia vi è considerata come un male che attenta alla persona umana, la quale invece è destinata a rendere gloria al creatore mediante la sua integrità e il primato della ragione, che si esercita in un corpo sano 68. La lotta contro la malattia è del tutto secondo i piani del Creatore 69; anzi, si tratta della lotta condotta da Cristo stesso con la sua attività taumaturgica; perciò la Chiesa non può che schierarsi, come il suo fondatore, contro il male fisico che tenta di distruggere l’uomo 70. Di qui i numerosi elogi alla scienza e alla ricerca medica che ricorrono in questo genere di discorsi.

In questo clima di resistenza alle potenze diminutrici della malattia e di valorizzazione massima dei talenti umani che riescono a sfuggire alla presa del male, si comprende un discorso che esce un po’ fuori dall’ordinario: si tratta di una allocuzione a un gruppo di paraplegici sportivi, riuniti per disputare delle gare.

«La diminuzione dei vostri mezzi fisici non ha arrestato il vostro ardore, e voi avete appena preso parte, in questi ultimi giorni, con uno slancio ammirabile, a tutta una serie di giochi, la cui pratica avrebbe potuto sembrare esservi impossibile

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per sempre. Voi avete dato così un grande esempio, che a Noi piace rilevare, perché può essere utile a tutti: voi avete mostrato ciò che può realizzare un’anima energica, malgrado gli ostacoli — in apparenza insormontabili — che il corpo le oppone. Lungi dal lasciarvi abbattere dalla prova, voi la dominate, e con un sereno ottimismo voi affrontate delle prove apparentemente riservate ai soli uomini validi. Cari figli, voi siete una dimostrazione vivente delle meraviglie che può operare la virtù della energia. Perché l’energia è una virtù, una virtù necessaria all’uomo, più necessaria ancora al cristiano, secondo l’insegnamento stesso del Cristo: Il regno dei Cieli soffre violenza, sono i violenti che se ne impadroniscono (Mt 11,12)» 71.

Notavamo alla fine dello studio dei documenti del magistero di Pio XII, che si ha l’impressione che i discorsi ai malati e quelli rivolti al mondo che cura gli ammalati mettono in luce valori diversi, generando una specie di spaesamento quando si passa dagli uni agli altri.

L’impressione permane di fronte al magistero di Papa Giovanni. Anche qui, mentre i discorsi ai malati sottolineano l’accettazione e la valorizzazione apostolica, il secondo gruppo gira intorno alla lotta contro la malattia e i suoi condizionamenti.

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3. ― Il magistero di Paolo VI

L’insegnamento di Paolo VI sul significato del dolore nella vita del cristiano e sul relativo atteggiamento morale presenta una sostanziale continuità con il magistero dei Pontefici precedenti.

Iniziamo anche qui con l’esame di alcuni discorsi esortativi rivolti a gruppi di malati o a tutto il popolo di Dio.

Alcuni temi teologici sono ormai assodati definitivamente e ricorrono in modo quasi obbligato. Primo tra questi è la realtà del Corpo mistico e quindi il significato particolare che prende il soffrire del cristiano vivente in comunione con Cristo: la sua sofferenza gli permette di associarsi alla passione del Maestro. Il patire acquista così un riflesso apostolico della massima fecondità 72.

I discorsi di Paolo VI ricorrono frequentemente a tutte le considerazioni abituali dell’ascesi di accettazione: il dolore come «croce», la situazione privilegiata del sofferente, la sua partecipazione al completamento della redenzione, il valore apostolico della sofferenza.

Anche l’atteggiamento di fronte alla malattia inculcato al cristiano non si discosta molto da quello che ormai conosciamo. Chi vuol essere fedele alla sua vocazione cristiana deve porsi di

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fronte al dolore con una accettazione entusiasta e per amore. Fondamento di tale accettazione è l’utilizzazione nuova che il cristiano può fare del suo dolore: «Cristo non mostra soltanto la dignità del dolore: Cristo lancia una vocazione al dolore» 73.

Per entrare in questo dinamismo della sofferenza, che si fa partecipazione alla croce di Cristo e ne condivide la fecondità redentrice, non è richiesto altro che accettare con amore e offrire: le condizioni tradizionalmente poste dall’ascesi di accettazione. Un’allocuzione di Paolo VI lo afferma nel modo più inequivocabile:

«La valorizzazione (apostolica) del dolore esige due condizioni: l’accettazione paziente e capace d’intuire un ordine dietro e dentro il dolore stesso, la mano paterna, anche se grave, del medico divino che sa trarre il bene, un bene superiore, da un male, il male della sofferenza; e l’offerta, che al dolore dà il valore proprio della vittima, che annulla in se stessa le esigenze della giustizia, e che da se stessa trae la somma espressione dell’amore che dà, dell'amore totale» 74.

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Se prendiamo ora in considerazione il gruppo di discorsi rivolti non più ai malati stessi, ma ad assemblee di medici o di personale assistente, dobbiamo costatare ancora una volta che i valori accentuati sono diversi; conseguentemente, è diverso anche l’atteggiamento etico di fronte alla malattia. I valori sottolineati sono quelli della salute e dell’integrità della persona umana; l’atteggiamento personale e sociale è quello della lotta, con tutti i mezzi della tecnica, contro le diminuzioni provenienti dalla malattia 75.

Ma lo spostamento di accento sui valori della salute, dell’utilizzazione completa delle energie residue, della lotta per la difesa della vita è riscontrabile, in maniera imprevista, anche in alcune poche allocuzioni rivolte a particolari assemblee di malati. Per la loro novità ed importanza, meritano di essere riportate ampiamente.

Il discorso più significativo e organico è senza dubbio il messaggio inviato al pellegrinaggio internazionale

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a Lourdes dei poliomielitici, il 28 settembre 1968.

È significativa, anzitutto, la posizione nella società che spetta a questi malati; non isolati da una speciale vocazione alla sofferenza per soffrire apostolicamente a vantaggio del Corpo mistico, ma integrati il più possibile nella vita di tutti, tesi a portare il loro contributo attivo all'umanizzazione del mondo:

«A Lourdes, i sani non si contentano di circondarvi delle loro vigili cure: essi vivono con voi questo pellegrinaggio, meditano gli stessi temi, s'incamminano con voi verso quella scoperta del messaggio di Dio che deve trasformare la propria vita.

Non è questo il simbolo più luminoso di ciò che dovrebbe realizzarsi nella società di oggi? Una integrazione la più completa possibile della vostra presenza di invalidi, della vostra vitalità, del vostro lavoro, del vostro pensiero, della vostra preghiera, nel mondo che si sviluppa. Non solamente questo mondo deve chinarsi su di voi con tutti i riguardi affettuosi, con tutta la sollecitudine ingegnosa dovuti a dei veri fratelli nel bisogno, ma deve tendere sempre di più a darvi un posto intero e attivo nel concerto dell’umanità, in un’ora in cui ci si richiama tanto, nei principi, alla dignità della persona umana e ai suoi doveri» 76.

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Per quanto riguarda l’atteggiamento dei malati stessi di fronte alla malattia o all’handicap, li si esorta a non ripiegarsi su se stessi, ma a dialogare e a servire gli altri con tutte le forze ancora disponibili. La loro spiritualità deve essere illuminata non solo dalla croce, ma anche dalla risurrezione del Signore:

«Da parte vostra, cari figli segnati dalla poliomielite, abbiate a cuore di partecipare voi stessi, con tutte le vostre forze, alla vita di questo grande Corpo del Cristo che è la Chiesa, e di cui voi siete le membra amate (...).

Che questa fede illumini tutta la vostra esistenza! che l’amore animi la vostra vita, vi eviti il ripiegamento su voi stessi, vi spinga a guardare verso gli altri, ad ascoltarli, a dialogare con essi, a servirli a vostra volta! Che la speranza vi volga verso il Cristo Salvatore, colui del quale voi partecipate la prova, al fine di partecipare anche la sua risurrezione!» 77.

Un altro discorso particolarmente significativo mette l’accento con forza sulla spiritualità attiva richiesta da colui che è colpito da malattia o handicap. È proprio questa energia impiegata nel superare la diminuzione e nel perseguire, nonostante

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tutto, la donazione di sé agli altri, che diventa testimonianza e apostolato:

«Il dedicarsi a qualche applicazione semplice in sé, ma diventata eroica per chi soffre, è impresa che rappresenta una vittoria sopra la minorata efficienza operativa, desta grande ammirazione e vivo conforto per lo spettacolo di energia, resistenza e integrità di spirito in un corpo rivelatosi imperfetto. E allora, invece di dover attendere consolazioni, sono i colpiti a darne agli altri, dimostrando come si vive e come si sopportano le calamità della vita. Ciascuno, quindi, voglia ognor meglio temprarsi e diventar maestro di energia umana e cristiana, che affronta la vita con disinvoltura e con la vittoriosa attitudine, promanante dallo spirito. Siano coraggiosi, coltivino inalterata fiducia, facciano quanto possono per abilitare la vita all'attività a cui deve essere destinata e non abbiano timore di essere delle esistenze mancate o inutili. Il coraggio promuove il buon esempio e dona incomparabile serenità (...). La vita è grande per ciò che soffre, che ama e che tende a superare» 78.

Dopo la rassegna dei testi, s’impongono alcune osservazioni. Esse partono dai problemi sollevati dal magistero di Paolo VI, ma vogliono attingere una portata più ampia ed essere conclusive di tutto questo capitolo.

Osserviamo anzi tutto che anche nell’insegnamento

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dell’attuale Pontefice, come già in quello dei suoi predecessori, si nota una netta separazione tra due gruppi di discorsi: quelli rivolti ai malati e quelli indirizzati ai medici e al personale assistente. Mentre i primi svolgono ampiamente tutti i temi dell’ascesi di accettazione e richiedono al cristiano un atteggiamento per lo più passivo, o per lo meno limitato alla sola attività di offerta, i secondi — pur affrontando gli argomenti naturalmente esigiti dalla particolare assemblea — presuppongono una considerazione positiva del valore della salute e negativa della malattia; conseguentemente, inculcano un comportamento di lotta o di superamento nei suoi confronti. Abitualmente queste due concezioni della malattia, con l’etica conseguente, non hanno comunicazioni tra loro e sono riservate ai rispettivi gruppi di malati o di sani.

In alcuni casi, però, si hanno dei discorsi ai malati stessi in cui predominano quei temi e quegli atteggiamenti sviluppati normalmente nell’altro contesto. Ne abbiamo segnalato uno di Giovanni XXIII 79 e, poco sopra, alcuni di Paolo VI.

Non pare si debba minimizzare il fatto insistendo sulla occasionalità di tali discorsi. C’è qualcosa di più profondo, e precisamente l’influenza

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della spiritualità propria dei vari gruppi ai quali i discorsi sono rivolti. Non è certo un caso che i discorsi in cui più esplicitamente è propugnata l’ascesi di accettazione sono proprio quelli rivolti a membri del Centro Volontari della Sofferenza o all’Apostolato della Sofferenza, che precisamente di queste spiritualità si nutrono; mentre i discorsi che insistono sul superamento attivo della malattia e dei suoi condizionamenti sono indirizzati a gruppi che hanno maturato una diversa spiritualità nei confronti della malattia. All’illustrazione di questo movimento di revisione della teologia e dell’etica della malattia tradizionali è dedicato il capitolo seguente.

A noi interessa ora notare che l’insegnamento dei Pontefici esercitato mediante il magistero ordinario è sensibile ai diversi atteggiamenti spirituali diffusi nel popolo di Dio. Quando si mette in ascolto di essi, ne diventa l’eco autorevole.

Finora l’insegnamento pontificio è stato espressione, per lo più, di quel complesso di idee teologiche e di atteggiamenti morali, tradizionalmente diffusi dalla parenesi e dalla pastorale — cioè quell’atteggiamento che chiamiamo «ascesi di accettazione».

Anche il Concilio Vaticano II vi si è allineato nel «Messaggio ai poveri, agli ammalati, a tutti coloro che soffrono».

Ma non possiamo trascurare taluni sporadici interventi di tono diverso, riflesso di un altro

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modo di vedere e di vivere la malattia, maturato in alcuni ambienti. Ciò ci fa supporre che l’evoluzione dell’insegnamento pontificio sull’etica della malattia, che Guzman Del Val notava a proposito del valore apostolico della sofferenza, sia lungi dall’esser terminata. Per questo non si può prendere il magistero ordinario — e tanto meno un discorso o un’allocuzione isolata rivolta a un gruppo particolare! — come parametro unico per elaborare una morale cristiana dell’uomo di fronte alla malattia. Proprio definendo bene i limiti del Magistero ordinario ed evitando di prenderlo come l’assoluto della Parola di Dio, se ne difende il vero valore e la sua utilità nella Chiesa.

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capitolo terzo

IL SUPERAMENTO DELL’ASCESI DI ACCETTAZIONE

Si è già accennato nell’introduzione alla mutazione profonda avvenuta in questi ultimi decenni nel mondo dei malati, con il conseguente rivoluzionamento del modo di porsi di fronte alla malattia. Ciò ha portato — ed è questo che ci interessa, dal nostro punto di vista — al superamento dell’ascesi di accettazione.

Sarebbe compito di uno studio sociologico accurato rilevare quali siano stati i fattori determinanti di questo sviluppo. Noi non lo tentiamo neppure; ci limitiamo a osservare che il mutamento sembra essere avvenuto non in seguito a un approfondimento dottrinale sistematico, ma vitalmente, in seguito a modi diversi di vivere la malattia. Sono stati determinanti, a questo proposito, le iniziative prese dai malati stessi di fondare Associazioni, Fraternità, Congregazioni di malati.

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In questo capitolo noi prenderemo atto dell’evoluzione considerandone i riflessi dottrinali. Analizzeremo le nozioni teologiche e morali considerate tradizionalmente come assodate, ma rimesse in discussione, perché non più rispondenti al modo in cui la malattia viene cristianamente vissuta. Esse si concentrano intorno a due problemi focali: l’esistenza di una «spiritualità del malato» specifica, distinta dalla spiritualità cristiana comune, e la nozione di «rassegnazione». Attorno a questi due problemi maggiori, convergono numerose altre nozioni collaterali, ugualmente rimesse in discussione.

1. ― Esiste una «spiritualità del malato»?

A) I pericoli di una visione ristretta (il «dolorismo»)

La rimessa in discussione più radicale dell’ascesi di accettazione tradizionalmente proposta ai malati contesta la legittimità, o quanto meno l’opportunità, di una «spiritualità» specifica per i malati.

Una reazione prevalentemente emotiva, ma quanto mai indicativa di un atteggiamento di fondo, è quella di alcuni malati riportata da Lochet: «Non abbiamo bisogno di una farmacia spirituale,

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ma di buon nutrimento comune. Ciò che i malati domandano non è una cappella d’infermeria, ma la Chiesa. Abbiamo bisogno semplicemente di una spiritualità ecclesiale. Non domandiamo che si apra per noi una nuova scuola di spiritualità, dove tutto sia visto attraverso un’ottica di malati e in odore di ospedale. Che non ci si parli continuamente «in quanto malati», come se non si volesse sapere altro da noi; prima di essere malati siamo uomini e figli di Dio» 80.

Non si tratta solo di una reazione contro quelle intemperanze verbali che abbondano nelle opere parenetiche; si tratta, più radicalmente, di una reazione contro la concezione basilare della «buona sofferenza», che Lochet classifica come la prima tra gli atteggiamenti pseudo-cristiani di fronte alla malattia 81.

La sofferenza è buona — si dice — perché Dio la invia come prova o come punizione: «Dio fa soffrire quelli che ama», oppure: «Quelli che ama, Dio li castiga».

Questa considerazione della buona sofferenza conduce naturalmente, se spinta fino in fondo, a ritenere il malato un privilegiato. Ne abbiamo trovato esempi nell’esame delle opere ascetiche sulla malattia.

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Date queste premesse, l’unico atteggiamento conseguente viene ad essere l’accettazione ascetica. Il malato dovrà centrare la sua vita spirituale sulla malattia, come fonte di purificazione, di meriti e di redenzione.

Ciò che spinge ad opporsi alla spiritualità fondata sulla «buona sofferenza» non è soltanto una preoccupazione pastorale — cioè il pericolo evidente di reazioni negative da parte dei malati — ma anche una preoccupazione dottrinale: il pericolo, cioè, di spacciare per visione cristiana della sofferenza una concezione deviata e morbosa, da bollarsi come «dolorismo».

Da parte dei sostenitori dell’ascetica di accettazione, c’è una viva reazione all’accusa di «dolorismo». La reazione è comprensibile e giustificata se prendiamo il «dolorismo» nel suo significato proprio: dolorismo e cristianesimo sono, infatti, inconciliabili.

Il termine «dolorismo» fu lanciato da Paul Souday nella critica a «La possession du monde» di Duhamel (Le temps del 6 marzo 1919) 82. Egli così lo definiva: «La teoria dell’utilità, della necessità, dell'eccellenza del dolore».

Il neologismo di Souday è diventato usuale dopo essere stato ripreso da Julien Teppe, che

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pubblicò nel 1935 il suo «Manifesto del dolorismo» sotto il titolo «Apologie pour l’anormal», poi una Revue doloriste e infine il suo testamento filosofico, il Manuel du désespoir.

Il Vocabulaire philosophique di Lalande dà questa definizione del dolorismo, ispirata verosimilmente da Teppe stesso:

«Dottrina che attribuisce un alto valore morale, estetico, e soprattutto intellettuale al dolore — principalmente al dolore fisico — non solamente in quanto rende l’uomo sensibile alle sofferenze altrui, ma in quanto ferma gli impulsi della vita animale e permette così allo spirito di acquisire una egemonia particolarmente efficace per la creazione artistica e letteraria» 83.

Come illustrazione particolarmente efficace di simile concezione del dolore possiamo riferirci a queste parole di Heinrich Heine:

«Gli uomini malati sono veramente sempre migliori di quelli sani, perché solo l’uomo malato è un uomo: le sue membra hanno una storia di dolore, sono spiritualizzate» 84.

Una critica a fondo al dolorismo è stata fatta da P. R. Regamey, che lo riduce a un atteggiamento

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estetico 85. Il dolorismo pretende di valorizzare il dolore stesso, non i diversi superamenti di esso dovuti a reazioni dell’amore e della intelligenza. E qui sta l’equivoco fondamentale di cui i doloristi non riescono a liberarsi:

«O essi si accontentano di segnalare i benefici di cui il dolore non è che l’occasione e a condizione che si reagisca contro di esso, e allora non è il caso di dar vita a tutto questo sistema pessimista, a questo tragico e a questo elogio del dolore; oppure coltivano il dolore per se stesso, perché esso appare come un valore. Allora, siccome esso è per se stesso sterile e anche distruttore, non può essere oggetto e fine che a modo di considerazione, di compiacenza (del resto morbosa); di sfruttamento artistico. Tutto ciò è d’ordine estetico» 86.

Definito così il «dolorismo», resta giustificata pienamente la reazione dei sostenitori dell’ascesi dell’accettazione, che non possono ritrovarsi in tale visione dell’uomo e del dolore.

Così pure si comprende l’indignazione di alcuni al vedere certi atteggiamenti di alcuni cristiani tacciati di essere auto-punitivi in modo morboso, e più o meno sadomasochisti.

Resta però vero che il rischio di corruzione del senso cristiano della sofferenza con tali atteggiamenti più o meno psicopatologici non è completamente

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illusorio. Fa notare Regamey che uno dei rischi della malattia, soprattutto dolorosa e prolungata, è di conquistare il giudizio stesso, fino a erigere la sofferenza a valore supremo 87.

La denuncia di tale pericolo induce a guardarsi da motti altisonanti, come «la mia gioia è soffrire — soffrire o morire — nel soffrire è la mia felicità...»; a non pronunciare alla leggera parole che sembrano ammirevoli, ma che forse non sono che imprudenti o vuote; a diffidare di una accettazione troppo gioiosa o entusiasta della malattia.

Non è superfluo l’ammonimento di Lochet che ci potrebbe essere un amore della sofferenza che rischia di non essere altro che corruzione delle sorgenti della vita o pigrizia davanti allo sforzo 88. Non bisogna confondere, infatti, il disgusto della vita con l’accettazione della croce. La rinuncia cristiana lascia il posto al desiderio di vivere, sottomettendolo a Dio. Essa non è il lasciarsi andare di un essere che si abbandona senza lotta alle forze della natura, ma la decisione suprema al termine di un lungo combattimento. «Non si entra nella Passione del Cristo che passando attraverso la sua agonia 89».

Questi atteggiamenti estremi, che rischiano di provocare sgradevoli fraintendimenti della concezione cristiana della sofferenza e si attirano accuse

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di dolorismo, hanno il loro entroterra teologico in una considerazione del mistero cristiano che si ferma alla croce di Cristo, invece di andare fino alla sua resurrezione gloriosa 90.

Risulta ormai chiaro che le reazioni di chi rimette in discussione la «spiritualità del malato» sono dirette soprattutto contro una visione troppo ristretta della vita del cristiano malato. Se non si vede nel malato che la sua malattia, si rischia di sopravvalutarla, arrivando ad espressioni o atteggiamenti che danno adito all’accusa di «dolorismo».

Ma soprattutto, insistendo esclusivamente sulla malattia, non si raggiunge che una parte del malato, lo si imprigiona nella sua malattia, la sua spiritualità si costruisce sulla parte negativa del suo essere e non su quella vivente.

Dio non è presente nella malattia; è presente in un uomo vivente ma malato. La malattia non interviene che come una realtà seconda, per importanti che siano le sue implicazioni.

Limitarsi a una spiritualità della malattia e della sofferenza sembra una posizione troppo incompleta per essere generalizzata 91.

In particolare, l’ascesi di accettazione e la spiritualità del malato basata sull’offerta e sull’idea

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della continuazione della Passione, rischiano di operare una chiusura del malato in se stesso, come si rende visibile macroscopicamente nel limite estremo del «dolorismo».

Una spiritualità del malato più genuina dovrà invece partire da una spiritualità «cristiana» comune a tutti, per poi arrivare al modo speciale in cui il malato deve viverla per i condizionamenti della sua malattia.

Sono conclusioni da ritenere, in vista dell’elaborazione sistematica di un atteggiamento cristiano di fronte alla malattia, che tenteremo nella seconda parte.

B) La malattia nel «progetto» della vita umana (lo «stato di malattia»)

Anche da un altro punto di vista ha preso corpo una forte resistenza ad ammettere una «spiritualità» del malato autonoma.

Si tratta della rimessa in discussione del concetto di malattia come stato particolarmente santificante, o come «stato di vita».

Ne risulta un ulteriore contributo al superamento dell’ascesi di accettazione.

Esiste una corrente teologico-spirituale che considera l’amputazione dei valori umani come mezzo privilegiato per accedere ai valori spirituali.

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Per questi cristiani la malattia, in quanto spogliazione dei beni della salute e dell’attività umana, è dunque uno stato particolarmente santificante, a cui è appropriata una particolare spiritualità di accettazione.

J. Leclercq afferma che, dopo l’humiliavit semetipsum di Gesù Cristo, non c’è stato di santificazione fuori dell’umiliazione:

«Essere capo, essere ricco, non sono in sé mezzi di santificazione; essere obbediente, essere povero, lo sono. Essere sano e vigoroso non è in sé un mezzo di santificazione; essere ammalato e misero, lo è» 92.

Il parallelo ricco-povero, sano-malato, è sviluppato ampiamente per mostrare nello stato di malattia una posizione di privilegio rispetto alla salvezza:

«Come il ricco cristiano deve conservare sempre una punta di inquietudine pensando alle parole del Maestro, mentre il povero gode della pace profonda di sapersi in conformità pura e semplice col Vangelo (...), allo stesso modo il sano deve conservare una punta d’inquietudine — deve sempre domandarsi se fa abbastanza — mentre il malato non ha che da lasciarsi fare e accettare» 93.

Tutto il capitolo VII dell’opera da cui citiamo, dedicato allo «stato di malattia», celebra i vantaggi

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che ha il malato rispetto al sano nei confronti della santificazione. Eccone la formulazione estrema:

«La malattia è uno stato di santificazione, perché la perfezione vi diventa semplice e, in certo modo, più facilmente accessibile che nello stato di salute (...). L’accettazione della malattia è una rinuncia a uno dei più grandi beni dell’uomo, la salute. Questa è anche, in un certo senso, il bene più grande di tutti, perché è la condizione degli altri (...). L’uomo sano ha anch’egli, è vero, il dovere di tendere alla perfezione, ma ciò è più complicato per lui. La malattia semplifica la vita; il dovere per il malato è facilmente tracciato: accettare» 94.

La malattia viene così isolata dal complesso della vita umana, per farne uno stato di vita retto da una dinamica di santificazione particolare, caratterizzato da una propria spiritualità — la «spiritualità del malato» — la cui nota dominante è l’accettazione.

Sul piano strettamente teologico, questa prospettiva ha trovato trasposizione nella discussione sulla malattia come «status vitae» dell’uomo. F. Lepargneur ha dedicato all’argomento un articolo pubblicato da Présences 95. Egli vi si chiede a quale nozione teologica si riallacci più adeguatamente la malattia e la trova nella nozione di

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«stato di vita», come è stata elaborata dalla teologia soprattutto in rapporto allo stato dei religiosi.

Perché l’applicazione alla malattia della nozione di «stato» sia possibile, l’Autore trova necessario che la si liberi anzitutto da alcune altre nozioni che normalmente le vengono unite, a causa del suo impiego precipuo per definire la condizione dei religiosi, ma che in realtà non le appartengono essenzialmente.

Anzitutto bisogna scindere la nozione di stato da quella di grande stabilità.

«Lo stato comporta una certa attitudine al prolungamento, non di più (...). Una certa attitudine al prolungamento è necessaria e sufficiente dal punto di vista della permanenza, perché si possa parlare di stato» 96.

Nella malattia non si verifica sempre la grande stabilità, bensì l’attitudine al prolungamento. Anzi, è proprio questa attitudine che distingue la vera malattia dal traumatismo leggero.

In secondo luogo, bisogna liberare la nozione di stato da quella di impegno volontario liberamente contratto.

«Questa aggiunta è estrinseca, come ce se ne rende conto considerando lo stato laico, che concerne delle persone che si trovano laiche senza averlo mai positivamente deciso» 97.

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Qual è dunque il criterio che distingue gli stati di vita? Lepargneur, seguendo S. Tommaso (S. Th. II-II, q. 183 a.1.), lo trova nella persona, in quanto è padrona di se stessa o dipendente: «La nozione di stato è correlativa a quella di libertà e schiavitù in qualsiasi ordine».

La schiavitù della malattia è intermedia tra l’asservimento dello schiavo e quello del peccatore. Ogni malattia, infatti, attenta all’integrità psico-fisiologica dell’uomo. Può essere definita come una realtà che limita la libertà umana sottraendo, in misura maggiore o minore, l’equilibrio del corpo e la sua attività alla piena reggenza dello spirito libero 98. La servitù del malato, dunque, si estende a tutto il suo essere in ragione del suo corpo.

La malattia presenta tratti caratteristici della nozione teologica di stato in ragione dei rapporti dell’anima e del corpo, che, nella concezione aristotelico-tomista, sono di «unità formale». Siccome ogni «stato» implica l’impiego dell’essere nella sua totalità, l’uomo malato viene a trovarsi in uno stato di vita peculiare.

Ciò interesserà senza dubbio il medico, a causa della relazione del fisiologico allo psichico, relazione a doppio senso. La medicina psicosomatica sembra tener conto della lezione.

Ma la malattia come stato di vita interessa soprattutto

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il teologo. Per lui, infatti, la proprietà di uno stato di vita è d’inserire il soggetto in un certo condizionamento, che crea facilità e difficoltà proprie in merito alla acquisizione della santità. Ora, nella prospettiva aristotelico-tomista dell’unità formale dell’anima e del corpo, la malattia crea nell’organismo una rottura d’equilibrio che impedisce all’anima di essere pienamente se stessa.

«La malattia è generatrice d’uno stato la cui incidenza su tutta la vita umana, e soprattutto sulla vita morale e religiosa, non si può negare. Questo stato è uno stato di prova, che impone a certi uomini delle condizioni più o meno favorevoli o sfavorevoli alla salvezza: la malattia fornisce occasioni o facilità di peccare, ne fa evitare altre, reclama a tutta forza una pazienza costante e una padronanza progressiva» 99.

L’analisi critica di questa impostazione sarebbe complessa. Basterà forse dire che sembra troppo sbrigativa la facilità con cui Lepargneur esclude dalla nozione tradizionale dello «stato di vita» l’elemento di «impegno volontario». Particolarmente infelice è, a questo proposito, l’esempio del laico che si troverebbe ad appartenere ad uno stato che non ha scelto liberamente. Se, infatti, per laico intendiamo l’appartenente al «laòs», il membro del popolo di Dio, è chiaro che tale appartenenza, che inizia col battesimo, non può

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dirsi non libera (anche se la scelta libera, nel caso del battesimo degli infanti, ricade inizialmente sui genitori e sulla comunità cristiana). In ogni caso, l’appartenenza allo stato laicale come termine di paragone è molto più vicina all’appartenenza allo stato religioso che allo «stato di malattia», in cui la malattia fa violenza all’organismo e ai suo libero funzionamento.

Ma piuttosto che una critica a punti particolari, è preferibile fare un’osservazione generale: non sembra strano parlare di uno «stato di vita» la cui dinamica interna tenda al superamento dello stato stesso e quindi al suo annullamento? Non è singolare affermare che la malattia costituisca uno stato di vita particolare rispetto alla santificazione, quando ci si santifica cercando di uscirne? Infatti Lepargneur stesso ricorda, molto opportunamente, il dovere per ciascuno di tendere alla salute 100.

Allora bisognerà concludere che la designazione della malattia come «stato di vita», in senso teologico, è poco adatta per esprimere uno stato violento da cui bisogna cercar di uscire. Inoltre l’espressione rischia di essere fraintesa, potendo far pensare a una situazione stabile, all’interno della quale ci si installa in vista di una certa perfezione. Certo non è questa l’idea dell’autore, il quale anzi mette in dubbio che esista una vera

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vocazione alla malattia, sull’esempio della vocazione allo stato religioso 101.

«L’impiego dell’espressione “stato di vita” a proposito della malattia è inopportuno; anche se questa espressione può in qualche modo legittimarsi, se ben compresa, sembra pericoloso farla passare nel linguaggio corrente»: questa la conclusione di un gruppo di teologi europei riuniti a Monaco il 24 e 25 giugno 1964 per discutere della teologia della malattia, secondo la relazione che ne fa P. Robert 102.

Il rifiuto di considerare la malattia come uno «stato di vita» particolare, a cui converrebbe una facilità maggiore di raggiungere la santità o un modo peculiare di tendervi, non vuol dire negare che la malattia metta l’uomo in una situazione particolare che concerne il suo essere intero: precisamente lo «stato di malattia».

Non si vuol parlare della malattia come di uno «stato di vita» analogo a quello scelto liberamente dai religiosi per santificarsi; ma con ciò non si vuol affatto minimizzare l’importanza dello «stato di malattia» nella vita di un uomo, e quindi i problemi particolari che pone in relazione al conseguimento della santità.

Dal punto di vista antropologico, la condizione di malattia porta un sovvertimento profondo, di

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cui non si può non tener conto nell’elaborazione di un’etica cristiana della malattia. La malattia è infatti un tempo di crisi grave, che rimette spesso in discussione tutta una vita e la scala stessa dei valori. Può essere tempo di arresto della vita, ma può essere anche tempo di riflessione e di dialogo. Giustificatissimo, perciò, tutto l’interesse che la pastorale e la spiritualità rivolgono al tempo di malattia del cristiano.

Ma il punto acquisito dalle correnti di superamento dell’ascesi tradizionale è che non si debba considerare il periodo della malattia prescindendo da tutto il «progetto» della vita umana che viene attaccata dalla malattia. Si dovrà evitare di presentare la malattia come uno stato di santificazione, o come uno «stato di vita», retto da una particolare spiritualità.

Lo stato di malattia non è irrilevante nel cammino dell’uomo verso il Regno di Dio. Ma colui che cammina verso il Padre è prima di tutto un «uomo», e deve essere quindi considerato come un’unità psicofisica che la malattia minaccia violentemente dall’esterno; ed è un «cristiano», inserito cioè originariamente nel popolo di Dio, di cui partecipa la vocazione comune a seguire Cristo nel suo mistero di morte e di resurrezione.

Questi dati non possono essere trascurati in una teologia morale che voglia essere valida per il cristiano d’oggi.

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C) Il malato nella Chiesa («vocazione alla malattia»)

Il superamento della tradizionale ascesi di accettazione e la contestazione di una «spiritualità del malato» autonoma, sono state grandemente favorite anche da un altro insieme di considerazioni, raggruppate intorno alla questione del posto che occupa il malato nella Chiesa.

È un fatto che l’isolamento costituisce, in qualche maniera, il primo potere negativo della malattia e uno degli elementi comuni a tutto il mondo dei malati. Non solo nei casi di ospedalizzazione — in cui la cosa è più evidente — ma anche quando resta in famiglia, il malato si trova per forza di cose in uno stato di separazione.

L’attacco distruttore della malattia contro l’uomo non si riduce al tentativo di disintegrare la personalità nella sua unità psico-fisica: è diretto anche contro tutto ciò che fa dell’uomo un essere sociale e comunitario.

Dato poi il senso di colpa che spesso accompagna lo stato morboso e l’impossibilità di partecipare alla vita liturgica comunitaria, la malattia rischia fortemente di completare la sua opera isolando il malato da Dio, da cui ci si sente abbandonati, e disintegrando il legame ecclesiale.

È necessario perciò che la Chiesa, se vuol essere fedele all’aspetto fondamentale della sua missione nel mondo della malattia, mantenga o ricrei

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il modo di provare al malato che non è un isolato, che non è escluso dalla comunità, anche se ne è fisicamente lontano per un po’ di tempo. «Il malato deve scoprire in modo pratico che la sua malattia non lo allontana né da Dio, né dalla sua Chiesa. Spetta alla Chiesa di dar prova d’una immaginazione sempre rinnovata per far fronte a questo aspetto della sua vocazione» 103.

Questa preoccupazione squisitamente pastorale ha provocato una riflessione teologica sul posto del malato nella Chiesa, dando luogo a una soluzione coerente con l’insieme della tradizionale ascesi di accettazione, ma vivamente avversata da altre correnti spirituali.

Secondo questa soluzione, il malato viene posto non alla periferia della Chiesa, bensì al suo centro, dove svolge una funzione particolare. Egli è anzi tutto un parafulmine contro la collera divina, che, placata dalle sofferenze del malato, non punisce la società peccatrice. È la funzione delle «anime vittime», come ce la presenta Lyonnard 104.

Il malato è soprattutto «l’apostolo della sofferenza»; suo compito è quello di abbracciare la malattia come Cristo la sua croce e di contribuire

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così all’opera di redenzione. Egli è al centro della Chiesa, perché ha il compito di continuare la passione di Cristo, di «completare nel suo corpo ciò che manca ai patimenti di Cristo, a vantaggio del suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1,24).

Il malato svolge così nella Chiesa un’opera salvifica vicaria, soffrendo al posto degli altri e a vantaggio degli altri.

È quanto ci è risultato anche dall’analisi dei documenti del Magistero. I Pontefici insistono ripetutamente sull’accettazione paziente della malattia, a causa del suo eminente valore apostolico. Il malato, col suo solo patire accettato e offerto, compie nella Chiesa un postolato indispensabile e peculiare. Ripetutamente questa idea viene fondata su Col 1,24.

Secondo le idee divulgate dall’ascesi di accettazione, l’accesso a questo posto centrale nella Chiesa non è aperto a chiunque; è necessaria una «vocazione» speciale. Il malato è però posto dalla sua stessa malattia nello stato di vocazione alla sofferenza, per cui, per il fatto stesso che è malato, non può aver dubbi sulla propria vocazione.

C’è chi si è spinto fino ad asserire che la malattia sembra essere un elemento essenziale della vocazione religiosa 105. Per giustificare una tale

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affermazione, lo stesso Autore fa notare che, tra i profeti dell’Antico Testamento, Geremia ed Ezechiele danno l’impressione d’essere fortemente gravati psichicamente e che le stesse manifestazioni patologiche del loro comportamento vengono utilizzate per il loro compito profetico.

Non può, purtroppo, provare in modo così evidente il rapporto tra malattia e ufficio apostolico in S. Paolo, neppure utilizzando 2Cor 12,7-10; ma si ritiene tuttavia autorizzato ad asserire che, in ogni caso, Paolo dovette appartenere a quegli uomini, la cui personalità nel suo insieme non è concepibile senza tratti patologici 106.

Non tutti naturalmente, si spingono così lontano nello stabilire un rapporto tra malattia e vocazione. Resta però che, nel contesto dell’ascesi di accettazione, si parla molto volentieri di «vocazione alla sofferenza» o di «vocazione alla malattia».

La letteratura ascetica esibisce a conferma l’esempio di sante persone che hanno desiderato e domandato una tale vocazione e l’hanno ottenuta, a quanto pare 107. Un argomento parenetico

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portato molto volentieri è che non potremmo desiderare niente di meglio della Croce e della Passione, dal momento che Dio stesso le ha scelte per sé: «Poiché la sofferenza non è un male, è un bene. E poiché Dio l’ha scelta per se stesso, deve essere un grande bene» 108.

Da molte parti, però si è vivacemente messa in discussione l’idea di una «vocazione alla malattia» 109. Anche questa discussione risulta aver portato a un approfondimento teologico della situazione del cristiano di fronte alla malattia e aver fornito preziosi elementi positivi per delineare l’atteggiamento morale del cristiano malato.

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«Esiste una vera vocazione alla malattia, sul modello della vocazione allo stato religioso?», si domanda Lepargneur, che pure, come abbiamo visto, difende la possibilità di considerare la malattia come uno «stato di vita» 110.

Anzitutto bisogna chiarire il senso della parola «vocazione». C’è un senso molto ampio in cui è perfettamente accettabile, anche riferita alla malattia. Se, infatti, sono attualmente malato, il mio cammino verso il Regno di Dio comporta questa prova della malattia, da cui non posso prescindere, se voglio vivere una vita cristiana realista. In questo senso, posso dire che la malattia era nella mia «vocazione» concreta, cioè nel modo in cui Dio ha previsto e voluto che prendesse corpo la mia relazione personale con lui.

Intendendo così l’espressione, si potrebbe parlare di «vocazione alla malattia»; ma è opportuno farlo, dal momento che essa può dar adito a un’altra interpretazione, in cui parlare di «vocazione alla malattia» è molto discutibile?

Infatti si può intendere «vocazione nel senso più usuale di impegno volontario in uno stato perpetuo, per la propria autorealizzazione. E in questo senso effettivamente si parla talvolta di

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«vocazione alla malattia» nell’ascesi di accettazione.

Di fronte alla concezione della malattia come uno stato in cui si sceglie di entrare o di rimanere, alcuni reagiscono con energia:

«C’è da temere seriamente che ciò che si prende per vocazione perpetua allo stato di malattia non sia che uno dei sintomi, e tra i più allarmanti, della malattia stessa» 111.

Anche l’argomentazione tratta dall’esempio dei santi viene respinta molto seccamente: «La Chiesa, in ogni caso, non propone ai fedeli alcuna preghiera per domandare la malattia, e la liturgia dei malati è interamente incentrata sulla domanda di guarigione» 112.

Marguerite M. Teilhard de Chardin per rispondere alla stessa difficoltà cerca di dimostrare, invece, che le persone in questione non cercavano la sofferenza, ma la volontà di Dio. Esse rispondevano a una chiamata che risvegliava in loro molto più ripugnanza che slancio; chiamata a una forma di santità dolorosa, ma mai precisa 113.

Si capiscono, del resto, queste reazioni più o meno violente all’apologia della malattia presentata come «vocazione», se si considerano i pericoli cui una simile spiritualità può dar luogo.

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Rivediamo, anzitutto, lo spettro del «dolorismo» e l’apologia irenista della «buona sofferenza». Una tale concezione contribuirebbe a fissare il malato nello stato di malattia vista come situazione particolarmente santificante. Si avallerebbe così la «professione del malato» fine a se stessa, produttrice di meriti per il solo fatto della sofferenza. Invece non deve essere la malattia il centro focale della spiritualità del malato, bensì ciò che l’uomo rimane nonostante l’assalto della malattia, e ciò che il malato può ancora fare, in quanto uomo e in quanto cristiano, nonostante l'handicap della malattia.

Come si vede facilmente, si possono rivolgere contro la «vocazione alla malattia» tutti quegli appelli a una fondazione della spiritualità del malato sopra valori più autentici, che abbiamo già rilevato negli altri punti di critica alla «spiritualità del malato» propria dell’ascesi di accettazione.

Ma una critica alla malattia come vocazione speciale si può rivolgere proprio in nome della preoccupazione di integrare il malato nella Chiesa, che sembra essere all’origine di questa concezione di «vocazione alla malattia». È vero che in questa prospettiva il malato viene ad assumere un ruolo unico, ma proprio questo lo isola ancor più dagli altri membri del popolo di Dio. Il malato è sospeso tra cielo e terra come il Cristo sulla Croce; intercede e merita per tutta la Chiesa, ma è separato dai suoi fratelli.

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Questi pericoli della «vocazione alla malattia» non sono visibili che nel caso che essa venga portata al limite estremo, e ciò, fortunatamente, non si verifica spesso. Essi però sono latenti e inducono i più sensibili a reazioni di totale rifiuto, come abbiamo riportato.

Altri giungono a posizioni più sfumate. Così A.M. Henri accetta la possibilità astratta che ci possano essere simili vocazioni, in nome della «follia della croce» che mette in crisi la ragione; ma si dichiara incapace di dare un criterio per distinguere se si tratta di vera vocazione alla malattia o di esaltazione morbosa:

«Noi pensiamo semplicemente che la vocazione di malato non ci sembra impossibile. Ma quanto a sapere se, qui o là, c’è effettivamente vocazione di malato, ciò supera il nostro potere di conoscenza» 114.

Sarà solo l’amore che fisserà la scelta e quindi la propria vocazione. L’amore spingerà alcuni a domandare e a volere la guarigione, altri a non domandare niente, ricevendo ogni giorno da Dio con riconoscenza malattia o salute; altri ad accettare la malattia come una croce benedetta da Dio che è loro riservata per sempre. «In definitiva, la nostra vocazione è ciò che l’amore ci ispira» 115.

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Ma fondare la possibilità di una vocazione alla malattia sull’eventualità che il nostro amore per Dio ci spinga a scegliere questo stato in modo definitivo, non sembra soddisfacente. Una simile prospettiva, infatti, non offre alla nostra scelta dei criteri obiettivi per evitare gli equivoci e i fraintendimenti a cui soggiace il nostro amore per Dio.

Per superare le diverse posizioni e giungere a una formulazione soddisfacente del posto del malato nella Chiesa, bisogna impostare il problema in una prospettiva più ampia.

Non dobbiamo dimenticare che tutto il Corpo Mistico, nato sulla Croce, si trova nel suo insieme sottomesso alla legge della Croce. Non è giusto caricare sulle spalle dei soli malati il compito di tutta la Chiesa. Tutti i cristiani, in quanto «immersi nella morte e nella risurrezione di Cristo» (cfr. Rom 6), hanno assunto come ritmo fondamentale della loro nuova vita «in Cristo» quella dinamica della gloria attraverso lo «svuotamento» (la «kenosi»), che già ha operato nel Cristo stesso. L’amore della sofferenza redentrice diventa così ideale per tutti. In altre parole, per tutti i cristiani urge l’obbligo di fare della propria vita un mistero pasquale, un passaggio alla gloria attraverso l’assunzione della sconfitta umana. In questo senso, una certa «vocazione alla sofferenza» è insita nella vocazione cristiana stessa. Ma per il cristiano non esiste la croce se

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non sul cammino verso la risurrezione, cioè alla luce del mistero pasquale nella sua interezza.

Non esistono dunque un amore alla sofferenza e una spiritualità della sofferenza che siano appannaggio solo di alcuni, posti da Dio in uno stato speciale, come può essere quello della malattia. L’esperienza della sofferenza trasfigurata dallo Spirito, che culmina nella risurrezione, è l’esperienza di tutti coloro che sono in Cristo.

Il cristiano malato si differenzia dai suoi fratelli non malati solo in questo: egli continua nel mondo visibilmente il mistero della Passione redentrice.

Tutti vi partecipano, tutti la manifestano anche, in qualche maniera, ma lui la porta nel corpo 116. Possiamo allora dire che il malato è effettivamente al centro della Chiesa, non perché lui solo abbia la vocazione di continuare la passione di Cristo, mentre gli altri cristiani non avrebbero altro impegno che quello di beneficiarne; egli partecipa alla vocazione cristiana, che comporta morte e risurrezione: ma vi partecipa col compito di rendere evidente per i fratelli l’azione di Dio che trionfa attraverso la kenosi dell’uomo.

Ecco perciò qual è il ruolo particolare dei malati nella Chiesa, il loro carisma: «La loro missione

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incomparabile è di rappresentarvi e completare la passione redentrice in modo privilegiato, portando visibilmente le stigmate del Crocifisso» 117.

Illuminata la vocazione del malato con la vocazione generale del cristiano, possiamo parlare del suo ruolo incomparabile nella Chiesa, senza nessun sospetto di ipocrisia. Soltanto quando vediamo nel malato l’espressione sensibile della nostra appartenenza a un popolo di «poveri» che Dio solo salva, possiamo sottoscrivere questa descrizione entusiasta, che ci fa L. Lochet, del posto del malato nella Chiesa:

«Egli incarna in mezzo a noi il destino dell’uomo la cui miseria fa appello alla misericordia di Dio. Egli ci ricorda, con la sua stessa presenza, che l’opera di redenzione non è un’impresa umana, ma un mistero di Dio. Mantiene sotto i nostri sguardi il più indispensabile segreto: la potenza della passione. Il malato rappresenta l’umanità nuova, quella del peccatore esposto alla grazia; esprime in sé la nostra vocazione soprannaturale, che ci fa partecipare, con la nostra stessa miseria, al mistero del Cristo e della sua gloria» 118.

Per la nostra elaborazione sistematica di un atteggiamento cristiano di fronte alla malattia, riterremo questo elemento prezioso: che, cioè,

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anche per capire il ruolo proprio del malato nella Chiesa, non possiamo restringere la nostra visuale alla sua sola malattia, ma dobbiamo anzitutto considerare la realtà più vasta di tutta la sua vita nuova, che è la realtà cristiana comune a tutto il Corpo Mistico che vive il mistero pasquale. Non arriveremo a una «spiritualità del malato», se non attraverso una «spiritualità del cristiano ammalato».

D) Il malato nella società

Da un altro punto di vista è maturata una spinta verso il superamento della tradizionale ascesi di accettazione: dalla coscienza dell’inserimento attivo del malato nella società.

Da una quarantina d’anni assistiamo a un risveglio impressionante nel mondo dei malati. Anzitutto essi hanno preso coscienza di costituire un «mondo», cioè una frazione di umanità raggruppata intorno a centri d’interessi comuni 119.

Ciò ha portato a un’assunzione di responsabilità senza precedenti: i malati, si direbbe, hanno preso in mano la loro sorte, stringendosi in una solidarietà sempre più cosciente e volontaria.

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Si può dire, in una parola, che il mondo dei malati ha raggiunto un’età adulta.

Non è qui il luogo di riferire dettagliatamente il fiorire di iniziative a cui questo risveglio ha dato luogo. Esse vanno dal campo amichevole e di sostegno, al piano sociale e sindacale, fino a quello, non ultimo, spirituale e religioso.

Per quanto riguarda la Francia, che è stata indubbiamente il teatro maggiore di questo risveglio profetico, si ha un elenco esauriente di queste iniziative nel recente volume dedicato alla «Fraternité Catholique des Malades» 120.

Per l’Italia è sufficiente segnalare che le iniziative più rilevanti fanno capo al Centro Volontari della Sofferenza 121 e all’équipe raccolta intorno alla rivista «Anime e Corpi».

Tutte queste iniziative attestano l’esistenza di un mondo di malati che non si contenta più dell’aiuto che gli viene dal di fuori, ma agisce esso stesso, collaborando alla sua propria liberazione e alla costruzione della società.

Questi movimenti mirano, in fondo, alla reinserzione sociale o spirituale dei malati tra i sani, o addirittura a una integrazione completa.

Il risveglio sul piano dell’attività non è stato

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senza conseguenze per ciò che concerne la spiritualità 122. La maggiore età del mondo dei malati entrava in contraddizione con l’atteggiamento di accettazione passiva o di sola offerta inculcato dall’ascesi tradizionale.

Ricordiamo le esortazioni di P. Lyonnard, che abbiamo riferito illustrando l’ascesi di accettazione: alcuni sono chiamati a predicare, altri a insegnare, altri ad operare apostolicamente; il malato è chiamato a soffrire. La sua stessa sofferenza, accettata per conformarsi a Cristo sofferente, è l’apostolato del malato. Egli non deve fare altro, quindi, che unirsi sempre più a Cristo, per dare alla sua vita tutta la fecondità che la sua vocazione richiede.

È una prospettiva certamente molto consolante e feconda per i malati, i quali scoprono che, nella misura in cui sono ridotti all’inattività nel mondo visibile, possono esercitare una potente azione nel mondo invisibile.

Ma è una prospettiva non più rispondente allo stato d’animo di un mondo di malati che ha scoperto i valori della solidarietà e dell’attività.

malati non vogliono più essere considerati unicamente come malati, perché sono anzitutto dei viventi, chiamati, nel mondo e nella Chiesa,

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a partecipare ancora, alla loro maniera, alla costruzione e all’evangelizzazione del mondo con tutti i loro fratelli.

«Nella nostra epoca, tutti i sani devono sempre più persuadersi che i malati, se hanno da offrire le loro sofferenze al Signore, vogliono anche, e a giusto titolo, lottare accanto a loro, lavorare come loro per promuovere il Regno di Dio, e prendere a carico in modo particolare l’immensa famiglia dei loro fratelli di prova» 123.

Di conseguenza, una spiritualità che voglia raggiungere il malato in questa situazione non può più limitarsi a sottolineare i valori dell’accettazione, ma deve stimolare l’attività umana e cristiana; non deve considerare nel malato solo la malattia, ma anche le altre potenzialità che pur ha il compito di portare a maturazione; non deve chiudere il malato in se stesso, ma deve aiutarlo dapprima all’integrazione nel mondo dei malati, in vista poi dell’integrazione completa tra i sani.

Concludendo la panoramica dei problemi raggruppati intorno alla questione dell’esistenza di una specifica «spiritualità del malato» e del suo statuto, possiamo tracciare alcune linee di forza di un’etica cristiana della malattia che voglia accogliere le istanze emerse dalla riflessione recente. Deve essere un’etica dell’uomo malato, ma

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che tende alla salute; nello stato di malattia che lo condiziona, ma da cui cerca di uscire; lottando contro la malattia, ma valorizzando il dolore secondo la dinamica del mistero pasquale, come tutti i cristiani; in comunione di sforzi con gli altri membri del mondo dei malati, ma operando per l’integrazione nella società.

2. ― È cristiana la nozione di rassegnazione?

«Ancora pochi anni fa, non si parlava ai malati cristiani che di accettazione e di offerta. Oggi, quando ci si rivolge ad essi, si parla più volentieri, se non addirittura unicamente, d’apostolato e d’azione. Noi finiamo per non sapere più che dire e che pensare. Che cosa ne pensa la Chiesa?» 124.

Questa osservazione di un dirigente dei Movimenti e Opere cattoliche di malati di Francia, che ha dato a P. Robert lo spunto per una ricerca sul magistero di Pio XII, è molto indicativa di un rivolgimento di pensiero che è in atto nel mondo dei malati, in merito al concetto fondamentale dell’ascesi di accettazione. Si mette in discussione non solo l’esistenza di una spiritualità del malato autonoma — come abbiamo visto nel paragrafo precedente — ma il postulato basilare della dottrina tradizionale: l’affermazione,

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cioè, che l’atteggiamento propriamente cristiano di fronte alla malattia sia l’accettazione.

Non è piuttosto la lotta contro la malattia — ci si domanda — che è richiesta al cristiano? La nozione stessa di rassegnazione, così cara all’ascesi di accettazione, si può dire cristiana? È possibile un superamento del dilemma: lotta o accettazione?

Questi sono gli interrogativi intorno ai quali si è sviluppata una vivace ricerca. Per quanto sia prematuro cercare già delle conclusioni definitive, sarà utile esaminare i punti salienti della discussione per mettere in luce le istanze che muovono alla ricerca e per utilizzare le acquisizioni ormai certe nell’abbozzo sistematico dell’atteggiamento del cristiano malato.

Critica da vari fronti all’atteggiamento di accettazione

Volendo sintetizzare l’atteggiamento di fronte alla malattia, come l’ha elaborato l’ascesi di accettazione, non troviamo di meglio che riportare una pagina di J. Leclercq, da uno studio a cui ci siamo già riferiti.

«La malattia semplifica la vita; il dovere per il malato è facilmente tracciato: accettare. E anche curarsi rientra nell’accettazione: deve accettare di curarsi come deve accettare d’essere malato. Accettare di curarsi, e di curarsi in un modo determinato

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minato, non perché gli aggrada, ma perché la sua malattia lo comporta, è una semplice conseguenza del fatto che sia malato. Il problema morale della malattia si riassume interamente nell’accettazione. Non che ii malato non abbia da praticare altre virtù (...), ma ciò che dà il carattere proprio alla virtù del malato è l’accettazione del suo stato e di ciò che questo comporta» 125.

Abbiamo visto precedentemente come tutta la parenetica e la pastorale fossero messe in opera per disporre il malato alla rassegnazione e all’accettazione, atteggiamenti ritenuti gli unici conformi alla condizione cristiana. Questo stesso orientamento è riflesso dall’insegnamento pontificio.

«L’atteggiamento cristiano è stabilito da lungo tempo, ma la sua "critica" non è fatta (come è stata fatta ad esempio quella della conoscenza)» scriveva Teilhard de Chardin in una lettera del 9.2.1931 126.

Ora, tutto il movimento di pensiero di cui ci stiamo interessando vuol essere appunto una riflessione critica, cioè una verifica riflessa dell’atteggiamento del cristiano di fronte al male fisico.

Una tale critica, anche se in apparenza potrà sembrare distruttrice, non potrà non essere, in ultima analisi, che una fondazione più autentica dell’atteggiamento tradizionale.

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La riflessione è stata mossa da vari fronti indipendenti, che però si trovano convergenti in un superamento dell’ascesi di accettazione.

La prima prospettiva da cui si è affrontata una verifica dell’atteggiamento tradizionale è quella biblica. L’impressione generale che dà la S. Scrittura nei confronti del problema del dolore, e del male fisico in particolare, non è quella di un’accettazione passiva, bensì quella di una lotta a fondo. Non troviamo nella Bibbia l’apologia della «buona sofferenza», anche se viene affermato che il dolore ha un ruolo positivo nell’incontro salvifico tra Dio e l’uomo.

«Ascensione attraverso la sofferenza e per mezzo di essa, e tuttavia mai questa è presentata, in qualche maniera, come un bene» 127.

Non è possibile giustificare una tale impressione generale mediante la relazione dettagliata dei singoli studi sull’argomento. Siccome dovremo poi, nella parte sistematica, ricercare e utilizzare l’essenziale del messaggio biblico sulla malattia, è sufficiente per ora segnalare le questioni sulle quali si è esercitata la riflessione teologico- esegetica più attenta.

Anzitutto lo studio del rapporto malattia-peccato. Un certo legame tra le due realtà, almeno per ciò che riguarda il peccato originale, è

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sempre sfruttato dalla parenetica e dall’ascesi: bisogna accettare la malattia perché essa è conseguenza del peccato originale e punizione dei peccati personali. La riflessione esegetica sta cercando di far luce sul rapporto tra alcune dichiarazioni del N.T., in cui esplicitamente si nega un rapporto causale, e la visione del V.T., in cui invece tale rapporto, almeno in alcuni casi, è affermato.

La teologia riflette sulle conseguenze del peccato originale e non manca chi afferma che la malattia, in quanto affezione inerente a qualsiasi forma di vita organica, sia sempre esistita, di modo che non sarebbe di fede che il soffrire malattie sia una conseguenza del peccato originale 128.

In ogni caso, l’esegesi e la teologia ci hanno fatto più cauti quanto all’affermazione di una dipendenza della malattia dal peccato: il che comanda, evidentemente, una reazione vitale diversa nei suoi confronti.

Ciò che ha fatto progredire di più l’intelligenza cristiana della malattia è stato lo studio più approfondito dell’attività taumaturgica di Gesù. Delle sue guarigioni si è cessato di considerare prevalentemente l’aspetto apologetico, per studiarne il valore salvifico.

Esse non sono solo un’attività benefica, ma

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l’inizio del tempo escatologico in cui il male e la morte indietreggiano dinanzi al potere di risurrezione dello Spirito Santo. La guarigione del male fisico non è, dunque, accidentale nel ministero di Gesù, ma svela il significato della sua opera messianica, che è lotta a fondo contro tutte le limitazioni dell’uomo.

Un’attenzione più accurata è andata, infine, a quei passi di S. Paolo (Col 1,24, ecc.) abitualmente utilizzati dalla letteratura ascetica per illustrare il valore della sofferenza accettata per amore di Cristo.

Questa luce nuova che, su vari punti, ci proviene da un’esegesi più profonda, ha costretto a domandarsi seriamente se l’ascesi di accettazione ha sviluppato tutti i dati della rivelazione e se non ci siano altri valori squisitamente cristiani che, nella costruzione ascetica tradizionale, vengono lasciati in ombra.

Una seconda prospettiva da cui ci si è interrogati sull’atteggiamento di accettazione è quella liturgica. La ricerca si è concentrata soprattutto sul sacramento dell’unzione degli infermi 129. Per una migliore comprensione, è stato necessario considerare anche l’evoluzione storica subita da

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questo sacramento. Lo studio degli antichi formulari liturgici ha rilevato una concezione della malattia diversa da quella ora comune.

Questa è la conclusione a cui giunge Philippeau, in un pregevole studio sull’argomento:

«La nostra concezione moderna del santo malato, inchiodato sulla croce col Cristo a meritare con la sua sofferenza per tutto il corpo della Chiesa, completa, senza opporvisi, la nozione scritturistica, patristica e liturgica della malattia; tuttavia essa le è, a prima vista, completamene estranea» 130.

È sintomatico che tutte le preghiere dell’antica liturgia siano incentrate sulla domanda della guarigione e non si faccia mai menzione della santificazione del malato attraverso la malattia.

«In questa prospettiva — si domandavano i partecipanti alla settimana liturgica francese dedicata alla liturgia dei malati — c’è ancora posto, e quale, per quella pietà moderna che considera il malato come un privilegiato e la malattia come un dono?» 131.

Un altro fronte da cui si è affrontata in maniera critica la nozione di rassegnazione tradizionalmente inculcata al cristiano, è quello che possiamo chiamare della «spiritualità dell’azione». Intendiamo con ciò la spiritualità che sottende lo

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sforzo degli uomini impegnati al massimo nella costruzione della città terrestre. Elemento essenziale di questo progresso del mondo è l’eliminazione del male e della miseria, di cui la malattia costituisce uno degli aspetti più affliggenti.

Possiamo trovare una perfetta giustificazione teologica di questa spiritualità dell’azione nel Catechismo olandese.

«Quest’attività di Dio non ci condanna a rinunciare alla nostra responsabilità e al nostro sviluppo. Anzi: ci rende liberi per agire personalmente, per la bontà, l’amore, il superamento del peccato, del male, della miseria, con tutti i mezzi a nostra disposizione. Il nostro Dio non autorizza alcun fatalismo. Non ci si deve rassegnare al peccato e alla sofferenza come a una fatalità, oppure come a cosa da rispettare come volontà di Dio. No. Dio vuole appunto che li vinciamo. Questo è il suo mandato a un’umanità che progredisce nella storia» 132.

È evidente la novità di questa impostazione: il male e la miseria, in cui a buon diritto comprendiamo la malattia, non sono da accettare con rassegnazione, come espressione della volontà di Dio; volontà di Dio è, anzi, che l’uomo lotti contro e ne trionfi.

La stessa novità d’impostazione non è sfuggita agli estensori del catechismo, i quali aggiungono

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che può essere vero che di fatto il Cristianesimo abbia incoraggiato talvolta una specie di fatalismo nei riguardi della sorte umana sulla terra. La prospettiva del cielo ha fatto sì che molti sentissero come loro principale dovere sulla terra la vittoria sul peccato personale, piuttosto che sulla umana miseria come insieme. Ora però una visione storica più ampia ha portato l’evoluzione entro la nostra prospettiva, perciò «nel nostro tempo, ora che una più larga visione storica allarga anche il nostro orizzonte visivo, possiamo capir meglio in che misura la dottrina del peccato, dell’amore, della responsabilità, ci spinga a «sottomettere la terra», a renderla cioè più umana e visibile» 133.

Per lo spirito moderno, dunque, che ha ormai definitivamente acquisito la serietà del suo obbligo di sottomettere la terra combattendo contro tutto ciò che diminuisce l’uomo, è intollerabile un atteggiamento di accettazione passiva della malattia, di rassegnazione.

È opportuno ascoltare ancora, a questo proposito, le pertinenti osservazioni che fa un grande «costruttore della città terrena», colui che ha dato un impulso decisivo alla elaborazione di una spiritualità dell’azione in campo cristiano: Pierre Teilhard de Chardin. Della sua vasta produzione ci interessa qui «Le Milieu divin» — il libro dedicato a «coloro che amano il mondo» — in cui

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vuol tracciare le linee fondamentali della spiritualità dei cristiani che vivono, come lui, «votati alle forze positive del mondo» 134.

Parlando dell’atteggiamento da tenere di fronte alle forze distruttrici, o — per usare la sua terminologia — «le passività di diminuzione», non può evitare di prender posizione su ciò che viene abitualmente designato come «accettazione cristiana».

Egli nota che questa nozione è soggetta a terribili equivoci, che costano molto caro al cristianesimo:

«Una falsa interpretazione della rassegnazione cristiana è, insieme a una falsa idea del distacco cristiano, la principale fonte delle antipatie che fanno così lealmente odiare il Vangelo da parte di un gran numero di Gentili» 135. «La rassegnazione cristiana è sinceramente considerata e biasimata da molte persone oneste come uno degli elementi dell'“oppio religioso” che provocano il sopore più pericoloso. Dopo il disgusto della terra, non c’è atteggiamento che si rimprovera con più rancore al

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Vangelo di aver diffuso, che la passività davanti al Male, una passività che può arrivare fino alla cultura perversa della diminuzione e della sofferenza» 136.

Teilhard pensa che una spiritualità autenticamente cristiana non può non integrare anche gli insuccessi dell’uomo, le sue «passività di diminuzione», e che quindi comprenda anche la rassegnazione. Ma la rassegnazione cristiana non è l’acquiescenza passiva di una certa ascetica, e soprattutto non è disgiunta dalla lotta contro le diminuzioni.

L’atteggiamento cristiano completo è composto di due tempi: il primo di lotta contro il male, il secondo di sconfitta e della sua trasfigurazione.

Fermiamoci ora al primo momento, che è quello prediletto dalle correnti spirituali dell’azione.

Il cristiano — afferma Teilhard — per praticare integralmente la perfezione del suo cristianesimo, non deve disertare di fronte al dovere della resistenza al male. Al contrario:

«In un primo tempo, deve lottare sinceramente e con tutte le sue forze, in unione con la potenza creatrice del mondo, perché ogni male retroceda, perché niente diminuisca, né in lui, né attorno a lui (...). Finché la resistenza resta possibile, egli si irrigidirà dunque, lui, il figlio del Cielo, quanto i più terrestri dei figli del Mondo, contro tutto ciò che merita d’essere scartato o distrutto» 137.

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«Il cristiano — dirà il Catechismo olandese — non è chiamato a curarsi dello sviluppo umano meno dell’umanista o del marxista» 138.

Questo atteggiamento di resistenza al male non è una ribellione a Dio, bensì una collaborazione con lui che vuol liberarci dal male, ma non senza la nostra partecipazione. La lotta con Dio contro il Male, è appunto il titolo di un paragrafo di Teilhard. La prima reazione del credente toccato dalla sofferenza dev’essere: «Dio desidera liberarmi da questa diminuzione, Dio vuole che io l’aiuti ad allontanare da me questo calice».

«Lottare contro il male, ridurre al minimo il male (anche semplicemente fisico) che ci minaccia, tale è indubbiamente il primo gesto di nostro padre che è nei cieli (...). Al primo approssimarsi delle diminuzioni, noi non sapremmo trovare Dio altrimenti che detestando ciò che precipita su di noi, facendo il nostro possibile per schivarlo. Più respingiamo la sofferenza, in quel momento, con tutto il nostro cuore e con tutte le nostre braccia, più noi aderiamo, allora, al cuore e all’azione di Dio» 139.

Questo non è che il primo momento, almeno logico, dell’atteggiamento cristiano ideale come lo vede Teilhard de Chardin. La lotta contro il male dev’essere integrata — come vedremo — da una genuina accettazione cristiana. Se ci fermiamo

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ora a questo primo aspetto, è perché ci interessa mostrare la matrice da cui proviene il pensiero di Teilhard: la spiritualità dell’azione. Dobbiamo riconoscere che le istanze avanzate da questo fronte rimanevano effettivamente inappagate nell’accettazione della sofferenza come veniva proposta tradizionalmente.

Un ultimo fronte da cui è partita la critica della nozione di rassegnazione è una prospettiva più strettamente antropologica: l’attribuzione di un posto al dolore nel campo dei valori umani.

Esposta nella sua forma più semplice, questa ricerca assiologica si può esprimere nella seguente domanda: la malattia ha un valore?

In campo filosofico e teologico esiste una forte tendenza a rispondere negativamente alla domanda. Così, nell’insieme, i teologi riuniti a Monaco nel giugno 1964 rispondevano che ciò che ha un valore non è la malattia stessa, ma la reazione dell’uomo di fronte ad essa, il comportamento in essa. È l’amore che fa il valore. Ciò che porta i valori, non sono le situazioni oggettive, ma l’uomo in queste diverse situazioni 140.

L’affermazione che il dolore sia un bene, resta il postulato di fondo del «dolorismo», benché in questo movimento sia visto anzitutto come

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uno stimolante per lo spirito nell’elaborazione dell’opera letteraria 141.

Una critica serrata di tale postulato è stata fatta da Regamey:

«Il dolore in se stesso è sterile. Al suo parossismo, questo assorbimento delle energie dell’anima annichila l’uomo, sia che esso lo uccida, sia che lo alieni. Non ci può essere valore in esso; non ce n’è che nella reazione contro di esso» 142.

Le reazioni che fanno della sofferenza un valore sono quelle dell’amore e della intelligenza: la prima apre l’immaginazione del cuore alla sofferenza altrui; la seconda eccita lo spirito a diverse forme eccezionali d’acuità. Ma nessuna di queste reazioni ha luogo necessariamente. È sempre compito dello spirito e dell’amore superare il dolore.

«È sempre necessario che lo spirito e l’amore si svincolino dalla stretta, mobilitino le energie disponibili, per dare al dolore o alla sofferenza significato, valore ed efficacia. Tutto dipende dal loro fine e dagli oggetti ai quali si applicheranno» 143.

È per questo che Regamey riduce il dolorismo — come abbiamo visto — all’ordine estetico.

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In breve, anche dal punto di vista antropologico, la malattia ha bisogno di esser superata mediante la lotta, per essere autentificata in valore.

Risultato concorde, dunque, della riflessione critica che dai fronti più disparati si è soffermata sul concetto tradizionale di rassegnazione, è che questa non può esprimere da sola l'atteggiamento cristiano di fronte al male; anzi, rischia di dare una visione travisata dell’etica cristiana se esclude la lotta contro tutto ciò che limita l’uomo.

Questa corrente di pensiero rischia però, a sua volta, di tradire l’etica cristiana mediante l’eccesso opposto, riducendola cioè a un’«etica eroica». Molto opportunamente Lochet, elencando gli atteggiamenti pseudo-cristiani di fronte alla malattia, subito dopo il dolorismo della «buona sofferenza» poneva l’atteggiamento «eroico» 144. Non più «curvati sotto la prova», rattrappiti sotto la mano di Dio che colpisce, ma ritti, malgrado il peso, affrontando la prova, invece di subirla; atteggiamento non più lacrimante ma eroico.

Certamente non può essere questo il genuino atteggiamento cristiano, dal momento che il Cristo non ha sofferto da «eroe». Anzi, impoverirebbe l’etica cristiana di valori autentici che, anche se in forma esasperata, sono pur presenti nell’ascesi di accettazione.

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Superamento del dilemma lotta-accettazione

Un atteggiamento che si voglia autenticamente cristiano deve superare il dilemma lotta o accettazione, perché ambedue gli atteggiamenti, presi separatamente, conducono a un’etica parziale in cui non riconosciamo più il comportamento di Gesù Cristo stesso.

Il dilemma lotta-accettazione, nella sua forma più spinta, ci viene così presentato da Lain-Entralgo:

«La ragione per cui esistono malattie e dolori nel transito terreno dell’uomo è, in ultima analisi, un mistero impenetrabile. Dio causa le malattie o le permette, e l’uomo cerca di evitarle o le combatte con le risorse del suo ingegno; ma quando fallisce in questo impegno — e così avviene in tanti casi ― solo a due atteggiamenti contrapposti gli è possibile ricorrere: la ribellione contro un ordine dell’universo che lo forza alla sofferenza, o la rassegnazione davanti a un danno che si mostra superiore alle proprie risorse» 145.

Ci sarebbe molto da ridire sull’affermazione che Dio «causa o permette le malattie». Certamente suonerà strano alle mentalità non abituate alle sottigliezze teologiche apprendere che Dio vuole la malattia, e vuole, nello stesso tempo, che l’uomo lotti contro di essa. Ma, per limitarci all’atteggiamento morale che è l’oggetto del nostro interesse,

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il dilemma tra lotta e accettazione non è meno sconcertante.

Supposto che per il credente l’atteggiamento prometeico di ribellione non è pensabile, non resta che la lotta mediante l’impiego delle risorse umane e, quando questa non è più possibile, la rassegnazione.

«Bisogna — sembra che si dica — combattere la malattia o le altre forme di dolore, finché se ne ha i mezzi, e accettarla, come una specie di prova o di bene misterioso, quando non si può vincete» 146.

Sarano, nel suo libro dedicato alla risoluzione delle antinomie filosofiche del dolore, ha un paragrafo, intitolato Accettare, e non accettare, che mette bene a fuoco questo problema. Egli reagisce vivacemente alla separazione tra dolore da accettare e dolore da combattere:

«Guardate questa specie di divisione astratta, orribile e falsa, tra una porzione di dolore considerato come un’arma del vivente, e un’altra porzione come una bestia malefica che bisogna distruggere; un’altra infine (la più brutta, cioè, “i resti” che non si possono accomodare altrimenti), i "resti”

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che conviene accomodare e ai quali conviene adattarsi come a una prova» 147.

L’unico modo di risolvere il dilemma lotta-accettazione, e la conseguente divisione in dolore da combattere e dolore da subire, Sarano lo addita nello «sgelare» il problema in praxis, cioè in trasformazione del mondo e delle persone.

«Sormonteremo con un solo movimento il povero dualismo dell’accettazione e della lotta. Una tale “sintesi” è pratica, si pone al di là delle antinomie razionaliste» 148.

Questa sintesi è incarnata nella storia e solo il Cristo l’ha operata. Perciò la nostra soppressione del male non può essere che una «imitazione».

Della riflessione di Sarano noi riteniamo la suggestione che l’antinomia lotta-accettazione non si risolve dividendo il dolore in due parti, una da combattere e l’altra da accettare. Il nostro interesse si concentra piuttosto sull’agire del cristiano, che comporta una tensione permanente di accettazione e di lotta simultaneamente vissute.

Il dilemma della lotta e dell’accettazione non si risolve, dunque, negando uno dei termini — magari in tempi successivi — ma approfondendolo e facendo dei due termini due dimensioni coesistenti nell’unico atteggiamento cristiano di fronte alla malattia.

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Questa esigenza sarà pienamente soddisfatta quando, nella parte sistematica, inquadreremo tale atteggiamento nell’insieme della «morale pasquale», cioè del comportamento che deriva dal mistero pasquale di morte e risurrezione, nel quale siamo inseriti.

La nozione cristiana di «pazienza»

Risultato della rimessa in discussione della nozione di rassegnazione non deve essere solo la valorizzazione della resistenza alla malattia, ma anche l’integrazione della lotta e dell’accettazione in una più profonda nozione cristiana della pazienza.

Preferiamo parlare della «pazienza» cristiana, piuttosto che di rassegnazione, perché essa non ha subito nel mondo dei malati quella squalifica che ha colpito invece la tanto inculcata rassegnazione. È vero che si potrebbe eliminare, con una migliore comprensione anche filologica del termine, quella sfumatura peggiorativa che suggerisce 149, ma la parola «pazienza» ha il vantaggio incontestato di appartenere alla terminologia biblica. Inoltre, fa parte di quel corredo di «virtù passive» a cui la tradizione cristiana ha fatto sempre cenno a proposito della malattia propria 150

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Che cosa comporta la pazienza cristiana di fronte al male? Cercheremo ora di rispondere a questa domanda, facendo tesoro di tutti gli elementi che sono emersi nel corso della discussione sul dilemma lotta-accettazione, di cui ci stiamo occupando.

La nozione cristiana di pazienza esclude, anzitutto, la passività.

Conseguentemente, bisogna far resistenza alla tentazione naturale di far passare per pazienza cristiana una qualsiasi pia rassegnazione, propugnando così, in nome della pazienza cristiana, nient’altro che sterile fatalismo.

Abbiamo già raccolto dal Catechismo olandese la denuncia di questi equivoci, che non sono stati sempre oculatamente evitati.

Il rischio del fraintendimento è insito nella parola stessa. Il concetto latino di «patientia» ― come anche il termine tedesco «Geduld», fa notare Bornkamm 151 — esprime, secondo il suo valore etimologico, l’atteggiamento di disponibilità al dolore (Leidensbereitschaft), che si estrinseca nell’accettazione e nella sopportazione del dolore. Invece l’equivalente greco, usato dalla traduzione greca dei Settanta e nel Nuovo Testamento, «Hypomonè» ha un significato prevalentemente attivo 152.

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Già l’etica greca elogia la resistenza nei pericoli, fatiche e dolori, come distintivo del forte che non si sottrae con viltà alle contrarietà, ma le affronta virilmente 153.

Lo Stoicismo estende questo ideale di fortezza soprattutto ai sapienti. Il saggio mostra la vera libertà nella sopportazione paziente del Destino, senza essere spaventato o confuso dalle sofferenze, e conserva la sua natura ragionevole vincitrice contro i nemici 154.

Questa comprensione della pazienza si conserva nella successiva etica cristiana. Ancora Tommaso d’Aquino la considera come «pars fortitudinis quasi potentialis» e definisce: «la pazienza è una virtù, per mezzo della quale viene conservato il bene della ragione contro la tristezza, al fine cioè di non far soccombere la ragione di fronte alla tristezza» 155.

Per poter, dunque, utilizzare la nozione di «pazienza» nell’elaborazione dell’atteggiamento cristiano, bisogna liberarla di quell’aspetto di passività che invece spontaneamente suggerisce.

Bisogna, per di più, includervi positivamente la lotta.

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A dire il vero, il tema della lotta contro il dolore non era estraneo all’etica cristiana tradizionale 156. Anche coloro che ammettono la possibilità di una «vocazione alla malattia», non la riservano che per alcuni casi eccezionali, mentre nel caso più generale e normale rimane dovere del malato il cercare con tutte le forze la guarigione 157.

Ma il contributo proprio della ricerca di cui ci stiamo interessando è di avere fatto rilevare che l’aspetto di lotta è intrinseco all’atteggiamento stesso di pazienza cristiana. La resistenza al male non è solo un comportamento «legittimo» ma inferiore, in fondo, a quello di accettazione paziente o addirittura di ricerca della sofferenza 158.

La lotta è invece l’unica posizione che il cristiano può assumere nei confronti delle potenze di diminuzione.

In ciò raggiungiamo la posizione di K. Barth, quando stabilisce la regola fondamentale dell’etica

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della malattia: «Si tratta di esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che lo accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla» 159.

Non si dovrebbe creare, perciò, quel contrasto stridente tra la volontà di guarigione del malato e i tentativi di persuadere alla rassegnazione con gli argomenti imbastiti dall’ascetica di accettazione, come risulta dall’esame di tale letteratura. Abbiamo visto, infatti, come le opere parenetiche e pastorali mirassero unicamente ad aiutare il malato nello scoprire i diversi motivi per accettare la malattia, invece di sostenerlo nella lotta per la salute.

«Bisogna che sosteniamo l’istinto vitale del malato, il suo desiderio di guarigione e di salute; altrimenti non siamo nella verità (...). Questo partito preso per la salute e per la vita è essenziale per chi vuol entrare nella vita reale degli uomini» 160.

Questa è ormai la regola basilare imprescindibile di una illuminata pastorale dei malati.

Ma che cosa distingue questa lotta per la vita, da quella che promana spontaneamente dall’istinto naturale di sopravvivere? Che cosa la rende «cristiana»? Il fatto che essa avviene nella «pazienza».

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Ciò non significa che sia una lotta che trova il suo limite nella volontà impenetrabile di Dio, che potrebbe essere negativa, e ne resta condizionata 161. Una tale interpretazione della «pazienza» cristiana implicherebbe che, una volta appurato il rifiuto di Dio alla guarigione, (ma come, del resto? E quando cesserebbe l’obbligo della preghiera e dello sforzo?), non resta altro che l’accettazione. Non avremmo cosi affatto superato il dilemma lotta-accettazione.

In realtà la nozione biblico-cristiana di pazienza, che riesce a conciliare la lotta con l’accettazione, è fondata su motivi essenzialmente diversi da quelli naturali. Essa non è orientata verso la natura dell’uomo, ma verso il suo rapporto con Dio 162.

Ora, il rapporto teologale è fondato sulla speranza,

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cioè la certezza che l’esito della sofferenza, anche se ancora nascosto, presso Dio è certo (cfr. Rom 8,28). Diversamente che nella concezione greca, il peso della speranza non gravita sull’uomo, ma su Dio e sul suo futuro. Ed è questa speranza che caratterizza l’incrollabile fiducia in Dio.

La chiave di questa comprensione nuova dell’atteggiamento cristiano, teso nello sforzo ma insieme «paziente» perché pieno di speranza, è data dalla fede, che introduce nel mistero pasquale. La fede è essenzialmente accettare Dio come Dio, cioè come Signore.

Il malato che impara lentamente la dipendenza dagli avvenimenti dei quali non può disporre; che sperimenta i limiti del proprio fare, nell’atto stesso in cui lo spinge al parossismo; che soffre l’alienazione della propria vita nella lotta stessa disperata per possederla, viene introdotto nella disponibilità a Dio che è l’humus della fede.

Solo nella fede si capisce il mistero pasquale; e solo il mistero pasquale dirige l’agire del cristiano.

Nel mistero pasquale ha senso la lotta, perché è diretta dalla fede; perciò non si erge contro Dio, non esclude la sua sovranità, non erige la salute a valore supremo. La lotta nel mistero pasquale non è titanismo, ma obbedienza filiale.

Nel mistero pasquale ha senso l’accettazione, perché è diretta dalla speranza; perciò non è fatalismo,

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perché fondata sull’esito fiducioso e positivo finale; non è dolorismo, perché non esalta il dolore, ma la vittoria su di esso; non è mai capitolazione, rinuncia all’azione propria, anche se fallimentare, perché di questa Dio ha bisogno per far rifulgere la trascendenza della sua gloria.

Una conclusione logica di tutto ciò sarà che l’etica cristiana, per approssimarsi di più al comportamento cristiano integrale, non potrà limitarsi a inculcare la rassegnazione o ad animare la lotta. Primo suo compito sarà di «evangelizzare» la situazione del malato, proiettandovi la luce del mistero pasquale 163.

Alla luce di ciò che è avvenuto in Cristo, il cristiano troverà quale deve essere anche il suo comportamento: una «pazienza» attiva, fatta di

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lotta animata dalla fede e di sopportazione sostenuta dalla speranza.

L’indagine dettagliata dei vari tentativi di superare l’atteggiamento cristiano tradizionale di fronte alla malattia, ci ha fornito la possibilità di cogliere le principali richieste avanzate da quella parte del mondo dei malati che vive la malattia in modo sensibilmente diverso che in passato.

Abbiamo avuto cura, infatti, nella conclusione di ogni discussione, di sottolineare gli elementi acquisiti e da integrare in un’etica cristiana più completa.

Ora si tratta di raccogliere questi dati — emersi spontaneamente e anche un po’ disordinatamente, in conseguenza del procedimento stesso seguito — per elaborare un abbozzo organico e sistematico del comportamento morale del cristiano malato. Questo è il compito della seconda parte, quella sistematica.

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EXCURSUS

Gli antecedenti storico-letterari dell’ascesi di accettazione

Dall’esame, compiuto nel capitolo secondo, di alcune opere più significative dell’immensa produzione ascetica, parenetica, pastorale riguardante la malattia, è risultata una sorprendente consonanza di atteggiamento morale, di temi, di argomentazioni. Viene spontaneo, quindi, domandarsi quale sia la fonte di tale spiritualità.

Uno studio storico-letterario completo ed esauriente esula dai limiti di questo lavoro: potrebbe già essere giustificato per se stesso. Può essere utile tuttavia indicare, seppur sommariamente, gli antecedenti letterari più vicini, per una migliore comprensione dell’atteggiamento morale derivatone.

Senza pretendere di voler esaurire l’indagine, ci limiteremo a vedere quali tratti della spiritualità propria della Scuola francese hanno influito di più nella formazione di quell’ascesi di accettazione

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che abbiamo messo in luce precedentemente.

È stato H. Bremond che ha sottratto De Berulle e i suoi discepoli dagli archivi della pura scienza storica, facendone una presentazione appassionata e brillante nella sua monumentale Histoire littéraire du sentiment réligieux en France.

L’illustre storico ha indicato anzitutto qual è il centro focale della scuola berulliana: la concezione dell’assoluta trascendenza di Dio. «Berulle ha fatto nel mondo spirituale del suo tempo una specie di rivoluzione, che si può chiamare teocentrica» 164.

Il teocentrismo informulato del Medio Evo aveva bisogno di essere affermato, ripetuto, fino a sembrare una verità antica quanto la Chiesa, fino a diventare un luogo comune.

Questo è stato il compito di De Berulle e della Scuola che da lui ha preso origine; con lui il teocentrismo, già caro ai mistici, ma che conservava un non so che di raro, di complicato, di esoterico, si semplifica e si mostra in piena luce, si offre e s’impone alla preghiera di tutti 165.

Come De Berulle, tutti gli altri membri della scuola francese — Condren, Olier, Eudes e fino ai meno mistici degli scrittori dell’Oratorio — sono stati tutti profondamente e come naturalmente teocentrici.

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Niente illustra questa posizione meglio del seguente testo del De Berulle:

«Bisogna morire per omaggio all’Essere eterno di Dio, adorando la sua sovranità per mezzo della nostra dipendenza, la sua grandezza per mezzo della nostra piccolezza, la sua eternità per mezzo della nostra caducità e mortalità, la sua immutabilità per mezzo del nostro cambiamento, alterazione e varietà, il suo Essere per mezzo del nostro nulla» 166.

L’atteggiamento della creatura di fronte a Dio non deve essere altro che quello di annientarsi per far rifulgere la grandezza di Dio. L’apostolo più appassionato di questa adorazione per annientamento fu Condren, la cui vita intera «ha per oggetto di far nascere, o piuttosto di risvegliare e sviluppare nelle anime quello “spirito di purezza” che è propriamente lo spirito di religione e che non può soffrire che viva altro che Dio» 167.

Non c’è alcuna creatura che non dovrebbe annientarsi se potesse, per glorificare Dio e per testimoniare, attraverso il suo annientamento, che non c’è che lui solo che abbia e che meriti il nome di essere. Ciò è vero di

«Ogni creatura, intellettuale (cioè angelica) o ragionevole, sia innocente o decaduta, sia nella via del merito o nel termine del godimento. Perché,

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in ogni stato, deve rendere omaggio del suo essere al suo Creatore» 168.

Il desiderio di annientamento per la gloria di Dio trova la possibilità di realizzarsi nel sacrificio.

«L’annientamento della creatura davanti a Dio è un riconoscimento attraverso il quale essa protesta di avere l’essere da lui, una professione che non c’è che Dio solo che abbia veramente l’essere...

Il nostro essere stesso gli appartiene ed è per questo che bisogna offrirgli il sacrificio, cioè bisogna distruggere l’essere stesso delle cose per riconoscere che si ha l’essere da lui» 169.

Il sacrificio esigerebbe la consumazione e la distruzione intera della vittima, benché nello stato d’innocenza — secondo Condren — le vittime, quantunque distrutte, non lo sarebbero state per mezzo della morte.

Il tema del sacrificio e del sacerdozio è stato ampiamente sviluppato dalla Scuola francese. Tutti gli Autori hanno messo l’accento sul sacerdozio di Gesù Cristo, che ha offerto, con il sacrificio della sua vita e della sua morte, l’adorazione perfetta del Padre:

«La religione prima è in Gesù Cristo e risiede nella sua pienezza nel fondo della sua anima divina, che è l’unico vero religioso di Dio Padre» 170.

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Ma i cristiani non devono limitarsi a onorare questo stato di ostia: uniti a Gesù devono sacrificare a Gesù tutto quello che hanno, annientarsi davanti a lui, essere ostie con lui.

«Che ogni creatura perisca davanti al mio Dio! E come Nostro Signore sacrificandosi ha preteso di annientare tutto e fare un sacrificio di ogni cosa in sé, perché ha tutto riunito nella sua persona, è giusto che noi condanniamo e sacrifichiamo tutte le cose fuori di lui, le quali sono tanto meno sante quanto meno sono in lui» 171.

La creatura deve offrirsi interamente al suo unico Sacerdote, unendosi al suo sacrificio e annientandosi con Lui. Tutto quello che noi siamo, nella misura in cui possiamo disporne, deve essere consegnato al fuoco del sacrificio, consumarsi, sparire. Condren esprime questa esigenza della creatura con formule molto energiche:

«Uscendo da noi stessi e da tutto ciò che è nostro»; «abbiate intenzione di disfarvi di tutto ciò che siete», «di spossessarvi della vostra natura»; «perdendo per voi ogni desiderio di vivere e d’essere»; «senza guardare a voi stessi e senza ascoltare le vostre disposizioni né il vostro stato, e senza desiderio d’essere e d’avere»; «che le anime non vogliano sopportarsi viventi in nessuna cosa» 172.

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Gli autori della Scuola francese parlano tutti allo stesso modo e si lamentano di non trovare nel vocabolario espressioni più forti, più «sterminanti».

Quest’opera di annientamento, che comincia ora e si completerà con la morte, è lo stesso Sacerdote Gesù che la compie nei suoi fedeli:

«Questo gran tutto che ama con eccesso i suoi non sopporta che essi attendano dopo la morte per sprofondarsi in lui; egli comincia fin d’ora a inabissarli in se stesso, nella misura in cui lo stato della carne e della vita presente lo possono permettere. Siate dunque sempre in Gesù Cristo; lasciate che egli vi occupi in tutto voi stessi, e che egli solo sia vivente e sperante in voi, sotto la scorza della vecchia creatura» 173.

Dal momento che Cristo è il Sacerdote-ostia perfetto, l’ideale del cristiano che vuole annientarsi nell’adorazione di Dio è di partecipare in qualche modo allo stato unico del Cristo:

«Il capolavoro della nostra perfezione e della nostra religione, è di entrare nella comunione di Gesù Cristo, che fa della sua interiorità e della nostra anima una stessa cosa per partecipazione» 174.

Noi aderiamo al Cristo, entriamo in comunione con lui, attraverso la partecipazione ai suoi misteri, cioè agli avvenimenti della sua vita terrena. Questi, infatti, in quanto «stati» interiori

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del Verbo incarnato, permangono eternamente anche dopo che l’avvenimento nella sua storicità è stato ingoiato dal tempo.

Tutti gli scrittori della Scuola francese insegnano la necessità, per essere veramente cristiano, di riprodurre in sé i misteri del Cristo. Essi studiano nei loro scritti i diversi misteri e stati di Gesù: ciascuno di essi, tuttavia, ha le sue preferenze 175. Berulle si interessa ai misteri della vita terrestre e celeste di Gesù, Condren a quelli della sua vita d’immolazione sulla terra e in cielo e Olier a quelli della sua vita eucaristica.

Per il nostro studio interessa soprattutto l’accento messo da Condren sullo stato di vittima:

«Il Figlio di Dio s’è offerto a suo Padre per essere consumato in Dio... Ora noi dobbiamo essere di Dio in questa intenzione di Gesù Cristo, affinché egli ci consumi completamente in lui, e con la prospettiva di perdere tutto quello che noi siamo, ma in modo particolare tutto ciò che è del vecchio Adamo, ad onore di Dio, della sua grandezza e della sua santità, come egli ha perduto in Dio la sua persona e le sue qualità umane» 176.

Il posto del sacrificio è centrale nella spiritualità di Condren. Possiamo così sintetizzarlo, seguendo uno storico che l’ha studiato con particolare cura:

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«Gesù nel suo sacrificio ha compreso tutte le sue membra; il battesimo, che le fa entrare nella sua santità, le obbliga a entrare nel suo sacrificio; la loro oblazione ratifica il suo volere e le impegna con un titolo nuovo all’immolazione; tutti gli atti virtuosi della vita cristiana sono dei sacrifici, dal momento che racchiudono una perdita o una sofferenza ad onore di Dio; la vita intera lo è, nel senso che deve essere una morte a se stessi e una partecipazione alla croce di Gesù; la morte infine è il sacrificio della vita; le prove e la morte consumano il cristiano, cioè distruggono il suo essere primo ad onore di Dio e gli danno parte all’essere del Cristo risuscitato» 177.

Che cosa diventa la malattia, quando la poniamo in questa prospettiva dello stato vittimale del Cristo che deve essere partecipato da ogni cristiano? Diventa l’occasione privilegiata in cui si può esercitare quell'annientamento che è il fine e il vertice di tutta la vita spirituale. La malattia, la grande distruttrice dei valori umani, diventa lo stato di più perfetta rassomiglianza al Cristo crocifisso. La morte, a cui le malattie introducono, è il supremo sacrificio del cristiano, il più sublime atto di culto, la partecipazione completa alla liturgia dell’unico Sacerdote, Gesù Cristo.

Lo sviluppo più eloquente di questa dottrina lo troviamo nelle Riflessioni sull’agonia di Gesù

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Cristo di Bossuet, in cui si applicano questi punti di vista alla morte del cristiano.

I cristiani — afferma — hanno un così grande interesse a conoscere i misteri e ad assumere i sentimenti e le disposizioni di Gesù Cristo, in tutti i suoi stati, che dovrebbero continuamente applicarvisi; «ma soprattutto a quei grandi e terribili misteri della sua passione e della sua morte, attraverso i quali egli ha consumato l’opera della nostra salvezza eterna con la redenzione» 178.

L'anima dell’agonizzante è associata «per diritto di unione, di società e di commercio tra il capo e le membra viventi, agli impieghi divini dell’anima di Gesù Cristo». Gesù, per così dire, ha agonizzato per i cristiani. Così il Cristo rinnova e perpetua il suo sacrificio «non solamente nel mistero della divina eucarestia, ma anche nella morte di tutti i fedeli».

Ed è per mezzo del sacramento dell’Estrema Unzione che Cristo, Pontefice sommo, consacra pienamente la morte del fedele. Per mezzo dell’Estrema Unzione, infatti, «colui che è il tempio del sacerdozio di Gesù Cristo, diventa anche sacerdote e vittima con lui. Si tratta, in ultima analisi, del fatto che il Pontefice sovrano prende possesso della vittima in questo sacramento; consacra la sua morte; diventa egli stesso il sigillo, che è il segno del carattere di vittima; e, usando

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i suoi diritti su una vita che gli appartiene, si serve della malattia come del coltello e della spada con cui sgozza e immola questa ostia» 179.

Così ancora — continua la riflessione di Bossuet — il cristiano, entrando per sottomissione e per adesione in tutti i disegni di Gesù Cristo, volendo disporre del suo essere e della sua vita come il grande sacrificatore ne dispone, diventa sacerdote con lui nella sua morte e completa, in questo estremo momento, quel sacrificio al quale era stato consacrato nel battesimo e che ha dovuto continuare tutti gli istanti della sua vita.

Oltre queste pagine di Bossuet, non trovo niente di più eloquente per illustrare l’atteggiamento della scuola francese di spiritualità nei confronti della malattia che il seguente episodio della vita di Condren, riportato da Bremond 180.

Una delle sue figlie spirituali, nell’ultima malattia che ebbe, lo pregò di andarla a visitare. Egli vi andò e s’informò subito dello stato della sua anima. «Mi sento — disse ella — Dio molto rigoroso». Il P. Condren le domandò in quale disposizione ella fosse. «Io entro — rispose — nel suo rigore contro me stessa». Dopo di che, egli le parlò per un po’ di tempo della santità di Dio dell’avversione che egli ha della comunione della carne, nella quale siamo in questa vita. A ciò ella rispose: «Io adoro tutto ciò che

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Dio è»; qualche tempo dopo disse: «Io mi separo dall’essere presente e mi ritiro nell’essere sconosciuto di Dio»; e finendo queste parole rese lo spirito. Il P. Condren — nota Bremond — onorava talmente la memoria di questa figliola, che ebbe per tutta la vita il desiderio di farle fare una tomba e di comporle un epitaffio che contenesse le sue ultime parole.

Dalla precedente documentazione risulta chiaro che nelle dottrine teologiche e spirituali della scuola francese l’ascesi di accettazione della malattia, che ha preso forma nei due secoli successivi, era già contenuta germinalmente.

Eccettuato l’aspetto apostolico della sofferenza, che è stato sviluppato solo dopo la metà del secolo scorso 181, tutti gli altri temi abituali dell’ascesi di accettazione vi si trovano già o chiaramente espressi o impliciti nelle premesse.

È evidente che una teologia che dia più spazio ai valori umani — pur senza pregiudicare la grandezza assoluta di Dio — e consideri il mistero pasquale nella sua interezza, senza lasciarsi ipnotizzare unicamente dalla croce, avrà come conseguenza un sovvertimento profondo nel modo di porsi di fronte alla malattia.

È quanto cercheremo di mostrare nella parte sistematica del nostro lavoro.

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2.

PARTE SISTEMATICA

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capitolo primo

LA MALATTIA NELL’ETICA CREATURALE

Un elemento tra i più costanti emersi da tutta la ricerca precedente sui tentativi di superamento dell’ascesi di accettazione è la necessità di una visuale più ampia e positiva nella considerazione della malattia. I malati stessi — come ci attestano le testimonianze riportate all’inizio — vogliono essere considerati non esclusivamente come malati, ma prima di tutto come uomini e come viventi, cioè secondo la parte positiva che, nonostante le diminuzioni, permane nella loro vita.

Per questa ragione, alcuni auspicano che, invece di parlare di «teologia ed etica della malattia», si parli piuttosto di «teologia ed etica della salute» 182.

Dal punto di vista specificamente cristiano, il restringimento di visuale alla sola considerazione negativa della malattia, dipende probabilmente

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dal fatto che di solito si tenta di abbozzare simili sintesi tenendo presente solo la prospettiva «peccato-redenzione» e i problemi connessi: la malattia dipende dal peccato? La sofferenza ha rapporto con la redenzione? Come deve comportarsi il cristiano malato, tenendo presenti le possibilità di cooperare alla salvezza del mondo con le sue sofferenze?

Si trascura invece la considerazione del comportamento che deriva all’uomo dal fatto stesso di essere una creatura di Dio, col risultato evidente di impoverimento — per il fatto che si trascurano dati biblici fondamentali — e di pericolose assolutizzazioni di elementi parziali.

Nella delineazione sistematica di un’etica cristiana della malattia, noi cominciamo precisamente col trattare del comportamento che consegue il fatto stesso di essere creato; abbozziamo cioè il comportamento di fronte alla malattia dettato dall’etica creaturale.

In questa parte, seguiamo molto da vicino le pagine che dedica K. Barth alla salute e alla malattia nella sua «Dogmatica ecclesiale», nella prospettiva appunto delle questioni etiche sollevate dalla dottrina della creazione 183.

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La vita come dono e come valore

Il racconto biblico della creazione — in modo particolare il racconto sacerdotale: Gen 1,1 - 2,4 ― è chiaramente ispirato all’idea che Dio ha preparato la terra e l’universo come cornice per la vita umana. L’interesse di Dio è volto primariamente all’uomo stesso 184.

Tutto ciò che Dio ha fatto è eccellente e prodigioso, e nessuno potrebbe sondarne la grandezza; ma, in tutto ciò, è l’uomo che gli sta particolarmente a cuore.

E siccome Dio ha un interesse particolare all’esistenza dell’uomo, gli assicura ed offre continuamente il quadro necessario alla sua vita 185.

Sullo sfondo di questa azione generale di Dio che offre a tutti gli uomini le condizioni per la

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vita, risalta la storia particolare d’Israele. Anche l’alleanza d’Israele, pur preparando e contenendo in germe qualche cosa di strettamente spirituale, ha come oggetto la vita. La storia dell’alleanza descritta dall’Antico Testamento costituisce semplicemente la storia d’Israele che prende possesso del paese che Dio ha messo a sua disposizione. La permanenza nella terra in cui «ciascuno abiterà sotto la sua vite e il suo fico» (1Re 5,5), è il pegno e l’espressione della fedeltà di Dio.

In tutte le varie formulazioni dell’alleanza pattuita fra Jahvè e il popolo d’Israele, la salvezza ha sempre una base terrestre e un carattere di incarnazione. Lo possiamo costatare nei «formulari di alleanza» (Es. 19,24; 34; Gios 24; Lev 17-26; Neem 9-10; Dan 9,4-19).

In essi, dopo la stipulazione vera e propria, troviamo le benedizioni e maledizioni condizionali, collegate cioè con l’osservanza o l’infrazione del patto. Tra queste benedizioni, la benedizione per eccellenza — cioè la «salvezza» promessa a Israele se resterà fedele all’alleanza — è costituita dall’entrata nella terra promessa 186.

Più in generale, possiamo dire che ogni concezione disincarnata della salvezza dovrà urtare contro la frequenza con cui l’Antico e il Nuovo Testamento

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si interessano ai problemi più concreti dell’uomo: il vestito e l’alloggio, il cibo, il sonno, il lavoro, il riposo, la salute, la malattia: in breve, alla sua vita di tutti i giorni e alla morte che la limita. Si tratta di problemi seri, che non sono affatto abbordati di passaggio, né relegati nell’ombra dai temi maggiori della Bibbia.

Il messaggio biblico verte certamente sulla vita eterna dell’uomo, una vita che, a differenza della vita presente, non sarà semplicemente prestata, ma accordata all’uomo come un bene durevole e inalienabile. Ma, anche sotto questo nuovo modo, essa non sarà meno la vita, la vita dell’uomo. L’uomo perverrà a questa nuova forma di vita solo attraverso la risurrezione da morte (cfr. 1Cor 15,53); tuttavia l’escatologia non significa la svalutazione, ma al contrario la massima valorizzazione della vita presente. È dunque la nostra vita presente, la vita che ci è prestata, che ritroveremo nel quadro della vita eterna 187.

Per il fatto stesso di vivere, dunque, l’uomo riceve un beneficio da parte di Dio.

«Il permesso di vivere — perché viene da Dio ― è in tutti i casi (che lo si riconosca o no!) un bene, un privilegio, un valore per ognuno e per conseguenza per tutti. Non un bene assoluto, un privilegio incondizionale, un valore supremo, certo

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(Ps 73,26; Ps 66,4). Ma, pur in questi limiti, la vita rimane un bene, un privilegio e un valore, perché costituisce la grande occasione di incontrare Dio e di rallegrarsi lodandolo.

Ciò resta valido indipendentemente da tutto ciò che la vita può rappresentare o non rappresentare, indipendentemente dal senso che essa può avere o non avere, dalle speranze, dai successi, dalla felicità o dai beni che vi si possono trovare o no. Ogni volta che abbiamo a che fare con un uomo vivente, è col miracolo della grazia divina che abbiamo ipso facto a che fare» 188.

Etica dell’obbedienza: la volontà di vivere per essere uomo

In questa prospettiva creaturale, col dono della vita Dio dà anche il comandamento di vivere. Dio Creatore ordina all’uomo di onorare la vita — la propria come quella degli altri uomini — come un bene che egli gli presta.

C’è dunque un’obbedienza a Dio insita nell’esistenza umana come tale. Anche se il comandamento di vivere non è espresso esplicitamente, resta implicato nel fatto stesso che l’uomo esiste, come fine, oggetto e partner dell’azione divina.

L’esigenza di vita implicata dal comandamento

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di Dio domanda all’uomo di approvare la vita e di «volerla». Volere la vita diventa allora la salute:

«Sotto la sua forma di voler vivere, il rispetto della vita implica sempre la volontà di essere in salute» 189.

Non bisogna però confondere la volontà d’aver la salute con la soddisfazione dei bisogni che provengono dagli istinti inerenti alla natura vegetativa e animale dell’uomo. Certo, la salute è legata al benessere fisico; essa è la forza che ci permette, grazie all’integrità dei nostri organi, le nostre funzioni psico-fisiche. Ecco per esempio, nella descrizione di un medico, che cosa implica dal punto di vista organico l’esser in salute:

«L’uomo in salute prova un sentimento di gioia e di forza. Egli vive senza sentire come, senza sentire i suoi organi, in uno slancio naturale che lo spinge a svilupparsi e a compiersi. È all’altezza di parecchie difficoltà e si trova largamente preservato da numerosi pericoli; soprattutto, è pronto a darsi al lavoro e all’azione gioiosamente, anche senza pena» 190.

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Ma è falso ridurre la salute semplicemente a un fenomeno fisico e psichico, fatto oggetto di una ricerca e di una sollecitudine particolare. La salute non è uno scopo in sé: non dobbiamo vivere per avere la salute, ma avere la salute per vivere! 191.

Voler vivere non è voler esercitare le proprie funzioni psico-fisiche, ma voler esser uomo. La salute è appunto la forza d’essere uomo. Essa serve a questo fine, in quanto costituisce la capacità, il vigore e la libertà che permettono d’esercitare le funzioni psichiche e fisiche, le quali non sono, a loro volta, che delle funzioni dell’essere uomo. Si può e si deve, dunque, volere la salute, perché è la forza che ci permette d’essere uomini nel corpo e nello spirito.

La malattia e il comandamento di vivere

Che cos’è la malattia nella prospettiva della salute vista come la forza dell’individuo per essere uomo?

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Essa appare come qualcosa che viene a contraddire, diminuire, intralciare o paralizzare il voler vivere. In particolare, essa è un’impotenza a compiere quelle funzioni psico-fisiche in cui si esprime il nostro essere uomo. Impedisce all’uomo di compierle perché lo appesantisce, lo minaccia, lo fa soffrire. Salute e malattia si presentano, dunque, come due realtà opposte.

Ma questa opposizione non è assoluta:

«La malattia non è in sé e necessariamente una impotenza a essere uomo. Fintanto che l’uomo vive, può ancora avere, anche malato, la forza d’essere se stesso, la forza di essere uomo» 192.

La dimostrazione più eloquente che la malattia non è impedimento assoluto ad essere uomo la danno tutti quei malati che, nonostante la malattia o l’handicap, riescono ad attingere le più alte vette d’umanità e a realizzare se stessi. Citeremo, a titolo di esempio, la schiera degli artisti iscritti all'«Associazione degli Artisti-pittori con la bocca e con il piede» 193.

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France Pastorelli (pseudonimo di M.me Brunnschweiler), ha vissuto a un livello eccelso questa esperienza e ha cercato di esprimerla nel suo libro, meritatamente famoso, Servitù e grandezza della malattia. «Che cos’è la vera vita?», si domanda questa grande inferma, che violente crisi cardiache inchiodarono a letto per trent’anni:

«Me lo sono lungamente domandato; ora lo so d’una intima certezza, che si è stabilita in me nel corso di lunghi anni, sofferenza dopo sofferenza, spogliamento dopo spogliamento».

E, dopo aver escluso che la vita vera possa essere il perseguimento della felicità, la ricerca costante della somma più grande possibile di soddisfazioni, la salute perfetta, la ricchezza o la gloria, conclude:

«La vita vera è quella che tende a spiritualizzarci, noi uomini, soli esseri spirituali della creazione! Compiere il proprio destino umano è intensificare e portare al punto di perfezione più alto possibile tutto ciò che costituisce la nostra caratteristica di uomo».

Questa vita vera, questa autentica vita d’uomo, può essere vissuta in tutte le condizioni umane:

«Né la malattia, né il crollo delle nostre più legittime speranze, né la devastazione e l'infrangimento del nostro cuore, né la visione della morte, né il tutto possono impedirci di viverla» 194.

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Poiché la salute è appunto la forza d’essere uomo, il malato, anche se gravemente colpito, può voler essere in salute, senza per questo farsi illusioni sul suo stato. Difatti, anche a lui è domandato, nei limiti delle sue possibilità, di volere la salute, cioè di esercitare, fintanto che vive, la vitalità che, a dispetto di tutto, continua ad avere.

Tutto ciò mi sembra possa sintetizzarsi magnificamente in quella che Barth chiama «la regola fondamentale dell'etica della malattia»:

«Esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che l’accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla» 195.

Se la salute è la forza d’essere uomo che si manifesta nell’esercizio delle funzioni psico-fisiche della vita; se la malattia è un fenomeno che provoca l’indebolimento e il bloccaggio di questa forza, allora l’atteggiamento morale richiesto all’uomo che deve obbedire al comandamento di essere in salute per vivere non può essere che quello della resistenza e della lotta.

«Imparare a restare in piedi senza mai lasciarsi

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andare, tale è il comandamento al quale bisogna qui obbedire su tutta la linea» 196.

Per avere la salute e per continuare a perseguire la realizzazione della propria vita, bisogna che l’uomo voglia fare tutto ciò che è necessario per assicurare la continuità della propria vita psichica e fisica, lottando contro ciò che rischia di paralizzarla.

Questa lotta non è lasciata all'improvvisazione di ciascuno, perché esistono delle misure che sono oggettivamente, per il corpo o per la psiche, utili o nocive, buone o meno buone. L’obbedienza al comandamento di vivere si esprime allora nella sottomissione alle norme igieniche, profilattiche e terapeutiche. Ciò esclude ogni indifferenza nei confronti dei problemi concreti della salute e della malattia.

L’osservanza di tutte le misure negative e positive acquista un aspetto profondamente morale, perché si tratta di conservare o restaurare non una qualsiasi forza in sé indispensabile e buona, ma proprio la forza che permette d’essere uomo 197.

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Sul piano pratico, il malato non dovrà essere incoraggiato ad esagerare la sua impotenza e a coltivare l’inattività come un dovere di stato 198.

Il primo sforzo del malato sarà, al contrario, di curarsi come bisogna e di lottare contro la malattia con tutte le forze, superando con la volontà anche la stessa spinta dell’istinto di conservazione 199.

Bisognerà, inoltre, che tutte le capacità fisiche e psichiche del malato, per quanto ristrette dalla malattia, siano chiamate a raccolta e impiegate, senza lasciarne neppure una inutilizzata:

«Salvare dall’annientamento o dalla diminuzione ciò che è salvabile delle nostre capacità, create delle supplenze, perseguire adattamenti nuovi, in una parola requisire in noi tutto ciò che ci conserva in azione, in qualsiasi maniera, dovrebbe essere una delle nostre preoccupazioni dominanti» 200.

L’utilizzazione delle proprie energie, finalizzata a uno scopo costruttivo, si chiama lavoro. Perciò il malato e soprattutto l’affetto da handicap, dovrebbe lavorare, a meno che il suo stato

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di salute non glielo interdica completamente. Lavorare, e non «ammazzare il tempo»! 201.

Questo orientamento resta valido anche per i malati che non possono più «agire», secondo il senso che si attribuisce generalmente a questa parola. Per il fatto che un malato non può più continuare la sua attività abituale, non diventa con ciò «buono a niente». Rimane in ogni caso la possibilità di un irraggiamento spirituale, proporzionatamente all’opera di «spiritualizzazione» che ogni uomo deve perseguire.

La frequentazione di qualcuno che continui con tenacia, nonostante le limitazioni della malattia, a cercare la vita per farne dono agli altri, attira lo sguardo verso il vero tesoro dell’umanità, cioè verso l’insieme dei valori morali e spirituali. È un tale irraggiamento che fa delle camere di certi malati dei focolari di vita e di energia, accanto ai quali non si può passare senza sentirsi vitalizzati.

L’istanza di un’integrazione della lotta contro la malattia in un’etica cristiana completa, che abbiamo visto emergere chiaramente dalle discussioni intorno all’ascetica di accettazione e nei tentativi di superamento, ci appare così pienamente

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accolta. Il suo fondamento teologico è il comandamento di volere la vita, iscritto nel nostro stesso essere creaturale. Accettare il dono della vita significa voler essere uomo, e quindi volere quell’integrità psico-fisica che ne è il presupposto. Per impostar bene il comportamento morale da tenere nella malattia, bisogna riferirsi non alla malattia stessa, ma alla salute. E questo è sempre possibile, dal momento che la salute non è solo il retto funzionamento degli organi o della psiche, ma la forza stessa di essere uomo. Non lasciarsi spezzare dalle forze corrosive della malattia o dell’handicap, «accomodare i resti», insistere nel perseguimento di una vita «umana»: ecco l'atteggiamento dell’uomo che ha capito il dono della vita e lo rispetta.

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capitolo secondo

LA MALATTIA NELLA MORALE PASQUALE

1) La malattia come segno nella storia della salvezza

Un’altra dimensione della malattia

Quanto abbiamo detto finora sulla malattia come attentato all’integrità della creatura «uomo» ― e perciò sul dovere conseguente di difendere e sviluppare la vita come obbedienza al comandamento di vivere —, non esaurisce tutta la realtà della malattia come ce la presenta la Bibbia.

La malattia non è un avvenimento imputabile solamente alle attività convergenti d’un agente patogeno e d’un organismo umano, relativamente ai quali si definirebbe come un puro accidente insieme somatico e psichico: essa è invece una delle realtà significative della situazione dell’uomo di fronte a Dio 202.

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Nel mondo biblico, la malattia non è mai accidentale: essa ha sempre un senso, è un segno che rimanda a una dimensione più profonda della vita dell’uomo.

«La malattia s’inserisce nel numero dei mali che assalgono l’umanità in quanto l’uomo è in relazione con Dio. In altri termini: la malattia significa, accanto ad altre disgrazie, un certo stato della relazione teandrica. Essa non è mai considerata come un avvenimento contingente; la si guarda sempre, al contrario, come una delle realtà che indicano la situazione d’un uomo o d’un popolo davanti a Dio» 203.

Nei rapporti tra Dio e l’uomo, la malattia viene interpretata anzitutto come segno d’una rottura. Essa è castigo del peccato.

Per gli Ebrei questa estensione della realtà della malattia a un significato e a ima funzione soprannaturali era resa facile dall’ambiente culturale in cui si muovevano. Si sa, infatti, che per gli Egiziani e per i Babilonesi ogni malattia era imputabile all’azione d’una potenza specializzata in un genere preciso di nocività 204. Anche la Bibbia in numerosi passi considera la malattia come un processo inficiato di demoniaco. È una concezione che riscontriamo ancora presente nell’ambiente dei Vangeli e che trova particolare applicazione

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in alcuni esorcismi uniti a guarigioni di malattie 205.

Questa dimensione soprannaturale della malattia ha permesso al Vecchio Testamento di affermare un rapporto tra malattia e peccato personale. Secondo il V.T., infatti, la malattia era considerata generalmente come punizione di un peccato personale 206. Come documentazione, è sufficiente rimandare ai testi più significativi: 1Sam 16,14, a proposito della malattia di Saul; 2Re 5,27, punizione del cupido servo di Eliseo, colpito dalla lebbra; 2Re 20,1-11, malattia e guarigione del re Ezechia; 2Cron 21,11-19, a proposito del re Joram; 1Macc 9,54-56, malattia e morte di Alcimo, che aveva preteso di abbattere il muro di separazione fra l’atrio degli Israeliti e quello dei pagani; 2Macc 9,11-12, malattia e morte dell’empio Antioco IV Epifane; Dan 4,28-30, malattia mentale del re Nabucodonosor 207.

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Tale rapporto è stato affermato anche da alcuni testi poetici: Sal 32,3-5; 38,4; Eccli 38,15; Giob 8,13; 22,5-14, che è tutto il tema del libro di Giobbe.

Ma è stato soprattutto nell’ambiente giudaico extra-biblico che si è sviluppata la speculazione sul rapporto malattia-punizione 208.

A questo proposito, si formò una teoria estremamente severa, retta da queste regole: «Nessuna punizione senza colpa»; «dove c’è il patire, c’è stato prima il peccato». È la concezione degli amici di Giobbe!

Il tardo giudaismo perfezionò questa visione, aggiungendovi due principi: che Dio vigila affinché peccato e punizione corrispondano alla regola: «misura per misura»; che l’uomo è punito in ciò con cui ha peccato.

Così la gravità della punizione cresce con la gravità del peccato: le più grosse catastrofi, che possono capitare ai singoli o alla comunità, hanno per presupposto i più gravi peccati, come idolatria, impurità, spargimento di sangue, ingiustizia, ecc.

Inoltre si ricavò un elenco di punizioni per i singoli peccati. Così, non solo si poteva sapere quale disgrazia seguiva a determinati peccati, ma si poteva anche risalire dalla sventura di un uomo

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al suo peccato. La sofferenza diventava segno di riconoscimento della colpa 209.

Gli Ebrei del tempo di Gesù erano impregnati di queste concezioni. In modo particolare la guarigione del cieco nato porta le tracce delle teorie rabbiniche :

«Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?» (Giov 9,2) 210.

Di fronte a questa problematica tipicamente di scuola, Gesù prende una posizione negativa: «Non ha peccato né lui, né i suoi genitori» (Giov 9,3). Ugualmente rifiuta di credere che le vittime di Pilato e gli uomini schiacciati dalla torre di Siloe siano stati particolarmente colpevoli (Lc 13,1-9).

Se la malattia è un segno, non lo è quindi necessariamente di una colpa personale, e perciò non è possibile inferire dalla malattia o disgrazia un peccato antecedente.

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Questa decisa presa di posizione di Gesù non è senza conseguenze per quanto riguarda l’atteggiamento morale cristiano di fronte alla malattia.

Può essere messa in relazione, infatti, con la tendenza spontanea ad autoaccusarsi, che si può notare in certi ammalati. Questa cresce sul terreno di una tendenza alla regressione psichica, ben conosciuta dalla psicologia del malato. «La malattia crea una situazione di frustrazione, rafforzata dalla ospedalizzazione. Ogni frustrazione tende a scatenare delle reazioni psichiche di regressione e di aggressività. Il malato tende spontaneamente, senza che se ne renda conto, verso un atteggiamento infantile, fatto di dipendenza, di passività, di recettività, di egocentrismo, di «captatività» 211.

Dal punto di vista morale, questa regressione comporta il sorgere di una «coscienza infelice» e

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la ricerca di sicurezza mediante l’atteggiamento religioso.

Con queste premesse, è facile che il rapporto malattia-peccato personale sia ricevuto — se non addirittura ricercato! — quando viene presentato dall’ascesi di accettazione.

A questa luce, assume la massima importanza la netta dissociazione fatta da Gesù tra malattia e punizione di un peccato personale. Essa diventa un coefficente di primaria importanza per l’evasione da uno stato di morboso senso di colpa. Ogni incontro di fede tra Dio e l’uomo —- anche l’uomo malato! — deve essere un incontro personale e responsabile, non imo stato di soggezione malsano e infantile. L’incontro personale della fede avviene tra Dio e l’uomo vivente, padrone di se stesso, perché Dio non vuol incontrare gli istinti, ma la libertà 212.

Compito del sacerdote, come educatore della fede, non è quello di «sfruttare la situazione», ma piuttosto quello di favorire il passaggio da una «coscienza infelice» a una «coscienza responsabile», aiutando il malato a liberarsi della tendenza a rifugiarsi nel senso di colpa.

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La malattia nella prospettiva dell’alleanza

Bisogna fare attenzione al fatto che, se Gesù rigetta recisamente la teoria della malattia come conseguenza di un peccato personale, non rifiuta per questo di legare la malattia al peccato. In generale, nel N.T. perdono e guarigione sono associati (cfr. Mt 9,1-8). Resta dunque una certa relazione tra la sofferenza fisica e il peccato, anche quando non la si può discernere chiaramente.

In genere i teologi introducono qui il discorso sul peccato originale e il dolore, che ne sarebbe la conseguenza. Abbiamo anche visto come questo argomento viene sfruttato dall’ascesi di accettazione, che s’industria di far accettare la malattia con l’aiuto di questa spiegazione teologica.

Non è opportuno affrontare qui la questione del rapporto tra malattia e peccato originale, che appartiene a quelle nozioni rimesse in discussione, di cui riferivamo nella prima parte. La teologia del peccato originale, infatti, è ancora in cantiere per un’opera di completo rifacimento 213.

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Un approccio del problema più consono alla mentalità e alla terminologia biblica consiste nel considerare la malattia nel complesso dell’alleanza.

La prima osservazione che possiamo fare è che, nei testi biblici in cui si parla della malattia come punizione, questa non è mai sola, ma è presentata insieme ad altre calamità: la carestia, le cavallette, i nemici, ecc.

Queste punizioni, inoltre, compaiono sopratutto nel «codice deuteronomico», cioè nei testi più direttamente ispirati all’alleanza.

Infatti al formulario fisso dell’alleanza appartiene l’elenco delle benedizioni o delle maledizioni che seguiranno se il partner che accetta l’alleanza si atterrà — o, rispettivamente, non si atterrà alle clausole stipulate 214.

Così, ad esempio, tutto il cap. 28 del Deuteronomio non è che una minuta enumerazione di benedizioni e maledizioni condizionali:

«Se tu obbedisci veramente alla voce di Jahvè tuo Dio, conservando e praticando tutti questi comandamenti che io ti prescrivo oggi, Jahvè tuo Dio ti eleverà al di sopra di tutte le nazioni della terra. Tutte le benedizioni seguenti ti arriveranno: saranno benedetti il frutto delle tue viscere, il prodotto del tuo suolo, il frutto del tuo bestiame... Jahvè ti farà abbondare di beni: frutto delle tue

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viscere, frutto del tuo bestiame e frutto del tuo suolo, su questa terra che egli ha giurato ai tuoi padri di darti» (Deut 28,1-14).

«Ma se tu non obbedisci alla voce di Jahvè tuo Dio, non osservando i suoi comandamenti e le sue leggi che io ti prescrivo oggi, tutte le maledizioni seguenti ti capiteranno: Jahvè attaccherà a te la peste, fino a che essa ti abbia consumato su questa terra in cui tu stai per entrare per prenderne possesso. Jahvè ti colpirà di consunzione, di febbre, d’infiammazione... i cieli sopra a te saranno di rame e la terra sotto di te sarà di ferro... Jahvè farà di te un vinto di fronte ai tuoi nemici... Tu non sarai sempre che sfruttato e spogliato, senza che nessuno prenda la tua difesa... Jahvè ti colpirà di foruncoli maligni ai ginocchi e alle gambe, e tu non potrai guarirne, dalla pianta dei piedi fino in cima alla testa... poiché tu non avrai servito Jahvè tuo Dio nella gioia e nella felicità che dà l’abbondanza di ogni cosa, tu servirai i nemici che Jahvè manderà contro di te, nella fame, sete, nudità, privazione totale» (28,15-68; cfr. anche Deut 32, 23-25; Gios 24,20).

Per entrare nella prospettiva biblica, bisogna convincersi che queste benedizioni e maledizioni non sono premi o castighi estrinseci e gratuiti, ma sono parte integrante dell’alleanza stessa. La «salvezza» a cui si accede mediante l’alleanza non è qualcosa di disincarnato e astratto, ma è una salvezza «umana», per l’uomo. Per questo la terra, la sicurezza dai nemici, la salute del corpo, il cibo e il vestito fanno parte della salvezza

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promessa e accordata da Jahvè al suo popolo.

Il principio della retribuzione terrena, prima di essere applicato all’individuo e diventare così una questione di scuola, si applica al popolo intero. In questo senso, diventa l’espressione stessa della salvezza: finché Israele resta fedele al suo Dio, non può che partecipare della salvezza, e quindi della terra promessa, della salute, della longevità, del benessere.

Evidentemente questa prospettiva non risolve tutti i problemi: la sofferenza del giusto resta un enigma che non trova spiegazione sufficiente in uno schema di natura giuridica, fosse anche quello dell’alleanza. Essendo le benedizioni intrinseche all’alleanza, il Deuteronomista non vedeva come potessero venir meno.

Apparterrà ad altri — Saggi e Salmisti — di inquadrare il problema della sofferenza del giusto e di risolverlo, non rinunciando ai principi generali dell’alleanza, ma approfondendoli 215.

L’importante è che il problema della sofferenza del giusto, che in fondo resta secondario e derivato, non prenda tutta la visuale, offuscando i principi dell’alleanza.

Salute e malattia acquistano significato in quanto Israele è in relazione di alleanza con Dio. Esse entrano a far parte integrante del disegno di salvezza,

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come ne fanno parte la vita e la morte.

La malattia è allora «una delle forme o segni precorritori della morte — della morte che viene e che bisogna comprendere come il giudizio di Dio che consegna l’uomo alla potenza del nulla, perché è questo ciò che gli merita il suo peccato. Sotto questo aspetto, la malattia è dunque, come la morte stessa, un fenomeno contro-natura, un puro disordine, un indice della rivolta del caos contro la creazione di Dio, un’opera e una manifestazione del diavolo e dei demoni» 216.

Malattia, morte, peccato appaiono realtà comunicanti e congiuranti contro l’uomo, dalle quali Dio lo libererà mediante la storia della salvezza in atto.

Bisogna entrare appunto in questa prospettiva della storia della salvezza nel suo farsi e nella sua completezza, per passare dalla dimensione crea- turale a quella pasquale della malattia. La malattia è relativa non solo al peccato dell’uomo, ma anche al piano di Dio. Come tale, oltre al valore negativo, ha anche dei significati positivi.

«Come l’esilio e la schiavitù, la malattia appare così come la realtà provvisoria la cui sparizione sarà il segno dei tempi nuovi. Non è paradossale il considerarla, da questo punto di vista, come la realtà che deve essere abolita e la cui presenza

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è precisamente destinata a mettere in luce la grande e concreta verità della salvezza» 217.

La malattia è dunque una realtà che si comprende non riferendola solo al passato — fosse anche quello dell’Eden e della colpa ivi commessa! — ma riferendola anche all’avvenire. Numerosi testi biblici, infatti, ci parlano della malattia precisamente come della realtà che deve essere abolita all’apparizione dei tempi escatologici, che saranno anche tempi di guarigione. Nel mondo nuovo, inaugurato dalla nuova alleanza (cfr. Ger 31,31-34; Ezech. 36,26-28; Is 65,25), la malattia sarà soppressa: non ci saranno più né ciechi, né sordi, né muti, né zoppi («lo zoppo salterà come un cervo»: Is 35,5-6), né lacrime di angoscia (Is 25,8; 65,19).

In questi passi profetici la guarigione è messa in parallelo con la liberazione, l’abbondanza, la pace (cfr. Is 57,18-19; 61,1-2; Ger 30,17; 33,6), anzi, la guarigione è adoperata come metafora per indicare la salvezza completa e perfetta 218.

Per comprendere, dunque, la malattia come

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segno, bisogna adottare una duplice prospettiva: storica e personale.

La prospettiva storica è richiesta dal fatto che Dio ha operato la salvezza nella storia e mediante una storia. Per questo ci dovremo ricondurre al momento centrale della storia della salvezza — quella «volta per tutte» (ephapax: Rom 6,10; Ebr 7,27; 9,12; 10,10) nella quale Cristo ha operato la nostra salvezza — per vedere che posto ha avuto il male fisico nella sua vicenda pasquale.

La prospettiva personale è conseguenza della volontà di Dio di stabilire dei rapporti personali con il popolo che salva 219. La malattia è una realtà che esige una spiegazione non astratta, ma vitale. Essa acquista significato e trasparenza di segno solo nel dialogo tra il Dio che salva e l’uomo che si fa salvare; e, prima di tutto nel dialogo tra il Cristo e il Padre.

Solo dopo un’attenta considerazione della realtà e del significato della malattia nell’insieme della storia della salvezza, soprattutto nel mistero pasquale di Cristo, potremo parlare di un atteggiamento morale nei suoi confronti che sia veramente «cristiano». Sarà — possiamo già prevederlo — una morale sgorgante direttamente

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dal mistero della salvezza, una morale «pasquale».

2) La vittoria di Cristo sul male nel mistero pasquale

Il mistero di Cristo nella sua integralità

Per tracciare un atteggiamento «cristiano» di fronte alla malattia è indispensabile partire dal Cristo stesso. È la via che ci richiama la Chiesa conciliare, la quale, di fronte all’uomo moderno che si pone gli interrogativi più profondi («cos’è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte che malgrado ogni progresso continuano a sussistere?»),

«crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla suprema sua “vocazione” (Gaudium et Spes, n. 10).

La Teologia morale stessa è esortata dal Concilio a un perfezionamento,

«in modo che la sua esposizione scientifica, maggiormente fondata sulla Sacra Scrittura, illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo (Optatam totius, n. 16).

L’elemento discriminante tra la morale del cristiano malato più diffusa e tradizionale e quella, ancora in costruzione, che vuol rispondere alle

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richieste attuali, non è però la prospettiva cristocentrica. Anche l’ascesi di accettazione, infatti, si incentra sul Cristo. Ma del mistero di Cristo accentua prevalentemente — o addirittura esclusivamente — la passione e la morte.

Alla base c’è una soteriologia che insiste principalmente sul valore redentivo delle sofferenze del Cristo, che ci ha redento col sangue e la croce.

La prospettiva che converge sulla croce è considerata quanto mai opportuna nel caso di una presentazione del mistero di Cristo al malato, perché questi è visto come posto dalla sua stessa malattia in una situazione di particolare partecipazione alla passione di Cristo. Di qui l’identificazione abituale della malattia con la croce. Di qui, anche, l’accettazione ascetica della malattia, come modo di continuare a soffrire con Cristo e di cooperare alla salvezza del mondo.

Anche in questa prospettiva si ha, come vediamo, una morale cristocentrica, ma di un cristocentrismo mutilo. Il mistero di Cristo, infatti, non è solo la croce, ma la croce e la risurrezione. Il mistero di Cristo è il mistero pasquale.

Oltre al cristocentrismo bisognerebbe almeno accennare a quelle affermazioni più significative della teologia moderna, dalle quali non si può prescindere, perché costituiscono le premesse di qualsiasi discorso di teologia morale 220.

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Ma in nessun modo si può tacere del recupero del mistero pasquale, che ha rinnovato la liturgia, la soteriologia e, conseguentemente, la teologia morale.

«È preferibile parlare di pasqua e non di redenzione. Redenzione evoca una situazione intellettuale, allorché pasqua è innanzitutto una realtà biblica, radicata nella storia della salvezza.

Redenzione è parola astratta, designante un dogma, mentre mistero pasquale si riferisce simultaneamente a un avvenimento, a un rito, a una festa... Redenzione è termine prevalentemente negativo: evoca sopra tutto il riscatto di schiavitù, la liberazione dal peccato e dalla morte; ha come un sapore commerciale e indica pagamento di debito o riscatto. Mentre pasqua esprime il mistero caritativo di un Dio, il quale ha ricercato il modo più amabile per rendere noi partecipi della sua vita divina. Inoltre la redenzione, configuratasi giuridicamente nel riscatto, fa pensare che la sola passione di Cristo sia veramente soddisfattoria, solo essa sacrificale, solo essa meritoria; mentre la risurrezione del Cristo non sarebbe né meritoria, né soddisfattoria. Non essendo sacrificale, la risurrezione sarebbe esteriore al fatto redentivo, il quale si racchiuderebbe entro il venerdì santo. Mentre la pasqua, in un identico movimento, si svela quale mistero di passione che si completa essenzialmente nella stessa risurrezione» 221.

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Questa lunga citazione, tratta da un libro che ha cercato di lasciar vivificare tutta la morale dalla nozione di mistero pasquale, ci situa perfettamente nella prospettiva che abbiamo scelto per considerare il mistero di Cristo nella sua integralità.

Vedremo che cosa sia stato il dolore fisico, considerato come segno delle distruttrici potenze del caos, nell’insieme della vicenda pasquale del Cristo. Solo dopo questo esame avremo gli elementi per situare la malattia nella vicenda pasquale del cristiano e per delineare il suo atteggiamento morale.

È indispensabile inquadrare bene fin dall’inizio il significato globale della vicenda personale di Gesù.

Se si segue una soteriologia prevalentemente giuridica, si potrà vedere il fine della sua attività redentrice nel riparare i nostri peccati e meritarci la vita eterna. Allora la soddisfazione e il merito saranno considerati come frutto delle sofferenze di Gesù e la croce sarà vista come ricapitolazione totale della sua vita.

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Questa prospettiva, senza contraddire alla S. Scrittura, non ne rende però, tutta la ricchezza. Per S. Giovanni, infatti, lo scopo della missione di Gesù è molto più positivo: egli è venuto «perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza» (Giov 10,10).

In particolare, per quanto ci riguarda ora, la prospettiva giuridica non può cogliere il messaggio biblico riguardante le guarigioni operate da Gesù.

Dal momento che non sono state operate con sofferenza, Gesù non ha meritato — in senso stretto — la nostra salvezza mediante esse. Resterebbero quindi estrinseche alla nostra salvezza: nient’altro che la conferma giuridica della missione di Gesù e del suo potere di rimettere i peccati. Le guarigioni miracolose diventano allora esclusivamente argomentazioni per l’apologetica.

Ma il messaggio biblico resiste a una simile riduzione. Esso potrà essere recepito pienamente solo se, nella considerazione della missione di Gesù, passiamo dal piano giuridico della soddisfazione e del merito a quello ontologico. Gesù è venuto a operare la salvezza dell’uomo non solo perdonandolo, ma vivificandolo in modo definitivo. Egli doveva non solo riparare una colpa, ma dare una nuova vitalità all’uomo.

La trasformazione dell’uomo non può avvenire senza l’azione dello Spirito nel cuore

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(cfr. Ger 31,31-34; Ez 11,17-20; 36,25-28) e lo Spirito non è dato che da Gesù risorto (Giov 7,37), diventato «spirito vivificante» (1Cor 15,45) attraverso la morte.

Non si può, quindi, isolare il valore salvifico della passione e morte di Gesù. È tutta la sua vita, culminante nella risurrezione, che è salvezza, comunicazione della vita nuova.

In questa luce cerchiamo di vedere l’attività terapeutica di Gesù: non solo sotto l’aspetto di conferma giuridica della sua missione, ma sotto l’aspetto salvifico, quindi come parte integrante della missione stessa.

Significato salvifico dell’attività terapeutica di Gesù

I dati biblici di cui disponiamo ci dicono, anzitutto, che le guarigioni hanno costituito una parte importante del mistero di Gesù. Matteo così riassume l’attività di Gesù in Galilea:

«Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e sanando ogni malattia e infermità del popolo (διδάσκων, κηύσσων, ζεραπεύων). E giunse la sua fama in tutta la Siria, e gli portarono tutti i malati oppressi da varie malattie e tormenti, indemoniati, lunatici e paralitici, e li guarì» (Mat 4,23-24).

Il genere letterario di sommario redazionale

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non infirma la storicità della testimonianza, secondo la quale Gesù svolse un’attività terapeutica a favore di tutti, guarendo da ogni specie di infermità 222. L’abbondanza delle guarigioni è l’ambiente indispensabile per capire il Gesù dei Vangeli.

Ci colpisce la sproporzione numerica tra le guarigioni riferite dall'Antico Testamento e quelle riportate dal Nuovo. Nell’Antico Testamento ci sono tre racconti circostanziati di cure miracolose (Num 21,9; 2Re 5,10-14; Is 38,1-8). Al contrario, i Sinottici contengono 22 racconti circostanziati di guarigioni e una dozzina di passi menzionanti cure collettive 223.

Perché questa profusione improvvisa di miracoli? Essa deve avere un significato in rapporto

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al momento particolare della storia della salvezza (il «Kairòs») rappresentato dalla venuta di Gesù Cristo.

Alcune pericopi mettono il potere taumaturgico direttamente in relazione con l’autorità (έξουσία) di Gesù: «Affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha l'autorità sulla terra di rimettere i peccati... (Mat 9,6).

L’autorità di Gesù, che i miracoli provano in modo inequivocabile, non ci suggerisce l’esercizio di un potere proprio, ma al contrario evoca un potere delegato, una potenza orientata verso dei fini particolari. L’autorità di Gesù è l’autorità ricevuta da Dio di aprire l’èra della salvezza.

Per capire il senso delle guarigioni miracolose di Gesù, è illuminante quel loghion che ci riporta soltanto Luca, in un quadro che gli è proprio: Gesù nella sinagoga di Nazaret dichiara ufficialmente iniziato l’anno di salvezza annunciato da Is 61.

«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella, ad annunziare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi il recupero della vista, a mettere in libertà gli oppressi, a promulgare un anno di grazia del Signore».

E Gesù commenta la citazione profetica dicendo semplicemente:

«Oggi si è adempiuta questa scrittura nelle vostre orecchie» (Luc 4-21).

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L’anno giubilare ebraico (Lev 25,8-18.23-55), con cui è raffigurata la salvezza escatologica, è iniziato; il grande Sabato della fine dei tempi è arrivato 224.

Le guarigioni, con il loro numero e la loro prodigiosità, hanno precisamente il compito di essere il segno dei tempi nuovi che sono arrivati. Ciò che è peculiare delle guarigioni evangeliche non è la loro prodigiosità: è infatti insegnamento costante di tutta la Bibbia che la guarigione, così come la malattia, viene da Dio (Deut 32,39; Giob 5,18; Is 57,18; Ger 30,17; Os 6,1, ecc.). Più importante è il loro significato.

Le guarigioni sono un «segno», accordato alla fede, che bisogna discernere dietro l’evento, sempre contestabile in quanto «miracolo», per chi vuol contestare 225.

Sono un avvenimento indicativo di qualche cosa, che rinvia, nella sua straordinarietà, a una realtà che svela e che, reciprocamente, gli dà un senso 226.

Lo scopo a cui sono finalizzate le guarigioni di Gesù è l’annuncio e l’inserzione nel tempo d’un

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ordine nuovo, quello escatologico e definitivo, inaugurato dai tempi messianici.

Quando i profeti annunciavano il regno futuro, ne descrivevano la venuta attraverso una serie di segni: la consolazione, l’abbondanza, la pace, la guarigione (Is 61,1-3; Mich 4,1-4; Ger 33,6; Is 35,5-6). Come l’esilio e la schiavitù, la malattia appare come la realtà provvisoria, la cui sparizione indicherà la venuta dei tempi nuovi. Si tratta della funzione di segno che la malattia assume nel quadro dell’alleanza, come abbiamo detto precedentemente. Le malattie perciò hanno, in generale, la funzione che Gesù attribuisce in particolare alla cecità del cieco nato:

«Né lui, né i suoi genitori hanno peccato, ma è così perché si manifestino in lui le opere di Dio» (Giov. 9,3).

La cecità è l’occasione nella quale Dio manifesta la realtà e la potenza della grazia nel quadro della missione di Gesù.

Ed è proprio questa l’interpretazione che Gesù dà esplicitamente della fioritura di guarigioni attorno alla sua persona. Rispondendo alla domanda perentoria della delegazione del Battista: «Sei tu quello che deve venire?», Gesù rimanda ai segni messianici ben conosciuti: «Andate e riferite a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono,

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ai poveri è annunciata la buona novella» (Mat 11,2-6) 227.

Per amore di chiarezza, Luca, riportando la stessa pericope, aggiunge: «In quel momento egli guarì molte persone da malattie, da infermità e da spiriti maligni e restituì la vista a molti ciechi» (Luc 7,21).

Gesù non si presenta a Giovanni come un taumaturgo, ma come colui che compie ciò che era stato annunciato. La guarigione operata da Gesù non si riduce alla soppressione pura e semplice di un fenomeno patologico, ma è simultaneamente l’indice di una situazione nuova dell’uomo e il segno profetico del regno di Dio:

La guarigione è, con altri segni (“l’evangelo è annunciato ai poveri”), nello stesso tempo ciò che autentifica Gesù come Messia e ciò che manifesta concretamente la prossimità del Regno di Dio, ciò che iscrive questo Regno nel disordine d’un mondo in cui la malattia appariva come un segno (tra altri) della “irregolarità!” 228.

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Quello che c’è di caratteristico in queste guarigioni è che non vogliono essere un semplice ristabilimento della salute come equilibrio organico, ma l’espressione della venuta d’un ordine nuovo, in cui il male non ci sarà più. Per questo le guarigioni sono così spesso collegate con il perdono dei peccati.

La cacciata dei demoni — associata o no con la guarigione di malattie (cfr. Luc 13,10-17) — è uno dei segni per eccellenza della venuta dei tempi messianici, perché indica l’indietreggiare del regno di satana: «Se in virtù dello Spirito di Dio io caccio i demoni, è dunque giunto a voi il regno di Dio» (Mat 12,28). È Dio che, «attraverso il suo Spirito», prende possesso di tutto il dominio della creazione sottomessa a satana.

Il perdono dei peccati ha dunque lo stesso significato della guarigione. Questa concretizza il perdono (cfr. soprattutto Mar 2,1-12), ma l’uno e l’altra attestano la venuta dei tempi nuovi in cui gli uomini sono guariti e perdonati, liberati e nutriti.

Le guarigioni miracolose di Gesù non sono, allora, unicamente una legittimazione estrinseca della sua autorità (trovala), nè atti di potenza con

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cui egli autentifica la sua missione. In quanto segni del regno di Dio che viene attraverso colui che Egli ha investito della sua autorità e onnipotenza, iscrivono la promessa di Dio nei fatti.

L’attività taumaturgica di Gesù è un elemento integrante della sua opera messianica, una anticipazione del grande avvenire meraviglioso e un modo di farlo venire 229.

La guarigione segna la fine del regno della morte, ma è soltanto una prefigurazione e un’anticipazione dello stato escatologico.

«Il potere di risurrezione dello Spirito Santo... agisce sin d’ora sui corpi. Questo temporaneo indietreggiare della morte dinanzi al potere di risurrezione dello Spirito Santo costituisce il senso più profondo di tutte le guarigioni e risurrezioni che sono riportate nel N.T.» 230.

Quando Gesù guarisce, c’è dunque, oltre al lato benefico (At 10,38), una certa prefigurazione dello stato di perfezione che il redento conseguirà alla parusia 231. Ma la trasformazione definitiva dei corpi, riservata alla fine dei giorni, rimane oggetto della speranza nell’avvenire.

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Anche per quanto riguarda le guarigioni, dunque, siamo di fronte a quella tensione tra «già» e «non ancora» che contraddistingue la fase attuale della storia della salvezza 232. Ma pur con questi limiti, le guarigioni taumaturgiche di Gesù sono un vero atto di salvezza, la conseguenza necessaria della nuova alleanza: dopo aver dato all’uomo un cuore nuovo, ecco che Dio «fa nuove tutte le cose» (Ap 21,5).

La realizzazione del destino del «Servo di Jahvé»

Abbiamo considerato finora il significato salvifico dell’attività terapeutica di Gesù. Essa ci è apparsa come parte integrante della sua missione, e non solo nel senso di autentificazione giuridica. Infatti la missione di Gesù consiste essenzialmente nell’inaugurazione del regno di Dio escatologico; ciò implica la retrocessione del regno

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di satana, concretizzato nelle possessioni diaboliche, nel peccato, nelle malattie, nella morte. I miracoli sono «segni» della missione di Gesù, ma segni in senso pieno 233, in quanto significano e realizzano la venuta del Regno.

Ma osservando questi segni, raccomandati come messianici dalle Scritture, possiamo notare che si realizzano in un contesto così sprovvisto di potenza, che questi stessi segni possono diventare tanto occasione di dubbio quanto occasione di fede. Gesù conclude l’interpretazione messianica autentica delle sue guarigioni, fatta alla delegazione del Battista, con l’affermazione sconcertante: «e beato colui per il quale io non sarò occasione di scandalo» (Mat 11,6).

Le guarigioni operate da Gesù non sono destinate a inaugurare in modo glorioso un’era di felicità sulla terra, ma solo a porre dei segni della presenza del Figlio dell’Uomo e della prossimità del Regno 234.

E il Figlio dell’uomo non realizza la sua missione terrestre trionfalmente. Egli si comporta precisamente in quel modo umile e inglorioso con cui Isaia aveva tracciato il destino del «Servo

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sofferente di Jahvè» (Is 42,1-7; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12) 235.

È Matteo che ci mette sulla traccia dell’identificazione di Gesù taumaturgo con il Servo sofferente: «Gli furono portati molti indemoniati e cacciò gli spiriti con una parola, e guarì tutti gli infermi, affinché s’adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: ha preso le nostre infermità e s’è addossato le nostre malattie» (Mat 8,16-17).

In senso letterale, Isaia mostrava il Servo prendente su se stesso i nostri dolori attraverso la propria sofferenza espiatrice. Matteo intende che Gesù le ha «prese» togliendole per mezzo delle sue guarigioni miracolose.

«Questa applicazione, che può sembrare accomo- datizia, è in realtà d’una profonda verità teologica: è perché Gesù, il “servo”, è venuto a prendere su di sé l’espiazione dei peccati, che ha potuto alleviare gli uomini dai mali corporali, che sono la conseguenza e la pena del peccato» 236.

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L'attività terapeutica di Gesù, dunque, riceve la sua piena luce solo se vista come l’azione propria del Servo Sofferente.

L’identificazione di Gesù col Servo 237, che risale al più antico kerygma (At 8,32-36), rende ragione del modo peculiare con cui Gesù ha svolto la sua missione. È stata un’attività salvatrice attuata nella debolezza umana pienamente abbracciata 238.

Gesù guarisce, ma lo fa caricandosi della miseria umana. A tal punto che il «segno» decisivo non saranno le guarigioni delle malattie, ma il «segno di Giona» (Mat 12, 38-40), cioè la croce e la risurrezione.

Il male fisico nel dinamismo pasquale di Cristo

Gesù ha svolto la sua attività salvatrice nella debolezza umana. Di più: l’attività di Gesù è stata salvatrice proprio perché svolta nella debolezza umana e la debolezza umana è stata salvatrice proprio perché vissuta con amore di Figlio.

Con queste osservazioni entriamo nel cuore del

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mistero pasquale per gettare la luce conclusiva sul ruolo che ebbe il male fisico nella vita di Gesù.

La riflessione sull’attività terapeutica di Gesù ci ha portato a concludere che essa svela il senso della sua missione: «togliere» il male fisico del mondo. E ciò non per un senso di semplice solidarietà e compassione umana, ma in quanto esso ― secondo la prospettiva biblica — è un segno della condizione di allontanamento dell’umanità da Dio. È un segno che la prima alleanza è stata tradita dall’uomo; è un segno che la nuova alleanza, che sarà definitiva ed eterna perché operata dallo Spirito di Dio nel cuore dell’uomo, non è stata ancora completamente stabilita. Gesù ha guarito per significare che il regno di Dio arrivava e per far venire il regno stesso. Dunque è essenziale per la missione di Gesù la lotta ad oltranza contro il male fisico, segno del dominio del caos.

Ma Gesù ha condotto a termine la sua missione in quanto «Servo», scegliendo la condizione umana di debolezza, priva di ogni trionfalismo, sia pure quello di terapeuta prodigioso. Da questo punto di vista, il suo atteggiamento di fronte al male umano fu di accettazione impotente, attuazione dell’ideale dell’«agnello che si lascia condurre al macello» o della «pecora muta che non apre bocca di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7; cfr. Atti 8,35).

C’è contraddizione tra i due atteggiamenti —

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di lotta come terapeuta e di accettazione come Servo sofferente —, o è possibile una sintesi superiore, dialettica, alla luce del mistero pasquale nella sua interezza?

La pasqua è costituita da tre elementi distinti che possiamo sintetizzare in questa espressione: da una situazione di morte, per opera di Dio, scaturisce una vita nuova. È questo il significato salvifico della prima pasqua: un passaggio dalla schiavitù in Egitto e dalla condizione di «non-popolo», alla condizione di «popolo di Dio» destinato alla salvezza (rappresentata dall’ideale molto «incarnato» della Terra promessa, dove scorrono latte e miele, si vive nell’abbondanza e nella pace e non si soffrono i mali fisici: sono le tipiche «benedizioni» dei formulari di alleanza), grazie all’intervento travolgente e gratuito di Jahvè (cfr. Deut 7,7-8).

Gli stessi tre elementi ritroviamo nella nuova pasqua, quella che darà origine all’alleanza perfetta e perpetua. Anch’essa è un passaggio dalla condizione umana e lontana da Dio alla condizione «divina» di intima partecipazione alla vita di Dio; passaggio dal mondo della carne, segnato dalla legge del peccato e della morte (cfr. Rom 8,6-8), al mondo di Dio, dominato dallo Spirito di santificazione, nella comunione totale alla volontà paterna di Dio, nel possesso dell’eredità di figli adottivi (Rom 7).

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Questo passaggio è attuato da Dio (perché il regno non è conquista dell’uomo, ma irrompe nel mondo come dono gratuito); è attuato da Dio nella persona di Cristo.

L’incarnazione del Figlio si è realizzata in un mondo lontano da Dio, soggetto al regno di satana, e quindi alle sue conseguenze: peccato, odio, guerra, dolore, morte. «Dio mandò il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato per vincere il peccato» (Rom 8,3). «Colui che non aveva conosciuto il peccato. Dio l’ha fatto peccato per noi» (2Cor 5,21).

La parabola discensiva del Figlio è così presentata da Paolo — che forse utilizza un inno della comunità cristiana: «Lui che, avendo forma di Dio, non riputò una preda l’essere uguale a Dio: esinanì, invece, se stesso; prendendo forma di schiavo, diventò simile agli uomini. E apparso in aspetto di uomo, si umiliò ancor più facendosi obbediente fino alla morte, alla morte in croce» (Fil 2,6-9).

La morte di Gesù non è, dunque, la decisione arbitraria di un Dio assetato di vendetta, ma la conseguenza necessaria dell’opzione che il Figlio fece incarnandosi. Avendo assunto la condizione umana, non poteva sottrarsi alla debolezza, al dolore, alla morte in conseguenza dell’odio.

Il decreto del Padre, accettato dal Figlio, era di «riversare l’amore di Dio nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rom 5,5), di condurre

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gli uomini alla partecipazione della vita divina, riposta con pienezza nell’uomo Gesù. La volontà di Cristo era di diffondere tra gli uomini suoi fratelli la sua adesione perfetta alla volontà del Padre — che egli possedeva in quanto Figlio eterno e viveva nella condizione umana — per far vivere gli uomini fino alla risurrezione. Era una volontà «pasquale», di operare cioè tra gli uomini e con gli uomini questo passaggio all’alleanza perfetta nella comunione di vita con Dio.

Ma la situazione della «debolezza della carne», in cui si attuò questo passaggio, influenzò questa pasqua, facendola diventare una pasqua di sangue: «L’amore di Dio si è riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo elargitoci. Cristo, infatti, è morto per gli empi nel tempo fissato, quando noi eravamo ancora degli impotenti» (Rom 5,5-6).

Il valore redentivo dell’assunzione della debolezza umana — che raggiunge l’apice nella passione e morte — consiste nel fatto che diventa espressione dell’amore fedele verso il Padre: un amore tanto più radicale, quanto più totale è la debolezza in cui si esprime, fino al vertice di fedeltà e di debolezza espresso dal grido di Gesù morente: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito» (Luc 23,46).

«Cristo, mediante la morte vissuta in obbedienza di amore verso il Padre, ridonava alla natura umana

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la vera amicizia con Dio: inaugurava presso l’umanità il ritorno caritativo al Padre. Morendo, mosso da carità verso il Padre, Cristo distruggeva la morte, ultimo e supremo retaggio del peccato. La sua morte fu morte al peccato (Gal 2,19). La stessa risurrezione è stata la necessaria espressione completiva di una morte tutta permeata di carità: la morte, in quanto subita per amore, era intimamente orientata a suscitare e a ingenerare un convivere con Dio e in Dio» 239.

Il male fisico fu, dunque, vinto e redento da Gesù perché fu vissuto nello slancio della sua autodonazione al Padre e ai fratelli. Questa era la volontà del Padre: che Gesù continuasse a manifestare l’amore (nel senso ebraico di «hesed») pur nell’abisso della condizione umana liberamente scelta, esposto senza difese alla bufera di odio. Gesù lo fece fino alla morte. La risurrezione manifestò poi che l’amore è più forte dell’odio, che lo spirito è più potente della carne.

Gesù ha vissuto la sua distruzione fisica nella sua autodonazione, facendone anzi una espressione quanto mai convincente di essa. Con ciò ha rovesciato il senso del male fisico, vissuto prima nel rifiuto a Dio 240.

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Siamo in grado ora di fare le osservazioni conclusive di tutta questa considerazione sul ruolo del male fisico nella vicenda pasquale del Cristo.

Gesù — il Figlio di Dio solidarizzatosi con gli uomini — ha voluto operare, per sé e per tutti gli uomini, un passaggio dallo stato di lontananza da Dio alla condizione di perfetta alleanza con lui. Ma la sua pasqua non è stata opera di potenza: egli ha accettato la condizione umana di impotenza di fronte al male e l’ha vissuta senza deflettere minimamente dalla sua autodedizione al Padre e ai fratelli. Per questa fedeltà «Dio ha costituito Signore (“Kyrios”) e Messia questo Gesù» crocifisso dai suoi (At 2,36) e l’ha reso fonte di Spirito e di vita nuova per tutti (1Cor 15,45).

In questo senso preciso la croce e le sofferenze di Gesù sono state redentrici.

Il dinamismo pasquale della vita del Cristo rende ragione di ambedue gli atteggiamenti di fronte al male fisico che ci erano sembrati contraddittori: la lotta a oltranza di Gesù terapeuta e l’accettazione di Gesù, «Servo di Jahvè». Gesù ha voluto lottare contro il male, perché la salute è una delle «benedizioni» della Nuova Alleanza e il suo recupero è uno dei segni della vicinanza del Regno, anzi del fatto che il Regno è già

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presente nel mondo come il lievito nella pasta (Mat 13,33). Ma ha lottato senza adottare un atteggiamento di titanismo, bensì nella debolezza umana. Ha impedito però che il male lo allontanasse dal Padre, ne ha fatto anzi il mezzo per dimostrare un amore fedele a oltranza, assumendo il dolore nella sua vicenda pasquale.

Con ciò Gesù ha vinto realmente il male fisico («Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?»: 1Cor 15,55). Il male fisico non deve esistere e un giorno, nel Regno — anticipato ora nel suo corpo glorioso — non esisterà più. Se esiste ancora — in quanto la «consumazione» non è ancora venuta — esso è vinto, perché può diventare espressione di amore fedele in colui che non si lascia sviare dal suo atteggiamento di autodedizione conforme a quella di Cristo.

Non è facile sintetizzare l’atteggiamento di Gesù di fronte al male fisico in una sola espressione. Dopo la considerazione della dialettica pasquale, non possiamo parlare semplicemente di lotta contro il male o semplicemente di accettazione: rischieremmo di deformare il messaggio biblico, mutilandolo. Potremmo forse tentare di chiamarlo «lotta paziente» o «pazienza attiva» (conservando a «pazienza» il senso biblico visto nella prima parte), ma con piena coscienza dei limiti di tali espressioni.

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3) La vita pasquale del cristiano malato

L’«essere-in-Cristo» come fonte della morale cristiana

Il lungo paragrafo precedente, dedicato al male fisico nella vicenda pasquale del Cristo, è un presupposto indispensabile per poter trattare ora del comportamento del cristiano di fronte al suo proprio male. Non c’è, infatti, morale «cristiana» se non riferita al Cristo. Non però nel senso che il cristiano semplicemente si ispira alla figura di Cristo per decidere il proprio comportamento morale: la «imitazione di Cristo» ha tutt’altra portata!

L'imitatio Christi che caratterizza la vita cristiana non è solo morale, di sentimenti e di affetti, ma d’ordine fisico-mistico, e quindi anche morale. Fondamento dell’imitazione non è lo sforzo di copiare le azioni esemplari del Cristo 241, ma l’assimilazione a Cristo avvenuta sacramentalmente nel battesimo 242.

Ogni discorso sulla morale cristiana presuppone una visione chiara della nuova situazione «ontologica» del cristiano: egli vive «in Cristo Gesù»,

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nel Signore (έν Χριστω 'Iησου, έν Κυρίω) 243, Per intendere la formula ci dobbiamo porre su un piano cosmico-escatologico: «come tutti muoiono in Adamo, così pure tutti in Cristo saranno richiamati in vita» (1Cor 15,22; cfr. i lunghi sviluppi del parallelo in 1Cor 15,45-49 e Rom 5,12-21). Il primo e l’ultimo Adamo indicano ciascuno — come «uomini primordiali» e iniziatori di una serie — un mondo, una regola di vita o di morte, e comprendono sotto di sé e in sé tutti gli individui che a tale mondo appartengono.

Mediante il battesimo, i fedeli sono stati trasportati dalla regione di peccato e di morte del : primo uomo alla regione di giustizia e di vita ; del secondo 244.

«Gesù Cristo non è soltanto il Figlio eterno del Padre che nella sua vita e passione ci mostra e ci porta la grazia del Padre, ma è anche un vero uomo, che, in quanto tale, dà inizio “in modo originario” e “per primo” all’esistenza cristiana.

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Egli crea il campo della fede e lo pone a nostra disposizione, ma in modo da compiere egli stesso, come modello, l’atto di fede» 245.

Dogmatica e morale stanno e cadono insieme. L’«essere-in-Cristo» è costitutivo e normativo; è un dato e un obbligo allo stesso tempo. «La legge di Cristo scaturisce dall’esistenza in Cristo e non è imposta dall’esterno. La teologia morale non è che l’antropologia teologica tradotta dall’indicativo all’imperativo» 246.

Cristo non è, dunque, soltanto un maestro di morale, ma il principio operativo stesso della vita morale del cristiano. Quel rapporto di alleanza tra Dio e l’uomo, perseguito durante tutta la storia della salvezza e realizzato perfettamente in Cristo, ora deve essere partecipato a tutti mediante la loro vita «in Gesù Cristo».

Ciò comporta due conseguenze. La prima è che una tale assimilazione non può essere opera umana. Non può diventare un programma umanistico, ma è il dono che proviene dall’incontro nel quale ci rimettiamo completamente nelle mani di Dio. È lo Spirito di Dio che ci modella secondo l’immagine di Gesù Cristo, il vero uomo.

L’altra conseguenza consiste nel fatto che tale assimilazione è progressiva. Il battesimo è solo la prima assimilazione radicale a Cristo, che rende

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possibili gli sviluppi ulteriori, ma esso richiede ad ogni cristiano un impegno morale perseverante, perché tutta la vita sia vissuta «in Cristo». Le varie situazioni vitali che l’uomo affronta, cadono tutte sotto la legge del mistero pasquale.

«Tutti i membri devono a Lui conformarsi, fino a che Cristo non sia in essi formato (cfr. Gal 4,19). Perciò siamo assunti ai misteri della Sua vita, resi conformi a Lui, morti e risuscitati con Lui. Finché con Lui regneremo (cfr. Fil 3,21; 2Tim 2,11; Ef 2,6; Col 2,12)» 247.

La legge della Croce nella «vita-in-Cristo»

Abbiamo affermato che tutta la vita del cristiano non è che una esplicazione progressiva di quell’assimilazione fisico-sacramentale avvenuta col battesimo, e che perciò la sua «imitazione» di Cristo è molto di più che una semplice ri- produzione dei gesti o dei sentimenti del Gesù storico.

Vogliamo ora esaminare le conseguenze di tale affermazione per ciò che riguarda la partecipazione del cristiano alla passione e alla morte di Cristo. È un punto di capitale importanza per il nostro studio, in quanto tradizionalmente si accosta la malattia alla croce e le si attribuisce una

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partecipazione al valore redentivo della passione di Cristo.

È un dato biblico basilare che il battesimo «seppellisce il cristiano con Cristo nella morte» (cfr. Rom 6,4), dando così una dimensione sacrificale alla sua vita intera 248.

Ma non si può ridurre questo aspetto della vita cristiana a una dimensione psicologica, cioè al voler soffrire insieme al Cristo crocifisso per consolarlo, o all’unire le proprie sofferenze alle sue per contribuire alla redenzione.

Il cristiano che, nella vita normale di preghiera, considera con compassione la vicenda del Cristo, non può non tenere conto che, anche nel meditare la passione, egli prega in concreto il Kyrios glorificato. Ciò provoca degli impedimenti psicologici reali:

«Molti uomini provano forti impedimenti quando si parla loro di compassione con il Cristo sofferente e di soffrire col Signore. E altri, ai quali questa difficoltà sembra strana, non hanno mai profondamente considerato il problema» 249.

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Ancora maggiori difficoltà s’incontrano quando si parla di una fecondità soteriologica del «soffrire con Cristo», se questo è ridotto a una semplice imitazione estrinseca.

L’interpretazione delle formule paoline relative al «soffrire con Cristo» (συμπάσχειν) ed equivalenti (2Cor 1,3-7; 2Cor 4,10; Fil 3,10; Rom 8,17; Col 1,24) ha dato origine a una vasta letteratura, connessa con il problema del «misticismo» di S. Paolo 250. A noi interessa in rapporto al problema se il soffrire del cristiano come partecipazione alla croce di Cristo sia dell’ordine psicologico dell’imitazione o lo investa più profondamente. La risposta condizionerà radicalmente l’atteggiamento morale di fronte al male fisico.

Seguendo uno studio che fa il punto sulla questione, possiamo formulare così il problema di base:

«Abbiamo a che fare con un realistico “Cristomi- sticismo” o con il concetto più blando di una imitazione di Cristo? Crede Paolo che la sua sofferenza è, in qualche modo reale, la sofferenza di Cristo,

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o usa semplicemente una vivida metafora per dire che la sua sofferenza è come quella di Cristo, o che ha la sua origine nel suo servizio al Cristo?» 251.

Le interpretazioni degli esegeti di questo secolo sono state quanto mai divergenti 252. Quella che si è andata sempre più imponendo intende il «soffrire con Cristo» in chiave mistica e quindi di partecipazione reale, non di semplice imitazione: le sofferenze del cristiano sono sofferenze di Cristo in virtù di quella intercomunicazione mistica tra la vita del Cristo e la vita del cristiano.

Se col battesimo — come abbiamo visto — il credente è inserito nel nuovo «uomo primordiale» e vive «in Cristo», Cristo stesso, d’altra parte, vive nei suoi fedeli. Come Adamo vive negli uomini naturali, così Cristo, iniziatore del nuovo eone, vive nei fedeli (Rom 8,10; Gal 3,20; Col 1,27).

Ma quello che più importa è che Cristo, proprio per tale ragione, venga formato in loro (Gal 4,19). Ciò avviene nelle «tribolazioni». I dolori dei fedeli sono i dolori di Cristo, perché nel suo corpo, che è la comunità, Cristo non è ancora sottratto a «questo» eone di peccato e di morte 253.

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La nozione paolina di «corpo di Cristo» è indispensabile per comprendere rettamente l’unione mistica di cui si parla. Per Paolo, come per gli Ebrei, il corpo, così come la «carne», non è ciò che separa un uomo dall’altro; è ciò che unisce gli uomini insieme perché li lega alla vita comune sulla terra. Quando l’uomo è redento, lo è dal «corpo di peccato». Ciò gli è possibile solo attraverso il corpo del Cristo, che incontrò la morte sulla croce, fu risuscitato e reso «Spirito vivificante». Ed è nel corpo di Cristo, la Chiesa, che egli è ora posto 254.

L’importanza specifica per il nostro problema della nozione di «corpo» soggiacente alle espressioni paoline sta nel fatto che l’unità nel corpo di Cristo è così stretta e di tale natura che le esperienze di un membro del corpo diventano le esperienze degli altri e che, in modo particolare, le esperienze di Cristo diventano le esperienze dei credenti.

Quando si parla di «soffrire con Cristo», non si tratta, perciò, di un semplice modo figurato di parlare, ma deve essere inteso in un senso più realistico.

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Possiamo quindi convenire con la conclusione che Proudfoot trae dall’esegesi dettagliata dei passi in cui Paolo parla del «soffrire con Cristo» :

«Paolo conosce il soffrire come una participatio Christi e non come una imitatio Christi solamente. La partecipazione deve essere intesa in termini del σωμα Χριστου. Il concetto paolino di παδεματα του Χριστου è “mistico” o “realistico” nel senso che c’è un reale vincolo spirituale che unisce i credenti al Signore tra di loro nel “corpo di Cristo” ― e che rende capaci i credenti di partecipare realmente alla forza della morte di Cristo e al potere della sua risurrezione» 255.

Ma quali sono le sofferenze del cristiano che assurgono alla compartecipazione alla passione di Cristo? Dobbiamo qui sviluppare un ultimo aspetto delle sofferenze vissute «in Cristo» e «con Cristo»: il loro carattere apostolico e, più alla radice, pasquale.

Un passo di S. Paolo ha sempre trattenuto l’attenzione degli esegeti e degli scrittori spirituali. Si tratta di Col 1,24: «Io mi rallegro delle sofferenze che sostengo per voi e supplisco, nella mia carne, a ciò che manca delle tribolazioni del Cristo,

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a vantaggio del corpo di lui, che è la Chiesa» 256.

Alla base di questa espressione sta una visione apocalittica di una misura di sofferenze che deve essere colmata prima dell’avvento del Regno di Dio 257.

Paolo utilizza questo pensiero, ma lo modifica per inserirlo nella sua concezione del Cristo e del suo corpo. Le sofferenze che colmano la misura sono quelle sopportate in unione a Cristo a favore della comunità ecclesiale.

Le «tribolazioni di Cristo» sono quei travagli necessariamente connessi con la vita e l’opera del Cristo in questo mondo giacente ancora sotto la potenza di satana. Inoltre — secondo l’insegnamento costante di S. Paolo — il Cristo stesso, che come uomo operò sulla terra solo in un determinato luogo e in un certo tempo, come unico mediatore umano-divino e capo della nuova umanità continua la sua opera redentiva sino alla fine

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dei tempi attraverso coloro che partecipano della sua vita.

La redenzione non è solo un’opera di riscatto, ma — come abbiamo ricordato precedentemente — è un’opera pasquale di comunicazione di una vita di comunione orizzontale e verticale.

Le «tribolazioni» dei cristiani, che per l’unione fisico-sacramentale del battesimo diventano le «tribolazioni di Cristo», sono precisamente quelle che si incontrano nel vivere la vita pasquale nel «secolo» (eone) attuale, ancora sottomesso al peccato e alla morte 258.

La vita del Cristo è stata integralmente permeata di carità pasquale, protesa nel recare l’umanità

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al Padre (cfr. Giov 14,31) e nel servire i fratelli (cfr. Giov 13,1-17).

Il cristiano, che partecipa di questa stessa carità pasquale e la vive nel «malvagio mondo presente» (Gal 1,4), ha un’esigenza interiore e una capacità di accettare le tribolazioni che ne derivano 259. Questa è l’idea cristiana autentica di «mortificazione»: essa si definisce in rapporto al servizio da rendere agli altri, come espressione della vita del Risorto nelle membra del suo corpo, che sono però ancora soggette all’«io carnale» e al «mondo» 260.

Per tutti i «viventi-in-Cristo» vige dunque la legge di una vita mortificante. La mortificazione non è estrinseca, ma inerente alla vita pasquale stessa. La «tribolazione» incontrata nel vivere fedelmente e apostolicamente l’adesione a Cristo entra nel dinamismo pasquale, perché radicalizza e approfondisce la donazione di carità.

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Questa è la vita morale pasquale che ogni cristiano deve vivere.

Lo stato di malattia quali condizionamenti porta a questo progetto di vita? Come si inserisce la malattia nell’insieme di vita «mortificante» richiesta dalla morale pasquale? Quale atteggiamento di fronte alla malattia deve prendere colui che vive in Cristo?

A questi ulteriori problemi cercheremo di rispondere nell’ultimo paragrafo.

L’atteggiamento di fronte alla malattia alla luce della morale pasquale

Tutto lo sviluppo precedente sarebbe già pienamente giustificato anche se ci inducesse solamente a superare quell’accostamento semplicistico tra malattia e croce che vede nel malato — per il fatto stesso di essere malato — uno che partecipa in modo privilegiato alla passione, e il cui compito non sarebbe altro che l’accettazione e l’offerta.

Tutti i cristiani sono chiamati a partecipare alla croce del Signore; ma per parteciparvi non basta semplicemente soffrire: bisogna — con il Cristo e nel Cristo, in cui siamo innestati col battesimo ― rovesciare il significato della sofferenza, facendola diventare espressione di carità pasquale 261.

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È vero che la sofferenza è diventata, dopo Cristo, una via ovvia per chi lo vuol seguire 262; ma non si tratta di una compassione psicologica o di un’imitazione, bensì di una partecipazione reale propria del corpo mistico che vuol vivere e diffondere la vita del Capo.

Ma il cristiano che vuol vivere secondo il dinamismo morale pasquale trova nello stato di malattia dei condizionamenti particolari.

Lo stato di malattia, infatti, specie se prolungato, porta dei sovvertimenti profondi in tutta la vita dell’uomo. Dal punto di vista psicologico, possiamo ricordare la tendenza — a cui si è già accennato — alla regressione a un certo grado di infantilismo. Per quanto riguarda la vita religiosa, bisogna denunciare il pericolo di un decadimento della fede in «religione». La malattia può essere occasione di un’esplosione del senso elementare del sacro, che si manifesta sotto forma di presentimento di forze che ci superano e che ci sottraggono il dominio della nostra vita. Di qui il rischio della magia — come tentativo di captare questa forza potente — e della credulità 263.

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Nemmeno la vita morale si salva da questo sovvertimento. È un luogo comune ripetere che il malato diventa egoista. Una generalizzazione di questo genere denota una mentalità priva di finezza; forse è più vicino alla realtà dire che la malattia svela ed esaspera un egoismo già in atto nella vita da sano 264.

Certo, la malattia non è il campo in cui necessariamente attecchisce l’egoismo che chiude: può nascervi anche la generosità che dilata. Ma anche questa non sorge necessariamente e spontaneamente. Perciò non possiamo condividere certi entusiasmi dei «Doloristi» per la sofferenza, come mezzo per capire quella degli altri 265.

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Dobbiamo anzi ammettere che in realtà la vita morale è fortemente condizionata dalla malattia. La sofferenza fisica, infatti, di per sé tende a concentrare tutta l’attenzione e tutta l’energia del malato verso il corpo, cioè verso il polo più esterno della persona. Essa sovverte quell’equilibrio psico-fisico che è presupposto indispensabile di ogni vita «umana».

Non è mai il corpo da solo ad essere malato, perché il corpo non esiste come entità separata: è tutto l’uomo, che soffre di un disordine, ad esser malato.

Allora «la sofferenza assume il significato di un limite, come il corpo: cioè essa trae il suo valore dal superamento di se stessa. Se per se stessa tende ad aggravare materialmente, essa è, di contro, mediazione privilegiata verso la spiritualizzazione più intensa dal momento in cui la si considera nel suo vero senso: ostacolo da travalicare nella ascensione verso lo spirito. Allora essa diventa pretesto e occasione d’un amore più grande» 266.

Nella nostra prospettiva pasquale, diremmo che la sofferenza fisica diventa «croce» — e quindi momento salvifico — solo nel momento in cui

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entra nel dinamismo dell’amore oblativo e se ne rende espressione.

Ma qual è l’atteggiamento che rende possibile questo capovolgimento del significato della sofferenza? Evidentemente la passività e la rassegnazione — quella accettazione dell’inevitabile che potrebbe anche essere talvolta calo o perdita della speranza — non costituiscono l’atteggiamento adatto. Ci vuole un movimento positivo per fare della malattia e delle sue conseguenze un’espressione più profonda della vita morale 267.

Ritroviamo qui una posizione analoga a quella assunta nell’etica creaturale. Vedevamo, infatti, nel capitolo precedente, che l’atteggiamento da assumere nei confronti della malattia era determinato dal comandamento di essere in salute per vivere. Il malato deve riferirsi alla salute — vista come forza di essere uomo — che dalla malattia è compromessa: tale è la regola fondamentale dell’etica della malattia.

Nella morale pasquale l’atteggiamento di fronte alla malattia è determinato dal riferimento al comandamento di amare. La morale cristiana della malattia non può prescindere dall’oblazione pasquale che deve animare la vita di colui che è «in Cristo», oblazione che lo stato di malattia può compromettere o condizionare.

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Nell’uno come nell’altro caso, la malattia è vista come un ostacolo al dinamismo fondamentale che anima la vita morale dell’uomo, ossia la «spiritualizzazione» 268, dal punto di vista creaturale, e l'oblazione caritativa di sé, dal punto di vista della «nuova creazione» in Cristo 269.

Volendo dare una regola fondamentale anche per la morale pasquale della malattia, diremmo di riferirsi sempre al dono di sé, da continuare anche nella malattia, nonostante i condizionamenti negativi che questa tende a porre a tale vita morale.

L’atteggiamento del cristiano si presenta così come una lotta a fondo contro ogni handicap che lo stato di malattia pone alla sua vita cristiforme, caratterizzata dal dono oblativo di sé al Padre nel servizio ai fratelli. Si tratta di uno sforzo per continuare ad essere cristiano, fatto in una condizione, che di per sé, rende più difficile l’orientamento oblativo della vita. Ma, d’altra parte, la malattia può diventare «croce», cioè situazione in cui la donazione è provata, purificata, approfondita.

Da questa impostazione derivano orientamenti chiari per la pastorale dei malati, che ci limitiamo ad accennare. Anzitutto, l’inserimento ecclesiale

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del malato deve essere completo. La malattia non lo dispensa dall’obbligo che ha, come ogni altro battezzato, di cooperare alla crescita del corpo del Cristo, impiegando tutti i doni di natura e di grazia. La sua funzione nella Chiesa non può essere quindi limitata all’accettazione e all’offerta; egli ha un compito apostolico, nella misura in cui le potenze di diminuzione gliene lasciano la possibilità.

La pastorale deve sottolineare che l’appello lanciato al malato è, in definitiva, l’appello lanciato dal Cristo alla Chiesa. Il malato deve sentirsi responsabile dei suoi fratelli in Cristo. In modo particolare la sua responsabilità lo porta verso il mondo dei malati, nei confronti dei quali ha una possibilità unica di accesso, che gli deriva dalla comunione delle sofferenze.

La pastorale deve aiutare il malato a superare un gretto individualismo, per sentirsi solidale con tutti i membri del mondo dei malati.

Sembra, del resto, che proprio questo sia l’orientamento preso attualmente dalla pastorale dei malati.

Così ne testimonia un vescovo francese:

«Uno dei meriti più originali dell’apostolato moderno è precisamente l’aver visto nei malati e negli infermi non solo dei membri sofferenti del Cristo, ma, nel senso attivo della parola, degli operai, dei preziosi operai del Signore, anzi — in ciò che concerne i più risoluti tra di essi — dei veri militanti, capacissimi di assumersi la responsabilità dell’immensa

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famiglia dei loro fratelli e sorelle di prova» 270.

Da ultimo, vorremmo far notare che nella morale pasquale, che assume come indice di riferimento la donazione attiva di sé da perseguire anche nello stato di malattia, non è esclusa l'accettazione.

Non intendiamo parlare solo dell’accettazione della sconfitta inevitabile che attende l’uomo al limite di tutti i suoi sforzi 271, ma di quell’accettazione che entra a far parte integrante della lotta stessa, come «pazienza» cristiana.

La pazienza, congiunta spesso alla fede e alla speranza, è presentata dal N.T. come uno dei concetti centrali del comportamento escatologico (Luc 21,19; Rom 15,4; 2Cor 1,6; 6,4; 1Tess 1,3; 2Tess 1,4; 3,5; Ebr 10,35ss; 12,1; Giac 1,2-4; 2Piet 1,6; Ap 2,19; 13,10; 14,12) 272.

Essa è fondata sulla coscienza che, anche per i credenti che vivono in comunione di vita con Cristo

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e lo imitano, il passaggio della croce è obbligato, benché ciò sembri ripugnare alla fede secondo l’esperienza naturale (cfr. 1Piet 4,12). La croce è necessaria per aprire l’uomo completamente a Dio 273 e per portare l’oblazione caritativa al massimo grado di tensione e di purezza. Per questo S. Paolo afferma che, finché l’esistenza del cristiano è radicata nella fede, non bisogna misurare l’amore di Dio sulle nostre esperienze della vita, ma, al contrario, misurare queste sull’amore di Dio in Cristo: «Certamente né la morte, né la vita... né il presente, né il futuro... né alcun’altra creatura ci potranno separare dall’amore di Dio che ci giunge nel Cristo Gesù, nostro Signore» (Rom 8,35-39). In questo contesto è possibile la comprensione delle tribolazioni fatte oggetto di vanto: esse producono, infatti, pazienza, virtù provata e speranza (cfr. Rom 5,3-5).

Ciò che giustifica questo comportamento, proprio dei tempi escatologici, di lotta paziente e di pazienza attiva nei confronti del dolore fisico, è l’azione congiunta della fede e della speranza. La fede ci fa vedere nel Cristo l’anticipazione concreta e vivente del disegno di Dio sulla creazione:

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cioè un amore che arriva alla perfetta comunione attraverso la croce. La speranza ci fa scorgere in ciò che si è realizzato in Cristo una garanzia della nuova e definitiva alleanza e sostiene il credente nella prova, additandogli i beni escatologici che il Cristo glorioso gli ha già concesso in pegno della vittoria definitiva: «quella speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo elargitoci» (Rom 5,5).

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CONCLUSIONE

Il male fisico è sempre sentito dall’uomo come un’aggressione dall’esterno, che compromette violentemente il suo equilibrio psico-fisico e gli sottrae l’energia di cui ha bisogno per perseguire il suo progetto vitale.

Per questo, quando la malattia si manifesta, la reazione più spontanea è la domanda, tra lo stupito e l’indignato: Perché? Perché proprio a me?

È naturale che anche l’uomo credente si faccia tali domande e ne ricerchi da Dio la risposta. La rivelazione biblica prende in seria considerazione questa ricerca causale e risponde indicando il peccato come causa del male fisico. Soprattutto nel V.T. questa prospettiva è predominante (anche se non vi si trovano gli irrigidimenti rabbinici che fanno derivare le malattie da determinate colpe).

Ma già nel V.T. si nota l’inizio di una ricerca non più di ordine causale, ma finalistico: non il «perché» della malattia, ma il «per che cosa». La nuova prospettiva è presente soprattutto in connessione con il tema della visita di Dio e della prova: «Questa tentazione (cioè la cecità di Tobia) il Signore permise che gli sopravvenisse per

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che fosse dato ai posteri un esempio della sua pazienza» (Tob 2,12 Vulg; cfr. anche Tob 12,13; Giudit 8,25-27; Is 48,10; Prov 3,12).

Nel N.T. la ricerca causale è decisamente scoraggiata (cfr. Giov 9,1-3; Luc 13,1-5). Anche se la malattia è un segno della situazione tragica di allontanamento da Dio, la Parola di Dio ci illumina meno sulla questione dell’origine che sul comportamento da prendere di fronte ad essa e sul significato che può assumere nella vita umana: «per che cosa posso far servire questa sofferenza?».

Del resto, colui che è attualmente in preda al male non può considerarsi soddisfatto di nessuna risposta, per quanto vera essa sia. Forse è per questo che Gesù non ha proposto nessuna «filosofia del male», ma ha semplicemente assunto, in quanto Servo di Jahvè, tutte le potenze di diminuzione inerenti alla condizione umana «carnale» e ne ha rovesciato il significato e la finalità, vivendole nella sua vicenda pasquale.

La Rivelazione culminante in Cristo non porta luce alla ricerca del «perché» — da rintracciare prima di tutto nel campo delle cause seconde — ma porta un annuncio e un’esperienza di salvezza. Essa mostra che in Cristo la sofferenza è diventata «croce», in quanto espressione, la più profonda possibile, di amore oblativo («Ecco da che cosa abbiamo conosciuto l’amore: dal fatto che egli offrì per noi la sua vita»: 1Giov 3,16).

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In questa prospettiva di finalità il cristiano può ora considerare la sua malattia. Egli vive «in Cristo» ed è mosso internamente dallo stesso dinamismo di amore pasquale.

Anche per lui il male fisico si pone, rispetto alla donazione di sé, come limite da superare e sublimare, rendendolo espressione di un amore più grande. Allora la sua malattia non verrà, forse, spiegata, ma «transignificata» e «transfinalizzata».

Nei confronti del cristiano malato, noi non ci presentiamo con la presunzione di portargli una valida teoria filosofica del dolore o una «teologia della malattia», pretendendo di spiegargli il come e il perché della sua sofferenza. Bisogna che la spiegazione si trovi dal di dentro, vivendo la malattia nella dimensione pasquale della propria vita morale: e ciò nessun altro può farlo, se non il malato stesso. Noi gli staremo accanto, lottando con lui, cercando con lui, testimoniando la nostra fede e la nostra speranza, affinché il fratello, che «in Cristo è una nuova creatura» (2Cor 5,17), faccia del suo soffrire un mezzo di effusione maggiore di carità pasquale. Perché noi, i redenti, non possiamo più essere separati dall’amore di Dio che ha preso possesso di noi nel Cristo (cfr. Rom 8,39), neppure dalla malattia: «siamo considerati come moribondi e invece, ecco, siamo vivi!» (2Cor 6,9).

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***, La souffrance, un scandale? in EchangesRevue des Soeurs Auxiliatrices, n. 70, (Maggio 1965).

NOTE

1 P. Roqueplo, Expérience du monde: expérience de Dieu?, Paris, 1968.

2 Mangenot, nell’introduzione al primo volume del Dictionnaire.

3 Roqueplo, ibid., p. 21.

4 Per la distinzione tra «secolarizzazione» e «secolarismo» cfr. H. Cox, La città secolare, trad. it., Firenze, 1968, p. 21.

5 «Quando excusantur infirmi ab audienda Missa»; «infirmitas excusans canonicos a residentia». Cfr. S. Alfonso de Liguori, Theologia moralis (1. 3, n. 325; 1. 3, n. 1033; 1. 4, n. 130...).

6 «Cura vitae servandae et administrandae imponit obligationem positive procurandi et applicandi media congrua; per se solum communia, per accidens etiam extraordinaria» M. Zalba, Theologiae moralis summa, II, p. 70. È significativo che il pudore venga elencato tra le cause che scusano dall’usare mezzi straordinari: «nemo per se tenetur pudorem sacrificare ad se committendum medico» (ib.)! Merita conto riportare anche questa sentenza di Lanza-Palazzini: «Peccant infirmi qui, in gravi infirmitate ubi spes convalescendi affulget, medicum arcessere et praescripta remedia adhibere nolunt. At levem morbum ob rationabilem causam negligere peccato vacat, cum positiva proprii corporis cura cum tanto rigore urgenda non sit» Theologia moralis, Torino-Roma 1955, II-I, p. 177.

7 È per questo che, alla ricerca di un’espressione sintetica che caratterizzasse questo atteggiamento di fronte alla malattia, ci siamo fermati sulla denominazione di «ascesi di accettazione». Anche se l’accettazione non dev’essere forzatamente intesa nel senso di «rassegnazione passiva» e l’accettazione stessa non esaurisce tutto l’atteggiamento del malato come lo vede questa corrente spirituale, resta il fatto che l’accettazione ne è l’elemento fondamentale e che il malato si santifica solo se assume di buon grado la sua malattia. Di qui la preferenza per l’espressione «ascesi di accettazione» per indicare quell’atteggiamento che il presente capitolo ha il compito di tratteggiare nelle sue diverse espressioni.

8 GautreletMéthode pour assister les malades..., Paris 1863, p. 85.

9 Gautrelet, ibid., p. 86.

10 Stub, Il sacerdote presso gli infermi..., Torino 1886, p. 110.

11 Pertusati, Sentimenti cristiani adatti alle persone malaticcie e inferme, Milano 1824, p. 29.

12 Guerra, Gesù al cuore dell'ammalato, Bologna, p. 340.

13 Stub, op. cit., p. 11.

14 Guerra, op. cit., pp. 36-37.

15 GautreletMéthode pour assister les malades, p. 88.

16 Stub, op. cit., pp. 107-108.

17 Guerra, op. cit., pp. 21-22.

18 PerreyveLa journée des Malades, Paris 1922, p. 8.

19 Stub, Il sacerdote presso gli infermi, pp. 111-113.

20 Guerra, Gesù al cuore dell’ammalato, p. 44.

21 Pertusati, Sentimenti cristiani, p. 50.

22 Stub, Il sacerdote presso gli infermi, p. 113.

23 GautreletMéthode pour assister les malades, p. 86.

24 Guerra, Gesù al cuore dell’ammalato, pp. 57-58.

25 Guerra, ibid., p. 112.

26 Guerra, ibid., pp. 52-55.

27 Pertusati, Sentimenti cristiani..., p. 54.

28 Pertusati, ibid., p. 56.

29 Pertusati, Sentimenti cristiani, p. 55.

30 De Segur, A ceux qui souffrent - Consolation, Paris 1917, pp. 62-63.

31 Guerra, Gesù al cuore dell’ammalato, pp. 159-161.

32 Pertusati, Sentimenti cristiani, pp. 159-161.

33 Beaudenom, Lettres de direction, p. 5.

34 Guerra, Gesù al cuore dell’ammalato, p. 75.

35 Guerra, ibid., p. 81.

36 R. Plus, La folie de la Croix, p. 14.

37 Cfr. le osservazioni in merito di Guzman del Val, El valor apostolico del sufrimiento, Roma, 1963 (tesi inedita nella P.U.G.).

38 Lyonnard, L'apostolat de la souffrance, p. 141. L’opera ha avuto anche una traduzione italiana: L’apostolato dei patimenti, Torino, 1887, p. 384. Noi ci riferiamo alla IV ediz. francese, Toulouse 1910.

39 Lyonnard, ibid., p. 142.

40 Lyonnard, ibid., pp. 143-144.

41 Lyonnard, L’apostolat de la souffrance, pp. 146-147.

42 Lyonnard, ibid., p. 209.

43 La «Société des victimes volontaires» del P. Lyonnard è nata in collaborazione e come completamento dell’Apostolato della preghiera. «Tra l’Apostolato della preghiera e l’Apostolato della sofferenza esiste un legame intimo e una vera parentela», ammetteva lo stesso Lyonnard. Essa sviluppa in forma chiara e pratica la terza parte dell’offerta quotidiana: «Cuore divino di Gesù, io vi offro le preghiere, le azioni e le sofferenze di questo giorno».

44 Lyonnardibid.., p. 325.

45 Lyonnardop. cit., pp. 266-267.

46 42 J.M. Robert, Les malades: qu’en pense l’Eglise?, numero speciale della rivista Présences, 1959, p. 108.

47 Cfr. le opportune osservazioni di A. Guzman del Val, El valor apostolico del sufrimiento, Roma, 1963 (tesi inedita della P.U.G.) a proposito dei documenti del Magistero che riguardano l’oggetto del suo studio.

48 J.M. Robert, Les malades: qu’en pense l’Eglise?, numero speciale della rivista Présences, 1959, p. 5.

49 Radiomessaggio in occasione della giornata dei malati dell’anno Mariano (14.2.1954), in Discorsi e Radiomessaggi, Ed. Poliglotta Vaticana, vol. XV, pp. 577-582.

50 Radiomessaggio ai malati, 21.11.1949, in Disc. e Radiom., XI, pp. 285-286.

51 Ibid.

52 Cfr. quanto si è detto nel capitolo precedente sull’opera e sull’influsso di Lyonnard con l’«Apostolat de la souffrence».

53 A. Guzman del Val, op. cit., pp. 130-131.

54 Ibid., p. 134.

55 Rispettivamente in Disc. e Radiom. XI, pp. 285-286 e XV, p. 437.

56 Ai membri del Centro Volontari della Sofferenza, 7 ottobre 1957, in Disc. e Radiom. XIX, pp. 477-481.

57 Ibid. Utili precisazioni su questo testo ed indicazioni per l’ermeneutica della formula «a voi non si domanda di agire», si possono trovare in J.M. Robert, Les malades, qu’en pense l’Eglise?, cit., p. 27. Egli suggerisce di interpretarla in funzione degli uditori.

58 Radiomessaggio in occasione della giornata dei malati dell’anno mariano, 14.2.1954, Disc. e Radiom. XV, pp. 577-582.

59 All’Assemblea internaz. dei medici e chirurghi, 21 novembre 1957, in Disc. e Radiom., XVII, pp. 784-799.

60 Tra i tanti, si possono consultare: il discorso all’Unione Italiana Medico-biologica S. Luca, 12.11.1944, in Disc. e Radiom., VI, pp. 187-189; alle Direttrici delle Scuole Convitto per Infermiere, 29.7.1939, Disc. e Radiom., I, pp. 264-266; alla Cappella polifonica del Collegio Ufficiale dei Medici di Barcellona, Disc. e Radiom. XVIII, p. 389.

61 Per scrupolo di esattezza va notato che la maggior parte delle allocuzioni od omelie di Giovanni XXIII non sono state pubblicate come testualmente pronunciate.

62 Al Centro Volontari della Sofferenza, 7.3.1959, in Disc. e Radiom., I, pp. 201-203.

63 Ibid. Anche in altri discorsi vengono riaffermati temi e argomenti già abbondantemente svolti dalla letteratura ascetica e dal precedente magistero di Pio XII. Cfr., tra gli altri: al Congresso per la protezione sociale dei Ciechi, 29.7.1959, in Disc. e Radiom., I, p. 413; Radiomessaggio agli infermi per l’apostolato della sofferenza, 7.12.1961, Disc. e Radiom., IV, p. 67.

64 Omelia del 18.4.1962, in Disc. e Radiom., IV, p. 797.

65 Omelia del 25.3.1962, in Disc. e Radiom., IV, p. 674.

66 Enc. «Paenitentiam agere», in Disc. e Radiom., IV, p. 923.

67 Al Centro Volontari della Sofferenza, 9.3.1939, in Disc. e Radiom., I, p. 203.

68 Al Symposium intern. per la profilassi individuale, 18 marzo 1959, in Disc. e Radiom., I, pp. 198-199.

69 Al Congresso intern. di Elettroencefalografia e Neurofis. clinica, 16.9.1961, in Disc. e Radiom., III, pp. 418-419.

70 Agli Igienisti e studiosi di Idatidologia, 18.9.1960, in Disc. e Radiom., II, pp. 478-479.

71 A una riunione di paraplegici sportivi, 24.9.1960, Disc. e Radiom., II, pp. 487-488.

72 Discorso per la Via Crucis al Colosseo, 27.3.1964, in Scritti e Discorsi, Ed. Cantagalli, Siena, III, p. 351. Per il magistero di Paolo VI trarremo le citazioni da questa edizione.

73 Alla Casa di cura Regina Apostolorum ad Albano, 22 giugno 1963, in Scr. e Disc., I, p. 139. Dal contesto del discorso si può ricavare che qui il Pontefice non intende proporre una «Vocazione al dolore» nel senso propugnato da certe correnti dell’ascesi di accettazione. Non si tratta di una speciale vocazione a soffrire, ma di un appello rivolto al dolore stesso perché, mediante l’utilizzazione apostolica che ne fa il cristiano, cambi significato e valore. Cfr. anche il discorso per la Via Crucis al Colosseo, 27.3.1964, in Scritti e Disc., III, pp. 351-352.

74 Udienza settimanale, 30.7.1967, in Scr. e Disc., XVII, p. 140. Da notate che a questa udienza era presente un gruppo di soci dell’Apostolato della Sofferenza, ai quali particolarmente il Pontefice si rivolge. Il discorso sviluppa, infatti, temi familiari a quell’ambiente.

75 Per amore di brevità non riportiamo citazioni da questi discorsi, limitandoci a segnalare i più significativi: alla conferenza intern. contro la tubercolosi, 27.9.1963, in Scr. e Disc., I, p. 262; all’XI congresso di Radiologia, 25.11.1965, in Scr. e Disc. IX, p. 216; al VI congresso Unione Cattolica Infermieri, 1.7.1967, in Scr. e Disc., XVII, p. 6; all’Unione Medica Latina, 21.3.1964, in Scr. e Disc., III, p. 327; al V congresso mondiale dei Clinici, 25.5.1965, in Scr. e Disc., VIII, p. 184.

76 Il messaggio è riportato dall'Osservatore Romano del 2.10.1968. Il medesimo ideale dell’assistenza che tende a inserire sempre più il malato nella società è presente nell’allocuzione del 3.2.1964, al Consiglio del Movimento Apostolico dei Ciechi: «La vostra opera intende procurare ai ciechi quei compensi sociali e spirituali che diano alla loro coscienza la consolazione di sentirsi in comunione di intenti e di attività con altri fratelli, e che confortino i loro animi con l’esperienza di un lavoro speso non più a proprio vantaggio, ma a vantaggio altrui. Voi date loro la gioia di essere utili al prossimo, di servire la società, di edificare la Chiesa; la gioia di amare» in Scr. e Disc., VI, p. 77.

77 Al pellegrinaggio intern. a Lourdes dei poliomielitici, Osserv. Rom., 2.10.1968.

78 All’Associazione ital. Invalidi per esiti di poliomielite, 2.10.1963, in Scr. e Disc., II, p. 16. Prospettiva analoga troviamo nelle parole rivolte, il 13.7.1967, all’Opera Nazionale Ciechi Civili: «Senza lasciarvi piegare dalle difficoltà, sapete impiegare con onore i talenti dativi da Dio rendendovi utili alla società con impareggiabile forza d’animo e con diligenza esemplare» in Scr. e Disc., XVII, p. 33.

79 A una riunione di paraplegici sportivi, 24.9.1960, in Disc. e Radiom., II, pp. 487-488.

80 L. LochetAu service des malades: l’Union Catholique des malades, in La vie Spirituelle 83 (1950), pp. 55-72.

81 L. LochetIntroduction à une pastorale des malades, in Présences 81 (1962), pp. 18-19.

82 Per un’informazione esauriente sull’origine del Dolorismo e le prime vicende di questo movimento, cfr. G. de Lacaze-Duthiers, Introduction à une bibliographie du dolorisme, Paris 1946.

83 A. Lalande, Vocabulaire philosophique, 5a ediz., p. 237.

84 «Kranke Menschen sind immer wahrhaft vornehmer als gesunde; denn nur der kranke Mensch ist ein Mensch, seine Glieder haben eine Leidensgeschichte, sie sind durchgeistet», citato da F. J. Schierse, Hat Krankheit einen Sinn?, in Stimmen der Zeit, 164 (1958-1959), p. 251.

85 P.R. RegameyDolorisme? in Présences, 71 (I960), pp. 3-12.

86 P.R. Regameyibid., p. 8.

87 P.R. Regameyibid., p. 3.

88 LochetAu service des malades, cit., p. 68.

89 Lochet, ibid.

90 H. Bissonnier, Pédagogie de résurrection, Paris 1959, p. 18.

91 Utilizziamo qui i risultati di un’inchiesta non pubblicata, promossa dal «Comité Catholique des Malades et Infirmes»: Recherche sur les malades à Lourdes (18.5.1965).

92 J. LeclercqValeurs chrétiennes, Tournai-Paris, 1952, p. 172.

93 J. Leclercqibid., p. 174.

94 J. Leclercqibid., pp. 179-180.

95 F. LepargneurL’état de maladie, in Présences 90 (1965), pp. 81-90.

96 Lepargneuribid., pp. 83-84.

97 Lepargneuribid., p. 84.

98 Lepargneuribid., p. 82.

99 Lepargneuribid., p. 88.

100 Lepargneuribid., p, 89.

101 Lepargneuribid., pp. 89-90.

102 F.M. Robert, Théologie de la maladie, in Présences 93 (1965), p. 33.

103 B. MartinVeux-tu guérir?-Réflexions sur la cure d’âmes des malades, Genève 1963, p. 285. Tutto il cap. XII, dedicato a «La Chiesa e i malati», illumina molto bene la necessità dell’integrazione ecclesiale e il compito comunitario della Chiesa presso i malati.

104 J. Lyonnard, L’apostolat de la soufrance, p. 325.

105 «Krankheit erscheint als wesentliches Element der religiöse Berufung, als Mitvoraussetzung aussergewöhnlichen Zustande und Leistungen». F.J. SchierseHat Krankheit einen Sinn?, in Stimmen der Zeit 164 (1958-’59), p. 252.

106 F.J. Schierse: «Welcher Art auch immer das Leiden des Apostoles gewesen sein mag, so viel ist gewiss, dass Paulus zu den Menschen gerechnet werden muss, bei denen das Gesamtbild der Persönlichkeit ohne pathologische Züge nicht denkbar ist». Ibid., p. 253.

107 Cfr. la pagina di Elena Guerra che abbiamo citato nel capitolo precedente a p. 39-40.

108 A. Combes, Dieu et la souffrance du chrétien, in «La Pensée catholique», n. 64 (1959). Vedi anche il cap. «La vocation de la souffrance» in L’énergie spirituelle de la souffrance di Marguerite M. Teilhard de Chardin, Paris 1951, pp. 147-152, in cui è tratteggiato molto briosamente e con fine ironia questo atteggiamento spirituale delle anime «volontarie della sofferenza».

109 Non ci si vuol riferire alle ben giustificate reazioni emotive dei malati. Basterà, per averne un’idea, citare questa di Suzanne Fouché: «Non bisogna andare troppo in fretta e dire, come mi è stato detto immediatamente: — È un privilegio esser malato! — Certamente, potrete arrivare a questa conclusione dopo tutta una educazione. Per me, arrivo a crederlo, ma ciò non si dimostra come un teorema di geometria! Mi hanno molto irritata — sono stata tredici anni immobile — quando mi hanno detto: — Lei è una privilegiata! — Si ha allora voglia di passare ciò all’altro, e vedere se saprebbe fame un privilegio!» S. Fouché, La psychologie des malades, in La Maison-Dieu 15 (1948), p. 22. Qui intendiamo esporre le reazioni di ordine teologico dirette non tanto contro malaccortezze psicologiche o pastorali, quanto piuttosto contro l’equiparazione della malattia a uno stato di vita più perfetto, simile allo stato religioso, oggetto di una vocazione privilegiata.

110 LepargneurL’état de maladie, in Présences 90 (1965), p. 89.

111 Lepargneuribid., p. 90.

112 Lepargneuribid.

113 Marguerite M. Teilhard de Chardin, L’énergie spirituelle de la souffrance, p. 152.

114 A.M. Henri, Y-a-t-il une vocation de malade?, in Le Christ et les maladesCahiers de la Vie Spirituelle, Paris, 1945, p. 154.

115 A.M. Henriibid., p. 154.

116 L. Lochet, Au service des malades, in La Vie Spirituelle, 83 (1950), p. 65.

117 P.T. D’argenlieu - P. Delagoutte, ...Et nous voilà vivants!, Paris 1966, p. 46.

118 L. LochetSituation du malade dans le monde et dans l’Eglise, in Présences, 58 (1957), pp. 20-21.

119 40 J.M. RobertLe «monde des malades», in Présences, (1957), pp. 5-11.

120 P.T. D’argenlieu - P. Delagoutte...Et nous voilà vivants!, Paris 1966, pp. 48-51.

121 Per un’informazione esauriente su questo movimento e sulla spiritualità che lo anima, cfr. G. Caprile, Apostoli della sofferenza alla scuola di Maria, in La Civiltà Cattolica, 105 (1954), vol. II, pp. 521-534.

122 Per l’influsso dei movimenti e opere di malati sull’elaborazione di una nuova spiritualità cfr. J. M. Robert, Les malades: qu’en pense l’Eglise, cit. pp. 108-110.

123 T. D’argenlieu - P. Delagoutte...Et nous voilà vivants, Paris, 1966, p. 62.

124 J.M. RobertLes malades: qu’en pense l’Eglise?, prefazione.

125 J. LeclercqValeurs chrétiennes, cit., pp. 179-180.

126 Riportata da De Lubac, Il pensiero religioso di P. Teilhard de Chardin, trad. ital. Brescia 3965, p. 87.

127 A. Chazelle, La maladie et ses causes: point de vue de l’exégète, in Présences, 95 (1966), p. 11.

128 P. Lain-Entralgo, Enfermedad y pecado, Barcellona 1961, soprattutto pp. 73-78.

129 Tra i numerosi studi sull’unzione degli infermi non si può non riferirsi almeno a quello fondamentale e rinnovatore di A. Chavasse, Etude sur l'onction des infirmes dans l’Eglise latine, V. I: Du III siècle à l’époque carolingienne, Lyon 1942.

130 H.R. Philippeau, La maladie dans la tradition liturgique et pastorale, in «La Maison-Dieu» 15 (1948), p. 54.

131 Cfr. «La Maison-Dieu», n. 15 (1948), che raccoglie gli atti di quella settimana; la citazione si trova a p. 82.

132 Il nuovo Catechismo olandese, trad. ital., Torino 1969, p. 335.

133 Il nuovo Catechismo olandese, ibid.

134 Così egli designa se stesso nella prefazione alla raccolta degli scritti di sua sorella Marguerite-Marie: «O Margherita, sorella mia, mentre io, votato alle forze positive dell’Universo, correvo i continenti e i mari, appassionatamente occupato a guardar salire tutte le tinte della Terra, voi, immobile, stesa, metamorfizzavate silenziosamente in luce, nel più profondo di voi stessa, le peggiori ombre del Mondo», in M. M. Teilhard de Chardin, L’énergie spirituelle de la souffrance, p. 12. Il brano è riprodotto anche ne L'activation de l'energie di P. Teilhard de Chardin, Paris 1963, p. 257.

135 P. Teilhard de ChardinLe milieu divin, Paris 1965, p. 85

136 P. Teilhard de Chardinibid., p. 97.

137 P. Teilhard de Chardinibid., pp. 97-98.

138 Il nuovo Catechismo olandese, p. 335.

139 Teilhard, ibid, pp. 86-87.

140 Cfr. la relazione di J.M. Robert, Théologie de la maladie, in Présences, 93 (1965), p. 32.

141 «Il dolorismo è prima di tutto una dottrina letteraria: è ciò che non bisogna dimenticare se non ci si vuol esporre a deplorevoli errori; ma è anche una dottrina morale legata a questa». G. De Lacaze-Duthiers, Introduction à une bibliographie du Dolorisme, Paris, 1946, pp. 29-30.

142 P.R. Regamey, Dolorisme?, in Présences, 71 (1960), p. 8.

143 P.R. Regamey, ibid., p. 8.

144 L. LochetIntroduction à une pastorale des malades, in Présences, 81 (1962), p. 19.

145 P. Lain-Entralgo, Enfermedad y pecado, Barcellona 1961, P. 80.

146 È l’impostazione in cui ricade anche il Catechismo olandese, per quanto abbia una trattazione molto positiva e chiarificatrice del valore redentivo della sofferenza. Dice testualmente: «Dobbiamo prima di tutto combattere la sofferenza fino all’estremo limite possibile. Ma, in secondo luogo, quando non è più possibile, sappiamo che la sofferenza è redentrice. L’ha resa tale Cristo subendola»: Nuovo Catechismo olandese, trad. it., Torino 1969, p. 341.

147 J. Sarano, La douleur, Paris 1965, p. 307.

148 J. Saranoibid., p. 310.

149 J.M. RobertLes malades: qu’en pense l’Eglise?, cit., p. 24.

150 Cfr. N.H. Soe, Art. Krankheit (ethisch), in R.G.G.3, IV, col. 38.

151 G. Bornkamm, art. Geduld, in R.G.G.3, II, col. 1242.

152 Per tutta questa questione del significato di «pazienza» seguiamo l’art. di Bornkamm. Sono da tener presenti anche due studi molto accurati: C. Spicq: Patientia, in R.S. Ph. Th. 19 (1930) 95-106 e A.M. Festugière: 'Υπομονή dans la tradition grecque, in RechScRel. 30 (1931) 477-486.

153 AristoteleEth. Nic., III,10; II,2.

154 Senecaep. XLI.

155 «Patientia est virtus, per quam bonum rationis conservatur contra tristitiam, ne scilicet ratio tristitiae succumbat», S. Th. II-II, q. 136, a. 4.

156 Cfr. per es. A. Zacchi, Il problema del dolore, Roma 1940, pp. 302-303.

157 A. M. Henri, Y-a-t-il vocation de malade?, in Le Christ et les malades, p. 154.

158 Una tale concezione di fondo lasciano intravedere frasi come queste: «È certo perfettamente legittimo per un cristiano il cercar di attenuare le sue sofferenze personali, di rimediarvi nella misura del possibile. Questa tendenza non ha niente di reprensibile, a condizione di non favorire presso il suo autore una comoda rinuncia al sacrificio», Fourure, Les châtiments divins, Paris, 1959, p. 249. Egli infatti sostiene la possibilità di una vocazione speciale alla sofferenza: quell’amore alla sofferenza che tutti i cristiani devono avere, «spinto fino alle ultime conseguenze, diventa una vocazione rara e specialissima»: ibid., p. 351.

159 K. Barth, Dogmatique, vol. III/4, parte II (ediz. franc, vol. 16°), Genève 1965, p. 39.

160 L. LochetIntroduction à une pastorale des malades, in Présences, 81 (1962), pp. 22-23.

161 A ciò, infatti, si riduce l’affermare che la lotta del cristiano contro la malattia deve essere unita alla disposizione ad accettare un eventuale «no» di Dio: «Doch ist solcher Kampf für den Christen immer der Bereitschaft zum Bejahen eines göttlichen Nein verbunden»: Soe, Krankheit (ethisch), in R.G.G.3, IV, col. 38. A illustrazione della sua posizione, egli rimanda alla «Preghiera per il buon uso delle malattie» di Pascal, ma credo poco opportunamente, perché diversa è la posizione spirituale di Pascal: «Non m’auguri d’ora in avanti né salute né vita che per impiegarla e compierla per Voi, con Voi e in Voi. Non Vi chiedo né salute, né malattia, né vita, né morte; ma che disponiate della mia salute e della mia malattia, della mia vita e della mia morte, per la Vostra gloria, per la mia salvezza e per l’utilità della Chiesa»: Pascal, Il buon uso delle malattie, trad. it,, Brescia, 1959, p. 28.

162 G. Bornkamm, Art. Geduld, in R.G.G.3, II, col. 1243.

163 La necessità di mettere il mistero pasquale al centro dell’etica e della pastorale dei malati risulta anche da una inchiesta tra cappellani d’ospedale e malati in occasione del VII congresso di cappellani ospedalieri in Francia. I risultati dell’inchiesta sono così sintetizzati da Christiane Gambet: «Dalle risposte dei cappellani, confermate da quelle dei malati, appare che la grande maggioranza dei battezzati, anche praticanti, che popolano i sanatori e gli ospedali, non hanno veramente preso coscienza del posto centrale che occupa il mistero pasquale nel cristianesimo, nella fede, come nel culto, come nella vita cristiana quotidiana. Dalle risposte risulta che il più delle volte ci si trova di fronte al “sentimento religioso”, piuttosto che alla fede cristiana (...). Davanti a tutte le contraffazioni e le deviazioni della speranza, davanti alla vaporosità del sentimento religioso, non dobbiamo sentire in modo imperioso la necessità di mettere la risurrezione del Cristo al centro del nostro annuncio?»: Ch. GambetPrésentation du mystère pascal aux malades, in Présences, 75 (1961), p. 61.

164 H. BremondHistoire littéraire du sentiment réligieux en France, III: L'Ecole française, Paris 1923, p. 23.

165 H. Bremondibid., p. 29.

166 Citato in M. DupuyBérulle - une spiritualité de l’adoration, Tournai, 1964, p. 76.

167 Bremond, ibid., p. 360.

168 Condren, L'idée du sacerdoce, Paris, 1697, p. 38.

169 Condren, Citato da J. Galy: «Le sacrifice dans l’Ecole française de Spiritualité», Paris 1951, p. 241.

170 Olier, Lettres, II, p. 158.

171 Olier, Introduction à la vie chrétienne, cit. da Pourrat, La spiritualité moderne, III, Paris, 1927, p. 54.

172 Condren, Lettres spirituelles, passim; cit. da Bremond, op. cit., p. 372.

173 Olier, Lettres, I, p. 426.

174 Olier, Lettres, II, p. 158.

175 Cfr. Pourrat, La spiritualité chrétienne, cit. p. 535.

176 CondrenConsiderations sur les mystères de Jésus-Crist, Paris, 1882, p. 74.

177 J. Galy, Le sacrifice dans l'Ecole française de Spiritualité, cit., p. 241.

178 J.B. BossuetRéflexions sur l’agonie de Jésus Christ, in Doctrine spirituelle, Paris 1908, p. 230.

179 Bossuetibid., p. 246.

180 BremondHistoire litteraire..., op. cit., p. 387.

181 Cfr. la tesi di Guzman del Val, El valor apostolico del sufrimiento, P.U.G., 1963 (inedita).

182 Cfr. J.M. Robert, Théologie de la maladie et pastorale des malades, in Présences, 93 (1965), pp. 21-22.

183 Cfr. la prefazione al tomo 4 del terzo volume, dedicato alla dottrina della creazione. Barth avverte esplicitamente che non bisogna aspettare di trovarvi un’etica cristiana completa, limitandosi alla sola prospettiva creaturale. Le pagine che ci interessano si trovano nel vol. 16° della traduzione francese: Barth, Dogmatique, Vol. III/4, parte II, Genève 1965.

184 L’uomo che è oggetto del primo intervento di grazia non è l’uomo «naturale», ma già l’uomo destinato alla salvezza. La creazione è stata fatta in vista del Popolo di Dio. Con la creazione Dio ha preparato il teatro in cui si sarebbe sviluppato il destino d’Israele. Cfr. K. Barth, Die Kirchliche Dogmatik, III: Die Lehre von der Schöpfung, 1 Teil, Zollikon - Züirich 1957, pp. 106-107 e 261-262.

185 Dal momento che Israele ha pensato i suoi rapporti con Jahvè nel quadro di un’alleanza, anche il dono della terra da abitare nella sicurezza e tutti i presupposti «naturali» all’esistenza dell’uomo furono visti come frutto di un’alleanza, e precisamente di quella stipulata con Noè e con tutti i suoi discendenti, dopo la distruzione della vecchia umanità. (Cfr. Gen 8,20; 9,17). Il significato salvifico dell’alleanza con Noè è stato sottolineato con insistenza da J. Daniélou (cfr. ad es. Les saints paöens de l’Ancien Testament, Paris 1956, pp. 55ss.). Vedi anche G. LambertIl n‘y aura plus jamais de déluge, in N.R.Th. 87 (1955), pp. 601ss.

186 «Tra tutti questi benefici, ce n’è uno che li riassume e li domina e, con la sua natura complessa, li situa tutti in una prospettiva determinata: è il possesso della Terra Promessa»: J. L’Hour, La morale de l’Alliance, Paris 1966, p. 87.

187 Cfr. K. BarthDogmatique, trad. franc, v. 16°, Genève 1965, p. 17.

188 K. Barthibid., pp. 14-15.

189 K. Barthibid., p. 37. Questo atteggiamento etico non si confonde con l’etica «vitalista» propugnata, per esempio, da A. Schweitzer, secondo cui il bene consiste nel mantenere e favorire la vita, e il male nel distruggerla e ostacolarla. Il motivo del nostro atteggiamento etico non è la vita, ma il comandamento di Dio a proposito della vita.

190 R. SiebeckMedizin in Bewegung. Klinische Erkenntnisse und ärtzliche Aufgaben, Hannover 1949, p. 486.

191 Cadono molto opportune, a questo proposito, alcune osservazioni di Barth: «Si pensa non senza sgomento alla folla di gente per la quale la salute in sé e come tale è uno scopo essenziale, o anche lo scopo per eccellenza, e che non vive che per essa. Poiché non cessano d’impietosirsi sul loro corpo e sullo stato della loro anima, poiché si interessano unicamente a ciò che può loro far del bene o nuocere, ecco che il sole, l’aria e l’acqua, la virtù delle piante e dei frutti, la bellezza della pelle abbronzata e la potenza dei muscoli ben temprati, ma anche forse una quantità di possibilità della medicina e della psicologia, senza parlare dei rimedi da ciarlatano, sono diventati per essi delle specie di demoni benefici ai quali accordano la loro attenzione e il loro credito, e che si mettono a coltivare con una passione e un entusiasmo che tradiscono fino a che punto essi sono, in realtà, dei malati»: K. Barth, ibid., p. 38.

192 K. Barth, ibid., p. 39.

193 Interessanti reportages di incontri con diversi di essi si trovano nel libro di J.H. Roesler, Mitleid verboten, traduz. franc.: Défense de nous plaindre, Strasbourg 1965.

194 F. Pastorelli, Servitude et grandeur de la maladie, Paris, 1967, pp. 50-51. Più oltre fa delle osservazioni per illustrare meglio la sua nozione di «spiritualizzazione»: «Non confondere intellettualizzazione e spiritualizzazione. La prima può essere un mezzo di concorrere alla seconda, ma non è una condizione essenziale. Ognuno sceglie — o segue — la propria via per elevarsi alla spiritualizzazione» (p. 68).

195 K. Barthibid., p. 39.

196 K. Barthibid., p. 40.

197 Cfr. K. Barthibid., p. 41. Accenniamo all’importante sviluppo che Barth fa di questa dottrina; la salute, in quanto forza di essere uomo, non è solo un affare personale, ma anche sociale, così che il rispetto della vita implica necessariamente la responsabilità di vegliare sulle condizioni generali dell’esistenza: «Il principio mens sana in corpore sano può essere perfettamente egoista e barbaro, se non vale che per l’individuo, se non significa anche: in societate sana» (pp. 44-45). In una società in cui gli uni sono condannati ad essere malati, gli altri non possono voler essere in salute con buona coscienza

198 Balza agli occhi, allora, l’inopportunità di certe formule, come: «ai malati non si domanda di agire, ma di accettare», «offrire la propria sofferenza» ecc., ricorrenti anche nei discorsi pontifici.

199 Cfr. L. Lochet, Au service des malades, in La Vie Spirituelle, 83 (1950), pp. 68-69.

200 F. Pastorelli, op. cit., p. 173.

201 Anche a questo proposito F. Pastorelli ha delle osservazioni preziose: «Io non dico di cercare un simulacro di occupazione, industriarsi a riempire le ore vuote con vari passatempi; dico lavorare. Il tempo della malattia, non meno che la vita, quale che sia, non deve essere consacrato a cercarci dei mezzi per distrarci e stordirci, ma a scoprirci dei mezzi di occupazione». Ibid., p. 60.

202 Cfr. G. Crespy, La guérison par la foi, Neuchâtel 1952, p. 38.

203 G. Crespyibid., p. 11.

204 Cfr. A. Oepke, art. ίάομαι, in Th. Wört. zum N.T., t. III, 195s, al paragrafo dedicato alla malattia e guarigione fuori della Bibbia.

205 Un problema ermeneutico particolarmente delicato è costituito dalla demonologia biblica. Queste spiegazioni demonologiche della malattia devono essere prese sul serio ancor oggi? Ha Gesù stesso condiviso la credenza del suo tempo sulla causalità demoniaca di almeno alcuni stati patologici? Abbiamo qui un problema simile a quello della concezione del mondo dell’antico Oriente presente nella Bibbia (cfr. F.J. Schierse, Hat Krankheit einen Sinn?, in Stimmen der Zeit, 164 [1958-’59], p. 243).

206 «Nella mentalità del V.T. le malattie vengono considerate quasi esclusivamente come un giudizio punitivo di Dio per peccati personali» L.M. Weber, Sünde und Krankheit, in Anima 7 (1952), pp. 44-51.

207 Per l’interpretazione di alcuni di questi casi non bisogna trascurare il tema letterario del re empio punito dalla divinità (cfr. anche At. 12,20-23).

208 Per tutto questo problema, cfr. Strack-Billerbeck, Kommentar..., v. I., p. 192; v. II, p. 193 e pp. 527-529.

209 Riportiamo, a titolo di curiosità, un passo rabbinico: «Ci sono quattro sintomi che, una volta che si manifestino in un uomo, sono un indizio sicuro che il colpito è incorso in un determinato peccato: l’idrofobia è un sintomo di peccato sessuale; l’itterizia è un sintomo di odio smisurato; la povertà è un sintomo di orgoglio; l’angina è un sintomo di calunnia»: Strack-Billerbeck, op. cit., v. I, p. 192.

210 «Per i dotti rabbini il pensiero che un bambino potesse peccare nel seno della madre non era inconcepibile... Molto familiare era però agli antichi dotti giudei l’altra concezione, che cioè i difetti dei figli fossero da ricondurre a peccati dei genitori»: Strack-Billekbeck, op. cit., v. II, p. 527.

211 S. RoussetDe quelques problèmes psychologiques qui se posent à l’hópital, in Présences, 51 (1956), pp. 45-51. Cfr. anche le osservazioni di P. Balvet: «La malattia fa dell’uomo un altro uomo». A guardarvi più da vicino, questo nuovo comportamento fa pensare al comportamento del bambino. L’uomo malato si avvicina psicologicamente al bambino, regredisce a stadi psicologici infantili... È, insomma, come se davanti alla malattia l’uomo adulto non mantenesse il suo livello adulto e regredisse, ritrovando successivamente i suoi comportamenti della giovinezza, dell’adolescenza, dell’infanzia, fino allo stadio di lattante»: Y a-t-il une psychologie du malade bospitalisé? in Présences, 73 (1960) pp. 21-34. L’argomento è stato fatto oggetto di una tesi recente alla Facoltà di Medicina di Parigi: G. Goldszal, Régression et maladie (recensito in Présences, 103 [1968], p. 92).

212 Liégé cita, a chiarimento, le parole di Claudel: «Seigneur, j’étais devant toi comme un lutteur qui plie, et j’ai ployé non pas tant que j’étais faible, mais parce que j’ai reconnu que tu étais le plus fort»: in Présences, 75 (1961), p. 18. Tutto questo numero di Présences, dedicato a La fede e i malati, è di grande interesse.

213 Senza addentrarci nella complessa trattazione del rapporto esistente tra il peccato originale ed il dolore, la malattia ecc., accenneremo solo al fatto che le interpretazioni più recenti di teologi ed esegeti convengono nell’affermare che, dopo il primo peccato, l’uomo risente, nel suo interno, la malattia e la morte in modo diverso che prima del peccato. Vede questi mali, di per sé «naturali», con altri occhi e questi mali stessi condizionano diversamente il perseguimento dell’ideale morale. Cfr. P. Grelot, Réflexions sur le problème du péché originel, Tournai 1967, pp. 106-107; H. Aag, Biblische Schöpfungslehre und kirchliche Erbsündenlehre, Stuttgart 1966, pp. 49-55; A.M. Dubarle: Le péché originel dans l’Ecriture, Paris 1967, pp. 198-204.

214 Cfr. J. L’Hour, La morale dell’Alliance, Paris, 1966; soprattutto cap. III: Bénédictions et malédictions, pp. 83-103.

215 Cfr. J. L’Houribid., pp. 86-102.

216 K. Barth, Dogmatique, vol. III/4, parte II (ediz. franc. vol. 16°), Genève 1965, p. 48.

217 G. Crespy, La guérison par la foi, cit., p. 14.

218 «Per la Bibbia, la malattia non è separabile, da una parte dalle altre realtà tenebrose che sono all’origine della sofferenza dell’uomo, dall’altra dalla grande realtà luminosa della grazia. Essa non offre un senso che quando la si congiunge a queste due realtà e, in questa duplice relazione, essa testimonia positivamente del peccato dell’uomo e negativamente della grazia di Dio. Ma essa non può mai essere considerata come un fenomeno separato». G. Crespy, ibid., p. 15.

219 Il Vaticano II, specialmente con la Costituzione «Dei Verbum», ha ormai imposto la concezione personalista sia della rivelazione, che della fede che vi risponde. Cfr. R. Latourelle, Teologia della rivelazione, trad. it., Assisi 1967, specialmente pp. 363-379.

220 Lo fa, in maniera molto sintetica ma ben focalizzata, C. Molari con l’artic.: Lo scopo della malattia, nell’opera in collaborazione: La sofferenza, Varese, 1968, pp. 113-119. Accenna alle verità teologiche che riguardano il peccato e la redenzione, la provvidenza e lo stato primitivo dell’uomo.

221 T. Goffi, Morale pasquale, Brescia, 1968, pp. 51-52. Restano fondamentali, in questo campo, le prospettive aperte da F.X. Durrwell, La risurrezione di Gesù, mistero di salvezza, Edizioni Paoline, Roma, 1969, 3 ed. La tradizionale distinzione scolastica tra passione, come causa meritoria della redenzione, e risurrezione, come causa efficiente, anche se valida in sé, non sembra adatta ad esprimere la salvezza come evento derivante dall’intera vicenda personale del Cristo che compie la sua pasqua nella condizione umana.

222 «Nell’atmosfera del tempo, il fatto che Gesù guarisse tutti i malati doveva passare per una specie di empietà: anche se non li guariva tutti nel senso quantitativo e statistico, ne guariva di ogni sorta, di tutti gli ambienti, ed è questo che era scandaloso per i suoi avversari»: P. Bonnard, L'évangile selon St. Matthieu, Neuchâtel 1963, p. 52. Lo stesso Bonnard fa notare che questa e simili pericopi (es. Mat 14,34-35), in cui Gesù è rappresentato come guarente tutti in massa, indistintamente, hanno la funzione di ricordarci che Gesù aveva ricevuto la missione di esercitare il suo ministero presso il popolo intero, e non a beneficio di alcuni privilegiati o specialisti della vita religiosa. Lasciarsi toccare da quelle folle innumerevoli era una abominazione, dal punto di vista dei farisei come degli Esseni (ibid., p. 224).

223 G. Crespy, La guérison par la foi, Neuchâtel 1952, p. 17. Per lo studio storico-esegetico dei racconti di guarigione cfr. anche A. George, Les miracles de Jésus: les données de l’exégèse actuelle pour l’apologétique, in Bull. Comité des Etudes St. Sulpice, 35 (1961), pp. 387-401.

224 Le guarigioni di Gesù in giorno di sabato accennano appunto a questo grande anno sabbatico: cfr. L. M. Weber, art. Krankheit, in Lexikon für Theologie und Kirche, v. 6, 591s.

225 Cfr. G. Crespyop. cit., p. 8.

226 G. Crespy, nella stessa opera, deriva questo significato delle guarigioni proprio dall’esame dei termini con cui i Vangeli descrivono la potenza terapeutica di Gesù: δύναμις, σέμεια e τέρατα, pp. 20-21.

227 Per la determinazione delle varie profezie qui presenti e sintetizzate, cfr. Bonnard, op. cit., p. 161.

228 G. Crespy, ibid., p. 18. Cfr. le pertinenti osservazioni sul significato delle guarigioni di Gesù, contenute in un’opera che, per il resto, è molto discutibile: «Secondo il suo scopo e il suo contenuto, la guarigione, seguendo le parole stesse di Gesù e la testimonianza della Scrittura, è salvezza. La tua fede ti ha salvato: quanto frequentemente Cristo dice ciò ai malati! Sozein significa essenzialmente più che aiutare o redimere. La parola redimere è stata così distorta attraverso il linguaggio teologico, che sarebbe meglio interpretarla sempre di nuovo o sostituirla con parafrasi più precise. Salvare, sozein abbraccia l’intero evento della salvezza, dell’elemento cosmico fino al più personale. Vita, morte e risurrezione vengono toccati dalla redenzione» H. Doebert, Das Charisma der Krankenheilung, Hamburg 1960, p. 94.

229 Cfr. le osservazioni già di A. Fridrichsen, Le problème du miracle dans le christianisme primitif, Paris 1925, p. 48.

230 O. Cullmann, Cristo e il tempo, trad. ital., Bologna 1965, p. 275. Vedi anche O. Cullmann, La délivrance anticipée du corps humain, in Hommage et reconnaisance à K. Barth, Neuchâtel-Paris, 1946, pp. 33-34.

231 Cfr. Dheilly, art. «Maladie», in Dictionnaire biblique, Tournai, 1964.

232 «Lo Spirito Santo è all’opera «fin d’ora», ma la sua azione risuscitante «non è ancora» arrivata al termine. Il cristiano è sempre in cammino. Aspira alla glorificazione del suo corpo. Questo contrasto tra il «già» e il «non ancora» imprime alla vita cristiana una tensione continua e la anima d’una speranza invincibile che passa oltre ai momenti lieti e tristi del nostro tempo. Da una parte Cristo ha vinto la morte (e la malattia...) nella sua propria risurrezione per virtù dello Spirito (2Tim 1,10), dall’altra non l’annienterà definitivamente che alla sua parusia (ICor 15,26)»: R. Koch, L’aspect eschatologique de l’Esprit du Seigneur d'après Saint Paul, in Studiorum Paulinorum Congressus Internationalis Catholicus, 1961 (Analecta Biblica 17-18) I, Roma 1963, p. 141.

233 La teologia moderna preferisce parlare, per esprimere ciò, di «simbolo» o di «sacramento». In questo senso Cullmann ha potuto accostare ai sacramenti le guarigioni operate da Gesù: «I sacramenti sono, nella Chiesa, ciò che i miracoli sono durante il ministero di Gesù» Cullmann, La délivrance anticipée du corps humain, p. 37.

234 H. Roux, art. Maladie, in Vocabulaire biblique (a cura di Von Allmen), Neuchâtel 1964, p. 163.

235 Tra i numerosi studi che riguardano l’«Ebed Jahvè» è da segnalare particolarmente H.H. RowleyThe servant of the Lord in the Light of Three Decades of Cristicism, in The Servant of the Lord and Other Essays on the Old Testament, 1954, pp. 1-58; C.R. NorthThe Suffering Servant in Deutero-Isaiah, Oxford, 1956; J. Van der PloegLes Chants du Serviteur de Jahvè dans la seconde partie du Libre d’Isaïe, Paris, 1936. Cfr. anche in O. Cullmann, Cristologie du Nouveau Testament, Neuchâtel 1966, il cap. II dedicato a Gesù come Servo di Dio, pp. 48-73.

236 L’Evangile selon St. Matthieu (Bible de Jérusalem), Paris 1961, p. 69.

237 «Il fatto che Gesù non sia mai stato malato, non faceva alcuna difficoltà, perché si individuava il servo di Jahvè colpito da Dio nel crocifisso, tanto più che nell’originale non manca la morte violenta». Oepke, art. ίάομαι, in Th. Wört. zum, N.T., v. III, pp. 194ss.

238 Per interessanti indicazioni sull’idea che Gesù si faceva del suo ministero, cfr. T.W. Manson, The Servant Messiah. A Study of the Public Ministery of Jesus, 1953.

239 T. Goffi, «Morale pasquale», cit., p. 65.

240 Accogliamo qui uno spunto di Trapp: «Poiché l’essere consegnato alla malattia venne con il primo personale “no” a Dio, la malattia fu redenta precisamente dal fatto che i suoi elementi biologici, presenti in uno che cadeva nella morte, furono assunti in una libera, personale donazione a Dio, senza costrizione passiva» G. Trapp, Krankheit und Schuld, in Stimmen der Zeit, 143 (1948-1949), p. 116.

241 «Attaccarsi alle sue parole, alla sua vita, al suo Vangelo», come diceva S. Francesco di Assisi. È lo stesso atteggiamento che caratterizza il movimento della «Devotio moderna».

242 Cfr. C. Vagaggini, Il senso teologico della liturgia, Edizioni Paoline, Roma, 1968, I ed., p. 285.

243 «Queste formule non si trovano affatto prima di Paolo; in seguito, al di fuori del corpus paolino, compaiono molto di rado. Paolo è colui che, propriamente parlando, le introdusse nella letteratura; forse ne è il creatore»: A. Oepke, artic. έν, in ThWNT v. II, 534-540. Anche il resto della trattazione del tema biblico della vita «in Cristo» è ispirato all’art. di Oepke.

244 «Da tale immagine, originariamente locale, è possibile derivare tutta la fecondità della formula έν Χριστω». A. Oepke, ibid.

245 H.U. Von Balthasar, Chi è il cristiano? trad. ital., Brescia 1966, p. 64.

246 T. Goffi, Morale pasquale, cit., p. 43.

247 Conc. Vatic. II, cost. «Lumen Gentium», 7.

248 Molto suggestivamente Bouyer fa derivare la stessa dimensione sacrificale dalla celebrazione dell’eucarestia: «Dal momento che i cristiani hanno preso parte al pasto dell’agape, è tutta la vita cristiana di ogni individuo che è impregnata ora di questa virtù sacrificale». L. Bouyer, La vie de la liturgie, Paris 1960, p. 104.

249 S. Von Dunin-Borkowski, Leiden mit Christus, in Stimmen der Zeit (1929), 390-391. L’Autore riferisce l’espressione «soffrire per e con Cristo» al Cristo che continua a soffrire nel suo corpo mistico: «L’imitazione delle sofferenze del Maestro non ha in sé alcun valore assoluto. Ha valore nella misura in cui Dio la vuole per noi; e questa volontà ci appare significativa solo in rapporto al secondo Cristo sofferente nella Chiesa» (ibid.). Cfr. anche le osservazioni fatte a questo proposito da K. Rahner, Alcune tesi per una teologia della devozione al S. Cuore di Gesù, in Saggi di Cristologia e Mariologia, trad. ital., Edizioni Paoline Roma 1967, ed., p. 312.

250 Vedi A. Wikenhauser, Die Christusmystik des Apostoles Paulus, trad ital., La mistica di San Paolo, Brescia 1958.

251 G.M. ProudfootImitation or realistic participation? A study of Paul’s concept of «Suffering with Christ», in Interpretation, 17 (1963), 140-160.

252 Se ne può vedere una rassegna ad opera di P. Gutierrez, nel commento a Col 1,24, in «La Sagrada Escritura», Madrid 1962, t. II, 836-838.

253 Per questa interpretazione della formula «Cristo nei fedeli», cfr. A. Oepke, έν, in TbWNT, v. II, 534-540.

254 Tra i molti studi sulla nozione di «corpo», cfr. J.A.T. Robinson, The body, trad. ital.: Il corpo. Studio sulla teologia di San Paolo, Torino, 1967.

255 C.M. Proudfoot, ibid., p. 160. Per evitare fraintendimenti, sarebbe meglio cambiare l’espressione «legame spirituale» («spiritual bond») con «legame fisico-sacramentale». Quanto al realismo fisico della unione con Cristo inaugurata dal battesimo, cfr. P. Benoit: Corpo, Capo e Pleroma nelle lettere della prigionia, in Esegesi e teologia, trad. it., Ed. Paoline, Roma 1964, pp. 397-460.

256 Esiste uno studio esaustivo di questo testo e delle sue interpretazioni: J. Kremer, Was an den Leiden Christi noch mangelt. Eine interpretationsgeschichtliche und exegetische Untersuchung zu Col 1,24, Bonn, 1956.

257 «In fondo a questo passo giace un’antica concezione apocalittica, che cioè Dio ha stabilito per il mondo una determinata misura di sofferenze. Quando la misura è colma, viene la fine dei tempi e con essa il sospirato Regno di Dio. Così ognuno che soffre contribuisce a far sì che i giorni d’attesa della manifestazione della gloria divina siano accorciati e che il mondo vada più celermente incontro al suo futuro compimento». F.J. SchierseHat Krankheit einen Sinn?, in Stimmen der Zeit, 164 (1958-1959), p. 252.

258 «Uno dei modi in cui la forza della morte di Cristo e il potere della sua risurrezione si esplicano, è nella sofferenza del credente, che gli deriva nel fedele perseguimento della sua vita di discepolo, e nella consolazione o vita che l’accompagna». C.M. Proudfoot, ibid., p. 160. L’illustrazione di questo modo di intendere la «tribolazione» e la «croce» possiamo trovarla in una pagina eloquente di D. Bonhoeffer: «La Croce non significa scomodità e sorte dolorosa, ma sofferenza che per noi sgorga dalla nostra appartenenza al solo Cristo. La Croce non è sofferenza accidentale, ma sofferenza necessaria. La Croce non è sofferenza legata all’esistenza naturale, ma sofferenza legata alla nostra esistenza cristiana. La Croce non è solamente vera sofferenza, ma soffrire ed essere rigettato a causa del Cristo Gesù, e non a causa di un’altra confessione. Una cristianità che non prendeva più sul serio l’imitazione di Cristo, che del Vangelo aveva fatto solamente un tema di consolazione a buon mercato, e per la quale poi l’esistenza naturale e l’esistenza cristiana interferivano con tutta semplicità, non poteva fare altrimenti che considerare la Croce come uno scomodo dispiacere quotidiano, come l’angustia e l’angoscia della nostra vita naturale» (citato in Sélection-Contact, Bruxelles, primavera 1963).

259 Per questa idea e uno sviluppo sulla morale di «vita mortificante», cfr. G. Gilleman, Il primato della carità in teologia morale, trad. ital., Brescia, 1959, pp. 234-240.

260 Questa è anche la prospettiva della quale vede la «mortificazione» il Catechismo olandese. Parlando della grandezza della vecchiaia, afferma che essa è riscontrabile solo in coloro che «seppero trovare la propria felicità nella felicità altrui. Ora, gli altri, quelli che continuano a vivere, sono altrettante fonti di gioia e di felicità propria. Chi vive così supera se stesso, il che equivale a dire: diviene grande. (Se mai si possa usare la parola “mortificazione”, sarà veramente il caso di adoperarla per questa pienezza di vita, di questo vivere negli altri)». Il nuovo Catechismo olandese, trad. ital., p. 566.

261 Cfr. le osservazioni di Ch. GambetPrésentation du mystère pascal aux malades, in Présences, 15 (1961), pp. 59-68.

262 N.H. Soe chiama il dolore «l’ovvia via per essere discepolo»: «der selbstverständliche Weg in der Nachfolge»: art. Krankheit, in R.G.G.3, v. IV, 38.

263 Anche il Catechismo olandese sottolinea i mutamenti che la malattia può portare nella vita religiosa: «Altro attentato alla nostra vita è la malattia. Spesso, quando siamo malati, ci sentiamo come tagliati fuori dalla vita. Tutto ciò che ci faceva vivere, come i contatti con le cose, con le persone, sembra sfuggirci. Anche il contatto con Dio. La nostra immagine di Dio si attagliava a una sana vita quotidiana. Ora che questa non c’è più, sembra scomparso anche Lui. Ci si sente abbandonati. Si vive nella pura nuda fede». Trad. it. p. 567.

264 È opportuno richiamare le penetranti osservazioni psicologiche di France Pastorelli: «Sarebbe un non senso dire che il malato non è mai egoista, ma non è uno minore il dire che lo è sempre, o che lo è perché è malato! In realtà, non credo a un egoismo particolare del malato. Credo all’egoismo umano semplicemente. E come i liquidi prendono la forma dei vasi che li contengono, gli egoismi prendono la forma delle vite che riempiono (...). Nell’egoismo che emergeva senza veli nella loro malattia, si riconosceva l’egoismo di cui avevano sempre dato prova nella vita normale». F. Pastorelli, Servitude et grandeur de la maladie, Paris, 1967, pp. 145-150.

265 Vedi, per esempio, le affermazioni del caposcuola dei «Doloristi», J. Teppe: «Gli iniziati, i rivelati, gli algici conoscono l’umana angoscia di scienza sperimentale, traspongono senza difficoltà. Essi patiscono, e quindi compatiscono l’afflizione di quelli che il destino opprime, anche se questa si trova in un ordine tutto diverso». J. Teppe, Apologie pour l’anormal, Paris, 1935, p. 17.

266 G. Gilleman, Il primato della carità in teologia morale, cit., p, 311.

267 Cfr. Ch. GambetPrésentation du mystère pascal aux malades, in Présences, 75 (1961), pp. 59-68.

268 Nel senso già spiegato di inserimento nella volontà di progresso che regge l’universo.

269 «Se un uomo è in Cristo, egli è una nuova creatura» (2Cor 5,17).

270 Riportato in: T. D’argenlieu, La fraternité catholique des malades, Paris, 1954, p 22.

271 Questa sembra essere la posizione di Teilhard de Chardin in Le milieu divin, pp. 98-100. Secondo Teilhard, l’uomo dovrebbe accettare quello che non può vincere: «Abbandonando la zona delle riuscite e delle perdite umane, il cristiano accede, mediante uno sforzo di confidenza nel Più Grande di lui, alla regione delle trasformazioni e delle crescite soprasensibili. La sua rassegnazione non è che uno slancio per trasporre più in alto il campo della sua attività» (p. 99). Cfr. La critica acuta che ne fa Sarano, La douleur, Paris, 1965, pp. 307-308.

272 Cfr. Bornkamm, art. Geduld, in R.G.G.3, v. II, pp. 1243s.

273 Probabilmente questa è la parte più valida di ciò che dice Teilhard de Chardin sul dolore, quando insiste sulla «comunione attraverso la diminuzione»: «Datemi, mio Dio, di comprendere che siete voi (purché la mia fede sia abbastanza grande) che scostate dolorosamente le fibre del mio essere per penetrare fino al midollo della mia sostanza, per trasportarmi in voi» Le milieu divin, Paris, 1957, p. 95.

Antropologia cristiana

Book Cover: Antropologia cristiana

Sandro Spinsanti

ANTROPOLOGIA CRISTIANA

Pubblicazioni I.S.U. - Università Cattolica, Milano 1985

pp. 286

“Per il medico

il concetto è un amore infelice,

ma non un’infelicità”

(Viktor von Weizsäcker)

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L’ANTROPOLOGIA PER UMANIZZARE LA MEDICINA

La salute e la malattia stanno diventando uno dei luoghi cruciali in cui si scontrano aspirazioni diverse, progetti politici contrastanti, ideologie in conflitto. Forse non è lontano il giorno in cui l’ospedale prenderà idealmente il posto della fabbrica come simbolo delle tensioni e delle lotte per una società più giusta. Malgrado le divergenze di ideologia e di prassi, una convergenza indiscussa si delinea sulla richiesta di una medicina più umana. Se è vero che la medicina ha perso il suo oggetto — l’uomo malato —, la crisi che attraversa il settore sanitario, prima di essere economica e strutturale, è spirituale. A una medicina senz’anima bisogna perciò contrapporre una medicina “a misura d’uomo”. Dietro questi slogans suggestivi è talvolta difficile individuare progetti ben definiti, che vadano al di là di rivendicazioni semplicemente velleitarie.

“Umanizzare” la medicina tuttavia è un programma così seducente che si esita ad abbandonare la formula, malgrado il rischio di scivolare nella retorica. Più proficuo è sottoporla a una chiarificazione semantica, esplicitandone i diversi significati.

Un certo numero di apostoli dell’umanizzazione della medicina intende questo programma nel senso di un richiamo all’ideale filantropico a cui tradizionalmente la professione medica si riferisce. Il giuramento ippocratico e Vethos che vi si ispira — vale a dire: il medico dedito al benessere del paziente che chiede le sue prestazioni professionali, legato a lui da un patto che comprende il segreto e l’astensione da atti contrari all’etica della difesa della vita — ne sono i simboli più noti. In questo senso, umanizzare la medicina equivale a trattare “umanamente” i malati. La spiegazione nominale può essere difettosa in logica, ma non manca

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di una sua forza evocatrice. Il tratto “umano” con il malato richiama l’esigenza di una partecipazione emotiva degli operatori sanitari al processo terapeutico, di un “supplemento d’anima”, senza cui la medicina smarrisce la sua finalità. Non si può lavorare nelle professioni sanitarie senza un po’ d’anima — o senza un minimo di “coscienziosità” —. Il coinvolgimento richiesto può essere esiguo o sommo. Il massimo di umanità è quello necessario nelle professioni terapeutiche rivolte alla salute mentale: non è possibile, infatti, capire la malattia mentale senza empatia. Un minimo, ma pur sempre necessario, di cuore, è indispensabile per svolgere anche le mansioni più umili che portano a diretto contatto con colui che soffre. L’umanizzazione della medicina in questa prima accezione — nel senso cioè di esercitare la professione con sentimenti filantropici e con abnegazione, in considerazione del diritto del malato di essere trattato come persona — è il campo specifico dell’etica medica.

Un secondo itinerario di umanizzazione della medicina è quello che passa per la via percorsa dalle scienze umane, o dell’uomo, in quanto specificatamente diverse, per metodo e per contenuti, dalle scienze della natura. Ci riferiamo alla storia, alla linguistica, alla sociologia, alla psicologia e psicoanalisi, all’antropologia culturale. Per queste scienze l’oggetto di studio è l’essere biologico vivente nella sua inalienabile qualità umana. Ciò che è specifico dell’uomo — in quanto essere storico, o inserito in una rete di rapporti sociali, o dotato di facoltà psichiche, emozioni, di conscio e inconscio, o prodotto e produttore di cultura — non viene metodologicamente messo tra parentesi, bensì studiato come espressione specifica del “fenomeno umano”. Gli apporti della sociologia e della psicologia per ridare ai fenomeni morbosi e al processo terapeutico il debito spessore umano sono ormai patrimonio acquisito. Esistono autorevoli pubblicazioni che applicano le conoscenze di queste discipline alla medicina 1. Nell’ordinamento degli studi di medicina di alcuni paesi almeno un corso di sociologia e uno di psicologia sono richiesti obbligatoriamente a tutti gli studenti.

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Nel contesto di queste discipline umane una menzione particolare spetta all’“antropologia medica”. È anch’essa una sub-disciplina, nata dall’incontro di una particolare scienza dell’uomo con la medicina. Si tratta in questo caso dell’“antropologia” nel senso anglosassone del termine. Dopo un periodo relativamente lungo di legittimazione, l’antropologia medica ha finito per essere accettata accademicamente, soprattutto negli Stati Uniti 2. In Europa è invece ancora pressoché ignorata. È il motivo per cui ne facciamo una presentazione essenziale, preferendola alla sociologia e psicologia mediche, che sono anche da noi discipline scientificamente accreditate.

La portata degli interessi dell’antropologia medica e la peculiarità del suo approccio della salute umana emergono già fin dall’opera che rappresenta un tentativo pioneristico e un classico allo stesso tempo: Medicine, Magic, and Religion di W.R. Rivers (1927). Anche se già in precedenza etnologi e antropologi avevano raccolto dati sulle concezioni mediche e sulle risorse sanitarie delle popolazioni studiate, Rivers per primo ha concettualizzato la medicina come un sistema culturale. È diventato proprio dell’antropologia considerare i sistemi medici come strategie integrate di adattamento socioculturale. Un sistema medico abbraccia tutte le credenze, le azioni, le conoscenze scientifiche e le tecniche che promuovono la salute dei membri di un gruppo che sottoscrivono il sistema. La medicina, secondo la definizione dello stesso Rivers, è “un insieme di pratiche sociali con cui l’uomo cerca di dirigere e controllare uno specifico gruppo di fenomeni naturali, cioè quelli che colpiscono specialmente l’uomo stesso e influenzano il suo comportamento in modo da renderlo disadatto per il normale compimento delle sue funzioni fisiche e sociali — fenomenti che abbassano la sua vitalità e tendono alla morte”. L’antropologo valuta le differenze del comportamento umano nella cura della salute come un’espressione tipica di quella divaricazione tra i diversi gruppi umani prodotta dalla cultura. Nel repertorio dei gruppi umani esistono teorie della malattia (scientifiche o religiose), che includono l’eziologia, la diagnosi, la prognosi, il trattamento. Esse differiscono quanto le culture stesse. Le varie teorie della malattia non possono

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essere capite prescindendo da una comprensione della cultura e dalla struttura sociale dei gruppi che le veicolano. Quando supera l’inclinazione spontanea all’etnocentrismo, l’antropologo può scoprire un’interna logica anche nelle credenze mediche dei popoli “primitivi”; anche le pratiche mediche indigene che abitualmente vengono squalificate come magia, appaiono razionali, quando sono viste alla luce delle credenze sulle cause delle malattie. L’antropologia ha dunque, fin dal primo tentativo di concettualizzazione di Rivers, considerato i sistemi medici indigeni come istituzioni sociali, che devono essere studiati allo stesso modo delle istituzioni sociali in generale.

Le radici dell’antropologia medica sono costituite, oltre che dall’etnomedicina, anche dall’antropologia fisica e dalle conoscenze derivate dalle strategie di politica sanitaria internazionale. Ai suoi inizi l’antropologia biologica ha adottato l’atteggiamento rigidamente positivistico proprio della scienza nel secolo scorso. Il suo metodo consisteva nelle misurazioni del corpo, specialmente del cranio (antropometria). Con l’affacciarsi dell’evoluzionismo, l’antropologia fisica si è assunta il compito di studiare i resti forniti dalla paleontologia per ricostruire l’evoluzione dell’animale umano. Il suo obiettivo era quello di tracciare una “storia naturale del genere umano”, secondo la nota definizione di Broca. Come suo ambito di interesse scelse lo studio dei caratteri morfologici, fisiologici e patologici dei vari popoli della terra, nella loro suddivisione in razze. In Europa l’antropologia fisica è stata tenuta distinta dall’antropologia culturale, che si occupa della cultura in quanto sistema integrato con cui i gruppi sociali interagiscono con l’ambiente. Oggi tende sempre più a prevalere l’uso anglosassone del termine “antropologia”, che congloba l’antropologia fisica, quella culturale, la paleoantropologia e la preistoria.

L’altra spinta alla creazione della nuova disciplina può essere individuata nei programmi internazionali di salute pubblica, che hanno assunto grande diffusione dopo la seconda guerra mondiale (fondazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità). Le persone impegnate nel lavoro sanitario in un contesto transculturale si resero conto, molto prima di coloro che operano esclusivamente entro l’ambito della medicina clinica della propria cultura, che la salute e la malattia sono fenomeni socio-culturali, oltre che biologici. Gli antropologi culturali furono in grado di spiegare agli operatori provenienti dai paesi sviluppati che non potevano limitarsi a trapiantare i servizi sanitari dei loro paesi industrializzati; che

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le credenze e le pratiche tradizionali, in conflitto con le convinzioni mediche occidentali, avevano un senso e una funzione; che la salute e la malattia, in quanto semplici aspetti di modelli totali di cultura, si modificano solo insieme a cambiamenti socioculturali più ampi. L’antropologia contribuì a chiarire perché molti programmi sanitari avevano avuto minore successo del previsto, e a migliorare i programmi stessi.

Al momento attuale l’antropologia medica sembra aver trovato identità definita in quanto disciplina che si occupa degli aspetti tanto biologico che socioculturale del comportamento umano, in particolare dei modi in cui interagiscono per influenzare la malattia e la salute 3. Il suo campo di lavoro comprende, come argomenti specifici: i sistemi medici e le teorie relative alla malattia e alla guarigione; stati emotivi e costrizioni culturali (etnopsichiatria); sciamanesimo, stregoneria, pratiche dei guaritori; ecologia ed epidemiologia della malattia; status e ruolo del paziente e del terapeuta; trasformazione dei sistemi medici nel cambiamento sociale e culturale, specialmente nel processo di modernizzazione. Quando la comprensione dei fatti morbosi propria dell’antropologia — insieme a quella delle altre scienze dell’uomo — avrà scosso il modello naturalistico su cui si è costruita la medicina come scienza, si offrirà un’effettiva possibilità di umanizzare la medicina, diversa dall’umanizzazione dei sentimenti che abbiamo considerato in primo luogo.

Proponiamo una terza prospettiva di umanizzazione della medicina. Lo strumento ci è offerto dal significato che il termine “antropologia” assume nella tradizione culturale europea, fin dall’epoca umanistica. In questa accezione l’antropologia è la riflessione filosofica sulla peculiarità della natura umana. Il tema dell’antropologia in questo senso specifico è costituito dalla posizione particolare dell’essere umano nel mondo dei viventi. Nella linea dell’antropologia filosofica dell’epoca moderna (Fr. Nietzsche, M. Scheler, H. Bergson), il problema dell’uomo come vivente ha ritenuto l’attenzione di numerosi filosofi di indirizzo fenomenologico-esistenziale. Citiamo: F.J.J. Buytendijk, H. Plessner, A. Gehlen, M.

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Merleau-Ponty, J.P. Sartre 4. La loro antropologia si propone di comprendere l’uomo come l’essere che, nell’unità della sua corporeità animata, esiste nel mondo storicamente. La medicina ha ampliato questo tema estendendolo all’uomo malato. All’antropologia medica, intesa in questo senso, interessa la questione dell’uomo nella sua condizione di malato. Si distanzia così dalla medicina scientifica, la quale conosce la struttura e le funzioni del corpo, le loro modificazioni ad opera delle malattie, la catena di cause ed effetti, l’azione dei farmaci, ma non conosce propriamente “l’uomo malato”. In questo tipo di antropologia medica si incontrano e si fecondano reciprocamente due generi di esperienza scientifica: da una parte l’esperienza discorsiva e induttiva, nel senso del suddividere, descrivere, spiegare e dominare, tipica della scienza della natura; dall’altra l’esperienza fenomenologica, nel senso del vivere-sperimentare-agire insieme, proprio degli atti umani.

A esemplificazione di questo approccio dell’uomo — e in particolare dell’uomo malato —, rimandiamo alla “medicina antropologica” della scuola di Heidelberg, nella persona del suo principale esponente: Viktor von Weizsäcker. L’assunto di base di questa medicina è che per guarire “tutto” l’uomo bisogna rifondare la scienza medica. Se non si attua un’apertura antropologica, reintroducendo il soggetto-uomo come essere bio-psichico-spirituale-storico, e considerando di conseguenza la malattia e la guarigione come eventi di cui il “paziente” è il soggetto e il protagonista strutturante, non si può parlare di umanizzazione della medicina. L’umanizzazione della medicina in questo terzo significato coincide quindi con la rivendicazione di una base antropologica che si distanzi dai riduzionismi propri della medicina concepita come scienza della natura.

L’antropologia cristiana che proponiamo si colloca su questa lunghezza d’onda. È un invito rivolto agli studenti di medicina a immaginare una rivoluzione copernicana che metta al centro del loro pensare e del loro operare non l’organo disfunzionale, ma il malato; e a considerare il malato non solo come un soggetto di diritti-doveri, o come un essere corporeo che vive un’esistenza storica-psichica-sociale-culturale, ma anche come una persona la cui esistenza singolare si apre sul mistero di una chiamata soprannaturale. Questa prospettiva le conferisce un carattere

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più teologico che filosofico, anche se non si identifica formalmente con un trattato di “antropologia” — ossia una presentazione sistematica dell’essere umano alla luce della rivelazione soprannaturale — come sono soliti elaborarne i teologi. È un’antropologia cristiana, in quanto si situa nel contesto di interrogazione sull’uomo che è proprio del pensiero teologico e dell’etica cristiana; in senso ancor più forte e specifico, è un’antropologia cristiana perché riconosce in Gesù, il Cristo, il modello realizzato dell’uomo che tende alla pienezza dell’essere. Se nel nostro disegno antropologico emergono annotazioni critiche nei confronti del pensiero e della prassi medica abituali, non è per amore di polemica gratuita. Quando l’antropologia si propone di contribuire all’umanizzazione, non può non denunciare le situazioni in cui, in modo clamoroso o sottile, l’uomo viene oppresso: anche dalla medicina, nonostante il suo proposito di lottare contro le potenze che minacciano la vita umana. Se la medicina non impara a pensare l’uomo in grande, sarà un’impresa terapeutica fallimentare, malgrado tutti i progressi tecnologici.

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Capitolo Primo

ANTROPOLOGIA CRISTIANA E MEDICINA

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LA RIFLESSIONE ANTROPOLOGICA IN MEDICINA

In ambito medico l’invito alla riflessione non è visto in genere di buon occhio. Specialmente quando questo venga da chi rappresenta un’“antropologia”, cioè un sapere sistematico e riflesso sull’uomo (si tratta in questo caso dell’antropologia filosofica; l’antropologia biologica, che studia i caratteri morfologici, fisiologici e patologici dei popoli della terra, estinti e attuali, nonché i rapporti con le altre specie animali, è parente stretto della medicina scientifica e deriva dallo stesso ceppo positivistico: non suscita perciò diffidenza).

C’è un sospetto pregiudiziale verso una concezione dell’uomo che venga imposta alla scienza da un’istanza esterna, filosofica o religiosa che sia. La medicina sembra essersi acquistata questo diritto di autonomia da quando, nella cultura greca, si è emancipata dalla tutela della religione. Nel secolo scorso, reagendo alle speculazioni sulla natura di tipo romantico e scegliendo la metodologia delle scienze della natura, la medicina ha fatto un passo ulteriore verso l’empirismo.

1. La medicina come scienza naturale

La medicina come insieme di interventi terapeutici per ristabilire la salute è antica quanto l’uomo; anche in quanto scienza — vale a dire come complesso di conoscenze sistematiche sul corpo, le sue funzioni fisiologiche, la sua patologia — non è nata ieri: per quanto riguarda l’Occidente, va fatta risalire almeno alla medicina greca. Quel che invece è

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relativamente recente è la medicina concepita come scienza della natura. In quanto tale si è formata in Germania nella prima metà del XIX sec., opponendosi alla medicina speculativo-romantica.

Uno dei suoi padri fondatori, Rudolf Virchow, nel primo articolo del “Archiv für pathologische Anatomie” (1847) ne stabiliva il programma in questi termini: “Il punto di vista che noi intendiamo mantenere è semplicemente quello delle scienze della natura. L’ideale al quale tendiamo, per quanto le nostre forze ce lo permettono, è la medicina pratica come fisiologia teoretica applicata, e la medicina teoretica come fisiologia patologica”.

Assumendo lo statuto epistemologico delle scienze naturali, la medicina ha cercato di adeguarsi a quella forma particolare di conoscenza che è fondata sulla razionalità e acquisita con l’osservazione o l’esperimento, secondo una particolare metodologia “critica”. In quanto scienza naturale, la medicina procede dunque empiricamente. La sua base è costituita da fisiologia e patologia. Disfunzione e malattia sono considerati come conseguenze di disturbi di processi materiali-organici.

Il metodo analitico e il microscopio hanno mostrato che la cellula è la sede reale del male. Nella sua opera più importante, “La patologia cellulare” (1858), Virchow paragonava il corpo umano ad uno stato di cui ogni cellula sarebbe il cittadino; la malattia è rappresentata come una guerra civile in seno allo stato.

La malattia non è più qualcosa che capita all’uomo nel suo insieme, ma qualcosa che succede ai suoi organi. Lo studio delle cause della malattia si restringe alla ricerca di mutamenti locali nei tessuti. Il fatto morboso si ritiene capito quando si può spiegare stabilendo il rapporto causa-effetto, sulla base delle leggi che regolano i fatti fisico-chimici.

Tra l’uomo che cura e quello che è curato si insinua un terzo elemento completamente senz’anima: lo strumento. Il medico, in quanto essere umano con la sua capacità di interpretare i sintomi e stabilire in una sintesi creatrice la diagnosi, tende a diventare superfluo: il microscopio scopre per lui il germe batterico, lo strumento misura il ritmo cardiaco e la velocità del sangue, la radiografia sostituisce il suo sguardo. Lo strapotere della tecnica trionferà in medicina solo più tardi, con l’ingresso nell’era tecnologica che viviamo, ma tutti i presupposti sono già presenti nella svolta che ha portato la scienza del guarire ad allinearsi alle altre scienze della natura. La razionalizzazione di tipo naturalistico porta a spogliare la malattia di ogni carattere storico e personale. Essa è significativa per il medico solo in quanto caso “tipico”.

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La stessa organizzazione della clinica riposa sul modello organicistico: le malattie vengono suddivise per reparti come le merci di un supermercato; e i medici, passando di letto in letto come tecnici ad una catena di montaggio, si dedicano a scoprire le cause del guasto per riparare l’organo malato.

Quando la medicina si organizzò come scienza della natura, adottò il metodo già usato con successo dalle discipline scientifiche più progredite, cioè il metodo analitico già messo a punto per la chimica e la fisica. Ad esso la medicina deve i successi stupefacenti che ha ottenuto in un secolo e mezzo. Non si può non riconoscere nel periodo del laboratorio una delle fasi più brillanti della storia della medicina. I progressi della chirurgia, della battereologia, della farmacologia non sarebbero stati ottenuti se la medicina non si fosse allineata tra le scienze della natura. Tuttavia la strada imboccata non era senza pericoli. Senza misconoscere i momenti positivi della concezione natural-scientifica (in particolare il principio della ricerca empirica esatta e il significato fondamentale del lavoro di indagine di tipo fisiologico e biochimico), si deve però acquistare coscienza che, quando l’uomo è considerato semplicemente come un pezzo di natura tra gli altri, si opera una violenta mutilazione antropologica.

La riflessione su questo presupposto della medicina come scienza della natura costituisce il nucleo della moderna “crisi della medicina”. Storicamente i primi sintomi della crisi vanno collocati nel periodo di fermentazione culturale che è seguito alla prima guerra mondiale, dopo il crollo degli ideali dello scientismo positivista e della cultura liberal-borghese. Li ha colti molto bene un profano di medicina, un umanista, lo scrittore Stephan Zweig, in un libro singolare pubblicato nel 1931 e dedicato alla “guarigione attraverso lo spirito”.

Si tratta di tre biografie di personaggi che apparentemente non hanno nulla in comune: Mesmer, Mary Baker-Eddy e Freud. In tutti e tre lo scrittore ha visto realizzato un fenomeno significativo, addirittura un “segno dei tempi”: al di fuori della medicina scientifica, spesso anzi contro di essa, hanno fatto ricorso alle forze psichiche e spirituali per guarire. Mesmer si serviva del rafforzamento della volontà di salute mediante la suggestione; la fondatrice della Christian Science attingeva alla fede estatica; Freud alla conoscenza di sé, che permette la soluzione dei conflitti psichici che gravano inconsciamente. Attraverso strade diverse hanno reagito alla frammentazione dell’uomo malato in organi malati, operata dalla medicina scientifica, esprimendo l’identico bisogno di conoscere non le singole malattie che colpiscono l’uomo, ma la sua stessa

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personalità. Lo sguardo rivolto alla “totalità” dell’essere umano era per Zweig la vera inversione di tendenza della medicina come scienza della natura, tendente all’analisi e al dettaglio (“to know more and more about less and less”).

In una pagina dell’introduzione, che merita di essere riletta dopo cinquant’anni, così descriveva il bisogno di una nuova medicina che si percepiva nella cultura del tempo: “Il trionfo di cure e sistemi psichici non dimostra affatto il torto della medicina scientifica, bensì solo di quel dogmatismo che si irrigidisce sul metodo terapeutico appena scoperto, considerandolo come universale e unico possibile, e deride gli altri come non moderni, non giusti e non possibili. Solo questa boria autoritaria ha sofferto un duro colpo. Attraverso i successi, ormai innegabili, dei metodi di cura psichici, è subentrato un salutare ripensamento proprio presso i leaders culturali della medicina.

Tra le loro fila è iniziato un leggero sospetto, ma già percepibile anche da parte di noi profani, che cioè la pura concezione batteriologica delle malattie abbia condotto la medicina in un vicolo cieco; che attraverso lo specialismo da una parte e il predominio del calcolo quantitativo al posto della diagnosi della personalità dall’altra, la terapia da servizio all’uomo abbia cominciato lentamente a mutarsi in qualcosa di fine a se stesso e estraneo all’uomo; che già — per ripetere una formula eccellente — ‘il medico è diventato troppo scienziato medico’.

Quello che oggi si chiama ‘crisi di coscienza della medicina’ non è una questione che riguarda solo un ristretto settore specialistico; è inclusa nel fenomeno globale dell’insicurezza europea, nel relativismo generale che, dopo decenni di pretese dittatoriali e rifiuti incondizionati in tutti i settori della scienza, insegna agli specialisti a voltarsi finalmente indietro e a interrogarsi” 5).

2. La prospettiva della “totalità”

Oggi abbiamo sempre più difficoltà ad accettare come esclusivo in medicina il punto di vista delle scienze della natura. Il ripensamento, che

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trascende l’ambito della medicina, è legato al superamento del positivismo. Inteso come rispetto dei fatti osservati, il positivismo costituisce una delle acquisizioni della storia moderna a cui non si può rinunciare. Ma l’uomo di scienza, legandosi ad esso, aveva creato situazioni parziali e tendenziose, illudendosi sulla professata obiettività impersonale dei fatti. Ciò si verificava soprattutto quando oggetto della scienza era l’uomo. Dapprima nelle scienze umane, e poi anche in quelle naturali, lo scienziato contemporaneo ha imparato che quelli che il positivismo considerava come “fatti” erano il prodotto delle nostre operazioni. Il metodo condiziona i risultati della ricerca. Una soggettività misconosciuta si insinuava perciò anche nelle osservazioni considerate più obiettive.

Per la medicina come scienza della natura superare il positivismo implicava la scoperta della illusoria obiettività dei “fatti” biologici, quali li isola la prospettiva dell’osservatore. Dal punto di vista del metodo, veniva rimessa in discussione l’autosufficienza dell’analisi. Per tornare dalla chimica all’uomo, era necessario recuperare la capacità di sintesi, la percezione della “totalità”, che è più della somma delle parti: la “totalità” è la persona umana nei suoi rapporti con il mondo. La nosologia frazionante è inevitabilmente un tradimento del vissuto.

La classificazione delle malattie sulla base degli organi colpiti, inventata dalla medicina come scienza della natura, è una grossolana approssimazione che ci prende nella trappola della sua semplicità. Nella prospettiva della “totalità” la malattia non solo è un fatto biologico-organico; essa traduce lo squilibrio della persona nel suo rapporto col mondo, includendo elementi psicologici, sociali ed ecologici.

Aprendosi alla preoccupazione della “totalità”, la medicina ritrova una continuità profonda con lo spirito originario della medicina scientifica occidentale. È il ceppo dell’ippocratismo che torna a germogliare. Il maestro, sotto il platano nell’isola di Cos, insegnava ai suoi discepoli a mettere in relazione diretta i fatti del microcosmo con quelli del macrocosmo. L’organismo era concepito come un’unità, in rapporto con l’ambiente naturale. Il medico non poteva studiare il singolo paziente senza considerare l’ambiente geografico, il clima e le stagioni. I dati ambientali condizionano l’igiene, l’alimentazione, le abitudini di vita.

Ambiente è anche la vita sociale, con i suoi riflessi sulle condizioni di lavoro, sulla vita familiare, sulla psicologia del singolo individuo. Sarà certamente diverso — scrive Ippocrate, raggiungendo una consapevolezza che per molti secoli la medicina non potrà più recuperare — un

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paziente schiavo da uno libero, un paziente che vive in una società democratica che uno che vive in una società monarchica, e così via. Nella medicina ippocratica a questa integrazione nell’ambiente andava connessa l’integrazione nella storia, sia sociale che individuale.

È la nozione di “anamnesi”, che restò poi fondamentale nella medicina. Bisognava ricostruire la storia del malato per comprendere — e per fargli comprendere, secondo una istanza costante dell’ippocratismo ― la serie di processi che stanno a monte della malattia attuale. L’anamnesi completa aveva anche una dimensione sociale: per fare la diagnosi del presente bisognava anche tracciare le linee essenziali dello svolgimento della civiltà 6.

Al recupero del punto di vista sintetico e globale nella medicina non si è giunti in un momento. Alcuni stimoli sono venuti dalla stessa medicina scientifica. Basterebbe pensare allo sviluppo dell’endocrinologia. La scoperta delle ghiandole a secrezione interna portò un contributo decisivo all’orientamento sintetico. Permise di capire le interrelazioni tra le differenti funzioni vegetative dell’organismo. Le ricerche attuali vanno indicando che la maggior parte delle funzioni delle ghiandole a secrezione interna è probabilmente soggetta, in ultima analisi, alla funzione dei centri più elevati dell’encefalo, vale a dire alla vita psichica. È un passo avanti decisivo verso l’integrazione.

Il merito principale della reazione alla concezione meccanicistica della malattia va attribuito a Freud ed al movimento psicoanalitico. Grazie alla sua opera, lo sviluppo analitico unilaterale della medicina nella seconda metà del XIX sec. ha subito una inversione di tendenza. L’organismo come unità è stato riportato al centro dell’interesse medico. La psicoanalisi, pur basandosi sullo studio preciso e particolareggiato (“analisi”, appunto), è un’attività scientifica rivolta alla sintesi, cioè allo sviluppo e alla funzione della personalità. Essa ci ha insegnato che per comprendere quella unità sintetica che noi chiamiamo corpo dobbiamo tener presenti i bisogni, consci ed inconsci, che l’individuo con la sua attività, normale o patologica, cerca di soddisfare.

Non si può perciò rendere conto della patologia limitandosi alle alterazioni cellulari rilevate dalla ricerca di laboratorio. Ai suoi inizi la

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psicoanalisi si dedicò a un problema di diagnosi pratica: l’espressione somatica delle nevrosi, e a un problema teorico: la psicogenesi di certe affezioni organiche. Freud stesso aveva escluso dalle sue preoccupazioni lo studio delle malattie psicosomatiche nel senso ampio del termine.

Ma la psicoanalisi ha aperto gli occhi, a chi voleva vedere, sul ruolo giocato dallo psichismo sulla genesi delle malattie organiche. La “conversione isterica” fu sempre più considerata più un caso particolare di un meccanismo più generale, piuttosto che il caso anomalo. Il medico non poteva più esimersi dall'attribuire ai conflitti emotivi un valore altrettanto reale e concreto di quello che spetta ai germi patogeni. Non si trattava solo di aggiungere un microscopio psicologico a quello ottico — né tanto meno di sostituire l’uno all’altro — ma di affrontare in modo nuovo la vita e la malattia del paziente, per arrivare ad una sintesi fra i processi fisiologici interni e le relazioni dell’individuo con il suo ambiente sociale. La malattia non è in se stessa né fisica né psichica: l’elemento fisico e quello psichico sono solo un prodotto del metodo col quale ci avviciniamo al malato, che è un’unità completa nella sua unità. È intuitivo quali conseguenze questa prospettiva possa avere nel pensiero teoretico e nella pratica della medicina. Si potrebbe addirittura ipotizzare qualcosa come una rifondazione della medicina a partire dal punto di vista antropologico della “totalità”. Di fatto però non è avvenuto così. È successo piuttosto che una nuova specializzazione è sorta accanto alle altre: la “psicosomatica”. Agli “specialisti” di questo settore — psichiatri, psicoanalisti o psicologi in genere — viene indirizzato il malato di fronte al quale il medico clinico si sente impotente. Quando non si riesce ad individuare un organo malato, o non si riscontra la base fisiopatologica della malattia, ci si ritiene autorizzati a credere che si tratti di una malattia “di testa”.

Malattie “funzionali”, per distinguerle da quelle “organiche”, le sole vere e proprie malattie. L’itinerario tipico per il paziente “psicosomatico” è quello che lo porta dal medico generico allo specialista, da uno specialista all’altro, e infine sul divano dello psicoanalista. Lo iato che separa la medicina organica — che possiamo chiamare “medicina della mano”, in quanto si riferisce alla materia che impressiona i sensi ― dalla medicina psichica — o “medicina della parola”, che si rapporta alle idee e al mondo dei significati — tende ad approfondirsi.

I due approcci della malattia, ambedue legittimi e parzialmente validi, non rispondono però al nostro bisogno di ritrovare una medicina

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capace di avvicinarsi al malato in una maniera globale, che non lo mutili nella sua esperienza concreta, che sia capace di far fronte terapeuticamente a quelle forme patologiche sempre più diffuse, in cui i confini tra somatico e psichico sono confusi e nella cui eziologia troviamo in modo prevalente il malessere della nostra civiltà.

3. Verso una medicina della persona

Abbiamo tracciato il profilo di un cammino che dalla concezione meccanicistica della malattia, passando per quella psicosomatica, conduce verso una prospettiva di “totalità”. L’interesse si sposta progressivamente dalle malattie all’uomo malato. La medicina come scienza di cause-effetti-terapia conosce solo quadri clinici che chiama “malattie”. Essa ha limiti evidenti. Ci pianta in asso quando il sintomo morboso non può essere ricondotto eziologicamente al sostrato corporeo; non spiega neppure il decorso delle malattie, anche organiche, diverso secondo le varie persone. Tutto il settore della soggettività rimane tagliato fuori dalla medicina orientata alle scienze della natura: perché l’uomo in una situazione per lui significativa reagisca con la malattia, e come la elabori personalmente.

Paradossalmente, è stato proprio il pensiero scientifico delle scienze della dimostrazione (o della natura) che ha ostacolato lo sviluppo di una scienza dell’uomo nell’ambito della medicina. Per rendere conto del modo specificatamente umano di essere malati è necessario fare riferimento a un’antropologia diversa da quella implicita nella medicina scientifica. Ciò implica una rottura con il naturalismo, che considera l’uomo come un essere vivente in tutto e per tutto simile agli altri e si attiene ad una neutralità metodologica nei confronti degli aspetti psichici, spirituali, storico-biografici e sociali dell’esistenza umana.

La medicina oggi ha bisogno di recuperare il suo oggetto, cioè l’uomo in quanto essere umano; ha bisogno dell’antropologia come scienza dello specifico umano. Non una “doctrina geminae naturae humanae” ― la doppia natura, corpo e anima —, come la proponeva la filosofia dell’Umanesimo. La definizione di “animai rationale”, che emerge dall’antichità, è opposta a quell’antropologia che tende al recupero dell’uomo “totale”. L’umanesimo razionalista, che servirà da modello

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culturale all’antropologia filosofica dell’Occidente finché non sarà sostituito dal razionalismo cristiano, si fonda sul “conosci te stesso” di Socrate. È la qualità razionale dell’uomo la “misura di tutte le cose”. Il concetto di antropologia che si è formato nei tempi moderni, a partire da Kant, è concreto, non filosofico-deduttivo. Kant, che riduceva tutta la metafisica al problema dell’uomo, distingueva due aspetti dell’antropologia: quella “fisiologica” — che considerava quello che la natura fa dell’uomo — e quella “pragmatica” — che riguarda ciò che l’uomo come essere libero fa, oppure può e deve fare di se stesso —. La classificazione in un certo senso è rimasta. Anche oggi il termine “antropologia” è usato in una duplice accezione. In quanto “antropologia fisica”, studia i caratteri biologici dell’uomo (l’uomo nella sua struttura somatica, nei suoi rapporti con l’ambiente, nelle sue classificazioni razziali, nel suo passato paleontologico). In quanto “antropologia culturale”, invece, considera l’uomo nelle caratteristiche che gli derivano dai suoi rapporti sociali.

L’uso anglosassone del termine “antropologia” è quello che offre un orizzonte meno limitante. Kluckhohn, in un libro classico, ne parla come della “comprehensive Science of man”. In questa accezione potrebbe diventare mediatrice tra le diverse scienze e ricoprire un ruolo di primo piano nell’integrazione delle scienze umane.

Per capire l’uomo non è sufficiente l’informazione che può venire dalla singola disciplina specializzata. Le scienze della natura e quelle storiche devono mettere in comune le loro conoscenze, perché l’individuo è anche il punto di arrivo dell’umanità collettiva, il frutto di un lungo passato. Secondo Kluckhohn, “una vera scienza dell’uomo deve comprendere le più varie capacità, interessi e conoscenze. Alcuni aspetti della psicologia, della medicina, della biologia, dell’economia, della sociologia e della geografia dovrebbero fondersi con l’antropologia allo scopo di dar vita a una scienza generale, che potrebbe ricorrere agli strumenti propri del metodo storico e statistico per ricavare dati sia dalla storia, sia dalle altre discipline umanistiche” 7.

Questa è l’antropologia di cui ha bisogno la medicina attuale, se vuol finalmente integrare quei fermenti che, fin dalle prime decadi del secolo, la sollecitano ad occuparsi dell'“uomo totale” (ecologia, olismo,

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medicina sociale, medicina antropologica). Riprenderà allora a vedere non solo la causa meccanica delle malattie, ma l’uomo che le porta (e che in qualche modo le “forma”), nel contesto concreto costituito dal suo mondo fisico, culturale e storico. L’orientamento ecologico e la prospettiva storica non tendono a minare le acquisizioni della medicina scientifica, ma ad integrare le gravi deprivazioni di cui la medicina stessa ha sofferto 8.

Il punto di vista della “totalità” nel linguaggio della tradizione cristiana è il primato della “persona”. Il concetto di persona rimase in generale precluso all’antichità. La filosofia greca per determinare la natura e la posizione dell’uomo ha fatto ricorso a due assi: uno forma lo spirito (cioè l’universale, l’assoluto, il trascendente), l’altro è rappresentato dall’ente materiale (che individualizza l’universale dello spirito racchiudendolo nella realtà corporea, dalla quale lo spirito si libera di nuovo nella morte). È il fondamento del dualismo, così caratteristico del pensiero classico.

Il concetto cristiano di “persona” si è sviluppato sullo sfondo della esperienza religiosa dell’alleanza tra Dio e l’uomo. La storia della salvezza è stata vissuta dalla comunità credente non come una serie di eventi che l’umanità abbia subito in modo inerte, bensì come un impegno sviluppantesi nel tempo, con cui l’uomo risponde all’appello di Dio; essa implicava perciò l’accettazione o il rifiuto di un ruolo, l’aprirsi o il chiudersi alla comunione. In quanto persona, l’uomo è un essere conscio di sé, che dispone di se stesso e si costruisce progressivamente, prendendo posizione con opzioni libere. La categoria di “persona” evidenza dell’uomo la storicità, la libertà, la particolare posizione nel cosmo, la socialità.

L’antropologia cristiana, proponendo una medicina della persona, non pretende di sostituire semplicemente una prassi medica con un’altra. La medicina della persona non è neppure, in ultima analisi, una medicina, bensì uno spirito in cui la medicina deve essere praticata. Include la tecnica, pur non limitandosi ad essa; presuppone l’apertura alla conoscenza antropologica moderna, ma non vi si identifica. Essa porta nella prospettiva della “totalità” un punto di vista più ampio, che colloca l’uomo nell’ascolto di una chiamata. L’avventura della salute, acquistando il carattere di un’opzione totale, viene così a trovarsi sulla linea della conversione religiosa.

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ANTROPOLOGIA CRISTIANA PER UN’ETICA DELLA SALUTE

Diogene il “Cinico” andava in giro con la lanterna in pieno giorno dicendo di cercar l’uomo. Non era un filosofo in senso classico, ma piuttosto un contestatore dei filosofi di professione. “Socrate impazzito”, lo chiamava Platone. I bravi filosofi di cittadinanza greca erano convinti di aver già trovato l’uomo; su di lui, “misura di tutte le cose”, costruivano il loro sapere. Appunto con parola greca l’esposizione sistematica delle conoscenze che si hanno attorno all’uomo continua a chiamarsi “antropologia”.

I cristiani hanno una concezione dell’uomo coerente con la loro fede e la loro speranza. L’antropologia cristiana ha tuttavia uno statuto particolare, che non la rende omologa alle altre antropologie filosofiche, passate o contemporanee. Essa non ha infatti il carattere di un sapere ottenuto con la riflessione: è una rivelazione connessa con l’“universale concreto” costituito dall’esistenza storica di Gesù di Nazareth. È di carattere simbolico, se per simbolo intendiamo una mediazione tra la parola (logos) e la prassi.

L’antropologia cristiana non è un sapere occulto, da iniziati, né la struttura dottrinale di un sistema ideologico. Cristo è il “poema”, detto ― o piuttosto “fatto”: la poesia affonda le sue radici etimologiche nel poiein greco, che è il “fare” — una volta per tutte. L’antropologia cristiana è l’esegesi di quel poema. Il poema stesso resta però più ricco di qualsiasi commento, mai totalmente riducibile alla saggezza di qualsivoglia chiosatore. Ogni sistematizzazione di antropologia cristiana ha perciò una funzione contingente rispetto a Cristo, “uomo nuovo”, e su di lui dovrà misurarsi.

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La comunità che segue le orme del Cristo continua ad annunciare, con parole e gesti di salvezza, il progetto di Dio sull’uomo. Oggi il suo “logos” sull’uomo ha maturato accentuazioni diverse che nel passato. Riferita ai problemi della salute la visione cristiana dell’uomo si rivela portatrice di fermenti e intuizioni ricche di promesse.

1. Rinnovamento dell’antropologia cristiana

La fede cristiana predica un Dio il cui segreto è costituito da un “progetto-uomo”. Dalla sua rivelazione deriva un’“antropologia” e una “sociologia”, vale a dire un’idea di uomo e di società conformi al progetto. Dimmi chi è il tuo Dio — si potrebbe dire ai credenti — e ti dirò qual è la società che costruisci, e per quale uomo.

Fino a un passato molto recente la chiesa cattolica ha elaborato il suo sapere sull’uomo in dipendenza dal Vangelo, ma in antitesi alle moderne antropologie 9. Sciolto l’abbraccio stretto in epoca di cristianità, la chiesa e il mondo moderno hanno cominciato ad esistere estranei l’uno all’altra. Hanno brandito come un’arma la reciproca autonomia, tanto sul piano pratico che su quello dottrinale, utilizzandola a scopi polemici. Nei trattati tradizionali di teologia il pensiero dei fondatori delle moderne concezioni antropologiche — da Marx a Sartre, da Feuerbach a Freud — viene citato sotto la voce “Adversarii”; lo si riporta solo per confutarlo e sottolineare la distanza incolmabile che lo separa dall’antropologia cristiana.

Il distanziamento dalle antropologie della nostra epoca era funzionale alla prassi dei rapporti chiesa-mondo. Finché la chiesa continuò a vagheggiare come ideale di questo rapporto la situazione di cristianità e a nutrire nostalgie restaurative, era impossibile qualsiasi incontro con concezioni dell’uomo diverse da quelle che avevano preso forma nella teologia scolastica. E le differenze ideologiche, a loro volta, servivano a giustificare e rafforzare la prassi della reciproca estraneità.

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Il grande rinnovamento del Concilio Vaticano II ha il suo baricentro non in un aggiornamento dottrinale, bensì nel diverso modo scelto dalla chiesa di rapportarsi al mondo 10. I cristiani hanno riscoperto che la vita e l’insegnamento di Gesù li sfida a uscire dal salotto buono che si erano scelti a dimora, per muovere in direzione del mondo, accettato come “altro” rispetto alla chiesa. Si sentono chiamati a rinunziare alle sicurezze del sistema ideologico-dottrinale in cui si erano chiusi, per riacquistare così un tratto dello spirito d’infanzia: la temerarietà del bambino che non è mai così sicuro come nel pericolo.

La trasformazione dei rapporti della chiesa col mondo contemporaneo — tematizzata dalla costituzione pastorale Gaudium et spes — ha un’incidenza decisiva sul rinnovamento dell’antropologia cristiana. Questa non appare più come un sistema chiuso da contrapporre ad altri. Se il suo punto di riferimento costitutivo resta Cristo, primo uomo della nuova creazione, quale lo testimonia la sacra Scrittura e lo trasmette la tradizione vivente della comunità cristiana, l’antropologia cristiana non ignora tuttavia la crisi spirituale dell’uomo, diventato enigma a se stesso. I credenti non vivono nell’isola dei beati, al riparo dalle tempeste; sono anch’essi investiti della crisi di un ordine metafisico assoluto, che è caratteristica dell’autocomprensione dell’uomo moderno.

Il concilio non ha indotto la chiesa, in nome di un malinteso dialogo, a indossare il manto del filosofo e a parlare come maestra di una saggezza umana. La chiesa conciliare si è presentata nel mondo come chiesa, nella consapevolezza che ciò che la costituisce tale non è né un’ideologia unica, né una prassi omogenea di tutti i suoi membri, bensì la fede comune in Gesù Cristo. Da questa fede la chiesa attinge ciò che può illuminare il mistero dell’uomo (“Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”: G.S., 22).

Avendo scelto come suo terreno di competenza quello della salvezza escatologica, la Chiesa può condividere sinceramente la fatica di autocomprensione dell’uomo contemporaneo, senza rinunciare alle proprie

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certezze di fede e al gioioso annuncio di esse. Questa svolta nell’atteggiamento di fondo nei confronti del mondo moderno e dei suoi tentativi di capire l’uomo è chiaramente leggibile nel paragrafo della Gaudium et Spes che introduce la parte del documento che può essere considerata un sunto di antropologia cristiana:

Credenti e non credenti sono pressoché concordi nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra debba essere riferito all’uomo come a suo centro e vertice. Ma che cos’è l’uomo? molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul suo conto, opinioni varie ed anche contrarie, perché spesso o si esalta così da fare di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell’angoscia. Queste difficoltà la Chiesa le sente profondamente e ad esse può dare una risposta che le viene dall’insegnamento della divina rivelazione, risposta che descrive la vera condizione dell’uomo, dà una ragione delle sue miserie, e insieme aiuta a riconoscere giustamente la sua dignità e vocazione” (G.S., 12).

L’antropologia cristiana non è dunque un letto di contenzione, in cui debba essere legato quel pazzo furente dell’uomo moderno. Certo, essa è critica nei confronti di ogni progetto antropologico e sociale riduttivo. Tutte le sue ideologie, infatti, usano in qualche maniera i famigerati metodi di Procuste. Il mitico antropologo aveva una sua ideale misura d’uomo e pretendeva che tutti quelli in cui s’imbatteva vi corrispondessero; perciò segava i più lunghi e stirava i più corti! Un’ideologia taglia via all’uomo la dimensione spirituale e un’altra assolutizza la sua storicità. La fede cristiana, indirizzando verso il Cristo, protesta contro tutte le mutilazioni e deformazioni antropologiche.

Tuttavia l’atteggiamento fondamentale del credente in Cristo nei confronti dei vari tentativi di comprendere e di modificare la situazione dell’uomo nel mondo non è la diffidenza o la polemica. L’antropologia cristiana può, senza tradire se stessa, assimilare gli elementi essenziali che strutturano la moderna autocomprensione dell’uomo. Li ritroviamo infatti nell’insegnamento antropologico del Vaticano II, in particolare nel già citato documento sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Ci limitiamo qui a evocare in maniera schematica, quasi per tratti stenografici, le coordinate essenziali di tale disegno antropologico. La chiave di

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volta della concezione cristiana dell’uomo è la categoria di persona. In quanto persona, l’uomo è un essere conscio di sé, che dispone di sé stesso e si costruisce progressivamente, prendendo posizione con opzioni libere.

Secondo l’antropologia cristiana l’uomo si costituisce persona quando si apre all’altro essere umano; ma soprattutto grazie al dialogo con Dio. La nozione di persona libera e dialogante nasce nel cristianesimo in dipendenza dall'esperienza della storia della salvezza. Questa non è una serie di eventi che l’umanità subisca come un soggetto inerte, bensì lo sviluppo dell’impegno con cui l’uomo risponde all’appello di Dio; essa implica perciò l’accettazione o il rifiuto di un ruolo, l’aprirsi o il chiudersi alla comunione.

In secondo luogo, l’uomo nella visione cristiana si realizza come tale sviluppando la dimensione sociale-comunitaria. La storia della salvezza tende verso una meta di unità di tutti gli uomini. Il compito fondamentale delle comunità cristiane nel mondo si qualifica come creazione di luoghi di incontro e di reciprocità, così da essere per tutti gli uomini un’indicazione di esistenza.

Infine, come terza dimensione dell’antropologia cristiana, accenniamo alla storicità. Anche la teologia partecipa all’orientamento attuale di tutte le antropologie di riflettere sull’uomo sotto il profilo del divenire. A ciò che le altre conoscenze antropologiche sanno sul divenire umano la fede cristiana aggiunge il senso ultimo di questo divenire; la salvezza. Più che qualsiasi altra antropologia, quella cristiana può puntare sul futuro, dal momento che la storia ha preso un’accelerazione escatologica. La nostra identità sta davanti a noi, nel nostro futuro, non alle nostre spalle, perché Gesù Cristo è l’uomo del futuro assoluto: “Fin d’ora siamo figli di Dio; e ciò che noi saremo non è stato ancora manifestato. Ma sappiamo che quando ciò sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è” (Giov. 3,2).

2. Il cristiano e la vita corporale

L’antropologia cristiana proposta dal Concilio non si pone in rottura con la comprensione dell’uomo tradizionalmente propria del cristianesimo. Essa è piuttosto un tentativo di ricomporre il messaggio di Gesù in

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dialogo con le concezioni antropologiche moderne, in un interscambio che comporta una reciproca fecondazione. La visione cristiana dell’uomo ha una sua incidenza ovunque sia in gioco l’umanità dell’uomo. Limitiamo qui il nostro interesse all’impatto dell’antropologia cristiana sui problemi della salute.

Un primo nodo è costituito dal significato e valore del corpo per il cristiano. La sensibilità generale attribuisce oggi una singolare importanza alla vita corporale. Questa concezione implica il rifiuto di quel dualismo tradizionale che contrappone la vita del corpo a quella dell’anima. Nell’opinione comune tale rappresentazione dell’uomo è considerata tipica del cristianesimo, tanto che anche i più informati saranno sorpresi scorrendo gli studi degli esegeti dai quali risulta che questo dualismo è in realtà estraneo alla Bibbia 11.

La mentalità ebraica fa ricorso alla coppia di concetti dialettici “carne” e “spirito”, senza tuttavia contrapporli come due principi autonomi. Come il termine “carne” può indicare l’uomo intero, così anche “spirito” può significare il vivente concreto. “Carne” mette in risalto l’aspetto della caducità e della precarietà dell’uomo, mentre lo “spirito” ne sottolinea l’elemento vitale. Ovvero, in termini morali: la situazione dell’uomo abbandonato al proprio egoismo e al peccato, e quella dell’uomo sotto la mozione dello Spirito di Dio.

Il dualismo che vede nel corpo la pura materialità e nell’anima il principio spirituale eterno è in realtà di origine platonica. Grazie agli asceti — più che ai teologi, ispirati dall’ilemorfismo aristotelico-tomista —, è passato in tutta una tradizione cristiana, tanto da essere volgarmente identificato col cristianesimo stesso. In polemica con lo spiritualismo dualista il pensiero moderno ha voluto ritrovare l’unità dell’uomo reale. Di qui l’importanza attribuita oggi alla fenomenologia del corpo. I! soggetto umano — la persona — si apre al mondo per il tramite del corpo. La corporeità, come momento essenziale del soggetto, è la mediazione che rende il soggetto spirituale presente al mondo oggettivo e alla soggettività delle altre persone umane 12.

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La svolta antropologica che ha attribuito al corpo il posto centrale nella concezione dell’uomo ha avuto degli esiti negativi, se considerati con sensibilità cristiana. Il più sovente essa ha condotto a un crasso materialismo, che si è espresso nella priorità data alla vita vegetativa e sensitiva, nel consumismo, nell’idolatria del corpo. Un seguito ancor più fatale è stato l’imprigionamento dell’uomo in un orizzonte immanentistico. L’incapacità di considerare altre forme di esistenza oltre quella corporea porta ad aggrapparsi in modo ansioso alla vita.

Possiamo ancora sorridere di fronte alle misure cautelative dei ricchi americani che fanno congelare il proprio corpo in attesa di essere riportati in vita da futuri miracoli della medicina; dobbiamo invece seriamente preoccuparci quando consideriamo i danni psicologici causati dalla rimozione delle immagini della morte. Secondo alcuni psicologi questa rimozione sarebbe all’origine di diffusi comportamenti nevrotici 13.

La rivalutazione del corpo da parte delle antropologie moderne non ha mancato di suscitare una certa ostilità da parte cristiana, specialmente in considerazione delle riduzioni antropologiche cui ha dato luogo. È possibile tuttavia considerare questo dato antropologico come un elemento legittimo della visione cristiana dell’uomo, consono all’antropologia biblica. La sua prima funzione può essere quella di correggere deformazioni occasionalmente infiltratesi nella dottrina e nella prassi cristiane.

Il cristianesimo ha amato sottolineare la relatività nel tempo dell’esistenza umana in quanto esistenza terrena, caduca e precaria come il corpo dell’uomo. Di conseguenza la vita del corpo ha subito una certa svalutazione. Un certo pessimismo di tipo ascetico si è risolto anch’esso in un sospetto pregiudiziale nei confronti del corpo. In alcune correnti spirituali questa svalutazione è degenerata in un vero e proprio disprezzo del corpo e delle sue attività, in particolare della sessualità. La dottrina ufficiale ha sempre condannato gli estremismi (come l’automutilazione

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di Origene); in pratica però la diffidenza nei confronti del corpo è stato l’atteggiamento prevalente nel cristianesimo.

Oggi lo sbilanciamento spiritualista può essere riequilibrato grazie alle categorie personaliste. La considerazione di cui ha sempre goduto lo spirito umano si riflette sul corpo, che non è la prigione dell’anima, bensi la persona nella sua condizione mondana. Il corpo partecipa quindi della sacralità riconosciuta alla persona umana, che per il cristiano è “immagine di Dio”.

Il frutto più vistoso di questa rivalutazione dell’uomo nella sua condizione corporea è la crescita del rispetto per la vita 14. Troppo spesso in passato, anche in regime di cristianità e in culture informate da principi cristiani, la vita fisica è stata vilipesa. Basti pensare alla tortura giudiziaria, alle mutilazioni inflitte come castigo, alla stessa pena di morte.

Nel campo dell’ascetica cristiana è stata favorita una spiritualità della malattia di tipo dolorista. Si è parlato della malattia come di uno stato particolare che favorisce la purificazione dell’anima, l’espiazione delle colpe, l’acquisizione dei meriti. In alcuni casi estremi si è giunti a parlare di una “vocazione alla malattia”, o addirittura del “privilegio” di essere malati.

Un’antropologia più equilibrata insegna oggi al cristiano a navigare tra i due scogli del disprezzo della vita corporea e della sua assolutizzazione materialista. La vita terrena non è solo una tappa contingente nel cammino verso l’aldilà; essa è un dono di Dio di cui l’uomo ha la gestione.

È tradizionale nel comune linguaggio religioso parlare della vita come dono di Dio. L’espressione è impiegata per lo più in modo restrittivo. Qualificando la vita come dono si intende affermare che Dio ne è padrone e solo lui può riprendersela: l’uomo non può disporre arbitrariamente della propria vita. All’espressione può essere attribuito un senso molto più ampio.

Il dono della vita acquista tutto il suo valore quando lo consideriamo nel contesto di quella che K. Barth chiama “l’etica dell’obbedienza” 15. Nell’esistenza umana come tale è implicito il comandamento di vivere. Dio creatore ordina all’uomo di onorare la vita — la propria come

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quella degli altri uomini — come un bene che viene da lui. Approvando la vita, volendola, l’uomo obbedisce a Dio.

Volere la vita equivale alla volontà di essere in salute. La salute di cui qui è questione non si riduce a quell’equilibrio organico e al connesso senso di pienezza e benessere che sono talvolta oggetto di un culto quasi idolatrico. L’igienismo è una caricatura della salute in senso antropologico. Se la salute coincide con la forza di essere uomo, il malato, anche gravemente colpito, può voler essere in salute, senza per questo farsi illusione sul proprio stato. Voler la salute significa voler essere uomo sino alla fine (appare qui la possibilità di fondare su questo diritto della persona la limitazione delle terapie di rianimazione, quando queste si risolvessero in un accanimento terapeutico che espropria l’uomo della dignità nel morire).

Su questa concezione della salute si fonda quella che K. Barth chiama “la regola fondamentale dell’etica della malattia”: “esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che l’accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla”.

In una società che ha perduto il senso del sacro, questo principio etico ci sembra difendere la densità religiosa del fatto stesso di vivere meglio di quanto possa fare un richiamo formale al “carattere sacro” della vita.

L’opzione cristiana per la vita, intesa come volontà e forza di essere uomo, ha anche una dimensione sociale. Al vecchio principio: “Mens sana in corpore sano” bisogna aggiungere: “in societate sana”. Abbiamo preso coscienza infatti che bisogna promuovere non solo tutto l’uomo, ma anche tutti gli uomini, se non vogliamo cadere in una raffinata barbarie. Tutta la medicina sociale e preventiva trova perciò la più ampia approvazione da parte dell’antropologia cristiana. I cristiani possono con tranquilla coscienza far proprio il partito preso per la salute e la vita. Esso non è una filiazione dello spirito pagano, bensì la comprensione più adeguata, con il contributo della moderna antropologia, di che cosa comporta la sequela di Colui che “passò facendo del bene e guarendo” (cfr. Atti 10,38).

3. Comunità cristiana e socializzazione del malato

Le attività assistenziali sono di casa nella chiesa, sembrano addirittura nate con la comunità cristiana stessa.

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Nella comprensione teologica che la chiesa ha di sé stessa i gesti di amore e di servizio verso infermi, poveri ed emarginati (“diakonia”) hanno un significato che trascende quello della filantropia in senso umanistico: fanno parte essi stessi della “leiturgia”, vale a dire del servizio divino, ed hanno quindi un significato sacramentale. Un teologo ha potuto stabilire un felice parallelo tra la “comunione” mediante il bicchiere d’acqua fresca offerto all’assetato e la comunione eucaristica mediante la coppa di benedizione: “Si tratta di due sacramenti intimamente connessi e in ultima analisi inseparabili, perché derivano dallo stesso Signore incarnato. La comunione con Dio nella mano che tocca il lebbroso costituisce una sola cosa con la comunione con Dio nella mano che spezza il pane nel cenacolo” 16.

Soltanto i credenti, evidentemente, possono riconoscere nell’attività caritativa una dimensione salvifico-sacramentale. Tuttavia la chiesa nel suo aspetto sociale ha una rilevanza per tutti coloro che, prescindendo da una fede religiosa, considerano i legami comunitari come parte integrante di un trattamento terapeutico globale.

Dal punto di vista sociologico, le comunità a carattere religioso offrono tutti i vantaggi dei piccoli gruppi. Le relazioni interpersonali diventano desiderabili e possibili; il singolo si sente conosciuto, accettato e valorizzato; il sostegno reciproco porta ad assumere i pesi gli uni degli altri, senza che nessuno se ne senta umiliato. Questo tipo di rapporto umano costituisce l’auspicabile premessa per soluzioni creative ai problemi crescenti originati dal progresso della medicina e da una politica sanitaria più efficace.

Le tante vite fragili che la medicina riesce a strappare alla morte, senza tuttavia poter garantire loro quanto è necessario per una completa autonomia; l’aumento della durata media della vita, con una popolazione anziana sempre più longeva; la specializzazione dei servizi sanitari, sempre più efficaci ma sempre più impersonali: altrettanti problemi gravi ai quali ci troviamo improvvisamente affrontati. Le capacità umane non valorizzate e i bisogni non soddisfatti costituiscono una fonte di squilibrio e degradano la qualità umana della vita. La società intera è sfidata a trovare soluzioni che non sappiano di mattatoio.

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Anche agli occhi dell’agnostico la chiesa può giocare qui un ruolo prezioso. Essa si propone come scopo intramondano la creazione della “comunità locale” 17. In essa la profondità dei rapporti interpersonali fa aumentare il livello di responsabilità comunitaria nei confronti dei malati, invalidi, disadattati. Non è necessario condividere la fede religiosa che fonda la comunità cristiana per avvertire gli effetti benefici dei legami comunitari. Con la sua capacità di integrazione la comunità credente è dotata di una singolare forza terapeutica.

La situazione contemporanea è matura per una ristrutturazione del rapporto tra la medicina e la chiesa. Fino a un passato molto recente l’atteggiamento dominante negli ambienti medici era quello dell’agnosticismo e della diffidenza. Non bisogna dimenticare infatti che il diritto-dovere dello stato moderno di provvedere alla salute dei cittadini è stato conquistato contro l’opposizione spesso esplicita della chiesa.

Per un seguito di vicende storiche, alla chiesa era stata affidata la supplenza nei compiti assistenziali. La laicizzazione degli ospedali ha costituito il momento saliente del processo che ha portato gli stati moderni a prendere direttamente a carico la salute dei cittadini. Gli ospedali da istituzioni di assistenza sono diventati gli strumenti essenziali di una politica della salute a beneficio della popolazione nel suo insieme. Questo movimento di laicizzazione non è avvenuto senza traumi.

Per altro verso, assistiamo oggi a una maggiore attenzione da parte della medicina all’uomo come entità psico-fisico-sociale. Questo approccio olistico porta a valorizzare dal punto di vista terapeutico anche gli aspetti non propriamente medici, ma dai quali la medicina non può prescindere se vuol veramente promuovere lo “stato di completo benessere fisico e morale” dei cittadini, secondo la definizione di “salute” adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La vita spirituale dell’uomo, specialmente se inserita in un contesto comunitario, è un elemento importantissimo di questa terapia globale.

Una mentalità meno settaria considera oggi con più benevolenza l’azione che può svolgere la chiesa. Ciò non significa che si auspichi il ritorno ad atteggiamenti e situazioni del passato. In particolare, è acquisito

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sito in maniera ormai definitiva che l’attività assistenziale è fondata sul diritto dell’individuo in quanto persona umana, più che sulla benevolenza di alcuni, magari ispirati da motivi di carità cristiana.

Al tempo della rivoluzione francese questa nuova concezione dell’assistenza era stata tradotta in testi legislativi. La costituzione del 1793 diceva in merito: “I soccorsi pubblici sono un debito sacro. La società deve la sussistenza ai cittadini infelici sia procurando loro il lavoro, sia assicurando i mezzi di esistenza a coloro che non sono in grado di lavorare”. La legislazione rivoluzionaria ha incontrato l’opposizione dichiarata degli ambienti religiosi. Essi temevano che in tal modo venisse proscritta la carità, secondo lo spirito di Voltaire che bollava questa parola come “infame”.

Le istituzioni di previdenza sociale del nostro tempo sono il prodotto più del liberalismo e della rivoluzione industriale che dello spirito dei filosofi illuminati. La rivendicazione dell’assistenza pubblica da parte dello stato non si fonda più su un’ideologia anticristiana. Ciò permette alla chiesa di accettare la secolarizzazione dell’assistenza senza vedervi un attentato alla propria esistenza. Si tratta, in fondo, della coerente applicazione del principio della legittima autonomia delle realtà terrene stabilito dalla Gaudium et Spes (n. 36).

Quando la chiesa accetta cordialmente e illuminatamente di ridefinire il rapporto delle sue iniziative caritative con l’attività sanitaria dello stato, scopre che le si offrono altri compiti. Essa non è chiamata a creare istituzioni parallele e competitive con quelle dello stato, bensì a incrementare la dimensione comunitaria che costituisce la sua specificità.

L’ideologia soggiacente al diritto all’assistenza di stampo illuminista era quella del Contratto sociale di Rosseau: la società, a vantaggio della quale l’individuo ha alienato una parte della sua libertà, deve in cambio farlo beneficiare di un’organizzazione senza difetti.

La comunità cristiana attinge invece dalla sua antropologia l’ispirazione per un’attività il cui perno sia costituito dalla promozione della persona umana, in quanto voluta da Dio nella sua irripetibile unicità e scelta dal Cristo a rappresentarlo (“Qualunque cosa avrete fatto al più piccolo...”). Perché questa persona possa realizzarsi ha bisogno del sostegno della comunità: della grande comunità sociale che le assicuri quanto è necessario per sopperire ai bisogni, e della piccola comunità fraterna in cui l’individuo viva la propria unicità nella reciprocità, sentendosi conosciuto e riconosciuto. Soprattutto in questo settore l’azione della comunità cristiana ha possibilità d’intervento peculiari.

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La socializzazione delle risorse e dei bisogni è promossa oggi con vigore dalle correnti politiche di ispirazioni socialista. I cristiani riconoscono nella socializzazione un valore che specifica la loro concezione antropologica. Il gruppo dei credenti della prima ora, secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli, viveva la koinonia, un rapporto cioè che includeva la comunione dei beni, senza ridursi ad essa: “La moltitudine dei credenti non aveva che un cuore solo e un’anima sola. Nessuno diceva suo ciò che gli apparteneva, ma tra loro tutto era in comune” (Atti 4,32). Avere tutte le cose in comune, compresa la malattia, l’handicap, le carenze psico-fisiche: ecco il principio costitutivo della comunità cristiana.

Il riferimento allo spirito che l’animò alle origini deve indurre la comunità cristiana a esercitare un’autocritica e a ristrutturare ciò che, allo stato attuale della coscienza sociale, si rivela inadeguato. In questo senso devono essere sottoposte ad un serio ripensamento le opere sorte al fine di accogliere coloro che la società rifiutava come inutili. Evidentemente non si tratta di screditare opere coraggiose, come il Cottolengo o gli istituti di Don Guanella; né tanto meno di mettere in dubbio l’incredibile abnegazione delle persone che le hanno create e le mantengono in vita.

Tuttavia non si può negare che per lo più tali istituzioni si rivelano carenti quando le si consideri dal punto di vista della socializzazione di coloro che ospitano. Questo tipo di istituzioni ha costituito un’attività che può essere brutalmente qualificata come “raccolta dei rifiuti”. Mediante ospizi e asili gestiti da personale religioso la società si toglieva da davanti agli occhi la presenza fastidiosa dei superflui e dagli abnormi. Questi ospizi obbedivano alla stessa logica che ha creato i manicomi e gli istituti-lager.

Le opere della chiesa hanno raccolto con amore i rifiuti umani della società, la quale distoglie lo sguardo da ciò che butta via. Il motivo religioso che spingeva a questo gesto era la volontà di valorizzare ogni forma di sofferenza, considerata come continuazione mistica della passione redentrice del Cristo. È questa spiritualità che ha suggerito di mettere in ogni sala del Cottolengo un altare, su cui è idealmente offerto come vittima innocente l’handicappato.

Questa spiritualità della malattia lascia perplessi. Ma soprattutto ci fa problema l’isolamento sociale dell’ospite di tali asili. Questi tendono a diventare ghetti, ermeticamente chiusi all’esterno. La situazione è rispecchiata dal film “Matti da slegare”, un documentario che vuol illustrare

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le alternative che l’amministrazione provinciale di Parma si sforza di creare all’emarginazione sociale 18. Gli intervistatori bussano alla porta di vari ospizi e istituti della città gestiti da religiose, ma si trovano ripetutamente di fronte ad un muro impenetrabile di diffidenza: non vengono neppure lasciati entrare. Con scoperta intenzione polemica vengono contrapposti due atteggiamenti che sottendono concezioni diverse dell’assistenza: da una parte, quello dell’amministrazione civica, che cerca di reinserire i reclusi nel tessuto sociale, rendendo tutta la popolazione cosciente e responsabile 19; dall’altra, quello delle istituzioni religiose, che concepiscono il servizio ai più sfortunati come un momento privilegiato della carità cristiana, ma fatto in un aristocratico isolamento spirituale e in soluzioni assistenziali di isolamento dal resto della comunità civile.

Bisogna avere il coraggio di aprire gli occhi su queste disfunzioni. Riconoscere l’inadeguatezza di certe impostazioni dell’assistenza rispetto alle esigenze di socializzazione non significa autodenigrarsi. Vuol dire piuttosto accettare la possibilità di una crescita qualitativa nel servizio che la comunità cristiana rende a coloro la cui pienezza vitale è minacciata. Il rifiuto dell’emarginazione non è solo un’esigenza mutuata dalla cultura contemporanea. Esso corrisponde alla più profonda ispirazione dell’antropologia cristiana, che vede l’uomo realizzato solo in seno a una comunità che garantisca a ognuno la propria dignità umana.

Alle emarginazioni di ogni tipo — da quelle cui sono costretti gli handicappati fisici o mentali a quelle che colpiscono gli anziani — la comunità cristiana è sfidata a trovare una risposta originale, che non rafforzi le esclusioni già esistenti. Mentre il rigetto sociale dei “diversi” e degli “inutili” rimane ancora patente nel comportamento collettivo e privato, la comunità cristiana può costituire un’istanza di integrazione effettiva delle esistenze umane più precarie.

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A tal fine dovrà evitare però quella forma più raffinata di emarginazione che consiste nel mettere qualcuno sull’altare. Sull’altare della croce ci si è messo Gesù Cristo, per tutti e una volta per sempre, affinché i suoi discepoli diventassero una comunità capace di accogliere ognuno sulla base dell’uguaglianza fraterna. Quando la socializzazione sarà effettiva le affermazioni di principio, spesso ripetute e sempre meno ascoltate, che “la vita è sacra”, saranno accompagnate dalla dimostrazione che la vita può essere “santificata”.

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VICTOR VON WEIZSÄCKER:

UN MODELLO DI MEDICINA ANTROPOLOGICA

Possiamo rivivere, attraverso il ricordo di uno dei due protagonisti, un incontro avvenuto nel 1926. Luogo: Vienna, Berggasse 19, un mezzanino non ancora trasformato in museo, abitazione privata e studio di un medico già famoso. Dramatis personae: Sigmund Freud, fondatore della psicoanalisi e leader indiscusso — qualcuno dice anche autoritario — del movimento psicoanalitico; Viktor von Weizsäcker, di trent’anni più giovane, docente di neurologia ad Heidelberg. Racconta v. W. nelle sue memorie: “Ho preso io l’iniziativa della visita. Desideravo ringraziare quest’uomo perché attraverso il suo aiuto mi si è spalancata una nuova dimensione nella professione medica, e la mia attività professionale, che minacciava di essere rigida e arida, ha ricevuto un’infusione di vita. Mi riferisco all’apertura alla dimensione psichica del fenomeno vivente. Un passo nient’affatto ovvio, che ha significato anche l’intervento in un ambito privato, personale e vulnerabile, il quale avrebbe fatto tutta la resistenza possibile, anzi si sarebbe vendicato per l’intrusione non desiderata. La medicina di scuola non forniva criteri per stabilire i modi e i limiti di un tale modo di procedere. Si giungeva invece a posizioni di conflitto con autorità come la chiesa, la filosofia o la società. Questo contesto rende comprensibile quel che mi è rimasto nel ricordo di quel colloquio. Ho spiegato a Freud che non mi sono mai sottoposto personalmente a un’analisi. Non l’ha presa in modo tragico. Gli ho detto che quel po’ di nevrosi che certamente avevo anch’io, potevo anche tenermela. Rispose che non è assolutamente necessario analizzare ogni caso; a molte persone fa bene frequentare un uomo significativo; si sa anche che alcune nevrosi si guariscono attraverso una grande felicità o infelicità. Il medico

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però non le ha a disposizione, per cui deve scegliere un’altra strada.

Si passò poi a parlare di quanto siano ampi i campi di applicazione. Freud riteneva che per la psicoanalisi ci sarebbe stato materiale ancora per una cinquantina d’anni. Ricordò, per esempio, la psicologia delle tribù matriarcali in Africa, presso le quali il complesso di Edipo si rivolge, invece che contro il padre, contro il fratello della madre, perché è questo che rappresenta l’autorità della famiglia. Alla mia domanda sul conflitto con le autorità vincolanti, in particolare con la religione cattolica, mi sembra che Freud abbia dato una risposta evasiva. Disse infatti: “Noi (cioè gli psicoanalisti) crediamo sempre di aver trovato la strada per rispettare e risparmiare questi ambiti nel malato”. Il futuro di un’illusione di Freud è apparso solo alcuni anni più tardi, e io non posso credere che le sue idee sul carattere nevrotico e illusorio della religione non si fossero ancora formate. Anche alcuni tentativi epistolari da parte mia di indurlo a parlare di questo argomento non ebbero alcun successo. Invece per un’altra strada ho potuto portarlo là dove si trovava di fronte a problemi che altrimenti teneva nascosti, e forse a dubbi insuperabili. Gli ho domandato, cioè, se la psicoanalisi sia un processo terminabile o interminabile. Dopo una pausa, disse con esitazione e a bassa voce: “Interminabile, credo”. Con ciò si diceva certamente di più, che con quell’affermazione discutibile secondo cui si poteva sempre aver riguardo della religione degli analizzandi. Mi sembra che nella risposta sia contenuto che la psicoanalisi va oltre la vita temporale della psiche. Ma questo lo fa anche la religione, e allora non si può più sfuggire alla questione se la psicoanalisi non abbia preso il posto della religione. Freud però non fece fatica a lasciare anche questa volta il terreno scottante, dicendomi che voleva comunicarmi in confidenza che alcuni dei suoi discepoli, quando sono per così dire nevrotizzati dall’eccessivo materiale analitico ricevuto nel lavoro terapeutico, si sottopongono essi stessi di nuovo all’analisi; ciò avviene ogni certo numero di anni. C’era più benevolenza che rispetto nel modo in cui Freud parlava dei suoi adepti. Nel complesso mi sembrò che Freud fosse tediato dalla sua scuola e non ne avesse più bisogno.

Al momento del commiato divenne chiaro che l’incontro non era del tutto scivolato liscio al di sopra dei sotterranei tempestosi della lotta spirituale. Eravamo già in piedi; e siccome non sempre si trova la parola per concludere, interruppi la pausa che si era creata con un’osservazione forse più onestamente sentita che appropriata. Dissi cioè improvvisamente che mi sembrava una coincidenza singolare che la mia visita

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cadesse proprio nel giorno dei morti (Allerseelentag: letteralmente, in tedesco: “il giorno di tutte le anime”). Era appunto quel giorno. L’esito inatteso fu che Freud stupito domandò: “come?”. Io caddi piuttosto in confusione e cercai di chiarire che “come professione secondaria ero anche un po’ mistico”. A queste parole si rivolse bruscamente verso di me e mi disse con uno sguardo quasi inorridito: “Ma è terribile!”. In modo conciliante dissi: “Voglio dire con ciò che c’è anche qualcosa che noi non sappiamo”. Al che egli disse: “Oh — in ciò io sono più ignorante di lei!”. Il suo tono afflitto e la rapida deviazione dal tema hanno dimostrato, credo, che questa volta lo diceva proprio sul serio e forse hanno anche mostrato che un po’ mi voleva bene. Deve aver detto ancora qualcosa sull’intoccabilità della ragione, ma io non l’ho ascoltato o ho dimenticato. Per salutarmi mi ha dato la mano con un ampio movimento di tutto il braccio. Si era creata una simpatia, rimasta immutata anche in seguito” 20.

Viktor von Weizsäcker: chi era costui? Un carneade qualunque nell’area culturale italiana. Non è tradotto; non è letto e citato neppure dai nostri germanisti. Ignorato anche nell’ambiente francofono, che resta per molti italiani il ponte di mediazione linguistica rispetto alle asperità teutoniche. Tuttavia la recente e autorevole “Encyclopaedia universalis” ha mostrato di accorgersi di lui. Nel “Thesaurus” gli dedica una voce, dando rilievo al suo apporto alla elaborazione di una filosofia dell’essere vivente (Teoria del Gestaltkreis) e riconoscendolo come uno dei fondatori della psicologia fenomenologica 21. Più notato nell’area linguistica spagnola. Tradotto, citato, ascoltato, ha un posto di rilievo nelle opere di medicina spagnola contemporanea (Laín-Entralgo gli riserva ampie citazioni nel volume La Historia clínica). Nel 1950 è stato invitato a tenere delle lezioni all’Università di Madrid, dove si è conquistato ulteriori discepoli. Ramón Sarró ha introdotto con un saggio su “Weizsäcker en España” la traduzione di Der kranke Mensch, mettendo in risalto la consonanza dell’antropologia medica di v.W. con il pensiero antropologico di M. De Unamuno e J. Ortega y Gasset 22. Di recente un gruppo di medici e psicoanalisti italiani, organizzando un seminario su

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“L’interpretazione psicoanalitica della malattia somatica nella teoria e nella pratica clinica”, affidato a un gruppo di psicoanalisti argentini, ha avuto la sorpresa di venir a sapere che a Buenos Aires esiste un “Centro de Consulta Médica Weizsäcker”, che ispira la sua originale strategia terapeutica al pensiero del medico tedesco 23.

Poco notato nel resto del mondo, v. Weizsäcker non ha avuto riconoscimento di profeta neppure nella sua patria. I suoi ammiratori sostengono che la sua opera è destinata ad essere notata solo in futuro, quando ci si deciderà ad affrontare le problematiche epistemologiche di fondo 24. Bisognerà aspettare — ha affermato A. Auersperg — che si rimetta in discussione quel modo di ricercare e di pensare fatto proprio dalle scienze naturali quando, dopo la famosa disputa tra Goethe e Newton, hanno dato la preferenza al secondo, adottando per la conoscenza della natura il modello fisico-matematico. Auersperg ha dedicato un saggio all’opera di v.W. paragonandola con quella di Teilhard de Chardin, come esemplificazioni della ricerca e della filosofia della natura propria di Goethe 25.

La posizione scientifica scelta da v.W. spiega in parte l’insuccesso, dal punto di vista della risonanza, della sua opera. Non essendo pienamente riconducibile né alle scienze della natura, né alle scienze dello spirito, è rimasto un outsider presso entrambe. Così ha interpretato il destino di v.W. nell’ambito accademico tedesco M. von Rad introducendo un seminario interdisciplinare tenuto nel 1972/73 all’Università di Heidelberg sull’“Antropologia come tema della medicina psicosomatica e della teologia”, sulla base appunto del pensiero di v.W. È tutta la struttura della scienza e i suoi presupposti metodologici che crollano, quando ci si interroga sul perché essa abbia “mancato l’umano”. V.W. ha condotto questo tentativo di reinterrogazione fino alle ultime conseguenze,

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almeno per la medicina. “Il rifiuto che ha incontrato — nei circoli medici fu considerato volentieri, ma perfidamente, come importante filosofo, da teologi e filosofi invece come grande medico — questo rifiuto riflette con precisione il problema: determinate scienze permettono solo determinate domande selezionate; la risposta ad esse, qualora non siano risolvibili con le proprie premesse, la rimandano, nei casi migliori, a una disciplina vicina, se non la sopprimono del tutto” 26.

Quali sono le questioni scomode che v.W. ha posto alla medicina scientifica? Possiamo darne un’approssimazione attendibile ricorrendo a delle formule. Ne consideriamo tre: “introdurre il soggetto in biologia”; “svolta dalla malattia al malato”; “portare la psicologia nella medicina”. In parte queste forme si equivalgono; tutte e tre convergono nell’interesse sommo di v.W. per la questione antropologica. Le presentiamo distintamente perché permettono di mettere a fuoco tre diversi ambiti in cui si è estesa l’attività scientifica di v.W.: la ricerca psicofisica sul vivente, la clinica e la psicoanalisi.

Citiamo per prima la formula più spesso ripetuta per riassumere il suo pensiero: “introdurre il soggetto nella biologia”. Nell’espressione è implicita una protesta contro l’approccio tipico delle scienze della natura, che all’inizio del secolo dominava la ricerca in campo biologico e medico. Il metodo analitico-sperimentale aveva prodotto una concezione meccanicistica anche dell’essere vivente. Von Weizsäcker, che si era formato come internista, aveva seguito negli anni della sua preparazione accademica il cammino segnato della patologia fisiologica, ritenuta il fondamento della medicina interna. Aveva studiato fisiologia con von Kries a Friburgo, producendo una ricerca sul muscolo cardiaco della rana. Si era specializzato con Hill a Cambridge, dedicandosi alla teoria del cuore come macchina muscolare. Frutto di questi studi fu una monografia fisio-patologica pubblicata nel 1920 sull’origine dell’ipertrofia cardiaca. Nel frattempo era avvenuta però la grande frattura costituita dalla prima guerra mondiale. Costretto a uscire dal laboratorio, v.W. non vi sarebbe più rientrato (in un passo dell’autobiografia lascia cadere casualmente l’osservazione che dopo quella guerra non ha più fatto un esperimento sugli animali). Da studente i suoi dubbi contro il meccanicismo e

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il materialismo erano stati di natura filosofica 27; l’esperienza brutale della guerra, ma soprattutto la crisi di valori che segui, lo aiutò a rendersi conto dei limiti intrinseci dell’ideale dell’oggettività scientifica in campo medico 28. La medicina come scienza della natura, con tutto il suo apparato tecnico e concettuale è messa in discussione, quando risulta che i suoi presupposti generali sulla natura dell’uomo malato, sono, se non falsi, decisamente insufficienti 29. Rivendicare l’introduzione del soggetto nel campo delle scienze biologiche voleva dire sciogliere l’incantesimo dell’oggettività, ritrovare quelle componenti della malattia come fatto dell’essere vivente che sfuggono al microscopio. Il programma dell’introduzione del soggetto ha influenzato anche le originali ricerche di v.W. in biologia e nella fisiologia della percezione, culminate nella teoria del Gestaltkreis 30. Il suo approccio della soggettività spezza il tradizionale rapporto soggetto-oggetto e instaura una concezione della totalità nella quale il soggetto stesso è incluso a titolo di modulatore espressivo.

Si può presentare in modo globale il progetto perseguito da v.W. anche parlando di una svolta dalla malattia al malato, che culmina nella “medicina antropologica”. Questo movimento riconosce la propria paternità nell’opera clinica e teorica di v.W.; tuttavia agli apporti concettuali che sono confluiti nella “medicina antropologica” provengono da diverse fonti. Nell’insieme presuppongono quella ”crisi della medicina” che divide in due versanti la storia della medicina contemporanea. Essa è caratterizzata soprattutto dalla ricerca di un nuovo contatto con la vita dell’uomo, dal rivolgersi all’uomo malato, invece che alla solo ricerca della causa della malattia.

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Anche questo era qualcosa di nuovo, che aveva fatto irruzione dopo la catastrofe della guerra mondiale. Si trattava di una nuova medicina clinica, che trovava in Ludolf von Krehl la figura di maggior prestigio e nella sua Pathologische Physiologie un rispettabile tentativo della medicina nel primo terzo del secolo di armonizzare i risultati della patologia sperimentale con la considerazione della personalità del malato. “Le malattie come tali non esistono; noi conosciamo solo uomini malati. Quel che prendiamo in considerazione non è l’uomo in quanto tale (anche questo non esiste), bensì il singolo uomo malato, la singola personalità” 31. Questo programma di v. Krehl costituiva un rivoluzionamento di quella clinica che derivava dalla medicina come scienza naturale. V. Krehl aveva assunto nel 1907 la cattedra di clinica medica ad Heidelberg. Quando nel 1920 v. Weizsäcker, abbandonati i lavori di patologia sperimentale, passò all’insegnamento di neurologia nella stessa università ed entrò direttamente nell’orbita del grande clinico. Lo stimò e ne fu molto influenzato. Si considerò suo discepolo e si propose come compito della sua vita di coniugare la fedeltà a von Krehl con la fedeltà a Freud. Ha dedicato al maestro un lucido discorso commemorativo, in cui ha messo in evidenza che cosa comportasse per la medicina incamminarsi per la strada antropologica. Voleva dire, tra l’altro, che non è solo la scienza che struttura la malattia: “è il malato che la struttura, perché egli è una libertà, anzi un mondo a sé, dotato di volontà, consegnato alla fede; è una personalità, nel bene e nel male. E il medico struttura la malattia con lui, perché è della stessa materia. E perciò è necessario anche strutturare il medico” 32. Nello stesso bilancio dell’opera di Krehl, v.W. riconosceva due ali nella sua scuola: la prima più incline alla vecchia scienza della natura, la seconda più sensibile alle dimensioni psichico-politiche della malattia. V.W. va situato in quest’ultima. Contribui validamente a spostare il centro di gravitazione della medicina verso problemi come: psiche e corpo, lavoro e malattia, nevrosi e politica sociale. A tutti questi problemi ha dedicato numerose pubblicazioni. Il principio che ha ispirato a v.W. queste aperture della medicina antropologica ad ambiti che la medicina come scienza della natura si era preclusi era la convinzione che “la malattia dell’uomo non è, come sembrava,

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il guasto di una macchina, bensì la sua malattia non è altro che lui stesso” 33.

L’opera a cui v.W. ha dedicato la sua vita può essere anche descritta con una terza formula: l’introduzione della psicologia in medicina. La psicologia a cui andava il suo interesse non era certo la psicologia di Fechner o lo “strutturalismo” di Wundt, quella psicologia cioè che nasceva con il programma di usare il metodo delle scienze sperimentali per capire la mente. Contro di essa v.W. aveva le stesse riserve che lo avevano portato ad allontanarsi dalla medicina come scienza della natura. La psicologia che destava l’interesse del neurologo di Heidelberg era quella dinamica. Solo questa gli permetteva di rendere giustizia al soggetto e di introdurre la variabile “personalità” nella medicina clinica. In uno scritto autobiografico dal titolo: “Che cosa ho cercato fondamentalmente nella mia vita”, v.W. ha fatto le dichiarazioni più esplicite sul posto che intendeva riservare alla psicologia in medicina: “L’impresa di introdurre la psicologia in medicina non consiste solo nello studiare il piccolo gruppo delle malattie psichiche — come l’isteria, la nevrosi ossessiva o le psicosi — dal punto di vista psichico. Questo è stato sempre fatto. Si tratta piuttosto della questione se ogni malattia — quella della pelle, dei polmoni, del cuore, del fegato o dei reni — non sia anche di natura psichica. Posto che sia così, allora la considerazione esclusivamente natural-scientifica, che è invalsa finora, ha contenuto un errore, che doveva avere anche determinate conseguenze. Se cioè la formazione e il decorso delle malattie sono anche di natura psichica, allora può seguire la supposizione che il processo psichico non è presente solo incidentalmente, bensì si tratta di un processo reale, preminente e decisivo, mentre quello corporeo è solo un prodotto secondario del processo psichico. Ma se è così, ne consegue una vera e propria rivoluzione della nostra immagine della natura umana e della sua malattia; perché allora regnano qui le leggi della psicologia — sempre che in essa esistano leggi” 34.

Questa e analoghe affermazioni hanno guadagnato a v.W. la fama di rappresentante della medicina psicosomatica. Il mondo accademico ha voluto vedere il suo contributo alla medicina interna nell’aver messo in

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evidenza l’influsso della psiche sulla malattia. V.W. non era d’accordo con questa formulazione 35. La medicina psicosomatica non era ancora il superamento della dicotomia cartesiana in medicina: v.W. la chiamava “medicina prima della crisi”. La sua medicina antropologica perseguiva un programma molto più radicale. Con un’altra formula suggestiva, v.W. parla di “introduzione della morale nella conoscenza”. Ecco la citazione nel suo contesto, così come la troviamo nello stesso scritto autobiografico: “Se ogni malattia contiene sia un valore che un disvalore autobiografico; se io la mia malattia la ricevo tanto quanto la formo; se la malattia è la soluzione di un conflitto — anche se una cattiva soluzione; se, per usare degli esempi, un’angina pectoris, un danno al muscolo cardiaco sono solo una traduzione e una rappresentazione materiale di un fallimento nell’amore di un’angoscia per senso di colpa: se tutto questo è vero, non abbiamo solo introdotto la psicologia nella patologia, ma con la psicologia anche l’oggetto dell’emozione e della libertà, la colpa stessa, l’amore stesso, l’odio stesso e così via: la curiosità, la vergogna, l’astuzia, la ragione, la fioritura e il tramonto delle passioni. La cultura riflessa che si è allontanata dall’ingenuità ha introdotto una specie di scienza anche per la conoscenza delle passioni; il suo nome è: la morale. Con altre parole, il senso della moderna psicologia è l’introduzione della morale nella conoscenza” 36. Da quando è stata fondata la medicina scientifica ad opera dei greci — da quando cioè si è scoperto che nelle cose della malattia vige la stessa oggettività che regola la natura — la medicina ha voltato le spalle alla religione; con la svolta positivistica, ha rinunciato anche all’uomo. “Finché scienza e religione — afferma v.W. — sono separate l’una dall’altra, noi ci serviamo della psicologia”.

Alla psicologia, che introduceva nella scienza medica una densa problematica antropologica, v.W. ha avuto accesso ad opera di Freud. Anch’egli, come Lou Andreas Salomé, si sentiva in dovere di esprimere il suo “Dank an Freud” (grazie a Freud). È andato a dirglielo di persona, come riferisce nella pagina di autobiografia riportata; lo ha ripetuto a più riprese nei suoi scritti. È universalmente riconosciuto a v.W. il merito di essere stato tra i primi rappresentanti della medicina accademica a prendere sul serio la psicoanalisi. Ciò gli è valso la simpatia degli psicoterapeuti,

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ma lo ha isolato tra gli internisti. D’altra parte, v.W. non è diventato egli stesso psicoanalista: ha inteso rinnovare la medicina clinica a partire da una base antropologica in cui confluivano anche le conoscenze della psicanalisi, ma rimanendo egli stesso internista. Introducendo la psicologia nella medicina interna, voleva fondare una patologia generale che non separi le malattie psicosomatiche e organiche, ma le unisca 37.

Era questa la vera novità proposta da v.W.: abbandonare il dualismo cartesiano e lavorare con l’ipotesi dell’unità corpo-psiche. Era possibile una medicina psicofisica sulla base di tale unità? V.W. si è detto convinto che l’indagine psicofisica delle malattie organiche fosse un compito così arduo che aveva bisogno di un genio: “Mancava il Paracelso del nostro tempo; io in ogni caso non avrei potuto diventarlo, sia per mancanza di disposizione, sia per debolezza di convinzione” 38. Si poteva fare un lavoro preparatorio. V.W. si dedicò con ogni impegno a creare un caso tipico. Lo chiamò “caso A” (con la speranza che sarebbe seguito un “caso B” ecc.). Lo sottopose a Freud, nel 1932. In quella occasione si svolse tra i due un’importante corrispondenza scientifica. Dal padre della psicoanalisi v.W. riceveva l’incoraggiamento a proseguire il cammino che aveva iniziato; tuttavia risultava chiaro che era solo a percorrerlo: la psicoanalisi restava ferma al principio metodologico del “come se”, che Freud aveva già stabilito al tempo della corrispondenza con Fliess, quando aveva rinunciato a spiegare scoperte psicologiche in termini neurologici 39. La psicoanalisi non era disponibile per una medicina psicofisica sulla base dell’unità corpo-psiche, pur non negandola per principio. Freud aveva tenuto lontano gli analisti da tali ricerche — spiegava nella lettera a v.W. — per motivi pedagogici: perché dovevano imparare a limitarsi a pensare in modo psicologico, usando cioè postulati, metodi e teorie specificamente psicologici.

Lo studio di v.W. fu pubblicato, dietro invito di Freud, nella “Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse” nel 1933 col titolo: Körpergeschehen und Neurose. Il sottotitolo (“Studio analitico sulla formazione

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di sintomi somatici”) specifica che non si tratta di una semplice tematica psicoanalitica. Al centro dell’attenzione non sta né la psiche né il soma, bensì la prestazione psicofisica. L’innovazione tecnica rispetto al procedimento psicoanalitico era che anche l’autopercezione del malato rispetto alle proprie mutazioni organiche veniva inclusa nel rapporto tra medico e paziente. Nel corso del trattamento del “caso A” (che soffriva di disturbi della minzione di natura nevrotica) era sopravvenuta un’angina. Nell’analisi questa risultava il frutto di una crisi “biografica”, indispensabile per capire il vissuto personale della malattia. V.W. si auspicava che il suo metodo di indagine globale potesse rispondere alle due domande che in genere non ricevono una risposta soddisfacente nella patologia delle malattie corporee: “perché proprio ora?”; “perché proprio qui?”. Quando nel trattamento del suo caso l’angina non fu considerata come un fatto accidentale, ma come un momento della “dinamica psicofisica”, risultò una specie di nuova antropologia, in cui erano contenuti i concetti principali della psicoanalisi, ma che oltrepassava la psicologia, perché nel concetto di “uomo” era inclusa essenzialmente la costellazione costituita dall’ambiente e dall’organismo. Nell’abbozzo di questa patologia psicofisica troviamo così, tanto il concetto di “Gestaltkreis”, quando la dimensione biografica di “crisi”, caratteristica della medicina antropologica.

Se ritorniamo, concludendo questa sommaria presentazione della figura di v.W., alla pagina autobigrafica con cui l’abbiamo iniziata, non possiamo mancar di notare l’“incidente” con cui si è concluso l’incontro con Freud. L’accenno al soprannaturale non era programmato: gli è sfuggito quasi come un “lapsus”... La religione era una realtà molto presente nella vita di v.W. Aveva respirato il cristianesimo evangelico in famiglia: suo nonno Carl Weizsäcker era stato un noto professore di esegesi neotestamentaria a Tubinga. Egli stesso nella sua gioventù aveva tenuto discorsi nella Peterskirche di Heidelberg, pronunciandosi per una unione tra fede e scienza: così come altri intellettuali tedeschi nel periodo tra le due guerre, vedeva nella caduta del mito dell’oggettività scientifica, che non lasciava alcuno spazio per l’esigenza religiosa, l’emergere di una nuova problematica, in cui la religione fosse non contro l’uomo, ma a suo servizio 40. È

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l’ambiente culturale che vide la folgorante affermazione di K. Barth e della teologia dialettica.

Negli anni 1926/30 v.W. diede vita, insieme a M. Buber e a J. Wittig — un ebreo, un cattolico e un protestante — a una singolare rivista: “Die Kreatur”. Non voleva essere una rivista teologica; si proponeva di “applicare” il fatto della creaturalità, come un orizzonte ermeneutico dell’esistenza umana. V.W. vi collaborò con tre articoli, nei quali la creaturalità era applicata al rapporto tra medico e paziente, al dolore e alla malattia come storia personale del malato 41. Tuttavia v.W. era alieno da qualsiasi facile concordismo o strumentalizzazione apologetica. La religione costituiva, come si è espresso una volta, “la metà nascosta della sua esistenza”. Interrogato, in occasione dell’accademia evangelica tenutasi a Bad Boll, sulla sua posizione di fede, v.W. — insignito di un dottorato in teologia “honoris causa” — rispose seccamente: “Io? Io sono ateo!” 42. Schivo e ombroso nelle manifestazioni pubbliche della sua religiosità, v.W. attingeva segretamente nell’antropologia cristiana gli stimoli al rinnovamento della medicina. Aveva fatto suo con entusiasmo ciò che Andreas Lou Salomè gli aveva detto in una lettera: che malgrado tutti gli stupefacenti successi della psicoanalisi, le restava l’impressione che il mistero della corporeità fosse ancora maggiore di quello dello spirito 43. Nessuno sarebbe forse riuscito a far ammettere a v.W. che ciò equivaleva per lui alla fede dell’incarnazione. Probabilmente perché la sua religiosità era incarnata nella scienza, e rifiutava di parlare un altro linguaggio.

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Capitolo Secondo

NEL COSMO E NELLA STORIA

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RIFLESSIONE CRISTIANA SULL’ECOLOGIA

1. Il cristianesimo sotto accusa

L’ecologia connessa alla specie umana è singolare quanto questa specie stessa. L'homo sapiens è la causa e la vittima dei perturbamenti del pianeta terra. La sua specie ha avuto troppo successo; con la super-tecnologia l’umanità ha aggredito irresponsabilmente la struttura cosmica, biologica, chimica e fisica del sistema naturale che l’ha prodotta. Ora la razza umana avverte di trovarsi sull’orlo della catastrofe. Se sbaglierà l’ultimo test di intelligenza, consegnerà alle generazioni future un pianeta non più abitabile.

La minaccia è incombente; perciò le discussioni sull’ecologia avvengono sotto il segno dell’urgenza. Gli ecologisti amano ricorrere alle immagini del bivio fatidico 44. Sono discussioni in cui la passione contende il primato alla ragione. Non solo perché la posta in gioco è il futuro stesso della specie, ma anche perché nel dibattito sono impliciti interessi di parte, presupposti ideologici diversi, modelli antropologici inconciliabili.

La gravità dell’ora è tale che, per quanto divergenti possano essere le opzioni, nessun apporto può essere rifiutato. È il tempo della mobilitazione

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generale. Governi, istituzioni internazionali, raggruppamenti religiosi stanno prendendo coscienza del compito che spetta a ciascuno. In questi ultimi anni gli interventi, a ogni livello di autorevolezza, si sono succeduti senza sosta 45. Non stupisce che anche il cristianesimo sia chiamato direttamente in causa.

L’appello al cristianesimo non è però del tutto irenico. Alla religione giudeo-cristiana è attribuita infatti da alcuni la responsabilità morale della dissacrazione della natura nel mondo occidentale. La teoria ha un’ascendenza culturale di tutto rispetto. Max Weber ha parlato per primo della liberazione della natura dai suoi accenti sacrali ad opera della religione biblica come di un “disincanto”. Tale disincanto, inteso non come disillusione ma come approccio della natura con intento operativo, avrebbe fornito la condizione preliminare assoluta per lo sviluppo della mentalità scientifica e della tecnica.

Il disincanto della natura prodotto dalla fede nella creazione è stato indicato come una delle componenti essenziali della secolarizzazione 46. Non mancano teologi che, rileggendo la Bibbia da tale angolatura, ravvisano nel modo di raccontare la creazione del libro della Genesi una specie di “propaganda ateistica”, in quanto intesa a sfatare la visione magica in cui la natura è vista come una forza semidivina.

La teoria secondo cui l’origine del malessere ecologico vada ricercata nell’atteggiamento nei confronti della natura promosso dalla religione giudeo-cristiana è venuta di moda durante gli anni Sessanta nella formulazione datagli dallo storico americano Lynn White. La sua conferenza sulle radici storiche della crisi ecologica 47 è stata riprodotta non solo sulle riviste scientifiche, ma anche sui giornali della cultura hippie.

Di qui la grande popolarità della tesi. La quale, in sostanza, viene ad affermare che la tecnologia moderna è in gran parte espressione del credo giudeo-cristiano che attribuisce all’uomo il dominio sulla natura. Gli insegnamenti della Bibbia giustificherebbero il fatto che l’uomo occidentale non ha avuto scrupoli nell'usare le risorse della terra per i suoi

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interessi egoistici, anche se questo ha comportato una violenza nei confronti della terra.

Particolarmente rilevante per la spiritualità cristiana è la conclusione che White traeva dalla sua indagine storica. Poiché le radici della crisi ambientale sono in gran parte di tipo religioso, ne deduceva che anche il rimedio deve essere essenzialmente religioso. Non basta far ricorso alla scienza o alla tecnologia per riparare gli errori ecologici; bisogna deporre l’uomo dal trono da cui domina la creazione e abbandonare il nostro atteggiamento oppressivo nei confronti della natura. L’unica soluzione adeguata può essere solo il ritorno all’atteggiamento umile dei primi francescani. “Propongo che Francesco diventi il santo patrono degli ecologi”, terminava il saggio di White.

Formulata in termini così estremistici, la teoria che la religione giudeo-cristiana sia responsabile dello sviluppo della tecnologia e della crisi ecologica si lascia difficilmente dimostrare. I simpatizzanti del cristianesimo secolare, i quali accettano di buon grado l’attribuzione al cristianesimo del volto assunto dal mondo moderno, distinguono le potenzialità positive della fede nella creazione dalle aberrazioni contingenti. In tal senso afferma Cox: “È vero, come alcuni scrittori moderni hanno fatto notare, che l’atteggiamento dell’uomo moderno verso la natura disincantata ha mostrato talvolta elementi di spirito di vendetta: come un fanciullo improvvisamente liberato dalla soggezione ai genitori, egli si gloria in modo brutale di schiacciare e di violare la natura. Si tratta forse della specie di vendetta a cui può sentirsi spinto un antico prigioniero contro il suo carceriere, ma è un modo essenzialmente infantile, senza dubbio una fase transitoria: l’uomo secolare maturo non venera né devasta la natura; il suo compito è di custodirla e di usarla, di assumere la responsabilità assegnata all’Uomo, Adamo” 48.

In termini teologici: è vero che dei cristiani si riferiscono alla parola biblica: “Assogettate la terra” (Gen. 1,28) e credono di potervi fondare la pretesa a un dominio assoluto sulla natura; ma questa è una presentazione mutila della dottrina biblica, la quale, accanto all’assoggettare, parla anche di “coltivare e custodire” la terra (Gen. 2,15). Senza questa dialettica, il messaggio biblico è falsato.

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Portato su un piano storico, il duplice atteggiamento si traduce nella dialettica tra “conservazione francescana” e “organizzazione benedettina”, per esprimersi con i termini del biologo René Dubos. A una considerazione più equilibrata l’attribuire la responsabilità della brutalità nei confronti della natura alla religione giudeo-cristiana si rivela una mezza verità storica. In realtà, in ogni epoca e in tutto il mondo gli sconsiderati interventi umani nei confronti della natura hanno portato tutta una serie di conseguenze disastrose. Il processo ebbe inizio molto prima che la Bibbia fosse scritta.

Dubos documenta inoppugnabilmente che sempre e ovunque gli uomini hanno rapinato la natura disturbando l’equilibrio ecologico, spesso per ignoranza, ma anche perché si sono sempre preoccupati più dei vantaggi immediati che dei risultati lontani. Essi non potevano prevedere, inoltre, che si stavano preparando al disastro ecologico, né potevano scegliere tra un’ampia rosa di alternative.

Se l’azione degli uomini è più distruttiva oggi di quanto non sia stata in passato, i motivi sono da ricercare nel fatto che il loro numero è aumentato e che i mezzi di distruzione di cui dispongono sono molto più potenti di un tempo, e non nell’influenza esercitata dalla Bibbia. I popoli giudeo-cristiani, infatti, furono forse i primi a preoccuparsi diffusamente di intervenire correttamente nell’ambiente naturale e di elaborare un’etica della natura 49.

È giustificato il riferimento emblematico a Francesco d’Assisi per l’atteggiamento di rispetto e di conservazione della natura nella sua integrità. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di aspetti di natura incontaminata, e non solo per ragioni ecologiche, ma anche estetiche e spirituali. Ma non bisogna dimenticare Benedetto da Norcia. Il monachesimo medievale sembra aver preso per regola il secondo capitolo della Genesi. Col loro lavoro i monaci strutturavano in modo creativo il rapporto tra l’uomo e la natura. Disboscavano, prosciugavano paludi, arginavano fiumi, creavano fonti di energia: grazie al loro lavoro la terra diventava più abitabile per l’uomo.

La natura veniva umanizzata; l’uomo, trasformando la natura, realizzava la propria umanità. La concezione fatale dell’uomo e della natura come due universi antagonisti era del tutto estranea a questa cultura.

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Il lavoro per i monaci non era solo un espediente per vincere le tentazioni dell’accidia, ma una vera e propria “liturgia”. Collaborando con Dio al miglioramento della creazione, lodavano il Signore e servivano i fratelli. Anche questa tradizione di una gestione creativa della terra fa parte del patrimonio spirituale cristiano; gli insegnamenti di S. Benedetto sono importanti quanto quelli di S. Francesco per la vita umana nel mondo moderno.

Citando ancora Dubos: “L’appassionato rispetto contemplativo di Francesco d’Assisi nei confronti della natura vive ancora oggi nella consapevolezza dell’affinità tra l’uomo e tutte le cose viventi e nel movimento per la conservazione dell’ambiente naturale. Ma il rispetto non basta, perché l’uomo non è mai stato un testimone passivo. Egli muta l’ambiente con la sua stessa presenza e le uniche due alternative possibili del suo rapporto con la terra sono la distruzione e la costruzione. Per essere creativo l’uomo deve avvicinarsi alla natura con i sensi oltre che con il buon senso, con il cuore oltre che con l’esperienza. Egli deve saper leggere il libro della natura senza tener conto di sé e della sua essenza, per scoprirvi gli schemi e le armonie comuni” 50.

Le questioni poste al cristianesimo sono serie. Se si resiste alla tentazione di rispondere alla polemica con l’apologetica, si può instaurare un serio dialogo con quanti sono convinti che dall’attuale crisi ecologica non si esce mediante un semplice rattoppo tecnologico dei sintomi più fastidiosi. È necessaria una mobilitazione di tutte le forze spirituali dell'umanità.

Anche eminenti uomini di scienza fanno udire oggi gli appelli alla saggezza, vale a dire a quell’ambito che per secoli è stato riservato agli umanisti. “Chi sopravviverà?”, si domanda Jonas Salk, lo scienziato americano noto per le sue ricerche sulla poliomielite. La sua risposta è: i più saggi. “Perché la qualità della vita sia migliorata, e per la sopravvivenza, l’umanità dovrà rispettare i saggi e sperare che l’individuo si comporti come se lo fosse” 51. La saggezza, intesa come un nuovo tipo di forza, è una necessità suprema per l’uomo; essa è, in definitiva, un nuovo genere di adattamento.

La sopravvivenza dei più saggi non significa solo che sopravviverà chi è dotato di maggior discernimento, ma anche che la sopravvivenza

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dell’uomo, con una vita di alta qualità, dipende dal prevalere del rispetto per la saggezza. “Dobbiamo guardare — propone Salk — a quelli di noi che sono in più stretto contatto con l’impenetrabile sorgente della creatività nella specie umana per una comprensione delle opere della natura e una penetrazione nel gioco della natura, giacché noi entriamo in un’epoca in cui occorrono nuovi valori per compiere sia le scelte di necessità immediata come quelle con implicazioni lontane” 52.

La lotta per la sopravvivenza sembra essersi spostata dal rapporto tra l’uomo e la natura (sopravvivenza dei più forti in senso darwiniano) all’interno della stessa specie umana. Ciò che chiamiamo umanità si rivela un coacervo di numerose “specie”, ognuna delle quali guarda l’altra con sospetto e la combatte. Il conflitto tra le diverse culture è, in fondo, il conflitto tra modi diversi d’impostare il rapporto tra l’uomo e la natura. È il momento della lotta aperta dei valori. Dal prevalere della saggezza, intesa come forza a favore della salute, della vita e dell’evoluzione, dipende la sopravvivenza dell’umanità.

In questo concerto polifonico di ricerca della saggezza il cristianesimo può portare un suo contributo specifico. Da esso non ci si attende soluzioni politiche — le quali, benché necessarie, sono in sé insufficienti —; e neppure un appoggio all’una o all’altra delle ideologie che si scontrano nel dibattito. Il compito specifico della comunità cristiana è etico e spirituale. Il suo apporto consiste nella revisione dei miti che rafforzano il rapporto patologico degli uomini con la natura e nella proposta di uno stile globale di vita in cui sia riconosciuto all’autolimitazione ascetica il giusto posto. Ciò non significa evadere i problemi posti dalla sopravvivenza dell’uomo sulla terra, bensì intervenire positivamente alla radice dei mali.

2. La revisione dei miti

Il termine “etica” è unito, nell’uso coerente, al comportamento morale che ha origine da una motivazione di coscienza. Questo è il suo significato moderno. M. Heidegger ha fatto notare che nella radice greca

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la parola aveva invece una risonanza cosmica. “Ethos” diceva relazione con il luogo in cui l’uomo vive, abita e si intrattiene 53. L’etica sarebbe perciò la riflessione, ispirata a saggezza, sul soggiorno dell’uomo e sul comportamento adeguato a un tale abitare. Non si tratta di pure sottigliezze filologiche. Il richiamo all’originaria valenza cosmica dell’etica ci obbliga a prendere coscienza, per contrasto, che la riflessione morale dell’uomo occidentale moderno ha completamente trascurato la rilevanza etica di tutto ciò che non riguarda l’uomo in prima persona. Intorno all’uomo troviamo solo altri uomini; poi, il vuoto. La tecnologia sembra aver causato una regressione dell’orizzonte etico, e quindi dei sentimenti umani. È come se la nostra dimensione ottica si limitasse a quanto si trova di fronte al nostro sguardo, ma solo ad altezza d’uomo. Molte cose ci sfuggono, sia verso l’alto, che verso il basso.

In particolare l’uomo occidentale non sente un’obbligazione etica nei confronti degli animali e delle piante, né si rappresenta la natura come un’entità da cui possa venire un’interpellazione. Il dialogo con la natura non fa parte dell’ethos dell’uomo secolare. Egli lo lascia volentieri a quelle religioni astoriche che non si sono ancora sottratte al “fascinosum” e “tremendum” del sacro percepito negli avvenimenti naturali; e a quegli artisti romantici per i quali il vissuto più inebriante è il corteggiamento della natura; oppure ai mistici, con tutta la dovuta diffidenza (ne fa fede la travagliata vicenda umana e intellettuale di Teilhard de Chardin).

Il restringimento dell’etica ai rapporti tra esseri umani non ha portato a una crescita qualitativa della sensibilità morale: tutt’altro. La coscienza dei più è stata così anestetizzata da non avvertire neppure i casi più stridenti di immoralità. Si pensi a tutto il tragico capitolo del rapporto dell’uomo con gli animali. A. Schweitzer, nella sua appassionata denuncia della disumanità di un’etica che si occupi dei soli esseri umani 54, resta ancora una voce che grida nel deserto.

Intanto pratiche assurde e brutali come le torture inflitte ad animali sotto pretesto di ricerca scientifica continuano ad essere accettate senza batter ciglio. È stato calcolato che la pratica della vivisezione procura in

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tutto il mondo una morte tra sofferenze atroci a un numero di animali che si aggira intorno al mezzo milione al giorno 55.

L’ethos dell’uomo occidentale si è ritenuto ancor meno obbligato verso gli altri abitanti della sua casa, vale a dire le piante e la natura inanimata. L’uomo si è inebriato dell’orgoglio di sentirsi soggetto, dotato solamente di poteri arbitrari sull’oggetto-natura (la formula cartesiana suona letteralmente: “maîtres et possesseurs de la nature”). Quando il suo potere è stato moltiplicato dalla tecnica, si è arrivati precipitosamente alla bancarotta attuale.

La crisi ecologica continuerà ad aggravarsi se non diventeranno parte costitutiva dell’etica valori positivi che integrino tra loro gli uomini e la natura. Prerequisito essenziale è che venga abbattuto il mito antropocentrico che rende l'homo faber prigioniero della stessa torre d’avorio che si è costruito. Nei confronti della terra l’uomo ha ancora un atteggiamento che, per analogia, potremmo chiamare tolemaico. È necessario che alla “rivoluzione copernicana” venga aggiunto un nuovo capitolo: l’uomo cessi di pensarsi immobile al centro, con la natura sotto i piedi. L’uomo e ia natura devono rapportarsi insieme al sole costituito dalla grande avventura della vita.

La natura può essere partner dell’uomo 56. Questa affermazione ha perso la sua evidenza per l’uomo tecnologico. Anzi, egli non ne vede neppure il senso. Il contrario avviene invece per molti popoli sottosviluppati, che hanno conservato un rapporto bilaterale con il cosmo, e

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quindi una saggezza ecologica. Non potrebbe essere il compito storico dei popoli sottosviluppati quello di civilizzare, da questo punto di vista, i popoli evoluti?

Perché si instauri un rapporto nuovo con la natura è necessario il rivoluzionamento dei moduli espressivi che ci sono familiari. Basti pensare all'euforia per la “conquista” della luna e al contributo della retorica d’occasione al mito prometeico. L’accesso alla nuova etica avviene per la porta bassa dell’umiltà. È duro per l’uomo, che si è staccato dalla natura e si è contrapposto ad essa, ammettere di essere uno dei numerosi tentativi sperimentali della natura stessa; come esperimento è il più recente e appartiene certamente ai progetti più rischiosi della natura. Deve temere che, come già numerose specie prima di lui, possa essere espulso dall’evoluzione come tentativo abortito.

Il riaggiustamento del rapporto con la natura a livello etico non è solo una medicina amara che l’umanità deve trangugiare se vuol guarire dai suoi mali. Trattando la natura come partner l’uomo beneficerà di una comprensione più profonda della natura stessa. Perché si può capire solo ciò che si prende sul serio. Il guadagno personale sarà quella particolare saggezza dell’uomo che vive in simbiosi con la natura, di cui esiste una diffusa nostalgia 57.

La saggezza che si può apprendere dalla natura non è solo quella istintiva, rappresentata dall’uomo che vive in contatto con la natura facendo uso di tutti i suoi cinque sensi non atrofizzati. Oggi è soprattutto

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attraverso la scienza che l’uomo può apprendere la saggezza della natura. Effetto dello sviluppo della scienza non è solo la tecnologia, ma anche una migliore conoscenza dell’uomo e dell’universo intorno a lui. Il corso degli eventi futuri può essere influenzato in maniera determinante dalla conoscenza della “saggezza” della natura, che ci aiuterà a scegliere tra le varie alternative. Per la via sapienziale si stanno mettendo appunto eminenti uomini di scienza 58.

La religione giudaico-cristiana si armonizza senza violenza con questa nuova etica ecologica. Oltre che alla categoria biblica dell’uomo custode della natura, si può ispirare alla nozione di “alleanza”. Nell’universo religioso della Bibbia non esiste solo l’alleanza particolare con Abramo e la sua discendenza, in vista della storia della salvezza che conduce al Cristo. C’è anche un’alleanza universale di Dio con tutti gli uomini, che si riflette nella stabilità e nell’ordine del creato. La sua espressione è l’alleanza con Noè (cfr. Gen. 9,8-13).

Di questa alleanza l’immaginazione evidenzia il segno simbolico, l’arcobaleno. Ma essa, come tutte le alleanze bibliche, contiene anche la promessa di altri segni reali. Sono le “benedizioni”. Queste hanno un carattere concreto e una portata cosmica; consistono in sicurezza, felicità, salute, fertilità del suolo, armonia col mondo animale. A tutta l’umanità l’alleanza promette che il vivere sulla terra nell’ordine universale costituirà la benedizione del Signore. Nell’annuncio di questa alleanza il cristianesimo trova la base per proporre un nuovo rapporto con la natura, al posto di quell’antropocentrismo che porta alla schizofrenia.

Un secondo aspetto dell’etica contemporanea bisognoso di un’urgente revisione di rotta è quello del mito del progresso. L’utopia progressista che da due secoli inebria il pensiero occidentale si è sempre più identificata con mete di ordine quantitativo. Dalle conquiste nell’ordine della libertà civile e di coscienza si è passati al dominio sempre più ferreo della natura; l’ultimo passo è costituito dall’ideale dell’abbondanza dei beni, dalla moltiplicazione dei bisogni e dalla conseguente escalation dei consumi.

Il “vangelo” di questa religione consumista conosce una sola beatitudine: beato colui che possiede! Un messaggio tacito è alla base di tutti gli annunci pubblicitari: “Ti manca una sola cosa per essere felice; va, comprala, e sarai appagato”.

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La promessa della felicità legata ai prodotti della società dei consumi attira l’uomo in un abisso senza fondo. Infatti è impossibile soddisfare i bisogni propriamente umani (bisogni spirituali, bisogni di vivere la festa, esigenza di gratuità e d’amore) se i bisogni primari, a fondamento biologico, non sono stati prima soddisfatti. Orbene, nella società del benessere (ormai nota come la “affluent society”) i bisogni primari sono ipertrofizzati, così che non si giunge mai al loro completo appagamento. Il miglioramento delle condizioni di vita soddisfa solo temporaneamente. Sentendosi squilibrato, l’uomo torna ai bisogni primari e domanda sempre di più: più beni di consumo, salari più alti per comprarli, e perciò più lavoro...

Da alcuni anni un movimento di protesta attraversa questa società fondata sul mito del progresso inteso come crescita quantitativa. Ancor prima che il club di Roma denunciasse che ci sono limiti alla crescita intrinseci alle possibilità naturali 59, migliaia di giovani in tutto il mondo hanno preso le distanze dal tipo di vita instaurata dalla civiltà occidentale. Sono nate le controculture 60.

Il loro denominatore comune: la contestazione di una felicità basata sull’avere, invece che sull’essere. E non solo sull’essere domani (come espressione di una fiducia nella perfettibilità della natura umana e nella possibilità di ricreare il paradiso in terra, comunemente identificato come ideale di vita “americano”), ma nell’essere oggi, nel “qui e ora”. Sotto la bandiera della “qualità della vita” le controculture conducono battaglie coraggiose per spezzare il meccanismo frustrante della civiltà dei consumi e per liberarsi da quei desideri indotti artificialmente dalla persuasione occulta, ma non rispondenti a reali bisogni. Si battono sentieri nuovi per soddisfare i bisogni più propri dell’uomo: il bisogno di amare, senza ipocrisia; il bisogno di essere libero, abbattendo i muri invisibili della prigione fatta di dipendenza dai beni di consumo; il bisogno di creare, per piacere e non per obbedire al mito dell’efficienza; il bisogno di contemplare e di adorare.

In questa moltiforme ricerca il cristianesimo può inserirsi in due modi. Negativamente, smascherando il culto della crescita quantitativa

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come la religione sottaciuta e inconfessata del nostro tempo; positivamente, col lievito dello spirito delle beatitudini. Gli uomini toccati dall’annuncio di Cristo trovano una dimensione di crescita totalmente diversa da quella che si nutre del mito del progresso.

Incamminandosi dietro a lui scoprono che quelle “cose ancora più grandi” promesse a Natanaele (cfr. Giov. 1,50) sono disponibili anche per tutti coloro che, liberandosi dal fascino dei “di più” materiali, si aprono al “di più” di amore e di creatività nei rapporti interpersonali. Una crescita in questo senso, oltre ad essere perfettamente “ecologica”, soddisfa i bisogni più autentici della persona umana.

3. Ascetica volontaria

L’uomo che potrà abitare sulla terra di domani sarà quello che obbedirà a una nuova etica. Il suo ethos sarà ecologico: cesserà di sentirsi l’unico protagonista della vicenda della vita e identificherà la realizzazione di se stesso nella piena espansione di tutte le proprie capacità, non nel possesso di una maggiore quantità di beni. La nuova etica ispirerà un nuovo stile di vita: vale a dire, una nuova spiritualità.

Bisogna prendere atto che la parola “spiritualità” si presta a un ampliamento semantico. In passato essa ha indicato per lo più lo sforzo riflessivo ed etico che gli individui dedicavano a se stessi, allo scopo di un perfezionamento personale. Qui intendiamo invece l’atteggiamento generato dalla preoccupazione ecologica e dall’interesse per la qualità della vita. La novità è determinata soprattutto dal fatto che la spiritualità non riguarda più solamente il rapporto dell’uomo con se stesso, ma include anche quello con la natura. Intendiamo comunque la spiritualità non nel senso generico di saggezza — nell’accezione di Salk, per esempio —, bensì nel senso specifico di un comportamento ispirato a un messaggio religioso.

Qualsiasi forma di spiritualità cristiana è sempre, nella sua essenza, una sequela del Cristo. Questo è l’elemento comune che unifica esperienze così diverse come il monachesimo egiziano, i movimenti pauperisti medievali, le congregazioni dedite all’assistenza o gli istituti secolari. Ciò che le differenzia sono i diversi contesti storici e soprattutto la priorità data all’uno o all’altro aspetto della risposta alla chiamata di Dio.

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Nel contesto storico contemporaneo sembra imporsi spontaneamente una spiritualità in cui sia dato un posto privilegiato all’autolimitazione. Si tratta di un “discorso duro”, per i discepoli di Cristo non meno che per il “mondo”. Sull’ascetica e sulla rinuncia pesano gravi ipoteche. Non può considerarli come valori una società industrializzata che sembra mantenersi in movimento solo se non si allenta mai la cinghia di trasmissione che unisce produzione e consumo. Là dove lo status sociale viene identificato mediante la quantità di beni che si sperperano e lo standard di vita sempre più elevato, non si può capire che la rinuncia non è una perversione masochista, ma un mezzo per garantire l’identità personale e la liberazione interiore.

Anche in ambito cristiano esiste una certa diffidenza nei confronti dell’ascetismo. La riforma protestante lo ha rifiutato polemicamente, perché vi ha individuato un tentativo di autoredenzione mediante le buone opere che oscurava il principio evangelico del “sola gratia”. La chiesa cattolica per lungo tempo ha attribuito una grande importanza ai tempi di digiuno, alla astinenza dalla carne al venerdì, alla quaresima, alle diverse forme di penitenza e ai consigli evangelici.

Una importanza talvolta francamente esagerata, in quanto serviva più a identificare socialmente i fedeli praticanti che a esprimere valori evangelici. Sta di fatto che queste pratiche sono cadute dal costume tradizionale cattolico nel giro di pochissimi anni. Né alcuno mostra di sentirne nostalgia.

Proprio ora, paradossalmente, emerge nella nostra cultura la necessità di rivalutare l’ascetica. E non più solo come scelta individuale, bensì come decisione libera che coinvolge tutto l’organismo sociale. Una libera quaresima, dunque, di tutti, per tutto l’anno. Un’autolimitazione comune sotto il segno della libertà.

Quest’ultimo elemento è della massima importanza, perché distingue l’ascetica proposta dalla spiritualità cristiana da eventuali soluzioni di emergenza che potrebbero imporsi per il precipitare degli eventi. I tecnici biologi ed economisti fanno già date ravvicinate circa il raggiungimento dei limiti di rottura degli equilibri ecologici. Ma una data che ha più potere evocatore di quella prevista dagli scienziati è quel fatidico “1984”, in cui George Orwell ha localizzato il mondo totalitario che la sua fantasia ha previsto. Non potrebbe la rinuncia essere imposta a tutti da un “Grande Fratello” a cui gli uomini, disperando delle possibilità offerte dal gioco delle libere volontà, demanderebbero la gestione sociale

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in cambio della sopravvivenza? Sarebbe la fine della tradizione umanistica dell’occidente; il cristianesimo, poi, dovrebbe ravvisare in questo potere totalitario la più blasfema caricatura del Dio dell’alleanza.

La menzione del mondo orwelliano ci costringe a prendere coscienza dell’alternativa che si potrebbe porre all’umanità a breve scadenza: o libera ascetica o forzata rinuncia sotto un totalitarismo tecnologico. Volenti o nolenti, dobbiamo entrare nell’era della limitazione. Il carisma del cristianesimo in questa ora storica può essere quello di richiamare ai valori positivi della rinuncia. Ci sono stati, è vero, epoche e movimenti per i quali l’ascesi autopunitiva sembra fosse diventata fine a se stessa. Questa concezione deve essere considerata un’aberrazione se rapportata allo spirito evangelico che fa equivalere l’ascetica alla sequela di Cristo.

Il Cristo, infatti, chiama alla vita (cfr. Giov. 20,31). L’ascetica perciò per il cristiano è orientata alla realizzazione piena dell’esistenza umana.

È un elemento importante che ci permette di denunciare i limiti di quei programmi ecologici preoccupati solo di evitare i pericoli dell’inquinamento o di mantenere la vita umana in condizioni di tollerabilità. È rinuncia costruttiva solo quella che mira allo sviluppo delle potenzialità ambientali e umane, allo stabilirsi di altri parametri di riferimento e gerarchie di valori.

In concreto, la spiritualità cristiana favorirà la riappropriazione dell’esistenza individuale e degli spazi per la crescita. La strada che vi conduce è quella che passa per la preghiera e la contemplazione. Ciò presuppone che si prenda la distanza dall’affanno quotidiano e dall’ossessione del massimo rendimento, che si abbandoni il ritmo convulso per sintonizzarsi con il pacato respiro della natura. È da considerarsi un segno dei tempi il bisogno di meditazione che si manifesta nei paesi in cui più grande è lo stress della civiltà industriale.

Si fa ampio ricorso anche alla saggezza e alle tecniche meditative , che sono da secoli patrimonio dell’oriente 61. I cristiani, pur aperti a ogni integrazione, non dovrebbero dimenticare di attingere alle forme di meditazione elaborate dalla propria ricca tradizione spirituale.

Oltre alla via che conduce verso le profondità dell'individuo, la spiritualità cristiana favorirà anche un coinvolgimento di tutti nelle preoccupazioni di ordine ecologico, proporzionalmente alle responsabilità.

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Dietro le grida di allarme si lascia spesso indovinare l’interesse dei paesi più ricchi, che non vogliono perdere le posizioni di privilegio, a mantenere lo status quo. I discepoli di Cristo hanno per orizzonte la prospettiva profetica della “terra di tutti”. Anche umili iniziative — come l’organizzazione di collette, digiuni ed espressioni di solidarietà per coloro che nel mondo soffrono per la miseria e lo sfruttamento — contribuiscono a dare alla spiritualità cristiana la dimensione del mondo intero. La comunità cristiana locale, aperta ai problemi di tutta la terra, svolge così un ruolo pedagogico; in essa si forma il cittadino del mondo.

In conclusione: la terapia dei mali ecologici dell’ora storica presente passa in modo privilegiato per i sentieri dello spirito. È urgente instaurare un’etica dei limiti, della misura, della rinuncia a perseguire tutte le mete tecnicamente possibili. Più che gli allarmi lanciati dagli ecologisti catastrofici — che pur non sono da sottovalutare — contribuirà a dar forma alla nuova spiritualità l’apporto positivo di quei cristiani che sapranno riscoprire il valore creativo, per gli individui e per la società, dell’ascetica volontaria.

Gli umanisti illuminati rifiutano, anche oggi, di piegarsi alla rassegnazione fatalistica. Così Dubos: “Nonostante le sofferenze, il pessimismo e le brutture portate dai conflitti razziali, dalle rivalità nazionali, dalle carestie e dall'inquinamento, le campane dì Pasqua suscitano in me ondate di speranza. L’esperienza di un giorno di primavera basta a rassicurarmi che, alla fine, la vita trionferà sulla morte... Anche se la nostra forma di civiltà è gravemente malata, attraverso il clima desolato e arido dei nostri tempi sta cominciando a sorgere un senso di speranza e di attesa” 62.

La fede nella vita che hanno gli umanisti è creativa. Non lo è di meno quella fede nel Dio dell'alleanza che riprende vigore alla vista dell’arcobaleno.

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UTOPIA DA VIVERE

1. Utopia e immaginazione simbolica

Pensiero utopico e antiutopico, utopie positive e negative, ruotano attorno alla questione: in rapporto a quale futuro si costruisce la nostra società? La preoccupazione dominante in questo ordine di problemi è quella di un regimen condendum universale. Una riflessione critica attenta rivela facilmente le implicazioni ideologiche sottese alle appassionate discussioni di filosofia politica che hanno per oggetto l’orizzonte utopico dell’umanità. Quest’approccio dell’utopia non ne esaurisce tutta la portata. Se ripercorriamo infatti la parabola di vari modelli utopici che si sono succeduti da quando il tema è emerso nella letteratura (dal modello umanistico di Tommaso Moro a tutti i suoi vari epigoni: illuministi, romantici, positivisti ecc.), costatiamo un progressivo restringimento della valenza semantica e della portata contenutistica dell’utopia. Parallelamente l’utopia si estrania dalla problematica religiosa. Se ancora nel XVI sec. i progetti utopici si ispiravano a una religione naturale, di tipo deistico, progressivamente il razionalismo ha prevalso, estraniando l’utopia dall’universo religioso. È proprio contro questo significato più tecnico, ma più ristretto, che va fatta valere una concezione più ampia dell’utopia.

L’utopia ha una storia più lunga di quella del tema letterario corrispondente 63. L’utopia in senso specifico è solo un aspetto parziale di

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un atteggiamento costante dello spirito umano, che tende a proiettare in cielo la città terrestre, sullo sfondo di una immutabile Città di Dio. Tutta la tradizione occidentale, in particolare, è attraversata in profondità dal tema, periodicamente riemergente, del luogo e tempo venturo spiritualmente perfetti 64. Si può dire che, paradossalmente, quando l’utopia ha avuto un nome e ha cominciato ad avere una sua tradizione letteraria, ha perduto alcune delle sue valenze originarie 65.

Per ritrovare le implicazioni religiose nell’utopia bisogna risalire alla sua matrice, che è il pensiero simbolico. L’utopia è figlia dell’immaginazione simbolica, così come i simboli, i miti, la religione, la poesia, il pensiero creativo. La finctio utopica è dovuta all’immaginazione creatrice che opera mediante i simboli. La progressiva razionalizzazione dell’utopia è conseguenza dell’estrema svalutazione che ha subito l’immaginazione, la “phantasia”, nel pensiero dell’Occidente. Come ha dimostrato G. Durand 66, la conoscenza simbolica appare agli antipodi della pedagogia del sapere come è andata istituzionalizzandosi da dieci secoli in Occidente. Ne è risultata una vera e propria “iconoclastia” occidentale nei confronti della conoscenza simbolica.

Il nostro tempo comincia però a riprendere coscienza dell’importanza delle immagini simboliche nella vita mentale. Durand fa risalire l’inversione di tendenza all’apporto della patologia psicologica (rivalutazione del simbolo dovuta alla psicanalisi) e dell’etnologia (considerazione positiva dell’inflazione mitologica, poetica, simbolica che regna nella società dette “primitive”). Il recupero del simbolo è andato oltre i primi tentativi della psicoanalisi e dell’antropologia culturale, ancora in gran parte riduzionistici rispetto alla portata antropologica del simbolo. Sempre più ci si rende conto oggi che la scienza non è l’unico mezzo per salvare il mondo: la “poesia” è altrettanto necessaria ed efficace. “L’utopia o la morte”, ha intitolato con efficacia René Dumont un suo libro recente. Dopo le disillusioni scientiste, si guarda con maggiore attesa all’immaginazione per domandarle quel “supplemento d’anima” che ci

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difenda contro i rischi di una civiltà faustiana che tende a planetarizzarsi. Le immagini non escludono i concetti: insieme costituiscono la barriera vitale che l’umanità erige contro le pulsioni distruttive e contro il nulla del tempo. L’utopia veicola, insieme alla scienza, la speranza della specie umana.

Recuperati il valore e la funzione dell’immaginazione simbolica, esiste ora il presupposto per una considerazione più ampia dell’utopia, che ne colga anche gli aspetti che sono stati trascurati dal dibattito filosofico che l’ha considerata esclusivamente dal punto di vista ideologico. Arriviamo in tal modo a mettere a fuoco la parentela tra religione e utopia. Esse si rapportano una all’altra a diversi titoli. Ambedue, in primo luogo, si riferiscono a un orizzonte ultrastorico. Lo status perfetto, fatto di armonia, pace ed equilibrio, che caratterizza i prodotti dell’immaginazione utopica, trova il suo corrispettivo nei simboli mitici con cui il pensiero religioso rappresenta l’inizio o il limite finale assoluti della storia.

L’affinità risulta più evidente se consideriamo l’atteggiamento di fondo che sottende l’approccio utopico e quello religioso del mondo empirico presente. In ambedue i casi si può parlare, con la terminologia di R. Ruyer, di un “renversement d’optique” 67. Questo rovesciamento è uno sguardo nuovo sulla realtà analogo a quello implicito nella nozione biblica di “metanoia”. Tanto l’uomo religioso quanto il figlio dell’utopia rifiutano il mondo presente con la sua falsa evidenza di realtà ultima e immutabile. Quando religione e utopia sono autentiche, da questo sguardo si sviluppa una forza denegativa del carattere assoluto di “questo mondo”. La clausola dell’autenticità è importante. Sia l’una che l’altra forma di pensiero simbolico ha dato luogo, infatti, nel corso della storia, a situazioni che le hanno fatte cadere in sospetto. La religione e l’utopia sono state talvolta utilizzate in modo ideologico da coloro che detenevano il potere; vale a dire, sono servite a rafforzare le forme di oppressione sociale e politica. Hanno alimentato la speranza, ma senza esiti liberatori: in pratica, dunque, hanno svolto una funzione alienante, in quanto hanno permesso di evadere dal reale senza affrontarlo.

L’eventualità di un esito alienante, purtroppo incontestabile, appartiene però alle forme patologiche della religione e dell’utopia, non alla loro natura essenziale. È un fatto ugualmente incontestabile che, accanto

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a una storia di strumentalizzazioni ideologiche, esiste una storia alternativa in cui religione e utopia, intrecciate insieme, hanno costituito una riserva costante di forza per la contestazione dell’oppressione presente in nome di un orizzonte di perfezione.

In condizioni, dunque, di autenticità, tanto l’utopia che la fede religiosa costituiscono un approccio della realtà fondato su un ribaltamento ideale della situazione empirica. Questo atteggiamento dello spirito consiste nel delineare una figura assoluta, quale possibilità di condizioni di vita e di scale di valori opposte a quelle vigenti. Prospetta uno stato di perfezione, alternativo alla situazione attuale, segnata dal limite e dal deficit.

Se la capacità di rendere visibile e operante l’invisibile è una caratteristica essenziale della fede religiosa (“garanzia dei beni che si spera, prova delle realtà che non si vedono”, definisce la fede la lettera agli Ebrei: 11,1), essa costituisce altresì l’anima dell’utopia. Di ambedue l’uomo moderno ha bisogno per uscire dal “malpasso” 68 in cui si sta dibattendo la civiltà tecnologica. Alla religione e all’utopia, figlie ambedue dell’immaginazione simbolica, sembra promessa una nuova giovinezza.

2. Temi utopici del messaggio cristiano

Il pensiero utopico, liberato dalle restrizioni operate dall’utopia di stampo politico-razionalistico e ricondotto alla sua matrice originaria, che è quella dell’immaginazione simbolica, è riconoscibile presente nel mondo biblico. Esso costituisce l’ambiente spirituale in cui sono immerse le formulazioni originarie del messaggio cristiano. Tutto il grande filone del Regno di Dio e della Gerusalemme celeste, che attraversa da un capo all’altro la Bibbia, è un esempio eminente di orizzonte utopico. La città ideale a cui si riferisce il credente non è, come nella tradizione che ha le sue radici nella Grecia classica, il risultato di una creazione umana, opera della saggezza dell’uomo che dispone le migliori condizioni per una felice convivenza sociale. Il modello biblico di umanità non è quello

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che l’uomo conosce come prodotto di un proprio sapere e volere, bensì una realtà “altra”, critica e trascendente rispetto a tutto ciò che è dato. Il Regno di Dio non si costruisce; come la salvezza, di cui è simbolo, si riceve come un dono che trascende le capacità naturali dell’uomo.

Già fin dal tempo dell’esilio babilonese, quando operava il profeta noto come Deutero-Isaia, Gerusalemme era diventata sinonimo del Regno escatologico di Dio (cfr. Is. 52,1 ss.; 62,1 ss.; 65,17 ss.; 66,10 ss.). Nella letteratura rabbinica ed apocalittica Gerusalemme aveva sempre più perduto i suoi connotati realistici a favore della valenza simbolica: essa indicava la città ideale, la sposa del Signore. Dopo la Pentecoste, i cristiani trasferirono la ricchezza teologica di Gerusalemme a Gesù Cristo e alla sua chiesa. Questa realtà perfetta è tenuta nascosta per apparire alla fine del mondo (cfr. Apoc. 21,1-27). Essa è la città futura (cfr. Ebr. 13,14). Tuttavia la nuova Gerusalemme viene già ora, dall’alto, da presso Dio (cfr. Apoc. 3,12). In quanto luogo della presenza onnipotente di Dio e della salvezza, è già compiuta e ancora da compiere (nel linguaggio di O. Cullmann, si tratta della dialettica tra il “già” e il “non ancora”).

Il tema utopico della città perfetta, futura e già presente, trascrive il contenuto essenziale del kerygma cristiano: Dio ha creato in Gesù Cristo il passato a cui il popolo credente può riferirsi e l’avvenire che gli è permesso di attendere. Il luogo utopico della salvezza diventa quindi, nel messaggio cristiano, la persona di Cristo e la sua opera. La “economia” di Dio — piano divino nascosto fin dall’eternità, rivelato progressivamente nel tempo per mezzo dei profeti e realizzato nel mistero dell’incarnazione — trova il suo compimento epifanico nel Cristo e nella comunità dei suoi discepoli. Per esprimere la dimensione del mistero di Cristo e della chiesa che supera la storia e svolge il ruolo di utopia concreta, Paolo non ha esitato a far sua la terminologia delle speculazioni dell’ambiente giudaico ellenizzato sul pleroma, cristianizzando il termine e dandogli un senso in armonia col resto del messaggio cristiano 69. Dio ha fatto dunque abitare in Cristo tutta la “pienezza” (cfr. Col. 1,19); alla “pienezza” del Cristo risorto si trovano associati i credenti (cfr. Col. 2,9) e indirettamente tutto il cosmo. Questa “pienezza” è il polo di

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attrazione della storia intera. È noto quale audace ampliamento e quale afflato mistico questa prospettiva abbia trovato nell’opera di P. Teilhard de Chardin (esempio insigne di un pensiero scientifico concresciuto a un’alata immaginazione simbolica).

Il rapporto di fede-amore-speranza che lega i credenti al Cristo si riflette nell’atteggiamento che essi hanno verso la città celeste. Il popolo di Dio attende la città ideale ed è in cammino verso di essa: “Per noi, la nostra città si trova nei cieli, da cui noi attendiamo ardentemente, come salvatore, il Signore Gesù Cristo” (Fil. 3,20). Come il legame esistenziale con il Cristo, così anche l’appartenenza al mondo futuro struttura l’esistenza concreta dei credenti. La loro vita ha quell’aspetto paradossale che per l’evangelista Giovanni è l’essere nel mondo, ma non “del mondo” (cfr. Gv. 17,14-16). Le lettere cattoliche hanno dettagliato le implicazioni del vivere nel mondo come “stranieri e pellegrini” nel “tempo dell’esilio”, (cfr. 1 Pt. 1,17; 2,11). La chiesa, pur prendendo sul serio il mondo e le sue strutture socio-politiche, rinuncia a installarsi in esso. L’attrazione della città futura dà vita a un’etica personale e comunitaria della provvisorietà, del dinamismo, di confronto profetico-critico con le istituzioni, di innovazione piuttosto che di tradizione ripetitiva. Della radicalità della morale evangelica, che rende così ostiche al buon senso quotidiano anche certe pagine del discorso della montagna, sono state offerte molte spiegazioni da parte di esegeti e teologi 70. Essa tuttavia non acquista senso se non quando la consideriamo nell’orizzonte dell’utopia. Allora il distacco assoluto dei beni terreni, il celibato, l’amore dei nemici diventano simboli concreti della meta finale, emergenza nel tempo della realtà escatologica.

L’utopia non è espressa solo dal linguaggio formale del kerygma e da quello esistenziale dell’etica radicale. Anche il culto, sorgente inesauribile di simboli, annuncia la realtà perfetta dell'escaton e la anticipa in figura. La lettera agli Ebrei, facendo il confronto delle due alleanze, attribuisce alla liturgia cristiana il potere di mettere a contatto con la realtà finale: “Voi vi siete accostati alla montagna di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste, e a miriadi di angeli, all’assemblea festiva, alla chiesa dei primogeniti che sono iscritti nei cieli, a un Dio giudice universale, agli spiriti dei giusti che sono stati resi perfetti, a

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Gesù mediatore di un’alleanza nuova, e a un sangue purificatore più eloquente di quello di Abele” (Eb. 12,22-24). La comunità di culto, soprattutto quando è riunita per celebrare l’eucaristia, parla il linguaggio dell’utopia: essa annuncia la realtà finale, fino a che essa venga (cfr. 1 Cor. 11,26). I fratelli riuniti attorno all’unica mensa sono l’immagine più trasparente del mondo nuovo che accende l’immaginazione degli uomini della speranza.

L’orizzonte utopico è dunque saldamente impiantato in seno alla comunità cristiana. Nelle immagini bibliche dell’annuncio cristiano, nell’etica radicale e nel culto i credenti abitano già la perfetta città futura.

3. Funzione dell’utopia nella vita spirituale

Abbiamo evidenziato la presenza di elementi utopici all’interno del cristianesimo, intendendo l’utopia come orientamento verso uno status di perfezione, evocato non dal pensiero raziocinante, bensì dall’immaginazione simbolica. Indichiamo ora qualche aspetto della molteplice incidenza di questa dimensione utopica nella vita spirituale. Essa garantisce, in primo luogo, una prospettiva dinamica alla persona e rende possibile un processo di sviluppo verso la piena maturità. Il ruolo dell’utopia religiosa non è quello di proporre modelli ideali all’imitazione letterale. L’utopia, qualunque sia la modalità concreta con cui agisce sull’individuo — mediante immagini, imperativi morali o vissuti culturali — assicura piuttosto un orizzonte, reso concreto dal simbolo, che amplia le dimensioni del possibile.

La funzione del simbolo diventa più perspicua se consideriamo l’atteggiamento utopico dal punto di vista della psicologia genetica. Questa ci mostra come l’orizzonte che influisce sul comportamento vada progressivamente allargandosi con lo sviluppo psicologico. Osserva Kurt Levin: “Durante lo sviluppo la sfera della dimensione del tempo psicologico dello spazio di vita aumenta da ore a giorni, mesi e anni. Il bambino vive in un immediato presente; con il crescere dell’età un passato e un futuro sempre più lontani influiscono sul comportamento presente” 71.

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Possiamo estendere l’osservazione dell’autorevole psicologo considerando il mondo dell’utopia come il supremo orizzonte temporale — più precisamente, atemporale che agisce sullo spazio di vita presente. In contrasto con i pregiudizi del positivismo scientista, che considera il pensiero immaginativo-simbolico come più primitivo e inadeguato, questo ci appare invece come caratteristica della persona pienamente sviluppata. Accediamo alla maturità spirituale quando il nostro comportamento è influenzato non solo dalla estrapolazione dei dati offerti dalla realtà presente, ma anche dai quadri composti dalle speranze e dai timori della specie umana. L’utopia è figlia della saggezza della maturità.

Anche a livello comunitario l’utopia agisce come un fenomeno dinamico. Ogni religione, se vuol sopravvivere, deve lasciare spazio alla novità carismatica per assicurarsi un periodico risveglio e controbilanciare la tendenza alla sclerosi. Di fatto, un filone di utopia comunitaria percorre tutta la storia del cristianesimo 72. Talvolta questi movimenti si sono riferiti ad attese millenaristiche e hanno tentato di instaurare già nel presente la città teocratica e la comunità dei perfetti. In qualche caso si sono avute degenerazioni; più spesso l’ispirazione utopica ha assunto cadenze mistiche. La funzione dei movimenti utopistici all’interno della chiesa è stata, in ogni caso, quella di mantenere vivo lo spirito, al di là della fedeltà alla lettera. Negli organismi religiosi, storicamente condizionati dai limiti della cultura in cui si incarnano e minacciati dall’irrigidimento istituzionale, la prospettiva utopico-carismatica assicura rinnovamento, impatto culturale, creatività.

In termini teologici, il promotore dell’utopia in seno alla comunità cristiana è lo Spirito Santo. Secondo la promessa del Cristo, lo Spirito inviato da lui stesso e dal Padre guida i discepoli verso la pienezza della verità (cfr. Gv. 16,13). Nessuno nella chiesa ha questa pienezza come un possesso statico. Essa si riflette poliedricamente nei carismi, così come il raggio di luce solare si infrange nel prisma in un arcobaleno di colori. I vari doni sono talvolta polarmente contrapposti, mai riducibili l’uno all’altro. La storia della spiritualità cristiana è scandita da dibattiti sul rapporto tra vita contemplativa e vita attiva, amore di Dio e servizio del prossimo, fedeltà e dinamica del provvisorio, celibato e amore coniugale, distacco dal mondo e impegno per il mondo. Ogni sintesi dottrinale

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tende a privilegiare una prospettiva a detrimento delle altre. Ma lo Spirito non si lascia rinchiudere in nessuno schema. I carismi che egli suscita sono solo riflessi parziali della pienezza dell’Uomo nuovo, chiamato a vivere nella Comunità nuova.

Tener aperto un orizzonte utopico vuol dire, tra l’altro, non lasciarsi indurre a sintesi precoci. Come l’eternità si articola col tempo senza annullarlo, così gli ideali utopici si articolano con le soluzioni politiche parziali. La polarizzazione verso l’utopia non esclude il pluralismo. I progetti del razionalismo utopistico hanno talvolta caratteri fissisti (uniformità, dirigismo, istituzionalismo). L’utopia che nasce sul terreno dell’ispirazione religiosa non può, invece, far a meno della libertà. Ai discepoli del Cristo è promesso un avvenire così ricco che nessuna immagine concreta del presente lo può esaurire. Perciò possono rifiutare l’integralismo. In questo lo spirito di chiesa si distingue dallo spirito di setta.

Forse il senso e la funzione dell’utopia nella vita spirituale del cristiano possono essere compendiati nelle parole che Gesù, con un enigmatico sorriso saturo di cose future, rivolse a Natanaele: “Per averti detto che ti ho visto sotto il fico, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste ... In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto” (Gv. 1,50 ss.). Lo sguardo fisso sulle cose più grandi e migliori, sui simboli del definitivo, è il segreto dell’utopia. Questo segreto è promesso ai discepoli di Cristo.

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VIVERE E MODELLARSI

LA FUNZIONE ANTROPOLOGICA E SPIRITUALE DEI MODELLI

1. L’uso dei modelli nella cultura contemporanea

È convinzione generale che la nostra sia un’epoca di transizione culturale. Ad ogni latitudine del globo avvengono trasformazioni epocali. Le culture tradizionali e sacrali dell’Asia e dell’Africa assimilano velocemente la tecnologia occidentale; morso il frutto, si trovano fuori del paradiso terrestre del mito e del tempo ciclico, inserite nel corso imprevedibile e angoscioso della storia. La nostra stessa cultura occidentale ha perso la fiducia in se stessa, si dilania nell’autocritica, è angustiata da rimorsi di coscienza. Non è più il tempo delle costruzioni ideologiche chiuse e onnicomprensive. Si va a tentoni. Su questo sfondo si comprende l’attenzione rinnovata ai modelli che emerge nei campi più diversi della cultura. La costruzione di modelli nel sapere, nell’etica e nella vita spirituale si impone come una delle esigenze emergenti della cultura contemporanea.

a. Epistemologia e modelli

Le varie discipline del sapere, nonostante le loro necessarie differenze, hanno un tratto comune: fanno uso di modelli. Tutte: le scienze dell’uomo come le scienze della natura. Anche la teologia — quel sapere particolare che si fonda sulla rivelazione — fa uso di modelli. È il motivo per cui consideriamo con particolare interesse un discorso epistemologico centrato sull’uso dei modelli. Questo tipo di approccio è stato tematizzato

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soprattutto da I.T. Ramsey, 73 il noto filosofo e teologo del linguaggio. La sua teoria epistemologica dei modelli ci invita a superare l’idea ingenua secondo cui i modelli a cui si fa ricorso in sede scientifica sarebbero delle descrizioni pittografiche dirette, una specie di rappresentazioni in miniatura o ingrandimenti fotografici della realtà considerata. Ciò non è vero — se vogliamo considerare i campi estremi di applicazione — né in fisica, né in teologia: né quando la luce è descritta, così come è stato fatto, come ondulazioni in un etere invisibile, né quando le realtà del mistero cristiano sono presentate in termini antropologici, quasi fossero rappresentazioni su scala umana e visibile di ciò che è divino e invisibile. Il funzionamento del modello nel discorso scientifico, qualunque sia l’oggetto di questo discorso, è più articolato. I modelli, come le metafore, nascono dal “mistero”. È il mistero stesso che si dischiude in un’intuizione; il modello si riferisce ad esso, senza avere però la pretesa di riprodurlo o descriverlo. Noi passiamo la vita nel cercar di gettar luce sempre più fedelmente sul mistero da cui il modello prende origine. Di qui la pluralità di modelli, la loro relativa breve durata nell’uso scientifico, la reciproca complementarietà. Il modello non traduce in maniera esaustiva il significato cosmico del “mistero”; tra il modello e ciò che lo sguardo dell'intelletto coglie in esso esiste un salto logico irriducibile.

In una teoria epistemologica di questa ampia portata anche la teologia può legittimamente pretendere un posto. Similmente alle altre discipline, il discorso teologico fa uso di modelli. Non si trova in una posizione logica superiore rispetto alle scienze naturali, alla sociologia o alla psicologia; non può dettare le sue conclusioni alle altre scienze. Tutte le varie forme di sapere, infatti, si riferiscono al “mistero” e la coscienza di fare un discorso mediato da modelli preserva anche la teologia dalla pretesa di imporre i suoi assiemi in modo dittatoriale. L’unica funzione specifica che la teologia può e deve reclamare è quella di essere il guardiano e il portavoce dell’intuizione e del mistero; il suo compito primario è quello di tener desta l’attenzione delle altre discipline alle esigenze del mistero che le fonda, di sensibilizzarle a quel mistero che ogni disciplina

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cerca a modo suo di comprendere. “Le altre discipline saranno giudicate primariamente dalla qualità della loro articolazione; la teologia sarà giudicata primariamente dalla sua capacità di indicare il mistero. Ma ogni disciplina mescola comprensione e mistero; ciò significa che ci aspetteremo di trovare in ogni disciplina parole e frasi che testimoniano intuizione, così come modelli che assicurano la possibilità di esprimere il mistero” 74.

Una riflessione epistemologica, per quanto sia necessariamente obbligata a muoversi in un piano astratto e formale, non equivale a un gioco di concetti rarefatti. Essa è stimolata dal maggior problema che conosca l’umanesimo nella nostra società del benessere: quello di scoprire nuove occasioni in cui possa dischiudersi il “mistero”. Il ruolo che la riflessione religiosa si propone non contraddice quello della vera scienza; essa vuol stimolare la visione, ricordarci il mistero. Ma il mistero rimane inaccessibile. Il pensiero non può fotografarlo, il linguaggio non può riprodurlo. Ad esso ci si avvicina solo mediante l’uso di modelli. Questa prospettiva mette fine all’altezzosa squalifica del discorso teologico da parte di una scienza positivista, che pretende di essere l’unica forma di sapere sicuro. La teoria epistemologica dei modelli sblocca questa situazione di stallo. Essa ci rende avvertiti che ogni forma di sapere umano, quello scientifico come quello umanistico, è un uso articolato di modelli. Ciò lo relativizza e al tempo stesso lo aggancia alle profondità del mistero. Nel nostro sforzo per vivere nel modo migliore che possiamo, i modelli ci destinano ad essere costantemente circondati da incertezze, sia teologiche che scientifiche. Alle incertezze si può far fronte solo mediante il ricorso alla verifica costante.

Nel modo di verificare i modelli la teologia e le scienze divergono. Nella teologia, al contrario che nella scienza, il modello non è usato per generare deduzioni che possono essere e non essere sperimentalmente verificate. Il modello teologico non può confermare o falsificare la teoria che è sulle nostre labbra. Esso funziona in un modo che vorremmo paragonare al modo in cui si provano le scarpe. Abbiamo una particolare dottrina o, ancor più, un modello concreto di esistenza cristiana; come una scarpa di nostro gusto, esso ci sembra rispondere ai nostri bisogni empirici. Solo una prova più accurata mostrerà se la scarpa stringe, se è

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permeabile all’acqua, oppure se permette una comoda deambulazione. Il misurar le scarpe più che una prova tecnica è un’attività che esige una certa finezza di spirito; richiede la capacità di commisurare i propri bisogni e le prestazioni dell’oggetto, gli svantaggi che conviene tollerare e le funzionalità a cui non si può rinunciare. Un’arte ben più raffinata è quella che la teologia è chiamata ad esercitare quando si mette alla ricerca dei modelli linguistici ed etici per avvicinarsi al mistero che annuncia. Ma anche qui l’ultima parola non può essere detta finché il modello non è stato “provato”. La teoria epistemologica dei modelli e del loro riferimento al “mistero” ci incoraggia in tal senso. Il metodo di prova empirica non squalifica la teologia dal punto di vista epistemologico. Perciò l’audacia dei credenti nell’uso dei modelli, sia in campo dottrinale che in campo morale, non può risultare che accresciuta.

b. Etica e modelli

L’uso di modelli investe in pieno il campo etico. Con queste considerazioni entriamo già nella problematica teoretica che deriva dalla scelta di alcuni modelli spirituali. Prendiamo come paradigma il progetto filosofico che, a primo avviso, appare il più alieno alla tematizzazione dei modelli etici, vale a dire la critica del linguaggio metafisico ed etico fatta da Wittgenstein. La sua posizione è stata interpretata come un’irruzione di neo-positivismo sulla scena filosofica della nostra cultura, impantanata in una insolubile crisi del linguaggio. Si è spesso ripetuto che il suo Tractatus logico-philosophicus è una delle opere più importanti del pensiero contemporaneo, ma solo per ridurre il suo progetto a un banale rifiuto di ogni affermazione che non possa essere verificata empiricamente (“Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”) 75.

La critica del linguaggio impostata da Wittgenstein può avere ben altri esiti che la riduzione all’assurdo di ogni proposizione di tenore metafisico, religioso, etico o poetico 76. È vero che la sua avventura filosofica prende avvio da una rimessa in discussione della validità dell’uso

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del linguaggio per descrivere il mondo. Il linguaggio sembrava essersi scollato dai fatti descritti. In particolare Wittgenstein ha messo in discussione la validità del procedimento che porta a usare lo stesso linguaggio per connettere fatti e proposizioni, e allo stesso tempo per convalidare criticamente le relazioni intercorrenti tra linguaggio e mondo: ciò assomiglia al tentativo di arrampicarsi su una scala senza sostegni, sorreggendola al contempo. La possibilità di connettere fatti e proposizioni può mostrarsi, e quindi essere vista; ma non c’è maniera né di dirla, né di provarla.

Wittgenstein intendeva costruire una critica generale del linguaggio che mostrasse sia che la logica e la scienza hanno un ruolo fondamentale nel comune linguaggio descrittivo (linguaggio con cui produciamo una rappresentazione del mondo analoga ai modelli matematici dei fenomeni fisici), sia che i problemi circa l’“etica”, il valore e il significato della vita, i quali vanno oltre i limiti del linguaggio descrittivo, possono tutt’al più diventare oggetto di una visione mistica esprimibile solo con comunicazioni “indirette”. I neopositivisti hanno sfruttato la distinzione per contestare ogni validità ai secondo tipo di discorso. Non era però questa l’intenzione di Wittgenstein. Secondo l’interpretazione fornita dal suo amico Paul Engelmann, che ha corrisposto col filosofo al tempo dell’elaborazione del Tractatus, egli intendeva esattamente il contrario di ciò che hanno compreso poi i neopositivisti. li positivismo sostiene che ciò che conta nella vita è ciò di cui possiamo parlare in modo scientifico; Wittgenstein invece credeva appassionatamente che ciò che conta davvero nella vita è proprio quello di cui, dal suo punto di vista, si deve tacere.

Il progetto del filosofo viennese era quello di separare ciò che è etico dalla sfera del discorso razionale. Il significato del mondo sta fuori del fattuale: nella sua sfera, fatta di valori e di significati, vi sono solo paradossi e poesia. Naturalmente non vuol affermare che la moralità è opposta alla ragione, ma soltanto che la sua fondazione è altrove. L’etica non è una scienza. La sua verità non può essere dimostrata, ma solo mostrata. In pratica questo mostrare prende la forma di testimonianza. Per esprimere il significato della vita umana, la verità morale, le cose più importanti della vita, bisogna ricorrere ad altro che al linguaggio della vita quotidiana e della scienza. Per l’uomo buono l’etica è un modo di vivere, non un sistema di proposizioni. Una simile concezione dell’etica ci induce ad attribuire una rilevanza singolare al fatto che Wittgenstein stesso, finita la redazione del Tractatus, abbia abbandonato

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la vita accademica e il mondo borghese di Vienna in cui era cresciuto per andare a fare il maestro elementare in paesini sperduti delle Alpi austriache. Questa decisione di vita diventa un momento ermeneutico fondamentale che dischiude il significato della sua opera filosofica 77.

P. Engelmann ha sintetizzato la posizione di Wittgenstein nell’affermazione che il suo linguaggio è quello della “fede non espressa in parole”. La prospettiva è ricca di sviluppi: “Tale atteggiamento, allorché sarà adottato da altri uomini della giusta statura, sarà la fonte da cui scaturiranno nuove forme di società, forme che non necessiteranno di comunicazione verbale, perché saranno vissute e in tal modo rese manifeste. Nel futuro gli ideali non saranno comunicati per mezzo di tentativi atti a descriverli (il che non può che operare un’azione di distorsione) ma da esempi di un’appropriata condotta di vita. E queste vite esemplari saranno di enorme valore educativo; non ci saranno dottrine espresse in parole che potranno sostituirle” 78.

La vita vissuta, più che le parole, può esprimere l’inesprimibile, vale a dire la qualità umana della vita. Ciò resta vero anche quando consideriamo esistenze che possono essere comprese solo nello spirito di Cristo.

Una dottrina etica è un appello alla comprensione; una vita esemplare all’imitazione. L’imitazione, rettamente intesa, ha un suo posto e una sua funzione nella vita morale. Spesso è stata diffamata come decisione etica inferiore, indegna di un uomo moralmente adulto. Grazie ad alcuni filosofi moderni la sua qualità etica può essere rivalutata. Particolare importanza rivestono a questo riguardo le analisi fenomenologiche che Max Schler ha dedicato al processo etico dell’imitazione. Egli ha distinto il capo dal modello. Il capo agisce per via d’autorità e di comando; la sua influenza si esercita mediante l’obbedienza. Il concetto di modello, invece, dice tutt’altra cosa. Il “modello”, nel senso profondo della parola, implica sempre un’idea di valore. Agisce per via d’esempio o mediante la forza che promana dalla sua personalità. Non impone il valore; questo piuttosto diventa vivo e attraente attraverso il modello. Quelli che lo seguono reagiscono alla sua influenza mediante un atteggiamento proprio che è l’imitazione (Nachfolge). Quest’ultima non va intesa nel senso di copia, di riproduzione materiale (Nachahmung). I capi

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non muovono che la nostra volontà; i modelli strutturano il nostro stesso essere. Scheler definisce il modello come “il valore incarnato in una persona, una figura ideale che è continuamente presente all’anima dell’individuo o del gruppo, così che questa prende poco a poco i suoi tratti e si trasforma in essa: il suo essere, la sua vita, i suoi atti, coscientemente o incoscientemente, si regolano su di essa, sia che il soggetto abbia a felicitarsi di seguire il suo modello, sia che abbia a rimproverarsi di non imitarlo” 79.

Anche se Scheler conosce la fedeltà riflessa e cosciente verso un modello, la sua analisi si sposta soprattutto su quella specie di fedeltà “vitale”, che si imprime misteriosamente nell'anima, pur sfuggendo alla percezione distinta, e magari alla coscienza, di colui che essa anima. “La persona (o il gruppo) che segue un modello non ha bisogno di conoscerlo in maniera cosciente e di sapere che essa lo ha per modello e che, giorno dopo giorno, forma il proprio essere sul suo, modella la propria personalità sulla sua. Arriverò anche fino ad affermare che molto raramente essa lo conosce come un ideale di cui sarebbe capace di definire il contenuto positivo, e che essa lo conosce tanto meno quanto più la sua azione formatrice è più potente su di sé” 80.

Il “discepolo”, in ogni caso, non obbedisce a una forza di suggestione che emanerebbe da un modello. E neppure lo copia. La sua condotta cambia in quanto il modello esercita su di lui un’“attrazione” (Zug), la quale, sviluppandosi e precisandosi, diventa amore 81. Questo amore non concerne questo o quell’aspetto o atto del modello, ma il centro stesso di tutto il suo essere, la sua essenza spirituale alla quale arriviamo così a partecipare. Sotto questa forma la relazione di fedeltà è atta a suscitare nel discepolo una trasformazione morale, una conversione del suo spirito, un rinnovamento del suo essere che né l’obbedienza, né il rispetto di norme astratte potrebbero produrre. L’origine e lo stimolo efficace al progresso morale bisogna cercarlo nell’influenza di persone concrete, dal destino esemplare, e non in regole puramente formali di portata universale.

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Alla stessa conclusione giungeva anche Bergson quando opponeva la morale chiusa, fondata sulla generalità imperativa di formule impersonali, e la morale aperta, la quale si incarna in una personalità privilegiata che diventa un esempio: “Perché i santi hanno imitatori; e perché i grandi uomini di bene hanno trascinato dietro a sé delle folle? Non domandano niente, e purtuttavia ottengono. Non hanno bisogno di esortare; non hanno che da esistere; la loro esistenza è un appello” 82.

Da questi filosofi che hanno propugnato un’etica personalista accettiamo la perorazione a favore del modello nella vita morale. Allo stesso tempo impariamo a distanziarci da un’imitazione pedissequa e letterale, che porterebbe a spegnere l’esistenza morale autentica in una serie di tipi fissi. I modelli presentano una certa composizione di valori in una prospettiva storica che, per quanto recente, non si identifica mai con la nostra. Possono servirci da ispirazione, da segni indicatori del cammino; ma non devono sostituire lo sforzo morale creativo richiesto ad ognuno.

c. Psicosociologia del modello eroico

Un’ulteriore articolazione del discorso ci permetterà di precisare in che senso la cultura attuale autorizza il riferimento a modelli spirituali. Essa ci invita a definire il nostro progetto differenziando il modello spirituale dal modello eroico. Non si tratta di rivisitare la terra degli eroi e degli ideali eroici. Noi viviamo in un’epoca che, a differenza dalle precedenti, vuol essere anti-eroica 83. Quando un insieme di valori diventa così carico di vitalità che la gente vuol vivere di esso e morire per esso, nascono figure eroiche. Gli eroi accompagnano necessariamente un sistema di valori e di pensiero che è stato abbracciato da una comunità. Le motivazioni eroiche cambiano col tempo. Possono derivare dal senso della persona, o dall’idea nazionale, o dallo zelo religioso; così Achille cede il posto a Enea, per venir soppiantato da Parsifal. Sempre comunque l’eroe e il sistema di pensiero nel quale è incastonato stanno in una

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relazione di complementarietà: li primo è l'aspetto attivo del secondo. Valori ed idee che non danno origine ad eroi rimangono astratti esercizi mentali; eroi non integrati in un sistema di valori e di idee assomigliano ai vacui abitanti dei fumetti.

Nell’infanzia della cultura umana gli eroi rispondevano al bisogno psicologico di sicurezza, a quello di guida politica e sociale, al bisogno morale di tendere alla perfezione in pensieri ed azioni. La nostra cultura sembra essersi estraniata dal mondo eroico. Abbiamo demitizzato la letteratura sacra con la nostra nuova capacità di leggere e comprendere i testi antichi; abbiamo deromanticizzato le grandi personalità del passato con la nostra comprensione dei motivi oscuri che soggiacciono al comportamento umano. L’approccio psicoanalitico negli studi storici ha portato a un sofisticato smascheramento dei proclamati ideali e motivazioni dei grandi uomini del passato. È diventato di moda disprezzare le “buone ragioni” offerte come spiegazione del comportamento umano e ci si è scaltriti nella ricerca delle “vere ragioni” nascoste dietro ad esse. Nel vocabolario di queste scienze riduttive non c’è più posto per termini come “grande” o “piccolo” in riferimento alle personalità individuali, tutte esposte a un sospetto metodico. Uno degli aspetti più vistosi di questo umore antieroico è il crescente disincanto nei confronti dei leaders della vita politica nazionale.

Una critica a fondo dell’idea tradizionale di eroe è apparsa nella concezione dell’anti-eroe di tipo esistenzialista. Essa è distinta dai prototipi di eroi negativi come Lucifero o Prometeo per il fatto che deriva da un’esperienza di confusione e di insuccesso, che è un elemento costitutivo della condizione umana dei tempi moderni. Una giustificazione filosofica estesa dell’anti-eroismo si trova negli scritti di J.P. Sartre. Il suo intellettuale è condannato all’insuccesso dalla sua stessa lucidità. Perché un tale eroe è necessariamente conscio di sé, è incapace di perdere se stesso buttandosi a corpo morto nell’impegno di un’azione. Tanto più intensamente dà se stesso agli altri, tanto più completamente è solo, prigioniero del suo ego privato. È la sua tragedia, sostiene Sartre 84.

Più che ogni altra forma d’arte il romanzo è servito a riflettere la frattura dell’antico ordine delle cose. Testimoniando il sorgere dell’epoca

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moderna, ha disegnato per noi un nuovo modello di realtà. Il risultato è un quadro della realtà così lontano dal mondo dei nostri padri che la loro tradizionale idea di eroe non è più concepibile come possibilità artistica. All’Odissea di Omero fa riscontro l’Ulisse di Yoyce. Leopold Bloom, la cui giornata è scandita dalle funzioni fisiologiche più umili, fa da contraltare all’eroe omerico. Bloom è l’ultimo eroe di oggi; l’aureola di nobiltà che lo circonda è quella della vita ordinaria. È la vita ordinaria, in tutta la sua mondana consistenza, il re e l’eroe di oggi. Tutto dà a credere che per lungo tempo a venire nessun eroe sarà nostro compagno di viaggio.

Ci piaccia o no, dobbiamo tener conto di questa situazione quando ci proponiamo di presentare delle avventure spirituali personali come modelli. Sulla nostra cultura soffia un vento antieroico che minaccia naufragi. Sempre più numerosi sono coloro che sottopongono al vaglio di un’analisi accurata le figure emergenti del nostro tempo prima di accettarle come straordinarie. Troppe tra di esse si rivelano il prodotto dei fabbricanti d’immagini. In passato molto facilmente sono stati adottati eroi; spesso siamo stati disillusi. Ora siamo più cauti. Una cosa è certa: una figura spirituale che oggi pretenda udienza deve evitare di presentarsi con il cliché dell’eroe. Neppure la versione ecclesiastica dell’eroe, cioè il santo, puro nelle motivazioni e sovrumano nell’esercizio della virtù, gode accesso presso gli scettici figli della nostra epoca. Ma un modello spirituale, così come la critica del sapere e le esigenze dell’etica lo richiedono, non vuol essere una versione aggiornata dell’eroe. La teologia può dirci, in positivo, quali sono le caratteristiche di validità di un modello spirituale che si situi nella sequela di Cristo.

2. Verso una teologia della vita

a. L’attenzione al vissuto storico

Tra le numerose richieste di un rinnovamento teologico che faccia fronte alla crisi attuale un’istanza originale è quella che auspica il ritorno a una dimensione narrativa del far teologia 85. La proposta può

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apparire ovvia, qualora si consideri che i testi su cui si fonda il cristianesimo sono delle narrazioni. Gesù di Nazareth ci si presenta prevalentemente come una persona narrata; i discepoli compaiono in veste di persone che ascoltano e trasmettono questi racconti; il cristianesimo è strutturato come comunità narrante.

Ben presto, tuttavia, il cristianesimo perse la sua innocenza narrativa. Nel mondo ellenistico in cui esso si inserì già da tempo il narrare (il mythos) era subordinato al ragionare (il logos). La teologia ha svolto la funzione di tramutare, nel modo più celere e completo possibile, le storie tramandate in non-storie, in sistema speculativo di nozioni. Nell’epoca moderna il divorzio tra sistema teologico ed esperienza religiosa, tra dogmatica e mistica, è andato radicalizzandosi. La biografia religiosa, cioè l’articolarsi della storia personale vissuta dinanzi a Dio, si è allontanata sempre più da ciò che la teologia scientifica ha riconosciuto come suo compito. Quest'ultima, erigendo a sistema il suo disdegno di un contatto con la vita, si è mutata in una dottrina che scambia l'atrofizzazione per oggettività scientifica.

Una perorazione a favore del narrare rischia di cadere oggi nell’indifferenza. Non solo le scienze argomentative, ma anche quelle storiche disdegnano sempre più il narrare. Nella società contemporanea sembra che, al di là della sbrigativa trasmissione di notizie, non ci sia più posto per il racconto. Critici della cultura di profonda intuizione, come Walter Benjamin e Th.W. Adorno, hanno diagnosticato la fine del narrare. Eppure la teologia, se vuol essere un vero servizio al messaggio cristiano, non può ripudiare pusillanimamente il narrare. Il teologo J.B. Metz ha proposto una rivoluzione teologica del racconto ricorrendo alla categoria del “ricordo pericoloso”. È una deformazione riservare il potenziale narrativo cristiano ai bambini ingenui; esso ha in realtà effetti critici e liberatori: “Narrano i piccoli e gli oppressi, ma questi non raccontano soltanto storie che li inducono continuamente a celebrare la propria oppressione e stato di minorità, ma anche storie pericolose, miranti alla libertà... La forza critico-liberante di queste storie non si può provare a priori o ricostruire; bisogna che ci si imbatta in esse, le si ascolti e possibilmente le si ripeta. Ma non esistono forse anche nella nostra epoca cosiddetta post-narrativa “narratori” delle più diverse specie, che fanno capire ciò che le storie possono essere: e appunto, non soltanto creazioni artistiche, produzioni qualsiasi, private, bensì racconti con effetti stimolanti

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sulla società, in certa misura critico-sociali, quindi ‘storie pericolose’?” 86.

Una teologia che, privilegiando il narrare, riuscisse a riconciliare dogmatica e storia vissuta, diventerebbe estremamente significativa per il cristiano medio. Perché è proprio il vissuto storico del popolo, l’esperienza religiosa quotidiana dei credenti che si troverebbe rispecchiata nel racconto di vite singolari. Una teologia siffatta sarebbe tanto più rilevante in quanto viviamo in una società in cui i possibili modelli di vita appaiono come prefabbricati, dotati di un marchio di stereotipo, che corrode le anime con la stanchezza della loro identità o con la noia della ripetizione in serie.

Sarebbe impreciso affermare che questa dimensione narrativa, centrata sul vissuto individuale, sia stata completamente bandita dalla prassi ecclesiale. La teologia cattolica, in polemica più o meno diretta con quella protestante, ha sempre sottolineato che l’eredità cristiana è portata dalla tradizione vivente, la quale si esprime nella vita stessa dei cristiani, in particolare dei santi. La venerazione dei santi ha prodotto sia le numerosissime biografie di tipo devozionale, sia il lavoro scientifico dei Bollandisti. Ma questa attività si è svolta in un terreno autonomo, senza integrarsi nella teologia vera e propria. Il lavoro teologico è stato dedicato a continuare la neoscolastica di origine tomista, ovvero a investigare quei problemi teologici speciali creati dall’epoca moderna. I teologi di professione non si sono occupati dei santi in modo tematico.

Tra i teologi di rilievo spiccano solo due eccezioni. La prima è costituita da Romano Guardini. In tutta la sua opera — come dichiara nell’introduzione a Libertà, grazia, destino — egli ha tentato di raggiungere “uno sguardo d’insieme che abbracciasse l’esistenza cristiana nella sua complessità”, così come lo possedeva il pensiero cristiano primitivo. Il suo modello ideale era Agostino, il quale “non distingue metodicamente fra filosofia e teologia, e poi tra metafisica e psicologia nella filosofia, e di nuovo tra teologia dogmatica e dottrina pratica della vita nell’ambito della teologia, ma, partendo dall’esistenza cristiana nel suo complesso, ferma la sua meditazione su questo complesso e sulla molteplicità dei suoi contenuti” 87. Per un tale progetto teologico il concreto

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del vissuto storico dei cristiani eminenti è un terreno di elezione. Guardini ha affrontato esplicitamente la portata teologica della vita dei cristiani in un volume, Il santo nel nostro mondo, progettato come introduzione ad una serie di vite di santi. Nei santi egli vede di modelli per nuovi stili di esistenze cristiane; essi aprono sentieri che altri possono seguire. Guardini auspica “un nuovo genere di santi”, che possa incarnare la santità di questa generazione. La via non è oggi quella del distacco e dell’ascetismo; si deve compiere mediante un abbandono obbediente alle direttive di Dio così come queste sono mediate dalla situazione secolare nella quale uno si trova. La via del santo non sarà perciò straordinaria, e nessuno potrà identificare facilmente un santo moderno.

Il vissuto storico ha un posto ancora più organico nella visione teologica di Hans Urs von Balthasar. Nella sua opera di maggior impegno, Herrlichkeit 88, egli si è proposto di dar corpo a un’“estetica teologica”, vale a dire una contemplazione del Dio della rivelazione cristiana, non in quanto comunica la verità o in quanto si mostra benevolo verso l’uomo, bensì in quanto si avvicina all’uomo per manifestare se stesso “nell'eterno splendore del suo amore trinitario”. In altri termini, una contemplazione di Dio alla luce non delle tradizionali categorie del “vero” e del “buono”, bensì di quella del “bello”. Tutto ciò che è bello e splendido al mondo è l’epifania, lo splendore dei principi d’essere potenti e nascosti che mediante la rivelazione di Dio in Cristo emergono in una figura espressiva.

L’estetica teologica ha il compito di dare alle proposizioni astratte il colore e la pienezza proprie della storia. Perciò il teologo svizzero, dopo aver considerato nel primo tomo della sua opera il sole divino in se stesso, nel secondo si svolge ai raggi che esso proietta sull’umanità. Fa sfilare perciò sotto i nostri occhi tutta una serie di teologi cristiani e di personalità spirituali eccezionali, scelte in ragione della loro importanza storica. La pluralità delle loro visioni cristiane del mondo mostra la gloria della rivelazione divina nella diversità delle sue manifestazioni. È come lo scindersi della luce bianca nella molteplicità dei colori al passare attraverso il diamante. Le testimonianze di vita e di dottrina di teologi, di laici e di “spirituali” vengono semplicemente giustapposte, nella coscienza

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dell’impossibilità di ridurre a sistema la molteplicità delle contemplazioni storiche di Dio nella sua bellezza. Agostino viene presentato accanto a Dante, Giovanni della Croce accanto a Péguy. Nel complesso von Balthasar rivolge un’attenzione più accurata ai laici che ai teologi di scuola. E a ragione: dai laici è sorta spesso un’opposizione contro le angustie della teologia cristiana ridotta a formazione pastorale, a specializzazione, a routine accademica. Con gli occhi fissi sulla storia, del mondo e sul presente, cristiani di eccezione sono stati sorgente di creatività per la vita cristiana più che qualsiasi sistema teologico. A questo apporto originale nella comprensione della bellezza del volto umano di Dio l’opera di von Balthasar vuol rendere omaggio.

La menzione esplicita dell’opera dei due teologi valga a suggerire di quale profitto può essere per la teologia l’assumere come punto di partenza il vissuto concreto dei cristiani. Il fatto che questi tentativi teologici valgano come eccezioni sottolinea quanto sia urgente adottare un modo di far teologia in cui sia fatto il debito posto alla visione spirituale di alcuni cristiani esemplari.

b. Biografia come teologia

Abbiamo prestato orecchio alle voci che da più parti reclamano un rinnovamento per la teologia a partire da una accresciuta attenzione al vissuto storico. È stato considerato anche qualche abbozzo di realizzazione in questo senso. Ciò ci porta a concludere che esistono alcune vite in cui il principio direttivo della fede cristiana ha saputo creare, mediante una singolare coerenza di azione e di dottrina, una forma nuova di esistenza evangelica 89.

Le credenze cristiane non sono infatti “proposizioni” da catalogare e giudicare con criteri imposti da un riferimento esterno ed oggettivo, bensì convinzioni vive che dànno forma a vite attuali e a comunità

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attuali. L’esame critico consono con le credenze cristiane è dunque quello che comincia con l’attenzione alle vite vissute. Facciamo qui profitto delle istanze di ordine epistemologico ed etico che abbiamo accolto dalla cultura contemporanea.

Abbiamo notato che la scienza dipende da modelli, l’arte da forme astratte, la religione da immagini. Non intendiamo rigettare questi campi della conoscenza umana, bensì aprire la via alla piena manifestazione della visione che essi evocano. Il modello si apre sul mistero, cioè sulla vera cosa di cui è questione nella scienza, nell’arte e nella fede. Pur essendo il modello inadeguato ad esprimere la totalità del mistero, resta purtuttavia una via legittima — anzi, l’unica valida — verso di esso. Parlare veramente e fedelmente di Dio è parlare mediante modelli, immagini, analogie: non abbiamo altra scelta. La convalida della visione che il discorso teologico evoca dipende in parte dalla qualità della vita che traduce e incarna questa stessa visione. Le vite che portano un’immagine recano testimonianza alla visione che esse rappresentano. Per questo la teologia non può prescindere dal materiale biografico. La teologia è sostanziata di biografia. Volgendosi a queste vite di credenti, la teologia trova la via per riformare se stessa, per rendere credibile il suo discorso — “mostrando” ciò che non può “dimostrare” —, per accrescere la fedeltà alla visione originaria e l’adeguamento alla nostra epoca.

Questo procedimento si differenzia da quello con cui la chiesa, nel suo magistero ufficiale, propone autorevolmente dei santi canonizzati come concreto esempio di vita cristiana per una determinata epoca o per alcune categorie di persone. La nostra ricerca di modelli si porta verso quelle personalità singolari che, nel nostro tempo, hanno vissuto l’essenziale del cristianesimo in modo creativo diventando così spontaneamente punti di riferimento per numerosi altri credenti in ricerca. Nella comunità cristiana appaiono infatti di tanto in tanto delle vite singolari o impressionanti, vite di persone che dànno corpo alle convinzioni della comunità in un modo originale; che condividono la visione della comunità, ma con un nuovo orizzonte e una nuova forza; che mostrano lo stile della vita cristiana della comunità, ma con differenze significative.

L’impatto di queste vite dischiude, amplia e forse corregge la visione spirituale della comunità, operando come stimolo contagioso o come attrazione nel senso di Max Weber. Soprattutto risveglia altre convinzioni della comunità circa il suo modo di intendere Dio, la sua concezione dell’uomo, il suo apprezzamento della terra e dell’attività umana.

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La vita di queste personalità significative, con la sua attrazione e bellezza, può fornire elementi ai pensatori cristiani, realizzando così l’auspicata fecondazione della teologia ad opera del vissuto concreto. Anzi, si può vedere uno dei compiti specifici della teologia precisamente nell’impegno ad abbordare questo tipo di riflessione. Sia il magistero che la teologia, dunque, possono e devono occuparsi della vita dei cristiani esemplari: il primo per canonizzare i santi ufficiali, la seconda per elaborare una riflessione sul vissuto concreto della fede. Ma dal punto di vista che è il nostro la presentazione di modelli spirituali svolge una funzione che si differenzia sia da quella autoritativa del magistero che da quella dottrinale della teologia. Essa si propone di rendere sensibile allo sguardo interiore la sintesi vitale del messaggio cristiano realizzata da alcuni credenti del nostro tempo. Nell’esperienza cristiana la parte fatta alla rappresentazione visuale è particolarmente importante. Basti pensare al posto che occupa la visione interiore negli Esercizi Spirituali di S. Ignazio e l’immagine nella pittura sacra, in quanto supporto della meditazione e rappresentazione d’uno sguardo interiore 90. Il postulato teologico che fonda il primato dello sguardo è l’incarnazione: Dio si è fatto uomo, quindi visibile. Anche la biografia degli uomini che si situano nella sequela dell’unica immagine adeguata, Gesù di Nazareth, può essere colta dallo sguardo dei credenti come una sua trasparenza. Più precisamente, siamo autorizzati a considerare la vita di questi santi come una parte della vita del Cristo, il risorto che effonde il suo Spirito ed anima la comunità dei discepoli attraverso i secoli. Essi sono in Cristo; il Cristo è in loro (cfr. Gal. 1,22; Rom. 8,10). Perché la vita del Cristo non può essere detta senza l’intero NT, senza l’intera storia del “movimento” che ha preso origine dal vangelo, senza la vita dei suoi seguaci nel corso dei secoli.

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GLI STATI DI VITA:

UN APPROCCIO ANTROPOLOGICO-SPIRITUALE

1. Una spiritualità per ogni “stato di vita”

La prospettiva teologica tradizionale portava a moltiplicare le forme di spiritualità secondo i diversi “stati di vita”, intendendo con tale nozione delle condizioni concrete — alcune stabili, altre contingenti — che caratterizzano un’esistenza e sono il fondamento di particolari doveri. Come esemplificazione della tendenza a elaborare spiritualità modellate su un determinato stato di vita, possiamo riferirci ai tentativi di fondare teologicamente una “spiritualità dello stato di malattia”. È certamente un caso limite, ma proprio per questo ricco di insegnamenti sui rischi di ancorare la spiritualità a un determinato stato di vita. La spiritualità a cui ci riferiamo si radica in una corrente teologico-spirituale che considera l’amputazione dei valori umani come mezzo privilegiato per accedere a una situazione spirituale superiore. Per costoro lo stato di malattia, considerato in quanto spogliazione dei beni della salute e dell’attività umana, è uno stato particolarmente santificante, a cui è appropriata una specifica spiritualità, centrata sull’accettazione. Un’illustrazione tipica di tale posizione si può trovare nell’opera di J. Leclercq: Valeurs chrétiennes. A suo avviso, dopo l’“humiliavit semetipsum” di Gesù Cristo, non c’è stato di santificazione al di fuori dell’umiliazione: “Essere capo, essere ricco, non sono in sé mezzi di santificazione; essere obbediente, essere povero, lo sono. Essere sano e vigoroso non è in sé un mezzo di santificazione; essere ammalato e misero, lo è” 91. Sviluppando il

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parallelo ricco-povero, viene a sostenere che lo stato di malattia realizza una posizione di privilegio rispetto alla salvezza: “Come il ricco cristiano deve conservare sempre una punta di inquietudine pensando alle parole del Maestro, mentre il povero gode della pace profonda di sapersi in conformità pura e semplice col Vangelo, allo stesso modo il sano deve conservare una punta di inquietudine — deve sempre domandarsi se fa abbastanza — mentre il malato non ha che da lasciarsi fare e accettare”. Allo stato di malattia andrebbero attribuiti vistosi vantaggi nei confronti della santificazione. Ecco come li formula Leclercq: “La malattia è uno stato di santificazione, perché la perfezione vi diventa semplice e, in certo modo, più facilmente accessibile che nello stato di salute. L’uomo sano ha anch’egli, è vero, il dovere di tendere alla perfezione, ma ciò è più complicato per lui. La malattia semplifica la vita; il dovere per il malato è facilmente tracciato: accettare” 92. La malattia viene così isolata dal complesso della vita umana, per farne uno stato di vita retto da una dinamica di santificazione particolare, caratterizzato da una propria spiritualità — la “spiritualità del malato”, appunto — la cui nota dominante è l’accettazione.

Questa prospettiva di spiritualità ha trovato riscontro in una discussione teologica sulla malattia come “status vitae” dell’uomo. La trattazione più approfondita è quella di F. Lepargneur 93. Il teologo domenicano si chiede a quale nozione teologica si riallacci più adeguatamente la malattia, e la individua nella nozione di “stato di vita”, come è stata elaborata dalla teologia soprattutto in rapporto allo stato dei religiosi. Perché la nozione di stato di vita possa essere applicata alla malattia, Lepargneur trova necessario che la si liberi anzitutto da alcune connotazioni che derivano dal fatto di venire impiegata per definire la condizione dei religiosi, ma che non le appartengono essenzialmente. Bisogna in un primo luogo scindere la nozione di stato da quella di grande stabilità: “Lo stato comporta una certa attitudine al prolungamento, non di più”. In un secondo luogo, lo stato non è necessariamente un impegno liberamente contratto. Benché dunque la malattia non sia una condizione stabile e non vi si entri liberamente, il teologo si sente autorizzato a considerarla uno stato di vita. Qual’è dunque il criterio decisivo che contrassegna gli stati di vita? Lepargneur, seguendo S. Tommaso (S. Th. II-II, q. 183, a. 1), lo trova nella persona, in quanto è padrona

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di se stessa o dipendente: “La nozione di stato è correlativa a quella di libertà e schiavitù in qualsiasi ordine”. La malattia può essere definita come una realtà che limita la libertà umana sottraendo, in misura maggiore o minore, l’equilibrio del corpo e la sua attività alla piena reggenza dello spirito libero. La servitù del malato, dunque, si estende a tutto il suo essere in ragione del suo corpo. La malattia presenterebbe tratti caratteristici della nozione teologica di stato di vita in ragione dei rapporti dell’anima e del corpo, che nella concezione aristotelico-tomista sono di “unità formale”. Siccome ogni stato implica l’impiego dell’essere nella sua totalità, l’uomo malato viene a trovarsi in uno stato di vita peculiare. Dal punto di vista spirituale, il soggetto è inserito in un certo condizionamento, che crea facilità e difficoltà proprie in merito all’acquisizione della santità. Ciò sembra giustificare, secondo Lepargneur, l’attribuzione alla malattia della qualifica di stato di vita.

L’estensione di questo concetto è molto discutibile. Diversi teologi hanno avversato l’impiego dell’espressione “stato di vita” a proposito della malattia: anche se, con alcune acrobazie semantiche, può in qualche modo essere legittimata, sembra pericoloso farla passare nel linguaggio corrente. Può far pensare, infatti, a una situazione stabile, all’interno della quale ci si installa in vista di una certa perfezione 94. Percorrendo questa via si può arrivare facilmente a pervertire il senso cristiano della vita e a impantanarsi nei meandri del dolorismo. In questa sede non ci interessa approfondire la questione specifica dello stato di vita del malato 95. Ci riferiamo ad essa solo per illustrare il pericolo, dal punto di vista della spiritualità, di un uso inflazionistico del concetto stesso di stato di vita.

Simili distorsioni oggi non sono più correnti. La prospettiva conciliare ha portato a privilegiare l’unica spiritualità, quella pasquale, compito comune di ogni cristiano. Ciò ha portato un utile correttivo alla tendenza a moltiplicare le “spiritualità” specifiche, riferendole non solo ai tre stati previsti dal diritto canonico — laici, religiosi e sacerdoti —, ma anche alle condizioni di vita contingenti.

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2. Il cambiamento di stato: un approccio socio-psicologico

La nozione teologica degli stati di vita deve la sua diffusione soprattutto alle applicazioni spirituali che ne sono state fatte. Attraverso la mediazione della morale, che amava semplificare l’impegno etico richiesto al cristiano riducendolo ai “doveri del proprio stato”, si privilegiava una prospettiva di stabilità. In rapporto alle situazioni critiche che si possono presentare nel corso dell’esistenza, nelle quali un impegno preso a vita rischia di essere rimesso in discussione, la fedeltà al proprio stato diventa così un valore strutturante della vita cristiana. In tal modo situazioni fenomenologicamente diverse — come l’abbandono del ministero sacerdotale, la rinuncia alla vita religiosa e la rottura del matrimonio — vengono ricondotte al comune denominatore dell’infedeltà alle esigenze del proprio stato di vita, che si suppone scelto sulla base di una vocazione. L’invito a rimanere fedeli equivale, in questi casi, a un appello a non operare rotture, a continuare a vivere conformemente alle scelte operate in passato. Prevale così un atteggiamento che non sentiamo conforme alle esigenze della realtà, ma piuttosto frutto di una semplificazione moralistica. È nocivo al cristianesimo in quanto tale, perché ne dà un’immagine deformante: porta a identificare il cristianesimo con la difesa incondizionata del passato, con la chiusura alla novità e alla creatività, con l’insensibilità alla storia. Nocivo soprattutto alle persone concrete, i cui drammi di coscienza individuali, che si innestano spesso su conflitti dolorosi, vengono risolti in uno schema che premia il fariseismo. La lettura moralizzante dei cambiamenti di vita può essere corretta solo adottando una prospettiva socio-psicologica. Non per risolvere i problemi della fedeltà in sociologismi e psicologismi, ma piuttosto per dar loro una base antropologica attendibile, inserendoli nel contesto concreto della nostra società. Stabilità e cambiamento non dipendono solo dall’impegno morale e dalla qualità spirituale delle persone, ma anche dai valori che hanno più credito socialmente; e questi, a loro volta, sono intrecciati con le trasformazioni strutturali e simboliche che avvengono nella società. Senza questa collocazione socio-culturale la fedeltà diventa un valore astratto, incapace di rendere conto del pieno significato umano, e quindi anche spirituale, che hanno la scelta e il cambiamento di stato.

Lo spessore sociale che ha la trasformazione in atto circa la fedeltà agli impegni è stata ben analizzato dal sociologo Jean Rémy 96A suo

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avviso l’impegno interpersonale — nel matrimonio o in altre forme che comportino un analogo impegno a vita, come l’abbracciare la vita religiosa o sacerdotale — deve essere inserito nella logica degli scambi che sottende tutto l’insieme dei rapporti sociali. Le società basate sul regime di aiuto scambievole assicurano un dono senza ritorno e una fedeltà incrollabile. Ai gesti vissuti sotto il registro del dono, cioè come atti disinteressati, corrisponde la serie dei contro-doni. La solidarietà di gruppo che ne risulta ha una funzione sociale di primaria importanza. I legami coesivi in questo tipo di società passano soprattutto attraverso il matrimonio e il sistema di parentela. L’indissolubilità del matrimonio acquista il suo senso forte quando la si situa nel quadro di uno scambio tra due gruppi che vogliono instaurare una solidarietà tra di loro che li sottragga dall’imprevisto. La solidarietà è espressa da una fedeltà che resiste all’insuccesso della relazione interpersonale, perché la perennità dell’alleanza non può essere rimessa in discussione. Tale simbolica dell’alleanza matrimoniale trova la sua piena valorizzazione nella sacramentalità che simbolizza l’alleanza di Jahve con il suo popolo, di Cristo con la Chiesa. Completamente differente è invece la logica sociale che si esprime in una società come la nostra, in cui è possibile stabilire un’equivalenza sul piano degli scambi interindividuali. La logica del calcolo si sostituisce a quella del dono. Qui il criterio decisivo diventa la reciprocità dello scambio interpersonale nella coppia, e l’individuo assurge a centro e unità di misura del significato dello scambio. Mentre nel quadro della logica precedente il divorzio per mutuo consenso era un’aberrazione, in questo contesto, invece, il divorzio può essere un omaggio reso alla coniugalità: la coppia, infatti, non ha più senso se non è capace di creare una reciprocità interpersonale.

Il sociologo mette in guardia dall’interpretare questa trasformazione, semplicemente a partire dagli effetti della coscienza, come un progresso dovuto a una morale personalista. Essa è piuttosto il risultato di fattori globali che modificano fondamentalmente il significato e le modalità del regime di scambi. La nostra cultura, inoltre, incrementa le diverse forme di mobilità che sono sfavorevoli agli impegni in cui prevale la solidarietà inglobante e valorizza il progetto individuale come condizione dell’efficacia collettiva. L’impegno irreversibile a vita, il debito inestinguibile che cementa la coesione del gruppo, sono messi in questione da un sistema di scambi la cui efficacia suppone una relativa grande mobilità delle persone e delle cose. Come effetto di queste trasformazioni,

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chi abbandona un impegno a vita — nella vita matrimoniale come in quella religiosa — non incorre più in quel tipo di condanna che equivale alla morte sociale, come invece vigeva nelle società rette dalla logica del dono-controdono. Per il sociologo, tuttavia, la fedeltà nella coppia e la fedeltà a un impegno di vita religiosa non sono equivalenti per quanto riguarda il loro significato sociale. Famiglia e chiesa, infatti, non sono inserite alla stessa maniera nel tessuto sociale. “L’evoluzione che conosce la coppia si inscrive in quella dei micro-gruppi; il campo di possibilità lasciato agli sposi permette loro di costruirsi insieme, di crearsi come coppia e di cambiare insieme. C’è là una possibilità di storia che dipende dai due e non esplicitamente controllata dalla società, a seguito della netta riduzione del ruolo giocato dalla famiglia nel quadro produttivo dell’economia. Il problema si pone in modo differente per ciò che concerne la chiesa: si ha qui a che fare con un’organizzazione che evolve secondo tempi differenti e più lenti di quelli che reggono gli individui, specialmente quelli che, per il loro inserimento istituzionale, subiscono pressioni istituzionali divergenti. Così la fedeltà nella coppia e quella all’impegno sacerdotale o religioso si iscrivono in una dimensione strutturale differente” 97. Non possono, quindi, essere valutate alla stessa maniera, come fa appunto il moralismo incline a ricondurre tutti i fattori che spingono al cambiamento di stato a flessioni della virtù della fedeltà.

Un altro ordine di considerazioni va aggiunto a quello del sociologo. L’osservatore sociale che volesse rendere conto della spiccata tendenza della nostra cultura al cambiamento dovrebbe menzionare, dopo le condizioni socio-economiche che lo rendono possibile, gli stereotipi che svolgono psicologicamente la funzione di facilitatori del cambiamento stesso. Prendiamo in considerazione lo stereotipo dell’“autorealizzazione”. Cambiare professione, o abitazione, o partner, o stati di vita, sono considerati come “passaggi” verso la ricerca del vero Sé 98. Anzi, il passaggio a un’altra modalità di vita, attraverso lacerazioni spesso dolorose, è la condizione per uscire dall'impasse in cui ci si viene a trovare quando si vive in modo adattato, a partire da un “falso Sé”. La necessità di cambiare è sentita più acutamente proprio dagli individui ben inseriti ed equilibrati, da coloro che si sono piegati agli imperativi sociali,

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si sono sottomessi al desiderio altrui. Le donne, man mano che si emancipano dalla soggezione loro imposta culturalmente, sono le protagoniste dei cambiamenti più clamorosi.

Le trasformazioni deliberate del proprio quadro di vita sono guardate con indulgente benevolenza, spesso incoraggiate. Una diffusa suggestione si incarica di convincere le persone che il loro destino riposa nelle proprie mani: possono essere i protagonisti dei cambiamenti significativi di cui hanno bisogno.

Non è, di per sé, una cosa nuova che le persone desiderino cambiare i loro sentimenti, il loro modo di vivere e di pensare. Nuova è solo la fisionomia secolarizzata del fenomeno. Nelle culture tradizionali, tanto dell’oriente che dell’occidente, i cambiamenti con risonanza esistenziale erano ottenuti all'interno di un’esperienza religiosa. Il cambiamento fondamentale, da cui derivavano eventualmente gli altri, era quello del rapporto con Dio; i competenti umani del cambiamento erano i sacerdoti. Oggi è mutato il quadro di riferimento: la principale agenzia di cambiamento non è considerata la religione, bensì la psicoterapia; e gli psicoterapeuti hanno preso il posto dei confessori, dei predicatori, dei padri spirituali come guide verso la nuova nascita. La relazione di aiuto è stata professionalizzata. Nei momenti cruciali di crisi dell’esistenza, quando le traversie della vita rompono un equilibrio precedente e fanno riemergere i conflitti non risolti, è a questi specialisti del cambiamento che si fa ricorso.

Per rispondere alla domanda la psicoterapia ha esteso l’ambito del suo intervento oltre il campo della psicopatologia, proponendo un aiuto tecnico per facilitare i processi di crescita delle persone considerate “normali” o “sane”. Promotore dell’allargamento dell’indicazione terapeutica è stato soprattutto il movimento del potenziale umano (human-potential movement), che ha raccolto le istanze emerse nell’area nota come “psicologia umanistico-esistenziale” 99. Il motivo per cui la psicoterapia è chiamata in causa non è più soltanto l’intervento autoritario con cui la società, anche contro la volontà dell’individuo, invia i soggetti dal comportamento deviante (“sociopatici” in genere) nelle istituzioni adibite

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al loro contenimento, mediante punizione e riabilitazione; né la decisione personale dell’individuo che cerca presso lo specialista un sollievo dai sintomi della sofferenza psichica. Allo psicoterapeuta ricorre chiunque avverta una situazione di deficienza nella propria vita. Se il metro di paragone è la completa autorealizzazione, più nessuno può dichiarare superflua per sé la psicoterapia: chi potrebbe dire, infatti, di aver realizzato in pieno le proprie potenzialità, e di non poter diventare ancora più spontaneo e naturale?

Le terapie autorealizzative sono numerose e varie, tanto negli scopi quanto nelle tecniche. Solo a titolo esemplificativo, possiamo nominare i “T groups”, gli “encounter groups” (originariamente progettati da C. Rogers e successivamente adattati a Esalen, in California) 100. Si diversificano dalla psicoterapia in senso clinico proprio perché sono rivolti in primo luogo a persone che non hanno problemi e deficienze identificabili: sono terapie per “sani”! Coloro che vi ricorrono in genere sono integrati nella società e non hanno comportamenti etichettabili come patologici: hanno solo bisogno di esperienze intense, attraverso le quali accedere a uno stato confusamente sentito come di pienezza, di autonomia, di completo significato. L’“autorealizzazione” evoca, negativamente, un Sé imprigionato, che ha bisogno di aiuto per raggiungere la sua piena libertà. L’interazione all’interno del gruppo produce di solito forti reazioni emotive, eccitazione e sentimenti positivi, da cui le persone si sentono incoraggiate a evadere dalla gabbia del quotidiano e a esplorare nuove possibilità di vita. In questo clima è ovvio che venga privilegiato il cambiamento rispetto alla fedeltà. Il potenziamento personale e l’autoespressione individuale portano a nuove decisioni, che si rivelano per lo più inconciliabili con quelle che hanno strutturato finora l’esistenza: si sfaldano legami matrimoniali, si esplora al di là degli stereotipi del comportamento legato all’identità sessuale, si rivedono impegni presi per la vita. Dalla nuova esperienza di sé il cambiamento si propaga a tutta l’esistenza, fino a trasformarne completamente la fisionomia.

Alle psicoterapie autorealizzative va riconosciuto il merito di proporre una visione antropologica agli antipodi del meccanicismo e del determinismo altrimenti dominanti in psicologia. Il punto di partenza

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è costituito dall’uomo come soggetto agente, dotato di un potenziale di cambiamento che non è mai totalmente paralizzato, neppure nelle circostanze più sfavorevoli. Contro ogni rassegnazione, l’individuo è condotto fino alla liberante costatazione: “Io posso cambiare!”. Le ridecisioni prese in questo contesto possono avere effetti decisivi sulla ristrutturazione di tutta l’esistenza personale.

3. La cultura del cambiamento al vaglio della teologia.

Chi orienta la propria vita secondo la Parola di Dio, che trascende il tempo, non può rassegnarsi a sottomettersi agli stereotipi e ai dettami culturali del presente. Soprattutto quando la loro naturale contingenza è gravata dai condizionamenti della moda. Valorizzando la forza critica della fede, alcuni teologi si sono levati di recente contro l’imperativo dell’autorealizzazione, denunciandolo come idolo. La cultura dell’autorealizzazione avanza una pretesa di spiritualità, in quanto il suo obiettivo è la rigenerazione della persona; in realtà i suoi risultati si riducono, secondo questi critici, a una celebrazione dei fasti dell’individualismo. Le terapie di auto-realizzazione sono passate in rassegna e criticate da R.K. Hudnut: The bootstraps fallacy 101. Il sottotitolo specifica polemicamente: “ciò che i libri di ‘self-help’ non vi dicono”. Tiene presenti in particolare tre opere che gli sembrano emblematiche di tutta la corrente: Verso una psicologia dell’essere, di A. Maslow: Le vostre zone erronee, di W. Dyer: Io sono OK — Tu sei OK di Th. Harris. Al progetto di autorealizzazione proposto da questi autori Hudnut contrappone la propria tesi: “Non si può essere una persona che si ‘autorealizza’, che è libera da ‘zone erronee’, e ‘pensa positivamente’, con le proprie forze. Le nostre vite cambiano non solo in quanto noi cambiamo noi stessi — ciò che è possibile solo fino a un certo punto —; ma piuttosto permettendo a Dio di cambiarci — ciò che è di fatto del tutto possibile —. Questo processo lo chiamiamo ‘grazia’”.

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L’argomentazione di Hudnut ha il vantaggio, nella sua linearità, di mettere in piena evidenza ciò che sta a cuore ai teologi: salvaguardare la trascendenza di Dio e della sua opera. Perché non si instauri nessuna confusione tra ciò che è in potere dell’uomo e il risultato dell’azione di Dio, sposta l’obiettivo dell’autorealizzazione a un livello superiore (dal realizzarsi al “superrealizzarsi” — superachieving —) e afferma che, anche se giungessimo con le nostre forze alla meta che ci propongono i moderni terapeuti, non possiamo passar oltre se non dopo aver fatto l’esperienza della nostra impotenza. La religione è situata per Hudnut in questa zona di esperienze critiche, in cui il credente tocca con mano che non può muovere se stesso, ma deve essere mosso. Probabilmente più di un lettore rileverà l’impressionante somiglianza dell’immagine di Dio che viene in tal modo evocata col Dio “tappabuchi” che inquietava Bonhoeffer nei suoi ultimi giorni di carcere.

Hudnut, a sua volta, è turbato piuttosto dall’esaltazione delle potenzialità umane, in quanto vi individua la riproposta di una vecchia problematica teologica: “È il classico confronto religioso tra le fede e le opere che viene interpretato sotto la veste della psicologia. Gli psicologi moderni non sono altro che teologi delle opere dei nostri giorni. Hanno preso le realizzazioni, le opere, su cui è costruita la nostra cultura americana, e hanno applicato la stessa etica delle opere alla vita interiore. Ciò può essere fatto, fino a un certo punto. Il guaio è che il punto, che è parziale, si presenta mascherato da cerchio completo, che è l’intero. Ma non posso realizzare l’interezza. Non posso conseguire con le mie sole forze “la pace della mente”, il mio “pensiero positivo”; non mi possono liberare da solo dalle miriadi di “zone erronee”. Finché non rinuncio a pensare che posso farlo. Devo perdere la mia vita per trovarla (Me. 8,35). E potrò farlo solo in una crisi, quando sono posto di fronte al fatto che, malgrado i libri di ‘self-help’ che ho letto, non mi sono realizzato. Non sono salvato, reso ‘intero’, dalle mie opere” 102.

Se vogliamo attribuire un senso antropologico positivo a questa presa di posizione a favore della grazia, possiamo individuarlo nella difesa delle potenzialità di crescita insite nelle modalità passive di sperimentare l’esistenza. Ciò che “subiamo” può portarci più lontano di ciò che facciamo; anzi, la modalità “patica” è indispensabile perché l’essere umano raggiunga la sua realizzazione ultima 103.

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Dedicato esclusivamente ai problemi che suscita l’Analisi Transazionale è il saggio di A. Reuter 104. Con riferimento alla nota divulgazione dell’A.T. fatta da Harris, in cui questa terapia è presentata come un programma per rendere tutti “OK”, l’autore vuol tracciare una chiara distinzione tra questo progetto e quello che è specifico della fede cristiana. La riserva fondamentale verso i risultati della terapia transazionale è quella che abbiamo già riscontrato in Hudnut: il timore che l’uomo possa rendersi degno da solo, facendo a meno del giudizio di grazia di Dio. Quando prende questa direzione, l’A.T. — afferma Reuter — diventa un “mito”.

Passando a esaminare il rapporto interpersonale così come si struttura nella prassi terapeutica, Reuter avanza il sospetto che, in pratica, sia il terapeuta che viene a sostituirsi al Dio accettante. Ricorda l’affermazione di P. Tillich, secondo cui l’accettazione totale da parte di un counselor-terapeuta è l’espressione secolare contemporanea della grazia; ma mette in dubbio che un terapeuta possa mettere in atto un’accettazione così incondizionata. “L’OK che offre l’A.T. è solo una parte di quello di cui ha bisogno l’essere umano” 105. Il cristiano dovrebbe perciò richiamare l’A.T. ai propri limiti, proclamando che l’esperienza psicoterapeutica, anche la più riuscita, è solo un’astrazione parziale di un tutto, costituito dalla situazione umana davanti a Dio. Reuter evoca a questo punto una figura singolare, che chiama “il terapeuta cristiano”. Questi si troverebbe in una situazione privilegiata per offrire l’alternativa della fede nell’attività di Dio in Gesù, al posto della fiducia nell’essere affermato da se stesso o dal terapeuta: “Il cristiano si trova nella posizione che lo mette in grado di prendere coscienza che né lui stesso, né il suo terapeuta sono Dio, e che l’OK offerto dal terapeuta o dall’A.T. è solo un “tipo”, limitato al rapporto interpersonale, ovvero una rappresentazione dell’OK transpersonale, finale, che ci viene offerto quando mettiamo la nostra fiducia in Gesù”. Una tale impostazione del rapporto tra autorealizzazione psicologica ed esperienza religiosa può difficilmente trovar udienza al di fuori di un orizzonte pietista.

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L’ultimo saggio che intendiamo esaminare tra la produzione teologica dedicata all’autorealizzazione è quello che l’episcopaliano P.C. Vitz dedica alla “psicologia come religione” 106. Nel corso del libro l’autore fornisce alcune notizie autobiografiche che sono di aiuto nell'interpretare il suo scritto. Cultore entusiasta della psicologia umanistica, si è progressivamente raffreddato, fino a diventarne un critico accanito. Contemporaneamente avveniva la sua crisi religiosa, che lo portava dall’ostilità al cristianesimo, considerato come un ostacolo sul cammino dell’autorealizzazione personale, alla conversione. I dati biografici spiegano sia la migliore conoscenza della psicologia umanistica, rispetto alle opere analoghe scritte da teologi, sia lo zelo da apologeta che caratterizza le sue affermazioni a favore della superiorità della religione sulla psicologia.

Benché il titolo parli di psicologia in generale, è un settore circoscritto della psicologia quello che interessa Vitz. Non considera la prassi degli psicologi (riconosce che esistono psicologi che rispettano i problemi religiosi dei loro pazienti, a prescindere dall’orientamento religioso o laico che hanno personalmente nella vita), bensì le teorie psicologiche. Tra queste esclude la psicologia sperimentale, il behaviorismo con le teorie comportamentali derivate, la psicoanalisi e la recente psicologia transpersonale; tiene presenti solo i rappresentanti più autorevoli della psicologia umanistica, che individua nei quattro maggiori teorici: Fromm, Rogers, Maslow e May. Li ha scelti, afferma, in ragione della loro influenza, soprattutto grazie alla divulgazione popolare che ha avuto il loro pensiero. Senza renderli responsabili degli estremismi di alcuni interpreti, individua tuttavia nella psicologia umanistica da loro propugnata la matrice del movimento che propone l’autorealizzazione per tutti.

La tesi centrale del libro è che questa psicologia ha oltrepassato l’ambito della scienza per invadere un campo che non è il suo: “questa psicologia è diventata una religione, in particolare una forma di umanesimo secolare basato sul culto del Sé (Self)”. Sinteticamente, Vitz la chiama ‘selfism’. Un primo aspetto da criticare è, a suo avviso, la destabilizzazione esistenziale promossa da questo tipo di psicologia: “La psicologia del Sé enfatizzata la capacità umana di cambiamento, al punto da ignorare quasi del tutto che la vita ha dei limiti; e che la conoscenza di essi è la base della saggezza. Per i cultori del Sé sembra che non esistono doveri, abnegazioni, inibizioni o freni accettabili. Al loro posto,

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esistono solo diritti e opportunità di cambiamento. Un numero schiacciante di cultori del Sé presume che non ci sia una morale o una relazione interpersonale invariabili, né aspetti permanenti di ciò che è individuale. Tutto è scritto sulla sabbia di un Sé in continuo cambiamento. La tendenza a dare semaforo libero a ogni meta di propria scelta è indubbiamente una delle maggiori attrazioni del ‘selfism’, particolarmente in una cultura in cui da molto tempo il cambiamento è considerato come intrinsecamente buono” 107.

I concetti e i valori del ‘selfism’ non contribuiscono a formare e a mantenere relazioni personali permanenti, né rafforzano quei valori ― quali il dovere, la pazienza e il sacrificio — grazie ai quali si possono conservare gli impegni. Vitz sostiene che il diffondersi di questa psicologia nella società abbia contribuito in maniera determinante alla distruzione delle famiglie: “Con monotona regolarità la letteratura del culto del Sé parteggia per quei valori che incoraggiano il divorzio, le rotture, la dissoluzione dei legami coniugali e familiari. Tutto ciò è fatto in nome della crescita, dell’autonomia, e del ‘continuo fluire’” 108. Attribuisce perciò alle psicoterapie di autorealizzazione una pesante distruttività sociale, oltre che la responsabilità per la decadenza del senso di responsabilità morale.

Passando dai risultati delle teorie del Sé alle condizioni che hanno reso possibile il loro successo, l’autore analizza il processo per cui le teorie di Fromm, Rogers, Maslow e May sono diventate ideologie popolari e commercializzate. Vitz ritiene che le radici socio-economiche della psicologia dell’autorealizzazione vadano cercate nella società dei consumi. “Il ‘selfism’ è la filosofia ideale del consumatore, perfettamente appropriata a coloro che hanno soldi e tempo libero. Va bene soprattutto per coloro che consumano servizi, come viaggi e moda”. L’autorealizzazione appare quindi come un elemento di uno stile di vita, funzionale all’economia industriale urbana. Appena le economie dell’occidente hanno cominciato ad avere bisogno di consumatori, hanno sviluppato un’ideologia ostile alla disciplina, all’obbedienza e al dilazionamento della gratificazione. Patrocinando l’esperienza ‘here and now’, la psicologia del Sé offriva un aiuto insperato all’industria della propaganda commerciale.

Da ultimo — last but not least — la critica di Vitz appunta i suoi strali sulla dimensione anticristiana delle terapie autorealizzative. “Storicamente —

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afferma — il ‘selfism’ deriva da un umanesimo esplicitamente anticristiano e la sua ostilità al cristianesimo è l’espressione logica delle sue divergenze dottrinali circa la natura del Sé, la creatività, la famiglia, l’amore e la sofferenza” 109. In esso vede un surrogato secolare della religione, al quale va fatto risalire il culto del Sé che si attualizza, oggi così diffuso. Lo contrappone categoricamente al progetto spirituale cristiano: “L’inflessibile e unilaterale ricerca di una glorificazione del Sé è in diretta contraddizione con l’ingiunzione cristiana a perdere il Sé. Certamente Gesù Cristo non visse e non patrocinò una vita che coi criteri di oggi potrebbe essere qualificata come ‘autorealizzata’. Per il cristiano il Sé è il problema, non il potenziale paradiso” 110. Ancora una volta ritroviamo l’immagine del Sé come idolo, che configura un’antropologia antitetica a quella cristiana. Si acutizza però anche il disagio per la notevole confusione che avvolge il concetto del Sé. Leggendo la saggistica a cui ci siamo riferiti, si fa sempre più netta la convinzione che quando teologi e psicologi parlano di “perdere se stesso” o di “realizzare se stesso” non si riferiscono alla stessa realtà psicologica ed esistenziale. Il dialogo naufraga così miseramente su equivoci semantici.

Abbiamo passato in rassegna alcune critiche teologiche al concetto di autorealizzazione, intorno a cui ruota il tentativo più esplicito di legittimare la spinta sociale al cambiamento. È una critica che si rivolge, più che ai procedimenti psicoterapeutici in se stessi, ai presupposti ideologici e al modello antropologico promosso. Alla teologia sta a cuore affermare, in positivo, la trascendenza della salvezza cristiana, che non si identifica con l’autorealizzazione che può compiere l’uomo. Al tempo stesso, però, i teologi che combattono con intenzioni demistificatorie il progetto autorealizzativo tendono a trasmettere un’immagine parziale del cristianesimo. Riservando il vero cambiamento esclusivamente alla conversione, sottolineano lo stacco tra le traversie dell’esistenza individuale ― che si struttura in rapporto a una situazione socioculturale concreta, che prevede uno sviluppo, e in cui possono sorgere conflitti con gli impegni presi nel passato — e la vita spirituale. Perché si possa recuperare l’unità naturale-soprannaturale del progetto umano, è necessario procedere a una riformulazione della fedeltà in chiave dinamica. Di questo nuovo discorso sulla fedeltà vogliamo tracciare ora le linee portanti.

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4. Verso una concezione dinamica della fedeltà

È tramontata l’epoca della fedeltà? L’ideale di vita che vi si ispira non gode oggi buona stampa. Già la stessa restrizione semantica del termine — di fedeltà si parla quasi esclusivamente nell’ambito della vita di coppia, precisamente là dove i nuovi costumi la sottopongono alla maggiore conflittualità — testimonia la sua emarginazione nella costellazione dei valori che strutturano la vita contemporanea. La fedeltà ha cessato di ispirare quei progetti di vita in cui l’impegno aveva la connotazione di una disponibilità illimitata. Era un ideale di perfezione consegnarsi con “santa indifferenza” nelle mani dell’autorità, la quale poteva disporre a discrezione e contare su una fedeltà assoluta, in un rapporto gerarchico in cui l’ineguaglianza era riconosciuta e accettata. Oggi questa fedeltà, che era uno stile di vita ancor più che uno stato, non ha più corso. “Si può dire che questo ideale di fedeltà oggi non è colto. La credenza nell’avvenire e nel progresso, l’esperienza di un cambiamento incessante di cui ci si compiace di dire che è uniformemente accelerato, la necessità di rendersi malleabili, di piegarsi al profilo di un mondo fluido, la certezza che tutte le situazioni sono inedite, la dissoluzione del gruppo sociale tradizionale — che trasmetteva valori e regole indubitabili —, l’attenzione nei confronti dell’individuo in ciò che ha di originale, alla sua soggettività incomparabile, alle sue vicissitudini e alle sue chances —, tutto ciò e molte altre ragioni ancora impediscono di cercare nel passato un modello capace di guidare la vita” 111. In netto contrasto con il posto che la fedeltà aveva nella morale tradizionale, oggi essa suscita diffidenza. Si ha paura di essere ingannati dall’ideale di fedeltà, come se la fedeltà ci sottrasse il movimento della vita e l’apertura al futuro.

Eppure la fedeltà non può essere così facilmente eliminata dalla nostra immagine dell’uomo. Essa incrementa la fiducia degli uomini tra di loro, e quindi è un elemento fondante della convivenza umana; inoltre realizza anche un tratto importante di quella unità dell’uomo che è un’immagine dell’unità divina 112. Anche un’antropologia razionale non può non vedere che la fedeltà umana ha le sue radici ultime nell’oggettività del mondo. C’è sempre un mondo oggettivo che precede l’intervento della nostra libertà, ed è necessario riconoscere questa limitatezza. Senza una scelta, non ci si àncora in questo mondo. La decisione, che

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implica anche il coraggio di rinunciare alle molte possibilità a favore di una sola, attua questo radicamento 113. Essere fedele significa allora consacrarsi al compito proposto dalla realtà presente, inscritta come un’esigenza nella oggettività del mondo e fatta propria mediante il processo della decisione concreta. “Contro la tentazione di vivere a modo proprio ― cioè secondo la passione —, la fedeltà restaura un’obiettività alla quale bisogna piegare il desiderio per esistere conformemente alla ragione” 114.

Il valore umano della fedeltà può essere stabilito anche nel quadro di un’antropologia più centrata sull’esistenza dell’uomo. È pur vero che la filosofia esistenzialista è una delle principali responsabili del declino della fedeltà come valore. Alle grandi incertezze sul senso della storia e sul futuro del mondo, l'esistensialismo ha aggiunto l’insicurezza sulla “identità” individuale. La radicalità con cui sembra distrutto ogni progetto di vita ha portato alcuni esistenzialisti, ispirati a una concezione personalista dell’uomo, a riflettere sul posto che ha la fedeltà nell’esistenza individuale 115. La loro analisi ha gettato una luce ancora più cruda sulle contraffazioni della fedeltà; ma al tempo stesso ha fatto emergere le strutture antropologiche della vera fedeltà: l’impegno in una gerarchia di verità e di valori (secondo Mounier, una persona raggiunge la piena maturità solo quando si impegna a una fedeltà che valga più della vita); l’interpersonalità, che crea il legame tu-noi-io; le dimensioni della storicità: memoria fedele, presenza e impegno per il futuro; la creatività; le manifestazioni sociali della fedeltà; le sue condizioni etiche, che includono anche la giusta disciplina.

La sfida a rintrodurre la fedeltà nella spiritualità del cristiano è stata assunta dalla teologia morale contemporanea. Ne fa fede B. Häring, che ha assunto come Leitmotiv della sua sintesi della morale cristiana la libertà e la fedeltà creativa 116. La teologia morale, radicandosi nel

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nostro tempo, non ne subisce semplicemente gli influssi. Anzi, può fornire a sua volta criteri per discernere, tra quanto viene proposto come liberazione dell’uomo, ciò che contribuisce davvero alla liberazione e ciò che lo asservisce agli idoli di moda. Mentre il dibattito teologico spinge a discriminare, come abbiamo visto, tra l’autorealizzazione umana e la conversione evangelica, la morale contribuisce a distinguere la fedeltà dalla mera stabilità. “La nostra costanza — afferma Häring — diventa vera fedeltà solo mediante un genuino discernimento che elimina le false fedeltà ed approfondisce quelle autentiche”. I cristiani non sono chiamati a una fedeltà qualsiasi, ma alla fedeltà dell'alleanza. Lungi dall’identificarsi con la stabilità, questa può domandare rotture radicali col passato (“Avete udito tutto che fu detto... ma io vi dico”; “chi non abbandona il padre, la madre...”). La fedeltà a se stessi va completata, in prospettiva cristiana, con la fedeltà a Colui che chiama e agli altri. L’autorealizzazione narcisistica, così coltivata nel nostro tempo, si equilibra mediante l’impegno verso il “tu/noi”, che deriva dal carattere dialogico o intersoggettivo della fedeltà. La fedeltà, infatti, non esprime solamente una costanza nella scelta degli oggetti, ma è anche una risposta al desiderio dell’altro, ma parola data all’altro. Più precisamente, è proprio la costanza della parola data che specifica la fedeltà, distinguendola dalla costanza dell’attaccamento.

L’etica cristiana della fedeltà deve assimilare la nozione di conflitto, con tutta la sua complessità messa in evidenza dalla psicologia 117. L’uomo è fatto tanto per la fedeltà che per il cambiamento. Le sue disposizioni naturali lo spingono ugualmente a cercare l’attaccamento e a trasgredirlo. Il carattere reciproco dell’impegno, inoltre, può costituire un

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fattore sia di costanza, sia di cambiamento. Possono cambiare gli interessi individuali (un fenomeno non esclusivo dell’adolescenza; anche l’adulto può modificarsi, sotto la spinta di un’evoluzione inerente alla propria storia); può cambiare l’“altro”, creando così una situazione in cui il mantenimento dei legami interpersonali e degli impegni diventa conflittuale. La fedeltà in tali casi può essere vissuta come una tensione dolorosa, che si accompagna a un sentimento di impotenza. Più difficili da riconoscere sono quei quadri patologici della fedeltà in cui non esiste conflitto o sofferenza acuta, ma solo noia e stanchezza. La fedeltà in tali casi può avere un effetto sterilizzante: è una barriera che impedisce di entrare in contatto con le proprie aspirazioni profonde. La creatività, che si richiede alla fedeltà come garanzia di autenticità, modifica il modo abituale di rappresentarsi il compito della fedeltà nell’ambito di quadri socio-culturali statici. Anche la spiritualità ne è coinvolta. A proprio vantaggio. Perché la spiritualità cristiana è pur sempre obbedienza allo Spirito, il cui programma è di “far nuove tutte le cose”.

5. Dagli “stati di vita” alle “fasi della vita”

Riferendoci ancora una volta alla crisi della concezione della vita incentrata sui valori di fedeltà, dobbiamo registrare che le critiche di maggior peso sono quelle di natura antropologica. La fedeltà umana, in quanto costume sociale e ideale spirituale, si fondava su un’immagine dell’uomo che oggi ci è diventata estranea. Essa privilegiava la ragione. Pur definendo l’uomo come animal rationale, accentuava talmente l’aggettivo da lasciare completamente in ombra il sostantivo. Vivere secondo la ragione comportava il dovere di sganciarsi dai condizionamenti pulsionali nella vita, raggiungendo già nella storia un perfetto equilibrio sopra-temporale. In questo ideale si rifletteva “una teoria dell’essenza umana che, al limite, significa che non c’è niente di imprevisto, che gli avvenimenti non sono che lo sviluppo di ciò che era già precedentemente contenuto nell’essenza, che tutta la vita è, in ultima istanza, condensata in un nucleo compatto, che essa deve essere presa o lasciata in blocco e che la questione della fedeltà è chiara, perché consiste unicamente nel domandarsi se ci si accetta o ci si separa radicalmente da

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se stesso... Questa immagine classica dell’uomo è per noi oggetto di dubbio. Non crediamo più in quel compimento sempre anticipato che prometteva l’essenza: ciò che ci domina è la certezza dell’incompiutezza, della finitezza; prendiamo sul serio l’azione; comprendere l’uomo come soggetto pratico ci convince che rimaniamo sempre distanti da noi stessi, da quella chiara domenica in cui potremo godere di noi stessi, riposarci in una pienezza immediata” 118.

La concezione essenzialistica ha segnato profondamente la spiritualità cristiana. La spiritualità degli “stati di vita” ce ne offre una chiara testimonianza. Validi tentativi di superare questa concezione sono stati fatti da quei teologi che hanno cercato di introdurre le categorie temporali nella fondazione stessa della teologia spirituale. Citiamo, per tutti, la teologia “esperienziale” di V. Truhlar 119. La vita spirituale si situa per Truhlar fondamentalmente a livello di esperienza. Ispirandosi a quei teologi che hanno stabilito un fecondo confronto tra la metafisica classica e il punto di vista della filosofia trascendentale moderna — in particolare a K. Rahner — Truhlar considera l’esperienza come una situazione gnoseologica sui generis. Il sapere di cui è questione nella vita spirituale non è il “pensare” concettuale, né quella conoscenza della realtà che acquisiamo mediante la sperimentazione: è il sapere relazionato all’esperienza del proprio essere e dell’assoluto, comune a tutti gli uomini. È indubbiamente una percezione peculiare, perché l’essere non si sente mediante determinate percezioni sensitive, immaginative, concettuali, né per il tramite della volontà o del sentimento: l’accesso all’essere è diretto, “acategoriale”. Questa esperienza dell’essere accompagna ogni categoria dell’attività umana, benché come tale non possa mai essere afferrata con i concetti.

Valorizzando l’elemento esperienziale della vita umana, la teologia spirituale trova un centro unificatore. Essa non ha più bisogno di localizzarsi nel regno sopratemporale delle essenze, ma può calarsi nel contingente, nel mutevole. Un posto particolare nella sistematizzazione della vita spirituale attribuisce Truhlar alle traversie dell’esistenza, cioè a quelle vicende della vita che distruggono i valori acquisiti (amore, salute, beni materiali, stima, onore, vedute culturali, politiche, religiose), e costringono

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a ristrutturare il quadro della propria vita. “Che cosa apportano alle genesi di una vita spirituale ed esperienziale? Se l’uomo sotto i colpi non si intorpidisce o irrigidisce, viene affinato da un processo di maturazione personale che riguarda specialmente l’amore e la rinuncia. Nella separazione dal valore... l’uomo vive il fatto che il valore perduto non è la persona stessa; percepisce in sé qualcosa che, in tale separazione, perdura nel cambiamento del mondo e dei suoi oggetti; cioè percepisce se stesso. E quanto più i valori raggiungono l’intimo, tanto più intensamente l’uomo, dopo la loro distruzione, prende coscienza di sé, trova il suo nucleo personale che è pure il suo fondo esperienziale” 120.

Nella teologia spirituale di Truhlar viene efficacemente recuperato l’elemento contingente dell’esperienza umana, come occasione di un incontro autentico con l’Assoluto che per il cristiano è sempre “esperienza di Cristo”. Si passa così da una concezione monolitica e atemporale della vita spirituale, dove l’incontro con il reale concreto è una minaccia destabilizzante, al suo contrario: ogni singolo frammento di esperienza umana può essere punto di ignizione dell’Assoluto. Qui va denunciato però anche un limite. La vita umana viene segmentata, rischiando di perdere la sua forma strutturale, la sua Gestalt. In particolare, la valorizzazione unilaterale della “puntualità” dell’esperienza disattende il fenomeno, ben noto in antropologia medica e in psicologia, della strutturazione dell’esistenza individuale per “fasi”. Ogni fase della vita ha la sua caratteristica insostituibile, e anche un suo compito specifico. Se non si assume ogni fase nella seguente, integrandovela stabilmente, si hanno sviluppi patologici a livello psichico. E anche spirituale. La pedagogia religiosa non ha ben assimilato questa lezione. Insistendo sulla totalità del corso della vita, da strutturare con una di quelle decisioni tipiche con cui si determina il proprio “stato di vita”, ha distolto l’attenzione dalle fasi specifiche, e della dialettica che si instaura tra fase e totalità. Nelle diverse fasi della vita esistono differenze nel comprendere e valorizzare gli aspetti esistenziali della vita umana (dolore, malattia, morte, separazioni), nonché un differente rapporto esistenziale alle verità religiose, agli obiettivi morali e alle mete della spiritualità. La teologia deve elaborare una fenomenologia del corso della vita umana, come strumento di una spiritualità che si rivolga all’uomo nei suoi vissuti concreti. L’unico tentativo degno di nota in tal senso è un breve saggio di Romano

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Guardini dedicato alle età della vita 121. Anche se il pensiero di Guardini non è stato in seguito ripreso e valorizzato, rimane un’indicazione valida, che la teologia spirituale potrebbe sviluppare. L’orizzonte in cui si muove Guardini è filosofico. Vuol mettere in evidenza le esperienze umane fondamentali sulle quali riposa ogni pensiero. Nello stesso tempo traccia uno schema ideale di sviluppo, con le sue crisi, pericoli e vantaggi, che assicura creatività alla vita umana. Una creatività che non si limita alla ricerca filosofica in senso intellettuale, ma che si rivolge piuttosto alla “sapienza”, e quindi alla vita stessa come creazione sapienziale.

Guardini concepisce le “età della vita” come forme fondamentali dell’esistenza umana, modi caratteristici della vita dell’uomo in diversi periodi del suo cammino, dalla nascita alla morte. Comportano delle maniere peculiari di sentire, vedere e agire di fronte al mondo. Tra le fasi e l’insieme dell’esistenza esiste un rapporto dialettico. Ogni fase della vita esiste in funzione del tutto e di ciascuna altra parte. I fenomeni della memoria e della previsione manifestano l’unità della vita; la quale, appunto perciò, può acquistare la fisionomia etica e spirituale di un progetto. La vita non è un insieme di pezzi, ma un tutto che è presente in ogni momento dello sviluppo. Ma ogni fase, d’altra parte, costituisce un’unità ben definita, che ha il suo proprio significato. I caratteri di ogni fase sono così nettamente marcati, che l’individuo non trapassa semplicemente da una fase all’altra, ma deve staccarsene. Ogni distacco costituisce una crisi caratteristica. Se non si supera la crisi, lo sviluppo armonico di tutta l’esistenza è minacciato.

Tra l’infanzia e l’adolescenza va situata la crisi della pubertà. Le esperienze fondamentali dell’infanzia — l’affermazione incondizionata del proprio essere, l’universale parentela di tutte le cose, il dialogo incessante che unisce l’uomo a ciò che lo circonda, la voce di Dio — vengono assunte nell’esperienza che struttura la giovinezza: quella dell’assoluto. In questa fase di idealismo naturale predomina la purezza che rifiuta ogni compromesso, unita alla convinzione che le idee vere possono modificare la realtà. È il periodo che vede nascere il coraggio di prendere delle decisioni da cui dipenderà la vita intera. Le decisioni possono essere prese di fronte a Dio, a se stesso, a un altro essere umano con la nascita dell’amore; si traducono nella scelta di una professione, nell’adesione a una vocazione, in un legame affettivo. Nella giovinezza per lo più

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prendono forma quelle scelte che struttureranno il resto della propria esistenza — eventualmente la scelta dello “stato di vita” —. La crisi che segna il passaggio all’età adulta è quella dell’esperienza. Prendendo coscienza della realtà, l’idealista naturale deve riconoscere che l’assoluto non è tagliato nell’esistenza in modo semplice. Incombe il pericolo di capitolare di fronte alla realtà, adottando un atteggiamento positivista o di scetticismo: molte cose per le quali ci si era impegnata la vita finiscono per non avere più senso. È il grande disincanto cui non sfugge nessuna esistenza umana. Il “taedium vitae” può installarsi in modo permanente. Se invece si accettano i limiti e le insufficienze della vita, si entra nella maturità spirituale. Nella fase vitale della maturità l’esperienza fondamentale è quella della durata, ancorata sulla stabilità interiore della persona. Anche questa fase del pieno possesso delle proprie forze conosce una crisi: la crisi del distacco, che raggiunge il suo culmine con l’accettazione della morte. Solo attraverso questa porta bassa si entra nelle zone profonde dell’esistenza, si accede all’esperienza del mistero.

È troppo presto per dire se la teologia tradizionale degli “stati di vita” sarà definitivamente abbandonata, o se conoscerà un nuovo sviluppo, incentrandosi intorno ai temi che oggi più attirano l’attenzione: la valutazione positiva dell’autorealizzazione personale, la concezione dinamica della fedeltà, la spiritualità esperienziale, la riflessione antropologico sapienziale sulle fasi di vita. Più che un ramo secco da tagliare, appare come un tronco capace di portare, dopo gli innesti appropriati, nuovi frutti.

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Capitolo Terzo

LA CORPOREITÀ

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IL CORPO COME ESPRESSIONE E COME COMUNICAZIONE

Il linguaggio dei gesti corporei non si insegna in nessuna scuola, eppure tutti arriviamo a capirlo, a parlarlo correttamente, a comunicare con gli altri esseri umani senza gravi intoppi. Non parla solo la nostra lingua, formulando parole, ma parlano anche le mani, i piedi, gli occhi, il corpo intero. Gli studiosi del comportamento umano hanno già messo nel dovuto rilievo la nostra capacità di usare dei segni per comunicare. Una disciplina in grande sviluppo, la semiotica, ne ha fatto l’oggetto di una trattazione specifica. Quel che ci offre l’ultima pubblicazione di Desmond Morris, L’uomo e i suoi gesti122, è qualcosa di più settoriale. Di tutti i segni che attraversano l’universo conoscitivo dell’uomo, vengono presi in particolare considerazione quelli che formula il corpo. Un repertorio di gesti corporei, quindi. Ma fondato su ben altri presupposti ideologici che, poniamo, La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano di De Jorio (1832), che Morris cita come uno dei primi tentativi precursori del suo lavoro. Nel mezzo è passato Darwin, sollevando la questione scientifica dell’origine della specie umana. È noto che Darwin si occupò, nella sua prospettiva evolutiva, dell’espressione fisica delle emozioni in un’opera (The expression of emotions in man and animals) che, fino a un’epoca più recente, non ha goduto la meritata attenzione degli scienziati. Eppure è proprio quest’opera la vera antenata della ricerca di Morris. La sua analisi dei gesti dell’uomo è più che un’antologia comparativa, in senso sincronico, come potrebbe compilarla uno studioso

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del folklore o di antropologia culturale. Non può essere neppure schedata tra le ricerche che si occupano della funzione del corpo nella semantica e nella pragmatica della comunicazione umana 123. Desmond Morris è uno studioso del comportamento animale, un etologo; anzi, più crudamente: uno zoologo. Direttore della sezione mammiferi dello zoo di Londra dal 1959 al 1967, studioso in particolare dei primati, deve la sua fama mondiale al libro con cui nel 1967 ha sorpreso — affascinato ― scandalizzato milioni di lettori: La scimmia nuda. Partiva dal presupposto che per capire l’uomo bisogna considerarlo, né più né meno, che come una delle 193 specie di scimmie viventi; con una sola particolarità: che è nuda, mentre le altre sono coperte di pelo. Per l’evoluzionismo darwiniano ottocentesco, l’uomo deriva dalla scimmia; per Morris l'homo sapiens è rimasto scimmia. Le opere successive di Morris, Lo zoo umano e Il comportamento intimo, confermavano la sua fama di “enfant terrible” della divulgazione scientifica. Il disagio maggiore derivava dal non sapere che valore dare alle sue affermazioni: erano asserzioni scientifiche o “boutades” impertinenti? Si presenta ora con questa sua ultima opera, frutto di 10 anni di lavoro sul campo e di un esauriente vaglio della letteratura precedente. Abbandonato il tono provocatorio e la scrittura semplificatrice — che seducevano i lettori quando i suoi scritti venivano pubblicati per stralci nel “Daily Mirror” —, vuol fare ora un esplicito lavoro scientifico. Il programma di Morris è di applicare allo studio del comportamento umano i principi che l’etologia ha elaborato per quello animale. Il titolo originale, più pedante ma più preciso, esprime meglio l’intento del suo lavoro: Manwatching. A Field Guide to Human Behaviour. Si tratta di osservare l’uomo, in modo che il suo stesso comportamento lasci trasparire il proprio senso biologico; vale a dire, la sua funzione nella soddisfazione dei bisogni e, in ultima analisi, nel mantenimento della specie.

Il libro vuol essere al tempo stesso un’opera divulgativa, nel senso che si rivolge a un’ampia cerchia di lettori. Tuttavia qui Morris esce dal cliché costruitosi con le sue opere precedenti. Sulla questione di fondo, cioè la legittimazione di una etologia umana, si pronuncia in termini sfumati ed evasivi: “Non vi è nulla di insultante nello studiare gli esseri

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umani come animali. Dopotutto, noi siamo animali. L'homo sapiens è un primate, un fenomeno biologico regolato da leggi biologiche, come ogni altra specie. La natura umana non è che un tipo particolare di natura animale. Certo, l’uomo è un animale straordinario; ma anche tutte le altre specie lo sono, ognuna a suo modo, e l’osservatore scientifico dell’animale umano può portare molti nuovi contributi allo studio della specie, se mantiene questo atteggiamento di umiltà evolutiva”. Rinuncia alle provocazioni per assumere il tono più suasivo del richiamo all’evidenza. Le sue analisi del significato dei vari gesti non hanno la forza di una argomentazione stringente; il loro valore dimostrativo risiede nell’assenso intuitivo che riescono a evocare nel lettore.

Ciò che viene costruito su una base antropologica così ristretta ha stabilità diseguale. Molta parte del lavoro è salda; quando invece l’analisi si estende ai comportamenti ad alta densità simbolica, allora la costruzione pencola paurosamente e minaccia di franare. Così, per esempio, quando viene affrontato il comportamento religioso (“azioni effettuate per ingraziarsi divinità forgiate dalla nostra immaginazione”, dice il sottotitolo del capitolo), oppure quando si traccia una biologia dell’estetica o si analizza il comportamento etico. La spiegazione del comportamento altruistico è esemplare. Assumendo come base del comportamento umano la pura finalità biologica, l’altruismo in quanto tale è un assurdo. Per Morris l’animale umano si comporta in modo “apparentemente altruistico”; come tutti gli altri animali, non può essere geneticamente programmato ad agire con vero altruismo. I gesti che pretendono la qualifica di altruistici, comprese le più alte vette dell’auto-sacrificio e della filantropia, sono tutti a servizio dell’“ego”. Là dove ciò non è evidente, lo si deve a un processo di simbolizzazione — il vedere una cosa come la metafora di un’altra —, responsabile dell’estensione ad altri dell’impulso fondamentale a ricercare il proprio vantaggio.

Se in passato filosofi e teologi hanno preteso di dare ragione del comportamento umano prescindendo completamente dalla scienza che si occupa dei fatti biologici, ora il dogmatismo sembra prendere dimora tra gli scienziati: la biologia, e nient’altro che la biologia, per spiegare il comportamento umano. Tuttavia la nostra intenzione non è qui quella di mostrare l’inadeguatezza dell’approccio etologico quando viene esteso anche a quei comportamenti che specificano l’uomo in quanto tale. Tanto meno vogliamo negare la legittimità dell’approccio etologico in sé, purché rinunci alla sua pretesa imperialistica di ridurre tutto entro i suoi

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schemi. In particolare, le debite riserve che possiamo avere circa l’antropologia riduzionistica di Morris (= “l’uomo non è altro che...”) non dovrebbero impedirci di partecipare alla festa dei gesti a cui ci invita. Come specie “gesticolante” non abbiamo l’uguale nel regno animale! La nostra inventiva in questo campo è tanto grande che nessuno ha finora seriamente tentato di compilare un esauriente dizionario internazionale dei gesti umani. Anche il voluminoso lavoro di Morris, resta un primo abbozzo parziale di una ricerca destinata ad occupare gli studiosi per parecchi decenni. Premessa una classificazione con intenti sistematici (i gesti vengono divisi in: accidentali, espressivi, mimici, schematici, simbolici, tecnici e codificati), inizia la grande, fantasiosa rassegna del linguaggio fatto non di parole, ma di azioni: gesti di affermazione o negazione, il linguaggio dello sguardo, i gesti con cui segnaliamo la nostra posizione nell’ordine di preminenza sociale, le reazioni al pericolo, i gesti e riti di trionfo, fino al comportamento di riposo. La lista dei gesti presi in considerazione da Morris potrebbe essere allungata indefinitamente. In breve, è tutto il comportamento umano che qui viene indagato nella prospettiva del corpo come soggetto espressivo.

L’espressività del corpo è l’aspetto saliente di questa ricerca, da cui prendiamo lo spunto per delle considerazioni che escono dal quadro di un’analisi eto-antropologica dei gesti dell’uomo. Vogliamo sottolineare il ritorno al corpo come uno dei tratti emergenti della cultura attuale. Mentre la società industriale avanzata persegue il suo progetto di esproprio del corpo — sostituendolo col surrogato di un corpo come oggetto di consumo —, le controculture, specialmente quelle giovanili, avanzano progetti alternativi centrati sulla riappropriazione del corpo. Per il moralista supercilioso, preoccupato per le trasformazioni del costume, la pornografia delle edicole e il nudismo dei naturisti si equivalgono. In realtà, si tratta di comportamenti che non sono riconducibili a un denominatore comune. È l’atteggiamento verso il corpo che segna maggiormente la differenza. Mentre la pornografia è un segno dell’ulteriore decadimento del corpo a merce, la caduta dei tabù in certi contesti può essere ricondotta a quel vasto movimento che incentra la crescita spirituale dell’uomo nell'occuparsi seriamente del corpo. Ciò che lo distingue dal banale culto del corpo promosso dalla società del benessere è proprio l’elemento spirituale, in quanto nel corpo si considera l’uomo intero. In tal senso il ritorno al corpo è parte costitutiva di quel “Growth Movement” in cui confluiscono le correnti più diverse dello spiritualismo moderno.

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Non si tratta di ridurre l’uomo al corpo, come fa il consumismo, bensì di fare del corpo il punto di partenza di un processo di crescita che coinvolge tutto l’uomo. Quando si dice oggi: “Tu sei il tuo corpo”, non lo si intende nel senso di un riduzionismo crassamente materialista. È piuttosto un invito a considerare che l’uomo come totalità trova nel funzionamento del corpo, in quanto luogo in cui si coagulano azioni ed emozioni, la condizione del suo completo benessere. Il ritorno al corpo equivale a mettere in moto un processo che inverte la tendenza a una sempre maggiore estraneità rispetto al nostro stesso corpo. Il suo linguaggio naturale non ci è più trasparente: non siamo più neppure in grado di interpretare i suoi segni di malessere, per i quali deleghiamo l’onnipotente macchina medica. L’autopercezione è il fattore critico della nostra esistenza nel mondo: se si atrofizza, è compromessa radicalmente la nostra esistenza in quanto uomini, ivi compresa la possibilità di comunicare con gli altri.

L’incremento dell’autopercezione del corpo comincia con la presa di coscienza che ci sono differenze nella tensione muscolare nelle diverse parti del corpo, intimamente connesse con le emozioni e con il loro benessere o malessere psichico e spirituale. È necessario mettere in moto la percezione del proprio corpo, porre a contatto le sensazioni profonde con le azioni esterne, per mobilitare le energie originarie. Per eliminare i conflitti che si inscrivono nel corpo e rafforzare la capacità di sentire, in contrasto con i modelli di reazione offertici dalla cultura tecnologica, sono state messe a punto diverse tecniche corporee. Alcune sono tradizionali e derivano dalla secolare pratica dello yoga, di recente diffusasi anche in Occidente. Altre, più moderne, possono essere comprese sotto la denominazione comune di “terapie del corpo” (intendendo terapia non come quel processo che interviene per riparare uno stato patologico, ma come un mezzo tecnico per rendere il processo di crescita più cosciente e soddisfacente). Il punto di maggiore concentrazione di tale movimento è la “Bay Area” di San Francisco, in California. Valga, per tutte queste terapie, il richiamo al “massaggio Esalen” — così chiamato perché proposto dal gruppo dell’istituto Esalen a Big Sur —, in cui il massaggio diventa uno strumento naturale per una percezione più affinata del corpo proprio ed altrui e per un potenziamento della capacità di relazionarsi agli altri.

Il movimento femminista ha assunto in proprio l’istanza di un ritorno al corpo. La donna ha sofferto più dell’uomo della scissione schizofrenica

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tra corpo e spirito. Idealizzata, talvolta, dalla mistica della femminilità e ridotta ad avere un rapporto col proprio corpo solo per delega, mediante il riferimento al corpo dell’uomo, oppure, talaltra, relegata nel puro biologico della funzione generatrice. Riappropriarsi del proprio corpo vuol dire per le donne, oltre al raggiungimento di obiettivi di rivendicazioni contingenti, gettare le basi di una cultura femminile. Come primi tentativi del genere possono essere indicati i volumi Noi e il nostro corpo, prodotto da un collettivo femminista di Boston, e il più recente Getting clear, di Anne Kent Rush, che rielabora in prospettiva femminista le terapie del corpo diffuse nell’area californiana.

Dall’analisi del comportamento gestuale umano alle pratiche che incrementano l’autopercezione, il filo conduttore è costituito dall’interesse per il corpo in quanto strumento privilegiato per l’espressione e la comunicazione. L’accenno ai movimenti che promuovono la riappropriazione del corpo ci apre una prospettiva sulle possibilità pedagogiche offerte da una migliore conoscenza del corpo umano nella sua gestualità. Il primo campo di applicazione è indubbiamente quello della sessualità. La grande miseria della sessualità contemporanea non deriva primariamente dalla mancanza di principi morali o dalla carenza di informazione. Lo squilibrio è causato piuttosto dall’atrofizzazione dell’autopercezione del corpo (o dalla sua esasperazione patologica nelle forme che la biologia del comportamento chiamerebbe “supernormali”). Una vera educazione sessuale non può aver luogo finché non diventa chiaro che il vero protagonista del dialogo sessuale è il corpo pienamente umanizzato.

La sessualità è essenzialmente relazione, un legame che passa per il contatto fisico. Nel suo capitolo sui segni di legame per contatto fisico Morris lascia cadere la cifra di 457 forme di contatto fisico finora individuate dagli studiosi del comportamento. Conosciamo per esperienza quotidiana l’estrema varietà e sottigliezza di queste azioni; ogni giorno interpretiamo migliaia di questi segni di legame e ne inviamo centinaia a quanti ci circondano. La conoscenza raffinata del linguaggio espressivo del corpo è indispensabile soprattutto per i legami amorosi, i quali appunto si nutrono di contatto fisico. Di gesti ha bisogno l’amore per esprimersi, per crescere, per dissipare equivoci, per evitare il tramonto per usura e per carenza di stimoli.

La stessa conoscenza del proprio corpo è meno una questione di tavole anatomiche che di emozioni. Oltre alle zone tabù di competenza della censura, ci sono quelle create dall’educazione. Un’interessante

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ricerca-pilota in questo campo è ampiamente illustrata da Morris nel suo libro. La ricerca è stata fatta su giovani laureati negli Stati Uniti. Il corpo venne suddiviso in dodici zone di contatto; poi si chiese ai soggetti quanta probabilità avevano di essere toccati in quelle aree da: 1) la madre, 2) il padre, 3) amici dello stesso sesso, 4) amici del sesso opposto. Ne è emerso che ogni rapporto ha una propria combinazione peculiare di zone tabù e non-tabù. Variano non solo da cultura a cultura, ma anche da persona a persona, per il tramite dell’educazione familiare. Di recente si è diffusa negli Stati Uniti, come rimedio alle inibizioni personali, la pratica degli “abbracci di gruppo”. Proprio queste forme estreme rivelano con più chiarezza il bisogno di un’adeguata educazione, emotiva più che nozionale, al rapporto sereno, disinibito e armonioso col proprio corpo. In questo senso accettiamo di buon grado il richiamo che ricaviamo dall’opera di Desmond Morris a ritornare alla fondamentale essenzialità dei gesti. I gesti dell’uomo sono così importanti perché — solo, tra le 193 specie di scimmie — con questi gesti può ricevere e trasmettere l’amore.

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LA RIAPPROPRIAZIONE DEL CORPO NELLA CULTURA CONTEMPORANEA

Ogni cultura evoluta mostra la tendenza a passare da un atteggiamento implicito verso il corpo a una riflessione tematica su di esso. È possibile, in tal senso, stabilire un’analogia tra il bambino che si apre alla coscienza scoprendo il suo corpo e il processo di riflessione esplicita sulla dimensione corporea dell’esistenza che avviene nelle varie culture 124. Ogni cultura ha il suo modo proprio di vivere il corpo e di parlarne.

problemi che sorgono nello stadio attuale di civiltà industriale avanzata sono inediti. Perciò anche il nostro approccio del corpo non ha precedenti nella storia culturale dell’umanità. Superato il momento di riflessione filosofico-etica volta a superare la tradizione dualista che contrapponeva l’anima al corpo 125, il punto di partenza attuale è legato piuttosto alle varie forme di disagio connesse alla nostra situazione nel mondo. Si diffonde la convinzione che a un rapporto sbagliato con la natura, oggetto del vivace dibattito ecologico, si accompagni la perversione del rapporto con la concreta struttura biologica del nostro corpo.

La perdita dell’armonia corporea è una delle malattie più gravi della civiltà. Abbiamo disimparato il linguaggio delle sue funzioni vegetative.

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Il corpo sembra aver perso la sua trasparenza; ci è diventato estraneo, quasi nemico. L’alienazione ha assunto un aspetto biologico ben definito, che passa attraverso il rapporto che abbiamo col nostro corpo. Presa coscienza del pericolo, movimenti culturali diversi propugnano con estrema decisione una riappropriazione del corpo.

1. La politica del corpo nelle controculture

Nel labirinto che costituisce la geografia culturale del nostro tempo emergono alcune tendenze dominanti. Da una parte, la civiltà tecnologica occidentale esporta i suoi modelli di vita e i suoi valori, sostituendosi alle culture tradizionali; dall’altra, l’uniformità nell’ambito di questa civilizzazione planetaria della macchina è rotta da forti resistenze, che si strutturano come controculture.

Tra le numerose trasformazioni che avvengono in questo complesso magmatico ce n’è una che riguarda direttamente il nostro tema: cambia il rapporto che, individualmente e socialmente, intratteniamo con il corpo. “Usciamo da una società in cui le norme erano sopra; il corpo, e l’io come complesso biopsichico, ‘sotto’: oggi tende ad accadere il contrario; è l’esperienza di noi stessi che, sempre più di frequente, costruisce, almeno nei desideri, l’immagine del mondo ed i significati dell’esistenza... Oggi la società, dopo aver negato e trasceso il corpo, vi ritorna. I valori si calano nel sociale, diventano invisibili, si mescolano alle nostre esperienze, la realtà contingente diventa spazio, simbolo, significato dell’esperienza del nostro corpo e del corpo degli altri” 126.

La rivendicazione dei diritti del corpo è il postulato indiscusso su cui si basa l’organizzazione della vita sociale. La promessa di “vivere meglio”, che aggrega gli uomini e li induce a sottomettersi alle limitazioni che impone la cultura, si dettaglia come diritto al benessere del corpo, allo sviluppo fisico e alla felicità sensuale.

Lo spiritualismo e l’ascetismo nelle forme tradizionali sembrano definitivamente banditi. Anche gli esponenti della controcultura che perseguono ideali che chiameremmo mistici, non lo fanno seguendo la via

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della repressione della “libido”. Il loro è un misticismo mondano, un’estasi corporale che abbraccia e trasforma l’esistenza terrena.

L’esperienza vissuta, anche quando è riflessa nell’arte e nel pensiero, proclama che il corpo è il mediatore della cultura. Basti pensare al ruolo che il corpo gioca nella psicoanalisi e nella medicina psicosomatica, nel teatro — che è lo spazio privilegiato della coscienza corporea — e nella danza, nella letteratura e nel pensiero fenomenologico tedesco e francese. Contemporaneamente, a livello di costume, la società si fa sempre più permissiva. Il corpo trionfa nella sua nudità. Il corpo sportivo — ‘sano, bello e forte’ — è la più recente creazione mitologica.

La civiltà, che si fondava sulla rimozione del corpo, sembra ora riabilitarlo. Ma tale riabilitazione è reale o solo apparente? questo è il punto in cui si inseriscono criticamente le controculture. Sono opera delle masse giovanili, influenzate da pensatori eterodossi rispetto al sapere accademico 127. Sorte nell’ambito della lotta per la qualità della vita, le controculture hanno prodotto un fuoco d’artificio di nuove esperienze e modi espressivi. Traducono un modo alternativo di intendere l’umanesimo del corpo, una diversa visione di cos’è umano. “La rivalutazione di antiche pratiche artigianali e l’instaurarsi di rapporti umani non convenzionali, gli esperimenti coraggiosi compiuti nell’organizzazione di comunità deliberatamente fondate, le esperienze di vita tribale, i nuovi stili e colori nell’abbigliamento, un desiderio di allegria percepibile anche nei suoni, il profumo stuzzicante dell’incenso e dei fiori, i riti organizzati prendendo a spunto forze e cicli cosmici reali o presunti, tutti questi aspetti della controcultura, per quanto insignificanti e goffi, costituiscono dei tentativi di ricatturare i valori antichi e duraturi che la civiltà industriale è in procinto di distruggere” 128. La festosità esteriore dei movimenti giovanili che difendono la sensualità della vita non deve trarre in inganno. Essi hanno coscienza che stanno conducendo una battaglia per la sopravvivenza in un mondo in cui la carne e lo spirito vengono sistematicamente calpestati dalle macchine. I maîtres à penser dei giovani sono

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quei pensatori radicali che hanno demistificato l’umanesimo del corpo inalberato dalla civiltà tecnologica, mettendo a nudo l’alienazione che cresce coi consumi di massa. Anche il corpo è diventato una merce che si consuma. Lo dimostra la meccanicizzazione del corpo che avviene nello sport 129. Si assiste allo sfruttamento sistematico e razionale delle attitudini psicomotorie di un individuo in vista del raggiungimento di prove eccezionali. La meccanicizzazione del corpo più gravida di conseguenze è quella che avviene nel lavoro. Con l’avanzare della civiltà tecnologica l’uomo è espropriato del proprio corpo, ridotto a una macchina cibernetica a servizio del rendimento industriale. La liberalità nei confronti degli istinti sessuali è uno specchio per le allodole. In realtà la libido è controllata come valore commerciale. La scarica sessuale è permessa solo perché, ristabilito l’equilibrio della personalità, l’uomo possa investire di nuovo le sue energie nella produzione. Lui stesso sarà il consumatore forzato di ciò che è prodotto al di là dei bisogni: ad allettarlo al consumismo penserà l’erotismo pubblicitario, che a sua volta si serve disinvoltamente del corpo. “Desublimazione repressiva” della sessualità, ha chiamato questo processo H. Marcuse, uno dei profeti più ascoltati della controcultura giovanile.

Le articolazioni del pensiero di Marcuse sono estremamente complesse 130. Ma la generazione giovanile che ne ha fatto la propria bandiera per la battaglia di destabilizzazione istituzionale del ’68 ne aveva individuato e volgarizzato il pilone portante: il problema-chiave dell’“alienazione” ha assunto oggi un significato diverso da quello che è stato tradizionalmente indicato dal marxismo. La dialettica della liberazione non passa per la lotta di classe, ma per il corpo umano. Esso è un eterno campo di battaglia dove si combatte la lotta degli istinti, antecedente a quella delle classi sociali. La “logica del dominio” che domina nelle lotte di classe si innesta su un’alienazione più fondamentale che riguarda l’uomo nella sua vita psichica e nel suo rapporto con la natura. L’alienazione

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è il risultato di profondi e segreti atti repressivi che non saranno eliminati da un semplice rimescolamento delle strutture istituzionali della nostra società. La liberazione individuale, come diverso progetto di vita a partire da un rapporto alternativo con il corpo, è il presupposto per una liberazione intesa come costruzione di una società diversa 131.

Di queste istanze si fanno portatrici le controculture giovanili quando difendono la sensualità della vita. Denunciando il valore-feticcio attribuito al corpo in modo mistificatorio dalla cultura consumistica di massa, esse intendono affermare il significato umano del corpo: epifania della persona, e non sofisticato monumento funebre di essa. I ‘cantori del corpo’ nell'auspicare la rinascita della valenza corporale prospettano un progetto di emancipazione propriamente politica. È una politica del corpo che ha però un chiaro valore di contestazione delle strutture entro le quali il corpo viene rinchiuso ideologicamente o programmaticamente 132. Si oppone ai modelli culturali dominanti, tanto nei paesi socialisti che in quelli dove prevale la borghesia. Alla società austera della rigida ortodossia comunista, che riduce tutto il problema del corpo e del desiderio a una manifestazione piccolo-borghese, discorso ‘sovrastrutturale’ e quindi reazionario dell’arsenale ideologico della borghesia decadente, le giovani generazioni contrappongono un progetto di società costruito sulla festa piuttosto che sul lavoro. Rifiutano di rimandare la danza a... domani, vale a dire a quando si saranno risolti i problemi della produzione e della giustizia. Interpretando acutamente la portata politica dell'approccio giovanile dei problemi, R. Garaudy si domandava: “Che succederebbe se, invece di costruire solamente la nostra vita, avessimo la follia o la saggezza di danzarla? Questa è forse una delle questioni più importanti che pone oggi la gioventù nella sua contestazione dei fini stessi del mondo che noi le trasmettiamo” 133.

La riaffermazione del corpo è non meno ostile ai modelli cui si ispirano le culture capitalistiche occidentali. Qui il problema del desiderio

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non è eluso, bensì sfruttato sul piano consumistico. Il corpo fa parte dei prodotti intorno al quale si organizza tutta una specie di liturgia pubblicitaria. Per contro, il corpo è diventato il luogo fisiologico e psicologico della solitudine.

“Il privato è politico”. Questo slogan della controcultura esprime la volontà di unire militanza e gioia di vivere. La politica da promuovere è quella che non ignori o non strumentalizzi il corpo, ma si costruisca su quelli che sono i soggetti reali della storia e tenga conto di tutti i livelli dell’esperienza umana.

2. Il corpo al femminile

Nella tendenza del nostro tempo a un ritorno al corpo e ai suoi valori il movimento femminista si inserisce con una carica particolare di novità e fresca irruenza. Il tema che abbiamo assunto come filo conduttore di questa panoramica, ‘riappropriarsi del corpo’, è propriamente uno slogan del femminismo. Come tale ha una reputazione di estremismo e di provocazione battagliera. È stato associato ad altri slogans (come quelli che rivendicano alle donne un potere arbitrario sull’aborto: “L’utero è mio...”). Questa interpretazione dello slogan è però molto restrittiva. Sotto la bandiera dell’appropriazione del corpo le militanze femministe più coscienti hanno condotto una battaglia culturale di vitale importanza. L’obiettivo era quello di recuperare la sensazione del corpo come propria casa. Il primo ostacolo è costituito dalla prevaricazione della corporazione medica, composta prevalentemente di uomini. La dipendenza e la passività nei confronti della scienza medica sono comuni tanto agli uomini che alle donne. Le conseguenze sono però più gravi per le donne. Mentre gli uomini fanno ricorso al medico soltanto quando intervengono fatti patologici, le donne gli affidano anche una serie di manifestazioni che fanno parte della loro normale vita sociale e biologica (mestruazioni, parto, allattamento, menopausa).

Le leaders dei movimenti femministi si sono fatte portavoce del senso di frustrazione e di rabbia di tante donne, private delle conoscenze necessarie per un rapporto cosciente col proprio corpo ed esposte alla gestione paternalistica di esso da parte dei medici. Scoprire il proprio corpo, il suo linguaggio, e le sue necessità, e assumerne il controllo, è

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diventato un obiettivo prioritario nel programma femminista. È un presupposto per l’autogestione della salute. Vasta risonanza ha avuto, ad esempio, il manuale Noi e il nostro corpo, scritto da un collettivo di donne di Boston 134. “Scritto dalle donne per le donne”, precisa il sottotitolo.

Le autrici parlano dell’effetto liberante che ha questa forma di educazione del corpo. Essa comunica consapevolezza ed energia che cambiano la vita. La conoscenza del proprio corpo ha infatti una risonanza psicologica immediata. Come l’ignoranza, la paura e l’insicurezza dell’identità fisica bloccano le energie, così la presa di coscienza mette in grado di raggiungere la completezza umana. La conclusione dell’introduzione del libro può essere assunta come espressione tipica del cammino di liberazione percorso da molte donne del nostro tempo: “Immaginate una donna che cerchi di fare un lavoro o di avere un rapporto paritetico e soddisfacente con altre persone, ma intanto si senta fisicamente debole, perché non ha mai tentato di essere forte; esaurisce tutta la sua energia cercando di cambiare faccia, figura, capelli, odore, cercando di uniformarsi a qualche modello ideale stabilito dalle riviste, dai film, dalla televisione; si sente disorientata o si vergogna del sangue mestruale che ogni mese fluisce da qualche scuro recesso del suo corpo; sente i processi interni al suo corpo come un mistero che viene a galla solo come fastidio (una gravidanza non voluta o un cancro cervicale); non capisce o non le piace il sesso e concentra le sue fantasie sessuali in romantiche fantasie senza scopo, pervertendo e facendo cattivo uso della sua potenziale energia perché è stata educata a negarla. Se impariamo a capire, ad accettare, a essere responsabili della nostra identità fisica, possiamo liberarci da alcune di queste preoccupazioni e possiamo cominciare a fare uso delle nostre energie disinibite. L’immagine che noi abbiamo di noi stesse avrà una base più solida, saremo migliori come amiche e come amanti, come persone; avremo più fiducia in noi, più autonomia, più forza, saremo più complete” 135.

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Questa nuova coscienza di benessere e autorealizzazione a partire da un rapporto armonioso col proprio corpo si è tradotta nello slogan squillante: “Woman is beatiful”.

La ‘riappropriazione del corpo’ porta il movimento femminista a combattere battaglie ancora più decisive. Per vivere con gioia il corpo non basta infatti un rapporto diverso con la medicina ginecologica: è necessaria una trasformazione culturale. La mancanza di informazione sul funzionamento del corpo e in genere il silenzio su tutti gli argomenti che riguardano il sesso non sono che un aspetto di quel complesso di comportamenti e valori che costituiscono l’ideologia patriarcale. Per giustificare l’egemonia maschile sono state maggiorate le differenze di comportamento tra uomini e donne e spiegate per lo più in modo fisiologico, facendo cioè riferimento alle diverse funzioni fisiche, in particolare alla maternità.

La funzione riproduttiva è servita a giustificare, anzi a mascherare agli occhi stessi delle interessate, l’oppressione culturale. Le donne sono state in larga misura confezionate artificialmente dall’uomo 136. Se la donna è un fatto di natura, la femminilità è un fenomeno sociale. Per usare un’immagine efficace di Jean Rostand: il fatto di aver giocato con la bambola o con i soldatini di piombo è altrettanto importante nella storia dell’individuo quanto la presenza del cromosoma X o Y.

Il condizionamento culturale dei ruoli ha un’incidenza immediata sul corpo. La donna ha vissuto il suo corpo come schiavitù non tanto per la sua dipendenza dai fatti biologici, quanto per l’espropriazione che ha subito. A questo proposito Dacia Maraini parla di “sessualità vissuta per conto di terzi, mai fine a se stessa” 137. Il potenziale di gioia e di piacere è stato esorcizzato mediante una serie di tabù che hanno portato la donna a guardare il suo corpo come qualcosa di estraneo. Il corpo della donna è uno strumento di procreazione in mano all’uomo. La situazione è stata giustificata con argomenti di ordine biologico: tale

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sarebbe la ‘natura’ della donna. La divulgazione degli studi di antropologia culturale ha permesso di rendersi conto che i ruoli maschili e femminili in altre culture hanno assunto forme diverse, sono meno opprimenti per la donna. Va dunque smascherato il pregiudizio secondo cui i ruoli sociali propri della cultura patriarcale sarebbero stati definiti secondo la vera natura dell’uomo e della donna. È stata piuttosto la natura rispettiva che è stata definita a posteriori in funzione dei ruoli assegnati dal sesso dominante. Questo ha trovato nella cosiddetta natura un comodo alibi. E non sono mancati miti, religiosi e profani, forgiati per giustificare sovrastrutturalmente il ruolo di dipendenza della donna 138.

Se le donne non si riappropriano della autodeterminazione personale, che comporta una ridefinizione dei ruoli culturali, la semplice rivendicazione del corpo potrebbe rivelarsi un boomerang pericoloso. Infatti è proprio la definizione della donna a partire dal lato biologico (il ché non esclude la parallela idealizzazione e la mistica della femminilità), che ha costituito l’asse centrale della mentalità patriarcale.

Il programma delle avanguardie femministe, di comprendere la donna a partire dal suo corpo riconquistato, non equivale perciò a ciò che intende il sessismo dilagante: presentare la donna in riferimento all’uomo, per offrirgli un corpo associato ad un progetto, in vista del consumo. Si può definire la donna a partire dal corpo, ma solo dopo che si è concluso il processo della liberazione.

La prospettiva della ‘liberazione’ amplia quella della ‘emancipazione’ femminile, così come è stata tradizionalmente intesa e promossa dal movimento operaio. Il raggiungimento dell’uguaglianza dei sessi è stato uno dei fini dell’umanesimo marxista, da quando Engels nell’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato ha denunciato che la moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata. Integrare le donne nel mondo della produzione equivaleva a liberare le donne dalla schiavitù domestica.

Per un lungo periodo la proposta politica e culturale del movimento operaio si è limitata a scalzare l’atteggiamento ostile dell’inserimento

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della donna nell’ambiente del lavoro, per ottenere che le venisse riconosciuto il diritto ad essere produttrice, oltre che riproduttrice. Sembrava che bastasse assicurare alla donna il lavoro, per fare tutto quanto era necessario per garantirle la piena valorizzazione in quanto persona umana 139. Ci si batteva per il diritto della donna al lavoro, tralasciando di occuparsi di lei come persona intesa nella sua totalità. Il movimento femminista, attaccando il tradizionale rapporto uomo-donna, ha riproposto la questione femminile in termini nuovi: come problema personale e politico, culturale e biologico insieme. Lo sfruttamento non è mai soltanto economico. La società patriarcale ha fatto un uso repressivo della funzione riproduttiva, e quindi del corpo femminile. Per questo la liberazione della donna è oggi un cammino che passa attraverso il superamento di tabù che vietano la conoscenza del proprio corpo e coartano la libertà personale. Ma l’obiettivo finale della riappropriazione del corpo è la creazione di nuovi modelli culturali per i rispettivi ruoli maschile e femminile. La donna, che ha usato il corpo per compiacere l’uomo secondo le regole del gioco stabilito dall’uomo stesso, si sta dando oggi il permesso di scoprire le potenzialità inedite della sua esistenza corporea.

Il cambiamento di mentalità in atto non avviene senza difficoltà e conflitti. Se occorre una educazione nuova della donna nei confronti della maternità e della sessualità, non è meno necessaria una rieducazione dell’uomo nei confronti della donna. Ma c’è una speranza che sostiene la rivoluzione dei ruoli sessuali: quella di uomini e donne più umani.

3. Psicoterapia con il corpo

Il corpo ci appartiene più che ogni altra cosa. Esso si agglutina talmente col nostro ‘io’, che entra nella sua sfera di identità e incomunicabilità. I fenomenologi (in particolare Merleau-Ponty) hanno messo in evidenza che noi abbiamo la percezione non solo di ‘avere’ un corpo, ma di ‘essere’ il nostro corpo. Questo rapporto individuale con il proprio corpo deve essere integrato con una prospettiva sociale. La società

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in cui viviamo, infatti, struttura il nostro corpo con le sue norme e valori; influisce sulla sua conservazione (pratiche igieniche e culinarie), sulla sua presentazione (cure estetiche, abbigliamento), sulle espressioni affettive (segni emozionali). Per designare i modi in cui gli uomini, nelle diverse società, usano tradizionalmente il loro corpo, il sociologo Marcel Mauss ha coniato l’espressione ‘tecniche del corpo’ 140. Anteriormente alla tecnica propriamente detta esiste l’insieme di tecniche per l’uso del corpo come ‘il più naturale strumento dell’uomo’, nelle attività e nei movimenti vitali più abituali. L’educazione è, per buona parte, la messa in forma del nostro corpo secondo le esigenze della società nella quale viviamo: l’apprendimento, appunto, delle ‘tecniche del corpo’.

Nella nostra civilizzazione tecnologica la strutturazione sociale del corpo non avviene più con la spontaneità e l’immediatezza che riscontriamo nelle culture tradizionali. Ne è derivato uno squilibrio generalizzato. La principale causa è stata individuata nell’accelerazione del mutamento, che ha un effetto disastroso sul complesso della vita umana. Si è parlato di “shock del futuro” 141. Data la totale interdipendenza dei processi fisici, emozionali e ambientali, l’incapacità del corpo umano di sostenere l’accelerazione del mutamento servendosi delle ‘tecniche’ tradizionali si ripercuote su ogni aspetto della vita dell’uomo. La mente, il corpo e i sensi devono funzionare al di sopra della loro capacità, con un aumento costante della tensione. Lo stress permanente ha effetti distruttivi diffusi. Si manifesta nell’angoscia e nelle malattie psicosomatiche, nei disturbi del sonno e nell’uso crescente di farmaci (tranquillanti ed eccitanti). L’aumento impressionante delle malattie mentali è l’ultima tappa di questa disgregazione.

La liberazione dallo stress psicofisico è diventata un imperativo del nostro tempo. Di qui il boom delle tecniche di rilassamento che suppliscono all’inadeguatezza delle ‘tecniche del corpo’ tradizionali. Gran parte delle terapie attuali tendono a far riprendere contatto con quelle sensazioni fisiche che armonizzano tra loro la mente e il corpo e ci mettono in grado di funzionare in modo più armonico. Mirano a liberare il corpo dallo stress e quindi ad aprire le riserve di energia che permettono un

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un rendimento migliore. Si tratta, in sostanza, di terapie dell’integrazione umana. L’orizzonte problematico delle controculture, che risalgono dal malessere della civiltà ai progetti politici e culturali che la sottendono, per lo più rimane loro estraneo.

Alcune di queste terapie affondano le radici nella tradizione orientale. Approdate in occidente, hanno perduto qualsiasi connotazione mistico-religiosa. Il pragmatismo occidentale le ha considerate esclusivamente come efficaci discipline psicosomatiche. La più diffusa è indubbiamente lo Yoga. In realtà ciò che praticano gli occidentali è lo ‘Hatha Yoga’ (cioè lo Yoga del corpo fisico), che in India è considerato come una disciplina secondaria per raggiungere piani superiori di coscienza 142. Da noi invece viene praticato semplicemente per riceverne vantaggi fisici e mentali, senza prefiggersi alcuna evoluzione spirituale.

Di matrice orientale è anche la ‘meditazione trascendentale’ 143. È stata introdotta nel 1959 negli Stati Uniti dal maestro indiano Maharishi Mahesh Yogy; più di un milione di persone la praticano già quotidianamente. Trascendentale non ha alcuna implicazione metafisica o religiosa. Indica solo che questa tecnica di meditazione porta coloro che la praticano oltre il livello familiare della loro esperienza da vegli, in uno stato di profondo riposo a cui si aggiunge un’accresciuta attenzione.

È convinzione di Maharishi che fondamento della salute mentale sia una integrazione organica della mente e del corpo 144. Nella tecnica che egli ha diffuso, il coordinamento mente-corpo avviene grazie allo stato di profondo riposo in cui il soggetto induce se stesso. Il meditante lascia che la sua mente faccia esperienza di uno stato rilassato e gradevole. Lo stato ipometabolico determina l’eliminazione spontanea dello stress, con acquisto dell’energia tanto del corpo che dello spirito. Normalizzando lo stato del sistema nervoso, la meditazione trascendentale promuove, al pari di una psicoterapia, la soluzione di conflitti emozionali. I suoi adepti la considerano una scorciatoia della psicoterapia, in quanto l’autointegrazione

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si determinerebbe da sola, saltando il lungo travaglio del processo terapeutico in psicoanalisi.

Numerose altre tecniche di rilassamento, senza alcuna parentela con la tradizione religiosa orientale, agiscono sul corpo per indurre uno stato di benessere psichico che controbilanci la tensione patologica. Accenniamo alle più note. Il ‘training autogeno’ è stato messo a punto dal neurologo berlinese J.H. Schultz partendo da esperienze ipnotiche 145. Il suo inventore iniziò domandandosi che cosa sarebbe successo se le sensazioni fisiche descritte dai soggetti ipnotizzati (calore e pesantezza agli arti, calma delle attività cardiaca e respiratoria, sensazione di caldo a livello dell’addome e di fresco a livello della fronte) fossero state comunicate ad un soggetto sveglio con un linguaggio a formule calmo e penetrante. Lo stesso stato di rilassamento fisico-psichico dell’ipnosi sarebbe stato trasmesso a colui che pratica la ‘autodistensione concentrativa’. Praticamente si tratta dunque di una autoipnosi. La sua efficacia terapeutica è ormai comprovata, come pure i benefici effetti sui soggetti sani.

Anche le terapie comportamentali hanno elaborato metodi di rilassamento volti allo scioglimento di tensioni intrapsichiche e di spasmi fisici 146. La terapia più diffusa è la ‘desensibilizzazione sistematica’ proposta da Wolpe e Lazarus 147. Essa stessa è uno sviluppo della tecnica di rilassamento proposta da Jacobson, che si proponeva di alleviare svariate malattie psicosomatiche e forme di tensione per mezzo di un rilassamento muscolare ‘progressivo e differenziale’, grazie alla presa di coscienza successiva delle sensazioni cinestesiche corrispondenti ai diversi gruppi muscolari dell’organismo in stato di contrazione e di rilassamento 148.

La tecnica di desensibilizzazione si fonda sul concetto della reciprocità dell'inibizione. Vale a dire: se l’angoscia impedisce il rilassamento, questo, a sua volta, blocca l’angoscia. Il paziente viene dunque fatto rilassare; in questo stato gli vengono progressivamente presentate le sensazioni e le immagini che lo atterriscono, finché l’angoscia non è stata eliminata.

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Un capitolo in grande sviluppo è attualmente quello della terapia della ‘Gestalt’ e la bioenergetica 149. Queste tecniche mirano a eliminare i blocchi emozionali e fisici che interferiscono con la consapevolezza del presente. La persona è condotta a penetrare nel ‘qui e ora’, a stabilire un contatto immediato con la pienezza delle sue sensazioni, dei suoi movimenti fisici e della sua energia vitale.

Ciò che è comune a questo gruppo così eterogeneo di tecniche terapeutiche è la presa di coscienza che il malessere della civiltà si iscrive nel corpo. Come un sismografo sensibile, il nostro organismo registra uno stato di tensione permanente che lo inceppa nelle sue funzioni più essenziali: come organo motore e come strumento per la comunicazione interpersonale. Riappropriarsi del corpo vuol dire intraprendere una paziente rieducazione di esso al fine di raggiungere di nuovo il sentimento dell’unità della persona. Essere presenti al proprio corpo vuol dire essere a proprio agio in esso e nelle relazioni interpersonali. Le varie tecniche mirano congiuntamente a rendere possibile un diverso modo di essere. Usando la terminologia di Eric Fromm: dal corpo vissuto ‘secondo la modalità dell’avere’ al corpo vissuto ‘secondo la modalità dell’essere’.

4. La salute come autogestione del corpo

La società industriale avanzata crea condizioni di vita da cui molti si sentono oppressi. I suoi difensori presentano i disagi come un prezzo ragionevole da pagare, in rapporto ai benefici attribuiti al progresso. Al progresso si accredita in modo speciale la tutela efficace della salute. Se la società sviluppata stritola valori e vita spirituale, in compenso sembra offrire una vita più lunga e un’assistenza sanitaria garantita.

Alcune voci critiche si sono però levate contro questa falsa apparenza. Illustri biologi hanno denunciato l’illusoria ambizione di produrre industrialmente una ‘salute migliore’ 150. Più radicale di tutti, il sociologo

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Ivan Illich ha accusato la medicina moderna di essere la più grande minaccia per la salute dell’uomo.

Prendiamo in considerazione queste contestazioni dell’imperialismo della medicina in quanto protestano contro un decurtamento antropologico e propongono una riflessione fondamentale sul concetto stesso di salute come fatto umano globale. La riappropriazione del corpo passa anche attraverso la riappropriazione della forza spirituale necessaria per essere in salute.

Una fatale deformazione del concetto stesso di salute avviene implicitamente quando la si concepisce come qualcosa che dipenda dalla cura di una corporazione professionale a ciò dedita. Durante le ultime generazioni il monopolio medico sulla cura della salute si è imposto, travolgendo le risorse naturali dell’individuo e gli espedienti terapeutici tradizionalmente trasmessi dalla cultura popolare. Più la società è progredita, più tende ad assomigliare ad un grande utero plastico in cui l’individuo è preso in cura dai tecnici in camice bianco, dalla nascita (anzi, dal concepimento e anche prima, se si considerano il trattamento fetale e il consiglio eugenetico) alla morte. Nell’architettura delle città l’ospedale ha sostituito la cattedrale come simbolo centrale della convivenza civile. La crescita a dismisura della macchina sanitaria ha agito, paradossalmente, non a favore della salute, ma contro di essa. La supermedicalizzazione sociale della vita ha paralizzato i meccanismi comunitari ed interiori che garantiscono la salute. La salute umana, infatti, è qualcosa di diverso dalla semplice assenza di fatti morbosi che minaccino l’equilibrio di una struttura biologica. La salute è un compito; come tale la salute dell’uomo non è paragonabile all’equilibrio fisiologico degli animali. Implica la capacità personale di far fronte alla vita in modo autonomo e responsabile. Quando l’organismo è diretto da altri, la salute, come potenziale umano, regredisce inevitabilmente.

Per i critici della medicina l’impresa medica è la causa maggiore del declino generale della salute, in quanto questa è diventata l’affare esclusivo di un’istituzione pianificata, incaricata di ‘produrla’ e ‘migliorarla’ indefinitivamente. Il sistema medico espropria così le persone di ogni capacità di compiere con le loro forze un’azione di autoregolazione dell’organismo. Questa gestione eteronoma ha un effetto tanto più deleterio in quanto viene a paralizzare la sana capacità morale di reazione alla sofferenza, alla invalidità e alla morte.

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Illich chiama questo fenomeno ‘iatrogenesi culturale’, intendendo con ciò il danno inferto alla salute dalle professioni sanitarie in quanto distruggono la capacità potenziale dell’individuo di far fronte in modo personale ai fatti morbosi e la volontà di soffrire la propria condizione reale. “La medicina organizzata professionalmente è venuta assumendo la funzione di un’impresa morale dispotica tutta tesa a propagare l’espansione industriale come una guerra contro ogni sofferenza. Ha così minato la capacità degli individui di far fronte alla propria realtà, di esprimere propri valori e di accettare il dolore e la menomazione inevitabili e spesso irrimediabili, la decadenza e la morte. Godere buona salute significa non soltanto riuscire a fronteggiare la realtà, ma anche gioire di questa riuscita; significa aver caro ma anche arrischiarsi di sopravvivere. La salute e la sofferenza come sensazioni vissute e consapevoli sono fenomeni propri degli uomini, che in ciò si distinguono dalle bestie” 151.

È dunque una fatale illusione credere che la salute possa essere prodotta come uno dei tanti beni di consumo che la società opulenta promette a tutti. Essa appartiene, per ricorrere ancora alla terminologia di E. Fromm, alla modalità dell’“essere”, non a quella dell’“avere”.

L’illusione del benessere sanitario come bene di consumo garantito a ognuno è un aspetto del grande sogno della società industriale, in particolare della società consumistica che si è affermata a dimensione planetaria dopo la seconda guerra mondiale, di conseguire il paradiso nell’al di quà mediante la produzione e il consumo illimitato di beni (Fromm lo chiama “la Grande Promessa di Progresso Illimitato”). Il fallimento della Grande Promessa, anche sotto l’aspetto sanitario, lascia l’uomo contemporaneo più vulnerabile nella sua salute, e per di più espropriato del proprio corpo. Questa affermazione può apparire paradossale, riferita ai grandi consumatori di cure mediche che siamo diventati. L’uomo d’oggi è morbosamente attento alla minima disfunzione del proprio corpo. Al più lieve disturbo è già nella sala d’attesa del medico. La pratica degli esami preventivi (screening sistematico della popolazione) lo fa assoggettare alla condotta di malato prima ancora di denunciare un qualsiasi malessere. L’espropriamento del corpo passa proprio attraverso questi modelli di comportamento diffusi dalla prassi sanitaria moderna. Tra l’uomo e il suo corpo si è inserita la grande macchina della scienza.

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Il gergo scientifico sostituisce il parlare comune: il paziente non sa più parlare del suo corpo e del suo male. Il linguaggio diventa proprietà esclusiva del personale sanitario. Il malato non capisce, per lo più, per quale malattia venga curato e a quale terapia è sottoposto. I professionisti della sanità parlano ‘marziano’, e nessuno fa da interprete per il povero terrestre. Anzi, è auspicabile che il malato non interferisca, per non intralciare l’opera di chi si occupa della sua guarigione. Il paziente abdica a favore del medico, al quale attribuisce la capacità di capire il proprio corpo. Spesso non sospetta neppure che in questo modo si preclude la via più sicura per capire il linguaggio del proprio corpo.

Riduce così il corpo a una macchina guasta, in cui solo il tecnico può mettere le mani con competenza. Il corpo, invece, è un organismo ― il ‘suo’ corpo appunto — che parla un linguaggio sufficientemente chiaro. Ogni cultura tradizionale metteva in grado di capire il linguaggio del proprio corpo. Noi, i surmedicalizzati, sembriamo diventati ciechi e sordi riguardo ad esso. Trattiamo con brutalità la sua delicata struttura biologica, come se lo stress costante in cui siamo immersi fosse una condizione normale. Quando il corpo recalcitra, gli diamo, come ad un asino caparbio, una frustata farmacologica. Il sovraconsumo dei farmaci è diventato un’epidemia nella nostra società: un tranquillante per dormire e un energetico per essere in forma. Espropriati della gestione della propria salute, del corpo e del suo linguaggio, il ricorso all’automedicazione farmacologica pare essere diventato l’unico modo per sentirsi padroni del proprio corpo.

Per l’uomo industrializzato “prendere un farmaco, non importa quale e per quale motivo, è un’ultima possibilità di affermare il proprio dominio su di sé, di manipolare lui stesso il proprio corpo anziché lasciarlo manipolare dagli altri. L’invasione farmaceutica lo porta alla medicazione, da parte sua o altrui, che riduce la sua capacità di padroneggiare un corpo di cui è ancora in grado di curarsi” 152.

La denuncia dell’impasse a cui la medicina tecnologica e l’assistenza sanitaria della società dei consumi ci hanno condotto non mira al catastrofismo. Vuol piuttosto arrestare l’epidemia iatrogena finché è possibile. L’aspetto positivo della denuncia è l’invito al ‘profano’ a rivendicare il controllo della propria salute e sul proprio corpo. Coloro che conservano

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una speranza nell’uomo fanno fiducia alla sua coscienza, autodisciplina e risorse interiori. Rivolgono al singolo, che dall’istituzione sanitaria è spogliato di ogni capacità autonoma di affrontare le vicissitudini della propria vita fisica, l’invito a riappropriarsi del corpo per vivere l’avventura della salute. Ciò comprende un’azione politica per il diritto concreto di ognuno all’atto produttivo autonomo, grazie a un’ampia deprofessionalizzazione delle cure, all’accesso della gente alle conoscenze mediche necessarie per le malattie più correnti, al libero accesso a una farmacopea semplificata. Dal punto di vista antropologico, bisogna riaffermare ‘la salute come virtù’, per usare una formula incisiva di Illich. In quanto compito personale da assumere, essa domanda una responsabilità di fronte al dolore, alla malattia e alla morte. Questa è l’alternativa umanistica al culto quasi religioso che la medicina pretende dall’uomo dell’era tecnologica.

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DIMENSIONI SPIRITUALI DEL CORPO

Perché al solo formulare la frase nominale “spiritualità del corpo” siamo presi da un senso di disagio? Perché soggiaciamo all’impressione di un’operazione culturale ibrida, o addirittura di una forzatura semantica? È un fatto: nell’ambito della cultura occidentale siamo tutti, in misura maggiore o minore, influenzati da una scansione della realtà umana in termini dualistici, che ci fa opporre la materia — il corpo — allo spirito 153. L’esistere nel corpo sembra uno stato che fa resistenza alle varie forme di trascendimento, sia mistico-religiose che intellettuali. Più di recente il corpo è diventato estraneo non solo alle avventure spirituali, ma alla stessa esistenza quale si coglie attraverso l’esperienza dei sensi. L’estraneità del corpo è un dato maggiore della nostra antropologia vissuta. Le ragioni per cui vi si è pervenuti sono varie. Tra gli studiosi, chi preferisce accusare la metafisica greca, chi punta il dito contro la scienza moderna (la quale, assumendo la distinzione cartesiana tra soggetto e oggetto, ha mediato una concezione del corpo come “res extensa” su cui si esercita il dominio del soggetto). Il corpo è oggetto di manipolazione, come tutta la materia. Mentre la medicina tecnologica procede a sostituzioni sempre più sofisticate di organi del corpo, come pezzi di ricambio di una macchina, l’ingegneria genetica estende le possibilità di intervento verso confini fantascientifici. Più cresce il potere di manipolare

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il corpo, più sembra che il corpo stesso si faccia lontano dall’esperienza vissuta.

Mentre formuliamo queste osservazioni sullo Zeitgeist, con tono di rammarico per l’impoverimento dell’esperienza corporea che esso implica, ci rendiamo conto di quanto siano parziali. Possiamo attribuire validità generale all’atteggiamento verso il corpo che abbiamo evocato solo se accettiamo l’implicito diktat egemonico del sapere scientifico. Ma ci sono più cose, tra il cielo e la terra, di quante ne conosca la scienza accademica! Ci sono più atteggiamenti nei confronti del corpo di quello tecnico-manipolativo. Anche in Occidente. Una scorsa a questo spettro di valenze diverse ci fornirà gli elementi con cui nella cultura contemporanea, dentro e fuori l’esperienza religiosa, si nutre un atteggiamento verso il corpo che a buon diritto possiamo chiamare “spirituale”.

1. Il corpo nella cultura olistica della salute

La medicina costituisce un osservatorio privilegiato degli umori e delle tendenze del nostro tempo circa il corpo. Nel dibattito antropologico contemporaneo è diventato quasi un luogo comune ripetere che la medicina ha “cosificato” il corpo. Se ne attribuisce la responsabilità alla medicina come scienza della natura, così come si è formata nella prima metà del secolo scorso, opponendosi alla medicina speculativo-romantica. Quando l’uomo è considerato semplicemente come un pezzo di natura tra gli altri, si opera una violenta mutilazione antropologica. Le tendenze attuali, che a noi sembrano significative dal punto di vista della spiritualità del corpo, si muovono nella direzione opposta, verso un recupero della “totalità” e della persona umana. Tuttavia va riconosciuto che l’atteggiamento reificante, proprio della medicina come scienza della natura, non è abusivo. Il corpo come oggetto è una dimensione della nostra esperienza fenomenologica, oscillante tra due percezioni: quella di “essere” un corpo e quella di “avere” un corpo. La medicina sviluppa, tanto nell’ambito concettuale che in quello pragmatico, la dimensione di oggettività del corpo. Ma il corpo dell’uomo conserva la particolarità di essere il corpo di un “soggetto”. Le conseguenze sono rilevanti quando consideriamo la patologia del corpo da un punto di vista teoretico. Un fatto morboso non è solo qualcosa che “ho”, perché

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mi sopravviene, ma anche qualcosa che “faccio”. Il medico-filosofo Viktor von Weizsäcker, che in quanto patologo fu profondamente influenzato dalla conoscenza psicoanalitica dei dinamismi psichici, introdusse la distinzione tra Es-Stellung e Ich-Stellung nei confronti della malattia. Quando si è in un rapporto “Es” con la malattia — la malattia come un “non-Io”, qualcosa che capita, che aggredisce l’organismo dall’esterno —, viene privilegiato l’aspetto obiettivo-razionale. Ma a un certo punto del trattamento il malato si sente autorizzato ad assumere la malattia nell’ambito dell’io. Qui ci troviamo nel regno non più dell’“essere” e “non-essere”, bensì del “poter-essere”, “dover-essere” ecc., cioè di quelle categorie che sono il fondamento della moralità. La malattia diventa allora un elemento costitutivo di una particolare biografia, nella sua unicità e irripetibilità; il malato assurge a soggetto “strutturante”, tanto della propria malattia quanto della propria guarigione 154.

A un livello di minore astrazione filosofica, ritroviamo un approccio specificamente umano del corpo in molte espressioni della medicina contemporanea, a condizione che ci allontaniamo dall’ambito accademico in cui predomina tuttora la concezione meccanicista ispirata dal positivismo. Le correnti più disparate di medicina umanistica convergono nel tentativo di temperare e ammorbidire la prospettiva fredda, scientifica della “natura come nemico” propria della scienza medica allopatica. Convinti che l’uomo moderno ha deviato dall’antica saggezza ispirata da un contatto diretto con la natura, e con il corpo in particolare, molti pazienti hanno voltato le spalle al trattamento ortodosso, dando la preferenza a sistemi medici e a pratiche che si muovono in un orizzonte di unità cosmica. Il pensiero orientale e nuove filosofie dei sistemi biologici hanno introdotto sulla scena occidentale il concetto che l’interazione tra l’individuo e il mondo è un processo in cui fluisce l’energia vitale. Antiche e nuove idee orientali — agopuntura, t’ai chi ch’uan, aikido, yoga, meditazione, terapie di polarità — si sono unite a nuove idee occidentali, dando vita a una diversa concezione del fatto morboso e della terapia. Questi sistemi mirano al bilanciamento delle energie nel campo “corpo/universo”, piuttosto che alla “normalità” come misurazione statica standardizzata della salute. Colui che fornisce la terapia manipola

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energia, invece che chimismo e strutture. Il cliente è visto come un sistema di interazioni, non in termini di sintomi isolati o di errori cellulari. Possiamo chiamare “olistica” questa concezione della salute e del modo di curarla. La prospettiva olistica riconosce che la vita dell’individuo è un processo di dispiegamento continuo, e la malattia l’interruzione di questo flusso. Tutto può influenzare la nostra salute: fattori grossolani e sottili, fisici, emotivi, mentali, spirituali e ambientali; tutti sono correlati. La prospettiva olistica insegna a guardare al di là del sintomo immediato, a situarlo in un contesto più comprensivo. Una disarmonia nella vita si rifletterà sintomaticamente nel corpo, comunicandoci — se vi prestiamo attenzione — che è necessario un cambiamento. La malattia è allora un messaggio, una specie di feed-back del processo della vita che ci informa che qualcosa turba l’armonia e ci richiama ad agire con coscienza, a prendere parte attiva allo sviluppo del nostro benessere, ad assumere responsabilità per la propria vita. Il presupposto olistico è che il corpo sa come curare se stesso, essendo un sistema naturale di guarigione che tende alla buona salute. Il nostro compito è di sgomberare il campo da ciò che ci impedisce di intendere le ragioni del corpo. Rimosso l’ostacolo, la buona salute emerge dall’interno della persona 155.

Mentre la rivalutazione del corpo come armonico sistema naturale fa il suo timido ingresso in medicina, il corpo trionfa nelle correnti più recenti di psicoterapia. Nella psicoterapia analitica ortodossa il corpo continua ad essere metodologicamente escluso dal trattamento. Lo dimostra lo stesso setting analitico, che dispone l’analizzato e l’analista in modo tale che il corpo resti escluso dal campo visivo; l’unico legame tra i due è la parola. Nelle nuove forme di psicoterapia, invece, il corpo è posto al centro del processo terapeutico. Specialmente nelle terapie di gruppo. “Le nuove forme di gruppo riscoprono ciò che era al centro delle psicoterapie di gruppo all’alba della nostra civiltà — nella Grecia antica e a Roma — con i baccanali, i riti dionisiaci — e che si è mantenuto in Africa nelle “terapie da trance”, quelle “terapie da possesso” che Roger Bastide chiama “cure motrici” 156.

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Tracciare una mappa delle psicoterapie centrate sul corpo è un’impresa che supera i limiti di questa panoramica. Basterà indicare il Filone centrale costituito dallo sviluppo delle intuizioni di W. Reich (lo studioso che, con i suoi studi sulla psicologia del gesto e del movimento del corpo e l’analisi del carattere individuale in quanto sistema cui spetta la funzione di regolare l’utilizzazione dell’energia, resta il principale precursore dell’introduzione del corpo sulla scena della terapia). La corrente più autorevole è attualmente la bioenergetica di A. Lowen. Presupponendo un parallelismo tra la dimensione psichica e la dimensione corporea, la bioenergetica mira a individuare i nodi di tensione muscolare che tengono bloccata l’energia, ad allentare la tensione con opportuni esercizi di catarsi, e a restituire infine l’energia al libero fluire nel respiro, nel movimento del corpo, nella percezione delle sensazioni.

“Psicoterapia con il corpo”: un paradosso verbale affine a quello implicito nella “spiritualità del corpo”. Nell’uno come nell’altro caso si delinea un superamento della divisione dell’uomo in compartimenti stagno, grazie alla valorizzazione del corpo come realtà pregnante in cui è contenuto tutto l’umano. Perché questa comunicazione tra corpo, psiche e spirito si realizzi, è necessario che la realtà corporea non sia privata della sua valenza simbolica. È l’istanza che caratterizza la conoscenza esoterica del corpo, nelle diverse epoche e culture.

2. L’uomo e i suoi corpi: la conoscenza esoterica

Esiste un fiume sotterraneo di conoscenza del corpo irriducibile a quello rappresentato dall’anatomia-fisiologia-psicologia scientifiche. Come un corso d’acqua carsico, appare talvolta in superficie con manifestazioni vistose, poi si lascia riassorbire, per riapparire più in là sotto altro aspetto. Una delle ultime apparizioni, in ordine di tempo, è quella che può essere chiamata “fenomeno Castaneda”. Le opere di questo scrittore hanno suscitato in tutto il mondo occidentale un interesse che trascende quello dell’etnologia e dell’antropologia culturale 157. Il successo

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non può essere spiegato senza riferirsi all’insoddisfazione diffusa per le visioni materialistiche dell’uomo e alla nostalgia di una natura che sia manifestazione dello spirito. Castaneda, entrato in rapporto con indios messicani depositari di tradizioni esoteriche, ha divulgato una “via di liberazione” analoga a quelle ben note dell’oriente: taoismo, yoga, vedanta e zen. Un mondo impensato si rivelava agli occhi dei figli della civiltà tecnologica: dove la sapienza viene trasmessa per via di iniziazione; la natura, da oggetto passivo del dominio dell’uomo, si anima per assumere i contorni del “mysterium fascinosum et tremendum”; il potere dell’uomo si dilata, diventando l’iniziato, attraverso la conoscenza, uno strumento in mano alla Potenza.

Il punto di vista esoterico può essere sintetizzato in un aforisma: niente in questo mondo ha solo un significato; tanto meno l’uomo e il suo corpo. Una concezione puramente fisica è limitata: la scienza non esplora che l’anticamera di ciò che l’uomo è realmente. La visione esoterica fornisce una conoscenza progredita dell’entità umana a tutti i livelli nei quali opera. Questo tipo particolare di conoscenza ha un’ascendenza molto autorevole. Tradizioni antichissime si sono occupate del corpo umano e delle sue funzioni, della mente e delle sue potenzialità. Le troviamo in Egitto, in Israele, in Grecia, in India e in Cina, nelle civilizzazioni precolombiane del nord e del centro America. A innumerevoli generazioni hanno fornito una profonda conoscenza dell’uomo nella sua totalità; tutt’ora non sono solo oggetto della ricerca storica e antropologico-culturale erudita, ma una fonte viva a cui anche le generazioni attuali continuano ad attingere.

Una delle credenze più persistenti dell’umanità, che troviamo in ogni epoca e sotto tutte le latitudini, è che la forma fisica del corpo è solo il riflesso di una serie di altre realtà, o “corpi”; nella loro totalità queste forme invisibili e interpenetranti riflettono l’Uomo cosmico, la natura stessa di Dio 158. Scritti e insegnamenti spirituali e filosofici di tutte le epoche hanno indicato nello studio dell’uomo la chiave per penetrare

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nella natura dell’universo e di Dio; ma l’uomo a cui si riferivano era una realtà molto più complessa di quella fisico-biologica che cade sotto i sensi. “L’uomo è più della sua ombra”, si può dire con il mistico indiano Shankara riferendoci al corpo umano.

Tutti i temi ricorrenti nelle concezioni esoteriche del corpo — il corpo come tempio in cui abita la divinità; la dottrina delle proporzioni armoniche disegnate dal Creatore; i significati occulti della fisiotassi; il legame organico tra microcosmo e macrocosmo, nonché tra il corpo e gli elementi fondamentali, tra il corpo e i segni zodiacali 159 — presuppongono una visione dinamica. Il corpo è una realtà irradiante, al centro di un campo di energie. Anche la rappresentazione tradizionale di una triplice divisione in corpo, anima e spirito, è dinamica: la sua ragione d’essere sta in una circolazione d’energia tra ciò che è sopra (spirito) e ciò che è sotto (materia), dove l’anima gioca un ruolo decisivo nella trasformazione. La gradazione di sostanza si traduce in una gradazione di coscienza. In tutte le tradizioni esoteriche la comprensione di questi piani di coscienza interrelati è fondamentale per l’anatomia dinamica dell’uomo. La concezione più elaborata dei centri energetici si trova nella dottrina indiana dei chakras; ma in modo diverso è presente in tutte queste tradizioni. Numerose tecniche — in primo luogo la meditazione — sono state messe a punto per favorire quella circolazione interna e cosmica di energie a cui si può ricondurre, in ultima analisi, ogni sistema dottrinale e pratico che meriti il nome di “spiritualità”. La convinzione comune a tutte le tradizioni esoteriche è che la vita del corpo è una chance per una realizzazione spirituale. Nella loro concezione sacramentale del mondo, infatti, il corpo e la materia sono mediatori dello spirito.

C’è il rischio di un malinteso di fondo quando si considerano le conoscenze esoteriche del corpo: quello di confondere le analogie verbali e figurative, di cui si serve questo tipo di conoscenza, con la realtà stessa. Esse non sono altro che dita che indicano la luna, non la luna! La conoscenza esoterica domanda di essere trasformata in esperienza. In ciò il cammino esoterico presenta singolari analogie con la concezione oggi emergente di teologia spirituale come via esperienziale.

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3. Verso una spiritualità cristiana del corpo

Sulla soglia di ogni trattazione tematica della spiritualità cristiana del corpo inciampiamo nell’inevitabile questione: esiste un rifiuto religioso del corpo? L’ostilità del cristianesimo al corpo è stata così spesso ripetuta che sembra diventata un truismo. 11 problema è difficilmente solubile finché ci si limita a un confronto di testimonianze dottrinali favorevoli e contrarie alla tesi. Se ne trovano, infatti, sia nell’uno che nell’altro senso. Non è difficile allungare la lista degli atteggiamenti, sia dottrinali che pratici, che riflettono una valutazione negativa del corpo: dalle pratiche più fantasiose di mortificazione della carne in uso tra gli anacoreti, alla tradizionale educazione repressiva nei confronti del patrimonio istintuale del corpo (identificato con la sessualità), fino alla lussureggiante letteratura ascetica, dedita alle peggiori intemperanze verbali quando si tratta di diffamare il corpo e di esaltare ciò che lo umilia, come le malattie 160. Per contro, lo stesso insegnamento tradizionale cristiano, che ruota attorno alla dottrina dell’incarnazione — “caro cardo salutis” —, è ricco di elementi di grande umanità nei confronti del corpo. I più accreditati maestri di spirito sono unanimi nel ritenere che un cristiano non potrebbe disinteressarsi del corpo senza danno 161. Ogni rottura dell’armonia tra corpo e anima nuoce a tutt’e due. L’equilibrio fisico è perciò necessario per l’esercizio della vita cristiana. Per dare concretezza a questo insegnamento tradizionale, ci si può riferire a S. Francesco. Nel Poverello di Assisi è presente, con marcate caratteristiche medioevali, la disciplina ascetica per il dominio del corpo. Egli amava parlare di “fratello asino”, per indicare che il corpo deve essere sottomesso all’anima come il servo al suo padrone. Ma riteneva, allo stesso tempo, che bisognava dare al corpo la sua giusta parte di cibo, bevanda, sonno: “il servo di Dio deve provvedersi ragionevolmente,

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affinché fratello corpo non possa mormorare”. “Fratello asino” è, dunque, anche “fratello corpo” 162.

L’antropologia cristiana nella riflessione recente ha messo in primo piano l’esigenza che la corporeità venga sperimentata come valore. L’assunzione della propria corporeità appartiene al processo di identificazione dell’essere umano. Ciò presuppone che l’uomo venga accettato dagli altri nella sua corporeità, in una educazione positiva al valore del corpo. L’equilibrio può venir compromesso tanto dal disprezzo o dall’indifferenza verso il corpo, quanto dal culto esagerato di esso. In concreto, influenze stimolanti nel campo della spiritualità sono state esercitate dal programma di “riappropriazione del corpo” emergente nella cultura contemporanea. Molte esigenze avanzate dallo “human potential movement” americano sono state assunte in ambito spirituale. L’integrazione di corpo, emozioni, psiche e spirito è diventata un programma anche per molte persone che intendono vivere lo spirito del vangelo. Di qui l’interesse per le tecniche, di sviluppo recente, che mirano al conseguimento di questa “totalità” integrata (wholeness): tecniche per il rilassamento, esercizi per liberare l’aggressività, terapie relazionali intese al potenziamento della comunicazione corporea 163.

La maggiore attenzione al corpo che si sviluppa da parte di persone interessate al divenire spirituale dell’uomo è di tutt’altra qualità rispetto a quella che produce il culto del corpo. La sensualità dilagante non coincide con l’accettazione del corpo. Non è difficile scoprire, infatti, dietro a certe espressioni della celebrazione neopagana del corpo — il corpo giovane, bello e sexy: uno degli ultimi miti creati con l’intento scoperto di servire alla civiltà dei consumi —, una segreta ostilità verso il corpo stesso. Accettare la realtà corporea di qualcuno significa rispondere positivamente al corpo nella sua espressività umana, anche quando non ha una perfetta forma fisica. Nella valorizzazione spirituale del corpo è contenuta anche una critica del culto idolatrico del corpo, che si riduce, in definitiva, a una caricatura della realtà umana del corpo.

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Non mancano pubblicazioni recenti su temi particolari, nel quadro del coinvolgimento del corpo nella vita spirituale. Segnaliamo soltanto gli studi relativi alla partecipazione del corpo alla preghiera, alla meditazione corporea, al servizio carismatico di guarigione. Tralasciando di entrare nei dettagli di tali sviluppi, vogliamo piuttosto richiamare l’attenzione sulla necessità che la teologia spirituale sviluppi una riflessione non occasionale sul corpo. Nel corpo si coagula la vita psichica e spirituale, essendo il luogo centrale della nostra esperienza umana; ad esso spetta una posizione centrale anche nella riflessione sistematica che caratterizza quella disciplina — la teologia spirituale — che è stata chiamata a buon diritto “mistagogia della vita cristiana”. Come primo tentativo esemplare in tal senso ci si può riferire all’opera di p. Truhlar. L’autore è ben referenziato: con i suoi 25 anni di insegnamento di teologia spirituale alla Gregoriana e le sue numerose pubblicazioni, p. Truhlar può essere considerato uno dei fondatori di questa disciplina a livello accademico. È noto come p. Truhlar, alla ricerca di un centro unificatore che desse coerenza tanto al metodo quanto al contenuto della teologia spirituale, lo abbia individuato nel concetto di “esperienza dell’assoluto”. La via esperienziale indicata come nucleo germinale della vita spirituale non è di tipo irrazionalistico (come la categoria dell’Erlebnis nella fenomenologia della religione). Essa si situa piuttosto su un piano in cui l’antinomia “razionale” — “irrazionale” è inappropriata, in una situazione gnoseologica sui generis. Il sapere di cui è questione nella vita spirituale non è il “pensare” concettuale, né quella conoscenza della realtà che si acquisisce mediante la sperimentazione: è il sapere relazionato all’esperienza del proprio essere e dell’assoluto, comune a tutti gli uomini. Nella via esperienziale l’essere si “sente”: non mediante determinate percezioni sensitive, immaginative, concettuali; e neppure per il tramite della volontà e del sentimento (il Gefühl dei tedeschi, in quanto si oppone alla conoscenza). L’accesso all’essere passa al di sopra di tali categorie: è diretto, “acategoriale”. Si perviene a questo contatto immediato con l’essere indirizzando l’attenzione non verso gli oggetti così come sono nell’uomo, ma verso ciò che li accompagna e in cui essi sono immersi, verso ciò che costituisce il loro orizzonte. Questa esperienza dell’essere accompagna ogni categoria dell’attività umana, benché come tale non possa mai essere afferrata con i concetti. È una possibilità dell’essere umano, anche se non si realizza per tutti e con frequenza. Si richiede che il centro personale dell’uomo si rivolga ad essa mediante una certa attenta apertura.

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L’importanza del concetto di “esperienza” nella teologia spirituale si rivela nelle sue conseguenze. Tutta la disciplina ne risulta ampliata nei suoi interessi e “centrata”. Perché la via esperienziale conduce a un centro, in cui tutto l’uomo è presente come nel punto di partenza della sua vita intera. Tutto è unificato: lo spirito, la psiche, l’immaginazione, i sensi. L’esperienza dell’assoluto si manifesta attraverso il corpo, si iscrive nella respirazione 164. La spiritualità, grazie a questa integrazione del corpo, perde il carattere rarefatto che il termine era solito evocare, per assumere la concretezza poliedrica della vita umana. La via indicata dall’opera di p. Truhlar rimane un’indicazione autorevole in un’epoca in cui, dopo l’ebbrezza dei miti del progresso e della macchina, ci stiamo ripiegando sul corpo per difendere la fragile realtà che si chiama “la qualità umana”.

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CORPO E VITA SPIRITUALE

I movimenti più vivaci e creativi della cultura contemporanea esprimono la ricerca di un rapporto con il corpo diverso da quello imposto dal modello culturale dominante. Superato il momento semplicemente rivendicativo, il recupero della dimensione corporea non vuol essere antitetico allo spirito e ai suoi valori, ma inclusivo di essi. Il riferimento al corpo non è più allora un ripiegamento regressivo, quasi un ritorno all’esperienza corporea infantile, ma piuttosto la scoperta di una quarta dimensione 165, in cui esperienza del corpo ed esperienza dello spirito si implicano reciprocamente.

Questa visione integrata e dinamica dell’uomo interpella più che qualsiasi antropologia dualista colui che si riferisce al mondo biblico. Per parlare dell’uomo nella Bibbia sono usati tre termini: corpo, anima e spirito. Non si tratta di tre componenti dell’uomo, ma di tre termini che disegnano sempre l’uomo intero, ciascuno con riferimento ad aspetti diversi di ciò che costituisce l’esperienza umana concreta e indivisa. Ne consegue che, secondo l’antropologia biblica — come secondo l’approccio contemporaneo del corpo —, lo psichismo e il corpo non possono essere estranei alla vita spirituale. La realizzazione spirituale può passare anche attraverso quel delicato e minuzioso lavoro in cui sembra impegnato solo il corpo (vedi, ad es. lo yoga).

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Anche per l’uomo contemporaneo, che si considera tutto intero “corpo”, c’è una vita nello spirito. Anzi, nello Spirito. C’è un modo di cercare Dio che privilegia l’esperienza individuale, compresa quella che si concentra sul corpo.

Necessariamente sorge una tensione dialettica con altri modi di cercare Dio, in primo luogo con quelli che privilegiano l’impegno (diventato oggi azione politica, militante). È la vecchia opposizione tra l’azione e la contemplazione, vecchia quanto il cristianesimo. E oggi non ancora risolta, forse perché non risolvibile. In compenso, oggi diventa più chiaro che nessuno ha diritto di monopolizzare la ricerca di Dio, identificandola con la propria. Ambedue i poli della lotta e della contemplazione sono necessari alla chiesa e devono rimanere in dialogo costante. Anche all'interno di ciascun cristiano. La militanza ha bisogno di attingere forza nella profondità della preghiera; la contemplazione domanda di incarnarsi nell’azione.

Un aspetto singolare della preghiera cristiana dei nostri giorni è la riscoperta del corpo. Lo illustreremo presentando in dettaglio due esperienze spirituali che probabilmente, nel panorama generale del fatto cristiano, saranno giudicate marginali. Non per questo meno tipiche, però. Anzi, tanto la preghiera per la guarigione quanto la meditazione corporea mostrano l’impronta inconfondibile dello spirito che distingue la nostra epoca.

1. Salvezza per il corpo nel rinnovamento carismatico

La salvezza cristiana è rivolta all’uomo intero: corpo, spirito e anima. I credenti raggiunti dal movimento carismatico dovevano riscoprire questa verità, e proprio loro, in genere accusati di “spiritualismo”, ricordare a tutti i cristiani il ruolo del corpo nella salvezza 166. Nei gruppi

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di preghiera neo-pentecostali il corpo occupa, in generale, un posto centrale. La preghiera non è intesa in modo cerebrale o intellettualistico. Essa trascina, permettendo la partecipazione di tutto l’essere. Le mani trovano il ritmo per sottolineare il canto, le membra si sciolgono, la preghiera in lingue gorgoglia spontaneamente. Il corpo intero, fatto per la comunicazione interpersonale, vive con intensità questa sua destinazione originaria.

La valorizzazione del corpo in seno ai gruppi di preghiera carismatici doveva portare però ancora più lontano, fino alla riscoperta del carisma delle guarigioni. “La fede guarisce”: è l’esperienza quotidiana nei gruppi di preghiera. L’antecedente culturale di questa fusione di fede e terapeutica è costituito, specialmente in America, da una tradizione, risalente al secolo scorso, di guaritori carismatici. Sono di casa nelle sètte, di cui la più nota è la Christian Science. Questi fenomeni sono rimasti marginali alle chiese istituzionali, in particolare a quelle della Riforma, tradizionalmente ostili ad espressioni emotive che esulano dal puro servizio della Parola 167. In genere le guarigioni miracolose che avvengono nelle sètte non godono buona reputazione. Si è soliti associarle a macchinazioni di fanatici, all’uso di violente suggestioni di massa, a superstiziosi esorcismi. Il pericolo di abusi è reale. Tuttavia la funzione delle sètte è sempre stata quella di richiamare la chiesa a carenze, trascuratezze e deviazioni da ciò che è originario nel messaggio cristiano. È facile distanziarsi con sufficienza e commiserazione dalle iniziative settarie; più difficile, ma più utile per le chiese, cercare di accogliere ciò che c’è di genuino nelle loro istanze.

L’esperienza di guarigioni mediante la fede dei carismatici cattolici non si innesta direttamente sulla tradizione settaria. Il suo antecedente immediato è una prassi più moderata, stabilitasi nelle comunità ecclesiali che le avevano dato diritto di cittadinanza. Una certa decantazione è avvenuta nei decenni scorsi, soprattutto in ambienti episcopaliani e presbiteriani 168. Progressivamente si sono stabiliti dei criteri a tutela della

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qualità delle guarigioni: tendere a che il fine ultimo dei servizi di guarigione sia l’adorazione; capire in quale senso la malattia può dipendere da una dissociazione nella relazione con Dio e con il prossimo; mantenere il contatto con i medici e non sottovalutare l’utilità delle cure tecniche; prevenire ogni atmosfera di malsana eccitazione; non passare all’imposizione delle mani se non come climax di un lungo cammino di preghiera, non più come atto magico davanti a un uditorio affamato di sensazionale.

La pratica della preghiera per la guarigione che troviamo nei gruppi di preghiera e rinnovamento cattolici è sintonizzata con questo clima spirituale. Le riserve circa l’uso indiscriminato dei poteri di guarigione continuano a farsi sentire; anzi, secondo un osservatore attento, “i cattolici romani tendono ad avvicinarsi al guaritore per fede con una diffidenza e uno scetticismo immensi. Essi sospettano un inganno inteso ad allettare i credenti e a spingerli negli errori del fanatismo entusiasta” 169. I pentecostali cattolici sono restii ad usare il termine “taumaturgo” per indicare le persone che sembrano possedere il carisma di guarire. Nel loro linguaggio, il potere di ridare la salute è proprio di Dio solo; grazie al battesimo e al dono dello Spirito, esso è partecipato a ogni credente. Ciò vuol dire che il potere di Dio è messo a sua disposizione, sia che egli diventi un ministro riconosciuto, sia che non lo diventi 170. I ministri di questi carismi non si comportano come dei taumaturghi, ma come degli oranti. Sono fratelli che pregano per altri fratelli, non detentori di un potere autonomo.

La riscoperta della preghiera collettiva per la guarigione dei malati è avvenuta spontaneamente, sul filo degli avvenimenti entusiastici che hanno caratterizzato gli inizi del movimento carismatico. Attualmente è diventata prassi comune dei gruppi di preghiera. “I carismatici non dànno l’idea di voler impiantare un qualche ufficio di constatazione medica, proprio come non si occupano di registrare il parlare in lingue per vedere se c’è qualche lingua straniera. Essi vivono i carismi in funzione dell’incontro con Dio e con gli uomini. Quel che importa ad essi è che il Signore è vivo, oggi come ieri, che la salvezza non concerne l’“anima” soltanto, ma tutto l’uomo, il corpo compreso, e che in questo campo neanche il vangelo predica la rassegnazione, bensì la speranza” 171.

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La preghiera per la guarigione si recita il più delle volte in sedute di preghiera a parte, che hanno luogo dopo i regolari incontri di gruppo. La preghiera comune è accompagnata dall’imposizione delle mani, quasi un gesto di comunione cristiana attorno a chi soffre. Non è mai una sola persona che prega e impone le mani.

Nei gruppi pentecostali cattolici il ministero della guarigione è comunitario, non individuale. Si pone cura nell'evitare il miracolismo. La guarigione stessa, del resto, non è considerata come l’avvenimento fisico che lascia strabiliati e perplessi i rappresentanti della scienza. È vista come un processo che inizia dall’intimo risanamento spirituale, vale a dire dall’esperienza di essere stati afferrati da Gesù e posti nella vita stessa della famiglia di Dio. La guarigione fondamentale consiste nella conversione stessa. Dalla certezza di questa presenza della salvezza nella propria esistenza rinnovata scaturisce una forza nuova per affrontare i mali della vita, presente e passata. Qualsiasi esperienza di rifiuto, oppressione, non-amore può essere guarita, comprese le ferite provocate dalle vicende traumatiche del passato. I carismatici amano parlare, a questo proposito, di “guarigione delle memorie”. Con questa espressione si vuole indicare la purificazione dei sentimenti subconsci di ansia, paura, vacuità e inutilità. È il presupposto per la soluzione dei problemi di natura emotiva 172. Alla pace interiore è attribuita una grande potenza terapeutica: quando la coscienza è piena d’amore, di gioia, di pace, di pazienza, di bontà, di benevolenza, di fede, di dolcezza, di padronanza di sé (cioè di quanto Paolo in Gal. 5,22 chiama “frutti dello Spirito”), possiede una forza di guarigione contro ogni male, comprese le malattie del corpo.

A seguito della preghiera comunitaria, avvengono anche guarigioni di mali fisici. Secondo l’autorevole testimonianza di Mac Nutt, “la metà di coloro per la cui guarigione noi preghiamo vengono guariti (o migliorati notevolmente) dalle loro malattie fisiche, e circa i tre quarti dai loro problemi emozionali o spirituali”.

Guarigione, anche straordinaria, non vuol dire miracolo. Almeno, non nel senso dell’apologetica. Quello che interessa non è l’accertamento di un fatto che costituisca un’eccezione alle leggi naturali e permetta

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quasi di sorprendere Dio in azione, per dimostrarlo all’incredulo. Il ministero delle guarigioni recupera l’aspetto religioso della guarigione stessa. Essa è un momento dell’incontro con Dio, il quale si fa presente con i suoi doni. Ma è Dio stesso, non i suoi doni, che è al centro dell’interesse del credente. Non si prega per mettere la potenza di Dio a servizio dell’uomo. L’incontro personale è preferito al risultato, il ringraziamento alla domanda. I servizi di guarigione tendono a ristabilire la relazione esistenziale dell’uomo con se stesso, con Dio e con gli altri. La fede che guarisce è la fede che crea rapporti di comunione, la fede che apre all’amore. La comunità dei credenti vi scopre così un ruolo terapeutico singolare. Non perché offre asilo e incoraggiamento ai “guaritori”, ai quali anche la società moderna, malgrado la medicina scientifica, sembra non sia ancora in grado di rinunciare. La comunità cristiana guarisce in quanto diventa quello che deve essere: la casa di coloro che sono colpiti dal potere di emarginazione e dissociazione del male in tutte le sue forme173. Allora essa è un riflesso autentico dello Spirito e offre ai malati, handicappati, anziani, ai sofferenti nel corpo e nello spirito quello spazio in cui sono possibili relazioni umane ravvicinate, accettazione, sostegno, conforto: ciò di cui l’uomo ha bisogno per riconciliarsi con la vita e lasciar agire le forze di guarigione. Così anche le comunità cristiane del XX secolo possono essere un riflesso fedele di Colui che “passò guarendo e facendo del bene” (cfr. At. 10,38).

2. Meditazione corporea

Dal punto di vista della storia della spiritualità cristiana, il nostro modo di pregare (silenzioso, intellettuale, volontaristico, e con la completa esclusione della partecipazione del corpo) è una singolarità che non conosce precedenti.

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Più che un’espressione della tradizione, va considerato come un’invasione surrettizia di puritanesimo. Per contrasto, basti pensare alla tradizione della “preghiera pura” coltivata nella cristianità orientale dal movimento esicasta 174. Cercando di far “discendere” l’intelletto nel cuore, gli oranti miravano ad acquistare coscienza della presenza divina. Il mezzo privilegiato era considerato la “preghiera di Gesù” (l’invocazione: “Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me”), ripetuta incessantemente, al ritmo stesso della respirazione. La “preghiera pura” è infatti tutt’altro che mentalismo rarefatto. Si serve di tecniche, come il controllo della respirazione, che hanno un impressionante parallelo nelle tecniche di concentrazione delle religioni asiatiche.

Anche la tradizione cattolica fino alle soglie dell’epoca moderna non conosce la diffidenza per il corpo nella preghiera. Sono note le indicazioni precise circa gli atteggiamenti del corpo che dà S. Ignazio negli “Esercizi spirituali”.

Perfino la spiritualità domenicana, apparentemente così intellettuale, attribuisce un congruo posto al corpo. S. Tommaso (Summa T. II-II, 9.84, a. 2) insegna che la preghiera corporale è perfettamente valida e buona, anche se il nostro cuore e il nostro spirito non vi sono totalmente impegnati. La teologia dell’Aquinate beneficiava indirettamente del ricco insegnamento sulla preghiera corporale che S. Domenico stesso aveva lasciato in eredità al suo ordine. Ne dà testimonianza un documento redatto probabilmente dopo la sua morte: “Le nove maniere di pregare di San Domenico” 175. Al santo dobbiamo riconoscere una grande libertà e inventività del gesto. La sua preghiera comprende inchini profondi e lenti, prostrazioni, genuflessioni frequenti, l’abbandonarsi alle lacrime (che una lunga tradizione anche liturgica considera un dono), il tenersi “sulla punta dei piedi, le mani levate al cielo”...

Riferendoci a questa tradizione, potremmo sentirci incoraggiati ad avere meno inibizioni nel muovere e nell’usare il corpo nella preghiera 176.

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Oltre alla tradizione propria del cristianesimo, esistono in altri ambiti religiosi esperienze di preghiera corporea di valore universale. Tra le diverse tradizioni sono possibili influenze reciproche. Una delle novità più clamorose di questi ultimi anni è appunto l’invasione dell’occidente da parte della meditazione orientale, specialmente nella forma assunta dal buddismo Zen, proveniente dal Giappone.

Lo Zen (il termine equivale a “concentrazione”, “meditazione assisa”) non è propriamente né una religione, né una filosofia. Fondamentalmente è un’esperienza personale ed esistenziale, non rappresentabile in termini discorsivi. L’illuminazione (in giapponese satori) è un’esperienza che fa toccare il fondo dell’essere. Tuttavia chi l’ha vissuta la presenta come la cosa più naturale, più rispondente alla natura dell’uomo. È una riconquista del significato elementare delle cose e di se stesso mediante un’adesione immediata all’oggetto, senza mediazione di concetti e parole. Presupposto per essere presi in questa esperienza è l’abbandono della guardia intellettuale.

Il movimento Zen fu introdotto in America verso la fine del secolo scorso e si è diffuso in centri di livello scientifico e universitario. Alan Watts ne fu il divulgatore principale e D.T. Suzuky uno dei maestri più ascoltati 177. Lo Zen divenne di moda all’epoca della generazione beat. I giovani in rivolta nei confronti della convenzionale concezione scientifica dell’uomo e della natura pensarono di aver trovato nello Zen qualcosa di cui avevano bisogno e fecero libero uso di ciò che avevano capito di questa esotica tradizione. Forse quello che i giovani hanno preso per Zen ha scarse relazioni con la tradizione originale; ciò che essi ne trassero fu soprattutto un rifiuto di tutto ciò che è positivistico e cerebrale, in senso costrittivo 178.

In Europa, soprattutto in ambito tedesco, l’interesse per lo Zen ha avuto una motivazione specificamente religiosa. Mediato da P. Lasalle-Enomya e soprattutto K. Dürkheim, che hanno avuto un’iniziazione personale

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nei monasteri buddisti giapponesi, lo Zen è stato diffuso come una tecnica di meditazione perfettamente assimilabile da cristiani 179.

Anche a proposito della comprensione europea dello Zen andrebbe posta la questione di quanto corrisponde all'originale. Malgrado tutti i tentativi di concordismo, gli uomini religiosi dell’occidente restano coscienti che ciò che viene praticato in oriente e in occidente col nome di meditazione è profondamente diverso 180.

La meditatio cristiana è un’attività spirituale che conduce dal mondo sperimentale a Dio che si rivela, alla sua parola e opera di salvezza. È essenzialmente religiosa e domanda una presenza attiva del soggetto, che riflette ed elabora (nella “contemplazione”, invece, anch’essa tradizionale in occidente, il credente accede a un’intima, profonda pace, in atteggiamento di accoglienza). La meditazione buddista è invece “senza oggetto”. Non è concentrazione di tipo meditativo; non è neppure contemplazione, poiché tende a mantenere la mente completamente vuota da ogni presenza conoscitivo-concettuale. L’effetto della meditazione Zen è la sensazione della non-differenza fra l’io e il mondo esteriore. Spontaneamente, senza che vi abbia posto intenzione, il meditante vede crollare le barriere formali fra soggetto e oggetto, fra spirito e contenuto dello spirito, fra idea e cosa proiettata nell’idea.

Ciò che oggi, a seguito del fecondo influsso dello Zen, si diffonde tra i cristiani col nome di “meditazione” non coincide esattamente con quanto questo termine designa nelle rispettive tradizioni dell’oriente e dell’occidente. Dallo Zen si è presa la tecnica, dalla meditazione cristiana l’intenzione profonda. “Preparare l’uomo all’esperienza dell’Essere, aprirlo alla vita della metamorfosi mediante il contatto con l’Essere: tale è lo scopo di ogni pratica meditativa” (K. Dürkheim). Non dunque una ricerca di tipo razionale, una riflessione su un tema; ma neppure l’illuminazione orientale che denuncia l’io e il mondo come illusioni. Piuttosto

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una via esperienziale all’Assoluto, un cammino verso la “realtà seconda”, come l’ha chiamata Balthazar Staehelin 181, vale a dire la coscienza di appartenere a ciò che non è finito. La meditazione consiste nel trovare un “centro” che renda la realtà seconda trasparente. Con la scoperta del vero centro è connesso un rapporto differente con se stesso, con gli altri e con il mondo; un altro stile di vita, un altro modo di essere: la meditazione è, dunque, un cammino di trasformazione. Il processo avviene in noi, nel nostro corpo, grazie al nostro corpo. Per questo, preferiamo dare a questa pratica il nome di meditazione corporea. Vediamone ora gli elementi costitutivi.

La meditazione è un processo che ci conduce al più intimo del nostro intimo, facendoci essere pienamente raccolti e pacifici in profondità. Lo stile di vita odierno è caratterizzato da un risucchio verso la periferia. Così il contatto con gli strati profondi della persona è compromesso. Il centro di gravitazione tende a spostarsi verso gli strati che ci rappresentano come superiori, vale a dire la ragione che pensa con chiarezza logica e la volontà intenzionale. È quanto idealmente localizziamo nella testa. Questo spostamento va a spese del contatto con gli strati più profondi, cioè quelli dell’esperienza vitale e dell’intuizione, dove non è più in questione la ragione o la testa, ma qualcosa che localizziamo più in basso 182.

La struttura psicologica dell’uomo metropolitano contemporaneo ha un riscontro propriamente fisiologico. La tendenza all’attività frenetica e alla realizzazione personale nelle prestazioni intellettuali e volitive si traduce in un particolare rapporto con il corpo. La percezione del corpo è atrofizzata. “Nella pratica, il senso meno sviluppato e che è invece il più utile per la personalità (ivi compresa la personalità morale) è il senso

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interno o propriocettivo. I cinque altri sensi lasciano allo spirito la possibilità di sfuggire, di assorbirsi o proiettarsi nell’oggetto visto, ascoltato, toccato, odorato o gustato. Mentre il senso interno, che non rivela che più o meno oscuramente il corpo in se stesso nella sua sostanza vivente, mette a dura prova l’intelligenza, ed è proprio questa prova che è salutare. Infatti la presenza effettiva al senso interno domanda al mio spirito di lasciare lo schermo mentale per dimenticarsi in qualche modo a vantaggio della sostanza diffusa nel volume delle mie membra e di tutto il mio corpo. Se riconosce sinceramente questa sostanza in se stessa, l’accetterà come irriducibile ai suoi concetti, benché intimamente associata all’unico soggetto che io sono. Sboccia qui un’umiltà fondamentale senza la quale nessun altro grado di umiltà sembra accessibile” 183.

Prendere il cammino dell’universo interiore, rompere il contatto con l’ambiente per raccogliersi in se stesso, concentrarsi per abbandonare le spiagge della vita inautentica, la superficie immediata dell’esistenza: tutto ciò è stato sempre inteso come l’essenza del processo mediativo. Quello che c’è di caratteristico nella meditazione influenzata dalle pratiche orientali è che tutto questo processo si condensa nella riappropriazione del centro naturale del corpo. Si è diffuso anche negli ambienti cristiani che praticano la meditazione corporea il termine giapponese con cui si disegna tale centro ideale: hara. Di per sé la parola significa “ventre”. Essa indica però un atteggiamento d’insieme, che comprende sia l’anima che il corpo, in cui il centro di gravitazione della persona sta nel ventre, le forze che trattengono l’uomo in alto sono in stato di relax, la profondità può esercitare il suo influsso riequilibratore e l’essere umano intero è aperto e disponibile per il contatto con il mistero dell’essere. Lo hara cresce nella meditazione, fino a diventare la disposizione abituale dell’uomo.

Lo strumento privilegiato per accedere a questo centro naturale del corpo e disporsi così all’evento meditativo è la tecnica del respiro. Anche questa è mutuata dalla tradizione orientale, dove alla respirazione è stata dedicata una cura che non trova riscontro nelle culture occidentali. La respirazione non è solo un processo fisiologico che assicura all’organismo la sua riserva di ossigeno, ma un fenomeno che coinvolge tutto l’uomo. È espressione dei processi psichici (le diverse modalità di respiro:

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affrettato o calmo, mozzo o sciolto, superficiale o ampio e profondo, sono legate a stati d’animo diversi); a sua volta il respiro può influenzare profondamente questi stessi processi psichici ed emotivi. La distorsione dell’equilibrio mediante la rottura con gli strati profondi e lo spostamento del centro di gravitazione verso la testa, di cui soffre la nostra cultura, si manifesta anche nella respirazione. Essa è bloccata inconsciamente nella parte superiore del corpo, creando un’ulteriore tensione. La respirazione toracica tende così a sostituire quella col diaframma. Questo muscolo, che è il grande mediatore del respiro profondo, cade nell’immobilità e si atrofizza. Il movimento di espirazione, di solito, non è condotto a termine: viene frenato, traducendo così un’angoscia viscerale, la paura di morire (di “spirare”, appunto). Ciò impedisce di attendere la nuova inspirazione come un dono da ricevere con riconoscenza. Si “fa” la respirazione, invece di “lasciarla farsi”. Questo modo di respirare è una manipolazione del movimento naturale della vita che raccoglie le nostre tensioni e fa ostacolo alla trasformazione. La respirazione toracica è l’espressione fisiologica del volere intenzionale, della volontà di autoaffermazione e dell’eccitazione permanente.

Il recupero della respirazione diaframmatica e del suo ritmo naturale permette di ricostruire i ponti con gli strati profondi dell’essere. Ritrovando le nostre radici, riannodiamo con quella parte di noi stessi che sfugge alla nostra volontà. Il modo di respirare di una persona traduce il suo atteggiamento generale di fronte alla vita. Quando la respirazione torna ad essere un abbandono armonioso alla natura col suo ritmo di morte e rinascita, si è posta la premessa per la trasformazione esistenziale cui tende la meditazione. Si respira allora nel ventre — lo hara —, che è di fatto il centro geometrico del corpo. La respirazione diaframmatica comunica calma e fa essere se stesso in profondità. Respirazione, distensione, centro del corpo: aspetti diversi dell’unico processo che avviene nella meditazione corporea, cioè un cammino di trasformazione che porta alla nascita di una struttura (Gestalt) nuova.

Il giusto respiro mette in accordo con lo spirito della meditazione ed introduce ad essa. Per definizione, non si può spiegare verbalmente, facendo ricorso a un discorso razionale, l’esperienza che la meditazione rende possibile 184. Per avere almeno un’idea del processo interiore che

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viene messo in moto, ci si riferisce al ritmo quaternario chiamato “ruota della metamorfosi” (K. Diirckheim). Anch’esso è stato mutuato dal buddismo Zen.

Il ritmo quaternario è suggerito dal ritmo della respirazione. Quando questa non è deformata da tensioni psichiche e contrazioni fisiologiche, ma si svolge con naturalezza, il rapporto tra espirazione e inspirazione è di tre a uno (due tempi di espirazione, un tempo di pausa e un tempo di inspirazione). Il processo interiore può essere favorito unendo mentalmente ai quattro tempi della respirazione delle parole che esprimono il significato dei diversi momenti che nell’intero cammino ciclico portano alla trasformazione.

Le parole suggerite dai maestri occidentali di meditazione Zen sono: “mi lascio”, “discendo”, “mi dono”, “mi ricevo”. Sono i quattro raggi il cui movimento costituisce la “ruota della metamorfosi”. L’insieme realizza anche il ritmo binario di morte-nascita inscritto in ogni respirazione dell’essere vivente: ogni rivoluzione della ruota, ogni respirazione, contiene in sintesi tutta la densità del cammino che si estende per la vita intera. Mentre il corpo resta immobile, si tratta di entrare nel ritmo stesso del respiro, nel lento e profondo movimento del diaframma che va e viene. Il primo tempo è quello dell’espirazione, che induce a “lasciare la presa”. Il respiro invita a lasciarsi in quanto persona, centrata e contratta nella parte superiore del corpo, installata in tutto un sistema di sicurezze artificiali, difese e paure, complessi, ruoli e maschere. Abbandonato il centro di gravità situato in alto, che imprigiona l’uomo nel cerchio del piccolo “io” col quale ci siamo identificati, ci si prepara ad essere invasi da una coscienza diversa, in cui l’atteggiamento fondamentale consiste non tanto nel “voler fare” quanto nel “lasciar fare”. Accompagnando l’espirazione, la coscienza può scendere ancora più in basso, verso quel centro di gravitazione, situato nel bacino, che abbiamo chiamato hara. È il secondo tempo dell’espirazione (“discendo”). L’espirazione, diretta dolcemente ma fermamente verso il basso, veicola le tensioni che traducono una mancanza di fiducia totale e di abbandono, la paura davanti alla vita. Spariscono le contrazioni localizzate nel bacino, traccia di innumerevoli repressioni. La sensazione di essere nello hara suscita un senso di forza diversa da quella che ha origine nella volontà, e genera progressivamente un altro atteggiamento vitale. Parlando dello hara, Dürckheim così descrive questo stato: “Tutto ciò che popola la forma di coscienza abituale è scomparso. Improvvisamente, ciò che era

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sentito come un vuoto spaventoso dell’io egocentrico diventa una pienezza che le parole non potrebbero esprimere e che penetra la persona intera, dandole forza, luce e calore” 185. È quanto vive il meditante nel vertice di distensione che costituisce il tempo di pausa tra l’espirazione e l’inspirazione. Il lasciarsi culmina con naturalezza nell’abbandono, nel dono completo di sé (“mi dono”).

Il riflusso del respiro segue non più per comando della volontà, ma per forza propria. È la quarta fase. Come una nascita, la nuova inspirazione viene da sé, la si riceve come un dono; si riceve se stesso come un dono (“mi ricevo”). E ciò senza abbandonare la posizione alla radice dell’essere, al centro della terra, raggiunta nella fase precedente di abbandono. Lasciando subito la presa, senza violenza, la “ruota della metamorfosi” si rimette in movimento. Con l’esercizio della meditazione, man mano che la distensione si approfondisce, il meditante si calerà maggiormente nel movimento, lasciandosene afferrare interamente.

Una questione è a questo punto inevitabile: la meditazione corporea ha un significato religioso o solo profano? È noto che nella tradizione orientale non si attribuisce alla meditazione un valore religioso, in quanto connesso con una fede e una rivelazione. In quell’ambito culturale la preoccupazione principale è quella di un’esistenza umana rettamente fondata nel centro dell’essere. In Giappone l’educazione tradizionale ha sviluppato, oltre alla meditazione, una quantità di esercizi — dal tiro dell’arco, all’arte di intrecciare i fiori (ikebana), alla cerimonia del thè ― per consentire la giusta disposizione, cioè un’esistenza vissuta a partire dallo hara 186.

I mediatori occidentali della saggezza orientale hanno operato una reinterpretazione in senso religioso, sia naturalistico che propriamente soprannaturale. Hanno presentato la meditazione come un processo che permette di scoprire la trascendenza nel cuore stesso dell’immanenza,

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valorizzando al massimo il movimento di unificazione essenziale dell’essere che compie il meditante. Riscoprendo ciò che è più profondo in sé, l’uomo troverebbe la faccia che è permanentemente rivolta verso Dio.

Cristiani che esercitano la meditazione corporea testimoniano di attingervi un aiuto per vivere il proprio rapporto con Dio nel senso della fede cristiana. La meditazione può essere anche un’esperienza esistenziale rigorosa di unione col Cristo nella sua morte per aver parte alla sua resurrezione. Questa è la “ruota della metamorfosi” del cristiano. Da una visione esteriore del mistero essenziale della fede cristiana la meditazione fa accedere a una comprensione dall’interno. Una comprensione che non è data da una sapienza razionale e dialettica, ma da una saggezza che va incontro alla rivelazione divina percorrendo la via del corpo, sulla traccia esile ma potente del soffio vitale. È la via che, in senso inverso, ha seguito Dio stesso nella rivelazione: “A noi Dio l’ha rivelato per mezzo dello Spirito (la “ruah”, il soffio di vita). Lo Spirito infatti conosce tutto, anche i pensieri segreti di Dio. Nessuno può conoscere i pensieri segreti di un uomo: solo lo spirito che è dentro di lui può conoscerli. Allo stesso modo solo lo Spirito di Dio conosce i pensieri segreti di Dio” (1 Cor. 2,10-11).

3. Riflessioni conclusive

Il ritorno del corpo è un tema obbligato della cultura contemporanea. La riappropriazione del corpo è un fatto. Un fatto, però, da interpretare. Molti discorsi retorici lasciano intendere che noi saremmo la prima generazione che sa valorizzare il corpo. Ma il gran parlare che si fa del corpo potrebbe essere un fenomeno analogo a quello dell’“arto fantasma” (il fenomeno per cui gli amputati sentono il loro arto più vivo e doloroso che mai); forse l’interesse per il corpo è espressione dell’ansietà generata dall’aver perso il rapporto armonioso con il corpo.

È ben vero che il corpo diventa oggetto di discorso solo a seguito di una frattura che ridesta dalla coscienza ingenua di essere il proprio corpo 187. Tale frattura è avvenuta nella nostra cultura. La violenza quotidiana

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a cui il corpo è sottoposto spiega a sufficienza perché esso sia diventato un sintomo dolorante. “Non c’è bisogno di mostrare come il nostro corpo sia represso e atrofizzato nella nostra civilizzazione tecnica, tanto ciò è ammesso correntemente da tutti (meccanizzazione, burocrazia, lavoro a catena...), al punto che non è più il corpo che determina il suo proprio spazio, ma questo gli è imposto dai modi di vita moderni (trasporti, habitat...). Perciò siamo congelati in atteggiamenti stereotipati che ci impongono le nostre attività regolate e predeterminate. Abbiamo perso la coscienza di cos’è il nostro corpo e del dinamismo che lo abita: non conoscendone che la semplice apparenza, lo abbiamo ridotto ad essere uno strumento di sopravvivenza” 188.

I movimenti centrati nella riappropriazione del corpo, partendo da questo sintomo di malessere, procedono a proposte di progetti di civiltà alternativi. Un rapporto equilibrato col corpo non è un bene di consumo da aggiungere a quelli che promette la società costruita sul mito del progresso illimitato. L’essere “bene” dell’uomo (il benessere) è solo quello che deriva da un essere “di più”. L’esperienza del corpo, che prende avvio dall’alienazione che conosciamo oggi, rilancia esistenzialmente una ricerca antropologica. È la nostra concezione dell’uomo che viene messa in discussione e ripresa. La riappropriazione del corpo si apre quindi, in definitiva, sul processo dell’ominizzazione. L'impasse della civilizzazione attuale dimostra all’evidenza che l’ominizzazione comprende la vita dello spirito. L’umanità non può sopravvivere senza un “super-vivere” 189. La vera riappropriazione del corpo non è dunque un’operazione riduttiva, bensì integrativa. Non si tratta di realizzare il corpo contro lo spirito, o prescindendo dallo spirito. Le avanguardie della nuova umanità intendono intraprendere l’integrazione del corpo con lo spirito, dal momento che sempre l’uomo è in questione tutto intero.

Anche alcuni cristiani, che respirano lo spirito del tempo, riscoprono nella preghiera il corpo come via privilegiata della comunicazione con Dio. Michelangelo lo ha espresso simbolicamente dipingendo la creazione dell’uomo sulla volta della cappella Sistina. Al posto della creazione per mezzo della parola subentra un contatto personale, sensibile; attraverso le dita che si toccano fluisce la corrente che congiunge il cielo e la

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terra. Per affermare la reciprocità tra Dio e l’uomo, l’artista non ha tolto il corpo all’uomo, ma ne ha prestato uno a Dio. La nostra epoca è provocata ad esplorare il mistero della corporeità, come altre epoche hanno esplorato quello della spiritualità. Ai cristiani di domani, ancor più che a quelli di oggi, sarà dato di vivere lo Spirito col corpo.

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Capitolo Quarto

VICISSITUDINI DEL CORPO

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L’APPROCCIO MEDICO DELLA SESSUALITÀ

Interrogativi antropologici ed etici

Sulla famiglia malata abbondano diagnosi e proposte di terapia. Sono in crisi i valori o le strutture, i ruoli o la comunicazione? Tot capita, tot sententiae. Sempre più spesso capita di sentir additare tra le cause dei mali della famiglia la miseria sessuale del nostro tempo. In questo caso il discorso riguarda, di per sé, direttamente la coppia, ma coinvolge la famiglia intera, in quanto il malessere si riverbera necessariamente su tutto il nucleo familiare. Così avviene, per esempio, quando la disarmonia sessuale dei genitori porta alla rottura del matrimonio e alla dispersione della famiglia. Molte coppie denunciano di avere una vita sessuale carente, talvolta piena di sofferenza. L’impressione è che il malessere sia realmente grande e tenda a espandersi. È un fenomeno nuovo, tipico della nostra epoca, o è sempre esistito ma emerge solo oggi perché le condizioni culturali (rivendicazione del diritto alla felicità personale, l’impatto dei mass media che ha fatto cadere i tabù e ha portato alla luce del giorno anche i segreti delle alcove) lo permettono? Una cosa è certa: la domanda di aiuto per le difficoltà sessuali è cresciuta vertiginosamente in breve volgere di anni. È un fenomeno che possiamo inserire nella domanda globale di salute, considerata come uno dei diritti fondamentali del cittadino. La salute sessuale (definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “l’integrazione degli aspetti somatici, affettivi, intellettuali e sociali nell’essere sessuato in modo da pervenire a un arricchimento della personalità umana, della comunicazione dell’amore”) è un aspetto del benessere che ognuno si sente autorizzato a perseguire e anche a pretendere.

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A fronte di una concezione della sessualità di grande spessore antropologico, come quella che rispecchia la definizione dell’O.M.S., sta la richiesta di aiuto nei termini reali della domanda. Questa ha per lo più le stesse connotazioni della domanda medica corrente: oggettiva, volta al ristabilimento della funzione, preoccupata di togliere i sintomi. Nella fattispecie, i sintomi da eliminare sono le disfunzioni sessuali più invalidanti: impotenza ed eiaculazione precoce per l’uomo, anorgasmicità e vaginismo per la donna. Il sesso, così medicalizzato, diventa un ulteriore capitolo del manuale di patologia, un’appendice delle malattie veneree. La logica che sottende questa operazione è quella dell’imperialismo medico, che continua ad annettere province al suo dominio. Fatto il colpo di mano, tutto sembra apparentemente rimasto come prima, eppure una trasformazione radicale si è introdotta nel settore della vita umana che è stato medicalizzato. Quando è la volta della vita sessuale, la regione si chiama “sessuologia medica”, e i nuovi funzionari coloniali “sessuologi”. La loro caratteristica, come quella di tutti gli altri specialisti medici, sarà quella di sapere sempre più cose su un oggetto circoscritto, separato dall’ambiente e spesso anche dal resto dell’organismo.

La tendenza prevalente della medicina odierna è di occuparsi di organi e di apparati, non della persona nella sua totalità, e tanto meno del rapporto tra le persone. L’uomo, ridotto dapprima al ruolo di portatore di un organo malato, scompare progressivamente dal campo di osservazione: è un oggetto troppo grande per essere esaminato al microscopio (a meno che non si mandi il paziente da un altro specialista, quello della “psiche”, il quale possiede a sua volta un proprio strumento, non meno selettivo). Il timore che ci sorprende di fronte alla proposta di una sessuologia medica, intesa come istanza competente a ricevere le domande di aiuto nel campo delle disfunzioni sessuali, è quello di sacrificare una delle regioni più cariche di significato dell’esistenza umana per avere in cambio una nuova specialità medica e nuovi specialisti che si occupano di guasti da riparare. Prima di passare a esaminare quali sono le condizioni antropologiche ed etiche che rendono praticabile una sessuologia medica, è opportuno fermarsi a valutare che cosa comporta per la medicina il fatto di essere chiamata in causa nei problemi della vita sessuale.

L’aprirsi della medicina alla sessualità umana, è di per sé, qualcosa di nuovo. Si registra infatti in tutta la storia della medicina occidentale una certa riluttanza a occuparsi di questo aspetto della vita. Il sesso in medicina è insieme vicino e lontano. La vicinanza è garantita dal fatto

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che il medico si occupa della vita biologica, considerata nella naturalità dei suoi processi. Egli ha accesso immediato al corpo, senza veli né segreti. Il corpo offerto allo sguardo medico nella sua nudità sfuma simbolicamente nella nudità dell’incontro erotico. Allo stesso tempo il sesso in medicina è lontano. Anzi, allontanato. Per precauzione, innanzi tutto. Già nel giuramento di Ippocrate, che possiamo considerare come la più antica formulazione di quello che diventerà in seguito il codice deontologico del medico, troviamo espressa la preoccupazione di erigere una barriera tra l’attività medica e la sfera del sessuale: “In qualsiasi casa entrerò — giurava il medico su Apollo, Esculapio, Igea e Panacea — lo farò solo per la guarigione dei malati, evitando ogni ingiustizia e danno coscienti e specialmente ogni azione sessuale contro donne e anche contro uomini, liberi e schiavi”. Gli impegni di tipo deontologico hanno la funzione di creare attorno al medico un’atmosfera di fiducia, a garanzia della professione stessa. Servono al medico per garantirsi un credito in quanto professionista. L’impegno specifico a non avvalersi per un vantaggio sessuale dell’esposizione del corpo e della fragilità del paziente, incline come in nessun’altra situazione alla dipendenza del medico, non è ripetuto nei moderni codici deontologici, ma solo perché è entrato nei costumi e ritenuto ovvio 190. Ma non solo per opportunità professionale la medicina ha preso le distanze dalla vita sessuale dei pazienti. Esiste probabilmente un motivo più profondo e non sempre cosciente, connesso con la finalità stessa dell’attività medica. Il medico si sente infatti riferito al dolore, mentre la sessualità lo mette di fronte al piacere. Questo aspetto della vita umana rimane abitualmente estraneo alla formazione medica tradizionale. E il medico, quando nel vivo della professione si imbatte nei problemi della vita sessuale dei pazienti, rinvia volentieri ad altre istanze, come quelle religiose. La reticenza del medico è sperimentata da molte persone anche nel campo della contraccezione, che molti medici preferiscono considerare più un problema di coscienza che un fatto sanitario.

La sessualità umana non è entrata nell’area del discorso scientifico attraverso la medicina. Vi è stata introdotta, da un lato dalla psicanalisi,

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dall’altro dalle scienze del comportamento. La prima ha messo a soqquadro la sensibilità borghese sul finire del secolo scorso svelando il contenuto sessuale rimosso di malattie apparentemente soltanto “mentali”, come la nevrosi. A differenza del suo collega Breur, Freud non si è tirato indietro, in una posizione di sicurezza, quando ha avvertito la natura sessuale dell’isteria di Anna O.; ma per trattare le pulsioni senza esserne travolto ha preso delle precauzioni. Queste misure condizionano ancor oggi il trattamento analitico ortodosso. In esso il corpo è rigidamente escluso, sottratto addirittura dal campo visivo. Il setting analitico è così severo proprio perché ha a che fare con la sessualità, anche se a livello simbolico. Nella psicoanalisi la dialettica vicino/lontano che abbiamo riscontrato nella medicina rispetto alla sessualità viene portata all’estremo: tanto più ci si avvicina al sesso, tanto più ci si premunisce di neutralizzarlo.

L’altro canale attraverso il quale la sessualità è stata assunta nel discorso scientifico è quello della ricerca sul comportamento. Il punto di riferimento obbligato da questo punto di vista è l’opera di Kinsey. La sua indagine ha assunto un valore simbolico, tanto che continua ad essere citata come l’inizio di un nuovo sguardo sulla sessualità umana. Non che prima che Kinsey cominciasse a intervistare la gente sui loro comportamenti sessuali esistessero solo conoscenze speculative e aprioristiche sul sesso. Benché i clinici non discutessero volentieri di problemi sessuali tra di loro o con i pazienti, c’era una ricerca di base sulla fisiologia e sugli aspetti comportamentali della riproduzione, nonché osservazioni sul comportamento sessuale umano. Kinsey stesso nel volume sul comportamento sessuale dei maschi riassume una ventina di ricerche, pubblicate tra il 1915 e il 1947, che usavano tecniche sistematiche di questionario e di intervista ed esaminavano reperti clinici per ottenere informazioni sul comportamento sessuale umano 191. Tuttavia è pur vero che con i rapporti Kinsey si è aperta una nuova epoca. Dopo un periodo di forte resistenze alla ricerca avviata da Kinsey e dai suoi collaboratori, questo tipo di indagine ha ottenuto diritto di cittadinanza; anzi, l’approccio empirico è considerato oggi come l’unico capace di contrastare l’ignoranza che si traveste da dogmatismo. Ora la ricerca sessuale in genere è considerata socialmente e moralmente accettabile dalla maggior parte della comunità scientifica e anche dal pubblico non specialista.

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Più di recente il ruolo pilota nella ricerca sulla sessualità è stato assunto dagli scritti, molto ben pubblicizzati, di Masters e Johnson 192. Il loro interesse si è concentrato direttamente sui cambiamenti anatomici e fisiologici che sopravvengono nella risposta agli stimoli sessuali, nonché sulla dinamica esatta dell’atto sessuale, sul suo decorso normale e sulle sue insufficienze. Superate le ultime esitazioni, la ricerca sulla sessualità umana ha preso la via dell’osservazione e dell’esperimento: non più questionari, ma elettrodi e sofisticate apparecchiature di registrazione durante l’atto sessuale stesso. Agli occhi di molti si è infranta così l’ultima barriera che inibiva la ricerca scientifica sulla sessualità. Questa ha cominciato ad essere considerata una funzione fisiologica come le altre, senza alcuna particolare aura di sacralità.

La “distanza” dal sessuale è così completamente abolita? Siamo entrati nell’epoca di una “sessuologia medica” che estende alla sessualità la precomposizione meccanicistica dell’uomo che domina buona parte della medicina? Questi timori ricevono conferma più dalle opere di divulgazione pseudo-scientifica (come quei manuali sul sesso e il matrimonio che hanno conosciuto una diffusione straordinaria negli ultimi vent’anni) che dai prodotti dei veri scienziati. Quando la sessualità viene ridotta al buon funzionamento degli organi genitali, solo apparentemente è abolita la distanza dal sesso, quasi fosse tutto risolvibile in superficie, nel visibile. In realtà si crea un’altra distanza, quella della completa oggettivazione.

Anche la sessuologia medica può, invece, conservare lo specifico della sessualità umana, senza deformarla. A esemplificazione, possiamo citare il manuale di sessuologia a cura di J. Money e H. Musaph, tradotto anche in italiano 193. Il riduzionismo nella costituzione di un sapere specialistico qui è stato coscientemente evitato. Non si è seguita la tendenza riscontrabile nelle specializzazioni mediche — ginecologia, “andrologia”, urologia — a sganciare la genitalità dalla sessualità, giungendo così a una completa spersonalizzazione dei vissuti sessuali. Perché la sessualità dell’uomo conservi il suo carattere umano, bisogna che lasci spazio a tutte le componenti, che emergono solo da un approccio pluridisciplinare.

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Questa esigenza è rispettata dal manuale di Money. In esso la biologia e la fisiologia hanno uno spazio rispettabile, ma non meno della psicologia e dell’antropologia culturale, dell’etologia e della sociologia, e anche dell’etica e della teologia. La scelta di fondo del manuale è quella di un approccio empirico centrato sulle basi comportamentali della sessualità umana. L’oggetto di uno studio corretto degli attributi umani, infatti, non è solo l’uomo, ma tutta la natura. Nel manuale si trovano ricerche sugli ormoni e sul loro influsso sul comportamento, sui feronomi e le monoammine cerebrali, esperimenti di cambiamento di sesso nei pesci e negli uccelli. E sbaglierebbe il cultore delle “scienze dell’uomo” che considerasse con sufficienza la ricerca biologica di base: anch’essa è necessaria per capire l’uomo. Con particolare interesse sono studiati gli esseri con i quali siamo in più stretta relazione: i primati non umani. Sono il termine di paragone più immediato, in quanto ci offrono l’opportunità di definire i modelli del comportamento tipicamente umano. In esso confluisce ciò che abbiamo ereditato come primati e ciò che è specifico della nostra natura umana. A livello umano, infatti, la sessualità rivela un “supplemento di senso”. Non è più soltanto una funzione fisiologica finalizzata alla riproduzione o al piacere, ma ha un’importanza esistenziale e interpersonale. Anche la sessuologia medica può e deve sapere che la sessualità umana va collocata in uno schema complesso, che comprende anche le dimensioni metafisica e religiosa.

Della presenza di questa sensibilità nel manuale di Money citeremo due esempi: il capitolo su “Pelle, tatto e sesso”, e la sezione dedicata a “Religione, ideologia, sesso”. È da considerare un segno dei tempi che un manuale di sessuologia denunci l’impoverimento del contatto fisico nella nostra cultura e sottolinei l’importanza del tatto nei rapporti umani. La gamma è vasta: va dalla relazione madre-bambino (“una relazione buona si esprime in un buon contatto epidermico, un cattivo rapporto in un contatto epidermico ridotto al minimo indispensabile”) al contatto fisico con i pazienti agonizzati (“non è difficile riuscire a calmare un paziente agonizzante inquieto e agitato accarezzandogli le mani e la testa”). Recentemente il contatto fisico è stato introdotto in varie tecniche psicoterapeutiche, specialmente nelle psicoterapie di gruppo; e il massaggio sta acquistando, oltre al carattere terapeutico per cui è stato sempre coltivato, anche un significato relazionale. Il benessere psicofisico dell’individuo, ci dicono insomma i sessuologi, richiede una cultura meno fobica dei contatti.

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La sessualità umana comporta anche un sistema normativo. Non per un abusivo straripamento del religioso, ai fini della repressione. Il motivo va ricercato nel fatto che le idee sulla sessualità e la concezione antropologica sono collegate strettamente, e la proclamazione di un messaggio sul significato dell’esistenza umana implica necessariamente un messaggio sul significato della sessualità umana. Il manuale prende in considerazione le linee etico-normative di tre sole grandi religioni: il giudaismo, la cristianità protestante e quella cattolica. Concisamente vengono messe in risalto le caratteristiche fondamentali di ciascuna: la ricerca di equilibrio tra restrizione e spontaneità nel giudaismo, le fluttuazioni delle chiese protestanti sotto la spinta di cambiamenti culturali avvenuti tra il xvi e il xx sec.; il valore dell’essere umano come filo conduttore delle posizioni della morale cattolica. Agli estensori degli articoli sta a cuore rilevare che né la chiesa cattolica, né le chiese protestanti si sono espresse riguardo al sesso in maniera indipendente dal contesto socio-culturale, e che attualmente la fedeltà ai precetti religiosi in materia di sessualità è diminuita in maniera considerevole nei credenti di tutte le religioni, che hanno gradatamente adottato i valori laici prevalenti nella società circostante.

Il lettore cattolico potrà eccepire che l’autorevolezza dell’enciclica “Humanae vitae” viene piuttosto minimizzata, e che si guarda con simpatia a quegli sviluppi permissivi nell’etica sessuale su cui ha preso posizione negativamente il documento “Persona Humana”. Tuttavia deve riconoscere, facendo un bilancio generale del manuale, che è possibile realizzare una sessuologia medica che non tradisca il suo oggetto e rimanga fedele alla nozione di sessualità come sessualità dell’essere umano.

La salvaguardia di tutte le dimensioni antropologiche, comprese quelle etiche, della sessualità umana all’interno della sessuologia medica ha una diretta incidenza sull’aspetto terapeutico. Lo scopo delle terapie sessuali — che è genericamente quello di aiutare le persone che hanno problemi di disfunzioni sessuali o di “identità di genere” — è perseguito differentemente dalle diverse terapie. L’antropologia implicita in ognuna è determinante nell’influenzare gli obiettivi e la strategia per raggiungerli. Nel vasto emporio delle psicoterapie attuali un diritto di priorità spetta alla psicoanalisi e alle terapie derivate. Nella psicoanalisi l’inadeguatezza sessuale è considerata come un’espressione sintomatica di un conflitto non risolto. Lo scopo terapeutico è proprio la risoluzione di quel conflitto. Il trattamento è diretto all’esplorazione di tutta la personalità,

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piuttosto che concentrato sul singolo sintomo, quale può essere la disfunzione sessuale specifica. Anche le altre psicoterapie di derivazione psicoanalitica, pur non muovendosi a livello dinamico profondo, si occupano dei tratti della personalità e della loro influenza sull’attività sessuale. Spesso forniscono rassicurazione e una certa qual rieducazione sessuale, ma non un trattamento diretto al sintomo.

Del tutto diverso è l’approccio proprio delle terapie behavioristiche. L’accento cade proprio sullo specifico problema comportamentale, piuttosto che sul conflitto di personalità soggiacente. Si presuppone infatti che il comportamento inappropriato sia appreso, e mantenuto dalle condizioni ambientali. Si può perciò cambiare il comportamento mediante esperienze rieducative e mutamenti nelle situazioni ambientali. Per quanto riguarda specificamente le sintomatologie sessuali, si ricorre alle tecniche di “desensibilizzazione” messe a punto da Wolpe per i comportamenti disfunzionali legati all’ansia 194. Un passo ulteriore in questa linea è stato fatto da Masters e Johnson, i quali hanno cercato un’applicazione terapeutica delle conoscenze sulla risposta sessuale umana ricavata dalla loro ricerca 195. La premessa di base è di considerare il sesso come una funzione naturale, la quale però è mal compresa. Ciò va addebitato alla nostra cultura, che lega la prestazione sessuale all’idea di “performance”, e alla povertà di comunicazione tra i due partners. Di qui la paura del fallimento sessuale, che Masters e Johnson considerano la causa principale dell’inadeguatezza sessuale. I loro assunti terapeutici consistono essenzialmente nel trattamento della coppia che ha problemi sessuali come un’unità; nell’intervento di un’équipe terapeutica costituita da un uomo e da una donna; nell’isolamento della coppia disfunzionale dal contesto della vita quotidiana e dal lavoro, e partecipazione a un programma terapeutico per un periodo di due settimane. Un progetto così esigente è praticabile da poche persone. È stato necessario perciò modificare il setting terapeutico di Masters e Johnson, introducendo il trattamento di individui, oltre che di coppie, facendo intervenire un solo terapeuta, integrando le tecniche di terapia sessuale con la più tradizionale terapia psicodinamica.

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Un forte shock sull’opinione pubblica hanno prodotto quelle tecniche che usano materiali grafici esplicitamente sessuali. Durante gli incontri di gruppo, in un’atmosfera quieta e rilassata, vengono mostrati molti stili e generi di comportamento sessuale, mediante l’uso di films, videoregistratori, diapositive. A questa parte fa seguito una discussione di gruppo, in cui vengono esplorati e comunicati sentimenti e reazioni al materiale visivo. Il presupposto da cui parte questo approccio è che molti problemi sessuali sono il risultato di fattori emotivi inappropriati, i quali producono ansia circa le sensazioni e il comportamento sessuale. Esponendo le persone a contenuti sessuali espliciti, dopo la forte reazione di ansia iniziale, l’aperta discussione mira a ridurre l’ansia e a produrre atteggiamenti più accettabili circa il comportamento sessuale. Questo materiale, abbondantemente esposto in occasione del terzo congresso mondiale di sessuologia medica tenutori a Roma, ha provocato reazioni comprensibili. La preoccupazione è che la sessuologia prenda la strada della facilità, nonché della commercializzazione, che la porti a confondersi con la pornografia. La pubblicità di quel materiale audiovisivo, benché ideato con fini educativi e terapeutici, non è infatti molto diverso da quella di un volgare sexshop.

La sessuologia medica è una disciplina in formazione. Deve essere aiutata a non percorrere sentieri ambigui, a non impoverire la sessualità umana, sotto la spinta del mercato o di una scienza ispirata da una antropologia mutilata, dimentica che l’uomo è un’unità bio-psico-spirituale. È necessario l’apporto di coloro che condividono una visione spiritualizzata dell’uomo. Da loro ci si attende una giusta valutazione del corpo: nessuna riserva sulle conoscenze fisiologiche che possono aiutare a sbloccare la vita sessuale inceppata. Ma devono anche ricordare alla nostra cultura, non ancora libera dal mito del materialismo meccanicista, che l’elemento decisivo per la sessualità umana è il giusto rapporto del cuore e delle emozioni con se stessi e con gli altri. “Adesso quasi tutti sanno fare l’amore, ma quasi nessuno è capace di amarsi”: la frase che stata attribuita a un eminente sessuologo. Un’affermazione che dovrebbe far riflettere quanti pensano che basta la padronanza delle tecniche sessuali per liberare la vita amorosa degli uomini e delle donne dal malessere che le soffoca.

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IL TEMPO DELLA MALATTIA

Per un rinnovamento dell’insegnamento cristiano

1. La voce di coloro che “non si rassegnano”

Il discorso sull’atteggiamento cristiano di fronte alla malattia è farcito di luoghi comuni. Si dà per scontato che l’atteggiamento veramente degno del cristiano sia quello della pazienza, rassegnazione, accettazione; eventualmente anche l’offerta spirituale, l’oblazione come vittima riparatrice, la partecipazione alla sofferenza redentrice. Il fiume di parole spese sul cristiano malato e sofferente non ha avuto di solito l’avallo esplicito della teologia e della morale. Sembra piuttosto che queste discipline abbiano quasi ceduto questo terreno in appalto alla pietà. E la pietà, specialmente quando fiorisce su un humus tendente alla morbosità, pecca sovente di intemperanza. È tempo che tutto il discorso che si fa sul cristiano e la malattia sia imbrigliato robustamente dalla teologia; la morale deve prendere possesso di ciò che ha demandato alle pie esortazioni ascetiche.

Prima di tracciare le linee portanti di un progetto di etica cristiana della malattia sarà utile ascoltare alcune voci che cantano fuori del coro. Ci aiuteranno a sottrarci al fascino dei clichés e ci indicheranno i punti dolenti del linguaggio abituale. Vorrei cominciare col citare una voce che sorge fuori dell’ambito cristiano, quella di un filosofo marxista che si è occupato molto seriamente del cristianesimo. E. Bloch 196 ha attizzato nuovamente il fuoco sotto il crogiuolo in cui Marx ha messo il cristianesimo

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quando ha accusato l’ideologia religiosa di svolgere la funzione di “oppio dei popoli”. Egli crede di poter affermare che il cristianesimo ha imprigionato la dinamica rivoluzionaria del messaggio di Gesù. Troppo spesso al “leone di Giuda” fu sostituito “l’agnello”. Così prese forma la “mentalità cristiana”, centrata sulla “pazienza della croce”: “in tal modo l’elemento sovversivo della Bibbia fu l’ultima volta interrotto in forza del mito dell’agnello sacrificato. In tal modo fu sanzionata la pazienza della croce tanto degna di essere raccomandata agli oppressi e tanto piacevole per gli oppressori, che corrisponde nel suo insieme all’incondizionata obbedienza dinanzi all’autorità, come se essa in sé e per sé provenisse da Dio. Sì, anche ogni teologia della speranza che desidera porsi al culmine di ciò che trasforma e di ciò che è nuovo, ricade di nuovo nella conformità, quando essa con conveniente passività spezza la punta alla speranza di Gesù prima e fino alla croce. E tutto ciò si lega con quei brani di Paolo che trattano della croce, e che appartengono all’apologetica e non al quod ego della ribellione e ancor meno alla dialettica; “dolore, dolore, croce, croce spettano al cristiano”, dice partendo da questo assunto il più tardo Lutero (e parla ai contadini martoriati, non ai signori)”.

Resistiamo all’impulso di neutralizzare subito la denuncia contenuta nelle parole di Bloch adducendo il fatto che essa proviene da un ateo e da un marxista. Il cristianesimo non deve sottrarsi ad un confronto serio con l’accusa di poter trasformarsi in una ideologia che contribuisce a tenere i poveri e gli afflitti nella loro situazione, in cambio di una promessa alienante. Del resto, la critica proveniente dal materialismo storico non è l’unica voce che si oppone a ciò che si è soliti chiamare discorso “cristiano” sulla sofferenza. Anche una certa “spiritualità dell’azione” fiorita in seno al cristianesimo stesso ha contribuito a mostrare i limiti e le ambiguità dell’atteggiamento di rassegnazione. Lo spirito moderno ha ormai definitivamente acquisito quanto sia serio l’obbligo di sottomettere la terra, combattendo contro tutto ciò che diminuisce l’uomo. Come profeta di questo nuovo atteggiamento Teilhard de Chardin ha conquistato un uditorio di ampiezza mondiale. Nel suo libro L’ambiente divino ― dedicato a “coloro che amano il mondo” — ha inteso tracciare le linee fondamentali della spiritualità dei cristiani che vivono, come Teilhard stesso è vissuto, “votati alle forze positive del mondo”. Prende posizione su ciò che viene abitualmente designato come “accettazione cristiana”, nozione soggetta a terribili equivoci, che costano molto caro al

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al cristianesimo: “Una falsa interpretazione della rassegnazione cristiana è, insieme a una falsa idea del distacco cristiano, la principale fonte delle antipatie che fanno così lealmente odiare il Vangelo da parte di un gran numero di Gentili”; “La rassegnazione cristiana è sinceramente considerata e biasimata da molte persone oneste come uno degli elementi dell’“oppio religioso” che provocano il sopore più pericoloso. Dopo il disgusto della terra, non c’è atteggiamento che si rimprovera con più rancore al Vangelo di aver diffuso, che la passività davanti al Male, una passività Che può arrivare fino a coltivare perversamente la diminuzione e la sofferenza” 197.

Teilhard pensa che una spiritualità autenticamente cristiana non può non integrare anche gli insuccessi dell’uomo, le sue “passività di diminuzione”, e che quindi comprende anche la rassegnazione. Ma la rassegnazione cristiana non è l’acquiescenza passiva di cui parla una certa ascetica, e soprattutto non va disgiunta dalla lotta contro le diminuzioni. Il cristiano per praticare integralmente la perfezione del suo cristianesimo non deve disertare di fronte al dovere della resistenza al male. Al contrario, “in un primo tempo, deve lottare sinceramente e con tutte le forze, in unione con la potenza creatrice del mondo, perché ogni male retroceda, perché niente diminuisca, né in lui, né attorno a lui (...). Finché la resistenza resta possibile, egli si irrigidirà dunque, lui, figlio del Cielo, quanto i più terrestri dei figli del Mondo, contro tutto ciò che merita d’essere scartato o distrutto”; “Al primo approssimarsi delle diminuzioni, noi non sapremo trovare Dio altrimenti che detestando ciò che precipita su di noi, facendo il nostro possibile per schivarlo. Più respingiamo la sofferenza, in quel momento, con tutto il nostro cuore e con tutte le nostre braccia, più noi aderiamo, allora, al cuore e all’azione di Dio” 198.

Per Teilhard questo primo momento della lotta a oltranza contro il male deve essere integrato da un secondo momento di genuina accettazione. L’atteggiamento cristiano completo è composto così di due tempi: il primo di lotta contro il male, il secondo di sconfitta e della sua trasfigurazione. Si introduce in tal modo la distinzione tra un dolore da combattere e un dolore da subire. Si invita a combattere la malattia e le altre forme di dolore finché se ne ha i mezzi, e ad accettarla, come una specie

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di prova o di bene misterioso, quando non si può vincere. Per quanto questa soluzione possa essere difettosa, essa ha il merito di aver sottolineato che la lotta attiva contro ogni forma di male è parte integrante di una spiritualità autenticamente cristiana.

La malattia, con i rivolgimenti psichici e le fratture esistenziali che provoca, è stata tradizionalmente il pascolo degli apologeti. Fiutando una disponibilità particolare del malato, gli sono piombati accanto per parlargli della sua miseria e della sua colpa, per proporgli la conversione a Dio e l’inserimento nella Chiesa. Ormai i cristiani stessi sono a disagio di fronte a questa tattica, che sentono come unfair. Chi ha dato voce più chiaramente al rifiuto di un Dio-tappabuchi è stato il teologo evangelico D. Bonhoeffer. Scriveva in una delle sue ultime lettere dal carcere: “L’estromissione di Dio dal mondo, dalla sfera pubblica della vita umana, ha portato al tentativo di riservargli ancora, se non altro, la sfera del “personale”, “intimo”, “privato”. E siccome ogni uomo, da qualche parte, ha sempre una sfera del privato, lo si ritiene in quel punto più facilmente vulnerabile... Come l’opinione del volgo riesce a esorcizzare una personalità altolocata solo raffigurandosela “nella vasca da bagno”, così succede qui. È una specie di soddisfazione maligna sapere che ognuno ha le sue debolezze e le sue nudità... Diffidenza e astio, come atteggiamento fondamentale verso gli uomini, sono la rivolta dei mediocri. Dal punto di vista teologico l’errore è doppio: primo, si crede di poter chiamare peccatore un uomo, soltanto dopo aver spiato le sue debolezze e le sue volgarità; secondo, si ritiene che l’essenza dell’uomo sia nei suoi secondi piani più intimi e reconditi, definendoli la sua “interiorità”; e proprio in questi tenebrosi nascondigli dell’uomo Dio dovrebbe avere i suoi domini (...). Insomma, io pretendo che Dio non venga ficcato di contrabbando in qualche estremo e segreto ricettacolo, che si prenda molto semplicemente atto della maggiore età del mondo e dell’uomo, che non si “stronchi” l’uomo nella sua mondanità, ma lo si metta a confronto con Dio nelle sue posizioni più forti, che si rinunci a qualsiasi trucco da preti e non si veda nella psicoterapia o nella filosofia dell’esistenza la preparazione alle vie del Signore. La Parola di Dio trova l’indiscrezione di tutta questa gente troppo plebea per potervisi alleare. Essa non si allea con la ribellione della diffidenza, con la rivolta dal basso: essa regna” 199.

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L’apologetica, per sfruttare la situazione di malattia, si appoggia su un’antropologia che attribuisce al dolore una funzione centrale nella vita dell’uomo. Possiamo dare a tale antropologia il nome di “dolorismo”. Non sorprende il fatto che talvolta il malato stesso si trovi a suo agio in posizioni spirituali di tipo doloristico. Uno dei rischi della malattia è infatti proprio quello di conquistare il giudizio, fino a erigere la sofferenza a valore supremo. La psicologia ci mette in guardia contro la regressione psicologica, che il fatto drammatico della malattia provoca in certe persone. La denuncia di tale pericolo induce a guardarsi da motti altisonanti, come: “la mia gioia è soffrire — soffrire o morire — nel soffrire è la mia felicità...”; a non pronunciare alla leggera parole che sembrano ammirevoli, ma che forse non sono che imprudenti o vuote; a diffidare di una accettazione troppo gioiosa o entusiasta della malattia, che può nascondere un atteggiamento psicologico auto-punitivo. Ci può essere un amore alla sofferenza che rischia di non essere altro che corruzione delle sorgenti della vita o pigrizia di fronte allo sforzo necessario per vivere. L’accettazione cristiana della croce non va assolutamente confusa con il disgusto per la vita.

La reazione di chi rimette in discussione la tradizionale spiritualità del malato è diretta soprattutto contro una visione troppo ristretta della vita del cristiano malato. Se nel malato non si considera altro che la sua malattia, lo si imprigiona in essa, si costruisce la sua spiritualità sulla parte negativa del suo essere, e non su quella vivente. È sintomatica in tal senso la presa di posizione di alcuni malati, che esprimono un atteggiamento di fronte alla malattia alternativo a quello doloristico. “Non abbiamo bisogno di una farmacia spirituale, ma di un buon nutrimento comune. Ciò che i malati domandano non è una cappella di infermeria, ma la Chiesa. Abbiamo bisogno semplicemente di una spiritualità ecclesiale. Non domandiamo che si apra per noi una scuola di spiritualità, dove tutto sia visto attraverso un’ottica di malati e in odore di ospedale. Che non ci si parli continuamente ‘in quanto malati’, come se non si volesse sapere altro da noi; prima di essere malati siamo uomini e figli di Dio” 200.

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2. Rinnovando, si va contro l'insegnamento della Chiesa?

Abbiamo ascoltato alcune voci, provenienti dagli ambiti culturali ed esistenziali più diversi. Malgrado la diversità, hanno un elemento comune: da pulpiti diversi predicano la stessa necessità di rivedere quello che si è soliti presentare come l’atteggiamento esemplare del cristiano nella situazione di malattia. Rivelano il bisogno di superare una spiritualità che tende al dolorismo; di interrogarsi criticamente se, incentrando l’atteggiamento etico sulla rassegnazione, si interpreta fedelmente il messaggio di Gesù o piuttosto non lo si violenta deformandolo. È necessario sottoporre al rigore di una riflessione teologica seria il pullulare di parole generose sulla “buona sofferenza”, sul suo significato e il suo valore, sulla malattia come fonte di merito e di privilegio — parole che generalmente non costano niente a chi le dice.

Prima di procedere all’individuazione dei punti forti di tale etica cristiana della malattia è necessario rispondere a un interrogativo: la revisione dell’atteggiamento tradizionale è teologicamente lecita? Ad alcuni cattolici sembra che l’insegnamento del magistero ordinario sia orientato nel senso del dolorismo e dell’ascetica di accettazione, e che perciò ogni tentativo di innovazione sia pregiudizialmente bloccato. In particolare, gli ambienti che coltivano una spiritualità del malato di tipo doloristico si appoggiano incondizionatamente sull’insegnamento dei romani pontefici. Se prendiamo però in esame i testi in questione ci accorgiamo che si tratta di interventi di due generi diversi: discorsi direttamente rivolti a malati, condotti sul tono dell’esortazione spirituale, e discorsi rivolti ai medici e al personale curante. In quest’ultimo caso si tratta prevalentemente di morale professionale. Pio xn, in particolare, approfitta di questi incontri per rispondere a precise questioni etiche poste dalla specializzazione medica o dalla tecnica. Nei due gruppi di discorsi si nota un diverso atteggiamento di fondo nei confronti della malattia. I primi infatti svolgono ampiamente tutti i temi tradizionali dell’ascesi di accettazione e richiedono al cristiano un atteggiamento per lo più passivo, o quanto meno limitato alla sola attività di offerta; quelli del secondo gruppo invece, pur affrontando gli argomenti naturalmente richiesti dalla particolare assemblea, presuppongono una considerazione positiva del valore della salute e negativa della malattia, e conseguentemente inculcano un atteggiamento di lotta e di superamento dei limiti. Abitualmente queste due concezioni della malattia, con l’atteggiamento spirituale che

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ne deriva, non hanno comunicazioni tra loro e sono riservate ai rispettivi gruppi di malati o di sani. Questo fatto non dipende solo dall’occasionalità dei discorsi. È avvertibile anche l’influenza della spiritualità propria dei gruppi ai quali i discorsi sono rivolti.

Finora l’insegnamento pontificio è stato espressione, per lo più, di quel complesso di idee teologiche e di atteggiamenti spirituali tradizionalmente diffusi dalla predicazione spicciola e dalla pastorale, cioè di quell’atteggiamento che possiamo chiamare “ascesi di accettazione”. Anche il Concilio Vaticano n si è allineato con questa posizione nel “Messaggio ai poveri, agli ammalati e a tutti coloro che soffrono”. Ma non possiamo trascurare taluni sporadici interventi di tono diverso, riflesso di un altro modo di considerare e di vivere la malattia 201. Ciò fa supporre che l’evoluzione dell’insegnamento pontificio circa la spiritualità della malattia è lungi dall’essere terminata. Per questo motivo non è lecito prendere il magistero ordinario — e tanto meno un discorso o un’allocuzione isolata rivolta a un gruppo particolare! — come unico parametro per elaborare dottrinalmente quale debba essere l’atteggiamento morale e spirituale del cristiano nella malattia.

3. La malattia e il comandamento di vivere

Non è possibile qui sviluppare in dettaglio un’etica cristiana della malattia che assuma tutte le istanze di rinnovamento che sono emerse. Ci limitiamo ad indicare quelli che, a nostro avviso, dovrebbero essere i pilastri fondamentali. Il primo è il riferimento alla vita come dono. Il fatto stesso di essere creato apre per l’uomo una condizione ricca di benedizione. La vita è un bene, un privilegio e un valore, perché costituisce la grande occasione di incontrare Dio e di mettersi a servizio dei fratelli. Col dono della vita Dio dà anche il comandamento di vivere. L’esigenza di vita implicata dal comandamento di Dio domanda all’uomo di approvare la vita, di “volerla”, perché c’è un’obbedienza a Dio insita nell’esistenza umana come tale. Volere la vita diventa allora la salute, cioè la forza che ci permette di essere uomini nel corpo e nello spirito.

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In questa prospettiva la malattia ci appare come qualcosa che viene a contraddire, diminuire, intralciare o paralizzare il voler vivere. Essa provoca l’indebolimento o il bloccaggio della forza di essere uomo. Per obbedire al comandamento di Dio bisogna che l’uomo voglia fare tutto ciò che è necessario per assicurare la continuità della propria vita psichica e fisica, contrastando ciò che rischia di paralizzarla. Tale atteggiamento si può riassumere in quella che K. Barth chiama la “regola fondamentale dell’etica della malattia”: “Esigere che il paziente si riferisca continuamente, come tutti quelli che lo accostano, non alla sua malattia, ma alla sua salute e alla sua volontà di ritrovarla” 202.

Sul piano pratico, il malato non dovrà essere incoraggiato ad esagerare la sua impotenza o a coltivare l’inattività come dovere di stato. Si eviterà di dire perciò che “ai malati non si domanda di agire, ma di accettare”, che tutto ciò che è richiesto loro è di “offrire la propria sofferenza”. “Salvare dall'annientamento o dalla diminuzione ciò che è salvabile delle nostre capacità, creare delle supplenze, perseguire adattamenti nuovi, in una parola requisire in noi tutto ciò che ci conserva in azione, in qualsiasi maniera, dovrebbe essere una delle nostre preoccupazioni dominanti” 203: così esprime una “grande malata”, a nome di altri malati, la costanza necessaria al cristiano che vuol obbedire al comandamento di vivere.

L’utilizzazione delle proprie energie, finalizzate a uno scopo costruttivo, si chiama lavoro. Perciò il malato — in particolar modo l’affetto da handicap — dovrebbe lavorare. Lavorare e non “ammazzare il tempo”! Anche nel caso che un malato non possa più continuare la sua attività abituale, non diventa con ciò buono a niente. Rimane in ogni caso la possibilità di un irraggiamento spirituale, proporzionatamente all’opera di “spiritualizzazione” che ogni essere umano deve perseguire. La frequentazione di qualcuno che continua con tenacia, nonostante le limitazioni della malattia, a cercare la vita per farne dono agli altri, attira lo sguardo verso il vero tesoro dell’umanità, cioè verso l’insieme dei valori morali e spirituali di vita e di energia, accanto ai quali non si può passare senza sentirsi vitalizzati.

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4. La malattia nel mistero pasquale

Il secolo punto di riferimento di un’etica cristiana della malattia è il mistero pasquale del Cristo, sul quale ogni cristiano è chiamato a modellare la sua vita. Ogni progetto vitale deve passare attraverso le due tappe dialettiche della croce e della risurrezione.

Tutti coloro che vivono “in Cristo” e sono stati assimilati a lui mediante la fede e il battesimo sono chiamati a partecipare alla croce del Signore. Ma per parteciparvi realmente non basta semplicemente soffrire: bisogna rovesciare il significato della sofferenza, facendola diventare espressione di carità pasquale. Il cristiano che vuol vivere secondo il dinamismo della nuova alleanza inaugurata dalla vicenda pasquale del Cristo trova nello stato di malattia dei condizionamenti particolari. La malattia porta infatti dei sovvertimenti profondi in tutta la vita dell’uomo. Dal punto di vista psicologico, si nota una tendenza alla regressione. Anche la vita morale è intaccata dalla malattia. È un luogo comune ripetere che il malato diventa egoista; bisogna piuttosto riconoscere che la malattia svela ed esaspera tutte le forme di egoismo già in atto nella vita da sano. Certamente la vita morale è condizionata dalla malattia. La sofferenza fisica infatti tende di per sé a concentrare tutta l’attenzione e tutta l’energia del malato verso il polo più esterno della persona. Essa sovverte quell’equilibrio psico-fisico che è presupposto indispensabile di ogni vita umana. Neppure la vita religiosa sfugge ai condizionamenti della malattia. Questa è per lo più l’occasione di un’esplosione del senso elementare del sacro, che si manifesta sotto forma di presentimento di forze che ci superano e ci sottraggono il dominio della nostra vita; e non è raro il caso che la religiosità si degradi ulteriormente in credulità e magia. In breve, possiamo dire che non è mai il corpo da solo ad essere ammalato; è tutto l’uomo, che soffre di un disordine, ad essere ammalato.

Tuttavia anche la sofferenza fisica può far parte della vita morale del cristiano, nella misura in cui entra nel dinamismo dell’amore oblativo e se ne rende espressione. Ma qual è l’atteggiamento che rende possibile questo capovolgimento del significato della sofferenza? Evidentemente la passività e la rassegnazione — quell’accettazione dell’inevitabile che potrebbe anche essere talvolta calo e/o perdita della speranza — non costituiscono l’atteggiamento adatto. Ci vuole un movimento positivo per fare della malattia e delle sue conseguenze un’espressione più profonda della vita morale. È necessario un movimento di superamento che

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si inserisce nella dinamica dell’amore pasquale. Secondo l’espressione di un noto moralista, “la sofferenza assume il significato di un limite, come il corpo; cioè essa trae il suo valore dal superamento di sé stessa. Se per sé stessa tende ad aggravare materialmente, essa è, di contro, mediazione privilegiata verso la spiritualizzazione più intensa dal momento in cui la si considera nel suo vero senso: ostacolo da travaricare verso lo spirito. Allora essa diventa pretesto e occasione di un amore più grande” 204.

La vita spirituale del cristiano, come quella del Cristo stesso, sta sotto il comandamento dell’amore. Regola fondamentale di un comportamento nella malattia conforme a quello di Cristo è di riferirsi al dono di sé al Padre e ai fratelli, da continuare anche nella malattia, nonostante i condizionamenti negativi che questa tende a porre alla vita psichica, morale o spirituale. Si tratta di uno sforzo per non arrestare lo slancio della vita nuova in Cristo, fatto in una condizione che di per sé rende più difficile l’orientamento oblativo della vita. Così è reso possibile alla malattia di diventare “croce”, cioè situazione in cui la donazione è provata, purificata, approfondita.

Non possiamo presentarci al cristiano malato con la presunzione di portargli una valida teoria filosofica del dolore o una teologia della malattia, pretendendo di spiegargli il come e il perché della sua sofferenza. Sono impressionanti le parole che il Cardinal Veuillot diceva sul suo letto d’ospedale, durante la sua ultima malattia: “Sappiamo fare delle belle frasi sulla malattia. Io stesso ne ho parlato con calore. Dite ai preti di non dirne niente: noi ignoriamo quello che è. Ne ho pianto”. Bisogna che il senso di questo evento dell’esistenza umana sia trovato dal di dentro, vivendo la malattia nella dimensione creaturale e pasquale della propria vita morale: e ciò nessun altro può farlo, se non il malato stesso.

Si può solo stargli accanto nel servizio fraterno e nella testimonianza di una fede e di una speranza che suscitano in noi la fiducia che niente può separci dall’amore di Dio che ha preso possesso di noi nel Cristo (Rm. 8,31-39); niente, neppure la malattia: “siamo ritenuti moribondi e invece, ecco, viviamo!” (2 Cor, 6,9).

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PROBLEMI ANTROPOLOGICI ED ETICI DEL MORIRE, OGGI

1. Il nuovo volto della morte

Una volta si sapeva morire. Lo si imparava così come si apprendeva qualsiasi altro comportamento, guardando cioè come facevano gli altri. Le morti erano più frequenti, prima che i progressi della medicina e le migliori condizioni igieniche prolungassero la vita media in modo così spettacolare in soli pochi decenni. E per di più erano pubbliche. A meno che non si trattasse di morte violenta o d’incidente, si moriva nel proprio letto, circondati dai familiari. I bambini non erano tenuti lontano dal capezzale dei morenti; anzi, sarebbe parso una crudeltà privarli di quell’ultimo contatto.

La “buona morte” era uno spettacolo edificante. C’era quasi un obbligo morale di avvertire colui che stava per morire, nel caso in cui non avesse già sentito l’approssimarsi della fine, perché non mancasse il grande momento. Morire senza rendersene conto era la sciagura più paventata dai devoti (“a subitanea et improvisa morte: libera nos, Domine”, si pregava nelle litanie dei santi). La preparazione alla morte ha costituito, fino a un’epoca molto recente, un cardine della predicazione e della devozione privata. Si viveva per morire, e si moriva per la vita eterna. “Morire bene” era un’arte: aveva i suoi maestri (i morenti che avevano fatto del loro trapasso una specie di solenne liturgia, e che venivano citati ad esempio dai predicatori), i suoi testi (le “artes moriendi”, appunto), i suoi cultori (potenzialmente, tutte le persone timorate di Dio).

Ieri come oggi la morte faceva paura. Ma la ragione dell’angoscia era diversa: in passato il credente aveva paura di ciò che faceva seguito

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alla morte, del giudizio di Dio e della sorte eterna che gli era destinata; oggi teme di più i tormenti dell'agonia. La paura che abita molti di noi è soprattutto di finire in quella terra di nessuno che si estende tra il mondo dei vivi e quello dei morti, di diventare uno di quei corpi vegetanti che non finiscono mai di morire. Il rischio maggiore di morire in modo disumano è connesso con le malattie degenerative, come il cancro. Per questo il cancro è diventato il tabù principale del nostro tempo. Attorno ad esso si è formata una specie di mitologia popolare, fatta di immagini raccapriccianti, di sensi di colpa, di paure irrazionali di contagio 205. Simbolo della malattia mortale per eccellenza, nessuno osa nominarlo. Eppure in Italia muoiono di cancro centodiecimila persone ogni anno. Quante probabilità hanno di sapere che cosa sta loro capitando, di programmare la propria vita residua, di essere fino alla fine responsabili delle decisioni che li riguardano? Pochissime. Attorno a loro si estende la congiura del silenzio. L’uno o l’altro familiare si vanterà poi di aver saputo celare al morente la natura del suo male fino all’ultimo. Alcuni non sanno perché non vogliono sapere: anche questo è un loro diritto. Ma quanti malati terminali soffrono nell’anima dolori più atroci di quelli del corpo perché non possono parlare con nessuno delle loro emozioni di fronte alla fine che sentono imminente?

Il compito di dare l’annuncio della morte in passato era riservato al sacerdote. Finché la morte era un atto religioso, il passaggio da questo mondo a Dio, era compito dei ministri della Chiesa assistere il morente nella liturgia della sua morte. I sacramenti offrivano il sigillo della presenza divina; i familiari facevano corona, come “ecclesia domestica”, al mistero del trapasso dal tempo all’eternità. In epoca di secolarizzazione, allorché si muore non per destino o per chiamata di Dio all’altra vita, ma per il fallimento della scienza medica che non riesce a prolungare la vita oltre un certo limite, la posizione del sacerdote è diventata precaria. “Chiamare il prete” vuol dire, nel linguaggio popolare, che il medico ammette di essere arrivato al termine delle sue possibilità terapeutiche, che bisogna abbandonare ogni speranza di guarigione e “pensare all’anima”. Equivale praticamente a una sentenza di morte. Per non spaventare il morente, che si è continuato a illudere con pie menzogne, si rimanda il più possibile. Quando il ministro giunge al capezzale, si trova per

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lo più di fronte a un essere senza coscienza. Tutto quello che ci si aspetta da lui è che amministri i sacramenti. Come possono i sacramenti, in tali condizioni, essere dei “segni della fede”? Quella del morente può essere solo supposta; né è pensabile che tali gesti gli diano, ex opere operato, quel “conforto” che pretendono gli annunci mortuari. La vaga religiosità residua nell’ambiente familiare, che domanda, per proprio sgravio di coscienza, che il sacerdote “faccia tutto quello che deve fare” sul morente, è per lo più lontanissima dalla partecipazione che domanderebbe la celebrazione di un sacramento. Non ci stupisce allora il malessere dei sacerdoti quando si vedono ridotti da annunciatori del Vangelo a stregoni che praticano riti incomprensibili intorno agli agonizzanti. La disaffezione dei sacerdoti dai riti tradizionali e l’impossibilità pratica di parlare al morente della sua fine, quando tutti attorno a lui hanno scelto il partito del silenzio, aumentano la solitudine totale di chi è arrivato al termine dei suoi giorni.

2. Perché abbiamo emarginato la morte?

Non possiamo accontentarci di costatare come muore l’uomo d’oggi nella società che abbiamo costruito. Vogliamo anche capire perché si è arrivati a prescrivere un tale comportamento al morente. L’ordine sociale, che non può sussistere senza una certa uniformità, è garantito mediante un sottile, spesso informale, regolazione dei comportamenti. Tra quelli devianti, alcuni vengono tollerati, altri puniti. Anche se non c’è un’autorità ufficiale che sancisce a quali regole ci si deve attenere, tutti sappiamo che ci sono alcune cose che “non si fanno” ed altre che “si fanno”. Anche il modo di morire è determinato dalla cultura in cui viviamo: c’è un morire ammesso, corretto, decente, e uno che cade sotto il biasimo sociale. Inconsciamente ci sforziamo di morire come ci si attende da noi, anche se questa morte in sordina è sempre più angosciosa, sempre meno degna dell’uomo. In altre culture si muore — e naturalmente si vive — diversamente. Non è facile convincersene, perché abbiamo la tendenza ad assolutizzare la nostra esperienza. È necessaria un’opera di educazione che ci indirizzi lo sguardo oltre i confini geografici e quelli del tempo. La prima è opera dell’antropologo, la seconda dello storico. Una folta pubblicistica ci ha fornito in questi ultimi anni

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una quantità di informazioni sulla morte e i costumi sociali legati ad essa. Un esempio del lavoro antropologico ci è fornito dall’opera di L.V. Thomas 206. Il procedimento scelto dall’antropologo è quello comparativo; confrontando tra loro le diverse risposte culturali al problema della morte, si mette in evidenza tanto la diffidenza, quanto l’unità della natura umana. Thomas ha istituito un confronto tra una società arcaica attuale, cioè il mondo tradizionale negro-africano, e la società industriale, meccanizzata, produttivistica, che è la nostra. Nel mondo africano il gruppo si fa carico dell’individuo dalla nascita alla morte: lo integra ai differenti ambienti sociali, moltiplica i riti di passaggio, lo assiste e rassicura in caso di malattia, insegna come morire, organizza funerali e lutto. Nel nostro ambiente culturale, al contrario, l’individuo si trova isolato di fronte ai suoi problemi (insicurezza, angoscia, traumi): muore solo, non è più circondato da simboli e riti che tranquillizzano, niente è previsto per aiutarlo a fare il lutto per la perdita della vita propria e altrui. La conclusione che l’antropologo tira dal confronto è tagliente: “C’è una società che rispetta l’uomo e accetta la morte: l’africana; c’è né un’altra, mortifera, tanatocratica, ossessionata e terrificata dalla morte: quella occidentale”. La posizione che la morte occupa nel nostro pensiero è ambigua. Le si accorda troppo, dal momento che le si attribuisce il potere di annullare completamente l’essere; non le si dà abbastanza, perché la si riduce a un avvenimento puntuale, privo di spessore simbolico, senza radici nell’immaginario. Il riferimento al caso africano ha un valore illustrativo, più che normativo. Altri studi antropologici — con riferimento, per esempio, a culture dell’area geografica del Brasile 207 — portano alla stessa conclusione: esistono società che hanno fatto circa la morte scelte più sagge delle nostre. In esse i problemi legati alla morte sono risolti in modo da salvaguardare gli interessi sia dell’individuo che del gruppo.

Un altro modo per sottrarci all’azione ipnotica che esercita su di noi l’esperienza culturale che viviamo è quello di confrontarla con il passato. Per correggere la nostra miopia storica possiamo ricorrere al lavoro di ricerca di Philippe Ariès. Con numerosi saggi e opere sistematiche 208,

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ha ricostruito gli sviluppi del sentimento della morte in Occidente nell’ultimo millennio. La sua ipotesi è che esista una correlazione tra l’atteggiamento davanti alla morte e le variazioni della coscienza di sé e dell’altro, il senso del destino individuale e del grande destino collettivo. Una forte incidenza esercita anche la credenza nella sopravvivenza individuale e nell’esistenza del male. Cambiando questi elementi, nel periodo che va dal Medioevo all’epoca contemporanea si trasforma anche l’atteggiamento verso la morte. Lo storico delle mentalità riesce a coglierlo nei mille dettagli della vita quotidiana (fonti letterarie e iconografiche, liturgie ufficiali e devozioni private dei fedeli, sepolture e cimiteri, testamenti e atti notarili). Affondando lo sguardo nel passato dell’Occidente, ci rendiamo conto che non esiste un unico atteggiamento verso la morte ― il nostro! —, come ingenuamente siamo portati a credere. Abbiamo piuttosto diversi modelli, irriducibili l’uno all’altro. Seguendo la sistemazione di Ariès, si sono avuti successivamente: la “morte addomesticata” (l’atteggiamento patriarcale in cui la morte è insieme prossima, familiare e insensibile, accettata come cosa ovvia — “tutti moriamo” —, elemento dello scenario familiare); la “morte di sé” (quando il senso del destino si è spostato dalla comunità all’individuo, e la morte è stata vista come la distruzione della propria identità, staccata ormai dal destino collettivo); la “morte romantica” (che Ariès chiama anche “morte di te”, per evidenziare che l’affettività, prima diffusa, si è ormai concentrata su alcuni rari esseri, dai quali non si sopporta più di separarsi): è l’epoca delle “belle morti”, impregnate di patetico, e del culto dei morti; la “morte rovesciata”, infine, il modello del nostro tempo. Rispetto alle idee e ai sentimenti tradizionali è avvenuto un rivoluzionamento totale: la morte si cancella fino a sparire, è nascosta allo stesso morente. La morte diventa qualcosa di sporco, da sottrarre anche agli sguardi dei congiunti. La medicalizzazione della morte, iniziata con i primi successi terapeutici della medicina scientifica, celebrerà i suoi trionfi nell’ospedale concepito come istituzione totalitaria. La morte scompare così definitivamente dall’universo domestico. A rendere totale l’esclusione della morte basterà un ultimo tratto: la soppressione del lutto. I sopravvissuti che mostrino in pubblico il dolore per la perdita del congiunto sentono il gelo attorno, la rarefazione dei rapporti sociali. Il lutto è diventato uno dei comportamenti sociali devianti che la nostra società, basata sulla salute — giovinezza — felicità, non tollera più.

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Lo storico si limita a registrare la rivoluzione nei sentimenti e nei costumi relativi alla morte; i critici della cultura si domandano il perché. Come mai siamo arrivati a tacere sistematicamente della morte, a negarne in maniera organizzata l’evento, a rimuovere dal campo della nostra coscienza tutto ciò che si riferisce ad essa? Il fenomeno della diffusione del tabù della morte in Occidente può essere interpretato in modi diversi. Qualcuno pensa che l’evacuazione della morte sia da attribuire al predominio dello spirito capitalistico che cementa il nostro ordine sociale. In casa del capitale è proibito parlare di morte! Quando i rapporti esistenti sono solo quelli utilitaristici, secondo la logica della mercificazione, l’individuo che cessa di produrre e di consumare è escluso dal patto sociale. Altri individuano la radice più profonda del processo nell’ascesa della classe borghese, che ha scalzato dalle radici la concezione fino allora prevalentemente clericale della vita, nella quale il pensiero della morte aveva un ruolo importante e la relatività della vita su questa terra era fortemente accentuata 209. Nel corso del processo di emancipazione la borghesia non è riuscita a trovare nella nuova concezione della vita una soluzione al problema della morte. Di fronte alla morte non si sapeva fare altro che tacere o negarla: “Il borghese è un figlio di questa terra. La sua vita gli basta. Così egli combatte il primato della morte”.

Altri critici della cultura attribuiscono al pensiero scientifico la responsabilità della progressiva scomparsa della morte dal quadro di vita quotidiano della nostra civiltà. Le scienze naturali hanno oscurato la visione dell’aldilà; il pensiero scientifico ha introdotto anche la morte in una prospettiva di secolarizzazione. Così la morte, dopo essere stata per secoli una realtà religiosa inviolabile, è potuta diventare oggetto di ricerca scientifica 210. Anzi, ha preso un posto di primo piano nel sapere scientifico moderno relativo alle scienze umane: è la tesi dell’epistemologo M. Foucault. Nell’opera Nascita della clinica moderna ha applicato allo sguardo medico il suo metodo “archeologico”, che intende ricostruire ciò che in profondità rende conto di una cultura. Ha analizzato lo sviluppo della medicina tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo: appena mezzo secolo, ma decisivo per l’instaurarsi di un nuovo rapporto

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tra la percezione del corpo e il linguaggio sul corpo 211. Nasce in questo periodo quel modo singolare di considerazione del corpo e la malattia che sarà chiamato “occhio clinico”. La disciplina che lo costituisce è l’anatomia patologica, cioè quel processo di verifica delle “cause” del decesso a cui si procede dopo la morte; il docente è il cadavere: il cadavere aperto ed esteriorizzato è l’intima verità della malattia. La morte, fissata nei suoi meccanismi, non più confusa con la malattia, diventa la grande analista. La malattia, vista dal cadavere, perde il suo aspetto enigmatico; con l’autopsia l’invisibile diventa visibile. La vita rimane oscura finché non è vista a partire dal cadavere: allora la vita stessa diventa limpida come il cadavere. L’anatomia patologica ha dissipato in medicina la paura della morte. Per tendenza immemorabile gli occhi del medico si volgevano verso l’eliminazione della malattia, verso la salute da rispristinare; la morte restava alle sue spalle come la minaccia del suo sapere e del suo potere. Ora lo sguardo medico chiede conto alla morte della malattia e della vita stessa. La medicina ha integrato la morte “in un insieme tecnico e concettuale in cui essa assume i suoi caratteri specifici e il suo valore fondamentale di esperienza”.

3. Morire umanamente: un diritto

Non è solo per curiosità intellettuale che ci interroghiamo su che cosa determina i nostri comportamenti nei confronti della morte. Vogliamo capire, perché vogliamo cambiare; e vogliamo cambiare perché ci rendiamo conto che oggi si muore in un modo che non è degno dell’uomo. La denuncia del carattere sempre più disumano che assume il morire nella nostra cultura è venuta dai cultori delle scienze dell’uomo,

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sociologi e psicologi in un primo luogo 212. Mettendosi a esaminare come muore l’uomo oggi, hanno infranto il tabù e avviato una tacita ribellione all’evacuazione della morte dalla nostra civilizzazione. Studi dettagliati hanno preso in considerazione, per esempio, la coscienza del morire. Analizzando il modo in cui l’équipe medica comunica col malato senza speranza, ci si è resi conto che tale coscienza è completamente sbilanciata da una sola parte, quella del medico, che detiene tutto il sapere e il potere. La dissimulazione è la regola generale di comportamento; la conoscenza completa e condivisa della propria sorte da parte del malato grave è un caso eccezionale. I segni della morte sfuggono al malato; i medici e le infermiere, che sono in grado di interpretarli, preferiscono nasconderglieli.

Anche il “tempo di morire” è stato sottoposto a indagine. Ne è risultato che l’atteggiamento davanti alla morte è cambiato non solo per l’alienazione del morente, ma anche per la variabilità della durata della morte. I progressi della medicina continuano ad allungare il processo del morire. Al limite, esso tende a dipendere dalla volontà del medico, che deve decidere se mettere in atto, tenere in funzione o arrestare le complesse apparecchiature della rianimazione artificiale. Il morente non è più che un povero oggetto privo di volontà, e spesso di coscienza. Se il personale ospedaliero può prevedere l’ora della morte, non la comunica. Medici e infermiere ne parlano tra loro a mezze parole, per allusione. Il morente non ha più uno status sociale. L’assistenza tecnica prolunga l’esistenza dei malati, ma non li aiuta a morire.

Un posto di particolare rilievo in questa produzione spetta all’opera della dott.ssa E. Kübler-Ross. Il volume con cui ha divulgato il suo lavoro 213 è apparso in America nel 1969: da allora è diventata un punto di riferimento obbligato per tutti coloro che si occupano dell’assistenza ai morenti. Attualmente è tradotto e conosciuto anche in Europa. Nello studio del morire la Kübler-Ross ha introdotto un’innovazione che ha l’audace semplicità delle cose che, non appena proposte, appaiono le più ovvie. Invece di osservare i morenti come oggetti, la Kübler-Ross li ha trattati come persone umane, capaci in quanto tali di relazione. Ha

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instaurato con i pazienti allo stato terminale dei colloqui semistrutturati, vertenti sulla loro condizione, i loro bisogni emotivi, la comunicazione con l’ambiente. Di tali colloqui ha fatto poi materiale di studio per tutti coloro che avevano il compito di assisterli: medici, personale infermieristico, cappellani. Per capire che cosa vive un paziente inguaribile, ha creato una situazione in cui questi potesse esprimersi; e ha cercato di convincere il personale ospedaliero che è necessario anzitutto mettersi alla scuola del malato, ascoltarlo, per comprenderne in modo psicodinamico quanto vuole comunicare (con le parole, i silenzi, i gesti, con tutto il comportamento).

Uno dei risultati più divulgati dell’opera della Kübler-Ross è la nozione di “fasi del morire”. Dal momento in cui viene annunciata la probabilità di una morte prossima, si possono identificare nel malato cinque fasi, ognuna con i suoi comportamenti tipici: il rifiuto, accompagnato dall’isolamento e dall’incredulità; la rivolta, che proietta i sentimenti rabbiosi in tutte le direzioni, da Dio alla famiglia, al personale curante; il patteggiamento, che è una specie di compromesso in cui il malato che si sa condannato cerca di strappare una dilazione; la depressione, creata da problemi esistenziali che il malato si sente incapace di risolvere o da uno stato d’animo orientato al distacco; l’accettazione, in cui, in un vuoto di sentimenti, si abbandona la lotta e ci si lascia scivolare nel riposo finale prima del lungo viaggio. La Kübler-Ross non pretende che tutti i morenti attraversino i cinque stadi, e nell’ordine da lei stabilito. È piuttosto probabile che il morente si arresti all’uno o all’altro stadio, specialmente a quello del rifiuto della propria morte, se tutti attorno a lui congiurano per mantenerlo nell’ignoranza o nell’illusione. La conoscenza dei diversi stadi assume un’importanza determinante per chi assiste il morente, sia esso un familiare, un’infermiera o il cappellano. Il suo compito comincia col rendersi conto che cosa sta vivendo il morente: perché i suoi bisogni sono diversi a seconda del momento che attraversa. Se colui che assiste il morente non sa distinguere, per esempio, il momento del trapasso dalla resistenza all’accettazione, può fargli più male che bene: sarà frustato nei suoi sforzi e renderà la morte un’ultima dolorosa esperienza.

Gli studiosi di psicologia sociale, gli psicoterapeuti e gli esperti della comunicazione interpersonale che si sono dedicati ai morenti hanno dovuto sperimentare personalmente le odiosità che si riversano su chi osa infrangere un tabù. Contro le loro ricerche si sono levate resistenze fortissime,

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specialmente nell’ambiente ospedaliero. Si è stentato ad ammettere che voler conoscere gli atteggiamenti umani all’avvicinarsi della morte non è malsano sadismo, ma il presupposto indispensabile per umanizzare la morte. Si continua a ripetere che nessuno vuol guardare in faccia la propria morte, e che quindi mentire al morente è un gesto di compassione, perché lo protegge dall’ansia. Ma coloro che si sono avvicinati al morente con lo stato d’anima giusto — senza brutalità, certo, ma allo stesso tempo aperti alla comunicazione — si sono resi conto che la paura di parlare della morte è un atteggiamento socialmente imposto. Una volta avviata la conversazione, i morenti ne ricavavano un vero beneficio. La loro ansia, invece di aumentare, si scarica.

Mentre le scienze dell’uomo mantengono vivo il dibattito sulla necessità di riconoscere un ruolo sociale al morente, e quindi di assisterlo secondo i suoi bisogni, un’altra istanza a umanizzare la morte viene dall’etica. Più precisamente dalla “bioetica”, cioè da quella riflessione critica che verte sulle accresciute capacità dell’uomo di influire sulla vita e sulla morte. I medici sono tradizionalmente portati a porsi interrogativi etici sulla liceità o meno di certi loro interventi. Rispondendo a simili quesiti Pio XII ha svolto un magistero autorevolissimo. Le norme di comportamento che ha indicato ai medici, in materia di rianimazione e di terapia antalgiche per esempio, sono considerate con rispetto anche da chi non condivide la fede cristiana. Con la bioetica si fa strada, invece, un atteggiamento nuovo: non sono tanto i medici che si interrogano sulle norme deontologiche o etiche a cui attenersi nella professione, ma piuttosto persone preoccupate del destino dell’umanità che pongono interrogativi alla scienza.

Quella medico-biologica fa sorgere problemi di una gravità particolare. Le possibilità attuali di manipolare la materia e di intervenire nei processi vitali sono tanto grandi, che è necessario porvi un limite. Il diritto dell’uomo alla salute può entrare in conflitto con altri diritti umani, a cominciare da quello della libertà. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sentito il bisogno di pubblicare una dichiarazione su “La salute e i diritti dell’uomo. Con particolare riferimento ai progressi in biologia e in medicina”, per proteggere la persona umana e la sua integrità fisica e intellettuale dalle violenze che può subire in nome del progresso scientifico. Nel documento è fatto esplicito riferimento al “diritto

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di morire” 214. Ciò che si domanda ai medici, in nome del diritto di ogni uomo ad avere una morte umana, è che rinuncino all'“accanimento terapeutico”: non tutte le risorse per prolungare la vita di cui la medicina dispone si risolvono a vantaggio del morente. Spesso producono solo uno sterile prolungamento di sofferenza, e allontanano definitivamente dal morente la possibilità di vivere la propria morte da protagonista. Il “diritto di morire” di cui si parla in questo contesto fa parte della “riappropriazione della salute” proposta da I. Illich 215.

D’altra parte, è pur necessario ribadire il principio deontologico che chiede al medico di prestare la sua opera fino all’agonia. Troppo spesso la morte rimane esclusa dal programma. Quando si dissolvono le possibilità di guarire, il medico tende a passare la mano: dirada le visite, o addirittura si defila. Anche quando “non c’è più nulla da fare”, c’è ancora molto da fare. C’è anzitutto da alleviare il più possibile il dolore; ma c’è anche un’opera di assistenza, sostegno, conforto. È un diritto del malato di avere l’aiuto del medico nel morire. Per dovere professionale il medico si impegna implicitamente a rendere il tempo finale del paziente il più confortevole possibile. Essere di aiuto al morente per rendergli possibile un trapasso umano è un compito che, oltre che il medico, investe chi opera nel campo dell’assistenza. In maniera particolare coinvolge la comunità cristiana. È la logica stessa del Vangelo che porta i discepoli di Gesù a mettere al centro coloro che nella società la logica del potere spinge ai margini. Coloro che stanno perdendo la vita sono i più poveri tra i poveri. Ad essi la chiesa è debitrice di un servizio di speranza. Gesti e parole tradizionali — liturgie, rituali, iniziative pastorali —, che la cultura cristiana ha sviluppato nei secoli, sono diventate inadeguate di fronte alla forma che oggi ha assunto il morire. I problemi nuovi domandano risposte creatrici.

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FONTI

Degli studi qui riprodotti sono già apparsi nella rivista Medicina e Morale: “La riflessione antropologica in medicina” (1980/1); “Antropologia cristiana per un’etica della salute” (1976/3); “Il tempo della malattia” (1975/1). Il cap. II, riproduce, con modifiche, quanto già pubblicato nel Nuovo Dizionario di spiritualità, Roma 1979, ed. Paoline, alle voci “Ecologia”, “Utopia”, “Modelli spirituali”. Dallo stesso dizionario è ripresa anche la voce “Corpo”.

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APPENDICE

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SCHEDE BIBLIOGRAFICHE

I volumi di cui viene qui presentata una scheda bibliografica sotto forma di recensione o di discussione critica spaziano tra i diversi campi del sapere: filosofia, teologia, sociologia, psicologia. Malgrado l’eterogeneità, un minimo comun denominatore è facilmente rintracciabile nella raccolta: tutti i libri presentati affrontano un tema antropologico in relazione alla salute. Le varie tessere del mosaico si lasciano senza violenza comporre in un tutto organizzato intorno a un progetto di uomo, spesso in marcato contrasto con quello costruito sui valori esclusivi e riduttivi della cultura tecnologica. La “Gestalt” che emerge è quella di un uomo che ritrova, tratto a tratto, i lineamenti essenziali di un universale concreto: Gesù di Nazaret. I problemi esistenziali che pone il confronto con la vita, la malattia, la guarigione, la morte, sono dunque affrontati dall’angolatura di un’antropologia cristiana. E in armonia con questa si scandiscono anche le risposte agli interrogativi posti dalla prassi, e quindi dall’etica.

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P. Ferrari (a cura), Le separazioni dalla nascita alla morte, “Il Pensiero Scientifico”, Roma 1979, pp. XXVII-105.

Il volume appare nella collana “Psiche e storia”, fondata e progettata dal compianto Mario V. Rossi. Nata per favorire un incontro tra coloro che si occupano delle strutture dell’uomo, specialmente in ottica psicoanalitica, e i cultori delle discipline storiche, la collana ha il merito di aver già fatto circolare in Italia opere singolari, destinate altrimenti alla marginalità soltanto perché non seguono le mode culturali e non rientrano negli interessi settoriali dei programmi editoriali. È il caso anche di questo volume, che ha alle sue origini una serie di conferenze organizzate dalla scuola dei genitori e degli educatori alla Pitié-Salpêtrière, a Parigi. Il tema unico, su cui sono stati chiamati a confronto diversi specialisti, è quello delle “separazioni” nella vita dell’uomo. Il concetto di “separazione” è preso in una accezione tanto ampia da abbracciare tutto lo spettro che va dal biologico allo spirituale: dalla nascita alla morte, dal divorzio all’emarginazione sociale, passando per i distacchi dell’età puberale e adolescenziale. Si va quindi dalla ineluttabilità biologica alla pura accidentalità.

La riflessione sul posto che occupano le separazioni nella vita dell’uomo è il necessario complemento di quella dedicata allo studio dell’attaccamento. Dall’opera ormai classica di J. Bowlby, Attaccamento e perdita, sui danni permanenti causati da un distacco precoce del bambino dalla madre, è ormai acquisito per le scienze dell’uomo che l’attaccamento è un bisogno primario, più forte della fame, più precoce della sessualità (sullo stato attuale della ricerca di questo settore “Il Pensiero Scientifico” ha pubblicato

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un’opera, intitolata appunto L’attaccamento, che raccoglie un ampio confronto tra etologi, psicologi dell’età evolutiva, psicoanalisti). Ma l’attaccamento deve essere bilanciato dalla capacità di distaccarsi. Là dove questa fa difetto possono subentrare addirittura forme di patologia. La più grave è indubbiamente l’autismo infantile, che studiosi di grande attendibilità scientifica come Bion e Bettelheim fanno risalire all’incapacità di distaccarsi dal rapporto simbiotico con la madre per formarsi un Sé indipendente. Nella presentazione dell’edizione italiana G. Di Chiara fa il punto sulla riflessione psicoanalitica circa la separazione. Riferendosi alla pratica della psicoterapia, riconduce la psicoanalisi a un processo di separazione. L’esperienza psicoanalitica è ricondotta essenzialmente al “sentimento di separazione”, che per essere messo in essere presuppone però una precedente esperienza di incontro. Analizzato e analizzante, “isolati all’interno del loro intimo rapporto”, assurgono a una parabola dell’esistenza umana.

Le separazioni sono dunque necessarie: per nascere, per morire, e per far fronte alle vicissitudini della vita. Il problema non è quello della legittimazione antropologica delle separazioni, ma piuttosto quello delle modalità concrete in cui avvengono le separazioni nella società attuale. La famiglia si è trovata esautorata del ruolo di mediazione. L’ospedale e la medicina sono ormai i delegati ai momenti di passaggio alla vita, come del passaggio alla morte. La necessità di una equilibrata distanza dalle persone più vicine è stata turbata dalla medicalizzazione totale delle fasi critiche della vita. Gli asili parcheggio e gli ospedali senza presenza umana, per quanto efficienti, non ci fanno uscire dal labirinto in cui ci siamo cacciati. I medici, psicologi, psicoanalisti, filosofi che quest’opera chiama a consulto non rinnovano i lamenti ormai triti sulla solitudine dell'uomo-massa contemporaneo, ma denunciano l’atrofizzazione del sano “sentimento di separazione”, da cui deriva la capacità di essere soli. Pur senza i toni provocatori di Illich in Nemesi medica, anche gli autori di questi saggi reclamano una svolta culturale, che metta in discussione la medicalizzazione totale della vita e rivendichino alla famiglia il ruolo che le strutture sociali tendono a sottrarle. “Per far progredire l’umanità bisogna chinarsi con l’umanità sopra le culle dove l’essere umano incomincia a vivere, a sorridere, a parlare... e anche a morire”, afferma This nel capitolo dedicato alla nascita. Questo progetto umanistico scandisce il ritmo interiore del discorso sulla separazione, che alcuni (utopisti?) si ostinano a presentare come un luogo antropologico da difendere senza cedimenti.

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Naître... et ensuite?, “Les cahiers du nouveau-né”, n. 1-2, Paris 1978, pp. 363.

Il volume che presentiamo, anche se non è più fresco di stampa, merita l’attenzione di quanti si interessano all’umanizzazione della medicina. È una autorevole indicazione di rotta, ma anche una testimonianza impressionante dei contrasti ideologici e operativi che attraversa il mondo della sanità. L’associazione che sponsorizza il volume è il G.R.E.N.N. (Groupe de recherches et d’études du nouveau-né), un gruppo di studio in cui specialisti venuti da orizzonti diversi confrontano le loro esperienze. La loro prospettiva è interdisciplinare. Sulla base del comune interesse a uno studio critico delle condizioni della nascita, si incontrano ostetrici, pediatri, levatrici, puericultrici, psicologi, psicoanalisti, sociologi, etologi. Alcune giornate di incontri presso la maternità dell’ospedale Saint-Vincent-de-Paul, a Parigi, hanno fornito il ricco materiale di cui è costituito il libro: relazioni e dibattiti, ritrascritti alla lettera. Dibattiti appassionati, che sfiorano talvolta l’intemperanza verbale. Contrasti accesi, sullo sfondo dell’identico interesse per il benessere del bambino, che fanno ancor più risaltare le differenti concezioni antropologiche implicite nei diversi approcci. Il confronto prende l’avvio dal fenomeno dei bambini maltrattati: si discute della genesi dell’attaccamento materno e delle sue vicissitudini, del problema di identificare precocemente il deterioramento dei rapporti genitori-bambini, e come porvi rimedio. Ma ben presto l’interesse dei partecipanti è calamitato dal discorso dell’accoglienza del bambino e delle nuove metodiche di parto. L’astro Leboyer attira nella sua orbita: favorevoli o contrari, bisogna ormai discutere della “nascita senza violenza”. I suoi sostenitori, presenti in forza agli incontri parigini — citiamo solo la psicologa Danielle Rapoport, cui si deve uno studio catamnestico sui bambini nati col metodo Leboyer, presso i quali ha rilevato un quoziente di crescita psicomotoria superiore alla media —, rischiano di sopravalutarne i meriti, attribuendogli in esclusiva la preoccupazione per l’umanizzazione della nascita. Si può parlare di un “fenomeno Leboyer” in quanto catalizzatore dell’interesse per il vissuto della nascita: prima di lui solo pochi precursori si erano interrogati sull’importanza delle prime esperienze del neonato, sul valore dei primi momenti della relazione genitori-bambino; dopo Leboyer nessuno sfugge all’interrogativo. Ma l’interesse di cui Leboyer si è fatto interprete è comune ad altri cultori delle scienze umane che guardino all’uomo da

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un’ottica più ampia di quella del biologismo medico. In primo luogo vanno ricordati gli psicoanalisti. Nei dibattiti parigini questo punto di vista è rappresentato da Françoise Dolto, la più nota studiosa dei problemi dell’igiene mentale infantile in Francia. Nella sua relazione ha affermato testualmente: “Ci si è talmente lanciati, e giustamente, nell’igiene del corpo e la cura del corpo degli esseri umani, come fossero piccoli mammiferi, che si è dimenticato tutto il resto; è per questo che c’è una tale quantità di bambini psicotici, superbi dal punto di vista fisico, ma che hanno delle rotture di comunicazione”. Finora l’ostetricia aveva un unico scopo: la sopravvivenza. Si occupava della meccanica del parto, mettendo in atto tutte le proprie risorse per aumentare la sicurezza. È bene aver cominciato con il corpo. Non si poteva fare altrimenti, soprattutto considerando l’alta percentuale di mortalità perinatale e di handicap da parto prima che la nascita fosse medicalizzata e ospedalizzata. Da una trentina di anni ci si occupa anche del dolore della partoriente. Ma l’ostetricia deve evolvere ulteriormente. È l’istanza avanzata in primo luogo dagli studiosi delle discipline psicologiche. Il filo conduttore che unifica i punti di vista propri delle scienze dell’uomo è l’elemento relazionale, cioè il rapporto genitori-bambino. Il quale è attualmente carenziato in modo preoccupante. Per comodità di funzionamento del servizio medico, infatti, si è preferito isolare il neonato da tutte le persone che vivono l’avvenimento della sua nascita.

Intorno al bambino si è fatto il vuoto; sterile dal punto di vista batteriologico, ma anche molto deprimente. Gli psicoanalisti sono in prima linea nel rivendicare l’importanza delle relazioni significanti. Non basta occuparsi della vita del corpo; c’è anche una vita simbolica, che si alimenta con la relazione di parola. C’è un metabolismo dello psichismo che comincia già dalla vita fetale ed è consustanziale al corpo del bambino. È la carenza di queste relazioni significanti che crea i pazzi. Il passo ulteriore che deve fare la medicina è l’accoglienza della dimensione affettiva e psicologica. Ma questo nuovo approccio fa ancora paura. Lo si vede dalle reazioni di alcuni ostetrici, le cui voci sono riportate nei resoconti dei dibattiti. Rifiutano le innovazioni proposte dai paladini della “nascita senza violenza”, perché vi vedono una minaccia del livello di sicurezza medica già raggiunto. Dando tanta importanza all’accoglienza del neonato, non si rinuncia alle acquisizioni tecniche? Una demedicalizzazione sistematica non sfocerebbe in un ritorno all’oscurantismo che ha preceduto la medicina scientifica? Ma che cosa vogliono questi

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fanatici dell’ecologismo e alternanza: che si torni a partorire a casa o addirittura nelle caverne? Non è sempre chiaro quanto queste resistenze siano dettate dalla preoccupazione che prevalga l’ideologia medica della diminuzione del rischio, costi quello che costi, o semplicemente dal timore di dover cambiare abitudini di routine ospedaliera che, tutto sommato, danno sicurezza all’operatore sanitario. L’impressione che ricava il lettore, quale spettatore lontano di quel dibattito tra persone interessate alla nascita, ma con preoccupazioni divergenti, è che non si tratti solo di difficoltà di comunicazione tra discipline diverse. Lo specialista ritaglia nel soggetto una zona d’interesse che diventa per lui la zona d’interesse; e tratta quella parte separandola dal tutto. Così il medico tende a preoccuparsi solo dell’integrità cerebrale del neonato, e lo psicoanalista della relazione significativa. Si può reintrodurre un po’ d’umanizzazione nelle strutture attuali, senza rinunciare alla sicurezza medica? È possibile che dei luoghi di convivialità, a dimensione umana, siano messi a disposizione delle donne che vengono a “dare la vita”, in modo che i bambini che aprono gli occhi sul mondo siano accolti amichevolmente? È lecito sognare una civilizzazione in cui la nascita sia un tempo di festa? Sono gli interrogativi che fondano il progetto di umanizzazione della nascita.

Il suggerimento che ha dato Leboyer, più valido di qualsiasi metodica, è quello di porre il bambino al centro, di mettersi finalmente ad ascoltarlo. È quanto hanno inteso i curatori di questo volume, stampando sulla copertina la foto del braccio di un neonato. Una mano profetica, con un dito puntato, in atto di chiedere la parola, come un appello a farsi ascoltare, a imparare da lui stabilendo una relazione viva. Dietro quella fragile mano sentiamo emergere una questione morale gravissima: è lecito andare sulla luna per studiare un mucchio di sassi, quando non ci siamo presi il tempo di osservare il sorriso del neonato?

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J. Money e H. Musaph (a cura), Sessologia, Borla, Roma 1978, pp. 1858.

Bisogna vincere qualche esitazione prima di affrontare quest’opera. Non spaventa la mole, elegantemente distribuita in tre volumi e tenuta insieme da un cofanetto; non ci intimidisce neppure la natura dell’opera: l’editoria ci ha da tempo familiarizzati con simili imprese, che intendono portare a un più vasto pubblico, con linguaggio accessibile, il sapere degli specialisti. Le riserve sono connesse con l’argomento: un manuale di sessuologia — anzi di “sessologia”, come precisano i curatori (“Chiamiamo le cose con il loro nome: il sesso è sesso e la sessologia sessologia”) — è una promessa, ma anche una minaccia. Sarà esteso anche al settore della vita sessuale quell’imperialismo medico che continua ad annettere province al suo dominio? Dopo il colpo di mano tutto sembra apparentemente rimasto come prima, eppure una trasformazione radicale si è instaurata. L’impero acquisterà un’altra regione: la ‘sessologia medica’; e già sono pronti i nuovi funzionari coloniali. La loro caratteristica, come quella di tutti gli specialisti medici, sarà quella di sapere sempre più cose su un oggetto sempre più circoscritto. L’uomo, ridotto dapprima al ruolo di portatore di un organo malato, scompare progressivamente dal campo di osservazione: è un oggetto troppo grande per essere esaminato al microscopio (a meno che non si mandi il paziente da un altro specialista, quello della “psiche”, il quale possiede a sua volta un proprio strumentario, non meno selettivo). Dovremmo dunque sacrificare una delle regioni più cariche di significato dell’esistenza umana per avere in cambio una nuova specialità medica, e nuovi specialisti che si occupano di guasti da riparare?

Per sapere se il timore è fondato, non ci rimane che esaminare l’opera. Non c’è dubbio: non abbiamo tra le mani uno di quei manuali sul sesso e il matrimonio che hanno conosciuto una diffusione straordinaria negli ultimi vent’anni, quelle guide che presentano un approccio meccanicistico della sessualità e contrabbandano le loro scelte di valore dietro una pretesa neutralità scientifica. A quest’opera hanno messo mano scienziati di tutto il mondo, ma specialmente americani e olandesi, specialisti in diverse discipline. Basterebbe già a garantirne la serietà il nome stesso del principale curatore, l’americano John Money, considerato uno dei massimi studiosi di sessologia umana e famoso per i suoi studi sul processo mediante cui il bambino stabilisce la propria “identità di genere”. L’impianto del manuale dimostra uno sforzo notevole di

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chiarezza didattica. Tutta la materia è stata divisa in 17 sezioni, introdotta ognuna da una breve presentazione del curatore. Le sezioni suddivise a loro volta in capitoli, per un totale di 108, ognuno affidato allo specialista più accreditato. Ogni capitolo concluso con un riepilogo; più di cento pagine di bibliografia, distribuita secondo gli argomenti. Romano Forleo, primario ginecologo dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, ha curato l’edizione italiana, corredandola di un’introduzione in cui ha affrontato temi cruciali: la definizione della salute sessuale, l’educazione sessuale, la terapia delle disfunzione e la formazione sessuologica del medico.

La prima costatazione è che il riduzionismo nella costituzione di un sapere specialistico qui è stato coscientemente evitato. Non si è seguita la tendenza riscontrabile nelle specializzazioni mediche — ginecologia, “andrologia”, urologia — a sganciare la genitalità della sessualità, giungendo così a una completa spersonalizzazione dei vissuti sessuali. L’oggetto di questa sessuologia vuol essere la sessualità umana, con tutte le componenti che emergono da un approccio pluridisciplinare. La biologia e la fisiologia hanno uno spazio rispettabile, ma non meno della psicologia e dell’antropologia culturale, dell’etologia e della sociologia. La scelta di fondo del manuale è quella di un approccio empirico, centrato sulle basi comportamentali della sessualità umana. L’oggetto di uno studio corretto degli attributi umani, infatti, non è solo l’uomo, ma tutta la natura. Nel manuale si troveranno indagini sugli ormoni e sul loro influsso sul comportamento, sui feronomi e le monoammine cerebrali, esperimenti di cambiamento di sesso nei pesci e negli uccelli. E sbaglierebbe il cultore delle “scienze dell’uomo” che considerasse con sufficienza la ricerca biologica di base: anch’essa è necessaria per capire l’uomo. Con particolare interesse sono studiati gli essere con i quali stiamo in più stretta relazione: i primati non umani. Sono il termine di paragone più immediato, in quanto ci danno l’opportunità di definire i modelli del comportamento tipicamente umano. In esso confluisce ciò che abbiamo ereditato come primati e ciò che è specifico della nostra natura umana. A livello umano la sessualità rivela infatti un “supplemento di senso”. Non è più soltanto una funzione fisiologica finalizzata alla riproduzione o al piacere, ma ha un’importanza esistenziale e interpersonale. Il sesso umano va così collocato in uno schema molto complesso, da cui non è esclusa la dimensione metafisica e religiosa.

Della presenza di questa sensibilità nel manuale di Money citeremo due esempi: il capitolo su “Pelle tatto e sesso” e la sezione XVII, dedicata

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a “Religione, ideologia, sesso”. È un segno dei tempi che un manuale di sessuologia denunci l’impoverimento del contatto fisico della nostra società e sottolinei l’importanza del tatto nei contatti umani? La gamma è vasta: va dalla relazione madre-bambino (“una relazione buona si esprime in un buon contatto epidermico, un cattivo rapporto in un contatto epidermico ridotto al minimo indispensabile”) al contatto fisico con i pazienti agonizzanti (“non è difficile riuscire a calmare un paziente agonizzante inquieto e agitato accarezzandogli le mani e la testa”). Recentemente il contatto fisico è stato introdotto in varie tecniche psicoterapeutiche, specialmente nelle tecniche di gruppo; e il massaggio sta acquistando, oltre al carattere terapeutico per cui è sempre stato coltivato, anche un significato relazionale. Il benessere psicofisico dell’individuo, ci dicono insomma i sessuologi, richiede una cultura meno fobica dei contatti.

La sessualità umana comporta anche un sistema normativo. Non per un abusivo straripamento del religioso, ai fini della repressione. Il motivo va ricercato nel fatto che le idee sulla sessualità e la concezione antropologica sono collegate strettamente, e la proclamazione di un messaggio sul significato dell’esistenza umana implica necessariamente un messaggio sul significato della sessualità umana. Il manuale prende in considerazione le linee etico-normative di tre sole grandi religioni: il giudaismo, la cristianità protestante e quella cattolica. Concisamente vengono messe in risalto le caratteristiche fondamentali di ciascuna: la ricerca di equilibrio tra restrizione e spontaneità nel giudaismo; le fluttuazioni delle chiese protestanti sotto la spinta dei cambiamenti culturali avvenuti tra il XVI e il XX sec.; il valore dell’essere umano come filo conduttore delle posizioni della morale cattolica. Agli estensori degli articoli sta a cuore rilevare che né la chiesa cattolica, né le chiese protestanti si sono espresse riguardo al sesso in maniera indipendente dal contesto socio-culturale, e che attualmente la fedeltà ai precetti religiosi in materia di sessualità è diminuita in maniera considerevole nei credenti di tutte le religioni, che hanno gradatamente adottato i valori laici prevalenti nella società circostante. Il recensore cattolico potrà osservare che l’autorevolezza dell’enciclica “Humanae vitae” viene piuttosto minimizzata, e che si guarda con simpatia a quegli sviluppi permissivi nell’etica sessuale su cui ha preso posizione negativamente il documento “Persona Humana”. Ma come non potrà rallegrarsi, facendo un bilancio generale, per un manuale di sessuologia medica che non tradisce il suo oggetto e rimane fedele, da un capo all’altro dell’opera, alla sessualità dell’essere umano?

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Hanna WolffGesù, la maschilità esemplare, Queriniana, Brescia 1979, pp. 252.

Da quando “femminismo” è diventata una parola di militanza, la “maschilità” si è colorata dì polemica. Dedicare un libro alla maschilità di Gesù e perciò una proposta rischiosa. “Gesù uomo”, suona innocuamente il titolo che Hanna Wolff ha dato in tedesco al suo saggio. Il traduttore italiano ha dovuto osare la delicata operazione linguistica di tradurre “uomo” con “maschio”, per rendere comprensibile fin dal titolo che ciò che ci viene proposto non sono considerazioni edificanti sulla “umanità” di Gesù, né argomentazioni teologiche su Gesù come “vero uomo”, come è tradizionale nella riflessione cristiana.

L’autrice è una psicologa, più precisamente una cultrice della psicologia del profondo di scuola junghiana. Di professione fa l’analista. Lavora cioè in quel campo delicato dei rapporti interpersonali in cui ci si addentra nei meandri della psiche umana per guarire le sofferenze causate dal cattivo uso delle emozioni, ma anche per aiutare le persone a raggiungere il pieno sviluppo. Risale allo stesso Freud la definizione ambiziosa dell’analisi come “educazione alla verità nei riguardi di se stessi”. Lo psicologo del profondo scopre che la verità dell’uomo è clamorosamente tradita nella vita quotidiana. Abbiamo modelli limitativi di ciò che è “un vero uomo” o “una vera donna”, basati sulla convinzione che un sesso debba realizzarsi a spese dell’altro. Il pendolo oscilla dalla predominanza patriarcale, in cui l’elemento maschile prevale su quello femminile e lo sottomette, alla supremazia matriarcale in cui è la donna che, sotto l’aspetto di madre, soffoca lo sviluppo dell’uomo. Quando l’uomo combatte la donna, in realtà mutila se stesso; e quando la donna rifiuta il maschile, propone una caricatura di essere umano. Un essere incompleto non può che esprimersi con aggressività e violenza: questa è la ragione psicologica della guerra dei sessi.

Ora un “maschio integrato” è una velleità o una ipotesi realistica un mito o una realtà storica? Hanna Wolff non ha esitazioni: un maschio integrato è esistito nella storia dell’umanità, e si chiama Gesù È una novità che l’interessa non solo come credente, ma anche come psicoterapeuta. In Gesù vede realizzate, in un modello personale e storico, le componenti della personalità pienamente sviluppata individuate da C.G. Jung. La Wolff ci propone un saggio sulla maschilità di Gesù in senso psicologico, non fantasie sulla sessualità di Gesù. Nessuna

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compiacenza, dunque, verso quelle curiosità pruriginose che si domandano come se la sia cavata Gesù con la propria sessualità. La questione centrale del libro è piuttosto si può dire qualcosa su Gesù che sia anche significativo per chi si occupa dell’uomo dal punto di vista psichico.

L’impresa può suscitare qualche perplessità. Sappiamo quanti tentativi sono stati fatti per indicare in Gesù il modello ideale delle proprie aspirazioni in materia di uomo o di società. Gesù è diventato il più grande “schermo di proiezione” della storia mondiale. I pensatori più disparati hanno fatto dire o pensare a Gesù quello che, volta a volta, stava loro a cuore. Sarà dunque di turno questa volta un Gesù “junghiano”, uomo esemplare che sa integrare nella propria maschilità le componenti femminili che Jung ha chiamato anima? L’autrice è ben consapevole del pericolo della proiezione. Non c’è che un modo per evitarla: prender sul serio la documentazione storica su Gesù. Avendo lei stessa avuto una formazione teologica, e muovendosi perfettamente a suo agio tra gli studi di esegesi biblica, è in grado di dare un ritratto di Gesù fedele alle acquisizioni delle scienze bibliche. Per quanto discepola di Jung, non teme di dire che il suo maestro in psicologia è assolutamente carente dal punto di vista biblico: cita le parole della scrittura acriticamente e non è informato sulla moderna scienza neotestamentaria. Jung non si è posto la questione di Gesù come persona storica: si è riferito a lui semplicemente come “archetipo”. Hanna Wolff è convinta invece che gli studi biblici siano in grado di documentarci in modo inoppugnabile che con Gesù incontriamo il primo maschio integrato della storia dell’umanità.

Davanti a lui dobbiamo dire: “Qui c’è qualcuno le cui caratteristiche non si trovano in nessun altro”. Gesù è inconfondibile nel suo tempo e nel suo ambiente. Ha distrutto l’androcentrismo, la centralità del maschio, proprio dell’antichità. La sua integrazione si riconosce dal suo comportamento con le donne. Gesù è un maschio “non animoso” verso la donna, non ha quindi quest’ostilità globale verso il femminile, quella svalutazione dei valori femminili che caratterizzano il maschio che non ha integrato la parte dell’anima dell’altro sesso, o quella dipendenza dalla madre, tipica di colui che non ha raggiunto l’autonomia. Su questa traccia l’autrice ci invita a seguirla nella scoperta di quelle componenti della personalità di Gesù che fanno di lui un modello concreto di umanità vissuta secondo il modello della maschilità integrata: la sua capacità di vivere a un livello di coscienza superiore, l’accettazione del sentimento

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e della creatività, il riconoscimento di quanto l’esistenza contiene di non vissuto e limitante (Jung lo chiama “ombra”: è l’altro lato del proprio sé) senza proiettarlo sugli altri. Proprio perché uomo integrato, Gesù trasmette un’immagine integra di Dio e un’immagine integra dell’uomo. Gesù destava meraviglia tra i suoi contemporanei: abbiamo nei vangeli degli echi precisi di quello stupore.

Oggi, dopo che la psicologia del profondo ha introdotto una nuova immagine dell’uomo e ci ha aiutati a capire perché le formulazioni tradizionali ci opprimono, quella meraviglia si ripropone intatta. Lanciando la sfida a riscoprire “il maschio Gesù, questo sconosciuto”, l’autrice ritiene che l’incontro con Gesù non porti solo la salvezza in senso soprannaturale, ma anche la salute in senso psichico.

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Hanna WolffGesù psicoterapeuta, Queriniana, Brescia 1982, pp. 188.

Per la psicoterapia sono gli anni del boom. L’osservatore dei fenomeni sociali è impressionato dalla sua espansione quantitativa e dall’aumento del numero degli utenti. Con interesse ancora maggiore rileva l’emergere di una “cultura psicoterapeutica”, integrata compattamente alla vita quotidiana dell’uomo metropolitano. Lo scenario originario, che era quello dell’intervento di un professionista sanitario per lenire il dolore psichico, è cambiato. Ora alla psicoterapia non si domanda più solamente di subentrare quando si inceppa il funzionamento “normale” della persona. Ad essa si ricorre per ottenere l’allargamento dell’area dell’esperienza — corporea, sensoriale, emotiva —, un potenziamento delle capacità espressive, il decollo della creatività, il rafforzamento della propria identità e del proprio valore. La psicoterapia insegna a risolvere i conflitti interpersonali, a sciogliere i drammi della vita di coppia, ad allacciare rapporti costruttivi. È diventata ormai una parte costitutiva della nostra cultura, ove svolge il ruolo socializzante che in passato era riservato alla famiglia, alle istituzioni educative, alla religione. Per quanto se ne deplorino gli abusi, si ironizzi o ci si indigni sulle mistificazioni, non si può negare la funzione che ormai svolge nella nostra vita. La cultura del cambiamento ha trovato nella psicoterapia il suo strumento privilegiato, che ha provveduto a dotare di un’aureola di onnipotenza.

Può veramente la psicoterapia guarire il malessere della nostra civiltà, o si tratta solo di un cerotto sulla ferita? Anche la critica alla psicoterapia in nome del cambiamento politico delle strutture non può più procedere grossolanamente come in passato. Ci rendiamo conto che la psicoterapia non è necessariamente al servizio della repressione. Essa ha piuttosto un potenziale critico che, favorendo la liberazione delle emozioni e della fantasia, apre a un pensare, progettare, agire alternativi. La fantasia liberata si coniuga con l’agire politico.

Un indizio del posto che ha assunto la psicoterapia nel nostro sistema di vita lo troviamo nell’evoluzione del rapporto con la religione. Non lo si può negare: le istituzioni religiose non hanno favorito il diffondersi della psicoterapia. A lungo l’hanno guardata con diffidenza. Reazione perfettamente comprensibile, quando si consideri che tradizionalmente coloro che, spinti dal malessere interno, desideravano cambiare i loro sentimenti e il loro modo di vivere e di pensare, ricorrevano per

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più a un’esperienza religiosa. Il cambiamento veniva interpretato come una modificazione del rapporto con la divinità; al sacerdote era riservato un ruolo di intermediario in questo processo. Quando sono sorti dei professionisti con la competenza specifica di indurre modificazioni nella personalità, nell’ambiente religioso la reazione è stata per lo più di chiusura. Il rapporto tra le due agenzie di cambiamento è stato visto in termini di concorrenza. I dibattiti prendevano la via del confronto valutativo (del tipo: “è meglio il confessore o la psicoanalista?”). Dall’apologetica si è passati in seguito alla strumentalizzazione. È quanto avviene prevalentemente oggigiorno. La pastorale tende a fare l’occhiolino alla psicoterapia, ad adottarne le tecniche; ne assimila i metodi per servirsene come sussidio per la predicazione, per la conduzione dei gruppi, per il counseling.

La strumentalizzazione può avvenire anche dal versante opposto. In questo caso è lo psicologo che annette la religione al suo impero. L’esempio più lampante è quello di Wilhelm Reich, che con L’assassinio di Cristo ha creduto di ritrovare in Gesù il modello antropologico che egli stesso perseguiva. Secondo la sua tesi, se la religione cristiana si fosse sviluppata secondo la vera natura biologica di Gesù e secondo il suo insegnamento, avrebbe condotto direttamente al punto a cui tende la conoscenza della “bioenergetica orgonomica” di Reich!

Dopo il tempo delle condanne e dell’ignoranza reciproca, dopo le utilizzazioni strumentali di ogni segno, sembra legittimo salutare oggi l’inizio di una impostazione corretta dei rapporti tra psicologia e teologia, tra il cambiamento in nome dello Spirito e quello promosso a partire dalle esigenze della psiche. Hanna Wolff può a giusto titolo essere citata come un’espressione della nuova tendenza. È ben attenta a non cadere in nessuna forma di riduzionismo. Niente è più lontano dalle sue intenzioni che presentare un Gesù “junghiano”. Lo ha dimostrato nella sua opera precedente, Gesù la maschilità esemplare, dove ha anche trattato per esteso gli assunti metodologici per un corretto dialogo tra teologia e psicologia.

Sviluppando ulteriormente il suo approccio della persona di Gesù, in questo volume la Wolff considera Gesù in azione, nei suoi rapporti interpersonali. Intuisce un’analogia tra l’azione di guarire/salvare svolta da Gesù e il lavoro professionale dello psicoterapeuta. Anche qui è ben attenta a non fare cortocircuiti apologetici. Non vuol secolarizzare il vangelo, togliendo a Gesù la sua aureola messianica per rivestirlo di panni psicoterapeutici. Né offre combustibile al sacro fuoco carismatico che agita

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tanti terapeuti, fornendo loro l’identificazione con un modello profetico. Tra guarigione psichica e salvezza esiste un’analogia strutturale, che però salvaguarda la specificità dei due processi. L’autorealizzazione umana che si può ottenere mediante la psicoterapia non va confusa con la conversione predicata da Gesù. Ogni cambiamento che avvenga in profondità è sintomo di conversione. Tuttavia nessuno può sapere se è convertito, anche se ha raggiunto un benessere psicologico. Alla certezza della conversione ci si può avvicinare solo con un’opera di discernimento critico mediante lettura dei suoi segni, tra cui spiccano i “frutti dello Spirito”: amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé (cfr. Gal. 5, 22).

Si apre dunque un’epoca irenica nei rapporti tra psicologia e religione? Rispetto e dialogo tra i due approcci del problema umano del cambiamento non significa, fortunatamente, un grigio appiattimento senza vigilanza critica. Se l’umanizzazione dell’uomo è il fine comune tanto della psicoterapia quanto del cristianesimo, il rapporto tra i diversi modelli antropologici e tutt’altro che pacifico. La polemica inizia già nell’ambito delle diverse psicoterapie, come dimostrano le frecciate che la Wolff, cultrice di un’analisi che privilegia la comunicazione con l’inconscio, lancia all’indirizzo delle “autopsicoterapie” che si svolgono a livello dell’io. La divergenza è ancora più grande tra chi ammette e chi nega l’apertura al trascendente come dimensione di un’autentica esistenza umana. La critica rispettiva è feconda. Non mancano teologi che denunciano nelle terapie autorealizzative un’espressione moderna e raffinata di idolatria. Alcune psicoterapie suscitano riserve per la sottovalutazione della presenza del male nella vita dell’uomo, per l’inclinazione all’edonismo, per l’obnubilazione pratica delle esigenze morali. Anche coloro che guardano all’uomo da un’angolatura diversa da quella dell’interpellazione che proviene dal Dio biblico si dicono preoccupati per la nuova ondata di narcisismo promossa da molti indirizzi psicoterapeutici. D’altra parte, è bene che la religione non trascuri le verità scomode che provengono dalla psicologia circa il rischio della vita religiosa di alimentare nevrosi, quando stacca l’uomo dalla fonte sana della sua naturalità. La psicoterapia può aiutare a liberarsi da concezioni patologiche della religione. L’interesse appassionato per il verum è indispensabile a coloro che dedicano la vita a promuovere il bonum, vale a dire la salute/felicità/salvezza dell’uomo.

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H.R. WeberGesù e i bambini, Paoline, Roma 1981, pp. 136.

Per l’anno internazionale del bambino qualcuno temeva, da parte dei cristiani, la rispolveratura delle immagini oleografiche di un Gesù di maniera, circondato da stuoli di bambini con atteggiamenti da chierichetti. In realtà, si è visto che la versione edulcorata del “lasciate che i bambini vengano a me” ha fatto il suo tempo. In epoca di impegno sociale è più probabile trovare i cristiani allineati sui fronti dove si combatte contro la mortalità infantile e i maltrattamenti dei bambini, per una migliore nutrizione e per l’incremento dell’educazione. Campagne di questo genere sono necessarie e devono essere sostenute.

Ma per un credente la partecipazione ad esse non è tutto; anzi, privilegiando soltanto le potenzialità di promozione umana contenute nella sua fede, potrebbe anche rischiare di passare accanto all’essenziale. È il motivo che ha indotto il teologo Hans-Ruedi Weber a scrivere un libro: Gesù e i bambini. Il volume, nell’originale inglese è stato pubblicato dal Consiglio Mondiale delle Chiese, la massima organizzazione ecumenica. È un accurato studio biblico dei principali passi del Vangelo che parlano dell’atteggiamento di Gesù nei confronti dei bambini, completato da tracce e schemi per il lavoro di gruppo.

L’argomento è affrontato con l’impegno solitamente riservato ai temi centrali del messaggio cristiano. E, di fatto, nei Vangeli i bambini sono una cosa seria. I gesti e le parole di Gesù nei loro confronti sono stati uno dei modi in cui fin dall’inizio è stata annunciata l’irruzione definitiva del Regno di Dio. Di fronte ai bambini la novità cristiana è non soltanto affermata, ma tradotta in atto.

Nel comportamento di Gesù verso i bambini c’è qualcosa di nuovo rispetto al suo tempo. È chiaro che Gesù resta in tutto e per tutto ebreo. Intorno a lui non spira quell’aria di predilezione per il bambino che è tipica dell’ellenismo. Superata la decadenza dell’età classica, che si era spinta fino al costume di esporre i bambini deformi o ritenuti indegni di vivere, anche la civiltà pagana aveva maturato un’attenzione benevola per i bambini. Se ne occupava la poesia; l’arte ci ha lasciato opere di squisita fattura: amorini, bambini su animali, con fiaccole, lire o cornucopie.

Gesù non era mosso dal sentimento come un ellenista. Era un rabbi ebraico. E in quanto rabbi lo troviamo nella scena che costituisce il punto di riferimento obbligato per il nostro argomento: Mc. 10,13-16. Era uso che i bambini domandassero di essere benedetti dai rabbi famosi,

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così come i figli e le figlie andavano dal loro padre per essere benedetti. Anche a questo rabbi straordinario la gente portava i bambini perché li benedicesse e li toccasse. Il potere risanante della mano del profeta di Nazareth doveva essere proverbiale. Non si trattava solo di fede magica. Chi portava i bambini si aspettava che Gesù si comportasse come un rabbi e facesse loro anche una buona predica: che fossero sottomessi ai loro genitori e imparassero diligentemente la Torah, per essere capaci un giorno di fare le opere buone prescritte.

Nell’ambiente in cui viveva Gesù i bambini, pur facendo parte fin dalla nascita della comunità religiosa, avevano un ruolo marginale. Solo l’età adulta, e la perfetta osservanza dei doveri religiosi, faceva di loro dei membri del popolo di Dio a pieno diritto. Il loro stato giuridico-religioso è ritratto dalla triade ricorrente nella letteratura rabbinica: “sordomuti, deficienti, bambini”, tutte persone accumunate dal non avere il pieno possesso delle forze spirituali. Ad essi bisogna aggiungere le donne, anch’esse ritenute di poco valore e segregate.

Gesù, il rabbi che ha scandalizzato i suoi discepoli intrattenendosi con delle donne per strada e permettendo che queste lo seguissero e si occupassero di lui, è innovatore anche nei confronti dei bambini. “Si indigna”, quando i suoi discepoli vogliono allontanarli; e fa la predica. Non però ai bambini, bensì ai discepoli stessi: “A questi bambini e a coloro che sono simili a loro appartiene il Regno di Dio”. I bambini non sono dunque solo dei potenziali buoni ebrei osservanti, una volta che saranno stati dirozzati dall’educazione religiosa. Essi hanno già, prima ancora di poter fare le opere della Torah, un rapporto privilegiato con il regno: bisogna rivolgersi a loro per sapere che cos’è la salvezza escatologica che fa irruzione attraverso l’opera di Gesù. La nuova famiglia di Dio, quella che manifesta il Regno, si costituisce sulla base di un rovesciamento gerarchico. Le categorie più sottovalutate ed emarginate sono messe al centro; attorno ad esse si raccoglie il popolo di Dio.

Per gli esegeti, preoccupati di ricostruire le origini del cristianesimo, affermazioni di questo genere rivestono un’importanza particolare. Sono troppo rivoluzionarie rispetto a quei tempi e alla cultura ebraica antica per provenire dalla letteratura contemporanea a Gesù. Neppure possono essere considerate come creazioni della comunità primitiva, che ha continuato a condividere l’atteggiamento patriarcale dell’ambiente nei confronti delle donne e dei bambini. Gli studiosi si sentono perciò autorizzati a concludere che ci si trova di fronte al nucleo originario del messaggio di Gesù.

Anche i teologi considerano i gesti e le parole di Gesù verso i bambini

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con attenzione. Mettono in evidenza che Gesù non intendeva insegnare qualcosa sui bambini, parlare magari della loro innocenza o di altre qualità infantili in quanto modello da copiare per avere una vita virtuosa. Egli è in tutto e per tutto predicatore del Regno, preoccupato di rivelare la natura di Dio. Il profeta che mette il bambino al centro dell’economia della salvezza vuol sottolineare che il Regno giunge tra gli uomini in modo totalmente gratuito, al di là di ogni calcolo umano. Nelle sue parole è implicita una critica della concezione rabbinica della Torah e la “buona notizia” (Evangelo, appunto) di un Dio che fa grazia in forza della sua fedeltà all’alleanza. Il Regno non è opera di conquista umana: lo si riceve come i bambini che vengono accolti e presi in braccio dal re messianico. Sono azioni e parole profetiche che sovvertono le classificazioni tanto degli ebrei quanto degli ellenisti.

Il lavoro di riflessione della comunità primitiva, che a noi è possibile ritrovare nella teologia dei singoli evangelisti, ha colto il messaggio contenuto nella predicazione del Regno. Più che l’atteggiamento di Gesù nei confronti dei piccoli di età, l’interesse è andato al significato di metafora che aveva il suo comportamento. I “piccoli” sono diventati nel linguaggio dei Vangeli un simbolo del vero discepolo, che riceve il regno come un dono gratuito; i bambini posti nel mezzo (cfr. Mt. 18,1-5; Mc. 9,33-37; Lc. 9,46-48), una parabola della Chiesa. Anche in seguito, la comunità cristiana sembra aver privilegiato l’approfondimento teologico, piuttosto che la revisione del comportamento quotidiano nei confronti dei bambini. Paolo, ad esempio, ha scritto profonde meditazioni sulla nostra adozione come figli di Dio; ma quando si trattava di ragazzi e ragazze reali, il suo atteggiamento è rimasto esattamente quello degli ebrei del suo tempo.

Non dovremmo forse rammaricarci che i cristiani, pur possedendo nelle parole e nei gesti di Gesù la prima “Carta internazionale dei diritti del bambino”, abbiano poi trascurato di derivarne delle conseguenze pratiche? Non si tratta di ricercare oggi nei Vangeli ricette di pedagogia progressista o nuovi modelli di vita familiare e sociale. Ai Vangeli domandiamo che rendano la testimonianza viva del Gesù vivo, che ha vissuto la breve parabola della sua vita di uomo nella dimensione nascosta del Regno di Dio. Di questo Regno i bambini continuano a restare una predica vivente: “In verità vi dico chi non riceve il Regno di Dio come un bambino non vi entrerà” (Mc. 10,15). Ma il comportamento di Gesù è li ad insegnare ai credenti che il Regno, futuro nell’attesa, è tanto presente che può trasformare già ora la vita degli uomini. Anche ispirandoli a inventare nuovi rapporti tra adulti e bambini.

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Jean G. LemaireVita e morte della coppia, Cittadella, Assisi 1981, pp. 502.

Un libro così voluminoso per parlare della coppia? Qualcuno lo riterrà uno spreco di carta e di tempo (intendo coloro che per la coppia si contenterebbero di una lapide: “requiescat in pace”...). Non è dello stesso avviso il dott. Lemaire. Psichiatra, psicoanalista, professore universitario a Parigi, ha alle spalle una lunga pratica di aiuto alle coppie in difficoltà. Le sue pubblicazioni sui conflitti coniugali e sulle terapie della coppia costituiscono da anni un punto di riferimento di grande autorevolezza. Questo suo ultimo lavoro fornisce quasi una summa di conoscenze sulla coppia, in cui confluiscono l’esperienza clinica e il dibattito scientifico. L’accenno all’esperienza “clinica” dell’autore non deve far concludere frettolosamente che le sue analisi riguardino le coppie dei pazzi. Solo una piccola parte dei suoi pazienti è affetta da turbe psichiatriche tradizionali; i più sono... “normalmente pazzi”! Chi ricorre allo psicoterapeuta di coppia più che la difficoltà patologiche personali è afflitto da difficoltà relazionali con il proprio partner. Sono processi che, sia pure in maniera diversa, sono vissuti dalla totalità degli individui nel corso della vita amorosa. Lemaire si preoccupa di mettere in evidenza un certo numero di fenomeni presenti nel funzionamento di tutte le coppie umane, che abbiano o no difficoltà particolari. Le coppie che sono state spinte dalla sofferenza a consultarlo, e delle quali riporta la storia in una serie di medaglioni, hanno semmai quel tanto di esagerazione che serve a scopi illustrativi.

Psicoanalista, Lemaire resta fedele al suo approccio dei problemi di coppia, che lo porta a privilegiare l’influenza delle dinamiche intrapsichiche inconsce. Il procedimento attraverso cui lo pscoanalista apre nell’opaca realtà psichica lo spiraglio che permette all’inconscio di lasciarsi scorgere, senza tuttavia mai consegnarsi, ha il fascino della creazione artistica. Si arriva a scoprire, per esempio, che la realtà profonda di certi matrimoni scarsamente basati sui sentimenti è la paura di essere divorati dall’amore; e che è una strategia difensiva quella che porta a scegliere un partner che ha la stessa paura inconscia di un amore intenso. Oppure che alcune persone esprimono una limitata capacità di vivere una relazione di carattere totale, e quindi parcellizzano le loro scelte o le limitano nel tempo, perché si difendono dai rischi depressivi. Per quanto possa essere seducente questa esplorazione della realtà psichica profonda

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che si nasconde sotto le apparenze — e spesso sotto l’apparenza del contrario —, l’approccio psicoanalitico resta uno tra i tanti, non esaurisce la comprensione dei fenomeni studiati e deve essere integrato con altri. Lemaire non assolutizza la psicoanalisi, ma cerca di complementarla con altri apporti di comprensione. Nella prima parte dell’opera, dedicata alla metodologia, illustra le tre prospettive da cui si può esaminare la coppia ― quella intrapsichica, quella psicologica e quella economico-culturale ― senza far torto a nessuna.

Spesso si rimprovera agli psicologi di non situare sufficientemente le difficoltà delle persone e delle coppie nell’ambiente. Ciò che succede all’interno delle coppie è rivelatore di numerose altre situazioni, anche collettive, che oggi si vivono. I cambiamenti della società, d’altra parte, influenzano in modo determinante il comportamento della coppia. La quarta parte del volume, dedicata al rapporto tra coppia e società, illustra questa articolazione con una chiara conoscenza dei problemi sociologici che sorprende da parte di uno psicoanalista. Il quale però non soffre di nessuna confusione di identità, e continua a fare il suo mestiere di esploratore dell’inconscio. La parte preponderante dell’opera si propone di studiare “l’inconscio e la strutturazione della coppia”. L’influenza inconscia è studiata nei due momenti cruciali della vita della coppia: la scelta del partner e la crisi. Nella scelta Lemaire cerca di far emergere, oltre ai bisogni per i quali i partners si attirano e strutturano la coppia, anche la distribuzione dei ruoli rispettivi. Adotta cioè l’analisi “sistemica” della coppia. Questo punto di vista costituisce un momento innovativo rispetto alla psicoanalisi classica. Mentre Freud, infatti, ha insistito sui processi ripetitivi che influenzano la scelta dell’oggetto, la prospettiva sistemica sottolinea dialetticamente il carattere innovatore e creativo del processo amoroso. Ne deriva una visione positiva anche della crisi. La crisi è un processo dinamico necessario per il funzionamento della coppia, la quale deve passare costantemente attraverso un flusso di strutturazione - destrutturazione - ristrutturazione.

In clima di crisi della coppia, mentre si diffonde la negazione del suo valore per l’autorealizzazione della persona, Lemaire propende per i toni moderati: “Coloro che spingono all’estremo la contestazione di qualunque progetto di vita a due, non sanno spesso quello che perdono rinunciandovi, per non parlare di altre forme di alienazione alle quali il loro rifiuto le condanna”. Lemaire non mitizza la coppia, né l’assume a valore supremo dell'esperienza umana. È cosciente che la vita di coppia

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svolge una naturale funzione terapeutica nei confronti degli aspetti più immaturi o più arcaici della personalità di ognuno. Lo psicoterapeuta ha lo scopo di facilitare questo processo, quando presenti delle difficoltà a cui i partners si sentano inadeguati. Ma sa che la coppia non è tutto. Anzi, la relativizza con un dubbio: gli individui più solidi, più maturi, più autonomi, hanno realmente bisogno della coppia? È un dubbio fecondo, che apre il discorso sulle modalità di esistenza umana prima, dopo o senza la coppia.

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R. JacobyL’amnesia sociale, Comunità, Milano 1978, pp. 228.

Conosciamo tutti, per esperienza personale, quella forma di “psico-patologia della vita quotidiana” che è l’amnesia. Anche dopo che Freud ci ha insegnato a riconoscervi uno dei tiri birboni che ci gioca l’inconscio, le amnesie non ci inquietano oltre misura. Esiste invece una forma grave di amnesia, cerca di allarmarci Russel Jacoby. Non colpisce l’individuo, ma le scienze sociali. È una malattia che le fa diventare astoriche, in quanto la capacità e anche il desiderio di ricordare si atrofizzano. Responsabile di questo tipo di amnesia non è l’inconscio, bensì la “società” stessa (mettiamo tra virgolette questa entità perché risalti meglio il parallelismo con la categoria indefinibile dell’inconscio). Risultato: l’obsolescenza pianificata del pensiero critico. La critica viene stemperata, a lungo andare rimossa. Chi avesse dubbi sulla dinamica di questo processo, argomenta Jacoby, non ha che da guardare che cosa è capitato alla psicoanalisi. Alla psicologia è attribuito un valore esemplificativo. Jacoby è di professione storico; il centro dei suoi interessi è costituito dalla dialettica tra individuo e società, così come è affrontata dalle principali correnti del pensiero contemporaneo. Il destino della psicologia del profondo acquista per lo storico una funzione pragmatica. Il libro si concentra perciò quasi esclusivamente su questo fenomeno culturale; non trascura però anche la sorte della ragione critica nei movimenti della sinistra politica (cfr. il cap. 5, dedicato alla “politica delle soggettività”). Fin dalle prime pagine Jacoby dispiega la bandiera sotto cui milita: è quella della “teoria critica”, filiazione della scuola sociologica di Francoforte. Il maestro, sulla cui parola è disposto a giurare, Herbert Marcuse; sullo sfondo, l’ombra imponente di T.W. Adorno.

La teoria critica vuol essere la teoria dell’individuo in eclissi, nel periodo della disintegrazione dell’io sotto l’urto di una società massificata. Nella transizione al capitalismo monopolistico, l’individuo ha subito un colpo mortale: “La categoria dell’individuo non è stata in grado di resistere all’industria dei giganti” (Horkheimer). Il compito culturale che la teoria critica si è proposto è la conservazione della dialettica tra individuo e società, evitando due possibili riduzionismi: lo psicologismo e il sociologismo. Il pensiero borghese e liberale ha inclinato verso lo psicologismo — cioè la riduzione di concetti sociali a concetti individuali e psicologici —, mentre la tendenza del pensiero marxista è stata quella opposta: la riduzione dei concetti individuali a una nozione impoverita

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della storia e della società. La coscienza resta per la teoria critica un fenomeno psicologico e sociale. Ma un fenomeno contorto, colpito dall’alienazione. I teorici critici sono rimasti folgorati dalle esplorazioni sotterranee di Freud, che mettevano in dubbio l’autonomia del soggetto. È la rilettura di Freud fatta da Marcuse, principalmente in Eros e civiltà. Freud è rivoluzionario proprio perché mina alle basi una delle fortificazioni più solide della civiltà moderna: l’idea dell’individuo autonomo. È il fondatore della critica dell’individuo, in quanto mostra che la società è presente nella cittadella ritenuta più inaccessibile. L’analisi del profondo rivela un individuo deinvidualizzato dalla società, storpiato e mutilato dalle costrizioni della civiltà, riempito di strati sedimentari di storia. La teoria critica rivaluta proprio quel “biologismo” freudiano, nutrito di materialismo ottocentesco, caduto così in discredito. Ricercando la genesi e la struttura della psiche individuale, Freud ne aveva smascherato il sostrato sessuale e biologico, e al tempo stesso il potere plasmante della società dentro e sull’individuo. La psicoanalisi ha dunque scoperto la società nella monade individuale, ponendosi così come la critica più implacabile all'individualismo borghese. Il “materialismo” di Freud toglie la scorza delle “norme” e dei “valori” sociali per trovare la dinamica sociale interna. È proprio questa la canzone che la teoria critica, che scandaglia le profondità psichiche in cerca di suoni di tristezza e di rivolta, ama sentire. Aderisce strettamente ai concetti radicali della psicoanalisi, che suffragano il rifiuto della civiltà contemporanea e rafforzano la resistenza ai suoi allettamenti. La storia della psicoanalisi è invece la storia del dimenticare; la contraddizione che Freud aveva svelato è stata ricoperta e la psicoanalisi ricondotta all’ovile. Il pensiero critico è stato rimosso (ritroviamo a questo punto la categoria di “amnesia sociale”) e la psicoanalisi ridotta a strumento di conformismo sociale. Jacoby illustra le sue tesi seguendo gli sviluppi teorici e terapeutici che passano per il revisionismo post- e neo-freudiano, a cominciare da Adler, il primo “dissidente”, fino alla stessa “psicologia di sinistra” di Laing e Cooper. Il principale bersaglio della sua critica è la corrente nota come “psicologia dell’io”, rappresentata autorevolmente da Hartman. Quando si è cominciato a valutare positivamente la sfera dell’io libera da conflitti, si è stabilito il presupposto per riadattare l’individuo alla società esistente. Con l’io il soggetto si riconosce un’individualità coerente e autonoma, capace di dominare i conflitti interni e di adattarsi alle esigenze della realtà esterna. La psicoterapia diventa perciò, di fatto, lo strumento per integrarsi

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nella società. La demistificazione operata da Freud viene riassorbita completamente: i conflitti sociali sono interpretati come se fossero psicologici; la disumanità — con le sue basi oggettive e sociali — viene umanizzata; la felicità “qui e ora”, concessa da una società “ a una dimensione” perché dopo tutto non scalza l’ordine esistente, sostituisce ogni progetto di liberazione. A questi progetti, anche se perseguiti in nome dell’umanesimo, del personalismo, dell’autorealizzazione, la teoria critica non può assolutamente aderire: non si possono curare i mali dell’individuo ignorando quelli della società. “Una psicologia critica non deve soccombere; non deve dimenticare la follia di tutto e sventolare ideologicamente la virtù di un’esistenza umana che oggi è inumana. Deve aiutare le vittime — i perduti, i battuti, quelli senza speranze — senza glorificarle”. Questa annotazione, carica di phatos, con cui Jacoby conclude il suo scritto, caratterizza il genere letterario: non un’opera serena da critico della cultura, bensì un intervento militante, un pamphlet contro gli operatori dell’igiene mentale,accusati di aver sostituito la terapia alla rivoluzione. Come ogni pamphlet eccessivo, non calibrato, forse ingiusto; ma molto efficace nel mettere a bersaglio frecce spietate contro il trionfalismo psicoterapeutico.

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L. Boggio GilotUomo moderno e nevrosi, Paoline, Roma 1980, pp. 214.

Si sente parlare sempre più frequentemente della psicologia umanistica. Non è semplice definirla, perché non si tratta di una scuola con un suo programma, con maestri e discepoli riconosciuti. Si preferisce talvolta chiamarla “terza via”, individuandola così in quanto si differenzia dalle altre due che hanno già il crisma dell’approvazione accademica e del successo pubblico: la psicoanalisi e il comportamentismo. La psicologia umanistica si distanzia da questi due sistemi psicologici, con le loro rispettive applicazioni terapeutiche, perché non accetta la riduzione della problematica umana rispettivamente all’analisi dell’aspetto pulsionale inconscio e alla manipolazione del comportamento. Nell’uomo c’è dell’altro, e di maggior valore. La psicologia umanistica non ha elaborato un’antropologia unitaria. Rimane una “via”, che diversi psicologi e psicoterapeuti percorrono indipendentemente, senza obblighi reciproci di fedeltà a un’ortodossia. Tuttavia è possibile individuare alcuni tratti costanti, che conferiscono una certa omogeneità al movimento e lo distinguono in particolare dalla psicoanalisi.

Per sottolineare la differenza ricorriamo a due schemi, uno spaziale e uno temporale. Secondo il primo, la differenza che intercorre è quella che passa tra una “psicologia del profondo” e una “psicologia dell’elevatezza”. Lo schema è già presente nella nota lettera di Freud a Binswanger, uno dei principali fautori di una psicoterapia esistenziale. Il fondatore della psicoanalisi ammetteva di “essersi sempre confinato nel pianterreno e nella cantina dell’edificio”, ignorando deliberatamente i piani nobili dove dimorano ospiti illustri come la religione, l’arte ecc. La stessa immagine è usata da Maslow quando afferma che la nevrosi di oggi “viene dalle vette e non dalle valli dell’uomo”. La psicologia umanistica è unanime nel privilegiare questa dimensione spirituale e conoscitiva.

Un secondo schema è quello temporale. La psicologia del profondo è nata dalla scoperta del peso che ha il passato, specialmente quando è rimosso, nel determinare la patologia che si esprime nel presente. L’obiettivo della psicoanalisi è di insegnare a conoscere e integrare il passato nella coscienza. La psicologia umanistica considera invece anche il futuro. La psicoterapia tende a sbloccare una situazione di stasi che congela le potenzialità dell’individuo. Consiste nel rimettere in movimento il nostro divenire, nell’accettare di crescere. La terapia umanistica si

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propone non solo di fare la radiografia de] profondo, ma anche di far prendere coscienza del proprio bisogno di senso e di orientamento dell’esistenza.

Un frutto recente della psicologia umanistica italiana è il libro di Laura Boggio Gilot. Pagato il debito tributo a Freud e all’inconscio, il discorso è subito pilotato verso l’alto. Lo guida una concezione dell’uomo in cui, senza umiliare la parte pulsionale, viene però attribuito il giusto rilievo alla coscienza e allo spirito.

Se il passo dall’inconscio alla coscienza era già stato fatto da alcune correnti psicoanalitiche che si richiamano a una “psicologia dell’io” (Hartmann, Rapaport), è nuova l’accentuazione del supercosciente. Nell’autrice si avverte l’influsso dell’antica saggezza orientale, cui dobbiamo nel campo dello spirito scoperte per nulla inferiori a quelle che l’Occidente ha fatto nella natura. È cultrice yoga e ne ha integrato le tecniche nella pratica psicoterapeutica. Il suo pensiero si ispira a psicologi di spicco nell’area della psicologia umanistica: V. Frankl, E. Fromm, A. Maslow; ma soprattutto a Roberto Assagioli. Più noto all’estero che in Italia, è fondatore della “psicosintesi”. Nel nome è iscritto il programma: non vuol limitarsi all’analisi, che tiene conto solo del passato e del presente, nel loro attuale sviluppo, bensì procedere a una sintesi, che favorisca a promuova la realizzazione totale della persona. Costantemente viene ripetuto che l’uomo è un essere bio-psico-spirituale, e che necessariamente soffre di squilibrio se non sviluppa tutte le sue parti.

Il felice risultato di questo approccio si può vedere nelle considerazioni che l’autrice sviluppa nella prima parte del volume, in cui analizza la patologia nevrotica dell’uomo contemporaneo. A differenza della psicoanalisi, che fa risalire l’angoscia unicamente alla repressione della vita istintuale, il malessere della nostra cultura viene riportato alla perdita di significato della vita, all’appiattimento della coscienza e al decurtamento dello spirito. All’angoscia istintuale, legata alla repressione degli istinti primari, vengono affiancate quella ontologica e quella esistenziale. Il nevrotico soffre perché la sua personalità è carente, in quanto le sue potenzialità psicologiche ed umane non si sono espresse. La nostra cultura non favorisce soprattutto lo sviluppo della parte supercosciente, con la sua dotazione di creatività, intuizione, senso etico ed estetico, empatia, amore. Nel libro questo malessere viene inseguito in tutte le sue pieghe: dall’esplosione dell’aggressività alle crisi dell’amore, dalla patologia della volontà al diffondersi delle malattie psicosomatiche. La risposta a questi

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mali è costantemente indicata in un’unica direzione: il recupero dell’essere umano nella sua integralità.

La novità si fa sentire anche nella seconda parte, dedicata alla psicoterapia. La psicosintesi si propone primariamente un compito terapeutico, sempre però tenendo presenti tutti i livelli di espressione dell’uomo: quello emotivo e mentale, quello istintuale — determinato dalle funzioni dell’io —, e quello supercosciente, un’istanza che sottrae l’uomo alla chiusura immanentistica. La valorizzazione positiva dell’uomo determina anche la modalità del rapporto tra terapeuta e paziente, in quanto a quest’ultimo è attribuito un ruolo attivo. “Autoanalisi e autopsicoterapia”, ha specificato L. Boggio Gilot fin dal sottotitolo. A chi si incammina verso la conoscenza della propria realtà integrale si domanda di diventare il gestore della propria storia. Al terapeuta spetta una funzione di guida, nell’aiutarlo a risalire la scala gerarchica dei bisogni e dei valori. Perché i valori, come ha teorizzato Maslow, sono coerenti al grado di sviluppo umano: mancano nell’uomo psichicamente malato e si sviluppano nell’uomo sano. La psicoterapia così concepita dà concretezza all’abbagliante definizione del mondo data dal poeta Keats: “La valle del Fare Anima”.

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M.E. Hunt e R. Gibellini (a cura), La sfida del femminismo alla teologia, Queriniana, Brescia 1979.

Nel concerto di consensi che accompagnano i viaggi di Giovanni Paolo II le uniche voci di dissenso sembrano essere voci di donne. La scena si è ripetuta già due volte a conclusione della visita in U.S.A. e al termine del viaggio in Germania: una donna si leva a parlare ed esprime, senza addolcimenti diplomatici, il malessere femminile nella Chiesa, sollevando questioni scomode che riguardano la dottrina, la morale, la disciplina. Sortite stravaganti, da mettere nel conto dell’incontrollata emotività femminile? Non si può sostenere in buona fede questa interpretazione, per poco che ci sia presi la pena di raccogliere informazioni sulla Chiesa al femminile. Queste voci non sono isolate. Le prese di parola pubbliche rappresentano solo la parte emergente di un vasto movimento di riflessione teologica che vede le donne come protagoniste.

Chi ne volesse avere una visione d’insieme, non ha che da prendere in mano il volume edito della Queriniana: La sfida del femminismo alla teologia, a cura di Mary E. Hunt e Rosino Gibellini. Come in altri volumi analoghi, ugualmente editi nel Giornale di Teologia, si offre al lettore una presa diretta con movimenti di pensiero in germe o appena sbocciati. Dopo la teologia latino-americana e la teologia negra, è la volta della teologia fatta dalle donne, sulla scia del femminismo. Le autrici sono donne, e sono teologhe. Rivendicano per se stesse un’attendibilità professionale analoga a quella dei loro colleghi maschi, quando si qualificano “teologi”.

Il terreno di coltura di questo nuovo genere di teologi non è quello europeo, dove ancora la teologia è saldamente in mano maschile. Tanto meno l’Italia. In alcuni articoli circa la condizione in cui viene a trovarsi la donna che intraprenda studi teologici, apparsi nella rivista Testimonianze, Marinella Perroni faceva notare che l’abituale diffidenza verso le donne che predomina negli ambienti ecclesiali raggiunge forme esasperate quando queste pretendono di avere voce in teologia. L’unica via che rimane loro è quella di lasciarsi assimilare dai moduli maschili di pensiero, in linea con il passo che conclude il Vangelo apocrifo di Tommaso. In esso si fa affermare a Gesù, in risposta all’esclamazione di Pietro secondo cui Maria, in quanto donna, non è degna della vita: “Ecco, io la trarrò a me in modo da fare anche di lei un maschio, affinché anche lei possa diventare uno spirito vivo simile a voi maschi. Perché ogni donna che diventerà maschio entrerà nel Regno dei cieli”.

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Negli Stati Uniti alle donne teologhe è invece riuscito di prendere la parola, anche a livello accademico, pur restando donne. Tutte le autrici dei saggi raccolti in questo volume sono americane, così come americane sono le esponenti della teologia femminista più influenti e citate: Valerie Saiving, Mary Daly, Rosemary R. Ruether. Dal femminismo hanno preso gli strumenti per analizzare la condizione della donna, introducendo però nell’analisi la dimensione religiosa, trascurata dalle leaders del pensiero femminista.

La sfida del femminismo alla teologia si rovescia così in una sfida alle donne che portano nella loro lotta per la promozione della condizione femminile le loro aspirazioni spirituali: potrà la spiritualità — abitualmente usata come strumento per la soggezione della donna nel contesto della mentalità patriarcale — diventare un luogo di promozione umana? Molte femministe, disperando nell’impresa, hanno preferito rinunciare alla religiosità vissuta istituzionalmente, accusandola di essere troppo inficiata di ambiguità: preferiscono uscire dalle Chiese, per non rafforzare il potere patriarcale. Altre, come la citatissima Mary Daly, invitano le donne a vivere ai margini delle istituzioni ecclesiali, creando una nuova figura di cristianesimo di frontiera (la parola d’ordine alle altre donne è di “tenersi sulla linea di confine”).

Le autrici dei saggi qui raccolti appartengono a un’area più moderata. Non se ne vanno dalla Chiesa sbattendo la porta, né si mettono deliberatamente da parte per provocare e stimolare. Restando nelle Chiese hanno talvolta, come è il caso di alcune teologhe presenti nell’antologia, incarichi ufficiali di insegnamento accademico: senza che ciò comprometta l’indipendenza e l’originalità del loro pensiero teologico. Basta, per convincersene, percorrere l’elenco dei temi che emergono nei diversi saggi: dal linguaggio monosessuale (maschile) su Dio e le immagini della Dea, alla critica dell'antifemminismo cristiano; dal rapporto tra teologia femminista e teologia della liberazione, al problema centrale della cristologia (“Può un Salvatore maschile aiutare le donne?”).

Sono assenti certi temi tipici, che per alcuni servono a identificare la teologia femminista, come la discussione sull’ordinazione delle donne e sulla funzione della mariologia. E questo torna a vantaggio del profilo metodologico di questa teologia. La quale non vuol semplicemente aprire un capitolo nuovo, in cui far confluire le omissioni della teologia tradizionale, bensì trasformare la disciplina stessa. In ciò la teologia femminista è simile alle altre sfide più significative della teologia contemporanea;

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dove il punto di vista proposto — volta a volta: la secolarizzazione, la speranza, la liberazione — intendeva portare a un ripensamento di tutto il messaggio cristiano.

Il punto di vista femminile è quello della “parzialità”. Una parzialità riconosciuta e accettata, non contrabbandata come quella proposta dalla teologia imbevuta di mentalità patriarcale. Le teologhe l’accusano di diffondere una falsa genericità, la quale non è altro che un’estrapolazione dell'esperienza maschile, presentata come universalmente vera. In altri termini: quello che la teologia dice dell’“uomo”, intendendo l’essere umano in generale, in realtà vale per il maschio. L’esempio che ricorre più spesso negli scritti delle teologhe femministe è quello del peccato. Quando la teologia parla del peccato che caratterizza la condizione umana, generalizza i peccati di orgoglio, arroganza e abuso di potere, che sono propri dell’esperienza storica dei maschi. Non si può dire automaticamente lo stesso delle donne: i loro peccati tipici sono invece la banalità, la dispersività, la tendenza a lasciarsi distogliere dallo scopo, la dipendenza da altri per una definizione di se stessa.

La teologia femminista non contesta la validità della teologizzazione maschile, in quanto riflessione sulla propria esperienza, ma solo la pretesa di universalizzare un’esperienza limitata. La teologia femminista sorge all’ombra del sospetto: sospetto che le affermazioni teologiche tradizionali relative all’uomo valgono solo per “lui”, e non anche per “lei”. Ora è tempo che l’altra metà dell’umanità parli a partire dalla propria esperienza, rompendo il monopolio che finora ha tenuto il punto di vista maschile nella teologia cristiana occidentale.

Emerge così la centralità della categoria di esperienza, affrontata dal saggio di Judith Plaskow, Teologia maschile e esperienza femminile. Spingendo a fondo questo principio, vacilla anche la possibilità di parlare a partire da un’esperienza femminile generica, perché non esiste un modo monolitico di essere donna. Le teologhe che parlano e che scrivono sono coscienti di riflettere un’esperienza limitata: quella di donne bianche appartenenti al “primo mondo”, inserite nel contesto accademico. Non mistificano però la parzialità della loro esperienza, bensì l’assumono criticamente e stimolano l’espressione di tutte le esperienze particolari della salvezza.

Assumere il punto di vista della particolarità è una modalità che sconvolge il modo tradizionale di far teologia. Navighiamo ormai lontani dagli ancoraggi securizzati dei sistemi verso l’approdo del contingente.

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Sullo sfondo emerge l’esigenza di una duplice conversione che modifica la rappresentazione, anche teologica, che ci facciamo della natura umana: le donne sono invitate a diventare attive senza soccombere a tentazioni di dominio; gli uomini a diventare ricettivi senza per questo privarsi di ogni potere. Quando soggetto della teologia diventerà la personalità integrata, dove gli opposti sono stati riconciliati, emergerà la creazione nuova. Vale a dire, la creazione quale è stata voluta “dal principio”.

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Ph. ArièsL’uomo e la morte dal Medioevo ad oggi, Laterza, Bari 1979, pp. 771.

Il recensore si sente intimidito dal compito di presentare l’opera di Ariès. Forse gli si trasmette qualcosa della trepidazione che ha trattenuto per diversi anni Io stesso storico francese dall’intraprendere la redazione di questo libro monumentale. Nella prefazione a un suo volume di più modeste dimensioni, sempre sullo stesso argomento, apparso nel 1975, Ariès tracciava una mappa precisa degli studi storici sulla morte che veniva conducendo da quindici anni; la presentava come la “storia di un libro che non volge alla fine”. Ora il libro è finito. Ci accingiamo alla lettura col fiato sospeso: riuscirà il nostro eroe a portare a termine un’impresa così rischiosa? Lo deponiamo con un respiro di sollievo: si, c’è riuscito! Teniamo trà le mani con riconoscenza un’opera storiografica di grande valore, che fa luce su un millennio di sviluppo dello spirito occidentale. L’ambito dell’indagine storica era espresso con precisione quasi pedantesca dal titolo del libro con cui Ariès ha presentato nel '15 le conclusioni provvisorie delle sue ricerche: Essais sur l’histoire de la mort en Occident du moyen àge à nos jours (il volume è ora disponibile anche in traduzione italiana: Storia della morte in Occidente, Mondadori 1978, pp. 255). La determinazione del periodo storico preso in esame è passata ora nel titolo italiano della sua summa. Il titolo originale francese (L’homme devant la mort) indica l’interesse specifico che guida Ariès nel tracciare la storia della morte in Occidente: al di sotto delle idee sulla morte e delle istituzioni funebri, egli cerca “l’atteggiamento” dell’uomo di fronte alla morte. La sua non è dunque la storia descrittiva degli avvenimenti, e neppure quella unicamente rivolta alle strutture economico-sociali che si celano dietro le sovrastrutture ideologiche. L’indirizzo storiografico a cui si può ricondurre l’opera di Ariès è piuttosto quella “storia delle mentalità” che ha avuto in Huizinga il suo maestro indiscusso. Essa viene dunque ad essere qualcosa come una “storia del sentimento della morte” (se vogliamo riferirci al celebre progetto di Henry Bremond di scrivere la “storia del sentimento religioso”).

Il sentimento della morte nel millennio preso in considerazione è presente in tutti i prodotti della cultura; eppure quale lavoro per lo storico rendere parlanti le vestigia del passato, cercare al di sotto delle apparenze le motivazioni profonde! Lo storico della mentalità fa ricorso a fonti di ogni tipo. Oltre a quelle “nobile”, da sempre usate dalla storiografia

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classica, non disdegna le meno appariscenti. Le fonti letterarie, iconografiche e liturgiche sono d’obbligo nello studio delle reazioni di fronte alla morte. Ma se si vuol toccare il sentimento che pervade una società, circolando nell’aria come un’evidenza da nessuno rimessa in discussione, oltre alla grande arte funeraria bisogna accostarsi anche alle tombe più modeste e artigianali; oltre alle liturgie gestite dai “clerici”, è opportuno tener presenti anche le devozioni private dei fedeli. Un corpus documentario molto istruttivo per lo storico delle mentalità sono i testamenti. Ariès vi ha dedicato un lungo lavoro (per tre anni ha scartabellato gli archivi notarili parigini;) ne ha ricavato una messe di informazioni precise sulle trasformazioni, di epoca in epoca, della mentalità dei testatori.

Per far parlare la massa compatta e ancora enigmatica dei documenti era necessario interrogarli con una determinata ipotesi. Quella che ha guidato il lavoro di Ariès è l’esistenza di una correlazione tra l’atteggiamento davanti alla morte e le variazioni della coscienza di sé e dell’altro, il senso del destino individuale e del grande destino collettivo. È questa correlazione che ha fornito ai dati raccolti una forma e un senso, una continuità e una logica. Nel libretto che contiene i saggi prodotti lungo l’itinerario di ricerca che va dal 1966 al 1975 il legame tra il sentimento della morte e il sentimento del proprio io e dell’altro è l’unico sistema di spiegazione dei dati (la morte si configura così come “morte addomesticata”, “morte di sé”, “morte di te”, e “morte proibita”). Al termine della redazione della sua opera sistematica Ariès dichiara che i dati raccolti indicano la presenza anche di altre correlazioni. L’atteggiamento nei confronti della morte risulta dipendente anche dalla credenza nella sopravvivenza individuale e nell’esistenza del male. Il viaggio dello storico attraverso l’epoca medievale e moderna percorre così paesaggi profondamente diversi. Non esiste un unico atteggiamento di fronte alla morte — il nostro —, come un’ingenua miopia storica vorrebbe farci credere; abbiamo piuttosto diversi modelli, irriducibili l’uno all’altro. Ariès li individua e li illustra successivamente. Il primo l’ha chiamato la morte addomesticata. Questo atteggiamento globale nei confronti della morte è il più antico in Occidente, e anche il più costante: ne possiamo trovare tracce da Omero a Tolstoi. Per più di due millenni ha resistito alle spinte evolutive di un mondo soggetto al cambiamento. Non è escluso che qualcuno muoia anche oggi con una “morte patriarcale”; ma per lo più l’atteggiamento antico, in cui la morte è insieme prossima, familiare e insensibile,

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si oppone al nostro: a noi la morte fa così paura che non osiamo più dirne il nome. Il nostro modo contemporaneo di non pensare alla morte è del tutto diverso da quello tradizionale: là la morte, addomesticata, era un elemento dello scenario familiare (“tutti moriamo”), e perciò accettata come cosa ovvia; presso di noi il silenzio della morte è il risultato di una repressione legata alla paura. Sottratta al quadro culturale che la rendeva domestica e innocua, la morte è diventata selvaggia.

Si è passati dalla situazione di origine al secondo modello, la morte di sé, quando il senso del destino si è spostato dalla comunità all’individuo. Il rapporto tradizionale tra sé e gli altri si è rovesciato: il senso della propria identità ha prevalso sulla sottomissione al destino collettivo. È il primo rilevante segno di modernità, che Ariès situa in quel periodo storico che da Huizinga in poi si è convenuto chiamare “autunno del Medio Evo”. Guidandoci attraverso il museo immaginario delle tombe e sepolture — più eloquente di una biblioteca di spiritualità per quanto riguarda i sentimenti collettivi circa la morte e l’aldilà — il nostro storico ha cura di farci notare il passaggio dall’anonimato delle tombe ai monumenti commemorativi che intendono perpetuare il ricordo della persona.

Questo modello della “morte di sé” è durato nella realtà dei costumi fino al XVIII secolo. Tuttavia già a partire dal XVI secolo si preparano delle profonde modifiche dell’atteggiamento globale, rintracciabili in un primo momento solo a livello dell’immaginario. La morte ha cominciato ad affascinare, a provocare le stesse curiosità strane, le stesse immaginazioni perverse dell’erotismo. Per spiegare questo strano fenomeno Ariès fa ricorso alle teorie di G. Bataille, secondo il quale l’amore e la morte costituiscono i due punti deboli della difesa che l’uomo ha innalzato contro la natura. Da queste due brecce nel bastione trapela la violenza selvaggia, che al di là di una certa soglia unisce in una sola sensazione la violenza e il piacere. In questa epoca appunto, che si estende grosso modo tra il Rinascimento e l’illuminismo, si osservano i primi segni di crisi delle tradizionali difese culturali contro la natura. Attorno alla morte si accumulano i fenomeni più paradossali: dall’amore per le dissezioni alla necrofilia, dall’accostamento di Eros e Thanatos nell’età barocca ai cimiteri di mummie. Allo stesso periodo risale anche la prima forma della grande paura della morte, che allora si esprimeva nel terrore di essere sepolto vivo. La morte, considerata allo stesso titolo della sessualità come una rottura insieme affascinante e terribile della familiarità quotidiana, ispira desiderio e paura: ambedue emozioni da bordo dell’abisso.

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L’epoca moderna ha visto diverse trasformazioni, più o meno sotterranee, del senso della morte. Ma solo quando si afferma la morte romantica possiamo dire che il sentimento millenario della morte entra in un’epoca che possiamo sentire come spiritualmente nostra. Chiamandola la morte di te, Ariès ha voluto sottolineare l’elemento determinante del cambiamento sopravvenuto nel XIX secolo: il senso dell’altro occupa il primo piano. L’affettività, che prima era diffusa, si è ormai concentrata su alcuni rari esseri, dai quali non si sopporta più di separarsi. “È una rivoluzione del sentimento, tanto importante per la storia generale quanto quella delle idee o della politica, dell’industria o delle condizioni socio-economiche, della demografia: tutte rivoluzioni che debbono avere tra di loro rapporti più profondi di una semplice correlazione cronologica”. La paura della morte, in germe nei fantasmi dei secoli precedenti, fu deviata da sé verso l’altro, l’essere amato. L’epoca romantica è stata, al tempo stesso, l’epoca delle “belle morti”. La morte non è più familiare e addomesticata come nelle società tradizionali, ma non ha più neppure l’aspetto selvaggio della trasgressione che affascinava-spaventava i figli spirituali del marchese de Sade. È diventata patetica e bella. Il patetico smisurato del romanticismo è canalizzato nel culto dei morti. Ariès dimostra inequivocabilmente che il carattere esaltato e commovente del culto dei morti, con l’annessa visita al cimitero, non è di origine cristiana. Deriva dal positivismo; i cattolici vi hanno in seguito aderito e l’hanno assimilato così perfettamente da crederlo un valore proprio.

L’ultimo modello descritto è presentato come la morte rovesciata. Lo conosciamo bene, perché è a noi contemporaneo. È una rivoluzione brutale delle idee e dei sentimenti tradizionali: la morte si cancella fino a sparire. È nascosta al morente stesso. Lo storico ipotizza che possa trattarsi qui del prolungamento dell’affettività del XIX sec.: si protegge il morente o il malato grave dalla sua propria emozione, nascondendogli fino alla fine la gravità del suo stato. La morte diventa qualcosa di sporco, da sottrarre agli sguardi degli stessi congiunti. Tanto il nascondere all’altro la sua morte, quanto il nascondere il malato stesso per il disgusto della malattia, obbediscono allo stesso imperativo: escludere la morte. La medicalizzazione della morte, iniziata con i primi successi terapeutici della medicina scientifica, celebrerà i suoi trionfi nell’ospedale concepito come istituzione totalitaria. La morte scompare così definitivamente dall’universo domestico. A rendere totale il rifiuto della morte basterà un ultimo tratto: la soppressione del lutto.

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La rivoluzione nei sentimenti e nei costumi relativi alla morte è così brutale che non ha mancato di colpire gli osservatori sociali. Qui Ariès si trova in compagnia di antropologi, psicologi, sociologi e medici che negli ultimi anni hanno denunciato il fenomeno, comune a tutte le società occidentali. Le opere di Morin, Gorer, Mitford, Illich sono note al nostro storico. A differenza dei critici della cultura, Ariès si astiene dall’indicare nella secolarizzazione o nell’avanzata dello spirito borghese le cause dell’emarginazione della morte nelle società orientate alla produzione e al progresso. Suo compito è quello di registrare le variazioni del senso della morte, rilevando al tempo stesso la continuità storica. Si astiene anche dal suggerire interventi per rimediare al grande malessere psico-sociale che deriva dalla moderna repressione della morte. Ma il lettore che si è lasciato prendere dalla passione di Ariès per la storia del sentimento umano della morte non può mancare di cogliere il suo invito implicito a cercare un’uscita dall'impasse attuale non in una “evacuazione della morte, bensì in una sua “umanizzazione”. Ciò vuol dire conservare una morte necessaria, ma allora accettata e non più vergognosa. Questo è l’insegnamento che con lo storico ricaviamo dalle antiche saggezze.

Al termine della presentazione dell’opera di Ariès la timidezza iniziale resta confermata. Il recensore non può non rendersi conto dell’impoverimento che subisce quella grande ricerca quando viene ridotta allo scheletro delle idee portanti e privata del continuo gioco che deriva dal confronto delle ipotesi con il vastissimo materiale eterogeneo di cui si serve lo storico. La recensione resta in ogni caso giustificata in quanto invito alla lettura dell’opera. Questa non interessa solo quella categoria singolare di studiosi che hanno assunto il nome di “tanatologi”. Vi possono attingere i cultori di letteratura e di arte come gli studiosi di scienze umane; gli operatori in campo sanitario (essi specialmente, sulle cui spalle grava il peso della morte completamente medicalizzata) come i privilegiati che possono dedicarsi ai piaceri dell'otium, concedendosi una lettura di raffinata qualità culturale.

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R. GordonDying and creating: a search for meaning, The Society of Analitical Psycology, London 1978, pp. 186.

Continuare a ripetere che la morte sia un tabù culturale dell’Occidente comincia a diventare un luogo comune che non risponde più a verità, allorché si considerano le pubblicazioni sull’argomento che si succedono a ritmo incalzante. Tra le tante, questo libro di Rosemary Gordon, una psicoanalista inglese, merita una segnalazione speciale. Cattura l’attenzione già il titolo stesso, con quell’accostamento audace, e assolutamente non convenzionale, tra morte e creatività. L’unione tra i due termini è avvenuta per l’Autrice spontaneamente: non per un’alchimia culturale, ma sul filo della pratica professionale quotidiana. Con propria sorpresa — confessa — ha osservato che, qualunque fosse l’età e il quadro patologico dei suoi pazienti, presto o tardi nel corso dell’analisi arrivavano a un confronto con la morte; e che questo processo li metteva in contatto con le radici profonde della creatività. Tra la morte, creatività e trasformazione come esperienza psicologica scopriva un legame organico, che si può esprimere dicendo che la persona che vive e lavora creativamente è anche capace di morire creativamente. Prendeva così corpo gradualmente la tesi su cui è costruito il libro, cioè che la condizione per morire bene e creare bene è di rimanere aperti e disponibili sia alle forze della vita che alle forze della morte.

Trattando l’argomento della morte da psicoanalista, la Gordon deve inevitabilmente riferirsi al pensiero di Freud e Jung. Riconosce ad ambedue il merito di aver preferito affrontare il soggetto scomodo, piuttosto che nasconderlo sotto il tappeto come si era preferito fare nel sec. XIX e all’inizio del XX. È noto il posto che occupa la pulsione di morte, come antagonista della libido, nella teoria freudiana dell’ultimo periodo. Tuttavia alla pulsione di morte Freud non concede uno statuto analogo a quello della pulsione libidica. L’istinto di morte per lui rimane “muto”. Non si esprime direttamente nei termini di un desiderio attuale di morte, e neppure nella capacità di averne una rappresentazione mentale: la pulsione di morte si esprime solo nei termini o di paura della morte, o di aggressione. L’insufficienza della teoria freudiana nel dare alla morte tutto lo spessore antropologico che le spetta era già stata rilevata. Il medico-filosofo Viktor V. Weizsäcker, per esempio, avvertendo che in Freud la pulsione di morte è solo un surrogato dell’incontro dell’uomo con la morte come avviene realmente nella vita, aveva già proposto un

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completamento della famosa formula freudiana (“Aus Es soll Ich werden”) con il suo inverso: “Aus Ich soll Es werden”; vale a dire: dalla morte deve farsi la vita, e dalla vita deve farsi la morte. L’introduzione del soggetto nella patologia comporta l’introduzione della morte.

Il significato antropologico positivo della morte ha avuto la massima attenzione da parte di quelle psicologie che hanno preso in considerazione non solo le realizzazioni patologiche dell’esistenza umana, ma quelle “normali”, e ancor più le persone maggiormente autorealizzate. Maslow ha osservato che le peak-experiences — i vertici della realizzazione estetica, religiosa, amorosa — sono simili a una bella morte. È come se il vivere più esaltante possedesse in sé qualcosa avido di morire. Ogni compimento si presenta così come un cammino verso la morte.

A un livello intermedio tra Freud e Maslow possiamo collocare la teorizzazione di Jung del legame tra morte e creatività. È appunto la teoria junghiana che la Gordon adotta come impalcatura portante, integrandola con i più recenti apporti di Fordham sullo sviluppo della personalità. Punto di partenza è la convinzione del fondatore della psicologia analitica che la psiche dell’uomo si interessa direttamente, spontaneamente e naturalmente della morte. Come la natura stessa si prepara alla morte, così fa l’uomo. La morte non è soltanto un evento, ma un processo che comporta cambiamenti e sviluppi durante la fase terminale della vita. Jung afferma di essere stato in grado di riscontrare indicazioni, nei sogni di alcuni suoi pazienti, dell’avvicinarsi della morte, anche quando non c’erano pensieri coscienti provocati dalla situazione esterna.

L’ipotesi di una preparazione inconscia alla morte è stata verificata su materiale empirico dalla Gordon stessa in uno studio su cui riferisce dettagliatamente. Quattro suoi pazienti prossimi alla morte, sottoposti al test di Rorschach, hanno prodotto immagini che gli studiosi dell’espressione simbolica interpretano come riferentesi alla morte; e inoltre questi simboli rivelavano atteggiamenti sia di resistenza che di resa alla morte.

La complessità degli atteggiamenti nei confronti della morte — tanto di quelli individuali quanto di quelli che caratterizzano i gruppi socio-culturali — dipende dalla posizione che si assume su un asse che ha alle sue estremità la “separazione” e la “totalità”. In altri termini, si può puntare sulla ricerca di una identità ben differenziata: e allora la morte appare come il nemico e il distruttore; oppure sulla ricerca della sintesi, dell’unione, della totalità: uno stato che può essere realizzato solo quando nella morte la strutturazione dell’io viene superata, per riversarsi nel

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Sé. Gli stati caratterizzati da fusione, assenza di confini, non-essere, sono dominati da Thanatos. Questo desiderio di fusione può essere psicopatologico. In tal caso il rifiuto di morire si esprime nel rifiuto di vivere, cioè nella nevrosi. La Gordon illustra con chiarezza convincente il sofisma che sta alla base della psicosi: per evitare la morte che cammina accanto, si blocca il proprio sviluppo, in modo da non avere un lo da sacrificare; e inoltre, dal momento che cambiare significa accettare la coscienza della fine che si avvicina, insieme alla morte viene evitato ogni cambiamento. Il rifiuto psicopatologico della morte è illusorio, perché il rifiuto della morte futura significa la morte ora.

Ma c’è anche un’apertura alla morte non psicopatologica e regressiva, in cui agiscono le forze pulsionali che tendono alla massima realizzazione umana. Questa è propriamente l’esistenza creativa, condotta sotto la spinta della “ricerca del significato”. In quest’area di esperienza troviamo il senso di partecipazione mistica, che vede nella morte un passaggio verso il Sé. Condizione previa è che si sia formata nell’individuo la capacità della “funzione simbolica”, quel processo che nella psicologia di Jung unisce il conscio con l’inconscio, il familiare con l’estraneo. Per chiarire la differenza tra il Sé originario, dominato dal senso di fusione oceanica, e il Sé cui si giunge attraverso il processo creativo, che include e supera l’io, sarebbe forse opportuno parlare in questo secondo caso di “Sé transpersonale”, come fa la psicosintesi di Assagioli.

Nel presentare il libro della Gordon abbiamo dato la prevalenza alla discussione dei costrutti teorici. E a ragion veduta: perché il libro della Gordon è solido e stimolante dal punto di vista della teoria psicologica. Inevitabilmente però abbiamo fatto ingiustizia, in questa maniera, alla ricchezza clinica che contiene, con il continuo riferimento ai vissuti dei pazienti, così come prendono forma nell’analisi. Lasciamo la valorizzazione di questa dimensione del libro al contatto diretto che ne vorrà prendere il lettore.

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R.A. MoodyLa vita oltre la vita, Mondadori, Milano 1977, pp. 165.

Portato dall’onda dell’interesse recente per la morte — o piuttosto per la forma storica che il morire ha assunto nella civiltà industriale avanzata — un nuovo libro ci giunge dagli Stati Uniti. Lo presenta Elisabeth Kübler-Ross, ormai un’autorità in materia, grazie all’eco internazionale della sue interviste con i morenti raccolte nel volume II morire e la morte (Cittadella, Assisi 1976). Anche questo libro non corre pericolo di passare inosservato: si occupa di un argomento singolare destinato ad assicuragli l’attenzione del grande pubblico. Espone i risultati di colloqui avuti dall’autore con persone tornate in vita dopo essere state credute o dichiarate clinicamente morte dai medici (in modo subordinato è riferita anche l’esperienza di persone che, durante incidenti o malattie gravi, sono andate vicine alla morte fisica). Mentre la Kübler-Ross studiava il morire e le sue fasi, abbandonando il morente sulla soglia in cui scivola nell’incoscienza, qui l’esplorazione si spinge fino a quella “terra di nessuno” che si stende tra la morte clinica e la frontiera da cui non c’è ritorno.

È autore della ricerca un giovane docente, R.A. Moody, i cui interessi fluttuano tra la filosofia e la medicina, arrivato casualmente a scoprire che qualcuno ha vissuto la singolare esperienza di poter raccontare la propria “morte”. Incuriosito, si è messo a cercare sistematicamente tali casi e ne ha scoperti, nel giro di pochi anni, circa 150; con queste persone ha condotto interviste approfondite. Egli si dichiara convinto che in ogni ambiente ce ne siano una quantità, ma che i protagonisti esitano a raccontare il loro vissuto per paura dell’incredulità generale o per geloso riserbo. Moody è stato colpito da un fatto singolare: pur provenendo i suoi intervistati dagli ambienti geografici e culturali più disparati e senza nessun contatto tra di loro, i loro racconti presentano una sorprendente analogia. Egli ha isolato una quindicina di elementi, che, in ordine diverso, ricorrono in quasi tutti i resoconti.

Ridotta alla sua struttura più tipica, l’esperienza della pre-morte può essere così tratteggiata. Il distacco dalla vita comincia con inconsuete sensazioni uditive; a volte fastidiose e spiacevoli, altre volte gradevoli. Spesso alla sensazione sonora si accompagna quella di percorrere rapidamente e forzatamente uno spazio buio, come una galleria o una valle. Ecco poi la prima imprevedibile esperienza: il morente ha l’impressione di abbandonare il proprio corpo. Si trova di colpo a osservare il proprio

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corpo da fuori, come uno spettatore o una terza persona. In genere a questo che si rende conto che sta morendo. Nella stragrande maggioranza dei casi le persone dichiarano di essersi sentite in un altro corpo dopo essere uscite dal loro corpo fisico. Pur dichiarando unanimemente l’inadeguatezza del linguaggio ordinario a descrivere il nuovo corpo, i reduci dell’ultima frontiera concordano sulle caratteristiche e sulle facoltà del nuovo corpo. Con questo essi possono vedere gli altri e comprendere i loro pensieri, ma non possono a loro volta essere veduti, né uditi. Ogni comunicazione con gli altri esseri umani si interrompe, anche quella attraverso il tatto, perché il corpo spirituale non è un corpo solido. Il sentimento di solitudine angosciosa che accompagna questa fase è alleviato però dall’incontro con altri esseri che si fanno vicini al morente per aiutarlo nel viaggio che sta compiendo. Si tratta di esseri spirituali, spesso parenti o amici morti; e soprattutto — se siamo disposti a concedere credibilità a questi incredibili racconti — una luce chiarissima. È sentita per lo più come un essere personale, che emana amore e calore; e interpella personalmente il morente. Questi prova verso la luce una irresistibile attrazione magnetica. Dopo la sua apparizione l’essere di luce comincia a comunicare con il morente. Ne segue un momento di stupefacente intensità, durante il quale il morente viene reso presente a tutta la propria vita. Più che di ricordi analitici, si tratta di una specie di panoramica istantanea, benché vivida e reale. Alcuni definiscono il riepilogo come un mezzo educativo usato dall’essere di luce. Mentre guardano passare la loro vita, l’essere sottolinea l’importanza di due cose: imparare ad amare gli altri e acquisire conoscenza.

Un ultimo elemento comune ai resoconti è il ritorno. Tutti, evidentemente, sono tornati; ma nelle testimonianze il modo e il perché del ritorno alla vita fisica variano sensibilmente da individuo a individuo. I più dicono di non sapere come è perché siano tornati indietro, o di poter soltanto fare congetture. Per lo più affermano di aver semplicemente sentito, al termine dell'esperienza, di essersi “addormentati” o di essere caduti in uno stato di incoscienza, per risvegliarsi poi nel corpo fisico.

La parte centrale del libro è costituita, abbiamo detto, dai resoconti di queste “esperienze della morte”, di cui abbiamo riferito l’ossatura costante. L’opera di Moody però non si ferma qui. Egli si è fatto apostolo e propagandista dell’interesse per quel tratto di confine dell’esistenza umana che per alcuni (pochi? molti? quanti, in realtà?) è stato reversibile. Nel corso di numerose conferenze, dibattiti, incontri ha ascoltato tante

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domande, alle quali ha cercato di dare una risposta. Esse vertono sull’autenticità e attendibilità dei racconti, la diffusione dell’esperienza, il rapporto con la religiosità delle persone coinvolte, gli aspetti clinici del fenomeno. L’autore stesso, infine, si è posto degli interrogativi sulle possibili spiegazioni di queste singolari esperienze, cercandole sia sul versante della fisiologia che su quello della psicologia. Questi dibattiti costituiscono la seconda parte del volume. Il quale resta, nel suo insieme, un’opera difficile da valutare. È una confezione astuta, mirante al successo? Il successo le è certo arriso. Pubblicato alla fine del ’75 da un’oscura casa editrice americana, il libro in poche settimane è stato stampato ben otto volte, raggiungendo la tiratura straordinaria di 174.000 copie. Ripreso in una collana economica, è entrato nell’orbita dei bestseller, suscitando vasta eco su tutta la stampa degli Stati Uniti. Cominciano ora le traduzioni nelle altre lingue.

Tuttavia l’ipotesi del bluff è poco credibile: la personalità dell’autore è lineare e il suo appassionato interesse all’argomento è convincente. Abbiamo dunque a che fare con un’opera scientifica o filosofica? Moody è ben cosciente di non poter pretendere una tale qualifica per il suo lavoro (cfr. p. 155). Egli rifiuta, del resto, di trarre “conclusioni” dal suo studio. In particolare si rifiuta di utilizzare le testimonianze raccolte per “provare” l’esistenza di una vita oltre la morte. In considerazione di tale esplicita intenzione dell’autore bisogna rilevare che la presentazione editoriale di copertina dell’edizione italiana (che afferma categoricamente: “esiste una vita dopo la morte”; e riferisce i racconti a “esperienze dell’aldilà”) è fuorviarne. Le esperienze qui considerate restano ancora nell’ambito dell’aldiquà; ampliano di una spanna l’ambito dei vissuti che fanno parte della vita umana, in quanto di essi si può ancora riferire, ma non aboliscono la frontiera dell’immanenza che può essere superata solo dall’immaginazione simbolica, dal logos filosofico e dalla fede religiosa. L’autore, benché affascinato dai fenomeni in cui si è fatto araldo, conosce la modestia del limite. Gli interessa maggiormente attrarre l’attenzione su questi vissuti, piuttosto che dare una spiegazione di essi. Afferma esplicitamente: “Durante le mie conferenze ho incontrato gente che mi suggeriva le spiegazioni più diverse. Chi ha una mente orientate verso un’interpretazione della realtà fisiologica o farmacologica o neuro logica vede i propri orientamenti come una fonte di spiegazioni intuitivamente ovvie, anche quando gli vengono sottoposti casi che sembrano escluderle o negarle. I fedeli di Freud identificano con gioia nell’essere

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di luce una proiezione del padre del soggetto, mentre gli adepti di Jung vi scorgono gli archetipi dell’inconscio collettivo, ecc. Pur desiderando sottolineare nuovamente che non intendo suggerire una mia spiegazione, ho voluto dare alcuni motivi che mi inducono a considerare quanto meno discutibili le spiegazioni che mi vengono proposte. Voglio suggerire semplicemente questo: lasciamo almeno aperta la possibilità che le esperienze di pre-morte rappresentino un fenomeno nuovo che può richiedere nuovi modi di spiegazione e interpretazione” (p. 150 s.).

E allora come catalogare l’originale inchiesta di Moody? Se la qualifica non viene presa in senso di discredito, la si potrebbe considerare un saggio antropologico con intenti umanistici. L’autore, se è indotto dalla coscienza dei limiti scientifici della sua ricerca a restare aperto e possibilista quanto alle interpretazioni dei fenomeni, è invece esplicito nel sottolineare l’interesse che porta al mutamento dei valori che fa seguito al ritorno in vita. La vita di coloro che hanno vissuto questa esperienza-limite è stata ampliata, approfondita. Nessuno ha ritenuto opportuno fare proseliti, tentare di convincere gli altri delle realtà conosciute. Tutti invece (tutti gli intervistati, in ogni caso: altri hanno evidentemente considerato l’esperienza come insignificante o l’hanno rimossa) hanno assunto un atteggiamento diverso nei confronti della vita e della morte. Quasi tutti sottolineano il loro desiderio di coltivare l’amore per gli altri, un amore di un genere unico e profondo. La decisione è connessa all’essersi sentiti totalmente amati e accettati dall’essere di luce mentre avveniva il riepilogo della vita. È come se la vita, vista dal limitare della pre-morte, cambiasse aspetto e mostrasse la sua natura più intima, quella di un progetto di crescita nell’amore e nella conoscenza. La morte stessa si trasforma: essa non spaventa più in quanto tale. La pre-morte appare perciò come una via tra le altre per giungere a una nuova e più vera consapevolezza. Tra le altre vie quelle che sembrano a Moody più vicine all’esperienza della pre-morte sono i fenomeni allucinatori prodotti da droghe (in particolare la pianta peyote, usata nella convinzione che costituisca un mezzo valido per passare ad altre dimensioni della realtà) e le esperienze di isolamento. Queste oggi vengono anche provocate sperimentalmente in laboratorio per studiare gli effetti della deprivazione sensoriale. Alcuni considerano ciò che hanno provato durante l’isolamento come autentiche esperienze di conoscenze di altri regni dell’essere, e non come immagini “irreali” e “illusorie”. “Ciò che impariamo sulla morte può rendere assai diverso il modo in cui viviamo” (p. 158): questa l’affermazione conclusiva

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dell’autore, che, a nostro avviso, costituisce il vero centro di gravitazione della ricerca. Perciò proponiamo di leggere questo libro singolare in chiave etico-umanistica, piuttosto che scientifica o metafisica.

È questa, in particolare, l’angolatura da cui vorremmo proporre la lettura di questo libro ai medici. Le testimonianze personali dei reduci dai gravi stati comatosi non offrono assolutamente nessuna luce alla patologia o alla terapia; tanto meno costituiranno un argomento per convincere il medico, o chicchessia, che l’aldilà esiste. Ma il medico, così abituato ad osservare solo i segni obiettivi e a diffidare di ciò che il paziente gli dice, così indifferente alla realtà interiore del paziente, potrà forse intuire l’abisso di esperienza umana che lo separa dal cliente che ha rianimato dalla morte clinica. All’orizzonte emerge l’auspicio di un rapporto tra medico e paziente di ben altra qualità umana. Se il medico dedicasse un po' di tempo anche a interrogare il suo paziente su ciò che ha provato e sentito (nel quadro di quei “sei minuti” che Balint reclama per il paziente), non potrebbe forse ricevere in contraccambio della sua opera medica un vantaggio esistenziale, un riflesso di saggezza di vita?

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T. BertheratGuarire con l’antiginnastica, Mondadori, Milano 1978, pp. 199.

Un libro di struttura autobiografica, in cui l’Autrice ci racconta il suo lavoro e l’itinerario che ha percorso per scoprirlo. Iscrittasi a un corso di cinesiterapia, aveva appreso il maggior numero possibile di tecniche applicabili alla terapia riadattiva. Ma la ginnastica medica le sembrava meccanica, violenta e il più delle volte inefficace. Non era questo il lavoro sul corpo che cercava. La rivelazione le venne da alcune insegnanti che praticavano una specie di ginnastica “alternativa”, in particolare da Frangoise Mézières, che la Bertherat considera come la sua vera maestra. Influenzata dalla medicina cinese, l’“antiginnastica” presuppone una visione del corpo in cui la salute dipende da un’equilibrata distribuzione dell’energia. È quindi opposta a quella occidentale, che divide il corpo a scompartimenti, in cui ogni “ripiano” è affidato a uno specialista diverso. Tendiamo a considerare il nostro corpo come una macchina per forza difettosa, composta di tanti pezzi separati (testa, schiena, piedi, nervi...), ciascuno di competenza di uno specialista del quale si accetta ciecamente l’autorità e il verdetto. Lasciamo la responsabilità della nostra vita, del nostro corpo, agli altri. La conseguenza? Il nostro corpo è diventata una casa disabitata! La chiave della felicità, corporea e psichica insieme, consiste nel riprendere possesso del proprio corpo, abitarvi finalmente e trovarvi vitalità, salute e autonomia: “prendere coscienza del proprio corpo è accedere a tutto il proprio essere ...poiché corpo e anima, psiche e fisico, e anche forza e debolezza, rappresentano non la dualità dell’essere, ma la sua unità”.

Il termine “antiginnastica” è inadeguato, per ammissione della stessa scrittrice; evoca solo imperfettamente i metodi naturali di coloro che considerano il corpo come un’unità indissolubile. Ancor meno lascia intendere quanto di positivo viene affermato sull’uomo: l’equazione pratica tra il corpo di un essere e la sua vita; l’incapacità di vivere pienamente, se prima non sono state risvegliate le zone morte del corpo e tolte le corazze della struttura muscolare (la dottrina bioenergetica di W. Reich aleggia da un capo all’altro del libro). L’“antiginnastica” si propone, come orizzonte utopico, di indicare la strada da percorrere per giungere sino a noi stessi: “Possiamo, dobbiamo sentire nel nostro corpo chi siamo ...Essere prima di tutto corpo. Essere finalmente corpo. Essere”.

Non mancano osservazioni originali: sul ruolo del corpo dell’insegnante

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nel rapporto didattico; sulla sensibilità per il corpo degli altri nel rapporto sanitario. A questo proposito, vale la pena riportare le osservazioni della Bertherat circa i medici. Non li assolve dall’accusa di insensibilità rivolta a molti di loro; ne dà soltanto una diversa spiegazione: “Invece di dire che non hanno cuore, sarebbe più giusto dire che non hanno corpo. Abitandolo così poco, avendo solo la percezione della testa e delle mani, non possono vedere i pazienti come esseri interi. Per quei medici i pazienti si riducono alla malattia che hanno”. Di qui passa a suggerire che, prima di scegliere la facoltà di medicina, i candidati possano seguire un corso di presa di coscienza del corpo: “Invece di essere ridotto allo studio di tavole anatomiche o alla dissezione di cadaveri, la loro conoscenza del corpo umano — dell’intero essere — sarebbe arricchita attraverso una ricerca effettuata sulla loro persona”.

I rappresentanti della scienza ortopedica faranno i loro appunti a questa singolare divulgazione di metodi terapeutici “alternativi”. Il grosso pubblico non potrà che rimanere affascinato dalla carica ideale e dall’entusiasmo contagioso che emanano da queste pagine. Fare del proprio corpo una “casa accogliente” da abitare con gioia, anzi da abitare in due: come negare il proprio assenso un simile programma?

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S. SontagMalattia come metafora, Einaudi, Torino 1979, pp. 69.

Susan Sontag tiene da anni un posto di rilievo sul palcoscenico letterario americano. Scrittrice, saggista, regista teatrale, animatrice di dibattiti e polemiche, conferisce un taglio personale ai soggetti più disparati a cui rivolge il suo interesse. Uno dei suoi ultimi interventi riguarda la malattia, o più precisamente la mitologia che circonda alcune malattie. Il saggio è apparso dapprima in tre quaderni dell’autorevole New York Review of Books ed è stato successivamente riunito in un volumetto. Ripetizioni e ridondanze, che sicuramente non erano avvertite negli articoli originali, sono piuttosto evidenti nella redazione unificata. Sarà difficile tuttavia che il lettore debba denunciare nel corso della lettura un calo di interesse. Muovendosi con disinvoltura tra una dovizia di citazioni tratte dalla letteratura americana e francese — nelle quali la Sontag si trova più a suo agio —, e marginalmente da quella tedesca, l’Autrice insegue le variazioni del suo tema: la malattia vista non come fatto medico-scientifico, ma come metafora di una realtà psicologica, sociale o politica. Una prima impressione superficiale potrebbe indurci a credere che ci troviamo di fronte al tipico letterato che si nutre di letteratura e produce letteratura. Ci soccorre l’informazione, riportata da alcuni critici nel recensire l’opera, secondo cui il libro non nasce da un puro interesse letterario, bensì da un’esperienza di cancro vissuta dalla scrittrice. Solo la nervosità della scrittura lascia indovinare l’intenso pathos che la ispira, quasi una tacita confessione di quanto la sofferenza causata dal peso delle metafore e dei simboli sovrasti quella legata al dolore fisico. La partecipazione interiore della Sontag non è dissimulata. La saggista lascia che il tema prenda tra le sue mani la colorazione di un messaggio, e che il saggio letterario sconfini nel pamphlet.

Il libro è costruito dall’intreccio di tre argomenti: l’uso della tubercolosi e del cancro come metafore di malattia mentale, la “psicologizzazione” della malattia, la malattia come metafora politica. Il confronto tra la mitologia popolare della tubercolosi e quella analoga che si riferisce il cancro è il più avvincente. Con un abile collage di citazioni e di riferimenti, la scrittrice evoca la funzione rispettiva delle due malattie nell’universo simbolico del proprio tempo: ambedue considerate, in epoche diverse, più che malattie, simboli addirittura della morte stessa; due nomi dotati di potere magico, soggetti alla disciplina del tabù. Per lungo tempo morire di tbc è stato considerato misterioso, romanticamente “interessante”,

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segno di una natura superiore e creatrice. Con la scomparsa della malattia — grazie soprattutto alla scoperta della streptomicina — la forza del mito dileguò. Alcune delle metafore legate alla tubercolosi sono passate alla follia (“l’idea del malato come creatura febbrile e spericolata, disponibile agli estremi delle passioni, come individuo troppo sensibile per tollerare gli orrori del volgare mondo di tutti i giorni”), altre sono state trasferite al cancro. Il quale non ha goduto del processo di spiritualizzazione che ha sublimato la tubercolosi, anzi è stato soggetto a una specie di “demonizzazione”: fonte di sofferenza tormentata, malattia ignobile e umiliante. Ma il cancro ha in comune con la tubercolosi la caratteristica di essere assurto a malattia mortale, veicolo perciò di tutti quei pregiudizi che neutralizzano il normale uso della ragione (basti pensare, per fare un solo esempio, alla paura di contrarre il cancro per contagio, che fa evitare la vicinanza o il contatto fisico con persone che ne sono colpite). Inoltre in questa specie di mitologia popolare della malattia che si trova riflessa negli stereotipi letterari, tanto la tubercolosi quanto il cancro sono considerate come malattie della passione: conseguenza della frustrazione la tbc, della repressione degli istinti sessuali o violenti il cancro.

L’analisi della Sontag trapassa così nel secondo tema: la “psicologizzazione” della malattia. Il carattere misterioso della malattia che, nelle diverse epoche, è assunta a simbolo del male che mina l’esistenza umana, favorisce l’uso della malattia per giudizi di tipo morale e psicologico. Sorge così il legame tra malattia e colpa. Per l’uomo secolarizzato la malattia non è più lo strumento della collera divina per i peccati personali o collettivi; essa resta, nondimeno, nell’ambito della responsabilità individuale. Dapprima la psicoanalisi ha aperto una breccia nella massiccia struttura del meccanismo materialistico che reggeva la medicina ottocentesca, riconoscendo nei conflitti psichici la causa dei sintomi somatici propri delle nevrosi; in seguito gli sviluppi della medicina psico-somatica hanno messo sempre più in luce lo stretto intreccio tra organismo, emozioni e idee nella maggior parte delle malattie. Anche quell’ineluttabile realtà materiale che è la malattia può avere una spiegazione psicologica: è quanto Susan Sontag chiama “psicologizzazione” della malattia. Il cancro, in particolare, viene ricondotto da una certa stampa divulgativa alla negazione delle emozioni, all’incapacità di esprimerle o di dirigerle. Già Groddeck, che per l’A. è il rappresentante più tipico dell’ala psicologizzante, interpretava il cancro come “energia frenata”.

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Nelle riviste popolari americane diventa la malattia delle persone “a marcia bassa”, che s’abbandonano di rado a sfoghi emozionali. Nel postulato che le emozioni producono malattie, e che la volontà possa curarle, la Sontag vede una terribile trappola: “Le teorie psicologiche della malattia sono un mezzo poderoso di gettare la colpa sul malato. Spiegare ai pazienti che sono la causa, involontaria, della propria malattia significa anche convincerli che se la sono meritata”.

L’ultima parte del volumetto affronta un particolare uso metaforico della malattia: quello socio-politico. È tradizionale ricorrere alle malattie in senso polemico. L’avversario diventa allora una minaccia per l’organismo sociale; la sua ideologia, secondo l’epidemiologia del momento, “la peste”, “il colera” o “la sifilide” da cui bisogna guardarsi. Anche il cancro, malattia del nostro tempo, non è sfuggito a questo uso. La metafora del cancro è radicale e tendenziosa, proprio per la bardatura mitica di cui questa malattia è rivestita. “Una metafora eccellente per i paranoici, per quelli che sentono il bisogno di trasformare le campagne in crociate, per i fatalisti (cancro = morte) e per chi subisce il fascino di un ottimismo rivoluzionario antistorico (l’idea che siano auspicabili soltanto i cambiamenti più radicali)”. In queste condizioni la metafora del cancro diventa “moralmente impossibile”, e S. Sontag si biasima per averla usata anche lei al tempo delle polemiche nel Vietnam, definendo la razza bianca “cancro dell’umanità”.

Non si può non dar ragione alla scrittrice quando afferma che le conoscenze mediche e i progressi nella terapia portano cambiamenti nelle immagini: il tempo della tubercolosi nella letteratura è finito (la protagonista di “Love story”, che nel secolo scorso sarebbe morta di “consunzione”, oggi è travolta dalla leucemia); neppure i comunisti parlano più dell’alternativa tra socialdemocrazia e fascismo come di una “scelta tra peste e colera”... Tuttavia è da supporre che l’abitudine di instaurare paragoni tra corpo e società, instauratasi già dal tempo dell’apologo di Menenio Agrippa, sopravviverà alla trasformazione delle immagini. Perché una lingua senza metafore non esiste. Finché non parleremo in algebra, la lingua salterà da una metafora all’altra.

Una questione più delicata è quella connessa con la “psicologizzazione” della malattia. La medicina scientifica, che persegue l’obiettività delle scienze della natura, non può rendere ragione alle domande — “Perché?, perché a me?” — che scattano quando sopraggiunge la malattia che minaccia la vita. La divaricazione tra la religione, che rispondeva

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additando la causa divina, e la medicina, nel cui ambito tali questioni non hanno senso, ha lasciato un nodo irrisolto. Se ne avverte la presenza nel senso di colpa, ora non più legato a una problematica religiosa, bensì fluttuante. Assumersi responsabilmente la colpa, riconducendo le cause al soggetto, diventa l’unica alternativa possibile per chi è immerso in una cultura che ha demitizzato la malattia.

La “psicologizzazione” non è poi così recente come crede la Sontag. Le sue radici vanno cercate nella riduzione antropologica già attuata dalla medicina greca. “Gli dei non sono colpevoli dei nostri dolori; le malattie e i dolori del corpo sono prodotti delle nostre dissolutezze”: lo affermava Pitagora. La scrittrice americana pensa che, per liberarsi dai resti scomodi di una incompleta demitizzazione della malattia, si debba procedere verso un razionalismo ancor più radicale, facendo piazza pulita di quel vissuto umano che si esprime mediante gli usi metaforici della malattia. Il suo discorso letterario e culturale si sostiene su un ingenuo a priori positivistico, secondo cui ci sarebbero nella malattia fatti “in sé”, che la lama acuminata della ragione è in grado di separare dalle idee (benché la sua analisi verta sulle idee: “Il mio tema non è la malattia fisica in sé, ma i modi in cui la malattia viene usata come figura o come metafora”). La tesi è esplicita, stampata nella prima pagina del libro: bisogna liberarsi dalle metafore (“la maniera più sana di essere malati è quella più libera da pensieri metaforici e ad essa più resistente”).

“La malattia non è una metafora”: quel “non”, sottolineato dall’Autrice, è il momento di maggior tensione del libro. Esso svela che il vero interesse della scrittrice si situa non a livello culturale, ma etico; non le interessa fare un brillante confronto tra i veli vaporosi (e mistificanti!) con cui la letteratura romantica ha avvolto la tubercolosi e lo spesso sudario angoscioso sotto il quale la nostra epoca nasconde il cancro. Intende piuttosto prescrivere un comportamento: “non bisogna” lasciarsi offuscare la ragione dall’irrazionale, veicolato dalla metafora di malattia mortale! Si ha bisogno di tutte le proprie forze razionali per lottare contro il male, senza lasciarsi paralizzare da sensi di colpa, angosce, ricatti morali. Allora il cancro diventerebbe una malattia “naturale”, come le altre. Si potrebbe morire di cancro come di infarto: con una morte logica, senza mistero, per usura dell’organismo.

Qui appunto sorgono le riserve più forti di chi non si lascia sedurre da questo accattivante razionalismo: quello della “morte naturale” non è un’altra creazione mitica? Potrà mai l’uomo riconciliarsi con l’idea

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della morte? Non potendo rispondere con categorie immanentiste agli interrogativi scomodi che pone la morte, la nostra cultura preferisce cancellarla dal discorso. Ecco perché è così difficile venire a capo di una “malattia mortale”, come è considerato oggi il cancro, senza guardare in faccia la morte. Ma in questo tabù della morte non c’è forse più inquietudine di eternità che in una piatta “morte naturale”? Si potranno muovere diversi appunti al libro di Susan Sontag: non certo quello, però, di non stimolarci a riflettere su quei massimi problemi umani che una volta erano chiamati “i novissimi”, ovvero le cose ultime che chiudono l’orizzonte escatologico individuale.

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G. HourdinIl dolore innocente. Un handicappato nella mia famiglia, Cittadella, Assisi 1978, pp. 254.

A più di un cattolico italiano il nome dell’autore risulterà familiare. Georges Hourdin ha fatto parte del gruppo di intellettuali che hanno contribuito a quella primavera della chiesa che la Francia ha vissuto nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, fino all’epoca del Vaticano II. Come direttore della rivista La Vie Catholique e come collaboratore di numerosi altri giornali e iniziative, Hourdin è stato uno dei cattolici impegnati più in vista. Nella sua vecchiaia il noto giornalista ha deciso di rendere di pubblico dominio una parte della sua vita rimasta costantemente in ombra. La sua famiglia ha conosciuto una dura prova: l’ultima degli otto figli, Marie Anne, è nata affetta da un grave handicap. Il linguaggio corrente lo chiama con un nome duro, che suona addirittura offensivo: mongolismo. Oggi si preferisce chiamarlo “sindrome di Down”, ovvero, con riferimento all’errore genetico che determina la malattia, “trisomia 21”.

I bambini che ne sono affetti portano nel loro corpo quelle stimmate visibili che li rendono immediatamente riconoscibili; la loro stessa intelligenza è gravemente compromessa. I trisomici ricevono in dotazione metà dell’intelligenza che avrebbero avuto se fossero stati normali. Si tratta qui dell'intelligenza misurata in Q.I., cioè della capacità di astrazione, di dominio dei segni e dei simboli creati dagli uomini per conservare e trasmettere il sapere. Ma questa intelligenza è tutto in una persona? Marie Anne capitava in una famiglia di borghesi appassionati di letteratura, di arte, di discussioni; una famiglia difficile da viverci per chiunque, ma soprattutto per chi è confinato nel mondo del concreto. Eppure la sua integrazione è riuscita. Il libro racconta in che modo. Grazie all’intelligenza e alla dedizione dei genitori e dei fratelli, ma anche a quegli educatori che per primi hanno tracciato dei sentieri pioneristici nel campo del recupero degli handicappati, Marie Anne ha potuto trovare un suo spazio, una sua funzione e un suo linguaggio espressivo. Anche questa, come ogni vera integrazione, ha prodotto reciprocità: i suoi familiari sono stati arricchiti da lei. Facendo il bilancio della sua vita, il padre intellettuale riconosce che proprio grazie a questa figlia è stato introdotto nel mondo del concreto e dell’affetto, della solidarietà e dell’innocenza, e ha scoperto dimensioni della propria personalità che ignorava. Lasciando briglia sciolta alle associazioni mentali, viene da ricordare

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le testimonianze registrate dal film-documentario Matti da slegare. Gli operai di un’officina metallurgica in cui erano stati integrati dei deboli mentali profondi, trisomici appunto, dichiaravano con una commozione mal celata come avessero scoperto, provocati da quelle presenze, una nuova solidarietà nell’ambiente di lavoro e fuori, e la possibilità di rapporti umani di altra qualità.

In questi ricordi meditati Hourdin ritorna a più riprese su un tema che attraversa il libro da un capo all’altro, fino ad attirare nella sua orbita il titolo stesso: il “dolore innocente”. La figlia handicappata lo ha costretto a guardare in faccia quella forma particolare di dolore che sorge da uno stato permanente di privazione, quando il bisogno di uguaglianza è violentato dal caso o dalla volontà dominatrice di alcuni. Il dolore innocente colpisce, secondo Hourdin, tutti gli esclusi e gli emarginati: il mal-formati, i male-amati, i mal-pagati; tutti coloro, insomma, che, senza loro colpa, sono privati definitivamente di una parte delle facoltà, dei sentimenti o dei beni che sono necessari per vivere la vita come la maggioranza degli esseri umani. La realtà del dolore innocente non offre solo lo spunto per una meditazione sulla zona di mistero che accompagna l’esistenza umana. Il credente Hourdin lo vive anche come una sfida a mettere in atto le capacità di condivisione proprie del cristianesimo e variamente realizzate nella storia millenaria della chiesa. Al progetto di lotta contro le ingiustizie fondamentali associa anche altri sforzi; ritiene che la risposta cristiana e la risposta democratica e socialista, siano “unite in maniera indissolubile nella volontà di diminuire o, se possibile, di eliminare il dolore innocente sulla terra”.

Nelle riflessioni sul dolore innocente Hourdin condensa il proprio passato di credente e di militante. L’angolatura teologico-sapienzale riflessa nel titolo rischia però di mettere in ombra quella più esperienziale e concreta del sottotitolo. Probabilmente più di un lettore sarà interessato alle sue esperienze di padre che ha dovuto affrontare il compito di educare una figlia trisomica. E in realtà il libro, oltre che un bilancio personale, vuole essere un invito alla fiducia per le famiglie che si trovano nelle stesse condizioni. Rintracciando il cammino percorso da una bambina ritardata mentale grave verso la conquista e l’esercizio della libertà, si rivolge ai genitori di bambini handicappati per condividere esperienze e speranze. È un discorso che interessa un numero rilevante di famiglie. Basti pensare che in Italia nascono, secondo stime attendibili, 1250 bambini Down all’anno. Hourdin ci fa partecipi dello smarrimento

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provato da lui stesso e dalla moglie di fronte alla diagnosi medica e alle difficoltà di intraprendere un’educazione della bambina senza una guida: “I medici ci avevano dato quel che potevano darci a quell’epoca. Sapevamo che nostra figlia era “mongoloide”. Era, il suo, un mongolismo medio. Era educabile. Tutto il resto, ora, toccava a noi...”.

Prima che l’opinione pubblica si interessasse al problema, l’isolamento dei colpiti da questo handicap e dalle loro famiglie era totale. Benché attorno a loro si costituisse spesso una costellazione di eroismi indicibili — intorno all’infanzia infelice esiste una società fondata sulla dedizione e la solidarietà —, tuttavia la mancanza di aiuti adeguati bloccava ogni possibilità di sviluppo mentale e sociale dei bambini Down. Attualmente qualcosa si sta muovendo per rompere questo isolamento sociale. Si è costituita a Roma, per esempio, l’Associazione Bambini Down, presso il Volontariato del Policlinico Gemelli. La mobilitazione delle famiglie è indispensabile per ottenere dei buoni esiti educativi. Dal momento che i bambini Down raggiungono gradi di sviluppo elevati solo se crescono in un ambiente familiare ricco di affetti e di stimolazioni, si richiede la partecipazione attiva dei genitori. Questi inoltre hanno bisogno di confrontarsi con gli altri nella stessa situazione, di scambiare esperienze e consigli, di socializzare il proprio problema privato.

I genitori di Marie Anne hanno messo in atto una strategia educativa che può essere considerata esemplare. La loro educazione è stata guidata costantemente dall’amore e dall’intelligenza. Non l’uno senza l’altra, perché, come ripete Hourdin, prendendo a prestito un’espressione dello psichiatra Bettelheim, “l’amore non basta”. Se l’amore non basta quando si tratta di realizzare un’educazione, qualunque essa sia, ciò vale in particolar modo quando si tratta dell’educazione di bambini handicappati. Il principio che ha guidato l’opera intelligente dei genitori di Marie Anne può essere riassunto nel tentativo costante di inserire la bambina nel nucleo familiare. Per arrivare a tanto hanno dovuto, come primo passo, accettarla. In un primo momento hanno accettato quella figlia inferma per senso del dovere e perché erano sufficientemente penetrati di spirito cristiano per non rifiutare nessuno (“La nostra figlia handicappata mentale era un messaggio che ci veniva da Dio e che ci chiamava in causa. Non ne capivamo ancora il significato. Ci sarebbe stato rivelato più tardi”). Ma il vero processo educativo, che avrebbe portato Marie Anne a raggiungere l’autonomia e una notevole realizzazione di sé, si è messo in moto quando l’accettazione si è spinta fino a trattarla come una figlia normale.

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Accade fin troppo spesso che il bambino trisomico sia trasformato in una bambola impotente dall’istinto di possesso dei genitori, unito alla volontà di proteggerlo. Gli si organizza una vita a parte, che gli risparmia difficoltà e umiliazioni, ma che al tempo stesso lo priva degli stimoli di cui ha bisogno per realizzarsi. Invece di essere super-protetta, Marie Anne è stata spinta e gettata nella vita. “Amarla — avvertivano i genitori — significava rispondere al suo desiderio di crescere, di essere come gli altri; amarla significava ristabilirla nella comunione della famiglia, della società e della vita”. A lei non è stato solo dato, ma anche chiesto, come a tutti gli altri figli. Così le sue capacità, diverse da quelle degli altri per il carattere concreto della sua intelligenza, sono state pienamente valorizzate.

“Ti voglio bene e voglio la tua libertà e la mia. Voglio che tu sia il più possibile grande”, dice il padre alla figlia. Il libro registra puntualmente, con le difficoltà, i regressi e le riprese, il cammino di Marie Anne verso una maggiore libertà. Senza trionfalismi. Anzi, il resoconto si chiude con una nota pessimistica: raggiunta l’età adulta e risolti brillantemente i problemi della vita pratica, Marie Anne si trova nell’impotenza totale quando pretende di realizzare un suo vagheggiato progetto coniugale. Come farà fronte alla frustrazione sentimentale e sessuale? Hourdin chiude il libro con questo interrogativo. Ma la natura della domanda stessa ci indica che già qui sfioriamo, se addirittura non vi siamo già entrati, il regno delle decisioni con cui ognuno tesse la propria storia personale. Quando l’handicappato è portato a questo livello, la sua educazione umana può dirsi coronata di successo.

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G. BerlinguerDonna e salute, Il Pensiero Scientifico, Roma 1978, pp. 186.

La parola di Giovanni Berlinguer sui problemi della salute merita credito. Da molti anni si dedica con intelligenza e passione politica allo studio dei rapporti tra città e salute. Insegna medicina sociale all’università di Sassari e igiene del lavoro in quella di Roma; è responsabile del settore scientifico presso la commissione culturale nazionale del P.C.I. È molto attivo anche in campo editoriale. Autore di numerose pubblicazioni, dirige la collana “Società e salute”, presso cui appare questo volume. Una raccolta di scritti occasionali, che abbracciano l’arco di tempo di un decennio: relazioni a convegni di studio, interviste, interventi polemici, discorsi alla Camera dei Deputati. Li unifica il tema che viene evidenziato nel titolo: la donna e il suo rapporto con la salute. Nell’introduzione si scusa, ad captandam benevolentiam, dei limiti che gli provengono dal fatto di essere uomo. Difficilmente, tuttavia, le donne gli negheranno competenza e sincerità; né vorranno respingere il suo apporto per la trasformazione della condizione femminile. Neppure le femministe.

Il materiale eterogeneo raccolto nel volume trova la sua unità intorno ai due poli dell’azione sanitaria: il lavoro e la maternità. Il rapporto tra la donna e il lavoro è un tema delicato, perché vi si intrecciano problematiche antropologiche, politiche ed economiche. Ritardi e inadempienze turbano la buona coscienza anche del movimento operaio. Tra il XIX e il XX sec. un socialismo fortemente basato su ideologie positivistiche ha predicato l’inferiorità biologica della donna e la sua inettitudine al lavoro produttivo. Assolutizzando le reali differenze tra uomo e donna, sono rimaste offuscate le disuguaglianze che dipendono da condizionamenti sociali. Nel marxismo stesso, tanto come sviluppo teorico quanto come socialismo reale, c’è stata una certa trascuratezza verso questi problemi: la dinamica delle classi, che pretendeva di spiegare tutto, lasciava in ombra i nodi dell’esistenza individuale e del rapporto tra : sessi. Un marxismo prevalentemente economicista ha preso in considerazione solo i rapporti di produzione, trascurando quelli di riproduzione. Le rivendicazioni femminili hanno portato negli ultimi tempi alla graduale acquisizione di diritti particolari per la donna che lavora (divieto di lavoro notturno, distacchi per maternità, possibilità di allattare o accudire i figli malati); contemporaneamente, la presa di coscienza che il lavoro industriale è più nocivo alla donna che all’uomo ha indotto a privilegiare

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il momento della prevenzione, affinché, grazie ad una illuminata igiene del lavoro, il lavoro stesso diventi salubre. Oggi la legislazione si può dire adeguata e le possibilità scientifiche progredite; il pericolo ridiede invece attuale — è un’opinione di Berlinguer che ritorna in varie parti del libro — nello scarto tra la “ipertutela giuridica e l’ipotutela quotidiana”. In altre parole, le leggi, pur giuste, non sono immediatamente traducibili nella pratica, in quanto contrastano con le strutture sociali. “Vi sono reali difficoltà di conciliazione tra il lavoro, i sentimenti, i doveri familiari. Vi sono principi da affermare, ma anche fasi transitorie da affrontare con realismo”.

Una questione controversa che Berlinguer non evita di affrontare è quella del rapporto della donna con la medicina. Se in clima di medicina empirica alla donna è spettato un ruolo di detentrice del sapere terapeutico (e oggi si ristudiano le esperienze delle maghe e delle streghe!), la medicina scientifica è stata per lo più oppressiva per la donna moderna. Il paternalismo maschile è stato elevato al quadrato nel rapporto che rendeva la paziente soggetta al sapere e al potere del medico. L’ala più estrema del movimento femminista ha radicalizzato la protesta. Lo slogan della “riappropriazione del corpo” comporta come corollario il “riappropriarsi della medicina”, rifiutando la “medicina dei maschi”. Di qui il diffondersi di pratiche come il self-help, l’autovisita e l’autoterapia, l’aborto col metodo Karman (che non esige, di per sé, l’intervento del medico). Berlinguer rifiuta questa condanna in blocco della medicina moderna. Quando si respinge la scienza si rischia la regressione culturale, il ricorso a pratiche primitive prive di ogni sicurezza profilattica. A suo avviso va riconosciuto che “il sesso femminile ha tratto dai progressi delle scienze mediche e dall’assistenza sanitaria di massa più vantaggi del sesso maschile: se non altro perché la durata media della vita umana è cresciuta, nell’ultimo mezzo secolo, più per le donne che per gli uomini; e perché la medicina fornisce già ora i mezzi per superare radicalmente (anche se la società li usa in modo discriminato e insufficiente) alcune condanne storiche e biologiche della donna: può garantire l’incolumità nel parto, la scissione dell’attività sessuale dalla riproduzione, e può prevenire maternità indesiderate”. Senza sottovalutarne i vantaggi individuali e anche politici che la medicina ha portato alle donne, è ora necessario superare le forme di oppressione e di esclusione residue. Berlinguer auspica che la situazione evolva non verso il separatismo, bensì verso la partecipazione delle donne alla medicina scientifica e all’organizzazione

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sanitaria pubblica. Per modificare radicalmente i servizi sanitari nei loro rapporti con le donne è necessario un massiccio inserimento femminile nelle categorie medica, paramedica, infermieristica, nonché la partecipazione attiva delle donne nella gestione dei consultori.

La terza parte del volume è dedicata all’aborto. Giovanni Berlinguer ha contribuito alla formulazione della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Riflette le posizioni di principio e quelle politiche del suo partito, senza risparmiare battute polemiche all’indirizzo dell’atteggiamento tenuto dalla chiesa italiana. Pur dissociandosi dalla tesi che l’aborto favorisca la libertà della donna, e auspicandone quindi più il superamento che la liberalizzazione, vede nella regolamentazione legale dell’interruzione della gravidanza un momento positivo di socializzazione del problema. L’ispirazione umanitaria che attribuisce alla legge è quella di rompere l’isolamento della donna costretta a fronteggiare una maternità non voluta. Per quanto si possa dissentire sull’efficacia di questa normativa nel favorire una risposta responsabile e collettiva al problema delle gravidanze non desiderate, non si può non essere d’accordo con Berlinguer quando auspica che si possa “procedere insieme armati di volontà sociale e culturale, anziché con gli articoli del codice penale” per tutelare la vita umana.

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B. HäringLiberi e fedeli in Cristo, Paoline, vol. 3°, Roma 1981, pp. 570.

P. Häring ha concluso la sua fatica. Lo aspettavamo, questo terzo volume, con trepidazione. Ormai questa rifusione del suo celebre manuale di morale cristiana (La legge di Cristo, ugualmente in tre volumi, pubblicato per la prima volta nel 1953, su cui si sono formate le generazioni di teologi e di pastori che avrebbero vissuto la grande stagione della chiesa conciliare) è troppo nota per dover essere presentata in dettaglio. La trepidazione era legata a quanto lo stesso Häring confidava ai suoi lettori nella prefazione del secondo volume: che era affetto da cancro alla laringe e stava lottando con il tempo per portare a compimento la sua opera. Laringetomizzato nel frattempo, continua con i suoi scritti ad annunciare all’uomo del nostro tempo una morale evangelica: non casistica, non repressiva, ma davvero una morale che è una “buona notizia”. Tra il rigorismo dei legalisti e il lassismo di coloro che sono succubi della secolarizzazione, P. Häring ha scelto di percorrere una “via media”; che è però una via eroica, in un tempo di cambiamento e di incertezza.

L’ispirazione evangelica della morale di Häring si riflette nell’impostazione di fondo di questa nuova sintesi. L’impianto è quello tradizionale: il primo volume tratta la morale fondamentale, e gli altri due quella speciale. Un tema unificatore conferisce però omogeneità alle suddivisioni della materia. La morale fondamentale è costruita intorno alla “libertà per la quale Cristo ci ha liberati” (Gal. 5,1). Il primo volume della morale speciale ruota intorno alla “verità con la quale Cristo ci rende liberi” (Giov. 8,32): la verità — insieme alla bellezza — è il volto che acquista l’esistenza del discepolo che vuol vivere nella sequela di Gesù; la fede, la speranza e la carità (le classiche virtù teologali) sono le vie che conducono alla verità. Questo terzo volume è dedicato a quella che, nel linguaggio manualistico, è chiamata “morale sociale”: vale a dire, le nostre responsabilità in ordine alla salute delle persone, delle comunità e della vita pubblica, e in ordine all’instaurazione di rapporti interumani sani e di un ambiente salubre. Per i cristiani si tratta di vivere in consonanza con il mandato evangelico: “voi siete la luce del mondo” (Mt. 5,14), scelto come motto unificante del volume. Un apporto originale di Häring è quello di considerare l’etica sociale cristiana in un’ottica “terapeutica”. Prolungando l’azione di Gesù, la comunità dei suoi discepoli è

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impegnata in un’opera di risanamento: “I cristiani, come non possono privatizzare la loro fede e speranza, così devono manifestare di essere coinvolti nella presenza e nella venuta sanante di Cristo nel mondo”.

I cultori di morale medica sono particolarmente interessati all’estesa trattazione della materia, collocata in apertura di volume. È chiamata, secondo il neologismo americano, “bioetica”. P. Häring si è già più volte occupato dei risvolti morali della vita fisica. Lo documentano in particolare due volumi: Etica medica, Roma 1972 e Medicina e manipolazione, Roma 1976. Nel primo raccoglieva l’eredità della ricca pubblicistica prodotta dai moralisti cattolici intorno agli anni ’50 in tema di etica medica. La situava però nel nuovo contesto, costituito dai progressi della medicina e della biologia, da una parte, e dai nuovi sviluppi della teologia cattolica durante e dopo il Vaticano II, dall’altra. “Non diamo risposte una volta per tutte, né risposte già pronte per tutti i nuovi problemi. Dobbiamo oggi impegnarci lealmente per restare fedeli alla nostra eredità con le esigenze dei nuovi tempi, soprattutto nel dialogo interdisciplinare”, proclamava P. Häring nell’introduzione. Come criterio fondamentale per valutare i problemi attuali della professione medica e del paziente, assumeva la libertà e l’integrità della persona umana.

Uno sviluppo ulteriore è costituito da Medicina e manipolazione. La manipolazione medica, comportamentale e genetica veniva inserita nell’insieme delle manipolazioni insidiose che minacciano quasi ogni settore della vita moderna; senza però ignorare le possibilità offerte di liberarci da condizionamenti sfavorevoli allo sviluppo del genere umano. “Che cosa significa la manipolazione nella e per la storia della libertà e della liberazione?”, si domandava il teologo moralista. I criteri per il discernimento dei limiti etici della manipolazione venivano cercati nello spirito della teologia della liberazione.

Trattando la bioetica nel contesto della sua nuova sintesi della morale cattolica, Häring adotta un’angolatura che le conferisce maggiore spessore teologico. La sua preoccupazione non è quella di fornire soluzioni morali “allargate” ai problemi tradizionali, e tantomeno compromessi, bensì di acquisire la giusta prospettiva, operando scelte evangeliche di valore e di senso. Situa la promozione e protezione della vita, la salute e la terapia, la morte e il morire nel contesto del più ampio dovere, che incombe ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà, di unire le forze per la costruzione di un mondo più sano. “Tutta la redenzione è un’opera di risanamento, di guarigione. Di conseguenza tutta la

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teologia, e segnatamente la teologia morale, ha un’essenziale dimensione terapeutica. Cristo, il Salvatore, è anche Medico, Colui che guarisce. Egli è venuto a guarire la persona singola nelle sue relazioni, ma ha pure proclamato il Regno, un regno che abbraccia tutto, e quindi anche un mondo sano in cui vivere. I cristiani sono, in Cristo, dei terapeuti, della gente che fa opera di guarigione. Essi hanno la missione di guarire se stessi, di guarirsi gli uni gli altri e di lavorare uniti per la creazione di un mondo più sano”. L’etica medica si configura così come una parte dell’etica sociale, cioè della nostra corresponsabilità nel mondo e per il mondo.

“Teologia morale per preti e laici”, è il sottotitolo che specifica l’orientamento di Liberi e fedeli in Cristo. Col superamento degli antichi schemi moralistici, che riservavano la conoscenza della morale ai confessori, affinché questi la trasmettessero poi ai fedeli, cade un ultimo bastione del paternalismo.

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V. MessoriScommessa sulla morte, ed. SEI, pp. 414.

Eccoci al secondo appuntamento di Vittorio Messori con i lettori. Il successo così strepitoso del primo libro — Ipotesi su Gesù ha raggiunto in Italia il mezzo milione di copie e quasi altrettante all’estero, dove è stato tradotto in una quindicina di lingue — è una grossa ipoteca per uno scrittore. Riuscirà ancora a far centro, a conquistare l’interesse dei lettori, bombardati da centinaia di nuovi titoli a getto continuo, a mettere in moto la valanga di consensi che costituisce il successo di un libro? Il paradosso è che l’ultima preoccupazione di Messori sembra essere proprio quella di accarezzare i gusti del pubblico. Chi poteva predire un destino da best-seller a un libro che divulgava gli studi storici ed esegetici su Gesù? Questa volta la scelta dell’argomento sembra essere una vera provocazione. L’autore mette nelle mani del lettore un denso libro di più di quattrocento pagine dedicato alla morte, cioè proprio al soggetto di cui per educazione, per convenzione sociale, per angoscia repressa (e forse anche un po’ per scaramanzia...) evitiamo di parlare. In realtà sembra che Messori scelga l’argomento dei suoi libri in funzione di se stesso, non del lettore. Si presenta all’appuntamento con il frutto del suo appassionato e rovelloso meditare, e lo porge al lettore senza cerimonie: questo è ciò che a me interessa sopra ogni altra cosa; interessa anche a te?

I suoi libri sono una forma di dialogo. Messori si rivolge direttamente al lettore, lo interpella, cerca di convincerlo, qualche volta lo strapazza. Il dialogo è più che un espediente retorico per fissare l’attenzione; esprime il suo bisogno di rispecchiarsi, di confrontarsi, di mettere in moto la discussione. Così, per una di quelle tipiche contraddizioni di cui è intessuta la vita di ognuno, Messori, l’introverso e riservato Messori, si trova esposto in prima persona: deve parlare di sé, lasciar cadere controvoglia brandelli della sua autobiografia intellettuale e spirituale, prendere posizione, svelare le sue preferenze e le sue allergie (nella nostra vanità di homo sapiens ci illudiamo di regolarci secondo la logica delle idee chiare e distinte; ma forse l’animale che sonnecchia in noi continua a lasciarsi guidare dal fiuto, e scegliamo amici e avversari dall’odore... delle idee!). Messori evita le pose da personaggio. Anche dopo il successo del suo libro precedente ha mantenuto il suo stile di vita schivo. Ha evitato le interviste, gli interventi nei mass-media, le comparse in pubblico. Si è ritirato a lavorare, lontano dai clamori pubblicitari,

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nella redazione del mensile Jesus. I lettori conoscono le sue interviste a personaggi grandi e piccoli della scena culturale. Ormai sono familiarizzati al suo stile; sanno che Messori temporeggia finché non riesce a piazzare la sua domanda, l’unica che apparentemente gli sta veramente a cuore: chi è Gesù per lei? Lui, così schivo, non esita a fare le domande più indiscrete. Nel suo lungo soggiorno a Torino, prima come studente di scienze politiche e poi come giornalista, ha assimilato quel pudore piemontese che impone di non manifestare i sentimenti, di non tradire i moti più segreti dell’animo. Ma fa una vistosa deroga per ciò che riguarda la vita spirituale. Questa non può e non deve essere coperta della privacy, ma piuttosto discussa, confrontata, inseguita nelle pieghe più riposte della vita. Così, pudico e indiscreto insieme, Messori offre al lettore con questo libro la sua ruminazione sulle questioni ultime, sul senso della vita vista dalla soglia della morte: “ciò che mi sono detto prima di averti detto”, precisa al lettore.

A che titolo parla Messori della morte? Da giornalista? Il libro è certamente scritto in tono giornalistico: non una citazione di opere, solo le opinioni degli autori consultati; ma non è propria del giornalista la passione missionaria che lo anima. Da “tanatologo”? Messori ha letto con attenzione tutta la produzione dei tanatologi, cioè degli esperti della morte secondo le varie scienze dell’uomo, e ritiene preziosa la loro opera di sensibilizzazione, che ha tolto il tabù caduto sopra la morte nella cultura occidentale; tuttavia rifiuterebbe l’etichetta di tanatologo: ciò che egli persegue è un obiettivo diverso dalla semplice crescita del sapere sull’uomo. A lui interessa più la sapienza che la scienza. Vive più da contemplativo che da intellettuale. È l’impressione che mi si è imposta andandolo a trovare a casa sua, a Milano. Pareti foderate di libri fino al soffitto, bandita la televisione: l’ambiente ideale per il suo lavoro da solitario. Lavora per sé, ma tenendo presenti gli altri. La sua vocazione è forse quella di pedagogo, che vuol diffondere intorno a sé l’arte del buon vivere. E del buon morire. Accetta tatticamente la definizione di vita che dà la medicina, come l’insieme delle funzioni che si oppongono alla morte, ma per soggiungere subito che la spiritualità è una di tali funzioni.

La proposta di Messori non riguarda una spiritualità generica, ma specificamente quella cristiana, e più precisamente quella cattolica. Vuol indicare nella Chiesa cattolica il luogo in cui le questioni sulla vita e sulla morte sono poste nel modo più soddisfacente per l’intelligenza, più

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appagante per il desiderio; insomma, nel modo più “credibile”. La dottrina cattolica sulle cose ultime è il luogo in cui si può credere facendo la famosa “scommessa” pascaliana: la posta è la speranza di una felicità infinita, col rischio di perdere solo dei beni inconsistenti. L’affinità con Pascal trapela non solo nel titolo, ma in ogni fibra del pensiero di Messori: la stessa concezione militante e aggressiva della religione, propria del convertito; la stessa denuncia dell’insufficienza della filosofia (per Messori sono le ideologie: borghese, comunista e radicale, che hanno nascosto la morte come scheletri nell’armadio); la stessa scansione del viaggio verso la proposta cristiana: dapprima la scoperta di un uomo nascosto, esplorando i sottofondi dell’esistenza superficiale; poi la scoperta di un Dio nascosto, visibile però agli occhi della fede. Messori, dunque, apologeta della fede cristiana? Troppo sbrigativamente questo genere letterario era stato dato per superato.

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Giuseppe ColomberoLa malattia. Una stagione per il coraggio, Ed. Paoline, pp. 159.

I medici, le medicine, gli ospedali son fatti per aiutare a guarire: chi lo metterebbe in dubbio? Non tutti invece sono disposti a sottoscrivere che anche il sacerdote che si avvicina al malato dia un contributo per la guarigione. Il sacerdote si occupa dell’anima: niente da eccepire (almeno per i credenti); ma che cosa ha che fare la sua opera con la guarigione? Il problema è proprio il modo in cui si intende la guarigione. Nel modello medico dominante questa consiste nel “togliere il male”: eliminare il dolore o il sintomo, ristabilire il funzionamento dell’organismo che esisteva prima che la malattia lo sconvolgesse, riparare il guasto e rimettere in efficienza la macchina corporea.

Ma la malattia dell’uomo non è solo una disfunzione dell’organismo. La sua realtà è molto più complessa. Per il malato la malattia è una minaccia alla propria libertà; una sfida a riscoprire il proprio corpo, che assume altre dimensioni; una provocazione rivolta all’identità psicologica; una minaccia di emarginazione sociale, che comincia con il trauma di trovarsi smarrito nei labirinti dell’ospedale; una crisi esistenziale, in cui bisogna spesso dare un nuovo contenuto alla speranza che animava il proprio progetto di vita; un sovvertimento di valori, che ha il suo riflesso nella vita religiosa. Tutto ciò, e molte altre cose ancora, significa la malattia per colui che la incontra sul suo cammino.

Quando consideriamo questa complessità di significato umano della malattia, la guarigione assume un’altra portata. Guarisce non colui a cui è tolta l’infermità, ma chi vive positivamente tutte le opportunità per la propria autorealizzazione umana e spirituale che la malattia gli offre. Il sacerdote può aiutare a guarire appunto in questo senso, facendosi il facilitatore della crescita in umanità. Ce lo ricorda Giuseppe Colombero con questo libro. Da diciotto anni è assistente religioso in un grande ospedale di Torino. Si è accostato ai malati non solo come distributore di sacramenti, ma come essere umano che vuol capire che cosa significa la malattia per l’altro essere umano che ha di fronte («Non vi sono due malati uguali. Ogni uomo elabora e gestisce la sua malattia in modo del tutto personale»). Li ha ascoltati e ha raccolto le loro testimonianze in una serie di protocolli che riportano il vissuto dei malati con le loro stesse parole. Ne risultano pagine straordinariamente vicine alla vita, dove è riflesso ciò che possono osservare quotidianamente coloro

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che hanno familiarità con i malati. Mentre viene messo in evidenza lo spessore psicologico delle reazioni abituali di fronte alla malattia, se ne valorizza la ricchezza umana. Il libro offre così un aiuto a chi vuol “aiutare a guarire” nel senso più globale; a chi vuol cioè fornire al malato un aiuto a ritrovare più profondamente se stesso attraverso la malattia. E magari anche a trovare Dio.

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M. SandrailHistoire culturelle de la maladie, ed. Privat, Toulouse 1980, pp. 447.

Con questa grande opera Marcel Sendrail ha voluto concludere la propria vita dedicata allo studio del significato antropologico della malattia nelle diverse civilizzazioni. La morte gli ha impedito di condurre in porto il lavoro progettato; nove altri specialisti sono stati chiamati a completare il progetto. A buon diritto, tuttavia, il volume reca in copertina il solo nome di Sendrail: sia perché i due terzi sono dovuti alla sua penna, sia soprattutto perché anche il resto dell’opera respira omogeneamente del soffio che egli gli ha conferito. Il suo intento non era quello di compilare una storia della medicina di stampo tradizionale: la carellata attraverso secoli e culture per esporre la condizione dei nostri antenati nella società, il loro esercizio dell’arte medica, i sistemi dottrinali antropologici e patologici, la catena delle scoperte, per finire invariabilmente con l’esaltazione dei progressi recenti e del trionfo della medicina negli ultimi due secoli. Sendrail progetta, invece, una storia della medicina in cui la preminenza non spetta a nessuna civiltà. La sua è piuttosto una storia delle malattie, con tutto il loro spessore umano. Non guarda perciò le malattie esclusivamente con lo sguardo medico che dall’esterno enumera i sintomi, identifica il male e ne determina le cause. Ai suoi occhi la malattia è, come per il paziente stesso, “il dramma oscuro, avvenimento della sua coscienza profonda, in cui si trova impegnato l’essenziale del suo destino singolare” (p. 159). La malattia è soggetta a un’interrogazione filosofica: essa è il male (la chiave di volta dell’opera è proprio il primo capitolo, dedicato a “La nascita del Male”), dalla cui scoperta nasce la coscienza di sé. Percorrendo l’Egitto e Babilonia, l’antica Grecia e il mondo biblico, la fede coranica e il medioevo, Sendrail scandaglia le diverse civiltà, alla ricerca della malattia dominante e del senso che le viene attribuito. Una speciale segnalazione merita il capitolo dedicato al cristianesimo delle origini (cap. 8: “Il buon Pastore”). Al Cristo è attribuito il netto rifiuto di quella confusione ostinata del male fisico e del male morale che ritroviamo a tutti gli stadi dell’evoluzione umana e che si impone ancora al nostro sentimento “spontaneo”. Gli altri ricercatori proseguono l’esplorazione di Sendrail in altre culture e la conducono fino ai nostri giorni.

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E. HeimKrankheit als Krise und Chance, Kreuz Verlag, Stuttgart 1980, pp. 237.

In 25 anni di vita un adulto attraversa, in media, una malattia mortale, una ventina di malattie serie e circa duecento di media gravità, per non parlare di un migliaio di affezioni banali. La malattia è perciò un problema eternamente presente nella vita di ogni individuo. Ciò che varia di persona a persona è l’atteggiamento nei confronti della malattia. Chi si sente malato può ignorare i sintomi, curarli da solo o ricorrere a un medico. I fattori psichici sono decisivi per l’elaborazione personale del fatto morboso: è la forza psichica che decide se la malattia diventa una crisi o una chance esistenziale. Proprio questa variabile psichica è oggetto di studio dell’A., in nome di una concezione della medicina che gli americani chiamerebbero “olistica”, e che per i tedeschi è la “medicina della globalità” (ganzheitliche Medizin). Una nuova medicina non solo postulata, ma praticata. Heim parla, infatti, sulla base della propria ventennale pratica medica, nonché della comprensione del ruolo del malato acquisita mediante la propria esperienza di malattia. A suo avviso le carenze attuali della medicina vanno fatte risalire alla unilateralità che si è instaurata all’alba dell’epoca moderna, quando la Chiesa ha lasciato il corpo al medico, riservando a sé la competenza per l’anima. Queste carenze possono diventare, tuttavia, degli stimoli per rivitalizzazione della medicina, a condizione che il rapporto medico-paziente venga posto al centro dell’azione terapeutica; e che l’uomo malato venga considerato nella sua totalità, come essere bio-psico-spirituale.

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Janos PasztorfiDie Medizin kann nicht heilen, Pro Inform Verlag, Wiesbaden 1983, pp. 176.

L’A., ungherese di origine ed economista di professione, trasferitosi nella Repubblica Federale Tedesca ha aperto uno studio come guaritore (Heilpraktiker) e ha sviluppato una scuola terapeutica dal nome ambizioso: “Terapia globale tridimensionale”. Parte dall’a-priori teorico che l’uomo esiste in tre dimensioni: coscienza, psiche e physis, e sostiene che “la medicina di scuola non può guarire” (Die Medizin kann nicht heilen), ma solo curare sintomi, perché solo la persona interessata, e non un’istanza esterna a lui, può mantenere o ristabilire la salute. Imparare a curare la propria salute è un processo di apprendimento che porta come risultato finale a un nuovo modo di pensare. In tale processo Pasztorfi privilegia l’aspetto cognitivo: sono i pensieri, e non la volontà, che giocano nell’organismo e anche nella vita il ruolo decisivo. Dedica una speciale attenzione ai pensieri che si sviluppano in “autosuggestione”: sono quelli dotati di particolare intensità, che inchiodano l’attenzione e svegliano l’interesse istintivo. Tali suggestioni possono essere anche delle alleate, purché si arrivi a cambiare le false suggestioni con quelle giuste. La proposta di Pasztorfi, corredata di istruzioni per un attivo apprendimento, si muove entro l’ambito dell’“autosuggestione attiva”, un metodo autoipnotico elaborato da Kretschmer.

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P. L’EchevinMusique et médicine, ed. Stock, Paris 1981, pp. 236.

L’accostamento proposto dall’A. è tanto nuovo e inusitato da sembrare quasi una provocazione. Lo spaesamento è una prova ulteriore di quanto la divaricazione tra “arte” e “scienza” sia stata fatta a spese dell’umano. Musicista e chirurgo: Patrick l’Echevin si è proposto di essere l’uno e l’altro, sottomettendosi seriamente e professionalmente alle due discipline. Di fronte all’imperativo culturale che richiede la specializzazione, sente il bisogno di difendersi. Lo fa anzitutto ripercorrendo i rapporti storici tra la musica e la medicina, dalle origini (“All’inizio era la magia”, in cui l’arte di curare passa obbligatoriamente attraverso P“incantesimo”, o canto magico) fino al XX secolo. Dallo stregone guaritore all’artista-medico, la storia si dimostra generosa nell’appoggiare la tesi dell’A. Il quale, però, non si accontenta né della conferma autobiografica, né di quella storica. Elabora una serie di riflessioni personali per esplicitare il legame intimo tra le due attività. La sua tesi può essere ricondotta all’assioma che “il medico si occupa dell’uomo nel suo insieme, e la musica traduce l’uomo tutto intero”. Con il vantaggio per la musica, rispetto alle arti dello spazio e della bellezza immobile, di essere Parte più comunicativa, ia sola che permette di tradurre il dolore del corpo e dell’anima senza descriverlo, perché è un linguaggio universale. Il successo della “musicoterapia”, rapidamente affermatasi negli ultimi anni, va esattamente nel senso indicato da l’Echevin.

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Ernst BeckerIl rifiuto della morte, Ed. Paoline, Roma 1982 pp. 401.

Licenziando il suo libro, l’autore scriveva nella prefazione che lo considerava un «trattato di pace della sua anima di studioso», e che sentiva che era la sua prima opera veramente matura. Ciò che non sapeva, era che sarebbe stata anche l’ultima: la morte lo avrebbe colto di lì a poco, all’età di cinquant’anni. E probabilmente non immaginava il successo che avrebbe arriso al suo libro, insignito del premio Pulitzer e unanimemente salutato dalla critica di ogni sponda come uno dei più originali contributi degli ultimi tempi alla psicologia. Pur ammirando Freud e apprezzando il suo contributo alla conoscenza dell’uomo, Becker vuol procedere oltre. Ma, paradossalmente, il suo cammino oltre Freud e la psicanalisi lo riporta indietro. Ritorna, infatti, alle questioni poste da Kierkegaard. Il quale, sostiene Becker, pur scrivendo intorno al 1840, era un post-freudiano: a dimostrazione dell’eterna imprevedibilità del genio!

Kierkegaard è un prezioso compagno di viaggio, perché ci accompagna anche oltre il punto in cui ci lascia Freud, ovvero dove si arresta la conoscenza della psicodinamica inconscia. Se veramente si vuol giungere alle radici — è la tesi che accomuna Becker agli esponenti delle nuove correnti della psicologia umanistica e transpersonale — l’analisi psicologica e quella religiosa sulla condizione umana sono inseparabili. Distinte, ma non contrapposte; autonome nel proprio ambito e linguaggio, ma con reciproci profondi richiami.

La scienza, compresa la psicologia, rappresenta un “credo” che s’è sforzato di assorbire in sé e di negare la paura della vita e della morte. Ebbene, il rifiuto della morte è un’impresa non solo vana, ma anti-umana in assoluto, come ha insegnato Kierkegaard. È proprio il porsi con “timore e tremore” di fronte alla morte che qualifica l’esistenza umana. Attingendo l’autocoscienza, l’uomo giunge a riflettere sulla propria condizione, prende coscienza delle terribilità del mondo, della corruttibilità e della morte. La morte, in particolare, rappresenta l’ansietà peculiare e massima dell’uomo. E la psicologia non è in grado di risolvere questo problema, mentre può farlo la religione. La vittoria sull’umana limitatezza, secondo Becker, è impresa comune della scienza e del pensiero religioso, in quanto l’uomo è irriducibilmente un «animale teologico».

Riflettere sulla morte significa, in definitiva, porsi il problema di come essere uomo: un problema riguardo al quale nessuno è in grado

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di dare consigli ad alcun altro. Né Becker vuol atteggiarsi a maestro. Ma chi lo avrà seguito negli esigenti sviluppi del suo pensiero, maturato alla lettura di filosofi, teologi e psicologi, non rimpiangerà la fatica. Chiuderà il libro con la convinzione che il coraggio di vivere e il coraggio di morire sono le due facce della stessa medaglia.

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Renato e Rosellina BalbiLungo viaggio al centro del cervello, ed. Laterza, Roma 1982, pp. 126.

La saggistica volta a divulgare ricerche scientifiche che sembrerebbero assolutamente inaccessibili ai profani non è più una rarità. Anche nel campo della biologia del cervello — una punta di diamante della scienza moderna — non mancano studi rispettabili che mettono alla portata del lettore medio i risultati delle ricerche fatte da scienziati che altrimenti son soliti parlare solo tra di loro, e in “marziano”. Il saggio di Renato e Rosellina Balbi merita, nell’ambito di questa produzione, un’attenzione particolare. Per il lato umano che accompagna l’origine del libro, anzitutto. Si tratta di un’impresa famigliare. Il fratello è dedito alla ricerca scientifica e all’insegnamento universitario. Pubblica un grosso volume sull’evoluzione stratificata del cervello, che cade però nell’indifferenza del mondo accademico e rimane per lunghi anni ignorato. È risentito: non tanto per l’offesa al suo narcisismo, quanto piuttosto perché è convinto che la sua teoria spieghi meglio i fatti e abbia anche possibilità applicative in campo medico. Confida la sua amarezza alla sorella; e questa, che di mestiere fa la giornalista, specializzata in servizi culturali, e sa quindi come si parla al grande pubblico, gli viene in aiuto (non sono più i fratelli, forti e sicuri, che soccorrono le sorelline impotenti? Bisognerà rivedere qualche stereotipo...). Riscrive il libro a modo suo: lo condensa, lo semplifica (ma il fratello scienziato veglia perché non cada in semplicismi), gli conferisce la struttura appassionante di un puzzle. Inchioda fin dall'inizio l’interesse del lettore promettendogli di fornire una risposta a interrogativi avvincenti, quali: perché, se veniamo ipnotizzati, obbediamo passivamente all’ipnotizzatore? Perché facciamo certi sogni o certi lapsus? Perché chi cammina in stato di sonnambulismo non si fa male? Come si spiegano le doppie personalità? E il libro ha successo. Ottiene che anche i non addetti ai lavori si interessino alla “legge di Haeckel”, secondo cui l’ontogenesi (cioè l’evoluzione del singolo individuo) ripercorre la stessa strada della filogenesi (le tappe cioè che ha seguito l’evoluzione della specie che ha portato all’uomo). Questa legge è applicata al sistema nervoso: sia prima della nascita che dopo la nascita, ciascuno di noi passerebbe attraverso gli stessi stadi percorsi dall’antenato dell’uomo durante l’evoluzione.

Dove sta l’interesse pratico della teoria? Nella possibilità di prevedere che, in caso di lesione dei centri superiori, alcune funzioni abitualmente

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svolte dalla corteccia cerebrale siano «riprese in consegna» dai centri nervosi più arcaici. L’essere umano in questi casi può funzionare in modo soddisfacente, anche se è costretto a retrocedere a un livello evolutivo inferiore. Lo tengano presente i neuro-chirurghi: si potrebbe restituire a persone menomate senza speranza la capacità di muoversi o di parlare. Ma affinché non siano risvegliate infantili speranze nell’onnipotenza della medicina, scienziato e giornalista si affrettano ad aggiungere che in questo campo stiamo oggi muovendo appena i primi passi. Il paesaggio è ancora troppo oscuro perché basti a rischiararlo la legge di Haeckel riesumata.

Questo lungo viaggio al centro del cervello appassiona anche chi non è familiarizzato con la ricerca scientifica, perché è in definitiva un lungo viaggio intorno all’uomo. Sullo sfondo si muovono le domande più inquietanti: quanta parte del nostro comportamento è “animale” o istintuale, cioè programmata dalla natura? Quanto siamo liberi e quanto predeterminati? C’è un senso, una meta, una finalità nell’evoluzione — quel “punto Omega” che Teilhard de Chardin individuava nel Cristo —, oppure è solo un’avventura cieca della natura? La scienza probabilmente non può dare la risposta definitiva a queste domande. Né noi gliela chiediamo. Le chiediamo solo di mantenere vive le domande.

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INDICE

Introduzione - L’antropologia per umanizzare la medicina

13 Capitolo Primo - ANTROPOLOGIA CRISTIANA E MEDICINA

15 1. La riflessione antropologica in medicina

25 2. Antropologia cristiana per un’etica della salute

40 3. Victor von Weizsäcker: un modello di medicina antropologica

53 Capitolo Secondo - NEL COSMO E NELLA STORIA

55 1. Riflessione cristiana sull’ecologia

70 2. Utopia da vivere

79 3. Vivere e modellarsi. La funzione antropologica e spirituale dei modelli

95 4. Gli stati di vita: un approccio antropologico-spirituale

95 Capitolo Terzo - LA CORPOREITÀ

119 1. Il corpo come espressione e come comunicazione

126 2. La riappropriazione del corpo nella cultura contemporanea

144 3. Dimensioni spirituali del corpo

155 4. Corpo e vita spirituale

173 Capitolo Quarto - VICISSITUDINI DEL CORPO

175 1. L’approccio medico alla sessualità

184 2. Il tempo della malattia. Per un rinnovamento dell’insegnamento cristiano

194 3. Problemi antropologici ed etici del morire, oggi

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207 Appendice

211 Schede bibliografiche

211 P. Ferrari (a cura), Le separazioni dalla nascita alla morte

213 Naîitre... et ensuite?

216 J. Money - H. Musaph (a cura), Sessologia

219 H. Wolff, Gesù, la maschilità esemplare

222 H. Wolff, Gesù psicoterapeuta

225 H.R. Weber, Gesù e i bambini

228 J.G. Lemaire, Vita e morte della coppia

231 R. Jacoby, L’amnesia sociale

234 L. Boggio Gilot, Uomo moderno e nevrosi

237 M.E. Hunt - R. Gibellini (a cura), La sfida del femminismo alla teologia

241 Ph. Ariès, L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi

246 R. GordonDying and creating: a search for meaning

249 R.A. Moody, La vita oltre la vita

254 T. Bertherat, Guarire con l'antiginnastica

256 S. Sontag, Malattia come metafora

261 G. Hourdin, Il dolore innocente. Un handicappato nella mia famiglia

265 G. Berlinguer, Donna e salute

268 B. Häring, Liberi e fedeli in Cristo

271 V. Messori, Scommessa sulla morte

274 G. Colombero, La malattia. Una stagione per il coraggio

276 M. Sandrail, Histoire culturelle de la maladie

277 E. HeimKrankheit als Krise und Chance

278 J. PasztorfiDie Medizin kann nicht heilen

279 P. L’EchevinMusique et médicine

280 E. Becker, Il rifiuto della morte

282 R. e R. Balbi, Lungo viaggio al centro del cervello

1 Per la sociologia: D. Tuckett, An Introduction to Medical Sociology, London 1976; P. Swertz, Elementi di sociologia ospedaliera, Roma 1978; punto di riferimento obbligato restano gli apporti di T. Parsons, On becoming a patient, in J.R. Folta (a cura), A Sociological Framework for Patient Care, N. York 1966 e T. Parsons, Il sistema sociale, tr. it. Milano 1965. Molte sono le opere autorevoli di psicologia medica. Citiamo: M. Porot, La Psychologie médicale du practicien, Paris 1976; M. Sapir, La formazione psicologica del medico, Milano 1975; M. Reuchlin, Trattato di psicologia applicata, vol. VIII, Applicazione mediche, Roma 1974; L. Bini e T. Bazzi, Psicologia medica, in Trattato di psichiatria, vol. I, Milano 1971.

2 Manuali recenti di antropologia medica permettono una delimitazione precisa del campo di lavoro della nuova disciplina. Cfr.: G.M. Poster e B. Gallatin AndersonMedical Anthropology, New York 1978; D. Landy (a cura), Culture, disease and healing: studies in medical anthropology, New York-London 1977.

3 Nella definizione di G.M. Foster (cfr. nota 2), l’antropologia medica ha una dimensione teoretica e una applicativa. Comprende le ricerche degli antropologi per descrivere e interpretare le interrelazioni bioculturali tra il comportamento umano, passato e presente, e i livelli di malattia e salute. Include anche la partecipazione degli antropologi in programmi il cui fine sia il miglioramento dei livelli di salute mediante una migliore comprensione delle relazioni tra i fenomeni bio-socioculturali e la salute.

4 Per una visione d’insieme e le diverse articolazioni dell’antropologia filosofica in medicina, cfr. P. Christian, “Medizinische und philosophische Anthropologie”, in Handbuch der allgemeinen Pathologie, Berlin-Heidelberg-New York 1969, vol. I, pp. 232-274.

5 S. ZweigDie Heilung durch den Gesist, Salzburg 1931, p. 11.

6 M. Vegetti, Le scienze della natura e dell’uomo nel V sec., in Storia del pensiero filosofico e scientifico, Milano 1970, I, p. 126 ss.

7 C. Cluckhohn, L’umanità allo specchio. Introduzione all’antropologia, tr. it. Milano 1967, p. 1.

8 J. Galdstone (ed.), Man's Image in Medicine and Anthropology, New York 1963.

9 Tra i manuali teologici recenti la visione d’insieme più esauriente dell’antropologia cristiana è fornita da M. Flick - Z. Alszeghy, Fondamenti di un’antropologia teologica, Firenze 1970. Degli stessi autori, in tono più divulgativo, L’uomo nella teologia, Modena 1971.

10 Il punto di riferimento obbligato è la costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo. Tra i numerosi saggi di commento contenuti nella raccolta curata da G. Baraúna, La Chiesa nel mondo di oggi, Firenze 1966, cfr. G. Alberigo, La costituzione in rapporto al magistero globale del concilio, pp. 172-195 e J.M.R. Tillard, Il sottosuolo teologico della costituzione: la Chiesa e i valori terrestri, pp. 213-250.

11 Per l’antropologia biblica cfr. W. Mork, Linee di antropologia biblica, Fossano 1971; L. Scheffczyk, L’uomo moderno di fronte alla concezione antropologica della Bibbia, Torino 1970. Fondamentale resta la monografia di J.A.T. Robinson, Il corpo, Torino 1967.

12 Il corpo è sempre apparizione dell’uomo completo: è quell’espressione nella quale l’uomo intero si manifesta in se stesso, è l'esserci, la ‘presenza’ (F.J.J. Buytendijk), Inazione prima’ (G. Siewerth), la ‘parola’ (H.E. Hengstenberg), il ‘simbolo’ (K. Rahner), il ‘mediatore dell’essere’ (B. Welte), la ‘excarnazione’ (H. Conrad-Martinus), l’‘interiorità che si apre’ (R. Guardini) dell’uomo. Nel corpo si incontra non soltanto un aggregato materiale, bensì l’apparizione dell’unico uomo completo”: J.B. Metz, Corporeità, in Dizionario teologico, Brescia 1966, vol. I, p. 336.

13 Per una discussione più ampia sulle trasformazioni socio-psicologiche dell’atteggiamento nei confronti della morte, cfr. S. Spinsanti, I compagni scomodi dell’uomo-massa, Alba 1976.

14 Cfr. J.M. Aubert, Il rispetto per la vita corporale, in Problemi e prospettive di teologia morale, Brescia 1976, pp. 333-362.

15 K. Barth, Dogmatique, vol. III/IV, parte II (ediz. franc. vol. 16°), Genève 1965.

16 R.A. LambourneCommunity, Church and Healing, London 1963, p. 75.

17 Il tema della chiesa locale è una delle dimensioni portanti del rinnovamento ecclesiologico operato dal concilio. Per una visione d’insieme, cfr. F. Klostermann - N. Greinacher, La Chiesa locale, Brescia 1971.

18 La sceneggiatura del film è stata trascritta e pubblicata con lo stesso titolo, Matti da slegare, Torino 1976.

19 Nel film ricorrono testimonianze impressionanti delle trasformazioni di mentalità cui può dar luogo un’integrazione reale degli handicappati. Così la dichiarazione di un operaio in una fabbrica in cui lavorano dei giovani mongoloidi: “Noi abbiamo scoperto quel senso di umanità che prima forse l’avevamo un po’ perso, si era un po’ disperso. Questi ragazzi, che fra loro sono amici veramente, si vogliono bene: vedere loro a volersi così bene, anche in noi questo sentimento è rispuntato. Anche loro hanno insegnato qualcosa a noi”. Un altro operaio propone anche l’inserimento nelle scuole: “Se inseriti in scuole normali, con altri ragazzi, intanto anche gli altri ragazzi imparano a conoscerli e, quando crescono, non hanno più quella lontananza che abbiamo avuto noi da loro”: Matti da slegare, p. 75.

20 V. v. WeizsaeckerNatur und Geist, München 1964, pp. 123-125.

21 Encyclopedia Universalis, vol. 20, p. 2068.

22 R. Sarró, “Weizsäcker en España”, in V. von WeizsaeckerEl hombre enfermo, Barcelona 1956, pp. V-XXII.

23 L. Chiozza, “Lo studio patobiografico quale integrazione della conoscenza psicoanalitica con la pratica della medicina generale”, negli atti del seminario: L’interpretazione psicoanalitica delia malattia somatica nella teoria e nella pratica clinica (organizzato dal Centro psicoanalitico di Roma il 17-18 febbraio 1979), pro manuscripto, pp. 114-124.

24 Nel discorso commemorativo per la morte di v.W., W. Kütemeyer ha affermato che l’importanza di v.W. si evidenzia solo oggi, in quanto ci troviamo all’inizio di una nuova epoca di sapere scientifico e di agire scientifico: v.W. ci appare non una grandezza da consegnare al passato, bensì una potenza del futuro. Una forza che libererà la sua piena potenzialità solo nell’avvenire”: W. Kuetemeyer, “Viktor von Weizsäcker zum Gedachtnis”, in V. von Weizsaecker-D. WyssZwischen Medizin und Philosophie, Göttingen 1957, p. 20.

25 A. AuerspergPoesie und Forschung: Goethe, Weizsäcker, Teilhard de Chardin, in Beitrage aus der Allgemeinen Medizin 18 (1965).

26 F. von Rad, Anthropologie als Thema von psychosomatischer Medizin und neologie, Stuttgart 1974, p. 7s.

27 “Già da studente ero convinto che la vittoria sulla schiavitù del meccanicismo non si potesse ottenere mediante un sistema di filosofia della natura parallelo o sovrapposto, bensì mediante una trasformazione della ricerca”, in Natur und Geist, cit., p. 100.

28 In uno scritto sconcertante v.W. svolge delle sorprendenti considerazioni a proposito di medici che nei campi di concentramento hanno fatto esperimenti sugli esseri umani e hanno eseguito il programma di eutanasia. Essi hanno calpestato le idee dell’umanesimo, ma va detto che è lo stesso orientamento natural-scientifico della medicina, che li educa a vedere nell’uomo solo un oggetto. Se questa circostanza discolpa in gran parte gli accusati, si risolve in una imputazione contro la medicina che tratta la biologia come una scienza della natura; V. von Weizsaecker, Euthanasie und Menschenversuche, in Psyche I, 68 (1948).

29 Natur und Geist, p. 101.

30 V. v. WeizsaeckerDer Gestaltkreis. Theorie der Einheit von Wahrnehmen und Bewegen, Leipzig 1940. È l’aspetto nel pensiero di v.W che ha più suscitato l’interesse dei ricercatori. Il concetto di “ciclo gestaltico” serve a v.W. per spiegare il processo integrativo del rapporto soggetto-ambiente che si compie nell’azione.

31 L. von KrehlKrankheitsform und Persönlichkeit, Leipzig 1929, p. 17.

32 V. v. WeizsaeckerLudolf von Krehl. Gedachtnisrede, Leipzig, p. 10.

33 V. von WeizsaeckerWege psychophysischer Forschung, in Arzt und Kranker, I, p. 198.

34 V. von WeizsaeckerMeines Lebens hauptsächliches Bemühen, in H. KernWegweiser in der Zeitwende, München-Basel 1955, p. 245.

35 V. v. WeizsaeckerNatur und Geist, p. 98.

36 V. v. Weizsaecker, “Meines Lebens...”, cit., p. 253.

37 V. v. WeizsaeckerNatur und Geist, p. 103s.

38 Ivi, p. 138.

39 “In fondo non penso diversamente da come pensi tu: non tendo affatto a conservare l’elemento psicologico senza la base organica. Tuttavia, oltre alla convinzione, non ho nulla, né di teorico né di terapeutico, su cui fondarmi, e perciò debbo comportarmi come se fossi di fronte solamente a fattori psicologici”; S. Freud, Le origini della psicanalisi. Lettere a Wilhelm Fliess 1887-1902, Torino 1968 (lettera 96).

40 V.W. ha descritto l’atteggiamento personale e del suo ambiente dopo la crisi della prima guerra mondiale in un altro libro di memorie: Begegnungen und Entscheidungen, Stuttgart 1949.

41 M. BuberDie Kreatur, in P. Vogel (a cura), Viktor von Weizsäcker. Arzt im Irrsal der Zeit, Göttingen 1946, p. 5s.

42 H. EhrenbergDas Verhältnis des Arztes Weizsäcker zur Theologie und das der Theologie zu Weizsäckers Medizin, in P. Vogel, cit., pp. 7-20.

43 V. WeizsäckerBegegnungen und Enlscheidungen, p. 58.

44 Riportiamo, a titolo esemplificativo, le parole conclusive del libro di Rachel Carson, che come pochi ha contribuito a destare l’interesse generale ai problemi ecologici: “Ci troviamo oggi ad un bivio... La via percorsa finora ci sembra facile, in apparenza: si tratta di una bellissima autostrada, sulla quale possiamo procedere ad elevata velocità ma che conduce ad un disastro. L’altra strada — che raramente ci decidiamo ad imboccare — offre l’ultima ed unica probabilità di raggiungere una meta che ci consenta di conservare l’integrità della terra”, in Primavera silenziosa, Milano 1976, p. 268.

45 Cfr. esauriente documentazione in F. Appendino, “Ecologia”, Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma, Edizioni Paoline 1973, e la voce analoga nel Supplemento della IV ed., Roma 1976.

46 Così F. GogartenVerhängnis und Hoffnung der Neuzeit, Stuttgart 1958. Questi temi sono stati portati al gran pubblico da H. Cox, La città secolare, tr. it., Firenze 1968.

47 Lynn WhiteThe Historical Roots of Our Ecologie Crisis in Science p. 155 (1967) pp. 1203-1207.

48 H. Cox, La città secolare, cit., p. 23.

49 R. Dubos, Il Dio interno, Milano, 1977, p. 151 ss.

50 Ib. p. 162.

51 J. Salk, Sopravvivenza dei più saggi, Roma 1977, p. 121.

52 Ib., p. 37.

53 Cfr. M. HeideggerUber den Humanismus, Francoforte 1949.

54 Cfr. A. SchweitzerDie Lehre von der Ehrfurcht vor dem Leben, Monaco 1966.

55 Una denuncia appassionata, corredata da una documentazione schiacciante, è stata fatta di recente dallo scrittore Hans Ruesch, Imperatrice nuda, Milano 1976. Sul banco degli imputati è citata la medicina moderna, che si presenta con la pretesa di solenni paludamenti scientifici, ma in realtà è nuda come l’imperatore della famosa favola. Ruesch afferma tra l’altro: “I vivisettori respingono le accuse di agire solo per lucro, per velleità di carriera o sadismo travestito da ‘curiosità scientifica’, autoproclamandosi altruisti, facenti parte di quelle rare personalità a cui sta a cuore unicamente il benessere dell’umanità. Senonché, a prescindere dalla considerazione che l’umanità, quella vera, quella di Leonardo e Goethe, di Voltaire e Victor Hugo e Schweitzer, ha sempre vibratamente proclamato di non volere affatto progredire sulle sofferenze degli animali, è ormai ampiamente dimostrato — e la documentazione in materia è schiacciante — che la vivisezione è una pratica non solo disumana e quindi disumanizzante, ma una continua fonte di errori, che hanno causato gravi danni alla scienza e all’uomo e sono destinati a causarne molti altri ancora, annullando largamente qualsiasi ipotetico vantaggio; e nel migliore dei casi essa porta a risultati ampiamente scontati, dunque è inutile. Difatti la storia della medicina dimostra chiaramente che tutte le conoscenze che abbiamo in medicina provengono dall’esperienza e dall’osservazione cliniche, e non dal campo sperimentale”, p. 14.

56 Cfr. H. SachseDer Mensch als Partner der Natur, in Überleben und Ethik, Monaco 1976, pp. 27-54.

57 Si pensi alla lirica evocazione dell’uomo armonizzato con l’ambiente offerta dal film di Akiro Kurosawa: “Dersu Uzala: il piccolo uomo delle grandi pianure”. Quella realizzazione della natura umana appare come portatrice di valori troppo alti perchè ci si rassegni a lasciarla scomparire sotto i colpi delle accette che abbattono la taiga per far posto alle città. Del resto, è ugualmente necessario sottrarsi alla illusione che un rapporto armonioso sia possibile solo nel contesto della natura incontaminata. Quello di una creatura “incontaminata” è un mito romantico. Come l’uomo è prodotto ed espressione della natura, così la natura non esiste se non umanizzata. Gli uomini hanno creato il loro ambiente trasformando la natura a seconda dei loro desideri. Il biologo Dubos osserva, nel libro già citato, che la meravigliosa armonia che esiste ora in molte parti del mondo tra le varie componenti naturali non può essere considerata come un’espressione spontanea, bensì come il prodotto di una continua e intima collaborazione tra luomo e la località in cui vive: “moltissimi paesaggi sono stati plasmati dagli uomini, che organizzano terreno, acqua e vegetazione secondo modelli provenienti dalla loro cultura e dai loro gusti personali. Un paesaggio, inoltre, si arricchisce di ulteriori significati a seconda dei miti di cui l’hanno circondato pittori, scrittori e musicisti, e dei grandi avvenimenti con cui esso è stato associato” p. 143. Le località, come le persone, hanno parecchie vocazioni potenziali, che l’uomo può contribuire a rendere tali. Rispetto ecologico della natura non equivale perciò a rinuncia a progettare e trasformare.

58 Cfr. il già citato J. Salk, Sopravvivenza dei più saggi.

59 I limiti dello sviluppo, Milano 1972.

60 Cfr. T. Roszak, La nascita di una controcultura. Riflessioni sulla società tecnocratica e sulla opposizione giovanile, Milano 1971.

61 Cfr. H. Waldenfels, Meditazione: est e ovest, Brescia 1977.

62 R. Dubos, cit., p. 270 ss.

63 Cfr. M. Adriani, Utopia, in Enciclopedia delle Religioni, vol. VI, Firenze 1970, pp. 42-46.

64 Cfr. E. Gilson, Les métamorphoses de la Cité de Dieu, Parigi-Lovanio 1952, tr. it. Milano 1963.

65 Tra le migliori opere di sintesi, cfr. W. Nigg, Das ewige Reich, Monaco 1930, tr. it. Milano 1947; N. CohnThe Pursuit of Millennium, Londra 1957, tr. it. Milano 1965; R. Mucchiello, Le mythe de la cité idéale, Parigi 1960.

66 G. Durand, L’immaginazione simbolica, tr. it. Roma 1977.

67 R. Ruyer, La valeur religieuse des grandes anticipations, in L’Utopie et les Utopies, Parigi 1950, pp. 285-289.

68 L’espressione è di A. Peccei, La qualità umana, Milano 1976.

69 Cfr. L. Cerfaux, La Théologie de l’Eglise suivant saint Paul, nuova ed. Parigi 1965, pp. 275, 310 ss.

70 Cfr. R. Schnackenburg, Messaggio morale nel Nuovo Testamento, tr. it. Alba 1959.

71 K. LewinField theory in social science, Nuova York 1951, p. 103.

72 La migliore presentazione d’insieme di questi movimenti è quella offerta da R.A. Knox, Illuminati e carismatici, tr. it. Bologna 1970.

73 I.T. Ramsey, Models and Mystery, Londra 1964. È utile il riferimento anche ad altre opere di Ramsey, più specificamente teologiche, in cui è sottolineato il ruolo del modello nel linguaggio religioso; per es., Religious Language, an Empirical Placing of Theological Phrases, Nuova York 1963. Si occupa del modello dal punto di vista linguistico anche M. Black, Models and Metaphors: Studies in Language and Philosophy, Ithaca 1968.

74 I.T. RamseyModels and Mystery, p. 61.

75 L. WittgensteinTractatus logico-philosophicus, tr. it. Torino 1964, p. 82.

76 Ci rifacciamo alla revisione del pensiero di Wittgenstein attuata di recente da alcuni studiosi delle sue opere più attenti e più problematici. Cfr. A. Janik - S. Toulmin, Wittgenstein’s Vienna, Londra 1973. In Italia questa rilettura di W. è stata divulgata soprattutto da D. Antiseri in numerosi scritti.

77 Cfr. W.W. Bartley, Wittgenstein maestro di scuola elementare, tr. it. Roma 1974.

78 P. Engelmann, Lettere di Ludwing Wittgenstein con Ricordi, tr. it. Firenze 1970, p. 107.

79 M. SchelerVorbilder und Führer, in Schriften aus dem Nachlass, t. I., Berlino 1933, p. 27.

80 Ibidem.

81 Cfr. M. SchelerDer Formalismus in der Ethic und die materiale Wertethik, Halle 1916.

82 H. Bergson, Les deux sources de la morale et de la religion, Parigi 1932, pp. 29-30.

83 La problematica dell’idea di eroismo e della figura dell’eroe nel mondo contemporaneo è stata fatta oggetto del seminario annuale con cui l'Enciclopedia Britannica promuove lo studio dei grandi problemi ideologici attuali. Il resoconto con i vari contributi si trova nella pubblicazione The Great Ideas Today, 1973. Segnaliamo in particolare l’articolo di PotokHeroes for an Ordinary World, pp. 71-76.

84 Cfr. V. Bombert, “Sartre: The Intellectual as Impossible Hero”, in V. Bombert (ed.), The Hero in Literature, Greenwich, Conn. 1969, pp. 239-265.

85 Cfr. H. Weinrich, “Teologia narrativa”, in Concilium IX (1973, n. 5) pp. 66-79; J.B. Metz, “Teologia come biografia. Una tesi e un paradigma”, in Concilium XII (1976, n. 5) pp. 76-87.

86 J.B. Metz, “Breve apologia del narrare", in Concilium IX (1973, n. 5) p. 88.

87 R. Guardini, Libertà, grazia destino, tr. it. Brescia 1968, p. 7.

88 Herrlichkeit è attualmente in corso di pubblicazione in italiano. La cura G. Ruggieri per conto della Jaca Book.

89 Alcuni teologi statunitensi, muovendo da posizioni etiche centrate sul “carattere” individuale e sul suo influsso sulla comunità, hanno portato contributi originali a quella che potremmo chiamare la “teologia della vita”. Ci riferiamo soprattutto alla scuola di H. Richard Niebuhr. Le opere più significative sono quelle di J. Guastafson, Christian Ethics and the Community, Philadelphia 1971; S. Hauerwas, Character and the Christian Life: A Study in Theotogical Ethics, San Antonio 1974; e soprattutto J.W. Mc Clendon, Biography as Theology: How Life Stories can Remake Today’s Theology, Nuova York 1974, che abbiamo seguito più da vicino.

90 Cfr. le pertinenti osservazioni di C.H. Roquet su Yeronimus Bosch in quanto pittore religioso nell’articolo a lui dedicato nell'Encyclopaedia Universalis, vol. III, 1971, pp. 447-452. La sua opera è presentata come l’analogo pittorico dell’esperienza mistica, costituita da una serie di “sguardi” che si elevano e si epurano fino all’invisibile.

91 J. LeclercqValeurs chrétiennes, Tournai - Paris 1952, p. 172.

92 Ibi, p. 179-180.

93 F. Lepargneur, “L’état de maladie”, in Présences, 90 (1965), 81-90.

94 Cfr. F.M. Robert, “Théologie de la maladie”, in Présences, 93 (1965), p. 33.

95 Per una trattazione più ampia del problema della malattia come “stato di vita”, cfr. S. Spinsanti, Etica cristiana della malattia, Roma 1971.

96 J. Remy, “Fidelité aux engageraents et structure des échanges sociaux”, in Lumière et Vie, 10 (1972), 6-24. Tutto questo fascicolo di L. et V., dedicato alla fedeltà, contiene materiale utile per l’argomento che stiamo sviluppando.

97 Ibi, p. 22.

98 Il saggio di G. Sheehy, Passaggi, tr. it. Milano 1978, collocabile tra la divulgazione psicologica e il giornalismo, rende in modo molto efficace l'“ethos” del cambiamento che domina la cultura odierna, specie americana.

99 Cfr. S.J. Korchin, Psicologia clinica moderna, tr. it. Roma 1977, p. 616 ss. Il movimento del potenziale umano è una delle voci di quell’orientamento d’insieme e ha preso il nome di “psicologia umanistica”. Cfr. C. Buehler - M. Allen, Introduzione alla psicologia umanistica, tr. it. Roma 1976; V. Voelker (a cura), Humanistiche Psychologie. Ans.atze einer lebensnahe Wissenschaft vom Menschen, Weinheim 1980; R. May, Psicologia esistenziale, tr. it. Roma 1970.

100 Vedi K.W. Back, ‘Self-realization therapies’, in Encyclopedia of Bioethics, New York 1978, pp. 1547-51. La voce tratta in modo esauriente anche la problematica etica connessa con tali psicoterapie. Conclude che “è emersa a sufficienza l’evidenza di danno e di pericolo per autorizzare qualche controllo pubblico sul movimento”.

101 R.K. HudnutThe Bootstrap fallacy. What the Self-Help books don’t tell you, London 1978. Il titolo è assolutamente intraducibile: sì riferisce a un’espressione idiomatica inglese che significa “contare unicamente sulle proprie forze”. Far credere che sia possibile autorealizzarsi senza l’aiuto della grazia — è la tesi del libro — è l’inganno che le psicologie in questione tendono all’uomo moderno.

102 Ibi, p. 11.

103 “La mia tesi in questo libro è che coloro che si realizzano recuperano la religione negli atti passivi dello spirito-preghiera, sogni, lettura della Bibbia, contatto con le emozioni, svuotamento di sé — che portano a fare più di quanto avremmo sognato che fosse possibile. Dio è negli atti passivi. Dio è il cuore che si fonde con la testa, l’interno che si fonde con l’esterno”, p. 15. Per una valutazione antropologica positiva della dimensione “patica” dell’esistenza, cfr. V. von Weizsäcker, Pathosophie, Göttingen 1957.

104 A. ReuterWho says I’m OK?, Concordia Publ. 1974.

105 Ibi, p. 74.

106 P.C. VitzPsychology as religion. The cult of selfworship, Grand Rapids 1977.

107 Ibi, p. 36.

108 Ibi, p. 81.

109 Ibi, p. 103.

110 Ibi, p. 89.

111 J.Y. Jolif, “Fidelité humaine et objectivité du monde”, in Lumière et Vie, 10 (1972), p. 27.

112 Cfr. K. Hormann, “Treue”, in Lexikon der christlichen Moral, Innsbruck-Wien 1976.

113 J.B. Metz, “Decisione”, in H. Fries, Dizionario teologico, tr. it. Brescia 1968, I, p. 434.

114 Sono le considerazioni che svolge J.Y. Jolif nell’articolo sopra citato. A suo avviso, “gli antichi non avevano torto di vedere nella fedeltà una disposizione coestensiva a tutta la vita morale, allo stesso tempo che la via di accesso all'umanità. Deve essere in questo modo, perché essa è, nel suo fondo stesso, riconoscimento e accettazione di quelle che si potrebbero chiamare le regole fondamentali dell’esistenza umana”.

115 Cfr. G. Marcel, “Fidelité créatrice”, in Du refus à l’invocation, Paris 1940, pp. 199-217; M. Nedoncelle, De la fidelité, Paris 1953; E. Mounier, Il personalismo, tr. it. Roma 1966.

116 B. Haering, Liberi e fedeli in Cristo, 3 voll., Roma 1980-81. La crisi della fedeltà nella cultura contemporanea non è minimizzata, bensì presa come stimolo a ripensare cristianamente la fedeltà: “Uno dei fenomeni più preoccupanti del nostro tempo è la rottura di tanti matrimoni e l’alta percentuale di preti e religiosi che lasciano la loro vocazione originaria. In conseguenza di ciò i giovani tendono a non assumersi gli impegni di vita ben definiti. Vogliono sperimentare il matrimonio senza il vincolo dei voti matrimoniali o senza impegni pubblici di alcun genere. Sembra che molti di loro abbiano bisogno di maggior tempo per diventare capaci di impegnarsi al livello di un’opzione fondamentale. Inoltre molti di quelli che ritengono di aver avuto il necessario grado di “identità” quando si sono impegnati nel matrimonio o nella vita religiosa, ora si chiedono se l’oggetto del loro attuale impegno corrisponda ancora al loro impegno originario. Tutto ciò è un sintomo di profondi cambiamenti culturali, di nuove concezioni del matrimonio e del celibato e anche del cambiamento intervenuto nell’autocomprensione della chiesa”: Liberi e fedeli in Cristo, vol. II, Roma 1980, p. 85s. Tra i contributi teologici più rilevanti al ripensamento della fedeltà in chiave dinamica citiamo: P. De Locht, Les risques de la fidelité, Paris 1972; H. Kramer, Unwiderrufliche Entscheiedungen im Leben des Christen, München-Paderborn 1974; K. Demmer, Die Lebensentscheidung. Ihre moraltheologische Grundlage, München-Wien 1974; V. AyelInventer la fidelité au temps des certitudes provisoires, Lyon 1976.

117 Osservazioni molto pertinenti sulla psicologia dinamica della fedeltà si possono trovare in D. Widloecher, “Approccio psicologico del problema della fedeltà”, in AA. VV., Divorzio e indissolubilità del matrimonio, tr. it. Assisi 1973, pp. 105-123.

118 J.Y. Jolif, “Fidelité humaine..”, art. cit. p. 32.

119 Cfr. V. Truhlar, Concetti fondamentali della teologia spirituale, Brescia 1971. Nell’introduzione alla nuova edizione, Brescia 1981, si può trovare una discussione più ampia del significato della “teologia esperienziale” di Truhlar nel contesto della spiritualità moderna.

120 V. Truhlar, Lessico di spiritualità, Brescia 1973, p. 666.

121 R. Guardini, Die Lebensalter und die Philosophie, Würzburg 1955.

122 D. Morris, L’uomo e i suoi gesti, tr. it., Milano, 1978.

123 Pensiamo, per esempio, alla fortunata opera di J. Fast, Body language, 1970, a cui si deve la popolarità del termine “linguaggio del corpo”.

124 Per l’importanza della scoperta del proprio corpo nello sviluppo psicologico individuale si veda l’opera fondamentale di H. Wallon, Origini del carattere nel bambino, tr. it. Roma 1974. Wallon ha messo in luce che il bambino non scopre il suo corpo se non attraverso la sua relazione con gli altri e quell'“altro” primordiale che è la sua immagine nello specchio. Correlativamente, la fusione emozionale con la madre e poi con i parenti si iscrive nel tessuto tonico della muscolatura del bambino.

125 Una sintesi esauriente di questa problematica si può trovare in C. Squarise, Corpo, in Dizionario enciclopedico di teologia morale, Roma 1973, pp. 149-166.

126 S. Acquaviva, In principio era il corpo, Roma 1977, p. 15 s.

127 “La maggior parte di ciò che al giorno d’oggi avviene di nuovo, provocatorio, impegnato, nella politica, nell’educazione, nelle arti, nelle relazioni sociali (amore, corteggiamento, famiglia, comunità), o è opera di giovani che sono profondamente, persino fanaticamente, avversi alla generazione dei loro padri, o lo è di coloro che si rivolgono fondamentalmente ai giovani”: T. Roszack, La nascita di una controcultura. Riflessioni sulla società tecnocratica e sulla opposizione giovanile, tr. it. Milano 1971, p. 13.

128 R. Dubois, Il Dio interno, tr. it. Milano 1977, p. 226.

129 Cfr. B. De Marchi, “Funzione della società, liturgia deI corpo o fattore dì umanizzazione?”, in Vita e Pensiero, 60 (1974) pp. 15-47. Tutto questo numero monografico di V. e P., dedicato allo sport, è pertinente al tema dell’espropriazione-riappropriazione del corpo. Il corpo è desublimizzato sia quando è usato come veicolo di messaggi pubblicitari, sia quando funziona come macchina muscolare per battere primati.

130 Il pensiero di Marcuse sull’uso repressivo che la società capitalista avanzata fa della desublimazione degli istinti si trova in L’uomo a una dimensione, tr. it. Torino 1967 e in Eros e civiltà, tr. it. Torino 1964.

131 “La situazione di scacco in cui ci troviamo forse deriva anche dal fatto che la rivoluzione è stata pensata come un fatto sociale che partiva soprattutto da un sistema di idee, da un’ideologia: mi sembra sia giunto il momento di cominciare a pensare anche a partire da noi stessi e dal nostro corpo, dalla nostra psiche e dalla dimensione dell’eros, dal sistema dei bisogni e dai limiti di spazio e di tempo del nostro essere nel mondo, che ci dà anche il senso dell’infinito e dell’eterno”: S. Acquaviva, op. cit., p. 188.

132 Cfr. J.M. BroehmCorps et politique, Paris 1975.

133 R. Garaudy, Danser sa vie, Paris 1973, p. 13.

134 The Boston Women’s Health Book Collective: Noi e il nostro corpo, tr. it. Milano 1974. Il titolo originale inglese (Our Bodies, Ourselves: “I nostri corpi, noi stesse”) esprime efficacemente l’appropriazione del tema filosofico esistenziale: “io sono il mio corpo”. Sul rapporto della donna con la medicina si veda anche Ehrenreich, Le streghe siamo noi, tr. it. Milano 1975.

135 Ib., p. 13.

136 Cfr. E. Figes, Il posto della donna nella società degli uomini, tr. it. Milano 1970. Una panoramica esauriente è offerta da Sociologia della condizione femminile, a cura di F. Bonazzi e G. Catelli, Roma 1977; con una vasta bibliografia ragionata, pp. 97-115. Lo sfruttamento della donna nell’ordine patriarcale è spiegato da E. Fromm, Avere o essere?, tr. it. Milano 1977, come predominio della modalità dell’avere che si realizza nel possesso di esseri viventi, p. 38 s.

137 Cfr. D. Maraini, Quale cultura per la donna?, in AA. VV., Donna, cultura e tradizione, Milano 1976, pp. 60-66.

138 Cfr. O. Thibault, La domination du sexe mâle: phénomène biologique ou culturel?, in La revue nouvelle 30 (1974/1), pp. 44-51. Sugli abusi causati dall’ambiguità della parola ‘natura’ e sulla corresponsabilità della teologia cattolica nel rafforzare, con un’interpretazione maschilista dei dati della Scrittura, le ideologie profane, cfr. J.M. Aubert, La donna. Antifemminismo e cristianesimo, tr. it. Assisi 1976, spec. pp. 116-131.

139 La validità e i limiti della politica di emancipazione femminile del movimento operaio sono obiettivamente considerati da C. Ravaioli, La questione femminile, Milano 1976 (specialmente “La riappropriazione del corpo. Intervista con Giovanni Berlinguer”, pp. 89-110).

140 M. Mauss, “Les techniques du corps”, in Journal de psychologie 32 (1936) n. 3-4; il saggio è anche riprodotto in Sociologie et Anthropologie, Parigi 1966.

141 A. TofflerFuture shock, Nuova York 1970.

142 Cfr. A. Von Lysebeth, Imparo lo yoga, tr. it., Milano 1975.

143 Informazione esauriente è fornita dal volume di H.H. Bloomfield - M.P. Cain - D.T. Jaffe, MT. La meditazione trascendentale, tr. it. Milano 1976 (il sottotitolo dell’originale situa questa tecnica nella prospettiva che stiamo considerando: “Discovering inner energy and overcoming stress”).

144 Maharishi Mahesh YogyThe Science of Being and the Art of Living, Stoccarda 1966 (tr. it. Ubaldini, Roma 1970).

145 J.H. SchultzIl training autogeno, 2 voll., tr. it. Milano 1971; K. Thomas, Autoipnosi e training autogeno, tr. it. Roma 1976.

146 Cfr. in generale P. Geissmann - R.D. De Boussinger, I metodi di rilassamento, tr. it. Roma 1972.

147 J. Wolpe - A.A. LazarusBehaviour therapy techiques, New York 1966.

148 E. JacobsonYou must relax, New York 1957.

149 Il testo base è Teoria e pratica della terapia della Gestalt, di F. Perls - R.F. Heffeline - P. Goodman, tr. it. Roma 1971.

150 R. DuboisThe mirage of health: utopian progress and biological change, New York 1959.

151 I. Illich, Nemesi Medica. L’espropriazione della salute, tr. it. Milano 1977, p. 139 s.

152 Ib., p. 86.

153 Cfr. J. Sarano, Significato del corpo, tr. it. Roma 1975, p. 47 ss. Oltre che il fondamento filosofico dell’atteggiamento dualista, Sarano ne illustra la funzionalità. Il dualismo può svolgere il ruolo di momento e di strumento della totalità personale. La supremazia del Sé sul corpo anima l’impegno etico della lotta contro la malattia.

154 V. v. Weizsäcker, Pathosophie, Göttingen 1956; soprattutto il cap. sulla “Biographik”, pp. 241-263; Id., Der kranke Mensch, Stuttgart 1951, p. 352 ss.

155 Si veda, come una chiara indicazione di tendenza, The holistic health handbookA tool for attaining wholeness of body, mind and spirit, Berkeley 1979.

156 A. Ancelin Schützenberger - M.J. Sauret, Il corpo e il gruppo, tr. it. Roma 1978, p. 126.

157 Le opere di Carlos Castaneda hanno avuto anche in Italia un notevole successo di pubblico. Va segnalata in primo luogo la trilogia: A scuola dallo stregone (1970), Una realtà separata (1971), Viaggio a Ixtlan (1972), integrata dalle opere successive L’isola del Tonal (1975) e Il secondo anello del potere (1978).

158 La teosofia ha diffuso la nozione della pluralità dei corpi, nei quali l’uomo abita, e la dottrina del “corpo sottile”, secondo cui il corpo fisico sarebbe solo l’esteriorizzazione di un’invisibile incorporazione della vita psichica; anche il corpo sottile sarebbe di ordine materiale, ma di una natura più dinamica della sua cornice fisica sensibile: cfr. G.R.S. Mead, The dottrine of the subtle body in Western tradition, London 1967; A. Besant, Man and his bodies, London 1896. Un’esposizione molto informativa sull’insieme delle dottrine esoteriche sul corpo è offerta da D.T. Tansley, The subtle body, London 1977.

159 Una rassegna completa delle dottrine arcane ed esoteriche del corpo, secondo le varie membra, nel volume enciclopedico di B. Walter, Body magic, London 1979.

160 La Preghiera per domandare a Dìo il buon uso delle malattie, di B. Pascal, è il capostipite illustre di una straripante letteratura ascetico-consolatoria, che non ha conservato la nobiltà e l’equilibrio che pur erano presenti in Pascal. L’immagine del corpo che traspare in quelle opere rasenta talvolta il manicheismo. Per un’analisi di tale letteratura, cfr. S. Spinsanti, Etica cristiana della malattia, Roma 1971. In quella sede abbiamo anche ricostruito le dipendenze della letteratura ascetica sulla malattia dalla scuola di spiritualità che fa capo a De Berulle.

161 Cfr. D. GeorgeCorps (spìritualité et hygiène), in Dict. de Spirit, II-2, Paris J953, c. 2342.

162 Cfr. Specchio di perfezione, n. 27, in Fonti francescane, I, Assisi 1977, p. 1333 s.

163 Per un esempio dell’assimilazione delle istanze dello “human potential movement” in un progetto di spiritualità cristiana, cfr. T. Rowe, Wholeness. Body, mind and spintone man, London 1976. L’antropologia biblica, costruita su una triplice scansione dell’umano — corpo, anima e spirito — offre possibilità integrative maggiori di qualsiasi antropologia dualistica. Cfr. B. De Geradon, Le coeur, la langue, les mains. Une vision de l’homme, Paris 1974.

164 Si veda il capitolo dedicato all’integrazione del corpo in V. Truhlar, Concetti fondamentali di teologia spirituale, Brescia 1971, p. 72: “Bisogna inserire anche il corpo nella ricerca della via esperienziale, mettere anch’esso nell’impegno generale dell’uomo intero, affinché non sia un ostacolo, ma piuttosto un elemento che porta all’esperienza e che si unisce armonicamente nella percezione del proprio essere e dell’essere assoluto, nonché nell’estensione di questa percezione e di questo senso, in tutti i campi della vita umana... All’interno della realtà umana anche il corpo viene percepito e come penetrato dal senso dell’assoluto (Dio)”.

165 Cfr. la rubrica “Découvrir la quatrième dimension” che A. Goettmann ha tenuto per tutta l’annata 1976 nella rivista Temps et paroles. Gli articoli sviluppano l’idea che dall’esperienza spirituale dipenderà la modificazione radicale dell’uomo e l’avvenire del mondo. Terremo presenti gli articoli soprattutto nel paragrafo dedicato alla meditazione corporea.

166 La letteratura sul rinnovamento carismatico comincia ad essere notevole. Con speciale riferimento alla situazione italiana si veda M. Panciera, Il rinnovamento carismatico in Italia, Bologna 1977, corredato di abbondante bibliografia. Le opere più autorevoli sul ministero delle guarigioni sono quelle di F. Mac Nutt, Il carisma delle guarigioni, tr. it., Alba 1977, e M. Scanlan, Inner Healing, New York, 1974. Un esauriente capitolo dedica all’argomento R. Laurentin, Il movimento carismatico nella Chiesa cattolica. Rischi e avvenire, tr. it., Brescia 1976, pp. 120-151.

167 Tuttavia alcuni teologi riformati hanno continuato ad interessarsi al carisma delle guarigioni. Vedi: B. MartinDie Heilung der Kranken als Dienst der Kirche, 1949; D. HochHeil und Heilung, 1954; H. DoebertDas Charisma der Krankenheilung, 1960.

168 Per un bilancio storico delle esperienze di guarigioni carismatiche agli ambienti di lingua inglese della Riforma si veda L. D. Weatherhead, Psychology, Religion and Healing, New York 1951.

169 D. GelpiPentecostalism: a theological viewpoint, Paranus 1971, p. 154.

170 Cfr. J. Fichter, I carismatici cattolici. Ricerca sociologica, tr. it., Brescia 1976, p. 152 s.

171 R. Laurentin, op. cit., p. 121.

172 Il tema della guarigione interiore (o della rilevanza della fede per l’equilibrio e la guarigione) è stato trattato da teologi di indirizzo esistenzialista, in particolare P. Tillich.

173 La guarigione può essere considerata anche come un processo di restaurazione dell’unità della persona, che domanda interventi differenziati. “La guarigione si produce quando tutte le condizioni sono realizzate. Ci sono condizioni fisiche che solo il medico è atto a conoscere e a suscitare. Ci sono anche condizioni di ordine emozionale che possono essere rese presenti da quelli che sono formati in psicoterapia; e finalmente la guarigione richiede condizioni di natura spirituale, che non possono essere pienamente viste e facilitate che da quelli che sono formati e sperimentati nella viva tradizione della chiesa cristiana. Tutti questi uomini, insieme, possono costituire un'équipe utilissima per il servizio del Signore”. M. Kelsey, Healing and Christianity, New York 1973, p. 359.

174 L’esicasmo deriva dal greco “hesychia”, cioè: silenzio, pace dell’unione con Dio. Sulla pratica della “preghiera di Gesù”, una delle più care alla spiritualità orientale, russa in particolare, si veda: “Un monaco della chiesa orientale”: La preghiera di Gesù. Genesi, sviluppo e pratica nella tradizione bizantino-slava, tr. it., Brescia 1964.

175 La documentazione è fornita da S. Tugwell, Le corps dans la prière, in La vie spirituelle, 56 (1974), pp. 879-887.

176 Si veda, in questo senso, G. Moroni, Il corpo e la preghiera, Bologna, 1976. Il libretto presenta esercizi pratici individuali e collettivi per una ricerca delle condizioni corporee e mentali per accogliere la preghiera. Suo presupposto è che tutto ciò che viene vissuto dalla persona nella sfera più intima viene recepito a livello fisico e che, viceversa, il corpo impone la sua presenza a ogni manifestazione, anche la più spirituale.

177 Tra le opere più qualificate sullo Zen, cfr. A. Watts, La via dello Zen, tr. it., Milano 1959; D.T. Suzuki, Zen Buddhism, New York 1956. Bibliografia esauriente in Enciclopedia delle Religioni, vol. VI, Firenze 1970, pp. 354-356.

178 Tale è il giudizio di Th. Roszak, La nascita di una controcultura, cit., pp. 149-154.

179 W. DürckheimAlltag als Übung, Berna-Stoccarda, 1962; Id., Hara. Die Erdmitte des Menschen, Weilheim 1964; Id., Zen und Wir, Weilheim 1961; Enomya-LasalleZenWeg zur Erleuchtung, Vienna 1960; Id., Zen-Buddhismus, Colonia 1966; Id., Zen-Meditationen für Christen, Weilhheim 1969. Sui rapporti tra Zen e cristianesimo, cfr. anche: H. Dumoulin, Dialogo con il Buddismo Zen, in Concilium, 3 (1967/9), pp. 167-185; W. Johnston, Dialogo con lo Zen, in Concilium, 5 (1969), pp. 1829-1839; T. Merton, Mystics and Zen masters, Nuova York 1967; D.T. Suzuki, Mysticism, Cristian and Buddhist, Londra e Nuova York 1957.

180 Cfr. H. Waldenfels, Meditazione: est e ovest, tr. it., Brescia 1977.

181 B. Staehelin, Essere o avere. Diario metafisico, tr. it., Roma 1966.

182 Questo quadro corrisponde, grosso modo, alla personalità che il sociologo G. Simmel attribuiva all’abitante delle grandi città (Die Grosstadt, tr. it. in G. Martinotti, Città e analisi sociologica, Padova 1968, p. 275ss.). La tensione data dalla lotta per l’affermazione della propria individualità rispetto al prevalere della cultura di massa si esprime nella tendenza a concentrarsi “al culmine”. La vita metropolitana presuppone una consapevolezza eccezionale, favorita dalla intensificazione delle stimolazioni nervose interne ed esterne, e una predominanza dell’intellettualità. E il raziocinio, osserva Simmel, “risiede nel livello più superficiale, trasparente e cosciente della psiche”. Un’analisi aggiornata della psicologia dell’abitante delle grandi città è quella dovuta a W. Hellpach, L’uomo della metropoli, tr. it., Milano 1960. Come caratteristiche psichiche principali sono indicate: la rapidità e la fretta; la vigilanza sensoria (necessaria per una reazione rapida e precisa alle esigenze della vita urbana); l’indifferenza emotiva.

183 A.M. Besnard, Tu m’as façonné un corp, in La vie spirituelle, 56 (1974), p. 815.

184 Oltre all’indispensabile guida di un maestro, si può fare ricorso a guide e manuali, che già cominciano ad essere numerosi. Ci limitiamo a segnalare: K. Tillmann, Guida alla meditazione, tr. it., Brescia 1975 e gli articoli, già citati, di A. Goettlieb in Temps et paroles.

185 K. DurckheimHara. Die Erdmitte des Menschen, cit.

186 Una fonte esauriente di notizie sullo hara è il libro di Dürckheim dedicato all’argomento. Lo hara stesso vi è così definito: “Il possesso di quella disposizione generale dell’uomo che lo mette in grado di aprirsi alle forze e all’unità della vita originaria e di mostrarle nel dominare, dare un senso e portare a compimento la propria vita. Ciò che si oppone più tenacemente all’acquisizione della forza dal centro è il restare attaccato all’io, il quale con la propria ostinazione disturba la nascita di un vero potere. Solo quando si riesce a escludere l’intrusione dell’io si produce la prestazione perfetta, in quanto frutto di una maturazione interna. La ragione non è più necessaria, la volontà tace, il cuore è diventato silenzioso: con felice sicurezza l’uomo agisce senza il proprio intervento”.

187 Vedere l’accurata analisi fenomenologica del sorgere della percezione dualistica (il corpo come oggetto) dal predualismo originario fatta da J. Sarano, Significato del corpo, tr. it., Roma 1975, pp. 47-61. Sarano non tralascia di mettere in luce il significato e la funzione del corpo-oggetto, presupposto per l’intervento terapeutico, per l’etica e l’ascesi.

188 H. Bossu - C. Chalaouier, L’expression corporelle, Paris 1974, p. 27.

189 Cfr. J. Salk, La sopravvivenza dei più saggi, tr. it., Roma 1977.

190 Un’eco di quell’obbligo deontologico si può forse trovare nell’art. 32 del nuovo Codice di Deontologia Medica (1978): “Il medico che, abusando della sua posizione professionale, si comporti in modo scorretto, commette grave infrazione disciplinare, indipendentemente dalle eventuali responsabilità civili e penali nelle quali egli può essere incorso”.

191 A. Ch. KinseySessual Behavior in the Human Male, Philadelphia 1948, pp. 23-31.

192 W.H. Masters - V.E. JohnsonHuman Sexual Response, New York 1966, id., Human Sexual Inadeguacy, New York 1970.

193 J. Money - H. MusaphSessologia, tr. it., Roma 1968, 3 voll.

194 J. WolpeThe practice of Behavior Therapy, Elmsford 1969.

195 W.H. Masters - V.E. JohnsonHuman Sexual Inadeguacy, New York 1970.

196 E. Bloch, Ateismo nel cristianesimo, Milano, 1971, p. 214.

197 P. Teilhard De Chardin, Le milieu divin, Paris, 1957, p. 85, 97.

198 Ibidem.

199 D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Milano, 1969, pp. 258-260.

200 L. Lochet, Au services des malades: l'Union Catholique des malades, La vie spirituelle, 83, (1950), pp. 55-72.

201 Guzman Del Val, El valor apostolico del sufrimiento, Roma, 1963.

202 K. Barth, Dogmatigue, cit., p. 39.

203 F. Pastorelli, Servitude et grandeur de la maladie, Paris, 1967, p. 173.

204 G. Gilleman, Il primato della carità in teologia morale, Brescia, 1959, p. 311.

205 Sulla mitologia del cancro, cfr. S. Sontag, Malattia come metafora, Torino 1979.

206 L.V. Thomas, Antropologia della morte, Milano 1976.

207 Cfr. J. Ziegler, I vivi e la morte, Milano 1978.

208 Segnaliamo le principali, tradotte in italiano: Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente, Milano 1978; L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi, Bari, 1980.

209 Così B. Groethuysen, Le origini dello spirito borghese in Francia, I, La Chiesa e la borghesia, Torino 1964.

210 Cfr. A. ToynbeeMan’s concern with death, London 1960.

211 “Si tratta di uno di quei periodi che delineano un’incancellabile soglia cronologica: il momento nel quale il male, la contronatura, la morte, in breve tutto il fondo nero della malattia, vengono alla luce; tutto ciò si rischiara e si sopprime a un tempo come la notte, nello spazio profondo, visibile e solido del corpo umano. Quel che era fondamentalmente invisibile s’offre d’improvviso alla chiarezza dello sguardo, in un movimento dell’apparenza così semplice, così immediata che pare la naturale ricompensa di un’esperienza meglio eseguita. Si ha l’impressione che, per la prima volta dopo millenni, i medici, liberi finalmente da teorie e chimere, abbiano acconsentito ad affrontare l’oggetto della loro esperienza di per se stesso e nella purezza di uno sguardo non prevenuto”: M. Foucault, Nascita della clinica, Torino 1969, p. 221.

212 Per una rassegna delle pubblicazioni più importanti, cfr. S. Spinsanti, “Psicologi incontro ai morenti”, in Medicina e Morale, 26 (1976), n. 1-2.

213 E. Kübler-Ross, La morte e il morire, Assisi 1976.

214 “È opinione diffusa che il medico, per quanto non possa deliberatamente disporre in alcun caso della vita di un’altra persona, abbia il dovere di fare il possibile per assicurare al suo paziente una morte dignitosa e senza dolore, anche quando sa che le misure adottate possono lievemente accelerare la fine”: O.M.S., La Salute e i diritti dell’uomo, Roma 1978, p. 52.

215 “L’uomo occidentale ha perso il diritto di presiedere all’atto del morire. La salute, cioè il potere di reagire autonomamente, è stata espropriata fino all'ultimo respiro. La morte tecnica ha prevalso sul morire. La morte meccanica ha vinto e distrutto tutte le altre morti”: I. Illich, Nemesi medica, Milano 1977, p. 223.

Antropologia medica

Sandro Spinsanti

ANTROPOLOGIA MEDICA

in Dizionario di Bioetica

EDB-ISB, Bologna-Acireale 1994

pp. 51-55

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1. Antropologia fisica

L’antropologia è, in senso strettamente etimologico, lo studio (logos) dell’uomo (anthropos). Suo oggetto è l’essere storico e culturale, il cui comportamento comprende dimensioni anche etiche e spirituali.

Fin dagli inizi della medicina scientifica occidentale l’antropologia si è rivelata un punto di riferimento importante per ogni impresa terapeutica. Nel modello ippocratico l’arte terapeutica si orienta verso un’antropologia naturalista, secondo la quale la Natura sa, senza averlo essa stessa imparato, ciò che è giusto e appropriato. La Natura (physis) influisce nell’arte (techne), per conservare e sviluppare l’essere proprio (nomos) dell’uomo. Il medico concepisce se stesso come servitore della physis (minister naturae) e diventa perciò maestro del nomos. La medicina è nella sua essenza e nei suoi principali strumenti ― diaita e therapeia ― antropologia.

Tutta la storia della medicina può essere ripercorsa tenendo presente il suo intreccio con le antropologie di riferimento. Da questo punto di vista, l’interesse per le questioni antropologiche sviluppatosi in quell’ambito della medicina contemporanea che è stato investito dal dibattito della bioetica non è qualcosa di qualitativamente nuovo. Si tratta solo di un giro di vite, dettato dalla radicalità dei problemi. I progressi scientifici e le applicazioni tecnologiche, soprattutto

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nei segmenti dell’inizio e della fine della vita, hanno portato a una «diluizione dei confini» (Malherbe, 1989). Ancor più: lo sviluppo biomedico tende a mutare l’immagine che gli uomini e le donne hanno della loro vita. Le rappresentazioni dell’uomo, della coppia, della famiglia, della sofferenza e della morte ereditate dalle culture tradizionali non sorreggono più la pratica della biomedicina, dove il libero intervento dell’uomo si sta sostituendo al corso «naturale» delle cose. Il dibattito bioetico si sviluppa mediante un continuo rimando, implicito o esplicito, a questioni essenzialmente antropologiche.

Le fonti per la conoscenza dell’uomo sono di natura diversa. Per la cultura moderna è stata decisiva la distinzione tra antropologia fisica e antropologia culturale. La classificazione risale a I. Kant, per il quale tutto il filosofare poteva essere ricondotto alle quattro domande fondamentali: «Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? Che cos’è l’uomo?». Nell’antropologia, il filosofo illuminista ha distinto due aspetti: quello «fisiologico» (che considera «che cosa la natura fa dell’uomo») e quello «pragmatico» (che cosa l’uomo come essere libero fa, oppure può e deve fare di se stesso).

La duplice accezione è rimasta. L’«antropologia fisica» studia i caratteri biologici dell’uomo (l’uomo nella sua struttura somatica, nei suoi rapporti con l’ambiente, nelle sue classificazioni razziali, nel suo passato paleontologico, nella sua dotazione genetica). In quanto «culturale», invece, l’antropologia considera l’uomo nelle caratteristiche che gli derivano dai suoi rapporti sociali e si occupa della cultura in quanto sistema integrato con cui i gruppi sociali interagiscono con l’ambiente.

L’incrocio dell’antropologia fisica con la bioetica è meno marginale di quanto a prima vista si può immaginare. È più che una curiosità storica, infatti, che il termine stesso «bioetica» sia stato coniato e utilizzato da Van Rensselaer Potter in una prospettiva di antropologia fisica. La tesi fondamentale sostenuta dallo studioso era che i valori etici non possono essere separati dai fatti biologici; la sopravvivenza dell’intero ecosistema dipende dalla creazione di un ponte tra queste due culture: la «bioetica», appunto (Van Rensselaer Potter, 1971). Questa scienza nuova, finalizzata a garantire la sopravvivenza della vita, si fonda in uguale misura sui valori umani e sulle conoscenze biologiche, in particolare quelle ecologiche (indispensabili per l’uomo, essendo questi inserito in un ambiente naturale), quelle genetiche (studio dei meccanismi ereditari che in parte vincolano e in parte spiegano la natura umana) e quelle fisiologiche.

In Italia una riflessione bioetica orientata in questo senso è quella promossa da Brunetto Chiarelli, docente di Antropologia presso l’Università di Firenze, e dalle iniziative che a lui fanno capo (Società Italiana di Bioetica, rivista Global Bioethics/Problemi di bioetica). La bioetica proposta tende a cercare dei fondamenti su basi naturali. Tale disciplina deve focalizzare problemi connessi con la migliore sopravvivenza dell’uomo come individuo e come specie, nonché la relazione tra uomo e ambiente naturale. La bioetica, intesa come «tentativo di patto fra uomo e natura per rendere ancora possibile la nostra esistenza su questo pianeta», promuove la ricerca di norme etiche basandosi esclusivamente su principi razionali e naturalistici, e quindi utilizzando gli stessi criteri della scienza.

2. Antropologia culturale

Una seconda articolazione della bioetica con l’antropologia è quella riferita allo studio di ciò che l’uomo, in quanto essere libero, «fa e deve fare di se stesso», ovvero crea la cultura per rispondere alle sfide dell’ambiente ed è da essa modellato. La storia degli studi antropologici rivela un interesse costante per le rappresentazioni e per le pratiche relative al mantenimento e al ripristino della salute nelle diverse società

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e nei diversi strati sociali. Ricerche di grande interesse sono state condotte nell’ambito dell’etnomedicina, a cominciare dall’opera classica di W. Rivers, Medicine, Magic and Religion (1922), che per prima ha concettualizzato la medicina come un sistema culturale. La medicina, secondo la definizione di Rivers, è «un insieme di pratiche sociali con cui l’uomo cerca di dirigere e controllare uno specifico gruppo di fenomeni naturali, quelli cioè che colpiscono specialmente l’uomo stesso e influenzano il suo comportamento in modo da renderlo disadatto per il normale svolgimento delle Sue funzioni fisiche e sociali, fenomeni che abbassano la sua vitalità e tendono alla morte».

L’antropologo valuta le differenze del comportamento umano nella cura della salute come un’espressione tipica di quella divaricazione tra i diversi gruppi umani che è prodotta dalla cultura. La descrizione etnografica delle credenze e dei comportamenti sanitari dei popoli «primitivi» era spesso viziata da un pregiudizio etnocentrico, che induceva a svalutare ciò che fosse difforme dalla cultura dell’osservatore. L’antropologia culturale ha operato una svolta copernicana nel modo di considerare le risposte alla situazione «naturale» dell’uomo. I sistemi medici, così come le istituzioni sociali, devono essere studiati come elementi integrati in una cultura, e non essere considerati in rapporto al punto di vista dell’osservatore.

L’antropologia medica che si è sviluppata da questa prospettiva ha assunto il rilievo di una vera e propria disciplina (specialmente nei Paesi anglosassoni, dove è conosciuta col nome di medical anthropology). Nella definizione di David Landy, essa è «lo studio dei modi umani di confrontarsi con là malattia e l’infermità, e degli accomodamenti adattivi (cioè medicine e sistemi medici) fatti dai gruppi umani per far fronte a questi pericoli che minacciano sempre e ovunque gli esseri umani» (D. Landy, 1977). Il campo di lavoro dell’antropologia medica comprende tra i suoi argomenti tematici: i sistemi medici e le teorie relative alla malattia e alla guarigione; stati emotivi e costrizioni culturali (etnopsichiatria); ecologia ed epidemiologia delle malattie; status e ruolo del paziente e del terapeuta; trasformazione dei sistemi medici nel cambiamento sociale e culturale, specialmente nel processo di modernizzazione.

Sullo sfondo di questa attenzione costante che l’antropologia, in quanto scienza sociale, ha dedicato alla medicina, possiamo collocare il dialogo più recente che si sta sviluppando tra la bioetica e l’antropologia medica. L’antropologia, fondata sulla ricerca empirica, fornisce una informazione vitale circa il contesto socioculturale della pratica biomedica, inclusa la conoscenza dei sistemi di credenze (belief systems) dei pazienti e dei sanitari.

La critica che l’antropologia medica può rivolgere alla bioetica è di essersi sviluppata da radici che affondano nella teologia, nel diritto e nella filosofia morale, cioè da discipline che non hanno alcuna tradizione di ricerca empirica. Queste discipline si basano invece sulle ortodossie della verità ricevuta, sulla legislazione esistente e sull’analisi formale; prescindono dall’esame critico dei complessi contesti sociali: e culturali nei quali vengono fatte lé scelte mediche rilevanti per la bioetica.

Il ruolo potenziale che può avere l’antropologia culturale per la bioetica è eloquentemente illustrato dagli studi pioneristici di Renée Fox (sulla «formazione all’incertezza» nel training medico, sul ruolo dell’autopsia nel curriculum formativo degli studenti di medicina, sul trapianto di organi e la dialisi, sulla reazione dei pazienti e dei sanitari ali cuore artificiale), di Andrea Sankar (sulla home care e l’assistenza domiciliare ai malati terminali), di Deborah Gordon (sulla comunicazione della diagnosi ai malati di cancro).

3. Antropologia filosofica

Fin dall’epoca dell’umanesimo, nella

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tradizione culturale europea Si e consolidata una accezione di «antropologia», intesa come riflessione filosofica sulla peculiarità della natura umana. La prima traccia letteraria di questo concetto di antropologia può essere individuata nell’opera di Magnus Hundt, Anthropologium de hominis dignitate, pubblicata a Lipsia nel 1501. Il tema dell’antropologia in questo senso specifico è costituito dalla posizione particolare dell’essere umano nel mondo dei viventi. Questa riflessione fisolofico-deduttiva è metodologicamente e contenutisticamente diversa dalla conoscenza propria dell’antropologia concreta che si è formata nell’epoca moderna, nei due versanti dell’antropologia fisica e dell’antropologia pragmatica già individuati da Kant.

Nella linea dell’antropologia filosofica post-idealistica, il problema dell’uomo come vivente ha ritenuto l’attenzione soprattutto di filosofi di indirizzo fenomenologico-esistenziale. Vanno citati: F.J. Buytendijk, L. Binswanger, M. Boss, H. Plessner, A. Gehlen, M. Merleau-Ponty, J.P. Sartre. La loro antropologia si propone di comprendere l’uomo come l’essere che, nell’unità della sua corporeità animata, esiste nel mondo storicamente. La riflessione avvenuta nell’ambito della medicina ha applicato in particolare questo tema all’uomo malato e ai problemi esistenziali connessi con le vicende della salute, costituendo nell’insieme dell’antropologia un capitolo di «antropologia medica».

Una realizzazione particolarmente felice di questo tipo di medicina, che si assume anche il compito di pensare filosoficamente l’uomo al quale è diretta l’azione terapeutica, è rappresentata dalla Anthropologische Medizin tedesca. Sorta nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, è rappresentata da pensatori di diversa estrazione, ma con una base comune: rivendicare all’azione medica una prospettiva antropologica, per reagire ai riduzionismi propri della medicina concepita come scienza della natura, attenta solo al lato biologico dell’esistenza umana. Senza costituire una scuola nel senso proprio del termine, la «Medicina antropologica» ha svolto un ruolo caratteristico nel riportare gli interessi umanistici nell’ambito della medicina. Il suo orizzonte problematico è per la massima parte sovrapponibile a ciò che negli ultimi venti anni è stato dibattuto sotto l’etichetta di «bioetica».

Comune a tutti gli Autori di questa corrente ― menzioniamo, tra i più significativi: L. von Krehl, R. Siebeck, Th. von Uexküll, A. Mischerlich ― è l’importanza attribuita alla biografia del paziente e alla storia della malattia per capire la patogenesi. Non si presta attenzione solo alla biologia, ma anche ad altri fattori, come l’ambiente, la storia e la psiche, compresa l’azione dinamica dell’inconscio. La malattia appare così come un processo complesso: non solo qualcosa che si subisce, in quanto sopravviene dall’esterno come un intervento estraneo al soggetto, ma anche qualcosa in cui il malato è impegnato attivamente. «Non si ha solo una malattia, ma si è malati», ha sintetizzato Viktor von Weizsäcker.

Quest’ultimo Autore è indubbiamente l’esponente più rappresentativo della «Medicina antropologica». A lui risale la formula: «introdurre il soggetto in medicina», quale programma per una rifondazione della scienza medica. L’orientamento assunto dalla «Medicina antropologica» apre alla comprensione della malattia un ambito che la medicina in quanto scienza della natura si era precluso. «La malattia dell’uomo ― afferma ancora von Weizsäcker ― non è il guasto di una macchina, bensì la sua malattia non è altro che lui stesso, o meglio, la sua possibilità di diventare se stesso»: L’essere e il poter/dover essere, l’antropologia e l’etica appaiono così organicamente legate, in una visione che mira a recuperare la totalità.

La corrente della «Medicina antropologica» non interessa solo lo storico delle idee. Essa ha continuato

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a produrre una riflessione sulla medicina e sull’azione sanitaria a partire dagli interrogativi sull’uomo che la medicina intende guarire e assistere. Tra le realizzazioni più ragguardevoli segnaliamo in particolare l’opera dello storico della medicina Pedro Laín Entralgo, Antropologia medica (suddivisa organicamente in parti dedicate rispettivamente a «La realtà dell’uomo», «Salute e malattia», «L’atto medico e i suoi orizzonti»). L’etica appare organicamente inserita nell’atto medico come sua parte integrante, in quanto la realtà stessa dell’uomo è costitutivamente morale.

L’antropologia medica, nelle sue diverse articolazioni, ci permette di rilevare che l’etica in medicina non ha una data d’inizio. I sanitari hanno sempre agito avendo in mente un’immagine dell’uomo (un’antropologia), anche se non sempre esplicita e riflettuta. A partire da quest’immagine si domandano che cosa devono fare e quali sono la portata e i limiti dei loro doveri morali. L’etica in medicina ha a che fare essenzialmente con la riflessione sull’antropologia: il modo in cui l’uomo capisce se stesso è interpreta la sua azione in rapporto a tale fine.

L’antropologia medica rimane un punto di riferimento obbligato per la bioetica, soprattutto per quegli orientamenti esclusivamente centrati sull’etica analitica, che sembrano voler rinunciare alla tradizionale riflessione antropologica.

[ Antropologia filosofica; Antropologia teologica; Bioetica; Malattia; Medico; Salute].

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P. Laín Entralgo, Antropologia medica, Paoline, Cinisello Balsamo 1988

D. Landy (a cura di), Culture, disease and healing: Studies in medical anthropology, Macmillan, NewYork-London 1977

J.F. Malherbe, Per un’etica della medicina, Paoline, Cinisello Balsamo 1989

Van Rensselaer PotterBioethics. Bridge to the future, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1971

A. Sankar, La comunicazione tra i familiari e i sanitari nell’assistenza domiciliare ai morenti, in: Bioetica e antropologia medica, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1991, 241-256

S. Spinsanti, Guarire tutto l’uomo. La medicina antropologica di V. von Weizsäcker, Paoline, Cinisello Balsamo 1988

V. von Weizsäcker, Filosofia della medicina, Guerini e Associati, Milano 1990

Antropologia medica

Pedro Laín Entralgo

Antropologia medica

Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1988

pp. 5-15

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INTRODUZIONE

LA RIFLESSIONE ANTROPOLOGICA PER UNA MEDICINA UMANA

Umanizzare la medicina: oltre gli slogan

La medicina di cui ci serviamo per guarirci è, a sua volta, malata. Come rimedio è oggi diventato corrente prescrivere iniezioni di etica, a dosi massicce. Senza contestare la necessità e l'efficacia dell'etica come terapia, questo libro prospetta un altro cammino per la guarigione della medicina: quello che passa per l'antropologia.

Per identificare questo percorso dobbiamo collocarlo nel contesto di quel movimento che rivendica come propria finalità quella di favorire l'avvento di una medicina più umana. Contrapporre una medicina «a misura d'uomo» a quella denunciata in crisi, perché non sa rispondere ai nostri bisogni, ovvero ― sinteticamente ― «umanizzare» la medicina, è un programma che spesso suscita altrettanta irritazione quanto facili entusiasmi. Dietro gli slogan a effetto, infatti, il più delle volte non si riesce a individuare un vero progetto culturale. Molta parte del successo delle formule riformatrici che si rifanno all'«umanizzazione» va al moralismo, di cui esse sono implicitamente strumento.

Chi vuol «umanizzare» la pratica della medicina punta un dito accusatore contro i sanitari, accusandoli di essere «disumani». I malesseri reali che soffriamo nell'ambito della cura della salute vengono così imputati unilateralmente a coloro che forniscono i servizi terapeutici. I «cattivi» medici-infermieri-ausiliari, da una parte, nel ruolo di persecutori, i «buoni» pazienti dall'altra, in quello di vittime. Questa semplicistica suddivisione di torti e di meriti è la ragione del fascino discreto che esercita il moralismo, ma anche della sua incapacità a cambiare la situazione. Chi si sente accusato reagisce con un atteggiamento di difesa. Il risultato finale più frequente è un sicuro senso di frustrazione e di impotenza, tanto presso gli accusatori, quanto presso gli accusati.

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Se il programma di umanizzazione della medicina vuol essere un richiamo all'atteggiamento filantropico necessario per chi esercita una professione sanitaria, è perfettamente giustificato. Il tratto «umano» con il malato, la partecipazione emotiva dei sanitari al processo terapeutico, il coinvolgimento del cuore, oltre che della mente e della mano, al dolore altrui sono elementi che definiscono essenzialmente la pratica della medicina. È una tradizione che in Occidente è mantenuta viva mediante il richiamo costante allo spirito della medicina ippocratica.

Anche oggi, come in qualsiasi epoca, l'ideale filantropico ha bisogno di essere riproposto a chi esercita l'arte di guarire. Forse ai nostri giorni la professione medica ha bisogno addirittura di un resourcement, di un ritorno alle fonti, come si diceva della Chiesa in epoca di Concilio. Ma, per il buon esito della causa stessa, non sarebbe forse più opportuno, quando ci si riferisce a tale obiettivo, abbandonare il termine di «umanizzazione», considerate le forti connotazioni moralistiche della parola?

Il programma di una medicina umana ha invece una fisionomia non ambigua quando si propone di riportare in medicina quel sapere rappresentato dalle scienze umane, o dell'uomo (Humanunssenschaften, nella terminologia tedesca in uso già fin dal secolo scorso), in quanto specificamente diverse, per metodo e per contenuti, dalle scienze della natura (Naturwissenschaften). Ci riferiamo in concreto alla storia, alla linguistica, alla sociologia, alla psicologia e psicoanalisi, all'antropologia culturale. Per queste scienze l'oggetto di studio è l'essere biologico vivente nella sua inalienabile qualità umana. Ciò che è specifico dell'uomo ― in quanto essere storico, o inserito in una rete di rapporti sociali, o dotato di facoltà psichiche, di emozioni, di dinamismi consci e inconsci, o in quanto prodotto di cultura e produttore di essa ― non viene dalle scienze umane metodologicamente messo tra parentesi, come fanno le scienze della natura, bensì studiato come espressione specifica del «fenomeno umano».

Gli apporti della sociologia e della psicologia per ridare ai fatti patologici e al processo terapeutico il debito spessore umano sono ormai patrimonio acquisito. Anche la storia della salute e della sanità sta acquistando credito e contribuisce a fare della medicina la scienza dell'uomo storicamente malato, piuttosto che di malattie fuori delle coordinate temporali. In questa sede merita una menzione particolare l'antropologia applicata alla medicina.

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Per due ragioni. Questa disciplina è poco nota in Italia, e coltivata solo da pochi studiosi, che non sono ancora riusciti, malgrado l'eccellente qualità del loro lavoro, a imporla all'attenzione della nostra cultura nazionale 1. In secondo luogo, questo tipo di antropologia va differenziata da quella proposta da Laín Entralgo nel presente libro. Malgrado l'affinità terminologica, si tratta di un tipo di conoscenze di ordine completamente diverso.

L'apporto dell'antropologia culturale

Per quanto paradossale possa sembrare all'orecchio, la «medical anthropology» non è l'«antropologia medica». L'antropologia, nel senso anglosassone del termine, è quella scienza dell'uomo che nell'ambito linguistico neolatino è nota come «antropologia culturale».

La «medical anthropology» è nata dal progetto di applicare la conoscenza dell'uomo in quanto essere «culturale» ― ovvero che crea la cultura per rispondere alle sfide dell'ambiente ed è da essa modellato ― alla salute e alla malattia nella vita umana, nonché alle istituzioni sanitarie create da ogni specifica cultura. Dopo un periodo relativamente lungo di legittimazione, questa disciplina ha finito per essere pienamente accettata in ambito accademico, soprattutto negli Stati Uniti. Opere solide forniscono già una valida sintesi delle conoscenze acquisite 2.

La portata degli interessi dell'antropologia applicata alla medicina e la peculiarità del suo approccio alla salute umana emergono già fin dall'opera che rappresenta un tentativo pionieristico e un classico allo stesso tempo: Medicine, Magic and Religion

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di W. Rivers (1927). Anche se già in precedenza etnologi e antropologi avevano raccolto dati sulle concezioni mediche e sulle risorse sanitarie delle popolazioni studiate, Rivers per primo ha concettualizzato la medicina come un sistema culturale. È diventato proprio dell'antropologia considerare i sistemi medici come strategie integrate di adattamento socioculturale.

Un sistema medico abbraccia tutte le credenze, le azioni, le conoscenze scientifiche e le tecniche che promuovono la salute dei membri di un gruppo che sottoscrivono il sistema. La medicina, secondo la definizione dello stesso Rivers, è «un insieme di pratiche sociali con cui l'uomo cerca di dirigere e controllare uno specifico gruppo di fenomeni naturali, quelli cioè che colpiscono specialmente l'uomo stesso e influenzano il suo comportamento in modo da renderlo disadatto per il normale concepimento delle sue funzioni fisiche e sociali; fenomeni che abbassano la sua vitalità e tendono alla morte».

L'antropologo valuta le differenze del comportamento umano nella cura della salute come un'espressione tipica di quella divaricazione tra i diversi gruppi umani che è prodotta dalla cultura. Nel repertorio delle risposte adattive alle sfide dell'esistenza esistono teorie della malattia (scientifiche o religiose), che includono I'eziologia, la diagnosi, la prognosi, il trattamento. Esse differiscono quanto le culture stesse. Le varie teorie della malattia non possono essere capite prescindendo da una comprensione della cultura e della struttura sociale dei gruppi che le veicolano.

La descrizione etnografica delle credenze e dei comportamenti dei popoli «primitivi» era spesso viziata da un pregiudizio etnocentrico, che induceva a svalutare ciò che fosse difforme dalla cultura dell'osservatore. L'antropologia culturale ha operato una svolta copernicana nel modo di considerare le risposte culturali alla situazione «naturale» dell'uomo. L'antropologo è in grado, così, di scoprire un'interna coerenza nelle diverse pratiche della medicina; anche quelle qualificate come magiche appaiono razionali, quando sono viste alla luce delle credenze sulle cause delle malattie. Fin dal primo tentativo di concettualizzazione di Rivers, l'antropologia ha dunque considerato i sistemi medici indigeni come istituzioni sociali; allo stesso modo di queste ultime essi devono, perciò, essere studiati come elementi integrati in una cultura.

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L'etnomedicina è una delle radici della «medical anthropology». Ad essa vanno aggiunte le conoscenze derivate dall'antropologia fisica e quelle maturate nell'ambito delle strategie di politica sanitaria internazionale. Per quanto riguarda le prime, bisogna osservare che ai suoi inizi l'antropologia biologica ha adottato l'atteggiamento rigidamente positivistico proprio della scienza del secolo scorso. Il suo metodo consisteva nelle misurazioni del corpo, specialmente del cranio (antropometria). Con l'affacciarsi dell'evoluzionismo, l'antropologia fisica si è assunta il compito di studiare i resti forniti dalla paleontologia per ricostruire l'evoluzione dell'animale umano. Il suo obiettivo era quello di tracciare una «storia naturale del genere umano», secondo la nota definizione di Broca. Come suo ambito di interesse scelse lo studio dei caratteri morfologici, fisiologici e patologici dei vari popoli della terra, nella loro suddivisione in razze.

In Europa l'antropologia fisica è stata tenuta distinta dall'antropologia culturale, che si occupa della cultura in quanto sistema integrato con cui i gruppi sociali interagiscono con l'ambiente. La classificazione risale a Kant. Egli distingueva nell'antropologia, in quanto problema dell'uomo, a cui si riduce tutta la metafisica, due aspetti: quello «fisiologico», che considera ciò che la natura fa dell'uomo, e quello «pragmatico», che riguarda ciò che l'uomo come essere libero fa, oppure può e deve fare di se stesso. La duplice accezione è rimasta. L'«antropologia fisica» studia i caratteri biologici dell'uomo (l'uomo nella sua struttura somatica, nei suoi rapporti con l'ambiente, nelle sue classificazioni razziali, nel suo passato paleontologico). In quanto «culturale», invece, l'antropologia considera l'uomo nelle caratteristiche che gli derivano dai suoi rapporti sociali. Oggi tende sempre più a prevalere l'uso anglosassone del termine «antropologia», che congloba l'antropologia fisica, quella culturale, la paleoantropologia e la preistoria.

L'altra spinta alla creazione della «medical anthropology» può essere individuata nei programmi internazionali di salute pubblica, che hanno assunto grande diffusione dopo la seconda guerra mondiale, con la creazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Le persone impegnate nel lavoro sanitario in un contesto transculturale si resero conto, molto prima di coloro che operano esclusivamente entro l'ambito della medicina clinica della propria cultura, che la salute e la malattia sono fenomeni socio-culturali,

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oltre che biologici. Gli antropologi culturali furono in grado di spiegare agli operatori provenienti dai Paesi sviluppati che non potevano limitarsi a trapiantare i servizi sanitari del mondo industrializzato; che le credenze e le pratiche tradizionali, in conflitto con le convinzioni mediche occidentali, avevano un senso e una funzione; che la salute e la malattia, in quanto aspetti parziali di modelli totali di cultura, si modificano solo insieme a cambiamenti socio culturali più ampi. L'antropologia contribuì a chiarire perché molti programmi sanitari avevano avuto minore successo del previsto, e portò al miglioramento dei programmi stessi.

Un esempio particolarmente istruttivo è l'evoluzione del concetto di salute che sottende le strategie globali dell'Oms. Quarant'anni fa, nel 1948, l'Oms aveva lanciato la famosa definizione della salute quale «non solo assenza di malattia, ma stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale». Sulla base della fiducia nell'innovazione tecnologica e nella modernizzazione, si pensava di poter diffondere il concetto occidentale di medicina scientifica, esportando nel resto del mondo non industrializzato la «medicina moderna». Il concetto di salute veicolato dai concreti programmi sanitari, costruiti sulla base della medicina occidentale e della sua visione meccanicista della malattia, era in contraddizione con quello teorico, che aveva invece una esplicita dimensione olistica. Ben presto quel tipo di azione sanitaria doveva mostrare l'inconciliabilità tra le buone intenzioni e la realtà sanitaria presente nelle altre culture.

Nel 1978 l'Oms riformulò i suoi programmi con una diversa calibratura. La dichiarazione di Alma Ata proponeva di unire gli sforzi per realizzare una «salute per tutti per l'anno Duemila». La salute diventava il problema della collettività e delle sue guide 'politiche, e non solo compito di un settore specializzato, come la professione medica e l'organizzazione ospedaliera. La salute, in altre parole, non si faceva dipendere dai medici, dai farmaci o dagli ospedali, ma dal modo di vivere della gente; essa ha a che fare principalmente con la pace, l'alloggio, la nutrizione, l'istruzione, il reddito. L'Oms spostava il suo interesse da un modello medico di salute e malattia a un modello sociale.

Un passo ulteriore nella direzione indicata da Alma Ata è stato fatto nel novembre 1986, a Ottawa, con la prima conferenza internazionale sulla promozione della salute. In questa occasione

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è stata promulgata una Carta, nella quale confluiscono gli sforzi di un nuovo movimento di salute pubblica nel mondo. Secondo la Carta di Ottawa, la promozione della salute è il processo che conferisce alle popolazioni i mezzi per assicurare un maggiore controllo sulla propria salute e per migliorarla. Questo approccio dipende da un concetto che definisce la salute come la misura in cui un gruppo o un individuo può da una parte realizzare le sue ambizioni e soddisfare i suoi bisogni, e dall'altra può evolve re con il suo ambiente e adattarsi a esso. La salute è dunque percepita come una risorsa della vita quotidiana, e non come il fine della vita. Si tratta di un concetto positivo che valorizza le risorse sociali e individuali, così come le capacità fisiche. Perciò la promozione della salute non dipende solamente dal settore sanitario: «essa supera i modi di vita sani per mirare al benessere».

Questo concetto di salute, in cui è evidenziato l'aspetto socio-ecologico, è indubbiamente un prodotto dei paesi industrializzati. Tuttavia esso riflette un'esperienza di confronto diretto con le culture dei paesi in via di sviluppo e con il concetto di salute sotteso dalle loro pratiche sanitarie. Ciò ha permesso l'evoluzione di quella nozione di salute medicalizzata, che i programmi dell'Oms di quarant'anni fa pretendevano di realizzare, imponendo, in pratica, una forma di imperialismo culturale.

Queste, dunque, le radici storiche e i diversi apporti che sono confluiti nella «medical anthropology» in quanto disciplina. Al momento attuale essa sembra aver trovato un'identità definita, occupandosi degli aspetti tanto biologico che socio-culturale del comportamento umano, in particolare del modo in cui essi interagiscono, influenzando la malattia e la salute 3. Il suo campo di lavoro comprende, come argomenti tematici: i sistemi medici e le teorie relative alla malattia e alla guarigione; stati emotivi e costrizioni culturali (etnopsichiatria); sciamanesimo, stregoneria, pratiche dei guaritori; ecologia ed epidemiologia

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delle malattie; status e ruolo del paziente e del terapeuta; trasformazione dei sistemi medici nel cambiamento sociale e culturale, specialmente nel processo di modernizzazione.

Il contributo che l'antropologia può dare alla realizzazione di una medicina a dimensione umana si differenzia e si integra con le altre scienze dell'uomo. Comune a tutte è il compito di scuotere il modello naturalistico su cui è costruita la medicina come scienza, rifondando un sapere che comprenda anche lo specifico che fa dell'uomo un vivente diverso rispetto agli altri viventi.

L'antropologia come filosofia dell'uomo

Descritto in dettaglio il contributo dell'antropologia in quanto scienza della cultura, siamo ora in grado di cogliere la specificità dell'antropologia medica proposta da Laín Entralgo. Questa presuppone un'accezione diversa del termine «antropologia», quale si è consolidata, fin dall'epoca dell'Umanesimo, nella tradizione culturale europea (il concetto di antropologia in senso stretto è apparso per la prima volta nell'opera di Magnus Hundt, Anthropologium de hominis dignitate, pubblicata a Lipsia nel 1501). Per antropologia si intende la riflessione filosofica sulla peculiarità della natura umana. Il tema dell'antropologia in questo senso specifico è costituito dalla posizione particolare dell'essere umano nel mondo dei viventi. Questa riflessione filosofico-deduttiva è metodologicamente e contenutisticamente diversa dalla conoscenza propria dell'antropologia concreta che si è formata nei tempi moderni (e i cui presupposti risiedono, come abbiamo visto, nella filosofia kantiana).

Nella linea dell'antropologia filosofica post-idealistica, il problema dell'uomo come vivente ha ritenuto l'attenzione soprattutto di filosofi di indirizzo fenomenologico-esistenziale. Citiamo: F.J.J. Buytendjk, L. Binswanger, M. Boss, H. Plessner, A. Gehlen, M. Merleau-Ponty, J.P. Sartre 4La loro antropologia si propone di comprendere l'uomo come l'essere che, nell'unità

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della sua corporeità animata, esiste nel mondo storicamente. La riflessione avvenuta nell'ambito della medicina ha applicato in particolare questo tema all'uomo malato e ai problemi esistenziali connessi con le vicende della salute, costituendo nell'insieme dell'antropologia un capitolo di «antropologia medica».

All'antropologia medica, intesa in questa accezione, interessa la questione dell'uomo nella sua condizione di malato. Si distanzia così dalla medicina scientifica, la quale conosce la struttura e le funzioni del corpo, le loro modificazioni ad opera delle malattie, la catena di causa ed effetti, l'azione dei farmaci, ma non conosce propriamente l'«uomo malato ». In questo tipo di antropologia medica si incontrano e si fecondano reciprocamente due generi di esperienza scientifica: da una parte l'esperienza discorsiva e induttiva, nel senso del suddividere, descrivere, spiegare e dominare, tipica delle scienze naturali; dall'altra l'esperienza fenomenologica, nel senso del vivere-sperimentare-agire insieme, proprio degli atti umani.

Una realizzazione particolarmente felice di questo tipo di medicina, che si assume anche il compito di pensare filosoficamente l'uomo al quale è diretta la sua azione terapeutica, è rappresentato dalla «Anthropologische Medizin» tedesca. Sorta nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, è rappresentata da pensatori di diversa estrazione, con una base comune: rivendicare all'azione medica una prospettiva antropologica, per reagire ai riduzionismi propri della medicina concepita come scienza della natura, attenta solo al lato biologico dell'esistenza umana. Senza costituire una scuola nel senso proprio del termine, la «Medicina antropologica» ha svolto un ruolo caratteristico nel riportare gli interessi umanistici nell'ambito della medicina.

Comune a tutti gli autori di questa corrente ― menzioniamo, tra i più significativi: L. von Krehl, R. Siebeck, Th. von Uexkull, A. Mitscherlich ― è l'importanza attribuita alla biografia del paziente e alla storia della malattia per capire la patogenesi. Non si presta attenzione solo alla biologia, ma anche ad altri fattori, come l'ambiente, la storia e la psiche, compresa l'azione dinamica dell'inconscio. L'influenza di Freud e della psicoanalisi è rintracciabile in tutti gli autori della «Medicina antropologica», in modo diretto o indiretto. La malattia appare così come un processo complesso: non solo qualcosa che si subisce,

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sopravvenendo dall'esterno come un evento estraneo al soggetto, ma anche qualcosa in cui il malato è impegnato attivamente. «Non si ha solo una malattia, ma si è malati», afferma Viktor von Weizsäcker.

Il richiamo a von Weizsäcker non è casuale. Egli è indubbiamente l'autore più rappresentativo della «medicina antropologica». A lui risale la formula: «introdurre il soggetto in medicina», quale programma per una rifondazione della scienza medica 5, Senza potersi dire discepolo di von Weizsäcker, Laín Entralgo deve molto alla sua influenza. Quale segno di un riconoscimento accademico di tale profondo legame possiamo considerare il fatto che a Laín Entralgo sia stata affidata una delle relazioni principali in occasione del simposio che ha commemorato ad Heidelberg, nel maggio 1986, il centenario della nascita di Viktor von Weizsäcker 6.

L'antropologia medica di Pedro Laín Entralgo si colloca, dunque, nell'alveo di quella riflessione sull'uomo provocata dalla pratica della medicina e finalizzata a una «umanizzazione» della medicina stessa, nel senso di ricondurla a considerare l'uomo secondo la sua vera natura. Non è un filosofo di professione che traccia i contorni di questo sapere concreto, elaborato a partire dalla condizione dell'uomo malato che chiede aiuto alle istituzioni mediche, bensì uno storico 7. L'intento è identico a quello che ha animato il movimento della «medicina antropologica»: reintrodurre il soggetto-uomo nella sua interezza, come essere bio-psichico-spirituale-storico; e non solo nella clinica, dove è inevitabilmente presente (almeno presso i medici che non abbiano rinunciato ad ispirarsi all'ideale della filantropia ippocratica, per non parlare di altre motivazioni, come l'amore del prossimo promosso dal cristianesimo), bensì anche nella patologia.

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È il sapere stesso sull'uomo malato che viene rifondato, quando si assume come punto di partenza la mutevole condizione dell'uomo nella sua vicenda esistenziale.

È quasi superfluo sottolineare l'importanza della traduzione io italiano dell'opera di Laín Entralgo 8. Nel nostro paese la riflessione antropologica di questo genere non ha alcuna tradizione. Né esistono iniziative in ambito accademico che favoriscano il dialogo tra la filosofia e la medicina. Tra quelle sorte nel privato ci piace citare la «Scuola internazionale di filosofia della medicina ed etica medica», promossa dalla Fondazione internazionale Fatebenefratelli (Roma) e la «Scuola di medicina e scienze umane» dell'Ospedale San Raffaele (Milano). Iniziative in qualche modo pionieristiche, che denunciano una carenza e avviano la risposta a un bisogno sentito.

Ai coraggiosi che si accingono ad affrontare una riflessione sistematica sull'essere umano a partire dalle vicende dell'esistenza corporea ― con il suo percorso accidentato tra salute e malattia e con la morte come compimento finale ― affidiamo come compagno di viaggio un aforisma di Viktor von Weizsäcker: «Per il medico il concetto è un amore infelice, ma non un'infelicità».

Note

1 Una menzione particolare merita l'attività di ricerca svolta dall'Istituto di Etnologia e Antropologia culturale dell'Università di Perugia, diretto dal prof. Tullio Seppilli. Tra i temi privilegiati dall'istituto: lo studio delle forme folcloristiche di medicina, l'analisi dei programmi di formazione sanitaria di massa, la comparazione transculturale e l'efficacia delle varie forme di medicina, !'indagine sulle immagini sociali della malattia mentale. Si veda, in particolare, il numero dedicato a «La medicina popolare in Italia» della rivista La ricerca folklorica (n. 8, 1983), curato da T. Seppilli. Dal 1986 è edita la rivista Antropologia medica (per un confronto di culture sui temi della salute). Di recente si è costituita anche la Società Italiana di Antropologia Medica.

2 Tra i manuali che permettono una delimitazione precisa del campo di lavoro dell'antropologia applicata alla medicina si veda: G.M. Foster e B. Gallatin Anderson, Medical Anthropology, New York 1978; D. Landy (a cura), Culture, disease and healing: studies in medical anthropology, New York - London 1977.

3 Secondo la definizione che G.M. Foster dà della disciplina (cfr. nota precedente), l'antropologia medica ha una dimensione teoretica e una applicativa. Comprende le ricerche degli antropologi per descrivere e interpretare le interrelazioni bio culturali tra il comportamento umano, passato e presente, e i livelli di malattia e salute. Include anche la partecipazione degli antropologi in programmi il cui fine sia il miglioramento dei livelli di salute mediante una migliore comprensione delle relazioni tra i fenomeni biosocioculturali e la salute.

4 Non è compito di questa nota introduttiva fornire una bibliografica delle numerose opere prodotte da questa riflessione filosofica. Per una visione d'insieme e una descrizione delle diverse articolazioni dell'antropologia filosofica riferita alla medicina, cfr. P. Christian, «Medizinische und philosophische Anthropologie», in Handbuch der allgemeinen Pathologie, Berlin-Heidelberg-New York 1969, vol. I, pp. 232-274.

5 Al di fuori dell'ambito linguistico tedesco von Weizsäcker è quasi del tutto ignorato. Per un primo tentativo di presentare in Italia la rilevanza del suo pensiero, cfr. S. Spinsanti, Guarire tutto l'uomo. La medicina antropologica di V. von Weizsäcker, Edizioni Paoline 1988.

6 La lezione magistrale di P. Laín Entralgo si può leggere, con il titolo «Viktor von Weizsäcker und die ärztliche Praxis», nel volume che raccoglie gli atti del Simposio: P. Hahn e W. Jacob (a cura), Viktor von Weizsäcker zum 100. Geburtstag, Springer Verlag 1987, pp. 23-44.

7 Sulla persona di Pedro Laín Entralgo e sul significato della sua opera è stata aggiunta, in appendice al volume, una nota informativa redatta dal prof. José Mainetti, docente di «Humanidades médicas» presso l'università di La Plata, in Argentina.

8 Dobbiamo al lettore un'informazione: abbiamo operato una riduzione del volume di Laín Entralgo, per la consistenza di circa un quarto dell'opera nel suo insieme. Per l'esattezza nella prima parte (La realtà dell'uomo) è stata omessa una lunga trattazione della realtà umana dal punto di vista strutturale, a vantaggio della trattazione dinamica della stessa, e nel capitolo relativo al corpo umano gli sviluppi storici della conoscenza del corpo. Nella seconda parte (Salute e malattia) della malattia come problema antropologico sono state omesse le considerazioni relative alla malattia in generale e alla malattia vegetale e animale. Nella terza parte (L'atto medico e i suoi orizzonti) si è dovuto rinunciare ai capitoli relativi al momento affettivo e al momento sociale dell'atto medico. Il fatto che, ciò nonostante, il volume sia così ponderoso, ci otterrà ― vogliamo sperare ― la benevola indulgenza del lettore. Lo snellimento, realizzato da Pietro Quattrocchi, è stato infatti predisposto per rendere più accessibile l'opera stessa.

Bioetica e formazione permanente del personale sanitario

Sandro Spinsanti

BIOETICA E FORMAZIONE PERMANENTE DEL PERSONALE SANITARIO

in Testimonianze

anno XXXIII, nn. 9-10 (328), settembre-ottobre 1990, pp. 56-63

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Nei primi mesi del 1990, da gennaio a maggio, si è svolto un corso di bioetica per il personale del Servizio Sanitario Nazionale organizzato dalla Regione Toscana, con sede nella città termale di Montecatini.

Un primo motivo di interesse è costituito dall’interscambio tra le diverse istanze istituzionali che hanno promosso il Corso. L’iniziativa risale originariamente all’Ordine dei Medici di Firenze. Dopo alcuni incontri di sensibilizzazione sul tema, l’organismo direttivo dell'Ordine riteneva di dover aggiungere la bioetica a quell’insieme di conoscenze di cui attualmente il medico non può fare a meno per una corretta professionalità. Iscrivere la bioetica nella formazione permanente del medico è stata quindi la mossa di apertura dell’Ordine professionale dei medici.

La seconda istituzione promotrice è stata la Facoltà di Medicina dell’Università fiorentina, su sollecitazione dell’Ordine dei Medici. La Facoltà è intervenuta con le sue strutture didattiche, che comprendono anche un docente di bioetica (la Facoltà di Medicina di Firenze è stata tra le prime in Italia a inserire nel proprio ordinamento degli studi un insegnamento di tale disciplina).

L’amministrazione regionale, infine, ha reso possibile il corso mediante un adeguato stanziamento di fondi e l’offerta di una segreteria organizzativa. Riteneva però opportuno allargare l’invito dai medici ad altre figure professionali del personale sanitario dipendente dal servizio pubblico di tutta la Regione Toscana, rimanendo tuttavia l’accesso al corso limitato a un numero ristretto di partecipanti. Oltre ai medici il corso veniva proposto anche a dirigenti di professioni infermieristiche, psicologi clinici, assistenti sociali.

Dell’organizzazione del Corso veniva investita la struttura che si occupa della formazione permanente. La bioetica trovava così il suo alveo naturale all’interno di un progetto di formazione del personale sanitario, laddove formazione non si identifica con attività legate alle vicende organizzative dei servizi e non produce solo risultati misurabili in termini di efficienza. Aprendosi all’orizzonte dell’etica, la formazione aggredisce quel livello che comprende la soggettività degli operatori sanitari, i valori che la guidano, le loro scelte, le loro opinioni.

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Inserire la bioetica tra le attività di formazione permanente è una decisione di notevoli conseguenze. Vuol dire differenziarla da una bioetica che gravitasse di più, per esempio, attorno a dei «comitati di etica». Mentre in questi tenderebbe a prevalere la funzione di controllo dei comportamenti attribuita all’etica, nell’ambito della formazione permanente l’etica acquista soprattutto la finalità di promuovere una gestione più consapevole della dimensione morale insita nella pratica quotidiana di una professione sanitaria. La logica è ancora quella del servizio pubblico, in quanto si vuol fornire indirettamente ai cittadini la garanzia che gli operatori sanitari stabiliscono con gli utenti un rapporto accompagnato da una seria riflessione sulle implicazioni della loro azione.

In tal modo il corso riceveva il massimo di autorevolezza istituzionale. Allo stesso tempo mediante tale iniziativa veniva ufficialmente riconosciuto che esiste un interesse sociale a promuovere la competenza di natura etica tra i professionisti che lavorano in ambito sanitario: la sensibilizzazione e la formazione al giudizio etico sono elementi costitutivi di una professionalità all’altezza dei tempi.

Il testo e il contesto

Quale tipo di conoscenza può trasmettere un Corso di bioetica? Il programma di presentazione del corso era piuttosto generico a questo proposito. Parlava di formazione all’insegna della bioetica, intesa come disciplina che riprende l’eredità dell’etica professionale tradizionale in ambito sanitario e la sistematizza nell’orizzonte delle problematiche più recenti e inedite, che hanno modificato il contesto di esercizio della medicina. Sempre secondo il programma, la bioetica, che si propone di favorire «il matrimonio tra pragmatismo e umanesimo» (Joseph Fletcher), ha acquistato una posizione centrale di mediazione tra il pensiero e la ricerca ispirati alle scienze della natura e le modalità di conoscenza proprie delle scienze umane.

Questo annuncio, seppur sommario, conteneva le parole-chiave che sottendevano la concezione contenutistica del corso. Anzitutto la diade «scienze della natura» e «scienze umane». Le due modalità di conoscenza del fenomeno umano venivano indicate come sinergiche, non antitetiche: come una visione bioculare, che conferisce spessore all’immagine solo quando integra le due prospettive.

I partecipanti al corso incontravano l’apporto delle scienze umane soprattutto in quella parte del programma che veniva esplicitato come «antropologia medica». Ognuno dei sei moduli del corso, che si estendeva per un intero fine settimana, dal venerdì alla

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domenica, era dedicato a un’area problematica: l’etica in medicina; il medico, il paziente, il farmaco; il rapporto medico-paziente; l’inizio della vita; il malato inguaribile; la fine della vita. In ognuno di questi diversi ambiti era previsto un contributo che illustrasse i confini medico-legali del settore e gli obblighi deontologici. La società e il diritto, infatti, si modificano nel tempo e condizionano in modo decisivo l’esercizio di una «buona» medicina, là dove la bontà equivale all’accettabilità sociale.

Ma soprattutto erano programmati apporti da parte di specialisti di discipline storico-sociali-comportamentali. Il fine esplicito era quello di ampliare la base di conoscenze riconducibili a un’«antropologia medica», intesa come una riflessione sull’uomo stimolata dalla pratica sanitaria e condotta con l’apporto delle diverse scienze dell’uomo. Sono queste che hanno il compito di illustrare i cambiamenti che intervengono nella società riguardo a certe categorie fondamentali dell’esistenza biologica — normalità e salute, guarigione, ciclo vitale, qualità della vita, dominio umano sulla nascita e sulla morte — e possiedono gli strumenti concettuali per farlo.

La ricognizione antropologica dal punto di vista medico costituisce piuttosto il «contesto» di un programma di formazione in bioetica. Il «testo», invece, è fornito dalla pratica sanitaria stessa; in concreto, dall’esame di singoli casi clinici mediante una griglia interpretativa che permette di mettere in evidenza non solo gli aspetti medico-clinici, ma anche quelli etici. Il corso di Montecatini si è servito a tale scopo del «Protocollo di Bochum», elaborato da H. M. Sass e H. Viefhues 1.

La figura e lo sfondo

La scelta di procedere su due binari — le lezioni di ordine culturale e l’analisi dei casi in gruppo — presupponeva una concezione implicita del modo e della funzione della bioetica che per i partecipanti al corso si è andata esplicitando progressivamente. Espressa in termini di negazione, essa può essere ricondotta al rifiuto di attribuire alla bioetica, quanto meno alla bioetica clinica, lo statuto di una disciplina subalterna. La bioetica clinica

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non è un sapere sussidiario di un altro sapere, ma è il sapere proprio del terapeuta, anche se è costruito con l’apporto delle conoscenze più diverse, medico-biologiche e umanistiche.

Il Corso prevedeva un filone di lezioni di filosofia morale. Mediante la trattazione organica dei concetti principali di questa disciplina veniva così offerta ai partecipanti la possibilità di familiarizzarsi con la modalità argomentativa tipica dell’etica e di acquisire progressivamente uno strumentario lessicale e concettuale comune. Tuttavia la formazione in bioetica clinica non era finalizzata a trasformare i partecipanti del Corso in «filosofi morali» in formato ridotto. Né la bioetica clinica veniva ipotizzata come un sapere sussidiario del diritto, o della teologia morale. E neppure della psichiatria (l’interesse accentuato di alcuni psichiatri, esperti nell’analisi delle relazioni interpersonali e in particolare nella conduzione di «gruppi Balint» 2, a partecipare come animatori di gruppi di discussione sui casi clinici rischiava di infeudare la bioetica a modalità di approccio psichiatriche). La bioetica clinica non è essenzialmente che un ampliamento del metodo clinico, già familiare ai medici e per analogia ad altre professioni sanitarie, fino ad includere i valori etici e le scelte ad essi connessi; ovvero, fino a includere nell’atto medico anche il soggetto morale.

Un’immagine che può servire a illustrare questa concezione della bioetica clinica come coincidente con la pratica medica, eppur diversa, è quella dell’alternanza figura/sfondo, che ci è stata resa familiare in particolare dalla psicologia della Gestalt 3. Reagendo ad una concezione della percezione visiva secondo cui nell’atto di vedere qualcosa il vedente raccoglie una serie di frammenti visivi e li raggruppa nell’oggetto visto, la psicologia della Gestalt ha affermato che il vedere è organizzato fin dall’inizio, ovvero che il vedere è una Gestalt o configurazione. Il campo ottico di un individuo è strutturato in termini di «figura» e «sfondo».

La «figura» costituisce il punto focale di interesse, mentre lo «sfondo» ne è l’inquadratura o il contesto. Tra l’una e l’altra esiste un’interazione dinamica, cosicché lo sfondo di un insieme percettivo può diventare figura, mentre la precedente figura diventa

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sfondo. A illustrazione di questo fenomeno nei testi scolastici vengono addotte le immagini ambigue. La più nota di queste può essere vista, alternativamente, come un calice su sfondo scuro, oppure due profili scuri, uno di fronte all’altro, su uno sfondo chiaro.

In un’altra di tali immagini ambigue si può vedere una giovane donna rivolta di tre quarti verso sinistra; ma una persona su cinque, in media, organizza i dati percettivi in modo da vedere il profilo di una vecchia strega. Si può tuttavia favorire il passaggio da una Gestalt all’altra, aiutando a cambiare il ruolo rispettivo della figura e dello sfondo. Allora si riesce a vedere la figura di cui, nella prima organizzazione dei dati percettivi, non si supponeva neppure l’esistenza. Quando ciò avviene, si ha un’esperienza che gli psicologi della Gestalt e i fenomenologi hanno denominato «esperienza aha», per l’esclamazione che in genere l’accompagna. Il termine inglese per tale vissuto è insight.

Si tratta di una riorganizzazione improvvisa della percezione: senza che nulla sia stato aggiunto nel campo, si vede un’altra figura che prima era presente come sfondo. Il processo è spontaneo, e tuttavia è suscettibile di essere in qualche modo «insegnato», in quanto si può addestrare un percipiente a passare da una figura ad un’altra. E dopo un certo numero di prove anche l’immagine più enigmatica è agevolmente interpretabile: segno che l’apprendimento è possibile anche in un processo che pur si presenta con il carattere della spontaneità.

È facile ora concettualizzare, riferendoci ai diversi elementi della psicologia della percezione secondo la Gestalt, il rapporto tra dimensione scientifica e dimensione etica della medicina clinica considerandole come due possibili «figure», che si stagliano sullo sfondo costituito dall’altra dimensione. Lo stesso materiale che costituisce un caso clinico può essere messo a fuoco come problema professionale-scientifico (in quanto chiede al sanitario una risposta secondo le regole dell’arte del curare) o come problema professionale-etico (nel quale la risposta è modulata sui valori in gioco, che sono non di rado in conflitto).

Il vantaggio di questa concettualizzazione è che l’etica può essere considerata elemento costitutivo del campo fornito dalla situazione clinica, già presente in esso, anche se in funzione di sfondo, rispetto al curare quale figura dell’atto medico. L’«insegnamento» dell’etica non è essenzialmente diverso da quell’opera di facilitazione con cui si addestra un inesperto a passare da una Gestalt all’altra, permettendogli di «riconoscere» ciò che già «sa».

L’insight che accompagna questo genere di nuove figure non ha solo un carattere di urgenza morale (mea res agitur), ma esprime anche una vera e propria sorpresa e familiarità insieme. Senza

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dimenticare quelle connotazioni dell’emozione del «riconoscimento» che possono legittimamente essere qualificate come estetiche. In altre parole, questa modalità di accesso all’etica provoca un soprassalto gioioso, che deriva da un contatto più profondo con l’Essere, e quindi con le sue caratteristiche trascendentali di Verità, Bontà, Bellezza (verum, bonum et pulchrum convertuntur, dicevano gli Scolastici).

In ogni caso, l’adesione spontanea all’etica quale elemento costitutivo della propria attività professionale che questo approccio comporta, senza manipolazioni e moralismi colpevolizzanti, dimostra che l’insegnamento dell’etica è possibile, e che esso non equivale a un indottrinamento.

L’educazione alla competenza etica è un processo unitario che può essere analiticamente scomposto in diversi elementi. Implica l’acquisizione delle capacità di percepire e identificare conflitti etici presenti nell’esercizio della professione; l’ampliamento della consapevolezza del proprio sistema di valori e delle proprie convinzioni etiche, incrementando contemporaneamente la competenza comunicativa che rende possibile un confronto con altri nel dialogo; l’ampliamento, infine, della competenza del singolo operatore sanitario nel comprendere i conflitti etici con i rapporti con i pazienti e nell’elaborare modelli di comportamento da assumere come punto di riferimento nelle tipiche situazioni problematiche.

Ma è possibile valutare se un processo di «esposizione all’etica», come è appunto un corso di formazione, produce effettivamente i risultati attesi? Ed, eventualmente, in che modo effettuare la valutazione? Da quando si è passati dall’insegnamento informale a quello formale dell’etica professionale, ci si è spesso interrogati sull’efficacia dell’insegnamento e sui criteri di valutazione 4. Un contributo chiarificante è stato quello di mettere in evidenza che nel caso dell’etica professionale non si tratta di insegnare i valori morali, bensì il ragionamento morale 5. Ciò permette

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una verifica più obiettiva dell’eventuale cambiamento di valori e meno intrusiva nella soggettività dell’operatore sanitario.

Spingendosi più oltre nella linea del rispetto della soggettività, il Corso di Montecatini ha optato per la valorizzazione massima di questa dimensione e ha proposto che la valutazione dei risultati del Corso consistesse in una autovalutazione. Questa è stata tuttavia parzialmente strutturata e favorita mediante un espediente. All’inizio del Corso è stato fornito ai partecipanti un caso clinico (si trattava di una signora alla quale era stato diagnosticato un cancro del retto: la paziente aveva rifiutato l’operazione demolitiva e aveva chiesto al medico di non trasmettere l’informazione sulla sua malattia alla famiglia; successivamente, in occasione di un ricovero ospedaliero susseguente a un collasso, era stata operata su autorizzazione del marito, senza peraltro alcun miglioramento della sua speranza di vita). È stato chiesto ad ognuno di individuare i problemi etici presenti nel caso in questione e di indicare un proprio suggerimento di soluzione. Alla fine del corso, passati cinque mesi di tempo, è stato di nuovo fornito lo stesso caso con l’identico compito relativo all’individuazione degli aspetti etici in esso presenti e al suggerimento di proposte di risoluzione dei conflitti. Redatta la risposta, a ognuno è stata restituita la prima versione ed è stata chiesta un’autovalutazione tramite confronto tra le due redazioni.

Scorrendo le autovalutazioni, si notano cambiamenti sia formali che contenutistici. Un cambiamento diventato evidente a molti partecipanti è il passaggio da uno schema di rigida certezza a una disposizione più fluttuante («era molto più schematico; le idee che avevo in campo etico erano chiare, i dubbi non molti. Ora mi trovo più dubbioso»; «da alcune false certezze sono arrivato a una sana, dubbiosa incertezza»). Il dubbio viene individuato non come una situazione paralizzante, ma come un produttivo punto di partenza di un ragionamento etico.

L’incertezza non viene vissuta come angosciosa. Si può ipotizzare che ciò sia dovuto alla parallela acquisizione di un metodo. Molti partecipanti sottolineano, confrontando la propria analisi dello stesso caso a cinque mesi di distanza, il passaggio da una rigidità schematica e difensiva a una metodicità che può convivere con il dubbio («sensazioni ‘epidermiche’ si sono strutturate in modo più razionale e consapevole»; «ho acquistato un ordine

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mentale più razionale e meno emotivo»). È molto probabile che gran parte del merito vada attribuita all’appropriazione di un metodo di lavoro quale quello fornito dall’uso di un protocollo (in questo caso, il «protocollo di Bochum»). Esso si è rivelato particolarmente adeguato alle esigenze della discussione di un caso clinico in gruppo, con funzione di contenitore delle forti emozioni e dei coinvolgimenti personali che l’analisi etica dei casi sollecita.

Passando ai cambiamenti che i partecipanti hanno notato comparando i contenuti delle due successive analisi di un caso, l’indicazione univoca è quella dell’acquisizione di una maggiore sensibilità per il punto di vista del paziente e per il rispetto dei suoi valori.

Il principio di autonomia è stato per alcuni sanitari, soprattutto medici, una vera e propria scoperta. Parallelamente si sono resi conto che il proprio comportamento relativamente agli aspetti etici era ispirato da un paternalismo sicuro del proprio buon diritto.

L’emergere di aspetti contenutistici nuovi è stato favorito anche dall’ampliamento di orizzonte, grazie al confronto con operatori della salute di diversa professionalità. Il setting della discussione del caso in gruppo attribuiva uguale rilevanza a percezioni di aspetti umani, di vissuti, di gerarchizzazioni di valori che variavano da una professione all’altra. Il punto di vista medico si trovava così confrontato con quello infermieristico, quello di un assistente sociale con quello di uno psicologo. Il risultato di questa pluralità di prospettive è stato vissuto dalla maggioranza dei partecipanti al corso come un fecondo arricchimento del proprio.

NOTE

1 Nella bioetica clinica è diffuso l’uso di protocolli procedurali per l’istruzione e la discussione dei casi. I protocolli sono modellati sullo schema diagnostico-clinico, con l’aggiunta di rilevazioni relative ai dati etici e valoriali. Il «protocollo di Bochum» è una variante dei protocolli che si ispirano alla bioetica, elaborata dal Kennedy Center for Bioethics della Georgetown University di Washington.

2 I gruppi che prendono il nome dallo psicanalista E. Balint hanno lo scopo di portare nell’analisi del rapporto medico-malato le conoscenze che derivano dalla psicologia dinamica. Si tengono tra medici, con la supervisione di uno psicanalista, e tendono a far emergere le dimensioni interpersonali dell’atto medico.

3 Una presentazione sintetica della psicologia della Gestalt aperta alla possibile applicazione di questo approccio ad altri campi d’interesse, e quindi anche alla bioetica, è quella offerta da Frederick Perls, Ralph Hefferline e Paul Goodman, Teoria e pratica della teoria della Gestalt, tr. it. Ubaldini, Roma 1971, specialmente le pp. 42-47.

4 Cfr. K.R. Howe e M.S. JonesTechniques for Evaluating Student Performance in a Preclinical Medical Ethics Course, in «J. Med. Educ.», 59 (1984), pp. 530-532; S.A. Goldman e J. ArbuthnotTeaching Medical Ethics: The Cognitive ― Developmental Approach, in «J. Med. Ethics», 5 (1979), pp. 170-180.

5 Si veda Donnie J. SelfFredric D. Wolisnsky e De Witt C. BaldwinThe Effect of Teaching Medical Ethics on Medical Student's Moral Reasoning, in «Academic Medicine», 64 (1989), pp. 755-759. I risultati di questa ricerca sono rilevanti anche di più di una comparazione con il Corso di Montecatini, in quanto il curriculum preso in considerazione comprendeva, come il corso toscano, un duplice metodo di insegnamento: lezioni e discussioni di casi. Gli Autori, che aderiscono a una concezione cognitivista dello sviluppo morale, hanno registrato un aumento statisticamente rilevante del livello di ragionamento morale negli studenti che hanno seguito il corso di etica medica. Allo stesso tempo annotano che lo studio dei casi è stato più efficace del metodo delle lezioni: «students seem to make greater gains in moral reasoning when taught in a small group case ― study format than a letture format».

Se la cura è di genere femminile

Sandro Spinsanti

SE LA CURA È DI GENERE FEMMINILE

in Rocca

anno 61, n. 9, 1 maggio 2002, pp. 43-45

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Cambiamenti vistosi stanno modificando il mondo tradizionale di erogare le cure. Se la professionalizzazione è un fatto già acquisito da tempo (con il positivismo e la nascita della medicina scientifica il curare affidato a dei professionisti ha soppiantato la medicina popolare, affidata per lo più alle donne), la frammentazione e specializzazione delle professioni sanitarie è invece un fenomeno più recente. Secondo il sociologo Willem Tousijn, nel giro di pochi decenni è stato sconvolto lo scenario tradizionale, restato immutato per lungo tempo, che vedeva coinvolti nelle cure professionali tre attori principali: medici, farmacisti e ostetriche. Oggi in tutti i paesi avanzati il numero delle occupazioni sanitarie si aggira intorno alla trentina (senza contare le occupazioni rientranti nell’area della medicina non ortodossa, né le specializzazioni infermieristiche) 1.

All’interno delle professioni un fenomeno rilevato dall’analisi sociologica è la crescente femminilizzazione di attività che erano tradizionalmente di competenza maschile. È il caso, ad esempio, della professione medica: la presenza delle donne ormai si attesta intorno al 60 per cento dei dipendenti del Servizio sanitario nazionale, benché sia scarsa nelle qualifiche più elevate e si concentri nei livelli del ruolo sanitario e amministrativo 2. Inversamente, nella professione infermieristica, che era svolta quasi esclusivamente da donne, stanno entrando in numero crescente gli uomini (senza tradire la tendenza a occupare i posti dirigenziali...).

La compassione più della tecnica

Un ulteriore fenomeno che caratterizza la distribuzione dei compiti di cura è la tendenza a suddividerli in due sottocategorie, che possiamo chiamare rispettivamente «curare» e «prendersi cura», e ad attribuirli ad attori diversi.

Più che l’analisi sociologica, un caso clinico ci può aiutare a inquadrare questo aspetto

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della cura. Il caso è raccontato da Peter Frost, che è docente in una università americana di comportamento organizzativo ed è stato uno dei principali promotori dell’approccio culturale allo studio delle organizzazioni: «Nell’aprile del 1997 assistetti all’incredibile salvataggio di una vita umana. Ero con altri tre uomini nel reparto oncologico di un ospedale, in convalescenza. Il mio intervento era consistito nell’asportazione di un melanoma maligno del sistema linfatico. Mi stavo riprendendo bene, e per lunghi periodi della giornata avevo tutto l’agio di osservare chi andava e veniva nel reparto. Di fronte a me c’era un uomo di poco più di 70 anni al quale erano stati asportati l’esofago e lo stomaco, che stava cercando di superare il trauma e di imparare a nutrirsi tramite le cannule che entravano nel suo corpo. Il suo fisico non stava reagendo affatto bene alla dieta o al sistema di alimentazione, e una mattina presto non aveva fatto in tempo a raggiungere il bagno, pur avendo tentato disperatamente di farlo. Era scosso, umiliato e avvilito.

L’infermiera che stava per smontare dal suo turno lo aveva aiutato a tornare a letto dove lo aveva messo comodo, ma egli aveva una bruttissima cera. La nuova infermiera arrivò e si prese cura di ognuno di noi, ma vedevo che teneva d’occhio continuamente quel paziente. Si occupò in modo rapido ed efficiente degli altri tre pazienti (me compreso), poi per il resto del turno rivolse la sua attenzione quasi esclusivamente all’uomo anziano. Chiese il consulto di specialisti e fece molte altre cose tecnicamente e professionalmente corrette, ma era la qualità della sua attenzione, il modo in cui si comportava con lui, la compassione che mostrava per quell’essere umano umiliato, depresso e sconfitto che catturò il mio interesse. Gli prendeva spesso la mano, lo confortava, spiegandogli quello che stava facendo e incoraggiandolo ad assumere un atteggiamento positivo verso l’andamento della giornata. E per tutto il giorno rimase spesso fisicamente presente al suo fianco.

Alla fine del turno verso il termine della giornata, l’uomo aveva un’aria più allegra, comunicava con noi, si muoveva con una certa sicurezza e a suo agio, nel tardo pomeriggio mi avvicinai al suo letto e gli dissi che aveva un buon aspetto e che lo ritenevo molto coraggioso. Mi sorrise e disse che si sentiva molto meglio rispetto al mattino, ma che all’inizio della giornata, dopo ‘l’incidente’ avvenuto in corridoio, aveva avuto la sensazione che la vita gli stesse sfuggendo. Si era sentito inutile, inerme e aveva perso ogni speranza di farcela. ‘Sentivo che il mio ultimo giorno era arrivato’. Io sono convinto che avrebbe potuto essere così. La cosa importante, per capire quello che era successo, è che lui aveva creduto a quella sensazione e questo aveva condizionato il modo in cui aveva iniziato la giornata. La compassione mostrata dalle infermiere aveva probabilmente influito sulla sua ripresa quanto qualsiasi intervento tecnico (se non di più). Forse era stata proprio quella a salvarlo. Era ancora in quella corsia quando uscii, e non so che cosa gli sia successo in seguito. Qualche settimana dopo scrissi una lettera all’amministrazione dell'ospedale per elogiare il comportamento dell’infermiera» 3.

Cura hard e cura soft

Il racconto dettagliato ci porta al centro dei problemi che fanno dell’erogazione delle cure un luogo di conflitti, dietro l’apparenza di una suddivisione di compiti ordinata e razionale. È diventato un luogo comune contrapporre la medicina altamente tecnologica a quella con contenuti umani molto caldi e coinvolgenti (high touch). Il tema è presente soprattutto nelle pubblicazioni infermieristiche. Il nursing è sensibile alla dicotomia che si sta diffondendo nell’ambito delle attività di cura: il «curare» (come impresa eroica, hard) si sta allontanando dal «prendersi cura» (attività lasciata a professioni più soft, dedite alla dimensione relazionale). La tecnologia è imputata di aver accentuato il processo, mettendo una distanza sempre maggiore tra chi eroga le cure e chi le riceve. Si attribuisce all’illustre Campanacci la seguente descrizione del crescente di stanziamento: «Mio padre auscultava posando l’orecchio sul petto del paziente direttamente; io ausculto con lo stetoscopio, a una ventina di centimetri; mio figlio ausculta con fonendoscopio, a un metro e più... Ebbene, questo allontanarsi dal malato, per me, è il segnale del vero pericolo che minaccia la medicina moderna, che perda di vista l’uomo».

Il tocco di una mano femminile

Un altro «topos» che alimenta la diffidenza nei confronti della tecnologia è la contrapposizione tra la modalità maschile e quella femminile di erogare cure. Risale al clinico spagnolo Gregorio Maranon una descrizione che ― almeno in certe circostanze ― presenta la medicina come perdente

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se confrontata con il tocco di una mano femminile: «Nessuno dei rimedi nostri, poveri medici, ha il meraviglioso potere di una mano di donna che si posi su una fronte indolenzita. In quel decisivo momento, la scienza scompare; ed è sopra la donna, piena di mondo, che si appoggia l’angoscia di colui che va addentrandosi nella solitudine senza rive dell’aldilà» 4.

Anche lo storico della medicina Sherwin Nuland attribuisce alla femminilità la capacità di rispondere ai bisogni che l’animo maschile, con le sue prolunghe tecnologiche, non sa cogliere: «La vista di un paziente, l’insorgere della malattia, lo strazio dell’animo, il dolore della sua famiglia, la speranza della guarigione, tutto ciò è diventato parte della cura, esattamente come la conoscenza del livello di ioni di iodio nel suo sangue [...]. Ora noi siamo più capaci di dedizione: ciò che si sta liberando dentro di noi è qualcosa che la società ha visto come una qualità femminile. Con nostro grande stupore, ne siamo orgogliosi» 5.

Rispetto a questa romantica nostalgia della vicinanza, considerata come l’anima permanente e irrinunciabile del processo terapeutico, la tecnologia è indiziata di introdurre un estraneamento crescente tra il professionista che eroga le cure e chi le riceve.

In questa suddivisione dei compiti maschili e femminili il genere è meno importante delle funzioni che costituiscono il curare e il prendersi cura. Il regista Pedro Almodóvar, infatti, nel suo film più recente Parla con lei attribuisce la funzione del prendersi cura a Benigno ― singolare figura di infermiere «materno» ― senza che lo schema venga rimesso in discussione. Che sia esercitata da uomini o da donne, l’attività del curante che diventa un prolungamento del compito della madre schiaccia chi la esercita, sottoponendolo al rischio di burn-out. Né si può dire del tutto positiva per chi la riceve: l’autonomia della persona può essere soffocata dal rapporto di cura. In ambito medico, non meno che nella vita, il maschile e il femminile sono complementari e devono bilanciarsi.

La specificità del genere

Non si tratta solo di interrogativi teorici: per analizzare i conflitti e fornire risposte costruttive è necessario partire dal vissuto degli operatori. Per ridare unità alla coscienza morale e permettere che il maschile e il femminile, liberati dalle false contrapposizioni, sviluppino un libero e creativo gioco delle parti, bisogna ascoltare la voce degli uomini e delle donne che dedicano le loro energie professionali al lavoro di cura. È quanto si propone di fare il convegno annuale organizzato ad Assisi dall’istituto Giano, in collaborazione con Cittadella Incontri, per operatori della salute 6 punta decisamente a evidenziare la specificità di genere.

La specificità di genere in sanità è causa di conflitti. Basti pensare quanto la suddivisione di compiti attorno ai due poli del «curare» e «prendersi cura», intesi come gerarchici, sia discriminante per le donne. Escluse in precedenza dal «curare» medico, alle donne vengono attribuite funzioni che afferiscono al «prendersi cura». «I saperi spontanei delle donne, il loro contatto storico con il corpo e con la cura, diventano attributi «bassi», contro un «alto» che è tecnica scientifica «oggettiva» e «pura» [...] Tutto ciò che chiama in causa, nell’operatività quotidiana, l’approccio e lo stile femminile, l’esperienza e la cultura delle donne, viene rifiutato come poco professionale, squalificante o di disturbo per un’identità asessuata, asettica, depurata dal genere» 7. Ma la consapevolezza della specificità di genere, rifiutando l’equiparazione tra professionale e neutro, si può anche aprire su possibilità positive. Sappiamo poco su come sarà la medicina quando il sapere e le esigenze di cui le donne sono portatrici avranno sviluppato tutte le loro potenzialità. Sappiamo solo con certezza che sarà diversa rispetto a quella che si è sviluppata sotto il segno della predominanza maschile. Basta questo fatto per indurci a considerarla una promessa.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI  

1. Willem Tousijn, Il sistema delle occupazioni sanitarie, Il Mulino, Bologna 2000.

2. Giovanna Vicarelli, «Il medico al femminile. Le donne nello sviluppo della professione medica in Italia», in Polis n. 2, 1989, pp. 225-248.

3. Peter J. Frost, «Perché la compassione è importante!», in Pluriverso n. 3, 2001, pp. 90-97.

4. Citato da G. Ceronetti, Il silenzio del corpo, Adelphi, Milano 2001 (7ed.), p. 62.

5. S.B. Nuland, I figli di Ippocrate, Mondadori, Milano 1992, p. 410.

6. «Se la cura è di genere femminile», Assisi, Cittadella, 31 maggio-2 giugno 2002. 6° Incontro per operatori della salute. Informazioni: Istituto Giano, tel. 0677250540.

7. G. Badolato (a cura di), Le donne nelle professioni d'aiuto, Borla, Roma 1993.

NOTE

1 Willem Tousijn, Il sistema delle occupazioni sanitarie, Il Mulino, Bologna 2000.

2 Giovanna Vicarelli, «Il medico al femminile. Le donne nello sviluppo della professione medica in Italia», in Polis n. 2, 1989, pp. 225-248.

3 Peter J. Frost, «Perché la compassione è importante!», in Pluriverso n. 3, 2001, pp. 90-97.

4 Citato da G. Ceronetti, Il silenzio del corpo, Adelphi, Milano 2001 (7ed.), p. 62.

5 S.B. Nuland, I figli di Ippocrate, Mondadori, Milano 1992, p. 410.

6 ‹Se la cura è di genere femminile», Assisi, Cittadella, 31 maggio - 2 giugno 2002. 6° incontro per operatori della salute. Informazioni: Istituto Giano  tel. 06 77 250 540.

7 G. Badolato (a cura di), Le donne nelle professioni d'aiuto, Borla, Roma 1993.

Guaritori da guarire

Sandro Spinsanti

GUARITORI DA GUARIRE

in Prospettive Sociali e Sanitarie

anno XXXI, n. 7, 15 aprile 2001, pp. 1-2

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Rispetto al passato, la professione medica ha oggi subito una rilevante perdita di potere. Si è andata progressivamente sfaldando la fiducia che le decisioni cliniche siano libere da conflitti di interesse.

Il sanitario ha oggi di fronte un individuo con il quale entra in un rapporto di responsabilità condivisa.

Con il linguaggio astorico del mito, la cultura greca ha condensato alcune delle acquisizioni permanenti circa l'attività terapeutica e il lavoro di cura che l'intera civiltà occidentale ha ereditato. Il mito è quello del centauro Chirone, figura semidivina a cui è fatta risalire l'arte medica. La narrazione mitologica sottolinea il paradosso di un guaritore, ferito a sua volta, che non può guarire se stesso. Chirone, la figura più contraddittoria di tutta la mitologia classica ― di natura animale e apollinea insieme; sofferente di una ferita mortale, malgrado sia una divinità; abile terapeuta, ma impotente di fronte alla ferita essenziale che colpisce l'uomo ― offre una condensazione simbolica dove si leggono in trasparenza tutte le grandezze e le miserie della medicina.

All'immagine del guaritore ferito si è fatto ricorso in diversi contesti. Il più frequente è quello del particolare peso connesso con la cura, che può indurre la sindrome del burn out. La cura, e soprattutto il prendersi cura, rischia sovente di logorare le riserve psichiche e morali della persona che vi si dedica, così da provocare un pericoloso cortocircuito. Perché la cura, oggi come ieri, comporta un grave carico, specialmente in alcune situazioni (pensiamo all'assistenza di cui hanno bisogno i bambini gravati da un serio handicap che impedisce loro di raggiungere l'autosufficienza, oppure agli anziani che l'autosufficienza l'hanno perduta, o allo stress connesso con il prendersi cura di persone afflitte da demenza o da malattie mentali). Anche l'esercizio della medicina per situazioni acute può indurre un 'emorragia di risorse interiori, quando è accompagnato da frequenti fallimenti o espone in modo particolarmente crudele al dolore altrui (pensiamo all'oncologia pediatrica...). Tutto ciò fa parte integrante della medicina di sempre e presumibilmente non potremo eliminarlo neppure dalla medicina di domani. Eppure questo particolare gravame non ha mai dissuaso i migliori tra gli uomini e le donne di ogni epoca dal dedicarsi alla guarigione dei malati: come medici, infermieri, psicologi, riabilitatori, assistenti sociali.

Oggi, tuttavia, la ferita che affligge i guaritori si presenta con alcune caratteristiche diverse rispetto al passato. I guaritori devono essere guariti, oltre che dalla ferita permanente intrinseca all'arte sanitaria, dalla ferita contingente inflitta dalla modernità. Soprattutto quella che tra le professioni sanitarie occupava una posizione dominante (la professione medica) ha subito una rilevante perdita di potere. Il potere medico era assoluto, cosi come quello del sovrano prima che fosse detronizzato, o quanto meno contenuto, dalle rivoluzioni democratiche. Un potere esercitato a beneficio del malato, certo (per questo si è soliti designare come "paternalismo benevolo" questo esercizio incontrastato dell'autorità medica); nondimeno un potere che, salvo rarissimi casi eccezionali, non doveva rendere conto a nessuno. L'espressione della totale autoreferenzialità del medico era rappresentata dall'attribuzione a questo professionista della facoltà di prendere le sue decisioni in "scienza e coscienza".

Tradizionalmente, la formuletta è stata ripetuta ogni volta che si annunciava un dibattito circa la portata della responsabilità medica, quasi a troncare sul nascere ogni possibilità di pensare in modo diverso il rapporto medico-paziente. In pratica, valeva come criterio di scelta del tutto autoreferenziale: il sapere e i valori del medico non potevano essere messi in discussione da chi non condividesse la stessa "missione" professionale.

Nel giro di pochi anni è diventato sempre più imbarazzante ripetere la formula, fino a che è praticamente scomparsa dall'uso comune. Il riferimento alla "scienza" ha acquistato progressivamente rigore: prima la VRQ, poi la Evidence based medicine hanno cominciato a chiedere le prove di efficacia, smantellando quei riferimenti alla scienza che erano solo un paravento per mascherare mancanza di razionale clinico, pregiudizi di scuola o semplice pigrizia a uscire dalla routine. L'accordo con la scienza non si può presumere, ma va dimostrato.

Per quanto riguarda il riferimento alla "coscienza" del medico, lo smantellamento dell'autoreferenzialità è stato ancor più rapido e radicale. Nei casi peggiori, si è messo addirittura in dubbio che la coscienza del medico orienti le sue scelte in modo da dare la priorità al vantaggio per la salute che ne deriva al paziente. Si è andata progressivamente sfaldando la fiducia che le decisioni cliniche siano libere da conflitti di interesse, anche pesanti. Il successo di pubblico che ha avuto la contrapposizione tra "camici e pigiami" (lupi gli uni, agnellini gli altri...) la dice lunga. Con il linguaggio della fiaba, si alimenta il sospetto che quando il medico, mascherato da lupo, dice al paziente che ciò che decide per lui è nel suo migliore interesse ("Per curarti meglio, bambino/a mio/a!"), il paziente sia autorizzato a vedervi ben altre intenzioni. Questo, appunto, nei casi peggiori. In quelli migliori, anche senza attribuire intenzioni fameliche al medico, è stato sufficiente il diffondersi del concetto di autodeterminazione del paziente, promosso dal movimento della bio etica, per contrapporre alla coscienza e ai valori del medico altre coscienze e altri valori, con i quali si deve confrontare. È come dire, in buona sostanza, che il ricorso a "scienza e coscienza" come via abbreviata per giustificare le decisioni cliniche non è più percorribile.

La transizione implica che la responsabilità del medico non può essere più considerata in modo esclusivo nel contesto dell'esercizio delle professioni liberali. Il concetto di professione liberale isola, tra le diverse occupazioni professionali, quelle che non sono come le altre. A colui che le esercita spetta una collocazione particolare nella società. Di conseguenza, anche la responsabilità di chi esercita la professione liberale è articolata come una responsabilità sui generis, per cui il professionista non risponde in tutto e per tutto come qualsiasi altro cittadino.

Grazie alla morale professionale, nelle relazioni sociali al professionista viene concessa un'autorità speciale, a cui consegue un'impunità per certi atti. Che cosa succede se le cose vanno male al professionista

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liberale? A meno che non ci siano quelle colpe che per la medicina sono state classicamente riassunte in imperizia, imprudenza e negligenza ― colpe che in ogni caso devono essere dimostrate, e di solito non è un'impresa facile ― se l'azione non consegue l'esito previsto non succede niente. L'impunità era la principale caratteristica della medicina esercitata secondo L'"ethos" proprio delle professioni liberali. I due aspetti che caratterizzano l'etica professionale del sanitario, da una parte un'alta ispirazione morale, in quanto i professionisti si presentano come animati da spirito filantropico; dall'altra, come correlato, la loro collocazione al di sopra della responsabilità comune, quella riconducibile a norme e a parametri validi per tutti, appaiono intimamente intrecciati. Questo modello di responsabilità tramandatoci dal passato è in rotta di collisione con la modernità.

Il conflitto che si delinea sta scuotendo equilibri secolari nell'ambito dei rapporti che regolano le interazioni tra medici e pazienti. Nella nostra società non c'è più, da una parte una persona che in forza della sua dedizione alla professione è vincolata da obblighi unilaterali che si collocano al di sopra del tessuto di diritti/doveri che regolano la nostra convivenza, come l'impegno a orientarsi a fare il bene del malato, anche contro il proprio interesse, e dall'altra un malato, visto unicamente sotto l'angolatura del suo stato di fragilità e di bisogno. Il sanitario ha di fronte un altro individuo, con il quale entra in un rapporto di responsabilità condivisa.

La transizione non è avvenuta in modo indolore. La resistenza dei medici ad abbandonare posizioni di potere che facevano loro assumere un ruolo dominante nei confronti del paziente (quello che negli schemi che analizzano la comunicazione si riassume nella posizione one up/one down) ha anche delle buone ragioni a suo favore. La pretesa dei pazienti di guidare le scelte mediche dalla posizione one up può portare a esiti infausti per i pazienti stessi, come è avvenuto di recente con la cosiddetta multiterapia Di Bella: malati oncologici che avrebbero potuto ricevere benefici dalle cure standard sono stati indotti dalla pressione mediatica a preferire cure non corredati da prove di efficacia, con gravi danni personali.

Ma, tutto sommato, è preferibile l'aperto rifiuto a coinvolgere il paziente nelle decisioni che lo riguardano, acconsentendo che anche in medicina si realizzi in una certa misura la rivoluzione liberale, rispetto a un'accettazione solo formale della svolta. L'uso burocratico di moduli per raccogliere il "consenso informato" costituisce una chiara illustrazione di questa svolta solo apparente. Perché senza una reale informazione, che produca un trasferimento di potere alla persona che deve decidere o insieme al medico (in inglese questo processo si chiama appunto empowement), il consenso rimane una formalità. Ancor più, ingenera nel malato il sospetto di aver aderito a una pratica finalizzata soltanto a tutelare il medico o la struttura, secondo lo spirito della medicina difensiva.

Non meno infausto è l'esito di una transizione alla modernità che, non avendo colto qual è la vera posta in gioco, si traduce in una iperresponsabilizzazione del malato, senza alcuna considerazione per lo stato di fragilità psicologica ed emotiva provocato dalla malattia. Può fornire una esemplificazione quanto racconta una psicologa che da tempo si occupa dei malati di tumore. Presentando una sommaria storia dell'informazione nell'ambito oncologico, così riassume l'evoluzione:

"Quando, alla fine degli anni '70, ho cominciato a lavorare sulla relazione con il paziente oncologico, in ospedale, il costume più largamente diffuso era quello di non informare il paziente. L'informazione veniva data, e non sempre in maniera chiara e precisa, al familiare di riferimento, mentre al malato veniva comunicata una diagnosi fasulla, di ripiego.

Le ulcere gastriche, i polipi, le "infiammazioni" erano allora patologie molto diffuse: persino le chemioterapie erano spesso presentate come "deve fare una cura", altre volte definita "ricostituente". Il problema di chi dovesse scegliere non era minimamente valutato: chi sceglieva era il medico che, sulla base del suo sapere e della letteratura esistente, decideva qual era la terapia da prescrivere e comunicava la sua scelta con decisione e sicurezza. Questo almeno era lo stile che andava per la maggiore, e che potremmo chiamare "paternalista".

Negli anni successivi si è animato un movimento culturale sempre più ampio che ha richiamato l'attenzione sul malato, sui suoi bisogni, sui suoi diritti. Si è andata affermando l'idea che il malato abbia il diritto di sapere tutto ciò che lo riguarda, per essere in grado di prendere le proprie decisioni e di gestire la propria vita e la propria morte. Sulla scia di queste riflessioni, la cultura ha come imboccato tre strade parallele: una via non più così prioritaria, ma ancora troppo frequentata, è quella di chi continua sempre e comunque a mentire, a gestire la situazione al posto del paziente trattandolo come un incapace.

C'è poi una seconda via, ancora troppo poco battuta, che porta con sé tutte queste domande e si interroga sulle modalità da percorrere per renderei capaci di ascoltare e di rispondere: si studiano la cultura, l'etica, la comunicazione, la relazione psicologica, e si cercano le soluzioni possibili, volta per volta.

C'è poi la strada che sembra oggi destinata a diventare la più transitata, ed è ovviamente più rettilinea, veloce, rassicurante della precedente. Naturalmente tutto questo vale per l'operatore, e non per il paziente. Si tratta della strada, del tutto opposta a quella seguita nel passato, del "dire tutto comunque", che è anche "dire il massimo possibile". Capito che il malato ha il diritto di sapere, il punto è dirgli tutto il dicibile, il prima possibile.

Non ci si cura di quello che il malato vuoi sapere o può sopportare in quel momento, né ci si cura di cosa, veramente e semplicemente, ci sta chiedendo. Come vuotando un sacco che ci pesa, si butta tutto il contenuto sull'altro. È suo, e che se lo porti lui» 1.

La "ferita" della modernità colpisce sia gli operatori sanitari che i cittadini che ricevono i loro servizi. Diventare moderni nel senso proposto dall'Illuminismo, e che Kant riassumeva nel progetto di uscire da quella minorità imputabile all'uomo stesso, rinunciando a essere eterodiretto nelle scelte che riguardano la propria vita, è un compito che sconvolge la pratica della medicina con due secoli di ritardo rispetto al programma originario. Il rapporto, tra sanitari e pazienti, che aveva resistito a tanti cambiamenti culturali, deve essere ripensato, opponendosi alla deriva che sta portando gli uni e gli altri su fronti contrapposti, in una condizione di conflittualità endemica. Perché ai "guaritori feriti" non fanno riscontro dei cittadini più forti e protetti, bensì più esposti a tutte le insidie dell'irrazionalità e delle emozioni incontrollate, nonché a tutte le pressioni subdole del mercato, che ha individuato nella compravendita di servizi sanitari un pascolo dalle grandi possibilità 2.

NOTE

1 (Roberta Cini, Pensieri del tempo breve, Ed. Del cerro, 1999).

2 Disegnare almeno i contorni del nuovo patto tra professionisti sanitari e cittadini è l'obiettivo che si propone il quinto incontro per operatori della salute (già segnalato nel numero 5/01 di Pss), organizzato dall'Istituto Giano (Roma) e da Cittadella Incontri. Si terrà alla Cittadella di Assisi, dal 10 al 3 giugno prossimi. Ricordiamo almeno alcune tematiche affrontate: "Curare con i cinque sensi"; "Il gioco delle libertà in medicina"; "La ricerca della salute". Come i precedenti, l'incontro si rivolge a operatori sanitari nel senso più ampio e inclusivo: medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, assistenti di comunità, operatori pastorali, volontari. Si articola in conferenze, dibattiti e lavoro in gruppi tematici. Non sarà assente la dimensione spirituale del lavoro di cura, che nell'incontro sarà esplicitamente affrontata dalla storica medievalistica Chiara Frugoni con una conferenza dedicata il "Il corpo, la cura. Francescanesimo per non francescani".

Per ulteriori informazioni: Cittadella Incontri (e-mail: ospitalita@cittadella.org) o Istituto Giano (e-mail: gianorom@tin.it).

Formarsi alla nuova sanità

Book Cover: Formarsi alla nuova sanità
Part of the Sistemi sanitari series:

Sandro Spinsanti

FORMARSI ALLA NUOVA SANITÀ:

SENSO E FUNZIONE DEI CORSI DI MANAGEMENT SANITARIO

in Agenzia sanitaria italiana

anno 4, n. 37, 16 settembre 1996, pp. 27-28

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Lo scenario della sanità che in Italia è stata avviata con il disegno di riordino del Servizio Sanitario Nazionale (D.L. 502/1992 e 517/1993) è efficacemente descritto da una frase del Piano Sanitario Nazionale per il triennio 1994-1996, là dove vengono presentati gli obiettivi del Piano stesso: "Non esiste più il sogno utopistico di uno Stato che si proponga di rispondere a tutti i bisogni di salute dei cittadini; in sanità sarà sempre più pesante la divaricazione tra domanda e offerta, perché la società invecchia ed è sempre più affetta da malattie degenerative. Questi cambiamenti di scenario impongono la dura necessità di fare delle scelte, sia a livello macro sia a livello microeconomico, al fine di riuscire a massimizzare i benefici otteni-bili dalle risorse disponibili".

Per molti, anche coloro che sono stati investiti nei più alti ruoli della guida della sanità, questo nucleo duro del cambiamento ― la necessità di contenere i costi di un servizio sanitario che rischi di sfuggire a ogni controllo ― ha caratterizzato l'essenza della nuova sanità. L'aziendalizzazione è stata intesa esclusivamente come un impegno a realizzare un pareggio di bilancio. Non è questo il senso del cambiamento come è inteso dal Piano Sanitario Nazionale. Subito dopo la frase relativa all'orizzonte delle risorse limitate, infatti, leggiamo un invito a trascendere il solo piano economico in sanità:

"La necessità di ripensare a fondo il profilo stesso di un programma sanitario per il paese si presenta come una straordinaria opportunità per ridefinire il progetto di civiltà, che è l'obiettivo di una politica della salute. Per anni si è pensato che la promozione della salute richiedesse solo nuovi investimenti in tecnologie, strutture e personale sanitario, nella fiducia di ottenere solo da tale impegno un migliore livello di salute. L'inversione di rotta cui il momento attuale costringe punta a un miglioramento che si sviluppa sotto il segno della qualità, più della quantità. La pressione della scarsità delle risorse orienta a immaginare un servizio alla salute che accetti il senso positivo la sfida dell'autolimitazione".

La duplice indicazione del Piano Sanitario Nazionale ― la restrizione dell'offerta dei servizi sanitari causata dalla scarsità delle risorse e il passaggio dal paradigma della crescita quantitativa a quello della qualità dei servizi erogati ― si trova in perfetta sintonia con i risultati di un'ampia ricerca ― Il futuro della sanità in Europa ― che ha coinvolto 3.000 esperti di una decina di paesi. Gli studiosi interrogati hanno identificato due sfide comuni a tutti i sistemi sanitari nei prossimi anni: migliorare la qualità dei servizi e contenere i costi. Se questo è lo scenario non solo del processo di innovazione avviato in Italia, ma della sanità europea in generale nel prossimo quinquennio, il compito che si impone in modo prioritario è quello di affrontare il rinnovamento necessario predisponendo la cultura che lo favorisce.

Per chi si preoccupa oggi di fare "buona medicina" non è più sufficiente riferirsi alle ultime acquisizioni della ricerca e della clinica, mediante la consultazione accurata delle pubblicazioni scientifiche registrate da Medline e Index Medicus. Oltre a questo, deve anche considerare l'impatto che ha sulle scelte cliniche il riferimento ai valori condivisi e tener presente le limitazioni che derivano dal contenimento dei costi. In altre parole, non si può fare buona medicina trascurando i saperi che afferiscono alle medical humanities, in particolare l'etica e l'economia. Per quanto diversi come saperi normativi, etica ed economica guardando nella stessa direzione e agiscono in sinergia nel promuovere una pratica della medicina commisurata ai bisogni umani così come si presentano nel concreto contesto dell'attuale crisi di quella sanità che era stata pensata nella fase dello sviluppo dello Stato sociale.

Oltre all'economia e all'etica, un terzo vettore dell'innovazione è fornito dall'aspetto organizzativo o manageriale, quale componente della professionalità medica. Dopo la stagione che ha visto la presenza invadente ― e spesso incompetente ― dei politici nella gestione della sanità, il pendolo torna a oscillare verso un coinvolgimento diretto del corpo sanitario nelle scelte che riguardano l'allocazione delle risorse e l'organizzazione. Non per nostalgia di un'epoca in cui il medico, come "capitano della nave", guidava la rotta in modo assolutistico. La società complessa non rende più possibile un modello di questo genere, anche se ispirato al paternalismo più illuminato. Non si tratta, quindi, di auspicare la regressione verso un modello di medico onnisciente, ma piuttosto di promuovere la crescita professionale integrando il sapere e il saper fare del medico in ambito terapeutico con competenze organizzative.

Il cambiamento della cultura medica che ciò implica non è di poco conto. La "produttività" ― termine bandito dall'orizzonte delle preoccupazioni dei sanitari, perché considerato contrario al rispetto dovuto al malato ― dovrà entrare nel linguaggio quotidiano di chi lavora in sanità. Anche l'etica, intesa come rispetto per la soggettività del paziente e come attenzione per la qualità del servizio prestato e per la soddisfazione del paziente, deve avere nella pratica quotidiana della medicina uno spazio non marginale. E di tale etica i sanitari devono essere i soggetti attivi : non darla semplicemente in appalto a filosofi, teologici, bioeticisti ed altri esperti, per limitarsi al consumo di prescrizioni comportamentali elaborate da altri.

La conquista di un ruolo attivo nell'elaborazione di una riflessione etica, nella gestione delle risorse e nella promozione della qualità si rivela anche come la via regia per la rimotivazione dei professionisti. Della svolta verso la "aziendalizzazione" della sanità non si deve sottovalutare un elemento fondamentale dell'organizzazione del lavoro richiesto dall'azienda : la condivisione di obiettivi comuni (in termini aziendalistici, si parla di "mission"), allineando tutte le forze in un piano strategico comune. Se si supera il senso di spaesamento creato da una terminologia che è stata finora estranea al mondo della sanità, si può scoprire che la sostanza di ciò che è richiesto dalla riforma in atto è perfettamente sintonica con quanto vivono coloro il cui lavoro consiste nel promuovere la salute.

Se queste sono le dimensioni del cambiamento in atto nella nostra sanità, si può convenire che l'attuazione

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del riordino esige prioritariamente un impegno formativo dei dirigenti, come ha riconosciuto lo stesso Ministero della Sanità deliberando l'istituzione di corsi ad hoc (D.L. n. 513 del 28/8/1994). La realtà, tuttavia, è ben lontana dalle esigenze riconosciute. A fronte dei ritardi che caratterizzano l'avvio dei corsi di formazione previsti dal Ministero, si registra un proliferare di iniziative formative che tuttavia per lo più trasferiscono in sanità una logica tipica dell'azienda, mentre è lontana dalle esigenze proprie dei servizi sanitari, rivolte a stabilire e tutelare il bene della salute (cfr. Andrea Cambieri, La formazione manageriale sanitaria in Italia: analisi dell'offerta, in L'Arco di Giano, n. 7, 1995, pp. 111-126). Si impone invece la necessità di un intervento formativo che parta dal sapere e dall'esperienza propria dei sanitari, promuovendo le nuove competenze senza abdicare a ciò che è caratteristico delle professioni della salute.

Il passaggio dalle proposte teoriche di formazione per realizzare la nuova sanità alle realizzazioni pratiche si rivela cruciale. Per questo sarà opportuno tenere in debita considerazione i modelli concreti di formazione, per misurarli con le esigenze rivendicate in linea di principio. In tal senso merita un'attenzione particolare il progetto in corso di realizzazione presso l'Azienda USL n. 4 "Alto Vicentino". L'azienda sanitaria, tramite i suoi vertici dirigenziali, ha deciso di pilotare il cambiamento mediante la realizzazione di un progetto formativo pluriennale, destinato al miglioramento della qualità dei servizi erogati. Il progetto è stato elaborato dall'istituto Giano per la Medical Humanities e il management in sanità (Roma). Anche il corso, come già l'istituto stesso. È stato concepito sotto il segno di Giano. Non sembri retorico invocare, nel contesto della sanità propria delle società più avanzate, una figura mitica tratta dalla più alta antichità. Giano, una divinità intrigante e ricchissima di spessore simbolico ― tanto da essere tradizionalmente utilizzata per visualizzare la condizione della medicina, chiamata a guardare contemporaneamente al le scienze della natura e alle scienze dell'uomo, abbinando sapere scientifico ed arte del guarire ― nell'antichità romana era preposto alle transizioni e ai cambiamenti. Anche la nuova sanità è un passaggio critico. Si tratta di andare verso il futuro continuando a guardare anche nella direzione del passato, coniugando l'innovazione con la necessaria conservazione dei valori che nella pratica dell'erogazione delle cure hanno tradizionalmente costituito una dimensione essenziale della buona medicina.

Il corso di formazione, che ha deciso di affrontare la sfida della qualità così come si pone nei termini attuali, è stato avviato nel mese di marzo scorso e si svilupperà in diverse fasi. La prima fase ― "Conoscere il cambiamento" ― si è svolta nei mesi di marzo-giugno. Ha avuto la caratteristica di essere rivolta a tutto il personale dipendente dell'azienda sanitaria, in totale 1.900 persone. La novità del progetto consiste nel coinvolgi mento diretto di tutti gli operatori, i quali vengono messi in grado di riconoscere le linee fondamentali del cambiamento avviato dai decreti legislativi di riordino. È un processo informativo che deve anche permettere che si esplicitino i valori dell'azienda, la sua "mission" e le scelte strategiche della dirigenza. L'attenzione rivolta agli operatori della "prima linea" è una diretta conseguenza dell'ampliamento del concetto di qualità che è sottostante a tutta la nuova sanità.

Quando si considera la qualità percepita dal paziente, gli elementi decisivi non sono quelli valutati dal professionista (e dai quali, in ogni caso, non potremo mai prescindere se vogliamo una medicina di qualità), bensì elementi marginali rispetto alla sostanza dell'atto medico o servizio sanitario erogato. Ci muoviamo, in altre parole, in quell'area che nei decreti legislativi di riordino viene presa in considerazione nel Tit. IV: "Partecipazione e tutela dei diritti dei cittadini". Gli indicatori della qualità dei servizi individuati nell'articolo 14 riguardano la personalizzazione e umanizzazione dell'assistenza, il diritto all'informazione, alle prestazioni alberghiere e alla prevenzione delle malattie. Gli operatori di prima linea sono i sensori più qualificati per cogliere questi aspetti della qualità e per avviare i progetti più adeguati per il miglioramento.

Tutti i dipendenti di un'azienda sanitaria devono essere mobilitati perché ci sia qualche possibilità che la sfida della qualità possa essere affrontata con esiti positivi. L'impostazione efficientistica che predomina nella fase attuale dell'aziendalizzazione della sanità tende ad accentuare unilateralmente la produttività. Ma la "catena di montaggio" è contro la qualità dei prodotti, soprattutto se si tratta di atti medici. Tra qualità e quantità ― che sono due dimensioni necessarie e irrinunciabili di una pratica responsabile della medicina ― dovrà stabilirsi un equilibrio "ecologico" (come avviene in quelle nicchie ambientali dove vivono specie interdipendenti: se le volpi ― per fare un esempio ― mangiano tutti i conigli, il loro successo si tramuta in una catastrofe, che porta alla loro stessa estinzione ...). Il trionfo della quantità delle prestazioni, a danno della qualità, può essere visto come una catastrofe annunciata. Tutti gli operatori dei servizi sanitari ― non solo i medici, ma anche coloro che svolgono ruoli più tecnici e complementari ― devono collaborare per poter fornire servizi che siano percepiti dai cittadini come servizi di qualità, pena la fuga dei pazienti dalle strutture che mirano solo alla qualità dei prodotti. Per questo la qualità non potrà essere ottenuta solo da qualcuno: dovrà essere l'impegno congiunto di tutti. Di qui l'impotenza, nella prima fase del progetto globale di formazione, di rivolgersi a tutti indistintamente i dipendenti dell'azienda sanitaria. La seconda e la terza fase del progetto di Thiene e Schio, programmate per l'autunno prossimo, sono pensate come strettamente interconnesse. Si tratterà della "formazione dei formatori" (fase 2) e della promozione di progetti pilota di qualità (fase 3). I "formatori" sono un gruppo di dipendenti dell'azienda sanitaria, identificati dalla dirigenza e investiti di un mandato formale di dedicare parte del loro tempo lavorativo alla progettazione, esecuzione e verifica di specifici interventi migliorativi nell'erogazione dei servizi sanitari. I formatori, persone con diversa qualificazione ― medici, infermieri, assistenti sociali, amministrativi ― sono scelti secondo criteri che si armonizzino con un profilo ideale che metta in piena evidenza la capacità di lavorare per obiettivi. Saranno introdotti nel loro compito specifico e nella metodologia dei progetti mediante seminari intensivi a loro dedicati.

Dopo l'individuazione e la formalizzazione dei progetti di qualità della fase pilota ― scelti tenendo conto delle priorità strategiche dell'azienda e della disponibilità dei Servizi o Reparti di coinvolgersi nel cambiamento ― saranno stabiliti dagli appuntamenti a cadenza mensile per analizzare lo stato di avanzamento dei progetti, le difficoltà e le realizzazioni. I "formatori", coadiuvati da esperti dell'istituto Giano in funzione di supervisione, seguiranno lo sviluppo dei progetti. Questo tirocinio costituirà una opportunità sistematica di formazione per i formatori stessi, i quali possono così diventare una risorsa dell'azienda stessa per la prosecuzione del cambiamento.

Per la conclusione e la presentazione dei progetti dell'azienda nel suo insieme è prevista una iniziativa a carattere pubblico e ufficiale.

Il processo di cambiamento nella sanità italiana

Book Cover: Il processo di cambiamento nella sanità italiana

Sandro Spinsanti

IL PROCESSO DI CAMBIAMENTO NELLA SANITÀ ITALIANA: RISCHI E OPPORTUNITÀ

in Contributi per una gestione manageriale della sanità, I Quaderni di Mecosan

a cura di Sandro Spinsanti

Sipis Editrice srl, Roma 1996

pp. 5-8

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Per la sanità italiana è suonata l’ora del cambiamento. Un cambiamento reso inevitabile dal collasso economico del Servizio sanitario nazionale; ma anche auspicabile per invertire la tendenza alla disaffezione verso un sistema pubblico ormai correntemente etichettato come «malasanità». La qualifica di sistema in crisi è talmente abusata da non poter più essere proposta. A meno che, seguendo il suggerimento di un esperto della cultura manageriale (D’Egidio, 1993, p. 34), non ci decidiamo di guardare alla crisi attraverso l ’ideogramma cinese che la rappresenta (figura 1).

L’ideogramma nel suo insieme si legge crisi; ma, se lo si scompone, la parte superiore si legge ki, che sta per pericolo, quello inferiore si legge opportunità. Il cambiamento che la crisi rende necessario può anche essere visto come un’occasione da sfruttare con intelligenza, per cambiare il volto della nostra sanità. Questa è la prospettiva, del resto, fatta propria dal Piano sanitario nazionale per il triennio 1994-1996. Tra gli obiettivi del piano, infatti, troviamo proprio l’indicazione di una opportunità di cambiamento radicale: «La necessità di ripensare a fondo il profilo stesso di un programma sanitario per il Paese si presenta come una straordinaria opportunità per ridefinire il progetto di civiltà, che è l’obiettivo di una politica della salute. Per anni si è pensato che la promozione della salute richiedesse solo nuovi investimenti in tecnologie, strutture e personale sanitario, nella fiducia di ottenere solo da tale impegno un migliore livello di salute. L’inversione di rotta, cui il momento attuale costringe, punta a un miglioramento che si sviluppa sotto il segno della quantità. La pressione della scarsità delle risorse orienta a immaginare un servizio alla salute che accetti in senso positivo la sfida dell’autolimitazione».

Gli slogan che riassumono presso il grande pubblico il riordino in atto nel nostro sistema sanitario ruotano intorno alla aziendalizzazione e al ruolo attivo svolto dai manager nella conduzione delle aziende sanitarie. Ospedali-aziende e medici-manager: due fantasmi più adatti a creare equivoci che a ricondurre il progetto di riordino a quella solida progettazione normativa che sta alla sua base. La conduzione aziendale delle istituzioni che erogano servizi sanitari viene così associata a una ricerca di profitti a ogni costo. È naturale sollevare obiezioni in nome dell’etica: la salute non può essere trattata come una merce, né i servizi sanitari sottoposti alle leggi del mercato, regolato dalla domanda e dall’offerta.

Avviene molto raramente, invece, che il termine «azienda» applicato all’organizzazione del servizio sanitario, invece che al profitto e all’interesse della proprietà, induca associazioni mentali positive, quali: una sana attenzione ai vincoli economici, che porti a identificare ed eliminare gli sprechi; un senso di appartenenza tra tutti coloro che operano nell’azienda, nato dalla consapevolezza che l’obiettivo (in questo caso: servizi alla salute efficaci, che producano dei pazienti/clienti soddisfatti) richiede l’interdipendenza di tutti coloro che lavorano nell’azienda; lo sviluppo di una mission comune (quella che la Carta dei servizi pubblici sanitari formula come: «fornire un servizio di buona qualità ai cittadini-utenti»); una nuova cultura organizzativa, che premi la creatività nella ricerca di soluzioni che abbinino economia ed etica, efficacia,

Figura 1 - Ideogramma rappresentante la crisi

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efficienza e qualità percepita; nuove regole tra strutture che erogano servizi sanitari e popolazione, tra professionisti e dirigenza, un nuovo equilibrio — in breve — tra diritti e doveri di tutti. Finché l’evocazione dell’azienda non ci porterà ad associare questi obiettivi, l’aziendalizzazione della sanità sarà osteggiata da coloro che vedano nel progetto una minaccia per i valori sui quali la medicina tradizionalmente si regge.

Non minori sono gli equivoci generati dal termine manager. A cominciare da quelli semantici. Come ci ricorda Beppe Severgnini, un «italiano con la valigia» che viaggiando ha imparato a conoscere gli strani destini delle parole: «Manager non vuol dire “alto dirigente’’ (che si dice executive); in Inghilterra si può essere manager di un negozio di bottoni» (Severgnini, p. 22). Ma in Italia il manager, identificato con il non plus ultra del sapere organizzativo, viene per lo più sentito come lontano dal livello decisionale di chi, come medico, sta in prima linea sul fronte operativo. La sanità in mano ai manager suona come un ’ulteriore espropriazione, mentre il senso del riordino in atto nella sanità è proprio il contrario: riportare l’accento sulla centralità dei decisori finali nelle scelte, per avere un sistema sanitario che garantisca non solo efficacia e qualità, ma anche efficienza ed equità distributiva.

Bisogna riconoscere che i fraintendimenti sono favoriti da espressioni poco meditate. Quando, ad esempio, capita di imbattersi in frasi quali: «Obiettivo fondamentale del progetto “medico-manager” deve essere quello di mettere il primario in condizione di gestire il proprio business»; oppure: «Il primo passo da compiere è quello di costruire un modello di riferimento ― basato su componenti sia di efficienza sociosanitaria sia di efficienza economica — il cui obiettivo sia rappresentato dall’equilibrio socio-economico» (Benardon, 1994, p. 52), la reazione di rifiuto dei medici più consapevoli del loro mandato — «Medico-manager? No, grazie» — appare pienamente giustificata.

Se invece di lasciarci guidare dagli slogan cerchiamo di ricostruire i grandi tratti della congiuntura culturale in cui nasce il progetto di riordino della nostra sanità, individuiamo in primo luogo la necessità di rendere più europea la nostra amministrazione, ponendo gli uffici pubblici al servizio degli utenti. Secondo l’analisi autorevole di Sabino Cassese, il ministro della funzione pubblica che nel governo Ciampi ha coraggiosamente affrontato la questione amministrativa, «la sfiducia nelle istituzioni che ha aperto la quinta fase costituzionale dell’Italia unita, dopo quella oligarchica (dall’unità alla fine del secolo scorso), quella liberaldemocratica (dall’inizio del secolo al 1922), quella fascista (1922-1943) e quella democratica (1943-1994), non si deve solo ai pessimi voti raccolti dai partiti che sono scomparsi, ma anche alla brutta pagella dell’amministrazione italiana» (Cassese, 1994a, p. 275). La questione amministrativa, fino all’aprile 1993, attirava scarsa attenzione. Non che l’inefficienza dell'amministrazione non fosse percepita dal pubblico, ma la politica mostrava disinteresse verso l’amministrazione: «Come tutto ciò che non interessa, il funzionamento dell’amministrazione rimaneva affidato alla buona volontà di poche persone. Si può dire che l ’amministrazione era lasciata esistere (...). Proprio perché staccata dalla società, l’amministrazione era introflessa, poco attenta a quello che accadeva intorno, alle esigenze degli utenti» (Cassese, ibi).

L’inversione di tendenza consisteva nel puntare a un’amministrazione al servizio del cittadino e degli utenti, consumer oriented, operante non solo nell’interesse pubblico, ma nell’interesse del pubblico. L’impulso che il breve ma deciso ministero di Sabino Cassese imprimeva alla amministrazione pubblica in Italia intendeva far allineare il nostro paese con le riforme amministrative già in atto negli Stati Uniti d’America (decisivo è stato, a questo proposito, il rapporto a cui è stato attribuito il programmatico «Reinventare il governo. In che modo lo spirito aziendale sta trasformando il settore pubblico»: Oborne, Gaebler, 1992), nel Regno Unito (in particolare con i controlli di efficienza e la «Carta dei cittadini») e in Francia (Cassese, 1994b). L’operazione di ridare sovranità agli utenti non poteva coinvolgere in modo prioritario la sanità, uno dei pubblici servizi erogati dallo stato di maggiore importanza nella lista delle priorità.

Un secondo tratto del rivolgimento culturale nel quale va collocato il riordino della sanità in atto nella nostra società è la fine, voluta e prevista, di quella vistosa degenerazione che il sistema pubblico di erogazione delle cure ha subito progressivamente, dopo l’introduzione della riforma sanitaria della L. n. 833 del 1978, ad opera dei partiti politici. Gli osservatori della sanità non avevano difficoltà a denunciare senza mezzi termini la situazione come patologica: «La politica ha prestato alla sanità i suoi uomini, il simbolismo della sua parola ― nella versione più fatua, quella caratterizzata da logorrea e vacuità — e, purtroppo, il più importante dei suoi vizi: il clientelismo» (Di Michele, p. 116). Il progetto originario sottostante alla riforma sanitaria e all’introduzione del Ssn è stato deviato, dando origine alla sanità dei partiti.

L’invasione dei politici sulla scena della sanità è stata qualificata da voci autorevoli come una colonizzazione. Il processo correttivo per riportare la

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sanità alla sua originaria vocazione equivale, quindi, a una «decolonizzazione». Il senso metaforico di questa parola esprime con sufficiente chiarezza il bisogno di fare piazza pulita con personaggi che nella sanità si sono comportati come funzionari coloniali nelle terre occupate. Ma il riferimento alla decolonizzazione, intesa come un processo culturale, può essere interpretato in modo molto più proprio di quanto è concesso a una metafora.

Sulla decolonizzazione si è dovuto riflettere intensamente quando, circa tre decenni fa, sono giunti al tramonto degli ultimi regimi coloniali. Agli inizi degli anni sessanta il libro di Franz Fanon I dannati della terra costituiva la lettura d’obbligo degli intellettuali progressisti. Fanon, psichiatra e politico, era arrivato alla conclusione che la colonizzazione non cessa automaticamente il giorno in cui si dichiara l’indipendenza politica di un paese. Cambia il regime, ma le strutture più profonde che reggono il modo di pensare e di comportarsi rimangono le stesse. Con la sua solita abilità a fornire formule trasparenti, Jean Paul Sartre riconduceva il tema della decolonizzazione a una questione psicopatologica: «L’indigenato è una nevrosi introdotta e mantenuta dal colono nei colonizzati con il loro consenso» (Fanon, 1962, p. XVII).

Non sembri sproporzionato mettere in rapporto questi processi con quello che avviene nella sanità in Italia. Se è vero che il sistema sanitario è stato colonizzato dal lato peggiore della politica, è ipotizzabile che nei sanitari si riscontrino le deformazioni tipiche dei coloni. Come tratti caratteristici della nevrosi del colonizzato si possono menzionare la propensione al lamento sterile, l'autodenigrazione, le recriminazioni velleitarie e l’impressione di essere straniero a casa propria. La decolonizzazione è effettiva solo quando i coloni si liberano dalle strutture mentali che hanno interiorizzato. Per i professionisti sanitari ciò implica l’abbandono di quella impotenza consensuale — anche se opera a livello inconscio, come tutte le nevrosi — che porta ad attendere la soluzione dei problemi dal di fuori: dai politici e dagli amministratori. La quintessenza di questo processo di decolonizzazione è la rinuncia da parte di chi lavora professionalmente in medicina alla condizione psicologica di indigeno e la riappropriazione del ruolo che gli compete nella gestione quotidiana del sistema di somministrazione delle cure. Questa è, ricondotta all’istanza di fondo che la regge, la svolta verso la managerialità con cui si intende rispondere ai mali della nostra sanità.

La terza dimensione del cambiamento generale che giustifica l’adozione dello stile azienda in sanità è quella relativa all’etica. La somministrazione di cure sanitarie si è sempre ispirata al rispetto di alcuni valori, comprendendosi quindi come attività eminentemente etica. Ma i valori di riferimento si sono modificati. Il modo tradizionale di concepire il ruolo del medico correlava la sua attività unicamente al valore della salute da riconquistare o da promuovere. Il sanitario nelle sue decisioni aveva un solo vincolo: lasciarsi guidare dalla considerazione del bene del malato. Al medico del cancelliere Bismarck è stata attribuita la frase che sintetizzava quell’ideale: «Quando io curo un malato, siamo io e lui soli su un’isola deserta». Fare tutto il possibile per guarire il malato che aveva avanti: gli obblighi morali del medico erano circoscritti da questo imperativo dell’etica medica. Anche nell’altra scuola che si è sviluppata dal ceppo della tradizione ippocratica, la medicina omeopatica, i doveri del medico sono stati modulati unicamente sull’attività terapeutica. Il primo paragrafo dell'Organo dell’arte di guarire di Hahnemann (1993) si apre con la dichiarazione perentoria: «L’unico compito del medico è guarire presto, dolcemente, durevolmente».

L’estraneità del medico a considerazioni di ordine sociale ed economico, come il contenimento dei costi e l’eliminazione degli sprechi, è stata ulteriormente aggravata dalla socializzazione delle cure sanitarie nel- l ’ambito dei vari programmi di welfa- re state: la presenza di un terzo pagante — la mutua, il Servizio sanitario nazionale — ha dispensato sempre più il medico dal gestire le risorse secondo criteri di economicità e di equità. L’innovazione culturale in corso ci dice che quell’epoca deve essere considerata come definitivamente tramontata.

L’adozione dello stile azienda non abolisce i vincoli tradizionali che l’etica pone all’attività del medico: semplicemente, ne allarga l’orizzonte, includendovi altri riferimenti. La qualità etica e quella economica nell’erogazione delle cure sanitarie si implicano reciprocamente. Chi teme che l’interesse a soddisfare (e quindi a conservarsi) il paziente-cliente dell’azienda sanitaria possa svuotare di contenuto morale la pratica della medicina, può tranquillizzarsi. Anche le imprese che pur tendono ai profitti devono fare i conti con le esigenze dell'etica (è nata anche una rivista specifica Etica e affari, epigona di altre da tempo fiorenti in ambiente anglosassone). Il confronto con l’etica è tanto più necessario per aziende di servizio, e di servizio pubblico. La soddisfazione del cliente, ottenuta in qualsiasi modo, non può essere un imperativo assoluto. Prima di tutto, perché un paziente soddisfatto, ma imbrogliato, si vendica. In sanità le bugie hanno le gambe particolarmente corte e sarà sempre più difficile, con la maggiore informazione in materia di salute,

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aver pazienti soddisfatti se quello che è stato offerto non ha risposto alle loro legittime attese.

Inoltre in medicina ci sono obblighi morali che vincolano comunque, indipendentemente dalla soddisfazione del paziente. Questi obblighi morali, che nella tradizione filosofica dell’occidente costituiscono l’«etica del minimo», sono principalmente due: non procurare danno a nessuno (il «primum non nocere» ippocratico) e trattare tutte le persone con uguale considerazione e rispetto. L’etica dovrà vigilare affinché la soddisfazione del paziente vada di pari passo con le esigenze morali minime, che tutti riconoscono come inderogabili. Nei tempi lunghi, quindi, il successo sarà di chi ha come obiettivo non il paziente a ogni costo soddisfatto, ma il paziente «giustamente» soddisfatto.

Le linee di fondo del cambiamento in atto giustificano interventi su diversi livelli. Quello normativo — già attuato dalla complessa rete di leggi, decreti e linee-guida — conferisce la base unitaria e solida alla nuova sanità. Il sistema di finanziamento, teso a garantire l’efficienza econo-mica, è imbricato con gli altri tasselli normativi, riferiti al rapporto pubblico-privato, alla regiona-lizzazione della sanità, all’introduzione dell’accreditamento delle strutture. Contemporaneamente il nuovo profilo della sanità italiana porta a modificare sia l’organizzazione del lavoro, sia il rapporto tra le professioni sanitarie e gli utenti dei servizi. E quanto dire che si tratta di un cambiamento sistemico, e non solo di elementi separati del sistema stesso. Per questo motivo il volume presenta, malgrado la varietà dei temi e la molteplicità degli autori, una profonda coerenza interna.

L’unitarietà dell’impianto è la traduzione concreta di una concezione della medicina che si ispira al movimento delle medical humanities. Le più antiche e consolidate professioni della salute sono oggi provocate a uscire dal loro aristocratico isolamento e a confrontarsi con altri saperi. La giustificazione del movimento delle medical humanities sta proprio nella consapevolezza che nessuna disciplina o professione ha il monopolio del modo «corretto» di intendere la salute e la malattia, né alcuna ha l’esclusiva dell’azione sanitaria. Le diverse prospettive appaiono talvolta in conflitto (basti pensare al contrasto tra le ragioni dell’etica, che chiede di curare — e curare bene — ogni persona che ha bisogno di assistenza, e le esigenze dell’economia, che deve ripartire risorse limitate). L’ipotesi teorica è, invece, che possono essere complementari. Anzi, che il concerto di voci che costituiscono le medical humanities fornisce un salutare correttivo alle nostre concezioni e alle pratiche sanitarie correnti. È l’ipotesi su cui si fonda l’«Istituto Giano per le medical humanities e il management in sanità» e si può vedere riflessa nella rivista L’Arco di Giano (ed. Franco Angeli).

Un motivo ulteriore di omogeneità di questo volume è offerto dal fatto che l’opera di redazione dei testi è stata preceduta da un intenso confronto pratico degli studiosi che hanno collaborato all’opera con i sanitari che sono impegnati in prima linea nella trasformazione della sanità italiana. Due vasti programmi di formazione manageriale sono stati intrapresi dalle società scientifiche che raggruppano i cardiologi ospedalieri (ANMCO) e i gastroenterologi ed endoscopisti digestivi (SIGE, AIGO e SIED), con il supporto di aziende farmaceutiche (Pfizer, Schering Pough, Boehringer Ingelheim). Il Centro Consulenze ha assicurato il supporto organizzativo. I collaboratori del volume hanno partecipato come docenti ai corsi, supervisionando i progetti di miglioramento della qualità delle prestazioni sanitarie che ne sono nati. All’ascolto reciproco tra studiosi di diverse discipline, oltre che al confronto serrato con i sanitari che hanno partecipato ai corsi, si può far risalire la compatta omogeneità di quest’opera.

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