Dignità del malato e dignità del medico

Book Cover: Dignità del malato e dignità del medico
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Sandro Spinsanti

DIGNITÀ DEL MALATO E DIGNITÀ DEL MEDICO. CONCLUSIONI

in Dignità del malato e dignità del medico

Atti del Convegno di Bioetica

Modena, 6-7 maggio 2005

pp. 115-118

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“Rari nantes in gurgite vasto”: è un verso celebre dell’Eneide, con cui Virgilio descrive i pochi superstiti che nuotavano tenendosi a galla in un mare sterminato, dopo un naufragio. Cari “rari nantes”, pochissime parole di conclusione, per non infierire sui pochi sopravvissuti a una lunga giornata di riflessione. Iniziando da un timore che avevo, vedendo il titolo di questo convegno e le articolazioni in cui era suddiviso: pensavo che il convegno avrebbe potuto prendere la via di una esortazione morale (“dignità del medico, dignità del paziente”). Nelle comunicazioni era accuratamente evitato ognuno di quei temi scottanti come la ricerca sugli embrioni, la fecondazione medicalmente assistita, l’eutanasia, che costituiscono quella che Giovanni Berlinguer ha chiamato la “bioetica di frontiera”; l’articolazione del convegno privilegiava chiaramente la “bioetica quotidiana”. Tuttavia la mia paura che tutto si risolvesse in una specie di “moral suasion” (suvvia, rispettiamo i pazienti, siamo buoni con i poveri malati...!), per fortuna non ha preso corpo. È stata in realtà una giornata molto vigorosa, di riflessione più che di appello ai sentimenti, per la quale non sono in grado di fare una sintesi se non in una maniera un po’ inusuale. Ovvero, chiedendomi se quando cerchiamo di mettere insieme queste due grandi realtà, la medicina e l’etica, lo facciamo in maniera attributiva o predicativa.

Questi termini grammaticali si traducono nell'alternativa: stiamo cercando una medicina buona o una buona medicina? Non è una questione retorica, è una pista che ci può aiutare per andare in profondità'nelle questioni che ci stanno a cuore. La posizione attributiva è il buon medico, il buon paziente, mentre in quella predicativa parliamo del medico buono, del paziente buono. Ancor più concretamente, io come malato, vorrei un buon medico o un medico buono? Voi, come medici, cercate dei buoni pazienti o dei pazienti buoni?

Molte iniziative che si presentano come un programma di “umanizzazione della medicina” in realtà hanno questo in mente: il medico buono. Cioè il medico che sa confortare, che presta ascolto, che non si nasconde dietro la tecnica, che accetta di coinvolgersi emotivamente, che esercita l’empatia: tutte queste espressioni si equivalgono nella richiesta di un medico buono. Ma non tutte le situazioni ci inducono a dare la preferenza a questa dimensione. Personalmente, se dovessi scegliere tra un cardiologo buono e un buon cardiologo, non avrei esitazioni, nel caso in cui le due qualità

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non convivessero nella stessa persona. Il cardiologo buono, che magari è molto empatico, ma l’ultima volta che si è aggiornato è stato 15 anni fa, lo escluderei rigorosamente. Che cosa è il buon medico, al quale diamo la preferenza? La buona qualità è sinonimo di competenza professionale: la qualità comincia dalla capacità clinica. Lo abbiamo sentito questa mattina: la cattiva medicina clinica è non etica, la buona medicina presuppone la conoscenza aggiornata: prescrivere la cosa giusta allo stato attuale delle conoscenze. Ancora di più, la buona medicina, come affermava il professore Manenti, è quella che cerca di evitare gli errori: primum non nocere. Se è vero, come era contenuto in una sua diapositiva, che sulla pratica medica c’è il 6% di errori, mi domando chi resterebbe su un aereo quando ci venisse comunicato che c’è il 94% di possibilità di arrivare sani e salvi alla meta e “solo” il 6% di possibilità di errore... Il buon medico è quello che è determinato a cercare gli errori (perché se non li cerchiamo non li troveremo!) ed elabora strategie di gestione degli errori stessi, promuovendo una cultura della sicurezza.

Un secondo elemento fondamentale della buona medicina è che sia evidence based, e cioè che ciò che si prescrive e si fa abbia alle spalle solide prove di efficacia. Nel celebre romanzo Il medico della mutua di G. D’Agata il giovane medico che frequenta un ospedale per fare pratica riceve un consiglio da un collega più anziano: “Ho visto che con questi malati la strofantina funziona di più, ma mi raccomando non nominare mai la strofantina davanti al primario: quelli della clinica universitaria sono per la strofantina, noi siamo per la digitale: siamo due scuole cardiologiche”. Era solo ieri che la medicina ignorava le linee guida, si enfatizzava la libertà di prescrizione terapeutica, c’erano le scuole e la fedeltà ai maestri. Oggi non potremmo chiamare buon medico chi facesse medicina in questo modo. Andiamo alla ricerca dell'evidence, delle linee guida, delle cose provate e richiediamo che le prescrizioni siano basate sulle conoscenze più aggiornate, appunto perché una cattiva clinica è anche non etica. Ma non basta questo primo presupposto per definire il buon medico. Ci sono almeno altre due condizioni, che mi limito solo ad enunciare. Oggi un buon medico, oltre a conoscere la medicina, ovvero a prescrivere la cosa giusta, deve saperlo fare “nel modo giusto”. Il modo non è giusto se non si tratta il malato come una persona autonoma, come un cittadino che ha i suoi diritti, che deve essere informato, coinvolto nelle scelte, dandogli un ruolo attivo. La medicina non funziona più in modo autoritario (il medico che presume di sapere meglio del paziente qual è il suo bene e glielo prescrive, chiedendogli ubbidienza). È quella pratica moderna della medicina dove il consenso informato non diventa una misura di autotutela giuridica del medico, ma esprime un modo di fare medicina che coinvolge il paziente mediante l’informazione. Se un clinico non fa medicina in questo modo, oggi non è un buon medico, anche se conosce benissimo lo stato dell’arte. Fa le cose giuste, ma non nel modo giusto.

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La terza condizione per essere un buon medico è la capacità gestionale. Non basta conoscere la medicina e saperla anche praticare con il paziente nel modo giusto: bisogna saper gestire le risorse e far proprie le dinamiche dell’etica aziendale, di cui abbiamo ascoltato una ampia presentazione. L’etica dell’organizzazione non riguarda solo il Direttore Generale, ma tutti coloro che operano nella sanità. Oggi chi non ha queste capacità non può essere chiamato buon medico. Se il sapere bio-medico resta il presupposto “hard”, deve tuttavia essere completato con le medical humanities: conoscenze soft, ma non per questo secondarie. Tutto questo è necessario per essere un buon medico.

E il buon paziente, come deve essere? Anzitutto come medici preferireste un paziente buono o un buon paziente? Per quanto riguarda il paziente buono, dobbiamo ricordare una caratteristica propria della medicina, che la rende una professione diversa dalle altre: chi esercita la medicina deve sistematicamente ignorare la qualità morale dei pazienti. Dobbiamo fornire gli stessi servizi terapeutici e assistenziali ai pazienti buoni come a quelli cattivi, senza discriminare. Noi gli amici i conoscenti ce li possiamo scegliere sulla base delle preferenze, ma i malati no. Anche il malato antipatico, anche il malato di cui non condividiamo la moralità: non possiamo, non dobbiamo tenere in conto la qualità morale La stessa medicina sia per il santo che per il peccatore, sia per la persona socialmente esemplare come per il peggiore delinquente: a tutti dobbiamo fornire la stessa medicina sulla base dei bisogni, non dei meriti.

Non si tratta di una esortazione enfatica, di natura retorica: dobbiamo renderci conto che si va facendo strada nella nostra società la tendenza a domandarsi se i pazienti “meritano” i servizi sanitari, e soprattutto se siano responsabili o no della loro malattia. In inglese si questo atteggiamento si chiama “victim blaming”, ossia far cadere la colpa sulla vittima. Se tu sei responsabile della tua malattia, allora non hai tutti i diritti: i trattamenti ti possono essere contestati. Il “victim blaming” rischia di diventare in futuro un sistema non di responsabilizzazione ma di colpevolizzazione circa la propria salute. Basterebbe considerare i criteri con cui lo stato americano dell’Oregon aveva stabilito quali prestazioni sanitarie erano a carico dei servizi assicurativi pubblici e quali no. Ad esempio, il trapianto di fegato non veniva fornito se il paziente era cirrotico per alcolismo. Ora in Germania si comincia a ventilare la proposta di far pagare ai pazienti oncologici che non abbaino seguito i programmi di screening fomiti dal servizio pubblico.

Se escludiamo la preferenza per il paziente buono, rimane la bontà in funzione attributiva. Che cosa è il buon paziente? Nel linguaggio delle corsie degli ospedali non è raro che ci si interroghi anche in questo senso. Quando gli infermieri cambiando turno, si domandano tra di loro come è il nuovo paziente: è un buon paziente? E buon paziente, secondo il modello di medicina che noi abbiamo

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ereditato, è il paziente “compliant”, quello che non dà noie, si adegua, segue fedelmente la terapia prescritta. D contrario di questo buon paziente è il rompiscatole (diciamo pure l’”esigente”, quello che vuole sapere tutto e non finisce mai di fare domande). Questo è un punto cruciale del cambiamento. Nel profilo del buon paziente che oggi auspichiamo non c’è la passività, ma un ruolo attivo. Il buon paziente della modernità è quello che assume responsabilmente la gestione della sua salute: fa domande appropriate e arriva, attraverso un rapporto di interlocuzione con il sanitario, ad avere un “empowerment”, cioè un potere su di sé, sulla sua malattia, sulle sue scelte.

Un paziente docile e passivo secondo il modello della nuova etica non è un buon paziente: il buon paziente è quello che ci fa faticare, è quello che chiede, insiste e sceglie, e magari sceglie in modo diverso da quanto il clinico avrebbe desiderato. Al buon cittadino paziente attribuiamo la capacità di esercitare i suoi diritti, ma anche di assumere i suoi doveri; deve essere una persona adulta, responsabile, che sappia prendere le decisioni insieme al medico utilizzando al meglio le capacità relazionali. In questo modello ideale si traduce oggi il rapporto tra il buon medico e il buon paziente.

L’ascolto che guarisce: conclusioni

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S. Spinsanti - A. Malliani - C. Brutti - L. Boggio Gilot - B. Giordani - M.C. Koch Candela - L. Bovo - M.C. Picciotti - C. Pontalti - R. Menarini - D. Franzoni - N. Borri

L'ASCOLTO CHE GUARISCE

Psicoguide, Cittadella Editrice, Assisi 1989

pp. 189-194

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RIFLESSIONI CONCLUSIVE

Quando persone che, a diverso titolo, sono impegnate nell'offrire aiuto terapeutico agli altri tematizzano l'ascolto, vediamo emergere due atteggiamenti principali: la convinzione di saper ascoltare, oppure il dubbio sulle proprie capacità di ascolto. La complessità della condizione umana complica però questo schema lineare. Una faccia nascosta e complementare accompagna permanentemente l'atteggiamento che occupa il primo piano. Chi ritiene di saper ascoltare è tormentato dal dubbio di non farlo ― di non ascoltare abbastanza, di non ascoltare come dovrebbe fare ―; chi invece è pronto ad accusarsi di essere carente nell'ascolto, dimostra poi una singolare propensione a esercitare professioni in cui l'ascolto è l'attività prioritaria. Come si esprimeva efficacemente un partecipante a proposito delle motivazioni che possono averci indotto ad aderire all'incontro, ci sentiamo sufficientemente malati nell'ascolto da voler guarire, e sufficientemente sani da voler guarire gli altri.

La complessità non dipende esclusivamente dall'ambivalenza degli atteggiamenti umani. È la stessa categoria dell'ascolto che ci trascina

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lontano dalla terra ferma, verso i territori più inesplorati dell'Essere. Soprattutto l'ascolto che nasce in ambito terapeutico. Ciò che infatti si offre qui all’ascoltatore, per mezzo della concreta domanda di aiuto, è la persona intera dell’altro, la quale a sua volta ha una predeterminazione connaturata a trascendersi oltre il livello personale.

È la dimensione che dal sintomo conduce alla salute, e da questa a quello stato che Nietzsche amava chiamare «la grande salute», cioè quella salute «che non solamente si ha, ma la si conquista e la si deve conquistare continuamente, perché sempre di nuovo la si perde, la si deve perdere» 1.

L’ascolto è messo in moto dall’invocazione. Nelle nostre rispettive professioni della salute ― medici, infermieri, psicanalisti, psicoterapeuti, pastori ― siamo indotti ad ascoltare perché qualcuno grida la sua necessità e il suo appello ci sollecita a porgere ascolto. Una volta presi all’amo dall’invocazione, siamo condotti in dimensioni sempre più profonde contenute nello stato di malessere da cui proviene l’appello: personali, interpersonali, transpersonali, religiose e cosmiche; Paolo rappresenta la creazione intera come una partoriente che sospira e soffre le doglie di un parto (Rm 8,22).

L’invocazione più profonda, che soggiace a tutte le invocazioni particolari e le giustifica, è quella esprimibile nel concetto biblico globale di una richiesta di shalom.

L’ascolto come risposta a un’interpellazione

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è stato descritto in modo efficacissimo da Maria Montessori in una pagina meritatamente famosa ― è stata ricordata anche durante il nostro incontro ― nella quale descrive mediante quali esperienze ha educato i bambini all’ascolto. Vale la pena di rileggerla nella sua integralità:

«Il "silenzio", nelle scuole comuni, vuol dire la "cessazione del chiasso”, l’arresto di una reazione, la negazione della scompostezza e del disordine.

Mentre il silenzio può intendersi in modo positivo come uno stato "superiore" al normale ordine delle cose. Come una inibizione istantanea che costa uno sforzo, una tensione della volontà e che distacca dai rumori della vita comune quasi isolando l’anima dalle voci esteriori.

Questo è il silenzio a cui siamo giunti nelle nostre scuole: silenzio profondo, benché prodotto in una classe di oltre quaranta bambini piccoletti tra i tre e i sei anni.

È necessario insegnare ai bambini "il silenzio": per questo faccio eseguire vari esercizi di silenzio, che contribuiscono in modo notevole alla sorprendente capacità di disciplina dei nostri bambini. Richiamo l’attenzione dei piccini sopra di me, "che faccio silenzio (...)". I fanciulli restano affascinati da quel silenzio come da una loro reale conquista. "Ecco", dice la direttrice, "ora è tutto quieto come se non ci fosse più nessuno".

Raggiunto questo grado, chiudevo al buio le finestre e dicevo ai bambini: "Adesso ascoltate una voce leggera che vi chiama per nome". Allora, in una stanza vicina dietro ai bambini, attraverso la porta spalancata, chiamavo a voce afona, ma strisciando le sillabe lungamente,

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come si chiamerebbe qualcuno attraverso le montagne, e questa voce quasi occulta sembrava che giungesse al cuore dei bambini e chiamasse la loro anima. Ogni chiamato si alzava silenziosamente cercando di non muovere la sedia e camminava in punta di piedi così impercettibilmente da non farsi quasi sentire: tuttavia il suo passo risuonava nel silenzio assoluto che non s’interrompe mai, tra l’immobilità persistente di tutti gli altri. E giungeva alla porta con volto gioioso, facendo qualche salto nella stanza vicina, soffocando piccoli scoppi di risa; ovvero si attaccava alle mie vesti appoggiandomisi addosso; o si poneva a guardare i compagni che ancora erano nell’aspettativa silenziosa. Il chiamato sentiva quasi un privilegio, un dono, un premio, pure sapendo che "tutti" saranno chiamati, cominciando "dal più assolutamente silenzioso che sta nella sala". Così ciascuno cercava di meritare, nell’attesa perfetta, la chiamata sicura. Io vidi un volta una piccina di tre anni cercar di soffocare uno starnuto e riuscirvi! Ella tratteneva il respiro nel suo piccolo petto scosso, e resisteva fino a riuscire vittoriosa.

Tale giuoco affascina i piccoli: i loro volti intenti, la loro immobilità paziente rivelano la ricerca di un grande piacere. In principio, quando l'anima del fanciullo mi era sconosciuta, avevo pensato di far vedere loro piccoli dolci e piccoli giocattoli promettendo di darli al "chiamato", supponendo che i regali dovessero essere l’attrattiva necessaria a ottenere simili sforzi dall’infanzia. Ma ben presto dovetti accorgermi che era cosa inutile.

bambini giungevano dopo aver superato gli sforzi, le emozioni e i godimenti del "silenzio",

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come navi in porto; erano felici di tutto ciò: di aver sentito qualche cosa di nuovo, e di aver riportato una vittoria. Questo era il loro compenso. "Dimenticavano" la promessa dei dolci e non si curavano di prendere l’oggetto, che supponevo li attraesse. Abbandonai così quel mezzo inutile e vidi con stupore che il giuoco ripetuto si perfezionava sempre più, fino a trattenere i bambini di tre anni immobili nel silenzio, durante tutto il tempo necessario a chiamare e far uscire ben quaranta altri bambini. Allora mi accorsi che l'anima del fanciullo ha pur essa i suoi premi e i suoi godimenti spirituali. Dopo tali esercizi sembrava ch’essi mi amassero di più: certo erano divenuti più ubbidienti, più dolcemente miti. Infatti ci eravamo isolati dal mondo e avevamo passato qualche minuto insieme uniti tra noi: io a desiderarli e a chiamarli, ed essi a ricevere, nel silenzio più profondo, la voce che si rivolgeva personalmente a ciascuno di loro, giudicandolo in quel momento il migliore di tutti» 2.

Trasfigurato dalle parole della grande pedagogista, ci giunge il concetto che abbiamo inseguito in queste pagine dedicate all’ascolto: nell’ascolto si tratta essenzialmente di amore. È un’affermazione che, al di fuori dell’esperienza, suona come intollerabilmente retorica. Eppure il vissuto la convalida: l’essere chiamato con amore è una categoria antropologica fondamentale, che struttura tanto il nostro essere, quanto il nostro fare. Lo scontento riguardo all’ascolto che registriamo nella pratica delle professioni della salute

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riceve, a questo punto, una lettura più profonda. Per quanto coloro che esercitano queste professioni perfezionino la propria capacità di ascolto, non colmeranno mai la misura del desiderio di essere ascoltato che muove chi a loro fa appello. Non ci sentiamo mai ascoltati abbastanza, perché la nostra domanda veicola un’invocazione rivolta all’Essere. Lo sviluppo più coerente di questa intuizione ci porta ad affermare che l’attività professionale connessa con l’ascolto dell’invocazione proveniente dal malessere si presenta a pieno diritto come una «vocazione». La domanda di aiuto è un’invocazione, destinata a incontrare sulla sua strada una vocazione.

Non sembra affatto opportuno rilanciare una categoria come quella di «vocazione» per parlare delle professioni sanitarie. Troppi malintesi si sono nutriti di questa etichetta altisonante. Caso mai dovessimo usare la parola, mettiamola sempre tra virgolette... Pur con tutte le opportune riserve, non possiamo tuttavia evitare di far i conti con questa categoria, se vogliamo assumere con coerenza tutte le implicazioni dell’ascolto. Nelle professioni rivolte alla salute c’è sempre un’eccedenza, che impedisce di ridurle a quel saper fare in cui può pacificarsi la pratica di altre professioni. Dalle esigenze di questo ascolto pieno le professioni della salute sono costantemente tallonate, trovando in esso il motivo irriducibile della loro grandezza e delle loro miserie.

Note

1 Cfr. H. SchippergesHomo patiens, ed. Piper, München 1985, pp. 210-238 («Von der Krankheit zur "grossen Gesundheit"»).

2 M. Montessori, La scoperta del bambino, Garzanti, Milano 1970, pp. 151-153.

Comunicare e informare: quale empowerment per il cittadino?

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Sandro Spinsanti

COMUNICARE E INFORMARE: QUALE EMPOWERMENT PER IL CITTADINO?

in Bioetica e mass media. Le questioni della privacy e della buona informazione, a cura di Maurizio Balistreri e Simone Pollo, Collana Bioetica e scienze umane

Guerini Studio, Milano 2004

pp. 83-90

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1. Prefazione

Non si può dire, in maniera assoluta e indifferenziata, che la medicina stia scoprendo la comunicazione ai nostri giorni. La comunicazione è di casa in medicina, da sempre. Anche se qualcuno esercita la medicina come muta ars (con questa espressione Virgilio nell'Eneide allude alla pratica terapeutica), non si può affermare che sia una medicina senza comunicazione. Se è vero, infatti, che non si può non comunicare ― è la prima legge formulata dalla pragmatica della comunicazione ― anche chi pratica un intervento terapeutico in silenzio, senza domande e risposte, comunica con il paziente. Non necessariamente il contenuto di questa comunicazione, reso esplicito, significa lontananza, disinteresse per il paziente o senso di superiorità. Può voler dire, più semplicemente, che chi esercita la medicina in questo modo ritiene di non aver bisogno di integrare nella propria pratica la soggettività del malato.

La scienza positiva ha dato un autorevole avallo a un sapere basato esclusivamente sui «fatti», libero dal gravame delle interpretazioni e soprattutto dei valori. Ciò che importa per una medicina così concepita può essere stabilito con operazioni oggettive, mettendo il soggetto tra parentesi. Non è solo una prospettiva che rispecchia le concezioni positiviste di stampo ottocentesco.

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La diffusione di una diagnostica sempre più ricca di informazioni, tanto da rendere l’organismo trasparente, va in questa direzione: la parola sembra resa superflua dalle informazioni che derivano da una TAC o dall’indagine genetica. Qualcuno teme che anche la Evidence based medicine possa spingere a privilegiare i fatti (aureolati di evidence!) rispetto all’incontro tra il soggetto curante e il soggetto curato.

In controtendenza, diventa oggi sempre più forte la richiesta di un cambiamento in profondità nei rapporti tra coloro che erogano le cure e i cittadini che le ricevono, così da modificare la struttura stessa della comunicazione che intercorre tra di loro. Con una parola che sintetizza tutto il processo, ci si riferisce al fenomeno nel suo insieme come a un empowerment del paziente. La parola inglese contiene la nozione di «potere» (power). L’aspetto più visibile nel nuovo rapporto tra sanitari e cittadini è proprio quello di uno spostamento di potere tra le persone coinvolte nella relazione. Il potere a cui ci si riferisce non è quello di natura politica o, nei rapporti interpersonali, ciò che autorizza qualcuno a dare ordini, aspettandosi che altri obbediscano. Tutte le relazioni di cura e assistenza prevedono un potere, utilizzato in modo benefico a vantaggio di un altro: pensiamo al rapporto tra genitori e bambini, insegnanti e allievi, medici e malati, appunto. Il potere in questione è quello che, traducendosi in atto, si esprime in un atteggiamento di paternalismo benevolo.

Il concetto di empowerment sostituisce quello di operatore sanitario come avvocato (o alleato) del paziente. Il primo in particolare presuppone un rapporto di dipendenza: il paziente ha bisogno di qualcuno che lo difenda. Empowerment invece sottolinea il concetto di autonomia L’analisi di questo tipo di transazioni raggruppa rapporti di natura molto diversa nella categoria di «relazioni complementari»: queste si basano sulla differenza tra le posizioni coinvolte. Funzionano bene quando ognuno si attiene al suo ruolo e non pretende di fare la parte dell’altro. Dal punto di vista grafico, il modello che le rappresenta prevede due posizioni: una sovrastante (one up) e una di sottomissione (one down).

one up

________________

one down

 

Diverse invece sono le «relazioni simmetriche», nelle quali i protagonisti hanno uguale potere e non si comportano secondo ruoli fissi. Ce li possiamo immaginare l’uno di fronte all’altro, faccia a faccia, senza poter dire chi comanda e chi obbedisce.

Il senso del processo di empowerment del paziente non è quello di mettere quest’ultimo in posizione one up e il medico in posizione one down, invertendo i rapporti di potere che siamo soliti associare con l’esercizio della medicina (dove il medico è considerato tanto più bravo quanto più esercita un’autorità indiscutibile e induce il paziente a essere «osservante» o compliant). Non sarebbe un progresso se il medico diventasse l’esecutore nelle decisioni del paziente; anzi ciò costituirebbe una minaccia per la salute, perché al paziente verrebbe a mancare il bagaglio di conoscenze proprie del sapere professionale del medico. L'empowerment è invece un cambiamento di rapporti complesso, che ha luogo su diversi piani.

Lo schema grafico che proponiamo prevede dei cambiamenti significativi su tre diversi piani: sul piano sociale (o della cultura), nel rapporto clinico tra professionisti sanitari e pazienti, nell’ambito dei valori condivisi o dell’etica.

2. Empowerment del cittadino e processo di cura

Dimensione culturale

― Autogestione della salute vs. «espropriazione della

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salute» 1, mediante «un processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla loro salute e migliorarla» (Carta di Ottawa).

― Conoscenza dei propri diritti; rappresentanza attiva, anche organizzata («rivoluzione liberale» in medicina).

― Atteggiamento psicologico «adulto» verso medici, infermieri e altri professionisti sanitari.

― Coinvolgimento dei cittadini nel miglioramento dei servizi, sollecitando suggerimenti, anche critici.

Dimensione clinica

― Raccolta sistematica di informazioni sui trattamenti proposti (ricerca; diagnosi; terapia) e sulle alternative.

― Promozione del «parere complementare» (second opinion).

― Accesso consapevole alle prestazioni sanitarie, grazie alla conoscenza di benefici attesi, effetti collaterali, rischi, complicazioni.

― Competenza nell’automedicazione semplice.

― Educazione all’autogestione delle patologie croniche.

Dimensione etica

― L’autonomia come principio etico che bilancia il principio del «bene del paziente» stabilito unilateralmente dal medico.

― Più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano (decisioni consensuali).

― Assumere la responsabilità per le scelte sanitarie e, più in generale, per la propria vita.

― Autodeterminazione personale (l’individuo, non la famiglia come referente delle informazioni e soggetto delle decisioni).

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― Promozione delle direttive anticipate: living will o indicazione di persona delegata a decidere; disposizioni per la donazione di organi.

Dal punto di vista semantico l'empowerment al quale ci riferiamo è un concetto molto più complesso di quello proposto dal dizionario di inglese Ragazzini, nella più recente revisione, che illustra il termine con «l’acquisizione del potere da parte delle donne». L’empowerment in sanità non equivale all’acquisizione del potere da parte del malato! Il modello dell'empowerment che proponiamo rispecchia la definizione che troviamo nell’Enciclopedia della Gestione della Qualità in Sanità 2: «Termine entrato in uso e di difficile traduzione in italiano per indicare la tendenza a dare più potere, più coinvolgimento nelle decisioni ai pazienti, al di là del consenso informato».

Nella dimensione culturale dell’empowerment individuiamo anzitutto l’adeguamento alla filosofia che ispira l’OMS nota come «promozione della salute» (Health promotion). La carta di Ottawa (1986) l’ha descritta come «un processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla». L’autogestione è il contrario di quella «espropriazione della salute» che il classico saggio di Ivan Illich ― Nemesi medica 3 ― imputava alla medicina, quando diventa un’impresa totalitaria che pretende di gestire la salute al posto del soggetto. La rivoluzione liberale, quando viene introdotta anche nell’ambito della medicina, presuppone la prospettiva dei diritti nelle relazioni che si instaurano nell’ambito della cura.

Dato il perdurare dell’asimmetria nei rapporti di potere, si tende a dare rilievo ai rappresentanti dei pazienti (per esempio, gruppi organizzati di pazienti, di ex pazienti o di familiari) o a istituzioni di tutela dei diritti (tribunale dei diritti del malato,

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gruppi consultivi misti). Iniziative di questo genere hanno contribuito in modo determinante a modificare l’atteggiamento psicologico di sudditanza che i malati in passato tendevano ad assumere, promuovendo un atteggiamento adulto.

Anche la prospettiva dell’«aziendalizzazione» ha in sé la potenzialità di modificare socialmente i rapporti tra chi eroga i servizi sanitari e chi li riceve. Nel concetto di «cliente» è implicita la considerazione della soddisfazione di colui che riceve i servizi, nonché il suo coinvolgimento attivo nella valutazione della qualità ― quanto meno della dimensione soggettiva, che può essere percepita dall’utente ― delle prestazioni erogate. La dimensione del mercato applicata alla società è indubbiamente pericolosa, in quanto può stravolgere l'ethos ippocratico nel quale tradizionalmente la medicina si è riconosciuta; tuttavia può anche potenzialmente arricchire lo spessore sociale di chi riceve servizi sanitari, attribuendogli un ruolo critico e di promozione attiva della qualità.

Sul piano clinico ― ovvero nei rapporti che si instaurano tra medici, infermieri e altri professionisti sanitari da una parte, e il paziente e i suoi familiari dall’altra ― l'empowerment diventa effettivo solo attraverso un processo informativo sistematico. Il paziente va informato se ciò che gli viene proposto si inquadra in un progetto di ricerca (il consenso alla sperimentazione è diverso da quello che ha per oggetto un trattamento standard), in un’indagine diagnostica (eventualmente, qual è l’ipotesi che guida la ricerca diagnostica) o in un trattamento terapeutico. L’informazione non è completa se non include anche le alternative, i benefici attesi, gli effetti collaterali, i rischi e le complicazioni dei trattamenti proposti.

Nel processo dell’informazione acquista oggi un peso nuovo il parere complementare (in inglese: second opinion), inteso come un diritto del paziente ad acquisire informazioni diverse presso altri professionisti. L’empowerment implica anche l’acquisizione delle conoscenze che permettono l’autogestione delle malattie croniche (le patologie dalle quali non si guarisce,

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qualunque cosa faccia il medico, sono oggi l’80%, rispetto a un 20% per le quali si può sperare la restitutio ad integrum). L’OMS ha raggruppato questo tipo di interventi che favoriscono il controllo del paziente sulla propria malattia sotto l’etichetta «educazione terapeutica».

Da non dimenticare, infine, in questa prospettiva che la maggior parte dei problemi di salute sono piccoli disturbi, curabili con i farmaci di automedicazione. Lo sviluppo di una cultura di automedicazione ― fondata su un dialogo tra consumatore, farmacista e medico ― aiuta il consumatore a orientare le sue scelte di cura (secondo l’ANIFA, l’Associazione che raggruppa le industrie dei farmaci di automedicazione, il patrimonio dei farmaci che si rivolgono al pubblico senza l’obbligo della prescrizione medica ― pur essendo sottoposti agli stessi controlli previsti per i farmaci da prescrizione ― è ancora molto sottoutilizzato in Italia). Nell’ambito clinico l'empowerment può essere fatto equivalere, in sintesi, a un maggiore «senso di padronanza» della situazione.

Sul piano propriamente etico l'empowerment comporta il passaggio dal modello ideale dell’etica medica a quello della bioetica, che abbiamo descritto. Contro ogni semplificazione ― del tipo: «prima il potere era tutto del medico, ora è tutto del paziente» ― sottolineiamo che l’orientamento della medicina a fare il bene del paziente rimane valido, ma si deve combinare con quanto del proprio bene può e deve definire il paziente stesso. Il paziente non può essere solo passivo: è chiamato a collaborare attivamente con il medico nella definizione degli obiettivi dell’intervento sanitario (compreso il privilegiare le azioni rivolte a salvare e prolungare la vita o quelle finalizzate a risparmiare inutili sofferenze). L'empowerment è fortemente correlato con la responsabilizzazione dell’individuo per le decisioni che lo riguardano.

Coerente con questa visione dei rapporti è il ruolo centrale che spetta al soggetto, anche nei confronti della sua famiglia. Per quanto i familiari possano essere ben intenzionati nei suoi

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confronti, nessuno meglio della persona stessa può interagire con i professionisti sanitari per giungere alla decisione che meglio salvaguardi tutti i valori in gioco. Nel caso, poi, che il soggetto sia attualmente incapace di esprimere la propria volontà, i familiari possono essere coinvolti in quanto fonte privilegiata per conoscere le preferenze della persona. Tanto più se c’è stata un’esplicita autorizzazione previa a consultare un familiare o un congiunto in caso di propria incapacità. Come nel caso dell’espressione di volontà per la donazione degli organi dopo la morte, l'empowerment tende a valorizzare le preferenze individuali e a rispettarle anche al di fuori del contesto in cui hanno un valore giuridico.

NOTE

1 I. Illich, Nemesi medica ed espropriazione della salute, Mondadori, Milano 1977.

2 P. Morosini, F. Perraro (a cura di), Enciclopedia della Gestione della Qualità in Sanità, Centro Scientifico, Torino 1999.

3 I. Illich, op. cit.

Elogio della indecisione

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ELOGIO DELLA INDECISIONE

in La parola e la cura

autunno 2011, pp. 17-18

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Tutt’e due, il medico e la paziente, si sono incontrati nel terreno che meglio esprime la medicina Slow: domande e risposte, disponibilità a condividere conoscenze, perplessità, incertezze nel corso del tempo

I percorsi della slow medicine

Fare l’elogio della indecisione può sembrare provocatorio. L’indecisione, infatti, non ha buona stampa; essere iscritti tra gli indecisi non è un complimento: equivale a un difetto di carattere, quando non lascia sospettare un calcolo opportunistico (in política sono numerosi gli indecisi sulla parte con cui schierarsi, per correre in soccorso al vincitore...). Non parliamo, poi, della catastrofe professionale che sarebbe un chirurgo indeciso. Ma la prospettiva cambia se fissiamo la nostra attenzione sul trattino che separa il momento in cui si rompono gli indugi (non dimentichiamo che la radice della parola contiene il latino “caedere”, cioè “tagliare”) dalla sospensione che lo precede: in-decisione, appunto. Quel segno grafico può diventare il simbolo identificativo della Slow Medicine.

Una storia clinica

Tanti pazienti, altrettante storie (cfr. Lisa Sanders: Ogni paziente racconta la sua storia, Einaudi 2010). Tra le innumerevoli storie possibili, ascoltiamo quella della signora Rosa.

La signora Rosa è indecisa. Lei, sempre così combattiva contro la malattia ― la SLA, che le è stata diagnosticata due anni fa ― e così collaborativa con i medici. Ora il pneumologo che la segue l’ha informata che la malattia è progredita: è urgente procedere alla tracheotomia e alla ventilazione meccanica. La sua proposta, appropriata secondo le indicazioni cliniche, è ispirata alla migliore medicina fast.

La signora Rosa, ricoverata per la dispnea ingravescente in un reparto per insufficienti respiratori cronici, è stata informata sulle sue condizioni cliniche, sul loro sviluppo e sulle scelte che si prospettano. Lei stessa ha insistito per conoscere il decorso della malattia; e il medico l’ha incoraggiata a porre tutte le domande che riteneva opportune. Tutt’e due, il medico e la paziente, si sono incontrati nel terreno che meglio esprime la medicina Slow: domande e risposte, disponibilità a condividere conoscenze, perplessità, incertezze nel corso del tempo. Il medico ha spiegato alla signora Rosa che per la sua malattia non esiste una cura efficace e risolutiva: l’insufficienza respiratoria è progressiva; tuttavia la ventilazione meccanica le permetterebbe di sopravvivere. Dovrebbe farsi tracheostomizzare e adattare a un ventilatore meccanico. Da un punto di vista clinico sarebbe dimissibile dopo qualche settimana e potrebbe andare a casa. Assistenza domiciliare? Be’, ci saranno da affrontare difficoltà burocratiche per ottenerla, ma non sarà impossibile. Solo che

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l’assistenza nelle sue condizioni sarà complessa e il servizio pubblico, anche se disponibile, richiederà di essere supportato e integrato da altre forme di assistenza che la famiglia dovrà assicurare. La signora Rosa sa anche che la progressione della malattia neurologica di base porterà alla tetraplegia, cioè alla immobilità totale. Naturalmente saranno necessari tutti i presidi indispensabili per farvi fronte e prevenire piaghe da decubito, polmoniti ecc... Inoltre le sue secrezioni dovranno essere aspirate e dovrà essere alimentata artificialmente con la PEG.

Sarà, insomma, un malato molto complesso, gravemente compromesso, dipendente in ogni sua funzione vítale da aiuti altrui. Potrà sopravvivere, anche a lungo, tenendo conto della ingravescente immobilità anche del viso, che alla fine renderà impossibile lo stesso movimento degli occhi, ultima modalità di comunicazione rimasta, nonostante l’aiuto del computer.

La signora Rosa ha una figlia. È molto affezionata e disposta a fare di tutto per far sopravvivere la madre. Ma ciò che l’aspetta è pesante: dovrà forse abbandonare il lavoro o cercare ― con estrema difficoltà ― di ottenere un part-time. Ha anche due bambini piccoli, che hanno bisogno di accudimento. L’assistenza da fornire alla madre si ripercuoterà pesantemente sulla sua famiglia.

Ecco il motivo dell’indecisione della signora Rosa. Apprezza la vita, non vuol morire; ma la sua sopravvivenza sarebbe pagata a un prezzo altissimo da sua figlia: non in denaro, ma in termini di opportunità esistenziali. Non sappiamo come sta formulando dentro di sé il dilemma che la blocca, di fronte alle benevole pressioni del medico che sollecita la sua decisione a sottoporsi alla tracheotomia. Potremmo anche immaginare che Rosa sia stata professoressa di letteratura americana. In questo frangente le torna in mente il verso con cui Edgar Lee Masters conclude, nell'Antologia di Spoon River, la poesia dedicata a Lucinda Matlock: “It takes life to love life”. Ecco: lei ama la vita, ma per proseguirla dovrebbe prendere un pezzo della vita di sua figlia e della sua famiglia. Solo nelle affermazioni retoriche di chi proclama la santità ― e quindi l’intangibilità ― della vita, questa non costa niente. La signora Rosa, che ha una rigorosa vita morale, non se la sente di chiedere questo sacrificio a sua figlia (che pur la ama, e sarebbe disposta a fare qualsiasi cosa per impedire che la madre muoia).

Dopo una notte insonne, la malata chiama il medico e gli comunica che ha deciso: non si farà tracheostomizzare. E il medico le assicura la sua assistenza per una fine senza sofferenza.

Etica slow, etica fast

È vero che l’etica medica non si fa con gli aneddoti. Ma le storie cliniche le sono necessarie. Queste, infatti, aiutano a mettere a fuoco che ogni decisione va contestualizzata. Se la “contestualizzazione” ha permesso a un prelato di giustificare la bestemmia di un político, tanto piu è legittimo contestualizzare le decisioni che vengono prese in medicina. Per restare nella nostra storia, contesto è la struttura morale delle persone coinvolte. La signora Rosa ama la vita: ma non solo la propria; vuole il proprio bene, ma anche il bene di sua figlia. E quando i due interessi entrano in conflitto, non esita a dare la priorità alla vita della figlia. Altre persone potrebbero fare scelte diverse (non facciamo difficoltà a immaginare che qualcuno, pur di strappare qualche brandello di sopravvivenza, non esiterebbe a chiedere sacrifici inenarrabili ai propri familiari).

La in-decisione della signora Rosa ― e di tanti altri pazienti come lei ― nasce dalla necessità di ponderare gli interessi che si contrappongono e di fare una scelta. Esiste anche un’etica fast. È quella che si limita a mettere in campo dei principi assoluti (se poi i principi sono dichiarati “non negoziabili”, l’etica diventa fast fast...) e a dedurne dei comportamenti. Le decisioni etiche, se prendono in considerazione non solo i principi ma anche le conseguenze, se non si ispirano solo ai doveri ma anche alle responsabilità che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri, sono necessariamente slow.

Contesto è anche l’organizzazione sanitaria. La decisione non può prescindere dalla quantità e qualità dei supporti che la signora Rosa potrà ricevere per la gestione della sua malattia. Soprattutto nell’ambito di una sanità disegnata a livello regionale, sarà diverso il peso, personale e familiare, della non autosufficienza. La differenza la farà l’esigibilità concreta delle cure domiciliari, affermata come diritto astratto e prevista dai Livelli Essenziali di Assistenza. La qualità della vita dipende dalla presenza o assenza di questi fattori. I diritti sono fast; l’esigibiltà ― organizzazione, risorse, burocrazia... ― è slow.

Per affidarci a una formula, possiamo osare la seguente equazione:

QdV = Cn (F S).

Dove la qualità della vita non equivale alle sole capacità naturali (Cn), ma dipende dalla presenza di un sostegno attivo da parte della Famiglia e della Società. Il trattino della in-decisione è tutto il tempo e la cura necessari per risolvere questa equazione.

Etica della vita e intervento sanitario

Book Cover: Etica della vita e intervento sanitario
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

ETICA DELLA VITA E INTERVENTO SANITARIO

in L'umanizzazione dell'intervento sanitario, a cura di Emanuele Ranci Ortigosa

FrancoAngeli, Milano 1991

pp. 71-79

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4.1. È possibile proporre un’umanizzazione senza moralismo?

Perché l’intervento sanitario sia fatto "bene", non basta che sia eseguito in accordo con quanto esige lo stato attuale del sapere medico e con il supporto delle risorse tecnologiche di cui dispone la medicina attuale: l’azione del sanitario, per poter essere qualificata come "buona" tout court, deve avere anche altre caratteristiche. Questa affermazione, colloquiale e generica, può esprimere la richiesta diffusa di un "di più" collegato con la pratica quotidiana della medicina affinché possa essere qualificata come "buona medicina". In termini più formali, si parla ormai correntemente di esigenza di "umanizzazione" dell’assistenza sanitaria, mentre si invoca per la medicina un confronto sistematico con le esigenze dell’etica.

Alla scelta delle parole bisogna dedicare un’attenzione accurata: nei casi più fortunati esse possono essere preziose alleate per la causa che si vuol promuovere; ma può succedere anche il contrario, che costituiscano cioè un intralcio. Il termine "umanizzazione", ad esempio, rischia di presentare piuttosto un saldo passivo, quando gli si affida il compito di veicolare quella richiesta di un "di più" che garantisca all’intervento sanitario un miglioramento qualitativo. La richiesta di umanizzazione, applicata alla pratica della medicina, suona inevitabilmente come un’accusa agli operatori della sanità: implicitamente si rimprovera loro di praticare ima medicina "disumana"; ovvero, ancor più radicalmente, di "essere disumani".

Possiamo inquadrare questa aggressiva imputazione come una mossa di quel gioco che consiste nel trovare un capro espiatorio nell’attuale situazione dei servizi sanitari caratterizzata da disastrose carenze. Le colpe vengono attribuite, a seconda di chi assume il ruolo dell’accusa e delle preferenze personali, ai politici, ai medici (o a determinate categorie del corpo medico), alle strutture universitarie, agli operatori della sanità non medici ecc. La medicina che viene praticata è disumana, si sente dire in modo esplicito o implicito, perché gli operatori non vi mettono cuore, non sono motivati in senso

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altruistico e filantropico, non assumono nei confronti del malato l’atteggiamento del buon samaritano, non curano per "vocazione", ma per mestiere...

Questo procedimento accusatorio può essere ricondotto ad una variante del moralismo. Si fa del moralismo quando si cerca preliminarmente di colpevolizzare la persona dalla quale ci si aspetta un determinato comportamento: l’accusa implicita di "disumanità" è funzionale a tale scopo. La persona resa responsabile viene inoltre manipolata, affinché ritenga che il passaggio dal negativo al positivo dipenda dalle sue disposizioni interiori, dal surplus di zelo, dedizione, abnegazione che ci si aspetta da lei.

Le vie della colpevolizzazione sono numerose. Le più insidiose sono quelle indirette, che passano attraverso ima proposta di modelli comportamentali molto elevati. Mentre infatti dalle accuse dirette ci si può difendere ― è un fatto: i vari tentativi di addossare la colpa della "disumanizzazione" della medicina all’una o all’altra categoria non producono altro che irrigidimenti e chiusure, controaccuse ed elaborazione di strategie di difesa ― le colpevolizzazioni che viaggiano sull’onda dei più nobili ideali ci trovano più facilmente disarmati.

Una percezione molto lucida di questi meccanismi mi è stata fornita di recente da una infermiera, in occasione di un seminario di studio dedicato ai malati che si trovano nello stato vegetativo permanente. Gli studiosi che vi partecipavano avevano apportato tutte le loro conoscenze mediche e antropologiche per definire questo particolare stato-limite, giungendo alla conclusione che queste persone non si possono considerare morte, almeno secondo i criteri attualmente condivisi di morte cerebrale. Su questo assunto si innestavano le considerazioni etiche: premesso che bisogna utilizzare tutte le conoscenze cliniche attualmente a nostra disposizione per prevenire che si creino questi casi ― la rianimazione non è dunque un imperativo sempre e in qualsiasi condizione, se è prevedibile che vada a sfociare sul binario morto del coma vegetativo cronico ―, gli esperti di etica partecipanti al seminario sottolineavano l’alto valore morale della assistenza prestata a questo tipo particolare di malati. È a questo punto che l’infermiera ha ritenuto di non poter più tacere. Ha fatto rilevare che sono in pratica le infermiere a sopportare tutto il peso di queste situazioni, che si prolungano per mesi e anni: "Al

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capezzale di questi malati non ci sono più i medici né i filosofi o i bioetici; ci siamo noi infermiere, costrette oltretutto a sentirci al di sotto dello standard etico quando interiormente ci ribelliamo a questa stressante erogazione di assistenza".

Nelle parole dell’infermiera si poteva cogliere la protesta contro una medicina ad alto profilo etico, quando coloro che innalzano le esigenze non sono gli stessi che ne pagano il prezzo. Una "buona" medicina ha un prezzo, anche quando la bontà è di natura etica. È immorale, oltre che profondamente ingiusto, elevare lo standard facendone portare le conseguenze ad altri. Inevitabilmente il pensiero corre alle dure parole di Gesù contro i dottori della Legge del suo tempo: "Guai a voi, maestri della Legge! Voi caricate sugli uomini pesi difficili da portare, ma personalmente non li toccate nemmeno con un dito" (Lc. 11,46).

Lo scenario del moralismo, con il suo corteo di piccole e grandi ipocrisie, deve essere ben presente quando si cerca di promuovere dei valori nella pratica della medicina. Considerando questi possibili esiti negativi del tema dell’umanizzazione, è preferibile evitare questo termine. Il consenso che suscita è illusorio, mentre reali sono i pericoli di un uso accusatorio e moralistico di esso.

La stessa questione etica ― "che cosa è giusto fare?" ― non vive da sola. Essa ha bisogno di essere collocata sull’orizzonte ampio degli interrogativi fondamentali che riguardano la conoscenza e la speranza dell’essere umano. La domanda sul "che cosa devo fare?" produce buoni esiti solo se è collegata con quella epistemologica ("che cosa posso sapere?") e quella antropologica ("che cosa mi è lecito sperare?").

In questa imbricazione tra etica, epistemologia e antropologia, classicamente formulata da Kant, ritroviamo lo stesso intreccio che, sul piano spirituale, caratterizza le virtù teologali: fede, amore e speranza procedono insieme, hanno struttura sistemica.

4.2. Umanizzazione come applicazione delle scienze umane

La questione epistemologica assume una posizione centrale in tutto il problema di una medicina umanizzata, in quanto ci permette di criticare un sapere sull’uomo che si basi unicamente sulla scienza

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della natura. Si tratta di riportare in medicina quel sapere rappresentato dalle scienze umane o dell’uomo (Humanwissenschaften, nella terminologia tedesca in uso già fin dal secolo scorso), in quanto specificamente diverse, per metodo e per contenuti, dalle scienze della natura (Naturwissenschaften). La "disumanità" della medicina attuale, in questa prospettiva, non va fatta risalire agli atteggiamenti interiori degli operatori o alla loro qualità morale, bensì al fatto che essa ha perso l’uomo nella sua integralità; in particolare, essa ha smarrito la capacità di trattare la dimensione della soggettività.

L’inizio di questo processo va ricondotto al momento in cui la medicina ha adottato lo statuto epistemologico delle scienze naturali, nella prima metà del XIX secolo. Essa ha cercato di adeguarsi a quella forma particolare di conoscenza che è fondata sulla razionalità e si acquisisce mediante l’osservazione e l’esperimento, secondo una particolare metodologia "critica". In quanto scienza naturale, la medicina procede empiricamente. La sua base è costituita da fisiologia e patologia; disfunzione e malattia sono considerate come conseguenze di processi materiali-organici.

La razionalizzazione di tipo naturalistico porta a spogliare il fatto morboso di ogni carattere storico e personale. Esso diventa significativo per la medicina solo in quanto è un caso "tipico". La stessa organizzazione della clinica riposa sul modello organicistico. Questa medicina è la medicina dei pezzi; e, con la specializzazione crescente, di pezzi sempre più piccoli.

Da quando la medicina si è organizzata come scienza della natura, è cominciato per l’arte del guarire un periodo di splendore. I progressi della chirurgia, della batteriologia, della farmacologia non sarebbero stati ottenuti, se la medicina non si fosse allineata con le scienze della natura. Proprio questi successi, fungendo da rinforzo positivo, portano a consolidare la convinzione che la strada imboccata era quella giusta, impedendo di rendersi conto dei pericoli insiti in essa.

Senza misconoscere i momenti positivi della concezione natural-scientifica (in particolare, il principio della ricerca empirica esatta e il significato fondamentale del lavoro di indagine di tipo fisiologico e biochimico), si dovrà però prendere coscienza che, quando l’uomo è considerato semplicemente come un pezzo di natura tra gli altri, si

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opera una violenta mutilazione antropologica.

La crisi della medicina non sarà superata finché non avremmo rifiutato di considerare come esclusivo il punto di vista delle scienze della natura. L'"umanizzazione" da introdurre nella pratica dell’arte sanitaria è più radicale del semplice recupero degli aspetti filantropici da includere, insieme a quelli di competenza professionale, nel rapporto con il malato. La disposizione interiore dell’oblatività e le virtù personali sono ovviamente necessarie per un buon intervento sanitario. Ma questa "bontà", da sola, non basta a umanizzare la medicina, se quest’ultima non recupera la capacità di considerare la totalità dell’essere umano.

Ciò vuol dire, in concreto, che il sapere mutuato dalle scienze della natura deve essere abbinato con quello che è specifico delle cosiddette scienze umane: la storia, la sociologia, la psicologia, l’antropologia culturale, il diritto, la filosofia, la teologia, solo per menzionare le più importanti. Esse meritano il nome di "umane" perché considerano nell’uomo la formalità che lo specifica, ciò per cui si differenzia dagli altri esseri animati: la sua storicità, il rapporto con la cultura, la dimensione psicologica, la gestione delle emozioni, la spiritualità. In una parola, l’uomo come soggetto. Mentre invece è procedimento tipico delle scienze della natura evacuare il soggetto. Come è stato detto efficacemente, per essere più scienza la medicina perde il malato. Con altra formula a effetto, qualcuno ha denunciato il rischio per la medicina di morire di obesità scientifica...

La congiuntura culturale sembra oggi favorevole a una medicina che voglia ricucire lo strappo creatosi tra scienze della natura e scienze umane. Un primo fatto positivo da segnalare è la raggiunta maturità delle scienze umane, le quali non mostrano più di nutrire quel complesso di inferiorità che le ha tradizionalmente caratterizzate nei confronti delle prime.

Un secondo elemento congiunturale è la crisi in atto nelle scienze naturali: crisi non di disgregazione ma di crescita. Secondo l’analisi dell’epistemologo Thomas Kuhn, si sta registrando nelle scienze un tipico periodo di transizione dalla "scienza normale" al caos che precede il cambiamento di paradigma. L’epistemologia contemporanea ci ha reso consapevoli che le scienze non procedono per accumulo lineare di conoscenze, ma per rivoluzioni, nel corso delle

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quali ha luogo l’abbandono di un paradigma globale utilizzato per inquadrare i fenomeni e l’assunzione di uno nuovo. Si pensi al passaggio dalla fisica di Aristotele a quella di Newton, e da questa alla fisica di Einstein; al passaggio dal sistema geocentrico di Tolomeo all’astronomia di Copernico e di Galileo; alla transizione dalla teoria del flogisto alla clinica di Lavoisier: altrettanti esempi di una ristrutturazione del sapere sulla base di un "nuovo paradigma" che emerge dal caos.

Lo stesso clima si può cogliere oggi nelle scienze bio-mediche. È legittimo attendersi che nel nuovo paradigma emerga un’antropologia diversa da quella implicita nella medicina scientifica finora invalsa. Ciò implica una rottura con il naturalismo, che considera l’uomo come un essere vivente in tutto e per tutto simile agli altri esseri viventi, e si attiene a una metodologia che esclude sistematicamente gli aspetti psichici, spirituali, storico-biografici e sociali dell’esistenza umana (o quanto meno non li ritiene rilevanti nei confronti del processo patologico e di quello terapeutico).

Non abbiamo a che fare solo con un sapere diverso sull’uomo, ma con un sapere abbinato a un fare. Le scienze umane, infatti, si traducono in prassi professionali specifiche ― referenti delle quali vanno considerati lo psicologo, l’assistente sociale, il pastore o assistente spirituale ― che si integrano come momenti di un processo unitario. Il rispetto e la valorizzazione di queste diverse professionalità costituiscono una tappa indispensabile dell'umanizzazione" dei servizi sanitari.

L’umanizzazione passa per la professionalità. Non si tratta di sostituire il bisturi o la chemioterapia con una calda mano sulla fronte... E tanto meno di rinfocolare la polemica tra medicina scientifica e medicine alternative (e ancor meno di contrapporre a un sapere razionale dei saperi esoterici!). Bisogna piuttosto attribuire a ogni professione, anche a quelle che si basano sulle scienze umane, il giusto rilievo e la debita autonomia, sviluppando allo stesso tempo nei sanitari la capacità di lavorare in équipe.

4.3. Umanizzazione come orizzonte di civiltà

Se la prospettiva appena considerata ci porta a correlare i problemi

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dell’umanizzazione della pratica sanitaria con i problemi del sapere scientifico e della conoscenza umana in generale, e quindi con l’epistemologia, l’orizzonte che ci fornisce l’antropologia è ancora più ampio. Anch’esso ci porta al di là dell’etica (invocata spesso a proposito e a sproposito in rapporto ai problemi sanitari, con una valenza totalizzante che le attribuisce un valore quasi esoterico; in ogni caso, inflazionando il termine "etica" fino al limite della sopportabilità...). La questione antropologica è collegata con la problematica della speranza. In termini kantiani, si tratta di domandarci: "che cosa ci è lecito sperare?". Sullo sfondo si staglia l’interrogativo circa il grado di autorealizzazione dell’uomo, che piuttosto immodestamente si è attribuito la qualifica di "sapiens".

In termini negativi potremmo circoscrivere l’orizzonte antropologico con un’affermazione sprezzante: ogni civiltà ha la medicina che si merita; ovvero : come possiamo pretendere per la nostra società una pratica sanitaria che si elevi al di sopra del basso profilo che caratterizza la nostra vita individuale e politica? Con una formulazione meno drastica (e più aperta alla speranza!) possiamo dire che la pratica medica è correlata con il grado di autorealizzazione spirituale di ogni cultura. Tale autorealizzazione non è un processo lineare: può subire momenti di stasi ed anche di involuzione. Abbiamo un obbligo morale di sottoporre la nostra cultura a un discernimento critico, per individuare e promuovere gli elementi di sviluppo.

Siamo un’umanità "sapiens" nei confronti della vita? Su questa domanda di fondo possiamo considerare quel processo maturativo che sta avvenendo nella nostra società sotto il nome di "bioetica". Questa disciplina, sviluppatasi da circa un ventennio, ha privilegiato all’inizio i toni allarmistici. Si trattava di aprire gli occhi sui possibili esiti catastrofici dell’applicazione della logica che regge la tecnica (tradurre in atto tutto ciò che è tecnicamente possibile) nell’ambito della medicina e della biologia.

Il progresso bio-medico rischia di peccare di "hybris" e di calpestare valori fondamentali dell’essere umano, al cui servizio invece pretende di essere. L’allarme per gli interventi sul patrimonio ereditario dell’uomo mediante l’ingegneria genetica; le preoccupazioni per ricerche e sperimentazioni che rispettano i fondamentali diritti umani;

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le riserve per una medicina che si mette al servizio di un qualsiasi desiderio arbitrario nella procreazione di un figlio (le innumerevoli combinazioni della generazione medicalmente assistita, o "procreatica") o che prolunga insensatamente la fine della vita, procurando gratuite sofferenze ("accanimento terapeutico"): sono altrettanti capitoli di una bioetica che si è sentita investita del compito storico di elevare delle barriere a nuove forme di barbarie.

Sempre più chiaramente, tuttavia, ci rendiamo conto che la funzione più propria della bioetica non è quella di sentinella che vigila sulla frontiera dei diritti umani (una funzione che pur è necessaria, ma va piuttosto attribuita ad un corpo legislativo che si modifica al passo della società). La bioetica può e deve essere lo strumento per favorire quella modifica della coscienza che scandisce il processo mediante cui l’umanità diventa veramente umana. Ciò permette alla bioetica di accettare senza riserve un atteggiamento verso la vita che si nutre di spiritualità.

La difesa della vita in nome della persona umana è stato il filo conduttore nella riflessione bioetica negli anni ’70 e ’80. Bisognava ― e bisogna ancora, in quanto non si tratta di un compito concluso una volta per tutte ― stabilire dei confini al potere dell’uomo nella vita propria ed altrui, senza dimenticare la vita animale e la vita del pianeta nel suo insieme. Riagganciare la bioetica alla sua profonda ispirazione spirituale significa aprire l’orizzonte della vita intesa come luogo in cui il divino interpella l’uomo e stabilisce un processo di comunicazione con l’Essere. È un orizzonte che vorremmo chiamare "transpersonale".

Sentiamo una certa riluttanza ad abbandonare il concetto di "persona", sul quale una corrente molto forte della riflessione bioetica tende ad attestarsi per porre dei limiti alle prevaricazioni che avvengono in ambito bio-medico, tanto sotto la figura della terapia, quanto sotto quella ricerca. Non si tratta però di rinnegare la persona ed i suoi valori, quanto piuttosto di trascenderli.

Il punto di vista "transpersonale" sulla vita promosso dall’esperienza spirituale sì accorda con quella corrente culturale che ha assunto il nome programmatico di "Movimento transpersonale". Reagendo alla visione frammentaria che considera l’uomo separato dalla natura, e la natura stessa suddivisa in parti, l’istanza transpersonale

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promuove una visione olistica che riconosce l’unità originaria, l’interconnessione delle parti nella solidarietà, la mutua rappresentatività del tutto e delle parti, in una concezione della natura come organismo, non come meccanismo (Evelyn Merchant).

Il trascendimento della separatezza e il conseguimento dell’unità, che il Movimento transpersonale promuove sotto il programma di riconciliazione tra scienza occidentale e saggezza antica (o philosophia perennis), è l’ambito proprio della religione, in quanto questa rende accessibile all’individuo l’esperienza mistica dell’appartenenza alla vita. Questa non si presenta al credente come un bene di cui disporre (un oggetto, un "esso", su cui esercitare un dominio, anche se guidato dal principio della responsabilità), e neppure come un "tu", fonte di quei diritti e doveri speculari che costituiscono l’intreccio dell’etica dialogica. La figura fondamentale che nell’esperienza religiosa determina la giusta relazione con la vita è quella del rapporto "Io-Sé", in cui l’io si risolve in un Tutto che, senza abolirlo, lo comprende ad un livello superiore.

L’accesso a questa dimensione della vita, che si staglia al di là della "persona", sintesi suprema, ma anche maschera; epifania dell’Essere, ma anche sua parziale eclissi, è quello mistico ed esperienziale, con il suo correlato etico costituito dall’educazione della parte pulsionale dell’uomo, che fa resistenza al processo di assimilazione del divino.

Intesa in questo senso, la bioetica equivale a un commercio spirituale, che implica un progressivo cambiamento di atteggiamento etico verso la vita, sia nel suo insieme che nelle sue varie manifestazioni: dalla vita come possesso da difendere, in funzione dell’Ego, alla vita come festoso ― tragico gioco dell’Essere. Se ciò che siamo autorizzati a sperare è questa autorealizzazione spirituale dell’uomo, allora l’"umanizzazione" che deve avvenire nell’ambito della pratica sanitaria equivale alla promozione di un senso gioioso della vita, sotto il segno della finitezza ed entro l’orizzonte della chiamata alla pienezza.

Il recupero del soggetto

Book Cover: Il recupero del soggetto
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

IL RECUPERO DEL SOGGETTO

in La salute per tutti

Franco Angeli, Milano 2015

pp. 267-271

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Citiamo per prima la formula più spesso ripetuta per riassumere il suo pensiero: «introdurre il soggetto nella biologia». Nell’espressione è implicita una protesta contro l’approccio tipico delle scienze della natura, che all’inizio del secolo dominava la ricerca in campo biologico e medico. Il metodo analitico-sperimentale aveva prodotto una concezione meccanicistica anche dell’essere vivente.

Da studente i dubbi di von Weizsäcker contro il meccanicismo e il materialismo erano stati di natura filosofica 1; l’esperienza brutale della guerra, ma soprattutto la crisi di valori che seguì, lo aiutò a rendersi canto dei limiti intrinseci nell’ideale dell’oggettività scientifica in campo medico 2. La medicina come scienza della natura, con tutto il suo apparato tecnico e concettuale, è messa in discussione quando risulta che i suoi presupposti generali sulla natura dell’uomo malato sono, se non falsi, decisamente insufficienti 3.

Rivendicare l’introduzione del soggetto nel campo delle scienze biologiche voleva dire sciogliere l’incantesimo dell’oggettività, ritrovare quelle componenti della malattia come fatto dell’essere vivente che sfuggono al microscopio. Il programma dell’introduzione del soggetto ha influenzato anche le originali ricerche di von Weizsäcker in biologia e nella fisiologia della percezione, culminate nella teoria del Gestaltkreis. Il suo approccio alla soggettività spezza il tradizionale rapporto soggetto-oggetto e instaura una concezione della totalità nella quale il soggetto stesso è incluso a titolo di modulatore espressivo.

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Si può presentare in modo globale il progetto perseguito da von Weizsäcker anche parlando della svolta dalla malattia al malato, che culmina nella «medicina antropologica». Questa movimento riconosce la propria paternità nell’opera clinica e teorica di von Weizsäcker; tuttavia gli apporti concettuali che sono confluiti nella «medicina antropologica» provengono da diverse fonti. Nell’insieme presuppongono quella «crisi della medicina» che divide in due versanti la storia della medicina contemporanea. Essa è caratterizzata soprattutto dalla ricerca di un nuovo contatto con la vita dell’uomo, rivolgendosi all’uomo malato, invece che alla sola ricerca della causa della malattia.

Anche questo era qualcosa di nuovo che aveva fatto irruzione dopo la catastrofe della guerra mondiale. Si trattava di una nuova medicina clinica, che trovava in Ludolf von Krehl la figura di maggior prestigio e nella sua Pathologische Physiologie un rispettabile tentativo della medicina nel primo terzo del secolo di armonizzare i risultati della patologia sperimentale con la considerazione della personalità del malato. «Le malattie come tali non esistono; noi conosciamo solo uomini malati. Quel che prendiamo in considerazione non è l’uomo in quanto tale (anche questo non esiste), bensì il singolo malato, la singola personalità» 4: questo programma di von Krehl costituiva un rivoluzionamento di quella clinica che derivava dalla medicina come scienza naturale.

Quando nel 1920 von Weizsäcker, abbandonati i lavori di patologia sperimentale, passo all’insegnamento di neurologia all’università di Heidelberg, nella quale von Krehl aveva assunto nel 1907 la cattedra di clinica medica, entrò direttamente nell’orbita del grande clinico. Lo stimò e ne fu molto influenzato. Egli ha dedicato al maestro un lucido discorso commemorativo, in cui ha messo in evidenza che cosa comportasse per la medicina incamminarsi per la strada antropologica. Voleva dire, tra l’altro, che non è solo la scienza che struttura la malattia: «è il malato che la struttura, perché egli è una libertà, anzi un mondo a sé, dotato di volontà, consegnato alla fede; è una personalità, nel bene e nel male. E il medico struttura la malattia con lui, perché è della stessa materia. E perciò è necessario anche strutturare il medico» 5.

Nello stesso bilancio dell’opera di Krehl, von Weizsäcker riconosceva due ali nella sua scuola: la prima più incline alla vecchia scienza della natura, la seconda più sensibile alle dimensioni psichico-politiche della malattia. Von Weizsäcker va situato in quest’ultima. Contribuì validamente a spostare il centro di gravitazione della medicina verso problemi come: psiche e corpo, lavoro e malattia, nevrosi e politica sociale.

L’opera a cui von Weizsäcker ha dedicato la sua vita può essere anche descritta con una terza formula: l’introduzione della psicologia in medicina. La psicologia a cui andava il suo interesse non era certo la psicologia di Fechner o lo «strutturalismo» di Wundt, quella psicologia cioè che nasceva con il programma di usare il metodo delle scienze sperimentali per capire la mente.

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Contro di essa von Weizsäcker aveva le stesse riserve che lo avevano portato ad allontanarsi dalla medicina come scienza della natura. La psicologia che destava l’interesse del neurologo di Heidelberg era quella dinamica. Solo questa gli permetteva di rendere giustizia al soggetto e di introdurre la variabile «personalità» nella medicina clinica.

In uno scritto autobiografico dal titolo: L’intento principale della mia vita, von Weizsäcker ha fatto le dichiarazioni più esplicite sul posto che intendeva riservare alla psicologia in medicina: «Il progetto di introdurre la psicologia in medicina non consiste solo nel fatto che il gruppo ristretto delle malattie psichiche ― come l’isteria, le nevrosi ossessive o le psicosi ― debbono essere considerate come psichiche. Questo è stato sempre fatto. Si tratta piuttosto della questione se ogni malattia ― della pelle, dei polmoni, del cuore, del fegato o dei reni ― sia anche di natura psichica. Posto che sia così, il modo di vedere esclusivo delle scienze della natura, che è invalso finora, conteneva un errore, un errore che naturalmente doveva avere anche determinate conseguenze. Se infatti l’origine e il decorso delle malattie sono anche di natura psichica, si può allora supporre che il processo psichico non sia presente solo in modo secondario, ma debba piuttosto avere una funzione propria e decisiva, di guida all’evento, mentre l’elemento corporeo è solo un prodotto secondario di quello psichico. Ma se è così, ne segue una vera e propria rivoluzione della nostra concezione della natura umana e della sua malattia; perché, allora, in questo campo regnano le leggi della psicologia ― sempre che in questo campo esistano leggi» 6.

Questa e analoghe affermazioni hanno guadagnato a von Weizsäcker la fama di rappresentante della medicina psicosomatica. Il mondo accademico ha voluto vedere il suo contributo alla medicina interna nell’aver messo in evidenza l’influsso della psiche sulla malattia. Von Weizsäcker non era d’accordo con questa formulazione 7. La medicina psicosomatica non era ancora il superamento della dicotomia cartesiana in medicina: von Weizsäcker la chiamava «medicina prima della crisi». La sua medicina antropologica perseguiva un programma molto più radicale. Con un’altra formula suggestiva, von Weizsäcker parla di «introduzione della morale nella conoscenza». Ecco la citazione nel suo contesto, così come la troviamo nello stesso scritto autobiografico: «Se è vero che ogni malattia contiene sia un valore che un disvalore biografico; se io la mia malattia la ricevo tanto quanto la faccio; se essa è la soluzione di un conflitto, anche se non una buona soluzione; se il processo patologico è un oggetto che contiene un soggetto; se, per ricorrere ancora a un esempio, il danno al muscolo cardiaco è solo una traduzione e una rappresentazione materiale di un fallimento nell’amore, di un’angoscia che deriva da una colpa o che si esprime attraverso una colpa: se tutto questo è vero, non abbiamo introdotto

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solo la psicologia nella patologia, ma con la psicologia abbiamo introdotto anche l’oggetto del sentimento e della volontà, la colpa stessa, l’amore stesso, l’odio stesso e così via: la cupidigia, la vergogna, l’astuzia, la ragione, il fiorire e il tramonto delle passioni. Anche per la conoscenza delle passioni la cultura riflessa, che ha rinunciato all’ingenuità, ha creato una specie di scienza, il cui nome è la morale. In altre parole, il vero senso della psicologia moderna è l’introduzione della morale nella conoscenza» 8.

Da quando è stata fondata la medicina scientifica a opera dei greci ― da quando cioè si è scoperto che nelle cose della malattia vige la stessa oggettività che regola la natura ― la medicina ha voltato le spalle alla religione; con la svolta positivistica, ha rinunciato anche all’uomo. «Finché scienza e religione ― affermava von Weizsäcker ― sono separate l’una dall’altra, ci serviamo della psicologia».

Alla psicologia, che introduceva nella scienza medica una densa problematica antropologica, von Weizsäcker ha avuto accesso a opera di Freud. È universalmente riconosciuto a von Weizsäcker il merito di essere stato tra i primi rappresentanti della medicina accademica a prendere sul serio la psicoanalisi. Ciò gli ha valso la simpatia degli psicoterapeuti, ma lo ha isolato tra gli internisti. D’altra parte, von Weizsäcker non è diventato egli stesso psicoanalista: ha inteso rimuovere la medicina clinica a partire da una base antropologica in cui confluivano anche le conoscenze della psicoanalisi, ma rimanendo egli stesso internista. Introducendo la psicologia nella medicina interna, voleva fondare una patologia generale che non separasse le malattie psicosomatiche e organiche, ma le unisse 9.

Abbandonando il dualismo cartesiano, per lavorare con l’ipotesi dell’unita corpo-psiche, von Weizsäcker progettava una medicina all’insegna di una duplice fedeltà: la fedeltà a von Krehl e la fedeltà a Freud. La sua fu una fedeltà creativa. Con la sua medicina antropologica apriva alla comprensione della malattia un ambito che la medicina come scienza della natura si era precluso. Per dirlo in modo sintetico, con le sue stesse parole: «La malattia dell’uomo non è il guasto di una macchina, bensì la sua malattia non è altro che lui stesso; o meglio la sua possibilità di diventare se stesso» 10.

Questa formulazione si articola in due parti: l’essere e il poter/dover essere, cioè l’antropologia e l’etica. Da una parte, dunque, il malato e la sua malattia. Questa è un’affermazione molto cara a von Weizsäcker, spesso ricorrente nei suoi scritti. Essa presuppone una concezione antropologica in cui l’essere umano è visto come totalità integrata. Per recuperare la visione della totalità, bisogna andare controcorrente rispetto alla medicina contemporanea, che ha preso la via della frammentazione e della specializzazione. Il terapeuta ha perso di vista il fatto che dietro il singolo organo malato c’è la totalità del soggetto.

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Una brillante invenzione letteraria, contenuta nel romanzo di S. Rushdie I figli della mezzanotte, può esserci di aiuto per illustrare la situazione creatasi nella medicina dei nostri giorni. Nel romanzo, che è ambientato in India, un giovane medico, specializzatosi in Europa, viene chiamato a visitare la figlia di un signore locale. La ragazza accusa un dolore intestinale. Secondo i costumi locali, il medico potrà visitarla solo mediante un espediente: un grande lenzuolo, su cui è stato praticato un buco, nasconde il resto del corpo, salvo la parte malata. Scomparsi i dolori intestinali, dopo qualche giorno è la volta del ginocchio destro, poi della caviglia sinistra, poi della spalla... e così via. Il lenzuolo con il buco, manovrato dalle domestiche, si sposta, lasciando vedere, l’uno dopo l’altro, frammenti di corpo. Solo dopo tre anni, finalmente, un provvidenziale disturbo agli occhi della ragazza permetterà al buco del lenzuolo di inquadrare il suo volto. Vedendosi, il medico e la paziente si scambieranno un sorriso di intesa e di amore. La sequenza delle malattie si rivelerà allora come un astuto stratagemma della ragazza. Le singole parti del corpo appartenevano a un soggetto desiderante, che si fa riconoscere come tale ed è capace di accendere un analogo desiderio.

La medicina antropologica di von Weizsäcker, introducendo il soggetto, attua una duplice operazione: recupera la totalità, in una prospettiva olistica, e indica la presenza, dietro ogni malattia, di un soggetto desiderante. Questi struttura la sua malattia, ne fa un elemento della propria biografia, dice, con il linguaggio del corpo, qualcosa a se stesso e .al suo ambiente. Solo se si tiene presente ciò che la malattia è (antropologia), tenendo uniti fattualità e significato, si può aprire la malattia al poter essere del malato (etica); ovvero ― usando l’espressione di von Weizsäcker ― considerare la malattia in quanto essa offre al malato «la possibilità di diventare se stesso».

NOTE

1Tratto da Id., Guarire tutto l’uomo, Edizioni Paoline, Milano, pp. 105-112.

«Già da studente ero convinto che la vittoria sulla schiavitù del meccanicismo non si potesse ottenere mediante un sistema di filosofia della natura parallelo o sovrapposto, bensì mediante una trasformazione della ricerca», in Natur und Geist, cit., p. 100.

2 Si vedano le considerazioni svolte più sopra, che autorizzano von Weizsäcker ad accusare l’approccio medico nel suo insieme di mancare l’umano, proprio perché considera l’uomo come un pezzo di natura tra gli altri.

3 Natur und Geist, p. 101.

4 L. von KrehlKrankheitsform und Personlischkeit, Leipzig 1929, p. 17.

5 V. von WeizsäckerLudolf von Krehl. Geichtnisrede, Leipzig, p. 10.

6 V. von WeizsäckerMeines Lebens hauptsüchliches Bemühen, in H. KernWegweiser in der Zeitwende, München-Basel 1955, p. 245.

7 V. v. WeizsäckerNatur und Geist, p. 98.

8 V. v. Weizsäcker, «Meine Lebens...», cit., p. 253.

9 V. v. WeizsäckerNatur und Geist, pp. 103ss.

10 V. v. WeizsäckerWegepsychophysischer Forschung, in Arzt und Kranker, p. 196.

Il rapporto medico-paziente

Book Cover: Il rapporto medico-paziente
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

IL RAPPORTO MEDICO-PAZIENTE: IL POSTO DELL'ETICA

in Salute e Società

anno III, n. 1-2004, pp. 51-68

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1. Un punto di vista sull’etica medica

Nel numero della primavera scorsa de “La Professione”, mensile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurgici e odontoiatri, troviamo diversi indizi del malessere che circola tra i medici italiani. Una lettera (Fango sui medici legali) protesta sul discredito gettato sui medici che si occupano dei casi di responsabilità professionale, accusati di aver indotto un aumento dei costi assicurativi. Un articolo dedicato alla crisi del rapporto medico-paziente oscilla tra difesa e autocritica (“Forse ci siamo distratti e non abbiamo seguito abbastanza l’evolversi della società, cosicché altri hanno preso il timone e ci hanno relegato solo ai remi...”). A documentazione della crisi vengono citati tre articoli recenti su tre diversi giornali: la copertina de “L’Espresso”, con la foto di un medico e la didascalia: Ci possiamo ancora fidare di loro?; l’articolo de “Il bisturi” che riporta un’indagine del Tribunale dei diritti del malato: I cittadini non si fidano dei medici specialisti del Ssn; un articolo su un numero precedente de “La Professione” dal titolo: Il malessere di una categoria. Illustra la crisi anche la notizia della costituzione di “Amami”, acronimo di Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente (raramente un acronimo è stato più efficace: sintetizza un percorso secolare in cui il rapporto tra professionisti e pazienti, che gravitava intorno a una richiesta reciproca di amore, è diventato una ricerca di tutela gli uni dagli altri...). Potremmo continuare, citando dallo stesso numero de “La Professione” a cui ci stiamo riferendo un altro ampio articolo dal titolo eloquente: Il medico “aggredito”. Come difendersi, che culmina con l’esortazione rivolta ai medici a “riappropriarsi dei propri atti”, rifiutando la subalternità alle logiche di tipo efficientistico-finanziario che predominano oggi nelle aziende sanitarie. Ci fermiamo qui: quanto abbiamo spigolato è sufficiente a tracciare le coordinate della crisi, così come la vivono i medici.

Sull’altro versante, quello dei cittadini e dell’opinione pubblica sull’operato dei medici, il malessere si traduce spesso in accuse di sapore moralistico. Il principale capo di imputazione sembra nascere da una delusione: come dall’aver scoperto che quei professionisti, idealizzati come

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“missionari” della salute, in realtà siano dei mercanti, e che dietro le grandi parole ― filantropia, scienza, bene dell’umanità, stato sociale ― si nascondano interessi molto meschini. E se non tutti sono attrezzati per rilevare le carenze scientifiche nelle decisioni mediche prese “in scienza e coscienza”, cresce il numero di coloro che si ritengono autorizzati a sospettare della “coscienza” dei medici, quasi che tutti i professionisti della sanità, caduti dal piedistallo di un’etica superiore, fossero motivati da intenti quanto meno equivoci.

È molto arduo trovare una via d’uscita da un confronto articolato in termini di accuse e difese. L'impasse appare ancora più grave quando ci rendiamo conto che mancano chiarezza e consenso riguardo al rapporto medico-paziente così come dovrebbe essere. La linearità di parametri etici unitari e condivisi da tutti i protagonisti, professionisti e cittadini, è venuta meno. In una situazione caratterizzata dalla complessità è inevitabile che sorgano malintesi, quando la qualità morale dei comportamenti viene misurata con criteri diversi. Perché l’etica medica unitaria del passato si è moltiplicata in molteplici etiche, ovvero in “punti di vista” diversi su ciò che è giusto e appropriato nei rapporti di cura.

L’indicazione di “un punto di vista” va assunta in senso letterale, applicando all’etica le scoperte che Jean Piaget ha fatto nell’ambito dell’epistemologia genetica [Piaget e Inhelder 1948]. Studiando lo sviluppo cognitivo dell’essere umano, Piaget ha analizzato come si forma la rappresentazione dello spazio nel bambino. Ha individuato una soglia che costituisce il passaggio dal pensiero concreto (che Piaget chiama “realismo intellettuale”) a quello del pensiero astratto. Soltanto dopo aver passato quella soglia ― collocabile cronologicamente intorno ai 7-8 anni ― il bambino giunge a riconoscere l’esistenza di molteplici punti di vista spaziali, e soprattutto a comprendere che i rapporti spaziali fenomenici fra gli oggetti possono mutare cambiando punti di vista. Prima di allora il bambino, pur osservando le cosa da un punto di vista spaziale, ignora per lungo tempo l’esistenza contemporanea di altri punti di vista possibili; non è dunque in grado di rendersi conto che il suo stesso è “un punto di vista” tra altri, e che quindi persone diverse vedono cose diverse, se la prospettiva che assumono cambia.

Ciò che vale per lo spazio si può applicare anche ai valori. E quindi all’etica. Anche l’etica medica è chiamata a uscire dall’infanzia epistemologica, entrando nell’età adulta caratterizzata dalla convivenza di molteplici prospettive, non riducibili le une alle altre. Si tratta di superare la fase di “realismo intellettuale”, che porta ad assolutizzare il proprio punto di vista, escludendo la possibilità stessa che la qualità etica di comportamenti ― buona o cattiva pratica della medicina ― possa essere valutata diversamente a seconda dei punti di vista. In pratica, ciò equivale alla piena acquisizione dello spazio tridimensionale, anche nell’etica. “L’etica è un’ottica”:

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il gioco di parole proposto da E. Lévinas muove nella stessa direzione; l’etica è condizionata dallo sguardo, da ciò che vediamo.

L’accettazione della complessità richiede il passaggio dalla dimensione che è familiare a ciascuno ― soprattutto se interiorizzata attraverso il processo di socializzazione in un determinato gruppo professionale ― ad altre dimensioni. Con grande umorismo e virtuosismo immaginativo insuperabile lo scrittore inglese Erwin Abbott ha tentato di realizzare qualcosa di questo genere nel racconto fantastico Flatlandia. Ha immaginato che cosa significhi passare da un mondo bidimensionale, abitato da esseri totalmente piatti: segmenti, triangoli, quadrati, poligoni vari e sublimi circoli ― la Flatlandia, o Paese del Piano ― alla Spacelandia, o Paese a tre dimensioni [Abbott 1996], La sfida per noi, abituati alla tridimensionalità, va nel senso contrario: immaginarci che cosa significhi vivere in Flatlandia, come scrive Abbott nell’incipit:

«Posate una monetina nel mezzo di uno dei vostri tavolini nello Spazio, e chinatavi a guardarla dall’alto. Essa vi apparirà come un cerchio. Ma ora, ritraendovi verso il bordo del tavolo, abbassate gradatamente l’occhio (avvicinandovi così sempre più alle condizioni degli abitanti della Flatlandia), e vedrete che la monetina diverrà sempre più ovale: finché da ultimo, quando avrete l’occhio precisamente all’altezza del piano del tavolino (cioè, come se foste un autentico abitante della Flatlandia), la moneta avrà cessato di apparire ovale, e sarà divenuta, per quanto potrete vederla, una linea retta».

Solo apparentemente ci siamo allontanati dalla rivisitazione del rapporto medico-paziente; in realtà, ci siamo collocati al centro del problema: la pluralità dei punti di vista su ciò che significa oggi il “buon” esercizio della medicina e la difficoltà di passare da una prospettiva “piatta” a una multidimensionale. I malesseri ― tanto dei medici quanto dei cittadini ― dai quali abbiamo preso le mosse sono un sintomo di crescita: il passaggio da Flatlandia a Spacelandia in medicina. È quanto cercheremo di vedere, sottoponendo a una disamina analitica i contenuti dei vari modelli etici che hanno corso oggi in sanità.

2. Stagioni dell’etica in medicina

2.1. Il superamento dell’etica medica

Parlare di etica medica presuppone concezioni di fondo ― per lo più non esplicite ― che abbiamo presenti quando portiamo un giudizio su ciò che intercorre tra medico (o altri professionisti sanitari) e paziente, attribuendogli un carattere morale positivo (buono) o negativo (cattivo). Si tratta di un sistema di regole che determinano in che modo devono comportarsi i diversi

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protagonisti del sistema delle cure: i medici, i malati, le varie professioni sanitarie, i familiari del malato, la società nel suo insieme.

Tradizionalmente l’insieme dei comportamenti attesi rispondeva allo schema 1.

Schema 1 - Etica medica pre-moderna

_____________________________________________________________________________

Epoca pre-moderna

Etica medica

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La buona medicina “Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente”?

L’ideale medico         Paternalismo benevolo

Il buon paziente        Obbediente (compliance)

Il buon rapporto        Alleanza terapeutica (il dottore con il suo paziente)

Il buon infermiere     “Paramedico”. Esecutore delle decisioni mediche.

Supporto emotivo del paziente

Chi prende le decisioni Il medico, in “scienza e coscienza”

Principio-guida Beneficità

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Il modello ha caratteristiche di grande antichità e di forte tenuta nel tempo. La sua antichità è indiscussa, in quanto in Occidente si è soliti farlo risalire alla medicina greca (etica ippocratica). Ma anche la sua forza è notevole: non esiste in tutta la tradizione occidentale un modello culturale che abbia resistito tanto a lungo. L’Occidente ha cambiato una quantità di cose nell’organizzazione sociale ― l’economia, la famiglia, la religione, il diritto, la politica ― dall’antichità greco-romana a oggi. La medicina stessa si è profondamente modificata nel corso del tempo, sia nei modelli teorici che nel modo di fornire aiuto ai malati. Tra il medico seguace di Galeno ― che interpreta le malattie secondo la teoria degli umori ― il medico scienziato dell’Ottocento ― che ricorre al metodo della scienza sperimentale per spiegare come funziona l’organismo sano o malato ― il medico della nostra epoca ― che è in grado di ricondurre le malattie a un difetto del corredo genetico, così da prevederne l’insorgenza con anni di anticipo ― le differenze sono enormi. La stessa cosa si può dire sul versante dell’arsenale terapeutico, che dal ricorso di salassi è passato ai vaccini, agli antibiotici e all’ingegneria genetica. La diversità tra questi mezzi terapeutici, quanto a efficacia ed efficienza, è incolmabile.

Per l’etica, invece, non è avvenuto così. Le convinzioni su ciò che è bene o male fare in medicina, sui comportamenti giusti o ingiusti nei confronti

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del malato sono rimaste relativamente stabili per secoli. Praticamente si tratta di una tradizione ininterrotta che in Occidente è durata per più di 25 secoli, dall’antichità greco-romana fino ai nostri giorni: in tutto questo tempo non abbiamo mai sentito il bisogno di modificare il concetto, condiviso dai medici e dai pazienti, di quelle pratiche di cura della salute a cui attribuire un valore morale positivo.

Ci possiamo riferire a quest’epoca come alla stagione premoderna dell’etica in medicina. Sinteticamente la denominiamo etica medica. L’aggettivo è giustificato. L’etica a cui ci riferiamo, infatti, è sostanzialmente l’etica “del medico”: la dominanza medica (Freidson) si esprime anche nell’etica, non meno che nell’organizzazione del lavoro. È il medico che determina i criteri della “buona medicina” e la professione medica che se ne fa garante. In questa etica sono prescritti comportamenti per i malati, per i familiari, per le professioni che collaborano con il medico; tutti svolgono, tuttavia, funzioni subordinate e sono chiamati a modellarsi sulle richieste che provengono dai medici, i quali hanno un ruolo decisivo nello stabilire che cosa sia buona medicina, sia in senso clinico che in senso etico. La qualifica di “paramedici” data a coloro che esercitano professioni sanitarie non mediche rispecchia bene questa situazione di centralità del medico. Possiamo dire che anche l’etica dei non medici in questa stagione è un'etica “paramedica”.

La domanda fondamentale a cui risponde la medicina di qualità dell’epoca pre-moderna è: “Quale trattamento porta maggior beneficio al paziente?”. Troviamo questa preoccupazione già nel giuramento di Ippocrate, nella cosiddetta clausola terapeutica: “Prescriverò agli infermi la dieta opportuna che loro convenga per quanto mi sarà permesso dalle mie cognizioni e li difenderò da ogni cosa ingiusta e dannosa”.

Tutta l’azione del medico è diretta a procurare un beneficio al paziente, in quanto mira a risolvere i problemi posti dalla patologia. Le risorse che il medico utilizzerà sono ovviamente quelle che la scienza del tempo gli mette a disposizione: per il medico dell’antichità era la “dieta” (cioè il regime terapeutico che tendeva a ristabilire nella vita del malato l’equilibrio turbato); per il medico dei nostri giorni i trattamenti appropriati potranno essere gli antibiotici o i trapianti di organo. Qualunque sia la scienza di riferimento, il modello rimane tuttavia lo stesso: il medico si impegna a fare il bene del paziente, utilizzando le risorse terapeutiche che ha a disposizione.

I principi fondamentali di questa etica, riconducibili all’imperativo di procurare un beneficio alla salute del paziente, presuppongono un modello ideale del medico fondamentalmente paternalista: il medico è colui che sa qual è il bene del paziente e vuole realizzarlo, mettendovi tutto il suo impegno, con assoluta dedizione. È la scienza in continuo progresso che lo guida nel percorso della terapia, mentre la coscienza gli impedisce di trarre profitto dalla debolezza del paziente (per esempio, strumentalizzandolo ai fini di ingiusto lucro o di fama). Questa duplice guida è riassunta da una formuletta, molto amata e citata dai medici, quando rivendicano a se

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stessi l’obbligo di prendere le decisioni “in scienza e coscienza”. Nel linguaggio della bioetica americana, si parla a questo proposito di una medicina ispirata al principio di “beneficità” (in inglese il termine utilizzato è beneficence, che bisognerà accuratamente evitare di tradurre, a orecchio, con “beneficenza”; il medico non fa beneficenza, ma procura al paziente il bene di salute che la sua scienza gli permette di conoscere).

Il malato contribuisce alla buona medicina impegnandosi a essere docile e osservante delle prescrizioni, in un rapporto di affidamento fiduciale. Egli non ha, di per sé, nulla da dire in merito all’atto terapeutico, che rimane affidato a quanto il medico stabilisce per il suo bene. Tutto quello che il malato ha da fare, è di diventare “paziente”, in tutti i significati del termine (anche in senso morale, in quanto la pazienza è la principale virtù che è chiamato a esercitare). Il buon paziente è il paziente “osservante”. A lui si richiede di collaborare al trattamento prescritto con il comportamento denominato compliance. Come sentenziava l’illustre spagnolo Gregorio Marañon, che ha rappresentato nella prima metà del XX secolo il permanere dell’ideale ippocratico: “Il malato che non sa essere paziente diminuisce le sue possibilità di guarire. Obbedire al medico è incominciare a guarire”.

In questo modello il buon rapporto è l'alleanza terapeutica tra colui che si dedica all’opera della guarigione e chi riceve questo servizio. Il termine “alleanza” fa parte della tradizione religiosa. Il rapporto medico-paziente ha, di fatto, una connotazione fortemente religiosa in senso ampio, in quanto, allo stesso modo dell’alleanza che è il pilastro centrale della religione ebraico-cristiana, mette in relazione due fondamentali diseguaglianze. Nell’alleanza religiosa si tratta del legame che si instaura tra la divinità, in quanto fonte della potenza che produce la salvezza, e la situazione di necessità propria del popolo che ha bisogno di redenzione. L’unione dei due mediante l’alleanza salva dalla condizione di bisogno (schiavitù, peccato ecc.). Analogamente, la guarigione in medicina, nel modello tradizionale, si ottiene mediante l’unione tra la scienza-coscienza del medico (che include il suo sapere, la filantropia, la volontà di fare il bene del paziente) e la volontà del paziente di mantenersi dentro questo rapporto di alleanza.

L’osservanza della prescrizione medica è la condizione essenziale perché l’alleanza possa esplicare i suoi effetti benefici, e quindi procurare la guarigione. Il contraente dell’alleanza, che è il malato, si deve affidare e accettare le condizioni che gli vengono poste per la guarigione; il medico, che concede l’alleanza, lo guida verso la salvezza, identificata con la guarigione. Dai collaboratori del medico, in quanto “paramedici”, ci si attende che collaborino anche a indurre i malati a essere “osservanti”. L’informazione fornita al paziente non entra come un elemento costitutivo della buona medicina secondo il modello premoderno. Tutt’al più può essere utile, strumentalmente, per ottenere una maggiore collaborazione da parte del paziente (compliance); ma non si può in alcun modo parlare di un diritto del paziente a essere informato, né di un corrispettivo dovere del medico di informare.

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Questo modello continua ancora a strutturare i nostri comportamenti sociali, sia come medici che come pazienti. Soltanto quando diventiamo “moderni” il modello entra in crisi.

2.2. La “modernizzazione” dell’etica, ovvero la bioetica

Quando comincia l’epoca moderna? I manuali di filosofia e di storia generalmente fanno iniziare la modernità con l’Illuminismo, nel XVIII secolo. Nella cultura dell’Occidente è avvenuto un cambiamento profondo, una di quelle fratture che hanno ripercussioni generalizzate su tutta la struttura dell’esistenza. I valori della “modernità” hanno progressivamente modificato l’insieme della vita politica e sociale; solo un ambito è rimasto tenacemente “pre-moderno”: la medicina. Soltanto da una ventina di anni sono diventati visibili i segni di una frattura che indica la “modernizzazione” della medicina. Di conseguenza, cambiano tutti i parametri che costituiscono il modello di buona medicina caratteristico dell’epoca premoderna. Per evidenziare il cambiamento del paradigma etico, indichiamo la transizione come il passaggio dall’epoca dell’“etica medica” a quello della “bioetica”.

Schema 2 - Etica medica e bioetica

___________________________________________________________________________________

Epoca pre-moderna Epoca moderna

Etica medica Bioetica

___________________________________________________________________________________

La buona medicina “Quale trattamento porta “Quale trattamento

maggior beneficio rispetta il malato nei suoi valori

al paziente”? e nell’autonomia delle sue scelte”?

L’ideale medico Paternalismo benevolo Autorità democraticamente condivisa

Il buon paziente Obbediente (compliance) Partecipante (consenso informato)

Il buon rapporto Alleanza terapeutica Contratto di prestazione d’opera

(il dottore con il suo paziente) (partnership professionista-utente)

Il buon infermiere “Paramedico”. Esecutore Facilitatore della

delle decisioni mediche; comunicazione, a beneficio

supporto emotivo del paziente di un paziente autonomo

Chi prende le decisioni Il medico, in “scienza e Il medico e il malato

coscienza” insieme (decisione consensuale)

Principio-guida Beneficità Autonomia

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Se consideriamo sinotticamente le voci principali che costituiscono la struttura portante dell’etica medica, notiamo che nessuno dei suoi parametri è stato risparmiato dal cambiamento. Lo scopo generale della medicina non è più soltanto quello di portare il maggior beneficio al paziente: perché un trattamento medico abbia un carattere di qualità, ci dobbiamo anche domandare se tratta il malato da adulto, rispettandolo nei suoi valori e nell’autonomia delle sue scelte. Il beneficio procurato non è l’unico indicatore della buona medicina: nell’epoca moderna, infatti, il malato va fondamentalmente considerato come una persona autonoma, capace di auto-determinare le proprie scelte.

L’autonomia della persona è un pilastro fondamentale della modernità. Così lo ha espresso Immanuel Kant nel famoso saggio Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?: l’Illuminismo comincia quando si decide di uscire dallo stato di minorità imputabile all’uomo stesso, intendendo per minorità “l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro”. Il primo paragrafo dello scritto, che sintetizza il programma di vita dell’uomo moderno, termina con l’esortazione: Sapere aude! Ovvero, abbi il coraggio di servirti dell’intelletto come guida.

L’epoca moderna comincia in medicina quando il programma generale dell’emancipazione si estende anche a quella “minorità non dovuta” ― in quanto non dipende dalla condizione di minorenne per età cronologica o dalla mancanza di capacità di intendere e di volere ― che vige tra il medico e il paziente secondo il modello paternalistico tradizionale.

Il malato dell’epoca moderna è quello che ha la capacità e il coraggio di non farsi trattare come una persona eterodeterminata, ma assume il peso e la responsabilità delle decisioni che lo riguardano. Ciò mette in crisi il modello dell’etica medica, secondo il quale il malato è per definizione in condizione di “minorità”, in quanto non può determinare da solo i fini e i mezzi per conseguirli. Riconosciamo l’influenza di concezioni antiche, come quelle che ha espresso Aristotele nell’affermare che il malato, proprio per la sua condizione, non è capace di dare giudizi razionali, in quanto è turbato dalle passioni, come ad esempio la paura per la propria vita; nello stato di malattia deve quindi subentrare la struttura paternalistica di contenimento: qualcun altro prende le decisioni per il bene del malato, dal momento che questi non lo può fare. Dire che la medicina entra nell’epoca moderna significa prima di tutto rimettere in discussione questo paradigma profondo, che presuppone una fondamentale diseguaglianza tra le persone autonome e quelle che non lo sono (le scelte di queste ultime essendo determinate dalle prime), e assume che il malato, per il solo fatto di essere malato, perda il privilegio dell’autonomia.

Quando la medicina si modernizza i valori del malato, intesi come quadro di riferimento che guida le sue scelte in modo congruente con la “buona vita” che intende condurre, diventano un momento fondamentale di un’attività sanitaria eticamente giustificabile. La potente ed efficace medicina

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che la scienza, abbinata alla tecnologia, ci mette oggi a disposizione non assomiglia in niente alla medicina del passato, povera di risposte terapeutiche. L’arsenale medico è potente e vario, e ci mette di fronte ad alternative create dai valori soggettivi. A seconda del concetto personale di buona vita ― ovvero di ciò che individualmente corrisponde a un’esistenza riuscita o fallita ― un intervento medico può essere appropriato o no.

Perché si abbia buona medicina non ci si può limitare a rispondere alla domanda: “Questo intervento porta oggettivamente un beneficio al paziente?”. Non basta stabilire ― per esempio ― che l’atto medico ha di fatto prolungato la vita del paziente. Se quanto il medico intraprende va contro i suoi valori e le sue decisioni, non possiamo giustificare eticamente l’intervento, anche se è rivolto a tutelare il bene della salute o della vita stessa. L’autodeterminazione del paziente, in quanto articolazione fondamentale dei suoi diritti (per capire la differenza del paradigma, basti pensare che nel modello tradizionale si parla solo di doveri del medico e non di diritti del paziente) diventa un criterio di qualità. L’intervento sanitario non può più essere deciso unilateralmente dal medico che si basa sul suo sapere professionale, ma deve essere individuato insieme al paziente, spesso con un faticoso processo di negoziazione.

L’epoca moderna comporta una profonda modifica del modello ideale di autorità. Al potere assoluto (un medico del XVII secolo, Rodrigo de Castro, nell’opera Medicus politicus l’ha formulato, sostenendo che “il medico ha potere sul corpo umano così come il sovrano ha potere sullo stato e Dio sul mondo”) si sostituisce una condivisione di potere e di responsabilità. Superato il paternalismo benevolo, l’ideale medico nel modello della bioetica diventa un’autorità democraticamente condivisa; il buon paziente è un paziente partecipante alla decisione. Il cardine di questa strutturazione concettuale è il consenso informato, nel senso proposto dal Comitato nazionale per la bioetica: in quanto “si traduce in una maggiore partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano” (Comitato nazionale per la bioetica: Informazione e consenso all’atto medico, 1992). L’idea di qualità dell’atto medico si arricchisce di una nuova componente: è buono l’intervento sanitario che ha anche una correttezza formale, vale a dire il rispetto delle procedure volte a far partecipare il paziente alle scelte diagnostiche e terapeutiche.

Nella prospettiva della modernità il paziente non ha solo il diritto di essere curato bene, ma anche dei nuovi doveri. E non solo l’antico dovere di esercitare la pazienza ed essere obbediente. La sua posizione non è solo di privilegio, ma può costituire anche una scomoda responsabilità, in quanto deve partecipare al processo decisionale. Non possiamo escludere che talvolta il paziente potrebbe preferire piuttosto di delegare la decisione e di demandarla al medico (“Faccia quello che è necessario: il dottore è lei, non io!”). Il paziente partecipante nelle scelte ha il compito di essere un “buon paziente”. Per diventarlo non basta che si limiti a non creare difficoltà

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ai sanitari, non porre troppe domande, essere docile e seguire le prescrizioni mediche; il buon paziente ha anche un compito etico: deve accettare il coinvolgimento nelle scelte che lo riguardano, condividendo l’orizzonte di incertezza che è proprio delle decisioni cliniche. Il buon rapporto è una partnership, che si instaura tra professionista e utente.

L’asimmetria nei rapporti di sapere e di potere resta, ma va contemperata con un uso consapevole e mirato dell’informazione. Il paziente si muove così verso la posizione di un “utente”. Il termine può suscitare delle associazioni che sembrano fuori luogo in sanità. Per ricondurlo entro l’ambito appropriato, basta pensare al senso etimologico della parola. L’utente è colui che “usa” la competenza del medico; in quanto utente, ha il dovere di usarla bene, responsabilmente, per fare insieme al professionista le scelte appropriate. Questo modello etico include il concetto di partecipazione. Il termine bioetica è un neologismo, adatto a un modello di qualità in medicina veramente inedito. È la buona medicina appropriata per la stagione dell’etica in medicina che abbiamo chiamato “moderna” (non nel senso di maggiore attualità, ma con riferimento alla modificazione culturale che si identifica con la rivoluzione liberale e il rispetto illuministico dell’autonomia personale).

Sentiamo il bisogno di cambiare etichetta anche perché non ci troviamo più nell’ambito dell’etica medica, cioè del medico, concentrata sul medico, elaborata dalla professione medica a beneficio anche del malato. La bioetica implica uno spostamento dell’accento, per cui la qualità non è più determinata in maniera unica ed esclusiva dal sapere e dal potere del medico, ma viene stabilita in modo dialogico, insieme al paziente, il quale deve partecipare alle decisioni con i suoi valori, nell’ambito del consenso sociale. Quindi nella bioetica entra la società, l’etica civile, l’accordo ottenuto trasversalmente alle diverse comunità morali di appartenenza, includendo anche gli “stranieri morali”.

Questo modello di qualità si diffonde con estrema difficoltà. Lo contrasta una profonda resistenza, sia da parte del mondo medico, sia da parte dei cittadini. Tanto i professionisti della sanità quanto i pazienti sono obbligati a cambiare modelli di riferimento che hanno una lunghissima tradizione. È un passaggio epocale; spostandosi da un modello all’altro i punti abituali di riferimento si modificano, tanto che possiamo affermare che stiamo assistendo all’inaugurazione di una nuova epoca della qualità e dell’etica nella medicina.

Per evitare facili equivoci e smantellare almeno alcune riserve ― quelle che nascono dal timore che si intenda abbandonare il modello dell’etica medica tradizionale ― è necessario sottolineare che i due modelli non sono diacronici, ma sincronici. In altre parole, non si susseguono nel tempo, sostituendo con il modello moderno i valori tradizionali, ma sono chiamati a convivere. Riferendoci ai “punti di vista” dell’epistemologia genetica di Piaget, non si tratta di scalzare la prospettiva dominante in passato con

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un’altra, ma di uscire dalla concezione ingenua secondo cui esiste un solo punto di vista e mettere insieme più dimensioni dell’etica. La buona medicina dal punto di vista della professione medica e dal punto di vista del paziente (cliente) differisce: la qualità etica ha più dimensioni.

2.3. Quando la sanità si organizza come un’azienda di servizi

Mentre proviamo ancora tanta difficoltà a entrare nella stagione della medicina moderna, forti spinte ci stanno già indirizzando verso l'epoca post-moderna. Ci stiamo muovendo, infatti, secondo quanto prescrivono sia lo spirito che la lettera della riforma sanitaria, avviata in Italia dall’inizio degli anni ’90, verso l’introduzione dello “stile azienda” in sanità. Il modello di qualità comporta un rapporto nuovo con il paziente. Sommariamente possiamo dire che chi riceve dei servizi alla salute non solo deve essere informato e responsabilizzato per partecipare in modo autonomo alle decisioni terapeutiche, ma deve essere considerato come un “cliente”. Oltre ad avere diritti da rivendicare, vuole anche essere soddisfatto.

Questa prospettiva caratterizza quel tipo di organizzazione sanitaria che è stata messa in moto con il riordino del Servizio Sanitario Nazionale (D.L. 502/1992 e D.L. 517/1993) e che si sintetizza nel concetto di azienda sanitaria. Soddisfare i pazienti diventa un’esigenza strategica per la sopravvivenza dell’azienda stessa. Il paziente, infatti, spostandosi da una struttura all’altra, porta dietro la sua capacità di spesa, rappresentata dalla sua quota capitaria. Quindi è importante una gestione oculata dell’azienda: se perde i pazienti, perché questi preferiscono un’altra struttura, l’azienda esce dal mercato. Se i sanitari non trattano bene i pazienti per la ragione che è loro diritto in quanto cittadini avere una buona assistenza, devono farlo almeno per interesse dell’azienda.

Il modello di qualità postmoderno comporta delle variazioni anche in tutte le altre articolazioni fondamentali del sistema di rapporti entro cui si svolge l’azione sanitaria. Innanzi tutto l’interrogativo fondamentale che dovrà porsi chiunque abbia delle responsabilità nelle scelte ruoterà intorno a elementi della qualità di carattere gestionale: quale trattamento ottimizzerà l’uso delle risorse e produrrà un paziente-cliente soddisfatto? La fisionomia stessa dell’interrogativo etico viene modificata.

Nell’etica medica il registro per valutare la qualità è quello della bontà (l’azione è buona in quanto porta il beneficio della guarigione o lenisce i sintomi dolorosi); la bioetica si colloca entro la tradizione etica coltivata nel mondo anglosassone, che valuta se l’azione sia giusta o ingiusta, in rapporto ai diritti e nel rispetto delle procedure; la nuova stagione che si è aperta ci obbliga a interrogarci se l’azione sia appropriata rispetto ai fini da conseguire, che comportano sia una più acuta sensibilità per il bene comune e l’equità sociale, sia l’acquisizione di un atteggiamento che abbini

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la soddisfazione del cittadino/cliente con l’attenzione agli interessi dell’azienda.

La qualità, che include il valore etico di un intervento sanitario, oggi è molto più complessa. I criteri più recenti non devono sostituire quelli precedenti, ma integrarsi con essi. La “buona” medicina è sempre quella che deve mirare a “guarire in maniera rapida, efficace e duratura” (è il compito che S. Hahnemann affidava alla medicina omeopatica, ma che vale per la medicina tout court!). Questo continua a essere l’obiettivo della medicina e il criterio con cui valutare la sua qualità; tuttavia non è più sufficiente: la medicina per essere buona deve anche preoccuparsi di essere “giusta”, rispettando i diritti del malato e promuovendo la sua autonomia. A queste considerazioni si aggiungono, nell’ottica dell’organizzazione efficiente della sanità, anche quelle relative a ciò che si dimostra appropriato nell’orizzonte della giustizia, in considerazione dell’accesso ai servizi e dell’equa distribuzione delle risorse.

La buona medicina, quella dotata di qualità, è quella che nasce dall’integrazione cumulativa delle esigenze che nascono dell'etica medica, da quelle della bioetica e delle esigenze, infine, di quella nuova stagione dell’etica in medicina che sentiamo incombere, sotto la spinta delle nuove condizioni sociali e della pressione dell’economia, e che possiamo chiamare etica dell’organizzazione. Per la precisione, da tutt’e tre contemporaneamente. Le stagioni dell’etica in medicina, con le rispettive esigenze riguardo a ciò che è giusto e appropriato nell’assistenza sanitaria, non vanno viste come modelli conclusi che si succedono nel tempo, ma come esigenze contemporanee e contestuali. La qualità etica di un intervento sanitario prende forma mediante la sovrapposizione di dimensioni che si aggiungono le une alle altre. La prima dimensione è quella del bene del paziente, propria dell’etica medica tradizionale. Finché la qualità dell’intervento sanitario sul paziente si misurava esclusivamente con il metro del beneficio del paziente (epoca premodema), maggiore era il beneficio che il malato riceveva da quello che si poteva fare per lui, maggiore era la qualità, anche etica, dell’atto medico.

La modernità, con l’introduzione dell’autonomia del paziente, ha introdotto un altro parametro: le preferenze del paziente stesso. La buona scelta medica dovrà tener conto temporaneamente di due fattori: il beneficio da procurare al paziente e il suo consenso a ciò che il malato ha individuato e scelto come suo bene. La scelta si realizza sul piano orizzontale di una contrattazione, che non di rado produce un compromesso (non è detto, infatti, che ciò che costituisce dal punto di vista clinico il maggior beneficio per il paziente corrisponda alle sue preferenze; o inversamente: ciò che il paziente informato vuole per sé può non coincidere con quanto la medicina sarebbe in grado di fare per lui).

A queste due dimensioni oggi dobbiamo aggiungere una terza, così che la decisione clinica ci appare collocata in uno spazio tridimensionale.

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Dobbiamo considerare, infatti, anche l’appropriatezza sociale degli interventi sanitari, in una prospettiva di uso ottimale di risorse limitate, solidarietà con i più fragili ed equità. Quello che possiamo fare per un malato, anche se valutabile con un punteggio alto sul parametro dell’appropriatezza clinica e su quello delle preferenze personali, potrebbe collocarsi molto in basso rispetto al criterio del buon uso delle risorse.

La buona medicina ci appare così come il frutto di una “contrattazione” molteplice, che deve tener conto di tre diversi parametri: l’indicazione clinica (il bene del paziente), le preferenze e i valori soggettivi del paziente (il consenso informato) e infine l’appropriatezza sociale. L’assistenza sanitaria, dovendo conciliare nelle sue scelte esigenze diverse e talvolta contrastanti, senza minimamente rinunciare ai requisiti di scientificità, ci appare più che mai un’arte.

L’ideale medico dell’epoca post-moderna è una leadership morale. Il modello paternalista non funziona più là dove si assume lo stile dell’azienda post-moderna: è necessario dotarlo di autorevolezza. Non ci possiamo più basare su una divisione dei compiti di tipo burocratico. Soltanto chi ha quella che la cultura del management chiama la vision, cioè la visione strategica degli obiettivi e dei mezzi, sviluppa una forza morale capace di trascinare gli altri membri dell’équipe.

Il buon paziente è il cliente soddisfatto e consolidato; ma bisogna subito aggiungere che l’obiettivo non può essere quello di un cliente in qualsiasi modo soddisfatto e consolidato, bensì solo di un cliente giustamente soddisfatto, escludendo l’ingiusta soddisfazione. Il buon rapporto è la stewardship, che implica un atteggiamento non centrato sul professionista, ma sugli standard di qualità del servizio, in un raffronto costante con la qualità offerta da altri erogatori (bench-marking).

Lo schema grafico completo delle dimensioni dell’etica in medicina assume quindi la seguente fisionomia riportata nello schema 3.

3. Verso l’empowerment del cittadino

La presenza contemporanea di tre modelli di buona medicina induce una modifica di fondo nei rapporti che intercorrono tra coloro che erogano le cure e i cittadini che le ricevono. Con una parola che sintetizza tutto il processo, ci si riferisce al fenomeno nel suo insieme come a un empowerment del cittadino. La parola inglese contiene la nozione di “potere” (power). L’aspetto più visibile è proprio quello di uno spostamento di potere tra le persone coinvolte nella relazione. Il potere a cui ci si riferisce non è quello di natura politica o, nei rapporti interpersonali, ciò che autorizza qualcuno a dare ordini, aspettandosi che altri obbediscano; il potere entra inevitabilmente in gioco quando qualcuno si prende cura di persone a lui affidate. Tutte le relazioni di cura e assistenza prevedono un potere,

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Schema 3 - Etica medica, bioetica ed etica dell'organizzazione

Epoca pre-moderna

Etica medica

I

Epoca moderna

Bioetica

Epoca post-moderna

Etica dell’organizzazione

La buona medicina

Quale trattamento

porta maggior beneficio al paziente"?

Quale trattamento

rispetta il malato

nei suoi valori

e nell'autonomia

delle sue scelte”?

“Quale trattamento

ottimizza l’uso delle risorse e produce

un paziente/cliente

soddisfatto”?

L'ideale medico

Paternalismo benevolo

Autorità

democraticamente

condivisa

Leadership morale,

scientifica,

organizzativa

Il buon paziente

Obbediente

(compliance)

Partecipante (consenso informato)

Cliente giustamente soddisfatto e consolidato

Il buon rapporto

Alleanza terapeutica (il dottore con il suo paziente)

Partnership

(professionista-

utente)

Stewardship (fornitore di servizi- cliente)

Contratto di assistenza:

Azienda/popolazione

Chi prende le decisioni

Il medico, in “scienza e coscienza”

Il medico e il malato

insieme (decisione consensuale)

La direzione aziendale, insieme ai dirigenti delle unità operative

(negoziazione)

Principio-guida

Beneficità

Autonomia

Giustizia

utilizzato in modo benefico a vantaggio di un altro: pensiamo al rapporto tra genitori e bambini, insegnanti e allievi, medici e malati, appunto.

L’analisi di questo tipo di transazioni raggruppa rapporti di natura molto diversa nella categoria di “relazioni complementari”. Queste si basano sulla differenza tra le posizioni coinvolte. Funzionano bene quando ognuno si attiene al suo ruolo e non pretende di fare la parte dell’altro. Dal punto di vista grafico, il modello che le rappresenta prevede due posizioni: una sovrastante (one up) e una di sottomissione (one down):

one up

________

one down

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Diverse invece sono le “relazioni simmetriche”, nelle quali i protagonisti hanno uguale potere e non si comportano secondo ruoli fissi. Ce li possiamo immaginare l’uno di fronte all’altro, faccia a faccia, senza poter dire chi comanda e chi obbedisce [cfr. Watzlawick et al. 1971].

Il senso del processo di empowerment del paziente non è quello di mettere quest’ultimo in posizione one up e il medico in posizione one down, invertendo i rapporti di potere che siamo soliti associare con l’esercizio della medicina (dove il medico è considerato tanto più bravo quanto più esercita un’autorità indiscutibile e induce il paziente a essere “osservante” o compliant). Non sarebbe un progresso se il medico diventasse l’esecutore nelle decisioni del paziente; anzi ciò costituirebbe una minaccia per la salute, perché al paziente verrebbe a mancare il bagaglio di conoscenze proprie del sapere professionale del medico. L'empowerment è invece un cambiamento di rapporti complesso, che ha luogo su diversi piani. Lo schema grafico che, qui sotto, proponiamo prevede dei cambiamenti significativi: sul piano sociale (o della cultura), nel rapporto clinico tra professionisti sanitari e pazienti, nell’ambito dei valori condivisi o dell’etica.

EMPOWERMENT DEL CITTADINO

NEL PROCESSO DI CURA

I Dimensione culturale

● Autogestione della salute vs “espropriazione della salute” [Illich 1977], mediante “un processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla loro salute e migliorarla” (Carta di Ottawa).

● Conoscenza dei propri diritti; rappresentanza attiva, anche organizzata (“rivoluzione liberale” in medicina).

● Atteggiamento psicologico “adulto” verso medici, infermieri e altri professionisti sanitari.

● Coinvolgimento dei cittadini nel miglioramento dei servizi, sollecitando suggerimenti, anche critici.

II Dimensione clinica

● Raccolta sistematica di informazioni sui trattamenti proposti (ricerca; diagnosi; terapia) e sulle alternative.

● Promozione del “parere complementare” (second opinion).

● Accesso consapevole alle prestazioni sanitarie, grazie alla conoscenza di benefici attesi, effetti collaterali, rischi, complicazioni.

● Competenza nell’automedicazione semplice.

● Educazione all’autogestione delle patologie croniche.

III Dimensione etica

● L’autonomia come principio etico che bilancia il principio del “bene del paziente” stabilito unilateralmente dal medico.

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● Più ampia partecipazione del paziente alle decisioni che lo riguardano (decisioni consensuali).

● Assumere la responsabilità per le scelte sanitarie e, più in generale, per la propria vita.

● Autodeterminazione personale (l’individuo, non la famiglia come referente delle informazioni e soggetto delle decisioni).

● Promozione delle direttive anticipate: living will o indicazione di persona delegata a decidere; disposizioni per la donazione di organi.

Il modello dell'empowerment proposto rispecchia la definizione che troviamo nell’Enciclopedia della Gestione della Qualità in Sanità: «Termine entrato in uso e di difficile traduzione in italiano per indicare la tendenza a dare più potere, più coinvolgimento nelle decisioni ai pazienti, al di là del consenso informato».

Nella dimensione culturale dell’empowerment individuiamo anzitutto l’adeguamento alla filosofia che ispira l’OMS nota come “promozione della salute” (Health promotion). La carta di Ottawa [1986] l’ha descritta come “un processo che renda le persone capaci di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla”. L’autogestione è il contrario di quella “espropriazione della salute” che il classico saggio di Ivan Illich ― Nemesi medica [1977] ― imputava alla medicina, quando diventa un’impresa totalitaria che pretende di gestire la salute al posto del soggetto. La rivoluzione liberale, quando viene introdotta anche nell’ambito della medicina, comporta la nozione dei diritti nelle relazioni che si instaurano nell’ambito della cura: diritti personali, in quanto i trattamenti non sono obbligatori, e diritti civili, nell’orizzonte dello stato sociale che garantisce livelli di assistenza sulla base del bisogno, non delle disponibilità economiche.

Dato il perdurare dell’asimmetria nei rapporti di potere, si tende a dare rilievo ai rappresentanti dei pazienti (ad es. gruppi organizzati di pazienti, di ex pazienti o di familiari) o a istituzioni di tutela dei diritti (tribunale dei diritti del malato, gruppi consultivi misti). Iniziative di questo genere hanno contribuito in modo determinante a modificare l’atteggiamento psicologico di sudditanza che i malati in passato tendevano ad assumere, promuovendo rapporti adulti.

Anche la prospettiva dell’“aziendalizzazione” ha in sé la potenzialità di modificare socialmente i rapporti tra chi eroga i servizi sanitari e chi li riceve. Nel concetto di “cliente” è implicita la considerazione della soddisfazione di colui che riceve i servizi, nonché il suo coinvolgimento attivo nella valutazione della qualità ― quanto meno della dimensione soggettiva, che può essere percepita dall’utente ― delle prestazioni erogate. La dimensione del mercato applicata alla società è indubbiamente pericolosa, in quanto può stravolgere l'ethos ippocratico nel quale tradizionalmente la medicina si è riconosciuta; tuttavia può anche potenzialmente arricchire lo

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spessore sociale di chi riceve servizi sanitari, attribuendogli un ruolo critico e di promozione attiva della qualità.

Sul piano clinico ― ovvero nei rapporti che si instaurano tra medici, infermieri e altri professionisti sanitari da una parte, e il paziente e i suoi familiari dall’altra ― l'empowerment diventa effettivo solo attraverso un processo informativo sistematico. Il paziente va informato se ciò che gli viene proposto si inquadra in un progetto di ricerca (il consenso alla sperimentazione è diverso da quello che ha per oggetto un trattamento standard), in un’indagine diagnostica (a partire dall’ipotesi che guida il percorso diagnostico) o in un trattamento terapeutico. L’informazione non è completa se non include anche le alternative, i benefici attesi, gli effetti collaterali, i rischi e le complicazioni dei trattamenti proposti.

Nel processo dell’informazione acquista oggi un peso nuovo il parere complementare (in inglese: second opinion), inteso come un diritto del paziente ad acquisire informazioni diverse presso altri professionisti (per esempio nel caso di un intervento chirurgico elettivo; oppure di ascoltare il parere di un internista, dopo aver raccolto quello di un chirurgo...). L'empowerment implica anche l’acquisizione delle conoscenze che permettono l’autogestione delle malattie croniche (le patologie dalle quali non si guarisce, qualunque cosa faccia il medico, sono oggi l’80%, rispetto a un 20% per le quali si può sperare la restitutio ad integrum). L’OMS ha raggruppato questo tipo di interventi che favoriscono il controllo del paziente sulla propria malattia sotto l’etichetta “educazione terapeutica”.

Da non dimenticare, infine, in questa prospettiva che la maggior parte dei problemi di salute sono piccoli disturbi, curabili con i farmaci di automedicazione. Lo sviluppo di una cultura di automedicazione ― fondata su un dialogo tra consumatore, farmacista e medico ― aiuta il consumatore a orientare le sue scelte di cura (secondo l’ANIFA, l’Associazione che raggruppa le industrie dei farmaci di automedicazione, il patrimonio dei farmaci che si rivolgono al pubblico senza l’obbligo della prescrizione medica ― pur essendo sottoposti agli stessi controlli previsti per i farmaci da prescrizione ― è ancora molto sottoutilizzato in Italia). Nell’ambito clinico l'empowerment può essere fatto equivalere, in sintesi, a un maggiore “senso di padronanza” della situazione.

Sul piano propriamente etico l'empowerment comporta il passaggio dal modello ideale dell’etica medica a quello della bioetica, che abbiamo descritto. Contro ogni semplificazione ― del tipo: “prima il potere era tutto del medico, ora è tutto del paziente”... ― sottolineiamo che l’orientamento della medicina a fare il bene del paziente rimane valido, ma si deve combinare con quanto del proprio bene può e deve definire il paziente stesso. Il paziente non può essere solo passivo: è chiamato a collaborare attivamente con il medico nella definizione degli obiettivi dell’intervento sanitario (compresa la decisione se privilegiare le azioni rivolte a salvare e prolungare la vita o quelle finalizzate a risparmiare inutili sofferenze).

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L’empowerment è fortemente correlato con la responsabilizzazione dell’individuo per le decisioni che lo riguardano.

Coerente con questa visione dei rapporti è il ruolo centrale che spetta al soggetto, anche nei confronti della sua famiglia. Per quanto i familiari possano essere ben intenzionati nei suoi confronti, nessuno meglio della persona stessa può interagire con i professionisti sanitari per giungere alla decisione che meglio salvaguardi tutti i valori in gioco. Nel caso, poi, che il soggetto sia attualmente incapace di esprimere la propria volontà, i familiari possono essere coinvolti in quanto fonte privilegiata per conoscere le preferenze della persona (living will o disposizioni di volontà anticipate). Tanto più se c’è stata un’esplicita autorizzazione previa a consultare un familiare o un congiunto in caso di propria incapacità. Come nel caso dell’espressione di volontà per la donazione degli organi dopo la morte, l'empowerment tende a valorizzare le preferenze individuali e a rispettarle anche al di fuori del contesto in cui hanno un valore giuridico.

L'empowerment del cittadino è l’atto finale della rivisitazione del rapporto medico-paziente che la situazione attuale della complessità ci costringe a intraprendere. Per il mondo sanitario, chiamato a esplorare la pluralità delle dimensioni nelle quali si articola l’atto di cura, è quanto mai appropriata la dedica che Abbott prepone a Flatlandia: “Agli abitanti dello spazio in generale è dedicata quest’opera da un umile nativo di Flatlandia nella speranza che, come egli fu iniziato ai misteri delle tre dimensioni avendone sino allora conosciute soltanto due, così anche i cittadini di questa Regione Celeste possano aspirare sempre più in alto ai segreti delle quattro cinque o addirittura sei dimensioni”.

Bibliografia

Abbott E. (1966), Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni, Adelphi, Milano.

Illich I. (1977), Nemesi medica, Cittadella, Assisi.

Kant I. (1975), Risposta alla domanda: che cos'è l’Illuminismo?, in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, Utet, Torino.

Morosini P. - Perraro F. (a cura di) (1999), Enciclopedia della Gestione della Qualità in Sanità, Centro Scientifico ed., Torino.

Piaget J., Inhelder B. (1948), La représentation de l’éspace chez l’enfant, Puf, Paris.

Watzlawick P. et al. (1971), Pragmatica della comunicazione umana, tr. it., Astrolabio, Roma.

Parlare o tacere?

Book Cover: Parlare o tacere?
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

PARLARE O TACERE? CONSIDERAZIONI TRANSCULTURALI PER AFFRONTARE IL DOLORE DELLE PROGNOSI INFAUSTE IN MEDI-CINA

in AA. VV., Schmerz in Wissenschaft, Kunst und Literatur

Guido Pressler Verlag, Hürtgenwald, 2000

pp. 251-255

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L’alternativa tra parlare e tacere, in quanto strategie fondamentali per affrontare notizie traumatiche ― tra le quali con buone ragioni possiamo considerare la comunicazione di una diagnosi grave o di una prognosi infausta ― viene per lo più affrontata in bioetica a partire dai principi ai quali si fa riferimento. Mentre il modello che si orienta al “bene del paziente”, ispirato per lo più a una concezione paternalistica, è prevalentemente incline a tacere, il modello concentrato sull’autonomia considera la sottrazione dell’informazione come inconciliabile con il principio dell’autodeterminazione del soggetto. Consideriamo, in modo schematico e sinottico, i valori in gioco tra i diversi protagonisti del rapporto terapeutico così come sono strutturati dall’etica medica tradizionale e dalla bioetica contemporanea:

Stagioni dell’etica in medicina

Epoca pre-moderna Epoca moderna
Etica medica Bioetica

La buona medicina “Quale trattamento porta il “Quale trattamento rispetta

maggior beneficio il malato nei suoi valori

al paziente”? e nell’autonomia delle sue scelte”?

L’ideale medio Paternalismo benevolo Autorità democraticamente

(scienza e coscienza) condivisa

Il buon paziente Obbediente Partecipante

(compliance) (consenso informato)

Il buon rapporto Alleanza terapeutica Partnership

(il dottore con il suo paziente) (professionista-utente)

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Qualunque sia il valore che questi modelli teorici, ritengo che la bioetica riceverebbe un utile ampliamento di orizzonte dall’assimilazione dei risultati di altre scienze dell’uomo. Tra queste in primo luogo va considerata l’antropologia culturale. Tra gli apporti più interessanti della ricerca italiana recente si segnala la ricerca antropologica condotta da Deborah Gordon ed Eugenio Paci in Toscana circa la pratica di informare o non informare i malati di cancro (Gordon, Paci, 1997). Nello spirito di una ricerca etnografica ― che mira a comprendere i comportamenti e le motivazioni che li ispirano a partire dall’ottica dei protagonisti, escludendo ogni intento valutativo o normativo ― lo studio mirava a esplorare le pratiche dominanti, i vissuti e i costrutti teorici che le giustificano diffusi tra i professionisti sanitari circa la comunicazione: a) con i pazienti in generale; b) con i pazienti affetti da cancro o da altre malattie potenzialmente fatali; c) con le persone in contesti non sanitari.

Le domande rivolte con questionario rispecchiavano l’ipotesi che le pratiche comunicative riferite al cancro non sono comportamenti isolati, ma rappresentano un approccio tipico a problemi di natura analoga. Le pratiche mediche e i vissuti relativi alla malattia e alla cura del paziente (chi prende le decisioni, chi detiene le informazioni, gli assunti relativi a che cosa serve per stare meglio, dove attingere la speranza, il significato da attribuire al cancro, in che cosa consiste una “buona morte”) si coagulano in modo coerente intorno a due modelli, che portano l’uno a rivelare al malato il male da cui è affetto, l’altro a nasconderglielo. Le modalità di comunicazione relative al cancro sono costitutive di vissuti e pratiche di portata più ampia.

Gordon e Paci non si sono limitati a contare quanti tra gli operatori sanitari sono per il “dire” e quanti per il “tacere”. Hanno studiato invece come questi orientamenti sono collegati, in profondità, con le convinzioni che riguardano la vita, la morte e la sofferenza; con il modo di gestire le “cattive notizie” anche in contesti diversi da quello della salute; con i modelli fondamentali di educazione (orientata a promuovere l’autonomia personale oppure a consolidare la dipendenza dai genitori e dalla famiglia); con le modalità che vengono utilizzate preferenzialmente per aiutare qualcuno in difficoltà. A questi modelli globali Gordon e Paci danno il nome di “narrazione culturale”. La “narrazione culturale” dà ragione di ciò che si intende produrre. Schematicamente, la narrazione culturale di “protezione sociale” organizza i comportamenti con l’intento di proteggere il paziente, mentre

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la narrazione che possiamo chiamare di “autonomia-controllo” si prefigge di favorire il controllo della situazione da parte dell'individuo.

La “narrazione della protezione sociale” potrebbe cominciare così: «In principio c’erano Dio e la famiglia, che hanno creato i bambini e proteggono i deboli nei momenti di difficoltà». La vita e le persone sono fondamentalmente fragili e bisognose di protezione. La sofferenza non può essere eliminata, ma può e deve essere ridotta al minimo, in parte attraverso la protezione del gruppo sociale: qualsiasi mezzo utilizzato dal gruppo a questo fine è buono, anche inventare storie e mentire. Ai duri colpi della vita si fa fronte mantenendo la continuità della vita quotidiana. La maturità non è un processo lineare: si rimane bambini per tutta la vita di fronte a Dio, ai genitori, alle persone più anziane. Questo comporta che in caso di malattie ci saranno altri che assumeranno in toto la responsabilità delle cure. Il primo dovere è proteggere gli altri dalla sofferenza, non dare “dispiaceri”. Lo stile comunicativo predilige il silenzio, l’ambiguità dei messaggi, la comunicazione indiretta. Il campo sociale è immaginato come una efficace difesa di fronte a verità che farebbero soffrire (come, appunto, una diagnosi di cancro). Per questo la “narrazione della protezione sociale” tende a una pratica comunicativa in cui chi detiene le informazioni sulla malattia ― il medico e la famiglia ― non le trasmette al malato.

La narrazione sottostante alla pratica della comunicazione aperta della diagnosi ― che in ambito medico si traduce soprattutto nella promozione del consenso informato ― potrebbe iniziare il suo racconto della creazione con: «In principio c’era l’individuo». Nella “narrazione culturale di autonomia-controllo”, infatti, l’individuo è sovrano: sulla sua vita, sul suo corpo, sulla propria identità personale. Solo la persona coinvolta sa cosa è meglio per se stessa ed è davvero capace di prendere le decisioni che la riguardano. L’autonomia e l’autodeterminazione sono valori primari e rappresentano dei diritti fondamentali di ogni essere umano. L’informazione è essenziale per poter scegliere. Per questo è necessaria una comunicazione chiara ed esplicita. Vista dalla prospettiva della narrazione dell’autonomia e del controllo, la non rivelazione della diagnosi appare come una grossolana negazione dei diritti umani e impedisce il controllo della propria vita, del corpo, della mente. Il medico e la famiglia che sottraggono l’informazione appaiono in questo modello oppressivi e paternalistici. In modo schematico, le due “narrazioni culturali” possono essere rappresentate come segue:

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Narrazione culturale: Vissuti e pratiche Narrazione culturale

Autonomia-controllo” “Protezione sociale”

__________________________________________________________________________

individuo Priorità gruppo sociale

paritario Natura del monde sociale gerarchico

mondo fisico, Chi o che cosa stabilisce mondo sociale, autorità

“oggettività” la verità

individuo, esseri umani, Fonte di speranza gruppo sociale, Dio, destino,

scienza, tecnologia, progresso, protezione sociale,

conoscenza e azione unità/continuità del quotidiano,

“non sapere”

trasferimento di informazioni Modalità prevalenti di vivere parola detta come capace di

la comunicazione evocare una situazione oltre

che di trasferire informazione

controllo Modi prevalenti adattamento, cercare di creare

attraverso la conoscenza, di affrontare il pericolo un’altra storia,

azione preventiva protezione sociale

“soluzione del problema”, Modi prevalenti evitare di pensare

oggettività, condivisione di affrontare la sofferenza e di parlare del problema,

distrarre, proteggere

infinitamente perfettibile Natura della vita misteriosa, imprevedibile,

e conoscibile sempre problematica

L’apporto della ricerca è di dare uno sfondo antropologico-culturale ai problemi del consenso informato, che evidenzia la frattura tra i diversi modi di praticare la medicina e le giustificazioni teoriche che vengono offerte dei comportamenti: «In Italia diventa sempre più chiaro che le pratiche tradizionali devono attraversare un processo di cambiamento. Si osserva una insoddisfazione diffusa nei confronti della comunicazione che si instaura nelle situazioni, ancora relativamente frequenti, in cui non si rivela la diagnosi: diversi pazienti hanno l’impressione che la mancanza di informazione significa “non riconoscerli come persone”; che fornire loro una diagnosi diversa da quella reale significa “mentire” od organizzare una “congiura del silenzio”; la protezione è vissuta come oppressione, potere, atteggiamento difensivo (“risparmiare l’altro” vuol dire solo risparmiare se stesso). Molte famiglie continuano a non rivelare la diagnosi al paziente, ma

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psicologicamente si sentono isolate e senza sostegno; molti medici non se la sentono di continuare a vivere con la menzogna, ma sono costretti a continuare a comportarsi in questo modo sotto la spinta delle famiglie e della propria incertezza. Anche delle tensioni che si registrano sono da imputare alla presenza contemporanea all’interno del sistema di queste due diverse versioni di narrazioni e pratiche divergenti relativamente alla rivelazione della diagnosi» (Gordon, Paci, 1997, p. 97).

Non si tratta di contrapporre semplicisticamente una cultura americana, basata sull’individuo, l’autonomia, l’informazione, a una cultura europea o ancor più italiana, centrata sulla protezione che il gruppo sociale ― in particolar modo la famiglia ― offre al singolo. I mondi culturali “locali” sono trasversali a queste distinzioni macroscopiche. Le diverse posizioni riguardo all’informazione dipendono dal mondo esistenziale in cui le persone vivono, anche in aree culturalmente omogenee (come la Toscana, in cui è stata condotta la ricerca). La pratica del consenso informato dovrà cercare di realizzare un nuovo equilibrio che permetta una maggiore espressione dell’individualità all’interno dei rapporti molto avvolgenti della famiglia e di un mondo sanitario protettivo, ma contemperi allo stesso tempo l’individualismo estremo del modello autonomista preservando l’importanza dell’appartenenza al gruppo sociale.

BIBLIOGRAFIA

Gordon D., Paci E., “Parlare o tacere? Narrazioni culturali e cancro”, in L’Arco di Giano, n. 14, 1997, pp. 83-99.

La necessità di porre limiti alla medicina

Book Cover: La necessità di porre limiti alla medicina
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

LA NECESSITÀ DI PORRE LIMITI ALLA MEDICINA NEL RISPET-TO DELLA NATURA E DEI DIRITTI DELL'UOMO

in Alla fine della vita. La morte tra diritti e doveri

Atti del Convegno Formazione/Come, Regione Toscana, Giunta Regio-nale

Firenze, 23–24 gennaio 1998

pp. 120-123

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Una conclusione che traggo, almeno a livello personale, dalla lunga carrellata di opinioni esposte in questo convegno, è che nei confronti dell'eutanasia non possiamo fidarci del nostro fiuto etico. L’eutanasia non è un comportamento rispetto al quale noi non dobbiamo far molto di più che assentire o dissentire in base all’intuizione o a quello che possiamo chiamare “buon senso”. Come l’occhio clinico che viene talvolta attribuito ai grandi clinici del passato, non è una mera intuizione ma un procedimento rigoroso, basato su una metodologia definita, che permette di raggiungere una diagnosi corretta, così ci deve essere una razionalità nella scelta etica pro o contro l’eutanasia. Il nostro problema non è dunque quello di schierarci, e tanto meno di fare i partiti, domandandoci se l’eutanasia è di sinistra o di destra, se è cattolica o laica. Siamo nell’ambito dell’etica quando ci mettiamo onestamente alla ricerca delle ragioni per cui dare o non dare il nostro assenso a questa pratica. Né possiamo fidarci di concettualizzazioni generiche, del tipo: è umano o disumano negare la morte a uno che lo chiede? Adottare come criterio di discernimento il carattere "umano” di un comportamento significa avviarsi per un sentiero molto scivoloso. Permettetemi di leggervi una notizia che ho trovato in un libro “leggero”, intitolato I cani non mentono sull’amore. L’8 giugno 1996 è apparsa su Internet una nota per iniziativa del Club dei Dalmata d’America che diceva testualmente: “Se siete proprietari di un dalmata affetto da sordità e avete problemi con il cane, non dovete sentirvi in colpa, prendete in considerazione l’idea di ricominciare da capo, con un cucciolo sano e dall’udito perfetto e fate tranquillamente sopprimere il cane sordo, l’importante è che i cuccioli sordi siano trattati in modo responsabile e umano”. In risposta al suggerimento ― non certo disinteressato ― diffuso dal Club dei Dalmata d'America un certo signor Steven Dolka, che è istruttore in una scuola per non udenti, ha adottato un dalmata sordo e gli ha insegnato il linguaggio dei gesti. L’ha chiamato Kendal e ha insegnato al cane che il gesto della mano che assomiglia un po’ allo sventolio di una coda, è “K”; quando lui lo fa, il cane arriva. E ha affidato a persone sorde dalmati sordi, i quali hanno avuto l'istruzione attraverso il linguaggio dei segni, ottenendo dei risultati stupendi di adattamento di cuccioli che sarebbero stati invece soppressi in modo “umano”. Probabilmente molti di noi direbbero a questo punto: “Per

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carità, se sono sordo non trattatemi in modo ‘umano’, ma in modo ‘canino’”.

Voglio dire con questo che decidere che una pratica è più umana di un’altra ci espone all’arbitrio: dipende da dove tracciare la frontiera tra l’umano e il disumano. Dobbiamo piuttosto domandarci qual è il nostro rapporto con chi riteniamo che debba essere condotto a concludere la sua vita. Noi mettiamo dei limiti a quello che facciamo per una persona in fine di vita, o in ogni caso dei limiti alle cure offerte, in base non a un solo principio o a un solo criterio, ma in base almeno a tre diversi criteri. Un criterio è stabilito dalla società, in generale: ci sono norme sociali, non necessariamente legalizzate, in base alle quali le società decidono quando dire basta. Sono fondamentalmente forme di razionamento delle risorse. Ne troviamo un’espressione estrema e affascinante nella sua crudezza e durezza in un film giapponese, che forse qualcuno ha visto e ricorda, La ballata di Nayarama. Il film rappresenta una società che vive ai limiti della sopravvivenza, isolata nei monti. La comunità è consapevole che se alimenta tutte le persone si condanna alla fine, perché i viveri, soprattutto l’inverno, non bastano per tutti. Così è stato deciso che dopo i cinquant'anni le persone devono essere eutanizzate: è un dovere morale del figlio portare il genitore sulla sacra montagna di Nayarama e là lasciarlo morire. La morte degli anziani è la condizione perché la società possa continuare. Il pathos di questo film è raggiunto nel momento in cui un figlio, molto legato alla propria madre, decide di sottrarsi al gesto di “pietas” filiale, che è anche di responsabilità sociale, di prendere la propria madre sulle spalle e, secondo il rituale della società, portarla in silenzio sulla sacra montagna. La madre invece, che ha questo senso di responsabilità, cerca di convincerlo, al punto, lei che è ancora sana a cinquant'anni, di prendere una pietra e di rompersi i denti per convincere il figlio che lei è vecchia e deve morire. Anche se questa è una rappresentazione estrema di una società arcaica che vive ai limiti della sopravvivenza, ciò non significa che il problema delle scelte in rapporto alle risorse non sia attuale, anche in società avanzate. In questi ultimi anni filosofi e sociologi hanno riflettuto sui limiti intrinseci dello sviluppo della medicina e della tecnologia. Mi riferisco per tutti al filosofo americano Daniel Callahan, direttore dell’Hastings Center di New York. Callahan ha raggiunto una grande notorietà con il libro Setting limits, in cui sostiene che è un errore pensare che possiamo simultaneamente sostenere il massimo sforzo tecnologico per promuovere tutte le forme di vita e impegnarci in una medicina che si annuncia come un’estensione dei confini della vita, e sperare ancora di avere una morte pacifica. Malgrado tutto l’entusiasmo che possiamo avere per questa medicina, dobbiamo mettere dei limiti, se ne vogliamo preservare la qualità umana. Il principio sottostante a questa idea è che ci sono dei limiti che riguardano tutta la società. Questa, con le sue norme scritte o non scritte, esercita una responsabilità nei confronti della vita non soltanto di alcuni, ma di tutti; deve decidere chi far vivere e chi far morire con norme che fondamentalmente fanno riferimento al principio di giustizia, in quanto tengono conto che le risorse devono essere destinate a tutti. Ciò che il principio di giustizia vuol promuovere è il bene della società.

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Certo, non possiamo dire che siamo in una società di pura sopravvivenza come la comunità montana di Nayarama, tuttavia il senso di urgenza che ci induce a mettere dei limiti a una medicina pensata per consumare sempre più risorse e per prolungare sempre più la vita, investe anche noi. Il problema prioritario delle nostre società è diventato quello di decidere quanto e come noi destiniamo le nostre risorse per curare le persone. Il secondo principio viene invece dall’antropologia intesa non come scienza culturale, ma come riflessione filosofica sull’uomo. È un principio antico, deriva, nella nostra tradizione, quantomeno dalla medicina greca che si è pensata come una medicina fisiologica, una medicina cioè che concepisce se stessa in funzione della natura: dal medico ci si aspetta che aiuti la natura, non che la ostacoli. Dobbiamo certo tener conto della peculiarità della natura umana; a differenza degli animali noi siamo “culturalmente naturali”. Resta tuttavia caratteristico di questa medicina il ricordarci che non è giusto e non è bene per l’uomo, andare contro i limiti della natura. Sappiamo che Platone ha addirittura teorizzato che il medico che curasse un malato che ha una malattia incurabile “per necessità”, cioè che è destinato dalla natura alla morte, fa un gesto di “hybris”, una trasgressione rispetto all’ordine delle cose, in quanto utilizza male le risorse. Anche questo principio della giustizia intesa come “giustezza”, cioè adattamento all’ordine naturale, lo troviamo sottostante alla riflessione di Daniel Callahan, quando sostiene che mettere dei limiti non è riferito soltanto ai limiti delle risorse della società, ma anche al fatto che noi viviamo meglio se concepiamo la nostra vita come intrinsecamente limitata. Mettere dei limiti in medicina non è solo un problema di economia sanitaria, ma una questione antropologica: la nostra vita è migliore se la pensiamo come un’estensione che ha un inizio, una fioritura, un declino e una fine annunciata, mentre la viviamo peggio se adottiamo una prospettiva che prescinde dai limiti. Il principio che deve guidare questa limitazione è il principio che gli americani chiamano della “beneficence”, termine che possiamo tradurre con “beneficità”. Ciò vuol dire che noi possiamo eccedere nel fare il bene del malato, se andiamo al di là della limitazione naturale della vita. Certo la vita media si è allungata rispetto ad alcuni decenni fa, e forse continuerà ad allungarsi in futuro, ma non si può pensare di prolungarla indefinitivamente, salvo perdere in maniera spaventosa in qualità. Se non ci lasciamo orientare dal principio del bene del paziente che richiama un’intrinseca limitatezza, rischiamo di deformare il processo dell’assistenza medica. Ai due principi in base ai quali noi mettiamo dei limiti a quel che si può e si deve fare per il malato che abbiamo finora considerato (dobbiamo fare il bene di tutti, orientandoci secondo il principio di giustizia; dobbiamo garantire alla nostra azione un carattere benefico, sapendo che se trasgrediamo certi limiti intrinseci quello che facciamo si rovescia di segno) si aggiunge un terzo principio, che viene articolato nell’ambito della cultura della modernità: il principio dell’autonomia dell’individuo. Noi oggi cominciamo, duecento anni in ritardo rispetto a quanto è avvenuto nel resto della società, a introdurre anche nella medicina il principio fondamentale della rivoluzione liberale: il diritto dell’individuo di fare le scelte che lo riguardano; tale diritto non può

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essere dato in esclusiva al professionista della salute, con il quale il malato potrebbe avere invece un’alleanza terapeutica, né riguarda la società in quanto tale, nella sua preoccupazione di allocare le risorse secondo efficienza e giustizia. Il soggetto, in altri termini, ha il diritto di modellare la vita secondo i propri valori; e i valori personali possono dare un’estensione maggiore o minore alla durata della vita. È pienamente legittimo ipotizzare che il malato possa dire a un certo punto: “la mia vita è conclusa e adesso basta!”. Dobbiamo tuttavia considerare che noi non siamo autonomi per natura, possiamo diventare autonomi se le circostanze sono favorevoli e ci viene offerto l’aiuto necessario. Nelle circostanze in cui si invoca l’eutanasia l’autonomia è molto compromessa: se c’è una situazione in cui noi regrediamo ad uno stato non autonomo è proprio quella della malattia mortale, talvolta della malattia in genere. L’autonomia quindi non può essere data per garantita, ma va promossa. La prima, fondamentale operazione per promuovere l’autonomia è l’informazione. Non possiamo pensare di risolvere correttamente il problema dei limiti nelle cure che prolungano la vita o permettono la morte, se non partiamo da un'appropriata informazione. Solo questa garantisce il processo del “empowerment” del paziente. Allora il problema non è quello di un “consenso informato”, inteso come lo strumento con cui abbiamo pensato di poter far transitare la medicina dal mondo premoderno al mondo moderno in modo quasi automatico. Il problema è piuttosto quello di una decisione consensuale. Perché questa si realizzi è necessario che il paziente sia messo nella possibilità di entrare in questa decisione stessa. Le “advanced directives”, e le altre modalità che dovremo inventare secondo la nostra cultura, sono importanti, ma è fondamentale che i valori, le preferenze, le scelte del paziente entrino a strutturare la decisione. La decisione consensuale non può essere data per scontata, ma deve essere voluta e va costruita. Dunque in sintesi ci sono tre valori principali, o tre principi, nell’intreccio dei quali noi possiamo cominciare ad articolare la discussione relativa all’eutanasia: bisogna promuovere il bene di tutta la società, bisogna fare il bene vero dell’uomo, bisogna rispettare i suoi diritti e le sue scelte. Il bioeticista inglese Ronaan Gillon, parlando dei principi, ha detto: “Questa è una situazione paradossale, perché noi dobbiamo contemporaneamente difendere diversi principi e non uno solo. Veniamo a trovarci come nella situazione del giocoliere, il quale ha più palle che deve far ruotare per aria il più a lungo possibile, tutte contemporaneamente, sapendo che prima o poi qualcuna gli cadrà a terra e quelli che stanno attorno diranno: ‘Ah, ecco! Hai lasciato cadere una palla!”’. Più che una questione di equilibri, è un problema di cultura generale. Presentando il suo nuovo governo al paese, Tony Blair ha detto che tutto il programma del suo governo si riassumeva in tre parole: “education, education, education”. E credo che se c’è un problema in cui noi ci troviamo clamorosamente arretrati è proprio l’educazione finalizzata alle scelte che ci riguardano nella vita, nella morte, nella medicina. Mi sento autorizzato a rilevare che un’iniziativa come questo convegno, promossa da un’associazione che ha messo la bioetica e l’antropologia nella sua ragione d’essere, non può essere un fatto che si conclude in una sterile autocelebrazione, ma deve aprirsi su un programma di educazione civile sui problemi di fine della vita.

Ripensare la cura nel contesto di una società conflittuale

Book Cover: Ripensare la cura nel contesto di una società conflittuale
Part of the Rapporto professionista-malato series:

Sandro Spinsanti

RIPENSARE LA CURA NEL CONTESTO DI UNA SOCIETÀ CONFLITTUALE

in La realtà al congiuntivo. Storie di malattia narrate dai protagonisti

Franco Angeli, Milano 2011

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Correlare le pratiche di cura e assistenza alla conflittualità inerente ai rapporti umani appare sorprendente. Se in un contesto medico siamo soliti evocare la guerra, è per lo più in senso figurato e retorico: si parla di guerra condotta contro la malattia. Una vistosa mutazione sociale sembra aver spostato i termini del conflitto: dal fronte comune, istituito dai professionisti sanitari, dalle persone malate e dai responsabili dell'organizzazione sanitaria contro le patologie attuali o possibili, si è passati a una conflittualità generalizzata. È come se tutti si sentissero in guerra contro tutti. I pazienti contro i sanitari e i sanitari contro i pazienti, in atteggiamento difensivo. "Casa di riposo"?, ironizzava di recente un operatore sanitario. Chi lavora in quegli ambienti non li sperimenta come un'oasi di serenità, ma come un nido di vipere ... E l'elenco di situazioni in cui parenti alterati minacciano denunce contro i sanitari si fa lungo e dettagliato i. Lo stato d'animo diffuso si esprime, secondo Stefano Bartezzaghi, in un curioso lapsus linguistico, colto al volo: "Se il sintomo persiste, insultare il medico" ii. È una delle "frasi matte" attraverso le quali l'inconscio ci telefona (o il non-detto sociale ci fa l'occhiolino...).

Anche volendo tacere i conflitti crescenti tra i vertici amministrativi (e i politici) delle aziende sanitarie e i professionisti, non possiamo ignorare la conflittualità inerente all'organizzazione. Alle tensioni tradizionali tra ospedale e medicina territoriale si sono aggiunte quelle tra professionisti di diverso profilo (basti pensare al rivoluzionamento del ruolo subalterno che tradizionalmente veniva attribuito agli infermieri, ora contestato da professionisti che si formano all'università, come i medici, e possono esibire una laurea). Sullo sfondo, poi, gli ineliminabili conflitti interpersonali che sorgono

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quando più persone lavorano insieme: le intolleranze individuali, i cortocircuiti caratteriali, le pure e semplici antipatie possono interferire anche con un lavoro di altissimo profilo etico, come è quello della cura della salute. I motivi per "litigare" sono infiniti...

In questo insieme composito di conflitti attuali o potenziali due particolari tipologie di conflitti meritano una particolare attenzione: i conflitti di interesse e quelli che hanno per oggetto i valori etici.

1. Il conflitto di interesse

Il recente codice di deontologia dei medici italiani, approvato nel dicembre 2006, contiene un articolo dedicato al "conflitto d'interesse", corredato di una linea-guida per l'applicazione. È la prima volta che, nelle numerose versioni del codice che si sono succedute negli anni, si fa menzione del conflitto di interessi nella pratica della medicina.

La descrizione del conflitto è contenuta nell'art. 30: "Riguarda aspetti economici e non, e si può manifestare nella ricerca scientifica, nella formazione e nell'aggiornamento professionale, nella prescrizione terapeutica e di esami diagnostici e nei rapporti individuali e di gruppo con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la Pubblica Amministrazione". Le linee guida applicative dettano poi norme specifiche riguardanti, rispettivamente, la ricerca scientifica, l'aggiornamento e formazione e la prescrizione di farmaci. L'interesse primario del medico ― afferma il Codice ― non deve essere "indebitamente influenzato da un interesse secondario". La definizione di conflitto di interesse coincide ampiamente con quella già proposta da Marco Bobbio, secondo il quale si ha conflitto di interesse quando ci si trova in una condizione nella quale il giudizio professionale riguardante un interesse primario (la salute del paziente o la veridicità dei risultati di una ricerca o l'oggettività della prestazione di un'informazione) tende a essere indebitamente influenzata da un interesse secondario (guadagno economico, vantaggio personale iii.

Nel modello ideale di buona medicina che ci è stato lasciato in eredità dalla tradizione gli interessi del medico e quelli del paziente erano allineati e confluenti. Il medico era idealmente rappresentato come un professionista "disinteressato". La coscienza del medico ― chiamato, secondo la formula standardizzata, a prendere le decisioni "in scienza e coscienza" ― era la migliore garante che il corso delle cose fosse rivolto a promuovere il bene del paziente; a questi era richiesto di affidarsi al medico con fiducia. Soprattutto

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la tradizione della medicina liberale si è fatta paladina di questa strutturazione dei rapporti, coprendo con il manto della deontologia professionale ogni scenario di conflitto e tendendo a escludere, come una ingerenza indebita, ogni intervento di terze parti nel rapporto medico-paziente.

Ai nostri giorni il conflitto di interessi non è più un'ipotesi impronunciabile per descrivere ciò che avviene nell'ambito della medicina. Anche il Comitato Nazionale per la Bioetica ha prodotto un documento ― Conflitto d'interessi nella ricerca biomedica e nella pratica clinica, 2006 iv ― che prende in considerazione un ampio ventaglio di conflitti ai quali è esposto sia il medico ricercatore che il clinico. L'inventario delle situazioni nelle quali possiamo identificare possibili conflitti è molto ampio: il conflitto può riguardare il rapporto tra ricerca e pratica clinica (gli obblighi dei ricercatori nei confronti del progetto di ricerca possono confliggere con i loro obblighi nei confronti dei singoli pazienti), tra didattica e terapia (l'uso dei pazienti per l'apprendimento degli studenti di medicina contrasta con il diritto del paziente di essere informato sull'abilità di chi interviene su di lui), tra sanità pubblica e medicina privata, tra gli interessi di aziende farmaceutiche e quelli di una medicina che si propone di evitare pericolosi abusi consumistici dei farmaci. Infine, quasi sinonimo di conflitto di interessi in quanto tale, c'è l'incidenza del sistema di compensazione dell'attività del medico o di finanziamento degli ospedali.

Sotto accusa è il sistema dei Drg o modelli analoghi che compensano le prestazioni sanitarie secondo una modalità prospettica. Soprattutto suscita perplessità il sistema della managed care diffuso negli Stati Uniti, che prevede accordi tra le organizzazioni e gli erogatori dei servizi ― ospedali, specialisti, singoli medici ― sulla base di un compenso globale e forfettario a quota capitaria (capitation), ovvero di una quantità di denaro determinata per ogni paziente, indipendentemente dall'effettiva erogazione delle prestazioni. La preoccupazione che emerge è che venga erosa alla base la fiducia stessa nei confronti del medico, se il suo vantaggio economico è inversamente proporzionale a quanto fa per il paziente. Tutti i sistemi di pagamento prospettico invertono la direzione dell'ago della bilancia: quando il medico è pagato all'atto, ha interesse a erogare il maggior numero di prestazioni al paziente, mentre con questa formula, meno fa, più guadagna.

È sicuramente apprezzabile lo sforzo del Codice deontologico di portare chiarezza in un ambito della professionalità medica tra i più discussi della nostra società. Sembra, tuttavia, che questa prima formulazione dei conflitti di interesse presenti nella professione del medico sia ancora tentennante. L'incertezza emerge se confrontiamo l'art. 30 del Codice, dedicato tematicamente

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"conflitto di interesse", con l'art. 6, che delinea la qualità professionale del medico. L'art. 30 lascia intendere che l'interesse del medico sia uno solo: la salute, appunto, dei cittadini. Ciò che può entrare in conflitto con quell'interesse, così come viene esplicitato nelle linee-guida applicative, ha un carattere contingente. L'art. 6, invece, presenta una realtà ben più complessa. Per essere un "buon medico", il professionista non può limitarsi a fornire le migliori cure al malato che ne ha bisogno, così come le identifica la "scienza" medica oggi, ma deve contestualmente promuovere la capacità della persona di partecipare alle scelte che lo riguardano e tutelare l'accesso ai servizi sanitari dei più svantaggiati:

"Il medico agisce secondo il principio di efficacia delle cure nel rispetto dell'autonomia della persona tenendo conto dell'uso appropriato delle risorse. Il

medico è tenuto a collaborare alla eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario, al fine di garantire a tutti i cittadini stesse opportunità di accesso, disponibilità, utilizzazione e qualità delle cure" (art. 6).

La formulazione del Codice è ricalcata sulla "Carta della professionalità medica", promossa dalla European Federation of Internal Medicine e dall'American Board of Internal Medicine, pubblicata congiuntamente da Lancet e dagli Annals of Internal Medicine nel 2002 v. Nel descrivere le responsabilità dei medici la Carta faceva riferimento ai tre principi fondamentali evidenziati dal movimento della bioetica: il principio della centralità del benessere dei pazienti, il principio dell'autonomia dei pazienti e il principio della giustizia sociale. In questa ottica il nuovo profilo della responsabilità professionale richiede di misurarsi non con un solo parametro il bene del paziente ― bensì con tre; né si può definire un buon esercizio della professione medica quello in cui il sanitario non abbia a cuore la promozione di tutti e tre questi obiettivi.

Gli interessi del medico ― dai quali non può prescindere la buona medicina ― si estendono dalla somministrazione delle cure efficaci alla preoccupazione per un'equa allocazione delle risorse, passando per l'empowerment del cittadino. Gli interessi, perciò, sono plurali; l'idea che uno ― la salute del malato ― sia prioritario e gli altri vengano in seconda linea non trova giustificazione in questa visione. Il medico deve fare il bene del malato, ma deve farlo nel modo giusto ― rispettando la sua autonomia ― senza dimenticare i suoi doveri di assistenza nei confronti di tutti quelli che hanno diritto e bisogno, promuovendo sistemi sanitari giusti. Questi interessi potrebbero essere idealmente allineati, ma realisticamente possiamo immaginarli in

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conflitto. Il conflitto di interessi, così formulato, ha un carattere non contingente ma necessario.

In questa prospettiva bisogna ripensare anche alla conflittualità tra gli interessi. La parola "conflitto" ha una connotazione per lo più negativa; nel linguaggio comune sta a significare una situazione indesiderabile, che si dovrebbe prevenire o quanto meno risolvere, eliminando i conflitti. Ma se gli interessi sono plurali, è ipotizzabile che possano scontrarsi tra di loro. Anzi, il conflitto dovrà essere previsto come la regola, piuttosto che come l'eccezione. E la saggezza consisterà non nel neutralizzare qualcuno dei legittimi interessi, ma nel comporli tra di loro, con soluzioni creative.

Le linee guida allegate al codice deontologico del 2006 hanno come obiettivo regole per impedire conflitti di interesse contingenti nell'ambito della sperimentazione, della formazione dei medici e della prescrizione di farmaci. Auspichiamo che siano efficaci. Ci sentiamo invece ancora al capolinea per quanto riguarda sussidi per affrontare i conflitti necessari, che sono quelli che oppongono i medici non all'industria ― come nei casi menzionati ― ma ai cittadini e ai manager. Potrebbero forse essere di aiuto i comitati per l'etica clinica. Ma avremmo bisogno di conoscere più esperienze positive in questo ambito.

2. Etica, etiche: conflitti e composizioni

Un ambito in cui, inaspettatamente, la medicina si è trovata a confrontarsi con la pluralità e con i conflitti che da questa derivano è quello delle regole morali alle quali per convenzione ci si attiene nell'esercizio dell'arte medica. La pluralità ha investito nel modo più eclatante proprio ciò che della medicina aveva resistito di più al cambiamento: l'etica medica. Nella storia dell'Occidente la medicina si è modificata più volte, da quando con i greci è passata dal regime magico-sacrale a quello del sapere scientifico. In venticinque secoli ha cambiato sia le spiegazioni dei processi patologici, sia le risposte terapeutiche. Quello che era rimasto immodificato era il sistema di valori identificato come etica medica (il riferimento tradizionale a Ippocrate serviva anche a sottolineare la pretesa atemporalità delle norme etiche in medicina). Proprio l'etica medica ci costringe oggi a parlare della medicina al plurale.

Che cosa fare di fronte alla pluralità dei mondi etici? Con qualche semplificazione, la varietà dei comportamenti possibili può essere ricondotta a cinque alternative. Di fronte a un mondo morale diverso, un comportamento che ci viene spontaneo è combatterlo. Quando qualcuno presenta un atteggiamento teorico-pratico diverso dal nostro, nei confronti della vita, tendiamo a rispondere con la polemica. La polemica è un modo incruento di fare guerra ― pólemos in greco è appunto la guerra ― a chi la pensa diversamente

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da noi. Nella vita quotidiana la polemica fa uso di uno strumento semplicissimo ed estremamente efficace: il dissenso viene squalificato come disonestà morale, o come incapacità cognitiva. In inglese questa strategia si serve di due parole brevi e incisive: chi la pensa diversamente da me dal punto di vista morale è o bad (cattivo) o mad (pazzo); o è in mal a fede, o non ragiona bene.

Una seconda scelta è tollerare chi la pensa diversamente. La tolleranza nella storia della civiltà occidentale praticamente comincia con l'Illuminismo. Invece di fare la guerra (anche nella forma attenuata che è l'apologetica, che si esprime nel mettere la propria posizione in buona luce e nel dipingere con i colori più neri la posizione altrui) tolleriamo le differenze. La tolleranza è un atteggiamento che è parte costitutiva di ciò che noi oggi qualifichiamo come civiltà.

Una terza possibilità di fronte alle diverse scelte morali è quella che potremmo chiamare di regolamentazione. Possiamo regolamentare i conflitti che nascono dal pluralismo dei mondi morali con le leggi oppure con norme deontologiche. I codici deontologici, e soprattutto le leggi, sono dei tentativi di definire dei confini, delimitando i comportamenti accettabili da quelli non accettabili.

La quarta proposta è quella che vede nell'etica una possibilità di gestione delle differenze morali. Questo è lo scenario che si affaccia quando rinunciamo a eliminare con la repressione o la polemica i mondi etici diversi dal nostro, li tolleriamo per quanto siano compatibili con la convivenza sociale, li regolamentiamo con le leggi dello Stato e con gli ordinamenti deontologici: a questo punto dobbiamo gestire le differenze etiche, per poter convivere. Ebbene, nell'ambito dei comportamenti che hanno a che fare con le decisioni di procreazione, di cure sanitarie e di morte, la bioetica è nata proprio con la finalità di mettere un certo ordine e soprattutto di creare una specie di lingua franca, per poter parlare tra "stranieri morali".

Non sempre la bioetica, così come la conosciamo nell'esperienza culturale italiana, si è sviluppata in questo orizzonte. Invece del pluralismo, si è andata sempre più profilando una polarizzazione su due atteggiamenti speculari e contrapposti, che hanno preso, volta a volta, il nome di bioetica laica e bioetica cattolica, valorizzazione a priori della sacralità della vita versus qualità della vita ecc.

Dal dibattito bioetico si rischia di scivolare verso la "biorissa", che si serve di parole come corpi contundenti contro l'avversario: così le donne che abortiscono vengono chiamate "assassine", le decisioni di abbreviare le sofferenze intollerabili di persone consenzienti "assassinio", per non parlare dell'suo strumentale di concetti a definizione variabile, come accanimento terapeutico, eutanasia. Anche quando il dibattito bio etico non è diventato luogo privilegiato della polemica, nutrita da ideologie che si giudicano inconciliabili,

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e non ha dato origine a espressioni di intolleranza, non ha mostrato grandi capacità di gestione delle differenze etiche.

Che cosa possiamo fare di fronte a un mondo morale che non condividiamo? Uno sviluppo della prospettiva che abbiamo chiamato la gestione delle differenze suona: quando i mondi morali sono diversi, possiamo parlare con l'altro, facendo delle divergenze l'argomento di una conversazione. Un'eccellente presentazione delle possibilità che possiamo attribuire alla conversazione è offerta dal libro di Zeldin: La conversazione. Di come i discorsi possono cambiarci la vita vi. Secondo Zeldin, la conversazione fa bene, cioè migliora la vita anche a livello emotivo, forse anche a livello fisico.

Mondi morali diversi sono molto importanti, perché ci possono arricchire. Nel capitolo intitolato: «Di come la conversazione incoraggi lo scambio da mente a mente», Zeldin afferma che «si tratta di invitare altre persone alle proprie conversazioni interiori per scoprire che ti vedono molto diversamente da come ti vedi tu». Ma proprio chi la pensa diversamente può portarci un arricchimento morale. «Considero ― continua Zeldin ― particolarmente importanti le conversazioni che si collocano al confine tra ciò che capisco e ciò che mi sfugge, incontri con le persone diverse da me». Con un mondo morale diverso dal mio, io ci posso parlare. E la prima cosa che posso guadagnare da questa conversazione, è un beneficio per me stesso, perché allargo il mio mondo morale. «Conversando con altri e mescolando voci diverse alla nostra, possiamo trasformare la nostra esistenza in un'opera d'arte originale».

È vero che alla gente piace odiare. Zola diceva: «L'odio è sacro». Grazie all'odio la gente sente di avere dei principi e delle opinioni. Eppure io ritengo che individuare un che di ammirevole o di commovente in una persona incomprensibile e odiosa sia fonte di soddisfazione altrettanto profonda. La sensazione di appartenere entrambi all'umanità, le lacrime che ci vengono agli occhi quando cogliamo la sofferenza in persone a noi del tutto estranee, sono tra le più profonde delle emozioni. Ogni volta che ne facciamo esperienza, riscopriamo di appartenere a quella enorme famiglia che è l'umanità. L'umanità non significa soltanto chiunque, significa anche gentilezza. Non sono molte le persone completamente prive di qualche traccia di gentilezza. Trovare questo filone d'oro, quando è nascosto in terreni apparentemente sassosi, è una delle sfide più entusiasmanti.

Anche Benedetta Craveri con La civiltà della conversazione vii dà corpo a una nostalgia di una maniera di vivere che trova nella conversazione il suo

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punto di forza, Ripercorrendo le vicende culturali della Francia prerivoluzionaria, fa emergere «un'ideale di socievolezza sotto il segno dell'eleganza e della cortesia, che contrapponeva alla logica della forza e della brutalità degli istinti un'arte di stare insieme basata sulla seduzione e sul piacere reciproco». Malgrado la distanza infinita che ci separa da quel mondo, non possiamo impedirci di sognare la cortesia che freni l'irruenza e impedisca lo scontro, anche verbale. E di immaginare che proprio la medicina, vissuta al plurale, possa essere il luogo della rigenerazione dell' esprit de société.

i Bert L., "Casa di riposo: oasi di serenità o nido di vipere?", in La parola e la cura,

Ed. Change, Torino, pp. 54-57, 2007.

ii Bartezzaghi S., Non ne ho la più squallida idea, Mondadori, Milano, 2006.

iii Bobbio M., Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza, Einaudi, Torino, 2004.

iv Comitato Nazionale per la Bioctica, Conflitti d'interesse nella ricerca biomedica e nella pratica clinica, 2006.

v cfr. "Carta della professionalità medica", in Janus n. 5, primavera 2002.

vi ZeldinT., La conversazione. Di come i discorsi possono cambiarci la vita, Sellerio, Palermo 2002.

vii Craveri B., La civiltà della conversazione, Adelphi, Milano 2001.